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-Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: La moglie di Sua Eccellenza
-
-Author: Gerolamo Rovetta
-
-Release Date: December 24, 2016 [EBook #53801]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA ***
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-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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- GEROLAMO ROVETTA
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- La moglie
- di
- Sua Eccellenza
-
- ROMANZO
-
- Edizione XIII.
-
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- MILANO
- CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.
- _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_
- 1910
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- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- Tutti i diritti di traduzione e di riproduzione riservati all'autore
-
- Poligrafia Italiana (Soc. An.), Milano, Via Stella, 9.
-
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-
-PARTE PRIMA.
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-
-I.
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-
-Piove. Il biondo e rubicondo signor Trüb, seniore, il socio gerente
-della _Tête-pointue_ a Villars-Ollon, attraversa frettoloso, con
-i soliti inchini, sgambetti e saltetti, l'atrio oscuro e basso
-dell'albergo, in quell'ora mattutina già brulicante di forestieri; si
-ferma sul portone, alza gli occhi verso il cielo bigio... poi si avanza
-fin a mezzo all'alta terrazza, stendendo le mani aperte: piove.
-
-— Tempo ladro!
-
-Il signor Trüb si tira giù con due dita e si ferma sul naso
-gli occhiali d'oro, che porta in mezzo alla fronte, e continua,
-borbottando, le osservazioni meteorologiche.
-
-— Acqua!... Presto!... A catinelle!
-
-Infatti le tre punte della _Dent du Midi_ sono coperte da un'enorme
-cappa di piombo e il dorso della grande montagna nera e rocciosa è
-sparso, qua e là, di bianchi nuvoloni che si rincorrono spinti dal
-vento, si allungano, si assottigliano, sembrano quasi dileguarsi; ma
-poi ritornano e si riallacciano accavallandosi, più densi e più gonfi.
-
-— Tempo ladro! Ti domandavo un po' di sole, soltanto per oggi e per
-domani!
-
-Il largo piano della valle sottostante, attraversato dalla striscia
-torbida del Rodano, i bianchi villaggi delle due rive, i _Châlets_
-disseminati sul pendio dei monti raggruppati lungo la curva delle
-colline, tutto, insomma, il vasto paesaggio così verde, così vario e
-così colorito, sparisce a mano a mano sotto la nebbia fumicosa che si
-avanza e si diffonde, mentre le prime gocce cominciano a crepitare qua
-e là sulla terrazza.
-
-— Non ti domando, Giove cane, altro che un po' di sole oggi e domani!
-Per rimpolpettarmi le ossa! Una grande famiglia di prim'ordine! Otto
-signori e dieci persone di servizio!
-
-L'albergatore volge gli occhi dalla parte di Ginevra: buio; ancora più
-buio!
-
-— Ahi! Ahi!... Quando la burrasca viene dal lago, ce n'è per una
-settimana!
-
-Ad un tratto, per quanto il cielo continui a rabbuiarsi, la faccia del
-signor Trüb si rischiara.
-
-È uscito sulla terrazza un cliente del primo piano, — camera d'angolo
-con salotto; — il barone Marco Danova.
-
-— Signor barone, buon giorno! I miei rispetti, signor barone!
-
-Ma il signor barone, un ex veneziano che in Alessandria d'Egitto a
-furia di rubare milioni ha perduto persino la pronunzia, non risponde
-ai profondi salamelecchi. È furente: il naso adunco sembra un becco
-minaccioso; il viso tondo, circondato dalla corta barbetta nera —
-troppo nera! — non è più giallo, ma verde.
-
-— Al diavolo voi, e i vostri prognostici! Piove!... Non vedete? Piove!
-— Il terribile barone aggrotta le ciglia fissando il povero albergatore
-e incrocia le braccia sul petto. Rispondete, uomo barometro. Piove, sì
-o no?
-
-— Quattro goccet...tine! — Il signor Trüb sorride amabile e rimane
-curvo a mezzo inchino. — Quattro goccettine, ma non fa niente!
-
-— Come «non fa niente?»
-
-— Voglio dire, signor barone, una piccola burraschet...tina di
-passaggio! Domani...
-
-L'egizio _venezian_ diventa ancora più verde.
-
-— Domani? È una settimana che dite sempre domani, e diventa persino una
-indecenza! Diciotto ore di ferrovia da Milano, cinque ore di carrozza e
-salire mille trecento metri... per annegare!
-
-Il rubicondo Trüb, all'uscita tanto arguta del briosissimo signor
-barone, dà in una risata formidabile, rialzandosi gli occhiali sulla
-fronte.
-
-— C'è poco da ridere! C'è da fare le valige e scappare, magari in barca!
-
-L'albergatore si caccia le mani, disperato, nei capelli folti e crespi.
-
-— Partire? Adesso? Quando comincia il bel tempo?
-
-— Comincia? — La voce del signor barone sembra un ruggito e un
-grugnito. — Comincia?
-
-— È... è la coda! È la fine! Tutte le previsioni sono più che
-favorevolissime! Il barometro si alza! La corda del _lift_ è molle,
-molle, molle...
-
-— Finitela! Non avete mai detto una volta che la corda è dura, e piove
-sempre!
-
-— Si persuada, signor barone! E poi... Senta, signor barone: le voglio
-dire una cosa sola. Se non la smette questo Giove cane, sarebbe un
-assassinio! No! No! Impossibile! Io sono sempre stato fortunato e porto
-fortuna ai miei forestieri! Anche l'anno scorso...
-
-— Avanti, avanti! Che cosa devo sentire?
-
-— Ho ricevuto stamattina un telegramma... Devo averlo qui! —
-L'albergatore lo cerca, ma non lo trova. — Si tratta di una grande
-famiglia italiana! Un mazzetto, proprio _chic_, di signore giovani,
-bellissime.
-
-Il naso-becco del barone Danova ha una vampa e un tremolìo. Di signore
-giovani e belle egli aveva già notata e deplorata la mancanza alla
-_Tête-pointue_. L'altro, continua imperturbabile:
-
-— Prenderebbero tutto il grande appartamento della balconata, al
-primo piano, con due balconi, e un altro appartamento al secondo. Otto
-signori e dieci servitori che mi riempirebbero appunto anche il terzo
-e quarto piano! — Sette od ottocento franchi al giorno! Capirà, signor
-barone, se piove oggi o domani, quando la comitiva è a Bex, invece di
-scendere dal treno, tira diritto! Garantisco, garantisco io: per domani
-una splendida giornata!... Vede? Vede? Si volti! Guardi le punte dei
-_Diablerets:_ cominciano a scoprirsi!
-
-— Non bisogna guardare la _Dent du Midi?_
-
-— La sera; ma la mattina il grande oroscopo, infallibile... sono i
-_Diablerets_.
-
-Marco Danova rimane scosso da tanta sicurezza.
-
-— Allora, finalmente, potrò fare questa famosa gita al _Chamossaire?_
-
-— Sicuro! — Il signor Trüb si offende quasi al minimo dubbio. —
-Lei, signor barone, vada tranquillo a fare la sua brava colazione e
-per domani penso io: sveglia alle sei, — basta alle sei, — e alle
-sei e mezzo, tutto pronto: cavalcatura, guida e un bel sole... di
-prim'ordine!
-
-La promessa d'un bel sereno per il giorno dopo è sempre, anche quando
-ci si è abituati, uno dei pochi godimenti che offra la montagna
-quando piove. Marco Danova, rabbonito, apre l'ombrello e, dopo aver
-raccomandato al signor Trüb che il mulo sia tranquillo e la guida
-sicura, se ne va con passo quasi automatico, alzando una dopo l'altra
-le gambette ad arco e dondolandosi, tutto pancetta.
-
-La nebbia, continua a salire a salire, a correre, ad addensarsi
-più rapidamente. Ad un tratto, un raggio di sole pallido, obliquo,
-attraversa e rompe il fitto tendone: appare in una tinta giallastra
-la curva di una collina... poi la punta di una roccia e subito un
-rovescione, con una raffica di vento così impetuosa che porta il signor
-Trüb, come di volo, dentro l'albergo.
-
-Grida, strilli e le più furiose e varie invettive internazionali
-echeggiano sotto l'atrio. Le signore hanno paura del temporale: si
-chiudono le finestre, si accende la luce elettrica. Il signor Trüb,
-mogio, mogio, sgambetti, saltetti e via di corsa per rifugiarsi
-nel _bureau!_ Ma lì, proprio sull'uscio, mentre si asciuga con il
-fazzoletto le mani e l'abito, ecco quella strega verde e brontolona di
-missis Eyre:
-
-— Bella _ciornata_, signor Trüb!
-
-Missis Eyre, — terzo piano, camera di dietro, senza balcone, — riceve
-un inchino, niente più del necessario.
-
-— Scusi; sono in ritardo; ho la corrispondenza ancora da guardare...
-
-Il signor Trüb, si avvicina alla scrivania, e comincia ad aprire, a
-sfogliare le lettere che vi sono ammucchiate.
-
-Missis Eyre, tien duro.
-
-— E così?... I D'Orea e i Moncavallo, verranno da Aigle o da Bex?
-
-— Vedremo. Secondo... il tempo.
-
-— Vedere?... Piove che Dio la manda! Che cosa volete vedere? Il Diluvio
-universale?
-
-— Che diluvio? Domani, sole! Garantito!
-
-— _Cià_. A Villars sempre così. Piove oggi, e fa bel tempo... domani!
-
-Brontola, brontola, ma a missis Eyre, poco importa della pioggia o del
-bel tempo. Ella, invece, vuol sapere se i D'Orea e i Moncavallo faranno
-la salita da Aigle, in carrozza, e con quanti landò, oppure da Bex
-in ferrovia elettrica, con un treno espresso, o con l'ordinario. Vuol
-sapere il numero delle persone di servizio, il numero dei bauli, e se i
-D'Orea e i Moncavallo pranzeranno _à table d'hôte_ o al _restaurant_,
-a pensione o alla carta. Vuol sapere, se a quella grande «baraonda
-italiana» è stato fissato il solo appartamento del primo piano, oppure
-anche le camere disponibili del secondo. Vuol sapere, ed è questo che
-più le preme, se la «marmaglia del servidorame» sarà mandata su, al
-quarto piano, come è l'uso e la convenienza, oppure se quel vero oste
-esoso e volgare del signor Trüb matura nell'animo l'indelicatezza e la
-prepotenza di cacciarne una parte anche al terzo e persino... nel suo
-corridoio!
-
-È tutto questo che la turba, che l'agita, che la tiene in ansia
-e in curiosità. Ed è così tutti i giorni e tutto l'anno: il suo
-divertimento, i suoi discorsi, le sue dispute, le sue scommesse, sempre
-lì! Chi arriva e chi parte dall'albergo. Il suo mondo, d'estate, è la
-_Tête-pointue;_ d'autunno, Villa d'Este, sul lago di Como; d'inverno,
-l'_hôtel-Royal_ a San Remo. E la sua occupazione costante di tutto
-l'anno e in tutti gli alberghi, è quella di far valere, per sè, tutti
-i diritti e i vantaggi che le accorda la pensione, e di far osservare
-agli altri, scrupolosamente, tutte le leggi e le prescrizioni e le
-interdizioni della sala di lettura, della sala di conversazione, della
-sala di musica e di ballo. Se appena appena missis Eyre vede accendere
-una sigaretta fuori dal fumatoio — subito pronto — manda un cameriere
-a farla spegnere. Se manca un giornale, per un momento, nella sala di
-lettura, si precipita dal portiere a gridare e a strepitare; se alle
-undici in punto il pianoforte non si ferma a mezzo della battuta,
-la mattina dopo, prima del caffè e latte, ecco tanto di reclamo
-«specificato» nella sala della direzione. Il grido della sua anima è
-uno e trino: _proibito-defendu-verboten_.
-
-Che importa a missis Eyre della pioggia o del bel tempo?... Non fa mai
-una escursione perchè soffre «di giramento»; non va mai in carrozza
-per economia, non esce mai dall'albergo, certo per il timore che
-qualche «ineducatissimo» colga l'occasione per impadronirsi della sua
-poltroncina, del suo tavolino, del suo giornale o del suo solito posto
-al suo solito balcone della veranda. Acqua o sole... non ne prende
-mai. Missis Eyre si gode il lago, il mare, la montagna, sempre dalla
-finestra!
-
-— L'autunno scorso, a Villa d'Este, per soli quindici _ciorni_, quella
-gente aveva portato cinquantotto bauli! Non si poteva più camminare nel
-corridoio! Tutto pieno!
-
-Il signor Trüb, non potendo liberarsi della vecchia, pensa di
-ottenerne, almeno, qualche utile informazione.
-
-— Gente... che spende?
-
-— Gente disordinata! Confusione, gridamento, rivoluzione! Portieri,
-camerieri, giornali, biliardo, pianoforte, _tennis_, tutto per loro! I
-forestieri s'indispettiscono e partono!
-
-Il signor Trüb non s'inquieta:
-
-— Grande famiglia?... Titolata?
-
-— I Moncavallo sono di Napoli! Funiculì-Funiculà! Molti titoli: duchi,
-principi, marchesi, ma niente capitali. I D'Orea sono di Bologna.
-Molti capitali, ma niente titoli. Molini e mortadella. Una Moncavallo,
-bellissima, ha sposato il cavalier Luciano D'Orea che spende tesori
-per la Fanfan Trécoeur, la celebre canzonettista delle _Folies
-Parisiennes_, dalle gambe irresistibili! Ve la farò vedere.
-
-— È qui?...
-
-— No. Vi farò vedere la cartolina. Adesso la Fanfan vuol andare in
-Italia a studiare. Vuol far carriera. Vuol arrivare alla Scala di
-Milano! Ha però, di buono, che è tisica. Per questo i Moncavallo,
-vivono in speranze e intanto... — pazienza e _tutti cito_ — come
-dicevano a Villa d'Este!
-
-Suonano le dieci, l'ora della posta. Missis Eyre si alza: deve andare
-per essere la prima ad impadronirsi del _Times_.
-
-— E la carovana della servitù? Avrete posto per tutti, al quarto piano?
-
-L'albergatore capisce l'antifona, ma non si sgomenta.
-
-— All'occorrenza ci sono molte camere libere anche al terzo!
-
-Ecco! Proprio vero! Quell'oste esoso e spilorcio, non ha nessun ritegno!
-
-— Spero bene, che in questo caso, ci saranno ordini severissimi. Niente
-chiasso nel corridoio!
-
-— Non dubiti.
-
-— Proibitissimo alla mattina di pulire i panni e alla sera di farvi
-conversazione! Siamo intesi.
-
-— Non dubiti.
-
-L'aristocratica missis non è tranquilla. Si avvia verso l'uscio con le
-ciglia aggrottate, poi si ferma e si volta dura, diritta, come un palo.
-
-— Oggi è giovedì?
-
-— Oggi... è giovedì.
-
-— Favoritemi carta e busta.
-
-— A lei!
-
-— Vado a scrivere al colonnello, a mio marito. La lettera impostata
-il giovedì, trova le coincidenze e arriva a Calcutta in soli venti
-_ciorni_. Adesso si fa presto!
-
-Il colonnello Eyre ha percorsa tutta la sua lunga carriera, rimanendo
-sempre alla distanza... di una ventina di giorni da sua moglie. In
-quanto a missis Eyre, che gli è sempre stata fedele, senza nemmeno
-accorgersene, richiama l'immagine del consorte guerriero quando solo la
-crede necessaria per far ben valere la propria autorità.
-
-— Ricordarsi anche questo, signor Trüb! Non voglio sentire odor di
-sigaro. Buon _ciorno!_
-
-— Buon giorno.
-
-Ma, ancora, non è l'ultimo saluto. Si ferma sulla soglia:
-
-— Altra cosa. A Villa d'Este quella.. compagnia di gente, aveva
-due cani, orribili, che entravano da per tutto, correndo, saltando,
-abbaiando, facendo la _ciostra_. Qui, tener cani, proibitissimo!
-
-Missis Eyre, volendo dar più forza al comando, sbatte l'uscio con
-violenza e se ne va impettita, alla militare, come il consorte
-colonnello.
-
-— Al diavolo, carcassa ruminante! Pensione di favore, mai un _extra_ e
-tutte le pretese!
-
-Va, sbuffando, alla finestra: non ci si vede un palmo di là dal naso!
-Acqua, acqua, un'acqua fitta che vien giù a dirotto, ma senza vento.
-
-— Due giorni così, e non ho più che la vecchia nell'albergo.
-
-_Driiin!_
-
-Il signor Trüb è chiamato al telefono: comunicazione con Bex.
-
-— Pronti!
-
-.... — Domandano da Bex, se su, a Villars, piove.
-
-— Va rischiarandosi!... Sì!... Avremo bellissimo tempo!...
-Garantisco!... Con chi parlo?
-
-.... Gli vien risposto un nome che subito non ricorda:
-
-— Zaccarella?... Chi è questo Zaccarella?
-
-— Avete detto Zaccarella?... Va bene; ho capito!... Sì!... Avete già
-scritto per fissare le camere?
-
-.... La risposta è tale che il signor Trüb fa un saltetto di gioia.
-
-Sono loro! Sono a Bex! Sono fermi a Bex per salire a Villars!
-Zaccarella è il corriere, il maggiordomo o il... procuratore della
-grande famiglia italiana!
-
-Ormai ci sono, e non scappano più!
-
-— Benissimo!... Sì! alle tre e cinquanta!... — Benissimo!... — Il
-signor Trüb, distrattamente, si è tirato gli occhiali sul naso per
-sentir meglio, la sua voce si è fatta più graziosa e, ascoltando
-e rispondendo, continua a fare inchini, come se lì, al posto del
-telefono, fossero schierati i Moncavallo e i D'Orea, tutti gli otto
-signori e i dieci servitori.
-
-.... — Al _restaurant?_... — Benissimo!
-
-.... — Alle sette?... — Benissimo! Grazie! Profondi rispetti! Grazie!
-
-_Driiin!_
-
-La comunicazione è tolta e il signor Trüb corre a sonare alla
-tabella dei campanelli elettrici, vicino alla scrivania. Chiama
-il segretario, il portiere, il direttore dell'albergo, il capo
-cameriere del _restaurant_ e dà tutti gli ordini necessari, con grandi
-raccomandazioni e con un certo tono di solennità.
-
-— Il pranzo alle sette. E rispondere che al quarto piano, non c'è più
-posto. Le persone di servizio, tutte al terzo. È assai più comodo per
-i padroni e si può far pagare doppia pensione. È gente che non bada a
-spendere! Sono due famiglie di primissimo ordine! Basta servirle bene!
-
-Il biondo e rubicondo signor Trüb è gongolante. Egli s'infischia adesso
-del tempo ladro e anche delle saette! Ormai ci sono e non scappano più!
-
-— Finchè piove vorranno certo fermarsi, per aspettare il sereno!
-
-
-Nella veranda quasi deserta, missis Eyre, sdraiata sulla sua poltrona,
-nel vano del suo balcone, e col suo _Times_ non ancora aperto sulle
-ginocchia, è beatamente assorta nella contemplazione dell'acqua che
-sbatte furiosamente e corre in grossi e spessi goccioloni lungo i
-cristalli:
-
-— Diluvia! Diluvia!
-
-Missis Eyre lo sa per esperienza, si sta veramente bene in un albergo,
-soltanto quando è mezzo vuoto, e persistendo l'orribile tempaccio,
-anche «la baraonda italiana» sarebbe passata da Bex senza fermarsi!
-Certissimo!
-
-— Diluvia! Diluvia!
-
-
-
-
-II.
-
-
-— A Bex? Dobbiamo restare a Bex fino alle tre?
-
-— Con la pioggia e col vento?
-
-— Tutto il giorno fermi in stazione?
-
-— Dio che noia! Ma c'è da _morïre_ di noia!
-
-— Signor Zaccarella!... Signor Zaccarella! — gridano insieme varie voci
-infuriate.
-
-Il signor Zaccarella non risponde; forse non può sentire. Lo si vede
-scalmanarsi in fondo alla tettoia, in mezzo al fracasso, tra i facchini
-e i servitori che hanno appena due minuti di fermata per trasportare
-tutto il bagaglio; sessanta colli di bagaglio!
-
-— O Rosalì! — La vecchia duchessa di Moncavallo si volta verso suo
-fratello, il principe Rosalino di Sant'Enodio, che vede sempre intento
-a studiare l'orario. — O Rosalì! Un'altra corsa non c'è? Non si può
-partire più presto per Villars?
-
-— Non c'è. Cristina cara; non c'è!... Abbiamo perduta la
-coincidenza!... Sai che gli orari in Isvizzera sono fatti apposta dagli
-albergatori per far perdere le coincidenze!
-
-— E colazione?
-
-— Dove si fa colazione?... In questo piccolo buco di caffè?
-
-— Hanno il coraggio di chiamarlo _Le grand restaurant de la gare!_
-
-— È un orrore, zio Rosalì!
-
-— È impossibile!
-
-Si torna a chiamare, a invocare il signor Zaccarella. Questi fa cenno
-con la mano di aspettare, di aver pazienza.
-
-— Vengo subito!
-
-Il signor Zaccarella sudato, trafelato, si arrabbia e gesticola come un
-ossesso.
-
-— Non basta far presto a scaricare! Bisogna far presto anche a portar
-la roba al riparo, all'asciutto, o va alla malora! E le bollette?...
-Presto! Le bollette! Bisogna riscontrare il numero delle bollette!
-
-Con tutta quella roba, con tutto quel da fare, c'è un solo impiegato
-rintontito che non sa spiegarsi in nessuna lingua, e un capo-stazione
-mutria, sempre fermo e che non fiata!
-
-Il signor Zaccarella grida, continua a gridare ingarbugliando il
-francese, il tedesco e l'italiano. Come lui e attorno a lui, gridano
-tutti. I servitori con i facchini, i facchini con i servitori: e le
-cameriere, — che hanno perduto «il sacco rosso con il _nécessaire_ di
-donna Maria Grazia» e «l'astuccio più grande con i colori e i pennelli
-della duchessina Remigia» — strepitano a loro volta fermando i duri
-e arcigni conduttori del treno che stizziti da quella confusione
-babelica le piantano bestemmiando e sbattendo gli sportelli. E con
-tanto baccano, con tanto disordine, con tanta furia di far presto,
-sempre l'acqua che viene a dirotto... e sempre, fra le gambe, due
-piccoli barboncini neri, legati insieme con una catenella d'argento,
-che corrono di qua di là, annusando, cercando i padroni, sempre
-abbaiando, abbaiando disperatamente, finchè i viaggiatori sono tutti
-a posto, finchè tutto è chiuso, pronto per la partenza, finchè batte
-a campanella, il mostro fischia e il treno riparte, finalmente,
-ansando, sbuffando, lasciando dietro di sè grandi nuvole di fumo...
-poi la quiete e il silenzio nel bigio uniforme della campagna triste e
-deserta.
-
-— Eccomi! — Il bagaglio è tutto a posto sotto la tettoia e il signor
-Zaccarella corre vicino al gruppo delle signore e dei signori. —
-Eccomi, donna Maria! Domando scusa, signora duchessa! Con queste
-marmotte di svizzeri, c'è da perdere la testa!
-
-— E colazione? Avete pensato dove si fa colazione? — ripetono insieme
-la duchessa e il principe Rosalino. La bellissima donna Maria Grazia
-D'Orea, la figlia maggiore della Moncavallo, appoggiata con un braccio
-al suo alto ombrellino da passeggio, non dice più una parola; non
-ascolta, non bada agli altri. I suoi grandi occhi neri e pensosi
-guardano lontano; il quadro di mestizia che la circonda, è penetrato
-anche nella sua anima.
-
-— Si fa colazione al _grand hôtel de Bex!_ — risponde il signor
-Zaccarella. — Ho fissato due landò...
-
-— Pronti, capitano! — interrompe Pasquale, il maggiordomo. — Vengono
-adesso!... Dall'altra parte della stazione!
-
-— Per far presto, ho telegrafato da Losanna!
-
-— Benissimo!
-
-— Bravo!
-
-Donna Maria Grazia si riscote con un brivido: quel freddo improvviso
-della burrasca in montagna l'ha intirizzita.
-
-— Per me, non c'era niente a Losanna, signor Zaccarella?
-
-— No, donna Maria.
-
-— E qui, all'ufficio del telegrafo?... — La voce di donna Maria non è
-alta, ma chiara: accarezza l'orecchio con una lenta cadenza musicale —
-È stato a vedere?
-
-— No!..
-
-— Subito! Faccia presto! _Lucïano_ può aver già telefonato da _Parïgi_
-se arriverà da Bex o da Aigle!
-
-Anche i due _ï_ di Luciano e di Parigi sono accarezzanti dolcemente
-mentre vengono pronunziati. Eppure, a donna Maria Grazia, i dispacci
-del marito, — lettere egli non ne scrive mai, — sono più cagione di
-timore che di speranza.
-
-— Faccia presto! La prego! E si ricordi: bisogna lasciare il nostro
-indirizzo di Villars!
-
-— Non dubiti!
-
-Il signor Zaccarella è già alla ricerca dell'ufficio telegrafico. Più
-della preghiera della signora, è il nome del padrone che lo fa correre.
-
-— Per di qua, capitano!
-
-Il signor Zaccarella, comandante onorario delle guardie forestali e
-campestri della nobile famiglia, è chiamato _capitano_, per adulazione,
-ma soltanto dai servitori.
-
-— L'uscio laggiù!... A sinistra, capitano!
-
-Il capitano continua a correre, sparisce in fondo alla stazione, e
-ritorna in un attimo.
-
-— Niente! Non c'è niente, donna Maria!
-
-— E per me? E per me? — domandano gli altri in una volta.
-
-— Niente per nessuno! Andiamo! Presto! In carrozza! — Il signor
-Zaccarella, prende un tono risoluto, da vero capitano. Quando c'è
-fretta, non fa complimenti.
-
-— La colazione l'ho ordinata per mezzogiorno, preciso! Nei due
-landò c'è posto per le signore, il signor principe, il marchesino e
-_mademoiselle!_ Io e le cameriere, in omnibus. Pasquale, i servitori,
-tutti qui e mangeranno qui. Io non voglio lasciare più di sessanta
-colli e tutto il piccolo bagaglio a mano, senza nessuno!
-
-— Bravo! Benissimo!
-
-— Ha fatto benissimo!
-
-Il signor Zaccarella corre avanti e chiama il cocchiere del primo
-landò. Il capitano non si mostra molto sensibile alle lodi e alle
-approvazioni della duchessa Cristina e del principe Rosalino. Egli sa,
-per prova, che tutta quella gente — signori e servitori — deve, poco o
-tanto, dipendere da lui. È in lui, in fatti, nel signor Zaccarella, che
-è trasmessa la volontà e il governo della cassa forte, del resto sempre
-aperta, del vero, del solo assoluto padrone, — perchè è il solo che
-abbia i milioni, — di don Luciano D'Orea.
-
-La duchessa Cristina e donna Maria sono già in carrozza. La madre,
-Cristina Moncavallo di Sant'Enodio di Carpino — duchessa, principessa e
-marchesa — pur nella sua florida maturità conserva i tratti delicati,
-finissimi della figliuola; i capelli bianchi ondeggiati, — bianchi
-d'argento, come la bella e lunga barba del principe Rosalino, —
-risaltano maggiormente per la rosea freschezza del viso, per il nero
-del vestito e raddolciscono la sua aria di signorilità severa, quasi
-regale.
-
-— E Remigia?... Dov'è?
-
-— Era qui adesso; in questo punto! — risponde lo zio Rosalino, ritto di
-fianco alla carrozza, con l'ombrello aperto.
-
-— Idola! Idola mia! — chiama forte la duchessa.
-
-— Totò! _Mademoiselle_! La Pïccola? Non avete veduto la Pïccola? —
-Donna Maria spinge il capo dallo sportello verso la seconda carrozza.
-
-— Era qui, adesso! — Totò, il figlio del principe Rosalino, risponde
-come il babbo, ma con più flemma.
-
-È un ragazzotto lungo, smilzo, biondo, per fortuna sua, e perfettamente
-sbarbato come i servitori. In _knickerbockers_ color nocciuola, fermo,
-impassibile dinanzi alle carrozze, prende anche tutta l'acqua, pur di
-essere scambiato per un inglese puro sangue.
-
-— È in caffè, la duchessina Remigia! È in caffè! — accenna appunto
-la signora che era stata chiamata _mademoiselle_ da donna Maria. — È
-andata con la contessina Mimì a dar da bere a _Din_ e a _Don_.
-
-I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme con la catenella
-d'argento, si chiamano così: l'uno _Din_ e l'altro _Don_: _Din-Don_.
-
-— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta lo
-Zaccarella, abbastanza forte per essere inteso.
-
-— Idola! Idola mia! Fa presto!
-
-— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare!
-
-— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla un voce dal caffè.
-— Io resto qui!
-
-— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa.
-
-— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non vedi? Lo zio Rosalì è
-da mezz'ora che sta prendendo l'acqua per te!
-
-— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete cantarellando la
-duchessina che si affaccia sotto la tettoia. — Io resto qui!
-
-_Din_ e _Don_, sempre legati insieme, s'intende, sbucano, intanto, tra
-le casse e i bauli e si mettono a correre dall'una all'altra delle due
-carrozze, mugolando, scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo
-salti e capriole per poter salire.
-
-— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su! Cacciatele
-sull'omnibus!
-
-Il signor Zaccarella è furibondo. Ha tutto l'abito insudiciato da _Din_
-e _Don_.
-
-— Questo poi no! Niente affatto signor... capitano! I miei tesori
-restano con me!
-
-La duchessina Remigia, l'Idola della Moncavallo, la Piccola di Maria
-Grazia, esce dal caffè e si avanza passo passo sotto la tettoia,
-sbocconcellando un grosso pane da una mano, e una larga fetta di
-prosciutto che tiene sollevata con l'altra, fra due ditini soli,
-delicatamente.
-
-Nell'abito blù, corto, d'alpinista, con un grande panama puntato un po'
-di traverso sulla massa avviluppata e spettinata dei capelli biondi e
-con un _alpenstok_ lunghissimo, che avendo le mani impedite stringe
-sotto il braccio e strascica per terra, la giovinetta così ardita e
-ostinata, più assai che della «signora duchessina» ha della bimba e
-del monello. Le tien dietro, a poca distanza, facendo risonare gli
-scarponi ferrati, una specie di montanaro curvo e barbuto, che porta
-un paio d'occhiali neri infilati sul cappello fra una ghirlandetta di
-_edelweis_ e di roselline delle Alpi. È una vecchia guida dei dintorni.
-
-— Idola mia, sii buona! Vieni con noi! E non mangiare adesso! Non avrai
-più appetito a colazione!
-
-— Ho detto di no! Di no! Ho detto di no!... Io vado a vedere
-l'innondazione del Rodano! Vado con questa guida, che mi farà da
-nocchiero! Ma pensa, bella mammà, invece delle noiosissime montagne,
-trovare in Isvizzera un po' di mare! «In mare luccica, l'astro
-d'argento!» Pensa che gioia! È tutto sott'acqua! Case, contrade,
-villaggi interi!... Tutto sott'acqua! È una bellezza da vedere!...
-Mimì! Mimì! Vieni, sì o no?
-
-— Eccomi! Eccomi! — risponde dalla sala d'aspetto la contessina Mimì
-Carfo. Sta frugando con una cameriera, tra le valigie e i _plaids_, in
-cerca degli impermeabili e delle calosce.
-
-— E Totò? Vieni anche tu con noi, Totò?
-
-Totò non risponde. Egli ha per principio che gli inglesi veri, non
-usano rispondere. Ma leva di tasca e accende la pipa, il che vuol dire
-che prende parte all'impresa.
-
-_Mademoiselle_ è già smontata dalla carrozza, è già andata lei pure a
-cercare impermeabile e soprascarpe.
-
-— E così?... Noi adesso che facciamo, signori miei?... Si parte per Bex
-o non si parte? — Il signor Zaccarella sta prendendo tutta l'acqua e ha
-i piedi nella mota.
-
-Ma la povera duchessa non può rassegnarsi:
-
-— Sii ragionevole, Idola cara! Non pigliar freddo! E poi? Se c'è
-pericolo!
-
-— Pericolo di che? Nessun pericolo! — ribatte lo Zaccarella per farla
-finita.
-
-— Stia sicura, di buon animo, duchessa, e andiamo a Bex, che si fa
-tardi. Farò accompagnare la duchessina da Pasquale, e Pasquale è
-un uomo prudente. C'è da fidarsi. Su, su! Signor principe! Chiuda
-l'ombrello! In carrozza e andiamo!
-
-La Moncavallo, anche quando la carrozza si muove, continua a sospirare,
-a gemere, a fare raccomandazioni alla figliuola. Donna Maria e il
-principe Rosalino si guardano solo negli occhi, scrollando il capo: —
-quella piccola è tutto un capriccio!
-
-In quanto a Totò, a Mimì e a _mademoiselle_, qualsiasi raccomandazione
-è perfettamente inutile. Sempre ligi agli ordini e ai ghiribizzi di
-Remigia. A loro non è permesso di dire _la piccola_. Non è permesso
-nessun diminutivo, nessun vezzeggiativo. Molto per amore e un po'
-per forza, ella sa tenerli legati alla catena come _Din_ e _Don_. Per
-amore la Mimì: adora Remigia. Per amore, — in segreto, — anche Totò;
-per forza, _mademoiselle_. Sapeva che già erano state cambiate tre
-governanti: la prima era troppo vecchia, la seconda troppo brutta, la
-terza... antipatica. _Mademoiselle_ Jenny, per non perdere il posto...
-sommissione e sempre in ammirazione!
-
-— Addio, mammà! Addio, gioia! Addio zio Rosalì!
-
-— E badiamo, duchessina Remigia, di non farsi aspettare! — ammonisce
-lo Zaccarella col suo tono di padronanza. — Bisogna essere di
-ritorno prima delle tre. Non si vorrebbe perdere la corsa per lei,
-possibilmente!
-
-— Non dubiti, capitano! Alle due e tre quarti, pronti al comando,
-capitano!
-
-Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta, in posizione
-militare, con l'_alpenstok_ a mo' di fucile e la mano al cappello.
-
-— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella, sdraiandosi
-nella carrozza dov'è rimasto solo, e che parte al trotto, seguendo
-il landò della duchessa. — Maledetta piccola! — Non la può soffrire
-perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e perchè ella se
-ne infischia allegramente di ogni sua autorità. Nessuno, del resto,
-incute a Remigia soggezione e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre. La
-duchessa Cristina, che era sempre stata ed è tutt'ora assai severa,
-fin meticolosa verso donna Maria, non avrebbe mai osato di fare la
-minima osservazione all'Idola, che, del resto, è proprio il suo idolo!
-E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto è largo di quattrini con sua
-moglie e con tutti i parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli
-sgarbi, alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la cognatina,
-non c'è verso di poterla spuntare!
-
-— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con il fido Zaccarella. — Ci
-vorrebbe un altro sistema di educazione! Il sistema adottato per _Din_
-e _Don_: zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente,
-una figura rettorica e così la piccola finisce per avere anche da
-«quell'odiosissimo» di suo cognato, soltanto lo zucchero!
-
-— Se credi di farmi piangere come mia sorella, ti sbagli, sai! — aveva
-detto Remigia a don Luciano, la prima volta che si erano accapigliati.
-— A me non fai paura, perchè ti conosco bene!
-
-Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e sfavillanti:
-lo fissavano impavidi, con una durezza, con una freddezza d'acciaio.
-L'altro sentì scendere nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne
-rimase sconcertato e voltò la cosa in ridere.
-
-— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio, molto meglio
-sua sorella, con tutte le sue nenie! Con sua sorella, con mia moglie,
-comando io! Che diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia
-d'inchiostro... e un bicchiere di _champagne!_
-
-— Don Luciano ha ragione!
-
-Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è tutta un sorriso e
-un argento vivo. Maria Grazia, alta, forse troppo alta della persona
-flessuosa e gentile, ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri
-bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi nerissimi e
-profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia. C'è più di un'anima
-in quegli occhi; c'è la poesia del dolore.
-
-La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne dimostra trenta; l'Idola
-ne ha venti e in certi giorni di maggior vivacità e turbolenza ne
-dimostra quindici!
-
-Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo e così strano, che
-i pochi fedeli adoratori i quali assolutamente non permetterebbero
-un dubbio sulla rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il
-prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia alla madre,
-quanto Remigia assomiglia al padre... morto, da vari anni, di paralisi
-progressiva, ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua, nè
-piccolo, nè biondo, nè prepotente.
-
-
-
-
-III.
-
-
-Al _Grand hôtel_ di Bex, la colazione, ordinata per le dodici, non
-è ancora pronta alle dodici e mezzo. Si comincia con un brodetto
-cosparso di qualche lacrima insipida; un altro quarto d'ora d'aspetto,
-e finalmente, accolto con viva gioia, ecco l'apparizione di un bel
-rosbiffe, rosolato e fumante.
-
-Ma, subito, un nuovo incidente e un nuovo ritardo. Il principe di
-Sant'Enodio e il signor Zaccarella hanno appena il tempo di emettere
-un lungo — ah! — di soddisfazione, che già echeggia nel corridoio un
-festante latrato, e _Din_ e _Don_, come due saette, sciolti dalla
-catenella e inzuppati d'acqua e di mota, precipitano nella sala,
-saltano sulle ginocchia, sulle sedie, persino sulla tavola, ormai fatti
-indocili e indomabili dalla fame e dall'odore del bove arrosto.
-
-L'Idola è di ritorno con tutta la sua corte. Grande gioia della madre,
-gioia più tranquilla dello zio, un sorriso di Maria Grazia e fremiti
-d'ira a stento frenati dal povero Zaccarella, che deve alzarsi, cambiar
-di seggiola, fare cerimonie, dare nuovi ordini, e quindi sospendere il
-pasto, proprio nel momento di incominciarlo!
-
-— I cani!... Giù! Giù! Fuori i cani! Fuori!
-
-Il signor Zaccarella non può sfogarsi nemmeno contro i cani! La
-contessina Mimì ha preso _Din_ per il collarino, _mademoiselle_ ha
-pigliato _Don_, le cameriere portano spugne, asciugamani, spazzole,
-pettini, acqua di Colonia e incomincia la toeletta.
-
-— Zio Rosalì, amore, dammi una fetta di rosbiff! Anzi, due grandi! —
-Remigia è già seduta a tavola.
-
-— Prima una tazza di _consumé!_... Prendi una tazza di _consumé_, Idola!
-
-— Ma che! Ma che! Figurati! Ho fame di rosbiffe!... Mi dà le patate
-signor Zaccarella? Maria, gioia, dammi la senape! — Tutti la servono e
-l'Idola divora. — Ho una fame, mammà! Una fame! Una fame!
-
-— Brava!... Così, vedi, mi fai contenta, felice!... Per altro,
-anche una tazza di brodo ben caldo!... — Ogni boccone che ingolla la
-figliuola è un raggio di gioia negli occhi materni!
-
-— Squisito!... Eccellente, questo rosbiffe! Non è vero, Totò?
-
-Totò, che pure non ha perduto tempo, è seduto accanto a papà, e dinanzi
-a quel roastbeef si sente inglese più che mai. Annuisce con un cenno
-dignitoso del capo.
-
-— Bravo Totò, il britanno! Signor Zaccarella, ancora patatine! Mimì!
-_Mademoiselle!_ Asciugate bene bene e fregate forte forte! Povero _Din_
-e povero _Don_!... Che non prendano la tosse!... Tesöri!... O mammà!
-Che bellezza vederli a nuotare!
-
-— Adagio, mangia adagio, non così in fretta, cara! Sei stata buona a
-ritornar presto! Non hai preso freddo, spero. Non ti sei bagnata?
-
-— Ma che! È un'innondazione artificiale!... Tutto in Isvizzera si fa
-artificialmente! L'innondazione, come il ghiaccio del Rodano con la
-grotta azzurra! Pur di mungere le borse al misero viandante! Esempio:
-io, Mimì, Totò, non abbiamo più un soldo! Signor Zaccarella gentile e
-buono, ancora un po' di senape! Grazie.
-
-— Come? Non ti sei divertita, Idola mia? — La madre è adesso inquieta
-per un altro verso.
-
-— No. Non c'era niente di bello da vedere! Un mare?... Che! Un lago
-morto; non è vero, Totò? Un lago caffè-latte, dal quale non spuntavano
-qua e là, altro che le cime di qualche alberello, e più giù, mezzo
-campanile! Zio Rosalì, amore, leggi il menù, con alta e chiara voce!
-
-— _Poulard de Bress aux champignons_.
-
-— Benissimo! Bravo! Evviva i _champignons!_ Sai, mammà? Un'innondazione
-senza innondati! A nuoto, soltanto _Din_ e _Don_!... Brutta gentaglia
-sudicia; certi visi sparuti che frignano miseria per spillare
-quattrini! Ha finito _mademoiselle_? Allora faccia il favore, metta a
-_Din_ il nastro giallo, e a _Don_ il rosso!
-
-Il signor Zaccarella, che ormai s'è calmato avendo calmato anche
-l'appetito, pensa lui perchè ci sia ancora da far colazione per la
-contessina Mimì Carfo, per _mademoiselle Jenny_, e anche per le due
-insopportabili bestiacce.
-
-— Con tanto amore per i suoi tesori, duchessina Remigia, ella pensa
-alla loro toeletta, all'acqua di Colonia, al nastro giallo e al nastro
-rosso, ma se non ci fossi io... creperebbero di fame!
-
-— Magnanimo capitano, grazie! Mi raccomando: zuppa soltanto, pochina
-e niente carne! Non posso soffrire che _Din_ e _Don_ diventino grassi!
-Odio la gente grassa!
-
-Il signor Zaccarella, oltre ad avere la faccetta secca, gialla, da
-giovine vecchio, senza nemmeno un'ombra di peluria, è magro, più di
-un angolo in croce. Egli interpreta l'odio della duchessina contro i
-grassi, come un complimento a lui diretto e questa volta le perdona
-l'ironia del capitano.
-
-— Sa fare, la piccola!
-
-Il ritardo prima di mettersi a tavola, l'interruzione per l'improvvisa
-comparsa della duchessina, il caffè, il kirsch, poi di nuovo il thè...
-è venuta l'ora della partenza. In fatti i due soliti landò e l'omnibus
-aspettano già pronti dinanzi all'albergo, quando entra in sala il
-portiere con un telegramma.
-
-— Luciano! — mormora sottovoce donna Maria prendendo il dispaccio. —
-Grazie.
-
-Ella lo apre senza il più lieve sussulto, senza nemmeno un atto di
-curiosità. È sicura che non ci può essere per lei nessuna notizia
-gradevole e alle noie e alle contrarietà, ormai c'è tanto avvezza!
-
-Legge, poi si rivolge alla madre:
-
-— Andate voi soli a Villars. Io aspetto Luciano a Bex. — Dà il
-telegramma aperto al signor Zaccarella che, a sua volta, lo legge prima
-piano, poi ad alta voce.
-
-— «Preso automobile». — La scusa della sua partenza improvvisa
-da Lucerna per Parigi, questa volta, era stata l'acquisto di
-un'automobile. — «Presa automobile. Una Mercedes-Janko. Tu aspettami
-a Bex col signor Zaccarella. Tua madre, famiglia, proseguano Villars.
-Saluti».
-
-È chiaro che arrivando a Bex, Luciano D'Orea, vuol trovarsi solo con
-sua moglie. È chiaro, esplicito, e per la famiglia riesce tutt'altro
-che spiacevole quell'ordine. Quando ritorna da Parigi il caro Luciano,
-non è punto divertente! Musi e spostature. O non guarda nemmeno in
-faccia, o strapazza tutti.
-
-Però, in quel momento, nessuno fiata: non c'è nè una parola di
-protesta, nè una manifestazione qualunque di dispiacere. Le carrozze
-aspettano sempre: le signore devono vestirsi, mettersi il cappellino e
-far presto per non perdere la corsa.
-
-Il principe Rosalì è già pronto. Egli sta ammirandosi nello specchio
-grande che occupa una parete e continua ad ammirarsi.
-
-— Con quella barba magnifica ha proprio una bella testa da cavaliere
-antico! E la persona alta, — erano tutti alti, maestosi i Sant'Enodio,
-— come si conserva elegante e ben formata! Eppure... i sessanta erano
-sonati, ma così leggermente che nessuno se n'è accorto e lui, meno di
-tutti.
-
-— Buon viaggio, zio Rosalì! Arrivederci a Villars!
-
-Il principe sorride ancora baciando in fronte con l'usata galanteria,
-la «pallidona sensitiva» e il sorriso, prima di compiacenza, adesso
-diventa arguto, maliziosetto: è lo spirito di Voltaire che rivive
-nell'uomo del gran mondo.
-
-— A Parigi, hanno fatto prestissimo, questa volta, a comperare
-l'automobile! C'è da congratularsi... con l'Italia!... Ricordati, o
-soave Maria, _gratia plena_: a marito che torna, ponti d'oro!
-
-Sopraggiunge la madre: sta un momento sopra pensiero, poi si decide.
-Si fa prestare dalla cara Maria la sua mantelletta di lontra, per le
-spallucce dell'Idola.
-
-— Tu qui, puoi goderti ancora un po' di caldo! Lassù, a milletrecento
-metri e con questo ventaccio, ho in mente che troveremo la Siberia!
-— Poi diventa seria. Anche la duchessa accompagna le raccomandazioni
-alle affettuose tenerezze. — Salutami Luciano. Ricordati che puoi farne
-sempre ciò che vuoi! Basta non contradirlo! Eh, sicuro che qualche
-volta il caratterino è difficiletto! Ma come si fa? Il buon Dio ha
-dato a tutti la nostra croce da portare e io mi conforto pensando che
-la mia, — non per dir male di tuo padre, poveraccio, quand'era vivo,
-— ma è stata molto più pesante della tua. E così, sempre sia! — Le
-dà due baci forti, che scoccano, uno per guancia. Vede che gli occhi
-della figliuola sono addolorati, pieni di lacrime; allora la stringe
-al cuore, sospira pateticamente e se ne va, presto presto, per non
-sentirsi troppo commossa, fermandosi solo un momento, prima di salire
-in landò per cercare nella piccola borsetta, appesa alla cintura, se
-non ha dimenticato l'astuccino delle pastiglie.
-
-— Addio, gioia! Addio! — Remigia saluta la sorella da lontano, in fondo
-alla discesa. È corsa innanzi, a piedi, con Totò e con Mimì Carfo; è
-corsa dietro a _Din_ e a _Don_, — i ghiottoni tanto disubbidienti! —
-Hanno subito trovato l'usta della cucina e delle ossa e adesso non si
-lasciano prendere per paura del castigo!
-
-— Addio, gioia! Vieni presto a Villars!... _Din!_.. _Diin!_...
-_Doon!_... Qui! Subito qui!
-
-Maria Grazia rimane sola, sul grande portone dell'albergo, a vederli
-partire. Anche il signor Zaccarella è andato alla stazione per i
-biglietti, per tutto quello che c'è da fare. Quando non vede più le
-due carrozze seguite dall'omnibus, ella rimane ancora lungamente ritta,
-immobile, gli occhi pensosi a guardare lungo la strada solitaria.
-
-Che vuoto! Che vuoto! Dio! Dio! Che vuoto intorno a lei!
-
-Il cielo è ancora fosco, tutto coperto; ma la pioggia è quasi cessata.
-Maria fa qualche passo macchinalmente: non piove più. Ella continua a
-camminare a caso, adagio adagio, assorta, distratta. Vede una chiesuola
-in fondo a un prato verde, circondato da un muricciuolo... è aperta;
-entra. La chiesa è deserta. Un solo lumicino acceso a' piè d'una
-Madonna posta sul piccolo altar maggiore, nudo, con il dorsale della
-tovaglietta ripiegato.
-
-La giovane signora osserva quella Madonna scolpita goffamente nel legno
-e goffamente dipinta: eppure ne sente il mistico fascino e la soave
-poesia. La guarda... siede sulla prima panca, in fondo alla chiesa, e
-continua a guardarla... così, senza pregare.
-
-Pregare? Che cosa avrebbe potuto chiedere? Nulla. Che cosa avrebbe
-potuto sperare? Nulla.
-
-Maria continua a guardare, a fissare la rozza immagine della Madonna,
-sola con lei, in quel giorno, sola come lei, nella chiesa deserta; come
-lei, in quel momento, abbandonata da tutti.
-
-— Povera e cara Madonnina di Bex! Povera, sì, molto povera quella
-Madonnina... e brutta!
-
-Il manto azzurro e il vestito rosso di seta, sono miseri e stinti...
-Non ha corona quella regina dei cieli, non ha gioielli, non ha
-ornamenti...
-
-Maria sospira: sente che si dilegua anche quel po' di conforto che le
-era penetrato nel cuore. Le sembra, che persino la rozza immagine di
-legno, ripeta a lei, così bella e così ricca, quelle parole fredde,
-terribili, che tutti le dicono, che tutti le sussurrano in famiglia,
-nel mondo, come un rimprovero e come un ammonimento, quelle parole che
-le tolgono persino il diritto di soffrire, e di piangere:
-
-— Di che ti lamenti?.. No, tu non puoi lamentarti! Hai la ricchezza,
-il lusso, lo sfarzo; hai la gioventù e la bellezza. Basta una parola
-tua e ottieni tutto quello che vuoi. I milioni di tuo marito sono
-inesauribili e la sua cassa è sempre aperta! Se non ti basta e ti credi
-infelice, sei ingiusta e sei ingrata! Asciuga, asciuga le tue lacrime!
-
-.... Sente, dietro di lei, un lieve suono di passi, il rumore di una
-seggiola appena smossa.
-
-Ella non si volta nemmeno. Sa benissimo chi è entrato in chiesa. È il
-signor Zaccarella il quale ha l'ordine preciso, dal padrone, di non
-lasciarla mai, di sorvegliarla sempre, di riferire tutto ciò che fa.
-
-
-
-
-IV.
-
-
-Don Luciano, dopo il telegramma che annunzia il suo arrivo a Bex, non
-dà più segno di vita.
-
-Passano vari giorni, Maria è sempre sola e aspetta rassegnata, inerte.
-
-Il signor Zaccarella è assai più inquieto di lei.
-
-Con donna Maria si mostra impassibile, impenetrabile e più che mai
-ligio agli ordini ricevuti, ma in cuor suo disapprova la condotta del
-padrone.
-
-Col pretesto degli affari, guardandosi bene dal dirlo a donna Maria,
-egli ha già telegrafato a don Luciano, all'_hôtel Bristol_: niente,
-nessuna risposta.
-
-— Che il padrone non sia più a Parigi?
-
-Il signor Zaccarella, borbotta fra sè, scotendo il capo:
-
-— Perchè mò condannare donna Maria in questo forno, a servire di pasto
-alle mosche o alle zanzare? Con poca fatica, soltanto con un altro
-telegramma, potrebbe mandarla a Villars a raggiungere sua madre e gli
-altri! E lui, messa a posto la moglie, padronissimo di fermarsi dietro
-strada a studiare il bel canto!
-
-Certe volte il fido Zaccarella non ha il coraggio di guardare in faccia
-la signora. Si vergogna lui per don Luciano. Tuttavia, con gli altri,
-tien duro e lo difende a spada tratta, specie con la Nunziatina, che
-l'ha a morte con il padrone.
-
-La Nunziatina, rimasta a Bex, non fa altro che brontolare tutto il
-giorno. Brontola per il caldo, brontola per le mosche.
-
-In questi brontolamenti ha la sua parte anche la lontananza di
-Eduardiello, il bel servitorino di Totò.
-
-— Che si fa, signora? Come si fa? Non c'è più roba, non c'è più
-biancheria! Se crede, io potrei fare una corsa fino a Villars? Prendo
-un paio di vestiti e tutto il resto che occorre!
-
-— Aspettiamo... Aspettiamo ancora un giorno... Poi si vedrà.
-
-Questa è la sola risposta che dà sempre donna Maria col suo tono
-dolcissimo, malinconico e la lenta cadenza musicale.
-
-Anche su, a Villars, ci sono mosche; ma a Villars fa fresco e alla
-_Tête-pointue_ i giorni volano allegramente. L'Idola si diverte, tutta
-la sua corte, quindi, si diverte e la madre è raggiante. Il principe
-Rosalino trova ottimo il cuoco, buono l'albergo e il clima delizioso. —
-Chi sta bene, dunque, non si muova! — E quella gente beata ha soltanto
-paura di muoversi! Però, sono tutti d'accordo in questo: nel fare
-sfoggio di grande saggezza per ripararvi sotto la cura gelosa del loro
-benessere e delle loro comodità. Cercano e trovano sempre in qualche
-proverbio, non solo la giustificazione, ma anzi il conforto dell'antico
-buon senso a non muoversi, a non disturbarsi. Il proverbio che corre in
-questi giorni a Villars-Ollon è prudentissimo: «Fra moglie e marito non
-ci va messo un dito». Non si telefona, dunque, non si telegrafa, non
-si scrive a Bex, altro che «saluti e tenerezze». Mai nessuna domanda
-intorno a Luciano, mai nessuna maraviglia, nessun commento, nessun
-rimprovero per quello strano procedere, mai nessuna parola che esprima
-a Maria il rammarico per la forzata lontananza, il dispiacere di
-saperla sola, laggiù, e sola in quel modo.
-
-— _Driiin!_
-
-È la madre che telefona.
-
-— .... Sei tu Maria?... Come stai?... — Anche noi benino! L'Idola si
-diverte! Piace assai!.. — Anche a Bex fa caldo?... — Il signor Trüb
-assicura che adesso avremo bel tempo per tutto il mese! Addio, cara!
-Saluti e tenerezze, anche dallo zio Rosalì.
-
-Un altro — _Driiin!_ — e basta.
-
-Ormai è più di una settimana che Maria è ferma a Bex, aspettando il
-marito; passa i giorni girando attorno all'albergo, sempre in vista
-dell'albergo. Luciano potrebbe capitare da un'ora all'altra e se sua
-moglie, per caso, non fosse lì pronta a riceverlo, guai, cascherebbe il
-mondo!
-
-Il signor Zaccarella non ha più parole; la Nunziatina strepita.
-
-Aspetta, aspetta, sono già due settimane che lo si aspetta...
-finalmente una sera, dopo le dieci, quando proprio nessuno ci pensa
-— _téé-téé-téé — tuff-tuff-tuff_ — è don Luciano che arriva con la
-macchina sconquassata perchè vicino ad Aigle ha urtato contro un
-paracarro.
-
-Don Luciano è furibondo. Appena messo piede a terra, nello sprazzo di
-luce elettrica, tutto bianco di polvere, con l'ampio _regland_ di pelle
-e l'enorme berrettone, gesticolando, la voce rauca, sembra un orribile
-mostro della notte. Prima ancora di entrare nell'albergo, prima di
-salutare Maria, grida col povero _chauffeur_, che non ha nessuna
-colpa dell'accaduto e, sempre per la macchina, impartisce ordini sopra
-ordini, allo spaurito Zaccarella.
-
-— Canaglia!
-
-Con chi l'ha don Luciano?...
-
-Forse con un vetturino, forse con un carrettiere incontrato lungo la
-strada e che non è stato pronto a cedere il passo. In ogni modo sono
-queste le prime parole che il marito rivolge alla moglie dandole appena
-la mano per salutarla. Poi nuove ire e brontolamenti, perchè non è
-arrivato un certo telegramma che aspetta. Trova, per conseguenza,
-l'albergo oscuro, le camere incomode, la cena cattiva, il servizio
-pessimo e in mezz'ora ha già strapazzato padrone, camerieri e portiere.
-Senza voler prendere il caffè — «in Isvizzera è veleno!» — entra nella
-sua camera, dove c'è Andrea, il servitore, con l'acqua calda e l'acqua
-fredda e chiude l'uscio in faccia a Maria.
-
-Donna Maria non sa che cosa fare. Deve aspettare in piedi?... Può
-andare a letto?...
-
-È già sonata mezzanotte, quando Andrea esce dalla camera del padrone.
-Ella, sottovoce, lo chiama dall'uscio del salotto, per sapere qualche
-cosa.
-
-— Il signore è andato a letto. Mi ha ordinato di non entrare in camera
-domattina e di non svegliarlo assolutamente; nemmeno se arrivassero
-dispacci. Domani, vuol dormire tutto il giorno.
-
-— Allora... buona notte!
-
-— Buona notte, signora. — Andrea s'inchina profondamente e sparisce in
-punta di piedi, nel corridoio deserto e buio.
-
-Invece, la mattina dopo, don Luciano è in piedi prestissimo. Lindo,
-profumato, tutto bianco nell'abito di tela, e con il piccolo panama
-dall'ala calata sugli occhi, non è più il mostro della notte. — Anzi,
-don Luciano, pallido, coi piccoli baffetti biondi, rivolti in su, è
-piuttosto un bel giovinotto, sebbene calvo. Della sera avanti non gli è
-rimasto altro che il cattivo umore.
-
-Donna Maria, per buona prudenza, s'è alzata presto anche lei. Lo trova
-che brontola col portiere per le zanzare, le mosche e per il pessimo
-servizio telegrafico.
-
-— _C'est détestable! Assurément, vraiment détestable!_
-
-Poi, subito, appena si è impinzato rabbiosamente di burro, di miele, di
-pane tosto e s'è gonfiato di latte e cioccolatta, comincia le scene di
-gelosia.
-
-La gelosia di don Luciano è una gelosia... in cui l'amore non c'entra
-affatto. C'entra la vanità, il capriccio, la boria di poter dire «a
-me non la si fa», ma c'entra, soprattutto, il sentimento dispotico,
-arrogante del padrone, il vanto di poter avere e godere lui solo,
-quello che gli altri desiderano e invidiano. Don Luciano è geloso dei
-suoi cavalli, del suo cocchiere, del suo _chauffeur_ e di sua moglie:
-anche questa proprietà sua, roba sua.
-
-Quando torna da Parigi, peggio che mai: è geloso frenetico. Egli
-riversa e fa scontare alla moglie anche tutta la gelosia atroce che
-gli ha fatto e gli fa soffrire Fanfan, ma che è costretto a dominare.
-Fanfan, è vero, gli costa più che non gli sia costata la duchessina
-Moncavallo, ma per questo non ha mai voluto essere «roba sua». Oh, con
-Fanfan non si fanno scene! Con Fanfan non si fa l'Otello! Guai! Si
-provi una volta sola don Luciano, a fare il prepotente e il noioso:
-è già bell'e pronto il miliardario americano mister Kennet, il re
-della glicerina, che aspira a un posto di successore nel gran cuore
-della Trécoeur!... Così, la moglie virtuosa, paga anche per l'amante
-irresistibile, ma poco resistente!
-
-Maria Grazia, non dà mai il più piccolo motivo di gelosia; ma questo
-non vuol dire che a Luciano manchino i pretesti. A Bex, il pretesto è
-un povero giovane tisico, in viaggio per il sanatorio del _Mont Blanc_,
-a Leysin.
-
-Donna Maria ha soltanto scambiata con lui qualche parola, a distanza,
-da una poltrona all'altra della veranda, e presente, s'intende,
-l'oculato Zaccarella. In quella giovane signora dai nerissimi capelli,
-dagli occhi nerissimi, pensosi e profondi, l'infelice sogna Napoli,
-Roma, Venezia; l'Italia, della quale è innamorato, sebbene non abbia
-mai potuto fermarsi che a San Remo e a Bordighera. Il viaggio in Italia
-è il sospiro suo per quando sarà guarito, e intanto rivolge a Donna
-Maria sempre le stesse interrogazioni sul Ponte dei Sospiri, i Piombi e
-i migliori alberghi di Venezia, su Pompei, il Vesuvio e la Funicolare,
-sulla casa di Dante e di Giulietta e Romeo, e domanda che cosa vuol
-dire _piedigrotto_ o _piedigrotta_.
-
-Quella mattina, appunto, mentre i D'Orea fanno colazione, il giovane
-inglese pallido, sparuto, si avvicina a Maria Grazia per congedarsi:
-parte in quel momento per Leysin.
-
-Don Luciano lo guarda bieco, risponde al saluto, senza nemmeno alzarsi,
-poi, appena l'altro volta le spalle, assale di domande la moglie per
-sapere come, quando, in che modo ha conosciuto quell'importuno; e
-appena di sopra, soli, dà in escandescenze. Maria non risponde, non
-dice più una parola; ma Luciano non si calma, tutt'altro.
-
-— Avvertite il direttore, — ordina al signor Zaccarella — da oggi in
-poi, colazione e pranzo qui, nel mio appartamento.
-
-E continua tutto il giorno a gridare, a interrogare, a far scene, a
-far processi. Siano presenti il signor Zaccarella, la Nunziatina, anche
-il servitore e i camerieri poco monta, egli continua lo stesso, anzi,
-quando c'è gente si riscalda di più. Continua tutto il giorno, tutto il
-giorno!
-
-Maria, pallidissima, non risponde, non dice mai una parola. Soltanto
-la sera, a pranzo, quando Luciano, che divora come una belva, comincia
-a tacere, le si riempiono gli occhi di lacrime. Non è dolore; è
-oppressione, è stanchezza. Stanchezza dei nervi. Sono i suoi nervi che
-non ne possono più, proprio più!
-
-Dolore no. Il dolore, come l'amore, e ciò che un'anima nobile,
-squisita, ha di più bello, di più alto e di più puro. Dolore no. È
-troppo fiera per sentir dolore di quell'ingiustizia sciocca e vile,
-vile e sciocca. Suo marito è un ragazzo viziato e malato, un pazzo.
-Ella ne sente compassione; non vuol ancora disprezzarlo. Ma che
-stanchezza! Come si sente stanca, affranta, moralmente e materialmente.
-
-È orribile quella vita; e non potersi sfogare con nessuno!
-
-Sa già che cosa le avrebbero risposto sua madre e lo zio Rosalì.
-
-— Luciano, cara figliuola, non è cattivo; è soltanto geloso, e ciò,
-da un certo punto di vista, dovrebbe farti piacere: «Amore e gelosia
-nacquero insieme!» Non si può avere proprio tutto, tutto a questo mondo
-e tu sei fra le donne più invidiate e fortunate! Luciano, è vero, monta
-in collera facilmente, ma anche presto gli passa.
-
-Presto no, ma sulla fine del pranzo, anche per merito di un _Mumm
-cordon rouge_ squisito, gli passa anche quel giorno.
-
-Con gli occhi lustri, annunzia al signor Zaccarella una prossima gita
-di un paio di giorni a Losanna e sorbendo il pessimo caffè, comincia a
-canterellare.
-
-— La musica! L'arte del canto! Arte divina!
-
-Forse a Luciano, nella sua vanità persino morbosa, non dispiace di
-lasciar trapelare anche a Maria, le proprie avventure galanti; certo,
-non si dà molta pena per nasconderle.
-
-— L'arte del canto! Arte divina!
-
-Luciano domanda a Maria, alla quale si prepara così un nuovo tormento,
-se da basso, nella sala, c'è un buon pianoforte.
-
-— Credo...
-
-— Andiamo a provare.
-
-Luciano ha una voce che egli vanta di tenore, ma che, invece, è di
-pecora, di vitello, di vari animali insieme. Nei giorni lieti canta
-per ore e ore e Maria deve accompagnarlo, applaudirlo e divertirsi.
-Fedele, in musica, quando comincia con un'aria, canta sempre quella per
-tutta la stagione. Adesso, forse in omaggio a Fanfan, il suo cavallo
-di battaglia è l'aria, anzi il duetto della _Traviata_: «Un dì felice,
-eterea — mi balenasti innante...» E fa tutto lui, anche il soprano, pur
-di arrivare a sfogarsi e a sgolarsi a «quell'amor ch'è palpito!»
-
-Lì, a Bex quella sera, due o tre vecchie inglesi dell'albergo, vanno
-addirittura in estasi al «di quell'amor...» Il D'Orea è gongolante,
-è felice. Gli applausi, come il suono dell'arpa davidica, mettono
-in fuga gli spiriti maligni, ma quando il trionfo è più strepitoso,
-arriva dalla stazione un telegramma d'urgenza a rompere in un attimo il
-benefico incanto.
-
- «_Luciano D'Orea — Grand hôtel de Bex_».
-
-«Après succès _Joujou_, éclantant, inoubliable, unanimement constaté,
-engagée pour créer le rôle de Germaine, dans _Le corset envolé_. Pour
-ma petite course à Lausanne il faut attendre la semaine prochaine. Tous
-mes regrets, tous mes adieux.
-
- FANFAN».
-
-Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il fantasma del re
-della glicerina. Pianta lì il suo pubblico, maravigliato, e se ne va
-via di colpo. Sua moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti,
-arrischiando appena qualche domanda.
-
-Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non vuol nessuno.
-
-— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone, almeno una volta,
-di restar solo!... Di poter respirare! Non sono uno schiavo,
-finalmente!... Via tutti!... A dormire! Che vita! Che vita! Che
-inferno!
-
-Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con l'impiegato che a
-quell'ora, di notte, non vuol aprire l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa
-prima ordini e minacce, poi, quasi subito, telegrafa di nuovo,
-chiedendo perdono, concedendo tutto, supplicando.
-
-Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto, mentre sta per andare
-a letto.
-
-Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto, nessun ritegno. Baci
-furiosi e rimproveri atroci. Accusa Maria di non aver cuore, di non
-aver mai avuto cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba
-e niente altro! Non sa voler bene, non gli vuol bene! Ha voluto un
-marito, s'è venduta a un marito, per farsi mantenere lei, e tutta la
-sua famiglia!
-
-Poi Luciano sospira, si dispera.
-
-— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da
-nessuno, da nessuno!
-
-Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce con lo scoppiare in
-lacrime. Sono lacrime vere.
-
-Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno. Poi, quando lo vede
-piangere, disperarsi a quel modo... finisce ancora per sentirne
-compassione e pietà.
-
-
-
-
-V.
-
-
-Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano D'Orea non
-accenna nemmeno alla partenza per Villars. E se non ne parla lui,
-gli altri, naturalmente, non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per
-tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti della madre o
-dello zio: Luciano cambia subito discorso.
-
-Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta l'estate? Chi sa!
-
-Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera «l'amor ch'è
-palpito...» Poi Luciano, d'un tratto, muta d'umore. Non grida più, non
-strapazza più, non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli
-è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si deve domandare
-qualche cosa, non risponde. Bisogna sempre indovinare, e non si
-indovina mai! Non ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i
-piatti e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora che gli
-altri abbiano potuto servirsi. La _Traviata_, s'intende, è messa da
-parte.
-
-Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta la sera in giardino,
-dove si soffoca, a sentirlo soffiare e sospirare.
-
-Che cosa mai è accaduto di nuovo?... Che cosa c'è di nuovo?
-
-Donna Maria e il signor Zaccarella, cercano di indovinare, corrono
-direttamente, col pensiero, fino a Parigi. Ma s'ingannano tutti e due.
-
-La cattiva luna spunta, questa volta, dalla parte di Bologna. Il primo
-a saperlo, s'intende, è sempre il fido Zaccarella, il quale, in tutta
-fretta, comunica l'importante notizia alla signora.
-
-— A giorni, deve arrivare Sua Eccellenza.
-
-— A Bex?
-
-— A Bex, per venire con noi a Villars. Anche Sua Eccellenza ha scelto
-Villars per passarvi l'estate. Don Luciano — non c'è nessuno, ma il
-signor Zaccarella abbassa la voce — don Luciano avrà certo paura di
-qualche osservazione, di qualche contrasto... Ecco spiegato il suo
-cattivo umore!
-
-— Già, sicuro! Ecco spiegato il suo cattivo umore! — ripete Maria
-com'un'eco. Ma in cuor suo, prova un senso di sollievo. Vede
-avvicinarsi qualche ora di tregua, se non di pace.
-
-Giacomo D'Orea, — o Sua Eccellenza come lo chiama rispettosamente il
-signor Zaccarella, — è l'unico fratello di Luciano: fratello maggiore
-di una decina d'anni. È stato un po' il suo tutore, gli ha fatto un
-po' anche da padre. Ha cercato di educare Luciano con idee moderne,
-di abituarlo allo studio, al lavoro, di innamorarlo, di appassionarlo
-alle cose belle... inutilmente. Il ragazzo rompe il freno e gli scappa
-di mano prima del tempo. Niente studio, niente lavoro: le sole cose
-belle che lo innamorano sono le belle donne e lo appassionano quelle,
-specialmente, che costano molto.
