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-Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-
-
-Title: La moglie di Sua Eccellenza
-
-Author: Gerolamo Rovetta
-
-Release Date: December 24, 2016 [EBook #53801]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
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-
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-
- GEROLAMO ROVETTA
-
-
- La moglie
- di
- Sua Eccellenza
-
- ROMANZO
-
- Edizione XIII.
-
-
-
- MILANO
- CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.
- _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_
- 1910
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- Tutti i diritti di traduzione e di riproduzione riservati all'autore
-
- Poligrafia Italiana (Soc. An.), Milano, Via Stella, 9.
-
-
-
-
-PARTE PRIMA.
-
-
-
-
-I.
-
-
-Piove. Il biondo e rubicondo signor Trüb, seniore, il socio gerente
-della _Tête-pointue_ a Villars-Ollon, attraversa frettoloso, con
-i soliti inchini, sgambetti e saltetti, l'atrio oscuro e basso
-dell'albergo, in quell'ora mattutina già brulicante di forestieri; si
-ferma sul portone, alza gli occhi verso il cielo bigio... poi si avanza
-fin a mezzo all'alta terrazza, stendendo le mani aperte: piove.
-
-— Tempo ladro!
-
-Il signor Trüb si tira giù con due dita e si ferma sul naso
-gli occhiali d'oro, che porta in mezzo alla fronte, e continua,
-borbottando, le osservazioni meteorologiche.
-
-— Acqua!... Presto!... A catinelle!
-
-Infatti le tre punte della _Dent du Midi_ sono coperte da un'enorme
-cappa di piombo e il dorso della grande montagna nera e rocciosa è
-sparso, qua e là, di bianchi nuvoloni che si rincorrono spinti dal
-vento, si allungano, si assottigliano, sembrano quasi dileguarsi; ma
-poi ritornano e si riallacciano accavallandosi, più densi e più gonfi.
-
-— Tempo ladro! Ti domandavo un po' di sole, soltanto per oggi e per
-domani!
-
-Il largo piano della valle sottostante, attraversato dalla striscia
-torbida del Rodano, i bianchi villaggi delle due rive, i _Châlets_
-disseminati sul pendio dei monti raggruppati lungo la curva delle
-colline, tutto, insomma, il vasto paesaggio così verde, così vario e
-così colorito, sparisce a mano a mano sotto la nebbia fumicosa che si
-avanza e si diffonde, mentre le prime gocce cominciano a crepitare qua
-e là sulla terrazza.
-
-— Non ti domando, Giove cane, altro che un po' di sole oggi e domani!
-Per rimpolpettarmi le ossa! Una grande famiglia di prim'ordine! Otto
-signori e dieci persone di servizio!
-
-L'albergatore volge gli occhi dalla parte di Ginevra: buio; ancora più
-buio!
-
-— Ahi! Ahi!... Quando la burrasca viene dal lago, ce n'è per una
-settimana!
-
-Ad un tratto, per quanto il cielo continui a rabbuiarsi, la faccia del
-signor Trüb si rischiara.
-
-È uscito sulla terrazza un cliente del primo piano, — camera d'angolo
-con salotto; — il barone Marco Danova.
-
-— Signor barone, buon giorno! I miei rispetti, signor barone!
-
-Ma il signor barone, un ex veneziano che in Alessandria d'Egitto a
-furia di rubare milioni ha perduto persino la pronunzia, non risponde
-ai profondi salamelecchi. È furente: il naso adunco sembra un becco
-minaccioso; il viso tondo, circondato dalla corta barbetta nera —
-troppo nera! — non è più giallo, ma verde.
-
-— Al diavolo voi, e i vostri prognostici! Piove!... Non vedete? Piove!
-— Il terribile barone aggrotta le ciglia fissando il povero albergatore
-e incrocia le braccia sul petto. Rispondete, uomo barometro. Piove, sì
-o no?
-
-— Quattro goccet...tine! — Il signor Trüb sorride amabile e rimane
-curvo a mezzo inchino. — Quattro goccettine, ma non fa niente!
-
-— Come «non fa niente?»
-
-— Voglio dire, signor barone, una piccola burraschet...tina di
-passaggio! Domani...
-
-L'egizio _venezian_ diventa ancora più verde.
-
-— Domani? È una settimana che dite sempre domani, e diventa persino una
-indecenza! Diciotto ore di ferrovia da Milano, cinque ore di carrozza e
-salire mille trecento metri... per annegare!
-
-Il rubicondo Trüb, all'uscita tanto arguta del briosissimo signor
-barone, dà in una risata formidabile, rialzandosi gli occhiali sulla
-fronte.
-
-— C'è poco da ridere! C'è da fare le valige e scappare, magari in barca!
-
-L'albergatore si caccia le mani, disperato, nei capelli folti e crespi.
-
-— Partire? Adesso? Quando comincia il bel tempo?
-
-— Comincia? — La voce del signor barone sembra un ruggito e un
-grugnito. — Comincia?
-
-— È... è la coda! È la fine! Tutte le previsioni sono più che
-favorevolissime! Il barometro si alza! La corda del _lift_ è molle,
-molle, molle...
-
-— Finitela! Non avete mai detto una volta che la corda è dura, e piove
-sempre!
-
-— Si persuada, signor barone! E poi... Senta, signor barone: le voglio
-dire una cosa sola. Se non la smette questo Giove cane, sarebbe un
-assassinio! No! No! Impossibile! Io sono sempre stato fortunato e porto
-fortuna ai miei forestieri! Anche l'anno scorso...
-
-— Avanti, avanti! Che cosa devo sentire?
-
-— Ho ricevuto stamattina un telegramma... Devo averlo qui! —
-L'albergatore lo cerca, ma non lo trova. — Si tratta di una grande
-famiglia italiana! Un mazzetto, proprio _chic_, di signore giovani,
-bellissime.
-
-Il naso-becco del barone Danova ha una vampa e un tremolìo. Di signore
-giovani e belle egli aveva già notata e deplorata la mancanza alla
-_Tête-pointue_. L'altro, continua imperturbabile:
-
-— Prenderebbero tutto il grande appartamento della balconata, al
-primo piano, con due balconi, e un altro appartamento al secondo. Otto
-signori e dieci servitori che mi riempirebbero appunto anche il terzo
-e quarto piano! — Sette od ottocento franchi al giorno! Capirà, signor
-barone, se piove oggi o domani, quando la comitiva è a Bex, invece di
-scendere dal treno, tira diritto! Garantisco, garantisco io: per domani
-una splendida giornata!... Vede? Vede? Si volti! Guardi le punte dei
-_Diablerets:_ cominciano a scoprirsi!
-
-— Non bisogna guardare la _Dent du Midi?_
-
-— La sera; ma la mattina il grande oroscopo, infallibile... sono i
-_Diablerets_.
-
-Marco Danova rimane scosso da tanta sicurezza.
-
-— Allora, finalmente, potrò fare questa famosa gita al _Chamossaire?_
-
-— Sicuro! — Il signor Trüb si offende quasi al minimo dubbio. —
-Lei, signor barone, vada tranquillo a fare la sua brava colazione e
-per domani penso io: sveglia alle sei, — basta alle sei, — e alle
-sei e mezzo, tutto pronto: cavalcatura, guida e un bel sole... di
-prim'ordine!
-
-La promessa d'un bel sereno per il giorno dopo è sempre, anche quando
-ci si è abituati, uno dei pochi godimenti che offra la montagna
-quando piove. Marco Danova, rabbonito, apre l'ombrello e, dopo aver
-raccomandato al signor Trüb che il mulo sia tranquillo e la guida
-sicura, se ne va con passo quasi automatico, alzando una dopo l'altra
-le gambette ad arco e dondolandosi, tutto pancetta.
-
-La nebbia, continua a salire a salire, a correre, ad addensarsi
-più rapidamente. Ad un tratto, un raggio di sole pallido, obliquo,
-attraversa e rompe il fitto tendone: appare in una tinta giallastra
-la curva di una collina... poi la punta di una roccia e subito un
-rovescione, con una raffica di vento così impetuosa che porta il signor
-Trüb, come di volo, dentro l'albergo.
-
-Grida, strilli e le più furiose e varie invettive internazionali
-echeggiano sotto l'atrio. Le signore hanno paura del temporale: si
-chiudono le finestre, si accende la luce elettrica. Il signor Trüb,
-mogio, mogio, sgambetti, saltetti e via di corsa per rifugiarsi
-nel _bureau!_ Ma lì, proprio sull'uscio, mentre si asciuga con il
-fazzoletto le mani e l'abito, ecco quella strega verde e brontolona di
-missis Eyre:
-
-— Bella _ciornata_, signor Trüb!
-
-Missis Eyre, — terzo piano, camera di dietro, senza balcone, — riceve
-un inchino, niente più del necessario.
-
-— Scusi; sono in ritardo; ho la corrispondenza ancora da guardare...
-
-Il signor Trüb, si avvicina alla scrivania, e comincia ad aprire, a
-sfogliare le lettere che vi sono ammucchiate.
-
-Missis Eyre, tien duro.
-
-— E così?... I D'Orea e i Moncavallo, verranno da Aigle o da Bex?
-
-— Vedremo. Secondo... il tempo.
-
-— Vedere?... Piove che Dio la manda! Che cosa volete vedere? Il Diluvio
-universale?
-
-— Che diluvio? Domani, sole! Garantito!
-
-— _Cià_. A Villars sempre così. Piove oggi, e fa bel tempo... domani!
-
-Brontola, brontola, ma a missis Eyre, poco importa della pioggia o del
-bel tempo. Ella, invece, vuol sapere se i D'Orea e i Moncavallo faranno
-la salita da Aigle, in carrozza, e con quanti landò, oppure da Bex
-in ferrovia elettrica, con un treno espresso, o con l'ordinario. Vuol
-sapere il numero delle persone di servizio, il numero dei bauli, e se i
-D'Orea e i Moncavallo pranzeranno _à table d'hôte_ o al _restaurant_,
-a pensione o alla carta. Vuol sapere, se a quella grande «baraonda
-italiana» è stato fissato il solo appartamento del primo piano, oppure
-anche le camere disponibili del secondo. Vuol sapere, ed è questo che
-più le preme, se la «marmaglia del servidorame» sarà mandata su, al
-quarto piano, come è l'uso e la convenienza, oppure se quel vero oste
-esoso e volgare del signor Trüb matura nell'animo l'indelicatezza e la
-prepotenza di cacciarne una parte anche al terzo e persino... nel suo
-corridoio!
-
-È tutto questo che la turba, che l'agita, che la tiene in ansia
-e in curiosità. Ed è così tutti i giorni e tutto l'anno: il suo
-divertimento, i suoi discorsi, le sue dispute, le sue scommesse, sempre
-lì! Chi arriva e chi parte dall'albergo. Il suo mondo, d'estate, è la
-_Tête-pointue;_ d'autunno, Villa d'Este, sul lago di Como; d'inverno,
-l'_hôtel-Royal_ a San Remo. E la sua occupazione costante di tutto
-l'anno e in tutti gli alberghi, è quella di far valere, per sè, tutti
-i diritti e i vantaggi che le accorda la pensione, e di far osservare
-agli altri, scrupolosamente, tutte le leggi e le prescrizioni e le
-interdizioni della sala di lettura, della sala di conversazione, della
-sala di musica e di ballo. Se appena appena missis Eyre vede accendere
-una sigaretta fuori dal fumatoio — subito pronto — manda un cameriere
-a farla spegnere. Se manca un giornale, per un momento, nella sala di
-lettura, si precipita dal portiere a gridare e a strepitare; se alle
-undici in punto il pianoforte non si ferma a mezzo della battuta,
-la mattina dopo, prima del caffè e latte, ecco tanto di reclamo
-«specificato» nella sala della direzione. Il grido della sua anima è
-uno e trino: _proibito-defendu-verboten_.
-
-Che importa a missis Eyre della pioggia o del bel tempo?... Non fa mai
-una escursione perchè soffre «di giramento»; non va mai in carrozza
-per economia, non esce mai dall'albergo, certo per il timore che
-qualche «ineducatissimo» colga l'occasione per impadronirsi della sua
-poltroncina, del suo tavolino, del suo giornale o del suo solito posto
-al suo solito balcone della veranda. Acqua o sole... non ne prende
-mai. Missis Eyre si gode il lago, il mare, la montagna, sempre dalla
-finestra!
-
-— L'autunno scorso, a Villa d'Este, per soli quindici _ciorni_, quella
-gente aveva portato cinquantotto bauli! Non si poteva più camminare nel
-corridoio! Tutto pieno!
-
-Il signor Trüb, non potendo liberarsi della vecchia, pensa di
-ottenerne, almeno, qualche utile informazione.
-
-— Gente... che spende?
-
-— Gente disordinata! Confusione, gridamento, rivoluzione! Portieri,
-camerieri, giornali, biliardo, pianoforte, _tennis_, tutto per loro! I
-forestieri s'indispettiscono e partono!
-
-Il signor Trüb non s'inquieta:
-
-— Grande famiglia?... Titolata?
-
-— I Moncavallo sono di Napoli! Funiculì-Funiculà! Molti titoli: duchi,
-principi, marchesi, ma niente capitali. I D'Orea sono di Bologna.
-Molti capitali, ma niente titoli. Molini e mortadella. Una Moncavallo,
-bellissima, ha sposato il cavalier Luciano D'Orea che spende tesori
-per la Fanfan Trécoeur, la celebre canzonettista delle _Folies
-Parisiennes_, dalle gambe irresistibili! Ve la farò vedere.
-
-— È qui?...
-
-— No. Vi farò vedere la cartolina. Adesso la Fanfan vuol andare in
-Italia a studiare. Vuol far carriera. Vuol arrivare alla Scala di
-Milano! Ha però, di buono, che è tisica. Per questo i Moncavallo,
-vivono in speranze e intanto... — pazienza e _tutti cito_ — come
-dicevano a Villa d'Este!
-
-Suonano le dieci, l'ora della posta. Missis Eyre si alza: deve andare
-per essere la prima ad impadronirsi del _Times_.
-
-— E la carovana della servitù? Avrete posto per tutti, al quarto piano?
-
-L'albergatore capisce l'antifona, ma non si sgomenta.
-
-— All'occorrenza ci sono molte camere libere anche al terzo!
-
-Ecco! Proprio vero! Quell'oste esoso e spilorcio, non ha nessun ritegno!
-
-— Spero bene, che in questo caso, ci saranno ordini severissimi. Niente
-chiasso nel corridoio!
-
-— Non dubiti.
-
-— Proibitissimo alla mattina di pulire i panni e alla sera di farvi
-conversazione! Siamo intesi.
-
-— Non dubiti.
-
-L'aristocratica missis non è tranquilla. Si avvia verso l'uscio con le
-ciglia aggrottate, poi si ferma e si volta dura, diritta, come un palo.
-
-— Oggi è giovedì?
-
-— Oggi... è giovedì.
-
-— Favoritemi carta e busta.
-
-— A lei!
-
-— Vado a scrivere al colonnello, a mio marito. La lettera impostata
-il giovedì, trova le coincidenze e arriva a Calcutta in soli venti
-_ciorni_. Adesso si fa presto!
-
-Il colonnello Eyre ha percorsa tutta la sua lunga carriera, rimanendo
-sempre alla distanza... di una ventina di giorni da sua moglie. In
-quanto a missis Eyre, che gli è sempre stata fedele, senza nemmeno
-accorgersene, richiama l'immagine del consorte guerriero quando solo la
-crede necessaria per far ben valere la propria autorità.
-
-— Ricordarsi anche questo, signor Trüb! Non voglio sentire odor di
-sigaro. Buon _ciorno!_
-
-— Buon giorno.
-
-Ma, ancora, non è l'ultimo saluto. Si ferma sulla soglia:
-
-— Altra cosa. A Villa d'Este quella.. compagnia di gente, aveva
-due cani, orribili, che entravano da per tutto, correndo, saltando,
-abbaiando, facendo la _ciostra_. Qui, tener cani, proibitissimo!
-
-Missis Eyre, volendo dar più forza al comando, sbatte l'uscio con
-violenza e se ne va impettita, alla militare, come il consorte
-colonnello.
-
-— Al diavolo, carcassa ruminante! Pensione di favore, mai un _extra_ e
-tutte le pretese!
-
-Va, sbuffando, alla finestra: non ci si vede un palmo di là dal naso!
-Acqua, acqua, un'acqua fitta che vien giù a dirotto, ma senza vento.
-
-— Due giorni così, e non ho più che la vecchia nell'albergo.
-
-_Driiin!_
-
-Il signor Trüb è chiamato al telefono: comunicazione con Bex.
-
-— Pronti!
-
-.... — Domandano da Bex, se su, a Villars, piove.
-
-— Va rischiarandosi!... Sì!... Avremo bellissimo tempo!...
-Garantisco!... Con chi parlo?
-
-.... Gli vien risposto un nome che subito non ricorda:
-
-— Zaccarella?... Chi è questo Zaccarella?
-
-— Avete detto Zaccarella?... Va bene; ho capito!... Sì!... Avete già
-scritto per fissare le camere?
-
-.... La risposta è tale che il signor Trüb fa un saltetto di gioia.
-
-Sono loro! Sono a Bex! Sono fermi a Bex per salire a Villars!
-Zaccarella è il corriere, il maggiordomo o il... procuratore della
-grande famiglia italiana!
-
-Ormai ci sono, e non scappano più!
-
-— Benissimo!... Sì! alle tre e cinquanta!... — Benissimo!... — Il
-signor Trüb, distrattamente, si è tirato gli occhiali sul naso per
-sentir meglio, la sua voce si è fatta più graziosa e, ascoltando
-e rispondendo, continua a fare inchini, come se lì, al posto del
-telefono, fossero schierati i Moncavallo e i D'Orea, tutti gli otto
-signori e i dieci servitori.
-
-.... — Al _restaurant?_... — Benissimo!
-
-.... — Alle sette?... — Benissimo! Grazie! Profondi rispetti! Grazie!
-
-_Driiin!_
-
-La comunicazione è tolta e il signor Trüb corre a sonare alla
-tabella dei campanelli elettrici, vicino alla scrivania. Chiama
-il segretario, il portiere, il direttore dell'albergo, il capo
-cameriere del _restaurant_ e dà tutti gli ordini necessari, con grandi
-raccomandazioni e con un certo tono di solennità.
-
-— Il pranzo alle sette. E rispondere che al quarto piano, non c'è più
-posto. Le persone di servizio, tutte al terzo. È assai più comodo per
-i padroni e si può far pagare doppia pensione. È gente che non bada a
-spendere! Sono due famiglie di primissimo ordine! Basta servirle bene!
-
-Il biondo e rubicondo signor Trüb è gongolante. Egli s'infischia adesso
-del tempo ladro e anche delle saette! Ormai ci sono e non scappano più!
-
-— Finchè piove vorranno certo fermarsi, per aspettare il sereno!
-
-
-Nella veranda quasi deserta, missis Eyre, sdraiata sulla sua poltrona,
-nel vano del suo balcone, e col suo _Times_ non ancora aperto sulle
-ginocchia, è beatamente assorta nella contemplazione dell'acqua che
-sbatte furiosamente e corre in grossi e spessi goccioloni lungo i
-cristalli:
-
-— Diluvia! Diluvia!
-
-Missis Eyre lo sa per esperienza, si sta veramente bene in un albergo,
-soltanto quando è mezzo vuoto, e persistendo l'orribile tempaccio,
-anche «la baraonda italiana» sarebbe passata da Bex senza fermarsi!
-Certissimo!
-
-— Diluvia! Diluvia!
-
-
-
-
-II.
-
-
-— A Bex? Dobbiamo restare a Bex fino alle tre?
-
-— Con la pioggia e col vento?
-
-— Tutto il giorno fermi in stazione?
-
-— Dio che noia! Ma c'è da _morïre_ di noia!
-
-— Signor Zaccarella!... Signor Zaccarella! — gridano insieme varie voci
-infuriate.
-
-Il signor Zaccarella non risponde; forse non può sentire. Lo si vede
-scalmanarsi in fondo alla tettoia, in mezzo al fracasso, tra i facchini
-e i servitori che hanno appena due minuti di fermata per trasportare
-tutto il bagaglio; sessanta colli di bagaglio!
-
-— O Rosalì! — La vecchia duchessa di Moncavallo si volta verso suo
-fratello, il principe Rosalino di Sant'Enodio, che vede sempre intento
-a studiare l'orario. — O Rosalì! Un'altra corsa non c'è? Non si può
-partire più presto per Villars?
-
-— Non c'è. Cristina cara; non c'è!... Abbiamo perduta la
-coincidenza!... Sai che gli orari in Isvizzera sono fatti apposta dagli
-albergatori per far perdere le coincidenze!
-
-— E colazione?
-
-— Dove si fa colazione?... In questo piccolo buco di caffè?
-
-— Hanno il coraggio di chiamarlo _Le grand restaurant de la gare!_
-
-— È un orrore, zio Rosalì!
-
-— È impossibile!
-
-Si torna a chiamare, a invocare il signor Zaccarella. Questi fa cenno
-con la mano di aspettare, di aver pazienza.
-
-— Vengo subito!
-
-Il signor Zaccarella sudato, trafelato, si arrabbia e gesticola come un
-ossesso.
-
-— Non basta far presto a scaricare! Bisogna far presto anche a portar
-la roba al riparo, all'asciutto, o va alla malora! E le bollette?...
-Presto! Le bollette! Bisogna riscontrare il numero delle bollette!
-
-Con tutta quella roba, con tutto quel da fare, c'è un solo impiegato
-rintontito che non sa spiegarsi in nessuna lingua, e un capo-stazione
-mutria, sempre fermo e che non fiata!
-
-Il signor Zaccarella grida, continua a gridare ingarbugliando il
-francese, il tedesco e l'italiano. Come lui e attorno a lui, gridano
-tutti. I servitori con i facchini, i facchini con i servitori: e le
-cameriere, — che hanno perduto «il sacco rosso con il _nécessaire_ di
-donna Maria Grazia» e «l'astuccio più grande con i colori e i pennelli
-della duchessina Remigia» — strepitano a loro volta fermando i duri
-e arcigni conduttori del treno che stizziti da quella confusione
-babelica le piantano bestemmiando e sbattendo gli sportelli. E con
-tanto baccano, con tanto disordine, con tanta furia di far presto,
-sempre l'acqua che viene a dirotto... e sempre, fra le gambe, due
-piccoli barboncini neri, legati insieme con una catenella d'argento,
-che corrono di qua di là, annusando, cercando i padroni, sempre
-abbaiando, abbaiando disperatamente, finchè i viaggiatori sono tutti
-a posto, finchè tutto è chiuso, pronto per la partenza, finchè batte
-a campanella, il mostro fischia e il treno riparte, finalmente,
-ansando, sbuffando, lasciando dietro di sè grandi nuvole di fumo...
-poi la quiete e il silenzio nel bigio uniforme della campagna triste e
-deserta.
-
-— Eccomi! — Il bagaglio è tutto a posto sotto la tettoia e il signor
-Zaccarella corre vicino al gruppo delle signore e dei signori. —
-Eccomi, donna Maria! Domando scusa, signora duchessa! Con queste
-marmotte di svizzeri, c'è da perdere la testa!
-
-— E colazione? Avete pensato dove si fa colazione? — ripetono insieme
-la duchessa e il principe Rosalino. La bellissima donna Maria Grazia
-D'Orea, la figlia maggiore della Moncavallo, appoggiata con un braccio
-al suo alto ombrellino da passeggio, non dice più una parola; non
-ascolta, non bada agli altri. I suoi grandi occhi neri e pensosi
-guardano lontano; il quadro di mestizia che la circonda, è penetrato
-anche nella sua anima.
-
-— Si fa colazione al _grand hôtel de Bex!_ — risponde il signor
-Zaccarella. — Ho fissato due landò...
-
-— Pronti, capitano! — interrompe Pasquale, il maggiordomo. — Vengono
-adesso!... Dall'altra parte della stazione!
-
-— Per far presto, ho telegrafato da Losanna!
-
-— Benissimo!
-
-— Bravo!
-
-Donna Maria Grazia si riscote con un brivido: quel freddo improvviso
-della burrasca in montagna l'ha intirizzita.
-
-— Per me, non c'era niente a Losanna, signor Zaccarella?
-
-— No, donna Maria.
-
-— E qui, all'ufficio del telegrafo?... — La voce di donna Maria non è
-alta, ma chiara: accarezza l'orecchio con una lenta cadenza musicale —
-È stato a vedere?
-
-— No!..
-
-— Subito! Faccia presto! _Lucïano_ può aver già telefonato da _Parïgi_
-se arriverà da Bex o da Aigle!
-
-Anche i due _ï_ di Luciano e di Parigi sono accarezzanti dolcemente
-mentre vengono pronunziati. Eppure, a donna Maria Grazia, i dispacci
-del marito, — lettere egli non ne scrive mai, — sono più cagione di
-timore che di speranza.
-
-— Faccia presto! La prego! E si ricordi: bisogna lasciare il nostro
-indirizzo di Villars!
-
-— Non dubiti!
-
-Il signor Zaccarella è già alla ricerca dell'ufficio telegrafico. Più
-della preghiera della signora, è il nome del padrone che lo fa correre.
-
-— Per di qua, capitano!
-
-Il signor Zaccarella, comandante onorario delle guardie forestali e
-campestri della nobile famiglia, è chiamato _capitano_, per adulazione,
-ma soltanto dai servitori.
-
-— L'uscio laggiù!... A sinistra, capitano!
-
-Il capitano continua a correre, sparisce in fondo alla stazione, e
-ritorna in un attimo.
-
-— Niente! Non c'è niente, donna Maria!
-
-— E per me? E per me? — domandano gli altri in una volta.
-
-— Niente per nessuno! Andiamo! Presto! In carrozza! — Il signor
-Zaccarella, prende un tono risoluto, da vero capitano. Quando c'è
-fretta, non fa complimenti.
-
-— La colazione l'ho ordinata per mezzogiorno, preciso! Nei due
-landò c'è posto per le signore, il signor principe, il marchesino e
-_mademoiselle!_ Io e le cameriere, in omnibus. Pasquale, i servitori,
-tutti qui e mangeranno qui. Io non voglio lasciare più di sessanta
-colli e tutto il piccolo bagaglio a mano, senza nessuno!
-
-— Bravo! Benissimo!
-
-— Ha fatto benissimo!
-
-Il signor Zaccarella corre avanti e chiama il cocchiere del primo
-landò. Il capitano non si mostra molto sensibile alle lodi e alle
-approvazioni della duchessa Cristina e del principe Rosalino. Egli sa,
-per prova, che tutta quella gente — signori e servitori — deve, poco o
-tanto, dipendere da lui. È in lui, in fatti, nel signor Zaccarella, che
-è trasmessa la volontà e il governo della cassa forte, del resto sempre
-aperta, del vero, del solo assoluto padrone, — perchè è il solo che
-abbia i milioni, — di don Luciano D'Orea.
-
-La duchessa Cristina e donna Maria sono già in carrozza. La madre,
-Cristina Moncavallo di Sant'Enodio di Carpino — duchessa, principessa e
-marchesa — pur nella sua florida maturità conserva i tratti delicati,
-finissimi della figliuola; i capelli bianchi ondeggiati, — bianchi
-d'argento, come la bella e lunga barba del principe Rosalino, —
-risaltano maggiormente per la rosea freschezza del viso, per il nero
-del vestito e raddolciscono la sua aria di signorilità severa, quasi
-regale.
-
-— E Remigia?... Dov'è?
-
-— Era qui adesso; in questo punto! — risponde lo zio Rosalino, ritto di
-fianco alla carrozza, con l'ombrello aperto.
-
-— Idola! Idola mia! — chiama forte la duchessa.
-
-— Totò! _Mademoiselle_! La Pïccola? Non avete veduto la Pïccola? —
-Donna Maria spinge il capo dallo sportello verso la seconda carrozza.
-
-— Era qui, adesso! — Totò, il figlio del principe Rosalino, risponde
-come il babbo, ma con più flemma.
-
-È un ragazzotto lungo, smilzo, biondo, per fortuna sua, e perfettamente
-sbarbato come i servitori. In _knickerbockers_ color nocciuola, fermo,
-impassibile dinanzi alle carrozze, prende anche tutta l'acqua, pur di
-essere scambiato per un inglese puro sangue.
-
-— È in caffè, la duchessina Remigia! È in caffè! — accenna appunto
-la signora che era stata chiamata _mademoiselle_ da donna Maria. — È
-andata con la contessina Mimì a dar da bere a _Din_ e a _Don_.
-
-I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme con la catenella
-d'argento, si chiamano così: l'uno _Din_ e l'altro _Don_: _Din-Don_.
-
-— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta lo
-Zaccarella, abbastanza forte per essere inteso.
-
-— Idola! Idola mia! Fa presto!
-
-— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare!
-
-— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla un voce dal caffè.
-— Io resto qui!
-
-— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa.
-
-— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non vedi? Lo zio Rosalì è
-da mezz'ora che sta prendendo l'acqua per te!
-
-— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete cantarellando la
-duchessina che si affaccia sotto la tettoia. — Io resto qui!
-
-_Din_ e _Don_, sempre legati insieme, s'intende, sbucano, intanto, tra
-le casse e i bauli e si mettono a correre dall'una all'altra delle due
-carrozze, mugolando, scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo
-salti e capriole per poter salire.
-
-— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su! Cacciatele
-sull'omnibus!
-
-Il signor Zaccarella è furibondo. Ha tutto l'abito insudiciato da _Din_
-e _Don_.
-
-— Questo poi no! Niente affatto signor... capitano! I miei tesori
-restano con me!
-
-La duchessina Remigia, l'Idola della Moncavallo, la Piccola di Maria
-Grazia, esce dal caffè e si avanza passo passo sotto la tettoia,
-sbocconcellando un grosso pane da una mano, e una larga fetta di
-prosciutto che tiene sollevata con l'altra, fra due ditini soli,
-delicatamente.
-
-Nell'abito blù, corto, d'alpinista, con un grande panama puntato un po'
-di traverso sulla massa avviluppata e spettinata dei capelli biondi e
-con un _alpenstok_ lunghissimo, che avendo le mani impedite stringe
-sotto il braccio e strascica per terra, la giovinetta così ardita e
-ostinata, più assai che della «signora duchessina» ha della bimba e
-del monello. Le tien dietro, a poca distanza, facendo risonare gli
-scarponi ferrati, una specie di montanaro curvo e barbuto, che porta
-un paio d'occhiali neri infilati sul cappello fra una ghirlandetta di
-_edelweis_ e di roselline delle Alpi. È una vecchia guida dei dintorni.
-
-— Idola mia, sii buona! Vieni con noi! E non mangiare adesso! Non avrai
-più appetito a colazione!
-
-— Ho detto di no! Di no! Ho detto di no!... Io vado a vedere
-l'innondazione del Rodano! Vado con questa guida, che mi farà da
-nocchiero! Ma pensa, bella mammà, invece delle noiosissime montagne,
-trovare in Isvizzera un po' di mare! «In mare luccica, l'astro
-d'argento!» Pensa che gioia! È tutto sott'acqua! Case, contrade,
-villaggi interi!... Tutto sott'acqua! È una bellezza da vedere!...
-Mimì! Mimì! Vieni, sì o no?
-
-— Eccomi! Eccomi! — risponde dalla sala d'aspetto la contessina Mimì
-Carfo. Sta frugando con una cameriera, tra le valigie e i _plaids_, in
-cerca degli impermeabili e delle calosce.
-
-— E Totò? Vieni anche tu con noi, Totò?
-
-Totò non risponde. Egli ha per principio che gli inglesi veri, non
-usano rispondere. Ma leva di tasca e accende la pipa, il che vuol dire
-che prende parte all'impresa.
-
-_Mademoiselle_ è già smontata dalla carrozza, è già andata lei pure a
-cercare impermeabile e soprascarpe.
-
-— E così?... Noi adesso che facciamo, signori miei?... Si parte per Bex
-o non si parte? — Il signor Zaccarella sta prendendo tutta l'acqua e ha
-i piedi nella mota.
-
-Ma la povera duchessa non può rassegnarsi:
-
-— Sii ragionevole, Idola cara! Non pigliar freddo! E poi? Se c'è
-pericolo!
-
-— Pericolo di che? Nessun pericolo! — ribatte lo Zaccarella per farla
-finita.
-
-— Stia sicura, di buon animo, duchessa, e andiamo a Bex, che si fa
-tardi. Farò accompagnare la duchessina da Pasquale, e Pasquale è
-un uomo prudente. C'è da fidarsi. Su, su! Signor principe! Chiuda
-l'ombrello! In carrozza e andiamo!
-
-La Moncavallo, anche quando la carrozza si muove, continua a sospirare,
-a gemere, a fare raccomandazioni alla figliuola. Donna Maria e il
-principe Rosalino si guardano solo negli occhi, scrollando il capo: —
-quella piccola è tutto un capriccio!
-
-In quanto a Totò, a Mimì e a _mademoiselle_, qualsiasi raccomandazione
-è perfettamente inutile. Sempre ligi agli ordini e ai ghiribizzi di
-Remigia. A loro non è permesso di dire _la piccola_. Non è permesso
-nessun diminutivo, nessun vezzeggiativo. Molto per amore e un po'
-per forza, ella sa tenerli legati alla catena come _Din_ e _Don_. Per
-amore la Mimì: adora Remigia. Per amore, — in segreto, — anche Totò;
-per forza, _mademoiselle_. Sapeva che già erano state cambiate tre
-governanti: la prima era troppo vecchia, la seconda troppo brutta, la
-terza... antipatica. _Mademoiselle_ Jenny, per non perdere il posto...
-sommissione e sempre in ammirazione!
-
-— Addio, mammà! Addio, gioia! Addio zio Rosalì!
-
-— E badiamo, duchessina Remigia, di non farsi aspettare! — ammonisce
-lo Zaccarella col suo tono di padronanza. — Bisogna essere di
-ritorno prima delle tre. Non si vorrebbe perdere la corsa per lei,
-possibilmente!
-
-— Non dubiti, capitano! Alle due e tre quarti, pronti al comando,
-capitano!
-
-Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta, in posizione
-militare, con l'_alpenstok_ a mo' di fucile e la mano al cappello.
-
-— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella, sdraiandosi
-nella carrozza dov'è rimasto solo, e che parte al trotto, seguendo
-il landò della duchessa. — Maledetta piccola! — Non la può soffrire
-perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e perchè ella se
-ne infischia allegramente di ogni sua autorità. Nessuno, del resto,
-incute a Remigia soggezione e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre. La
-duchessa Cristina, che era sempre stata ed è tutt'ora assai severa,
-fin meticolosa verso donna Maria, non avrebbe mai osato di fare la
-minima osservazione all'Idola, che, del resto, è proprio il suo idolo!
-E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto è largo di quattrini con sua
-moglie e con tutti i parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli
-sgarbi, alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la cognatina,
-non c'è verso di poterla spuntare!
-
-— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con il fido Zaccarella. — Ci
-vorrebbe un altro sistema di educazione! Il sistema adottato per _Din_
-e _Don_: zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente,
-una figura rettorica e così la piccola finisce per avere anche da
-«quell'odiosissimo» di suo cognato, soltanto lo zucchero!
-
-— Se credi di farmi piangere come mia sorella, ti sbagli, sai! — aveva
-detto Remigia a don Luciano, la prima volta che si erano accapigliati.
-— A me non fai paura, perchè ti conosco bene!
-
-Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e sfavillanti:
-lo fissavano impavidi, con una durezza, con una freddezza d'acciaio.
-L'altro sentì scendere nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne
-rimase sconcertato e voltò la cosa in ridere.
-
-— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio, molto meglio
-sua sorella, con tutte le sue nenie! Con sua sorella, con mia moglie,
-comando io! Che diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia
-d'inchiostro... e un bicchiere di _champagne!_
-
-— Don Luciano ha ragione!
-
-Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è tutta un sorriso e
-un argento vivo. Maria Grazia, alta, forse troppo alta della persona
-flessuosa e gentile, ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri
-bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi nerissimi e
-profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia. C'è più di un'anima
-in quegli occhi; c'è la poesia del dolore.
-
-La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne dimostra trenta; l'Idola
-ne ha venti e in certi giorni di maggior vivacità e turbolenza ne
-dimostra quindici!
-
-Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo e così strano, che
-i pochi fedeli adoratori i quali assolutamente non permetterebbero
-un dubbio sulla rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il
-prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia alla madre,
-quanto Remigia assomiglia al padre... morto, da vari anni, di paralisi
-progressiva, ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua, nè
-piccolo, nè biondo, nè prepotente.
-
-
-
-
-III.
-
-
-Al _Grand hôtel_ di Bex, la colazione, ordinata per le dodici, non
-è ancora pronta alle dodici e mezzo. Si comincia con un brodetto
-cosparso di qualche lacrima insipida; un altro quarto d'ora d'aspetto,
-e finalmente, accolto con viva gioia, ecco l'apparizione di un bel
-rosbiffe, rosolato e fumante.
-
-Ma, subito, un nuovo incidente e un nuovo ritardo. Il principe di
-Sant'Enodio e il signor Zaccarella hanno appena il tempo di emettere
-un lungo — ah! — di soddisfazione, che già echeggia nel corridoio un
-festante latrato, e _Din_ e _Don_, come due saette, sciolti dalla
-catenella e inzuppati d'acqua e di mota, precipitano nella sala,
-saltano sulle ginocchia, sulle sedie, persino sulla tavola, ormai fatti
-indocili e indomabili dalla fame e dall'odore del bove arrosto.
-
-L'Idola è di ritorno con tutta la sua corte. Grande gioia della madre,
-gioia più tranquilla dello zio, un sorriso di Maria Grazia e fremiti
-d'ira a stento frenati dal povero Zaccarella, che deve alzarsi, cambiar
-di seggiola, fare cerimonie, dare nuovi ordini, e quindi sospendere il
-pasto, proprio nel momento di incominciarlo!
-
-— I cani!... Giù! Giù! Fuori i cani! Fuori!
-
-Il signor Zaccarella non può sfogarsi nemmeno contro i cani! La
-contessina Mimì ha preso _Din_ per il collarino, _mademoiselle_ ha
-pigliato _Don_, le cameriere portano spugne, asciugamani, spazzole,
-pettini, acqua di Colonia e incomincia la toeletta.
-
-— Zio Rosalì, amore, dammi una fetta di rosbiff! Anzi, due grandi! —
-Remigia è già seduta a tavola.
-
-— Prima una tazza di _consumé!_... Prendi una tazza di _consumé_, Idola!
-
-— Ma che! Ma che! Figurati! Ho fame di rosbiffe!... Mi dà le patate
-signor Zaccarella? Maria, gioia, dammi la senape! — Tutti la servono e
-l'Idola divora. — Ho una fame, mammà! Una fame! Una fame!
-
-— Brava!... Così, vedi, mi fai contenta, felice!... Per altro,
-anche una tazza di brodo ben caldo!... — Ogni boccone che ingolla la
-figliuola è un raggio di gioia negli occhi materni!
-
-— Squisito!... Eccellente, questo rosbiffe! Non è vero, Totò?
-
-Totò, che pure non ha perduto tempo, è seduto accanto a papà, e dinanzi
-a quel roastbeef si sente inglese più che mai. Annuisce con un cenno
-dignitoso del capo.
-
-— Bravo Totò, il britanno! Signor Zaccarella, ancora patatine! Mimì!
-_Mademoiselle!_ Asciugate bene bene e fregate forte forte! Povero _Din_
-e povero _Don_!... Che non prendano la tosse!... Tesöri!... O mammà!
-Che bellezza vederli a nuotare!
-
-— Adagio, mangia adagio, non così in fretta, cara! Sei stata buona a
-ritornar presto! Non hai preso freddo, spero. Non ti sei bagnata?
-
-— Ma che! È un'innondazione artificiale!... Tutto in Isvizzera si fa
-artificialmente! L'innondazione, come il ghiaccio del Rodano con la
-grotta azzurra! Pur di mungere le borse al misero viandante! Esempio:
-io, Mimì, Totò, non abbiamo più un soldo! Signor Zaccarella gentile e
-buono, ancora un po' di senape! Grazie.
-
-— Come? Non ti sei divertita, Idola mia? — La madre è adesso inquieta
-per un altro verso.
-
-— No. Non c'era niente di bello da vedere! Un mare?... Che! Un lago
-morto; non è vero, Totò? Un lago caffè-latte, dal quale non spuntavano
-qua e là, altro che le cime di qualche alberello, e più giù, mezzo
-campanile! Zio Rosalì, amore, leggi il menù, con alta e chiara voce!
-
-— _Poulard de Bress aux champignons_.
-
-— Benissimo! Bravo! Evviva i _champignons!_ Sai, mammà? Un'innondazione
-senza innondati! A nuoto, soltanto _Din_ e _Don_!... Brutta gentaglia
-sudicia; certi visi sparuti che frignano miseria per spillare
-quattrini! Ha finito _mademoiselle_? Allora faccia il favore, metta a
-_Din_ il nastro giallo, e a _Don_ il rosso!
-
-Il signor Zaccarella, che ormai s'è calmato avendo calmato anche
-l'appetito, pensa lui perchè ci sia ancora da far colazione per la
-contessina Mimì Carfo, per _mademoiselle Jenny_, e anche per le due
-insopportabili bestiacce.
-
-— Con tanto amore per i suoi tesori, duchessina Remigia, ella pensa
-alla loro toeletta, all'acqua di Colonia, al nastro giallo e al nastro
-rosso, ma se non ci fossi io... creperebbero di fame!
-
-— Magnanimo capitano, grazie! Mi raccomando: zuppa soltanto, pochina
-e niente carne! Non posso soffrire che _Din_ e _Don_ diventino grassi!
-Odio la gente grassa!
-
-Il signor Zaccarella, oltre ad avere la faccetta secca, gialla, da
-giovine vecchio, senza nemmeno un'ombra di peluria, è magro, più di
-un angolo in croce. Egli interpreta l'odio della duchessina contro i
-grassi, come un complimento a lui diretto e questa volta le perdona
-l'ironia del capitano.
-
-— Sa fare, la piccola!
-
-Il ritardo prima di mettersi a tavola, l'interruzione per l'improvvisa
-comparsa della duchessina, il caffè, il kirsch, poi di nuovo il thè...
-è venuta l'ora della partenza. In fatti i due soliti landò e l'omnibus
-aspettano già pronti dinanzi all'albergo, quando entra in sala il
-portiere con un telegramma.
-
-— Luciano! — mormora sottovoce donna Maria prendendo il dispaccio. —
-Grazie.
-
-Ella lo apre senza il più lieve sussulto, senza nemmeno un atto di
-curiosità. È sicura che non ci può essere per lei nessuna notizia
-gradevole e alle noie e alle contrarietà, ormai c'è tanto avvezza!
-
-Legge, poi si rivolge alla madre:
-
-— Andate voi soli a Villars. Io aspetto Luciano a Bex. — Dà il
-telegramma aperto al signor Zaccarella che, a sua volta, lo legge prima
-piano, poi ad alta voce.
-
-— «Preso automobile». — La scusa della sua partenza improvvisa
-da Lucerna per Parigi, questa volta, era stata l'acquisto di
-un'automobile. — «Presa automobile. Una Mercedes-Janko. Tu aspettami
-a Bex col signor Zaccarella. Tua madre, famiglia, proseguano Villars.
-Saluti».
-
-È chiaro che arrivando a Bex, Luciano D'Orea, vuol trovarsi solo con
-sua moglie. È chiaro, esplicito, e per la famiglia riesce tutt'altro
-che spiacevole quell'ordine. Quando ritorna da Parigi il caro Luciano,
-non è punto divertente! Musi e spostature. O non guarda nemmeno in
-faccia, o strapazza tutti.
-
-Però, in quel momento, nessuno fiata: non c'è nè una parola di
-protesta, nè una manifestazione qualunque di dispiacere. Le carrozze
-aspettano sempre: le signore devono vestirsi, mettersi il cappellino e
-far presto per non perdere la corsa.
-
-Il principe Rosalì è già pronto. Egli sta ammirandosi nello specchio
-grande che occupa una parete e continua ad ammirarsi.
-
-— Con quella barba magnifica ha proprio una bella testa da cavaliere
-antico! E la persona alta, — erano tutti alti, maestosi i Sant'Enodio,
-— come si conserva elegante e ben formata! Eppure... i sessanta erano
-sonati, ma così leggermente che nessuno se n'è accorto e lui, meno di
-tutti.
-
-— Buon viaggio, zio Rosalì! Arrivederci a Villars!
-
-Il principe sorride ancora baciando in fronte con l'usata galanteria,
-la «pallidona sensitiva» e il sorriso, prima di compiacenza, adesso
-diventa arguto, maliziosetto: è lo spirito di Voltaire che rivive
-nell'uomo del gran mondo.
-
-— A Parigi, hanno fatto prestissimo, questa volta, a comperare
-l'automobile! C'è da congratularsi... con l'Italia!... Ricordati, o
-soave Maria, _gratia plena_: a marito che torna, ponti d'oro!
-
-Sopraggiunge la madre: sta un momento sopra pensiero, poi si decide.
-Si fa prestare dalla cara Maria la sua mantelletta di lontra, per le
-spallucce dell'Idola.
-
-— Tu qui, puoi goderti ancora un po' di caldo! Lassù, a milletrecento
-metri e con questo ventaccio, ho in mente che troveremo la Siberia!
-— Poi diventa seria. Anche la duchessa accompagna le raccomandazioni
-alle affettuose tenerezze. — Salutami Luciano. Ricordati che puoi farne
-sempre ciò che vuoi! Basta non contradirlo! Eh, sicuro che qualche
-volta il caratterino è difficiletto! Ma come si fa? Il buon Dio ha
-dato a tutti la nostra croce da portare e io mi conforto pensando che
-la mia, — non per dir male di tuo padre, poveraccio, quand'era vivo,
-— ma è stata molto più pesante della tua. E così, sempre sia! — Le
-dà due baci forti, che scoccano, uno per guancia. Vede che gli occhi
-della figliuola sono addolorati, pieni di lacrime; allora la stringe
-al cuore, sospira pateticamente e se ne va, presto presto, per non
-sentirsi troppo commossa, fermandosi solo un momento, prima di salire
-in landò per cercare nella piccola borsetta, appesa alla cintura, se
-non ha dimenticato l'astuccino delle pastiglie.
-
-— Addio, gioia! Addio! — Remigia saluta la sorella da lontano, in fondo
-alla discesa. È corsa innanzi, a piedi, con Totò e con Mimì Carfo; è
-corsa dietro a _Din_ e a _Don_, — i ghiottoni tanto disubbidienti! —
-Hanno subito trovato l'usta della cucina e delle ossa e adesso non si
-lasciano prendere per paura del castigo!
-
-— Addio, gioia! Vieni presto a Villars!... _Din!_.. _Diin!_...
-_Doon!_... Qui! Subito qui!
-
-Maria Grazia rimane sola, sul grande portone dell'albergo, a vederli
-partire. Anche il signor Zaccarella è andato alla stazione per i
-biglietti, per tutto quello che c'è da fare. Quando non vede più le
-due carrozze seguite dall'omnibus, ella rimane ancora lungamente ritta,
-immobile, gli occhi pensosi a guardare lungo la strada solitaria.
-
-Che vuoto! Che vuoto! Dio! Dio! Che vuoto intorno a lei!
-
-Il cielo è ancora fosco, tutto coperto; ma la pioggia è quasi cessata.
-Maria fa qualche passo macchinalmente: non piove più. Ella continua a
-camminare a caso, adagio adagio, assorta, distratta. Vede una chiesuola
-in fondo a un prato verde, circondato da un muricciuolo... è aperta;
-entra. La chiesa è deserta. Un solo lumicino acceso a' piè d'una
-Madonna posta sul piccolo altar maggiore, nudo, con il dorsale della
-tovaglietta ripiegato.
-
-La giovane signora osserva quella Madonna scolpita goffamente nel legno
-e goffamente dipinta: eppure ne sente il mistico fascino e la soave
-poesia. La guarda... siede sulla prima panca, in fondo alla chiesa, e
-continua a guardarla... così, senza pregare.
-
-Pregare? Che cosa avrebbe potuto chiedere? Nulla. Che cosa avrebbe
-potuto sperare? Nulla.
-
-Maria continua a guardare, a fissare la rozza immagine della Madonna,
-sola con lei, in quel giorno, sola come lei, nella chiesa deserta; come
-lei, in quel momento, abbandonata da tutti.
-
-— Povera e cara Madonnina di Bex! Povera, sì, molto povera quella
-Madonnina... e brutta!
-
-Il manto azzurro e il vestito rosso di seta, sono miseri e stinti...
-Non ha corona quella regina dei cieli, non ha gioielli, non ha
-ornamenti...
-
-Maria sospira: sente che si dilegua anche quel po' di conforto che le
-era penetrato nel cuore. Le sembra, che persino la rozza immagine di
-legno, ripeta a lei, così bella e così ricca, quelle parole fredde,
-terribili, che tutti le dicono, che tutti le sussurrano in famiglia,
-nel mondo, come un rimprovero e come un ammonimento, quelle parole che
-le tolgono persino il diritto di soffrire, e di piangere:
-
-— Di che ti lamenti?.. No, tu non puoi lamentarti! Hai la ricchezza,
-il lusso, lo sfarzo; hai la gioventù e la bellezza. Basta una parola
-tua e ottieni tutto quello che vuoi. I milioni di tuo marito sono
-inesauribili e la sua cassa è sempre aperta! Se non ti basta e ti credi
-infelice, sei ingiusta e sei ingrata! Asciuga, asciuga le tue lacrime!
-
-.... Sente, dietro di lei, un lieve suono di passi, il rumore di una
-seggiola appena smossa.
-
-Ella non si volta nemmeno. Sa benissimo chi è entrato in chiesa. È il
-signor Zaccarella il quale ha l'ordine preciso, dal padrone, di non
-lasciarla mai, di sorvegliarla sempre, di riferire tutto ciò che fa.
-
-
-
-
-IV.
-
-
-Don Luciano, dopo il telegramma che annunzia il suo arrivo a Bex, non
-dà più segno di vita.
-
-Passano vari giorni, Maria è sempre sola e aspetta rassegnata, inerte.
-
-Il signor Zaccarella è assai più inquieto di lei.
-
-Con donna Maria si mostra impassibile, impenetrabile e più che mai
-ligio agli ordini ricevuti, ma in cuor suo disapprova la condotta del
-padrone.
-
-Col pretesto degli affari, guardandosi bene dal dirlo a donna Maria,
-egli ha già telegrafato a don Luciano, all'_hôtel Bristol_: niente,
-nessuna risposta.
-
-— Che il padrone non sia più a Parigi?
-
-Il signor Zaccarella, borbotta fra sè, scotendo il capo:
-
-— Perchè mò condannare donna Maria in questo forno, a servire di pasto
-alle mosche o alle zanzare? Con poca fatica, soltanto con un altro
-telegramma, potrebbe mandarla a Villars a raggiungere sua madre e gli
-altri! E lui, messa a posto la moglie, padronissimo di fermarsi dietro
-strada a studiare il bel canto!
-
-Certe volte il fido Zaccarella non ha il coraggio di guardare in faccia
-la signora. Si vergogna lui per don Luciano. Tuttavia, con gli altri,
-tien duro e lo difende a spada tratta, specie con la Nunziatina, che
-l'ha a morte con il padrone.
-
-La Nunziatina, rimasta a Bex, non fa altro che brontolare tutto il
-giorno. Brontola per il caldo, brontola per le mosche.
-
-In questi brontolamenti ha la sua parte anche la lontananza di
-Eduardiello, il bel servitorino di Totò.
-
-— Che si fa, signora? Come si fa? Non c'è più roba, non c'è più
-biancheria! Se crede, io potrei fare una corsa fino a Villars? Prendo
-un paio di vestiti e tutto il resto che occorre!
-
-— Aspettiamo... Aspettiamo ancora un giorno... Poi si vedrà.
-
-Questa è la sola risposta che dà sempre donna Maria col suo tono
-dolcissimo, malinconico e la lenta cadenza musicale.
-
-Anche su, a Villars, ci sono mosche; ma a Villars fa fresco e alla
-_Tête-pointue_ i giorni volano allegramente. L'Idola si diverte, tutta
-la sua corte, quindi, si diverte e la madre è raggiante. Il principe
-Rosalino trova ottimo il cuoco, buono l'albergo e il clima delizioso. —
-Chi sta bene, dunque, non si muova! — E quella gente beata ha soltanto
-paura di muoversi! Però, sono tutti d'accordo in questo: nel fare
-sfoggio di grande saggezza per ripararvi sotto la cura gelosa del loro
-benessere e delle loro comodità. Cercano e trovano sempre in qualche
-proverbio, non solo la giustificazione, ma anzi il conforto dell'antico
-buon senso a non muoversi, a non disturbarsi. Il proverbio che corre in
-questi giorni a Villars-Ollon è prudentissimo: «Fra moglie e marito non
-ci va messo un dito». Non si telefona, dunque, non si telegrafa, non
-si scrive a Bex, altro che «saluti e tenerezze». Mai nessuna domanda
-intorno a Luciano, mai nessuna maraviglia, nessun commento, nessun
-rimprovero per quello strano procedere, mai nessuna parola che esprima
-a Maria il rammarico per la forzata lontananza, il dispiacere di
-saperla sola, laggiù, e sola in quel modo.
-
-— _Driiin!_
-
-È la madre che telefona.
-
-— .... Sei tu Maria?... Come stai?... — Anche noi benino! L'Idola si
-diverte! Piace assai!.. — Anche a Bex fa caldo?... — Il signor Trüb
-assicura che adesso avremo bel tempo per tutto il mese! Addio, cara!
-Saluti e tenerezze, anche dallo zio Rosalì.
-
-Un altro — _Driiin!_ — e basta.
-
-Ormai è più di una settimana che Maria è ferma a Bex, aspettando il
-marito; passa i giorni girando attorno all'albergo, sempre in vista
-dell'albergo. Luciano potrebbe capitare da un'ora all'altra e se sua
-moglie, per caso, non fosse lì pronta a riceverlo, guai, cascherebbe il
-mondo!
-
-Il signor Zaccarella non ha più parole; la Nunziatina strepita.
-
-Aspetta, aspetta, sono già due settimane che lo si aspetta...
-finalmente una sera, dopo le dieci, quando proprio nessuno ci pensa
-— _téé-téé-téé — tuff-tuff-tuff_ — è don Luciano che arriva con la
-macchina sconquassata perchè vicino ad Aigle ha urtato contro un
-paracarro.
-
-Don Luciano è furibondo. Appena messo piede a terra, nello sprazzo di
-luce elettrica, tutto bianco di polvere, con l'ampio _regland_ di pelle
-e l'enorme berrettone, gesticolando, la voce rauca, sembra un orribile
-mostro della notte. Prima ancora di entrare nell'albergo, prima di
-salutare Maria, grida col povero _chauffeur_, che non ha nessuna
-colpa dell'accaduto e, sempre per la macchina, impartisce ordini sopra
-ordini, allo spaurito Zaccarella.
-
-— Canaglia!
-
-Con chi l'ha don Luciano?...
-
-Forse con un vetturino, forse con un carrettiere incontrato lungo la
-strada e che non è stato pronto a cedere il passo. In ogni modo sono
-queste le prime parole che il marito rivolge alla moglie dandole appena
-la mano per salutarla. Poi nuove ire e brontolamenti, perchè non è
-arrivato un certo telegramma che aspetta. Trova, per conseguenza,
-l'albergo oscuro, le camere incomode, la cena cattiva, il servizio
-pessimo e in mezz'ora ha già strapazzato padrone, camerieri e portiere.
-Senza voler prendere il caffè — «in Isvizzera è veleno!» — entra nella
-sua camera, dove c'è Andrea, il servitore, con l'acqua calda e l'acqua
-fredda e chiude l'uscio in faccia a Maria.
-
-Donna Maria non sa che cosa fare. Deve aspettare in piedi?... Può
-andare a letto?...
-
-È già sonata mezzanotte, quando Andrea esce dalla camera del padrone.
-Ella, sottovoce, lo chiama dall'uscio del salotto, per sapere qualche
-cosa.
-
-— Il signore è andato a letto. Mi ha ordinato di non entrare in camera
-domattina e di non svegliarlo assolutamente; nemmeno se arrivassero
-dispacci. Domani, vuol dormire tutto il giorno.
-
-— Allora... buona notte!
-
-— Buona notte, signora. — Andrea s'inchina profondamente e sparisce in
-punta di piedi, nel corridoio deserto e buio.
-
-Invece, la mattina dopo, don Luciano è in piedi prestissimo. Lindo,
-profumato, tutto bianco nell'abito di tela, e con il piccolo panama
-dall'ala calata sugli occhi, non è più il mostro della notte. — Anzi,
-don Luciano, pallido, coi piccoli baffetti biondi, rivolti in su, è
-piuttosto un bel giovinotto, sebbene calvo. Della sera avanti non gli è
-rimasto altro che il cattivo umore.
-
-Donna Maria, per buona prudenza, s'è alzata presto anche lei. Lo trova
-che brontola col portiere per le zanzare, le mosche e per il pessimo
-servizio telegrafico.
-
-— _C'est détestable! Assurément, vraiment détestable!_
-
-Poi, subito, appena si è impinzato rabbiosamente di burro, di miele, di
-pane tosto e s'è gonfiato di latte e cioccolatta, comincia le scene di
-gelosia.
-
-La gelosia di don Luciano è una gelosia... in cui l'amore non c'entra
-affatto. C'entra la vanità, il capriccio, la boria di poter dire «a
-me non la si fa», ma c'entra, soprattutto, il sentimento dispotico,
-arrogante del padrone, il vanto di poter avere e godere lui solo,
-quello che gli altri desiderano e invidiano. Don Luciano è geloso dei
-suoi cavalli, del suo cocchiere, del suo _chauffeur_ e di sua moglie:
-anche questa proprietà sua, roba sua.
-
-Quando torna da Parigi, peggio che mai: è geloso frenetico. Egli
-riversa e fa scontare alla moglie anche tutta la gelosia atroce che
-gli ha fatto e gli fa soffrire Fanfan, ma che è costretto a dominare.
-Fanfan, è vero, gli costa più che non gli sia costata la duchessina
-Moncavallo, ma per questo non ha mai voluto essere «roba sua». Oh, con
-Fanfan non si fanno scene! Con Fanfan non si fa l'Otello! Guai! Si
-provi una volta sola don Luciano, a fare il prepotente e il noioso:
-è già bell'e pronto il miliardario americano mister Kennet, il re
-della glicerina, che aspira a un posto di successore nel gran cuore
-della Trécoeur!... Così, la moglie virtuosa, paga anche per l'amante
-irresistibile, ma poco resistente!
-
-Maria Grazia, non dà mai il più piccolo motivo di gelosia; ma questo
-non vuol dire che a Luciano manchino i pretesti. A Bex, il pretesto è
-un povero giovane tisico, in viaggio per il sanatorio del _Mont Blanc_,
-a Leysin.
-
-Donna Maria ha soltanto scambiata con lui qualche parola, a distanza,
-da una poltrona all'altra della veranda, e presente, s'intende,
-l'oculato Zaccarella. In quella giovane signora dai nerissimi capelli,
-dagli occhi nerissimi, pensosi e profondi, l'infelice sogna Napoli,
-Roma, Venezia; l'Italia, della quale è innamorato, sebbene non abbia
-mai potuto fermarsi che a San Remo e a Bordighera. Il viaggio in Italia
-è il sospiro suo per quando sarà guarito, e intanto rivolge a Donna
-Maria sempre le stesse interrogazioni sul Ponte dei Sospiri, i Piombi e
-i migliori alberghi di Venezia, su Pompei, il Vesuvio e la Funicolare,
-sulla casa di Dante e di Giulietta e Romeo, e domanda che cosa vuol
-dire _piedigrotto_ o _piedigrotta_.
-
-Quella mattina, appunto, mentre i D'Orea fanno colazione, il giovane
-inglese pallido, sparuto, si avvicina a Maria Grazia per congedarsi:
-parte in quel momento per Leysin.
-
-Don Luciano lo guarda bieco, risponde al saluto, senza nemmeno alzarsi,
-poi, appena l'altro volta le spalle, assale di domande la moglie per
-sapere come, quando, in che modo ha conosciuto quell'importuno; e
-appena di sopra, soli, dà in escandescenze. Maria non risponde, non
-dice più una parola; ma Luciano non si calma, tutt'altro.
-
-— Avvertite il direttore, — ordina al signor Zaccarella — da oggi in
-poi, colazione e pranzo qui, nel mio appartamento.
-
-E continua tutto il giorno a gridare, a interrogare, a far scene, a
-far processi. Siano presenti il signor Zaccarella, la Nunziatina, anche
-il servitore e i camerieri poco monta, egli continua lo stesso, anzi,
-quando c'è gente si riscalda di più. Continua tutto il giorno, tutto il
-giorno!
-
-Maria, pallidissima, non risponde, non dice mai una parola. Soltanto
-la sera, a pranzo, quando Luciano, che divora come una belva, comincia
-a tacere, le si riempiono gli occhi di lacrime. Non è dolore; è
-oppressione, è stanchezza. Stanchezza dei nervi. Sono i suoi nervi che
-non ne possono più, proprio più!
-
-Dolore no. Il dolore, come l'amore, e ciò che un'anima nobile,
-squisita, ha di più bello, di più alto e di più puro. Dolore no. È
-troppo fiera per sentir dolore di quell'ingiustizia sciocca e vile,
-vile e sciocca. Suo marito è un ragazzo viziato e malato, un pazzo.
-Ella ne sente compassione; non vuol ancora disprezzarlo. Ma che
-stanchezza! Come si sente stanca, affranta, moralmente e materialmente.
-
-È orribile quella vita; e non potersi sfogare con nessuno!
-
-Sa già che cosa le avrebbero risposto sua madre e lo zio Rosalì.
-
-— Luciano, cara figliuola, non è cattivo; è soltanto geloso, e ciò,
-da un certo punto di vista, dovrebbe farti piacere: «Amore e gelosia
-nacquero insieme!» Non si può avere proprio tutto, tutto a questo mondo
-e tu sei fra le donne più invidiate e fortunate! Luciano, è vero, monta
-in collera facilmente, ma anche presto gli passa.
-
-Presto no, ma sulla fine del pranzo, anche per merito di un _Mumm
-cordon rouge_ squisito, gli passa anche quel giorno.
-
-Con gli occhi lustri, annunzia al signor Zaccarella una prossima gita
-di un paio di giorni a Losanna e sorbendo il pessimo caffè, comincia a
-canterellare.
-
-— La musica! L'arte del canto! Arte divina!
-
-Forse a Luciano, nella sua vanità persino morbosa, non dispiace di
-lasciar trapelare anche a Maria, le proprie avventure galanti; certo,
-non si dà molta pena per nasconderle.
-
-— L'arte del canto! Arte divina!
-
-Luciano domanda a Maria, alla quale si prepara così un nuovo tormento,
-se da basso, nella sala, c'è un buon pianoforte.
-
-— Credo...
-
-— Andiamo a provare.
-
-Luciano ha una voce che egli vanta di tenore, ma che, invece, è di
-pecora, di vitello, di vari animali insieme. Nei giorni lieti canta
-per ore e ore e Maria deve accompagnarlo, applaudirlo e divertirsi.
-Fedele, in musica, quando comincia con un'aria, canta sempre quella per
-tutta la stagione. Adesso, forse in omaggio a Fanfan, il suo cavallo
-di battaglia è l'aria, anzi il duetto della _Traviata_: «Un dì felice,
-eterea — mi balenasti innante...» E fa tutto lui, anche il soprano, pur
-di arrivare a sfogarsi e a sgolarsi a «quell'amor ch'è palpito!»
-
-Lì, a Bex quella sera, due o tre vecchie inglesi dell'albergo, vanno
-addirittura in estasi al «di quell'amor...» Il D'Orea è gongolante,
-è felice. Gli applausi, come il suono dell'arpa davidica, mettono
-in fuga gli spiriti maligni, ma quando il trionfo è più strepitoso,
-arriva dalla stazione un telegramma d'urgenza a rompere in un attimo il
-benefico incanto.
-
- «_Luciano D'Orea — Grand hôtel de Bex_».
-
-«Après succès _Joujou_, éclantant, inoubliable, unanimement constaté,
-engagée pour créer le rôle de Germaine, dans _Le corset envolé_. Pour
-ma petite course à Lausanne il faut attendre la semaine prochaine. Tous
-mes regrets, tous mes adieux.
-
- FANFAN».
-
-Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il fantasma del re
-della glicerina. Pianta lì il suo pubblico, maravigliato, e se ne va
-via di colpo. Sua moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti,
-arrischiando appena qualche domanda.
-
-Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non vuol nessuno.
-
-— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone, almeno una volta,
-di restar solo!... Di poter respirare! Non sono uno schiavo,
-finalmente!... Via tutti!... A dormire! Che vita! Che vita! Che
-inferno!
-
-Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con l'impiegato che a
-quell'ora, di notte, non vuol aprire l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa
-prima ordini e minacce, poi, quasi subito, telegrafa di nuovo,
-chiedendo perdono, concedendo tutto, supplicando.
-
-Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto, mentre sta per andare
-a letto.
-
-Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto, nessun ritegno. Baci
-furiosi e rimproveri atroci. Accusa Maria di non aver cuore, di non
-aver mai avuto cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba
-e niente altro! Non sa voler bene, non gli vuol bene! Ha voluto un
-marito, s'è venduta a un marito, per farsi mantenere lei, e tutta la
-sua famiglia!
-
-Poi Luciano sospira, si dispera.
-
-— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da
-nessuno, da nessuno!
-
-Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce con lo scoppiare in
-lacrime. Sono lacrime vere.
-
-Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno. Poi, quando lo vede
-piangere, disperarsi a quel modo... finisce ancora per sentirne
-compassione e pietà.
-
-
-
-
-V.
-
-
-Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano D'Orea non
-accenna nemmeno alla partenza per Villars. E se non ne parla lui,
-gli altri, naturalmente, non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per
-tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti della madre o
-dello zio: Luciano cambia subito discorso.
-
-Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta l'estate? Chi sa!
-
-Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera «l'amor ch'è
-palpito...» Poi Luciano, d'un tratto, muta d'umore. Non grida più, non
-strapazza più, non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli
-è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si deve domandare
-qualche cosa, non risponde. Bisogna sempre indovinare, e non si
-indovina mai! Non ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i
-piatti e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora che gli
-altri abbiano potuto servirsi. La _Traviata_, s'intende, è messa da
-parte.
-
-Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta la sera in giardino,
-dove si soffoca, a sentirlo soffiare e sospirare.
-
-Che cosa mai è accaduto di nuovo?... Che cosa c'è di nuovo?
-
-Donna Maria e il signor Zaccarella, cercano di indovinare, corrono
-direttamente, col pensiero, fino a Parigi. Ma s'ingannano tutti e due.
-
-La cattiva luna spunta, questa volta, dalla parte di Bologna. Il primo
-a saperlo, s'intende, è sempre il fido Zaccarella, il quale, in tutta
-fretta, comunica l'importante notizia alla signora.
-
-— A giorni, deve arrivare Sua Eccellenza.
-
-— A Bex?
-
-— A Bex, per venire con noi a Villars. Anche Sua Eccellenza ha scelto
-Villars per passarvi l'estate. Don Luciano — non c'è nessuno, ma il
-signor Zaccarella abbassa la voce — don Luciano avrà certo paura di
-qualche osservazione, di qualche contrasto... Ecco spiegato il suo
-cattivo umore!
-
-— Già, sicuro! Ecco spiegato il suo cattivo umore! — ripete Maria
-com'un'eco. Ma in cuor suo, prova un senso di sollievo. Vede
-avvicinarsi qualche ora di tregua, se non di pace.
-
-Giacomo D'Orea, — o Sua Eccellenza come lo chiama rispettosamente il
-signor Zaccarella, — è l'unico fratello di Luciano: fratello maggiore
-di una decina d'anni. È stato un po' il suo tutore, gli ha fatto un
-po' anche da padre. Ha cercato di educare Luciano con idee moderne,
-di abituarlo allo studio, al lavoro, di innamorarlo, di appassionarlo
-alle cose belle... inutilmente. Il ragazzo rompe il freno e gli scappa
-di mano prima del tempo. Niente studio, niente lavoro: le sole cose
-belle che lo innamorano sono le belle donne e lo appassionano quelle,
-specialmente, che costano molto.
-
-Don Luciano, tuttavia, anche diventato uomo e libero di sè, ha sempre
-un certo timore di suo fratello. Se non per amore, per forza, lo
-sopporta e lo rispetta.
-
-Giacomo, in fatti, è per tutti, ed anche per Luciano il capo visibile
-ed invisibile della grande Casa.
-
-Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del lavoro; con
-la rettitudine e la semplicità della vita. Si sarebbe detto che in
-quell'uomo mingherlino, dalla barbetta rada e già brizzolata, che
-in quella testa quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia
-produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse però scomparsa
-ogni rozzezza atavica, ogni lievito di grettezza e di cupidigia. Egli
-è il nepote di una schiatta forte e utile, che anzichè degenerare,
-procede con lui e per lui verso una perfezione armonica e vittoriosa.
-Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche buone e cattive, nello
-spirito egualitario e sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli
-ha intuito quell'assioma economico che i finanzieri del nord-america
-respirano nell'aria del loro paese; cioè, che il possedere molto danaro
-è una gran buona cosa, che il possederne moltissimo è una cosa ancora
-più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni e i miliardi
-non valgono un dollaro e nemmeno un _penny_, se nella fatica angosciosa
-di accumularli non si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e
-di salute, che occorre per saperli godere.
-
-Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea ha tutto saputo,
-tutto veduto e quindi tutto rinnovato e migliorato. Nelle sue
-molte aziende rurali, egli ha recato i criteri suoi e lo spirito di
-previdenza, di assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi.
-
-Industriale di ampie vedute e anche un po' artista, ha sempre posto in
-tutto quello che ha fatto e creato, uno schietto sentimento di armonia
-e di bellezza. Ha dato il suo consenso e il suo nome alle imprese più
-simpatiche e originali, mantenendosi nei rapporti nuovi, complessi e
-difficili lo stesso uomo fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi
-timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto di sè stesso e
-degli altri.
-
-Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però dovuto
-dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi in cui molti lo sono
-disonestamente, è presto eletto deputato e dopo un paio di legislature,
-in uno degli ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio delle
-finanze gli è inflitto come un dovere verso il partito e verso il
-paese.
-
-Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia che gli
-facciano difetto. Gli manca, invece, quella virtù o vizio — secondo i
-casi — che lo Spencer chiama «l'adattabilità agli ambienti».
-
-Alla mancanza di sincerità e di probità politica egli non ha voluto, nè
-saputo piegare. Dopo pochi mesi di governo, mentre è tutto infervorato
-in un piano di riforme nel quale vede un rinnovamento economico del
-paese, si trova di fronte alla necessità politica di tergiversare,
-di rinunciare al meglio delle sue idee per manipolare una delle
-solite «esposizioni finanziarie» a base di transazioni, di lustre,
-di ipocrisia e di falsità. È preso da un impeto di sdegno. Tutto il
-suo orgoglio di galantuomo si ribella alle pretese dell'affarismo e
-dell'_arrivismo_ che gli si stringono d'attorno ed infischiandosene
-della crisi e dello scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi
-stabilimenti industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese.
-
-Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma più istruito e più
-cauto. Del suo intermezzo politico parla il meno possibile e con una
-discrezione degna del sapiente antico. Della gloria del potere non gli
-è rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto nella spagnolesca
-e fastosa espansione meridionale dei parenti e dei clienti di sua
-cognata: e nemmeno, ben inteso, in presenza sua.
-
-Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente Giacomo D'Orea, —
-anzi Dorea — senza apostrofe. Non nasconde, ricorda compiacendosene, le
-origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini e mortadella» come
-diceva sdegnosamente missis Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il _don_
-sono innovazioni di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano! Giacomo ha
-cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito per riderne... e ne ride,
-specialmente, con la zia Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta,
-ancora piena di salute, di buon senso e di brio che vive in campagna,
-perchè non ha mai saputo risolversi a mettersi il cappellino, come
-le contesse, e che manda saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè
-spodestati dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non ha mai voluto
-e non vuol lasciarsi vedere... per paura di farli arrossire!
-
-A proposito di quel «_don_» nuovo di zecca di Luciano, la zia Gioconda
-diceva scherzando a Giacomo, per metter pace:
-
-— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e principati che
-Nannetto ha fatto perdere a sua moglie, sposandola, ha trovato, in
-camera da letto, quel piccolo _don_ e lo ha tenuto per sè!
-
-Giacomo, del resto, s'è opposto quanto ha potuto al matrimonio di
-Luciano con la duchessina Moncavallo.
-
-— Troppa nobiltà, troppa diversità di razza e troppo fumo! E poi
-Luciano, ancora, non è maturo per il matrimonio!
-
-Ma non c'è stato verso! A quell'altro, il fumo è andato alla testa.
-Tutti quei titoli, quei palazzi, quei castelli dei quali si vedono
-le dorature e i merli, e non si vedono le ipoteche, fomentano la sua
-vanità, la sua superbia, mentre il suo capriccio, la sua passione per
-Maria diventa tanto più furibonda quanto più sorgono e si frappongono
-ostacoli.
-
-Le nozze Moncavallo D'Orea sono alla fine concluse, celebrate e
-Giacomo, da uomo savio e pratico, accetta cordialmente il fatto
-compiuto. Il patrimonio dei Moncavallo e dei Sant'Edodio, che fa le
-crepe da ogni parte, è assai vicino alla rovina; Giacomo ne assume
-direttamente l'amministrazione. Un'amministrazione che finisce per
-risolversi in un'abile, opportuna ed anche generosa liquidazione,
-perchè Giacomo, pur di salvare il decoro dei parenti di Luciano, ci
-rimette, volentieri, anche del proprio.
-
-I milioni di casa D'Orea sono molti: quasi non si contano più! Ce
-n'è per tutti, in abbondanza... ed anche per i continui capricci di
-Luciano! Per i capricci, per altro: purchè rimangano soltanto capricci,
-se non del tutto scusabili, almeno perdonabili. Ma, adagio! Oltre
-certi limiti non si deve andare. Giacomo è buono una volta, e buono
-per dieci, ma due volte buono, no. Chiudere un occhio, sta bene, e
-vista l'indole di Luciano, chiuderli anche tutti e due, ma quando sia
-conveniente e prudente di farlo. Che se invece il buon nome, l'onore
-dei D'Orea, avessero corso pericolo non di una macchia, ma di un'ombra
-soltanto, allora egli avrebbe fatto immediatamente ed energicamente il
-proprio dovere. Avrebbe parlato chiaro; occorrendo, avrebbe alzata la
-voce.
-
-E appunto Giacomo, crede adesso e pensa, che il giorno di alzar la voce
-e di comandare sia venuto.
-
-— Che cosa è questa Fanfan Trécoeur? A Parigi, a Nizza, a Montecarlo,
-sempre con questa Fanfan Trécoeur?... Una relazione, un legame simile,
-una tresca?... E pubblicamente?... Con una _chanteuse?_ Lui, un uomo
-ammogliato?... Ah, no! Fino a questo punto, no! Con o senza apostrofe,
-ma il nome dei D'Orea deve essere rispettato da tutti, in Italia e
-fuori.
-
-— Il patrimonio in comune, sta bene: lui ha famiglia, io no. Spendere
-e spandere, senza fare i conti del mio e del tuo... tiriamo pure
-innanzi!... Finchè si tratta della casa, della famiglia, dei parenti
-della moglie, del lusso, delle corse, delle scommesse, del giuoco,
-— io lavoro anche per lui, risparmio anche per lui, — tiriamo pure
-innanzi!... Ma cinquecento settanta mila lire in meno di tre mesi per
-la signorina Fanfan... Ah, no! Questo poi no!
-
-— Che cosa fare?... Scrivere?... — Poco efficace. — Chiamare Luciano a
-Bologna?... — Troppo pericoloso!
-
-Giacomo, un po' contro genio, risolve alla fine di andare anche lui a
-Villars col fratello e con la cognata. La villeggiatura, certamente,
-non sarebbe stata molto gradevole e piacevole, ma, d'altra parte, non
-vede provvedimento migliore.
-
-— Coraggio, e andiamo a passare un mese fra i vicerè!
-
-Per fortuna, fra tanta gente noiosa, insopportabile fa eccezione Maria
-Grazia. Avrebbe fatto delle buone chiacchiere con la cognata. Donna un
-po' fredda, anch'ella un po' vice-regina, nella compostezza pacata dei
-modi, delle parole, ma intelligente, giudiziosa e buona. — Molto buona
-e, certo... non troppo felice!
-
-Ma gli altri!... — Dio che peso! — Quella duchessa madre che ha l'aria
-di scendere dal trono per sua grande degnazione e per fare spargimento
-di grazie ed esercizio di mansuetudine! Quel principe Rosalino, una
-continua ostentazione di galanteria convenzionale e di cavalleria...
-pedestre. Che peso, che peso, tutta quella gente con la loro retorica
-dei nobili principii, dei sentimenti di famiglia, e il vuoto nella
-testa e nel cuore! Mai un momento di sincerità, di vera cordialità!
-Sempre in etichetta, e in frac tutte le sere!
-
-— Che noia!
-
-Pure, bisogna proprio andare a Villars!
-
-— Maledetta Fanfan e... maledetto ragazzaccio!
-
-
-A Bex, intanto, la nuova fase della luna cattiva e muta, con
-persistente inappetenza, continua fino alla vigila dell'arrivo di
-Giacomo: proprio quel giorno, come per incanto, Luciano riacquista la
-parola e l'appetito.
-
-— Giacomo... a Villars?... Con mia suocera? Che abbia sentito parlare
-di Fanfan e voglia venir lassù a predicare la morale e l'economia?...
-Certo, in questa sua risoluzione, qualche cosa di nuovo ci deve
-essere!... E in questo «qualche cosa» per un verso o per l'altro ci
-deve entrare Fanfan!
-
-Don Luciano, s'intende, anche sforzandosi e simulando indifferenza e
-buon umore, non ha riacquistato la parola altro che per brontolare; ma
-adesso, pur seguitando a brontolare con Maria e col signor Zaccarella,
-chi è preso di mira è Giacomo! Anzi, co' suoi sfoghi, egli cerca di
-farsi alleati la moglie e il segretario, contro il fratello:
-
-— Noioso e pedante!... Puritano per ostentazione! Caparbio e ostinato!
-E «la modesta semplicità della vita operosa» che decantano i suoi
-giornali? Niente altro che avarizia! — Non ho ragione, signor
-Zaccarella?... Ride? Rida, rida! Io parlo poco, ma colpisco giusto!
-Tutta avarizia e diffidenza. Lavora, fa tutto lui, perchè non si fida
-di nessuno! Ma... — qui un grande sospirone — dal momento che si deve
-vivere insieme per un mese, che ti pare, Maria? È meglio essere in
-bona! Io non posso soffrire i malumori e non amo i litigi in famiglia!
-
-Questo, gli preme soprattutto: essere in bona con suo fratello. Se
-Giacomo ha timore di prendere troppo di fronte Luciano, Luciano, al
-presente, avrebbe ancor più paura di romperla con Giacomo.
-
-Cinquecentosettantamila lire erano state pagate a Parigi per Fanfan!
-Ma... e il resto che rimaneva ancora da pagare?
-
-Luciano D'Orea, non ne sa un'acca di amministrazione, pure sa benissimo
-che lui, con la sua generosità non ha fatto altro che spendere, mentre
-il fratello, con la sua avarizia, non ha fatto altro che lavorare e
-guadagnare. Se si venisse alle strette? Se si dovessero fare i conti
-del mio e del tuo?... Non sarebbe il momento! Con mezzo milione ancora
-da pagare a Parigi? Con Fanfan che, finalmente arriverà fra tre o
-quattro giorni a Losanna? Con Fanfan che vuol fare una brillante
-carriera, sempre piena di successi e che vuol riuscire assolutamente a
-cantare alla Scala?... Con Fanfan che ha sempre lì, pronto, se lui si
-ritira, il re della glicerina?... No, no!... Bisogna portare pazienza,
-chinare il capo e sopportare anche le osservazioni e le prediche... per
-amore di Fanfan e per poter tener testa a mister Kennett!
-
-Il povero don Luciano, con tanti milioni, si trova ridotto al punto di
-dover piangere la propria miseria.
-
-— Ma! — sospira. — Quando non ci sono quattrini abbastanza, bisogna
-sacrificare anche l'amor proprio, il proprio carattere franco, leale,
-indipendente... e fare lo scherzoso e l'amabile persino con la moglie
-lunatica, perchè Giacomo, arrivando a Bex, non la veda con gli occhi
-rossi!
-
-— Io mi guardo bene dal darti la più piccola seccatura! Non è vero,
-cara? Io ti lascio libera di fare, di disfare, io ti lascio sempre
-padrona di tutto! Non è vero, cara?
-
-— Sì, Luciano...
-
-— Soltanto per questi giorni, — pochi, si spera, — che Giacomo resterà
-con noi, io ti prego di non fare il muso e di mostrarti, come sei,
-contenta e felice! Mi raccomando.
-
-— Sì, Luciano. Del resto, Giacomo è buono. È sempre stato gentile e
-affettuoso con me!
-
-Il marito ha uno scatto vivace, ma si frena, per i suoi fini
-diplomatici e inghiotte l'amaro di quel «buono» pel timore degli occhi
-rossi. Ma per essere scherzoso e per divertire la moglie, e insieme
-anche per sfogarsi continua durante tutta l'ora del pranzo, a ridere
-alle spalle del fratello.
-
-— Buono? Tu dici, Maria, che Giacomo è buono? Ma è buono perchè gli
-manca la capacità di poter essere cattivo! È un uomo, Giacomo, che deve
-tutta la sua gloria e la sua fortuna, alle qualità che gli mancano. Non
-sa spendere?... Un altro passerebbe per un avaro: lui, no; ne fanno un
-grande finanziere! Non sa vestire, è inelegante, sembra un notaio in
-abito di testamento?... Acquista, per questo, nell'opinione pubblica,
-in serietà, in gravità, in superiorità! È sempre stato un giovane
-vecchio, timido, senza un'ombra di spirito con le signore. Un altro,
-sarebbe spacciato, ridicolo. Lui, no: è un esempio di austerità e di
-moralità! Ride?... Rida, rida, signor Zaccarella!
-
-Il signor Zaccarella, che nutre in cuore un profondo rispetto per
-Sua Eccellenza e i suoi milioni, si sforza e ride rumorosamente per
-compiacere il padrone.
-
-Luciano si sente in vena, pieno di brio e continua divertendosi:
-
-— Aver paura è sempre stato il grande coraggio di mio fratello! — Un
-esempio? — Ecco: lo fanno ministro. Gli altri, al suo posto, tengono
-duro, finchè li mandano via con la testa rotta. Lui ha paura, scappa e
-si crea la fama di uomo forte, energico, «tempra adamantina!». Fosse
-rimasto al Ministero, sarebbe diventato un asino anche lui: scappa e
-acquista il coraggio delle proprie opinioni e il genio della politica!
-Non ho ragione, signor Zaccarella?
-
-Il signor Zaccarella inghiotte, annuendo col capo. Maria rimane
-silenziosa, seria: non approva il marito, non difende il cognato.
-
-Soltanto a quella parola «asino» lanciata con tanta brutalità e
-volgarità, presente il signor Zaccarella, ha un istintivo moto di
-disgusto; ma è un lampo. Luciano, tuttavia, se ne accorge e quindi
-insiste e ribatte sull'asino.
-
-— Asino! Asino! Asino! Del resto non è il solo che sia un asino e che
-sia diventato ministro! Dica lei, signor Zaccarella!
-
-Questa volta l'ossequioso Zaccarella non ha scrupoli e risponde,
-sprofondando quasi la testa nel piatto con un inchino:
-
-— Verissimo!
-
-— La politica? Buffoni e asini!
-
-Don Luciano si ostina, continua a ripetere l'odiosa parola, ma ormai
-non irrita più, non fa più nessun effetto.
-
-— Tu credi, Maria, che occorra un briciolo di talento per farsi un nome
-in politica? Rispondi, Maria: lo credi proprio?
-
-Alla insistente interrogazione di Luciano, Maria alza su di lui gli
-occhi dolcissimi, neri neri, ancora più neri e profondi sotto l'ombra
-delle lunghe ciglia vellutate: ma non risponde altro che così.
-
-— La politica?.. Peuh! Io lo dichiaro apertamente: abborro, odio la
-politica! Invece di fare della politica, io faccio dello _sport_:
-rinforzando il corpo, so di rinforzare lo spirito. Sentite! Toccate!
-— Così dicendo allunga e stende il braccio con forza, ne fa toccare
-i muscoli alla moglie e al signor Zaccarella che fa le più alte
-maraviglie:
-
-— Di marmo!... Di bronzo!... Vero bronzo!
-
-— Io ammiro le arti! Le lettere! Si diventa ministri, ma si nasce
-poeti, pittori! Io ammiro e coltivo la musica... — E si ferma con
-particolare compiacenza a vantare sopra tutte le altre la divina arte
-della musica, la divina arte del canto! — Si diventa ministro, ma
-tenore, si nasce! Oh, la musica, il canto, consola, ingentilisce il
-cuore! Fa bene all'anima, un po' di musica!
-
-Il signor Zaccarella sta sulle spine: — Se donna Maria sospetta di
-quella certa Fanfan?
-
-Ma, intanto, Luciano si alza, scende, va nella sala di musica, apre il
-pianoforte, chiama Maria, comincia la _Traviata_ e continua tutta sera
-con la _Traviata_:
-
- «Un dì felice eterea, mi balenasti innante...»
-
-La mattina dopo, a colazione, quando ha ben ripetuto che Giacomo è un
-avaro, un pedante e un asino, — annunzia alla moglie che gli sarebbero
-andati incontro tutti due fino a Montreux, in automobile.
-
-— Ti raccomando, Maria. Niente lune. Mostrati come sei, contenta e
-felice!
-
-
-
-
-VI.
-
-
-Appena quelli di Villars sanno dalla «cara Maria» che don Luciano
-è finalmente arrivato a Bex, mandano anche a lui, in un mazzo, per
-telefono, «saluti e tenerezze» e poi basta: silenzio prudentissimo.
-
-I giorni passano senza altre notizie, e quelli di Villars li lasciano
-passare senza chiederne: «nessuna nuova, buona nuova».
-
-Di tanto in tanto, la duchessa madre e il principe Rosalino
-si scambiano con gli occhi, soltanto con gli occhi, qualche
-interrogazione:
-
-— Come mai?... Il nostro Luciano e la cara Maria Grazia, non annunziano
-ancora il loro arrivo quassù?... Ancora non ne parlano?... Ancora non
-si fanno vivi?
-
-Sssst!... Tutti _cito_! «Fra moglie e marito non ci va messo un dito!»
-
-Tutti _cito_, e tutti allegri!
-
-Per la duchessa Cristina e per il principe Rosalino, ogni giorno
-che passa senza la presenza di Luciano è un giorno guadagnato, un
-giorno di più di sollievo, di piena libertà e di pompa magna senza il
-cruccio delle spostature, dei musi, delle continue contradizioni. Per
-Remigia, ogni giorno che passa senza Maria è un giorno guadagnato per
-le sue conquiste e per le sue vittorie. La duchessina rimane oscurata
-dall'immediato confronto con la sorella Maria. Quando è presente la
-bellissima D'Orea Moncavallo, la povera Piccola, non è più che una
-bimba allegra, un giocattolo divertente! Punto primo, la signora D'Orea
-è maritata, Remigia, ancora signorina: Maria è la grazia, la soavità,
-l'amore: lei il capriccio, il diavolo a quattro!... E poi i capelli
-neri, quando sono così neri, vincono sempre i capelli biondi e la
-poesia, la dolce e malinconica poesia degli occhi di giavazzo, dalle
-ondate di luce tenera e languida vince il sorriso e l'arguzia degli
-occhi ceruli e giocondi!
-
-Sì, sì! Rimanga a Bex! Che Maria Grazia rimanga ancora a Bex, finchè
-anche lei possa aver trovato un don Luciano... magari vecchio e brutto
-come il barone Danova. Non importa! Sarà in tal caso più buono e più
-docile.
-
-Il solo che si mostri inquieto, in tanta pace, è il signor Trüb.
-
-In que' giorni a Villars c'è un tempo splendido! Fin troppo splendido
-e troppo caldo!... Il meteorologo signor Trüb prevede non lontana una
-nuova burrasca e teme che i rimasti a Bex, invece di salire, facciano
-scendere anche gli altri! Il signor Trüb si aspetta sempre una qualche
-spiacevole improvvisata dalla volubilità degli italiani e il suo cuore
-non sarà soddisfatto e sicuro, finchè la grande famiglia di prim'ordine
-non sarà tutta riunita alla _Tête-pointue_.
-
-— E così, signor principe?...
-
-È col principe Rosalì, che il signor Trüb può sfogarsi a parlare. La
-duchessina è gentilissima, affabile, ma scherza sempre, non gli dà
-retta; egli comincia a sospettare che lo prenda un po' in giro. Gli
-altri sono molto sostenuti. Rispondono ai suoi inchini, saltetti e
-sgambetti con un cenno di testa e non tutti i giorni. Col maggiordomo,
-con i servitori, non c'è verso di poter dire due parole senza stappare
-una bottiglia!
-
-— E così, signor principe?... Ha ricevuto qualche notizia?... Si sa
-quando arrivano il signor duca e la signora duchessa D'Orea? — In tanta
-confusione di titoli, il prudente locandiere li crea tutti duchi per
-non sbagliare.
-
-— Ancora non hanno scritto niente! Vuol dire che laggiù si trovano bene!
-
-— Impossibile, signor principe! Con questo caldo?
-
-— Eppure... vorrà dire che a Bex, farà fresco!
-
-Il rubicondo Trüb fa un inchino, un saltetto, scoppiando in una sonora
-risata: scherza sempre, è sempre pieno di brio, il signor principe!
-
-— Ah! Ah! Ah!... Fresco a Bex! Ci sono trenta gradi! Scappano
-tutti!... Ogni giorno mi arriva un monte di telegrammi!... Famiglie
-di prim'ordine, titolate, dall'America, persino dall'Australia, che
-vorrebbero fermarsi alla _Tête-pointue_, tutta la stagione! Io non fo
-altro che rimandar gente! Sono venuti a sapere che le più belle camere
-con i due saloni del primo piano tenuti a disposizione del signor duca
-e della signora duchessa D'Orea, sono tutt'ora vuoti, e mi tormentano!
-
-— E voi rispondete che sono pieni, e vi lascieranno in pace! Finchè mia
-nipote non viene quassù, vuol dire che giù si trova bene, ed è inutile
-scrivere, telefonare, voler sapere... Sapere che cosa?... «Chi sta bene
-non si muove!» Eh! Mi par naturale!
-
-Dalla grande terrazza dell'albergo, in certe sere chiare di luna,
-profumate dal tepido odor di pino, si scorgono laggiù, in fondo in
-fondo, nella parte più bassa e più buia della valle, alcuni punti di
-luce giallastra: è la cittadina di Bex.
-
-Che caldo, che soffoco, deve fare in quella pianura arsa, cocente, se
-a Villars, a mille trecento metri, non c'è un filo d'aria!... E che
-tormento deve essere Luciano... _retour de Paris_!... Che musi! Che
-scene!...
-
-Ma la madre non vuol lasciarsi vincere dai tristi pensieri, e
-interrompe il beato silenzio del fratello che sonnecchia, nell'ora
-placida della digestione, al chiaro di luna.
-
-— Chi sa, anche questa volta, che bel regalo!
-
-— Regalo?
-
-— Che bel regalo avrà portato Luciano da Parigi alla mia cara Maria!
-
-— Eh!... Certo!
-
-— L'altra volta le ha regalato un filo di perle, del valore di sessanta
-mila lire!... Regali, bisogna proprio dire, gliene fa molti, sempre
-magnifici e di buon gusto!
-
-— Eh!... Certo!
-
-— Maria, in fondo, siamo giusti, non ha che da parlare e ha tutto ciò
-che vuole!
-
-— Tutto!...
-
-— Quante ragazze si augurerebbero di essere la mia Maria! Si sa, a
-questo mondo, ogni rosa ha la sua spina!
-
-— Eh! Si sa! Ogni magione ha la sua passione!
-
-Così, il cuore della madre si mette in pace, e può quindi gioire senza
-scrupoli vedendo l'Idola a scherzare, a ballare e a divertirsi.
-
-Appena arrivata, appena scesa alla _Tête-pointue_, la duchessina
-Remigia col panama dalla larga tesa messo alla birichina, con la sua
-scioltezza disinvolta e la sua aria signorile, ha subito fatto colpo
-sui primi forestieri nei quali si imbatte e che stanno a crocchio
-davanti al portone dell'albergo.
-
-_Din_ e _Don_ non vogliono lasciarsi prendere, non vogliono
-lasciarsi legare al guinzaglio e Remigia approfitta subito della loro
-disubbidienza per farsi ammirare. Li insegue correndo, con movenze
-agili eleganti; si finge crucciata e li chiama forte, battendo i
-piedini, frullando, trillando come una lodoletta, con la sua voce
-fresca, d'argento.
-
-— _Din_! _Don_! Subito qui!... Qui subito!... Qui! Da bravo! Così,
-bravo il mio _Don_! È un tesoro il mio _Don_!... Anche _Din_! Sì! Sì! È
-obbediente anche _Din_. Anche il mio povero _Din_, caro, caro, caro!
-
-— Che bel piedino! Che bel vitino!.. E che _ginger_ la biondina! — Il
-barone Marco Danova è incantato. — Congratulazioni, signor Trüb!
-
-Il signor Trüb non sente nemmeno il complimento sussurrato a mezza
-voce. Inchini, sgambetti, saltetti; nel ricevere la grande famiglia
-italiana di prim'ordine sembra addirittura un maestro di ballo!
-
-La duchessina è come un piccolo generale: sente l'odore della
-battaglia, e assapora la gioia del trionfo! Villars, sarebbe stato il
-suo regno e il luogo di delizie di _Din_ e _Don_!
-
-Che fortuna per lei che Maria Grazia sia rimasta a Bex!
-
-Un'occhiata fra le signore sparse nel giardino, una occhiata fra le
-altre che leggono o passeggiano sotto l'atrio e Remigia ha subito
-capito il genere: Le francesi sono di Ginevra, le inglesi, Cook e C^o;
-sono in maggioranza le tedesche e però nessun buon gusto, anche in
-chi vuol fare del lusso, e invece una grande varietà in camicette, dai
-colori più pappagalleschi.
-
-È vero, per altro, che anche fra gli uomini, un «don Luciano» ancora
-non s'è visto.
-
-Quella prima sera, la nobile famiglia italiana pranza tardissimo, al
-_restaurant_. Si ferma, dopo, appena una mezz'oretta sotto l'atrio,
-e si ritira assai presto. Sono tutti stanchi dal viaggio, dalla
-giornata di pioggia, dal cambiamento d'aria. Totò solamente, sebbene
-sia più stanco e abbia più sonno degli altri, si ferma ancora, saluta
-le signore, per la fumata d'obbligo, con la classica pipa di radica.
-In tutto punto nello _smoking_ di _Pôole_ e col berrettino grigio di
-White, gira su e giù col passo lungo da scavalcar le montagne, il viso
-arcigno, seccatissimo, annoiatissimo.
-
-Eppure, in cuor suo — altro che noia! — è invece assai agitato. Guarda
-e osserva a sua volta con le lenti dell'amore e della gelosia, gli
-ospiti di Villars. Remigia avrebbe dovuto constatare che è molto
-più inglese lui, di tutti gli inglesi autentici che ci sono alla
-_Tête-pointue_: ma Remigia, è tanto dispettosa e civetta!
-
-L'Idola, in quel tempo, ha avuto altro da fare che badare a Totò!
-Passeggiando seria e contegnosa al braccio della madre, — non ci sono
-nell'atrio _Din_ e _Don_ e non è l'ora di fare il chiasso, — senza mai
-guardare in giro, senza nemmeno alzar gli occhi ha già notato che i
-giovinotti e i giovinetti, quelli che devono essere i campioni della
-sala da ballo e del _tennis_ la seguono insistentemente con la coda
-dell'occhio e parlano fra di loro, — e certo di lei, — con grandissima
-animazione. Ha notato che anche gli uomini seri e gravi, gli uomini
-maturi, fanno, senza parere, dei giretti e delle fermatine premeditate
-per vederla più da vicino. Uno, specialmente, con una barbaccia al
-lucido Nubian. Quello che al primo vederla, ha esclamato, rapito in
-estasi, col signor Trüb: — «Che bel piedino! Che bel vitino!»
-
-La duchessina Remigia, con Mimì Carfo e con _mademoiselle_, sono tutte
-tre al secondo piano. Le camere delle ragazze sono attigue e l'uscio
-di comunicazione è sempre aperto. Dopo la camera di Remigia, dall'altra
-parte, c'è un salottino, poi la camera di _mademoiselle_.
-
-— Sai, Remigia, chi c'è a Villars? — dice Mimì all'amica, mentre
-ciascuna si spoglia nella propria camera.
-
-— Chi? — domanda Remigia affacciandosi all'uscio, tutta bionda e tutta
-rosea, in busto e sottanino. — Chi?
-
-— Indovina.
-
-— Qualche cosa di bello o di brutto?... Un adoratore?... Per me o per
-te?
-
-— Indovina!
-
-La Mimì, già in camicia, un camicione lungo lungo, perchè è alta e
-ricca della persona, sta rimboccando le coperte del letto. I capelli
-pur biondi, ma di un biondo assai più scuro dei capelli di Remigia, le
-cascano come un largo flutto lucente, odoroso, giù per le spalle, per
-la vita e le anche.
-
-— Chi è questo nostro timido adoratore?
-
-Remigia s'è slacciato il busto e lo ha gettato sul canapè, nella sua
-camera. Così, mostrando gli ossicini delle spalle e con le braccine
-nude sottili sottili, la piccola sembra ancora più piccola e più
-minuta.
-
-— Ahimè! — sospira comicamente. — I nostri adoratori sono molto timidi!
-Vorrebbero tutto e non hanno il coraggio di domandarci nemmeno... la
-mano!
-
-Mimì dà in una risata e salta nel letto. Resta seduta, appoggiata un
-po' di fianco ai cuscini, si prende tutti i capelli con le due mani,
-lisciandoli, torcendoli, avvolgendoli e fermandoli sulla nuca.
-
-Remigia insiste, battendo i piedi per terra.
-
-— Rispondi, Mimì! Per te o per me? Adoratore tuo o mio?
-
-— Non ho detto nemmeno che sia un adoratore!
-
-— Oh, e allora? — L'Idola fa un'alzata di spalle.
-
-— Mah! Ti divertirai lo stesso! Forse molto di più!... L'ho saputo
-adesso, dalla Rosa. — La Rosa è la cameriera della duchessa Cristina. —
-Ne ha visto il naso verde spuntare minaccioso in fondo al corridoio del
-terzo piano!
-
-— Missis Eyre! — esclama Remigia con un grido di gioia. Quella notizia
-le basta per far del chiasso, per sfogare l'argento vivo che ha nel
-sangue. Salta sul letto, salta addosso a Mimì, la bacia furiosamente,
-tirandole i capelli. Mimì si caccia fin con la testa sotto le
-coperte... e Remigia a batterla, a farle il solletico, a pizzicarla,
-continuando a gridare di tutta foga: — Missis Eyre a Villars! O gioia!
-O gioia! O gioia!
-
-— Lasciami respirare... Non ne posso più... — Mimì, mezzo soffocata,
-butta via le coperte e cerca con le due mani di allontanare l'Idola
-che, tutta capelli e voce, pare impazzita. — Non ne posso più... Dio,
-Dio che caldo!... Lasciami respirare!
-
-Remigia si ferma un istante: ha sentito aprire la camera dopo il
-salotto.
-
-— _Mademoiselle_?
-
-È proprio _mademoiselle_.
-
-— Si può, duchessina Remigia?
-
-— Venga! Venga!... Sono qui!
-
-Anche l'istitutrice ha la grande notizia.
-
-— Sa chi c'è a Villars?... Indovini.
-
-— Missis Eyre! Missis Eyre! Quella gioia di missis Eyre! — L'Idola
-ricomincia a strillare, saltando per la camera, saltando sulle poltrone
-e sul canapè.
-
-_Mademoiselle_ guarda la duchessina e sorride; ma soltanto con le
-labbra. I suoi occhi mansueti e smorti, non brillano mai, non hanno mai
-nè sorrisi, nè lampi.
-
-— Ha già cominciato col _proibitissimo_! L'ho lasciata alle prese con
-la Carolina!
-
-— Patapum!... Pum! Pum! — Remigia gonfia la bocca, per fare il rimbombo
-del cannone. — Pum! Pum! La colonnellessa Facanapia di Sbirlingonia ha
-aperto il fuoco!
-
-— Sempre come alla villa d'Este! — continua _mademoiselle_. — Le
-solite ire contro _Din_ e _Don_! Non devono dormire nella camera della
-Carolina! _Shocking_! Proibitissimo! Ha già dichiarato che domattina
-farà subito il suo bravo reclamo al _bureau_!
-
-— Oh bella! E che cosa importa alla colonnellessa Facanapia che i miei
-cani dormano con la mia cameriera?
-
-— Perchè la stanza della cameriera è vicina a quella di miss Eyre!
-Abbaiano! Fanno la _ciostra!_ Con questa compagnia di gente e di cani,
-l'_hôtel_ non è più un _hôtel_, è una piazza, una fiera!
-
-— Senti, Mimì! Guerra dichiarata fra l'Italia e la Sbirlingonia! E
-non si dà quartiere! Domattina, prima cosa, impadronirsi del _Times_!
-Totò, fuori la pipa, e pipa a tutto andare! Nelle ore del caldo e
-delle dormitine pomeridiane, corse e ludi ginnici nel corridoio del
-terzo piano. Dichiarare all'inchinevolissimo signor Trüb che al primo
-_pronunciamento_ delle parole «proibito o _défendu_» tutta l'Italia
-parte in massa per Glion o per Caux! E tutte le sere festa da ballo a
-piena orchestra fino alla mezzanotte _et ultra_! Ben inteso: a _Din_ e
-_Don_ camera al terzo piano con pensione e libero accesso nell'atrio e
-nella veranda!
-
-— Tutte le sere, festa da ballo? — osserva Mimì, sempre giudiziosa e
-riflessiva. — Uhm! Ne dubito. E i ballerini?... A Villars, abbondanza
-di giovinetti e grande scarsità di giovanotti!
-
-— Lo hai notato anche tu, Mimì? E quei pochi devono essere francesi di
-Ginevra, come le signore.
-
-— Niente _chic_! Niente _esprit_! Pedanteria e conferenze! Che noia!
-Che noia! Uff! Nascono tutti professori, a Ginevra; anche le donne!
-
-— Ma come fa, Dio mio? Come può osservare tutto, lei? E sta lì, così
-seria, raccolta... Sembra, certe volte, che non osi nemmeno di alzar
-gli occhi! — _Mademoiselle_ guarda la duchessina, battendo palma a
-palma in rapimento estatico.
-
-— Mah! Come gli ufficiali hanno la sciarpa e le spalline, noi, quando
-siamo in parata, dobbiamo avere il pudore d'ordinanza!
-
-— Stasera, sotto l'atrio, non ho visto che un solo ballerino possibile!
-— È Mimì che crede di aver fatto la scoperta. — Un giovinotto
-biondo, elegante, con un garofano bianco all'occhiello e la lente
-nell'occhio?... — Quello è inglese, certissimo!
-
-— L'ho visto anch'io, tò! Ma anche la tua fenice porta lo smoking con
-la cravatta bianca! _C'est un crime_, mia cara! — Remigia diventa seria
-e scrolla il capo. — Io non so che strana idea è saltata in testa a
-quella buona donna di mammà...
-
-_Mademoiselle_ capisce dall'antifona che l'Idola l'ha con la duchessa
-Cristina e, per cavarsela prudentemente, adduce di sentirsi molto
-stanca, augura la buona notte e si ritira.
-
-Remigia, torna a saltare sul letto di Mimì.
-
-— Davvero, sai? Mia madre io non la capisco! Se vuol farmi trovare
-il mio don Luciano perchè non mi porta a Saint-Moritz o ad Ostenda?
-Anche Villars-Ollon non mi pare la villeggiatura del _coup de foudre_,
-ma quella di una buona dote! Villeggiatura di rampolli con l'angelo
-custode; con accanto papà e mammà e dieci punti in condotta.
-
-Gli occhi affettuosi dell'amica, si riempiono di lacrime. Sempre così,
-povera Mimì Carfo, quando Remigia tocca quel tasto doloroso del suo
-matrimonio.
-
-— C'è tempo! C'è tempo! Consolati! — Ma dopo aver consolata Mimì,
-l'Idola sospira e diventa seria. C'è tempo... E poi, chi sa?... Lo
-troverò?... Ci sarà anche per me un don Luciano, numero due? Perchè,
-giovane o vecchio, non importa...
-
-— Vecchio, no! Brutto no! Ti prego, ti supplico!.. — Mimì geme, per
-conto dell'amica.
-
-— Vecchio o brutto, per me è indifferente! Ma non farò certo un
-matrimonio inferiore a quello di mia sorella! Oh, no; giammai!
-Piuttosto mi voto a Dio!
-
-L'Idola, che passa con una volubilità straordinaria dai sospiri al buon
-umore, alza le braccia sottili e trasparenti verso l'immagine a cap'al
-letto di Mimì.
-
-— Oh, sì, lo troverai certo, presto, il tuo don Luciano, e più bello,
-più buono di quello di Maria Grazia, e allora la povera Mimì Carfo...
-
-— Allora?... La povera Mimì Carfo? — Remigia avvicina il viso al viso
-dell'amica godendo anche il dolore e le lacrime di quell'adorazione
-così tenera e devota. — Allora, la povera Mimì?
-
-— La povera Mimì resterà sola, abbandonata...
-
-— Sola, abbandonata?... In Trinacria? Mainò!
-
-Remigia scherza, ma la Carfo dice sul serio e teme sul serio, non
-soltanto l'abbandono, ma pure l'oblìo.
-
-— Giura questo, almeno: anche quando avrai trovato il tuo don Luciano e
-saremo tanto lontane l'una dall'altra, non mi dimenticherai?
-
-— Giuro.
-
-— Mi vorrai bene sempre sempre: giura.
-
-— Giuro.
-
-— L'amore non ti farà mai obliare l'amicizia: giura.
-
-— Giuro! Giuro! Giuro! — L'Idola salta dal letto, torna a saltare per
-la camera come una matta. Sembra che abbia dell'amore un'idea tutta da
-ridere.
-
-— Sai pure. Mimì, che l'amore è per me la parte noiosa della festa:
-dato che il matrimonio sia una festa. Innamorata, io? No! No! Giuro!
-Giuro! Giuro! Tu sì, che t'innamorerai subito, alla prima occasione!
-Io... ho un cuore senza combustibile. _Flirto_, qualche volta, per
-non far disperare mammà nelle sue mire di collocamento. Ma appena
-maritata... se ci arriverò... non la darò più ad intendere nemmeno a
-mio marito!
-
-Mimì non risponde: l'amica sua ha colpito nel vivo. « — Tu sì, che
-t'innamorerai subito, alla prima occasione!» Come anch'ella sentiva
-che era vero questo, che avrebbe messo tutta la sua vita, tutta la sua
-felicità, tutta se stessa nell'amore... fosse pure dolore e sacrificio
-soltanto!
-
-Ma... l'occasione, sarebbe poi venuta? Mimì Carfo non ha alcuna
-speranza. È povera, senza essere stata mai ricca, senza il lustro di
-un grande nome, senza le aderenze e i ricordi fastosi di una grande
-famiglia. Il babbo di Mimì era un maggiore di fanteria ed è morto in
-Africa. La mamma, sola a Catania, riesce appena a strappar la vita con
-la piccola pensione: e fortuna che la duchessa Moncavallo — una delle
-sue tante cugine in grado infinitesimo — le fa risparmiare la spesa
-di Mimì, che, per far piacere all'Idola, tiene sempre con sè e fa
-viaggiare quasi tutto l'anno.
-
-In questo stato di cose che occasioni d'innamorarsi le possono mai
-capitare?
-
-Mimì Carfo, affettuosa, appassionata per indole, è retta di mente, è
-onesta, è religiosissima. E se l'amore è ardore e poesia per la bella
-fanciulla siciliana l'occasione d'innamorarsi non può avere altro
-aspetto che quello del matrimonio.
-
-— Che hai, Mimì? A che cosa pensi?
-
-— A tutto e a niente. Sono un po' stanca.
-
-— Anch'io; ho sonno!
-
-Le due amiche si scambiano un ultimo bacio.
-
-— Addio, cara.
-
-— Addio, gioia.
-
-— Buona notte!
-
-— Buona notte!
-
-Quando Remigia è in camera sua, va dinanzi allo specchio, preme il
-bottone della luce elettrica, si slaccia e lascia cadere il sottanino:
-rimane così nella bianca e molle camicia di batista a guardarsi nello
-specchio... Ad un tratto libera i capelli dalle forcine di diamanti
-e con una forte scrollata di testa li scioglie tutti e se li fa tutti
-cadere sulle spalle. È una nuvola d'oro lucente, fluente, profumata;
-è una maraviglia, un incanto... Ma poi... non c'è altro! Capelli e
-capelli! Bellissimi capelli, capelli lunghissimi che la coprono quasi,
-che quasi sembran pesare con la loro massa folta, ondulata, sulla
-piccola e magra personcina. Begli occhi ceruli, vivi... Bella bocca,
-bei denti... una bella testina... Ma poi non c'è altro per poter
-piacere agli uomini!
-
-Remigia si guarda, continua a guardarsi nello specchio e a mano a mano,
-l'espressione del suo viso diventa più seria, quasi truce... Si abbassa
-la camicia, — il cappio azzurro è già sciolto — un po' giù dalle
-spalle...
-
-— Niente di niente e ormai non ho più speranza. I vent'anni sono sonati
-da tre mesi!
-
-Come invidia, in quel momento, la bella taglia e le belle forme di Mimì!
-
-Spegne con impeto la luce elettrica, si caccia in letto, al buio, e
-si volta bocconi con mezza la testa sotto il cuscino, come fa sempre
-quando è arrabbiatissima.
-
-— Sei già a letto? — domanda Mimì dall'altra stanza.
-
-— Sì, e dormo!
-
-Mimì Carfo non fiata più, non osa più!
-
-L'Idola, instabile e variabilissima com'è, è stata presa da un
-senso profondo, amaro di delusione, di sconforto, d'infelicità.
-L'effervescenza è finita, l'argento vivo è consumato; ella vede le cose
-come sono e la sua condizione qual'è realmente.
-
-— Ah, _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Non mi capita più la fortuna di un
-don Luciano che perda la testa per me! Impossibile! Sono troppo
-piccola e troppo magra per il _coup de foudre_!... Una povera ragazza
-di condizione onesta, costretta a trovarsi un marito a furia di
-occhi bassi e di timidi rossori deve avere, necessariamente, come
-mia sorella, tutti gli altri vantaggi dell'appariscenza! Alla rosa
-mistica senza dote, e che deve esprimersi senza parole, occorrono, in
-compenso, le doti e l'eloquenza del quadro plastico!... — E, intanto,
-cerca cerca, aspetta aspetta... «Aspettare e non venire è una cosa
-da morire!» Uff! Che caldo!... — Evviva le grandi cocottes!... Esse
-non hanno bisogno di dote nè di doti per mettersi a posto! La Fanfan
-di Luciano, per esempio, è magrissima! Anzi, se non è una frottola
-inventata per consolare mammà, è persino tisica, eppure... — La
-fanciulla s'interrompe e sospira. — Ma quella Fanfan non ha parenti
-tra i piedi che le fanno la predica! Capelli e capelli! Capelli
-e nient'altro! Maledetti capelli! Agli uomini, devo far l'effetto
-piacevole di una parrucca! Uff! — Un secondo sospiro. — Giro i laghi,
-i monti, i mari... e finirò col dovermi accontentare del matrimonio
-d'amore! Ancora un anno o due e poi, svanita la speranza, far presto
-a sposare Totò... per non arrischiare di perdere anche Totò! — Ah, mio
-Dio! Per tutta la vita natural durante, appartenere al seguito di donna
-Maria Grazia D'Orea, come una contessina Carfo, qualunque! — Un altro
-sospiro e più forte.
-
-— Che hai Remigia? — domanda Mimì.
-
-— Dormo.
-
-— Ti sento sospirare!
-
-— Dormo.
-
-Totò, Antonio, marchese di Villabianca, aspettando di diventare
-principe di Sant'Enodio alla morte del genitore, è assai ben provvisto,
-ma di titoli nobiliari.
-
-— Una capanna e il tuo cuore: sposeremo Totò e così sia! Basta soltanto
-che non mi secchi per troppo innamoramento! In tal caso, sposo invece
-lo zio Rosalì!
-
-Remigia ride. Pensa alla faccia che farebbe Totò, il britanno, al
-vedersi l'Idola rapita dal genitore; continua a ridere, dimenticando i
-suoi guai e si addormenta ridendo.
-
-Mimì, invece, è ancora svegliata, e tarda assai prima di poter pigliar
-sonno. È il cruccio di Remigia che le fa pena, che la tiene inquieta.
-Mimì ha letto e legge nel cuore dell'Idola, e con ardore, con gioia
-sacrificherebbe tutto e si sacrificherebbe tutta per saperla felice!
-La fanciulla povera ha riposto nella dolce e cara parola «amica» tutta
-la tenerezza del suo cuore, tutto quel suo grande prepotente bisogno di
-espandersi, di voler bene!
-
-Nella sua innocente purezza e nella sua fede cieca e illimitata,
-Mimì innalza Remigia al settimo cielo e la immagina e la vede, come
-in realtà non è. Remigia, per Mimì è un angelo; un angelo di bontà e
-un angelo di bellezza. Anzi, sono gli angeli stessi, che per essere
-veramente angeli furono creati a imagine di Remigia. Mimì adora la sua
-amica e le pare che tutti debbano adorarla in ginocchio; Mimì l'ammira
-e le pare che tutti debbano ammirarla incantati. E come la rende un
-essere ideale, così nel suo sogno pinge con i più smaglianti colori,
-e adorna delle più belle e più rare virtù quell'essere straordinario,
-soprannaturale, che sarà assunto alla felicità beata dell'amore e delle
-nozze di Remigia. E l'atteso nel concretarsi, nella feconda fantasia
-di Mimì, nel farsi uomo di questa terra, prende le sembianze del
-giovine e forte Sigfrido, ingentilito con l'animo mistico, malinconico
-di Lohengrin. E siccome il principe incantevole e celestiale, tarda
-a scendere dalle nuvole rutilanti o a varcare i mari con il candido
-nocchiero e Remigia, con la sua prosa birichina ne attribuisce il
-ritardo all'essere troppo piccola e specialmente troppo magra, la
-Mimì, la devota, la sommessa Mimì, come le avrebbe offerto volentieri,
-subito, in affettuoso omaggio, tutti i gigli e le rose della sua
-fiorente giovinezza!
-
-
-Chi s'è addormentata subito, anche quella sera, — soltanto le zanzare
-riescono qualche volta a tenerla desta, — è _mademoiselle_. Ella dorme
-da un pezzo e sogna: sogna _Din_ e _Don_ che fuggono nuotando in una
-vasta latitudine allagata, e lei dietro inseguendoli, pure a nuoto.
-La duchessina è in barca, grida, ride, si arrabbia, stimolandola,
-incitandola strapazzandola. _Mademoiselle_ nuota, continua a nuotare
-faticosamente. _Din_ e _Don_ son sempre lì vicini, alla medesima
-distanza, ma anche lei, nuota, nuota e rimane sempre allo stesso
-punto... Un solo colpo forte e _Din_ e _Don_ sono presi... ma non può,
-non può più allungarsi, non può più stendere le braccia, quell'acqua
-torbida si fa pesante, le impedisce ogni movimento, la soffoca...
-
-
-
-
-VII.
-
-
-L'Idola è furente contro Totò!... Totò, invece di mostrarsi amabile,
-invece di essere «entrante e discorsivo» con i giovinetti e con i
-giovinotti della sala da ballo e del _tennis_, rimane duro, impettito,
-non parla con nessuno, non si lascia avvicinare da nessuno!
-
-— Sei noioso! Sei impossibile! — borbotta. Poi dà un'alzata di spalle e
-se ne ride. — Noiosissimo ed anche cretino!
-
-Totò è geloso. Sotto l'anglico aspetto, batte un cuore meridionale,
-sensibilissimo. La classica musoneria di Totò, adesso non è più una
-posa elegante; è uno stratagemma d'amore. Tenendo tutti a distanza,
-spera di tener tutti distanti da Remigia.
-
-Lì, a Villars, ha paura più che mai e, per conseguenza, è più che mai
-geloso, sospettoso, imbronciato. Nelle sue inquietudini c'entra anche
-il numero tredici. Come tutti gli innamorati e i disgraziati, anche
-Totò è diventato superstizioso e teme la jettatura. Nella spedizione
-del bagaglio, il suo baule è toccato il numero tredici! All'albergo gli
-hanno dato la camera numero sessantasette: sei e sette, tredici!
-
-Villars gli deve portar sfortuna!
-
-Anche Totò aveva subito notato, con un respiro di soddisfazione, che
-alla _Tête-pointue_ il don Luciano numero due, non c'era. Ma poi il
-respiro s'è fermato a mezzo:
-
-— Se ancora non c'è, può capitare da un momento all'altro!
-
-Con la faccia marmorea impassibile dietro la pipa di radica, fra una
-boccata e l'altra di fumo, indifferente e distratto in apparenza, ma
-con il cuore stretto dall'ansietà, egli interroga ogni giorno il signor
-Trüb e il segretario sul movimento dei forestieri: ad ogni arrivo è
-un'inquietudine... Ad ogni partenza un sollievo.
-
-Poi, anche senza il don Luciano numero due, può forse sperare il misero
-Totò, in un'ora di pace?
-
-Con Remigia?... Innamorato di Remigia?... La pace?... — Mai!
-
-Quando lui e lei si trovano soli, — cioè soltanto con mammà, papà e
-compagnia, — quando viaggiano in carrozza o nel vagone riservato,
-allora, ma allora soltanto, gli concede Remigia, qualche buon
-quarto d'ora. Lui ne approfitta subito per fare raccomandazioni,
-recriminazioni, prediche; per sospirare, supplicare e ottenere promesse
-inverosimili di serietà e di docilità... Remigia, lì, mentre sono
-soli, lo ascolta senza collera, quasi con sommissione... Non ride, ma
-sorride tenera, affettuosa e sembra promettere e sembra concedere...
-— Ma appena arriva gente, di qualunque razza, — uomini s'intende,
-— l'incanto è rotto, Remigia si agita, parla forte, ride forte, gli
-occhi guizzano, lampeggiano... E l'Idola gli sfugge, non è più sua, è
-un'altra, è tutta per gli altri!
-
-È una febbre, una smania che ha addosso quella civetta, di piacere,
-di far colpo!... Chi si sia, non importa! Persino vuol far colpo sul
-signor Trüb; se non c'è di meglio... persino sul portiere!
-
-— Che disperazione, che inferno!... Proprio che inferno, — borbotta
-Totò — voler bene... così, a una donna, ad un essere... così!
-
-A Villars egli non fa altro che ripetere, con Mimì, con la duchessa
-Cristina e con papà — con la Remigia non osa: — Fra tanta gente, non
-vedo ancora una persona per bene! Non c'è _chic_! Ho scorso il libro
-dei forestieri, — non c'è niente; non c'è un nome noto. Per ora non
-c'è da fidarsi. Non voglio far conoscenze per non correre il rischio
-di dover fare presentazioni. Per il _tennis_ siamo già in quattro, con
-_mademoiselle_: si giuoca fra di noi!
-
-Niente conoscenze, dunque; niente presentazioni!... — Così il buon
-Totò, crede e spera, ma poveretto si è troppo dimenticato del numero
-tredici, e ha fatto i conti senza _Din_ e senza _Don_!
-
-I due neri barboncini sono altrettanto amabili e socievoli, quanto
-l'orso innamorato è selvatico e feroce. Essi ruzzolano festevolmente
-fra le gambe dei forestieri e rispondono alle carezze frullando il
-codino monco dalla nappina lanosa.
-
-Adesso, finito lo scompiglio dei primi giorni, _Din_ e _Don_ fanno
-regolarmente i loro pasti quotidiani, subito dopo la colazione e dopo
-il pranzo dei padroni, ed è lo stesso signor Trüb in persona, con le
-falde del lungo abito nero spiegate al vento, che porta sulla terrazza
-le due scodelle di zuppa. Il rubicondo e gongolante signor Trüb sfida
-ormai le occhiatacce di missis Eyre.
-
-— _Shocking!_
-
-La schifiltosa e superba colonnellessa è scandalizzata e indignata
-contro il «taverniere», il «bettoliere lustrascarpe». — Ecco il vero
-_coco_, — non le riesce di dir cuoco, — il vero _coco_ dei cani!
-
-L'Idola, si sa, non manca mai al pasto dei tesöri «cari cari!» Vi
-assiste circondata da tutta la sua corte con quel carabiniere mutria di
-Totò, che fa la guardia a due passi di distanza.
-
-Specialmente quando c'è gente e si vede osservata, ella si mostra piena
-di tenerezze, di moine e di premure per i suoi barboncini.
-
-— _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Se a Villars mi prendessero il cimurro! Che
-disperazione! Ho sempre paura, signor Trüb! Tanta paura!
-
-Il signor Trüb, sgambetti e saltetti, la rassicura.
-
-— A Villars?... Con questo clima?... Con quest'aria balsamica?...
-Finchè i suoi morettini restano alla _Tête-pointue_, garantisco io! E
-poi io me ne intendo; è la mia specialità! Tocchi, signora duchessina:
-hanno il naso fresco e le orecchie calde. Segno infallibile; stanno
-benone!
-
-— È sicuro che non c'è il più piccolo ossicino nella zuppa?
-
-— Sicurissimo! L'ho fatta preparare io stesso, sotto i miei occhi!
-
-— Il brodo? Ha allungato il brodo?
-
-— Due terzi di brodo e un terzo di acqua! Non dubiti, signora
-duchessina! Si fidi di me! Io ho sempre avuto passione pei barboncini!
-
-— Dio! Dio! — Remigia è mezzo spaventata e mezzo in collera. —
-Ma signor Trüb! Caro signor Trüb! Questa zuppa scotta; scotta
-terribilmente!
-
-Il signor Trüb protesta, poi si scusa.
-
-— Non è possibile! Garantisco! È tiepida! Appena tiepida! — Alza gli
-occhiali in mezzo alla fronte, gonfia le gote e col faccione che gli
-diventa rosso e tondo come la luna, soffia e risoffia sul brodetto,
-mentre la duchessina, ritta in punta di piedi, alza e tende le braccia,
-adagio adagio, con le due scodelle colme, per allontanarle dai musetti
-avidi, bramosi delle affamate bestiole che spiccano, latrando, salti e
-volate.
-
-— Giù! Giù!... Adesso no! Ho detto di no!... Obbedienza!... Bravo
-_Din_! Sì, sì!... Anche il mio _Don_ è bravo, è buono!... Amöre!
-Tesöro!... Tanto bene io! Tanto bene a tutti e due, ma adesso ancora
-no! Ancora non si può! Aspettare! Aspettare!.. Pazienza e aspettare!
-
-La piccola bionda, la piccola rosea, è la grazia, la vivacità, la
-giovinezza. La sua voce armoniosa, melodica, è un canto... un invito.
-
-La schiera dei giovinetti e dei giovinotti, fra i quali primeggia il
-campione del _tennis_, — l'inglesino dalla lente e dal garofano già
-notato da Mimì e da Remigia, — si avvicina irresistibilmente. — E anche
-la barba al lucido Nubian; anche l'ammiratore del bel piedino e del bel
-vitino!
-
-« — _Des barbets superbes!_
-
-— _Qu'ils sont beaux, ces petits chiens!_»
-
-Il Danova, dimenando i fianchi, si avanza un passo più degli altri:
-
-— Magnifici cani! È la gran moda, adesso, a Parigi, i barboni neri! Due
-cani così, sono capacissimi, quei ladri, di farli pagare anche tre o
-quattro mila lire!
-
-— _Je crois bien; ils sont de race!_
-
-Ma per quel giorno, basta; tanto più che la duchessa madre, al braccio
-del principe fratello, è lì che ascolta e osserva, girando attorno
-alla figliuola. Restano tutti muti, in circolo, ad ammirare i due cani
-che _slappano_ avidamente con il muso affondato nella scodella e la
-duchessina che continua a vezzeggiare, a garrire amorosa i suoi tesori,
-a ridere, a scherzare, spiegando con ogni parola, con ogni gesto, con
-ogni atteggiamento, nuove grazie e nuove attrattive.
-
-— E così Idola, cara?... — domanda la madre con un'espressione
-subitanea di dolcezza e di compiacenza che le illumina il bel viso
-severo. — I tuoi morettini hanno buon appetito?
-
-— Eccellente, mammà! — Remigia risponde con un trillo di gioia.
-
-— Divorato tutto, anche le posate, signora duchessa!... A Villars?...
-L'aria di Villars?... È prodigiosa per la salute degli uomini e delle..
-
-Il signor Trüb s'interrompe: sgambetti e saltetti. Non osa, dinanzi
-alla duchessa e alla duchessina, di chiamar bestia quei due... «amori»
-quei due «tesori» che costano tre o quattro mila lire. Fa cenno al
-portiere, fa portar via i piatti vuoti e, inchinandosi, se ne va lesto,
-di volo, strisciando e scivolando sul terrazzo lucido.
-
-Il giorno dopo, — occorre dirlo?... — appena il signor Trüb si presenta
-con la zuppa, ecco apparire un primo giovinetto, poi un secondo
-«... com'augel per suo richiamo». Ecco fra i giovinotti il garofano
-bianco... ed ecco la barba inverosimile del barone Danova.
-
-Guardano verso il _restaurant;_ aspettano e scherzano con l'albergatore.
-
-— Mi raccomando, occhio agli _ossicini_!
-
-— Scotta la zuppa?... Scotta?...
-
-Un istante ancora d'attesa, poi, finalmente, sull'alto della gradinata
-si spalancano i battenti a vetri: sono i due barboncini che si
-slanciano d'un salto, abbaiando di gioia e di fame, addosso al signor
-Trüb, e l'Idola, bianca e bella come un fiore, allegra e vispa come un
-uccellino, scende a volo sul terrazzo.
-
-— Eccomi! Eccomi, signor Trüb!... Com'è buono! Com'è bravo!... Caro,
-caro il signor Trüb!...
-
-Marco Danova ha una scossa; una voglia intensa gli corre per le vene.
-
-— Che bel vitino! Che bel piedino!... Che capelli!... Che bocca!...
-Soprattutto che bocca... maravigliosa!... Con tanti danari buttati al
-diavolo, non ho mai avuto niente di simile!
-
-Gli occhietti umidi e loschi scintillano, il naso a becco divampa con
-un tremito più vivo.
-
-Remigia ha subito notato la smania, il turbamento del barone Nubian, ma
-finge di non badare altro che al pasto dei cagnolini.
-
-— Buona la pappa?... Adagio, adagio!... Non bisogna mangiare troppo in
-fretta!
-
-— Piccante!... Piccantissima! Straordinaria!
-
-Marco Danova si avvicina a Remigia di un altro passo, le mani ficcate
-nelle tasche dei pantaloni, dondolando la pancetta arrotondata dal
-_gilet_ bianco. Ha un'aria di padronanza mentre la fissa ostinatamente.
-
-— Perchè no? — pensa fra sè — Le donne belle sono fatte per gli uomini
-ricchi!... Pagare o sposare è sempre comprare. Ha una voce che fa un
-effetto strano!... È un soffio di primavera! Fa diventar giovani!... —
-Perchè no?
-
-Il milionario si sente forte anche dinanzi a quella giovinezza, a quel
-candore, a quel vergine nobilissimo sangue discendente dai reali di
-Napoli e di Sicilia.
-
-Non esita più: la duchessa, il principe Rosalino stanno bevendo il
-caffè, in fondo al terrazzo. Non c'è che Totò, il quale fuma e freme.
-Marco Danova si rivolge direttamente alla duchessina:
-
-— E il nome?... Vorrei sapere il nome di questi due «amoretti»
-«tesoretti!».
-
-Lo ha sentito gridare cento volte, ma finge, naturalmente, d'ignorarlo.
-— Si chiamano?...
-
-Un istante di silenzio e di ansietà...
-
-— Come si chiamano? — domanda più risoluto, rivolto al signor Trüb.
-
-Remigia risponde. Risponde abbassando il bel viso e arrossendo
-pudibonda.
-
-— Uno, — questo, — si chiama _Din;_ l'altro si chiama _Don_!
-
-— _Din_ e _Don_?... — Il barone scoppia in una risata larga, fragorosa
-che mostra i bei denti nuovi, di smalto, tra i rabeschi d'oro.
-
-La piccola rialza il capo, e mentre con la forte e caratteristica
-scrollatina di capo, che l'è abituale, rimette a posto i riccioli
-biondi, lancia sull'egiziano un'occhiata rapida, espressiva. Ella non
-vede in quell'uomo nè il naso a becco, nè la barbaccia ritinta: non
-vede in lui altro che un possibile... don Luciano, numero due!
-
-— _Din_ e _Don_?... Allora... _din-don_!
-
-Il Danova si riscalda, dondola il capo, imita il suono e il tocco della
-campana e facendo la rota attorno a Remigia, continua a ripetere: —
-_Din-don_! _Din-don_!... Spiritosissimo! È una trovata!
-
-— _Din-don!_ — esclama a sua volta il signor Trüb, in tono baritonale.
-
-— _Din-don_! — squilla allegramente la voce della fanciulla.
-
-Dondolano pure le testoline ben pettinate dei giovinetti e dei
-giovinotti che si avvicinano più disinvolti:
-
-— _Din-don? Oh, very funny!_
-
-— _Din-don? Oh, que c'est drôle!_
-
-— _Din-don, les petits diablotins? Din-don?_
-
-Il ghiaccio è rotto; tutti circondano animatamente la duchessina:
-
-— _Din-don? C'est bien gentil!_
-
-— _C'est charmant!_
-
-— È una trovata! Spiritosissima! — _Din-don! Din-don! Din-don!_
-
-Il Danova ride e grida più di tutti.
-
-Il solo Totò rimane in disparte, immobile, come impalato al suo posto:
-la pipa di radica non tira più!
-
-Anche il biondo dal garofano, senza sprecare il fiato e senza perdere
-il sussiego, cantarella dondolando adagio, con grazia, la testolina
-rotonda, ben pettinata. — _Din-don! Din-don!_ — Ma ad un tratto la
-lente gli cade dall'occhio e si arresta sorpreso sul _Din_...
-
-Tutti ridono, tutti scherzano e si affollano attorno alla bella
-duchessina italiana. È il trionfo — un vero trionfo, — dell'Idola!
-
-Dal terrazzo alto, l'allegra folata di voci e di note, unita ai latrati
-echeggianti e persistenti dei «due tesori» incitati dal chiasso,
-rompe il silenzio della valle ampia e muta e il canto e gli amori agli
-augelletti spauriti.
-
-— Idola! Cara!... Ti diverti?
-
-La duchessa, al braccio del principe Rosalino, si avvicina con lento
-passo e l'aria regale, sorridendo.
-
-— Tanto, mammà! Tanto, tanto!... Villars è un paradiso e il signor
-Trüb, un angelo!
-
-L'angelo albergatore, invece di volare, fa un giretto, un balletto
-attorno alla pomposa coppia di prim'ordine, per esprimer il suo
-ossequio profondo.
-
-— Come la granduchessa di Mecklemburgo! Come Nessim bei! Come Casimir
-Perier!... Tutti incantati di Villars!
-
-Nell'andarsene, passando dinanzi a Totò, sempre impalato, vede che la
-pipa non fuma e gli schianta un fiammifero sotto il naso.
-
-— Permette, marchesino?
-
-Totò lo manda al diavolo, con un'occhiata furibonda.
-
-Il buon ragazzo non può più resistere dalla gelosia e dalla rabbia.
-Anche la duchessa Cristina, anche papà, non sanno stare al proprio
-posto!... E Remigia?... Che civetta!... Persino con quella brutta gente
-di Villars!... Non ha un briciolo di cuore e nemmeno d'orgoglio!
-
-A un tratto si risolve, affronta Remigia:
-
-— Io vado... ad Aigle!
-
-— Bravo Totò!... Mi porterai delle pesche e anche un bel popone, se c'è!
-
-Il principe Rosalino e la duchessa Cristina gli danno un monte di
-commissioni: sigarette, lana bianca, lana rossa, acqua di Colonia...
-
-_Mademoiselle_, con le solite scuse e complimenti, gli dà due lettere
-da impostare ad Aigle. — Così arrivano più presto!
-
-L'istitutrice ha sempre le saccocce piene di lettere da spedire a due o
-tre membri della sua famiglia.
-
-Totò se ne va, con nelle orecchie la voce allegra di Remigia che lo
-irrita.
-
-— Non torno più a Villars! Non ci torno più!... — Invece è già pentito,
-in cuor suo, di quella bravata!
-
-Sulla terrazza, l'allegria si fa più viva, il conversare più cordiale
-ed espansivo.
-
-— _Vouz permettez, mademoiselle?_
-
-È il biondo dal garofano che si presenta alla duchessina, facendo una
-smorfia per tener la lente ben ferma nell'occhio.
-
-— Per... mette?
-
-Ha una pallina di zucchero stretta con grazia fra l'indice e il pollice.
-
-_Din_ e _Don_, appena visto lo zucchero, si alzano insieme di scatto,
-e si tengono ritti sporgendo il musetto umido, bramoso e annaspando,
-invitando con le zampe anteriori.
-
-Remigia risponde arrossendo, con un cenno affermativo e abbassando gli
-occhi. Poi, subito la forte scrollata di testa per rimettere a posto
-i capelli. Ma il bell'inglesino, la fenice di Mimì Carfo, non ottiene
-nè un sorriso, nè un'occhiata. Remigia, sulle prime, si mostra sempre
-molto riservata e prudente con i giovani. I giovani ardono meglio a
-foco lento.
-
-Ella non si rivolge all'inglesino per ringraziarlo, ma cerca di
-nascondere il rossore e di vincere il timido turbamento continuando ad
-ammaestrare _Din_ e _Don_.
-
-— Su! Su! In piedi!... Si resta in piedi!... Si fa l'ometto e si
-ringrazia!
-
-I due cani, ritti ritti, continuano ad annaspare con le zampe
-riscotendo applausi e destando l'ammirazione generale.
-
-— _Don!_... Su! Su! Da bravo! Adesso si dà la mano!
-
-_Don_, che si era messo a riposare su tre gambe, si rialza di nuovo,
-sebbene di malavoglia, e annaspa con la zampa destra verso Marco
-Danova.
-
-Questi afferra subito la zampetta del cane e la stringe ripetutamente,
-da buon camerata.
-
-— Amici, caro _Don_, din-don! Tesoretto caro! Sempre amici in vita e in
-morte! — Stringe la zampa anche a _Din_, costretto pure a rizzarsi di
-nuovo.
-
-— Benissimo! Bravissimo! Son due gentiluomini perfetti!
-
-Marco Danova, inaugurati così i buoni rapporti, si sente quasi
-ammesso nell'intimità della famiglia. Fa una rapida piroetta sulle
-gambette a roncolo e si rivolge con molta disinvoltura alla duchessa
-Cristina salutandola con una scappellata: la sommità del capo spunta,
-completamente calva, come una pera, dalla corolla dei capelli tinti.
-
-— Ho conosciuto a Bologna e sono in relazione d'affari col deputato
-Giacomo D'Orea; l'ex ministro. Sarebbe, forse, il suo signor genero,
-che aspettiamo a Villars?
-
-— No, — La duchessa accenna col capo a un saluto, guardando il barone
-affabilmente con l'occhialino. — No. Giacomo è il fratello di mio
-genero.
-
-Il Danova, che s'è subito ricoperto per via della pera, alza la voce,
-le braccia e dondola la pancetta con evidente soddisfazione.
-
-— Uomo straordinario! Grande talento, attività e gentiluomo... tipico.
-La sua parola vale quanto la sua firma! Uomo... straordinario!
-
-La magnifica barba del principe di Sant'Enodio si gonfia e si muove con
-una leggera ondulazione. Egli parla:
-
-— Appunto, precisamente. Giacomo è il fratello di Luciano, mio
-nipote. Cioè il fratello di Luciano, che è poi marito di mia nipote.
-Precisamente. — Il principe stende al barone la bella mano bianca e
-morbida. — Diremo dunque: _les amis des nos amis_...
-
-— Anzi diremo i parenti! — interrompe il Danova. — «I parenti dei
-nostri amici...» Ho scritto appunto anche ieri, all'amico Giacomo! Se
-permettono, signori, mi presento da me: Marco Danova. A più di mille e
-trecento metri, si è superiori anche alle restrizioni dell'etichetta!
-
-Marco Danova continua a piroettare e a dondolare dandosi l'aria
-d'essere il padrone di Villars e continua a parlare di Bologna, di
-Giacomo, di milioni e dei molini, intercalando al discorso quelle sue
-frequenti e grosse risate che prorompono ad un tratto, anche senza
-ragione, con uno scoppio fragoroso. Ma, intanto, non perde mai d'occhio
-la duchessina. — Che vitino! Che voce! _Che ginger!_
-
-Poi ricomincia col _din-don_.
-
-— Ah! Ah! Ah!... La duchessina dunque si diverte in questo nostro
-povero e pastorale Villars?
-
-Remigia arrossisce ma non abbassa gli occhi. Anzi il barone riceve «in
-pieno» un'occhiatina tra il furbetto e il languidetto che lo fa andare
-in visibilio.
-
-— Tanto!... Mi piace tanto, tanto!
-
-— Villars non è _Saint-Moritz_, questo si sa, ma il clima è eccellente
-e l'_hôtel_ buonissimo.
-
-Approva la duchessa, approva il principe Rosalino. Il barone continua
-col vento in poppa.
-
-— Si possono fare delle gite divertentissime; ci sono due o
-tre escursioni alla _Chamossaire_, al lago di _Chavanne_, molto
-interessanti. E poi il _tennis_! Alla _Tête-pointue_ abbiamo un
-_tennis_ bellissimo! Giuoca al _tennis_, la duchessina?...
-
-Remigia risponde battendo le mani con un grido di gioia.
-
-— Ma allora la duchessina avrà qui da divertirsi! Potrà fare a Villars
-delle partite veramente classiche! Se la duchessa me lo permette, le
-presento un mio amico, vincitore del campionato di Maloia!
-
-La duchessa Cristina acconsente e Marco Danova, con la mano si chiama
-vicino il biondo dal garofano:
-
-— Sir Arthur Wood! — Il campione di Villars! Un giuocatore...
-straordinario! Ha un colpo di racchetta di uno stile perfetto!
-Elegantissimo!
-
-Fatta così la presentazione, col gradimento della madre, seguono le
-altre.
-
-— La sera, che non si può più giocare al _tennis_, si balla...
-disperatamente! E ballo anch'io! — Le presento Monsieur Henri Malot —
-parigino puro sangue — ballerino instancabile! E anche il mio giovane
-amico Lothar Schmidt, di Francoforte!
-
-Così, via via, uno dopo l'altro, sfilano dinanzi alla duchessa,
-alla duchessina e al principe Rosalino tutti i giovinetti e tutti
-i giovinotti, tutti i ballerini e tutti i giocatori di tennis della
-_Tête-pointue_!
-
-Marco Danova sembra, ormai, che sia amico da dieci anni di tutti i
-Moncavallo e i D'Orea vicini e lontani.
-
-— Perchè la duchessa non scrive, non telefona a Bex, a sua figlia
-donna Maria Grazia, di venire a Villars, ad aspettare don Luciano?
-Ha torto, molto torto! Si mettono le vedette lungo la strada e appena
-l'automobile di don Luciano è segnalata a Montreux, discende a Bex e si
-trova pronta a ricevere il marito!
-
-Scherza con Mimì Carfo e con _mademoiselle_ alle spalle di missis Eyre
-e fa ridere la duchessina e tutta la sua corte imitando i saltetti e
-gli sgambetti del signor Trüb, uomo barometro!
-
-Remigia ha l'allegrezza, la gioia negli occhi, nel sorriso! Si diverte
-mezzo mondo alle spiritosaggini, ai lazzi del barone, e il barone, a
-sua volta, è sempre più incantato di quel «bel folletto» di quel «bel
-diavoletto» e sempre di più si accende.
-
-Marco Danova ha una fiera passione per la donna magra ch'egli nel suo
-gergo brutale e volgare di apprezzatore che può spendere, ma che sa
-spendere, definisce «vulcano e terremoto». E una massa di capelli, di
-bei capelli, — ma biondi, li vuol sempre biondi, — lo fa diventar matto
-e co' suoi amici bei, ne spiega anche il perchè: — Mi pare di affondar
-le mani nell'oro, in un oro caldo e vivo!
-
-— Che capelli maravigliosi, proprio d'oro, vero oro, i capelli di quel
-folletto... del Vesuvio! E che bocca! Soprattutto la bocca! Ci sarebbe
-da accontentarsi dovendola pagare anche mezzo milione!
-
-Mimì Carfo vede gli occhiacci dell'egizio che divorano l'Idola e n'è
-rivoltata e persino sbigottita.
-
-— Non tenertelo tanto vicino quel grosso pascià! Ti fissa in un modo
-sfacciato, odioso! Sembra... che voglia mangiarti con gli occhi!
-
-Remigia risponde con un'alzata di spalle:
-
-— Buon appetito!
-
-Mimì si spaventa.
-
-— Ma di', gioia, amore, ti lascieresti far la corte anche da quel...
-brutto coso? No! No! Prometti, giura, no!
-
-Remigia non giura e non promette.
-
-— Brutto?... Perchè?... Un uomo non è mai brutto! Basta guardarlo sotto
-il suo punto di vista favorevole. Quello lì, preso come un re Faraone
-in borghese, è bellissimo!
-
-— È orribile!
-
-— Mi fa ridere! È divertentissimo!
-
-— Con quella barbaccia tinta!
-
-— Che importa!... Un po' di colore! E poi, per me, sia bello, sia
-brutto...
-
-L'Idola finisce di esprimere il suo concetto con una altra alzata di
-spalle.
-
-
-Quando Totò ritorna da Aigle con le pesche, il popone e con la testa
-piena dei più coraggiosi e fieri proponimenti contro la leggerezza e la
-civetteria di Remigia, sente da lontano la voce alta, squillante della
-fanciulla che lo fa trasalire e impallidire. La voce tanto bella, la
-voce tanto cara, quella voce a cui non sa resistere, viene — ahimè! —
-dal campo del _tennis_!
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-È impegnata una seria partita: Remigia e Sir Wood contro Mimì Carfo e
-_monsieur_ Malot.
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-Marco Danova ha fissato l'ora e il convegno; è andato lui stesso in
-cerca dei ragazzetti che raccattano le palle, e adesso sta rosolando al
-sole, seduto sull'alto sgabello del giudice di campo.
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-Totò abbandona in fretta al portiere le pesche e il popone, salta nel
-_lift_, corre in camera sua e si butta sul letto, bocconi.
-
-— Il tredici! Maledetto tredici e maledetto Villars!... Con
-quell'egiziano! Con quell'jettatore tremendo!
-
-Anche lì, arriva la voce di Remigia!
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-— Civetta! Civetta!... Che civetta!... Poterla dimenticare... o poter
-morire!... Finirla!... Finirla di voler bene a Remigia, — a quella
-civetta! — e finirla con la vita!
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-Totò scende tardi a pranzo; alla seconda portata. Si presenta ben
-pettinato, irreprensibile nell'abito di sera, ma è pallido, stravolto.
-Non parla altro che per inveire contro Villars, e contro la gentaglia
-ineducata e chiassosa che lo abita.
-
-— Io, per me, lo dichiaro assolutissimamente. Non gioco e non ballo.
-In questo brutto paese e in questo pessimo albergo non voglio conoscere
-un... cane!
-
-L'Idola lo lascia sfogare e gli permette di tenere il muso per mezza
-serata; ma poi, quando l'orchestrina comincia i primi accordi lo ferma,
-risolutamente, sull'uscio della veranda.
-
-— Non comincerai anche tu a fare il don Luciano. Bada che non te lo
-permetto io e tanto meno te lo permetterebbe mammà!
-
-Totò, a un simile esordio, Totò che aveva sperato con il fiero cipiglio
-d'incutere timore e soggezione all'Idola, Totò perde di botto tutto il
-coraggio; tenta ancora uno sforzo; ma gli trema la voce.
-
-— Credo di essere padrone del mio umore... buono o cattivo!
-
-— Ma non di fare il geloso; non di compromettermi in faccia alla gente.
-Questo, se anche te lo permettessi io, non te lo permetterebbe certo
-mammà! Bada, te ne avverto, perchè sai che ti voglio bene...
-
-Alle parole «ti voglio bene» gli occhi del povero ragazzo si riempiono
-di lacrime.
-
-— Non dirlo! Non dirlo, almeno, che mi vuoi bene! — geme sottovoce.
-
-L'espressione, il tono di Remigia, diventano più affettuosi.
-
-— Mammà s'è già accorta di qualche cosa; e ha già domandato due volte
-allo zio Rosalì, perchè tieni il muso e perchè sei sgarbato.
-
-— E papà, che cos'ha risposto? — domanda inquieto Totò.
-
-— Zio Rosalì non ha risposto nulla, ma ha fatto certi occhi!... Pensa,
-— sai che papà non fa complimenti. — è capacissimo di mandarti via da
-Villars?
-
-— E tu questo lo desideri!... Lo vuoi!
-
-— Io non lo voglio! No, non lo voglio! Tanto è vero che ti avverto
-del pericolo. Ma sicuro che se ti fai capire da mammà... è finita.
-Sai che mammà ha le sue idee, il suo piano. E' sempre in traccia anche
-per me... — Uff! — di questo divertentissimo don Luciano numero due.
-Qui non c'è: fra questa gente, fra questi ginevrini, fra questi ottimi
-figliuoli di buona famiglia, il mio don Luciano non c'è... e tu, invece
-di essere contentissimo, di essere amabile con tutti, fai il rabbioso,
-fai l'orso! Davvero che io non ti capisco!
-
-Totò, s'è un po' tranquillato; ma non interamente.
-
-— Però... quel biondo dal garofano!
-
-— Figurati!... Studia per diventare ingegnere elettricista!....
-Capirai, che non è certo l'ideale di mammà!
-
-— E... quel... Danova?
-
-Totò fissa Remigia negli occhi: ma la fanciulla ha uno scoppio di risa.
-
-— Re Faraone al lucido Nubian?... Sei geloso di Re Faraone?
-
-Il povero ragazzo ride anche lui, si sente consolare.
-
-— Sai perchè sei così... cattivo?
-
-— Perchè...
-
-— Perchè non ti fidi di me. Fidati di me! — Remigia lo fissa
-con una dolcezza languida, affettuosa e muove le labbra quasi
-impercettibilmente, come per dare e per ricevere un bacio. — Sii
-gentile, molto gentile con tutti. Lasciati presentare a Re Faraone, al
-giovane povero ed elettricista e a tutti gli altri. E non voler ballare
-soltanto con me: fa ballare anche Mimì e _mademoiselle_, così mammà,
-anche se ha avuto qualche sospetto, non ci pensa più! — Remigia fissa
-ancora il giovane intensamente: — Fidati di me.
-
-Totò legge anche negli occhi il piccolo bacio che trema sulla bocca
-dell'amata...
-
-— Sì, ma e poi?... Se il tuo don Luciano non c'è... può arrivare da un
-momento all'altro...
-
-Remigia si alza, un attimo, in punta di piedi per essergli più vicino
-con gli occhi e con le labbra:
-
-— Fidati di me.
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Maria Grazia ha scritto alla madre annunziandole il prossimo arrivo del
-cognato alla _Tête-pointue_.
-
-Il capitano Zaccarella, a sua volta, ha telefonato all'albergo,
-fissando camere e salotto per Sua Eccellenza Giacomo D'Orea.
-
-Piove, c'è la nebbia, ma non importa. Ormai per il gongolante signor
-Trüb il cielo della _Tête-pointue_ è sempre sereno, anzi serenissimo!
-
-— Aspetto un grande personaggio, — racconta gonfiandosi, ai suoi
-clienti a pensione. — Il ministro delle finanze — nientemeno! — del
-Regno d'Italia! È il cognato, precisamente, della duchessa D'Orea
-Moncavallo, che è stata dichiarata la più bella donna di Napoli e di
-Roma! — In _bureau_ col segretario, continua a fregarsi allegramente le
-mani:
-
-— Guai se non mi fosse capitata tutta questa baracca, per
-rimpolpettarmi! — Si ricordi: _champagne_ di dodici franchi, non
-ce n'è più: finito ieri. Non abbiamo altro che _champagne Irroy_ di
-diciotto, — anzi lo metta venti. Tanto non spendono del loro. Duchesse
-e principi, son tutta gente spiantata. Chi paga, sono i D'Orea, antichi
-salumieri. Hanno fatto i milioni con la mortadella!
-
-— Già, — soggiunge il segretario. — Molini e mortadella. Missis Eyre lo
-conta a tutti, per vendicarsi dei cani!
-
-— Con quella vecchia, ricordarsi: d'ora in poi, nessuna soddisfazione,
-nessuna preferenza! Se non può sopportare al terzo piano la «baraonda
-della servitù» liberissima di andarsene anche subito! Tanto, resta
-fissato: l'anno venturo per missis Eyre, non ci sono camere!
-
-Sfogato il malumore contro la vecchia cliente, l'albergatore torna
-a stropicciarsi le mani... Ma la sua gioia, in que' giorni, non è
-condivisa dalla nobile famiglia italiana.
-
-Maria Cristina interroga sovente, con gli occhi inquieti, quell'oracolo
-bianco-barbuto del fratello Rosalì:
-
-— Quassù, con noi, anche il... mercante? Che ci viene a fare?
-
-L'oracolo tentenna il capo sospirando. È l'ora dei tristi presagi:
-
-— Mah!
-
-La duchessa si turba maggiormente; poi sospira a sua volta:
-
-— Era di troppo anche un Luciano solo... e adesso, averne due da
-sopportare!
-
-— E questo, con la tirchieria, con l'avarizia, per soprappiù!
-
-— Chi sa come il signor Zaccarella ci terrà a mostrarsi economo,
-zelante, sempre ligio agli ordini di Sua Eccellenza!
-
-— Mah!...
-
-Dopo un altro sospiro, il Sant'Enodio lisciandosi, accarezzandosi la
-barba, trova la parola del conforto:
-
-— Speriamo!... Speriamo che Luciano e Giacomo comincino presto a
-bisticciarsi fra di loro! In tal caso, fra i due litiganti...
-
-L'uomo savio interrompe il proverbio e la duchessa ripete, a sua volta,
-alzando gli occhi al cielo:
-
-— Speriamo!
-
-
-Remigia non vuol parere, ma l'annunzio di tutti i prossimi arrivi, —
-specialmente quello della sorella, — la rende nervosa.
-
-Balla tutta sera sfrenatamente, gioca al _tennis_, stancando i più
-forti campioni di Villars, ma non ha più nessuna paroletta dolce per
-Totò: lo tiene in riga con occhiate minacciose, e co' suoi sgarbi
-e malumori ha già fatto piangere due volte, con la conseguenza di
-terribili emicranie, la povera _mademoiselle_.
-
-Mimì Carfo, sempre buona e dolce, vorrebbe difendere l'istitutrice;
-Remigia strapazza anche Mimì:
-
-— Non seccarmi! Io non sono fatta come te, che invece di nervi e
-sangue, sei tutta pasta reale e sciroppo!... _Mademoiselle_ mi urta a
-vederla sempre con quella stessa faccia atona, da pan molle!
-
-Co' suoi adoratori, per altro, la Remigia è sempre amabile; anzi, lo
-diventa di più ogni giorno.
-
-La mattina presto, per allenarsi, gioca al _tennis_ con sir Wood e
-durante il riposo si fa insegnare a portar la lente nell'occhio. La
-sera, infila sempre alla cintola i fiori che il Malot raccoglie per lei
-durante le passeggiate. A Lothar Schmidt, che si picca di letterato,
-ha già dato il suo album, quello riservato agli amici più simpatici,
-i prescelti. Lothar Schmidt, vi ha scritto una dichiarazione in versi
-tedeschi: Remigia, che non sa il tedesco lascia che il poeta gliela
-traduca in italiano... almeno una volta al giorno e la sera quando
-c'è la luna e anche quando la luna non c'è! Ma la corte, la vera corte
-assidua, insistente, chi gliela fa, proprio sul serio, è Marco Danova.
-L'Idola se l'è sempre lasciata fare, ma dopo la notizia dell'imminente
-arrivo di sua sorella e di Giacomo D'Orea, sembra voglia spingere le
-cose in modo da obbligare il Danova ad un'esplicita dichiarazione.
-Per calmare le inquietudini dei giovinetti e dei giovinotti, ormai
-tutti pronti a' suoi capricci ella, — quando l'egizio, ben inteso,
-non è presente, — lo chiama non più re, ma «papà Faraone». Lo
-imita come dondola passeggiando e come fa la rota, e con la punta
-dell'_alpenstock_, sulla ghiaia del giardino o sul terriccio polveroso,
-ne schizza la caricatura, con due tratti felicissimi e sicuri, della
-testa a pera, del naso a becco, della pancetta alla Mongolfier.
-
-Ma lui presente, tutt'altra cosa! Il «gran pascià del Nubian» diventa
-il «baröne, simpaticöne» con tutte le dieresi più risonanti e più
-tenere: e con la scusa dell'età, in pienissima maturanza, e dei
-sentimenti paterni, egli gode i privilegi più prelibati. Durante le
-escursioni, nei passaggi difficili, Remigia gli dà la mano e con la
-mano si lascia prendere anche il braccio e premere il vitino. Quando —
-«Oh, _mon Dieu! Mon Dieu!_» — le si slaccia a mezza strada la stringa
-di una scarpetta, è sempre il barone che ne rifà il nodo, mentre
-stringe, sdilinquendosi _in cocolezzi_, anche il «_bel penin_...
-piccinin, piccinin!...»
-
-La sera, tra i vortici del ballo lancia al Danova, che non la perde
-mai di vista, occhiate languide, tenerissime, che vogliono dire... «
-— nel mio pensiero ballo con te, baröne, simpaticöne! — »Sta sempre
-attenta alla faccia del Danova, specialmente quando balla con sir Wood,
-il ballerino da lei preferito e che le dà più piacere, e, appena la
-vede rabbuiarsi, interrompe ad un tratto la danza, si stacca dal bel
-cavaliere e corre a buttarsi ansante sur una poltrona a sdraio, in un
-angolo appartato della veranda.
-
-— Sono stanca! Stanca! Stanca!... Domando dieci minuti di riposo!
-
-Re Faraone, che comincia anche lui a diventar geloso come Totò, e, quel
-ch'è peggio, senza accorgersene, le siede accanto e brontola con la
-voce roca:
-
-— Tutto il santo giorno, _tennis_!... Tutta la santa sera, salti!...
-È un'esagerazione!... Una fatica... malsana! Così perderete tutti i
-vantaggi del clima, della montagna...
-
-Remigia, facendosi vento mollemente, cantarella sottovoce, fissandolo:
-
-— Papà baröne... Simpaticöne...
-
-L'altro non resiste; lancia in giro un'occhiata, la duchessa Cristina
-non c'è; barba-bianca non c'è. C'è soltanto Totò che spia, ma quello
-non conta... Il Danova, pone la mano sulle ginocchia della duchessina e
-preme leggermente:
-
-— Siete rossa rossa... accesa e tutta spettinata!
-
-— Devo essere brutta!... Un orröre!...
-
-Il Danova passa dal dispetto geloso all'esaltamento, e si sfoga con
-immagini e similitudini addirittura mussulmane:
-
-— Siete tutta una rosa, viva, animata... — Avvicina il naso fiutando,
-— profumata!... E che bocca! Il paradiso di Maometto!... Tutto il
-paradiso di Maometto!... Ditemi, da brava, dove potrei trovare una
-bocca simile, come la vostra?... La pagherei... mezzo milione!
-
-L'Idola ride: un riso che sembra un invito ai baci.
-
-— Anche un milione! Anche due!... Pronti contanti!
-
-La duchessina torna a cantarellare con la sua nenia affettuosa:
-
-— Niente miliöni!... Niente miliöni!
-
-— Come, niente milioni?
-
-— Proprio no. Per me i milioni non contano.
-
-Re Faraone s'indispettisce:
-
-— Non contano?...
-
-— Proprio no! Proprio no! I milioni non contano! Proprio no! No! No!
-
-Il naso-becco sembra volerla divorare:
-
-— Che cos'è allora che conta per voi?... Sentiamo!... La lente
-nell'occhio?...
-
-La fanciulla diventa seria, quasi malinconica... sospira. È addirittura
-incantevole.
-
-— Voler bene tanto... da farsi voler bene sempre!
-
-Il naso-becco batte in ritirata.
-
-Tutto quel giro di parole «voler bene, farsi voler bene» vuol dire
-in conclusione: «sposatemi». Marco Danova ha scritto, ha preso
-informazioni: la ragazza non porta in dote altro che i suoi parenti.
-
-Cattiva speculazione!... Pure, diventare quasi cognato di Giacomo
-D'Orea, potrebbe presentare molti vantaggi morali e anche materiali.
-Darebbe una ripulita a certe sue marachelle egiziane... Quasi cognato
-di Giacomo D'Orea, potrebbe aspirare alla vita pubblica, avvicinare gli
-uomini che sono al Governo, concludere grossi affari di ferrovie, di
-cambi, di valori nazionali...
-
-Marco Danova continua a fissare la duchessina, ma, adesso, con l'aria
-di volerla stimare al suo giusto valore.
-
-— Vorrei avere... quei vostri capelli! Quanti capelli!
-
-L'Idola, fa l'innocentina:
-
-— Vi piacerebbe... essere biondo?
-
-« — Vorrei avere i vostri capelli, — _vostri_, di voi, — con voi!»
-
-
-
-
-IX.
-
-
-L'arrivo dei D'Orea a Villars è già stato telefonato solennemente da
-Bex, dal capitano Zaccarella «per il prossimo giovedì: dopodomani»...
-Remigia è più che mai nervosa e Mimì comincia a sentirsi molto
-inquieta. Ha osservato che l'Idola è... troppo diversa dal solito. Fa
-il chiasso, vuol mostrarsi allegra, ma s'è accorta che quell'allegria
-non è naturale.
-
-Soprattutto, la sensibile e romantica Mimì è inquieta per un altro
-verso:
-
-— Perchè Remigia si tien sempre vicino quell'egiziano inverniciato,
-odiosissimo?...
-
-È sera tardi: Mimì Carfo è già a letto e aspetta che l'amica sua venga
-a salutarla e a fare le solite chiacchiere. Addossata ai guanciali,
-sta sciogliendosi i capelli, lisciandoli, acconciandoli per la notte
-e intanto sospira e tien fissi gli occhi sull'uscio aperto, tra la sua
-camera e la camera dell'amica.
-
-— Perchè Remigia, stasera, tarda tanto a venire?...
-
-Un'idea molto brutta, le gira per la testa. È un'oppressione, un incubo
-angoscioso.
-
-— Perchè tarda tanto, stasera?... Che cosa fa?
-
-Mimì aspetta ancora un momento, poi chiama forte:
-
-— Remigia!
-
-— Gioia!
-
-— Non vieni a salutarmi?
-
-Si sente, dall'altra stanza, il rumore di una finestra che si chiude,
-poi Remigia appare nel vano dell'uscio: sta sciogliendosi la larga
-cintura di seta bianca moarè, che le fa un vitino lungo e sottile, da
-vespa.
-
-— Com'è che sei ancora vestita?
-
-— Non ho sonno stasera!... Non ho voglia di andare a letto! Non
-sono una talpa come _mademoiselle_! A quest'ora dorme e russa col
-fischiettino!
-
-— Vieni qui!...
-
-— Aspetta!
-
-Remigia finisce di spogliarsi, andando innanzi e indietro da una stanza
-all'altra, sempre chiacchierando. Sparisce, e ritorna in gonnellino.
-Sparisce ancora, poi eccola di nuovo: ha i capelli sciolti sulle
-spalle, e un cortissimo giubbettino rosso scarlatto, sulla sola camicia
-da notte.
-
-— Vieni qui!
-
-Remigia siede sul letto: le due amiche si abbracciano baciandosi.
-
-— Sei stata alla finestra, fin ora? — domanda Mimì Carfo.
-
-— Sì.
-
-La piccola getta via di colpo le babbucce e si accarezza l'un l'altro,
-incrociandoli, i piedini nudi, cantarellando sottovoce: « — La luna
-immobile — Inonda l'etere — D'un raggio pallido!»
-
-— E chi c'era con te, a sospirare alla luna?
-
-Remigia ride:
-
-— C'erano... tutti e tre. La sigaretta sul terrazzo...
-
-— Sir Wood, commenta Mimì.
-
-— La pipa di radica alla finestra del terzo piano.
-
-— Numero sessantasette: sei e sette tredici, — povero Totò.
-
-— E al primo piano, al balcone d'angolo, la pipa turca!
-
-— No! No! — supplica Mimì. — No! No! Il Danova, no! — Ha la voce velata
-di lacrime.
-
-Remigia diventa seria: dà la solita scrollatina di capo, con la quale
-sembra mettere a posto i riccioli e le idee.
-
-— Cara gioia, ragioniamo. Bisogna, sai, ragionare! Domani arrivano
-a Villars mia sorella, mio cognato e l'uomo di maggior... peso della
-famiglia Sua Eccellenza!
-
-La piccola, che ha sottolineato il _peso_, chiama Giacomo «Sua
-Eccellenza» con lo stesso tono che dà al «capitano» del signor
-Zaccarella.
-
-— E per questo?... Che ti fa?...
-
-— Che mi fa?... Mi fa che quando c'è lei, tutto per lei!... E io non
-sono più nulla!
-
-— A Villars, non sarà così! Vedrai!
-
-— E poi Sua Eccellenza!... Quel caro Giacomino! Pieno di brio,
-esilarante... come il precipitato di piombo! Quello lì, non si
-muove mai senza un occulto pensiero che si manifesta poi sempre in
-una operazione aritmetica: la sottrazione! Luciano spende troppo e
-Giacomo viene a Villars, vedrai, per predicare l'economia. — Economia!
-Economia! Bisogna fare economia! Bisogna ridurre le spese gravose! —
-Fanfan, s'intende, non è una spesa gravosa. I gravosi, sul bilancio
-D'Orea, siamo noi: io, mammà, lo zio Rosalì, tutti noi! — Remigia
-soffia, sbuffa; è irata contro il destino — Uff! Sono stufa! Stufa!...
-Sono stufa di essere mantenuta da questi bottegai! Sono stufa di dover
-essere continuamente al seguito di donna Maria Grazia, sono stufa del
-rancio che vien distribuito alla compagnia, e non sempre con molta
-grazia, dal capitano Zaccarella! Sono stufa, stufa, stufissima!
-
-L'ira, il dispetto sono vinti dal dolore. Ella raggrotta le ciglia e si
-morde le labbra per non piangere.
-
-Mimì l'abbraccia angosciosamente.
-
-— Porta pazienza!... Porta pazienza ancora un po'! Sei tanto, tanto
-bella! Sei tanto cara! Aspetta e vedrai! Io prego tutti i giorni la
-Madonna...
-
-L'Idola interrompe Mimì con un'eretica alzata di spalle:
-
-— Ma che Madonna d'Egitto!
-
-— No! No! Non bestemmiare! — Mimì, spaventata, si fa il segno della
-croce.
-
-Remigia ride: il dolore e l'ira sono già spariti.
-
-— Ma no, gioia, non scandolizzarti! Voglio dire appunto che la mia
-Madonna, quella che mi protegge, quella che mi ha ispirato di tentare
-il gran colpo, è la Madonna... d'Egitto.
-
-Mimì non si mette a ridere come l'amica: Mimì continua ad affannarsi.
-
-— Quale?... Quale scopo vuoi tentare? — Pur troppo ella sospetta la
-verità.
-
-— I D'Orea non hanno fatto la loro fortuna con la mortadella? E io farò
-la mia col lucido Nubian!... Milioni! Milioni! Milioni! Io voglio tanti
-milioni!
-
-Mentre Mimì Carfo si dispera, l'Idola salta dal letto e salta per la
-stanza a piedi nudi, esclamando allegramente:
-
-— Milioni! Milioni! Evviva i milioni!
-
-— Vieni qui! Vieni qui! Ascoltami! — supplica ancora la desolata Mimì.
-
-Remigia, d'un salto, torna a sedere sul letto, facendo risonare
-l'elastico:
-
-— Eccomi, parla, ma io non ti ascolto! — Comicamente si tappa le
-orecchie con l'indice delle mani.
-
-Mimì, abbracciandola con grande tenerezza, cerca di toglierle una mano
-dall'orecchio.
-
-— Ma pensa, Remigia! Pensa!... Quell'uomo così brutto, così volgare,
-vecchio.
-
-Mimì diventa rossa mormorando una parola sulle labbra dell'amica.
-
-— La dentiera?... Cara mia, porteremo in comune con Re Faraone, le
-gioie, la gloria e le fatiche del regno, ma la dentiera continuerà a
-portarsela lui solo!
-
-Mimì, sempre rossa rossa, sempre con la bocca quasi sulla bocca di
-Remigia, riprende ancor più sottovoce con un tremito di angoscia e di
-terrore:
-
-— Tuo... marito, Remigia!... _Tuo marito!_ Ma pensa, pensa, che cosa
-vuol dire _ma-ri-to_...
-
-— Appunto, perchè non mi faccia cattiva impressione, lo sposerò senza
-pensarci.
-
-— Che orrore! Che orrore! I baci di quell'uomo!... Un bacio solo di
-quell'uomo!... C'è da morire di ribrezzo! C'è da morir soffocata!
-
-Remigia scrolla ancora la testa poi risponde:
-
-— Sai come si fa? Si chiudono gli occhi... — Remigia fa seguir l'atto
-alle parole — e si tiene il fiato: — resti come morta e non senti
-niente. Io fo così, quando mi bacia lo zio!... E anche quando mi bacia
-Totò! L'uno, o l'altro... — L'Idola fa un'alzata di spalle. — È la
-stessa cosa e lo stesso odore! Tu sì, gioia, che hai il profumo fresco
-e delicato di un mazzolino di mughetti! Cara! Cara! Cara! Gioia! — La
-fanciulla bacia Mimì con impeto. — Ma quegli orribili omacci?... A me
-sembra di baciare o di essere baciata da una pipa! Ah, _mon Dieu_! Che
-penitenza, il matrimonio! — Qui, Remigia fa un sospirone tra il serio
-e il comico. — Sempre la pipa sotto il naso! Giorno e notte! Notte e
-giorno! Ma anch'io, sai, come quel tesoro di missis Eyre farò grande
-uso di — Proibitissimo! — _Defendu!_ Tutto _defendu_! E farò mancare
-spessissimo il tabacco e i fiammiferi! Cara! Cara! Cara! Il mio fiore!
-La mia rosa! La mia mammoletta!... — Remigia continua a baciare Mimì
-con foga, con furia, ma senza trasporto, senza passione, non per altro,
-al solito, che per far la matta e far del chiasso.
-
-La Carfo si difende; fa forza per allontanarla:
-
-— Non soffocarmi!... Ti supplico!...
-
-Si tira più su, a sedere contro i guanciali. Vuol far ragionare
-l'amica; vuol persuaderla.
-
-— Senti, cara... Sta quieta, un momento! Ascoltami! Lasciami parlare!
-
-— Parla, bella viola del pensiero!
-
-— Anche se tutti gli uomini, proprio tutti, ti fanno l'effetto di una
-pipa...
-
-— Pipa, e tabacco _caporal_!
-
-— Concederai, per altro, che anche tra pipa e pipa ci può essere
-una bella differenza!... E tu vorresti scegliere proprio la più... —
-Mimì non dice la brutta parola, ma esprime il proprio disgusto con un
-brivido e storcendo le labbra. — Peuh! Quel Danova...
-
-— Il Danova, intanto, non è una pipa, ma un narghillè. Oggetto prezioso
-e di gran lusso! E come Re Faraone, ti ripeto, mi piace di più del tuo
-sir Arturo, del tuo bell'Apollo, con le orecchie d'asino! Non hai mai
-osservato, le orecchie di sir Wood? Guardalo di dietro, quando ti volta
-le spalle e si allontana con l'aria soddisfatta e il passo lento da
-conquistatore... che ha conquistato. Vedrai che vele! Sembrano le anse
-dell'orcio! Pipa banale e volgare il tuo bell'Apollo! Molto più _chic_
-il mio pascià. E più _art noveau_!
-
-— Dio mio, è orribile! Orribile... repulsivo!
-
-— E a me piace: _art nouveau_! E mi piace il suo carattere! La sua
-aria di meneinfischio! Di padrone del mondo! Non ha soggezione di
-nessuno, nemmeno di mammà; e non fa complimenti con nessuno, nemmeno
-con lo zio Rosalì! Prepotentissimo e impertinentissimo... Tranne con
-me, s'intende! Con me è un altro _Din_, un altro _Don_, _din-don_!
-Mogio mogio, quatto quatto, docile assai, basta una mia occhiata per
-fargli cambiar di colore: tranne la barba, s'intende! — La piccola
-torna seria; fa un'altra alzata di spalle, ma questa volta di dispetto
-e d'ira. — E poi a me che importa l'uomo... omo? Non dipenderò più
-da casa D'Orea! Non sarò più al seguito di mia sorella! Avrò io più
-milioni di mia sorella! E questa gente, l'avrò tutta supplice a' miei
-piedi, anche mammà, anche lo zio Rosalì!
-
-La Carfo sospira, dolorosamente:
-
-— Tua sorella! Appunto... Ti dovrebbe ammaestrare l'esempio di tua
-sorella!... Pensa quante lacrime le costano i suoi milioni!
-
-— Perchè mia sorella è una sciocca. Ma io?... Con Re Faraone? Vedrai
-che diversità di trattamento! Guarda Fanfan!... Come Fanfan! Quella
-sa tenerlo in riga mio cognato! È dalla signorina Fanfan che bisogna
-imparare!
-
-Mimì Carfo, non ha più che una speranza.
-
-— Ma... e da parte... del Danova?... Sei sicura che quel brutto orco
-faccia sul serio?
-
-— È innamoratissimo! — La fanciulla ride. — E le sue proteste d'amore?
-Tutte a base di milioni!... Anche questa, sai, è una bella novità e
-un piacevole diversivo, dopo tanta indigestione di cuore, di anima, di
-cielo o di angeli, al chiaro della luna e delle stelle. Il mio pascià è
-positivo e pratico: tutto ciò che gli piace, lo paga un milione «pronti
-contanti». I miei capelli? Un milione! I miei occhi? Un milione! I
-«bei penin piccinin?» Un milione. La bocca, due milioni, anzi, adesso,
-siamo già sui tre. Ma siccome io non vendo a ritaglio, capo per capo,
-e lo sa, così fa tutto un blocco e ci vorrà tutta la cassa! Mi ha quasi
-offerto di sposarmi stasera. Me l'ha offerto digrignando i denti, come
-un orso preso al laccio. Domani mattina mi offrirà la sua mano con
-bella maniera. Andiamo insieme al lago di Chavanne. Al ritorno, prima
-che mia sorella sia arrivata a Villars, il barone Danova avrà già
-parlato e fatto la sua domanda «alla duchessa madre» in piena regola.
-
-Mimì si dispera: ha gli occhi gonfi di lacrime.
-
-— Aspetta! Aspetta! Ti prego! Ti supplico! Pensaci ancora!... Aspetta!
-
-— Ho vent'anni, mammoletta, mammolona! Non ho più tempo di aspettare!
-
-— Ti prego! Ti supplico! Te lo domando in grazia! Domani no! Domattina
-no! Aspetta ancora un giorno, almeno un giorno...
-
-— Ho vent'anni!... Anzi, presto, ventuno!
-
-Mimì non può più resistere e scoppia in un pianto dirotto.
-
-L'Idola, ancora seduta sul letto, si volta a guardarla diventando
-seria, mentre continua ad accarezzarsi i piedini l'uno contro l'altro,
-incrociandoli:
-
-— Non piangere! Basta! Non voglio che tu pianga! Rispondi invece: tu
-saresti contenta se io sposassi l'elettricista povero?
-
-— Sì.
-
-— Anche se sposassi Totò!
-
-— Sì, sì! Ma il Danova no! lì Danova no!
-
-— Che importa per te, il Danova o un altro, quando per me... fosse
-anche Paride in persona, mio marito, sarà sempre tanto poco... mio
-marito? Intanto punto primo: niente figliuoli. Io non voglio figliuoli.
-Non voglio sforzarmi e poi... ho paura. Non voglio arrischiar di morire
-io, per il gusto di mettere al mondo un... beì! No, no! Mainò! Se Re
-Faraone vorrà un principe ereditario, se lo farà da sè! Non piangere!
-Finiscila! Pensa, invece, come sarebbe buffo Re Faraone, in istato
-interessante! Ridi! Ridi! Ridi!
-
-L'Idola batte, pizzica, fa il solletico a Mimì finchè riesce a farla
-ridere fra le lacrime.
-
-— Adesso, ascoltami bene. — Remigia fissa torva Mimì, e fa un'altra
-voce risoluta e dura. — Ascoltami bene: guai se tu mi compiangi o mi
-fai compiangere da mia sorella. Devi mostrarti incantata del Danova;
-devi trovarlo ultra simpaticissimo e piacente, e devi mostrarti
-entusiasta del mio matrimonio...
-
-— Impossibile! Questo è impossibile! Impossibile!
-
-— Lo voglio... o non mi vedi più!... Bada: mi diventeresti antipatica,
-non potrei più soffrirti!
-
-Mimì abbassa la testa: si capisce che finirà per fare tutto ciò che le
-comanda l'amica sua, ma è un grande dolore per lei, un vero strazio!...
-
-— Se invece... ti lasciassi guidare, consigliare da tua sorella?...
-Tu non vuoi persuaderti ma pure è tanto buona! Senti almeno dal signor
-Giacomo, chi è, che cos'è questo egiziano!
-
-— Non parlarmi di Sua Eccellenza. Sai che non lo posso soffrire.
-
-— Che cosa ti ha fatto?
-
-— Niente, ma non lo posso soffrire. Con quella barbetta, con quel
-ciuffetto di capelli troppo lunghi... ha un viso da capra.
-
-— Ha un'espressione così intelligente, così dolce...
-
-— Ma ha un viso da capra.
-
-— Cento volte meglio del Danova, per altro. Il Danova è... orribile, e
-il signor Giacomo non è brutto! Poi, è più giovane.
-
-— Sia pure, ma il Danova è pronto a sposarmi e Sua Eccellenza non ci
-pensa nemmeno!
-
-— Perchè no, se tu vuoi?
-
-— Sua Eccellenza Giacomina?... Non mi ha mai fatto l'onore di prendermi
-in considerazione!
-
-— Perchè non hai mai voluto essere gentile, amabile con lui!... Provati
-soltanto, e vedrai!
-
-Remigia, dubita:
-
-— Uhm!... Mi pare, piuttosto, che abbia del debole per mia sorella!
-
-Mimì, che da queste parole, vede balenare pur da lontano un raggio di
-speranza, insiste più che mai:
-
-— Tua sorella gli fa compassione, tu gli piacerai, se ti ci metti!...
-Dovrà finire anche lui come gli altri!... Tutti s'innamorano di te, se
-ti ci metti! Non precipitare niente, aspetta! Domattina, non andare al
-lago di Chavanne!.. Il Danova, tanto, non ti scappa!
-
-L'Idola fa un sorrisetto serio, malizioso.
-
-— No; quello lì... credo di no!
-
-— Tienlo per un caso disperato! Dio mio, finchè c'è vita, c'è speranza!
-
-Remigia dondola la testa e torna a cantarellare:
-
-— Per me tutti gli uomini, tutti brutti, tutti uguali, tutti un peso,
-un gran peso... e una pipa!
-
-— Ma pensa, cara, alla sua condizione...
-
-— Finanziaria? — esclama subito Remigia. — Oh per questo sì! Di milioni
-ne ha di più Giacomo, anche del Danova!
-
-— La sua condizione morale, sociale. È un uomo di talento...
-
-— Per talento, anche il mio Re Faraone, è tutt'altro che uno stupido!
-
-— Può ritornare... ministro!
-
-— E in tal caso io sarei... ministressa! Governerei lo stato! Tutti i
-socialisti, in prigione!... Comanderei io, anche a Luciano. — «Bisogna
-subito piantare Fanfan! Più un soldo per Fanfan!» — Mammà con me, tu,
-gioia, con me: lo zio Rosalì e Totò, in Trinacria!
-
-Tutto questo, la fanciulla lo dice ridendo, per ischerzo, ma poi,
-a mano a mano diventa seria. Ci pensa alla possibilità di poter
-conquistare... Giacomo D'Orea, e nel suo cervellino capriccioso e
-mobile la barba di Re Faraone perde di colore e svanisce a poco a poco.
-Sarebbe lei la padrona di sua sorella; la padrona di tutti!
-
-Le braccia allungate, le mani tese, posate sul letto, gli occhi fissi
-fissi, sembrano guardare un punto lontano... Continua ad accarezzarsi,
-incrociandoli, i piedini nudi... Ad un tratto scoppia in una risata:
-
-— E il capitano Zaccarella?... Per prima cosa, quando fossi diventata
-la moglie di Sua Eccellenza, il capitano Zaccarella a riposo, e senza
-pensione!
-
-
-
-
-PARTE SECONDA.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-
-Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a Bex, prima di salire
-alla _Tête-pointue_.
-
-Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo l'ha un po'
-logorato, e basta la più piccola imprudenza a dargli i crampi allo
-stomaco e l'emicrania.
-
-A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona armonia: l'uno e
-l'altro giocano di abile prudenza, per non urtarsi reciprocamente.
-Luciano sente che Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la
-predica; e dispone l'orario della giornata e inventa mille pretesti
-per non trovarsi mai solo con lui e per non offrirgli l'occasione
-d'incominciare. Giacomo, a sua volta, sicurissimo che da un momento
-all'altro, quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha nessuna
-fretta di andarla a cercare.
-
-Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso di Maria; e siccome ha
-bisogno di Maria per occupare Giacomo e per tenerlo di buon umore, si
-mostra gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con la scusa di un
-nuovo automobile da provare, da cambiare, da comperare, non si lascia
-vedere altro che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti,
-almeno, è di buon umore, non vanta la musica, nè l'arte divina del
-canto. La sera, è stanco e si ritira prestissimo, ben inteso lasciando
-lì, con sua moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia.
-
-— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si mettano su, a
-vicenda, contro di me. Lei stia attento, senza averne l'aria, a tutti i
-loro discorsi.
-
-Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra, e nelle lunghe
-conversazioni, di giorno e di sera, nel giardino dell'albergo, Giacomo
-e Maria hanno finito con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono
-anzi uniti in un'affettuosa intimità.
-
-Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un senso di malinconica
-simpatia. — La giovane e bella signora deve essere tanto infelice
-con Luciano! — Imparando a conoscerla bene, in quelle ore di vita in
-comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima ammirazione.
-
-— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente! Come sa
-ragionare con lucidità e con finezza! E come parla bene, con quella sua
-pronunzia lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida. E la
-voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio e penetra nell'anima.
-
-Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non segue più le parole,
-sente solo il suono della voce. Vorrebbe allora, poter chiudere gli
-occhi e sognare.
-
-E come Maria sa raccontare: ha una evidenza, un'efficacia, nella sua
-semplicità, straordinarie.
-
-Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura. Giacomo ha letto
-poco di romanzi, Maria ha letto tutto. Giacomo se ne fa raccontare
-la tela, lo svolgimento, i caratteri e sta a sentirla godendosi e
-commovendosi.
-
-S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort comme la mort» di Guy De
-Maupassant.
-
-Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda e inesorabile
-e dolorosa verità di quella passione che nasce inavvertita in un
-cuore non più giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente
-disperata e forte... forte come la morte! Eppure quello di Oliviero
-Bertin per Antonietta de Guilleroy non era il primo, era il rifiorire
-di un nuovo, di un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza, era
-il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute.
-
-Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di lacrime al tragico
-epilogo di quella passione disperata, Giacomo sospira con un senso
-profondo di amarezza. Per la prima volta egli pensa ai suoi anni
-perduti, alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore.
-
-— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua anima.
-
-Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto della bella voce,
-nel fascino e nella commozione del racconto. Poi, certe volte,
-sente rossore di sè stesso; ha vergogna del suo mestiere, d'essere
-«comandato», di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra
-le ombre del giardino, non senza aver guardato prima cautamente, se il
-padrone non sia alla finestra e lo possa vedere:
-
-— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come servirei più
-volentieri Donna Maria Grazia e Sua Eccellenza!
-
-Alla _Tête-pointue_, come a Bex: pei primi giorni, armonia e buon
-umore. Tutti i Moncalvo, si trovano a Grjon, — la stazione prima di
-Villars, — ad incontrare i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e
-grandi abbracci e tenerezze.
-
-Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe Rosalino assai
-deferente e nota subito che quella monella dell'Idola s'è molto mutata
-con lui: è assai più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato
-nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo scrittoio un grande
-mazzo di rododendri. Interroga il servitore: è la duchessina che li ha
-portati e messi a quel posto.
-
-Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio, mentre, già sonata la
-campana, si aspetta, perchè gli altri aspettano, di andare a pranzo.
-
-— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio. È stata
-un'improvvisata, lieta e cara come un buon augurio.
-
-— È il saluto della montagna: sono roselline delle Alpi. Le ho raccolte
-io stessa, stamattina a duemila metri: alla Chamossaire...
-
-Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina e l'onorevole
-D'Orea, la interrompe con una sghignazzata:
-
-— Cioè, cioè, cioè! Dica _noi_! Le abbiamo raccolte _noi_! La
-verità, duchessina, sempre la verità, quando non si tratta di affari
-d'importanza!
-
-Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone, poi offre il
-braccio a donna Maria e mentre l'accompagna nella sala da pranzo,
-le esprime la sua contentezza per l'allegria di Luciano e le festose
-accoglienze di Remigia.
-
-— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina... Una volta
-non mi poteva vedere e me lo faceva anche capire!
-
-Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo e fissando Giacomo
-con dolcezza. C'è tanta malinconia nel suo sorriso! Ella non ha la
-fiducia di Giacomo. La Piccola, come Luciano, possono commettere una
-cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità no, o assai di rado.
-
-Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo di rododendri?
-
-Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la cara cognatina a
-Sua Eccellenza; ne ride con sua moglie, con lo Zaccarella, ma ne
-soffre, come soffre dovendo notare la grande considerazione che gode
-l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo fratello egli
-si sente messo in seconda linea, persino dinanzi ai saltetti e agli
-sgambetti del signor Trüb. Lui, con le sue tre o quattro _toilettes_ al
-giorno, e il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte canora
-a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua a volersi mostrare
-brioso e indifferente, ma si lascia veder poco e si sfoga, quando è
-solo con loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando a
-far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata ad essere molto gentile
-con Giacomo, adesso trova che esagera anche lei nel fare «una corte
-ridicola e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad un tratto, la
-tempesta che non può più tardare scoppia improvvisa tra i due fratelli.