-
-Don Luciano, tuttavia, anche diventato uomo e libero di sè, ha sempre
-un certo timore di suo fratello. Se non per amore, per forza, lo
-sopporta e lo rispetta.
-
-Giacomo, in fatti, è per tutti, ed anche per Luciano il capo visibile
-ed invisibile della grande Casa.
-
-Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del lavoro; con
-la rettitudine e la semplicità della vita. Si sarebbe detto che in
-quell'uomo mingherlino, dalla barbetta rada e già brizzolata, che
-in quella testa quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia
-produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse però scomparsa
-ogni rozzezza atavica, ogni lievito di grettezza e di cupidigia. Egli
-è il nepote di una schiatta forte e utile, che anzichè degenerare,
-procede con lui e per lui verso una perfezione armonica e vittoriosa.
-Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche buone e cattive, nello
-spirito egualitario e sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli
-ha intuito quell'assioma economico che i finanzieri del nord-america
-respirano nell'aria del loro paese; cioè, che il possedere molto danaro
-è una gran buona cosa, che il possederne moltissimo è una cosa ancora
-più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni e i miliardi
-non valgono un dollaro e nemmeno un _penny_, se nella fatica angosciosa
-di accumularli non si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e
-di salute, che occorre per saperli godere.
-
-Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea ha tutto saputo,
-tutto veduto e quindi tutto rinnovato e migliorato. Nelle sue
-molte aziende rurali, egli ha recato i criteri suoi e lo spirito di
-previdenza, di assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi.
-
-Industriale di ampie vedute e anche un po' artista, ha sempre posto in
-tutto quello che ha fatto e creato, uno schietto sentimento di armonia
-e di bellezza. Ha dato il suo consenso e il suo nome alle imprese più
-simpatiche e originali, mantenendosi nei rapporti nuovi, complessi e
-difficili lo stesso uomo fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi
-timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto di sè stesso e
-degli altri.
-
-Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però dovuto
-dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi in cui molti lo sono
-disonestamente, è presto eletto deputato e dopo un paio di legislature,
-in uno degli ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio delle
-finanze gli è inflitto come un dovere verso il partito e verso il
-paese.
-
-Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia che gli
-facciano difetto. Gli manca, invece, quella virtù o vizio — secondo i
-casi — che lo Spencer chiama «l'adattabilità agli ambienti».
-
-Alla mancanza di sincerità e di probità politica egli non ha voluto, nè
-saputo piegare. Dopo pochi mesi di governo, mentre è tutto infervorato
-in un piano di riforme nel quale vede un rinnovamento economico del
-paese, si trova di fronte alla necessità politica di tergiversare,
-di rinunciare al meglio delle sue idee per manipolare una delle
-solite «esposizioni finanziarie» a base di transazioni, di lustre,
-di ipocrisia e di falsità. È preso da un impeto di sdegno. Tutto il
-suo orgoglio di galantuomo si ribella alle pretese dell'affarismo e
-dell'_arrivismo_ che gli si stringono d'attorno ed infischiandosene
-della crisi e dello scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi
-stabilimenti industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese.
-
-Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma più istruito e più
-cauto. Del suo intermezzo politico parla il meno possibile e con una
-discrezione degna del sapiente antico. Della gloria del potere non gli
-è rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto nella spagnolesca
-e fastosa espansione meridionale dei parenti e dei clienti di sua
-cognata: e nemmeno, ben inteso, in presenza sua.
-
-Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente Giacomo D'Orea, —
-anzi Dorea — senza apostrofe. Non nasconde, ricorda compiacendosene, le
-origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini e mortadella» come
-diceva sdegnosamente missis Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il _don_
-sono innovazioni di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano! Giacomo ha
-cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito per riderne... e ne ride,
-specialmente, con la zia Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta,
-ancora piena di salute, di buon senso e di brio che vive in campagna,
-perchè non ha mai saputo risolversi a mettersi il cappellino, come
-le contesse, e che manda saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè
-spodestati dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non ha mai voluto
-e non vuol lasciarsi vedere... per paura di farli arrossire!
-
-A proposito di quel «_don_» nuovo di zecca di Luciano, la zia Gioconda
-diceva scherzando a Giacomo, per metter pace:
-
-— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e principati che
-Nannetto ha fatto perdere a sua moglie, sposandola, ha trovato, in
-camera da letto, quel piccolo _don_ e lo ha tenuto per sè!
-
-Giacomo, del resto, s'è opposto quanto ha potuto al matrimonio di
-Luciano con la duchessina Moncavallo.
-
-— Troppa nobiltà, troppa diversità di razza e troppo fumo! E poi
-Luciano, ancora, non è maturo per il matrimonio!
-
-Ma non c'è stato verso! A quell'altro, il fumo è andato alla testa.
-Tutti quei titoli, quei palazzi, quei castelli dei quali si vedono
-le dorature e i merli, e non si vedono le ipoteche, fomentano la sua
-vanità, la sua superbia, mentre il suo capriccio, la sua passione per
-Maria diventa tanto più furibonda quanto più sorgono e si frappongono
-ostacoli.
-
-Le nozze Moncavallo D'Orea sono alla fine concluse, celebrate e
-Giacomo, da uomo savio e pratico, accetta cordialmente il fatto
-compiuto. Il patrimonio dei Moncavallo e dei Sant'Edodio, che fa le
-crepe da ogni parte, è assai vicino alla rovina; Giacomo ne assume
-direttamente l'amministrazione. Un'amministrazione che finisce per
-risolversi in un'abile, opportuna ed anche generosa liquidazione,
-perchè Giacomo, pur di salvare il decoro dei parenti di Luciano, ci
-rimette, volentieri, anche del proprio.
-
-I milioni di casa D'Orea sono molti: quasi non si contano più! Ce
-n'è per tutti, in abbondanza... ed anche per i continui capricci di
-Luciano! Per i capricci, per altro: purchè rimangano soltanto capricci,
-se non del tutto scusabili, almeno perdonabili. Ma, adagio! Oltre
-certi limiti non si deve andare. Giacomo è buono una volta, e buono
-per dieci, ma due volte buono, no. Chiudere un occhio, sta bene, e
-vista l'indole di Luciano, chiuderli anche tutti e due, ma quando sia
-conveniente e prudente di farlo. Che se invece il buon nome, l'onore
-dei D'Orea, avessero corso pericolo non di una macchia, ma di un'ombra
-soltanto, allora egli avrebbe fatto immediatamente ed energicamente il
-proprio dovere. Avrebbe parlato chiaro; occorrendo, avrebbe alzata la
-voce.
-
-E appunto Giacomo, crede adesso e pensa, che il giorno di alzar la voce
-e di comandare sia venuto.
-
-— Che cosa è questa Fanfan Trécoeur? A Parigi, a Nizza, a Montecarlo,
-sempre con questa Fanfan Trécoeur?... Una relazione, un legame simile,
-una tresca?... E pubblicamente?... Con una _chanteuse?_ Lui, un uomo
-ammogliato?... Ah, no! Fino a questo punto, no! Con o senza apostrofe,
-ma il nome dei D'Orea deve essere rispettato da tutti, in Italia e
-fuori.
-
-— Il patrimonio in comune, sta bene: lui ha famiglia, io no. Spendere
-e spandere, senza fare i conti del mio e del tuo... tiriamo pure
-innanzi!... Finchè si tratta della casa, della famiglia, dei parenti
-della moglie, del lusso, delle corse, delle scommesse, del giuoco,
-— io lavoro anche per lui, risparmio anche per lui, — tiriamo pure
-innanzi!... Ma cinquecento settanta mila lire in meno di tre mesi per
-la signorina Fanfan... Ah, no! Questo poi no!
-
-— Che cosa fare?... Scrivere?... — Poco efficace. — Chiamare Luciano a
-Bologna?... — Troppo pericoloso!
-
-Giacomo, un po' contro genio, risolve alla fine di andare anche lui a
-Villars col fratello e con la cognata. La villeggiatura, certamente,
-non sarebbe stata molto gradevole e piacevole, ma, d'altra parte, non
-vede provvedimento migliore.
-
-— Coraggio, e andiamo a passare un mese fra i vicerè!
-
-Per fortuna, fra tanta gente noiosa, insopportabile fa eccezione Maria
-Grazia. Avrebbe fatto delle buone chiacchiere con la cognata. Donna un
-po' fredda, anch'ella un po' vice-regina, nella compostezza pacata dei
-modi, delle parole, ma intelligente, giudiziosa e buona. — Molto buona
-e, certo... non troppo felice!
-
-Ma gli altri!... — Dio che peso! — Quella duchessa madre che ha l'aria
-di scendere dal trono per sua grande degnazione e per fare spargimento
-di grazie ed esercizio di mansuetudine! Quel principe Rosalino, una
-continua ostentazione di galanteria convenzionale e di cavalleria...
-pedestre. Che peso, che peso, tutta quella gente con la loro retorica
-dei nobili principii, dei sentimenti di famiglia, e il vuoto nella
-testa e nel cuore! Mai un momento di sincerità, di vera cordialità!
-Sempre in etichetta, e in frac tutte le sere!
-
-— Che noia!
-
-Pure, bisogna proprio andare a Villars!
-
-— Maledetta Fanfan e... maledetto ragazzaccio!
-
-
-A Bex, intanto, la nuova fase della luna cattiva e muta, con
-persistente inappetenza, continua fino alla vigila dell'arrivo di
-Giacomo: proprio quel giorno, come per incanto, Luciano riacquista la
-parola e l'appetito.
-
-— Giacomo... a Villars?... Con mia suocera? Che abbia sentito parlare
-di Fanfan e voglia venir lassù a predicare la morale e l'economia?...
-Certo, in questa sua risoluzione, qualche cosa di nuovo ci deve
-essere!... E in questo «qualche cosa» per un verso o per l'altro ci
-deve entrare Fanfan!
-
-Don Luciano, s'intende, anche sforzandosi e simulando indifferenza e
-buon umore, non ha riacquistato la parola altro che per brontolare; ma
-adesso, pur seguitando a brontolare con Maria e col signor Zaccarella,
-chi è preso di mira è Giacomo! Anzi, co' suoi sfoghi, egli cerca di
-farsi alleati la moglie e il segretario, contro il fratello:
-
-— Noioso e pedante!... Puritano per ostentazione! Caparbio e ostinato!
-E «la modesta semplicità della vita operosa» che decantano i suoi
-giornali? Niente altro che avarizia! — Non ho ragione, signor
-Zaccarella?... Ride? Rida, rida! Io parlo poco, ma colpisco giusto!
-Tutta avarizia e diffidenza. Lavora, fa tutto lui, perchè non si fida
-di nessuno! Ma... — qui un grande sospirone — dal momento che si deve
-vivere insieme per un mese, che ti pare, Maria? È meglio essere in
-bona! Io non posso soffrire i malumori e non amo i litigi in famiglia!
-
-Questo, gli preme soprattutto: essere in bona con suo fratello. Se
-Giacomo ha timore di prendere troppo di fronte Luciano, Luciano, al
-presente, avrebbe ancor più paura di romperla con Giacomo.
-
-Cinquecentosettantamila lire erano state pagate a Parigi per Fanfan!
-Ma... e il resto che rimaneva ancora da pagare?
-
-Luciano D'Orea, non ne sa un'acca di amministrazione, pure sa benissimo
-che lui, con la sua generosità non ha fatto altro che spendere, mentre
-il fratello, con la sua avarizia, non ha fatto altro che lavorare e
-guadagnare. Se si venisse alle strette? Se si dovessero fare i conti
-del mio e del tuo?... Non sarebbe il momento! Con mezzo milione ancora
-da pagare a Parigi? Con Fanfan che, finalmente arriverà fra tre o
-quattro giorni a Losanna? Con Fanfan che vuol fare una brillante
-carriera, sempre piena di successi e che vuol riuscire assolutamente a
-cantare alla Scala?... Con Fanfan che ha sempre lì, pronto, se lui si
-ritira, il re della glicerina?... No, no!... Bisogna portare pazienza,
-chinare il capo e sopportare anche le osservazioni e le prediche... per
-amore di Fanfan e per poter tener testa a mister Kennett!
-
-Il povero don Luciano, con tanti milioni, si trova ridotto al punto di
-dover piangere la propria miseria.
-
-— Ma! — sospira. — Quando non ci sono quattrini abbastanza, bisogna
-sacrificare anche l'amor proprio, il proprio carattere franco, leale,
-indipendente... e fare lo scherzoso e l'amabile persino con la moglie
-lunatica, perchè Giacomo, arrivando a Bex, non la veda con gli occhi
-rossi!
-
-— Io mi guardo bene dal darti la più piccola seccatura! Non è vero,
-cara? Io ti lascio libera di fare, di disfare, io ti lascio sempre
-padrona di tutto! Non è vero, cara?
-
-— Sì, Luciano...
-
-— Soltanto per questi giorni, — pochi, si spera, — che Giacomo resterà
-con noi, io ti prego di non fare il muso e di mostrarti, come sei,
-contenta e felice! Mi raccomando.
-
-— Sì, Luciano. Del resto, Giacomo è buono. È sempre stato gentile e
-affettuoso con me!
-
-Il marito ha uno scatto vivace, ma si frena, per i suoi fini
-diplomatici e inghiotte l'amaro di quel «buono» pel timore degli occhi
-rossi. Ma per essere scherzoso e per divertire la moglie, e insieme
-anche per sfogarsi continua durante tutta l'ora del pranzo, a ridere
-alle spalle del fratello.
-
-— Buono? Tu dici, Maria, che Giacomo è buono? Ma è buono perchè gli
-manca la capacità di poter essere cattivo! È un uomo, Giacomo, che deve
-tutta la sua gloria e la sua fortuna, alle qualità che gli mancano. Non
-sa spendere?... Un altro passerebbe per un avaro: lui, no; ne fanno un
-grande finanziere! Non sa vestire, è inelegante, sembra un notaio in
-abito di testamento?... Acquista, per questo, nell'opinione pubblica,
-in serietà, in gravità, in superiorità! È sempre stato un giovane
-vecchio, timido, senza un'ombra di spirito con le signore. Un altro,
-sarebbe spacciato, ridicolo. Lui, no: è un esempio di austerità e di
-moralità! Ride?... Rida, rida, signor Zaccarella!
-
-Il signor Zaccarella, che nutre in cuore un profondo rispetto per
-Sua Eccellenza e i suoi milioni, si sforza e ride rumorosamente per
-compiacere il padrone.
-
-Luciano si sente in vena, pieno di brio e continua divertendosi:
-
-— Aver paura è sempre stato il grande coraggio di mio fratello! — Un
-esempio? — Ecco: lo fanno ministro. Gli altri, al suo posto, tengono
-duro, finchè li mandano via con la testa rotta. Lui ha paura, scappa e
-si crea la fama di uomo forte, energico, «tempra adamantina!». Fosse
-rimasto al Ministero, sarebbe diventato un asino anche lui: scappa e
-acquista il coraggio delle proprie opinioni e il genio della politica!
-Non ho ragione, signor Zaccarella?
-
-Il signor Zaccarella inghiotte, annuendo col capo. Maria rimane
-silenziosa, seria: non approva il marito, non difende il cognato.
-
-Soltanto a quella parola «asino» lanciata con tanta brutalità e
-volgarità, presente il signor Zaccarella, ha un istintivo moto di
-disgusto; ma è un lampo. Luciano, tuttavia, se ne accorge e quindi
-insiste e ribatte sull'asino.
-
-— Asino! Asino! Asino! Del resto non è il solo che sia un asino e che
-sia diventato ministro! Dica lei, signor Zaccarella!
-
-Questa volta l'ossequioso Zaccarella non ha scrupoli e risponde,
-sprofondando quasi la testa nel piatto con un inchino:
-
-— Verissimo!
-
-— La politica? Buffoni e asini!
-
-Don Luciano si ostina, continua a ripetere l'odiosa parola, ma ormai
-non irrita più, non fa più nessun effetto.
-
-— Tu credi, Maria, che occorra un briciolo di talento per farsi un nome
-in politica? Rispondi, Maria: lo credi proprio?
-
-Alla insistente interrogazione di Luciano, Maria alza su di lui gli
-occhi dolcissimi, neri neri, ancora più neri e profondi sotto l'ombra
-delle lunghe ciglia vellutate: ma non risponde altro che così.
-
-— La politica?.. Peuh! Io lo dichiaro apertamente: abborro, odio la
-politica! Invece di fare della politica, io faccio dello _sport_:
-rinforzando il corpo, so di rinforzare lo spirito. Sentite! Toccate!
-— Così dicendo allunga e stende il braccio con forza, ne fa toccare
-i muscoli alla moglie e al signor Zaccarella che fa le più alte
-maraviglie:
-
-— Di marmo!... Di bronzo!... Vero bronzo!
-
-— Io ammiro le arti! Le lettere! Si diventa ministri, ma si nasce
-poeti, pittori! Io ammiro e coltivo la musica... — E si ferma con
-particolare compiacenza a vantare sopra tutte le altre la divina arte
-della musica, la divina arte del canto! — Si diventa ministro, ma
-tenore, si nasce! Oh, la musica, il canto, consola, ingentilisce il
-cuore! Fa bene all'anima, un po' di musica!
-
-Il signor Zaccarella sta sulle spine: — Se donna Maria sospetta di
-quella certa Fanfan?
-
-Ma, intanto, Luciano si alza, scende, va nella sala di musica, apre il
-pianoforte, chiama Maria, comincia la _Traviata_ e continua tutta sera
-con la _Traviata_:
-
- «Un dì felice eterea, mi balenasti innante...»
-
-La mattina dopo, a colazione, quando ha ben ripetuto che Giacomo è un
-avaro, un pedante e un asino, — annunzia alla moglie che gli sarebbero
-andati incontro tutti due fino a Montreux, in automobile.
-
-— Ti raccomando, Maria. Niente lune. Mostrati come sei, contenta e
-felice!
-
-
-
-
-VI.
-
-
-Appena quelli di Villars sanno dalla «cara Maria» che don Luciano
-è finalmente arrivato a Bex, mandano anche a lui, in un mazzo, per
-telefono, «saluti e tenerezze» e poi basta: silenzio prudentissimo.
-
-I giorni passano senza altre notizie, e quelli di Villars li lasciano
-passare senza chiederne: «nessuna nuova, buona nuova».
-
-Di tanto in tanto, la duchessa madre e il principe Rosalino
-si scambiano con gli occhi, soltanto con gli occhi, qualche
-interrogazione:
-
-— Come mai?... Il nostro Luciano e la cara Maria Grazia, non annunziano
-ancora il loro arrivo quassù?... Ancora non ne parlano?... Ancora non
-si fanno vivi?
-
-Sssst!... Tutti _cito_! «Fra moglie e marito non ci va messo un dito!»
-
-Tutti _cito_, e tutti allegri!
-
-Per la duchessa Cristina e per il principe Rosalino, ogni giorno
-che passa senza la presenza di Luciano è un giorno guadagnato, un
-giorno di più di sollievo, di piena libertà e di pompa magna senza il
-cruccio delle spostature, dei musi, delle continue contradizioni. Per
-Remigia, ogni giorno che passa senza Maria è un giorno guadagnato per
-le sue conquiste e per le sue vittorie. La duchessina rimane oscurata
-dall'immediato confronto con la sorella Maria. Quando è presente la
-bellissima D'Orea Moncavallo, la povera Piccola, non è più che una
-bimba allegra, un giocattolo divertente! Punto primo, la signora D'Orea
-è maritata, Remigia, ancora signorina: Maria è la grazia, la soavità,
-l'amore: lei il capriccio, il diavolo a quattro!... E poi i capelli
-neri, quando sono così neri, vincono sempre i capelli biondi e la
-poesia, la dolce e malinconica poesia degli occhi di giavazzo, dalle
-ondate di luce tenera e languida vince il sorriso e l'arguzia degli
-occhi ceruli e giocondi!
-
-Sì, sì! Rimanga a Bex! Che Maria Grazia rimanga ancora a Bex, finchè
-anche lei possa aver trovato un don Luciano... magari vecchio e brutto
-come il barone Danova. Non importa! Sarà in tal caso più buono e più
-docile.
-
-Il solo che si mostri inquieto, in tanta pace, è il signor Trüb.
-
-In que' giorni a Villars c'è un tempo splendido! Fin troppo splendido
-e troppo caldo!... Il meteorologo signor Trüb prevede non lontana una
-nuova burrasca e teme che i rimasti a Bex, invece di salire, facciano
-scendere anche gli altri! Il signor Trüb si aspetta sempre una qualche
-spiacevole improvvisata dalla volubilità degli italiani e il suo cuore
-non sarà soddisfatto e sicuro, finchè la grande famiglia di prim'ordine
-non sarà tutta riunita alla _Tête-pointue_.
-
-— E così, signor principe?...
-
-È col principe Rosalì, che il signor Trüb può sfogarsi a parlare. La
-duchessina è gentilissima, affabile, ma scherza sempre, non gli dà
-retta; egli comincia a sospettare che lo prenda un po' in giro. Gli
-altri sono molto sostenuti. Rispondono ai suoi inchini, saltetti e
-sgambetti con un cenno di testa e non tutti i giorni. Col maggiordomo,
-con i servitori, non c'è verso di poter dire due parole senza stappare
-una bottiglia!
-
-— E così, signor principe?... Ha ricevuto qualche notizia?... Si sa
-quando arrivano il signor duca e la signora duchessa D'Orea? — In tanta
-confusione di titoli, il prudente locandiere li crea tutti duchi per
-non sbagliare.
-
-— Ancora non hanno scritto niente! Vuol dire che laggiù si trovano bene!
-
-— Impossibile, signor principe! Con questo caldo?
-
-— Eppure... vorrà dire che a Bex, farà fresco!
-
-Il rubicondo Trüb fa un inchino, un saltetto, scoppiando in una sonora
-risata: scherza sempre, è sempre pieno di brio, il signor principe!
-
-— Ah! Ah! Ah!... Fresco a Bex! Ci sono trenta gradi! Scappano
-tutti!... Ogni giorno mi arriva un monte di telegrammi!... Famiglie
-di prim'ordine, titolate, dall'America, persino dall'Australia, che
-vorrebbero fermarsi alla _Tête-pointue_, tutta la stagione! Io non fo
-altro che rimandar gente! Sono venuti a sapere che le più belle camere
-con i due saloni del primo piano tenuti a disposizione del signor duca
-e della signora duchessa D'Orea, sono tutt'ora vuoti, e mi tormentano!
-
-— E voi rispondete che sono pieni, e vi lascieranno in pace! Finchè mia
-nipote non viene quassù, vuol dire che giù si trova bene, ed è inutile
-scrivere, telefonare, voler sapere... Sapere che cosa?... «Chi sta bene
-non si muove!» Eh! Mi par naturale!
-
-Dalla grande terrazza dell'albergo, in certe sere chiare di luna,
-profumate dal tepido odor di pino, si scorgono laggiù, in fondo in
-fondo, nella parte più bassa e più buia della valle, alcuni punti di
-luce giallastra: è la cittadina di Bex.
-
-Che caldo, che soffoco, deve fare in quella pianura arsa, cocente, se
-a Villars, a mille trecento metri, non c'è un filo d'aria!... E che
-tormento deve essere Luciano... _retour de Paris_!... Che musi! Che
-scene!...
-
-Ma la madre non vuol lasciarsi vincere dai tristi pensieri, e
-interrompe il beato silenzio del fratello che sonnecchia, nell'ora
-placida della digestione, al chiaro di luna.
-
-— Chi sa, anche questa volta, che bel regalo!
-
-— Regalo?
-
-— Che bel regalo avrà portato Luciano da Parigi alla mia cara Maria!
-
-— Eh!... Certo!
-
-— L'altra volta le ha regalato un filo di perle, del valore di sessanta
-mila lire!... Regali, bisogna proprio dire, gliene fa molti, sempre
-magnifici e di buon gusto!
-
-— Eh!... Certo!
-
-— Maria, in fondo, siamo giusti, non ha che da parlare e ha tutto ciò
-che vuole!
-
-— Tutto!...
-
-— Quante ragazze si augurerebbero di essere la mia Maria! Si sa, a
-questo mondo, ogni rosa ha la sua spina!
-
-— Eh! Si sa! Ogni magione ha la sua passione!
-
-Così, il cuore della madre si mette in pace, e può quindi gioire senza
-scrupoli vedendo l'Idola a scherzare, a ballare e a divertirsi.
-
-Appena arrivata, appena scesa alla _Tête-pointue_, la duchessina
-Remigia col panama dalla larga tesa messo alla birichina, con la sua
-scioltezza disinvolta e la sua aria signorile, ha subito fatto colpo
-sui primi forestieri nei quali si imbatte e che stanno a crocchio
-davanti al portone dell'albergo.
-
-_Din_ e _Don_ non vogliono lasciarsi prendere, non vogliono
-lasciarsi legare al guinzaglio e Remigia approfitta subito della loro
-disubbidienza per farsi ammirare. Li insegue correndo, con movenze
-agili eleganti; si finge crucciata e li chiama forte, battendo i
-piedini, frullando, trillando come una lodoletta, con la sua voce
-fresca, d'argento.
-
-— _Din_! _Don_! Subito qui!... Qui subito!... Qui! Da bravo! Così,
-bravo il mio _Don_! È un tesoro il mio _Don_!... Anche _Din_! Sì! Sì! È
-obbediente anche _Din_. Anche il mio povero _Din_, caro, caro, caro!
-
-— Che bel piedino! Che bel vitino!.. E che _ginger_ la biondina! — Il
-barone Marco Danova è incantato. — Congratulazioni, signor Trüb!
-
-Il signor Trüb non sente nemmeno il complimento sussurrato a mezza
-voce. Inchini, sgambetti, saltetti; nel ricevere la grande famiglia
-italiana di prim'ordine sembra addirittura un maestro di ballo!
-
-La duchessina è come un piccolo generale: sente l'odore della
-battaglia, e assapora la gioia del trionfo! Villars, sarebbe stato il
-suo regno e il luogo di delizie di _Din_ e _Don_!
-
-Che fortuna per lei che Maria Grazia sia rimasta a Bex!
-
-Un'occhiata fra le signore sparse nel giardino, una occhiata fra le
-altre che leggono o passeggiano sotto l'atrio e Remigia ha subito
-capito il genere: Le francesi sono di Ginevra, le inglesi, Cook e C^o;
-sono in maggioranza le tedesche e però nessun buon gusto, anche in
-chi vuol fare del lusso, e invece una grande varietà in camicette, dai
-colori più pappagalleschi.
-
-È vero, per altro, che anche fra gli uomini, un «don Luciano» ancora
-non s'è visto.
-
-Quella prima sera, la nobile famiglia italiana pranza tardissimo, al
-_restaurant_. Si ferma, dopo, appena una mezz'oretta sotto l'atrio,
-e si ritira assai presto. Sono tutti stanchi dal viaggio, dalla
-giornata di pioggia, dal cambiamento d'aria. Totò solamente, sebbene
-sia più stanco e abbia più sonno degli altri, si ferma ancora, saluta
-le signore, per la fumata d'obbligo, con la classica pipa di radica.
-In tutto punto nello _smoking_ di _Pôole_ e col berrettino grigio di
-White, gira su e giù col passo lungo da scavalcar le montagne, il viso
-arcigno, seccatissimo, annoiatissimo.
-
-Eppure, in cuor suo — altro che noia! — è invece assai agitato. Guarda
-e osserva a sua volta con le lenti dell'amore e della gelosia, gli
-ospiti di Villars. Remigia avrebbe dovuto constatare che è molto
-più inglese lui, di tutti gli inglesi autentici che ci sono alla
-_Tête-pointue_: ma Remigia, è tanto dispettosa e civetta!
-
-L'Idola, in quel tempo, ha avuto altro da fare che badare a Totò!
-Passeggiando seria e contegnosa al braccio della madre, — non ci sono
-nell'atrio _Din_ e _Don_ e non è l'ora di fare il chiasso, — senza mai
-guardare in giro, senza nemmeno alzar gli occhi ha già notato che i
-giovinotti e i giovinetti, quelli che devono essere i campioni della
-sala da ballo e del _tennis_ la seguono insistentemente con la coda
-dell'occhio e parlano fra di loro, — e certo di lei, — con grandissima
-animazione. Ha notato che anche gli uomini seri e gravi, gli uomini
-maturi, fanno, senza parere, dei giretti e delle fermatine premeditate
-per vederla più da vicino. Uno, specialmente, con una barbaccia al
-lucido Nubian. Quello che al primo vederla, ha esclamato, rapito in
-estasi, col signor Trüb: — «Che bel piedino! Che bel vitino!»
-
-La duchessina Remigia, con Mimì Carfo e con _mademoiselle_, sono tutte
-tre al secondo piano. Le camere delle ragazze sono attigue e l'uscio
-di comunicazione è sempre aperto. Dopo la camera di Remigia, dall'altra
-parte, c'è un salottino, poi la camera di _mademoiselle_.
-
-— Sai, Remigia, chi c'è a Villars? — dice Mimì all'amica, mentre
-ciascuna si spoglia nella propria camera.
-
-— Chi? — domanda Remigia affacciandosi all'uscio, tutta bionda e tutta
-rosea, in busto e sottanino. — Chi?
-
-— Indovina.
-
-— Qualche cosa di bello o di brutto?... Un adoratore?... Per me o per
-te?
-
-— Indovina!
-
-La Mimì, già in camicia, un camicione lungo lungo, perchè è alta e
-ricca della persona, sta rimboccando le coperte del letto. I capelli
-pur biondi, ma di un biondo assai più scuro dei capelli di Remigia, le
-cascano come un largo flutto lucente, odoroso, giù per le spalle, per
-la vita e le anche.
-
-— Chi è questo nostro timido adoratore?
-
-Remigia s'è slacciato il busto e lo ha gettato sul canapè, nella sua
-camera. Così, mostrando gli ossicini delle spalle e con le braccine
-nude sottili sottili, la piccola sembra ancora più piccola e più
-minuta.
-
-— Ahimè! — sospira comicamente. — I nostri adoratori sono molto timidi!
-Vorrebbero tutto e non hanno il coraggio di domandarci nemmeno... la
-mano!
-
-Mimì dà in una risata e salta nel letto. Resta seduta, appoggiata un
-po' di fianco ai cuscini, si prende tutti i capelli con le due mani,
-lisciandoli, torcendoli, avvolgendoli e fermandoli sulla nuca.
-
-Remigia insiste, battendo i piedi per terra.
-
-— Rispondi, Mimì! Per te o per me? Adoratore tuo o mio?
-
-— Non ho detto nemmeno che sia un adoratore!
-
-— Oh, e allora? — L'Idola fa un'alzata di spalle.
-
-— Mah! Ti divertirai lo stesso! Forse molto di più!... L'ho saputo
-adesso, dalla Rosa. — La Rosa è la cameriera della duchessa Cristina. —
-Ne ha visto il naso verde spuntare minaccioso in fondo al corridoio del
-terzo piano!
-
-— Missis Eyre! — esclama Remigia con un grido di gioia. Quella notizia
-le basta per far del chiasso, per sfogare l'argento vivo che ha nel
-sangue. Salta sul letto, salta addosso a Mimì, la bacia furiosamente,
-tirandole i capelli. Mimì si caccia fin con la testa sotto le
-coperte... e Remigia a batterla, a farle il solletico, a pizzicarla,
-continuando a gridare di tutta foga: — Missis Eyre a Villars! O gioia!
-O gioia! O gioia!
-
-— Lasciami respirare... Non ne posso più... — Mimì, mezzo soffocata,
-butta via le coperte e cerca con le due mani di allontanare l'Idola
-che, tutta capelli e voce, pare impazzita. — Non ne posso più... Dio,
-Dio che caldo!... Lasciami respirare!
-
-Remigia si ferma un istante: ha sentito aprire la camera dopo il
-salotto.
-
-— _Mademoiselle_?
-
-È proprio _mademoiselle_.
-
-— Si può, duchessina Remigia?
-
-— Venga! Venga!... Sono qui!
-
-Anche l'istitutrice ha la grande notizia.
-
-— Sa chi c'è a Villars?... Indovini.
-
-— Missis Eyre! Missis Eyre! Quella gioia di missis Eyre! — L'Idola
-ricomincia a strillare, saltando per la camera, saltando sulle poltrone
-e sul canapè.
-
-_Mademoiselle_ guarda la duchessina e sorride; ma soltanto con le
-labbra. I suoi occhi mansueti e smorti, non brillano mai, non hanno mai
-nè sorrisi, nè lampi.
-
-— Ha già cominciato col _proibitissimo_! L'ho lasciata alle prese con
-la Carolina!
-
-— Patapum!... Pum! Pum! — Remigia gonfia la bocca, per fare il rimbombo
-del cannone. — Pum! Pum! La colonnellessa Facanapia di Sbirlingonia ha
-aperto il fuoco!
-
-— Sempre come alla villa d'Este! — continua _mademoiselle_. — Le
-solite ire contro _Din_ e _Don_! Non devono dormire nella camera della
-Carolina! _Shocking_! Proibitissimo! Ha già dichiarato che domattina
-farà subito il suo bravo reclamo al _bureau_!
-
-— Oh bella! E che cosa importa alla colonnellessa Facanapia che i miei
-cani dormano con la mia cameriera?
-
-— Perchè la stanza della cameriera è vicina a quella di miss Eyre!
-Abbaiano! Fanno la _ciostra!_ Con questa compagnia di gente e di cani,
-l'_hôtel_ non è più un _hôtel_, è una piazza, una fiera!
-
-— Senti, Mimì! Guerra dichiarata fra l'Italia e la Sbirlingonia! E
-non si dà quartiere! Domattina, prima cosa, impadronirsi del _Times_!
-Totò, fuori la pipa, e pipa a tutto andare! Nelle ore del caldo e
-delle dormitine pomeridiane, corse e ludi ginnici nel corridoio del
-terzo piano. Dichiarare all'inchinevolissimo signor Trüb che al primo
-_pronunciamento_ delle parole «proibito o _défendu_» tutta l'Italia
-parte in massa per Glion o per Caux! E tutte le sere festa da ballo a
-piena orchestra fino alla mezzanotte _et ultra_! Ben inteso: a _Din_ e
-_Don_ camera al terzo piano con pensione e libero accesso nell'atrio e
-nella veranda!
-
-— Tutte le sere, festa da ballo? — osserva Mimì, sempre giudiziosa e
-riflessiva. — Uhm! Ne dubito. E i ballerini?... A Villars, abbondanza
-di giovinetti e grande scarsità di giovanotti!
-
-— Lo hai notato anche tu, Mimì? E quei pochi devono essere francesi di
-Ginevra, come le signore.
-
-— Niente _chic_! Niente _esprit_! Pedanteria e conferenze! Che noia!
-Che noia! Uff! Nascono tutti professori, a Ginevra; anche le donne!
-
-— Ma come fa, Dio mio? Come può osservare tutto, lei? E sta lì, così
-seria, raccolta... Sembra, certe volte, che non osi nemmeno di alzar
-gli occhi! — _Mademoiselle_ guarda la duchessina, battendo palma a
-palma in rapimento estatico.
-
-— Mah! Come gli ufficiali hanno la sciarpa e le spalline, noi, quando
-siamo in parata, dobbiamo avere il pudore d'ordinanza!
-
-— Stasera, sotto l'atrio, non ho visto che un solo ballerino possibile!
-— È Mimì che crede di aver fatto la scoperta. — Un giovinotto
-biondo, elegante, con un garofano bianco all'occhiello e la lente
-nell'occhio?... — Quello è inglese, certissimo!
-
-— L'ho visto anch'io, tò! Ma anche la tua fenice porta lo smoking con
-la cravatta bianca! _C'est un crime_, mia cara! — Remigia diventa seria
-e scrolla il capo. — Io non so che strana idea è saltata in testa a
-quella buona donna di mammà...
-
-_Mademoiselle_ capisce dall'antifona che l'Idola l'ha con la duchessa
-Cristina e, per cavarsela prudentemente, adduce di sentirsi molto
-stanca, augura la buona notte e si ritira.
-
-Remigia, torna a saltare sul letto di Mimì.
-
-— Davvero, sai? Mia madre io non la capisco! Se vuol farmi trovare
-il mio don Luciano perchè non mi porta a Saint-Moritz o ad Ostenda?
-Anche Villars-Ollon non mi pare la villeggiatura del _coup de foudre_,
-ma quella di una buona dote! Villeggiatura di rampolli con l'angelo
-custode; con accanto papà e mammà e dieci punti in condotta.
-
-Gli occhi affettuosi dell'amica, si riempiono di lacrime. Sempre così,
-povera Mimì Carfo, quando Remigia tocca quel tasto doloroso del suo
-matrimonio.
-
-— C'è tempo! C'è tempo! Consolati! — Ma dopo aver consolata Mimì,
-l'Idola sospira e diventa seria. C'è tempo... E poi, chi sa?... Lo
-troverò?... Ci sarà anche per me un don Luciano, numero due? Perchè,
-giovane o vecchio, non importa...
-
-— Vecchio, no! Brutto no! Ti prego, ti supplico!.. — Mimì geme, per
-conto dell'amica.
-
-— Vecchio o brutto, per me è indifferente! Ma non farò certo un
-matrimonio inferiore a quello di mia sorella! Oh, no; giammai!
-Piuttosto mi voto a Dio!
-
-L'Idola, che passa con una volubilità straordinaria dai sospiri al buon
-umore, alza le braccia sottili e trasparenti verso l'immagine a cap'al
-letto di Mimì.
-
-— Oh, sì, lo troverai certo, presto, il tuo don Luciano, e più bello,
-più buono di quello di Maria Grazia, e allora la povera Mimì Carfo...
-
-— Allora?... La povera Mimì Carfo? — Remigia avvicina il viso al viso
-dell'amica godendo anche il dolore e le lacrime di quell'adorazione
-così tenera e devota. — Allora, la povera Mimì?
-
-— La povera Mimì resterà sola, abbandonata...
-
-— Sola, abbandonata?... In Trinacria? Mainò!
-
-Remigia scherza, ma la Carfo dice sul serio e teme sul serio, non
-soltanto l'abbandono, ma pure l'oblìo.
-
-— Giura questo, almeno: anche quando avrai trovato il tuo don Luciano e
-saremo tanto lontane l'una dall'altra, non mi dimenticherai?
-
-— Giuro.
-
-— Mi vorrai bene sempre sempre: giura.
-
-— Giuro.
-
-— L'amore non ti farà mai obliare l'amicizia: giura.
-
-— Giuro! Giuro! Giuro! — L'Idola salta dal letto, torna a saltare per
-la camera come una matta. Sembra che abbia dell'amore un'idea tutta da
-ridere.
-
-— Sai pure. Mimì, che l'amore è per me la parte noiosa della festa:
-dato che il matrimonio sia una festa. Innamorata, io? No! No! Giuro!
-Giuro! Giuro! Tu sì, che t'innamorerai subito, alla prima occasione!
-Io... ho un cuore senza combustibile. _Flirto_, qualche volta, per
-non far disperare mammà nelle sue mire di collocamento. Ma appena
-maritata... se ci arriverò... non la darò più ad intendere nemmeno a
-mio marito!
-
-Mimì non risponde: l'amica sua ha colpito nel vivo. « — Tu sì, che
-t'innamorerai subito, alla prima occasione!» Come anch'ella sentiva
-che era vero questo, che avrebbe messo tutta la sua vita, tutta la sua
-felicità, tutta se stessa nell'amore... fosse pure dolore e sacrificio
-soltanto!
-
-Ma... l'occasione, sarebbe poi venuta? Mimì Carfo non ha alcuna
-speranza. È povera, senza essere stata mai ricca, senza il lustro di
-un grande nome, senza le aderenze e i ricordi fastosi di una grande
-famiglia. Il babbo di Mimì era un maggiore di fanteria ed è morto in
-Africa. La mamma, sola a Catania, riesce appena a strappar la vita con
-la piccola pensione: e fortuna che la duchessa Moncavallo — una delle
-sue tante cugine in grado infinitesimo — le fa risparmiare la spesa
-di Mimì, che, per far piacere all'Idola, tiene sempre con sè e fa
-viaggiare quasi tutto l'anno.
-
-In questo stato di cose che occasioni d'innamorarsi le possono mai
-capitare?
-
-Mimì Carfo, affettuosa, appassionata per indole, è retta di mente, è
-onesta, è religiosissima. E se l'amore è ardore e poesia per la bella
-fanciulla siciliana l'occasione d'innamorarsi non può avere altro
-aspetto che quello del matrimonio.
-
-— Che hai, Mimì? A che cosa pensi?
-
-— A tutto e a niente. Sono un po' stanca.
-
-— Anch'io; ho sonno!
-
-Le due amiche si scambiano un ultimo bacio.
-
-— Addio, cara.
-
-— Addio, gioia.
-
-— Buona notte!
-
-— Buona notte!
-
-Quando Remigia è in camera sua, va dinanzi allo specchio, preme il
-bottone della luce elettrica, si slaccia e lascia cadere il sottanino:
-rimane così nella bianca e molle camicia di batista a guardarsi nello
-specchio... Ad un tratto libera i capelli dalle forcine di diamanti
-e con una forte scrollata di testa li scioglie tutti e se li fa tutti
-cadere sulle spalle. È una nuvola d'oro lucente, fluente, profumata;
-è una maraviglia, un incanto... Ma poi... non c'è altro! Capelli e
-capelli! Bellissimi capelli, capelli lunghissimi che la coprono quasi,
-che quasi sembran pesare con la loro massa folta, ondulata, sulla
-piccola e magra personcina. Begli occhi ceruli, vivi... Bella bocca,
-bei denti... una bella testina... Ma poi non c'è altro per poter
-piacere agli uomini!
-
-Remigia si guarda, continua a guardarsi nello specchio e a mano a mano,
-l'espressione del suo viso diventa più seria, quasi truce... Si abbassa
-la camicia, — il cappio azzurro è già sciolto — un po' giù dalle
-spalle...
-
-— Niente di niente e ormai non ho più speranza. I vent'anni sono sonati
-da tre mesi!
-
-Come invidia, in quel momento, la bella taglia e le belle forme di Mimì!
-
-Spegne con impeto la luce elettrica, si caccia in letto, al buio, e
-si volta bocconi con mezza la testa sotto il cuscino, come fa sempre
-quando è arrabbiatissima.
-
-— Sei già a letto? — domanda Mimì dall'altra stanza.
-
-— Sì, e dormo!
-
-Mimì Carfo non fiata più, non osa più!
-
-L'Idola, instabile e variabilissima com'è, è stata presa da un
-senso profondo, amaro di delusione, di sconforto, d'infelicità.
-L'effervescenza è finita, l'argento vivo è consumato; ella vede le cose
-come sono e la sua condizione qual'è realmente.
-
-— Ah, _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Non mi capita più la fortuna di un
-don Luciano che perda la testa per me! Impossibile! Sono troppo
-piccola e troppo magra per il _coup de foudre_!... Una povera ragazza
-di condizione onesta, costretta a trovarsi un marito a furia di
-occhi bassi e di timidi rossori deve avere, necessariamente, come
-mia sorella, tutti gli altri vantaggi dell'appariscenza! Alla rosa
-mistica senza dote, e che deve esprimersi senza parole, occorrono, in
-compenso, le doti e l'eloquenza del quadro plastico!... — E, intanto,
-cerca cerca, aspetta aspetta... «Aspettare e non venire è una cosa
-da morire!» Uff! Che caldo!... — Evviva le grandi cocottes!... Esse
-non hanno bisogno di dote nè di doti per mettersi a posto! La Fanfan
-di Luciano, per esempio, è magrissima! Anzi, se non è una frottola
-inventata per consolare mammà, è persino tisica, eppure... — La
-fanciulla s'interrompe e sospira. — Ma quella Fanfan non ha parenti
-tra i piedi che le fanno la predica! Capelli e capelli! Capelli
-e nient'altro! Maledetti capelli! Agli uomini, devo far l'effetto
-piacevole di una parrucca! Uff! — Un secondo sospiro. — Giro i laghi,
-i monti, i mari... e finirò col dovermi accontentare del matrimonio
-d'amore! Ancora un anno o due e poi, svanita la speranza, far presto
-a sposare Totò... per non arrischiare di perdere anche Totò! — Ah, mio
-Dio! Per tutta la vita natural durante, appartenere al seguito di donna
-Maria Grazia D'Orea, come una contessina Carfo, qualunque! — Un altro
-sospiro e più forte.
-
-— Che hai Remigia? — domanda Mimì.
-
-— Dormo.
-
-— Ti sento sospirare!
-
-— Dormo.
-
-Totò, Antonio, marchese di Villabianca, aspettando di diventare
-principe di Sant'Enodio alla morte del genitore, è assai ben provvisto,
-ma di titoli nobiliari.
-
-— Una capanna e il tuo cuore: sposeremo Totò e così sia! Basta soltanto
-che non mi secchi per troppo innamoramento! In tal caso, sposo invece
-lo zio Rosalì!
-
-Remigia ride. Pensa alla faccia che farebbe Totò, il britanno, al
-vedersi l'Idola rapita dal genitore; continua a ridere, dimenticando i
-suoi guai e si addormenta ridendo.
-
-Mimì, invece, è ancora svegliata, e tarda assai prima di poter pigliar
-sonno. È il cruccio di Remigia che le fa pena, che la tiene inquieta.
-Mimì ha letto e legge nel cuore dell'Idola, e con ardore, con gioia
-sacrificherebbe tutto e si sacrificherebbe tutta per saperla felice!
-La fanciulla povera ha riposto nella dolce e cara parola «amica» tutta
-la tenerezza del suo cuore, tutto quel suo grande prepotente bisogno di
-espandersi, di voler bene!
-
-Nella sua innocente purezza e nella sua fede cieca e illimitata,
-Mimì innalza Remigia al settimo cielo e la immagina e la vede, come
-in realtà non è. Remigia, per Mimì è un angelo; un angelo di bontà e
-un angelo di bellezza. Anzi, sono gli angeli stessi, che per essere
-veramente angeli furono creati a imagine di Remigia. Mimì adora la sua
-amica e le pare che tutti debbano adorarla in ginocchio; Mimì l'ammira
-e le pare che tutti debbano ammirarla incantati. E come la rende un
-essere ideale, così nel suo sogno pinge con i più smaglianti colori,
-e adorna delle più belle e più rare virtù quell'essere straordinario,
-soprannaturale, che sarà assunto alla felicità beata dell'amore e delle
-nozze di Remigia. E l'atteso nel concretarsi, nella feconda fantasia
-di Mimì, nel farsi uomo di questa terra, prende le sembianze del
-giovine e forte Sigfrido, ingentilito con l'animo mistico, malinconico
-di Lohengrin. E siccome il principe incantevole e celestiale, tarda
-a scendere dalle nuvole rutilanti o a varcare i mari con il candido
-nocchiero e Remigia, con la sua prosa birichina ne attribuisce il
-ritardo all'essere troppo piccola e specialmente troppo magra, la
-Mimì, la devota, la sommessa Mimì, come le avrebbe offerto volentieri,
-subito, in affettuoso omaggio, tutti i gigli e le rose della sua
-fiorente giovinezza!
-
-
-Chi s'è addormentata subito, anche quella sera, — soltanto le zanzare
-riescono qualche volta a tenerla desta, — è _mademoiselle_. Ella dorme
-da un pezzo e sogna: sogna _Din_ e _Don_ che fuggono nuotando in una
-vasta latitudine allagata, e lei dietro inseguendoli, pure a nuoto.
-La duchessina è in barca, grida, ride, si arrabbia, stimolandola,
-incitandola strapazzandola. _Mademoiselle_ nuota, continua a nuotare
-faticosamente. _Din_ e _Don_ son sempre lì vicini, alla medesima
-distanza, ma anche lei, nuota, nuota e rimane sempre allo stesso
-punto... Un solo colpo forte e _Din_ e _Don_ sono presi... ma non può,
-non può più allungarsi, non può più stendere le braccia, quell'acqua
-torbida si fa pesante, le impedisce ogni movimento, la soffoca...
-
-
-
-
-VII.
-
-
-L'Idola è furente contro Totò!... Totò, invece di mostrarsi amabile,
-invece di essere «entrante e discorsivo» con i giovinetti e con i
-giovinotti della sala da ballo e del _tennis_, rimane duro, impettito,
-non parla con nessuno, non si lascia avvicinare da nessuno!
-
-— Sei noioso! Sei impossibile! — borbotta. Poi dà un'alzata di spalle e
-se ne ride. — Noiosissimo ed anche cretino!
-
-Totò è geloso. Sotto l'anglico aspetto, batte un cuore meridionale,
-sensibilissimo. La classica musoneria di Totò, adesso non è più una
-posa elegante; è uno stratagemma d'amore. Tenendo tutti a distanza,
-spera di tener tutti distanti da Remigia.
-
-Lì, a Villars, ha paura più che mai e, per conseguenza, è più che mai
-geloso, sospettoso, imbronciato. Nelle sue inquietudini c'entra anche
-il numero tredici. Come tutti gli innamorati e i disgraziati, anche
-Totò è diventato superstizioso e teme la jettatura. Nella spedizione
-del bagaglio, il suo baule è toccato il numero tredici! All'albergo gli
-hanno dato la camera numero sessantasette: sei e sette, tredici!
-
-Villars gli deve portar sfortuna!
-
-Anche Totò aveva subito notato, con un respiro di soddisfazione, che
-alla _Tête-pointue_ il don Luciano numero due, non c'era. Ma poi il
-respiro s'è fermato a mezzo:
-
-— Se ancora non c'è, può capitare da un momento all'altro!
-
-Con la faccia marmorea impassibile dietro la pipa di radica, fra una
-boccata e l'altra di fumo, indifferente e distratto in apparenza, ma
-con il cuore stretto dall'ansietà, egli interroga ogni giorno il signor
-Trüb e il segretario sul movimento dei forestieri: ad ogni arrivo è
-un'inquietudine... Ad ogni partenza un sollievo.
-
-Poi, anche senza il don Luciano numero due, può forse sperare il misero
-Totò, in un'ora di pace?
-
-Con Remigia?... Innamorato di Remigia?... La pace?... — Mai!
-
-Quando lui e lei si trovano soli, — cioè soltanto con mammà, papà e
-compagnia, — quando viaggiano in carrozza o nel vagone riservato,
-allora, ma allora soltanto, gli concede Remigia, qualche buon
-quarto d'ora. Lui ne approfitta subito per fare raccomandazioni,
-recriminazioni, prediche; per sospirare, supplicare e ottenere promesse
-inverosimili di serietà e di docilità... Remigia, lì, mentre sono
-soli, lo ascolta senza collera, quasi con sommissione... Non ride, ma
-sorride tenera, affettuosa e sembra promettere e sembra concedere...
-— Ma appena arriva gente, di qualunque razza, — uomini s'intende,
-— l'incanto è rotto, Remigia si agita, parla forte, ride forte, gli
-occhi guizzano, lampeggiano... E l'Idola gli sfugge, non è più sua, è
-un'altra, è tutta per gli altri!
-
-È una febbre, una smania che ha addosso quella civetta, di piacere,
-di far colpo!... Chi si sia, non importa! Persino vuol far colpo sul
-signor Trüb; se non c'è di meglio... persino sul portiere!
-
-— Che disperazione, che inferno!... Proprio che inferno, — borbotta
-Totò — voler bene... così, a una donna, ad un essere... così!
-
-A Villars egli non fa altro che ripetere, con Mimì, con la duchessa
-Cristina e con papà — con la Remigia non osa: — Fra tanta gente, non
-vedo ancora una persona per bene! Non c'è _chic_! Ho scorso il libro
-dei forestieri, — non c'è niente; non c'è un nome noto. Per ora non
-c'è da fidarsi. Non voglio far conoscenze per non correre il rischio
-di dover fare presentazioni. Per il _tennis_ siamo già in quattro, con
-_mademoiselle_: si giuoca fra di noi!
-
-Niente conoscenze, dunque; niente presentazioni!... — Così il buon
-Totò, crede e spera, ma poveretto si è troppo dimenticato del numero
-tredici, e ha fatto i conti senza _Din_ e senza _Don_!
-
-I due neri barboncini sono altrettanto amabili e socievoli, quanto
-l'orso innamorato è selvatico e feroce. Essi ruzzolano festevolmente
-fra le gambe dei forestieri e rispondono alle carezze frullando il
-codino monco dalla nappina lanosa.
-
-Adesso, finito lo scompiglio dei primi giorni, _Din_ e _Don_ fanno
-regolarmente i loro pasti quotidiani, subito dopo la colazione e dopo
-il pranzo dei padroni, ed è lo stesso signor Trüb in persona, con le
-falde del lungo abito nero spiegate al vento, che porta sulla terrazza
-le due scodelle di zuppa. Il rubicondo e gongolante signor Trüb sfida
-ormai le occhiatacce di missis Eyre.
-
-— _Shocking!_
-
-La schifiltosa e superba colonnellessa è scandalizzata e indignata
-contro il «taverniere», il «bettoliere lustrascarpe». — Ecco il vero
-_coco_, — non le riesce di dir cuoco, — il vero _coco_ dei cani!
-
-L'Idola, si sa, non manca mai al pasto dei tesöri «cari cari!» Vi
-assiste circondata da tutta la sua corte con quel carabiniere mutria di
-Totò, che fa la guardia a due passi di distanza.
-
-Specialmente quando c'è gente e si vede osservata, ella si mostra piena
-di tenerezze, di moine e di premure per i suoi barboncini.
-
-— _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Se a Villars mi prendessero il cimurro! Che
-disperazione! Ho sempre paura, signor Trüb! Tanta paura!
-
-Il signor Trüb, sgambetti e saltetti, la rassicura.
-
-— A Villars?... Con questo clima?... Con quest'aria balsamica?...
-Finchè i suoi morettini restano alla _Tête-pointue_, garantisco io! E
-poi io me ne intendo; è la mia specialità! Tocchi, signora duchessina:
-hanno il naso fresco e le orecchie calde. Segno infallibile; stanno
-benone!
-
-— È sicuro che non c'è il più piccolo ossicino nella zuppa?
-
-— Sicurissimo! L'ho fatta preparare io stesso, sotto i miei occhi!
-
-— Il brodo? Ha allungato il brodo?
-
-— Due terzi di brodo e un terzo di acqua! Non dubiti, signora
-duchessina! Si fidi di me! Io ho sempre avuto passione pei barboncini!
-
-— Dio! Dio! — Remigia è mezzo spaventata e mezzo in collera. —
-Ma signor Trüb! Caro signor Trüb! Questa zuppa scotta; scotta
-terribilmente!
-
-Il signor Trüb protesta, poi si scusa.
-
-— Non è possibile! Garantisco! È tiepida! Appena tiepida! — Alza gli
-occhiali in mezzo alla fronte, gonfia le gote e col faccione che gli
-diventa rosso e tondo come la luna, soffia e risoffia sul brodetto,
-mentre la duchessina, ritta in punta di piedi, alza e tende le braccia,
-adagio adagio, con le due scodelle colme, per allontanarle dai musetti
-avidi, bramosi delle affamate bestiole che spiccano, latrando, salti e
-volate.
-
-— Giù! Giù!... Adesso no! Ho detto di no!... Obbedienza!... Bravo
-_Din_! Sì, sì!... Anche il mio _Don_ è bravo, è buono!... Amöre!
-Tesöro!... Tanto bene io! Tanto bene a tutti e due, ma adesso ancora
-no! Ancora non si può! Aspettare! Aspettare!.. Pazienza e aspettare!
-
-La piccola bionda, la piccola rosea, è la grazia, la vivacità, la
-giovinezza. La sua voce armoniosa, melodica, è un canto... un invito.
-
-La schiera dei giovinetti e dei giovinotti, fra i quali primeggia il
-campione del _tennis_, — l'inglesino dalla lente e dal garofano già
-notato da Mimì e da Remigia, — si avvicina irresistibilmente. — E anche
-la barba al lucido Nubian; anche l'ammiratore del bel piedino e del bel
-vitino!
-
-« — _Des barbets superbes!_
-
-— _Qu'ils sont beaux, ces petits chiens!_»
-
-Il Danova, dimenando i fianchi, si avanza un passo più degli altri:
-
-— Magnifici cani! È la gran moda, adesso, a Parigi, i barboni neri! Due
-cani così, sono capacissimi, quei ladri, di farli pagare anche tre o
-quattro mila lire!
-
-— _Je crois bien; ils sont de race!_
-
-Ma per quel giorno, basta; tanto più che la duchessa madre, al braccio
-del principe fratello, è lì che ascolta e osserva, girando attorno
-alla figliuola. Restano tutti muti, in circolo, ad ammirare i due cani
-che _slappano_ avidamente con il muso affondato nella scodella e la
-duchessina che continua a vezzeggiare, a garrire amorosa i suoi tesori,
-a ridere, a scherzare, spiegando con ogni parola, con ogni gesto, con
-ogni atteggiamento, nuove grazie e nuove attrattive.
-
-— E così Idola, cara?... — domanda la madre con un'espressione
-subitanea di dolcezza e di compiacenza che le illumina il bel viso
-severo. — I tuoi morettini hanno buon appetito?
-
-— Eccellente, mammà! — Remigia risponde con un trillo di gioia.
-
-— Divorato tutto, anche le posate, signora duchessa!... A Villars?...
-L'aria di Villars?... È prodigiosa per la salute degli uomini e delle..
-
-Il signor Trüb s'interrompe: sgambetti e saltetti. Non osa, dinanzi
-alla duchessa e alla duchessina, di chiamar bestia quei due... «amori»
-quei due «tesori» che costano tre o quattro mila lire. Fa cenno al
-portiere, fa portar via i piatti vuoti e, inchinandosi, se ne va lesto,
-di volo, strisciando e scivolando sul terrazzo lucido.
-
-Il giorno dopo, — occorre dirlo?... — appena il signor Trüb si presenta
-con la zuppa, ecco apparire un primo giovinetto, poi un secondo
-«... com'augel per suo richiamo». Ecco fra i giovinotti il garofano
-bianco... ed ecco la barba inverosimile del barone Danova.
-
-Guardano verso il _restaurant;_ aspettano e scherzano con l'albergatore.
-
-— Mi raccomando, occhio agli _ossicini_!
-
-— Scotta la zuppa?... Scotta?...
-
-Un istante ancora d'attesa, poi, finalmente, sull'alto della gradinata
-si spalancano i battenti a vetri: sono i due barboncini che si
-slanciano d'un salto, abbaiando di gioia e di fame, addosso al signor
-Trüb, e l'Idola, bianca e bella come un fiore, allegra e vispa come un
-uccellino, scende a volo sul terrazzo.
-
-— Eccomi! Eccomi, signor Trüb!... Com'è buono! Com'è bravo!... Caro,
-caro il signor Trüb!...
-
-Marco Danova ha una scossa; una voglia intensa gli corre per le vene.
-
-— Che bel vitino! Che bel piedino!... Che capelli!... Che bocca!...
-Soprattutto che bocca... maravigliosa!... Con tanti danari buttati al
-diavolo, non ho mai avuto niente di simile!
-
-Gli occhietti umidi e loschi scintillano, il naso a becco divampa con
-un tremito più vivo.
-
-Remigia ha subito notato la smania, il turbamento del barone Nubian, ma
-finge di non badare altro che al pasto dei cagnolini.
-
-— Buona la pappa?... Adagio, adagio!... Non bisogna mangiare troppo in
-fretta!
-
-— Piccante!... Piccantissima! Straordinaria!
-
-Marco Danova si avvicina a Remigia di un altro passo, le mani ficcate
-nelle tasche dei pantaloni, dondolando la pancetta arrotondata dal
-_gilet_ bianco. Ha un'aria di padronanza mentre la fissa ostinatamente.
-
-— Perchè no? — pensa fra sè — Le donne belle sono fatte per gli uomini
-ricchi!... Pagare o sposare è sempre comprare. Ha una voce che fa un
-effetto strano!... È un soffio di primavera! Fa diventar giovani!... —
-Perchè no?
-
-Il milionario si sente forte anche dinanzi a quella giovinezza, a quel
-candore, a quel vergine nobilissimo sangue discendente dai reali di
-Napoli e di Sicilia.
-
-Non esita più: la duchessa, il principe Rosalino stanno bevendo il
-caffè, in fondo al terrazzo. Non c'è che Totò, il quale fuma e freme.
-Marco Danova si rivolge direttamente alla duchessina:
-
-— E il nome?... Vorrei sapere il nome di questi due «amoretti»
-«tesoretti!».
-
-Lo ha sentito gridare cento volte, ma finge, naturalmente, d'ignorarlo.
-— Si chiamano?...
-
-Un istante di silenzio e di ansietà...
-
-— Come si chiamano? — domanda più risoluto, rivolto al signor Trüb.
-
-Remigia risponde. Risponde abbassando il bel viso e arrossendo
-pudibonda.
-
-— Uno, — questo, — si chiama _Din;_ l'altro si chiama _Don_!
-
-— _Din_ e _Don_?... — Il barone scoppia in una risata larga, fragorosa
-che mostra i bei denti nuovi, di smalto, tra i rabeschi d'oro.
-
-La piccola rialza il capo, e mentre con la forte e caratteristica
-scrollatina di capo, che l'è abituale, rimette a posto i riccioli
-biondi, lancia sull'egiziano un'occhiata rapida, espressiva. Ella non
-vede in quell'uomo nè il naso a becco, nè la barbaccia ritinta: non
-vede in lui altro che un possibile... don Luciano, numero due!
-
-— _Din_ e _Don_?... Allora... _din-don_!
-
-Il Danova si riscalda, dondola il capo, imita il suono e il tocco della
-campana e facendo la rota attorno a Remigia, continua a ripetere: —
-_Din-don_! _Din-don_!... Spiritosissimo! È una trovata!
-
-— _Din-don!_ — esclama a sua volta il signor Trüb, in tono baritonale.
-
-— _Din-don_! — squilla allegramente la voce della fanciulla.
-
-Dondolano pure le testoline ben pettinate dei giovinetti e dei
-giovinotti che si avvicinano più disinvolti:
-
-— _Din-don? Oh, very funny!_
-
-— _Din-don? Oh, que c'est drôle!_
-
-— _Din-don, les petits diablotins? Din-don?_
-
-Il ghiaccio è rotto; tutti circondano animatamente la duchessina:
-
-— _Din-don? C'est bien gentil!_
-
-— _C'est charmant!_
-
-— È una trovata! Spiritosissima! — _Din-don! Din-don! Din-don!_
-
-Il Danova ride e grida più di tutti.
-
-Il solo Totò rimane in disparte, immobile, come impalato al suo posto:
-la pipa di radica non tira più!
-
-Anche il biondo dal garofano, senza sprecare il fiato e senza perdere
-il sussiego, cantarella dondolando adagio, con grazia, la testolina
-rotonda, ben pettinata. — _Din-don! Din-don!_ — Ma ad un tratto la
-lente gli cade dall'occhio e si arresta sorpreso sul _Din_...
-
-Tutti ridono, tutti scherzano e si affollano attorno alla bella
-duchessina italiana. È il trionfo — un vero trionfo, — dell'Idola!
-
-Dal terrazzo alto, l'allegra folata di voci e di note, unita ai latrati
-echeggianti e persistenti dei «due tesori» incitati dal chiasso,
-rompe il silenzio della valle ampia e muta e il canto e gli amori agli
-augelletti spauriti.
-
-— Idola! Cara!... Ti diverti?
-
-La duchessa, al braccio del principe Rosalino, si avvicina con lento
-passo e l'aria regale, sorridendo.
-
-— Tanto, mammà! Tanto, tanto!... Villars è un paradiso e il signor
-Trüb, un angelo!
-
-L'angelo albergatore, invece di volare, fa un giretto, un balletto
-attorno alla pomposa coppia di prim'ordine, per esprimer il suo
-ossequio profondo.
-
-— Come la granduchessa di Mecklemburgo! Come Nessim bei! Come Casimir
-Perier!... Tutti incantati di Villars!
-
-Nell'andarsene, passando dinanzi a Totò, sempre impalato, vede che la
-pipa non fuma e gli schianta un fiammifero sotto il naso.
-
-— Permette, marchesino?
-
-Totò lo manda al diavolo, con un'occhiata furibonda.
-
-Il buon ragazzo non può più resistere dalla gelosia e dalla rabbia.
-Anche la duchessa Cristina, anche papà, non sanno stare al proprio
-posto!... E Remigia?... Che civetta!... Persino con quella brutta gente
-di Villars!... Non ha un briciolo di cuore e nemmeno d'orgoglio!
-
-A un tratto si risolve, affronta Remigia:
-
-— Io vado... ad Aigle!
-
-— Bravo Totò!... Mi porterai delle pesche e anche un bel popone, se c'è!
-
-Il principe Rosalino e la duchessa Cristina gli danno un monte di
-commissioni: sigarette, lana bianca, lana rossa, acqua di Colonia...
-
-_Mademoiselle_, con le solite scuse e complimenti, gli dà due lettere
-da impostare ad Aigle. — Così arrivano più presto!
-
-L'istitutrice ha sempre le saccocce piene di lettere da spedire a due o
-tre membri della sua famiglia.
-
-Totò se ne va, con nelle orecchie la voce allegra di Remigia che lo
-irrita.
-
-— Non torno più a Villars! Non ci torno più!... — Invece è già pentito,
-in cuor suo, di quella bravata!
-
-Sulla terrazza, l'allegria si fa più viva, il conversare più cordiale
-ed espansivo.
-
-— _Vouz permettez, mademoiselle?_
-
-È il biondo dal garofano che si presenta alla duchessina, facendo una
-smorfia per tener la lente ben ferma nell'occhio.
-
-— Per... mette?
-
-Ha una pallina di zucchero stretta con grazia fra l'indice e il pollice.
-
-_Din_ e _Don_, appena visto lo zucchero, si alzano insieme di scatto,
-e si tengono ritti sporgendo il musetto umido, bramoso e annaspando,
-invitando con le zampe anteriori.
-
-Remigia risponde arrossendo, con un cenno affermativo e abbassando gli
-occhi. Poi, subito la forte scrollata di testa per rimettere a posto
-i capelli. Ma il bell'inglesino, la fenice di Mimì Carfo, non ottiene
-nè un sorriso, nè un'occhiata. Remigia, sulle prime, si mostra sempre
-molto riservata e prudente con i giovani. I giovani ardono meglio a
-foco lento.
-
-Ella non si rivolge all'inglesino per ringraziarlo, ma cerca di
-nascondere il rossore e di vincere il timido turbamento continuando ad
-ammaestrare _Din_ e _Don_.
-
-— Su! Su! In piedi!... Si resta in piedi!... Si fa l'ometto e si
-ringrazia!
-
-I due cani, ritti ritti, continuano ad annaspare con le zampe
-riscotendo applausi e destando l'ammirazione generale.
-
-— _Don!_... Su! Su! Da bravo! Adesso si dà la mano!
-
-_Don_, che si era messo a riposare su tre gambe, si rialza di nuovo,
-sebbene di malavoglia, e annaspa con la zampa destra verso Marco
-Danova.
-
-Questi afferra subito la zampetta del cane e la stringe ripetutamente,
-da buon camerata.
-
-— Amici, caro _Don_, din-don! Tesoretto caro! Sempre amici in vita e in
-morte! — Stringe la zampa anche a _Din_, costretto pure a rizzarsi di
-nuovo.
-
-— Benissimo! Bravissimo! Son due gentiluomini perfetti!
-
-Marco Danova, inaugurati così i buoni rapporti, si sente quasi
-ammesso nell'intimità della famiglia. Fa una rapida piroetta sulle
-gambette a roncolo e si rivolge con molta disinvoltura alla duchessa
-Cristina salutandola con una scappellata: la sommità del capo spunta,
-completamente calva, come una pera, dalla corolla dei capelli tinti.
-
-— Ho conosciuto a Bologna e sono in relazione d'affari col deputato
-Giacomo D'Orea; l'ex ministro. Sarebbe, forse, il suo signor genero,
-che aspettiamo a Villars?
-
-— No, — La duchessa accenna col capo a un saluto, guardando il barone
-affabilmente con l'occhialino. — No. Giacomo è il fratello di mio
-genero.
-
-Il Danova, che s'è subito ricoperto per via della pera, alza la voce,
-le braccia e dondola la pancetta con evidente soddisfazione.
-
-— Uomo straordinario! Grande talento, attività e gentiluomo... tipico.
-La sua parola vale quanto la sua firma! Uomo... straordinario!
-
-La magnifica barba del principe di Sant'Enodio si gonfia e si muove con
-una leggera ondulazione. Egli parla:
-
-— Appunto, precisamente. Giacomo è il fratello di Luciano, mio
-nipote. Cioè il fratello di Luciano, che è poi marito di mia nipote.
-Precisamente. — Il principe stende al barone la bella mano bianca e
-morbida. — Diremo dunque: _les amis des nos amis_...
-
-— Anzi diremo i parenti! — interrompe il Danova. — «I parenti dei
-nostri amici...» Ho scritto appunto anche ieri, all'amico Giacomo! Se
-permettono, signori, mi presento da me: Marco Danova. A più di mille e
-trecento metri, si è superiori anche alle restrizioni dell'etichetta!
-
-Marco Danova continua a piroettare e a dondolare dandosi l'aria
-d'essere il padrone di Villars e continua a parlare di Bologna, di
-Giacomo, di milioni e dei molini, intercalando al discorso quelle sue
-frequenti e grosse risate che prorompono ad un tratto, anche senza
-ragione, con uno scoppio fragoroso. Ma, intanto, non perde mai d'occhio
-la duchessina. — Che vitino! Che voce! _Che ginger!_
-
-Poi ricomincia col _din-don_.
-
-— Ah! Ah! Ah!... La duchessina dunque si diverte in questo nostro
-povero e pastorale Villars?
-
-Remigia arrossisce ma non abbassa gli occhi. Anzi il barone riceve «in
-pieno» un'occhiatina tra il furbetto e il languidetto che lo fa andare
-in visibilio.
-
-— Tanto!... Mi piace tanto, tanto!
-
-— Villars non è _Saint-Moritz_, questo si sa, ma il clima è eccellente
-e l'_hôtel_ buonissimo.
-
-Approva la duchessa, approva il principe Rosalino. Il barone continua
-col vento in poppa.
-
-— Si possono fare delle gite divertentissime; ci sono due o
-tre escursioni alla _Chamossaire_, al lago di _Chavanne_, molto
-interessanti. E poi il _tennis_! Alla _Tête-pointue_ abbiamo un
-_tennis_ bellissimo! Giuoca al _tennis_, la duchessina?...
-
-Remigia risponde battendo le mani con un grido di gioia.
-
-— Ma allora la duchessina avrà qui da divertirsi! Potrà fare a Villars
-delle partite veramente classiche! Se la duchessa me lo permette, le
-presento un mio amico, vincitore del campionato di Maloia!
-
-La duchessa Cristina acconsente e Marco Danova, con la mano si chiama
-vicino il biondo dal garofano:
-
-— Sir Arthur Wood! — Il campione di Villars! Un giuocatore...
-straordinario! Ha un colpo di racchetta di uno stile perfetto!
-Elegantissimo!
-
-Fatta così la presentazione, col gradimento della madre, seguono le
-altre.
-
-— La sera, che non si può più giocare al _tennis_, si balla...
-disperatamente! E ballo anch'io! — Le presento Monsieur Henri Malot —
-parigino puro sangue — ballerino instancabile! E anche il mio giovane
-amico Lothar Schmidt, di Francoforte!
-
-Così, via via, uno dopo l'altro, sfilano dinanzi alla duchessa,
-alla duchessina e al principe Rosalino tutti i giovinetti e tutti
-i giovinotti, tutti i ballerini e tutti i giocatori di tennis della
-_Tête-pointue_!
-
-Marco Danova sembra, ormai, che sia amico da dieci anni di tutti i
-Moncavallo e i D'Orea vicini e lontani.
-
-— Perchè la duchessa non scrive, non telefona a Bex, a sua figlia
-donna Maria Grazia, di venire a Villars, ad aspettare don Luciano?
-Ha torto, molto torto! Si mettono le vedette lungo la strada e appena
-l'automobile di don Luciano è segnalata a Montreux, discende a Bex e si
-trova pronta a ricevere il marito!
-
-Scherza con Mimì Carfo e con _mademoiselle_ alle spalle di missis Eyre
-e fa ridere la duchessina e tutta la sua corte imitando i saltetti e
-gli sgambetti del signor Trüb, uomo barometro!
-
-Remigia ha l'allegrezza, la gioia negli occhi, nel sorriso! Si diverte
-mezzo mondo alle spiritosaggini, ai lazzi del barone, e il barone, a
-sua volta, è sempre più incantato di quel «bel folletto» di quel «bel
-diavoletto» e sempre di più si accende.
-
-Marco Danova ha una fiera passione per la donna magra ch'egli nel suo
-gergo brutale e volgare di apprezzatore che può spendere, ma che sa
-spendere, definisce «vulcano e terremoto». E una massa di capelli, di
-bei capelli, — ma biondi, li vuol sempre biondi, — lo fa diventar matto
-e co' suoi amici bei, ne spiega anche il perchè: — Mi pare di affondar
-le mani nell'oro, in un oro caldo e vivo!
-
-— Che capelli maravigliosi, proprio d'oro, vero oro, i capelli di quel
-folletto... del Vesuvio! E che bocca! Soprattutto la bocca! Ci sarebbe
-da accontentarsi dovendola pagare anche mezzo milione!
-
-Mimì Carfo vede gli occhiacci dell'egizio che divorano l'Idola e n'è
-rivoltata e persino sbigottita.
-
-— Non tenertelo tanto vicino quel grosso pascià! Ti fissa in un modo
-sfacciato, odioso! Sembra... che voglia mangiarti con gli occhi!
-
-Remigia risponde con un'alzata di spalle:
-
-— Buon appetito!
-
-Mimì si spaventa.
-
-— Ma di', gioia, amore, ti lascieresti far la corte anche da quel...
-brutto coso? No! No! Prometti, giura, no!
-
-Remigia non giura e non promette.
-
-— Brutto?... Perchè?... Un uomo non è mai brutto! Basta guardarlo sotto
-il suo punto di vista favorevole. Quello lì, preso come un re Faraone
-in borghese, è bellissimo!
-
-— È orribile!
-
-— Mi fa ridere! È divertentissimo!
-
-— Con quella barbaccia tinta!
-
-— Che importa!... Un po' di colore! E poi, per me, sia bello, sia
-brutto...
-
-L'Idola finisce di esprimere il suo concetto con una altra alzata di
-spalle.
-
-
-Quando Totò ritorna da Aigle con le pesche, il popone e con la testa
-piena dei più coraggiosi e fieri proponimenti contro la leggerezza e la
-civetteria di Remigia, sente da lontano la voce alta, squillante della
-fanciulla che lo fa trasalire e impallidire. La voce tanto bella, la
-voce tanto cara, quella voce a cui non sa resistere, viene — ahimè! —
-dal campo del _tennis_!
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-È impegnata una seria partita: Remigia e Sir Wood contro Mimì Carfo e
-_monsieur_ Malot.
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-Marco Danova ha fissato l'ora e il convegno; è andato lui stesso in
-cerca dei ragazzetti che raccattano le palle, e adesso sta rosolando al
-sole, seduto sull'alto sgabello del giudice di campo.
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-Totò abbandona in fretta al portiere le pesche e il popone, salta nel
-_lift_, corre in camera sua e si butta sul letto, bocconi.
-
-— Il tredici! Maledetto tredici e maledetto Villars!... Con
-quell'egiziano! Con quell'jettatore tremendo!
-
-Anche lì, arriva la voce di Remigia!
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-— Civetta! Civetta!... Che civetta!... Poterla dimenticare... o poter
-morire!... Finirla!... Finirla di voler bene a Remigia, — a quella
-civetta! — e finirla con la vita!
-
-— _Play!_
-
-— _Out!_
-
-Totò scende tardi a pranzo; alla seconda portata. Si presenta ben
-pettinato, irreprensibile nell'abito di sera, ma è pallido, stravolto.
-Non parla altro che per inveire contro Villars, e contro la gentaglia
-ineducata e chiassosa che lo abita.
-
-— Io, per me, lo dichiaro assolutissimamente. Non gioco e non ballo.
-In questo brutto paese e in questo pessimo albergo non voglio conoscere
-un... cane!
-
-L'Idola lo lascia sfogare e gli permette di tenere il muso per mezza
-serata; ma poi, quando l'orchestrina comincia i primi accordi lo ferma,
-risolutamente, sull'uscio della veranda.
-
-— Non comincerai anche tu a fare il don Luciano. Bada che non te lo
-permetto io e tanto meno te lo permetterebbe mammà!
-
-Totò, a un simile esordio, Totò che aveva sperato con il fiero cipiglio
-d'incutere timore e soggezione all'Idola, Totò perde di botto tutto il
-coraggio; tenta ancora uno sforzo; ma gli trema la voce.
-
-— Credo di essere padrone del mio umore... buono o cattivo!
-
-— Ma non di fare il geloso; non di compromettermi in faccia alla gente.
-Questo, se anche te lo permettessi io, non te lo permetterebbe certo
-mammà! Bada, te ne avverto, perchè sai che ti voglio bene...
-
-Alle parole «ti voglio bene» gli occhi del povero ragazzo si riempiono
-di lacrime.
-
-— Non dirlo! Non dirlo, almeno, che mi vuoi bene! — geme sottovoce.
-
-L'espressione, il tono di Remigia, diventano più affettuosi.
-
-— Mammà s'è già accorta di qualche cosa; e ha già domandato due volte
-allo zio Rosalì, perchè tieni il muso e perchè sei sgarbato.
-
-— E papà, che cos'ha risposto? — domanda inquieto Totò.
-
-— Zio Rosalì non ha risposto nulla, ma ha fatto certi occhi!... Pensa,
-— sai che papà non fa complimenti. — è capacissimo di mandarti via da
-Villars?
-
-— E tu questo lo desideri!... Lo vuoi!
-
-— Io non lo voglio! No, non lo voglio! Tanto è vero che ti avverto
-del pericolo. Ma sicuro che se ti fai capire da mammà... è finita.
-Sai che mammà ha le sue idee, il suo piano. E' sempre in traccia anche
-per me... — Uff! — di questo divertentissimo don Luciano numero due.
-Qui non c'è: fra questa gente, fra questi ginevrini, fra questi ottimi
-figliuoli di buona famiglia, il mio don Luciano non c'è... e tu, invece
-di essere contentissimo, di essere amabile con tutti, fai il rabbioso,
-fai l'orso! Davvero che io non ti capisco!
-
-Totò, s'è un po' tranquillato; ma non interamente.
-
-— Però... quel biondo dal garofano!
-
-— Figurati!... Studia per diventare ingegnere elettricista!....
-Capirai, che non è certo l'ideale di mammà!
-
-— E... quel... Danova?
-
-Totò fissa Remigia negli occhi: ma la fanciulla ha uno scoppio di risa.
-
-— Re Faraone al lucido Nubian?... Sei geloso di Re Faraone?
-
-Il povero ragazzo ride anche lui, si sente consolare.
-
-— Sai perchè sei così... cattivo?
-
-— Perchè...
-
-— Perchè non ti fidi di me. Fidati di me! — Remigia lo fissa
-con una dolcezza languida, affettuosa e muove le labbra quasi
-impercettibilmente, come per dare e per ricevere un bacio. — Sii
-gentile, molto gentile con tutti. Lasciati presentare a Re Faraone, al
-giovane povero ed elettricista e a tutti gli altri. E non voler ballare
-soltanto con me: fa ballare anche Mimì e _mademoiselle_, così mammà,
-anche se ha avuto qualche sospetto, non ci pensa più! — Remigia fissa
-ancora il giovane intensamente: — Fidati di me.
-
-Totò legge anche negli occhi il piccolo bacio che trema sulla bocca
-dell'amata...
-
-— Sì, ma e poi?... Se il tuo don Luciano non c'è... può arrivare da un
-momento all'altro...
-
-Remigia si alza, un attimo, in punta di piedi per essergli più vicino
-con gli occhi e con le labbra:
-
-— Fidati di me.
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Maria Grazia ha scritto alla madre annunziandole il prossimo arrivo del
-cognato alla _Tête-pointue_.
-
-Il capitano Zaccarella, a sua volta, ha telefonato all'albergo,
-fissando camere e salotto per Sua Eccellenza Giacomo D'Orea.
-
-Piove, c'è la nebbia, ma non importa. Ormai per il gongolante signor
-Trüb il cielo della _Tête-pointue_ è sempre sereno, anzi serenissimo!
-
-— Aspetto un grande personaggio, — racconta gonfiandosi, ai suoi
-clienti a pensione. — Il ministro delle finanze — nientemeno! — del
-Regno d'Italia! È il cognato, precisamente, della duchessa D'Orea
-Moncavallo, che è stata dichiarata la più bella donna di Napoli e di
-Roma! — In _bureau_ col segretario, continua a fregarsi allegramente le
-mani:
-
-— Guai se non mi fosse capitata tutta questa baracca, per
-rimpolpettarmi! — Si ricordi: _champagne_ di dodici franchi, non
-ce n'è più: finito ieri. Non abbiamo altro che _champagne Irroy_ di
-diciotto, — anzi lo metta venti. Tanto non spendono del loro. Duchesse
-e principi, son tutta gente spiantata. Chi paga, sono i D'Orea, antichi
-salumieri. Hanno fatto i milioni con la mortadella!
-
-— Già, — soggiunge il segretario. — Molini e mortadella. Missis Eyre lo
-conta a tutti, per vendicarsi dei cani!
-
-— Con quella vecchia, ricordarsi: d'ora in poi, nessuna soddisfazione,
-nessuna preferenza! Se non può sopportare al terzo piano la «baraonda
-della servitù» liberissima di andarsene anche subito! Tanto, resta
-fissato: l'anno venturo per missis Eyre, non ci sono camere!
-
-Sfogato il malumore contro la vecchia cliente, l'albergatore torna
-a stropicciarsi le mani... Ma la sua gioia, in que' giorni, non è
-condivisa dalla nobile famiglia italiana.
-
-Maria Cristina interroga sovente, con gli occhi inquieti, quell'oracolo
-bianco-barbuto del fratello Rosalì:
-
-— Quassù, con noi, anche il... mercante? Che ci viene a fare?
-
-L'oracolo tentenna il capo sospirando. È l'ora dei tristi presagi:
-
-— Mah!
-
-La duchessa si turba maggiormente; poi sospira a sua volta:
-
-— Era di troppo anche un Luciano solo... e adesso, averne due da
-sopportare!
-
-— E questo, con la tirchieria, con l'avarizia, per soprappiù!
-
-— Chi sa come il signor Zaccarella ci terrà a mostrarsi economo,
-zelante, sempre ligio agli ordini di Sua Eccellenza!
-
-— Mah!...
-
-Dopo un altro sospiro, il Sant'Enodio lisciandosi, accarezzandosi la
-barba, trova la parola del conforto:
-
-— Speriamo!... Speriamo che Luciano e Giacomo comincino presto a
-bisticciarsi fra di loro! In tal caso, fra i due litiganti...
-
-L'uomo savio interrompe il proverbio e la duchessa ripete, a sua volta,
-alzando gli occhi al cielo:
-
-— Speriamo!
-
-
-Remigia non vuol parere, ma l'annunzio di tutti i prossimi arrivi, —
-specialmente quello della sorella, — la rende nervosa.
-
-Balla tutta sera sfrenatamente, gioca al _tennis_, stancando i più
-forti campioni di Villars, ma non ha più nessuna paroletta dolce per
-Totò: lo tiene in riga con occhiate minacciose, e co' suoi sgarbi
-e malumori ha già fatto piangere due volte, con la conseguenza di
-terribili emicranie, la povera _mademoiselle_.
-
-Mimì Carfo, sempre buona e dolce, vorrebbe difendere l'istitutrice;
-Remigia strapazza anche Mimì:
-
-— Non seccarmi! Io non sono fatta come te, che invece di nervi e
-sangue, sei tutta pasta reale e sciroppo!... _Mademoiselle_ mi urta a
-vederla sempre con quella stessa faccia atona, da pan molle!
-
-Co' suoi adoratori, per altro, la Remigia è sempre amabile; anzi, lo
-diventa di più ogni giorno.
-
-La mattina presto, per allenarsi, gioca al _tennis_ con sir Wood e
-durante il riposo si fa insegnare a portar la lente nell'occhio. La
-sera, infila sempre alla cintola i fiori che il Malot raccoglie per lei
-durante le passeggiate. A Lothar Schmidt, che si picca di letterato,
-ha già dato il suo album, quello riservato agli amici più simpatici,
-i prescelti. Lothar Schmidt, vi ha scritto una dichiarazione in versi
-tedeschi: Remigia, che non sa il tedesco lascia che il poeta gliela
-traduca in italiano... almeno una volta al giorno e la sera quando
-c'è la luna e anche quando la luna non c'è! Ma la corte, la vera corte
-assidua, insistente, chi gliela fa, proprio sul serio, è Marco Danova.
-L'Idola se l'è sempre lasciata fare, ma dopo la notizia dell'imminente
-arrivo di sua sorella e di Giacomo D'Orea, sembra voglia spingere le
-cose in modo da obbligare il Danova ad un'esplicita dichiarazione.
-Per calmare le inquietudini dei giovinetti e dei giovinotti, ormai
-tutti pronti a' suoi capricci ella, — quando l'egizio, ben inteso,
-non è presente, — lo chiama non più re, ma «papà Faraone». Lo
-imita come dondola passeggiando e come fa la rota, e con la punta
-dell'_alpenstock_, sulla ghiaia del giardino o sul terriccio polveroso,
-ne schizza la caricatura, con due tratti felicissimi e sicuri, della
-testa a pera, del naso a becco, della pancetta alla Mongolfier.
-
-Ma lui presente, tutt'altra cosa! Il «gran pascià del Nubian» diventa
-il «baröne, simpaticöne» con tutte le dieresi più risonanti e più
-tenere: e con la scusa dell'età, in pienissima maturanza, e dei
-sentimenti paterni, egli gode i privilegi più prelibati. Durante le
-escursioni, nei passaggi difficili, Remigia gli dà la mano e con la
-mano si lascia prendere anche il braccio e premere il vitino. Quando —
-«Oh, _mon Dieu! Mon Dieu!_» — le si slaccia a mezza strada la stringa
-di una scarpetta, è sempre il barone che ne rifà il nodo, mentre
-stringe, sdilinquendosi _in cocolezzi_, anche il «_bel penin_...
-piccinin, piccinin!...»
-
-La sera, tra i vortici del ballo lancia al Danova, che non la perde
-mai di vista, occhiate languide, tenerissime, che vogliono dire... «
-— nel mio pensiero ballo con te, baröne, simpaticöne! — »Sta sempre
-attenta alla faccia del Danova, specialmente quando balla con sir Wood,
-il ballerino da lei preferito e che le dà più piacere, e, appena la
-vede rabbuiarsi, interrompe ad un tratto la danza, si stacca dal bel
-cavaliere e corre a buttarsi ansante sur una poltrona a sdraio, in un
-angolo appartato della veranda.
-
-— Sono stanca! Stanca! Stanca!... Domando dieci minuti di riposo!
-
-Re Faraone, che comincia anche lui a diventar geloso come Totò, e, quel
-ch'è peggio, senza accorgersene, le siede accanto e brontola con la
-voce roca:
-
-— Tutto il santo giorno, _tennis_!... Tutta la santa sera, salti!...
-È un'esagerazione!... Una fatica... malsana! Così perderete tutti i
-vantaggi del clima, della montagna...
-
-Remigia, facendosi vento mollemente, cantarella sottovoce, fissandolo:
-
-— Papà baröne... Simpaticöne...
-
-L'altro non resiste; lancia in giro un'occhiata, la duchessa Cristina
-non c'è; barba-bianca non c'è. C'è soltanto Totò che spia, ma quello
-non conta... Il Danova, pone la mano sulle ginocchia della duchessina e
-preme leggermente:
-
-— Siete rossa rossa... accesa e tutta spettinata!
-
-— Devo essere brutta!... Un orröre!...
-
-Il Danova passa dal dispetto geloso all'esaltamento, e si sfoga con
-immagini e similitudini addirittura mussulmane:
-
-— Siete tutta una rosa, viva, animata... — Avvicina il naso fiutando,
-— profumata!... E che bocca! Il paradiso di Maometto!... Tutto il
-paradiso di Maometto!... Ditemi, da brava, dove potrei trovare una
-bocca simile, come la vostra?... La pagherei... mezzo milione!
-
-L'Idola ride: un riso che sembra un invito ai baci.
-
-— Anche un milione! Anche due!... Pronti contanti!
-
-La duchessina torna a cantarellare con la sua nenia affettuosa:
-
-— Niente miliöni!... Niente miliöni!
-
-— Come, niente milioni?
-
-— Proprio no. Per me i milioni non contano.
-
-Re Faraone s'indispettisce:
-
-— Non contano?...
-
-— Proprio no! Proprio no! I milioni non contano! Proprio no! No! No!
-
-Il naso-becco sembra volerla divorare:
-
-— Che cos'è allora che conta per voi?... Sentiamo!... La lente
-nell'occhio?...
-
-La fanciulla diventa seria, quasi malinconica... sospira. È addirittura
-incantevole.
-
-— Voler bene tanto... da farsi voler bene sempre!
-
-Il naso-becco batte in ritirata.
-
-Tutto quel giro di parole «voler bene, farsi voler bene» vuol dire
-in conclusione: «sposatemi». Marco Danova ha scritto, ha preso
-informazioni: la ragazza non porta in dote altro che i suoi parenti.
-
-Cattiva speculazione!... Pure, diventare quasi cognato di Giacomo
-D'Orea, potrebbe presentare molti vantaggi morali e anche materiali.
-Darebbe una ripulita a certe sue marachelle egiziane... Quasi cognato
-di Giacomo D'Orea, potrebbe aspirare alla vita pubblica, avvicinare gli
-uomini che sono al Governo, concludere grossi affari di ferrovie, di
-cambi, di valori nazionali...
-
-Marco Danova continua a fissare la duchessina, ma, adesso, con l'aria
-di volerla stimare al suo giusto valore.
-
-— Vorrei avere... quei vostri capelli! Quanti capelli!
-
-L'Idola, fa l'innocentina:
-
-— Vi piacerebbe... essere biondo?
-
-« — Vorrei avere i vostri capelli, — _vostri_, di voi, — con voi!»
-
-
-
-
-IX.
-
-
-L'arrivo dei D'Orea a Villars è già stato telefonato solennemente da
-Bex, dal capitano Zaccarella «per il prossimo giovedì: dopodomani»...
-Remigia è più che mai nervosa e Mimì comincia a sentirsi molto
-inquieta. Ha osservato che l'Idola è... troppo diversa dal solito. Fa
-il chiasso, vuol mostrarsi allegra, ma s'è accorta che quell'allegria
-non è naturale.
-
-Soprattutto, la sensibile e romantica Mimì è inquieta per un altro
-verso:
-
-— Perchè Remigia si tien sempre vicino quell'egiziano inverniciato,
-odiosissimo?...
-
-È sera tardi: Mimì Carfo è già a letto e aspetta che l'amica sua venga
-a salutarla e a fare le solite chiacchiere. Addossata ai guanciali,
-sta sciogliendosi i capelli, lisciandoli, acconciandoli per la notte
-e intanto sospira e tien fissi gli occhi sull'uscio aperto, tra la sua
-camera e la camera dell'amica.
-
-— Perchè Remigia, stasera, tarda tanto a venire?...
-
-Un'idea molto brutta, le gira per la testa. È un'oppressione, un incubo
-angoscioso.
-
-— Perchè tarda tanto, stasera?... Che cosa fa?
-
-Mimì aspetta ancora un momento, poi chiama forte:
-
-— Remigia!
-
-— Gioia!
-
-— Non vieni a salutarmi?
-
-Si sente, dall'altra stanza, il rumore di una finestra che si chiude,
-poi Remigia appare nel vano dell'uscio: sta sciogliendosi la larga
-cintura di seta bianca moarè, che le fa un vitino lungo e sottile, da
-vespa.
-
-— Com'è che sei ancora vestita?
-
-— Non ho sonno stasera!... Non ho voglia di andare a letto! Non
-sono una talpa come _mademoiselle_! A quest'ora dorme e russa col
-fischiettino!
-
-— Vieni qui!...
-
-— Aspetta!
-
-Remigia finisce di spogliarsi, andando innanzi e indietro da una stanza
-all'altra, sempre chiacchierando. Sparisce, e ritorna in gonnellino.
-Sparisce ancora, poi eccola di nuovo: ha i capelli sciolti sulle
-spalle, e un cortissimo giubbettino rosso scarlatto, sulla sola camicia
-da notte.
-
-— Vieni qui!
-
-Remigia siede sul letto: le due amiche si abbracciano baciandosi.
-
-— Sei stata alla finestra, fin ora? — domanda Mimì Carfo.
-
-— Sì.
-
-La piccola getta via di colpo le babbucce e si accarezza l'un l'altro,
-incrociandoli, i piedini nudi, cantarellando sottovoce: « — La luna
-immobile — Inonda l'etere — D'un raggio pallido!»
-
-— E chi c'era con te, a sospirare alla luna?
-
-Remigia ride:
-
-— C'erano... tutti e tre. La sigaretta sul terrazzo...
-
-— Sir Wood, commenta Mimì.
-
-— La pipa di radica alla finestra del terzo piano.
-
-— Numero sessantasette: sei e sette tredici, — povero Totò.
-
-— E al primo piano, al balcone d'angolo, la pipa turca!
-
-— No! No! — supplica Mimì. — No! No! Il Danova, no! — Ha la voce velata
-di lacrime.
-
-Remigia diventa seria: dà la solita scrollatina di capo, con la quale
-sembra mettere a posto i riccioli e le idee.
-
-— Cara gioia, ragioniamo. Bisogna, sai, ragionare! Domani arrivano
-a Villars mia sorella, mio cognato e l'uomo di maggior... peso della
-famiglia Sua Eccellenza!
-
-La piccola, che ha sottolineato il _peso_, chiama Giacomo «Sua
-Eccellenza» con lo stesso tono che dà al «capitano» del signor
-Zaccarella.
-
-— E per questo?... Che ti fa?...
-
-— Che mi fa?... Mi fa che quando c'è lei, tutto per lei!... E io non
-sono più nulla!
-
-— A Villars, non sarà così! Vedrai!
-
-— E poi Sua Eccellenza!... Quel caro Giacomino! Pieno di brio,
-esilarante... come il precipitato di piombo! Quello lì, non si
-muove mai senza un occulto pensiero che si manifesta poi sempre in
-una operazione aritmetica: la sottrazione! Luciano spende troppo e
-Giacomo viene a Villars, vedrai, per predicare l'economia. — Economia!
-Economia! Bisogna fare economia! Bisogna ridurre le spese gravose! —
-Fanfan, s'intende, non è una spesa gravosa. I gravosi, sul bilancio
-D'Orea, siamo noi: io, mammà, lo zio Rosalì, tutti noi! — Remigia
-soffia, sbuffa; è irata contro il destino — Uff! Sono stufa! Stufa!...
-Sono stufa di essere mantenuta da questi bottegai! Sono stufa di dover
-essere continuamente al seguito di donna Maria Grazia, sono stufa del
-rancio che vien distribuito alla compagnia, e non sempre con molta
-grazia, dal capitano Zaccarella! Sono stufa, stufa, stufissima!
-
-L'ira, il dispetto sono vinti dal dolore. Ella raggrotta le ciglia e si
-morde le labbra per non piangere.
-
-Mimì l'abbraccia angosciosamente.
-
-— Porta pazienza!... Porta pazienza ancora un po'! Sei tanto, tanto
-bella! Sei tanto cara! Aspetta e vedrai! Io prego tutti i giorni la
-Madonna...
-
-L'Idola interrompe Mimì con un'eretica alzata di spalle:
-
-— Ma che Madonna d'Egitto!
-
-— No! No! Non bestemmiare! — Mimì, spaventata, si fa il segno della
-croce.
-
-Remigia ride: il dolore e l'ira sono già spariti.
-
-— Ma no, gioia, non scandolizzarti! Voglio dire appunto che la mia
-Madonna, quella che mi protegge, quella che mi ha ispirato di tentare
-il gran colpo, è la Madonna... d'Egitto.
-
-Mimì non si mette a ridere come l'amica: Mimì continua ad affannarsi.
-
-— Quale?... Quale scopo vuoi tentare? — Pur troppo ella sospetta la
-verità.
-
-— I D'Orea non hanno fatto la loro fortuna con la mortadella? E io farò
-la mia col lucido Nubian!... Milioni! Milioni! Milioni! Io voglio tanti
-milioni!
-
-Mentre Mimì Carfo si dispera, l'Idola salta dal letto e salta per la
-stanza a piedi nudi, esclamando allegramente:
-
-— Milioni! Milioni! Evviva i milioni!
-
-— Vieni qui! Vieni qui! Ascoltami! — supplica ancora la desolata Mimì.
-
-Remigia, d'un salto, torna a sedere sul letto, facendo risonare
-l'elastico:
-
-— Eccomi, parla, ma io non ti ascolto! — Comicamente si tappa le
-orecchie con l'indice delle mani.
-
-Mimì, abbracciandola con grande tenerezza, cerca di toglierle una mano
-dall'orecchio.
-
-— Ma pensa, Remigia! Pensa!... Quell'uomo così brutto, così volgare,
-vecchio.
-
-Mimì diventa rossa mormorando una parola sulle labbra dell'amica.
-
-— La dentiera?... Cara mia, porteremo in comune con Re Faraone, le
-gioie, la gloria e le fatiche del regno, ma la dentiera continuerà a
-portarsela lui solo!
-
-Mimì, sempre rossa rossa, sempre con la bocca quasi sulla bocca di
-Remigia, riprende ancor più sottovoce con un tremito di angoscia e di
-terrore:
-
-— Tuo... marito, Remigia!... _Tuo marito!_ Ma pensa, pensa, che cosa
-vuol dire _ma-ri-to_...
-
-— Appunto, perchè non mi faccia cattiva impressione, lo sposerò senza
-pensarci.
-
-— Che orrore! Che orrore! I baci di quell'uomo!... Un bacio solo di
-quell'uomo!... C'è da morire di ribrezzo! C'è da morir soffocata!
-
-Remigia scrolla ancora la testa poi risponde:
-
-— Sai come si fa? Si chiudono gli occhi... — Remigia fa seguir l'atto
-alle parole — e si tiene il fiato: — resti come morta e non senti
-niente. Io fo così, quando mi bacia lo zio!... E anche quando mi bacia
-Totò! L'uno, o l'altro... — L'Idola fa un'alzata di spalle. — È la
-stessa cosa e lo stesso odore! Tu sì, gioia, che hai il profumo fresco
-e delicato di un mazzolino di mughetti! Cara! Cara! Cara! Gioia! — La
-fanciulla bacia Mimì con impeto. — Ma quegli orribili omacci?... A me
-sembra di baciare o di essere baciata da una pipa! Ah, _mon Dieu_! Che
-penitenza, il matrimonio! — Qui, Remigia fa un sospirone tra il serio
-e il comico. — Sempre la pipa sotto il naso! Giorno e notte! Notte e
-giorno! Ma anch'io, sai, come quel tesoro di missis Eyre farò grande
-uso di — Proibitissimo! — _Defendu!_ Tutto _defendu_! E farò mancare
-spessissimo il tabacco e i fiammiferi! Cara! Cara! Cara! Il mio fiore!
-La mia rosa! La mia mammoletta!... — Remigia continua a baciare Mimì
-con foga, con furia, ma senza trasporto, senza passione, non per altro,
-al solito, che per far la matta e far del chiasso.
-
-La Carfo si difende; fa forza per allontanarla:
-
-— Non soffocarmi!... Ti supplico!...
-
-Si tira più su, a sedere contro i guanciali. Vuol far ragionare
-l'amica; vuol persuaderla.
-
-— Senti, cara... Sta quieta, un momento! Ascoltami! Lasciami parlare!
-
-— Parla, bella viola del pensiero!
-
-— Anche se tutti gli uomini, proprio tutti, ti fanno l'effetto di una
-pipa...
-
-— Pipa, e tabacco _caporal_!
-
-— Concederai, per altro, che anche tra pipa e pipa ci può essere
-una bella differenza!... E tu vorresti scegliere proprio la più... —
-Mimì non dice la brutta parola, ma esprime il proprio disgusto con un
-brivido e storcendo le labbra. — Peuh! Quel Danova...
-
-— Il Danova, intanto, non è una pipa, ma un narghillè. Oggetto prezioso
-e di gran lusso! E come Re Faraone, ti ripeto, mi piace di più del tuo
-sir Arturo, del tuo bell'Apollo, con le orecchie d'asino! Non hai mai
-osservato, le orecchie di sir Wood? Guardalo di dietro, quando ti volta
-le spalle e si allontana con l'aria soddisfatta e il passo lento da
-conquistatore... che ha conquistato. Vedrai che vele! Sembrano le anse
-dell'orcio! Pipa banale e volgare il tuo bell'Apollo! Molto più _chic_
-il mio pascià. E più _art noveau_!
-
-— Dio mio, è orribile! Orribile... repulsivo!
-
-— E a me piace: _art nouveau_! E mi piace il suo carattere! La sua
-aria di meneinfischio! Di padrone del mondo! Non ha soggezione di
-nessuno, nemmeno di mammà; e non fa complimenti con nessuno, nemmeno
-con lo zio Rosalì! Prepotentissimo e impertinentissimo... Tranne con
-me, s'intende! Con me è un altro _Din_, un altro _Don_, _din-don_!
-Mogio mogio, quatto quatto, docile assai, basta una mia occhiata per
-fargli cambiar di colore: tranne la barba, s'intende! — La piccola
-torna seria; fa un'altra alzata di spalle, ma questa volta di dispetto
-e d'ira. — E poi a me che importa l'uomo... omo? Non dipenderò più
-da casa D'Orea! Non sarò più al seguito di mia sorella! Avrò io più
-milioni di mia sorella! E questa gente, l'avrò tutta supplice a' miei
-piedi, anche mammà, anche lo zio Rosalì!
-
-La Carfo sospira, dolorosamente:
-
-— Tua sorella! Appunto... Ti dovrebbe ammaestrare l'esempio di tua
-sorella!... Pensa quante lacrime le costano i suoi milioni!
-
-— Perchè mia sorella è una sciocca. Ma io?... Con Re Faraone? Vedrai
-che diversità di trattamento! Guarda Fanfan!... Come Fanfan! Quella
-sa tenerlo in riga mio cognato! È dalla signorina Fanfan che bisogna
-imparare!
-
-Mimì Carfo, non ha più che una speranza.
-
-— Ma... e da parte... del Danova?... Sei sicura che quel brutto orco
-faccia sul serio?
-
-— È innamoratissimo! — La fanciulla ride. — E le sue proteste d'amore?
-Tutte a base di milioni!... Anche questa, sai, è una bella novità e
-un piacevole diversivo, dopo tanta indigestione di cuore, di anima, di
-cielo o di angeli, al chiaro della luna e delle stelle. Il mio pascià è
-positivo e pratico: tutto ciò che gli piace, lo paga un milione «pronti
-contanti». I miei capelli? Un milione! I miei occhi? Un milione! I
-«bei penin piccinin?» Un milione. La bocca, due milioni, anzi, adesso,
-siamo già sui tre. Ma siccome io non vendo a ritaglio, capo per capo,
-e lo sa, così fa tutto un blocco e ci vorrà tutta la cassa! Mi ha quasi
-offerto di sposarmi stasera. Me l'ha offerto digrignando i denti, come
-un orso preso al laccio. Domani mattina mi offrirà la sua mano con
-bella maniera. Andiamo insieme al lago di Chavanne. Al ritorno, prima
-che mia sorella sia arrivata a Villars, il barone Danova avrà già
-parlato e fatto la sua domanda «alla duchessa madre» in piena regola.
-
-Mimì si dispera: ha gli occhi gonfi di lacrime.
-
-— Aspetta! Aspetta! Ti prego! Ti supplico! Pensaci ancora!... Aspetta!
-
-— Ho vent'anni, mammoletta, mammolona! Non ho più tempo di aspettare!
-
-— Ti prego! Ti supplico! Te lo domando in grazia! Domani no! Domattina
-no! Aspetta ancora un giorno, almeno un giorno...
-
-— Ho vent'anni!... Anzi, presto, ventuno!
-
-Mimì non può più resistere e scoppia in un pianto dirotto.
-
-L'Idola, ancora seduta sul letto, si volta a guardarla diventando
-seria, mentre continua ad accarezzarsi i piedini l'uno contro l'altro,
-incrociandoli:
-
-— Non piangere! Basta! Non voglio che tu pianga! Rispondi invece: tu
-saresti contenta se io sposassi l'elettricista povero?
-
-— Sì.
-
-— Anche se sposassi Totò!
-
-— Sì, sì! Ma il Danova no! lì Danova no!
-
-— Che importa per te, il Danova o un altro, quando per me... fosse
-anche Paride in persona, mio marito, sarà sempre tanto poco... mio
-marito? Intanto punto primo: niente figliuoli. Io non voglio figliuoli.
-Non voglio sforzarmi e poi... ho paura. Non voglio arrischiar di morire
-io, per il gusto di mettere al mondo un... beì! No, no! Mainò! Se Re
-Faraone vorrà un principe ereditario, se lo farà da sè! Non piangere!
-Finiscila! Pensa, invece, come sarebbe buffo Re Faraone, in istato
-interessante! Ridi! Ridi! Ridi!
-
-L'Idola batte, pizzica, fa il solletico a Mimì finchè riesce a farla
-ridere fra le lacrime.
-
-— Adesso, ascoltami bene. — Remigia fissa torva Mimì, e fa un'altra
-voce risoluta e dura. — Ascoltami bene: guai se tu mi compiangi o mi
-fai compiangere da mia sorella. Devi mostrarti incantata del Danova;
-devi trovarlo ultra simpaticissimo e piacente, e devi mostrarti
-entusiasta del mio matrimonio...
-
-— Impossibile! Questo è impossibile! Impossibile!
-
-— Lo voglio... o non mi vedi più!... Bada: mi diventeresti antipatica,
-non potrei più soffrirti!
-
-Mimì abbassa la testa: si capisce che finirà per fare tutto ciò che le
-comanda l'amica sua, ma è un grande dolore per lei, un vero strazio!...
-
-— Se invece... ti lasciassi guidare, consigliare da tua sorella?...
-Tu non vuoi persuaderti ma pure è tanto buona! Senti almeno dal signor
-Giacomo, chi è, che cos'è questo egiziano!
-
-— Non parlarmi di Sua Eccellenza. Sai che non lo posso soffrire.
-
-— Che cosa ti ha fatto?
-
-— Niente, ma non lo posso soffrire. Con quella barbetta, con quel
-ciuffetto di capelli troppo lunghi... ha un viso da capra.
-
-— Ha un'espressione così intelligente, così dolce...
-
-— Ma ha un viso da capra.
-
-— Cento volte meglio del Danova, per altro. Il Danova è... orribile, e
-il signor Giacomo non è brutto! Poi, è più giovane.
-
-— Sia pure, ma il Danova è pronto a sposarmi e Sua Eccellenza non ci
-pensa nemmeno!
-
-— Perchè no, se tu vuoi?
-
-— Sua Eccellenza Giacomina?... Non mi ha mai fatto l'onore di prendermi
-in considerazione!
-
-— Perchè non hai mai voluto essere gentile, amabile con lui!... Provati
-soltanto, e vedrai!
-
-Remigia, dubita:
-
-— Uhm!... Mi pare, piuttosto, che abbia del debole per mia sorella!
-
-Mimì, che da queste parole, vede balenare pur da lontano un raggio di
-speranza, insiste più che mai:
-
-— Tua sorella gli fa compassione, tu gli piacerai, se ti ci metti!...
-Dovrà finire anche lui come gli altri!... Tutti s'innamorano di te, se
-ti ci metti! Non precipitare niente, aspetta! Domattina, non andare al
-lago di Chavanne!.. Il Danova, tanto, non ti scappa!
-
-L'Idola fa un sorrisetto serio, malizioso.
-
-— No; quello lì... credo di no!
-
-— Tienlo per un caso disperato! Dio mio, finchè c'è vita, c'è speranza!
-
-Remigia dondola la testa e torna a cantarellare:
-
-— Per me tutti gli uomini, tutti brutti, tutti uguali, tutti un peso,
-un gran peso... e una pipa!
-
-— Ma pensa, cara, alla sua condizione...
-
-— Finanziaria? — esclama subito Remigia. — Oh per questo sì! Di milioni
-ne ha di più Giacomo, anche del Danova!
-
-— La sua condizione morale, sociale. È un uomo di talento...
-
-— Per talento, anche il mio Re Faraone, è tutt'altro che uno stupido!
-
-— Può ritornare... ministro!
-
-— E in tal caso io sarei... ministressa! Governerei lo stato! Tutti i
-socialisti, in prigione!... Comanderei io, anche a Luciano. — «Bisogna
-subito piantare Fanfan! Più un soldo per Fanfan!» — Mammà con me, tu,
-gioia, con me: lo zio Rosalì e Totò, in Trinacria!
-
-Tutto questo, la fanciulla lo dice ridendo, per ischerzo, ma poi,
-a mano a mano diventa seria. Ci pensa alla possibilità di poter
-conquistare... Giacomo D'Orea, e nel suo cervellino capriccioso e
-mobile la barba di Re Faraone perde di colore e svanisce a poco a poco.
-Sarebbe lei la padrona di sua sorella; la padrona di tutti!
-
-Le braccia allungate, le mani tese, posate sul letto, gli occhi fissi
-fissi, sembrano guardare un punto lontano... Continua ad accarezzarsi,
-incrociandoli, i piedini nudi... Ad un tratto scoppia in una risata:
-
-— E il capitano Zaccarella?... Per prima cosa, quando fossi diventata
-la moglie di Sua Eccellenza, il capitano Zaccarella a riposo, e senza
-pensione!
-
-
-
-
-PARTE SECONDA.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-
-Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a Bex, prima di salire
-alla _Tête-pointue_.
-
-Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo l'ha un po'
-logorato, e basta la più piccola imprudenza a dargli i crampi allo
-stomaco e l'emicrania.
-
-A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona armonia: l'uno e
-l'altro giocano di abile prudenza, per non urtarsi reciprocamente.
-Luciano sente che Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la
-predica; e dispone l'orario della giornata e inventa mille pretesti
-per non trovarsi mai solo con lui e per non offrirgli l'occasione
-d'incominciare. Giacomo, a sua volta, sicurissimo che da un momento
-all'altro, quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha nessuna
-fretta di andarla a cercare.
-
-Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso di Maria; e siccome ha
-bisogno di Maria per occupare Giacomo e per tenerlo di buon umore, si
-mostra gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con la scusa di un
-nuovo automobile da provare, da cambiare, da comperare, non si lascia
-vedere altro che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti,
-almeno, è di buon umore, non vanta la musica, nè l'arte divina del
-canto. La sera, è stanco e si ritira prestissimo, ben inteso lasciando
-lì, con sua moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia.
-
-— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si mettano su, a
-vicenda, contro di me. Lei stia attento, senza averne l'aria, a tutti i
-loro discorsi.
-
-Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra, e nelle lunghe
-conversazioni, di giorno e di sera, nel giardino dell'albergo, Giacomo
-e Maria hanno finito con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono
-anzi uniti in un'affettuosa intimità.
-
-Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un senso di malinconica
-simpatia. — La giovane e bella signora deve essere tanto infelice
-con Luciano! — Imparando a conoscerla bene, in quelle ore di vita in
-comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima ammirazione.
-
-— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente! Come sa
-ragionare con lucidità e con finezza! E come parla bene, con quella sua
-pronunzia lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida. E la
-voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio e penetra nell'anima.
-
-Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non segue più le parole,
-sente solo il suono della voce. Vorrebbe allora, poter chiudere gli
-occhi e sognare.
-
-E come Maria sa raccontare: ha una evidenza, un'efficacia, nella sua
-semplicità, straordinarie.
-
-Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura. Giacomo ha letto
-poco di romanzi, Maria ha letto tutto. Giacomo se ne fa raccontare
-la tela, lo svolgimento, i caratteri e sta a sentirla godendosi e
-commovendosi.
-
-S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort comme la mort» di Guy De
-Maupassant.
-
-Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda e inesorabile
-e dolorosa verità di quella passione che nasce inavvertita in un
-cuore non più giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente
-disperata e forte... forte come la morte! Eppure quello di Oliviero
-Bertin per Antonietta de Guilleroy non era il primo, era il rifiorire
-di un nuovo, di un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza, era
-il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute.
-
-Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di lacrime al tragico
-epilogo di quella passione disperata, Giacomo sospira con un senso
-profondo di amarezza. Per la prima volta egli pensa ai suoi anni
-perduti, alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore.
-
-— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua anima.
-
-Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto della bella voce,
-nel fascino e nella commozione del racconto. Poi, certe volte,
-sente rossore di sè stesso; ha vergogna del suo mestiere, d'essere
-«comandato», di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra
-le ombre del giardino, non senza aver guardato prima cautamente, se il
-padrone non sia alla finestra e lo possa vedere:
-
-— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come servirei più
-volentieri Donna Maria Grazia e Sua Eccellenza!
-
-Alla _Tête-pointue_, come a Bex: pei primi giorni, armonia e buon
-umore. Tutti i Moncalvo, si trovano a Grjon, — la stazione prima di
-Villars, — ad incontrare i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e
-grandi abbracci e tenerezze.
-
-Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe Rosalino assai
-deferente e nota subito che quella monella dell'Idola s'è molto mutata
-con lui: è assai più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato
-nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo scrittoio un grande
-mazzo di rododendri. Interroga il servitore: è la duchessina che li ha
-portati e messi a quel posto.
-
-Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio, mentre, già sonata la
-campana, si aspetta, perchè gli altri aspettano, di andare a pranzo.
-
-— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio. È stata
-un'improvvisata, lieta e cara come un buon augurio.
-
-— È il saluto della montagna: sono roselline delle Alpi. Le ho raccolte
-io stessa, stamattina a duemila metri: alla Chamossaire...
-
-Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina e l'onorevole
-D'Orea, la interrompe con una sghignazzata:
-
-— Cioè, cioè, cioè! Dica _noi_! Le abbiamo raccolte _noi_! La
-verità, duchessina, sempre la verità, quando non si tratta di affari
-d'importanza!
-
-Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone, poi offre il
-braccio a donna Maria e mentre l'accompagna nella sala da pranzo,
-le esprime la sua contentezza per l'allegria di Luciano e le festose
-accoglienze di Remigia.
-
-— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina... Una volta
-non mi poteva vedere e me lo faceva anche capire!
-
-Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo e fissando Giacomo
-con dolcezza. C'è tanta malinconia nel suo sorriso! Ella non ha la
-fiducia di Giacomo. La Piccola, come Luciano, possono commettere una
-cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità no, o assai di rado.
-
-Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo di rododendri?
-
-Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la cara cognatina a
-Sua Eccellenza; ne ride con sua moglie, con lo Zaccarella, ma ne
-soffre, come soffre dovendo notare la grande considerazione che gode
-l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo fratello egli
-si sente messo in seconda linea, persino dinanzi ai saltetti e agli
-sgambetti del signor Trüb. Lui, con le sue tre o quattro _toilettes_ al
-giorno, e il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte canora
-a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua a volersi mostrare
-brioso e indifferente, ma si lascia veder poco e si sfoga, quando è
-solo con loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando a
-far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata ad essere molto gentile
-con Giacomo, adesso trova che esagera anche lei nel fare «una corte
-ridicola e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad un tratto, la
-tempesta che non può più tardare scoppia improvvisa tra i due fratelli.
-
-Giacomo D'Orea, sfogliando il _Figaro_ vi legge una notizia artistica,
-nella rubrica degli spettacoli, che lo mette un po' soprapensiero: è
-l'annunzio del grande successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur» nella
-sua nuova creazione «_le rôle de Germaine dans le Corset envolé_».
-
-— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto di Luciano?
-
-Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con
-sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a
-Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la
-cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle
-gelosie di Totò; sguinzaglia _Din_ e _Don_ sulle tracce di missis Eyre
-e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra di
-_mademoiselle_, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto
-Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi,
-e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori
-di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor
-Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare
-in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una
-delle sue.
-
-— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre
-a Parigi! — pensa Giacomo fra sè.
-
-In fatti, due giorni dopo la notizia del _Figaro_, Luciano, a
-colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non
-addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra...
-
-Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa:
-tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che
-Luciano se la sarebbe presto svignata.
-
-— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia,
-gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante.
-
-Tutti _cito_, e il principe continua, dopo un altro momento di
-silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione:
-
-— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio.
-— Non è vero, Cristina?
-
-— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo
-ha finito.
-
-Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando
-il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio.
-
-— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di
-Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora.
-
-— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda Giacomo.
-
-Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere, ma approfitta
-dell'interruzione accolta dal pieno assentimento della duchessa
-Cristina e del principe Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò
-che più temeva di far sapere al fratello:
-
-— Tutto compreso... non resterò assente... credo, più di una settimana.
-
-— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non è più correre; è volare!
-— E ripete «volare... volare...» con un'espressione languida, quasi
-voluttuosa, fissando Giacomo, il quale non le bada affatto, e continua
-invece a osservare Maria, diventata un po' più pallida dopo l'annunzio
-di quella partenza, e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa
-bassa, quasi sul piatto.
-
-Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordini e disposizioni per
-la sua partenza: adesso che questa sua partenza e già stata annunziata,
-egli è contento ed è davvero di buon umore. Chiama il _chauffeur_,
-vanno insieme al _garage_ a vedere la macchina, poi rientra
-nell'albergo e cantarellando «un dì felice eterea...» sale svelto,
-leggero, al suo appartamento, dove c'è già Andrea che lo aspetta per
-preparar le valige.
-
-— Tutto quanto mi può occorrere per quindici gior...
-
-Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si volta:
-
-— Chi è?...
-
-— Sono io.
-
-È la voce di Giacomo.
-
-Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo. Tutto il suo buon
-umore è svanito.
-
-— Avanti.
-
-Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre Andrea corre ad aprir
-l'uscio e s'inchina rispettosamente dinanzi a Sua Eccellenza.
-
-Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo con un'occhiata bieca,
-sospettosa.
-
-— Ho da parlarti.
-
-— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato e seccato. — Proprio
-adesso?
-
-— Subito!
-
-— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto!
-
-Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea si affretta ad
-ubbidire, ma giunto sulla soglia è trattenuto dalla voce aspra del
-padrone.
-
-— Non allontanatevi. State attento, pronto appena vi chiamo. È già
-tardi e c'è ancora tutto da preparare.
-
-Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore, e Luciano corre
-all'armadio, lo apre, e con l'aria di non volersi occupare di Giacomo e
-di non aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti che devono
-essere messi nelle valige, e li butta uno dietro l'altro sul canapè.
-
-Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie.
-
-Gli tien testa bravamente.
-
-— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu vai... a Parigi.
-
-Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello:
-
-— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò anche a... Parigi, se mi
-accomoda. Non ho padroni, e dei fatti miei, non devo render conto a
-nessuno.
-
-Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che se Luciano ha fretta,
-lui non ne ha punto, poi risponde con grande pacatezza:
-
-— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a tua moglie.
-
-— A mia moglie?
-
-— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene, per poter vantarsi di
-non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno.
-
-L'altro, perde le staffe.
-
-— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola! Tu sei venuto qui,
-non per la villeggiatura, ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che
-facciamo un po' di bilancio tra il _dare_ e l'_avere_?
-
-Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino, in faccia a Giacomo,
-che gli risponde sempre pacato:
-
-— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al moltissimo danaro che
-tu hai speso e spendi più di me?... No, io non penso in questo momento
-a... proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci penserò,
-forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario. No, no. Dicendoti
-che «per vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a
-nessuno» io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie!
-
-— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra.
-
-— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto di entrarci ed
-io ho il dovere di farcela entrare! Tu devi moltissimo a tua moglie;
-ricordati. Tu devi a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua
-pazienza, alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non hai
-perduto la stima della gente!
-
-— Tu... parli così?... A me?
-
-— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro che il danaro,
-soltanto il danaro che abbiamo in comune! Io so, invece, pur troppo,
-che abbiamo in comune anche il nome, e il nostro nome non posso e non
-voglio lasciartelo sporcare!
-
-Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo.
-
-— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare!
-
-Luciano batte forte col pugno sul tavolino:
-
-— Basta! Basta, così!
-
-— No! Non basta!
-
-— Dirò al signor Zaccarella...
-
-— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice signor Zaccarella?
-
-— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri conti...
-
-— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di spalle.
-
-— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta, un mucchio di
-cambiali tue; cambiali in bianco, scontate dai più noti strozzini
-internazionali! Lasciamo in pace il già travagliato signor Zaccarella!
-Ho tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani. E lo
-farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare non il nostro
-patrimonio, ma il nostro onore.
-
-Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua pudibonda
-bigotteria, di timido provinciale, Giacomo è capace di qualunque
-eccesso!
-
-Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con ostentata
-indifferenza:
-
-— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...
-
-— E di fare.
-
-— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei
-difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già
-abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il
-motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo
-viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso
-«proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta?
-
-— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e
-categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna
-che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... —
-Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di
-milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur!
-
-Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo:
-
-— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto!
-
-— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica! È tutto il mondo che
-lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua
-moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!
-
-Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi.
-
-Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così,
-senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a
-doversi reprimere.
-
-Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero
-plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si
-ferma in faccia a Giacomo:
-
-— Scusa, una domanda prima, per intenderci bene.
-
-— Anche due; anche dieci!
-
-— È stata mia suocera a spingerti... a questo passo?
-
-— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera...
-
-— Allora... è stata mia moglie?
-
-Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto e scarno di Giacomo:
-è un lampo, ma basta a Luciano per fargli intendere dove deve mirare,
-se vuol colpire a sua volta e colpir giusto.
-
-— Certo, certo! È stata mia moglie!
-
-— Non è vero!
-
-— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi colloqui a Bex!
-
-— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo con troppa
-precipitazione.
-
-L'altro scoppia in una risata:
-
-— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?... Uhm! Non credo!
-È stata mia moglie!... Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti
-venire a Villars?
-
-— È falso! È una falsità!
-
-— Non gridare! Perchè gridare?
-
-Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente.
-
-— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra i pampini e le
-biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo credo!
-
-— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde pure con un tono
-sarcastico: — _Les échos parisiens_, caro mio! Il _Gil Blas_ e il
-_Figaro_, sono arrivati fin laggiù, a Fiumicino!
-
-— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi li ha tradotti alla zia
-Gioconda?... Tu, o mia moglie?
-
-— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo tra' denti. È disgustato,
-ma più ancora è conturbato e inquieto per la brutta piega, che va
-prendendo il discorso.
-
-— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto una parola in
-proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa e ti vuol anche troppo
-bene!
-
-— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il «troppo bene» è un di più!
-
-— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non direbbe mai una parola
-contro di te!
-
-— Criss...ti! La conosci a memoria!... _Par coeur!_
-
-— Non voler essere ironico e non voler essere cattivo! Non è il
-momento, e non si scherza! Io parlo e predico per il bene tuo e il
-bene di tutti noi! Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e
-d'accordo!
-
-Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia, invece, e cerca di
-smuovere, di persuadere il fratello, con le buone ragioni e toccandogli
-il cuore.
-
-No, Luciano non deve più continuare con quella... donna di Parigi. A
-parte che Luciano, essendo ammogliato, il capriccio e la leggerezza
-diventano una colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli ha
-assunto informazioni sicure, precise, e può dire di conoscerla bene.
-È una donna che rende ridicoli i propri amanti, mentre li conduce
-fatalmente alla rovina!
-
-Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli afferra una mano e
-gliela stringe con effusione. Gli parla del babbo che Luciano ha appena
-conosciuto, gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così semplice
-e così buona!
-
-— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto da padre! Non andare
-a Parigi! In questo momento, piantar qui tua moglie, piantar qui tutti,
-sarebbe una pazzia e uno scandalo!
-
-— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè commosso, ma sempre
-più inasprito, — intanto io vado a Losanna e non vado, almeno per il
-momento, a Parigi.
-
-— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a Parigi.
-
-— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra, come ho già detto,
-per la riunione del Club automobilistico. Se poi, prima di tornare a
-Villars, dovrò recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà
-dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare senza mai
-preoccuparmi dei commenti pettegoli e interessati e senza aver paura...
-delle mie spie!
-
-— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da vero leone!
-
-Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce ancora a dominarsi.
-
-— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia, hai le sole persone
-che veramente ti vogliono bene. — Giacomo spiana la fronte e preso il
-fratello a braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che
-buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha ragione il signor
-Trüb di vantarsene e di farla pagar cara!... Ti seccano le prediche del
-«putativo genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato, moderno.
-Hai avuto un capriccio per questa donna magra, ossuta e lunga come
-la noia? Ebbene, te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due
-milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essere _black-boulé_
-dalla gente di spirito! Prendere sul serio, e prendere per tutta la
-vita Margherita Gauthier? È roba del quaranta! Dopo il novecento il
-giovane Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi. A Parigi,
-in questo mese, con il termometro a trentasei gradi Reaumur? Diventi
-matto? Peggio, vuoi diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a
-Villars e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo capitano
-Zaccarella con pieni poteri, con la borsa piena e con l'incarico di
-liquidare!
-
-L'idea colpisce Luciano:
-
-— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa di voler liquidare!
-Ma, s'intende, non «mandare», andar lui, a Parigi e così, con la borsa
-piena, sbaragliare, mettere in fuga il re della glicerina!
-
-Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso, spera bene
-e continua a cercare argomenti, anche speciosi, pur di riuscire
-nell'intento.
-
-— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente delle grazie
-_faisandés_ e degli acuti stonati di una qualunque _mademoiselle_
-Fanfan! Tu ci tieni per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un
-oggetto di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad Ostenda,
-a Montecarlo, che non hai più milioni da spendere per mantenere la
-Trécoeur! E ci tieni anche, per gelosia di possesso: perchè sai che
-dietro di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di ricevere
-o di dividersi la tua successione! È una forma di gelosia che non ha
-niente di comune con l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia
-che spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe infallibile,
-purchè sia pronto: liquidare brillantemente con la signorina Fanfan e
-brillantemente piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore
-e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali! Quelli che più ti
-danno ombra!... Ci perdono l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto
-contendersi fra di loro _le corset_, quando non è più _envolé_?...
-È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria che fa quotare
-così alto le azioni, mimiche, di _mademoiselle_ Trécoeur! Sei tu, il
-milionario inesauribile, la più grande attrattiva e il suo fascino
-maggiore! Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito a quattro
-ossa giallognole e bacate!
-
-Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente:
-
-— È così; e bisogna far così: piantarla con una buona uscita. Per
-allontanare i propri amici dalla propria amante, non c'è che un modo,
-sicuro: piantarla!
-
-Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a quel mezzo-uomo e
-mezzo-prete « — che cosa ne puoi saper tu delle attrattive e dei
-fascini di certe donne, come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare
-e di fiutare le sottane della famiglia!» Ma non può. Per seguire il
-piano che ormai ha ben fisso in mente egli deve contenersi e fingere di
-accettare, in massima, i consigli del fratello.
-
-— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima potrebbe essere anche
-il mio desiderio e lo scopo del mio viaggio a Parigi; dato il caso
-che io vada proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento di
-nessun Zaccarella! Non voglio far la figura... di essere inabilitato,
-prima del tempo!
-
-Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito la botta. L'altro
-continua imperturbabile:
-
-— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li tratto da me. E per
-questi affari, vado e non mando.
-
-Giacomo, si mostra conciliantissimo.
-
-— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari; ma non vai
-proprio, tu, in persona. Sei tu, che mandi, ed è lo stesso!
-
-— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando!
-
-— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi mesi Parigi è vuota e
-spopolata e soprattutto perchè quando fa caldo, ami di stare al fresco!
-
-— Fresco o caldo, vado io. Certi affari _di mia sola pertinenza_, li
-tratto da me.
-
-Giacomo ha uno scatto che non può reprimere:
-
-— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei non ci pensi?
-
-— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche fra me e la mia cara
-signora moglie, non ci si deve frammischiare nessun... Zaccarella!...
-Voglio pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti?
-
-— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo!
-
-Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine, Giacomo non si frena
-più.
-
-— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e tempo, vivaddio, di vivere
-un po' anche per tua moglie, per quella povera... martire, che per la
-sua bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita tutto il nostro
-affetto e tutta la nostra ammirazione!
-
-Luciano, pronto, coglie la parola al volo:
-
-— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione! Me ne sono accorto
-da un pezzo!
-
-— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo si avvicina d'un
-passo al fratello, fissandolo: — Ti sei accorto... di che cosa?...
-
-Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua propria cattiveria.
-
-— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da un pezzo di questa
-vostra e specialmente _tua_... ammirazione!
-
-Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte, palma a palma, in
-atto di dolorosa maraviglia:
-
-— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo!
-
-Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a sua volta; parla alto,
-borioso e sprezzante. È lui, il giusto; è lui, il giudice.
-
-— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh, tutt'altro che un
-ragazzo. Osservo, da tempo, e noto. Intanto, intendiamoci: non
-permetterò mai, _mai_, alla mia... cara signora moglie di cercarsi
-protettori, nemmeno in famiglia, per metterli su, contro di me. Non
-permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano fa una reticenza con
-un'altra smorfia piena di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda,
-di voler sentenziare fra me e mia moglie. Con mia moglie poi a suo
-tempo... — Non vuol dire di più; ma le pupille hanno un tremolio
-sinistro, che fa trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede,
-indovina l'inquietudine del fratello per la cognata, e ne gioisce in
-cuor suo.
-
-Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone di fare tutto ciò
-che gli accomoda; padrone di andare, di stare a Parigi quanto vuole;
-padrone di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi per
-la cognata! — Ride, poi riprende, guatando Giacomo tra il serio e il
-comico:
-
-— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia! La povera martire!
-Impiegare tutto il suo tempo a Bex, per destare la tua ammirazione, e
-per seminare la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire
-e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare!
-
-Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che rispondere: Luciano,
-alza la voce.
-
-— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato; ma quando
-torno, e tornerò prestissimo darò alla... povera martire, l'ammirazione
-che si merita!
-
-L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno, che prorompono
-dalle sue labbra livide e affilate.
-
-— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una regina! E con lei,
-mantenuta tutta un'orda di nobilastri parassiti, che non hanno salvato
-dalla malora altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì, davvero,
-bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi! È questa genia di spiantati,
-sono i capricci, è il lusso sfrenato di mia moglie che mi hanno
-costretto a spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si tratta...
-di mia moglie, quando si tratta della povera martire, tu, proprio tu,
-dimentichi anche l'avarizia e non mi fai più la predica! Per te? Per la
-tua ammirazione?... S'intende! Io ho sempre pagato troppo poco i grandi
-meriti di mia moglie!
-
-— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo è spaventato. Possono
-sentire nel corridoio, in tutto l'albergo! — Abbassa la voce! Ti
-supplico! — Ma più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta e
-grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce con l'arrabbiarsi e
-col diventar geloso sul serio.
-
-— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare! Se dovrà confessare!
-Che cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?... Con quante moine ha
-potuto cambiarti così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me
-lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire! Ti sei opposto
-fino all'ultimo! Hai fatto il possibile e l'impossibile per impedire
-il mio matrimonio! Oh, senza essere un grand'uomo, e non me ne importa
-affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne accorgerà mia moglie
-quando torno! Appena torno!... Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei,
-la bugiarda e non io! La bugiarda e l'ingrata!
-
-Giacomo capisce che, lui presente, la furia del fratello non farà che
-divampare sempre più: si caccia le mani nei capelli e fugge via con un
-singulto che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello era cattivo,
-ma cattivo fino a quel punto, fino al punto di far paura, questo no!
-
-— Povera donna! Povera donna!...
-
-Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai se Luciano, restasse
-a Villars!
-
-— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno!
-
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo la scena col fratello.
-
-Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua moglie. Sua moglie
-la vedrà al ritorno e la... saluterà al ritorno! Adesso vuol partire
-tranquillo, senza guastarsi il sangue!
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La donna perfetta!...
-Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo e Francesca!
-
-Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere sè stesso. Ma non
-lo crede e non lo pensa. E per ciò, appunto, perchè non lo pensa e
-non lo crede in cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle
-ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così, sua moglie,
-avrà finito di darsi le arie e il sussiego della donna perfetta, della
-donna superiore! Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà
-abbassare gli occhi e la testa!
-
-Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano aveva finito col
-rodersi in cuor suo anche per i pregi e per le virtù e soprattutto per
-la grande stima che godeva sua moglie e che tanto la innalzava, al suo
-confronto, nell'opinione della gente.
-
-— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come tutte le altre!... Basta,
-l'ammirazione! Non più panegirici, non più inni, ma tragedie: Paolo e
-Francesca!
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta discesa da Villars
-fino ad Aigle, in un attimo, ed ora, sempre di volo, sempre in discesa,
-infila la strada polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi
-e il lago azzurro, mentre alto e lontano si profila candido e immoto
-dominatore dello spazio, il monte Bianco.
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può più farmi da tutore
-e Francesca da spia! Posso andare a Parigi! — evviva Parigi! — e
-divertirmi!
-
-— Divertirmi?...
-
-Luciano torna a rabbuiarsi.
-
-— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci!
-E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i
-riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi
-sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando
-non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere
-un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con
-il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra
-di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina!
-
-Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a
-consolarsi.
-
-— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue
-a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del
-sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza
-tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra
-la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad
-accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di
-vendette, i pensieri più tristi e più foschi.
-
-— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-
-
-
-II.
-
-
-Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella veemente invettiva,
-corre nelle sue stanze, come a cercarvi rifugio.
-
-Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente per non sentir
-l'eco di quelle ingiurie.
-
-Siede affranto dinanzi alla scrivania; è angosciato e disperato.
-
-— E adesso Luciano, che cosa farà?... Liti, scandali, partirà come ha
-detto?... E Maria?...
-
-Che ora lunga d'incertezza, di inquietudini, di pena!
-
-Ad un tratto sente stridere e sbuffare l'automobile: si alza, si
-avvicina alla finestra e spia dietro le cortine calate.
-
-— Ah, Dio sia lodato! — Manda un grande sospiro di sollievo. — Luciano
-è partito!
-
-— Va! Va!... A Parigi! Dove vuoi! In capo al mondo!
-
-È forte, però, il suo capriccio per quella Fanfan!
-
-Più forte della sua stessa cattiveria! Ma poi al ritorno?
-
-Giacomo si allontana dalla finestra scrollando il capo.
-
-— Quando ritornerà?... Povera Maria!
-
-Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto sarà ora di pranzo! —
-Non chiama il cameriere, si veste solo e intanto continua a pensare a
-Maria... e a Luciano.
-
-— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno dei nostri. È un frutto
-guasto dai suoi stessi vizi! E così, travisandoli, deturpa e avvelena
-affetti e sentimenti! Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?...
-— Giacomo dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare! Se lui stesso è
-il più convinto della sua propria falsità!... Inventa e sa d'inventare!
-È una perfidia atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia! Cioè
-no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro!
-
-Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco del fratello.
-L'insinuazione calunniosa è un'arma a due tagli: contro la moglie e
-contro di lui. Con quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli
-e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere qualunque
-eccesso per quella Fanfan e qualunque infamia contro sua moglie!
-
-— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace, capacissimo, di gridare
-ai quattro venti che sono l'amante di Maria!
-
-— Che canaglia!
-
-A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante di Maria», che gli
-si affacciano al pensiero per la prima volta così precise e chiare,
-egli si ferma dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della
-cravatta fra le mani...
-
-— Che falsità! Che canaglia!
-
-Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce.
-
-Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima. Soffre, — è proprio
-la parola, — soffre un tormento nuovo: un senso strano e nuovo di
-timidezza.
-
-Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima di pranzo,
-arrossisce suo malgrado, e non può, lì per lì, fissarla in faccia.
-
-Maria Grazia, nota subito il turbamento del cognato, ma lo spiega a suo
-modo: lo crede così mortificato e impacciato, perchè non è riuscito a
-trattenere Luciano. Ella lo guarda con i grandi occhi neri, pensierosi
-e gli sorride malinconicamente: lei stessa, si fa offrire e gli prende
-il braccio, per entrare insieme nella sala da pranzo.