-
-Giacomo D'Orea, sfogliando il _Figaro_ vi legge una notizia artistica,
-nella rubrica degli spettacoli, che lo mette un po' soprapensiero: è
-l'annunzio del grande successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur» nella
-sua nuova creazione «_le rôle de Germaine dans le Corset envolé_».
-
-— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto di Luciano?
-
-Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con
-sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a
-Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la
-cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle
-gelosie di Totò; sguinzaglia _Din_ e _Don_ sulle tracce di missis Eyre
-e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra di
-_mademoiselle_, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto
-Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi,
-e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori
-di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor
-Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare
-in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una
-delle sue.
-
-— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre
-a Parigi! — pensa Giacomo fra sè.
-
-In fatti, due giorni dopo la notizia del _Figaro_, Luciano, a
-colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non
-addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra...
-
-Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa:
-tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che
-Luciano se la sarebbe presto svignata.
-
-— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia,
-gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante.
-
-Tutti _cito_, e il principe continua, dopo un altro momento di
-silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione:
-
-— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio.
-— Non è vero, Cristina?
-
-— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo
-ha finito.
-
-Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando
-il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio.
-
-— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di
-Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora.
-
-— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda Giacomo.
-
-Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere, ma approfitta
-dell'interruzione accolta dal pieno assentimento della duchessa
-Cristina e del principe Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò
-che più temeva di far sapere al fratello:
-
-— Tutto compreso... non resterò assente... credo, più di una settimana.
-
-— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non è più correre; è volare!
-— E ripete «volare... volare...» con un'espressione languida, quasi
-voluttuosa, fissando Giacomo, il quale non le bada affatto, e continua
-invece a osservare Maria, diventata un po' più pallida dopo l'annunzio
-di quella partenza, e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa
-bassa, quasi sul piatto.
-
-Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordini e disposizioni per
-la sua partenza: adesso che questa sua partenza e già stata annunziata,
-egli è contento ed è davvero di buon umore. Chiama il _chauffeur_,
-vanno insieme al _garage_ a vedere la macchina, poi rientra
-nell'albergo e cantarellando «un dì felice eterea...» sale svelto,
-leggero, al suo appartamento, dove c'è già Andrea che lo aspetta per
-preparar le valige.
-
-— Tutto quanto mi può occorrere per quindici gior...
-
-Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si volta:
-
-— Chi è?...
-
-— Sono io.
-
-È la voce di Giacomo.
-
-Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo. Tutto il suo buon
-umore è svanito.
-
-— Avanti.
-
-Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre Andrea corre ad aprir
-l'uscio e s'inchina rispettosamente dinanzi a Sua Eccellenza.
-
-Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo con un'occhiata bieca,
-sospettosa.
-
-— Ho da parlarti.
-
-— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato e seccato. — Proprio
-adesso?
-
-— Subito!
-
-— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto!
-
-Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea si affretta ad
-ubbidire, ma giunto sulla soglia è trattenuto dalla voce aspra del
-padrone.
-
-— Non allontanatevi. State attento, pronto appena vi chiamo. È già
-tardi e c'è ancora tutto da preparare.
-
-Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore, e Luciano corre
-all'armadio, lo apre, e con l'aria di non volersi occupare di Giacomo e
-di non aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti che devono
-essere messi nelle valige, e li butta uno dietro l'altro sul canapè.
-
-Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie.
-
-Gli tien testa bravamente.
-
-— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu vai... a Parigi.
-
-Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello:
-
-— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò anche a... Parigi, se mi
-accomoda. Non ho padroni, e dei fatti miei, non devo render conto a
-nessuno.
-
-Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che se Luciano ha fretta,
-lui non ne ha punto, poi risponde con grande pacatezza:
-
-— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a tua moglie.
-
-— A mia moglie?
-
-— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene, per poter vantarsi di
-non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno.
-
-L'altro, perde le staffe.
-
-— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola! Tu sei venuto qui,
-non per la villeggiatura, ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che
-facciamo un po' di bilancio tra il _dare_ e l'_avere_?
-
-Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino, in faccia a Giacomo,
-che gli risponde sempre pacato:
-
-— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al moltissimo danaro che
-tu hai speso e spendi più di me?... No, io non penso in questo momento
-a... proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci penserò,
-forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario. No, no. Dicendoti
-che «per vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a
-nessuno» io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie!
-
-— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra.
-
-— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto di entrarci ed
-io ho il dovere di farcela entrare! Tu devi moltissimo a tua moglie;
-ricordati. Tu devi a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua
-pazienza, alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non hai
-perduto la stima della gente!
-
-— Tu... parli così?... A me?
-
-— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro che il danaro,
-soltanto il danaro che abbiamo in comune! Io so, invece, pur troppo,
-che abbiamo in comune anche il nome, e il nostro nome non posso e non
-voglio lasciartelo sporcare!
-
-Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo.
-
-— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare!
-
-Luciano batte forte col pugno sul tavolino:
-
-— Basta! Basta, così!
-
-— No! Non basta!
-
-— Dirò al signor Zaccarella...
-
-— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice signor Zaccarella?
-
-— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri conti...
-
-— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di spalle.
-
-— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta, un mucchio di
-cambiali tue; cambiali in bianco, scontate dai più noti strozzini
-internazionali! Lasciamo in pace il già travagliato signor Zaccarella!
-Ho tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani. E lo
-farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare non il nostro
-patrimonio, ma il nostro onore.
-
-Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua pudibonda
-bigotteria, di timido provinciale, Giacomo è capace di qualunque
-eccesso!
-
-Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con ostentata
-indifferenza:
-
-— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...
-
-— E di fare.
-
-— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei
-difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già
-abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il
-motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo
-viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso
-«proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta?
-
-— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e
-categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna
-che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... —
-Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di
-milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur!
-
-Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo:
-
-— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto!
-
-— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica! È tutto il mondo che
-lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua
-moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!
-
-Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi.
-
-Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così,
-senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a
-doversi reprimere.
-
-Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero
-plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si
-ferma in faccia a Giacomo:
-
-— Scusa, una domanda prima, per intenderci bene.
-
-— Anche due; anche dieci!
-
-— È stata mia suocera a spingerti... a questo passo?
-
-— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera...
-
-— Allora... è stata mia moglie?
-
-Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto e scarno di Giacomo:
-è un lampo, ma basta a Luciano per fargli intendere dove deve mirare,
-se vuol colpire a sua volta e colpir giusto.
-
-— Certo, certo! È stata mia moglie!
-
-— Non è vero!
-
-— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi colloqui a Bex!
-
-— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo con troppa
-precipitazione.
-
-L'altro scoppia in una risata:
-
-— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?... Uhm! Non credo!
-È stata mia moglie!... Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti
-venire a Villars?
-
-— È falso! È una falsità!
-
-— Non gridare! Perchè gridare?
-
-Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente.
-
-— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra i pampini e le
-biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo credo!
-
-— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde pure con un tono
-sarcastico: — _Les échos parisiens_, caro mio! Il _Gil Blas_ e il
-_Figaro_, sono arrivati fin laggiù, a Fiumicino!
-
-— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi li ha tradotti alla zia
-Gioconda?... Tu, o mia moglie?
-
-— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo tra' denti. È disgustato,
-ma più ancora è conturbato e inquieto per la brutta piega, che va
-prendendo il discorso.
-
-— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto una parola in
-proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa e ti vuol anche troppo
-bene!
-
-— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il «troppo bene» è un di più!
-
-— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non direbbe mai una parola
-contro di te!
-
-— Criss...ti! La conosci a memoria!... _Par coeur!_
-
-— Non voler essere ironico e non voler essere cattivo! Non è il
-momento, e non si scherza! Io parlo e predico per il bene tuo e il
-bene di tutti noi! Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e
-d'accordo!
-
-Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia, invece, e cerca di
-smuovere, di persuadere il fratello, con le buone ragioni e toccandogli
-il cuore.
-
-No, Luciano non deve più continuare con quella... donna di Parigi. A
-parte che Luciano, essendo ammogliato, il capriccio e la leggerezza
-diventano una colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli ha
-assunto informazioni sicure, precise, e può dire di conoscerla bene.
-È una donna che rende ridicoli i propri amanti, mentre li conduce
-fatalmente alla rovina!
-
-Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli afferra una mano e
-gliela stringe con effusione. Gli parla del babbo che Luciano ha appena
-conosciuto, gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così semplice
-e così buona!
-
-— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto da padre! Non andare
-a Parigi! In questo momento, piantar qui tua moglie, piantar qui tutti,
-sarebbe una pazzia e uno scandalo!
-
-— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè commosso, ma sempre
-più inasprito, — intanto io vado a Losanna e non vado, almeno per il
-momento, a Parigi.
-
-— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a Parigi.
-
-— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra, come ho già detto,
-per la riunione del Club automobilistico. Se poi, prima di tornare a
-Villars, dovrò recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà
-dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare senza mai
-preoccuparmi dei commenti pettegoli e interessati e senza aver paura...
-delle mie spie!
-
-— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da vero leone!
-
-Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce ancora a dominarsi.
-
-— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia, hai le sole persone
-che veramente ti vogliono bene. — Giacomo spiana la fronte e preso il
-fratello a braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che
-buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha ragione il signor
-Trüb di vantarsene e di farla pagar cara!... Ti seccano le prediche del
-«putativo genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato, moderno.
-Hai avuto un capriccio per questa donna magra, ossuta e lunga come
-la noia? Ebbene, te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due
-milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essere _black-boulé_
-dalla gente di spirito! Prendere sul serio, e prendere per tutta la
-vita Margherita Gauthier? È roba del quaranta! Dopo il novecento il
-giovane Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi. A Parigi,
-in questo mese, con il termometro a trentasei gradi Reaumur? Diventi
-matto? Peggio, vuoi diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a
-Villars e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo capitano
-Zaccarella con pieni poteri, con la borsa piena e con l'incarico di
-liquidare!
-
-L'idea colpisce Luciano:
-
-— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa di voler liquidare!
-Ma, s'intende, non «mandare», andar lui, a Parigi e così, con la borsa
-piena, sbaragliare, mettere in fuga il re della glicerina!
-
-Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso, spera bene
-e continua a cercare argomenti, anche speciosi, pur di riuscire
-nell'intento.
-
-— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente delle grazie
-_faisandés_ e degli acuti stonati di una qualunque _mademoiselle_
-Fanfan! Tu ci tieni per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un
-oggetto di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad Ostenda,
-a Montecarlo, che non hai più milioni da spendere per mantenere la
-Trécoeur! E ci tieni anche, per gelosia di possesso: perchè sai che
-dietro di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di ricevere
-o di dividersi la tua successione! È una forma di gelosia che non ha
-niente di comune con l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia
-che spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe infallibile,
-purchè sia pronto: liquidare brillantemente con la signorina Fanfan e
-brillantemente piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore
-e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali! Quelli che più ti
-danno ombra!... Ci perdono l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto
-contendersi fra di loro _le corset_, quando non è più _envolé_?...
-È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria che fa quotare
-così alto le azioni, mimiche, di _mademoiselle_ Trécoeur! Sei tu, il
-milionario inesauribile, la più grande attrattiva e il suo fascino
-maggiore! Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito a quattro
-ossa giallognole e bacate!
-
-Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente:
-
-— È così; e bisogna far così: piantarla con una buona uscita. Per
-allontanare i propri amici dalla propria amante, non c'è che un modo,
-sicuro: piantarla!
-
-Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a quel mezzo-uomo e
-mezzo-prete « — che cosa ne puoi saper tu delle attrattive e dei
-fascini di certe donne, come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare
-e di fiutare le sottane della famiglia!» Ma non può. Per seguire il
-piano che ormai ha ben fisso in mente egli deve contenersi e fingere di
-accettare, in massima, i consigli del fratello.
-
-— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima potrebbe essere anche
-il mio desiderio e lo scopo del mio viaggio a Parigi; dato il caso
-che io vada proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento di
-nessun Zaccarella! Non voglio far la figura... di essere inabilitato,
-prima del tempo!
-
-Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito la botta. L'altro
-continua imperturbabile:
-
-— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li tratto da me. E per
-questi affari, vado e non mando.
-
-Giacomo, si mostra conciliantissimo.
-
-— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari; ma non vai
-proprio, tu, in persona. Sei tu, che mandi, ed è lo stesso!
-
-— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando!
-
-— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi mesi Parigi è vuota e
-spopolata e soprattutto perchè quando fa caldo, ami di stare al fresco!
-
-— Fresco o caldo, vado io. Certi affari _di mia sola pertinenza_, li
-tratto da me.
-
-Giacomo ha uno scatto che non può reprimere:
-
-— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei non ci pensi?
-
-— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche fra me e la mia cara
-signora moglie, non ci si deve frammischiare nessun... Zaccarella!...
-Voglio pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti?
-
-— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo!
-
-Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine, Giacomo non si frena
-più.
-
-— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e tempo, vivaddio, di vivere
-un po' anche per tua moglie, per quella povera... martire, che per la
-sua bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita tutto il nostro
-affetto e tutta la nostra ammirazione!
-
-Luciano, pronto, coglie la parola al volo:
-
-— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione! Me ne sono accorto
-da un pezzo!
-
-— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo si avvicina d'un
-passo al fratello, fissandolo: — Ti sei accorto... di che cosa?...
-
-Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua propria cattiveria.
-
-— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da un pezzo di questa
-vostra e specialmente _tua_... ammirazione!
-
-Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte, palma a palma, in
-atto di dolorosa maraviglia:
-
-— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo!
-
-Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a sua volta; parla alto,
-borioso e sprezzante. È lui, il giusto; è lui, il giudice.
-
-— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh, tutt'altro che un
-ragazzo. Osservo, da tempo, e noto. Intanto, intendiamoci: non
-permetterò mai, _mai_, alla mia... cara signora moglie di cercarsi
-protettori, nemmeno in famiglia, per metterli su, contro di me. Non
-permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano fa una reticenza con
-un'altra smorfia piena di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda,
-di voler sentenziare fra me e mia moglie. Con mia moglie poi a suo
-tempo... — Non vuol dire di più; ma le pupille hanno un tremolio
-sinistro, che fa trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede,
-indovina l'inquietudine del fratello per la cognata, e ne gioisce in
-cuor suo.
-
-Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone di fare tutto ciò
-che gli accomoda; padrone di andare, di stare a Parigi quanto vuole;
-padrone di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi per
-la cognata! — Ride, poi riprende, guatando Giacomo tra il serio e il
-comico:
-
-— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia! La povera martire!
-Impiegare tutto il suo tempo a Bex, per destare la tua ammirazione, e
-per seminare la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire
-e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare!
-
-Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che rispondere: Luciano,
-alza la voce.
-
-— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato; ma quando
-torno, e tornerò prestissimo darò alla... povera martire, l'ammirazione
-che si merita!
-
-L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno, che prorompono
-dalle sue labbra livide e affilate.
-
-— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una regina! E con lei,
-mantenuta tutta un'orda di nobilastri parassiti, che non hanno salvato
-dalla malora altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì, davvero,
-bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi! È questa genia di spiantati,
-sono i capricci, è il lusso sfrenato di mia moglie che mi hanno
-costretto a spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si tratta...
-di mia moglie, quando si tratta della povera martire, tu, proprio tu,
-dimentichi anche l'avarizia e non mi fai più la predica! Per te? Per la
-tua ammirazione?... S'intende! Io ho sempre pagato troppo poco i grandi
-meriti di mia moglie!
-
-— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo è spaventato. Possono
-sentire nel corridoio, in tutto l'albergo! — Abbassa la voce! Ti
-supplico! — Ma più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta e
-grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce con l'arrabbiarsi e
-col diventar geloso sul serio.
-
-— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare! Se dovrà confessare!
-Che cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?... Con quante moine ha
-potuto cambiarti così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me
-lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire! Ti sei opposto
-fino all'ultimo! Hai fatto il possibile e l'impossibile per impedire
-il mio matrimonio! Oh, senza essere un grand'uomo, e non me ne importa
-affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne accorgerà mia moglie
-quando torno! Appena torno!... Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei,
-la bugiarda e non io! La bugiarda e l'ingrata!
-
-Giacomo capisce che, lui presente, la furia del fratello non farà che
-divampare sempre più: si caccia le mani nei capelli e fugge via con un
-singulto che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello era cattivo,
-ma cattivo fino a quel punto, fino al punto di far paura, questo no!
-
-— Povera donna! Povera donna!...
-
-Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai se Luciano, restasse
-a Villars!
-
-— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno!
-
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo la scena col fratello.
-
-Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua moglie. Sua moglie
-la vedrà al ritorno e la... saluterà al ritorno! Adesso vuol partire
-tranquillo, senza guastarsi il sangue!
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La donna perfetta!...
-Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo e Francesca!
-
-Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere sè stesso. Ma non
-lo crede e non lo pensa. E per ciò, appunto, perchè non lo pensa e
-non lo crede in cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle
-ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così, sua moglie,
-avrà finito di darsi le arie e il sussiego della donna perfetta, della
-donna superiore! Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà
-abbassare gli occhi e la testa!
-
-Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano aveva finito col
-rodersi in cuor suo anche per i pregi e per le virtù e soprattutto per
-la grande stima che godeva sua moglie e che tanto la innalzava, al suo
-confronto, nell'opinione della gente.
-
-— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come tutte le altre!... Basta,
-l'ammirazione! Non più panegirici, non più inni, ma tragedie: Paolo e
-Francesca!
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta discesa da Villars
-fino ad Aigle, in un attimo, ed ora, sempre di volo, sempre in discesa,
-infila la strada polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi
-e il lago azzurro, mentre alto e lontano si profila candido e immoto
-dominatore dello spazio, il monte Bianco.
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può più farmi da tutore
-e Francesca da spia! Posso andare a Parigi! — evviva Parigi! — e
-divertirmi!
-
-— Divertirmi?...
-
-Luciano torna a rabbuiarsi.
-
-— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci!
-E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i
-riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi
-sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando
-non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere
-un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con
-il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra
-di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina!
-
-Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a
-consolarsi.
-
-— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue
-a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del
-sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza
-tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra
-la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad
-accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di
-vendette, i pensieri più tristi e più foschi.
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-
-
-
-II.
-
-
-Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella veemente invettiva,
-corre nelle sue stanze, come a cercarvi rifugio.
-
-Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente per non sentir
-l'eco di quelle ingiurie.
-
-Siede affranto dinanzi alla scrivania; è angosciato e disperato.
-
-— E adesso Luciano, che cosa farà?... Liti, scandali, partirà come ha
-detto?... E Maria?...
-
-Che ora lunga d'incertezza, di inquietudini, di pena!
-
-Ad un tratto sente stridere e sbuffare l'automobile: si alza, si
-avvicina alla finestra e spia dietro le cortine calate.
-
-— Ah, Dio sia lodato! — Manda un grande sospiro di sollievo. — Luciano
-è partito!
-
-— Va! Va!... A Parigi! Dove vuoi! In capo al mondo!
-
-È forte, però, il suo capriccio per quella Fanfan!
-
-Più forte della sua stessa cattiveria! Ma poi al ritorno?
-
-Giacomo si allontana dalla finestra scrollando il capo.
-
-— Quando ritornerà?... Povera Maria!
-
-Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto sarà ora di pranzo! —
-Non chiama il cameriere, si veste solo e intanto continua a pensare a
-Maria... e a Luciano.
-
-— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno dei nostri. È un frutto
-guasto dai suoi stessi vizi! E così, travisandoli, deturpa e avvelena
-affetti e sentimenti! Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?...
-— Giacomo dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare! Se lui stesso è
-il più convinto della sua propria falsità!... Inventa e sa d'inventare!
-È una perfidia atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia! Cioè
-no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro!
-
-Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco del fratello.
-L'insinuazione calunniosa è un'arma a due tagli: contro la moglie e
-contro di lui. Con quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli
-e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere qualunque
-eccesso per quella Fanfan e qualunque infamia contro sua moglie!
-
-— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace, capacissimo, di gridare
-ai quattro venti che sono l'amante di Maria!
-
-— Che canaglia!
-
-A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante di Maria», che gli
-si affacciano al pensiero per la prima volta così precise e chiare,
-egli si ferma dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della
-cravatta fra le mani...
-
-— Che falsità! Che canaglia!
-
-Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce.
-
-Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima. Soffre, — è proprio
-la parola, — soffre un tormento nuovo: un senso strano e nuovo di
-timidezza.
-
-Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima di pranzo,
-arrossisce suo malgrado, e non può, lì per lì, fissarla in faccia.
-
-Maria Grazia, nota subito il turbamento del cognato, ma lo spiega a suo
-modo: lo crede così mortificato e impacciato, perchè non è riuscito a
-trattenere Luciano. Ella lo guarda con i grandi occhi neri, pensierosi
-e gli sorride malinconicamente: lei stessa, si fa offrire e gli prende
-il braccio, per entrare insieme nella sala da pranzo.
-
-— Lucïano è proprio partito?... E proprio per Parïgi?
-
-Le tenere e armoniose dieresi, sono piene di lacrime.
-
-Giacomo, le risponde appena, stringendole il braccio, sotto il suo:
-
-— Coraggio...
-
-— Ne ho; tanto!... Sai?... Non è venuto nemmeno a salutarmi! — Cerca,
-quasi, di scusare il marito. — Forse, non ha osato!
-
-— «Oh...» — Giacomo s'interrompe e pensa in cuor suo: — Sapesse, povera
-donna, che cosa è capace di osare... quello là!
-
-Ma, alla cognata, egli non dice nulla della scena successa. Durante la
-serata, mentre Giacomo sembra quasi sfuggirla, Maria lo interroga con
-i begli occhi ansiosi: Giacomo non le risponde altro che scrollando il
-capo.
-
-Nei giorni seguenti, egli schiva le facili occasioni di trovarsi solo
-con lei. E per poter fare ciò, naturalmente, egli si accompagna e
-comincia a stare di più con Remigia.
-
-Dopo colazione, mentre la cognata si avvia lentamente in giardino,
-verso il suo solito posto tranquillo e appartato, Giacomo, invece di
-seguirla con il fascio dei giornali, si unisce alla corte allegra e
-rumorosa della duchessina, assiste ai pasti di _Din_ e _Don_ e riceve
-pazientemente gli enfatici salamelecchi del signor Trüb.
-
-Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano la macchia folta
-degli abeti che riparano Maria sotto l'ombra solitaria, egli si fa
-spiegare da Remigia le regole del _tennis_ e resta lì, fuori della
-rete, a veder giuocare.
-
-— Bravissima, la Pïccola!
-
-Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa Maria, e ne riceve
-un'intima sensazione di gioia.
-
-Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano nell'albergo,
-Giacomo invece di fermarsi con Maria, come faceva prima, nella veranda
-a discorrere e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con Remigia
-nella sala da ballo, e si ferma a vederla ballare. Ride con lei e con
-la Carfo a proposito dei suoi adoratori «internazionali». Scherza alle
-spalle di _monsieur_ Malot, il parigino puro sangue, il ballerino di
-forza e di grazia; scherza a proposito dei voli letterari di Lothar
-Schmidt e anche Giacomo si mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e
-sir Wood «il bell'Apollo della caramella!».
-
-Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia a faccia col
-cognato, lo interroga muta, con gli occhi soltanto.
-
-— Perchè?
-
-Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere anche questo mio solo
-conforto? La tua amicizia buona e cara?
-
-Giacomo le risponde arrossendo leggermente, crollando il capo e si
-allontana.
-
-— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo.
-
-Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare vagamente, in tutto
-o in parte, la verità, e allora è lei pure che arrossisce se per caso
-incontra gli occhi di Giacomo.
-
-I due buoni hanno finito per capire, per intendersi. E così, mentre
-sembrano allontanarsi l'uno dall'altra, tutto quel mistero, la nuova
-odiosa cattiveria di Luciano, conosciuta da Giacomo soltanto, ma quasi
-intravvista da Maria, unisce più strettamente le loro due anime.
-
-Giacomo non confessa a sè stesso, che anche la simpatia si fa più viva;
-forse non se ne rende conto. Tutto confonde e tutto spiega in cuor suo,
-col sentimento della giustizia e di una grande pietà.
-
-Ma una notte... Ebbe tutta una notte insonne e pensò di partire.
-
-— Andarmene, sì, sì!... Bisogna risolversi e partire. Luciano, al suo
-ritorno, non deve trovarmi più a Villars. Sarà così evidente tutta
-l'assurdità dell'odiosa insinuazione!
-
-Ma Villars, in quel punto, come gli appare verde e incantevole! Non
-avrebbe trovato in nessun'altra parte del mondo un luogo così bello!
-
-— No! Anzi non devo partire, _devo_ rimanere! Luciano direbbe che io mi
-sono allontanato apposta per salvare le apparenze! Sarebbe «una prova»
-secondo lui e andandomene lo lascerei libero di inventare anche di
-peggio! E poi, Maria? Lasciata qui senza difesa?... Devo restare!
-
-L'idea della partenza è dunque abbandonata.
-
-— Resto! Appunto, precisamente: per difenderla e per proteggerla! È
-mia cognata. Oggi è una D'Orea; è dei nostri. Sono io, per autorità, il
-capo riconosciuto in questa casa. Qui comando io; e farò rigar diritto
-quel... buffone!
-
-Per altro, non bisogna mai dare il più piccolo appiglio a Luciano; e
-bisogna ricordare com'è pronto e scaltro nella perversità.
-
-Giacomo non si trova più solo con Maria e si vedono e si parlano
-soltanto a colazione e a pranzo. Egli è venuto, dice lui, e resta a
-Villars, non per altro, che per riposare e per diventar giovane!
-
-Sta tutto il giorno e tutta la sera con Remigia; con la Piccola!
-
-.... Quante volte ripete «la piccola!»
-
-Questa tattica abile e prudente, se gli è consigliata dal bene di
-Maria, non lo annoia per altro, e non lo stanca. Remigia è sempre
-allegra, divertentissima! Con questo grande vantaggio, che non vuol
-parere altro che quello che è, cioè una bambina. Bambina per indole,
-per vivacità e per... innocenza! Non pensa altro che a saltare, a
-giocare al _tennis_ e a ballare; preferisce ancora le passeggiate col
-bel sole, ai colloqui con la bianca luna, i dolci e i cioccolattini del
-Danova, ai fiori di _monsieur_ Malot e non vuol bene, davvero, altro
-che a _Din_ e a _Don_!
-
-— I vent'anni sono al varco!... Eppure, nessuno lo direbbe! Del resto,
-anche con vent'anni, e sonati, potrebbe sempre essere mia figlia!
-
-Però, con la Piccola, egli non deve pensare ai riguardi, alle apparenze!
-
-Può fare la sua corte innocente. Non c'è pericolo di dar ombra a sir
-Wood... e nemmeno a Totò!
-
-— Povero Totò! È innamorato sul serio!... Ma perchè non si sposano,
-Remigia e Totò?
-
-Quell'argento vivo... e biondo, che ride sempre, che parla sempre,
-che non fa mai domande e, se ne fa, non aspetta risposta, è un grande
-riposo per Giacomo, facile all'emicrania, stanco di nervi, e con
-i begli occhi di Maria sempre fissi in mente. Anzi, vicino a quel
-demonietto in continuo moto e in continue chiacchiere, egli prova il
-grande sollievo di poter tacere pensando a tutt'altro! È un uccellino
-grazioso dai bei colori vivi e dalla testina d'oro, che gli vola
-attorno piacevolmente e che piacevolmente riempie l'aria con il suo
-armonioso e festevole _pi-pi-pi_!
-
-Egli può tacere, tacere!... la gioia di poter tacere e di poter pensare
-a... tutt'altro, mentre la cingallegra spensierata e innocente continua
-a volare cantando e bisbigliando _pi-pi-pi_!
-
-Egli può tacere, tacere!... E intanto spiare di lontano, in fondo
-al giardino, un punto bianco, immobile, che spicca tra il verde dei
-fogliami: è Maria che legge, seduta all'ombra nel suo solito posto
-appartato.
-
-— Povera Maria!... Meriterebbe tanto di essere felice... e amata!
-
-Questo pensiero, un giorno, fa sospirare Giacomo più forte. Remigia
-che sta raccontandogli, ridendo, la corte che pretendeva di farle quel
-«bruttissimo Re Faraone» si ferma di botto.
-
-— A che cosa pensate, Giacomo?
-
-— A niente. Non penso a niente: ascolto soltanto.
-
-— Non dite bugia, Eccellenza! Questa è una grossa bugia!
-
-— Perchè?
-
-— Perchè se aveste ascoltata me vi sareste messo a ridere: invece vi
-siete messo a sospirare!
-
-Remigia dà una risatina arguta, maliziosetta:
-
-— Forse, chi sa? È stato il sospiro dell'anima!
-
- Suonar nel mio segreto odo una voce
- Che a sè mi tiene dubitando inteso...
-
-Giacomo, per deviare l'attenzione della fanciulla, sospira più
-profondamente, continuando:
-
- E non sento l'età fuggir veloce
- In quella nota attonito e sospeso!
-
-— È la nota giovane squillante e affascinante del vostro allegro
-_pi-pi-pi_, cara Remigia!
-
-— Per me, sospirate? — La graziosa birichina si mostra incredula. — Uhm!
-
-— Sospiro... alla gioventù! Il più grande dei tesori, che si comincia
-ad apprezzare soltanto... quando lo abbiamo tutto consumato!
-
-La duchessina si stringe comicamente nelle spalle.
-
-— Allora... dovrà apprezzarlo moltissimo Re Faraone!
-
-— Certamente! Anche Re Faraone!
-
-— Ma pure egli ha trovato un rimedio, per riacquistare la perduta
-gioventù: il lucido Nubian!
-
-Remigia ride allegramente e Giacomo è sicuro che non ha più in mente nè
-i suoi silenzi, nè i suoi sospiri.
-
-In fatti ella riprende subito, con tutt'altro tono:
-
-— Giacchè siamo in vena di poesia, ricordatevi, Giacomo, questo è il
-giorno.
-
-— Il giorno?... Quale?
-
-— Il giorno in cui dovete scrivere sul mio _album_. No, no! Non si dice
-di no; avete promesso!
-
-— Non so scrivere versi!
-
-— Scrivete prosa.
-
-— Non so scrivere prosa, che sia degna del vostro _album_. Io non sono
-un letterato, ma un umile finanziere! Non so scrivere altro che cifre!
-
-— E, allora, basterà la vostra firma, Eccellenza! È l'autografo, che
-conta! — Mimì! — grida forte Remigia, chiamando, — Mimì!
-
-— Eccomi, cara!
-
-La contessina Carfo, sta giocando al _croquet_ lì vicino, con Totò.
-Ella che ha sempre un grande ribrezzo per il Re Faraone, e che spera
-solo nel matrimonio di Giacomo con Remigia, quando i due sono insieme,
-non li perde mai di vista.
-
-— Finitela con quel _croquet_ stupidissimo e irritante! Venite qui con
-noi! È fresco fresco! Una delizia!
-
-Remigia si sdraia sopra una larga poltrona di vimini, dondolandosi
-mollemente.
-
-— Ah, che gioia!... E che buone poltrone elastiche e comode, da far
-invidia alla Sbirlingonia!
-
-Mimì e Totò, giuocano in fretta, tanto per arrivare in fine alla
-partita. Remigia si irrita.
-
-— Finitela! Non avete capito?
-
-Mimì dà un'occhiata a Totò e butta via la mazzetta.
-
-— Eccomi, cara!
-
-— Portate qui la mia cesta da lavoro! — La duchessina continua a
-dondolarsi sulla poltrona. — La mia cartella, i miei _albums_, i miei
-libri, tutta la roba mia!
-
-Giacomo la guarda sorridendo e la chiama pïccola tiranna!
-
-Sorride anche Remigia, ma dolcemente.
-
-— Sono piena di difetti, non è vero?
-
-— Oh, l'impero, la tirannia, non son difetti per chi li esercita; anzi,
-sono l'espressione della forza, del carattere. Sono invece una colpa,
-qualche volta, per chi vi si assoggetta, e quando invece di una tiranna
-piccola e bionda, esercita l'impero un brutto tiranno... uomo.
-
-— Brrr! Quanta difficile filosofia! In conclusione, se questi
-non sono difetti, vuol dire che ne avrò degli altri. Vi prego! Vi
-prego, Giacomo! Sì! Sì! Voglio sapere tutti i difetti miei! Tutte le
-imperfezioni mie! — continua a supplicare nel tono più dolce. — Caro!
-Buono! Simpaticone! — Poi si arrabbia. — Dite subito tutti i difetti
-miei, almeno i più grossi o vi chiamo Eccellenza!
-
-Giacomo ride e si diverte.
-
-— Fin'ora — apprezzate la mia prudenza e la mia sincerità, — dico
-_fin'ora_...
-
-— Ho capito! Avanti!
-
-— Fin'ora vi riconosco un solo difetto.
-
-— Grosso?...
-
-— ... Non piccolo! Quello di possedere anche voi, per quanto non
-comune, anzi in tutto una ragazza originale... un album di autografi!
-
-— La mia originalità sta in questo: invece di un album solo, ne
-possiedo due.
-
-— Due?
-
-Giacomo fa una faccia spaventata. Egli si diverte sempre di più a
-questi giuochi innocenti. Ha sempre avuto passione per i ragazzi e per
-i bambini.
-
-— Ne possiedo due.
-
-Si avvicina Mimì portando la cartella e i libri. Si avvicina Totò
-portando la grande cesta foderata di tela _pompadour_ e ornata di
-nastri di seta rosa con l'astuccio dei colori, i pennelli e con tutti
-i «lavori diversi» della duchessina: lavori all'uncinetto, lavori
-a maglia, trapunti, ricami che girano da anni i laghi, i monti e i
-mari... sempre allo stesso punto.
-
-Remigia fa mettere tutto a' suoi piedi, sull'erba, e si fa dare gli
-album da Mimì.
-
-— Due album? — ripete Giacomo esterrefatto.
-
-— Due. Uno per gli illustri della patria; — questo, guardate: la
-firma di Garibaldi, una lettera di Mazzini, una poesia dell'onorevole
-Testasecca, — è il deputato del nostro collegio, — e poi autografi di
-Biancheri, di Zanardelli e uno anche del figlio di Totò.
-
-Giacomo inarca le ciglia fissando il marchesino di Villabianca, e la
-Piccola scoppia in una risata:
-
-— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò, tesöro! È un autografo
-del figlio di Sua Eccellenza Totò!
-
-— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo di Rudinì. Datemi
-l'album! Mi fo coraggio! Col papà, siamo stati nello stesso ministero!
-
-— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi sulla poltrona
-con un atto grazioso di rifiuto. — Voi scriverete su questo. — Apre
-l'altro album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente
-tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì, gioia! — Spingimi adagio
-adagio... — Mimì coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona,
-lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi fresco, Totò!
-Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure in piedi, accanto alla
-poltrona, apre un ventaglio grande giapponese che ha preso nel cestino
-e continua, tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio, la faccia
-impassibile e gli occhi innamorati.
-
-— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su questo
-album più piccolo e chiuso a chiave, perchè è l'album degli illustri
-simpaticoni. Guardate, leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand...
-
-— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci posso più scrivere!
-
-— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole, commendatore,
-grande ufficiale, Eccellenza!
-
-Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia quel giorno è
-proprio una bellezza, prende dalla cartella un piccolo calamaio e una
-penna.
-
-— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto pregare! Ha osservato
-oggi come sono d'oro i capelli di Remigia?
-
-Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a diventare un po'
-urtante anche quel Giacomo lì.
-
-Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere sull'album dei
-simpaticoni!
-
-— Civetta! Che civetta! Persino con Sua Eccellenza! — Continua a
-far vento, ma troppo adagio, con la faccia che gli si accende per la
-fatica.
-
-— Oh Totò!... Non addormentarti! Più forza!
-
-Remigia si rivolge di nuovo a Giacomo:
-
-— Basta un pensiero; una parola sola e la firma.
-
-Giacomo si decide, prende l'album dalle mani di Remigia, la penna che
-gli offre Mimì e scrive due righe in fretta:
-
-— A voi! — Restituisce l'album. — E scusatemi se proprio, non so
-scrivere altro che cifre!
-
-Remigia, letto appena, salta in piedi rossa di gioia e mentre Totò
-rimane immobile col braccio alzato e il ventaglio aperto, corre a
-stringere la mano di Giacomo, con trasporto, con effusione:
-
-— Buono! Buono! Quanto siete buono!
-
-Giacomo aveva scritto sull'album:
-
-
-«Mi obbligo a versare 5000 lire per i poveri della duchessina Remigia,
-detta la Piccola.
-
- «GIACOMO D'OREA.»
-
-
-Mimì ha gli occhi pieni di gioia:
-
-— Dio! Dio! Come il signor Giacomo sarebbe proprio degno di far felice
-la mia Remigia!
-
-
-
-
-III.
-
-
-Remigia, con Giacomo, non scherza e non ride soltanto. I suoi occhi
-ceruli e giocondi, hanno pure riflessi bigi, freddi come d'acciaio:
-osservano e studiano. Remigia, conosce già profondamente il carattere
-di Giacomo; ne conosce i gusti, le inclinazioni, le predilezioni e lo
-seconda in tutto, abilmente, senza mai parere, senza mai scoprirsi.
-L'aristocratica duchessina ha notato, per esempio, che sua eccellenza
-Molinella — lo chiama così con Marco Danova per allontanare sospetti e
-gelosie, — ha vivissimo, come tutta «la gentetta», il sentimento della
-famiglia e l'attaccamento alla parentela, ed ella non perde occasione
-di accarezzarlo e di lusingarlo anche in questo suo debole.
-
-Ogni giorno, verso le quattro, la nobile famiglia italiana, con Marco
-Danova, sir Wood e tutto il seguito fanno una passeggiata o su, fino
-a _les Ecovets_, o giù fino ad Arveye o a Chesières, con la scusa di
-andar a prendere il tè. Giacomo, che lavora anche in montagna, si
-fa sempre aspettare, e Remigia, impazientandosi lo chiama sotto la
-finestra che dà sul giardino:
-
-— Onorevole, Commendatore! Grande Ufficiale! Eccellenza!... Fate presto!
-
-— Eccomi! Signorina Piccola!
-
-Un giorno che si deve andare più lontano, fino a Gryon, Remigia,
-passando dallo studio di Giacomo, prima di scendere lo chiama, bussando
-all'uscio: _tòc! tòc_!
-
-— Sono io, Eccellenza! Si può?...
-
-— Avanti!
-
-Remigia apre l'uscio e rimane ferma sulla soglia:
-
-— Non fatevi aspettare anche oggi! Mi raccomando! — Poi entra,
-risolutamente.
-
-Che male c'è? Perchè non potrebbe entrare nello studio del cognato di
-sua sorella?... Un cognato mezzo-papà e già... ex-ministro?
-
-Ella si avvicina alla scrivania:
-
-— Che cosa fate?
-
-Anche Giacomo, al primo vedere la fanciulla affacciarsi all'uscio, è
-rimasto un attimo sorpreso; ma un attimo soltanto. È una vera bambina,
-affatto ingenua e ancora senza conseguenza!
-
-— Scrivo la mia relazione sul dazio protettore degli agrumi, da
-presentare alla Camera, in novembre. Niente di bello, e specialmente
-niente d'interessante per la nostra Piccola!
-
-— Allora, tanto più! Non fatevi aspettare! Oggi si va fino a Gryon!
-
-— Sono pronto!
-
-Giacomo raccoglie i fogli sparsi sulla scrivania e li ripone, in
-ordine, nella cartella. Remigia si guarda attorno, osserva tutto.
-
-— Quanti libri e quanti giornali!... Si può dire che la posta viene
-soltanto per voi a Villars! A me, invece, appena qualche cartolina
-illustrata!... E avrei così piacere di ricevere tanta posta!
-
-— E la fatica?... La noia di dover rispondere?
-
-Remigia non lo ascolta più. È tutta assorta, fissando un ritratto sulla
-scrivania, in una larga cornice d'ebano. È la vecchia fotografia di una
-donnetta dal viso lungo e scarno, — somiglia molto a Sua Eccellenza, —
-dall'aspetto semplice e modesto. È in capelli, vestita di nero. Ha una
-grossa catena d'oro attorno al collo, e puntato in mezzo al petto un
-grande spillone, con un ritratto, che dev'essere del marito.
-
-— È la madre! — Remigia ha indovinato. — È la salumiera! — Poi esclama
-con la voce armoniosa e dolce, che somiglia certe volte, a quella di
-Maria: — Che bella signora! Glie espressione simpatica, dolce!... È la
-vostra mammà?
-
-— Sì, risponde Giacomo colpito. — È la mia povera mamma. Come avete
-fatto a indovinare?
-
-— Vi assomiglia tanto! — Remigia lo guarda, arrossisce leggermente e
-ripete tanto... con la voce di Maria, tal e quale.
-
-— Cara bambina! — pensa Giacomo fra sè... — Molti capricci; un
-demonietto sfrenato e non sempre ragionevole, ma poi, nelle cose serie,
-ha il sentimento e si esprime con la grazia affettuosa di sua sorella.
-Non si assomigliano affatto Maria e Remigia, ma pure si capisce subito
-che sono sorelle. Dalla voce, soprattutto! La bella voce... è una gran
-bella cosa!
-
-— Andiamo, signora Piccola!.. Sono a' suoi ordini!
-
-Remigia non si muove; fissa sempre il ritratto, poi fissa Giacomo,
-seria questa volta, sospirando:
-
-— Certo, dovete aver voluto un gran bene voi, alla vostra mammà!
-
-Da quel giorno si rinnova spesso per Giacomo la sorpresa avuta al suo
-primo arrivo a Villars: sulla scrivania, dinanzi al ritratto di sua
-madre, c'è un bel mazzo di fiori.
-
-— Bambina cara!
-
-Giacomo crolla il capo sorridendo e pensa:
-
-— A volte, si provano antipatie ingiuste! No; non bisogna mai dar retta
-alle simpatie e alle antipatie! Le persone bisogna conoscerle bene,
-a fondo, prima di giudicarle!... Persino la duchessa Cristina, con la
-sua imponenza da matrona di melodramma, nella famiglia, nell'intimità,
-diventa tutt'altra cosa!... Ha la bella persona e il bel viso di Maria.
-Gli occhi no; sono neri ugualmente, ma sono diversi: freddi, quasi
-duri!... Anche il principe Rosalino!... Suprema importanza, ma un bon
-uomo, in fondo... E Remigia?... — Giacomo sorride. — Povera Piccola!
-Non la potevo patire!
-
-Conclude trovando che tutti i Moncavallo sono gente finissima di
-sentimenti, di gusti, di abitudini. — Ci sarà in loro del fumo
-aristocratico, ma quando sono gentili, sanno esserlo assai di più e in
-un modo diverso da tutta l'altra gente! — Fa un lungo sospiro. — Pare
-impossibile che mio fratello, vivendo in mezzo a loro, sia rimasto...
-quello che è!... Mah!.. Luciano non è nato uomo, è nato bestia!
-
-I bei fiori freschi, dinanzi al ritratto della mamma, fermano il suo
-pensiero su Remigia.
-
-— Ma perchè aspetta tanto a prendere marito?... Le occasioni, pare non
-le manchino! Quel Danova, per esempio? Remigia non lo vuole: lo trova
-brutto, vecchio e odioso, — me l'ha detto lei, — e non ha torto. Anche
-dal lato morale, quel Danova, non è certo gran cosa! E sir Wood? È
-una ragazza intelligente e lo trova troppo ridicolo e fatuo con le sue
-pretensioni di bell'Apollo! Ma perchè non sposa Totò?... Non le piace
-nemmeno Totò, o non ci sono quattrini abbastanza?... Quattrini?... Uhm!
-Non ce ne devono essere affatto!...
-
-Giacomo, che è generoso, non forse nelle piccole, ma certo nelle grandi
-cose, si sentirebbe disposto, se la Piccola amasse Totò, di provvedere
-alla dote.
-
-— Remigia è quasi una parente. È sorella di una D'Orea! E sorella di
-mia cognata!
-
-Come Giacomo D'Orea riconosce volentieri che i Moncavallo sono assai
-migliori veduti da vicino, così i Moncavallo a loro volta, trovano che
-a Villars il «satrapo mercante» ha fatto progressi.
-
-— Quel... Giacomo, si fa! — osserva la duchessa, durante i colloqui del
-dopo pranzo, sulla terrazza, al fratello Rosalì, che sonnecchia, seduto
-al fresco, in una placida grandiosità monumentale. — A poco a poco, si
-fa! Diventa un uomo di questo mondo!
-
-— Si fa! — ripete il principe sollevando la lunga barba, con un leggero
-rumore fra il sospirare e il russare, — Si fa, vivendo con noi. L'uso
-diventa natura!
-
-— Pare... ci prenda simpatia a stare con l'Idola! — Pausa. Poi la
-duchessa ripiglia, sempre riferendosi a Giacomo: — Quanti anni avrà,
-precisamente?
-
-— Precisamente, non saprei. Certo, ha già varcata la quarantina!
-
-— Non si direbbe! È uno di quegli uomini... che non hanno età, ma che
-possono interessare e anche piacere moltissimo, per il loro talento!
-
-Il bell'uomo partenopeo sorride e sembra misurare la piccola e misera
-eccellenza, dall'alto della propria persona:
-
-— Quattro ossicini in croce e quattro nervi! Ecco tutto il grande
-ometto!
-
-— Adesso, però, è assai migliorato in salute!.. Non è vero, Rosalì?
-
-Rosalì non risponde.
-
-— In ogni modo... volesse prender moglie, sarebbe sempre un ottimo
-partito! È ricchissimo! Dicono, quasi un milione di rendita!
-
-Rosalì, lentamente, sempre mezzo russando e mezzo sospirando, ammonisce
-la sorella:
-
-— Danari e santità, metà della metà!
-
-— E va bene! — La duchessa stizzita dalla sonnolenza del Sant'Enodio,
-fa un atto nervoso. — Anche metà della metà è sempre una bella rendita!
-
-Succede un lungo silenzio. La duchessa ha caldo.
-
-Prende il fazzoletto dalla piccola borsa scintillante di lustrini
-d'oro e si asciuga le gote e il collo. Apre il ventaglio: si fa vento.
-Giacomo le ha fatto venire in memoria l'altro D'Orea, — quella cara
-gioia di suo genero!... — Soffia — Uff! — Stasera non se ne può più! Si
-soffoca!
-
-Povera duchessa Cristina! Il solo pensiero di Luciano le aumenta il
-caldo e le dà le smanie.
-
-— Certo che dei due fratelli...
-
-Rosalì s'interrompe con gli occhi aggravati dal sonno, poi riprende...
-— Mentre l'uno si fa, l'altro si disfà! Mah!
-
-— Mah!... — fa eco la duchessa, che è completamente sveglia. — ...
-Bisogna goderselo in santa pace! Amici a scelta e parenti come sono!
-
-Il principe pure, apre gli occhi.
-
-Quando è in ballo Luciano, il discorso si fa sempre interessante:
-
-— Non ha scritto, ancora? Non ha telegrafato?
-
-— Niente! Nemmeno al signor Zaccarella!
-
-— Quanti giorni sono, ormai, dacchè è partito?
-
-— Otto giorni... ieri.
-
-— Allora... è già a Parigi!
-
-A questo pensiero Rosalì si mette in quieto. Allunga le gambe e
-richiude le palpebre, mormorando:
-
-— Dopo tutto, se quella Fanfan non ci fosse, sarebbe quasi da
-inventare!... Dobbiamo soltanto a lei i nostri dieci minuti di riposo!
-
-La duchessa tace, ma non è dello stesso parere.
-
-— Se Luciano finisce col rovinarsi? Dicono che... sia tisica? Ma
-ormai con i tisici non c'è da fidarsi! Vivono più degli altri!... E
-l'Idola?... — Continua a farsi vento.
-
-La notte è serena, ma buia; il silenzio è profondo. Un grillo solo
-canta in un prato sottostante e qua e là sul terrazzo si odono appena
-alcune voci senza poter intendere le parole.
-
-Il pensiero dell'Idola, di un buon marito per l'Idola, preoccupa assai
-la duchessa.
-
-— Bisogna trovare! Bisogna trovare! ha ormai toccato i vent'anni!
-
-Il cielo, a ponente, si fa più chiaro; le cime delle montagne che
-chiudono la valle come una grande macchia nera, si illuminano con una
-striscia di luce pallida.
-
-La duchessa Cristina ritorna a profondarsi in meditazioni:
-
-— Anche metà della metà!... Sarebbe sempre un buonissimo partito!
-
-Tutto tace, mentre lentamente spunta la luna: tacciono anche le voci
-che si udivano qua e là sul terrazzo. Il grillo solo canta più forte.
-
-A un tratto si sente il rumore di uno schiaffo. È stato il principe
-Rosalino che lo ha tirato a sè stesso.
-
-— Maledette zanzare!... Andate dal signor Trüb che non ci vuol credere!
-
-
-
-
-IV.
-
-
-È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da un'ora al tavolino
-da lavoro, quando sente bussare all'uscio, pianino: — _toc! toc!_ — Si
-può?
-
-— Avanti!
-
-— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già dentro.
-
-— Buon dì, signora Piccola!
-
-Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina seconda. Quando
-Remigia passa dallo studio del D'Orea alla mattina, per scendere, lo
-chiama ed entra così, interrompendo la relazione sul dazio protettore
-degli agrumi, per condurre l'onorevole al giuoco del _tennis_.
-Gl'insegna a giocare in quelle ore, appunto, in cui il campo è libero e
-deserto.
-
-— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare ridicolo con le
-mie giravolte e i miei saltetti degni del signor Trüb!
-
-— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I nostri competitori e
-nessun altro: Mimì Carfo, _Mademoiselle_ e Totò!
-
-— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare con uno che non sa,
-non è divertente!
-
-— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare benino!
-
-— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non giuoco! Fo del
-moto per salute! Esercito i miei poveri muscoli arrugginiti e fo
-respirare i polmoni attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare
-della pazienza vostra e di quella delle signorine! E passi per Totò!
-Quando io perdo il colpo, o mi scappa di mano la racchetta, Totò riceve
-da voi una furtiva occhiata, e si consola!
-
-Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti, scambia di nascosto
-fuggevoli risatine col cuginetto quando Sua Eccellenza si contorce
-goffamente e traballa, per poter riuscire a ribattere in tempo.
-
-— Totò si crede un grande giocatore! E non è che presunzione! — Remigia
-s'è rimessa subito e non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di
-calma e manca di stile! Totò, al _tennis_, ve lo dico io, — la ragazza
-scoppia in una risata, — è un vero e grande schiappino!
-
-— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così male? Lui, invece,
-sarei per scommettere...
-
-Giacomo s'interrompe; continua Remigia:
-
-— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E vi prego: non ditelo
-a mammà e tanto meno allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come
-si fa? Ah, _mon Dieu!_ Come mi potrebbe piacere nel senso che intendete
-voi? L'ho sempre visto! Siamo venuti su insieme! E poi, via, per me, è
-troppo ragazzo!
-
-— Allora... Marco Danova! Quello non è più un ragazzo!
-
-— Quello... è un antenato! L'antenato dell'_Aida_!
-
-Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando
-la trombetta con la mano alla bocca: — _Teè, tè, teretetèe, tetè!_... È
-un antenato e un Tintoretto!
-
-La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia
-dell'_Aida_.
-
-— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile!
-
-Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si
-arrabbia:
-
-— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete
-peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in
-pace!
-
-Giacomo si scusa:
-
-— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia,
-il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra
-felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me,
-secondando il vostro cuore, i vostri desideri.
-
-— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola:
-discorsi di matrimonio, più! E _capitemi_, cioè — si corregge subito,
-quasi spaventata — _credetemi_; credetemi quando vi dico questo: —
-la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai,
-_mai_ a mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò
-detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. — _Tereteteè, tetè!_ —
-Andiamo; al _tennis_!
-
-Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo.
-
-— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.
-
-— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non l'ho.
-
-— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità della zia
-Gioconda! Che brava donna, per altro! Piena di talento e di bontà!...
-Quanta rettitudine e insieme quanto spirito!
-
-Il D'Orea sorride di compiacenza:
-
-— Forse, tutta la sua originalità non è altro che bontà; e tutto il
-suo talento e il suo spirito consistono... nell'essere sempre rimasta
-quello che è sempre stata!... — Andiamo al _tennis_, signorina Pïccola!
-
-Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto:
-
-— Non ditemi più piccola, con tanti i!
-
-— Perchè?
-
-— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare, di non prendermi
-sul serio!
-
-Giacomo le stringe una mano affettuosamente:
-
-— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece, perchè a
-Villars ho cominciato a conoscervi e a volervi bene: proprio così. Vi
-dico piccola, come vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il
-vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola...
-
-Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano dolcissimi.
-
-— Vi piace dirmi piccola?
-
-— Sì; tanto!
-
-Ella continua a guardarlo e a sorridere:
-
-— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete!
-
-
-Il pubblico, alle prime lezioni di _tennis_, date dalla duchessina
-Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea, è piuttosto scarso. Anzi, oltre
-i giuocatori, c'è solo, puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la
-corte nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo per
-interesse e a Remigia per amore; e c'è il signor Trüb!... Trattandosi
-di rendere omaggio al primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere
-lustrascarpe» guida lui stesso trafelato e sudante, in abito nero e con
-gli occhiali sulla fronte, il servizio dei raccattapalle.
-
-Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta! Se al D'Orea
-curvo, non bene in gambe — tiene la racchetta come un tamburello, —
-riesce una volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo, il
-barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente.
-
-— Evviva, onorevole!... Bravissimo!
-
-— Benissimo, Eccellenza!
-
-— La palla è caduta nella rete, ma non importa. È stata una disgrazia!
-
-— Il colpo era straordinario! Fate progressi!
-
-— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza l'occhio
-maliziosamente a Remigia, — deve essere molto fiera del suo allievo!
-
-— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il settembre, — esclama
-il signor Trüb, — vostra Eccellenza diventa un giuocatore di prima
-forza! Il campione della _Tête-pointue!_
-
-Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni dalla fronte, ha
-appena il fiato da poter rispondere:
-
-— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non chiamarmi eccellenza!...
-Non sono più eccellenza per la grazia di Dio e per volontà della
-Nazione!
-
-La bella duchessina italiana è sempre una grande attrattiva;
-l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano: i giovinetti e i giovinotti
-si fanno coraggio e di giorno in giorno il pubblico aumenta.
-
-Sir Wood è invitato da Remigia stessa:
-
-— Venga al _tennis_, domattina! Venga a vedere, la prego! Mi dirà se
-so insegnare secondo le precise regole! È tanto un giuocatore famoso,
-lei! Verrà? Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se ne
-ricorderà?
-
-Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare delle nove,
-l'elegante e vigoroso sir Wood, si appressa alla conquista del _tennis_
-col suo passo misurato e sicuro.
-
-Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa,
-mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne:
-
-— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_... Anche il bell'Apollo! Non si può più
-vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una
-persecuzione feröce!
-
-Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si
-acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo:
-
-— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_ — Ecco _monsieur_ Malot con la scorta dei
-fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie
-tedesche e, a mano a mano, — _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — ecco prender
-posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete del _tennis_
-tutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e
-impomatati.
-
-Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in
-canzonella a uno a uno e si diverte un mondo! Con uno sguardo
-languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto a _monsieur_ Malot, un
-complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa
-a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche
-pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare,
-tutti in riga come moccoli e tutti accesi.
-
-E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno
-— che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori
-della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme
-sono gelosi di Sua Eccellenza.
-
-Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica.
-Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri.
-
-— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?...
-
-Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella!
-
-— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta!
-_Cito! Cito!_ — Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca
-fresca e rosea, con la manina innocente.
-
-Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello Rosalì, fa il suo
-giro di ispezione attorno alla rete.
-
-— Ti diverti, Idola?
-
-Remigia risponde continuando a giocare:
-
-— Tanto, tanto, mammà!
-
-— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti troppo!
-
-Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne:
-
-— Ogni cosa, vuol misura!
-
-Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne va fra gli ossequi e
-le scappellate più rispettose.
-
-— E dunque, Rosalì?
-
-— Si va piano, ma si va bene.
-
-— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia a partire!... — La
-duchessa sospira. — Se dovremo partire anche noi... Uno di qua, uno di
-là, l'incanto è rotto!
-
-Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi bene a Villars; la
-cucina, oltre ad essere buona, è anche abbastanza variata. Egli non ha
-nessun desiderio di andarsene.
-
-— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre e il signor Trüb assicura
-che le due settimane più deliziose di Villars sono le due prime
-settimane di ottobre!
-
-— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se Luciano ritornasse
-improvvisamente o ci telegrafasse di scendere?
-
-— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella, per aver danaro. — Un
-risolino arguto corre fra la bella barba bianca. — Speriamo, Cristina,
-che a Parigi continui a trovarsi... molto bene!
-
-Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La duchessa guarda con
-l'occhialino: è proprio Totò che è seduto di fuori, accanto alla porta,
-con in bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol più giocare
-al _tennis_.
-
-Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo:
-
-— Senti, Rosalì; un'idea.
-
-— Quale?
-
-Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino e lo infila nella
-cintura della veste.
-
-— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò, per qualche giorno. Ma
-con che scusa?
-
-Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto:
-
-— _Mademoiselle_. Dovrà accompagnare _Mademoiselle_ da... una parente.
-
-— Già; faremo così! — Cristina cambia subito discorso. — Al nostro
-Giacomo ha fatto benissimo la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto
-e più giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande sproporzione
-non c'è!
-
-— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che sentono! Sono le donne
-che hanno quelli che dimostrano!
-
-Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis, nella salute e nella
-forza.
-
-Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi, col sole, comincia
-un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato non sente più dolori alle
-braccia, alle gambe, cammina per ore, senza stancarsi. In quanto
-al _tennis_, certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene, ma non
-traballa più, tiene in mano la racchetta secondo le regole e qualche
-volta gli riesce, non solo di pigliare la palla, ma di ribattere,
-facendo un buon colpo.
-
-Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta e sotto il sole!
-È la sua salute! Soltanto, certe volte, mentre giuoca, è preso da una
-strana inquietudine: quando la figura bianca, alta e sottile, con il
-grande ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore che si
-avvicini alla rete, per assistere alla partita. Non vuol mostrarsi
-a sua cognata in quel giuoco in cui si richiedono gioventù, forza,
-destrezza, — gioventù soprattutto, — goffo e impacciato!
-
-Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete angosce: ogni mattina,
-gira attorno o siede, leggendo in vista del _tennis_, ma alla rete non
-si avvicina mai.
-
-Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce.
-
-— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non c'è verso! — fa notare
-a Mimì Carfo e a quel geloso di Re Faraone, — più geloso e più furbo
-degli altri. — Sua Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno le
-palle!
-
-Un giorno per provare che è vero, appena vede Maria, la chiama ad alta
-voce:
-
-— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato, che diventa
-famosissimo!
-
-— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un tono e con una violenza
-insolite. — Avete sempre la smania di far venir qui tutta la gente per
-rendermi ridicolo!
-
-Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante persino con la
-pancetta, si difende e si scusa:
-
-— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta di mia sorella! Di
-vostra cognata! — Torna a chiamare, più forte: — Maria! Maria!
-
-— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria allontanandosi
-tranquillamente.
-
-— Addio, gioia!
-
-— Addio, Pïccola!
-
-Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e a fare fallo,
-allegramente. Egli non sente più che il piacere, il fascino di
-quell'«addio Pïccola» che riempie di amore e di soavità tutto il
-giardino e non dubita un momento della malizia di Remigia.
-
-
-
-
-V.
-
-
-Una mattina, si presenta al _tennis_ un nuovo e importante personaggio,
-che leva il campo a rumore. Il personaggio siede solo, imbronciato,
-sopra una panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia a nessuno;
-si degna, appena, di salutare Giacomo D'Orea, durante l'_alt_.
-
-— Buon _ciorno_, onorevole!
-
-— Buon giorno, missis Eyre!
-
-È proprio quella strega verde, ruminante di missis Eyre!
-
-— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene!
-
-Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento co' suoi competitori e
-corre ad ossequiare l'angolosa missis con evidente soddisfazione di
-lei, e con grandissimo divertimento della duchessina Remigia. Ella
-guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la scenetta al Danova, a
-sir Wood e a Totò, ripetendo sottovoce:
-
-— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima di Sua Eccellenza
-Molinella!
-
-Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia assicura, giura,
-con gli occhietti birichini che scintillano, gonfiando le gote per
-trattenere le risa:
-
-— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me ne sono accorta! Vi dico
-di sì! — Poi pesta i piedini per dar più forza all'asserzione: —
-Innamoratissima! Furiosa!... Ma sì!
-
-Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà sempre fedele anche se i
-venti giorni di continua distanza dal legittimo consorte, diventassero
-quaranta! Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità, che di
-tutta quella baraonda italiana — padroni, servitori e cani, — l'unica
-persona di un qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea!
-
-Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb, guardandolo dall'alto,
-con un tono superbo e minaccioso, dopo un paio di settimane e più
-dacchè non si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel putrido
-taverniere esoso e villano:
-
-— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma sull'uscio del bureau
-per farsi sentire anche da quel tirapiedi del segretario... — Il vostro
-famoso ministro, che non è più ministro niente affatto, ma soltanto
-deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato! Appunto!
-
-Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo.
-
-— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato, da quel vostro
-barone fallito a Venezia, prima di diventare milionario al Cairo! Il
-vostro ministro, che non è ministro, è per altro una persona educata.
-Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tutta la baraonda
-italiana, — padroni, servitori e cani,-è l'unica persona di riguardo! —
-Capito, caro signor Trüb?
-
-È verissimo il fatto della presentazione; pure è stata lei stessa,
-missis Eyre, a muovere il primo passo, per i suoi fini particolari.
-Un giorno legge sul _Times_ — proprio sul _Times!_ — una «nota
-estera» assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come finanziere e
-industriale, come uomo di Stato e come uomo privato. Missis Eyre può
-ridere, e magari anche arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali
-prodigati dal signor Trüb; ma non può certo rimanere indifferente alle
-lodi del _Times_... proprio del _Times!_
-
-— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche talento!... «grande
-e probo lavoratore, spirito elevato e moderno, l'onorevole D'Orea
-non esitò un istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor
-popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un suo ideale di
-giustizia...» _Ciustizia?_ — La vecchia, interrompe la lettura della
-«nota estera» e aggrotta le ciglia per meglio riflettere al proprio
-caso... Bisogna cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna
-entrare prima in buoni rapporti amichevoli e, a tempo opportuno,
-chiedere _ciustizia_ contro quella ragazza pestifera, contro i suoi
-cani e contro la _ciostra_ a tutte le ore! _Peuh!_ Vergogna! In tutti
-gli _hôtels_ di riguardo, proibitissimo!
-
-Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito anche l'espediente
-per entrare in relazione. Prende il _Times_, segna col lapis la «nota
-estera», e lo manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole
-D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di una vecchia
-signora, si fa subito presentare per ringraziarla direttamente
-dell'atto gentile. Così si iniziano quei buoni rapporti di amicizia
-che missis Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo suo;
-cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole deputato italiano,
-informazioni e raccomandazioni e sfogandosi con lui contro il pessimo
-trattamento della _Tête-pointue_... «diventata oramai una locanda di
-terz'ordine, tranne nel farsi pagare!».
-
-— Onorevole, scusate!... Una parola!
-
-— Eccomi, missis Eyre!
-
-— Avete sentito anche voi?
-
-— Che cosa?
-
-— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie di trota
-cadaverica, alla maionese! Che puzzo! _Peuh!_ Ci vorrebbe una legge,
-una commissione igienica! Dovrebbe essere proibitissimo!
-
-Oppure:
-
-— Datemi una precisa informazione, caro onorevole. Vi garantisco
-discrezione a tutta prova! Io ho conosciuto a Villa d'Este la contessa
-Alinelli, appunto di Bologna. È vedova, proprio davvero?...
-
-E un altro giorno:
-
-— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di una vostra
-raccomandazione per il capo traffico della Mediterranea. Da otto
-_ciorni_ mi è stata spedita una scatola di _pik-nik_ da San Remo e non
-l'ho ancora ricevuta!
-
-Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto l'atrio, fra lei
-e il muro, missis Eyre che sente crescere da quei lunghi colloqui
-la propria importanza, guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti della
-_Tête-pointue_ e, insieme, lancia occhiate di sprezzo al bettoliere
-e a quella ragazza così pestifera con l'aria di voler ben significare
-all'uno e all'altra:
-
-— Con questo signore qui, che ormai tengo in mio potere, vi farò
-mettere _ciudizio!_
-
-Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche notizia meteorologica,
-passando via senza fermarsi, per timore di rimaner preso, e del resto
-se ne infischia. Remigia, prima ne ride con Mimì, con _Mademoiselle_,
-con Totò, e con tutta la sua corte, poi di colpo s'impermalisce, si
-arrabbia, piglia Giacomo a quattr'occhi, e si fa sentire:
-
-— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in poi, sempre
-eccellenza!... O Grand'ufficiale!
-
-— Cos'è successo di nuovo?
-
-Giacomo capisce, ma finge di non capire.
-
-— Perchè, tanti titoli?...
-
-— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia!
-
-— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che per le parole, per la
-fiera collera che esprime il bel musetto profumato e fresco, proprio
-come una rosa. — Sono gentile, come devo esserlo e niente di più!
-
-Remigia batte i piedini, furiosa:
-
-— Di più! Di più! Assai di più!
-
-— È una signora...
-
-— No, invece! È una brutta donna!
-
-— È una signora vecchia!...
-
-— È una brutta donna, antipatica!
-
-Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime. Giacomo, per
-calmarla, cerca di mettere la cosa in ischerzo:
-
-— Piccola cattiva!... Cattivissima!
-
-— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più! Capite? — Fa una
-smorfia e parla nel naso, per imitare missis Eyre. — Proibitissimo!
-_Defendu!_ _Werboten_... e _Forbidded!_
-
-Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va, voltandogli le spalle
-furiosamente:
-
-— Antipaticissimo, Grand'ufficiale!
-
-Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta, ma, assolutamente,
-non vuol cedere all'antipatia, al capriccio di Remigia. Anzi, vedendo
-missis Eyre fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e al
-ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente lui in obbligo di
-mostrarsi, con la vecchia signora, sempre più amabile e rispettoso.
-
-La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua corte, al sentirsi
-per la prima volta contrariata, s'impunta sul serio, e sul serio e non
-per ischerzo, finisce con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!»
-— tanto più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa e
-imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare le arie d'importanza
-quando parla troppo ad alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate
-di sfida e di disprezzo.
-
-L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a' suoi sudditi, ch'ella
-chiama a raccolta per sfogarsi, dicendone di cotte e di crude contro
-Sua Eccellenza, non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella!
-
-È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e dolore. Non è solo per
-missis Eyre che Remigia soffre e vorrebbe spuntarla; è per tutto il
-resto... assai più importante! Ella comincia a temere di aver perduto
-tutto con Giacomo, anche la speranza di un don Luciano secondo!
-
-Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il D'Orea dalla sua,
-nemmeno di fronte a una qualunque vecchia stracciona, è chiaro che
-tutta la sua tattica, — e le lezioni di _tennis_ compreso — hanno fatto
-fiasco!
-
-— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato, sul serio, di mia
-sorella?... In tal caso, addio! Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò!
-
-— Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_... Tornar da capo a girare i mari, i monti,
-i laghi!
-
-E Re Faraone?...
-
-Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La vostra amica è
-cattiva, leggera, civetta... — Anche il barone la chiama civetta...
-proprio come il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì,
-fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine di voler partire
-la sera e viceversa, ma non si muove! Sir Wood se n'è già andato con
-le sue racchette, Lothar Schmidt col suo album, _monsieur_ Malot col
-suo mazzolino di _edelweiss_, tutti e tre sorridendo a denti stretti
-e indirizzando alla duchessina «futura ministressa» congratulazioni
-e felicitazioni ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a
-Villars bestemmiando contro i barometri falsificati quando piove, e
-strapazzando il signor Trüb per il freddo quando fa bel tempo!
-
-— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa Remigia fra sè. Ad
-ogni modo da cosa nasce cosa e bisogna venire ad una spiegazione con
-Sua Eccellenza prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con
-le cattive non si riesce a vincere la Sbirlingonia?... Tentiamo con le
-buone!
-
-Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che in quella piccola
-scaramuccia contro missis Eyre ella ha già ingaggiata anche la sua
-grande battaglia contro Maria.
-
-— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia proprio innamorato di
-Maria?...
-
-Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia e col signor
-Trüb, ai pasti di _Din_ e _Don_. Oltre al Bell'Apollo, a _monsieur_
-Malot e a Lothar Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno
-ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono l'esempio del
-barone Danova: per vendicarsi della duchessina italiana, che sta
-sempre col deputato e che non si occupa più di nessuno, altro che del
-deputato, fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo... e, persino, a
-_Mademoiselle!_
-
-Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più
-stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di
-essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune,
-su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la
-pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma.
-
-Mentre _Din_ e _Don slappano_ allegramente, il signor Trüb vanta il
-clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante
-della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al
-quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia
-conducono i due cani a fare il solito giro in giardino.
-
-Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa
-bassa e sospira.
-
-— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di
-voce, senza alzare il capo.
-
-— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor
-Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue
-istruzioni e potersi regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e
-niente altro.
-
-Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro.
-
-— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.
-
-— Perchè?...
-
-— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi,
-guardando lontano _Din_ e _Don_, che si rincorrono a salti e fanno le
-capriole nell'erba alta e folta.
-
-— Perchè _così?_ — insiste Giacomo. — Che cosa volete dire?
-
-Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le ciglia, continuando
-a guardare _Din_ e _Don_. Ha un'espressione tanto graziosa e birichina,
-quando vuol tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio:
-
-— Si fa la pace?...
-
-Riprendono a camminare passo passo attorno alle aiuole del giardino,
-lui guardandola sorridendo, lei sempre a capo chino e seguendo con gli
-occhi obliqui la corsa disperata di _Din_ e _Don_.
-
-— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in collera con chi
-vorrebbe diventare il suo vice-papà?..
-
-— Non dite che sono carina e soprattutto non dite che vi sono
-simpatica! Non è vero!
-
-La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime... È la stessa
-voce di Maria!
-
-Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi e,
-irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio della fanciulla.
-
-— ..... Si fa la pace?
-
-Remigia volge su di lui gli occhi lucenti:
-
-— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo!
-
-— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo per
-burlare Remigia fa pure una lunghissima dieresi, — tanto crudële con la
-povera missis Eyre?
-
-— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È nelle vostre buone
-grazie! È un onore che la rende più insolente e prepotente!
-
-— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato! Quando mi parla,
-rispondo.
-
-— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!...
-
-Giacomo scoppia in una risata perchè vede che alla Piccola cominciano a
-spuntare le lacrime.
-
-Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia, e afferrandogli
-una mano, gliela stringe supplicandolo:
-
-— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con quella bruttissima
-donna! Prego! Prego!... Vi prego!
-
-— E voi, in compenso?...
-
-— Prometto: inviolato il _Times_, incontrastato il possesso della sua
-poltrona, indisturbata la siesta e i pisoletti...
-
-— E _Din_ e _Don?_
-
-— Più _ciostra_ al terzo piano! Prometto e giuro!
-
-Il D'Orea sorride mormorando:
-
-— Piccola birichina! Idola... guastata!
-
-Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua brava paternale,
-avviandosi, sempre passo passo, verso la parte più ombrosa del
-giardino, che si unisce al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla
-rustica, nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la nuvolaglia spessa
-è scottante; l'aria pesantissima.
-
-— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ Con questo caldo, sentir la predica per gli
-omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno andiamo all'ombra!
-
-— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete ascoltare la mia
-predica, ispirata da carità del prossimo. Pensate che la vostra vittima
-è una povera vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete...
-
-— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima!
-
-— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima?
-
-— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro e un abbassar d'occhi
-peritoso. — Si può, forse, comandare ai sentimenti del proprio cuore?
-— La fanciulla, con una scrollata di testa che spande una ondata di
-profumo e dà un barbaglio di luce bionda, si fa forte e scaccia i
-pensieri che la turbano. — Entriamo un minuto a riposare? — Indica la
-capannuccia all'ombra degli abeti.
-
-— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica di no! — Giacomo segue
-Remigia tra gli abeti, entra nel chiosco dietro di lei e le siede
-accanto traendo un respiro.
-
-— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista!
-
-_Din_ e _Don_ arrivano di corsa, schivando appena, sfiorando, il fusto
-degli abeti, e si lascian cadere di peso lungo distesi dinanzi al
-piccolo usciolo, ansimando in fretta, con la lingua fuori, penzoloni.
-
-— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno fatto il chiasso come due
-monelli!... Non ne possono più!
-
-Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso geroglifico inciso sul
-troncone di cerro che sostiene, nel mezzo, il tetto della capanna: due
-cuori trafitti da una freccia e sotto un'iscrizione:
-
-«_C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._».
-
-Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge a Giacomo:
-
-— Che cosa vuol dire?
-
-L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe:
-
-— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati da una
-freccia! Amore! Amore! — Poi, per mitigare la vivacità delle sue
-parole, e in omaggio al candore della fanciulla, si crede in obbligo di
-soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una passeggiata poetica
-di due giovani sposi.
-
-Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione con un tono più lento
-e più languido.
-
-— _C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._ — Conclude ripetendo
-con un lungo sospiro e una lunga dieresi la grande parola: — Amöre!
-
-Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente escono
-dalla capanna e cercano fra i tronchi e i rami la bella figura bianca,
-alta e gentile...
-
-— Ah _mon Dieu!_ — esclama Remigia a un tratto spaventata, correndo a
-nascondersi, a rannicchiarsi nell'angolo più buio della capanna: — Re
-Faraone!
-
-— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva il D'Orea, pur
-chinandosi a sua volta, con un moto istintivo.
-
-— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi due insieme?...
-Soli?...
-
-— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo vivamente.
-
-Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata:
-
-— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si tiene giù, acquattata,
-per terra.
-
-L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura sciocca.
-
-— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che male c'è?
-
-Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che
-attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro.
-
-In quel punto non c'è altra strada, per tornare alla _Tête-pointue!_ E
-anche _Din_ e _Don_, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio
-quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi
-all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano
-ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno,
-abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza
-voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.
-
-— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete
-costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!.
-
-— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto!
-
-Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento
-di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiama _Din_ e
-_Don_ con quanto fiato ha in corpo: _Din_ e _Don_ ritornano, frullando
-il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi.
-
-— Che balordo!... E che villano!
-
-Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di
-non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono
-mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra
-lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che può essere sua
-figlia? Che considera come sua figlia?...
-
-— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_
-
-— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova,
-si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere
-spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre
-fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire
-di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i
-vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto!
-
-Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era
-avvolto attorno alla vita e lega _Din_ e _Don_ che fiutano la burrasca
-e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti.
-
-— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...
-
-Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi
-folti, tenendo al guinzaglio _Din_ e _Don_. Giacomo la segue, sempre
-brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere
-Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel
-modo!
-
-Ritorna a sfogarsi contro Remigia:
-
-— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento,
-bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare!
-
-Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con
-le due mani, tanto _Din_ e _Don_ tirano forte per trascinarla verso
-l'albergo.
-
-— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non
-siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?...
-
-Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla giustezza
-dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e
-perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si
-mostra ancor più nervoso.
-
-— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un
-grande villano!
-
-_Din_ e _Don_ danno una forte strappata al guinzaglio facendo
-voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani,
-allungando, stirando le braccia.
-
-— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole.
-
-Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo.
-
-A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco,
-entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa
-Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro,
-chiamandola:
-
-— Idola!... Idola cara!
-
-— Addio, mammà!
-
-— Finalmente!... _Mademoiselle_, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei
-stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima!
-
-— Sono stata nel bosco, mammà, con _Din_ e _Don_ a cercare i fiori di
-genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno!
-
-— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola,
-l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver
-corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè
-sei andata così lontano?... Sola soletta?...
-
-La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel punto, esce dal bosco e
-si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio
-che Remigia aveva dimenticato nella capanna.
-
-La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo
-saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa
-pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono
-insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il
-rimprovero di una madre... e di una tal madre!
-
-Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggire
-_Din_ e _Don_ che prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano,
-continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato.
-
-— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!...
-
-La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia, ma non risponde a
-quel grido disperato. Le dice soltanto con severa maestà, lanciando al
-D'Orea un ultimo, terribile sguardo:
-
-— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora è troppo tardi. Bisogna
-che tutta la gente dell'_hôtel_ ci vedano insieme a colazione. Andiamo.
-
-Madre e figlia si avviano verso la _Tête-pointue_.
-
-— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi, giustificarsi. —
-Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi di che cosa? — Resta lì, su due
-piedi, impacciato e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere.
-— Niente... di niente. Non ho niente da spiegare, non ho niente da
-giustificare!... Sono andato a spasso come tutte le altre mattine
-con la Piccola e con i cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè
-la vecchia ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con quegli
-occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo del Danova ha finto di non
-vederci?...
-
-
-
-
-VI.
-
-
-L'ora della colazione, passa tutt'altro che rapida e lieta. L'Idola
-è afflitta e mortificata: occhi bassi e sospironi. Ha perduto,
-improvvisamente, la vivacità e l'appetito. La duchessa madre è
-addolorata e offesa: occhi fieri e continue frecciate. Barbabianca,
-grande sussiego e severi responsi, mentre Mimì Carfo, per amore di
-Remigia, ingoia più lacrime che bocconi.
-
-Giacomo comincia a diventare nervoso, pesta i piedi sotto la tavola e
-si frena soltanto per Maria... Ma anche Maria, quella mattina, sebbene
-sempre silenziosa, sempre pacata e composta, tradisce, sogguardando il
-cognato alla sfuggita, l'ansia di sapere e l'inquietudine.
-
-Giacomo, per mostrarsi indifferente e tranquillo, si sforza e mangia e
-parla più del solito. Ha già cercato vari argomenti di alpinismo e di
-meteorologia, ma non gli è riuscito di attaccar discorso. Ha tentato
-con Mimì Carfo il tema preferito della pittura e del paesaggio... Ha
-lodato gli acquarelli dell'Idola... Niente! Anzi, a questi elogi, i
-musi sembrano allungarsi e anche la Mimì non risponde altro che: —
-Onorevole, sì: Onorevole, no.
-
-Giacomo, esasperato, dondola sulla sedia, sbuffa dal caldo e si
-fa vento guardandosi attorno nella sala. Si mette a discorrere con
-_monsieur_ Célestin, il capo cameriere, di vini e di sigari d'Avana. Si
-calma di nuovo, e di nuovo si rivolge alla duchessa Cristina, facendole
-una domanda, ch'egli ritiene la più semplice del mondo:
-
-— E Totò? Il nostro Totò?... Come mai oggi, a colazione, non si vede il
-nostro buon Totò?...
-
-— Totò?... — La madre, batte le palpebre e sgrana gli occhi.
-
-— Totò? — ripetè il principe Rosalino con la voce che sembra uscire da
-uno speco.
-
-— Soltanto adesso, caro Giacomo, — prosegue la madre, passando dall'ira
-all'ironia, — vi accorgete che... Totò non c'è?
-
-— Sì, soltanto adesso! — Il D'Orea perde la pazienza. — Oh, in fine!...
-Importa tanto, a lui, di Totò e di tutte quelle facce enigmatiche!
-
-Ma Remigia diventa ancora più rossa, le labbra della madre più pallide
-e stirate, Mimì più inquieta.
-
-— Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto? — Giacomo interroga Maria
-con gli occhi, ma ella appare intimidita, confusa, abbassa il capo... —
-Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto?...
-
-Un grande sospirone della madre:
-
-— Mah!... Così è! Abbiamo presa la scusa di _Mademoiselle_ per
-allontanare Totò. Voi... non vi siete accorto nemmeno che anche
-_Mademoiselle_ non c'è a colazione?
-
-Giacomo guarda in giro:
-
-— Sicuro... Non c'è nemmeno _Mademoiselle!_
-
-— Abbiamo preso la scusa della signorina Jenny. Ella ha espresso il
-desiderio di vedere sua madre, ammalata, a Firenze, e noi abbiamo
-imposto a Totò di ritornare in Italia, per accompagnarla.
-
-Sempre con aria grave e solenne, la duchessa tace, fissando Giacomo.
-
-Ella aspetta una domanda, un'esclamazione di maraviglia: niente!
-
-Giacomo, prudentissimo, sta muto come un pesce.
-
-— Precisamente! — prosegue la duchessa, ergendosi con più fiero
-cipiglio. — Questa misura era più che mai necessaria. Non è vero,
-Rosalì?
-
-Rosalì gira il capo e gli occhi in cerca del piatto dolce:
-
-— Verissimo!
-
-— Totò cominciava a perdere la testa!... E quando c'è di mezzo una
-ragazza, guai! Con la riputazione di una ragazza, non si scherza!
-
-— Hai agito prudentissimamente! Brava Cristina! Caso previsto,
-mezzo provvisto! Il viso del Sant'Enodio si rischiara: egli vede
-avvicinarsi un magnifico pezzo gelato tricolore. — Caso previsto,
-mezzo provvisto!... Questo _parfait à l'ananas_ dev'essere proprio...
-perfetto! Facciamo un evviva al signor Trüb e concludiamo: a Villars,
-all'ora del pranzo, fa _bon tempo_... anche quando piove! Non è vero,
-signor Zaccarella?
-
-Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride. Sta attento
-soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la senape o con la _Worcestérs
-sauce_, con la bottiglia d'Yvorne o con l'acqua di Montreux.
-
-Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo gelato, si china
-all'orecchio del D'Orea, mormorando:
-
-— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida! Com'è bella!
-È ancora più bella! — Non può resistere, le manda un bacio e
-s'indispettisce contro la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza
-entusiasmo!
-
-La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che manca di calore, e il
-Re Faraone che dal suo tavolino in faccia, di tutto il pranzo, ciò che
-mangia di più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della sua
-amica:
-
-— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani!
-
-Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia per farlo
-ardere:
-
-— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars gli
-è proprio stato funesto!... Oh, come aveva ragione di temere il numero
-tredici, e Marco Danova! Altro che jettatura, povero Totò!
-
-— Jettatura arriva ove disgrazia corre!
-
-Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il pranzo finisce in
-silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti si alzano senza aspettare le
-frutta. Mimì corre a dare un bacio a Remigia e le due ragazze escono
-insieme dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo. Per
-ordine preciso della madre, il pasto di _Din_ e _Don_ ha luogo negli
-appartamenti superiori.
-
-Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il caffè, già ordinato
-dal signor Zaccarella. È stufo di tutta quella gente! Scambia qualche
-parola con missis Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo,
-raggiunge Maria in giardino. Ella è sola, con un libro, seduta al
-solito posto.
-
-Per una volta, se Dio vuole, potrà fermarsi con sua cognata, senza
-destar sospetti:
-
-— Sai, Maria, che... io non capisco tua madre!
-
-Maria alza gli occhi dal libro e lo guarda a lungo: Giacomo si sente
-avvolgere da un'onda affettuosa, amorosa. Sorride, si calma, torna in
-pace con tutti.
-
-— Chi sa, quella nostra buona duchessa Cristina che cosa mai s'è messa
-in testa!
-
-Sorride anche Maria, ma con tristezza.
-
-— Tu non capisci la mamma?... Ed io, scusa, non capisco te!
-
-— Come?... Vuoi dire?...
-
-— Ma sì!... Stai sempre con Remigia; non parli altro che con Remigia;
-scherzi tutto il giorno e tutta sera con Remigia... Se hai fatto
-nascere speranze, c'è di che!
-
-— Speranze?... Che speranze?
-
-Maria risponde con vivacità, arrossendo un poco, e riscaldandosi:
-
-— Le più legittime e le più naturali, in una madre che non pensa
-ad altro, e giustamente, che a maritare la propria figliuola. Le
-più legittime e le più naturali in una figliuola che ha passato i
-vent'anni, e che non pensa ad altro, e giustamente, che a trovarsi un
-marito!
-
-— La Piccola? — Il D'Orea si mette a ridere.
-
-— Sì, Remigia!
-
-— Io?... Marito?... Della Piccola?
-
-— Di mia sorella!
-
-Maria non scherza. Anche Giacomo diventa un momento serio, poi scoppia
-a ridere di nuovo, con un'alzata di spalle:
-
-— Ma che!...
-
-— Saresti troppo... innocente, scusa, se non ti fossi accorto di nulla!
-
-— Mi sono sempre accorto intanto e so... che potrei essere suo padre!
-
-— Questo è un modo di dire!... È una frase banale! Potresti esserlo,
-ma non lo sei e non puoi diventarlo, mentre, invece, puoi diventare suo
-marito! Tanto è vero che a Villars tutti lo credono, e che in casa mia
-tutti lo sperano!
-
-— Proprio così?
-
-— Proprio così!
-
-Nel «proprio così» di Giacomo non c'è che maraviglia, una viva e grande
-maraviglia. Nel «proprio così!» di Maria Grazia, c'è un'espressione
-insolita di energia e di fermezza.
-
-Giacomo, fa un atto di stizza, di collera.
-
-— Non avrei mai sospettato, nemmeno lontanamente, che si potesse
-concepire una simile... enormità!
-
-Maria alza ancora gli occhi dal libro che tiene aperto sulle ginocchia
-e di cui sta tagliando le ultime pagine.
-
-Ella accenna col capo lentamente:
-
-— E Totò?...
-
-— Appunto! Perchè lo hanno imballato e rimandato in Italia?
-
-— È innamoratissimo di Remigia! Per evitare scene, disperazioni,
-all'annunzio del fidanzamento di Remigia... con te!
-
-— Non ci sarà questo pericolo! Ho sempre pensato al modo di poter
-combinare, invece, il matrimonio di Totò con Remigia, e ci penso
-ancora! Anzi... oggi più di ieri!
-
-— E Remigia?... Non ha mai voluto dire di sì a suo cugino: oggi, sono
-certissima, direbbe di no!
-
-— Ed io sono certissimo che dirà di sì... quando saprà che tutti e due
-potranno vivere bene, signorilmente, senza pensieri! Il primo amore non
-muore mai e fa presto a risorgere!
-
-Maria torna a chinare il capo sul libro e finisce di tagliare le pagine.
-
-Giacomo è seduto lui pure sulla panchina, accanto alla poltrona
-di Maria: si curva, strappa un rametto di mortella e lo sfoglia
-nervosamente:
-
-— Anche tu sei contro di me?
-
-— Io ti dico questo soltanto, per la verità: se non avevi nessuna
-intenzione hai agito un po' troppo... leggermente con Remigia!
-
-Giacomo balza in piedi, poi torna a frenarsi e a sedersi.
-
-— Non inquietarti! — ripiglia Maria con la consueta dolcezza e
-rimettendo a posto tutte le dieresi. — È proprio così! Le lezioni di
-tennis, le passeggiate romantiche, e in ultimo persino... le lezioni di
-ballo!
-
-— Quando mancava il numero per i _lanciers!_
-
-— Ma tu stesso hai dichiarato di non aver mai ballato in vita tua!...
-È vero sì o no?... Capirai, tutto ciò, e appunto perchè si tratta di un
-uomo — e di un uomo della tua intelligenza, del tuo valore, di un uomo
-importante e celebre — fa impressione e lusinga assai una ragazza!...
-Io stessa, te lo confesso...
-
-— Tu... Che cosa hai creduto? — Giacomo si volta e fissa Maria
-attentamente.
-
-I begli occhi neri e profondi lo guardano con indulgenza, ma con tanta
-malinconia.
-
-— Io non ho creduto nulla! Soltanto... non ti capivo più!
-
-Giacomo avrebbe potuto rispondere: — eppure io non ho mai pensato che a
-te e alla tua pace. Remigia non era che il ripiego per Luciano, il mio
-stratagemma per salvare le apparenze. — Ma questa, che è pure la verità
-vera e che lo giustificherebbe agli occhi di Maria, egli non la dice
-e non osa dirla. Risponde, invece, alzandosi di nuovo e strappando un
-altro ramo di mortella:
-
-— Bene, bene! Le speranze nutrite a ragione o a torto, concepite più
-o meno spontaneamente, le farò svanire subito, sul momento, e del
-tutto. Tua sorella, io non l'ho mai considerata altro che come «la
-Piccola!» Un divertimento! Un giocattolo, nè più nè meno, con tutte le
-sue monellerie e i suoi capricci! Ho avuto torto, sì, ne convengo; ma
-questo è stato il solo mio torto! Mi pareva, appunto per la mia vita,
-per la mia condizione, per la mia età e per la mia serietà, di poter
-parlare, ridere e scherzare con la piccola sorella di mia cognata,
-come con una figliuola, come... con _Din_ e _Don!_ Precisamente! Senza
-destare sospetti e senza creare illusioni. Ho sbagliato, ma riparerò
-all'errore commesso. Parlerò chiaro; meglio ancora, difenderò la causa
-e i diritti del povero Totò e farò di tutto perchè possa raggiungere la
-sua felicità. E se per Totò ci son troppi ostacoli, Marco Danova.
-
-— No, Giacomo! Quell'uomo, quel vecchio, disonesto e ributtante!... —
-Maria diventa rossa per sua sorella. — No, no! È indegno di te, questo
-che dici!
-
-— Ebbene il cuginetto! Sia dunque il cuginetto! Faremo, ad ogni costo,
-la felicità del buon Totò!
-
-— E la felicità di Remigia?... Se Remigia, davvero, e per colpa un po'
-tua, si fosse proprio innamorata di te?
-
-Gli occhi di Giacomo e di Maria s'incontrano: in quelli di Maria passa
-improvviso un luccichio di lacrime.
-
-Giacomo abbassa il capo. Il suo cuore non ha mai battuto con tanta
-violenza!
-
-In quel punto, la duchessa esce dall'albergo seguita dal Sant'Enodio
-che le porta, sempre con dignitoso e nobile sussiego, lo sgabellino di
-vimini per i piedi.
-
-Maria si rimette a leggere, mormorando sottovoce, con gli occhi sul
-libro:
-
-— Viene la mamma! Va via! È meglio che non ti veda così... con la
-faccia in collera! Se vorrà sapere di che cosa si parlava... per questa
-volta dirò una bugia!
-
-Giacomo si allontana fingendo di guardare i fiori del prato, di
-ammirare le montagne e facendo un lungo giro per non incontrare la
-duchessa, entra nell'albergo dalla parte del terrazzo.
-
-Quando è nel suo piccolo salotto, continua a passeggiare su e giù,
-borbottando:
-
-— Parlerò chiaro, chiarissimo e subito!... Se intanto mandassi a
-chiamare e mostrassi un po' i denti a quel burattino da corona del
-principe fratello? Che razza di gente! È un'altra razza dalla nostra!
-Riunisce tutte le superbie a tutte le umiliazioni! Anche quella Mimì
-Carfo! Romantica, sentimentale, bigotta e pudibonda come la luna!
-Anche lei tutti i quarti e non un soldo, e anche lei, capisco adesso,
-perchè mi fa ammirare la sua amica, pezzo per pezzo, e perchè viene a
-baciucchiarmela sotto il naso! Per spacciare l'articolo! Che gente! Che
-razza!... Proprio la razza... decaduta!
-
-Ma più che tutto egli l'ha contro Remigia. Veramente, Remigia, non
-ha mai fatto altro che parlare, scherzare e ridere, quando lui aveva
-voglia di parlare, di scherzare e di ridere... Veramente, non è
-stata lei a cercar lui, ma è stato lui a cercar lei, per salvare le
-apparenze, per mettere al riparo Maria da ogni possibile cattiveria di
-Luciano. Ma ciò, che importa?... Più che contro gli altri, Giacomo è
-irritatissimo contro Remigia... Perchè... Ancora egli non sa, non vuol
-rendersene conto, ma sono proprio quegli occhi neri e cari ch'egli ha
-fissi in mente e in cuore, sono quegli occhi adorati in cui ha appena
-intravisto un lampo di gelosia fra un tremolio di lacrime che eccita la
-sua avversione, la sua collera, contro quella piccola monella che ride
-sempre, contro quella piccola... così piccola e bionda!
-
-D'improvviso sente bussare all'uscio: _toc-toc!_...
-
-— È lei! Remigia!... — borbotta Giacomo stizzito. Intanto le darò la
-prima lezione: le farò capire che non è affatto conveniente che una
-giovinetta, una ragazza, venga così sola a cercarmi nel mio studio...
-
-— _Toc-toc!_...
-
-— Avanti!
-
-Si apre l'uscio; ma non è Remigia: è un cameriere del primo piano.
-
-— Scusi, eccellenza: Missis Eyre domanda di poterle parlare un momento.
-
-— Dov'è?
-
-— Qui. Aspetta nel corridoio.
-
-— Ditele di venire.
-
-Il D'Orea avrebbe fatto a meno tanto volentieri di quella visita,
-tuttavia corre fin sull'uscio tenendolo aperto con la mano:
-
-— Venga! Venga! Missis Eyre!
-
-Si sente il passo pesante e marziale, poi la colonnellessa si presenta
-sulla soglia, corrusche le pupille, guerresco l'atteggiamento.
-
-— Perdonate, onorevole, ma ogni _pacienza_ ha un limite!
-
-— Entrate, missis. Accomodatevi!...
-
-Giacomo chiude l'uscio e spinge una poltroncina dinanzi alla vecchia
-signora.
-
-— Grazie! — Missis Eyre resta in piedi.
-
-Giacomo la guarda: è più verde del solito; è fremente.
-
-— A che devo l'onore, signora, di una vostra visita?
-
-Missis Eyre non può parlare. Le sue labbra hanno un tremito... le
-tremano gli zigomi sporgenti e le rughe lunghe e fonde delle guance,
-le tremano la punta del naso e la bazza: è il pianto che non riesce del
-tutto a soffocare.
-
-— Signora!... Ma signora!... Che cosa mai le è accaduto?...
-
-Giacomo, ad onta de' suoi nervi e delle sue collere, ha soltanto paura
-che gli scappi da ridere. — Si calmi; s'accomodi! — L'obbliga a sedere.
-— Mi dica che cosa è successo. Qualche brutta notizia?
-
-— Brutta... azione! — risponde la missis, appena può parlare. — Non
-brutte notizie, grazie a Dio!... Non si può più vivere! Non si può più
-reggere!... Credete, onorevole, anche a volere, non si può più aver la
-forza di star _cito!_
-
-— Dunque parli, dica!...
-
-— Ogni _ciorno_ una nuova invenzione. Ogni _ciorno_ si prepara un nuovo
-_cabalo_ contro...
-
-— .... _Cabala?_...
-
-— Un nuovo cabala contro di me! È una persecuzione e un'_inciustizia_.
-Voi, onorevole, siete _ciusto_. Oh, sì! Anche in Inghilterra si scrive
-questo! Parlate voi, oppure devo finire oggi stesso la mia _stacione_
-di Villars, e sarebbe terribile! Mi hanno risposto da Villa d'Este, che
-Cernobbio tutti arrosto; caldissimo! I pesci _cocono_ in lago!
-
-Giacomo non ha più paura che gli scappi da ridere; ha paura, invece,
-che gli cominci a scappare la pazienza.
-
-— Spiegatevi, dunque, cara signora. Che devo fare? A chi devo parlare?
-
-— Sapete che cosa, di nuovo, ha escogitato quella vostra giovane
-cognata, o giovine parente che mi ha _ciurato_ la morte?
-
-— Chi?... la duchessina Remigia? — domanda Giacomo, vivamente.
-
-— Sì, la duchessina Moncavallo, che ha preso a perseguitarmi fino
-dall'anno passato!
-
-— La Piccola? Oh! Oh! — Giacomo fa un risolino più meditato che
-spontaneo. — Se la Piccola ha commesso mancanze, la metteremo in
-castigo!
-
-— Ha inventato, adesso, per farmi diventar matta, i bubbolini, e i
-bubboloni!.. Ha fatto venire espressamente da Aigle per i suoi cani due
-sonagliere, una acuta, squillante, l'altra bassa e fessa: _din-din-din:
-don-don-don!_ Io non ho più quiete, non ho più riposo! Sono ammalata di
-emicrania e di nevrastenia! Il mio corridoio, non è più un corridoio,
-è la strada pubblica di Cernobbio, di Carate! Tutto il _ciorno_, tutta
-sera: _din-din-din: don-don-don!_ Un continuo corso di carrozze!
-
-Giacomo, contentissimo di cogliere quest'occasione per poter mostrare
-a tutti com'egli consideri Remigia ancora una bambina, più che una
-ragazza, e come la tratti ancora da vera monelluccia stordita e
-cattivella, esclama allegramente, stringendo la mano a missis Eyre per
-calmarla e per rassicurarla:
-
-— Subito, ve lo prometto; i cani non avranno più bubbolini, nè
-bubboloni!
-
-— Dite voi, che questo è _proibitissimo_ in un _hôtel!_ Voi siete un
-vero gentiluomo, perfetto e _ciusto!_ Invece il signor Trüb è un esoso
-ingordo di tedesco villano, che pensa soltanto a far pagare!
-
-Il D'Orea continua a ridere.
-
-— La duchessina Remigia, io non la chiamo mai altro che la Piccola,
-perchè ha sempre dieci anni! Non è cattiva, ma è un demonietto viziato
-dalla mamma! Oh le _idole_, sempre così... Ma non dubitate, il troppo
-è troppo e voi avete ragione: basta _din-din_, basta _don-don_. Questa
-volta la faremo stare a dovere!
-
-La colonnellessa è gongolante; la sua faccia cambia di colore: diventa
-quasi rosea.
-
-— Oh, il _Times_ ha detto bene! Siete un ideale di _ciustizia!_ Grazie
-anche a nome di Mister Eyre!
-
-Giacomo suona: si presenta il solito cameriere.
-
-— Chiamate uno dei servitori, o meglio la cameriera della duchessina, o
-il maggiordomo! Insomma, qualcheduno di sopra! Subito!
-
-Il cameriere è appena uscito, quando si presenta un nuovo personaggio:
-
-È il capitano Zaccarella in persona. Ma dinanzi a Sua Eccellenza — e
-specialmente in quei giorni per la prolungata assenza del padrone e
-il relativo vuoto di cassa — egli non è più l'uomo del comando e del
-meneimpipo; diventa anche il capitano, come un altro qualunque signor
-Trüb, l'uomo delle riverenze. Ossequi al signor commendatore, ossequi a
-missis Eyre, poi, sempre ossequiosissimo, spiega la sua venuta:
-
-— Il maggiordomo è andato a Bex con la Carolì; al momento, non c'è
-nessuno di sopra. Vengo io a vedere, se mai posso servire in qualche
-cosa il signor commendatore...
-
-— Bravo! Lei! Proprio lei! — Giacomo non ha mai avuto in grande
-simpatia il signor Zaccarella, ma non lo può addirittura soffrire
-quando diventa umile e strisciante. — Proprio lei! Mi faccia il favore
-di eseguire questo mio ordine preciso: faccia levare, subito, il
-collare con la sonagliera ai due cani della duchessina; e se mai la
-duchessina si opponesse, per chiasso o per davvero, le dica che io,
-proprio io, desidero così, perchè l'undecimo comandamento dice: non
-seccare il prossimo, cioè la gente che vive nella tua stessa locanda.
-
-— Non dubiti Eccel... — il capitano si corregge a tempo. — Non dubiti
-signor commendatore.
-
-— Le _idole_ sono la gioia, ma anche il tormento delle famiglie! —
-ripete Giacomo in tono di scherzo, per mitigare l'asprezza delle sue
-parole.
-
-Ma nessuno più l'ascolta. Il signor Zaccarella è già sparito: quando
-c'è un ordine di Sua Eccellenza, egli vola come il vento; in questo
-caso poi è stato anche più veloce, perchè gli preme di riferire a
-Remigia quanto è successo. Dacchè ha potuto subodorare in lei una
-possibile futura ministressa, il capitano, soffocata l'antipatia e
-dimenticati gli affronti, si è subito schierato fra i servitori più
-devoti e più zelanti della piccola padroncina! E missis Eyre... Missis
-Eyre pure è uscita in fretta, è corsa sui passi del signor Zaccarella,
-dimenticando persino di rinnovare i ringraziamenti all'uomo _ciusto_.
-
-Ella vuol divertirsi, vuol godersi la scena. Vuol assistere, tenendosi
-nascosta dietro l'uscio della sua camera, al dispetto e alla rabbia
-della sua nemica.
-
-— Ah! Ah! Vien per ciascuno il suo _ciorno!_ È venuto, finalmente,
-anche per quella peste, per quella _diavolo!_
-
-
-
-
-VII.
-
-
-Giacomo, rimasto solo, torna serio e triste. Si preme forte con le due
-mani alle tempie; inghiotte un bicchier d'acqua nel quale ha sciolto
-due cucchiaini colmi di bicarbonato.
-
-— Appena un'inezia mi agita, m'inquieta, subito la testa e lo stomaco
-si fanno sentire!... Maledetti crampi!
-
-Si guarda attorno nel salotto, sospirando con un senso di rimpianto:
-
-— Stavo così bene! Non mi sono mai sentito tanto bene come in questi
-giorni!
-
-Si avvicina lentamente alla scrivania: quanta roba vi si è
-ammucchiata!... E quanto tempo che non lavora più! Che non fa più
-niente!
-
-Egli guarda quasi con ispavento tra quel monte di libri, di fascicoli,
-di lettere...
-
-— Quante lettere! Mi ci vorrà una settimana soltanto per rispondere a
-tutte queste lettere!
-
-Non ha più lavorato, non ha più fatto niente!... Altro che il _tennis_,
-le passeggiate, giocare, scherzare come un ragazzo!... Anche la
-relazione da presentare alla Camera dorme da un pezzo!
-
-— Vivaddio! Bisogna ricominciare a far qualche cosa e bisogna ritornare
-un uomo serio! Ha ragione Maria! Io non ho fatto altro che perdere
-il mio tempo, e arrischiare magari di perdere anche un po' la mia
-riputazione... di uomo di Stato, facendo lo stordito con la... Piccola!
-
-Pronunzia «la Pïccola» non pensando più a Remigia, pensando, invece,
-a Maria: vedendo Maria, gli occhi e il viso di Maria quando parla e
-quando sorride... Quando sorride con le due piccole fossettine agli
-angoli della bocca...
-
-— Lavoriamo! Lavoriamo! Bisogna rimettersi a lavorare!
-
-Siede alla scrivania, prende una lettera, la prima che gli capita sotto
-mano, comincia a leggerla, poi, quando sta per voltare il foglio, si
-ferma:
-
-— Chi sa Remigia come risponderà alla grave ingiunzione del signor
-Zaccarella... Forse sono stato un po' troppo deciso... Mi sono lasciato
-trasportare dalla collera... Sia pure! Tanto meglio! Così avrò messo
-più chiaramente le cose a posto e ciò servirà di lezione per la figlia
-e per la madre!... Tutto questo dev'essere un giuoco della madre!...
-Remigia, penserà forse anche a me, come penserà forse a Totò, al
-bell'Apollo, a Marco Danova, come ad un marito qualunque! Remigia
-non pensa che a maritarsi e ha ragione! Per quanto non lo si direbbe
-a vederla, ha già passato i vent'anni e se ha fretta, lei, come lei,
-non ha torto! Ma io, come io, per altro, sono stato tirato in ballo,
-proprio fuori di proposito! Il cuginetto! Il cuginetto! Faremo ritornar
-subito a Villars, il buon Totò!
-
-Finisce di leggere la lettera, sta per aprirne un'altra... ma si ferma
-guardando verso l'uscio; sente avvicinarsi il _tic-tac_ di passettini
-leggeri...
-
-La Piccola che viene infuriata a protestare?
-
-No. Il leggero _tic-tac_ si allontana e si perde nel corridoio.
-
-— Forse col mio ordine perentorio al signor Zaccarella, sono stato
-troppo energico! Avrei forse dovuto parlar io, direttamente, pregare
-Remigia con le buone. Se ho sbagliato, poco male; farò le mie scuse.
-Per una volta tanto dev'essere perdonato a tutti un atto anche un
-po' impetuoso! Chi è che non perde mai la pazienza a questo mondo?...
-Lavorare! Lavorare! Cerchiamo di lavorare senza più pensare ad altro!
-
-Ma lavorare... non può. I crampi si fanno sempre più forti! S'allunga
-sulla poltrona e intanto pensa fra sè:
-
-— Anche la duchessa madre, con la sua grande idolatria, che madre
-balorda! Purchè ci siano quattrini, aguzza ansiosamente i suoi occhi di
-suocera, tanto su Marco Danova, emerito imbroglione, quanto su di me,
-un uomo quasi vecchio e malandato in salute. — E Remigia? Anch'ella,
-forse, o l'uno o l'altro, indifferentemente, purchè uno ci sia! Ma
-Remigia, chi sa? Non ha ancora un'idea netta, precisa del matrimonio.
-Intelligente e assai vivace, ma in certe cose io la credo ancora...
-pochissimo edotta! Se così non fosse, sarebbe più cauta, più guardinga
-e non giuocherebbe al matrimonio a occhi chiusi!
-
-Alza il capo, passa la mano sulla fronte: è un po' inquieto.
-
-— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?.. Io l'ho
-proprio mandato al fuoco, il capitano!... È vero che ambasciator non
-porta pena! L'ira della figlia e quella della madre, specialmente, si
-scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella non si scomoda
-mai, nemmeno per montare in furia, e aspetterà l'ora del pranzo per
-assalirmi!... Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una saetta!
-
-Giacomo continua a stare attento e a tener fissi gli occhi sull'uscio,
-come se dovesse spalancarsi da un momento all'altro! Invece, niente.
-Passa più di un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel
-corridoio.
-
-Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella.
-
-— Così?...
-
-— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor commendatore!
-
-— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna tempo tutti e due! La
-duchessina Remigia è andata in collera?
-
-— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio di vostra...
-signoria... Ubbidientissima, docilissima, ha levato ella stessa le
-sonagliere a _Din_ e a _Don_. Soltanto devo aggiungere, per la verità,
-che missis Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto.
-
-— In che modo?
-
-— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad una delle cameriere
-dell'albergo, e in modo di essere udita anche dalla signora duchessina:
-— ho parlato io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani e
-gente, cuccia lì, e tutti _cito!_
-
-Giacomo s'alza di scatto:
-
-— Vecchia stupida, villana! E la duchessina Remigia?
-
-— Niente! Non ha risposto niente! È diventata pallidissima, è corsa
-subito in camera sua, senza pronunziare nemmeno una sillaba! Ma poi,
-dopo...
-
-— S'è sfogata con sua madre?
-
-— S'è messa a piangere. Ho visto adesso la contessina Carfo: — Remigia,
-— m'ha detto, — continua a piangere!
-
-— Farò io le scuse alla duchessina Remigia, anche per quella vecchia
-insopportabile!
-
-Giacomo, più ancora che addolorato è mortificato; sente il bisogno di
-giustificarsi persino col signor Zaccarella. — Ha visto anche lei!
-L'avevo qui da mezz'ora a farmi la testa come un cestone di ciarle,
-di lamentele! Io ho perso la pazienza e capisco di aver oltrepassata
-la misura! Ho dato... ordini, che non avevo alcun diritto di dare!
-— Stende la mano al signor Zaccarella. — Anche lei, scusi la mia...
-troppo imperiosa vivacità.
-
-Il signor Zaccarella non osa stringere quella mano che tiene in pugno
-tanti milioni: la tocca, appena con due dita, religiosamente. Poi
-guarda Sua Eccellenza con la coda dell'occhio, riflettendo, esitando...
-È forse giunto il momento opportuno di dirgli ciò che gli sta in cuore
-da un pezzo?... Fino da... Da quando, insomma, ha visto che la barca di
-Don Luciano, cominciava a far acqua!
-
-— Vorrebbe ascoltarmi, signor commendatore, un momentino?... Ecco
-qua: missis Eyre è stata imprudentissima verso la signora duchessina;
-ma anche la signora duchessina, sa distinguere benissimo le persone
-e i loro atti: lei rimane nel suo giudizio e nel suo cuore, quello
-che è, luminosamente! La signora duchessina ha per lei una grande
-ammirazione e un'affezione troppo ben radicata! In quanto a me, _de
-minimis_... diremo, ma io ho sempre considerato il signor commendatore
-come... il superiore... come il mio vero padrone e ho sempre ambito
-l'onore di poterla servire direttamente! Quante volte prima di eseguire
-certi ordini perentori, avrei voluto interrogarla, avvertirla, signor
-commendatore, se non altro, per scarico mio! Stamattina stessa, per
-esempio, io ho ricevuto una lettera da... Parigi... — Si ferma, aspetta
-per proseguire una parola d'incoraggiamento; ma il signor D'Orea, che
-ha accolto lo sfogo del capitano con molta freddezza, lo guarda... e
-non fiata, suonando il tamburello sulla scrivania, col tagliacarte.
-
-Il signor Zaccarella si passa una mano sui capelli a spazzola... fa un
-grosso sospiro per mostrare la propria esitazione: l'altro, niente. Con
-la faccia sempre immobile e muta, continua a suonare il tamburello...
-
-— Per esempio, con la posta di stamattina, io ho ricevuto una lettera
-di don Luciano...
-
-— Oh! Oh! Scrive?... Mio fratello ha imparato a scrivere?... Una volta
-non sapeva altro che telegrafare!
-
-— Telegrafa sempre, ha telegrafato anche ieri, quando si tratta di
-affari, di danari. Quando, invece, si tratta di cose delicate, cose di
-famiglia, riguardanti specialmente donna Maria, allora scrive...
-
-Giacomo sussulta; diventa rosso in viso.
-
-— E che scrive?
-
-Il capitano, sparato il colpo, si ritira un passo indietro:
-
-— Io non so poi... Faccio bene o male a parlare? In ogni modo, se il
-signor commendatore mi autorizza a farlo....
-
-— Ah, no! — Giacomo s'è subito rimesso. — Questa autorizzazione ella
-non può averla da me, ma dalla sua coscienza! È la sua coscienza,
-soltanto, che deve imporle di parlare o di tacere!
-
-— Allora parlo! — risponde pronto lo Zaccarella che dinanzi a tanta
-diplomazia non vuol perdere l'occasione. — La mia coscienza, mi dice
-di parlare! Sarà di me quel che sarà! Perderò la stima del signor
-commendatore, perderò la fiducia e la protezione di don Luciano,
-perderò il pane, ma il signor commendatore sarà stato avvertito di
-tutto, e in tempo.
-
-Giacomo rimane impassibile, ma il suo cuore batte violentemente.
-
-— Il _Credito Lionese_, ha versato a Don Luciano, in queste ultime
-settimane soltanto a Parigi, la somma di cento e settantamila franchi,
-e si chiedono nuovi fondi.
-
-— Bisogna provvedere.
-
-— Con l'autorizzazione del signor commendatore?
-
-— Sì.
-
-— E senza limiti di cifra?
-
-— Senza limiti, per ora. Soltanto ella mi terrà informato di ogni nuova
-richiesta!
-
-— Sarà fatto, scrupolosamente!
-
-Se non fosse increanza, il capitano si darebbe una fregatina di mani
-sotto gli occhi stessi di Sua Eccellenza! In fatti con quell'ordine
-esplicito «mi terrete informato di ogni nuova richiesta» egli fa il
-primo passo: si mette sotto gli ordini di Sua Eccellenza, buttando a
-mare don Luciano!
-
-— E d'altro, che c'è?... Che c'è di... delicato, che riguarda la
-famiglia? — È questo che preme di sapere a Giacomo; non gli affari del
-_Credito Lionese!_
-
-— C'è, signor commendatore, che stando agli ordini di don Luciano io
-gli dovrei sempre riferire giornalmente e minutamente tutto ciò che
-succede... a Villars.
-
-— Perchè non lo fa?
-
-Il signor Zaccarella lancia un'occhiata a Sua Eccellenza.
-
-— Non mi sarò spiegato bene. In una parola, io dovrei fare la spia a
-tutti... e di tutto! Alla signora duchessa, alla duchessina, a donna
-Maria, a lei...
-
-— Oh! Oh! Anche a me?...
-
-— A lei, specialmente, e a donna Maria.
-
-Giacomo sta in guardia; si frena e soggiunge freddamente, ironicamente:
-
-— Ella sarà molto impacciato, credo, nel disimpegno di questo...
-ufficio di polizia. Come trovare... argomenti interessanti, su cui
-poter riferire?
-
-— Appunto! — Il capitano increspa con un ghignetto il viso giallo,
-sbarbato. — Io riassumo quotidianamente il mio servizio d'informazioni
-in due parole: niente di nuovo! Ed è per ciò che don Luciano, comincia
-a sospettare anche di me!
-
-— Sospettare?... Se ha sospetti, perchè non viene lui stesso a Villars,
-— e sarebbe ora, — a sincerarsi?
-
-— Mi scrive, appunto, di volerlo fare, _ma quando nessuno se lo
-aspetterà_.
-
-— Bravissimo! E comincia, intanto, per tener la cosa segreta, col dirlo
-a lei!
-
-— Vorrebbe, — si figuri, — che io gli scrivessi perchè il signor
-commendatore ha prolungato, per tutto questo tempo, il suo soggiorno in
-Isvizzera!... Che cosa ne posso saper io?
-
-— Oh, bella! — esclama Giacomo. — Per riposare e per godere il fresco!
-
-— Ecco precisamente! Io ho risposto e rispondo sempre così; ma don
-Luciano non mi crede!... D'altra parte, per fargli piacere, io non
-posso inventare quello che non c'è... o sapere quello che non so!
-Egli vede, in ogni falsa nuova, magari anche in aperta contraddizione
-co' suoi sospetti, una finzione e una simulazione! Immagina inganni
-e raggiri così artificiosi e strani, che sono difficilissimi persino
-da raccontare! Ma ho appunto qui, con me, l'ultima lettera di don
-Luciano... Vuol vederla, per capacitarsi?
-
-— Le serva di regola: le lettere del suo padrone, non devono mai uscire
-dalle sue mani.
-
-— Il signor commendatore mi ha detto di ascoltare la mia coscienza, e
-la mia coscienza...
-
-Giacomo lo interrompe:
-
-— Basta così! La sua coscienza le deve imporre una cosa sola: scrivere
-a mio fratello di ritornare davvero e subito a Villars e d'ora in poi,
-di vivere sempre vicino a sua... alla sua famiglia. Così non avrebbe
-sospetti e farebbe meno debiti! Ho da lavorare. Buon giorno, signor
-Zaccarella!
-
-Il capitano, bruscamente licenziato, se ne va mogio mogio, ruminando
-tra sè:
-
-— Ho fatto bene?... Ho fatto male?... Forse sarebbe stato meglio dir
-lutto, anche ciò che pensa don Luciano, riguardo alla duchessina e
-al matrimonio. Ma come si fa?... Mi ha chiusa la bocca!... Sarà, come
-dicono, una gran testa, ma quanto a carattere, anche costui... ha un
-gran brutto carattere!
-
-Giacomo non ha voluto vedere la lettera, ma ne ha indovinato, o press'a
-poco, il contenuto.
-
-— Come ho fatto bene a stare in guardia e a evitare di trovarmi con
-Maria! Meglio, molto meglio andare incontro a qualche seccatura per
-via della Piccola. A questi pettegolezzi, più o meno innocenti e
-interessati, posso rimediare provvedendo alla dote e combinando il
-matrimonio con Totò. In fine Remigia è la sorella di Maria, è la
-cognata di mio fratello, appartiene alla nostra famiglia... Dunque, più
-che naturale, è doveroso il provvedere per metterla a posto!
-
-Si alza e va alla finestra.
-
-— Che bella giornata! Ha ragione il signor Trüb! Il settembre è proprio
-il mese migliore per Villars! Chi sa, laggiù a Bologna, che forno e che
-soffoco!
-
-Rimane lì, a lungo, pensieroso, guardando i _Diablerets_, il _Gran
-Muveran_, _les Dents du Midi_ e sospirando: Addio Villars!
-
-— Chi sa che cosa ci sarà veramente nella lettera di Luciano?... Quanta
-cattiveria e quanta bassezza! Mettere a parte un estraneo, quasi un
-servitore, di certi sospetti assurdi... iniqui...
-
-Guarda ancora la valle ampia e popolata:
-
-— Che bel verde limpido!... Mah!... Tutto ben ponderato, cattiveria
-da una parte, leggerezza e pettegolezzi dall'altra, bisogna proprio
-risolversi... Bel Villars, addio! Andiamo a fare le nostre scuse
-alla duchessina, sollecitiamo il ritorno di Totò, e poi, partenza
-per l'Italia! Torniamo al caldo, alle noie, al lavoro, per buscarci
-dell'asino e magari anche del ladro dagli avversari!... Oh quella
-politica!... Quella Camera!... I giornali!... Poter vivere, morire,
-sempre in campagna, in montagna, lontano, su su, a duemila metri da
-Bologna e da Roma!
-
-L'ex ministro si sente infelice come un collegiale, l'ultimo giorno
-delle vacanze. Ma non è Villars, non è la bella conca verde e fiorita
-che egli rimpiange. Sono quegli occhi dolcissimi e profondi che lo
-hanno fissato sorridendo, dietro un velo di lacrime!
-
-— Addio Villars! — dicevano le sue labbra. — Addio, Maria! — diceva il
-gemito del suo cuore angosciato.
-
-
-Quando Giacomo D'Orea esce di camera per andare in cerca di Remigia,
-s'incontra nel corridoio con Mimì Carfo.
-
-— Scusi, contessina!... Dove potrei vedere la sua piccola e dolce
-amica? Vorrei farle le mie scuse per essermi abbandonato — non so come
-— ad un impeto di eccessiva vivacità. Ma, si figuri, duchessina! Da
-mezz'ora io ero la vittima di missis Eyre e quella vecchia sciocca e
-balorda...
-
-Giacomo s'interrompe, vedendo la faccia di Mimì, pallida, stravolta.
-
-— Che ha?... Che c'è?
-
-La giovane è riservatissima e timida, ma trattandosi di salvare l'amica
-dalle unghiacce di Re Faraone, prende tutto il suo coraggio a due mani:
-
-— L'ho... contro di lei!
-
-— Contro di me?
-
-— È stato cattivo con Remigia! Molto cattivo!
-
-Giacomo crede che Mimì si riferisca soltanto all'incidente delle
-sonagliere e torna a giustificarsi.
-
-— Le dissi già che quella vecchia m'aveva fatto uscir de' gangheri! So
-anch'io di aver avuto torto! Andiamo da Remigia, e anche lei, da brava,
-invece di essere in collera mi aiuti a farmi far la pace!
-
-— Remigia è a letto!
-
-— È a letto?
-
-— È stata malissimo. Basta, Dio mio, che non le venga la febbre!
-
-Giacomo si spaventa:
-
-— Io non ho colpa se quella vecchia... è pazza!
-
-Mimì crolla il capo, dolorosamente:
-
-— No, no! Missis Eyre non c'entra, o c'entra solo indirettamente. Lei,
-è stato cattivo, cattivo! E sapendo, volendo esserlo. Sì! Sì! _Volendo
-esserlo!_ Capiva, sapeva che un simile affronto, ricevuto da lei,
-_proprio da lei_, doveva fare un gran male a Remigia per... moltissime
-ragioni, che si possono riassumere in una sola, la più tremenda,
-appunto per Remigia!
-
-— Quale?...
-
-Le gote della fanciulla si accendono d'improvviso, i suoi occhi
-supplichevoli sono pieni di fervore e di ansia; il seno è palpitante.
-Ella si avvicina a Giacomo congiungendo le mani. Non può quasi parlare,
-balbetta:
-
-— Remigia... creda, signor D'Orea, è tanto... tanto buona! È un
-tesoro... un vero tesoro... di bontà, di soavità... di tenerezza!...
-Ride, scherza, giuoca... ma nelle cose serie, è già una vera e cara
-donnina! Certo che è piena di amor proprio, di orgoglio! Non sarà mai
-Remigia la prima a fare un passo, anche trattandosi della felicità di
-tutta la sua vita!... Per carità, signor D'Orea! Per carità... non me
-la faccia morire!
-
-Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le mani e fugge via con
-un singulto di lacrime.
-
-Giacomo rimane attonito a bocca aperta.
-
-— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti alla _Tête-pointue?_
-Il cuginetto! Totò! Mezzo milione di dote e si telegrafa a Totò!...
-Bisogna parlarne assolutamente con la duchessa Cristina: le chiederò un
-colloquio per stasera stessa, dopo il caffè.
-
-Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del pranzo e aspetta.
-Passeggia, esce in giardino, rientra... si ferma qua e là salutando
-le poche conoscenze rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la
-duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno l'ombra magna dello zio
-Rosalì!
-
-Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla, lusingandola
-con tutto il cerimoniale di corte, ripetendole la scena avuta con
-missis Eyre e profondendosi in nuove scuse.
-
-Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo accoramento,
-dignitoso e muto. Ella ascolta Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza
-pronunziare una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri e
-scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa parlare del colloquio,
-non osa nominare Totò; ma non sa schivare il pericolo più grave: chiede
-alla duchessa le notizie della sua Idola.
-
-— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina Mimì?...
-
-La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma non risponde che
-con una lunga e risonante soffiata di naso. Nient'altro: musica senza
-parole!
-
-Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa fare; piantarla non può.
-Guarda l'orologio.
-
-— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche la seconda campana per
-il pranzo.
-
-Silenzio. Si guarda attorno:
-
-— La stagione è proprio al termine! I forestieri, — le signore
-specialmente, — diradano ogni giorno!
-
-Ancora silenzio: Giacomo, esaurito, finisce col rimanere muto a sua
-volta dinanzi a quella madre, immobile e muta, come la statua del
-dolore!
-
-Sopraggiunge, se Dio vuole, lo zio Rosalì. Giacomo, vedendolo, si sente
-sollevare lo spirito e lo saluta sorridendo, con grande espansione...
-Ma il Sant'Enodio è più che mai viceregale nell'impettita prosopopea:
-stende, offre la mano con un gesto largo, solenne... e nemmeno una
-sillaba!
-
-Gli occhi della madre tradiscono l'interna ansietà: le labbra hanno un
-tremito.
-
-— E così? — non può a meno di domandare dopo qualche istante. —
-L'Idola?...
-
-— Mah! — risponde l'oracolo, dietro la barba bianca, semovente. —
-Purchè non le venga la febbre! — E Mimì?...
-
-— Resta di sopra.
-
-Un'altra soffiata di naso della madre altrettanto lunga e sonora
-come la precedente: ma, questa volta, la musica delle lacrime colate
-accompagna le parole. — Purchè, Gesù mio, non le venga la febbre!
-
-— Mah!...
-
-— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle strette.
-
-Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti, senza aprir bocca
-dinanzi all'uscio a vetri della grande sala da pranzo verso la quale il
-principe Rosalino tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi.
-
-Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non vedere: entra in sala
-subito, in fretta, sgusciando dietro alla duchessa e corre a sedersi
-al suo solito tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta
-grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza, non più Eccellenza!
-Apre il _Times_ e si tiene nascosta dietro il giornale.
-
-Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira attorno ai
-padroni. Ha l'aria di un cane bastonato, dopo la bella ramanzina che
-gli è toccata. Nessuno lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e
-la spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di avvicinarsi.
-
-Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e passata anche la
-stizza, non ha più che un pensiero e un'inquietudine: Maria.
-
-— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda a pranzo?
-
-Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio, ad ogni
-passo: d'un tratto sente un noto fruscio di vesti. Il suo occhio e il
-suo viso si ravvivano:
-
-— È lei!
-
-Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone, lentamente si avanza
-sotto l'atrio e si unisce al gruppo di famiglia.
-
-— Si ha paura della febbre! — È il saluto della madre.
-
-— Mah! — ripete lo zio Rosalì, e il sospiro si confonde con un mezzo
-sbadiglio. Il bell'antenato vivo, ha appetito e sta ruminando:
-
-— Ormai ci siamo tutti! Che cosa si aspetta?... Di mangiare gli avanzi
-e di essere malserviti? — Si decide ed esprime il suo voto. — È già
-sonata anche la seconda campana. Io direi di andare. — Ha bisogno di
-un proverbio, non lo trova e lo inventa: — Il digiuno dei sani, pur
-troppo, non fa guarire gli ammalati.
-
-Ciò detto, apre la marcia maestosamente, offrendo il braccio alla cara
-Cristina.
-
-Giacomo offre il suo alla cognata e il signor Zaccarella si mette in
-coda... e con la coda fra le gambe.
-
-— Ho ricevuto una lettera di Luciano che devi vedere anche tu! —
-mormora Maria, sdegnata, all'orecchio di Giacomo. — Dopo pranzo, vieni
-subito in giardino.
-
-— Un'altra lettera? — Giacomo reprime l'inquietudine e la collera. —
-Ma... colui, a Parigi, non fa altro che scrivere?
-
-Proprio così! Quando Fanfan non vuol ricevere Luciano, perchè ha le
-prove, o ha il maestro, — il celebre Coccardè, ex-tenore sfiatato, —
-o perchè aspetta mister Kennett che sta combinando con l'impresario
-per farle cantare la _Manon_ in America, Luciano, geloso, furioso, si
-chiude nella sua camera dell'_Hôtel Bristol_ e si sfoga, si vendica
-scrivendo lettere sopra lettere, alla moglie e al signor Zaccarella.
-
-— Oh! l'ingratitudine umana, in ricambio della mia grande bontà! —
-È sempre questa, o press'a poco, la chiusa, tanto quando scrive alla
-moglie, come quando scrive al capitano.
-
-Anche durante il pranzo, tutti silenzio! Soltanto quando il capo
-cameriere, in persona, presenta l'arrosto, — un bel fagiano rosolato e
-fumante, con la testa e la coda trafitte da una freccia d'argento, — lo
-zio Rosalì si sente commosso e dopo aver guardato il fagiano guarda la
-sorella del pari affettuosamente:
-
-— Coraggio, Cristina mia! Facciamoci coraggio! Io sono sicuro! La
-febbre... non verrà!
-
-La duchessa... un'altra soffiata di naso come per prendere commiato,
-uno sguardo a Giacomo, in cui c'è tutto il dolore e l'angoscia, insieme
-a un acerbo rimprovero, e via col passo delle pompe funebri.
-
-— Mah!... Si serva, si serva, signor Zaccarella! Al principe,
-l'appetito viene mangiando e vedendo mangiare.
-
-Anche Maria si alza quasi subito, appena uscita la madre: fissa
-Giacomo, come non ha fatto mai.
-
-— Si soffoca, qui dentro! Andiamo!
-
-Giacomo segue la cognata in giardino... e il signor Zaccarella respira
-due volte. Ritorna ad essere lui, e a sentirsi il capitano!
-
-— Ah!... Finalmente, se Dio vuole!... Una breve tregua ai musi, alle
-malinconie e ai dolorosi sospiri! — Si china, allunga la piccola testa
-verso il principe e lancia la proposta: — Qui, tra di noi, facciamoci
-un brindisi alla nostra salute e al buon umore. — Senza aspettar
-risposta alza la voce e ordina:
-
-— _Monsieur_ Célestin!... Venga lo _Champagne!_ Il solito! Extra
-secchissimo!
-
-Rosalino di Sant'Enodio, il capo eretto sulla figura classica, nota in
-Roncisvalle, rimane imperturbabile. Soltanto gli occhi brillano vividi
-seguendo il passo quieto di _Monsieur_ Célestin... Poi, dalla fluente,
-candida barba che alita al soffio delle parole, esce grave la sentenza:
-
-— Solo all'arrosto, giudica il cuoco. Eccellente quel fagiano!
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-— Eccoti la lettera di... mio marito. Leggi.
-
-Giacomo sembra esitare.
-
-— Leggi; devi leggere!
-
-Maria è più pallida del solito... e più bella. Il fascino di soavità,
-di malinconia, soffuso intorno a lei dal suo dolore mansueto e
-rassegnato, è sparito. La sua espressione è risoluta, fiera, il sorriso
-amaro e ironico... ma è più bella. Una strana luce le illumina il
-viso. È ciò che teneva nascosto in fondo al cuore che le brilla, che le
-risplende negli occhi e che vibra in tutto il suo essere con un fremito
-di vita, con un impeto di sdegno e di rivolta!
-
-— Leggi; devi leggere! Ho potuto e voluto risparmiarti la lettura di
-molte altre lettere simili e peggiori; ma di questa no, perchè parla
-anche di Remigia... E poi... perchè tutto ha un limite per le creature
-e per le anime, anche la bontà, anche la pazienza, anche la pietà!...
-Sai? Mi faceva pietà! Ero tanto sciocca e stupida da credere che
-quell'uomo dovesse soffrire lui stesso per la sua grande cattiveria!...
-Adesso no, basta! Lui continua, ma io ho finito! Adesso non mi desta
-più che ribrezzo, e orrore, ribrezzo e odio! Sì, odio, odio, odio! Sarò
-cattiva anch'io, la mia parte, che importa? Dio che mi ha sempre veduta
-e che mi vede nel cuore, sa che non ero fatta per essere cattiva! Mi
-hanno ridotta gli altri così, per forza! Ormai, peggio per loro! A te.
-— Maria gli dà la lettera. — Vinci lo schifo, leggi e regolati.
-
-Il cuore di Giacomo batte violentemente, ma egli vuol conservarsi calmo
-e sicuro. Leva dalla busta e spiega i vari foglietti della lettera, che
-comincia con uno stile amabilmente scherzoso:
-
-«Paolo e Francesca!... Precisamente: i due cognati, amanti, sono
-tornati di moda per opera dei poeti e degli istrioni e, in casa mia, si
-segue la moda!»
-
-E continua, con altrettanto felice umorismo:
-
-«Paolo, per altro, l'antico, il guerriero, non doveva nulla a
-Lancillotto; mio fratello, invece, il Paolo moderno, uomo di Stato,
-deve _a me_, il rispetto, l'affezione e la fiducia piena e cieca,
-della quale gli sono sempre stato prodigo. Deve _a me_, alla mia
-generosa, disinteressata e forse eccessiva acquiescenza, se è ancora
-lui solo, il _solo_ e dispotico padrone della _roba nostra_. La prima
-delle Francesche, da cui proviene l'onesta discendenza, ha portato
-in dote a suo marito dominî e castella... Sono troppo delicato per
-mettere i punti sugli _i_. Dirò soltanto, per concludere, che il Paolo
-e la Francesca di mia magione, aggiungono a tutte le virtù e alle
-amorose gesta dei due famosi capiscola, anche la più bella e graziosa
-ingratitudine!»
-
-Il confronto seguita ancora per un pezzo e sullo stesso tono, ma
-Giacomo, corre in fretta con l'occhio attraverso le pagine e incomincia
-a leggere attentamente dove vede ripetuto il suo nome:
-
-«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo colloquio con Giacomo,
-dopo le mie spiegazioni così franche, leali e confidenziali, se Giacomo
-fosse davvero quell'uomo di carattere saggio e prudente che vorrebbero
-far credere i suoi giornali, partito io, sarebbe anche lui partito
-subito da Villars! La gelosia di un marito è la prova più manifesta del
-suo attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche quando per un
-caso diverso dall'attuale è forse ingiusta ed eccessiva, è tuttavia
-sempre rispettata dalle persone serie e schiette, come riesce sempre
-gradita e cara ad una buona moglie, veramente innamorata e fedele!»
-
-«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed ogni
-sospetto è legittimo e sacro quando si tratta della propria moglie e
-del proprio onore, — Giacomo che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto
-molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla _Tête-pointue_.
-Con tanti uffici, con l'Italia da fare e l'Africa da disfare, l'uomo
-importante, il grande lavoratore. Sua Eccellenza, insomma, che
-aveva già dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di una
-quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine dello Stato e per
-l'assetto dell'Europa, è tuttora in villa, a far vacanza!»
-
-«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe quella cariatide piena
-di buon appetito dello zio Rosalì! E Giacomo ci sta bene e non si
-muove più da Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera... e
-a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto di Bex! Credi
-che io non abbia capito tutto? Mi fai anche l'onore di credermi un
-imbecille?... Ma quel falso tisico sentimentale, perchè è proprio
-partito... poche ore dopo che io sono arrivato?»
-
-«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso tutto sopportare,
-ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore, voglio che il mio onore resti
-intero e intatto. Costretto a partire improvvisamente per Parigi da
-affari gravi, che si potranno conoscere solo più tardi, farete tutti,
-al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò necessario, ispirato,
-come sempre, dai miei sentimenti morali e dalla rettitudine della mia
-coscienza, per la serietà e per la dignità del mio nome!»
-
-«Vita nuova e bando alle commedie vecchie! Quella cara gioia di tua
-sorella Remigia offre in questi giorni un'altra prova della bella
-gratitudine dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua —
-oh, che santa ingenuità! — in una vostra commedia altrettanto vecchia
-quanto inverosimile! Fingere gli amoretti con la nubile, sino al punto,
-magari, di comprometterla e di perderla irrimediabilmente, per coprire
-gli amorazzi con la maritata! _Oh, connu le vieux jeu! Très connu, ma
-chère!_ Non è più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno Scribe!...»
-
-E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera di Luciano,
-volgare e ingiuriosa, piena di boria e di alterigia, riempie sei pagine
-fitte.
-
-Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena stato messo alla
-porta, per tutto un giorno, da Fanfan! Il re della glicerina, aveva
-condotta al _Bois mademoiselle_ Trécoeur, per farle ammirare il suo
-nuovo _four in hand_. Luciano, è vero, aveva detto e gridato «non
-voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan Trécoeur gli aveva risposto tra due
-colpetti di tosse, non autentica:
-
-— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non voglio» _in casa mia_, è
-fuori di corso!
-
-Ed è andata! È andata al _Bois_ in un giorno di vento! E quel
-ciarlatano d'un dottore, pagato venti franchi per visita, lo ha
-permesso! E quella celebre mummia inverosimile del maestro Coccardè,
-coperto di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di _Champagne_, non
-ha protestato! La salute, la voce, quando si tratta di _mister_ Kennet,
-sono a prova di bomba!
-
-— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da
-nessuno, da nessuno!
-
-Luciano corre a rinchiudersi nella sua stanza, disperato, furente e
-sfoga la rabbia e la gelosia contro _mister_ Kennet e Fanfan scrivendo
-a sua moglie.
-
-— Ah, per Dio! Con mia moglie sposata senza un soldo, avrà corso
-il «non voglio!» e a dispetto di mio fratello!... Ah! Ah! Povera
-Eccellenza! A tu per tu con una donna deve essere più Giuseppe che
-Paolo! Ci vuol altro talento ed altro spirito per saper sedurre una
-donna!... Ma la simpatia, fra que' due, c'è... dunque, l'intenzione,
-ci sarebbe!... In famiglia! Tra cognati! Quanta immoralità! Che
-pervertimento!
-
-Giacomo, quando ha finito di leggere la lettera, la ripone lentamente
-nella busta, poi la rende a Maria dicendole cupo, senza guardarla in
-faccia:
-
-— Avevo già fissato di partire domattina da Villars.
-
-Maria, a queste parole, è scossa da un tremito: la luce de' suoi occhi
-sembra spegnersi a un tratto.
-
-— Domattina? — ella ripete con la voce rotta, alterata. — Avevi già
-fissato di partire domattina?
-
-— Sì, — risponde Giacomo, sempre a testa bassa, sempre senza guardare
-Maria, ma con una viva espressione di dolore, con una grande e
-affettuosa tenerezza. — È necessario. Necessario per me, per te, per
-tutti. E dopo questa lettera...
-
-— Questa lettera è una... infamità! Nient'altro! — Maria cerca di
-soffocare un singhiozzo disperato, premendosi le due mani alla gola.
-
-— È un pugno di fango scagliato da un delinquente pazzo, ma che è
-caduto fra di noi, per separarci! — esclama Giacomo dolorosamente. A
-lui pure un singulto secco, senza lacrime, sembra rompere il petto. —
-Non posso più fermarmi qui, dove ci sei tu! Non dobbiamo più trovarci
-insieme.
-
-Maria fa un passo istintivo, protende le mani come per trattenerlo...
-poi subito lascia ricadere le braccia, e si guarda intorno con gli
-occhi velati, smarriti, mentre le labbra smorte, agitate da un tremito
-convulso balbettano parole che non si possono afferrare.
-
-Come sarà vuoto Villars e desolato... Come sarà vuota la sua vita... e
-desolata!
-
-— Più! Mai più!
-
-Che cosa «mai più?»... Ciò che a poco a poco, grado a grado,
-lentamente, ma ineluttabilmente, le aveva riempita l'anima, il cuore,
-la vita, senza che ella nemmeno se ne fosse accorta! Oh, adesso sì!
-E come se ne accorge, adesso! Come lo sente adesso, nel momento che
-questo suo bene immenso, che la sua felicità, l'estasi, il sogno, si
-cambiano in dolore!
-
-— Più! Mai più! — balbetta ancora la povera donna, poi reclina il viso
-nelle mani e tace.
-
-Restano lì, soli, lungamente, in quella parte deserta del giardino,
-senza parlare.
-
-L'ombra degli alberi si fa densa e fredda; si appressa la sera; Maria,
-ad un tratto, alza il capo, come sorpresa e atterrita, fissa Giacomo
-a lungo con le pupille dilatate, poi si riscote rabbrividendo, alza
-il bavero, si avvolge nella mantiglia di pelliccia e si avvia per uno
-stretto sentierolo, che sale dolcemente la collina fra due siepi alte e
-folte. Giacomo le tien dietro, sempre a testa bassa.
-
-Il silenzio è profondo. Si sente appena lo scricchiolare dei piedi
-sulle foglie secche e il leggero cinguettìo di due pettirossi che si
-rincorrono nella siepe in cerca del ramo su cui addormentarsi, vicini
-vicini.
-
-— Oh, come sono liberi di volersi bene, que' due piccoli uccelletti! —
-pensano insieme Giacomo e Maria. — E noi, dobbiamo soffocare persino i
-nostri sospiri!
-
-A un tratto Maria si ferma, risoluta a parlare e si volta: si ferma
-anche Giacomo: si guardano fissi; ma non osano dirsi ciò che hanno nel
-cuore.
-
-_Cìo cìo! Cip cip!_ continuano intanto nella siepe i due pettirossi,
-vezzeggiandosi, inseguendosi, rispondendosi l'uno all'altro: _cìo cìo!
-Cip cip!_
-
-Maria fa un atto doloroso col capo... si volta, comincia a salire. Il
-suo passo è più lento, più affaticato... Giacomo le tien dietro, gli
-occhi fissi sulla bella persona di lei, ansando, spasimando.
-
-Non parlano, non si dicono una sola parola, ma Giacomo e Maria, in quel
-punto, rivolgono a sè stessi la medesima domanda: — Se fosse possibile,
-se il poterlo fare stesse in me, vorrei tornare come prima... e non
-soffrire più?...
-
-Tutti e due, al cuore che fa la domanda, rispondono col cuore, che
-prorompe palpitando — no!
-
-E tutti i pensieri dell'uno e dell'altra sono gli stessi; sono mute le
-labbra, ma le anime parlano fra di loro.
-
-« — Così ignoti, prima, l'uno all'altro, come abbiamo fatto a
-conoscerci?... Così lontani, l'uno dall'altro, come abbiamo fatto ad
-avvicinarci?... _Quando è stato?_ Dopo la lettura di quella lettera?
-Dopo il loro colloquio di quella mattina stessa?... Fino da Bex?...
-Da Napoli?... Prima, prima! Ancora prima, fin dal primo giorno!... Ma
-quando fu _il primo giorno?_... Quando si sono conosciuti, appena si
-sono veduti e prima ancora, ancora!
-
-L'ora presente, non è quella che fugge, è quella che resta
-nell'avvenire e che suscita nel passato colori e immagini.
-
-Egli parte; non si vedranno, forse, mai più!...
-
-Che importa?... Come in quell'ora e per quell'ora, si sentiranno sempre
-vicini, si sentiranno sempre uniti. Quando due anime si amano, il mondo
-non ha spazio abbastanza per tenerle tanto lontane... da non sentirsi
-più!
-
-Finito il sentiero, Giacomo e Maria sono giunti sulla cima alta e
-rocciosa della collinetta, che spunta come uno scoglio tra il verde
-degli abeti.
-
-Il sole, è appena tramontato. Sull'orizzonte, ancora una grande
-striscia rossa, di fuoco, la bocca accesa di un vulcano, rompe la
-nuvolaglia nerastra, che, a mano a mano illanguidisce, si restringe,
-sparisce dietro un immenso tendone nero. Il vento soffia d'improvviso
-e agita gli alberi sottostanti: una raffica diaccia spazza la cima
-sollevando un nugolo di polvere e di foglie secche. Poi la quiete
-profonda e di nuovo il silenzio. Più giù, in fondo alla valle, poi
-sul dorso delle colline, cominciano ad apparire, sparsi qua e là, i
-villaggi illuminati, come campi di lucciole immote. L'albergo vicino,
-con i vividi occhi delle sue cento finestre, sembra un'apparizione
-fantastica...
-
-Maria, per la prima, rompe quel lunghissimo silenzio:
-
-— Domani, a quest'ora, dove sarai?
-
-— A Ginevra.
-
-— E dopo?... A Bologna, o subito a Roma?
-
-— A Bologna, per due giorni, poi a Roma.
-
-— E con Remigia?... Con mammà?... Dopo quanto è successo oggi, come
-farai?
-
-— Remigia, sarà contentissima di sposare Totò, e contenta l'Idola, sua
-madre sarà felice!
-
-Maria fa un sospiro, riprende il sentiero e comincia la discesa:
-Giacomo la segue vicino vicino, più vicino: la sente, la respira,
-l'assorbe con l'anima e con i sensi!
-
-Il vento ricomincia: muove le cime alte; fischia nelle siepi. I due
-pettirossi non si sentono più. Maria li ricorda... ci pensa. Giacomo
-non pensa che a Maria, non sente che Maria.
-
-Fanno così tutta la lunga discesa senza mai fermarsi, senza mai
-voltarsi. Si fermano insieme, simultaneamente appena giunti al piano,
-in giardino; e insieme, con un moto simultaneo, si prendono, si
-stringono la mano convulsamente, disperatamente. Le due facce pallide,
-smorte, sono contratte, rigate di lacrime.
-
-— Sempre?...
-
-— Sempre.
-
-Maria va difilata verso l'albergo. Giacomo s'indugia ancora nel
-giardino, nel bosco.
-
-Si fa più buio; le ventate sono più frequenti e più forti.
-
-Giacomo ha bisogno di camminare, di essere solo... e di camminare!
-Più che commosso, è agitato e stordito. Le lacrime non si sono ancora
-disseccate sulle sue guance, eppure in quel momento si sente felice e
-forte. Tutto il mondo è suo! Ha bisogno di essere solo, di camminare e
-di pensare... Di pensare, appunto, alla propria felicità.
-
-— Com'è stato?...
-
-Il cuore, l'amore, hanno preso in lui il sopravvento, così
-d'improvviso, inaspettatamente. Proprio come una forte ondata, un colpo
-di mare, che lo ha travolto, che lo ha portato con sè!
-
-— Amo! Amo!... L'amo e sono amato!
-
-Poi guarda verso l'albergo e ripete a Maria, col sorriso di un
-fanciullo innamorato, mentre i suoi occhi si riempiono ancora di
-lacrime, ma non di dolore, questa volta, lacrime di gioia e di infinita
-tenerezza:
-
-— Ti voglio bene! Ti voglio bene! Cara, cara, cara!
-
-... Si ferma sussultando: dal sogno alato, ripiomba nella realtà:
-
-— Non la rivedrò forse più!
-
-La lettera di Luciano gli corre tutta in mente:
-
-— Devo partire! Non devo rivederla più!... Ma sono amato, sono amato e
-posso amarla!... Cara! Cara! Cara!
-
-Oh, quella lettera, quella cattiva lettera!... Non può scacciarla dalla
-testa!
-
-— Canaglia! Canaglia! È la lettera di un pazzo e di una canaglia!
-
-Crolla il capo, dà un'alzata di spalle: non vuol vedere altro che luce,
-altro che Maria e la chiama ancora con tutta l'anima, con tutta la
-passione: — Maria! Maria! Maria! — Ma la lettera maledetta è sempre lì,
-dinanzi a' suoi occhi, sempre lì chiara, lampante, parola per parola!
-
-— Paolo e Francesca!... Ebbene... Sì, è così; è vero! Paolo e
-Francesca! Al diavolo la lettera, mio fratello, la duchessa, tutto il
-mondo! Sì! Sì! Sì! Paolo e Francesca! È la mia vita, è la mia felicità!
-
-Si volta, esce dal bosco, entra nel giardino e tra la furia del vento
-e un chiarore freddo e sinistro di bufera imminente, fa qualche passo
-verso l'albergo, cercando, tra le finestre illuminate, la finestra di
-Maria e guardandola, fissandola, con un desiderio che è smania, febbre,
-disperazione!
-
-— Non vederti più?... Ma non dovrò vederti, proprio più?...
-Impossibile! Impossibile! È umanamente impossibile!
-
-Così, il primo raggio di speranza penetra nel suo cuore e la grande
-sicurezza di prima, la forte, l'eroica risoluzione della coscienza
-cominciano a cedere.
-
-— Chi sa... fra qualche anno?... Chi sa?... Chi può mai dire che cosa
-può accadere... magari domani stesso?...
-
-La finestra di Maria è la penultima del primo piano. Ma dietro i vetri
-non c'è nessuno, nemmeno un'ombra...
-
-Giacomo trae un sospiro e rientra nel bosco: c'è meno vento tra il
-folto degli alberi. Ritorna a pensare fra sè:
-
-— Però Luciano, con tutta la sua cattiveria, ha indovinato tutto...
-Anche a proposito di Remigia. È proprio vero che io l'ho adoperata per
-coprire, per nascondere, persino a' miei occhi, il mio amore per Maria!
-
-Rimane sorpreso, atterrito di sè stesso.
-
-— Maria?... Ma è mia cognata!... È la moglie di mio fratello! Io?...
-Amare la moglie di mio fratello? Sperare?... Che cosa?... Sono pazzo!
-È la pazzia! Domani?... Che cosa può accadere, domani?... È mia
-cognata!... È la moglie di mio fratello!... Domani?... Come sempre! Non
-vederla più... e non amarla più! Vivere e morire galantuomo!
-
-
-
-
-IX.
-
-
-Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia a piovere
-dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì Carfo che esce dalla sala di
-lettura con due grossi libroni.
-
-— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta la febbre,
-ringraziando Dio!...
-
-Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora stralunati.
-
-— Potrà alzarsi, dunque, domani?
-
-— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora chiuso occhio!... Sono
-venuta giù, apposta, a prendere questi libri di viaggio, per leggerle
-qualche cosa!
-
-Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea; è assai distratto,
-preoccupato. Non l'ascolta nemmeno.
-
-Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi:
-
-— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io domani, nella mattinata,
-dovrei partire assolutamente; ma che non posso partire se prima non ho
-parlato con lei!
-
-Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca del portiere.
-
-— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario!
-
-Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia a faccia, con
-Marco Danova in abito da viaggio.
-
-— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi salutare! — Marco
-Danova fa una smorfia che vuol essere un sorriso: gli occhietti
-stizzosi, biliosi, si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho
-mandato in camera vostra, in questo momento, il mio biglietto di
-visita.
-
-Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza aver ben capito.
-
-— Il vostro... biglietto di visita?
-
-— _Pour prendre congé!_ Sono arrivato col diluvio e parto con
-l'innondazione!... Gran bel divertimento la montagna!
-
-— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente, guardando
-verso il portone dell'albergo. Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus!
-
-— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro? Uomo infallibile? —
-Il Danova si rivolge al signor Trüb che lo aspetta col segretario e col
-direttore sull'uscio del _bureau_ per accompagnarlo fino all'omnibus.
-
-— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde il signor Trüb,
-abbassando gli occhiali dalla fronte sul naso per guardare tre orologi
-in un istante: quello del _bureau_, quello dell'atrio e il suo che
-leva di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha tutto il tempo,
-signor barone, anche di lasciar sfogare questo nuvolo che passa!
-
-— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole che passano! Me ne avete
-servite abbastanza durante questa bella stagione!
-
-Marco Danova sembra furibondo contro Villars e contro il signor Trüb.
-
-Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di dover salutare il
-Danova, se vuol liberarsene.
-
-— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a rivederci presto!
-
-— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'_Hôtel de la Paix_,
-poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa
-maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto
-tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia,
-ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa
-sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade
-ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!...
-Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è
-ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle
-scorribande domenicali!
-
-— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io,
-partirò... prestissimo!
-
-Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il
-naso becco, morde.
-
-— E... in buona compagnia!
-
-— Parto solo; domani.
-
-— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là,
-là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre
-quella: il paese dove fiorisce l'idillio, col _vergissmeinnicht!_
-
-Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel
-discorso un'allusione a Maria.
-
-Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il
-cerimonioso e gli stende la mano.
-
-— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?
-
-— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata.
-
-— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole! Anche se la lieta
-novella non è ancora, diremo, ufficialissima, mi fu data ormai come
-sicura, e non c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici,
-come me, di antica data!
-
-— Cioè? Che novella?... Che notizia?
-
-— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli deve dare la mano per
-forza. — Con molta invidia, — perchè no? lo confesso. — Con molta
-invidia, ma senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla un
-Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria che fate voi, — chi
-sa? — forse, l'avrei fatta anch'io!
-
-Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha paura di dover capire.
-
-— Che scherzi... vi saltano in mente?
-
-L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni e di sincerità:
-
-— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più lontana intenzione di
-offendervi!... Tutt'altro!... È l'epiteto che usano gli sciocchi e
-gli sbarbatelli, quando si tratta di un matrimonio alla nostra età!
-Minchioneria vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani, prima
-di aver goduto la vita, quando ancora si è forti in gambe e agguerriti
-per le grandi battaglie!... Ma quando si tocca... la china!... Tirare
-i remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico. Scegliersi
-una ragaz...zetta — l'egizio venezian batte il sostantivo schioccando
-la lingua contro il palato — quel demonietto lì, deve averli tutti i
-requisiti! — e farsene la propria moglie e il proprio regime. Per noi,
-è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra età non possiamo più essere
-amati, altro che dalle ragazze oneste.
-
-Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più il bianco che il
-nero, di papà Faraone?... Una lacrima forse? Dà una sghignazzata per
-non vincersi e non mostrarsi commosso.
-
-— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni, onorevole, e buona
-permanenza... a chi resta! E congratulazioni sincere da parte mia anche
-alla duchessina Remigia, quantunque — glielo direte! — me l'abbia fatta
-grossa!...
-
-— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca di trattenerlo: oh,
-sì! Il barone è già salito sul predellino dell'omnibus ossequiato dal
-signor Trüb, e da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra
-dinanzi e di dietro.
-
-— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio vuole, non si sono fatte
-chiacchiere! — Ma il respiro di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son
-fatte, per altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni
-per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo pensa, non sa che cosa
-fare: — Corrergli dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di
-spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a Ginevra, all'_Hôtel
-de la Paix_... gli dirò domani, che non è vero, che è matto!...
-Matto?... No, se lo ha sentito a dire, se tutti lo dicono!...
-
-Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della mano:
-
-— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!... È quella
-lettera!... È la lettera di mio fratello che mi perseguita!...
-Anche a proposito di Remigia, la cattiveria di Luciano ha colpito
-nel segno. Io, per coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta
-irrimediabilmente la nubile!... Marco Danova sarà, più meno, come
-la fama lo dipinge; ma so io, positivamente che cosa è? Posso dire
-soltanto che è otto o dieci volte milionario, che avrebbe sposata
-Remigia e che «la minchioneria» non la fa più perchè io l'ho troppo
-compromessa! Vivaddio! — torna a premersi la fronte. — C'è proprio da
-diventar pazzo!
-
-Monta lentamente le scale, entra in camera sua, ma non va a letto.
-
-— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare di distrarsi! — Passa
-nel salottino che gli serve da studio. Ci sono da raccogliere, da
-mettere in ordine tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire
-domattina, questo bisogna farlo subito!
-
-— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò... mettere il mio
-cuore in pace, parto ancora alle undici!
-
-Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare le lettere, mette
-da parte quelle alle quali farà rispondere dal suo segretario.
-
-L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce elettrica si è
-fatta vivissima. Il vento ha ripreso impetuoso: fischia e mugghia tra
-gli alberi e soffia contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di
-freddo.
-
-— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e non la rivedrò più,
-mai più!
-
-Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta di un gruppo di elettori
-per ottenere una tettoia e la fermata del diretto alla stazione di
-Borgo-salice.
-
-A metà della lettura si ferma perplesso; diventa inquieto.
-
-— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse più sposare?
-
-Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli occhi incontrano,
-per caso, il ritratto di sua madre.
-
-Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti rimorsi, suscita in
-quell'ora, nell'animo di Giacomo.
-
-— Sempre i fiori di Remigia!
-
-Gli fanno dispetto.
-
-Che differenza, che contrasto! La sua povera madre così timida!
-Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza di lusso; virtuosa fino
-agli scrupoli, pia come la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che
-contrasto il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina, in
-mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso «da signoroni» nel quale,
-sua madre, viva, non sarebbe entrata nemmeno per forza! E in mezzo
-a tutti quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la buona donna
-cresciuta, allevata dietro il banco, in una oscura bottegaccia di
-droghiere... Come non ne avrebbe voluto sapere di quei nobili, di
-quelle usanze, di quella boria! Sarebbe scappata più lontano della zia
-Gioconda! Più in là di Fiumicino!
-
-Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva sapere! Non voleva
-sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre la lettera! — aveva ragione
-anche in questo!... Come si era opposto, persino brutalmente, al
-matrimonio di Luciano!
-
-Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli usi, dai gusti, dalle
-seduzioni di quel mondo corrotto, falso nelle sue stesse apparenze
-di signorilità, falso e infido persino nei rapporti, negli affetti
-famigliari... A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare un
-perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette le ragazze, e ha finito
-con l'innamorarsi della moglie di suo fratello!
-
-— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!... L'espressione sola de'
-suoi occhi!... Quanta bontà! Quanta sincerità! Che incanto in quegli
-occhi!... Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi!
-
-Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È lì! Così
-vicina!... E non vederla più!...
-
-— Ma non dovrò vederla mai più?...
-
-Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un aiuto, un conforto...
-Ma l'immagine rimane estranea al suo dolore... fredda, severa.
-
-Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla nella valle.
-
-Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta, gli sembra udire
-la voce di sua madre, negli ultimi giorni, e quel debole filo di voce
-gli ripete continuamente, insistentemente:
-
-— Non devi vederla più! Non devi amarla più! Ritorna un galantuomo come
-tuo padre!... Sii sempre un galantuomo come tuo padre!...
-
-
-
-
-X.
-
-
-Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A forza di volere è
-riuscito a imporsi una relativa calma e a lavorare.
-
-Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto qualche brano
-della sua relazione. Insomma egli può dire di aver ripreso, fino da
-quella notte, la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica.
-
-— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima e corpo in modo
-da non aver tempo di pensare al resto!... E se vorranno i miei amici
-nominarmi ministro un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con
-le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo logoro, per il
-cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio se creperò presto!
-
-Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col
-capo:
-
-— Ma creperò... galantuomo!
-
-Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco,
-spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito,
-pesantemente. Si sveglia dopo un'ora o due, di soprassalto, con un
-grido soffocato:
-
-— Non la vedrò più!
-
-Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore.
-Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli
-ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta
-solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri,
-tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in
-viaggio. A un tratto sente bussare leggermente:
-
-— Avanti!
-
-È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio.
-
-— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina
-e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa:
-il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il
-vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle
-scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le
-stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride:
-
-— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per
-me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene,
-non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia?
-
-Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro
-la vita, appoggiata contro l'uscio.
-
-Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore
-con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad
-avvicinarsi.
-
-— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che
-volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno
-di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto.
-
-Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza
-dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè.
-
-— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e
-seriissimo!
-
-Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta,
-aspettando che incominci a parlare.
-
-Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.
-
-— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo
-così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola!
-
-Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia.
-
-— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in
-collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la...
-goffaggine di quella vecchiaccia stupida?
-
-— No.
-
-— Mi avete perdonato?
-
-— Sì.
-
-— Proprio, proprio?
-
-— Ho detto di sì.
-
-Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo,
-sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e
-giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare
-a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia!
-È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e
-chiassosa maestrina del _tennis?_... Dov'è andata la... — Oh, come gli
-risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come
-sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli
-non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo
-dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva,
-torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza
-lievemente:
-
-— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine
-amico... assente?
-
-Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa
-un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira
-malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato
-appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina del _tennis_ che
-riappare.
-
-Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano:
-
-— E se... lo facessimo tornare?
-
-— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà
-molto tempo a Villars!
-
-Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.
-
-— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no?
-
-— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in
-fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro
-tesöro!
-
-Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse di _Din_ e _Don!_
-
-— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più
-bene a voi, che non voi a Totò!
-
-— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con
-uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il
-tempo si rischiara: — Pare di no! Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Come sono
-menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona
-più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe
-fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano
-per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso
-di Totò non è attraente.
-
-Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.
-
-— Totò... è innamorato.
-
-— Di me?
-
-— Di voi!
-
-— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione! Deve aver trovato
-qualche cosa di simile, una miss con i miei connotati, in un romanzo
-inglese! — Dopo aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non sarà di
-Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente, stamattina, prima di
-partire, come mi ha detto Mimì?...
-
-— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e di voi. Della
-felicità di Totò e della vostra. Egli vi ama e voi gli volete bene; è
-buono, è giovane, è anche un bel giovane...
-
-— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo, ma questa volta con un
-atto di dispetto e diventando rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai!
-L'ho dichiarato risolutamente anche a mammà, anche allo zio Rosalì, e
-per questo, per evitar scene, lo hanno mandato in Italia. Sono stata
-io, — proprio io, — sì, sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co'
-suoi rimproveri, con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non lo amerò
-mai; e la differenza è grandissima! Gli voglio bene, ma non lo sposerò
-mai! Amico sì, marito no e basta; non se ne parli più! Eccellenza, fate
-buon viaggio!
-
-Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla.
-
-— Ascoltate...
-
-— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata, corre a rifugiarsi
-nel vano della finestra, e appoggia la fronte contro i vetri.
-
-— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la pazienza... — Se non mi
-volete lasciar parlare, non se ne parli più! Ma avete torto.
-
-Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si sfoga camminando,
-pestando i piedi e pensa fra sè:
-
-— _Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!_... Perchè crede, certo,
-di doverlo sposare così... lui, senza un soldo e lei... anche! Ma,
-d'altra parte, come spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza
-offendere la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo orgoglio?
-Non posso dirle... su due piedi: — prima di rispondere che non lo
-amerete mai, che non lo sposerete mai, aspettate di sapere che voi,
-avrete mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego, senza far niente,
-in Casa D'Orea! È certo che se potesse immaginare tante belle cose,
-direbbe subito di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima
-con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate e i sospiri della
-duchessa, in que' giorni, e insieme i dubbi di Maria, le felicitazioni
-di Marco Danova... e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto
-ciò accresce la sua irritazione. — Se può entrare nelle viste della
-madre il farlo credere e se anche Maria, per il bene che mi vuole, può
-trovar la cosa verosimile, io... non avrò mai di questi timori!... Se,
-invece, fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà un'alzata
-di spalle. — Ma che! Ma che! — Si avvicina alla finestra dov'è sempre
-la fanciulla con la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco,
-risolutamente:
-
-— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in collera?... Potreste
-aver ragione, se vostro cugino vi fosse antipatico; questo non è,
-tutt'altro; confessate anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto
-poi al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente
-vostro padre e nel matrimonio... guardo anche al di là, o al di qua,
-della poesia. Parlando appunto di ciò, con vostra sorella...
-
-Remigia, si volta con un impeto d'ira:
-
-— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da mia sorella.
-Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due... _voi due!_
-
-Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia ha detto _voi due_;
-non può reggere a quello sguardo diritto come una lama: devia un attimo
-gli occhi pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?....
-
-Remigia continua pallida, bieca:
-
-— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare Totò!... È lei,
-che vi ha messo in mente di farmi sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei,
-la cara gioia della sorellina mia... perchè... So io perchè!
-
-Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende con calma:
-
-— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere a me pure,
-questo recondito perchè? Ne ho un pochino il diritto! Sono stato io a
-mettervi, a trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso.
-
-— A voi?... _Proprio a voi_, non lo dirò mai!
-
-— A me?... _Proprio a me_, non lo direte mai?... E non potrò nemmeno
-sapere a che devo attribuire, proprio, io specialmente, questo vostro
-rifiuto e la vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa più oltre
-dissimulare. Si mette risoluto in faccia a Remigia; alza la voce:
-
-— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi. Li detesto, e
-abborro chi ne usa. Vi ho già detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego
-ancora; anzi, adesso ve lo impongo!
-
-Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce, velata da un leggero
-tremito:
-
-— _Impongo?_... Imporre a me, voi?... Con qual diritto?... Io non vi
-faccio colpa di niente e non vi domando niente.
-
-— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo, più sottovoce.
-
-Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio violento:
-
-— Basta che sappiate ciò, _voi!_ Io non sposerò nè mio cugino, nè
-nessuno! Questo è parlar chiaro? Io voglio subito ritornare a Napoli
-e da Napoli, subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre, chiusa,
-sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere anima viva, soltanto
-mammà! E questo, vi pare o no parlar chiaro?
-
-.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo, per la coscienza
-di Giacomo! Egli si sente più inquieto, sempre più turbato. Pensa,
-si rode, si sgomenta, spera ancora: — È impossibile! Non è possibile!
-Fosse anche, non può essere altro che un capriccio, una ragazzata!...
-Poi, di nuovo, trema per Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa,
-dubitasse davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?...
-
-Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce non ben sicura,
-interrompendosi spesso, come chi cerca non solo le parole, ma anche la
-via del discorso:
-
-— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi, con amicizia,
-con bontà, senza irritarvi e soprattutto volendovi ben persuadere...
-che io sono diventato vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non
-dico mai altro che la verità, proprio la verità più semplice e...
-più vera! Vi ho detto di considerarvi come una mia figliuola, e sento
-che potrei proprio volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho
-ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto di secolo!...
-E sono ancora più vecchio della mia età, perchè sono molto ammalato
-e molto stanco. La mia vita, senza gioie, senza allettamenti, va
-spegnendosi nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia adesso,
-proprio come una rosa sbocciata all'alba e che si apre al sole!...
-Ascoltatemi!... Ascoltatemi, per amor di Dio!... Per un capriccio, per
-un'ostinazione, per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa... con
-la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della vita il romanzo della
-vostra infelicità!... Ma che! Parlare voi di sepoltura e di morte!...
-Amore! Amore, figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora... E
-sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così: l'amore non è felicità
-che quando è giovinezza...
-
-Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore che palpita, poi
-prorompe a un tratto:
-
-— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi... che... io... — È
-spaventata di ciò che sta per dire. — No! No! No! Voi non mi avete
-capita, non mi capite e non mi capirete mai!
-
-— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! —
-Giacomo è fuori di sè.
-
-La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono
-di lacrime.
-
-— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la
-felicità di Totò!
-
-— E la vostra!
-
-— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque
-modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la
-sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa
-niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?...
-Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi
-la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della
-finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!
-
-Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca
-con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo
-porta agli occhi.
-
-— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane
-lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più
-interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha
-paura di quelle lacrime.
-
-Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi
-scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli
-biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno
-frequenti, le cadono giù, lungo la vita...
-
-— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che
-cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo
-alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!...
-— E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore...
-fossero sinceri... Per colpa sua!
-
-Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la
-vita e sussultano come una massa d'oro.
-
-Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla piangere così,
-disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi di Giacomo s'inumidiscono.
-
-Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto sono dolorose. Pure,
-quella bimba innocente, ha diritto, è padrona di quelle sue lacrime...
-e lui no.
-
-— Signorina!... Signorina Remigia...
-
-Remigia non risponde: piange sempre e non lo sente. Giacomo non ha più
-coraggio di chiamarla...
-
-— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io dovessi essere
-proprio la sua infelicità?
-
-In quel momento si ode un rumore di passi nel corridoio, poi si sente
-la voce della duchessa che chiama forte. Sembra irritata e inquieta:
-
-— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata!
-
-— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi spaventata, ancora tutta in
-lacrime... — Guai se mammà sapesse che io sono qui!
-
-— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva!
-
-— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme dal bosco! Mi
-ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che scena! — Remigia si rannicchia
-istintivamente, tanta è la paura che mammà la sappia lì, nel vano della
-finestra, dietro le tende.
-
-La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio:
-
-— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è andata!... Mimì! Oh
-Mimì! Sai tu dove s'è cacciata Remigia? Al _tennis_ non c'è! Nelle sale
-non c'è!
-
-— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde Mimì, dal
-terrazzo.
-
-— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!... Mi hai salvata in questo
-momento!
-
-Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno sguardo scrutatore
-e diffidente. Remigia se ne accorge, ma aspetta che sua madre si sia
-allontanata, che sia tutto quieto nel corridoio.
-
-— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla piccola porta; in
-cinque minuti sono sul ponte di Gryon prima di mammà. — I suoi occhi
-sono ancora pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! —
-ripete ancora, ma con un'espressione ben triste e dolorosa. — Ho avuto
-tanta paura di mammà; non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia!
-Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate seccature per colpa
-mia! Partite... ve ne prego anch'io, adesso! E non pensate a quello
-che vi ho detto. Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi. E
-se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate... che dimenticherò
-anch'io. — Grossi goccioloni le rigano le guance, ma continua a
-sforzarsi, a sorridere. — Guarirò! Vi fa piacere che dica così?
-Partirete tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò... ve
-lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile, ve lo giuro! Corre
-sull'uscio, si volta: protende il viso... Le labbra spirano un addio,
-un sospiro, un bacio... e sparisce.
-
-
-Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due giorni dopo, ancora da
-Ginevra, ritorna il suo servitore con una lettera assai voluminosa, che
-deve consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna Maria Grazia.
-
-Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua camera... e aspetta
-ad aprirla, di averne il coraggio. Poi, leggendola, diventa pallida più
-che una morta.
-
-_«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato, questo mio delirio
-di amore, di dolore, di rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti
-ancora la mia voce?... Te lo impongo._
-
-_«Maria! Maria! Oh, Maria!...»_
-
-Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo.
-
-Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno
-spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al
-fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti
-sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li
-guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno,
-disperdersi... sparire.
-
-— Più!... Mai più!
-
-Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di
-poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare
-per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava
-la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia.
-
-
-
-
-PARTE TERZA.
-
-
-
-
-I.
-
-
-Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè entrando al servizio
-particolare di donna Remigia, se ha perduto il titolo di capitano,
-non ha perduto il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe
-venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno, la grande,
-magnifica villa che apparteneva in origine ai Conti Bernabei. Andata
-a mano a mano in rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili
-proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite dei D'Orea,
-— il padre di Sua Eccellenza e di don Luciano, — il signor Vitale, in
-quel tempo in pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia dal
-D'Orea con l'apostrofe!
-
-Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno perchè,
-acquistandolo, aveva fatto un eccellente affare. Diceva sempre,
-compiacendosene:
-
-— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i fondi con i diritti in
-piena regola di acque e di decime, con le cascine, i rustici, e con la
-villa per soprappiù!... Una villa?... Un palazzone!... Una reggia!
-
-E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata, sgretolata egli
-cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne il tetto con qualche
-scriminatura di tegoli nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto
-di muro, ma sempre senza voler spendere, anno per anno. Più tardi,
-però, dopo morto il signor Vitale, Giacomo D'Orea demolisce tutto
-Pontereno, la parte ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica,
-e lo ricostruisce com'era _ab antiquo_ fin nei più piccoli fregi,
-compiendo una vera opera d'arte.
-
-Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale del regno di casa
-D'Orea, finchè salita al trono la duchessina Remigia Moncavallo,
-questa la sceglie come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine
-accorgimento e il buon gusto di razza, la propria Versailles.
-
-Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di un'ora, in carrozza, e
-con il tram, in venti minuti. È come se Remigia fosse in città, per le
-visite e i pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto ciò
-che le può occorrere, manda innanzi e indietro il signor Zaccarella. E
-c'è questo grande vantaggio, che la distanza, per quanto breve, tiene
-a distanza i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia;
-accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior libertà ai sovrani,
-anzi alla sovrana. Giacomo, per via della Camera quando è aperta e
-per i suoi affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi a
-Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due o tre giorni di seguito.
-
-Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive così, in piena luce;
-riempie tutta Bologna del suo sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna
-col dire: — Io vado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si
-distinguono i nobili e loro affini, il _buon genere_, insomma, ed il
-_bon ton_ dall'intruglio cittadino. Il signor Zaccarella, quando gira
-in fretta e in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione,
-seguito sempre da _Din_ e _Don_, riceve continui ossequi e riverenze
-come se quei buoni mercanti fossero stati a Villars, a prendere lezione
-di sgambetti e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri che
-sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter fermare il signor
-Zaccarella per accarezzare i barboncini e per chiedere ad alta voce le
-notizie di donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra
-gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno della _crème!_» E lo stesso
-capitano, impettito coi plebei, asciutto coi nobilucci, dignitoso con
-tutti, fa sentire, anche da lontano, che la Versailles bolognese, per
-quanto fresca fresca, non è punto democratica.
-
-La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol essere assoluta
-e sola nell'impero e ci riesce: Maria non si fa più vedere. Vive
-sempre ritirata nella villa di Fiumicino-Superiore, distante due o
-tre chilometri da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora
-Gioconda. Con la scusa di non voler accollare i propri parenti a Jack,
-— _mon Dieu! mon Dieu!_ com'è odioso quel nome di Giacomo! — Remigia
-si libera di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro!
-— costringendo i suoi due vecchi, di cui è l'idolo e l'orgoglio, a
-seppellirsi, davvero, loro, in una campagna del napoletano, soli soli e
-senza più neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli scrupoli
-e dei riguardi a cagione della piccola passioncella _ante nuptias_,
-ella ha fatto proibire a Totò, assolutissimamente, di varcare i confini
-dell'Emilia.
-
-Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella vita in carovana! Ha
-sofferto abbastanza da ragazza, la mortificazione e l'umiliazione di
-far vedere a tutto il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei
-D'Orea!
-
-— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida, per il gusto di
-far la martire, come mia sorella!
-
-— Più parenti, più seccature! Della gente di una volta, soltanto Mimì
-Carfo... e il signor Zaccarella!
-
-A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola è anche un pochino
-affezionata.
-
-Come no?
-
-Mimì Carfo, è sempre la stessa di una volta: la Mimì che piange quando
-Remigia ha le lune e che ride quando Remigia è di buon umore. Remigia,
-per Mimì, è sempre tutta una perfezione di bellezza, anima e corpo; è
-sempre la più geniale e la più cara, la più pura e la più santa delle
-creature della terra... anzi del cielo!
-
-Donna Remigia se ne compiace; ella ormai ha l'abitudine, ha il bisogno
-di questo calore, di questo fervore, di questa ammirazione cieca,
-illimitata.
-
-— Mimì sì, che mi vuol bene! — esclama la sovrana di Pontereno; e
-questo bene, tanto straordinario, le serve come di confronto per
-misurare, per vagliare il bene degli altri. Quello, specialmente,
-«senza slanci, insulso» di sua sorella.
-
-Col dire, — Mimì sì, che mi vuol bene — esprime certe volte: Mimì sì
-che ha cuore, gli altri no!
-
-Poi c'è questo, ed è forse il più, per tener Mimì a Versailles: come
-dama d'onore la contessina Carfo ha tutte le qualità oltre la bella e
-signorile presenza.
-
-In quanto allo Zaccarella, donna Remigia ha voluto averlo sotto i
-propri ordini, perchè, modificate le prime impressioni, ha capito e
-capisce ogni giorno, che un altro servitore così servitore come quel
-despota di un capitano, non sarebbe facile trovarlo; e lo ha voluto
-sotto di sè anche per il gusto di poter comandare lei — e lei sola! —
-al burbero condottiero, che aveva fatto da padrone, per tanto tempo, a
-tutta la carovana... compresa sua sorella!
-
-Il capitano, appena combinato il matrimonio di Giacomo D'Orea con
-Remigia Moncavallo, era stato subito destituito e messo alla porta dal
-suo principale. Don Luciano, in primo luogo, era furiosissimo contro lo
-Zaccarella, per non essere stato avvertito in tempo da poter impedire
-quella madornale bestialità: — la turlupinatura di un rammollito, —
-come aveva sentenziato Fanfan. In secondo luogo, questo fatto, veniva
-naturalmente a porre un certo limite alla facoltà de' suoi atti...
-di amministrazione! Bisognava, insomma, spendere meno; e non volendo
-affatto restringere le spese per Fanfan, Don Luciano aveva ridotte,
-fino alla tirchieria, le spese per la casa e per la moglie. Ogni giorno
-licenziava servitori e vendeva cavalli; chiamava, strepitando, ladra la
-sarta di Maria.
-
-Giacomo, del capitano, non avrebbe voluto saperne; ma, — come si fa?
-— Anche questa volta ha finito per cedere. Giacomo — Jack, è usato
-soltanto da Remigia e quando il marito non è presente, — Giacomo cede
-sempre a sua moglie. Cede, ben inteso, in ciò che ha importanza...
-soltanto per sua moglie! E non è la sua, la debolezza di un marito
-tenero e cieco; è piuttosto la fretta di un padre affaccendato che non
-ha tempo da perdere in chiacchiere per combattere e vincere i piccoli
-capricci della figliola.
-
-In fatti era un marito... così sempre di passaggio!
-
-Più che la duchessina Moncavallo, pare abbia sposata la ferrovia!
-
-Sua Maestà Remigia Iª constatando il fatto con la sua damigella
-d'onore, non se ne lagna niente affatto. Ella riassume così,
-sinteticamente, le più varie espressioni del suo affetto coniugale:
-
-— Vicino lontano, io, a mio marito, voglio sempre bene lo stesso!
-
-Ed è la verità: tanto più che «lo stesso bene» non vuol dire «molto
-bene».
-
-Anche vicino, — è vero, — Giacomo fa sentire pochissimo la sua presenza
-alla moglie; ma Remigia, tanto e tanto, si sente più sollevata, più
-liberamente di buon umore, quando Jack non c'è!
-
-— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira con Mimì. — Jack, lo riconosco,
-sembra proprio fatto apposta per me! Un marito, meno di così, non è
-possibile!... Ma Pontereno, senza Jack... Ah! Mi pare più bello, più
-grande, più mio!
-
-Mimì, cerca di difendere il signor D'Orea: — È tanto buono, tanto
-accondiscendente...
-
-— Ma tanto brutto! Gli occhi, ricordati, Mimì, sono la via del
-cuore! Se tu fossi brutta, non vorrei bene, — giuro, — nemmeno a
-te! Impossibile! Del resto, poco più poco meno, rammenti che cosa ti
-dicevo, i nostri discorsi a proposito del re del Nubian?... Per me,
-l'uomo è il più brutto animale della creazione! Vuoi mettere, per
-esempio, quanto è più bello un bel cavallo?...
-
-Queste confidenze, ben inteso, sono particolari e riservate a Mimì,
-sola solissima! Con tutti gli altri?.. Figurarsi! Di mogli tenere,
-affettuose, non c'è che lei! Quando poi si tratta di mettersi lei
-in confronto di sua sorella, come moglie modello, allora si professa
-addirittura innamoratissima di suo marito.
-
-— Oh, il mio Jack! — Non può vivere senza il suo Jack, a parole, e
-sfoga tutto l'amore in telegrammi, — almeno uno al giorno, — sempre
-firmato tua, senz'altro: _tua_.
-
-Il bisogno di vederlo, di andarlo a trovare, lo sente qualche volta,
-quando suo marito è a Roma, e ci sono feste. Allora sì!
-
-— Il mio Jack! Tesöro! Caro! — Parte per Roma con un monte di bauli e
-almeno dodici cappellini.
-
-A Roma, del resto, le piacerebbe di passare tutto l'inverno; ma non
-all'albergo, in quattro stanze; in casa sua; coi suoi cavalli!
-
-Adesso che può averne quanti ne vuole, Remigia ha una passione pazza
-per i cavalli. Ne ha sedici in scuderia di tutte le razze e tutti di
-razza.
-
-— Bellissima Roma, con un villino al Maccao e i suoi cavalli!... Almeno
-_Febo_ e _Desir!_
-
-_Febo_ e _Desir_, assai più inglesi veri del povero Totò, hanno preso
-il posto di _Din_ e _Don_, nel cuore di Remigia. I barboncini, non più
-profumati all'acqua di Colonia, sono abbandonati oramai — amöre! due
-amöri! — alle sole cure del signor Zaccarella.
-
-— Bellissima Roma!... Poter essere un po' padrona di Roma!... Che gioia!
-
-Ma finchè non si butta giù l'attuale Ministero, impossibile! Jack, —
-questo si sa, — non può accettare un portafoglio altro che da gente del
-suo colore!
-
-— Ah, _mon Dieu!_... Che cosa aspettano a buttarlo giù? E un ministero
-decrepito, che dura già da un anno!
-
-... Regina a Pontereno e ministressa a Roma!... Ecco la vita!
-
-
-
-
-II.
-
-
-Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non le piace regnare in
-solitudine. Pontereno è sempre pieno di gente: tutto il bel mondo della
-media e della bassa Italia!
-
-Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta. Basta che il frac non
-abbia macchie. Per le signore si agita il vaglio con circospezione
-oculatissima: non deve aver macchie la virtù.
-
-Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale, è di fronte al
-proprio sesso, di manica strettissima. E si capisce! Non può sopportare
-nemmeno un uomo solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco;
-in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono capaci non solo,
-di sopportarne, ma di amarne due, magari nello stesso giorno?...
-
-— Che orrore!...
-
-E tanto più, quanto più sono belle e ammirate. Certe signore, in voce
-di aver buon cuore, non solo non possono oltrepassare la cancellata
-della Versailles bolognese, ma sono colpite, da donna Remigia D'Orea
-con certi decreti di proscrizione che hanno vigore in Bologna, in
-Firenze e più in là.
-
-Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una sola distinzione
-assai superficiale di forme e di sartoria, ci sono le specie preferite
-e favorite: la specie _sport_ e la politica. Politica ortodossa,
-s'intende!
-
-Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza nemmeno una
-fibrilla di adipe, ha bisogno, per star bene, di ridursi alla sera
-stanca morta a furia di divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di
-donna giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque i cavalli,
-dunque le caccie, il tennis, il ballo... Dunque avanti, a Versailles,
-a corte, tutti gli _sportsmen_ autentici e ben qualificati, o ancora
-semplici aspiranti alle glorie del _turf_.
-
-Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo sono assai ricercati e
-accarezzati a Pontereno tutti coloro che, secondo lei, possono spianare
-la via del Campidoglio!
-
-Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino!
-
-«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha ormai i giorni
-contati!... Alla prima votazione il ministero è spacciato!» Ecco
-l'ultimo bollettino politico degli amici, dei clienti di Pontereno.
-
-Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in maggioranza, ma ciò
-non altera le «recentissime» dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più
-autorevoli personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano anche
-la data, in cui il morituro morirà.
-
-Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente, ma è sempre in
-giro con la carrozza, sempre in visite e più espansiva, amabile, più
-alla mano con tutti. Gli _sportsmen_, intanto, passano in seconda
-linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento.
-
-— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che vien rivolto, in
-generale, alla Sovrana di Versailles. Dacchè, secondo le sue gazzette,
-il Ministero pencola, donna Remigia va più spesso a Bologna a
-confessarsi, e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto, dunque... a
-Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo, di cui è la penitente, sebbene
-con una leggera punta d'ironia, per non compromettere il _non expedit_.
-— Dunque a Roma, donna Remigia, illustrissima! Alla famosa capitale! —
-grida con il suo bel vocione da _Tedeum_, quando s'incontrano dopo la
-messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa protettrice.
-
-L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale, consigliere
-provinciale, grande elettore, grande fondatore di giornali con i
-danari degli altri, è invitato a pranzo a Versailles, non soltanto la
-domenica, ma adesso anche il giovedì.
-
-— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama soffiando,
-gonfiandosi le gote, prima di mettersi a tavola. — Questa volta,
-duchessa Remigia, tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare
-ancora l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi!
-
-E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del circolo monarchico,
-innamorato un giorno sì e l'altro no, a vicenda, della regina e della
-dama d'onore, e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi
-Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime obbligate, che
-parole mormorano, sospirando, tenendole stretta la mano?... — Queste:
-
-— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa Remigia!
-
-Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!.... Messo da un anno e
-mezzo a riposo, con la scusa dei limiti d'età, mentre si sente ancora
-così giovane e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone,
-tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso e consumo di quei
-camorristi dello Stato Maggiore, lo stesso colonnello Baldassare De'
-Taddei, che giura e spergiura di non aprir più bocca a proposito di
-politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo in Italia, è una
-schifezza, esclama digrignando gli occhi, — denti non ne ha più:
-
-— È ora di finirla!... _Allons! Marche_, la camorra!... Piazza pulita!
-
-Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che brucia fino alle nove
-di sera, volge intanto alla fine con una nitida e immota serenità di
-cielo... Ma è laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni
-di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù davvero il Ministero, a
-Roma, a Montecitorio, non ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso
-Ministero che si butta giù da sè... per voler stare troppo ben su!
-
-Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi tra i partiti:
-appoggiandosi di qua, appoggiandosi di là, troppo debole prima, poi
-troppo forte, perde l'equilibrio e va con le gambe all'aria!
-
-Remigia lo sa per la prima, quando ancora non lo si sa nemmeno a
-Bologna, da un telegramma di suo marito:
-
-
-«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente fermarmi Roma.
-Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti saluti Mimì.
-
- «GIACOMO.»
-
-
-Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di abbigliarsi per il
-pranzo, quando riceve il telegramma: appena letto, dà un grido di gioia
-e fa subito chiamare il signor Zaccarella.
-
-— Il ministero è battuto! — esclama appena lo vede comparire sull'uscio
-del gabinetto.
-
-— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza non potrà...
-
-Remigia non lo lascia finire:
-
-— Lei deve andare a Bologna, subito subito!
-
-— Ma il tram?...
-
-— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti tutti i giornali
-della sera e dica al conte Narciso Gambara e all'avvocato Berlendis che
-li aspetto!
-
-— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non sarà quello degli
-scrupoli, ma...
-
-— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo!
-
-Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora in gola, corre
-in fretta a far attaccare e manda in cerca della contessina. Ma la
-Mimì, che ha visto dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora
-insolita, è già da Remigia.
-
-— Buone notizie?
-
-— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le dà il telegramma. —
-Io, adesso, rispondo subito a Jack quello che mi ha detto l'avvocato
-Berlendis: non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla.
-
-Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla toeletta.
-
-— Per dispaccio?... No...
-
-— Perchè, no?
-
-— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli col signor D'Orea
-e di questo genere. Un uomo serio, scrupoloso...
-
-Remigia allunga i labbruzzi comicamente:
-
-— Me-ti-co-loso!
-
-— Potrebbe aversene per male!
-
-— E allora... rispondo? Che cosa?
-
-Sul visino fresco e roseo passa una nube.
-
-Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito. È dinanzi allo
-specchio grande dello spogliatoio: si guarda... Tal'e quale come a
-Villars!... Capelli, molti capelli, magnifici capelli; ma nient'altro
-che capelli!
-
-— Ah! _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — Nello specchio si riflette anche, dietro
-di lei, la bella persona alta, elegante, in fiore, della contessina
-Carfo. — Come fa poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! —
-Dunque?... — ripiglia forte, un po' nervosetta... — Sentiamo, donna di
-consiglio! Che cosa si telegrafa?
-
-Mimì risponde in inglese e la conversazione continua in inglese per via
-della cameriera.
-
-— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso: _Addoloratissima tuo
-ritardo_...