-
-— Lucïano è proprio partito?... E proprio per Parïgi?
-
-Le tenere e armoniose dieresi, sono piene di lacrime.
-
-Giacomo, le risponde appena, stringendole il braccio, sotto il suo:
-
-— Coraggio...
-
-— Ne ho; tanto!... Sai?... Non è venuto nemmeno a salutarmi! — Cerca,
-quasi, di scusare il marito. — Forse, non ha osato!
-
-— «Oh...» — Giacomo s'interrompe e pensa in cuor suo: — Sapesse, povera
-donna, che cosa è capace di osare... quello là!
-
-Ma, alla cognata, egli non dice nulla della scena successa. Durante la
-serata, mentre Giacomo sembra quasi sfuggirla, Maria lo interroga con
-i begli occhi ansiosi: Giacomo non le risponde altro che scrollando il
-capo.
-
-Nei giorni seguenti, egli schiva le facili occasioni di trovarsi solo
-con lei. E per poter fare ciò, naturalmente, egli si accompagna e
-comincia a stare di più con Remigia.
-
-Dopo colazione, mentre la cognata si avvia lentamente in giardino,
-verso il suo solito posto tranquillo e appartato, Giacomo, invece di
-seguirla con il fascio dei giornali, si unisce alla corte allegra e
-rumorosa della duchessina, assiste ai pasti di _Din_ e _Don_ e riceve
-pazientemente gli enfatici salamelecchi del signor Trüb.
-
-Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano la macchia folta
-degli abeti che riparano Maria sotto l'ombra solitaria, egli si fa
-spiegare da Remigia le regole del _tennis_ e resta lì, fuori della
-rete, a veder giuocare.
-
-— Bravissima, la Pïccola!
-
-Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa Maria, e ne riceve
-un'intima sensazione di gioia.
-
-Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano nell'albergo,
-Giacomo invece di fermarsi con Maria, come faceva prima, nella veranda
-a discorrere e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con Remigia
-nella sala da ballo, e si ferma a vederla ballare. Ride con lei e con
-la Carfo a proposito dei suoi adoratori «internazionali». Scherza alle
-spalle di _monsieur_ Malot, il parigino puro sangue, il ballerino di
-forza e di grazia; scherza a proposito dei voli letterari di Lothar
-Schmidt e anche Giacomo si mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e
-sir Wood «il bell'Apollo della caramella!».
-
-Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia a faccia col
-cognato, lo interroga muta, con gli occhi soltanto.
-
-— Perchè?
-
-Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere anche questo mio solo
-conforto? La tua amicizia buona e cara?
-
-Giacomo le risponde arrossendo leggermente, crollando il capo e si
-allontana.
-
-— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo.
-
-Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare vagamente, in tutto
-o in parte, la verità, e allora è lei pure che arrossisce se per caso
-incontra gli occhi di Giacomo.
-
-I due buoni hanno finito per capire, per intendersi. E così, mentre
-sembrano allontanarsi l'uno dall'altra, tutto quel mistero, la nuova
-odiosa cattiveria di Luciano, conosciuta da Giacomo soltanto, ma quasi
-intravvista da Maria, unisce più strettamente le loro due anime.
-
-Giacomo non confessa a sè stesso, che anche la simpatia si fa più viva;
-forse non se ne rende conto. Tutto confonde e tutto spiega in cuor suo,
-col sentimento della giustizia e di una grande pietà.
-
-Ma una notte... Ebbe tutta una notte insonne e pensò di partire.
-
-— Andarmene, sì, sì!... Bisogna risolversi e partire. Luciano, al suo
-ritorno, non deve trovarmi più a Villars. Sarà così evidente tutta
-l'assurdità dell'odiosa insinuazione!
-
-Ma Villars, in quel punto, come gli appare verde e incantevole! Non
-avrebbe trovato in nessun'altra parte del mondo un luogo così bello!
-
-— No! Anzi non devo partire, _devo_ rimanere! Luciano direbbe che io mi
-sono allontanato apposta per salvare le apparenze! Sarebbe «una prova»
-secondo lui e andandomene lo lascerei libero di inventare anche di
-peggio! E poi, Maria? Lasciata qui senza difesa?... Devo restare!
-
-L'idea della partenza è dunque abbandonata.
-
-— Resto! Appunto, precisamente: per difenderla e per proteggerla! È
-mia cognata. Oggi è una D'Orea; è dei nostri. Sono io, per autorità, il
-capo riconosciuto in questa casa. Qui comando io; e farò rigar diritto
-quel... buffone!
-
-Per altro, non bisogna mai dare il più piccolo appiglio a Luciano; e
-bisogna ricordare com'è pronto e scaltro nella perversità.
-
-Giacomo non si trova più solo con Maria e si vedono e si parlano
-soltanto a colazione e a pranzo. Egli è venuto, dice lui, e resta a
-Villars, non per altro, che per riposare e per diventar giovane!
-
-Sta tutto il giorno e tutta la sera con Remigia; con la Piccola!
-
-.... Quante volte ripete «la piccola!»
-
-Questa tattica abile e prudente, se gli è consigliata dal bene di
-Maria, non lo annoia per altro, e non lo stanca. Remigia è sempre
-allegra, divertentissima! Con questo grande vantaggio, che non vuol
-parere altro che quello che è, cioè una bambina. Bambina per indole,
-per vivacità e per... innocenza! Non pensa altro che a saltare, a
-giocare al _tennis_ e a ballare; preferisce ancora le passeggiate col
-bel sole, ai colloqui con la bianca luna, i dolci e i cioccolattini del
-Danova, ai fiori di _monsieur_ Malot e non vuol bene, davvero, altro
-che a _Din_ e a _Don_!
-
-— I vent'anni sono al varco!... Eppure, nessuno lo direbbe! Del resto,
-anche con vent'anni, e sonati, potrebbe sempre essere mia figlia!
-
-Però, con la Piccola, egli non deve pensare ai riguardi, alle apparenze!
-
-Può fare la sua corte innocente. Non c'è pericolo di dar ombra a sir
-Wood... e nemmeno a Totò!
-
-— Povero Totò! È innamorato sul serio!... Ma perchè non si sposano,
-Remigia e Totò?
-
-Quell'argento vivo... e biondo, che ride sempre, che parla sempre,
-che non fa mai domande e, se ne fa, non aspetta risposta, è un grande
-riposo per Giacomo, facile all'emicrania, stanco di nervi, e con
-i begli occhi di Maria sempre fissi in mente. Anzi, vicino a quel
-demonietto in continuo moto e in continue chiacchiere, egli prova il
-grande sollievo di poter tacere pensando a tutt'altro! È un uccellino
-grazioso dai bei colori vivi e dalla testina d'oro, che gli vola
-attorno piacevolmente e che piacevolmente riempie l'aria con il suo
-armonioso e festevole _pi-pi-pi_!
-
-Egli può tacere, tacere!... la gioia di poter tacere e di poter pensare
-a... tutt'altro, mentre la cingallegra spensierata e innocente continua
-a volare cantando e bisbigliando _pi-pi-pi_!
-
-Egli può tacere, tacere!... E intanto spiare di lontano, in fondo
-al giardino, un punto bianco, immobile, che spicca tra il verde dei
-fogliami: è Maria che legge, seduta all'ombra nel suo solito posto
-appartato.
-
-— Povera Maria!... Meriterebbe tanto di essere felice... e amata!
-
-Questo pensiero, un giorno, fa sospirare Giacomo più forte. Remigia
-che sta raccontandogli, ridendo, la corte che pretendeva di farle quel
-«bruttissimo Re Faraone» si ferma di botto.
-
-— A che cosa pensate, Giacomo?
-
-— A niente. Non penso a niente: ascolto soltanto.
-
-— Non dite bugia, Eccellenza! Questa è una grossa bugia!
-
-— Perchè?
-
-— Perchè se aveste ascoltata me vi sareste messo a ridere: invece vi
-siete messo a sospirare!
-
-Remigia dà una risatina arguta, maliziosetta:
-
-— Forse, chi sa? È stato il sospiro dell'anima!
-
- Suonar nel mio segreto odo una voce
- Che a sè mi tiene dubitando inteso...
-
-Giacomo, per deviare l'attenzione della fanciulla, sospira più
-profondamente, continuando:
-
- E non sento l'età fuggir veloce
- In quella nota attonito e sospeso!
-
-— È la nota giovane squillante e affascinante del vostro allegro
-_pi-pi-pi_, cara Remigia!
-
-— Per me, sospirate? — La graziosa birichina si mostra incredula. — Uhm!
-
-— Sospiro... alla gioventù! Il più grande dei tesori, che si comincia
-ad apprezzare soltanto... quando lo abbiamo tutto consumato!
-
-La duchessina si stringe comicamente nelle spalle.
-
-— Allora... dovrà apprezzarlo moltissimo Re Faraone!
-
-— Certamente! Anche Re Faraone!
-
-— Ma pure egli ha trovato un rimedio, per riacquistare la perduta
-gioventù: il lucido Nubian!
-
-Remigia ride allegramente e Giacomo è sicuro che non ha più in mente nè
-i suoi silenzi, nè i suoi sospiri.
-
-In fatti ella riprende subito, con tutt'altro tono:
-
-— Giacchè siamo in vena di poesia, ricordatevi, Giacomo, questo è il
-giorno.
-
-— Il giorno?... Quale?
-
-— Il giorno in cui dovete scrivere sul mio _album_. No, no! Non si dice
-di no; avete promesso!
-
-— Non so scrivere versi!
-
-— Scrivete prosa.
-
-— Non so scrivere prosa, che sia degna del vostro _album_. Io non sono
-un letterato, ma un umile finanziere! Non so scrivere altro che cifre!
-
-— E, allora, basterà la vostra firma, Eccellenza! È l'autografo, che
-conta! — Mimì! — grida forte Remigia, chiamando, — Mimì!
-
-— Eccomi, cara!
-
-La contessina Carfo, sta giocando al _croquet_ lì vicino, con Totò.
-Ella che ha sempre un grande ribrezzo per il Re Faraone, e che spera
-solo nel matrimonio di Giacomo con Remigia, quando i due sono insieme,
-non li perde mai di vista.
-
-— Finitela con quel _croquet_ stupidissimo e irritante! Venite qui con
-noi! È fresco fresco! Una delizia!
-
-Remigia si sdraia sopra una larga poltrona di vimini, dondolandosi
-mollemente.
-
-— Ah, che gioia!... E che buone poltrone elastiche e comode, da far
-invidia alla Sbirlingonia!
-
-Mimì e Totò, giuocano in fretta, tanto per arrivare in fine alla
-partita. Remigia si irrita.
-
-— Finitela! Non avete capito?
-
-Mimì dà un'occhiata a Totò e butta via la mazzetta.
-
-— Eccomi, cara!
-
-— Portate qui la mia cesta da lavoro! — La duchessina continua a
-dondolarsi sulla poltrona. — La mia cartella, i miei _albums_, i miei
-libri, tutta la roba mia!
-
-Giacomo la guarda sorridendo e la chiama pïccola tiranna!
-
-Sorride anche Remigia, ma dolcemente.
-
-— Sono piena di difetti, non è vero?
-
-— Oh, l'impero, la tirannia, non son difetti per chi li esercita; anzi,
-sono l'espressione della forza, del carattere. Sono invece una colpa,
-qualche volta, per chi vi si assoggetta, e quando invece di una tiranna
-piccola e bionda, esercita l'impero un brutto tiranno... uomo.
-
-— Brrr! Quanta difficile filosofia! In conclusione, se questi
-non sono difetti, vuol dire che ne avrò degli altri. Vi prego! Vi
-prego, Giacomo! Sì! Sì! Voglio sapere tutti i difetti miei! Tutte le
-imperfezioni mie! — continua a supplicare nel tono più dolce. — Caro!
-Buono! Simpaticone! — Poi si arrabbia. — Dite subito tutti i difetti
-miei, almeno i più grossi o vi chiamo Eccellenza!
-
-Giacomo ride e si diverte.
-
-— Fin'ora — apprezzate la mia prudenza e la mia sincerità, — dico
-_fin'ora_...
-
-— Ho capito! Avanti!
-
-— Fin'ora vi riconosco un solo difetto.
-
-— Grosso?...
-
-— ... Non piccolo! Quello di possedere anche voi, per quanto non
-comune, anzi in tutto una ragazza originale... un album di autografi!
-
-— La mia originalità sta in questo: invece di un album solo, ne
-possiedo due.
-
-— Due?
-
-Giacomo fa una faccia spaventata. Egli si diverte sempre di più a
-questi giuochi innocenti. Ha sempre avuto passione per i ragazzi e per
-i bambini.
-
-— Ne possiedo due.
-
-Si avvicina Mimì portando la cartella e i libri. Si avvicina Totò
-portando la grande cesta foderata di tela _pompadour_ e ornata di
-nastri di seta rosa con l'astuccio dei colori, i pennelli e con tutti
-i «lavori diversi» della duchessina: lavori all'uncinetto, lavori
-a maglia, trapunti, ricami che girano da anni i laghi, i monti e i
-mari... sempre allo stesso punto.
-
-Remigia fa mettere tutto a' suoi piedi, sull'erba, e si fa dare gli
-album da Mimì.
-
-— Due album? — ripete Giacomo esterrefatto.
-
-— Due. Uno per gli illustri della patria; — questo, guardate: la
-firma di Garibaldi, una lettera di Mazzini, una poesia dell'onorevole
-Testasecca, — è il deputato del nostro collegio, — e poi autografi di
-Biancheri, di Zanardelli e uno anche del figlio di Totò.
-
-Giacomo inarca le ciglia fissando il marchesino di Villabianca, e la
-Piccola scoppia in una risata:
-
-— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò, tesöro! È un autografo
-del figlio di Sua Eccellenza Totò!
-
-— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo di Rudinì. Datemi
-l'album! Mi fo coraggio! Col papà, siamo stati nello stesso ministero!
-
-— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi sulla poltrona
-con un atto grazioso di rifiuto. — Voi scriverete su questo. — Apre
-l'altro album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente
-tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì, gioia! — Spingimi adagio
-adagio... — Mimì coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona,
-lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi fresco, Totò!
-Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure in piedi, accanto alla
-poltrona, apre un ventaglio grande giapponese che ha preso nel cestino
-e continua, tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio, la faccia
-impassibile e gli occhi innamorati.
-
-— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su questo
-album più piccolo e chiuso a chiave, perchè è l'album degli illustri
-simpaticoni. Guardate, leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand...
-
-— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci posso più scrivere!
-
-— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole, commendatore,
-grande ufficiale, Eccellenza!
-
-Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia quel giorno è
-proprio una bellezza, prende dalla cartella un piccolo calamaio e una
-penna.
-
-— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto pregare! Ha osservato
-oggi come sono d'oro i capelli di Remigia?
-
-Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a diventare un po'
-urtante anche quel Giacomo lì.
-
-Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere sull'album dei
-simpaticoni!
-
-— Civetta! Che civetta! Persino con Sua Eccellenza! — Continua a
-far vento, ma troppo adagio, con la faccia che gli si accende per la
-fatica.
-
-— Oh Totò!... Non addormentarti! Più forza!
-
-Remigia si rivolge di nuovo a Giacomo:
-
-— Basta un pensiero; una parola sola e la firma.
-
-Giacomo si decide, prende l'album dalle mani di Remigia, la penna che
-gli offre Mimì e scrive due righe in fretta:
-
-— A voi! — Restituisce l'album. — E scusatemi se proprio, non so
-scrivere altro che cifre!
-
-Remigia, letto appena, salta in piedi rossa di gioia e mentre Totò
-rimane immobile col braccio alzato e il ventaglio aperto, corre a
-stringere la mano di Giacomo, con trasporto, con effusione:
-
-— Buono! Buono! Quanto siete buono!
-
-Giacomo aveva scritto sull'album:
-
-
-«Mi obbligo a versare 5000 lire per i poveri della duchessina Remigia,
-detta la Piccola.
-
- «GIACOMO D'OREA.»
-
-
-Mimì ha gli occhi pieni di gioia:
-
-— Dio! Dio! Come il signor Giacomo sarebbe proprio degno di far felice
-la mia Remigia!
-
-
-
-
-III.
-
-
-Remigia, con Giacomo, non scherza e non ride soltanto. I suoi occhi
-ceruli e giocondi, hanno pure riflessi bigi, freddi come d'acciaio:
-osservano e studiano. Remigia, conosce già profondamente il carattere
-di Giacomo; ne conosce i gusti, le inclinazioni, le predilezioni e lo
-seconda in tutto, abilmente, senza mai parere, senza mai scoprirsi.
-L'aristocratica duchessina ha notato, per esempio, che sua eccellenza
-Molinella — lo chiama così con Marco Danova per allontanare sospetti e
-gelosie, — ha vivissimo, come tutta «la gentetta», il sentimento della
-famiglia e l'attaccamento alla parentela, ed ella non perde occasione
-di accarezzarlo e di lusingarlo anche in questo suo debole.
-
-Ogni giorno, verso le quattro, la nobile famiglia italiana, con Marco
-Danova, sir Wood e tutto il seguito fanno una passeggiata o su, fino
-a _les Ecovets_, o giù fino ad Arveye o a Chesières, con la scusa di
-andar a prendere il tè. Giacomo, che lavora anche in montagna, si
-fa sempre aspettare, e Remigia, impazientandosi lo chiama sotto la
-finestra che dà sul giardino:
-
-— Onorevole, Commendatore! Grande Ufficiale! Eccellenza!... Fate presto!
-
-— Eccomi! Signorina Piccola!
-
-Un giorno che si deve andare più lontano, fino a Gryon, Remigia,
-passando dallo studio di Giacomo, prima di scendere lo chiama, bussando
-all'uscio: _tòc! tòc_!
-
-— Sono io, Eccellenza! Si può?...
-
-— Avanti!
-
-Remigia apre l'uscio e rimane ferma sulla soglia:
-
-— Non fatevi aspettare anche oggi! Mi raccomando! — Poi entra,
-risolutamente.
-
-Che male c'è? Perchè non potrebbe entrare nello studio del cognato di
-sua sorella?... Un cognato mezzo-papà e già... ex-ministro?
-
-Ella si avvicina alla scrivania:
-
-— Che cosa fate?
-
-Anche Giacomo, al primo vedere la fanciulla affacciarsi all'uscio, è
-rimasto un attimo sorpreso; ma un attimo soltanto. È una vera bambina,
-affatto ingenua e ancora senza conseguenza!
-
-— Scrivo la mia relazione sul dazio protettore degli agrumi, da
-presentare alla Camera, in novembre. Niente di bello, e specialmente
-niente d'interessante per la nostra Piccola!
-
-— Allora, tanto più! Non fatevi aspettare! Oggi si va fino a Gryon!
-
-— Sono pronto!
-
-Giacomo raccoglie i fogli sparsi sulla scrivania e li ripone, in
-ordine, nella cartella. Remigia si guarda attorno, osserva tutto.
-
-— Quanti libri e quanti giornali!... Si può dire che la posta viene
-soltanto per voi a Villars! A me, invece, appena qualche cartolina
-illustrata!... E avrei così piacere di ricevere tanta posta!
-
-— E la fatica?... La noia di dover rispondere?
-
-Remigia non lo ascolta più. È tutta assorta, fissando un ritratto sulla
-scrivania, in una larga cornice d'ebano. È la vecchia fotografia di una
-donnetta dal viso lungo e scarno, — somiglia molto a Sua Eccellenza, —
-dall'aspetto semplice e modesto. È in capelli, vestita di nero. Ha una
-grossa catena d'oro attorno al collo, e puntato in mezzo al petto un
-grande spillone, con un ritratto, che dev'essere del marito.
-
-— È la madre! — Remigia ha indovinato. — È la salumiera! — Poi esclama
-con la voce armoniosa e dolce, che somiglia certe volte, a quella di
-Maria: — Che bella signora! Glie espressione simpatica, dolce!... È la
-vostra mammà?
-
-— Sì, risponde Giacomo colpito. — È la mia povera mamma. Come avete
-fatto a indovinare?
-
-— Vi assomiglia tanto! — Remigia lo guarda, arrossisce leggermente e
-ripete tanto... con la voce di Maria, tal e quale.
-
-— Cara bambina! — pensa Giacomo fra sè... — Molti capricci; un
-demonietto sfrenato e non sempre ragionevole, ma poi, nelle cose serie,
-ha il sentimento e si esprime con la grazia affettuosa di sua sorella.
-Non si assomigliano affatto Maria e Remigia, ma pure si capisce subito
-che sono sorelle. Dalla voce, soprattutto! La bella voce... è una gran
-bella cosa!
-
-— Andiamo, signora Piccola!.. Sono a' suoi ordini!
-
-Remigia non si muove; fissa sempre il ritratto, poi fissa Giacomo,
-seria questa volta, sospirando:
-
-— Certo, dovete aver voluto un gran bene voi, alla vostra mammà!
-
-Da quel giorno si rinnova spesso per Giacomo la sorpresa avuta al suo
-primo arrivo a Villars: sulla scrivania, dinanzi al ritratto di sua
-madre, c'è un bel mazzo di fiori.
-
-— Bambina cara!
-
-Giacomo crolla il capo sorridendo e pensa:
-
-— A volte, si provano antipatie ingiuste! No; non bisogna mai dar retta
-alle simpatie e alle antipatie! Le persone bisogna conoscerle bene,
-a fondo, prima di giudicarle!... Persino la duchessa Cristina, con la
-sua imponenza da matrona di melodramma, nella famiglia, nell'intimità,
-diventa tutt'altra cosa!... Ha la bella persona e il bel viso di Maria.
-Gli occhi no; sono neri ugualmente, ma sono diversi: freddi, quasi
-duri!... Anche il principe Rosalino!... Suprema importanza, ma un bon
-uomo, in fondo... E Remigia?... — Giacomo sorride. — Povera Piccola!
-Non la potevo patire!
-
-Conclude trovando che tutti i Moncavallo sono gente finissima di
-sentimenti, di gusti, di abitudini. — Ci sarà in loro del fumo
-aristocratico, ma quando sono gentili, sanno esserlo assai di più e in
-un modo diverso da tutta l'altra gente! — Fa un lungo sospiro. — Pare
-impossibile che mio fratello, vivendo in mezzo a loro, sia rimasto...
-quello che è!... Mah!.. Luciano non è nato uomo, è nato bestia!
-
-I bei fiori freschi, dinanzi al ritratto della mamma, fermano il suo
-pensiero su Remigia.
-
-— Ma perchè aspetta tanto a prendere marito?... Le occasioni, pare non
-le manchino! Quel Danova, per esempio? Remigia non lo vuole: lo trova
-brutto, vecchio e odioso, — me l'ha detto lei, — e non ha torto. Anche
-dal lato morale, quel Danova, non è certo gran cosa! E sir Wood? È
-una ragazza intelligente e lo trova troppo ridicolo e fatuo con le sue
-pretensioni di bell'Apollo! Ma perchè non sposa Totò?... Non le piace
-nemmeno Totò, o non ci sono quattrini abbastanza?... Quattrini?... Uhm!
-Non ce ne devono essere affatto!...
-
-Giacomo, che è generoso, non forse nelle piccole, ma certo nelle grandi
-cose, si sentirebbe disposto, se la Piccola amasse Totò, di provvedere
-alla dote.
-
-— Remigia è quasi una parente. È sorella di una D'Orea! E sorella di
-mia cognata!
-
-Come Giacomo D'Orea riconosce volentieri che i Moncavallo sono assai
-migliori veduti da vicino, così i Moncavallo a loro volta, trovano che
-a Villars il «satrapo mercante» ha fatto progressi.
-
-— Quel... Giacomo, si fa! — osserva la duchessa, durante i colloqui del
-dopo pranzo, sulla terrazza, al fratello Rosalì, che sonnecchia, seduto
-al fresco, in una placida grandiosità monumentale. — A poco a poco, si
-fa! Diventa un uomo di questo mondo!
-
-— Si fa! — ripete il principe sollevando la lunga barba, con un leggero
-rumore fra il sospirare e il russare, — Si fa, vivendo con noi. L'uso
-diventa natura!
-
-— Pare... ci prenda simpatia a stare con l'Idola! — Pausa. Poi la
-duchessa ripiglia, sempre riferendosi a Giacomo: — Quanti anni avrà,
-precisamente?
-
-— Precisamente, non saprei. Certo, ha già varcata la quarantina!
-
-— Non si direbbe! È uno di quegli uomini... che non hanno età, ma che
-possono interessare e anche piacere moltissimo, per il loro talento!
-
-Il bell'uomo partenopeo sorride e sembra misurare la piccola e misera
-eccellenza, dall'alto della propria persona:
-
-— Quattro ossicini in croce e quattro nervi! Ecco tutto il grande
-ometto!
-
-— Adesso, però, è assai migliorato in salute!.. Non è vero, Rosalì?
-
-Rosalì non risponde.
-
-— In ogni modo... volesse prender moglie, sarebbe sempre un ottimo
-partito! È ricchissimo! Dicono, quasi un milione di rendita!
-
-Rosalì, lentamente, sempre mezzo russando e mezzo sospirando, ammonisce
-la sorella:
-
-— Danari e santità, metà della metà!
-
-— E va bene! — La duchessa stizzita dalla sonnolenza del Sant'Enodio,
-fa un atto nervoso. — Anche metà della metà è sempre una bella rendita!
-
-Succede un lungo silenzio. La duchessa ha caldo.
-
-Prende il fazzoletto dalla piccola borsa scintillante di lustrini
-d'oro e si asciuga le gote e il collo. Apre il ventaglio: si fa vento.
-Giacomo le ha fatto venire in memoria l'altro D'Orea, — quella cara
-gioia di suo genero!... — Soffia — Uff! — Stasera non se ne può più! Si
-soffoca!
-
-Povera duchessa Cristina! Il solo pensiero di Luciano le aumenta il
-caldo e le dà le smanie.
-
-— Certo che dei due fratelli...
-
-Rosalì s'interrompe con gli occhi aggravati dal sonno, poi riprende...
-— Mentre l'uno si fa, l'altro si disfà! Mah!
-
-— Mah!... — fa eco la duchessa, che è completamente sveglia. — ...
-Bisogna goderselo in santa pace! Amici a scelta e parenti come sono!
-
-Il principe pure, apre gli occhi.
-
-Quando è in ballo Luciano, il discorso si fa sempre interessante:
-
-— Non ha scritto, ancora? Non ha telegrafato?
-
-— Niente! Nemmeno al signor Zaccarella!
-
-— Quanti giorni sono, ormai, dacchè è partito?
-
-— Otto giorni... ieri.
-
-— Allora... è già a Parigi!
-
-A questo pensiero Rosalì si mette in quieto. Allunga le gambe e
-richiude le palpebre, mormorando:
-
-— Dopo tutto, se quella Fanfan non ci fosse, sarebbe quasi da
-inventare!... Dobbiamo soltanto a lei i nostri dieci minuti di riposo!
-
-La duchessa tace, ma non è dello stesso parere.
-
-— Se Luciano finisce col rovinarsi? Dicono che... sia tisica? Ma
-ormai con i tisici non c'è da fidarsi! Vivono più degli altri!... E
-l'Idola?... — Continua a farsi vento.
-
-La notte è serena, ma buia; il silenzio è profondo. Un grillo solo
-canta in un prato sottostante e qua e là sul terrazzo si odono appena
-alcune voci senza poter intendere le parole.
-
-Il pensiero dell'Idola, di un buon marito per l'Idola, preoccupa assai
-la duchessa.
-
-— Bisogna trovare! Bisogna trovare! ha ormai toccato i vent'anni!
-
-Il cielo, a ponente, si fa più chiaro; le cime delle montagne che
-chiudono la valle come una grande macchia nera, si illuminano con una
-striscia di luce pallida.
-
-La duchessa Cristina ritorna a profondarsi in meditazioni:
-
-— Anche metà della metà!... Sarebbe sempre un buonissimo partito!
-
-Tutto tace, mentre lentamente spunta la luna: tacciono anche le voci
-che si udivano qua e là sul terrazzo. Il grillo solo canta più forte.
-
-A un tratto si sente il rumore di uno schiaffo. È stato il principe
-Rosalino che lo ha tirato a sè stesso.
-
-— Maledette zanzare!... Andate dal signor Trüb che non ci vuol credere!
-
-
-
-
-IV.
-
-
-È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da un'ora al tavolino
-da lavoro, quando sente bussare all'uscio, pianino: — _toc! toc!_ — Si
-può?
-
-— Avanti!
-
-— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già dentro.
-
-— Buon dì, signora Piccola!
-
-Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina seconda. Quando
-Remigia passa dallo studio del D'Orea alla mattina, per scendere, lo
-chiama ed entra così, interrompendo la relazione sul dazio protettore
-degli agrumi, per condurre l'onorevole al giuoco del _tennis_.
-Gl'insegna a giocare in quelle ore, appunto, in cui il campo è libero e
-deserto.
-
-— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare ridicolo con le
-mie giravolte e i miei saltetti degni del signor Trüb!
-
-— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I nostri competitori e
-nessun altro: Mimì Carfo, _Mademoiselle_ e Totò!
-
-— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare con uno che non sa,
-non è divertente!
-
-— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare benino!
-
-— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non giuoco! Fo del
-moto per salute! Esercito i miei poveri muscoli arrugginiti e fo
-respirare i polmoni attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare
-della pazienza vostra e di quella delle signorine! E passi per Totò!
-Quando io perdo il colpo, o mi scappa di mano la racchetta, Totò riceve
-da voi una furtiva occhiata, e si consola!
-
-Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti, scambia di nascosto
-fuggevoli risatine col cuginetto quando Sua Eccellenza si contorce
-goffamente e traballa, per poter riuscire a ribattere in tempo.
-
-— Totò si crede un grande giocatore! E non è che presunzione! — Remigia
-s'è rimessa subito e non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di
-calma e manca di stile! Totò, al _tennis_, ve lo dico io, — la ragazza
-scoppia in una risata, — è un vero e grande schiappino!
-
-— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così male? Lui, invece,
-sarei per scommettere...
-
-Giacomo s'interrompe; continua Remigia:
-
-— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E vi prego: non ditelo
-a mammà e tanto meno allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come
-si fa? Ah, _mon Dieu!_ Come mi potrebbe piacere nel senso che intendete
-voi? L'ho sempre visto! Siamo venuti su insieme! E poi, via, per me, è
-troppo ragazzo!
-
-— Allora... Marco Danova! Quello non è più un ragazzo!
-
-— Quello... è un antenato! L'antenato dell'_Aida_!
-
-Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando
-la trombetta con la mano alla bocca: — _Teè, tè, teretetèe, tetè!_... È
-un antenato e un Tintoretto!
-
-La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia
-dell'_Aida_.
-
-— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile!
-
-Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si
-arrabbia:
-
-— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete
-peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in
-pace!
-
-Giacomo si scusa:
-
-— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia,
-il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra
-felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me,
-secondando il vostro cuore, i vostri desideri.
-
-— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola:
-discorsi di matrimonio, più! E _capitemi_, cioè — si corregge subito,
-quasi spaventata — _credetemi_; credetemi quando vi dico questo: —
-la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai,
-_mai_ a mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò
-detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. — _Tereteteè, tetè!_ —
-Andiamo; al _tennis_!
-
-Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo.
-
-— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.
-
-— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non l'ho.
-
-— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità della zia
-Gioconda! Che brava donna, per altro! Piena di talento e di bontà!...
-Quanta rettitudine e insieme quanto spirito!
-
-Il D'Orea sorride di compiacenza:
-
-— Forse, tutta la sua originalità non è altro che bontà; e tutto il
-suo talento e il suo spirito consistono... nell'essere sempre rimasta
-quello che è sempre stata!... — Andiamo al _tennis_, signorina Pïccola!
-
-Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto:
-
-— Non ditemi più piccola, con tanti i!
-
-— Perchè?
-
-— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare, di non prendermi
-sul serio!
-
-Giacomo le stringe una mano affettuosamente:
-
-— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece, perchè a
-Villars ho cominciato a conoscervi e a volervi bene: proprio così. Vi
-dico piccola, come vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il
-vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola...
-
-Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano dolcissimi.
-
-— Vi piace dirmi piccola?
-
-— Sì; tanto!
-
-Ella continua a guardarlo e a sorridere:
-
-— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete!
-
-
-Il pubblico, alle prime lezioni di _tennis_, date dalla duchessina
-Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea, è piuttosto scarso. Anzi, oltre
-i giuocatori, c'è solo, puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la
-corte nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo per
-interesse e a Remigia per amore; e c'è il signor Trüb!... Trattandosi
-di rendere omaggio al primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere
-lustrascarpe» guida lui stesso trafelato e sudante, in abito nero e con
-gli occhiali sulla fronte, il servizio dei raccattapalle.
-
-Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta! Se al D'Orea
-curvo, non bene in gambe — tiene la racchetta come un tamburello, —
-riesce una volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo, il
-barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente.
-
-— Evviva, onorevole!... Bravissimo!
-
-— Benissimo, Eccellenza!
-
-— La palla è caduta nella rete, ma non importa. È stata una disgrazia!
-
-— Il colpo era straordinario! Fate progressi!
-
-— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza l'occhio
-maliziosamente a Remigia, — deve essere molto fiera del suo allievo!
-
-— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il settembre, — esclama
-il signor Trüb, — vostra Eccellenza diventa un giuocatore di prima
-forza! Il campione della _Tête-pointue!_
-
-Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni dalla fronte, ha
-appena il fiato da poter rispondere:
-
-— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non chiamarmi eccellenza!...
-Non sono più eccellenza per la grazia di Dio e per volontà della
-Nazione!
-
-La bella duchessina italiana è sempre una grande attrattiva;
-l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano: i giovinetti e i giovinotti
-si fanno coraggio e di giorno in giorno il pubblico aumenta.
-
-Sir Wood è invitato da Remigia stessa:
-
-— Venga al _tennis_, domattina! Venga a vedere, la prego! Mi dirà se
-so insegnare secondo le precise regole! È tanto un giuocatore famoso,
-lei! Verrà? Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se ne
-ricorderà?
-
-Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare delle nove,
-l'elegante e vigoroso sir Wood, si appressa alla conquista del _tennis_
-col suo passo misurato e sicuro.
-
-Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa,
-mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne:
-
-— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_... Anche il bell'Apollo! Non si può più
-vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una
-persecuzione feröce!
-
-Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si
-acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo:
-
-— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_ — Ecco _monsieur_ Malot con la scorta dei
-fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie
-tedesche e, a mano a mano, — _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — ecco prender
-posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete del _tennis_
-tutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e
-impomatati.
-
-Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in
-canzonella a uno a uno e si diverte un mondo! Con uno sguardo
-languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto a _monsieur_ Malot, un
-complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa
-a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche
-pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare,
-tutti in riga come moccoli e tutti accesi.
-
-E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno
-— che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori
-della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme
-sono gelosi di Sua Eccellenza.
-
-Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica.
-Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri.
-
-— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?...
-
-Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella!
-
-— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta!
-_Cito! Cito!_ — Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca
-fresca e rosea, con la manina innocente.
-
-Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello Rosalì, fa il suo
-giro di ispezione attorno alla rete.
-
-— Ti diverti, Idola?
-
-Remigia risponde continuando a giocare:
-
-— Tanto, tanto, mammà!
-
-— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti troppo!
-
-Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne:
-
-— Ogni cosa, vuol misura!
-
-Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne va fra gli ossequi e
-le scappellate più rispettose.
-
-— E dunque, Rosalì?
-
-— Si va piano, ma si va bene.
-
-— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia a partire!... — La
-duchessa sospira. — Se dovremo partire anche noi... Uno di qua, uno di
-là, l'incanto è rotto!
-
-Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi bene a Villars; la
-cucina, oltre ad essere buona, è anche abbastanza variata. Egli non ha
-nessun desiderio di andarsene.
-
-— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre e il signor Trüb assicura
-che le due settimane più deliziose di Villars sono le due prime
-settimane di ottobre!
-
-— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se Luciano ritornasse
-improvvisamente o ci telegrafasse di scendere?
-
-— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella, per aver danaro. — Un
-risolino arguto corre fra la bella barba bianca. — Speriamo, Cristina,
-che a Parigi continui a trovarsi... molto bene!
-
-Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La duchessa guarda con
-l'occhialino: è proprio Totò che è seduto di fuori, accanto alla porta,
-con in bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol più giocare
-al _tennis_.
-
-Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo:
-
-— Senti, Rosalì; un'idea.
-
-— Quale?
-
-Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino e lo infila nella
-cintura della veste.
-
-— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò, per qualche giorno. Ma
-con che scusa?
-
-Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto:
-
-— _Mademoiselle_. Dovrà accompagnare _Mademoiselle_ da... una parente.
-
-— Già; faremo così! — Cristina cambia subito discorso. — Al nostro
-Giacomo ha fatto benissimo la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto
-e più giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande sproporzione
-non c'è!
-
-— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che sentono! Sono le donne
-che hanno quelli che dimostrano!
-
-Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis, nella salute e nella
-forza.
-
-Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi, col sole, comincia
-un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato non sente più dolori alle
-braccia, alle gambe, cammina per ore, senza stancarsi. In quanto
-al _tennis_, certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene, ma non
-traballa più, tiene in mano la racchetta secondo le regole e qualche
-volta gli riesce, non solo di pigliare la palla, ma di ribattere,
-facendo un buon colpo.
-
-Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta e sotto il sole!
-È la sua salute! Soltanto, certe volte, mentre giuoca, è preso da una
-strana inquietudine: quando la figura bianca, alta e sottile, con il
-grande ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore che si
-avvicini alla rete, per assistere alla partita. Non vuol mostrarsi
-a sua cognata in quel giuoco in cui si richiedono gioventù, forza,
-destrezza, — gioventù soprattutto, — goffo e impacciato!
-
-Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete angosce: ogni mattina,
-gira attorno o siede, leggendo in vista del _tennis_, ma alla rete non
-si avvicina mai.
-
-Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce.
-
-— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non c'è verso! — fa notare
-a Mimì Carfo e a quel geloso di Re Faraone, — più geloso e più furbo
-degli altri. — Sua Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno le
-palle!
-
-Un giorno per provare che è vero, appena vede Maria, la chiama ad alta
-voce:
-
-— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato, che diventa
-famosissimo!
-
-— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un tono e con una violenza
-insolite. — Avete sempre la smania di far venir qui tutta la gente per
-rendermi ridicolo!
-
-Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante persino con la
-pancetta, si difende e si scusa:
-
-— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta di mia sorella! Di
-vostra cognata! — Torna a chiamare, più forte: — Maria! Maria!
-
-— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria allontanandosi
-tranquillamente.
-
-— Addio, gioia!
-
-— Addio, Pïccola!
-
-Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e a fare fallo,
-allegramente. Egli non sente più che il piacere, il fascino di
-quell'«addio Pïccola» che riempie di amore e di soavità tutto il
-giardino e non dubita un momento della malizia di Remigia.
-
-
-
-
-V.
-
-
-Una mattina, si presenta al _tennis_ un nuovo e importante personaggio,
-che leva il campo a rumore. Il personaggio siede solo, imbronciato,
-sopra una panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia a nessuno;
-si degna, appena, di salutare Giacomo D'Orea, durante l'_alt_.
-
-— Buon _ciorno_, onorevole!
-
-— Buon giorno, missis Eyre!
-
-È proprio quella strega verde, ruminante di missis Eyre!
-
-— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene!
-
-Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento co' suoi competitori e
-corre ad ossequiare l'angolosa missis con evidente soddisfazione di
-lei, e con grandissimo divertimento della duchessina Remigia. Ella
-guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la scenetta al Danova, a
-sir Wood e a Totò, ripetendo sottovoce:
-
-— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima di Sua Eccellenza
-Molinella!
-
-Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia assicura, giura,
-con gli occhietti birichini che scintillano, gonfiando le gote per
-trattenere le risa:
-
-— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me ne sono accorta! Vi dico
-di sì! — Poi pesta i piedini per dar più forza all'asserzione: —
-Innamoratissima! Furiosa!... Ma sì!
-
-Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà sempre fedele anche se i
-venti giorni di continua distanza dal legittimo consorte, diventassero
-quaranta! Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità, che di
-tutta quella baraonda italiana — padroni, servitori e cani, — l'unica
-persona di un qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea!
-
-Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb, guardandolo dall'alto,
-con un tono superbo e minaccioso, dopo un paio di settimane e più
-dacchè non si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel putrido
-taverniere esoso e villano:
-
-— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma sull'uscio del bureau
-per farsi sentire anche da quel tirapiedi del segretario... — Il vostro
-famoso ministro, che non è più ministro niente affatto, ma soltanto
-deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato! Appunto!
-
-Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo.
-
-— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato, da quel vostro
-barone fallito a Venezia, prima di diventare milionario al Cairo! Il
-vostro ministro, che non è ministro, è per altro una persona educata.
-Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tutta la baraonda
-italiana, — padroni, servitori e cani,-è l'unica persona di riguardo! —
-Capito, caro signor Trüb?
-
-È verissimo il fatto della presentazione; pure è stata lei stessa,
-missis Eyre, a muovere il primo passo, per i suoi fini particolari.
-Un giorno legge sul _Times_ — proprio sul _Times!_ — una «nota
-estera» assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come finanziere e
-industriale, come uomo di Stato e come uomo privato. Missis Eyre può
-ridere, e magari anche arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali
-prodigati dal signor Trüb; ma non può certo rimanere indifferente alle
-lodi del _Times_... proprio del _Times!_
-
-— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche talento!... «grande
-e probo lavoratore, spirito elevato e moderno, l'onorevole D'Orea
-non esitò un istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor
-popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un suo ideale di
-giustizia...» _Ciustizia?_ — La vecchia, interrompe la lettura della
-«nota estera» e aggrotta le ciglia per meglio riflettere al proprio
-caso... Bisogna cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna
-entrare prima in buoni rapporti amichevoli e, a tempo opportuno,
-chiedere _ciustizia_ contro quella ragazza pestifera, contro i suoi
-cani e contro la _ciostra_ a tutte le ore! _Peuh!_ Vergogna! In tutti
-gli _hôtels_ di riguardo, proibitissimo!
-
-Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito anche l'espediente
-per entrare in relazione. Prende il _Times_, segna col lapis la «nota
-estera», e lo manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole
-D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di una vecchia
-signora, si fa subito presentare per ringraziarla direttamente
-dell'atto gentile. Così si iniziano quei buoni rapporti di amicizia
-che missis Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo suo;
-cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole deputato italiano,
-informazioni e raccomandazioni e sfogandosi con lui contro il pessimo
-trattamento della _Tête-pointue_... «diventata oramai una locanda di
-terz'ordine, tranne nel farsi pagare!».
-
-— Onorevole, scusate!... Una parola!
-
-— Eccomi, missis Eyre!
-
-— Avete sentito anche voi?
-
-— Che cosa?
-
-— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie di trota
-cadaverica, alla maionese! Che puzzo! _Peuh!_ Ci vorrebbe una legge,
-una commissione igienica! Dovrebbe essere proibitissimo!
-
-Oppure:
-
-— Datemi una precisa informazione, caro onorevole. Vi garantisco
-discrezione a tutta prova! Io ho conosciuto a Villa d'Este la contessa
-Alinelli, appunto di Bologna. È vedova, proprio davvero?...
-
-E un altro giorno:
-
-— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di una vostra
-raccomandazione per il capo traffico della Mediterranea. Da otto
-_ciorni_ mi è stata spedita una scatola di _pik-nik_ da San Remo e non
-l'ho ancora ricevuta!
-
-Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto l'atrio, fra lei
-e il muro, missis Eyre che sente crescere da quei lunghi colloqui
-la propria importanza, guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti della
-_Tête-pointue_ e, insieme, lancia occhiate di sprezzo al bettoliere
-e a quella ragazza così pestifera con l'aria di voler ben significare
-all'uno e all'altra:
-
-— Con questo signore qui, che ormai tengo in mio potere, vi farò
-mettere _ciudizio!_
-
-Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche notizia meteorologica,
-passando via senza fermarsi, per timore di rimaner preso, e del resto
-se ne infischia. Remigia, prima ne ride con Mimì, con _Mademoiselle_,
-con Totò, e con tutta la sua corte, poi di colpo s'impermalisce, si
-arrabbia, piglia Giacomo a quattr'occhi, e si fa sentire:
-
-— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in poi, sempre
-eccellenza!... O Grand'ufficiale!
-
-— Cos'è successo di nuovo?
-
-Giacomo capisce, ma finge di non capire.
-
-— Perchè, tanti titoli?...
-
-— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia!
-
-— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che per le parole, per la
-fiera collera che esprime il bel musetto profumato e fresco, proprio
-come una rosa. — Sono gentile, come devo esserlo e niente di più!
-
-Remigia batte i piedini, furiosa:
-
-— Di più! Di più! Assai di più!
-
-— È una signora...
-
-— No, invece! È una brutta donna!
-
-— È una signora vecchia!...
-
-— È una brutta donna, antipatica!
-
-Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime. Giacomo, per
-calmarla, cerca di mettere la cosa in ischerzo:
-
-— Piccola cattiva!... Cattivissima!
-
-— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più! Capite? — Fa una
-smorfia e parla nel naso, per imitare missis Eyre. — Proibitissimo!
-_Defendu!_ _Werboten_... e _Forbidded!_
-
-Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va, voltandogli le spalle
-furiosamente:
-
-— Antipaticissimo, Grand'ufficiale!
-
-Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta, ma, assolutamente,
-non vuol cedere all'antipatia, al capriccio di Remigia. Anzi, vedendo
-missis Eyre fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e al
-ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente lui in obbligo di
-mostrarsi, con la vecchia signora, sempre più amabile e rispettoso.
-
-La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua corte, al sentirsi
-per la prima volta contrariata, s'impunta sul serio, e sul serio e non
-per ischerzo, finisce con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!»
-— tanto più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa e
-imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare le arie d'importanza
-quando parla troppo ad alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate
-di sfida e di disprezzo.
-
-L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a' suoi sudditi, ch'ella
-chiama a raccolta per sfogarsi, dicendone di cotte e di crude contro
-Sua Eccellenza, non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella!
-
-È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e dolore. Non è solo per
-missis Eyre che Remigia soffre e vorrebbe spuntarla; è per tutto il
-resto... assai più importante! Ella comincia a temere di aver perduto
-tutto con Giacomo, anche la speranza di un don Luciano secondo!
-
-Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il D'Orea dalla sua,
-nemmeno di fronte a una qualunque vecchia stracciona, è chiaro che
-tutta la sua tattica, — e le lezioni di _tennis_ compreso — hanno fatto
-fiasco!
-
-— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato, sul serio, di mia
-sorella?... In tal caso, addio! Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò!
-
-— Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_... Tornar da capo a girare i mari, i monti,
-i laghi!
-
-E Re Faraone?...
-
-Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La vostra amica è
-cattiva, leggera, civetta... — Anche il barone la chiama civetta...
-proprio come il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì,
-fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine di voler partire
-la sera e viceversa, ma non si muove! Sir Wood se n'è già andato con
-le sue racchette, Lothar Schmidt col suo album, _monsieur_ Malot col
-suo mazzolino di _edelweiss_, tutti e tre sorridendo a denti stretti
-e indirizzando alla duchessina «futura ministressa» congratulazioni
-e felicitazioni ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a
-Villars bestemmiando contro i barometri falsificati quando piove, e
-strapazzando il signor Trüb per il freddo quando fa bel tempo!
-
-— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa Remigia fra sè. Ad
-ogni modo da cosa nasce cosa e bisogna venire ad una spiegazione con
-Sua Eccellenza prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con
-le cattive non si riesce a vincere la Sbirlingonia?... Tentiamo con le
-buone!
-
-Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che in quella piccola
-scaramuccia contro missis Eyre ella ha già ingaggiata anche la sua
-grande battaglia contro Maria.
-
-— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia proprio innamorato di
-Maria?...
-
-Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia e col signor
-Trüb, ai pasti di _Din_ e _Don_. Oltre al Bell'Apollo, a _monsieur_
-Malot e a Lothar Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno
-ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono l'esempio del
-barone Danova: per vendicarsi della duchessina italiana, che sta
-sempre col deputato e che non si occupa più di nessuno, altro che del
-deputato, fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo... e, persino, a
-_Mademoiselle!_
-
-Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più
-stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di
-essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune,
-su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la
-pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma.
-
-Mentre _Din_ e _Don slappano_ allegramente, il signor Trüb vanta il
-clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante
-della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al
-quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia
-conducono i due cani a fare il solito giro in giardino.
-
-Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa
-bassa e sospira.
-
-— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di
-voce, senza alzare il capo.
-
-— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor
-Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue
-istruzioni e potersi regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e
-niente altro.
-
-Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro.
-
-— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.
-
-— Perchè?...
-
-— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi,
-guardando lontano _Din_ e _Don_, che si rincorrono a salti e fanno le
-capriole nell'erba alta e folta.
-
-— Perchè _così?_ — insiste Giacomo. — Che cosa volete dire?
-
-Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le ciglia, continuando
-a guardare _Din_ e _Don_. Ha un'espressione tanto graziosa e birichina,
-quando vuol tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio:
-
-— Si fa la pace?...
-
-Riprendono a camminare passo passo attorno alle aiuole del giardino,
-lui guardandola sorridendo, lei sempre a capo chino e seguendo con gli
-occhi obliqui la corsa disperata di _Din_ e _Don_.
-
-— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in collera con chi
-vorrebbe diventare il suo vice-papà?..
-
-— Non dite che sono carina e soprattutto non dite che vi sono
-simpatica! Non è vero!
-
-La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime... È la stessa
-voce di Maria!
-
-Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi e,
-irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio della fanciulla.
-
-— ..... Si fa la pace?
-
-Remigia volge su di lui gli occhi lucenti:
-
-— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo!
-
-— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo per
-burlare Remigia fa pure una lunghissima dieresi, — tanto crudële con la
-povera missis Eyre?
-
-— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È nelle vostre buone
-grazie! È un onore che la rende più insolente e prepotente!
-
-— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato! Quando mi parla,
-rispondo.
-
-— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!...
-
-Giacomo scoppia in una risata perchè vede che alla Piccola cominciano a
-spuntare le lacrime.
-
-Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia, e afferrandogli
-una mano, gliela stringe supplicandolo:
-
-— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con quella bruttissima
-donna! Prego! Prego!... Vi prego!
-
-— E voi, in compenso?...
-
-— Prometto: inviolato il _Times_, incontrastato il possesso della sua
-poltrona, indisturbata la siesta e i pisoletti...
-
-— E _Din_ e _Don?_
-
-— Più _ciostra_ al terzo piano! Prometto e giuro!
-
-Il D'Orea sorride mormorando:
-
-— Piccola birichina! Idola... guastata!
-
-Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua brava paternale,
-avviandosi, sempre passo passo, verso la parte più ombrosa del
-giardino, che si unisce al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla
-rustica, nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la nuvolaglia spessa
-è scottante; l'aria pesantissima.
-
-— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ Con questo caldo, sentir la predica per gli
-omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno andiamo all'ombra!
-
-— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete ascoltare la mia
-predica, ispirata da carità del prossimo. Pensate che la vostra vittima
-è una povera vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete...
-
-— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima!
-
-— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima?
-
-— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro e un abbassar d'occhi
-peritoso. — Si può, forse, comandare ai sentimenti del proprio cuore?
-— La fanciulla, con una scrollata di testa che spande una ondata di
-profumo e dà un barbaglio di luce bionda, si fa forte e scaccia i
-pensieri che la turbano. — Entriamo un minuto a riposare? — Indica la
-capannuccia all'ombra degli abeti.
-
-— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica di no! — Giacomo segue
-Remigia tra gli abeti, entra nel chiosco dietro di lei e le siede
-accanto traendo un respiro.
-
-— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista!
-
-_Din_ e _Don_ arrivano di corsa, schivando appena, sfiorando, il fusto
-degli abeti, e si lascian cadere di peso lungo distesi dinanzi al
-piccolo usciolo, ansimando in fretta, con la lingua fuori, penzoloni.
-
-— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno fatto il chiasso come due
-monelli!... Non ne possono più!
-
-Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso geroglifico inciso sul
-troncone di cerro che sostiene, nel mezzo, il tetto della capanna: due
-cuori trafitti da una freccia e sotto un'iscrizione:
-
-«_C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._».
-
-Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge a Giacomo:
-
-— Che cosa vuol dire?
-
-L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe:
-
-— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati da una
-freccia! Amore! Amore! — Poi, per mitigare la vivacità delle sue
-parole, e in omaggio al candore della fanciulla, si crede in obbligo di
-soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una passeggiata poetica
-di due giovani sposi.
-
-Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione con un tono più lento
-e più languido.
-
-— _C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._ — Conclude ripetendo
-con un lungo sospiro e una lunga dieresi la grande parola: — Amöre!
-
-Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente escono
-dalla capanna e cercano fra i tronchi e i rami la bella figura bianca,
-alta e gentile...
-
-— Ah _mon Dieu!_ — esclama Remigia a un tratto spaventata, correndo a
-nascondersi, a rannicchiarsi nell'angolo più buio della capanna: — Re
-Faraone!
-
-— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva il D'Orea, pur
-chinandosi a sua volta, con un moto istintivo.
-
-— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi due insieme?...
-Soli?...
-
-— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo vivamente.
-
-Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata:
-
-— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si tiene giù, acquattata,
-per terra.
-
-L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura sciocca.
-
-— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che male c'è?
-
-Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che
-attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro.
-
-In quel punto non c'è altra strada, per tornare alla _Tête-pointue!_ E
-anche _Din_ e _Don_, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio
-quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi
-all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano
-ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno,
-abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza
-voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.
-
-— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete
-costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!.
-
-— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto!
-
-Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento
-di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiama _Din_ e
-_Don_ con quanto fiato ha in corpo: _Din_ e _Don_ ritornano, frullando
-il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi.
-
-— Che balordo!... E che villano!
-
-Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di
-non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono
-mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra
-lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che può essere sua
-figlia? Che considera come sua figlia?...
-
-— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_
-
-— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova,
-si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere
-spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre
-fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire
-di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i
-vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto!
-
-Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era
-avvolto attorno alla vita e lega _Din_ e _Don_ che fiutano la burrasca
-e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti.
-
-— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...
-
-Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi
-folti, tenendo al guinzaglio _Din_ e _Don_. Giacomo la segue, sempre
-brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere
-Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel
-modo!
-
-Ritorna a sfogarsi contro Remigia:
-
-— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento,
-bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare!
-
-Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con
-le due mani, tanto _Din_ e _Don_ tirano forte per trascinarla verso
-l'albergo.
-
-— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non
-siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?...
-
-Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla giustezza
-dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e
-perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si
-mostra ancor più nervoso.
-
-— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un
-grande villano!
-
-_Din_ e _Don_ danno una forte strappata al guinzaglio facendo
-voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani,
-allungando, stirando le braccia.
-
-— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole.
-
-Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo.
-
-A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco,
-entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa
-Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro,
-chiamandola:
-
-— Idola!... Idola cara!
-
-— Addio, mammà!
-
-— Finalmente!... _Mademoiselle_, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei
-stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima!
-
-— Sono stata nel bosco, mammà, con _Din_ e _Don_ a cercare i fiori di
-genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno!
-
-— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola,
-l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver
-corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè
-sei andata così lontano?... Sola soletta?...
-
-La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel punto, esce dal bosco e
-si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio
-che Remigia aveva dimenticato nella capanna.
-
-La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo
-saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa
-pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono
-insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il
-rimprovero di una madre... e di una tal madre!
-
-Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggire
-_Din_ e _Don_ che prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano,
-continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato.
-
-— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!...
-
-La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia, ma non risponde a
-quel grido disperato. Le dice soltanto con severa maestà, lanciando al
-D'Orea un ultimo, terribile sguardo:
-
-— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora è troppo tardi. Bisogna
-che tutta la gente dell'_hôtel_ ci vedano insieme a colazione. Andiamo.
-
-Madre e figlia si avviano verso la _Tête-pointue_.
-
-— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi, giustificarsi. —
-Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi di che cosa? — Resta lì, su due
-piedi, impacciato e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere.
-— Niente... di niente. Non ho niente da spiegare, non ho niente da
-giustificare!... Sono andato a spasso come tutte le altre mattine
-con la Piccola e con i cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè
-la vecchia ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con quegli
-occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo del Danova ha finto di non
-vederci?...
-
-
-
-
-VI.
-
-
-L'ora della colazione, passa tutt'altro che rapida e lieta. L'Idola
-è afflitta e mortificata: occhi bassi e sospironi. Ha perduto,
-improvvisamente, la vivacità e l'appetito. La duchessa madre è
-addolorata e offesa: occhi fieri e continue frecciate. Barbabianca,
-grande sussiego e severi responsi, mentre Mimì Carfo, per amore di
-Remigia, ingoia più lacrime che bocconi.
-
-Giacomo comincia a diventare nervoso, pesta i piedi sotto la tavola e
-si frena soltanto per Maria... Ma anche Maria, quella mattina, sebbene
-sempre silenziosa, sempre pacata e composta, tradisce, sogguardando il
-cognato alla sfuggita, l'ansia di sapere e l'inquietudine.
-
-Giacomo, per mostrarsi indifferente e tranquillo, si sforza e mangia e
-parla più del solito. Ha già cercato vari argomenti di alpinismo e di
-meteorologia, ma non gli è riuscito di attaccar discorso. Ha tentato
-con Mimì Carfo il tema preferito della pittura e del paesaggio... Ha
-lodato gli acquarelli dell'Idola... Niente! Anzi, a questi elogi, i
-musi sembrano allungarsi e anche la Mimì non risponde altro che: —
-Onorevole, sì: Onorevole, no.
-
-Giacomo, esasperato, dondola sulla sedia, sbuffa dal caldo e si
-fa vento guardandosi attorno nella sala. Si mette a discorrere con
-_monsieur_ Célestin, il capo cameriere, di vini e di sigari d'Avana. Si
-calma di nuovo, e di nuovo si rivolge alla duchessa Cristina, facendole
-una domanda, ch'egli ritiene la più semplice del mondo:
-
-— E Totò? Il nostro Totò?... Come mai oggi, a colazione, non si vede il
-nostro buon Totò?...
-
-— Totò?... — La madre, batte le palpebre e sgrana gli occhi.
-
-— Totò? — ripetè il principe Rosalino con la voce che sembra uscire da
-uno speco.
-
-— Soltanto adesso, caro Giacomo, — prosegue la madre, passando dall'ira
-all'ironia, — vi accorgete che... Totò non c'è?
-
-— Sì, soltanto adesso! — Il D'Orea perde la pazienza. — Oh, in fine!...
-Importa tanto, a lui, di Totò e di tutte quelle facce enigmatiche!
-
-Ma Remigia diventa ancora più rossa, le labbra della madre più pallide
-e stirate, Mimì più inquieta.
-
-— Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto? — Giacomo interroga Maria
-con gli occhi, ma ella appare intimidita, confusa, abbassa il capo... —
-Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto?...
-
-Un grande sospirone della madre:
-
-— Mah!... Così è! Abbiamo presa la scusa di _Mademoiselle_ per
-allontanare Totò. Voi... non vi siete accorto nemmeno che anche
-_Mademoiselle_ non c'è a colazione?
-
-Giacomo guarda in giro:
-
-— Sicuro... Non c'è nemmeno _Mademoiselle!_
-
-— Abbiamo preso la scusa della signorina Jenny. Ella ha espresso il
-desiderio di vedere sua madre, ammalata, a Firenze, e noi abbiamo
-imposto a Totò di ritornare in Italia, per accompagnarla.
-
-Sempre con aria grave e solenne, la duchessa tace, fissando Giacomo.
-
-Ella aspetta una domanda, un'esclamazione di maraviglia: niente!
-
-Giacomo, prudentissimo, sta muto come un pesce.
-
-— Precisamente! — prosegue la duchessa, ergendosi con più fiero
-cipiglio. — Questa misura era più che mai necessaria. Non è vero,
-Rosalì?
-
-Rosalì gira il capo e gli occhi in cerca del piatto dolce:
-
-— Verissimo!
-
-— Totò cominciava a perdere la testa!... E quando c'è di mezzo una
-ragazza, guai! Con la riputazione di una ragazza, non si scherza!
-
-— Hai agito prudentissimamente! Brava Cristina! Caso previsto,
-mezzo provvisto! Il viso del Sant'Enodio si rischiara: egli vede
-avvicinarsi un magnifico pezzo gelato tricolore. — Caso previsto,
-mezzo provvisto!... Questo _parfait à l'ananas_ dev'essere proprio...
-perfetto! Facciamo un evviva al signor Trüb e concludiamo: a Villars,
-all'ora del pranzo, fa _bon tempo_... anche quando piove! Non è vero,
-signor Zaccarella?
-
-Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride. Sta attento
-soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la senape o con la _Worcestérs
-sauce_, con la bottiglia d'Yvorne o con l'acqua di Montreux.
-
-Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo gelato, si china
-all'orecchio del D'Orea, mormorando:
-
-— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida! Com'è bella!
-È ancora più bella! — Non può resistere, le manda un bacio e
-s'indispettisce contro la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza
-entusiasmo!
-
-La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che manca di calore, e il
-Re Faraone che dal suo tavolino in faccia, di tutto il pranzo, ciò che
-mangia di più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della sua
-amica:
-
-— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani!
-
-Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia per farlo
-ardere:
-
-— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars gli
-è proprio stato funesto!... Oh, come aveva ragione di temere il numero
-tredici, e Marco Danova! Altro che jettatura, povero Totò!
-
-— Jettatura arriva ove disgrazia corre!
-
-Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il pranzo finisce in
-silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti si alzano senza aspettare le
-frutta. Mimì corre a dare un bacio a Remigia e le due ragazze escono
-insieme dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo. Per
-ordine preciso della madre, il pasto di _Din_ e _Don_ ha luogo negli
-appartamenti superiori.
-
-Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il caffè, già ordinato
-dal signor Zaccarella. È stufo di tutta quella gente! Scambia qualche
-parola con missis Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo,
-raggiunge Maria in giardino. Ella è sola, con un libro, seduta al
-solito posto.
-
-Per una volta, se Dio vuole, potrà fermarsi con sua cognata, senza
-destar sospetti:
-
-— Sai, Maria, che... io non capisco tua madre!
-
-Maria alza gli occhi dal libro e lo guarda a lungo: Giacomo si sente
-avvolgere da un'onda affettuosa, amorosa. Sorride, si calma, torna in
-pace con tutti.
-
-— Chi sa, quella nostra buona duchessa Cristina che cosa mai s'è messa
-in testa!
-
-Sorride anche Maria, ma con tristezza.
-
-— Tu non capisci la mamma?... Ed io, scusa, non capisco te!
-
-— Come?... Vuoi dire?...
-
-— Ma sì!... Stai sempre con Remigia; non parli altro che con Remigia;
-scherzi tutto il giorno e tutta sera con Remigia... Se hai fatto
-nascere speranze, c'è di che!
-
-— Speranze?... Che speranze?
-
-Maria risponde con vivacità, arrossendo un poco, e riscaldandosi:
-
-— Le più legittime e le più naturali, in una madre che non pensa
-ad altro, e giustamente, che a maritare la propria figliuola. Le
-più legittime e le più naturali in una figliuola che ha passato i
-vent'anni, e che non pensa ad altro, e giustamente, che a trovarsi un
-marito!
-
-— La Piccola? — Il D'Orea si mette a ridere.
-
-— Sì, Remigia!
-
-— Io?... Marito?... Della Piccola?
-
-— Di mia sorella!
-
-Maria non scherza. Anche Giacomo diventa un momento serio, poi scoppia
-a ridere di nuovo, con un'alzata di spalle:
-
-— Ma che!...
-
-— Saresti troppo... innocente, scusa, se non ti fossi accorto di nulla!
-
-— Mi sono sempre accorto intanto e so... che potrei essere suo padre!
-
-— Questo è un modo di dire!... È una frase banale! Potresti esserlo,
-ma non lo sei e non puoi diventarlo, mentre, invece, puoi diventare suo
-marito! Tanto è vero che a Villars tutti lo credono, e che in casa mia
-tutti lo sperano!
-
-— Proprio così?
-
-— Proprio così!
-
-Nel «proprio così» di Giacomo non c'è che maraviglia, una viva e grande
-maraviglia. Nel «proprio così!» di Maria Grazia, c'è un'espressione
-insolita di energia e di fermezza.
-
-Giacomo, fa un atto di stizza, di collera.
-
-— Non avrei mai sospettato, nemmeno lontanamente, che si potesse
-concepire una simile... enormità!
-
-Maria alza ancora gli occhi dal libro che tiene aperto sulle ginocchia
-e di cui sta tagliando le ultime pagine.
-
-Ella accenna col capo lentamente:
-
-— E Totò?...
-
-— Appunto! Perchè lo hanno imballato e rimandato in Italia?
-
-— È innamoratissimo di Remigia! Per evitare scene, disperazioni,
-all'annunzio del fidanzamento di Remigia... con te!
-
-— Non ci sarà questo pericolo! Ho sempre pensato al modo di poter
-combinare, invece, il matrimonio di Totò con Remigia, e ci penso
-ancora! Anzi... oggi più di ieri!
-
-— E Remigia?... Non ha mai voluto dire di sì a suo cugino: oggi, sono
-certissima, direbbe di no!
-
-— Ed io sono certissimo che dirà di sì... quando saprà che tutti e due
-potranno vivere bene, signorilmente, senza pensieri! Il primo amore non
-muore mai e fa presto a risorgere!
-
-Maria torna a chinare il capo sul libro e finisce di tagliare le pagine.
-
-Giacomo è seduto lui pure sulla panchina, accanto alla poltrona
-di Maria: si curva, strappa un rametto di mortella e lo sfoglia
-nervosamente:
-
-— Anche tu sei contro di me?
-
-— Io ti dico questo soltanto, per la verità: se non avevi nessuna
-intenzione hai agito un po' troppo... leggermente con Remigia!
-
-Giacomo balza in piedi, poi torna a frenarsi e a sedersi.
-
-— Non inquietarti! — ripiglia Maria con la consueta dolcezza e
-rimettendo a posto tutte le dieresi. — È proprio così! Le lezioni di
-tennis, le passeggiate romantiche, e in ultimo persino... le lezioni di
-ballo!
-
-— Quando mancava il numero per i _lanciers!_
-
-— Ma tu stesso hai dichiarato di non aver mai ballato in vita tua!...
-È vero sì o no?... Capirai, tutto ciò, e appunto perchè si tratta di un
-uomo — e di un uomo della tua intelligenza, del tuo valore, di un uomo
-importante e celebre — fa impressione e lusinga assai una ragazza!...
-Io stessa, te lo confesso...
-
-— Tu... Che cosa hai creduto? — Giacomo si volta e fissa Maria
-attentamente.
-
-I begli occhi neri e profondi lo guardano con indulgenza, ma con tanta
-malinconia.
-
-— Io non ho creduto nulla! Soltanto... non ti capivo più!
-
-Giacomo avrebbe potuto rispondere: — eppure io non ho mai pensato che a
-te e alla tua pace. Remigia non era che il ripiego per Luciano, il mio
-stratagemma per salvare le apparenze. — Ma questa, che è pure la verità
-vera e che lo giustificherebbe agli occhi di Maria, egli non la dice
-e non osa dirla. Risponde, invece, alzandosi di nuovo e strappando un
-altro ramo di mortella:
-
-— Bene, bene! Le speranze nutrite a ragione o a torto, concepite più
-o meno spontaneamente, le farò svanire subito, sul momento, e del
-tutto. Tua sorella, io non l'ho mai considerata altro che come «la
-Piccola!» Un divertimento! Un giocattolo, nè più nè meno, con tutte le
-sue monellerie e i suoi capricci! Ho avuto torto, sì, ne convengo; ma
-questo è stato il solo mio torto! Mi pareva, appunto per la mia vita,
-per la mia condizione, per la mia età e per la mia serietà, di poter
-parlare, ridere e scherzare con la piccola sorella di mia cognata,
-come con una figliuola, come... con _Din_ e _Don!_ Precisamente! Senza
-destare sospetti e senza creare illusioni. Ho sbagliato, ma riparerò
-all'errore commesso. Parlerò chiaro; meglio ancora, difenderò la causa
-e i diritti del povero Totò e farò di tutto perchè possa raggiungere la
-sua felicità. E se per Totò ci son troppi ostacoli, Marco Danova.
-
-— No, Giacomo! Quell'uomo, quel vecchio, disonesto e ributtante!... —
-Maria diventa rossa per sua sorella. — No, no! È indegno di te, questo
-che dici!
-
-— Ebbene il cuginetto! Sia dunque il cuginetto! Faremo, ad ogni costo,
-la felicità del buon Totò!
-
-— E la felicità di Remigia?... Se Remigia, davvero, e per colpa un po'
-tua, si fosse proprio innamorata di te?
-
-Gli occhi di Giacomo e di Maria s'incontrano: in quelli di Maria passa
-improvviso un luccichio di lacrime.
-
-Giacomo abbassa il capo. Il suo cuore non ha mai battuto con tanta
-violenza!
-
-In quel punto, la duchessa esce dall'albergo seguita dal Sant'Enodio
-che le porta, sempre con dignitoso e nobile sussiego, lo sgabellino di
-vimini per i piedi.
-
-Maria si rimette a leggere, mormorando sottovoce, con gli occhi sul
-libro:
-
-— Viene la mamma! Va via! È meglio che non ti veda così... con la
-faccia in collera! Se vorrà sapere di che cosa si parlava... per questa
-volta dirò una bugia!
-
-Giacomo si allontana fingendo di guardare i fiori del prato, di
-ammirare le montagne e facendo un lungo giro per non incontrare la
-duchessa, entra nell'albergo dalla parte del terrazzo.
-
-Quando è nel suo piccolo salotto, continua a passeggiare su e giù,
-borbottando:
-
-— Parlerò chiaro, chiarissimo e subito!... Se intanto mandassi a
-chiamare e mostrassi un po' i denti a quel burattino da corona del
-principe fratello? Che razza di gente! È un'altra razza dalla nostra!
-Riunisce tutte le superbie a tutte le umiliazioni! Anche quella Mimì
-Carfo! Romantica, sentimentale, bigotta e pudibonda come la luna!
-Anche lei tutti i quarti e non un soldo, e anche lei, capisco adesso,
-perchè mi fa ammirare la sua amica, pezzo per pezzo, e perchè viene a
-baciucchiarmela sotto il naso! Per spacciare l'articolo! Che gente! Che
-razza!... Proprio la razza... decaduta!
-
-Ma più che tutto egli l'ha contro Remigia. Veramente, Remigia, non
-ha mai fatto altro che parlare, scherzare e ridere, quando lui aveva
-voglia di parlare, di scherzare e di ridere... Veramente, non è
-stata lei a cercar lui, ma è stato lui a cercar lei, per salvare le
-apparenze, per mettere al riparo Maria da ogni possibile cattiveria di
-Luciano. Ma ciò, che importa?... Più che contro gli altri, Giacomo è
-irritatissimo contro Remigia... Perchè... Ancora egli non sa, non vuol
-rendersene conto, ma sono proprio quegli occhi neri e cari ch'egli ha
-fissi in mente e in cuore, sono quegli occhi adorati in cui ha appena
-intravisto un lampo di gelosia fra un tremolio di lacrime che eccita la
-sua avversione, la sua collera, contro quella piccola monella che ride
-sempre, contro quella piccola... così piccola e bionda!
-
-D'improvviso sente bussare all'uscio: _toc-toc!_...
-
-— È lei! Remigia!... — borbotta Giacomo stizzito. Intanto le darò la
-prima lezione: le farò capire che non è affatto conveniente che una
-giovinetta, una ragazza, venga così sola a cercarmi nel mio studio...
-
-— _Toc-toc!_...
-
-— Avanti!
-
-Si apre l'uscio; ma non è Remigia: è un cameriere del primo piano.
-
-— Scusi, eccellenza: Missis Eyre domanda di poterle parlare un momento.
-
-— Dov'è?
-
-— Qui. Aspetta nel corridoio.
-
-— Ditele di venire.
-
-Il D'Orea avrebbe fatto a meno tanto volentieri di quella visita,
-tuttavia corre fin sull'uscio tenendolo aperto con la mano:
-
-— Venga! Venga! Missis Eyre!
-
-Si sente il passo pesante e marziale, poi la colonnellessa si presenta
-sulla soglia, corrusche le pupille, guerresco l'atteggiamento.
-
-— Perdonate, onorevole, ma ogni _pacienza_ ha un limite!
-
-— Entrate, missis. Accomodatevi!...
-
-Giacomo chiude l'uscio e spinge una poltroncina dinanzi alla vecchia
-signora.
-
-— Grazie! — Missis Eyre resta in piedi.
-
-Giacomo la guarda: è più verde del solito; è fremente.
-
-— A che devo l'onore, signora, di una vostra visita?
-
-Missis Eyre non può parlare. Le sue labbra hanno un tremito... le
-tremano gli zigomi sporgenti e le rughe lunghe e fonde delle guance,
-le tremano la punta del naso e la bazza: è il pianto che non riesce del
-tutto a soffocare.
-
-— Signora!... Ma signora!... Che cosa mai le è accaduto?...
-
-Giacomo, ad onta de' suoi nervi e delle sue collere, ha soltanto paura
-che gli scappi da ridere. — Si calmi; s'accomodi! — L'obbliga a sedere.
-— Mi dica che cosa è successo. Qualche brutta notizia?
-
-— Brutta... azione! — risponde la missis, appena può parlare. — Non
-brutte notizie, grazie a Dio!... Non si può più vivere! Non si può più
-reggere!... Credete, onorevole, anche a volere, non si può più aver la
-forza di star _cito!_
-
-— Dunque parli, dica!...
-
-— Ogni _ciorno_ una nuova invenzione. Ogni _ciorno_ si prepara un nuovo
-_cabalo_ contro...
-
-— .... _Cabala?_...
-
-— Un nuovo cabala contro di me! È una persecuzione e un'_inciustizia_.
-Voi, onorevole, siete _ciusto_. Oh, sì! Anche in Inghilterra si scrive
-questo! Parlate voi, oppure devo finire oggi stesso la mia _stacione_
-di Villars, e sarebbe terribile! Mi hanno risposto da Villa d'Este, che
-Cernobbio tutti arrosto; caldissimo! I pesci _cocono_ in lago!
-
-Giacomo non ha più paura che gli scappi da ridere; ha paura, invece,
-che gli cominci a scappare la pazienza.
-
-— Spiegatevi, dunque, cara signora. Che devo fare? A chi devo parlare?
-
-— Sapete che cosa, di nuovo, ha escogitato quella vostra giovane
-cognata, o giovine parente che mi ha _ciurato_ la morte?
-
-— Chi?... la duchessina Remigia? — domanda Giacomo, vivamente.
-
-— Sì, la duchessina Moncavallo, che ha preso a perseguitarmi fino
-dall'anno passato!
-
-— La Piccola? Oh! Oh! — Giacomo fa un risolino più meditato che
-spontaneo. — Se la Piccola ha commesso mancanze, la metteremo in
-castigo!
-
-— Ha inventato, adesso, per farmi diventar matta, i bubbolini, e i
-bubboloni!.. Ha fatto venire espressamente da Aigle per i suoi cani due
-sonagliere, una acuta, squillante, l'altra bassa e fessa: _din-din-din:
-don-don-don!_ Io non ho più quiete, non ho più riposo! Sono ammalata di
-emicrania e di nevrastenia! Il mio corridoio, non è più un corridoio,
-è la strada pubblica di Cernobbio, di Carate! Tutto il _ciorno_, tutta
-sera: _din-din-din: don-don-don!_ Un continuo corso di carrozze!
-
-Giacomo, contentissimo di cogliere quest'occasione per poter mostrare
-a tutti com'egli consideri Remigia ancora una bambina, più che una
-ragazza, e come la tratti ancora da vera monelluccia stordita e
-cattivella, esclama allegramente, stringendo la mano a missis Eyre per
-calmarla e per rassicurarla:
-
-— Subito, ve lo prometto; i cani non avranno più bubbolini, nè
-bubboloni!
-
-— Dite voi, che questo è _proibitissimo_ in un _hôtel!_ Voi siete un
-vero gentiluomo, perfetto e _ciusto!_ Invece il signor Trüb è un esoso
-ingordo di tedesco villano, che pensa soltanto a far pagare!
-
-Il D'Orea continua a ridere.
-
-— La duchessina Remigia, io non la chiamo mai altro che la Piccola,
-perchè ha sempre dieci anni! Non è cattiva, ma è un demonietto viziato
-dalla mamma! Oh le _idole_, sempre così... Ma non dubitate, il troppo
-è troppo e voi avete ragione: basta _din-din_, basta _don-don_. Questa
-volta la faremo stare a dovere!
-
-La colonnellessa è gongolante; la sua faccia cambia di colore: diventa
-quasi rosea.
-
-— Oh, il _Times_ ha detto bene! Siete un ideale di _ciustizia!_ Grazie
-anche a nome di Mister Eyre!
-
-Giacomo suona: si presenta il solito cameriere.
-
-— Chiamate uno dei servitori, o meglio la cameriera della duchessina, o
-il maggiordomo! Insomma, qualcheduno di sopra! Subito!
-
-Il cameriere è appena uscito, quando si presenta un nuovo personaggio:
-
-È il capitano Zaccarella in persona. Ma dinanzi a Sua Eccellenza — e
-specialmente in quei giorni per la prolungata assenza del padrone e
-il relativo vuoto di cassa — egli non è più l'uomo del comando e del
-meneimpipo; diventa anche il capitano, come un altro qualunque signor
-Trüb, l'uomo delle riverenze. Ossequi al signor commendatore, ossequi a
-missis Eyre, poi, sempre ossequiosissimo, spiega la sua venuta:
-
-— Il maggiordomo è andato a Bex con la Carolì; al momento, non c'è
-nessuno di sopra. Vengo io a vedere, se mai posso servire in qualche
-cosa il signor commendatore...
-
-— Bravo! Lei! Proprio lei! — Giacomo non ha mai avuto in grande
-simpatia il signor Zaccarella, ma non lo può addirittura soffrire
-quando diventa umile e strisciante. — Proprio lei! Mi faccia il favore
-di eseguire questo mio ordine preciso: faccia levare, subito, il
-collare con la sonagliera ai due cani della duchessina; e se mai la
-duchessina si opponesse, per chiasso o per davvero, le dica che io,
-proprio io, desidero così, perchè l'undecimo comandamento dice: non
-seccare il prossimo, cioè la gente che vive nella tua stessa locanda.
-
-— Non dubiti Eccel... — il capitano si corregge a tempo. — Non dubiti
-signor commendatore.
-
-— Le _idole_ sono la gioia, ma anche il tormento delle famiglie! —
-ripete Giacomo in tono di scherzo, per mitigare l'asprezza delle sue
-parole.
-
-Ma nessuno più l'ascolta. Il signor Zaccarella è già sparito: quando
-c'è un ordine di Sua Eccellenza, egli vola come il vento; in questo
-caso poi è stato anche più veloce, perchè gli preme di riferire a
-Remigia quanto è successo. Dacchè ha potuto subodorare in lei una
-possibile futura ministressa, il capitano, soffocata l'antipatia e
-dimenticati gli affronti, si è subito schierato fra i servitori più
-devoti e più zelanti della piccola padroncina! E missis Eyre... Missis
-Eyre pure è uscita in fretta, è corsa sui passi del signor Zaccarella,
-dimenticando persino di rinnovare i ringraziamenti all'uomo _ciusto_.
-
-Ella vuol divertirsi, vuol godersi la scena. Vuol assistere, tenendosi
-nascosta dietro l'uscio della sua camera, al dispetto e alla rabbia
-della sua nemica.
-
-— Ah! Ah! Vien per ciascuno il suo _ciorno!_ È venuto, finalmente,
-anche per quella peste, per quella _diavolo!_
-
-
-
-
-VII.
-
-
-Giacomo, rimasto solo, torna serio e triste. Si preme forte con le due
-mani alle tempie; inghiotte un bicchier d'acqua nel quale ha sciolto
-due cucchiaini colmi di bicarbonato.
-
-— Appena un'inezia mi agita, m'inquieta, subito la testa e lo stomaco
-si fanno sentire!... Maledetti crampi!
-
-Si guarda attorno nel salotto, sospirando con un senso di rimpianto:
-
-— Stavo così bene! Non mi sono mai sentito tanto bene come in questi
-giorni!
-
-Si avvicina lentamente alla scrivania: quanta roba vi si è
-ammucchiata!... E quanto tempo che non lavora più! Che non fa più
-niente!
-
-Egli guarda quasi con ispavento tra quel monte di libri, di fascicoli,
-di lettere...
-
-— Quante lettere! Mi ci vorrà una settimana soltanto per rispondere a
-tutte queste lettere!
-
-Non ha più lavorato, non ha più fatto niente!... Altro che il _tennis_,
-le passeggiate, giocare, scherzare come un ragazzo!... Anche la
-relazione da presentare alla Camera dorme da un pezzo!
-
-— Vivaddio! Bisogna ricominciare a far qualche cosa e bisogna ritornare
-un uomo serio! Ha ragione Maria! Io non ho fatto altro che perdere
-il mio tempo, e arrischiare magari di perdere anche un po' la mia
-riputazione... di uomo di Stato, facendo lo stordito con la... Piccola!
-
-Pronunzia «la Pïccola» non pensando più a Remigia, pensando, invece,
-a Maria: vedendo Maria, gli occhi e il viso di Maria quando parla e
-quando sorride... Quando sorride con le due piccole fossettine agli
-angoli della bocca...
-
-— Lavoriamo! Lavoriamo! Bisogna rimettersi a lavorare!
-
-Siede alla scrivania, prende una lettera, la prima che gli capita sotto
-mano, comincia a leggerla, poi, quando sta per voltare il foglio, si
-ferma:
-
-— Chi sa Remigia come risponderà alla grave ingiunzione del signor
-Zaccarella... Forse sono stato un po' troppo deciso... Mi sono lasciato
-trasportare dalla collera... Sia pure! Tanto meglio! Così avrò messo
-più chiaramente le cose a posto e ciò servirà di lezione per la figlia
-e per la madre!... Tutto questo dev'essere un giuoco della madre!...
-Remigia, penserà forse anche a me, come penserà forse a Totò, al
-bell'Apollo, a Marco Danova, come ad un marito qualunque! Remigia
-non pensa che a maritarsi e ha ragione! Per quanto non lo si direbbe
-a vederla, ha già passato i vent'anni e se ha fretta, lei, come lei,
-non ha torto! Ma io, come io, per altro, sono stato tirato in ballo,
-proprio fuori di proposito! Il cuginetto! Il cuginetto! Faremo ritornar
-subito a Villars, il buon Totò!
-
-Finisce di leggere la lettera, sta per aprirne un'altra... ma si ferma
-guardando verso l'uscio; sente avvicinarsi il _tic-tac_ di passettini
-leggeri...
-
-La Piccola che viene infuriata a protestare?
-
-No. Il leggero _tic-tac_ si allontana e si perde nel corridoio.
-
-— Forse col mio ordine perentorio al signor Zaccarella, sono stato
-troppo energico! Avrei forse dovuto parlar io, direttamente, pregare
-Remigia con le buone. Se ho sbagliato, poco male; farò le mie scuse.
-Per una volta tanto dev'essere perdonato a tutti un atto anche un
-po' impetuoso! Chi è che non perde mai la pazienza a questo mondo?...
-Lavorare! Lavorare! Cerchiamo di lavorare senza più pensare ad altro!
-
-Ma lavorare... non può. I crampi si fanno sempre più forti! S'allunga
-sulla poltrona e intanto pensa fra sè:
-
-— Anche la duchessa madre, con la sua grande idolatria, che madre
-balorda! Purchè ci siano quattrini, aguzza ansiosamente i suoi occhi di
-suocera, tanto su Marco Danova, emerito imbroglione, quanto su di me,
-un uomo quasi vecchio e malandato in salute. — E Remigia? Anch'ella,
-forse, o l'uno o l'altro, indifferentemente, purchè uno ci sia! Ma
-Remigia, chi sa? Non ha ancora un'idea netta, precisa del matrimonio.
-Intelligente e assai vivace, ma in certe cose io la credo ancora...
-pochissimo edotta! Se così non fosse, sarebbe più cauta, più guardinga
-e non giuocherebbe al matrimonio a occhi chiusi!
-
-Alza il capo, passa la mano sulla fronte: è un po' inquieto.
-
-— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?.. Io l'ho
-proprio mandato al fuoco, il capitano!... È vero che ambasciator non
-porta pena! L'ira della figlia e quella della madre, specialmente, si
-scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella non si scomoda
-mai, nemmeno per montare in furia, e aspetterà l'ora del pranzo per
-assalirmi!... Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una saetta!
-
-Giacomo continua a stare attento e a tener fissi gli occhi sull'uscio,
-come se dovesse spalancarsi da un momento all'altro! Invece, niente.
-Passa più di un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel
-corridoio.
-
-Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella.
-
-— Così?...
-
-— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor commendatore!
-
-— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna tempo tutti e due! La
-duchessina Remigia è andata in collera?
-
-— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio di vostra...
-signoria... Ubbidientissima, docilissima, ha levato ella stessa le
-sonagliere a _Din_ e a _Don_. Soltanto devo aggiungere, per la verità,
-che missis Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto.
-
-— In che modo?
-
-— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad una delle cameriere
-dell'albergo, e in modo di essere udita anche dalla signora duchessina:
-— ho parlato io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani e
-gente, cuccia lì, e tutti _cito!_
-
-Giacomo s'alza di scatto:
-
-— Vecchia stupida, villana! E la duchessina Remigia?
-
-— Niente! Non ha risposto niente! È diventata pallidissima, è corsa
-subito in camera sua, senza pronunziare nemmeno una sillaba! Ma poi,
-dopo...
-
-— S'è sfogata con sua madre?
-
-— S'è messa a piangere. Ho visto adesso la contessina Carfo: — Remigia,
-— m'ha detto, — continua a piangere!
-
-— Farò io le scuse alla duchessina Remigia, anche per quella vecchia
-insopportabile!
-
-Giacomo, più ancora che addolorato è mortificato; sente il bisogno di
-giustificarsi persino col signor Zaccarella. — Ha visto anche lei!
-L'avevo qui da mezz'ora a farmi la testa come un cestone di ciarle,
-di lamentele! Io ho perso la pazienza e capisco di aver oltrepassata
-la misura! Ho dato... ordini, che non avevo alcun diritto di dare!
-— Stende la mano al signor Zaccarella. — Anche lei, scusi la mia...
-troppo imperiosa vivacità.
-
-Il signor Zaccarella non osa stringere quella mano che tiene in pugno
-tanti milioni: la tocca, appena con due dita, religiosamente. Poi
-guarda Sua Eccellenza con la coda dell'occhio, riflettendo, esitando...
-È forse giunto il momento opportuno di dirgli ciò che gli sta in cuore
-da un pezzo?... Fino da... Da quando, insomma, ha visto che la barca di
-Don Luciano, cominciava a far acqua!
-
-— Vorrebbe ascoltarmi, signor commendatore, un momentino?... Ecco
-qua: missis Eyre è stata imprudentissima verso la signora duchessina;
-ma anche la signora duchessina, sa distinguere benissimo le persone
-e i loro atti: lei rimane nel suo giudizio e nel suo cuore, quello
-che è, luminosamente! La signora duchessina ha per lei una grande
-ammirazione e un'affezione troppo ben radicata! In quanto a me, _de
-minimis_... diremo, ma io ho sempre considerato il signor commendatore
-come... il superiore... come il mio vero padrone e ho sempre ambito
-l'onore di poterla servire direttamente! Quante volte prima di eseguire
-certi ordini perentori, avrei voluto interrogarla, avvertirla, signor
-commendatore, se non altro, per scarico mio! Stamattina stessa, per
-esempio, io ho ricevuto una lettera da... Parigi... — Si ferma, aspetta
-per proseguire una parola d'incoraggiamento; ma il signor D'Orea, che
-ha accolto lo sfogo del capitano con molta freddezza, lo guarda... e
-non fiata, suonando il tamburello sulla scrivania, col tagliacarte.
-
-Il signor Zaccarella si passa una mano sui capelli a spazzola... fa un
-grosso sospiro per mostrare la propria esitazione: l'altro, niente. Con
-la faccia sempre immobile e muta, continua a suonare il tamburello...
-
-— Per esempio, con la posta di stamattina, io ho ricevuto una lettera
-di don Luciano...
-
-— Oh! Oh! Scrive?... Mio fratello ha imparato a scrivere?... Una volta
-non sapeva altro che telegrafare!
-
-— Telegrafa sempre, ha telegrafato anche ieri, quando si tratta di
-affari, di danari. Quando, invece, si tratta di cose delicate, cose di
-famiglia, riguardanti specialmente donna Maria, allora scrive...
-
-Giacomo sussulta; diventa rosso in viso.
-
-— E che scrive?
-
-Il capitano, sparato il colpo, si ritira un passo indietro:
-
-— Io non so poi... Faccio bene o male a parlare? In ogni modo, se il
-signor commendatore mi autorizza a farlo....
-
-— Ah, no! — Giacomo s'è subito rimesso. — Questa autorizzazione ella
-non può averla da me, ma dalla sua coscienza! È la sua coscienza,
-soltanto, che deve imporle di parlare o di tacere!
-
-— Allora parlo! — risponde pronto lo Zaccarella che dinanzi a tanta
-diplomazia non vuol perdere l'occasione. — La mia coscienza, mi dice
-di parlare! Sarà di me quel che sarà! Perderò la stima del signor
-commendatore, perderò la fiducia e la protezione di don Luciano,
-perderò il pane, ma il signor commendatore sarà stato avvertito di
-tutto, e in tempo.
-
-Giacomo rimane impassibile, ma il suo cuore batte violentemente.
-
-— Il _Credito Lionese_, ha versato a Don Luciano, in queste ultime
-settimane soltanto a Parigi, la somma di cento e settantamila franchi,
-e si chiedono nuovi fondi.
-
-— Bisogna provvedere.
-
-— Con l'autorizzazione del signor commendatore?
-
-— Sì.
-
-— E senza limiti di cifra?
-
-— Senza limiti, per ora. Soltanto ella mi terrà informato di ogni nuova
-richiesta!
-
-— Sarà fatto, scrupolosamente!
-
-Se non fosse increanza, il capitano si darebbe una fregatina di mani
-sotto gli occhi stessi di Sua Eccellenza! In fatti con quell'ordine
-esplicito «mi terrete informato di ogni nuova richiesta» egli fa il
-primo passo: si mette sotto gli ordini di Sua Eccellenza, buttando a
-mare don Luciano!
-
-— E d'altro, che c'è?... Che c'è di... delicato, che riguarda la
-famiglia? — È questo che preme di sapere a Giacomo; non gli affari del
-_Credito Lionese!_
-
-— C'è, signor commendatore, che stando agli ordini di don Luciano io
-gli dovrei sempre riferire giornalmente e minutamente tutto ciò che
-succede... a Villars.
-
-— Perchè non lo fa?
-
-Il signor Zaccarella lancia un'occhiata a Sua Eccellenza.
-
-— Non mi sarò spiegato bene. In una parola, io dovrei fare la spia a
-tutti... e di tutto! Alla signora duchessa, alla duchessina, a donna
-Maria, a lei...
-
-— Oh! Oh! Anche a me?...
-
-— A lei, specialmente, e a donna Maria.
-
-Giacomo sta in guardia; si frena e soggiunge freddamente, ironicamente:
-
-— Ella sarà molto impacciato, credo, nel disimpegno di questo...
-ufficio di polizia. Come trovare... argomenti interessanti, su cui
-poter riferire?
-
-— Appunto! — Il capitano increspa con un ghignetto il viso giallo,
-sbarbato. — Io riassumo quotidianamente il mio servizio d'informazioni
-in due parole: niente di nuovo! Ed è per ciò che don Luciano, comincia
-a sospettare anche di me!
-
-— Sospettare?... Se ha sospetti, perchè non viene lui stesso a Villars,
-— e sarebbe ora, — a sincerarsi?
-
-— Mi scrive, appunto, di volerlo fare, _ma quando nessuno se lo
-aspetterà_.
-
-— Bravissimo! E comincia, intanto, per tener la cosa segreta, col dirlo
-a lei!
-
-— Vorrebbe, — si figuri, — che io gli scrivessi perchè il signor
-commendatore ha prolungato, per tutto questo tempo, il suo soggiorno in
-Isvizzera!... Che cosa ne posso saper io?
-
-— Oh, bella! — esclama Giacomo. — Per riposare e per godere il fresco!
-
-— Ecco precisamente! Io ho risposto e rispondo sempre così; ma don
-Luciano non mi crede!... D'altra parte, per fargli piacere, io non
-posso inventare quello che non c'è... o sapere quello che non so!
-Egli vede, in ogni falsa nuova, magari anche in aperta contraddizione
-co' suoi sospetti, una finzione e una simulazione! Immagina inganni
-e raggiri così artificiosi e strani, che sono difficilissimi persino
-da raccontare! Ma ho appunto qui, con me, l'ultima lettera di don
-Luciano... Vuol vederla, per capacitarsi?
-
-— Le serva di regola: le lettere del suo padrone, non devono mai uscire
-dalle sue mani.
-
-— Il signor commendatore mi ha detto di ascoltare la mia coscienza, e
-la mia coscienza...
-
-Giacomo lo interrompe:
-
-— Basta così! La sua coscienza le deve imporre una cosa sola: scrivere
-a mio fratello di ritornare davvero e subito a Villars e d'ora in poi,
-di vivere sempre vicino a sua... alla sua famiglia. Così non avrebbe
-sospetti e farebbe meno debiti! Ho da lavorare. Buon giorno, signor
-Zaccarella!
-
-Il capitano, bruscamente licenziato, se ne va mogio mogio, ruminando
-tra sè:
-
-— Ho fatto bene?... Ho fatto male?... Forse sarebbe stato meglio dir
-lutto, anche ciò che pensa don Luciano, riguardo alla duchessina e
-al matrimonio. Ma come si fa?... Mi ha chiusa la bocca!... Sarà, come
-dicono, una gran testa, ma quanto a carattere, anche costui... ha un
-gran brutto carattere!
-
-Giacomo non ha voluto vedere la lettera, ma ne ha indovinato, o press'a
-poco, il contenuto.
-
-— Come ho fatto bene a stare in guardia e a evitare di trovarmi con
-Maria! Meglio, molto meglio andare incontro a qualche seccatura per
-via della Piccola. A questi pettegolezzi, più o meno innocenti e
-interessati, posso rimediare provvedendo alla dote e combinando il
-matrimonio con Totò. In fine Remigia è la sorella di Maria, è la
-cognata di mio fratello, appartiene alla nostra famiglia... Dunque, più
-che naturale, è doveroso il provvedere per metterla a posto!
-
-Si alza e va alla finestra.
-
-— Che bella giornata! Ha ragione il signor Trüb! Il settembre è proprio
-il mese migliore per Villars! Chi sa, laggiù a Bologna, che forno e che
-soffoco!
-
-Rimane lì, a lungo, pensieroso, guardando i _Diablerets_, il _Gran
-Muveran_, _les Dents du Midi_ e sospirando: Addio Villars!
-
-— Chi sa che cosa ci sarà veramente nella lettera di Luciano?... Quanta
-cattiveria e quanta bassezza! Mettere a parte un estraneo, quasi un
-servitore, di certi sospetti assurdi... iniqui...
-
-Guarda ancora la valle ampia e popolata:
-
-— Che bel verde limpido!... Mah!... Tutto ben ponderato, cattiveria
-da una parte, leggerezza e pettegolezzi dall'altra, bisogna proprio
-risolversi... Bel Villars, addio! Andiamo a fare le nostre scuse
-alla duchessina, sollecitiamo il ritorno di Totò, e poi, partenza
-per l'Italia! Torniamo al caldo, alle noie, al lavoro, per buscarci
-dell'asino e magari anche del ladro dagli avversari!... Oh quella
-politica!... Quella Camera!... I giornali!... Poter vivere, morire,
-sempre in campagna, in montagna, lontano, su su, a duemila metri da
-Bologna e da Roma!
-
-L'ex ministro si sente infelice come un collegiale, l'ultimo giorno
-delle vacanze. Ma non è Villars, non è la bella conca verde e fiorita
-che egli rimpiange. Sono quegli occhi dolcissimi e profondi che lo
-hanno fissato sorridendo, dietro un velo di lacrime!
-
-— Addio Villars! — dicevano le sue labbra. — Addio, Maria! — diceva il
-gemito del suo cuore angosciato.
-
-
-Quando Giacomo D'Orea esce di camera per andare in cerca di Remigia,
-s'incontra nel corridoio con Mimì Carfo.
-
-— Scusi, contessina!... Dove potrei vedere la sua piccola e dolce
-amica? Vorrei farle le mie scuse per essermi abbandonato — non so come
-— ad un impeto di eccessiva vivacità. Ma, si figuri, duchessina! Da
-mezz'ora io ero la vittima di missis Eyre e quella vecchia sciocca e
-balorda...
-
-Giacomo s'interrompe, vedendo la faccia di Mimì, pallida, stravolta.
-
-— Che ha?... Che c'è?
-
-La giovane è riservatissima e timida, ma trattandosi di salvare l'amica
-dalle unghiacce di Re Faraone, prende tutto il suo coraggio a due mani:
-
-— L'ho... contro di lei!
-
-— Contro di me?
-
-— È stato cattivo con Remigia! Molto cattivo!
-
-Giacomo crede che Mimì si riferisca soltanto all'incidente delle
-sonagliere e torna a giustificarsi.
-
-— Le dissi già che quella vecchia m'aveva fatto uscir de' gangheri! So
-anch'io di aver avuto torto! Andiamo da Remigia, e anche lei, da brava,
-invece di essere in collera mi aiuti a farmi far la pace!
-
-— Remigia è a letto!
-
-— È a letto?
-
-— È stata malissimo. Basta, Dio mio, che non le venga la febbre!
-
-Giacomo si spaventa:
-
-— Io non ho colpa se quella vecchia... è pazza!
-
-Mimì crolla il capo, dolorosamente:
-
-— No, no! Missis Eyre non c'entra, o c'entra solo indirettamente. Lei,
-è stato cattivo, cattivo! E sapendo, volendo esserlo. Sì! Sì! _Volendo
-esserlo!_ Capiva, sapeva che un simile affronto, ricevuto da lei,
-_proprio da lei_, doveva fare un gran male a Remigia per... moltissime
-ragioni, che si possono riassumere in una sola, la più tremenda,
-appunto per Remigia!
-
-— Quale?...
-
-Le gote della fanciulla si accendono d'improvviso, i suoi occhi
-supplichevoli sono pieni di fervore e di ansia; il seno è palpitante.
-Ella si avvicina a Giacomo congiungendo le mani. Non può quasi parlare,
-balbetta:
-
-— Remigia... creda, signor D'Orea, è tanto... tanto buona! È un
-tesoro... un vero tesoro... di bontà, di soavità... di tenerezza!...
-Ride, scherza, giuoca... ma nelle cose serie, è già una vera e cara
-donnina! Certo che è piena di amor proprio, di orgoglio! Non sarà mai
-Remigia la prima a fare un passo, anche trattandosi della felicità di
-tutta la sua vita!... Per carità, signor D'Orea! Per carità... non me
-la faccia morire!
-
-Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le mani e fugge via con
-un singulto di lacrime.
-
-Giacomo rimane attonito a bocca aperta.
-
-— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti alla _Tête-pointue?_
-Il cuginetto! Totò! Mezzo milione di dote e si telegrafa a Totò!...
-Bisogna parlarne assolutamente con la duchessa Cristina: le chiederò un
-colloquio per stasera stessa, dopo il caffè.
-
-Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del pranzo e aspetta.
-Passeggia, esce in giardino, rientra... si ferma qua e là salutando
-le poche conoscenze rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la
-duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno l'ombra magna dello zio
-Rosalì!
-
-Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla, lusingandola
-con tutto il cerimoniale di corte, ripetendole la scena avuta con
-missis Eyre e profondendosi in nuove scuse.
-
-Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo accoramento,
-dignitoso e muto. Ella ascolta Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza
-pronunziare una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri e
-scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa parlare del colloquio,
-non osa nominare Totò; ma non sa schivare il pericolo più grave: chiede
-alla duchessa le notizie della sua Idola.
-
-— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina Mimì?...
-
-La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma non risponde che
-con una lunga e risonante soffiata di naso. Nient'altro: musica senza
-parole!
-
-Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa fare; piantarla non può.
-Guarda l'orologio.
-
-— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche la seconda campana per
-il pranzo.
-
-Silenzio. Si guarda attorno:
-
-— La stagione è proprio al termine! I forestieri, — le signore
-specialmente, — diradano ogni giorno!
-
-Ancora silenzio: Giacomo, esaurito, finisce col rimanere muto a sua
-volta dinanzi a quella madre, immobile e muta, come la statua del
-dolore!
-
-Sopraggiunge, se Dio vuole, lo zio Rosalì. Giacomo, vedendolo, si sente
-sollevare lo spirito e lo saluta sorridendo, con grande espansione...
-Ma il Sant'Enodio è più che mai viceregale nell'impettita prosopopea:
-stende, offre la mano con un gesto largo, solenne... e nemmeno una
-sillaba!
-
-Gli occhi della madre tradiscono l'interna ansietà: le labbra hanno un
-tremito.
-
-— E così? — non può a meno di domandare dopo qualche istante. —
-L'Idola?...
-
-— Mah! — risponde l'oracolo, dietro la barba bianca, semovente. —
-Purchè non le venga la febbre! — E Mimì?...
-
-— Resta di sopra.
-
-Un'altra soffiata di naso della madre altrettanto lunga e sonora
-come la precedente: ma, questa volta, la musica delle lacrime colate
-accompagna le parole. — Purchè, Gesù mio, non le venga la febbre!
-
-— Mah!...
-
-— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle strette.
-
-Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti, senza aprir bocca
-dinanzi all'uscio a vetri della grande sala da pranzo verso la quale il
-principe Rosalino tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi.
-
-Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non vedere: entra in sala
-subito, in fretta, sgusciando dietro alla duchessa e corre a sedersi
-al suo solito tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta
-grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza, non più Eccellenza!
-Apre il _Times_ e si tiene nascosta dietro il giornale.
-
-Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira attorno ai
-padroni. Ha l'aria di un cane bastonato, dopo la bella ramanzina che
-gli è toccata. Nessuno lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e
-la spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di avvicinarsi.
-
-Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e passata anche la
-stizza, non ha più che un pensiero e un'inquietudine: Maria.
-
-— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda a pranzo?
-
-Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio, ad ogni
-passo: d'un tratto sente un noto fruscio di vesti. Il suo occhio e il
-suo viso si ravvivano:
-
-— È lei!
-
-Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone, lentamente si avanza
-sotto l'atrio e si unisce al gruppo di famiglia.
-
-— Si ha paura della febbre! — È il saluto della madre.
-
-— Mah! — ripete lo zio Rosalì, e il sospiro si confonde con un mezzo
-sbadiglio. Il bell'antenato vivo, ha appetito e sta ruminando:
-
-— Ormai ci siamo tutti! Che cosa si aspetta?... Di mangiare gli avanzi
-e di essere malserviti? — Si decide ed esprime il suo voto. — È già
-sonata anche la seconda campana. Io direi di andare. — Ha bisogno di
-un proverbio, non lo trova e lo inventa: — Il digiuno dei sani, pur
-troppo, non fa guarire gli ammalati.
-
-Ciò detto, apre la marcia maestosamente, offrendo il braccio alla cara
-Cristina.
-
-Giacomo offre il suo alla cognata e il signor Zaccarella si mette in
-coda... e con la coda fra le gambe.
-
-— Ho ricevuto una lettera di Luciano che devi vedere anche tu! —
-mormora Maria, sdegnata, all'orecchio di Giacomo. — Dopo pranzo, vieni
-subito in giardino.
-
-— Un'altra lettera? — Giacomo reprime l'inquietudine e la collera. —
-Ma... colui, a Parigi, non fa altro che scrivere?
-
-Proprio così! Quando Fanfan non vuol ricevere Luciano, perchè ha le
-prove, o ha il maestro, — il celebre Coccardè, ex-tenore sfiatato, —
-o perchè aspetta mister Kennett che sta combinando con l'impresario
-per farle cantare la _Manon_ in America, Luciano, geloso, furioso, si
-chiude nella sua camera dell'_Hôtel Bristol_ e si sfoga, si vendica
-scrivendo lettere sopra lettere, alla moglie e al signor Zaccarella.
-
-— Oh! l'ingratitudine umana, in ricambio della mia grande bontà! —
-È sempre questa, o press'a poco, la chiusa, tanto quando scrive alla
-moglie, come quando scrive al capitano.
-
-Anche durante il pranzo, tutti silenzio! Soltanto quando il capo
-cameriere, in persona, presenta l'arrosto, — un bel fagiano rosolato e
-fumante, con la testa e la coda trafitte da una freccia d'argento, — lo
-zio Rosalì si sente commosso e dopo aver guardato il fagiano guarda la
-sorella del pari affettuosamente:
-
-— Coraggio, Cristina mia! Facciamoci coraggio! Io sono sicuro! La
-febbre... non verrà!
-
-La duchessa... un'altra soffiata di naso come per prendere commiato,
-uno sguardo a Giacomo, in cui c'è tutto il dolore e l'angoscia, insieme
-a un acerbo rimprovero, e via col passo delle pompe funebri.
-
-— Mah!... Si serva, si serva, signor Zaccarella! Al principe,
-l'appetito viene mangiando e vedendo mangiare.
-
-Anche Maria si alza quasi subito, appena uscita la madre: fissa
-Giacomo, come non ha fatto mai.
-
-— Si soffoca, qui dentro! Andiamo!
-
-Giacomo segue la cognata in giardino... e il signor Zaccarella respira
-due volte. Ritorna ad essere lui, e a sentirsi il capitano!
-
-— Ah!... Finalmente, se Dio vuole!... Una breve tregua ai musi, alle
-malinconie e ai dolorosi sospiri! — Si china, allunga la piccola testa
-verso il principe e lancia la proposta: — Qui, tra di noi, facciamoci
-un brindisi alla nostra salute e al buon umore. — Senza aspettar
-risposta alza la voce e ordina:
-
-— _Monsieur_ Célestin!... Venga lo _Champagne!_ Il solito! Extra
-secchissimo!
-
-Rosalino di Sant'Enodio, il capo eretto sulla figura classica, nota in
-Roncisvalle, rimane imperturbabile. Soltanto gli occhi brillano vividi
-seguendo il passo quieto di _Monsieur_ Célestin... Poi, dalla fluente,
-candida barba che alita al soffio delle parole, esce grave la sentenza:
-
-— Solo all'arrosto, giudica il cuoco. Eccellente quel fagiano!
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-— Eccoti la lettera di... mio marito. Leggi.
-
-Giacomo sembra esitare.
-
-— Leggi; devi leggere!
-
-Maria è più pallida del solito... e più bella. Il fascino di soavità,
-di malinconia, soffuso intorno a lei dal suo dolore mansueto e
-rassegnato, è sparito. La sua espressione è risoluta, fiera, il sorriso
-amaro e ironico... ma è più bella. Una strana luce le illumina il
-viso. È ciò che teneva nascosto in fondo al cuore che le brilla, che le
-risplende negli occhi e che vibra in tutto il suo essere con un fremito
-di vita, con un impeto di sdegno e di rivolta!
-
-— Leggi; devi leggere! Ho potuto e voluto risparmiarti la lettura di
-molte altre lettere simili e peggiori; ma di questa no, perchè parla
-anche di Remigia... E poi... perchè tutto ha un limite per le creature
-e per le anime, anche la bontà, anche la pazienza, anche la pietà!...
-Sai? Mi faceva pietà! Ero tanto sciocca e stupida da credere che
-quell'uomo dovesse soffrire lui stesso per la sua grande cattiveria!...
-Adesso no, basta! Lui continua, ma io ho finito! Adesso non mi desta
-più che ribrezzo, e orrore, ribrezzo e odio! Sì, odio, odio, odio! Sarò
-cattiva anch'io, la mia parte, che importa? Dio che mi ha sempre veduta
-e che mi vede nel cuore, sa che non ero fatta per essere cattiva! Mi
-hanno ridotta gli altri così, per forza! Ormai, peggio per loro! A te.
-— Maria gli dà la lettera. — Vinci lo schifo, leggi e regolati.
-
-Il cuore di Giacomo batte violentemente, ma egli vuol conservarsi calmo
-e sicuro. Leva dalla busta e spiega i vari foglietti della lettera, che
-comincia con uno stile amabilmente scherzoso:
-
-«Paolo e Francesca!... Precisamente: i due cognati, amanti, sono
-tornati di moda per opera dei poeti e degli istrioni e, in casa mia, si
-segue la moda!»
-
-E continua, con altrettanto felice umorismo:
-
-«Paolo, per altro, l'antico, il guerriero, non doveva nulla a
-Lancillotto; mio fratello, invece, il Paolo moderno, uomo di Stato,
-deve _a me_, il rispetto, l'affezione e la fiducia piena e cieca,
-della quale gli sono sempre stato prodigo. Deve _a me_, alla mia
-generosa, disinteressata e forse eccessiva acquiescenza, se è ancora
-lui solo, il _solo_ e dispotico padrone della _roba nostra_. La prima
-delle Francesche, da cui proviene l'onesta discendenza, ha portato
-in dote a suo marito dominî e castella... Sono troppo delicato per
-mettere i punti sugli _i_. Dirò soltanto, per concludere, che il Paolo
-e la Francesca di mia magione, aggiungono a tutte le virtù e alle
-amorose gesta dei due famosi capiscola, anche la più bella e graziosa
-ingratitudine!»
-
-Il confronto seguita ancora per un pezzo e sullo stesso tono, ma
-Giacomo, corre in fretta con l'occhio attraverso le pagine e incomincia
-a leggere attentamente dove vede ripetuto il suo nome:
-
-«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo colloquio con Giacomo,
-dopo le mie spiegazioni così franche, leali e confidenziali, se Giacomo
-fosse davvero quell'uomo di carattere saggio e prudente che vorrebbero
-far credere i suoi giornali, partito io, sarebbe anche lui partito
-subito da Villars! La gelosia di un marito è la prova più manifesta del
-suo attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche quando per un
-caso diverso dall'attuale è forse ingiusta ed eccessiva, è tuttavia
-sempre rispettata dalle persone serie e schiette, come riesce sempre
-gradita e cara ad una buona moglie, veramente innamorata e fedele!»
-
-«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed ogni
-sospetto è legittimo e sacro quando si tratta della propria moglie e
-del proprio onore, — Giacomo che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto
-molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla _Tête-pointue_.
-Con tanti uffici, con l'Italia da fare e l'Africa da disfare, l'uomo
-importante, il grande lavoratore. Sua Eccellenza, insomma, che
-aveva già dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di una
-quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine dello Stato e per
-l'assetto dell'Europa, è tuttora in villa, a far vacanza!»
-
-«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe quella cariatide piena
-di buon appetito dello zio Rosalì! E Giacomo ci sta bene e non si
-muove più da Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera... e
-a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto di Bex! Credi
-che io non abbia capito tutto? Mi fai anche l'onore di credermi un
-imbecille?... Ma quel falso tisico sentimentale, perchè è proprio
-partito... poche ore dopo che io sono arrivato?»
-
-«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso tutto sopportare,
-ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore, voglio che il mio onore resti
-intero e intatto. Costretto a partire improvvisamente per Parigi da
-affari gravi, che si potranno conoscere solo più tardi, farete tutti,
-al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò necessario, ispirato,
-come sempre, dai miei sentimenti morali e dalla rettitudine della mia
-coscienza, per la serietà e per la dignità del mio nome!»
-
-«Vita nuova e bando alle commedie vecchie! Quella cara gioia di tua
-sorella Remigia offre in questi giorni un'altra prova della bella
-gratitudine dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua —
-oh, che santa ingenuità! — in una vostra commedia altrettanto vecchia
-quanto inverosimile! Fingere gli amoretti con la nubile, sino al punto,
-magari, di comprometterla e di perderla irrimediabilmente, per coprire
-gli amorazzi con la maritata! _Oh, connu le vieux jeu! Très connu, ma
-chère!_ Non è più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno Scribe!...»
-
-E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera di Luciano,
-volgare e ingiuriosa, piena di boria e di alterigia, riempie sei pagine
-fitte.
-
-Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena stato messo alla
-porta, per tutto un giorno, da Fanfan! Il re della glicerina, aveva
-condotta al _Bois mademoiselle_ Trécoeur, per farle ammirare il suo
-nuovo _four in hand_. Luciano, è vero, aveva detto e gridato «non
-voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan Trécoeur gli aveva risposto tra due
-colpetti di tosse, non autentica:
-
-— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non voglio» _in casa mia_, è
-fuori di corso!
-
-Ed è andata! È andata al _Bois_ in un giorno di vento! E quel
-ciarlatano d'un dottore, pagato venti franchi per visita, lo ha
-permesso! E quella celebre mummia inverosimile del maestro Coccardè,
-coperto di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di _Champagne_, non
-ha protestato! La salute, la voce, quando si tratta di _mister_ Kennet,
-sono a prova di bomba!
-
-— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da
-nessuno, da nessuno!
-
-Luciano corre a rinchiudersi nella sua stanza, disperato, furente e
-sfoga la rabbia e la gelosia contro _mister_ Kennet e Fanfan scrivendo
-a sua moglie.
-
-— Ah, per Dio! Con mia moglie sposata senza un soldo, avrà corso
-il «non voglio!» e a dispetto di mio fratello!... Ah! Ah! Povera
-Eccellenza! A tu per tu con una donna deve essere più Giuseppe che
-Paolo! Ci vuol altro talento ed altro spirito per saper sedurre una
-donna!... Ma la simpatia, fra que' due, c'è... dunque, l'intenzione,
-ci sarebbe!... In famiglia! Tra cognati! Quanta immoralità! Che
-pervertimento!
-
-Giacomo, quando ha finito di leggere la lettera, la ripone lentamente
-nella busta, poi la rende a Maria dicendole cupo, senza guardarla in
-faccia:
-
-— Avevo già fissato di partire domattina da Villars.
-
-Maria, a queste parole, è scossa da un tremito: la luce de' suoi occhi
-sembra spegnersi a un tratto.
-
-— Domattina? — ella ripete con la voce rotta, alterata. — Avevi già
-fissato di partire domattina?
-
-— Sì, — risponde Giacomo, sempre a testa bassa, sempre senza guardare
-Maria, ma con una viva espressione di dolore, con una grande e
-affettuosa tenerezza. — È necessario. Necessario per me, per te, per
-tutti. E dopo questa lettera...
-
-— Questa lettera è una... infamità! Nient'altro! — Maria cerca di
-soffocare un singhiozzo disperato, premendosi le due mani alla gola.
-
-— È un pugno di fango scagliato da un delinquente pazzo, ma che è
-caduto fra di noi, per separarci! — esclama Giacomo dolorosamente. A
-lui pure un singulto secco, senza lacrime, sembra rompere il petto. —
-Non posso più fermarmi qui, dove ci sei tu! Non dobbiamo più trovarci
-insieme.
-
-Maria fa un passo istintivo, protende le mani come per trattenerlo...
-poi subito lascia ricadere le braccia, e si guarda intorno con gli
-occhi velati, smarriti, mentre le labbra smorte, agitate da un tremito
-convulso balbettano parole che non si possono afferrare.
-
-Come sarà vuoto Villars e desolato... Come sarà vuota la sua vita... e
-desolata!
-
-— Più! Mai più!
-
-Che cosa «mai più?»... Ciò che a poco a poco, grado a grado,
-lentamente, ma ineluttabilmente, le aveva riempita l'anima, il cuore,
-la vita, senza che ella nemmeno se ne fosse accorta! Oh, adesso sì!
-E come se ne accorge, adesso! Come lo sente adesso, nel momento che
-questo suo bene immenso, che la sua felicità, l'estasi, il sogno, si
-cambiano in dolore!
-
-— Più! Mai più! — balbetta ancora la povera donna, poi reclina il viso
-nelle mani e tace.
-
-Restano lì, soli, lungamente, in quella parte deserta del giardino,
-senza parlare.
-
-L'ombra degli alberi si fa densa e fredda; si appressa la sera; Maria,
-ad un tratto, alza il capo, come sorpresa e atterrita, fissa Giacomo
-a lungo con le pupille dilatate, poi si riscote rabbrividendo, alza
-il bavero, si avvolge nella mantiglia di pelliccia e si avvia per uno
-stretto sentierolo, che sale dolcemente la collina fra due siepi alte e
-folte. Giacomo le tien dietro, sempre a testa bassa.
-
-Il silenzio è profondo. Si sente appena lo scricchiolare dei piedi
-sulle foglie secche e il leggero cinguettìo di due pettirossi che si
-rincorrono nella siepe in cerca del ramo su cui addormentarsi, vicini
-vicini.
-
-— Oh, come sono liberi di volersi bene, que' due piccoli uccelletti! —
-pensano insieme Giacomo e Maria. — E noi, dobbiamo soffocare persino i
-nostri sospiri!
-
-A un tratto Maria si ferma, risoluta a parlare e si volta: si ferma
-anche Giacomo: si guardano fissi; ma non osano dirsi ciò che hanno nel
-cuore.
-
-_Cìo cìo! Cip cip!_ continuano intanto nella siepe i due pettirossi,
-vezzeggiandosi, inseguendosi, rispondendosi l'uno all'altro: _cìo cìo!
-Cip cip!_
-
-Maria fa un atto doloroso col capo... si volta, comincia a salire. Il
-suo passo è più lento, più affaticato... Giacomo le tien dietro, gli
-occhi fissi sulla bella persona di lei, ansando, spasimando.
-
-Non parlano, non si dicono una sola parola, ma Giacomo e Maria, in quel
-punto, rivolgono a sè stessi la medesima domanda: — Se fosse possibile,
-se il poterlo fare stesse in me, vorrei tornare come prima... e non
-soffrire più?...
-
-Tutti e due, al cuore che fa la domanda, rispondono col cuore, che
-prorompe palpitando — no!
-
-E tutti i pensieri dell'uno e dell'altra sono gli stessi; sono mute le
-labbra, ma le anime parlano fra di loro.
-
-« — Così ignoti, prima, l'uno all'altro, come abbiamo fatto a
-conoscerci?... Così lontani, l'uno dall'altro, come abbiamo fatto ad
-avvicinarci?... _Quando è stato?_ Dopo la lettura di quella lettera?
-Dopo il loro colloquio di quella mattina stessa?... Fino da Bex?...
-Da Napoli?... Prima, prima! Ancora prima, fin dal primo giorno!... Ma
-quando fu _il primo giorno?_... Quando si sono conosciuti, appena si
-sono veduti e prima ancora, ancora!
-
-L'ora presente, non è quella che fugge, è quella che resta
-nell'avvenire e che suscita nel passato colori e immagini.
-
-Egli parte; non si vedranno, forse, mai più!...
-
-Che importa?... Come in quell'ora e per quell'ora, si sentiranno sempre
-vicini, si sentiranno sempre uniti. Quando due anime si amano, il mondo
-non ha spazio abbastanza per tenerle tanto lontane... da non sentirsi
-più!
-
-Finito il sentiero, Giacomo e Maria sono giunti sulla cima alta e
-rocciosa della collinetta, che spunta come uno scoglio tra il verde
-degli abeti.
-
-Il sole, è appena tramontato. Sull'orizzonte, ancora una grande
-striscia rossa, di fuoco, la bocca accesa di un vulcano, rompe la
-nuvolaglia nerastra, che, a mano a mano illanguidisce, si restringe,
-sparisce dietro un immenso tendone nero. Il vento soffia d'improvviso
-e agita gli alberi sottostanti: una raffica diaccia spazza la cima
-sollevando un nugolo di polvere e di foglie secche. Poi la quiete
-profonda e di nuovo il silenzio. Più giù, in fondo alla valle, poi
-sul dorso delle colline, cominciano ad apparire, sparsi qua e là, i
-villaggi illuminati, come campi di lucciole immote. L'albergo vicino,
-con i vividi occhi delle sue cento finestre, sembra un'apparizione
-fantastica...
-
-Maria, per la prima, rompe quel lunghissimo silenzio:
-
-— Domani, a quest'ora, dove sarai?
-
-— A Ginevra.
-
-— E dopo?... A Bologna, o subito a Roma?
-
-— A Bologna, per due giorni, poi a Roma.
-
-— E con Remigia?... Con mammà?... Dopo quanto è successo oggi, come
-farai?
-
-— Remigia, sarà contentissima di sposare Totò, e contenta l'Idola, sua
-madre sarà felice!
-
-Maria fa un sospiro, riprende il sentiero e comincia la discesa:
-Giacomo la segue vicino vicino, più vicino: la sente, la respira,
-l'assorbe con l'anima e con i sensi!
-
-Il vento ricomincia: muove le cime alte; fischia nelle siepi. I due
-pettirossi non si sentono più. Maria li ricorda... ci pensa. Giacomo
-non pensa che a Maria, non sente che Maria.
-
-Fanno così tutta la lunga discesa senza mai fermarsi, senza mai
-voltarsi. Si fermano insieme, simultaneamente appena giunti al piano,
-in giardino; e insieme, con un moto simultaneo, si prendono, si
-stringono la mano convulsamente, disperatamente. Le due facce pallide,
-smorte, sono contratte, rigate di lacrime.
-
-— Sempre?...
-
-— Sempre.
-
-Maria va difilata verso l'albergo. Giacomo s'indugia ancora nel
-giardino, nel bosco.
-
-Si fa più buio; le ventate sono più frequenti e più forti.
-
-Giacomo ha bisogno di camminare, di essere solo... e di camminare!
-Più che commosso, è agitato e stordito. Le lacrime non si sono ancora
-disseccate sulle sue guance, eppure in quel momento si sente felice e
-forte. Tutto il mondo è suo! Ha bisogno di essere solo, di camminare e
-di pensare... Di pensare, appunto, alla propria felicità.
-
-— Com'è stato?...
-
-Il cuore, l'amore, hanno preso in lui il sopravvento, così
-d'improvviso, inaspettatamente. Proprio come una forte ondata, un colpo
-di mare, che lo ha travolto, che lo ha portato con sè!
-
-— Amo! Amo!... L'amo e sono amato!
-
-Poi guarda verso l'albergo e ripete a Maria, col sorriso di un
-fanciullo innamorato, mentre i suoi occhi si riempiono ancora di
-lacrime, ma non di dolore, questa volta, lacrime di gioia e di infinita
-tenerezza:
-
-— Ti voglio bene! Ti voglio bene! Cara, cara, cara!
-
-... Si ferma sussultando: dal sogno alato, ripiomba nella realtà:
-
-— Non la rivedrò forse più!
-
-La lettera di Luciano gli corre tutta in mente:
-
-— Devo partire! Non devo rivederla più!... Ma sono amato, sono amato e
-posso amarla!... Cara! Cara! Cara!
-
-Oh, quella lettera, quella cattiva lettera!... Non può scacciarla dalla
-testa!
-
-— Canaglia! Canaglia! È la lettera di un pazzo e di una canaglia!
-
-Crolla il capo, dà un'alzata di spalle: non vuol vedere altro che luce,
-altro che Maria e la chiama ancora con tutta l'anima, con tutta la
-passione: — Maria! Maria! Maria! — Ma la lettera maledetta è sempre lì,
-dinanzi a' suoi occhi, sempre lì chiara, lampante, parola per parola!
-
-— Paolo e Francesca!... Ebbene... Sì, è così; è vero! Paolo e
-Francesca! Al diavolo la lettera, mio fratello, la duchessa, tutto il
-mondo! Sì! Sì! Sì! Paolo e Francesca! È la mia vita, è la mia felicità!
-
-Si volta, esce dal bosco, entra nel giardino e tra la furia del vento
-e un chiarore freddo e sinistro di bufera imminente, fa qualche passo
-verso l'albergo, cercando, tra le finestre illuminate, la finestra di
-Maria e guardandola, fissandola, con un desiderio che è smania, febbre,
-disperazione!
-
-— Non vederti più?... Ma non dovrò vederti, proprio più?...
-Impossibile! Impossibile! È umanamente impossibile!
-
-Così, il primo raggio di speranza penetra nel suo cuore e la grande
-sicurezza di prima, la forte, l'eroica risoluzione della coscienza
-cominciano a cedere.
-
-— Chi sa... fra qualche anno?... Chi sa?... Chi può mai dire che cosa
-può accadere... magari domani stesso?...
-
-La finestra di Maria è la penultima del primo piano. Ma dietro i vetri
-non c'è nessuno, nemmeno un'ombra...
-
-Giacomo trae un sospiro e rientra nel bosco: c'è meno vento tra il
-folto degli alberi. Ritorna a pensare fra sè:
-
-— Però Luciano, con tutta la sua cattiveria, ha indovinato tutto...
-Anche a proposito di Remigia. È proprio vero che io l'ho adoperata per
-coprire, per nascondere, persino a' miei occhi, il mio amore per Maria!
-
-Rimane sorpreso, atterrito di sè stesso.
-
-— Maria?... Ma è mia cognata!... È la moglie di mio fratello! Io?...
-Amare la moglie di mio fratello? Sperare?... Che cosa?... Sono pazzo!
-È la pazzia! Domani?... Che cosa può accadere, domani?... È mia
-cognata!... È la moglie di mio fratello!... Domani?... Come sempre! Non
-vederla più... e non amarla più! Vivere e morire galantuomo!
-
-
-
-
-IX.
-
-
-Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia a piovere
-dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì Carfo che esce dalla sala di
-lettura con due grossi libroni.
-
-— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta la febbre,
-ringraziando Dio!...
-
-Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora stralunati.
-
-— Potrà alzarsi, dunque, domani?
-
-— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora chiuso occhio!... Sono
-venuta giù, apposta, a prendere questi libri di viaggio, per leggerle
-qualche cosa!
-
-Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea; è assai distratto,
-preoccupato. Non l'ascolta nemmeno.
-
-Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi:
-
-— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io domani, nella mattinata,
-dovrei partire assolutamente; ma che non posso partire se prima non ho
-parlato con lei!
-
-Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca del portiere.
-
-— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario!
-
-Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia a faccia, con
-Marco Danova in abito da viaggio.
-
-— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi salutare! — Marco
-Danova fa una smorfia che vuol essere un sorriso: gli occhietti
-stizzosi, biliosi, si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho
-mandato in camera vostra, in questo momento, il mio biglietto di
-visita.
-
-Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza aver ben capito.
-
-— Il vostro... biglietto di visita?
-
-— _Pour prendre congé!_ Sono arrivato col diluvio e parto con
-l'innondazione!... Gran bel divertimento la montagna!
-
-— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente, guardando
-verso il portone dell'albergo. Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus!
-
-— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro? Uomo infallibile? —
-Il Danova si rivolge al signor Trüb che lo aspetta col segretario e col
-direttore sull'uscio del _bureau_ per accompagnarlo fino all'omnibus.
-
-— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde il signor Trüb,
-abbassando gli occhiali dalla fronte sul naso per guardare tre orologi
-in un istante: quello del _bureau_, quello dell'atrio e il suo che
-leva di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha tutto il tempo,
-signor barone, anche di lasciar sfogare questo nuvolo che passa!
-
-— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole che passano! Me ne avete
-servite abbastanza durante questa bella stagione!
-
-Marco Danova sembra furibondo contro Villars e contro il signor Trüb.
-
-Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di dover salutare il
-Danova, se vuol liberarsene.
-
-— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a rivederci presto!
-
-— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'_Hôtel de la Paix_,
-poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa
-maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto
-tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia,
-ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa
-sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade
-ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!...
-Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è
-ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle
-scorribande domenicali!
-
-— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io,
-partirò... prestissimo!
-
-Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il
-naso becco, morde.
-
-— E... in buona compagnia!
-
-— Parto solo; domani.
-
-— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là,
-là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre
-quella: il paese dove fiorisce l'idillio, col _vergissmeinnicht!_
-
-Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel
-discorso un'allusione a Maria.
-
-Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il
-cerimonioso e gli stende la mano.
-
-— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?
-
-— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata.
-
-— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole! Anche se la lieta
-novella non è ancora, diremo, ufficialissima, mi fu data ormai come
-sicura, e non c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici,
-come me, di antica data!
-
-— Cioè? Che novella?... Che notizia?
-
-— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli deve dare la mano per
-forza. — Con molta invidia, — perchè no? lo confesso. — Con molta
-invidia, ma senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla un
-Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria che fate voi, — chi
-sa? — forse, l'avrei fatta anch'io!
-
-Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha paura di dover capire.
-
-— Che scherzi... vi saltano in mente?
-
-L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni e di sincerità:
-
-— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più lontana intenzione di
-offendervi!... Tutt'altro!... È l'epiteto che usano gli sciocchi e
-gli sbarbatelli, quando si tratta di un matrimonio alla nostra età!
-Minchioneria vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani, prima
-di aver goduto la vita, quando ancora si è forti in gambe e agguerriti
-per le grandi battaglie!... Ma quando si tocca... la china!... Tirare
-i remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico. Scegliersi
-una ragaz...zetta — l'egizio venezian batte il sostantivo schioccando
-la lingua contro il palato — quel demonietto lì, deve averli tutti i
-requisiti! — e farsene la propria moglie e il proprio regime. Per noi,
-è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra età non possiamo più essere
-amati, altro che dalle ragazze oneste.
-
-Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più il bianco che il
-nero, di papà Faraone?... Una lacrima forse? Dà una sghignazzata per
-non vincersi e non mostrarsi commosso.
-
-— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni, onorevole, e buona
-permanenza... a chi resta! E congratulazioni sincere da parte mia anche
-alla duchessina Remigia, quantunque — glielo direte! — me l'abbia fatta
-grossa!...
-
-— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca di trattenerlo: oh,
-sì! Il barone è già salito sul predellino dell'omnibus ossequiato dal
-signor Trüb, e da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra
-dinanzi e di dietro.
-
-— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio vuole, non si sono fatte
-chiacchiere! — Ma il respiro di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son
-fatte, per altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni
-per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo pensa, non sa che cosa
-fare: — Corrergli dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di
-spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a Ginevra, all'_Hôtel
-de la Paix_... gli dirò domani, che non è vero, che è matto!...
-Matto?... No, se lo ha sentito a dire, se tutti lo dicono!...
-
-Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della mano:
-
-— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!... È quella
-lettera!... È la lettera di mio fratello che mi perseguita!...
-Anche a proposito di Remigia, la cattiveria di Luciano ha colpito
-nel segno. Io, per coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta
-irrimediabilmente la nubile!... Marco Danova sarà, più meno, come
-la fama lo dipinge; ma so io, positivamente che cosa è? Posso dire
-soltanto che è otto o dieci volte milionario, che avrebbe sposata
-Remigia e che «la minchioneria» non la fa più perchè io l'ho troppo
-compromessa! Vivaddio! — torna a premersi la fronte. — C'è proprio da
-diventar pazzo!
-
-Monta lentamente le scale, entra in camera sua, ma non va a letto.
-
-— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare di distrarsi! — Passa
-nel salottino che gli serve da studio. Ci sono da raccogliere, da
-mettere in ordine tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire
-domattina, questo bisogna farlo subito!
-
-— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò... mettere il mio
-cuore in pace, parto ancora alle undici!
-
-Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare le lettere, mette
-da parte quelle alle quali farà rispondere dal suo segretario.
-
-L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce elettrica si è
-fatta vivissima. Il vento ha ripreso impetuoso: fischia e mugghia tra
-gli alberi e soffia contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di
-freddo.
-
-— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e non la rivedrò più,
-mai più!
-
-Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta di un gruppo di elettori
-per ottenere una tettoia e la fermata del diretto alla stazione di
-Borgo-salice.
-
-A metà della lettura si ferma perplesso; diventa inquieto.
-
-— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse più sposare?
-
-Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli occhi incontrano,
-per caso, il ritratto di sua madre.
-
-Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti rimorsi, suscita in
-quell'ora, nell'animo di Giacomo.
-
-— Sempre i fiori di Remigia!
-
-Gli fanno dispetto.
-
-Che differenza, che contrasto! La sua povera madre così timida!
-Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza di lusso; virtuosa fino
-agli scrupoli, pia come la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che
-contrasto il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina, in
-mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso «da signoroni» nel quale,
-sua madre, viva, non sarebbe entrata nemmeno per forza! E in mezzo
-a tutti quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la buona donna
-cresciuta, allevata dietro il banco, in una oscura bottegaccia di
-droghiere... Come non ne avrebbe voluto sapere di quei nobili, di
-quelle usanze, di quella boria! Sarebbe scappata più lontano della zia
-Gioconda! Più in là di Fiumicino!
-
-Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva sapere! Non voleva
-sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre la lettera! — aveva ragione
-anche in questo!... Come si era opposto, persino brutalmente, al
-matrimonio di Luciano!
-
-Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli usi, dai gusti, dalle
-seduzioni di quel mondo corrotto, falso nelle sue stesse apparenze
-di signorilità, falso e infido persino nei rapporti, negli affetti
-famigliari... A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare un
-perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette le ragazze, e ha finito
-con l'innamorarsi della moglie di suo fratello!
-
-— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!... L'espressione sola de'
-suoi occhi!... Quanta bontà! Quanta sincerità! Che incanto in quegli
-occhi!... Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi!
-
-Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È lì! Così
-vicina!... E non vederla più!...
-
-— Ma non dovrò vederla mai più?...
-
-Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un aiuto, un conforto...
-Ma l'immagine rimane estranea al suo dolore... fredda, severa.
-
-Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla nella valle.
-
-Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta, gli sembra udire
-la voce di sua madre, negli ultimi giorni, e quel debole filo di voce
-gli ripete continuamente, insistentemente:
-
-— Non devi vederla più! Non devi amarla più! Ritorna un galantuomo come
-tuo padre!... Sii sempre un galantuomo come tuo padre!...
-
-
-
-
-X.
-
-
-Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A forza di volere è
-riuscito a imporsi una relativa calma e a lavorare.
-
-Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto qualche brano
-della sua relazione. Insomma egli può dire di aver ripreso, fino da
-quella notte, la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica.
-
-— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima e corpo in modo
-da non aver tempo di pensare al resto!... E se vorranno i miei amici
-nominarmi ministro un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con
-le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo logoro, per il
-cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio se creperò presto!
-
-Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col
-capo:
-
-— Ma creperò... galantuomo!
-
-Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco,
-spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito,
-pesantemente. Si sveglia dopo un'ora o due, di soprassalto, con un
-grido soffocato:
-
-— Non la vedrò più!
-
-Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore.
-Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli
-ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta
-solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri,
-tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in
-viaggio. A un tratto sente bussare leggermente:
-
-— Avanti!
-
-È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio.
-
-— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina
-e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa:
-il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il
-vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle
-scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le
-stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride:
-
-— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per
-me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene,
-non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia?
-
-Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro
-la vita, appoggiata contro l'uscio.
-
-Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore
-con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad
-avvicinarsi.
-
-— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che
-volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno
-di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto.
-
-Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza
-dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè.
-
-— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e
-seriissimo!
-
-Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta,
-aspettando che incominci a parlare.
-
-Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.
-
-— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo
-così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola!
-
-Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia.
-
-— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in
-collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la...
-goffaggine di quella vecchiaccia stupida?
-
-— No.
-
-— Mi avete perdonato?
-
-— Sì.
-
-— Proprio, proprio?
-
-— Ho detto di sì.
-
-Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo,
-sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e
-giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare
-a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia!
-È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e
-chiassosa maestrina del _tennis?_... Dov'è andata la... — Oh, come gli
-risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come
-sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli
-non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo
-dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva,
-torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza
-lievemente:
-
-— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine
-amico... assente?
-
-Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa
-un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira
-malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato
-appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina del _tennis_ che
-riappare.
-
-Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano:
-
-— E se... lo facessimo tornare?
-
-— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà
-molto tempo a Villars!
-
-Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.
-
-— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no?
-
-— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in
-fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro
-tesöro!
-
-Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse di _Din_ e _Don!_
-
-— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più
-bene a voi, che non voi a Totò!
-
-— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con
-uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il
-tempo si rischiara: — Pare di no! Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Come sono
-menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona
-più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe
-fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano
-per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso
-di Totò non è attraente.