-
-— _Addoloratissima_, no!... Non l'ho abituato ai superlativi!
-
-— _Addolorata tuo ritardo, affretto ora_...
-
-Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle:
-
-— ... _e il minuto tuo ritorno. Caso contrario, verrò io stessa a
-Roma_. Uff!... come non mi sento fatta per le corrispondenze coniugali!
-Fa tu un bel telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati
-di chiudere così: «_tenerezze — tua_». Poi gli scriverò io di non
-fare sciocchezze, che non ci devono essere puntigli di _Centro_,
-di _Estrema_ nel momento in cui il Paese e il Re hanno bisogno di
-uomini... precisamente come mio marito!
-
-— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoi scrivere ciò che vuoi.
-Però, senti prima anche l'avvocato Berlendis. Verrà stasera?
-
-— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella a Bologna, a
-cercarlo! E anche il giovane e bollente crociato che ti adora: Narciso
-Gambara.
-
-Mimì ride:
-
-— _Mi_ adora?... _Ci_ adora!
-
-— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa male a nessuno!
-
-Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola.
-È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i
-capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non
-spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno
-splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare:
-
-— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna
-seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa
-di più e prega secondo la mia intenzione.
-
-— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore.
-
-— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli
-Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice!
-Felice! Completamente felice!
-
-
-L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti
-e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino:
-hanno appena finito di pranzare.
-
-— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua
-carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando.
-
-L'avvocato, sempre stile _régence_ con le signore, bacia prima la mano
-alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina
-Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo
-mazzo di fiori, che divide fra le due signore.
-
-Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto
-sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con
-un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento
-e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour,
-e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la
-cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota.
-Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un
-nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice
-della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti
-irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa
-non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico,
-non resta impresso che il naso.
-
-— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.
-
-— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.
-
-Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i
-giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati,
-ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra.
-
-— Ho cercato... Ancora non c'è niente!
-
-— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere
-la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento
-all'ufficio del _Vespertino_. — È il suo ultimo nato. — Avevano
-appena appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina:
-Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe!
-
-— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella
-vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa!
-Sédan!
-
-L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si
-leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e
-tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa
-più volte in giro sulla faccia gocciolante.
-
-— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!
-
-— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente
-a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva
-un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e
-avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare,
-contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia!
-
-— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di
-sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di
-prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della
-mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare
-sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua
-esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile
-di non mancare alla chiamata!
-
-— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute...
-
-— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai
-stato tanto bene!
-
-— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le
-idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia
-che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità
-e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito
-dell'ordine non deve espellere, ma assorbire!
-
-— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte
-Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più
-improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina,
-cattivona?!...
-
-Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la
-corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di
-sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben
-altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia
-deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più.
-Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento,
-serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni
-e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le
-approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!»
-del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte
-Gambara ha diritto di dir la sua!
-
-La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la
-parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli
-obblighi dell'uomo di Stato.
-
-— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un
-sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e
-sgranando gli occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto,
-tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che
-commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei!
-
-Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi
-sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona!
-
-Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure
-il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico
-dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea,
-Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il _Vespertino_,
-di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore
-invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter
-ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio
-di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna
-Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime
-elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come
-dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia
-ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel
-mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie:
-
-— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È... _sst_...
-l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una
-volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli
-occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui!
-
-— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però
-però!.. Anzi, più appetitosa assai e più resistente per il consumo
-quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del
-matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come
-si fa, santo Guìo! Come si fa?
-
-La lettera di donna Remigia è già partita per Roma; si attende la
-risposta d'ora in ora, con ansia; niente. Giacomo lascia passare due
-o tre giorni, senza mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto,
-per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato, e, per
-conseguenza, nemmeno in Narciso Gambara. Tutti e due cercano di
-tranquillare donna Remigia:
-
-— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come l'onorevole D'Orea? Chi sa
-che baraonda, che trambusto! D'altra parte, prima di rispondere, vorrà
-poter mandare qualche notizia sicura!
-
-— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia!
-
-Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica esprime i suoi
-dubbi:
-
-— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli fare la
-lezione...
-
-— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che io ho scritto senza
-sapere tutto quello che l'avvocato... mi ha fatto scrivere quasi per
-forza!
-
-
-
-
-III.
-
-
-Remigia, ormai, non ha più altro in mente che Roma e il Ministero. La
-sua vanità e il suo orgoglio, la sua smania di prevalere e di dominare,
-sono attizzati in lei dal corso stesso degli avvenimenti, più ancora
-che dall'eloquenza e dall'abilità di Ciro Berlendis. «Ottenere ciò
-che più si desidera e desiderare ciò che è più difficile ottenere»
-potrebbe essere la sua divisa. Certo, il raggiungere l'impossibile
-è sempre stata la sua mira. Ma, d'altra parte, ha ormai capito che
-nelle cose serie, il voler indurre suo marito a fare a modo degli
-altri è impossibile... e resta impossibile per tutti e anche per
-lei... Specialmente per lei! Da ciò, incertezze, timori, che nel caso
-presente rendono più vivo e sfrenato il suo desiderio di andare a
-Roma ministressa. Fin da quando Mimì a Villars, le ha fatto balenare
-la prima idea di diventare la moglie di Sua Eccellenza, ella si è
-subito veduta a Roma, a Corte, moglie di un uomo che è ministro e
-potente perchè lei possa fare, disfare, a diritto, a rovescio, elargire
-favori, grazie e... segnare condanne. Appena sposa, appena padrona
-di sè, libera e ricca, il nuovo regno, la Versailles di Pontereno,
-l'hanno soddisfatta, lusingata. Ma tutto ciò non l'ha allontanata,
-anzi l'ha condotta a mezza strada da Roma. Finchè il Ministero aveva
-navigato in acque tranquille e non c'erano state crisi in prospettiva,
-nessuno pensava a diventar ministro... e nemmeno lei! Ma adesso che
-non si parla d'altro, adesso che tutto scompare, che i giornali sono
-pieni di ministri probabili e improbabili, adesso che tutti gli occhi
-sono rivolti a Roma, adesso che tutti la preconizzano ministressa, —
-comincia persino a giungere qualche supplica, — adesso, lì, proprio
-lì, nel suo regno di Pontereno, che cosa sarebbe diventata se Giacomo
-non avesse avuto un portafoglio?... Addio primato, addio influenza su
-Bologna, addio Versailles!... Altro che regina! Le sembrerebbe d'essere
-diventata la mogliera... del sindaco!
-
-— _Ah! mon Dieu! Mon Dieu!_ — Continua a far pregare Mimì, secondo la
-sua intenzione.
-
-E Giacomo?... Giacomo persiste a non rispondere, o risponde soltanto
-per ricambiare i saluti. Remigia scrive, riscrive, premurosa,
-affettuosa, tenera... ma non può ottenere nessuna notizia precisa.
-Dipenderà dal colore del Ministero. Dipenderà dalla sua salute.
-
-— Sempre la salute e sta sempre benone!
-
-La smania di Remigia diventa febbre e cresce ogni giorno di grado.
-Con tutti gli altri, persino con l'avvocato Berlendis e con Narciso
-Gambara riesce ancora a contenersi abbastanza, ma sola con Mimì, dà in
-escandescenze:
-
-— Lo fa apposta, quel... Giacomo, per farmi rabbia! Scommetto che c'è
-sotto mia sorella!
-
-— Che ti salta in mente! — Mimì, è sconvolta, affannata per l'amica
-sua. — Che ti salta in mente?
-
-— Sì! Sì! Non mi scrive nulla per farmi dispetto e c'è sotto mia
-sorella! Oppure, prima di decidersi in qualche cosa, invece di scrivere
-a me, scriverà a lei per consigliarsi e anche quell'ipocrita tirerà in
-ballo la salute!
-
-— No, no! Remigia! non è possibile!
-
-Mimì, non trattiene più le lacrime: le versa abbondantemente.
-
-— Possibilissimo! Va là! Va là!... Io ne so più di tutti!... «L'acqua
-cheta rompe i ponti» direbbe lo zio Rosalì! E mammà, cara gioia,
-risponderebbe: «Acqua minuta, bagna e non è creduta!» Per fortuna,
-però, io, adesso, tengo Luciano nelle mie mani!
-
-Ma ben presto Donna Maria Grazia è dimenticata e le ire contro di lei
-svanite. Anche se Giacomo non risponde a sua moglie per rassicurarla,
-questa è sicura, ormai, ch'egli sarà ministro. È stato chiamato anche
-Giacomo D'Orea al Quirinale per essere interrogato intorno alla crisi
-e al modo migliore e più costituzionale per risolverla, e i giornali,
-amici e avversari, gli attribuiscono una di quelle frasi che dicono
-molto, e per tutti i gusti, appunto perchè non dicono nulla: _È il
-momento per gli uomini di buona volontà, di averne una._ L'onorevole
-D'Orea sarà ministro. Adesso le inquietudini di donna Remigia sono
-soltanto per il portafoglio.
-
-Quale sarà?
-
-Ogni giorno le «ultime notizie» recano una nuova ricomposizone del
-Ministero; il nome dell'onorevole D'Orea c'è sempre, in tutte le
-liste, e ci rimane; soltanto, ogni giorno cambia di posto. Lo mandano
-dalle _Finanze_ al _Tesoro_, dal _Tesoro_ ai _Lavori Pubblici_,
-all'_Agricoltura_, _Industria e Commercio_, per rimandarlo da capo al
-_Tesoro_ o alle _Finanze_.
-
-— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira Remigia con la Mimì. Purchè non
-si vada all'_Istruzione Pubblica_! — Per gli _Esteri_, ella ha capito
-che non ci sono speranze. — Un ministro dell'Istruzione, sempre con
-tutti que' maestri, ha troppo del professore... e sua moglie, della
-professora. No, no! Piuttosto, accetto le _Poste e Telegrafi_!
-
-In queste sere Pontereno è più affollato del solito e di una folla
-assai più rumorosa e gesticolante. Il tè, lo _sherry-cobbler_, sono
-stati sostituiti dal vino bianco, gramolate e paste. Tutti discutono,
-tutti gridano, propongono nuove leggi, fanno e rifanno il Ministero
-che non è ancor fatto; ristabiliscono l'ordine anche dove non c'è
-disordine, salvano le finanze dello Stato e lo Stato dalle finanze!
-Sembra di essere in un piccolo Montecitorio, dove tutti gridano di più
-per farsi intendere che sono della stessa opinione e dove il signor
-Zaccarella, usciere della Presidenza, guida con un'occhiata vassoi
-e servitori, sta attento alla luce elettrica e passa dalle sale in
-giardino e dal giardino rientra nelle sale, sempre attento ai cenni di
-Donna Remigia, sempre sostenuto e impettito.
-
-Fra quella gentaglia si sente fuori di posto. Tranne il conte Gambara,
-il colonnello De' Taddei, l'avvocato Berlendis e un po' l'arciprete,
-del resto _non ci tiene_ conoscenze. Il suo mondo naturale è quello
-degli _sportsmen_.
-
-Il povero capitano, oramai, non solo può dire che s'è trovato al foco,
-ma può vantarsi di essere stato messo da donna Remigia a prova di
-bomba!
-
-— Ma!... Con donna Maria Grazia, sarebbe tutt'altra cosa!... Questa
-maledetta piccola è proprio fatta per andar d'accordo con quel cane di
-don Luciano!
-
-In una, appunto, di queste sere, arriva la grande notizia ufficiale: è
-il portafoglio dei _Lavori Pubblici_. In fatti, da un paio di giorni,
-il nome di Giacomo D'Orea è nelle varie liste del nuovo ministero,
-sempre allo stesso posto: ai _Lavori Pubblici_.
-
-Giacomo D'Orea, dovendosi adattare, anche per insistenze venute
-dall'alto, ad entrare in quel Gabinetto riuscito incolore per averci
-tutti i colori, avrebbe preferito di andare ancora alle _Finanze_ o al
-_Tesoro_; ma alle _Finanze_ bisognava mettere un lombardo, al _Tesoro_
-un piemontese, per via dell'equilibrio regionale: non c'è proprio che
-i _Lavori Pubblici_. Giacomo esprime ancora qualche incertezza, mette
-nuove condizioni, poi finisce con l'accettare... o quasi.
-
-Gli costa assai il dover proprio dire quel _sì!_
-
-Anche il suo dottore, — il dottor Davos, — che cosa non gli ha detto e
-predetto?
-
-Ma questo poco male; anzi!
-
-Perchè affannarsi e seccarsi per tirare innanzi? Perchè e per chi?...
-Non ha nessuno al mondo; più nessun affetto e nessuna idealità.
-Lavorare, servire il Paese, a che scopo, con che gusto?... Non c'è più
-onestà, non c'è più fierezza. È il momento di chi è più buffone, più
-ciarlatano e più prepotente!... Che cosa ci sta a fare lui, a Roma?...
-E al mondo?... Che cosa ci fa?
-
-È l'avvocato Berlendis che porta il dispaccio ufficiale a Donna
-Remigia. L'avvocato lo ha avuto alla redazione del _Vespertino_.
-
-— I _Lavori Pubblici_? — Remigia resta pensierosa un istante... poi
-pensa che gli poteva capitare l'_Istruzione_, che ormai... — non
-c'è più dubbio, — ministressa lo è e a Roma ci va: ha uno scoppio
-improvviso, nervoso, per Jack, per Giacomo, per suo marito — tesöro — e
-gli vuol telegrafare immediatamente.
-
-Tutti approvano l'idea: la folla, battendo le mani rumorosamente,
-l'avvocato e Narciso Gambara coi cenni del capo. Il signor Zaccarella
-porta in persona l'occorrente per iscrivere e lo presenta a donna
-Remigia con un fare così burocratico e spedito, come se lui, ai _Lavori
-Pubblici_, ci fosse da un mese!
-
-Ognuno dei presenti, ha la sua brava frase da suggerire: ma poi, Ciro
-Berlendis, dopo essersi asciugato il sudore col piccolo tovagliolino
-del gelato, in piedi, una mano sulla spalliera della seggiola e l'altra
-sul fianco, principia a dettare:
-
-«Nostro Berlendis... recami ora notizia ufficiale... tua nomina
-_Lavori Pubblici_... comunicata redazione _Vespertino_. Impressione
-favorevolissima... intera cittadinanza. Amici esultanti...»
-
-L'avvocato si ferma, guarda Remigia, che continua a scrivere, dicendo
-forte le parole:
-
-«... commossa abbraccioti, desiderosa vederti, esserti vicina,
-arriverò... domani sera a Roma.»
-
-«Tenerezze.
-
- «Tua.»
-
-Un nuovo scoppio d'applausi più fragoroso del primo. Il signor
-Zaccarella prende il dispaccio e scompare.
-
-— E i bauli? — Donna Remigia diventa seria a un tratto, fissando Mimì.
-— E tutti i bauli?
-
-— Ci penso io! — risponde Mimì abbracciando l'amica stretta, stretta,
-già presa dall'affanno per doverla lasciare.
-
-Il signor Zaccarella ritorna subito: da bravo capitano ordina i primi
-spari dello _Champagne_.
-
-I visi si accendono e i discorsi. Soltanto l'avvocato Berlendis,
-sdraiato sopra un canapè, beve gelati, beve _Champagne_, e torna a bere
-gelati. Soffia, sbuffa, cola sudore da tutte le parti, ma lo lascia
-colare e tace.
-
-Quando c'è folla, il Cavour di Pontereno risparmia la propria facondia.
-Tanto quella gente lo sa che è un grande uomo e che donna Remigia
-non move passo senza consultarlo. E anche il conte Gambara, non vuol
-confondersi. Solo solo, ritto in piedi accanto all'uscio che mette in
-giardino, ingolla cognac, fuma sigarette e fa l'occhio di triglia, come
-capita capita, a Remigia o alla Mimì.
-
-L'arciprete tutto in ghingheri con la larga fascia di seta moarè e lo
-zucchetto di raso, doni di Sua Maestà la Regina di Pontereno, diventa
-espansivo. Anche lui ha contribuito a quel fausto giorno!... Anche lui
-ha preparato — e come! — l'avvento di donna Remigia al potere!... Ma
-non si arrischia di dire tutto ciò esplicitamente. Si sa che un prete
-non deve immischiarsi con la politica: ma lo fa capire con strizzatine
-d'occhio eloquenti, con abili reticenze: — Per diana! — Se lui a votare
-non ci va, è lui che manda a votare gli altri!
-
-Il colonnello Baldassare De' Taddei, rosso di collera, ferma a un
-tratto donna Remigia, facendole un'intimazione:
-
-— Si guardi dai Boeri! Simpatie per i Boeri? Guai! Si ricordi, a Roma,
-che l'Inghilterra sarà sempre l'Inghilterra!
-
-Fervono i brindisi al nuovo ministro dei _Lavori Pubblici_, al nuovo
-Gabinetto, all'Italia, alle loro Maestà, ma i più entusiastici e i più
-frequenti sono rivolti a donna Remigia «alla nostra duchessa Remigia;
-alla più bella delle ministresse!»
-
-L'avvocato si tira su in tre tempi, puntando il braccio:
-
-— Alla moglie di Sua Eccellenza... a Roma!... Ma sempre alla nostra
-Regina... a Pontereno!
-
-Beve un altro bicchiere fra un subisso di applausi, poi ricasca di
-peso, gocciolante, sul canapè.
-
-— Auf! Che caldo!
-
-Anche Narciso Gambara fa un brindisi a Remigia sotto voce, alzando
-appena verso di lei la coppa spumeggiante, con un'espressione piena di
-sottintesi, di rimproveri e di carezze:
-
-— Cattivina! Cattivona!
-
-Remigia lo consola con gli occhi vivaci, pieni di promesse... assai
-lontane:
-
-— Verrà anche lei a Roma!
-
-Narciso s'inquieta:
-
-— Ma sì! Ma sì! Ma intanto no!... Sono sempre tutti lì, con gli occhi
-aperti! Come si fa, santo Guìo! Come si fa? — Rialza di nuovo il
-bicchiere per giustificare il troppo lungo discorso a bassa voce: — E
-a Roma, anche a Roma sarà sempre così... — la vocina ha un improvviso
-salto di chiave... — così cattivona?...
-
-In questa circostanza, chi mai lo avrebbe preveduto? L'inesauribile,
-il più fecondo improvvisatore di brindisi di tutto il reame di
-Pontereno e stati limitrofi, Marco Bragotto, ha dato negli scogli. Ha
-già fatto un brindisi, bellissimo, a Sua Eccellenza, sulle rime date
-dall'arciprete: Italia — Religione — Battaglia — Conciliazione; ed è
-stato applauditissimo. Adesso vuol farne un altro per donna Remigia, ma
-pensato con rime sue, e non ci riesce:
-
- A te Signora, in questo dì solenne
- Devoto il mio pensier volge le penne
- A te di Ponteren... alma... regina...
-
-No. Il concetto c'è; anche la rima «inchina», ma il verso non va. Il
-cavaliere Marco Bragotto si rode, si arrabbia, non beve più, non parla
-più: tutta la serata gli è andata di traverso e non si scuote nemmeno
-agli spari dei petardi lanciati in aria dal capitano Zaccarella, che
-mormora sdegnosamente all'orecchio del colonnello:
-
-— Ci vuole di questa roba, per i villani!
-
-Remigia è felice, radiosa; strillando, si tappa le orecchie con le
-bianche mani ingemmate quando scoppiano i fuochi artificiali e finge
-di spaventarsi. A forza di dover rispondere ai brindisi, è anche lei un
-po' accesa; le sue parole, i suoi gesti, le sue risate sono più vivaci
-del solito. La sovrana assoluta è diventata una reginetta un po' più
-liberale, chè, lei felice, vorrebbe rendere felice anche tutto il suo
-reame.
-
-Al colonnello De' Taddei, promette che parlerà subito al ministro della
-Guerra perchè ripari le ingiustizie e gli procuri un buon posticino...
-sedentario. All'arciprete fa balenare il regalo di tutti i paramenti
-nuovi e i tendoni per il _Corpus Domini_; assicura l'avvocato, a
-proposito del _Vespertino_, e tra due cedri del Libano, fuori dal
-raggio della luce elettrica, riceve un bacetto dal conte Narciso, ma
-soltanto sulla guancia, di volo.
-
-Lo _Champagne_, _Mumm extra dry_, che lo Zaccarella fa distribuire
-soltanto a chi vuol lui, lo ha fatto diventare birichino, birichino.
-
-Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma non dimentica gli
-affari. Ogni tanto, ferma la Carfo:
-
-— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi, con le penne! Le
-_toques_, con i fiori!
-
-Oppure:
-
-— Ricorda alla Carolina il vestito _tailleur_ di _drap_ bianco!
-
-Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto mentre le confida le
-sue pene poetiche e le recita que' due primi versi che gli son venuti
-così bene e così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto
-il mio pensier volge le penne», — per correre in gran fretta a dire a
-Mimì:
-
-— Tutti i miei _bijoux_ e anche tutti i miei ombrellini e i miei
-ventagli! Non ti pare?... Si sa mai!
-
-
-La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme ancora placidamente e
-sogna di dare il suo primo gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli
-degli ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da due ore
-in faccende per la roba e i bauli, quando portano un dispaccio. Mimì
-e la cameriera si consultano in silenzio fissandosi negli occhi: il
-dispaccio viene da Roma, non può essere altro che del signor D'Orea. Il
-caso è troppo importante: l'Idola non ha ancora sonato... ma anche se
-dorme bisogna svegliarla!
-
-La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella camera buia in cui
-si sente un respiro lieve e quieto di bambino e un forte profumo
-d'ireos... Apre le finestre... Remigia si sveglia di soprassalto.
-
-— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato!
-
-— È arrivato adesso un dispaccio...
-
-— Un dispaccio?... Sarà _il suo!_ Dammelo!
-
-Remigia si alza a sedere sul letto: la camicia scivola da una parte, ma
-i capelli cadendo addosso, la coprono tutta.
-
-— _Ah, Mon dieu! Mon dieu!_ Con questi capelli!
-
-Mimì glieli prende lei, delicatamente, con le due mani, per liberarle
-la faccia.
-
-Remigia apre il dispaccio e legge:
-
-
-«Ti consiglio, per ora, restare Bologna. Giorni di gravi preoccupazioni
-non di esultanza. Spero ancora non accettandosi mie ultime condizioni
-restarmene fuori saluti affettuosissimi ringrazioti.
-
- «GIACOMO.»
-
-
-— Ecco! — esclama Remigia, diventando bianca dalla collera. — Ecco!
-il vero tira-molla incontentabile! Ma sai che quest'uomo ha proprio
-fissato di farmi diventar matta?
-
-— No, cara, pensa invece...
-
-— Non difenderlo! Te lo proibisco! — Remigia dà un balzo sul letto
-come una furia. — Tu vuoi sempre difendere tutti quelli che mi fanno
-dispetto, che mi odiano!
-
-Mimì pallida, impietrita, non osa più dire una parola; non sa più
-scusare nemmeno sè stessa.
-
-L'Idola, a poco a poco si calma. Torna a cercare di liberarsi dai
-capelli, non può. Mimì glieli avvolge, glieli torce sul capo fermandoli
-con gli spilloni.
-
-— Ma sì!.. _Restarmene fuori!_... Per far ridere tutte le mie care
-amiche e nemiche di Bologna. _Ultime condizioni!_ Ma che cosa crede
-di essere, per farsi tanto pregare? Gli Esteri, già, non glieli hanno
-mica voluti dare perchè non si fidano. Ma parla! Rispondi! Non far la
-mummia! — Remigia torna ad arrabbiarsi. — Hai proprio fissato anche tu,
-di farmi star male? Di farmi piangere?
-
-Mimì copre l'amica di baci, sui capelli, sulle mani: c'è tanto amore,
-tanta sommissione e tanta umiltà nelle sue carezze!
-
-— Io... vado a Roma lo stesso!
-
-— Però lo avverti, prima, che vai!
-
-Remigia riprende il dispaccio che ha stracciato e buttato sul letto.
-Unisce i due pezzi e lo rilegge attentamente.
-
-... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni di gravi
-preoccupazioni, non di esultanza — Spero ancora — non accettandosi
-mie ultime condizioni — starmene fuori — saluti affettuosissimi —
-ringrazioti» — Non dice, _non voglio_; dice: _ti consiglio per ora_.
-Che te ne pare?...
-
-— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma affettuoso...
-
-— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non è mio marito? Dove c'è
-lui, ho diritto di starci anch'io, perchè... voglio essere una buona
-moglie.
-
-— In questo hai ragione.
-
-— E perchè non devo essere libera di vedere mio marito quando
-voglio?... Non l'ho mica sposato per star sempre sola! Lui, a Roma, ed
-io relegata in questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno! Sono
-stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa, stufa di avere sempre
-nelle orecchie, giorno e notte, l'inno delle cicale e delle rane al
-Messidoro! Sentile: _quà, quà, quà!_ Hanno già cominciato! Dammi da
-scrivere!
-
-Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul tavolino, la porta sul
-letto e l'apre. Remigia pensa, poi scrive:
-
-«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai cedere insistenti
-preghiere amici desiderosissima vederti abbracciarti parto lo stesso.
-
- «Tua.»
-
-— Va bene?
-
-La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non trova altro che una
-piccola correzione da fare:
-
-— Invece di _parto_, dovresti scrivere _partirei_ domani sera.
-
-Remigia accetta e fa la correzione. Due ore dopo, arriva la risposta di
-Giacomo:
-
-«Vieni pure domani sera ma conduci teco signorina Mimì. Prevedo temo
-avrò poco tempo disponibile farti compagnia. Saluti affettuosi.»
-
- «GIACOMO.»
-
-Remigia nel dare il dispaccio da leggere alla Carfo salta dalla gioia e
-l'abbraccia ripetutamente:
-
-— Sono felice! Sono felice! Sono felice!
-
-Mimì ha gli occhi pieni di lacrime, tanta è la gioia di non dover
-lasciare l'amica.
-
-— Vedi com'è buono?... È tanto buono il signor D'Orea!
-
-— Buonissimo! — risponde Remigia con entusiasmo. — E poi, così, c'è più
-tempo per tutto!... Anche di scrivere a Milano per la mia mantelletta
-di _chinchillà_ e il _renard_ bianco. A Villa Borghese e al Pincio farà
-fresco, qualche sera!
-
-
-
-
-IV.
-
-
-La partenza di donna Remigia da Pontereno e da Bologna è una doppia
-festa trionfale. A Pontereno il sindaco ha fatto suonare la banda
-civica in onor suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla
-stazione, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici,
-è ossequiata dalle autorità e salutata dagli amici, per l'occasione
-più che mai numerosi ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor
-Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto lo sport.
-
-Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari, sotto la tettoia
-ben illuminata, per raggiungere il _vagone-salon_, si forma una folla
-di curiosi che la seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per
-poterla vedere:
-
-— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La più alta?
-
-— No! È la più piccola!
-
-— Carina assai anche la piccola!
-
-— Questo è davvero un bel Gabinetto!
-
-— Vorrei entrarci anch'io!
-
-— Evviva le bionde al potere!
-
-— Evviva!
-
-Qualcheduno comincia anche a battere le mani.
-
-Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul
-terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi
-vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro,
-attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di
-ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando
-con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso;
-è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata,
-desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.
-
-Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i
-Bolognesi? Simpaticöni!
-
-Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone,
-sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo
-bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di
-attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori il
-_vagone-salon_ per la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama
-d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la
-sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!»
-abbracciandole in ispirito, tutte e due.
-
-L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando
-ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare
-presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla
-contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un capo-traffico, un
-ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi,
-uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli
-salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, —
-un bell'inchino, — e scendere dall'altra.
-
-Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In
-quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara
-che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che
-lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto.
-
-— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un
-posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da
-brava!... Anche senza stipendio!
-
-I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il
-prefetto.
-
-L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si
-sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per
-aiutarlo a salire.
-
-Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non
-compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a
-inferiora.
-
-Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità
-è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e
-minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già
-alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le
-guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non
-saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!
-
-— Indietro, signori!... Partenza!
-
-Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo in bilico sulla punta
-del piede destro; si rinnovano, con maggiore animazione saluti e auguri
-e il treno parte.
-
-Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina:
-
-— Chi sa, a Roma!
-
-— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure accoglienze e feste
-straordinarie.
-
-— Basta che non arrivi troppo spettinata!
-
-Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona e resta lì tutta
-notte, seduta scomoda e senza quasi poter dormire, per non arrivare a
-Roma con i capelli scompigliati.
-
-Invece a Roma... È una bella delusione!
-
-Il treno non si è ancora fermato e già Remigia sporge il capo dal
-finestrino sicurissima di scorgere Jack — tesöro! — sotto la tettoia,
-in compagnia de' suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano,
-un _tararan_, _tararan_ di marcia reale... Invece, nessuno! Fra tanta
-gente, nessuna conoscenza!
-
-— Mimì!... Giacomo non c'è!
-
-— Impossibile!...
-
-Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai vari scompartimenti
-si allontanano a frotte, con i facchini. Dinanzi al loro vagone non
-c'è che la Carolina appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a un
-grande scatolone posato per terra.
-
-È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da Milano all'ultimo
-momento.
-
-— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda la Carfo alla cameriera.
-
-— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!... Si chiamano e non
-si degnano nemmeno di rispondere! — La Carolina è di malumore; ancora
-tutta piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera di
-polvere.
-
-Remigia rientra nel vagone: non può credere a sè stessa.
-
-— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che io arrivi con un'altra
-corsa!
-
-Mimì resta un istante pensierosa:
-
-— No, non può essere; non c'è che questo treno diretto, che arriva a
-Roma da Bologna, alla mattina.
-
-— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro?
-
-— Chiarissimo!
-
-«_Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò finalmente
-abbracciarti domattina — tenerezze infinite. — Tua_».
-
-Remigia passa dall'avvilimento alla collera.
-
-— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta espansione?.... E non
-si muove nemmeno per venirmi incontro?...
-
-— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento!
-
-— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se si fosse trattato di mia
-sorella...
-
-Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette a gridare:
-
-— Ecco! Ecco!
-
-— Chi?...
-
-— Il signor Gaudenzio!
-
-Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto emettere un grido di
-allegrezza alla cameriera, rende la padrona addirittura furibonda.
-
-— Andiamo, Mimì! Scendiamo!
-
-— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta!
-
-L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta:
-
-— Anche tu! Lasciami stare!
-
-Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e la caccia nella
-borsettina rossa.
-
-Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma dal signor Gaudenzio
-di non dormire tutta notte e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello!
-
-Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i baffi, la cravattina
-colorata e con un piccolo bastoncino sempre fra le mani. Ha l'aria più
-di un sensale che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire:
-sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di trentanni in casa D'Orea.
-Ha cominciato facchino di studio, poi fattorino, e al presente, mezzo
-servitore e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza!
-
-Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla mattina presto, e si
-mette subito a raccontare ridendo, alla signorina Remigia, l'avventura
-che gli è toccata:
-
-— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade, in questa stazione!
-E io, mi ci perdo!... Anche stamattina, invece di prendere la strada
-di Bologna, ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!...
-Credo, io, che non le vedevo arrivare!
-
-— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più
-irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere.
-
-— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per
-mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando
-potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione! Glielo dica anche
-lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è
-stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro!
-
-Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel
-«signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo
-guarda più in faccia.
-
-Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare
-con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare
-innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.
-
-— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!
-
-Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta in _botte_
-accanto alla ragazza.
-
-— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo
-voglio mai vedere, assolutamente!
-
-— Non dubiti, signora duchessa!
-
-— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito
-Giovanni, da Pontereno!
-
-Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna
-Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione.
-
-— Vieni, Mimì.
-
-Mentre prendono il caffè, Remigia continua a brontolare:
-
-— Spero che questa volta, almeno, non avrai il _tuppè_ di voler sempre
-difendere quel tuo — ci pensa, poi trova la parola — quel tuo _apata_
-così bene educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai apposta...
-perchè mi odî!
-
-Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e per questo Remigia
-si arrabbia ancora di più.
-
-— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti nasconda anche i miei
-dispiaceri...
-
-— No... Scusa!... — Mimì è disperata.
-
-— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta colpa tua!
-
-— Colpa mia?
-
-— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida, per amor del
-cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo di non venire a Roma
-così a precipizio! Ma già, è inutile; sei fatta... come le tedesche!
-Famosissima per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace di un buon
-consiglio!
-
-Appena all'albergo, _aut aut!_
-
-— O mi date l'appartamento col balcone grande che dà sul Corso, o vado
-all'_Hôtel de Russie!_
-
-— Ma è stato Sua Eccellenza...
-
-— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto nemmeno dipinta!
-
-Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà sul Corso; ha tutto ciò
-che vuole, ma non è contenta.
-
-— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così soddisfatta di trovarmi
-a Roma, che non vedo l'ora di essere di ritorno a Bologna!
-
-E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso pensa ancora con
-trasporto e con rimpianto mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea
-del bagno d'amido, alla violetta.
-
-— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi... Simpaticöni!
-Vi voglio un gran bene! — Per vendicarsi di Jack e dei Romani che non
-erano andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte, sulla punta
-delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'! a un bolognese
-qualunque: magari all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto.
-
-Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua color perla,
-profumata, in tremule onde circolari e ripensa a quel bel momento
-trionfale della sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto
-così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila, agitare i cappelli
-mentre il treno si muove... Rivede tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il
-colonnello De' Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara...
-
-Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere l'acqua con la
-mano, più lentamente.
-
-— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel... _apata_. Fosse stato
-anche il Presidente dei Ministri, lui avrebbe piantato lì qualunque
-affare di Stato, per venirmi incontro alla stazione, chi sa con
-quanti fiori e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza
-l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a goccia a goccia — ... una
-_lunghissima_ lettera!... E voglio telegrafare a mammà di venir subito
-a Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il mio Totò, che
-vuol andare al Cairo lui... a morir di passione!
-
-Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si tuffa, si risospinge a
-fior d'acqua e di nuovo si lascia andar giù sprofondandosi dolcemente,
-chiudendo gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo:
-
-— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!... Amöre! Ah, che delizia un buon
-bagno tiepido dopo tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che
-piacere!... Non c'è al mondo un piacere... una più grande... voluttà...
-
-Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e latte donna Remigia va
-sul balcone a respirare, mentre Mimì, il signor Zaccarella e persino il
-segretario dell'albergo, sono tutti in moto con i facchini, per mettere
-in ordine il salotto, come vuol lei.
-
-— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal balcone. — E anche
-quell'orribile Colosseo!... Sembra dipinto da un cuoco famoso per i
-croccanti!
-
-Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire a poco a poco.
-
-Remigia guarda in istrada; quelli che passano si voltano in su: c'è da
-far passare il tempo.
-
-— È allegro il Corso, alla mattina!
-
-Viene Mimì sul balcone, con una lettera.
-
-— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta.
-
-— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà risposta, manderò il
-signor Zaccarella!
-
-La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata in piedi al
-balcone voltando le spalle alla strada, ma continuando a sbirciare,
-a destra e a sinistra, quelli che passano e guardano in su, rompe la
-busta e legge:
-
-— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una lettera di mammà?...
-
-Legge prima il bigliettino, perchè è più corto.
-
-«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione! Verrò _certissimo_
-a pranzo e cercherò il modo, se sarà possibile, di poter aver libera la
-serata. Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei più affettuosi
-saluti, una letterina molto gentile e buona, che ricevo in questo punto
-dalla tua mamma.
-
- «GIACOMO».
-
-— Ah, _mon Dieu!_... Stasera sarà stanco, e con la scusa
-dell'emicrania, la solita callotta di piombo, si resterà in casa a far
-venire le dieci, per andare a letto! E questa benedetta mammà, tanto
-farmi girare per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo
-che cosa c'è di gentile e di buono.
-
-La duchessa Cristina si congratula impiegando quattro paginette
-fitte fitte, per l'assunzione al potere del «genero amatissimo», del
-«figliuolo dilettissimo», sciorinando elogi e complimenti con la più
-colorita e calda espansione.
-
-«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo a te e a tutti,
-figlio mio: la tua grande modestia non potrà mai soffocare il mio
-orgoglio legittimo, di madre. In quest'ora difficilissima, la Patria
-ha bisogno de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti, non
-potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo benissimo tutto
-il tuo grande sacrificio e perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più.
-Io sono fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo sai bene,
-carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata la mia gioia prediletta. Con
-lei, ti sei preso il mio cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la
-consolazione, il conforto de' miei capelli bianchi...»
-
-Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che prima del suo
-matrimonio con Giacomo D'Orea, mammà scriveva... a Luciano. Era lui,
-allora, Luciano, anche senza salvare la patria, anche senza essere
-ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo, il suo
-legittimo orgoglio. E se lei Remigia, è sempre stata davvero l'Idolo
-prediletto per il cuore materno, è però altrettanto vero che nelle
-lettere di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia, la superba
-compiacenza, la consolazione e il conforto dei capelli bianchi!
-
-Remigia continua a sorridere terminando di leggere la lettera e
-riponendola nella busta.
-
-— Che cambiamento, ha fatto mammà!
-
-E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo» non era
-ascritto certamente fra gli uomini migliori della patria!...
-
-— _Bum!_
-
-Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza Mortadella, egli
-era, invece, secondo l'opinione di mammà e dello zio Rosalì, uno
-degli uomini famosi... per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano
-dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo tutta la famiglia
-approvava e lo zio Rosalì faceva eco, mormorando: — Mah!.. La croce non
-fa il cavaliere... e nemmeno la commenda!
-
-— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino, e ogni altra
-bestia più bestia, è mio cognato Luciano!
-
-Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere.
-
-— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo ha domandato la mia
-mano!... Che cambiamento di scena! Povero Luciano! Detronizzato come il
-doge Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars con la cattiva
-idea di opporsi al mio matrimonio?... Le furie di mammà!... «Mi avete
-messa in croce una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...»
-E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi pazzo è nato, muore
-matto!...» Persino il voltafaccia, il relativo _pronunciamento_ del
-capitano, e per colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!...
-Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di lei!... Soltanto
-l'umilissimo e ossequiosissimo signor Trüb!... — A Remigia sfugge
-un'altra risata. — Com'era buffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii
-e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva una foca!
-
-Il pensiero della giovane signora si allontana nel passato: i ricordi
-succedono ai ricordi.
-
-— La _Tête-pointue!_... Villars! Che bel paese!... Incantevole!...
-Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E come ballava bene! Altro che
-Narciso Gambara!
-
-Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto di Re Faraone
-innamorato... Rivede gli occhiacci di missis Eyre furibondi contro
-_Din_ e _Don_... Poi, a un tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in
-istrada:
-
-— _Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo.
-
-— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!...
-
-Remigia dà un grido di gioia.
-
-— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano!
-
-Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà girare tutta Roma, i
-teatri e divertirsi!
-
-— Che bravo! Che bella improvvisata!
-
-Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che vuole; i loro
-rapporti sono cordialissimi. Luciano, è vero, è molto cattivo con
-sua moglie, che è poi la sorella di Remigia, ma questo a Remigia,
-poco preme. Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta
-gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla moglie ciò che spreca,
-stupidamente, con l'amante; ma questo, a Remigia, che fa, che importa?
-Anzi, «la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere il
-cognato contro la sorella: Maria è una esagerata, una donna troppo
-eccessiva e... opprimente.
-
-— Ah, _mon Dieu!_ Che tragediografa!
-
-In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiare la cognatina
-perchè, davvero, la trova molto _chic_ e poi... per ingelosire e far
-dispetto al fratello e alla moglie.
-
-— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per uno. E con questa
-_Franceschina_ qui, forse... chi sa?
-
-.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala: i cognati
-si abbracciano festevolmente e tornano insieme sul balcone.
-
-— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora sossopra.
-
-— Perchè non sei venuta al _Grand hôtel?_
-
-— Jack vien sempre al _Roma!_
-
-— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da miliardario. — Per
-spendere meno. Sempre l'uomo di carattere: moderato in politica,
-moderato nelle spese! Del resto, lui poteva restare al _Roma_ e tu
-venire al _Grand hôtel_. Questo, adesso, si usa. È assai più comodo
-tanto per il marito, come per la moglie.
-
-Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina con un ghignetto
-canzonatorio:
-
-— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa!
-
-— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni!
-
-— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado. Ministressa? — Le
-prende una mano e gliela bacia. — Regina, _for ever!_
-
-— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me te la sei cavata abbastanza
-bene. Ma, e con Jack?... Gli hai mandato, almeno, un telegramma?
-
-I baffettini di Luciano si rizzano irti, per l'altezzoso disprezzo:
-
-— Oh, mainò!... Sono disgrazie che capitano così all'individuo, come
-alla Nazione!
-
-Remigia finge di non aver capito e si volta verso il salotto.
-
-— Signor Zaccarella! Per favore! Faccia portare due sedie!
-
-Il signor Zaccarella, le porta lui stesso, in persona.
-
-Don Luciano lo squadra in cagnesco:
-
-— E... come va la vitaccia, caro capitano?
-
-— Benissimo!... Fosse andata sempre così! Mi comanda altro, duchessa?
-
-— No, grazie. Quando tutto è finito, me lo faccia sapere.
-
-Risponde Mimì, che ha già salutato Luciano, di passaggio nel salotto:
-
-— Facciamo presto! Non dubitare!
-
-— Come hai saputo che arrivavo stamattina?... — domanda Remigia a
-Luciano appena seduti.
-
-— Oh, diavolo! Ormai, sei diventata una donna illustre... Pubblica!
-L'ho letto sul _Fracassa!_
-
-— Sul _Fracassa?_ — Remigia diventa rossa dalla gioia. Che c'è sul
-_Fracassa?_ — Chiama di nuovo il signor Zaccarella. — Mandi a prendere
-il _Fracassa_ di stamattina! Subito!
-
-— Non occorre! L'ho io! — Luciano leva la gazzetta di tasca e la porge
-alla cognata. — C'è un telegramma con la tua partenza da Bologna.
-
-Remigia sfoglia ansiosa il giornale:
-
-— Dove?
-
-— In terza pagina...
-
-— Ecco! Trovato! — Remigia legge a mezza voce: «Ieri sera, sotto la
-tettoia della stazione, alla partenza del _direttissimo_ per Roma,
-notavansi, in gruppo, le più cospicue personalità cittadine, nella
-politica, nelle lettere, nelle arti, nell'aristocrazia e nell'alta
-finanza. Era una eletta rappresentanza della nostra Bologna, memore
-e grata, convenuta per presentare gli ossequi del commiato a quella
-intellettuale signora che è la duchessa Remigia D'Orea Moncavallo,
-moglie di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici. Ella si reca
-alla Capitale, a raggiungere il marito, cui sarà di conforto, fra le
-gravi cure del suo dicastero l'aver presso di sè l'esimia donna, fida
-consigliera e compagna.
-
-«L'alta società bolognese rimpiange la regina dello spirito e
-della eleganza che migra ai saloni della terza Roma, ove Ella saprà
-diffondere il fascino delle sue grazie e del suo ingegno, nell'aure
-sature di politica e di diplomazia». — Mimì! Mimì!
-
-Invece di Mimì, si presenta ancora, nel vano della finestra, il signor
-Zaccarella.
-
-— La contessina è andata con la Carolina a disfare i bauli. Devo
-chiamarla?
-
-— No; prenda. — Gli dà il _Fracassa_. — Lo porti alla contessina
-Carfo. Le dica di leggere qui, — segna il punto con il dito, — questo
-dispaccio da Bologna.
-
-Il signor Zaccarella se ne va col giornale leggendo la corrispondenza
-telegrafica pieno d'unzione rispettosa.
-
-— Perchè non mi sei venuto incontro?
-
-— Oh bella! Se ho letto la notizia mezz'ora fa? E poi, figurati!
-Immischiarmi con il mondo politico, ufficiale e... _forcaiolo?_...
-Peuh!
-
-Donna Remigia lascia correre: non vuol far sapere al cognato che tutto
-il mondo politico ufficiale e forcaiolo, era rappresentato... dal
-signor Gaudenzio!
-
-— Jack non t'ha detto ch'io sarei arrivata stamattina?
-
-— Mio fratello... cerco di vederlo il meno possibile. È un metodo di
-cura preventiva, contro il mal di fegato.
-
-Remigia ride, poi domanda:
-
-— E mia sorella? È qui?
-
-— Oh, no, per grazia di Dio e volontà di chi comanda! È a Fiumicino, a
-far la cura dell'aceto e a sobillare la zia Gioconda!... A metterla su
-contro me!
-
-— La zia Gioconda? — Remigia è assai maravigliata.
-
-— Fiumicino superiore e Fiumicino inferiore, sono ormai un Fiumicino
-solo!... Immagini tu, Maria, con la sua superbia e le sue ridicole
-schifiltosità, sempre insieme e in lega con la zia Gioconda?
-
-L'Idola si fa seria: — Certo, certissimo! È per amore di Giacomo che
-quell'ipocrita lacrimosa di sua sorella ha voluto conquistare la zia
-Gioconda! — Ma resta pensierosa un attimo soltanto, rasserenandosi
-subito con una scrollatina di testa. — Facciano un po' quello che
-vogliono! Lei è a Roma per divertirsi!... E lei, e non sua sorella, è
-la moglie dell'onorevole D'Orea, del ministro!
-
-Si china sulla seggiola sporgendo verso Luciano il visetto arguto:
-
-— Tu, allora... si capisce! Sei qui per la divina arte canora!
-
-Don Luciano arrossisce leggermente facendo un sorriso da fatuo, senza
-dire nè sì, nè no.
-
-— Già, già, già! — continua la maliziosetta. — Teatro Costanzi:
-_La Manon!_... Oh, bella! Diventi rosso?... Ancora? Ma sì! Rosso!
-Rossissimo, sino alla radice dei capelli... che non hai!... Bravo
-cognatino! Perduto il pelo, ma conservato il pudore! — Poi soggiunge
-sottovoce, risolutamente: — Ricordati: questa volta, voglio proprio
-vederla!
-
-— Vieni alla prima della _Manon_.
-
-— Certissimo! — Riflette un istante, poi soggiunge con un'alzata di
-spalle, — Giacomo non lo saprà nemmeno.
-
-— Allora bisognerà fissare un palco, oggi stesso. — Don Luciano assume
-un'aria di grande importanza. — È già venduto più di mezzo teatro!
-
-In fatti Fanfan Trécoeur era stata preceduta a Roma dall'eco clamorosa
-del grande successo a Milano, al _Dal Verme_. Tre sere di trionfo e tre
-_piene_, costate a don Luciano, complessivamente, una cinquantina di
-mille lire. Ma la gloria... è cara; e per dare la scalata alla _Scala_,
-bisogna cominciare col _Dal Verme_ e passare dal _Costanzi_ e dalla
-_Pergola_. — Dunque intesi! Mi prendi un palco e andiamo insieme!
-
-Il cognatino rimane esitante: l'altra capisce a volo.
-
-— Sicuro! Quella sera, sarai impegnatissimo! Avrai da dirigere, da
-guidare la _claque_! Vuoi che per l'occasione ti ceda il capitano?
-Senza complimenti! — Remigia è indispettita. — Andrò al _Costanzi_ con
-Mimì!
-
-— Perchè, con Mimì? — Luciano cerca di rasserenarla. — Ne troverai,
-qui, di amiche e di conoscenti, quante ne vuoi! Intanto, la marchesa
-della Gancia!
-
-— Quanita? — esclama Remigia con gioia.
-
-— Un'idea! Stamattina, visto che non sei ancora in ordine, t'invito io
-a colazione, e vado a invitarti anche i della Gancia.
-
-— Al _Grand hôtel?_
-
-— Al _Grand hôtel!_
-
-— Accettato!
-
-— Ma... — Luciano abbassa un po' la voce. — Se si potesse risparmiarci
-l'incomodo della signorina Mimì?
-
-— Mimì?... Figurati! Ha dodici bauli da mettermi a posto!
-
-— Ah! — Luciano fa un largo sospiro di sollievo. — In premio ti offro
-un giretto in automobile, per farti venire appetito!
-
-A Remigia, la proposta sorride moltissimo: tuttavia rimane un po'
-dubbiosa.
-
-— E poi?.. Jack?... Che cosa dirà?
-
-— Ci sei stata altre volte con me, in automobile, a Bologna, a Milano e
-l'orso non ti ha graffiata!
-
-— Va bene, ma... oggi è diverso! E... proprio a Roma!
-
-— Oggi è diverso? — Luciano rifà il solito ghignetto. — Perchè sei
-diventata Sua Eccellenza la Ministressa?
-
-Remigia si arrabbia:
-
-— Non fare l'antipatico! Sai, che mi dà ai nervi!
-
-— _Pardon_, signora Eccellenza! Ti farò soltanto osservare che la
-grande stagione della politica è agli sgoccioli, motivo per cui, puoi
-prenderti qualche piccolo svago anche essendo al Governo! Il Re, ieri
-sera dopo la presentazione e il giuramento dei ministri è partito
-per Venezia, e a Roma a rivederci a novembre! Oggi stesso, fatta la
-presentazione del nuovo gabinetto, o domani al più tardi, sarà chiusa
-anche la Camera. Non solo dunque puoi fare un giretto in automobile
-stamattina, ma dopo colazione, ti propongo una volata fino a Porto
-d'Anzio, con la della Gancia, per vedermi a nuotare.
-
-— No! No! — Remigia scrolla il capo vivamente. — Oggi voglio proprio
-andarci alla Camera! Tanto più se si deve chiudere così subito! Che
-peccato! E poi? E Jack?... E mio marito? Pensa, non l'ho ancora veduto!
-
-— Oh Dio! Quale orribile sventura!...
-
-— No! No! Facciamo adesso un bel giretto, dicendo che si va al _Grand
-hôtel_ e, per oggi... basta, _tuff, tuff!_ — Si alza chiamando forte: —
-Mimì! Ti saluto! Luciano mi ha invitata a colazione! Carolì! Fa presto!
-Vieni a mettermi il cappello!
-
-Fa per correr via, ma l'altro la ferma.
-
-— Devo prima avvertirti... di una cosa.
-
-— Quale? — Ella lo fissa attentamente. I baffettini all'insù, alla
-russa, il cognatino è di una serietà quasi solenne. — Che c'è?
-
-— Ti avverto che io sono... socialista.
-
-— Tu? — Remigia dà una grande risata. — Tu?
-
-— Sì, io; persona prima. Sono socialista e _mi-li-tante_.
-
-— Col permesso... di _Manon?_
-
-— Ridi pure. È cosa lecita alle signore, quando hanno, come te,
-bellissimi denti!
-
-Fa, scherzando, per darle un bacio; Remigia si tira indietro.
-
-— L'Estrema con la Destra?... Che ibridissimo connubio!
-
-— Ridi! Ridi! Ma quando lo saprà, a Camera nuova, se ne accorgerà e non
-riderà mio fratello!
-
-— Quando saprà... che sei socialista?
-
-— Che sono socialista.
-
-Remigia lancia sul cognato un'altra occhiatina ironica.
-
-La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica e con tutti i suoi
-giornali, in fatto di socialismo è ancora alle prime nozioni confuse
-e sbagliate. Ella crede dunque, che Giacomo debba essersene di già
-accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza aspettare la
-Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione D'Orea. Ma di
-ciò, adesso... _cito_. Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato.
-Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per il primo giorno
-di lune! Oh, allora, senza voler entrare in certi argomenti, ma lo
-dovrà scontare il socialismo!.. Altrochè!
-
-
-
-
-V.
-
-
-Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con
-gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute
-della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa
-una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie.
-
-Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse,
-chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che
-Remigia non c'è, prova un senso di sollievo.
-
-— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?
-
-— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione al _Grand hôtel!_
-
-Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor
-D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica.
-
-— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra,
-non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in
-automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata!
-Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea!
-
-Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di
-Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria
-Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto,
-sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul
-ritratto di Maria.
-
-La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha
-detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe
-forte, replicatamente.
-
-— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi? Con tutto il cuore e
-con tutta l'ammirazione che sento per lei?...
-
-Giacomo si scuote, balzando in piedi.
-
-— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni e l'eccellenza!
-Mi dia invece dell'imbecille e mi faccia le condoglianze! — Si apre
-l'uscio; si volta: — Oh, bravo, il caffè!
-
-Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per l'improvviso accesso
-d'irritazione, aspettando muto, gli occhi fissi, che il cameriere
-deponga il vassoio sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha
-ordinato nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia due tazze,
-avidamente.
-
-— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi a forza di caffè e
-di tè. Ma sono... galvanizzazioni usuraie, come dice, ammonendomi, il
-dottor Davos!
-
-Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore: è pallido, smunto,
-ma con gli zigomi accesi e con la fronte madida di sudore. Ha le
-occhiaie gonfie, con le borse; le tempie vuote.
-
-— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto giù, non è vero?
-
-— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di rossore. — Si vede soltanto,
-che è molto stanco! Si capisce, del resto, col grande lavoro di questi
-giorni! Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è vero? Ella potrà
-prendersi un po' di vacanza e si rimetterà presto. E poi, deve far bene
-anche sentirsi l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni!
-
-— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo s'interrompe
-con un sorriso amaro; — oh! le mie soddisfazioni sono addirittura
-straordinarie!
-
-— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non dica così! Non sia
-tanto ingiusto con sè stesso e con gli altri! Non è una soddisfazione
-grandissima il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti la
-stimano?
-
-Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i piedi.
-
-— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina, ma a brutte
-cose, brutte parole! — E la prova di essere ciò che sono, l'ho data io
-stesso, accettando un portafoglio, al quale neanche sono adatto, in
-questo momento, in queste condizioni e con questi uomini! — Giacomo
-finisce con l'alzar troppo la voce, diventando a mano a mano sempre
-più concitato e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole che glielo
-dica?... Io sono l'uomo «che non sa più dir di no!» E non lo ero! Non
-sono nato imbecille!... Ero un uomo forte, tenace, persino testardo!
-Io avevo una volontà e arrivavo a qualunque costo dove volevo e dovevo
-arrivare! Sì, sì! Ero proprio così! Sembravo un timido, ma ero timido
-soltanto in società; con le signore!
-
-— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta, quasi
-impaurita. Non ha mai veduto il signor D'Orea infuriarsi, diventare
-così pallido e stravolto. Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a
-girare su e giù, a pestare i piedi, a gridare.
-
-— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi, con i miei
-avversari!... E con le canaglie, sono sempre stato forte, persino
-violento! Doveva sentirmi allora, signorina, alla Camera, negli Uffici,
-in Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio di piantare
-in asso il Governo e di mandare il Ministero a gambe all'aria piuttosto
-di cedere e di piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia,
-la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male, oggi... sono un
-debole.
-
-— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna a prendere la mano, a
-stringerla fortemente. — Non dica così!
-
-— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene! Lei, vede, lei
-signorina, mi ha conosciuto tardi, quando non ero più io, quando
-ero già diventato l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si
-ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica per il giuoco del
-_tennis_... e a Roma, non ho saputo dir di no al Quirinale!
-
-Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e cala la portiera.
-Giacomo capisce di essersi lasciato trasportare e torna a buttarsi
-sulla poltrona avvilito e spossato.
-
-— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare di bocconi
-amari!... Per ciò, l'irritazione che ho addosso! — Giacomo, così
-dicendo, si contorce dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e
-correre lungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari, infilati tutti
-sulla grande forchetta del bene indissolubile della Patria e delle
-Istituzioni!
-
-— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione...
-
-— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di carattere!
-
-— Ma non sa...
-
-— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre
-parlare!
-
-Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta,
-tendendo le mani giunte, supplichevoli.
-
-— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario
-di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo
-che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a
-furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato
-dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più
-che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino
-che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale
-nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!
-
-Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.
-
-— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di
-essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni
-ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non
-sa più dir di no!
-
-Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a
-Mimì, seriissimo, torvo:
-
-— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?...
-La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla
-testa!
-
-— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea,
-— balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di
-rimprovero.
-
-Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si
-preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando
-piano, ma risolutamente:
-
-— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica
-sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare
-seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le
-lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri
-tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca
-oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto
-il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un
-riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella,
-nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai,
-_mai_, che, disgraziatamente, io sono ministro!
-
-Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra
-smorte, tremano convulse.
-
-Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene!
-
-— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente,
-la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi,
-tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di
-approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o
-un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi!
-Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo avesse a
-succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir
-di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglie _ipso
-facto_ a Pontereno o anche molto più in là!
-
-... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di
-vesti...
-
-— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia
-nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta,
-felice, beata!
-
-— Di che cosa?
-
-Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita
-espansione.
-
-— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!
-
-— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!
-
-Giacomo ha paura che sua moglie incominci con le felicitazioni e i
-complimenti; però, soggiunge, per cambiar discorso:
-
-— Dunque, hai fatto colazione al _Grand hôtel_ con Luciano? Io ho
-avuto appena il tempo di bere un po' di tè e mi scuserai se non ti sono
-venuto incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato in questi
-giorni, lo sapevi già.
-
-— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho trovata la cosa
-naturalissima; non è vero, Mimì?
-
-— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco sicura.
-
-— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha da reggere... il
-timone dello Stato...
-
-Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare un bel discorsetto, ma
-Giacomo l'interrompe.
-
-— Hai trovato qualche persona di conoscenza al _Grand hôtel?_
-
-— Sì! C'erano moltissimi amici nostri.
-
-Giacomo la fissa, scrollando il capo.
-
-— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi amici, devi dire
-_miei_, cioè _tuoi!_ Io ne ho avuti due soli, in vita. Uno è morto e
-l'altro è al Transvaal!
-
-Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e la tocca pianino nel
-gomito.
-
-— Ho fatto colazione con Quanita.
-
-— Quanita?... Chi è?
-
-— La della Gancia.
-
-— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era anche il marito
-fedele... ai Borboni?
-
-— Sì.
-
-La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla, e Remigia si fa
-forza.
-
-— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera.
-
-— Alla Camera?
-
-— Quanita, per poter stare insieme, invece di andare nella tribuna di
-Corte verrà con me in quella del Corpo diplomatico.
-
-— A che fare alla Camera?
-
-— A sentirti parlare!
-
-— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.
-
-— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne
-può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo?
-— Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche
-quelli di Mimì.
-
-Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una
-seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica.
-
-— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto?
-
-— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi!
-Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei
-almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a
-colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere?
-
-— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè
-dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno
-prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e
-risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa
-indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico!
-Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche...
-Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al
-tuo modo di sentire.
-
-Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a
-fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono
-le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne
-vuol sapere:
-
-— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di
-mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia
-sorella! Sempre mia sorella!
-
-— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la Carfo spaventata. Ma Remigia
-non l'ascolta più e continua, ironica a sua volta:
-
-— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino! Ha la buona, ha la
-cara compagnia della zia Gioconda, con la quale se la intende... a
-meraviglia!
-
-Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie un'occhiata terribile:
-
-— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa vorresti insinuare? Se
-mia cognata ha dell'affetto ed è piena di riguardi per nostra zia, tu,
-invece di... fare come fai, dovresti cercare d'imitarla!
-
-— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il grande modello! Dovrei
-imitare il grande modello! Ma... come si fa?... Tutti non possono avere
-le doti, le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima...
-perfezione!
-
-— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo battono convulsamente.
-— Io ho bisogno, almeno in casa mia, di tutta la quiete possibile.
-Spero... Voglio sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi,
-per avvelenare anche i pochi momenti che posso avere di riposo...
-Sarebbe troppo! Ah, vivaddio, sarebbe troppo!
-
-Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura, nè per dolore; anche
-lei per dispetto e per ira.
-
-Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere il cappello
-afferrandolo furiosamente per andarsene; poi torna vicino alla
-moglie squadrandola bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli
-l'allontana con la mano, mentre si curva su Remigia parlandole quasi
-all'orecchio:
-
-— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi, non ci credo più. Puoi
-risparmiarle. Sarà tanto di guadagnato per tutti e due! Ti saluto! —
-Quando passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza fermarsi
-e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane assente solo pochi minuti.
-Ha capito di essersi lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è
-pentito. Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po' confuso,
-guardando le due giovani signore e scrollando il capo con tristezza
-grande. Mimì continua ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli
-occhi torvi, è tutta fremente e vibrante di collera.
-
-Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma dinanzi alla moglie,
-curvo, le braccia penzoloni, in atteggiamento umile, di scusa:
-
-— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello
-che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno
-quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi
-rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più
-piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi
-montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar
-matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà;
-speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos
-e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante,
-bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti
-sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... —
-Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo
-più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo
-un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi
-trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto,
-ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora
-la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti!
-
-Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima, le escandescenze
-di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e
-doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore.
-
-— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si
-attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita
-che le verrà raccomandato.
-
-— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora
-appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce
-rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla
-quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da
-marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un
-rimedio contro la mia... cattiveria!
-
-Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e
-con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col
-rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per
-le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato
-combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli
-occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.
-
-— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita?
-
-— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande
-divertimento!
-
-
-
-
-VI.
-
-
-— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Quante teste pelate!
-
-È l'esclamazione di donna Remigia appena si sporge dal parapetto
-della tribuna diplomatica, e gira gli occhi in fondo all'aula di
-Montecitorio.
-
-— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Com'è brutto qui! — Si era immaginata la
-Camera dei Deputati, assai più grande, più bella e più sfarzosa.
-
-La marchesa della Gancia la guarda sorridendo:
-
-— Ma come?... Non c'eri mai stata?
-
-— Mai! Quando dico a Jack di condurmi in qualche posto, o non può,
-o se può... sta poco bene! Ma adesso ho preso il mio partito: andrò
-dappertutto senza di lui!
-
-— E farai benissimo!
-
-Approva anche il marchese Pio della Gancia, il marito di Quanita.
-
-Remigia torna a sporgere il capo e a guardar giù. L'aula va sempre
-più affollandosi. Alcuni onorevoli, non teste pelate, ma arruffate, in
-piedi o sdraiati dietro i lor banchi, parlano fra di loro, gesticolando
-animatamente. Remigia, sta un po' osservandoli, poi domanda, con aria
-scandalizzata, facendoli notare anche al marchese:
-
-— Come mai?... Tutti i deputati non sono in abito nero?
-
-Il della Gancia allunga il collo, guardando lui pure giù «nella bolgia»
-come la chiama, piacevolmente. Ma poi, in fretta, si tira indietro, e
-sporge le labbra nauseato:
-
-— Ah! Ah! Quelli sono i _Rabbagasse_ dell'Estrema Sinistra! — Il
-marchese, che parla con uno spiccato accento napoletano, pronunzia
-_Rabbagasse_ con due _bi_ e facendo sentire la _e_.
-
-— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il frac dovrebbe essere di
-rigore!
-
-— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio fa un gemito che sembra
-quasi un muggito. — Ma! Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico!
-Non è vero, Quanita?
-
-— Già... appunto!
-
-La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di qua, di là, risponde
-chinando il capo con la vivacità meridionale, alle profonde riverenze
-che le rivolgono, dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e
-del centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della tribuna
-di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto a guardare in giro
-ansiosamente e a cercare, a cercare... qualcheduno che non c'è. A un
-tratto, l'occhialetto si ferma, puntato diritto alla tribuna della
-stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in piedi, proprio nel
-mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno, con la barbetta rossiccia,
-la cravatta sgargiante e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta
-subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia, poi, scambiato con
-la marchesa un cenno quasi impercettibile, va in cerca di un posto per
-sedere.
-
-La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si rivolge con un
-sorriso al marito che continua a far la predica: lo ascolta e lo
-approva del capo.
-
-— La democrazia monta e quando si dice democrazia intendi furfanteria
-e soprattutto volgarità!... Ormai, tornare indietro non si può!
-Bisogna andare fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare
-indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo in pochi... i
-rimasti, i superstiti!
-
-Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le palpebre per non vedersi
-dinanzi la propria effige penzoloni a una lanterna. — Mah!
-
-Anche le due signore, restano lì, per un momento, soprapensiero.
-Poi Remigia torna a guardar giù, nell'aula, per vedere se i deputati
-cominciano a guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo sempre
-di mira la tribuna della stampa.
-
-Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale da Ferdinando II,
-ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex re Francesco, — nel fisico
-e nel morale: nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino e dai
-baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole da lasagnone.
-Del resto, a parte la spaghite di dover passare un'altra volta per la
-ghigliottina, egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non
-è per lui altro che un affastellamento di nordici e di _meridioni_,
-affatto precario. In fondo al suo cuore, ed è per questo che non li
-aborre, ma li compiange simpaticamente, è ben convinto che i Sovrani
-piemontesi sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio,
-sospirando il momento di ritornare a Torino e, magari, addirittura in
-Sardegna. Quando sua moglie è stata prescelta come dama d'onore della
-Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre dama d'onore
-della seconda moglie di Re Ferdinando e sua nonna della prima, il
-marchese Pio, non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi...
-dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione da suo cognato, Esente
-della Guardia Nobile, che avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano.
-
-Remigia si leva un guanto e con la bellissima mano ingemmata aggiusta e
-rimette a posto alcuni fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella
-ci tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i Centri sono
-affollati. Soltanto nei settori di Destra c'è del vuoto. La tribuna
-degli ex deputati, la tribuna della Real Corte e della Presidenza, sono
-rigurgitanti di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente, tutte
-circonfuse dallo sventolìo incessante, affannoso dei ventagli. Perchè
-lassù, sotto le vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio
-romano, diventano insopportabili.
-
-— Duchessa Remigia!
-
-Il marchese la chiama, toccandola appena, leggermente, sul braccio. Si
-offre per indicarle tutte le più spiccate notabilità della Camera.
-
-— Sì! sì!... Bravo!
-
-Remigia è contenta: gli si fa più vicina per sentire. Il marchese
-sta fermo, assapora quell'odore di biondo, lui che ha la moglie nera
-come l'inchiostro, e gongola. Ha una grande simpatia per Remigia.
-Prima di tutto, per quanto costretta dalle conseguenze... della
-rivoluzione, a doversi imborghesare morganaticamente con un D'Orea, è
-sempre una duchessa Moncavallo; e in quanto al fisico, — oh, madonna
-del Carmine benedetta! — è sempre stata la sua passione il genere
-magrolino, tenerino; il tipo infantile, acerbo, che ha ancora... del
-_guaglioncello!_
-
-— Vede, donna Remigia, nella tribuna della Real Corte, quella vecchia
-signora con quell'enorme tuppè di capelli bianchi? È una delle più
-intriganti collaresse...
-
-Ma donna Remigia non gli bada. Non ha tempo di occuparsi delle
-vecchie signore. Sbircia con la coda dell'occhio molte teste pelate di
-onorevoli che si agitano indicandola l'uno all'altro.
-
-— Domani mattina, presto, bisogna mandare il signor Zaccarella a
-prendere il _Fracassa!_
-
-Continua con la bellissima mano a lisciarsi i capelli e a guardar giù,
-senza averne l'aria, fingendo di star attenta ai discorsi del marchese
-che si fa sempre più accosto, ed ansima.
-
-Ah! ah!.. Non soltanto le teste pelate, anche le arruffate cominciano a
-voltarsi in su.
-
-— C'è del fermento tra i _Rabbagasse!_ — pensa Remigia sorridendo e
-sporgendosi alla tribuna per farsi meglio vedere.
-
-— Carina! Carina assai!... Chi è quella bella signora bionda con quel
-grande cappellone a piume bianche nella tribuna del corpo diplomatico?
-
-— È la D'Orea!
-
-— Oh, oh! La moglie di Sua Eccellenza?
-
-— Sicuro! La moglie del ministro dei Lavori Pubblici!
-
-— Accidenti! Preferirei ottenere il portafoglio dei suoi lavori privati!
-
-— E l'altra?...
-
-— Quale?
-
-— L'altra signora, vicino alla D'Orea! Quella vestita di nero!
-
-L'interrogato si pulisce in fretta le lenti col fazzoletto, se le
-inforca di nuovo sul naso e torna a guardar su.
-
-— Non so il nome; ma dev'essere una dama d'onore della Regina.
-
-— Simpatica brunotta, per quanto un po' stagionatella!
-
-— Stagionatella sia pure! Ma ha una bocca saporosa assai! Con quei
-baffettini neri!
-
-— E che occhi! Che carboni grigi! Brillano più dei diamanti che ha
-nelle orecchie!
-
-— Concludendo, bella la bionda e magnifica la bruna!
-
-Le due signore, in fatti, stanno benissimo insieme, risaltando, per il
-contrasto, anche maggiormente. La della Gancia, nella soda e fiorente
-maturità della quarantina, è un tipo di bellezza affatto opposto a
-quello delicato e capriccioso di Remigia D'Orea, e a quello vagheggiato
-e tutto innocenza, da suo marito. Anche la marchesa vede, sente di
-piacere, di essere ammirata e, come un cavallo pien d'ardore, non
-sa più tenersi in freno, continua a muoversi, a salutare, a ridere e
-volge più spesso verso la tribuna della stampa la bella faccia bruna,
-mobilissima, nella quale sfavillano gli occhi grigi e luccicano i denti
-bianchi.
-
-Il bel giovinotto dalla barba rossiccia è seduto solo, appartato, in un
-angolo. Lì, fra quelli della stampa, egli non è conosciuto da nessuno.
-
-Tutti lo guardano per la cravatta, e per quell'aria di letichino
-prepotente, che non può passare inosservata.
-
-— Chi è?
-
-— Mah!...
-
-— Sarà un qualche avventizio della provincia!
-
-— Un ponza-novelle domenicale!
-
-— Giornalista no, di sicuro! Si sarebbe fatto conoscere!
-
-— Basta! _El tegnaremm d'œcc!_ — esclama, sforzando la pronunzia, un
-ammiratore di Ferravilla.
-
-— _Fogo in manega, lustrissimo!_ — E nessuno ci bada più. Brontolano,
-invece, contro il Governo incivile che si fa troppo aspettare.
-
-— Il Ministero deve presentarsi prima al Senato!
-
-— Ma che Senato! — Tutti insorgono, protestando in difesa delle proprie
-prerogative. — Prima la Camera!
-
-— Taci, ufficioso venduto!
-
-— Servo della greppia!... Il tuo Governo di decrepiti istrioni aspetta
-che l'aula sia _au complet_ per l'applauso di sortita.
-
-Mentre si ride, un altro giornalista giovanissimo, che si tien giù,
-basso, lungo disteso sopra una delle panche, si mette a urlare con
-quanto fiato ha in corpo: — Fuori!... _Musicaa!_... Fuori i lumi!
-
-— Ecco, duchessina! — esclama il marchese, accarezzando Remigia con
-gli occhi e col diminutivo e tirandosi, cacciandosi ancora più sotto al
-cappellone, all'ombra profumata delle piume bianche. — Ecco il ministro
-della Pubblica Istruzione!
-
-Remigia segue con le lenti l'indicazione del marchese e vede un
-omettino tondo, grassotto, col cranio rosso, congestionato, avvicinarsi
-al banco del Governo dispensando sorrisi, saluti, strette di mano, con
-tutti deferente, supplice quasi, con l'aria più di chiedere protezione
-che di accordarla.
-
-— È un frate sfratato!... Lui e sua moglie dicono di no e si
-arrabbiano, ma c'è chi giura di averlo visto, prima del settanta, con
-la tonsura!
-
-Remigia ripone le lenti, aggrottando le ciglia: — Accettare nel
-Ministero, persino un frate! — Lì per lì le corrono in mente tutti i
-torti e tutti gli odiosi difetti di suo marito: la nessuna nobiltà,
-la nessuna sostenutezza, la sfuriata di poco prima, e con i baffi del
-signor Gaudenzio persino un barlume di pizzicheria!... — Si dà una
-scrollatina di testa per non diventare di cattivo umore e domanda al
-della Gancia:
-
-— Ma il mio Jack, tesöro, perchè non si vede ancora!
-
-Quel _tesöro_ serpeggia nelle vene per quanto un po' sclerotiche, del
-marchese Pio:
-
-— Pazienza, un po' di pazienza, bella duchessina cara, come a teatro!
-Le prime parti, si fanno sempre aspettare! Manca ancora il Presidente
-della Camera, il Presidente del Consiglio, il ministro degli Interni,
-quello del Tesöro! — E anche il marchese allunga la o fissando il bel
-collino delicato e la nuca ricciutella.
-
-— Fatemi vedere il ministro degli esteri!
-
-— Non c'è!
-
-— Come non c'è?...
-
-— Il presidente del Consiglio ha assunto anche l'_interim_ del
-ministero degli Esteri!
-
-— Ah, sì! Sì! — esclama Remigia dopo averci pensato un momento. —
-Sicuro!
-
-Quanita ride.
-
-— Una Ministressa?.. Dimenticare gli _interim_ del Presidente del
-Consiglio?... È grossa, assai!
-
-Il marchese lancia una frecciata ironica, piena di gelosia:
-
-— Con tutta la politica fatta a Pontereno... col conte Gambara!
-
-— Oh! povero Gambara!... Anche lui, come dell'_interim_! Sparito dal
-pensiero e dal cuore!... — Donna Remigia, dice così scherzando, per far
-piacere al marchese Pio; ma forse, può essere anche vero.
-
-— Fatemi vedere il sottosegretario di mio marito.
-
-— Il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Il _Rabbagasse_ dal
-cappellone?... Ancora non si vede.
-
-— E il ministro della Guerra?
-
-— Eccolo!... Eccolo là! — rispondono quasi insieme Quanita e il marito.
-— Entra adesso dal corridoio di sinistra, col ministro della Marina!
-— La marchesa, lo saluta assai cordialmente con i cenni vivissimi del
-capo.
-
-Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo per essere
-senatore e ministro. Alto, secco, rivela sotto l'elegante soprabito
-nero la figura svelta e snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una
-bella testa espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi
-e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula leva una
-lente dal taschino della sottoveste e se la ficca nell'occhio, come
-il bell'Apollo di Villars, guardando verso la tribuna del corpo
-diplomatico e rispondendo del pari vivamente ai saluti della marchesa.
-
-Invece il ministro della Marina, esile, traballante, si avvicina al
-suo posto e siede subito come affranto, sulla poltrona, buttandosi
-dinanzi, sul banco, il grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così
-sparuto e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni in un
-paese di malaria, anzichè sul mare, arrivando da cadetto, al grado di
-contrammiraglio.
-
-Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto di Remigia hanno
-dato nell'occhio al ministro della Guerra. Vuol subito sapere chi è.
-
-— È una vostra collega! — risponde un deputato che sta discorrendo col
-ministro dell'Istruzione. — È la moglie di Sua Eccellenza D'Orea.
-
-Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente nell'occhio e a
-fissare in alto.
-
-Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri si parla di lei;
-osserva le occhiate di sua Eccellenza D'Entracques; lo guarda a sua
-volta, poi rizzandosi bene sulla vita e piegando vezzosamente la
-testina ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili d'oro
-dietro la nuca.
-
-Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita e miracoli del
-generale, che Remigia conoscerà quel giorno stesso a pranzo.
-
-— È un nostro amico carissimo!
-
-— Assai simpatico!
-
-— È già la seconda volta che è ministro!
-
-— Dice lui stesso di essere condannato... ai ministeri forzati!
-
-— _Ci sto... perchè ci sono comandato!_
-
-Questa, in fatti, è la frase solita del generale d'Entracques, ed
-il volersene sempre andare è la sua vera forza di resistenza come
-ministro.
-
-Per Sua Eccellenza D'Entracques, ministero di Destra o ministero di
-Sinistra, ministero Liberale o ministero Conservatore, è tutto «un
-servizio».
-
-— Sono di picchetto e ci sto, fermo al fuoco, perchè ci sono comandato!
-
-C'è un movimento nell'aula, si sente un mormorio confuso: entrano quasi
-contemporaneamente, ma da opposti lati, il Presidente della Camera,
-seguito da due o tre deputati, e il Presidente del Consiglio con gli
-altri ministri e i sottosegretarii.
-
-— Ecco il mio Jack! — esclama Remigia. Sorride con un cenno al marito e
-intanto lancia un'altra occhiatina al ministro della Guerra.
-
-La marchesa le ha appena indicato nella tribuna vicina una signora
-americana, missis Britton, che se non è più al suo primo mattino
-rappresenta tuttavia un fulgido meriggio.
-
-— Ha fatto pazzie per il D'Entracques ed è sempre innamorata di lui,
-ferocemente!
-
-— Il cappellone! Il cappellone! — bisbiglia plano il marchese Pio,
-premendo il braccio a Remigia e parlandole così vicino, da sfiorarle
-quasi l'orecchio.
-
-— Dov'è?...
-
-— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore, che parla appunto
-con vostro marito!
-
-— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa Quanita. — Il
-potere gli ha fatto allungare la giacca!... Può passare per una mezza
-_radingotte!_
-
-— _Ssst!_ — corre nell'aula un vociare più forte, al quale segue un
-bisbiglio sommesso. — _Ssst!_
-
-Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del seggio, dice alcune
-parole che non arrivano fin su, alle tribune, poi siede di nuovo e
-quasi subito il Presidente del Consiglio, si alza.
-
-Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella poltrona con gli
-occhi socchiusi, altri si curvano su fasci di carte e cominciano in
-fretta a buttar giù firme.
-
-Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo, impettito. Il suo
-viso è impassibile, lo sguardo freddo, senza espressione. Un risolino,
-tra il cortese e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti.
-
-Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra: l'aria è
-accesa, piena di ronzii.
-
-La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni deputati, in
-ritardo, si affrettano a raggiungere in punta di piedi, i loro scanni.
-Il Presidente aspetta ancora qualche secondo guardando a destra, a
-sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva egli dice:
-
-— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi onoro di
-partecipare alla Camera che Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto
-mandato di comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere
-mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione degli Onorevoli
-Colleghi... — qui legge sottovoce e confusamente una filza di nomi...
-— ai quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative e
-politiche del momento.
-
-I ministri, che tengono chiusi gli occhi, li aprono e stanno attenti;
-quelli che scrivono, si fermano ed alzano il capo: nessun applauso... e
-nemmeno alla fine del discorso. La Camera accoglie le «comunicazioni»
-con un atteggiamento quasi ostile. Si attendono i commenti. Questi
-seguono brevissimi, abili, cauti, insignificanti e finiscono in un
-mormorio eloquente, ma cauto del pari, che si alza dai vari settori.
-Dopo un momento risuona dall'Estrema Sinistra una sghignazzatina tosto
-repressa: si guarda, ed anche da altri punti si ride.
-
-— La patria è salva, ed anche Menelich! — grida una voce dalla tribuna
-della stampa. — Fuori i lumi!
-
-Il Presidente della Camera si scote nell'alto seggiolone e stralunando
-gli occhi aggravati dall'ora afosa, afferra macchinalmente il
-campanello.
-
-— _Ssst!_
-
-Di nuovo s'impone il silenzio, ma senza ottenerlo, e tra le proteste,
-i _bravo!_ e le risate, si alza, dal primo settore di Sinistra, uno
-dei più eleganti e giovani deputati, legislatore autorevolissimo fra
-gli _sportsmen_. — Peccato! Non si vede di lui che la bellissima,
-perfetta pettinatura. Presa la parola, e impappinandosi frequentemente,
-egli tien sempre il capo basso e gli occhi rivolti verso un paio
-di cartelle che ha spiegate sul banco. L'oratore — «di fronte alla
-situazione parlamentare creata dagli ultimi eventi, di fronte alla
-palese inopportunità di procedere nelle condizioni del momento alla
-discussione dei progetti di legge che... furono... abbiamo... sono alle
-viste, propone» — si ferma, si fa coraggio — «propone che la Camera
-anticipi le vacanze e venga riunita a novembre.»
-
-Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei ministri, si alza subito
-a sua volta per dichiararsi d'accordo con l'onorevole preopinante:
-raddoppiano gli urli che fluiscono in un'omerica risata su tutti i
-banchi.
-
-— Compare! Compare!
-
-— Musicaa!
-
-Ma la proposta, più che approvata, è messa in pratica: tutti si alzano
-e si affrettano alle uscite, ridendo, gesticolando e buffoneggiando.
-
-Su, nella tribuna del corpo diplomatico, anche la marchesa della Gancia
-si alza, con gli altri, per uscire. Ma ella rimane un istante ritta in
-piedi, vicino al parapetto, e fissa gli occhi un'ultima volta verso la
-tribuna della stampa: Barbetta-rossa è in piedi, attento. Ella apre e
-chiude il ventaglio due volte, lentamente, poi lo batte con un piccolo
-colpo della mano.
-
-— È ancora presto! — dice subito a Remigia, avviandosi verso l'uscio
-della scala e parlando forte, con la sua bella voce rotonda, risonante.
-— Faccio una visita, e passerò anche da mia madre, che non vedo da due
-giorni. Dove vuoi che ti accompagni con la carrozza?
-
-— All'_hôtel_. Ho anch'io da scrivere a mammà!
-
-— Pio verrà a prenderti per il pranzo, o anche prima, se vuoi; siamo
-intesi.
-
-— Ma... — Remigia si mostra titubante.
-
-— Che _ma?_...
-
-— Che _ma!_ Che _ma!_ Non ci sono _ma!_ — strilla il marchese,
-felicissimo per quella fortunata combinazione.
-
-— E Jack?... Ha detto di voler passare la serata con me.
-
-— E non passa la serata con te, anche pranzando da noi?
-
-— Non gli ho detto nulla. Forse è stanco; forse sta poco bene. Sapessi!
-— Un lunghissimo sospiro. — Io non posso mai fissar niente a un'ora di
-distanza.
-
-— Cerchiamo adesso di vederlo e di potergli parlare. Io ti voglio a
-pranzo ad ogni modo!
-
-— E se vostro marito avrà sonno, lo manderemo a dormire! — Così
-dicendo, il marchese Pio stringe forte sotto il suo braccio il braccio
-di Remigia.
-
-— E ricordati: vieni con Mimì. Ci farà tanto piacere!
-
-— No, scusa; Mimì no! — risponde Remigia seccamente. — Non voglio
-cominciare fin dal primo giorno a tirarmela dietro ad ogni passo!
-
-— Non so darvi torto, — afferma il marchese, premendole il braccio di
-nuovo. — Non bisogna mai che una cortesia, diventi una consuetudine. —
-Egli ha troppo paura di perdere il tu per tu, in carrozza, con la cara
-piccolina.
-
-— Ecco il generale! Ecco D'Entracques! D'Entracques! — chiama forte la
-marchesa, vedendo Sua Eccellenza il ministro della Guerra, affacciarsi
-a un usciolino a vetri, a metà della scaletta. — Il D'Orea è con voi?
-
-— No, marchesa!
-
-— E dove sarà?... Gli vorrei tanto parlare! — Si volta subito verso
-Remigia: — Ti presento il conte Martino D'Entracques, generale,
-senatore, ministro, ma con le signore, sempre un amabilissimo capitano
-di cavalleria!
-
-Il D'Entracques sorride e sospira.
-
-— È troppo capitano?... Volete tenente?
-
-— Non scherzate, marchesa! Ormai si passa di promozione in promozione,
-con una rapidità straordinaria... anche in tempo di pace.
-
-Il generale stava proprio lì, in agguato, sul piccolo uscio a mezza
-scala, per poter vedere la D'Orea più da vicino. Remigia, che ha subito
-indovinata la mossa dell'abile stratega, diventa rossa rossa, mentre
-succedono le presentazioni.
-
-È strano, ma è proprio vero: il giovane generale, che ha per amante la
-formosa e biondissima missis Britton, sta per vincere una battaglia!
-
-Il D'Entracques si affretta a dare precise informazioni sul conto del
-collega.
-
-— L'ho lasciato alle prese con due o tre deputati del Mezzogiorno! Ma
-adesso, lo troveremo, certissimo, in biblioteca!
-
-Per l'uscio a vetri, dove stava di guardia, egli fa passare la comitiva
-in un oscuro corridoio, poi la fa risalire per un'altra scala, poi
-ancora un altro corridoio da attraversare e, finalmente, ecco le
-prime sale della biblioteca. Durante tutti questi giri e rigiri il
-marchese deve lasciare il braccio della duchessina e mettersi in coda.
-È il generale che si trova accanto a Remigia e, lungo com'è, deve
-chinarsi assai mentre le parla: Remigia, per ascoltarlo, si tira su,
-ritta, e alza verso di lui il viso colorito dalla corsa, dal caldo,
-dall'emozione. Ella si sente più gaia, più leggera; le sembra di
-volare!
-
-— Posso dire di essere due volte collega di suo marito! L'onorevole
-D'Orea, la pensa come me ed è nelle stesse mie condizioni. In questo
-Ministero anche lui ci sta, perchè c'è comandato!
-
-Cercano dappertutto, ma l'onorevole D'Orea non si trova. La marchesa
-Quanita dovendo aspettare, sembra sulle spine e però il D'Entracques
-manda alla ricerca due uscieri.
-
-— Da qui, se c'è, dovrebbe passare di sicuro! Si tratta di pochi
-minuti! Dunque, — domanda il generale rivolgendosi di nuovo a Remigia,
-— della nostra Camera non è rimasta incantata?
-
-— Incantata?... — Remigia fissa il giovane generale e giovanissimo
-senatore co' suoi occhietti lustri e frizzanti, mentre un sorriso
-arguto rende più fonde le due piccole fossettine agli angoli della
-bocca freschissima, fremente e fragrante. — Incantata?... Non è certo
-la parola adatta! Da lontano, quando si leggono i giornali... Ah, _Mon
-Dieu_, s'immagina con la fantasia tutt'altra cosa!
-
-— Oggi, bisogna poi notare, è stata una seduta di pura formalità; senza
-nessuna battaglia. Oggi alla Camera, non c'era altro che un partito;
-quello delle vacanze.
-
-— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra cosa!
-— Remigia vede che il _tutt'altra cosa_, e il modo come lo dice,
-piace molto al D'Entracques: lo ripete ancora, scrollando il capo
-graziosamente e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo:
-— Sono stata invece parecchie volte in Senato! Oh, là sì!... Quanta
-grandiosità... Quanta solennità!
-
-— Cioè quanta _sonnolennità!_
-
-Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il marchese, e ride egli
-stesso, il D'Entracques: ridono tutti, quando Giacomo D'Orea, con
-un grosso fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio,
-pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo, strascicando
-i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica. Si ferma muto, ansante,
-con il cappello in mano dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria
-trasognata. Appena sente di che cosa gli vogliono parlare, cioè di un
-invito a pranzo per Remigia, il suo occhio si rianima, ed egli diventa
-persino espansivo.
-
-— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra buona marchesa
-mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia, va! Ne sono anzi contentissimo!
-Ti scrivevo adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge
-l'inaspettato divertimento di due commissioni, una dietro l'altra, che
-non mi lasceranno quasi il tempo di pranzare e che mi porteranno via
-tutta la serata!
-
-Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza, ma non lo fa
-capire...
-
-— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti affatichi troppo, gioia,
-e io resto inquieta!
-
-
-
-
-VII.
-
-
-Remigia torna all'albergo allegrissima, con la testa montata
-dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza D'Entracques.
-
-— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli bianchi. Rendono
-la fisonomia più giovane e più ardita. Quella missis Britton le fa
-dispetto.
-
-— Innamorata ferocemente!
-
-La trova troppo... genere americano. Niente finezza e troppo grassa.
-
-— E poi è rossa, non è bionda!
-
-Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore nell'aggiustare, nel
-mettere a posto anche la camera da letto di Remigia, lo spogliatoio,
-il gabinetto di toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere
-all'appartamento l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare un po' del suo
-caro Pontereno, ch'ella crede, per tutti i sospiri e i brontolamenti di
-quella mattina, ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola
-c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita conficcando chiodi e
-chiodetti nelle pareti, le ha tappezzate di nuovo, con i _mezzari_, le
-stoffe, le stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna, e
-ha cambiato faccia a tutto.
-
-Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno fermarsi nel
-salotto, si trova dinanzi agli occhi i ricordi, gli oggetti a cui è più
-affezionata, e ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non
-grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti.
-
-— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo, in una sola
-approvazione, l'amica e la cameriera.
-
-Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da Quanita, per quel
-giorno stesso e sedendosi sul _taburè_, ancora con in testa il grande
-cappellone di piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato:
-
-— Che vestito devo mettermi per stasera?
-
-— Quello celeste _à paillettes_!... — consiglia la cameriera.
-
-— No! No! Quello bianco, _à point d'Alençon_, ricamato in oro!
-
-L'Idola approva Mimì.
-
-— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!... Sai, — dice alla
-Carfo appena rimangono sole, — Quanita, voleva invitare anche te; ma
-io ho risposto di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E che
-vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io divento fierissima...!
-Ho fatto male?
-
-Remigia accompagna la domanda con un bacio e l'amorosa fanciulla la
-ringrazia, beata, commossa da quella straordinaria prova di affetto!
-
-— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di non venire alla Camera!
-
-— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione...
-
-— Che! La trasformazione poteva prepararla la Carolì!... Ti saresti
-seccata a morte! — Comincia a svestirsi. — Non puoi credere, mio
-Dio, come sono noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti
-raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile!
-
-Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello, torna a
-respirare.
-
-— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio importante?
-
-— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il ministro della Guerra.
-Ben inteso, non me l'ha presentato Jack! Lui, non ha tempo per queste
-cose! Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per nessuna
-cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il nastro di questa scarpetta, io
-non ci riesco, — uff! — e divento nervosa!
-
-Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia per terra, e mentre
-Remigia continua ad arrabbiarsi e a pestare l'altro piede furiosamente,
-finisce a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con i denti.
-
-La Carolina entra intanto col vestito bianco e portandolo sollevato,
-alto da terra, lo distende sul letto.
-
-— È simpatico?...
-
-— Simpatico, chi?
-
-— Il ministro della Guerra!
-
-— Abbastanza! Ben inteso, per quanto può esserlo un senatore! Lungo
-lungo, è più magro di don Quisciotte, con i capelli tutti bianchi!
-
-La Carolina prepara l'acqua nel gabinetto di toeletta e Remigia seduta,
-mentre Mimì le cambia le calzette, continua a canterellare sottovoce:
-
- Eccellenza! troppo onor;
- Io non merto un senator!
-
-Il marchese Pio ha detto alla duchessina che sarebbe passato
-dall'_hôtel_ con la carrozza, prima delle sette; ma già prima delle sei
-ella è pronta col piccolo cappellino di sera, sfavillante di miche e di
-lustrini, tra la gloria dei capelli biondi.
-
-— E adesso che si fa?... Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Mi sono vestita
-troppo presto!
-
-Va sul balcone e guarda giù: il corso delle carrozze è poco animato:
-soprattutto poco elegante. Non ci sono nè belle signore, nè bei
-cavalli.
-
-— Oh! il mio _Febo_ e il mio _Desir_! Tesori!... Chi sa se mi ricordano?
-
-Dopo un momento rientra nel salotto. Si secca e comincia a imbronciarsi.
-
-— Hai telegrafato a mammà? — domanda la Carfo per offrirle
-un'occupazione.
-
-— No! — Il bel visetto si ravviva. — Giacchè ho tutto il tempo, invece
-di telegrafare, le scrivo. Gioia, dammi la mia cartella!
-
-— Eccola! — La Carfo è raggiante; anche questa volta ha dissipate le
-nubi che si avanzavano.
-
-— Mammà! Mammà! La mia bella mammà, tesöro!
-
-Si leva i guanti, e seduta a mezzo sopra un panchettino, per non
-sciupare le pieghe del vestito bianco _à point d'Alençon_, si mette
-a scrivere alla madre cominciando con uno sfogo di tenerezze, di
-carezze, di moine straordinario, e continuando facendosi compiangere
-per il capriccio di Jack, di volerla a Roma, con quel caldo! — «Poteva
-lasciarmi tranquilla e in pace nel mio Pontereno caro!» — Finalmente,
-ed è questo il motivo occulto, ma determinante della lettera, le
-scrive con bel modo, per scongiurare il pericolo di una intempestiva
-improvvisata. Napoli è tanto vicina a Roma! In quel momento, un
-probabile arrivo della carovana, la spaventa: tutto il giorno con
-mammà? Tutto il giorno con lo zio Rosalì a far la raccolta dei
-proverbi?... Grazie del divertimento!
-
-«....... Sono appena arrivata e ho voluto scriverti subito, ancora
-sossopra e stanca stanca. Vedessi il disordine delle mie camere! Ti
-farebbe spavento, perchè io faccio cambiar tutto, persino i mobili!
-Sai come detesto lo stile uniforme, _art-nouveau_ e oleografia, delle
-camere d'albergo! Jack sta benissimo di salute, per quanto più che
-mai abbia la fissazione — è il suo _tic_ — di voler essere _giù di
-corda_. Sarà un po' di stanchezza? Saranno gli affari di Stato?...
-Attraversiamo, — mi pare, — un periodo di luna crescente, con molte
-tenerezze per la zia Gioconda! Ed io, intanto, che non ne ho nessuna
-voglia, rimango con la graziosa prospettiva di dovermi seccare in tutti
-questi giorni facendo visite sopra visite alle rispettive _signore_
-dei funzionari alti e bassi! Ma, appena a posto, appena esauriti i miei
-incumbenti... burocratici e appena sorgerà il sole, dove adesso la luna
-brilla, ti scriverò e tu verrai subito subito a Roma per un paio di
-giorni...! Pensa, la tua Idola, come ti sospira!»
-
-«Tanti baci per lo zio Rosalì, bello e caro, e tu ricordati che la tua
-piccola Idola adorata, non adora che la sua Mammà!...»
-
-«P. S.»
-
-«Totò vuol andare al Cairo? A che cosa fare? A perseguire Re Faraone?»
-
-Chiusa la lettera, scritto l'indirizzo con la calligrafia di moda,
-alta, in piedi, ad angoli diritti, fa chiamare il signor Zaccarella:
-
-— Mi raccomando! È una lettera per Mammà! Alla posta grande!
-
-— Non dubiti, signora duchessa!
-
-Quando Giacomo non è presente è sempre il «Signora duchessa» che corre,
-anche in famiglia.
-
-— E Giovanni...? Ha scritto per farlo venire?
-
-— Aspettavo che la signora duchessa, mi confermasse l'ordine...
-
-— Scriva, scriva! E che quell'antipatico Gaudenzio non si faccia più
-vedere!
-
-
-A Roma, la marchesa della Gancia, non dà feste e pranzi splendidi,
-come usa a Napoli, nel suo palazzo. A Roma, nel piccolo appartamento
-di via della Mercede, bello, simpatico, ma ristretto assai, — il suo
-_pied-à-terre_, — com'ella stessa lo chiama, non riceve altro che gli
-amici, proprio i più intimi, e non può riceverne che pochi alla volta:
-a pranzo, tra padroni di casa e convitati, non si deve mai oltrepassare
-il numero di otto.
-
-Quel giorno, oltre a donna Remigia D'Orea, non c'è di signore altro
-che la principessa Guendalina Capodimare, — la sorella del marchese
-Pio, — e sola, senza il marito, di servizio ai Vaticano. Di uomini,
-Sua Eccellenza il conte D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos,
-figlio di papà... Paparigopulos, il più grosso Nabab, tra i banchieri
-greci, quotato alle Borse di Trieste e di Vienna, per cento milioni di
-fiorini!
-
-Al pranzo, dalla marchesa Quanita, mancano due commensali, che
-dovevano appunto formare il prescritto numero otto e che si sono
-scusati all'ultimo momento: don Luciano D'Orea per un'improvvisa
-indisposizione, dichiarata dalla marchesa, ai suoi invitati, una
-_manonlite_ acuta, e il conte Cincino d'Ermoli, fratello minore del
-marchese Pio, a motivo di un convegno con il direttore della casa
-Edison-Schmid di Stuttgart.
-
-— Ma verrà più tardi, certamente! — assicura la Capodimare,
-rivolgendosi a Remigia. — Mi ha detto tanto che desidera salutarvi!
-
-Il della Gancia è abbastanza ricco per il maggiorasco e per l'eredità
-di uno zio, ma Cincino d'Ermoli ne ha sempre avuti pochini e ne
-ha sempre spesi assai, fin da quando era studente a Milano, al
-Politecnico. Da un anno, sollecitato, spinto dalla famiglia, ha preso
-il diploma di ingegnere elettricista, e comincia anche ad esercitare la
-professione, un giorno sì e l'altro no, fra una partita al club, e una
-giornata di corse.
-
-Il pranzo, appunto perchè ristretto ed intimo, comincia senza freddezze
-e sussieghi e procede animatissimo. La Capodimare e la D'Orea, si sono
-date subito del tu, fino dal primo incontro. Non si erano ancora mai
-trovate insieme, sebbene fra le rispettive famiglie, oltre all'amicizia
-ci fosse persino un po' di lontana parentela.
-
-— Che combinazione!
-
-— Proprio una stranezza! Ma quand'ero ragazza, con mammà, ci sono stata
-pochissimo a Roma e pochissimo anche a Napoli. In campagna, oppure
-— e Remigia pronunzia la parola lunghissima e difficile facendo le
-più graziose boccucce e strizzando gli occhi — oppure, in continua
-_locomobilizzazione_. Ah, _mon Dieu_! Quanti monti, quanto mare e
-quanti laghi, nei ricordi della mia tenera infanzia!
-
-Fra le due giovani signore, nasce subitanea la più gioconda e viva
-simpatia. Proprio davvero: anche la simpatia di Remigia per la
-Capodimare è vivissima e sincera.
-
-— Che cara gioia!... E com'è bella!
-
-Donna Remigia, fatto appena il suo ingresso nel grazioso salottino
-in via della Mercede, si sente come oppressa e depressa. Sono le
-magnifiche spalle, è tutta la fiorente e aulente esposizione del seno
-superbo di Quanita, che la soffocano, la umiliano e le fanno dispetto,
-tanto più col D'Entracques, lì presente, e che ammira con la caramella
-fissa nell'occhio.
-
-— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella mia vecchiaia ad
-espormi così, ai quattro venti, morirei di vergogna!
-
-In quel punto il servitore annunzia la principessa Guendalina
-Capodimare. Remigia si volta...
-
-— Ah, che respiro! Che sollievo!
-
-La Capodimare è molto, ma molto più magra di lei; non è una donna, è un
-sospiro, un soffio, un'illusione di donna.
-
-Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole già con gli occhi,
-prima ancora che con le parole:
-
-— Oh, cara gioia!... Come sei bella!
-
-In fatti la Capodimare sembra ancora più alta, tanto è snella, sottile,
-con un vitino da stringersi e, _trac_, da potersi anche spezzare con
-due dita. Molto più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli
-somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del conte d'Ermoli,
-persino nella singolarità dei capelli bianchi. La Capodimare ha
-varcato appena la trentina, ed è tutta bianca da sembrare incipriata!
-E ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza, mentre
-i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia nere, spargendovi ombre
-e trasparenze, danno pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale,
-d'avorio, così liscio e così levigato.
-
-— Che meraviglia! Che splendore!
-
-Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente, non sono nè gli occhi,
-nè i capelli. È la verecondia che non ha nulla da temere. Anche
-Guendalina è scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto sei
-fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si nasconde e si scopre
-il petto liscio, levigato di un grazioso giovinetto magro, di quindici
-anni.
-
-— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale parlano insieme,
-sottovoce, tra il susurrio brioso della tavola. — È un'apparizione! Un
-sogno!
-
-— Già! Un'apparizione... inafferrabile! — risponde il D'Entracques,
-ridendo.
-
-Remigia nota che per quanto generale e senatore ha ancora dei
-bellissimi denti ed esclama con un lungo sospiro tra il serio e il
-comico:
-
-— Ah, _mon Dieu_, come sono... cretina!
-
-— Lei?... Duchessa?...
-
-— Io, precisamente. Ho dimenticato che Vostra Eccellenza non è un
-serafico preraffaellita, ma un grande amatore della scuola di Rubens.
-Colore e forma. Forma, soprattutto: esuberante, straripante!
-
-Si guardano sorridendo. Senza essere pronunziato, passa un nome fra
-loro due: quello di missis Britton.
-
-— Sappiamo, sappiamo, caro D'Entracques! — mormora Remigia con un filo
-di voce.
-
-Il generale si ficca la caramella nell'occhio. Vuol arrivare a leggerle
-proprio in fondo all'anima.
-
-— Sappiamo... Sappiamo... — il musetto roseo e biondo, così birichino,
-pizzica forte il generale.
-
-— Vuole, duchessa?...
-
-— Che cosa?
-
-— Vuol proprio conoscere i miei gusti... in arte? La bellezza che più
-ammiro?...
-
-— In arte?... Sentiamo.
-
-— In arte e in... E fuori dell'arte? È la sua!
-
-— La mia?... _Ah, mon Dieu_! Se ho la sventura di essere... ancora meno
-afferrabile di Guendalina?
-
-Il generale, che ha preso fuoco, divampa.
-
-— Ma lei è un bellissimo fiore delicato, profumato, fragrante!...
-Quell'altra è una spiga lunga e vuota!
-
-Remigia non può frenarsi, scoppia in una risata. Il D'Entracques le fa
-un rapido cenno con l'occhio indicandole il Paparigopulos seduto quasi
-in faccia.
-
-Il giovane banchiere, colpito dalla risata improvvisa e, forse, dal
-nome della principessa, guata di sbieco la signora D'Orea alzando e
-rigirando, come un baco da seta, il grosso testone calvo e giallo,
-dalla lunga barba nerissima.
-
-— Cambiamo discorso! — bisbiglia il generale. — Il figlio di Nabab è in
-sospetto.
-
-— Papa... rigopulos? — Gli occhietti lustri e sfavillanti si fermano
-attoniti e interrogativi.
-
-— Appunto! Che è quel greco che guarda e... _sospira_.
-
-Negli occhietti lustri della duchessina sfavilla un sorriso furbissimo.
-
-— Papa... rigopulos?... Capito e _cito!_
-
-Non parlano più sottovoce tra di loro, ma si uniscono alla
-conversazione generale. Il Paparigopulos, sempre muto e con lo sguardo
-obliquo che sfugge l'occhio altrui, torna a sorridere deferente,
-ossequioso, approvando sempre, approvando tutti con i continui
-profondi inchini del grosso testone che sembra premere sopra l'esile
-corpiciattolo senza sagoma, che riempie di angoli il frac.
-
-— Capito e _cito!_ — Capito... che cosa?... — Che il figlio di Nabab
-guarda e sospira innamoratissimo dell'aerea principessa. Capito questo,
-ma... alto là: innamoratissimo lui. In quanto a lei, la principessa,
-irreprensibile e monda come l'ermellino!
-
-Così almeno, anche se non ci si crede, è detto e fermamente sostenuto
-da quelle dieci o dodici, — fra principesse e duchesse, — sempre unite
-e tra di loro solidali nella difesa e nell'offesa, che costituiscono
-la cerchia più ristretta, più alta e inaccessibile dell'autentica
-aristocrazia romana. Padronissime poi, _quelle altre_ che non contano,
-d'inventare che il piccolo Paparigopulos è insieme, l'amante e il
-banchiere e anche, magari, che le grosse, magnifiche perle della
-Capodimare, sono di provenienza greca e non romana. Che importa di
-_quelle altre_? Fresca nobiltà venuta di fuori, fastosa borghesia
-risalita di dentro, con la Capitale... Chi ci crede, chi ci bada e da
-chi sono ricevute?...
-
-Remigia, quella sera, vuol piacere, vuol farsi adorare e ci riesce.
-È affettuosa con Quanita ed ha vivi accenti di ammirazione per
-Guendalina.
-
-— Lascia che ti veda, gioia! Sei tanto bella! Sento che ti voglio già
-bene!
-
-Là, in quel piccolo Olimpo dai posti numerati e riservati, ella
-si guarda bene dall'assumere la prosopopea di Remigia Iª regina di
-Pontereno: è così avveduta e scaltra, da ritornare in sull'attimo, la
-duchessina, semplicemente, «la piccola» di Villars.
-
-Sparite le prime nubi addensate dalla florida e accesa bellezza
-di Quanita, ella è allegra, briosa, amabile con tutti... anche col
-rugiadoso, ma temerario marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza,
-ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del piedino e con
-due parole sole, ma secche secche!
-
-Con lo _Champagne_, crescono d'un tono, le voci e le risa. Portando il
-bicchiere alle labbra, Remigia guarda a lungo il D'Entracques, come sa
-lei, in fondo agli occhi, mormorando pianino:
-
-— Alla salute di chi governa!
-
-La marchesa si alza con un cenno gentile del capo; si alzano tutti. Si
-va in un altro salottino, più fresco, — ha un grande balcone aperto
-che dà sulla strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il
-giovane senatore che si curva assai per poter parlare sottovoce a donna
-Remigia, la sfiora un attimo, perde il passo, e le pesta lo strascico.
-
-— _Pardon!_
-
-Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa rossa... Perchè?
-
-È lo _Champagne_?... È il D'Entracques?... Sono... tutt'e due?
-
-Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si raggruppano.
-L'intimità si fa più cordiale e più espansiva. Soltanto il timido
-Paparigopulos, al quale la principessa Capodimare non rivolge quasi
-mai la parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo, «sen va
-bighellonando» solo solo, attorno al salotto guardando, toccando,
-voltando le figurine di Saxe nei palchettini, osservando i quadri
-appesi alle pareti e che da un pezzo sa a memoria.
-
-Remigia ha abbracciato due volte Guendalina; adesso va in estasi per le
-sue perle:
-
-— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda, le tocca, ne solleva
-i fili e si accerta con compiacenza che sotto quelle gioie, non ci sono
-altre gioie più vive.
-
-— _George!_
-
-Paparigopulos, alla voce che lo chiama, si precipita scivolando di
-sghembo fra le poltroncine e i tavolini, portando il suo barbone
-dinanzi alla principessa.
-
-— _Donnez moi une cigarette!_... Tu fumi, Remigia?
-
-— Stasera sì! Una anche a me!
-
-— Le sigarette di Paparigopulos, — esclama Quanita dal balcone, — sono
-deliziose!
-
-— _Je crois bien; vous ne les trouverez nulle part. C'est du tabac des
-mes propriétés._
-
-Remigia si adagia sopra un panchettino ai piedi della poltrona
-di Guendalina, ponendo il capo sulle ginocchia sottili e puntute
-dell'amica. Ma il gioco dei labbruzzi rosa e dei bei dentini
-bianchi nel far uscire il fumo a spirale è dedicato a Sua Eccellenza
-d'Entracques che è sempre vicino a Remigia, che non guarda che Remigia
-e che ormai, con gli occhi accesi e le fiamme alle guance, vede tutto
-biondo!
-
-— Ecco Cincino! — esclama la marchesa Quanita di cui si vede, sul
-balcone, la sigaretta accesa.
-
-Il conte D'Ermoli, calmo e sorridente, dopo i saluti e le strette di
-mano, reca placidamente una notizia che suscita lo scompiglio e la
-tempesta in quell'ambiente così omogeneo, e fino allora, così sereno.
-
-— Il prefetto e il questore, con la solita scusa dell'ordine pubblico,
-l'hanno data vinta alla piazza e alla massoneria: hanno fatta chiudere
-la chiesa della Madonna a Ponte di Ripetta!
-
-Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia, sbuffa, poi passando
-dalla collera alla disperazione geme piagnucolando, mentre il
-Paparigopulos, approvando a collo storto, guarda di sottecchi la
-Capodimare per ben capire quale dev'essere la sua opinione.
-
-Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina al ponte di
-Ripetta, una Madonna, ch'era sempre stata tranquilla e giudiziosa
-sul suo altare, si era messa improvvisamente, a girar gli occhi.
-— Miracolo! Miracolo! — comincia a gridare il popolino. La folla,
-donne, uomini, ragazzi, si pigia nella chiesa e in tutta la piazzetta
-circostante, dall'alba alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a
-far miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti i giorni.
-Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso delle gambe a un
-paralitico, e ad una povera donna, venuta apposta fin da Cava Salara,
-cambia un cattivo tumore in una buona gravidanza.
-
-Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo, della fede... della
-mistificazione e della superstizione. Dalla cronaca del _Messaggero_,
-la notizia si diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più gravi.
-Chi discute il _fenomeno_, chi tira in ballo il misticismo, l'ipnotismo
-e chi la bestia umana. Poi si comincia a gridare, a strepitare pro
-e contro. La folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad
-addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella chiesa, nella
-piazzetta, tutt'intorno, quando una sera, tre quattro anticlericali
-del circolo «Arnaldo» si cacciano in quella fiumana, fischiano,
-sghignazzano, urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è perchè i preti
-tirano i fili!
-
-Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata, poi giù, botte
-da orbi, finchè arrivano i carabinieri, le nappine azzurre e dopo i
-tre squilli soliti, e che al solito si odono e non si odono, tra i più
-scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro, in _guardina_!
-— Il giorno dopo sono rimessi tutti in libertà, e chi non ha avuto la
-testa troppo rotta, se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da
-capo: fischi, botte, squilli e arresti.
-
-Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano le assemblee,
-gli ordini del giorno, le proteste e per la domenica prossima sono
-indetti due grandi comizi, uno degli anticlericali, contro _la
-superstizione che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa a Roma
-intangibile_; l'altro dei clericali _contro i nemici della Religione e
-della libertà della Chiesa nella Roma cattolica_.
-
-Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al sabato sera. Prefetto e
-questore, visto che la Madonna si ostina a far d'occhietti, per «misura
-d'ordine pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono un cordone di
-carabinieri e di guardie, per impedire l'accesso alla piazzetta.
-
-— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici, che sono poi anche
-i vostri! I nemici della Religione, sono i nemici delle Istituzioni! —
-strilla la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue belle note
-di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali.
-
-La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione degli occhi
-e cambia la voce. Tutt'e due, le signore, sono infuriate contro Sua
-Eccellenza, il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due fuochi,
-resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la politica. Tranquillo,
-sorridente, non getta a mare il Prefetto e il Questore e nemmeno li
-difende. Egli cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la
-ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa impossibile, —
-ma a donna Remigia.
-
-Remigia, in fatti, sente in questo momento la _responsabilità_ della
-donna al Potere, della Ministressa. Si tiene, con tatto e con prudenza,
-al di fuori della mischia, e mentre il marchese Pio continua a
-mormorare con la voce strozzata dalla bile, — _Rabbagasse! Rabbagasse!_
-— ella fa un po' come il Paparigopulos, che senza mai guardare in
-faccia nessuno, continua a spalancar la bocca maravigliata e a far
-profondi inchini di consenso e alle signore che accusano e al generale
-che si difende.
-
-— Dite che è una delle solite prepotenze che vi vengono imposte da chi
-vi ha presa la mano e finiamola! — grida la Capodimare.
-
-— No, principessa! — risponde il generale con un arguto risolino che ha
-per obiettivo Remigia. — È semplicemente una misura d'ordine, che ci è
-stata imposta dalla necessità!
-
-— E la religione? E il diritto dei cattolici?
-
-— E il Governo... che deve pur governare, marchesa mia? E il diritto
-dei cittadini alla tranquillità e alla sicurezza?
-
-— Tutto dipende perchè, anche voi, non volete capire una cosa, caro
-D'Entracques!
-
-— Quale?...
-
-— Che Roma non si cambia, non si trasforma. Sarà sempre la capitale
-della Fede, del Cattolicismo!
-
-— Mille perdoni, principessa Guendalina, ma per il momento, è anche un
-po' la capitale del Regno d'Italia!
-
-— Per il momento, speriamo! — afferma la principessa.
-
-— Speriamo! — ripete il principe Pio giungendo le palme devotamente e
-sfidando un'occhiata ammonitrice della moglie.
-
-— Queste, _pardon!_ — il generale scatta in piedi seccato, — sono
-esagerazioni!
-
-— Queste sono verità!
-
-— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza dal balcone nel
-salotto. — Se continuate così, vi farete sentire anche in istrada!
-
-Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche perchè entrano i
-servitori che portano il tavolino del tè e quello delle ghiacciate.
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso.
-
-La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna
-sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente,
-con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in
-francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in
-pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e
-mal nascoste.
-
-A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella
-in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto:
-nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo
-illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta
-rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta...
-
-— Grazie, Cincino!
-
-Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato
-e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel
-salottino i rimasti, tra la conversazione che langue e le occhiate
-che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a
-due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il
-Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per
-appartarsi in buona compagnia, non resta che l'_Italie_.
-
-La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede
-in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente,
-di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il
-resto del discorso bisbigliato pianissimo.
-
-Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa, animata: il
-generale, invece, diventa sempre più pallido, e mentre donna Remigia
-alza il tono della voce, egli lo abbassa.
-
-Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e tanto meno della
-moglie, tien d'occhio la duchessina, guardando di sopra, guardando
-di sotto all'_Italie_. Pensando all'atto ardito con il quale egli
-ha fatto fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso del
-D'Entracques.
-
-— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno a darla ancora ad
-intendere alle donnine?
-
-Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà «ad intendere» al
-generale. Questi, comincia davvero a perdere la testa; Remigia, adopera
-la sua molto bene.
-
-Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una simpatia, se non
-ispirata, certo confortata e mossa dal ragionamento.
-
-— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa di quel
-generale-ministro. E quando avesse comandato lei, da sovrana, quel
-ministro-generale non sarebbe sempre stato a' suoi ordini?
-
-Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che desìo, poterla
-far tenere a quelle antipatiche grassone, così superbe e sbuffanti!
-
-— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella mi ha incontrata,
-vista, m'è passato vicino... senza accorgersene.
-
-— Non è possibile!
-
-— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con mio marito!
-
-— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la prima volta.
-
-— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta, ha badato a me!... È
-così, vero?
-
-Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per cominciare a
-innamorarsi, non è uno stupido e fissa Remigia:
-
-— È proprio ingenuità o è civetteria consumata?
-
-— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace, conferma!
-
-— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa, perchè...
-
-— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e acuti, quasi armati per
-pungere.
-
-— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità.
-
-— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta furberia e insieme tutto
-candore. — Paura?... Il ministro della Guerra?... Ah, povera Patria
-italiana!
-
-La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano insieme dal balcone:
-
-— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo?
-
-— Quando vuoi!
-
-— E che cosa si farà?
-
-— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina!
-
-— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In tutto quel tempo,
-non ha quasi mai parlato altro che il Paparigopulos, ma anche alla
-Capodimare è rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla
-chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci alle sorprese
-dell'ignoto.
-
-Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui, tenendo le spalle
-voltate alla conversazione. Ricomparsa Quanita, egli si è subito alzato
-e allontanato dalla principessa, ricominciando a guardare i quadri e ad
-allineare le figurine di porcellana.
-
-— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia a Quanita.
-
-— Verso le quattro.
-
-Il generale alle quattro non può.
-
-— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più tardi!
-
-Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre le altre due signore
-si divertono a strapazzarlo furiosamente.
-
-— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti!
-
-— Ben altri... doveri!
-
-Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton. Poi, la Capodimare
-domanda ad un tratto:
-
-— E la prima della _Manon_?... Quando sarà?
-
-— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise informazioni
-bisognerebbe rivolgersi a chi è in istretti rapporti... con
-l'impresario.
-
-Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo a bocca aperta.
-C'è un momento d'inquietudine per quell'impertinente di Cincino; ma poi
-Remigia, dopo essersi invano sforzata di restar seria, scoppia in una
-risata.
-
-— Precisamente, ancora non si sa, ma _abbiamo_ già venduto più di mezzo
-teatro! — Si stringe fra Guendalina e Quanita, abbracciandole per la
-vita e soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma io muoio dalla
-smania di conoscere questa Fanfan!
-
-— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima della _Manon_!
-
-— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia?
-
-— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in fondo al palco!
-
-— Uhm!... Temo di far male...
-
-— Perchè?
-
-— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo saprà!
-
-— Lo sapesse anche, non è a Roma!
-
-— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione senza etichetta e
-senza formalità.
-
-Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare e lasciarsi persuadere;
-trova ottime per ciò tutte le ragioni e mentre il marchese Pio continua
-a bisbigliare come se recitasse una giaculatoria, «non si fa male che
-a far del male», ella rivolge al D'Entracques un sorrisetto tenero e
-un'occhiata espressiva:
-
-— Ma... _cito_, mi raccomando, col suo collega dei Lavori Pubblici!
-
-La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderli _gratis_, lascia
-a Remigia anche la cura di prendere il palco.
-
-Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze. Remigia, che
-comincia a sentirsi stanca, trova la scusa solita di Giacomo.
-
-— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!... Ah, _mon Dieu!_
-Caro generale! Sapesse come il suo collega è difficile da indovinare!
-
-Guendalina offre la sua carrozza.
-
-— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti: ho la vittoria
-e non ci sono altri posti disponibili; nè per voi, generale, nè per
-Cincino.
-
-Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli ha la prudente
-abitudine di arrivare e di ritirarsi sempre per il primo.
-
-Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria.
-
-— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè ho da parlarti. Si
-tratta di un favore grandissimo, che vorrei da te.
-
-— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe una mano.
-
-— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè entriamo
-nel difficile! Devi sapere che il ministero dei Lavori Pubblici,
-d'accordo con quello delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di
-una Commissione tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi e
-l'impianto delle future stazioni della telegrafia senza fili!
-
-— La scoperta di Marconi?
-
-— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli accordi d'indole
-scientifica con quel governo. Mio fratello...
-
-— Cincino D'Ermoli?...
-
-— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere prescelto dal
-governo italiano fra i tre o quattro ingegneri che verranno eletti a
-questa commissione...
-
-— Ho capito.
-
-— Hai capito?
-
-— Sì. Penso io.
-
-— Basterebbe una sola parola di tuo marito...
-
-— Non dubitare; penso io.
-
-Guendalina continua con voce tenera e lamentosa:
-
-— Cincino, comincia appena a mettere giudizio. Ma fin che si trova a
-Roma, povero ragazzo, che cosa può fare?
-
-— Troppe distrazioni!
-
-— Tuo marito, farebbe una vera opera buona!
-
-— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima cosa che gli domando
-dacchè sono sua moglie: voglio vedere se mi dirà di no! — Negli occhi
-dell'Idola, che non ridono più, passa un lampo di minaccia.
-
-I cavalli si arrestano dinanzi al portone dell'albergo.
-
-— Di già!
-
-Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a terra.
-
-— Addio, Remigia!
-
-— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro!
-
-— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è giovedì e ho anche le
-figliuole! Se non vado a trovarle in collegio si disperano!
-
-— Figliuole?... _Tue?_ — Ella guarda, osserva l'amica assai
-meravigliata.
-
-— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende mollemente nella carrozza.
-Sembra ancora stanca e seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due.
-Una di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora?
-
-— Per ora e per sempre! No! No! No!
-
-Guendalina approva.
-
-— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto basta! E anche questa,
-ti giuro... inaspettata!
-
-— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della maternità mi
-spaventa, prima, durante, dopo; no, no, no! — Scappa via ridendo.
-
-— Ricordati di Cincino! Ti raccomando!
-
-— _Adieu! Adieu!_
-
-Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con la faccia pallida,
-piena di sonno.
-
-— La contessina Mimì è ancora in piedi?
-
-— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha voluto andar a letto per
-aspettarla. C'è anche Sua Eccellenza.
-
-— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di gioia. — Che bravo! —
-Gli avrebbe fatto subito la raccomandazione per Cincino. Si precipita
-nel salotto e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È tutta per
-il marito in quel momento, niente per la Carfo. — È un po' che sei qui?
-
-— No, no!
-
-— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una noia!... Non ne potevo
-più! Ma ho dovuto aspettare Guendalina per farmi accompagnare.
-
-— Guendalina?... Chi è?
-
-Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al tavolo, — alza dal piccolo
-telaio gli occhi interrogativi.
-
-— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia sempre rivolta a Giacomo
-e senza degnare Mimì di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima!
-Ci vogliamo un gran bene!
-
-— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una simpatia... fulminea! —
-Giacomo non è ironico ma è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora
-rimorso e amarezza per la scena di quella mattina: non vuol arrabbiarsi
-con sua moglie, non vuol più diventare nervoso. Tant'è, ci vuol calma
-e pazienza. Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io,
-per esempio, — soggiunge accarezzando la mano della moglie, — questa
-così straordinaria signora Guendalina non l'ho mai sentita nominare.
-
-— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò anche tua.
-
-— Grazie dell'improvvisata!
-
-A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia la detesta.
-
-— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di Quanita ed ha sposato il
-principe Capodimare. Per questo è nostra parente strettissima.
-
-Anche Giacomo non può a meno di ridere.
-
-— Insomma... la famiglia è cresciuta.
-
-Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la barba del marito,
-poi gli aggiusta il nodo della cravatta.
-
-— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene? Oh, che beatitudine! Come
-sono felice! — Vede sul tavolo il servizio del tè, una bottiglia di
-Marsala e un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi servo,
-sebbene non invitata!
-
-Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla adagio,
-delicatamente:
-
-— Uhm! Che bontà!
-
-— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè alle dieci, con un
-biscotto.
-
-Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio su contro di lei!
-Si sforza tuttavia di parlare per ottenere una risposta, uno sguardo.
-
-— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè si facesse portare almeno
-un'ala di pollo, una tazza di consumè! Non c'è stato verso!
-
-— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa, sempre
-rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare e poi andar subito a
-dormire? Ohibò! — Vicino alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. —
-Biglietti da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro, piegati a due a
-due. — Per me?
-
-— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si spezza la voce, — ...
-prima di pranzo! — Ella spinge il vassoio dinanzi all'Idola con la
-piccola mano tenera e bianca agitata da un tremito.
-
-Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza voce:
-
-— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere di nuovo, con
-grande indifferenza, nel vassoio. — Sai, Giacomo, tesöro, che è ben
-ridicolo questo tuo collega della Guerra?
-
-— Ridicolo?... Perchè?
-
-— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio, ed è ancora pieno di
-pasticci con le donne!... Con un'americana, mi ha detto Quanita!
-
-Giacomo si mette a ridere.
-
-— Se ha pasticci con le americane, fa male... e gli faranno male! Ma...
-vecchio? Adagio; ha la mia età!
-
-Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a palma:
-
-— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza il canto piegato
-e legge il nome degli altri biglietti: — _Avvocato Leonida Staffa,
-Deputato al Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero dei
-Lavori Pubblici._ — Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il Leonida dal
-cappellone?
-
-Giacomo D'Orea si fa serio.
-
-— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia, ma, adesso, con un
-accento sdegnoso e irritato. — Che cos'è venuto a fare da me? perchè mi
-ha portato i biglietti?
-
-Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai è un suo collega e
-bisogna rassegnarsi.
-
-— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta a Toblach e di
-aver ballato con te!
-
-— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero ancora una bimba!
-
-— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a salutare.
-
-— _Rabbagasse?_
-
-— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte gli è venuta la
-smania di frequentare le signore dell'alta società. D'altra parte è
-un mio collega, è con me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere
-l'uscio in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa di tutto per
-essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!... Porta pazienza, cara
-mia: sarà per pochi mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera...
-casa nostra!
-
-— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se Giacomo, con
-questo discorso, ha perduto un po' del suo buon umore, non l'ha perduto
-Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più espansiva e giuoca
-facendo le treccine con la barba brizzolata del marito. — Io sarò
-gentilissima con _Rabbagasse_, te lo prometto, ma anche tu, non devi
-dirmi di no...
-
-Giacomo lancia un'occhiata a Mimì.
-
-— Non devo dirti di no?... A che proposito?
-
-— Di un grandissimo favore che mi devi fare!
-
-— Sentiamo.
-
-— Prima giura.
-
-— Che cosa?
-
-— Di non dirmi di no.
-
-— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È troppo pretendere
-dalla mia coscienza, per quanto elastica!
-
-Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere le braccia al
-collo.
-
-— È un piacere, grande grande, che fai a me e a Guendalina! Pensa: si
-tratta di ottenere che suo fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio,
-ma proprio per sempre!
-
-— In tutto questo, scusa, che c'entro io?...
-
-— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una tua parola!
-
-Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il discorso fattole
-dalla Capodimare: la commissione tecnica, la telegrafia senza fili,
-l'impianto delle future stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli
-e conclude:
-
-— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che ti domando da che siamo
-marito e moglie; non puoi proprio dirmi di no!
-
-La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida, passando da
-un'inquietudine a un'altra e non le riesce di fare una gugliata senza
-aggrovigliare il filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha
-promesso a sè stesso fermamente di non volersi inquietare e ci riesce.
-
-— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto alla tua buona Mimì che
-odio le raccomandazioni. Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo
-d'ingiustizia e non ottiene che un effetto negativo. Invece di prendere
-il raccomandato in considerazione io lo prendo in sospetto.
-
-Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi:
-
-— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che tu fai a me e a nessun
-altro!
-
-— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha sentito, signorina
-Mimì?... La differenza... è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino
-D'Ermoli, che roba è?
-
-— È il fratello di Guendalina.
-
-— E che cosa ha fatto?
-
-— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi a fare qualche cosa,
-vorrebbe approfittare di quest'occasione, per andare lontano da Roma,
-dagli amici, da tutte le tentazioni!
-
-— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non sai che questa
-commissione, non sarà molto numerosa. Quattro o cinque ingegneri al
-più. E... non giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere
-giudizio! Alte personalità competenti in materia! Uomini... maturi, che
-già fanno parte del Ministero dei Lavori Pubblici o del Ministero delle
-Poste e Telegrafi e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè e al
-paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie in argomento. Il
-tuo... come si chiama?
-
-— Ingegnere Cincino D'Ermoli.
-
-— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode per i suoi buoni
-proponimenti, ma non è giusto che gli altri perdano per cagion sua una
-nomina, un onore, cui hanno diritto. Ti pare?
-
-— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un momento, poi esprime la
-sua idea. — Invece di mandare quattro o cinque ingegneri soltanto,
-mandatene addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non commetti
-ingiustizie e mi fai tanto contenta!
-
-Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità; si alza e corre
-a baciare l'amica:
-
-— Cara! Non sei in collera con me?
-
-— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde seccamente.
-
-Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando in sè stesso le
-proprie osservazione e i propri dubbi. — Quanto sarà sincera... la
-bambina? — Pure, seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche volta,
-con le bambine riottose, finge di cedere e di acconsentire, pur di
-evitar capricci e noie.
-
-— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli accademici, se ne ha; ciò
-che ha fatto e ciò che precisamente vorrebbe fare il tuo protetto.
-
-— Mi giuri che avrà la nomina?
-
-— Non giuro mai!
-
-— Me lo prometti?
-
-— Non posso promettere ciò che non dipende dalla mia sola volontà; ma
-quando vedrai la tua amica Guendalina le dirai che la domanda di suo
-fratello sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si
-sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche domattina devo essere
-al Ministero prima delle sette!
-
-— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge il signor D'Orea,
-con la grande tenerezza de' suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce
-dolcissima, affettuosa.
-
-Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con tristezza.
-
-— Penseremo anche alla salute... A suo tempo!
-
-Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano a Remigia e se ne va
-solo, mormorando la buona notte.
-
-Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria, a riflettere, con le
-ciglia aggrottate: dal suo volto sono spariti il sorriso e la fresca
-ingenuità della bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna
-irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente.
-
-— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un bel niente di niente!
-Figuriamoci se vuol scomodarsi per me! Non sono mia sorella!
-
-— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora la Carfo spaventata.
-
-— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo! Antipatico e...
-apata. Apata! Apata!... È il primo favore che gli domando, niente! E
-sa che si tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa è una
-pugnalata che trafigge il cuore di Mimì, ma è tirata apposta. — Che
-importa a lui delle mie amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle
-quali io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta!
-
-— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì vorrebbe
-difenderlo, ma Remigia l'interrompe con una sghignazzatina ironica.
-
-— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso... Può darsi!... Gli fai una
-corte sperticata!...
-
-Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le spuntano subito le
-solite lacrimone.
-
-— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa, in altri tempi, diceva
-anche di te!... Ma no; _cito, cito!_ — Con la mano si chiude la bocca.
-
-Mimì piange dirottamente.
-
-— Ecco! Ci siamo! Ah, _mon Dieu_, che bel divertimento! — Si mette con
-i pugni sui fianchi e gira su e giù canterellando a mezza voce: — Ci
-siamo! Ci siamo!
-
-La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi.
-
-— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?... Rispondi!
-
-Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima sua, e la fissa
-timidamente.
-
-— Non guardarmi, soltanto! Rispondi!
-
-— Sì...
-
-— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo, per mettermi dalla
-parte del torto! Tu, a furia di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di
-bene, — questo volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale di te
-per sorvegliarmi e per spiarmi.
-
-A questo punto Mimì si ribella:
-
-— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me!
-
-Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce subito.
-
-— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi capire. Non è colpa tua
-se «quello là» con tutta la sua politica, riesce, come t'ho detto, a
-raggirarti bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa io e
-infelice! Non diventare nervosa anche tu... o non posso più vivere!
-Più, più, proprio più! — Le dà un bacio e l'altra se la stringe al
-cuore.
-
-C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di che cosa avete
-parlato, tutta la sera?
-
-La Carfo risponde balbettando:
-
-— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!... Persino di politica!
-
-— Oh! Oh!
-
-— E abbiamo parlato moltissimo di te.
-
-— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente ciò che desidererei
-sapere.
-
-— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi molto bene; gli ho detto
-le feste che ti hanno fatto a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere
-per non averlo veduto stamattina alla stazione.
-
-— E poi?
-
-— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia...
-
-— A proposito di che?
-
-— Della sua età, della sua serietà. Non essendo più tanto giovine...
-
-— Ha un figlio ufficiale di marina!
-
-— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche per te un'amica e una
-compagna buona e sicura.
-
-— Poi?
-
-— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento pensierosa. — Ah! Ecco!
-Mi ha domandato se suo fratello, al solito, ha sparlato di lui.
-
-— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti fa fare la spia?
-
-— Ma no...
-
-— Ma sì!
-
-— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che l'ho appena
-intravvisto un momento, alla sfuggita!
-
-Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa affilato.
-
-— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire, parola per parola,
-tutti i discorsi di Giacomo; e gli dirai soltanto... ciò che voglio io!
-
-— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimì prega a mani
-giunte. — Non gli fare raccomandazioni. Lo inquieta, lo irrita!
-
-— Ti ha detto lui, anche questo?
-
-— Sì; stamattina e poi ancora stasera.
-
-Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare su e giù, facendo un
-cipiglio strano, mulinando chi sa che cosa. A un tratto, le passa
-dinanzi, come un baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà una
-forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva scompigliata, poi i
-riccioli biondi tornano a posto ed ella ride allegramente.
-
-— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!... Non dovrò più
-graffiarmi e pungermi per accarezzare quell'istrice! — Devi sapere...
-— Afferra le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per parlare,
-poi si pente. — No. Ti basti questo; io sarò _in-flu-en-tissima!_ E
-intanto, — prima prova del mio potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la
-sua brava nomina! Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente.
-— Sono in dieci i ministri, cara mia, e lui, il signor... Catone
-tira-molla, non è nemmeno tra i più autorevoli!
-
-Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua Eccellenza D'Entracques,
-ministro della Guerra; invece, — chi mai lo avrebbe immaginato? È
-l'altra Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone, è
-proprio il _Rabbagasse_ che riesce a far pervenire la nomina ambita al
-conte Cincino D'Ermoli!
-
-Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben sicura che da Jack non si
-ottiene niente, scrive alla Capodimare per metterla a parte dei suoi
-dubbi e delle sue nuove speranze.
-
-La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa portare con la
-carrozza all'albergo di Roma.
-
-— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata, alle prime parole di
-Remigia. — Vuoi raccomandarti al D'Entracques?... Non può far niente.
-
-— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è ministro della guerra!
-
-— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare Cincino al suo
-collega, il ministro dei lavori pubblici!
-
-Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia è furibonda contro
-Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo e caparbio. Tutte e due si
-guardano mortificate e afflitte.
-
-— E allora?
-
-— Che cosa si può fare?
-
-— ... Non c'è proprio un raggio di speranza!
-
-Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il servitore venuto da
-Pontereno, entra nel salotto annunziando una visita:
-
-— Sua Eccellenza Leonida Staffa!
-
-— Dov'è?
-
-— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato il _liftiè_ per sapere se la
-signora duchessa riceve.
-
-— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta di poter fare, con
-quella sgarbatezza al sottosegretario, un dispetto a suo marito. Ma
-Guendalina le parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama
-indietro il servitore.
-
-— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza e conducetelo qui!
-
-— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la principessa, quando
-Giovanni è uscito, — è il solo uomo, dopo tuo marito, che possa far
-mettere Cincino nella Commissione!
-
-— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici davvero?
-
-— Certissimo!
-
-— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si opporrà?
-
-— Appunto per questo. — Anche gli occhi della Capodimare sono pieni di
-furbizia. — Prima, non deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto
-sta che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile!
-
-— Tentiamo insieme!
-
-— Tentiamo.
-
-Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono più addolorate e
-non sospirano più. L'idea di avere un ottimo pretesto, quello della
-salvezza morale e dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare
-tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente Remigia.
-
-— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare con aria sospettosa.
-
-— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo oggi! _Il cor me lo
-dicea!_ — Un piccolo saltetto di gioia e un altro abbraccio di Remigia
-a Guendalina. — Per essere libera l'ho mandata in giro, con il signor
-Zaccarella, in cerca di moltissime cose... che non farà presto a
-trovare!
-
-Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida s'avanza.
-
-— Eccolo!
-
-— Il _Rabbagasse!_
-
-Le due signore siedono, con molle abbandono, una sulla poltrona,
-l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio
-con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono
-l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi,
-sempre pronti... al sorriso.
-
-È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il
-suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o
-brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta
-aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si
-sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a
-soffrire la sete.
-
-Le signore, anzi le _dame!_ Le vere, le gran dame! Quelle proprio di
-Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo!
-
-— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter
-penetrare in quel tempio, sacro alla storia!
-
-— Le principesse romane!... Che cosa grande!
-
-Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da
-tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è
-nato con quella voglia in corpo!
-
-Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane,
-scaraventando dalla _Bandiera_ bottiglie d'inchiostro rosso, di un
-bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite,
-— con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure
-alla _Bizantina_ gli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva
-di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e
-lardellando la sua nobile prosa di _eburnee spalle regali_, di _incessi
-sovrani_, di _maestà matronali_, di _crême_, di _fine-fleur_ e di
-_high-life_. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano
-a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica
-e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di
-tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università
-professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto
-deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame,
-quelle della vera _haute_ di Roma, un po' più a suo agio, alla Camera,
-ai Lincei, alla Palombella.
-
-— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia,
-non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana!
-Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lo _chic_ parigino; ma la
-signorilità principesca delle romane?
-
-— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare, di salutare,
-di sedersi in carrozza, di camminare! Tutto diverso! Cosa grande! È
-un'atmosfera diversa! Un profumo diverso!
-
-Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi radicale, non è mai
-stato veramente così vicino a nessuna principessa, da sentirne l'odore.
-Ma non importa! Lo intuisce e lo pregusta.
-
-Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella prima ed ultima
-seduta della Camera, Leonida Staffa ha alzato l'occhio più sicuro e più
-fermo sulla tribuna della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico.
-Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa Moncavallo?... Se la fa
-indicare...
-
-Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi di Toblach, di un
-gran barbone di lusso, che si chiamava principe Rosalino, di una gran
-dama molto superba che lo salutava appena con la testa, senza mai
-stringergli la mano...
-
-— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una dama d'onore! La cognata
-della principessa Capodimare!
-
-Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega ai Lavori
-Pubblici:
-
-— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea a Toblach!... Era
-ancora una ragazzina! Ho conosciuto moltissimo la madre, la duchessa
-Moncavallo! Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!...
-Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo!
-
-Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti di visita,
-borbottando con stizza nel piegarne gli angoli:
-
-— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea, spiegherà la burbanza di
-sua madre...
-
-Sopra la moglie del ministro del quale egli è il sottosegretario di
-Stato, Sua Eccellenza Leonida Staffa sente di poter vantare tutti i
-diritti della colleganza politica.
-
-— Staremo a vedere!
-
-Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia
-alla conquista dell'_hôtel de Rome_, sospettoso, minaccioso, armato di
-tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.
-
-Sua Eccellenza domanda al portiere se la _signora_ D'Orea riceve con
-più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia
-Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia
-un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di
-fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti di
-_brillantina_.
-
-— Staremo a vedere!
-
-Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo accoglie di piè
-fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter
-ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera,
-sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio
-lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso
-stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora
-più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora
-dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto.
-
-— Cosa grande!
-
-Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la
-principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta
-signorilità! Che grazia! Che finezza!
-
-— Cosa grande!
-
-Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di
-Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma
-invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza
-per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni
-di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi
-dietro le loro seggiole.
-
-— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una
-pausa del conferenziere.
-
-— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'_Iris?_
-
-La _Manon_ era stata rimandata per una delle solite indisposizioni
-_réclame_, di Fanfan Trécoeur.
-
-— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'_Iris_. — E così resta fissato.
-
-Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il
-discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del
-teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e
-trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.
-
-Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi
-l'invito per una visita.
-
-— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per
-tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela
-si risolve, si alza.
-
-— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri.
-
-Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua
-Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca
-che può passare per uno _smoking_, ovverosia con uno _smoking_ che può
-passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia,
-lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto
-ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla
-principessa.
-
-È lì, al Costanzi, mentre _Iris_ spiega le sue belle maglie rosa alla
-gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua
-Eccellenza.
-
-— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto,
-tanto, tanto riconoscente!
-
-Che musica!... Non quella dell'_Iris_, che Leonida Staffa non ascolta
-nemmeno, ma la musica di quei «tanto tanto» modulati, sospirati al
-soffio leggero di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso.
-
-Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle dell'amica e ne aggiunge
-un'altra particolare.
-
-— Che mio marito non sappia niente, o manda tutto a monte! Ha certe
-idee!... — E le spiega.
-
-Leonida Staffa non è dell'opinione del collega; tutt'altro!
-
-— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti? Le solite persone
-tecniche? Io diffido, per massima, dei tecnici e dei competenti!
-Vecchi sistemi e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare e
-ringiovanire! La maravigliosa invenzione di Marconi è l'invenzione di
-un giovane! La radiotelegrafia? L'elettromagnetismo? Il mistero delle
-onde hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani! Forze giovani, che
-appartengono di diritto... ai giovani!
-
-
-
-
-IX.
-
-
-— Dunque, siamo intesi! — esclama Remigia alzandosi e abbracciando
-Quanita. — Alle sette venite a pranzo da me e poi si va alla _Manon_,
-dove troveremo Guendalina e _forse_ — chi sa? — anche il cavalier
-Paparigopulos!
-
-La marchesa non rileva lo scherzo. Ella teme soltanto che all'ultimo
-momento venga fuori la solita striscia verde con un altro _riposo_.
-Alla marchesa occorre sempre di sapere di sicuro, prima delle tre, se
-c'è teatro sì o no!
-
-— Ci sarà poi, questa _Manon_, o non avremo un'altra indisposizione?
-
-— Speriamo di no; sarebbe la quarta!... Il povero Luciano si dispera.
-
-— Ma... è proprio innamorato sul serio o lo fa per moda?
-
-— È innamorato sul serio perchè è di moda.
-
-— E sua moglie?
-
-— Mia sorella?...
-
-— Non ne soffre?
-
-— Credo che, viceversa, sia questa l'unica cosa di suo marito che
-ancora può soffrire.
-
-— Luciano dev'essere noiosetto in famiglia?
-
-— Noioso lui e noiosa lei. Tragedia e musica!
-
-Le due signore continuano a chiacchierare e a ridere fin sulla soglia
-dell'anticamera, dove Quanita accompagna Remigia, e dove si abbracciano
-un'ultima volta.
-
-Remigia parla sottovoce per non farsi udire dai due servitori che
-stanno presso l'uscio, impalati.
-
-— Stasera posso venire anch'io alla prima della _Manon_ perchè Jack ha
-i sindaci della Basilicata a banchetto! Ma se fosse ancora rimandata e
-cadesse in una sera in cui lui resta in casa... impossibile!
-
-— Perchè?... Tuo marito non è geloso; non ti secca mai!
-
-— Quando si tratta di me. Con Fanfan di mezzo... si tratta di mia
-sorella!
-
-Quanita legge negli occhietti furbi molte cose di cui sarebbe
-curiosissima di avere la spiegazione. Fa per trattenerla ancora,
-sull'uscio, tenendole una mano.
-
-Remigia non può.
-
-— Un altro giorno! Ho fatto anche troppo tardi! Lasciami andare! Ho due
-bolognesi simpaticoni che conoscerai oggi a pranzo e che mi aspettano
-all'_hôtel_.
-
-— Due adoratori?
-
-— Uno sì e l'altro... quasi!
-
-— Allora non lo diremo a Sua Eccellenza!
-
-— A mio marito?
-
-— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa si tira Remigia più
-vicina mormorando, sempre sottovoce, assai maravigliata: — Diventi
-rossa?... Come, come, come?... Diventi rossa?
-
-Remigia che si sente bruciar davvero fa una grande risata per
-rimettersi, mentre alzandosi in punta di piedi bisbiglia all'orecchio
-dell'amica:
-
-— _Retour de jeunesse et retour d'Amerique?_... Ah no, mia cara! Quale
-scusa potrei avere per mio marito? — Scioglie la mano e scappa via,
-infilando lo scalone.
-
-L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara aspettano la
-duchessa Remigia da oltre un'ora. L'avvocato intanto, — lestezza e
-pulizia, — si leva la polvere e il nero del carbone dalle scarpe,
-dall'abito e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il contino
-Gambara guaisce con Mimì Carfo.
-
-— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non ci vuol più bene!
-Cattivina, cattivona, cattivaccia! Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare
-e non venire! Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così!
-
-— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere con gioia il _tic tac_ dei
-passettini veloci. Ella è in pena per quel ritardo che può far sembrare
-la sovrana di Pontereno poco premurosa verso i suoi buoni amici di
-Bologna.
-
-Remigia entra sorridendo.
-
-— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così dicendo stende le
-due mani che il Berlendis ed il Gambara si affrettano ad afferrare, una
-per ciascuno, e a baciare replicatamente.
-
-— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama Mimì dandole un
-bacio nel levarle il cappellino.
-
-— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambara abbassa il bel
-nasone fino a premerlo quasi contro il petto, mentre raggrotta
-la fronte e fa il verso d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna,
-vergogna!
-
-Cavour mette pace:
-
-— Impazienza legittima, dato il legittimo desiderio di rivedere la
-nostra bella, la nostra cara duchessa!
-
-Remigia sospira, geme, sbuffa.
-
-— Sapeste, quanto da fare! Non esagero, Berlendis: ho da fare più io di
-mio marito!
-
-Il bianco nasone vola per aria facendo le grandi maraviglie, ma
-l'avvocato trova la cosa affatto naturale.
-
-— Al marito il dicastero, alla moglie la rappresentanza!
-
-— Tutte... le rappresentanze! Il mio Jack non si muove mai, e chi è
-sempre in giro sono io!... Di qua, di là, esposizioni, inaugurazioni,
-conferenze, comitati...
-
-— Gli asili, le scuole, le visite! — aggiunge Mimì.
-
-— I ricevimenti ufficiali e non ufficiali! Credetelo, sogno, oh, come
-sogno un po' del mio delizioso Pontereno! Pensate che qui a Roma, per
-poter dedicarvi un'oretta e per poter disporre della serata, ho dovuto
-fare... miracoli!... Mimì lo sa, ma intanto... Adesso, si sta un po'
-insieme, si pranza insieme e si sta insieme anche dopo. Siete contenti?
-
-L'avvocato è contento; il conte Gambara niente affatto. A Roma, aveva
-sperato... tutt'altra cosa! E aveva fatto il viaggio con quell'ansia
-e quel bruciore addosso. Invece la cattivona, glielo fa capir subito,
-senza complimenti: a Roma... niente di niente, anzi, ancora meno di
-Pontereno!
-
-Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di colpo, prende,
-stringe la mano della Carfo, la bacia e la ribacia furiosamente: — A
-Roma vi trovo ancora più deliziosa, deliziosissima!...
-
-Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho potuto avere un
-giorno libero, nemmeno per la mia mammà! E sospiro l'ora, il minuto di
-vederla, di poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la mia mammà,
-gioia, tesöro!
-
-— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a ripetere il conte Narciso
-sempre rivolto, ostinatamente, a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi
-e falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si guarda nello
-specchio, — oh, santo Guìo! — Si trova orribile, orrendo! — Corro, volo
-a far toeletta!
-
-È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre, con l'immediato
-abbandono! Fa un bell'inchino, piegando il collo con un attuccio
-vezzoso e premendosi la paglietta sul petto con tutta la mano aperta,
-se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno rispondere a
-donna Remigia che gli grida dietro con affettuosa insistenza:
-
-— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima.
-
-Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa una carrozza
-vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere:
-
-— _Hôtel Milan!_ — Poi pensa fra sè: — Torno a Bologna, certo,
-certissimo, con la prima corsa!... Niente pranzo, alle sette! Scrivo
-due righe asciutte e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio
-così!
-
-Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia gli sembra molto più
-bella!... Bellissima! Mostro!
-
-— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho preso tutto troppo
-alla lettera, senza riflettere che c'erano presenti Mimì Carfo e il
-Berlendis!
-
-Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso: resta.
-
-— Resto, perchè mi veda indifferentissimo! — C'è un'altra riflessione:
-se ritorna a Bologna troppo presto nessuno crederà più ch'egli sia
-l'amante della duchessa Remigia.
-
-Esserlo... magari! Ma non essendolo... almeno parerlo!
-
-Poi... la politica?... Il collegio?... La deputazione?..
-
-
-La partenza precipitosa del conte Gambara, se ha destato l'ilarità
-di Remigia e la compassione di Mimì, ha fatto molto piacere a Ciro
-Berlendis. Favorisce il suo piano. Egli non è venuto a Roma per i begli
-occhi della duchessa.... o della contessina, ma per affari; per un
-grosso affare di parecchi milioni. Si tratta di ottenere dal Ministero
-dei Lavori Pubblici la concessione del diritto di fruire dell'acqua
-di alcuni laghi nel Cadore, per la produzione di energia elettrica.
-L'utilità pubblica, e il vantaggio che ne devono derivare, sono palesi,
-ma i sollecitatori tentano di far passare sotto questa bandiera
-il contrabbando di una speculazione leonina, nella quale essi soli
-avrebbero il grosso del boccone e l'erario, i soli rischi dell'impresa.
-Urge, dunque, di ottenere la chiesta concessione senza che al ministero
-dei Lavori Pubblici si perda tempo, e si faccia perder tempo, in
-sottigliezze pedantesche, in lungaggini burocratiche... E per ottener
-questo, per far viaggiare le pratiche a vapore, il Berlendis ha pensato
-di rivolgersi alla buona, alla cara duchessa Remigia ed ha combinato la
-gita a Roma con il conte Gambara... per meglio darla ad intendere.
-
-— Sapete, duchessa, di chi vi porto i saluti? — comincia l'avvocato,
-a mo' d'esordio, quando anche la contessina Mimì è uscita in cerca di
-Carolina. — Indovinate!
-
-Remigia, sdraiata sulla poltrona accanto alla finestra aperta, guarda
-l'avvocato sorridendo... e aspetta.
-
-Ciro Berlendis resta in piedi, per aver più fresco, e con un giornale
-si sventola il faccione rotondo, sul quale il lustro del sudore fa
-risaltare le lentiggini. Egli parta con voce alta, da predicatore.
-
-— Un egregio gentiluomo; una bravissima persona. Un mio prezioso
-cliente di vecchia data, che la signora duchessa ha conosciuto,
-quand'era ancora signorina, a Villars!
-
-— A Villars?... Quand'ero ragazza?
-
-— Precisamente!
-
-— Chi è?
-
-— Oh, mi ha parlato tanto di lei con un entusiasmo che, del resto,
-non solo si comprende, ma del quale siamo tutti partecipi! È il barone
-Marco Danova!
-
-— Re Faraone! — Remigia rompe in una risata. — Re Faraone al lucido
-Nubian! Sa, caro Berlendis, che è stato un mio accanito adoratore?
-
-Il Berlendis accenna col capo affermativamente e sospira per conto di
-Marco Danova.
-
-— Innamoratissimo!... Una grande passione!... Brucia ancora!
-
-— Troppo brutto! Troppo brutto!... Remigia rabbrividisce. — Un orrore!
-
-— Ah! — L'avvocato fa un altro grosso sospirone; non per il Danova, ma
-per sè. — La propria bruttezza... non rende insensibili al fascino del
-bello. Io... capisco e sento di doverlo molto compiangere quel povero
-barone!
-
-— Avvocato! Avvocato! — ammonisce Remigia dondolandosi, sempre sdraiata
-sulla lunga poltrona. — Proibite le dichiarazioni!
-
-— Allora... — Il Berlendis sembra fare un grande sforzo per vincere sè
-stesso. — Allora, per non cadere in tentazione... parliamo d'affari!
-Il nostro amico, il buon Danova, che a Villars non ha potuto ottenere
-grazia dal vostro cuore, vi domanderebbe oggi, per mio mezzo, un
-piccolissimo favore.
-
-— Non si tratta di una raccomandazione? — Remigia, ferma la poltrona di
-colpo e si rizza a sedere. — Non accetto raccomandazioni! Jack non ne
-vuole; io non ne voglio assolutamente!
-
-— Ed io?... Sono forse l'uomo... delle raccomandazioni? — L'avvocato
-gonfia le gote, gonfia il petto, diventa più acceso in volto e mugge: —
-Nessuna raccomandazione, mai, per principio e per fiera dignità di me
-stesso. Qui non si tratterebbe, da parte vostra, altro che di dare un
-ordine, semplicemente. L'ordine di far presto!
-
-L'avvocato Berlendis, passeggiando su e giù, si caccia le mani in tasca
-e mette muso.
-
-Remigia ha paura di averlo offeso e gliene duole. È un permaloso
-vendicativo! Chi sa che cosa può inventare quando torna a Bologna!
-
-— Non ho detto questo per lei che è un mio buon amico, ma per quel
-Danova che mi è sempre stato antipatico, — fa un altro brivido, —
-odiosissimo!
-
-Ciro Berlendis siede a sua volta accanto alla poltrona della duchessa
-Remigia, le prende una mano, la stringe, l'accarezza, la bacia. La pace
-è fatta.
-
-— Mettiamo il Danova da parte. Re Faraone, scartato. Il piccolo
-favore, — piccolissimo, — lo domando io, per me. E lo ripeto ancora
-solennemente: non voglio e non vogliamo raccomandazioni. Basta dire
-soltanto a chi ha del tempo da perdere: fate presto, perchè per i
-galantuomini che lavorano, il tempo è danaro!... E si tratta, — questo
-per l'intima soddisfazione, — di una geniale iniziativa di utilità
-nazionale, con sicuro vantaggio per l'erario! Si tratta, insomma,
-di un'opera grandiosa, ciclopica, la quale farà onore al paese ed al
-governo!
-
-Alla parola — governo — donna Remigia che aveva ricominciato a
-dondolare, si ferma di nuovo ergendosi impettita sulla poltrona, con
-grande serietà ed importanza.
-
-— Ecco tutto in due parole: un ottimo affare in carbone bianco,
-proposto da un gruppo cospicuo di egregi... gentiluomini, industriali
-e capitalisti, italosvizzeri. — L'avvocato alza la mano corta, grassa
-e pelosa e la gira in aria con tre dita tese: il pollice, l'indice e il
-medio.
-
-— Tre! Tre milioni di capitale; due già versati. Studi e progetti,
-tutto pronto! Compartecipazione del quattro per cento al governo per un
-ventennio; facoltà di prelazione per un decennio, pure al governo, nel
-riscatto delle energie attivate!
-
-Giro Berlendis, che tiene sempre la mano alzata e le tre dita tese,
-si alza anche in piedi, si riscalda, ansima, suda, ma andando quasi
-addosso alla cara duchessa, abbassa misteriosamente il tono della voce.
-
-— Un programma di lavoro! Un programma di trasformazione della regione
-intera, un programma nuovo, moderno, magnifico, un programma che sarà
-un successo nostro e del ministero liberale che lo avrà sanzionato!
-
-Tanta eloquenza introna a Remigia le orecchie e il cervello; ma non ha
-capito un ette.
-
-— Scusi, avvocato; che cos'è questo... carbone bianco?
-
-Il sorriso del Berlendis diventa ineffabile. L'occhio, la voce, il
-gesto, spirano poesia:
-
-— ... «_Chiare, fresche e dolci acque!_» Non più il carbone fossile,
-il nero carbone che sporca e affumica, la ricchezza, già stremata, che
-gli inglesi e i belga ricavano dalle viscere del loro suolo. Su, su, in
-alto, sempre in alto la stella d'Italia! Le Alpi del Cadore, sono tra
-le più ricche di laghi, di corsi di acqua imponenti, anche ad altezze
-considerevoli. Ebbene, noi vogliamo far... procombere al piano l'acqua
-di quei laghi e di quei fiumi, senza dispersioni, raccogliendo energie
-formidabili!
-
-— Capisco; ho capito! — Non ha capito, ma Remigia vorrebbe tagliar
-corto perchè non si diverte. — Io, dunque, dovrei...
-
-— Ecco il carbone bianco! Ecco «la forza indomita dell'avvenire!» —
-seguita imperterrito l'avvocato, passeggiando e declamando. Ma il tempo
-urge. L'industria nazionale ha bisogno di un forte incremento; il paese
-ha bisogno di risveglio, di lavoro; bisogna far presto. Il domani è
-il nemico, l'insidiatore dell'oggi! Non già che si possano temere
-concorrenti; impossibile, assurdo! Nessun può proporre condizioni
-vantaggiose, nè offrire garanzie, non dico superiori, ma pari alle
-nostre!
-
-— Io dunque dovrei dire a mio marito...
-
-— A suo marito? al ministro? Niente. Ella è in ottime relazioni, con il
-sottosegretario ai Lavori Pubblici? Con Sua Eccellenza Leonida Staffa?
-
-— Come a Bologna si sa sempre tutto! — pensa Remigia prima di
-rispondere.
-
-— Ebbene: basta il sottosegretario! Ella mi dà due righe di
-introduzione esprimendo la sua simpatia per il carbone bianco, e
-tutto il resto... è tanto semplice... che va da sè. Io ho soltanto
-da dir questo, all'onorevole Staffa: Eccellenza: al ministero dei
-Lavori Pubblici, _Sezione terza_, giace e forse, ahimè! non ancora
-aperta, la nostra proposta... così e così, etcetera, etcetera. Ebbene,
-si prega, e con qualche diritto, che la pratica venga esaminata con
-sollecitudine. Nient'altro; basta! Non si domanda di più! — L'avvocato
-torna a gridare, a inquietarsi, a offendersi, ma in quel punto, a
-interromperlo improvvisamente, entra nel salotto un altro suo amico, il
-caro Zaccarella.
-
-— Scusi, signora duchessa! La chiamano al telefono!
-
-Remigia salta in piedi, lasciando dondolare la poltrona vuota.
-
-— Sarà mio marito!
-
-— No, signora duchessa. È Sua Eccellenza l'onorevole Staffa.
-
-— Permette, avvocato?
-
-— Faccia! Faccia!
-
-— Torno subito!
-
-— Faccia! Faccia! Faccia!
-
-Remigia vola via leggera come una farfalla seguita dal grave signor
-Zaccarella, al quale l'avvocato stringe un'altra volta la mano.
-
-— Carissimo il nostro... cavaliere!
-
-Il Berlendis ride e gongola.
-
-— Ah! Ah! Proprio vero! Sono stato informato esattissimamente!
-Leonida Staffa è ai piedi della duchessa D'Orea!... Piedini, veramente
-maravigliosi con i quali anche i nostri affari, speriamo, marceranno
-egregiamente! La donna, la bella donna, la bella donna civetta, ecco
-la più provvida delle istituzioni!... Basta non fare la sciocchezza
-d'innamorarsi!... Deve essere la nostra forza; non la nostra debolezza!
-— Sorridendo torna ad asciugarsi il collo, il mento, la fronte, le
-mani.
-
-— Benissimo!
-
-Si leva gli occhiali per ripulire anche le lenti intorbidite, ma con
-quel moccichino, le sporca di più!
-
-— Benissimo! Se riesco a strappare la concessione evitando i soliti
-procedimenti meticolosi, che bel colpo per quel ladro del Danova... ed
-anche per me!
-
-Donna Remigia rientra nel salotto; è raggiante.
-
-L'avvocato la fissa attentamente.
-
-— Ella ha ricevuta una notizia che le fa molto piacere.
-
-— Sì! Moltissimo piacere!
-
-— Le si legge in fronte!
-
-— Son felice! Non per me, ma per la mia amica più buona, più cara!
-
-— Già. La nostra dolcissima, soave contessina Mimì!
-
-— No! No! Sono felice per Guendalina!
-
-Cavour apre la bocca, e inarca le ciglia dietro gli occhiali.
-
-— La principessa Capodimare! Suo fratello, il conte Cincino D'Ermoli,
-ha ottenuto di far parte di una commissione di... studi scientifici,
-che parte a giorni per gli Stati Uniti. Guendalina lo desiderava
-tanto! Ho già ordinata la carrozza; voglio portarle io stessa la
-bella notizia. Mi scuserà, avvocato; faccio una corsa; cinque minuti
-appena! Oggi devo anche vestirmi più presto; si pranza in punto alle
-sette, perchè stasera si va tutti insieme al Costanzi. Che cosa le
-dicevo, avvocato? È vero sì o no? E il Gambara se n'ha avuto per male!
-Un minuto solo, _mio_, non posso averlo mai!... O il telefono, o il
-telegrafo, o un usciere del ministero! Ah, _mon Dieu!_ _Mon Dieu!_
-
-— Le fatiche del potere!
-
-— Tutto io! Sempre io! Mah, — sospira. — Quando si ha un benedetto
-marito che non fa niente, mai niente, per gli altri!
-
-Remigia scappa via, ma l'avvocato la ferma:
-
-— E... le due righette di... simpatica introduzione?
-
-— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici; Sua Eccellenza Leonida
-Staffa lo aspetta. Adesso, al telefono, gli ho parlato anche di lei.
-Sa che l'avvocato Berlendis è persona di mia piena fiducia e mio grande
-amico.
-
-— Però... anche un semplice bigliettino suo...
-
-Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto di visita, vi
-scrive sopra col lapis: «Eccole, caro Staffa, il primo e _il più amato_
-dei miei simpaticoni di Bologna...» e lo dà al Berlendis.
-
-— A lei, prenda; come _passe-partout!_
-
-
-
-
-X.
-
-
-Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor Zaccarella
-che sorveglia camerieri e servitori, tutto procede con buon ordine e
-speditezza.
-
-Donna Remigia è allegrissima, al contrario del generale D'Entracques
-e del conte Gambara che sembrano, l'un contro l'altro armati... di
-sussiego e che allungano il muso a vista d'occhio.
-
-Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto, sorride e gusta
-maggiormente i bocconi ghiotti. Egli ormai s'è messo il cuore in pace.
-Fa sempre, quando può e come può, la sua corte umile e devota alla
-bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma dopo il colpo di piedino
-negli stinchi e il rabbuffo toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo,
-prudentissimo e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta delle
-«bricioline». Bacetti sulle manine, parolette nelle orecchine rosee,
-trasparenti, parolette soffiate sul collino sparso di pellolino biondo,
-il collino ideale, gracile, di una adolescente; toccarle, quando
-capita, ma toccarle appena, come una reliquia, le braccine ignude... e
-basta. Il resto... indovinare, immaginare e ruminare!
-
-Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni pietrificato del
-D'Entracques a dargli il gambetto e gioisce vedendolo imbronciato e
-tormentato dalla gelosia.
-
-È stato lui stesso, il rugiadoso Jago a piantargli il pugnale nel cuore.
-
-Prima di pranzo, mentre nel salotto si aspettava l'annunzio di
-andare a tavola, il marchese Pio ha trovato il momento di sussurrare
-all'orecchio del conte Martino: — Vedi, quel bel giovane?
-
-— Non vedo altro che un bel naso!
-
-— Dicono... dicono veh! ci sia molto del tenero con la duchessina
-D'Orea.
-
-Il generale trasalisce e impallidisce, ciò che non gli è mai successo
-all'improvviso scoppio delle artiglierie.
-
-— A Pontereno, furono visti, dicono, a baciarsi in giardino!
-
-— Sono tutte falsità, infamità, e mi meraviglio che tu...
-
-— Io?... — protesta il Della Gancia interrompendolo. — Io non ho mai
-creduto niente!... Non la lascio sempre con mia moglie? — Leva gli
-occhi al cielo come vittima innocente e congiunge le palme in atto di
-compiere mentalmente il segno della santa croce.
-
-Il generale è convinto dell'innocenza di Remigia, è sicurissimo che
-si tratta di una delle solite calunnie, ma il pranzo gli è andato di
-traverso, prima ancora di mettersi a tavola.
-
-Al generale, come Eccellenza, è destinato il posto d'onore, fra le
-due signore: la padrona di casa e la marchesa Della Gancia. Egli si
-sforza di mostrarsi indifferente per essere brioso, ma la caramella
-non gli sta ben fissa nell'occhio e dalla gola non passa il più
-piccolo boccone; non può che bere, e beve. Con donna Remigia, scambia
-appena qualche parola, senza mai guardarla. Invece è amabilissimo
-con la marchesa e con gli occhi, i veri e quello di cristallo, divaga
-piacevolmente e ostentatamente tra i non simulati richiami dell'ampia
-scollatura. Vuol far dispetto, vuol far ingelosire la duchessa
-Remigia... invece la diverte. Ella ha subito indovinato la gelosia e
-capito il giuoco. La donna è soltanto astuta e l'uomo è intelligente;
-ma l'astuzia della donna è sempre più forte dell'intelligenza
-dell'uomo! Per altro, non vuol essere troppo crudele. Il D'Entracques
-le piace e le piace anche di vederselo innamorato. Ella non sente
-in lui un pericolo... ma un appoggio... sicuro. Sente che la sua
-reputazione non avrà nulla da temere, mentre la sua vanità, che è poi
-l'orgoglio della donna, avrà tutto, invece, da guadagnare.
-
-Vuol calmarlo, vuol rassicurarlo, vuol farlo tornare di buon umore.
-Sporge verso di lui il fresco visetto e sorride mormorando sottovoce: —
-Che c'è di nuovo? Perchè sempre e tutto da quella parte?... Perchè solo
-dedito... all'alpinismo?
-
-Il generale parla pure sottovoce, ma senza guardarla:
-
-— Non osavo sperare ch'ella potesse occuparsi di me, dopo gli ultimi
-arrivi da Bologna!
-
-Remigia non può frenare un'allegra risatina, che consola subito il
-generale.
-
-— Ah, no, poi! Accollarmi quel Narciso, che è anche tulipano! Questo
-no! È proprio troppo e mi ribello!... Preferisco, trecento volte,
-ch'ella sia ancora geloso della zazzera di Leonida! Mi guardi.
-
-Il generale si volta e la guarda.
-
-— Mi guardi bene!
-
-Gli occhietti ceruli sembrano diventati più grandi e più profondi: non
-sorridono più. Sono umidi e languidi, spirano fiducia, amore e tanta
-sincerità!
-
-Il generale non sente più che il dolore e il rimorso di averla fatta
-quasi piangere.
-
-— Mi perdoni. Non sono mai stato un ragazzo! Comincio ad esserlo
-adesso, che divento vecchio!
-
-— Mi fa tanto dispiacere per lei che ella sia geloso e così
-ingiustamente. Per lei è un grande dolore inutile. Per me... è una
-grande amarezza immeritata!
-
-— Mi perdoni...
-
-Gli occhi di Remigia si riempiono di lacrime: proprio di lacrime vere!
-
-Dà una forte scrollata di testa; gli occhi tornano a ridere e a
-sfavillare: — L'uno e l'altro, l'avvocato e... il tulipano, sono i
-soliti regali di mio marito; sono i suoi grandi elettori. Del resto, le
-annunzio che ripartono subito, domani. Sono venuti qui, al solito, per
-una raccomandazione ed io li ho fatti subito recapitare a _Rabbagasse!_
-Le fa piacere che il conte Narciso e anche Gambara, non si fermi a
-Roma?... Sì... Ebbene, ciò farà dispiacere, invece, a Mimì Carfo! —
-Torna a parlare con voce più forte. — Stia attento e se ne persuaderà!
-Ah, _mon Dieu!_ Come farà mai a vincere le battaglie un generale, così
-privo di colpo d'occhio!
-
-La marchesa Quanita, le gote accese e umide, mangia e ride
-saporitamente mostrando più vivo il luccicare de' denti bianchissimi
-tra le labbra carnose dai bei baffetti. Alza la voce argentina,
-squillante:
-
-— Privo di colpo d'occhio? Il generale?... Se ha un occhio di lince!
-Vede la preda... — si diverte a mettere il D'Entracques in imbarazzo
-quando c'è Remigia, — vede, mira e coglie in pieno dal di qua al di là
-dell'Oceano!
-
-— Non interloquire! — strilla a sua volta Remigia. — Non difendere
-il generale! Anzi, mi correggo! Devi, sei obbligata a difendere Sua
-Eccellenza! È il vivo chiarore delle tue bellezze che lo ha abbacinato!
-
-L'avvocato Berlendis, giallo e rosso, acceso e lustro, più che un
-Cavour, è un pomodoro. Guarda e ammira la marchesa, guarda e approva la
-duchessa e si diverte al grazioso e spiritoso «dibattito», mentre col
-tovagliolo infilato nel panciotto si asciuga la bocca e il mento che
-cola sudore e salsa.
-
-Si ride; il marchese Pio ne approfitta per sussurrare qualche paroletta
-all'orecchio di Remigia, un confronto che deve lusingarla assai perchè,
-in compenso, non ritira il piedino ch'egli preme col suo sotto la
-tavola.
-
-Chi non ride, ma squarta e divora, pallido, torvo, come se invece di
-quaglie fossero amanti di Remigia _en belle vue_, è il conte Gambara.
-
-Anche a bocca piena, ma sempre amara, fa dichiarazioni su dichiarazioni
-a Mimì Carfo che le riceve rassegnata per far piacere all'Idola. Ma
-sono sempre le medesime, mentre la voce del giovane Otello diventa roca
-perdendo ogni leggiadria di variazioni.
-
-— Un generale! Un senatore! — pensa tra sè. — Vergogna! Vergogna! — Ah,
-se la Carfo avesse avuto una dote appena discreta! L'avrebbe sposata
-lì, ma proprio lì, su due piedi!
-
-Donna Remigia l'osserva e subito dopo pranzo, prudentemente, se lo fa
-venire vicino con la scusa di offrirgli il caffè.
-
-— Molto zucchero, conte Gambara?
-
-Il geloso finge di non aver sentito.
-
-— Conte Gambara! — ripete Remigia più forte, ma sempre dolcemente. —
-Molto zucchero?
-
-— No, grazie... Senza zucchero!
-
-Sono in piedi dinanzi al tavolino del caffè e dei liquori. Il
-D'Entracques è sul balcone con la marchesa, il marchese Pio e
-l'avvocato Berlendis. Lì, nel salotto, c'è lo Zaccarella soltanto
-e Mimì che distribuisce le tazze del caffè, versato da Remigia, e i
-liquori.
-
-— Sempre così amaro? — domanda Remigia sottovoce al giovinotto.
-
-— Ama... marissimo! Tossico! Tossico! Parto stasera, o parto domani!
-
-Remigia lo guarda affettuosamente.
-
-— Parta... domani.
-
-— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece di opporsi, lo lascia
-partire... proprio, ma proprio?
-
-Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac al signor Zaccarella,
-riempie un'altra tazza di caffè, con molto zucchero che fa portare da
-Mimì all'avvocato Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando alle
-parole gli sguardi teneri, espressivi:
-
-— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo pranzo, per vestirsi.
-— Una pausa e un'occhiatina. — Quando ha sentito che lei era a Roma,
-non si è mostrato molto soddisfatto!
-
-— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso, diventano un punto
-d'interrogazione.
-
-— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra... sempre per quei
-socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè sono al Governo e siamo
-a Roma, tutto serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente, la
-moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il Ministro...»
-
-— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme all'avvocato
-Berlendis?
-
-— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve partire anche lei. Il
-mio Jack, tesoro, non è cattivo e non è sospettoso, ma è molto meglio
-per noi, — il _per noi_ è detto in modo da far ritornare un po' di
-caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione non si ripeta. Creda
-a me, non è bene, non è prudente che mio marito, ci ritorni sopra
-un'altra volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni, poi
-le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia e finalmente
-a Pontereno, per tanti, tanti mesi e sola! Ritorni adesso a far la
-corte, molta corte, a Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere
-tutto... per niente!
-
-Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi; nell'incertezza
-geme.
-
-— Ma quello là?... Quello là?... Quel generale là?
-
-Remigia scrolla la testa e compatisce il povero Gambara che diventa
-matto!
-
-— Il D'Entracques?... È l'amante, cosa ormai passata in giudicato, di
-missis Britton! Gliela farò vedere stasera al Costanzi! Vedrà che per
-un generale e senatore, ce n'è abbastanza! Io non lo posso soffrire,
-appunto perchè con la sua pertinacia in galanteria è un anacronismo, ma
-devo mostrarmi amabile, quanto è necessario: così vuole il mio signor
-marito. Oltre che suo collega nel gabinetto è il suo più grande amico!
-Sa che Jack è eccessivo in tutto, nelle antipatie e nelle simpatie!
-Perchè gli ho detto un giorno che il suo D'Entracques si tinge i baffi,
-credo che volesse levarmi gli occhi! — Da bravo, un inchino diplomatico
-e si allontani! Vada a sorbire il caffè... e i begli occhi sentimentali
-della contessina Mimì, poi sparisca alla _che-ti-chella!_ — Trova buffa
-la parola e ride. — Si ricordi: le proibisco di fermarsi in ammirazione
-dinanzi alla mostra di Quanita! Ahimè! Al confronto di quell'ammasso
-tremolante di _delicatessen_ come direbbe un tedesco, io devo rimanere
-una ben misera cosa!
-
-— Vengo però, in teatro, in palco? — supplica il Gambara con note di
-violino e flauto.
-
-— Sì, un momento; sul tardi. E da Bologna si ricordi, faccia subito una
-corsa a Pontereno! Vada a salutare e a dare un bacio per me a _Febo_
-e a _Desir!_ Ah, _mon Dieu!_ Dire che li amo tanto, — cari, tesöri, —
-e che qui a Roma, per colpa di Jack che non mi dà pace, persino... li
-dimentico!
-
-Il D'Entracques, da qualche momento, sta osservando i due dal balcone,
-e ritorna ad oscurarsi. Appena il giovanotto si allontana, si avvicina
-lui chiedendo una goccia di cognac. Remigia lo rasserena, nel momento
-stesso che gli offre il bicchierino.
-
-— Quanta fatica, per maritare Mimì! Ma spero tanto di poter riuscire
-e sarei così felice! — Poi soggiunge ancora più sottovoce: — Quando
-si va a teatro, faccia presto a salire in carrozza con me! Lasciamo a
-Quanita di far gli onori di Roma ai bolognesi! Lei si perde troppo in
-complimenti. Generale valorosissimo, ma non sempre abile e pronto nelle
-piccole manovre! — Si volta, verso il balcone:
-
-— Badate! Non facciamo troppo tardi per la _Manon!_ — C'è tempo?
-
-— C'è così tempo! — rispondono insieme la marchesa e il marchese Pio.
-
-— Comincia alle nove e mezzo, — osserva l'avvocato, guardando
-l'orologio.
-
-— Basta essere al Costanzi alle dieci!
-
-— No! No! — esclama Remigia. — Voglio esserci da bel principio per una
-garbata attenzione verso mio cognato!
-
-Tutti ridono, ma in questo punto si sente una carrozza fermarsi dinanzi
-all'albergo, e il signor Zaccarella, che stava prendendo il fresco alla
-finestra di una stanza vicina, corre nel salotto:
-
-— Signora duchessa!... Sua Eccellenza! È qui Sua Eccellenza!
-
-— Impossibile!
-
-— È qui in carrozza con due altri signori!
-
-Tutti corrono sul balcone, a guardar giù:
-
-— È proprio lui!
-
-— Con chi è?
-
-Ma i due signori che avevano accompagnato Giacomo all'albergo,
-risalgono subito in vettura, gridando al D'Orea che li saluta con la
-mano:
-
-— Per qualche giorno si abbia riguardo, Eccellenza! Domani, non abbia
-fretta d'alzarsi, Eccellenza!
-
-Remigia si precipita nel salotto:
-
-— Ah, Mimì! Gioia! Che cosa sarà successo? — Come sempre, quando si
-sente inquieta, ha uno slancio di tenerezza per l'amica e l'abbraccia.
-
-Il signor Zaccarella, invece, diventa più grave e più autorevole.
-
-— Vado io a vedere! — Esce in fretta, in punta di piedi.
-
-Rimangono muti un istante, interrogandosi l'un l'altro con gli occhi.
-
-— Ho paura che si sia sentito male! — mormora la Carfo.
-
-— Certo! Si è sentito male! — ripete Remigia sottovoce. — Per amor del
-cielo! Silenzio della _Manon!_
-
-— Noi, per altro, si va lo stesso! — bisbiglia la marchesa al marito,
-in tono risoluto.
-
-In quel punto Giacomo D'Orea appare sull'uscio ed entra, sciogliendosi
-dal braccio del signor Zaccarella.
-
-Sembra più magro, gli occhi e le gote infossate; sembra invecchiato.
-Cammina a rilento, sforzandosi a sorridere per tranquillare sua moglie
-e Mimì Carfo che gli erano corse incontro con l'aria spaventata.
-Saluta, dà la mano a tutti.
-
-— Cara marchesa!... Caro D'Entracques! — Balbetta leggermente alle
-prime parole, poi a mano a mano parla più spedito. — Oh, il nostro
-egregio avvocato Berlendis!
-
-Il conte Gambara non c'è più; è sparito appena il signor Zaccarella ha
-dato l'annuncio dell'arrivo di Sua Eccellenza.
-
-— Come mai? — domanda Remigia una seconda volta, senza lasciargli
-finire i saluti. — A quest'ora?
-
-— E il vostro pranzo?... — chiede a sua volta il D'Entracques.
-
-— Mi sono fatto scusare dall'onorevole Staffa, con quei buoni signori
-della Basilicata!
-
-— Ma allora... ti sei sentito poco bene?
-
-— Niente di serio, cara Remigia! — Si rivolge agli altri. — Niente che
-possa disturbarvi l'ora del caffè!
-
-Mimì gli fa scivolare dinanzi una poltrona.
-
-Giacomo vi si lascia cadere come affranto, ringraziandola con un cenno
-del capo e della mano.
-
-Gli sono tutti attorno, quasi addosso:
-
-— Che cos'è stato?
-
-— Ah, mio Dio, tesoro, che hai avuto?
-
-— Un po' di malessere... soltanto. — Tanta gente lo soffoca, tante
-domande lo irritano. — Ti prego, Remigia, non esagerare... le cose. Un
-malessere momentaneo, ti ripeto!
-
-— Perchè non mandarmi a chiamare?
-
-Il D'Orea, scrolla le spalle vivamente.
-
-— Non ho voluto nemmeno che andassero a chiamare il dottore!
-
-— Mah!... Avete bisogno di riposo! — intona il marchese Pio, come un
-salmo. E tutti, a ripetere in coro, meno il signor Zaccarella e Mimì
-Carfo che si scambiano un'occhiata ansiosa.
-
-— Riposo, caro D'Orea!
-
-— Per qualche giorno, bisogna dimenticare la politica, il ministero,
-gli affari!
-
-— Il riposo, è come l'olio per la nostra macchina!
-
-— Riposo! Riposo!
-
-— Riposo assoluto!
-
-Giacomo, si alza incollerito.
-
-— Ma sì! Riposo! Riposo! Va bene! Siamo intesi! Ho capito! E per
-riposare vi domando scusa e me ne vado a letto!
-
-Capisce di essere stato troppo violento, tentenna il capo e torna a
-sorridere:
-
-— Oggi, cioè... — pensa, non gli riesce di dire stasera; non trova la
-parola. — Oggi... due ore fa, al ministero, mentre sbrigate le ultime
-firme, stavo per alzarmi e per recarmi al pranzo, mi sono sentito come
-un senso di... di... freddo, di nausea... Un ronzìo alle orecchie... Mi
-si annebbiò la vista e... giù, come un morto, in deliquio!
-
-— Ah mio Dio, perchè non... — Remigia si ferma per un cenno di Mimì.
-
-— .... È durato pochissimo; nemmeno un quarto d'ora. Ho ripreso
-conoscenza... poi a poco a poco... i movimenti e ora mi sento rimesso
-completamente. Potrei andare a trovare i miei sindaci... Invece
-vado a letto, per seguire... i consigli anche vostri. Sono stato io,
-assolutamente, che non ho voluto che chiamassero il dottore! È stato...
-niente! La colazione che mi ha fatto peso! Non voglio che domani i
-giornali, a corto di notizie, ne facciano un caso grave!... Per questo,
-vi prego: io vado a letto subito per accontentarvi, e, in premio,
-accontentatemi anche voi! — Si rivolge a Remigia, con amorevolezza: —
-Tu... non cambiar niente. Impiega la tua sera, come avevi fissato...
-
-— Si andava adesso, tutti insieme, da Guendalina.
-
-— Brava! Benissimo! Andate adesso, tutti insieme, dalla Principessa!
-— L'idea che sua moglie e gli altri non rimangano all'albergo, sembra
-quasi rallegrarlo. — Saluterai anche a nome mio, la principessa
-Capodimare. Anzi, le darai, per la prima, una notizia che le farà molto
-piacere, e che certo deve far piacere anche a voi, caro marchese.
-Vostro fratello è stato aggregato alla Commissione governativa
-internazionale per l'impianto agli Stati Uniti delle... delle...
-— La parola gli sfugge di nuovo, non riesce a riafferrarla: —
-Delle... Delle... — No! No! Marchese, non ringraziatemi! E nemmeno la
-principessa Capodimare! Vi assicuro, che se vostro fratello è stato
-nominato, vuol dire... che lo ha meritato!
-
-Mimì diventa rossa per Remigia che strizza l'occhio a Quanita.
-
-Giacomo continua sempre sorridendo in modo affabile, ma con un certo
-orgoglio di sè:
-
-— Anzi, può vantarsi di essere stato nominato ad onta delle
-raccomandazioni di mia moglie, che per il mio naturale istinto mi
-avevano mal prevenuto contro di lui! E... sarà sempre così. Finchè io
-sarò ministro, nel mio ministero... sarà sempre così! Si prenderanno in
-considerazione gli studi fatti, i titoli, la capacità e in quanto alle
-raccomandazioni... torna indietro!
-
-Tranne Mimì che soffre, tutti gli altri, compreso l'avvocato Berlendis,
-sorridono e approvano. Chi non ama... la giustizia? Chi non accetta le
-savie massime?
-
-Giacomo si ritira festeggiatissimo, dopo aver fatto dolce violenza a
-sua moglie perchè non lasciasse soli gli amici per accompagnarlo.
-
-Uscito il D'Orea, nel salotto sembra correre un'aria più leggera: fa
-meno soffoco, meno caldo.
-
-Ciro Berlendis si sventola la faccia col fascicolo di una Rivista, ma
-si mostra ilare, soddisfatto.
-
-— Così, tutti i nostri uomini! Gli uomini autentici del nostro
-vecchio-giovane partito! Tutti così, dai Lanza, ai Sella, ai D'Orea!
-
-Soltanto Remigia e Mimì Carfo, sembrano ancora un po' inquiete. Mimì lo
-è davvero. Remigia... per essere rassicurata.
-
-Ella chiede al D'Entracques, fissandolo, come per ottenere da lui
-consiglio e protezione:
-
-— Che cosa può essere?... Che proprio, ci sia dia impensierirsi?
-
-La marchesa Quanita, già sulle spine perchè si fa tardi per il
-Costanzi, risponde lei con la sua foga abbondante:
-
-— La colazione!... Non hai sentito?... La colazione! Tuo marito
-starebbe benissimo se non avesse il vizio di mangiare in fretta!
-
-— A precipizio! È un precipizio! — finisce il marchese Pio. — Il
-riposo, il sonno ristoratore della notte e tutto passa!
-
-Ciro Berlendis continua a sventolarsi sotto il mento, sulla nuca,
-dietro le orecchie:
-
-— Il mangiare troppo in fretta è assai micidiale! Micidialissimo!
-
-— È però un uomo molto affaticato; è logoro dal lavoro. — Il
-D'Entracques non vuol dire di più.
-
-Mimì accarezza i capelli a Remigia e le dà un bacio dicendole piano:
-
-— Non andare al Costanzi...
-
-La marchesa sente ciò che dice la Carfo e si oppone vivamente:
-
-— Ma che!... È una ragione di più! Sarebbe anzi il caso di andarci se
-prima non ci fosse stata l'intenzione!
-
-Remigia si stacca da Mimì e corre vicino a Quanita allacciandole la
-vita con un braccio:
-
-— Credi?... Davvero?
-
-— Certamente!... Se la notizia è diffusa, vedendoti in teatro si taglia
-corto alle esagerazioni!
-
-— Diamine! Diamine! — fa eco il marchese Pio. — Bisogna tagliar corto!
-
-Anche l'avvocato è dello stesso parere.
-
-— Ha sentito Sua Eccellenza, cara duchessa! La tema dei giornali alla
-caccia di notizie!... Io opinerei ch'ella, stasera, si facesse vedere
-il più possibile... a teatro... dappertutto!...
-
-
-Quando Remigia è già sulla scala, per uscire e andare al Costanzi è
-raggiunta dal signor Zaccarella:
-
-— Sua Eccellenza, mi ha fatto chiamare il dottor Davos, ma mi ha
-ordinato di non dir niente a nessuno, specialmente a lei!
-
-— Torna a sentirsi male?...
-
-— No, no! Soltanto per precauzione... per prudenza...
-
-— E allora?... Perchè dice sempre le cose, con quella faccia così...
-spettrale?... Non è buono, lei, di ridere o almeno di sorridere?
-
-Il signor Zaccarella increspa, compiacentemente, il viso secco, poi
-soggiunge:
-
-— Al telefono mi hanno risposto che il dottor Davos è fuori di Roma, e
-che non potrà essere all'albergo prima delle undici. Dopo la visita...
-lo faccio aspettare?
-
-— Perchè?...
-
-— Se anche la signora duchessa... volesse sentire...
-
-— Sì! sì!... E dica al dottore, — come lei, — di non spaventarmi senza
-motivo. Sono già tanto, ma tanto inquieta!
-
-
-
-
-XI.
-
-
-La della Gancia chiama l'avvocato Berlendis e lo fa salire nella
-propria carrozza e così, con un cenno assai espressivo, anche il
-marito.
-
-— Bisogna essere compiacenti con gli amici che lo meritano! — bisbiglia
-sorridendo.
-
-In fatti Remigia aspetta a fare le sue rimostranze che il marchese sia
-ben seduto nel landò, in faccia a sua moglie.
-
-— Marchese Pio!... Marchese Pio!... Non vi permetto di abbandonarmi!
-
-— Rassegnati, cara! — risponde Quanita. — Per questa volta siamo già
-tutti a posto!
-
-— Il marito con la moglie?... Non ci sta! Non è conveniente!
-
-— È così breve il tragitto! Non daremo scandalo! Al Costanzi! — ordina
-la marchesa, alzando il capo verso il cocchiere.
-
-— Al Costanzi! — ripete il generale, più basso e più in fretta, al
-servitore di donna Remigia che chiude lo sportello.
-
-I cavalli della marchesa nitriscono e scalpitano: le due carrozze
-partono al trotto.
-
-— Ah, _mon Dieu!_... Quanita, ha capito tutto!
-
-Il generale, seduto accanto a Remigia, la fissa con malinconia e con
-amarezza:
-
-— Capito?... Che cosa?