-
-Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.
-
-— Totò... è innamorato.
-
-— Di me?
-
-— Di voi!
-
-— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione! Deve aver trovato
-qualche cosa di simile, una miss con i miei connotati, in un romanzo
-inglese! — Dopo aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non sarà di
-Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente, stamattina, prima di
-partire, come mi ha detto Mimì?...
-
-— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e di voi. Della
-felicità di Totò e della vostra. Egli vi ama e voi gli volete bene; è
-buono, è giovane, è anche un bel giovane...
-
-— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo, ma questa volta con un
-atto di dispetto e diventando rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai!
-L'ho dichiarato risolutamente anche a mammà, anche allo zio Rosalì, e
-per questo, per evitar scene, lo hanno mandato in Italia. Sono stata
-io, — proprio io, — sì, sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co'
-suoi rimproveri, con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non lo amerò
-mai; e la differenza è grandissima! Gli voglio bene, ma non lo sposerò
-mai! Amico sì, marito no e basta; non se ne parli più! Eccellenza, fate
-buon viaggio!
-
-Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla.
-
-— Ascoltate...
-
-— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata, corre a rifugiarsi
-nel vano della finestra, e appoggia la fronte contro i vetri.
-
-— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la pazienza... — Se non mi
-volete lasciar parlare, non se ne parli più! Ma avete torto.
-
-Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si sfoga camminando,
-pestando i piedi e pensa fra sè:
-
-— _Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!_... Perchè crede, certo,
-di doverlo sposare così... lui, senza un soldo e lei... anche! Ma,
-d'altra parte, come spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza
-offendere la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo orgoglio?
-Non posso dirle... su due piedi: — prima di rispondere che non lo
-amerete mai, che non lo sposerete mai, aspettate di sapere che voi,
-avrete mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego, senza far niente,
-in Casa D'Orea! È certo che se potesse immaginare tante belle cose,
-direbbe subito di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima
-con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate e i sospiri della
-duchessa, in que' giorni, e insieme i dubbi di Maria, le felicitazioni
-di Marco Danova... e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto
-ciò accresce la sua irritazione. — Se può entrare nelle viste della
-madre il farlo credere e se anche Maria, per il bene che mi vuole, può
-trovar la cosa verosimile, io... non avrò mai di questi timori!... Se,
-invece, fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà un'alzata
-di spalle. — Ma che! Ma che! — Si avvicina alla finestra dov'è sempre
-la fanciulla con la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco,
-risolutamente:
-
-— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in collera?... Potreste
-aver ragione, se vostro cugino vi fosse antipatico; questo non è,
-tutt'altro; confessate anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto
-poi al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente
-vostro padre e nel matrimonio... guardo anche al di là, o al di qua,
-della poesia. Parlando appunto di ciò, con vostra sorella...
-
-Remigia, si volta con un impeto d'ira:
-
-— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da mia sorella.
-Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due... _voi due!_
-
-Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia ha detto _voi due_;
-non può reggere a quello sguardo diritto come una lama: devia un attimo
-gli occhi pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?....
-
-Remigia continua pallida, bieca:
-
-— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare Totò!... È lei,
-che vi ha messo in mente di farmi sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei,
-la cara gioia della sorellina mia... perchè... So io perchè!
-
-Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende con calma:
-
-— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere a me pure,
-questo recondito perchè? Ne ho un pochino il diritto! Sono stato io a
-mettervi, a trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso.
-
-— A voi?... _Proprio a voi_, non lo dirò mai!
-
-— A me?... _Proprio a me_, non lo direte mai?... E non potrò nemmeno
-sapere a che devo attribuire, proprio, io specialmente, questo vostro
-rifiuto e la vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa più oltre
-dissimulare. Si mette risoluto in faccia a Remigia; alza la voce:
-
-— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi. Li detesto, e
-abborro chi ne usa. Vi ho già detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego
-ancora; anzi, adesso ve lo impongo!
-
-Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce, velata da un leggero
-tremito:
-
-— _Impongo?_... Imporre a me, voi?... Con qual diritto?... Io non vi
-faccio colpa di niente e non vi domando niente.
-
-— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo, più sottovoce.
-
-Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio violento:
-
-— Basta che sappiate ciò, _voi!_ Io non sposerò nè mio cugino, nè
-nessuno! Questo è parlar chiaro? Io voglio subito ritornare a Napoli
-e da Napoli, subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre, chiusa,
-sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere anima viva, soltanto
-mammà! E questo, vi pare o no parlar chiaro?
-
-.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo, per la coscienza
-di Giacomo! Egli si sente più inquieto, sempre più turbato. Pensa,
-si rode, si sgomenta, spera ancora: — È impossibile! Non è possibile!
-Fosse anche, non può essere altro che un capriccio, una ragazzata!...
-Poi, di nuovo, trema per Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa,
-dubitasse davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?...
-
-Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce non ben sicura,
-interrompendosi spesso, come chi cerca non solo le parole, ma anche la
-via del discorso:
-
-— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi, con amicizia,
-con bontà, senza irritarvi e soprattutto volendovi ben persuadere...
-che io sono diventato vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non
-dico mai altro che la verità, proprio la verità più semplice e...
-più vera! Vi ho detto di considerarvi come una mia figliuola, e sento
-che potrei proprio volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho
-ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto di secolo!...
-E sono ancora più vecchio della mia età, perchè sono molto ammalato
-e molto stanco. La mia vita, senza gioie, senza allettamenti, va
-spegnendosi nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia adesso,
-proprio come una rosa sbocciata all'alba e che si apre al sole!...
-Ascoltatemi!... Ascoltatemi, per amor di Dio!... Per un capriccio, per
-un'ostinazione, per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa... con
-la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della vita il romanzo della
-vostra infelicità!... Ma che! Parlare voi di sepoltura e di morte!...
-Amore! Amore, figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora... E
-sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così: l'amore non è felicità
-che quando è giovinezza...
-
-Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore che palpita, poi
-prorompe a un tratto:
-
-— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi... che... io... — È
-spaventata di ciò che sta per dire. — No! No! No! Voi non mi avete
-capita, non mi capite e non mi capirete mai!
-
-— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! —
-Giacomo è fuori di sè.
-
-La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono
-di lacrime.
-
-— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la
-felicità di Totò!
-
-— E la vostra!
-
-— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque
-modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la
-sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa
-niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?...
-Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi
-la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della
-finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!
-
-Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca
-con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo
-porta agli occhi.
-
-— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane
-lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più
-interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha
-paura di quelle lacrime.
-
-Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi
-scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli
-biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno
-frequenti, le cadono giù, lungo la vita...
-
-— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che
-cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo
-alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!...
-— E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore...
-fossero sinceri... Per colpa sua!
-
-Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la
-vita e sussultano come una massa d'oro.
-
-Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla piangere così,
-disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi di Giacomo s'inumidiscono.
-
-Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto sono dolorose. Pure,
-quella bimba innocente, ha diritto, è padrona di quelle sue lacrime...
-e lui no.
-
-— Signorina!... Signorina Remigia...
-
-Remigia non risponde: piange sempre e non lo sente. Giacomo non ha più
-coraggio di chiamarla...
-
-— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io dovessi essere
-proprio la sua infelicità?
-
-In quel momento si ode un rumore di passi nel corridoio, poi si sente
-la voce della duchessa che chiama forte. Sembra irritata e inquieta:
-
-— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata!
-
-— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi spaventata, ancora tutta in
-lacrime... — Guai se mammà sapesse che io sono qui!
-
-— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva!
-
-— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme dal bosco! Mi
-ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che scena! — Remigia si rannicchia
-istintivamente, tanta è la paura che mammà la sappia lì, nel vano della
-finestra, dietro le tende.
-
-La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio:
-
-— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è andata!... Mimì! Oh
-Mimì! Sai tu dove s'è cacciata Remigia? Al _tennis_ non c'è! Nelle sale
-non c'è!
-
-— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde Mimì, dal
-terrazzo.
-
-— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!... Mi hai salvata in questo
-momento!
-
-Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno sguardo scrutatore
-e diffidente. Remigia se ne accorge, ma aspetta che sua madre si sia
-allontanata, che sia tutto quieto nel corridoio.
-
-— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla piccola porta; in
-cinque minuti sono sul ponte di Gryon prima di mammà. — I suoi occhi
-sono ancora pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! —
-ripete ancora, ma con un'espressione ben triste e dolorosa. — Ho avuto
-tanta paura di mammà; non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia!
-Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate seccature per colpa
-mia! Partite... ve ne prego anch'io, adesso! E non pensate a quello
-che vi ho detto. Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi. E
-se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate... che dimenticherò
-anch'io. — Grossi goccioloni le rigano le guance, ma continua a
-sforzarsi, a sorridere. — Guarirò! Vi fa piacere che dica così?
-Partirete tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò... ve
-lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile, ve lo giuro! Corre
-sull'uscio, si volta: protende il viso... Le labbra spirano un addio,
-un sospiro, un bacio... e sparisce.
-
-
-Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due giorni dopo, ancora da
-Ginevra, ritorna il suo servitore con una lettera assai voluminosa, che
-deve consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna Maria Grazia.
-
-Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua camera... e aspetta
-ad aprirla, di averne il coraggio. Poi, leggendola, diventa pallida più
-che una morta.
-
-_«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato, questo mio delirio
-di amore, di dolore, di rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti
-ancora la mia voce?... Te lo impongo._
-
-_«Maria! Maria! Oh, Maria!...»_
-
-Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo.
-
-Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno
-spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al
-fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti
-sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li
-guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno,
-disperdersi... sparire.
-
-— Più!... Mai più!
-
-Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di
-poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare
-per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava
-la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia.
-
-
-
-
-PARTE TERZA.
-
-
-
-
-I.
-
-
-Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè entrando al servizio
-particolare di donna Remigia, se ha perduto il titolo di capitano,
-non ha perduto il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe
-venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno, la grande,
-magnifica villa che apparteneva in origine ai Conti Bernabei. Andata
-a mano a mano in rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili
-proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite dei D'Orea,
-— il padre di Sua Eccellenza e di don Luciano, — il signor Vitale, in
-quel tempo in pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia dal
-D'Orea con l'apostrofe!
-
-Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno perchè,
-acquistandolo, aveva fatto un eccellente affare. Diceva sempre,
-compiacendosene:
-
-— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i fondi con i diritti in
-piena regola di acque e di decime, con le cascine, i rustici, e con la
-villa per soprappiù!... Una villa?... Un palazzone!... Una reggia!
-
-E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata, sgretolata egli
-cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne il tetto con qualche
-scriminatura di tegoli nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto
-di muro, ma sempre senza voler spendere, anno per anno. Più tardi,
-però, dopo morto il signor Vitale, Giacomo D'Orea demolisce tutto
-Pontereno, la parte ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica,
-e lo ricostruisce com'era _ab antiquo_ fin nei più piccoli fregi,
-compiendo una vera opera d'arte.
-
-Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale del regno di casa
-D'Orea, finchè salita al trono la duchessina Remigia Moncavallo,
-questa la sceglie come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine
-accorgimento e il buon gusto di razza, la propria Versailles.
-
-Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di un'ora, in carrozza, e
-con il tram, in venti minuti. È come se Remigia fosse in città, per le
-visite e i pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto ciò
-che le può occorrere, manda innanzi e indietro il signor Zaccarella. E
-c'è questo grande vantaggio, che la distanza, per quanto breve, tiene
-a distanza i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia;
-accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior libertà ai sovrani,
-anzi alla sovrana. Giacomo, per via della Camera quando è aperta e
-per i suoi affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi a
-Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due o tre giorni di seguito.
-
-Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive così, in piena luce;
-riempie tutta Bologna del suo sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna
-col dire: — Io vado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si
-distinguono i nobili e loro affini, il _buon genere_, insomma, ed il
-_bon ton_ dall'intruglio cittadino. Il signor Zaccarella, quando gira
-in fretta e in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione,
-seguito sempre da _Din_ e _Don_, riceve continui ossequi e riverenze
-come se quei buoni mercanti fossero stati a Villars, a prendere lezione
-di sgambetti e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri che
-sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter fermare il signor
-Zaccarella per accarezzare i barboncini e per chiedere ad alta voce le
-notizie di donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra
-gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno della _crème!_» E lo stesso
-capitano, impettito coi plebei, asciutto coi nobilucci, dignitoso con
-tutti, fa sentire, anche da lontano, che la Versailles bolognese, per
-quanto fresca fresca, non è punto democratica.
-
-La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol essere assoluta
-e sola nell'impero e ci riesce: Maria non si fa più vedere. Vive
-sempre ritirata nella villa di Fiumicino-Superiore, distante due o
-tre chilometri da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora
-Gioconda. Con la scusa di non voler accollare i propri parenti a Jack,
-— _mon Dieu! mon Dieu!_ com'è odioso quel nome di Giacomo! — Remigia
-si libera di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro!
-— costringendo i suoi due vecchi, di cui è l'idolo e l'orgoglio, a
-seppellirsi, davvero, loro, in una campagna del napoletano, soli soli e
-senza più neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli scrupoli
-e dei riguardi a cagione della piccola passioncella _ante nuptias_,
-ella ha fatto proibire a Totò, assolutissimamente, di varcare i confini
-dell'Emilia.
-
-Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella vita in carovana! Ha
-sofferto abbastanza da ragazza, la mortificazione e l'umiliazione di
-far vedere a tutto il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei
-D'Orea!
-
-— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida, per il gusto di
-far la martire, come mia sorella!
-
-— Più parenti, più seccature! Della gente di una volta, soltanto Mimì
-Carfo... e il signor Zaccarella!
-
-A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola è anche un pochino
-affezionata.
-
-Come no?
-
-Mimì Carfo, è sempre la stessa di una volta: la Mimì che piange quando
-Remigia ha le lune e che ride quando Remigia è di buon umore. Remigia,
-per Mimì, è sempre tutta una perfezione di bellezza, anima e corpo; è
-sempre la più geniale e la più cara, la più pura e la più santa delle
-creature della terra... anzi del cielo!
-
-Donna Remigia se ne compiace; ella ormai ha l'abitudine, ha il bisogno
-di questo calore, di questo fervore, di questa ammirazione cieca,
-illimitata.
-
-— Mimì sì, che mi vuol bene! — esclama la sovrana di Pontereno; e
-questo bene, tanto straordinario, le serve come di confronto per
-misurare, per vagliare il bene degli altri. Quello, specialmente,
-«senza slanci, insulso» di sua sorella.
-
-Col dire, — Mimì sì, che mi vuol bene — esprime certe volte: Mimì sì
-che ha cuore, gli altri no!
-
-Poi c'è questo, ed è forse il più, per tener Mimì a Versailles: come
-dama d'onore la contessina Carfo ha tutte le qualità oltre la bella e
-signorile presenza.
-
-In quanto allo Zaccarella, donna Remigia ha voluto averlo sotto i
-propri ordini, perchè, modificate le prime impressioni, ha capito e
-capisce ogni giorno, che un altro servitore così servitore come quel
-despota di un capitano, non sarebbe facile trovarlo; e lo ha voluto
-sotto di sè anche per il gusto di poter comandare lei — e lei sola! —
-al burbero condottiero, che aveva fatto da padrone, per tanto tempo, a
-tutta la carovana... compresa sua sorella!
-
-Il capitano, appena combinato il matrimonio di Giacomo D'Orea con
-Remigia Moncavallo, era stato subito destituito e messo alla porta dal
-suo principale. Don Luciano, in primo luogo, era furiosissimo contro lo
-Zaccarella, per non essere stato avvertito in tempo da poter impedire
-quella madornale bestialità: — la turlupinatura di un rammollito, —
-come aveva sentenziato Fanfan. In secondo luogo, questo fatto, veniva
-naturalmente a porre un certo limite alla facoltà de' suoi atti...
-di amministrazione! Bisognava, insomma, spendere meno; e non volendo
-affatto restringere le spese per Fanfan, Don Luciano aveva ridotte,
-fino alla tirchieria, le spese per la casa e per la moglie. Ogni giorno
-licenziava servitori e vendeva cavalli; chiamava, strepitando, ladra la
-sarta di Maria.
-
-Giacomo, del capitano, non avrebbe voluto saperne; ma, — come si fa?
-— Anche questa volta ha finito per cedere. Giacomo — Jack, è usato
-soltanto da Remigia e quando il marito non è presente, — Giacomo cede
-sempre a sua moglie. Cede, ben inteso, in ciò che ha importanza...
-soltanto per sua moglie! E non è la sua, la debolezza di un marito
-tenero e cieco; è piuttosto la fretta di un padre affaccendato che non
-ha tempo da perdere in chiacchiere per combattere e vincere i piccoli
-capricci della figliola.
-
-In fatti era un marito... così sempre di passaggio!
-
-Più che la duchessina Moncavallo, pare abbia sposata la ferrovia!
-
-Sua Maestà Remigia Iª constatando il fatto con la sua damigella
-d'onore, non se ne lagna niente affatto. Ella riassume così,
-sinteticamente, le più varie espressioni del suo affetto coniugale:
-
-— Vicino lontano, io, a mio marito, voglio sempre bene lo stesso!
-
-Ed è la verità: tanto più che «lo stesso bene» non vuol dire «molto
-bene».
-
-Anche vicino, — è vero, — Giacomo fa sentire pochissimo la sua presenza
-alla moglie; ma Remigia, tanto e tanto, si sente più sollevata, più
-liberamente di buon umore, quando Jack non c'è!
-
-— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira con Mimì. — Jack, lo riconosco,
-sembra proprio fatto apposta per me! Un marito, meno di così, non è
-possibile!... Ma Pontereno, senza Jack... Ah! Mi pare più bello, più
-grande, più mio!
-
-Mimì, cerca di difendere il signor D'Orea: — È tanto buono, tanto
-accondiscendente...
-
-— Ma tanto brutto! Gli occhi, ricordati, Mimì, sono la via del
-cuore! Se tu fossi brutta, non vorrei bene, — giuro, — nemmeno a
-te! Impossibile! Del resto, poco più poco meno, rammenti che cosa ti
-dicevo, i nostri discorsi a proposito del re del Nubian?... Per me,
-l'uomo è il più brutto animale della creazione! Vuoi mettere, per
-esempio, quanto è più bello un bel cavallo?...
-
-Queste confidenze, ben inteso, sono particolari e riservate a Mimì,
-sola solissima! Con tutti gli altri?.. Figurarsi! Di mogli tenere,
-affettuose, non c'è che lei! Quando poi si tratta di mettersi lei
-in confronto di sua sorella, come moglie modello, allora si professa
-addirittura innamoratissima di suo marito.
-
-— Oh, il mio Jack! — Non può vivere senza il suo Jack, a parole, e
-sfoga tutto l'amore in telegrammi, — almeno uno al giorno, — sempre
-firmato tua, senz'altro: _tua_.
-
-Il bisogno di vederlo, di andarlo a trovare, lo sente qualche volta,
-quando suo marito è a Roma, e ci sono feste. Allora sì!
-
-— Il mio Jack! Tesöro! Caro! — Parte per Roma con un monte di bauli e
-almeno dodici cappellini.
-
-A Roma, del resto, le piacerebbe di passare tutto l'inverno; ma non
-all'albergo, in quattro stanze; in casa sua; coi suoi cavalli!
-
-Adesso che può averne quanti ne vuole, Remigia ha una passione pazza
-per i cavalli. Ne ha sedici in scuderia di tutte le razze e tutti di
-razza.
-
-— Bellissima Roma, con un villino al Maccao e i suoi cavalli!... Almeno
-_Febo_ e _Desir!_
-
-_Febo_ e _Desir_, assai più inglesi veri del povero Totò, hanno preso
-il posto di _Din_ e _Don_, nel cuore di Remigia. I barboncini, non più
-profumati all'acqua di Colonia, sono abbandonati oramai — amöre! due
-amöri! — alle sole cure del signor Zaccarella.
-
-— Bellissima Roma!... Poter essere un po' padrona di Roma!... Che gioia!
-
-Ma finchè non si butta giù l'attuale Ministero, impossibile! Jack, —
-questo si sa, — non può accettare un portafoglio altro che da gente del
-suo colore!
-
-— Ah, _mon Dieu!_... Che cosa aspettano a buttarlo giù? E un ministero
-decrepito, che dura già da un anno!
-
-... Regina a Pontereno e ministressa a Roma!... Ecco la vita!
-
-
-
-
-II.
-
-
-Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non le piace regnare in
-solitudine. Pontereno è sempre pieno di gente: tutto il bel mondo della
-media e della bassa Italia!
-
-Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta. Basta che il frac non
-abbia macchie. Per le signore si agita il vaglio con circospezione
-oculatissima: non deve aver macchie la virtù.
-
-Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale, è di fronte al
-proprio sesso, di manica strettissima. E si capisce! Non può sopportare
-nemmeno un uomo solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco;
-in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono capaci non solo,
-di sopportarne, ma di amarne due, magari nello stesso giorno?...
-
-— Che orrore!...
-
-E tanto più, quanto più sono belle e ammirate. Certe signore, in voce
-di aver buon cuore, non solo non possono oltrepassare la cancellata
-della Versailles bolognese, ma sono colpite, da donna Remigia D'Orea
-con certi decreti di proscrizione che hanno vigore in Bologna, in
-Firenze e più in là.
-
-Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una sola distinzione
-assai superficiale di forme e di sartoria, ci sono le specie preferite
-e favorite: la specie _sport_ e la politica. Politica ortodossa,
-s'intende!
-
-Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza nemmeno una
-fibrilla di adipe, ha bisogno, per star bene, di ridursi alla sera
-stanca morta a furia di divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di
-donna giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque i cavalli,
-dunque le caccie, il tennis, il ballo... Dunque avanti, a Versailles,
-a corte, tutti gli _sportsmen_ autentici e ben qualificati, o ancora
-semplici aspiranti alle glorie del _turf_.
-
-Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo sono assai ricercati e
-accarezzati a Pontereno tutti coloro che, secondo lei, possono spianare
-la via del Campidoglio!
-
-Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino!
-
-«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha ormai i giorni
-contati!... Alla prima votazione il ministero è spacciato!» Ecco
-l'ultimo bollettino politico degli amici, dei clienti di Pontereno.
-
-Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in maggioranza, ma ciò
-non altera le «recentissime» dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più
-autorevoli personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano anche
-la data, in cui il morituro morirà.
-
-Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente, ma è sempre in
-giro con la carrozza, sempre in visite e più espansiva, amabile, più
-alla mano con tutti. Gli _sportsmen_, intanto, passano in seconda
-linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento.
-
-— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che vien rivolto, in
-generale, alla Sovrana di Versailles. Dacchè, secondo le sue gazzette,
-il Ministero pencola, donna Remigia va più spesso a Bologna a
-confessarsi, e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto, dunque... a
-Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo, di cui è la penitente, sebbene
-con una leggera punta d'ironia, per non compromettere il _non expedit_.
-— Dunque a Roma, donna Remigia, illustrissima! Alla famosa capitale! —
-grida con il suo bel vocione da _Tedeum_, quando s'incontrano dopo la
-messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa protettrice.
-
-L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale, consigliere
-provinciale, grande elettore, grande fondatore di giornali con i
-danari degli altri, è invitato a pranzo a Versailles, non soltanto la
-domenica, ma adesso anche il giovedì.
-
-— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama soffiando,
-gonfiandosi le gote, prima di mettersi a tavola. — Questa volta,
-duchessa Remigia, tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare
-ancora l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi!
-
-E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del circolo monarchico,
-innamorato un giorno sì e l'altro no, a vicenda, della regina e della
-dama d'onore, e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi
-Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime obbligate, che
-parole mormorano, sospirando, tenendole stretta la mano?... — Queste:
-
-— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa Remigia!
-
-Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!.... Messo da un anno e
-mezzo a riposo, con la scusa dei limiti d'età, mentre si sente ancora
-così giovane e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone,
-tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso e consumo di quei
-camorristi dello Stato Maggiore, lo stesso colonnello Baldassare De'
-Taddei, che giura e spergiura di non aprir più bocca a proposito di
-politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo in Italia, è una
-schifezza, esclama digrignando gli occhi, — denti non ne ha più:
-
-— È ora di finirla!... _Allons! Marche_, la camorra!... Piazza pulita!
-
-Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che brucia fino alle nove
-di sera, volge intanto alla fine con una nitida e immota serenità di
-cielo... Ma è laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni
-di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù davvero il Ministero, a
-Roma, a Montecitorio, non ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso
-Ministero che si butta giù da sè... per voler stare troppo ben su!
-
-Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi tra i partiti:
-appoggiandosi di qua, appoggiandosi di là, troppo debole prima, poi
-troppo forte, perde l'equilibrio e va con le gambe all'aria!
-
-Remigia lo sa per la prima, quando ancora non lo si sa nemmeno a
-Bologna, da un telegramma di suo marito:
-
-
-«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente fermarmi Roma.
-Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti saluti Mimì.
-
- «GIACOMO.»
-
-
-Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di abbigliarsi per il
-pranzo, quando riceve il telegramma: appena letto, dà un grido di gioia
-e fa subito chiamare il signor Zaccarella.
-
-— Il ministero è battuto! — esclama appena lo vede comparire sull'uscio
-del gabinetto.
-
-— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza non potrà...
-
-Remigia non lo lascia finire:
-
-— Lei deve andare a Bologna, subito subito!
-
-— Ma il tram?...
-
-— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti tutti i giornali
-della sera e dica al conte Narciso Gambara e all'avvocato Berlendis che
-li aspetto!
-
-— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non sarà quello degli
-scrupoli, ma...
-
-— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo!
-
-Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora in gola, corre
-in fretta a far attaccare e manda in cerca della contessina. Ma la
-Mimì, che ha visto dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora
-insolita, è già da Remigia.
-
-— Buone notizie?
-
-— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le dà il telegramma. —
-Io, adesso, rispondo subito a Jack quello che mi ha detto l'avvocato
-Berlendis: non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla.
-
-Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla toeletta.
-
-— Per dispaccio?... No...
-
-— Perchè, no?
-
-— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli col signor D'Orea
-e di questo genere. Un uomo serio, scrupoloso...
-
-Remigia allunga i labbruzzi comicamente:
-
-— Me-ti-co-loso!
-
-— Potrebbe aversene per male!
-
-— E allora... rispondo? Che cosa?
-
-Sul visino fresco e roseo passa una nube.
-
-Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito. È dinanzi allo
-specchio grande dello spogliatoio: si guarda... Tal'e quale come a
-Villars!... Capelli, molti capelli, magnifici capelli; ma nient'altro
-che capelli!
-
-— Ah! _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — Nello specchio si riflette anche, dietro
-di lei, la bella persona alta, elegante, in fiore, della contessina
-Carfo. — Come fa poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! —
-Dunque?... — ripiglia forte, un po' nervosetta... — Sentiamo, donna di
-consiglio! Che cosa si telegrafa?
-
-Mimì risponde in inglese e la conversazione continua in inglese per via
-della cameriera.
-
-— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso: _Addoloratissima tuo
-ritardo_...
-
-— _Addoloratissima_, no!... Non l'ho abituato ai superlativi!
-
-— _Addolorata tuo ritardo, affretto ora_...
-
-Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle:
-
-— ... _e il minuto tuo ritorno. Caso contrario, verrò io stessa a
-Roma_. Uff!... come non mi sento fatta per le corrispondenze coniugali!
-Fa tu un bel telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati
-di chiudere così: «_tenerezze — tua_». Poi gli scriverò io di non
-fare sciocchezze, che non ci devono essere puntigli di _Centro_,
-di _Estrema_ nel momento in cui il Paese e il Re hanno bisogno di
-uomini... precisamente come mio marito!
-
-— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoi scrivere ciò che vuoi.
-Però, senti prima anche l'avvocato Berlendis. Verrà stasera?
-
-— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella a Bologna, a
-cercarlo! E anche il giovane e bollente crociato che ti adora: Narciso
-Gambara.
-
-Mimì ride:
-
-— _Mi_ adora?... _Ci_ adora!
-
-— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa male a nessuno!
-
-Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola.
-È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i
-capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non
-spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno
-splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare:
-
-— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna
-seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa
-di più e prega secondo la mia intenzione.
-
-— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore.
-
-— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli
-Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice!
-Felice! Completamente felice!
-
-
-L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti
-e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino:
-hanno appena finito di pranzare.
-
-— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua
-carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando.
-
-L'avvocato, sempre stile _régence_ con le signore, bacia prima la mano
-alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina
-Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo
-mazzo di fiori, che divide fra le due signore.
-
-Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto
-sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con
-un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento
-e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour,
-e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la
-cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota.
-Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un
-nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice
-della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti
-irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa
-non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico,
-non resta impresso che il naso.
-
-— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.
-
-— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.
-
-Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i
-giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati,
-ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra.
-
-— Ho cercato... Ancora non c'è niente!
-
-— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere
-la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento
-all'ufficio del _Vespertino_. — È il suo ultimo nato. — Avevano
-appena appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina:
-Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe!
-
-— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella
-vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa!
-Sédan!
-
-L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si
-leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e
-tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa
-più volte in giro sulla faccia gocciolante.
-
-— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!
-
-— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente
-a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva
-un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e
-avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare,
-contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia!
-
-— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di
-sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di
-prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della
-mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare
-sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua
-esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile
-di non mancare alla chiamata!
-
-— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute...
-
-— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai
-stato tanto bene!
-
-— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le
-idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia
-che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità
-e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito
-dell'ordine non deve espellere, ma assorbire!
-
-— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte
-Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più
-improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina,
-cattivona?!...
-
-Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la
-corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di
-sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben
-altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia
-deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più.
-Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento,
-serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni
-e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le
-approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!»
-del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte
-Gambara ha diritto di dir la sua!
-
-La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la
-parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli
-obblighi dell'uomo di Stato.
-
-— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un
-sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e
-sgranando gli occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto,
-tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che
-commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei!
-
-Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi
-sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona!
-
-Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure
-il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico
-dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea,
-Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il _Vespertino_,
-di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore
-invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter
-ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio
-di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna
-Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime
-elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come
-dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia
-ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel
-mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie:
-
-— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È... _sst_...
-l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una
-volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli
-occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui!
-
-— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però
-però!.. Anzi, più appetitosa assai e più resistente per il consumo
-quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del
-matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come
-si fa, santo Guìo! Come si fa?
-
-La lettera di donna Remigia è già partita per Roma; si attende la
-risposta d'ora in ora, con ansia; niente. Giacomo lascia passare due
-o tre giorni, senza mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto,
-per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato, e, per
-conseguenza, nemmeno in Narciso Gambara. Tutti e due cercano di
-tranquillare donna Remigia:
-
-— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come l'onorevole D'Orea? Chi sa
-che baraonda, che trambusto! D'altra parte, prima di rispondere, vorrà
-poter mandare qualche notizia sicura!
-
-— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia!
-
-Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica esprime i suoi
-dubbi:
-
-— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli fare la
-lezione...
-
-— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che io ho scritto senza
-sapere tutto quello che l'avvocato... mi ha fatto scrivere quasi per
-forza!
-
-
-
-
-III.
-
-
-Remigia, ormai, non ha più altro in mente che Roma e il Ministero. La
-sua vanità e il suo orgoglio, la sua smania di prevalere e di dominare,
-sono attizzati in lei dal corso stesso degli avvenimenti, più ancora
-che dall'eloquenza e dall'abilità di Ciro Berlendis. «Ottenere ciò
-che più si desidera e desiderare ciò che è più difficile ottenere»
-potrebbe essere la sua divisa. Certo, il raggiungere l'impossibile
-è sempre stata la sua mira. Ma, d'altra parte, ha ormai capito che
-nelle cose serie, il voler indurre suo marito a fare a modo degli
-altri è impossibile... e resta impossibile per tutti e anche per
-lei... Specialmente per lei! Da ciò, incertezze, timori, che nel caso
-presente rendono più vivo e sfrenato il suo desiderio di andare a
-Roma ministressa. Fin da quando Mimì a Villars, le ha fatto balenare
-la prima idea di diventare la moglie di Sua Eccellenza, ella si è
-subito veduta a Roma, a Corte, moglie di un uomo che è ministro e
-potente perchè lei possa fare, disfare, a diritto, a rovescio, elargire
-favori, grazie e... segnare condanne. Appena sposa, appena padrona
-di sè, libera e ricca, il nuovo regno, la Versailles di Pontereno,
-l'hanno soddisfatta, lusingata. Ma tutto ciò non l'ha allontanata,
-anzi l'ha condotta a mezza strada da Roma. Finchè il Ministero aveva
-navigato in acque tranquille e non c'erano state crisi in prospettiva,
-nessuno pensava a diventar ministro... e nemmeno lei! Ma adesso che
-non si parla d'altro, adesso che tutto scompare, che i giornali sono
-pieni di ministri probabili e improbabili, adesso che tutti gli occhi
-sono rivolti a Roma, adesso che tutti la preconizzano ministressa, —
-comincia persino a giungere qualche supplica, — adesso, lì, proprio
-lì, nel suo regno di Pontereno, che cosa sarebbe diventata se Giacomo
-non avesse avuto un portafoglio?... Addio primato, addio influenza su
-Bologna, addio Versailles!... Altro che regina! Le sembrerebbe d'essere
-diventata la mogliera... del sindaco!
-
-— _Ah! mon Dieu! Mon Dieu!_ — Continua a far pregare Mimì, secondo la
-sua intenzione.
-
-E Giacomo?... Giacomo persiste a non rispondere, o risponde soltanto
-per ricambiare i saluti. Remigia scrive, riscrive, premurosa,
-affettuosa, tenera... ma non può ottenere nessuna notizia precisa.
-Dipenderà dal colore del Ministero. Dipenderà dalla sua salute.
-
-— Sempre la salute e sta sempre benone!
-
-La smania di Remigia diventa febbre e cresce ogni giorno di grado.
-Con tutti gli altri, persino con l'avvocato Berlendis e con Narciso
-Gambara riesce ancora a contenersi abbastanza, ma sola con Mimì, dà in
-escandescenze:
-
-— Lo fa apposta, quel... Giacomo, per farmi rabbia! Scommetto che c'è
-sotto mia sorella!
-
-— Che ti salta in mente! — Mimì, è sconvolta, affannata per l'amica
-sua. — Che ti salta in mente?
-
-— Sì! Sì! Non mi scrive nulla per farmi dispetto e c'è sotto mia
-sorella! Oppure, prima di decidersi in qualche cosa, invece di scrivere
-a me, scriverà a lei per consigliarsi e anche quell'ipocrita tirerà in
-ballo la salute!
-
-— No, no! Remigia! non è possibile!
-
-Mimì, non trattiene più le lacrime: le versa abbondantemente.
-
-— Possibilissimo! Va là! Va là!... Io ne so più di tutti!... «L'acqua
-cheta rompe i ponti» direbbe lo zio Rosalì! E mammà, cara gioia,
-risponderebbe: «Acqua minuta, bagna e non è creduta!» Per fortuna,
-però, io, adesso, tengo Luciano nelle mie mani!
-
-Ma ben presto Donna Maria Grazia è dimenticata e le ire contro di lei
-svanite. Anche se Giacomo non risponde a sua moglie per rassicurarla,
-questa è sicura, ormai, ch'egli sarà ministro. È stato chiamato anche
-Giacomo D'Orea al Quirinale per essere interrogato intorno alla crisi
-e al modo migliore e più costituzionale per risolverla, e i giornali,
-amici e avversari, gli attribuiscono una di quelle frasi che dicono
-molto, e per tutti i gusti, appunto perchè non dicono nulla: _È il
-momento per gli uomini di buona volontà, di averne una._ L'onorevole
-D'Orea sarà ministro. Adesso le inquietudini di donna Remigia sono
-soltanto per il portafoglio.
-
-Quale sarà?
-
-Ogni giorno le «ultime notizie» recano una nuova ricomposizone del
-Ministero; il nome dell'onorevole D'Orea c'è sempre, in tutte le
-liste, e ci rimane; soltanto, ogni giorno cambia di posto. Lo mandano
-dalle _Finanze_ al _Tesoro_, dal _Tesoro_ ai _Lavori Pubblici_,
-all'_Agricoltura_, _Industria e Commercio_, per rimandarlo da capo al
-_Tesoro_ o alle _Finanze_.
-
-— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira Remigia con la Mimì. Purchè non
-si vada all'_Istruzione Pubblica_! — Per gli _Esteri_, ella ha capito
-che non ci sono speranze. — Un ministro dell'Istruzione, sempre con
-tutti que' maestri, ha troppo del professore... e sua moglie, della
-professora. No, no! Piuttosto, accetto le _Poste e Telegrafi_!
-
-In queste sere Pontereno è più affollato del solito e di una folla
-assai più rumorosa e gesticolante. Il tè, lo _sherry-cobbler_, sono
-stati sostituiti dal vino bianco, gramolate e paste. Tutti discutono,
-tutti gridano, propongono nuove leggi, fanno e rifanno il Ministero
-che non è ancor fatto; ristabiliscono l'ordine anche dove non c'è
-disordine, salvano le finanze dello Stato e lo Stato dalle finanze!
-Sembra di essere in un piccolo Montecitorio, dove tutti gridano di più
-per farsi intendere che sono della stessa opinione e dove il signor
-Zaccarella, usciere della Presidenza, guida con un'occhiata vassoi
-e servitori, sta attento alla luce elettrica e passa dalle sale in
-giardino e dal giardino rientra nelle sale, sempre attento ai cenni di
-Donna Remigia, sempre sostenuto e impettito.
-
-Fra quella gentaglia si sente fuori di posto. Tranne il conte Gambara,
-il colonnello De' Taddei, l'avvocato Berlendis e un po' l'arciprete,
-del resto _non ci tiene_ conoscenze. Il suo mondo naturale è quello
-degli _sportsmen_.
-
-Il povero capitano, oramai, non solo può dire che s'è trovato al foco,
-ma può vantarsi di essere stato messo da donna Remigia a prova di
-bomba!
-
-— Ma!... Con donna Maria Grazia, sarebbe tutt'altra cosa!... Questa
-maledetta piccola è proprio fatta per andar d'accordo con quel cane di
-don Luciano!
-
-In una, appunto, di queste sere, arriva la grande notizia ufficiale: è
-il portafoglio dei _Lavori Pubblici_. In fatti, da un paio di giorni,
-il nome di Giacomo D'Orea è nelle varie liste del nuovo ministero,
-sempre allo stesso posto: ai _Lavori Pubblici_.
-
-Giacomo D'Orea, dovendosi adattare, anche per insistenze venute
-dall'alto, ad entrare in quel Gabinetto riuscito incolore per averci
-tutti i colori, avrebbe preferito di andare ancora alle _Finanze_ o al
-_Tesoro_; ma alle _Finanze_ bisognava mettere un lombardo, al _Tesoro_
-un piemontese, per via dell'equilibrio regionale: non c'è proprio che
-i _Lavori Pubblici_. Giacomo esprime ancora qualche incertezza, mette
-nuove condizioni, poi finisce con l'accettare... o quasi.
-
-Gli costa assai il dover proprio dire quel _sì!_
-
-Anche il suo dottore, — il dottor Davos, — che cosa non gli ha detto e
-predetto?
-
-Ma questo poco male; anzi!
-
-Perchè affannarsi e seccarsi per tirare innanzi? Perchè e per chi?...
-Non ha nessuno al mondo; più nessun affetto e nessuna idealità.
-Lavorare, servire il Paese, a che scopo, con che gusto?... Non c'è più
-onestà, non c'è più fierezza. È il momento di chi è più buffone, più
-ciarlatano e più prepotente!... Che cosa ci sta a fare lui, a Roma?...
-E al mondo?... Che cosa ci fa?
-
-È l'avvocato Berlendis che porta il dispaccio ufficiale a Donna
-Remigia. L'avvocato lo ha avuto alla redazione del _Vespertino_.
-
-— I _Lavori Pubblici_? — Remigia resta pensierosa un istante... poi
-pensa che gli poteva capitare l'_Istruzione_, che ormai... — non
-c'è più dubbio, — ministressa lo è e a Roma ci va: ha uno scoppio
-improvviso, nervoso, per Jack, per Giacomo, per suo marito — tesöro — e
-gli vuol telegrafare immediatamente.
-
-Tutti approvano l'idea: la folla, battendo le mani rumorosamente,
-l'avvocato e Narciso Gambara coi cenni del capo. Il signor Zaccarella
-porta in persona l'occorrente per iscrivere e lo presenta a donna
-Remigia con un fare così burocratico e spedito, come se lui, ai _Lavori
-Pubblici_, ci fosse da un mese!
-
-Ognuno dei presenti, ha la sua brava frase da suggerire: ma poi, Ciro
-Berlendis, dopo essersi asciugato il sudore col piccolo tovagliolino
-del gelato, in piedi, una mano sulla spalliera della seggiola e l'altra
-sul fianco, principia a dettare:
-
-«Nostro Berlendis... recami ora notizia ufficiale... tua nomina
-_Lavori Pubblici_... comunicata redazione _Vespertino_. Impressione
-favorevolissima... intera cittadinanza. Amici esultanti...»
-
-L'avvocato si ferma, guarda Remigia, che continua a scrivere, dicendo
-forte le parole:
-
-«... commossa abbraccioti, desiderosa vederti, esserti vicina,
-arriverò... domani sera a Roma.»
-
-«Tenerezze.
-
- «Tua.»
-
-Un nuovo scoppio d'applausi più fragoroso del primo. Il signor
-Zaccarella prende il dispaccio e scompare.
-
-— E i bauli? — Donna Remigia diventa seria a un tratto, fissando Mimì.
-— E tutti i bauli?
-
-— Ci penso io! — risponde Mimì abbracciando l'amica stretta, stretta,
-già presa dall'affanno per doverla lasciare.
-
-Il signor Zaccarella ritorna subito: da bravo capitano ordina i primi
-spari dello _Champagne_.
-
-I visi si accendono e i discorsi. Soltanto l'avvocato Berlendis,
-sdraiato sopra un canapè, beve gelati, beve _Champagne_, e torna a bere
-gelati. Soffia, sbuffa, cola sudore da tutte le parti, ma lo lascia
-colare e tace.
-
-Quando c'è folla, il Cavour di Pontereno risparmia la propria facondia.
-Tanto quella gente lo sa che è un grande uomo e che donna Remigia
-non move passo senza consultarlo. E anche il conte Gambara, non vuol
-confondersi. Solo solo, ritto in piedi accanto all'uscio che mette in
-giardino, ingolla cognac, fuma sigarette e fa l'occhio di triglia, come
-capita capita, a Remigia o alla Mimì.
-
-L'arciprete tutto in ghingheri con la larga fascia di seta moarè e lo
-zucchetto di raso, doni di Sua Maestà la Regina di Pontereno, diventa
-espansivo. Anche lui ha contribuito a quel fausto giorno!... Anche lui
-ha preparato — e come! — l'avvento di donna Remigia al potere!... Ma
-non si arrischia di dire tutto ciò esplicitamente. Si sa che un prete
-non deve immischiarsi con la politica: ma lo fa capire con strizzatine
-d'occhio eloquenti, con abili reticenze: — Per diana! — Se lui a votare
-non ci va, è lui che manda a votare gli altri!
-
-Il colonnello Baldassare De' Taddei, rosso di collera, ferma a un
-tratto donna Remigia, facendole un'intimazione:
-
-— Si guardi dai Boeri! Simpatie per i Boeri? Guai! Si ricordi, a Roma,
-che l'Inghilterra sarà sempre l'Inghilterra!
-
-Fervono i brindisi al nuovo ministro dei _Lavori Pubblici_, al nuovo
-Gabinetto, all'Italia, alle loro Maestà, ma i più entusiastici e i più
-frequenti sono rivolti a donna Remigia «alla nostra duchessa Remigia;
-alla più bella delle ministresse!»
-
-L'avvocato si tira su in tre tempi, puntando il braccio:
-
-— Alla moglie di Sua Eccellenza... a Roma!... Ma sempre alla nostra
-Regina... a Pontereno!
-
-Beve un altro bicchiere fra un subisso di applausi, poi ricasca di
-peso, gocciolante, sul canapè.
-
-— Auf! Che caldo!
-
-Anche Narciso Gambara fa un brindisi a Remigia sotto voce, alzando
-appena verso di lei la coppa spumeggiante, con un'espressione piena di
-sottintesi, di rimproveri e di carezze:
-
-— Cattivina! Cattivona!
-
-Remigia lo consola con gli occhi vivaci, pieni di promesse... assai
-lontane:
-
-— Verrà anche lei a Roma!
-
-Narciso s'inquieta:
-
-— Ma sì! Ma sì! Ma intanto no!... Sono sempre tutti lì, con gli occhi
-aperti! Come si fa, santo Guìo! Come si fa? — Rialza di nuovo il
-bicchiere per giustificare il troppo lungo discorso a bassa voce: — E
-a Roma, anche a Roma sarà sempre così... — la vocina ha un improvviso
-salto di chiave... — così cattivona?...
-
-In questa circostanza, chi mai lo avrebbe preveduto? L'inesauribile,
-il più fecondo improvvisatore di brindisi di tutto il reame di
-Pontereno e stati limitrofi, Marco Bragotto, ha dato negli scogli. Ha
-già fatto un brindisi, bellissimo, a Sua Eccellenza, sulle rime date
-dall'arciprete: Italia — Religione — Battaglia — Conciliazione; ed è
-stato applauditissimo. Adesso vuol farne un altro per donna Remigia, ma
-pensato con rime sue, e non ci riesce:
-
- A te Signora, in questo dì solenne
- Devoto il mio pensier volge le penne
- A te di Ponteren... alma... regina...
-
-No. Il concetto c'è; anche la rima «inchina», ma il verso non va. Il
-cavaliere Marco Bragotto si rode, si arrabbia, non beve più, non parla
-più: tutta la serata gli è andata di traverso e non si scuote nemmeno
-agli spari dei petardi lanciati in aria dal capitano Zaccarella, che
-mormora sdegnosamente all'orecchio del colonnello:
-
-— Ci vuole di questa roba, per i villani!
-
-Remigia è felice, radiosa; strillando, si tappa le orecchie con le
-bianche mani ingemmate quando scoppiano i fuochi artificiali e finge
-di spaventarsi. A forza di dover rispondere ai brindisi, è anche lei un
-po' accesa; le sue parole, i suoi gesti, le sue risate sono più vivaci
-del solito. La sovrana assoluta è diventata una reginetta un po' più
-liberale, chè, lei felice, vorrebbe rendere felice anche tutto il suo
-reame.
-
-Al colonnello De' Taddei, promette che parlerà subito al ministro della
-Guerra perchè ripari le ingiustizie e gli procuri un buon posticino...
-sedentario. All'arciprete fa balenare il regalo di tutti i paramenti
-nuovi e i tendoni per il _Corpus Domini_; assicura l'avvocato, a
-proposito del _Vespertino_, e tra due cedri del Libano, fuori dal
-raggio della luce elettrica, riceve un bacetto dal conte Narciso, ma
-soltanto sulla guancia, di volo.
-
-Lo _Champagne_, _Mumm extra dry_, che lo Zaccarella fa distribuire
-soltanto a chi vuol lui, lo ha fatto diventare birichino, birichino.
-
-Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma non dimentica gli
-affari. Ogni tanto, ferma la Carfo:
-
-— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi, con le penne! Le
-_toques_, con i fiori!
-
-Oppure:
-
-— Ricorda alla Carolina il vestito _tailleur_ di _drap_ bianco!
-
-Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto mentre le confida le
-sue pene poetiche e le recita que' due primi versi che gli son venuti
-così bene e così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto
-il mio pensier volge le penne», — per correre in gran fretta a dire a
-Mimì:
-
-— Tutti i miei _bijoux_ e anche tutti i miei ombrellini e i miei
-ventagli! Non ti pare?... Si sa mai!
-
-
-La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme ancora placidamente e
-sogna di dare il suo primo gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli
-degli ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da due ore
-in faccende per la roba e i bauli, quando portano un dispaccio. Mimì
-e la cameriera si consultano in silenzio fissandosi negli occhi: il
-dispaccio viene da Roma, non può essere altro che del signor D'Orea. Il
-caso è troppo importante: l'Idola non ha ancora sonato... ma anche se
-dorme bisogna svegliarla!
-
-La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella camera buia in cui
-si sente un respiro lieve e quieto di bambino e un forte profumo
-d'ireos... Apre le finestre... Remigia si sveglia di soprassalto.
-
-— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato!
-
-— È arrivato adesso un dispaccio...
-
-— Un dispaccio?... Sarà _il suo!_ Dammelo!
-
-Remigia si alza a sedere sul letto: la camicia scivola da una parte, ma
-i capelli cadendo addosso, la coprono tutta.
-
-— _Ah, Mon dieu! Mon dieu!_ Con questi capelli!
-
-Mimì glieli prende lei, delicatamente, con le due mani, per liberarle
-la faccia.
-
-Remigia apre il dispaccio e legge:
-
-
-«Ti consiglio, per ora, restare Bologna. Giorni di gravi preoccupazioni
-non di esultanza. Spero ancora non accettandosi mie ultime condizioni
-restarmene fuori saluti affettuosissimi ringrazioti.
-
- «GIACOMO.»
-
-
-— Ecco! — esclama Remigia, diventando bianca dalla collera. — Ecco!
-il vero tira-molla incontentabile! Ma sai che quest'uomo ha proprio
-fissato di farmi diventar matta?
-
-— No, cara, pensa invece...
-
-— Non difenderlo! Te lo proibisco! — Remigia dà un balzo sul letto
-come una furia. — Tu vuoi sempre difendere tutti quelli che mi fanno
-dispetto, che mi odiano!
-
-Mimì pallida, impietrita, non osa più dire una parola; non sa più
-scusare nemmeno sè stessa.
-
-L'Idola, a poco a poco si calma. Torna a cercare di liberarsi dai
-capelli, non può. Mimì glieli avvolge, glieli torce sul capo fermandoli
-con gli spilloni.
-
-— Ma sì!.. _Restarmene fuori!_... Per far ridere tutte le mie care
-amiche e nemiche di Bologna. _Ultime condizioni!_ Ma che cosa crede
-di essere, per farsi tanto pregare? Gli Esteri, già, non glieli hanno
-mica voluti dare perchè non si fidano. Ma parla! Rispondi! Non far la
-mummia! — Remigia torna ad arrabbiarsi. — Hai proprio fissato anche tu,
-di farmi star male? Di farmi piangere?
-
-Mimì copre l'amica di baci, sui capelli, sulle mani: c'è tanto amore,
-tanta sommissione e tanta umiltà nelle sue carezze!
-
-— Io... vado a Roma lo stesso!
-
-— Però lo avverti, prima, che vai!
-
-Remigia riprende il dispaccio che ha stracciato e buttato sul letto.
-Unisce i due pezzi e lo rilegge attentamente.
-
-... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni di gravi
-preoccupazioni, non di esultanza — Spero ancora — non accettandosi
-mie ultime condizioni — starmene fuori — saluti affettuosissimi —
-ringrazioti» — Non dice, _non voglio_; dice: _ti consiglio per ora_.
-Che te ne pare?...
-
-— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma affettuoso...
-
-— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non è mio marito? Dove c'è
-lui, ho diritto di starci anch'io, perchè... voglio essere una buona
-moglie.
-
-— In questo hai ragione.
-
-— E perchè non devo essere libera di vedere mio marito quando
-voglio?... Non l'ho mica sposato per star sempre sola! Lui, a Roma, ed
-io relegata in questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno! Sono
-stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa, stufa di avere sempre
-nelle orecchie, giorno e notte, l'inno delle cicale e delle rane al
-Messidoro! Sentile: _quà, quà, quà!_ Hanno già cominciato! Dammi da
-scrivere!
-
-Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul tavolino, la porta sul
-letto e l'apre. Remigia pensa, poi scrive:
-
-«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai cedere insistenti
-preghiere amici desiderosissima vederti abbracciarti parto lo stesso.
-
- «Tua.»
-
-— Va bene?
-
-La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non trova altro che una
-piccola correzione da fare:
-
-— Invece di _parto_, dovresti scrivere _partirei_ domani sera.
-
-Remigia accetta e fa la correzione. Due ore dopo, arriva la risposta di
-Giacomo:
-
-«Vieni pure domani sera ma conduci teco signorina Mimì. Prevedo temo
-avrò poco tempo disponibile farti compagnia. Saluti affettuosi.»
-
- «GIACOMO.»
-
-Remigia nel dare il dispaccio da leggere alla Carfo salta dalla gioia e
-l'abbraccia ripetutamente:
-
-— Sono felice! Sono felice! Sono felice!
-
-Mimì ha gli occhi pieni di lacrime, tanta è la gioia di non dover
-lasciare l'amica.
-
-— Vedi com'è buono?... È tanto buono il signor D'Orea!
-
-— Buonissimo! — risponde Remigia con entusiasmo. — E poi, così, c'è più
-tempo per tutto!... Anche di scrivere a Milano per la mia mantelletta
-di _chinchillà_ e il _renard_ bianco. A Villa Borghese e al Pincio farà
-fresco, qualche sera!
-
-
-
-
-IV.
-
-
-La partenza di donna Remigia da Pontereno e da Bologna è una doppia
-festa trionfale. A Pontereno il sindaco ha fatto suonare la banda
-civica in onor suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla
-stazione, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici,
-è ossequiata dalle autorità e salutata dagli amici, per l'occasione
-più che mai numerosi ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor
-Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto lo sport.
-
-Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari, sotto la tettoia
-ben illuminata, per raggiungere il _vagone-salon_, si forma una folla
-di curiosi che la seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per
-poterla vedere:
-
-— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La più alta?
-
-— No! È la più piccola!
-
-— Carina assai anche la piccola!
-
-— Questo è davvero un bel Gabinetto!
-
-— Vorrei entrarci anch'io!
-
-— Evviva le bionde al potere!
-
-— Evviva!
-
-Qualcheduno comincia anche a battere le mani.
-
-Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul
-terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi
-vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro,
-attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di
-ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando
-con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso;
-è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata,
-desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.
-
-Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i
-Bolognesi? Simpaticöni!
-
-Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone,
-sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo
-bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di
-attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori il
-_vagone-salon_ per la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama
-d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la
-sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!»
-abbracciandole in ispirito, tutte e due.
-
-L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando
-ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare
-presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla
-contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un capo-traffico, un
-ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi,
-uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli
-salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, —
-un bell'inchino, — e scendere dall'altra.
-
-Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In
-quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara
-che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che
-lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto.
-
-— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un
-posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da
-brava!... Anche senza stipendio!
-
-I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il
-prefetto.
-
-L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si
-sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per
-aiutarlo a salire.
-
-Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non
-compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a
-inferiora.
-
-Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità
-è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e
-minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già
-alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le
-guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non
-saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!
-
-— Indietro, signori!... Partenza!
-
-Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo in bilico sulla punta
-del piede destro; si rinnovano, con maggiore animazione saluti e auguri
-e il treno parte.
-
-Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina:
-
-— Chi sa, a Roma!
-
-— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure accoglienze e feste
-straordinarie.
-
-— Basta che non arrivi troppo spettinata!
-
-Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona e resta lì tutta
-notte, seduta scomoda e senza quasi poter dormire, per non arrivare a
-Roma con i capelli scompigliati.
-
-Invece a Roma... È una bella delusione!
-
-Il treno non si è ancora fermato e già Remigia sporge il capo dal
-finestrino sicurissima di scorgere Jack — tesöro! — sotto la tettoia,
-in compagnia de' suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano,
-un _tararan_, _tararan_ di marcia reale... Invece, nessuno! Fra tanta
-gente, nessuna conoscenza!
-
-— Mimì!... Giacomo non c'è!
-
-— Impossibile!...
-
-Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai vari scompartimenti
-si allontanano a frotte, con i facchini. Dinanzi al loro vagone non
-c'è che la Carolina appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a un
-grande scatolone posato per terra.
-
-È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da Milano all'ultimo
-momento.
-
-— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda la Carfo alla cameriera.
-
-— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!... Si chiamano e non
-si degnano nemmeno di rispondere! — La Carolina è di malumore; ancora
-tutta piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera di
-polvere.
-
-Remigia rientra nel vagone: non può credere a sè stessa.
-
-— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che io arrivi con un'altra
-corsa!
-
-Mimì resta un istante pensierosa:
-
-— No, non può essere; non c'è che questo treno diretto, che arriva a
-Roma da Bologna, alla mattina.
-
-— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro?
-
-— Chiarissimo!
-
-«_Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò finalmente
-abbracciarti domattina — tenerezze infinite. — Tua_».
-
-Remigia passa dall'avvilimento alla collera.
-
-— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta espansione?.... E non
-si muove nemmeno per venirmi incontro?...
-
-— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento!
-
-— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se si fosse trattato di mia
-sorella...
-
-Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette a gridare:
-
-— Ecco! Ecco!
-
-— Chi?...
-
-— Il signor Gaudenzio!
-
-Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto emettere un grido di
-allegrezza alla cameriera, rende la padrona addirittura furibonda.
-
-— Andiamo, Mimì! Scendiamo!
-
-— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta!
-
-L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta:
-
-— Anche tu! Lasciami stare!
-
-Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e la caccia nella
-borsettina rossa.
-
-Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma dal signor Gaudenzio
-di non dormire tutta notte e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello!
-
-Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i baffi, la cravattina
-colorata e con un piccolo bastoncino sempre fra le mani. Ha l'aria più
-di un sensale che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire:
-sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di trentanni in casa D'Orea.
-Ha cominciato facchino di studio, poi fattorino, e al presente, mezzo
-servitore e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza!
-
-Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla mattina presto, e si
-mette subito a raccontare ridendo, alla signorina Remigia, l'avventura
-che gli è toccata:
-
-— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade, in questa stazione!
-E io, mi ci perdo!... Anche stamattina, invece di prendere la strada
-di Bologna, ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!...
-Credo, io, che non le vedevo arrivare!
-
-— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più
-irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere.
-
-— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per
-mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando
-potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione! Glielo dica anche
-lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è
-stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro!
-
-Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel
-«signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo
-guarda più in faccia.
-
-Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare
-con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare
-innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.
-
-— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!
-
-Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta in _botte_
-accanto alla ragazza.
-
-— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo
-voglio mai vedere, assolutamente!
-
-— Non dubiti, signora duchessa!
-
-— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito
-Giovanni, da Pontereno!
-
-Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna
-Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione.
-
-— Vieni, Mimì.
-
-Mentre prendono il caffè, Remigia continua a brontolare:
-
-— Spero che questa volta, almeno, non avrai il _tuppè_ di voler sempre
-difendere quel tuo — ci pensa, poi trova la parola — quel tuo _apata_
-così bene educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai apposta...
-perchè mi odî!
-
-Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e per questo Remigia
-si arrabbia ancora di più.
-
-— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti nasconda anche i miei
-dispiaceri...
-
-— No... Scusa!... — Mimì è disperata.
-
-— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta colpa tua!
-
-— Colpa mia?
-
-— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida, per amor del
-cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo di non venire a Roma
-così a precipizio! Ma già, è inutile; sei fatta... come le tedesche!
-Famosissima per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace di un buon
-consiglio!
-
-Appena all'albergo, _aut aut!_
-
-— O mi date l'appartamento col balcone grande che dà sul Corso, o vado
-all'_Hôtel de Russie!_
-
-— Ma è stato Sua Eccellenza...
-
-— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto nemmeno dipinta!
-
-Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà sul Corso; ha tutto ciò
-che vuole, ma non è contenta.
-
-— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così soddisfatta di trovarmi
-a Roma, che non vedo l'ora di essere di ritorno a Bologna!
-
-E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso pensa ancora con
-trasporto e con rimpianto mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea
-del bagno d'amido, alla violetta.
-
-— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi... Simpaticöni!
-Vi voglio un gran bene! — Per vendicarsi di Jack e dei Romani che non
-erano andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte, sulla punta
-delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'! a un bolognese
-qualunque: magari all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto.
-
-Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua color perla,
-profumata, in tremule onde circolari e ripensa a quel bel momento
-trionfale della sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto
-così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila, agitare i cappelli
-mentre il treno si muove... Rivede tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il
-colonnello De' Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara...
-
-Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere l'acqua con la
-mano, più lentamente.
-
-— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel... _apata_. Fosse stato
-anche il Presidente dei Ministri, lui avrebbe piantato lì qualunque
-affare di Stato, per venirmi incontro alla stazione, chi sa con
-quanti fiori e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza
-l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a goccia a goccia — ... una
-_lunghissima_ lettera!... E voglio telegrafare a mammà di venir subito
-a Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il mio Totò, che
-vuol andare al Cairo lui... a morir di passione!
-
-Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si tuffa, si risospinge a
-fior d'acqua e di nuovo si lascia andar giù sprofondandosi dolcemente,
-chiudendo gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo:
-
-— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!... Amöre! Ah, che delizia un buon
-bagno tiepido dopo tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che
-piacere!... Non c'è al mondo un piacere... una più grande... voluttà...
-
-Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e latte donna Remigia va
-sul balcone a respirare, mentre Mimì, il signor Zaccarella e persino il
-segretario dell'albergo, sono tutti in moto con i facchini, per mettere
-in ordine il salotto, come vuol lei.
-
-— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal balcone. — E anche
-quell'orribile Colosseo!... Sembra dipinto da un cuoco famoso per i
-croccanti!
-
-Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire a poco a poco.
-
-Remigia guarda in istrada; quelli che passano si voltano in su: c'è da
-far passare il tempo.
-
-— È allegro il Corso, alla mattina!
-
-Viene Mimì sul balcone, con una lettera.
-
-— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta.
-
-— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà risposta, manderò il
-signor Zaccarella!
-
-La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata in piedi al
-balcone voltando le spalle alla strada, ma continuando a sbirciare,
-a destra e a sinistra, quelli che passano e guardano in su, rompe la
-busta e legge:
-
-— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una lettera di mammà?...
-
-Legge prima il bigliettino, perchè è più corto.
-
-«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione! Verrò _certissimo_
-a pranzo e cercherò il modo, se sarà possibile, di poter aver libera la
-serata. Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei più affettuosi
-saluti, una letterina molto gentile e buona, che ricevo in questo punto
-dalla tua mamma.
-
- «GIACOMO».
-
-— Ah, _mon Dieu!_... Stasera sarà stanco, e con la scusa
-dell'emicrania, la solita callotta di piombo, si resterà in casa a far
-venire le dieci, per andare a letto! E questa benedetta mammà, tanto
-farmi girare per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo
-che cosa c'è di gentile e di buono.
-
-La duchessa Cristina si congratula impiegando quattro paginette
-fitte fitte, per l'assunzione al potere del «genero amatissimo», del
-«figliuolo dilettissimo», sciorinando elogi e complimenti con la più
-colorita e calda espansione.
-
-«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo a te e a tutti,
-figlio mio: la tua grande modestia non potrà mai soffocare il mio
-orgoglio legittimo, di madre. In quest'ora difficilissima, la Patria
-ha bisogno de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti, non
-potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo benissimo tutto
-il tuo grande sacrificio e perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più.
-Io sono fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo sai bene,
-carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata la mia gioia prediletta. Con
-lei, ti sei preso il mio cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la
-consolazione, il conforto de' miei capelli bianchi...»
-
-Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che prima del suo
-matrimonio con Giacomo D'Orea, mammà scriveva... a Luciano. Era lui,
-allora, Luciano, anche senza salvare la patria, anche senza essere
-ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo, il suo
-legittimo orgoglio. E se lei Remigia, è sempre stata davvero l'Idolo
-prediletto per il cuore materno, è però altrettanto vero che nelle
-lettere di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia, la superba
-compiacenza, la consolazione e il conforto dei capelli bianchi!
-
-Remigia continua a sorridere terminando di leggere la lettera e
-riponendola nella busta.
-
-— Che cambiamento, ha fatto mammà!
-
-E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo» non era
-ascritto certamente fra gli uomini migliori della patria!...
-
-— _Bum!_
-
-Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza Mortadella, egli
-era, invece, secondo l'opinione di mammà e dello zio Rosalì, uno
-degli uomini famosi... per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano
-dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo tutta la famiglia
-approvava e lo zio Rosalì faceva eco, mormorando: — Mah!.. La croce non
-fa il cavaliere... e nemmeno la commenda!
-
-— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino, e ogni altra
-bestia più bestia, è mio cognato Luciano!
-
-Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere.
-
-— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo ha domandato la mia
-mano!... Che cambiamento di scena! Povero Luciano! Detronizzato come il
-doge Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars con la cattiva
-idea di opporsi al mio matrimonio?... Le furie di mammà!... «Mi avete
-messa in croce una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...»
-E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi pazzo è nato, muore
-matto!...» Persino il voltafaccia, il relativo _pronunciamento_ del
-capitano, e per colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!...
-Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di lei!... Soltanto
-l'umilissimo e ossequiosissimo signor Trüb!... — A Remigia sfugge
-un'altra risata. — Com'era buffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii
-e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva una foca!
-
-Il pensiero della giovane signora si allontana nel passato: i ricordi
-succedono ai ricordi.
-
-— La _Tête-pointue!_... Villars! Che bel paese!... Incantevole!...
-Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E come ballava bene! Altro che
-Narciso Gambara!
-
-Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto di Re Faraone
-innamorato... Rivede gli occhiacci di missis Eyre furibondi contro
-_Din_ e _Don_... Poi, a un tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in
-istrada:
-
-— _Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!_
-
-È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo.
-
-— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!...
-
-Remigia dà un grido di gioia.
-
-— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano!
-
-Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà girare tutta Roma, i
-teatri e divertirsi!
-
-— Che bravo! Che bella improvvisata!
-
-Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che vuole; i loro
-rapporti sono cordialissimi. Luciano, è vero, è molto cattivo con
-sua moglie, che è poi la sorella di Remigia, ma questo a Remigia,
-poco preme. Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta
-gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla moglie ciò che spreca,
-stupidamente, con l'amante; ma questo, a Remigia, che fa, che importa?
-Anzi, «la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere il
-cognato contro la sorella: Maria è una esagerata, una donna troppo
-eccessiva e... opprimente.
-
-— Ah, _mon Dieu!_ Che tragediografa!
-
-In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiare la cognatina
-perchè, davvero, la trova molto _chic_ e poi... per ingelosire e far
-dispetto al fratello e alla moglie.
-
-— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per uno. E con questa
-_Franceschina_ qui, forse... chi sa?
-
-.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala: i cognati
-si abbracciano festevolmente e tornano insieme sul balcone.
-
-— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora sossopra.
-
-— Perchè non sei venuta al _Grand hôtel?_
-
-— Jack vien sempre al _Roma!_
-
-— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da miliardario. — Per
-spendere meno. Sempre l'uomo di carattere: moderato in politica,
-moderato nelle spese! Del resto, lui poteva restare al _Roma_ e tu
-venire al _Grand hôtel_. Questo, adesso, si usa. È assai più comodo
-tanto per il marito, come per la moglie.
-
-Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina con un ghignetto
-canzonatorio:
-
-— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa!
-
-— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni!
-
-— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado. Ministressa? — Le
-prende una mano e gliela bacia. — Regina, _for ever!_
-
-— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me te la sei cavata abbastanza
-bene. Ma, e con Jack?... Gli hai mandato, almeno, un telegramma?
-
-I baffettini di Luciano si rizzano irti, per l'altezzoso disprezzo:
-
-— Oh, mainò!... Sono disgrazie che capitano così all'individuo, come
-alla Nazione!
-
-Remigia finge di non aver capito e si volta verso il salotto.
-
-— Signor Zaccarella! Per favore! Faccia portare due sedie!
-
-Il signor Zaccarella, le porta lui stesso, in persona.
-
-Don Luciano lo squadra in cagnesco:
-
-— E... come va la vitaccia, caro capitano?
-
-— Benissimo!... Fosse andata sempre così! Mi comanda altro, duchessa?
-
-— No, grazie. Quando tutto è finito, me lo faccia sapere.
-
-Risponde Mimì, che ha già salutato Luciano, di passaggio nel salotto:
-
-— Facciamo presto! Non dubitare!
-
-— Come hai saputo che arrivavo stamattina?... — domanda Remigia a
-Luciano appena seduti.
-
-— Oh, diavolo! Ormai, sei diventata una donna illustre... Pubblica!