-
-Remigia accenna ripetutamente di sì, abbassando gli occhi sul ventaglio
-che tiene chiuso fra le mani:
-
-— Capito!... Capito!...
-
-Il D'Entracques fa un sospiro doloroso:
-
-— Può aver capito... di me; cioè che io sono perdutamente inn... —
-S'interrompe e prosegue con un sorriso ironico. — Un imbecille! Ma di
-lei?... Niente. Oppure che si diverta a prendere in giro giovani... e
-non più giovani!
-
-Remigia s'imbroncia, ma il visetto diventa ancora più delizioso.
-
-— Se è una confessione, non è certo un complimento!
-
-— Alla mia età innamorarmi... Sono matto! Sono diventato matto! Al
-Ministero non fo quasi più niente, altro che strapazzare!
-
-— Questo... perchè?
-
-— Perchè è da matto un amore senza speranze e pieno di gelosia!
-
-Remigia abbassa il capo e rimane muta, immobile, come trafitta da
-quelle parole. Poi con la piccola mano inguantata si nasconde e si
-preme forte gli occhi:
-
-— Ah! Mio Dio! Mio Dio!
-
-Il generale la guarda.
-
-— Piange?
-
-Remigia preme più nervosamente la mano sugli occhi, poi la lascia
-cadere abbandonata sulle ginocchia.
-
-I suoi occhi luccicano nell'ombra.
-
-— Piange?...
-
-— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi, ora no, più. Ora no,
-più, tutto l'incanto è rotto!
-
-Il generale non capisce bene, ma si sente commosso ed è pentito di aver
-parlato. Quella donnina, così giovine e fragile, lo turba con tutto ciò
-che ha di ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia.
-
-Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa e tenera che, a poco
-a poco, dal cuore, penetra nei sensi del D'Entracques:
-
-— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di aver trovato ciò
-che tanto sognavo! Un'amicizia a cui avrei potuto affidare e confidare
-tutto dei miei pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e
-anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di tanta bontà e di
-tanta tenerezza! Un'affezione sincera, grande e una protezione, una
-sicurezza, per me, quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me,
-nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?... Sono così
-poca cosa io per mio marito!... Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio
-illudermi, ma non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori, mi
-adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa ancor più la testolina
-malinconica mentre giuoca nervosamente col piccolo ventaglio luccicante
-di miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto pratico,
-semplicemente... decorative! Mia sorella?... Sarà colpa sua, sarà
-colpa mia, o colpa di tutte e due, ma non andiamo d'accordo. Dunque...
-subito, appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sono attaccata a
-lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì... lei... tutto...
-e tutta l'anima, ma nel bene! Per consigliarmi, per difendermi...
-per trattenermi... Dio mio, ma che il bene... sia proprio un sogno
-inafferrabile?
-
-La carrozza comincia la salita di Via Nazionale; il Costanzi è
-vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta rauco il D'Entracques,
-commosso, sincero. — Dimentichi... tutto ciò che ho detto! Avrò per lei
-un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì, anche della
-mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà sempre, ciò che ha desiderato,
-sognato: amicizia, protezione, difesa... È contenta?
-
-Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso sospiro che sembra
-le venga dall'anima oppressa. Ella mormora con le parole rotte da un
-singulto:
-
-— No! No! Non è bella la vita... e non è facile!
-
-In quel punto la carrozza, che segue sempre il landò della marchesa,
-svolta in vista del Costanzi illuminato.
-
-La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al portone del teatro: si
-arresta subito anche quella di Remigia.
-
-Il generale salta a terra, prima ancora del servitore. È pallidissimo,
-stravolto. Remigia preme la mano ch'egli le porge, assai marcatamente,
-con un rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito, bianca
-e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra e festante come
-un canto di primavera, si avvicina agli altri che l'aspettano fermi
-dinanzi al teatro.
-
-— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto! Si scrive e si
-dice di venire a Roma soltanto per me e alla prima occasione mi siete
-infedele. Dirò anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone!
-
-Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme in teatro.
-
-La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto, e nel vestibolo,
-per le scale, nei corridoi, non ci sono che i portieri e gli
-inservienti.
-
-Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto dove le
-ringrazia e le saluta, promettendo di ritornare più tardi. Egli, quando
-il custode ha aperto l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non
-essere visto da quelli di faccia.
-
-Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per poter tardare, aveva
-addotto la solita scusa del Ministero. Aspetta girando su e giù nei
-corridoi che l'atto finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà
-indispettita e nervosa per quel ritardo.
-
-Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!... È buona? È cattiva?
-Ora ha tanta espressione, tanta tenerezza negli occhi... Ed ora tanta
-spensieratezza, tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico,
-sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella la vita e non è
-facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non è facile e non bella per
-me! Diventar matto è sempre una disgrazia!... Diventar matto per una
-donna è una disgrazia ed è una colpa!
-
-— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi è così penosa
-per il suo carattere e per la sua coscienza!
-
-— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti, come una _cocotte_
-che ha un amante da tener nascosto al suo protettore!
-
-E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve sopportare dentro
-di sè tra la nuova passione che lo turba e lo travolge e l'antico
-amore non ancora del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel
-rimorso, quando è solo e quando dubita.
-
-Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara, tesoro,
-amöre! — e stringe la mano al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare
-la principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine, causa
-le esercitazioni militari. Poi esclama subito, prima ancora di guardare
-Fanfan:
-
-— Ah, _mon Dieu!_ Com'è bella!
-
-Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita al parapetto. Ella
-resta in piedi in mezzo al palco per meglio vedere e farsi vedere.
-Si muove, parla, ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone,
-trova subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di mira, e in
-quel momento che il D'Entracques non può vederla, e con la scusa
-di accomodarsi il cappellino, gli concede una lunghissima e tenera
-occhiata di consolazione.
-
-Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare Fanfan.
-
-— È proprio bella!... È una bellissima _Manon_... E canta anche benis...
-
-Ahi! _Manon_ cresce, per troppa anima, nell'ultimo grido di amore e di
-speranza e l'atto finisce con una grande stonata e fra un subisso di
-applausi.
-
-Il pubblico della platea e delle gallerie applaude Fanfan perchè
-rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo costume di _Manon_ è assai
-bella e sembra ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac
-delle poltrone, applaudono perchè ciò è molto _chic_ e dinota che si
-appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan l'amante di don Luciano
-D'Orea.
-
-— Canta anche benino!
-
-Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la bocca e chiudendo gli
-occhi.
-
-L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota a Bologna:
-
-— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo!
-
-Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca non fa che
-rosicchiare i cioccolatini di mandorla e odorare i fiori che le ha
-portato Paparigopulos. Quanita pure: ha altro in mente che _Manon_ e
-Fanfan! Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale in
-tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta, non parla... A un
-tratto diventa di buon umore, non sta più ferma e si mette anche lei a
-rosicchiare cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta rossa, con
-una magnifica cravatta arancione, è entrato in quel punto nelle file
-dei posti riservati. Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli
-capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina, dà un colpo al
-sedile buttandolo giù con fracasso e vi si sdraia boriosamente.
-
-Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima volta con gli artisti,
-poi una seconda volta con gli artisti e il maestro, poi sola,
-finalmente, tra un maggiore entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora
-tre, quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa a mandar
-baci, non più inchinandosi, ma allargando le braccia e stringendosele
-al seno con l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone, quasi
-languente di felicità.
-
-Remigia finisce col battere le mani anche lei. In quel momento non
-pensa più a Narciso Gambara e nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero
-corre da quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa, alla
-quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due donne così lontane da quel
-mondo, così sole e abbandonate. Una di esse è tanto infelice, eppure il
-suo ricordo basta ad infastidire Remigia.
-
-— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi trova l'elogio nel
-quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto, dev'essere
-intelligentissima per fare quello che fa... dopo quello che ha fatto!
-
-— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il Berlendis sottovoce
-a donna Remigia, — è stato oltremodo gentile. Gran brava persona!
-Lavoratore!... Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie!
-Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato si fa più vicino
-all'orecchio della Duchessa, dandosi l'aria di essere addentro nelle
-segrete confidenze: — Leonida Staffa era addoloratissimo di non poter
-venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle i suo omaggi, i suoi...
-— S'interrompe, si volta.
-
-Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di aspettare il terzo atto
-per farsi vedere nel palchetto con la moglie di Sua Eccellenza, apre
-l'uscio ed esita incerto, se debba entrare sì o no.
-
-— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama Remigia allegramente. Missis
-Britton era proprio in un palchetto di faccia e da poco vi era entrato
-il D'Entracques.
-
-L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto ringalluzzito,
-congedandosi dalla duchessa Remigia e dalle signore.
-
-— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo specialmente, mi
-ammazza...
-
-Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto spiritoso:
-
-— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì! Proprio così!
-
-L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un inchino; Remigia ride,
-scherza col Gambara, si alza, vuol cambiare di posto, resta in piedi.
-Tutto ciò per il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai.
-Ad un tratto domanda ad alta voce:
-
-— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel giovane, rosso... Ha
-un'enorme cravatta gialla...
-
-Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa la barba. La
-Capodimare socchiude un momento gli occhi affaticati dalla troppa luce.
-Il silenzio è così profondo che si sente il fischiettìo leggero del
-marchese, che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e le mantiglie.
-
-Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale e il Gambara
-diventa intempestivamente geloso.
-
-— Dov'è? Dov'è?... Chi è?
-
-— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo... Io lo credo un
-mio segreto adoratore!... «Dovunque il guardo io giro...» me lo trovo
-dinanzi!
-
-Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero sfogandosi
-contro l'orribile cravatta; ma Quanita, invece, domanda a Remigia,
-distrattamente, con un piccolo sbadiglio:
-
-— Chi guardi? Di chi parli?
-
-Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non riesce a vederlo. La
-Capodimare, dopo un'occhiata al Paparigopulos, si alza per cambiare
-di posto e far cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in
-un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei sorrisi e dei
-cenni... Intanto missis Britton si fa venire il D'Entracques più
-vicino, gli dice, chinandosi, qualche parola all'orecchio... e anche
-Remigia non pensa più a Barbetta rossa!
-
-— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi in
-faccia a noi. Quella signora così inverosimilmente bionda?... È
-l'America abbondantissima, scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques!
-Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara, punta lei stessa il
-cannocchiale e lo tiene ostinatamente fisso su missis Britton.
-
-Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra signora assai
-più attempata, anch'essa dall'aria esotica. Sono accompagnate da
-un vecchio, — deve essere un diplomatico; certo un personaggio
-d'importanza, — con la faccia rasa, marmorea e pensosa che ricorda
-quella di Napoleone I.
-
-Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto, è seduto il
-generale D'Entracques, con gli occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha
-l'aria cupa e sembra invecchiato.
-
-— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia il
-rorido Narciso, tenendo il binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo
-elegantissima!... Bellissima!
-
-— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo di quel
-provinciale. — Di giorno è orribile! Una pittura a pastello! — Comincia
-il secondo atto; ella non sta più attenta alla _Manon_, ma, invece,
-sempre al palchetto dov'è il D'Entracques.
-
-Anche missis Britton, ad onta della sua calma, della sua freddezza
-matronale ha osservato ed osserva la D'Orea... Si volta verso il
-generale, lo chiama vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio:
-il generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde con un'alzata
-di spalle allontanandosi di nuovo.
-
-Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques è seccato.
-Remigia, felice, per attizzare il malumore nel palchetto di faccia, si
-mette a ridere, a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena:
-si mostra Luciano dalla fessura.
-
-— Vieni! Vieni!... Congratulazioni!
-
-Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere dalla sala del teatro
-in quella sera di trionfo: per modestia.
-
-Remigia corre lei sull'uscio del palchetto:
-
-— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione, la passione, la scena,
-_ben...nissimo!_ Come ha fatto?... È un miracolo!
-
-Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce compiacimento,
-approva e ringrazia. È convinto del miracolo, ed è altrettanto convinto
-di averlo operato lui!
-
-La Capodimare, la della Gancia si voltano verso il D'Orea e l'una
-sentimentale, l'altra vivacissima, fanno pure i loro rallegramenti.
-
-— Sa e sente ciò che dice!
-
-— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una grande artista, a me piace
-moltissimo!
-
-Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua a inviare inchini
-gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando il capo, aprendo e
-stringendo le labbra, mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli
-dà la mano esclamando:
-
-— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca! È un capolavoro!
-
-— E che _bijoux!_ Uno splendore!
-
-Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo un rapido giro
-d'occhi per osservar D'Entracques e missis Britton, torna a puntare il
-canocchiale su Fanfan.
-
-— ... Bella _toilette!_ Una meraviglia!
-
-— _Madame_ Croisard! — Don Luciano parla lentamente, con grande
-importanza. — Oggi a Parigi, non si parla che di _madame_ Croisard.
-Vedrete la _toilette_ del terzo atto! La principessa di Galles, l'ha
-voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso la scena e borbotta
-tra denti: — Animale! — Poi, in fretta, fa un saluto per andarsene.
-
-— Scappi via?
-
-— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso doveva abbassare la
-luce e non sta mai attento...
-
-Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla musica, dal palco di
-faccia. Gli grida dietro:
-
-— A _Manön!_... Rallegramenti sincëri!
-
-Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica la luce e
-l'elettricista. Fanfan, il viso rorido fra le chiazze del belletto,
-raggiante, scintillante di gioia e di gioie, rientra allora dalla
-scena, dopo due altre chiamate. È commossa, delirante.
-
-Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario, il
-direttore di scena, abbraccia la cameriera... e in quella confusione
-abbraccia anche Luciano.
-
-Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti le sono tutti
-d'attorno, complimentandola, ammirandola, quasi soffocandola.
-
-Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma, ringrazia la bella
-Italia.
-
-— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia!
-
-Don Luciano porta la constatazione del successo: un successo morale,
-più ancora di convincimento che di applausi.
-
-— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore è straordinario!...
-La principessa Capodimare! La marchesa della Gancia, mia cognata... Mi
-hanno incaricato di farvi i loro rallegramenti!
-
-— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda il critico del
-_Corriere Romano_, che sta scrivendo in fretta tutti quei nomi.
-
-— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici. Mio
-fratello.
-
-Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico la sua parentela
-con il ministro. Anzi, tutt'altro, perchè gli conferisce autorità.
-
-Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe la folla degli
-adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico, chiamandosi dietro
-Luciano, e si mette per guardare da una spia del telone nella sala.
-
-— Fatemi vedere vostra cognata!
-
-— Guardate a destra...
-
-Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro; Don Luciano approfitta
-della vicinanza e col braccio leggero le circonda la vita: Fanfan si
-divincola con un contorcimento serpentino e uno sguardo irato.
-
-— Fatemi vedere vostra cognata!
-
-— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono tre signore...
-
-— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati... Che belle perle!
-
-— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero!
-
-— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra cognata?
-
-— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra.
-
-— La bruna? Oh!... Che magnifici _solitaires!_
-
-— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella in mezzo! La bionda!
-
-Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda a Luciano aggrottando le
-ciglia:
-
-— Somiglia a vostra moglie?
-
-Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai significativa e
-sprezzante, che rassicura Fanfan. Ella torna a guardare dal sipario,
-allegramente:
-
-— Oh! _Quelle est pétillante la petite blonde!_
-
-Luciano, guarda anche lui da una fessura:
-
-— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete?
-
-— _Ce grand monsieur?_...
-
-— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques!
-
-— È il suo amante?... _Tout le monde le dit!_
-
-Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più indifferenza.
-
-— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio davvero. Troppo
-incomodo.... e nessun divertimento!
-
-— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice!
-
-— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione! Viceversa....
-una speculazione! — Fa il solito ghignetto e soggiunge: — Per il
-D'Entracques affatto passiva!
-
-Il macchinista dà la voce:
-
-— Largo, signori! Attenti!
-
-Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo atto e Luciano si
-ferma in mezzo al palcoscenico a comandare e a brontolare, sorvegliando
-il cambiamento di scena.
-
-
-
-
-XII.
-
-
-Mimì Carfo è assai inquieta. Il dottor Davos ha un altro ammalato grave
-e non può aspettare. Guarda l'orologio, poi si alza:
-
-— Tornerò domattina!
-
-Mimì insiste, lo prega di rimanere ancora un momento.
-
-— È necessario che parli lei con Remigia, subito... stasera!
-
-— E poi? — replica il dottore, pensando alla signora D'Orea. — Si
-persuaderà?
-
-— Certo, se le dice lei, che bisogna farlo, per salvare suo marito!
-
-Il signor Zaccarella, che dal balcone guarda giù, lungo il corso,
-rientra frettolosamente e attraversa il salotto di corsa.
-
-— È qui! È qui! Ho veduto la carrozza della signora duchessa!
-
-Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle incontro;
-lascia che la prima notizia le sia data dal signor Zaccarella. Il
-dottor Davos, un po' inquieto a sua volta, fa qualche passo su e giù
-meditabondo, preparando in mente ciò che dovrà dire alla duchessa
-D'Orea, che non gli ispira nessuna confidenza e nessuna simpatia.
-
-Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia ancora più
-costernata e si ferma sull'uscio che tiene aperto. Remigia entra: si
-ferma ritta, in mezzo al salotto.
-
-— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così?
-
-— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro, assai sparuto e tutto
-nero, — vestito, barba, capelli, — allarga le braccia: — Mah! — Sono
-neri anche i pronostici.
-
-Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento:
-
-— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede, come son nervosa! Mio
-marito, come sta?
-
-— Ora dorme. La crisi è superata.
-
-— Dunque sta meglio?
-
-Il dottore non risponde; crolla il capo.
-
-— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia siede sbuffando
-mentre Mimì le leva il cappellino. Lo Zaccarella sta in guardia
-sull'uscio. Siede anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra.
-
-— Due sole parole, signora duchessa, perchè ho un'altra visita da fare.
-Io non esagero: dico sempre la verità, e quando lo credo necessario,
-come nel nostro caso, la dico senza pietose reticenze che possono
-essere dannose.
-
-— Ma se sta già meglio, se riposa, se dorme, non c'è da inquietarsi!
-
-— Invece c'è da inquietarsi... moltissimo. Il caso può rinnovarsi...
-più grave... fors'anche letale.
-
-Remigia diventa pallidissima, mentre Mimì congiunge le palme alzando
-gli occhi al cielo con un sospiro, e il signor Zaccarella, che ormai ha
-indovinato i sentimenti della padrona, la fissa, mostrandole chiaro che
-non approva le esagerazioni del dottore.
-
-— Allora, secondo lei...
-
-— Secondo me, se vuol salvare suo marito, gli faccia dare le dimissioni
-e lo porti via da Roma, domani stesso. Si ricordi, il ritardo di un
-giorno, può essere un'imprudenza, ogni esitazione può riuscire fatale.
-
-— Subito le dimissioni?... Domani?... Ma... e il ministero?
-
-Remigia guarda il signor Zaccarella che l'approva e l'incoraggia con
-gli occhi e con i moti delle labbra:
-
-— Lei non deve pensare ai ministero, ma a suo marito. I ministeri si
-rimpastano, e bene o male si tengono in piedi più facilmente degli
-uomini!
-
-Le labbra sottili del signor Zaccarella disegnano, con un sorriso, la
-parola socialista, senza pronunziarla.
-
-— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia è solenne ed
-eroica. — Permetterà che io voglia molto bene anche alla mia patria!
-
-Il dottore si alza e fa un profondo inchino.
-
-— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare che suo marito, corra
-più pericoli della patria! — Il dottor Davos anche quando è ironico,
-non ride mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì Carfo, come
-continuando un discorso già incominciato e non nascondendo la propria
-indifferenza e la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il
-signor Zaccarella.
-
-— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro e dai dispiaceri!
-
-— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere una risatina. — Il mio
-Jack, tesoro, è sempre stato felicissimo!
-
-— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come l'eco, il signor
-Zaccarella.
-
-— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre rivolto a Mimì, è
-affetto da un vizio al cuore, non congenito ma acquisito, e il caso
-d'oggi ne è una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto riposo del
-cervello, la calma più completa del sistema nervoso. Non più politica
-e non più affari. Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una
-vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna: quiete, quiete,
-quiete. Non ho altro consiglio da dare.
-
-— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con me; sono io la moglie di
-Sua Eccellenza, e spieghiamoci chiaro. Non crede lei, che seguendo in
-tutto, alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro ad un
-altro pericolo?
-
-— Precisamente, — mormora lo Zaccarella.
-
-Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto. Sente che il
-dottore ha ragione, ma che anche il sacrificio che s'impone a Remigia è
-troppo grande, e geme, muta, con tremiti angosciosi.
-
-Remigia continua vivacemente e con convinzione:
-
-— Non crede lei, che per un uomo come mio marito, che ha assunto
-obblighi e impegni verso la Nazione, il Re, e i suoi colleghi, possa
-essere un pensiero non di quiete ma di tormento quello di abbandonare
-tutto e tutti, improvvisamente, precipitosamente, senza nulla
-preparare, provocando... una crisi, in questo momento disastrosa?
-
-Sopraggiunge in aiuto della signora duchessa, la voce umile, melata del
-signor Zaccarella:
-
-— A poco... a poco! Bisogna andare a rilento! Nelle condizioni appunto
-di Sua Eccellenza! Piantare il Governo! Roma!... La notizia... un
-colpo così fulmineo... Credo gli sarebbe fatalissimo!... Avrebbe anche
-l'apparenza, quasi direi... di una fuga!
-
-— Ma che apparenza! — Il dottore seccato da tanta diplomazia e da tanti
-infingimenti conclude, con una risata: — Una vera fuga, per salvar la
-pelle!
-
-Remigia offesa fa un atto di collera e di disprezzo. Il dottore non se
-ne accorge, prende il suo cappello e se ne va, dopo aver detto questa
-volta, fermo, in faccia a Remigia e proprio a lei, direttamente:
-
-— Ho parlato chiaro, senza reticenze, perchè le condizioni, per me
-gravissime, dell'onor. D'Orea, me ne impongono il dovere. Quello che
-credo si debba fare, quello che credo necessario e urgente di fare,
-l'ho detto e ripetuto. Ora soggiungo soltanto questo: qualunque cosa
-possa accadere io non avrò certo rimorsi. Facciano in modo... di non
-doverne avere nemmeno loro!
-
-Appena rimasta sola, Remigia dà sfogo alla sua collera.
-
-— Antipatico, odioso e ineducato!... Del resto è un socialista, e basta!
-
-— Dicono per altro, che sia molto bravo... — soggiunge Mimì, assai
-timidamente.
-
-— Bravo, — ripete argutamente il signor Zaccarella, ma... socialista!
-
-Remigia ci tiene a convincere Mimì. Vuol averla tutta dalla sua.
-
-— Che sia bravo, capirai, nessuno lo mette in dubbio. Ma in questo caso
-è portato naturalmente a esagerare. Pensa i socialisti come sarebbero
-contenti di provocare una crisi...
-
-— Col ministero, non ben consolidato! — crede di soggiungere il signor
-Zaccarella, ma a torto, perchè donna Remigia gli dà un rabbuffo.
-
-— Come non ben consolidato?... Dove trovare un ministero più ben
-consolidato del nostro?... Piuttosto Giacomo... che si dimette...
-una crisi... proprio in questo momento... con le feste di Napoli,
-per il passaggio dello Scià di Persia, alla Spezia per il varo
-dell'_Invincibile_, a Venezia per l'inaugurazione dell'Esposizione
-di merletti, sotto il patronato di Sua Maestà la Regina... Capirai,
-Mimì... Capirà, signor Zaccarella... anche... per me...
-
-L'Idola non può più contenersi, ha una crisi nervosa di lacrime.
-
-
-
-
-XIII.
-
-
-Per quanto Remigia fosse andata a letto assai irritata contro il
-dottor Davos e assai inquieta per il timore di dover abbandonare tutto
-in un giorno, il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta
-quasi subito profondamente e dorme del suo buon sonno filato fino alle
-nove del mattino. Nè si sogna di quell'odioso socialista del dottor
-Davos, nè di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna,
-invece, di _Manon_ e di miss Britton, che fa una scena di gelosia e di
-disperazione al D'Entracques.
-
-Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah! Mio Dio! — Le vengono
-in mente il dottore e le dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si
-volta, e preme a lungo il bottone del campanello elettrico.
-
-Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a spalancare le finestre!
-
-— Buon giorno, cara!
-
-— E così? — domanda subito Remigia rispondendo appena al tenero
-abbraccio dell'amica. — Giacomo come sta?... Sta male?
-
-— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor Gaudenzio dice che
-lo trova meglio del solito.
-
-— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare che il
-vecchietto, quella mattina, non abbia alcun odore di pizzicheria. — E
-fa chiamare il signor Zaccarella!
-
-Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra. Remigia resta seduta
-sul letto; infila una casacca, tutta gale, di seta rosa; si annoda al
-collo una sciarpa di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono
-tutti a posto.
-
-Rientra Mimì e la Carolina col caffè.
-
-— Ecco Gaudenzio!
-
-Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino, il suo cravattino
-azzurro e il solito sorriso.
-
-Remigia si volta sul letto, si china verso di lui per parlargli. I
-capelli biondi scendono giù dal cuscino e la coprono tutta, le spalle e
-la vita.
-
-— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non è stato altro che un
-disturbo di stomaco, affatto passeggero?... Sta benissimo! Meglio del
-solito?
-
-Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il capo mentre con una
-mano alza il cappello e con l'altra il bastoncino in segno di protesta.
-
-— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha lasciato conseguenze,
-tanto è vero che il signor D'Orea, se lei non lo trattiene, farà
-la grossa minchioneria di andare al Ministero. Ma da questo al
-benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe tanto le labbra,
-in segno dubitativo, da farle diventare bianche. — Uhm!... Qui, a Roma,
-non starà mai bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e di
-riparazione. Cioè aria buona... e non far più niente. Glielo dica anche
-lei, signora Remigia: è ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo.
-Pensionato!
-
-La signora duchessa lo saluta seccamente.
-
-— Grazie. Vada pure!
-
-Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato, sempre sorridendo.
-
-— Non prendi, cara, il caffè?
-
-Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto, offre all'amica la
-tazza fumante sopra un piccolo vassoio d'argento.
-
-L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in due sorsate.
-
-— E questo signor Zaccarella, viene sì o no?
-
-Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non c'è; Mimì, corre a
-vedere: è proprio l'ex capitano. Si presenta trafelato sull'uscio,
-entra, e si ferma ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In
-una mano ha un giornale e una lettera.
-
-— Senta, signor Zaccarella! una mia idea!
-
-Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga il collo verso la
-signora duchessa.
-
-— Questa notte, come potrà immaginare, non ho chiuso occhio pensando
-a mio marito... e a tante cose. Io... vorrei proprio sentire un altro
-medico, ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico politico!
-
-— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda in un grande
-inchino. — Un medico, soltanto medico!
-
-— Che non abbia nessun interesse a esagerare!
-
-Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano pronunzia un nome e
-ne enumera i meriti con enfasi crescente: — Il professore Dolder di
-Zurigo! Il primo, primissimo specialista per le malattie nervose!
-Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto!
-
-Remigia, pensa mormorando:
-
-— Da Zurigo... a Roma...
-
-— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito e raccomandato dallo
-stesso albergatore.
-
-— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere Giacomo...
-
-— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha finito. Anzi, deve avere
-qualche grave comunicazione da fare, perchè fissando la signora
-duchessa, fa un cenno verso la contessina Carfo.
-
-— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina?
-
-— Di sopra, credo; in camera sua!
-
-— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito... quello rosso, di
-foulard? — No! No! — quello di tela bianca! Si sente già, a quest'ora,
-che oggi deve fare un caldo tropicale!
-
-Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al letto e porge alla
-signora duchessa la lettera e il giornale.
-
-Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La butta sul
-copripiedi. — La leggerò con comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è
-qualche cosa?
-
-Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi in faccia.
-
-— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata, si tira più su
-contro i guanciali.
-
-— Legga, in terza pagina; lì.
-
-Remigia legge dove l'altro le indica col dito.
-
-— Le prime al Costanzi?
-
-— Sì.
-
-— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima Fanfan Trécoeur
-è stato uno di quei successi che danno gioia non solo a chi li merita,
-ma anche a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso, sembrava
-volesse esprimere alla giovine e leggiadra vincitrice, non soltanto la
-propria ammirazione pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la
-quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha saputo
-sacrificare le gioie ardenti di una felice e spensierata aurora della
-vita. Questa lode ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione
-e di forza, nel volere, era specialmente palese nel plauso delle
-signore. Pareva che l'eletto mondo femminile, convenuto a quella festa
-dell'arte, mutuamente si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione
-che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena e a lei inviasse,
-con i graziosi battimani, la gratulazione e il saluto augurale. In
-un palchetto di prima fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! —
-alza gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor Zaccarella,
-che le fa cenno, gravemente, di continuare. «... In un palchetto di
-prima fila ove sedeva, regina di bellezza e di super-intellettualità,
-la duchessa D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di approvazione
-per l'affascinante _Manon_». — Ah, mio Dio! Mio Dio! — ripete Remigia
-continuando a leggere, ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle
-labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori
-Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano le frasi più lusinghiere
-per il nuovo astro della lirica scena italiana del quale si magnificava
-la ormai «purissima luce!»
-
-«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita in ogni espressione
-della sua grazia e della sua bontà tutta moderna, Donna Remigia D'Orea,
-— raro fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha voluto
-ella stessa, direttamente, dopo il secondo atto, inviare alla signorina
-Fanfan Trécoeur, parole così lusinghiere che fecero insieme esultare e
-commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della donna!»
-
- «_fa diesis_».
-
-— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale con ira. — Se
-Giacomo leggesse quell'articolo... Guai!
-
-— Guai!
-
-— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla prima parola
-all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella! Che bugiardo! Bugiardo,
-stupido, e cretino!
-
-— Ma... il redattore del _Corriere_ non poteva immaginare...
-
-— Che redattore! Che _Corriere_! Luciano!... Quel bugiardo di Luciano!
-Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia è spaventata e furente. Ha le
-lacrime e l'ira negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi
-sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor Zaccarella.
-— Lei! Lei! Così bravo! Così buono! Mi salvi lei! Trovi lei il modo!
-Bisognerebbe... Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e non
-veda il suo _Corriere_.
-
-Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un breve risolino:
-
-— Il suo _Corriere_ non lo vede certamente, perchè il _suo_... è questo
-qui!
-
-Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e si porta tutta sulla
-sponda del letto per essere più vicina alla sua protezione.
-
-Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato e combinato il
-piano di difesa.
-
-— Il _Corriere_ non è il solo giornale di Roma. Bisogna che nessun
-altro, assolutamente, riporti simili... strafalcioni.
-
-— No! No! Per l'amor del cielo!
-
-Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora duchessa.
-
-— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome, dal sottosegretario di
-Stato, l'onorevole Staffa...
-
-— Anche a nome della principessa Capodimare! Anche a nome della
-marchesa Della Gancia! Erano loro che applaudivano! Io sono sempre
-stata tutta sera in fondo al palchetto!
-
-— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella, non sono gente
-cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro! Con un bigliettino di
-autorevole raccomandazione da parte del sottosegretario Staffa, mi
-recherò alle varie redazioni e farò intendere quale ripercussione
-dolorosa, l'articolo cervellotico del _Corriere Romano_ abbia avuto
-nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò, velatamente, dei dissapori
-tra...
-
-— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una cattiveria di Luciano!
-Ma dica lei, signor Zaccarella, com'è sempre lo stesso!
-
-L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un sospiro:
-
-— I gravi dispiaceri di donna Maria!
-
-— Certo! Certo! Povera Maria!
-
-— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della invenzione!
-
-— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di mia sorella!... Sarebbe
-stata tale una enormità...
-
-— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun giornale farà più il nome
-della signora duchessa, e Sua Eccellenza non ne saprà niente.
-
-Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo dalle sete e dalle trine
-della manica ampia e questa volta dà una forte stretta di mano al
-signor Zaccarella:
-
-— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per mandar a chiedere
-una raccomandazione anche al D'Entracques, ma... No. È meglio che il
-puritano generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar tutto
-anche con lui!
-
-Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo sa, davvero?...
-Nessuno. — Le sue amiche sono in ballo con lei; il Paparigopulos non
-conta, il marchese Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è un
-bugiardo... Che pericolo c'è?
-
-Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le coltri salta sul
-letto ginocchioni, segnandosi e recitando l'Avemaria, prima d'alzarsi.
-
-La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra. Remigia la vede
-ed emette un piccolo grido.
-
-— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà cara, tesöro!
-dammela; fa presto!
-
-Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge.
-
-La cameriera, intanto, sta preparando il bagno nell'attiguo gabinetto
-di toeletta. Remigia, che sente l'acqua cadere nella vasca, aspetta,
-sempre ginocchioni sul letto, che tutto sia pronto.
-
-— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì!
-
-— Sì, signora duchessa!
-
-— _Brrr!_ Che piacere!
-
-Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla tutta, subito, è
-troppo lunga. Vuol godersele adagio le lettere di mammà!
-
-Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone nella cartella e non
-le legge più.
-
-— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio Rosalì, bellezzone
-cäro! — Uno slancio di tenerezza, il salto di due pagine e si ferma
-alle ultime righe.
-
-— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò! È molto giù e lo
-mandano per qualche tempo sul mare!
-
-Per un momento non si sente altro che il rumore dell'acqua che scorre
-dal rubinetto e che si fa più cupo più si riempie la vasca del bagno.
-
-Mimì si avvicina a Remigia con una espressione di grande ansia dolorosa
-negli occhi.
-
-— Sta poco bene?
-
-L'Idola, assume un tono di donna seria, da moglie di Sua Eccellenza.
-
-— Quel benedetto ragazzo!... La manìa di voler fare l'inglese! La manìa
-dello sport!... E poi la pipa! Tutto il santo giorno... la pipa!
-
-Cessa a un tratto il rumore dell'acqua. Si sente la voce della Carolì:
-
-— Il bagno è pronto, signora duchessa!
-
-Remigia resta ancora un attimo pensierosa, poi scrolla forte la testa
-ed esclama per non aver malinconie: — Io sono sicurissima che l'aria e
-la vita del mare gli faranno molto bene!
-
-Si leva in fretta e butta via la casacca di seta e di trine che cade a
-piè del letto con un volo di cigno.
-
-— Ah, _mon Dieu!_ Che caldo oggi!... Fresca, l'acqua, Carolì?
-
-— Freschissima!
-
-Corre verso il gabinetto di toeletta slacciandosi i nastrini della
-camicia che le cade dalle spalle.
-
-— Brrr... che piacere!
-
-Al povero Totò non ci pensa più che Mimì Carfo. Mimì, è rimasta nella
-camera da letto, prepara sulla specchiera i pettini, le forcine, le
-piccole forbici... È assai pensierosa e mesta.
-
-La manìa di voler far l'inglese, lo sport, la pipa! Nessuno! Nessuno!
-Nemmeno suo padre che pure ne ha il cuore gonfio, in tumulto,
-sotto la calma della gran barba bianca, ammette che ci possa essere
-un'altra cagione, perchè quel giovine cuore, quella giovane vita, si
-sieno spezzati! Mimì Carfo pensa e crede fermamente che sia stato il
-matrimonio di Remigia... Ma non lo dirà mai, nemmeno Mimì Carfo, per
-non dare, non un rimorso, — che non ne ha alcuna colpa, — ma per non
-rendere più vivo il dispiacere dell'Idola.
-
-
-Giacomo D'Orea, dopo il deliquio avuto e la breve indisposizione, è
-stato relativamente bene, è ritornato al ministero e si mostra anche
-con la moglie allegro e buono; ma poi, da un giorno all'altro, cambia
-straordinariamente di faccia, di modi, di umore. Non si vede più:
-sempre al ministero, mai all'albergo. Stravolto, cupo, sfugge sua
-moglie, sfugge la Carfo.
-
-Che cosa è successo?
-
-Il _Corriere Romano_ è capitato nelle mani di Giacomo proprio in que'
-giorni; in ritardo, perchè ritornava a Roma da Fiumicino, spedito dalla
-zia Gioconda e accompagnato da una breve lettera:
-
-
- «_Caro Mino_,
-
-«Maria ha ricevuto da Roma questo giornale che io ti rimando senza che
-Maria lo sappia. Io non so spiegarmi quando scrivo, ma da te medesimo,
-caro Mino, capirai che effetto ha avuto qui. Pensaci e fa che tua
-moglie sia più riguardosa, tanto più che Maria, benchè non ne voglia
-convenire, è assai ammalata e tutto, pur troppo, le fa molto male.
-
-«Ti abbraccio e ti benedico nel nome di tua madre, che pare impossibile
-sia stata la stessa madre anche di quell'altro!... Che brutto mondo e
-che brutta vita!... E che amarezza dover concludere così a ottant'anni!
-Eppure, io mi accorgo adesso, perchè prima a queste cose non ci avevo
-mai badato, di aver avuto una grande fortuna, per grazia del Signore:
-quella di aver voluto bene a poche persone e di non essermi mai
-innamorata di nessuno. Morirò ragazza anche di cuore. Tuttavia non ti
-posso nascondere che se fossi morta tre anni fa, quando ho avuto la
-pleurite, sarei morta più contenta. Ma forse il Signore che ci vede più
-di noi ha voluto così per qualchedun altro, e sia tutto per il meglio.
-
- «_Tua zia_ GIOCONDA».
-
-
-Giacomo, al ricevere questa lettera, non ha pensato al giornale, subito
-non lo ha nemmeno guardato: tutta l'anima, tutto il cuore soffocati,
-gli sono d'impeto venuti a galla:
-
-— Maria! Maria! Maria!
-
-Poi scrive una lettera alla zia Gioconda, che la zia Gioconda non fa
-leggere a Maria, in cui c'è tutta la sua vita, tutto lo sfogo del suo
-amore disperato, della sua collera e del suo odio!
-
-
-
-
-XIV.
-
-
-Mimì Carfo diventa sempre più inquieta sul conto del signor D'Orea;
-Remigia, invece, diventa sempre più tranquilla sul conto del generale
-D'Entracques. Ella è di buon umore, attiva, vivacissima, adora Roma.
-
-— Com'è bella Roma, anche d'estate! Così sparsa di verde è meno
-classica, ma è assai più poetica e pittoresca. D'inverno sento la
-vecchia Roma classica dei Cesari... D'estate, la Roma giovane, nostra,
-dell'amore e dei poeti!
-
-Di suo marito, non si occupa più, e anche il sottosegretario
-_Rabbagasse_ è stato messo al bando. Il D'Entracques ha voluto così
-e Remigia, siccome ormai dello Staffa non ne ha più di bisogno e non
-gliene importa affatto, è felicissima di compiere questo sacrificio,
-che va poi a pesare su missis Britton.
-
-— Io le sacrifico i miei amici... Ma lei... Le sue amiche?... —
-Diventa seria, sospira, poi dà una forte scrollatina di capo, come per
-distrarsi.
-
-Remigia D'Orea pare che abbia cambiato di ministero. Più che ai
-Lavori Pubblici, è adesso, alla Guerra. L'uniforme degli ufficiali
-e dei soldati, il contegno delle truppe, la scuola di Tor di Quinto,
-l'acquisto dei cavalli in Irlanda, le esercitazioni e le armi nuovo
-modello, riempiono tutti i suoi discorsi. L'esercito è la sua passione:
-legge persino l'_Italia Militare_.
-
-Mimì, una sera, si fa coraggio.
-
-— Ma tu, che cosa pensi... di tuo marito?... Che ha?... Non ti accorgi
-che tutti i giorni va peggiorando?
-
-— Per me no; va migliorando. Non lo vedo quasi più! — Sorride; si
-stringe nelle spalle. — Se non lo rendo felice... colpa sua! Doveva
-sposarmi per me... e non per mia sorella!
-
-— Taci! Taci!... — supplica Mimì, atterrita.
-
-Ma da qualche tempo Remigia, ripete con insistenza questo ritornello
-e assai facilmente tira in ballo sua sorella... Chi sa?... È forse un
-calmante per tenere la coscienza in un continuo e placido sopore.
-
-È allegrissima, ha pranzato di eccellente appetito, è già vestita e non
-ha che da mettersi il cappellino. Aspetta le nove e mezzo e la carrozza
-perchè quella sera va da Guendalina.
-
-Che serate deliziose!... Appena in quattro, solitamente. Guendalina,
-lei, il D'Entracques e il Paparigopulos!
-
-Il principe di Capodimare ha la bellissima qualità di Giacomo.
-Occupatissimo sempre, non si vede mai e perciò anche lui...
-simpaticone!... Uno, il ministero, l'altro, il Vaticano!
-
-Sottovoce, col D'Entracques ella ride del marito di Guendalina:
-
-— Soldato... del Papa! — Fa uno sbruffo con le labbra. — Ah, _mon
-Dieu_, che spavento!
-
-Remigia è già stata due volte a guardare dal balcone.
-
-— Che ora è, Mimì?
-
-— Le nove.
-
-— Soltanto le nove?... Il tempo, per altro, è un grande contradicente.
-Quando si desidera che corra, si ferma. Quando si vorrebbe fermarlo,
-vola!
-
-Siede, si annoia e parla di suo marito.
-
-— Tu lo trovi peggiorato?... Di salute, no. Sta tutto il giorno al
-ministero a lavorare: vuol dire che sta bene.
-
-— Non so... ha una brutta faccia...
-
-— Persuaditi che è proprio la sua! — Non è più nemmeno gentile...
-
-— Questo cambiamento, presto o tardi, succede a tutti i mariti.
-
-— Ma tu...
-
-— Io... che cosa?
-
-— Ne parli... con tanta indifferenza!
-
-— Cara mia... Chi non mi vuole, non mi merita! Doveva conquistarmi,
-provare. Io, certamente, sarei stata molto refrattaria, ma siccome lui
-non s'è punto scomodato, così la ragione è tutta dalla mia parte. Se ha
-brutta cera... Adesso andiamo a Napoli, alla Spezia, a Venezia. Cambiar
-aria gli farà bene. Certo che gli farebbe meglio l'aria di Fiumicino,
-ma... — Remigia, passeggiando, canterella. — Non si può! Proibitissimo,
-direbbe missis Eyre! — Scoppia in una risala. — Te la ricordi, la
-Sbirlingonia?... E il suo odio per _Din_ e _Don_, i miei tesöri?
-
-In questo punto si sente nel corridoio un affrettato rumore di passi;
-il servitore ha appena il tempo di aprir l'uscio e di annunziarlo, che
-già il D'Entracques, pallido, stravolto, entra precipitosamente nel
-salotto.
-
-— Domando scusa, donna Remigia, se mi presento in questo modo, a
-quest'ora, ma ho assolutamente bisogno di prevenirla... di parlarle.
-Scusi, contessina Carfo; chiedo alla sua amica appena due minuti!
-
-Mimì fissa il D'Entracques, fissa Remigia... Esita un istante, guarda
-ancora il D'Entracques, non osa interrogarlo, poi esce in fretta
-tremando, col presentimento di qualche disgrazia che non sa immaginare.
-
-— Che c'è? — domanda Remigia, prima ancora che la Carfo abbia rinchiuso
-l'uscio.
-
-— Che cosa ha fatto?... Quello Staffa, quel Gambara, quella sua
-Guendalina! Che cosa ha mai fatto?
-
-Remigia respira: non si tratta che di una scena di gelosia!
-
-— Ah! _mon Dieu!_ Siamo da capo! E oggi stesso, poche ore fa, mi aveva
-tanto promesso di credermi sempre!
-
-— Che c'entra il credere e il non credere? Si è rovinata! Questo è:
-rovinata!
-
-— Io? — Remigia diventa pallida.
-
-— Si, lei! Per non essersi consigliata con me! Per aver fatto misteri
-con me! E assicurava, giurava che io ero il più grande, il suo solo
-amico! Che sentiva dal mio... dalla mia amicizia, un senso di sicurezza
-e di protezione!
-
-— Rovinata! — ripete Remigia, non pensando ad altro, non sentendo altro.
-
-— Uno scandalo!... Se non si riesce a riparare, a negare, andiamo
-incontro ad uno scandalo che rovinerà suo marito e farà cadere il
-ministero!
-
-— Ed io?... Sono stata io?... Si spieghi! Parli! Dica tutto!... Ma Dio
-mio, vuol farmi morire?...
-
-— Perchè non ha parlato anche con me, della nomina di Cincino D'Ermoli?
-
-— È stata Guendalina! È stata lei a non volere, assolutamente!
-
-— Dunque ha più fiducia nella Capodimare che non in me?... E poi
-tutto questo segreto sarà stato chiesto per la nomina di suo fratello
-D'Ermoli, ma che c'entra la Capodimare negli affari... loschi del
-Berlendis e del Gambara?
-
-— Affari loschi?... Del Berlendis e del Gambara?... Ma io non ne
-so niente! — In fatti il viso attonito di Remigia non esprime che
-maraviglia e stupore.
-
-— Non sa nemmeno di aver messo la sua firma con l'offerta di cento lire
-per il dono al papa della sedia gestatoria?
-
-— Guendalina! Guendalina! È proprio stata Guendalina! — Remigia lo
-giura con tutte due le mani sul cuore.
-
-— E non sapeva che era una dimostrazione clericale in espiazione del
-sacrilegio commesso dal Governo con la soppressione della Madonna di
-Ponte a Ripetta?
-
-— No!
-
-— Una dimostrazione, antinazionale, antiunitaria.
-
-— No! Giuro! No! Guendalina mi ha detto soltanto che era una
-sottoscrizione di cattolici, nella quale non c'entrava che la
-religione... Per acquistare molte indulgenze!
-
-Remigia fissa il D'Entracques diventando pallida e sedendosi di peso
-sopra una poltroncina, dinanzi a lui.
-
-— La moglie di un ministro del regno d'Italia prender parte a una
-dimostrazione in onore... del papa-re!
-
-— Mio marito... Mio marito... La prego... la scongiuro... — Remigia
-balbetta, la voce piena di lacrime, — che Giacomo... non sappia niente!
-
-— Non sappia niente?... A quest'ora lo saprà lui, tutta Roma e
-domani tutta l'Italia, tutto il mondo! Ho visto adesso, al ministero
-dell'Interno, la copia mandata dall'_Allarme_, il giornale socialista,
-alla Procura... C'è un articolo contro di lei...
-
-Remigia balza in piedi atterrita.
-
-— Contro di me?
-
-— Sì, intitolato: _Ministresse nouveau jeu_...
-
-Remigia pallida, tremante, afferra le mani del D'Entracques, come
-aggrappandosi alla sua àncora di salvezza.
-
-— È lei e non suo marito che regge il ministero dei Lavori Pubblici!...
-Lei, fa nominare nei posti più ambiti e delicati, dove occorrono
-capacità tecniche, capacità... giovani! È accusata di corruzione per
-aver fatto approvare alla lesta e alla sordina, «efficace propiziatore
-un altro... bel giovane bolognese» un contratto, una cessione di forza
-d'acque, oneroso per l'erario, e vantaggioso, al cento per cento, per
-gli azionisti, «una banda, non musicale, di affaristi italo-svizzeri,
-capitanata dal famigerato avvocato Berlendis e da un negriero delle
-finanze, un italo-svizzero e soprattutto egiziano, commendatore
-emerito, reduce... dal fallimento!
-
-— Giacomo... Giacomo... Dio! Dio!... Non sappia niente! — Remigia ormai
-non vede, non teme che la collera di suo marito. Stringe più forte
-le mani, si stringe tutta al D'Entracques mormorando con un tremito
-pauroso, disperato: — Mi ammazza! Mi ammazza! Mi ammazza!...
-
-— Apposta sono corso, per avvertirla! Per prepararla! Per salvarla, se
-sarà possibile!
-
-— Faccia sopprimere tutte le copie, sequestrare l'_Allarme_...
-
-— Non si può e si farebbe peggio! E poi è tardi. L'_Allarme_ esce
-adesso, se non è già uscito! Domani, tutti i giornali pro o contro, per
-assalirci o per difenderci, propagheremo lo scandalo. Noi tenteremo di
-sventare il colpo, ma si riuscirà?
-
-Il generale si leva la lente dall'occhio e la caccia nel taschino del
-gilet con un moto di stizza, dopo il quale riprende con più calma:
-
-— Io sarei ben contento di andarmene, perchè se ci sto... è soltanto
-perchè ci sono comandato; ma andarmene, — _parbleu!_ — di mia spontanea
-volontà! Non essere cacciato fuori perchè lo scandalo ha colpito il
-_Gabinetto rosa_, come chiama adesso l'_Allarme_, il nostro ministero!
-— Il D'Entracques batte energicamente il piede per terra. Il lampadario
-traballa, tintinnando; traballano i ninnoli sui palchettini e Remigia
-si butta attraverso il canapè, nascondendo la faccia contro i cuscini,
-scoppiando in lacrime.
-
-Il generale... a quelle lacrime, a quella disperazione, alla vista di
-quelle spalle gracili che sussultando all'urto dei singhiozzi, rompono
-l'onda d'oro, accavallata, dei bei capelli, il generale... Sparisce
-il generale! Sparisce il senatore, il ministro, non resta più che il
-D'Entracques, l'uomo, l'innamorato!
-
-Invece di continuare a infuriarsi, cerca le parole per consolare, per
-calmare Remigia e per scusare sè stesso.
-
-Il flutto aureo dei lunghi capelli biondi ha sepolto l'_Allarme_, ha
-allontanato ogni timore di scandalo e dilegua insieme anche quella
-sua collera resa più furibonda dalla gelosia dello Staffa e di Narciso
-Gambara.
-
-— Donna Remigia... — chiama egli, sottovoce.
-
-Risponde l'urto dei singhiozzi, ancora più forte, il pianto più
-dirotto. Siede anch'egli sul canapè, vicino, chinandosi e mormorandole
-quasi sui capelli: — Donna Remigia... non pianga così! Non si disperi,
-così! Io, capisco, mi sono lasciato spaventare esageratamente... per
-lei! Ma sono corso qui, apposta, per consigliarla, per suggerirle, ciò
-che dovrà dire per difendersi, per salvare... Per salvar lei! Tutto il
-resto, sarà quel che sarà!
-
-Remigia si drizza, si volta lentamente, col viso molle, bianco, rigato
-di lacrime. Fissa il D'Entracques... Pazza di terrore e d'angoscia gli
-si butta al collo, stringendosi a lui disperatamente.
-
-Egli esita, scosso da un tremito... la sua bocca bramosa si arresta.
-Dopo un istante preme un bacio lungo sulla massa soffice, odorosa dei
-capelli. Si fa forza, irrigidisce, si scioglie con dolce violenza da
-quella stretta febbrile e passeggia su e giù, pallidissimo a sua volta,
-il viso contraffatto.
-
-Remigia, diventa seria e attenta, sotto il velo delle lacrime, lo
-osserva dietro le spalle, lo spia con ansia... Quando egli si volta
-per avvicinarsi, torna a nascondere il viso fra le mani e ricomincia a
-singhiozzare.
-
-— E Giacomo? — Ha un fremito lungo di spavento. — Dio, Dio, Dio,
-Giacomo!...
-
-Il generale, torna a levare la lente dal taschino e a ficcarsela
-nell'occhio, accompagnando l'atto con una lieve alzata di spalle.
-
-— Anche Giacomo, dopo aver gridato, si calmerà. Dovrà credere a quello
-che gli dirà lei, che gli dirò io, che gli diremo tutti d'accordo. Non
-ho pensato che a lei, lo confesso, e lei... faccia quello che le dirò
-io, e ne uscirà bene!
-
-— Mi salvi! Mi salvi! — Remigia ha un nuovo slancio, ma di gratitudine
-questa volta, di tenerezza e corre a rifugiarsi e a posarsi come una
-colombella spaurita su quel petto generoso e valoroso che la protegge
-e la difende. Ella, dopo tante scosse, ha pure un impeto di abbandono e
-di... sincerità.
-
-— Mi salvi! Mi salvi! Le voglio già bene... — Sul viso bianco e molle
-passa come una vampa; le candide ali della colombella hanno un fremito
-di timidezza pudibonda, mentre aggiunge con voce sommessa: — le vorrò
-ancora più bene!... Io non credevo di far male!... — La cara voce
-riacquista tutte le sue note più dolci, più soavi e penetranti. —
-Non ne ho parlato con lei... perchè, pure sentendomi attratta verso
-di lei da tanta, tanta confidenza... certe volte, perdo le parole,
-mi agghiaccio, provo dinanzi a lei una soggezione così forte e così
-strana! Ora sono tutta nelle sue mani, mi dò tutta a lei... e lei,
-conoscerà persino l'ultimo de' miei pensieri. — Posa la vaga testolina
-sul petto, proprio sul cuore del generale, ch'ella sente battere
-violentemente. — Qui! Sempre qui! Tutta qui! Dentro qui!... — Alza
-il capo, lo fissa con profonda mestizia. — Non l'amante, non è vero?
-Buono, generoso, ella non vorrà fare di me la sua amante, ma di più,
-di più, assai di più... Farà di me... io sarò la sua anima. Sempre qui,
-dentro qui, tutta. Io non so della vita; sono tanto giovine ancora, ma
-sento che la colpa non può essere gioia... La tenerezza, sì, invece,
-una grande gioia immensa, infinita. — La testina, sempre appoggiata sul
-petto del D'Entracques, chiude gli occhi un istante, poi li riapre,
-si scote per la prima, e domanda, tranquilla, vincendo l'estasi e la
-paura:
-
-— Che cosa devo fare, dunque? Che cosa devo dire?
-
-Il generale fa sedere Remigia sul canapè e siede a sua volta sopra
-una poltroncina in faccia, prendendole le mani e accarezzandole mentre
-parla.
-
-— Stia ben attenta. Lei deve negare sempre, tutto! Con suo marito,
-specialmente, e con gli altri!
-
-— Tutto! Tutto! — ripete Remigia, con entusiasmo e con convinzione.
-
-— Cincino D'Ermoli, si ricordi bene, è stato raccomandato allo Staffa
-dalla sola Capodimare.
-
-— È la verità!
-
-— Il Berlendis non ha avuto da lei che un bigliettino insignificante di
-presentazione...
-
-— Insignificantissimo! Due righe col lapis in fretta, mentre mi
-vestivo...
-
-— Ignorando che si trattasse di speculazioni, di affari...
-
-— Assolutamente!
-
-— E per la sottoscrizione al papa-re, è stata ingannata; la sua buona
-fede è stata sorpresa dalla Capodimare!
-
-— Sì, sì! Guendalina! Se vuol essere sincera, Guendalina stessa, non
-potrà dire di no!
-
-— In quanto a noi e ai nostri giornali risponderemo all'_Allarme_
-vittoriosamente. Il caso del conte D'Ermoli, sarà dichiarato un vero
-e grosso granchio dei socialisti. Non sanno, — _parbleu!_ — che c'è a
-Torino un vecchio e illustre professore, Giovanni Ermoli, che insegna
-elettro-fisica al Valentino? Era lui, è lui, la persona scelta per gli
-Stati Uniti!... Errore di nome! Comunicazione sbagliata da un impiegato
-e gonfiata dai _reporters_ dell'opposizione!
-
-Remigia approva e ammira, mentre il generale continua, sempre
-accarezzandole la mano e sorridendo:
-
-— In politica, _la verità_, non è mai una sola, ma sono sempre
-due: quella del governo e quella dell'opposizione. La proposta
-Italo-Svizzera? Si presentava bene, vantaggiosa per l'erario e la si
-è presa in esame. Invece, vantaggiosa non è? È un carrozzino bell'e
-buono?... E noi stessi lo faremo ribaltare al Consiglio Superiore dei
-_Lavori Pubblici_ e sarà provato che non furono i cento occhi d'Argo
-dell'_Allarme_ a fiutare il tiro. Il Ministero ci ha visto subito
-chiaro, pel primo!...
-
-La giovane signora sembra ravvivarsi.
-
-— Allora... Siamo salvi!
-
-— Certo! Si trova sempre rimedio a tutto; purchè ci lascino in piedi il
-tempo necessario!
-
-— Ah, mio Dio! Mio Dio!... Ho una gran paura di Giacomo!
-
-— Un po' di coraggio al primo incontro, poi adesso ella sa che cosa
-deve dire e come deve difendersi.
-
-— Più! Più! — Remigia guarda il D'Entracques e sorride con grazia
-infantile. — Non farò più nemmeno un passo, senza dirlo prima a lei. Mi
-tenga legata, stretta stretta, con un filo invisibile...
-
-In questo punto, entra la Carfo quietamente nel salotto. Ella si
-mostra all'aspetto calma e tranquilla, mentre dice con voce leggermente
-alterata:
-
-— Viene il signor D'Orea. Sale le scale in fretta. Non ha voluto
-aspettare il _lift_.
-
-Remigia e il D'Entracques si alzano simultaneamente, tutti e due
-impallidendo. Poi, come la Carfo siede al tavolino riprendendo il
-suo ricamo, siedono di nuovo anche il generale e Remigia: Remigia
-raccomandandosi con gli occhi, e il generale, con gli occhi,
-infondendole coraggio.
-
-Sembra lunghissimo il tempo nel silenzio, nell'ansia, nell'attesa...
-Finalmente si sente camminare nel corridoio... I passi si avvicinano,
-si fermano all'uscio... Ma non è Giacomo D'Orea, è il sorridente
-Gaudenzio che si presenta con un leggero e goffo inchino:
-
-— Il signor Giacomo, chiama la signora Remigia, un momento... di là!
-
-Sparisce subito, perchè di Sua Eccellenza il ministro della Guerra, il
-mite vecchietto ha un sacro terrore.
-
-— Vada, donna Remigia. Subito. — Il D'Entracques, calmo, sereno, le
-infonde sicurezza con una forte stretta di mano.
-
-— Oh Mimì! la mia Mimì! — Remigia sente di voler un gran bene a Mimì,
-in quel momento, e le stende le braccia tremanti. La Carfo l'abbraccia
-stretta, la bacia appassionatamente e ripete ella stessa con la calma
-del generale: — Va!
-
-
-Quando Remigia entra nella stanza, Giacomo è ritto in piedi, appoggiato
-al tavolino. Egli la fissa un momento, prima di poter parlare. Remigia
-sente avvicinarsi lo scoppio di quella collera e il pericolo stesso le
-infonde audacia:
-
-— Mi hai fatto chiamare, gioia?
-
-Il D'Orea ha un sobbalzo: il suo volto scarno, emaciato, più che ira
-getta odio.
-
-— Tu partirai domattina, subito, per Pontereno e non ti muoverai di là,
-non uscirai di là, mai più!
-
-Remigia raggrotta le ciglia e anche i suoi occhi schizzano lampi di
-odio:
-
-— Perchè?...
-
-A Giacomo gira la testa, battono i polsi, il cuore martella e salta nel
-petto vuoto.
-
-— Perchè sei falsa, senza dignità, senza cuore! Perchè non ti posso
-più vedere! Perchè ti odio! Perchè se mi stai ancora davanti, lì, così,
-vivaddio... — Si arresta, poi riprende con voce più bassa, più sorda, —
-vivaddio, ho paura di ammazzarti!
-
-Remigia, imperterrita, si avanza d'un passo:
-
-— Io no, invece. Io non ho nessuna paura. So, da molto tempo, che mi
-odii. Ho sbagliato! Dio mio, posso avere sbagliato, ma perchè? Perchè,
-appunto, a cagione del tuo odio, sono rimasta abbandonata, sola, in
-balìa di me stessa! Non lo nego, avrò commesso qualche leggerezza,
-qualche imprudenza per inesperienza, per buona fede e bontà d'animo...
-e di ciò la colpa è degli altri e soprattutto tua. So dell'articolo
-dell'_Allarme_. Il nostro buon amico D'Entracques è corso ad
-avvertirmene. Sono tutte esagerazioni e infamità. Ma tu sei capace di
-crederle... appunto perchè? Perchè mi odii!
-
-— E l'altro giornale? L'altro giornale? L'altro?... — ripete Giacomo
-convulsamente, senza poter riuscire a ricordare a dirne il titolo. —
-È buona fede?... È bontà d'animo? — Le parole gli escono stentate, si
-sente il battere secco dei denti — A... A teatro!... Al trionfo pa...
-pagato... com... comperato, di quella donna... Pa... pagato... com...
-comperato... È buona fede? È bontà d'animo verso tua sorella?...
-
-Remigia alza la voce con un riso ironico di vittoria:
-
-— Ah! Ah! Ci siamo! Mia sorella! Non si tratta dunque degli... affari
-di Stato, del ministero, che io ho compromesso con la mia leggerezza?
-Si tratta che, senza saperlo, — perchè non ci volevo nemmeno andare e
-fui trascinata al Costanzi, — io ho urtata la suscettibilità, ho offesa
-la gelosia di mia sorella! Ho capito! Capisco! Non è quello che ha
-esagerato e inventato l'_Allarme_, che forma il mio delitto! È quello
-che ha esagerato il _Corriere_... Ma si sa, sappiamo, sanno tutti! Mia
-sorella... ancora, sempre!
-
-Remigia si allontana ridendo, stringendosi nelle spalle.
-
-Giacomo la fissa stravolto, sfigurato, ha la schiuma alla bocca. Fa un
-passo, traballa... fa un altro passo più sicuro, le afferra un braccio,
-la volta di colpo, faccia a faccia: — Sì! Ancora! Sempre! Tua sorella!
-Allora come oggi, sempre tua sorella!
-
-— Giacomo... Giacomo... — grida Remigia spaventata. Ma l'altro la
-stringe sempre più forte; la sua mano è una tenaglia. Parlandole sulla
-faccia, contro la faccia, — balbettando, — le schizza il volto di
-saliva.
-
-— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella, non amo che lei,
-vivo e muoio per lei, l'amo, non penso che a lei, non m'importa più
-altro che di lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo
-mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia, leggi, patria,
-amicizia, ricchezze, salute, onore, è niente, non c'è che l'amore,
-l'amore, di grande, di vero, di forte, di buono, che valga il prezzo
-della vita, che valga il prezzo della morte! Sì! Sì! Non è quello che
-ha scritto l'_Allarme!_ te lo avrei perdonato! È l'altro, il teatro,
-il Costanzi, che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero! Perchè
-amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono un colpevole!... La mia
-colpa è mostruosa per te che giuochi all'amore col D'Entracques, per
-le tue amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per le strade
-e la Capodimare che sceglie i suoi nelle Banche!... Sì, son col...
-colpevole. La mia è una colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione,
-è forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte di più, è
-cento, mille volte più bella e più alta della tua virtù, tutta un
-piccolo mosaico di calcolo, di doppiezza, di bassezza, di bugia, di
-prudenza, di simulazioni! Nella mia colpa, così orribile, c'è il cuore,
-tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e lucidata, non c'è che
-egoismo, aridità, sterilità, cattiveria! Della mia colpa si muore! La
-tua virtù, fa crepare gli altri!...
-
-Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di sciogliere la sua mano
-dalla stretta di Giacomo: non può. Egli continua con la voce più bassa,
-più rotta, più convulsa:
-
-— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia... di virtuosi
-istrioni! Tuo cugino, muore tisico per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete!
-Ma non si dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo,
-non di avere, ma di fingere un po' di dolore, un po' di compassione!
-Rimorso, no! Ri... morsi mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa,
-troppo innocente per avere rimorsi!
-
-— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami andare!...
-È una vigliaccheria! Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!...
-Bada... Chiamo!...
-
-Giacomo non la vede più, non vede più niente, i suoi occhi smarriti
-vagano lontano...
-
-— La tua virtù! La tua virtù!... Dove passa la tua virtù passa il
-dolore... È un gelo di dolore e di morte la tua virtù!... Che cosa ti
-aveva fatto missis Britton!... E non lo ami il D'Entracques perchè
-tu non amerai mai nessuno, fingendo di voler bene a tutti, uomini e
-bestie! Tu ridi, scherzi, spari i fuochi artificiali de' tuoi occhi
-e dei tuoi sorrisi col D'Entracques e spezzi il cuore a una povera
-donna! Tu resti virtuosa!... E quella povera donna, dopo aver tutto
-sacrificato a lui, e dopo tanti anni di amore resterà sola, infelice,
-con la vita infranta! — Ti fa meraviglia che io sappia questo?... Io so
-tutto! Io vedo tutto! E anche dentro di te! Sì, per questo devi aver
-paura, hai ragione di aver paura! E vedo nel tuo cuore candido... e
-freddo come il ghiaccio! Vedo nella tua anima vuota... deserta... — La
-mano si rallenta, Remigia riesce a sciogliersi, ma resta lì a guardarlo
-immota, tanto è sfigurato. Egli balbetta più forte: — Per que...
-questo... ti o... dio... per... perchè ti conosco, ti co... nosco...
-Sei perfida... per... per... per... — Fa uno sforzo: non riesce a
-ripetere la parola, straluna gli occhi, gira su sè stesso e stramazza
-di peso per terra, privo di coscienza, di moto, di senso.
-
-— Mimì! Mimì!
-
-Remigia corre fuori dalla stanza, corre per il corridoio, gridando con
-voce forte, disperata, che si ripercuote in tutto l'albergo:
-
-— Mimì! Mimì! Mimì!
-
-
-
-
-XV.
-
-
-Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza D'Orea non
-ha avuto che un breve deliquio, per eccesso di fatica, di lavoro,
-un'indisposizione, prontamente superata. «Fra un paio di giorni,
-l'illustre uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto, anche riguardato
-nel suo appartamento, continua con la consueta alacrità nel disbrigo
-degli affari più urgenti».
-
-Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti ed i
-repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato colpito da un insulto
-apoplettico. «Caso gravissimo, disperato: perduta la parola; tutta la
-parte destra del corpo, paralizzata».
-
-Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre l'attenzione
-del pubblico dall'articolo dell'_Allarme_. Nessun altro giornale
-lo commenta, lo riporta: l'_Allarme_ stesso riconosce l'attacco
-ormai intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario, un
-cambiamento di giudizi, curiosissimo. A poco a poco, l'onorevole
-D'Orea, dato addirittura come spacciato, — è — anzi era, — per i
-giornali dell'opposizione, «l'unica forza, la bandiera e il timone
-del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo dovrà fatalmente
-e inesorabilmente cadere sfasciato, tra le secche dei rimpasti». A
-poco a poco, per i giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il
-ministro dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un portafoglio di
-secondaria importanza. Anzi, qualcuno, arriva addirittura a far capire
-che «allontanandosi il D'Orea, elemento forse troppo conservatore per
-la fisonomia del ministero attuale, questo avrebbe potuto muovere più
-spedito e più agile verso tutte quelle riforme tributarie e sociali
-reclamate dal paese».
-
-Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor Zaccarella, va
-sulle furie e in convulsioni. Più che contro i giornali avversi, —
-vanno per la loro strada! — grida e si arrabbia contro i giornali
-«falsi amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo,
-pronti alla defezione e al tramonto! Ma sfogatasi col signor Zaccarella
-due volte al giorno, al mattino e alla sera, — i giornali del
-pomeriggio non hanno una grande importanza, — ella si mostra serena,
-sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare vestiti e cappellini per le
-feste di Napoli, della Spezia, di Venezia, alle quali assisterà col suo
-Jack, tesöro.
-
-Dall'_Albergo di Roma_ parte la parola d'ordine e tutti la mettono in
-giro, — la Capodimare, i della Gancia, il Paparigopulos e anche il
-D'Entracques, — Giacomo D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua
-moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima di farsi vedere al
-ministero!
-
-In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua Eccellenza D'Orea
-ormai sta benissimo e lavora tutto il giorno con i segretari, nel suo
-gabinetto, torce le labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome
-del _socialista_ dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi dei propri
-nemici, non c'è di meglio che fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso
-compiacendosi del proprio spirito, torna grave, impettito, e si batte
-tre volte, con le dita raggruppate della mano sullo stomaco:
-
-— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo delle fragole alla
-panna. Una semplice indigestione.
-
-In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta e
-rispettata: nella prescrizione che Sua Eccellenza D'Orea, tranne i
-segretari, non debba nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un
-paio di giorni.
-
-Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente la consegna,
-ripetendo a tutti:
-
-— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì! Io stessa, mi sacrifico
-e ci vado pochissimo. Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il
-disbrigo degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente.
-
-Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che oramai donna Remigia
-va ripetendo cento volte al giorno!
-
-Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno di segretari se non
-avesse il signor Zaccarella che fa per dieci.
-
-Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi l'anticamera del
-ministero dei Lavori Pubblici e il signor Zaccarella dà udienza,
-risponde alle lettere che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il
-bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il telegramma della
-signora duchessa, in risposta a quello di Sua Maestà, che si congratula
-per il «sicuro miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta completa
-guarigione».
-
-«Commossa, riconoscente interessamento Maestà Vostra salute mio amato
-consorte, onoromi confermare alla Maestà Vostra condizioni sempre
-migliori. Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine, ossequi
-devoti, ecc. ecc...»
-
-Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere
-l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come
-lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la
-duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza
-D'Orea.
-
-Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza
-la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè
-non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un
-paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e
-di Venezia.
-
-— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un
-conforto, diventi un peso!
-
-Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, _mon Dieu!_ —
-s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!...
-
-Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera
-ministressa.
-
-— A Roma, missis?... Come mai?
-
-— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado
-all'_Abetone_. Ne ho abbastanza della Svizzera e della _Tête-pointue!_
-— Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.
-
-— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre
-malissimo?... Ne sono desolata.
-
-— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al
-ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta
-le spalle e se ne va furiosa.
-
-— Vecchia arpia!
-
-A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare ottime notizie, tenendola
-in guardia, — l'espressione è del signor Zaccarella, — contro le
-informazioni pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla
-fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano a Giacomo
-per rinfrancarsi pienamente e tornare al ministero, la duchessa
-Cristina e il principe Rosalino arrivano, senza nessun preavviso,
-all'_Albergo di Roma_. Si presentano all'Idola inquieti, ansiosi, con
-le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più sorpresa e contrariata, che
-soddisfatta, li accoglie di malumore.
-
-— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete che io non amo le
-improvvisate!
-
-Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna continuare nella
-solita commedia dell'indisposizione passeggera, e mentre Remigia
-abbraccia la mammà cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella
-continua gravemente a battersi il petto con le dita raggruppate:
-
-— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la panna!... Indigeste
-quanto mai!
-
-Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo con la faccia
-costernata, ne escono in carrozza scoperta insieme all'Idola e si
-mostrano ilari e contentissimi. Non hanno ancora potuto vedere il caro
-Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo degli affari più
-urgenti», ma sono felici delle ottime notizie avute.
-
-— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se vuoi
-sapere, vai; se non vuoi sapere, manda!
-
-Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate, con i
-cenni della mano. È sempre cortese, ha sempre il sorriso sulle labbra
-e il complimento opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo,
-lontano.
-
-— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato! Caparbio!...
-— Egli ha finito anche per crederlo, a forza di ripeterlo. E... chi
-sa?... Finisce quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato,
-morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo abbrucia senza
-riuscire a riscaldarlo!
-
-Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso, tutta la grande
-gioia di essere con la sua mammà. Saluta espansiva e gaia, e fa il nome
-alla duchessa Cristina delle signore più alla moda e dei personaggi più
-importanti. A un tratto si oscura in viso:
-
-— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso di Luciano! Non
-bisogna più salutarlo! Ha inventato tante cattiverie! Che Giacomo è
-gravemente ammalato! Che ha fatto un colpo!
-
-— Che uomo!...
-
-— Che essere!
-
-Remigia comincia a difendere sua sorella.
-
-— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!
-
-— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da
-Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti
-simpaticoni!
-
-Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia,
-il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos.
-
-Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate
-amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna
-Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare
-subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del
-colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos,
-— assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato
-sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito
-con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti».
-
-Guendalina Capodimare, consigliata in questo e spinta anche un pochino
-dalla cognata, non solo ha accettato, per il momento, la sostituzione
-del vecchio barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante
-e sbarbato fratello nella commissione marconiana, ma conviene,
-rassegnatamente, di aver forse peccato lei, per troppo zelo, a
-proposito della famosa firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo
-Pontefice.
-
-Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto tra l'uscio e
-il muro delle dimissioni, è il malcapitato Leonida dal cappellone,
-ex-repubblicano... e di nuovo molto radicale!
-
-Con le principesse romane non è riuscito a perdere la virtù, ma sta per
-perdere l'Eccellenza: l'_Allarme_ tace, ma vigila. Nel consiglio dei
-ministri, Sua Eccellenza Staffa è già stato liquidato.
-
-— Un vero _Rabbagasse_ antipaticissimo! — È l'orazione funebre di
-tutte e tre: Quanita, Guendalina e Remigia, con la muta, ma eloquente
-approvazione di Paparigopulos.
-
-Remigia entra allegra e festante nel salotto della Capodimare:
-
-— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La mia cara mammà! E anche il
-mio tesorone caro! Lo zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per
-uno dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno con me e con
-Jack!
-
-Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine per spiegare
-l'arrivo a Roma dei parenti.
-
-Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano subito della
-duchessa Cristina, evocando ricordi, aneddoti, parentele, mentre
-il cavalier Paparigopulos, a un cenno della Capodimare, attacca
-conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a parole, e
-intermediario l'astuccio delle sigarette, con il principe di
-Sant'Enodio. Questi, per la circostanza, accesa una sigaretta di
-Paparigopulos e soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un
-proverbio orientale:
-
-— Donna bruna... e tabacco biondo!
-
-Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il tè e ammirando le
-magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono del Durer, nientemeno! —
-passano nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad un tratto
-colore, voce, espressione.
-
-— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida, ma non può muovere il
-braccio e parla stentatamente, ingarbugliandosi...
-
-— E il dottore che cosa dice?
-
-— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo e il dottor Dolder
-comincia a non escluderlo più...
-
-Remigia sospira, e abbassa la voce: — È stato sempre tanto cattivo e
-ingiusto con me... Pure, gli ho perdonato e mi fa compassione!
-
-Il D'Entracques la guarda con tenerezza.
-
-— È naturale. È suo marito ed è molto ammalato!
-
-L'Idola ha un tremito leggero che la fa tutta vibrare e gli occhi,
-fissando il D'Entracques, si riempiono di lacrime. Bisbiglia appena:
-
-— Ho paura.
-
-— Di che? — domanda ansioso il generale.
-
-— Mi vedo sola, mi sento sola e ho paura!
-
-Il D'Entracques le prende una mano e gliela stringe forte, mentre
-guarda Remigia lungamente.
-
-— Lei capisca... ciò che io oggi non voglio, non posso dire. Felice...
-non so se potrà esserlo ancora. Ma... sola, no. — Si avvicina di
-più, si fa forza, e mentre nel salotto si sentono squillare le risa
-di Guendalina e di Quanita, egli le bacia la mano con devozione
-mormorando: — Amico... o... come vuole, tutto ciò che vuole: io le
-appartengo interamente.
-
-La giovane signora lo guarda lei, adesso, a lungo, poi scrolla il capo
-lievemente con una grande profonda malinconia negli occhi.
-
-— Interamente... no.
-
-Il D'Entracques diventa pallido, quasi terreo, mentre risponde con la
-voce alterata:
-
-— È partita per sempre!
-
-
-
-
-XVI.
-
-
-Quando Remigia torna all'albergo, trova sul portone il signor
-Zaccarella che l'aspetta e l'accoglie con la cera torbida delle brutte
-notizie.
-
-— Sta male?...
-
-— No. Sono arrivate donna Maria Grazia e la signora Gioconda!
-
-Remigia, ch'era già saltata a terra, si ferma in mezzo al marciapiede,
-esterrefatta, mentre la duchessa Cristina, a sua volta, resta con un
-piede sul predellino del landò, e con la mano nella mano, che le offre
-il fratello di Rosalì.
-
-Remigia si rimette prontamente dal primo stupore e, per guadagnar
-tempo, si arrabbia con mammà.
-
-— Che fai, lì, a mezz'aria? È tardi! Bisogna ancora vestirsi!
-
-Entra in fretta nell'albergo, lasciandosi dietro la madre e lo zio e
-domandando al sig. Zaccarella:
-
-— Dove sono?... Con la contessina Carfo?
-
-— No; sono entrate subito da sua Eccellenza!
-
-Remigia scatta furibonda.
-
-— I dottori non vogliono!... Tanto il dottor Davos che il dottor
-Dolder, hanno proibito che Sua Eccellenza parli, si affatichi, veda
-gente!
-
-Il signor Zaccarella fa un atto di scusa.
-
-— La signora duchessa non era in casa; io solo, non potevo oppormi...
-alla signora Gioconda D'Orea.
-
-Remigia, mentre l'ascensore sale al piano nobile, resta pensierosa e
-perplessa in faccia allo Zaccarella. Sente che c'è lì, adesso, un'altra
-volontà, forte come la sua.
-
-— Hai visto Maria? — domanda subito a Mimì Carfo, entrando con lei nel
-salotto.
-
-— Com'è giù, mio Dio! — risponde la Carfo. — Com'è giù!... Fa paura!
-
-— Fa paura? — ripete Remigia. Si cambia l'espressione del suo volto;
-cambia il corso dei suoi pensieri.
-
-Entrano pure nel salotto la duchessa Cristina e il principe Rosalino.
-Sono ansanti e titubanti; non sanno come comportarsi con Maria Grazia,
-non volendo contrariare l'Idola. Si fermano, aspettando, a rispettosa
-distanza. L'Idola non si cura di loro. Parla sempre sottovoce con Mimì.
-
-— Vado anch'io, da Giacomo, per salutare mia sorella e la zia Gioconda.
-Ti pare?...
-
-— Così? — obietta la Carfo semplicemente, osservandola dalla testa ai
-piedi. — Senza prima cambiarti?
-
-Remigia è vestita di foulard rosso scarlatto, con un cappellone a
-tricorno che le sta a maraviglia, ma ancora più straordinario del
-solito.
-
-— Mi cambio in un attimo, senza nemmeno chiamare la Carolì. Vieni di là!
-
-La duchessa Cristina si fa coraggio e il principe Rosalino anche.
-Domandano quasi insieme:
-
-— Noi... che cosa facciamo?
-
-— A... Maria, che cosa diciamo?
-
-— Andate a vestirvi per il pranzo!... Maria la vedrete a pranzo e
-Giacomo lo saluterete domani.
-
-La madre resta ancora a bocca aperta; Remigia gliela chiude
-soggiungendo:
-
-— Ricordati, gioia! Si pranza alle sette e mezzo!
-
-In dieci minuti, Remigia è pronta. Ha un abito semplice, scuro,
-attillatissimo, chiuso fin sotto al mento. Quando attraversa il
-corridoio con Mimì, avviandosi verso le stanze di Giacomo, incontra
-Maria che ne esce.
-
-Si fermano tutt'e due. Remigia, colpita, la guarda, la fissa un
-istante: — Dio mio, che cambiamento! Non è più bella, non è più
-nemmeno giovane! Soltanto gli occhi le sono rimasti, gli occhi neri,
-grandissimi, che sembrano ancora più neri e più grandi.
-
-Remigia, d'un tratto, le salta al collo, abbracciandola con
-straordinaria effusione. Maria rimane immota; immote le labbra, senza
-parole, senza sorriso. Soltanto quando la sorella si stacca da lei
-stende una mano alla Carfo, che la stringe e la tiene istintivamente
-fra le sue, come per riscaldarla, tanto la sente fredda, di ghiaccio.
-
-Remigia parla a Maria sottovoce, in fretta, con grandissima volubilità.
-
-— Tu, come l'hai trovato?... Che impressione ti ha fatto? Ah, mio Dio,
-che disgrazia! Il re mi ha già telegrafato due volte! Che ne dici? Mi
-dici di sperare? Io spero assai! Il dottor Davos vede nero; ma non è
-spassionato e non m'ispira fiducia. Invece il dottor Dolder è assai
-meno pessimista. Il dottor Davos pretende assolutamente che il colpo...
-— abbassa ancor più la voce, — perchè è proprio stato un colpo, debba
-ripetersi. Il dottor Dolder, no... Giacomo è ancora giovane... Certo,
-bisogna tenerlo sorvegliato assai. Nessuna fatica, nessuna commozione.
-C'è qui anche mammà e lo zio Rosalì; ma non è il caso di spaventarli
-perchè... non c'è da fidarsi! Due tesori, ma chiacchierano, senza
-saperlo, e mi hanno tanto raccomandato, anche il presidente del
-Consiglio, anche il ministro della Guerra, di non spargere notizie
-inutili, per non inquietare il paese. Guai se il ministero dovesse
-cadere in questo momento! E non è nemmeno il caso perchè Giacomo sta
-proprio meglio davvero! È rimasto in istato _comatoso_, — è il termine
-medico scientifico, — per più di tre ore. Poi ha cominciato ad aprir
-gli occhi, poi ha cominciato a riconoscere le persone. La prima sono
-stata io. Ma non poteva articolare parola, nè muoversi. Adesso, invece,
-parla e si muove anche un po'. Tu, in complesso, lo hai trovato benino,
-non è vero?
-
-Maria cerca di sciogliere la mano dalle mani della Carfo e fa per
-allontanarsi.
-
-— Vai di là?... Avrai certo bisogno di riposarti un poco? — E la zia
-Gioconda? Vi hanno dato, almeno, delle buone stanze?
-
-Maria strappa la mano e fugge via singhiozzando.
-
-Remigia guarda Mimì.
-
-— Hai ragione! È proprio giù da far spavento!
-
-La Carfo abbassa il capo e non risponde.
-
-— Ma che ha, mio Dio, quella cara gioia? — Remigia, che non conosce
-nè l'amore, nè il dolore, non arriva a comprendere come l'amore e il
-dolore possano ridurre una creatura in quel misero stato. — Chi sa?
-Certo, dev'essere molto ammalata! Anche a Giacomo deve aver fatto
-un'impressione assai penosa. Ti pare?
-
-Mimì Carfo ha perduta la parola; è rimasta come trasognata. Remigia
-si stringe nelle spalle, va quasi in fondo al corridoio, afferra la
-maniglia del penultimo uscio... È quella la stanza che precede la
-camera da letto di Giacomo... Si ferma, esita un istante prima di
-aprire.
-
-Tutti i giorni, e anche più di una volta al giorno, Remigia visita
-il marito, ma senza mai restar sola con lui. Però, a mano a mano che
-l'occhio invetriato e spento riacquista la vita e l'intelligenza e
-comincia a fermarsi su di lei, ella prova un senso d'imbarazzo, di
-inquietudine, di collera. La scena successa, quelle smanie, quelle
-grida, erano i prodromi del male che lo assaliva. Erano grida, smanie,
-le idee confuse e pazze di una mente in convulsione. Lui non poteva
-ricordarle e lei doveva dimenticarle...
-
-— Perchè gli occhi di Giacomo la fissavano irrequieti... e tornavano a
-diventar minacciosi come allora?...
-
-Remigia apre, entra.
-
-Nella prima stanza, c'è il vecchio Gaudenzio. Sta lì, che pare di
-guardia.
-
-— Non c'è dubbio! È stato lui a telegrafare a Fiumicino!
-
-Appena egli vede la signora si alza in fretta, facendole cenno con
-la mano di fermarsi, e, in punta di piedi, si affaccia all'uscio
-dell'altra camera.
-
-— Dorme? — gli domanda Remigia sottovoce.
-
-— No. Chiamo la signora Gioconda!
-
-Remigia frena un impeto di collera. Come?... Dovrebbe fare anticamera
-prima di entrare da suo marito, e aspettare anche di esservi introdotta
-per grazia da questa... signora Gioconda?
-
-— Sono io, qui, la moglie e la padrona! — Si avanza risoluta, ma in
-quel punto le viene incontro una vecchietta piccolina, secchina, con i
-lunghi ricciolini grigi e il viso bruno dalle rughe fonde e diritte,
-come intagliate nel legno. È vestita di scuro, assai dimessa; ha un
-fazzoletto nero di seta sulle spalle; ha gli orecchini d'oro e un
-grosso spillone d'oro in mezzo al petto.
-
-— Oh, zia! — saluta Remigia con la voce e il tono affettuosissimi. Si
-danno la mano, si sorridono, ma non si abbracciano. — Oh, zia cara,
-come lo hai trovato il nostro Giacomo?... Benino assai, non è vero?
-
-Il breve sorriso della zia Gioconda si restringe sulle labbra
-tagliuzzate e sparisce. La vecchietta, adesso, tocca gli ottanta, ma
-è sana, è dura, tutta di osso. Soltanto il suo vecchio capo è mosso
-continuamente da un leggero tremolìo che mentre ella risponde alla
-nipote, si fa più sensibile.
-
-— Benino?... Speriamo! — Vuol vederlo? Salutarlo?... Anche lei,
-contessina, gli farà piacere! Soltanto non bisogna farlo parlare. Non
-bisogna stancarlo, agitarlo in nessun modo.
-
-Remigia raggrotta le ciglia pensando fra sè:
-
-— Come?... Questa vecchia contadina si sarebbe impossessata di mio
-marito, della sua camera, di tutto... in mezz'ora?.. Ah! Ah! Staremo a
-vedere!
-
-I vetri della camera sono spalancati, le gelosie socchiuse: il letto
-bianco di Giacomo appare a poco a poco e sembra ingrandirsi nella mezza
-luce. Egli vi sta seduto, appoggiato a un monte di cuscini. Ha il viso
-acceso, gli occhi rivolti, fissi verso la finestra.
-
-La zia Gioconda e Mimì Carfo restano presso all'uscio: Remigia sola,
-gli va vicina, accanto al letto.
-
-— Come ti senti, oggi?... Benino?
-
-La voce dell'Idola è alterata, ha perduto ogni dolcezza. Il suo volto
-non ha più anima, non ha più sorriso.
-
-Giacomo risponde senza guardarla, tenendo sempre gli occhi fissi verso
-la finestra. Parla affastellatamente, come in orgasmo.
-
-— Meglio, meglio! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Così
-dicendo, solleva appena il braccio destro che tiene disteso, irrigidito
-sulla coperta. Volge gli occhi in cerca della zia Gioconda e vede Mimì
-Carfo. Sorride, salutandola con un cenno. — Grazie, signorina. Bene,
-bene, proprio bene! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Torna
-ad alzarlo un poco, poi lo lascia ricadere; abbandona la testa sui
-cuscini, e chiude gli occhi.
-
-Remigia, dopo un momento, in punta di piedi, si avvicina alla zia
-Gioconda e alla Mimì: bisbigliano insieme qualche parola sottovoce, poi
-Remigia e la Carfo escono pianino dalla camera.
-
-— Uff!... Non ne posso più!... Capisco, che con tutta la mia bontà,
-questa zia contadina non riesco a sopportarla! No!... È superiore alle
-mie forze! — L'Idola è proprio in collera e si sfoga, al solito, con
-Mimì. — Hai visto, il tuo caro signor D'Orea? Il tuo... uomo perfetto?
-L'uomo infallibile? Il tuo ideale di marito? Si è finto stanco e ha
-chiuso gli occhi per mandarmi via! — Fa un lungo risolino stizzoso e
-nervoso. — Meglio così, del resto!... Molto meglio così!
-
-Appena uscita la moglie con la contessina Carfo, Giacomo riapre gli
-occhi e si chiama vicino la zia Gioconda.
-
-Egli la guarda a lungo.
-
-— Ti prego... — Si ferma, come un bambino che vuole indovinato il suo
-desiderio. — Quella là... — La zia Gioconda capisce che vuol alludere a
-Remigia. — Il meno possibile. È meglio per tutti e due!
-
-La vecchina, crollando il capo, gli asciuga col fazzoletto il sudore
-della fronte e affettuosamente, con l'atto dolce di una madre, gli
-aggiusta i capelli.
-
-— Pazienza... Porta pazienza...
-
-Giacomo accenna di sì, col capo, gravemente...
-
-— È mia moglie!... E l'ho voluto io!... Mah!... Come certe volte
-si compiono i fatti più... gravi... spinti da una corrente che ci
-travolge... Io, oggi, guardando indietro... penso... — Si ferma,
-continua a guardare la vecchietta, che gli sorride buona, tremolando
-nel capo. — Oramai... è inutile pensarci. Non è vero, zia? Il braccio
-non lo posso più muovere, sai? È di piombo... di piombo. Posso
-alzarlo... appena... — Lo alza un momento con grande fatica, poi lo
-lascia subito ricadere di peso.
-
-Maria entra nella camera. Lo sguardo di Giacomo si ravviva, tutta la
-sua fisonomia si rianima.
-
-La vecchina le cede il posto, prende sul tavolino il suo lavoro a
-maglia, uno dei soliti giubbetti di lana per i bimbi poveri, e siede
-sotto la finestra, lavorando.
-
-Gli occhi di Maria e gli occhi di Giacomo s'incontrano, si uniscono
-e non si lasciano più. Ella siede accanto al letto, mette leggermente
-le sue mani incrociate sulla mano inferma di Giacomo e sta lì, così.
-Si guardano... si guardano. Con gli occhi sono le due anime che si
-incontrano adesso e si uniscono per non lasciarsi mai più.
-
-— Anch'io, sai... sto male... molto male. E sono contenta di sentirmi
-tanto ammalata... di essere sicura... che non guarirò più!
-
-Mentre bisbiglia queste parole, dagli occhi neri neri, dolcissimi,
-profondi l'amore ripete la sua eterna promessa!
-
-
-Remigia, più che mai occupatissima nel dover dimostrare al sospettoso
-mondo politico e all'Europa che sta attenta, la nessuna gravità della
-indisposizione del ministro dei Lavori Pubblici, non ricorda quella
-camera, mezzo al buio, dove la zia Gioconda impera, e sua sorella Maria
-reca l'assistenza e il conforto, altro che nei brevi momenti che passa
-all'_Hôtel de Rome_, arrabbiandosi con Mimì, sempre immusita, e pronta
-a difendere le due perfezioni, di Fiumicino!
-
-— Ah, _mon Dieu!_ — sospira con mammà e con lo zio Rosalì. — Le ragazze
-che invecchiano... ragazze!... Quanta sentimentalità ammuffita da
-collocare!
-
-La duchessa Cristina approva. Segretamente ella si è sentita sempre un
-po' gelosa dell'amica dell'Idola: — È un fatto che quella tua Mimì è
-molto antipatica.
-
-Il principe Rosalino, tace. È diventato un altro uomo; lo si capisce
-dall'appetito che gli viene a mancare, e dai proverbi che non trova
-più.
-
-Intanto la malattia del marito, fa acquistare ogni giorno a Remigia
-maggiore importanza.
-
-Il ministero per non perdere l'equilibrio ottenuto con tanta fatica e
-per poter reggersi in piedi, ha bisogno che, per qualche tempo ancora,
-il D'Orea rimanga ministro, sia pure soltanto di nome. Aprire in quel
-momento la successione ai Lavori Pubblici sarebbe pericoloso. Troppi
-appetiti stanno in agguato. C'è bisogno che faccia molto caldo, che
-l'estate inoltri, che tutti i corvi politici abbiano preso il volo
-verso i monti e verso i mari... Poter arrivare alla fine di luglio,
-ecco il momento opportuno per il rimpasto!... E si comincierà col
-rimandare alla loro repubblica Leonida... e anche il cappellone, che
-non servono più!
-
-Donna Remigia D'Orea, col mostrarsi dappertutto e col mostrarsi sempre
-gaia e sorridente salva il ministero e salva il paese dai pericoli di
-una crisi extra parlamentare.
-
-Ella, in questo, ci riesce benissimo, ma a suo tempo, sa farsi
-valere... Specialmente col ministro della Guerra.
-
-— Dio! Dio! Che fatica!... Che sforzo!... Torno all'albergo
-affranta!... Non ne posso più! Dover fìngere, dover simulare! È tanto
-contrario al mio carattere! È troppo, troppo superiore alle mie forze!
-
-Il D'Entracques le stringe, le bacia la mano facendole coraggio.
-
-— Il suo eroismo è veramente grande, ammirabile!
-
-Molte volte Sua Eccellenza il Presidente dei ministri viene all'albergo
-per trovarsi con Giacomo. — La visita è assai breve; Sua Eccellenza
-esce dalla camera del D'Orea scrollando il capo e allora si tiene una
-specie di Consiglio: il Presidente, il D'Entracques, qualche altro
-collega e... Donna Remigia.
-
-Oramai ella ha imparato la fraseologia, ha preso il gesto, il contegno
-della ministressa.
-
-C'è la prospettiva, per lei, di nuovi sacrifici. Alle feste di Napoli,
-al varo della Spezia, ci dovrà andare certissimo anche senza il marito.
-Anzi, tanto più, per rappresentare il continuo miglioramento, la
-guarigione di Sua Eccellenza, ormai data per sicura, non più fra un
-paio di giorni, ma fra un paio di settimane.
-
-L'Idola sospira, destando in tutti compassione.
-
-— Ah mio Dio! Mio Dio! Napoli, la Spezia... poi Venezia! Che pena e
-che stanchezza! — Alza gli occhi al cielo e a mezza strada incontra la
-caramella del conte D'Entracques. — Oh, se non venisse anche lei, con
-me! Tutta la forza e il coraggio mi vengono dal pensiero che lei mi
-sarà sempre vicino... — Sorridono gli occhi languidi. — Voglio sentirlo
-il piccolo filo invisibile che mi avvolge e ch'ella tiene nelle sue
-mani per guidarmi... Come il mio _Febo_ e il mio _Desir_... tesöri!
-
-Il D'Entracques si commove: sente che delle dieresi di quei tesöri, ce
-n'è anche per lui!
-
-Remigia non ha più voglia, non ha più tempo di pensare, nè alla
-cattiveria della vecchia contadina, nè alla indelicatezza e... peggio,
-di sua sorella!
-
-— E poi... che importa? Quelle due arpie non hanno altro che l'uomo, e
-finchè l'uomo è ammalato. — Lo spirito, la parte eletta, nobile e sana,
-il ministro, è in mano sua, con tutto il ministero!
-
-Ma alla cattiveria della zia e alla condotta assai irregolare di Maria
-Grazia, ci pensano anche per Remigia le sue amiche, la marchesa Quanita
-e la principessa Guendalina.
-
-— È una cosa assolutamente vergognosa!
-
-— È troppo!
-
-Tutte e due, la Della Gancia e la Capodimare si sono assai risentite
-e offese pel fatto che Giacomo D'Orea, ad onta delle loro premure
-ed insistenze, non le ha mai volute vedere e perchè Maria non le ha
-ricevute, non è stata a trovarle e non s'è neanche fatta scusare.
-
-— Ma Fiumicino dov'è... In che parte del mondo? Fra gli ottentotti?
-
-— Come?... Le due amiche più intime di Remigia sono, in certo modo,
-messe alla porta dal marito non solo, ma anche dalla sorella?
-
-Ci deve essere una ragione per aver tanta smania di non farsi vedere e
-la ragione c'è... e molto brutta.
-
-— Povera Remigia!
-
-Tutta Roma, la Roma eletta, n'è stupefatta e indignata. Il marchese
-Pio, addirittura furibondo per la duchessina, per sua moglie, per sua
-sorella ed anche per sè!
-
-— È una indelicatezza enorme, che aggrava lo scandalo! È una... —
-Il marchese abbassa la voce, abbassa le palpebre e gonfia le gote
-pronunziando la parola: — È una in-de-cenza!
-
-— Tanto più che è fatto notorio... — la marchesa Quanita diventa
-rossa come alla _Femme de chez Maxime_ — è fatto notorio che fra i due
-cognati esiste una... — Si ferma; non va più innanzi per gastigatezza.
-
-La principessa Guendalina, oltre di essere sconvolta e disgustata è
-anche inquieta. Ha paura che prolungandosi lo scandalo, — oramai tutta
-Roma, la Roma vera, non parla d'altro, — suo marito, così severo e
-inflessibile in fatto della morale pubblica, possa proibirle di mettere
-i piedi all'_Hôtel de Rome_. Che dolore sarebbe per Remigia!
-
-Il marchese Pio congiunge le palme in atto compunto. Il Paparigopulos
-— Ah! Oh! — Chiude gli occhi, apre la bocca. Poi — Oh! Ah! — Chiude la
-bocca, apre gli occhi: — _C'est trop!_
-
-Le due signore, naturalmente, prima che con altri, parlano della brutta
-cosa e si confidano col D'Entracques, così buon amico, e serio, di
-Remigia. Ma il generale, appunto perchè molto amico di donna Remigia e
-collega dell'onorevole D'Orea, si tiene in un prudentissimo riserbo.
-Non sa che dire, non sa che consigliare; si stringe immalinconito
-nelle spalle. È profondamente addolorato anche per i molti commenti,
-per le chiacchiere... Non vorrebbe che arrivassero alle orecchie di
-donna Remigia... Chi sa che colpo per lei così schietta e leale... fino
-all'ingenuità! Ma quel... Luciano D'Orea, che roba è, propriamente?
-Toccherebbe a lui a provvedere, e con... energia!
-
-Si scagliano tutti contro don Luciano, più cinico forse che cretino. E
-si scagliano, adesso, anche contro quella Fanfan.
-
-— Una cagnetta francese non più giovine, imbellettata...
-
-— E col cimurro! — prorompe Guendalina, facendo inarcare le ciglia al
-Paparigopulos scandalizzato.
-
-Il gran consiglio della morale, sentito i vari pareri e dopo un'animata
-discussione, ha deciso. Parlarne con Remigia, no, a pieni voti. Sperare
-in don Luciano, inutile: anima venduta alla cassa forte del fratello.
-Non c'è che la Moncavallo! Non c'è che la madre!
-
-La Capodimare e la Della Gancia ne parlano al tè delle cinque e
-mezzo alla duchessa Cristina. S'intende, con ogni delicata cautela,
-pigliandola da parte, lasciando che indovini tutto ciò che non sarebbe
-conveniente per loro di dire e per lei d'intendere.
-
-La duchessa Cristina ha la forza di rimanere calma, imperterrita. I
-suoi occhi severi, hanno un lampo di collera pensando a Maria, poi,
-pensando all'Idola, si riempiono di lacrime: — Aceto... e fiele! —
-mormora evocando la passione e i dolori dell'altra madre, quella del
-Signore, afflitta, come lei, ai piedi della croce. La croce sua è
-sempre stata Maria Grazia!
-
-Ritorna all'albergo, risoluta di por fine a «quello stato di cose»,
-come ha promesso alle care amiche dell'Idola e anche, sebbene
-velatamente, a sua Eccellenza D'Entracques e al compitissimo cavalier
-Paparigopulos. Ma non è altrettanto ben decisa sulla via da prendere.
-
-E Giacomo? Questo è il gran punto interrogativo.
-
-Se Giacomo prendesse la cosa in cattiva parte?
-
-Tutto vero, tutto giusto, bisogna impedire lo scandalo... Ma non
-bisogna disgustare Giacomo, assolutamente!
-
-— Molini e Mortadella!... Sempre gli stessi scogli; sempre dover
-dipendere! — La povera madre sospira, pensa... trova, finalmente,
-una buona scusa per conciliare l'interesse con l'innata fierezza
-vicereale: — potrebbe vendicarsi con sua moglie, con l'Idola!... No!
-No! Prudenza... Ma per non correre il pericolo di urtare Giacomo, non
-bisogna urtare nemmeno Maria... — Alla duchessa viene una buona idea:
-
-— Quella vecchia! Quella contadina!... Bisogna tender l'amo a quella
-Gioconda. È una... buona cristiana; va tutti i giorni a messa... Non si
-tratta altro che di ritornare a Fiumicino subito con Maria, per la pace
-di Remigia, per il decoro della famiglia, e... forse anche, per il più
-sicuro e rapido miglioramento di Giacomo stesso. Il male... vien dal
-male! Questo si sa!
-
-Passeggia su e giù nel corridoio, aspettando che la vecchietta esca
-dalle sue stanze per entrare da Giacomo.
-
-— Eccola!...
-
-In fatti la zia Gioconda si presenta in fondo al corridoio sferruzzando.
-
-Le va incontro, le dà la mano, sorride. Sorride anche la piccola
-vecchietta, ma fissa l'imponente viceregina con una certa maraviglia
-interrogativa negli occhi. Il tremolio del capo si fa più forte.
-
-— Come sta Giacomo?... Sempre bene?... Cioè, sempre... regolarmente?
-
-La vecchia non risponde: continua a dondolare il capo.
-
-La duchessa Cristina diventa ancora più grave e più regale.
-
-— Vorrei esprimerle un pensiero mio e un'inquietudine mia, signora
-D'Orea. Passiamo un momentino nel salotto?
-
-La zia Gioconda acconsente. La duchessa vorrebbe farla passare avanti,
-la vecchierella non vuole e le tien dietro badando ad evitare lo
-strascico.
-
-Appena si trovano sole, la duchessa fa sedere la signora D'Orea
-sul canapè, siede lei stessa sopra una poltrona vicina e va subito,
-direttamente, allo scopo, quasi con l'aria di fare un processo e ormai
-sicura d'incutere una grande soggezione alla vecchietta.
-
-— Ella sa, cara signora, che il male non è soltanto quello che
-si fa, ma anche quello che si lascia credere. Anche le apparenze
-del male sono un gran male, specialmente per chi è portato dalla
-propria condizione... elevatissima... a servire di esempio agli
-altri. Chi attira sopra di sè gli sguardi di tutto il mondo, ha il
-dovere di mostrarsi a questo mondo in uno stato... di cose... sempre
-irreprensibile.
-
-La signora D'Orea non risponde; conta le maglie del giubboncino.
-
-— Ella che è buona e devota cristiana, come me, ricorda certo le
-parole di nostro Signore a proposito di chi... dà... — Bisogna dirla
-la parola, perchè la vecchia non si scuote. — Di chi dà... scandalo. —
-Ancora silenzio. La signora D'Orea ricomincia in fretta, — _tic e tic e
-tic_ — a lavorare di maglia.
-
-— Lei... conosce, o avrà sentito parlare della marchesa Della Gancia e
-della principessa Capodimare?
-
-— No. Mai.
-
-La duchessa, vista la tranquillità della signora Gioconda, comincia lei
-a sconcertarsi.
-
-— Ebbene, deve sapere che sono le due amiche migliori di Remigia... e
-mie.
-
-Nemmeno una tale notizia produce impressione.
-
-— Parlo anche a nome di queste due signore, di queste due nostre amiche
-intime e care, quando io, come madre, onde evitare scene... certo più
-gravi e spiacevoli, prego lei, la supplico... — La duchessa si ferma un
-momento, leva il fazzoletto dalla borsettina di velluto scintillante di
-lustrini, e se le preme leggermente per via della cipria, sulle labbra
-e sugli occhi: — Oh, lo strazio di una povera madre! Del cuore di una
-povera madre!... Mi comprenda, signora D'Orea, lei che ha tanto...
-senno! Lei che è giustamente così stimata ed apprezzata! Mi comprenda
-e non mi obblighi a dire di più. La prego, la supplico. Io non voglio,
-non posso dirle altro che questo: ritorni a Fiumicino subito con Maria.
-
-Le mani della vecchia si fermano e anche il capo. Ella guarda la
-duchessa negli occhi.
-
-— Lasciando qui Giacomo... solo?
-
-— Come, _solo_? — ribatte la duchessa vivamente. — E sua moglie?... E
-tutti noi?
-
-La vecchia tira dal gomitolo, a due lente riprese, un lungo tratto di
-lana, riabbassa il capo e ricomincia a lavorare di maglia: _tic e tic e
-tic_.
-
-Allora la duchessa abbandona le perifrasi e le fa un lungo discorso.
-Le parla del mondo, dei grandi riguardi, dei grandi doveri, del nome
-sempre illibato dei Moncavallo, dell'invidia maligna dei piccoli verso
-i grandi, della calunnia della quale rimane sempre qualche cosa, delle
-nobili virtù dell'abnegazione, dell'eroismo dei grandi sacrifici,
-della moglie di Cesare, del candore dell'ermellino, dello specchio,
-che il più leggero fiato basta ad appannare, dell'ostinazione,
-dell'imprudenza, della... straordinaria leggerezza di Maria Grazia,
-della sua vita, tutta dedita al bene delle sue figliuole... e
-dell'aceto e del fiele di cui fu abbeverata.
-
-La vecchina, sempre crollando il capo, sempre _tic e tic e tic_
-sferruzzando con la sua maglia di lana, continua a lasciarla parlare,
-a lasciarla sfogare, senza mai proferire una parola. Finalmente, quando
-la duchessa tace, posa il lavoro e le mani sulle ginocchia, si rizza a
-sedere e la guarda fissa: il capo non trema più.
-
-— Sa lei... che sua figlia Maria è ammalata, forse anche più di Giacomo?
-
-La duchessa s'indispettisce: dà un'alzata di spalle.
-
-— Ma che! Esagerazioni!... Nervi! Un po' di mancanza di sangue. Del
-resto, se sta poco bene, ragione di più. Aria buona, al fresco, e
-curarsi subito!
-
-La zia Gioconda si alza.
-
-— A tranquillare i timori e a dissipare gli scrupoli suoi, di sua
-figlia Remigia e delle loro amiche, devono bastare i miei capelli...
-che se non sono ancora del tutto bianchi è perchè, ormai, non lo
-diventeranno più! — La vecchia ride. Nè l'imponenza vicereale della
-sua arcigna interlocutrice, nè il rimpinzato predicozzo in pro della
-morale, le mettono soggezione. — Ottant'anni, signora, ottant'anni
-proprio sonati!... Non le pare? Nel nostro caso presente sono una bella
-garanzia!
-
-— Ma... il mondo è così cattivo...
-
-— Il mondo è cattivissimo! Più di quello che si crede perchè... perchè
-anche ognuno di noi, certe volte, è molto più cattivo di quello che
-crede o non crede di esserlo!
-
-La duchessa si volta sorpresa sulla poltrona, con un piccolo balzo.
-— Sta a vedere che quella... contadina, reduce dai molini e dalla
-mortadella, vuol tirarle delle frecciate?
-
-La signora Gioconda continua sempre sorridendo, sempre pacatamente:
-
-— Vuole che le racconti un fatto curiosissimo?... Io sono arrivata
-alle vicinanze del secolo, senza aver visto l'amore, proprio in faccia.
-Corpo e anima, io sono ancora una ragazza da marito... completamente!
-— Un'altra risatina, poi la vecchierella diventa a mano a mano seria e
-grave. — Miracolo! Un miracolo della divina Provvidenza!... — Sì; vero
-miracolo e vera Provvidenza! Perchè di amore, cara signora duchessa,
-lei non lo sa, come non l'ho mai saputo nemmeno io... ma di amore, si
-può proprio morire! Mi creda; non sono fantasie, poesie! È un fatto
-vero; lo vedo, in questi giorni, con i miei occhi: si muore, d'amore!
-
-La voce della vecchia ha un tremito improvviso; la sua faccia rugosa
-diventa bianca, smorta, come di cera. La duchessa si alza; si alza
-subito anche la signora Gioconda avvoltolando il giubboncino di lana
-mezzo fatto e cacciandoselo sotto il braccio. Ella, ergendosi diritta,
-fissa la sua maestosa e minacciosa avversaria con fermezza e con
-sicurezza. Non sembra più nemmeno tanto piccolina!
-
-— Lei, signora duchessa, ha parlato degnamente del decoro, del
-casato, dell'illustre e illibato nome dei Moncavallo. Io le rispondo,
-semplicemente, che tutte le donne della nostra famiglia, sono state
-donne oneste. Delle sue due figlie, entrate in casa nostra, io non
-conosco, da poter giudicare con convinzione, altro che Maria. Ebbene,
-io sono contenta, anzi sono fiera che sua figlia Maria porti il nostro
-nome. Dica questo soltanto per conto mio, e deve bastare e basterà, per
-tranquillare i timori, per dissipare gli scrupoli dell'altra sua figlia
-Remigia... e di tutte le loro amiche!
-
-La vecchia scrollando il capo e ritornando, _tic e tic e tic_, a far la
-maglia, si avvia per uscire.
-
-La duchessa è furente.
-
-— Ma lei?... Ma come?... Non andrà via così senza dir altro?...
-
-— Nient'altro. No! — Anche la vecchietta alza un po' la voce. — Che
-vuole?... Che le direi... se noi due non ci capiremo mai? Siamo fatte
-di una pasta troppo diversa! Non potremo mai... stare insieme!...
-Parole e parole, tante parole, e poi? — Sarebbe da mia parte fiato
-sprecato, e dalla sua, pazienza sprecata! Siamo agli antipodi... e
-ci dobbiamo restare. Lei, signora, ed è naturale, vede tutte le cose
-dall'alto... Io, venuta su da piccola gente, è altrettanto naturale
-che le veda, invece, terra terra... proprio come sono. Lei comprende,
-della vita, la nobiltà, la grandiosità e la sublimità... Io comprendo
-e intendo, perchè, così giù come sono, lo vedo e lo tocco con mano...
-il dolore. No! No! No! Lei è lei, io... sono io! Tutt'altra cosa!
-Persino la religione! Siamo tutte e due cristiane e cattoliche, eppure,
-vediamo un Dio assai differente: il suo fulmina; il mio perdona, e, di
-conseguenza, anche la nostra morale è diversa. Io vado a messa tutti
-i giorni, eppure non credo di far peccato, lasciando a quei due poveri
-esseri, che muoiono per aversi voluto bene, e che si sono incontrati in
-questa affezione colpevole perchè forse le altre lecite e alle quali
-avevano diritto, sono loro mancate, il conforto di vedersi in questi
-ultimi momenti. Intende, non è vero, lei, madre, le mie parole? — In
-questi ultimi momenti!
-
-La duchessa, non commossa, perchè non si è mai lasciata commuovere da
-nessuna esagerazione, ma colpita, offesa dall'audacia di quella...
-signora D'Orea, vuol rispondere e terribilmente, ma non trova le
-parole. Fa per mettersi tra l'uscio e la vecchietta; questa torna a
-sorridere pacatamente:
-
-— Vado di là. Mi lasci andare, signora duchessa, a far la sentinella a
-que' due poveretti. E, dove ci sono io, non abbiano paura di niente,
-nè per lo scandalo, nè per la morale, nè lei, nè l'altra sua figlia
-Remigia e nemmeno le loro amiche più care!
-
-
-
-
-XVII.
-
-
-Don Luciano è stato subito informato da Cincino D'Ermoli dell'arrivo
-a Roma della vecchia D'Orea, con quella perla... nera e funebre di sua
-moglie.
-
-— Ah! Ah! La zia bigotta che regge il lume!
-
-Prima un ghignetto, poi si stringe nelle spalle.
-
-— Non è il caso di essere geloso. — Che! Paolo è accidentato e
-Francesca non è più che un'ombra con gli occhi!
-
-Per certe viste, non dispiace anzi a don Luciano, l'arrivo di sua
-moglie, presso suo fratello il ministro. Tutt'altro! Socialista in
-politica, nelle finalità lontane, sta benone! Ma al presente, in
-pratica, fra gli impresari, gli agenti e... il resto, bisogna essere
-soprattutto il fratello... di suo fratello! Don Luciano D'Orea è
-passato, per ciò, naturalmente, dal partito che dichiara «il povero
-D'Orea già spedito» a quello che annunzia «l'alacre e illustre uomo in
-piena convalescenza».
-
-E... non più disprezzo per quel taccagno, senza talento! Esprimere,
-invece, ammirazione e affezione. Ciò è in urto col suo carattere
-franco, leale, e indipendente... dalla gratitudine e anche dal galateo;
-ma... ma come si fa? Bisogna rassegnarsi!
-
-«Vuolsi così colà, dove si puote». Così vuole, Fanfan!
-
-In seguito allo strepitoso successo della _Manon_, si sta preparando
-al Costanzi un altro grande avvenimento artistico: la _Fedora_,
-protagonista la signorina Trécoeur. E anche Fanfan, per via delle vie,
-fa la ministressa a sua volta, accettando suppliche, promettendo favori
-e lasciando sperare al direttore d'orchestra _un joli ruban rouge et
-blanc_.
-
-Poi... la _Scala_. Vincere la maledetta camorra, alta e bassa, della
-_Scala_!... Quel pubblico perfido e infame!... Bisogna assolutamente
-che _monsieur D'Oreà_ resti al potere e che don Luciano si mantenga,
-con lui, in ottimi rapporti, finchè lei non ha trionfato completamente
-anche alla _Scala!_
-
-Fanfan Trécoeur, a tutti gli amici e agli ammiratori che la visitano
-in casa e in camerino, dà sempre, con l'imperturbabile sicurezza di un
-qualunque signor Zaccarella, ottime notizie e particolari informazioni
-sulla salute di _monsieur D'Oreà_.
-
-— Oh, sua moglie, la Remigia, è contentissima! _Aux Anges!_ Aveva
-tanta paura di dover rinunziare alle feste di Napoli, della Spezia e
-di Venezia! Si troverà a Roma, per altro, certamente, per la grande
-_première_ della _Fedora!_... Ieri, sono arrivati gli altri parenti
-di Fiumicino per vedere _monsieur D'Oreà_ ristabilito e rallegrarsi
-con lui! La vecchia zia ricchissima, e la cognata molto bella, Maria
-Grazia...
-
-Fanfan chiama sempre Luciano, don Luciano, per tenerlo a debita
-distanza, ma usa di chiamare assai confidenzialmente, col solo nome di
-battesimo, tutte le signore _D'Oreà_ — non sa ancora pronunziare D'Orea
-— e Moncavallo. Ella si dà l'aria d'essere della famiglia e assicura i
-suoi amici che sta facendo la predica a don Luciano, per fargli mettere
-giudizio; per indurlo ad essere più amabile e più... buon marito.
-
-— Voglio restituirlo a sua moglie assai migliorato!
-
-Ella dichiara, per conseguenza, che i loro rapporti sono ristretti,
-oramai, ad una pura ideale amicizia. Quando si tratta della voce, non
-si scherza!
-
-Del resto, lui, don Luciano, innamoratissimo oggi come ieri, sempre
-furiosamente. Ma lei? Fanfan?... _Giammai!_ Con don Luciano _D'Oreà_,
-non ci ha mai messo del suo.
-
-Ci tiene questo a ripeterlo a tutti, a dichiararlo a tutti, amici,
-giornalisti, compagni d'arte: al maestro, all'impresario e ai
-porta-ceste.
-
-— Ah, no, cari miei! Anche in passato, nei pochi momenti, e molto
-insulsi, in cui era costretta... — sempre _vite! vite!_ — ad
-immolarmi... Del mio?... _Giammai! Glacé à la napolitaine!_ Io sono
-sempre stata troppo fiera! Il mio carattere si ribella! Impossibile!
-Non ho mai potuto amare l'uomo al quale devo delle obbligazioni! I cani
-soltanto, possono amare il padrone! Io, grazie a Dio, sono un'artista!
-Il mio amore è libero e disinteressato!... Tutto per niente!
-
-Anche don Luciano stesso è ben convinto, che... con la voce non si
-scherza! Anzi, è lui che ha più paura e maggiori riguardi. Guai, se la
-_Fedora_ non fosse stata un altro grande successo!
-
-Pagava cari gli applausi, ma sapeva, per prova, che avrebbe dovuto
-pagare assai più cari i fischi!
-
-— Con la voce di Fanfan... Ma anche con Fanfan non si scherza!
-
-In que' giorni don Luciano ha un gran da fare a preparare il successo.
-Lavorare il pubblico, lavorare la stampa. Inviti a colazione, a pranzo,
-gite in automobile, mettere a profitto amicizie, aderenze, influenze;
-essere più che mai il fratello... di suo fratello il ministro dei
-Lavori Pubblici.
-
-Che vitaccia, povero don Luciano! Spendere, indebitarsi, finire di
-rovinarsi... pazienza; umiliarsi, pazienza... Ma non bastava più
-telegrafare; bisognava scrivere lettere...
-
-Sicuro! Don Luciano, per il successo di _Fedora_, si rassegnava
-a scrivere alle agenzie, ai direttori dei giornali artistici, ai
-direttori dei teatri... E con tutto ciò, a sentire Fanfan, in que'
-giorni pure assai nervosa, sempre per via della _Fedora_, lui non
-faceva mai niente di bene, non sapeva muoversi, non sapeva montare
-la macchina. Era debole, era fiacco, era avaro; per farlo correre, lo
-colpiva con la solita sferzata:
-
-— Oh, mister Kennet! Quello sì, è un uomo!
-
-C'era uno scenario un po' misero? — Mister Kennet, non avrebbe mai
-permesso un orrore simile! — Il vestiarista, era in ritardo? — Oh, con
-mister Kennet, a quest'ora, sarebbe tutto pronto! Con voi, caro mio, si
-arriva sempre tardi perchè — altro che automobile! — l'omnibus! I mezzi
-di trasporto più economici!
-
-Don Luciano sapeva che a Roma si faceva già il nome del miliardario
-americano come suo associato nelle spese, ed era questo il suo spasimo,
-la sua ossessione. Gli veniva oscurata tutta la gloria... di rovinarsi
-solo per la Trécoeur!
-
-— E mia moglie?... — pensa in que' momenti di angoscia, di rabbia, di
-gelosia. — Non è tempo che la mia signora moglie ritorni a Fiumicino?
-
-Ma sopraggiunge una notizia che fa quasi svenire Fanfan dalla gioia e
-che raddoppia le pene di Luciano, non lasciandogli più tempo di pensare
-ad altro.
-
-— Il maestro Coccardè, ha risposto — _Oui: j'irai te voir!_ — Ha
-accettato di venire a Roma da Parigi per assistere alle ultime prove e
-alla prima rappresentazione della _Fedora_.
-
-— Subito! Subito! _Al Grand Hôtel!_ Il miglior appartamento! E il suo
-_Champagne!_ Non soltanto, la marca, anche l'annata!
-
-Non beve altro: se non c'è il suo _champagne_ con la marca preferita e
-l'annata migliore, il maestro Coccardè, a Roma, arrischia di morir di
-sete!
-
-Don Luciano, quando arriva il maestro, deve andarlo a prendere alla
-stazione per condurlo direttamente a teatro, dove Fanfan ha la prova.
-Niente automobile. Il maestro Coccardè li abborre: fetore e sudiciume.
-Bisogna andare in landò, e in landò chiuso in un giorno in cui si
-scoppia dal caldo. Il maestro Coccardè ha sempre freddo, è assai
-delicato di gola e porta con sè una certa tossettina seccherella che
-deve aver preso dalla _Violetta_ della _Traviata_ e che cura, come
-tutto il resto, a _Champagne_.
-
-Il maestro arriva col vagone pieno di scialli, di sporte, di bottiglie,
-di scatole, di valige e di valigette. Non bastano due facchini: anche
-don Luciano deve caricarsi di una cesta piena di commestibili e di una
-pelliccia. Il maestro Coccardè ha il cappello a cilindro, un foulard
-rosso al collo e il paltò. Saluta appena, con mal garbo, il signor
-D'Orea che abborre quanto i suoi automobili, perchè non è abbastanza
-signore, perchè è uno spilorcio, perchè non ha orecchio e forse, perchè
-anche nell'animo del maestro c'è lo stesso sentimento, come in quello
-di Fanfan, di fierezza indipendente.
-
-In carrozza, nel tragitto dalla stazione al teatro Costanzi, poche
-parole e non un ringraziamento. Ma sul palco-scenico l'incontro del
-maestro con Fanfan è commovente: l'abbraccia, la bacia, si scosta,
-l'ammira: — _Tenez, la voilà!_ — Torna a baciarla e ad abbracciarla.
-Poi le partecipa la grande notizia.
-
-— Sai, Fanfan?... Sarà qui, indubbiamente, verrà per la prima della
-_Fedora_, per il tuo nuovo, strepitoso trionfo... Indovina?
-
-— Chi?... — Fanfan ha già capito ed anche Luciano, che diventa verde.
-
-Il maestro Coccardè, si leva la tuba e si toglie dal collo il
-fazzoletto di foulard per dare la lieta notizia con più enfasi e con
-tutte le sue poche, ma belle note superstiti:
-
-— Il mio amico, il tuo amico, il nostro carissimo mister Kennet! Ha già
-fissato l'appartamento all'_Hôtel Bristol!_
-
-A Luciano si annebbia la vista. È furibondo, si sfoga contro lo
-scenografo e con i coristi, una massa di cani! Poi tace, si rode,
-s'imbroncia, seduto in un angolo del palcoscenico, finchè Fanfan lo
-manda via perchè con quel muso dinanzi, è impossibile!... Non può
-provare!
-
-— Tutte così, le donne!... Tutte così!... Ma soltanto con me! È il mio
-destino infame!
-
-Continua a bestemmiare e a brontolare per un pezzo. Poi gli viene
-un'idea: salta in una carrozzella e si fa condurre all'_Hôtel de Rome_.
-
-— Andiamo a sentire da quella mia cara signora moglie quando fa conto
-di ritornare a Fiumicino!
-
-La _botte_, con un alto ronzino giallo, sfiancato, scende mezzo al
-galoppo e mezzo al trotto da via Nazionale.
-
-Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante, prostrata sotto
-il solleone, che dardeggia fiamme infocate sui graniti delle vie e sui
-marmi dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi deserta, il
-Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso da un'improvvisa furia di
-frustate, ripiglia il galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano,
-mezzo sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo di Roma.
-Fa a piedi l'ultimo tratto, ed entra:
-
-— Che c'è?... Ch'è successo?
-
-Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione insolita
-a quell'ora, in cui non ci sono nè arrivi, nè partenze... Un via vai di
-gente affrettata, inquieta...
-
-— Che c'è?... Ch'è successo?
-
-Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente dallo
-scalone, tutto rosso, trafelato, turbato. Ha lo _stiffelius_ e il
-panciotto sbottonati, e ha in una mano alcuni foglietti; ricette,
-evidentemente.
-
-— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?...
-
-L'altro non lo riconosce nella confusione del momento e non gli
-risponde. Chiama i due fattorini dell'ascensore, e consegna all'uno
-e all'altro i vari foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo
-il nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole etere...
-ossigeno...
-
-Luciano non ha più dubbio. Suo fratello ha avuto un altro colpo.
-Corre per andar di sopra, dà una spinta, butta in là un cameriere
-che incontra, ma quando sta infilando lo scalone, sente parlare
-concitatamente nel camerino imbottito del telefono. Si ferma,
-ascolta... Riconosce la voce. Apre l'uscio di colpo, chiamando,
-gridando forte:
-
-— Signor Zaccarella!
-
-Il signor Zaccarella si volta: è pallido, sfigurato.
-
-— Che c'è? Ch'è successo?... Giacomo... è di nuovo aggravato?
-
-Il signor Zaccarella rimane muto un istante... Lo guarda fisso, volge
-intorno un'occhiata circospetta, poi gli si avvicina, tenendo sempre
-nella mano il comunicatore e gli sussurra piano all'orecchio:
-
-— È spirato or ora. Ma silenzio, con tutti. Prima di dare la notizia
-bisogna aspettare le istruzioni di Sua Eccellenza il Presidente del
-Consiglio!
-
-
-
-
-XVIII.
-
-
-La salma dell'onorevole D'Orea, di Sua Eccellenza il ministro
-dei Lavori Pubblici, è stata esposta in una sala del primo piano,
-trasformata in cappella ardente.
-
-L'addobbo, in drappo nero e fregi d'argento, è sfarzoso, pesante: in
-fondo, contro la parete di fronte all'ingresso, il letto piccolo e
-molto semplice, nel quale Giacomo aveva sempre dormito ed è morto. A'
-piè del letto, in due enormi candelabri d'argento massiccio, ardono
-quadruplici ceri istoriati e dietro il letto, sul fondo nero della
-parete a gramaglia, si apre come un'aureola verde, un grande trofeo
-di fronde di palme e d'altre piante. Il cadavere giace disteso rigido
-sulla coltre bianca, la testa alquanto eretta, sopra due guanciali.
-
-Veste l'uniforme rabescata di ministro, il petto costellato di
-decorazioni, attraversato dalla fascia verde di grande uffiziale; al
-collo, le varie commende. Tutte queste insegne appartengono al generale
-D'Entracques che le ha offerte per la circostanza. Giacomo, non ne ha
-mai posseduta una. Nelle mani in croce sul petto, un umile e vecchio
-rosario che mette la sua parola di dolore sincero e di benedizione,
-nella pompa volgare e profana del lutto ufficiale. Pure sulle coltri,
-una semplice rosa: nessun altro fiore nella camera.
-
-Di Giacomo D'Orea morto, nessuno avrebbe potuto dire la solita frase
-banale: sembra che dorma! — No, Giacomo D'Orea è morto e apparisce
-morto nella pietrificazione repentina del corpo, nel disfacimento
-squallido del volto, in qualche cosa di torbido e d'inquieto, che i
-dolori e le intime lotte hanno impresso su quel volto scarnito.
-
-Nell'antisala, divisa da una sola parete da quella camera dove tutto
-è silenzio, pace, riposo, ferve un brulichio sommesso, ma incessante,
-concitato, una repressa intensità di vita... determinata dalla morte.
-È l'ufficio del lutto nazionale, espresso nei giornali di tutte le
-città e di tutte le regioni, nei telegrammi, che dopo quello di Sua
-Maestà il Re, continuano ad affluire a fasci, ed anche delle visite
-per le quali donna Remigia D'Orea, inconsolabile, ma ammirabile per
-fortezza d'animo, ha tacitamente iniziato, guidata dai consigli del
-D'Entracques, un cerimoniale proprio, abilissimo. Assai elegante,
-ella sembra più grande e fatta più donna dall'abbigliamento semplice
-di pizzo nero. È circondata dalla madre, la duchessa Cristina e dal
-principe di Sant'Enodio, creati e messi al mondo apposta, per una
-così solenne cerimonia. Mimì Carfo, spettinata, mal vestita di nero,
-col viso smorto, disfatto dalla stanchezza e dalle lacrime, eseguisce
-come un automa tutti gli ordini che riceve sottovoce, da Remigia e dal
-D'Entracques.
-
-Donna Remigia, oltre ad essere «ammirabile per fortezza d'animo» è
-ammirabile pure «per la sua forza di resistenza». Ella, attenta, vigila
-su tutto, risponde a tutti. Non ha più alcun bisogno nè di cibo, nè
-di sonno. Rimane al suo posto sicura, facendo sempre prevalere la sua
-volontà, — che è poi quella del D'Entracques, — in ogni cura, in ogni
-particolare, in ogni rapporto determinato dalla disgrazia.
-
-Sulla soglia d'accesso, il signor Zaccarella ritira i telegrammi da
-un usciere del Ministero: un impiegato di gabinetto li apre, li porge
-a donna Remigia che li scorre rapidamente e ne trattiene uno o due
-su dieci, i più importanti, che fa leggere anche al D'Entracques.
-Tutti gli altri, i telegrammi consueti dei sindaci, delle deputazioni
-provinciali, dei Circoli, delle Associazioni vengono distribuiti a
-due altri impiegati che, seduti ad un gran tavolo sotto la finestra,
-lavorano febbrilmente a farne lo spoglio per i comunicati al Ministero
-e alla _Stefani_.
-
-La duchessa è in ammirazione dell'Idola, ma è anche inquieta:
-
-— Tanta forza d'animo, tanta forza di resistenza, un coraggio tanto
-ammirabile, non finiranno poi per abbattere la sua fibra così gracile e
-delicata?
-
-La duchessa Cristina comunica i suoi dubbi, le sue pene al generale
-D'Entracques che cerca di tranquillarla, pur non essendo egli stesso
-del tutto tranquillo, tanto che sovente ripete a Remigia, sottovoce:
-
-— Non abusi... di lei stessa...
-
-Ella lo guarda, si passa il fazzoletto su gli occhi e sospira:
-
-— Povero Giacomo!
-
-Poi si volta al signor Zaccarella che le mostra il brano di un giornale
-in cui è meglio rilevato «lo spettacolo ammirabile, di fermezza, di
-coraggio, di abnegazione, offerto dalla giovine vedova del ministro,
-nel lutto improvviso, nel grande dolore che l'ha così fieramente
-colpita».
-
-
-Il treno corre via rapidissimo per la campagna romana grave d'afa
-e d'immobilità, chiara e triste nell'albore diffuso della luna che
-declina. Tutti i vetri sono calati, eppure non un lieve respiro di
-brezza tempera la notte arsa. E va il treno attraverso il paesaggio
-pallido, smorto, tra il sonno malinconico delle alberelle disperse,
-e la gran veglia spettrale degli acquedotti romani... Da lontano, a
-intervalli, lustrano, come lamine d'acciaio fuso, sprazzi di mare.
-
-Le due signore, la zia Gioconda e Maria, sole nello scompartimento,
-sedute l'una in faccia all'altra, pare che evitino studiosamente
-d'incontrarsi con gli occhi. Ma la vecchia, talora, come riscotendosi
-da un'assenza del pensiero, si sorprende con lo sguardo sulla giovine.
-Allora un sorriso scialbo le si abbozza sul volto, poi ancora si
-volge a contemplare la campagna che fugge, che fugge in tristezza
-infinita. Un fischio lungo spezza l'aria; la vecchia curva e macera ne
-rabbrividisce. Ella guarda Maria... tutto il pallore della luna sembra
-morirle sul viso sbianco attraversato da una riga di capelli, lunga e
-nera, come una ferita. La vede sussultare nelle spalle così pietosa,
-così vinta; stende le mani secche e tremanti, stringe, stringe forte la
-mano di lei e le sussurra:
-
-— Come ti senti?
-
-Maria non la guarda; ha gli occhi fissi nel vuoto. Risponde con la voce
-che si spegne:
-
-— Male...
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-Opere di Gerolamo Rovetta
-
-
-Romanzi e Racconti:
-
- =Mater Dolorosa=, romanzo.
- =Il tenente del Lancieri=, romanzo.
- =L'Idolo=, romanzo.
- =Baby=, romanzo.
- =Ninnoli=, racconti.
- =Il processo Montegù=, romanzo.
- =Le lacrime del prossimo=, romanzo.
- =Sott'acqua=, romanzo.
- =Il primo amante=, romanzo.
- =Tiranni minimi=, racconti.
- =La Baraonda=, romanzo.
- =La Signorina=, romanzo.
- =Novelle.=
- =Casta Diva=, novelle.
- =La moglie di Sua Eccellenza=, romanzo.
-
-Teatro:
-
- =Un volo dal nido=, commedia in tre atti.
- =La moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti.
- =In sogno=, commedia in quattro atti.
- =Gli uomini pratici=, commedia in tre atti.
- =Scellerata!....= commedia in un atto.
- =Collera cieca!=, commedia in due atti
- =La contessa Maria=, dramma in quattro atti.
- =La trilogia di Dorina=, commedia in tre atti.
- =I Barbarò=, commedia in un prologo e quattro atti.
- =Marco Spada=, commedia in quattro atti.
- =La cameriera nova=, comm. in due atti, in dialetto veneziano.
- =Alla Città di Roma=, commedia in due atti.
- =La Realtà=, dramma in tre atti.
- =Madame Fanny=, commedia in tre atti.
- =Principio di Secolo=, dramma in quattro atti.
- =I disonesti=, dramma in tre atti.
- =Il ramo di ulivo=, commedia in tre atti.
- =Il Poeta=, commedia in tre atti.
- =Le due coscienze=, commedia in tre atti.
- =La moglie giovane=, commedia in quattro atti.
- =A rovescio!=, commedia in un atto.
- =Romanticismo=, dramma in quattro atti.
- =La Baraonda=, dramma in cinque atti.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA ***
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-Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta
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-
-
-Title: La moglie di Sua Eccellenza
-
-Author: Gerolamo Rovetta
-
-Release Date: December 24, 2016 [EBook #53801]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
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-
-
-
-
-
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-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-La moglie di Sua Eccellenza
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-GEROLAMO ROVETTA
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-La moglie<br />
-di<br />
-Sua Eccellenza
-</p>
-
-<p class="pad2">
-ROMANZO
-</p>
-
-<p class="small">
-Edizione XIII.
-</p>
-
-<p class="pad6">
-MILANO<br />
-<span class="small"><span class="smcap">Casa Editrice</span> BALDINI, CASTOLDI &amp; C.</span><br />
-<i>Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80</i><br />
-<span class="small">1910</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-Tutti i diritti di traduzione e di riproduzione riservati all'autore
-</p>
-
-<p>
-Poligrafia Italiana (Soc. An.), Milano, Via Stella, 9.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p>
-
-<h2>PARTE PRIMA.</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span></p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Piove. Il biondo e rubicondo signor Trüb, seniore,
-il socio gerente della <i>Tête-pointue</i> a Villars-Ollon,
-attraversa frettoloso, con i soliti inchini, sgambetti
-e saltetti, l'atrio oscuro e basso dell'albergo, in quell'ora
-mattutina già brulicante di forestieri; si ferma
-sul portone, alza gli occhi verso il cielo bigio... poi
-si avanza fin a mezzo all'alta terrazza, stendendo le
-mani aperte: piove.
-</p>
-
-<p>
-— Tempo ladro!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb si tira giù con due dita e si ferma
-sul naso gli occhiali d'oro, che porta in mezzo
-alla fronte, e continua, borbottando, le osservazioni
-meteorologiche.
-</p>
-
-<p>
-— Acqua!... Presto!... A catinelle!
-</p>
-
-<p>
-Infatti le tre punte della <i>Dent du Midi</i> sono coperte
-da un'enorme cappa di piombo e il dorso della
-grande montagna nera e rocciosa è sparso, qua e
-là, di bianchi nuvoloni che si rincorrono spinti dal
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-vento, si allungano, si assottigliano, sembrano quasi
-dileguarsi; ma poi ritornano e si riallacciano
-accavallandosi, più densi e più gonfi.
-</p>
-
-<p>
-— Tempo ladro! Ti domandavo un po' di sole,
-soltanto per oggi e per domani!
-</p>
-
-<p>
-Il largo piano della valle sottostante, attraversato
-dalla striscia torbida del Rodano, i bianchi villaggi
-delle due rive, i <i>Châlets</i> disseminati sul pendio dei
-monti raggruppati lungo la curva delle colline,
-tutto, insomma, il vasto paesaggio così verde, così
-vario e così colorito, sparisce a mano a mano sotto
-la nebbia fumicosa che si avanza e si diffonde, mentre
-le prime gocce cominciano a crepitare qua e là
-sulla terrazza.
-</p>
-
-<p>
-— Non ti domando, Giove cane, altro che un po'
-di sole oggi e domani! Per rimpolpettarmi le ossa!
-Una grande famiglia di prim'ordine! Otto signori e
-dieci persone di servizio!
-</p>
-
-<p>
-L'albergatore volge gli occhi dalla parte di Ginevra:
-buio; ancora più buio!
-</p>
-
-<p>
-— Ahi! Ahi!... Quando la burrasca viene dal lago,
-ce n'è per una settimana!
-</p>
-
-<p>
-Ad un tratto, per quanto il cielo continui a rabbuiarsi,
-la faccia del signor Trüb si rischiara.
-</p>
-
-<p>
-È uscito sulla terrazza un cliente del primo piano, — camera
-d'angolo con salotto; — il barone Marco
-Danova.
-</p>
-
-<p>
-— Signor barone, buon giorno! I miei rispetti, signor
-barone!
-</p>
-
-<p>
-Ma il signor barone, un ex veneziano che in Alessandria
-d'Egitto a furia di rubare milioni ha perduto
-persino la pronunzia, non risponde ai profondi salamelecchi.
-È furente: il naso adunco sembra un becco
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-minaccioso; il viso tondo, circondato dalla corta
-barbetta nera — troppo nera! — non è più giallo,
-ma verde.
-</p>
-
-<p>
-— Al diavolo voi, e i vostri prognostici! Piove!...
-Non vedete? Piove! — Il terribile barone aggrotta
-le ciglia fissando il povero albergatore e incrocia le
-braccia sul petto. Rispondete, uomo barometro. Piove,
-sì o no?
-</p>
-
-<p>
-— Quattro goccet...tine! — Il signor Trüb sorride
-amabile e rimane curvo a mezzo inchino. — Quattro
-goccettine, ma non fa niente!
-</p>
-
-<p>
-— Come «non fa niente?»
-</p>
-
-<p>
-— Voglio dire, signor barone, una piccola burraschet...tina
-di passaggio! Domani...
-</p>
-
-<p>
-L'egizio <i>venezian</i> diventa ancora più verde.
-</p>
-
-<p>
-— Domani? È una settimana che dite sempre domani,
-e diventa persino una indecenza! Diciotto ore
-di ferrovia da Milano, cinque ore di carrozza e salire
-mille trecento metri... per annegare!
-</p>
-
-<p>
-Il rubicondo Trüb, all'uscita tanto arguta del briosissimo
-signor barone, dà in una risata formidabile,
-rialzandosi gli occhiali sulla fronte.
-</p>
-
-<p>
-— C'è poco da ridere! C'è da fare le valige e scappare,
-magari in barca!
-</p>
-
-<p>
-L'albergatore si caccia le mani, disperato, nei capelli
-folti e crespi.
-</p>
-
-<p>
-— Partire? Adesso? Quando comincia il bel
-tempo?
-</p>
-
-<p>
-— Comincia? — La voce del signor barone sembra
-un ruggito e un grugnito. — Comincia?
-</p>
-
-<p>
-— È... è la coda! È la fine! Tutte le previsioni
-sono più che favorevolissime! Il barometro si alza!
-La corda del <i>lift</i> è molle, molle, molle...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Finitela! Non avete mai detto una volta che
-la corda è dura, e piove sempre!
-</p>
-
-<p>
-— Si persuada, signor barone! E poi... Senta, signor
-barone: le voglio dire una cosa sola. Se non
-la smette questo Giove cane, sarebbe un assassinio!
-No! No! Impossibile! Io sono sempre stato fortunato
-e porto fortuna ai miei forestieri! Anche l'anno
-scorso...
-</p>
-
-<p>
-— Avanti, avanti! Che cosa devo sentire?
-</p>
-
-<p>
-— Ho ricevuto stamattina un telegramma... Devo
-averlo qui! — L'albergatore lo cerca, ma non lo trova. — Si
-tratta di una grande famiglia italiana!
-Un mazzetto, proprio <i>chic</i>, di signore giovani, bellissime.
-</p>
-
-<p>
-Il naso-becco del barone Danova ha una vampa e
-un tremolìo. Di signore giovani e belle egli aveva
-già notata e deplorata la mancanza alla <i>Tête-pointue</i>.
-L'altro, continua imperturbabile:
-</p>
-
-<p>
-— Prenderebbero tutto il grande appartamento
-della balconata, al primo piano, con due balconi, e
-un altro appartamento al secondo. Otto signori e dieci
-servitori che mi riempirebbero appunto anche il terzo
-e quarto piano! — Sette od ottocento franchi al
-giorno! Capirà, signor barone, se piove oggi o domani,
-quando la comitiva è a Bex, invece di scendere
-dal treno, tira diritto! Garantisco, garantisco
-io: per domani una splendida giornata!... Vede?
-Vede? Si volti! Guardi le punte dei <i>Diablerets:</i> cominciano
-a scoprirsi!
-</p>
-
-<p>
-— Non bisogna guardare la <i>Dent du Midi?</i>
-</p>
-
-<p>
-— La sera; ma la mattina il grande oroscopo, infallibile...
-sono i <i>Diablerets</i>.
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova rimane scosso da tanta sicurezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora, finalmente, potrò fare questa famosa
-gita al <i>Chamossaire?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! — Il signor Trüb si offende quasi al
-minimo dubbio. — Lei, signor barone, vada tranquillo
-a fare la sua brava colazione e per domani penso
-io: sveglia alle sei, — basta alle sei, — e alle sei
-e mezzo, tutto pronto: cavalcatura, guida e un bel
-sole... di prim'ordine!
-</p>
-
-<p>
-La promessa d'un bel sereno per il giorno dopo
-è sempre, anche quando ci si è abituati, uno dei
-pochi godimenti che offra la montagna quando piove.
-Marco Danova, rabbonito, apre l'ombrello e, dopo
-aver raccomandato al signor Trüb che il mulo sia
-tranquillo e la guida sicura, se ne va con passo quasi
-automatico, alzando una dopo l'altra le gambette
-ad arco e dondolandosi, tutto pancetta.
-</p>
-
-<p>
-La nebbia, continua a salire a salire, a correre,
-ad addensarsi più rapidamente. Ad un tratto, un raggio
-di sole pallido, obliquo, attraversa e rompe il
-fitto tendone: appare in una tinta giallastra la curva
-di una collina... poi la punta di una roccia e subito
-un rovescione, con una raffica di vento così impetuosa
-che porta il signor Trüb, come di volo, dentro
-l'albergo.
-</p>
-
-<p>
-Grida, strilli e le più furiose e varie invettive internazionali
-echeggiano sotto l'atrio. Le signore hanno
-paura del temporale: si chiudono le finestre, si
-accende la luce elettrica. Il signor Trüb, mogio, mogio,
-sgambetti, saltetti e via di corsa per rifugiarsi
-nel <i>bureau!</i> Ma lì, proprio sull'uscio, mentre si
-asciuga con il fazzoletto le mani e l'abito, ecco
-quella strega verde e brontolona di missis Eyre:
-</p>
-
-<p>
-— Bella <i>ciornata</i>, signor Trüb!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-</p>
-
-<p>
-Missis Eyre, — terzo piano, camera di dietro, senza
-balcone, — riceve un inchino, niente più del necessario.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi; sono in ritardo; ho la corrispondenza
-ancora da guardare...
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb, si avvicina alla scrivania, e comincia
-ad aprire, a sfogliare le lettere che vi sono
-ammucchiate.
-</p>
-
-<p>
-Missis Eyre, tien duro.
-</p>
-
-<p>
-— E così?... I D'Orea e i Moncavallo, verranno da
-Aigle o da Bex?
-</p>
-
-<p>
-— Vedremo. Secondo... il tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Vedere?... Piove che Dio la manda! Che cosa
-volete vedere? Il Diluvio universale?
-</p>
-
-<p>
-— Che diluvio? Domani, sole! Garantito!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Cià</i>. A Villars sempre così. Piove oggi, e fa bel
-tempo... domani!
-</p>
-
-<p>
-Brontola, brontola, ma a missis Eyre, poco importa
-della pioggia o del bel tempo. Ella, invece, vuol
-sapere se i D'Orea e i Moncavallo faranno la salita
-da Aigle, in carrozza, e con quanti landò, oppure da
-Bex in ferrovia elettrica, con un treno espresso, o
-con l'ordinario. Vuol sapere il numero delle persone
-di servizio, il numero dei bauli, e se i D'Orea e i
-Moncavallo pranzeranno <i>à table d'hôte</i> o al <i>restaurant</i>,
-a pensione o alla carta. Vuol sapere, se a
-quella grande «baraonda italiana» è stato fissato
-il solo appartamento del primo piano, oppure anche
-le camere disponibili del secondo. Vuol sapere, ed è
-questo che più le preme, se la «marmaglia del servidorame»
-sarà mandata su, al quarto piano, come
-è l'uso e la convenienza, oppure se quel vero oste
-esoso e volgare del signor Trüb matura nell'animo
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-l'indelicatezza e la prepotenza di cacciarne una parte
-anche al terzo e persino... nel suo corridoio!
-</p>
-
-<p>
-È tutto questo che la turba, che l'agita, che la
-tiene in ansia e in curiosità. Ed è così tutti i giorni
-e tutto l'anno: il suo divertimento, i suoi discorsi,
-le sue dispute, le sue scommesse, sempre lì! Chi arriva
-e chi parte dall'albergo. Il suo mondo, d'estate,
-è la <i>Tête-pointue;</i> d'autunno, Villa d'Este, sul lago
-di Como; d'inverno, l'<i>hôtel-Royal</i> a San Remo. E la
-sua occupazione costante di tutto l'anno e in tutti
-gli alberghi, è quella di far valere, per sè, tutti i
-diritti e i vantaggi che le accorda la pensione, e di
-far osservare agli altri, scrupolosamente, tutte le
-leggi e le prescrizioni e le interdizioni della sala di
-lettura, della sala di conversazione, della sala di musica
-e di ballo. Se appena appena missis Eyre vede
-accendere una sigaretta fuori dal fumatoio — subito
-pronto — manda un cameriere a farla spegnere. Se
-manca un giornale, per un momento, nella sala di
-lettura, si precipita dal portiere a gridare e a strepitare;
-se alle undici in punto il pianoforte non si
-ferma a mezzo della battuta, la mattina dopo, prima
-del caffè e latte, ecco tanto di reclamo «specificato»
-nella sala della direzione. Il grido della sua anima è
-uno e trino: <i>proibito-defendu-verboten</i>.
-</p>
-
-<p>
-Che importa a missis Eyre della pioggia o del bel
-tempo?... Non fa mai una escursione perchè soffre
-«di giramento»; non va mai in carrozza per economia,
-non esce mai dall'albergo, certo per il timore
-che qualche «ineducatissimo» colga l'occasione per
-impadronirsi della sua poltroncina, del suo tavolino,
-del suo giornale o del suo solito posto al suo solito
-balcone della veranda. Acqua o sole... non ne prende
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-mai. Missis Eyre si gode il lago, il mare, la montagna,
-sempre dalla finestra!
-</p>
-
-<p>
-— L'autunno scorso, a Villa d'Este, per soli quindici
-<i>ciorni</i>, quella gente aveva portato cinquantotto
-bauli! Non si poteva più camminare nel corridoio!
-Tutto pieno!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb, non potendo liberarsi della vecchia,
-pensa di ottenerne, almeno, qualche utile informazione.
-</p>
-
-<p>
-— Gente... che spende?
-</p>
-
-<p>
-— Gente disordinata! Confusione, gridamento, rivoluzione!
-Portieri, camerieri, giornali, biliardo, pianoforte,
-<i>tennis</i>, tutto per loro! I forestieri s'indispettiscono
-e partono!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb non s'inquieta:
-</p>
-
-<p>
-— Grande famiglia?... Titolata?
-</p>
-
-<p>
-— I Moncavallo sono di Napoli! Funiculì-Funiculà!
-Molti titoli: duchi, principi, marchesi, ma niente
-capitali. I D'Orea sono di Bologna. Molti capitali, ma
-niente titoli. Molini e mortadella. Una Moncavallo,
-bellissima, ha sposato il cavalier Luciano D'Orea che
-spende tesori per la Fanfan Trécoeur, la celebre canzonettista
-delle <i>Folies Parisiennes</i>, dalle gambe irresistibili!
-Ve la farò vedere.
-</p>
-
-<p>
-— È qui?...
-</p>
-
-<p>
-— No. Vi farò vedere la cartolina. Adesso la Fanfan
-vuol andare in Italia a studiare. Vuol far carriera.
-Vuol arrivare alla Scala di Milano! Ha però,
-di buono, che è tisica. Per questo i Moncavallo, vivono
-in speranze e intanto... — pazienza e <i>tutti cito</i> — come
-dicevano a Villa d'Este!
-</p>
-
-<p>
-Suonano le dieci, l'ora della posta. Missis Eyre si
-alza: deve andare per essere la prima ad impadronirsi
-del <i>Times</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E la carovana della servitù? Avrete posto per
-tutti, al quarto piano?
-</p>
-
-<p>
-L'albergatore capisce l'antifona, ma non si sgomenta.
-</p>
-
-<p>
-— All'occorrenza ci sono molte camere libere anche
-al terzo!
-</p>
-
-<p>
-Ecco! Proprio vero! Quell'oste esoso e spilorcio,
-non ha nessun ritegno!
-</p>
-
-<p>
-— Spero bene, che in questo caso, ci saranno ordini
-severissimi. Niente chiasso nel corridoio!
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti.
-</p>
-
-<p>
-— Proibitissimo alla mattina di pulire i panni e
-alla sera di farvi conversazione! Siamo intesi.
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti.
-</p>
-
-<p>
-L'aristocratica missis non è tranquilla. Si avvia
-verso l'uscio con le ciglia aggrottate, poi si ferma e
-si volta dura, diritta, come un palo.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi è giovedì?
-</p>
-
-<p>
-— Oggi... è giovedì.
-</p>
-
-<p>
-— Favoritemi carta e busta.
-</p>
-
-<p>
-— A lei!
-</p>
-
-<p>
-— Vado a scrivere al colonnello, a mio marito. La
-lettera impostata il giovedì, trova le coincidenze e
-arriva a Calcutta in soli venti <i>ciorni</i>. Adesso si fa
-presto!
-</p>
-
-<p>
-Il colonnello Eyre ha percorsa tutta la sua lunga
-carriera, rimanendo sempre alla distanza... di una
-ventina di giorni da sua moglie. In quanto a missis
-Eyre, che gli è sempre stata fedele, senza nemmeno
-accorgersene, richiama l'immagine del consorte
-guerriero quando solo la crede necessaria per far
-ben valere la propria autorità.
-</p>
-
-<p>
-— Ricordarsi anche questo, signor Trüb! Non voglio
-sentire odor di sigaro. Buon <i>ciorno!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Buon giorno.
-</p>
-
-<p>
-Ma, ancora, non è l'ultimo saluto. Si ferma sulla
-soglia:
-</p>
-
-<p>
-— Altra cosa. A Villa d'Este quella.. compagnia
-di gente, aveva due cani, orribili, che entravano da
-per tutto, correndo, saltando, abbaiando, facendo la
-<i>ciostra</i>. Qui, tener cani, proibitissimo!
-</p>
-
-<p>
-Missis Eyre, volendo dar più forza al comando,
-sbatte l'uscio con violenza e se ne va impettita, alla
-militare, come il consorte colonnello.
-</p>
-
-<p>
-— Al diavolo, carcassa ruminante! Pensione di
-favore, mai un <i>extra</i> e tutte le pretese!
-</p>
-
-<p>
-Va, sbuffando, alla finestra: non ci si vede un
-palmo di là dal naso! Acqua, acqua, un'acqua fitta
-che vien giù a dirotto, ma senza vento.
-</p>
-
-<p>
-— Due giorni così, e non ho più che la vecchia
-nell'albergo.
-</p>
-
-<p>
-<i>Driiin!</i>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb è chiamato al telefono: comunicazione
-con Bex.
-</p>
-
-<p>
-— Pronti!
-</p>
-
-<p>
-.... — Domandano da Bex, se su, a Villars, piove.
-</p>
-
-<p>
-— Va rischiarandosi!... Sì!... Avremo bellissimo
-tempo!... Garantisco!... Con chi parlo?
-</p>
-
-<p>
-.... Gli vien risposto un nome che subito non
-ricorda:
-</p>
-
-<p>
-— Zaccarella?... Chi è questo Zaccarella?
-</p>
-
-<p>
-— Avete detto Zaccarella?... Va bene; ho capito!...
-Sì!... Avete già scritto per fissare le camere?
-</p>
-
-<p>
-.... La risposta è tale che il signor Trüb fa un
-saltetto di gioia.
-</p>
-
-<p>
-Sono loro! Sono a Bex! Sono fermi a Bex per
-salire a Villars! Zaccarella è il corriere, il maggiordomo
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-o il... procuratore della grande famiglia italiana!
-</p>
-
-<p>
-Ormai ci sono, e non scappano più!
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo!... Sì! alle tre e cinquanta!... — Benissimo!... — Il
-signor Trüb, distrattamente, si
-è tirato gli occhiali sul naso per sentir meglio, la sua
-voce si è fatta più graziosa e, ascoltando e rispondendo,
-continua a fare inchini, come se lì, al posto
-del telefono, fossero schierati i Moncavallo e i D'Orea,
-tutti gli otto signori e i dieci servitori.
-</p>
-
-<p>
-.... — Al <i>restaurant?</i>... — Benissimo!
-</p>
-
-<p>
-.... — Alle sette?... — Benissimo! Grazie! Profondi
-rispetti! Grazie!
-</p>
-
-<p>
-<i>Driiin!</i>
-</p>
-
-<p>
-La comunicazione è tolta e il signor Trüb corre
-a sonare alla tabella dei campanelli elettrici, vicino
-alla scrivania. Chiama il segretario, il portiere, il
-direttore dell'albergo, il capo cameriere del <i>restaurant</i>
-e dà tutti gli ordini necessari, con grandi raccomandazioni
-e con un certo tono di solennità.
-</p>
-
-<p>
-— Il pranzo alle sette. E rispondere che al quarto
-piano, non c'è più posto. Le persone di servizio, tutte
-al terzo. È assai più comodo per i padroni e si può
-far pagare doppia pensione. È gente che non bada
-a spendere! Sono due famiglie di primissimo ordine!
-Basta servirle bene!
-</p>
-
-<p>
-Il biondo e rubicondo signor Trüb è gongolante.
-Egli s'infischia adesso del tempo ladro e anche delle
-saette! Ormai ci sono e non scappano più!
-</p>
-
-<p>
-— Finchè piove vorranno certo fermarsi, per
-aspettare il sereno!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Nella veranda quasi deserta, missis Eyre, sdraiata
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-sulla sua poltrona, nel vano del suo balcone, e col
-suo <i>Times</i> non ancora aperto sulle ginocchia, è beatamente
-assorta nella contemplazione dell'acqua che
-sbatte furiosamente e corre in grossi e spessi goccioloni
-lungo i cristalli:
-</p>
-
-<p>
-— Diluvia! Diluvia!
-</p>
-
-<p>
-Missis Eyre lo sa per esperienza, si sta veramente
-bene in un albergo, soltanto quando è mezzo vuoto,
-e persistendo l'orribile tempaccio, anche «la baraonda
-italiana» sarebbe passata da Bex senza fermarsi!
-Certissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Diluvia! Diluvia!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span></p>
-
-<h3>II.</h3>
-</div>
-
-<p>
-— A Bex? Dobbiamo restare a Bex fino alle tre?
-</p>
-
-<p>
-— Con la pioggia e col vento?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto il giorno fermi in stazione?
-</p>
-
-<p>
-— Dio che noia! Ma c'è da <i>morïre</i> di noia!
-</p>
-
-<p>
-— Signor Zaccarella!... Signor Zaccarella! — gridano
-insieme varie voci infuriate.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella non risponde; forse non può
-sentire. Lo si vede scalmanarsi in fondo alla tettoia,
-in mezzo al fracasso, tra i facchini e i servitori che
-hanno appena due minuti di fermata per trasportare
-tutto il bagaglio; sessanta colli di bagaglio!
-</p>
-
-<p>
-— O Rosalì! — La vecchia duchessa di Moncavallo
-si volta verso suo fratello, il principe Rosalino
-di Sant'Enodio, che vede sempre intento a studiare
-l'orario. — O Rosalì! Un'altra corsa non c'è? Non
-si può partire più presto per Villars?
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è. Cristina cara; non c'è!... Abbiamo perduta
-la coincidenza!... Sai che gli orari in Isvizzera
-sono fatti apposta dagli albergatori per far perdere
-le coincidenze!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E colazione?
-</p>
-
-<p>
-— Dove si fa colazione?... In questo piccolo buco
-di caffè?
-</p>
-
-<p>
-— Hanno il coraggio di chiamarlo <i>Le grand restaurant
-de la gare!</i>
-</p>
-
-<p>
-— È un orrore, zio Rosalì!
-</p>
-
-<p>
-— È impossibile!
-</p>
-
-<p>
-Si torna a chiamare, a invocare il signor Zaccarella.
-Questi fa cenno con la mano di aspettare, di
-aver pazienza.
-</p>
-
-<p>
-— Vengo subito!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella sudato, trafelato, si arrabbia e
-gesticola come un ossesso.
-</p>
-
-<p>
-— Non basta far presto a scaricare! Bisogna far
-presto anche a portar la roba al riparo, all'asciutto,
-o va alla malora! E le bollette?... Presto! Le bollette!
-Bisogna riscontrare il numero delle bollette!
-</p>
-
-<p>
-Con tutta quella roba, con tutto quel da fare, c'è
-un solo impiegato rintontito che non sa spiegarsi in
-nessuna lingua, e un capo-stazione mutria, sempre
-fermo e che non fiata!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella grida, continua a gridare ingarbugliando
-il francese, il tedesco e l'italiano. Come
-lui e attorno a lui, gridano tutti. I servitori con i
-facchini, i facchini con i servitori: e le cameriere, — che
-hanno perduto «il sacco rosso con il <i>nécessaire</i>
-di donna Maria Grazia» e «l'astuccio più
-grande con i colori e i pennelli della duchessina Remigia» — strepitano
-a loro volta fermando i duri
-e arcigni conduttori del treno che stizziti da quella
-confusione babelica le piantano bestemmiando e
-sbattendo gli sportelli. E con tanto baccano, con
-tanto disordine, con tanta furia di far presto, sempre
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-l'acqua che viene a dirotto... e sempre, fra le
-gambe, due piccoli barboncini neri, legati insieme
-con una catenella d'argento, che corrono di qua di
-là, annusando, cercando i padroni, sempre abbaiando,
-abbaiando disperatamente, finchè i viaggiatori
-sono tutti a posto, finchè tutto è chiuso, pronto per
-la partenza, finchè batte a campanella, il mostro
-fischia e il treno riparte, finalmente, ansando, sbuffando,
-lasciando dietro di sè grandi nuvole di fumo...
-poi la quiete e il silenzio nel bigio uniforme della
-campagna triste e deserta.
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi! — Il bagaglio è tutto a posto sotto la
-tettoia e il signor Zaccarella corre vicino al gruppo
-delle signore e dei signori. — Eccomi, donna Maria!
-Domando scusa, signora duchessa! Con queste marmotte
-di svizzeri, c'è da perdere la testa!
-</p>
-
-<p>
-— E colazione? Avete pensato dove si fa colazione? — ripetono
-insieme la duchessa e il principe
-Rosalino. La bellissima donna Maria Grazia D'Orea,
-la figlia maggiore della Moncavallo, appoggiata con
-un braccio al suo alto ombrellino da passeggio, non
-dice più una parola; non ascolta, non bada agli
-altri. I suoi grandi occhi neri e pensosi guardano
-lontano; il quadro di mestizia che la circonda, è
-penetrato anche nella sua anima.
-</p>
-
-<p>
-— Si fa colazione al <i>grand hôtel de Bex!</i> — risponde
-il signor Zaccarella. — Ho fissato due landò...
-</p>
-
-<p>
-— Pronti, capitano! — interrompe Pasquale, il
-maggiordomo. — Vengono adesso!... Dall'altra parte
-della stazione!
-</p>
-
-<p>
-— Per far presto, ho telegrafato da Losanna!
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-</p>
-
-<p>
-Donna Maria Grazia si riscote con un brivido:
-quel freddo improvviso della burrasca in montagna
-l'ha intirizzita.
-</p>
-
-<p>
-— Per me, non c'era niente a Losanna, signor
-Zaccarella?
-</p>
-
-<p>
-— No, donna Maria.
-</p>
-
-<p>
-— E qui, all'ufficio del telegrafo?... — La voce di
-donna Maria non è alta, ma chiara: accarezza l'orecchio
-con una lenta cadenza musicale — È stato
-a vedere?
-</p>
-
-<p>
-— No!..
-</p>
-
-<p>
-— Subito! Faccia presto! <i>Lucïano</i> può aver già telefonato
-da <i>Parïgi</i> se arriverà da Bex o da Aigle!
-</p>
-
-<p>
-Anche i due <i>ï</i> di Luciano e di Parigi sono accarezzanti
-dolcemente mentre vengono pronunziati.
-Eppure, a donna Maria Grazia, i dispacci del marito, — lettere
-egli non ne scrive mai, — sono più cagione
-di timore che di speranza.
-</p>
-
-<p>
-— Faccia presto! La prego! E si ricordi: bisogna
-lasciare il nostro indirizzo di Villars!
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella è già alla ricerca dell'ufficio
-telegrafico. Più della preghiera della signora, è il
-nome del padrone che lo fa correre.
-</p>
-
-<p>
-— Per di qua, capitano!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, comandante onorario delle
-guardie forestali e campestri della nobile famiglia,
-è chiamato <i>capitano</i>, per adulazione, ma soltanto
-dai servitori.
-</p>
-
-<p>
-— L'uscio laggiù!... A sinistra, capitano!
-</p>
-
-<p>
-Il capitano continua a correre, sparisce in fondo
-alla stazione, e ritorna in un attimo.
-</p>
-
-<p>
-— Niente! Non c'è niente, donna Maria!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E per me? E per me? — domandano gli altri
-in una volta.
-</p>
-
-<p>
-— Niente per nessuno! Andiamo! Presto! In carrozza! — Il
-signor Zaccarella, prende un tono risoluto,
-da vero capitano. Quando c'è fretta, non fa complimenti.
-</p>
-
-<p>
-— La colazione l'ho ordinata per mezzogiorno,
-preciso! Nei due landò c'è posto per le signore, il
-signor principe, il marchesino e <i>mademoiselle!</i> Io
-e le cameriere, in omnibus. Pasquale, i servitori,
-tutti qui e mangeranno qui. Io non voglio lasciare
-più di sessanta colli e tutto il piccolo bagaglio a
-mano, senza nessuno!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! Benissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Ha fatto benissimo!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella corre avanti e chiama il cocchiere
-del primo landò. Il capitano non si mostra
-molto sensibile alle lodi e alle approvazioni della duchessa
-Cristina e del principe Rosalino. Egli sa, per
-prova, che tutta quella gente — signori e servitori — deve,
-poco o tanto, dipendere da lui. È in lui,
-in fatti, nel signor Zaccarella, che è trasmessa la
-volontà e il governo della cassa forte, del resto
-sempre aperta, del vero, del solo assoluto padrone, — perchè
-è il solo che abbia i milioni, — di don
-Luciano D'Orea.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina e donna Maria sono già in
-carrozza. La madre, Cristina Moncavallo di Sant'Enodio
-di Carpino — duchessa, principessa e marchesa — pur
-nella sua florida maturità conserva i
-tratti delicati, finissimi della figliuola; i capelli bianchi
-ondeggiati, — bianchi d'argento, come la bella e
-lunga barba del principe Rosalino, — risaltano maggiormente
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-per la rosea freschezza del viso, per il
-nero del vestito e raddolciscono la sua aria di signorilità
-severa, quasi regale.
-</p>
-
-<p>
-— E Remigia?... Dov'è?
-</p>
-
-<p>
-— Era qui adesso; in questo punto! — risponde
-lo zio Rosalino, ritto di fianco alla carrozza, con
-l'ombrello aperto.
-</p>
-
-<p>
-— Idola! Idola mia! — chiama forte la duchessa.
-</p>
-
-<p>
-— Totò! <i>Mademoiselle</i>! La Pïccola? Non avete veduto
-la Pïccola? — Donna Maria spinge il capo dallo
-sportello verso la seconda carrozza.
-</p>
-
-<p>
-— Era qui, adesso! — Totò, il figlio del principe
-Rosalino, risponde come il babbo, ma con più
-flemma.
-</p>
-
-<p>
-È un ragazzotto lungo, smilzo, biondo, per fortuna
-sua, e perfettamente sbarbato come i servitori. In
-<i>knickerbockers</i> color nocciuola, fermo, impassibile
-dinanzi alle carrozze, prende anche tutta l'acqua, pur
-di essere scambiato per un inglese puro sangue.
-</p>
-
-<p>
-— È in caffè, la duchessina Remigia! È in caffè! — accenna
-appunto la signora che era stata chiamata
-<i>mademoiselle</i> da donna Maria. — È andata con
-la contessina Mimì a dar da bere a <i>Din</i> e a <i>Don</i>.
-</p>
-
-<p>
-I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme
-con la catenella d'argento, si chiamano così:
-l'uno <i>Din</i> e l'altro <i>Don</i>: <i>Din-Don</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta
-lo Zaccarella, abbastanza forte per essere
-inteso.
-</p>
-
-<p>
-— Idola! Idola mia! Fa presto!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare!
-</p>
-
-<p>
-— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla
-un voce dal caffè. — Io resto qui!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa.
-</p>
-
-<p>
-— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non
-vedi? Lo zio Rosalì è da mezz'ora che sta prendendo
-l'acqua per te!
-</p>
-
-<p>
-— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete
-cantarellando la duchessina che si affaccia sotto la
-tettoia. — Io resto qui!
-</p>
-
-<p>
-<i>Din</i> e <i>Don</i>, sempre legati insieme, s'intende, sbucano,
-intanto, tra le casse e i bauli e si mettono a
-correre dall'una all'altra delle due carrozze, mugolando,
-scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo
-salti e capriole per poter salire.
-</p>
-
-<p>
-— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su!
-Cacciatele sull'omnibus!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella è furibondo. Ha tutto l'abito
-insudiciato da <i>Din</i> e <i>Don</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Questo poi no! Niente affatto signor... capitano!
-I miei tesori restano con me!
-</p>
-
-<p>
-La duchessina Remigia, l'Idola della Moncavallo,
-la Piccola di Maria Grazia, esce dal caffè e si avanza
-passo passo sotto la tettoia, sbocconcellando un grosso
-pane da una mano, e una larga fetta di prosciutto
-che tiene sollevata con l'altra, fra due ditini soli,
-delicatamente.
-</p>
-
-<p>
-Nell'abito blù, corto, d'alpinista, con un grande
-panama puntato un po' di traverso sulla massa avviluppata
-e spettinata dei capelli biondi e con un
-<i>alpenstok</i> lunghissimo, che avendo le mani impedite
-stringe sotto il braccio e strascica per terra, la giovinetta
-così ardita e ostinata, più assai che della
-«signora duchessina» ha della bimba e del monello.
-Le tien dietro, a poca distanza, facendo risonare gli
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-scarponi ferrati, una specie di montanaro curvo e
-barbuto, che porta un paio d'occhiali neri infilati sul
-cappello fra una ghirlandetta di <i>edelweis</i> e di roselline
-delle Alpi. È una vecchia guida dei dintorni.
-</p>
-
-<p>
-— Idola mia, sii buona! Vieni con noi! E non
-mangiare adesso! Non avrai più appetito a colazione!
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto di no! Di no! Ho detto di no!... Io vado
-a vedere l'innondazione del Rodano! Vado con questa
-guida, che mi farà da nocchiero! Ma pensa, bella
-mammà, invece delle noiosissime montagne, trovare
-in Isvizzera un po' di mare! «In mare luccica, l'astro
-d'argento!» Pensa che gioia! È tutto sott'acqua!
-Case, contrade, villaggi interi!... Tutto sott'acqua!
-È una bellezza da vedere!... Mimì! Mimì! Vieni,
-sì o no?
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi! Eccomi! — risponde dalla sala d'aspetto
-la contessina Mimì Carfo. Sta frugando con
-una cameriera, tra le valigie e i <i>plaids</i>, in cerca degli
-impermeabili e delle calosce.
-</p>
-
-<p>
-— E Totò? Vieni anche tu con noi, Totò?
-</p>
-
-<p>
-Totò non risponde. Egli ha per principio che gli
-inglesi veri, non usano rispondere. Ma leva di tasca
-e accende la pipa, il che vuol dire che prende parte
-all'impresa.
-</p>
-
-<p>
-<i>Mademoiselle</i> è già smontata dalla carrozza, è già
-andata lei pure a cercare impermeabile e soprascarpe.
-</p>
-
-<p>
-— E così?... Noi adesso che facciamo, signori
-miei?... Si parte per Bex o non si parte? — Il signor
-Zaccarella sta prendendo tutta l'acqua e ha i
-piedi nella mota.
-</p>
-
-<p>
-Ma la povera duchessa non può rassegnarsi:
-</p>
-
-<p>
-— Sii ragionevole, Idola cara! Non pigliar freddo!
-E poi? Se c'è pericolo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Pericolo di che? Nessun pericolo! — ribatte lo
-Zaccarella per farla finita.
-</p>
-
-<p>
-— Stia sicura, di buon animo, duchessa, e andiamo
-a Bex, che si fa tardi. Farò accompagnare la duchessina
-da Pasquale, e Pasquale è un uomo prudente.
-C'è da fidarsi. Su, su! Signor principe! Chiuda
-l'ombrello! In carrozza e andiamo!
-</p>
-
-<p>
-La Moncavallo, anche quando la carrozza si muove,
-continua a sospirare, a gemere, a fare raccomandazioni
-alla figliuola. Donna Maria e il principe Rosalino
-si guardano solo negli occhi, scrollando il
-capo: — quella piccola è tutto un capriccio!
-</p>
-
-<p>
-In quanto a Totò, a Mimì e a <i>mademoiselle</i>, qualsiasi
-raccomandazione è perfettamente inutile. Sempre
-ligi agli ordini e ai ghiribizzi di Remigia. A
-loro non è permesso di dire <i>la piccola</i>. Non è permesso
-nessun diminutivo, nessun vezzeggiativo.
-Molto per amore e un po' per forza, ella sa tenerli
-legati alla catena come <i>Din</i> e <i>Don</i>. Per amore la
-Mimì: adora Remigia. Per amore, — in segreto, — anche
-Totò; per forza, <i>mademoiselle</i>. Sapeva che
-già erano state cambiate tre governanti: la prima
-era troppo vecchia, la seconda troppo brutta, la terza...
-antipatica. <i>Mademoiselle</i> Jenny, per non perdere
-il posto... sommissione e sempre in ammirazione!
-</p>
-
-<p>
-— Addio, mammà! Addio, gioia! Addio zio Rosalì!
-</p>
-
-<p>
-— E badiamo, duchessina Remigia, di non farsi
-aspettare! — ammonisce lo Zaccarella col suo tono
-di padronanza. — Bisogna essere di ritorno prima
-delle tre. Non si vorrebbe perdere la corsa per lei,
-possibilmente!
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti, capitano! Alle due e tre quarti,
-pronti al comando, capitano!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta,
-in posizione militare, con l'<i>alpenstok</i> a mo' di
-fucile e la mano al cappello.
-</p>
-
-<p>
-— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella,
-sdraiandosi nella carrozza dov'è rimasto solo,
-e che parte al trotto, seguendo il landò della duchessa. — Maledetta
-piccola! — Non la può soffrire
-perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e
-perchè ella se ne infischia allegramente di ogni sua
-autorità. Nessuno, del resto, incute a Remigia soggezione
-e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre.
-La duchessa Cristina, che era sempre stata ed è
-tutt'ora assai severa, fin meticolosa verso donna
-Maria, non avrebbe mai osato di fare la minima osservazione
-all'Idola, che, del resto, è proprio il suo
-idolo! E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto
-è largo di quattrini con sua moglie e con tutti i
-parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli sgarbi,
-alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la
-cognatina, non c'è verso di poterla spuntare!
-</p>
-
-<p>
-— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con
-il fido Zaccarella. — Ci vorrebbe un altro sistema
-di educazione! Il sistema adottato per <i>Din</i> e <i>Don</i>:
-zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente,
-una figura rettorica e così la piccola finisce
-per avere anche da «quell'odiosissimo» di suo cognato,
-soltanto lo zucchero!
-</p>
-
-<p>
-— Se credi di farmi piangere come mia sorella,
-ti sbagli, sai! — aveva detto Remigia a don Luciano,
-la prima volta che si erano accapigliati. — A me
-non fai paura, perchè ti conosco bene!
-</p>
-
-<p>
-Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e
-sfavillanti: lo fissavano impavidi, con una durezza,
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-con una freddezza d'acciaio. L'altro sentì scendere
-nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne rimase
-sconcertato e voltò la cosa in ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio,
-molto meglio sua sorella, con tutte le sue nenie!
-Con sua sorella, con mia moglie, comando io! Che
-diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia
-d'inchiostro... e un bicchiere di <i>champagne!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Don Luciano ha ragione!
-</p>
-
-<p>
-Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è
-tutta un sorriso e un argento vivo. Maria Grazia,
-alta, forse troppo alta della persona flessuosa e gentile,
-ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri
-bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi
-nerissimi e profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia.
-C'è più di un'anima in quegli occhi; c'è la poesia del dolore.
-</p>
-
-<p>
-La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne
-dimostra trenta; l'Idola ne ha venti e in certi giorni
-di maggior vivacità e turbolenza ne dimostra quindici!
-</p>
-
-<p>
-Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo
-e così strano, che i pochi fedeli adoratori i quali
-assolutamente non permetterebbero un dubbio sulla
-rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il
-prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia
-alla madre, quanto Remigia assomiglia al
-padre... morto, da vari anni, di paralisi progressiva,
-ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua,
-nè piccolo, nè biondo, nè prepotente.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span></p>
-
-<h3>III.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Al <i>Grand hôtel</i> di Bex, la colazione, ordinata per
-le dodici, non è ancora pronta alle dodici e mezzo.
-Si comincia con un brodetto cosparso di qualche
-lacrima insipida; un altro quarto d'ora d'aspetto, e
-finalmente, accolto con viva gioia, ecco l'apparizione
-di un bel rosbiffe, rosolato e fumante.
-</p>
-
-<p>
-Ma, subito, un nuovo incidente e un nuovo ritardo.
-Il principe di Sant'Enodio e il signor Zaccarella hanno
-appena il tempo di emettere un lungo — ah! — di
-soddisfazione, che già echeggia nel corridoio
-un festante latrato, e <i>Din</i> e <i>Don</i>, come due saette,
-sciolti dalla catenella e inzuppati d'acqua e di mota,
-precipitano nella sala, saltano sulle ginocchia, sulle
-sedie, persino sulla tavola, ormai fatti indocili e
-indomabili dalla fame e dall'odore del bove arrosto.
-</p>
-
-<p>
-L'Idola è di ritorno con tutta la sua corte. Grande
-gioia della madre, gioia più tranquilla dello zio, un
-sorriso di Maria Grazia e fremiti d'ira a stento frenati
-dal povero Zaccarella, che deve alzarsi, cambiar
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-di seggiola, fare cerimonie, dare nuovi ordini,
-e quindi sospendere il pasto, proprio nel momento
-di incominciarlo!
-</p>
-
-<p>
-— I cani!... Giù! Giù! Fuori i cani! Fuori!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella non può sfogarsi nemmeno
-contro i cani! La contessina Mimì ha preso <i>Din</i> per
-il collarino, <i>mademoiselle</i> ha pigliato <i>Don</i>, le cameriere
-portano spugne, asciugamani, spazzole, pettini,
-acqua di Colonia e incomincia la toeletta.
-</p>
-
-<p>
-— Zio Rosalì, amore, dammi una fetta di rosbiff!
-Anzi, due grandi! — Remigia è già seduta a tavola.
-</p>
-
-<p>
-— Prima una tazza di <i>consumé!</i>... Prendi una
-tazza di <i>consumé</i>, Idola!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che! Ma che! Figurati! Ho fame di rosbiffe!...
-Mi dà le patate signor Zaccarella? Maria,
-gioia, dammi la senape! — Tutti la servono e l'Idola
-divora. — Ho una fame, mammà! Una fame!
-Una fame!
-</p>
-
-<p>
-— Brava!... Così, vedi, mi fai contenta, felice!...
-Per altro, anche una tazza di brodo ben caldo!... — Ogni
-boccone che ingolla la figliuola è un raggio
-di gioia negli occhi materni!
-</p>
-
-<p>
-— Squisito!... Eccellente, questo rosbiffe! Non è
-vero, Totò?
-</p>
-
-<p>
-Totò, che pure non ha perduto tempo, è seduto
-accanto a papà, e dinanzi a quel roastbeef si sente
-inglese più che mai. Annuisce con un cenno dignitoso
-del capo.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo Totò, il britanno! Signor Zaccarella, ancora
-patatine! Mimì! <i>Mademoiselle!</i> Asciugate bene
-bene e fregate forte forte! Povero <i>Din</i> e povero
-<i>Don</i>!... Che non prendano la tosse!... Tesöri!... O
-mammà! Che bellezza vederli a nuotare!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Adagio, mangia adagio, non così in fretta, cara!
-Sei stata buona a ritornar presto! Non hai preso
-freddo, spero. Non ti sei bagnata?
-</p>
-
-<p>
-— Ma che! È un'innondazione artificiale!... Tutto
-in Isvizzera si fa artificialmente! L'innondazione,
-come il ghiaccio del Rodano con la grotta azzurra!
-Pur di mungere le borse al misero viandante! Esempio:
-io, Mimì, Totò, non abbiamo più un soldo!
-Signor Zaccarella gentile e buono, ancora un po' di
-senape! Grazie.
-</p>
-
-<p>
-— Come? Non ti sei divertita, Idola mia? — La
-madre è adesso inquieta per un altro verso.
-</p>
-
-<p>
-— No. Non c'era niente di bello da vedere! Un
-mare?... Che! Un lago morto; non è vero, Totò?
-Un lago caffè-latte, dal quale non spuntavano qua e
-là, altro che le cime di qualche alberello, e più giù,
-mezzo campanile! Zio Rosalì, amore, leggi il menù,
-con alta e chiara voce!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Poulard de Bress aux champignons</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo! Bravo! Evviva i <i>champignons!</i> Sai,
-mammà? Un'innondazione senza innondati! A nuoto,
-soltanto <i>Din</i> e <i>Don</i>!... Brutta gentaglia sudicia;
-certi visi sparuti che frignano miseria per spillare
-quattrini! Ha finito <i>mademoiselle</i>? Allora faccia il
-favore, metta a <i>Din</i> il nastro giallo, e a <i>Don</i> il
-rosso!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, che ormai s'è calmato avendo
-calmato anche l'appetito, pensa lui perchè ci sia ancora
-da far colazione per la contessina Mimì Carfo,
-per <i>mademoiselle Jenny</i>, e anche per le due insopportabili
-bestiacce.
-</p>
-
-<p>
-— Con tanto amore per i suoi tesori, duchessina
-Remigia, ella pensa alla loro toeletta, all'acqua di
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-Colonia, al nastro giallo e al nastro rosso, ma se non
-ci fossi io... creperebbero di fame!
-</p>
-
-<p>
-— Magnanimo capitano, grazie! Mi raccomando:
-zuppa soltanto, pochina e niente carne! Non posso
-soffrire che <i>Din</i> e <i>Don</i> diventino grassi! Odio la
-gente grassa!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, oltre ad avere la faccetta
-secca, gialla, da giovine vecchio, senza nemmeno
-un'ombra di peluria, è magro, più di un angolo in
-croce. Egli interpreta l'odio della duchessina contro
-i grassi, come un complimento a lui diretto e questa
-volta le perdona l'ironia del capitano.
-</p>
-
-<p>
-— Sa fare, la piccola!
-</p>
-
-<p>
-Il ritardo prima di mettersi a tavola, l'interruzione
-per l'improvvisa comparsa della duchessina, il caffè,
-il kirsch, poi di nuovo il thè... è venuta l'ora della
-partenza. In fatti i due soliti landò e l'omnibus aspettano
-già pronti dinanzi all'albergo, quando entra in
-sala il portiere con un telegramma.
-</p>
-
-<p>
-— Luciano! — mormora sottovoce donna Maria
-prendendo il dispaccio. — Grazie.
-</p>
-
-<p>
-Ella lo apre senza il più lieve sussulto, senza nemmeno
-un atto di curiosità. È sicura che non ci può
-essere per lei nessuna notizia gradevole e alle noie
-e alle contrarietà, ormai c'è tanto avvezza!
-</p>
-
-<p>
-Legge, poi si rivolge alla madre:
-</p>
-
-<p>
-— Andate voi soli a Villars. Io aspetto Luciano a
-Bex. — Dà il telegramma aperto al signor Zaccarella
-che, a sua volta, lo legge prima piano, poi ad
-alta voce.
-</p>
-
-<p>
-— «Preso automobile». — La scusa della sua
-partenza improvvisa da Lucerna per Parigi, questa
-volta, era stata l'acquisto di un'automobile. — «Presa
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-automobile. Una Mercedes-Janko. Tu aspettami a
-Bex col signor Zaccarella. Tua madre, famiglia, proseguano
-Villars. Saluti».
-</p>
-
-<p>
-È chiaro che arrivando a Bex, Luciano D'Orea,
-vuol trovarsi solo con sua moglie. È chiaro, esplicito,
-e per la famiglia riesce tutt'altro che spiacevole
-quell'ordine. Quando ritorna da Parigi il caro Luciano,
-non è punto divertente! Musi e spostature. O
-non guarda nemmeno in faccia, o strapazza tutti.
-</p>
-
-<p>
-Però, in quel momento, nessuno fiata: non c'è nè
-una parola di protesta, nè una manifestazione qualunque
-di dispiacere. Le carrozze aspettano sempre:
-le signore devono vestirsi, mettersi il cappellino e
-far presto per non perdere la corsa.
-</p>
-
-<p>
-Il principe Rosalì è già pronto. Egli sta ammirandosi
-nello specchio grande che occupa una parete e
-continua ad ammirarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Con quella barba magnifica ha proprio una bella
-testa da cavaliere antico! E la persona alta, — erano
-tutti alti, maestosi i Sant'Enodio, — come si conserva
-elegante e ben formata! Eppure... i sessanta
-erano sonati, ma così leggermente che nessuno se
-n'è accorto e lui, meno di tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Buon viaggio, zio Rosalì! Arrivederci a Villars!
-</p>
-
-<p>
-Il principe sorride ancora baciando in fronte con
-l'usata galanteria, la «pallidona sensitiva» e il sorriso,
-prima di compiacenza, adesso diventa arguto,
-maliziosetto: è lo spirito di Voltaire che rivive nell'uomo
-del gran mondo.
-</p>
-
-<p>
-— A Parigi, hanno fatto prestissimo, questa volta,
-a comperare l'automobile! C'è da congratularsi... con
-l'Italia!... Ricordati, o soave Maria, <i>gratia plena</i>: a
-marito che torna, ponti d'oro!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sopraggiunge la madre: sta un momento sopra
-pensiero, poi si decide. Si fa prestare dalla cara Maria
-la sua mantelletta di lontra, per le spallucce dell'Idola.
-</p>
-
-<p>
-— Tu qui, puoi goderti ancora un po' di caldo!
-Lassù, a milletrecento metri e con questo ventaccio,
-ho in mente che troveremo la Siberia! — Poi diventa
-seria. Anche la duchessa accompagna le raccomandazioni
-alle affettuose tenerezze. — Salutami
-Luciano. Ricordati che puoi farne sempre ciò che
-vuoi! Basta non contradirlo! Eh, sicuro che qualche
-volta il caratterino è difficiletto! Ma come si fa? Il
-buon Dio ha dato a tutti la nostra croce da portare
-e io mi conforto pensando che la mia, — non per
-dir male di tuo padre, poveraccio, quand'era vivo, — ma
-è stata molto più pesante della tua. E così,
-sempre sia! — Le dà due baci forti, che scoccano,
-uno per guancia. Vede che gli occhi della figliuola
-sono addolorati, pieni di lacrime; allora la stringe
-al cuore, sospira pateticamente e se ne va, presto
-presto, per non sentirsi troppo commossa, fermandosi
-solo un momento, prima di salire in landò per
-cercare nella piccola borsetta, appesa alla cintura, se
-non ha dimenticato l'astuccino delle pastiglie.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, gioia! Addio! — Remigia saluta la sorella
-da lontano, in fondo alla discesa. È corsa innanzi,
-a piedi, con Totò e con Mimì Carfo; è corsa dietro
-a <i>Din</i> e a <i>Don</i>, — i ghiottoni tanto disubbidienti! — Hanno
-subito trovato l'usta della cucina e delle
-ossa e adesso non si lasciano prendere per paura del
-castigo!
-</p>
-
-<p>
-— Addio, gioia! Vieni presto a Villars!... <i>Din!</i>..
-<i>Diin!</i>... <i>Doon!</i>... Qui! Subito qui!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maria Grazia rimane sola, sul grande portone dell'albergo,
-a vederli partire. Anche il signor Zaccarella
-è andato alla stazione per i biglietti, per tutto
-quello che c'è da fare. Quando non vede più le due
-carrozze seguite dall'omnibus, ella rimane ancora
-lungamente ritta, immobile, gli occhi pensosi a guardare
-lungo la strada solitaria.
-</p>
-
-<p>
-Che vuoto! Che vuoto! Dio! Dio! Che vuoto intorno
-a lei!
-</p>
-
-<p>
-Il cielo è ancora fosco, tutto coperto; ma la pioggia
-è quasi cessata. Maria fa qualche passo macchinalmente:
-non piove più. Ella continua a camminare a
-caso, adagio adagio, assorta, distratta. Vede una
-chiesuola in fondo a un prato verde, circondato da
-un muricciuolo... è aperta; entra. La chiesa è deserta.
-Un solo lumicino acceso a' piè d'una Madonna posta
-sul piccolo altar maggiore, nudo, con il dorsale
-della tovaglietta ripiegato.
-</p>
-
-<p>
-La giovane signora osserva quella Madonna scolpita
-goffamente nel legno e goffamente dipinta:
-eppure ne sente il mistico fascino e la soave poesia.
-La guarda... siede sulla prima panca, in fondo alla
-chiesa, e continua a guardarla... così, senza pregare.
-</p>
-
-<p>
-Pregare? Che cosa avrebbe potuto chiedere? Nulla.
-Che cosa avrebbe potuto sperare? Nulla.
-</p>
-
-<p>
-Maria continua a guardare, a fissare la rozza immagine
-della Madonna, sola con lei, in quel giorno,
-sola come lei, nella chiesa deserta; come lei, in
-quel momento, abbandonata da tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Povera e cara Madonnina di Bex! Povera, sì,
-molto povera quella Madonnina... e brutta!
-</p>
-
-<p>
-Il manto azzurro e il vestito rosso di seta, sono
-miseri e stinti... Non ha corona quella regina dei
-cieli, non ha gioielli, non ha ornamenti...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maria sospira: sente che si dilegua anche quel
-po' di conforto che le era penetrato nel cuore. Le
-sembra, che persino la rozza immagine di legno,
-ripeta a lei, così bella e così ricca, quelle parole
-fredde, terribili, che tutti le dicono, che tutti le sussurrano
-in famiglia, nel mondo, come un rimprovero
-e come un ammonimento, quelle parole che le tolgono
-persino il diritto di soffrire, e di piangere:
-</p>
-
-<p>
-— Di che ti lamenti?.. No, tu non puoi lamentarti!
-Hai la ricchezza, il lusso, lo sfarzo; hai la gioventù
-e la bellezza. Basta una parola tua e ottieni tutto
-quello che vuoi. I milioni di tuo marito sono inesauribili
-e la sua cassa è sempre aperta! Se non ti basta
-e ti credi infelice, sei ingiusta e sei ingrata!
-Asciuga, asciuga le tue lacrime!
-</p>
-
-<p>
-.... Sente, dietro di lei, un lieve suono di passi, il
-rumore di una seggiola appena smossa.
-</p>
-
-<p>
-Ella non si volta nemmeno. Sa benissimo chi è
-entrato in chiesa. È il signor Zaccarella il quale ha
-l'ordine preciso, dal padrone, di non lasciarla mai,
-di sorvegliarla sempre, di riferire tutto ciò che fa.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span></p>
-
-<h3>IV.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Don Luciano, dopo il telegramma che annunzia il
-suo arrivo a Bex, non dà più segno di vita.
-</p>
-
-<p>
-Passano vari giorni, Maria è sempre sola e aspetta
-rassegnata, inerte.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella è assai più inquieto di lei.
-</p>
-
-<p>
-Con donna Maria si mostra impassibile, impenetrabile
-e più che mai ligio agli ordini ricevuti, ma
-in cuor suo disapprova la condotta del padrone.
-</p>
-
-<p>
-Col pretesto degli affari, guardandosi bene dal
-dirlo a donna Maria, egli ha già telegrafato a don
-Luciano, all'<i>hôtel Bristol</i>: niente, nessuna risposta.
-</p>
-
-<p>
-— Che il padrone non sia più a Parigi?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, borbotta fra sè, scotendo il
-capo:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè mò condannare donna Maria in questo
-forno, a servire di pasto alle mosche o alle zanzare?
-Con poca fatica, soltanto con un altro telegramma,
-potrebbe mandarla a Villars a raggiungere sua madre
-e gli altri! E lui, messa a posto la moglie, padronissimo
-di fermarsi dietro strada a studiare il
-bel canto!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-</p>
-
-<p>
-Certe volte il fido Zaccarella non ha il coraggio
-di guardare in faccia la signora. Si vergogna lui per
-don Luciano. Tuttavia, con gli altri, tien duro e lo
-difende a spada tratta, specie con la Nunziatina, che
-l'ha a morte con il padrone.
-</p>
-
-<p>
-La Nunziatina, rimasta a Bex, non fa altro che
-brontolare tutto il giorno. Brontola per il caldo,
-brontola per le mosche.
-</p>
-
-<p>
-In questi brontolamenti ha la sua parte anche la
-lontananza di Eduardiello, il bel servitorino di Totò.
-</p>
-
-<p>
-— Che si fa, signora? Come si fa? Non c'è più
-roba, non c'è più biancheria! Se crede, io potrei
-fare una corsa fino a Villars? Prendo un paio di
-vestiti e tutto il resto che occorre!
-</p>
-
-<p>
-— Aspettiamo... Aspettiamo ancora un giorno...
-Poi si vedrà.
-</p>
-
-<p>
-Questa è la sola risposta che dà sempre donna
-Maria col suo tono dolcissimo, malinconico e la lenta
-cadenza musicale.
-</p>
-
-<p>
-Anche su, a Villars, ci sono mosche; ma a Villars
-fa fresco e alla <i>Tête-pointue</i> i giorni volano allegramente.
-L'Idola si diverte, tutta la sua corte, quindi,
-si diverte e la madre è raggiante. Il principe Rosalino
-trova ottimo il cuoco, buono l'albergo e il clima
-delizioso. — Chi sta bene, dunque, non si muova! — E
-quella gente beata ha soltanto paura di muoversi!
-Però, sono tutti d'accordo in questo: nel fare sfoggio
-di grande saggezza per ripararvi sotto la cura gelosa
-del loro benessere e delle loro comodità. Cercano e
-trovano sempre in qualche proverbio, non solo la
-giustificazione, ma anzi il conforto dell'antico buon
-senso a non muoversi, a non disturbarsi. Il proverbio
-che corre in questi giorni a Villars-Ollon è prudentissimo:
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-«Fra moglie e marito non ci va messo un
-dito». Non si telefona, dunque, non si telegrafa,
-non si scrive a Bex, altro che «saluti e tenerezze».
-Mai nessuna domanda intorno a Luciano, mai nessuna
-maraviglia, nessun commento, nessun rimprovero
-per quello strano procedere, mai nessuna parola
-che esprima a Maria il rammarico per la forzata
-lontananza, il dispiacere di saperla sola, laggiù,
-e sola in quel modo.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Driiin!</i>
-</p>
-
-<p>
-È la madre che telefona.
-</p>
-
-<p>
-— .... Sei tu Maria?... Come stai?... — Anche noi
-benino! L'Idola si diverte! Piace assai!.. — Anche a
-Bex fa caldo?... — Il signor Trüb assicura che adesso
-avremo bel tempo per tutto il mese! Addio, cara!
-Saluti e tenerezze, anche dallo zio Rosalì.
-</p>
-
-<p>
-Un altro — <i>Driiin!</i> — e basta.
-</p>
-
-<p>
-Ormai è più di una settimana che Maria è ferma
-a Bex, aspettando il marito; passa i giorni girando
-attorno all'albergo, sempre in vista dell'albergo. Luciano
-potrebbe capitare da un'ora all'altra e se sua
-moglie, per caso, non fosse lì pronta a riceverlo,
-guai, cascherebbe il mondo!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella non ha più parole; la Nunziatina
-strepita.
-</p>
-
-<p>
-Aspetta, aspetta, sono già due settimane che lo si
-aspetta... finalmente una sera, dopo le dieci, quando
-proprio nessuno ci pensa — <i>téé-téé-téé — tuff-tuff-tuff</i> — è
-don Luciano che arriva con la macchina
-sconquassata perchè vicino ad Aigle ha urtato
-contro un paracarro.
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano è furibondo. Appena messo piede a
-terra, nello sprazzo di luce elettrica, tutto bianco di
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-polvere, con l'ampio <i>regland</i> di pelle e l'enorme
-berrettone, gesticolando, la voce rauca, sembra un
-orribile mostro della notte. Prima ancora di entrare
-nell'albergo, prima di salutare Maria, grida col povero
-<i>chauffeur</i>, che non ha nessuna colpa dell'accaduto
-e, sempre per la macchina, impartisce ordini
-sopra ordini, allo spaurito Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— Canaglia!
-</p>
-
-<p>
-Con chi l'ha don Luciano?...
-</p>
-
-<p>
-Forse con un vetturino, forse con un carrettiere
-incontrato lungo la strada e che non è stato pronto
-a cedere il passo. In ogni modo sono queste le prime
-parole che il marito rivolge alla moglie dandole appena
-la mano per salutarla. Poi nuove ire e brontolamenti,
-perchè non è arrivato un certo telegramma
-che aspetta. Trova, per conseguenza, l'albergo
-oscuro, le camere incomode, la cena cattiva, il servizio
-pessimo e in mezz'ora ha già strapazzato padrone,
-camerieri e portiere. Senza voler prendere il
-caffè — «in Isvizzera è veleno!» — entra nella sua
-camera, dove c'è Andrea, il servitore, con l'acqua
-calda e l'acqua fredda e chiude l'uscio in faccia a
-Maria.
-</p>
-
-<p>
-Donna Maria non sa che cosa fare. Deve aspettare
-in piedi?... Può andare a letto?...
-</p>
-
-<p>
-È già sonata mezzanotte, quando Andrea esce
-dalla camera del padrone. Ella, sottovoce, lo chiama
-dall'uscio del salotto, per sapere qualche cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Il signore è andato a letto. Mi ha ordinato di
-non entrare in camera domattina e di non svegliarlo
-assolutamente; nemmeno se arrivassero dispacci.
-Domani, vuol dormire tutto il giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Allora... buona notte!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte, signora. — Andrea s'inchina
-profondamente e sparisce in punta di piedi, nel corridoio
-deserto e buio.
-</p>
-
-<p>
-Invece, la mattina dopo, don Luciano è in piedi
-prestissimo. Lindo, profumato, tutto bianco nell'abito
-di tela, e con il piccolo panama dall'ala calata
-sugli occhi, non è più il mostro della notte. — Anzi,
-don Luciano, pallido, coi piccoli baffetti biondi, rivolti
-in su, è piuttosto un bel giovinotto, sebbene
-calvo. Della sera avanti non gli è rimasto altro che
-il cattivo umore.
-</p>
-
-<p>
-Donna Maria, per buona prudenza, s'è alzata presto
-anche lei. Lo trova che brontola col portiere per
-le zanzare, le mosche e per il pessimo servizio telegrafico.
-</p>
-
-<p>
-— <i>C'est détestable! Assurément, vraiment détestable!</i>
-</p>
-
-<p>
-Poi, subito, appena si è impinzato rabbiosamente
-di burro, di miele, di pane tosto e s'è gonfiato di
-latte e cioccolatta, comincia le scene di gelosia.
-</p>
-
-<p>
-La gelosia di don Luciano è una gelosia... in cui
-l'amore non c'entra affatto. C'entra la vanità, il capriccio,
-la boria di poter dire «a me non la si fa»,
-ma c'entra, soprattutto, il sentimento dispotico, arrogante
-del padrone, il vanto di poter avere e godere
-lui solo, quello che gli altri desiderano e invidiano.
-Don Luciano è geloso dei suoi cavalli, del suo cocchiere,
-del suo <i>chauffeur</i> e di sua moglie: anche
-questa proprietà sua, roba sua.
-</p>
-
-<p>
-Quando torna da Parigi, peggio che mai: è geloso
-frenetico. Egli riversa e fa scontare alla moglie
-anche tutta la gelosia atroce che gli ha fatto e gli
-fa soffrire Fanfan, ma che è costretto a dominare.
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-Fanfan, è vero, gli costa più che non gli sia costata
-la duchessina Moncavallo, ma per questo non ha mai
-voluto essere «roba sua». Oh, con Fanfan non si
-fanno scene! Con Fanfan non si fa l'Otello! Guai!
-Si provi una volta sola don Luciano, a fare il prepotente
-e il noioso: è già bell'e pronto il miliardario
-americano mister Kennet, il re della glicerina, che
-aspira a un posto di successore nel gran cuore della
-Trécoeur!... Così, la moglie virtuosa, paga anche
-per l'amante irresistibile, ma poco resistente!
-</p>
-
-<p>
-Maria Grazia, non dà mai il più piccolo motivo di
-gelosia; ma questo non vuol dire che a Luciano
-manchino i pretesti. A Bex, il pretesto è un povero
-giovane tisico, in viaggio per il sanatorio del <i>Mont
-Blanc</i>, a Leysin.
-</p>
-
-<p>
-Donna Maria ha soltanto scambiata con lui qualche
-parola, a distanza, da una poltrona all'altra della
-veranda, e presente, s'intende, l'oculato Zaccarella.
-In quella giovane signora dai nerissimi capelli, dagli
-occhi nerissimi, pensosi e profondi, l'infelice sogna
-Napoli, Roma, Venezia; l'Italia, della quale è innamorato,
-sebbene non abbia mai potuto fermarsi
-che a San Remo e a Bordighera. Il viaggio in Italia
-è il sospiro suo per quando sarà guarito, e intanto
-rivolge a Donna Maria sempre le stesse interrogazioni
-sul Ponte dei Sospiri, i Piombi e i migliori alberghi
-di Venezia, su Pompei, il Vesuvio e la Funicolare,
-sulla casa di Dante e di Giulietta e Romeo,
-e domanda che cosa vuol dire <i>piedigrotto</i> o <i>piedigrotta</i>.
-</p>
-
-<p>
-Quella mattina, appunto, mentre i D'Orea fanno
-colazione, il giovane inglese pallido, sparuto, si avvicina
-a Maria Grazia per congedarsi: parte in quel
-momento per Leysin.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano lo guarda bieco, risponde al saluto,
-senza nemmeno alzarsi, poi, appena l'altro volta le
-spalle, assale di domande la moglie per sapere come,
-quando, in che modo ha conosciuto quell'importuno;
-e appena di sopra, soli, dà in escandescenze. Maria
-non risponde, non dice più una parola; ma Luciano
-non si calma, tutt'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Avvertite il direttore, — ordina al signor Zaccarella — da
-oggi in poi, colazione e pranzo qui,
-nel mio appartamento.
-</p>
-
-<p>
-E continua tutto il giorno a gridare, a interrogare,
-a far scene, a far processi. Siano presenti il signor
-Zaccarella, la Nunziatina, anche il servitore e i camerieri
-poco monta, egli continua lo stesso, anzi,
-quando c'è gente si riscalda di più. Continua tutto il
-giorno, tutto il giorno!
-</p>
-
-<p>
-Maria, pallidissima, non risponde, non dice mai
-una parola. Soltanto la sera, a pranzo, quando Luciano,
-che divora come una belva, comincia a tacere,
-le si riempiono gli occhi di lacrime. Non è dolore;
-è oppressione, è stanchezza. Stanchezza dei
-nervi. Sono i suoi nervi che non ne possono più,
-proprio più!
-</p>
-
-<p>
-Dolore no. Il dolore, come l'amore, e ciò che un'anima
-nobile, squisita, ha di più bello, di più alto e
-di più puro. Dolore no. È troppo fiera per sentir
-dolore di quell'ingiustizia sciocca e vile, vile e sciocca.
-Suo marito è un ragazzo viziato e malato, un
-pazzo. Ella ne sente compassione; non vuol ancora
-disprezzarlo. Ma che stanchezza! Come si sente stanca,
-affranta, moralmente e materialmente.
-</p>
-
-<p>
-È orribile quella vita; e non potersi sfogare con
-nessuno!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sa già che cosa le avrebbero risposto sua madre e
-lo zio Rosalì.
-</p>
-
-<p>
-— Luciano, cara figliuola, non è cattivo; è soltanto
-geloso, e ciò, da un certo punto di vista, dovrebbe
-farti piacere: «Amore e gelosia nacquero
-insieme!» Non si può avere proprio tutto, tutto a
-questo mondo e tu sei fra le donne più invidiate e
-fortunate! Luciano, è vero, monta in collera facilmente,
-ma anche presto gli passa.
-</p>
-
-<p>
-Presto no, ma sulla fine del pranzo, anche per merito
-di un <i>Mumm cordon rouge</i> squisito, gli passa
-anche quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-Con gli occhi lustri, annunzia al signor Zaccarella
-una prossima gita di un paio di giorni a Losanna
-e sorbendo il pessimo caffè, comincia a canterellare.
-</p>
-
-<p>
-— La musica! L'arte del canto! Arte divina!
-</p>
-
-<p>
-Forse a Luciano, nella sua vanità persino morbosa,
-non dispiace di lasciar trapelare anche a Maria, le
-proprie avventure galanti; certo, non si dà molta
-pena per nasconderle.
-</p>
-
-<p>
-— L'arte del canto! Arte divina!
-</p>
-
-<p>
-Luciano domanda a Maria, alla quale si prepara
-così un nuovo tormento, se da basso, nella sala, c'è
-un buon pianoforte.
-</p>
-
-<p>
-— Credo...
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo a provare.
-</p>
-
-<p>
-Luciano ha una voce che egli vanta di tenore, ma
-che, invece, è di pecora, di vitello, di vari animali
-insieme. Nei giorni lieti canta per ore e ore e Maria
-deve accompagnarlo, applaudirlo e divertirsi. Fedele,
-in musica, quando comincia con un'aria, canta
-sempre quella per tutta la stagione. Adesso, forse in
-omaggio a Fanfan, il suo cavallo di battaglia è l'aria,
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-anzi il duetto della <i>Traviata</i>: «Un dì felice,
-eterea — mi balenasti innante...» E fa tutto lui, anche
-il soprano, pur di arrivare a sfogarsi e a sgolarsi
-a «quell'amor ch'è palpito!»
-</p>
-
-<p>
-Lì, a Bex quella sera, due o tre vecchie inglesi
-dell'albergo, vanno addirittura in estasi al «di quell'amor...»
-Il D'Orea è gongolante, è felice. Gli applausi,
-come il suono dell'arpa davidica, mettono in
-fuga gli spiriti maligni, ma quando il trionfo è più
-strepitoso, arriva dalla stazione un telegramma d'urgenza
-a rompere in un attimo il benefico incanto.
-</p>
-
-<p class="indl">
-«<i>Luciano D'Orea — Grand hôtel de Bex</i>».
-</p>
-
-<p>
-«Après succès <i>Joujou</i>, éclantant, inoubliable, unanimement
-constaté, engagée pour créer le rôle de
-Germaine, dans <i>Le corset envolé</i>. Pour ma petite
-course à Lausanne il faut attendre la semaine prochaine.
-Tous mes regrets, tous mes adieux.
-</p>
-
-<p class="indr"><span class="smcap">Fanfan</span>».</p>
-
-<p>
-Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il
-fantasma del re della glicerina. Pianta lì il suo pubblico,
-maravigliato, e se ne va via di colpo. Sua
-moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti, arrischiando
-appena qualche domanda.
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non
-vuol nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone,
-almeno una volta, di restar solo!... Di poter respirare!
-Non sono uno schiavo, finalmente!... Via tutti!...
-A dormire! Che vita! Che vita! Che inferno!
-</p>
-
-<p>
-Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con
-l'impiegato che a quell'ora, di notte, non vuol aprire
-l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa prima ordini e minacce,
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-poi, quasi subito, telegrafa di nuovo, chiedendo
-perdono, concedendo tutto, supplicando.
-</p>
-
-<p>
-Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto,
-mentre sta per andare a letto.
-</p>
-
-<p>
-Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto,
-nessun ritegno. Baci furiosi e rimproveri atroci. Accusa
-Maria di non aver cuore, di non aver mai avuto
-cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba
-e niente altro! Non sa voler bene, non gli
-vuol bene! Ha voluto un marito, s'è venduta a un
-marito, per farsi mantenere lei, e tutta la sua famiglia!
-</p>
-
-<p>
-Poi Luciano sospira, si dispera.
-</p>
-
-<p>
-— È il mio destino! È il mio destino infame, di
-non essere amato da nessuno, da nessuno!
-</p>
-
-<p>
-Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce
-con lo scoppiare in lacrime. Sono lacrime vere.
-</p>
-
-<p>
-Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno.
-Poi, quando lo vede piangere, disperarsi a quel modo...
-finisce ancora per sentirne compassione e pietà.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span></p>
-
-<h3>V.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano
-D'Orea non accenna nemmeno alla partenza
-per Villars. E se non ne parla lui, gli altri, naturalmente,
-non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per
-tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti
-della madre o dello zio: Luciano cambia subito discorso.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta
-l'estate? Chi sa!
-</p>
-
-<p>
-Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera
-«l'amor ch'è palpito...» Poi Luciano, d'un tratto,
-muta d'umore. Non grida più, non strapazza più,
-non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli
-è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si
-deve domandare qualche cosa, non risponde. Bisogna
-sempre indovinare, e non si indovina mai! Non
-ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i piatti
-e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora
-che gli altri abbiano potuto servirsi. La <i>Traviata</i>,
-s'intende, è messa da parte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<p>
-Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta
-la sera in giardino, dove si soffoca, a sentirlo soffiare
-e sospirare.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa mai è accaduto di nuovo?... Che cosa c'è
-di nuovo?
-</p>
-
-<p>
-Donna Maria e il signor Zaccarella, cercano di
-indovinare, corrono direttamente, col pensiero, fino
-a Parigi. Ma s'ingannano tutti e due.
-</p>
-
-<p>
-La cattiva luna spunta, questa volta, dalla parte
-di Bologna. Il primo a saperlo, s'intende, è sempre
-il fido Zaccarella, il quale, in tutta fretta, comunica
-l'importante notizia alla signora.
-</p>
-
-<p>
-— A giorni, deve arrivare Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-— A Bex?
-</p>
-
-<p>
-— A Bex, per venire con noi a Villars. Anche
-Sua Eccellenza ha scelto Villars per passarvi l'estate.
-Don Luciano — non c'è nessuno, ma il signor
-Zaccarella abbassa la voce — don Luciano avrà certo
-paura di qualche osservazione, di qualche contrasto...
-Ecco spiegato il suo cattivo umore!
-</p>
-
-<p>
-— Già, sicuro! Ecco spiegato il suo cattivo umore! — ripete
-Maria com'un'eco. Ma in cuor suo, prova
-un senso di sollievo. Vede avvicinarsi qualche ora di
-tregua, se non di pace.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo D'Orea, — o Sua Eccellenza come lo chiama
-rispettosamente il signor Zaccarella, — è l'unico
-fratello di Luciano: fratello maggiore di una decina
-d'anni. È stato un po' il suo tutore, gli ha fatto un
-po' anche da padre. Ha cercato di educare Luciano
-con idee moderne, di abituarlo allo studio, al lavoro,
-di innamorarlo, di appassionarlo alle cose belle...
-inutilmente. Il ragazzo rompe il freno e gli scappa di
-mano prima del tempo. Niente studio, niente lavoro:
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-le sole cose belle che lo innamorano sono le belle
-donne e lo appassionano quelle, specialmente, che
-costano molto.
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano, tuttavia, anche diventato uomo e libero
-di sè, ha sempre un certo timore di suo fratello.
-Se non per amore, per forza, lo sopporta e lo
-rispetta.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, in fatti, è per tutti, ed anche per Luciano
-il capo visibile ed invisibile della grande Casa.
-</p>
-
-<p>
-Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del
-lavoro; con la rettitudine e la semplicità della vita.
-Si sarebbe detto che in quell'uomo mingherlino, dalla
-barbetta rada e già brizzolata, che in quella testa
-quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia
-produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse
-però scomparsa ogni rozzezza atavica, ogni lievito
-di grettezza e di cupidigia. Egli è il nepote di una
-schiatta forte e utile, che anzichè degenerare, procede
-con lui e per lui verso una perfezione armonica
-e vittoriosa. Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche
-buone e cattive, nello spirito egualitario e
-sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli ha
-intuito quell'assioma economico che i finanzieri del
-nord-america respirano nell'aria del loro paese; cioè,
-che il possedere molto danaro è una gran buona cosa,
-che il possederne moltissimo è una cosa ancora
-più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni
-e i miliardi non valgono un dollaro e nemmeno un
-<i>penny</i>, se nella fatica angosciosa di accumularli non
-si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e
-di salute, che occorre per saperli godere.
-</p>
-
-<p>
-Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea
-ha tutto saputo, tutto veduto e quindi tutto rinnovato
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-e migliorato. Nelle sue molte aziende rurali, egli ha
-recato i criteri suoi e lo spirito di previdenza, di
-assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi.
-</p>
-
-<p>
-Industriale di ampie vedute e anche un po' artista,
-ha sempre posto in tutto quello che ha fatto e
-creato, uno schietto sentimento di armonia e di bellezza.
-Ha dato il suo consenso e il suo nome alle
-imprese più simpatiche e originali, mantenendosi
-nei rapporti nuovi, complessi e difficili lo stesso uomo
-fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi
-timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto
-di sè stesso e degli altri.
-</p>
-
-<p>
-Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però
-dovuto dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi
-in cui molti lo sono disonestamente, è presto eletto
-deputato e dopo un paio di legislature, in uno degli
-ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio
-delle finanze gli è inflitto come un dovere verso il
-partito e verso il paese.
-</p>
-
-<p>
-Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia
-che gli facciano difetto. Gli manca, invece,
-quella virtù o vizio — secondo i casi — che lo Spencer
-chiama «l'adattabilità agli ambienti».
-</p>
-
-<p>
-Alla mancanza di sincerità e di probità politica
-egli non ha voluto, nè saputo piegare. Dopo pochi
-mesi di governo, mentre è tutto infervorato in un
-piano di riforme nel quale vede un rinnovamento
-economico del paese, si trova di fronte alla necessità
-politica di tergiversare, di rinunciare al meglio delle
-sue idee per manipolare una delle solite «esposizioni
-finanziarie» a base di transazioni, di lustre, di ipocrisia
-e di falsità. È preso da un impeto di sdegno.
-Tutto il suo orgoglio di galantuomo si ribella alle
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-pretese dell'affarismo e dell'<i>arrivismo</i> che gli si stringono
-d'attorno ed infischiandosene della crisi e dello
-scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi stabilimenti
-industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese.
-</p>
-
-<p>
-Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma
-più istruito e più cauto. Del suo intermezzo politico
-parla il meno possibile e con una discrezione degna
-del sapiente antico. Della gloria del potere non gli è
-rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto
-nella spagnolesca e fastosa espansione meridionale
-dei parenti e dei clienti di sua cognata: e nemmeno,
-ben inteso, in presenza sua.
-</p>
-
-<p>
-Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente
-Giacomo D'Orea, — anzi Dorea — senza apostrofe.
-Non nasconde, ricorda compiacendosene, le
-origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini
-e mortadella» come diceva sdegnosamente missis
-Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il <i>don</i> sono innovazioni
-di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano!
-Giacomo ha cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito
-per riderne... e ne ride, specialmente, con la zia
-Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta, ancora
-piena di salute, di buon senso e di brio che vive in
-campagna, perchè non ha mai saputo risolversi a
-mettersi il cappellino, come le contesse, e che manda
-saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè spodestati
-dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non
-ha mai voluto e non vuol lasciarsi vedere... per paura
-di farli arrossire!
-</p>
-
-<p>
-A proposito di quel «<i>don</i>» nuovo di zecca di Luciano,
-la zia Gioconda diceva scherzando a Giacomo,
-per metter pace:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e
-principati che Nannetto ha fatto perdere a sua moglie,
-sposandola, ha trovato, in camera da letto, quel
-piccolo <i>don</i> e lo ha tenuto per sè!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, del resto, s'è opposto quanto ha potuto
-al matrimonio di Luciano con la duchessina Moncavallo.
-</p>
-
-<p>
-— Troppa nobiltà, troppa diversità di razza e
-troppo fumo! E poi Luciano, ancora, non è maturo
-per il matrimonio!
-</p>
-
-<p>
-Ma non c'è stato verso! A quell'altro, il fumo è
-andato alla testa. Tutti quei titoli, quei palazzi, quei
-castelli dei quali si vedono le dorature e i merli, e
-non si vedono le ipoteche, fomentano la sua vanità,
-la sua superbia, mentre il suo capriccio, la sua passione
-per Maria diventa tanto più furibonda quanto
-più sorgono e si frappongono ostacoli.
-</p>
-
-<p>
-Le nozze Moncavallo D'Orea sono alla fine concluse,
-celebrate e Giacomo, da uomo savio e pratico,
-accetta cordialmente il fatto compiuto. Il patrimonio
-dei Moncavallo e dei Sant'Edodio, che fa le crepe da
-ogni parte, è assai vicino alla rovina; Giacomo ne
-assume direttamente l'amministrazione. Un'amministrazione
-che finisce per risolversi in un'abile, opportuna
-ed anche generosa liquidazione, perchè Giacomo,
-pur di salvare il decoro dei parenti di Luciano,
-ci rimette, volentieri, anche del proprio.
-</p>
-
-<p>
-I milioni di casa D'Orea sono molti: quasi non si
-contano più! Ce n'è per tutti, in abbondanza... ed
-anche per i continui capricci di Luciano! Per i capricci,
-per altro: purchè rimangano soltanto capricci,
-se non del tutto scusabili, almeno perdonabili.
-Ma, adagio! Oltre certi limiti non si deve andare.
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-Giacomo è buono una volta, e buono per dieci, ma
-due volte buono, no. Chiudere un occhio, sta bene,
-e vista l'indole di Luciano, chiuderli anche tutti e
-due, ma quando sia conveniente e prudente di farlo.
-Che se invece il buon nome, l'onore dei D'Orea, avessero
-corso pericolo non di una macchia, ma di
-un'ombra soltanto, allora egli avrebbe fatto immediatamente
-ed energicamente il proprio dovere. Avrebbe
-parlato chiaro; occorrendo, avrebbe alzata la voce.
-</p>
-
-<p>
-E appunto Giacomo, crede adesso e pensa, che il
-giorno di alzar la voce e di comandare sia venuto.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa è questa Fanfan Trécoeur? A Parigi,
-a Nizza, a Montecarlo, sempre con questa Fanfan
-Trécoeur?... Una relazione, un legame simile, una
-tresca?... E pubblicamente?... Con una <i>chanteuse?</i>
-Lui, un uomo ammogliato?... Ah, no! Fino a questo
-punto, no! Con o senza apostrofe, ma il nome dei
-D'Orea deve essere rispettato da tutti, in Italia e
-fuori.
-</p>
-
-<p>
-— Il patrimonio in comune, sta bene: lui ha famiglia,
-io no. Spendere e spandere, senza fare i conti
-del mio e del tuo... tiriamo pure innanzi!... Finchè si
-tratta della casa, della famiglia, dei parenti della
-moglie, del lusso, delle corse, delle scommesse, del
-giuoco, — io lavoro anche per lui, risparmio anche
-per lui, — tiriamo pure innanzi!... Ma cinquecento
-settanta mila lire in meno di tre mesi per la signorina
-Fanfan... Ah, no! Questo poi no!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa fare?... Scrivere?... — Poco efficace. — Chiamare
-Luciano a Bologna?... — Troppo pericoloso!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, un po' contro genio, risolve alla fine di
-andare anche lui a Villars col fratello e con la cognata.
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-La villeggiatura, certamente, non sarebbe stata
-molto gradevole e piacevole, ma, d'altra parte, non
-vede provvedimento migliore.
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio, e andiamo a passare un mese fra i
-vicerè!
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna, fra tanta gente noiosa, insopportabile
-fa eccezione Maria Grazia. Avrebbe fatto delle buone
-chiacchiere con la cognata. Donna un po' fredda, anch'ella
-un po' vice-regina, nella compostezza pacata
-dei modi, delle parole, ma intelligente, giudiziosa e
-buona. — Molto buona e, certo... non troppo felice!
-</p>
-
-<p>
-Ma gli altri!... — Dio che peso! — Quella duchessa
-madre che ha l'aria di scendere dal trono per sua
-grande degnazione e per fare spargimento di grazie
-ed esercizio di mansuetudine! Quel principe Rosalino,
-una continua ostentazione di galanteria convenzionale
-e di cavalleria... pedestre. Che peso, che peso,
-tutta quella gente con la loro retorica dei nobili
-principii, dei sentimenti di famiglia, e il vuoto nella
-testa e nel cuore! Mai un momento di sincerità, di
-vera cordialità! Sempre in etichetta, e in frac tutte
-le sere!
-</p>
-
-<p>
-— Che noia!
-</p>
-
-<p>
-Pure, bisogna proprio andare a Villars!
-</p>
-
-<p>
-— Maledetta Fanfan e... maledetto ragazzaccio!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-A Bex, intanto, la nuova fase della luna cattiva
-e muta, con persistente inappetenza, continua fino
-alla vigila dell'arrivo di Giacomo: proprio quel
-giorno, come per incanto, Luciano riacquista la parola
-e l'appetito.
-</p>
-
-<p>
-— Giacomo... a Villars?... Con mia suocera? Che
-abbia sentito parlare di Fanfan e voglia venir lassù
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-a predicare la morale e l'economia?... Certo, in questa
-sua risoluzione, qualche cosa di nuovo ci deve
-essere!... E in questo «qualche cosa» per un verso
-o per l'altro ci deve entrare Fanfan!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano, s'intende, anche sforzandosi e simulando
-indifferenza e buon umore, non ha riacquistato
-la parola altro che per brontolare; ma adesso,
-pur seguitando a brontolare con Maria e col signor
-Zaccarella, chi è preso di mira è Giacomo! Anzi,
-co' suoi sfoghi, egli cerca di farsi alleati la moglie e
-il segretario, contro il fratello:
-</p>
-
-<p>
-— Noioso e pedante!... Puritano per ostentazione!
-Caparbio e ostinato! E «la modesta semplicità della
-vita operosa» che decantano i suoi giornali? Niente
-altro che avarizia! — Non ho ragione, signor Zaccarella?...
-Ride? Rida, rida! Io parlo poco, ma colpisco
-giusto! Tutta avarizia e diffidenza. Lavora, fa
-tutto lui, perchè non si fida di nessuno! Ma... — qui
-un grande sospirone — dal momento che si deve
-vivere insieme per un mese, che ti pare, Maria? È
-meglio essere in bona! Io non posso soffrire i malumori
-e non amo i litigi in famiglia!
-</p>
-
-<p>
-Questo, gli preme soprattutto: essere in bona con
-suo fratello. Se Giacomo ha timore di prendere troppo
-di fronte Luciano, Luciano, al presente, avrebbe
-ancor più paura di romperla con Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-Cinquecentosettantamila lire erano state pagate a
-Parigi per Fanfan! Ma... e il resto che rimaneva ancora
-da pagare?
-</p>
-
-<p>
-Luciano D'Orea, non ne sa un'acca di amministrazione,
-pure sa benissimo che lui, con la sua generosità
-non ha fatto altro che spendere, mentre il
-fratello, con la sua avarizia, non ha fatto altro che
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-lavorare e guadagnare. Se si venisse alle strette? Se
-si dovessero fare i conti del mio e del tuo?... Non
-sarebbe il momento! Con mezzo milione ancora da
-pagare a Parigi? Con Fanfan che, finalmente arriverà
-fra tre o quattro giorni a Losanna? Con Fanfan
-che vuol fare una brillante carriera, sempre piena di
-successi e che vuol riuscire assolutamente a cantare
-alla Scala?... Con Fanfan che ha sempre lì, pronto,
-se lui si ritira, il re della glicerina?... No, no!... Bisogna
-portare pazienza, chinare il capo e sopportare
-anche le osservazioni e le prediche... per amore di
-Fanfan e per poter tener testa a mister Kennett!
-</p>
-
-<p>
-Il povero don Luciano, con tanti milioni, si trova
-ridotto al punto di dover piangere la propria miseria.
-</p>
-
-<p>
-— Ma! — sospira. — Quando non ci sono quattrini
-abbastanza, bisogna sacrificare anche l'amor
-proprio, il proprio carattere franco, leale, indipendente...
-e fare lo scherzoso e l'amabile persino con
-la moglie lunatica, perchè Giacomo, arrivando a
-Bex, non la veda con gli occhi rossi!
-</p>
-
-<p>
-— Io mi guardo bene dal darti la più piccola seccatura!
-Non è vero, cara? Io ti lascio libera di fare,
-di disfare, io ti lascio sempre padrona di tutto! Non
-è vero, cara?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, Luciano...
-</p>
-
-<p>
-— Soltanto per questi giorni, — pochi, si spera, — che
-Giacomo resterà con noi, io ti prego di non
-fare il muso e di mostrarti, come sei, contenta e felice!
-Mi raccomando.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, Luciano. Del resto, Giacomo è buono. È
-sempre stato gentile e affettuoso con me!
-</p>
-
-<p>
-Il marito ha uno scatto vivace, ma si frena, per
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-i suoi fini diplomatici e inghiotte l'amaro di quel
-«buono» pel timore degli occhi rossi. Ma per essere
-scherzoso e per divertire la moglie, e insieme
-anche per sfogarsi continua durante tutta l'ora del
-pranzo, a ridere alle spalle del fratello.
-</p>
-
-<p>
-— Buono? Tu dici, Maria, che Giacomo è buono?
-Ma è buono perchè gli manca la capacità di poter
-essere cattivo! È un uomo, Giacomo, che deve tutta
-la sua gloria e la sua fortuna, alle qualità che gli
-mancano. Non sa spendere?... Un altro passerebbe
-per un avaro: lui, no; ne fanno un grande finanziere!
-Non sa vestire, è inelegante, sembra un notaio in
-abito di testamento?... Acquista, per questo, nell'opinione
-pubblica, in serietà, in gravità, in superiorità!
-È sempre stato un giovane vecchio, timido, senza
-un'ombra di spirito con le signore. Un altro, sarebbe
-spacciato, ridicolo. Lui, no: è un esempio di
-austerità e di moralità! Ride?... Rida, rida, signor
-Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, che nutre in cuore un profondo
-rispetto per Sua Eccellenza e i suoi milioni,
-si sforza e ride rumorosamente per compiacere il
-padrone.
-</p>
-
-<p>
-Luciano si sente in vena, pieno di brio e continua
-divertendosi:
-</p>
-
-<p>
-— Aver paura è sempre stato il grande coraggio
-di mio fratello! — Un esempio? — Ecco: lo fanno
-ministro. Gli altri, al suo posto, tengono duro, finchè
-li mandano via con la testa rotta. Lui ha paura,
-scappa e si crea la fama di uomo forte, energico,
-«tempra adamantina!». Fosse rimasto al Ministero,
-sarebbe diventato un asino anche lui: scappa e acquista
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-il coraggio delle proprie opinioni e il genio
-della politica! Non ho ragione, signor Zaccarella?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella inghiotte, annuendo col capo.
-Maria rimane silenziosa, seria: non approva il marito,
-non difende il cognato.
-</p>
-
-<p>
-Soltanto a quella parola «asino» lanciata con tanta
-brutalità e volgarità, presente il signor Zaccarella,
-ha un istintivo moto di disgusto; ma è un lampo.
-Luciano, tuttavia, se ne accorge e quindi insiste e
-ribatte sull'asino.
-</p>
-
-<p>
-— Asino! Asino! Asino! Del resto non è il solo
-che sia un asino e che sia diventato ministro! Dica
-lei, signor Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-Questa volta l'ossequioso Zaccarella non ha scrupoli
-e risponde, sprofondando quasi la testa nel piatto
-con un inchino:
-</p>
-
-<p>
-— Verissimo!
-</p>
-
-<p>
-— La politica? Buffoni e asini!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano si ostina, continua a ripetere l'odiosa
-parola, ma ormai non irrita più, non fa più nessun
-effetto.
-</p>
-
-<p>
-— Tu credi, Maria, che occorra un briciolo di talento
-per farsi un nome in politica? Rispondi, Maria:
-lo credi proprio?
-</p>
-
-<p>
-Alla insistente interrogazione di Luciano, Maria
-alza su di lui gli occhi dolcissimi, neri neri, ancora
-più neri e profondi sotto l'ombra delle lunghe ciglia
-vellutate: ma non risponde altro che così.
-</p>
-
-<p>
-— La politica?.. Peuh! Io lo dichiaro apertamente:
-abborro, odio la politica! Invece di fare della politica,
-io faccio dello <i>sport</i>: rinforzando il corpo, so
-di rinforzare lo spirito. Sentite! Toccate! — Così dicendo
-allunga e stende il braccio con forza, ne fa
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-toccare i muscoli alla moglie e al signor Zaccarella
-che fa le più alte maraviglie:
-</p>
-
-<p>
-— Di marmo!... Di bronzo!... Vero bronzo!
-</p>
-
-<p>
-— Io ammiro le arti! Le lettere! Si diventa ministri,
-ma si nasce poeti, pittori! Io ammiro e coltivo
-la musica... — E si ferma con particolare compiacenza
-a vantare sopra tutte le altre la divina arte
-della musica, la divina arte del canto! — Si diventa
-ministro, ma tenore, si nasce! Oh, la musica, il canto,
-consola, ingentilisce il cuore! Fa bene all'anima, un
-po' di musica!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella sta sulle spine: — Se donna
-Maria sospetta di quella certa Fanfan?
-</p>
-
-<p>
-Ma, intanto, Luciano si alza, scende, va nella sala
-di musica, apre il pianoforte, chiama Maria, comincia
-la <i>Traviata</i> e continua tutta sera con la <i>Traviata</i>:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>«Un dì felice eterea, mi balenasti innante...»</p>
-</div>
-
-<p>
-La mattina dopo, a colazione, quando ha ben ripetuto
-che Giacomo è un avaro, un pedante e un
-asino, — annunzia alla moglie che gli sarebbero andati
-incontro tutti due fino a Montreux, in automobile.
-</p>
-
-<p>
-— Ti raccomando, Maria. Niente lune. Mostrati
-come sei, contenta e felice!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span></p>
-
-<h3>VI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Appena quelli di Villars sanno dalla «cara Maria»
-che don Luciano è finalmente arrivato a Bex, mandano
-anche a lui, in un mazzo, per telefono, «saluti
-e tenerezze» e poi basta: silenzio prudentissimo.
-</p>
-
-<p>
-I giorni passano senza altre notizie, e quelli di
-Villars li lasciano passare senza chiederne: «nessuna
-nuova, buona nuova».
-</p>
-
-<p>
-Di tanto in tanto, la duchessa madre e il principe
-Rosalino si scambiano con gli occhi, soltanto con gli
-occhi, qualche interrogazione:
-</p>
-
-<p>
-— Come mai?... Il nostro Luciano e la cara Maria
-Grazia, non annunziano ancora il loro arrivo quassù?...
-Ancora non ne parlano?... Ancora non si fanno
-vivi?
-</p>
-
-<p>
-Sssst!... Tutti <i>cito</i>! «Fra moglie e marito non ci
-va messo un dito!»
-</p>
-
-<p>
-Tutti <i>cito</i>, e tutti allegri!
-</p>
-
-<p>
-Per la duchessa Cristina e per il principe Rosalino,
-ogni giorno che passa senza la presenza di Luciano
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-è un giorno guadagnato, un giorno di più di
-sollievo, di piena libertà e di pompa magna senza
-il cruccio delle spostature, dei musi, delle continue
-contradizioni. Per Remigia, ogni giorno che passa
-senza Maria è un giorno guadagnato per le sue conquiste
-e per le sue vittorie. La duchessina rimane
-oscurata dall'immediato confronto con la sorella
-Maria. Quando è presente la bellissima D'Orea Moncavallo,
-la povera Piccola, non è più che una bimba
-allegra, un giocattolo divertente! Punto primo, la signora
-D'Orea è maritata, Remigia, ancora signorina:
-Maria è la grazia, la soavità, l'amore: lei il capriccio,
-il diavolo a quattro!... E poi i capelli neri, quando
-sono così neri, vincono sempre i capelli biondi e la
-poesia, la dolce e malinconica poesia degli occhi di
-giavazzo, dalle ondate di luce tenera e languida vince
-il sorriso e l'arguzia degli occhi ceruli e giocondi!
-</p>
-
-<p>
-Sì, sì! Rimanga a Bex! Che Maria Grazia rimanga
-ancora a Bex, finchè anche lei possa aver trovato
-un don Luciano... magari vecchio e brutto come il
-barone Danova. Non importa! Sarà in tal caso più
-buono e più docile.
-</p>
-
-<p>
-Il solo che si mostri inquieto, in tanta pace, è il
-signor Trüb.
-</p>
-
-<p>
-In que' giorni a Villars c'è un tempo splendido!
-Fin troppo splendido e troppo caldo!... Il meteorologo
-signor Trüb prevede non lontana una nuova burrasca
-e teme che i rimasti a Bex, invece di salire,
-facciano scendere anche gli altri! Il signor Trüb si
-aspetta sempre una qualche spiacevole improvvisata
-dalla volubilità degli italiani e il suo cuore non sarà
-soddisfatto e sicuro, finchè la grande famiglia di
-prim'ordine non sarà tutta riunita alla <i>Tête-pointue</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E così, signor principe?...
-</p>
-
-<p>
-È col principe Rosalì, che il signor Trüb può sfogarsi
-a parlare. La duchessina è gentilissima, affabile,
-ma scherza sempre, non gli dà retta; egli comincia
-a sospettare che lo prenda un po' in giro.
-Gli altri sono molto sostenuti. Rispondono ai suoi
-inchini, saltetti e sgambetti con un cenno di testa
-e non tutti i giorni. Col maggiordomo, con i servitori,
-non c'è verso di poter dire due parole senza stappare
-una bottiglia!
-</p>
-
-<p>
-— E così, signor principe?... Ha ricevuto qualche
-notizia?... Si sa quando arrivano il signor duca e la
-signora duchessa D'Orea? — In tanta confusione di
-titoli, il prudente locandiere li crea tutti duchi per
-non sbagliare.
-</p>
-
-<p>
-— Ancora non hanno scritto niente! Vuol dire che
-laggiù si trovano bene!
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile, signor principe! Con questo caldo?
-</p>
-
-<p>
-— Eppure... vorrà dire che a Bex, farà fresco!
-</p>
-
-<p>
-Il rubicondo Trüb fa un inchino, un saltetto, scoppiando
-in una sonora risata: scherza sempre, è sempre
-pieno di brio, il signor principe!
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! Ah!... Fresco a Bex! Ci sono trenta
-gradi! Scappano tutti!... Ogni giorno mi arriva un
-monte di telegrammi!... Famiglie di prim'ordine, titolate,
-dall'America, persino dall'Australia, che vorrebbero
-fermarsi alla <i>Tête-pointue</i>, tutta la stagione!
-Io non fo altro che rimandar gente! Sono venuti a
-sapere che le più belle camere con i due saloni del
-primo piano tenuti a disposizione del signor duca e
-della signora duchessa D'Orea, sono tutt'ora vuoti,
-e mi tormentano!
-</p>
-
-<p>
-— E voi rispondete che sono pieni, e vi lascieranno
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-in pace! Finchè mia nipote non viene quassù,
-vuol dire che giù si trova bene, ed è inutile scrivere,
-telefonare, voler sapere... Sapere che cosa?... «Chi
-sta bene non si muove!» Eh! Mi par naturale!
-</p>
-
-<p>
-Dalla grande terrazza dell'albergo, in certe sere
-chiare di luna, profumate dal tepido odor di pino, si
-scorgono laggiù, in fondo in fondo, nella parte più
-bassa e più buia della valle, alcuni punti di luce
-giallastra: è la cittadina di Bex.
-</p>
-
-<p>
-Che caldo, che soffoco, deve fare in quella pianura
-arsa, cocente, se a Villars, a mille trecento
-metri, non c'è un filo d'aria!... E che tormento deve
-essere Luciano... <i>retour de Paris</i>!... Che musi! Che
-scene!...
-</p>
-
-<p>
-Ma la madre non vuol lasciarsi vincere dai tristi
-pensieri, e interrompe il beato silenzio del fratello
-che sonnecchia, nell'ora placida della digestione, al
-chiaro di luna.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa, anche questa volta, che bel regalo!
-</p>
-
-<p>
-— Regalo?
-</p>
-
-<p>
-— Che bel regalo avrà portato Luciano da Parigi
-alla mia cara Maria!
-</p>
-
-<p>
-— Eh!... Certo!
-</p>
-
-<p>
-— L'altra volta le ha regalato un filo di perle,
-del valore di sessanta mila lire!... Regali, bisogna
-proprio dire, gliene fa molti, sempre magnifici e di
-buon gusto!
-</p>
-
-<p>
-— Eh!... Certo!
-</p>
-
-<p>
-— Maria, in fondo, siamo giusti, non ha che da
-parlare e ha tutto ciò che vuole!
-</p>
-
-<p>
-— Tutto!...
-</p>
-
-<p>
-— Quante ragazze si augurerebbero di essere la
-mia Maria! Si sa, a questo mondo, ogni rosa ha la
-sua spina!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Eh! Si sa! Ogni magione ha la sua passione!
-</p>
-
-<p>
-Così, il cuore della madre si mette in pace, e può
-quindi gioire senza scrupoli vedendo l'Idola a scherzare,
-a ballare e a divertirsi.
-</p>
-
-<p>
-Appena arrivata, appena scesa alla <i>Tête-pointue</i>,
-la duchessina Remigia col panama dalla larga tesa
-messo alla birichina, con la sua scioltezza disinvolta
-e la sua aria signorile, ha subito fatto colpo sui primi
-forestieri nei quali si imbatte e che stanno a crocchio
-davanti al portone dell'albergo.
-</p>
-
-<p>
-<i>Din</i> e <i>Don</i> non vogliono lasciarsi prendere, non
-vogliono lasciarsi legare al guinzaglio e Remigia approfitta
-subito della loro disubbidienza per farsi ammirare.
-Li insegue correndo, con movenze agili eleganti;
-si finge crucciata e li chiama forte, battendo
-i piedini, frullando, trillando come una lodoletta,
-con la sua voce fresca, d'argento.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din</i>! <i>Don</i>! Subito qui!... Qui subito!... Qui! Da
-bravo! Così, bravo il mio <i>Don</i>! È un tesoro il mio
-<i>Don</i>!... Anche <i>Din</i>! Sì! Sì! È obbediente anche <i>Din</i>.
-Anche il mio povero <i>Din</i>, caro, caro, caro!
-</p>
-
-<p>
-— Che bel piedino! Che bel vitino!.. E che <i>ginger</i>
-la biondina! — Il barone Marco Danova è incantato. — Congratulazioni,
-signor Trüb!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb non sente nemmeno il complimento
-sussurrato a mezza voce. Inchini, sgambetti, saltetti;
-nel ricevere la grande famiglia italiana di prim'ordine
-sembra addirittura un maestro di ballo!
-</p>
-
-<p>
-La duchessina è come un piccolo generale: sente
-l'odore della battaglia, e assapora la gioia del trionfo!
-Villars, sarebbe stato il suo regno e il luogo di
-delizie di <i>Din</i> e <i>Don</i>!
-</p>
-
-<p>
-Che fortuna per lei che Maria Grazia sia rimasta
-a Bex!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un'occhiata fra le signore sparse nel giardino, una
-occhiata fra le altre che leggono o passeggiano sotto
-l'atrio e Remigia ha subito capito il genere: Le francesi
-sono di Ginevra, le inglesi, Cook e C<sup>o</sup>; sono in
-maggioranza le tedesche e però nessun buon gusto,
-anche in chi vuol fare del lusso, e invece una grande
-varietà in camicette, dai colori più pappagalleschi.
-</p>
-
-<p>
-È vero, per altro, che anche fra gli uomini, un
-«don Luciano» ancora non s'è visto.
-</p>
-
-<p>
-Quella prima sera, la nobile famiglia italiana pranza
-tardissimo, al <i>restaurant</i>. Si ferma, dopo, appena
-una mezz'oretta sotto l'atrio, e si ritira assai presto.
-Sono tutti stanchi dal viaggio, dalla giornata di pioggia,
-dal cambiamento d'aria. Totò solamente, sebbene
-sia più stanco e abbia più sonno degli altri, si
-ferma ancora, saluta le signore, per la fumata d'obbligo,
-con la classica pipa di radica. In tutto punto
-nello <i>smoking</i> di <i>Pôole</i> e col berrettino grigio di
-White, gira su e giù col passo lungo da scavalcar
-le montagne, il viso arcigno, seccatissimo, annoiatissimo.
-</p>
-
-<p>
-Eppure, in cuor suo — altro che noia! — è invece
-assai agitato. Guarda e osserva a sua volta con le
-lenti dell'amore e della gelosia, gli ospiti di Villars.
-Remigia avrebbe dovuto constatare che è molto più
-inglese lui, di tutti gli inglesi autentici che ci sono
-alla <i>Tête-pointue</i>: ma Remigia, è tanto dispettosa e
-civetta!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, in quel tempo, ha avuto altro da fare che
-badare a Totò! Passeggiando seria e contegnosa al
-braccio della madre, — non ci sono nell'atrio <i>Din</i> e
-<i>Don</i> e non è l'ora di fare il chiasso, — senza mai
-guardare in giro, senza nemmeno alzar gli occhi ha
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-già notato che i giovinotti e i giovinetti, quelli che
-devono essere i campioni della sala da ballo e del
-<i>tennis</i> la seguono insistentemente con la coda dell'occhio
-e parlano fra di loro, — e certo di lei, — con
-grandissima animazione. Ha notato che anche
-gli uomini seri e gravi, gli uomini maturi, fanno,
-senza parere, dei giretti e delle fermatine premeditate
-per vederla più da vicino. Uno, specialmente,
-con una barbaccia al lucido Nubian. Quello che al
-primo vederla, ha esclamato, rapito in estasi, col
-signor Trüb: — «Che bel piedino! Che bel vitino!»
-</p>
-
-<p>
-La duchessina Remigia, con Mimì Carfo e con
-<i>mademoiselle</i>, sono tutte tre al secondo piano. Le
-camere delle ragazze sono attigue e l'uscio di comunicazione
-è sempre aperto. Dopo la camera di
-Remigia, dall'altra parte, c'è un salottino, poi la camera
-di <i>mademoiselle</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Sai, Remigia, chi c'è a Villars? — dice Mimì
-all'amica, mentre ciascuna si spoglia nella propria
-camera.
-</p>
-
-<p>
-— Chi? — domanda Remigia affacciandosi all'uscio,
-tutta bionda e tutta rosea, in busto e sottanino. — Chi?
-</p>
-
-<p>
-— Indovina.
-</p>
-
-<p>
-— Qualche cosa di bello o di brutto?... Un adoratore?...
-Per me o per te?
-</p>
-
-<p>
-— Indovina!
-</p>
-
-<p>
-La Mimì, già in camicia, un camicione lungo lungo,
-perchè è alta e ricca della persona, sta rimboccando
-le coperte del letto. I capelli pur biondi, ma
-di un biondo assai più scuro dei capelli di Remigia,
-le cascano come un largo flutto lucente, odoroso, giù
-per le spalle, per la vita e le anche.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Chi è questo nostro timido adoratore?
-</p>
-
-<p>
-Remigia s'è slacciato il busto e lo ha gettato sul
-canapè, nella sua camera. Così, mostrando gli ossicini
-delle spalle e con le braccine nude sottili sottili,
-la piccola sembra ancora più piccola e più minuta.
-</p>
-
-<p>
-— Ahimè! — sospira comicamente. — I nostri
-adoratori sono molto timidi! Vorrebbero tutto e non
-hanno il coraggio di domandarci nemmeno... la
-mano!
-</p>
-
-<p>
-Mimì dà in una risata e salta nel letto. Resta seduta,
-appoggiata un po' di fianco ai cuscini, si prende
-tutti i capelli con le due mani, lisciandoli, torcendoli,
-avvolgendoli e fermandoli sulla nuca.
-</p>
-
-<p>
-Remigia insiste, battendo i piedi per terra.
-</p>
-
-<p>
-— Rispondi, Mimì! Per te o per me? Adoratore
-tuo o mio?
-</p>
-
-<p>
-— Non ho detto nemmeno che sia un adoratore!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, e allora? — L'Idola fa un'alzata di spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Mah! Ti divertirai lo stesso! Forse molto di
-più!... L'ho saputo adesso, dalla Rosa. — La Rosa
-è la cameriera della duchessa Cristina. — Ne ha visto
-il naso verde spuntare minaccioso in fondo al corridoio
-del terzo piano!
-</p>
-
-<p>
-— Missis Eyre! — esclama Remigia con un grido
-di gioia. Quella notizia le basta per far del chiasso,
-per sfogare l'argento vivo che ha nel sangue. Salta
-sul letto, salta addosso a Mimì, la bacia furiosamente,
-tirandole i capelli. Mimì si caccia fin con la testa
-sotto le coperte... e Remigia a batterla, a farle il solletico,
-a pizzicarla, continuando a gridare di tutta foga: — Missis
-Eyre a Villars! O gioia! O gioia! O
-gioia!
-</p>
-
-<p>
-— Lasciami respirare... Non ne posso più... — Mimì,
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-mezzo soffocata, butta via le coperte e cerca
-con le due mani di allontanare l'Idola che, tutta capelli
-e voce, pare impazzita. — Non ne posso più...
-Dio, Dio che caldo!... Lasciami respirare!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si ferma un istante: ha sentito aprire la
-camera dopo il salotto.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mademoiselle</i>?
-</p>
-
-<p>
-È proprio <i>mademoiselle</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Si può, duchessina Remigia?
-</p>
-
-<p>
-— Venga! Venga!... Sono qui!
-</p>
-
-<p>
-Anche l'istitutrice ha la grande notizia.
-</p>
-
-<p>
-— Sa chi c'è a Villars?... Indovini.
-</p>
-
-<p>
-— Missis Eyre! Missis Eyre! Quella gioia di missis
-Eyre! — L'Idola ricomincia a strillare, saltando per
-la camera, saltando sulle poltrone e sul canapè.
-</p>
-
-<p>
-<i>Mademoiselle</i> guarda la duchessina e sorride; ma
-soltanto con le labbra. I suoi occhi mansueti e smorti,
-non brillano mai, non hanno mai nè sorrisi, nè
-lampi.
-</p>
-
-<p>
-— Ha già cominciato col <i>proibitissimo</i>! L'ho lasciata
-alle prese con la Carolina!
-</p>
-
-<p>
-— Patapum!... Pum! Pum! — Remigia gonfia la
-bocca, per fare il rimbombo del cannone. — Pum!
-Pum! La colonnellessa Facanapia di Sbirlingonia ha
-aperto il fuoco!
-</p>
-
-<p>
-— Sempre come alla villa d'Este! — continua <i>mademoiselle</i>. — Le
-solite ire contro <i>Din</i> e <i>Don</i>! Non
-devono dormire nella camera della Carolina! <i>Shocking</i>!
-Proibitissimo! Ha già dichiarato che domattina
-farà subito il suo bravo reclamo al <i>bureau</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! E che cosa importa alla colonnellessa
-Facanapia che i miei cani dormano con la mia cameriera?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè la stanza della cameriera è vicina a
-quella di miss Eyre! Abbaiano! Fanno la <i>ciostra!</i>
-Con questa compagnia di gente e di cani, l'<i>hôtel</i> non
-è più un <i>hôtel</i>, è una piazza, una fiera!
-</p>
-
-<p>
-— Senti, Mimì! Guerra dichiarata fra l'Italia e la
-Sbirlingonia! E non si dà quartiere! Domattina, prima
-cosa, impadronirsi del <i>Times</i>! Totò, fuori la pipa,
-e pipa a tutto andare! Nelle ore del caldo e delle dormitine
-pomeridiane, corse e ludi ginnici nel corridoio
-del terzo piano. Dichiarare all'inchinevolissimo
-signor Trüb che al primo <i>pronunciamento</i> delle parole
-«proibito o <i>défendu</i>» tutta l'Italia parte in
-massa per Glion o per Caux! E tutte le sere festa da
-ballo a piena orchestra fino alla mezzanotte <i>et ultra</i>!
-Ben inteso: a <i>Din</i> e <i>Don</i> camera al terzo piano
-con pensione e libero accesso nell'atrio e nella veranda!
-</p>
-
-<p>
-— Tutte le sere, festa da ballo? — osserva Mimì,
-sempre giudiziosa e riflessiva. — Uhm! Ne dubito.
-E i ballerini?... A Villars, abbondanza di giovinetti
-e grande scarsità di giovanotti!
-</p>
-
-<p>
-— Lo hai notato anche tu, Mimì? E quei pochi
-devono essere francesi di Ginevra, come le signore.
-</p>
-
-<p>
-— Niente <i>chic</i>! Niente <i>esprit</i>! Pedanteria e conferenze!
-Che noia! Che noia! Uff! Nascono tutti professori,
-a Ginevra; anche le donne!
-</p>
-
-<p>
-— Ma come fa, Dio mio? Come può osservare
-tutto, lei? E sta lì, così seria, raccolta... Sembra,
-certe volte, che non osi nemmeno di alzar gli occhi! — <i>Mademoiselle</i>
-guarda la duchessina, battendo
-palma a palma in rapimento estatico.
-</p>
-
-<p>
-— Mah! Come gli ufficiali hanno la sciarpa e le
-spalline, noi, quando siamo in parata, dobbiamo avere
-il pudore d'ordinanza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Stasera, sotto l'atrio, non ho visto che un solo
-ballerino possibile! — È Mimì che crede di aver
-fatto la scoperta. — Un giovinotto biondo, elegante,
-con un garofano bianco all'occhiello e la lente nell'occhio?... — Quello
-è inglese, certissimo!
-</p>
-
-<p>
-— L'ho visto anch'io, tò! Ma anche la tua fenice
-porta lo smoking con la cravatta bianca! <i>C'est un
-crime</i>, mia cara! — Remigia diventa seria e scrolla
-il capo. — Io non so che strana idea è saltata in testa
-a quella buona donna di mammà...
-</p>
-
-<p>
-<i>Mademoiselle</i> capisce dall'antifona che l'Idola l'ha
-con la duchessa Cristina e, per cavarsela prudentemente,
-adduce di sentirsi molto stanca, augura la
-buona notte e si ritira.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, torna a saltare sul letto di Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero, sai? Mia madre io non la capisco! Se
-vuol farmi trovare il mio don Luciano perchè non mi
-porta a Saint-Moritz o ad Ostenda? Anche Villars-Ollon
-non mi pare la villeggiatura del <i>coup de foudre</i>,
-ma quella di una buona dote! Villeggiatura di
-rampolli con l'angelo custode; con accanto papà e
-mammà e dieci punti in condotta.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi affettuosi dell'amica, si riempiono di
-lacrime. Sempre così, povera Mimì Carfo, quando
-Remigia tocca quel tasto doloroso del suo matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-— C'è tempo! C'è tempo! Consolati! — Ma dopo
-aver consolata Mimì, l'Idola sospira e diventa seria.
-C'è tempo... E poi, chi sa?... Lo troverò?... Ci sarà
-anche per me un don Luciano, numero due? Perchè,
-giovane o vecchio, non importa...
-</p>
-
-<p>
-— Vecchio, no! Brutto no! Ti prego, ti supplico!.. — Mimì
-geme, per conto dell'amica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vecchio o brutto, per me è indifferente! Ma
-non farò certo un matrimonio inferiore a quello di
-mia sorella! Oh, no; giammai! Piuttosto mi voto a
-Dio!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, che passa con una volubilità straordinaria
-dai sospiri al buon umore, alza le braccia sottili e
-trasparenti verso l'immagine a cap'al letto di Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, sì, lo troverai certo, presto, il tuo don Luciano,
-e più bello, più buono di quello di Maria Grazia,
-e allora la povera Mimì Carfo...
-</p>
-
-<p>
-— Allora?... La povera Mimì Carfo? — Remigia
-avvicina il viso al viso dell'amica godendo anche il
-dolore e le lacrime di quell'adorazione così tenera e
-devota. — Allora, la povera Mimì?
-</p>
-
-<p>
-— La povera Mimì resterà sola, abbandonata...
-</p>
-
-<p>
-— Sola, abbandonata?... In Trinacria? Mainò!
-</p>
-
-<p>
-Remigia scherza, ma la Carfo dice sul serio e
-teme sul serio, non soltanto l'abbandono, ma pure
-l'oblìo.
-</p>
-
-<p>
-— Giura questo, almeno: anche quando avrai trovato
-il tuo don Luciano e saremo tanto lontane l'una
-dall'altra, non mi dimenticherai?
-</p>
-
-<p>
-— Giuro.
-</p>
-
-<p>
-— Mi vorrai bene sempre sempre: giura.
-</p>
-
-<p>
-— Giuro.
-</p>
-
-<p>
-— L'amore non ti farà mai obliare l'amicizia:
-giura.
-</p>
-
-<p>
-— Giuro! Giuro! Giuro! — L'Idola salta dal letto,
-torna a saltare per la camera come una matta. Sembra
-che abbia dell'amore un'idea tutta da ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Sai pure. Mimì, che l'amore è per me la parte
-noiosa della festa: dato che il matrimonio sia una
-festa. Innamorata, io? No! No! Giuro! Giuro! Giuro!
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-Tu sì, che t'innamorerai subito, alla prima occasione!
-Io... ho un cuore senza combustibile. <i>Flirto</i>, qualche
-volta, per non far disperare mammà nelle sue
-mire di collocamento. Ma appena maritata... se ci
-arriverò... non la darò più ad intendere nemmeno a
-mio marito!
-</p>
-
-<p>
-Mimì non risponde: l'amica sua ha colpito nel
-vivo. « — Tu sì, che t'innamorerai subito, alla prima
-occasione!» Come anch'ella sentiva che era vero
-questo, che avrebbe messo tutta la sua vita, tutta la
-sua felicità, tutta se stessa nell'amore... fosse pure
-dolore e sacrificio soltanto!
-</p>
-
-<p>
-Ma... l'occasione, sarebbe poi venuta? Mimì Carfo
-non ha alcuna speranza. È povera, senza essere stata
-mai ricca, senza il lustro di un grande nome, senza
-le aderenze e i ricordi fastosi di una grande famiglia.
-Il babbo di Mimì era un maggiore di fanteria
-ed è morto in Africa. La mamma, sola a Catania,
-riesce appena a strappar la vita con la piccola pensione:
-e fortuna che la duchessa Moncavallo — una
-delle sue tante cugine in grado infinitesimo — le fa
-risparmiare la spesa di Mimì, che, per far piacere
-all'Idola, tiene sempre con sè e fa viaggiare quasi
-tutto l'anno.
-</p>
-
-<p>
-In questo stato di cose che occasioni d'innamorarsi
-le possono mai capitare?
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, affettuosa, appassionata per indole,
-è retta di mente, è onesta, è religiosissima. E se
-l'amore è ardore e poesia per la bella fanciulla siciliana
-l'occasione d'innamorarsi non può avere altro
-aspetto che quello del matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai, Mimì? A che cosa pensi?
-</p>
-
-<p>
-— A tutto e a niente. Sono un po' stanca.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io; ho sonno!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le due amiche si scambiano un ultimo bacio.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, cara.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, gioia.
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte!
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte!
-</p>
-
-<p>
-Quando Remigia è in camera sua, va dinanzi allo
-specchio, preme il bottone della luce elettrica, si
-slaccia e lascia cadere il sottanino: rimane così nella
-bianca e molle camicia di batista a guardarsi nello
-specchio... Ad un tratto libera i capelli dalle forcine
-di diamanti e con una forte scrollata di testa li scioglie
-tutti e se li fa tutti cadere sulle spalle. È una
-nuvola d'oro lucente, fluente, profumata; è una maraviglia,
-un incanto... Ma poi... non c'è altro! Capelli
-e capelli! Bellissimi capelli, capelli lunghissimi
-che la coprono quasi, che quasi sembran pesare con
-la loro massa folta, ondulata, sulla piccola e magra
-personcina. Begli occhi ceruli, vivi... Bella bocca,
-bei denti... una bella testina... Ma poi non c'è altro
-per poter piacere agli uomini!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si guarda, continua a guardarsi nello
-specchio e a mano a mano, l'espressione del suo
-viso diventa più seria, quasi truce... Si abbassa la
-camicia, — il cappio azzurro è già sciolto — un po'
-giù dalle spalle...
-</p>
-
-<p>
-— Niente di niente e ormai non ho più speranza.
-I vent'anni sono sonati da tre mesi!
-</p>
-
-<p>
-Come invidia, in quel momento, la bella taglia e
-le belle forme di Mimì!
-</p>
-
-<p>
-Spegne con impeto la luce elettrica, si caccia in
-letto, al buio, e si volta bocconi con mezza la testa
-sotto il cuscino, come fa sempre quando è arrabbiatissima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sei già a letto? — domanda Mimì dall'altra
-stanza.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, e dormo!
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo non fiata più, non osa più!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, instabile e variabilissima com'è, è stata
-presa da un senso profondo, amaro di delusione, di
-sconforto, d'infelicità. L'effervescenza è finita, l'argento
-vivo è consumato; ella vede le cose come sono
-e la sua condizione qual'è realmente.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>Mon Dieu</i>! <i>Mon Dieu</i>! Non mi capita più
-la fortuna di un don Luciano che perda la testa per
-me! Impossibile! Sono troppo piccola e troppo magra
-per il <i>coup de foudre</i>!... Una povera ragazza di
-condizione onesta, costretta a trovarsi un marito a
-furia di occhi bassi e di timidi rossori deve avere,
-necessariamente, come mia sorella, tutti gli altri vantaggi
-dell'appariscenza! Alla rosa mistica senza dote,
-e che deve esprimersi senza parole, occorrono, in
-compenso, le doti e l'eloquenza del quadro plastico!... — E,
-intanto, cerca cerca, aspetta aspetta... «Aspettare
-e non venire è una cosa da morire!» Uff! Che
-caldo!... — Evviva le grandi cocottes!... Esse non
-hanno bisogno di dote nè di doti per mettersi a posto!
-La Fanfan di Luciano, per esempio, è magrissima!
-Anzi, se non è una frottola inventata per consolare
-mammà, è persino tisica, eppure... — La
-fanciulla s'interrompe e sospira. — Ma quella Fanfan
-non ha parenti tra i piedi che le fanno la predica!
-Capelli e capelli! Capelli e nient'altro! Maledetti capelli!
-Agli uomini, devo far l'effetto piacevole di una
-parrucca! Uff! — Un secondo sospiro. — Giro i laghi,
-i monti, i mari... e finirò col dovermi accontentare
-del matrimonio d'amore! Ancora un anno o due e
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-poi, svanita la speranza, far presto a sposare Totò...
-per non arrischiare di perdere anche Totò! — Ah,
-mio Dio! Per tutta la vita natural durante, appartenere
-al seguito di donna Maria Grazia D'Orea, come
-una contessina Carfo, qualunque! — Un altro sospiro
-e più forte.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai Remigia? — domanda Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Dormo.
-</p>
-
-<p>
-— Ti sento sospirare!
-</p>
-
-<p>
-— Dormo.
-</p>
-
-<p>
-Totò, Antonio, marchese di Villabianca, aspettando
-di diventare principe di Sant'Enodio alla morte
-del genitore, è assai ben provvisto, ma di titoli nobiliari.
-</p>
-
-<p>
-— Una capanna e il tuo cuore: sposeremo Totò
-e così sia! Basta soltanto che non mi secchi per
-troppo innamoramento! In tal caso, sposo invece lo
-zio Rosalì!
-</p>
-
-<p>
-Remigia ride. Pensa alla faccia che farebbe Totò,
-il britanno, al vedersi l'Idola rapita dal genitore;
-continua a ridere, dimenticando i suoi guai e si addormenta
-ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Mimì, invece, è ancora svegliata, e tarda assai
-prima di poter pigliar sonno. È il cruccio di Remigia
-che le fa pena, che la tiene inquieta. Mimì ha
-letto e legge nel cuore dell'Idola, e con ardore, con
-gioia sacrificherebbe tutto e si sacrificherebbe tutta
-per saperla felice! La fanciulla povera ha riposto
-nella dolce e cara parola «amica» tutta la tenerezza
-del suo cuore, tutto quel suo grande prepotente
-bisogno di espandersi, di voler bene!
-</p>
-
-<p>
-Nella sua innocente purezza e nella sua fede cieca
-e illimitata, Mimì innalza Remigia al settimo cielo e
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-la immagina e la vede, come in realtà non è. Remigia,
-per Mimì è un angelo; un angelo di bontà e
-un angelo di bellezza. Anzi, sono gli angeli stessi,
-che per essere veramente angeli furono creati a
-imagine di Remigia. Mimì adora la sua amica e le
-pare che tutti debbano adorarla in ginocchio; Mimì
-l'ammira e le pare che tutti debbano ammirarla incantati.
-E come la rende un essere ideale, così nel
-suo sogno pinge con i più smaglianti colori, e adorna
-delle più belle e più rare virtù quell'essere straordinario,
-soprannaturale, che sarà assunto alla felicità
-beata dell'amore e delle nozze di Remigia. E l'atteso
-nel concretarsi, nella feconda fantasia di Mimì, nel
-farsi uomo di questa terra, prende le sembianze del
-giovine e forte Sigfrido, ingentilito con l'animo mistico,
-malinconico di Lohengrin. E siccome il principe
-incantevole e celestiale, tarda a scendere dalle
-nuvole rutilanti o a varcare i mari con il candido
-nocchiero e Remigia, con la sua prosa birichina ne
-attribuisce il ritardo all'essere troppo piccola e specialmente
-troppo magra, la Mimì, la devota, la sommessa
-Mimì, come le avrebbe offerto volentieri, subito,
-in affettuoso omaggio, tutti i gigli e le rose della
-sua fiorente giovinezza!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Chi s'è addormentata subito, anche quella sera, — soltanto
-le zanzare riescono qualche volta a tenerla
-desta, — è <i>mademoiselle</i>. Ella dorme da un
-pezzo e sogna: sogna <i>Din</i> e <i>Don</i> che fuggono nuotando
-in una vasta latitudine allagata, e lei dietro
-inseguendoli, pure a nuoto. La duchessina è in barca,
-grida, ride, si arrabbia, stimolandola, incitandola
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-strapazzandola. <i>Mademoiselle</i> nuota, continua a
-nuotare faticosamente. <i>Din</i> e <i>Don</i> son sempre lì vicini,
-alla medesima distanza, ma anche lei, nuota, nuota
-e rimane sempre allo stesso punto... Un solo colpo
-forte e <i>Din</i> e <i>Don</i> sono presi... ma non può, non
-può più allungarsi, non può più stendere le braccia,
-quell'acqua torbida si fa pesante, le impedisce ogni
-movimento, la soffoca...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span></p>
-
-<h3>VII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-L'Idola è furente contro Totò!... Totò, invece di
-mostrarsi amabile, invece di essere «entrante e discorsivo»
-con i giovinetti e con i giovinotti della
-sala da ballo e del <i>tennis</i>, rimane duro, impettito,
-non parla con nessuno, non si lascia avvicinare da
-nessuno!
-</p>
-
-<p>
-— Sei noioso! Sei impossibile! — borbotta. Poi
-dà un'alzata di spalle e se ne ride. — Noiosissimo
-ed anche cretino!
-</p>
-
-<p>
-Totò è geloso. Sotto l'anglico aspetto, batte un
-cuore meridionale, sensibilissimo. La classica musoneria
-di Totò, adesso non è più una posa elegante;
-è uno stratagemma d'amore. Tenendo tutti a distanza,
-spera di tener tutti distanti da Remigia.
-</p>
-
-<p>
-Lì, a Villars, ha paura più che mai e, per conseguenza,
-è più che mai geloso, sospettoso, imbronciato.
-Nelle sue inquietudini c'entra anche il numero
-tredici. Come tutti gli innamorati e i disgraziati, anche
-Totò è diventato superstizioso e teme la jettatura.
-Nella spedizione del bagaglio, il suo baule è toccato
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-il numero tredici! All'albergo gli hanno dato la camera
-numero sessantasette: sei e sette, tredici!
-</p>
-
-<p>
-Villars gli deve portar sfortuna!
-</p>
-
-<p>
-Anche Totò aveva subito notato, con un respiro di
-soddisfazione, che alla <i>Tête-pointue</i> il don Luciano
-numero due, non c'era. Ma poi il respiro s'è fermato
-a mezzo:
-</p>
-
-<p>
-— Se ancora non c'è, può capitare da un momento
-all'altro!
-</p>
-
-<p>
-Con la faccia marmorea impassibile dietro la pipa
-di radica, fra una boccata e l'altra di fumo, indifferente
-e distratto in apparenza, ma con il cuore stretto
-dall'ansietà, egli interroga ogni giorno il signor Trüb
-e il segretario sul movimento dei forestieri: ad ogni
-arrivo è un'inquietudine... Ad ogni partenza un sollievo.
-</p>
-
-<p>
-Poi, anche senza il don Luciano numero due, può
-forse sperare il misero Totò, in un'ora di pace?
-</p>
-
-<p>
-Con Remigia?... Innamorato di Remigia?... La
-pace?... — Mai!
-</p>
-
-<p>
-Quando lui e lei si trovano soli, — cioè soltanto
-con mammà, papà e compagnia, — quando viaggiano
-in carrozza o nel vagone riservato, allora, ma
-allora soltanto, gli concede Remigia, qualche buon
-quarto d'ora. Lui ne approfitta subito per fare raccomandazioni,
-recriminazioni, prediche; per sospirare,
-supplicare e ottenere promesse inverosimili di serietà
-e di docilità... Remigia, lì, mentre sono soli, lo
-ascolta senza collera, quasi con sommissione... Non
-ride, ma sorride tenera, affettuosa e sembra promettere
-e sembra concedere... — Ma appena arriva gente,
-di qualunque razza, — uomini s'intende, — l'incanto
-è rotto, Remigia si agita, parla forte, ride forte,
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-gli occhi guizzano, lampeggiano... E l'Idola gli sfugge,
-non è più sua, è un'altra, è tutta per gli altri!
-</p>
-
-<p>
-È una febbre, una smania che ha addosso quella
-civetta, di piacere, di far colpo!... Chi si sia, non
-importa! Persino vuol far colpo sul signor Trüb;
-se non c'è di meglio... persino sul portiere!
-</p>
-
-<p>
-— Che disperazione, che inferno!... Proprio che
-inferno, — borbotta Totò — voler bene... così, a
-una donna, ad un essere... così!
-</p>
-
-<p>
-A Villars egli non fa altro che ripetere, con Mimì,
-con la duchessa Cristina e con papà — con la Remigia
-non osa: — Fra tanta gente, non vedo ancora
-una persona per bene! Non c'è <i>chic</i>! Ho scorso il
-libro dei forestieri, — non c'è niente; non c'è un
-nome noto. Per ora non c'è da fidarsi. Non voglio
-far conoscenze per non correre il rischio di dover
-fare presentazioni. Per il <i>tennis</i> siamo già in quattro,
-con <i>mademoiselle</i>: si giuoca fra di noi!
-</p>
-
-<p>
-Niente conoscenze, dunque; niente presentazioni!... — Così
-il buon Totò, crede e spera, ma poveretto
-si è troppo dimenticato del numero tredici, e ha
-fatto i conti senza <i>Din</i> e senza <i>Don</i>!
-</p>
-
-<p>
-I due neri barboncini sono altrettanto amabili e
-socievoli, quanto l'orso innamorato è selvatico e feroce.
-Essi ruzzolano festevolmente fra le gambe dei
-forestieri e rispondono alle carezze frullando il codino
-monco dalla nappina lanosa.
-</p>
-
-<p>
-Adesso, finito lo scompiglio dei primi giorni, <i>Din</i>
-e <i>Don</i> fanno regolarmente i loro pasti quotidiani,
-subito dopo la colazione e dopo il pranzo dei padroni,
-ed è lo stesso signor Trüb in persona, con le falde
-del lungo abito nero spiegate al vento, che porta
-sulla terrazza le due scodelle di zuppa. Il rubicondo
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-e gongolante signor Trüb sfida ormai le occhiatacce
-di missis Eyre.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Shocking!</i>
-</p>
-
-<p>
-La schifiltosa e superba colonnellessa è scandalizzata
-e indignata contro il «taverniere», il «bettoliere
-lustrascarpe». — Ecco il vero <i>coco</i>, — non
-le riesce di dir cuoco, — il vero <i>coco</i> dei cani!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, si sa, non manca mai al pasto dei tesöri
-«cari cari!» Vi assiste circondata da tutta la sua
-corte con quel carabiniere mutria di Totò, che fa
-la guardia a due passi di distanza.
-</p>
-
-<p>
-Specialmente quando c'è gente e si vede osservata,
-ella si mostra piena di tenerezze, di moine e di premure
-per i suoi barboncini.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mon Dieu</i>! <i>Mon Dieu</i>! Se a Villars mi prendessero
-il cimurro! Che disperazione! Ho sempre
-paura, signor Trüb! Tanta paura!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb, sgambetti e saltetti, la rassicura.
-</p>
-
-<p>
-— A Villars?... Con questo clima?... Con quest'aria
-balsamica?... Finchè i suoi morettini restano alla
-<i>Tête-pointue</i>, garantisco io! E poi io me ne intendo;
-è la mia specialità! Tocchi, signora duchessina: hanno
-il naso fresco e le orecchie calde. Segno infallibile;
-stanno benone!
-</p>
-
-<p>
-— È sicuro che non c'è il più piccolo ossicino nella
-zuppa?
-</p>
-
-<p>
-— Sicurissimo! L'ho fatta preparare io stesso,
-sotto i miei occhi!
-</p>
-
-<p>
-— Il brodo? Ha allungato il brodo?
-</p>
-
-<p>
-— Due terzi di brodo e un terzo di acqua! Non
-dubiti, signora duchessina! Si fidi di me! Io ho sempre
-avuto passione pei barboncini!
-</p>
-
-<p>
-— Dio! Dio! — Remigia è mezzo spaventata e
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-mezzo in collera. — Ma signor Trüb! Caro signor
-Trüb! Questa zuppa scotta; scotta terribilmente!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb protesta, poi si scusa.
-</p>
-
-<p>
-— Non è possibile! Garantisco! È tiepida! Appena
-tiepida! — Alza gli occhiali in mezzo alla fronte,
-gonfia le gote e col faccione che gli diventa rosso
-e tondo come la luna, soffia e risoffia sul brodetto,
-mentre la duchessina, ritta in punta di piedi, alza e
-tende le braccia, adagio adagio, con le due scodelle
-colme, per allontanarle dai musetti avidi, bramosi
-delle affamate bestiole che spiccano, latrando, salti e
-volate.
-</p>
-
-<p>
-— Giù! Giù!... Adesso no! Ho detto di no!... Obbedienza!...
-Bravo <i>Din</i>! Sì, sì!... Anche il mio <i>Don</i>
-è bravo, è buono!... Amöre! Tesöro!... Tanto bene io!
-Tanto bene a tutti e due, ma adesso ancora no! Ancora
-non si può! Aspettare! Aspettare!.. Pazienza e
-aspettare!
-</p>
-
-<p>
-La piccola bionda, la piccola rosea, è la grazia,
-la vivacità, la giovinezza. La sua voce armoniosa, melodica,
-è un canto... un invito.
-</p>
-
-<p>
-La schiera dei giovinetti e dei giovinotti, fra i
-quali primeggia il campione del <i>tennis</i>, — l'inglesino
-dalla lente e dal garofano già notato da Mimì
-e da Remigia, — si avvicina irresistibilmente. — E
-anche la barba al lucido Nubian; anche l'ammiratore
-del bel piedino e del bel vitino!
-</p>
-
-<p>
-« — <i>Des barbets superbes!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Qu'ils sont beaux, ces petits chiens!</i>»
-</p>
-
-<p>
-Il Danova, dimenando i fianchi, si avanza un passo
-più degli altri:
-</p>
-
-<p>
-— Magnifici cani! È la gran moda, adesso, a Parigi,
-i barboni neri! Due cani così, sono capacissimi,
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-quei ladri, di farli pagare anche tre o quattro mila
-lire!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Je crois bien; ils sont de race!</i>
-</p>
-
-<p>
-Ma per quel giorno, basta; tanto più che la duchessa
-madre, al braccio del principe fratello, è lì
-che ascolta e osserva, girando attorno alla figliuola.
-Restano tutti muti, in circolo, ad ammirare i due
-cani che <i>slappano</i> avidamente con il muso affondato
-nella scodella e la duchessina che continua a vezzeggiare,
-a garrire amorosa i suoi tesori, a ridere,
-a scherzare, spiegando con ogni parola, con ogni
-gesto, con ogni atteggiamento, nuove grazie e nuove
-attrattive.
-</p>
-
-<p>
-— E così Idola, cara?... — domanda la madre
-con un'espressione subitanea di dolcezza e di compiacenza
-che le illumina il bel viso severo. — I tuoi
-morettini hanno buon appetito?
-</p>
-
-<p>
-— Eccellente, mammà! — Remigia risponde con
-un trillo di gioia.
-</p>
-
-<p>
-— Divorato tutto, anche le posate, signora duchessa!...
-A Villars?... L'aria di Villars?... È prodigiosa
-per la salute degli uomini e delle..
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb s'interrompe: sgambetti e saltetti.
-Non osa, dinanzi alla duchessa e alla duchessina, di
-chiamar bestia quei due... «amori» quei due «tesori»
-che costano tre o quattro mila lire. Fa cenno
-al portiere, fa portar via i piatti vuoti e, inchinandosi,
-se ne va lesto, di volo, strisciando e scivolando
-sul terrazzo lucido.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno dopo, — occorre dirlo?... — appena il
-signor Trüb si presenta con la zuppa, ecco apparire
-un primo giovinetto, poi un secondo «... com'augel
-per suo richiamo». Ecco fra i giovinotti il garofano
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-bianco... ed ecco la barba inverosimile del barone
-Danova.
-</p>
-
-<p>
-Guardano verso il <i>restaurant;</i> aspettano e scherzano
-con l'albergatore.
-</p>
-
-<p>
-— Mi raccomando, occhio agli <i>ossicini</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Scotta la zuppa?... Scotta?...
-</p>
-
-<p>
-Un istante ancora d'attesa, poi, finalmente, sull'alto
-della gradinata si spalancano i battenti a vetri:
-sono i due barboncini che si slanciano d'un salto, abbaiando
-di gioia e di fame, addosso al signor Trüb,
-e l'Idola, bianca e bella come un fiore, allegra e vispa
-come un uccellino, scende a volo sul terrazzo.
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi! Eccomi, signor Trüb!... Com'è buono!
-Com'è bravo!... Caro, caro il signor Trüb!...
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova ha una scossa; una voglia intensa
-gli corre per le vene.
-</p>
-
-<p>
-— Che bel vitino! Che bel piedino!... Che capelli!...
-Che bocca!... Soprattutto che bocca... maravigliosa!...
-Con tanti danari buttati al diavolo, non ho mai avuto
-niente di simile!
-</p>
-
-<p>
-Gli occhietti umidi e loschi scintillano, il naso a
-becco divampa con un tremito più vivo.
-</p>
-
-<p>
-Remigia ha subito notato la smania, il turbamento
-del barone Nubian, ma finge di non badare altro che
-al pasto dei cagnolini.
-</p>
-
-<p>
-— Buona la pappa?... Adagio, adagio!... Non bisogna
-mangiare troppo in fretta!
-</p>
-
-<p>
-— Piccante!... Piccantissima! Straordinaria!
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova si avvicina a Remigia di un altro
-passo, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, dondolando
-la pancetta arrotondata dal <i>gilet</i> bianco. Ha
-un'aria di padronanza mentre la fissa ostinatamente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè no? — pensa fra sè — Le donne belle
-sono fatte per gli uomini ricchi!... Pagare o sposare
-è sempre comprare. Ha una voce che fa un effetto
-strano!... È un soffio di primavera! Fa diventar giovani!... — Perchè
-no?
-</p>
-
-<p>
-Il milionario si sente forte anche dinanzi a quella
-giovinezza, a quel candore, a quel vergine nobilissimo
-sangue discendente dai reali di Napoli e di Sicilia.
-</p>
-
-<p>
-Non esita più: la duchessa, il principe Rosalino
-stanno bevendo il caffè, in fondo al terrazzo. Non
-c'è che Totò, il quale fuma e freme. Marco Danova
-si rivolge direttamente alla duchessina:
-</p>
-
-<p>
-— E il nome?... Vorrei sapere il nome di questi
-due «amoretti» «tesoretti!».
-</p>
-
-<p>
-Lo ha sentito gridare cento volte, ma finge, naturalmente,
-d'ignorarlo. — Si chiamano?...
-</p>
-
-<p>
-Un istante di silenzio e di ansietà...
-</p>
-
-<p>
-— Come si chiamano? — domanda più risoluto,
-rivolto al signor Trüb.
-</p>
-
-<p>
-Remigia risponde. Risponde abbassando il bel viso
-e arrossendo pudibonda.
-</p>
-
-<p>
-— Uno, — questo, — si chiama <i>Din;</i> l'altro si
-chiama <i>Don</i>!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din</i> e <i>Don</i>?... — Il barone scoppia in una risata
-larga, fragorosa che mostra i bei denti nuovi,
-di smalto, tra i rabeschi d'oro.
-</p>
-
-<p>
-La piccola rialza il capo, e mentre con la forte e
-caratteristica scrollatina di capo, che l'è abituale, rimette
-a posto i riccioli biondi, lancia sull'egiziano
-un'occhiata rapida, espressiva. Ella non vede in
-quell'uomo nè il naso a becco, nè la barbaccia ritinta:
-non vede in lui altro che un possibile... don
-Luciano, numero due!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din</i> e <i>Don</i>?... Allora... <i>din-don</i>!
-</p>
-
-<p>
-Il Danova si riscalda, dondola il capo, imita il
-suono e il tocco della campana e facendo la rota attorno
-a Remigia, continua a ripetere: — <i>Din-don</i>!
-<i>Din-don</i>!... Spiritosissimo! È una trovata!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din-don!</i> — esclama a sua volta il signor Trüb,
-in tono baritonale.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din-don</i>! — squilla allegramente la voce della
-fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-Dondolano pure le testoline ben pettinate dei giovinetti
-e dei giovinotti che si avvicinano più disinvolti:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din-don? Oh, very funny!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din-don? Oh, que c'est drôle!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din-don, les petits diablotins? Din-don?</i>
-</p>
-
-<p>
-Il ghiaccio è rotto; tutti circondano animatamente
-la duchessina:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Din-don? C'est bien gentil!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>C'est charmant!</i>
-</p>
-
-<p>
-— È una trovata! Spiritosissima! — <i>Din-don!
-Din-don! Din-don!</i>
-</p>
-
-<p>
-Il Danova ride e grida più di tutti.
-</p>
-
-<p>
-Il solo Totò rimane in disparte, immobile, come
-impalato al suo posto: la pipa di radica non tira
-più!
-</p>
-
-<p>
-Anche il biondo dal garofano, senza sprecare il
-fiato e senza perdere il sussiego, cantarella dondolando
-adagio, con grazia, la testolina rotonda, ben
-pettinata. — <i>Din-don! Din-don!</i> — Ma ad un tratto
-la lente gli cade dall'occhio e si arresta sorpreso
-sul <i>Din</i>...
-</p>
-
-<p>
-Tutti ridono, tutti scherzano e si affollano attorno
-alla bella duchessina italiana. È il trionfo — un
-vero trionfo, — dell'Idola!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dal terrazzo alto, l'allegra folata di voci e di note,
-unita ai latrati echeggianti e persistenti dei «due
-tesori» incitati dal chiasso, rompe il silenzio della
-valle ampia e muta e il canto e gli amori agli augelletti
-spauriti.
-</p>
-
-<p>
-— Idola! Cara!... Ti diverti?
-</p>
-
-<p>
-La duchessa, al braccio del principe Rosalino, si
-avvicina con lento passo e l'aria regale, sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto, mammà! Tanto, tanto!... Villars è un
-paradiso e il signor Trüb, un angelo!
-</p>
-
-<p>
-L'angelo albergatore, invece di volare, fa un giretto,
-un balletto attorno alla pomposa coppia di
-prim'ordine, per esprimer il suo ossequio profondo.
-</p>
-
-<p>
-— Come la granduchessa di Mecklemburgo! Come
-Nessim bei! Come Casimir Perier!... Tutti incantati
-di Villars!
-</p>
-
-<p>
-Nell'andarsene, passando dinanzi a Totò, sempre
-impalato, vede che la pipa non fuma e gli schianta
-un fiammifero sotto il naso.
-</p>
-
-<p>
-— Permette, marchesino?
-</p>
-
-<p>
-Totò lo manda al diavolo, con un'occhiata furibonda.
-</p>
-
-<p>
-Il buon ragazzo non può più resistere dalla gelosia
-e dalla rabbia. Anche la duchessa Cristina, anche
-papà, non sanno stare al proprio posto!... E Remigia?...
-Che civetta!... Persino con quella brutta
-gente di Villars!... Non ha un briciolo di cuore e
-nemmeno d'orgoglio!
-</p>
-
-<p>
-A un tratto si risolve, affronta Remigia:
-</p>
-
-<p>
-— Io vado... ad Aigle!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo Totò!... Mi porterai delle pesche e anche
-un bel popone, se c'è!
-</p>
-
-<p>
-Il principe Rosalino e la duchessa Cristina gli danno
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-un monte di commissioni: sigarette, lana bianca,
-lana rossa, acqua di Colonia...
-</p>
-
-<p>
-<i>Mademoiselle</i>, con le solite scuse e complimenti,
-gli dà due lettere da impostare ad Aigle. — Così
-arrivano più presto!
-</p>
-
-<p>
-L'istitutrice ha sempre le saccocce piene di lettere
-da spedire a due o tre membri della sua famiglia.
-</p>
-
-<p>
-Totò se ne va, con nelle orecchie la voce allegra
-di Remigia che lo irrita.
-</p>
-
-<p>
-— Non torno più a Villars! Non ci torno più!... — Invece
-è già pentito, in cuor suo, di quella bravata!
-</p>
-
-<p>
-Sulla terrazza, l'allegria si fa più viva, il conversare
-più cordiale ed espansivo.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Vouz permettez, mademoiselle?</i>
-</p>
-
-<p>
-È il biondo dal garofano che si presenta alla duchessina,
-facendo una smorfia per tener la lente ben
-ferma nell'occhio.
-</p>
-
-<p>
-— Per... mette?
-</p>
-
-<p>
-Ha una pallina di zucchero stretta con grazia fra
-l'indice e il pollice.
-</p>
-
-<p>
-<i>Din</i> e <i>Don</i>, appena visto lo zucchero, si alzano insieme
-di scatto, e si tengono ritti sporgendo il musetto
-umido, bramoso e annaspando, invitando con
-le zampe anteriori.
-</p>
-
-<p>
-Remigia risponde arrossendo, con un cenno affermativo
-e abbassando gli occhi. Poi, subito la forte
-scrollata di testa per rimettere a posto i capelli. Ma
-il bell'inglesino, la fenice di Mimì Carfo, non ottiene
-nè un sorriso, nè un'occhiata. Remigia, sulle prime,
-si mostra sempre molto riservata e prudente con i
-giovani. I giovani ardono meglio a foco lento.
-</p>
-
-<p>
-Ella non si rivolge all'inglesino per ringraziarlo,
-ma cerca di nascondere il rossore e di vincere il timido
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-turbamento continuando ad ammaestrare <i>Din</i>
-e <i>Don</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Su! Su! In piedi!... Si resta in piedi!... Si fa
-l'ometto e si ringrazia!
-</p>
-
-<p>
-I due cani, ritti ritti, continuano ad annaspare con
-le zampe riscotendo applausi e destando l'ammirazione
-generale.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Don!</i>... Su! Su! Da bravo! Adesso si dà la
-mano!
-</p>
-
-<p>
-<i>Don</i>, che si era messo a riposare su tre gambe,
-si rialza di nuovo, sebbene di malavoglia, e annaspa
-con la zampa destra verso Marco Danova.
-</p>
-
-<p>
-Questi afferra subito la zampetta del cane e la
-stringe ripetutamente, da buon camerata.
-</p>
-
-<p>
-— Amici, caro <i>Don</i>, din-don! Tesoretto caro! Sempre
-amici in vita e in morte! — Stringe la zampa
-anche a <i>Din</i>, costretto pure a rizzarsi di nuovo.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo! Bravissimo! Son due gentiluomini
-perfetti!
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova, inaugurati così i buoni rapporti,
-si sente quasi ammesso nell'intimità della famiglia.
-Fa una rapida piroetta sulle gambette a roncolo e
-si rivolge con molta disinvoltura alla duchessa Cristina
-salutandola con una scappellata: la sommità
-del capo spunta, completamente calva, come una pera,
-dalla corolla dei capelli tinti.
-</p>
-
-<p>
-— Ho conosciuto a Bologna e sono in relazione
-d'affari col deputato Giacomo D'Orea; l'ex ministro.
-Sarebbe, forse, il suo signor genero, che aspettiamo
-a Villars?
-</p>
-
-<p>
-— No, — La duchessa accenna col capo a un saluto,
-guardando il barone affabilmente con l'occhialino. — No.
-Giacomo è il fratello di mio genero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Danova, che s'è subito ricoperto per via della
-pera, alza la voce, le braccia e dondola la pancetta
-con evidente soddisfazione.
-</p>
-
-<p>
-— Uomo straordinario! Grande talento, attività e
-gentiluomo... tipico. La sua parola vale quanto la sua
-firma! Uomo... straordinario!
-</p>
-
-<p>
-La magnifica barba del principe di Sant'Enodio si
-gonfia e si muove con una leggera ondulazione. Egli
-parla:
-</p>
-
-<p>
-— Appunto, precisamente. Giacomo è il fratello di
-Luciano, mio nipote. Cioè il fratello di Luciano, che
-è poi marito di mia nipote. Precisamente. — Il principe
-stende al barone la bella mano bianca e morbida. — Diremo
-dunque: <i>les amis des nos amis</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Anzi diremo i parenti! — interrompe il Danova. — «I
-parenti dei nostri amici...» Ho scritto appunto
-anche ieri, all'amico Giacomo! Se permettono,
-signori, mi presento da me: Marco Danova. A più di
-mille e trecento metri, si è superiori anche alle restrizioni
-dell'etichetta!
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova continua a piroettare e a dondolare
-dandosi l'aria d'essere il padrone di Villars e continua
-a parlare di Bologna, di Giacomo, di milioni e
-dei molini, intercalando al discorso quelle sue frequenti
-e grosse risate che prorompono ad un tratto,
-anche senza ragione, con uno scoppio fragoroso. Ma,
-intanto, non perde mai d'occhio la duchessina. — Che
-vitino! Che voce! <i>Che ginger!</i>
-</p>
-
-<p>
-Poi ricomincia col <i>din-don</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! Ah!... La duchessina dunque si diverte
-in questo nostro povero e pastorale Villars?
-</p>
-
-<p>
-Remigia arrossisce ma non abbassa gli occhi. Anzi
-il barone riceve «in pieno» un'occhiatina tra il
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-furbetto e il languidetto che lo fa andare in visibilio.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto!... Mi piace tanto, tanto!
-</p>
-
-<p>
-— Villars non è <i>Saint-Moritz</i>, questo si sa, ma il
-clima è eccellente e l'<i>hôtel</i> buonissimo.
-</p>
-
-<p>
-Approva la duchessa, approva il principe Rosalino.
-Il barone continua col vento in poppa.
-</p>
-
-<p>
-— Si possono fare delle gite divertentissime; ci
-sono due o tre escursioni alla <i>Chamossaire</i>, al lago
-di <i>Chavanne</i>, molto interessanti. E poi il <i>tennis</i>!
-Alla <i>Tête-pointue</i> abbiamo un <i>tennis</i> bellissimo!
-Giuoca al <i>tennis</i>, la duchessina?...
-</p>
-
-<p>
-Remigia risponde battendo le mani con un grido
-di gioia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma allora la duchessina avrà qui da divertirsi!
-Potrà fare a Villars delle partite veramente classiche!
-Se la duchessa me lo permette, le presento un mio
-amico, vincitore del campionato di Maloia!
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina acconsente e Marco Danova,
-con la mano si chiama vicino il biondo dal garofano:
-</p>
-
-<p>
-— Sir Arthur Wood! — Il campione di Villars!
-Un giuocatore... straordinario! Ha un colpo di racchetta
-di uno stile perfetto! Elegantissimo!
-</p>
-
-<p>
-Fatta così la presentazione, col gradimento della
-madre, seguono le altre.
-</p>
-
-<p>
-— La sera, che non si può più giocare al <i>tennis</i>,
-si balla... disperatamente! E ballo anch'io! — Le
-presento Monsieur Henri Malot — parigino puro sangue — ballerino
-instancabile! E anche il mio giovane
-amico Lothar Schmidt, di Francoforte!
-</p>
-
-<p>
-Così, via via, uno dopo l'altro, sfilano dinanzi alla
-duchessa, alla duchessina e al principe Rosalino tutti
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-i giovinetti e tutti i giovinotti, tutti i ballerini e tutti
-i giocatori di tennis della <i>Tête-pointue</i>!
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova sembra, ormai, che sia amico da
-dieci anni di tutti i Moncavallo e i D'Orea vicini e
-lontani.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè la duchessa non scrive, non telefona a
-Bex, a sua figlia donna Maria Grazia, di venire a
-Villars, ad aspettare don Luciano? Ha torto, molto
-torto! Si mettono le vedette lungo la strada e appena
-l'automobile di don Luciano è segnalata a Montreux,
-discende a Bex e si trova pronta a ricevere il marito!
-</p>
-
-<p>
-Scherza con Mimì Carfo e con <i>mademoiselle</i> alle
-spalle di missis Eyre e fa ridere la duchessina e tutta
-la sua corte imitando i saltetti e gli sgambetti del
-signor Trüb, uomo barometro!
-</p>
-
-<p>
-Remigia ha l'allegrezza, la gioia negli occhi, nel
-sorriso! Si diverte mezzo mondo alle spiritosaggini,
-ai lazzi del barone, e il barone, a sua volta, è sempre
-più incantato di quel «bel folletto» di quel «bel
-diavoletto» e sempre di più si accende.
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova ha una fiera passione per la donna
-magra ch'egli nel suo gergo brutale e volgare di apprezzatore
-che può spendere, ma che sa spendere,
-definisce «vulcano e terremoto». E una massa di
-capelli, di bei capelli, — ma biondi, li vuol sempre
-biondi, — lo fa diventar matto e co' suoi amici bei,
-ne spiega anche il perchè: — Mi pare di affondar le
-mani nell'oro, in un oro caldo e vivo!
-</p>
-
-<p>
-— Che capelli maravigliosi, proprio d'oro, vero
-oro, i capelli di quel folletto... del Vesuvio! E che
-bocca! Soprattutto la bocca! Ci sarebbe da accontentarsi
-dovendola pagare anche mezzo milione!
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo vede gli occhiacci dell'egizio che divorano
-l'Idola e n'è rivoltata e persino sbigottita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non tenertelo tanto vicino quel grosso pascià!
-Ti fissa in un modo sfacciato, odioso! Sembra... che
-voglia mangiarti con gli occhi!
-</p>
-
-<p>
-Remigia risponde con un'alzata di spalle:
-</p>
-
-<p>
-— Buon appetito!
-</p>
-
-<p>
-Mimì si spaventa.
-</p>
-
-<p>
-— Ma di', gioia, amore, ti lascieresti far la corte
-anche da quel... brutto coso? No! No! Prometti,
-giura, no!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non giura e non promette.
-</p>
-
-<p>
-— Brutto?... Perchè?... Un uomo non è mai brutto!
-Basta guardarlo sotto il suo punto di vista favorevole.
-Quello lì, preso come un re Faraone in borghese,
-è bellissimo!
-</p>
-
-<p>
-— È orribile!
-</p>
-
-<p>
-— Mi fa ridere! È divertentissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Con quella barbaccia tinta!
-</p>
-
-<p>
-— Che importa!... Un po' di colore! E poi, per me,
-sia bello, sia brutto...
-</p>
-
-<p>
-L'Idola finisce di esprimere il suo concetto con una
-altra alzata di spalle.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quando Totò ritorna da Aigle con le pesche, il popone
-e con la testa piena dei più coraggiosi e fieri
-proponimenti contro la leggerezza e la civetteria di
-Remigia, sente da lontano la voce alta, squillante
-della fanciulla che lo fa trasalire e impallidire. La
-voce tanto bella, la voce tanto cara, quella voce a
-cui non sa resistere, viene — ahimè! — dal campo
-del <i>tennis</i>!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Play!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Out!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-</p>
-
-<p>
-È impegnata una seria partita: Remigia e Sir
-Wood contro Mimì Carfo e <i>monsieur</i> Malot.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Play!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Out!</i>
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova ha fissato l'ora e il convegno; è
-andato lui stesso in cerca dei ragazzetti che raccattano
-le palle, e adesso sta rosolando al sole, seduto
-sull'alto sgabello del giudice di campo.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Play!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Out!</i>
-</p>
-
-<p>
-Totò abbandona in fretta al portiere le pesche e
-il popone, salta nel <i>lift</i>, corre in camera sua e si
-butta sul letto, bocconi.
-</p>
-
-<p>
-— Il tredici! Maledetto tredici e maledetto Villars!...
-Con quell'egiziano! Con quell'jettatore tremendo!
-</p>
-
-<p>
-Anche lì, arriva la voce di Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Play!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Out!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Civetta! Civetta!... Che civetta!... Poterla dimenticare...
-o poter morire!... Finirla!... Finirla di
-voler bene a Remigia, — a quella civetta! — e finirla
-con la vita!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Play!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Out!</i>
-</p>
-
-<p>
-Totò scende tardi a pranzo; alla seconda portata.
-Si presenta ben pettinato, irreprensibile nell'abito di
-sera, ma è pallido, stravolto. Non parla altro che
-per inveire contro Villars, e contro la gentaglia ineducata
-e chiassosa che lo abita.
-</p>
-
-<p>
-— Io, per me, lo dichiaro assolutissimamente. Non
-gioco e non ballo. In questo brutto paese e in questo
-pessimo albergo non voglio conoscere un... cane!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'Idola lo lascia sfogare e gli permette di tenere
-il muso per mezza serata; ma poi, quando l'orchestrina
-comincia i primi accordi lo ferma, risolutamente,
-sull'uscio della veranda.
-</p>
-
-<p>
-— Non comincerai anche tu a fare il don Luciano.
-Bada che non te lo permetto io e tanto meno te lo
-permetterebbe mammà!
-</p>
-
-<p>
-Totò, a un simile esordio, Totò che aveva sperato
-con il fiero cipiglio d'incutere timore e soggezione
-all'Idola, Totò perde di botto tutto il coraggio; tenta
-ancora uno sforzo; ma gli trema la voce.
-</p>
-
-<p>
-— Credo di essere padrone del mio umore... buono
-o cattivo!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non di fare il geloso; non di compromettermi
-in faccia alla gente. Questo, se anche te lo
-permettessi io, non te lo permetterebbe certo mammà!
-Bada, te ne avverto, perchè sai che ti voglio
-bene...
-</p>
-
-<p>
-Alle parole «ti voglio bene» gli occhi del povero
-ragazzo si riempiono di lacrime.
-</p>
-
-<p>
-— Non dirlo! Non dirlo, almeno, che mi vuoi bene! — geme
-sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-L'espressione, il tono di Remigia, diventano più
-affettuosi.
-</p>
-
-<p>
-— Mammà s'è già accorta di qualche cosa; e ha
-già domandato due volte allo zio Rosalì, perchè tieni
-il muso e perchè sei sgarbato.
-</p>
-
-<p>
-— E papà, che cos'ha risposto? — domanda inquieto
-Totò.
-</p>
-
-<p>
-— Zio Rosalì non ha risposto nulla, ma ha fatto
-certi occhi!... Pensa, — sai che papà non fa complimenti. — è
-capacissimo di mandarti via da Villars?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E tu questo lo desideri!... Lo vuoi!
-</p>
-
-<p>
-— Io non lo voglio! No, non lo voglio! Tanto è
-vero che ti avverto del pericolo. Ma sicuro che se
-ti fai capire da mammà... è finita. Sai che mammà
-ha le sue idee, il suo piano. E' sempre in traccia
-anche per me... — Uff! — di questo divertentissimo
-don Luciano numero due. Qui non c'è: fra questa
-gente, fra questi ginevrini, fra questi ottimi figliuoli
-di buona famiglia, il mio don Luciano non c'è... e
-tu, invece di essere contentissimo, di essere amabile
-con tutti, fai il rabbioso, fai l'orso! Davvero che io
-non ti capisco!
-</p>
-
-<p>
-Totò, s'è un po' tranquillato; ma non interamente.
-</p>
-
-<p>
-— Però... quel biondo dal garofano!
-</p>
-
-<p>
-— Figurati!... Studia per diventare ingegnere elettricista!....
-Capirai, che non è certo l'ideale di
-mammà!
-</p>
-
-<p>
-— E... quel... Danova?
-</p>
-
-<p>
-Totò fissa Remigia negli occhi: ma la fanciulla
-ha uno scoppio di risa.
-</p>
-
-<p>
-— Re Faraone al lucido Nubian?... Sei geloso di
-Re Faraone?
-</p>
-
-<p>
-Il povero ragazzo ride anche lui, si sente consolare.
-</p>
-
-<p>
-— Sai perchè sei così... cattivo?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non ti fidi di me. Fidati di me! — Remigia
-lo fissa con una dolcezza languida, affettuosa
-e muove le labbra quasi impercettibilmente, come per
-dare e per ricevere un bacio. — Sii gentile, molto
-gentile con tutti. Lasciati presentare a Re Faraone,
-al giovane povero ed elettricista e a tutti gli altri.
-E non voler ballare soltanto con me: fa ballare anche
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-Mimì e <i>mademoiselle</i>, così mammà, anche se ha
-avuto qualche sospetto, non ci pensa più! — Remigia
-fissa ancora il giovane intensamente: — Fidati di me.
-</p>
-
-<p>
-Totò legge anche negli occhi il piccolo bacio che
-trema sulla bocca dell'amata...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma e poi?... Se il tuo don Luciano non c'è...
-può arrivare da un momento all'altro...
-</p>
-
-<p>
-Remigia si alza, un attimo, in punta di piedi per
-essergli più vicino con gli occhi e con le labbra:
-</p>
-
-<p>
-— Fidati di me.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span></p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Maria Grazia ha scritto alla madre annunziandole
-il prossimo arrivo del cognato alla <i>Tête-pointue</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il capitano Zaccarella, a sua volta, ha telefonato
-all'albergo, fissando camere e salotto per Sua Eccellenza
-Giacomo D'Orea.
-</p>
-
-<p>
-Piove, c'è la nebbia, ma non importa. Ormai per
-il gongolante signor Trüb il cielo della <i>Tête-pointue</i>
-è sempre sereno, anzi serenissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Aspetto un grande personaggio, — racconta
-gonfiandosi, ai suoi clienti a pensione. — Il ministro
-delle finanze — nientemeno! — del Regno d'Italia!
-È il cognato, precisamente, della duchessa D'Orea
-Moncavallo, che è stata dichiarata la più bella donna
-di Napoli e di Roma! — In <i>bureau</i> col segretario,
-continua a fregarsi allegramente le mani:
-</p>
-
-<p>
-— Guai se non mi fosse capitata tutta questa baracca,
-per rimpolpettarmi! — Si ricordi: <i>champagne</i>
-di dodici franchi, non ce n'è più: finito ieri. Non abbiamo
-altro che <i>champagne Irroy</i> di diciotto, — anzi
-lo metta venti. Tanto non spendono del loro. Duchesse
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-e principi, son tutta gente spiantata. Chi paga,
-sono i D'Orea, antichi salumieri. Hanno fatto i milioni
-con la mortadella!
-</p>
-
-<p>
-— Già, — soggiunge il segretario. — Molini e
-mortadella. Missis Eyre lo conta a tutti, per vendicarsi
-dei cani!
-</p>
-
-<p>
-— Con quella vecchia, ricordarsi: d'ora in poi,
-nessuna soddisfazione, nessuna preferenza! Se non
-può sopportare al terzo piano la «baraonda della
-servitù» liberissima di andarsene anche subito! Tanto,
-resta fissato: l'anno venturo per missis Eyre,
-non ci sono camere!
-</p>
-
-<p>
-Sfogato il malumore contro la vecchia cliente, l'albergatore
-torna a stropicciarsi le mani... Ma la sua
-gioia, in que' giorni, non è condivisa dalla nobile famiglia
-italiana.
-</p>
-
-<p>
-Maria Cristina interroga sovente, con gli occhi inquieti,
-quell'oracolo bianco-barbuto del fratello Rosalì:
-</p>
-
-<p>
-— Quassù, con noi, anche il... mercante? Che ci
-viene a fare?
-</p>
-
-<p>
-L'oracolo tentenna il capo sospirando. È l'ora dei
-tristi presagi:
-</p>
-
-<p>
-— Mah!
-</p>
-
-<p>
-La duchessa si turba maggiormente; poi sospira a
-sua volta:
-</p>
-
-<p>
-— Era di troppo anche un Luciano solo... e adesso,
-averne due da sopportare!
-</p>
-
-<p>
-— E questo, con la tirchieria, con l'avarizia, per
-soprappiù!
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa come il signor Zaccarella ci terrà a mostrarsi
-economo, zelante, sempre ligio agli ordini di
-Sua Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mah!...
-</p>
-
-<p>
-Dopo un altro sospiro, il Sant'Enodio lisciandosi,
-accarezzandosi la barba, trova la parola del conforto:
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo!... Speriamo che Luciano e Giacomo
-comincino presto a bisticciarsi fra di loro! In tal caso,
-fra i due litiganti...
-</p>
-
-<p>
-L'uomo savio interrompe il proverbio e la duchessa
-ripete, a sua volta, alzando gli occhi al cielo:
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Remigia non vuol parere, ma l'annunzio di tutti
-i prossimi arrivi, — specialmente quello della sorella, — la
-rende nervosa.
-</p>
-
-<p>
-Balla tutta sera sfrenatamente, gioca al <i>tennis</i>,
-stancando i più forti campioni di Villars, ma non ha
-più nessuna paroletta dolce per Totò: lo tiene in
-riga con occhiate minacciose, e co' suoi sgarbi e
-malumori ha già fatto piangere due volte, con la
-conseguenza di terribili emicranie, la povera <i>mademoiselle</i>.
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, sempre buona e dolce, vorrebbe difendere
-l'istitutrice; Remigia strapazza anche Mimì:
-</p>
-
-<p>
-— Non seccarmi! Io non sono fatta come te, che
-invece di nervi e sangue, sei tutta pasta reale e sciroppo!...
-<i>Mademoiselle</i> mi urta a vederla sempre con
-quella stessa faccia atona, da pan molle!
-</p>
-
-<p>
-Co' suoi adoratori, per altro, la Remigia è sempre
-amabile; anzi, lo diventa di più ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-La mattina presto, per allenarsi, gioca al <i>tennis</i>
-con sir Wood e durante il riposo si fa insegnare a
-portar la lente nell'occhio. La sera, infila sempre
-alla cintola i fiori che il Malot raccoglie per lei durante
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-le passeggiate. A Lothar Schmidt, che si picca
-di letterato, ha già dato il suo album, quello riservato
-agli amici più simpatici, i prescelti. Lothar
-Schmidt, vi ha scritto una dichiarazione in versi tedeschi:
-Remigia, che non sa il tedesco lascia che il
-poeta gliela traduca in italiano... almeno una volta
-al giorno e la sera quando c'è la luna e anche quando
-la luna non c'è! Ma la corte, la vera corte assidua,
-insistente, chi gliela fa, proprio sul serio, è
-Marco Danova. L'Idola se l'è sempre lasciata fare,
-ma dopo la notizia dell'imminente arrivo di sua sorella
-e di Giacomo D'Orea, sembra voglia spingere
-le cose in modo da obbligare il Danova ad un'esplicita
-dichiarazione. Per calmare le inquietudini dei
-giovinetti e dei giovinotti, ormai tutti pronti a' suoi
-capricci ella, — quando l'egizio, ben inteso, non è
-presente, — lo chiama non più re, ma «papà Faraone».
-Lo imita come dondola passeggiando e come
-fa la rota, e con la punta dell'<i>alpenstock</i>, sulla
-ghiaia del giardino o sul terriccio polveroso, ne
-schizza la caricatura, con due tratti felicissimi e sicuri,
-della testa a pera, del naso a becco, della pancetta
-alla Mongolfier.
-</p>
-
-<p>
-Ma lui presente, tutt'altra cosa! Il «gran pascià
-del Nubian» diventa il «baröne, simpaticöne» con
-tutte le dieresi più risonanti e più tenere: e con la
-scusa dell'età, in pienissima maturanza, e dei sentimenti
-paterni, egli gode i privilegi più prelibati. Durante
-le escursioni, nei passaggi difficili, Remigia
-gli dà la mano e con la mano si lascia prendere anche
-il braccio e premere il vitino. Quando — «Oh,
-<i>mon Dieu! Mon Dieu!</i>» — le si slaccia a mezza strada
-la stringa di una scarpetta, è sempre il barone
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-che ne rifà il nodo, mentre stringe, sdilinquendosi
-<i>in cocolezzi</i>, anche il «<i>bel penin</i>... piccinin, piccinin!...»
-</p>
-
-<p>
-La sera, tra i vortici del ballo lancia al Danova,
-che non la perde mai di vista, occhiate languide, tenerissime,
-che vogliono dire... « — nel mio pensiero
-ballo con te, baröne, simpaticöne! — »Sta sempre
-attenta alla faccia del Danova, specialmente quando
-balla con sir Wood, il ballerino da lei preferito e che
-le dà più piacere, e, appena la vede rabbuiarsi, interrompe
-ad un tratto la danza, si stacca dal bel
-cavaliere e corre a buttarsi ansante sur una poltrona
-a sdraio, in un angolo appartato della veranda.
-</p>
-
-<p>
-— Sono stanca! Stanca! Stanca!... Domando dieci
-minuti di riposo!
-</p>
-
-<p>
-Re Faraone, che comincia anche lui a diventar
-geloso come Totò, e, quel ch'è peggio, senza accorgersene,
-le siede accanto e brontola con la voce
-roca:
-</p>
-
-<p>
-— Tutto il santo giorno, <i>tennis</i>!... Tutta la santa
-sera, salti!... È un'esagerazione!... Una fatica... malsana!
-Così perderete tutti i vantaggi del clima, della
-montagna...
-</p>
-
-<p>
-Remigia, facendosi vento mollemente, cantarella
-sottovoce, fissandolo:
-</p>
-
-<p>
-— Papà baröne... Simpaticöne...
-</p>
-
-<p>
-L'altro non resiste; lancia in giro un'occhiata, la
-duchessa Cristina non c'è; barba-bianca non c'è. C'è
-soltanto Totò che spia, ma quello non conta... Il
-Danova, pone la mano sulle ginocchia della duchessina
-e preme leggermente:
-</p>
-
-<p>
-— Siete rossa rossa... accesa e tutta spettinata!
-</p>
-
-<p>
-— Devo essere brutta!... Un orröre!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Danova passa dal dispetto geloso all'esaltamento,
-e si sfoga con immagini e similitudini addirittura
-mussulmane:
-</p>
-
-<p>
-— Siete tutta una rosa, viva, animata... — Avvicina
-il naso fiutando, — profumata!... E che bocca!
-Il paradiso di Maometto!... Tutto il paradiso di Maometto!...
-Ditemi, da brava, dove potrei trovare una
-bocca simile, come la vostra?... La pagherei... mezzo
-milione!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola ride: un riso che sembra un invito ai
-baci.
-</p>
-
-<p>
-— Anche un milione! Anche due!... Pronti contanti!
-</p>
-
-<p>
-La duchessina torna a cantarellare con la sua
-nenia affettuosa:
-</p>
-
-<p>
-— Niente miliöni!... Niente miliöni!
-</p>
-
-<p>
-— Come, niente milioni?
-</p>
-
-<p>
-— Proprio no. Per me i milioni non contano.
-</p>
-
-<p>
-Re Faraone s'indispettisce:
-</p>
-
-<p>
-— Non contano?...
-</p>
-
-<p>
-— Proprio no! Proprio no! I milioni non contano!
-Proprio no! No! No!
-</p>
-
-<p>
-Il naso-becco sembra volerla divorare:
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è allora che conta per voi?... Sentiamo!...
-La lente nell'occhio?...
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla diventa seria, quasi malinconica... sospira.
-È addirittura incantevole.
-</p>
-
-<p>
-— Voler bene tanto... da farsi voler bene sempre!
-</p>
-
-<p>
-Il naso-becco batte in ritirata.
-</p>
-
-<p>
-Tutto quel giro di parole «voler bene, farsi voler
-bene» vuol dire in conclusione: «sposatemi». Marco
-Danova ha scritto, ha preso informazioni: la ragazza
-non porta in dote altro che i suoi parenti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p>
-Cattiva speculazione!... Pure, diventare quasi cognato
-di Giacomo D'Orea, potrebbe presentare molti
-vantaggi morali e anche materiali. Darebbe una ripulita
-a certe sue marachelle egiziane... Quasi cognato
-di Giacomo D'Orea, potrebbe aspirare alla
-vita pubblica, avvicinare gli uomini che sono al Governo,
-concludere grossi affari di ferrovie, di cambi,
-di valori nazionali...
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova continua a fissare la duchessina,
-ma, adesso, con l'aria di volerla stimare al suo giusto
-valore.
-</p>
-
-<p>
-— Vorrei avere... quei vostri capelli! Quanti capelli!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, fa l'innocentina:
-</p>
-
-<p>
-— Vi piacerebbe... essere biondo?
-</p>
-
-<p>
-« — Vorrei avere i vostri capelli, — <i>vostri</i>, di
-voi, — con voi!»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span></p>
-
-<h3>IX.</h3>
-</div>
-
-<p>
-L'arrivo dei D'Orea a Villars è già stato telefonato
-solennemente da Bex, dal capitano Zaccarella «per
-il prossimo giovedì: dopodomani»... Remigia è più
-che mai nervosa e Mimì comincia a sentirsi molto
-inquieta. Ha osservato che l'Idola è... troppo diversa
-dal solito. Fa il chiasso, vuol mostrarsi allegra,
-ma s'è accorta che quell'allegria non è naturale.
-</p>
-
-<p>
-Soprattutto, la sensibile e romantica Mimì è inquieta
-per un altro verso:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè Remigia si tien sempre vicino quell'egiziano
-inverniciato, odiosissimo?...
-</p>
-
-<p>
-È sera tardi: Mimì Carfo è già a letto e aspetta
-che l'amica sua venga a salutarla e a fare le solite
-chiacchiere. Addossata ai guanciali, sta sciogliendosi
-i capelli, lisciandoli, acconciandoli per la notte
-e intanto sospira e tien fissi gli occhi sull'uscio aperto,
-tra la sua camera e la camera dell'amica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè Remigia, stasera, tarda tanto a venire?...
-</p>
-
-<p>
-Un'idea molto brutta, le gira per la testa. È un'oppressione,
-un incubo angoscioso.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè tarda tanto, stasera?... Che cosa fa?
-</p>
-
-<p>
-Mimì aspetta ancora un momento, poi chiama
-forte:
-</p>
-
-<p>
-— Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— Gioia!
-</p>
-
-<p>
-— Non vieni a salutarmi?
-</p>
-
-<p>
-Si sente, dall'altra stanza, il rumore di una finestra
-che si chiude, poi Remigia appare nel vano
-dell'uscio: sta sciogliendosi la larga cintura di seta
-bianca moarè, che le fa un vitino lungo e sottile, da
-vespa.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è che sei ancora vestita?
-</p>
-
-<p>
-— Non ho sonno stasera!... Non ho voglia di andare
-a letto! Non sono una talpa come <i>mademoiselle</i>!
-A quest'ora dorme e russa col fischiettino!
-</p>
-
-<p>
-— Vieni qui!...
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta!
-</p>
-
-<p>
-Remigia finisce di spogliarsi, andando innanzi e
-indietro da una stanza all'altra, sempre chiacchierando.
-Sparisce, e ritorna in gonnellino. Sparisce
-ancora, poi eccola di nuovo: ha i capelli sciolti sulle
-spalle, e un cortissimo giubbettino rosso scarlatto,
-sulla sola camicia da notte.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni qui!
-</p>
-
-<p>
-Remigia siede sul letto: le due amiche si abbracciano
-baciandosi.
-</p>
-
-<p>
-— Sei stata alla finestra, fin ora? — domanda Mimì
-Carfo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-</p>
-
-<p>
-La piccola getta via di colpo le babbucce e si accarezza
-l'un l'altro, incrociandoli, i piedini nudi,
-cantarellando sottovoce: « — La luna immobile — Inonda
-l'etere — D'un raggio pallido!»
-</p>
-
-<p>
-— E chi c'era con te, a sospirare alla luna?
-</p>
-
-<p>
-Remigia ride:
-</p>
-
-<p>
-— C'erano... tutti e tre. La sigaretta sul terrazzo...
-</p>
-
-<p>
-— Sir Wood, commenta Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— La pipa di radica alla finestra del terzo piano.
-</p>
-
-<p>
-— Numero sessantasette: sei e sette tredici, — povero
-Totò.
-</p>
-
-<p>
-— E al primo piano, al balcone d'angolo, la pipa
-turca!
-</p>
-
-<p>
-— No! No! — supplica Mimì. — No! No! Il Danova,
-no! — Ha la voce velata di lacrime.
-</p>
-
-<p>
-Remigia diventa seria: dà la solita scrollatina di
-capo, con la quale sembra mettere a posto i riccioli
-e le idee.
-</p>
-
-<p>
-— Cara gioia, ragioniamo. Bisogna, sai, ragionare!
-Domani arrivano a Villars mia sorella, mio cognato
-e l'uomo di maggior... peso della famiglia
-Sua Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-La piccola, che ha sottolineato il <i>peso</i>, chiama Giacomo
-«Sua Eccellenza» con lo stesso tono che dà
-al «capitano» del signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— E per questo?... Che ti fa?...
-</p>
-
-<p>
-— Che mi fa?... Mi fa che quando c'è lei, tutto
-per lei!... E io non sono più nulla!
-</p>
-
-<p>
-— A Villars, non sarà così! Vedrai!
-</p>
-
-<p>
-— E poi Sua Eccellenza!... Quel caro Giacomino!
-Pieno di brio, esilarante... come il precipitato di
-piombo! Quello lì, non si muove mai senza un occulto
-pensiero che si manifesta poi sempre in una
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-operazione aritmetica: la sottrazione! Luciano spende
-troppo e Giacomo viene a Villars, vedrai, per predicare
-l'economia. — Economia! Economia! Bisogna
-fare economia! Bisogna ridurre le spese gravose! — Fanfan,
-s'intende, non è una spesa gravosa. I
-gravosi, sul bilancio D'Orea, siamo noi: io, mammà,
-lo zio Rosalì, tutti noi! — Remigia soffia, sbuffa;
-è irata contro il destino — Uff! Sono stufa! Stufa!...
-Sono stufa di essere mantenuta da questi bottegai!
-Sono stufa di dover essere continuamente al seguito
-di donna Maria Grazia, sono stufa del rancio che
-vien distribuito alla compagnia, e non sempre con
-molta grazia, dal capitano Zaccarella! Sono stufa,
-stufa, stufissima!
-</p>
-
-<p>
-L'ira, il dispetto sono vinti dal dolore. Ella raggrotta
-le ciglia e si morde le labbra per non piangere.
-</p>
-
-<p>
-Mimì l'abbraccia angosciosamente.
-</p>
-
-<p>
-— Porta pazienza!... Porta pazienza ancora un
-po'! Sei tanto, tanto bella! Sei tanto cara! Aspetta e
-vedrai! Io prego tutti i giorni la Madonna...
-</p>
-
-<p>
-L'Idola interrompe Mimì con un'eretica alzata di
-spalle:
-</p>
-
-<p>
-— Ma che Madonna d'Egitto!
-</p>
-
-<p>
-— No! No! Non bestemmiare! — Mimì, spaventata,
-si fa il segno della croce.
-</p>
-
-<p>
-Remigia ride: il dolore e l'ira sono già spariti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma no, gioia, non scandolizzarti! Voglio dire
-appunto che la mia Madonna, quella che mi protegge,
-quella che mi ha ispirato di tentare il gran colpo,
-è la Madonna... d'Egitto.
-</p>
-
-<p>
-Mimì non si mette a ridere come l'amica: Mimì
-continua ad affannarsi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quale?... Quale scopo vuoi tentare? — Pur troppo
-ella sospetta la verità.
-</p>
-
-<p>
-— I D'Orea non hanno fatto la loro fortuna con
-la mortadella? E io farò la mia col lucido Nubian!...
-Milioni! Milioni! Milioni! Io voglio tanti milioni!
-</p>
-
-<p>
-Mentre Mimì Carfo si dispera, l'Idola salta dal
-letto e salta per la stanza a piedi nudi, esclamando
-allegramente:
-</p>
-
-<p>
-— Milioni! Milioni! Evviva i milioni!
-</p>
-
-<p>
-— Vieni qui! Vieni qui! Ascoltami! — supplica
-ancora la desolata Mimì.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, d'un salto, torna a sedere sul letto, facendo
-risonare l'elastico:
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi, parla, ma io non ti ascolto! — Comicamente
-si tappa le orecchie con l'indice delle mani.
-</p>
-
-<p>
-Mimì, abbracciandola con grande tenerezza, cerca
-di toglierle una mano dall'orecchio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma pensa, Remigia! Pensa!... Quell'uomo così
-brutto, così volgare, vecchio.
-</p>
-
-<p>
-Mimì diventa rossa mormorando una parola sulle
-labbra dell'amica.
-</p>
-
-<p>
-— La dentiera?... Cara mia, porteremo in comune
-con Re Faraone, le gioie, la gloria e le fatiche del
-regno, ma la dentiera continuerà a portarsela lui
-solo!
-</p>
-
-<p>
-Mimì, sempre rossa rossa, sempre con la bocca
-quasi sulla bocca di Remigia, riprende ancor più
-sottovoce con un tremito di angoscia e di terrore:
-</p>
-
-<p>
-— Tuo... marito, Remigia!... <i>Tuo marito!</i> Ma pensa,
-pensa, che cosa vuol dire <i>ma-ri-to</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Appunto, perchè non mi faccia cattiva impressione,
-lo sposerò senza pensarci.
-</p>
-
-<p>
-— Che orrore! Che orrore! I baci di quell'uomo!...
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-Un bacio solo di quell'uomo!... C'è da morire di ribrezzo!
-C'è da morir soffocata!
-</p>
-
-<p>
-Remigia scrolla ancora la testa poi risponde:
-</p>
-
-<p>
-— Sai come si fa? Si chiudono gli occhi... — Remigia
-fa seguir l'atto alle parole — e si tiene il
-fiato: — resti come morta e non senti niente. Io fo
-così, quando mi bacia lo zio!... E anche quando mi
-bacia Totò! L'uno, o l'altro... — L'Idola fa un'alzata
-di spalle. — È la stessa cosa e lo stesso odore! Tu sì,
-gioia, che hai il profumo fresco e delicato di un mazzolino
-di mughetti! Cara! Cara! Cara! Gioia! — La
-fanciulla bacia Mimì con impeto. — Ma quegli orribili
-omacci?... A me sembra di baciare o di essere
-baciata da una pipa! Ah, <i>mon Dieu</i>! Che penitenza,
-il matrimonio! — Qui, Remigia fa un sospirone tra
-il serio e il comico. — Sempre la pipa sotto il naso!
-Giorno e notte! Notte e giorno! Ma anch'io, sai, come
-quel tesoro di missis Eyre farò grande uso di — Proibitissimo! — <i>Defendu!</i>
-Tutto <i>defendu</i>! E farò
-mancare spessissimo il tabacco e i fiammiferi! Cara!
-Cara! Cara! Il mio fiore! La mia rosa! La mia mammoletta!... — Remigia
-continua a baciare Mimì con
-foga, con furia, ma senza trasporto, senza passione,
-non per altro, al solito, che per far la matta e far
-del chiasso.
-</p>
-
-<p>
-La Carfo si difende; fa forza per allontanarla:
-</p>
-
-<p>
-— Non soffocarmi!... Ti supplico!...
-</p>
-
-<p>
-Si tira più su, a sedere contro i guanciali. Vuol
-far ragionare l'amica; vuol persuaderla.
-</p>
-
-<p>
-— Senti, cara... Sta quieta, un momento! Ascoltami!
-Lasciami parlare!
-</p>
-
-<p>
-— Parla, bella viola del pensiero!
-</p>
-
-<p>
-— Anche se tutti gli uomini, proprio tutti, ti fanno
-l'effetto di una pipa...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Pipa, e tabacco <i>caporal</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Concederai, per altro, che anche tra pipa e pipa
-ci può essere una bella differenza!... E tu vorresti
-scegliere proprio la più... — Mimì non dice la
-brutta parola, ma esprime il proprio disgusto con
-un brivido e storcendo le labbra. — Peuh! Quel
-Danova...
-</p>
-
-<p>
-— Il Danova, intanto, non è una pipa, ma un
-narghillè. Oggetto prezioso e di gran lusso! E come
-Re Faraone, ti ripeto, mi piace di più del tuo sir
-Arturo, del tuo bell'Apollo, con le orecchie d'asino!
-Non hai mai osservato, le orecchie di sir Wood?
-Guardalo di dietro, quando ti volta le spalle e si allontana
-con l'aria soddisfatta e il passo lento da
-conquistatore... che ha conquistato. Vedrai che vele!
-Sembrano le anse dell'orcio! Pipa banale e volgare
-il tuo bell'Apollo! Molto più <i>chic</i> il mio pascià. E più
-<i>art noveau</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Dio mio, è orribile! Orribile... repulsivo!
-</p>
-
-<p>
-— E a me piace: <i>art nouveau</i>! E mi piace il suo
-carattere! La sua aria di meneinfischio! Di padrone
-del mondo! Non ha soggezione di nessuno, nemmeno
-di mammà; e non fa complimenti con nessuno,
-nemmeno con lo zio Rosalì! Prepotentissimo e impertinentissimo...
-Tranne con me, s'intende! Con me
-è un altro <i>Din</i>, un altro <i>Don</i>, <i>din-don</i>! Mogio mogio,
-quatto quatto, docile assai, basta una mia occhiata
-per fargli cambiar di colore: tranne la barba, s'intende! — La
-piccola torna seria; fa un'altra alzata
-di spalle, ma questa volta di dispetto e d'ira. — E
-poi a me che importa l'uomo... omo? Non dipenderò
-più da casa D'Orea! Non sarò più al seguito di mia
-sorella! Avrò io più milioni di mia sorella! E questa
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-gente, l'avrò tutta supplice a' miei piedi, anche mammà,
-anche lo zio Rosalì!
-</p>
-
-<p>
-La Carfo sospira, dolorosamente:
-</p>
-
-<p>
-— Tua sorella! Appunto... Ti dovrebbe ammaestrare
-l'esempio di tua sorella!... Pensa quante lacrime
-le costano i suoi milioni!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè mia sorella è una sciocca. Ma io?... Con
-Re Faraone? Vedrai che diversità di trattamento!
-Guarda Fanfan!... Come Fanfan! Quella sa tenerlo
-in riga mio cognato! È dalla signorina Fanfan che
-bisogna imparare!
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, non ha più che una speranza.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... e da parte... del Danova?... Sei sicura che
-quel brutto orco faccia sul serio?
-</p>
-
-<p>
-— È innamoratissimo! — La fanciulla ride. — E
-le sue proteste d'amore? Tutte a base di milioni!...
-Anche questa, sai, è una bella novità e un piacevole
-diversivo, dopo tanta indigestione di cuore, di anima,
-di cielo o di angeli, al chiaro della luna e delle
-stelle. Il mio pascià è positivo e pratico: tutto ciò
-che gli piace, lo paga un milione «pronti contanti».
-I miei capelli? Un milione! I miei occhi? Un milione!
-I «bei penin piccinin?» Un milione. La
-bocca, due milioni, anzi, adesso, siamo già sui tre.
-Ma siccome io non vendo a ritaglio, capo per capo,
-e lo sa, così fa tutto un blocco e ci vorrà tutta la
-cassa! Mi ha quasi offerto di sposarmi stasera. Me
-l'ha offerto digrignando i denti, come un orso preso
-al laccio. Domani mattina mi offrirà la sua mano
-con bella maniera. Andiamo insieme al lago di Chavanne.
-Al ritorno, prima che mia sorella sia arrivata
-a Villars, il barone Danova avrà già parlato e
-fatto la sua domanda «alla duchessa madre» in
-piena regola.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mimì si dispera: ha gli occhi gonfi di lacrime.
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta! Aspetta! Ti prego! Ti supplico! Pensaci
-ancora!... Aspetta!
-</p>
-
-<p>
-— Ho vent'anni, mammoletta, mammolona! Non
-ho più tempo di aspettare!
-</p>
-
-<p>
-— Ti prego! Ti supplico! Te lo domando in grazia!
-Domani no! Domattina no! Aspetta ancora un
-giorno, almeno un giorno...
-</p>
-
-<p>
-— Ho vent'anni!... Anzi, presto, ventuno!
-</p>
-
-<p>
-Mimì non può più resistere e scoppia in un pianto
-dirotto.
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, ancora seduta sul letto, si volta a guardarla
-diventando seria, mentre continua ad accarezzarsi
-i piedini l'uno contro l'altro, incrociandoli:
-</p>
-
-<p>
-— Non piangere! Basta! Non voglio che tu pianga!
-Rispondi invece: tu saresti contenta se io sposassi
-l'elettricista povero?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Anche se sposassi Totò!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì! Ma il Danova no! lì Danova no!
-</p>
-
-<p>
-— Che importa per te, il Danova o un altro, quando
-per me... fosse anche Paride in persona, mio
-marito, sarà sempre tanto poco... mio marito? Intanto
-punto primo: niente figliuoli. Io non voglio
-figliuoli. Non voglio sforzarmi e poi... ho paura.
-Non voglio arrischiar di morire io, per il gusto di
-mettere al mondo un... beì! No, no! Mainò! Se Re
-Faraone vorrà un principe ereditario, se lo farà da
-sè! Non piangere! Finiscila! Pensa, invece, come
-sarebbe buffo Re Faraone, in istato interessante!
-Ridi! Ridi! Ridi!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola batte, pizzica, fa il solletico a Mimì finchè
-riesce a farla ridere fra le lacrime.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Adesso, ascoltami bene. — Remigia fissa torva
-Mimì, e fa un'altra voce risoluta e dura. — Ascoltami
-bene: guai se tu mi compiangi o mi fai compiangere
-da mia sorella. Devi mostrarti incantata
-del Danova; devi trovarlo ultra simpaticissimo e
-piacente, e devi mostrarti entusiasta del mio matrimonio...
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile! Questo è impossibile! Impossibile!
-</p>
-
-<p>
-— Lo voglio... o non mi vedi più!... Bada: mi diventeresti
-antipatica, non potrei più soffrirti!
-</p>
-
-<p>
-Mimì abbassa la testa: si capisce che finirà per
-fare tutto ciò che le comanda l'amica sua, ma è un
-grande dolore per lei, un vero strazio!...
-</p>
-
-<p>
-— Se invece... ti lasciassi guidare, consigliare da
-tua sorella?... Tu non vuoi persuaderti ma pure è
-tanto buona! Senti almeno dal signor Giacomo, chi
-è, che cos'è questo egiziano!
-</p>
-
-<p>
-— Non parlarmi di Sua Eccellenza. Sai che non
-lo posso soffrire.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ti ha fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Niente, ma non lo posso soffrire. Con quella
-barbetta, con quel ciuffetto di capelli troppo lunghi...
-ha un viso da capra.
-</p>
-
-<p>
-— Ha un'espressione così intelligente, così dolce...
-</p>
-
-<p>
-— Ma ha un viso da capra.
-</p>
-
-<p>
-— Cento volte meglio del Danova, per altro. Il
-Danova è... orribile, e il signor Giacomo non è brutto!
-Poi, è più giovane.
-</p>
-
-<p>
-— Sia pure, ma il Danova è pronto a sposarmi e
-Sua Eccellenza non ci pensa nemmeno!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè no, se tu vuoi?
-</p>
-
-<p>
-— Sua Eccellenza Giacomina?... Non mi ha mai
-fatto l'onore di prendermi in considerazione!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non hai mai voluto essere gentile, amabile
-con lui!... Provati soltanto, e vedrai!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, dubita:
-</p>
-
-<p>
-— Uhm!... Mi pare, piuttosto, che abbia del debole
-per mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-Mimì, che da queste parole, vede balenare pur da
-lontano un raggio di speranza, insiste più che mai:
-</p>
-
-<p>
-— Tua sorella gli fa compassione, tu gli piacerai,
-se ti ci metti!... Dovrà finire anche lui come gli altri!...
-Tutti s'innamorano di te, se ti ci metti! Non
-precipitare niente, aspetta! Domattina, non andare al
-lago di Chavanne!.. Il Danova, tanto, non ti scappa!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola fa un sorrisetto serio, malizioso.
-</p>
-
-<p>
-— No; quello lì... credo di no!
-</p>
-
-<p>
-— Tienlo per un caso disperato! Dio mio, finchè
-c'è vita, c'è speranza!
-</p>
-
-<p>
-Remigia dondola la testa e torna a cantarellare:
-</p>
-
-<p>
-— Per me tutti gli uomini, tutti brutti, tutti uguali,
-tutti un peso, un gran peso... e una pipa!
-</p>
-
-<p>
-— Ma pensa, cara, alla sua condizione...
-</p>
-
-<p>
-— Finanziaria? — esclama subito Remigia. — Oh
-per questo sì! Di milioni ne ha di più Giacomo,
-anche del Danova!
-</p>
-
-<p>
-— La sua condizione morale, sociale. È un uomo
-di talento...
-</p>
-
-<p>
-— Per talento, anche il mio Re Faraone, è tutt'altro
-che uno stupido!
-</p>
-
-<p>
-— Può ritornare... ministro!
-</p>
-
-<p>
-— E in tal caso io sarei... ministressa! Governerei
-lo stato! Tutti i socialisti, in prigione!... Comanderei
-io, anche a Luciano. — «Bisogna subito piantare
-Fanfan! Più un soldo per Fanfan!» — Mammà con
-me, tu, gioia, con me: lo zio Rosalì e Totò, in Trinacria!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tutto questo, la fanciulla lo dice ridendo, per
-ischerzo, ma poi, a mano a mano diventa seria. Ci
-pensa alla possibilità di poter conquistare... Giacomo
-D'Orea, e nel suo cervellino capriccioso e mobile la
-barba di Re Faraone perde di colore e svanisce a
-poco a poco. Sarebbe lei la padrona di sua sorella;
-la padrona di tutti!
-</p>
-
-<p>
-Le braccia allungate, le mani tese, posate sul letto,
-gli occhi fissi fissi, sembrano guardare un punto lontano...
-Continua ad accarezzarsi, incrociandoli, i piedini
-nudi... Ad un tratto scoppia in una risata:
-</p>
-
-<p>
-— E il capitano Zaccarella?... Per prima cosa,
-quando fossi diventata la moglie di Sua Eccellenza,
-il capitano Zaccarella a riposo, e senza pensione!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span></p>
-
-<h2>PARTE SECONDA.</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span></p>
-
-<h3>CAPITOLO I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a
-Bex, prima di salire alla <i>Tête-pointue</i>.
-</p>
-
-<p>
-Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo
-l'ha un po' logorato, e basta la più piccola imprudenza
-a dargli i crampi allo stomaco e l'emicrania.
-</p>
-
-<p>
-A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona
-armonia: l'uno e l'altro giocano di abile prudenza,
-per non urtarsi reciprocamente. Luciano sente che
-Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la
-predica; e dispone l'orario della giornata e inventa
-mille pretesti per non trovarsi mai solo con lui e per
-non offrirgli l'occasione d'incominciare. Giacomo, a
-sua volta, sicurissimo che da un momento all'altro,
-quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha
-nessuna fretta di andarla a cercare.
-</p>
-
-<p>
-Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso
-di Maria; e siccome ha bisogno di Maria per occupare
-Giacomo e per tenerlo di buon umore, si mostra
-gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con
-la scusa di un nuovo automobile da provare, da
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-cambiare, da comperare, non si lascia vedere altro
-che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti,
-almeno, è di buon umore, non vanta la musica,
-nè l'arte divina del canto. La sera, è stanco e
-si ritira prestissimo, ben inteso lasciando lì, con sua
-moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia.
-</p>
-
-<p>
-— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si
-mettano su, a vicenda, contro di me. Lei stia attento,
-senza averne l'aria, a tutti i loro discorsi.
-</p>
-
-<p>
-Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra,
-e nelle lunghe conversazioni, di giorno e di sera, nel
-giardino dell'albergo, Giacomo e Maria hanno finito
-con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono anzi
-uniti in un'affettuosa intimità.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un
-senso di malinconica simpatia. — La giovane e bella
-signora deve essere tanto infelice con Luciano! — Imparando
-a conoscerla bene, in quelle ore di vita
-in comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima
-ammirazione.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente!
-Come sa ragionare con lucidità e con finezza!
-E come parla bene, con quella sua pronunzia
-lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida.
-E la voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio
-e penetra nell'anima.
-</p>
-
-<p>
-Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non
-segue più le parole, sente solo il suono della voce.
-Vorrebbe allora, poter chiudere gli occhi e sognare.
-</p>
-
-<p>
-E come Maria sa raccontare: ha una evidenza,
-un'efficacia, nella sua semplicità, straordinarie.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura.
-Giacomo ha letto poco di romanzi, Maria ha letto
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-tutto. Giacomo se ne fa raccontare la tela, lo svolgimento,
-i caratteri e sta a sentirla godendosi e
-commovendosi.
-</p>
-
-<p>
-S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort
-comme la mort» di Guy De Maupassant.
-</p>
-
-<p>
-Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda
-e inesorabile e dolorosa verità di quella passione
-che nasce inavvertita in un cuore non più
-giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente
-disperata e forte... forte come la morte! Eppure
-quello di Oliviero Bertin per Antonietta de Guilleroy
-non era il primo, era il rifiorire di un nuovo, di
-un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza,
-era il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute.
-</p>
-
-<p>
-Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di
-lacrime al tragico epilogo di quella passione disperata,
-Giacomo sospira con un senso profondo di amarezza.
-Per la prima volta egli pensa ai suoi anni perduti,
-alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore.
-</p>
-
-<p>
-— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua
-anima.
-</p>
-
-<p>
-Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto
-della bella voce, nel fascino e nella commozione del
-racconto. Poi, certe volte, sente rossore di sè stesso;
-ha vergogna del suo mestiere, d'essere «comandato»,
-di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra
-le ombre del giardino, non senza aver guardato
-prima cautamente, se il padrone non sia alla finestra
-e lo possa vedere:
-</p>
-
-<p>
-— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come
-servirei più volentieri Donna Maria Grazia e Sua
-Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-Alla <i>Tête-pointue</i>, come a Bex: pei primi giorni,
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-armonia e buon umore. Tutti i Moncalvo, si trovano
-a Grjon, — la stazione prima di Villars, — ad incontrare
-i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e
-grandi abbracci e tenerezze.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe
-Rosalino assai deferente e nota subito che quella
-monella dell'Idola s'è molto mutata con lui: è assai
-più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato
-nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo
-scrittoio un grande mazzo di rododendri. Interroga
-il servitore: è la duchessina che li ha portati e messi
-a quel posto.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio,
-mentre, già sonata la campana, si aspetta, perchè
-gli altri aspettano, di andare a pranzo.
-</p>
-
-<p>
-— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio.
-È stata un'improvvisata, lieta e cara come un buon
-augurio.
-</p>
-
-<p>
-— È il saluto della montagna: sono roselline delle
-Alpi. Le ho raccolte io stessa, stamattina a duemila
-metri: alla Chamossaire...
-</p>
-
-<p>
-Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina
-e l'onorevole D'Orea, la interrompe con una
-sghignazzata:
-</p>
-
-<p>
-— Cioè, cioè, cioè! Dica <i>noi</i>! Le abbiamo raccolte
-<i>noi</i>! La verità, duchessina, sempre la verità, quando
-non si tratta di affari d'importanza!
-</p>
-
-<p>
-Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone,
-poi offre il braccio a donna Maria e mentre l'accompagna
-nella sala da pranzo, le esprime la sua
-contentezza per l'allegria di Luciano e le festose accoglienze
-di Remigia.
-</p>
-
-<p>
-— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina...
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-Una volta non mi poteva vedere e me lo faceva
-anche capire!
-</p>
-
-<p>
-Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo
-e fissando Giacomo con dolcezza. C'è tanta malinconia
-nel suo sorriso! Ella non ha la fiducia di Giacomo.
-La Piccola, come Luciano, possono commettere
-una cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità
-no, o assai di rado.
-</p>
-
-<p>
-Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo
-di rododendri?
-</p>
-
-<p>
-Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la
-cara cognatina a Sua Eccellenza; ne ride con sua
-moglie, con lo Zaccarella, ma ne soffre, come soffre
-dovendo notare la grande considerazione che gode
-l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo
-fratello egli si sente messo in seconda linea, persino
-dinanzi ai saltetti e agli sgambetti del signor Trüb.
-Lui, con le sue tre o quattro <i>toilettes</i> al giorno, e
-il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte
-canora a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua
-a volersi mostrare brioso e indifferente, ma
-si lascia veder poco e si sfoga, quando è solo con
-loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando
-a far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata
-ad essere molto gentile con Giacomo, adesso
-trova che esagera anche lei nel fare «una corte ridicola
-e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad
-un tratto, la tempesta che non può più tardare scoppia
-improvvisa tra i due fratelli.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo D'Orea, sfogliando il <i>Figaro</i> vi legge una
-notizia artistica, nella rubrica degli spettacoli, che
-lo mette un po' soprapensiero: è l'annunzio del grande
-successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur»
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-nella sua nuova creazione «<i>le rôle de Germaine dans
-le Corset envolé</i>».
-</p>
-
-<p>
-— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto
-di Luciano?
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano
-diventa con sua moglie persino affettuoso: offre
-una gita in automobile fino a Pont de Nant alla
-suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la cognatina
-e con la Carfo a proposito del Danova, di
-sir Wood e delle gelosie di Totò; sguinzaglia <i>Din</i> e
-<i>Don</i> sulle tracce di missis Eyre e suona per chiasso
-la cornetta dell'automobile sotto la finestra di <i>mademoiselle</i>,
-la quale a Villars non fa altro che dormire.
-Ma intanto Giacomo osserva che Luciano spedisce
-e riceve continui telegrammi, e mentre vuol
-sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori
-di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro
-il signor Zaccarella che appare confuso, impacciato
-e che non osa di guardare in faccia donna Maria:
-segno evidente che il padrone sta per farne una
-delle sue.
-</p>
-
-<p>
-— Quel matto, scommetterei, medita di piantar
-qui la moglie per correre a Parigi! — pensa Giacomo
-fra sè.
-</p>
-
-<p>
-In fatti, due giorni dopo la notizia del <i>Figaro</i>, Luciano,
-a colazione, annunzia, parlando a bocca stretta,
-la sua partenza non addirittura per Parigi, ma
-per Losanna e forse per Ginevra...
-</p>
-
-<p>
-Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del
-viaggio. Ciò significa: tutti sapevano il grande successo
-di Fanfan e tutti prevedevano che Luciano se
-la sarebbe presto svignata.
-</p>
-
-<p>
-— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia,
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-gravemente, lo zio Rosalì. — Clima
-assai più costante.
-</p>
-
-<p>
-Tutti <i>cito</i>, e il principe continua, dopo un altro
-momento di silenzio, sentendosi obbligato a fare gli
-onori della conversazione:
-</p>
-
-<p>
-— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora,
-silenzio. — Non è vero, Cristina?
-</p>
-
-<p>
-— Loda il monte e tienti al piano! — risponde
-la duchessa; e con questo ha finito.
-</p>
-
-<p>
-Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la
-bottiglia strapazzando il cameriere, poi riprende a
-parlare del suo viaggio.
-</p>
-
-<p>
-— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del
-Club automobilistico di Parigi: c'è la scommessa di
-raggiungere i novanta chilometri all'ora.
-</p>
-
-<p>
-— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda
-Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere,
-ma approfitta dell'interruzione accolta dal pieno
-assentimento della duchessa Cristina e del principe
-Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò
-che più temeva di far sapere al fratello:
-</p>
-
-<p>
-— Tutto compreso... non resterò assente... credo,
-più di una settimana.
-</p>
-
-<p>
-— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non
-è più correre; è volare! — E ripete «volare...
-volare...» con un'espressione languida, quasi voluttuosa,
-fissando Giacomo, il quale non le bada affatto,
-e continua invece a osservare Maria, diventata
-un po' più pallida dopo l'annunzio di quella partenza,
-e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa
-bassa, quasi sul piatto.
-</p>
-
-<p>
-Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordini
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-e disposizioni per la sua partenza: adesso che
-questa sua partenza e già stata annunziata, egli è
-contento ed è davvero di buon umore. Chiama il
-<i>chauffeur</i>, vanno insieme al <i>garage</i> a vedere la macchina,
-poi rientra nell'albergo e cantarellando «un
-dì felice eterea...» sale svelto, leggero, al suo appartamento,
-dove c'è già Andrea che lo aspetta per
-preparar le valige.
-</p>
-
-<p>
-— Tutto quanto mi può occorrere per quindici
-gior...
-</p>
-
-<p>
-Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si
-volta:
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?...
-</p>
-
-<p>
-— Sono io.
-</p>
-
-<p>
-È la voce di Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo.
-Tutto il suo buon umore è svanito.
-</p>
-
-<p>
-— Avanti.
-</p>
-
-<p>
-Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre
-Andrea corre ad aprir l'uscio e s'inchina rispettosamente
-dinanzi a Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo
-con un'occhiata bieca, sospettosa.
-</p>
-
-<p>
-— Ho da parlarti.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato
-e seccato. — Proprio adesso?
-</p>
-
-<p>
-— Subito!
-</p>
-
-<p>
-— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea
-si affretta ad ubbidire, ma giunto sulla soglia
-è trattenuto dalla voce aspra del padrone.
-</p>
-
-<p>
-— Non allontanatevi. State attento, pronto appena
-vi chiamo. È già tardi e c'è ancora tutto da
-preparare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<p>
-Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore,
-e Luciano corre all'armadio, lo apre, e con
-l'aria di non volersi occupare di Giacomo e di non
-aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti
-che devono essere messi nelle valige, e li butta uno
-dietro l'altro sul canapè.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie.
-</p>
-
-<p>
-Gli tien testa bravamente.
-</p>
-
-<p>
-— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu
-vai... a Parigi.
-</p>
-
-<p>
-Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello:
-</p>
-
-<p>
-— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò
-anche a... Parigi, se mi accomoda. Non ho padroni,
-e dei fatti miei, non devo render conto a nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che
-se Luciano ha fretta, lui non ne ha punto, poi risponde
-con grande pacatezza:
-</p>
-
-<p>
-— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a
-tua moglie.
-</p>
-
-<p>
-— A mia moglie?
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene,
-per poter vantarsi di non aver padroni bisogna non
-dover niente a nessuno.
-</p>
-
-<p>
-L'altro, perde le staffe.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola!
-Tu sei venuto qui, non per la villeggiatura,
-ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che facciamo
-un po' di bilancio tra il <i>dare</i> e l'<i>avere</i>?
-</p>
-
-<p>
-Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino,
-in faccia a Giacomo, che gli risponde sempre pacato:
-</p>
-
-<p>
-— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al
-moltissimo danaro che tu hai speso e spendi più di
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-me?... No, io non penso in questo momento a...
-proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci
-penserò, forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario.
-No, no. Dicendoti che «per vantarsi di non
-aver padroni bisogna non dover niente a nessuno»
-io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie!
-</p>
-
-<p>
-— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra.
-</p>
-
-<p>
-— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto
-di entrarci ed io ho il dovere di farcela entrare!
-Tu devi moltissimo a tua moglie; ricordati. Tu devi
-a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua pazienza,
-alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non
-hai perduto la stima della gente!
-</p>
-
-<p>
-— Tu... parli così?... A me?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro
-che il danaro, soltanto il danaro che abbiamo in comune!
-Io so, invece, pur troppo, che abbiamo in comune
-anche il nome, e il nostro nome non posso e
-non voglio lasciartelo sporcare!
-</p>
-
-<p>
-Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare!
-</p>
-
-<p>
-Luciano batte forte col pugno sul tavolino:
-</p>
-
-<p>
-— Basta! Basta, così!
-</p>
-
-<p>
-— No! Non basta!
-</p>
-
-<p>
-— Dirò al signor Zaccarella...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice
-signor Zaccarella?
-</p>
-
-<p>
-— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri
-conti...
-</p>
-
-<p>
-— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di
-spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta,
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-un mucchio di cambiali tue; cambiali in bianco,
-scontate dai più noti strozzini internazionali! Lasciamo
-in pace il già travagliato signor Zaccarella! Ho
-tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani.
-E lo farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare
-non il nostro patrimonio, ma il nostro onore.
-</p>
-
-<p>
-Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua
-pudibonda bigotteria, di timido provinciale, Giacomo
-è capace di qualunque eccesso!
-</p>
-
-<p>
-Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con
-ostentata indifferenza:
-</p>
-
-<p>
-— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...
-</p>
-
-<p>
-— E di fare.
-</p>
-
-<p>
-— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni,
-e saprei difendermi. In ogni modo, la minaccia
-per sè stessa, prova già abbastanza il tuo stato
-d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il motivo, — vero, — della
-tua indignazione? Il motivo, — vero, — del
-tuo viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi,
-almeno, di che cosa adesso «proprio adesso» desideri
-parlarmi con tanta fretta?
-</p>
-
-<p>
-— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo
-esplicitamente e categoricamente: bisogna piantare,
-una buona volta quella... donna che tu hai a Parigi, — e
-per la quale hai già speso a quest'ora.... — Giacomo
-s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già
-speso un paio di milioncini! Bisogna piantare quella...
-Fanfan Trécoeur!
-</p>
-
-<p>
-Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso
-la bocca di Giacomo:
-</p>
-
-<p>
-— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata!
-Non te lo permetto!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica!
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-È tutto il mondo che lo sa e che ride alle tue spalle,
-alle mie... e alle spalle di tua moglie!... Ridere o
-compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!
-</p>
-
-<p>
-Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare
-i nervi.
-</p>
-
-<p>
-Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha
-pronunziato così, senza nessuna delicatezza, il
-nome di Fanfan, si sente lui costretto a doversi reprimere.
-</p>
-
-<p>
-Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per
-la stanza, — vero plebeo!... vero mercante! — poi,
-d'un tratto, gli balena un'idea e si ferma in faccia
-a Giacomo:
-</p>
-
-<p>
-— Scusa, una domanda prima, per intenderci
-bene.
-</p>
-
-<p>
-— Anche due; anche dieci!
-</p>
-
-<p>
-— È stata mia suocera a spingerti... a questo
-passo?
-</p>
-
-<p>
-— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera...
-</p>
-
-<p>
-— Allora... è stata mia moglie?
-</p>
-
-<p>
-Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto
-e scarno di Giacomo: è un lampo, ma basta a Luciano
-per fargli intendere dove deve mirare, se vuol
-colpire a sua volta e colpir giusto.
-</p>
-
-<p>
-— Certo, certo! È stata mia moglie!
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi
-colloqui a Bex!
-</p>
-
-<p>
-— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo
-con troppa precipitazione.
-</p>
-
-<p>
-L'altro scoppia in una risata:
-</p>
-
-<p>
-— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?...
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-Uhm! Non credo! È stata mia moglie!...
-Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti venire
-a Villars?
-</p>
-
-<p>
-— È falso! È una falsità!
-</p>
-
-<p>
-— Non gridare! Perchè gridare?
-</p>
-
-<p>
-Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente.
-</p>
-
-<p>
-— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra
-i pampini e le biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo
-credo!
-</p>
-
-<p>
-— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde
-pure con un tono sarcastico: — <i>Les échos parisiens</i>,
-caro mio! Il <i>Gil Blas</i> e il <i>Figaro</i>, sono arrivati
-fin laggiù, a Fiumicino!
-</p>
-
-<p>
-— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi
-li ha tradotti alla zia Gioconda?... Tu, o mia moglie?
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo
-tra' denti. È disgustato, ma più ancora è conturbato
-e inquieto per la brutta piega, che va prendendo il
-discorso.
-</p>
-
-<p>
-— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto
-una parola in proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa
-e ti vuol anche troppo bene!
-</p>
-
-<p>
-— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il
-«troppo bene» è un di più!
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non
-direbbe mai una parola contro di te!
-</p>
-
-<p>
-— Criss...ti! La conosci a memoria!... <i>Par coeur!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Non voler essere ironico e non voler essere
-cattivo! Non è il momento, e non si scherza! Io parlo
-e predico per il bene tuo e il bene di tutti noi!
-Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e
-d'accordo!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia,
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-invece, e cerca di smuovere, di persuadere il fratello,
-con le buone ragioni e toccandogli il cuore.
-</p>
-
-<p>
-No, Luciano non deve più continuare con quella...
-donna di Parigi. A parte che Luciano, essendo ammogliato,
-il capriccio e la leggerezza diventano una
-colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli
-ha assunto informazioni sicure, precise, e può dire
-di conoscerla bene. È una donna che rende ridicoli
-i propri amanti, mentre li conduce fatalmente alla
-rovina!
-</p>
-
-<p>
-Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli
-afferra una mano e gliela stringe con effusione. Gli
-parla del babbo che Luciano ha appena conosciuto,
-gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così
-semplice e così buona!
-</p>
-
-<p>
-— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto
-da padre! Non andare a Parigi! In questo momento,
-piantar qui tua moglie, piantar qui tutti, sarebbe
-una pazzia e uno scandalo!
-</p>
-
-<p>
-— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè
-commosso, ma sempre più inasprito, — intanto io
-vado a Losanna e non vado, almeno per il momento,
-a Parigi.
-</p>
-
-<p>
-— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a
-Parigi.
-</p>
-
-<p>
-— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra,
-come ho già detto, per la riunione del Club automobilistico.
-Se poi, prima di tornare a Villars, dovrò
-recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà
-dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare
-senza mai preoccuparmi dei commenti pettegoli e
-interessati e senza aver paura... delle mie spie!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da
-vero leone!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce
-ancora a dominarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia,
-hai le sole persone che veramente ti vogliono bene. — Giacomo
-spiana la fronte e preso il fratello a
-braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che
-buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha
-ragione il signor Trüb di vantarsene e di farla pagar
-cara!... Ti seccano le prediche del «putativo
-genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato,
-moderno. Hai avuto un capriccio per questa
-donna magra, ossuta e lunga come la noia? Ebbene,
-te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due
-milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essere
-<i>black-boulé</i> dalla gente di spirito! Prendere sul serio,
-e prendere per tutta la vita Margherita Gauthier?
-È roba del quaranta! Dopo il novecento il giovane
-Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi.
-A Parigi, in questo mese, con il termometro a trentasei
-gradi Reaumur? Diventi matto? Peggio, vuoi
-diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a Villars
-e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo
-capitano Zaccarella con pieni poteri, con la borsa
-piena e con l'incarico di liquidare!
-</p>
-
-<p>
-L'idea colpisce Luciano:
-</p>
-
-<p>
-— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa
-di voler liquidare! Ma, s'intende, non «mandare»,
-andar lui, a Parigi e così, con la borsa piena, sbaragliare,
-mettere in fuga il re della glicerina!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso,
-spera bene e continua a cercare argomenti,
-anche speciosi, pur di riuscire nell'intento.
-</p>
-
-<p>
-— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente
-delle grazie <i>faisandés</i> e degli acuti stonati
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-di una qualunque <i>mademoiselle</i> Fanfan! Tu ci tieni
-per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un oggetto
-di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad
-Ostenda, a Montecarlo, che non hai più milioni da
-spendere per mantenere la Trécoeur! E ci tieni anche,
-per gelosia di possesso: perchè sai che dietro
-di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di
-ricevere o di dividersi la tua successione! È una
-forma di gelosia che non ha niente di comune con
-l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia che
-spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe
-infallibile, purchè sia pronto: liquidare brillantemente
-con la signorina Fanfan e brillantemente
-piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore
-e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali!
-Quelli che più ti danno ombra!... Ci perdono
-l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto contendersi
-fra di loro <i>le corset</i>, quando non è più <i>envolé</i>?...
-È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria
-che fa quotare così alto le azioni, mimiche, di <i>mademoiselle</i>
-Trécoeur! Sei tu, il milionario inesauribile,
-la più grande attrattiva e il suo fascino maggiore!
-Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito
-a quattro ossa giallognole e bacate!
-</p>
-
-<p>
-Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente:
-</p>
-
-<p>
-— È così; e bisogna far così: piantarla con una
-buona uscita. Per allontanare i propri amici dalla
-propria amante, non c'è che un modo, sicuro: piantarla!
-</p>
-
-<p>
-Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a
-quel mezzo-uomo e mezzo-prete « — che cosa ne puoi
-saper tu delle attrattive e dei fascini di certe donne,
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare e di fiutare
-le sottane della famiglia!» Ma non può. Per
-seguire il piano che ormai ha ben fisso in mente egli
-deve contenersi e fingere di accettare, in massima,
-i consigli del fratello.
-</p>
-
-<p>
-— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima
-potrebbe essere anche il mio desiderio e lo scopo
-del mio viaggio a Parigi; dato il caso che io vada
-proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento
-di nessun Zaccarella! Non voglio far la figura...
-di essere inabilitato, prima del tempo!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito
-la botta. L'altro continua imperturbabile:
-</p>
-
-<p>
-— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li
-tratto da me. E per questi affari, vado e non mando.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, si mostra conciliantissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari;
-ma non vai proprio, tu, in persona. Sei tu, che
-mandi, ed è lo stesso!
-</p>
-
-<p>
-— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando!
-</p>
-
-<p>
-— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi
-mesi Parigi è vuota e spopolata e soprattutto perchè
-quando fa caldo, ami di stare al fresco!
-</p>
-
-<p>
-— Fresco o caldo, vado io. Certi affari <i>di mia
-sola pertinenza</i>, li tratto da me.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ha uno scatto che non può reprimere:
-</p>
-
-<p>
-— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei
-non ci pensi?
-</p>
-
-<p>
-— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche
-fra me e la mia cara signora moglie, non ci
-si deve frammischiare nessun... Zaccarella!... Voglio
-pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti?
-</p>
-
-<p>
-— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine,
-Giacomo non si frena più.
-</p>
-
-<p>
-— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e
-tempo, vivaddio, di vivere un po' anche per tua
-moglie, per quella povera... martire, che per la sua
-bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita
-tutto il nostro affetto e tutta la nostra ammirazione!
-</p>
-
-<p>
-Luciano, pronto, coglie la parola al volo:
-</p>
-
-<p>
-— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione!
-Me ne sono accorto da un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo
-si avvicina d'un passo al fratello, fissandolo: — Ti
-sei accorto... di che cosa?...
-</p>
-
-<p>
-Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua
-propria cattiveria.
-</p>
-
-<p>
-— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da
-un pezzo di questa vostra e specialmente <i>tua</i>...
-ammirazione!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte,
-palma a palma, in atto di dolorosa maraviglia:
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo!
-</p>
-
-<p>
-Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a
-sua volta; parla alto, borioso e sprezzante. È lui, il
-giusto; è lui, il giudice.
-</p>
-
-<p>
-— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh,
-tutt'altro che un ragazzo. Osservo, da tempo, e noto.
-Intanto, intendiamoci: non permetterò mai, <i>mai</i>,
-alla mia... cara signora moglie di cercarsi protettori,
-nemmeno in famiglia, per metterli su, contro
-di me. Non permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano
-fa una reticenza con un'altra smorfia piena
-di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda, di
-voler sentenziare fra me e mia moglie. Con mia
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-moglie poi a suo tempo... — Non vuol dire di più;
-ma le pupille hanno un tremolio sinistro, che fa
-trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede,
-indovina l'inquietudine del fratello per la cognata,
-e ne gioisce in cuor suo.
-</p>
-
-<p>
-Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone
-di fare tutto ciò che gli accomoda; padrone
-di andare, di stare a Parigi quanto vuole; padrone
-di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi
-per la cognata! — Ride, poi riprende, guatando
-Giacomo tra il serio e il comico:
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia!
-La povera martire! Impiegare tutto il suo tempo a
-Bex, per destare la tua ammirazione, e per seminare
-la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire
-e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che
-rispondere: Luciano, alza la voce.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato;
-ma quando torno, e tornerò prestissimo
-darò alla... povera martire, l'ammirazione che si merita!
-</p>
-
-<p>
-L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno,
-che prorompono dalle sue labbra livide e affilate.
-</p>
-
-<p>
-— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una
-regina! E con lei, mantenuta tutta un'orda di nobilastri
-parassiti, che non hanno salvato dalla malora
-altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì,
-davvero, bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi!
-È questa genia di spiantati, sono i capricci, è il lusso
-sfrenato di mia moglie che mi hanno costretto a
-spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si
-tratta... di mia moglie, quando si tratta della povera
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-martire, tu, proprio tu, dimentichi anche l'avarizia e
-non mi fai più la predica! Per te? Per la tua ammirazione?...
-S'intende! Io ho sempre pagato troppo
-poco i grandi meriti di mia moglie!
-</p>
-
-<p>
-— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo
-è spaventato. Possono sentire nel corridoio, in tutto
-l'albergo! — Abbassa la voce! Ti supplico! — Ma
-più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta
-e grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce
-con l'arrabbiarsi e col diventar geloso sul serio.
-</p>
-
-<p>
-— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare!
-Se dovrà confessare! Che cosa ti ha detto? Che cosa
-ha fatto?... Con quante moine ha potuto cambiarti
-così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me
-lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire!
-Ti sei opposto fino all'ultimo! Hai fatto il possibile
-e l'impossibile per impedire il mio matrimonio! Oh,
-senza essere un grand'uomo, e non me ne importa
-affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne
-accorgerà mia moglie quando torno! Appena torno!...
-Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei, la bugiarda
-e non io! La bugiarda e l'ingrata!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo capisce che, lui presente, la furia del
-fratello non farà che divampare sempre più: si
-caccia le mani nei capelli e fugge via con un singulto
-che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello
-era cattivo, ma cattivo fino a quel punto, fino al
-punto di far paura, questo no!
-</p>
-
-<p>
-— Povera donna! Povera donna!...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai
-se Luciano, restasse a Villars!
-</p>
-
-<p>
-— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-— <i>Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-</p>
-
-<p>
-È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo
-la scena col fratello.
-</p>
-
-<p>
-Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua
-moglie. Sua moglie la vedrà al ritorno e la... saluterà
-al ritorno! Adesso vuol partire tranquillo, senza
-guastarsi il sangue!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La
-donna perfetta!... Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo
-e Francesca!
-</p>
-
-<p>
-Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere
-sè stesso. Ma non lo crede e non lo pensa. E per
-ciò, appunto, perchè non lo pensa e non lo crede in
-cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle
-ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così,
-sua moglie, avrà finito di darsi le arie e il sussiego
-della donna perfetta, della donna superiore!
-Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà abbassare
-gli occhi e la testa!
-</p>
-
-<p>
-Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano
-aveva finito col rodersi in cuor suo anche per i
-pregi e per le virtù e soprattutto per la grande stima
-che godeva sua moglie e che tanto la innalzava,
-al suo confronto, nell'opinione della gente.
-</p>
-
-<p>
-— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come
-tutte le altre!... Basta, l'ammirazione! Non più panegirici,
-non più inni, ma tragedie: Paolo e Francesca!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!</i>
-</p>
-
-<p>
-L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta
-discesa da Villars fino ad Aigle, in un attimo, ed ora,
-sempre di volo, sempre in discesa, infila la strada
-polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi e
-il lago azzurro, mentre alto e lontano si profila
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-candido e immoto dominatore dello spazio, il monte
-Bianco.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!</i>
-</p>
-
-<p>
-Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può
-più farmi da tutore e Francesca da spia! Posso
-andare a Parigi! — evviva Parigi! — e divertirmi!
-</p>
-
-<p>
-— Divertirmi?...
-</p>
-
-<p>
-Luciano torna a rabbuiarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa
-quanti nuovi capricci! E poi sempre con la voce da
-non mettere a repentaglio!... Tutti i riguardi, tutte
-le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi
-sempre no, per paura della voce!... Quando canta,
-perchè canta, quando non canta... perchè ha da cantare!...
-Uff!... Certe volte, per ottenere un giorno
-di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a
-patti, con il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!...
-E poi, l'ombra di Banco; anzi, della Banca:
-mister Kennett, il re della glicerina!
-</p>
-
-<p>
-Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può
-torna da capo a consolarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò
-da avvelenarmi il sangue a Parigi, mi potrò sfogare
-al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!</i>
-</p>
-
-<p>
-E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra
-la luce del sole sfolgorante e la maraviglia ridente
-dei colori, tra la limpidezza tranquilla del cielo e lo
-specchio nitido dell'acqua cristallina, fra la bellezza
-e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua
-ad accumulare nell'animo con la smania e la
-promessa vicina di scene e di vendette, i pensieri più
-tristi e più foschi.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span></p>
-
-<h3>II.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella
-veemente invettiva, corre nelle sue stanze, come a
-cercarvi rifugio.
-</p>
-
-<p>
-Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente
-per non sentir l'eco di quelle ingiurie.
-</p>
-
-<p>
-Siede affranto dinanzi alla scrivania; è angosciato
-e disperato.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso Luciano, che cosa farà?... Liti, scandali,
-partirà come ha detto?... E Maria?...
-</p>
-
-<p>
-Che ora lunga d'incertezza, di inquietudini, di
-pena!
-</p>
-
-<p>
-Ad un tratto sente stridere e sbuffare l'automobile:
-si alza, si avvicina alla finestra e spia dietro le cortine
-calate.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, Dio sia lodato! — Manda un grande sospiro
-di sollievo. — Luciano è partito!
-</p>
-
-<p>
-— Va! Va!... A Parigi! Dove vuoi! In capo al
-mondo!
-</p>
-
-<p>
-È forte, però, il suo capriccio per quella Fanfan!
-</p>
-
-<p>
-Più forte della sua stessa cattiveria! Ma poi al
-ritorno?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si allontana dalla finestra scrollando il
-capo.
-</p>
-
-<p>
-— Quando ritornerà?... Povera Maria!
-</p>
-
-<p>
-Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto
-sarà ora di pranzo! — Non chiama il cameriere, si
-veste solo e intanto continua a pensare a Maria... e
-a Luciano.
-</p>
-
-<p>
-— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno
-dei nostri. È un frutto guasto dai suoi stessi vizi! E
-così, travisandoli, deturpa e avvelena affetti e sentimenti!
-Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?... — Giacomo
-dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare!
-Se lui stesso è il più convinto della sua propria
-falsità!... Inventa e sa d'inventare! È una perfidia
-atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia!
-Cioè no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco
-del fratello. L'insinuazione calunniosa è un'arma
-a due tagli: contro la moglie e contro di lui. Con
-quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli
-e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere
-qualunque eccesso per quella Fanfan e qualunque
-infamia contro sua moglie!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace,
-capacissimo, di gridare ai quattro venti che sono
-l'amante di Maria!
-</p>
-
-<p>
-— Che canaglia!
-</p>
-
-<p>
-A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante
-di Maria», che gli si affacciano al pensiero per
-la prima volta così precise e chiare, egli si ferma
-dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della
-cravatta fra le mani...
-</p>
-
-<p>
-— Che falsità! Che canaglia!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<p>
-Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce.
-</p>
-
-<p>
-Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima.
-Soffre, — è proprio la parola, — soffre un tormento
-nuovo: un senso strano e nuovo di timidezza.
-</p>
-
-<p>
-Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima
-di pranzo, arrossisce suo malgrado, e non può, lì
-per lì, fissarla in faccia.
-</p>
-
-<p>
-Maria Grazia, nota subito il turbamento del cognato,
-ma lo spiega a suo modo: lo crede così mortificato
-e impacciato, perchè non è riuscito a trattenere
-Luciano. Ella lo guarda con i grandi occhi
-neri, pensierosi e gli sorride malinconicamente: lei
-stessa, si fa offrire e gli prende il braccio, per entrare
-insieme nella sala da pranzo.
-</p>
-
-<p>
-— Lucïano è proprio partito?... E proprio per
-Parïgi?
-</p>
-
-<p>
-Le tenere e armoniose dieresi, sono piene di lacrime.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, le risponde appena, stringendole il braccio,
-sotto il suo:
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio...
-</p>
-
-<p>
-— Ne ho; tanto!... Sai?... Non è venuto nemmeno
-a salutarmi! — Cerca, quasi, di scusare il marito. — Forse,
-non ha osato!
-</p>
-
-<p>
-— «Oh...» — Giacomo s'interrompe e pensa in
-cuor suo: — Sapesse, povera donna, che cosa è
-capace di osare... quello là!
-</p>
-
-<p>
-Ma, alla cognata, egli non dice nulla della scena
-successa. Durante la serata, mentre Giacomo sembra
-quasi sfuggirla, Maria lo interroga con i begli occhi
-ansiosi: Giacomo non le risponde altro che scrollando
-il capo.
-</p>
-
-<p>
-Nei giorni seguenti, egli schiva le facili occasioni
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-di trovarsi solo con lei. E per poter fare ciò, naturalmente,
-egli si accompagna e comincia a stare di
-più con Remigia.
-</p>
-
-<p>
-Dopo colazione, mentre la cognata si avvia lentamente
-in giardino, verso il suo solito posto tranquillo
-e appartato, Giacomo, invece di seguirla con il fascio
-dei giornali, si unisce alla corte allegra e rumorosa
-della duchessina, assiste ai pasti di <i>Din</i> e <i>Don</i> e
-riceve pazientemente gli enfatici salamelecchi del
-signor Trüb.
-</p>
-
-<p>
-Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano
-la macchia folta degli abeti che riparano Maria sotto
-l'ombra solitaria, egli si fa spiegare da Remigia le
-regole del <i>tennis</i> e resta lì, fuori della rete, a veder
-giuocare.
-</p>
-
-<p>
-— Bravissima, la Pïccola!
-</p>
-
-<p>
-Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa
-Maria, e ne riceve un'intima sensazione di gioia.
-</p>
-
-<p>
-Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano
-nell'albergo, Giacomo invece di fermarsi con
-Maria, come faceva prima, nella veranda a discorrere
-e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con
-Remigia nella sala da ballo, e si ferma a vederla
-ballare. Ride con lei e con la Carfo a proposito dei
-suoi adoratori «internazionali». Scherza alle spalle
-di <i>monsieur</i> Malot, il parigino puro sangue, il ballerino
-di forza e di grazia; scherza a proposito dei
-voli letterari di Lothar Schmidt e anche Giacomo si
-mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e sir
-Wood «il bell'Apollo della caramella!».
-</p>
-
-<p>
-Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia
-a faccia col cognato, lo interroga muta, con gli
-occhi soltanto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere
-anche questo mio solo conforto? La tua amicizia
-buona e cara?
-</p>
-
-<p>
-Giacomo le risponde arrossendo leggermente,
-crollando il capo e si allontana.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo.
-</p>
-
-<p>
-Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare
-vagamente, in tutto o in parte, la verità, e allora è
-lei pure che arrossisce se per caso incontra gli occhi
-di Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-I due buoni hanno finito per capire, per intendersi.
-E così, mentre sembrano allontanarsi l'uno dall'altra,
-tutto quel mistero, la nuova odiosa cattiveria
-di Luciano, conosciuta da Giacomo soltanto, ma quasi
-intravvista da Maria, unisce più strettamente le
-loro due anime.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non confessa a sè stesso, che anche la
-simpatia si fa più viva; forse non se ne rende conto.
-Tutto confonde e tutto spiega in cuor suo, col sentimento
-della giustizia e di una grande pietà.
-</p>
-
-<p>
-Ma una notte... Ebbe tutta una notte insonne e
-pensò di partire.
-</p>
-
-<p>
-— Andarmene, sì, sì!... Bisogna risolversi e partire.
-Luciano, al suo ritorno, non deve trovarmi più
-a Villars. Sarà così evidente tutta l'assurdità dell'odiosa
-insinuazione!
-</p>
-
-<p>
-Ma Villars, in quel punto, come gli appare verde
-e incantevole! Non avrebbe trovato in nessun'altra
-parte del mondo un luogo così bello!
-</p>
-
-<p>
-— No! Anzi non devo partire, <i>devo</i> rimanere! Luciano
-direbbe che io mi sono allontanato apposta
-per salvare le apparenze! Sarebbe «una prova» secondo
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-lui e andandomene lo lascerei libero di inventare
-anche di peggio! E poi, Maria? Lasciata qui
-senza difesa?... Devo restare!
-</p>
-
-<p>
-L'idea della partenza è dunque abbandonata.
-</p>
-
-<p>
-— Resto! Appunto, precisamente: per difenderla
-e per proteggerla! È mia cognata. Oggi è una D'Orea;
-è dei nostri. Sono io, per autorità, il capo riconosciuto
-in questa casa. Qui comando io; e farò rigar
-diritto quel... buffone!
-</p>
-
-<p>
-Per altro, non bisogna mai dare il più piccolo
-appiglio a Luciano; e bisogna ricordare com'è pronto
-e scaltro nella perversità.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non si trova più solo con Maria e si vedono
-e si parlano soltanto a colazione e a pranzo.
-Egli è venuto, dice lui, e resta a Villars, non per
-altro, che per riposare e per diventar giovane!
-</p>
-
-<p>
-Sta tutto il giorno e tutta la sera con Remigia;
-con la Piccola!
-</p>
-
-<p>
-.... Quante volte ripete «la piccola!»
-</p>
-
-<p>
-Questa tattica abile e prudente, se gli è consigliata
-dal bene di Maria, non lo annoia per altro, e non lo
-stanca. Remigia è sempre allegra, divertentissima!
-Con questo grande vantaggio, che non vuol parere
-altro che quello che è, cioè una bambina. Bambina
-per indole, per vivacità e per... innocenza! Non pensa
-altro che a saltare, a giocare al <i>tennis</i> e a ballare;
-preferisce ancora le passeggiate col bel sole, ai colloqui
-con la bianca luna, i dolci e i cioccolattini del
-Danova, ai fiori di <i>monsieur</i> Malot e non vuol bene,
-davvero, altro che a <i>Din</i> e a <i>Don</i>!
-</p>
-
-<p>
-— I vent'anni sono al varco!... Eppure, nessuno
-lo direbbe! Del resto, anche con vent'anni, e sonati,
-potrebbe sempre essere mia figlia!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-Però, con la Piccola, egli non deve pensare ai riguardi,
-alle apparenze!
-</p>
-
-<p>
-Può fare la sua corte innocente. Non c'è pericolo
-di dar ombra a sir Wood... e nemmeno a Totò!
-</p>
-
-<p>
-— Povero Totò! È innamorato sul serio!... Ma perchè
-non si sposano, Remigia e Totò?
-</p>
-
-<p>
-Quell'argento vivo... e biondo, che ride sempre,
-che parla sempre, che non fa mai domande e, se ne
-fa, non aspetta risposta, è un grande riposo per Giacomo,
-facile all'emicrania, stanco di nervi, e con i
-begli occhi di Maria sempre fissi in mente. Anzi,
-vicino a quel demonietto in continuo moto e in continue
-chiacchiere, egli prova il grande sollievo di
-poter tacere pensando a tutt'altro! È un uccellino
-grazioso dai bei colori vivi e dalla testina d'oro,
-che gli vola attorno piacevolmente e che piacevolmente
-riempie l'aria con il suo armonioso e festevole
-<i>pi-pi-pi</i>!
-</p>
-
-<p>
-Egli può tacere, tacere!... la gioia di poter tacere
-e di poter pensare a... tutt'altro, mentre la cingallegra
-spensierata e innocente continua a volare
-cantando e bisbigliando <i>pi-pi-pi</i>!