-L'ho letto sul _Fracassa!_
-
-— Sul _Fracassa?_ — Remigia diventa rossa dalla gioia. Che c'è sul
-_Fracassa?_ — Chiama di nuovo il signor Zaccarella. — Mandi a prendere
-il _Fracassa_ di stamattina! Subito!
-
-— Non occorre! L'ho io! — Luciano leva la gazzetta di tasca e la porge
-alla cognata. — C'è un telegramma con la tua partenza da Bologna.
-
-Remigia sfoglia ansiosa il giornale:
-
-— Dove?
-
-— In terza pagina...
-
-— Ecco! Trovato! — Remigia legge a mezza voce: «Ieri sera, sotto la
-tettoia della stazione, alla partenza del _direttissimo_ per Roma,
-notavansi, in gruppo, le più cospicue personalità cittadine, nella
-politica, nelle lettere, nelle arti, nell'aristocrazia e nell'alta
-finanza. Era una eletta rappresentanza della nostra Bologna, memore
-e grata, convenuta per presentare gli ossequi del commiato a quella
-intellettuale signora che è la duchessa Remigia D'Orea Moncavallo,
-moglie di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici. Ella si reca
-alla Capitale, a raggiungere il marito, cui sarà di conforto, fra le
-gravi cure del suo dicastero l'aver presso di sè l'esimia donna, fida
-consigliera e compagna.
-
-«L'alta società bolognese rimpiange la regina dello spirito e
-della eleganza che migra ai saloni della terza Roma, ove Ella saprà
-diffondere il fascino delle sue grazie e del suo ingegno, nell'aure
-sature di politica e di diplomazia». — Mimì! Mimì!
-
-Invece di Mimì, si presenta ancora, nel vano della finestra, il signor
-Zaccarella.
-
-— La contessina è andata con la Carolina a disfare i bauli. Devo
-chiamarla?
-
-— No; prenda. — Gli dà il _Fracassa_. — Lo porti alla contessina
-Carfo. Le dica di leggere qui, — segna il punto con il dito, — questo
-dispaccio da Bologna.
-
-Il signor Zaccarella se ne va col giornale leggendo la corrispondenza
-telegrafica pieno d'unzione rispettosa.
-
-— Perchè non mi sei venuto incontro?
-
-— Oh bella! Se ho letto la notizia mezz'ora fa? E poi, figurati!
-Immischiarmi con il mondo politico, ufficiale e... _forcaiolo?_...
-Peuh!
-
-Donna Remigia lascia correre: non vuol far sapere al cognato che tutto
-il mondo politico ufficiale e forcaiolo, era rappresentato... dal
-signor Gaudenzio!
-
-— Jack non t'ha detto ch'io sarei arrivata stamattina?
-
-— Mio fratello... cerco di vederlo il meno possibile. È un metodo di
-cura preventiva, contro il mal di fegato.
-
-Remigia ride, poi domanda:
-
-— E mia sorella? È qui?
-
-— Oh, no, per grazia di Dio e volontà di chi comanda! È a Fiumicino, a
-far la cura dell'aceto e a sobillare la zia Gioconda!... A metterla su
-contro me!
-
-— La zia Gioconda? — Remigia è assai maravigliata.
-
-— Fiumicino superiore e Fiumicino inferiore, sono ormai un Fiumicino
-solo!... Immagini tu, Maria, con la sua superbia e le sue ridicole
-schifiltosità, sempre insieme e in lega con la zia Gioconda?
-
-L'Idola si fa seria: — Certo, certissimo! È per amore di Giacomo che
-quell'ipocrita lacrimosa di sua sorella ha voluto conquistare la zia
-Gioconda! — Ma resta pensierosa un attimo soltanto, rasserenandosi
-subito con una scrollatina di testa. — Facciano un po' quello che
-vogliono! Lei è a Roma per divertirsi!... E lei, e non sua sorella, è
-la moglie dell'onorevole D'Orea, del ministro!
-
-Si china sulla seggiola sporgendo verso Luciano il visetto arguto:
-
-— Tu, allora... si capisce! Sei qui per la divina arte canora!
-
-Don Luciano arrossisce leggermente facendo un sorriso da fatuo, senza
-dire nè sì, nè no.
-
-— Già, già, già! — continua la maliziosetta. — Teatro Costanzi:
-_La Manon!_... Oh, bella! Diventi rosso?... Ancora? Ma sì! Rosso!
-Rossissimo, sino alla radice dei capelli... che non hai!... Bravo
-cognatino! Perduto il pelo, ma conservato il pudore! — Poi soggiunge
-sottovoce, risolutamente: — Ricordati: questa volta, voglio proprio
-vederla!
-
-— Vieni alla prima della _Manon_.
-
-— Certissimo! — Riflette un istante, poi soggiunge con un'alzata di
-spalle, — Giacomo non lo saprà nemmeno.
-
-— Allora bisognerà fissare un palco, oggi stesso. — Don Luciano assume
-un'aria di grande importanza. — È già venduto più di mezzo teatro!
-
-In fatti Fanfan Trécoeur era stata preceduta a Roma dall'eco clamorosa
-del grande successo a Milano, al _Dal Verme_. Tre sere di trionfo e tre
-_piene_, costate a don Luciano, complessivamente, una cinquantina di
-mille lire. Ma la gloria... è cara; e per dare la scalata alla _Scala_,
-bisogna cominciare col _Dal Verme_ e passare dal _Costanzi_ e dalla
-_Pergola_. — Dunque intesi! Mi prendi un palco e andiamo insieme!
-
-Il cognatino rimane esitante: l'altra capisce a volo.
-
-— Sicuro! Quella sera, sarai impegnatissimo! Avrai da dirigere, da
-guidare la _claque_! Vuoi che per l'occasione ti ceda il capitano?
-Senza complimenti! — Remigia è indispettita. — Andrò al _Costanzi_ con
-Mimì!
-
-— Perchè, con Mimì? — Luciano cerca di rasserenarla. — Ne troverai,
-qui, di amiche e di conoscenti, quante ne vuoi! Intanto, la marchesa
-della Gancia!
-
-— Quanita? — esclama Remigia con gioia.
-
-— Un'idea! Stamattina, visto che non sei ancora in ordine, t'invito io
-a colazione, e vado a invitarti anche i della Gancia.
-
-— Al _Grand hôtel?_
-
-— Al _Grand hôtel!_
-
-— Accettato!
-
-— Ma... — Luciano abbassa un po' la voce. — Se si potesse risparmiarci
-l'incomodo della signorina Mimì?
-
-— Mimì?... Figurati! Ha dodici bauli da mettermi a posto!
-
-— Ah! — Luciano fa un largo sospiro di sollievo. — In premio ti offro
-un giretto in automobile, per farti venire appetito!
-
-A Remigia, la proposta sorride moltissimo: tuttavia rimane un po'
-dubbiosa.
-
-— E poi?.. Jack?... Che cosa dirà?
-
-— Ci sei stata altre volte con me, in automobile, a Bologna, a Milano e
-l'orso non ti ha graffiata!
-
-— Va bene, ma... oggi è diverso! E... proprio a Roma!
-
-— Oggi è diverso? — Luciano rifà il solito ghignetto. — Perchè sei
-diventata Sua Eccellenza la Ministressa?
-
-Remigia si arrabbia:
-
-— Non fare l'antipatico! Sai, che mi dà ai nervi!
-
-— _Pardon_, signora Eccellenza! Ti farò soltanto osservare che la
-grande stagione della politica è agli sgoccioli, motivo per cui, puoi
-prenderti qualche piccolo svago anche essendo al Governo! Il Re, ieri
-sera dopo la presentazione e il giuramento dei ministri è partito
-per Venezia, e a Roma a rivederci a novembre! Oggi stesso, fatta la
-presentazione del nuovo gabinetto, o domani al più tardi, sarà chiusa
-anche la Camera. Non solo dunque puoi fare un giretto in automobile
-stamattina, ma dopo colazione, ti propongo una volata fino a Porto
-d'Anzio, con la della Gancia, per vedermi a nuotare.
-
-— No! No! — Remigia scrolla il capo vivamente. — Oggi voglio proprio
-andarci alla Camera! Tanto più se si deve chiudere così subito! Che
-peccato! E poi? E Jack?... E mio marito? Pensa, non l'ho ancora veduto!
-
-— Oh Dio! Quale orribile sventura!...
-
-— No! No! Facciamo adesso un bel giretto, dicendo che si va al _Grand
-hôtel_ e, per oggi... basta, _tuff, tuff!_ — Si alza chiamando forte: —
-Mimì! Ti saluto! Luciano mi ha invitata a colazione! Carolì! Fa presto!
-Vieni a mettermi il cappello!
-
-Fa per correr via, ma l'altro la ferma.
-
-— Devo prima avvertirti... di una cosa.
-
-— Quale? — Ella lo fissa attentamente. I baffettini all'insù, alla
-russa, il cognatino è di una serietà quasi solenne. — Che c'è?
-
-— Ti avverto che io sono... socialista.
-
-— Tu? — Remigia dà una grande risata. — Tu?
-
-— Sì, io; persona prima. Sono socialista e _mi-li-tante_.
-
-— Col permesso... di _Manon?_
-
-— Ridi pure. È cosa lecita alle signore, quando hanno, come te,
-bellissimi denti!
-
-Fa, scherzando, per darle un bacio; Remigia si tira indietro.
-
-— L'Estrema con la Destra?... Che ibridissimo connubio!
-
-— Ridi! Ridi! Ma quando lo saprà, a Camera nuova, se ne accorgerà e non
-riderà mio fratello!
-
-— Quando saprà... che sei socialista?
-
-— Che sono socialista.
-
-Remigia lancia sul cognato un'altra occhiatina ironica.
-
-La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica e con tutti i suoi
-giornali, in fatto di socialismo è ancora alle prime nozioni confuse
-e sbagliate. Ella crede dunque, che Giacomo debba essersene di già
-accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza aspettare la
-Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione D'Orea. Ma di
-ciò, adesso... _cito_. Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato.
-Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per il primo giorno
-di lune! Oh, allora, senza voler entrare in certi argomenti, ma lo
-dovrà scontare il socialismo!.. Altrochè!
-
-
-
-
-V.
-
-
-Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con
-gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute
-della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa
-una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie.
-
-Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse,
-chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che
-Remigia non c'è, prova un senso di sollievo.
-
-— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?
-
-— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione al _Grand hôtel!_
-
-Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor
-D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica.
-
-— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra,
-non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in
-automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata!
-Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea!
-
-Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di
-Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria
-Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto,
-sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul
-ritratto di Maria.
-
-La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha
-detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe
-forte, replicatamente.
-
-— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi? Con tutto il cuore e
-con tutta l'ammirazione che sento per lei?...
-
-Giacomo si scuote, balzando in piedi.
-
-— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni e l'eccellenza!
-Mi dia invece dell'imbecille e mi faccia le condoglianze! — Si apre
-l'uscio; si volta: — Oh, bravo, il caffè!
-
-Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per l'improvviso accesso
-d'irritazione, aspettando muto, gli occhi fissi, che il cameriere
-deponga il vassoio sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha
-ordinato nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia due tazze,
-avidamente.
-
-— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi a forza di caffè e
-di tè. Ma sono... galvanizzazioni usuraie, come dice, ammonendomi, il
-dottor Davos!
-
-Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore: è pallido, smunto,
-ma con gli zigomi accesi e con la fronte madida di sudore. Ha le
-occhiaie gonfie, con le borse; le tempie vuote.
-
-— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto giù, non è vero?
-
-— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di rossore. — Si vede soltanto,
-che è molto stanco! Si capisce, del resto, col grande lavoro di questi
-giorni! Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è vero? Ella potrà
-prendersi un po' di vacanza e si rimetterà presto. E poi, deve far bene
-anche sentirsi l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni!
-
-— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo s'interrompe
-con un sorriso amaro; — oh! le mie soddisfazioni sono addirittura
-straordinarie!
-
-— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non dica così! Non sia
-tanto ingiusto con sè stesso e con gli altri! Non è una soddisfazione
-grandissima il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti la
-stimano?
-
-Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i piedi.
-
-— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina, ma a brutte
-cose, brutte parole! — E la prova di essere ciò che sono, l'ho data io
-stesso, accettando un portafoglio, al quale neanche sono adatto, in
-questo momento, in queste condizioni e con questi uomini! — Giacomo
-finisce con l'alzar troppo la voce, diventando a mano a mano sempre
-più concitato e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole che glielo
-dica?... Io sono l'uomo «che non sa più dir di no!» E non lo ero! Non
-sono nato imbecille!... Ero un uomo forte, tenace, persino testardo!
-Io avevo una volontà e arrivavo a qualunque costo dove volevo e dovevo
-arrivare! Sì, sì! Ero proprio così! Sembravo un timido, ma ero timido
-soltanto in società; con le signore!
-
-— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta, quasi
-impaurita. Non ha mai veduto il signor D'Orea infuriarsi, diventare
-così pallido e stravolto. Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a
-girare su e giù, a pestare i piedi, a gridare.
-
-— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi, con i miei
-avversari!... E con le canaglie, sono sempre stato forte, persino
-violento! Doveva sentirmi allora, signorina, alla Camera, negli Uffici,
-in Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio di piantare
-in asso il Governo e di mandare il Ministero a gambe all'aria piuttosto
-di cedere e di piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia,
-la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male, oggi... sono un
-debole.
-
-— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna a prendere la mano, a
-stringerla fortemente. — Non dica così!
-
-— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene! Lei, vede, lei
-signorina, mi ha conosciuto tardi, quando non ero più io, quando
-ero già diventato l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si
-ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica per il giuoco del
-_tennis_... e a Roma, non ho saputo dir di no al Quirinale!
-
-Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e cala la portiera.
-Giacomo capisce di essersi lasciato trasportare e torna a buttarsi
-sulla poltrona avvilito e spossato.
-
-— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare di bocconi
-amari!... Per ciò, l'irritazione che ho addosso! — Giacomo, così
-dicendo, si contorce dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e
-correre lungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari, infilati tutti
-sulla grande forchetta del bene indissolubile della Patria e delle
-Istituzioni!
-
-— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione...
-
-— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di carattere!
-
-— Ma non sa...
-
-— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre
-parlare!
-
-Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta,
-tendendo le mani giunte, supplichevoli.
-
-— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario
-di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo
-che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a
-furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato
-dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più
-che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino
-che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale
-nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!
-
-Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.
-
-— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di
-essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni
-ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non
-sa più dir di no!
-
-Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a
-Mimì, seriissimo, torvo:
-
-— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?...
-La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla
-testa!
-
-— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea,
-— balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di
-rimprovero.
-
-Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si
-preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando
-piano, ma risolutamente:
-
-— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica
-sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare
-seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le
-lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri
-tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca
-oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto
-il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un
-riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella,
-nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai,
-_mai_, che, disgraziatamente, io sono ministro!
-
-Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra
-smorte, tremano convulse.
-
-Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene!
-
-— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente,
-la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi,
-tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di
-approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o
-un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi!
-Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo avesse a
-succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir
-di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglie _ipso
-facto_ a Pontereno o anche molto più in là!
-
-... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di
-vesti...
-
-— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia
-nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta,
-felice, beata!
-
-— Di che cosa?
-
-Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita
-espansione.
-
-— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!
-
-— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!
-
-Giacomo ha paura che sua moglie incominci con le felicitazioni e i
-complimenti; però, soggiunge, per cambiar discorso:
-
-— Dunque, hai fatto colazione al _Grand hôtel_ con Luciano? Io ho
-avuto appena il tempo di bere un po' di tè e mi scuserai se non ti sono
-venuto incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato in questi
-giorni, lo sapevi già.
-
-— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho trovata la cosa
-naturalissima; non è vero, Mimì?
-
-— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco sicura.
-
-— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha da reggere... il
-timone dello Stato...
-
-Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare un bel discorsetto, ma
-Giacomo l'interrompe.
-
-— Hai trovato qualche persona di conoscenza al _Grand hôtel?_
-
-— Sì! C'erano moltissimi amici nostri.
-
-Giacomo la fissa, scrollando il capo.
-
-— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi amici, devi dire
-_miei_, cioè _tuoi!_ Io ne ho avuti due soli, in vita. Uno è morto e
-l'altro è al Transvaal!
-
-Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e la tocca pianino nel
-gomito.
-
-— Ho fatto colazione con Quanita.
-
-— Quanita?... Chi è?
-
-— La della Gancia.
-
-— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era anche il marito
-fedele... ai Borboni?
-
-— Sì.
-
-La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla, e Remigia si fa
-forza.
-
-— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera.
-
-— Alla Camera?
-
-— Quanita, per poter stare insieme, invece di andare nella tribuna di
-Corte verrà con me in quella del Corpo diplomatico.
-
-— A che fare alla Camera?
-
-— A sentirti parlare!
-
-— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.
-
-— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne
-può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo?
-— Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche
-quelli di Mimì.
-
-Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una
-seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica.
-
-— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto?
-
-— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi!
-Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei
-almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a
-colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere?
-
-— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè
-dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno
-prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e
-risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa
-indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico!
-Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche...
-Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al
-tuo modo di sentire.
-
-Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a
-fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono
-le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne
-vuol sapere:
-
-— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di
-mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia
-sorella! Sempre mia sorella!
-
-— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la Carfo spaventata. Ma Remigia
-non l'ascolta più e continua, ironica a sua volta:
-
-— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino! Ha la buona, ha la
-cara compagnia della zia Gioconda, con la quale se la intende... a
-meraviglia!
-
-Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie un'occhiata terribile:
-
-— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa vorresti insinuare? Se
-mia cognata ha dell'affetto ed è piena di riguardi per nostra zia, tu,
-invece di... fare come fai, dovresti cercare d'imitarla!
-
-— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il grande modello! Dovrei
-imitare il grande modello! Ma... come si fa?... Tutti non possono avere
-le doti, le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima...
-perfezione!
-
-— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo battono convulsamente.
-— Io ho bisogno, almeno in casa mia, di tutta la quiete possibile.
-Spero... Voglio sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi,
-per avvelenare anche i pochi momenti che posso avere di riposo...
-Sarebbe troppo! Ah, vivaddio, sarebbe troppo!
-
-Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura, nè per dolore; anche
-lei per dispetto e per ira.
-
-Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere il cappello
-afferrandolo furiosamente per andarsene; poi torna vicino alla
-moglie squadrandola bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli
-l'allontana con la mano, mentre si curva su Remigia parlandole quasi
-all'orecchio:
-
-— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi, non ci credo più. Puoi
-risparmiarle. Sarà tanto di guadagnato per tutti e due! Ti saluto! —
-Quando passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza fermarsi
-e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane assente solo pochi minuti.
-Ha capito di essersi lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è
-pentito. Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po' confuso,
-guardando le due giovani signore e scrollando il capo con tristezza
-grande. Mimì continua ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli
-occhi torvi, è tutta fremente e vibrante di collera.
-
-Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma dinanzi alla moglie,
-curvo, le braccia penzoloni, in atteggiamento umile, di scusa:
-
-— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello
-che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno
-quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi
-rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più
-piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi
-montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar
-matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà;
-speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos
-e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante,
-bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti
-sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... —
-Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo
-più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo
-un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi
-trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto,
-ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora
-la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti!
-
-Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima, le escandescenze
-di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e
-doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore.
-
-— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si
-attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita
-che le verrà raccomandato.
-
-— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora
-appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce
-rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla
-quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da
-marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un
-rimedio contro la mia... cattiveria!
-
-Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e
-con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col
-rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per
-le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato
-combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli
-occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.
-
-— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita?
-
-— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande
-divertimento!
-
-
-
-
-VI.
-
-
-— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Quante teste pelate!
-
-È l'esclamazione di donna Remigia appena si sporge dal parapetto
-della tribuna diplomatica, e gira gli occhi in fondo all'aula di
-Montecitorio.
-
-— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Com'è brutto qui! — Si era immaginata la
-Camera dei Deputati, assai più grande, più bella e più sfarzosa.
-
-La marchesa della Gancia la guarda sorridendo:
-
-— Ma come?... Non c'eri mai stata?
-
-— Mai! Quando dico a Jack di condurmi in qualche posto, o non può,
-o se può... sta poco bene! Ma adesso ho preso il mio partito: andrò
-dappertutto senza di lui!
-
-— E farai benissimo!
-
-Approva anche il marchese Pio della Gancia, il marito di Quanita.
-
-Remigia torna a sporgere il capo e a guardar giù. L'aula va sempre
-più affollandosi. Alcuni onorevoli, non teste pelate, ma arruffate, in
-piedi o sdraiati dietro i lor banchi, parlano fra di loro, gesticolando
-animatamente. Remigia, sta un po' osservandoli, poi domanda, con aria
-scandalizzata, facendoli notare anche al marchese:
-
-— Come mai?... Tutti i deputati non sono in abito nero?
-
-Il della Gancia allunga il collo, guardando lui pure giù «nella bolgia»
-come la chiama, piacevolmente. Ma poi, in fretta, si tira indietro, e
-sporge le labbra nauseato:
-
-— Ah! Ah! Quelli sono i _Rabbagasse_ dell'Estrema Sinistra! — Il
-marchese, che parla con uno spiccato accento napoletano, pronunzia
-_Rabbagasse_ con due _bi_ e facendo sentire la _e_.
-
-— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il frac dovrebbe essere di
-rigore!
-
-— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio fa un gemito che sembra
-quasi un muggito. — Ma! Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico!
-Non è vero, Quanita?
-
-— Già... appunto!
-
-La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di qua, di là, risponde
-chinando il capo con la vivacità meridionale, alle profonde riverenze
-che le rivolgono, dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e
-del centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della tribuna
-di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto a guardare in giro
-ansiosamente e a cercare, a cercare... qualcheduno che non c'è. A un
-tratto, l'occhialetto si ferma, puntato diritto alla tribuna della
-stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in piedi, proprio nel
-mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno, con la barbetta rossiccia,
-la cravatta sgargiante e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta
-subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia, poi, scambiato con
-la marchesa un cenno quasi impercettibile, va in cerca di un posto per
-sedere.
-
-La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si rivolge con un
-sorriso al marito che continua a far la predica: lo ascolta e lo
-approva del capo.
-
-— La democrazia monta e quando si dice democrazia intendi furfanteria
-e soprattutto volgarità!... Ormai, tornare indietro non si può!
-Bisogna andare fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare
-indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo in pochi... i
-rimasti, i superstiti!
-
-Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le palpebre per non vedersi
-dinanzi la propria effige penzoloni a una lanterna. — Mah!
-
-Anche le due signore, restano lì, per un momento, soprapensiero.
-Poi Remigia torna a guardar giù, nell'aula, per vedere se i deputati
-cominciano a guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo sempre
-di mira la tribuna della stampa.
-
-Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale da Ferdinando II,
-ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex re Francesco, — nel fisico
-e nel morale: nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino e dai
-baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole da lasagnone.
-Del resto, a parte la spaghite di dover passare un'altra volta per la
-ghigliottina, egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non
-è per lui altro che un affastellamento di nordici e di _meridioni_,
-affatto precario. In fondo al suo cuore, ed è per questo che non li
-aborre, ma li compiange simpaticamente, è ben convinto che i Sovrani
-piemontesi sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio,
-sospirando il momento di ritornare a Torino e, magari, addirittura in
-Sardegna. Quando sua moglie è stata prescelta come dama d'onore della
-Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre dama d'onore
-della seconda moglie di Re Ferdinando e sua nonna della prima, il
-marchese Pio, non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi...
-dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione da suo cognato, Esente
-della Guardia Nobile, che avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano.
-
-Remigia si leva un guanto e con la bellissima mano ingemmata aggiusta e
-rimette a posto alcuni fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella
-ci tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i Centri sono
-affollati. Soltanto nei settori di Destra c'è del vuoto. La tribuna
-degli ex deputati, la tribuna della Real Corte e della Presidenza, sono
-rigurgitanti di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente, tutte
-circonfuse dallo sventolìo incessante, affannoso dei ventagli. Perchè
-lassù, sotto le vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio
-romano, diventano insopportabili.
-
-— Duchessa Remigia!
-
-Il marchese la chiama, toccandola appena, leggermente, sul braccio. Si
-offre per indicarle tutte le più spiccate notabilità della Camera.
-
-— Sì! sì!... Bravo!
-
-Remigia è contenta: gli si fa più vicina per sentire. Il marchese
-sta fermo, assapora quell'odore di biondo, lui che ha la moglie nera
-come l'inchiostro, e gongola. Ha una grande simpatia per Remigia.
-Prima di tutto, per quanto costretta dalle conseguenze... della
-rivoluzione, a doversi imborghesare morganaticamente con un D'Orea, è
-sempre una duchessa Moncavallo; e in quanto al fisico, — oh, madonna
-del Carmine benedetta! — è sempre stata la sua passione il genere
-magrolino, tenerino; il tipo infantile, acerbo, che ha ancora... del
-_guaglioncello!_
-
-— Vede, donna Remigia, nella tribuna della Real Corte, quella vecchia
-signora con quell'enorme tuppè di capelli bianchi? È una delle più
-intriganti collaresse...
-
-Ma donna Remigia non gli bada. Non ha tempo di occuparsi delle
-vecchie signore. Sbircia con la coda dell'occhio molte teste pelate di
-onorevoli che si agitano indicandola l'uno all'altro.
-
-— Domani mattina, presto, bisogna mandare il signor Zaccarella a
-prendere il _Fracassa!_
-
-Continua con la bellissima mano a lisciarsi i capelli e a guardar giù,
-senza averne l'aria, fingendo di star attenta ai discorsi del marchese
-che si fa sempre più accosto, ed ansima.
-
-Ah! ah!.. Non soltanto le teste pelate, anche le arruffate cominciano a
-voltarsi in su.
-
-— C'è del fermento tra i _Rabbagasse!_ — pensa Remigia sorridendo e
-sporgendosi alla tribuna per farsi meglio vedere.
-
-— Carina! Carina assai!... Chi è quella bella signora bionda con quel
-grande cappellone a piume bianche nella tribuna del corpo diplomatico?
-
-— È la D'Orea!
-
-— Oh, oh! La moglie di Sua Eccellenza?
-
-— Sicuro! La moglie del ministro dei Lavori Pubblici!
-
-— Accidenti! Preferirei ottenere il portafoglio dei suoi lavori privati!
-
-— E l'altra?...
-
-— Quale?
-
-— L'altra signora, vicino alla D'Orea! Quella vestita di nero!
-
-L'interrogato si pulisce in fretta le lenti col fazzoletto, se le
-inforca di nuovo sul naso e torna a guardar su.
-
-— Non so il nome; ma dev'essere una dama d'onore della Regina.
-
-— Simpatica brunotta, per quanto un po' stagionatella!
-
-— Stagionatella sia pure! Ma ha una bocca saporosa assai! Con quei
-baffettini neri!
-
-— E che occhi! Che carboni grigi! Brillano più dei diamanti che ha
-nelle orecchie!
-
-— Concludendo, bella la bionda e magnifica la bruna!
-
-Le due signore, in fatti, stanno benissimo insieme, risaltando, per il
-contrasto, anche maggiormente. La della Gancia, nella soda e fiorente
-maturità della quarantina, è un tipo di bellezza affatto opposto a
-quello delicato e capriccioso di Remigia D'Orea, e a quello vagheggiato
-e tutto innocenza, da suo marito. Anche la marchesa vede, sente di
-piacere, di essere ammirata e, come un cavallo pien d'ardore, non
-sa più tenersi in freno, continua a muoversi, a salutare, a ridere e
-volge più spesso verso la tribuna della stampa la bella faccia bruna,
-mobilissima, nella quale sfavillano gli occhi grigi e luccicano i denti
-bianchi.
-
-Il bel giovinotto dalla barba rossiccia è seduto solo, appartato, in un
-angolo. Lì, fra quelli della stampa, egli non è conosciuto da nessuno.
-
-Tutti lo guardano per la cravatta, e per quell'aria di letichino
-prepotente, che non può passare inosservata.
-
-— Chi è?
-
-— Mah!...
-
-— Sarà un qualche avventizio della provincia!
-
-— Un ponza-novelle domenicale!
-
-— Giornalista no, di sicuro! Si sarebbe fatto conoscere!
-
-— Basta! _El tegnaremm d'œcc!_ — esclama, sforzando la pronunzia, un
-ammiratore di Ferravilla.
-
-— _Fogo in manega, lustrissimo!_ — E nessuno ci bada più. Brontolano,
-invece, contro il Governo incivile che si fa troppo aspettare.
-
-— Il Ministero deve presentarsi prima al Senato!
-
-— Ma che Senato! — Tutti insorgono, protestando in difesa delle proprie
-prerogative. — Prima la Camera!
-
-— Taci, ufficioso venduto!
-
-— Servo della greppia!... Il tuo Governo di decrepiti istrioni aspetta
-che l'aula sia _au complet_ per l'applauso di sortita.
-
-Mentre si ride, un altro giornalista giovanissimo, che si tien giù,
-basso, lungo disteso sopra una delle panche, si mette a urlare con
-quanto fiato ha in corpo: — Fuori!... _Musicaa!_... Fuori i lumi!
-
-— Ecco, duchessina! — esclama il marchese, accarezzando Remigia con
-gli occhi e col diminutivo e tirandosi, cacciandosi ancora più sotto al
-cappellone, all'ombra profumata delle piume bianche. — Ecco il ministro
-della Pubblica Istruzione!
-
-Remigia segue con le lenti l'indicazione del marchese e vede un
-omettino tondo, grassotto, col cranio rosso, congestionato, avvicinarsi
-al banco del Governo dispensando sorrisi, saluti, strette di mano, con
-tutti deferente, supplice quasi, con l'aria più di chiedere protezione
-che di accordarla.
-
-— È un frate sfratato!... Lui e sua moglie dicono di no e si
-arrabbiano, ma c'è chi giura di averlo visto, prima del settanta, con
-la tonsura!
-
-Remigia ripone le lenti, aggrottando le ciglia: — Accettare nel
-Ministero, persino un frate! — Lì per lì le corrono in mente tutti i
-torti e tutti gli odiosi difetti di suo marito: la nessuna nobiltà,
-la nessuna sostenutezza, la sfuriata di poco prima, e con i baffi del
-signor Gaudenzio persino un barlume di pizzicheria!... — Si dà una
-scrollatina di testa per non diventare di cattivo umore e domanda al
-della Gancia:
-
-— Ma il mio Jack, tesöro, perchè non si vede ancora!
-
-Quel _tesöro_ serpeggia nelle vene per quanto un po' sclerotiche, del
-marchese Pio:
-
-— Pazienza, un po' di pazienza, bella duchessina cara, come a teatro!
-Le prime parti, si fanno sempre aspettare! Manca ancora il Presidente
-della Camera, il Presidente del Consiglio, il ministro degli Interni,
-quello del Tesöro! — E anche il marchese allunga la o fissando il bel
-collino delicato e la nuca ricciutella.
-
-— Fatemi vedere il ministro degli esteri!
-
-— Non c'è!
-
-— Come non c'è?...
-
-— Il presidente del Consiglio ha assunto anche l'_interim_ del
-ministero degli Esteri!
-
-— Ah, sì! Sì! — esclama Remigia dopo averci pensato un momento. —
-Sicuro!
-
-Quanita ride.
-
-— Una Ministressa?.. Dimenticare gli _interim_ del Presidente del
-Consiglio?... È grossa, assai!
-
-Il marchese lancia una frecciata ironica, piena di gelosia:
-
-— Con tutta la politica fatta a Pontereno... col conte Gambara!
-
-— Oh! povero Gambara!... Anche lui, come dell'_interim_! Sparito dal
-pensiero e dal cuore!... — Donna Remigia, dice così scherzando, per far
-piacere al marchese Pio; ma forse, può essere anche vero.
-
-— Fatemi vedere il sottosegretario di mio marito.
-
-— Il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Il _Rabbagasse_ dal
-cappellone?... Ancora non si vede.
-
-— E il ministro della Guerra?
-
-— Eccolo!... Eccolo là! — rispondono quasi insieme Quanita e il marito.
-— Entra adesso dal corridoio di sinistra, col ministro della Marina!
-— La marchesa, lo saluta assai cordialmente con i cenni vivissimi del
-capo.
-
-Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo per essere
-senatore e ministro. Alto, secco, rivela sotto l'elegante soprabito
-nero la figura svelta e snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una
-bella testa espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi
-e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula leva una
-lente dal taschino della sottoveste e se la ficca nell'occhio, come
-il bell'Apollo di Villars, guardando verso la tribuna del corpo
-diplomatico e rispondendo del pari vivamente ai saluti della marchesa.
-
-Invece il ministro della Marina, esile, traballante, si avvicina al
-suo posto e siede subito come affranto, sulla poltrona, buttandosi
-dinanzi, sul banco, il grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così
-sparuto e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni in un
-paese di malaria, anzichè sul mare, arrivando da cadetto, al grado di
-contrammiraglio.
-
-Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto di Remigia hanno
-dato nell'occhio al ministro della Guerra. Vuol subito sapere chi è.
-
-— È una vostra collega! — risponde un deputato che sta discorrendo col
-ministro dell'Istruzione. — È la moglie di Sua Eccellenza D'Orea.
-
-Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente nell'occhio e a
-fissare in alto.
-
-Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri si parla di lei;
-osserva le occhiate di sua Eccellenza D'Entracques; lo guarda a sua
-volta, poi rizzandosi bene sulla vita e piegando vezzosamente la
-testina ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili d'oro
-dietro la nuca.
-
-Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita e miracoli del
-generale, che Remigia conoscerà quel giorno stesso a pranzo.
-
-— È un nostro amico carissimo!
-
-— Assai simpatico!
-
-— È già la seconda volta che è ministro!
-
-— Dice lui stesso di essere condannato... ai ministeri forzati!
-
-— _Ci sto... perchè ci sono comandato!_
-
-Questa, in fatti, è la frase solita del generale d'Entracques, ed
-il volersene sempre andare è la sua vera forza di resistenza come
-ministro.
-
-Per Sua Eccellenza D'Entracques, ministero di Destra o ministero di
-Sinistra, ministero Liberale o ministero Conservatore, è tutto «un
-servizio».
-
-— Sono di picchetto e ci sto, fermo al fuoco, perchè ci sono comandato!
-
-C'è un movimento nell'aula, si sente un mormorio confuso: entrano quasi
-contemporaneamente, ma da opposti lati, il Presidente della Camera,
-seguito da due o tre deputati, e il Presidente del Consiglio con gli
-altri ministri e i sottosegretarii.
-
-— Ecco il mio Jack! — esclama Remigia. Sorride con un cenno al marito e
-intanto lancia un'altra occhiatina al ministro della Guerra.
-
-La marchesa le ha appena indicato nella tribuna vicina una signora
-americana, missis Britton, che se non è più al suo primo mattino
-rappresenta tuttavia un fulgido meriggio.
-
-— Ha fatto pazzie per il D'Entracques ed è sempre innamorata di lui,
-ferocemente!
-
-— Il cappellone! Il cappellone! — bisbiglia plano il marchese Pio,
-premendo il braccio a Remigia e parlandole così vicino, da sfiorarle
-quasi l'orecchio.
-
-— Dov'è?...
-
-— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore, che parla appunto
-con vostro marito!
-
-— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa Quanita. — Il
-potere gli ha fatto allungare la giacca!... Può passare per una mezza
-_radingotte!_
-
-— _Ssst!_ — corre nell'aula un vociare più forte, al quale segue un
-bisbiglio sommesso. — _Ssst!_
-
-Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del seggio, dice alcune
-parole che non arrivano fin su, alle tribune, poi siede di nuovo e
-quasi subito il Presidente del Consiglio, si alza.
-
-Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella poltrona con gli
-occhi socchiusi, altri si curvano su fasci di carte e cominciano in
-fretta a buttar giù firme.
-
-Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo, impettito. Il suo
-viso è impassibile, lo sguardo freddo, senza espressione. Un risolino,
-tra il cortese e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti.
-
-Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra: l'aria è
-accesa, piena di ronzii.
-
-La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni deputati, in
-ritardo, si affrettano a raggiungere in punta di piedi, i loro scanni.
-Il Presidente aspetta ancora qualche secondo guardando a destra, a
-sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva egli dice:
-
-— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi onoro di
-partecipare alla Camera che Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto
-mandato di comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere
-mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione degli Onorevoli
-Colleghi... — qui legge sottovoce e confusamente una filza di nomi...
-— ai quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative e
-politiche del momento.
-
-I ministri, che tengono chiusi gli occhi, li aprono e stanno attenti;
-quelli che scrivono, si fermano ed alzano il capo: nessun applauso... e
-nemmeno alla fine del discorso. La Camera accoglie le «comunicazioni»
-con un atteggiamento quasi ostile. Si attendono i commenti. Questi
-seguono brevissimi, abili, cauti, insignificanti e finiscono in un
-mormorio eloquente, ma cauto del pari, che si alza dai vari settori.
-Dopo un momento risuona dall'Estrema Sinistra una sghignazzatina tosto
-repressa: si guarda, ed anche da altri punti si ride.
-
-— La patria è salva, ed anche Menelich! — grida una voce dalla tribuna
-della stampa. — Fuori i lumi!
-
-Il Presidente della Camera si scote nell'alto seggiolone e stralunando
-gli occhi aggravati dall'ora afosa, afferra macchinalmente il
-campanello.
-
-— _Ssst!_
-
-Di nuovo s'impone il silenzio, ma senza ottenerlo, e tra le proteste,
-i _bravo!_ e le risate, si alza, dal primo settore di Sinistra, uno
-dei più eleganti e giovani deputati, legislatore autorevolissimo fra
-gli _sportsmen_. — Peccato! Non si vede di lui che la bellissima,
-perfetta pettinatura. Presa la parola, e impappinandosi frequentemente,
-egli tien sempre il capo basso e gli occhi rivolti verso un paio
-di cartelle che ha spiegate sul banco. L'oratore — «di fronte alla
-situazione parlamentare creata dagli ultimi eventi, di fronte alla
-palese inopportunità di procedere nelle condizioni del momento alla
-discussione dei progetti di legge che... furono... abbiamo... sono alle
-viste, propone» — si ferma, si fa coraggio — «propone che la Camera
-anticipi le vacanze e venga riunita a novembre.»
-
-Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei ministri, si alza subito
-a sua volta per dichiararsi d'accordo con l'onorevole preopinante:
-raddoppiano gli urli che fluiscono in un'omerica risata su tutti i
-banchi.
-
-— Compare! Compare!
-
-— Musicaa!
-
-Ma la proposta, più che approvata, è messa in pratica: tutti si alzano
-e si affrettano alle uscite, ridendo, gesticolando e buffoneggiando.
-
-Su, nella tribuna del corpo diplomatico, anche la marchesa della Gancia
-si alza, con gli altri, per uscire. Ma ella rimane un istante ritta in
-piedi, vicino al parapetto, e fissa gli occhi un'ultima volta verso la
-tribuna della stampa: Barbetta-rossa è in piedi, attento. Ella apre e
-chiude il ventaglio due volte, lentamente, poi lo batte con un piccolo
-colpo della mano.
-
-— È ancora presto! — dice subito a Remigia, avviandosi verso l'uscio
-della scala e parlando forte, con la sua bella voce rotonda, risonante.
-— Faccio una visita, e passerò anche da mia madre, che non vedo da due
-giorni. Dove vuoi che ti accompagni con la carrozza?
-
-— All'_hôtel_. Ho anch'io da scrivere a mammà!
-
-— Pio verrà a prenderti per il pranzo, o anche prima, se vuoi; siamo
-intesi.
-
-— Ma... — Remigia si mostra titubante.
-
-— Che _ma?_...
-
-— Che _ma!_ Che _ma!_ Non ci sono _ma!_ — strilla il marchese,
-felicissimo per quella fortunata combinazione.
-
-— E Jack?... Ha detto di voler passare la serata con me.
-
-— E non passa la serata con te, anche pranzando da noi?
-
-— Non gli ho detto nulla. Forse è stanco; forse sta poco bene. Sapessi!
-— Un lunghissimo sospiro. — Io non posso mai fissar niente a un'ora di
-distanza.
-
-— Cerchiamo adesso di vederlo e di potergli parlare. Io ti voglio a
-pranzo ad ogni modo!
-
-— E se vostro marito avrà sonno, lo manderemo a dormire! — Così
-dicendo, il marchese Pio stringe forte sotto il suo braccio il braccio
-di Remigia.
-
-— E ricordati: vieni con Mimì. Ci farà tanto piacere!
-
-— No, scusa; Mimì no! — risponde Remigia seccamente. — Non voglio
-cominciare fin dal primo giorno a tirarmela dietro ad ogni passo!
-
-— Non so darvi torto, — afferma il marchese, premendole il braccio di
-nuovo. — Non bisogna mai che una cortesia, diventi una consuetudine. —
-Egli ha troppo paura di perdere il tu per tu, in carrozza, con la cara
-piccolina.
-
-— Ecco il generale! Ecco D'Entracques! D'Entracques! — chiama forte la
-marchesa, vedendo Sua Eccellenza il ministro della Guerra, affacciarsi
-a un usciolino a vetri, a metà della scaletta. — Il D'Orea è con voi?
-
-— No, marchesa!
-
-— E dove sarà?... Gli vorrei tanto parlare! — Si volta subito verso
-Remigia: — Ti presento il conte Martino D'Entracques, generale,
-senatore, ministro, ma con le signore, sempre un amabilissimo capitano
-di cavalleria!
-
-Il D'Entracques sorride e sospira.
-
-— È troppo capitano?... Volete tenente?
-
-— Non scherzate, marchesa! Ormai si passa di promozione in promozione,
-con una rapidità straordinaria... anche in tempo di pace.
-
-Il generale stava proprio lì, in agguato, sul piccolo uscio a mezza
-scala, per poter vedere la D'Orea più da vicino. Remigia, che ha subito
-indovinata la mossa dell'abile stratega, diventa rossa rossa, mentre
-succedono le presentazioni.
-
-È strano, ma è proprio vero: il giovane generale, che ha per amante la
-formosa e biondissima missis Britton, sta per vincere una battaglia!
-
-Il D'Entracques si affretta a dare precise informazioni sul conto del
-collega.
-
-— L'ho lasciato alle prese con due o tre deputati del Mezzogiorno! Ma
-adesso, lo troveremo, certissimo, in biblioteca!
-
-Per l'uscio a vetri, dove stava di guardia, egli fa passare la comitiva
-in un oscuro corridoio, poi la fa risalire per un'altra scala, poi
-ancora un altro corridoio da attraversare e, finalmente, ecco le
-prime sale della biblioteca. Durante tutti questi giri e rigiri il
-marchese deve lasciare il braccio della duchessina e mettersi in coda.
-È il generale che si trova accanto a Remigia e, lungo com'è, deve
-chinarsi assai mentre le parla: Remigia, per ascoltarlo, si tira su,
-ritta, e alza verso di lui il viso colorito dalla corsa, dal caldo,
-dall'emozione. Ella si sente più gaia, più leggera; le sembra di
-volare!
-
-— Posso dire di essere due volte collega di suo marito! L'onorevole
-D'Orea, la pensa come me ed è nelle stesse mie condizioni. In questo
-Ministero anche lui ci sta, perchè c'è comandato!
-
-Cercano dappertutto, ma l'onorevole D'Orea non si trova. La marchesa
-Quanita dovendo aspettare, sembra sulle spine e però il D'Entracques
-manda alla ricerca due uscieri.
-
-— Da qui, se c'è, dovrebbe passare di sicuro! Si tratta di pochi
-minuti! Dunque, — domanda il generale rivolgendosi di nuovo a Remigia,
-— della nostra Camera non è rimasta incantata?
-
-— Incantata?... — Remigia fissa il giovane generale e giovanissimo
-senatore co' suoi occhietti lustri e frizzanti, mentre un sorriso
-arguto rende più fonde le due piccole fossettine agli angoli della
-bocca freschissima, fremente e fragrante. — Incantata?... Non è certo
-la parola adatta! Da lontano, quando si leggono i giornali... Ah, _Mon
-Dieu_, s'immagina con la fantasia tutt'altra cosa!
-
-— Oggi, bisogna poi notare, è stata una seduta di pura formalità; senza
-nessuna battaglia. Oggi alla Camera, non c'era altro che un partito;
-quello delle vacanze.
-
-— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra cosa!
-— Remigia vede che il _tutt'altra cosa_, e il modo come lo dice,
-piace molto al D'Entracques: lo ripete ancora, scrollando il capo
-graziosamente e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo:
-— Sono stata invece parecchie volte in Senato! Oh, là sì!... Quanta
-grandiosità... Quanta solennità!
-
-— Cioè quanta _sonnolennità!_
-
-Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il marchese, e ride egli
-stesso, il D'Entracques: ridono tutti, quando Giacomo D'Orea, con
-un grosso fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio,
-pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo, strascicando
-i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica. Si ferma muto, ansante,
-con il cappello in mano dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria
-trasognata. Appena sente di che cosa gli vogliono parlare, cioè di un
-invito a pranzo per Remigia, il suo occhio si rianima, ed egli diventa
-persino espansivo.
-
-— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra buona marchesa
-mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia, va! Ne sono anzi contentissimo!
-Ti scrivevo adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge
-l'inaspettato divertimento di due commissioni, una dietro l'altra, che
-non mi lasceranno quasi il tempo di pranzare e che mi porteranno via
-tutta la serata!
-
-Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza, ma non lo fa
-capire...
-
-— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti affatichi troppo, gioia,
-e io resto inquieta!
-
-
-
-
-VII.
-
-
-Remigia torna all'albergo allegrissima, con la testa montata
-dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza D'Entracques.
-
-— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli bianchi. Rendono
-la fisonomia più giovane e più ardita. Quella missis Britton le fa
-dispetto.
-
-— Innamorata ferocemente!
-
-La trova troppo... genere americano. Niente finezza e troppo grassa.
-
-— E poi è rossa, non è bionda!
-
-Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore nell'aggiustare, nel
-mettere a posto anche la camera da letto di Remigia, lo spogliatoio,
-il gabinetto di toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere
-all'appartamento l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare un po' del suo
-caro Pontereno, ch'ella crede, per tutti i sospiri e i brontolamenti di
-quella mattina, ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola
-c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita conficcando chiodi e
-chiodetti nelle pareti, le ha tappezzate di nuovo, con i _mezzari_, le
-stoffe, le stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna, e
-ha cambiato faccia a tutto.
-
-Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno fermarsi nel
-salotto, si trova dinanzi agli occhi i ricordi, gli oggetti a cui è più
-affezionata, e ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non
-grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti.
-
-— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo, in una sola
-approvazione, l'amica e la cameriera.
-
-Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da Quanita, per quel
-giorno stesso e sedendosi sul _taburè_, ancora con in testa il grande
-cappellone di piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato:
-
-— Che vestito devo mettermi per stasera?
-
-— Quello celeste _à paillettes_!... — consiglia la cameriera.
-
-— No! No! Quello bianco, _à point d'Alençon_, ricamato in oro!
-
-L'Idola approva Mimì.
-
-— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!... Sai, — dice alla
-Carfo appena rimangono sole, — Quanita, voleva invitare anche te; ma
-io ho risposto di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E che
-vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io divento fierissima...!
-Ho fatto male?
-
-Remigia accompagna la domanda con un bacio e l'amorosa fanciulla la
-ringrazia, beata, commossa da quella straordinaria prova di affetto!
-
-— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di non venire alla Camera!
-
-— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione...
-
-— Che! La trasformazione poteva prepararla la Carolì!... Ti saresti
-seccata a morte! — Comincia a svestirsi. — Non puoi credere, mio
-Dio, come sono noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti
-raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile!
-
-Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello, torna a
-respirare.
-
-— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio importante?
-
-— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il ministro della Guerra.
-Ben inteso, non me l'ha presentato Jack! Lui, non ha tempo per queste
-cose! Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per nessuna
-cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il nastro di questa scarpetta, io
-non ci riesco, — uff! — e divento nervosa!
-
-Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia per terra, e mentre
-Remigia continua ad arrabbiarsi e a pestare l'altro piede furiosamente,
-finisce a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con i denti.
-
-La Carolina entra intanto col vestito bianco e portandolo sollevato,
-alto da terra, lo distende sul letto.
-
-— È simpatico?...
-
-— Simpatico, chi?
-
-— Il ministro della Guerra!
-
-— Abbastanza! Ben inteso, per quanto può esserlo un senatore! Lungo
-lungo, è più magro di don Quisciotte, con i capelli tutti bianchi!
-
-La Carolina prepara l'acqua nel gabinetto di toeletta e Remigia seduta,
-mentre Mimì le cambia le calzette, continua a canterellare sottovoce:
-
- Eccellenza! troppo onor;
- Io non merto un senator!
-
-Il marchese Pio ha detto alla duchessina che sarebbe passato
-dall'_hôtel_ con la carrozza, prima delle sette; ma già prima delle sei
-ella è pronta col piccolo cappellino di sera, sfavillante di miche e di
-lustrini, tra la gloria dei capelli biondi.
-
-— E adesso che si fa?... Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Mi sono vestita
-troppo presto!
-
-Va sul balcone e guarda giù: il corso delle carrozze è poco animato:
-soprattutto poco elegante. Non ci sono nè belle signore, nè bei
-cavalli.
-
-— Oh! il mio _Febo_ e il mio _Desir_! Tesori!... Chi sa se mi ricordano?
-
-Dopo un momento rientra nel salotto. Si secca e comincia a imbronciarsi.
-
-— Hai telegrafato a mammà? — domanda la Carfo per offrirle
-un'occupazione.
-
-— No! — Il bel visetto si ravviva. — Giacchè ho tutto il tempo, invece
-di telegrafare, le scrivo. Gioia, dammi la mia cartella!
-
-— Eccola! — La Carfo è raggiante; anche questa volta ha dissipate le
-nubi che si avanzavano.
-
-— Mammà! Mammà! La mia bella mammà, tesöro!
-
-Si leva i guanti, e seduta a mezzo sopra un panchettino, per non
-sciupare le pieghe del vestito bianco _à point d'Alençon_, si mette
-a scrivere alla madre cominciando con uno sfogo di tenerezze, di
-carezze, di moine straordinario, e continuando facendosi compiangere
-per il capriccio di Jack, di volerla a Roma, con quel caldo! — «Poteva
-lasciarmi tranquilla e in pace nel mio Pontereno caro!» — Finalmente,
-ed è questo il motivo occulto, ma determinante della lettera, le
-scrive con bel modo, per scongiurare il pericolo di una intempestiva
-improvvisata. Napoli è tanto vicina a Roma! In quel momento, un
-probabile arrivo della carovana, la spaventa: tutto il giorno con
-mammà? Tutto il giorno con lo zio Rosalì a far la raccolta dei
-proverbi?... Grazie del divertimento!
-
-«....... Sono appena arrivata e ho voluto scriverti subito, ancora
-sossopra e stanca stanca. Vedessi il disordine delle mie camere! Ti
-farebbe spavento, perchè io faccio cambiar tutto, persino i mobili!
-Sai come detesto lo stile uniforme, _art-nouveau_ e oleografia, delle
-camere d'albergo! Jack sta benissimo di salute, per quanto più che
-mai abbia la fissazione — è il suo _tic_ — di voler essere _giù di
-corda_. Sarà un po' di stanchezza? Saranno gli affari di Stato?...
-Attraversiamo, — mi pare, — un periodo di luna crescente, con molte
-tenerezze per la zia Gioconda! Ed io, intanto, che non ne ho nessuna
-voglia, rimango con la graziosa prospettiva di dovermi seccare in tutti
-questi giorni facendo visite sopra visite alle rispettive _signore_
-dei funzionari alti e bassi! Ma, appena a posto, appena esauriti i miei
-incumbenti... burocratici e appena sorgerà il sole, dove adesso la luna
-brilla, ti scriverò e tu verrai subito subito a Roma per un paio di
-giorni...! Pensa, la tua Idola, come ti sospira!»
-
-«Tanti baci per lo zio Rosalì, bello e caro, e tu ricordati che la tua
-piccola Idola adorata, non adora che la sua Mammà!...»
-
-«P. S.»
-
-«Totò vuol andare al Cairo? A che cosa fare? A perseguire Re Faraone?»
-
-Chiusa la lettera, scritto l'indirizzo con la calligrafia di moda,
-alta, in piedi, ad angoli diritti, fa chiamare il signor Zaccarella:
-
-— Mi raccomando! È una lettera per Mammà! Alla posta grande!
-
-— Non dubiti, signora duchessa!
-
-Quando Giacomo non è presente è sempre il «Signora duchessa» che corre,
-anche in famiglia.
-
-— E Giovanni...? Ha scritto per farlo venire?
-
-— Aspettavo che la signora duchessa, mi confermasse l'ordine...
-
-— Scriva, scriva! E che quell'antipatico Gaudenzio non si faccia più
-vedere!
-
-
-A Roma, la marchesa della Gancia, non dà feste e pranzi splendidi,
-come usa a Napoli, nel suo palazzo. A Roma, nel piccolo appartamento
-di via della Mercede, bello, simpatico, ma ristretto assai, — il suo
-_pied-à-terre_, — com'ella stessa lo chiama, non riceve altro che gli
-amici, proprio i più intimi, e non può riceverne che pochi alla volta:
-a pranzo, tra padroni di casa e convitati, non si deve mai oltrepassare
-il numero di otto.
-
-Quel giorno, oltre a donna Remigia D'Orea, non c'è di signore altro
-che la principessa Guendalina Capodimare, — la sorella del marchese
-Pio, — e sola, senza il marito, di servizio ai Vaticano. Di uomini,
-Sua Eccellenza il conte D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos,
-figlio di papà... Paparigopulos, il più grosso Nabab, tra i banchieri
-greci, quotato alle Borse di Trieste e di Vienna, per cento milioni di
-fiorini!
-
-Al pranzo, dalla marchesa Quanita, mancano due commensali, che
-dovevano appunto formare il prescritto numero otto e che si sono
-scusati all'ultimo momento: don Luciano D'Orea per un'improvvisa
-indisposizione, dichiarata dalla marchesa, ai suoi invitati, una
-_manonlite_ acuta, e il conte Cincino d'Ermoli, fratello minore del
-marchese Pio, a motivo di un convegno con il direttore della casa
-Edison-Schmid di Stuttgart.
-
-— Ma verrà più tardi, certamente! — assicura la Capodimare,
-rivolgendosi a Remigia. — Mi ha detto tanto che desidera salutarvi!
-
-Il della Gancia è abbastanza ricco per il maggiorasco e per l'eredità
-di uno zio, ma Cincino d'Ermoli ne ha sempre avuti pochini e ne
-ha sempre spesi assai, fin da quando era studente a Milano, al
-Politecnico. Da un anno, sollecitato, spinto dalla famiglia, ha preso
-il diploma di ingegnere elettricista, e comincia anche ad esercitare la
-professione, un giorno sì e l'altro no, fra una partita al club, e una
-giornata di corse.
-
-Il pranzo, appunto perchè ristretto ed intimo, comincia senza freddezze
-e sussieghi e procede animatissimo. La Capodimare e la D'Orea, si sono
-date subito del tu, fino dal primo incontro. Non si erano ancora mai
-trovate insieme, sebbene fra le rispettive famiglie, oltre all'amicizia
-ci fosse persino un po' di lontana parentela.
-
-— Che combinazione!
-
-— Proprio una stranezza! Ma quand'ero ragazza, con mammà, ci sono stata
-pochissimo a Roma e pochissimo anche a Napoli. In campagna, oppure
-— e Remigia pronunzia la parola lunghissima e difficile facendo le
-più graziose boccucce e strizzando gli occhi — oppure, in continua
-_locomobilizzazione_. Ah, _mon Dieu_! Quanti monti, quanto mare e
-quanti laghi, nei ricordi della mia tenera infanzia!
-
-Fra le due giovani signore, nasce subitanea la più gioconda e viva
-simpatia. Proprio davvero: anche la simpatia di Remigia per la
-Capodimare è vivissima e sincera.
-
-— Che cara gioia!... E com'è bella!
-
-Donna Remigia, fatto appena il suo ingresso nel grazioso salottino
-in via della Mercede, si sente come oppressa e depressa. Sono le
-magnifiche spalle, è tutta la fiorente e aulente esposizione del seno
-superbo di Quanita, che la soffocano, la umiliano e le fanno dispetto,
-tanto più col D'Entracques, lì presente, e che ammira con la caramella
-fissa nell'occhio.
-
-— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella mia vecchiaia ad
-espormi così, ai quattro venti, morirei di vergogna!
-
-In quel punto il servitore annunzia la principessa Guendalina
-Capodimare. Remigia si volta...
-
-— Ah, che respiro! Che sollievo!
-
-La Capodimare è molto, ma molto più magra di lei; non è una donna, è un
-sospiro, un soffio, un'illusione di donna.
-
-Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole già con gli occhi,
-prima ancora che con le parole:
-
-— Oh, cara gioia!... Come sei bella!
-
-In fatti la Capodimare sembra ancora più alta, tanto è snella, sottile,
-con un vitino da stringersi e, _trac_, da potersi anche spezzare con
-due dita. Molto più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli
-somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del conte d'Ermoli,
-persino nella singolarità dei capelli bianchi. La Capodimare ha
-varcato appena la trentina, ed è tutta bianca da sembrare incipriata!
-E ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza, mentre
-i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia nere, spargendovi ombre
-e trasparenze, danno pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale,
-d'avorio, così liscio e così levigato.
-
-— Che meraviglia! Che splendore!
-
-Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente, non sono nè gli occhi,
-nè i capelli. È la verecondia che non ha nulla da temere. Anche
-Guendalina è scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto sei
-fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si nasconde e si scopre
-il petto liscio, levigato di un grazioso giovinetto magro, di quindici
-anni.
-
-— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale parlano insieme,
-sottovoce, tra il susurrio brioso della tavola. — È un'apparizione! Un
-sogno!
-
-— Già! Un'apparizione... inafferrabile! — risponde il D'Entracques,
-ridendo.
-
-Remigia nota che per quanto generale e senatore ha ancora dei
-bellissimi denti ed esclama con un lungo sospiro tra il serio e il
-comico:
-
-— Ah, _mon Dieu_, come sono... cretina!
-
-— Lei?... Duchessa?...
-
-— Io, precisamente. Ho dimenticato che Vostra Eccellenza non è un
-serafico preraffaellita, ma un grande amatore della scuola di Rubens.
-Colore e forma. Forma, soprattutto: esuberante, straripante!
-
-Si guardano sorridendo. Senza essere pronunziato, passa un nome fra
-loro due: quello di missis Britton.
-
-— Sappiamo, sappiamo, caro D'Entracques! — mormora Remigia con un filo
-di voce.
-
-Il generale si ficca la caramella nell'occhio. Vuol arrivare a leggerle
-proprio in fondo all'anima.
-
-— Sappiamo... Sappiamo... — il musetto roseo e biondo, così birichino,
-pizzica forte il generale.
-
-— Vuole, duchessa?...
-
-— Che cosa?
-
-— Vuol proprio conoscere i miei gusti... in arte? La bellezza che più
-ammiro?...
-
-— In arte?... Sentiamo.
-
-— In arte e in... E fuori dell'arte? È la sua!
-
-— La mia?... _Ah, mon Dieu_! Se ho la sventura di essere... ancora meno
-afferrabile di Guendalina?
-
-Il generale, che ha preso fuoco, divampa.
-
-— Ma lei è un bellissimo fiore delicato, profumato, fragrante!...
-Quell'altra è una spiga lunga e vuota!
-
-Remigia non può frenarsi, scoppia in una risata. Il D'Entracques le fa
-un rapido cenno con l'occhio indicandole il Paparigopulos seduto quasi
-in faccia.
-
-Il giovane banchiere, colpito dalla risata improvvisa e, forse, dal
-nome della principessa, guata di sbieco la signora D'Orea alzando e
-rigirando, come un baco da seta, il grosso testone calvo e giallo,
-dalla lunga barba nerissima.
-
-— Cambiamo discorso! — bisbiglia il generale. — Il figlio di Nabab è in
-sospetto.
-
-— Papa... rigopulos? — Gli occhietti lustri e sfavillanti si fermano
-attoniti e interrogativi.
-
-— Appunto! Che è quel greco che guarda e... _sospira_.
-
-Negli occhietti lustri della duchessina sfavilla un sorriso furbissimo.
-
-— Papa... rigopulos?... Capito e _cito!_
-
-Non parlano più sottovoce tra di loro, ma si uniscono alla
-conversazione generale. Il Paparigopulos, sempre muto e con lo sguardo
-obliquo che sfugge l'occhio altrui, torna a sorridere deferente,
-ossequioso, approvando sempre, approvando tutti con i continui
-profondi inchini del grosso testone che sembra premere sopra l'esile
-corpiciattolo senza sagoma, che riempie di angoli il frac.
-
-— Capito e _cito!_ — Capito... che cosa?... — Che il figlio di Nabab
-guarda e sospira innamoratissimo dell'aerea principessa. Capito questo,
-ma... alto là: innamoratissimo lui. In quanto a lei, la principessa,
-irreprensibile e monda come l'ermellino!
-
-Così almeno, anche se non ci si crede, è detto e fermamente sostenuto
-da quelle dieci o dodici, — fra principesse e duchesse, — sempre unite
-e tra di loro solidali nella difesa e nell'offesa, che costituiscono
-la cerchia più ristretta, più alta e inaccessibile dell'autentica
-aristocrazia romana. Padronissime poi, _quelle altre_ che non contano,
-d'inventare che il piccolo Paparigopulos è insieme, l'amante e il
-banchiere e anche, magari, che le grosse, magnifiche perle della
-Capodimare, sono di provenienza greca e non romana. Che importa di
-_quelle altre_? Fresca nobiltà venuta di fuori, fastosa borghesia
-risalita di dentro, con la Capitale... Chi ci crede, chi ci bada e da
-chi sono ricevute?...
-
-Remigia, quella sera, vuol piacere, vuol farsi adorare e ci riesce.
-È affettuosa con Quanita ed ha vivi accenti di ammirazione per
-Guendalina.
-
-— Lascia che ti veda, gioia! Sei tanto bella! Sento che ti voglio già
-bene!
-
-Là, in quel piccolo Olimpo dai posti numerati e riservati, ella
-si guarda bene dall'assumere la prosopopea di Remigia Iª regina di
-Pontereno: è così avveduta e scaltra, da ritornare in sull'attimo, la
-duchessina, semplicemente, «la piccola» di Villars.
-
-Sparite le prime nubi addensate dalla florida e accesa bellezza
-di Quanita, ella è allegra, briosa, amabile con tutti... anche col
-rugiadoso, ma temerario marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza,
-ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del piedino e con
-due parole sole, ma secche secche!
-
-Con lo _Champagne_, crescono d'un tono, le voci e le risa. Portando il
-bicchiere alle labbra, Remigia guarda a lungo il D'Entracques, come sa
-lei, in fondo agli occhi, mormorando pianino:
-
-— Alla salute di chi governa!
-
-La marchesa si alza con un cenno gentile del capo; si alzano tutti. Si
-va in un altro salottino, più fresco, — ha un grande balcone aperto
-che dà sulla strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il
-giovane senatore che si curva assai per poter parlare sottovoce a donna
-Remigia, la sfiora un attimo, perde il passo, e le pesta lo strascico.
-
-— _Pardon!_
-
-Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa rossa... Perchè?
-
-È lo _Champagne_?... È il D'Entracques?... Sono... tutt'e due?
-
-Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si raggruppano.
-L'intimità si fa più cordiale e più espansiva. Soltanto il timido
-Paparigopulos, al quale la principessa Capodimare non rivolge quasi
-mai la parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo, «sen va
-bighellonando» solo solo, attorno al salotto guardando, toccando,
-voltando le figurine di Saxe nei palchettini, osservando i quadri
-appesi alle pareti e che da un pezzo sa a memoria.
-
-Remigia ha abbracciato due volte Guendalina; adesso va in estasi per le
-sue perle:
-
-— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda, le tocca, ne solleva
-i fili e si accerta con compiacenza che sotto quelle gioie, non ci sono
-altre gioie più vive.
-
-— _George!_
-
-Paparigopulos, alla voce che lo chiama, si precipita scivolando di
-sghembo fra le poltroncine e i tavolini, portando il suo barbone
-dinanzi alla principessa.
-
-— _Donnez moi une cigarette!_... Tu fumi, Remigia?
-
-— Stasera sì! Una anche a me!
-
-— Le sigarette di Paparigopulos, — esclama Quanita dal balcone, — sono
-deliziose!
-
-— _Je crois bien; vous ne les trouverez nulle part. C'est du tabac des
-mes propriétés._
-
-Remigia si adagia sopra un panchettino ai piedi della poltrona
-di Guendalina, ponendo il capo sulle ginocchia sottili e puntute
-dell'amica. Ma il gioco dei labbruzzi rosa e dei bei dentini
-bianchi nel far uscire il fumo a spirale è dedicato a Sua Eccellenza
-d'Entracques che è sempre vicino a Remigia, che non guarda che Remigia
-e che ormai, con gli occhi accesi e le fiamme alle guance, vede tutto
-biondo!
-
-— Ecco Cincino! — esclama la marchesa Quanita di cui si vede, sul
-balcone, la sigaretta accesa.
-
-Il conte D'Ermoli, calmo e sorridente, dopo i saluti e le strette di
-mano, reca placidamente una notizia che suscita lo scompiglio e la
-tempesta in quell'ambiente così omogeneo, e fino allora, così sereno.
-
-— Il prefetto e il questore, con la solita scusa dell'ordine pubblico,
-l'hanno data vinta alla piazza e alla massoneria: hanno fatta chiudere
-la chiesa della Madonna a Ponte di Ripetta!
-
-Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia, sbuffa, poi passando
-dalla collera alla disperazione geme piagnucolando, mentre il
-Paparigopulos, approvando a collo storto, guarda di sottecchi la
-Capodimare per ben capire quale dev'essere la sua opinione.
-
-Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina al ponte di
-Ripetta, una Madonna, ch'era sempre stata tranquilla e giudiziosa
-sul suo altare, si era messa improvvisamente, a girar gli occhi.
-— Miracolo! Miracolo! — comincia a gridare il popolino. La folla,
-donne, uomini, ragazzi, si pigia nella chiesa e in tutta la piazzetta
-circostante, dall'alba alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a
-far miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti i giorni.
-Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso delle gambe a un
-paralitico, e ad una povera donna, venuta apposta fin da Cava Salara,
-cambia un cattivo tumore in una buona gravidanza.
-
-Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo, della fede... della
-mistificazione e della superstizione. Dalla cronaca del _Messaggero_,
-la notizia si diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più gravi.
-Chi discute il _fenomeno_, chi tira in ballo il misticismo, l'ipnotismo
-e chi la bestia umana. Poi si comincia a gridare, a strepitare pro
-e contro. La folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad
-addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella chiesa, nella
-piazzetta, tutt'intorno, quando una sera, tre quattro anticlericali
-del circolo «Arnaldo» si cacciano in quella fiumana, fischiano,
-sghignazzano, urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è perchè i preti
-tirano i fili!
-
-Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata, poi giù, botte
-da orbi, finchè arrivano i carabinieri, le nappine azzurre e dopo i
-tre squilli soliti, e che al solito si odono e non si odono, tra i più
-scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro, in _guardina_!
-— Il giorno dopo sono rimessi tutti in libertà, e chi non ha avuto la
-testa troppo rotta, se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da
-capo: fischi, botte, squilli e arresti.
-
-Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano le assemblee,
-gli ordini del giorno, le proteste e per la domenica prossima sono
-indetti due grandi comizi, uno degli anticlericali, contro _la
-superstizione che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa a Roma
-intangibile_; l'altro dei clericali _contro i nemici della Religione e
-della libertà della Chiesa nella Roma cattolica_.
-
-Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al sabato sera. Prefetto e
-questore, visto che la Madonna si ostina a far d'occhietti, per «misura
-d'ordine pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono un cordone di
-carabinieri e di guardie, per impedire l'accesso alla piazzetta.
-
-— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici, che sono poi anche
-i vostri! I nemici della Religione, sono i nemici delle Istituzioni! —
-strilla la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue belle note
-di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali.