-</p>
-
-<p>
-Egli può tacere, tacere!... E intanto spiare di lontano,
-in fondo al giardino, un punto bianco, immobile,
-che spicca tra il verde dei fogliami: è Maria
-che legge, seduta all'ombra nel suo solito posto appartato.
-</p>
-
-<p>
-— Povera Maria!... Meriterebbe tanto di essere
-felice... e amata!
-</p>
-
-<p>
-Questo pensiero, un giorno, fa sospirare Giacomo
-più forte. Remigia che sta raccontandogli, ridendo,
-la corte che pretendeva di farle quel «bruttissimo Re
-Faraone» si ferma di botto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<p>
-— A che cosa pensate, Giacomo?
-</p>
-
-<p>
-— A niente. Non penso a niente: ascolto soltanto.
-</p>
-
-<p>
-— Non dite bugia, Eccellenza! Questa è una grossa
-bugia!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè se aveste ascoltata me vi sareste messo
-a ridere: invece vi siete messo a sospirare!
-</p>
-
-<p>
-Remigia dà una risatina arguta, maliziosetta:
-</p>
-
-<p>
-— Forse, chi sa? È stato il sospiro dell'anima!
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Suonar nel mio segreto odo una voce</p>
-<p>Che a sè mi tiene dubitando inteso...</p>
-</div>
-
-<p>
-Giacomo, per deviare l'attenzione della fanciulla,
-sospira più profondamente, continuando:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>E non sento l'età fuggir veloce</p>
-<p>In quella nota attonito e sospeso!</p>
-</div>
-
-<p>
-— È la nota giovane squillante e affascinante del
-vostro allegro <i>pi-pi-pi</i>, cara Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— Per me, sospirate? — La graziosa birichina
-si mostra incredula. — Uhm!
-</p>
-
-<p>
-— Sospiro... alla gioventù! Il più grande dei tesori,
-che si comincia ad apprezzare soltanto... quando
-lo abbiamo tutto consumato!
-</p>
-
-<p>
-La duchessina si stringe comicamente nelle spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Allora... dovrà apprezzarlo moltissimo Re Faraone!
-</p>
-
-<p>
-— Certamente! Anche Re Faraone!
-</p>
-
-<p>
-— Ma pure egli ha trovato un rimedio, per riacquistare
-la perduta gioventù: il lucido Nubian!
-</p>
-
-<p>
-Remigia ride allegramente e Giacomo è sicuro che
-non ha più in mente nè i suoi silenzi, nè i suoi
-sospiri.
-</p>
-
-<p>
-In fatti ella riprende subito, con tutt'altro tono:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Giacchè siamo in vena di poesia, ricordatevi,
-Giacomo, questo è il giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Il giorno?... Quale?
-</p>
-
-<p>
-— Il giorno in cui dovete scrivere sul mio <i>album</i>.
-No, no! Non si dice di no; avete promesso!
-</p>
-
-<p>
-— Non so scrivere versi!
-</p>
-
-<p>
-— Scrivete prosa.
-</p>
-
-<p>
-— Non so scrivere prosa, che sia degna del vostro
-<i>album</i>. Io non sono un letterato, ma un umile
-finanziere! Non so scrivere altro che cifre!
-</p>
-
-<p>
-— E, allora, basterà la vostra firma, Eccellenza!
-È l'autografo, che conta! — Mimì! — grida forte
-Remigia, chiamando, — Mimì!
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi, cara!
-</p>
-
-<p>
-La contessina Carfo, sta giocando al <i>croquet</i> lì
-vicino, con Totò. Ella che ha sempre un grande ribrezzo
-per il Re Faraone, e che spera solo nel matrimonio
-di Giacomo con Remigia, quando i due
-sono insieme, non li perde mai di vista.
-</p>
-
-<p>
-— Finitela con quel <i>croquet</i> stupidissimo e irritante!
-Venite qui con noi! È fresco fresco! Una
-delizia!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si sdraia sopra una larga poltrona di vimini,
-dondolandosi mollemente.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, che gioia!... E che buone poltrone elastiche
-e comode, da far invidia alla Sbirlingonia!
-</p>
-
-<p>
-Mimì e Totò, giuocano in fretta, tanto per arrivare
-in fine alla partita. Remigia si irrita.
-</p>
-
-<p>
-— Finitela! Non avete capito?
-</p>
-
-<p>
-Mimì dà un'occhiata a Totò e butta via la mazzetta.
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi, cara!
-</p>
-
-<p>
-— Portate qui la mia cesta da lavoro! — La duchessina
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-continua a dondolarsi sulla poltrona. — La
-mia cartella, i miei <i>albums</i>, i miei libri, tutta la
-roba mia!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo la guarda sorridendo e la chiama pïccola
-tiranna!
-</p>
-
-<p>
-Sorride anche Remigia, ma dolcemente.
-</p>
-
-<p>
-— Sono piena di difetti, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, l'impero, la tirannia, non son difetti per
-chi li esercita; anzi, sono l'espressione della forza,
-del carattere. Sono invece una colpa, qualche volta,
-per chi vi si assoggetta, e quando invece di una tiranna
-piccola e bionda, esercita l'impero un brutto
-tiranno... uomo.
-</p>
-
-<p>
-— Brrr! Quanta difficile filosofia! In conclusione,
-se questi non sono difetti, vuol dire che ne avrò degli
-altri. Vi prego! Vi prego, Giacomo! Sì! Sì! Voglio
-sapere tutti i difetti miei! Tutte le imperfezioni
-mie! — continua a supplicare nel tono più dolce. — Caro!
-Buono! Simpaticone! — Poi si arrabbia. — Dite
-subito tutti i difetti miei, almeno i più grossi o
-vi chiamo Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ride e si diverte.
-</p>
-
-<p>
-— Fin'ora — apprezzate la mia prudenza e la mia
-sincerità, — dico <i>fin'ora</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito! Avanti!
-</p>
-
-<p>
-— Fin'ora vi riconosco un solo difetto.
-</p>
-
-<p>
-— Grosso?...
-</p>
-
-<p>
-— ... Non piccolo! Quello di possedere anche voi,
-per quanto non comune, anzi in tutto una ragazza
-originale... un album di autografi!
-</p>
-
-<p>
-— La mia originalità sta in questo: invece di un
-album solo, ne possiedo due.
-</p>
-
-<p>
-— Due?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo fa una faccia spaventata. Egli si diverte
-sempre di più a questi giuochi innocenti. Ha sempre
-avuto passione per i ragazzi e per i bambini.
-</p>
-
-<p>
-— Ne possiedo due.
-</p>
-
-<p>
-Si avvicina Mimì portando la cartella e i libri. Si
-avvicina Totò portando la grande cesta foderata di
-tela <i>pompadour</i> e ornata di nastri di seta rosa con
-l'astuccio dei colori, i pennelli e con tutti i «lavori
-diversi» della duchessina: lavori all'uncinetto, lavori
-a maglia, trapunti, ricami che girano da anni i laghi,
-i monti e i mari... sempre allo stesso punto.
-</p>
-
-<p>
-Remigia fa mettere tutto a' suoi piedi, sull'erba,
-e si fa dare gli album da Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Due album? — ripete Giacomo esterrefatto.
-</p>
-
-<p>
-— Due. Uno per gli illustri della patria; — questo,
-guardate: la firma di Garibaldi, una lettera di Mazzini,
-una poesia dell'onorevole Testasecca, — è il
-deputato del nostro collegio, — e poi autografi di
-Biancheri, di Zanardelli e uno anche del figlio di
-Totò.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo inarca le ciglia fissando il marchesino di
-Villabianca, e la Piccola scoppia in una risata:
-</p>
-
-<p>
-— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò,
-tesöro! È un autografo del figlio di Sua Eccellenza
-Totò!
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo
-di Rudinì. Datemi l'album! Mi fo coraggio! Col papà,
-siamo stati nello stesso ministero!
-</p>
-
-<p>
-— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi
-sulla poltrona con un atto grazioso di rifiuto. — Voi
-scriverete su questo. — Apre l'altro
-album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente
-tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì,
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-gioia! — Spingimi adagio adagio... — Mimì
-coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona,
-lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi
-fresco, Totò! Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure
-in piedi, accanto alla poltrona, apre un ventaglio
-grande giapponese che ha preso nel cestino e continua,
-tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio,
-la faccia impassibile e gli occhi innamorati.
-</p>
-
-<p>
-— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su
-questo album più piccolo e chiuso a chiave,
-perchè è l'album degli illustri simpaticoni. Guardate,
-leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand...
-</p>
-
-<p>
-— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci
-posso più scrivere!
-</p>
-
-<p>
-— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole,
-commendatore, grande ufficiale, Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia
-quel giorno è proprio una bellezza, prende
-dalla cartella un piccolo calamaio e una penna.
-</p>
-
-<p>
-— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto
-pregare! Ha osservato oggi come sono d'oro i capelli
-di Remigia?
-</p>
-
-<p>
-Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a
-diventare un po' urtante anche quel Giacomo lì.
-</p>
-
-<p>
-Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere
-sull'album dei simpaticoni!
-</p>
-
-<p>
-— Civetta! Che civetta! Persino con Sua Eccellenza! — Continua
-a far vento, ma troppo adagio,
-con la faccia che gli si accende per la fatica.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Totò!... Non addormentarti! Più forza!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si rivolge di nuovo a Giacomo:
-</p>
-
-<p>
-— Basta un pensiero; una parola sola e la firma.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si decide, prende l'album dalle mani di
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-Remigia, la penna che gli offre Mimì e scrive due
-righe in fretta:
-</p>
-
-<p>
-— A voi! — Restituisce l'album. — E scusatemi
-se proprio, non so scrivere altro che cifre!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, letto appena, salta in piedi rossa di gioia
-e mentre Totò rimane immobile col braccio alzato e
-il ventaglio aperto, corre a stringere la mano di
-Giacomo, con trasporto, con effusione:
-</p>
-
-<p>
-— Buono! Buono! Quanto siete buono!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo aveva scritto sull'album:
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-«Mi obbligo a versare 5000 lire per i poveri della
-duchessina Remigia, detta la Piccola.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Giacomo D'Orea.</span>»
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Mimì ha gli occhi pieni di gioia:
-</p>
-
-<p>
-— Dio! Dio! Come il signor Giacomo sarebbe proprio
-degno di far felice la mia Remigia!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span></p>
-
-<h3>III.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Remigia, con Giacomo, non scherza e non ride
-soltanto. I suoi occhi ceruli e giocondi, hanno pure
-riflessi bigi, freddi come d'acciaio: osservano e studiano.
-Remigia, conosce già profondamente il carattere
-di Giacomo; ne conosce i gusti, le inclinazioni,
-le predilezioni e lo seconda in tutto, abilmente, senza
-mai parere, senza mai scoprirsi. L'aristocratica duchessina
-ha notato, per esempio, che sua eccellenza
-Molinella — lo chiama così con Marco Danova per
-allontanare sospetti e gelosie, — ha vivissimo, come
-tutta «la gentetta», il sentimento della famiglia e
-l'attaccamento alla parentela, ed ella non perde occasione
-di accarezzarlo e di lusingarlo anche in questo
-suo debole.
-</p>
-
-<p>
-Ogni giorno, verso le quattro, la nobile famiglia
-italiana, con Marco Danova, sir Wood e tutto il seguito
-fanno una passeggiata o su, fino a <i>les Ecovets</i>,
-o giù fino ad Arveye o a Chesières, con la scusa di
-andar a prendere il tè. Giacomo, che lavora anche
-in montagna, si fa sempre aspettare, e Remigia, impazientandosi
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-lo chiama sotto la finestra che dà
-sul giardino:
-</p>
-
-<p>
-— Onorevole, Commendatore! Grande Ufficiale!
-Eccellenza!... Fate presto!
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi! Signorina Piccola!
-</p>
-
-<p>
-Un giorno che si deve andare più lontano, fino a
-Gryon, Remigia, passando dallo studio di Giacomo,
-prima di scendere lo chiama, bussando all'uscio:
-<i>tòc! tòc</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Sono io, Eccellenza! Si può?...
-</p>
-
-<p>
-— Avanti!
-</p>
-
-<p>
-Remigia apre l'uscio e rimane ferma sulla soglia:
-</p>
-
-<p>
-— Non fatevi aspettare anche oggi! Mi raccomando! — Poi
-entra, risolutamente.
-</p>
-
-<p>
-Che male c'è? Perchè non potrebbe entrare nello
-studio del cognato di sua sorella?... Un cognato
-mezzo-papà e già... ex-ministro?
-</p>
-
-<p>
-Ella si avvicina alla scrivania:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa fate?
-</p>
-
-<p>
-Anche Giacomo, al primo vedere la fanciulla affacciarsi
-all'uscio, è rimasto un attimo sorpreso; ma
-un attimo soltanto. È una vera bambina, affatto ingenua
-e ancora senza conseguenza!
-</p>
-
-<p>
-— Scrivo la mia relazione sul dazio protettore
-degli agrumi, da presentare alla Camera, in novembre.
-Niente di bello, e specialmente niente d'interessante
-per la nostra Piccola!
-</p>
-
-<p>
-— Allora, tanto più! Non fatevi aspettare! Oggi
-si va fino a Gryon!
-</p>
-
-<p>
-— Sono pronto!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo raccoglie i fogli sparsi sulla scrivania e
-li ripone, in ordine, nella cartella. Remigia si guarda
-attorno, osserva tutto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quanti libri e quanti giornali!... Si può dire
-che la posta viene soltanto per voi a Villars! A me,
-invece, appena qualche cartolina illustrata!... E avrei
-così piacere di ricevere tanta posta!
-</p>
-
-<p>
-— E la fatica?... La noia di dover rispondere?
-</p>
-
-<p>
-Remigia non lo ascolta più. È tutta assorta, fissando
-un ritratto sulla scrivania, in una larga cornice
-d'ebano. È la vecchia fotografia di una donnetta
-dal viso lungo e scarno, — somiglia molto a Sua
-Eccellenza, — dall'aspetto semplice e modesto. È in
-capelli, vestita di nero. Ha una grossa catena d'oro
-attorno al collo, e puntato in mezzo al petto un
-grande spillone, con un ritratto, che dev'essere del
-marito.
-</p>
-
-<p>
-— È la madre! — Remigia ha indovinato. — È
-la salumiera! — Poi esclama con la voce armoniosa
-e dolce, che somiglia certe volte, a quella di Maria: — Che
-bella signora! Glie espressione simpatica,
-dolce!... È la vostra mammà?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, risponde Giacomo colpito. — È la mia povera
-mamma. Come avete fatto a indovinare?
-</p>
-
-<p>
-— Vi assomiglia tanto! — Remigia lo guarda, arrossisce
-leggermente e ripete tanto... con la voce di
-Maria, tal e quale.
-</p>
-
-<p>
-— Cara bambina! — pensa Giacomo fra sè... — Molti
-capricci; un demonietto sfrenato e non sempre
-ragionevole, ma poi, nelle cose serie, ha il sentimento
-e si esprime con la grazia affettuosa di sua sorella.
-Non si assomigliano affatto Maria e Remigia, ma
-pure si capisce subito che sono sorelle. Dalla voce,
-soprattutto! La bella voce... è una gran bella cosa!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, signora Piccola!.. Sono a' suoi ordini!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non si muove; fissa sempre il ritratto,
-poi fissa Giacomo, seria questa volta, sospirando:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Certo, dovete aver voluto un gran bene voi,
-alla vostra mammà!
-</p>
-
-<p>
-Da quel giorno si rinnova spesso per Giacomo la
-sorpresa avuta al suo primo arrivo a Villars: sulla
-scrivania, dinanzi al ritratto di sua madre, c'è un
-bel mazzo di fiori.
-</p>
-
-<p>
-— Bambina cara!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo crolla il capo sorridendo e pensa:
-</p>
-
-<p>
-— A volte, si provano antipatie ingiuste! No; non
-bisogna mai dar retta alle simpatie e alle antipatie!
-Le persone bisogna conoscerle bene, a fondo, prima
-di giudicarle!... Persino la duchessa Cristina, con la
-sua imponenza da matrona di melodramma, nella
-famiglia, nell'intimità, diventa tutt'altra cosa!... Ha
-la bella persona e il bel viso di Maria. Gli occhi no;
-sono neri ugualmente, ma sono diversi: freddi, quasi
-duri!... Anche il principe Rosalino!... Suprema
-importanza, ma un bon uomo, in fondo... E Remigia?... — Giacomo
-sorride. — Povera Piccola! Non
-la potevo patire!
-</p>
-
-<p>
-Conclude trovando che tutti i Moncavallo sono
-gente finissima di sentimenti, di gusti, di abitudini. — Ci
-sarà in loro del fumo aristocratico, ma quando
-sono gentili, sanno esserlo assai di più e in un modo
-diverso da tutta l'altra gente! — Fa un lungo sospiro. — Pare
-impossibile che mio fratello, vivendo
-in mezzo a loro, sia rimasto... quello che è!... Mah!..
-Luciano non è nato uomo, è nato bestia!
-</p>
-
-<p>
-I bei fiori freschi, dinanzi al ritratto della mamma,
-fermano il suo pensiero su Remigia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè aspetta tanto a prendere marito?...
-Le occasioni, pare non le manchino! Quel Danova,
-per esempio? Remigia non lo vuole: lo trova brutto,
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-vecchio e odioso, — me l'ha detto lei, — e non ha
-torto. Anche dal lato morale, quel Danova, non è
-certo gran cosa! E sir Wood? È una ragazza intelligente
-e lo trova troppo ridicolo e fatuo con le sue
-pretensioni di bell'Apollo! Ma perchè non sposa Totò?...
-Non le piace nemmeno Totò, o non ci sono
-quattrini abbastanza?... Quattrini?... Uhm! Non ce
-ne devono essere affatto!...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, che è generoso, non forse nelle piccole,
-ma certo nelle grandi cose, si sentirebbe disposto,
-se la Piccola amasse Totò, di provvedere alla dote.
-</p>
-
-<p>
-— Remigia è quasi una parente. È sorella di una
-D'Orea! E sorella di mia cognata!
-</p>
-
-<p>
-Come Giacomo D'Orea riconosce volentieri che i
-Moncavallo sono assai migliori veduti da vicino, così
-i Moncavallo a loro volta, trovano che a Villars il
-«satrapo mercante» ha fatto progressi.
-</p>
-
-<p>
-— Quel... Giacomo, si fa! — osserva la duchessa,
-durante i colloqui del dopo pranzo, sulla terrazza, al
-fratello Rosalì, che sonnecchia, seduto al fresco, in
-una placida grandiosità monumentale. — A poco a
-poco, si fa! Diventa un uomo di questo mondo!
-</p>
-
-<p>
-— Si fa! — ripete il principe sollevando la lunga
-barba, con un leggero rumore fra il sospirare e il
-russare, — Si fa, vivendo con noi. L'uso diventa
-natura!
-</p>
-
-<p>
-— Pare... ci prenda simpatia a stare con l'Idola! — Pausa.
-Poi la duchessa ripiglia, sempre riferendosi
-a Giacomo: — Quanti anni avrà, precisamente?
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente, non saprei. Certo, ha già varcata
-la quarantina!
-</p>
-
-<p>
-— Non si direbbe! È uno di quegli uomini... che
-non hanno età, ma che possono interessare e anche
-piacere moltissimo, per il loro talento!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il bell'uomo partenopeo sorride e sembra misurare
-la piccola e misera eccellenza, dall'alto della
-propria persona:
-</p>
-
-<p>
-— Quattro ossicini in croce e quattro nervi! Ecco
-tutto il grande ometto!
-</p>
-
-<p>
-— Adesso, però, è assai migliorato in salute!.. Non
-è vero, Rosalì?
-</p>
-
-<p>
-Rosalì non risponde.
-</p>
-
-<p>
-— In ogni modo... volesse prender moglie, sarebbe
-sempre un ottimo partito! È ricchissimo! Dicono,
-quasi un milione di rendita!
-</p>
-
-<p>
-Rosalì, lentamente, sempre mezzo russando e mezzo
-sospirando, ammonisce la sorella:
-</p>
-
-<p>
-— Danari e santità, metà della metà!
-</p>
-
-<p>
-— E va bene! — La duchessa stizzita dalla sonnolenza
-del Sant'Enodio, fa un atto nervoso. — Anche
-metà della metà è sempre una bella rendita!
-</p>
-
-<p>
-Succede un lungo silenzio. La duchessa ha caldo.
-</p>
-
-<p>
-Prende il fazzoletto dalla piccola borsa scintillante
-di lustrini d'oro e si asciuga le gote e il collo. Apre
-il ventaglio: si fa vento. Giacomo le ha fatto venire
-in memoria l'altro D'Orea, — quella cara gioia di
-suo genero!... — Soffia — Uff! — Stasera non se ne
-può più! Si soffoca!
-</p>
-
-<p>
-Povera duchessa Cristina! Il solo pensiero di Luciano
-le aumenta il caldo e le dà le smanie.
-</p>
-
-<p>
-— Certo che dei due fratelli...
-</p>
-
-<p>
-Rosalì s'interrompe con gli occhi aggravati dal
-sonno, poi riprende... — Mentre l'uno si fa, l'altro
-si disfà! Mah!
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... — fa eco la duchessa, che è completamente
-sveglia. — ... Bisogna goderselo in santa pace!
-Amici a scelta e parenti come sono!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il principe pure, apre gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Quando è in ballo Luciano, il discorso si fa sempre
-interessante:
-</p>
-
-<p>
-— Non ha scritto, ancora? Non ha telegrafato?
-</p>
-
-<p>
-— Niente! Nemmeno al signor Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-— Quanti giorni sono, ormai, dacchè è partito?
-</p>
-
-<p>
-— Otto giorni... ieri.
-</p>
-
-<p>
-— Allora... è già a Parigi!
-</p>
-
-<p>
-A questo pensiero Rosalì si mette in quieto. Allunga
-le gambe e richiude le palpebre, mormorando:
-</p>
-
-<p>
-— Dopo tutto, se quella Fanfan non ci fosse, sarebbe
-quasi da inventare!... Dobbiamo soltanto a lei
-i nostri dieci minuti di riposo!
-</p>
-
-<p>
-La duchessa tace, ma non è dello stesso parere.
-</p>
-
-<p>
-— Se Luciano finisce col rovinarsi? Dicono che...
-sia tisica? Ma ormai con i tisici non c'è da fidarsi!
-Vivono più degli altri!... E l'Idola?... — Continua a
-farsi vento.
-</p>
-
-<p>
-La notte è serena, ma buia; il silenzio è profondo.
-Un grillo solo canta in un prato sottostante e qua e
-là sul terrazzo si odono appena alcune voci senza
-poter intendere le parole.
-</p>
-
-<p>
-Il pensiero dell'Idola, di un buon marito per l'Idola,
-preoccupa assai la duchessa.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna trovare! Bisogna trovare! ha ormai toccato
-i vent'anni!
-</p>
-
-<p>
-Il cielo, a ponente, si fa più chiaro; le cime delle
-montagne che chiudono la valle come una grande
-macchia nera, si illuminano con una striscia di luce
-pallida.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina ritorna a profondarsi in meditazioni:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Anche metà della metà!... Sarebbe sempre un
-buonissimo partito!
-</p>
-
-<p>
-Tutto tace, mentre lentamente spunta la luna: tacciono
-anche le voci che si udivano qua e là sul terrazzo.
-Il grillo solo canta più forte.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto si sente il rumore di uno schiaffo. È
-stato il principe Rosalino che lo ha tirato a sè stesso.
-</p>
-
-<p>
-— Maledette zanzare!... Andate dal signor Trüb
-che non ci vuol credere!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span></p>
-
-<h3>IV.</h3>
-</div>
-
-<p>
-È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da
-un'ora al tavolino da lavoro, quando sente bussare
-all'uscio, pianino: — <i>toc! toc!</i> — Si può?
-</p>
-
-<p>
-— Avanti!
-</p>
-
-<p>
-— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già
-dentro.
-</p>
-
-<p>
-— Buon dì, signora Piccola!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina
-seconda. Quando Remigia passa dallo studio del
-D'Orea alla mattina, per scendere, lo chiama ed entra
-così, interrompendo la relazione sul dazio protettore
-degli agrumi, per condurre l'onorevole al
-giuoco del <i>tennis</i>. Gl'insegna a giocare in quelle ore,
-appunto, in cui il campo è libero e deserto.
-</p>
-
-<p>
-— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare
-ridicolo con le mie giravolte e i miei saltetti
-degni del signor Trüb!
-</p>
-
-<p>
-— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I
-nostri competitori e nessun altro: Mimì Carfo, <i>Mademoiselle</i>
-e Totò!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare
-con uno che non sa, non è divertente!
-</p>
-
-<p>
-— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare
-benino!
-</p>
-
-<p>
-— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non
-giuoco! Fo del moto per salute! Esercito i miei poveri
-muscoli arrugginiti e fo respirare i polmoni
-attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare
-della pazienza vostra e di quella delle signorine! E
-passi per Totò! Quando io perdo il colpo, o mi scappa
-di mano la racchetta, Totò riceve da voi una furtiva
-occhiata, e si consola!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti,
-scambia di nascosto fuggevoli risatine col cuginetto
-quando Sua Eccellenza si contorce goffamente e traballa,
-per poter riuscire a ribattere in tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Totò si crede un grande giocatore! E non è
-che presunzione! — Remigia s'è rimessa subito e
-non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di
-calma e manca di stile! Totò, al <i>tennis</i>, ve lo dico
-io, — la ragazza scoppia in una risata, — è un vero
-e grande schiappino!
-</p>
-
-<p>
-— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così
-male? Lui, invece, sarei per scommettere...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo s'interrompe; continua Remigia:
-</p>
-
-<p>
-— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E
-vi prego: non ditelo a mammà e tanto meno
-allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come si
-fa? Ah, <i>mon Dieu!</i> Come mi potrebbe piacere nel
-senso che intendete voi? L'ho sempre visto! Siamo
-venuti su insieme! E poi, via, per me, è troppo ragazzo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora... Marco Danova! Quello non è più un
-ragazzo!
-</p>
-
-<p>
-— Quello... è un antenato! L'antenato dell'<i>Aida</i>!
-</p>
-
-<p>
-Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo
-di marcia e sonando la trombetta con la mano
-alla bocca: — <i>Teè, tè, teretetèe, tetè!</i>... È un antenato
-e un Tintoretto!
-</p>
-
-<p>
-La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare
-la marcia dell'<i>Aida</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Allora... il grande campione del Maloja! Sir
-Wood, l'irresistibile!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo.
-Non ride più; si arrabbia:
-</p>
-
-<p>
-— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania
-di maritarmi! Siete peggio di mammà! Io secco voi?..
-No, vero?... Dunque, lasciatemi in pace!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si scusa:
-</p>
-
-<p>
-— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto,
-la simpatia, il bene che realmente vi voglio.
-Io non desidero che la vostra felicità, e vorrei
-renderla possibile, anche per quanto sta in me, secondando
-il vostro cuore, i vostri desideri.
-</p>
-
-<p>
-— Volete secondare i miei desideri? Proprio?...
-Fate una cosa sola: discorsi di matrimonio, più! E
-<i>capitemi</i>, cioè — si corregge subito, quasi spaventata — <i>credetemi</i>;
-credetemi quando vi dico questo: — la
-fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io
-non darò mai, <i>mai</i> a mammà la grande consolazione
-di vedermi impalmata! — Ciò detto, un'altra
-risata, e si rimette in marcia. — <i>Tereteteè, tetè!</i> — Andiamo;
-al <i>tennis</i>!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia
-si ferma di nuovo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.
-</p>
-
-<p>
-— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non
-l'ho.
-</p>
-
-<p>
-— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità
-della zia Gioconda! Che brava donna, per altro!
-Piena di talento e di bontà!... Quanta rettitudine
-e insieme quanto spirito!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea sorride di compiacenza:
-</p>
-
-<p>
-— Forse, tutta la sua originalità non è altro che
-bontà; e tutto il suo talento e il suo spirito consistono...
-nell'essere sempre rimasta quello che è sempre
-stata!... — Andiamo al <i>tennis</i>, signorina Pïccola!
-</p>
-
-<p>
-Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto:
-</p>
-
-<p>
-— Non ditemi più piccola, con tanti i!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare,
-di non prendermi sul serio!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo le stringe una mano affettuosamente:
-</p>
-
-<p>
-— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece,
-perchè a Villars ho cominciato a conoscervi e
-a volervi bene: proprio così. Vi dico piccola, come
-vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il
-vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola...
-</p>
-
-<p>
-Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano
-dolcissimi.
-</p>
-
-<p>
-— Vi piace dirmi piccola?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; tanto!
-</p>
-
-<p>
-Ella continua a guardarlo e a sorridere:
-</p>
-
-<p>
-— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il pubblico, alle prime lezioni di <i>tennis</i>, date dalla
-duchessina Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea,
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-è piuttosto scarso. Anzi, oltre i giuocatori, c'è solo,
-puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la corte
-nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo
-per interesse e a Remigia per amore; e c'è il
-signor Trüb!... Trattandosi di rendere omaggio al
-primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere lustrascarpe»
-guida lui stesso trafelato e sudante, in
-abito nero e con gli occhiali sulla fronte, il servizio
-dei raccattapalle.
-</p>
-
-<p>
-Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta!
-Se al D'Orea curvo, non bene in gambe — tiene
-la racchetta come un tamburello, — riesce una
-volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo,
-il barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente.
-</p>
-
-<p>
-— Evviva, onorevole!... Bravissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo, Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-— La palla è caduta nella rete, ma non importa.
-È stata una disgrazia!
-</p>
-
-<p>
-— Il colpo era straordinario! Fate progressi!
-</p>
-
-<p>
-— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza
-l'occhio maliziosamente a Remigia, — deve essere
-molto fiera del suo allievo!
-</p>
-
-<p>
-— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il
-settembre, — esclama il signor Trüb, — vostra Eccellenza
-diventa un giuocatore di prima forza! Il
-campione della <i>Tête-pointue!</i>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni
-dalla fronte, ha appena il fiato da poter rispondere:
-</p>
-
-<p>
-— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non
-chiamarmi eccellenza!... Non sono più eccellenza per
-la grazia di Dio e per volontà della Nazione!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<p>
-La bella duchessina italiana è sempre una grande
-attrattiva; l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano:
-i giovinetti e i giovinotti si fanno coraggio e di giorno
-in giorno il pubblico aumenta.
-</p>
-
-<p>
-Sir Wood è invitato da Remigia stessa:
-</p>
-
-<p>
-— Venga al <i>tennis</i>, domattina! Venga a vedere,
-la prego! Mi dirà se so insegnare secondo le precise
-regole! È tanto un giuocatore famoso, lei! Verrà?
-Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se
-ne ricorderà?
-</p>
-
-<p>
-Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare
-delle nove, l'elegante e vigoroso sir Wood, si
-appressa alla conquista del <i>tennis</i> col suo passo misurato
-e sicuro.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini
-e sbuffa, mormorando all'orecchio del baröne
-simpaticöne:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ah, mon Dieu! Mon Dieu!</i>... Anche il bell'Apollo!
-Non si può più vivere un momento soli, in
-pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una persecuzione
-feröce!
-</p>
-
-<p>
-Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide
-e folte, si acqueta e si consola. Ma poi, la mattina
-dopo si torna da capo:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ah mon Dieu! Mon Dieu!</i> — Ecco <i>monsieur</i>
-Malot con la scorta dei fiori alpestri, ecco Lothar
-Schmidt, con la raccolta delle poesie tedesche e, a
-mano a mano, — <i>Ah, mon Dieu! Mon Dieu!</i> — ecco
-prender posto sulle panchine verdi e affollarsi
-attorno alla rete del <i>tennis</i> tutto il rumoroso coro dei
-giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e impomatati.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li
-prende in canzonella a uno a uno e si diverte un
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-mondo! Con uno sguardo languidetto a sir Wood,
-con un furbo sorrisetto a <i>monsieur</i> Malot, un complimento
-lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia
-minacciosa a Totò e, finalmente, lasciandosi
-stringere quando capita e anche pizzicare da papà
-Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare,
-tutti in riga come moccoli e tutti accesi.
-</p>
-
-<p>
-E sta sempre in guardia, preparata per qualunque
-evento. Un bel giorno — che è? che non è? — un
-principio di ammutinamento. I corteggiatori della
-duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro,
-ma tutti insieme sono gelosi di Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia.
-Cambiamento di tattica. Il suo occhio diventa serio,
-profondo, pieno di misteri.
-</p>
-
-<p>
-— Non avete ancora capito? Non avete capito
-niente?... Possibile?...
-</p>
-
-<p>
-Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è
-imposto da sua sorella!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!...
-Ma basta! <i>Cito! Cito!</i> — Remigia alza gli
-occhi al cielo e chiude la bocca fresca e rosea, con la
-manina innocente.
-</p>
-
-<p>
-Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello
-Rosalì, fa il suo giro di ispezione attorno alla
-rete.
-</p>
-
-<p>
-— Ti diverti, Idola?
-</p>
-
-<p>
-Remigia risponde continuando a giocare:
-</p>
-
-<p>
-— Tanto, tanto, mammà!
-</p>
-
-<p>
-— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti
-troppo!
-</p>
-
-<p>
-Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne:
-</p>
-
-<p>
-— Ogni cosa, vuol misura!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne
-va fra gli ossequi e le scappellate più rispettose.
-</p>
-
-<p>
-— E dunque, Rosalì?
-</p>
-
-<p>
-— Si va piano, ma si va bene.
-</p>
-
-<p>
-— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia
-a partire!... — La duchessa sospira. — Se dovremo
-partire anche noi... Uno di qua, uno di là,
-l'incanto è rotto!
-</p>
-
-<p>
-Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi
-bene a Villars; la cucina, oltre ad essere buona, è
-anche abbastanza variata. Egli non ha nessun desiderio
-di andarsene.
-</p>
-
-<p>
-— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre
-e il signor Trüb assicura che le due settimane più
-deliziose di Villars sono le due prime settimane di
-ottobre!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se
-Luciano ritornasse improvvisamente o ci telegrafasse
-di scendere?
-</p>
-
-<p>
-— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella,
-per aver danaro. — Un risolino arguto corre fra la
-bella barba bianca. — Speriamo, Cristina, che a Parigi
-continui a trovarsi... molto bene!
-</p>
-
-<p>
-Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La
-duchessa guarda con l'occhialino: è proprio Totò
-che è seduto di fuori, accanto alla porta, con in
-bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol
-più giocare al <i>tennis</i>.
-</p>
-
-<p>
-Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo:
-</p>
-
-<p>
-— Senti, Rosalì; un'idea.
-</p>
-
-<p>
-— Quale?
-</p>
-
-<p>
-Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino
-e lo infila nella cintura della veste.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò,
-per qualche giorno. Ma con che scusa?
-</p>
-
-<p>
-Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mademoiselle</i>. Dovrà accompagnare <i>Mademoiselle</i>
-da... una parente.
-</p>
-
-<p>
-— Già; faremo così! — Cristina cambia subito
-discorso. — Al nostro Giacomo ha fatto benissimo
-la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto e più
-giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande
-sproporzione non c'è!
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che
-sentono! Sono le donne che hanno quelli che dimostrano!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis,
-nella salute e nella forza.
-</p>
-
-<p>
-Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi,
-col sole, comincia un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato
-non sente più dolori alle braccia, alle gambe,
-cammina per ore, senza stancarsi. In quanto al <i>tennis</i>,
-certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene,
-ma non traballa più, tiene in mano la racchetta secondo
-le regole e qualche volta gli riesce, non solo
-di pigliare la palla, ma di ribattere, facendo un buon
-colpo.
-</p>
-
-<p>
-Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta
-e sotto il sole! È la sua salute! Soltanto, certe volte,
-mentre giuoca, è preso da una strana inquietudine:
-quando la figura bianca, alta e sottile, con il grande
-ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore
-che si avvicini alla rete, per assistere alla partita.
-Non vuol mostrarsi a sua cognata in quel giuoco
-in cui si richiedono gioventù, forza, destrezza, — gioventù
-soprattutto, — goffo e impacciato!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete
-angosce: ogni mattina, gira attorno o siede, leggendo
-in vista del <i>tennis</i>, ma alla rete non si avvicina mai.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce.
-</p>
-
-<p>
-— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non
-c'è verso! — fa notare a Mimì Carfo e a quel geloso
-di Re Faraone, — più geloso e più furbo degli altri. — Sua
-Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno
-le palle!
-</p>
-
-<p>
-Un giorno per provare che è vero, appena vede
-Maria, la chiama ad alta voce:
-</p>
-
-<p>
-— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato,
-che diventa famosissimo!
-</p>
-
-<p>
-— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un
-tono e con una violenza insolite. — Avete sempre
-la smania di far venir qui tutta la gente per rendermi
-ridicolo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante
-persino con la pancetta, si difende e si scusa:
-</p>
-
-<p>
-— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta
-di mia sorella! Di vostra cognata! — Torna a chiamare,
-più forte: — Maria! Maria!
-</p>
-
-<p>
-— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria
-allontanandosi tranquillamente.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, gioia!
-</p>
-
-<p>
-— Addio, Pïccola!
-</p>
-
-<p>
-Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e
-a fare fallo, allegramente. Egli non sente più che il
-piacere, il fascino di quell'«addio Pïccola» che
-riempie di amore e di soavità tutto il giardino e non
-dubita un momento della malizia di Remigia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span></p>
-
-<h3>V.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Una mattina, si presenta al <i>tennis</i> un nuovo e
-importante personaggio, che leva il campo a rumore.
-Il personaggio siede solo, imbronciato, sopra una
-panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia
-a nessuno; si degna, appena, di salutare Giacomo
-D'Orea, durante l'<i>alt</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Buon <i>ciorno</i>, onorevole!
-</p>
-
-<p>
-— Buon giorno, missis Eyre!
-</p>
-
-<p>
-È proprio quella strega verde, ruminante di missis
-Eyre!
-</p>
-
-<p>
-— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento
-co' suoi competitori e corre ad ossequiare l'angolosa
-missis con evidente soddisfazione di lei, e con grandissimo
-divertimento della duchessina Remigia. Ella
-guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la
-scenetta al Danova, a sir Wood e a Totò, ripetendo
-sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima
-di Sua Eccellenza Molinella!
-</p>
-
-<p>
-Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia
-assicura, giura, con gli occhietti birichini che scintillano,
-gonfiando le gote per trattenere le risa:
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me
-ne sono accorta! Vi dico di sì! — Poi pesta i piedini
-per dar più forza all'asserzione: — Innamoratissima!
-Furiosa!... Ma sì!
-</p>
-
-<p>
-Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà
-sempre fedele anche se i venti giorni di continua
-distanza dal legittimo consorte, diventassero quaranta!
-Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità,
-che di tutta quella baraonda italiana — padroni,
-servitori e cani, — l'unica persona di un
-qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea!
-</p>
-
-<p>
-Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb,
-guardandolo dall'alto, con un tono superbo e minaccioso,
-dopo un paio di settimane e più dacchè non
-si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel
-putrido taverniere esoso e villano:
-</p>
-
-<p>
-— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma
-sull'uscio del bureau per farsi sentire anche da quel
-tirapiedi del segretario... — Il vostro famoso ministro,
-che non è più ministro niente affatto, ma soltanto
-deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi
-presentato! Appunto!
-</p>
-
-<p>
-Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato,
-da quel vostro barone fallito a Venezia, prima
-di diventare milionario al Cairo! Il vostro ministro,
-che non è ministro, è per altro una persona educata.
-Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tutta
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-la baraonda italiana, — padroni, servitori e cani,-è
-l'unica persona di riguardo! — Capito, caro signor
-Trüb?
-</p>
-
-<p>
-È verissimo il fatto della presentazione; pure è
-stata lei stessa, missis Eyre, a muovere il primo
-passo, per i suoi fini particolari. Un giorno legge
-sul <i>Times</i> — proprio sul <i>Times!</i> — una «nota estera»
-assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come
-finanziere e industriale, come uomo di Stato e come
-uomo privato. Missis Eyre può ridere, e magari anche
-arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali prodigati
-dal signor Trüb; ma non può certo rimanere
-indifferente alle lodi del <i>Times</i>... proprio del <i>Times!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche
-talento!... «grande e probo lavoratore, spirito elevato
-e moderno, l'onorevole D'Orea non esitò un
-istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor
-popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un
-suo ideale di giustizia...» <i>Ciustizia?</i> — La vecchia,
-interrompe la lettura della «nota estera» e aggrotta
-le ciglia per meglio riflettere al proprio caso... Bisogna
-cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna
-entrare prima in buoni rapporti amichevoli
-e, a tempo opportuno, chiedere <i>ciustizia</i> contro
-quella ragazza pestifera, contro i suoi cani e contro
-la <i>ciostra</i> a tutte le ore! <i>Peuh!</i> Vergogna! In tutti
-gli <i>hôtels</i> di riguardo, proibitissimo!
-</p>
-
-<p>
-Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito
-anche l'espediente per entrare in relazione. Prende
-il <i>Times</i>, segna col lapis la «nota estera», e lo
-manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole
-D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di
-una vecchia signora, si fa subito presentare per ringraziarla
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-direttamente dell'atto gentile. Così si iniziano
-quei buoni rapporti di amicizia che missis
-Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo
-suo; cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole
-deputato italiano, informazioni e raccomandazioni e
-sfogandosi con lui contro il pessimo trattamento della
-<i>Tête-pointue</i>... «diventata oramai una locanda di
-terz'ordine, tranne nel farsi pagare!».
-</p>
-
-<p>
-— Onorevole, scusate!... Una parola!
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi, missis Eyre!
-</p>
-
-<p>
-— Avete sentito anche voi?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie
-di trota cadaverica, alla maionese! Che puzzo!
-<i>Peuh!</i> Ci vorrebbe una legge, una commissione
-igienica! Dovrebbe essere proibitissimo!
-</p>
-
-<p>
-Oppure:
-</p>
-
-<p>
-— Datemi una precisa informazione, caro onorevole.
-Vi garantisco discrezione a tutta prova! Io ho
-conosciuto a Villa d'Este la contessa Alinelli, appunto
-di Bologna. È vedova, proprio davvero?...
-</p>
-
-<p>
-E un altro giorno:
-</p>
-
-<p>
-— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di
-una vostra raccomandazione per il capo traffico della
-Mediterranea. Da otto <i>ciorni</i> mi è stata spedita
-una scatola di <i>pik-nik</i> da San Remo e non l'ho ancora
-ricevuta!
-</p>
-
-<p>
-Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto
-l'atrio, fra lei e il muro, missis Eyre che sente
-crescere da quei lunghi colloqui la propria importanza,
-guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti della
-<i>Tête-pointue</i> e, insieme, lancia occhiate di sprezzo
-al bettoliere e a quella ragazza così pestifera con
-l'aria di voler ben significare all'uno e all'altra:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Con questo signore qui, che ormai tengo in
-mio potere, vi farò mettere <i>ciudizio!</i>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche
-notizia meteorologica, passando via senza fermarsi,
-per timore di rimaner preso, e del resto se ne infischia.
-Remigia, prima ne ride con Mimì, con <i>Mademoiselle</i>,
-con Totò, e con tutta la sua corte, poi
-di colpo s'impermalisce, si arrabbia, piglia Giacomo
-a quattr'occhi, e si fa sentire:
-</p>
-
-<p>
-— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in
-poi, sempre eccellenza!... O Grand'ufficiale!
-</p>
-
-<p>
-— Cos'è successo di nuovo?
-</p>
-
-<p>
-Giacomo capisce, ma finge di non capire.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, tanti titoli?...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia!
-</p>
-
-<p>
-— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che
-per le parole, per la fiera collera che esprime il bel
-musetto profumato e fresco, proprio come una rosa. — Sono
-gentile, come devo esserlo e niente di più!
-</p>
-
-<p>
-Remigia batte i piedini, furiosa:
-</p>
-
-<p>
-— Di più! Di più! Assai di più!
-</p>
-
-<p>
-— È una signora...
-</p>
-
-<p>
-— No, invece! È una brutta donna!
-</p>
-
-<p>
-— È una signora vecchia!...
-</p>
-
-<p>
-— È una brutta donna, antipatica!
-</p>
-
-<p>
-Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime.
-Giacomo, per calmarla, cerca di mettere la cosa in
-ischerzo:
-</p>
-
-<p>
-— Piccola cattiva!... Cattivissima!
-</p>
-
-<p>
-— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più!
-Capite? — Fa una smorfia e parla nel naso, per
-imitare missis Eyre. — Proibitissimo! <i>Defendu!</i>
-<i>Werboten</i>... e <i>Forbidded!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va,
-voltandogli le spalle furiosamente:
-</p>
-
-<p>
-— Antipaticissimo, Grand'ufficiale!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta,
-ma, assolutamente, non vuol cedere all'antipatia, al
-capriccio di Remigia. Anzi, vedendo missis Eyre
-fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e
-al ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente
-lui in obbligo di mostrarsi, con la vecchia signora,
-sempre più amabile e rispettoso.
-</p>
-
-<p>
-La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua
-corte, al sentirsi per la prima volta contrariata, s'impunta
-sul serio, e sul serio e non per ischerzo, finisce
-con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!» — tanto
-più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa
-e imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare
-le arie d'importanza quando parla troppo ad
-alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate di
-sfida e di disprezzo.
-</p>
-
-<p>
-L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a'
-suoi sudditi, ch'ella chiama a raccolta per sfogarsi,
-dicendone di cotte e di crude contro Sua Eccellenza,
-non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella!
-</p>
-
-<p>
-È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e
-dolore. Non è solo per missis Eyre che Remigia soffre
-e vorrebbe spuntarla; è per tutto il resto... assai
-più importante! Ella comincia a temere di aver perduto
-tutto con Giacomo, anche la speranza di un
-don Luciano secondo!
-</p>
-
-<p>
-Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il
-D'Orea dalla sua, nemmeno di fronte a una qualunque
-vecchia stracciona, è chiaro che tutta la sua tattica, — e
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-le lezioni di <i>tennis</i> compreso — hanno
-fatto fiasco!
-</p>
-
-<p>
-— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato,
-sul serio, di mia sorella?... In tal caso, addio!
-Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu! Mon Dieu!</i>... Tornar da capo
-a girare i mari, i monti, i laghi!
-</p>
-
-<p>
-E Re Faraone?...
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La
-vostra amica è cattiva, leggera, civetta... — Anche
-il barone la chiama civetta... proprio come
-il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì,
-fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine
-di voler partire la sera e viceversa, ma non si
-muove! Sir Wood se n'è già andato con le sue racchette,
-Lothar Schmidt col suo album, <i>monsieur</i>
-Malot col suo mazzolino di <i>edelweiss</i>, tutti e tre sorridendo
-a denti stretti e indirizzando alla duchessina
-«futura ministressa» congratulazioni e felicitazioni
-ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a
-Villars bestemmiando contro i barometri falsificati
-quando piove, e strapazzando il signor Trüb per il
-freddo quando fa bel tempo!
-</p>
-
-<p>
-— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa
-Remigia fra sè. Ad ogni modo da cosa nasce cosa e
-bisogna venire ad una spiegazione con Sua Eccellenza
-prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con
-le cattive non si riesce a vincere la
-Sbirlingonia?... Tentiamo con le buone!
-</p>
-
-<p>
-Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che
-in quella piccola scaramuccia contro missis Eyre ella
-ha già ingaggiata anche la sua grande battaglia
-contro Maria.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia
-proprio innamorato di Maria?...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia
-e col signor Trüb, ai pasti di <i>Din</i> e <i>Don</i>.
-Oltre al Bell'Apollo, a <i>monsieur</i> Malot e a Lothar
-Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno
-ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono
-l'esempio del barone Danova: per vendicarsi della
-duchessina italiana, che sta sempre col deputato
-e che non si occupa più di nessuno, altro che del deputato,
-fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo...
-e, persino, a <i>Mademoiselle!</i>
-</p>
-
-<p>
-Soltanto il povero Totò, diventando più pallido
-ogni giorno, e più stravolto, rimane fedele anche
-vedendosi trascurato e dubitando di essere tradito.
-Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune,
-su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia,
-non beve, e con la pipa, sempre stretta fra i
-denti, non fuma.
-</p>
-
-<p>
-Mentre <i>Din</i> e <i>Don slappano</i> allegramente, il signor
-Trüb vanta il clima di Villars e non più il fresco
-delizioso, ma il tepore ricreante della miglior epoca
-della stagione, dal quindici di settembre al quindici
-di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e
-Remigia conducono i due cani a fare il solito giro
-in giardino.
-</p>
-
-<p>
-Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina
-adagio, a testa bassa e sospira.
-</p>
-
-<p>
-— Partiremo presto da Villars? — domanda a un
-tratto, con un fil di voce, senza alzare il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa
-vivo! Il signor Zaccarella gli ha scritto apposta per
-domandargli in proposito le sue istruzioni e potersi
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e
-niente altro.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un
-nuovo sospiro.
-</p>
-
-<p>
-— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si
-ferma su due piedi, guardando lontano <i>Din</i> e <i>Don</i>,
-che si rincorrono a salti e fanno le capriole nell'erba
-alta e folta.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè <i>così?</i> — insiste Giacomo. — Che cosa
-volete dire?
-</p>
-
-<p>
-Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le
-ciglia, continuando a guardare <i>Din</i> e <i>Don</i>. Ha un'espressione
-tanto graziosa e birichina, quando vuol
-tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio:
-</p>
-
-<p>
-— Si fa la pace?...
-</p>
-
-<p>
-Riprendono a camminare passo passo attorno alle
-aiuole del giardino, lui guardandola sorridendo, lei
-sempre a capo chino e seguendo con gli occhi obliqui
-la corsa disperata di <i>Din</i> e <i>Don</i>.
-</p>
-
-<p>
-— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in
-collera con chi vorrebbe diventare il suo vice-papà?..
-</p>
-
-<p>
-— Non dite che sono carina e soprattutto non dite
-che vi sono simpatica! Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime...
-È la stessa voce di Maria!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi
-e, irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio
-della fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-— ..... Si fa la pace?
-</p>
-
-<p>
-Remigia volge su di lui gli occhi lucenti:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo!
-</p>
-
-<p>
-— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo
-per burlare Remigia fa pure una lunghissima
-dieresi, — tanto crudële con la povera
-missis Eyre?
-</p>
-
-<p>
-— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È
-nelle vostre buone grazie! È un onore che la rende
-più insolente e prepotente!
-</p>
-
-<p>
-— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato!
-Quando mi parla, rispondo.
-</p>
-
-<p>
-— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo scoppia in una risata perchè vede che
-alla Piccola cominciano a spuntare le lacrime.
-</p>
-
-<p>
-Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia,
-e afferrandogli una mano, gliela stringe supplicandolo:
-</p>
-
-<p>
-— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con
-quella bruttissima donna! Prego! Prego!... Vi prego!
-</p>
-
-<p>
-— E voi, in compenso?...
-</p>
-
-<p>
-— Prometto: inviolato il <i>Times</i>, incontrastato il
-possesso della sua poltrona, indisturbata la siesta e
-i pisoletti...
-</p>
-
-<p>
-— E <i>Din</i> e <i>Don?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Più <i>ciostra</i> al terzo piano! Prometto e giuro!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea sorride mormorando:
-</p>
-
-<p>
-— Piccola birichina! Idola... guastata!
-</p>
-
-<p>
-Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua
-brava paternale, avviandosi, sempre passo passo,
-verso la parte più ombrosa del giardino, che si unisce
-al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla rustica,
-nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la
-nuvolaglia spessa è scottante; l'aria pesantissima.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mon Dieu! Mon Dieu!</i> Con questo caldo, sentir
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-la predica per gli omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno
-andiamo all'ombra!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete
-ascoltare la mia predica, ispirata da carità del prossimo.
-Pensate che la vostra vittima è una povera
-vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete...
-</p>
-
-<p>
-— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima!
-</p>
-
-<p>
-— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro
-e un abbassar d'occhi peritoso. — Si può, forse,
-comandare ai sentimenti del proprio cuore? — La
-fanciulla, con una scrollata di testa che spande una
-ondata di profumo e dà un barbaglio di luce bionda,
-si fa forte e scaccia i pensieri che la turbano. — Entriamo
-un minuto a riposare? — Indica la capannuccia
-all'ombra degli abeti.
-</p>
-
-<p>
-— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica
-di no! — Giacomo segue Remigia tra gli abeti, entra
-nel chiosco dietro di lei e le siede accanto traendo
-un respiro.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista!
-</p>
-
-<p>
-<i>Din</i> e <i>Don</i> arrivano di corsa, schivando appena,
-sfiorando, il fusto degli abeti, e si lascian cadere di
-peso lungo distesi dinanzi al piccolo usciolo, ansimando
-in fretta, con la lingua fuori, penzoloni.
-</p>
-
-<p>
-— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno
-fatto il chiasso come due monelli!... Non ne possono
-più!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso
-geroglifico inciso sul troncone di cerro che sostiene,
-nel mezzo, il tetto della capanna: due cuori trafitti
-da una freccia e sotto un'iscrizione:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-</p>
-
-<p>
-«<i>C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte.</i>».
-</p>
-
-<p>
-Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge
-a Giacomo:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuol dire?
-</p>
-
-<p>
-L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe:
-</p>
-
-<p>
-— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati
-da una freccia! Amore! Amore! — Poi,
-per mitigare la vivacità delle sue parole, e in omaggio
-al candore della fanciulla, si crede in obbligo di
-soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una
-passeggiata poetica di due giovani sposi.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione
-con un tono più lento e più languido.
-</p>
-
-<p>
-— <i>C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte.</i> — Conclude
-ripetendo con un lungo sospiro e una
-lunga dieresi la grande parola: — Amöre!
-</p>
-
-<p>
-Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente
-escono dalla capanna e cercano fra i
-tronchi e i rami la bella figura bianca, alta e gentile...
-</p>
-
-<p>
-— Ah <i>mon Dieu!</i> — esclama Remigia a un tratto
-spaventata, correndo a nascondersi, a rannicchiarsi
-nell'angolo più buio della capanna: — Re Faraone!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva
-il D'Orea, pur chinandosi a sua volta,
-con un moto istintivo.
-</p>
-
-<p>
-— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi
-due insieme?... Soli?...
-</p>
-
-<p>
-— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo
-vivamente.
-</p>
-
-<p>
-Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata:
-</p>
-
-<p>
-— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si
-tiene giù, acquattata, per terra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura
-sciocca.
-</p>
-
-<p>
-— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che
-male c'è?
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo
-sentiero che attraversa il bosco, si avvicina alla
-capanna, diritto e duro.
-</p>
-
-<p>
-In quel punto non c'è altra strada, per tornare
-alla <i>Tête-pointue!</i> E anche <i>Din</i> e <i>Don</i>, sempre festevoli
-e mansueti, si mettono, proprio quel giorno,
-a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa
-dinanzi all'uscio, guardando con evidente sforzo da
-un'altra parte, si rizzano ringhiando: quando è passato,
-gli corrono dietro alle calcagno, abbaiando. Ma
-il Danova continua a camminare diritto, duro, senza
-voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.
-</p>
-
-<p>
-— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso,
-mentre Remigia ripete costernata: — Ci ha visti!
-Ci ha visti!.
-</p>
-
-<p>
-— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi!
-Ecco tutto!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del
-Danova, dallo spavento di Remigia, da tutta quella
-scena. Esce dalla capanna, chiama <i>Din</i> e <i>Don</i> con
-quanto fiato ha in corpo: <i>Din</i> e <i>Don</i> ritornano, frullando
-il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre
-senza voltarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Che balordo!... E che villano!
-</p>
-
-<p>
-Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di
-non voltarsi, di non voler vedere?... Non voler vedere
-che cosa?... E che cosa possono mai supporre...
-di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra
-lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-può essere sua figlia? Che considera come sua figlia?...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ah mon Dieu! Mon Dieu!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche
-contro il Danova, si sfoga con Remigia sola,
-per tutti e due. — Finitela di fingere spaventi ridicoli,
-che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre
-fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze
-possono servire di pretesto... alla cattiveria! Su,
-alzatevi! Venite fuori; legate i vostri cani e torniamo
-subito all'albergo! Facciamo presto!
-</p>
-
-<p>
-Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il
-guinzaglio che s'era avvolto attorno alla vita e lega
-<i>Din</i> e <i>Don</i> che fiutano la burrasca e interrogano la
-padroncina con gli occhi inquieti.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...
-</p>
-
-<p>
-Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero
-tra gli alberi folti, tenendo al guinzaglio <i>Din</i> e <i>Don</i>.
-Giacomo la segue, sempre brontolando, e pensando
-all'impressione che avrebbe potuto ricevere Maria
-vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a
-passare in quel modo!
-</p>
-
-<p>
-Ritorna a sfogarsi contro Remigia:
-</p>
-
-<p>
-— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece
-di tanto spavento, bisognava chiamare il Danova,
-costringerlo a voltarsi e farlo entrare!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende
-il guinzaglio con le due mani, tanto <i>Din</i> e <i>Don</i> tirano
-forte per trascinarla verso l'albergo.
-</p>
-
-<p>
-— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche
-voi? Perchè non siete uscito voi, a chiamarlo e a
-salutarlo?...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-giustezza dell'osservazione; ma appunto, perchè non
-sa che cosa rispondere e perchè sente d'aver torto,
-s'irrita ancor di più, internamente, e si mostra ancor
-più nervoso.
-</p>
-
-<p>
-— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un
-gran balordo e un grande villano!
-</p>
-
-<p>
-<i>Din</i> e <i>Don</i> danno una forte strappata al guinzaglio
-facendo voltare Remigia: ella passo passo, si lascia
-trascinare dai due cani, allungando, stirando le
-braccia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un
-sorrisetto compassionevole.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto
-sentieruolo.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia,
-uscendo dal bosco, entra nel giardino dell'albergo, si
-ode la voce della duchessa Cristina, che, scorta la
-figliuola da lontano, le muove incontro, chiamandola:
-</p>
-
-<p>
-— Idola!... Idola cara!
-</p>
-
-<p>
-— Addio, mammà!
-</p>
-
-<p>
-— Finalmente!... <i>Mademoiselle</i>, lo zio Rosalì, ti
-cercano!... Dove sei stata tutto questo tempo?... Ero
-inquietissima!
-</p>
-
-<p>
-— Sono stata nel bosco, mammà, con <i>Din</i> e <i>Don</i>
-a cercare i fiori di genziana! Non ne ho trovato
-nemmeno uno!
-</p>
-
-<p>
-— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta
-l'Idola, l'abbraccia con trasporto, come se
-ritornasse da un viaggio o dall'aver corso un grande
-pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia!
-Perchè sei andata così lontano?... Sola soletta?...
-</p>
-
-<p>
-La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-punto, esce dal bosco e si avvicina lentamente, tenendo
-nelle mani l'ombrellino e il ventaglio che Remigia
-aveva dimenticato nella capanna.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una
-parola, non lo saluta nemmeno: rimane interdetta,
-esterrefatta... Lo guarda, lo fissa pallida, muta, imponente:
-ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono
-insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera,
-il dolore, il rimprovero di una madre... e di una tal
-madre!
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella
-si lascia sfuggire <i>Din</i> e <i>Don</i> che prendono di nuovo
-la corsa, legati insieme, e girano, continuano a girare
-vorticosamente, in mezzo al prato.
-</p>
-
-<p>
-— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!...
-</p>
-
-<p>
-La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia,
-ma non risponde a quel grido disperato. Le dice
-soltanto con severa maestà, lanciando al D'Orea un
-ultimo, terribile sguardo:
-</p>
-
-<p>
-— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora
-è troppo tardi. Bisogna che tutta la gente dell'<i>hôtel</i>
-ci vedano insieme a colazione. Andiamo.
-</p>
-
-<p>
-Madre e figlia si avviano verso la <i>Tête-pointue</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi,
-giustificarsi. — Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi
-di che cosa? — Resta lì, su due piedi, impacciato
-e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere. — Niente...
-di niente. Non ho niente da spiegare,
-non ho niente da giustificare!... Sono andato a spasso
-come tutte le altre mattine con la Piccola e con i
-cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè la vecchia
-ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con
-quegli occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo
-del Danova ha finto di non vederci?...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span></p>
-
-<h3>VI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-L'ora della colazione, passa tutt'altro che rapida e
-lieta. L'Idola è afflitta e mortificata: occhi bassi e
-sospironi. Ha perduto, improvvisamente, la vivacità
-e l'appetito. La duchessa madre è addolorata e offesa:
-occhi fieri e continue frecciate. Barbabianca,
-grande sussiego e severi responsi, mentre Mimì Carfo,
-per amore di Remigia, ingoia più lacrime che
-bocconi.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo comincia a diventare nervoso, pesta i
-piedi sotto la tavola e si frena soltanto per Maria...
-Ma anche Maria, quella mattina, sebbene sempre silenziosa,
-sempre pacata e composta, tradisce, sogguardando
-il cognato alla sfuggita, l'ansia di sapere
-e l'inquietudine.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, per mostrarsi indifferente e tranquillo,
-si sforza e mangia e parla più del solito. Ha già cercato
-vari argomenti di alpinismo e di meteorologia,
-ma non gli è riuscito di attaccar discorso. Ha tentato
-con Mimì Carfo il tema preferito della pittura
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-e del paesaggio... Ha lodato gli acquarelli dell'Idola...
-Niente! Anzi, a questi elogi, i musi sembrano allungarsi
-e anche la Mimì non risponde altro che: — Onorevole,
-sì: Onorevole, no.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, esasperato, dondola sulla sedia, sbuffa
-dal caldo e si fa vento guardandosi attorno nella
-sala. Si mette a discorrere con <i>monsieur</i> Célestin, il
-capo cameriere, di vini e di sigari d'Avana. Si calma
-di nuovo, e di nuovo si rivolge alla duchessa Cristina,
-facendole una domanda, ch'egli ritiene la più
-semplice del mondo:
-</p>
-
-<p>
-— E Totò? Il nostro Totò?... Come mai oggi, a
-colazione, non si vede il nostro buon Totò?...
-</p>
-
-<p>
-— Totò?... — La madre, batte le palpebre e sgrana
-gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Totò? — ripetè il principe Rosalino con la voce
-che sembra uscire da uno speco.
-</p>
-
-<p>
-— Soltanto adesso, caro Giacomo, — prosegue la
-madre, passando dall'ira all'ironia, — vi accorgete
-che... Totò non c'è?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, soltanto adesso! — Il D'Orea perde la pazienza. — Oh,
-in fine!... Importa tanto, a lui, di
-Totò e di tutte quelle facce enigmatiche!
-</p>
-
-<p>
-Ma Remigia diventa ancora più rossa, le labbra
-della madre più pallide e stirate, Mimì più inquieta.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto? — Giacomo
-interroga Maria con gli occhi, ma ella
-appare intimidita, confusa, abbassa il capo... — Che
-cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto?...
-</p>
-
-<p>
-Un grande sospirone della madre:
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... Così è! Abbiamo presa la scusa di <i>Mademoiselle</i>
-per allontanare Totò. Voi... non vi siete
-accorto nemmeno che anche <i>Mademoiselle</i> non c'è
-a colazione?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo guarda in giro:
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro... Non c'è nemmeno <i>Mademoiselle!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Abbiamo preso la scusa della signorina Jenny.
-Ella ha espresso il desiderio di vedere sua madre,
-ammalata, a Firenze, e noi abbiamo imposto a Totò
-di ritornare in Italia, per accompagnarla.
-</p>
-
-<p>
-Sempre con aria grave e solenne, la duchessa tace,
-fissando Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-Ella aspetta una domanda, un'esclamazione di maraviglia:
-niente!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, prudentissimo, sta muto come un pesce.
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente! — prosegue la duchessa, ergendosi
-con più fiero cipiglio. — Questa misura era più
-che mai necessaria. Non è vero, Rosalì?
-</p>
-
-<p>
-Rosalì gira il capo e gli occhi in cerca del piatto
-dolce:
-</p>
-
-<p>
-— Verissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Totò cominciava a perdere la testa!... E quando
-c'è di mezzo una ragazza, guai! Con la riputazione
-di una ragazza, non si scherza!
-</p>
-
-<p>
-— Hai agito prudentissimamente! Brava Cristina!
-Caso previsto, mezzo provvisto! Il viso del Sant'Enodio
-si rischiara: egli vede avvicinarsi un magnifico
-pezzo gelato tricolore. — Caso previsto, mezzo provvisto!...
-Questo <i>parfait à l'ananas</i> dev'essere proprio...
-perfetto! Facciamo un evviva al signor Trüb
-e concludiamo: a Villars, all'ora del pranzo, fa <i>bon
-tempo</i>... anche quando piove! Non è vero, signor
-Zaccarella?
-</p>
-
-<p>
-Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride.
-Sta attento soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la
-senape o con la <i>Worcestérs sauce</i>, con la bottiglia
-d'Yvorne o con l'acqua di Montreux.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo
-gelato, si china all'orecchio del D'Orea, mormorando:
-</p>
-
-<p>
-— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida!
-Com'è bella! È ancora più bella! — Non può
-resistere, le manda un bacio e s'indispettisce contro
-la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza
-entusiasmo!
-</p>
-
-<p>
-La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che
-manca di calore, e il Re Faraone che dal suo tavolino
-in faccia, di tutto il pranzo, ciò che mangia di
-più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della
-sua amica:
-</p>
-
-<p>
-— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani!
-</p>
-
-<p>
-Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia
-per farlo ardere:
-</p>
-
-<p>
-— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars
-gli è proprio stato funesto!...
-Oh, come aveva ragione di temere il numero tredici,
-e Marco Danova! Altro che jettatura, povero
-Totò!
-</p>
-
-<p>
-— Jettatura arriva ove disgrazia corre!
-</p>
-
-<p>
-Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il
-pranzo finisce in silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti
-si alzano senza aspettare le frutta. Mimì corre a dare
-un bacio a Remigia e le due ragazze escono insieme
-dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo.
-Per ordine preciso della madre, il pasto di
-<i>Din</i> e <i>Don</i> ha luogo negli appartamenti superiori.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il
-caffè, già ordinato dal signor Zaccarella. È stufo di
-tutta quella gente! Scambia qualche parola con missis
-Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo, raggiunge
-Maria in giardino. Ella è sola, con un libro,
-seduta al solito posto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per una volta, se Dio vuole, potrà fermarsi con
-sua cognata, senza destar sospetti:
-</p>
-
-<p>
-— Sai, Maria, che... io non capisco tua madre!
-</p>
-
-<p>
-Maria alza gli occhi dal libro e lo guarda a lungo:
-Giacomo si sente avvolgere da un'onda affettuosa,
-amorosa. Sorride, si calma, torna in pace con tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa, quella nostra buona duchessa Cristina
-che cosa mai s'è messa in testa!
-</p>
-
-<p>
-Sorride anche Maria, ma con tristezza.
-</p>
-
-<p>
-— Tu non capisci la mamma?... Ed io, scusa,
-non capisco te!
-</p>
-
-<p>
-— Come?... Vuoi dire?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì!... Stai sempre con Remigia; non parli
-altro che con Remigia; scherzi tutto il giorno e tutta
-sera con Remigia... Se hai fatto nascere speranze,
-c'è di che!
-</p>
-
-<p>
-— Speranze?... Che speranze?
-</p>
-
-<p>
-Maria risponde con vivacità, arrossendo un poco,
-e riscaldandosi:
-</p>
-
-<p>
-— Le più legittime e le più naturali, in una madre
-che non pensa ad altro, e giustamente, che a
-maritare la propria figliuola. Le più legittime e le
-più naturali in una figliuola che ha passato i vent'anni,
-e che non pensa ad altro, e giustamente, che
-a trovarsi un marito!
-</p>
-
-<p>
-— La Piccola? — Il D'Orea si mette a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Marito?... Della Piccola?
-</p>
-
-<p>
-— Di mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-Maria non scherza. Anche Giacomo diventa un
-momento serio, poi scoppia a ridere di nuovo, con
-un'alzata di spalle:
-</p>
-
-<p>
-— Ma che!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Saresti troppo... innocente, scusa, se non ti
-fossi accorto di nulla!
-</p>
-
-<p>
-— Mi sono sempre accorto intanto e so... che potrei
-essere suo padre!
-</p>
-
-<p>
-— Questo è un modo di dire!... È una frase banale!
-Potresti esserlo, ma non lo sei e non puoi diventarlo,
-mentre, invece, puoi diventare suo marito!
-Tanto è vero che a Villars tutti lo credono, e che
-in casa mia tutti lo sperano!
-</p>
-
-<p>
-— Proprio così?
-</p>
-
-<p>
-— Proprio così!
-</p>
-
-<p>
-Nel «proprio così» di Giacomo non c'è che maraviglia,
-una viva e grande maraviglia. Nel «proprio
-così!» di Maria Grazia, c'è un'espressione insolita
-di energia e di fermezza.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, fa un atto di stizza, di collera.
-</p>
-
-<p>
-— Non avrei mai sospettato, nemmeno lontanamente,
-che si potesse concepire una simile... enormità!
-</p>
-
-<p>
-Maria alza ancora gli occhi dal libro che tiene
-aperto sulle ginocchia e di cui sta tagliando le ultime
-pagine.
-</p>
-
-<p>
-Ella accenna col capo lentamente:
-</p>
-
-<p>
-— E Totò?...
-</p>
-
-<p>
-— Appunto! Perchè lo hanno imballato e rimandato
-in Italia?
-</p>
-
-<p>
-— È innamoratissimo di Remigia! Per evitare
-scene, disperazioni, all'annunzio del fidanzamento di
-Remigia... con te!
-</p>
-
-<p>
-— Non ci sarà questo pericolo! Ho sempre pensato
-al modo di poter combinare, invece, il matrimonio
-di Totò con Remigia, e ci penso ancora! Anzi...
-oggi più di ieri!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E Remigia?... Non ha mai voluto dire di sì a
-suo cugino: oggi, sono certissima, direbbe di no!
-</p>
-
-<p>
-— Ed io sono certissimo che dirà di sì... quando
-saprà che tutti e due potranno vivere bene, signorilmente,
-senza pensieri! Il primo amore non muore
-mai e fa presto a risorgere!
-</p>
-
-<p>
-Maria torna a chinare il capo sul libro e finisce
-di tagliare le pagine.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo è seduto lui pure sulla panchina, accanto
-alla poltrona di Maria: si curva, strappa un rametto
-di mortella e lo sfoglia nervosamente:
-</p>
-
-<p>
-— Anche tu sei contro di me?
-</p>
-
-<p>
-— Io ti dico questo soltanto, per la verità: se non
-avevi nessuna intenzione hai agito un po' troppo...
-leggermente con Remigia!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo balza in piedi, poi torna a frenarsi e a
-sedersi.
-</p>
-
-<p>
-— Non inquietarti! — ripiglia Maria con la consueta
-dolcezza e rimettendo a posto tutte le dieresi. — È
-proprio così! Le lezioni di tennis, le passeggiate
-romantiche, e in ultimo persino... le lezioni di
-ballo!
-</p>
-
-<p>
-— Quando mancava il numero per i <i>lanciers!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu stesso hai dichiarato di non aver mai
-ballato in vita tua!... È vero sì o no?... Capirai, tutto
-ciò, e appunto perchè si tratta di un uomo — e di
-un uomo della tua intelligenza, del tuo valore, di un
-uomo importante e celebre — fa impressione e lusinga
-assai una ragazza!... Io stessa, te lo confesso...
-</p>
-
-<p>
-— Tu... Che cosa hai creduto? — Giacomo si volta
-e fissa Maria attentamente.
-</p>
-
-<p>
-I begli occhi neri e profondi lo guardano con indulgenza,
-ma con tanta malinconia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho creduto nulla! Soltanto... non ti capivo
-più!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo avrebbe potuto rispondere: — eppure io
-non ho mai pensato che a te e alla tua pace. Remigia
-non era che il ripiego per Luciano, il mio stratagemma
-per salvare le apparenze. — Ma questa, che
-è pure la verità vera e che lo giustificherebbe agli
-occhi di Maria, egli non la dice e non osa dirla. Risponde,
-invece, alzandosi di nuovo e strappando un
-altro ramo di mortella:
-</p>
-
-<p>
-— Bene, bene! Le speranze nutrite a ragione o
-a torto, concepite più o meno spontaneamente, le
-farò svanire subito, sul momento, e del tutto. Tua
-sorella, io non l'ho mai considerata altro che come
-«la Piccola!» Un divertimento! Un giocattolo, nè
-più nè meno, con tutte le sue monellerie e i suoi
-capricci! Ho avuto torto, sì, ne convengo; ma questo
-è stato il solo mio torto! Mi pareva, appunto per la
-mia vita, per la mia condizione, per la mia età e per
-la mia serietà, di poter parlare, ridere e scherzare
-con la piccola sorella di mia cognata, come con una
-figliuola, come... con <i>Din</i> e <i>Don!</i> Precisamente!
-Senza destare sospetti e senza creare illusioni. Ho
-sbagliato, ma riparerò all'errore commesso. Parlerò
-chiaro; meglio ancora, difenderò la causa e i diritti
-del povero Totò e farò di tutto perchè possa raggiungere
-la sua felicità. E se per Totò ci son troppi
-ostacoli, Marco Danova.
-</p>
-
-<p>
-— No, Giacomo! Quell'uomo, quel vecchio, disonesto
-e ributtante!... — Maria diventa rossa per sua
-sorella. — No, no! È indegno di te, questo che dici!
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene il cuginetto! Sia dunque il cuginetto!
-Faremo, ad ogni costo, la felicità del buon Totò!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E la felicità di Remigia?... Se Remigia, davvero,
-e per colpa un po' tua, si fosse proprio innamorata
-di te?
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi di Giacomo e di Maria s'incontrano: in
-quelli di Maria passa improvviso un luccichio di
-lacrime.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo abbassa il capo. Il suo cuore non ha mai
-battuto con tanta violenza!
-</p>
-
-<p>
-In quel punto, la duchessa esce dall'albergo seguita
-dal Sant'Enodio che le porta, sempre con dignitoso
-e nobile sussiego, lo sgabellino di vimini per
-i piedi.
-</p>
-
-<p>
-Maria si rimette a leggere, mormorando sottovoce,
-con gli occhi sul libro:
-</p>
-
-<p>
-— Viene la mamma! Va via! È meglio che non
-ti veda così... con la faccia in collera! Se vorrà sapere
-di che cosa si parlava... per questa volta dirò
-una bugia!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si allontana fingendo di guardare i fiori
-del prato, di ammirare le montagne e facendo un
-lungo giro per non incontrare la duchessa, entra
-nell'albergo dalla parte del terrazzo.
-</p>
-
-<p>
-Quando è nel suo piccolo salotto, continua a passeggiare
-su e giù, borbottando:
-</p>
-
-<p>
-— Parlerò chiaro, chiarissimo e subito!... Se intanto
-mandassi a chiamare e mostrassi un po' i denti
-a quel burattino da corona del principe fratello? Che
-razza di gente! È un'altra razza dalla nostra! Riunisce
-tutte le superbie a tutte le umiliazioni! Anche
-quella Mimì Carfo! Romantica, sentimentale, bigotta
-e pudibonda come la luna! Anche lei tutti i quarti
-e non un soldo, e anche lei, capisco adesso, perchè
-mi fa ammirare la sua amica, pezzo per pezzo, e
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-perchè viene a baciucchiarmela sotto il naso! Per
-spacciare l'articolo! Che gente! Che razza!... Proprio
-la razza... decaduta!
-</p>
-
-<p>
-Ma più che tutto egli l'ha contro Remigia. Veramente,
-Remigia, non ha mai fatto altro che parlare,
-scherzare e ridere, quando lui aveva voglia di parlare,
-di scherzare e di ridere... Veramente, non è
-stata lei a cercar lui, ma è stato lui a cercar lei, per
-salvare le apparenze, per mettere al riparo Maria
-da ogni possibile cattiveria di Luciano. Ma ciò, che
-importa?... Più che contro gli altri, Giacomo è irritatissimo
-contro Remigia... Perchè... Ancora egli non
-sa, non vuol rendersene conto, ma sono proprio
-quegli occhi neri e cari ch'egli ha fissi in mente e in
-cuore, sono quegli occhi adorati in cui ha appena
-intravisto un lampo di gelosia fra un tremolio di
-lacrime che eccita la sua avversione, la sua collera,
-contro quella piccola monella che ride sempre, contro
-quella piccola... così piccola e bionda!
-</p>
-
-<p>
-D'improvviso sente bussare all'uscio: <i>toc-toc!</i>...
-</p>
-
-<p>
-— È lei! Remigia!... — borbotta Giacomo stizzito.
-Intanto le darò la prima lezione: le farò capire che
-non è affatto conveniente che una giovinetta, una
-ragazza, venga così sola a cercarmi nel mio studio...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Toc-toc!</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Avanti!
-</p>
-
-<p>
-Si apre l'uscio; ma non è Remigia: è un cameriere
-del primo piano.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, eccellenza: Missis Eyre domanda di poterle
-parlare un momento.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è?
-</p>
-
-<p>
-— Qui. Aspetta nel corridoio.
-</p>
-
-<p>
-— Ditele di venire.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea avrebbe fatto a meno tanto volentieri di
-quella visita, tuttavia corre fin sull'uscio tenendolo
-aperto con la mano:
-</p>
-
-<p>
-— Venga! Venga! Missis Eyre!
-</p>
-
-<p>
-Si sente il passo pesante e marziale, poi la colonnellessa
-si presenta sulla soglia, corrusche le pupille,
-guerresco l'atteggiamento.
-</p>
-
-<p>
-— Perdonate, onorevole, ma ogni <i>pacienza</i> ha un
-limite!
-</p>
-
-<p>
-— Entrate, missis. Accomodatevi!...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo chiude l'uscio e spinge una poltroncina
-dinanzi alla vecchia signora.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — Missis Eyre resta in piedi.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo la guarda: è più verde del solito; è
-fremente.
-</p>
-
-<p>
-— A che devo l'onore, signora, di una vostra visita?
-</p>
-
-<p>
-Missis Eyre non può parlare. Le sue labbra hanno
-un tremito... le tremano gli zigomi sporgenti e le
-rughe lunghe e fonde delle guance, le tremano la
-punta del naso e la bazza: è il pianto che non riesce
-del tutto a soffocare.
-</p>
-
-<p>
-— Signora!... Ma signora!... Che cosa mai le è accaduto?...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, ad onta de' suoi nervi e delle sue collere,
-ha soltanto paura che gli scappi da ridere. — Si
-calmi; s'accomodi! — L'obbliga a sedere. — Mi
-dica che cosa è successo. Qualche brutta notizia?
-</p>
-
-<p>
-— Brutta... azione! — risponde la missis, appena
-può parlare. — Non brutte notizie, grazie a Dio!...
-Non si può più vivere! Non si può più reggere!...
-Credete, onorevole, anche a volere, non si può più
-aver la forza di star <i>cito!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dunque parli, dica!...
-</p>
-
-<p>
-— Ogni <i>ciorno</i> una nuova invenzione. Ogni <i>ciorno</i>
-si prepara un nuovo <i>cabalo</i> contro...
-</p>
-
-<p>
-— .... <i>Cabala?</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Un nuovo cabala contro di me! È una persecuzione
-e un'<i>inciustizia</i>. Voi, onorevole, siete <i>ciusto</i>.
-Oh, sì! Anche in Inghilterra si scrive questo! Parlate
-voi, oppure devo finire oggi stesso la mia <i>stacione</i>
-di Villars, e sarebbe terribile! Mi hanno risposto
-da Villa d'Este, che Cernobbio tutti arrosto; caldissimo!
-I pesci <i>cocono</i> in lago!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non ha più paura che gli scappi da ridere;
-ha paura, invece, che gli cominci a scappare
-la pazienza.
-</p>
-
-<p>
-— Spiegatevi, dunque, cara signora. Che devo fare?
-A chi devo parlare?
-</p>
-
-<p>
-— Sapete che cosa, di nuovo, ha escogitato quella
-vostra giovane cognata, o giovine parente che mi ha
-<i>ciurato</i> la morte?
-</p>
-
-<p>
-— Chi?... la duchessina Remigia? — domanda
-Giacomo, vivamente.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, la duchessina Moncavallo, che ha preso a
-perseguitarmi fino dall'anno passato!
-</p>
-
-<p>
-— La Piccola? Oh! Oh! — Giacomo fa un risolino
-più meditato che spontaneo. — Se la Piccola ha
-commesso mancanze, la metteremo in castigo!
-</p>
-
-<p>
-— Ha inventato, adesso, per farmi diventar matta,
-i bubbolini, e i bubboloni!.. Ha fatto venire espressamente
-da Aigle per i suoi cani due sonagliere, una
-acuta, squillante, l'altra bassa e fessa: <i>din-din-din:
-don-don-don!</i> Io non ho più quiete, non ho più riposo!
-Sono ammalata di emicrania e di nevrastenia!
-Il mio corridoio, non è più un corridoio, è la strada
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-pubblica di Cernobbio, di Carate! Tutto il <i>ciorno</i>,
-tutta sera: <i>din-din-din: don-don-don!</i> Un continuo
-corso di carrozze!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, contentissimo di cogliere quest'occasione
-per poter mostrare a tutti com'egli consideri Remigia
-ancora una bambina, più che una ragazza, e
-come la tratti ancora da vera monelluccia stordita e
-cattivella, esclama allegramente, stringendo la mano
-a missis Eyre per calmarla e per rassicurarla:
-</p>
-
-<p>
-— Subito, ve lo prometto; i cani non avranno più
-bubbolini, nè bubboloni!
-</p>
-
-<p>
-— Dite voi, che questo è <i>proibitissimo</i> in un <i>hôtel!</i>
-Voi siete un vero gentiluomo, perfetto e <i>ciusto!</i> Invece
-il signor Trüb è un esoso ingordo di tedesco
-villano, che pensa soltanto a far pagare!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea continua a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— La duchessina Remigia, io non la chiamo mai
-altro che la Piccola, perchè ha sempre dieci anni!
-Non è cattiva, ma è un demonietto viziato dalla
-mamma! Oh le <i>idole</i>, sempre così... Ma non dubitate,
-il troppo è troppo e voi avete ragione: basta
-<i>din-din</i>, basta <i>don-don</i>. Questa volta la faremo stare
-a dovere!
-</p>
-
-<p>
-La colonnellessa è gongolante; la sua faccia cambia
-di colore: diventa quasi rosea.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, il <i>Times</i> ha detto bene! Siete un ideale di
-<i>ciustizia!</i> Grazie anche a nome di Mister Eyre!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo suona: si presenta il solito cameriere.
-</p>
-
-<p>
-— Chiamate uno dei servitori, o meglio la cameriera
-della duchessina, o il maggiordomo! Insomma,
-qualcheduno di sopra! Subito!
-</p>
-
-<p>
-Il cameriere è appena uscito, quando si presenta
-un nuovo personaggio:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<p>
-È il capitano Zaccarella in persona. Ma dinanzi
-a Sua Eccellenza — e specialmente in quei giorni
-per la prolungata assenza del padrone e il relativo
-vuoto di cassa — egli non è più l'uomo del comando
-e del meneimpipo; diventa anche il capitano,
-come un altro qualunque signor Trüb, l'uomo delle
-riverenze. Ossequi al signor commendatore, ossequi
-a missis Eyre, poi, sempre ossequiosissimo, spiega
-la sua venuta:
-</p>
-
-<p>
-— Il maggiordomo è andato a Bex con la Carolì;
-al momento, non c'è nessuno di sopra. Vengo io a
-vedere, se mai posso servire in qualche cosa il signor
-commendatore...
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! Lei! Proprio lei! — Giacomo non ha
-mai avuto in grande simpatia il signor Zaccarella,
-ma non lo può addirittura soffrire quando diventa
-umile e strisciante. — Proprio lei! Mi faccia il favore
-di eseguire questo mio ordine preciso: faccia levare,
-subito, il collare con la sonagliera ai due cani della
-duchessina; e se mai la duchessina si opponesse,
-per chiasso o per davvero, le dica che io, proprio
-io, desidero così, perchè l'undecimo comandamento
-dice: non seccare il prossimo, cioè la gente che vive
-nella tua stessa locanda.
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti Eccel... — il capitano si corregge a
-tempo. — Non dubiti signor commendatore.
-</p>
-
-<p>
-— Le <i>idole</i> sono la gioia, ma anche il tormento
-delle famiglie! — ripete Giacomo in tono di scherzo,
-per mitigare l'asprezza delle sue parole.
-</p>
-
-<p>
-Ma nessuno più l'ascolta. Il signor Zaccarella è già
-sparito: quando c'è un ordine di Sua Eccellenza,
-egli vola come il vento; in questo caso poi è stato
-anche più veloce, perchè gli preme di riferire a
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-Remigia quanto è successo. Dacchè ha potuto subodorare
-in lei una possibile futura ministressa, il capitano,
-soffocata l'antipatia e dimenticati gli affronti,
-si è subito schierato fra i servitori più devoti e più
-zelanti della piccola padroncina! E missis Eyre...
-Missis Eyre pure è uscita in fretta, è corsa sui passi
-del signor Zaccarella, dimenticando persino di rinnovare
-i ringraziamenti all'uomo <i>ciusto</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ella vuol divertirsi, vuol godersi la scena. Vuol
-assistere, tenendosi nascosta dietro l'uscio della sua
-camera, al dispetto e alla rabbia della sua nemica.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! Vien per ciascuno il suo <i>ciorno!</i> È
-venuto, finalmente, anche per quella peste, per
-quella <i>diavolo!</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span></p>
-
-<h3>VII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Giacomo, rimasto solo, torna serio e triste. Si preme
-forte con le due mani alle tempie; inghiotte un
-bicchier d'acqua nel quale ha sciolto due cucchiaini
-colmi di bicarbonato.
-</p>
-
-<p>
-— Appena un'inezia mi agita, m'inquieta, subito
-la testa e lo stomaco si fanno sentire!... Maledetti
-crampi!
-</p>
-
-<p>
-Si guarda attorno nel salotto, sospirando con un
-senso di rimpianto:
-</p>
-
-<p>
-— Stavo così bene! Non mi sono mai sentito tanto
-bene come in questi giorni!
-</p>
-
-<p>
-Si avvicina lentamente alla scrivania: quanta roba
-vi si è ammucchiata!... E quanto tempo che non lavora
-più! Che non fa più niente!
-</p>
-
-<p>
-Egli guarda quasi con ispavento tra quel monte
-di libri, di fascicoli, di lettere...
-</p>
-
-<p>
-— Quante lettere! Mi ci vorrà una settimana soltanto
-per rispondere a tutte queste lettere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non ha più lavorato, non ha più fatto niente!...
-Altro che il <i>tennis</i>, le passeggiate, giocare, scherzare
-come un ragazzo!... Anche la relazione da presentare
-alla Camera dorme da un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-— Vivaddio! Bisogna ricominciare a far qualche
-cosa e bisogna ritornare un uomo serio! Ha ragione
-Maria! Io non ho fatto altro che perdere il mio tempo,
-e arrischiare magari di perdere anche un po'
-la mia riputazione... di uomo di Stato, facendo lo
-stordito con la... Piccola!
-</p>
-
-<p>
-Pronunzia «la Pïccola» non pensando più a Remigia,
-pensando, invece, a Maria: vedendo Maria,
-gli occhi e il viso di Maria quando parla e quando
-sorride... Quando sorride con le due piccole fossettine
-agli angoli della bocca...
-</p>
-
-<p>
-— Lavoriamo! Lavoriamo! Bisogna rimettersi a
-lavorare!
-</p>
-
-<p>
-Siede alla scrivania, prende una lettera, la prima
-che gli capita sotto mano, comincia a leggerla, poi,
-quando sta per voltare il foglio, si ferma:
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa Remigia come risponderà alla grave ingiunzione
-del signor Zaccarella... Forse sono stato
-un po' troppo deciso... Mi sono lasciato trasportare
-dalla collera... Sia pure! Tanto meglio! Così avrò
-messo più chiaramente le cose a posto e ciò servirà
-di lezione per la figlia e per la madre!... Tutto questo
-dev'essere un giuoco della madre!... Remigia, penserà
-forse anche a me, come penserà forse a Totò, al
-bell'Apollo, a Marco Danova, come ad un marito
-qualunque! Remigia non pensa che a maritarsi e ha
-ragione! Per quanto non lo si direbbe a vederla, ha
-già passato i vent'anni e se ha fretta, lei, come lei,
-non ha torto! Ma io, come io, per altro, sono stato
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-tirato in ballo, proprio fuori di proposito! Il cuginetto!
-Il cuginetto! Faremo ritornar subito a Villars,
-il buon Totò!
-</p>
-
-<p>
-Finisce di leggere la lettera, sta per aprirne un'altra...
-ma si ferma guardando verso l'uscio; sente
-avvicinarsi il <i>tic-tac</i> di passettini leggeri...
-</p>
-
-<p>
-La Piccola che viene infuriata a protestare?
-</p>
-
-<p>
-No. Il leggero <i>tic-tac</i> si allontana e si perde nel
-corridoio.
-</p>
-
-<p>
-— Forse col mio ordine perentorio al signor Zaccarella,
-sono stato troppo energico! Avrei forse dovuto
-parlar io, direttamente, pregare Remigia con le
-buone. Se ho sbagliato, poco male; farò le mie scuse.
-Per una volta tanto dev'essere perdonato a tutti un
-atto anche un po' impetuoso! Chi è che non perde
-mai la pazienza a questo mondo?... Lavorare! Lavorare!
-Cerchiamo di lavorare senza più pensare ad
-altro!
-</p>
-
-<p>
-Ma lavorare... non può. I crampi si fanno sempre
-più forti! S'allunga sulla poltrona e intanto pensa
-fra sè:
-</p>
-
-<p>
-— Anche la duchessa madre, con la sua grande
-idolatria, che madre balorda! Purchè ci siano quattrini,
-aguzza ansiosamente i suoi occhi di suocera,
-tanto su Marco Danova, emerito imbroglione, quanto
-su di me, un uomo quasi vecchio e malandato in
-salute. — E Remigia? Anch'ella, forse, o l'uno o
-l'altro, indifferentemente, purchè uno ci sia! Ma Remigia,
-chi sa? Non ha ancora un'idea netta, precisa
-del matrimonio. Intelligente e assai vivace, ma in
-certe cose io la credo ancora... pochissimo edotta!
-Se così non fosse, sarebbe più cauta, più guardinga
-e non giuocherebbe al matrimonio a occhi chiusi!
-</p>
-
-<p>
-Alza il capo, passa la mano sulla fronte: è un po'
-inquieto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?..
-Io l'ho proprio mandato al fuoco, il capitano!...
-È vero che ambasciator non porta pena! L'ira
-della figlia e quella della madre, specialmente, si
-scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella
-non si scomoda mai, nemmeno per montare in
-furia, e aspetterà l'ora del pranzo per assalirmi!...
-Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una
-saetta!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo continua a stare attento e a tener fissi
-gli occhi sull'uscio, come se dovesse spalancarsi da
-un momento all'altro! Invece, niente. Passa più di
-un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel
-corridoio.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— Così?...
-</p>
-
-<p>
-— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor
-commendatore!
-</p>
-
-<p>
-— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna
-tempo tutti e due! La duchessina Remigia è andata
-in collera?
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio
-di vostra... signoria... Ubbidientissima, docilissima,
-ha levato ella stessa le sonagliere a <i>Din</i> e a <i>Don</i>.
-Soltanto devo aggiungere, per la verità, che missis
-Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto.
-</p>
-
-<p>
-— In che modo?
-</p>
-
-<p>
-— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad
-una delle cameriere dell'albergo, e in modo di essere
-udita anche dalla signora duchessina: — ho parlato
-io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani
-e gente, cuccia lì, e tutti <i>cito!</i>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo s'alza di scatto:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vecchia stupida, villana! E la duchessina Remigia?
-</p>
-
-<p>
-— Niente! Non ha risposto niente! È diventata
-pallidissima, è corsa subito in camera sua, senza
-pronunziare nemmeno una sillaba! Ma poi, dopo...
-</p>
-
-<p>
-— S'è sfogata con sua madre?
-</p>
-
-<p>
-— S'è messa a piangere. Ho visto adesso la contessina
-Carfo: — Remigia, — m'ha detto, — continua
-a piangere!
-</p>
-
-<p>
-— Farò io le scuse alla duchessina Remigia, anche
-per quella vecchia insopportabile!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, più ancora che addolorato è mortificato;
-sente il bisogno di giustificarsi persino col signor
-Zaccarella. — Ha visto anche lei! L'avevo qui da
-mezz'ora a farmi la testa come un cestone di ciarle,
-di lamentele! Io ho perso la pazienza e capisco di
-aver oltrepassata la misura! Ho dato... ordini, che
-non avevo alcun diritto di dare! — Stende la mano
-al signor Zaccarella. — Anche lei, scusi la mia...
-troppo imperiosa vivacità.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella non osa stringere quella mano
-che tiene in pugno tanti milioni: la tocca, appena
-con due dita, religiosamente. Poi guarda Sua Eccellenza
-con la coda dell'occhio, riflettendo, esitando...
-È forse giunto il momento opportuno di dirgli ciò
-che gli sta in cuore da un pezzo?... Fino da... Da
-quando, insomma, ha visto che la barca di Don
-Luciano, cominciava a far acqua!
-</p>
-
-<p>
-— Vorrebbe ascoltarmi, signor commendatore, un
-momentino?... Ecco qua: missis Eyre è stata imprudentissima
-verso la signora duchessina; ma anche
-la signora duchessina, sa distinguere benissimo le
-persone e i loro atti: lei rimane nel suo giudizio e
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-nel suo cuore, quello che è, luminosamente! La
-signora duchessina ha per lei una grande ammirazione
-e un'affezione troppo ben radicata! In quanto
-a me, <i>de minimis</i>... diremo, ma io ho sempre considerato
-il signor commendatore come... il superiore...
-come il mio vero padrone e ho sempre ambito l'onore
-di poterla servire direttamente! Quante volte prima
-di eseguire certi ordini perentori, avrei voluto interrogarla,
-avvertirla, signor commendatore, se non altro,
-per scarico mio! Stamattina stessa, per esempio,
-io ho ricevuto una lettera da... Parigi... — Si ferma,
-aspetta per proseguire una parola d'incoraggiamento;
-ma il signor D'Orea, che ha accolto lo sfogo del
-capitano con molta freddezza, lo guarda... e non fiata,
-suonando il tamburello sulla scrivania, col tagliacarte.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella si passa una mano sui capelli
-a spazzola... fa un grosso sospiro per mostrare la
-propria esitazione: l'altro, niente. Con la faccia sempre
-immobile e muta, continua a suonare il tamburello...
-</p>
-
-<p>
-— Per esempio, con la posta di stamattina, io ho
-ricevuto una lettera di don Luciano...
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Oh! Scrive?... Mio fratello ha imparato a
-scrivere?... Una volta non sapeva altro che telegrafare!
-</p>
-
-<p>
-— Telegrafa sempre, ha telegrafato anche ieri,
-quando si tratta di affari, di danari. Quando, invece,
-si tratta di cose delicate, cose di famiglia, riguardanti
-specialmente donna Maria, allora scrive...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo sussulta; diventa rosso in viso.
-</p>
-
-<p>
-— E che scrive?
-</p>
-
-<p>
-Il capitano, sparato il colpo, si ritira un passo indietro:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io non so poi... Faccio bene o male a parlare?
-In ogni modo, se il signor commendatore mi autorizza
-a farlo....
-</p>
-
-<p>
-— Ah, no! — Giacomo s'è subito rimesso. — Questa
-autorizzazione ella non può averla da me, ma
-dalla sua coscienza! È la sua coscienza, soltanto,
-che deve imporle di parlare o di tacere!
-</p>
-
-<p>
-— Allora parlo! — risponde pronto lo Zaccarella
-che dinanzi a tanta diplomazia non vuol perdere l'occasione. — La
-mia coscienza, mi dice di parlare! Sarà
-di me quel che sarà! Perderò la stima del signor
-commendatore, perderò la fiducia e la protezione di
-don Luciano, perderò il pane, ma il signor commendatore
-sarà stato avvertito di tutto, e in tempo.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo rimane impassibile, ma il suo cuore batte
-violentemente.
-</p>
-
-<p>
-— Il <i>Credito Lionese</i>, ha versato a Don Luciano,
-in queste ultime settimane soltanto a Parigi, la somma
-di cento e settantamila franchi, e si chiedono
-nuovi fondi.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna provvedere.
-</p>
-
-<p>
-— Con l'autorizzazione del signor commendatore?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E senza limiti di cifra?
-</p>
-
-<p>
-— Senza limiti, per ora. Soltanto ella mi terrà
-informato di ogni nuova richiesta!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà fatto, scrupolosamente!
-</p>
-
-<p>
-Se non fosse increanza, il capitano si darebbe una
-fregatina di mani sotto gli occhi stessi di Sua Eccellenza!
-In fatti con quell'ordine esplicito «mi
-terrete informato di ogni nuova richiesta» egli fa il
-primo passo: si mette sotto gli ordini di Sua Eccellenza,
-buttando a mare don Luciano!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E d'altro, che c'è?... Che c'è di... delicato, che
-riguarda la famiglia? — È questo che preme di sapere
-a Giacomo; non gli affari del <i>Credito Lionese!</i>
-</p>
-
-<p>
-— C'è, signor commendatore, che stando agli ordini
-di don Luciano io gli dovrei sempre riferire
-giornalmente e minutamente tutto ciò che succede...
-a Villars.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non lo fa?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella lancia un'occhiata a Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi sarò spiegato bene. In una parola, io
-dovrei fare la spia a tutti... e di tutto! Alla signora
-duchessa, alla duchessina, a donna Maria, a lei...
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Oh! Anche a me?...
-</p>
-
-<p>
-— A lei, specialmente, e a donna Maria.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo sta in guardia; si frena e soggiunge freddamente,
-ironicamente:
-</p>
-
-<p>
-— Ella sarà molto impacciato, credo, nel disimpegno
-di questo... ufficio di polizia. Come trovare...
-argomenti interessanti, su cui poter riferire?
-</p>
-
-<p>
-— Appunto! — Il capitano increspa con un ghignetto
-il viso giallo, sbarbato. — Io riassumo quotidianamente
-il mio servizio d'informazioni in due
-parole: niente di nuovo! Ed è per ciò che don Luciano,
-comincia a sospettare anche di me!
-</p>
-
-<p>
-— Sospettare?... Se ha sospetti, perchè non viene
-lui stesso a Villars, — e sarebbe ora, — a sincerarsi?
-</p>
-
-<p>
-— Mi scrive, appunto, di volerlo fare, <i>ma quando
-nessuno se lo aspetterà</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Bravissimo! E comincia, intanto, per tener la
-cosa segreta, col dirlo a lei!
-</p>
-
-<p>
-— Vorrebbe, — si figuri, — che io gli scrivessi
-perchè il signor commendatore ha prolungato, per
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-tutto questo tempo, il suo soggiorno in Isvizzera!...
-Che cosa ne posso saper io?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, bella! — esclama Giacomo. — Per riposare
-e per godere il fresco!
-</p>
-
-<p>
-— Ecco precisamente! Io ho risposto e rispondo
-sempre così; ma don Luciano non mi crede!... D'altra
-parte, per fargli piacere, io non posso inventare
-quello che non c'è... o sapere quello che non so! Egli
-vede, in ogni falsa nuova, magari anche in aperta
-contraddizione co' suoi sospetti, una finzione e una
-simulazione! Immagina inganni e raggiri così artificiosi
-e strani, che sono difficilissimi persino da raccontare!
-Ma ho appunto qui, con me, l'ultima lettera
-di don Luciano... Vuol vederla, per capacitarsi?
-</p>
-
-<p>
-— Le serva di regola: le lettere del suo padrone,
-non devono mai uscire dalle sue mani.
-</p>
-
-<p>
-— Il signor commendatore mi ha detto di ascoltare
-la mia coscienza, e la mia coscienza...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo lo interrompe:
-</p>
-
-<p>
-— Basta così! La sua coscienza le deve imporre
-una cosa sola: scrivere a mio fratello di ritornare
-davvero e subito a Villars e d'ora in poi, di vivere
-sempre vicino a sua... alla sua famiglia. Così non
-avrebbe sospetti e farebbe meno debiti! Ho da lavorare.
-Buon giorno, signor Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-Il capitano, bruscamente licenziato, se ne va mogio
-mogio, ruminando tra sè:
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto bene?... Ho fatto male?... Forse sarebbe
-stato meglio dir lutto, anche ciò che pensa don Luciano,
-riguardo alla duchessina e al matrimonio. Ma
-come si fa?... Mi ha chiusa la bocca!... Sarà, come
-dicono, una gran testa, ma quanto a carattere, anche
-costui... ha un gran brutto carattere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non ha voluto vedere la lettera, ma ne
-ha indovinato, o press'a poco, il contenuto.
-</p>
-
-<p>
-— Come ho fatto bene a stare in guardia e a
-evitare di trovarmi con Maria! Meglio, molto meglio
-andare incontro a qualche seccatura per via della
-Piccola. A questi pettegolezzi, più o meno innocenti
-e interessati, posso rimediare provvedendo alla dote
-e combinando il matrimonio con Totò. In fine Remigia
-è la sorella di Maria, è la cognata di mio fratello,
-appartiene alla nostra famiglia... Dunque, più
-che naturale, è doveroso il provvedere per metterla
-a posto!
-</p>
-
-<p>
-Si alza e va alla finestra.
-</p>
-
-<p>
-— Che bella giornata! Ha ragione il signor Trüb!
-Il settembre è proprio il mese migliore per Villars!
-Chi sa, laggiù a Bologna, che forno e che soffoco!
-</p>
-
-<p>
-Rimane lì, a lungo, pensieroso, guardando i <i>Diablerets</i>,
-il <i>Gran Muveran</i>, <i>les Dents du Midi</i> e sospirando:
-Addio Villars!
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa che cosa ci sarà veramente nella lettera
-di Luciano?... Quanta cattiveria e quanta bassezza!
-Mettere a parte un estraneo, quasi un servitore, di
-certi sospetti assurdi... iniqui...
-</p>
-
-<p>
-Guarda ancora la valle ampia e popolata:
-</p>
-
-<p>
-— Che bel verde limpido!... Mah!... Tutto ben ponderato,
-cattiveria da una parte, leggerezza e pettegolezzi
-dall'altra, bisogna proprio risolversi... Bel
-Villars, addio! Andiamo a fare le nostre scuse alla
-duchessina, sollecitiamo il ritorno di Totò, e poi, partenza
-per l'Italia! Torniamo al caldo, alle noie, al
-lavoro, per buscarci dell'asino e magari anche del
-ladro dagli avversari!... Oh quella politica!... Quella
-Camera!... I giornali!... Poter vivere, morire, sempre
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-in campagna, in montagna, lontano, su su, a
-duemila metri da Bologna e da Roma!
-</p>
-
-<p>
-L'ex ministro si sente infelice come un collegiale,
-l'ultimo giorno delle vacanze. Ma non è Villars, non
-è la bella conca verde e fiorita che egli rimpiange.
-Sono quegli occhi dolcissimi e profondi che lo hanno
-fissato sorridendo, dietro un velo di lacrime!
-</p>
-
-<p>
-— Addio Villars! — dicevano le sue labbra. — Addio,
-Maria! — diceva il gemito del suo cuore angosciato.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quando Giacomo D'Orea esce di camera per andare
-in cerca di Remigia, s'incontra nel corridoio
-con Mimì Carfo.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, contessina!... Dove potrei vedere la sua
-piccola e dolce amica? Vorrei farle le mie scuse per
-essermi abbandonato — non so come — ad un impeto
-di eccessiva vivacità. Ma, si figuri, duchessina!
-Da mezz'ora io ero la vittima di missis Eyre e quella
-vecchia sciocca e balorda...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo s'interrompe, vedendo la faccia di Mimì,
-pallida, stravolta.
-</p>
-
-<p>
-— Che ha?... Che c'è?
-</p>
-
-<p>
-La giovane è riservatissima e timida, ma trattandosi
-di salvare l'amica dalle unghiacce di Re Faraone,
-prende tutto il suo coraggio a due mani:
-</p>
-
-<p>
-— L'ho... contro di lei!
-</p>
-
-<p>
-— Contro di me?
-</p>
-
-<p>
-— È stato cattivo con Remigia! Molto cattivo!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo crede che Mimì si riferisca soltanto all'incidente
-delle sonagliere e torna a giustificarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Le dissi già che quella vecchia m'aveva fatto
-uscir de' gangheri! So anch'io di aver avuto torto!
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-Andiamo da Remigia, e anche lei, da brava, invece
-di essere in collera mi aiuti a farmi far la pace!
-</p>
-
-<p>
-— Remigia è a letto!
-</p>
-
-<p>
-— È a letto?
-</p>
-
-<p>
-— È stata malissimo. Basta, Dio mio, che non le
-venga la febbre!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si spaventa:
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho colpa se quella vecchia... è pazza!
-</p>
-
-<p>
-Mimì crolla il capo, dolorosamente:
-</p>
-
-<p>
-— No, no! Missis Eyre non c'entra, o c'entra solo
-indirettamente. Lei, è stato cattivo, cattivo! E sapendo,
-volendo esserlo. Sì! Sì! <i>Volendo esserlo!</i> Capiva,
-sapeva che un simile affronto, ricevuto da lei, <i>proprio
-da lei</i>, doveva fare un gran male a Remigia
-per... moltissime ragioni, che si possono riassumere
-in una sola, la più tremenda, appunto per Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— Quale?...
-</p>
-
-<p>
-Le gote della fanciulla si accendono d'improvviso,
-i suoi occhi supplichevoli sono pieni di fervore e di
-ansia; il seno è palpitante. Ella si avvicina a Giacomo
-congiungendo le mani. Non può quasi parlare,
-balbetta:
-</p>
-
-<p>
-— Remigia... creda, signor D'Orea, è tanto... tanto
-buona! È un tesoro... un vero tesoro... di bontà, di
-soavità... di tenerezza!... Ride, scherza, giuoca... ma
-nelle cose serie, è già una vera e cara donnina! Certo
-che è piena di amor proprio, di orgoglio! Non sarà
-mai Remigia la prima a fare un passo, anche trattandosi
-della felicità di tutta la sua vita!... Per carità,
-signor D'Orea! Per carità... non me la faccia morire!
-</p>
-
-<p>
-Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le
-mani e fugge via con un singulto di lacrime.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo rimane attonito a bocca aperta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti
-alla <i>Tête-pointue?</i> Il cuginetto! Totò! Mezzo milione
-di dote e si telegrafa a Totò!... Bisogna parlarne assolutamente
-con la duchessa Cristina: le chiederò un
-colloquio per stasera stessa, dopo il caffè.
-</p>
-
-<p>
-Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del
-pranzo e aspetta. Passeggia, esce in giardino, rientra...
-si ferma qua e là salutando le poche conoscenze
-rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la
-duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno
-l'ombra magna dello zio Rosalì!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla,
-lusingandola con tutto il cerimoniale di corte,
-ripetendole la scena avuta con missis Eyre e profondendosi
-in nuove scuse.
-</p>
-
-<p>
-Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo
-accoramento, dignitoso e muto. Ella ascolta
-Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza pronunziare
-una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri
-e scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa
-parlare del colloquio, non osa nominare Totò; ma
-non sa schivare il pericolo più grave: chiede alla
-duchessa le notizie della sua Idola.
-</p>
-
-<p>
-— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina
-Mimì?...
-</p>
-
-<p>
-La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma
-non risponde che con una lunga e risonante soffiata
-di naso. Nient'altro: musica senza parole!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa
-fare; piantarla non può. Guarda l'orologio.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche
-la seconda campana per il pranzo.
-</p>
-
-<p>
-Silenzio. Si guarda attorno:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La stagione è proprio al termine! I forestieri, — le
-signore specialmente, — diradano ogni giorno!
-</p>
-
-<p>
-Ancora silenzio: Giacomo, esaurito, finisce col rimanere
-muto a sua volta dinanzi a quella madre,
-immobile e muta, come la statua del dolore!
-</p>
-
-<p>
-Sopraggiunge, se Dio vuole, lo zio Rosalì. Giacomo,
-vedendolo, si sente sollevare lo spirito e lo saluta
-sorridendo, con grande espansione... Ma il Sant'Enodio
-è più che mai viceregale nell'impettita prosopopea:
-stende, offre la mano con un gesto largo, solenne...
-e nemmeno una sillaba!
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi della madre tradiscono l'interna ansietà:
-le labbra hanno un tremito.
-</p>
-
-<p>
-— E così? — non può a meno di domandare dopo
-qualche istante. — L'Idola?...
-</p>
-
-<p>
-— Mah! — risponde l'oracolo, dietro la barba
-bianca, semovente. — Purchè non le venga la febbre! — E
-Mimì?...
-</p>
-
-<p>
-— Resta di sopra.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra soffiata di naso della madre altrettanto
-lunga e sonora come la precedente: ma, questa volta,
-la musica delle lacrime colate accompagna le parole. — Purchè,
-Gesù mio, non le venga la febbre!
-</p>
-
-<p>
-— Mah!...
-</p>
-
-<p>
-— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle
-strette.
-</p>
-
-<p>
-Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti,
-senza aprir bocca dinanzi all'uscio a vetri della grande
-sala da pranzo verso la quale il principe Rosalino
-tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi.
-</p>
-
-<p>
-Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non
-vedere: entra in sala subito, in fretta, sgusciando
-dietro alla duchessa e corre a sedersi al suo solito
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta
-grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza,
-non più Eccellenza! Apre il <i>Times</i> e si tiene nascosta
-dietro il giornale.
-</p>
-
-<p>
-Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira
-attorno ai padroni. Ha l'aria di un cane bastonato,
-dopo la bella ramanzina che gli è toccata. Nessuno
-lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e la
-spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di
-avvicinarsi.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e
-passata anche la stizza, non ha più che un pensiero
-e un'inquietudine: Maria.
-</p>
-
-<p>
-— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda
-a pranzo?
-</p>
-
-<p>
-Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio,
-ad ogni passo: d'un tratto sente un noto
-fruscio di vesti. Il suo occhio e il suo viso si ravvivano:
-</p>
-
-<p>
-— È lei!
-</p>
-
-<p>
-Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone,
-lentamente si avanza sotto l'atrio e si unisce al gruppo
-di famiglia.
-</p>
-
-<p>
-— Si ha paura della febbre! — È il saluto della
-madre.
-</p>
-
-<p>
-— Mah! — ripete lo zio Rosalì, e il sospiro si confonde
-con un mezzo sbadiglio. Il bell'antenato vivo,
-ha appetito e sta ruminando:
-</p>
-
-<p>
-— Ormai ci siamo tutti! Che cosa si aspetta?...
-Di mangiare gli avanzi e di essere malserviti? — Si
-decide ed esprime il suo voto. — È già sonata anche
-la seconda campana. Io direi di andare. — Ha
-bisogno di un proverbio, non lo trova e lo inventa: — Il
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-digiuno dei sani, pur troppo, non fa guarire
-gli ammalati.
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, apre la marcia maestosamente, offrendo
-il braccio alla cara Cristina.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo offre il suo alla cognata e il signor Zaccarella
-si mette in coda... e con la coda fra le gambe.
-</p>
-
-<p>
-— Ho ricevuto una lettera di Luciano che devi
-vedere anche tu! — mormora Maria, sdegnata, all'orecchio
-di Giacomo. — Dopo pranzo, vieni subito
-in giardino.
-</p>
-
-<p>
-— Un'altra lettera? — Giacomo reprime l'inquietudine
-e la collera. — Ma... colui, a Parigi, non fa
-altro che scrivere?
-</p>
-
-<p>
-Proprio così! Quando Fanfan non vuol ricevere Luciano,
-perchè ha le prove, o ha il maestro, — il celebre
-Coccardè, ex-tenore sfiatato, — o perchè aspetta
-mister Kennett che sta combinando con l'impresario
-per farle cantare la <i>Manon</i> in America, Luciano,
-geloso, furioso, si chiude nella sua camera dell'<i>Hôtel
-Bristol</i> e si sfoga, si vendica scrivendo lettere sopra
-lettere, alla moglie e al signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! l'ingratitudine umana, in ricambio della
-mia grande bontà! — È sempre questa, o press'a
-poco, la chiusa, tanto quando scrive alla moglie,
-come quando scrive al capitano.
-</p>
-
-<p>
-Anche durante il pranzo, tutti silenzio! Soltanto
-quando il capo cameriere, in persona, presenta l'arrosto, — un
-bel fagiano rosolato e fumante, con la
-testa e la coda trafitte da una freccia d'argento, — lo
-zio Rosalì si sente commosso e dopo aver guardato
-il fagiano guarda la sorella del pari affettuosamente:
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio, Cristina mia! Facciamoci coraggio!
-Io sono sicuro! La febbre... non verrà!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<p>
-La duchessa... un'altra soffiata di naso come per
-prendere commiato, uno sguardo a Giacomo, in cui
-c'è tutto il dolore e l'angoscia, insieme a un acerbo
-rimprovero, e via col passo delle pompe funebri.
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... Si serva, si serva, signor Zaccarella!
-Al principe, l'appetito viene mangiando e vedendo
-mangiare.
-</p>
-
-<p>
-Anche Maria si alza quasi subito, appena uscita la
-madre: fissa Giacomo, come non ha fatto mai.
-</p>
-
-<p>
-— Si soffoca, qui dentro! Andiamo!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo segue la cognata in giardino... e il signor
-Zaccarella respira due volte. Ritorna ad essere lui,
-e a sentirsi il capitano!
-</p>
-
-<p>
-— Ah!... Finalmente, se Dio vuole!... Una breve
-tregua ai musi, alle malinconie e ai dolorosi sospiri! — Si
-china, allunga la piccola testa verso il principe
-e lancia la proposta: — Qui, tra di noi, facciamoci
-un brindisi alla nostra salute e al buon umore. — Senza
-aspettar risposta alza la voce e ordina:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Monsieur</i> Célestin!... Venga lo <i>Champagne!</i> Il
-solito! Extra secchissimo!
-</p>
-
-<p>
-Rosalino di Sant'Enodio, il capo eretto sulla figura
-classica, nota in Roncisvalle, rimane imperturbabile.
-Soltanto gli occhi brillano vividi seguendo il passo
-quieto di <i>Monsieur</i> Célestin... Poi, dalla fluente,
-candida barba che alita al soffio delle parole, esce
-grave la sentenza:
-</p>
-
-<p>
-— Solo all'arrosto, giudica il cuoco. Eccellente
-quel fagiano!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span></p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-— Eccoti la lettera di... mio marito. Leggi.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo sembra esitare.
-</p>
-
-<p>
-— Leggi; devi leggere!
-</p>
-
-<p>
-Maria è più pallida del solito... e più bella. Il fascino
-di soavità, di malinconia, soffuso intorno a
-lei dal suo dolore mansueto e rassegnato, è sparito.
-La sua espressione è risoluta, fiera, il sorriso amaro
-e ironico... ma è più bella. Una strana luce le illumina
-il viso. È ciò che teneva nascosto in fondo al
-cuore che le brilla, che le risplende negli occhi e
-che vibra in tutto il suo essere con un fremito di
-vita, con un impeto di sdegno e di rivolta!
-</p>
-
-<p>
-— Leggi; devi leggere! Ho potuto e voluto risparmiarti
-la lettura di molte altre lettere simili e peggiori;
-ma di questa no, perchè parla anche di Remigia...
-E poi... perchè tutto ha un limite per le creature
-e per le anime, anche la bontà, anche la pazienza,
-anche la pietà!... Sai? Mi faceva pietà! Ero
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-tanto sciocca e stupida da credere che quell'uomo
-dovesse soffrire lui stesso per la sua grande cattiveria!...
-Adesso no, basta! Lui continua, ma io ho
-finito! Adesso non mi desta più che ribrezzo, e orrore,
-ribrezzo e odio! Sì, odio, odio, odio! Sarò cattiva
-anch'io, la mia parte, che importa? Dio che mi
-ha sempre veduta e che mi vede nel cuore, sa che
-non ero fatta per essere cattiva! Mi hanno ridotta
-gli altri così, per forza! Ormai, peggio per loro! A
-te. — Maria gli dà la lettera. — Vinci lo schifo, leggi
-e regolati.
-</p>
-
-<p>
-Il cuore di Giacomo batte violentemente, ma egli
-vuol conservarsi calmo e sicuro. Leva dalla busta e
-spiega i vari foglietti della lettera, che comincia con
-uno stile amabilmente scherzoso:
-</p>
-
-<p>
-«Paolo e Francesca!... Precisamente: i due cognati,
-amanti, sono tornati di moda per opera dei
-poeti e degli istrioni e, in casa mia, si segue la
-moda!»
-</p>
-
-<p>
-E continua, con altrettanto felice umorismo:
-</p>
-
-<p>
-«Paolo, per altro, l'antico, il guerriero, non doveva
-nulla a Lancillotto; mio fratello, invece, il Paolo
-moderno, uomo di Stato, deve <i>a me</i>, il rispetto, l'affezione
-e la fiducia piena e cieca, della quale gli sono
-sempre stato prodigo. Deve <i>a me</i>, alla mia generosa,
-disinteressata e forse eccessiva acquiescenza, se è
-ancora lui solo, il <i>solo</i> e dispotico padrone della <i>roba
-nostra</i>. La prima delle Francesche, da cui proviene
-l'onesta discendenza, ha portato in dote a suo marito
-dominî e castella... Sono troppo delicato per
-mettere i punti sugli <i>i</i>. Dirò soltanto, per concludere,
-che il Paolo e la Francesca di mia magione, aggiungono
-a tutte le virtù e alle amorose gesta dei due
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-famosi capiscola, anche la più bella e graziosa ingratitudine!»
-</p>
-
-<p>
-Il confronto seguita ancora per un pezzo e sullo
-stesso tono, ma Giacomo, corre in fretta con l'occhio
-attraverso le pagine e incomincia a leggere attentamente
-dove vede ripetuto il suo nome:
-</p>
-
-<p>
-«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo
-colloquio con Giacomo, dopo le mie spiegazioni così
-franche, leali e confidenziali, se Giacomo fosse davvero
-quell'uomo di carattere saggio e prudente che
-vorrebbero far credere i suoi giornali, partito io,
-sarebbe anche lui partito subito da Villars! La gelosia
-di un marito è la prova più manifesta del suo
-attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche
-quando per un caso diverso dall'attuale è forse ingiusta
-ed eccessiva, è tuttavia sempre rispettata dalle
-persone serie e schiette, come riesce sempre gradita
-e cara ad una buona moglie, veramente innamorata
-e fedele!»
-</p>
-
-<p>
-«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed
-ogni sospetto è legittimo e sacro quando
-si tratta della propria moglie e del proprio onore, — Giacomo
-che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto
-molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla
-<i>Tête-pointue</i>. Con tanti uffici, con l'Italia da fare e
-l'Africa da disfare, l'uomo importante, il grande lavoratore.
-Sua Eccellenza, insomma, che aveva già
-dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di
-una quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine
-dello Stato e per l'assetto dell'Europa, è tuttora
-in villa, a far vacanza!»
-</p>
-
-<p>
-«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe
-quella cariatide piena di buon appetito dello zio Rosalì!
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-E Giacomo ci sta bene e non si muove più da
-Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera...
-e a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto
-di Bex! Credi che io non abbia capito tutto? Mi fai
-anche l'onore di credermi un imbecille?... Ma quel
-falso tisico sentimentale, perchè è proprio partito...
-poche ore dopo che io sono arrivato?»
-</p>
-
-<p>
-«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso
-tutto sopportare, ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore,
-voglio che il mio onore resti intero e intatto. Costretto
-a partire improvvisamente per Parigi da affari
-gravi, che si potranno conoscere solo più tardi,
-farete tutti, al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò
-necessario, ispirato, come sempre, dai miei
-sentimenti morali e dalla rettitudine della mia coscienza,
-per la serietà e per la dignità del mio nome!»
-</p>
-
-<p>
-«Vita nuova e bando alle commedie vecchie!
-Quella cara gioia di tua sorella Remigia offre in
-questi giorni un'altra prova della bella gratitudine
-dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua — oh,
-che santa ingenuità! — in una vostra commedia
-altrettanto vecchia quanto inverosimile! Fingere
-gli amoretti con la nubile, sino al punto, magari,
-di comprometterla e di perderla irrimediabilmente,
-per coprire gli amorazzi con la maritata! <i>Oh,
-connu le vieux jeu! Très connu, ma chère!</i> Non è
-più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno
-Scribe!...»
-</p>
-
-<p>
-E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera
-di Luciano, volgare e ingiuriosa, piena di boria
-e di alterigia, riempie sei pagine fitte.
-</p>
-
-<p>
-Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena
-stato messo alla porta, per tutto un giorno, da Fanfan!
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-Il re della glicerina, aveva condotta al <i>Bois
-mademoiselle</i> Trécoeur, per farle ammirare il suo
-nuovo <i>four in hand</i>. Luciano, è vero, aveva detto e
-gridato «non voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan
-Trécoeur gli aveva risposto tra due colpetti di tosse,
-non autentica:
-</p>
-
-<p>
-— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non
-voglio» <i>in casa mia</i>, è fuori di corso!
-</p>
-
-<p>
-Ed è andata! È andata al <i>Bois</i> in un giorno di
-vento! E quel ciarlatano d'un dottore, pagato venti
-franchi per visita, lo ha permesso! E quella celebre
-mummia inverosimile del maestro Coccardè, coperto
-di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di <i>Champagne</i>,
-non ha protestato! La salute, la voce, quando
-si tratta di <i>mister</i> Kennet, sono a prova di bomba!
-</p>
-
-<p>
-— È il mio destino! È il mio destino infame, di
-non essere amato da nessuno, da nessuno!
-</p>
-
-<p>
-Luciano corre a rinchiudersi nella sua stanza, disperato,
-furente e sfoga la rabbia e la gelosia contro
-<i>mister</i> Kennet e Fanfan scrivendo a sua moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, per Dio! Con mia moglie sposata senza un
-soldo, avrà corso il «non voglio!» e a dispetto di
-mio fratello!... Ah! Ah! Povera Eccellenza! A tu
-per tu con una donna deve essere più Giuseppe che
-Paolo! Ci vuol altro talento ed altro spirito per saper
-sedurre una donna!... Ma la simpatia, fra que' due,
-c'è... dunque, l'intenzione, ci sarebbe!... In famiglia!
-Tra cognati! Quanta immoralità! Che pervertimento!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, quando ha finito di leggere la lettera, la
-ripone lentamente nella busta, poi la rende a Maria
-dicendole cupo, senza guardarla in faccia:
-</p>
-
-<p>
-— Avevo già fissato di partire domattina da
-Villars.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maria, a queste parole, è scossa da un tremito:
-la luce de' suoi occhi sembra spegnersi a un tratto.
-</p>
-
-<p>
-— Domattina? — ella ripete con la voce rotta,
-alterata. — Avevi già fissato di partire domattina?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, — risponde Giacomo, sempre a testa bassa,
-sempre senza guardare Maria, ma con una viva
-espressione di dolore, con una grande e affettuosa
-tenerezza. — È necessario. Necessario per me, per
-te, per tutti. E dopo questa lettera...
-</p>
-
-<p>
-— Questa lettera è una... infamità! Nient'altro! — Maria
-cerca di soffocare un singhiozzo disperato,
-premendosi le due mani alla gola.
-</p>
-
-<p>
-— È un pugno di fango scagliato da un delinquente
-pazzo, ma che è caduto fra di noi, per separarci! — esclama
-Giacomo dolorosamente. A lui pure un
-singulto secco, senza lacrime, sembra rompere il
-petto. — Non posso più fermarmi qui, dove ci sei tu!
-Non dobbiamo più trovarci insieme.
-</p>
-
-<p>
-Maria fa un passo istintivo, protende le mani come
-per trattenerlo... poi subito lascia ricadere le braccia,
-e si guarda intorno con gli occhi velati, smarriti,
-mentre le labbra smorte, agitate da un tremito convulso
-balbettano parole che non si possono afferrare.
-</p>
-
-<p>
-Come sarà vuoto Villars e desolato... Come sarà
-vuota la sua vita... e desolata!
-</p>
-
-<p>
-— Più! Mai più!
-</p>
-
-<p>
-Che cosa «mai più?»... Ciò che a poco a poco,
-grado a grado, lentamente, ma ineluttabilmente, le
-aveva riempita l'anima, il cuore, la vita, senza che
-ella nemmeno se ne fosse accorta! Oh, adesso sì! E
-come se ne accorge, adesso! Come lo sente adesso,
-nel momento che questo suo bene immenso, che la
-sua felicità, l'estasi, il sogno, si cambiano in dolore!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Più! Mai più! — balbetta ancora la povera
-donna, poi reclina il viso nelle mani e tace.
-</p>
-
-<p>
-Restano lì, soli, lungamente, in quella parte deserta
-del giardino, senza parlare.
-</p>
-
-<p>
-L'ombra degli alberi si fa densa e fredda; si appressa
-la sera; Maria, ad un tratto, alza il capo, come
-sorpresa e atterrita, fissa Giacomo a lungo con le pupille
-dilatate, poi si riscote rabbrividendo, alza il
-bavero, si avvolge nella mantiglia di pelliccia e si
-avvia per uno stretto sentierolo, che sale dolcemente
-la collina fra due siepi alte e folte. Giacomo le tien
-dietro, sempre a testa bassa.
-</p>
-
-<p>
-Il silenzio è profondo. Si sente appena lo scricchiolare
-dei piedi sulle foglie secche e il leggero cinguettìo
-di due pettirossi che si rincorrono nella siepe
-in cerca del ramo su cui addormentarsi, vicini vicini.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, come sono liberi di volersi bene, que' due
-piccoli uccelletti! — pensano insieme Giacomo e
-Maria. — E noi, dobbiamo soffocare persino i nostri
-sospiri!
-</p>
-
-<p>
-A un tratto Maria si ferma, risoluta a parlare e
-si volta: si ferma anche Giacomo: si guardano fissi;
-ma non osano dirsi ciò che hanno nel cuore.
-</p>
-
-<p>
-<i>Cìo cìo! Cip cip!</i> continuano intanto nella siepe
-i due pettirossi, vezzeggiandosi, inseguendosi, rispondendosi
-l'uno all'altro: <i>cìo cìo! Cip cip!</i>
-</p>
-
-<p>
-Maria fa un atto doloroso col capo... si volta, comincia
-a salire. Il suo passo è più lento, più affaticato...
-Giacomo le tien dietro, gli occhi fissi sulla
-bella persona di lei, ansando, spasimando.
-</p>
-
-<p>
-Non parlano, non si dicono una sola parola, ma
-Giacomo e Maria, in quel punto, rivolgono a sè
-stessi la medesima domanda: — Se fosse possibile,
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-se il poterlo fare stesse in me, vorrei tornare come
-prima... e non soffrire più?...
-</p>
-
-<p>
-Tutti e due, al cuore che fa la domanda, rispondono
-col cuore, che prorompe palpitando — no!
-</p>
-
-<p>
-E tutti i pensieri dell'uno e dell'altra sono gli
-stessi; sono mute le labbra, ma le anime parlano fra
-di loro.
-</p>
-
-<p>
-« — Così ignoti, prima, l'uno all'altro, come abbiamo
-fatto a conoscerci?... Così lontani, l'uno dall'altro,
-come abbiamo fatto ad avvicinarci?... <i>Quando
-è stato?</i> Dopo la lettura di quella lettera? Dopo il
-loro colloquio di quella mattina stessa?... Fino da
-Bex?... Da Napoli?... Prima, prima! Ancora prima,
-fin dal primo giorno!... Ma quando fu <i>il primo
-giorno?</i>... Quando si sono conosciuti, appena si sono
-veduti e prima ancora, ancora!
-</p>
-
-<p>
-L'ora presente, non è quella che fugge, è quella
-che resta nell'avvenire e che suscita nel passato colori
-e immagini.
-</p>
-
-<p>
-Egli parte; non si vedranno, forse, mai più!...
-</p>
-
-<p>
-Che importa?... Come in quell'ora e per quell'ora,
-si sentiranno sempre vicini, si sentiranno sempre
-uniti. Quando due anime si amano, il mondo non ha
-spazio abbastanza per tenerle tanto lontane... da
-non sentirsi più!
-</p>
-
-<p>
-Finito il sentiero, Giacomo e Maria sono giunti
-sulla cima alta e rocciosa della collinetta, che spunta
-come uno scoglio tra il verde degli abeti.
-</p>
-
-<p>
-Il sole, è appena tramontato. Sull'orizzonte, ancora
-una grande striscia rossa, di fuoco, la bocca accesa
-di un vulcano, rompe la nuvolaglia nerastra, che,
-a mano a mano illanguidisce, si restringe, sparisce
-dietro un immenso tendone nero. Il vento soffia
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-d'improvviso e agita gli alberi sottostanti: una raffica
-diaccia spazza la cima sollevando un nugolo di polvere
-e di foglie secche. Poi la quiete profonda e di
-nuovo il silenzio. Più giù, in fondo alla valle, poi sul
-dorso delle colline, cominciano ad apparire, sparsi
-qua e là, i villaggi illuminati, come campi di lucciole
-immote. L'albergo vicino, con i vividi occhi delle sue
-cento finestre, sembra un'apparizione fantastica...
-</p>
-
-<p>
-Maria, per la prima, rompe quel lunghissimo silenzio:
-</p>
-
-<p>
-— Domani, a quest'ora, dove sarai?
-</p>
-
-<p>
-— A Ginevra.
-</p>
-
-<p>
-— E dopo?... A Bologna, o subito a Roma?
-</p>
-
-<p>
-— A Bologna, per due giorni, poi a Roma.
-</p>
-
-<p>
-— E con Remigia?... Con mammà?... Dopo quanto
-è successo oggi, come farai?
-</p>
-
-<p>
-— Remigia, sarà contentissima di sposare Totò, e
-contenta l'Idola, sua madre sarà felice!
-</p>
-
-<p>
-Maria fa un sospiro, riprende il sentiero e comincia
-la discesa: Giacomo la segue vicino vicino, più
-vicino: la sente, la respira, l'assorbe con l'anima e
-con i sensi!
-</p>
-
-<p>
-Il vento ricomincia: muove le cime alte; fischia
-nelle siepi. I due pettirossi non si sentono più. Maria
-li ricorda... ci pensa. Giacomo non pensa che a Maria,
-non sente che Maria.
-</p>
-
-<p>
-Fanno così tutta la lunga discesa senza mai fermarsi,
-senza mai voltarsi. Si fermano insieme, simultaneamente
-appena giunti al piano, in giardino;
-e insieme, con un moto simultaneo, si prendono, si
-stringono la mano convulsamente, disperatamente.
-Le due facce pallide, smorte, sono contratte, rigate
-di lacrime.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sempre?...
-</p>
-
-<p>
-— Sempre.
-</p>
-
-<p>
-Maria va difilata verso l'albergo. Giacomo s'indugia
-ancora nel giardino, nel bosco.
-</p>
-
-<p>
-Si fa più buio; le ventate sono più frequenti e
-più forti.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ha bisogno di camminare, di essere solo...
-e di camminare! Più che commosso, è agitato e
-stordito. Le lacrime non si sono ancora disseccate
-sulle sue guance, eppure in quel momento si sente
-felice e forte. Tutto il mondo è suo! Ha bisogno di
-essere solo, di camminare e di pensare... Di pensare,
-appunto, alla propria felicità.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è stato?...
-</p>
-
-<p>
-Il cuore, l'amore, hanno preso in lui il sopravvento,
-così d'improvviso, inaspettatamente. Proprio
-come una forte ondata, un colpo di mare, che lo ha
-travolto, che lo ha portato con sè!
-</p>
-
-<p>
-— Amo! Amo!... L'amo e sono amato!
-</p>
-
-<p>
-Poi guarda verso l'albergo e ripete a Maria, col
-sorriso di un fanciullo innamorato, mentre i suoi
-occhi si riempiono ancora di lacrime, ma non di dolore,
-questa volta, lacrime di gioia e di infinita tenerezza:
-</p>
-
-<p>
-— Ti voglio bene! Ti voglio bene! Cara, cara,
-cara!
-</p>
-
-<p>
-... Si ferma sussultando: dal sogno alato, ripiomba
-nella realtà:
-</p>
-
-<p>
-— Non la rivedrò forse più!
-</p>
-
-<p>
-La lettera di Luciano gli corre tutta in mente:
-</p>
-
-<p>
-— Devo partire! Non devo rivederla più!... Ma
-sono amato, sono amato e posso amarla!... Cara!
-Cara! Cara!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-</p>
-
-<p>
-Oh, quella lettera, quella cattiva lettera!... Non
-può scacciarla dalla testa!
-</p>
-
-<p>
-— Canaglia! Canaglia! È la lettera di un pazzo e
-di una canaglia!
-</p>
-
-<p>
-Crolla il capo, dà un'alzata di spalle: non vuol vedere
-altro che luce, altro che Maria e la chiama
-ancora con tutta l'anima, con tutta la passione: — Maria!
-Maria! Maria! — Ma la lettera maledetta è
-sempre lì, dinanzi a' suoi occhi, sempre lì chiara,
-lampante, parola per parola!
-</p>
-
-<p>
-— Paolo e Francesca!... Ebbene... Sì, è così; è
-vero! Paolo e Francesca! Al diavolo la lettera, mio
-fratello, la duchessa, tutto il mondo! Sì! Sì! Sì! Paolo
-e Francesca! È la mia vita, è la mia felicità!
-</p>
-
-<p>
-Si volta, esce dal bosco, entra nel giardino e tra
-la furia del vento e un chiarore freddo e sinistro di
-bufera imminente, fa qualche passo verso l'albergo,
-cercando, tra le finestre illuminate, la finestra di
-Maria e guardandola, fissandola, con un desiderio
-che è smania, febbre, disperazione!
-</p>
-
-<p>
-— Non vederti più?... Ma non dovrò vederti, proprio
-più?... Impossibile! Impossibile! È umanamente
-impossibile!
-</p>
-
-<p>
-Così, il primo raggio di speranza penetra nel suo
-cuore e la grande sicurezza di prima, la forte, l'eroica
-risoluzione della coscienza cominciano a cedere.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa... fra qualche anno?... Chi sa?... Chi può
-mai dire che cosa può accadere... magari domani
-stesso?...
-</p>
-
-<p>
-La finestra di Maria è la penultima del primo
-piano. Ma dietro i vetri non c'è nessuno, nemmeno
-un'ombra...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo trae un sospiro e rientra nel bosco: c'è
-meno vento tra il folto degli alberi. Ritorna a pensare
-fra sè:
-</p>
-
-<p>
-— Però Luciano, con tutta la sua cattiveria, ha
-indovinato tutto... Anche a proposito di Remigia. È
-proprio vero che io l'ho adoperata per coprire, per
-nascondere, persino a' miei occhi, il mio amore per
-Maria!
-</p>
-
-<p>
-Rimane sorpreso, atterrito di sè stesso.
-</p>
-
-<p>
-— Maria?... Ma è mia cognata!... È la moglie di
-mio fratello! Io?... Amare la moglie di mio fratello?
-Sperare?... Che cosa?... Sono pazzo! È la pazzia!
-Domani?... Che cosa può accadere, domani?... È mia
-cognata!... È la moglie di mio fratello!... Domani?...
-Come sempre! Non vederla più... e non amarla più!
-Vivere e morire galantuomo!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span></p>
-
-<h3>IX.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia
-a piovere dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì
-Carfo che esce dalla sala di lettura con due grossi
-libroni.
-</p>
-
-<p>
-— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta
-la febbre, ringraziando Dio!...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora
-stralunati.
-</p>
-
-<p>
-— Potrà alzarsi, dunque, domani?
-</p>
-
-<p>
-— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora
-chiuso occhio!... Sono venuta giù, apposta, a prendere
-questi libri di viaggio, per leggerle qualche
-cosa!
-</p>
-
-<p>
-Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea;
-è assai distratto, preoccupato. Non l'ascolta nemmeno.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi:
-</p>
-
-<p>
-— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io
-domani, nella mattinata, dovrei partire assolutamente;
-ma che non posso partire se prima non ho parlato
-con lei!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca
-del portiere.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario!
-</p>
-
-<p>
-Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia
-a faccia, con Marco Danova in abito da viaggio.
-</p>
-
-<p>
-— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi
-salutare! — Marco Danova fa una smorfia che
-vuol essere un sorriso: gli occhietti stizzosi, biliosi,
-si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho mandato
-in camera vostra, in questo momento, il mio
-biglietto di visita.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza
-aver ben capito.
-</p>
-
-<p>
-— Il vostro... biglietto di visita?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Pour prendre congé!</i> Sono arrivato col diluvio
-e parto con l'innondazione!... Gran bel divertimento
-la montagna!
-</p>
-
-<p>
-— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente,
-guardando verso il portone dell'albergo.
-Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus!
-</p>
-
-<p>
-— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro?
-Uomo infallibile? — Il Danova si rivolge al
-signor Trüb che lo aspetta col segretario e col direttore
-sull'uscio del <i>bureau</i> per accompagnarlo fino
-all'omnibus.
-</p>
-
-<p>
-— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde
-il signor Trüb, abbassando gli occhiali dalla
-fronte sul naso per guardare tre orologi in un istante:
-quello del <i>bureau</i>, quello dell'atrio e il suo che leva
-di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha
-tutto il tempo, signor barone, anche di lasciar sfogare
-questo nuvolo che passa!
-</p>
-
-<p>
-— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole che
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-passano! Me ne avete servite abbastanza durante
-questa bella stagione!
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova sembra furibondo contro Villars e
-contro il signor Trüb.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di
-dover salutare il Danova, se vuol liberarsene.
-</p>
-
-<p>
-— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a
-rivederci presto!
-</p>
-
-<p>
-— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'<i>Hôtel
-de la Paix</i>, poi andrò sul lago di Como, gironzando!
-Sono arcistufo di questa maledettissima
-Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche
-brutto tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma
-non solo la faccia, ma anche il cocuzzolo a
-pera. — Appena piove, si gela, appena fa sole, si
-brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di
-strade ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo
-delle locomotive!... Ci sono più treni che fischiano
-che marmotte! Basta! Basta! Non è ormai altro che
-un panorama meccanico per il grosso pubblico delle
-scorribande domenicali!
-</p>
-
-<p>
-— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per
-finirla. — Anch'io, partirò... prestissimo!
-</p>
-
-<p>
-Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra
-smorfia stentata; il naso becco, morde.
-</p>
-
-<p>
-— E... in buona compagnia!
-</p>
-
-<p>
-— Parto solo; domani.
-</p>
-
-<p>
-— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più
-dolci e più soavi! Là, là, là, fortunato mortale! Per
-voi la Svizzera è sempre bella e sempre quella: il
-paese dove fiorisce l'idillio, col <i>vergissmeinnicht!</i>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria;
-crede tutto quel discorso un'allusione a Maria.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso
-e il cerimonioso e gli stende la mano.
-</p>
-
-<p>
-— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?
-</p>
-
-<p>
-— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la
-voce soffocata.
-</p>
-
-<p>
-— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole!
-Anche se la lieta novella non è ancora, diremo, ufficialissima,
-mi fu data ormai come sicura, e non
-c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici,
-come me, di antica data!
-</p>
-
-<p>
-— Cioè? Che novella?... Che notizia?
-</p>
-
-<p>
-— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli
-deve dare la mano per forza. — Con molta invidia, — perchè
-no? lo confesso. — Con molta invidia, ma
-senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla
-un Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria
-che fate voi, — chi sa? — forse, l'avrei
-fatta anch'io!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha
-paura di dover capire.
-</p>
-
-<p>
-— Che scherzi... vi saltano in mente?
-</p>
-
-<p>
-L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni
-e di sincerità:
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più
-lontana intenzione di offendervi!... Tutt'altro!... È
-l'epiteto che usano gli sciocchi e gli sbarbatelli, quando
-si tratta di un matrimonio alla nostra età! Minchioneria
-vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani,
-prima di aver goduto la vita, quando ancora
-si è forti in gambe e agguerriti per le grandi battaglie!...
-Ma quando si tocca... la china!... Tirare i
-remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico.
-Scegliersi una ragaz...zetta — l'egizio venezian batte
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-il sostantivo schioccando la lingua contro il palato — quel
-demonietto lì, deve averli tutti i requisiti! — e
-farsene la propria moglie e il proprio regime.
-Per noi, è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra
-età non possiamo più essere amati, altro che
-dalle ragazze oneste.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più
-il bianco che il nero, di papà Faraone?... Una lacrima
-forse? Dà una sghignazzata per non vincersi e
-non mostrarsi commosso.
-</p>
-
-<p>
-— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni,
-onorevole, e buona permanenza... a chi resta! E
-congratulazioni sincere da parte mia anche alla duchessina
-Remigia, quantunque — glielo direte! — me
-l'abbia fatta grossa!...
-</p>
-
-<p>
-— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca
-di trattenerlo: oh, sì! Il barone è già salito sul predellino
-dell'omnibus ossequiato dal signor Trüb, e
-da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra
-dinanzi e di dietro.
-</p>
-
-<p>
-— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio
-vuole, non si sono fatte chiacchiere! — Ma il respiro
-di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son fatte, per
-altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni
-per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo
-pensa, non sa che cosa fare: — Corrergli
-dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di
-spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a
-Ginevra, all'<i>Hôtel de la Paix</i>... gli dirò domani, che
-non è vero, che è matto!... Matto?... No, se lo ha
-sentito a dire, se tutti lo dicono!...
-</p>
-
-<p>
-Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della
-mano:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!...
-È quella lettera!... È la lettera di mio fratello
-che mi perseguita!... Anche a proposito di Remigia,
-la cattiveria di Luciano ha colpito nel segno. Io, per
-coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta irrimediabilmente
-la nubile!... Marco Danova sarà, più
-meno, come la fama lo dipinge; ma so io, positivamente
-che cosa è? Posso dire soltanto che è otto
-o dieci volte milionario, che avrebbe sposata Remigia
-e che «la minchioneria» non la fa più perchè io
-l'ho troppo compromessa! Vivaddio! — torna a premersi
-la fronte. — C'è proprio da diventar pazzo!
-</p>
-
-<p>
-Monta lentamente le scale, entra in camera sua,
-ma non va a letto.
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare
-di distrarsi! — Passa nel salottino che gli serve da
-studio. Ci sono da raccogliere, da mettere in ordine
-tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire domattina,
-questo bisogna farlo subito!
-</p>
-
-<p>
-— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò...
-mettere il mio cuore in pace, parto ancora alle
-undici!
-</p>
-
-<p>
-Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare
-le lettere, mette da parte quelle alle quali farà rispondere
-dal suo segretario.
-</p>
-
-<p>
-L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce
-elettrica si è fatta vivissima. Il vento ha ripreso
-impetuoso: fischia e mugghia tra gli alberi e soffia
-contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di
-freddo.
-</p>
-
-<p>
-— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e
-non la rivedrò più, mai più!
-</p>
-
-<p>
-Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta di
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-un gruppo di elettori per ottenere una tettoia e la
-fermata del diretto alla stazione di Borgo-salice.
-</p>
-
-<p>
-A metà della lettura si ferma perplesso; diventa
-inquieto.
-</p>
-
-<p>
-— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse
-più sposare?
-</p>
-
-<p>
-Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli
-occhi incontrano, per caso, il ritratto di sua madre.
-</p>
-
-<p>
-Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti
-rimorsi, suscita in quell'ora, nell'animo di Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre i fiori di Remigia!
-</p>
-
-<p>
-Gli fanno dispetto.
-</p>
-
-<p>
-Che differenza, che contrasto! La sua povera madre
-così timida! Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza
-di lusso; virtuosa fino agli scrupoli, pia come
-la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che contrasto
-il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina,
-in mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso
-«da signoroni» nel quale, sua madre, viva, non sarebbe
-entrata nemmeno per forza! E in mezzo a tutti
-quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la
-buona donna cresciuta, allevata dietro il banco, in
-una oscura bottegaccia di droghiere... Come non ne
-avrebbe voluto sapere di quei nobili, di quelle usanze,
-di quella boria! Sarebbe scappata più lontano
-della zia Gioconda! Più in là di Fiumicino!
-</p>
-
-<p>
-Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva
-sapere! Non voleva sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre
-la lettera! — aveva ragione anche in
-questo!... Come si era opposto, persino brutalmente,
-al matrimonio di Luciano!
-</p>
-
-<p>
-Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli
-usi, dai gusti, dalle seduzioni di quel mondo corrotto,
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-falso nelle sue stesse apparenze di signorilità,
-falso e infido persino nei rapporti, negli affetti famigliari...
-A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare
-un perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette
-le ragazze, e ha finito con l'innamorarsi
-della moglie di suo fratello!
-</p>
-
-<p>
-— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!...
-L'espressione sola de' suoi occhi!... Quanta bontà!
-Quanta sincerità! Che incanto in quegli occhi!...
-Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi!
-</p>
-
-<p>
-Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È
-lì! Così vicina!... E non vederla più!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma non dovrò vederla mai più?...
-</p>
-
-<p>
-Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un
-aiuto, un conforto... Ma l'immagine rimane estranea
-al suo dolore... fredda, severa.
-</p>
-
-<p>
-Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla
-nella valle.
-</p>
-
-<p>
-Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta,
-gli sembra udire la voce di sua madre, negli
-ultimi giorni, e quel debole filo di voce gli ripete
-continuamente, insistentemente:
-</p>
-
-<p>
-— Non devi vederla più! Non devi amarla più!
-Ritorna un galantuomo come tuo padre!... Sii sempre
-un galantuomo come tuo padre!...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span></p>
-
-<h3>X.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A
-forza di volere è riuscito a imporsi una relativa
-calma e a lavorare.
-</p>
-
-<p>
-Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto
-qualche brano della sua relazione. Insomma
-egli può dire di aver ripreso, fino da quella notte,
-la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica.
-</p>
-
-<p>
-— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima
-e corpo in modo da non aver tempo di pensare al
-resto!... E se vorranno i miei amici nominarmi ministro
-un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con
-le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo
-logoro, per il cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio
-se creperò presto!
-</p>
-
-<p>
-Si volge verso il ritratto della madre e mormora
-affermando anche col capo:
-</p>
-
-<p>
-— Ma creperò... galantuomo!
-</p>
-
-<p>
-Con la prima luce scialba del giorno comincia a
-sentirsi stanco, spossato. Si butta sul letto così vestito,
-e si addormenta subito, pesantemente. Si sveglia
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-dopo un'ora o due, di soprassalto, con un grido
-soffocato:
-</p>
-
-<p>
-— Non la vedrò più!
-</p>
-
-<p>
-Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare
-il servitore. Lo chiama più tardi e gli dà ordine
-di fare i bauli, mentre egli ritorna nel salottino,
-presso la scrivania, con la piccola valigetta solita,
-che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali,
-libri, tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli
-serve per scrivere in viaggio. A un tratto sente bussare
-leggermente:
-</p>
-
-<p>
-— Avanti!
-</p>
-
-<p>
-È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle
-appoggiate all'uscio.
-</p>
-
-<p>
-— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque
-guarita? — Si avvicina e l'osserva: ha il viso
-fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa: il
-nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli
-biondi, e il vestito un po' corto di zeffir, dal quale
-spuntano i piedini nelle scarpette nere, verniciate. — Sì!
-sì! Siete proprio guarita! — Le stende la
-mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo
-sorride:
-</p>
-
-<p>
-— Sono tanto contento! Sono contento, prima per
-voi... Poi anche per me! Ero... e sono tuttora pieno
-di rimorsi. Vi siete sentita poco bene, non è vero?...
-Vi siete inquietata per colpa mia?
-</p>
-
-<p>
-Remigia non risponde: lo guarda restando sempre
-ferma, le mani dietro la vita, appoggiata contro
-l'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo passa un istante nella sua camera; manda
-via il servitore con un pretesto e torna subito. Remigia
-non s'è mossa. Egli torna ad avvicinarsi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi
-ha detto che volevate partire stamattina e che
-prima avevate assolutamente bisogno di parlarmi.
-Eccomi qui; vi ascolto.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano
-allontanandola a forza dall'uscio e la conduce nel
-mezzo del salottino, dinanzi al canapè.
-</p>
-
-<p>
-— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo
-discorso... e seriissimo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e
-torna a fissarlo muta, aspettando che incominci a
-parlare.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi,
-meglio ancora, diciamo così: io sarò... il papà e voi
-la mia figliuola!
-</p>
-
-<p>
-Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi;
-raggrotta le ciglia.
-</p>
-
-<p>
-— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non
-siete più in collera con me, per la mia sfuriata
-intempestiva di ieri e per la... goffaggine di
-quella vecchiaccia stupida?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— Mi avete perdonato?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio, proprio?
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto di sì.
-</p>
-
-<p>
-Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella
-guarda Giacomo, sempre fissamente e Giacomo, sotto
-quegli occhi non più limpidi e giocondi, ma freddi
-e foschi e attentissimi, non sa come incominciare
-a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la
-stessa Remigia! È diventata un'altra! Dov'è tutto
-l'argento vivo? Dov'è l'allegra e chiassosa maestrina
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-del <i>tennis?</i>... Dov'è andata la... — Oh, come gli
-risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa
-di Maria! Come sente ripetere, in cuor suo «la piccola!
-la piccola!» No! No! Egli non chiamerà più
-così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo
-dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente
-e così viva, torna a prendere la mano della
-fanciulla fra le sue e l'accarezza lievemente:
-</p>
-
-<p>
-— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di
-un nostro giovine amico... assente?
-</p>
-
-<p>
-Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di
-Totò? — Fa un'allegra risatina, poi si contiene,
-alza gli occhi al cielo e sospira malinconicamente: — Povero
-Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato
-appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina
-del <i>tennis</i> che riappare.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la
-mano:
-</p>
-
-<p>
-— E se... lo facessimo tornare?
-</p>
-
-<p>
-— Per me, come volete!... Ma credo che ormai,
-anche mammà, non resterà molto tempo a Villars!
-</p>
-
-<p>
-Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi,
-a Totò, sì o no?
-</p>
-
-<p>
-— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di
-Totò, il brittanno, in fondo, se ne fa ciò che si vuole!
-È così buono! Tesoro! Caro! Un caro tesöro!
-</p>
-
-<p>
-Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse
-di <i>Din</i> e <i>Don!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che
-Totò voglia ancora più bene a voi, che non voi a
-Totò!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia
-balza in piedi con uno de' suoi scatti improvvisi
-e corre alla finestra, a vedere se il tempo si rischiara: — Pare
-di no! Ah, <i>mon Dieu! Mon Dieu!</i>
-Come sono menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede
-sopra un'altra poltrona più alta e torna a
-fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe
-fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini
-che strisciano per terra, anche un profilo, un barlume
-di calzetta nera. Il discorso di Totò non è
-attraente.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-— Totò... è innamorato.
-</p>
-
-<p>
-— Di me?
-</p>
-
-<p>
-— Di voi!
-</p>
-
-<p>
-— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione!
-Deve aver trovato qualche cosa di simile, una
-miss con i miei connotati, in un romanzo inglese! — Dopo
-aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non
-sarà di Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente,
-stamattina, prima di partire, come mi
-ha detto Mimì?...
-</p>
-
-<p>
-— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e
-di voi. Della felicità di Totò e della vostra. Egli vi
-ama e voi gli volete bene; è buono, è giovane, è
-anche un bel giovane...
-</p>
-
-<p>
-— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo,
-ma questa volta con un atto di dispetto e diventando
-rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai! L'ho dichiarato
-risolutamente anche a mammà, anche allo
-zio Rosalì, e per questo, per evitar scene, lo hanno
-mandato in Italia. Sono stata io, — proprio io, — sì,
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co' suoi rimproveri,
-con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non
-lo amerò mai; e la differenza è grandissima! Gli
-voglio bene, ma non lo sposerò mai! Amico sì, marito
-no e basta; non se ne parli più! Eccellenza,
-fate buon viaggio!
-</p>
-
-<p>
-Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla.
-</p>
-
-<p>
-— Ascoltate...
-</p>
-
-<p>
-— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata,
-corre a rifugiarsi nel vano della finestra, e appoggia
-la fronte contro i vetri.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la
-pazienza... — Se non mi volete lasciar parlare, non
-se ne parli più! Ma avete torto.
-</p>
-
-<p>
-Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si
-sfoga camminando, pestando i piedi e pensa fra sè:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!</i>... Perchè
-crede, certo, di doverlo sposare così... lui, senza
-un soldo e lei... anche! Ma, d'altra parte, come
-spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza offendere
-la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo
-orgoglio? Non posso dirle... su due piedi: — prima
-di rispondere che non lo amerete mai, che non lo
-sposerete mai, aspettate di sapere che voi, avrete
-mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego,
-senza far niente, in Casa D'Orea! È certo che se
-potesse immaginare tante belle cose, direbbe subito
-di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima
-con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate
-e i sospiri della duchessa, in que' giorni, e insieme
-i dubbi di Maria, le felicitazioni di Marco Danova...
-e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto ciò accresce
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-la sua irritazione. — Se può entrare nelle
-viste della madre il farlo credere e se anche Maria,
-per il bene che mi vuole, può trovar la cosa verosimile,
-io... non avrò mai di questi timori!... Se, invece,
-fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà
-un'alzata di spalle. — Ma che! Ma che! — Si
-avvicina alla finestra dov'è sempre la fanciulla con
-la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco,
-risolutamente:
-</p>
-
-<p>
-— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in
-collera?... Potreste aver ragione, se vostro cugino
-vi fosse antipatico; questo non è, tutt'altro; confessate
-anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto poi
-al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente
-vostro padre e nel matrimonio...
-guardo anche al di là, o al di qua, della poesia. Parlando
-appunto di ciò, con vostra sorella...
-</p>
-
-<p>
-Remigia, si volta con un impeto d'ira:
-</p>
-
-<p>
-— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da
-mia sorella. Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due...
-<i>voi due!</i>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia
-ha detto <i>voi due</i>; non può reggere a quello sguardo
-diritto come una lama: devia un attimo gli occhi
-pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?....
-</p>
-
-<p>
-Remigia continua pallida, bieca:
-</p>
-
-<p>
-— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare
-Totò!... È lei, che vi ha messo in mente di farmi
-sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei, la cara gioia
-della sorellina mia... perchè... So io perchè!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende
-con calma:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere
-a me pure, questo recondito perchè? Ne ho
-un pochino il diritto! Sono stato io a mettervi, a
-trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso.
-</p>
-
-<p>
-— A voi?... <i>Proprio a voi</i>, non lo dirò mai!
-</p>
-
-<p>
-— A me?... <i>Proprio a me</i>, non lo direte mai?...
-E non potrò nemmeno sapere a che devo attribuire,
-proprio, io specialmente, questo vostro rifiuto e la
-vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa
-più oltre dissimulare. Si mette risoluto in faccia a
-Remigia; alza la voce:
-</p>
-
-<p>
-— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi.
-Li detesto, e abborro chi ne usa. Vi ho già
-detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego ancora;
-anzi, adesso ve lo impongo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce,
-velata da un leggero tremito:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Impongo?</i>... Imporre a me, voi?... Con qual
-diritto?... Io non vi faccio colpa di niente e non vi
-domando niente.
-</p>
-
-<p>
-— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo,
-più sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio
-violento:
-</p>
-
-<p>
-— Basta che sappiate ciò, <i>voi!</i> Io non sposerò nè
-mio cugino, nè nessuno! Questo è parlar chiaro?
-Io voglio subito ritornare a Napoli e da Napoli,
-subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre,
-chiusa, sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere
-anima viva, soltanto mammà! E questo, vi pare
-o no parlar chiaro?
-</p>
-
-<p>
-.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo,
-per la coscienza di Giacomo! Egli si sente più inquieto,
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-sempre più turbato. Pensa, si rode, si sgomenta,
-spera ancora: — È impossibile! Non è possibile!
-Fosse anche, non può essere altro che un capriccio,
-una ragazzata!... Poi, di nuovo, trema per
-Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa, dubitasse
-davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?...
-</p>
-
-<p>
-Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce
-non ben sicura, interrompendosi spesso, come chi
-cerca non solo le parole, ma anche la via del discorso:
-</p>
-
-<p>
-— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi,
-con amicizia, con bontà, senza irritarvi e soprattutto
-volendovi ben persuadere... che io sono diventato
-vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non
-dico mai altro che la verità, proprio la verità più
-semplice e... più vera! Vi ho detto di considerarvi
-come una mia figliuola, e sento che potrei proprio
-volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho
-ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto
-di secolo!... E sono ancora più vecchio della mia età,
-perchè sono molto ammalato e molto stanco. La mia
-vita, senza gioie, senza allettamenti, va spegnendosi
-nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia
-adesso, proprio come una rosa sbocciata all'alba e
-che si apre al sole!... Ascoltatemi!... Ascoltatemi,
-per amor di Dio!... Per un capriccio, per un'ostinazione,
-per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa...
-con la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della
-vita il romanzo della vostra infelicità!... Ma che!
-Parlare voi di sepoltura e di morte!... Amore! Amore,
-figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora...
-E sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così:
-l'amore non è felicità che quando è giovinezza...
-</p>
-
-<p>
-Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore
-che palpita, poi prorompe a un tratto:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi...
-che... io... — È spaventata di ciò che sta per dire. — No!
-No! No! Voi non mi avete capita, non mi
-capite e non mi capirete mai!
-</p>
-
-<p>
-— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile,
-strana, pazza! — Giacomo è fuori di sè.
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi
-occhi si riempiono di lacrime.
-</p>
-
-<p>
-— A voi, — balbetta chinando il capo, — non
-preme altro... che la felicità di Totò!
-</p>
-
-<p>
-— E la vostra!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a
-maritarmi in qualunque modo... per liberarvi di
-me... A darmi uno stato... perchè sono la sorella di
-mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa
-niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete
-se ho ragione?... Tacete!... Non sapete trovare le
-parole... — Si volta, nascondendosi la faccia con un
-braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della
-finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!
-</p>
-
-<p>
-Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata
-ai vetri, cerca con la mano che ha libera
-il fazzoletto dentro alla cintura e se lo porta agli
-occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una
-seggiola e rimane lì a guardarla muto, fisso, con gli
-occhi esterrefatti. Non osa più interrogarla, non osa
-più dir niente: ha paura di parlare, come ha paura
-di quelle lacrime.
-</p>
-
-<p>
-Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto
-dei singhiozzi scuote le spallucce esili, scioglie uno
-dei nastri rosa, i capelli biondi si snodano, e a grado
-a grado che i singhiozzi si fanno frequenti, le cadono
-giù, lungo la vita...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto;
-poi tace di nuovo. Che cosa dirle?... Non può già
-dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo alle tue
-lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua
-madre!... — E se non fosse una commedia?... Se
-quelle lacrime... quel dolore... fossero sinceri... Per
-colpa sua!
-</p>
-
-<p>
-Remigia continua a piangere; i capelli biondi le
-coprono le spalle, la vita e sussultano come una
-massa d'oro.
-</p>
-
-<p>
-Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla
-piangere così, disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi
-di Giacomo s'inumidiscono.
-</p>
-
-<p>
-Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto
-sono dolorose. Pure, quella bimba innocente, ha diritto,
-è padrona di quelle sue lacrime... e lui no.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina!... Signorina Remigia...
-</p>
-
-<p>
-Remigia non risponde: piange sempre e non lo
-sente. Giacomo non ha più coraggio di chiamarla...
-</p>
-
-<p>
-— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io
-dovessi essere proprio la sua infelicità?
-</p>
-
-<p>
-In quel momento si ode un rumore di passi nel
-corridoio, poi si sente la voce della duchessa che
-chiama forte. Sembra irritata e inquieta:
-</p>
-
-<p>
-— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata!
-</p>
-
-<p>
-— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi
-spaventata, ancora tutta in lacrime... — Guai se
-mammà sapesse che io sono qui!
-</p>
-
-<p>
-— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva!
-</p>
-
-<p>
-— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme
-dal bosco! Mi ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che
-scena! — Remigia si rannicchia istintivamente, tanta
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-è la paura che mammà la sappia lì, nel vano della
-finestra, dietro le tende.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio:
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è
-andata!... Mimì! Oh Mimì! Sai tu dove s'è cacciata
-Remigia? Al <i>tennis</i> non c'è! Nelle sale non c'è!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde
-Mimì, dal terrazzo.
-</p>
-
-<p>
-— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!...
-Mi hai salvata in questo momento!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno
-sguardo scrutatore e diffidente. Remigia se ne accorge,
-ma aspetta che sua madre si sia allontanata,
-che sia tutto quieto nel corridoio.
-</p>
-
-<p>
-— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla
-piccola porta; in cinque minuti sono sul ponte di
-Gryon prima di mammà. — I suoi occhi sono ancora
-pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! — ripete
-ancora, ma con un'espressione ben
-triste e dolorosa. — Ho avuto tanta paura di mammà;
-non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia!
-Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate
-seccature per colpa mia! Partite... ve ne prego anch'io,
-adesso! E non pensate a quello che vi ho detto.
-Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi.
-E se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate...
-che dimenticherò anch'io. — Grossi goccioloni le rigano
-le guance, ma continua a sforzarsi, a sorridere. — Guarirò!
-Vi fa piacere che dica così? Partirete
-tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò...
-ve lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile,
-ve lo giuro!
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-Corre sull'uscio, si volta: protende il viso... Le
-labbra spirano un addio, un sospiro, un bacio... e
-sparisce.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due
-giorni dopo, ancora da Ginevra, ritorna il suo servitore
-con una lettera assai voluminosa, che deve
-consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna
-Maria Grazia.
-</p>
-
-<p>
-Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua
-camera... e aspetta ad aprirla, di averne il coraggio.
-Poi, leggendola, diventa pallida più che una morta.
-</p>
-
-<p>
-<i>«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato,
-questo mio delirio di amore, di dolore, di
-rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti ancora
-la mia voce?... Te lo impongo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>«Maria! Maria! Oh, Maria!...»</i>
-</p>
-
-<p>
-Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di
-Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come
-mossa da uno spirito di sommissione e di devozione,
-abbrucia lentamente, al fornellino d'argento della
-specchiera, tutti que' vari foglietti sottili, trasparenti,
-dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li guarda
-sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare
-intorno, disperdersi... sparire.
-</p>
-
-<p>
-— Più!... Mai più!
-</p>
-
-<p>
-Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra:
-un biglietto di poche righe, ugualmente dirette a
-Maria e che Maria doveva conservare per mostrare
-a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto,
-pregava la cognata di chiedere per lui, alla duchessa,
-la mano di Remigia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span></p>
-
-<h2>PARTE TERZA.</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span></p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè
-entrando al servizio particolare di donna Remigia,
-se ha perduto il titolo di capitano, non ha perduto
-il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe
-venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno,
-la grande, magnifica villa che apparteneva in
-origine ai Conti Bernabei. Andata a mano a mano in
-rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili
-proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite
-dei D'Orea, — il padre di Sua Eccellenza e
-di don Luciano, — il signor Vitale, in quel tempo in
-pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia
-dal D'Orea con l'apostrofe!
-</p>
-
-<p>
-Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno
-perchè, acquistandolo, aveva fatto un eccellente
-affare. Diceva sempre, compiacendosene:
-</p>
-
-<p>
-— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i
-fondi con i diritti in piena regola di acque e di decime,
-con le cascine, i rustici, e con la villa per soprappiù!...
-Una villa?... Un palazzone!... Una reggia!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-</p>
-
-<p>
-E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata,
-sgretolata egli cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne
-il tetto con qualche scriminatura di tegoli
-nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto di
-muro, ma sempre senza voler spendere, anno per
-anno. Più tardi, però, dopo morto il signor Vitale,
-Giacomo D'Orea demolisce tutto Pontereno, la parte
-ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica, e lo
-ricostruisce com'era <i>ab antiquo</i> fin nei più piccoli
-fregi, compiendo una vera opera d'arte.
-</p>
-
-<p>
-Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale
-del regno di casa D'Orea, finchè salita al trono la
-duchessina Remigia Moncavallo, questa la sceglie
-come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine
-accorgimento e il buon gusto di razza, la propria
-Versailles.
-</p>
-
-<p>
-Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di
-un'ora, in carrozza, e con il tram, in venti minuti.
-È come se Remigia fosse in città, per le visite e i
-pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto
-ciò che le può occorrere, manda innanzi e indietro
-il signor Zaccarella. E c'è questo grande vantaggio,
-che la distanza, per quanto breve, tiene a distanza
-i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia;
-accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior
-libertà ai sovrani, anzi alla sovrana. Giacomo,
-per via della Camera quando è aperta e per i suoi
-affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi
-a Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due
-o tre giorni di seguito.
-</p>
-
-<p>
-Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive
-così, in piena luce; riempie tutta Bologna del suo
-sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna col dire: — Io
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-vado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si
-distinguono i nobili e loro affini, il <i>buon
-genere</i>, insomma, ed il <i>bon ton</i> dall'intruglio cittadino.
-Il signor Zaccarella, quando gira in fretta e
-in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione,
-seguito sempre da <i>Din</i> e <i>Don</i>, riceve continui
-ossequi e riverenze come se quei buoni mercanti fossero
-stati a Villars, a prendere lezione di sgambetti
-e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri
-che sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter
-fermare il signor Zaccarella per accarezzare i barboncini
-e per chiedere ad alta voce le notizie di
-donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra
-gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno della
-<i>crème!</i>» E lo stesso capitano, impettito coi plebei,
-asciutto coi nobilucci, dignitoso con tutti, fa sentire,
-anche da lontano, che la Versailles bolognese, per
-quanto fresca fresca, non è punto democratica.
-</p>
-
-<p>
-La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol
-essere assoluta e sola nell'impero e ci riesce: Maria
-non si fa più vedere. Vive sempre ritirata nella villa
-di Fiumicino-Superiore, distante due o tre chilometri
-da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora
-Gioconda. Con la scusa di non voler accollare
-i propri parenti a Jack, — <i>mon Dieu! mon Dieu!</i> com'è
-odioso quel nome di Giacomo! — Remigia si libera
-di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro! — costringendo
-i suoi due vecchi, di cui
-è l'idolo e l'orgoglio, a seppellirsi, davvero, loro, in
-una campagna del napoletano, soli soli e senza più
-neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli
-scrupoli e dei riguardi a cagione della piccola passioncella
-<i>ante nuptias</i>, ella ha fatto proibire a Totò,
-assolutissimamente, di varcare i confini dell'Emilia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-</p>
-
-<p>
-Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella
-vita in carovana! Ha sofferto abbastanza da ragazza,
-la mortificazione e l'umiliazione di far vedere a tutto
-il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei
-D'Orea!
-</p>
-
-<p>
-— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida,
-per il gusto di far la martire, come mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-— Più parenti, più seccature! Della gente di una
-volta, soltanto Mimì Carfo... e il signor Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola
-è anche un pochino affezionata.
-</p>
-
-<p>
-Come no?
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, è sempre la stessa di una volta: la
-Mimì che piange quando Remigia ha le lune e che
-ride quando Remigia è di buon umore. Remigia,
-per Mimì, è sempre tutta una perfezione di bellezza,
-anima e corpo; è sempre la più geniale e la più cara,
-la più pura e la più santa delle creature della terra...
-anzi del cielo!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia se ne compiace; ella ormai ha
-l'abitudine, ha il bisogno di questo calore, di questo
-fervore, di questa ammirazione cieca, illimitata.
-</p>
-
-<p>
-— Mimì sì, che mi vuol bene! — esclama la sovrana
-di Pontereno; e questo bene, tanto straordinario,
-le serve come di confronto per misurare, per
-vagliare il bene degli altri. Quello, specialmente,
-«senza slanci, insulso» di sua sorella.
-</p>
-
-<p>
-Col dire, — Mimì sì, che mi vuol bene — esprime
-certe volte: Mimì sì che ha cuore, gli altri no!
-</p>
-
-<p>
-Poi c'è questo, ed è forse il più, per tener Mimì
-a Versailles: come dama d'onore la contessina Carfo
-ha tutte le qualità oltre la bella e signorile presenza.
-</p>
-
-<p>
-In quanto allo Zaccarella, donna Remigia ha voluto
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-averlo sotto i propri ordini, perchè, modificate
-le prime impressioni, ha capito e capisce ogni giorno,
-che un altro servitore così servitore come quel
-despota di un capitano, non sarebbe facile trovarlo;
-e lo ha voluto sotto di sè anche per il gusto di poter
-comandare lei — e lei sola! — al burbero condottiero,
-che aveva fatto da padrone, per tanto tempo, a
-tutta la carovana... compresa sua sorella!
-</p>
-
-<p>
-Il capitano, appena combinato il matrimonio di
-Giacomo D'Orea con Remigia Moncavallo, era stato
-subito destituito e messo alla porta dal suo principale.
-Don Luciano, in primo luogo, era furiosissimo
-contro lo Zaccarella, per non essere stato avvertito
-in tempo da poter impedire quella madornale bestialità: — la
-turlupinatura di un rammollito, — come
-aveva sentenziato Fanfan. In secondo luogo, questo
-fatto, veniva naturalmente a porre un certo limite
-alla facoltà de' suoi atti... di amministrazione! Bisognava,
-insomma, spendere meno; e non volendo affatto
-restringere le spese per Fanfan, Don Luciano
-aveva ridotte, fino alla tirchieria, le spese per la casa
-e per la moglie. Ogni giorno licenziava servitori e
-vendeva cavalli; chiamava, strepitando, ladra la sarta
-di Maria.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, del capitano, non avrebbe voluto saperne;
-ma, — come si fa? — Anche questa volta ha finito
-per cedere. Giacomo — Jack, è usato soltanto da Remigia
-e quando il marito non è presente, — Giacomo
-cede sempre a sua moglie. Cede, ben inteso, in ciò
-che ha importanza... soltanto per sua moglie! E non
-è la sua, la debolezza di un marito tenero e cieco;
-è piuttosto la fretta di un padre affaccendato che non
-ha tempo da perdere in chiacchiere per combattere
-e vincere i piccoli capricci della figliola.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-</p>
-
-<p>
-In fatti era un marito... così sempre di passaggio!
-</p>
-
-<p>
-Più che la duchessina Moncavallo, pare abbia sposata
-la ferrovia!
-</p>
-
-<p>
-Sua Maestà Remigia Iª constatando il fatto con la
-sua damigella d'onore, non se ne lagna niente affatto.
-Ella riassume così, sinteticamente, le più varie
-espressioni del suo affetto coniugale:
-</p>
-
-<p>
-— Vicino lontano, io, a mio marito, voglio sempre
-bene lo stesso!
-</p>
-
-<p>
-Ed è la verità: tanto più che «lo stesso bene»
-non vuol dire «molto bene».
-</p>
-
-<p>
-Anche vicino, — è vero, — Giacomo fa sentire
-pochissimo la sua presenza alla moglie; ma Remigia,
-tanto e tanto, si sente più sollevata, più liberamente
-di buon umore, quando Jack non c'è!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mon Dieu! Mon Dieu!</i> — sospira con Mimì. — Jack,
-lo riconosco, sembra proprio fatto apposta
-per me! Un marito, meno di così, non è possibile!...
-Ma Pontereno, senza Jack... Ah! Mi pare più bello,
-più grande, più mio!
-</p>
-
-<p>
-Mimì, cerca di difendere il signor D'Orea: — È
-tanto buono, tanto accondiscendente...
-</p>
-
-<p>
-— Ma tanto brutto! Gli occhi, ricordati, Mimì, sono
-la via del cuore! Se tu fossi brutta, non vorrei
-bene, — giuro, — nemmeno a te! Impossibile! Del
-resto, poco più poco meno, rammenti che cosa ti dicevo,
-i nostri discorsi a proposito del re del Nubian?...
-Per me, l'uomo è il più brutto animale della
-creazione! Vuoi mettere, per esempio, quanto è più
-bello un bel cavallo?...
-</p>
-
-<p>
-Queste confidenze, ben inteso, sono particolari e
-riservate a Mimì, sola solissima! Con tutti gli altri?..
-Figurarsi! Di mogli tenere, affettuose, non c'è che
-lei! Quando poi si tratta di mettersi lei in confronto
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-di sua sorella, come moglie modello, allora si professa
-addirittura innamoratissima di suo marito.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, il mio Jack! — Non può vivere senza il
-suo Jack, a parole, e sfoga tutto l'amore in telegrammi, — almeno
-uno al giorno, — sempre firmato
-tua, senz'altro: <i>tua</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il bisogno di vederlo, di andarlo a trovare, lo
-sente qualche volta, quando suo marito è a Roma,
-e ci sono feste. Allora sì!
-</p>
-
-<p>
-— Il mio Jack! Tesöro! Caro! — Parte per Roma
-con un monte di bauli e almeno dodici cappellini.
-</p>
-
-<p>
-A Roma, del resto, le piacerebbe di passare tutto
-l'inverno; ma non all'albergo, in quattro stanze; in
-casa sua; coi suoi cavalli!
-</p>
-
-<p>
-Adesso che può averne quanti ne vuole, Remigia
-ha una passione pazza per i cavalli. Ne ha sedici
-in scuderia di tutte le razze e tutti di razza.
-</p>
-
-<p>
-— Bellissima Roma, con un villino al Maccao e i
-suoi cavalli!... Almeno <i>Febo</i> e <i>Desir!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Febo</i> e <i>Desir</i>, assai più inglesi veri del povero
-Totò, hanno preso il posto di <i>Din</i> e <i>Don</i>, nel cuore
-di Remigia. I barboncini, non più profumati all'acqua
-di Colonia, sono abbandonati oramai — amöre!
-due amöri! — alle sole cure del signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— Bellissima Roma!... Poter essere un po' padrona
-di Roma!... Che gioia!
-</p>
-
-<p>
-Ma finchè non si butta giù l'attuale Ministero, impossibile!
-Jack, — questo si sa, — non può accettare
-un portafoglio altro che da gente del suo colore!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu!</i>... Che cosa aspettano a buttarlo
-giù? E un ministero decrepito, che dura già da un
-anno!
-</p>
-
-<p>
-... Regina a Pontereno e ministressa a Roma!...
-Ecco la vita!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span></p>
-
-<h3>II.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non
-le piace regnare in solitudine. Pontereno è sempre
-pieno di gente: tutto il bel mondo della media e
-della bassa Italia!
-</p>
-
-<p>
-Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta.
-Basta che il frac non abbia macchie. Per le signore
-si agita il vaglio con circospezione oculatissima:
-non deve aver macchie la virtù.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale,
-è di fronte al proprio sesso, di manica strettissima.
-E si capisce! Non può sopportare nemmeno un uomo
-solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco;
-in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono
-capaci non solo, di sopportarne, ma di amarne due,
-magari nello stesso giorno?...
-</p>
-
-<p>
-— Che orrore!...
-</p>
-
-<p>
-E tanto più, quanto più sono belle e ammirate.
-Certe signore, in voce di aver buon cuore, non solo
-non possono oltrepassare la cancellata della Versailles
-bolognese, ma sono colpite, da donna Remigia
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-D'Orea con certi decreti di proscrizione che hanno
-vigore in Bologna, in Firenze e più in là.
-</p>
-
-<p>
-Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una
-sola distinzione assai superficiale di forme e di sartoria,
-ci sono le specie preferite e favorite: la specie
-<i>sport</i> e la politica. Politica ortodossa, s'intende!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza
-nemmeno una fibrilla di adipe, ha bisogno, per star
-bene, di ridursi alla sera stanca morta a furia di
-divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di donna
-giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque
-i cavalli, dunque le caccie, il tennis, il ballo...
-Dunque avanti, a Versailles, a corte, tutti gli <i>sportsmen</i>
-autentici e ben qualificati, o ancora semplici
-aspiranti alle glorie del <i>turf</i>.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo
-sono assai ricercati e accarezzati a Pontereno tutti
-coloro che, secondo lei, possono spianare la via del
-Campidoglio!
-</p>
-
-<p>
-Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino!
-</p>
-
-<p>
-«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha
-ormai i giorni contati!... Alla prima votazione il ministero
-è spacciato!» Ecco l'ultimo bollettino politico
-degli amici, dei clienti di Pontereno.
-</p>
-
-<p>
-Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in
-maggioranza, ma ciò non altera le «recentissime»
-dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più autorevoli
-personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano
-anche la data, in cui il morituro morirà.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente,
-ma è sempre in giro con la carrozza, sempre
-in visite e più espansiva, amabile, più alla mano
-con tutti. Gli <i>sportsmen</i>, intanto, passano in seconda
-linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che
-vien rivolto, in generale, alla Sovrana di Versailles.
-Dacchè, secondo le sue gazzette, il Ministero pencola,
-donna Remigia va più spesso a Bologna a confessarsi,
-e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto,
-dunque... a Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo,
-di cui è la penitente, sebbene con una leggera
-punta d'ironia, per non compromettere il <i>non expedit</i>. — Dunque
-a Roma, donna Remigia, illustrissima!
-Alla famosa capitale! — grida con il suo bel
-vocione da <i>Tedeum</i>, quando s'incontrano dopo la
-messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa
-protettrice.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale,
-consigliere provinciale, grande elettore, grande fondatore
-di giornali con i danari degli altri, è invitato
-a pranzo a Versailles, non soltanto la domenica, ma
-adesso anche il giovedì.
-</p>
-
-<p>
-— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama
-soffiando, gonfiandosi le gote, prima di mettersi
-a tavola. — Questa volta, duchessa Remigia,
-tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare ancora
-l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi!
-</p>
-
-<p>
-E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del
-circolo monarchico, innamorato un giorno sì e l'altro
-no, a vicenda, della regina e della dama d'onore,
-e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi
-Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime
-obbligate, che parole mormorano, sospirando,
-tenendole stretta la mano?... — Queste:
-</p>
-
-<p>
-— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa
-Remigia!
-</p>
-
-<p>
-Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!....
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-Messo da un anno e mezzo a riposo, con la scusa
-dei limiti d'età, mentre si sente ancora così giovane
-e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone,
-tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso
-e consumo di quei camorristi dello Stato Maggiore,
-lo stesso colonnello Baldassare De' Taddei, che giura
-e spergiura di non aprir più bocca a proposito di
-politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo
-in Italia, è una schifezza, esclama digrignando gli
-occhi, — denti non ne ha più:
-</p>
-
-<p>
-— È ora di finirla!... <i>Allons! Marche</i>, la camorra!...
-Piazza pulita!
-</p>
-
-<p>
-Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che
-brucia fino alle nove di sera, volge intanto alla fine
-con una nitida e immota serenità di cielo... Ma è
-laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni
-di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù
-davvero il Ministero, a Roma, a Montecitorio, non
-ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso Ministero
-che si butta giù da sè... per voler stare troppo
-ben su!
-</p>
-
-<p>
-Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi
-tra i partiti: appoggiandosi di qua, appoggiandosi
-di là, troppo debole prima, poi troppo forte, perde
-l'equilibrio e va con le gambe all'aria!
-</p>
-
-<p>
-Remigia lo sa per la prima, quando ancora non
-lo si sa nemmeno a Bologna, da un telegramma di
-suo marito:
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente
-fermarmi Roma. Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti
-saluti Mimì.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Giacomo</span>.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di
-abbigliarsi per il pranzo, quando riceve il telegramma:
-appena letto, dà un grido di gioia e fa subito
-chiamare il signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— Il ministero è battuto! — esclama appena lo
-vede comparire sull'uscio del gabinetto.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza
-non potrà...
-</p>
-
-<p>
-Remigia non lo lascia finire:
-</p>
-
-<p>
-— Lei deve andare a Bologna, subito subito!
-</p>
-
-<p>
-— Ma il tram?...
-</p>
-
-<p>
-— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti
-tutti i giornali della sera e dica al conte Narciso
-Gambara e all'avvocato Berlendis che li aspetto!
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non
-sarà quello degli scrupoli, ma...
-</p>
-
-<p>
-— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo!
-</p>
-
-<p>
-Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora
-in gola, corre in fretta a far attaccare e manda
-in cerca della contessina. Ma la Mimì, che ha visto
-dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora
-insolita, è già da Remigia.
-</p>
-
-<p>
-— Buone notizie?
-</p>
-
-<p>
-— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le
-dà il telegramma. — Io, adesso, rispondo subito a
-Jack quello che mi ha detto l'avvocato Berlendis:
-non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla.
-</p>
-
-<p>
-Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla
-toeletta.
-</p>
-
-<p>
-— Per dispaccio?... No...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, no?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli
-col signor D'Orea e di questo genere. Un uomo
-serio, scrupoloso...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia allunga i labbruzzi comicamente:
-</p>
-
-<p>
-— Me-ti-co-loso!
-</p>
-
-<p>
-— Potrebbe aversene per male!
-</p>
-
-<p>
-— E allora... rispondo? Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-Sul visino fresco e roseo passa una nube.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito.
-È dinanzi allo specchio grande dello spogliatoio: si
-guarda... Tal'e quale come a Villars!... Capelli, molti
-capelli, magnifici capelli; ma nient'altro che capelli!
-</p>
-
-<p>
-— Ah! <i>Mon Dieu! Mon Dieu!</i> — Nello specchio
-si riflette anche, dietro di lei, la bella persona alta,
-elegante, in fiore, della contessina Carfo. — Come fa
-poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! — Dunque?... — ripiglia
-forte, un po' nervosetta... — Sentiamo,
-donna di consiglio! Che cosa si telegrafa?
-</p>
-
-<p>
-Mimì risponde in inglese e la conversazione continua
-in inglese per via della cameriera.
-</p>
-
-<p>
-— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso:
-<i>Addoloratissima tuo ritardo</i>...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Addoloratissima</i>, no!... Non l'ho abituato ai
-superlativi!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Addolorata tuo ritardo, affretto ora</i>...
-</p>
-
-<p>
-Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle:
-</p>
-
-<p>
-— ... <i>e il minuto tuo ritorno. Caso contrario,
-verrò io stessa a Roma</i>. Uff!... come non mi sento
-fatta per le corrispondenze coniugali! Fa tu un bel
-telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati
-di chiudere così: «<i>tenerezze — tua</i>». Poi gli
-scriverò io di non fare sciocchezze, che non ci devono
-essere puntigli di <i>Centro</i>, di <i>Estrema</i> nel momento
-in cui il Paese e il Re hanno bisogno di uomini...
-precisamente come mio marito!
-</p>
-
-<p>
-— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoi
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-scrivere ciò che vuoi. Però, senti prima anche l'avvocato
-Berlendis. Verrà stasera?
-</p>
-
-<p>
-— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella
-a Bologna, a cercarlo! E anche il giovane e
-bollente crociato che ti adora: Narciso Gambara.
-</p>
-
-<p>
-Mimì ride:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mi</i> adora?... <i>Ci</i> adora!
-</p>
-
-<p>
-— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa
-male a nessuno!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di
-gioia sulla seggiola. È tornata di buonissimo umore.
-Nel bianco accappatoio, con tutti i capelli biondi,
-sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non
-spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una
-bellezza, uno splendore, un amore. Sempre saltando
-sulla seggiola si mette a cantare:
-</p>
-
-<p>
-— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato
-battuto! — Ritorna seria a un tratto: — Mimì, devi
-pregare tanto per me. Ascolta una messa di più e
-prega secondo la mia intenzione.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa
-del suo grande fervore.
-</p>
-
-<p>
-— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se
-gli danno gli Esteri, io sono felice! — Torna a saltare
-sulla seggiolina: — Felice! Felice! Completamente
-felice!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara,
-arrivano tutti e due, in punto per il caffè. Remigia
-e Mimì Carfo sono in giardino: hanno appena
-finito di pranzare.
-</p>
-
-<p>
-— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi
-un posto nella sua carrozza; posso dire con
-esattezza: son venuto volando.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato, sempre stile <i>régence</i> con le signore,
-bacia prima la mano alla duchessa Remigia, poi
-stringe lungamente quella della contessina Carfo,
-accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato
-un superbo mazzo di fiori, che divide fra le due signore.
-</p>
-
-<p>
-Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno
-bene insieme, tanto sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato,
-piccolo, tombolotto, con un faccione tondo,
-rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento e gli
-occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po'
-a Cavour, e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito
-di nero, sempre con la cravattina bianca di
-sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota. Il
-conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco
-secco, ha un nasone enorme, aquilino, che gli taglia
-mezza la faccia, dalla radice della scriminatura fonda,
-fra due ali lucenti di corvo e i baffetti irti. Guardata
-davanti, di profilo e anche di dietro, di questa
-testa non si vede che il naso: di questo bel giovane
-e fremente monarchico, non resta impresso che il
-naso.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.
-</p>
-
-<p>
-— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica,
-all'avvocato, tutti i giornali portati da Bologna dal
-signor Zaccarella sfogliati e buttati, ancora aperti,
-sulle seggiole, sul tavolino, per terra.
-</p>
-
-<p>
-— Ho cercato... Ancora non c'è niente!
-</p>
-
-<p>
-— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato,
-per distruggere la leggera nube. — Nel venir
-qui ci siamo fermati un momento all'ufficio del <i>Vespertino</i>. — È
-il suo ultimo nato. — Avevano appena
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano
-in macchina: Novantotto voti sopra circa quattrocento
-votanti: una catastrofe!
-</p>
-
-<p>
-— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte
-Narciso ha una bella vocina che avrebbe mandato
-in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa! Sédan!
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il
-grave momento. Si leva un piccolo fazzoletto bianco
-sudicio dalle tasche dei calzoni e tenendolo stretto,
-raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa
-più volte in giro sulla faccia gocciolante.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì!
-Ma sì! Precisamente a lei! — Il conte Narciso puntando
-forte un piede per terra, solleva un po' la seggiola
-da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e
-avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina?
-Non le pare, contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio
-così! Adesso tocca a donna Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— Lei deve persuadere suo marito che oramai...
-non è più padrone di sè. Non può più schermirsi,
-nè tergiversare! — L'avvocato suda più di prima;
-si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il
-dorso della mano. — Come i suoi amici, il partito,
-il paese, hanno diritto di fare sicuro assegnamento
-sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua esperienza,
-sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile
-di non mancare alla chiamata!
-</p>
-
-<p>
-— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di
-riposo, la salute...
-</p>
-
-<p>
-— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta
-Remigia. — Non è mai stato tanto bene!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate,
-nè verso... le idee, nè verso i colleghi. E sopratutto
-bando, — permette donna Remigia che io parli
-chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità
-e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento
-nel quale il partito dell'ordine non deve espellere,
-ma assorbire!
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il
-conte Narciso diventa più tenero, le modulazioni
-della sua voce, più improvviso. — Dica,
-parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina, cattivona?!...
-</p>
-
-<p>
-Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso
-non fa la corte nè a donna Remigia, nè alla contessina
-Mimì. Non è tempo di sdilinquirsi in complimenti.
-La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben altro
-da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa
-Remigia deve scrivere a Giacomo: il momento
-è solenne; il Jack, non usa più. Remigia, docile,
-assai remissiva, ascolta con il bel visino attento, serio
-serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le
-osservazioni e le raccomandazioni, sempre opportune
-e giudiziose di Mimì, le approvazioni e le disapprovazioni,
-i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!» del
-conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche
-il conte Gambara ha diritto di dir la sua!
-</p>
-
-<p>
-La parte della lettera che viene elaborata e discussa
-è, s'intende, la parte sostanziale, quella che riflette
-le condizioni politiche e gli obblighi dell'uomo di
-Stato.
-</p>
-
-<p>
-— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato
-Berlendis con un sorrisetto salace che gli accende
-ancor di più il viso lustro, e sgranando gli
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto,
-tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che
-persuadono, che commuovono, che... conquidono,
-che... promettono... Tocca a lei!
-</p>
-
-<p>
-Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va
-in solluchero. — Chi sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina,
-Cattivona!
-</p>
-
-<p>
-Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni,
-c'è pure il bene loro, altrettanto inseparabile,
-che spinge lo zelo politico dell'avvocato Berlendis e
-del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea, Ciro
-Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il
-<i>Vespertino</i>, di cui è stato il fondatore, ma rimane
-il gerente e l'amministratore invisibile; ed è sicurissimo,
-per parte di donna Remigia, di poter ficcare
-lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il
-proprio studio di avvocato e spadroneggiare su Bologna.
-Il conte Gambara, con donna Remigia ministressa,
-non dubita nemmeno di non dover essere alle
-prime elezioni il candidato del Governo a Regolina,
-il suo collegio, come dice lui «nativo di padre in
-figlio e di competenza». Con donna Remigia ministressa,
-a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo
-politico e nel mondo elegante. Sente già un piacevole
-ronzìo nelle orecchie:
-</p>
-
-<p>
-— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?...
-È... <i>sst</i>... l'amico intimo della moglie di Sua
-Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una volta raggiunto
-il potere lei... — in una grande città, lungi dagli
-occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla
-in suo potere, lui!
-</p>
-
-<p>
-— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche
-la Mimì Carfo, però però!.. Anzi, più appetitosa
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-assai e più resistente per il consumo quotidiano! Ma,
-ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via
-del matrimonio; al matrimonio non si arriva che
-per via della dote... Come si fa, santo Guìo! Come
-si fa?
-</p>
-
-<p>
-La lettera di donna Remigia è già partita per
-Roma; si attende la risposta d'ora in ora, con ansia;
-niente. Giacomo lascia passare due o tre giorni, senza
-mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto,
-per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato,
-e, per conseguenza, nemmeno in Narciso
-Gambara. Tutti e due cercano di tranquillare donna
-Remigia:
-</p>
-
-<p>
-— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come
-l'onorevole D'Orea? Chi sa che baraonda, che trambusto!
-D'altra parte, prima di rispondere, vorrà poter
-mandare qualche notizia sicura!
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia!
-</p>
-
-<p>
-Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica
-esprime i suoi dubbi:
-</p>
-
-<p>
-— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli
-fare la lezione...
-</p>
-
-<p>
-— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che
-io ho scritto senza sapere tutto quello che l'avvocato...
-mi ha fatto scrivere quasi per forza!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span></p>
-
-<h3>III.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Remigia, ormai, non ha più altro in mente che
-Roma e il Ministero. La sua vanità e il suo orgoglio,
-la sua smania di prevalere e di dominare, sono
-attizzati in lei dal corso stesso degli avvenimenti,
-più ancora che dall'eloquenza e dall'abilità di Ciro
-Berlendis. «Ottenere ciò che più si desidera e desiderare
-ciò che è più difficile ottenere» potrebbe essere
-la sua divisa. Certo, il raggiungere l'impossibile
-è sempre stata la sua mira. Ma, d'altra parte,
-ha ormai capito che nelle cose serie, il voler indurre
-suo marito a fare a modo degli altri è impossibile...
-e resta impossibile per tutti e anche per lei...
-Specialmente per lei! Da ciò, incertezze, timori, che
-nel caso presente rendono più vivo e sfrenato il suo
-desiderio di andare a Roma ministressa. Fin da
-quando Mimì a Villars, le ha fatto balenare la prima
-idea di diventare la moglie di Sua Eccellenza,
-ella si è subito veduta a Roma, a Corte, moglie di
-un uomo che è ministro e potente perchè lei possa
-fare, disfare, a diritto, a rovescio, elargire favori,
-grazie e... segnare condanne. Appena sposa, appena
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-padrona di sè, libera e ricca, il nuovo regno, la
-Versailles di Pontereno, l'hanno soddisfatta, lusingata.
-Ma tutto ciò non l'ha allontanata, anzi l'ha
-condotta a mezza strada da Roma. Finchè il Ministero
-aveva navigato in acque tranquille e non c'erano
-state crisi in prospettiva, nessuno pensava a
-diventar ministro... e nemmeno lei! Ma adesso che
-non si parla d'altro, adesso che tutto scompare, che
-i giornali sono pieni di ministri probabili e improbabili,
-adesso che tutti gli occhi sono rivolti a Roma,
-adesso che tutti la preconizzano ministressa, — comincia
-persino a giungere qualche supplica, — adesso,
-lì, proprio lì, nel suo regno di Pontereno,
-che cosa sarebbe diventata se Giacomo non
-avesse avuto un portafoglio?... Addio primato, addio
-influenza su Bologna, addio Versailles!... Altro
-che regina! Le sembrerebbe d'essere diventata la
-mogliera... del sindaco!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ah! mon Dieu! Mon Dieu!</i> — Continua a far
-pregare Mimì, secondo la sua intenzione.
-</p>
-
-<p>
-E Giacomo?... Giacomo persiste a non rispondere,
-o risponde soltanto per ricambiare i saluti. Remigia
-scrive, riscrive, premurosa, affettuosa, tenera... ma
-non può ottenere nessuna notizia precisa. Dipenderà
-dal colore del Ministero. Dipenderà dalla sua salute.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre la salute e sta sempre benone!
-</p>
-
-<p>
-La smania di Remigia diventa febbre e cresce
-ogni giorno di grado. Con tutti gli altri, persino
-con l'avvocato Berlendis e con Narciso Gambara
-riesce ancora a contenersi abbastanza, ma sola con
-Mimì, dà in escandescenze:
-</p>
-
-<p>
-— Lo fa apposta, quel... Giacomo, per farmi rabbia!
-Scommetto che c'è sotto mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che ti salta in mente! — Mimì, è sconvolta, affannata
-per l'amica sua. — Che ti salta in mente?
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Sì! Non mi scrive nulla per farmi dispetto
-e c'è sotto mia sorella! Oppure, prima di decidersi
-in qualche cosa, invece di scrivere a me, scriverà
-a lei per consigliarsi e anche quell'ipocrita tirerà in
-ballo la salute!
-</p>
-
-<p>
-— No, no! Remigia! non è possibile!
-</p>
-
-<p>
-Mimì, non trattiene più le lacrime: le versa abbondantemente.
-</p>
-
-<p>
-— Possibilissimo! Va là! Va là!... Io ne so più di
-tutti!... «L'acqua cheta rompe i ponti» direbbe lo
-zio Rosalì! E mammà, cara gioia, risponderebbe:
-«Acqua minuta, bagna e non è creduta!» Per fortuna,
-però, io, adesso, tengo Luciano nelle mie
-mani!
-</p>
-
-<p>
-Ma ben presto Donna Maria Grazia è dimenticata
-e le ire contro di lei svanite. Anche se Giacomo non
-risponde a sua moglie per rassicurarla, questa è sicura,
-ormai, ch'egli sarà ministro. È stato chiamato
-anche Giacomo D'Orea al Quirinale per essere interrogato
-intorno alla crisi e al modo migliore e più
-costituzionale per risolverla, e i giornali, amici e
-avversari, gli attribuiscono una di quelle frasi che
-dicono molto, e per tutti i gusti, appunto perchè
-non dicono nulla: <i>È il momento per gli uomini di
-buona volontà, di averne una.</i> L'onorevole D'Orea
-sarà ministro. Adesso le inquietudini di donna Remigia
-sono soltanto per il portafoglio.
-</p>
-
-<p>
-Quale sarà?
-</p>
-
-<p>
-Ogni giorno le «ultime notizie» recano una nuova
-ricomposizone del Ministero; il nome dell'onorevole
-D'Orea c'è sempre, in tutte le liste, e ci rimane;
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-soltanto, ogni giorno cambia di posto. Lo mandano
-dalle <i>Finanze</i> al <i>Tesoro</i>, dal <i>Tesoro</i> ai <i>Lavori Pubblici</i>,
-all'<i>Agricoltura</i>, <i>Industria e Commercio</i>, per
-rimandarlo da capo al <i>Tesoro</i> o alle <i>Finanze</i>.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ah, mon Dieu! Mon Dieu!</i> — sospira Remigia
-con la Mimì. Purchè non si vada all'<i>Istruzione Pubblica</i>! — Per
-gli <i>Esteri</i>, ella ha capito che non ci
-sono speranze. — Un ministro dell'Istruzione, sempre
-con tutti que' maestri, ha troppo del professore...
-e sua moglie, della professora. No, no! Piuttosto,
-accetto le <i>Poste e Telegrafi</i>!
-</p>
-
-<p>
-In queste sere Pontereno è più affollato del solito
-e di una folla assai più rumorosa e gesticolante. Il
-tè, lo <i>sherry-cobbler</i>, sono stati sostituiti dal vino
-bianco, gramolate e paste. Tutti discutono, tutti gridano,
-propongono nuove leggi, fanno e rifanno il
-Ministero che non è ancor fatto; ristabiliscono l'ordine
-anche dove non c'è disordine, salvano le finanze
-dello Stato e lo Stato dalle finanze! Sembra di
-essere in un piccolo Montecitorio, dove tutti gridano
-di più per farsi intendere che sono della stessa
-opinione e dove il signor Zaccarella, usciere della
-Presidenza, guida con un'occhiata vassoi e servitori,
-sta attento alla luce elettrica e passa dalle sale
-in giardino e dal giardino rientra nelle sale, sempre
-attento ai cenni di Donna Remigia, sempre sostenuto
-e impettito.
-</p>
-
-<p>
-Fra quella gentaglia si sente fuori di posto.
-Tranne il conte Gambara, il colonnello De' Taddei,
-l'avvocato Berlendis e un po' l'arciprete, del resto
-<i>non ci tiene</i> conoscenze. Il suo mondo naturale è
-quello degli <i>sportsmen</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il povero capitano, oramai, non solo può dire che
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-s'è trovato al foco, ma può vantarsi di essere stato
-messo da donna Remigia a prova di bomba!
-</p>
-
-<p>
-— Ma!... Con donna Maria Grazia, sarebbe tutt'altra
-cosa!... Questa maledetta piccola è proprio
-fatta per andar d'accordo con quel cane di don
-Luciano!
-</p>
-
-<p>
-In una, appunto, di queste sere, arriva la grande
-notizia ufficiale: è il portafoglio dei <i>Lavori Pubblici</i>.
-In fatti, da un paio di giorni, il nome di Giacomo
-D'Orea è nelle varie liste del nuovo ministero, sempre
-allo stesso posto: ai <i>Lavori Pubblici</i>.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo D'Orea, dovendosi adattare, anche per
-insistenze venute dall'alto, ad entrare in quel Gabinetto
-riuscito incolore per averci tutti i colori,
-avrebbe preferito di andare ancora alle <i>Finanze</i> o al
-<i>Tesoro</i>; ma alle <i>Finanze</i> bisognava mettere un lombardo,
-al <i>Tesoro</i> un piemontese, per via dell'equilibrio
-regionale: non c'è proprio che i <i>Lavori Pubblici</i>.
-Giacomo esprime ancora qualche incertezza,
-mette nuove condizioni, poi finisce con l'accettare...
-o quasi.
-</p>
-
-<p>
-Gli costa assai il dover proprio dire quel <i>sì!</i>
-</p>
-
-<p>
-Anche il suo dottore, — il dottor Davos, — che
-cosa non gli ha detto e predetto?
-</p>
-
-<p>
-Ma questo poco male; anzi!
-</p>
-
-<p>
-Perchè affannarsi e seccarsi per tirare innanzi?
-Perchè e per chi?... Non ha nessuno al mondo; più
-nessun affetto e nessuna idealità. Lavorare, servire
-il Paese, a che scopo, con che gusto?... Non c'è più
-onestà, non c'è più fierezza. È il momento di chi è
-più buffone, più ciarlatano e più prepotente!... Che
-cosa ci sta a fare lui, a Roma?... E al mondo?...
-Che cosa ci fa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-</p>
-
-<p>
-È l'avvocato Berlendis che porta il dispaccio ufficiale
-a Donna Remigia. L'avvocato lo ha avuto alla
-redazione del <i>Vespertino</i>.
-</p>
-
-<p>
-— I <i>Lavori Pubblici</i>? — Remigia resta pensierosa
-un istante... poi pensa che gli poteva capitare l'<i>Istruzione</i>,
-che ormai... — non c'è più dubbio, — ministressa
-lo è e a Roma ci va: ha uno scoppio
-improvviso, nervoso, per Jack, per Giacomo, per
-suo marito — tesöro — e gli vuol telegrafare immediatamente.
-</p>
-
-<p>
-Tutti approvano l'idea: la folla, battendo le mani
-rumorosamente, l'avvocato e Narciso Gambara coi
-cenni del capo. Il signor Zaccarella porta in persona
-l'occorrente per iscrivere e lo presenta a donna
-Remigia con un fare così burocratico e spedito,
-come se lui, ai <i>Lavori Pubblici</i>, ci fosse da un mese!
-</p>
-
-<p>
-Ognuno dei presenti, ha la sua brava frase da
-suggerire: ma poi, Ciro Berlendis, dopo essersi
-asciugato il sudore col piccolo tovagliolino del gelato,
-in piedi, una mano sulla spalliera della seggiola
-e l'altra sul fianco, principia a dettare:
-</p>
-
-<p>
-«Nostro Berlendis... recami ora notizia ufficiale...
-tua nomina <i>Lavori Pubblici</i>... comunicata redazione
-<i>Vespertino</i>. Impressione favorevolissima... intera
-cittadinanza. Amici esultanti...»
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato si ferma, guarda Remigia, che continua
-a scrivere, dicendo forte le parole:
-</p>
-
-<p>
-«... commossa abbraccioti, desiderosa vederti,
-esserti vicina, arriverò... domani sera a Roma.»
-</p>
-
-<p>
-«Tenerezze.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«Tua.»
-</p>
-
-<p>
-Un nuovo scoppio d'applausi più fragoroso del
-primo. Il signor Zaccarella prende il dispaccio e
-scompare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E i bauli? — Donna Remigia diventa seria a
-un tratto, fissando Mimì. — E tutti i bauli?
-</p>
-
-<p>
-— Ci penso io! — risponde Mimì abbracciando
-l'amica stretta, stretta, già presa dall'affanno per
-doverla lasciare.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella ritorna subito: da bravo capitano
-ordina i primi spari dello <i>Champagne</i>.
-</p>
-
-<p>
-I visi si accendono e i discorsi. Soltanto l'avvocato
-Berlendis, sdraiato sopra un canapè, beve gelati,
-beve <i>Champagne</i>, e torna a bere gelati. Soffia, sbuffa,
-cola sudore da tutte le parti, ma lo lascia colare
-e tace.
-</p>
-
-<p>
-Quando c'è folla, il Cavour di Pontereno risparmia
-la propria facondia. Tanto quella gente lo sa che è
-un grande uomo e che donna Remigia non move
-passo senza consultarlo. E anche il conte Gambara,
-non vuol confondersi. Solo solo, ritto in piedi accanto
-all'uscio che mette in giardino, ingolla cognac,
-fuma sigarette e fa l'occhio di triglia, come capita
-capita, a Remigia o alla Mimì.
-</p>
-
-<p>
-L'arciprete tutto in ghingheri con la larga fascia
-di seta moarè e lo zucchetto di raso, doni di Sua
-Maestà la Regina di Pontereno, diventa espansivo.
-Anche lui ha contribuito a quel fausto giorno!...
-Anche lui ha preparato — e come! — l'avvento di
-donna Remigia al potere!... Ma non si arrischia di
-dire tutto ciò esplicitamente. Si sa che un prete non
-deve immischiarsi con la politica: ma lo fa capire
-con strizzatine d'occhio eloquenti, con abili reticenze: — Per
-diana! — Se lui a votare non ci va, è
-lui che manda a votare gli altri!
-</p>
-
-<p>
-Il colonnello Baldassare De' Taddei, rosso di collera,
-ferma a un tratto donna Remigia, facendole
-un'intimazione:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Si guardi dai Boeri! Simpatie per i Boeri?
-Guai! Si ricordi, a Roma, che l'Inghilterra sarà
-sempre l'Inghilterra!
-</p>
-
-<p>
-Fervono i brindisi al nuovo ministro dei <i>Lavori
-Pubblici</i>, al nuovo Gabinetto, all'Italia, alle loro
-Maestà, ma i più entusiastici e i più frequenti sono
-rivolti a donna Remigia «alla nostra duchessa Remigia;
-alla più bella delle ministresse!»
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato si tira su in tre tempi, puntando il
-braccio:
-</p>
-
-<p>
-— Alla moglie di Sua Eccellenza... a Roma!... Ma
-sempre alla nostra Regina... a Pontereno!
-</p>
-
-<p>
-Beve un altro bicchiere fra un subisso di applausi,
-poi ricasca di peso, gocciolante, sul canapè.
-</p>
-
-<p>
-— Auf! Che caldo!
-</p>
-
-<p>
-Anche Narciso Gambara fa un brindisi a Remigia
-sotto voce, alzando appena verso di lei la coppa
-spumeggiante, con un'espressione piena di sottintesi,
-di rimproveri e di carezze:
-</p>
-
-<p>
-— Cattivina! Cattivona!
-</p>
-
-<p>
-Remigia lo consola con gli occhi vivaci, pieni di
-promesse... assai lontane:
-</p>
-
-<p>
-— Verrà anche lei a Roma!
-</p>
-
-<p>
-Narciso s'inquieta:
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Ma sì! Ma intanto no!... Sono sempre
-tutti lì, con gli occhi aperti! Come si fa, santo Guìo!
-Come si fa? — Rialza di nuovo il bicchiere per giustificare
-il troppo lungo discorso a bassa voce: — E
-a Roma, anche a Roma sarà sempre così... — la
-vocina ha un improvviso salto di chiave... — così
-cattivona?...
-</p>
-
-<p>
-In questa circostanza, chi mai lo avrebbe preveduto?
-L'inesauribile, il più fecondo improvvisatore
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-di brindisi di tutto il reame di Pontereno e stati limitrofi,
-Marco Bragotto, ha dato negli scogli. Ha
-già fatto un brindisi, bellissimo, a Sua Eccellenza,
-sulle rime date dall'arciprete:
-Italia — Religione — Battaglia — Conciliazione;
-ed è stato applauditissimo.
-Adesso vuol farne un altro per donna Remigia,
-ma pensato con rime sue, e non ci riesce:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>A te Signora, in questo dì solenne</p>
-<p>Devoto il mio pensier volge le penne</p>
-<p>A te di Ponteren... alma... regina...</p>
-</div>
-
-<p>
-No. Il concetto c'è; anche la rima «inchina», ma
-il verso non va. Il cavaliere Marco Bragotto si rode,
-si arrabbia, non beve più, non parla più: tutta la
-serata gli è andata di traverso e non si scuote nemmeno
-agli spari dei petardi lanciati in aria dal capitano
-Zaccarella, che mormora sdegnosamente all'orecchio
-del colonnello:
-</p>
-
-<p>
-— Ci vuole di questa roba, per i villani!
-</p>
-
-<p>
-Remigia è felice, radiosa; strillando, si tappa le
-orecchie con le bianche mani ingemmate quando
-scoppiano i fuochi artificiali e finge di spaventarsi.
-A forza di dover rispondere ai brindisi, è anche lei
-un po' accesa; le sue parole, i suoi gesti, le sue risate
-sono più vivaci del solito. La sovrana assoluta
-è diventata una reginetta un po' più liberale, chè,
-lei felice, vorrebbe rendere felice anche tutto il suo
-reame.
-</p>
-
-<p>
-Al colonnello De' Taddei, promette che parlerà
-subito al ministro della Guerra perchè ripari le
-ingiustizie e gli procuri un buon posticino... sedentario.
-All'arciprete fa balenare il regalo di tutti i
-paramenti nuovi e i tendoni per il <i>Corpus Domini</i>;
-assicura l'avvocato, a proposito del <i>Vespertino</i>, e tra
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-due cedri del Libano, fuori dal raggio della luce
-elettrica, riceve un bacetto dal conte Narciso, ma
-soltanto sulla guancia, di volo.
-</p>
-
-<p>
-Lo <i>Champagne</i>, <i>Mumm extra dry</i>, che lo Zaccarella
-fa distribuire soltanto a chi vuol lui, lo ha fatto
-diventare birichino, birichino.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma
-non dimentica gli affari. Ogni tanto, ferma la Carfo:
-</p>
-
-<p>
-— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi,
-con le penne! Le <i>toques</i>, con i fiori!
-</p>
-
-<p>
-Oppure:
-</p>
-
-<p>
-— Ricorda alla Carolina il vestito <i>tailleur</i> di
-<i>drap</i> bianco!
-</p>
-
-<p>
-Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto
-mentre le confida le sue pene poetiche e le recita
-que' due primi versi che gli son venuti così bene e
-così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto
-il mio pensier volge le penne», — per correre
-in gran fretta a dire a Mimì:
-</p>
-
-<p>
-— Tutti i miei <i>bijoux</i> e anche tutti i miei ombrellini
-e i miei ventagli! Non ti pare?... Si sa mai!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme
-ancora placidamente e sogna di dare il suo primo
-gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli degli
-ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da
-due ore in faccende per la roba e i bauli, quando
-portano un dispaccio. Mimì e la cameriera si consultano
-in silenzio fissandosi negli occhi: il dispaccio
-viene da Roma, non può essere altro che del
-signor D'Orea. Il caso è troppo importante: l'Idola
-non ha ancora sonato... ma anche se dorme bisogna
-svegliarla!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-</p>
-
-<p>
-La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella
-camera buia in cui si sente un respiro lieve e quieto
-di bambino e un forte profumo d'ireos... Apre le
-finestre... Remigia si sveglia di soprassalto.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato!
-</p>
-
-<p>
-— È arrivato adesso un dispaccio...
-</p>
-
-<p>
-— Un dispaccio?... Sarà <i>il suo!</i> Dammelo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si alza a sedere sul letto: la camicia scivola
-da una parte, ma i capelli cadendo addosso,
-la coprono tutta.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ah, Mon dieu! Mon dieu!</i> Con questi capelli!
-</p>
-
-<p>
-Mimì glieli prende lei, delicatamente, con le due
-mani, per liberarle la faccia.
-</p>
-
-<p>
-Remigia apre il dispaccio e legge:
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-«Ti consiglio, per ora, restare Bologna. Giorni di
-gravi preoccupazioni non di esultanza. Spero ancora
-non accettandosi mie ultime condizioni restarmene
-fuori saluti affettuosissimi ringrazioti.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Giacomo</span>.»
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-— Ecco! — esclama Remigia, diventando bianca
-dalla collera. — Ecco! il vero tira-molla incontentabile!
-Ma sai che quest'uomo ha proprio fissato
-di farmi diventar matta?
-</p>
-
-<p>
-— No, cara, pensa invece...
-</p>
-
-<p>
-— Non difenderlo! Te lo proibisco! — Remigia
-dà un balzo sul letto come una furia. — Tu vuoi
-sempre difendere tutti quelli che mi fanno dispetto,
-che mi odiano!
-</p>
-
-<p>
-Mimì pallida, impietrita, non osa più dire una
-parola; non sa più scusare nemmeno sè stessa.
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, a poco a poco si calma. Torna a cercare
-di liberarsi dai capelli, non può. Mimì glieli avvolge,
-glieli torce sul capo fermandoli con gli spilloni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì!.. <i>Restarmene fuori!</i>... Per far ridere
-tutte le mie care amiche e nemiche di Bologna.
-<i>Ultime condizioni!</i> Ma che cosa crede di essere, per
-farsi tanto pregare? Gli Esteri, già, non glieli hanno
-mica voluti dare perchè non si fidano. Ma parla!
-Rispondi! Non far la mummia! — Remigia torna
-ad arrabbiarsi. — Hai proprio fissato anche tu, di
-farmi star male? Di farmi piangere?
-</p>
-
-<p>
-Mimì copre l'amica di baci, sui capelli, sulle
-mani: c'è tanto amore, tanta sommissione e tanta
-umiltà nelle sue carezze!
-</p>
-
-<p>
-— Io... vado a Roma lo stesso!
-</p>
-
-<p>
-— Però lo avverti, prima, che vai!
-</p>
-
-<p>
-Remigia riprende il dispaccio che ha stracciato e
-buttato sul letto. Unisce i due pezzi e lo rilegge attentamente.
-</p>
-
-<p>
-... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni
-di gravi preoccupazioni, non di esultanza — Spero
-ancora — non accettandosi mie ultime condizioni — starmene
-fuori — saluti affettuosissimi — ringrazioti» — Non
-dice, <i>non voglio</i>; dice: <i>ti consiglio
-per ora</i>. Che te ne pare?...
-</p>
-
-<p>
-— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma
-affettuoso...
-</p>
-
-<p>
-— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non
-è mio marito? Dove c'è lui, ho diritto di starci anch'io,
-perchè... voglio essere una buona moglie.
-</p>
-
-<p>
-— In questo hai ragione.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non devo essere libera di vedere mio
-marito quando voglio?... Non l'ho mica sposato per
-star sempre sola! Lui, a Roma, ed io relegata in
-questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno!
-Sono stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa,
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-stufa di avere sempre nelle orecchie, giorno e notte,
-l'inno delle cicale e delle rane al Messidoro! Sentile:
-<i>quà, quà, quà!</i> Hanno già cominciato! Dammi
-da scrivere!
-</p>
-
-<p>
-Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul
-tavolino, la porta sul letto e l'apre. Remigia pensa,
-poi scrive:
-</p>
-
-<p>
-«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai
-cedere insistenti preghiere amici desiderosissima
-vederti abbracciarti parto lo stesso.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«Tua.»
-</p>
-
-<p>
-— Va bene?
-</p>
-
-<p>
-La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non
-trova altro che una piccola correzione da fare:
-</p>
-
-<p>
-— Invece di <i>parto</i>, dovresti scrivere <i>partirei</i> domani
-sera.
-</p>
-
-<p>
-Remigia accetta e fa la correzione. Due ore dopo,
-arriva la risposta di Giacomo:
-</p>
-
-<p>
-«Vieni pure domani sera ma conduci teco signorina
-Mimì. Prevedo temo avrò poco tempo disponibile
-farti compagnia. Saluti affettuosi.»
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Giacomo</span>.»
-</p>
-
-<p>
-Remigia nel dare il dispaccio da leggere alla Carfo
-salta dalla gioia e l'abbraccia ripetutamente:
-</p>
-
-<p>
-— Sono felice! Sono felice! Sono felice!
-</p>
-
-<p>
-Mimì ha gli occhi pieni di lacrime, tanta è la
-gioia di non dover lasciare l'amica.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi com'è buono?... È tanto buono il signor
-D'Orea!
-</p>
-
-<p>
-— Buonissimo! — risponde Remigia con entusiasmo. — E
-poi, così, c'è più tempo per tutto!...
-Anche di scrivere a Milano per la mia mantelletta
-di <i>chinchillà</i> e il <i>renard</i> bianco. A Villa Borghese
-e al Pincio farà fresco, qualche sera!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span></p>
-
-<h3>IV.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La partenza di donna Remigia da Pontereno e da
-Bologna è una doppia festa trionfale. A Pontereno
-il sindaco ha fatto suonare la banda civica in onor
-suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla stazione,
-la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei
-Lavori Pubblici, è ossequiata dalle autorità e salutata
-dagli amici, per l'occasione più che mai numerosi
-ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor
-Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto
-lo sport.
-</p>
-
-<p>
-Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari,
-sotto la tettoia ben illuminata, per raggiungere
-il <i>vagone-salon</i>, si forma una folla di curiosi che la
-seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per
-poterla vedere:
-</p>
-
-<p>
-— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La
-più alta?
-</p>
-
-<p>
-— No! È la più piccola!
-</p>
-
-<p>
-— Carina assai anche la piccola!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Questo è davvero un bel Gabinetto!
-</p>
-
-<p>
-— Vorrei entrarci anch'io!
-</p>
-
-<p>
-— Evviva le bionde al potere!
-</p>
-
-<p>
-— Evviva!
-</p>
-
-<p>
-Qualcheduno comincia anche a battere le mani.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori
-con Mimì, sul terrazzino, rischiarato da un fascio di
-luce elettrica, per farsi vedere e per ricevere i complimenti.
-Veste un abito grigio chiaro, attillatissimo,
-con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di
-ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo,
-parlando con tutti animatamente. Ha gli occhi
-scintillanti e il viso acceso; è felice, raggiante,
-è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata, desiderata
-da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.
-</p>
-
-<p>
-Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a
-Bologna!... E i Bolognesi? Simpaticöni!
-</p>
-
-<p>
-Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino
-del carrozzone, sdilinquisce in tenerezza per
-la contessina Carfo, comprendendo bene come, in
-quel momento, gli sarebbe stato impossibile di attirare
-l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito
-di fiori il <i>vagone-salon</i> per la Regina e di
-dolci e di pasticcini per la dama d'onore; e se sospira
-e geme, a cagione di quella partenza con la
-sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine!
-Cattivone!» abbracciandole in ispirito, tutte
-e due.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul
-treno, sbuffando ed asciugandosi la pappagorgia
-col moccichino, seguita a fare presentazioni. Presenta
-alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla contessina
-Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-capo-traffico, un ispettore, poi il capo-stazione, poi
-il capitano dei carabinieri, poi, uno dietro l'altro
-tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli salire
-da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi
-alle signore, — un bell'inchino, — e scendere dall'altra.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano
-e un complimento. In quel suo gran da fare non dimentica
-nessuno, nemmeno Narciso Gambara che,
-quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così
-languida che lo fa saltare dal predellino più basso
-al predellino più alto.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio
-così!... Voglio un posticino al Ministero! Vicinissimo
-a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da brava!... Anche
-senza stipendio!
-</p>
-
-<p>
-I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo
-alla folla: passa il prefetto.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un
-sorriso amicale e si sporge dalla scaletta con la mano
-tesa e il moccichino spremuto, per aiutarlo a
-salire.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in
-guardia, per non compromettere il Ministero, serbando
-le distanze da superiora a inferiora.
-</p>
-
-<p>
-Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole
-delle autorità è il signor Zaccarella che si
-avanza, pieno di boria, accigliato e minaccioso. Il
-Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già
-alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati
-e con le guardie. Tutti si scusano umilmente
-e gli porgono omaggio: lui, non saluta nemmeno.
-Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!
-</p>
-
-<p>
-— Indietro, signori!... Partenza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo
-in bilico sulla punta del piede destro; si rinnovano,
-con maggiore animazione saluti e auguri e il treno
-parte.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina:
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa, a Roma!
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure
-accoglienze e feste straordinarie.
-</p>
-
-<p>
-— Basta che non arrivi troppo spettinata!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona
-e resta lì tutta notte, seduta scomoda e senza
-quasi poter dormire, per non arrivare a Roma con
-i capelli scompigliati.
-</p>
-
-<p>
-Invece a Roma... È una bella delusione!
-</p>
-
-<p>
-Il treno non si è ancora fermato e già Remigia
-sporge il capo dal finestrino sicurissima di scorgere
-Jack — tesöro! — sotto la tettoia, in compagnia de'
-suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano, un
-<i>tararan</i>, <i>tararan</i> di marcia reale... Invece, nessuno!
-Fra tanta gente, nessuna conoscenza!
-</p>
-
-<p>
-— Mimì!... Giacomo non c'è!
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile!...
-</p>
-
-<p>
-Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai
-vari scompartimenti si allontanano a frotte, con i
-facchini. Dinanzi al loro vagone non c'è che la Carolina
-appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a
-un grande scatolone posato per terra.
-</p>
-
-<p>
-È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da
-Milano all'ultimo momento.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda
-la Carfo alla cameriera.
-</p>
-
-<p>
-— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!...
-Si chiamano e non si degnano nemmeno di rispondere! — La
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-Carolina è di malumore; ancora tutta
-piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera
-di polvere.
-</p>
-
-<p>
-Remigia rientra nel vagone: non può credere a
-sè stessa.
-</p>
-
-<p>
-— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che
-io arrivi con un'altra corsa!
-</p>
-
-<p>
-Mimì resta un istante pensierosa:
-</p>
-
-<p>
-— No, non può essere; non c'è che questo treno
-diretto, che arriva a Roma da Bologna, alla mattina.
-</p>
-
-<p>
-— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro?
-</p>
-
-<p>
-— Chiarissimo!
-</p>
-
-<p>
-«<i>Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò
-finalmente abbracciarti domattina — tenerezze
-infinite. — Tua</i>».
-</p>
-
-<p>
-Remigia passa dall'avvilimento alla collera.
-</p>
-
-<p>
-— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta
-espansione?.... E non si muove nemmeno per venirmi
-incontro?...
-</p>
-
-<p>
-— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento!
-</p>
-
-<p>
-— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se
-si fosse trattato di mia sorella...
-</p>
-
-<p>
-Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette
-a gridare:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco! Ecco!
-</p>
-
-<p>
-— Chi?...
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Gaudenzio!
-</p>
-
-<p>
-Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto
-emettere un grido di allegrezza alla cameriera, rende
-la padrona addirittura furibonda.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, Mimì! Scendiamo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta:
-</p>
-
-<p>
-— Anche tu! Lasciami stare!
-</p>
-
-<p>
-Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e
-la caccia nella borsettina rossa.
-</p>
-
-<p>
-Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma
-dal signor Gaudenzio di non dormire tutta notte
-e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello!
-</p>
-
-<p>
-Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i
-baffi, la cravattina colorata e con un piccolo bastoncino
-sempre fra le mani. Ha l'aria più di un sensale
-che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire:
-sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di
-trentanni in casa D'Orea. Ha cominciato facchino di
-studio, poi fattorino, e al presente, mezzo servitore
-e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla
-mattina presto, e si mette subito a raccontare ridendo,
-alla signorina Remigia, l'avventura che gli
-è toccata:
-</p>
-
-<p>
-— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade,
-in questa stazione! E io, mi ci perdo!... Anche
-stamattina, invece di prendere la strada di Bologna,
-ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!...
-Credo, io, che non le vedevo arrivare!
-</p>
-
-<p>
-— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia
-è tanto più irritata perchè quella stupida
-della Carolì si mette a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai,
-nè per dormire, nè per mangiare, nè per tirare il
-fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando potrà;
-ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione!
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-Glielo dica anche lei, signora Remigia! Con la salute
-che ha e con quel temperamento è stato un gran
-minchione a lasciarsi fare ministro!
-</p>
-
-<p>
-Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come
-gli urta i nervi quel «signor Giacomo» quella «signora
-Remigia!» Per tutto il tempo non lo guarda
-più in faccia.
-</p>
-
-<p>
-Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge,
-continua a scherzare con la Carolina, finchè donna
-Remigia comanda alla cameriera di andare innanzi
-all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.
-</p>
-
-<p>
-— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!
-</p>
-
-<p>
-Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno,
-monta in <i>botte</i> accanto alla ragazza.
-</p>
-
-<p>
-— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo
-lì, io non lo voglio mai vedere, assolutamente!
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti, signora duchessa!
-</p>
-
-<p>
-— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà
-venir subito Giovanni, da Pontereno!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del
-landò, ma donna Remigia vuol prendere prima il
-caffè al ristorante della stazione.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni, Mimì.
-</p>
-
-<p>
-Mentre prendono il caffè, Remigia continua a
-brontolare:
-</p>
-
-<p>
-— Spero che questa volta, almeno, non avrai il
-<i>tuppè</i> di voler sempre difendere quel tuo — ci pensa,
-poi trova la parola — quel tuo <i>apata</i> così bene
-educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai
-apposta... perchè mi odî!
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e
-per questo Remigia si arrabbia ancora di più.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti
-nasconda anche i miei dispiaceri...
-</p>
-
-<p>
-— No... Scusa!... — Mimì è disperata.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta
-colpa tua!
-</p>
-
-<p>
-— Colpa mia?
-</p>
-
-<p>
-— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida,
-per amor del cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo
-di non venire a Roma così a precipizio! Ma
-già, è inutile; sei fatta... come le tedesche! Famosissima
-per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace
-di un buon consiglio!
-</p>
-
-<p>
-Appena all'albergo, <i>aut aut!</i>
-</p>
-
-<p>
-— O mi date l'appartamento col balcone grande
-che dà sul Corso, o vado all'<i>Hôtel de Russie!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ma è stato Sua Eccellenza...
-</p>
-
-<p>
-— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto
-nemmeno dipinta!
-</p>
-
-<p>
-Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà
-sul Corso; ha tutto ciò che vuole, ma non è contenta.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così
-soddisfatta di trovarmi a Roma, che non vedo l'ora
-di essere di ritorno a Bologna!
-</p>
-
-<p>
-E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso
-pensa ancora con trasporto e con rimpianto
-mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea del bagno
-d'amido, alla violetta.
-</p>
-
-<p>
-— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi...
-Simpaticöni! Vi voglio un gran bene! — Per
-vendicarsi di Jack e dei Romani che non erano
-andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte,
-sulla punta delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'!
-a un bolognese qualunque: magari
-all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-</p>
-
-<p>
-Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua
-color perla, profumata, in tremule onde circolari
-e ripensa a quel bel momento trionfale della
-sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto
-così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila,
-agitare i cappelli mentre il treno si muove... Rivede
-tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il colonnello De'
-Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara...
-</p>
-
-<p>
-Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere
-l'acqua con la mano, più lentamente.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel...
-<i>apata</i>. Fosse stato anche il Presidente dei Ministri,
-lui avrebbe piantato lì qualunque affare di Stato, per
-venirmi incontro alla stazione, chi sa con quanti fiori
-e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza
-l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a
-goccia a goccia — ... una <i>lunghissima</i> lettera!...
-E voglio telegrafare a mammà di venir subito a
-Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il
-mio Totò, che vuol andare al Cairo lui... a morir
-di passione!
-</p>
-
-<p>
-Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si
-tuffa, si risospinge a fior d'acqua e di nuovo si lascia
-andar giù sprofondandosi dolcemente, chiudendo
-gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo:
-</p>
-
-<p>
-— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!...
-Amöre! Ah, che delizia un buon bagno tiepido dopo
-tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che piacere!...
-Non c'è al mondo un piacere... una più
-grande... voluttà...
-</p>
-
-<p>
-Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e latte
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-donna Remigia va sul balcone a respirare, mentre
-Mimì, il signor Zaccarella e persino il segretario dell'albergo,
-sono tutti in moto con i facchini, per mettere
-in ordine il salotto, come vuol lei.
-</p>
-
-<p>
-— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal
-balcone. — E anche quell'orribile Colosseo!... Sembra
-dipinto da un cuoco famoso per i croccanti!
-</p>
-
-<p>
-Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire
-a poco a poco.
-</p>
-
-<p>
-Remigia guarda in istrada; quelli che passano si
-voltano in su: c'è da far passare il tempo.
-</p>
-
-<p>
-— È allegro il Corso, alla mattina!
-</p>
-
-<p>
-Viene Mimì sul balcone, con una lettera.
-</p>
-
-<p>
-— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta.
-</p>
-
-<p>
-— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà
-risposta, manderò il signor Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata
-in piedi al balcone voltando le spalle alla
-strada, ma continuando a sbirciare, a destra e a sinistra,
-quelli che passano e guardano in su, rompe
-la busta e legge:
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una
-lettera di mammà?...
-</p>
-
-<p>
-Legge prima il bigliettino, perchè è più corto.
-</p>
-
-<p>
-«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione!
-Verrò <i>certissimo</i> a pranzo e cercherò il
-modo, se sarà possibile, di poter aver libera la serata.
-Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei
-più affettuosi saluti, una letterina molto gentile e
-buona, che ricevo in questo punto dalla tua mamma.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Giacomo</span>».
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu!</i>... Stasera sarà stanco, e con
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-la scusa dell'emicrania, la solita callotta di piombo,
-si resterà in casa a far venire le dieci, per andare a
-letto! E questa benedetta mammà, tanto farmi girare
-per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo
-che cosa c'è di gentile e di buono.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina si congratula impiegando
-quattro paginette fitte fitte, per l'assunzione al potere
-del «genero amatissimo», del «figliuolo dilettissimo»,
-sciorinando elogi e complimenti con la più
-colorita e calda espansione.
-</p>
-
-<p>
-«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo
-a te e a tutti, figlio mio: la tua grande modestia
-non potrà mai soffocare il mio orgoglio legittimo, di
-madre. In quest'ora difficilissima, la Patria ha bisogno
-de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti,
-non potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo
-benissimo tutto il tuo grande sacrificio e
-perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più. Io sono
-fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo
-sai bene, carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata
-la mia gioia prediletta. Con lei, ti sei preso il mio
-cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la consolazione,
-il conforto de' miei capelli bianchi...»
-</p>
-
-<p>
-Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che
-prima del suo matrimonio con Giacomo D'Orea,
-mammà scriveva... a Luciano. Era lui, allora, Luciano,
-anche senza salvare la patria, anche senza essere
-ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo,
-il suo legittimo orgoglio. E se lei Remigia,
-è sempre stata davvero l'Idolo prediletto per il
-cuore materno, è però altrettanto vero che nelle lettere
-di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia,
-la superba compiacenza, la consolazione e il conforto
-dei capelli bianchi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia continua a sorridere terminando di leggere
-la lettera e riponendola nella busta.
-</p>
-
-<p>
-— Che cambiamento, ha fatto mammà!
-</p>
-
-<p>
-E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo»
-non era ascritto certamente fra gli uomini
-migliori della patria!...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Bum!</i>
-</p>
-
-<p>
-Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza
-Mortadella, egli era, invece, secondo l'opinione di
-mammà e dello zio Rosalì, uno degli uomini famosi...
-per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano
-dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo
-tutta la famiglia approvava e lo zio Rosalì faceva eco,
-mormorando: — Mah!.. La croce non fa il cavaliere...
-e nemmeno la commenda!
-</p>
-
-<p>
-— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino,
-e ogni altra bestia più bestia, è mio cognato Luciano!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo
-ha domandato la mia mano!... Che cambiamento di
-scena! Povero Luciano! Detronizzato come il doge
-Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars
-con la cattiva idea di opporsi al mio matrimonio?...
-Le furie di mammà!... «Mi avete messa in croce
-una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...»
-E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi
-pazzo è nato, muore matto!...» Persino il voltafaccia,
-il relativo <i>pronunciamento</i> del capitano, e per
-colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!...
-Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di
-lei!... Soltanto l'umilissimo e ossequiosissimo signor
-Trüb!... — A Remigia sfugge un'altra risata. — Com'era
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-buffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii
-e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva
-una foca!
-</p>
-
-<p>
-Il pensiero della giovane signora si allontana nel
-passato: i ricordi succedono ai ricordi.
-</p>
-
-<p>
-— La <i>Tête-pointue!</i>... Villars! Che bel paese!...
-Incantevole!... Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E
-come ballava bene! Altro che Narciso Gambara!
-</p>
-
-<p>
-Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto
-di Re Faraone innamorato... Rivede gli occhiacci di
-missis Eyre furibondi contro <i>Din</i> e <i>Don</i>... Poi, a un
-tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in istrada:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!</i>
-</p>
-
-<p>
-È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!...
-</p>
-
-<p>
-Remigia dà un grido di gioia.
-</p>
-
-<p>
-— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà
-girare tutta Roma, i teatri e divertirsi!
-</p>
-
-<p>
-— Che bravo! Che bella improvvisata!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che
-vuole; i loro rapporti sono cordialissimi. Luciano,
-è vero, è molto cattivo con sua moglie, che è poi la
-sorella di Remigia, ma questo a Remigia, poco preme.
-Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta
-gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla
-moglie ciò che spreca, stupidamente, con l'amante;
-ma questo, a Remigia, che fa, che importa? Anzi,
-«la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere
-il cognato contro la sorella: Maria è una esagerata,
-una donna troppo eccessiva e... opprimente.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu!</i> Che tragediografa!
-</p>
-
-<p>
-In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiare
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-la cognatina perchè, davvero, la trova molto
-<i>chic</i> e poi... per ingelosire e far dispetto al fratello
-e alla moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per
-uno. E con questa <i>Franceschina</i> qui, forse... chi sa?
-</p>
-
-<p>
-.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala:
-i cognati si abbracciano festevolmente e
-tornano insieme sul balcone.
-</p>
-
-<p>
-— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora
-sossopra.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non sei venuta al <i>Grand hôtel?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Jack vien sempre al <i>Roma!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da
-miliardario. — Per spendere meno. Sempre l'uomo
-di carattere: moderato in politica, moderato nelle
-spese! Del resto, lui poteva restare al <i>Roma</i> e tu
-venire al <i>Grand hôtel</i>. Questo, adesso, si usa. È
-assai più comodo tanto per il marito, come per la
-moglie.
-</p>
-
-<p>
-Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina
-con un ghignetto canzonatorio:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa!
-</p>
-
-<p>
-— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni!
-</p>
-
-<p>
-— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado.
-Ministressa? — Le prende una mano e gliela
-bacia. — Regina, <i>for ever!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me
-te la sei cavata abbastanza bene. Ma, e con Jack?...
-Gli hai mandato, almeno, un telegramma?
-</p>
-
-<p>
-I baffettini di Luciano si rizzano irti, per l'altezzoso
-disprezzo:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, mainò!... Sono disgrazie che capitano così
-all'individuo, come alla Nazione!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia finge di non aver capito e si volta verso
-il salotto.
-</p>
-
-<p>
-— Signor Zaccarella! Per favore! Faccia portare
-due sedie!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, le porta lui stesso, in persona.
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano lo squadra in cagnesco:
-</p>
-
-<p>
-— E... come va la vitaccia, caro capitano?
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo!... Fosse andata sempre così! Mi comanda
-altro, duchessa?
-</p>
-
-<p>
-— No, grazie. Quando tutto è finito, me lo faccia
-sapere.
-</p>
-
-<p>
-Risponde Mimì, che ha già salutato Luciano, di
-passaggio nel salotto:
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo presto! Non dubitare!
-</p>
-
-<p>
-— Come hai saputo che arrivavo stamattina?... — domanda
-Remigia a Luciano appena seduti.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, diavolo! Ormai, sei diventata una donna
-illustre... Pubblica! L'ho letto sul <i>Fracassa!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Sul <i>Fracassa?</i> — Remigia diventa rossa dalla
-gioia. Che c'è sul <i>Fracassa?</i> — Chiama di nuovo
-il signor Zaccarella. — Mandi a prendere il <i>Fracassa</i>
-di stamattina! Subito!
-</p>
-
-<p>
-— Non occorre! L'ho io! — Luciano leva la gazzetta
-di tasca e la porge alla cognata. — C'è un
-telegramma con la tua partenza da Bologna.
-</p>
-
-<p>
-Remigia sfoglia ansiosa il giornale:
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— In terza pagina...
-</p>
-
-<p>
-— Ecco! Trovato! — Remigia legge a mezza voce:
-«Ieri sera, sotto la tettoia della stazione, alla partenza
-del <i>direttissimo</i> per Roma, notavansi, in gruppo,
-le più cospicue personalità cittadine, nella politica,
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-nelle lettere, nelle arti, nell'aristocrazia e nell'alta
-finanza. Era una eletta rappresentanza della nostra
-Bologna, memore e grata, convenuta per presentare
-gli ossequi del commiato a quella intellettuale
-signora che è la duchessa Remigia D'Orea Moncavallo,
-moglie di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori
-Pubblici. Ella si reca alla Capitale, a raggiungere
-il marito, cui sarà di conforto, fra le gravi cure
-del suo dicastero l'aver presso di sè l'esimia donna,
-fida consigliera e compagna.
-</p>
-
-<p>
-«L'alta società bolognese rimpiange la regina dello
-spirito e della eleganza che migra ai saloni della
-terza Roma, ove Ella saprà diffondere il fascino delle
-sue grazie e del suo ingegno, nell'aure sature di
-politica e di diplomazia». — Mimì! Mimì!
-</p>
-
-<p>
-Invece di Mimì, si presenta ancora, nel vano della
-finestra, il signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— La contessina è andata con la Carolina a disfare
-i bauli. Devo chiamarla?
-</p>
-
-<p>
-— No; prenda. — Gli dà il <i>Fracassa</i>. — Lo porti
-alla contessina Carfo. Le dica di leggere qui, — segna
-il punto con il dito, — questo dispaccio da Bologna.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella se ne va col giornale leggendo
-la corrispondenza telegrafica pieno d'unzione rispettosa.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non mi sei venuto incontro?
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! Se ho letto la notizia mezz'ora fa? E
-poi, figurati! Immischiarmi con il mondo politico,
-ufficiale e... <i>forcaiolo?</i>... Peuh!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia lascia correre: non vuol far sapere
-al cognato che tutto il mondo politico ufficiale e
-forcaiolo, era rappresentato... dal signor Gaudenzio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Jack non t'ha detto ch'io sarei arrivata stamattina?
-</p>
-
-<p>
-— Mio fratello... cerco di vederlo il meno possibile.
-È un metodo di cura preventiva, contro il mal
-di fegato.
-</p>
-
-<p>
-Remigia ride, poi domanda:
-</p>
-
-<p>
-— E mia sorella? È qui?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, no, per grazia di Dio e volontà di chi comanda!
-È a Fiumicino, a far la cura dell'aceto e a
-sobillare la zia Gioconda!... A metterla su contro me!
-</p>
-
-<p>
-— La zia Gioconda? — Remigia è assai maravigliata.
-</p>
-
-<p>
-— Fiumicino superiore e Fiumicino inferiore,
-sono ormai un Fiumicino solo!... Immagini tu, Maria,
-con la sua superbia e le sue ridicole schifiltosità,
-sempre insieme e in lega con la zia Gioconda?
-</p>
-
-<p>
-L'Idola si fa seria: — Certo, certissimo! È per
-amore di Giacomo che quell'ipocrita lacrimosa di
-sua sorella ha voluto conquistare la zia Gioconda! — Ma
-resta pensierosa un attimo soltanto, rasserenandosi
-subito con una scrollatina di testa. — Facciano
-un po' quello che vogliono! Lei è a Roma per divertirsi!...
-E lei, e non sua sorella, è la moglie dell'onorevole
-D'Orea, del ministro!
-</p>
-
-<p>
-Si china sulla seggiola sporgendo verso Luciano
-il visetto arguto:
-</p>
-
-<p>
-— Tu, allora... si capisce! Sei qui per la divina
-arte canora!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano arrossisce leggermente facendo un
-sorriso da fatuo, senza dire nè sì, nè no.
-</p>
-
-<p>
-— Già, già, già! — continua la maliziosetta. — Teatro
-Costanzi: <i>La Manon!</i>... Oh, bella! Diventi
-rosso?... Ancora? Ma sì! Rosso! Rossissimo, sino
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-alla radice dei capelli... che non hai!... Bravo cognatino!
-Perduto il pelo, ma conservato il pudore! — Poi
-soggiunge sottovoce, risolutamente: — Ricordati:
-questa volta, voglio proprio vederla!
-</p>
-
-<p>
-— Vieni alla prima della <i>Manon</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Certissimo! — Riflette un istante, poi soggiunge
-con un'alzata di spalle, — Giacomo non lo saprà
-nemmeno.
-</p>
-
-<p>
-— Allora bisognerà fissare un palco, oggi stesso. — Don
-Luciano assume un'aria di grande importanza. — È
-già venduto più di mezzo teatro!
-</p>
-
-<p>
-In fatti Fanfan Trécoeur era stata preceduta a
-Roma dall'eco clamorosa del grande successo a Milano,
-al <i>Dal Verme</i>. Tre sere di trionfo e tre <i>piene</i>,
-costate a don Luciano, complessivamente, una cinquantina
-di mille lire. Ma la gloria... è cara; e per
-dare la scalata alla <i>Scala</i>, bisogna cominciare col
-<i>Dal Verme</i> e passare dal <i>Costanzi</i> e dalla <i>Pergola</i>. — Dunque
-intesi! Mi prendi un palco e andiamo
-insieme!
-</p>
-
-<p>
-Il cognatino rimane esitante: l'altra capisce a volo.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! Quella sera, sarai impegnatissimo! Avrai
-da dirigere, da guidare la <i>claque</i>! Vuoi che per
-l'occasione ti ceda il capitano? Senza complimenti! — Remigia
-è indispettita. — Andrò al <i>Costanzi</i> con
-Mimì!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, con Mimì? — Luciano cerca di rasserenarla. — Ne
-troverai, qui, di amiche e di conoscenti,
-quante ne vuoi! Intanto, la marchesa della
-Gancia!
-</p>
-
-<p>
-— Quanita? — esclama Remigia con gioia.
-</p>
-
-<p>
-— Un'idea! Stamattina, visto che non sei ancora
-in ordine, t'invito io a colazione, e vado a invitarti
-anche i della Gancia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Al <i>Grand hôtel?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Al <i>Grand hôtel!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Accettato!
-</p>
-
-<p>
-— Ma... — Luciano abbassa un po' la voce. — Se
-si potesse risparmiarci l'incomodo della signorina
-Mimì?
-</p>
-
-<p>
-— Mimì?... Figurati! Ha dodici bauli da mettermi
-a posto!
-</p>
-
-<p>
-— Ah! — Luciano fa un largo sospiro di sollievo. — In
-premio ti offro un giretto in automobile, per
-farti venire appetito!
-</p>
-
-<p>
-A Remigia, la proposta sorride moltissimo: tuttavia
-rimane un po' dubbiosa.
-</p>
-
-<p>
-— E poi?.. Jack?... Che cosa dirà?
-</p>
-
-<p>
-— Ci sei stata altre volte con me, in automobile,
-a Bologna, a Milano e l'orso non ti ha graffiata!
-</p>
-
-<p>
-— Va bene, ma... oggi è diverso! E... proprio a
-Roma!
-</p>
-
-<p>
-— Oggi è diverso? — Luciano rifà il solito ghignetto. — Perchè
-sei diventata Sua Eccellenza la
-Ministressa?
-</p>
-
-<p>
-Remigia si arrabbia:
-</p>
-
-<p>
-— Non fare l'antipatico! Sai, che mi dà ai nervi!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Pardon</i>, signora Eccellenza! Ti farò soltanto
-osservare che la grande stagione della politica è agli
-sgoccioli, motivo per cui, puoi prenderti qualche
-piccolo svago anche essendo al Governo! Il Re, ieri
-sera dopo la presentazione e il giuramento dei ministri
-è partito per Venezia, e a Roma a rivederci a
-novembre! Oggi stesso, fatta la presentazione del
-nuovo gabinetto, o domani al più tardi, sarà chiusa
-anche la Camera. Non solo dunque puoi fare un giretto
-in automobile stamattina, ma dopo colazione,
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-ti propongo una volata fino a Porto d'Anzio, con la
-della Gancia, per vedermi a nuotare.
-</p>
-
-<p>
-— No! No! — Remigia scrolla il capo vivamente. — Oggi
-voglio proprio andarci alla Camera! Tanto
-più se si deve chiudere così subito! Che peccato! E
-poi? E Jack?... E mio marito? Pensa, non l'ho ancora
-veduto!
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio! Quale orribile sventura!...
-</p>
-
-<p>
-— No! No! Facciamo adesso un bel giretto, dicendo
-che si va al <i>Grand hôtel</i> e, per oggi... basta,
-<i>tuff, tuff!</i> — Si alza chiamando forte: — Mimì! Ti
-saluto! Luciano mi ha invitata a colazione! Carolì!
-Fa presto! Vieni a mettermi il cappello!
-</p>
-
-<p>
-Fa per correr via, ma l'altro la ferma.
-</p>
-
-<p>
-— Devo prima avvertirti... di una cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Quale? — Ella lo fissa attentamente. I baffettini
-all'insù, alla russa, il cognatino è di una serietà
-quasi solenne. — Che c'è?
-</p>
-
-<p>
-— Ti avverto che io sono... socialista.
-</p>
-
-<p>
-— Tu? — Remigia dà una grande risata. — Tu?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, io; persona prima. Sono socialista e <i>mi-li-tante</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Col permesso... di <i>Manon?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ridi pure. È cosa lecita alle signore, quando
-hanno, come te, bellissimi denti!
-</p>
-
-<p>
-Fa, scherzando, per darle un bacio; Remigia si
-tira indietro.
-</p>
-
-<p>
-— L'Estrema con la Destra?... Che ibridissimo
-connubio!
-</p>
-
-<p>
-— Ridi! Ridi! Ma quando lo saprà, a Camera nuova,
-se ne accorgerà e non riderà mio fratello!
-</p>
-
-<p>
-— Quando saprà... che sei socialista?
-</p>
-
-<p>
-— Che sono socialista.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia lancia sul cognato un'altra occhiatina ironica.
-</p>
-
-<p>
-La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica
-e con tutti i suoi giornali, in fatto di socialismo è
-ancora alle prime nozioni confuse e sbagliate. Ella
-crede dunque, che Giacomo debba essersene di già
-accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza
-aspettare la Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione
-D'Orea. Ma di ciò, adesso... <i>cito</i>.
-Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato.
-Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per
-il primo giorno di lune! Oh, allora, senza voler entrare
-in certi argomenti, ma lo dovrà scontare il
-socialismo!.. Altrochè!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span></p>
-
-<h3>V.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente
-del Consiglio e con gli altri suoi colleghi tutte le
-disposizioni necessarie per le sedute della Camera e
-del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e
-fa una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua
-moglie.
-</p>
-
-<p>
-Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo
-di compitezza e forse, chi sa?... anche di coscienza,
-tant'è vero che quando sente da Mimì che Remigia
-non c'è, prova un senso di sollievo.
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?
-</p>
-
-<p>
-— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione
-al <i>Grand hôtel!</i>
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del
-fratello, il signor D'Orea si rannuvola e si affretta
-a difendere l'amica.
-</p>
-
-<p>
-— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con
-le camere sossopra, non aveva nemmeno un posto
-da sedere. Don Luciano, voleva condurla in automobile
-fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino
-arrabbiata! Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla,
-signor D'Orea!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia,
-quello di Giacomo, della duchessa Cristina,
-del principe di Sant'Enodio, di Maria Grazia sono
-tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto,
-sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente,
-si fermano sul ritratto di Maria.
-</p>
-
-<p>
-La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte
-le bugie che ha detto, si avvicina a Giacomo, gli
-prende la mano e gliela stringe forte, replicatamente.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi?
-Con tutto il cuore e con tutta l'ammirazione
-che sento per lei?...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si scuote, balzando in piedi.
-</p>
-
-<p>
-— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni
-e l'eccellenza! Mi dia invece dell'imbecille e
-mi faccia le condoglianze! — Si apre l'uscio; si volta: — Oh,
-bravo, il caffè!
-</p>
-
-<p>
-Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per
-l'improvviso accesso d'irritazione, aspettando muto,
-gli occhi fissi, che il cameriere deponga il vassoio
-sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha ordinato
-nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia
-due tazze, avidamente.
-</p>
-
-<p>
-— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi
-a forza di caffè e di tè. Ma sono... galvanizzazioni
-usuraie, come dice, ammonendomi, il dottor Davos!
-</p>
-
-<p>
-Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore:
-è pallido, smunto, ma con gli zigomi accesi e con la
-fronte madida di sudore. Ha le occhiaie gonfie, con
-le borse; le tempie vuote.
-</p>
-
-<p>
-— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto
-giù, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di
-rossore. — Si vede soltanto, che è molto stanco! Si
-capisce, del resto, col grande lavoro di questi giorni!
-Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è
-vero? Ella potrà prendersi un po' di vacanza e si rimetterà
-presto. E poi, deve far bene anche sentirsi
-l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo
-s'interrompe con un sorriso amaro; — oh!
-le mie soddisfazioni sono addirittura straordinarie!
-</p>
-
-<p>
-— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non
-dica così! Non sia tanto ingiusto con sè stesso
-e con gli altri! Non è una soddisfazione grandissima
-il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti
-la stimano?
-</p>
-
-<p>
-Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i
-piedi.
-</p>
-
-<p>
-— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina,
-ma a brutte cose, brutte parole! — E la
-prova di essere ciò che sono, l'ho data io stesso, accettando
-un portafoglio, al quale neanche sono adatto,
-in questo momento, in queste condizioni e con
-questi uomini! — Giacomo finisce con l'alzar troppo
-la voce, diventando a mano a mano sempre più concitato
-e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole
-che glielo dica?... Io sono l'uomo «che non sa più
-dir di no!» E non lo ero! Non sono nato imbecille!...
-Ero un uomo forte, tenace, persino testardo! Io avevo
-una volontà e arrivavo a qualunque costo dove
-volevo e dovevo arrivare! Sì, sì! Ero proprio così!
-Sembravo un timido, ma ero timido soltanto in società;
-con le signore!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta,
-quasi impaurita. Non ha mai veduto il signor
-D'Orea infuriarsi, diventare così pallido e stravolto.
-Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a girare
-su e giù, a pestare i piedi, a gridare.
-</p>
-
-<p>
-— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi,
-con i miei avversari!... E con le canaglie, sono
-sempre stato forte, persino violento! Doveva sentirmi
-allora, signorina, alla Camera, negli Uffici, in
-Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio
-di piantare in asso il Governo e di mandare il
-Ministero a gambe all'aria piuttosto di cedere e di
-piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia,
-la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male,
-oggi... sono un debole.
-</p>
-
-<p>
-— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna
-a prendere la mano, a stringerla fortemente. — Non
-dica così!
-</p>
-
-<p>
-— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene!
-Lei, vede, lei signorina, mi ha conosciuto tardi,
-quando non ero più io, quando ero già diventato
-l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si
-ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica
-per il giuoco del <i>tennis</i>... e a Roma, non ho saputo
-dir di no al Quirinale!
-</p>
-
-<p>
-Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e
-cala la portiera. Giacomo capisce di essersi lasciato
-trasportare e torna a buttarsi sulla poltrona avvilito
-e spossato.
-</p>
-
-<p>
-— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare
-di bocconi amari!... Per ciò, l'irritazione che
-ho addosso! — Giacomo, così dicendo, si contorce
-dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e correre
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-lungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari,
-infilati tutti sulla grande forchetta del bene indissolubile
-della Patria e delle Istituzioni!
-</p>
-
-<p>
-— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione...
-</p>
-
-<p>
-— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di
-carattere!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non sa...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e
-vuol parlare! Sempre parlare!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla:
-Mimì indietreggia muta, tendendo le mani giunte,
-supplichevoli.
-</p>
-
-<p>
-— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare
-come sotto segretario di Stato ai Lavori Pubblici?...
-L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo che ha ottenuto
-lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a
-furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario
-addomesticato dallo stipendio, che della sua
-fede e dei suoi ideali non conserva più che un simbolo
-nel grande cappellone a cencio! Un carattere
-adamantino che mostra tutta la sua fermezza democratica
-e la sua energia radicale nel coraggio di non
-volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.
-</p>
-
-<p>
-— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone,
-merita di essere chiamato Eccellenza! Costui,
-accetta di gran cuore felicitazioni ed omaggi.
-Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille
-che non sa più dir di no!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto,
-si ferma dinanzi a Mimì, seriissimo, torvo:
-</p>
-
-<p>
-— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta
-a fare a Roma?... La ministressa? La donna
-politica, inframmettente?... Se lo levi dalla testa!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor
-D'Orea! Signor D'Orea, — balbetta la povera Mimì,
-con voce mezza di pianto e mezza di rimprovero.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si
-stringe la fronte, si preme gli occhi: dopo torna a
-fissare la giovine e riprende, parlando piano, ma risolutamente:
-</p>
-
-<p>
-— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica
-di mia moglie, amica sincera e buona. Per la quiete
-di Remigia e per la mia, volendo evitare seccature
-e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro:
-io le lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma,
-quanto vuole. Giri tutti i teatri, frequenti la
-società che più le piace, sia la bianca oppure la
-nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche
-tutto il giorno in automobile con suo cognato,
-senza un pensiero, senza un riguardo, senza uno
-scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella,
-nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo,
-non si ricordi mai, <i>mai</i>, che, disgraziatamente, io
-sono ministro!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso:
-le sue labbra smorte, tremano convulse.
-</p>
-
-<p>
-Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue
-nelle vene!
-</p>
-
-<p>
-— A Pontereno... so che mia moglie giocava a
-fare la donna influente, la donna importante: qui,
-no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi, tranne
-questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti,
-di approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se
-l'avvocato Berlendis o un altro qualunque dei suoi
-devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi! Non una
-raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-avesse a succedere, parola d'onore, signorina Mimì,
-l'uomo che non sa più dir di no, torna, per una
-volta, quello di prima: manda sua moglie <i>ipso
-facto</i> a Pontereno o anche molto più in là!
-</p>
-
-<p>
-... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di
-usci, un fruscio di vesti...
-</p>
-
-<p>
-— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia
-che entra di furia nel salotto e si precipita al
-collo del marito. — Come sono contenta, felice,
-beata!
-</p>
-
-<p>
-— Di che cosa?
-</p>
-
-<p>
-Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa
-e insolita espansione.
-</p>
-
-<p>
-— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo ha paura che sua moglie incominci con
-le felicitazioni e i complimenti; però, soggiunge,
-per cambiar discorso:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, hai fatto colazione al <i>Grand hôtel</i>
-con Luciano? Io ho avuto appena il tempo di bere
-un po' di tè e mi scuserai se non ti sono venuto
-incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato
-in questi giorni, lo sapevi già.
-</p>
-
-<p>
-— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho
-trovata la cosa naturalissima; non è vero, Mimì?
-</p>
-
-<p>
-— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco
-sicura.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha
-da reggere... il timone dello Stato...
-</p>
-
-<p>
-Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare
-un bel discorsetto, ma Giacomo l'interrompe.
-</p>
-
-<p>
-— Hai trovato qualche persona di conoscenza al
-<i>Grand hôtel?</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì! C'erano moltissimi amici nostri.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo la fissa, scrollando il capo.
-</p>
-
-<p>
-— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi
-amici, devi dire <i>miei</i>, cioè <i>tuoi!</i> Io ne ho avuti
-due soli, in vita. Uno è morto e l'altro è al Transvaal!
-</p>
-
-<p>
-Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e
-la tocca pianino nel gomito.
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto colazione con Quanita.
-</p>
-
-<p>
-— Quanita?... Chi è?
-</p>
-
-<p>
-— La della Gancia.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era
-anche il marito fedele... ai Borboni?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla,
-e Remigia si fa forza.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera.
-</p>
-
-<p>
-— Alla Camera?
-</p>
-
-<p>
-— Quanita, per poter stare insieme, invece di
-andare nella tribuna di Corte verrà con me in quella
-del Corpo diplomatico.
-</p>
-
-<p>
-— A che fare alla Camera?
-</p>
-
-<p>
-— A sentirti parlare!
-</p>
-
-<p>
-— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.
-</p>
-
-<p>
-— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta
-con impeto. Non ne può più! — Ma che hai? Che
-cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo? — Gli
-occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro
-anche quelli di Mimì.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo prende in mano il cappello a cilindro,
-che ha messo sopra una seggiola, e comincia a lustrarlo
-con la manica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi
-fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e
-per strapazzarmi! Fai certi occhi, guardandomi, come
-se mi volessi mangiare! Vorrei almeno sapere
-che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono
-andata a colazione con Luciano?... Di' la verità: ti
-ha fatto dispiacere?
-</p>
-
-<p>
-— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè
-piacere, nè dispiacere. È cosa, del resto, che
-tocca più te che me e le cose vanno prese... come
-si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo
-e risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e
-tu trovi la cosa indifferentissima! Anzi, Luciano ti
-diventa sempre più simpatico! Accetti i suoi inviti;
-dividi con lui le emozioni automobilistiche... Benissimo!
-Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente
-al tuo modo di sentire.
-</p>
-
-<p>
-Il cappello è diventato lucido come uno specchio,
-ma Giacomo continua a fregarlo e a lustrarlo, mentre
-dagli occhi irati di Remigia spariscono le lacrime.
-Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla.
-Ella non ne vuol sapere:
-</p>
-
-<p>
-— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli
-strappa il cappello di mano e lo butta sul canapè. — Ho
-capito! Si sa! Doveva entrarci mia sorella!
-Sempre mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la
-Carfo spaventata. Ma Remigia non l'ascolta più e
-continua, ironica a sua volta:
-</p>
-
-<p>
-— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino!
-Ha la buona, ha la cara compagnia della zia Gioconda,
-con la quale se la intende... a meraviglia!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie
-un'occhiata terribile:
-</p>
-
-<p>
-— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa
-vorresti insinuare? Se mia cognata ha dell'affetto ed
-è piena di riguardi per nostra zia, tu, invece di...
-fare come fai, dovresti cercare d'imitarla!
-</p>
-
-<p>
-— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il
-grande modello! Dovrei imitare il grande modello!
-Ma... come si fa?... Tutti non possono avere le doti,
-le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima...
-perfezione!
-</p>
-
-<p>
-— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo
-battono convulsamente. — Io ho bisogno, almeno in
-casa mia, di tutta la quiete possibile. Spero... Voglio
-sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi,
-per avvelenare anche i pochi momenti
-che posso avere di riposo... Sarebbe troppo! Ah, vivaddio,
-sarebbe troppo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura,
-nè per dolore; anche lei per dispetto e per ira.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere
-il cappello afferrandolo furiosamente per andarsene;
-poi torna vicino alla moglie squadrandola
-bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli l'allontana
-con la mano, mentre si curva su Remigia
-parlandole quasi all'orecchio:
-</p>
-
-<p>
-— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi,
-non ci credo più. Puoi risparmiarle. Sarà tanto di
-guadagnato per tutti e due! Ti saluto! — Quando
-passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza
-fermarsi e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane
-assente solo pochi minuti. Ha capito di essersi
-lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è pentito.
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po'
-confuso, guardando le due giovani signore e scrollando
-il capo con tristezza grande. Mimì continua
-ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli occhi
-torvi, è tutta fremente e vibrante di collera.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma
-dinanzi alla moglie, curvo, le braccia penzoloni, in
-atteggiamento umile, di scusa:
-</p>
-
-<p>
-— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe
-volte; non so più quello che mi dica. È il lavorar
-troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno
-quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre
-male che mi rende così nervoso e stizzoso. La più
-piccola contrarietà, il più piccolo urto... Basta una
-mosca che vola per eccitarmi, per farmi montare il
-sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di
-diventar matto! Scusami, Remigia, e non badare
-alle mie furie. Tutto passerà; speriamo. Bisogna per
-altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos e
-sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di
-un calmante, bromuro, cloralio, qualche rimedio
-che mi faccia dormire. Le mie notti sono terribili;
-non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... — Si
-rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina,
-che io non dormo più... più! Vado a letto la sera
-stanco, spossato, e al mattino, dopo un'insonnia irrequieta,
-smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi,
-mi trovo ancora più stanco di quando sono
-andato a letto, mi sento pesto, ammaccato, estenuato! — Giacomo
-si stringe nelle spalle, crolla ancora
-la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va
-avanti!
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima,
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-le escandescenze di Giacomo. Ella è rimasta
-colpita da quell'accento così sincero e doloroso. Approva
-e insiste perchè chiami subito il dottore.
-</p>
-
-<p>
-— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni.
-Basta ch'ella si attenga davvero a tutte le prescrizioni
-del medico e al regime di vita che le verrà
-raccomandato.
-</p>
-
-<p>
-— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto
-sorriso che gli sfiora appena le labbra. Poi stende
-la mano a Remigia mormorando con la voce rotta
-da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia
-dalla quale spira una dolcezza affettuosa,
-indulgente, più da babbo che da marito: — Scusami,
-cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un
-rimedio contro la mia... cattiveria!
-</p>
-
-<p>
-Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì
-che con gli occhi e con i gesti le fa segno di cedere,
-di perdonare... e finisce col rasserenarsi. Non ha
-l'animo disposto e non è giorno opportuno per le
-tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto
-ciò ch'era stato combinato a colazione con i della
-Gancia. Si asciuga un momentino gli occhi, poi si
-butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.
-</p>
-
-<p>
-— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera,
-con Quanita?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che
-sarà un grande divertimento!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span></p>
-
-<h3>VI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-— Ah! <i>Mon Dieu, mon Dieu!</i> Quante teste pelate!
-</p>
-
-<p>
-È l'esclamazione di donna Remigia appena si
-sporge dal parapetto della tribuna diplomatica, e
-gira gli occhi in fondo all'aula di Montecitorio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! <i>Mon Dieu, mon Dieu!</i> Com'è brutto qui! — Si
-era immaginata la Camera dei Deputati, assai
-più grande, più bella e più sfarzosa.
-</p>
-
-<p>
-La marchesa della Gancia la guarda sorridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Ma come?... Non c'eri mai stata?
-</p>
-
-<p>
-— Mai! Quando dico a Jack di condurmi in qualche
-posto, o non può, o se può... sta poco bene!
-Ma adesso ho preso il mio partito: andrò dappertutto
-senza di lui!
-</p>
-
-<p>
-— E farai benissimo!
-</p>
-
-<p>
-Approva anche il marchese Pio della Gancia, il
-marito di Quanita.
-</p>
-
-<p>
-Remigia torna a sporgere il capo e a guardar giù.
-L'aula va sempre più affollandosi. Alcuni onorevoli,
-non teste pelate, ma arruffate, in piedi o sdraiati
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-dietro i lor banchi, parlano fra di loro, gesticolando
-animatamente. Remigia, sta un po' osservandoli,
-poi domanda, con aria scandalizzata, facendoli notare
-anche al marchese:
-</p>
-
-<p>
-— Come mai?... Tutti i deputati non sono in abito
-nero?
-</p>
-
-<p>
-Il della Gancia allunga il collo, guardando lui
-pure giù «nella bolgia» come la chiama, piacevolmente.
-Ma poi, in fretta, si tira indietro, e sporge
-le labbra nauseato:
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! Quelli sono i <i>Rabbagasse</i> dell'Estrema
-Sinistra! — Il marchese, che parla con uno spiccato
-accento napoletano, pronunzia <i>Rabbagasse</i> con due
-<i>bi</i> e facendo sentire la <i>e</i>.
-</p>
-
-<p>
-— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il
-frac dovrebbe essere di rigore!
-</p>
-
-<p>
-— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio
-fa un gemito che sembra quasi un muggito. — Ma!
-Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico! Non
-è vero, Quanita?
-</p>
-
-<p>
-— Già... appunto!
-</p>
-
-<p>
-La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di
-qua, di là, risponde chinando il capo con la vivacità
-meridionale, alle profonde riverenze che le rivolgono,
-dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e del
-centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della
-tribuna di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto
-a guardare in giro ansiosamente e a cercare, a
-cercare... qualcheduno che non c'è. A un tratto, l'occhialetto
-si ferma, puntato diritto alla tribuna della
-stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in
-piedi, proprio nel mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno,
-con la barbetta rossiccia, la cravatta sgargiante
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta
-subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia,
-poi, scambiato con la marchesa un cenno quasi impercettibile,
-va in cerca di un posto per sedere.
-</p>
-
-<p>
-La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si
-rivolge con un sorriso al marito che continua a far
-la predica: lo ascolta e lo approva del capo.
-</p>
-
-<p>
-— La democrazia monta e quando si dice democrazia
-intendi furfanteria e soprattutto volgarità!...
-Ormai, tornare indietro non si può! Bisogna andare
-fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare
-indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo
-in pochi... i rimasti, i superstiti!
-</p>
-
-<p>
-Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le
-palpebre per non vedersi dinanzi la propria effige
-penzoloni a una lanterna. — Mah!
-</p>
-
-<p>
-Anche le due signore, restano lì, per un momento,
-soprapensiero. Poi Remigia torna a guardar giù,
-nell'aula, per vedere se i deputati cominciano a
-guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo
-sempre di mira la tribuna della stampa.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale
-da Ferdinando II, ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex
-re Francesco, — nel fisico e nel morale:
-nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino
-e dai baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole
-da lasagnone. Del resto, a parte la spaghite
-di dover passare un'altra volta per la ghigliottina,
-egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non
-è per lui altro che un affastellamento di nordici e di
-<i>meridioni</i>, affatto precario. In fondo al suo cuore, ed
-è per questo che non li aborre, ma li compiange simpaticamente,
-è ben convinto che i Sovrani piemontesi
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio,
-sospirando il momento di ritornare a Torino
-e, magari, addirittura in Sardegna. Quando sua
-moglie è stata prescelta come dama d'onore della
-Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre
-dama d'onore della seconda moglie di Re Ferdinando
-e sua nonna della prima, il marchese Pio,
-non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi...
-dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione
-da suo cognato, Esente della Guardia Nobile, che
-avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano.
-</p>
-
-<p>
-Remigia si leva un guanto e con la bellissima
-mano ingemmata aggiusta e rimette a posto alcuni
-fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella ci
-tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i
-Centri sono affollati. Soltanto nei settori di Destra
-c'è del vuoto. La tribuna degli ex deputati, la tribuna
-della Real Corte e della Presidenza, sono rigurgitanti
-di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente,
-tutte circonfuse dallo sventolìo incessante,
-affannoso dei ventagli. Perchè lassù, sotto le
-vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio
-romano, diventano insopportabili.
-</p>
-
-<p>
-— Duchessa Remigia!
-</p>
-
-<p>
-Il marchese la chiama, toccandola appena, leggermente,
-sul braccio. Si offre per indicarle tutte le
-più spiccate notabilità della Camera.
-</p>
-
-<p>
-— Sì! sì!... Bravo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia è contenta: gli si fa più vicina per sentire.
-Il marchese sta fermo, assapora quell'odore di
-biondo, lui che ha la moglie nera come l'inchiostro,
-e gongola. Ha una grande simpatia per Remigia.
-Prima di tutto, per quanto costretta dalle conseguenze...
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-della rivoluzione, a doversi imborghesare
-morganaticamente con un D'Orea, è sempre una duchessa
-Moncavallo; e in quanto al fisico, — oh, madonna
-del Carmine benedetta! — è sempre stata la
-sua passione il genere magrolino, tenerino; il tipo
-infantile, acerbo, che ha ancora... del <i>guaglioncello!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Vede, donna Remigia, nella tribuna della Real
-Corte, quella vecchia signora con quell'enorme
-tuppè di capelli bianchi? È una delle più intriganti
-collaresse...
-</p>
-
-<p>
-Ma donna Remigia non gli bada. Non ha tempo
-di occuparsi delle vecchie signore. Sbircia con la
-coda dell'occhio molte teste pelate di onorevoli che
-si agitano indicandola l'uno all'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Domani mattina, presto, bisogna mandare il
-signor Zaccarella a prendere il <i>Fracassa!</i>
-</p>
-
-<p>
-Continua con la bellissima mano a lisciarsi i capelli
-e a guardar giù, senza averne l'aria, fingendo
-di star attenta ai discorsi del marchese che si fa
-sempre più accosto, ed ansima.
-</p>
-
-<p>
-Ah! ah!.. Non soltanto le teste pelate, anche le
-arruffate cominciano a voltarsi in su.
-</p>
-
-<p>
-— C'è del fermento tra i <i>Rabbagasse!</i> — pensa
-Remigia sorridendo e sporgendosi alla tribuna per
-farsi meglio vedere.
-</p>
-
-<p>
-— Carina! Carina assai!... Chi è quella bella signora
-bionda con quel grande cappellone a piume
-bianche nella tribuna del corpo diplomatico?
-</p>
-
-<p>
-— È la D'Orea!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, oh! La moglie di Sua Eccellenza?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! La moglie del ministro dei Lavori
-Pubblici!
-</p>
-
-<p>
-— Accidenti! Preferirei ottenere il portafoglio dei
-suoi lavori privati!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E l'altra?...
-</p>
-
-<p>
-— Quale?
-</p>
-
-<p>
-— L'altra signora, vicino alla D'Orea! Quella vestita
-di nero!
-</p>
-
-<p>
-L'interrogato si pulisce in fretta le lenti col fazzoletto,
-se le inforca di nuovo sul naso e torna a
-guardar su.
-</p>
-
-<p>
-— Non so il nome; ma dev'essere una dama d'onore
-della Regina.
-</p>
-
-<p>
-— Simpatica brunotta, per quanto un po' stagionatella!
-</p>
-
-<p>
-— Stagionatella sia pure! Ma ha una bocca saporosa
-assai! Con quei baffettini neri!
-</p>
-
-<p>
-— E che occhi! Che carboni grigi! Brillano più
-dei diamanti che ha nelle orecchie!
-</p>
-
-<p>
-— Concludendo, bella la bionda e magnifica la
-bruna!
-</p>
-
-<p>
-Le due signore, in fatti, stanno benissimo insieme,
-risaltando, per il contrasto, anche maggiormente.
-La della Gancia, nella soda e fiorente maturità
-della quarantina, è un tipo di bellezza affatto opposto
-a quello delicato e capriccioso di Remigia D'Orea,
-e a quello vagheggiato e tutto innocenza, da suo
-marito. Anche la marchesa vede, sente di piacere, di
-essere ammirata e, come un cavallo pien d'ardore,
-non sa più tenersi in freno, continua a muoversi, a
-salutare, a ridere e volge più spesso verso la tribuna
-della stampa la bella faccia bruna, mobilissima,
-nella quale sfavillano gli occhi grigi e luccicano i
-denti bianchi.
-</p>
-
-<p>
-Il bel giovinotto dalla barba rossiccia è seduto
-solo, appartato, in un angolo. Lì, fra quelli della
-stampa, egli non è conosciuto da nessuno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tutti lo guardano per la cravatta, e per quell'aria
-di letichino prepotente, che non può passare inosservata.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?
-</p>
-
-<p>
-— Mah!...
-</p>
-
-<p>
-— Sarà un qualche avventizio della provincia!
-</p>
-
-<p>
-— Un ponza-novelle domenicale!
-</p>
-
-<p>
-— Giornalista no, di sicuro! Si sarebbe fatto conoscere!
-</p>
-
-<p>
-— Basta! <i>El tegnaremm d'œcc!</i> — esclama, sforzando
-la pronunzia, un ammiratore di Ferravilla.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Fogo in manega, lustrissimo!</i> — E nessuno
-ci bada più. Brontolano, invece, contro il Governo
-incivile che si fa troppo aspettare.
-</p>
-
-<p>
-— Il Ministero deve presentarsi prima al Senato!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che Senato! — Tutti insorgono, protestando
-in difesa delle proprie prerogative. — Prima la
-Camera!
-</p>
-
-<p>
-— Taci, ufficioso venduto!
-</p>
-
-<p>
-— Servo della greppia!... Il tuo Governo di decrepiti
-istrioni aspetta che l'aula sia <i>au complet</i> per
-l'applauso di sortita.
-</p>
-
-<p>
-Mentre si ride, un altro giornalista giovanissimo,
-che si tien giù, basso, lungo disteso sopra una delle
-panche, si mette a urlare con quanto fiato ha in
-corpo: — Fuori!... <i>Musicaa!</i>... Fuori i lumi!
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, duchessina! — esclama il marchese, accarezzando
-Remigia con gli occhi e col diminutivo
-e tirandosi, cacciandosi ancora più sotto al cappellone,
-all'ombra profumata delle piume bianche. — Ecco
-il ministro della Pubblica Istruzione!
-</p>
-
-<p>
-Remigia segue con le lenti l'indicazione del marchese
-e vede un omettino tondo, grassotto, col cranio
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-rosso, congestionato, avvicinarsi al banco del
-Governo dispensando sorrisi, saluti, strette di mano,
-con tutti deferente, supplice quasi, con l'aria più di
-chiedere protezione che di accordarla.
-</p>
-
-<p>
-— È un frate sfratato!... Lui e sua moglie dicono
-di no e si arrabbiano, ma c'è chi giura di averlo
-visto, prima del settanta, con la tonsura!
-</p>
-
-<p>
-Remigia ripone le lenti, aggrottando le ciglia: — Accettare
-nel Ministero, persino un frate! — Lì per
-lì le corrono in mente tutti i torti e tutti gli odiosi
-difetti di suo marito: la nessuna nobiltà, la nessuna
-sostenutezza, la sfuriata di poco prima, e con i baffi
-del signor Gaudenzio persino un barlume di pizzicheria!... — Si
-dà una scrollatina di testa per non
-diventare di cattivo umore e domanda al della Gancia:
-</p>
-
-<p>
-— Ma il mio Jack, tesöro, perchè non si vede ancora!
-</p>
-
-<p>
-Quel <i>tesöro</i> serpeggia nelle vene per quanto un
-po' sclerotiche, del marchese Pio:
-</p>
-
-<p>
-— Pazienza, un po' di pazienza, bella duchessina
-cara, come a teatro! Le prime parti, si fanno sempre
-aspettare! Manca ancora il Presidente della Camera,
-il Presidente del Consiglio, il ministro degli
-Interni, quello del Tesöro! — E anche il marchese
-allunga la o fissando il bel collino delicato e la nuca
-ricciutella.
-</p>
-
-<p>
-— Fatemi vedere il ministro degli esteri!
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è!
-</p>
-
-<p>
-— Come non c'è?...
-</p>
-
-<p>
-— Il presidente del Consiglio ha assunto anche
-l'<i>interim</i> del ministero degli Esteri!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, sì! Sì! — esclama Remigia dopo averci
-pensato un momento. — Sicuro!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quanita ride.
-</p>
-
-<p>
-— Una Ministressa?.. Dimenticare gli <i>interim</i>
-del Presidente del Consiglio?... È grossa, assai!
-</p>
-
-<p>
-Il marchese lancia una frecciata ironica, piena di
-gelosia:
-</p>
-
-<p>
-— Con tutta la politica fatta a Pontereno... col
-conte Gambara!
-</p>
-
-<p>
-— Oh! povero Gambara!... Anche lui, come dell'<i>interim</i>!
-Sparito dal pensiero e dal cuore!... — Donna
-Remigia, dice così scherzando, per far piacere
-al marchese Pio; ma forse, può essere anche
-vero.
-</p>
-
-<p>
-— Fatemi vedere il sottosegretario di mio marito.
-</p>
-
-<p>
-— Il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Il <i>Rabbagasse</i>
-dal cappellone?... Ancora non si vede.
-</p>
-
-<p>
-— E il ministro della Guerra?
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo!... Eccolo là! — rispondono quasi insieme
-Quanita e il marito. — Entra adesso dal corridoio
-di sinistra, col ministro della Marina! — La
-marchesa, lo saluta assai cordialmente con i cenni
-vivissimi del capo.
-</p>
-
-<p>
-Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo
-per essere senatore e ministro. Alto, secco, rivela
-sotto l'elegante soprabito nero la figura svelta e
-snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una bella testa
-espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi
-e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula
-leva una lente dal taschino della sottoveste e se la
-ficca nell'occhio, come il bell'Apollo di Villars, guardando
-verso la tribuna del corpo diplomatico e rispondendo
-del pari vivamente ai saluti della marchesa.
-</p>
-
-<p>
-Invece il ministro della Marina, esile, traballante,
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-si avvicina al suo posto e siede subito come affranto,
-sulla poltrona, buttandosi dinanzi, sul banco, il
-grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così sparuto
-e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni
-in un paese di malaria, anzichè sul mare,
-arrivando da cadetto, al grado di contrammiraglio.
-</p>
-
-<p>
-Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto
-di Remigia hanno dato nell'occhio al ministro
-della Guerra. Vuol subito sapere chi è.
-</p>
-
-<p>
-— È una vostra collega! — risponde un deputato
-che sta discorrendo col ministro dell'Istruzione. — È
-la moglie di Sua Eccellenza D'Orea.
-</p>
-
-<p>
-Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente
-nell'occhio e a fissare in alto.
-</p>
-
-<p>
-Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri
-si parla di lei; osserva le occhiate di sua Eccellenza
-D'Entracques; lo guarda a sua volta, poi rizzandosi
-bene sulla vita e piegando vezzosamente la testina
-ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili
-d'oro dietro la nuca.
-</p>
-
-<p>
-Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita
-e miracoli del generale, che Remigia conoscerà quel
-giorno stesso a pranzo.
-</p>
-
-<p>
-— È un nostro amico carissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Assai simpatico!
-</p>
-
-<p>
-— È già la seconda volta che è ministro!
-</p>
-
-<p>
-— Dice lui stesso di essere condannato... ai ministeri
-forzati!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ci sto... perchè ci sono comandato!</i>
-</p>
-
-<p>
-Questa, in fatti, è la frase solita del generale d'Entracques,
-ed il volersene sempre andare è la sua
-vera forza di resistenza come ministro.
-</p>
-
-<p>
-Per Sua Eccellenza D'Entracques, ministero di
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-Destra o ministero di Sinistra, ministero Liberale o
-ministero Conservatore, è tutto «un servizio».
-</p>
-
-<p>
-— Sono di picchetto e ci sto, fermo al fuoco, perchè
-ci sono comandato!
-</p>
-
-<p>
-C'è un movimento nell'aula, si sente un mormorio
-confuso: entrano quasi contemporaneamente,
-ma da opposti lati, il Presidente della Camera, seguito
-da due o tre deputati, e il Presidente del Consiglio
-con gli altri ministri e i sottosegretarii.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco il mio Jack! — esclama Remigia. Sorride
-con un cenno al marito e intanto lancia un'altra
-occhiatina al ministro della Guerra.
-</p>
-
-<p>
-La marchesa le ha appena indicato nella tribuna
-vicina una signora americana, missis Britton, che
-se non è più al suo primo mattino rappresenta tuttavia
-un fulgido meriggio.
-</p>
-
-<p>
-— Ha fatto pazzie per il D'Entracques ed è sempre
-innamorata di lui, ferocemente!
-</p>
-
-<p>
-— Il cappellone! Il cappellone! — bisbiglia plano
-il marchese Pio, premendo il braccio a Remigia e
-parlandole così vicino, da sfiorarle quasi l'orecchio.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è?...
-</p>
-
-<p>
-— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore,
-che parla appunto con vostro marito!
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa
-Quanita. — Il potere gli ha fatto allungare la
-giacca!... Può passare per una mezza <i>radingotte!</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ssst!</i> — corre nell'aula un vociare più forte,
-al quale segue un bisbiglio sommesso. — <i>Ssst!</i>
-</p>
-
-<p>
-Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del
-seggio, dice alcune parole che non arrivano fin su,
-alle tribune, poi siede di nuovo e quasi subito il
-Presidente del Consiglio, si alza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-</p>
-
-<p>
-Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella
-poltrona con gli occhi socchiusi, altri si curvano su
-fasci di carte e cominciano in fretta a buttar giù
-firme.
-</p>
-
-<p>
-Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo,
-impettito. Il suo viso è impassibile, lo sguardo
-freddo, senza espressione. Un risolino, tra il cortese
-e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti.
-</p>
-
-<p>
-Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra:
-l'aria è accesa, piena di ronzii.
-</p>
-
-<p>
-La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni
-deputati, in ritardo, si affrettano a raggiungere
-in punta di piedi, i loro scanni. Il Presidente aspetta
-ancora qualche secondo guardando a destra, a
-sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva
-egli dice:
-</p>
-
-<p>
-— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi
-onoro di partecipare alla Camera che
-Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto mandato di
-comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere
-mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione
-degli Onorevoli Colleghi... — qui legge
-sottovoce e confusamente una filza di nomi... — ai
-quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative
-e politiche del momento.
-</p>
-
-<p>
-I ministri, che tengono chiusi gli occhi, li aprono
-e stanno attenti; quelli che scrivono, si fermano ed
-alzano il capo: nessun applauso... e nemmeno alla
-fine del discorso. La Camera accoglie le «comunicazioni»
-con un atteggiamento quasi ostile. Si attendono
-i commenti. Questi seguono brevissimi,
-abili, cauti, insignificanti e finiscono in un mormorio
-eloquente, ma cauto del pari, che si alza dai
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-vari settori. Dopo un momento risuona dall'Estrema
-Sinistra una sghignazzatina tosto repressa: si
-guarda, ed anche da altri punti si ride.
-</p>
-
-<p>
-— La patria è salva, ed anche Menelich! — grida
-una voce dalla tribuna della stampa. — Fuori i
-lumi!
-</p>
-
-<p>
-Il Presidente della Camera si scote nell'alto seggiolone
-e stralunando gli occhi aggravati dall'ora
-afosa, afferra macchinalmente il campanello.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ssst!</i>
-</p>
-
-<p>
-Di nuovo s'impone il silenzio, ma senza ottenerlo,
-e tra le proteste, i <i>bravo!</i> e le risate, si alza, dal
-primo settore di Sinistra, uno dei più eleganti e giovani
-deputati, legislatore autorevolissimo fra gli
-<i>sportsmen</i>. — Peccato! Non si vede di lui che la bellissima,
-perfetta pettinatura. Presa la parola, e impappinandosi
-frequentemente, egli tien sempre il
-capo basso e gli occhi rivolti verso un paio di cartelle
-che ha spiegate sul banco. L'oratore — «di
-fronte alla situazione parlamentare creata dagli ultimi
-eventi, di fronte alla palese inopportunità di
-procedere nelle condizioni del momento alla discussione
-dei progetti di legge che... furono... abbiamo...
-sono alle viste, propone» — si ferma, si fa
-coraggio — «propone che la Camera anticipi le vacanze
-e venga riunita a novembre.»
-</p>
-
-<p>
-Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei ministri,
-si alza subito a sua volta per dichiararsi d'accordo
-con l'onorevole preopinante: raddoppiano gli
-urli che fluiscono in un'omerica risata su tutti i
-banchi.
-</p>
-
-<p>
-— Compare! Compare!
-</p>
-
-<p>
-— Musicaa!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma la proposta, più che approvata, è messa in
-pratica: tutti si alzano e si affrettano alle uscite, ridendo,
-gesticolando e buffoneggiando.
-</p>
-
-<p>
-Su, nella tribuna del corpo diplomatico, anche la
-marchesa della Gancia si alza, con gli altri, per
-uscire. Ma ella rimane un istante ritta in piedi, vicino
-al parapetto, e fissa gli occhi un'ultima volta
-verso la tribuna della stampa: Barbetta-rossa è in
-piedi, attento. Ella apre e chiude il ventaglio due
-volte, lentamente, poi lo batte con un piccolo colpo
-della mano.
-</p>
-
-<p>
-— È ancora presto! — dice subito a Remigia,
-avviandosi verso l'uscio della scala e parlando forte,
-con la sua bella voce rotonda, risonante. — Faccio
-una visita, e passerò anche da mia madre, che non
-vedo da due giorni. Dove vuoi che ti accompagni
-con la carrozza?
-</p>
-
-<p>
-— All'<i>hôtel</i>. Ho anch'io da scrivere a mammà!
-</p>
-
-<p>
-— Pio verrà a prenderti per il pranzo, o anche
-prima, se vuoi; siamo intesi.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... — Remigia si mostra titubante.
-</p>
-
-<p>
-— Che <i>ma?</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Che <i>ma!</i> Che <i>ma!</i> Non ci sono <i>ma!</i> — strilla
-il marchese, felicissimo per quella fortunata combinazione.
-</p>
-
-<p>
-— E Jack?... Ha detto di voler passare la serata
-con me.
-</p>
-
-<p>
-— E non passa la serata con te, anche pranzando
-da noi?
-</p>
-
-<p>
-— Non gli ho detto nulla. Forse è stanco; forse
-sta poco bene. Sapessi! — Un lunghissimo sospiro. — Io
-non posso mai fissar niente a un'ora di distanza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Cerchiamo adesso di vederlo e di potergli parlare.
-Io ti voglio a pranzo ad ogni modo!
-</p>
-
-<p>
-— E se vostro marito avrà sonno, lo manderemo
-a dormire! — Così dicendo, il marchese Pio stringe
-forte sotto il suo braccio il braccio di Remigia.
-</p>
-
-<p>
-— E ricordati: vieni con Mimì. Ci farà tanto piacere!
-</p>
-
-<p>
-— No, scusa; Mimì no! — risponde Remigia seccamente. — Non
-voglio cominciare fin dal primo
-giorno a tirarmela dietro ad ogni passo!
-</p>
-
-<p>
-— Non so darvi torto, — afferma il marchese,
-premendole il braccio di nuovo. — Non bisogna mai
-che una cortesia, diventi una consuetudine. — Egli
-ha troppo paura di perdere il tu per tu, in carrozza,
-con la cara piccolina.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco il generale! Ecco D'Entracques! D'Entracques! — chiama
-forte la marchesa, vedendo Sua
-Eccellenza il ministro della Guerra, affacciarsi a un
-usciolino a vetri, a metà della scaletta. — Il D'Orea
-è con voi?
-</p>
-
-<p>
-— No, marchesa!
-</p>
-
-<p>
-— E dove sarà?... Gli vorrei tanto parlare! — Si
-volta subito verso Remigia: — Ti presento il conte
-Martino D'Entracques, generale, senatore, ministro,
-ma con le signore, sempre un amabilissimo
-capitano di cavalleria!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques sorride e sospira.
-</p>
-
-<p>
-— È troppo capitano?... Volete tenente?
-</p>
-
-<p>
-— Non scherzate, marchesa! Ormai si passa di
-promozione in promozione, con una rapidità straordinaria...
-anche in tempo di pace.
-</p>
-
-<p>
-Il generale stava proprio lì, in agguato, sul piccolo
-uscio a mezza scala, per poter vedere la D'Orea
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-più da vicino. Remigia, che ha subito indovinata la
-mossa dell'abile stratega, diventa rossa rossa, mentre
-succedono le presentazioni.
-</p>
-
-<p>
-È strano, ma è proprio vero: il giovane generale,
-che ha per amante la formosa e biondissima missis
-Britton, sta per vincere una battaglia!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques si affretta a dare precise informazioni
-sul conto del collega.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho lasciato alle prese con due o tre deputati
-del Mezzogiorno! Ma adesso, lo troveremo, certissimo,
-in biblioteca!
-</p>
-
-<p>
-Per l'uscio a vetri, dove stava di guardia, egli fa
-passare la comitiva in un oscuro corridoio, poi la fa
-risalire per un'altra scala, poi ancora un altro corridoio
-da attraversare e, finalmente, ecco le prime
-sale della biblioteca. Durante tutti questi giri e rigiri
-il marchese deve lasciare il braccio della duchessina
-e mettersi in coda. È il generale che si
-trova accanto a Remigia e, lungo com'è, deve chinarsi
-assai mentre le parla: Remigia, per ascoltarlo,
-si tira su, ritta, e alza verso di lui il viso colorito
-dalla corsa, dal caldo, dall'emozione. Ella si
-sente più gaia, più leggera; le sembra di volare!
-</p>
-
-<p>
-— Posso dire di essere due volte collega di suo
-marito! L'onorevole D'Orea, la pensa come me ed è
-nelle stesse mie condizioni. In questo Ministero anche
-lui ci sta, perchè c'è comandato!
-</p>
-
-<p>
-Cercano dappertutto, ma l'onorevole D'Orea non
-si trova. La marchesa Quanita dovendo aspettare,
-sembra sulle spine e però il D'Entracques manda
-alla ricerca due uscieri.
-</p>
-
-<p>
-— Da qui, se c'è, dovrebbe passare di sicuro! Si
-tratta di pochi minuti! Dunque, — domanda il generale
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-rivolgendosi di nuovo a Remigia, — della
-nostra Camera non è rimasta incantata?
-</p>
-
-<p>
-— Incantata?... — Remigia fissa il giovane generale
-e giovanissimo senatore co' suoi occhietti lustri
-e frizzanti, mentre un sorriso arguto rende più fonde
-le due piccole fossettine agli angoli della bocca
-freschissima, fremente e fragrante. — Incantata?...
-Non è certo la parola adatta! Da lontano, quando si
-leggono i giornali... Ah, <i>Mon Dieu</i>, s'immagina con
-la fantasia tutt'altra cosa!
-</p>
-
-<p>
-— Oggi, bisogna poi notare, è stata una seduta di
-pura formalità; senza nessuna battaglia. Oggi alla
-Camera, non c'era altro che un partito; quello delle
-vacanze.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra
-cosa! — Remigia vede che il <i>tutt'altra cosa</i>,
-e il modo come lo dice, piace molto al D'Entracques:
-lo ripete ancora, scrollando il capo graziosamente
-e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo: — Sono
-stata invece parecchie volte in
-Senato! Oh, là sì!... Quanta grandiosità... Quanta
-solennità!
-</p>
-
-<p>
-— Cioè quanta <i>sonnolennità!</i>
-</p>
-
-<p>
-Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il
-marchese, e ride egli stesso, il D'Entracques: ridono
-tutti, quando Giacomo D'Orea, con un grosso
-fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio,
-pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo,
-strascicando i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica.
-Si ferma muto, ansante, con il cappello in mano
-dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria trasognata.
-Appena sente di che cosa gli vogliono parlare,
-cioè di un invito a pranzo per Remigia, il suo
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-occhio si rianima, ed egli diventa persino espansivo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra
-buona marchesa mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia,
-va! Ne sono anzi contentissimo! Ti scrivevo
-adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge
-l'inaspettato divertimento di due commissioni, una
-dietro l'altra, che non mi lasceranno quasi il tempo
-di pranzare e che mi porteranno via tutta la serata!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza,
-ma non lo fa capire...
-</p>
-
-<p>
-— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti
-affatichi troppo, gioia, e io resto inquieta!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span></p>
-
-<h3>VII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Remigia torna all'albergo allegrissima, con la
-testa montata dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza
-D'Entracques.
-</p>
-
-<p>
-— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli
-bianchi. Rendono la fisonomia più giovane e più ardita.
-Quella missis Britton le fa dispetto.
-</p>
-
-<p>
-— Innamorata ferocemente!
-</p>
-
-<p>
-La trova troppo... genere americano. Niente finezza
-e troppo grassa.
-</p>
-
-<p>
-— E poi è rossa, non è bionda!
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore
-nell'aggiustare, nel mettere a posto anche la camera
-da letto di Remigia, lo spogliatoio, il gabinetto di
-toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere all'appartamento
-l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare
-un po' del suo caro Pontereno, ch'ella crede, per
-tutti i sospiri e i brontolamenti di quella mattina,
-ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola
-c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita
-conficcando chiodi e chiodetti nelle pareti, le ha
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-tappezzate di nuovo, con i <i>mezzari</i>, le stoffe, le
-stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna,
-e ha cambiato faccia a tutto.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno
-fermarsi nel salotto, si trova dinanzi agli occhi
-i ricordi, gli oggetti a cui è più affezionata, e
-ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non
-grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti.
-</p>
-
-<p>
-— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo,
-in una sola approvazione, l'amica e la
-cameriera.
-</p>
-
-<p>
-Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da
-Quanita, per quel giorno stesso e sedendosi sul
-<i>taburè</i>, ancora con in testa il grande cappellone di
-piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato:
-</p>
-
-<p>
-— Che vestito devo mettermi per stasera?
-</p>
-
-<p>
-— Quello celeste <i>à paillettes</i>!... — consiglia la
-cameriera.
-</p>
-
-<p>
-— No! No! Quello bianco, <i>à point d'Alençon</i>,
-ricamato in oro!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola approva Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!...
-Sai, — dice alla Carfo appena rimangono sole, — Quanita,
-voleva invitare anche te; ma io ho risposto
-di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E
-che vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io
-divento fierissima...! Ho fatto male?
-</p>
-
-<p>
-Remigia accompagna la domanda con un bacio
-e l'amorosa fanciulla la ringrazia, beata, commossa
-da quella straordinaria prova di affetto!
-</p>
-
-<p>
-— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di
-non venire alla Camera!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione...
-</p>
-
-<p>
-— Che! La trasformazione poteva prepararla la
-Carolì!... Ti saresti seccata a morte! — Comincia a
-svestirsi. — Non puoi credere, mio Dio, come sono
-noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti
-raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile!
-</p>
-
-<p>
-Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello,
-torna a respirare.
-</p>
-
-<p>
-— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio
-importante?
-</p>
-
-<p>
-— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il
-ministro della Guerra. Ben inteso, non me l'ha presentato
-Jack! Lui, non ha tempo per queste cose!
-Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per
-nessuna cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il
-nastro di questa scarpetta, io non ci riesco, — uff! — e
-divento nervosa!
-</p>
-
-<p>
-Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia
-per terra, e mentre Remigia continua ad arrabbiarsi
-e a pestare l'altro piede furiosamente, finisce
-a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con
-i denti.
-</p>
-
-<p>
-La Carolina entra intanto col vestito bianco e
-portandolo sollevato, alto da terra, lo distende sul
-letto.
-</p>
-
-<p>
-— È simpatico?...
-</p>
-
-<p>
-— Simpatico, chi?
-</p>
-
-<p>
-— Il ministro della Guerra!
-</p>
-
-<p>
-— Abbastanza! Ben inteso, per quanto può
-esserlo un senatore! Lungo lungo, è più magro di
-don Quisciotte, con i capelli tutti bianchi!
-</p>
-
-<p>
-La Carolina prepara l'acqua nel gabinetto di toeletta
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-e Remigia seduta, mentre Mimì le cambia le
-calzette, continua a canterellare sottovoce:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Eccellenza! troppo onor;</p>
-<p>Io non merto un senator!</p>
-</div>
-
-<p>
-Il marchese Pio ha detto alla duchessina che sarebbe
-passato dall'<i>hôtel</i> con la carrozza, prima delle
-sette; ma già prima delle sei ella è pronta col piccolo
-cappellino di sera, sfavillante di miche e di
-lustrini, tra la gloria dei capelli biondi.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso che si fa?... Ah, <i>mon Dieu! Mon
-Dieu!</i> Mi sono vestita troppo presto!
-</p>
-
-<p>
-Va sul balcone e guarda giù: il corso delle carrozze
-è poco animato: soprattutto poco elegante.
-Non ci sono nè belle signore, nè bei cavalli.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! il mio <i>Febo</i> e il mio <i>Desir</i>! Tesori!... Chi
-sa se mi ricordano?
-</p>
-
-<p>
-Dopo un momento rientra nel salotto. Si secca e
-comincia a imbronciarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Hai telegrafato a mammà? — domanda la
-Carfo per offrirle un'occupazione.
-</p>
-
-<p>
-— No! — Il bel visetto si ravviva. — Giacchè
-ho tutto il tempo, invece di telegrafare, le scrivo.
-Gioia, dammi la mia cartella!
-</p>
-
-<p>
-— Eccola! — La Carfo è raggiante; anche questa
-volta ha dissipate le nubi che si avanzavano.
-</p>
-
-<p>
-— Mammà! Mammà! La mia bella mammà,
-tesöro!
-</p>
-
-<p>
-Si leva i guanti, e seduta a mezzo sopra un panchettino,
-per non sciupare le pieghe del vestito
-bianco <i>à point d'Alençon</i>, si mette a scrivere alla
-madre cominciando con uno sfogo di tenerezze, di
-carezze, di moine straordinario, e continuando facendosi
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-compiangere per il capriccio di Jack, di
-volerla a Roma, con quel caldo! — «Poteva lasciarmi
-tranquilla e in pace nel mio Pontereno caro!» — Finalmente,
-ed è questo il motivo occulto, ma
-determinante della lettera, le scrive con bel modo,
-per scongiurare il pericolo di una intempestiva improvvisata.
-Napoli è tanto vicina a Roma! In quel
-momento, un probabile arrivo della carovana, la
-spaventa: tutto il giorno con mammà? Tutto il giorno
-con lo zio Rosalì a far la raccolta dei proverbi?...
-Grazie del divertimento!
-</p>
-
-<p>
-«....... Sono appena arrivata e ho voluto
-scriverti subito, ancora sossopra e stanca stanca.
-Vedessi il disordine delle mie camere! Ti farebbe
-spavento, perchè io faccio cambiar tutto, persino i
-mobili! Sai come detesto lo stile uniforme, <i>art-nouveau</i>
-e oleografia, delle camere d'albergo! Jack
-sta benissimo di salute, per quanto più che mai
-abbia la fissazione — è il suo <i>tic</i> — di voler essere
-<i>giù di corda</i>. Sarà un po' di stanchezza? Saranno
-gli affari di Stato?... Attraversiamo, — mi pare, — un
-periodo di luna crescente, con molte tenerezze
-per la zia Gioconda! Ed io, intanto, che non ne ho
-nessuna voglia, rimango con la graziosa prospettiva
-di dovermi seccare in tutti questi giorni facendo
-visite sopra visite alle rispettive <i>signore</i> dei funzionari
-alti e bassi! Ma, appena a posto, appena
-esauriti i miei incumbenti... burocratici e appena
-sorgerà il sole, dove adesso la luna brilla, ti scriverò
-e tu verrai subito subito a Roma per un paio
-di giorni...! Pensa, la tua Idola, come ti sospira!»
-</p>
-
-<p>
-«Tanti baci per lo zio Rosalì, bello e caro, e tu
-ricordati che la tua piccola Idola adorata, non adora
-che la sua Mammà!...»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-</p>
-
-<p>
-«P. S.»
-</p>
-
-<p>
-«Totò vuol andare al Cairo? A che cosa fare? A
-perseguire Re Faraone?»
-</p>
-
-<p>
-Chiusa la lettera, scritto l'indirizzo con la calligrafia
-di moda, alta, in piedi, ad angoli diritti, fa
-chiamare il signor Zaccarella:
-</p>
-
-<p>
-— Mi raccomando! È una lettera per Mammà!
-Alla posta grande!
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti, signora duchessa!
-</p>
-
-<p>
-Quando Giacomo non è presente è sempre il «Signora
-duchessa» che corre, anche in famiglia.
-</p>
-
-<p>
-— E Giovanni...? Ha scritto per farlo venire?
-</p>
-
-<p>
-— Aspettavo che la signora duchessa, mi confermasse
-l'ordine...
-</p>
-
-<p>
-— Scriva, scriva! E che quell'antipatico Gaudenzio
-non si faccia più vedere!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-A Roma, la marchesa della Gancia, non dà feste
-e pranzi splendidi, come usa a Napoli, nel suo palazzo.
-A Roma, nel piccolo appartamento di via della
-Mercede, bello, simpatico, ma ristretto assai, — il
-suo <i>pied-à-terre</i>, — com'ella stessa lo chiama,
-non riceve altro che gli amici, proprio i più intimi,
-e non può riceverne che pochi alla volta: a pranzo,
-tra padroni di casa e convitati, non si deve mai oltrepassare
-il numero di otto.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno, oltre a donna Remigia D'Orea, non
-c'è di signore altro che la principessa Guendalina
-Capodimare, — la sorella del marchese Pio, — e
-sola, senza il marito, di servizio ai Vaticano. Di
-uomini, Sua Eccellenza il conte D'Entracques e il
-cavaliere Paparigopulos, figlio di papà... Paparigopulos,
-il più grosso Nabab, tra i banchieri greci,
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-quotato alle Borse di Trieste e di Vienna, per cento
-milioni di fiorini!
-</p>
-
-<p>
-Al pranzo, dalla marchesa Quanita, mancano due
-commensali, che dovevano appunto formare il prescritto
-numero otto e che si sono scusati all'ultimo
-momento: don Luciano D'Orea per un'improvvisa
-indisposizione, dichiarata dalla marchesa, ai suoi
-invitati, una <i>manonlite</i> acuta, e il conte Cincino
-d'Ermoli, fratello minore del marchese Pio, a motivo
-di un convegno con il direttore della casa
-Edison-Schmid di Stuttgart.
-</p>
-
-<p>
-— Ma verrà più tardi, certamente! — assicura la
-Capodimare, rivolgendosi a Remigia. — Mi ha detto
-tanto che desidera salutarvi!
-</p>
-
-<p>
-Il della Gancia è abbastanza ricco per il maggiorasco
-e per l'eredità di uno zio, ma Cincino d'Ermoli
-ne ha sempre avuti pochini e ne ha sempre
-spesi assai, fin da quando era studente a Milano,
-al Politecnico. Da un anno, sollecitato, spinto dalla
-famiglia, ha preso il diploma di ingegnere elettricista,
-e comincia anche ad esercitare la professione,
-un giorno sì e l'altro no, fra una partita al club,
-e una giornata di corse.
-</p>
-
-<p>
-Il pranzo, appunto perchè ristretto ed intimo, comincia
-senza freddezze e sussieghi e procede animatissimo.
-La Capodimare e la D'Orea, si sono date
-subito del tu, fino dal primo incontro. Non si erano
-ancora mai trovate insieme, sebbene fra le rispettive
-famiglie, oltre all'amicizia ci fosse persino un
-po' di lontana parentela.
-</p>
-
-<p>
-— Che combinazione!
-</p>
-
-<p>
-— Proprio una stranezza! Ma quand'ero ragazza,
-con mammà, ci sono stata pochissimo a Roma e
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-pochissimo anche a Napoli. In campagna, oppure — e
-Remigia pronunzia la parola lunghissima e
-difficile facendo le più graziose boccucce e strizzando
-gli occhi — oppure, in continua <i>locomobilizzazione</i>.
-Ah, <i>mon Dieu</i>! Quanti monti, quanto mare
-e quanti laghi, nei ricordi della mia tenera infanzia!
-</p>
-
-<p>
-Fra le due giovani signore, nasce subitanea la
-più gioconda e viva simpatia. Proprio davvero: anche
-la simpatia di Remigia per la Capodimare è vivissima
-e sincera.
-</p>
-
-<p>
-— Che cara gioia!... E com'è bella!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia, fatto appena il suo ingresso nel
-grazioso salottino in via della Mercede, si sente come
-oppressa e depressa. Sono le magnifiche spalle, è
-tutta la fiorente e aulente esposizione del seno superbo
-di Quanita, che la soffocano, la umiliano e
-le fanno dispetto, tanto più col D'Entracques, lì presente,
-e che ammira con la caramella fissa nell'occhio.
-</p>
-
-<p>
-— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella
-mia vecchiaia ad espormi così, ai quattro venti, morirei
-di vergogna!
-</p>
-
-<p>
-In quel punto il servitore annunzia la principessa
-Guendalina Capodimare. Remigia si volta...
-</p>
-
-<p>
-— Ah, che respiro! Che sollievo!
-</p>
-
-<p>
-La Capodimare è molto, ma molto più magra di
-lei; non è una donna, è un sospiro, un soffio, un'illusione
-di donna.
-</p>
-
-<p>
-Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole
-già con gli occhi, prima ancora che con le
-parole:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, cara gioia!... Come sei bella!
-</p>
-
-<p>
-In fatti la Capodimare sembra ancora più alta,
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-tanto è snella, sottile, con un vitino da stringersi e,
-<i>trac</i>, da potersi anche spezzare con due dita. Molto
-più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli
-somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del
-conte d'Ermoli, persino nella singolarità dei capelli
-bianchi. La Capodimare ha varcato appena la trentina,
-ed è tutta bianca da sembrare incipriata! E
-ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza,
-mentre i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia
-nere, spargendovi ombre e trasparenze, danno
-pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale, d'avorio,
-così liscio e così levigato.
-</p>
-
-<p>
-— Che meraviglia! Che splendore!
-</p>
-
-<p>
-Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente,
-non sono nè gli occhi, nè i capelli. È la verecondia
-che non ha nulla da temere. Anche Guendalina è
-scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto
-sei fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si
-nasconde e si scopre il petto liscio, levigato di un
-grazioso giovinetto magro, di quindici anni.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale
-parlano insieme, sottovoce, tra il susurrio brioso
-della tavola. — È un'apparizione! Un sogno!
-</p>
-
-<p>
-— Già! Un'apparizione... inafferrabile! — risponde
-il D'Entracques, ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Remigia nota che per quanto generale e senatore
-ha ancora dei bellissimi denti ed esclama con un
-lungo sospiro tra il serio e il comico:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu</i>, come sono... cretina!
-</p>
-
-<p>
-— Lei?... Duchessa?...
-</p>
-
-<p>
-— Io, precisamente. Ho dimenticato che Vostra
-Eccellenza non è un serafico preraffaellita, ma un
-grande amatore della scuola di Rubens. Colore e
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-forma. Forma, soprattutto: esuberante, straripante!
-</p>
-
-<p>
-Si guardano sorridendo. Senza essere pronunziato,
-passa un nome fra loro due: quello di missis
-Britton.
-</p>
-
-<p>
-— Sappiamo, sappiamo, caro D'Entracques! — mormora
-Remigia con un filo di voce.
-</p>
-
-<p>
-Il generale si ficca la caramella nell'occhio. Vuol
-arrivare a leggerle proprio in fondo all'anima.
-</p>
-
-<p>
-— Sappiamo... Sappiamo... — il musetto roseo e
-biondo, così birichino, pizzica forte il generale.
-</p>
-
-<p>
-— Vuole, duchessa?...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Vuol proprio conoscere i miei gusti... in arte?
-La bellezza che più ammiro?...
-</p>
-
-<p>
-— In arte?... Sentiamo.
-</p>
-
-<p>
-— In arte e in... E fuori dell'arte? È la sua!
-</p>
-
-<p>
-— La mia?... <i>Ah, mon Dieu</i>! Se ho la sventura
-di essere... ancora meno afferrabile di Guendalina?
-</p>
-
-<p>
-Il generale, che ha preso fuoco, divampa.
-</p>
-
-<p>
-— Ma lei è un bellissimo fiore delicato, profumato,
-fragrante!... Quell'altra è una spiga lunga e vuota!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non può frenarsi, scoppia in una risata.
-Il D'Entracques le fa un rapido cenno con l'occhio
-indicandole il Paparigopulos seduto quasi in faccia.
-</p>
-
-<p>
-Il giovane banchiere, colpito dalla risata improvvisa
-e, forse, dal nome della principessa, guata di
-sbieco la signora D'Orea alzando e rigirando, come
-un baco da seta, il grosso testone calvo e giallo, dalla
-lunga barba nerissima.
-</p>
-
-<p>
-— Cambiamo discorso! — bisbiglia il generale. — Il
-figlio di Nabab è in sospetto.
-</p>
-
-<p>
-— Papa... rigopulos? — Gli occhietti lustri e sfavillanti
-si fermano attoniti e interrogativi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Appunto! Che è quel greco che guarda e...
-<i>sospira</i>.
-</p>
-
-<p>
-Negli occhietti lustri della duchessina sfavilla un
-sorriso furbissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Papa... rigopulos?... Capito e <i>cito!</i>
-</p>
-
-<p>
-Non parlano più sottovoce tra di loro, ma si uniscono
-alla conversazione generale. Il Paparigopulos,
-sempre muto e con lo sguardo obliquo che sfugge
-l'occhio altrui, torna a sorridere deferente, ossequioso,
-approvando sempre, approvando tutti con i
-continui profondi inchini del grosso testone che
-sembra premere sopra l'esile corpiciattolo senza sagoma,
-che riempie di angoli il frac.
-</p>
-
-<p>
-— Capito e <i>cito!</i> — Capito... che cosa?... — Che
-il figlio di Nabab guarda e sospira innamoratissimo
-dell'aerea principessa. Capito questo, ma... alto là:
-innamoratissimo lui. In quanto a lei, la principessa,
-irreprensibile e monda come l'ermellino!
-</p>
-
-<p>
-Così almeno, anche se non ci si crede, è detto e
-fermamente sostenuto da quelle dieci o dodici, — fra
-principesse e duchesse, — sempre unite e tra di
-loro solidali nella difesa e nell'offesa, che costituiscono
-la cerchia più ristretta, più alta e inaccessibile
-dell'autentica aristocrazia romana. Padronissime
-poi, <i>quelle altre</i> che non contano, d'inventare che
-il piccolo Paparigopulos è insieme, l'amante e il
-banchiere e anche, magari, che le grosse, magnifiche
-perle della Capodimare, sono di provenienza
-greca e non romana. Che importa di <i>quelle altre</i>?
-Fresca nobiltà venuta di fuori, fastosa borghesia risalita
-di dentro, con la Capitale... Chi ci crede, chi
-ci bada e da chi sono ricevute?...
-</p>
-
-<p>
-Remigia, quella sera, vuol piacere, vuol farsi adorare
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-e ci riesce. È affettuosa con Quanita ed ha vivi
-accenti di ammirazione per Guendalina.
-</p>
-
-<p>
-— Lascia che ti veda, gioia! Sei tanto bella! Sento
-che ti voglio già bene!
-</p>
-
-<p>
-Là, in quel piccolo Olimpo dai posti numerati e
-riservati, ella si guarda bene dall'assumere la prosopopea
-di Remigia Iª regina di Pontereno: è così avveduta
-e scaltra, da ritornare in sull'attimo, la duchessina,
-semplicemente, «la piccola» di Villars.
-</p>
-
-<p>
-Sparite le prime nubi addensate dalla florida e
-accesa bellezza di Quanita, ella è allegra, briosa,
-amabile con tutti... anche col rugiadoso, ma temerario
-marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza,
-ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del
-piedino e con due parole sole, ma secche secche!
-</p>
-
-<p>
-Con lo <i>Champagne</i>, crescono d'un tono, le voci e
-le risa. Portando il bicchiere alle labbra, Remigia
-guarda a lungo il D'Entracques, come sa lei, in
-fondo agli occhi, mormorando pianino:
-</p>
-
-<p>
-— Alla salute di chi governa!
-</p>
-
-<p>
-La marchesa si alza con un cenno gentile del capo;
-si alzano tutti. Si va in un altro salottino, più
-fresco, — ha un grande balcone aperto che dà sulla
-strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il
-giovane senatore che si curva assai per poter parlare
-sottovoce a donna Remigia, la sfiora un attimo,
-perde il passo, e le pesta lo strascico.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Pardon!</i>
-</p>
-
-<p>
-Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa
-rossa... Perchè?
-</p>
-
-<p>
-È lo <i>Champagne</i>?... È il D'Entracques?... Sono...
-tutt'e due?
-</p>
-
-<p>
-Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-raggruppano. L'intimità si fa più cordiale e più espansiva.
-Soltanto il timido Paparigopulos, al quale
-la principessa Capodimare non rivolge quasi mai la
-parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo,
-«sen va bighellonando» solo solo, attorno al salotto
-guardando, toccando, voltando le figurine di Saxe
-nei palchettini, osservando i quadri appesi alle pareti
-e che da un pezzo sa a memoria.
-</p>
-
-<p>
-Remigia ha abbracciato due volte Guendalina;
-adesso va in estasi per le sue perle:
-</p>
-
-<p>
-— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda,
-le tocca, ne solleva i fili e si accerta con compiacenza
-che sotto quelle gioie, non ci sono altre gioie
-più vive.
-</p>
-
-<p>
-— <i>George!</i>
-</p>
-
-<p>
-Paparigopulos, alla voce che lo chiama, si precipita
-scivolando di sghembo fra le poltroncine e i
-tavolini, portando il suo barbone dinanzi alla principessa.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Donnez moi une cigarette!</i>... Tu fumi, Remigia?
-</p>
-
-<p>
-— Stasera sì! Una anche a me!
-</p>
-
-<p>
-— Le sigarette di Paparigopulos, — esclama Quanita
-dal balcone, — sono deliziose!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Je crois bien; vous ne les trouverez nulle part.
-C'est du tabac des mes propriétés.</i>
-</p>
-
-<p>
-Remigia si adagia sopra un panchettino ai piedi
-della poltrona di Guendalina, ponendo il capo sulle
-ginocchia sottili e puntute dell'amica. Ma il gioco
-dei labbruzzi rosa e dei bei dentini bianchi nel far
-uscire il fumo a spirale è dedicato a Sua Eccellenza
-d'Entracques che è sempre vicino a Remigia, che
-non guarda che Remigia e che ormai, con gli occhi
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-accesi e le fiamme alle guance, vede tutto biondo!
-</p>
-
-<p>
-— Ecco Cincino! — esclama la marchesa Quanita
-di cui si vede, sul balcone, la sigaretta accesa.
-</p>
-
-<p>
-Il conte D'Ermoli, calmo e sorridente, dopo i saluti
-e le strette di mano, reca placidamente una notizia
-che suscita lo scompiglio e la tempesta in quell'ambiente
-così omogeneo, e fino allora, così sereno.
-</p>
-
-<p>
-— Il prefetto e il questore, con la solita scusa dell'ordine
-pubblico, l'hanno data vinta alla piazza e
-alla massoneria: hanno fatta chiudere la chiesa della
-Madonna a Ponte di Ripetta!
-</p>
-
-<p>
-Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia,
-sbuffa, poi passando dalla collera alla disperazione
-geme piagnucolando, mentre il Paparigopulos, approvando
-a collo storto, guarda di sottecchi la Capodimare
-per ben capire quale dev'essere la sua opinione.
-</p>
-
-<p>
-Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina
-al ponte di Ripetta, una Madonna, ch'era sempre
-stata tranquilla e giudiziosa sul suo altare, si
-era messa improvvisamente, a girar gli occhi. — Miracolo!
-Miracolo! — comincia a gridare il popolino.
-La folla, donne, uomini, ragazzi, si pigia nella
-chiesa e in tutta la piazzetta circostante, dall'alba
-alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a far
-miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti
-i giorni. Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso
-delle gambe a un paralitico, e ad una povera donna,
-venuta apposta fin da Cava Salara, cambia un cattivo
-tumore in una buona gravidanza.
-</p>
-
-<p>
-Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo,
-della fede... della mistificazione e della superstizione.
-Dalla cronaca del <i>Messaggero</i>, la notizia si
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più
-gravi. Chi discute il <i>fenomeno</i>, chi tira in ballo il
-misticismo, l'ipnotismo e chi la bestia umana. Poi
-si comincia a gridare, a strepitare pro e contro. La
-folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad
-addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella
-chiesa, nella piazzetta, tutt'intorno, quando una sera,
-tre quattro anticlericali del circolo «Arnaldo»
-si cacciano in quella fiumana, fischiano, sghignazzano,
-urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è
-perchè i preti tirano i fili!
-</p>
-
-<p>
-Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata,
-poi giù, botte da orbi, finchè arrivano i carabinieri,
-le nappine azzurre e dopo i tre squilli soliti,
-e che al solito si odono e non si odono, tra i più
-scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro,
-in <i>guardina</i>! — Il giorno dopo sono rimessi tutti
-in libertà, e chi non ha avuto la testa troppo rotta,
-se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da
-capo: fischi, botte, squilli e arresti.
-</p>
-
-<p>
-Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano
-le assemblee, gli ordini del giorno, le proteste
-e per la domenica prossima sono indetti due grandi
-comizi, uno degli anticlericali, contro <i>la superstizione
-che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa
-a Roma intangibile</i>; l'altro dei clericali <i>contro i
-nemici della Religione e della libertà della Chiesa
-nella Roma cattolica</i>.
-</p>
-
-<p>
-Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al
-sabato sera. Prefetto e questore, visto che la Madonna
-si ostina a far d'occhietti, per «misura d'ordine
-pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono
-un cordone di carabinieri e di guardie, per impedire
-l'accesso alla piazzetta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici,
-che sono poi anche i vostri! I nemici della
-Religione, sono i nemici delle Istituzioni! — strilla
-la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue
-belle note di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali.
-</p>
-
-<p>
-La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione
-degli occhi e cambia la voce. Tutt'e due,
-le signore, sono infuriate contro Sua Eccellenza,
-il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due
-fuochi, resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la
-politica. Tranquillo, sorridente, non getta a mare il
-Prefetto e il Questore e nemmeno li difende. Egli
-cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la
-ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa
-impossibile, — ma a donna Remigia.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, in fatti, sente in questo momento la <i>responsabilità</i>
-della donna al Potere, della Ministressa.
-Si tiene, con tatto e con prudenza, al di fuori della
-mischia, e mentre il marchese Pio continua a mormorare
-con la voce strozzata dalla bile, — <i>Rabbagasse!
-Rabbagasse!</i> — ella fa un po' come il Paparigopulos,
-che senza mai guardare in faccia nessuno,
-continua a spalancar la bocca maravigliata e a
-far profondi inchini di consenso e alle signore che
-accusano e al generale che si difende.
-</p>
-
-<p>
-— Dite che è una delle solite prepotenze che vi
-vengono imposte da chi vi ha presa la mano e finiamola! — grida
-la Capodimare.
-</p>
-
-<p>
-— No, principessa! — risponde il generale con
-un arguto risolino che ha per obiettivo Remigia. — È
-semplicemente una misura d'ordine, che ci è stata
-imposta dalla necessità!
-</p>
-
-<p>
-— E la religione? E il diritto dei cattolici?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E il Governo... che deve pur governare, marchesa
-mia? E il diritto dei cittadini alla tranquillità
-e alla sicurezza?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto dipende perchè, anche voi, non volete
-capire una cosa, caro D'Entracques!
-</p>
-
-<p>
-— Quale?...
-</p>
-
-<p>
-— Che Roma non si cambia, non si trasforma.
-Sarà sempre la capitale della Fede, del Cattolicismo!
-</p>
-
-<p>
-— Mille perdoni, principessa Guendalina, ma per
-il momento, è anche un po' la capitale del Regno
-d'Italia!
-</p>
-
-<p>
-— Per il momento, speriamo! — afferma la principessa.
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo! — ripete il principe Pio giungendo
-le palme devotamente e sfidando un'occhiata ammonitrice
-della moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Queste, <i>pardon!</i> — il generale scatta in piedi
-seccato, — sono esagerazioni!
-</p>
-
-<p>
-— Queste sono verità!
-</p>
-
-<p>
-— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza
-dal balcone nel salotto. — Se continuate così, vi
-farete sentire anche in istrada!
-</p>
-
-<p>
-Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche
-perchè entrano i servitori che portano il tavolino
-del tè e quello delle ghiacciate.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span></p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso.
-</p>
-
-<p>
-La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo
-il caldo, ritorna sul balcone a fumare sigarette,
-a sventolarsi e a ridere saporitamente, con certe
-risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in
-francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più
-pittoresco, in pretto romano, fa un accurato inventario
-di tutte le bellezze esposte e mal nascoste.
-</p>
-
-<p>
-A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire
-una carrozzella in fondo alla strada, manda
-in fretta Cincino in cerca del fazzoletto: nella carrozzella
-che passa di corsa si scorge mezzo in ombra
-e mezzo illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel
-giovanotto dalla barbetta rossa che guarda in su,
-verso il balcone, sorride e non saluta...
-</p>
-
-<p>
-— Grazie, Cincino!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia,
-tra l'annoiato e l'insolente, a dire «spiritose
-sconcezze» alla cognata, mentre nel salottino i rimasti,
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-tra la conversazione che langue e le occhiate
-che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono
-a due a due, secondo l'attrazione. Ma... sono
-in cinque: la principessa e il Paparigopulos; Remigia
-e il D'Entracques... Al povero marchese, per appartarsi
-in buona compagnia, non resta che l'<i>Italie</i>.
-</p>
-
-<p>
-La conversazione tra la Capodimare e il cavalier
-Paparigopulos, procede in un modo curioso: qualche
-parola forte, il nome d'un romanzo recente, di
-un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano»
-e tutto il resto del discorso bisbigliato pianissimo.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa,
-animata: il generale, invece, diventa sempre più
-pallido, e mentre donna Remigia alza il tono della
-voce, egli lo abbassa.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e
-tanto meno della moglie, tien d'occhio la duchessina,
-guardando di sopra, guardando di sotto all'<i>Italie</i>.
-Pensando all'atto ardito con il quale egli ha fatto
-fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso
-del D'Entracques.
-</p>
-
-<p>
-— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno
-a darla ancora ad intendere alle donnine?
-</p>
-
-<p>
-Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà
-«ad intendere» al generale. Questi, comincia davvero
-a perdere la testa; Remigia, adopera la sua
-molto bene.
-</p>
-
-<p>
-Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una
-simpatia, se non ispirata, certo confortata e mossa
-dal ragionamento.
-</p>
-
-<p>
-— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa
-di quel generale-ministro. E quando avesse comandato
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-lei, da sovrana, quel ministro-generale non
-sarebbe sempre stato a' suoi ordini?
-</p>
-
-<p>
-Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che
-desìo, poterla far tenere a quelle antipatiche grassone,
-così superbe e sbuffanti!
-</p>
-
-<p>
-— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella
-mi ha incontrata, vista, m'è passato vicino... senza
-accorgersene.
-</p>
-
-<p>
-— Non è possibile!
-</p>
-
-<p>
-— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con
-mio marito!
-</p>
-
-<p>
-— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la
-prima volta.
-</p>
-
-<p>
-— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta,
-ha badato a me!... È così, vero?
-</p>
-
-<p>
-Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per
-cominciare a innamorarsi, non è uno stupido e fissa
-Remigia:
-</p>
-
-<p>
-— È proprio ingenuità o è civetteria consumata?
-</p>
-
-<p>
-— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace,
-conferma!
-</p>
-
-<p>
-— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa,
-perchè...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e
-acuti, quasi armati per pungere.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità.
-</p>
-
-<p>
-— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta
-furberia e insieme tutto candore. — Paura?... Il ministro
-della Guerra?... Ah, povera Patria italiana!
-</p>
-
-<p>
-La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano
-insieme dal balcone:
-</p>
-
-<p>
-— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo?
-</p>
-
-<p>
-— Quando vuoi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa si farà?
-</p>
-
-<p>
-— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina!
-</p>
-
-<p>
-— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In
-tutto quel tempo, non ha quasi mai parlato altro
-che il Paparigopulos, ma anche alla Capodimare è
-rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla
-chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci
-alle sorprese dell'ignoto.
-</p>
-
-<p>
-Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui,
-tenendo le spalle voltate alla conversazione. Ricomparsa
-Quanita, egli si è subito alzato e allontanato
-dalla principessa, ricominciando a guardare i
-quadri e ad allineare le figurine di porcellana.
-</p>
-
-<p>
-— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia
-a Quanita.
-</p>
-
-<p>
-— Verso le quattro.
-</p>
-
-<p>
-Il generale alle quattro non può.
-</p>
-
-<p>
-— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più
-tardi!
-</p>
-
-<p>
-Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre
-le altre due signore si divertono a strapazzarlo furiosamente.
-</p>
-
-<p>
-— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti!
-</p>
-
-<p>
-— Ben altri... doveri!
-</p>
-
-<p>
-Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton.
-Poi, la Capodimare domanda ad un tratto:
-</p>
-
-<p>
-— E la prima della <i>Manon</i>?... Quando sarà?
-</p>
-
-<p>
-— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise
-informazioni bisognerebbe rivolgersi a chi è in
-istretti rapporti... con l'impresario.
-</p>
-
-<p>
-Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo
-a bocca aperta. C'è un momento d'inquietudine
-per quell'impertinente di Cincino; ma poi Remigia,
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-dopo essersi invano sforzata di restar seria,
-scoppia in una risata.
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente, ancora non si sa, ma <i>abbiamo</i>
-già venduto più di mezzo teatro! — Si stringe fra
-Guendalina e Quanita, abbracciandole per la vita e
-soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma
-io muoio dalla smania di conoscere questa Fanfan!
-</p>
-
-<p>
-— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima
-della <i>Manon</i>!
-</p>
-
-<p>
-— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia?
-</p>
-
-<p>
-— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in
-fondo al palco!
-</p>
-
-<p>
-— Uhm!... Temo di far male...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo
-saprà!
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapesse anche, non è a Roma!
-</p>
-
-<p>
-— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione
-senza etichetta e senza formalità.
-</p>
-
-<p>
-Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare
-e lasciarsi persuadere; trova ottime per ciò tutte le
-ragioni e mentre il marchese Pio continua a bisbigliare
-come se recitasse una giaculatoria, «non si
-fa male che a far del male», ella rivolge al D'Entracques
-un sorrisetto tenero e un'occhiata espressiva:
-</p>
-
-<p>
-— Ma... <i>cito</i>, mi raccomando, col suo collega dei
-Lavori Pubblici!
-</p>
-
-<p>
-La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderli
-<i>gratis</i>, lascia a Remigia anche la cura di prendere
-il palco.
-</p>
-
-<p>
-Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze.
-Remigia, che comincia a sentirsi stanca, trova
-la scusa solita di Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!...
-Ah, <i>mon Dieu!</i> Caro generale! Sapesse come il suo
-collega è difficile da indovinare!
-</p>
-
-<p>
-Guendalina offre la sua carrozza.
-</p>
-
-<p>
-— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti:
-ho la vittoria e non ci sono altri posti disponibili;
-nè per voi, generale, nè per Cincino.
-</p>
-
-<p>
-Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli
-ha la prudente abitudine di arrivare e di ritirarsi
-sempre per il primo.
-</p>
-
-<p>
-Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria.
-</p>
-
-<p>
-— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè
-ho da parlarti. Si tratta di un favore grandissimo,
-che vorrei da te.
-</p>
-
-<p>
-— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe
-una mano.
-</p>
-
-<p>
-— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè
-entriamo nel difficile! Devi sapere che il ministero
-dei Lavori Pubblici, d'accordo con quello
-delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di una Commissione
-tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi
-e l'impianto delle future stazioni della telegrafia
-senza fili!
-</p>
-
-<p>
-— La scoperta di Marconi?
-</p>
-
-<p>
-— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli
-accordi d'indole scientifica con quel governo. Mio
-fratello...
-</p>
-
-<p>
-— Cincino D'Ermoli?...
-</p>
-
-<p>
-— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere
-prescelto dal governo italiano fra i tre o quattro
-ingegneri che verranno eletti a questa commissione...
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito.
-</p>
-
-<p>
-— Hai capito?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Penso io.
-</p>
-
-<p>
-— Basterebbe una sola parola di tuo marito...
-</p>
-
-<p>
-— Non dubitare; penso io.
-</p>
-
-<p>
-Guendalina continua con voce tenera e lamentosa:
-</p>
-
-<p>
-— Cincino, comincia appena a mettere giudizio.
-Ma fin che si trova a Roma, povero ragazzo, che
-cosa può fare?
-</p>
-
-<p>
-— Troppe distrazioni!
-</p>
-
-<p>
-— Tuo marito, farebbe una vera opera buona!
-</p>
-
-<p>
-— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima
-cosa che gli domando dacchè sono sua moglie: voglio
-vedere se mi dirà di no! — Negli occhi dell'Idola,
-che non ridono più, passa un lampo di minaccia.
-</p>
-
-<p>
-I cavalli si arrestano dinanzi al portone dell'albergo.
-</p>
-
-<p>
-— Di già!
-</p>
-
-<p>
-Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a
-terra.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, Remigia!
-</p>
-
-<p>
-— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro!
-</p>
-
-<p>
-— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è
-giovedì e ho anche le figliuole! Se non vado a trovarle
-in collegio si disperano!
-</p>
-
-<p>
-— Figliuole?... <i>Tue?</i> — Ella guarda, osserva l'amica
-assai meravigliata.
-</p>
-
-<p>
-— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende
-mollemente nella carrozza. Sembra ancora stanca e
-seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due. Una
-di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora?
-</p>
-
-<p>
-— Per ora e per sempre! No! No! No!
-</p>
-
-<p>
-Guendalina approva.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto
-basta! E anche questa, ti giuro... inaspettata!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della
-maternità mi spaventa, prima, durante, dopo; no,
-no, no! — Scappa via ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Ricordati di Cincino! Ti raccomando!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Adieu! Adieu!</i>
-</p>
-
-<p>
-Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con
-la faccia pallida, piena di sonno.
-</p>
-
-<p>
-— La contessina Mimì è ancora in piedi?
-</p>
-
-<p>
-— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha
-voluto andar a letto per aspettarla. C'è anche Sua
-Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di
-gioia. — Che bravo! — Gli avrebbe fatto subito la
-raccomandazione per Cincino. Si precipita nel salotto
-e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È
-tutta per il marito in quel momento, niente per
-la Carfo. — È un po' che sei qui?
-</p>
-
-<p>
-— No, no!
-</p>
-
-<p>
-— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una
-noia!... Non ne potevo più! Ma ho dovuto aspettare
-Guendalina per farmi accompagnare.
-</p>
-
-<p>
-— Guendalina?... Chi è?
-</p>
-
-<p>
-Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al
-tavolo, — alza dal piccolo telaio gli occhi interrogativi.
-</p>
-
-<p>
-— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia
-sempre rivolta a Giacomo e senza degnare Mimì
-di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima! Ci
-vogliamo un gran bene!
-</p>
-
-<p>
-— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una
-simpatia... fulminea! — Giacomo non è ironico ma
-è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora rimorso
-e amarezza per la scena di quella mattina: non
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-vuol arrabbiarsi con sua moglie, non vuol più diventare
-nervoso. Tant'è, ci vuol calma e pazienza.
-Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io,
-per esempio, — soggiunge accarezzando la
-mano della moglie, — questa così straordinaria signora
-Guendalina non l'ho mai sentita nominare.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò
-anche tua.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie dell'improvvisata!
-</p>
-
-<p>
-A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia
-la detesta.
-</p>
-
-<p>
-— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di
-Quanita ed ha sposato il principe Capodimare. Per
-questo è nostra parente strettissima.
-</p>
-
-<p>
-Anche Giacomo non può a meno di ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Insomma... la famiglia è cresciuta.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la
-barba del marito, poi gli aggiusta il nodo della cravatta.
-</p>
-
-<p>
-— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene?
-Oh, che beatitudine! Come sono felice! — Vede sul
-tavolo il servizio del tè, una bottiglia di Marsala e
-un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi
-servo, sebbene non invitata!
-</p>
-
-<p>
-Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla
-adagio, delicatamente:
-</p>
-
-<p>
-— Uhm! Che bontà!
-</p>
-
-<p>
-— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè
-alle dieci, con un biscotto.
-</p>
-
-<p>
-Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio
-su contro di lei! Si sforza tuttavia di parlare
-per ottenere una risposta, uno sguardo.
-</p>
-
-<p>
-— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè si
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-facesse portare almeno un'ala di pollo, una tazza di
-consumè! Non c'è stato verso!
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa,
-sempre rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare
-e poi andar subito a dormire? Ohibò! — Vicino
-alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. — Biglietti
-da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro,
-piegati a due a due. — Per me?
-</p>
-
-<p>
-— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si
-spezza la voce, — ... prima di pranzo! — Ella spinge
-il vassoio dinanzi all'Idola con la piccola mano tenera
-e bianca agitata da un tremito.
-</p>
-
-<p>
-Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza
-voce:
-</p>
-
-<p>
-— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere
-di nuovo, con grande indifferenza, nel vassoio. — Sai,
-Giacomo, tesöro, che è ben ridicolo questo
-tuo collega della Guerra?
-</p>
-
-<p>
-— Ridicolo?... Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio,
-ed è ancora pieno di pasticci con le donne!...
-Con un'americana, mi ha detto Quanita!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si mette a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Se ha pasticci con le americane, fa male... e
-gli faranno male! Ma... vecchio? Adagio; ha la mia
-età!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a
-palma:
-</p>
-
-<p>
-— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza
-il canto piegato e legge il nome degli altri
-biglietti: — <i>Avvocato Leonida Staffa, Deputato al
-Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero
-dei Lavori Pubblici.</i> — Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il
-Leonida dal cappellone?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giacomo D'Orea si fa serio.
-</p>
-
-<p>
-— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia,
-ma, adesso, con un accento sdegnoso e irritato. — Che
-cos'è venuto a fare da me? perchè mi ha portato
-i biglietti?
-</p>
-
-<p>
-Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai
-è un suo collega e bisogna rassegnarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta
-a Toblach e di aver ballato con te!
-</p>
-
-<p>
-— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero
-ancora una bimba!
-</p>
-
-<p>
-— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a
-salutare.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Rabbagasse?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte
-gli è venuta la smania di frequentare le signore dell'alta
-società. D'altra parte è un mio collega, è con
-me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere l'uscio
-in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa
-di tutto per essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!...
-Porta pazienza, cara mia: sarà per pochi
-mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera... casa
-nostra!
-</p>
-
-<p>
-— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se
-Giacomo, con questo discorso, ha perduto
-un po' del suo buon umore, non l'ha perduto
-Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più
-espansiva e giuoca facendo le treccine con la barba
-brizzolata del marito. — Io sarò gentilissima con
-<i>Rabbagasse</i>, te lo prometto, ma anche tu, non devi
-dirmi di no...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo lancia un'occhiata a Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Non devo dirti di no?... A che proposito?
-</p>
-
-<p>
-— Di un grandissimo favore che mi devi fare!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Prima giura.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Di non dirmi di no.
-</p>
-
-<p>
-— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È
-troppo pretendere dalla mia coscienza, per
-quanto elastica!
-</p>
-
-<p>
-Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere
-le braccia al collo.
-</p>
-
-<p>
-— È un piacere, grande grande, che fai a me e
-a Guendalina! Pensa: si tratta di ottenere che suo
-fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio, ma proprio
-per sempre!
-</p>
-
-<p>
-— In tutto questo, scusa, che c'entro io?...
-</p>
-
-<p>
-— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una
-tua parola!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il
-discorso fattole dalla Capodimare: la commissione
-tecnica, la telegrafia senza fili, l'impianto delle future
-stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli
-e conclude:
-</p>
-
-<p>
-— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che
-ti domando da che siamo marito e moglie; non puoi
-proprio dirmi di no!
-</p>
-
-<p>
-La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida,
-passando da un'inquietudine a un'altra e non
-le riesce di fare una gugliata senza aggrovigliare il
-filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha promesso
-a sè stesso fermamente di non volersi inquietare
-e ci riesce.
-</p>
-
-<p>
-— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto
-alla tua buona Mimì che odio le raccomandazioni.
-Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo d'ingiustizia
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-e non ottiene che un effetto negativo. Invece
-di prendere il raccomandato in considerazione
-io lo prendo in sospetto.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi:
-</p>
-
-<p>
-— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che
-tu fai a me e a nessun altro!
-</p>
-
-<p>
-— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha
-sentito, signorina Mimì?... La differenza...
-è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino D'Ermoli,
-che roba è?
-</p>
-
-<p>
-— È il fratello di Guendalina.
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa ha fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi
-a fare qualche cosa, vorrebbe approfittare di
-quest'occasione, per andare lontano da Roma, dagli
-amici, da tutte le tentazioni!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non
-sai che questa commissione, non sarà molto numerosa.
-Quattro o cinque ingegneri al più. E... non
-giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere
-giudizio! Alte personalità competenti in materia!
-Uomini... maturi, che già fanno parte del Ministero
-dei Lavori Pubblici o del Ministero delle Poste e Telegrafi
-e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè
-e al paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie
-in argomento. Il tuo... come si chiama?
-</p>
-
-<p>
-— Ingegnere Cincino D'Ermoli.
-</p>
-
-<p>
-— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode
-per i suoi buoni proponimenti, ma non è giusto che
-gli altri perdano per cagion sua una nomina, un
-onore, cui hanno diritto. Ti pare?
-</p>
-
-<p>
-— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un
-momento, poi esprime la sua idea. — Invece di mandare
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-quattro o cinque ingegneri soltanto, mandatene
-addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non
-commetti ingiustizie e mi fai tanto contenta!
-</p>
-
-<p>
-Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità;
-si alza e corre a baciare l'amica:
-</p>
-
-<p>
-— Cara! Non sei in collera con me?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde
-seccamente.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando
-in sè stesso le proprie osservazione e i propri
-dubbi. — Quanto sarà sincera... la bambina? — Pure,
-seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche
-volta, con le bambine riottose, finge di cedere e di
-acconsentire, pur di evitar capricci e noie.
-</p>
-
-<p>
-— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli
-accademici, se ne ha; ciò che ha fatto e ciò che precisamente
-vorrebbe fare il tuo protetto.
-</p>
-
-<p>
-— Mi giuri che avrà la nomina?
-</p>
-
-<p>
-— Non giuro mai!
-</p>
-
-<p>
-— Me lo prometti?
-</p>
-
-<p>
-— Non posso promettere ciò che non dipende dalla
-mia sola volontà; ma quando vedrai la tua amica
-Guendalina le dirai che la domanda di suo fratello
-sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si
-sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche
-domattina devo essere al Ministero prima delle
-sette!
-</p>
-
-<p>
-— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge
-il signor D'Orea, con la grande tenerezza de'
-suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce dolcissima,
-affettuosa.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con
-tristezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Penseremo anche alla salute... A suo tempo!
-</p>
-
-<p>
-Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano
-a Remigia e se ne va solo, mormorando la buona
-notte.
-</p>
-
-<p>
-Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria,
-a riflettere, con le ciglia aggrottate: dal suo volto
-sono spariti il sorriso e la fresca ingenuità della
-bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna
-irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente.
-</p>
-
-<p>
-— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un
-bel niente di niente! Figuriamoci se vuol scomodarsi
-per me! Non sono mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora
-la Carfo spaventata.
-</p>
-
-<p>
-— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo!
-Antipatico e... apata. Apata! Apata!... È il primo
-favore che gli domando, niente! E sa che si
-tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa
-è una pugnalata che trafigge il cuore di Mimì,
-ma è tirata apposta. — Che importa a lui delle mie
-amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle quali
-io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta!
-</p>
-
-<p>
-— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì
-vorrebbe difenderlo, ma Remigia l'interrompe
-con una sghignazzatina ironica.
-</p>
-
-<p>
-— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso...
-Può darsi!... Gli fai una corte sperticata!...
-</p>
-
-<p>
-Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le
-spuntano subito le solite lacrimone.
-</p>
-
-<p>
-— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa,
-in altri tempi, diceva anche di te!... Ma no;
-<i>cito, cito!</i> — Con la mano si chiude la bocca.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mimì piange dirottamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco! Ci siamo! Ah, <i>mon Dieu</i>, che bel divertimento! — Si
-mette con i pugni sui fianchi e gira
-su e giù canterellando a mezza voce: — Ci siamo!
-Ci siamo!
-</p>
-
-<p>
-La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?...
-Rispondi!
-</p>
-
-<p>
-Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima
-sua, e la fissa timidamente.
-</p>
-
-<p>
-— Non guardarmi, soltanto! Rispondi!
-</p>
-
-<p>
-— Sì...
-</p>
-
-<p>
-— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo,
-per mettermi dalla parte del torto! Tu, a furia
-di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di bene, — questo
-volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale
-di te per sorvegliarmi e per spiarmi.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto Mimì si ribella:
-</p>
-
-<p>
-— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce
-subito.
-</p>
-
-<p>
-— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi
-capire. Non è colpa tua se «quello là» con tutta
-la sua politica, riesce, come t'ho detto, a raggirarti
-bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa
-io e infelice! Non diventare nervosa anche tu...
-o non posso più vivere! Più, più, proprio più! — Le
-dà un bacio e l'altra se la stringe al cuore.
-</p>
-
-<p>
-C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di
-che cosa avete parlato, tutta la sera?
-</p>
-
-<p>
-La Carfo risponde balbettando:
-</p>
-
-<p>
-— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!...
-Persino di politica!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Oh!
-</p>
-
-<p>
-— E abbiamo parlato moltissimo di te.
-</p>
-
-<p>
-— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente
-ciò che desidererei sapere.
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi
-molto bene; gli ho detto le feste che ti hanno fatto
-a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere per non
-averlo veduto stamattina alla stazione.
-</p>
-
-<p>
-— E poi?
-</p>
-
-<p>
-— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia...
-</p>
-
-<p>
-— A proposito di che?
-</p>
-
-<p>
-— Della sua età, della sua serietà. Non essendo
-più tanto giovine...
-</p>
-
-<p>
-— Ha un figlio ufficiale di marina!
-</p>
-
-<p>
-— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche
-per te un'amica e una compagna buona e sicura.
-</p>
-
-<p>
-— Poi?
-</p>
-
-<p>
-— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento
-pensierosa. — Ah! Ecco! Mi ha domandato se suo
-fratello, al solito, ha sparlato di lui.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti
-fa fare la spia?
-</p>
-
-<p>
-— Ma no...
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì!
-</p>
-
-<p>
-— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che
-l'ho appena intravvisto un momento, alla sfuggita!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa
-affilato.
-</p>
-
-<p>
-— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire,
-parola per parola, tutti i discorsi di Giacomo; e gli
-dirai soltanto... ciò che voglio io!
-</p>
-
-<p>
-— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimì
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-prega a mani giunte. — Non gli fare raccomandazioni.
-Lo inquieta, lo irrita!
-</p>
-
-<p>
-— Ti ha detto lui, anche questo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; stamattina e poi ancora stasera.
-</p>
-
-<p>
-Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare
-su e giù, facendo un cipiglio strano, mulinando chi
-sa che cosa. A un tratto, le passa dinanzi, come un
-baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà
-una forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva
-scompigliata, poi i riccioli biondi tornano a posto
-ed ella ride allegramente.
-</p>
-
-<p>
-— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!...
-Non dovrò più graffiarmi e pungermi per
-accarezzare quell'istrice! — Devi sapere... — Afferra
-le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per
-parlare, poi si pente. — No. Ti basti questo; io sarò
-<i>in-flu-en-tissima!</i> E intanto, — prima prova del mio
-potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la sua brava nomina!
-Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente. — Sono
-in dieci i ministri, cara mia, e lui,
-il signor... Catone tira-molla, non è nemmeno tra
-i più autorevoli!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua
-Eccellenza D'Entracques, ministro della Guerra; invece, — chi
-mai lo avrebbe immaginato? È l'altra
-Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone,
-è proprio il <i>Rabbagasse</i> che riesce a far
-pervenire la nomina ambita al conte Cincino
-D'Ermoli!
-</p>
-
-<p>
-Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben
-sicura che da Jack non si ottiene niente, scrive alla
-Capodimare per metterla a parte dei suoi dubbi e
-delle sue nuove speranze.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-</p>
-
-<p>
-La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa
-portare con la carrozza all'albergo di Roma.
-</p>
-
-<p>
-— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata,
-alle prime parole di Remigia. — Vuoi raccomandarti
-al D'Entracques?... Non può far niente.
-</p>
-
-<p>
-— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è
-ministro della guerra!
-</p>
-
-<p>
-— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare
-Cincino al suo collega, il ministro dei
-lavori pubblici!
-</p>
-
-<p>
-Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia
-è furibonda contro Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo
-e caparbio. Tutte e due si guardano mortificate
-e afflitte.
-</p>
-
-<p>
-— E allora?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa si può fare?
-</p>
-
-<p>
-— ... Non c'è proprio un raggio di speranza!
-</p>
-
-<p>
-Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il
-servitore venuto da Pontereno, entra nel salotto
-annunziando una visita:
-</p>
-
-<p>
-— Sua Eccellenza Leonida Staffa!
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è?
-</p>
-
-<p>
-— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato il <i>liftiè</i>
-per sapere se la signora duchessa riceve.
-</p>
-
-<p>
-— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta
-di poter fare, con quella sgarbatezza al sottosegretario,
-un dispetto a suo marito. Ma Guendalina le
-parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama
-indietro il servitore.
-</p>
-
-<p>
-— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza
-e conducetelo qui!
-</p>
-
-<p>
-— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la
-principessa, quando Giovanni è uscito, — è il solo
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-uomo, dopo tuo marito, che possa far mettere Cincino
-nella Commissione!
-</p>
-
-<p>
-— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici
-davvero?
-</p>
-
-<p>
-— Certissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si
-opporrà?
-</p>
-
-<p>
-— Appunto per questo. — Anche gli occhi della
-Capodimare sono pieni di furbizia. — Prima, non
-deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto sta
-che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile!
-</p>
-
-<p>
-— Tentiamo insieme!
-</p>
-
-<p>
-— Tentiamo.
-</p>
-
-<p>
-Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono
-più addolorate e non sospirano più. L'idea di avere
-un ottimo pretesto, quello della salvezza morale e
-dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare
-tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente
-Remigia.
-</p>
-
-<p>
-— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare
-con aria sospettosa.
-</p>
-
-<p>
-— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo
-oggi! <i>Il cor me lo dicea!</i> — Un piccolo saltetto
-di gioia e un altro abbraccio di Remigia a Guendalina. — Per
-essere libera l'ho mandata in giro, con
-il signor Zaccarella, in cerca di moltissime cose...
-che non farà presto a trovare!
-</p>
-
-<p>
-Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida
-s'avanza.
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo!
-</p>
-
-<p>
-— Il <i>Rabbagasse!</i>
-</p>
-
-<p>
-Le due signore siedono, con molle abbandono, una
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-sulla poltrona, l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente,
-guardano verso l'uscio con l'espressione
-felina di due giovani pantere in agguato, che sentono
-l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i
-denti bianchissimi, sempre pronti... al sorriso.
-</p>
-
-<p>
-È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a
-Mimì Carfo: il suo sottosegretario di Stato ha la
-smania delle signore! Belle o brutte, vecchie o giovani,
-non importa, purchè siano della più alta aristocrazia.
-Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza
-Leonida Staffa si sente preso dalla vanità. Cosa naturale:
-placata la fame, si comincia a soffrire la sete.
-</p>
-
-<p>
-Le signore, anzi le <i>dame!</i> Le vere, le gran dame!
-Quelle proprio di Roma, le classiche, i nomi storici,
-le prime del mondo!
-</p>
-
-<p>
-— Che splendore! Che fascino! E che desiderio,
-che ansia di poter penetrare in quel tempio, sacro
-alla storia!
-</p>
-
-<p>
-— Le principesse romane!... Che cosa grande!
-</p>
-
-<p>
-Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia,
-le occhieggia da tanto tempo, e — ahimè! — sempre
-da lontano! Si può dire che egli è nato con quella
-voglia in corpo!
-</p>
-
-<p>
-Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi
-repubblicane, scaraventando dalla <i>Bandiera</i> bottiglie
-d'inchiostro rosso, di un bel rosso puro, prettamente
-plebeo, contro i favoriti e le Favorite, — con
-la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava
-pure alla <i>Bizantina</i> gli «asterischi del contino
-Ipsilon» che scriveva di straforo, tingendo la penna
-nel più azzurro e araldico giulebbe e lardellando
-la sua nobile prosa di <i>eburnee spalle regali</i>, di <i>incessi
-sovrani</i>, di <i>maestà matronali</i>, di <i>crême</i>, di
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-<i>fine-fleur</i> e di <i>high-life</i>. Con gli anni, evolvendosi ed
-elevandosi, diventato a mano a mano direttore di
-giornali e di riviste, democratico in politica e aristocratico
-in letteratura, creato segretario o presidente
-di tutte le missioni e di tutte le Commissioni,
-nominato all'Università professore ordinario, per
-un caso straordinario e, finalmente, eletto deputato,
-il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran
-dame, quelle della vera <i>haute</i> di Roma, un po' più a
-suo agio, alla Camera, ai Lincei, alla Palombella.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore
-della provincia, non sono che donnine e donnette in
-confronto della vera donna Romana! Saranno carine,
-eleganti, avranno il gusto, lo <i>chic</i> parigino; ma
-la signorilità principesca delle romane?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare,
-di salutare, di sedersi in carrozza, di camminare!
-Tutto diverso! Cosa grande! È un'atmosfera
-diversa! Un profumo diverso!
-</p>
-
-<p>
-Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi
-radicale, non è mai stato veramente così vicino a
-nessuna principessa, da sentirne l'odore. Ma non
-importa! Lo intuisce e lo pregusta.
-</p>
-
-<p>
-Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella
-prima ed ultima seduta della Camera, Leonida Staffa
-ha alzato l'occhio più sicuro e più fermo sulla tribuna
-della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico.
-Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa
-Moncavallo?... Se la fa indicare...
-</p>
-
-<p>
-Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi
-di Toblach, di un gran barbone di lusso, che si chiamava
-principe Rosalino, di una gran dama molto
-superba che lo salutava appena con la testa, senza
-mai stringergli la mano...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una
-dama d'onore! La cognata della principessa Capodimare!
-</p>
-
-<p>
-Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega
-ai Lavori Pubblici:
-</p>
-
-<p>
-— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea
-a Toblach!... Era ancora una ragazzina! Ho conosciuto
-moltissimo la madre, la duchessa Moncavallo!
-Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!...
-Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo!
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti
-di visita, borbottando con stizza nel piegarne
-gli angoli:
-</p>
-
-<p>
-— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea,
-spiegherà la burbanza di sua madre...
-</p>
-
-<p>
-Sopra la moglie del ministro del quale egli è il
-sottosegretario di Stato, Sua Eccellenza Leonida
-Staffa sente di poter vantare tutti i diritti della colleganza
-politica.
-</p>
-
-<p>
-— Staremo a vedere!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si
-mette in marcia alla conquista dell'<i>hôtel de Rome</i>,
-sospettoso, minaccioso, armato di tutta la sua fierezza
-ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.
-</p>
-
-<p>
-Sua Eccellenza domanda al portiere se la <i>signora</i>
-D'Orea riceve con più burbanza, certo, di quello che
-avrebbe spiegato la stessa vecchia Moncavallo; ma
-aspettando la risposta nel salone terreno, lancia
-un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera
-spruzzata di fresco è olezzante; i baffi e il pizzo
-arricciati e rilucenti di <i>brillantina</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Staremo a vedere!
-</p>
-
-<p>
-Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo
-<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span>
-accoglie di piè fermo, come l'araldo di una potenza
-nemica. Lo ascolta senza batter ciglio, imperterrito
-e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera,
-sempre senza una parola, gli consegna il cappellone.
-Ma lì, proprio lì, sul punto di varcare la soglia del
-salotto è colto da un senso stranissimo di timidezza.
-Per ciò, per vincersi, si presenta ancora più sostenuto,
-aggrottando la fronte luminosa... Ma quando
-esce, un'ora dopo, è inebriato, entusiasmato; è in
-estasi!... È vinto.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa grande!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma
-la Capodimare, — la principessa, — è stata addirittura
-incantevole! Quanta nobiltà! Quanta signorilità!
-Che grazia! Che finezza!
-</p>
-
-<p>
-— Cosa grande!
-</p>
-
-<p>
-Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di
-radiotelegrafia o di Cincino D'Ermoli. Non si parlò
-del ministero e nemmeno di politica. Ma invece di
-arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della
-conferenza per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da
-Kristian Höye, uno dei compagni di Nansen. Le signore
-ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi
-dietro le loro seggiole.
-</p>
-
-<p>
-— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia
-all'amica, durante una pausa del conferenziere.
-</p>
-
-<p>
-— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'<i>Iris?</i>
-</p>
-
-<p>
-La <i>Manon</i> era stata rimandata per una delle solite
-indisposizioni <i>réclame</i>, di Fanfan Trécoeur.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'<i>Iris</i>. — E così
-resta fissato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span>
-</p>
-
-<p>
-Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha
-sentito tutto il discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi;
-domanda al camerino del teatro il numero
-del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea
-e trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.
-</p>
-
-<p>
-Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero:
-è quasi l'invito per una visita.
-</p>
-
-<p>
-— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema
-che occupa per tutto il primo atto lo spirito
-di Leonida Staffa. Quando cala la tela si risolve, si
-alza.
-</p>
-
-<p>
-— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono
-quelle stesse di ieri.
-</p>
-
-<p>
-Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la
-democrazia, Sua Eccellenza Leonida Staffa si è vestito,
-quella sera, con una giacca che può passare
-per uno <i>smoking</i>, ovverosia con uno <i>smoking</i> che
-può passare per una giacca. Dà un colpo forte al
-cappellone, lo schiaccia, lo tiene sotto il braccio come
-un gibus, entra pianino nel palchetto ed eccolo
-seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco
-alla principessa.
-</p>
-
-<p>
-È lì, al Costanzi, mentre <i>Iris</i> spiega le sue belle
-maglie rosa alla gran luce del Joshiwara, che la
-principessa raccomanda Cincino a Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene
-sarei tanto, tanto, tanto riconoscente!
-</p>
-
-<p>
-Che musica!... Non quella dell'<i>Iris</i>, che Leonida
-Staffa non ascolta nemmeno, ma la musica di quei
-«tanto tanto» modulati, sospirati al soffio leggero
-di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso.
-</p>
-
-<p>
-Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle
-dell'amica e ne aggiunge un'altra particolare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che mio marito non sappia niente, o manda
-tutto a monte! Ha certe idee!... — E le spiega.
-</p>
-
-<p>
-Leonida Staffa non è dell'opinione del collega;
-tutt'altro!
-</p>
-
-<p>
-— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti?
-Le solite persone tecniche? Io diffido, per
-massima, dei tecnici e dei competenti! Vecchi sistemi
-e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare
-e ringiovanire! La maravigliosa invenzione
-di Marconi è l'invenzione di un giovane! La radiotelegrafia?
-L'elettromagnetismo? Il mistero delle onde
-hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani!
-Forze giovani, che appartengono di diritto... ai giovani!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span></p>
-
-<h3>IX.</h3>
-</div>
-
-<p>
-— Dunque, siamo intesi! — esclama Remigia alzandosi
-e abbracciando Quanita. — Alle sette venite
-a pranzo da me e poi si va alla <i>Manon</i>, dove troveremo
-Guendalina e <i>forse</i> — chi sa? — anche il
-cavalier Paparigopulos!
-</p>
-
-<p>
-La marchesa non rileva lo scherzo. Ella teme soltanto
-che all'ultimo momento venga fuori la solita
-striscia verde con un altro <i>riposo</i>. Alla marchesa
-occorre sempre di sapere di sicuro, prima delle tre,
-se c'è teatro sì o no!
-</p>
-
-<p>
-— Ci sarà poi, questa <i>Manon</i>, o non avremo un'altra
-indisposizione?
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo di no; sarebbe la quarta!... Il povero
-Luciano si dispera.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... è proprio innamorato sul serio o lo fa
-per moda?
-</p>
-
-<p>
-— È innamorato sul serio perchè è di moda.
-</p>
-
-<p>
-— E sua moglie?
-</p>
-
-<p>
-— Mia sorella?...
-</p>
-
-<p>
-— Non ne soffre?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Credo che, viceversa, sia questa l'unica cosa
-di suo marito che ancora può soffrire.
-</p>
-
-<p>
-— Luciano dev'essere noiosetto in famiglia?
-</p>
-
-<p>
-— Noioso lui e noiosa lei. Tragedia e musica!
-</p>
-
-<p>
-Le due signore continuano a chiacchierare e a ridere
-fin sulla soglia dell'anticamera, dove Quanita
-accompagna Remigia, e dove si abbracciano un'ultima
-volta.
-</p>
-
-<p>
-Remigia parla sottovoce per non farsi udire dai
-due servitori che stanno presso l'uscio, impalati.
-</p>
-
-<p>
-— Stasera posso venire anch'io alla prima della
-<i>Manon</i> perchè Jack ha i sindaci della Basilicata a
-banchetto! Ma se fosse ancora rimandata e cadesse
-in una sera in cui lui resta in casa... impossibile!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... Tuo marito non è geloso; non ti
-secca mai!
-</p>
-
-<p>
-— Quando si tratta di me. Con Fanfan di mezzo...
-si tratta di mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-Quanita legge negli occhietti furbi molte cose di
-cui sarebbe curiosissima di avere la spiegazione. Fa
-per trattenerla ancora, sull'uscio, tenendole una
-mano.
-</p>
-
-<p>
-Remigia non può.
-</p>
-
-<p>
-— Un altro giorno! Ho fatto anche troppo tardi!
-Lasciami andare! Ho due bolognesi simpaticoni che
-conoscerai oggi a pranzo e che mi aspettano all'<i>hôtel</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Due adoratori?
-</p>
-
-<p>
-— Uno sì e l'altro... quasi!
-</p>
-
-<p>
-— Allora non lo diremo a Sua Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-— A mio marito?
-</p>
-
-<p>
-— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa
-si tira Remigia più vicina mormorando, sempre
-<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span>
-sottovoce, assai maravigliata: — Diventi rossa?...
-Come, come, come?... Diventi rossa?
-</p>
-
-<p>
-Remigia che si sente bruciar davvero fa una
-grande risata per rimettersi, mentre alzandosi in
-punta di piedi bisbiglia all'orecchio dell'amica:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Retour de jeunesse et retour d'Amerique?</i>...
-Ah no, mia cara! Quale scusa potrei avere per mio
-marito? — Scioglie la mano e scappa via, infilando
-lo scalone.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara
-aspettano la duchessa Remigia da oltre un'ora.
-L'avvocato intanto, — lestezza e pulizia, — si leva
-la polvere e il nero del carbone dalle scarpe, dall'abito
-e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il
-contino Gambara guaisce con Mimì Carfo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non
-ci vuol più bene! Cattivina, cattivona, cattivaccia!
-Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare e non venire!
-Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così!
-</p>
-
-<p>
-— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere
-con gioia il <i>tic tac</i> dei passettini veloci. Ella è in
-pena per quel ritardo che può far sembrare la sovrana
-di Pontereno poco premurosa verso i suoi
-buoni amici di Bologna.
-</p>
-
-<p>
-Remigia entra sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così
-dicendo stende le due mani che il Berlendis ed
-il Gambara si affrettano ad afferrare, una per ciascuno,
-e a baciare replicatamente.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama
-Mimì dandole un bacio nel levarle il cappellino.
-</p>
-
-<p>
-— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambara
-<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span>
-abbassa il bel nasone fino a premerlo quasi
-contro il petto, mentre raggrotta la fronte e fa il verso
-d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna,
-vergogna!
-</p>
-
-<p>
-Cavour mette pace:
-</p>
-
-<p>
-— Impazienza legittima, dato il legittimo desiderio
-di rivedere la nostra bella, la nostra cara duchessa!
-</p>
-
-<p>
-Remigia sospira, geme, sbuffa.
-</p>
-
-<p>
-— Sapeste, quanto da fare! Non esagero, Berlendis:
-ho da fare più io di mio marito!
-</p>
-
-<p>
-Il bianco nasone vola per aria facendo le grandi
-maraviglie, ma l'avvocato trova la cosa affatto naturale.
-</p>
-
-<p>
-— Al marito il dicastero, alla moglie la rappresentanza!
-</p>
-
-<p>
-— Tutte... le rappresentanze! Il mio Jack non si
-muove mai, e chi è sempre in giro sono io!... Di
-qua, di là, esposizioni, inaugurazioni, conferenze,
-comitati...
-</p>
-
-<p>
-— Gli asili, le scuole, le visite! — aggiunge Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— I ricevimenti ufficiali e non ufficiali! Credetelo,
-sogno, oh, come sogno un po' del mio delizioso
-Pontereno! Pensate che qui a Roma, per poter dedicarvi
-un'oretta e per poter disporre della serata,
-ho dovuto fare... miracoli!... Mimì lo sa, ma intanto...
-Adesso, si sta un po' insieme, si pranza insieme
-e si sta insieme anche dopo. Siete contenti?
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato è contento; il conte Gambara niente
-affatto. A Roma, aveva sperato... tutt'altra cosa! E
-aveva fatto il viaggio con quell'ansia e quel bruciore
-addosso. Invece la cattivona, glielo fa capir subito,
-senza complimenti: a Roma... niente di niente, anzi,
-ancora meno di Pontereno!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di
-colpo, prende, stringe la mano della Carfo, la bacia
-e la ribacia furiosamente: — A Roma vi trovo ancora
-più deliziosa, deliziosissima!...
-</p>
-
-<p>
-Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho
-potuto avere un giorno libero, nemmeno per la mia
-mammà! E sospiro l'ora, il minuto di vederla, di
-poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la
-mia mammà, gioia, tesöro!
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a
-ripetere il conte Narciso sempre rivolto, ostinatamente,
-a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi e
-falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si
-guarda nello specchio, — oh, santo Guìo! — Si
-trova orribile, orrendo! — Corro, volo a far toeletta!
-</p>
-
-<p>
-È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre,
-con l'immediato abbandono! Fa un bell'inchino,
-piegando il collo con un attuccio vezzoso e premendosi
-la paglietta sul petto con tutta la mano aperta,
-se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno
-rispondere a donna Remigia che gli grida
-dietro con affettuosa insistenza:
-</p>
-
-<p>
-— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima.
-</p>
-
-<p>
-Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa
-una carrozza vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Hôtel Milan!</i> — Poi pensa fra sè: — Torno
-a Bologna, certo, certissimo, con la prima corsa!...
-Niente pranzo, alle sette! Scrivo due righe asciutte
-e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio così!
-</p>
-
-<p>
-Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia
-gli sembra molto più bella!... Bellissima! Mostro!
-</p>
-
-<p>
-— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho preso
-<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span>
-tutto troppo alla lettera, senza riflettere che c'erano
-presenti Mimì Carfo e il Berlendis!
-</p>
-
-<p>
-Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso:
-resta.
-</p>
-
-<p>
-— Resto, perchè mi veda indifferentissimo! — C'è
-un'altra riflessione: se ritorna a Bologna troppo
-presto nessuno crederà più ch'egli sia l'amante della
-duchessa Remigia.
-</p>
-
-<p>
-Esserlo... magari! Ma non essendolo... almeno parerlo!
-</p>
-
-<p>
-Poi... la politica?... Il collegio?... La deputazione?..
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-La partenza precipitosa del conte Gambara, se ha
-destato l'ilarità di Remigia e la compassione di Mimì,
-ha fatto molto piacere a Ciro Berlendis. Favorisce
-il suo piano. Egli non è venuto a Roma per i begli
-occhi della duchessa.... o della contessina, ma per
-affari; per un grosso affare di parecchi milioni. Si
-tratta di ottenere dal Ministero dei Lavori Pubblici
-la concessione del diritto di fruire dell'acqua di alcuni
-laghi nel Cadore, per la produzione di energia
-elettrica. L'utilità pubblica, e il vantaggio che ne
-devono derivare, sono palesi, ma i sollecitatori tentano
-di far passare sotto questa bandiera il contrabbando
-di una speculazione leonina, nella quale essi
-soli avrebbero il grosso del boccone e l'erario, i soli
-rischi dell'impresa. Urge, dunque, di ottenere la
-chiesta concessione senza che al ministero dei Lavori
-Pubblici si perda tempo, e si faccia perder tempo,
-in sottigliezze pedantesche, in lungaggini burocratiche...
-E per ottener questo, per far viaggiare le
-pratiche a vapore, il Berlendis ha pensato di rivolgersi
-alla buona, alla cara duchessa Remigia ed ha
-<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span>
-combinato la gita a Roma con il conte Gambara...
-per meglio darla ad intendere.
-</p>
-
-<p>
-— Sapete, duchessa, di chi vi porto i saluti? — comincia
-l'avvocato, a mo' d'esordio, quando anche
-la contessina Mimì è uscita in cerca di Carolina. — Indovinate!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, sdraiata sulla poltrona accanto alla finestra
-aperta, guarda l'avvocato sorridendo... e
-aspetta.
-</p>
-
-<p>
-Ciro Berlendis resta in piedi, per aver più fresco,
-e con un giornale si sventola il faccione rotondo, sul
-quale il lustro del sudore fa risaltare le lentiggini.
-Egli parta con voce alta, da predicatore.
-</p>
-
-<p>
-— Un egregio gentiluomo; una bravissima persona.
-Un mio prezioso cliente di vecchia data, che
-la signora duchessa ha conosciuto, quand'era ancora
-signorina, a Villars!
-</p>
-
-<p>
-— A Villars?... Quand'ero ragazza?
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente!
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, mi ha parlato tanto di lei con un entusiasmo
-che, del resto, non solo si comprende, ma
-del quale siamo tutti partecipi! È il barone Marco
-Danova!
-</p>
-
-<p>
-— Re Faraone! — Remigia rompe in una risata. — Re
-Faraone al lucido Nubian! Sa, caro Berlendis,
-che è stato un mio accanito adoratore?
-</p>
-
-<p>
-Il Berlendis accenna col capo affermativamente e
-sospira per conto di Marco Danova.
-</p>
-
-<p>
-— Innamoratissimo!... Una grande passione!...
-Brucia ancora!
-</p>
-
-<p>
-— Troppo brutto! Troppo brutto!... Remigia rabbrividisce. — Un
-orrore!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ah! — L'avvocato fa un altro grosso sospirone;
-non per il Danova, ma per sè. — La propria bruttezza...
-non rende insensibili al fascino del bello.
-Io... capisco e sento di doverlo molto compiangere
-quel povero barone!
-</p>
-
-<p>
-— Avvocato! Avvocato! — ammonisce Remigia
-dondolandosi, sempre sdraiata sulla lunga poltrona. — Proibite
-le dichiarazioni!
-</p>
-
-<p>
-— Allora... — Il Berlendis sembra fare un grande
-sforzo per vincere sè stesso. — Allora, per non cadere
-in tentazione... parliamo d'affari! Il nostro
-amico, il buon Danova, che a Villars non ha potuto
-ottenere grazia dal vostro cuore, vi domanderebbe
-oggi, per mio mezzo, un piccolissimo favore.
-</p>
-
-<p>
-— Non si tratta di una raccomandazione? — Remigia,
-ferma la poltrona di colpo e si rizza a sedere. — Non
-accetto raccomandazioni! Jack non ne vuole;
-io non ne voglio assolutamente!
-</p>
-
-<p>
-— Ed io?... Sono forse l'uomo... delle raccomandazioni? — L'avvocato
-gonfia le gote, gonfia il petto,
-diventa più acceso in volto e mugge: — Nessuna
-raccomandazione, mai, per principio e per fiera dignità
-di me stesso. Qui non si tratterebbe, da parte
-vostra, altro che di dare un ordine, semplicemente.
-L'ordine di far presto!
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Berlendis, passeggiando su e giù, si
-caccia le mani in tasca e mette muso.
-</p>
-
-<p>
-Remigia ha paura di averlo offeso e gliene duole.
-È un permaloso vendicativo! Chi sa che cosa può
-inventare quando torna a Bologna!
-</p>
-
-<p>
-— Non ho detto questo per lei che è un mio buon
-amico, ma per quel Danova che mi è sempre stato
-antipatico, — fa un altro brivido, — odiosissimo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ciro Berlendis siede a sua volta accanto alla poltrona
-della duchessa Remigia, le prende una mano,
-la stringe, l'accarezza, la bacia. La pace è fatta.
-</p>
-
-<p>
-— Mettiamo il Danova da parte. Re Faraone, scartato.
-Il piccolo favore, — piccolissimo, — lo domando
-io, per me. E lo ripeto ancora solennemente: non
-voglio e non vogliamo raccomandazioni. Basta dire
-soltanto a chi ha del tempo da perdere: fate presto,
-perchè per i galantuomini che lavorano, il tempo è
-danaro!... E si tratta, — questo per l'intima soddisfazione, — di
-una geniale iniziativa di utilità nazionale,
-con sicuro vantaggio per l'erario! Si tratta,
-insomma, di un'opera grandiosa, ciclopica, la quale
-farà onore al paese ed al governo!
-</p>
-
-<p>
-Alla parola — governo — donna Remigia che aveva
-ricominciato a dondolare, si ferma di nuovo ergendosi
-impettita sulla poltrona, con grande serietà
-ed importanza.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco tutto in due parole: un ottimo affare in
-carbone bianco, proposto da un gruppo cospicuo di
-egregi... gentiluomini, industriali e capitalisti, italosvizzeri. — L'avvocato
-alza la mano corta, grassa e
-pelosa e la gira in aria con tre dita tese: il pollice,
-l'indice e il medio.
-</p>
-
-<p>
-— Tre! Tre milioni di capitale; due già versati.
-Studi e progetti, tutto pronto! Compartecipazione del
-quattro per cento al governo per un ventennio; facoltà
-di prelazione per un decennio, pure al governo,
-nel riscatto delle energie attivate!
-</p>
-
-<p>
-Giro Berlendis, che tiene sempre la mano alzata e
-le tre dita tese, si alza anche in piedi, si riscalda,
-ansima, suda, ma andando quasi addosso alla cara
-duchessa, abbassa misteriosamente il tono della
-voce.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Un programma di lavoro! Un programma di
-trasformazione della regione intera, un programma
-nuovo, moderno, magnifico, un programma che sarà
-un successo nostro e del ministero liberale che
-lo avrà sanzionato!
-</p>
-
-<p>
-Tanta eloquenza introna a Remigia le orecchie e
-il cervello; ma non ha capito un ette.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, avvocato; che cos'è questo... carbone
-bianco?
-</p>
-
-<p>
-Il sorriso del Berlendis diventa ineffabile. L'occhio,
-la voce, il gesto, spirano poesia:
-</p>
-
-<p>
-— ... «<i>Chiare, fresche e dolci acque!</i>» Non più
-il carbone fossile, il nero carbone che sporca e affumica,
-la ricchezza, già stremata, che gli inglesi e
-i belga ricavano dalle viscere del loro suolo. Su, su,
-in alto, sempre in alto la stella d'Italia! Le Alpi del
-Cadore, sono tra le più ricche di laghi, di corsi di
-acqua imponenti, anche ad altezze considerevoli.
-Ebbene, noi vogliamo far... procombere al piano
-l'acqua di quei laghi e di quei fiumi, senza dispersioni,
-raccogliendo energie formidabili!
-</p>
-
-<p>
-— Capisco; ho capito! — Non ha capito, ma Remigia
-vorrebbe tagliar corto perchè non si diverte. — Io,
-dunque, dovrei...
-</p>
-
-<p>
-— Ecco il carbone bianco! Ecco «la forza indomita
-dell'avvenire!» — seguita imperterrito l'avvocato,
-passeggiando e declamando. Ma il tempo urge.
-L'industria nazionale ha bisogno di un forte incremento;
-il paese ha bisogno di risveglio, di lavoro;
-bisogna far presto. Il domani è il nemico, l'insidiatore
-dell'oggi! Non già che si possano temere concorrenti;
-impossibile, assurdo! Nessun può proporre
-condizioni vantaggiose, nè offrire garanzie, non dico
-superiori, ma pari alle nostre!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io dunque dovrei dire a mio marito...
-</p>
-
-<p>
-— A suo marito? al ministro? Niente. Ella è in
-ottime relazioni, con il sottosegretario ai Lavori Pubblici?
-Con Sua Eccellenza Leonida Staffa?
-</p>
-
-<p>
-— Come a Bologna si sa sempre tutto! — pensa
-Remigia prima di rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene: basta il sottosegretario! Ella mi dà
-due righe di introduzione esprimendo la sua simpatia
-per il carbone bianco, e tutto il resto... è tanto
-semplice... che va da sè. Io ho soltanto da dir questo,
-all'onorevole Staffa: Eccellenza: al ministero
-dei Lavori Pubblici, <i>Sezione terza</i>, giace e forse, ahimè!
-non ancora aperta, la nostra proposta... così e
-così, etcetera, etcetera. Ebbene, si prega, e con
-qualche diritto, che la pratica venga esaminata con
-sollecitudine. Nient'altro; basta! Non si domanda di
-più! — L'avvocato torna a gridare, a inquietarsi, a
-offendersi, ma in quel punto, a interromperlo improvvisamente,
-entra nel salotto un altro suo amico,
-il caro Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, signora duchessa! La chiamano al telefono!
-</p>
-
-<p>
-Remigia salta in piedi, lasciando dondolare la poltrona
-vuota.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà mio marito!
-</p>
-
-<p>
-— No, signora duchessa. È Sua Eccellenza l'onorevole
-Staffa.
-</p>
-
-<p>
-— Permette, avvocato?
-</p>
-
-<p>
-— Faccia! Faccia!
-</p>
-
-<p>
-— Torno subito!
-</p>
-
-<p>
-— Faccia! Faccia! Faccia!
-</p>
-
-<p>
-Remigia vola via leggera come una farfalla seguita
-dal grave signor Zaccarella, al quale l'avvocato
-stringe un'altra volta la mano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Carissimo il nostro... cavaliere!
-</p>
-
-<p>
-Il Berlendis ride e gongola.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! Proprio vero! Sono stato informato
-esattissimamente! Leonida Staffa è ai piedi della duchessa
-D'Orea!... Piedini, veramente maravigliosi
-con i quali anche i nostri affari, speriamo, marceranno
-egregiamente! La donna, la bella donna, la
-bella donna civetta, ecco la più provvida delle istituzioni!...
-Basta non fare la sciocchezza d'innamorarsi!...
-Deve essere la nostra forza; non la nostra
-debolezza! — Sorridendo torna ad asciugarsi il collo,
-il mento, la fronte, le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo!
-</p>
-
-<p>
-Si leva gli occhiali per ripulire anche le lenti
-intorbidite, ma con quel moccichino, le sporca di
-più!
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo! Se riesco a strappare la concessione
-evitando i soliti procedimenti meticolosi, che bel
-colpo per quel ladro del Danova... ed anche per me!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia rientra nel salotto; è raggiante.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato la fissa attentamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ella ha ricevuta una notizia che le fa molto
-piacere.
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Moltissimo piacere!
-</p>
-
-<p>
-— Le si legge in fronte!
-</p>
-
-<p>
-— Son felice! Non per me, ma per la mia amica
-più buona, più cara!
-</p>
-
-<p>
-— Già. La nostra dolcissima, soave contessina
-Mimì!
-</p>
-
-<p>
-— No! No! Sono felice per Guendalina!
-</p>
-
-<p>
-Cavour apre la bocca, e inarca le ciglia dietro gli
-occhiali.
-</p>
-
-<p>
-— La principessa Capodimare! Suo fratello, il conte
-<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span>
-Cincino D'Ermoli, ha ottenuto di far parte di una
-commissione di... studi scientifici, che parte a giorni
-per gli Stati Uniti. Guendalina lo desiderava
-tanto! Ho già ordinata la carrozza; voglio portarle
-io stessa la bella notizia. Mi scuserà, avvocato; faccio
-una corsa; cinque minuti appena! Oggi devo
-anche vestirmi più presto; si pranza in punto alle
-sette, perchè stasera si va tutti insieme al Costanzi.
-Che cosa le dicevo, avvocato? È vero sì o no? E il
-Gambara se n'ha avuto per male! Un minuto solo,
-<i>mio</i>, non posso averlo mai!... O il telefono, o il telegrafo,
-o un usciere del ministero! Ah, <i>mon Dieu!</i>
-<i>Mon Dieu!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Le fatiche del potere!
-</p>
-
-<p>
-— Tutto io! Sempre io! Mah, — sospira. — Quando
-si ha un benedetto marito che non fa niente, mai
-niente, per gli altri!
-</p>
-
-<p>
-Remigia scappa via, ma l'avvocato la ferma:
-</p>
-
-<p>
-— E... le due righette di... simpatica introduzione?
-</p>
-
-<p>
-— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici;
-Sua Eccellenza Leonida Staffa lo aspetta. Adesso,
-al telefono, gli ho parlato anche di lei. Sa che l'avvocato
-Berlendis è persona di mia piena fiducia e
-mio grande amico.
-</p>
-
-<p>
-— Però... anche un semplice bigliettino suo...
-</p>
-
-<p>
-Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto
-di visita, vi scrive sopra col lapis: «Eccole,
-caro Staffa, il primo e <i>il più amato</i> dei miei simpaticoni
-di Bologna...» e lo dà al Berlendis.
-</p>
-
-<p>
-— A lei, prenda; come <i>passe-partout!</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span></p>
-
-<h3>X.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor
-Zaccarella che sorveglia camerieri e servitori,
-tutto procede con buon ordine e speditezza.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia è allegrissima, al contrario del
-generale D'Entracques e del conte Gambara che
-sembrano, l'un contro l'altro armati... di sussiego e
-che allungano il muso a vista d'occhio.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto,
-sorride e gusta maggiormente i bocconi ghiotti.
-Egli ormai s'è messo il cuore in pace. Fa sempre,
-quando può e come può, la sua corte umile e devota
-alla bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma
-dopo il colpo di piedino negli stinchi e il rabbuffo
-toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo, prudentissimo
-e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta
-delle «bricioline». Bacetti sulle manine, parolette
-nelle orecchine rosee, trasparenti, parolette
-soffiate sul collino sparso di pellolino biondo, il collino
-ideale, gracile, di una adolescente; toccarle,
-quando capita, ma toccarle appena, come una reliquia,
-<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span>
-le braccine ignude... e basta. Il resto... indovinare,
-immaginare e ruminare!
-</p>
-
-<p>
-Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni
-pietrificato del D'Entracques a dargli il gambetto e
-gioisce vedendolo imbronciato e tormentato dalla
-gelosia.
-</p>
-
-<p>
-È stato lui stesso, il rugiadoso Jago a piantargli
-il pugnale nel cuore.
-</p>
-
-<p>
-Prima di pranzo, mentre nel salotto si aspettava
-l'annunzio di andare a tavola, il marchese Pio ha
-trovato il momento di sussurrare all'orecchio del
-conte Martino: — Vedi, quel bel giovane?
-</p>
-
-<p>
-— Non vedo altro che un bel naso!
-</p>
-
-<p>
-— Dicono... dicono veh! ci sia molto del tenero
-con la duchessina D'Orea.
-</p>
-
-<p>
-Il generale trasalisce e impallidisce, ciò che non
-gli è mai successo all'improvviso scoppio delle artiglierie.
-</p>
-
-<p>
-— A Pontereno, furono visti, dicono, a baciarsi in
-giardino!
-</p>
-
-<p>
-— Sono tutte falsità, infamità, e mi meraviglio
-che tu...
-</p>
-
-<p>
-— Io?... — protesta il Della Gancia interrompendolo. — Io
-non ho mai creduto niente!... Non la lascio
-sempre con mia moglie? — Leva gli occhi al
-cielo come vittima innocente e congiunge le palme
-in atto di compiere mentalmente il segno della santa
-croce.
-</p>
-
-<p>
-Il generale è convinto dell'innocenza di Remigia,
-è sicurissimo che si tratta di una delle solite calunnie,
-ma il pranzo gli è andato di traverso, prima ancora
-di mettersi a tavola.
-</p>
-
-<p>
-Al generale, come Eccellenza, è destinato il posto
-<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span>
-d'onore, fra le due signore: la padrona di casa e la
-marchesa Della Gancia. Egli si sforza di mostrarsi
-indifferente per essere brioso, ma la caramella non
-gli sta ben fissa nell'occhio e dalla gola non passa
-il più piccolo boccone; non può che bere, e beve.
-Con donna Remigia, scambia appena qualche parola,
-senza mai guardarla. Invece è amabilissimo con
-la marchesa e con gli occhi, i veri e quello di cristallo,
-divaga piacevolmente e ostentatamente tra i non
-simulati richiami dell'ampia scollatura. Vuol far dispetto,
-vuol far ingelosire la duchessa Remigia... invece
-la diverte. Ella ha subito indovinato la gelosia
-e capito il giuoco. La donna è soltanto astuta e l'uomo
-è intelligente; ma l'astuzia della donna è sempre
-più forte dell'intelligenza dell'uomo! Per altro, non
-vuol essere troppo crudele. Il D'Entracques le piace
-e le piace anche di vederselo innamorato. Ella non
-sente in lui un pericolo... ma un appoggio... sicuro.
-Sente che la sua reputazione non avrà nulla da temere,
-mentre la sua vanità, che è poi l'orgoglio della
-donna, avrà tutto, invece, da guadagnare.
-</p>
-
-<p>
-Vuol calmarlo, vuol rassicurarlo, vuol farlo tornare
-di buon umore. Sporge verso di lui il fresco visetto
-e sorride mormorando sottovoce: — Che c'è di
-nuovo? Perchè sempre e tutto da quella parte?...
-Perchè solo dedito... all'alpinismo?
-</p>
-
-<p>
-Il generale parla pure sottovoce, ma senza guardarla:
-</p>
-
-<p>
-— Non osavo sperare ch'ella potesse occuparsi di
-me, dopo gli ultimi arrivi da Bologna!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non può frenare un'allegra risatina, che
-consola subito il generale.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, no, poi! Accollarmi quel Narciso, che è
-<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span>
-anche tulipano! Questo no! È proprio troppo e mi
-ribello!... Preferisco, trecento volte, ch'ella sia ancora
-geloso della zazzera di Leonida! Mi guardi.
-</p>
-
-<p>
-Il generale si volta e la guarda.
-</p>
-
-<p>
-— Mi guardi bene!
-</p>
-
-<p>
-Gli occhietti ceruli sembrano diventati più grandi
-e più profondi: non sorridono più. Sono umidi e
-languidi, spirano fiducia, amore e tanta sincerità!
-</p>
-
-<p>
-Il generale non sente più che il dolore e il rimorso
-di averla fatta quasi piangere.
-</p>
-
-<p>
-— Mi perdoni. Non sono mai stato un ragazzo!
-Comincio ad esserlo adesso, che divento vecchio!
-</p>
-
-<p>
-— Mi fa tanto dispiacere per lei che ella sia geloso
-e così ingiustamente. Per lei è un grande dolore
-inutile. Per me... è una grande amarezza immeritata!
-</p>
-
-<p>
-— Mi perdoni...
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi di Remigia si riempiono di lacrime: proprio
-di lacrime vere!
-</p>
-
-<p>
-Dà una forte scrollata di testa; gli occhi tornano
-a ridere e a sfavillare: — L'uno e l'altro, l'avvocato
-e... il tulipano, sono i soliti regali di mio marito;
-sono i suoi grandi elettori. Del resto, le annunzio
-che ripartono subito, domani. Sono venuti qui, al
-solito, per una raccomandazione ed io li ho fatti
-subito recapitare a <i>Rabbagasse!</i> Le fa piacere che
-il conte Narciso e anche Gambara, non si fermi a
-Roma?... Sì... Ebbene, ciò farà dispiacere, invece,
-a Mimì Carfo! — Torna a parlare con voce più forte. — Stia
-attento e se ne persuaderà! Ah, <i>mon Dieu!</i>
-Come farà mai a vincere le battaglie un generale,
-così privo di colpo d'occhio!
-</p>
-
-<p>
-La marchesa Quanita, le gote accese e umide,
-mangia e ride saporitamente mostrando più vivo il
-<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span>
-luccicare de' denti bianchissimi tra le labbra carnose
-dai bei baffetti. Alza la voce argentina, squillante:
-</p>
-
-<p>
-— Privo di colpo d'occhio? Il generale?... Se ha
-un occhio di lince! Vede la preda... — si diverte a
-mettere il D'Entracques in imbarazzo quando c'è
-Remigia, — vede, mira e coglie in pieno dal di qua
-al di là dell'Oceano!
-</p>
-
-<p>
-— Non interloquire! — strilla a sua volta Remigia. — Non
-difendere il generale! Anzi, mi correggo!
-Devi, sei obbligata a difendere Sua Eccellenza! È il
-vivo chiarore delle tue bellezze che lo ha abbacinato!
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Berlendis, giallo e rosso, acceso e lustro,
-più che un Cavour, è un pomodoro. Guarda e
-ammira la marchesa, guarda e approva la duchessa
-e si diverte al grazioso e spiritoso «dibattito», mentre
-col tovagliolo infilato nel panciotto si asciuga la
-bocca e il mento che cola sudore e salsa.
-</p>
-
-<p>
-Si ride; il marchese Pio ne approfitta per sussurrare
-qualche paroletta all'orecchio di Remigia, un
-confronto che deve lusingarla assai perchè, in compenso,
-non ritira il piedino ch'egli preme col suo
-sotto la tavola.
-</p>
-
-<p>
-Chi non ride, ma squarta e divora, pallido, torvo,
-come se invece di quaglie fossero amanti di Remigia
-<i>en belle vue</i>, è il conte Gambara.
-</p>
-
-<p>
-Anche a bocca piena, ma sempre amara, fa dichiarazioni
-su dichiarazioni a Mimì Carfo che le riceve
-rassegnata per far piacere all'Idola. Ma sono
-sempre le medesime, mentre la voce del giovane
-Otello diventa roca perdendo ogni leggiadria di variazioni.
-</p>
-
-<p>
-— Un generale! Un senatore! — pensa tra sè. — Vergogna!
-Vergogna! — Ah, se la Carfo avesse avuto
-<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span>
-una dote appena discreta! L'avrebbe sposata lì, ma
-proprio lì, su due piedi!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia l'osserva e subito dopo pranzo,
-prudentemente, se lo fa venire vicino con la scusa
-di offrirgli il caffè.
-</p>
-
-<p>
-— Molto zucchero, conte Gambara?
-</p>
-
-<p>
-Il geloso finge di non aver sentito.
-</p>
-
-<p>
-— Conte Gambara! — ripete Remigia più forte,
-ma sempre dolcemente. — Molto zucchero?
-</p>
-
-<p>
-— No, grazie... Senza zucchero!
-</p>
-
-<p>
-Sono in piedi dinanzi al tavolino del caffè e dei
-liquori. Il D'Entracques è sul balcone con la marchesa,
-il marchese Pio e l'avvocato Berlendis. Lì, nel
-salotto, c'è lo Zaccarella soltanto e Mimì che distribuisce
-le tazze del caffè, versato da Remigia, e i
-liquori.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre così amaro? — domanda Remigia sottovoce
-al giovinotto.
-</p>
-
-<p>
-— Ama... marissimo! Tossico! Tossico! Parto stasera,
-o parto domani!
-</p>
-
-<p>
-Remigia lo guarda affettuosamente.
-</p>
-
-<p>
-— Parta... domani.
-</p>
-
-<p>
-— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece
-di opporsi, lo lascia partire... proprio, ma proprio?
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac
-al signor Zaccarella, riempie un'altra tazza di caffè,
-con molto zucchero che fa portare da Mimì all'avvocato
-Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando
-alle parole gli sguardi teneri, espressivi:
-</p>
-
-<p>
-— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo
-pranzo, per vestirsi. — Una pausa e un'occhiatina. — Quando
-ha sentito che lei era a Roma, non si è
-mostrato molto soddisfatto!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso,
-diventano un punto d'interrogazione.
-</p>
-
-<p>
-— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra...
-sempre per quei socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè
-sono al Governo e siamo a Roma, tutto
-serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente,
-la moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il
-Ministro...»
-</p>
-
-<p>
-— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme
-all'avvocato Berlendis?
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve
-partire anche lei. Il mio Jack, tesoro, non è cattivo
-e non è sospettoso, ma è molto meglio per noi, — il
-<i>per noi</i> è detto in modo da far ritornare un po'
-di caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione
-non si ripeta. Creda a me, non è bene, non è
-prudente che mio marito, ci ritorni sopra un'altra
-volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni,
-poi le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia
-e finalmente a Pontereno, per tanti, tanti mesi
-e sola! Ritorni adesso a far la corte, molta corte, a
-Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere
-tutto... per niente!
-</p>
-
-<p>
-Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi;
-nell'incertezza geme.
-</p>
-
-<p>
-— Ma quello là?... Quello là?... Quel generale là?
-</p>
-
-<p>
-Remigia scrolla la testa e compatisce il povero
-Gambara che diventa matto!
-</p>
-
-<p>
-— Il D'Entracques?... È l'amante, cosa ormai passata
-in giudicato, di missis Britton! Gliela farò vedere
-stasera al Costanzi! Vedrà che per un generale e
-senatore, ce n'è abbastanza! Io non lo posso soffrire,
-appunto perchè con la sua pertinacia in galanteria
-<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span>
-è un anacronismo, ma devo mostrarmi amabile,
-quanto è necessario: così vuole il mio signor marito.
-Oltre che suo collega nel gabinetto è il suo più grande
-amico! Sa che Jack è eccessivo in tutto, nelle antipatie
-e nelle simpatie! Perchè gli ho detto un giorno
-che il suo D'Entracques si tinge i baffi, credo che
-volesse levarmi gli occhi! — Da bravo, un inchino
-diplomatico e si allontani! Vada a sorbire il caffè...
-e i begli occhi sentimentali della contessina Mimì,
-poi sparisca alla <i>che-ti-chella!</i> — Trova buffa la parola
-e ride. — Si ricordi: le proibisco di fermarsi in
-ammirazione dinanzi alla mostra di Quanita! Ahimè!
-Al confronto di quell'ammasso tremolante di <i>delicatessen</i>
-come direbbe un tedesco, io devo rimanere
-una ben misera cosa!
-</p>
-
-<p>
-— Vengo però, in teatro, in palco? — supplica il
-Gambara con note di violino e flauto.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, un momento; sul tardi. E da Bologna si
-ricordi, faccia subito una corsa a Pontereno! Vada
-a salutare e a dare un bacio per me a <i>Febo</i> e a <i>Desir!</i>
-Ah, <i>mon Dieu!</i> Dire che li amo tanto, — cari, tesöri, — e
-che qui a Roma, per colpa di Jack che
-non mi dà pace, persino... li dimentico!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques, da qualche momento, sta osservando
-i due dal balcone, e ritorna ad oscurarsi.
-Appena il giovanotto si allontana, si avvicina lui
-chiedendo una goccia di cognac. Remigia lo rasserena,
-nel momento stesso che gli offre il bicchierino.
-</p>
-
-<p>
-— Quanta fatica, per maritare Mimì! Ma spero
-tanto di poter riuscire e sarei così felice! — Poi
-soggiunge ancora più sottovoce: — Quando si va a
-teatro, faccia presto a salire in carrozza con me!
-Lasciamo a Quanita di far gli onori di Roma ai bolognesi!
-<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span>
-Lei si perde troppo in complimenti. Generale
-valorosissimo, ma non sempre abile e pronto nelle
-piccole manovre! — Si volta, verso il balcone:
-</p>
-
-<p>
-— Badate! Non facciamo troppo tardi per la
-<i>Manon!</i> — C'è tempo?
-</p>
-
-<p>
-— C'è così tempo! — rispondono insieme la marchesa
-e il marchese Pio.
-</p>
-
-<p>
-— Comincia alle nove e mezzo, — osserva l'avvocato,
-guardando l'orologio.
-</p>
-
-<p>
-— Basta essere al Costanzi alle dieci!
-</p>
-
-<p>
-— No! No! — esclama Remigia. — Voglio esserci
-da bel principio per una garbata attenzione verso
-mio cognato!
-</p>
-
-<p>
-Tutti ridono, ma in questo punto si sente una
-carrozza fermarsi dinanzi all'albergo, e il signor
-Zaccarella, che stava prendendo il fresco alla finestra
-di una stanza vicina, corre nel salotto:
-</p>
-
-<p>
-— Signora duchessa!... Sua Eccellenza! È qui Sua
-Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile!
-</p>
-
-<p>
-— È qui in carrozza con due altri signori!
-</p>
-
-<p>
-Tutti corrono sul balcone, a guardar giù:
-</p>
-
-<p>
-— È proprio lui!
-</p>
-
-<p>
-— Con chi è?
-</p>
-
-<p>
-Ma i due signori che avevano accompagnato Giacomo
-all'albergo, risalgono subito in vettura, gridando
-al D'Orea che li saluta con la mano:
-</p>
-
-<p>
-— Per qualche giorno si abbia riguardo, Eccellenza!
-Domani, non abbia fretta d'alzarsi, Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si precipita nel salotto:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, Mimì! Gioia! Che cosa sarà successo? — Come
-sempre, quando si sente inquieta, ha uno slancio
-di tenerezza per l'amica e l'abbraccia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, invece, diventa più grave e
-più autorevole.
-</p>
-
-<p>
-— Vado io a vedere! — Esce in fretta, in punta
-di piedi.
-</p>
-
-<p>
-Rimangono muti un istante, interrogandosi l'un
-l'altro con gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Ho paura che si sia sentito male! — mormora
-la Carfo.
-</p>
-
-<p>
-— Certo! Si è sentito male! — ripete Remigia
-sottovoce. — Per amor del cielo! Silenzio della
-<i>Manon!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Noi, per altro, si va lo stesso! — bisbiglia la
-marchesa al marito, in tono risoluto.
-</p>
-
-<p>
-In quel punto Giacomo D'Orea appare sull'uscio
-ed entra, sciogliendosi dal braccio del signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-Sembra più magro, gli occhi e le gote infossate;
-sembra invecchiato. Cammina a rilento, sforzandosi
-a sorridere per tranquillare sua moglie e Mimì Carfo
-che gli erano corse incontro con l'aria spaventata.
-Saluta, dà la mano a tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Cara marchesa!... Caro D'Entracques! — Balbetta
-leggermente alle prime parole, poi a mano a
-mano parla più spedito. — Oh, il nostro egregio avvocato
-Berlendis!
-</p>
-
-<p>
-Il conte Gambara non c'è più; è sparito appena
-il signor Zaccarella ha dato l'annuncio dell'arrivo di
-Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-— Come mai? — domanda Remigia una seconda
-volta, senza lasciargli finire i saluti. — A quest'ora?
-</p>
-
-<p>
-— E il vostro pranzo?... — chiede a sua volta il
-D'Entracques.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mi sono fatto scusare dall'onorevole Staffa, con
-quei buoni signori della Basilicata!
-</p>
-
-<p>
-— Ma allora... ti sei sentito poco bene?
-</p>
-
-<p>
-— Niente di serio, cara Remigia! — Si rivolge
-agli altri. — Niente che possa disturbarvi l'ora del
-caffè!
-</p>
-
-<p>
-Mimì gli fa scivolare dinanzi una poltrona.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo vi si lascia cadere come affranto, ringraziandola
-con un cenno del capo e della mano.
-</p>
-
-<p>
-Gli sono tutti attorno, quasi addosso:
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è stato?
-</p>
-
-<p>
-— Ah, mio Dio, tesoro, che hai avuto?
-</p>
-
-<p>
-— Un po' di malessere... soltanto. — Tanta gente
-lo soffoca, tante domande lo irritano. — Ti prego,
-Remigia, non esagerare... le cose. Un malessere momentaneo,
-ti ripeto!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non mandarmi a chiamare?
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea, scrolla le spalle vivamente.
-</p>
-
-<p>
-— Non ho voluto nemmeno che andassero a chiamare
-il dottore!
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... Avete bisogno di riposo! — intona il
-marchese Pio, come un salmo. E tutti, a ripetere in
-coro, meno il signor Zaccarella e Mimì Carfo che si
-scambiano un'occhiata ansiosa.
-</p>
-
-<p>
-— Riposo, caro D'Orea!
-</p>
-
-<p>
-— Per qualche giorno, bisogna dimenticare la
-politica, il ministero, gli affari!
-</p>
-
-<p>
-— Il riposo, è come l'olio per la nostra macchina!
-</p>
-
-<p>
-— Riposo! Riposo!
-</p>
-
-<p>
-— Riposo assoluto!
-</p>
-
-<p>
-Giacomo, si alza incollerito.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! Riposo! Riposo! Va bene! Siamo intesi!
-Ho capito! E per riposare vi domando scusa
-e me ne vado a letto!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span>
-</p>
-
-<p>
-Capisce di essere stato troppo violento, tentenna
-il capo e torna a sorridere:
-</p>
-
-<p>
-— Oggi, cioè... — pensa, non gli riesce di dire
-stasera; non trova la parola. — Oggi... due ore fa,
-al ministero, mentre sbrigate le ultime firme, stavo
-per alzarmi e per recarmi al pranzo, mi sono sentito
-come un senso di... di... freddo, di nausea... Un
-ronzìo alle orecchie... Mi si annebbiò la vista e...
-giù, come un morto, in deliquio!
-</p>
-
-<p>
-— Ah mio Dio, perchè non... — Remigia si ferma
-per un cenno di Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— .... È durato pochissimo; nemmeno un quarto
-d'ora. Ho ripreso conoscenza... poi a poco a poco...
-i movimenti e ora mi sento rimesso completamente.
-Potrei andare a trovare i miei sindaci... Invece vado
-a letto, per seguire... i consigli anche vostri. Sono
-stato io, assolutamente, che non ho voluto che chiamassero
-il dottore! È stato... niente! La colazione
-che mi ha fatto peso! Non voglio che domani i giornali,
-a corto di notizie, ne facciano un caso grave!...
-Per questo, vi prego: io vado a letto subito per accontentarvi,
-e, in premio, accontentatemi anche voi! — Si
-rivolge a Remigia, con amorevolezza: — Tu...
-non cambiar niente. Impiega la tua sera, come avevi
-fissato...
-</p>
-
-<p>
-— Si andava adesso, tutti insieme, da Guendalina.
-</p>
-
-<p>
-— Brava! Benissimo! Andate adesso, tutti insieme,
-dalla Principessa! — L'idea che sua moglie e gli
-altri non rimangano all'albergo, sembra quasi rallegrarlo. — Saluterai
-anche a nome mio, la principessa
-Capodimare. Anzi, le darai, per la prima, una notizia
-che le farà molto piacere, e che certo deve far piacere
-anche a voi, caro marchese. Vostro fratello è
-<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span>
-stato aggregato alla Commissione governativa internazionale
-per l'impianto agli Stati Uniti delle... delle... — La
-parola gli sfugge di nuovo, non riesce
-a riafferrarla: — Delle... Delle... — No! No! Marchese,
-non ringraziatemi! E nemmeno la principessa
-Capodimare! Vi assicuro, che se vostro fratello
-è stato nominato, vuol dire... che lo ha meritato!
-</p>
-
-<p>
-Mimì diventa rossa per Remigia che strizza l'occhio
-a Quanita.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo continua sempre sorridendo in modo affabile,
-ma con un certo orgoglio di sè:
-</p>
-
-<p>
-— Anzi, può vantarsi di essere stato nominato
-ad onta delle raccomandazioni di mia moglie, che
-per il mio naturale istinto mi avevano mal prevenuto
-contro di lui! E... sarà sempre così. Finchè io
-sarò ministro, nel mio ministero... sarà sempre così!
-Si prenderanno in considerazione gli studi fatti, i
-titoli, la capacità e in quanto alle raccomandazioni...
-torna indietro!
-</p>
-
-<p>
-Tranne Mimì che soffre, tutti gli altri, compreso
-l'avvocato Berlendis, sorridono e approvano. Chi
-non ama... la giustizia? Chi non accetta le savie
-massime?
-</p>
-
-<p>
-Giacomo si ritira festeggiatissimo, dopo aver fatto
-dolce violenza a sua moglie perchè non lasciasse soli
-gli amici per accompagnarlo.
-</p>
-
-<p>
-Uscito il D'Orea, nel salotto sembra correre un'aria
-più leggera: fa meno soffoco, meno caldo.
-</p>
-
-<p>
-Ciro Berlendis si sventola la faccia col fascicolo
-di una Rivista, ma si mostra ilare, soddisfatto.
-</p>
-
-<p>
-— Così, tutti i nostri uomini! Gli uomini autentici
-del nostro vecchio-giovane partito! Tutti così, dai
-Lanza, ai Sella, ai D'Orea!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span>
-</p>
-
-<p>
-Soltanto Remigia e Mimì Carfo, sembrano ancora
-un po' inquiete. Mimì lo è davvero. Remigia... per
-essere rassicurata.
-</p>
-
-<p>
-Ella chiede al D'Entracques, fissandolo, come per
-ottenere da lui consiglio e protezione:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa può essere?... Che proprio, ci sia dia
-impensierirsi?
-</p>
-
-<p>
-La marchesa Quanita, già sulle spine perchè si fa
-tardi per il Costanzi, risponde lei con la sua foga
-abbondante:
-</p>
-
-<p>
-— La colazione!... Non hai sentito?... La colazione!
-Tuo marito starebbe benissimo se non avesse il vizio
-di mangiare in fretta!
-</p>
-
-<p>
-— A precipizio! È un precipizio! — finisce il
-marchese Pio. — Il riposo, il sonno ristoratore della
-notte e tutto passa!
-</p>
-
-<p>
-Ciro Berlendis continua a sventolarsi sotto il mento,
-sulla nuca, dietro le orecchie:
-</p>
-
-<p>
-— Il mangiare troppo in fretta è assai micidiale!
-Micidialissimo!
-</p>
-
-<p>
-— È però un uomo molto affaticato; è logoro dal
-lavoro. — Il D'Entracques non vuol dire di più.
-</p>
-
-<p>
-Mimì accarezza i capelli a Remigia e le dà un
-bacio dicendole piano:
-</p>
-
-<p>
-— Non andare al Costanzi...
-</p>
-
-<p>
-La marchesa sente ciò che dice la Carfo e si oppone
-vivamente:
-</p>
-
-<p>
-— Ma che!... È una ragione di più! Sarebbe anzi
-il caso di andarci se prima non ci fosse stata l'intenzione!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si stacca da Mimì e corre vicino a Quanita
-allacciandole la vita con un braccio:
-</p>
-
-<p>
-— Credi?... Davvero?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Certamente!... Se la notizia è diffusa, vedendoti
-in teatro si taglia corto alle esagerazioni!
-</p>
-
-<p>
-— Diamine! Diamine! — fa eco il marchese Pio. — Bisogna
-tagliar corto!
-</p>
-
-<p>
-Anche l'avvocato è dello stesso parere.
-</p>
-
-<p>
-— Ha sentito Sua Eccellenza, cara duchessa! La
-tema dei giornali alla caccia di notizie!... Io opinerei
-ch'ella, stasera, si facesse vedere il più possibile...
-a teatro... dappertutto!...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quando Remigia è già sulla scala, per uscire e
-andare al Costanzi è raggiunta dal signor Zaccarella:
-</p>
-
-<p>
-— Sua Eccellenza, mi ha fatto chiamare il dottor
-Davos, ma mi ha ordinato di non dir niente a nessuno,
-specialmente a lei!
-</p>
-
-<p>
-— Torna a sentirsi male?...
-</p>
-
-<p>
-— No, no! Soltanto per precauzione... per prudenza...
-</p>
-
-<p>
-— E allora?... Perchè dice sempre le cose, con
-quella faccia così... spettrale?... Non è buono, lei,
-di ridere o almeno di sorridere?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella increspa, compiacentemente, il
-viso secco, poi soggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— Al telefono mi hanno risposto che il dottor
-Davos è fuori di Roma, e che non potrà essere all'albergo
-prima delle undici. Dopo la visita... lo faccio
-aspettare?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Se anche la signora duchessa... volesse sentire...
-</p>
-
-<p>
-— Sì! sì!... E dica al dottore, — come lei, — di
-non spaventarmi senza motivo. Sono già tanto, ma
-tanto inquieta!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span></p>
-
-<h3>XI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La della Gancia chiama l'avvocato Berlendis e lo
-fa salire nella propria carrozza e così, con un cenno
-assai espressivo, anche il marito.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna essere compiacenti con gli amici che
-lo meritano! — bisbiglia sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-In fatti Remigia aspetta a fare le sue rimostranze
-che il marchese sia ben seduto nel landò, in faccia
-a sua moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Marchese Pio!... Marchese Pio!... Non vi permetto
-di abbandonarmi!
-</p>
-
-<p>
-— Rassegnati, cara! — risponde Quanita. — Per
-questa volta siamo già tutti a posto!
-</p>
-
-<p>
-— Il marito con la moglie?... Non ci sta! Non è
-conveniente!
-</p>
-
-<p>
-— È così breve il tragitto! Non daremo scandalo!
-Al Costanzi! — ordina la marchesa, alzando il capo
-verso il cocchiere.
-</p>
-
-<p>
-— Al Costanzi! — ripete il generale, più basso
-e più in fretta, al servitore di donna Remigia che
-chiude lo sportello.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span>
-</p>
-
-<p>
-I cavalli della marchesa nitriscono e scalpitano:
-le due carrozze partono al trotto.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu!</i>... Quanita, ha capito tutto!
-</p>
-
-<p>
-Il generale, seduto accanto a Remigia, la fissa con
-malinconia e con amarezza:
-</p>
-
-<p>
-— Capito?... Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-Remigia accenna ripetutamente di sì, abbassando
-gli occhi sul ventaglio che tiene chiuso fra le mani:
-</p>
-
-<p>
-— Capito!... Capito!...
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques fa un sospiro doloroso:
-</p>
-
-<p>
-— Può aver capito... di me; cioè che io sono perdutamente
-inn... — S'interrompe e prosegue con un
-sorriso ironico. — Un imbecille! Ma di lei?... Niente.
-Oppure che si diverta a prendere in giro giovani...
-e non più giovani!
-</p>
-
-<p>
-Remigia s'imbroncia, ma il visetto diventa ancora
-più delizioso.
-</p>
-
-<p>
-— Se è una confessione, non è certo un complimento!
-</p>
-
-<p>
-— Alla mia età innamorarmi... Sono matto! Sono
-diventato matto! Al Ministero non fo quasi più niente,
-altro che strapazzare!
-</p>
-
-<p>
-— Questo... perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè è da matto un amore senza speranze
-e pieno di gelosia!
-</p>
-
-<p>
-Remigia abbassa il capo e rimane muta, immobile,
-come trafitta da quelle parole. Poi con la piccola
-mano inguantata si nasconde e si preme forte gli
-occhi:
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Mio Dio! Mio Dio!
-</p>
-
-<p>
-Il generale la guarda.
-</p>
-
-<p>
-— Piange?
-</p>
-
-<p>
-Remigia preme più nervosamente la mano sugli
-<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span>
-occhi, poi la lascia cadere abbandonata sulle ginocchia.
-</p>
-
-<p>
-I suoi occhi luccicano nell'ombra.
-</p>
-
-<p>
-— Piange?...
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi,
-ora no, più. Ora no, più, tutto l'incanto è rotto!
-</p>
-
-<p>
-Il generale non capisce bene, ma si sente commosso
-ed è pentito di aver parlato. Quella donnina, così
-giovine e fragile, lo turba con tutto ciò che ha di
-ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia.
-</p>
-
-<p>
-Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa
-e tenera che, a poco a poco, dal cuore, penetra nei
-sensi del D'Entracques:
-</p>
-
-<p>
-— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di
-aver trovato ciò che tanto sognavo! Un'amicizia a
-cui avrei potuto affidare e confidare tutto dei miei
-pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e
-anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di
-tanta bontà e di tanta tenerezza! Un'affezione sincera,
-grande e una protezione, una sicurezza, per me,
-quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me,
-nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?...
-Sono così poca cosa io per mio marito!...
-Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio illudermi, ma
-non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori,
-mi adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa
-ancor più la testolina malinconica mentre giuoca
-nervosamente col piccolo ventaglio luccicante di
-miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto
-pratico, semplicemente... decorative! Mia sorella?...
-Sarà colpa sua, sarà colpa mia, o colpa di tutte e
-due, ma non andiamo d'accordo. Dunque... subito,
-appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sono
-<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span>
-attaccata a lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì...
-lei... tutto... e tutta l'anima, ma nel
-bene! Per consigliarmi, per difendermi... per trattenermi...
-Dio mio, ma che il bene... sia proprio un
-sogno inafferrabile?
-</p>
-
-<p>
-La carrozza comincia la salita di Via Nazionale;
-il Costanzi è vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta
-rauco il D'Entracques, commosso, sincero. — Dimentichi...
-tutto ciò che ho detto! Avrò per lei
-un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì,
-anche della mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà
-sempre, ciò che ha desiderato, sognato: amicizia,
-protezione, difesa... È contenta?
-</p>
-
-<p>
-Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso
-sospiro che sembra le venga dall'anima oppressa.
-Ella mormora con le parole rotte da un singulto:
-</p>
-
-<p>
-— No! No! Non è bella la vita... e non è facile!
-</p>
-
-<p>
-In quel punto la carrozza, che segue sempre il
-landò della marchesa, svolta in vista del Costanzi
-illuminato.
-</p>
-
-<p>
-La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al
-portone del teatro: si arresta subito anche quella di
-Remigia.
-</p>
-
-<p>
-Il generale salta a terra, prima ancora del servitore.
-È pallidissimo, stravolto. Remigia preme la
-mano ch'egli le porge, assai marcatamente, con un
-rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito,
-bianca e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra
-e festante come un canto di primavera, si avvicina
-agli altri che l'aspettano fermi dinanzi al
-teatro.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto!
-<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span>
-Si scrive e si dice di venire a Roma soltanto
-per me e alla prima occasione mi siete infedele. Dirò
-anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone!
-</p>
-
-<p>
-Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme
-in teatro.
-</p>
-
-<p>
-La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto,
-e nel vestibolo, per le scale, nei corridoi, non ci sono
-che i portieri e gli inservienti.
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto
-dove le ringrazia e le saluta, promettendo di
-ritornare più tardi. Egli, quando il custode ha aperto
-l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non essere
-visto da quelli di faccia.
-</p>
-
-<p>
-Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per
-poter tardare, aveva addotto la solita scusa del Ministero.
-Aspetta girando su e giù nei corridoi che l'atto
-finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà indispettita
-e nervosa per quel ritardo.
-</p>
-
-<p>
-Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!...
-È buona? È cattiva? Ora ha tanta espressione, tanta
-tenerezza negli occhi... Ed ora tanta spensieratezza,
-tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico,
-sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella
-la vita e non è facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non
-è facile e non bella per me! Diventar
-matto è sempre una disgrazia!... Diventar
-matto per una donna è una disgrazia ed è una colpa!
-</p>
-
-<p>
-— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi
-è così penosa per il suo carattere e per la
-sua coscienza!
-</p>
-
-<p>
-— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti,
-come una <i>cocotte</i> che ha un amante da tener nascosto
-al suo protettore!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span>
-</p>
-
-<p>
-E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve
-sopportare dentro di sè tra la nuova passione che
-lo turba e lo travolge e l'antico amore non ancora
-del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel
-rimorso, quando è solo e quando dubita.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara,
-tesoro, amöre! — e stringe la mano
-al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare la
-principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine,
-causa le esercitazioni militari. Poi esclama
-subito, prima ancora di guardare Fanfan:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu!</i> Com'è bella!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita
-al parapetto. Ella resta in piedi in mezzo al palco
-per meglio vedere e farsi vedere. Si muove, parla,
-ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone, trova
-subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di
-mira, e in quel momento che il D'Entracques non
-può vederla, e con la scusa di accomodarsi il cappellino,
-gli concede una lunghissima e tenera occhiata
-di consolazione.
-</p>
-
-<p>
-Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare
-Fanfan.
-</p>
-
-<p>
-— È proprio bella!... È una bellissima <i>Manon</i>...
-E canta anche benis...
-</p>
-
-<p>
-Ahi! <i>Manon</i> cresce, per troppa anima, nell'ultimo
-grido di amore e di speranza e l'atto finisce con una
-grande stonata e fra un subisso di applausi.
-</p>
-
-<p>
-Il pubblico della platea e delle gallerie applaude
-Fanfan perchè rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo
-costume di <i>Manon</i> è assai bella e sembra
-ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac
-delle poltrone, applaudono perchè ciò è molto <i>chic</i> e
-<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span>
-dinota che si appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan
-l'amante di don Luciano D'Orea.
-</p>
-
-<p>
-— Canta anche benino!
-</p>
-
-<p>
-Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la
-bocca e chiudendo gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota
-a Bologna:
-</p>
-
-<p>
-— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo!
-</p>
-
-<p>
-Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca
-non fa che rosicchiare i cioccolatini di mandorla e
-odorare i fiori che le ha portato Paparigopulos. Quanita
-pure: ha altro in mente che <i>Manon</i> e Fanfan!
-Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale
-in tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta,
-non parla... A un tratto diventa di buon umore,
-non sta più ferma e si mette anche lei a rosicchiare
-cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta
-rossa, con una magnifica cravatta arancione, è entrato
-in quel punto nelle file dei posti riservati.
-Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli
-capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina,
-dà un colpo al sedile buttandolo giù con fracasso
-e vi si sdraia boriosamente.
-</p>
-
-<p>
-Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima
-volta con gli artisti, poi una seconda volta con gli
-artisti e il maestro, poi sola, finalmente, tra un maggiore
-entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora tre,
-quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa
-a mandar baci, non più inchinandosi, ma
-allargando le braccia e stringendosele al seno con
-l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone,
-quasi languente di felicità.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia finisce col battere le mani anche lei. In
-quel momento non pensa più a Narciso Gambara e
-nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero corre da
-quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa,
-alla quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due
-donne così lontane da quel mondo, così sole e abbandonate.
-Una di esse è tanto infelice, eppure il
-suo ricordo basta ad infastidire Remigia.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi
-trova l'elogio nel quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto,
-dev'essere intelligentissima per
-fare quello che fa... dopo quello che ha fatto!
-</p>
-
-<p>
-— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il
-Berlendis sottovoce a donna Remigia, — è stato oltremodo
-gentile. Gran brava persona! Lavoratore!...
-Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie!
-Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato
-si fa più vicino all'orecchio della Duchessa,
-dandosi l'aria di essere addentro nelle segrete confidenze: — Leonida
-Staffa era addoloratissimo di non
-poter venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle
-i suo omaggi, i suoi... — S'interrompe, si volta.
-</p>
-
-<p>
-Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di
-aspettare il terzo atto per farsi vedere nel palchetto
-con la moglie di Sua Eccellenza, apre l'uscio ed esita
-incerto, se debba entrare sì o no.
-</p>
-
-<p>
-— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama
-Remigia allegramente. Missis Britton era proprio in
-un palchetto di faccia e da poco vi era entrato il
-D'Entracques.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto
-ringalluzzito, congedandosi dalla duchessa Remigia e
-dalle signore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo
-specialmente, mi ammazza...
-</p>
-
-<p>
-Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto
-spiritoso:
-</p>
-
-<p>
-— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì!
-Proprio così!
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un
-inchino; Remigia ride, scherza col Gambara, si alza,
-vuol cambiare di posto, resta in piedi. Tutto ciò per
-il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai.
-Ad un tratto domanda ad alta voce:
-</p>
-
-<p>
-— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel
-giovane, rosso... Ha un'enorme cravatta gialla...
-</p>
-
-<p>
-Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa
-la barba. La Capodimare socchiude un momento
-gli occhi affaticati dalla troppa luce. Il silenzio è così
-profondo che si sente il fischiettìo leggero del marchese,
-che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e
-le mantiglie.
-</p>
-
-<p>
-Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale
-e il Gambara diventa intempestivamente
-geloso.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è? Dov'è?... Chi è?
-</p>
-
-<p>
-— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo...
-Io lo credo un mio segreto adoratore!... «Dovunque
-il guardo io giro...» me lo trovo dinanzi!
-</p>
-
-<p>
-Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero
-sfogandosi contro l'orribile cravatta; ma Quanita,
-invece, domanda a Remigia, distrattamente, con
-un piccolo sbadiglio:
-</p>
-
-<p>
-— Chi guardi? Di chi parli?
-</p>
-
-<p>
-Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non
-riesce a vederlo. La Capodimare, dopo un'occhiata al
-<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span>
-Paparigopulos, si alza per cambiare di posto e far
-cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in
-un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei
-sorrisi e dei cenni... Intanto missis Britton si fa venire
-il D'Entracques più vicino, gli dice, chinandosi,
-qualche parola all'orecchio... e anche Remigia non
-pensa più a Barbetta rossa!
-</p>
-
-<p>
-— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi
-in faccia a noi. Quella signora così
-inverosimilmente bionda?... È l'America abbondantissima,
-scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques!
-Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara,
-punta lei stessa il cannocchiale e lo tiene ostinatamente
-fisso su missis Britton.
-</p>
-
-<p>
-Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra
-signora assai più attempata, anch'essa dall'aria esotica.
-Sono accompagnate da un vecchio, — deve
-essere un diplomatico; certo un personaggio d'importanza, — con
-la faccia rasa, marmorea e pensosa
-che ricorda quella di Napoleone I.
-</p>
-
-<p>
-Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto,
-è seduto il generale D'Entracques, con gli
-occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha l'aria cupa
-e sembra invecchiato.
-</p>
-
-<p>
-— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia
-il rorido Narciso, tenendo il
-binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo elegantissima!...
-Bellissima!
-</p>
-
-<p>
-— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo
-di quel provinciale. — Di giorno è orribile!
-Una pittura a pastello! — Comincia il secondo atto;
-ella non sta più attenta alla <i>Manon</i>, ma, invece,
-sempre al palchetto dov'è il D'Entracques.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span>
-</p>
-
-<p>
-Anche missis Britton, ad onta della sua calma,
-della sua freddezza matronale ha osservato ed osserva
-la D'Orea... Si volta verso il generale, lo chiama
-vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio: il
-generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde
-con un'alzata di spalle allontanandosi di nuovo.
-</p>
-
-<p>
-Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques
-è seccato. Remigia, felice, per attizzare il
-malumore nel palchetto di faccia, si mette a ridere,
-a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena:
-si mostra Luciano dalla fessura.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni! Vieni!... Congratulazioni!
-</p>
-
-<p>
-Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere
-dalla sala del teatro in quella sera di trionfo: per
-modestia.
-</p>
-
-<p>
-Remigia corre lei sull'uscio del palchetto:
-</p>
-
-<p>
-— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione,
-la passione, la scena, <i>ben...nissimo!</i> Come ha fatto?...
-È un miracolo!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce
-compiacimento, approva e ringrazia. È convinto
-del miracolo, ed è altrettanto convinto di averlo operato
-lui!
-</p>
-
-<p>
-La Capodimare, la della Gancia si voltano verso
-il D'Orea e l'una sentimentale, l'altra vivacissima,
-fanno pure i loro rallegramenti.
-</p>
-
-<p>
-— Sa e sente ciò che dice!
-</p>
-
-<p>
-— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una
-grande artista, a me piace moltissimo!
-</p>
-
-<p>
-Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua
-a inviare inchini gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando
-il capo, aprendo e stringendo le labbra,
-mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli dà la
-mano esclamando:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span>
-</p>
-
-<p>
-— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca!
-È un capolavoro!
-</p>
-
-<p>
-— E che <i>bijoux!</i> Uno splendore!
-</p>
-
-<p>
-Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo
-un rapido giro d'occhi per osservar D'Entracques
-e missis Britton, torna a puntare il canocchiale su
-Fanfan.
-</p>
-
-<p>
-— ... Bella <i>toilette!</i> Una meraviglia!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Madame</i> Croisard! — Don Luciano parla lentamente,
-con grande importanza. — Oggi a Parigi,
-non si parla che di <i>madame</i> Croisard. Vedrete la
-<i>toilette</i> del terzo atto! La principessa di Galles, l'ha
-voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso
-la scena e borbotta tra denti: — Animale! — Poi,
-in fretta, fa un saluto per andarsene.
-</p>
-
-<p>
-— Scappi via?
-</p>
-
-<p>
-— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso
-doveva abbassare la luce e non sta mai attento...
-</p>
-
-<p>
-Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla
-musica, dal palco di faccia. Gli grida dietro:
-</p>
-
-<p>
-— A <i>Manön!</i>... Rallegramenti sincëri!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica
-la luce e l'elettricista. Fanfan, il viso rorido
-fra le chiazze del belletto, raggiante, scintillante di
-gioia e di gioie, rientra allora dalla scena, dopo due
-altre chiamate. È commossa, delirante.
-</p>
-
-<p>
-Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario,
-il direttore di scena, abbraccia la cameriera...
-e in quella confusione abbraccia anche Luciano.
-</p>
-
-<p>
-Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti
-le sono tutti d'attorno, complimentandola, ammirandola,
-quasi soffocandola.
-</p>
-
-<p>
-Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma,
-ringrazia la bella Italia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano porta la constatazione del successo:
-un successo morale, più ancora di convincimento
-che di applausi.
-</p>
-
-<p>
-— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore
-è straordinario!... La principessa Capodimare! La
-marchesa della Gancia, mia cognata... Mi hanno incaricato
-di farvi i loro rallegramenti!
-</p>
-
-<p>
-— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda
-il critico del <i>Corriere Romano</i>, che sta scrivendo
-in fretta tutti quei nomi.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei
-Lavori Pubblici. Mio fratello.
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico
-la sua parentela con il ministro. Anzi, tutt'altro,
-perchè gli conferisce autorità.
-</p>
-
-<p>
-Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe
-la folla degli adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico,
-chiamandosi dietro Luciano, e si mette per
-guardare da una spia del telone nella sala.
-</p>
-
-<p>
-— Fatemi vedere vostra cognata!
-</p>
-
-<p>
-— Guardate a destra...
-</p>
-
-<p>
-Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro;
-Don Luciano approfitta della vicinanza e col braccio
-leggero le circonda la vita: Fanfan si divincola con
-un contorcimento serpentino e uno sguardo irato.
-</p>
-
-<p>
-— Fatemi vedere vostra cognata!
-</p>
-
-<p>
-— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono
-tre signore...
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati...
-Che belle perle!
-</p>
-
-<p>
-— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero!
-</p>
-
-<p>
-— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra
-cognata?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra.
-</p>
-
-<p>
-— La bruna? Oh!... Che magnifici <i>solitaires!</i>
-</p>
-
-<p>
-— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella
-in mezzo! La bionda!
-</p>
-
-<p>
-Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda
-a Luciano aggrottando le ciglia:
-</p>
-
-<p>
-— Somiglia a vostra moglie?
-</p>
-
-<p>
-Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai
-significativa e sprezzante, che rassicura Fanfan.
-Ella torna a guardare dal sipario, allegramente:
-</p>
-
-<p>
-— Oh! <i>Quelle est pétillante la petite blonde!</i>
-</p>
-
-<p>
-Luciano, guarda anche lui da una fessura:
-</p>
-
-<p>
-— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ce grand monsieur?</i>...
-</p>
-
-<p>
-— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques!
-</p>
-
-<p>
-— È il suo amante?... <i>Tout le monde le dit!</i>
-</p>
-
-<p>
-Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più
-indifferenza.
-</p>
-
-<p>
-— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio
-davvero. Troppo incomodo.... e nessun divertimento!
-</p>
-
-<p>
-— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice!
-</p>
-
-<p>
-— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione!
-Viceversa.... una speculazione! — Fa il solito
-ghignetto e soggiunge: — Per il D'Entracques affatto
-passiva!
-</p>
-
-<p>
-Il macchinista dà la voce:
-</p>
-
-<p>
-— Largo, signori! Attenti!
-</p>
-
-<p>
-Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo
-atto e Luciano si ferma in mezzo al palcoscenico a
-comandare e a brontolare, sorvegliando il cambiamento
-di scena.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span></p>
-
-<h3>XII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Mimì Carfo è assai inquieta. Il dottor Davos ha un
-altro ammalato grave e non può aspettare. Guarda
-l'orologio, poi si alza:
-</p>
-
-<p>
-— Tornerò domattina!
-</p>
-
-<p>
-Mimì insiste, lo prega di rimanere ancora un momento.
-</p>
-
-<p>
-— È necessario che parli lei con Remigia, subito...
-stasera!
-</p>
-
-<p>
-— E poi? — replica il dottore, pensando alla signora
-D'Orea. — Si persuaderà?
-</p>
-
-<p>
-— Certo, se le dice lei, che bisogna farlo, per salvare
-suo marito!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, che dal balcone guarda giù,
-lungo il corso, rientra frettolosamente e attraversa
-il salotto di corsa.
-</p>
-
-<p>
-— È qui! È qui! Ho veduto la carrozza della signora
-duchessa!
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle
-incontro; lascia che la prima notizia le sia data
-dal signor Zaccarella. Il dottor Davos, un po' inquieto
-<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span>
-a sua volta, fa qualche passo su e giù meditabondo,
-preparando in mente ciò che dovrà dire
-alla duchessa D'Orea, che non gli ispira nessuna
-confidenza e nessuna simpatia.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia
-ancora più costernata e si ferma sull'uscio che tiene
-aperto. Remigia entra: si ferma ritta, in mezzo al
-salotto.
-</p>
-
-<p>
-— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così?
-</p>
-
-<p>
-— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro,
-assai sparuto e tutto nero, — vestito, barba, capelli, — allarga
-le braccia: — Mah! — Sono neri anche
-i pronostici.
-</p>
-
-<p>
-Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento:
-</p>
-
-<p>
-— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede,
-come son nervosa! Mio marito, come sta?
-</p>
-
-<p>
-— Ora dorme. La crisi è superata.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque sta meglio?
-</p>
-
-<p>
-Il dottore non risponde; crolla il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia
-siede sbuffando mentre Mimì le leva il cappellino.
-Lo Zaccarella sta in guardia sull'uscio. Siede
-anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra.
-</p>
-
-<p>
-— Due sole parole, signora duchessa, perchè ho
-un'altra visita da fare. Io non esagero: dico sempre
-la verità, e quando lo credo necessario, come nel
-nostro caso, la dico senza pietose reticenze che possono
-essere dannose.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se sta già meglio, se riposa, se dorme, non
-c'è da inquietarsi!
-</p>
-
-<p>
-— Invece c'è da inquietarsi... moltissimo. Il caso
-può rinnovarsi... più grave... fors'anche letale.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia diventa pallidissima, mentre Mimì congiunge
-le palme alzando gli occhi al cielo con un
-sospiro, e il signor Zaccarella, che ormai ha indovinato
-i sentimenti della padrona, la fissa, mostrandole
-chiaro che non approva le esagerazioni del
-dottore.
-</p>
-
-<p>
-— Allora, secondo lei...
-</p>
-
-<p>
-— Secondo me, se vuol salvare suo marito, gli
-faccia dare le dimissioni e lo porti via da Roma,
-domani stesso. Si ricordi, il ritardo di un giorno,
-può essere un'imprudenza, ogni esitazione può riuscire
-fatale.
-</p>
-
-<p>
-— Subito le dimissioni?... Domani?... Ma... e il
-ministero?
-</p>
-
-<p>
-Remigia guarda il signor Zaccarella che l'approva
-e l'incoraggia con gli occhi e con i moti delle labbra:
-</p>
-
-<p>
-— Lei non deve pensare ai ministero, ma a suo
-marito. I ministeri si rimpastano, e bene o male si
-tengono in piedi più facilmente degli uomini!
-</p>
-
-<p>
-Le labbra sottili del signor Zaccarella disegnano,
-con un sorriso, la parola socialista, senza pronunziarla.
-</p>
-
-<p>
-— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia
-è solenne ed eroica. — Permetterà che io
-voglia molto bene anche alla mia patria!
-</p>
-
-<p>
-Il dottore si alza e fa un profondo inchino.
-</p>
-
-<p>
-— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare
-che suo marito, corra più pericoli della patria! — Il
-dottor Davos anche quando è ironico, non ride
-mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì
-Carfo, come continuando un discorso già incominciato
-e non nascondendo la propria indifferenza e
-la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il
-signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro
-e dai dispiaceri!
-</p>
-
-<p>
-— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere
-una risatina. — Il mio Jack, tesoro, è sempre stato
-felicissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come
-l'eco, il signor Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre
-rivolto a Mimì, è affetto da un vizio al cuore,
-non congenito ma acquisito, e il caso d'oggi ne è
-una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto
-riposo del cervello, la calma più completa del sistema
-nervoso. Non più politica e non più affari.
-Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una
-vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna:
-quiete, quiete, quiete. Non ho altro consiglio
-da dare.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con
-me; sono io la moglie di Sua Eccellenza, e spieghiamoci
-chiaro. Non crede lei, che seguendo in tutto,
-alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro
-ad un altro pericolo?
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente, — mormora lo Zaccarella.
-</p>
-
-<p>
-Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto.
-Sente che il dottore ha ragione, ma che anche il
-sacrificio che s'impone a Remigia è troppo grande,
-e geme, muta, con tremiti angosciosi.
-</p>
-
-<p>
-Remigia continua vivacemente e con convinzione:
-</p>
-
-<p>
-— Non crede lei, che per un uomo come mio
-marito, che ha assunto obblighi e impegni verso la
-Nazione, il Re, e i suoi colleghi, possa essere un
-pensiero non di quiete ma di tormento quello di abbandonare
-tutto e tutti, improvvisamente, precipitosamente,
-<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span>
-senza nulla preparare, provocando... una
-crisi, in questo momento disastrosa?
-</p>
-
-<p>
-Sopraggiunge in aiuto della signora duchessa, la
-voce umile, melata del signor Zaccarella:
-</p>
-
-<p>
-— A poco... a poco! Bisogna andare a rilento!
-Nelle condizioni appunto di Sua Eccellenza! Piantare
-il Governo! Roma!... La notizia... un colpo così
-fulmineo... Credo gli sarebbe fatalissimo!... Avrebbe
-anche l'apparenza, quasi direi... di una fuga!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che apparenza! — Il dottore seccato da
-tanta diplomazia e da tanti infingimenti conclude,
-con una risata: — Una vera fuga, per salvar la pelle!
-</p>
-
-<p>
-Remigia offesa fa un atto di collera e di disprezzo.
-Il dottore non se ne accorge, prende il suo cappello
-e se ne va, dopo aver detto questa volta, fermo, in
-faccia a Remigia e proprio a lei, direttamente:
-</p>
-
-<p>
-— Ho parlato chiaro, senza reticenze, perchè le
-condizioni, per me gravissime, dell'onor. D'Orea,
-me ne impongono il dovere. Quello che credo si
-debba fare, quello che credo necessario e urgente
-di fare, l'ho detto e ripetuto. Ora soggiungo soltanto
-questo: qualunque cosa possa accadere io non avrò
-certo rimorsi. Facciano in modo... di non doverne
-avere nemmeno loro!
-</p>
-
-<p>
-Appena rimasta sola, Remigia dà sfogo alla sua
-collera.
-</p>
-
-<p>
-— Antipatico, odioso e ineducato!... Del resto è
-un socialista, e basta!
-</p>
-
-<p>
-— Dicono per altro, che sia molto bravo... — soggiunge
-Mimì, assai timidamente.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo, — ripete argutamente il signor Zaccarella,
-ma... socialista!
-</p>
-
-<p>
-Remigia ci tiene a convincere Mimì. Vuol averla
-tutta dalla sua.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che sia bravo, capirai, nessuno lo mette in
-dubbio. Ma in questo caso è portato naturalmente
-a esagerare. Pensa i socialisti come sarebbero contenti
-di provocare una crisi...
-</p>
-
-<p>
-— Col ministero, non ben consolidato! — crede
-di soggiungere il signor Zaccarella, ma a torto,
-perchè donna Remigia gli dà un rabbuffo.
-</p>
-
-<p>
-— Come non ben consolidato?... Dove trovare un
-ministero più ben consolidato del nostro?... Piuttosto
-Giacomo... che si dimette... una crisi... proprio
-in questo momento... con le feste di Napoli,
-per il passaggio dello Scià di Persia, alla Spezia per
-il varo dell'<i>Invincibile</i>, a Venezia per l'inaugurazione
-dell'Esposizione di merletti, sotto il patronato
-di Sua Maestà la Regina... Capirai, Mimì... Capirà,
-signor Zaccarella... anche... per me...
-</p>
-
-<p>
-L'Idola non può più contenersi, ha una crisi nervosa
-di lacrime.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span></p>
-
-<h3>XIII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Per quanto Remigia fosse andata a letto assai
-irritata contro il dottor Davos e assai inquieta per
-il timore di dover abbandonare tutto in un giorno,
-il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta
-quasi subito profondamente e dorme del suo
-buon sonno filato fino alle nove del mattino. Nè si
-sogna di quell'odioso socialista del dottor Davos, nè
-di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna,
-invece, di <i>Manon</i> e di miss Britton, che fa una
-scena di gelosia e di disperazione al D'Entracques.
-</p>
-
-<p>
-Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah!
-Mio Dio! — Le vengono in mente il dottore e le
-dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si volta, e
-preme a lungo il bottone del campanello elettrico.
-</p>
-
-<p>
-Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a
-spalancare le finestre!
-</p>
-
-<p>
-— Buon giorno, cara!
-</p>
-
-<p>
-— E così? — domanda subito Remigia rispondendo
-appena al tenero abbraccio dell'amica. — Giacomo
-come sta?... Sta male?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor
-Gaudenzio dice che lo trova meglio del solito.
-</p>
-
-<p>
-— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare
-che il vecchietto, quella mattina, non abbia
-alcun odore di pizzicheria. — E fa chiamare il signor
-Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra.
-Remigia resta seduta sul letto; infila una casacca,
-tutta gale, di seta rosa; si annoda al collo una sciarpa
-di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono
-tutti a posto.
-</p>
-
-<p>
-Rientra Mimì e la Carolina col caffè.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco Gaudenzio!
-</p>
-
-<p>
-Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino,
-il suo cravattino azzurro e il solito sorriso.
-</p>
-
-<p>
-Remigia si volta sul letto, si china verso di lui
-per parlargli. I capelli biondi scendono giù dal cuscino
-e la coprono tutta, le spalle e la vita.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non
-è stato altro che un disturbo di stomaco, affatto passeggero?...
-Sta benissimo! Meglio del solito?
-</p>
-
-<p>
-Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il
-capo mentre con una mano alza il cappello e con
-l'altra il bastoncino in segno di protesta.
-</p>
-
-<p>
-— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha
-lasciato conseguenze, tanto è vero che il signor
-D'Orea, se lei non lo trattiene, farà la grossa minchioneria
-di andare al Ministero. Ma da questo al
-benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe
-tanto le labbra, in segno dubitativo, da farle diventare
-bianche. — Uhm!... Qui, a Roma, non starà mai
-bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e
-di riparazione. Cioè aria buona... e non far più
-<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span>
-niente. Glielo dica anche lei, signora Remigia: è
-ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo. Pensionato!
-</p>
-
-<p>
-La signora duchessa lo saluta seccamente.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie. Vada pure!
-</p>
-
-<p>
-Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato,
-sempre sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Non prendi, cara, il caffè?
-</p>
-
-<p>
-Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto,
-offre all'amica la tazza fumante sopra un piccolo
-vassoio d'argento.
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in
-due sorsate.
-</p>
-
-<p>
-— E questo signor Zaccarella, viene sì o no?
-</p>
-
-<p>
-Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non
-c'è; Mimì, corre a vedere: è proprio l'ex capitano.
-Si presenta trafelato sull'uscio, entra, e si ferma
-ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In
-una mano ha un giornale e una lettera.
-</p>
-
-<p>
-— Senta, signor Zaccarella! una mia idea!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga
-il collo verso la signora duchessa.
-</p>
-
-<p>
-— Questa notte, come potrà immaginare, non ho
-chiuso occhio pensando a mio marito... e a tante
-cose. Io... vorrei proprio sentire un altro medico,
-ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico
-politico!
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda
-in un grande inchino. — Un medico, soltanto
-medico!
-</p>
-
-<p>
-— Che non abbia nessun interesse a esagerare!
-</p>
-
-<p>
-Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano
-pronunzia un nome e ne enumera i meriti con enfasi
-<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span>
-crescente: — Il professore Dolder di Zurigo! Il primo,
-primissimo specialista per le malattie nervose!
-Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, pensa mormorando:
-</p>
-
-<p>
-— Da Zurigo... a Roma...
-</p>
-
-<p>
-— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito
-e raccomandato dallo stesso albergatore.
-</p>
-
-<p>
-— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere
-Giacomo...
-</p>
-
-<p>
-— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha
-finito. Anzi, deve avere qualche grave comunicazione
-da fare, perchè fissando la signora duchessa,
-fa un cenno verso la contessina Carfo.
-</p>
-
-<p>
-— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina?
-</p>
-
-<p>
-— Di sopra, credo; in camera sua!
-</p>
-
-<p>
-— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito...
-quello rosso, di foulard? — No! No! — quello di
-tela bianca! Si sente già, a quest'ora, che oggi deve
-fare un caldo tropicale!
-</p>
-
-<p>
-Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al
-letto e porge alla signora duchessa la lettera e il
-giornale.
-</p>
-
-<p>
-Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La
-butta sul copripiedi. — La leggerò con
-comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è qualche
-cosa?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi
-in faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata,
-si tira più su contro i guanciali.
-</p>
-
-<p>
-— Legga, in terza pagina; lì.
-</p>
-
-<p>
-Remigia legge dove l'altro le indica col dito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Le prime al Costanzi?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima
-Fanfan Trécoeur è stato uno di quei successi
-che danno gioia non solo a chi li merita, ma anche
-a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso,
-sembrava volesse esprimere alla giovine e leggiadra
-vincitrice, non soltanto la propria ammirazione
-pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la
-quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha
-saputo sacrificare le gioie ardenti di una
-felice e spensierata aurora della vita. Questa lode
-ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione
-e di forza, nel volere, era specialmente palese nel
-plauso delle signore. Pareva che l'eletto mondo femminile,
-convenuto a quella festa dell'arte, mutuamente
-si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione
-che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena
-e a lei inviasse, con i graziosi battimani, la gratulazione
-e il saluto augurale. In un palchetto di prima
-fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! — alza
-gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor
-Zaccarella, che le fa cenno, gravemente, di continuare.
-«... In un palchetto di prima fila ove sedeva,
-regina di bellezza e di super-intellettualità, la duchessa
-D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di
-approvazione per l'affascinante <i>Manon</i>». — Ah, mio
-Dio! Mio Dio! — ripete Remigia continuando a leggere,
-ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle
-labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il
-ministro dei Lavori Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano
-le frasi più lusinghiere per il nuovo astro
-della lirica scena italiana del quale si magnificava la
-ormai «purissima luce!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita
-in ogni espressione della sua grazia e della sua bontà
-tutta moderna, Donna Remigia D'Orea, — raro
-fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha
-voluto ella stessa, direttamente, dopo il secondo
-atto, inviare alla signorina Fanfan Trécoeur, parole
-così lusinghiere che fecero insieme esultare e
-commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della
-donna!»
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<i>fa diesis</i>».
-</p>
-
-<p>
-— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale
-con ira. — Se Giacomo leggesse quell'articolo...
-Guai!
-</p>
-
-<p>
-— Guai!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla
-prima parola all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella!
-Che bugiardo! Bugiardo, stupido, e cretino!
-</p>
-
-<p>
-— Ma... il redattore del <i>Corriere</i> non poteva immaginare...
-</p>
-
-<p>
-— Che redattore! Che <i>Corriere</i>! Luciano!... Quel
-bugiardo di Luciano! Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia
-è spaventata e furente. Ha le lacrime e l'ira
-negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi
-sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor
-Zaccarella. — Lei! Lei! Così bravo! Così buono!
-Mi salvi lei! Trovi lei il modo! Bisognerebbe...
-Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e
-non veda il suo <i>Corriere</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un
-breve risolino:
-</p>
-
-<p>
-— Il suo <i>Corriere</i> non lo vede certamente, perchè
-il <i>suo</i>... è questo qui!
-</p>
-
-<p>
-Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e si
-<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span>
-porta tutta sulla sponda del letto per essere più vicina
-alla sua protezione.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato
-e combinato il piano di difesa.
-</p>
-
-<p>
-— Il <i>Corriere</i> non è il solo giornale di Roma. Bisogna
-che nessun altro, assolutamente, riporti simili...
-strafalcioni.
-</p>
-
-<p>
-— No! No! Per l'amor del cielo!
-</p>
-
-<p>
-Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora
-duchessa.
-</p>
-
-<p>
-— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome,
-dal sottosegretario di Stato, l'onorevole Staffa...
-</p>
-
-<p>
-— Anche a nome della principessa Capodimare!
-Anche a nome della marchesa Della Gancia! Erano
-loro che applaudivano! Io sono sempre stata tutta
-sera in fondo al palchetto!
-</p>
-
-<p>
-— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella,
-non sono gente cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro!
-Con un bigliettino di autorevole raccomandazione
-da parte del sottosegretario Staffa, mi recherò alle
-varie redazioni e farò intendere quale ripercussione
-dolorosa, l'articolo cervellotico del <i>Corriere Romano</i>
-abbia avuto nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò,
-velatamente, dei dissapori tra...
-</p>
-
-<p>
-— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una
-cattiveria di Luciano! Ma dica lei, signor Zaccarella,
-com'è sempre lo stesso!
-</p>
-
-<p>
-L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un
-sospiro:
-</p>
-
-<p>
-— I gravi dispiaceri di donna Maria!
-</p>
-
-<p>
-— Certo! Certo! Povera Maria!
-</p>
-
-<p>
-— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della
-invenzione!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di
-mia sorella!... Sarebbe stata tale una enormità...
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun
-giornale farà più il nome della signora duchessa, e
-Sua Eccellenza non ne saprà niente.
-</p>
-
-<p>
-Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo
-dalle sete e dalle trine della manica ampia e questa
-volta dà una forte stretta di mano al signor Zaccarella:
-</p>
-
-<p>
-— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per
-mandar a chiedere una raccomandazione anche al
-D'Entracques, ma... No. È meglio che il puritano
-generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar
-tutto anche con lui!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo
-sa, davvero?... Nessuno. — Le sue amiche sono in
-ballo con lei; il Paparigopulos non conta, il marchese
-Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è
-un bugiardo... Che pericolo c'è?
-</p>
-
-<p>
-Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le
-coltri salta sul letto ginocchioni, segnandosi e recitando
-l'Avemaria, prima d'alzarsi.
-</p>
-
-<p>
-La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra.
-Remigia la vede ed emette un piccolo grido.
-</p>
-
-<p>
-— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà
-cara, tesöro! dammela; fa presto!
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge.
-</p>
-
-<p>
-La cameriera, intanto, sta preparando il bagno
-nell'attiguo gabinetto di toeletta. Remigia, che sente
-l'acqua cadere nella vasca, aspetta, sempre ginocchioni
-sul letto, che tutto sia pronto.
-</p>
-
-<p>
-— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signora duchessa!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Brrr!</i> Che piacere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span>
-</p>
-
-<p>
-Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla
-tutta, subito, è troppo lunga. Vuol godersele adagio
-le lettere di mammà!
-</p>
-
-<p>
-Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone
-nella cartella e non le legge più.
-</p>
-
-<p>
-— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio
-Rosalì, bellezzone cäro! — Uno slancio di tenerezza,
-il salto di due pagine e si ferma alle ultime righe.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò!
-È molto giù e lo mandano per qualche tempo sul
-mare!
-</p>
-
-<p>
-Per un momento non si sente altro che il rumore
-dell'acqua che scorre dal rubinetto e che si fa più
-cupo più si riempie la vasca del bagno.
-</p>
-
-<p>
-Mimì si avvicina a Remigia con una espressione
-di grande ansia dolorosa negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Sta poco bene?
-</p>
-
-<p>
-L'Idola, assume un tono di donna seria, da moglie
-di Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-— Quel benedetto ragazzo!... La manìa di voler
-fare l'inglese! La manìa dello sport!... E poi la pipa!
-Tutto il santo giorno... la pipa!
-</p>
-
-<p>
-Cessa a un tratto il rumore dell'acqua. Si sente la
-voce della Carolì:
-</p>
-
-<p>
-— Il bagno è pronto, signora duchessa!
-</p>
-
-<p>
-Remigia resta ancora un attimo pensierosa, poi
-scrolla forte la testa ed esclama per non aver malinconie: — Io
-sono sicurissima che l'aria e la vita
-del mare gli faranno molto bene!
-</p>
-
-<p>
-Si leva in fretta e butta via la casacca di seta e
-di trine che cade a piè del letto con un volo di
-cigno.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu!</i> Che caldo oggi!... Fresca, l'acqua,
-Carolì?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Freschissima!
-</p>
-
-<p>
-Corre verso il gabinetto di toeletta slacciandosi i
-nastrini della camicia che le cade dalle spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Brrr... che piacere!
-</p>
-
-<p>
-Al povero Totò non ci pensa più che Mimì Carfo.
-Mimì, è rimasta nella camera da letto, prepara sulla
-specchiera i pettini, le forcine, le piccole forbici...
-È assai pensierosa e mesta.
-</p>
-
-<p>
-La manìa di voler far l'inglese, lo sport, la pipa!
-Nessuno! Nessuno! Nemmeno suo padre che pure ne
-ha il cuore gonfio, in tumulto, sotto la calma della
-gran barba bianca, ammette che ci possa essere
-un'altra cagione, perchè quel giovine cuore, quella
-giovane vita, si sieno spezzati! Mimì Carfo pensa e
-crede fermamente che sia stato il matrimonio di Remigia...
-Ma non lo dirà mai, nemmeno Mimì Carfo,
-per non dare, non un rimorso, — che non ne ha
-alcuna colpa, — ma per non rendere più vivo il dispiacere
-dell'Idola.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Giacomo D'Orea, dopo il deliquio avuto e la breve
-indisposizione, è stato relativamente bene, è ritornato
-al ministero e si mostra anche con la moglie
-allegro e buono; ma poi, da un giorno all'altro, cambia
-straordinariamente di faccia, di modi, di umore.
-Non si vede più: sempre al ministero, mai all'albergo.
-Stravolto, cupo, sfugge sua moglie, sfugge la
-Carfo.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa è successo?
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Corriere Romano</i> è capitato nelle mani di Giacomo
-proprio in que' giorni; in ritardo, perchè ritornava
-a Roma da Fiumicino, spedito dalla zia Gioconda
-e accompagnato da una breve lettera:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p class="indl">
-«<i>Caro Mino</i>,
-</p>
-
-<p>
-«Maria ha ricevuto da Roma questo giornale che
-io ti rimando senza che Maria lo sappia. Io non so
-spiegarmi quando scrivo, ma da te medesimo, caro
-Mino, capirai che effetto ha avuto qui. Pensaci e fa
-che tua moglie sia più riguardosa, tanto più che
-Maria, benchè non ne voglia convenire, è assai ammalata
-e tutto, pur troppo, le fa molto male.
-</p>
-
-<p>
-«Ti abbraccio e ti benedico nel nome di tua madre,
-che pare impossibile sia stata la stessa madre
-anche di quell'altro!... Che brutto mondo e che brutta
-vita!... E che amarezza dover concludere così a
-ottant'anni! Eppure, io mi accorgo adesso, perchè
-prima a queste cose non ci avevo mai badato, di aver
-avuto una grande fortuna, per grazia del Signore:
-quella di aver voluto bene a poche persone e di non
-essermi mai innamorata di nessuno. Morirò ragazza
-anche di cuore. Tuttavia non ti posso nascondere che
-se fossi morta tre anni fa, quando ho avuto la pleurite,
-sarei morta più contenta. Ma forse il Signore
-che ci vede più di noi ha voluto così per qualchedun
-altro, e sia tutto per il meglio.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<i>Tua zia</i> <span class="smcap">Gioconda</span>».
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Giacomo, al ricevere questa lettera, non ha pensato
-al giornale, subito non lo ha nemmeno guardato:
-tutta l'anima, tutto il cuore soffocati, gli sono
-d'impeto venuti a galla:
-</p>
-
-<p>
-— Maria! Maria! Maria!
-</p>
-
-<p>
-Poi scrive una lettera alla zia Gioconda, che la
-zia Gioconda non fa leggere a Maria, in cui c'è tutta
-la sua vita, tutto lo sfogo del suo amore disperato,
-della sua collera e del suo odio!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span></p>
-
-<h3>XIV.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Mimì Carfo diventa sempre più inquieta sul conto
-del signor D'Orea; Remigia, invece, diventa sempre
-più tranquilla sul conto del generale D'Entracques.
-Ella è di buon umore, attiva, vivacissima, adora
-Roma.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è bella Roma, anche d'estate! Così sparsa
-di verde è meno classica, ma è assai più poetica e
-pittoresca. D'inverno sento la vecchia Roma classica
-dei Cesari... D'estate, la Roma giovane, nostra, dell'amore
-e dei poeti!
-</p>
-
-<p>
-Di suo marito, non si occupa più, e anche il sottosegretario
-<i>Rabbagasse</i> è stato messo al bando. Il
-D'Entracques ha voluto così e Remigia, siccome ormai
-dello Staffa non ne ha più di bisogno e non
-gliene importa affatto, è felicissima di compiere questo
-sacrificio, che va poi a pesare su missis Britton.
-</p>
-
-<p>
-— Io le sacrifico i miei amici... Ma lei... Le sue
-amiche?... — Diventa seria, sospira, poi dà una forte
-scrollatina di capo, come per distrarsi.
-</p>
-
-<p>
-Remigia D'Orea pare che abbia cambiato di ministero.
-<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span>
-Più che ai Lavori Pubblici, è adesso, alla
-Guerra. L'uniforme degli ufficiali e dei soldati, il
-contegno delle truppe, la scuola di Tor di Quinto,
-l'acquisto dei cavalli in Irlanda, le esercitazioni e
-le armi nuovo modello, riempiono tutti i suoi discorsi.
-L'esercito è la sua passione: legge persino l'<i>Italia
-Militare</i>.
-</p>
-
-<p>
-Mimì, una sera, si fa coraggio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu, che cosa pensi... di tuo marito?... Che
-ha?... Non ti accorgi che tutti i giorni va peggiorando?
-</p>
-
-<p>
-— Per me no; va migliorando. Non lo vedo quasi
-più! — Sorride; si stringe nelle spalle. — Se non
-lo rendo felice... colpa sua! Doveva sposarmi per
-me... e non per mia sorella!
-</p>
-
-<p>
-— Taci! Taci!... — supplica Mimì, atterrita.
-</p>
-
-<p>
-Ma da qualche tempo Remigia, ripete con insistenza
-questo ritornello e assai facilmente tira in
-ballo sua sorella... Chi sa?... È forse un calmante
-per tenere la coscienza in un continuo e placido
-sopore.
-</p>
-
-<p>
-È allegrissima, ha pranzato di eccellente appetito,
-è già vestita e non ha che da mettersi il cappellino.
-Aspetta le nove e mezzo e la carrozza perchè quella
-sera va da Guendalina.
-</p>
-
-<p>
-Che serate deliziose!... Appena in quattro, solitamente.
-Guendalina, lei, il D'Entracques e il Paparigopulos!
-</p>
-
-<p>
-Il principe di Capodimare ha la bellissima qualità
-di Giacomo. Occupatissimo sempre, non si vede mai
-e perciò anche lui... simpaticone!... Uno, il ministero,
-l'altro, il Vaticano!
-</p>
-
-<p>
-Sottovoce, col D'Entracques ella ride del marito
-di Guendalina:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Soldato... del Papa! — Fa uno sbruffo con le
-labbra. — Ah, <i>mon Dieu</i>, che spavento!
-</p>
-
-<p>
-Remigia è già stata due volte a guardare dal balcone.
-</p>
-
-<p>
-— Che ora è, Mimì?
-</p>
-
-<p>
-— Le nove.
-</p>
-
-<p>
-— Soltanto le nove?... Il tempo, per altro, è un
-grande contradicente. Quando si desidera che corra,
-si ferma. Quando si vorrebbe fermarlo, vola!
-</p>
-
-<p>
-Siede, si annoia e parla di suo marito.
-</p>
-
-<p>
-— Tu lo trovi peggiorato?... Di salute, no. Sta
-tutto il giorno al ministero a lavorare: vuol dire
-che sta bene.
-</p>
-
-<p>
-— Non so... ha una brutta faccia...
-</p>
-
-<p>
-— Persuaditi che è proprio la sua! — Non
-è più nemmeno gentile...
-</p>
-
-<p>
-— Questo cambiamento, presto o tardi, succede a
-tutti i mariti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu...
-</p>
-
-<p>
-— Io... che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Ne parli... con tanta indifferenza!
-</p>
-
-<p>
-— Cara mia... Chi non mi vuole, non mi merita!
-Doveva conquistarmi, provare. Io, certamente, sarei
-stata molto refrattaria, ma siccome lui non s'è punto
-scomodato, così la ragione è tutta dalla mia parte.
-Se ha brutta cera... Adesso andiamo a Napoli, alla
-Spezia, a Venezia. Cambiar aria gli farà bene. Certo
-che gli farebbe meglio l'aria di Fiumicino, ma... — Remigia,
-passeggiando, canterella. — Non si può!
-Proibitissimo, direbbe missis Eyre! — Scoppia in
-una risala. — Te la ricordi, la Sbirlingonia?... E il
-suo odio per <i>Din</i> e <i>Don</i>, i miei tesöri?
-</p>
-
-<p>
-In questo punto si sente nel corridoio un affrettato
-<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span>
-rumore di passi; il servitore ha appena il tempo di
-aprir l'uscio e di annunziarlo, che già il D'Entracques,
-pallido, stravolto, entra precipitosamente nel
-salotto.
-</p>
-
-<p>
-— Domando scusa, donna Remigia, se mi presento
-in questo modo, a quest'ora, ma ho assolutamente
-bisogno di prevenirla... di parlarle. Scusi, contessina
-Carfo; chiedo alla sua amica appena due minuti!
-</p>
-
-<p>
-Mimì fissa il D'Entracques, fissa Remigia... Esita
-un istante, guarda ancora il D'Entracques, non osa
-interrogarlo, poi esce in fretta tremando, col presentimento
-di qualche disgrazia che non sa immaginare.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è? — domanda Remigia, prima ancora
-che la Carfo abbia rinchiuso l'uscio.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ha fatto?... Quello Staffa, quel Gambara,
-quella sua Guendalina! Che cosa ha mai fatto?
-</p>
-
-<p>
-Remigia respira: non si tratta che di una scena
-di gelosia!
-</p>
-
-<p>
-— Ah! <i>mon Dieu!</i> Siamo da capo! E oggi stesso,
-poche ore fa, mi aveva tanto promesso di credermi
-sempre!
-</p>
-
-<p>
-— Che c'entra il credere e il non credere? Si è
-rovinata! Questo è: rovinata!
-</p>
-
-<p>
-— Io? — Remigia diventa pallida.
-</p>
-
-<p>
-— Si, lei! Per non essersi consigliata con me! Per
-aver fatto misteri con me! E assicurava, giurava
-che io ero il più grande, il suo solo amico! Che sentiva
-dal mio... dalla mia amicizia, un senso di sicurezza
-e di protezione!
-</p>
-
-<p>
-— Rovinata! — ripete Remigia, non pensando ad
-altro, non sentendo altro.
-</p>
-
-<p>
-— Uno scandalo!... Se non si riesce a riparare, a
-negare, andiamo incontro ad uno scandalo che rovinerà
-suo marito e farà cadere il ministero!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_442">[442]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ed io?... Sono stata io?... Si spieghi! Parli!
-Dica tutto!... Ma Dio mio, vuol farmi morire?...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non ha parlato anche con me, della
-nomina di Cincino D'Ermoli?
-</p>
-
-<p>
-— È stata Guendalina! È stata lei a non volere,
-assolutamente!
-</p>
-
-<p>
-— Dunque ha più fiducia nella Capodimare che
-non in me?... E poi tutto questo segreto sarà stato
-chiesto per la nomina di suo fratello D'Ermoli, ma
-che c'entra la Capodimare negli affari... loschi del
-Berlendis e del Gambara?
-</p>
-
-<p>
-— Affari loschi?... Del Berlendis e del Gambara?...
-Ma io non ne so niente! — In fatti il viso attonito
-di Remigia non esprime che maraviglia e stupore.
-</p>
-
-<p>
-— Non sa nemmeno di aver messo la sua firma
-con l'offerta di cento lire per il dono al papa della
-sedia gestatoria?
-</p>
-
-<p>
-— Guendalina! Guendalina! È proprio stata Guendalina! — Remigia
-lo giura con tutte due le mani
-sul cuore.
-</p>
-
-<p>
-— E non sapeva che era una dimostrazione clericale
-in espiazione del sacrilegio commesso dal Governo
-con la soppressione della Madonna di Ponte
-a Ripetta?
-</p>
-
-<p>
-— No!
-</p>
-
-<p>
-— Una dimostrazione, antinazionale, antiunitaria.
-</p>
-
-<p>
-— No! Giuro! No! Guendalina mi ha detto soltanto
-che era una sottoscrizione di cattolici, nella quale
-non c'entrava che la religione... Per acquistare molte
-indulgenze!
-</p>
-
-<p>
-Remigia fissa il D'Entracques diventando pallida
-e sedendosi di peso sopra una poltroncina, dinanzi
-a lui.
-</p>
-
-<p>
-— La moglie di un ministro del regno d'Italia
-<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span>
-prender parte a una dimostrazione in onore... del
-papa-re!
-</p>
-
-<p>
-— Mio marito... Mio marito... La prego... la scongiuro... — Remigia
-balbetta, la voce piena di lacrime, — che
-Giacomo... non sappia niente!
-</p>
-
-<p>
-— Non sappia niente?... A quest'ora lo saprà lui,
-tutta Roma e domani tutta l'Italia, tutto il mondo!
-Ho visto adesso, al ministero dell'Interno, la copia
-mandata dall'<i>Allarme</i>, il giornale socialista, alla
-Procura... C'è un articolo contro di lei...
-</p>
-
-<p>
-Remigia balza in piedi atterrita.
-</p>
-
-<p>
-— Contro di me?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, intitolato: <i>Ministresse nouveau jeu</i>...
-</p>
-
-<p>
-Remigia pallida, tremante, afferra le mani del
-D'Entracques, come aggrappandosi alla sua àncora
-di salvezza.
-</p>
-
-<p>
-— È lei e non suo marito che regge il ministero
-dei Lavori Pubblici!... Lei, fa nominare nei posti più
-ambiti e delicati, dove occorrono capacità tecniche,
-capacità... giovani! È accusata di corruzione per aver
-fatto approvare alla lesta e alla sordina, «efficace
-propiziatore un altro... bel giovane bolognese» un
-contratto, una cessione di forza d'acque, oneroso per
-l'erario, e vantaggioso, al cento per cento, per gli
-azionisti, «una banda, non musicale, di affaristi italo-svizzeri,
-capitanata dal famigerato avvocato Berlendis
-e da un negriero delle finanze, un italo-svizzero
-e soprattutto egiziano, commendatore emerito,
-reduce... dal fallimento!
-</p>
-
-<p>
-— Giacomo... Giacomo... Dio! Dio!... Non sappia
-niente! — Remigia ormai non vede, non teme che
-la collera di suo marito. Stringe più forte le mani,
-si stringe tutta al D'Entracques mormorando con un
-<span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span>
-tremito pauroso, disperato: — Mi ammazza! Mi ammazza!
-Mi ammazza!...
-</p>
-
-<p>
-— Apposta sono corso, per avvertirla! Per prepararla!
-Per salvarla, se sarà possibile!
-</p>
-
-<p>
-— Faccia sopprimere tutte le copie, sequestrare
-l'<i>Allarme</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Non si può e si farebbe peggio! E poi è tardi.
-L'<i>Allarme</i> esce adesso, se non è già uscito! Domani,
-tutti i giornali pro o contro, per assalirci o per difenderci,
-propagheremo lo scandalo. Noi tenteremo
-di sventare il colpo, ma si riuscirà?
-</p>
-
-<p>
-Il generale si leva la lente dall'occhio e la caccia
-nel taschino del gilet con un moto di stizza, dopo il
-quale riprende con più calma:
-</p>
-
-<p>
-— Io sarei ben contento di andarmene, perchè se
-ci sto... è soltanto perchè ci sono comandato; ma
-andarmene, — <i>parbleu!</i> — di mia spontanea volontà!
-Non essere cacciato fuori perchè lo scandalo ha
-colpito il <i>Gabinetto rosa</i>, come chiama adesso l'<i>Allarme</i>,
-il nostro ministero! — Il D'Entracques batte
-energicamente il piede per terra. Il lampadario traballa,
-tintinnando; traballano i ninnoli sui palchettini
-e Remigia si butta attraverso il canapè, nascondendo
-la faccia contro i cuscini, scoppiando in lacrime.
-</p>
-
-<p>
-Il generale... a quelle lacrime, a quella disperazione,
-alla vista di quelle spalle gracili che sussultando
-all'urto dei singhiozzi, rompono l'onda d'oro,
-accavallata, dei bei capelli, il generale... Sparisce il
-generale! Sparisce il senatore, il ministro, non resta
-più che il D'Entracques, l'uomo, l'innamorato!
-</p>
-
-<p>
-Invece di continuare a infuriarsi, cerca le parole
-per consolare, per calmare Remigia e per scusare
-sè stesso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_445">[445]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il flutto aureo dei lunghi capelli biondi ha sepolto
-l'<i>Allarme</i>, ha allontanato ogni timore di scandalo e
-dilegua insieme anche quella sua collera resa più
-furibonda dalla gelosia dello Staffa e di Narciso
-Gambara.
-</p>
-
-<p>
-— Donna Remigia... — chiama egli, sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-Risponde l'urto dei singhiozzi, ancora più forte, il
-pianto più dirotto. Siede anch'egli sul canapè, vicino,
-chinandosi e mormorandole quasi sui capelli: — Donna
-Remigia... non pianga così! Non si disperi,
-così! Io, capisco, mi sono lasciato spaventare esageratamente...
-per lei! Ma sono corso qui, apposta, per
-consigliarla, per suggerirle, ciò che dovrà dire per
-difendersi, per salvare... Per salvar lei! Tutto il resto,
-sarà quel che sarà!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si drizza, si volta lentamente, col viso
-molle, bianco, rigato di lacrime. Fissa il D'Entracques...
-Pazza di terrore e d'angoscia gli si butta al
-collo, stringendosi a lui disperatamente.
-</p>
-
-<p>
-Egli esita, scosso da un tremito... la sua bocca bramosa
-si arresta. Dopo un istante preme un bacio
-lungo sulla massa soffice, odorosa dei capelli. Si fa
-forza, irrigidisce, si scioglie con dolce violenza da
-quella stretta febbrile e passeggia su e giù, pallidissimo
-a sua volta, il viso contraffatto.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, diventa seria e attenta, sotto il velo
-delle lacrime, lo osserva dietro le spalle, lo spia
-con ansia... Quando egli si volta per avvicinarsi,
-torna a nascondere il viso fra le mani e ricomincia
-a singhiozzare.
-</p>
-
-<p>
-— E Giacomo? — Ha un fremito lungo di spavento. — Dio,
-Dio, Dio, Giacomo!...
-</p>
-
-<p>
-Il generale, torna a levare la lente dal taschino e
-a ficcarsela nell'occhio, accompagnando l'atto con
-una lieve alzata di spalle.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_446">[446]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Anche Giacomo, dopo aver gridato, si calmerà.
-Dovrà credere a quello che gli dirà lei, che gli dirò
-io, che gli diremo tutti d'accordo. Non ho pensato
-che a lei, lo confesso, e lei... faccia quello che le
-dirò io, e ne uscirà bene!
-</p>
-
-<p>
-— Mi salvi! Mi salvi! — Remigia ha un nuovo
-slancio, ma di gratitudine questa volta, di tenerezza
-e corre a rifugiarsi e a posarsi come una colombella
-spaurita su quel petto generoso e valoroso che la
-protegge e la difende. Ella, dopo tante scosse, ha
-pure un impeto di abbandono e di... sincerità.
-</p>
-
-<p>
-— Mi salvi! Mi salvi! Le voglio già bene... — Sul
-viso bianco e molle passa come una vampa; le candide
-ali della colombella hanno un fremito di timidezza
-pudibonda, mentre aggiunge con voce sommessa: — le
-vorrò ancora più bene!... Io non credevo
-di far male!... — La cara voce riacquista tutte
-le sue note più dolci, più soavi e penetranti. — Non
-ne ho parlato con lei... perchè, pure sentendomi attratta
-verso di lei da tanta, tanta confidenza... certe
-volte, perdo le parole, mi agghiaccio, provo dinanzi
-a lei una soggezione così forte e così strana! Ora
-sono tutta nelle sue mani, mi dò tutta a lei... e lei,
-conoscerà persino l'ultimo de' miei pensieri. — Posa
-la vaga testolina sul petto, proprio sul cuore del generale,
-ch'ella sente battere violentemente. — Qui!
-Sempre qui! Tutta qui! Dentro qui!... — Alza il capo,
-lo fissa con profonda mestizia. — Non l'amante,
-non è vero? Buono, generoso, ella non vorrà fare
-di me la sua amante, ma di più, di più, assai di
-più... Farà di me... io sarò la sua anima. Sempre
-qui, dentro qui, tutta. Io non so della vita; sono
-tanto giovine ancora, ma sento che la colpa non può
-essere gioia... La tenerezza, sì, invece, una grande
-<span class="pagenum" id="Page_447">[447]</span>
-gioia immensa, infinita. — La testina, sempre appoggiata
-sul petto del D'Entracques, chiude gli occhi
-un istante, poi li riapre, si scote per la prima, e
-domanda, tranquilla, vincendo l'estasi e la paura:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa devo fare, dunque? Che cosa devo
-dire?
-</p>
-
-<p>
-Il generale fa sedere Remigia sul canapè e siede
-a sua volta sopra una poltroncina in faccia, prendendole
-le mani e accarezzandole mentre parla.
-</p>
-
-<p>
-— Stia ben attenta. Lei deve negare sempre, tutto!
-Con suo marito, specialmente, e con gli altri!
-</p>
-
-<p>
-— Tutto! Tutto! — ripete Remigia, con entusiasmo
-e con convinzione.
-</p>
-
-<p>
-— Cincino D'Ermoli, si ricordi bene, è stato raccomandato
-allo Staffa dalla sola Capodimare.
-</p>
-
-<p>
-— È la verità!
-</p>
-
-<p>
-— Il Berlendis non ha avuto da lei che un bigliettino
-insignificante di presentazione...
-</p>
-
-<p>
-— Insignificantissimo! Due righe col lapis in fretta,
-mentre mi vestivo...
-</p>
-
-<p>
-— Ignorando che si trattasse di speculazioni, di
-affari...
-</p>
-
-<p>
-— Assolutamente!
-</p>
-
-<p>
-— E per la sottoscrizione al papa-re, è stata ingannata;
-la sua buona fede è stata sorpresa dalla
-Capodimare!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì! Guendalina! Se vuol essere sincera,
-Guendalina stessa, non potrà dire di no!
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a noi e ai nostri giornali risponderemo
-all'<i>Allarme</i> vittoriosamente. Il caso del conte
-D'Ermoli, sarà dichiarato un vero e grosso granchio
-dei socialisti. Non sanno, — <i>parbleu!</i> — che c'è a
-Torino un vecchio e illustre professore, Giovanni
-Ermoli, che insegna elettro-fisica al Valentino? Era
-<span class="pagenum" id="Page_448">[448]</span>
-lui, è lui, la persona scelta per gli Stati Uniti!...
-Errore di nome! Comunicazione sbagliata da un impiegato
-e gonfiata dai <i>reporters</i> dell'opposizione!
-</p>
-
-<p>
-Remigia approva e ammira, mentre il generale
-continua, sempre accarezzandole la mano e sorridendo:
-</p>
-
-<p>
-— In politica, <i>la verità</i>, non è mai una sola, ma
-sono sempre due: quella del governo e quella dell'opposizione.
-La proposta Italo-Svizzera? Si presentava
-bene, vantaggiosa per l'erario e la si è presa
-in esame. Invece, vantaggiosa non è? È un carrozzino
-bell'e buono?... E noi stessi lo faremo ribaltare
-al Consiglio Superiore dei <i>Lavori Pubblici</i>
-e sarà provato che non furono i cento occhi d'Argo
-dell'<i>Allarme</i> a fiutare il tiro. Il Ministero ci ha visto
-subito chiaro, pel primo!...
-</p>
-
-<p>
-La giovane signora sembra ravvivarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Allora... Siamo salvi!
-</p>
-
-<p>
-— Certo! Si trova sempre rimedio a tutto; purchè
-ci lascino in piedi il tempo necessario!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, mio Dio! Mio Dio!... Ho una gran paura
-di Giacomo!
-</p>
-
-<p>
-— Un po' di coraggio al primo incontro, poi
-adesso ella sa che cosa deve dire e come deve difendersi.
-</p>
-
-<p>
-— Più! Più! — Remigia guarda il D'Entracques
-e sorride con grazia infantile. — Non farò più nemmeno
-un passo, senza dirlo prima a lei. Mi tenga
-legata, stretta stretta, con un filo invisibile...
-</p>
-
-<p>
-In questo punto, entra la Carfo quietamente nel
-salotto. Ella si mostra all'aspetto calma e tranquilla,
-mentre dice con voce leggermente alterata:
-</p>
-
-<p>
-— Viene il signor D'Orea. Sale le scale in fretta.
-Non ha voluto aspettare il <i>lift</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_449">[449]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia e il D'Entracques si alzano simultaneamente,
-tutti e due impallidendo. Poi, come la Carfo
-siede al tavolino riprendendo il suo ricamo, siedono
-di nuovo anche il generale e Remigia: Remigia raccomandandosi
-con gli occhi, e il generale, con gli
-occhi, infondendole coraggio.
-</p>
-
-<p>
-Sembra lunghissimo il tempo nel silenzio, nell'ansia,
-nell'attesa... Finalmente si sente camminare nel
-corridoio... I passi si avvicinano, si fermano all'uscio...
-Ma non è Giacomo D'Orea, è il sorridente
-Gaudenzio che si presenta con un leggero e goffo
-inchino:
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Giacomo, chiama la signora Remigia,
-un momento... di là!
-</p>
-
-<p>
-Sparisce subito, perchè di Sua Eccellenza il ministro
-della Guerra, il mite vecchietto ha un sacro
-terrore.
-</p>
-
-<p>
-— Vada, donna Remigia. Subito. — Il D'Entracques,
-calmo, sereno, le infonde sicurezza con una
-forte stretta di mano.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Mimì! la mia Mimì! — Remigia sente di
-voler un gran bene a Mimì, in quel momento, e le
-stende le braccia tremanti. La Carfo l'abbraccia
-stretta, la bacia appassionatamente e ripete ella stessa
-con la calma del generale: — Va!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quando Remigia entra nella stanza, Giacomo è ritto
-in piedi, appoggiato al tavolino. Egli la fissa un
-momento, prima di poter parlare. Remigia sente avvicinarsi
-lo scoppio di quella collera e il pericolo
-stesso le infonde audacia:
-</p>
-
-<p>
-— Mi hai fatto chiamare, gioia?
-</p>
-
-<p>
-Il D'Orea ha un sobbalzo: il suo volto scarno,
-emaciato, più che ira getta odio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_450">[450]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Tu partirai domattina, subito, per Pontereno
-e non ti muoverai di là, non uscirai di là, mai più!
-</p>
-
-<p>
-Remigia raggrotta le ciglia e anche i suoi occhi
-schizzano lampi di odio:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-A Giacomo gira la testa, battono i polsi, il cuore
-martella e salta nel petto vuoto.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè sei falsa, senza dignità, senza cuore!
-Perchè non ti posso più vedere! Perchè ti odio!
-Perchè se mi stai ancora davanti, lì, così, vivaddio... — Si
-arresta, poi riprende con voce più bassa, più
-sorda, — vivaddio, ho paura di ammazzarti!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, imperterrita, si avanza d'un passo:
-</p>
-
-<p>
-— Io no, invece. Io non ho nessuna paura. So, da
-molto tempo, che mi odii. Ho sbagliato! Dio mio,
-posso avere sbagliato, ma perchè? Perchè, appunto,
-a cagione del tuo odio, sono rimasta abbandonata,
-sola, in balìa di me stessa! Non lo nego, avrò commesso
-qualche leggerezza, qualche imprudenza per
-inesperienza, per buona fede e bontà d'animo... e di
-ciò la colpa è degli altri e soprattutto tua. So dell'articolo
-dell'<i>Allarme</i>. Il nostro buon amico D'Entracques
-è corso ad avvertirmene. Sono tutte esagerazioni
-e infamità. Ma tu sei capace di crederle...
-appunto perchè? Perchè mi odii!
-</p>
-
-<p>
-— E l'altro giornale? L'altro giornale? L'altro?... — ripete
-Giacomo convulsamente, senza poter riuscire
-a ricordare a dirne il titolo. — È buona fede?...
-È bontà d'animo? — Le parole gli escono stentate,
-si sente il battere secco dei denti — A... A teatro!...
-Al trionfo pa... pagato... com... comperato, di quella
-donna... Pa... pagato... com... comperato... È buona
-fede? È bontà d'animo verso tua sorella?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_451">[451]</span>
-</p>
-
-<p>
-Remigia alza la voce con un riso ironico di vittoria:
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! Ci siamo! Mia sorella! Non si tratta
-dunque degli... affari di Stato, del ministero, che io
-ho compromesso con la mia leggerezza? Si tratta
-che, senza saperlo, — perchè non ci volevo nemmeno
-andare e fui trascinata al Costanzi, — io ho
-urtata la suscettibilità, ho offesa la gelosia di mia
-sorella! Ho capito! Capisco! Non è quello che ha esagerato
-e inventato l'<i>Allarme</i>, che forma il mio delitto!
-È quello che ha esagerato il <i>Corriere</i>... Ma si
-sa, sappiamo, sanno tutti! Mia sorella... ancora,
-sempre!
-</p>
-
-<p>
-Remigia si allontana ridendo, stringendosi nelle
-spalle.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo la fissa stravolto, sfigurato, ha la schiuma
-alla bocca. Fa un passo, traballa... fa un altro
-passo più sicuro, le afferra un braccio, la volta di
-colpo, faccia a faccia: — Sì! Ancora! Sempre! Tua
-sorella! Allora come oggi, sempre tua sorella!
-</p>
-
-<p>
-— Giacomo... Giacomo... — grida Remigia spaventata.
-Ma l'altro la stringe sempre più forte; la
-sua mano è una tenaglia. Parlandole sulla faccia,
-contro la faccia, — balbettando, — le schizza il volto
-di saliva.
-</p>
-
-<p>
-— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella,
-non amo che lei, vivo e muoio per lei, l'amo, non
-penso che a lei, non m'importa più altro che di
-lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo
-mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia,
-leggi, patria, amicizia, ricchezze, salute,
-onore, è niente, non c'è che l'amore, l'amore, di
-grande, di vero, di forte, di buono, che valga il
-prezzo della vita, che valga il prezzo della morte!
-<span class="pagenum" id="Page_452">[452]</span>
-Sì! Sì! Non è quello che ha scritto l'<i>Allarme!</i> te lo
-avrei perdonato! È l'altro, il teatro, il Costanzi,
-che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero!
-Perchè amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono
-un colpevole!... La mia colpa è mostruosa per te
-che giuochi all'amore col D'Entracques, per le tue
-amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per
-le strade e la Capodimare che sceglie i suoi nelle
-Banche!... Sì, son col... colpevole. La mia è una
-colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione, è
-forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte
-di più, è cento, mille volte più bella e più alta della
-tua virtù, tutta un piccolo mosaico di calcolo, di
-doppiezza, di bassezza, di bugia, di prudenza, di simulazioni!
-Nella mia colpa, così orribile, c'è il
-cuore, tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e
-lucidata, non c'è che egoismo, aridità, sterilità, cattiveria!
-Della mia colpa si muore! La tua virtù, fa
-crepare gli altri!...
-</p>
-
-<p>
-Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di
-sciogliere la sua mano dalla stretta di Giacomo: non
-può. Egli continua con la voce più bassa, più rotta,
-più convulsa:
-</p>
-
-<p>
-— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia...
-di virtuosi istrioni! Tuo cugino, muore tisico
-per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete! Ma non si
-dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo,
-non di avere, ma di fingere un po' di dolore,
-un po' di compassione! Rimorso, no! Ri... morsi
-mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa, troppo
-innocente per avere rimorsi!
-</p>
-
-<p>
-— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami
-andare!... È una vigliaccheria!
-<span class="pagenum" id="Page_453">[453]</span>
-Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!... Bada...
-Chiamo!...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo non la vede più, non vede più niente, i
-suoi occhi smarriti vagano lontano...
-</p>
-
-<p>
-— La tua virtù! La tua virtù!... Dove passa la
-tua virtù passa il dolore... È un gelo di dolore e di
-morte la tua virtù!... Che cosa ti aveva fatto missis
-Britton!... E non lo ami il D'Entracques perchè tu
-non amerai mai nessuno, fingendo di voler bene a
-tutti, uomini e bestie! Tu ridi, scherzi, spari i fuochi
-artificiali de' tuoi occhi e dei tuoi sorrisi col D'Entracques
-e spezzi il cuore a una povera donna! Tu
-resti virtuosa!... E quella povera donna, dopo aver
-tutto sacrificato a lui, e dopo tanti anni di amore resterà
-sola, infelice, con la vita infranta! — Ti fa meraviglia
-che io sappia questo?... Io so tutto! Io vedo
-tutto! E anche dentro di te! Sì, per questo devi
-aver paura, hai ragione di aver paura! E vedo nel
-tuo cuore candido... e freddo come il ghiaccio! Vedo
-nella tua anima vuota... deserta... — La mano si
-rallenta, Remigia riesce a sciogliersi, ma resta lì
-a guardarlo immota, tanto è sfigurato. Egli balbetta
-più forte: — Per que... questo... ti o... dio... per...
-perchè ti conosco, ti co... nosco... Sei perfida... per...
-per... per... — Fa uno sforzo: non riesce a ripetere
-la parola, straluna gli occhi, gira su sè stesso
-e stramazza di peso per terra, privo di coscienza, di
-moto, di senso.
-</p>
-
-<p>
-— Mimì! Mimì!
-</p>
-
-<p>
-Remigia corre fuori dalla stanza, corre per il corridoio,
-gridando con voce forte, disperata, che si ripercuote
-in tutto l'albergo:
-</p>
-
-<p>
-— Mimì! Mimì! Mimì!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_454">[454]</span></p>
-
-<h3>XV.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza
-D'Orea non ha avuto che un breve deliquio,
-per eccesso di fatica, di lavoro, un'indisposizione,
-prontamente superata. «Fra un paio di giorni, l'illustre
-uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto,
-anche riguardato nel suo appartamento, continua
-con la consueta alacrità nel disbrigo degli affari più
-urgenti».
-</p>
-
-<p>
-Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti
-ed i repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato
-colpito da un insulto apoplettico. «Caso gravissimo,
-disperato: perduta la parola; tutta la parte destra
-del corpo, paralizzata».
-</p>
-
-<p>
-Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre
-l'attenzione del pubblico dall'articolo dell'<i>Allarme</i>.
-Nessun altro giornale lo commenta, lo
-riporta: l'<i>Allarme</i> stesso riconosce l'attacco ormai
-intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario,
-un cambiamento di giudizi, curiosissimo. A
-poco a poco, l'onorevole D'Orea, dato addirittura come
-<span class="pagenum" id="Page_455">[455]</span>
-spacciato, — è — anzi era, — per i giornali dell'opposizione,
-«l'unica forza, la bandiera e il timone
-del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo
-dovrà fatalmente e inesorabilmente cadere sfasciato,
-tra le secche dei rimpasti». A poco a poco, per i
-giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il ministro
-dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un
-portafoglio di secondaria importanza. Anzi, qualcuno,
-arriva addirittura a far capire che «allontanandosi
-il D'Orea, elemento forse troppo conservatore
-per la fisonomia del ministero attuale, questo
-avrebbe potuto muovere più spedito e più agile verso
-tutte quelle riforme tributarie e sociali reclamate
-dal paese».
-</p>
-
-<p>
-Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor
-Zaccarella, va sulle furie e in convulsioni. Più che
-contro i giornali avversi, — vanno per la loro
-strada! — grida e si arrabbia contro i giornali «falsi
-amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo,
-pronti alla defezione e al tramonto! Ma
-sfogatasi col signor Zaccarella due volte al giorno,
-al mattino e alla sera, — i giornali del pomeriggio
-non hanno una grande importanza, — ella si mostra
-serena, sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare
-vestiti e cappellini per le feste di Napoli, della Spezia,
-di Venezia, alle quali assisterà col suo Jack,
-tesöro.
-</p>
-
-<p>
-Dall'<i>Albergo di Roma</i> parte la parola d'ordine e
-tutti la mettono in giro, — la Capodimare, i della
-Gancia, il Paparigopulos e anche il D'Entracques, — Giacomo
-D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua
-moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima
-di farsi vedere al ministero!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_456">[456]</span>
-</p>
-
-<p>
-In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua
-Eccellenza D'Orea ormai sta benissimo e lavora tutto
-il giorno con i segretari, nel suo gabinetto, torce le
-labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome
-del <i>socialista</i> dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi
-dei propri nemici, non c'è di meglio che
-fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso compiacendosi
-del proprio spirito, torna grave, impettito,
-e si batte tre volte, con le dita raggruppate della
-mano sullo stomaco:
-</p>
-
-<p>
-— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo
-delle fragole alla panna. Una semplice indigestione.
-</p>
-
-<p>
-In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta
-e rispettata: nella prescrizione che Sua
-Eccellenza D'Orea, tranne i segretari, non debba
-nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un paio
-di giorni.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente
-la consegna, ripetendo a tutti:
-</p>
-
-<p>
-— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì!
-Io stessa, mi sacrifico e ci vado pochissimo.
-Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il disbrigo
-degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente.
-</p>
-
-<p>
-Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che
-oramai donna Remigia va ripetendo cento volte al
-giorno!
-</p>
-
-<p>
-Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno
-di segretari se non avesse il signor Zaccarella che
-fa per dieci.
-</p>
-
-<p>
-Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi
-l'anticamera del ministero dei Lavori Pubblici e il
-signor Zaccarella dà udienza, risponde alle lettere
-<span class="pagenum" id="Page_457">[457]</span>
-che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il
-bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il
-telegramma della signora duchessa, in risposta a
-quello di Sua Maestà, che si congratula per il «sicuro
-miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta
-completa guarigione».
-</p>
-
-<p>
-«Commossa, riconoscente interessamento Maestà
-Vostra salute mio amato consorte, onoromi confermare
-alla Maestà Vostra condizioni sempre migliori.
-Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine,
-ossequi devoti, ecc. ecc...»
-</p>
-
-<p>
-Questo telegramma, per altro, prima di essere
-spedito, deve ottenere l'approvazione anche del conte
-D'Entracques: «Sua Eccellenza», come lo chiama
-adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando
-con la duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso
-con Sua Eccellenza D'Orea.
-</p>
-
-<p>
-Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa,
-inquieta e strapazza la povera Carfo continuamente,
-perchè sta sempre lì immusonita, perchè non è sicurissima
-che il signor D'Orea sia completamente
-guarito in un paio di giorni, e possa assistere alle
-feste di Napoli, della Spezia e di Venezia.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà,
-tu, invece di un conforto, diventi un peso!
-</p>
-
-<p>
-Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah,
-<i>mon Dieu!</i> — s'incontra... nella vecchia
-Sbirlingonia! In missis Eyre!...
-</p>
-
-<p>
-Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto
-dignitoso, da vera ministressa.
-</p>
-
-<p>
-— A Roma, missis?... Come mai?
-</p>
-
-<p>
-— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non
-la posso vedere! Vado all'<i>Abetone</i>. Ne ho abbastanza
-<span class="pagenum" id="Page_458">[458]</span>
-della Svizzera e della <i>Tête-pointue!</i> — Poi il viso
-secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.
-</p>
-
-<p>
-— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei
-giornali, sempre malissimo?... Ne sono desolata.
-</p>
-
-<p>
-— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che
-è già tornato al ministero. Buon giorno, missis
-Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta le spalle
-e se ne va furiosa.
-</p>
-
-<p>
-— Vecchia arpia!
-</p>
-
-<p>
-A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare
-ottime notizie, tenendola in guardia, — l'espressione
-è del signor Zaccarella, — contro le informazioni
-pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla
-fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano
-a Giacomo per rinfrancarsi pienamente
-e tornare al ministero, la duchessa Cristina e il principe
-Rosalino arrivano, senza nessun preavviso, all'<i>Albergo
-di Roma</i>. Si presentano all'Idola inquieti,
-ansiosi, con le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più
-sorpresa e contrariata, che soddisfatta, li accoglie di
-malumore.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete
-che io non amo le improvvisate!
-</p>
-
-<p>
-Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna
-continuare nella solita commedia dell'indisposizione
-passeggera, e mentre Remigia abbraccia la mammà
-cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella
-continua gravemente a battersi il petto con le dita
-raggruppate:
-</p>
-
-<p>
-— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la
-panna!... Indigeste quanto mai!
-</p>
-
-<p>
-Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo
-con la faccia costernata, ne escono in carrozza
-<span class="pagenum" id="Page_459">[459]</span>
-scoperta insieme all'Idola e si mostrano ilari e contentissimi.
-Non hanno ancora potuto vedere il caro
-Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo
-degli affari più urgenti», ma sono felici delle ottime
-notizie avute.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se
-vuoi sapere, vai; se non vuoi sapere,
-manda!
-</p>
-
-<p>
-Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate,
-con i cenni della mano. È sempre cortese,
-ha sempre il sorriso sulle labbra e il complimento
-opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo,
-lontano.
-</p>
-
-<p>
-— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato!
-Caparbio!... — Egli ha finito anche per crederlo,
-a forza di ripeterlo. E... chi sa?... Finisce
-quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato,
-morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo
-abbrucia senza riuscire a riscaldarlo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso,
-tutta la grande gioia di essere con la sua mammà.
-Saluta espansiva e gaia, e fa il nome alla duchessa
-Cristina delle signore più alla moda e dei
-personaggi più importanti. A un tratto si oscura
-in viso:
-</p>
-
-<p>
-— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso
-di Luciano! Non bisogna più salutarlo! Ha inventato
-tante cattiverie! Che Giacomo è gravemente ammalato!
-Che ha fatto un colpo!
-</p>
-
-<p>
-— Che uomo!...
-</p>
-
-<p>
-— Che essere!
-</p>
-
-<p>
-Remigia comincia a difendere sua sorella.
-</p>
-
-<p>
-— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_460">[460]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna
-andare al tè da Guendalina. Si passa un'ora
-piacevolissima! Non troppa gente e tutti simpaticoni!
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono
-che i della Gancia, il D'Entracques e il cavaliere
-Paparigopulos.
-</p>
-
-<p>
-Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si
-erano mostrate amicissime più che mai e più che
-mai legate, a doppio filo, con donna Remigia D'Orea.
-Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare
-subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le
-voci corse del colpo apoplettico. Le due signore — compreso
-Cincino e Paparigopulos, — assicuravano
-di vedere il D'Orea tutti i giorni, di
-averlo trovato sempre nella sua piena lucidità di
-mente, e, si capisce, sempre dedito con i suoi segretari
-«al disbrigo degli affari più urgenti».
-</p>
-
-<p>
-Guendalina Capodimare, consigliata in questo e
-spinta anche un pochino dalla cognata, non solo ha
-accettato, per il momento, la sostituzione del vecchio
-barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante
-e sbarbato fratello nella commissione marconiana,
-ma conviene, rassegnatamente, di aver forse
-peccato lei, per troppo zelo, a proposito della famosa
-firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo
-Pontefice.
-</p>
-
-<p>
-Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto
-tra l'uscio e il muro delle dimissioni, è il malcapitato
-Leonida dal cappellone, ex-repubblicano... e di nuovo
-molto radicale!
-</p>
-
-<p>
-Con le principesse romane non è riuscito a perdere
-la virtù, ma sta per perdere l'Eccellenza: l'<i>Allarme</i>
-tace, ma vigila. Nel consiglio dei ministri, Sua Eccellenza
-Staffa è già stato liquidato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_461">[461]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Un vero <i>Rabbagasse</i> antipaticissimo! — È l'orazione
-funebre di tutte e tre: Quanita, Guendalina
-e Remigia, con la muta, ma eloquente approvazione
-di Paparigopulos.
-</p>
-
-<p>
-Remigia entra allegra e festante nel salotto della
-Capodimare:
-</p>
-
-<p>
-— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La
-mia cara mammà! E anche il mio tesorone caro! Lo
-zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per uno
-dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno
-con me e con Jack!
-</p>
-
-<p>
-Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine
-per spiegare l'arrivo a Roma dei parenti.
-</p>
-
-<p>
-Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano
-subito della duchessa Cristina, evocando ricordi,
-aneddoti, parentele, mentre il cavalier Paparigopulos,
-a un cenno della Capodimare, attacca
-conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a
-parole, e intermediario l'astuccio delle sigarette,
-con il principe di Sant'Enodio. Questi, per la circostanza,
-accesa una sigaretta di Paparigopulos e
-soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un
-proverbio orientale:
-</p>
-
-<p>
-— Donna bruna... e tabacco biondo!
-</p>
-
-<p>
-Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il
-tè e ammirando le magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono
-del Durer, nientemeno! — passano
-nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad
-un tratto colore, voce, espressione.
-</p>
-
-<p>
-— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida,
-ma non può muovere il braccio e parla stentatamente,
-ingarbugliandosi...
-</p>
-
-<p>
-— E il dottore che cosa dice?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_462">[462]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo
-e il dottor Dolder comincia a non escluderlo più...
-</p>
-
-<p>
-Remigia sospira, e abbassa la voce: — È stato
-sempre tanto cattivo e ingiusto con me... Pure, gli
-ho perdonato e mi fa compassione!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques la guarda con tenerezza.
-</p>
-
-<p>
-— È naturale. È suo marito ed è molto ammalato!
-</p>
-
-<p>
-L'Idola ha un tremito leggero che la fa tutta vibrare
-e gli occhi, fissando il D'Entracques, si riempiono
-di lacrime. Bisbiglia appena:
-</p>
-
-<p>
-— Ho paura.
-</p>
-
-<p>
-— Di che? — domanda ansioso il generale.
-</p>
-
-<p>
-— Mi vedo sola, mi sento sola e ho paura!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques le prende una mano e gliela
-stringe forte, mentre guarda Remigia lungamente.
-</p>
-
-<p>
-— Lei capisca... ciò che io oggi non voglio, non
-posso dire. Felice... non so se potrà esserlo ancora.
-Ma... sola, no. — Si avvicina di più, si fa forza, e
-mentre nel salotto si sentono squillare le risa di
-Guendalina e di Quanita, egli le bacia la mano con
-devozione mormorando: — Amico... o... come vuole,
-tutto ciò che vuole: io le appartengo interamente.
-</p>
-
-<p>
-La giovane signora lo guarda lei, adesso, a lungo,
-poi scrolla il capo lievemente con una grande profonda
-malinconia negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Interamente... no.
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques diventa pallido, quasi terreo,
-mentre risponde con la voce alterata:
-</p>
-
-<p>
-— È partita per sempre!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_463">[463]</span></p>
-
-<h3>XVI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Quando Remigia torna all'albergo, trova sul portone
-il signor Zaccarella che l'aspetta e l'accoglie
-con la cera torbida delle brutte notizie.
-</p>
-
-<p>
-— Sta male?...
-</p>
-
-<p>
-— No. Sono arrivate donna Maria Grazia e la signora
-Gioconda!
-</p>
-
-<p>
-Remigia, ch'era già saltata a terra, si ferma in
-mezzo al marciapiede, esterrefatta, mentre la duchessa
-Cristina, a sua volta, resta con un piede sul predellino
-del landò, e con la mano nella mano, che le
-offre il fratello di Rosalì.
-</p>
-
-<p>
-Remigia si rimette prontamente dal primo stupore
-e, per guadagnar tempo, si arrabbia con
-mammà.
-</p>
-
-<p>
-— Che fai, lì, a mezz'aria? È tardi! Bisogna ancora
-vestirsi!
-</p>
-
-<p>
-Entra in fretta nell'albergo, lasciandosi dietro la
-madre e lo zio e domandando al sig. Zaccarella:
-</p>
-
-<p>
-— Dove sono?... Con la contessina Carfo?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_464">[464]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No; sono entrate subito da sua Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-Remigia scatta furibonda.
-</p>
-
-<p>
-— I dottori non vogliono!... Tanto il dottor Davos
-che il dottor Dolder, hanno proibito che Sua Eccellenza
-parli, si affatichi, veda gente!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella fa un atto di scusa.
-</p>
-
-<p>
-— La signora duchessa non era in casa; io solo,
-non potevo oppormi... alla signora Gioconda D'Orea.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, mentre l'ascensore sale al piano nobile,
-resta pensierosa e perplessa in faccia allo Zaccarella.
-Sente che c'è lì, adesso, un'altra volontà, forte come
-la sua.
-</p>
-
-<p>
-— Hai visto Maria? — domanda subito a Mimì
-Carfo, entrando con lei nel salotto.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è giù, mio Dio! — risponde la Carfo. — Com'è
-giù!... Fa paura!
-</p>
-
-<p>
-— Fa paura? — ripete Remigia. Si cambia l'espressione
-del suo volto; cambia il corso dei suoi
-pensieri.
-</p>
-
-<p>
-Entrano pure nel salotto la duchessa Cristina e il
-principe Rosalino. Sono ansanti e titubanti; non
-sanno come comportarsi con Maria Grazia, non volendo
-contrariare l'Idola. Si fermano, aspettando, a
-rispettosa distanza. L'Idola non si cura di loro.
-Parla sempre sottovoce con Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Vado anch'io, da Giacomo, per salutare mia
-sorella e la zia Gioconda. Ti pare?...
-</p>
-
-<p>
-— Così? — obietta la Carfo semplicemente, osservandola
-dalla testa ai piedi. — Senza prima
-cambiarti?
-</p>
-
-<p>
-Remigia è vestita di foulard rosso scarlatto, con
-un cappellone a tricorno che le sta a maraviglia,
-ma ancora più straordinario del solito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_465">[465]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mi cambio in un attimo, senza nemmeno chiamare
-la Carolì. Vieni di là!
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina si fa coraggio e il principe
-Rosalino anche. Domandano quasi insieme:
-</p>
-
-<p>
-— Noi... che cosa facciamo?
-</p>
-
-<p>
-— A... Maria, che cosa diciamo?
-</p>
-
-<p>
-— Andate a vestirvi per il pranzo!... Maria la
-vedrete a pranzo e Giacomo lo saluterete domani.
-</p>
-
-<p>
-La madre resta ancora a bocca aperta; Remigia
-gliela chiude soggiungendo:
-</p>
-
-<p>
-— Ricordati, gioia! Si pranza alle sette e mezzo!
-</p>
-
-<p>
-In dieci minuti, Remigia è pronta. Ha un abito
-semplice, scuro, attillatissimo, chiuso fin sotto al
-mento. Quando attraversa il corridoio con Mimì,
-avviandosi verso le stanze di Giacomo, incontra Maria
-che ne esce.
-</p>
-
-<p>
-Si fermano tutt'e due. Remigia, colpita, la guarda,
-la fissa un istante: — Dio mio, che cambiamento!
-Non è più bella, non è più nemmeno giovane! Soltanto
-gli occhi le sono rimasti, gli occhi neri, grandissimi,
-che sembrano ancora più neri e più grandi.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, d'un tratto, le salta al collo, abbracciandola
-con straordinaria effusione. Maria rimane immota;
-immote le labbra, senza parole, senza sorriso.
-Soltanto quando la sorella si stacca da lei
-stende una mano alla Carfo, che la stringe e la
-tiene istintivamente fra le sue, come per riscaldarla,
-tanto la sente fredda, di ghiaccio.
-</p>
-
-<p>
-Remigia parla a Maria sottovoce, in fretta, con
-grandissima volubilità.
-</p>
-
-<p>
-— Tu, come l'hai trovato?... Che impressione ti
-ha fatto? Ah, mio Dio, che disgrazia! Il re mi ha
-già telegrafato due volte! Che ne dici? Mi dici di
-<span class="pagenum" id="Page_466">[466]</span>
-sperare? Io spero assai! Il dottor Davos vede nero;
-ma non è spassionato e non m'ispira fiducia. Invece
-il dottor Dolder è assai meno pessimista. Il dottor
-Davos pretende assolutamente che il colpo... — abbassa
-ancor più la voce, — perchè è proprio stato
-un colpo, debba ripetersi. Il dottor Dolder, no...
-Giacomo è ancora giovane... Certo, bisogna tenerlo
-sorvegliato assai. Nessuna fatica, nessuna commozione.
-C'è qui anche mammà e lo zio Rosalì; ma non
-è il caso di spaventarli perchè... non c'è da fidarsi!
-Due tesori, ma chiacchierano, senza saperlo, e mi
-hanno tanto raccomandato, anche il presidente del
-Consiglio, anche il ministro della Guerra, di non
-spargere notizie inutili, per non inquietare il paese.
-Guai se il ministero dovesse cadere in questo momento!
-E non è nemmeno il caso perchè Giacomo
-sta proprio meglio davvero! È rimasto in istato
-<i>comatoso</i>, — è il termine medico scientifico, — per
-più di tre ore. Poi ha cominciato ad aprir gli occhi,
-poi ha cominciato a riconoscere le persone. La prima
-sono stata io. Ma non poteva articolare parola, nè
-muoversi. Adesso, invece, parla e si muove anche
-un po'. Tu, in complesso, lo hai trovato benino,
-non è vero?
-</p>
-
-<p>
-Maria cerca di sciogliere la mano dalle mani della
-Carfo e fa per allontanarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Vai di là?... Avrai certo bisogno di riposarti un
-poco? — E la zia Gioconda? Vi hanno dato, almeno,
-delle buone stanze?
-</p>
-
-<p>
-Maria strappa la mano e fugge via singhiozzando.
-</p>
-
-<p>
-Remigia guarda Mimì.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione! È proprio giù da far spavento!
-</p>
-
-<p>
-La Carfo abbassa il capo e non risponde.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_467">[467]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma che ha, mio Dio, quella cara gioia? — Remigia,
-che non conosce nè l'amore, nè il dolore, non
-arriva a comprendere come l'amore e il dolore possano
-ridurre una creatura in quel misero stato. — Chi
-sa? Certo, dev'essere molto ammalata! Anche a
-Giacomo deve aver fatto un'impressione assai penosa.
-Ti pare?
-</p>
-
-<p>
-Mimì Carfo ha perduta la parola; è rimasta come
-trasognata. Remigia si stringe nelle spalle, va quasi
-in fondo al corridoio, afferra la maniglia del penultimo
-uscio... È quella la stanza che precede la camera
-da letto di Giacomo... Si ferma, esita un istante
-prima di aprire.
-</p>
-
-<p>
-Tutti i giorni, e anche più di una volta al giorno,
-Remigia visita il marito, ma senza mai restar sola
-con lui. Però, a mano a mano che l'occhio invetriato
-e spento riacquista la vita e l'intelligenza e comincia
-a fermarsi su di lei, ella prova un senso d'imbarazzo,
-di inquietudine, di collera. La scena successa,
-quelle smanie, quelle grida, erano i prodromi
-del male che lo assaliva. Erano grida, smanie, le
-idee confuse e pazze di una mente in convulsione.
-Lui non poteva ricordarle e lei doveva dimenticarle...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè gli occhi di Giacomo la fissavano irrequieti...
-e tornavano a diventar minacciosi come
-allora?...
-</p>
-
-<p>
-Remigia apre, entra.
-</p>
-
-<p>
-Nella prima stanza, c'è il vecchio Gaudenzio. Sta
-lì, che pare di guardia.
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è dubbio! È stato lui a telegrafare a
-Fiumicino!
-</p>
-
-<p>
-Appena egli vede la signora si alza in fretta, facendole
-cenno con la mano di fermarsi, e, in punta
-di piedi, si affaccia all'uscio dell'altra camera.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_468">[468]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dorme? — gli domanda Remigia sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-— No. Chiamo la signora Gioconda!
-</p>
-
-<p>
-Remigia frena un impeto di collera. Come?... Dovrebbe
-fare anticamera prima di entrare da suo marito,
-e aspettare anche di esservi introdotta per grazia
-da questa... signora Gioconda?
-</p>
-
-<p>
-— Sono io, qui, la moglie e la padrona! — Si
-avanza risoluta, ma in quel punto le viene incontro
-una vecchietta piccolina, secchina, con i lunghi ricciolini
-grigi e il viso bruno dalle rughe fonde e diritte,
-come intagliate nel legno. È vestita di scuro,
-assai dimessa; ha un fazzoletto nero di seta sulle
-spalle; ha gli orecchini d'oro e un grosso spillone
-d'oro in mezzo al petto.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, zia! — saluta Remigia con la voce e il
-tono affettuosissimi. Si danno la mano, si sorridono,
-ma non si abbracciano. — Oh, zia cara, come lo
-hai trovato il nostro Giacomo?... Benino assai, non
-è vero?
-</p>
-
-<p>
-Il breve sorriso della zia Gioconda si restringe
-sulle labbra tagliuzzate e sparisce. La vecchietta,
-adesso, tocca gli ottanta, ma è sana, è dura, tutta
-di osso. Soltanto il suo vecchio capo è mosso continuamente
-da un leggero tremolìo che mentre ella
-risponde alla nipote, si fa più sensibile.
-</p>
-
-<p>
-— Benino?... Speriamo! — Vuol vederlo? Salutarlo?...
-Anche lei, contessina, gli farà piacere! Soltanto
-non bisogna farlo parlare. Non bisogna stancarlo,
-agitarlo in nessun modo.
-</p>
-
-<p>
-Remigia raggrotta le ciglia pensando fra sè:
-</p>
-
-<p>
-— Come?... Questa vecchia contadina si sarebbe
-impossessata di mio marito, della sua camera, di
-tutto... in mezz'ora?.. Ah! Ah! Staremo a vedere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_469">[469]</span>
-</p>
-
-<p>
-I vetri della camera sono spalancati, le gelosie
-socchiuse: il letto bianco di Giacomo appare a poco
-a poco e sembra ingrandirsi nella mezza luce. Egli
-vi sta seduto, appoggiato a un monte di cuscini. Ha
-il viso acceso, gli occhi rivolti, fissi verso la finestra.
-</p>
-
-<p>
-La zia Gioconda e Mimì Carfo restano presso all'uscio:
-Remigia sola, gli va vicina, accanto al letto.
-</p>
-
-<p>
-— Come ti senti, oggi?... Benino?
-</p>
-
-<p>
-La voce dell'Idola è alterata, ha perduto ogni
-dolcezza. Il suo volto non ha più anima, non ha più
-sorriso.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo risponde senza guardarla, tenendo sempre
-gli occhi fissi verso la finestra. Parla affastellatamente,
-come in orgasmo.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio, meglio! Comincio a poter muovere anche
-il braccio! — Così dicendo, solleva appena il
-braccio destro che tiene disteso, irrigidito sulla
-coperta. Volge gli occhi in cerca della zia Gioconda
-e vede Mimì Carfo. Sorride, salutandola con un cenno. — Grazie,
-signorina. Bene, bene, proprio bene!
-Comincio a poter muovere anche il braccio! — Torna
-ad alzarlo un poco, poi lo lascia ricadere;
-abbandona la testa sui cuscini, e chiude gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Remigia, dopo un momento, in punta di piedi, si
-avvicina alla zia Gioconda e alla Mimì: bisbigliano
-insieme qualche parola sottovoce, poi Remigia e la
-Carfo escono pianino dalla camera.
-</p>
-
-<p>
-— Uff!... Non ne posso più!... Capisco, che con
-tutta la mia bontà, questa zia contadina non riesco
-a sopportarla! No!... È superiore alle mie forze! — L'Idola
-è proprio in collera e si sfoga, al solito, con
-Mimì. — Hai visto, il tuo caro signor D'Orea? Il
-tuo... uomo perfetto? L'uomo infallibile? Il tuo ideale
-<span class="pagenum" id="Page_470">[470]</span>
-di marito? Si è finto stanco e ha chiuso gli
-occhi per mandarmi via! — Fa un lungo risolino
-stizzoso e nervoso. — Meglio così, del resto!... Molto
-meglio così!
-</p>
-
-<p>
-Appena uscita la moglie con la contessina Carfo,
-Giacomo riapre gli occhi e si chiama vicino la zia
-Gioconda.
-</p>
-
-<p>
-Egli la guarda a lungo.
-</p>
-
-<p>
-— Ti prego... — Si ferma, come un bambino che
-vuole indovinato il suo desiderio. — Quella là... — La
-zia Gioconda capisce che vuol alludere a Remigia. — Il
-meno possibile. È meglio per tutti e due!
-</p>
-
-<p>
-La vecchina, crollando il capo, gli asciuga col
-fazzoletto il sudore della fronte e affettuosamente,
-con l'atto dolce di una madre, gli aggiusta i capelli.
-</p>
-
-<p>
-— Pazienza... Porta pazienza...
-</p>
-
-<p>
-Giacomo accenna di sì, col capo, gravemente...
-</p>
-
-<p>
-— È mia moglie!... E l'ho voluto io!... Mah!...
-Come certe volte si compiono i fatti più... gravi...
-spinti da una corrente che ci travolge... Io, oggi,
-guardando indietro... penso... — Si ferma, continua
-a guardare la vecchietta, che gli sorride buona, tremolando
-nel capo. — Oramai... è inutile pensarci.
-Non è vero, zia? Il braccio non lo posso più muovere,
-sai? È di piombo... di piombo. Posso alzarlo...
-appena... — Lo alza un momento con grande fatica,
-poi lo lascia subito ricadere di peso.
-</p>
-
-<p>
-Maria entra nella camera. Lo sguardo di Giacomo
-si ravviva, tutta la sua fisonomia si rianima.
-</p>
-
-<p>
-La vecchina le cede il posto, prende sul tavolino
-il suo lavoro a maglia, uno dei soliti giubbetti di
-lana per i bimbi poveri, e siede sotto la finestra,
-lavorando.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_471">[471]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi di Maria e gli occhi di Giacomo s'incontrano,
-si uniscono e non si lasciano più. Ella siede
-accanto al letto, mette leggermente le sue mani incrociate
-sulla mano inferma di Giacomo e sta lì,
-così. Si guardano... si guardano. Con gli occhi sono
-le due anime che si incontrano adesso e si uniscono
-per non lasciarsi mai più.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io, sai... sto male... molto male. E sono
-contenta di sentirmi tanto ammalata... di essere sicura...
-che non guarirò più!
-</p>
-
-<p>
-Mentre bisbiglia queste parole, dagli occhi neri
-neri, dolcissimi, profondi l'amore ripete la sua eterna
-promessa!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Remigia, più che mai occupatissima nel dover dimostrare
-al sospettoso mondo politico e all'Europa
-che sta attenta, la nessuna gravità della indisposizione
-del ministro dei Lavori Pubblici, non ricorda
-quella camera, mezzo al buio, dove la zia Gioconda
-impera, e sua sorella Maria reca l'assistenza e il
-conforto, altro che nei brevi momenti che passa all'<i>Hôtel
-de Rome</i>, arrabbiandosi con Mimì, sempre
-immusita, e pronta a difendere le due perfezioni, di
-Fiumicino!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, <i>mon Dieu!</i> — sospira con mammà e con
-lo zio Rosalì. — Le ragazze che invecchiano... ragazze!...
-Quanta sentimentalità ammuffita da collocare!
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina approva. Segretamente ella
-si è sentita sempre un po' gelosa dell'amica dell'Idola: — È
-un fatto che quella tua Mimì è molto
-antipatica.
-</p>
-
-<p>
-Il principe Rosalino, tace. È diventato un altro
-<span class="pagenum" id="Page_472">[472]</span>
-uomo; lo si capisce dall'appetito che gli viene a
-mancare, e dai proverbi che non trova più.
-</p>
-
-<p>
-Intanto la malattia del marito, fa acquistare ogni
-giorno a Remigia maggiore importanza.
-</p>
-
-<p>
-Il ministero per non perdere l'equilibrio ottenuto
-con tanta fatica e per poter reggersi in piedi, ha
-bisogno che, per qualche tempo ancora, il D'Orea
-rimanga ministro, sia pure soltanto di nome. Aprire
-in quel momento la successione ai Lavori Pubblici
-sarebbe pericoloso. Troppi appetiti stanno in agguato.
-C'è bisogno che faccia molto caldo, che l'estate
-inoltri, che tutti i corvi politici abbiano preso
-il volo verso i monti e verso i mari... Poter arrivare
-alla fine di luglio, ecco il momento opportuno per il
-rimpasto!... E si comincierà col rimandare alla loro
-repubblica Leonida... e anche il cappellone, che non
-servono più!
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia D'Orea, col mostrarsi dappertutto
-e col mostrarsi sempre gaia e sorridente salva il ministero
-e salva il paese dai pericoli di una crisi
-extra parlamentare.
-</p>
-
-<p>
-Ella, in questo, ci riesce benissimo, ma a suo
-tempo, sa farsi valere... Specialmente col ministro
-della Guerra.
-</p>
-
-<p>
-— Dio! Dio! Che fatica!... Che sforzo!... Torno
-all'albergo affranta!... Non ne posso più! Dover fìngere,
-dover simulare! È tanto contrario al mio carattere!
-È troppo, troppo superiore alle mie forze!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques le stringe, le bacia la mano facendole
-coraggio.
-</p>
-
-<p>
-— Il suo eroismo è veramente grande, ammirabile!
-</p>
-
-<p>
-Molte volte Sua Eccellenza il Presidente dei ministri
-<span class="pagenum" id="Page_473">[473]</span>
-viene all'albergo per trovarsi con Giacomo. — La
-visita è assai breve; Sua Eccellenza esce dalla
-camera del D'Orea scrollando il capo e allora si
-tiene una specie di Consiglio: il Presidente, il D'Entracques,
-qualche altro collega e... Donna Remigia.
-</p>
-
-<p>
-Oramai ella ha imparato la fraseologia, ha preso
-il gesto, il contegno della ministressa.
-</p>
-
-<p>
-C'è la prospettiva, per lei, di nuovi sacrifici. Alle
-feste di Napoli, al varo della Spezia, ci dovrà andare
-certissimo anche senza il marito. Anzi, tanto
-più, per rappresentare il continuo miglioramento, la
-guarigione di Sua Eccellenza, ormai data per sicura,
-non più fra un paio di giorni, ma fra un paio
-di settimane.
-</p>
-
-<p>
-L'Idola sospira, destando in tutti compassione.
-</p>
-
-<p>
-— Ah mio Dio! Mio Dio! Napoli, la Spezia... poi
-Venezia! Che pena e che stanchezza! — Alza gli
-occhi al cielo e a mezza strada incontra la caramella
-del conte D'Entracques. — Oh, se non venisse anche
-lei, con me! Tutta la forza e il coraggio mi vengono
-dal pensiero che lei mi sarà sempre vicino... — Sorridono
-gli occhi languidi. — Voglio sentirlo il
-piccolo filo invisibile che mi avvolge e ch'ella tiene
-nelle sue mani per guidarmi... Come il mio <i>Febo</i> e
-il mio <i>Desir</i>... tesöri!
-</p>
-
-<p>
-Il D'Entracques si commove: sente che delle dieresi
-di quei tesöri, ce n'è anche per lui!
-</p>
-
-<p>
-Remigia non ha più voglia, non ha più tempo di
-pensare, nè alla cattiveria della vecchia contadina,
-nè alla indelicatezza e... peggio, di sua sorella!
-</p>
-
-<p>
-— E poi... che importa? Quelle due arpie non
-hanno altro che l'uomo, e finchè l'uomo è ammalato. — Lo
-spirito, la parte eletta, nobile e sana, il ministro,
-è in mano sua, con tutto il ministero!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_474">[474]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma alla cattiveria della zia e alla condotta assai
-irregolare di Maria Grazia, ci pensano anche per
-Remigia le sue amiche, la marchesa Quanita e la
-principessa Guendalina.
-</p>
-
-<p>
-— È una cosa assolutamente vergognosa!
-</p>
-
-<p>
-— È troppo!
-</p>
-
-<p>
-Tutte e due, la Della Gancia e la Capodimare si
-sono assai risentite e offese pel fatto che Giacomo
-D'Orea, ad onta delle loro premure ed insistenze,
-non le ha mai volute vedere e perchè Maria non le
-ha ricevute, non è stata a trovarle e non s'è neanche
-fatta scusare.
-</p>
-
-<p>
-— Ma Fiumicino dov'è... In che parte del mondo?
-Fra gli ottentotti?
-</p>
-
-<p>
-— Come?... Le due amiche più intime di Remigia
-sono, in certo modo, messe alla porta dal marito
-non solo, ma anche dalla sorella?
-</p>
-
-<p>
-Ci deve essere una ragione per aver tanta smania
-di non farsi vedere e la ragione c'è... e molto brutta.
-</p>
-
-<p>
-— Povera Remigia!
-</p>
-
-<p>
-Tutta Roma, la Roma eletta, n'è stupefatta e indignata.
-Il marchese Pio, addirittura furibondo per la
-duchessina, per sua moglie, per sua sorella ed anche
-per sè!
-</p>
-
-<p>
-— È una indelicatezza enorme, che aggrava lo
-scandalo! È una... — Il marchese abbassa la voce,
-abbassa le palpebre e gonfia le gote pronunziando
-la parola: — È una in-de-cenza!
-</p>
-
-<p>
-— Tanto più che è fatto notorio... — la marchesa
-Quanita diventa rossa come alla <i>Femme de chez
-Maxime</i> — è fatto notorio che fra i due cognati
-esiste una... — Si ferma; non va più innanzi per
-gastigatezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_475">[475]</span>
-</p>
-
-<p>
-La principessa Guendalina, oltre di essere sconvolta
-e disgustata è anche inquieta. Ha paura che
-prolungandosi lo scandalo, — oramai tutta Roma, la
-Roma vera, non parla d'altro, — suo marito, così
-severo e inflessibile in fatto della morale pubblica,
-possa proibirle di mettere i piedi all'<i>Hôtel de Rome</i>.
-Che dolore sarebbe per Remigia!
-</p>
-
-<p>
-Il marchese Pio congiunge le palme in atto compunto.
-Il Paparigopulos — Ah! Oh! — Chiude gli
-occhi, apre la bocca. Poi — Oh! Ah! — Chiude la
-bocca, apre gli occhi: — <i>C'est trop!</i>
-</p>
-
-<p>
-Le due signore, naturalmente, prima che con altri,
-parlano della brutta cosa e si confidano col D'Entracques,
-così buon amico, e serio, di Remigia. Ma
-il generale, appunto perchè molto amico di donna
-Remigia e collega dell'onorevole D'Orea, si tiene in
-un prudentissimo riserbo. Non sa che dire, non sa
-che consigliare; si stringe immalinconito nelle spalle.
-È profondamente addolorato anche per i molti
-commenti, per le chiacchiere... Non vorrebbe che arrivassero
-alle orecchie di donna Remigia... Chi sa che
-colpo per lei così schietta e leale... fino all'ingenuità!
-Ma quel... Luciano D'Orea, che roba è, propriamente?
-Toccherebbe a lui a provvedere, e con... energia!
-</p>
-
-<p>
-Si scagliano tutti contro don Luciano, più cinico
-forse che cretino. E si scagliano, adesso, anche contro
-quella Fanfan.
-</p>
-
-<p>
-— Una cagnetta francese non più giovine, imbellettata...
-</p>
-
-<p>
-— E col cimurro! — prorompe Guendalina, facendo
-inarcare le ciglia al Paparigopulos scandalizzato.
-</p>
-
-<p>
-Il gran consiglio della morale, sentito i vari pareri
-e dopo un'animata discussione, ha deciso. Parlarne
-<span class="pagenum" id="Page_476">[476]</span>
-con Remigia, no, a pieni voti. Sperare in don Luciano,
-inutile: anima venduta alla cassa forte del
-fratello. Non c'è che la Moncavallo! Non c'è che la
-madre!
-</p>
-
-<p>
-La Capodimare e la Della Gancia ne parlano al tè
-delle cinque e mezzo alla duchessa Cristina. S'intende,
-con ogni delicata cautela, pigliandola da parte,
-lasciando che indovini tutto ciò che non sarebbe
-conveniente per loro di dire e per lei d'intendere.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina ha la forza di rimanere calma,
-imperterrita. I suoi occhi severi, hanno un lampo
-di collera pensando a Maria, poi, pensando all'Idola,
-si riempiono di lacrime: — Aceto... e fiele! — mormora
-evocando la passione e i dolori dell'altra
-madre, quella del Signore, afflitta, come lei, ai
-piedi della croce. La croce sua è sempre stata Maria
-Grazia!
-</p>
-
-<p>
-Ritorna all'albergo, risoluta di por fine a «quello
-stato di cose», come ha promesso alle care amiche
-dell'Idola e anche, sebbene velatamente, a sua Eccellenza
-D'Entracques e al compitissimo cavalier
-Paparigopulos. Ma non è altrettanto ben decisa sulla
-via da prendere.
-</p>
-
-<p>
-E Giacomo? Questo è il gran punto interrogativo.
-</p>
-
-<p>
-Se Giacomo prendesse la cosa in cattiva parte?
-</p>
-
-<p>
-Tutto vero, tutto giusto, bisogna impedire lo scandalo...
-Ma non bisogna disgustare Giacomo, assolutamente!
-</p>
-
-<p>
-— Molini e Mortadella!... Sempre gli stessi scogli;
-sempre dover dipendere! — La povera madre sospira,
-pensa... trova, finalmente, una buona scusa per
-conciliare l'interesse con l'innata fierezza vicereale: — potrebbe
-vendicarsi con sua moglie, con l'Idola!...
-<span class="pagenum" id="Page_477">[477]</span>
-No! No! Prudenza... Ma per non correre il pericolo
-di urtare Giacomo, non bisogna urtare nemmeno
-Maria... — Alla duchessa viene una buona idea:
-</p>
-
-<p>
-— Quella vecchia! Quella contadina!... Bisogna
-tender l'amo a quella Gioconda. È una... buona cristiana;
-va tutti i giorni a messa... Non si tratta altro
-che di ritornare a Fiumicino subito con Maria, per
-la pace di Remigia, per il decoro della famiglia, e...
-forse anche, per il più sicuro e rapido miglioramento
-di Giacomo stesso. Il male... vien dal male! Questo
-si sa!
-</p>
-
-<p>
-Passeggia su e giù nel corridoio, aspettando che
-la vecchietta esca dalle sue stanze per entrare da
-Giacomo.
-</p>
-
-<p>
-— Eccola!...
-</p>
-
-<p>
-In fatti la zia Gioconda si presenta in fondo al corridoio
-sferruzzando.
-</p>
-
-<p>
-Le va incontro, le dà la mano, sorride. Sorride
-anche la piccola vecchietta, ma fissa l'imponente
-viceregina con una certa maraviglia interrogativa
-negli occhi. Il tremolio del capo si fa più forte.
-</p>
-
-<p>
-— Come sta Giacomo?... Sempre bene?... Cioè,
-sempre... regolarmente?
-</p>
-
-<p>
-La vecchia non risponde: continua a dondolare il
-capo.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina diventa ancora più grave e
-più regale.
-</p>
-
-<p>
-— Vorrei esprimerle un pensiero mio e un'inquietudine
-mia, signora D'Orea. Passiamo un momentino
-nel salotto?
-</p>
-
-<p>
-La zia Gioconda acconsente. La duchessa vorrebbe
-farla passare avanti, la vecchierella non vuole e le
-tien dietro badando ad evitare lo strascico.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_478">[478]</span>
-</p>
-
-<p>
-Appena si trovano sole, la duchessa fa sedere la
-signora D'Orea sul canapè, siede lei stessa sopra una
-poltrona vicina e va subito, direttamente, allo scopo,
-quasi con l'aria di fare un processo e ormai sicura
-d'incutere una grande soggezione alla vecchietta.
-</p>
-
-<p>
-— Ella sa, cara signora, che il male non è soltanto
-quello che si fa, ma anche quello che si lascia
-credere. Anche le apparenze del male sono un gran
-male, specialmente per chi è portato dalla propria
-condizione... elevatissima... a servire di esempio agli
-altri. Chi attira sopra di sè gli sguardi di tutto il
-mondo, ha il dovere di mostrarsi a questo mondo in
-uno stato... di cose... sempre irreprensibile.
-</p>
-
-<p>
-La signora D'Orea non risponde; conta le maglie
-del giubboncino.
-</p>
-
-<p>
-— Ella che è buona e devota cristiana, come me,
-ricorda certo le parole di nostro Signore a proposito
-di chi... dà... — Bisogna dirla la parola, perchè la
-vecchia non si scuote. — Di chi dà... scandalo. — Ancora
-silenzio. La signora D'Orea ricomincia in
-fretta, — <i>tic e tic e tic</i> — a lavorare di maglia.
-</p>
-
-<p>
-— Lei... conosce, o avrà sentito parlare della marchesa
-Della Gancia e della principessa Capodimare?
-</p>
-
-<p>
-— No. Mai.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa, vista la tranquillità della signora
-Gioconda, comincia lei a sconcertarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, deve sapere che sono le due amiche
-migliori di Remigia... e mie.
-</p>
-
-<p>
-Nemmeno una tale notizia produce impressione.
-</p>
-
-<p>
-— Parlo anche a nome di queste due signore, di
-queste due nostre amiche intime e care, quando io,
-come madre, onde evitare scene... certo più gravi e
-spiacevoli, prego lei, la supplico... — La duchessa si
-<span class="pagenum" id="Page_479">[479]</span>
-ferma un momento, leva il fazzoletto dalla borsettina
-di velluto scintillante di lustrini, e se le preme leggermente
-per via della cipria, sulle labbra e sugli
-occhi: — Oh, lo strazio di una povera madre! Del
-cuore di una povera madre!... Mi comprenda, signora
-D'Orea, lei che ha tanto... senno! Lei che è giustamente
-così stimata ed apprezzata! Mi comprenda
-e non mi obblighi a dire di più. La prego, la supplico.
-Io non voglio, non posso dirle altro che questo:
-ritorni a Fiumicino subito con Maria.
-</p>
-
-<p>
-Le mani della vecchia si fermano e anche il capo.
-Ella guarda la duchessa negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciando qui Giacomo... solo?
-</p>
-
-<p>
-— Come, <i>solo</i>? — ribatte la duchessa vivamente. — E
-sua moglie?... E tutti noi?
-</p>
-
-<p>
-La vecchia tira dal gomitolo, a due lente riprese,
-un lungo tratto di lana, riabbassa il capo e ricomincia
-a lavorare di maglia: <i>tic e tic e tic</i>.
-</p>
-
-<p>
-Allora la duchessa abbandona le perifrasi e le fa
-un lungo discorso. Le parla del mondo, dei grandi
-riguardi, dei grandi doveri, del nome sempre illibato
-dei Moncavallo, dell'invidia maligna dei piccoli verso
-i grandi, della calunnia della quale rimane sempre
-qualche cosa, delle nobili virtù dell'abnegazione,
-dell'eroismo dei grandi sacrifici, della moglie di
-Cesare, del candore dell'ermellino, dello specchio,
-che il più leggero fiato basta ad appannare, dell'ostinazione,
-dell'imprudenza, della... straordinaria
-leggerezza di Maria Grazia, della sua vita, tutta
-dedita al bene delle sue figliuole... e dell'aceto e del
-fiele di cui fu abbeverata.
-</p>
-
-<p>
-La vecchina, sempre crollando il capo, sempre <i>tic
-e tic e tic</i> sferruzzando con la sua maglia di lana,
-<span class="pagenum" id="Page_480">[480]</span>
-continua a lasciarla parlare, a lasciarla sfogare,
-senza mai proferire una parola. Finalmente, quando
-la duchessa tace, posa il lavoro e le mani sulle ginocchia,
-si rizza a sedere e la guarda fissa: il capo
-non trema più.
-</p>
-
-<p>
-— Sa lei... che sua figlia Maria è ammalata, forse
-anche più di Giacomo?
-</p>
-
-<p>
-La duchessa s'indispettisce: dà un'alzata di
-spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che! Esagerazioni!... Nervi! Un po' di mancanza
-di sangue. Del resto, se sta poco bene, ragione
-di più. Aria buona, al fresco, e curarsi subito!
-</p>
-
-<p>
-La zia Gioconda si alza.
-</p>
-
-<p>
-— A tranquillare i timori e a dissipare gli scrupoli
-suoi, di sua figlia Remigia e delle loro amiche,
-devono bastare i miei capelli... che se non sono ancora
-del tutto bianchi è perchè, ormai, non lo diventeranno
-più! — La vecchia ride. Nè l'imponenza
-vicereale della sua arcigna interlocutrice, nè
-il rimpinzato predicozzo in pro della morale, le
-mettono soggezione. — Ottant'anni, signora, ottant'anni
-proprio sonati!... Non le pare? Nel nostro caso
-presente sono una bella garanzia!
-</p>
-
-<p>
-— Ma... il mondo è così cattivo...
-</p>
-
-<p>
-— Il mondo è cattivissimo! Più di quello che si
-crede perchè... perchè anche ognuno di noi, certe
-volte, è molto più cattivo di quello che crede o non
-crede di esserlo!
-</p>
-
-<p>
-La duchessa si volta sorpresa sulla poltrona, con
-un piccolo balzo. — Sta a vedere che quella... contadina,
-reduce dai molini e dalla mortadella, vuol
-tirarle delle frecciate?
-</p>
-
-<p>
-La signora Gioconda continua sempre sorridendo,
-sempre pacatamente:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_481">[481]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vuole che le racconti un fatto curiosissimo?...
-Io sono arrivata alle vicinanze del secolo, senza aver
-visto l'amore, proprio in faccia. Corpo e anima, io
-sono ancora una ragazza da marito... completamente! — Un'altra
-risatina, poi la vecchierella diventa
-a mano a mano seria e grave. — Miracolo! Un miracolo
-della divina Provvidenza!... — Sì; vero miracolo
-e vera Provvidenza! Perchè di amore, cara signora
-duchessa, lei non lo sa, come non l'ho mai
-saputo nemmeno io... ma di amore, si può proprio
-morire! Mi creda; non sono fantasie, poesie! È un
-fatto vero; lo vedo, in questi giorni, con i miei occhi:
-si muore, d'amore!
-</p>
-
-<p>
-La voce della vecchia ha un tremito improvviso;
-la sua faccia rugosa diventa bianca, smorta, come
-di cera. La duchessa si alza; si alza subito anche la
-signora Gioconda avvoltolando il giubboncino di lana
-mezzo fatto e cacciandoselo sotto il braccio. Ella,
-ergendosi diritta, fissa la sua maestosa e minacciosa
-avversaria con fermezza e con sicurezza. Non
-sembra più nemmeno tanto piccolina!
-</p>
-
-<p>
-— Lei, signora duchessa, ha parlato degnamente
-del decoro, del casato, dell'illustre e illibato nome
-dei Moncavallo. Io le rispondo, semplicemente, che
-tutte le donne della nostra famiglia, sono state donne
-oneste. Delle sue due figlie, entrate in casa nostra,
-io non conosco, da poter giudicare con convinzione,
-altro che Maria. Ebbene, io sono contenta, anzi sono
-fiera che sua figlia Maria porti il nostro nome.
-Dica questo soltanto per conto mio, e deve bastare
-e basterà, per tranquillare i timori, per dissipare
-gli scrupoli dell'altra sua figlia Remigia... e di tutte
-le loro amiche!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_482">[482]</span>
-</p>
-
-<p>
-La vecchia scrollando il capo e ritornando, <i>tic e
-tic e tic</i>, a far la maglia, si avvia per uscire.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa è furente.
-</p>
-
-<p>
-— Ma lei?... Ma come?... Non andrà via così
-senza dir altro?...
-</p>
-
-<p>
-— Nient'altro. No! — Anche la vecchietta alza un
-po' la voce. — Che vuole?... Che le direi... se noi
-due non ci capiremo mai? Siamo fatte di una pasta
-troppo diversa! Non potremo mai... stare insieme!...
-Parole e parole, tante parole, e poi? — Sarebbe da
-mia parte fiato sprecato, e dalla sua, pazienza sprecata!
-Siamo agli antipodi... e ci dobbiamo restare.
-Lei, signora, ed è naturale, vede tutte le cose dall'alto...
-Io, venuta su da piccola gente, è altrettanto
-naturale che le veda, invece, terra terra... proprio
-come sono. Lei comprende, della vita, la nobiltà, la
-grandiosità e la sublimità... Io comprendo e intendo,
-perchè, così giù come sono, lo vedo e lo tocco
-con mano... il dolore. No! No! No! Lei è lei, io...
-sono io! Tutt'altra cosa! Persino la religione! Siamo
-tutte e due cristiane e cattoliche, eppure, vediamo
-un Dio assai differente: il suo fulmina; il mio perdona,
-e, di conseguenza, anche la nostra morale è
-diversa. Io vado a messa tutti i giorni, eppure non
-credo di far peccato, lasciando a quei due poveri esseri,
-che muoiono per aversi voluto bene, e che si
-sono incontrati in questa affezione colpevole perchè
-forse le altre lecite e alle quali avevano diritto, sono
-loro mancate, il conforto di vedersi in questi
-ultimi momenti. Intende, non è vero, lei, madre, le
-mie parole? — In questi ultimi momenti!
-</p>
-
-<p>
-La duchessa, non commossa, perchè non si è mai
-lasciata commuovere da nessuna esagerazione, ma
-<span class="pagenum" id="Page_483">[483]</span>
-colpita, offesa dall'audacia di quella... signora D'Orea,
-vuol rispondere e terribilmente, ma non trova
-le parole. Fa per mettersi tra l'uscio e la vecchietta;
-questa torna a sorridere pacatamente:
-</p>
-
-<p>
-— Vado di là. Mi lasci andare, signora duchessa,
-a far la sentinella a que' due poveretti. E, dove ci
-sono io, non abbiano paura di niente, nè per lo
-scandalo, nè per la morale, nè lei, nè l'altra sua figlia
-Remigia e nemmeno le loro amiche più care!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_484">[484]</span></p>
-
-<h3>XVII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Don Luciano è stato subito informato da Cincino
-D'Ermoli dell'arrivo a Roma della vecchia D'Orea,
-con quella perla... nera e funebre di sua moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ah! La zia bigotta che regge il lume!
-</p>
-
-<p>
-Prima un ghignetto, poi si stringe nelle spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Non è il caso di essere geloso. — Che! Paolo
-è accidentato e Francesca non è più che un'ombra
-con gli occhi!
-</p>
-
-<p>
-Per certe viste, non dispiace anzi a don Luciano,
-l'arrivo di sua moglie, presso suo fratello il ministro.
-Tutt'altro! Socialista in politica, nelle finalità lontane,
-sta benone! Ma al presente, in pratica, fra gli
-impresari, gli agenti e... il resto, bisogna essere soprattutto
-il fratello... di suo fratello! Don Luciano
-D'Orea è passato, per ciò, naturalmente, dal partito
-che dichiara «il povero D'Orea già spedito» a quello
-che annunzia «l'alacre e illustre uomo in piena convalescenza».
-</p>
-
-<p>
-E... non più disprezzo per quel taccagno, senza
-talento! Esprimere, invece, ammirazione e affezione.
-Ciò è in urto col suo carattere franco, leale, e indipendente...
-dalla gratitudine e anche dal galateo;
-ma... ma come si fa? Bisogna rassegnarsi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_485">[485]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Vuolsi così colà, dove si puote». Così vuole,
-Fanfan!
-</p>
-
-<p>
-In seguito allo strepitoso successo della <i>Manon</i>,
-si sta preparando al Costanzi un altro grande avvenimento
-artistico: la <i>Fedora</i>, protagonista la signorina
-Trécoeur. E anche Fanfan, per via delle
-vie, fa la ministressa a sua volta, accettando suppliche,
-promettendo favori e lasciando sperare al
-direttore d'orchestra <i>un joli ruban rouge et blanc</i>.
-</p>
-
-<p>
-Poi... la <i>Scala</i>. Vincere la maledetta camorra, alta
-e bassa, della <i>Scala</i>!... Quel pubblico perfido e infame!...
-Bisogna assolutamente che <i>monsieur D'Oreà</i>
-resti al potere e che don Luciano si mantenga,
-con lui, in ottimi rapporti, finchè lei non ha trionfato
-completamente anche alla <i>Scala!</i>
-</p>
-
-<p>
-Fanfan Trécoeur, a tutti gli amici e agli ammiratori
-che la visitano in casa e in camerino, dà sempre,
-con l'imperturbabile sicurezza di un qualunque
-signor Zaccarella, ottime notizie e particolari informazioni
-sulla salute di <i>monsieur D'Oreà</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, sua moglie, la Remigia, è contentissima!
-<i>Aux Anges!</i> Aveva tanta paura di dover rinunziare
-alle feste di Napoli, della Spezia e di Venezia! Si
-troverà a Roma, per altro, certamente, per la grande
-<i>première</i> della <i>Fedora!</i>... Ieri, sono arrivati gli altri
-parenti di Fiumicino per vedere <i>monsieur D'Oreà</i>
-ristabilito e rallegrarsi con lui! La vecchia zia ricchissima,
-e la cognata molto bella, Maria Grazia...
-</p>
-
-<p>
-Fanfan chiama sempre Luciano, don Luciano, per
-tenerlo a debita distanza, ma usa di chiamare assai
-confidenzialmente, col solo nome di battesimo, tutte
-le signore <i>D'Oreà</i> — non sa ancora pronunziare
-D'Orea — e Moncavallo. Ella si dà l'aria d'essere
-<span class="pagenum" id="Page_486">[486]</span>
-della famiglia e assicura i suoi amici che sta facendo
-la predica a don Luciano, per fargli mettere giudizio;
-per indurlo ad essere più amabile e più... buon
-marito.
-</p>
-
-<p>
-— Voglio restituirlo a sua moglie assai migliorato!
-</p>
-
-<p>
-Ella dichiara, per conseguenza, che i loro rapporti
-sono ristretti, oramai, ad una pura ideale amicizia.
-Quando si tratta della voce, non si scherza!
-</p>
-
-<p>
-Del resto, lui, don Luciano, innamoratissimo oggi
-come ieri, sempre furiosamente. Ma lei? Fanfan?...
-<i>Giammai!</i> Con don Luciano <i>D'Oreà</i>, non ci ha mai
-messo del suo.
-</p>
-
-<p>
-Ci tiene questo a ripeterlo a tutti, a dichiararlo a
-tutti, amici, giornalisti, compagni d'arte: al maestro,
-all'impresario e ai porta-ceste.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, no, cari miei! Anche in passato, nei pochi
-momenti, e molto insulsi, in cui era costretta... — sempre
-<i>vite! vite!</i> — ad immolarmi... Del mio?...
-<i>Giammai! Glacé à la napolitaine!</i> Io sono sempre
-stata troppo fiera! Il mio carattere si ribella! Impossibile!
-Non ho mai potuto amare l'uomo al quale
-devo delle obbligazioni! I cani soltanto, possono
-amare il padrone! Io, grazie a Dio, sono un'artista!
-Il mio amore è libero e disinteressato!... Tutto per
-niente!
-</p>
-
-<p>
-Anche don Luciano stesso è ben convinto, che...
-con la voce non si scherza! Anzi, è lui che ha più
-paura e maggiori riguardi. Guai, se la <i>Fedora</i> non
-fosse stata un altro grande successo!
-</p>
-
-<p>
-Pagava cari gli applausi, ma sapeva, per prova,
-che avrebbe dovuto pagare assai più cari i fischi!
-</p>
-
-<p>
-— Con la voce di Fanfan... Ma anche con Fanfan
-non si scherza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_487">[487]</span>
-</p>
-
-<p>
-In que' giorni don Luciano ha un gran da fare a
-preparare il successo. Lavorare il pubblico, lavorare
-la stampa. Inviti a colazione, a pranzo, gite in automobile,
-mettere a profitto amicizie, aderenze, influenze;
-essere più che mai il fratello... di suo fratello
-il ministro dei Lavori Pubblici.
-</p>
-
-<p>
-Che vitaccia, povero don Luciano! Spendere, indebitarsi,
-finire di rovinarsi... pazienza; umiliarsi,
-pazienza... Ma non bastava più telegrafare; bisognava
-scrivere lettere...
-</p>
-
-<p>
-Sicuro! Don Luciano, per il successo di <i>Fedora</i>,
-si rassegnava a scrivere alle agenzie, ai direttori dei
-giornali artistici, ai direttori dei teatri... E con tutto
-ciò, a sentire Fanfan, in que' giorni pure assai nervosa,
-sempre per via della <i>Fedora</i>, lui non faceva
-mai niente di bene, non sapeva muoversi, non sapeva
-montare la macchina. Era debole, era fiacco,
-era avaro; per farlo correre, lo colpiva con la solita
-sferzata:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, mister Kennet! Quello sì, è un uomo!
-</p>
-
-<p>
-C'era uno scenario un po' misero? — Mister Kennet,
-non avrebbe mai permesso un orrore simile! — Il
-vestiarista, era in ritardo? — Oh, con mister Kennet,
-a quest'ora, sarebbe tutto pronto! Con voi, caro
-mio, si arriva sempre tardi perchè — altro che automobile! — l'omnibus!
-I mezzi di trasporto più economici!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano sapeva che a Roma si faceva già il
-nome del miliardario americano come suo associato
-nelle spese, ed era questo il suo spasimo, la sua ossessione.
-Gli veniva oscurata tutta la gloria... di
-rovinarsi solo per la Trécoeur!
-</p>
-
-<p>
-— E mia moglie?... — pensa in que' momenti di
-<span class="pagenum" id="Page_488">[488]</span>
-angoscia, di rabbia, di gelosia. — Non è tempo che
-la mia signora moglie ritorni a Fiumicino?
-</p>
-
-<p>
-Ma sopraggiunge una notizia che fa quasi svenire
-Fanfan dalla gioia e che raddoppia le pene di Luciano,
-non lasciandogli più tempo di pensare ad
-altro.
-</p>
-
-<p>
-— Il maestro Coccardè, ha risposto — <i>Oui: j'irai
-te voir!</i> — Ha accettato di venire a Roma da Parigi
-per assistere alle ultime prove e alla prima rappresentazione
-della <i>Fedora</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Subito! Subito! <i>Al Grand Hôtel!</i> Il miglior appartamento!
-E il suo <i>Champagne!</i> Non soltanto,
-la marca, anche l'annata!
-</p>
-
-<p>
-Non beve altro: se non c'è il suo <i>champagne</i> con
-la marca preferita e l'annata migliore, il maestro
-Coccardè, a Roma, arrischia di morir di sete!
-</p>
-
-<p>
-Don Luciano, quando arriva il maestro, deve andarlo
-a prendere alla stazione per condurlo direttamente
-a teatro, dove Fanfan ha la prova. Niente
-automobile. Il maestro Coccardè li abborre: fetore
-e sudiciume. Bisogna andare in landò, e in landò
-chiuso in un giorno in cui si scoppia dal caldo. Il
-maestro Coccardè ha sempre freddo, è assai delicato
-di gola e porta con sè una certa tossettina seccherella
-che deve aver preso dalla <i>Violetta</i> della <i>Traviata</i>
-e che cura, come tutto il resto, a <i>Champagne</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il maestro arriva col vagone pieno di scialli, di
-sporte, di bottiglie, di scatole, di valige e di valigette.
-Non bastano due facchini: anche don Luciano deve
-caricarsi di una cesta piena di commestibili e di una
-pelliccia. Il maestro Coccardè ha il cappello a cilindro,
-un foulard rosso al collo e il paltò. Saluta appena,
-con mal garbo, il signor D'Orea che abborre
-<span class="pagenum" id="Page_489">[489]</span>
-quanto i suoi automobili, perchè non è abbastanza
-signore, perchè è uno spilorcio, perchè non ha orecchio
-e forse, perchè anche nell'animo del maestro
-c'è lo stesso sentimento, come in quello di Fanfan,
-di fierezza indipendente.
-</p>
-
-<p>
-In carrozza, nel tragitto dalla stazione al teatro
-Costanzi, poche parole e non un ringraziamento.
-Ma sul palco-scenico l'incontro del maestro con Fanfan
-è commovente: l'abbraccia, la bacia, si scosta,
-l'ammira: — <i>Tenez, la voilà!</i> — Torna a baciarla e
-ad abbracciarla. Poi le partecipa la grande notizia.
-</p>
-
-<p>
-— Sai, Fanfan?... Sarà qui, indubbiamente, verrà
-per la prima della <i>Fedora</i>, per il tuo nuovo, strepitoso
-trionfo... Indovina?
-</p>
-
-<p>
-— Chi?... — Fanfan ha già capito ed anche Luciano,
-che diventa verde.
-</p>
-
-<p>
-Il maestro Coccardè, si leva la tuba e si toglie dal
-collo il fazzoletto di foulard per dare la lieta notizia
-con più enfasi e con tutte le sue poche, ma belle
-note superstiti:
-</p>
-
-<p>
-— Il mio amico, il tuo amico, il nostro carissimo
-mister Kennet! Ha già fissato l'appartamento all'<i>Hôtel
-Bristol!</i>
-</p>
-
-<p>
-A Luciano si annebbia la vista. È furibondo, si
-sfoga contro lo scenografo e con i coristi, una massa
-di cani! Poi tace, si rode, s'imbroncia, seduto in un
-angolo del palcoscenico, finchè Fanfan lo manda via
-perchè con quel muso dinanzi, è impossibile!... Non
-può provare!
-</p>
-
-<p>
-— Tutte così, le donne!... Tutte così!... Ma soltanto
-con me! È il mio destino infame!
-</p>
-
-<p>
-Continua a bestemmiare e a brontolare per un
-pezzo. Poi gli viene un'idea: salta in una carrozzella
-e si fa condurre all'<i>Hôtel de Rome</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_490">[490]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo a sentire da quella mia cara signora
-moglie quando fa conto di ritornare a Fiumicino!
-</p>
-
-<p>
-La <i>botte</i>, con un alto ronzino giallo, sfiancato,
-scende mezzo al galoppo e mezzo al trotto da via
-Nazionale.
-</p>
-
-<p>
-Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante,
-prostrata sotto il solleone, che dardeggia
-fiamme infocate sui graniti delle vie e sui marmi
-dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi
-deserta, il Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso
-da un'improvvisa furia di frustate, ripiglia il
-galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano, mezzo
-sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo
-di Roma. Fa a piedi l'ultimo tratto, ed
-entra:
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è?... Ch'è successo?
-</p>
-
-<p>
-Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione
-insolita a quell'ora, in cui non ci sono nè
-arrivi, nè partenze... Un via vai di gente affrettata,
-inquieta...
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è?... Ch'è successo?
-</p>
-
-<p>
-Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente
-dallo scalone, tutto rosso, trafelato,
-turbato. Ha lo <i>stiffelius</i> e il panciotto sbottonati, e ha
-in una mano alcuni foglietti; ricette, evidentemente.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?...
-</p>
-
-<p>
-L'altro non lo riconosce nella confusione del momento
-e non gli risponde. Chiama i due fattorini
-dell'ascensore, e consegna all'uno e all'altro i vari
-foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo il
-nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole
-etere... ossigeno...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_491">[491]</span>
-</p>
-
-<p>
-Luciano non ha più dubbio. Suo fratello ha avuto
-un altro colpo. Corre per andar di sopra, dà una
-spinta, butta in là un cameriere che incontra, ma
-quando sta infilando lo scalone, sente parlare concitatamente
-nel camerino imbottito del telefono. Si
-ferma, ascolta... Riconosce la voce. Apre l'uscio di
-colpo, chiamando, gridando forte:
-</p>
-
-<p>
-— Signor Zaccarella!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella si volta: è pallido, sfigurato.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è? Ch'è successo?... Giacomo... è di nuovo
-aggravato?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Zaccarella rimane muto un istante... Lo
-guarda fisso, volge intorno un'occhiata circospetta,
-poi gli si avvicina, tenendo sempre nella mano il
-comunicatore e gli sussurra piano all'orecchio:
-</p>
-
-<p>
-— È spirato or ora. Ma silenzio, con tutti. Prima
-di dare la notizia bisogna aspettare le istruzioni di
-Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_492">[492]</span></p>
-
-<h3>XVIII.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La salma dell'onorevole D'Orea, di Sua Eccellenza
-il ministro dei Lavori Pubblici, è stata esposta in una
-sala del primo piano, trasformata in cappella ardente.
-</p>
-
-<p>
-L'addobbo, in drappo nero e fregi d'argento, è
-sfarzoso, pesante: in fondo, contro la parete di fronte
-all'ingresso, il letto piccolo e molto semplice, nel
-quale Giacomo aveva sempre dormito ed è morto.
-A' piè del letto, in due enormi candelabri d'argento
-massiccio, ardono quadruplici ceri istoriati e dietro
-il letto, sul fondo nero della parete a gramaglia, si
-apre come un'aureola verde, un grande trofeo di
-fronde di palme e d'altre piante. Il cadavere giace
-disteso rigido sulla coltre bianca, la testa alquanto
-eretta, sopra due guanciali.
-</p>
-
-<p>
-Veste l'uniforme rabescata di ministro, il petto costellato
-di decorazioni, attraversato dalla fascia verde
-di grande uffiziale; al collo, le varie commende.
-<span class="pagenum" id="Page_493">[493]</span>
-Tutte queste insegne appartengono al generale D'Entracques
-che le ha offerte per la circostanza. Giacomo,
-non ne ha mai posseduta una. Nelle mani in
-croce sul petto, un umile e vecchio rosario che mette
-la sua parola di dolore sincero e di benedizione,
-nella pompa volgare e profana del lutto ufficiale.
-Pure sulle coltri, una semplice rosa: nessun altro
-fiore nella camera.
-</p>
-
-<p>
-Di Giacomo D'Orea morto, nessuno avrebbe potuto
-dire la solita frase banale: sembra che dorma! — No,
-Giacomo D'Orea è morto e apparisce morto
-nella pietrificazione repentina del corpo, nel disfacimento
-squallido del volto, in qualche cosa di torbido
-e d'inquieto, che i dolori e le intime lotte hanno
-impresso su quel volto scarnito.
-</p>
-
-<p>
-Nell'antisala, divisa da una sola parete da quella
-camera dove tutto è silenzio, pace, riposo, ferve un
-brulichio sommesso, ma incessante, concitato, una
-repressa intensità di vita... determinata dalla morte.
-È l'ufficio del lutto nazionale, espresso nei giornali
-di tutte le città e di tutte le regioni, nei telegrammi,
-che dopo quello di Sua Maestà il Re, continuano ad
-affluire a fasci, ed anche delle visite per le quali
-donna Remigia D'Orea, inconsolabile, ma ammirabile
-per fortezza d'animo, ha tacitamente iniziato,
-guidata dai consigli del D'Entracques, un cerimoniale
-proprio, abilissimo. Assai elegante, ella sembra
-più grande e fatta più donna dall'abbigliamento
-semplice di pizzo nero. È circondata dalla madre,
-la duchessa Cristina e dal principe di Sant'Enodio,
-creati e messi al mondo apposta, per una così solenne
-cerimonia. Mimì Carfo, spettinata, mal vestita
-di nero, col viso smorto, disfatto dalla stanchezza
-<span class="pagenum" id="Page_494">[494]</span>
-e dalle lacrime, eseguisce come un automa tutti
-gli ordini che riceve sottovoce, da Remigia e dal
-D'Entracques.
-</p>
-
-<p>
-Donna Remigia, oltre ad essere «ammirabile per
-fortezza d'animo» è ammirabile pure «per la sua
-forza di resistenza». Ella, attenta, vigila su tutto,
-risponde a tutti. Non ha più alcun bisogno nè di
-cibo, nè di sonno. Rimane al suo posto sicura, facendo
-sempre prevalere la sua volontà, — che è poi
-quella del D'Entracques, — in ogni cura, in ogni
-particolare, in ogni rapporto determinato dalla disgrazia.
-</p>
-
-<p>
-Sulla soglia d'accesso, il signor Zaccarella ritira i
-telegrammi da un usciere del Ministero: un impiegato
-di gabinetto li apre, li porge a donna Remigia
-che li scorre rapidamente e ne trattiene uno o due
-su dieci, i più importanti, che fa leggere anche al
-D'Entracques. Tutti gli altri, i telegrammi consueti
-dei sindaci, delle deputazioni provinciali, dei Circoli,
-delle Associazioni vengono distribuiti a due altri impiegati
-che, seduti ad un gran tavolo sotto la finestra,
-lavorano febbrilmente a farne lo spoglio per i
-comunicati al Ministero e alla <i>Stefani</i>.
-</p>
-
-<p>
-La duchessa è in ammirazione dell'Idola, ma è
-anche inquieta:
-</p>
-
-<p>
-— Tanta forza d'animo, tanta forza di resistenza,
-un coraggio tanto ammirabile, non finiranno poi
-per abbattere la sua fibra così gracile e delicata?
-</p>
-
-<p>
-La duchessa Cristina comunica i suoi dubbi, le sue
-pene al generale D'Entracques che cerca di tranquillarla,
-pur non essendo egli stesso del tutto tranquillo,
-tanto che sovente ripete a Remigia, sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_495">[495]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non abusi... di lei stessa...
-</p>
-
-<p>
-Ella lo guarda, si passa il fazzoletto su gli occhi
-e sospira:
-</p>
-
-<p>
-— Povero Giacomo!
-</p>
-
-<p>
-Poi si volta al signor Zaccarella che le mostra il
-brano di un giornale in cui è meglio rilevato «lo
-spettacolo ammirabile, di fermezza, di coraggio, di
-abnegazione, offerto dalla giovine vedova del ministro,
-nel lutto improvviso, nel grande dolore che
-l'ha così fieramente colpita».
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il treno corre via rapidissimo per la campagna romana
-grave d'afa e d'immobilità, chiara e triste
-nell'albore diffuso della luna che declina. Tutti i
-vetri sono calati, eppure non un lieve respiro di
-brezza tempera la notte arsa. E va il treno attraverso
-il paesaggio pallido, smorto, tra il sonno malinconico
-delle alberelle disperse, e la gran veglia
-spettrale degli acquedotti romani... Da lontano, a
-intervalli, lustrano, come lamine d'acciaio fuso,
-sprazzi di mare.
-</p>
-
-<p>
-Le due signore, la zia Gioconda e Maria, sole nello
-scompartimento, sedute l'una in faccia all'altra, pare
-che evitino studiosamente d'incontrarsi con gli occhi.
-Ma la vecchia, talora, come riscotendosi da
-un'assenza del pensiero, si sorprende con lo sguardo
-sulla giovine. Allora un sorriso scialbo le si abbozza
-sul volto, poi ancora si volge a contemplare la campagna
-che fugge, che fugge in tristezza infinita. Un
-fischio lungo spezza l'aria; la vecchia curva e macera
-ne rabbrividisce. Ella guarda Maria... tutto il
-pallore della luna sembra morirle sul viso sbianco
-attraversato da una riga di capelli, lunga e nera,
-<span class="pagenum" id="Page_496">[496]</span>
-come una ferita. La vede sussultare nelle spalle così
-pietosa, così vinta; stende le mani secche e tremanti,
-stringe, stringe forte la mano di lei e le sussurra:
-</p>
-
-<p>
-— Come ti senti?
-</p>
-
-<p>
-Maria non la guarda; ha gli occhi fissi nel vuoto.
-Risponde con la voce che si spegne:
-</p>
-
-<p>
-— Male...
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-<span class="smcap">Fine</span>.
-</p>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="opere">
-<p class="title">
-Opere di Gerolamo Rovetta
-</p>
-
-<p class="center large">
-Romanzi e Racconti:
-</p>
-
-<ul>
-<li><b>Mater Dolorosa</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Il tenente del Lancieri</b>, romanzo.</li>
-<li><b>L'Idolo</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Baby</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Ninnoli</b>, racconti.</li>
-<li><b>Il processo Montegù</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Le lacrime del prossimo</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Sott'acqua</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Il primo amante</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Tiranni minimi</b>, racconti.</li>
-<li><b>La Baraonda</b>, romanzo.</li>
-<li><b>La Signorina</b>, romanzo.</li>
-<li><b>Novelle.</b></li>
-<li><b>Casta Diva</b>, novelle.</li>
-<li><b>La moglie di Sua Eccellenza</b>, romanzo.</li>
-</ul>
-
-<p class="pad2 center large">
-Teatro:
-</p>
-
-<ul>
-<li><b>Un volo dal nido</b>, commedia in tre atti.</li>
-<li><b>La moglie di Don Giovanni</b>, dramma in quattro atti.</li>
-<li><b>In sogno</b>, commedia in quattro atti.</li>
-<li><b>Gli uomini pratici</b>, commedia in tre atti.</li>
-<li><b>Scellerata!....</b> commedia in un atto.</li>
-<li><b>Collera cieca!</b>, commedia in due atti</li>
-<li><b>La contessa Maria</b>, dramma in quattro atti.</li>
-<li><b>La trilogia di Dorina</b>, commedia in tre atti.</li>
-<li><b>I Barbarò</b>, commedia in un prologo e quattro atti.</li>
-<li><b>Marco Spada</b>, commedia in quattro atti.</li>
-<li><b>La cameriera nova</b>, comm. in due atti, in dialetto veneziano.</li>
-<li><b>Alla Città di Roma</b>, commedia in due atti.</li>
-<li><b>La Realtà</b>, dramma in tre atti.</li>
-<li><b>Madame Fanny</b>, commedia in tre atti.</li>
-<li><b>Principio di Secolo</b>, dramma in quattro atti.</li>
-<li><b>I disonesti</b>, dramma in tre atti.</li>
-<li><b>Il ramo di ulivo</b>, commedia in tre atti.</li>
-<li><b>Il Poeta</b>, commedia in tre atti.</li>
-<li><b>Le due coscienze</b>, commedia in tre atti.</li>
-<li><b>La moglie giovane</b>, commedia in quattro atti.</li>
-<li><b>A rovescio!</b>, commedia in un atto.</li>
-<li><b>Romanticismo</b>, dramma in quattro atti.</li>
-<li><b>La Baraonda</b>, dramma in cinque atti.</li>
-</ul>
-
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA ***
-
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
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-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
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-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
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-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
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