-
-La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione degli occhi
-e cambia la voce. Tutt'e due, le signore, sono infuriate contro Sua
-Eccellenza, il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due fuochi,
-resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la politica. Tranquillo,
-sorridente, non getta a mare il Prefetto e il Questore e nemmeno li
-difende. Egli cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la
-ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa impossibile, —
-ma a donna Remigia.
-
-Remigia, in fatti, sente in questo momento la _responsabilità_ della
-donna al Potere, della Ministressa. Si tiene, con tatto e con prudenza,
-al di fuori della mischia, e mentre il marchese Pio continua a
-mormorare con la voce strozzata dalla bile, — _Rabbagasse! Rabbagasse!_
-— ella fa un po' come il Paparigopulos, che senza mai guardare in
-faccia nessuno, continua a spalancar la bocca maravigliata e a far
-profondi inchini di consenso e alle signore che accusano e al generale
-che si difende.
-
-— Dite che è una delle solite prepotenze che vi vengono imposte da chi
-vi ha presa la mano e finiamola! — grida la Capodimare.
-
-— No, principessa! — risponde il generale con un arguto risolino che ha
-per obiettivo Remigia. — È semplicemente una misura d'ordine, che ci è
-stata imposta dalla necessità!
-
-— E la religione? E il diritto dei cattolici?
-
-— E il Governo... che deve pur governare, marchesa mia? E il diritto
-dei cittadini alla tranquillità e alla sicurezza?
-
-— Tutto dipende perchè, anche voi, non volete capire una cosa, caro
-D'Entracques!
-
-— Quale?...
-
-— Che Roma non si cambia, non si trasforma. Sarà sempre la capitale
-della Fede, del Cattolicismo!
-
-— Mille perdoni, principessa Guendalina, ma per il momento, è anche un
-po' la capitale del Regno d'Italia!
-
-— Per il momento, speriamo! — afferma la principessa.
-
-— Speriamo! — ripete il principe Pio giungendo le palme devotamente e
-sfidando un'occhiata ammonitrice della moglie.
-
-— Queste, _pardon!_ — il generale scatta in piedi seccato, — sono
-esagerazioni!
-
-— Queste sono verità!
-
-— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza dal balcone nel
-salotto. — Se continuate così, vi farete sentire anche in istrada!
-
-Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche perchè entrano i
-servitori che portano il tavolino del tè e quello delle ghiacciate.
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso.
-
-La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna
-sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente,
-con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in
-francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in
-pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e
-mal nascoste.
-
-A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella
-in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto:
-nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo
-illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta
-rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta...
-
-— Grazie, Cincino!
-
-Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato
-e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel
-salottino i rimasti, tra la conversazione che langue e le occhiate
-che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a
-due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il
-Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per
-appartarsi in buona compagnia, non resta che l'_Italie_.
-
-La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede
-in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente,
-di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il
-resto del discorso bisbigliato pianissimo.
-
-Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa, animata: il
-generale, invece, diventa sempre più pallido, e mentre donna Remigia
-alza il tono della voce, egli lo abbassa.
-
-Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e tanto meno della
-moglie, tien d'occhio la duchessina, guardando di sopra, guardando
-di sotto all'_Italie_. Pensando all'atto ardito con il quale egli
-ha fatto fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso del
-D'Entracques.
-
-— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno a darla ancora ad
-intendere alle donnine?
-
-Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà «ad intendere» al
-generale. Questi, comincia davvero a perdere la testa; Remigia, adopera
-la sua molto bene.
-
-Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una simpatia, se non
-ispirata, certo confortata e mossa dal ragionamento.
-
-— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa di quel
-generale-ministro. E quando avesse comandato lei, da sovrana, quel
-ministro-generale non sarebbe sempre stato a' suoi ordini?
-
-Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che desìo, poterla
-far tenere a quelle antipatiche grassone, così superbe e sbuffanti!
-
-— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella mi ha incontrata,
-vista, m'è passato vicino... senza accorgersene.
-
-— Non è possibile!
-
-— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con mio marito!
-
-— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la prima volta.
-
-— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta, ha badato a me!... È
-così, vero?
-
-Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per cominciare a
-innamorarsi, non è uno stupido e fissa Remigia:
-
-— È proprio ingenuità o è civetteria consumata?
-
-— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace, conferma!
-
-— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa, perchè...
-
-— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e acuti, quasi armati per
-pungere.
-
-— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità.
-
-— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta furberia e insieme tutto
-candore. — Paura?... Il ministro della Guerra?... Ah, povera Patria
-italiana!
-
-La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano insieme dal balcone:
-
-— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo?
-
-— Quando vuoi!
-
-— E che cosa si farà?
-
-— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina!
-
-— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In tutto quel tempo,
-non ha quasi mai parlato altro che il Paparigopulos, ma anche alla
-Capodimare è rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla
-chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci alle sorprese
-dell'ignoto.
-
-Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui, tenendo le spalle
-voltate alla conversazione. Ricomparsa Quanita, egli si è subito alzato
-e allontanato dalla principessa, ricominciando a guardare i quadri e ad
-allineare le figurine di porcellana.
-
-— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia a Quanita.
-
-— Verso le quattro.
-
-Il generale alle quattro non può.
-
-— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più tardi!
-
-Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre le altre due signore
-si divertono a strapazzarlo furiosamente.
-
-— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti!
-
-— Ben altri... doveri!
-
-Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton. Poi, la Capodimare
-domanda ad un tratto:
-
-— E la prima della _Manon_?... Quando sarà?
-
-— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise informazioni
-bisognerebbe rivolgersi a chi è in istretti rapporti... con
-l'impresario.
-
-Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo a bocca aperta.
-C'è un momento d'inquietudine per quell'impertinente di Cincino; ma poi
-Remigia, dopo essersi invano sforzata di restar seria, scoppia in una
-risata.
-
-— Precisamente, ancora non si sa, ma _abbiamo_ già venduto più di mezzo
-teatro! — Si stringe fra Guendalina e Quanita, abbracciandole per la
-vita e soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma io muoio dalla
-smania di conoscere questa Fanfan!
-
-— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima della _Manon_!
-
-— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia?
-
-— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in fondo al palco!
-
-— Uhm!... Temo di far male...
-
-— Perchè?
-
-— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo saprà!
-
-— Lo sapesse anche, non è a Roma!
-
-— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione senza etichetta e
-senza formalità.
-
-Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare e lasciarsi persuadere;
-trova ottime per ciò tutte le ragioni e mentre il marchese Pio continua
-a bisbigliare come se recitasse una giaculatoria, «non si fa male che
-a far del male», ella rivolge al D'Entracques un sorrisetto tenero e
-un'occhiata espressiva:
-
-— Ma... _cito_, mi raccomando, col suo collega dei Lavori Pubblici!
-
-La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderli _gratis_, lascia
-a Remigia anche la cura di prendere il palco.
-
-Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze. Remigia, che
-comincia a sentirsi stanca, trova la scusa solita di Giacomo.
-
-— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!... Ah, _mon Dieu!_
-Caro generale! Sapesse come il suo collega è difficile da indovinare!
-
-Guendalina offre la sua carrozza.
-
-— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti: ho la vittoria
-e non ci sono altri posti disponibili; nè per voi, generale, nè per
-Cincino.
-
-Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli ha la prudente
-abitudine di arrivare e di ritirarsi sempre per il primo.
-
-Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria.
-
-— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè ho da parlarti. Si
-tratta di un favore grandissimo, che vorrei da te.
-
-— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe una mano.
-
-— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè entriamo
-nel difficile! Devi sapere che il ministero dei Lavori Pubblici,
-d'accordo con quello delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di
-una Commissione tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi e
-l'impianto delle future stazioni della telegrafia senza fili!
-
-— La scoperta di Marconi?
-
-— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli accordi d'indole
-scientifica con quel governo. Mio fratello...
-
-— Cincino D'Ermoli?...
-
-— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere prescelto dal
-governo italiano fra i tre o quattro ingegneri che verranno eletti a
-questa commissione...
-
-— Ho capito.
-
-— Hai capito?
-
-— Sì. Penso io.
-
-— Basterebbe una sola parola di tuo marito...
-
-— Non dubitare; penso io.
-
-Guendalina continua con voce tenera e lamentosa:
-
-— Cincino, comincia appena a mettere giudizio. Ma fin che si trova a
-Roma, povero ragazzo, che cosa può fare?
-
-— Troppe distrazioni!
-
-— Tuo marito, farebbe una vera opera buona!
-
-— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima cosa che gli domando
-dacchè sono sua moglie: voglio vedere se mi dirà di no! — Negli occhi
-dell'Idola, che non ridono più, passa un lampo di minaccia.
-
-I cavalli si arrestano dinanzi al portone dell'albergo.
-
-— Di già!
-
-Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a terra.
-
-— Addio, Remigia!
-
-— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro!
-
-— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è giovedì e ho anche le
-figliuole! Se non vado a trovarle in collegio si disperano!
-
-— Figliuole?... _Tue?_ — Ella guarda, osserva l'amica assai
-meravigliata.
-
-— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende mollemente nella carrozza.
-Sembra ancora stanca e seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due.
-Una di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora?
-
-— Per ora e per sempre! No! No! No!
-
-Guendalina approva.
-
-— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto basta! E anche questa,
-ti giuro... inaspettata!
-
-— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della maternità mi
-spaventa, prima, durante, dopo; no, no, no! — Scappa via ridendo.
-
-— Ricordati di Cincino! Ti raccomando!
-
-— _Adieu! Adieu!_
-
-Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con la faccia pallida,
-piena di sonno.
-
-— La contessina Mimì è ancora in piedi?
-
-— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha voluto andar a letto per
-aspettarla. C'è anche Sua Eccellenza.
-
-— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di gioia. — Che bravo! —
-Gli avrebbe fatto subito la raccomandazione per Cincino. Si precipita
-nel salotto e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È tutta per
-il marito in quel momento, niente per la Carfo. — È un po' che sei qui?
-
-— No, no!
-
-— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una noia!... Non ne potevo
-più! Ma ho dovuto aspettare Guendalina per farmi accompagnare.
-
-— Guendalina?... Chi è?
-
-Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al tavolo, — alza dal piccolo
-telaio gli occhi interrogativi.
-
-— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia sempre rivolta a Giacomo
-e senza degnare Mimì di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima!
-Ci vogliamo un gran bene!
-
-— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una simpatia... fulminea! —
-Giacomo non è ironico ma è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora
-rimorso e amarezza per la scena di quella mattina: non vuol arrabbiarsi
-con sua moglie, non vuol più diventare nervoso. Tant'è, ci vuol calma
-e pazienza. Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io,
-per esempio, — soggiunge accarezzando la mano della moglie, — questa
-così straordinaria signora Guendalina non l'ho mai sentita nominare.
-
-— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò anche tua.
-
-— Grazie dell'improvvisata!
-
-A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia la detesta.
-
-— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di Quanita ed ha sposato il
-principe Capodimare. Per questo è nostra parente strettissima.
-
-Anche Giacomo non può a meno di ridere.
-
-— Insomma... la famiglia è cresciuta.
-
-Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la barba del marito,
-poi gli aggiusta il nodo della cravatta.
-
-— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene? Oh, che beatitudine! Come
-sono felice! — Vede sul tavolo il servizio del tè, una bottiglia di
-Marsala e un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi servo,
-sebbene non invitata!
-
-Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla adagio,
-delicatamente:
-
-— Uhm! Che bontà!
-
-— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè alle dieci, con un
-biscotto.
-
-Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio su contro di lei!
-Si sforza tuttavia di parlare per ottenere una risposta, uno sguardo.
-
-— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè si facesse portare almeno
-un'ala di pollo, una tazza di consumè! Non c'è stato verso!
-
-— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa, sempre
-rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare e poi andar subito a
-dormire? Ohibò! — Vicino alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. —
-Biglietti da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro, piegati a due a
-due. — Per me?
-
-— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si spezza la voce, — ...
-prima di pranzo! — Ella spinge il vassoio dinanzi all'Idola con la
-piccola mano tenera e bianca agitata da un tremito.
-
-Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza voce:
-
-— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere di nuovo, con
-grande indifferenza, nel vassoio. — Sai, Giacomo, tesöro, che è ben
-ridicolo questo tuo collega della Guerra?
-
-— Ridicolo?... Perchè?
-
-— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio, ed è ancora pieno di
-pasticci con le donne!... Con un'americana, mi ha detto Quanita!
-
-Giacomo si mette a ridere.
-
-— Se ha pasticci con le americane, fa male... e gli faranno male! Ma...
-vecchio? Adagio; ha la mia età!
-
-Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a palma:
-
-— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza il canto piegato
-e legge il nome degli altri biglietti: — _Avvocato Leonida Staffa,
-Deputato al Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero dei
-Lavori Pubblici._ — Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il Leonida dal
-cappellone?
-
-Giacomo D'Orea si fa serio.
-
-— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia, ma, adesso, con un
-accento sdegnoso e irritato. — Che cos'è venuto a fare da me? perchè mi
-ha portato i biglietti?
-
-Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai è un suo collega e
-bisogna rassegnarsi.
-
-— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta a Toblach e di
-aver ballato con te!
-
-— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero ancora una bimba!
-
-— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a salutare.
-
-— _Rabbagasse?_
-
-— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte gli è venuta la
-smania di frequentare le signore dell'alta società. D'altra parte è
-un mio collega, è con me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere
-l'uscio in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa di tutto per
-essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!... Porta pazienza, cara
-mia: sarà per pochi mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera...
-casa nostra!
-
-— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se Giacomo, con
-questo discorso, ha perduto un po' del suo buon umore, non l'ha perduto
-Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più espansiva e giuoca
-facendo le treccine con la barba brizzolata del marito. — Io sarò
-gentilissima con _Rabbagasse_, te lo prometto, ma anche tu, non devi
-dirmi di no...
-
-Giacomo lancia un'occhiata a Mimì.
-
-— Non devo dirti di no?... A che proposito?
-
-— Di un grandissimo favore che mi devi fare!
-
-— Sentiamo.
-
-— Prima giura.
-
-— Che cosa?
-
-— Di non dirmi di no.
-
-— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È troppo pretendere
-dalla mia coscienza, per quanto elastica!
-
-Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere le braccia al
-collo.
-
-— È un piacere, grande grande, che fai a me e a Guendalina! Pensa: si
-tratta di ottenere che suo fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio,
-ma proprio per sempre!
-
-— In tutto questo, scusa, che c'entro io?...
-
-— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una tua parola!
-
-Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il discorso fattole
-dalla Capodimare: la commissione tecnica, la telegrafia senza fili,
-l'impianto delle future stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli
-e conclude:
-
-— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che ti domando da che siamo
-marito e moglie; non puoi proprio dirmi di no!
-
-La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida, passando da
-un'inquietudine a un'altra e non le riesce di fare una gugliata senza
-aggrovigliare il filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha
-promesso a sè stesso fermamente di non volersi inquietare e ci riesce.
-
-— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto alla tua buona Mimì che
-odio le raccomandazioni. Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo
-d'ingiustizia e non ottiene che un effetto negativo. Invece di prendere
-il raccomandato in considerazione io lo prendo in sospetto.
-
-Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi:
-
-— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che tu fai a me e a nessun
-altro!
-
-— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha sentito, signorina
-Mimì?... La differenza... è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino
-D'Ermoli, che roba è?
-
-— È il fratello di Guendalina.
-
-— E che cosa ha fatto?
-
-— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi a fare qualche cosa,
-vorrebbe approfittare di quest'occasione, per andare lontano da Roma,
-dagli amici, da tutte le tentazioni!
-
-— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non sai che questa
-commissione, non sarà molto numerosa. Quattro o cinque ingegneri al
-più. E... non giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere
-giudizio! Alte personalità competenti in materia! Uomini... maturi, che
-già fanno parte del Ministero dei Lavori Pubblici o del Ministero delle
-Poste e Telegrafi e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè e al
-paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie in argomento. Il
-tuo... come si chiama?
-
-— Ingegnere Cincino D'Ermoli.
-
-— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode per i suoi buoni
-proponimenti, ma non è giusto che gli altri perdano per cagion sua una
-nomina, un onore, cui hanno diritto. Ti pare?
-
-— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un momento, poi esprime la
-sua idea. — Invece di mandare quattro o cinque ingegneri soltanto,
-mandatene addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non commetti
-ingiustizie e mi fai tanto contenta!
-
-Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità; si alza e corre
-a baciare l'amica:
-
-— Cara! Non sei in collera con me?
-
-— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde seccamente.
-
-Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando in sè stesso le
-proprie osservazione e i propri dubbi. — Quanto sarà sincera... la
-bambina? — Pure, seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche volta,
-con le bambine riottose, finge di cedere e di acconsentire, pur di
-evitar capricci e noie.
-
-— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli accademici, se ne ha; ciò
-che ha fatto e ciò che precisamente vorrebbe fare il tuo protetto.
-
-— Mi giuri che avrà la nomina?
-
-— Non giuro mai!
-
-— Me lo prometti?
-
-— Non posso promettere ciò che non dipende dalla mia sola volontà; ma
-quando vedrai la tua amica Guendalina le dirai che la domanda di suo
-fratello sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si
-sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche domattina devo essere
-al Ministero prima delle sette!
-
-— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge il signor D'Orea,
-con la grande tenerezza de' suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce
-dolcissima, affettuosa.
-
-Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con tristezza.
-
-— Penseremo anche alla salute... A suo tempo!
-
-Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano a Remigia e se ne va
-solo, mormorando la buona notte.
-
-Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria, a riflettere, con le
-ciglia aggrottate: dal suo volto sono spariti il sorriso e la fresca
-ingenuità della bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna
-irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente.
-
-— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un bel niente di niente!
-Figuriamoci se vuol scomodarsi per me! Non sono mia sorella!
-
-— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora la Carfo spaventata.
-
-— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo! Antipatico e...
-apata. Apata! Apata!... È il primo favore che gli domando, niente! E
-sa che si tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa è una
-pugnalata che trafigge il cuore di Mimì, ma è tirata apposta. — Che
-importa a lui delle mie amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle
-quali io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta!
-
-— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì vorrebbe
-difenderlo, ma Remigia l'interrompe con una sghignazzatina ironica.
-
-— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso... Può darsi!... Gli fai una
-corte sperticata!...
-
-Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le spuntano subito le
-solite lacrimone.
-
-— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa, in altri tempi, diceva
-anche di te!... Ma no; _cito, cito!_ — Con la mano si chiude la bocca.
-
-Mimì piange dirottamente.
-
-— Ecco! Ci siamo! Ah, _mon Dieu_, che bel divertimento! — Si mette con
-i pugni sui fianchi e gira su e giù canterellando a mezza voce: — Ci
-siamo! Ci siamo!
-
-La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi.
-
-— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?... Rispondi!
-
-Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima sua, e la fissa
-timidamente.
-
-— Non guardarmi, soltanto! Rispondi!
-
-— Sì...
-
-— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo, per mettermi dalla
-parte del torto! Tu, a furia di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di
-bene, — questo volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale di te
-per sorvegliarmi e per spiarmi.
-
-A questo punto Mimì si ribella:
-
-— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me!
-
-Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce subito.
-
-— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi capire. Non è colpa tua
-se «quello là» con tutta la sua politica, riesce, come t'ho detto, a
-raggirarti bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa io e
-infelice! Non diventare nervosa anche tu... o non posso più vivere!
-Più, più, proprio più! — Le dà un bacio e l'altra se la stringe al
-cuore.
-
-C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di che cosa avete
-parlato, tutta la sera?
-
-La Carfo risponde balbettando:
-
-— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!... Persino di politica!
-
-— Oh! Oh!
-
-— E abbiamo parlato moltissimo di te.
-
-— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente ciò che desidererei
-sapere.
-
-— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi molto bene; gli ho detto
-le feste che ti hanno fatto a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere
-per non averlo veduto stamattina alla stazione.
-
-— E poi?
-
-— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia...
-
-— A proposito di che?
-
-— Della sua età, della sua serietà. Non essendo più tanto giovine...
-
-— Ha un figlio ufficiale di marina!
-
-— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche per te un'amica e una
-compagna buona e sicura.
-
-— Poi?
-
-— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento pensierosa. — Ah! Ecco!
-Mi ha domandato se suo fratello, al solito, ha sparlato di lui.
-
-— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti fa fare la spia?
-
-— Ma no...
-
-— Ma sì!
-
-— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che l'ho appena
-intravvisto un momento, alla sfuggita!
-
-Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa affilato.
-
-— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire, parola per parola,
-tutti i discorsi di Giacomo; e gli dirai soltanto... ciò che voglio io!
-
-— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimì prega a mani
-giunte. — Non gli fare raccomandazioni. Lo inquieta, lo irrita!
-
-— Ti ha detto lui, anche questo?
-
-— Sì; stamattina e poi ancora stasera.
-
-Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare su e giù, facendo un
-cipiglio strano, mulinando chi sa che cosa. A un tratto, le passa
-dinanzi, come un baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà una
-forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva scompigliata, poi i
-riccioli biondi tornano a posto ed ella ride allegramente.
-
-— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!... Non dovrò più
-graffiarmi e pungermi per accarezzare quell'istrice! — Devi sapere...
-— Afferra le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per parlare,
-poi si pente. — No. Ti basti questo; io sarò _in-flu-en-tissima!_ E
-intanto, — prima prova del mio potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la
-sua brava nomina! Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente.
-— Sono in dieci i ministri, cara mia, e lui, il signor... Catone
-tira-molla, non è nemmeno tra i più autorevoli!
-
-Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua Eccellenza D'Entracques,
-ministro della Guerra; invece, — chi mai lo avrebbe immaginato? È
-l'altra Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone, è
-proprio il _Rabbagasse_ che riesce a far pervenire la nomina ambita al
-conte Cincino D'Ermoli!
-
-Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben sicura che da Jack non si
-ottiene niente, scrive alla Capodimare per metterla a parte dei suoi
-dubbi e delle sue nuove speranze.
-
-La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa portare con la
-carrozza all'albergo di Roma.
-
-— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata, alle prime parole di
-Remigia. — Vuoi raccomandarti al D'Entracques?... Non può far niente.
-
-— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è ministro della guerra!
-
-— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare Cincino al suo
-collega, il ministro dei lavori pubblici!
-
-Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia è furibonda contro
-Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo e caparbio. Tutte e due si
-guardano mortificate e afflitte.
-
-— E allora?
-
-— Che cosa si può fare?
-
-— ... Non c'è proprio un raggio di speranza!
-
-Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il servitore venuto da
-Pontereno, entra nel salotto annunziando una visita:
-
-— Sua Eccellenza Leonida Staffa!
-
-— Dov'è?
-
-— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato il _liftiè_ per sapere se la
-signora duchessa riceve.
-
-— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta di poter fare, con
-quella sgarbatezza al sottosegretario, un dispetto a suo marito. Ma
-Guendalina le parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama
-indietro il servitore.
-
-— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza e conducetelo qui!
-
-— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la principessa, quando
-Giovanni è uscito, — è il solo uomo, dopo tuo marito, che possa far
-mettere Cincino nella Commissione!
-
-— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici davvero?
-
-— Certissimo!
-
-— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si opporrà?
-
-— Appunto per questo. — Anche gli occhi della Capodimare sono pieni di
-furbizia. — Prima, non deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto
-sta che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile!
-
-— Tentiamo insieme!
-
-— Tentiamo.
-
-Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono più addolorate e
-non sospirano più. L'idea di avere un ottimo pretesto, quello della
-salvezza morale e dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare
-tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente Remigia.
-
-— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare con aria sospettosa.
-
-— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo oggi! _Il cor me lo
-dicea!_ — Un piccolo saltetto di gioia e un altro abbraccio di Remigia
-a Guendalina. — Per essere libera l'ho mandata in giro, con il signor
-Zaccarella, in cerca di moltissime cose... che non farà presto a
-trovare!
-
-Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida s'avanza.
-
-— Eccolo!
-
-— Il _Rabbagasse!_
-
-Le due signore siedono, con molle abbandono, una sulla poltrona,
-l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio
-con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono
-l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi,
-sempre pronti... al sorriso.
-
-È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il
-suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o
-brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta
-aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si
-sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a
-soffrire la sete.
-
-Le signore, anzi le _dame!_ Le vere, le gran dame! Quelle proprio di
-Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo!
-
-— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter
-penetrare in quel tempio, sacro alla storia!
-
-— Le principesse romane!... Che cosa grande!
-
-Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da
-tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è
-nato con quella voglia in corpo!
-
-Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane,
-scaraventando dalla _Bandiera_ bottiglie d'inchiostro rosso, di un
-bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite,
-— con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure
-alla _Bizantina_ gli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva
-di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e
-lardellando la sua nobile prosa di _eburnee spalle regali_, di _incessi
-sovrani_, di _maestà matronali_, di _crême_, di _fine-fleur_ e di
-_high-life_. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano
-a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica
-e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di
-tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università
-professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto
-deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame,
-quelle della vera _haute_ di Roma, un po' più a suo agio, alla Camera,
-ai Lincei, alla Palombella.
-
-— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia,
-non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana!
-Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lo _chic_ parigino; ma la
-signorilità principesca delle romane?
-
-— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare, di salutare,
-di sedersi in carrozza, di camminare! Tutto diverso! Cosa grande! È
-un'atmosfera diversa! Un profumo diverso!
-
-Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi radicale, non è mai
-stato veramente così vicino a nessuna principessa, da sentirne l'odore.
-Ma non importa! Lo intuisce e lo pregusta.
-
-Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella prima ed ultima
-seduta della Camera, Leonida Staffa ha alzato l'occhio più sicuro e più
-fermo sulla tribuna della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico.
-Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa Moncavallo?... Se la fa
-indicare...
-
-Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi di Toblach, di un
-gran barbone di lusso, che si chiamava principe Rosalino, di una gran
-dama molto superba che lo salutava appena con la testa, senza mai
-stringergli la mano...
-
-— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una dama d'onore! La cognata
-della principessa Capodimare!
-
-Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega ai Lavori
-Pubblici:
-
-— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea a Toblach!... Era
-ancora una ragazzina! Ho conosciuto moltissimo la madre, la duchessa
-Moncavallo! Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!...
-Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo!
-
-Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti di visita,
-borbottando con stizza nel piegarne gli angoli:
-
-— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea, spiegherà la burbanza di
-sua madre...
-
-Sopra la moglie del ministro del quale egli è il sottosegretario di
-Stato, Sua Eccellenza Leonida Staffa sente di poter vantare tutti i
-diritti della colleganza politica.
-
-— Staremo a vedere!
-
-Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia
-alla conquista dell'_hôtel de Rome_, sospettoso, minaccioso, armato di
-tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.
-
-Sua Eccellenza domanda al portiere se la _signora_ D'Orea riceve con
-più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia
-Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia
-un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di
-fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti di
-_brillantina_.
-
-— Staremo a vedere!
-
-Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo accoglie di piè
-fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter
-ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera,
-sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio
-lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso
-stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora
-più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora
-dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto.
-
-— Cosa grande!
-
-Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la
-principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta
-signorilità! Che grazia! Che finezza!
-
-— Cosa grande!
-
-Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di
-Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma
-invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza
-per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni
-di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi
-dietro le loro seggiole.
-
-— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una
-pausa del conferenziere.
-
-— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'_Iris?_
-
-La _Manon_ era stata rimandata per una delle solite indisposizioni
-_réclame_, di Fanfan Trécoeur.
-
-— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'_Iris_. — E così resta fissato.
-
-Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il
-discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del
-teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e
-trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.
-
-Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi
-l'invito per una visita.
-
-— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per
-tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela
-si risolve, si alza.
-
-— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri.
-
-Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua
-Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca
-che può passare per uno _smoking_, ovverosia con uno _smoking_ che può
-passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia,
-lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto
-ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla
-principessa.
-
-È lì, al Costanzi, mentre _Iris_ spiega le sue belle maglie rosa alla
-gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua
-Eccellenza.
-
-— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto,
-tanto, tanto riconoscente!
-
-Che musica!... Non quella dell'_Iris_, che Leonida Staffa non ascolta
-nemmeno, ma la musica di quei «tanto tanto» modulati, sospirati al
-soffio leggero di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso.
-
-Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle dell'amica e ne aggiunge
-un'altra particolare.
-
-— Che mio marito non sappia niente, o manda tutto a monte! Ha certe
-idee!... — E le spiega.
-
-Leonida Staffa non è dell'opinione del collega; tutt'altro!
-
-— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti? Le solite persone
-tecniche? Io diffido, per massima, dei tecnici e dei competenti!
-Vecchi sistemi e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare e
-ringiovanire! La maravigliosa invenzione di Marconi è l'invenzione di
-un giovane! La radiotelegrafia? L'elettromagnetismo? Il mistero delle
-onde hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani! Forze giovani, che
-appartengono di diritto... ai giovani!
-
-
-
-
-IX.
-
-
-— Dunque, siamo intesi! — esclama Remigia alzandosi e abbracciando
-Quanita. — Alle sette venite a pranzo da me e poi si va alla _Manon_,
-dove troveremo Guendalina e _forse_ — chi sa? — anche il cavalier
-Paparigopulos!
-
-La marchesa non rileva lo scherzo. Ella teme soltanto che all'ultimo
-momento venga fuori la solita striscia verde con un altro _riposo_.
-Alla marchesa occorre sempre di sapere di sicuro, prima delle tre, se
-c'è teatro sì o no!
-
-— Ci sarà poi, questa _Manon_, o non avremo un'altra indisposizione?
-
-— Speriamo di no; sarebbe la quarta!... Il povero Luciano si dispera.
-
-— Ma... è proprio innamorato sul serio o lo fa per moda?
-
-— È innamorato sul serio perchè è di moda.
-
-— E sua moglie?
-
-— Mia sorella?...
-
-— Non ne soffre?
-
-— Credo che, viceversa, sia questa l'unica cosa di suo marito che
-ancora può soffrire.
-
-— Luciano dev'essere noiosetto in famiglia?
-
-— Noioso lui e noiosa lei. Tragedia e musica!
-
-Le due signore continuano a chiacchierare e a ridere fin sulla soglia
-dell'anticamera, dove Quanita accompagna Remigia, e dove si abbracciano
-un'ultima volta.
-
-Remigia parla sottovoce per non farsi udire dai due servitori che
-stanno presso l'uscio, impalati.
-
-— Stasera posso venire anch'io alla prima della _Manon_ perchè Jack ha
-i sindaci della Basilicata a banchetto! Ma se fosse ancora rimandata e
-cadesse in una sera in cui lui resta in casa... impossibile!
-
-— Perchè?... Tuo marito non è geloso; non ti secca mai!
-
-— Quando si tratta di me. Con Fanfan di mezzo... si tratta di mia
-sorella!
-
-Quanita legge negli occhietti furbi molte cose di cui sarebbe
-curiosissima di avere la spiegazione. Fa per trattenerla ancora,
-sull'uscio, tenendole una mano.
-
-Remigia non può.
-
-— Un altro giorno! Ho fatto anche troppo tardi! Lasciami andare! Ho due
-bolognesi simpaticoni che conoscerai oggi a pranzo e che mi aspettano
-all'_hôtel_.
-
-— Due adoratori?
-
-— Uno sì e l'altro... quasi!
-
-— Allora non lo diremo a Sua Eccellenza!
-
-— A mio marito?
-
-— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa si tira Remigia più
-vicina mormorando, sempre sottovoce, assai maravigliata: — Diventi
-rossa?... Come, come, come?... Diventi rossa?
-
-Remigia che si sente bruciar davvero fa una grande risata per
-rimettersi, mentre alzandosi in punta di piedi bisbiglia all'orecchio
-dell'amica:
-
-— _Retour de jeunesse et retour d'Amerique?_... Ah no, mia cara! Quale
-scusa potrei avere per mio marito? — Scioglie la mano e scappa via,
-infilando lo scalone.
-
-L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara aspettano la
-duchessa Remigia da oltre un'ora. L'avvocato intanto, — lestezza e
-pulizia, — si leva la polvere e il nero del carbone dalle scarpe,
-dall'abito e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il contino
-Gambara guaisce con Mimì Carfo.
-
-— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non ci vuol più bene!
-Cattivina, cattivona, cattivaccia! Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare
-e non venire! Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così!
-
-— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere con gioia il _tic tac_ dei
-passettini veloci. Ella è in pena per quel ritardo che può far sembrare
-la sovrana di Pontereno poco premurosa verso i suoi buoni amici di
-Bologna.
-
-Remigia entra sorridendo.
-
-— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così dicendo stende le
-due mani che il Berlendis ed il Gambara si affrettano ad afferrare, una
-per ciascuno, e a baciare replicatamente.
-
-— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama Mimì dandole un
-bacio nel levarle il cappellino.
-
-— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambara abbassa il bel
-nasone fino a premerlo quasi contro il petto, mentre raggrotta
-la fronte e fa il verso d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna,
-vergogna!
-
-Cavour mette pace:
-
-— Impazienza legittima, dato il legittimo desiderio di rivedere la
-nostra bella, la nostra cara duchessa!
-
-Remigia sospira, geme, sbuffa.
-
-— Sapeste, quanto da fare! Non esagero, Berlendis: ho da fare più io di
-mio marito!
-
-Il bianco nasone vola per aria facendo le grandi maraviglie, ma
-l'avvocato trova la cosa affatto naturale.
-
-— Al marito il dicastero, alla moglie la rappresentanza!
-
-— Tutte... le rappresentanze! Il mio Jack non si muove mai, e chi è
-sempre in giro sono io!... Di qua, di là, esposizioni, inaugurazioni,
-conferenze, comitati...
-
-— Gli asili, le scuole, le visite! — aggiunge Mimì.
-
-— I ricevimenti ufficiali e non ufficiali! Credetelo, sogno, oh, come
-sogno un po' del mio delizioso Pontereno! Pensate che qui a Roma, per
-poter dedicarvi un'oretta e per poter disporre della serata, ho dovuto
-fare... miracoli!... Mimì lo sa, ma intanto... Adesso, si sta un po'
-insieme, si pranza insieme e si sta insieme anche dopo. Siete contenti?
-
-L'avvocato è contento; il conte Gambara niente affatto. A Roma, aveva
-sperato... tutt'altra cosa! E aveva fatto il viaggio con quell'ansia
-e quel bruciore addosso. Invece la cattivona, glielo fa capir subito,
-senza complimenti: a Roma... niente di niente, anzi, ancora meno di
-Pontereno!
-
-Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di colpo, prende,
-stringe la mano della Carfo, la bacia e la ribacia furiosamente: — A
-Roma vi trovo ancora più deliziosa, deliziosissima!...
-
-Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho potuto avere un
-giorno libero, nemmeno per la mia mammà! E sospiro l'ora, il minuto di
-vederla, di poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la mia mammà,
-gioia, tesöro!
-
-— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a ripetere il conte Narciso
-sempre rivolto, ostinatamente, a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi
-e falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si guarda nello
-specchio, — oh, santo Guìo! — Si trova orribile, orrendo! — Corro, volo
-a far toeletta!
-
-È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre, con l'immediato
-abbandono! Fa un bell'inchino, piegando il collo con un attuccio
-vezzoso e premendosi la paglietta sul petto con tutta la mano aperta,
-se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno rispondere a
-donna Remigia che gli grida dietro con affettuosa insistenza:
-
-— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima.
-
-Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa una carrozza
-vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere:
-
-— _Hôtel Milan!_ — Poi pensa fra sè: — Torno a Bologna, certo,
-certissimo, con la prima corsa!... Niente pranzo, alle sette! Scrivo
-due righe asciutte e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio
-così!
-
-Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia gli sembra molto più
-bella!... Bellissima! Mostro!
-
-— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho preso tutto troppo
-alla lettera, senza riflettere che c'erano presenti Mimì Carfo e il
-Berlendis!
-
-Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso: resta.
-
-— Resto, perchè mi veda indifferentissimo! — C'è un'altra riflessione:
-se ritorna a Bologna troppo presto nessuno crederà più ch'egli sia
-l'amante della duchessa Remigia.
-
-Esserlo... magari! Ma non essendolo... almeno parerlo!
-
-Poi... la politica?... Il collegio?... La deputazione?..
-
-
-La partenza precipitosa del conte Gambara, se ha destato l'ilarità
-di Remigia e la compassione di Mimì, ha fatto molto piacere a Ciro
-Berlendis. Favorisce il suo piano. Egli non è venuto a Roma per i begli
-occhi della duchessa.... o della contessina, ma per affari; per un
-grosso affare di parecchi milioni. Si tratta di ottenere dal Ministero
-dei Lavori Pubblici la concessione del diritto di fruire dell'acqua
-di alcuni laghi nel Cadore, per la produzione di energia elettrica.
-L'utilità pubblica, e il vantaggio che ne devono derivare, sono palesi,
-ma i sollecitatori tentano di far passare sotto questa bandiera
-il contrabbando di una speculazione leonina, nella quale essi soli
-avrebbero il grosso del boccone e l'erario, i soli rischi dell'impresa.
-Urge, dunque, di ottenere la chiesta concessione senza che al ministero
-dei Lavori Pubblici si perda tempo, e si faccia perder tempo, in
-sottigliezze pedantesche, in lungaggini burocratiche... E per ottener
-questo, per far viaggiare le pratiche a vapore, il Berlendis ha pensato
-di rivolgersi alla buona, alla cara duchessa Remigia ed ha combinato la
-gita a Roma con il conte Gambara... per meglio darla ad intendere.
-
-— Sapete, duchessa, di chi vi porto i saluti? — comincia l'avvocato,
-a mo' d'esordio, quando anche la contessina Mimì è uscita in cerca di
-Carolina. — Indovinate!
-
-Remigia, sdraiata sulla poltrona accanto alla finestra aperta, guarda
-l'avvocato sorridendo... e aspetta.
-
-Ciro Berlendis resta in piedi, per aver più fresco, e con un giornale
-si sventola il faccione rotondo, sul quale il lustro del sudore fa
-risaltare le lentiggini. Egli parta con voce alta, da predicatore.
-
-— Un egregio gentiluomo; una bravissima persona. Un mio prezioso
-cliente di vecchia data, che la signora duchessa ha conosciuto,
-quand'era ancora signorina, a Villars!
-
-— A Villars?... Quand'ero ragazza?
-
-— Precisamente!
-
-— Chi è?
-
-— Oh, mi ha parlato tanto di lei con un entusiasmo che, del resto,
-non solo si comprende, ma del quale siamo tutti partecipi! È il barone
-Marco Danova!
-
-— Re Faraone! — Remigia rompe in una risata. — Re Faraone al lucido
-Nubian! Sa, caro Berlendis, che è stato un mio accanito adoratore?
-
-Il Berlendis accenna col capo affermativamente e sospira per conto di
-Marco Danova.
-
-— Innamoratissimo!... Una grande passione!... Brucia ancora!
-
-— Troppo brutto! Troppo brutto!... Remigia rabbrividisce. — Un orrore!
-
-— Ah! — L'avvocato fa un altro grosso sospirone; non per il Danova, ma
-per sè. — La propria bruttezza... non rende insensibili al fascino del
-bello. Io... capisco e sento di doverlo molto compiangere quel povero
-barone!
-
-— Avvocato! Avvocato! — ammonisce Remigia dondolandosi, sempre sdraiata
-sulla lunga poltrona. — Proibite le dichiarazioni!
-
-— Allora... — Il Berlendis sembra fare un grande sforzo per vincere sè
-stesso. — Allora, per non cadere in tentazione... parliamo d'affari!
-Il nostro amico, il buon Danova, che a Villars non ha potuto ottenere
-grazia dal vostro cuore, vi domanderebbe oggi, per mio mezzo, un
-piccolissimo favore.
-
-— Non si tratta di una raccomandazione? — Remigia, ferma la poltrona di
-colpo e si rizza a sedere. — Non accetto raccomandazioni! Jack non ne
-vuole; io non ne voglio assolutamente!
-
-— Ed io?... Sono forse l'uomo... delle raccomandazioni? — L'avvocato
-gonfia le gote, gonfia il petto, diventa più acceso in volto e mugge: —
-Nessuna raccomandazione, mai, per principio e per fiera dignità di me
-stesso. Qui non si tratterebbe, da parte vostra, altro che di dare un
-ordine, semplicemente. L'ordine di far presto!
-
-L'avvocato Berlendis, passeggiando su e giù, si caccia le mani in tasca
-e mette muso.
-
-Remigia ha paura di averlo offeso e gliene duole. È un permaloso
-vendicativo! Chi sa che cosa può inventare quando torna a Bologna!
-
-— Non ho detto questo per lei che è un mio buon amico, ma per quel
-Danova che mi è sempre stato antipatico, — fa un altro brivido, —
-odiosissimo!
-
-Ciro Berlendis siede a sua volta accanto alla poltrona della duchessa
-Remigia, le prende una mano, la stringe, l'accarezza, la bacia. La pace
-è fatta.
-
-— Mettiamo il Danova da parte. Re Faraone, scartato. Il piccolo
-favore, — piccolissimo, — lo domando io, per me. E lo ripeto ancora
-solennemente: non voglio e non vogliamo raccomandazioni. Basta dire
-soltanto a chi ha del tempo da perdere: fate presto, perchè per i
-galantuomini che lavorano, il tempo è danaro!... E si tratta, — questo
-per l'intima soddisfazione, — di una geniale iniziativa di utilità
-nazionale, con sicuro vantaggio per l'erario! Si tratta, insomma,
-di un'opera grandiosa, ciclopica, la quale farà onore al paese ed al
-governo!
-
-Alla parola — governo — donna Remigia che aveva ricominciato a
-dondolare, si ferma di nuovo ergendosi impettita sulla poltrona, con
-grande serietà ed importanza.
-
-— Ecco tutto in due parole: un ottimo affare in carbone bianco,
-proposto da un gruppo cospicuo di egregi... gentiluomini, industriali
-e capitalisti, italosvizzeri. — L'avvocato alza la mano corta, grassa
-e pelosa e la gira in aria con tre dita tese: il pollice, l'indice e il
-medio.
-
-— Tre! Tre milioni di capitale; due già versati. Studi e progetti,
-tutto pronto! Compartecipazione del quattro per cento al governo per un
-ventennio; facoltà di prelazione per un decennio, pure al governo, nel
-riscatto delle energie attivate!
-
-Giro Berlendis, che tiene sempre la mano alzata e le tre dita tese,
-si alza anche in piedi, si riscalda, ansima, suda, ma andando quasi
-addosso alla cara duchessa, abbassa misteriosamente il tono della voce.
-
-— Un programma di lavoro! Un programma di trasformazione della regione
-intera, un programma nuovo, moderno, magnifico, un programma che sarà
-un successo nostro e del ministero liberale che lo avrà sanzionato!
-
-Tanta eloquenza introna a Remigia le orecchie e il cervello; ma non ha
-capito un ette.
-
-— Scusi, avvocato; che cos'è questo... carbone bianco?
-
-Il sorriso del Berlendis diventa ineffabile. L'occhio, la voce, il
-gesto, spirano poesia:
-
-— ... «_Chiare, fresche e dolci acque!_» Non più il carbone fossile,
-il nero carbone che sporca e affumica, la ricchezza, già stremata, che
-gli inglesi e i belga ricavano dalle viscere del loro suolo. Su, su, in
-alto, sempre in alto la stella d'Italia! Le Alpi del Cadore, sono tra
-le più ricche di laghi, di corsi di acqua imponenti, anche ad altezze
-considerevoli. Ebbene, noi vogliamo far... procombere al piano l'acqua
-di quei laghi e di quei fiumi, senza dispersioni, raccogliendo energie
-formidabili!
-
-— Capisco; ho capito! — Non ha capito, ma Remigia vorrebbe tagliar
-corto perchè non si diverte. — Io, dunque, dovrei...
-
-— Ecco il carbone bianco! Ecco «la forza indomita dell'avvenire!» —
-seguita imperterrito l'avvocato, passeggiando e declamando. Ma il tempo
-urge. L'industria nazionale ha bisogno di un forte incremento; il paese
-ha bisogno di risveglio, di lavoro; bisogna far presto. Il domani è
-il nemico, l'insidiatore dell'oggi! Non già che si possano temere
-concorrenti; impossibile, assurdo! Nessun può proporre condizioni
-vantaggiose, nè offrire garanzie, non dico superiori, ma pari alle
-nostre!
-
-— Io dunque dovrei dire a mio marito...
-
-— A suo marito? al ministro? Niente. Ella è in ottime relazioni, con il
-sottosegretario ai Lavori Pubblici? Con Sua Eccellenza Leonida Staffa?
-
-— Come a Bologna si sa sempre tutto! — pensa Remigia prima di
-rispondere.
-
-— Ebbene: basta il sottosegretario! Ella mi dà due righe di
-introduzione esprimendo la sua simpatia per il carbone bianco, e
-tutto il resto... è tanto semplice... che va da sè. Io ho soltanto
-da dir questo, all'onorevole Staffa: Eccellenza: al ministero dei
-Lavori Pubblici, _Sezione terza_, giace e forse, ahimè! non ancora
-aperta, la nostra proposta... così e così, etcetera, etcetera. Ebbene,
-si prega, e con qualche diritto, che la pratica venga esaminata con
-sollecitudine. Nient'altro; basta! Non si domanda di più! — L'avvocato
-torna a gridare, a inquietarsi, a offendersi, ma in quel punto, a
-interromperlo improvvisamente, entra nel salotto un altro suo amico, il
-caro Zaccarella.
-
-— Scusi, signora duchessa! La chiamano al telefono!
-
-Remigia salta in piedi, lasciando dondolare la poltrona vuota.
-
-— Sarà mio marito!
-
-— No, signora duchessa. È Sua Eccellenza l'onorevole Staffa.
-
-— Permette, avvocato?
-
-— Faccia! Faccia!
-
-— Torno subito!
-
-— Faccia! Faccia! Faccia!
-
-Remigia vola via leggera come una farfalla seguita dal grave signor
-Zaccarella, al quale l'avvocato stringe un'altra volta la mano.
-
-— Carissimo il nostro... cavaliere!
-
-Il Berlendis ride e gongola.
-
-— Ah! Ah! Proprio vero! Sono stato informato esattissimamente!
-Leonida Staffa è ai piedi della duchessa D'Orea!... Piedini, veramente
-maravigliosi con i quali anche i nostri affari, speriamo, marceranno
-egregiamente! La donna, la bella donna, la bella donna civetta, ecco
-la più provvida delle istituzioni!... Basta non fare la sciocchezza
-d'innamorarsi!... Deve essere la nostra forza; non la nostra debolezza!
-— Sorridendo torna ad asciugarsi il collo, il mento, la fronte, le
-mani.
-
-— Benissimo!
-
-Si leva gli occhiali per ripulire anche le lenti intorbidite, ma con
-quel moccichino, le sporca di più!
-
-— Benissimo! Se riesco a strappare la concessione evitando i soliti
-procedimenti meticolosi, che bel colpo per quel ladro del Danova... ed
-anche per me!
-
-Donna Remigia rientra nel salotto; è raggiante.
-
-L'avvocato la fissa attentamente.
-
-— Ella ha ricevuta una notizia che le fa molto piacere.
-
-— Sì! Moltissimo piacere!
-
-— Le si legge in fronte!
-
-— Son felice! Non per me, ma per la mia amica più buona, più cara!
-
-— Già. La nostra dolcissima, soave contessina Mimì!
-
-— No! No! Sono felice per Guendalina!
-
-Cavour apre la bocca, e inarca le ciglia dietro gli occhiali.
-
-— La principessa Capodimare! Suo fratello, il conte Cincino D'Ermoli,
-ha ottenuto di far parte di una commissione di... studi scientifici,
-che parte a giorni per gli Stati Uniti. Guendalina lo desiderava
-tanto! Ho già ordinata la carrozza; voglio portarle io stessa la
-bella notizia. Mi scuserà, avvocato; faccio una corsa; cinque minuti
-appena! Oggi devo anche vestirmi più presto; si pranza in punto alle
-sette, perchè stasera si va tutti insieme al Costanzi. Che cosa le
-dicevo, avvocato? È vero sì o no? E il Gambara se n'ha avuto per male!
-Un minuto solo, _mio_, non posso averlo mai!... O il telefono, o il
-telegrafo, o un usciere del ministero! Ah, _mon Dieu!_ _Mon Dieu!_
-
-— Le fatiche del potere!
-
-— Tutto io! Sempre io! Mah, — sospira. — Quando si ha un benedetto
-marito che non fa niente, mai niente, per gli altri!
-
-Remigia scappa via, ma l'avvocato la ferma:
-
-— E... le due righette di... simpatica introduzione?
-
-— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici; Sua Eccellenza Leonida
-Staffa lo aspetta. Adesso, al telefono, gli ho parlato anche di lei.
-Sa che l'avvocato Berlendis è persona di mia piena fiducia e mio grande
-amico.
-
-— Però... anche un semplice bigliettino suo...
-
-Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto di visita, vi
-scrive sopra col lapis: «Eccole, caro Staffa, il primo e _il più amato_
-dei miei simpaticoni di Bologna...» e lo dà al Berlendis.
-
-— A lei, prenda; come _passe-partout!_
-
-
-
-
-X.
-
-
-Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor Zaccarella
-che sorveglia camerieri e servitori, tutto procede con buon ordine e
-speditezza.
-
-Donna Remigia è allegrissima, al contrario del generale D'Entracques
-e del conte Gambara che sembrano, l'un contro l'altro armati... di
-sussiego e che allungano il muso a vista d'occhio.
-
-Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto, sorride e gusta
-maggiormente i bocconi ghiotti. Egli ormai s'è messo il cuore in pace.
-Fa sempre, quando può e come può, la sua corte umile e devota alla
-bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma dopo il colpo di piedino
-negli stinchi e il rabbuffo toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo,
-prudentissimo e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta delle
-«bricioline». Bacetti sulle manine, parolette nelle orecchine rosee,
-trasparenti, parolette soffiate sul collino sparso di pellolino biondo,
-il collino ideale, gracile, di una adolescente; toccarle, quando
-capita, ma toccarle appena, come una reliquia, le braccine ignude... e
-basta. Il resto... indovinare, immaginare e ruminare!
-
-Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni pietrificato del
-D'Entracques a dargli il gambetto e gioisce vedendolo imbronciato e
-tormentato dalla gelosia.
-
-È stato lui stesso, il rugiadoso Jago a piantargli il pugnale nel cuore.
-
-Prima di pranzo, mentre nel salotto si aspettava l'annunzio di
-andare a tavola, il marchese Pio ha trovato il momento di sussurrare
-all'orecchio del conte Martino: — Vedi, quel bel giovane?
-
-— Non vedo altro che un bel naso!
-
-— Dicono... dicono veh! ci sia molto del tenero con la duchessina
-D'Orea.
-
-Il generale trasalisce e impallidisce, ciò che non gli è mai successo
-all'improvviso scoppio delle artiglierie.
-
-— A Pontereno, furono visti, dicono, a baciarsi in giardino!
-
-— Sono tutte falsità, infamità, e mi meraviglio che tu...
-
-— Io?... — protesta il Della Gancia interrompendolo. — Io non ho mai
-creduto niente!... Non la lascio sempre con mia moglie? — Leva gli
-occhi al cielo come vittima innocente e congiunge le palme in atto di
-compiere mentalmente il segno della santa croce.
-
-Il generale è convinto dell'innocenza di Remigia, è sicurissimo che
-si tratta di una delle solite calunnie, ma il pranzo gli è andato di
-traverso, prima ancora di mettersi a tavola.
-
-Al generale, come Eccellenza, è destinato il posto d'onore, fra le
-due signore: la padrona di casa e la marchesa Della Gancia. Egli si
-sforza di mostrarsi indifferente per essere brioso, ma la caramella
-non gli sta ben fissa nell'occhio e dalla gola non passa il più
-piccolo boccone; non può che bere, e beve. Con donna Remigia, scambia
-appena qualche parola, senza mai guardarla. Invece è amabilissimo
-con la marchesa e con gli occhi, i veri e quello di cristallo, divaga
-piacevolmente e ostentatamente tra i non simulati richiami dell'ampia
-scollatura. Vuol far dispetto, vuol far ingelosire la duchessa
-Remigia... invece la diverte. Ella ha subito indovinato la gelosia e
-capito il giuoco. La donna è soltanto astuta e l'uomo è intelligente;
-ma l'astuzia della donna è sempre più forte dell'intelligenza
-dell'uomo! Per altro, non vuol essere troppo crudele. Il D'Entracques
-le piace e le piace anche di vederselo innamorato. Ella non sente
-in lui un pericolo... ma un appoggio... sicuro. Sente che la sua
-reputazione non avrà nulla da temere, mentre la sua vanità, che è poi
-l'orgoglio della donna, avrà tutto, invece, da guadagnare.
-
-Vuol calmarlo, vuol rassicurarlo, vuol farlo tornare di buon umore.
-Sporge verso di lui il fresco visetto e sorride mormorando sottovoce: —
-Che c'è di nuovo? Perchè sempre e tutto da quella parte?... Perchè solo
-dedito... all'alpinismo?
-
-Il generale parla pure sottovoce, ma senza guardarla:
-
-— Non osavo sperare ch'ella potesse occuparsi di me, dopo gli ultimi
-arrivi da Bologna!
-
-Remigia non può frenare un'allegra risatina, che consola subito il
-generale.
-
-— Ah, no, poi! Accollarmi quel Narciso, che è anche tulipano! Questo
-no! È proprio troppo e mi ribello!... Preferisco, trecento volte,
-ch'ella sia ancora geloso della zazzera di Leonida! Mi guardi.
-
-Il generale si volta e la guarda.
-
-— Mi guardi bene!
-
-Gli occhietti ceruli sembrano diventati più grandi e più profondi: non
-sorridono più. Sono umidi e languidi, spirano fiducia, amore e tanta
-sincerità!
-
-Il generale non sente più che il dolore e il rimorso di averla fatta
-quasi piangere.
-
-— Mi perdoni. Non sono mai stato un ragazzo! Comincio ad esserlo
-adesso, che divento vecchio!
-
-— Mi fa tanto dispiacere per lei che ella sia geloso e così
-ingiustamente. Per lei è un grande dolore inutile. Per me... è una
-grande amarezza immeritata!
-
-— Mi perdoni...
-
-Gli occhi di Remigia si riempiono di lacrime: proprio di lacrime vere!
-
-Dà una forte scrollata di testa; gli occhi tornano a ridere e a
-sfavillare: — L'uno e l'altro, l'avvocato e... il tulipano, sono i
-soliti regali di mio marito; sono i suoi grandi elettori. Del resto, le
-annunzio che ripartono subito, domani. Sono venuti qui, al solito, per
-una raccomandazione ed io li ho fatti subito recapitare a _Rabbagasse!_
-Le fa piacere che il conte Narciso e anche Gambara, non si fermi a
-Roma?... Sì... Ebbene, ciò farà dispiacere, invece, a Mimì Carfo! —
-Torna a parlare con voce più forte. — Stia attento e se ne persuaderà!
-Ah, _mon Dieu!_ Come farà mai a vincere le battaglie un generale, così
-privo di colpo d'occhio!
-
-La marchesa Quanita, le gote accese e umide, mangia e ride
-saporitamente mostrando più vivo il luccicare de' denti bianchissimi
-tra le labbra carnose dai bei baffetti. Alza la voce argentina,
-squillante:
-
-— Privo di colpo d'occhio? Il generale?... Se ha un occhio di lince!
-Vede la preda... — si diverte a mettere il D'Entracques in imbarazzo
-quando c'è Remigia, — vede, mira e coglie in pieno dal di qua al di là
-dell'Oceano!
-
-— Non interloquire! — strilla a sua volta Remigia. — Non difendere
-il generale! Anzi, mi correggo! Devi, sei obbligata a difendere Sua
-Eccellenza! È il vivo chiarore delle tue bellezze che lo ha abbacinato!
-
-L'avvocato Berlendis, giallo e rosso, acceso e lustro, più che un
-Cavour, è un pomodoro. Guarda e ammira la marchesa, guarda e approva la
-duchessa e si diverte al grazioso e spiritoso «dibattito», mentre col
-tovagliolo infilato nel panciotto si asciuga la bocca e il mento che
-cola sudore e salsa.
-
-Si ride; il marchese Pio ne approfitta per sussurrare qualche paroletta
-all'orecchio di Remigia, un confronto che deve lusingarla assai perchè,
-in compenso, non ritira il piedino ch'egli preme col suo sotto la
-tavola.
-
-Chi non ride, ma squarta e divora, pallido, torvo, come se invece di
-quaglie fossero amanti di Remigia _en belle vue_, è il conte Gambara.
-
-Anche a bocca piena, ma sempre amara, fa dichiarazioni su dichiarazioni
-a Mimì Carfo che le riceve rassegnata per far piacere all'Idola. Ma
-sono sempre le medesime, mentre la voce del giovane Otello diventa roca
-perdendo ogni leggiadria di variazioni.
-
-— Un generale! Un senatore! — pensa tra sè. — Vergogna! Vergogna! — Ah,
-se la Carfo avesse avuto una dote appena discreta! L'avrebbe sposata
-lì, ma proprio lì, su due piedi!
-
-Donna Remigia l'osserva e subito dopo pranzo, prudentemente, se lo fa
-venire vicino con la scusa di offrirgli il caffè.
-
-— Molto zucchero, conte Gambara?
-
-Il geloso finge di non aver sentito.
-
-— Conte Gambara! — ripete Remigia più forte, ma sempre dolcemente. —
-Molto zucchero?
-
-— No, grazie... Senza zucchero!
-
-Sono in piedi dinanzi al tavolino del caffè e dei liquori. Il
-D'Entracques è sul balcone con la marchesa, il marchese Pio e
-l'avvocato Berlendis. Lì, nel salotto, c'è lo Zaccarella soltanto
-e Mimì che distribuisce le tazze del caffè, versato da Remigia, e i
-liquori.
-
-— Sempre così amaro? — domanda Remigia sottovoce al giovinotto.
-
-— Ama... marissimo! Tossico! Tossico! Parto stasera, o parto domani!
-
-Remigia lo guarda affettuosamente.
-
-— Parta... domani.
-
-— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece di opporsi, lo lascia
-partire... proprio, ma proprio?
-
-Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac al signor Zaccarella,
-riempie un'altra tazza di caffè, con molto zucchero che fa portare da
-Mimì all'avvocato Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando alle
-parole gli sguardi teneri, espressivi:
-
-— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo pranzo, per vestirsi.
-— Una pausa e un'occhiatina. — Quando ha sentito che lei era a Roma,
-non si è mostrato molto soddisfatto!
-
-— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso, diventano un punto
-d'interrogazione.
-
-— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra... sempre per quei
-socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè sono al Governo e siamo
-a Roma, tutto serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente, la
-moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il Ministro...»
-
-— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme all'avvocato
-Berlendis?
-
-— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve partire anche lei. Il
-mio Jack, tesoro, non è cattivo e non è sospettoso, ma è molto meglio
-per noi, — il _per noi_ è detto in modo da far ritornare un po' di
-caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione non si ripeta. Creda
-a me, non è bene, non è prudente che mio marito, ci ritorni sopra
-un'altra volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni, poi
-le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia e finalmente
-a Pontereno, per tanti, tanti mesi e sola! Ritorni adesso a far la
-corte, molta corte, a Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere
-tutto... per niente!
-
-Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi; nell'incertezza
-geme.
-
-— Ma quello là?... Quello là?... Quel generale là?
-
-Remigia scrolla la testa e compatisce il povero Gambara che diventa
-matto!
-
-— Il D'Entracques?... È l'amante, cosa ormai passata in giudicato, di
-missis Britton! Gliela farò vedere stasera al Costanzi! Vedrà che per
-un generale e senatore, ce n'è abbastanza! Io non lo posso soffrire,
-appunto perchè con la sua pertinacia in galanteria è un anacronismo, ma
-devo mostrarmi amabile, quanto è necessario: così vuole il mio signor
-marito. Oltre che suo collega nel gabinetto è il suo più grande amico!
-Sa che Jack è eccessivo in tutto, nelle antipatie e nelle simpatie!
-Perchè gli ho detto un giorno che il suo D'Entracques si tinge i baffi,
-credo che volesse levarmi gli occhi! — Da bravo, un inchino diplomatico
-e si allontani! Vada a sorbire il caffè... e i begli occhi sentimentali
-della contessina Mimì, poi sparisca alla _che-ti-chella!_ — Trova buffa
-la parola e ride. — Si ricordi: le proibisco di fermarsi in ammirazione
-dinanzi alla mostra di Quanita! Ahimè! Al confronto di quell'ammasso
-tremolante di _delicatessen_ come direbbe un tedesco, io devo rimanere
-una ben misera cosa!
-
-— Vengo però, in teatro, in palco? — supplica il Gambara con note di
-violino e flauto.
-
-— Sì, un momento; sul tardi. E da Bologna si ricordi, faccia subito una
-corsa a Pontereno! Vada a salutare e a dare un bacio per me a _Febo_
-e a _Desir!_ Ah, _mon Dieu!_ Dire che li amo tanto, — cari, tesöri, —
-e che qui a Roma, per colpa di Jack che non mi dà pace, persino... li
-dimentico!
-
-Il D'Entracques, da qualche momento, sta osservando i due dal balcone,
-e ritorna ad oscurarsi. Appena il giovanotto si allontana, si avvicina
-lui chiedendo una goccia di cognac. Remigia lo rasserena, nel momento
-stesso che gli offre il bicchierino.
-
-— Quanta fatica, per maritare Mimì! Ma spero tanto di poter riuscire
-e sarei così felice! — Poi soggiunge ancora più sottovoce: — Quando
-si va a teatro, faccia presto a salire in carrozza con me! Lasciamo a
-Quanita di far gli onori di Roma ai bolognesi! Lei si perde troppo in
-complimenti. Generale valorosissimo, ma non sempre abile e pronto nelle
-piccole manovre! — Si volta, verso il balcone:
-
-— Badate! Non facciamo troppo tardi per la _Manon!_ — C'è tempo?
-
-— C'è così tempo! — rispondono insieme la marchesa e il marchese Pio.
-
-— Comincia alle nove e mezzo, — osserva l'avvocato, guardando
-l'orologio.
-
-— Basta essere al Costanzi alle dieci!
-
-— No! No! — esclama Remigia. — Voglio esserci da bel principio per una
-garbata attenzione verso mio cognato!
-
-Tutti ridono, ma in questo punto si sente una carrozza fermarsi dinanzi
-all'albergo, e il signor Zaccarella, che stava prendendo il fresco alla
-finestra di una stanza vicina, corre nel salotto:
-
-— Signora duchessa!... Sua Eccellenza! È qui Sua Eccellenza!
-
-— Impossibile!
-
-— È qui in carrozza con due altri signori!
-
-Tutti corrono sul balcone, a guardar giù:
-
-— È proprio lui!
-
-— Con chi è?
-
-Ma i due signori che avevano accompagnato Giacomo all'albergo,
-risalgono subito in vettura, gridando al D'Orea che li saluta con la
-mano:
-
-— Per qualche giorno si abbia riguardo, Eccellenza! Domani, non abbia
-fretta d'alzarsi, Eccellenza!
-
-Remigia si precipita nel salotto:
-
-— Ah, Mimì! Gioia! Che cosa sarà successo? — Come sempre, quando si
-sente inquieta, ha uno slancio di tenerezza per l'amica e l'abbraccia.
-
-Il signor Zaccarella, invece, diventa più grave e più autorevole.
-
-— Vado io a vedere! — Esce in fretta, in punta di piedi.
-
-Rimangono muti un istante, interrogandosi l'un l'altro con gli occhi.
-
-— Ho paura che si sia sentito male! — mormora la Carfo.
-
-— Certo! Si è sentito male! — ripete Remigia sottovoce. — Per amor del
-cielo! Silenzio della _Manon!_
-
-— Noi, per altro, si va lo stesso! — bisbiglia la marchesa al marito,
-in tono risoluto.
-
-In quel punto Giacomo D'Orea appare sull'uscio ed entra, sciogliendosi
-dal braccio del signor Zaccarella.
-
-Sembra più magro, gli occhi e le gote infossate; sembra invecchiato.
-Cammina a rilento, sforzandosi a sorridere per tranquillare sua moglie
-e Mimì Carfo che gli erano corse incontro con l'aria spaventata.
-Saluta, dà la mano a tutti.
-
-— Cara marchesa!... Caro D'Entracques! — Balbetta leggermente alle
-prime parole, poi a mano a mano parla più spedito. — Oh, il nostro
-egregio avvocato Berlendis!
-
-Il conte Gambara non c'è più; è sparito appena il signor Zaccarella ha
-dato l'annuncio dell'arrivo di Sua Eccellenza.
-
-— Come mai? — domanda Remigia una seconda volta, senza lasciargli
-finire i saluti. — A quest'ora?
-
-— E il vostro pranzo?... — chiede a sua volta il D'Entracques.
-
-— Mi sono fatto scusare dall'onorevole Staffa, con quei buoni signori
-della Basilicata!
-
-— Ma allora... ti sei sentito poco bene?
-
-— Niente di serio, cara Remigia! — Si rivolge agli altri. — Niente che
-possa disturbarvi l'ora del caffè!
-
-Mimì gli fa scivolare dinanzi una poltrona.
-
-Giacomo vi si lascia cadere come affranto, ringraziandola con un cenno
-del capo e della mano.
-
-Gli sono tutti attorno, quasi addosso:
-
-— Che cos'è stato?
-
-— Ah, mio Dio, tesoro, che hai avuto?
-
-— Un po' di malessere... soltanto. — Tanta gente lo soffoca, tante
-domande lo irritano. — Ti prego, Remigia, non esagerare... le cose. Un
-malessere momentaneo, ti ripeto!
-
-— Perchè non mandarmi a chiamare?
-
-Il D'Orea, scrolla le spalle vivamente.
-
-— Non ho voluto nemmeno che andassero a chiamare il dottore!
-
-— Mah!... Avete bisogno di riposo! — intona il marchese Pio, come un
-salmo. E tutti, a ripetere in coro, meno il signor Zaccarella e Mimì
-Carfo che si scambiano un'occhiata ansiosa.
-
-— Riposo, caro D'Orea!
-
-— Per qualche giorno, bisogna dimenticare la politica, il ministero,
-gli affari!
-
-— Il riposo, è come l'olio per la nostra macchina!
-
-— Riposo! Riposo!
-
-— Riposo assoluto!
-
-Giacomo, si alza incollerito.
-
-— Ma sì! Riposo! Riposo! Va bene! Siamo intesi! Ho capito! E per
-riposare vi domando scusa e me ne vado a letto!
-
-Capisce di essere stato troppo violento, tentenna il capo e torna a
-sorridere:
-
-— Oggi, cioè... — pensa, non gli riesce di dire stasera; non trova la
-parola. — Oggi... due ore fa, al ministero, mentre sbrigate le ultime
-firme, stavo per alzarmi e per recarmi al pranzo, mi sono sentito come
-un senso di... di... freddo, di nausea... Un ronzìo alle orecchie... Mi
-si annebbiò la vista e... giù, come un morto, in deliquio!
-
-— Ah mio Dio, perchè non... — Remigia si ferma per un cenno di Mimì.
-
-— .... È durato pochissimo; nemmeno un quarto d'ora. Ho ripreso
-conoscenza... poi a poco a poco... i movimenti e ora mi sento rimesso
-completamente. Potrei andare a trovare i miei sindaci... Invece
-vado a letto, per seguire... i consigli anche vostri. Sono stato io,
-assolutamente, che non ho voluto che chiamassero il dottore! È stato...
-niente! La colazione che mi ha fatto peso! Non voglio che domani i
-giornali, a corto di notizie, ne facciano un caso grave!... Per questo,
-vi prego: io vado a letto subito per accontentarvi, e, in premio,
-accontentatemi anche voi! — Si rivolge a Remigia, con amorevolezza: —
-Tu... non cambiar niente. Impiega la tua sera, come avevi fissato...
-
-— Si andava adesso, tutti insieme, da Guendalina.
-
-— Brava! Benissimo! Andate adesso, tutti insieme, dalla Principessa!
-— L'idea che sua moglie e gli altri non rimangano all'albergo, sembra
-quasi rallegrarlo. — Saluterai anche a nome mio, la principessa
-Capodimare. Anzi, le darai, per la prima, una notizia che le farà molto
-piacere, e che certo deve far piacere anche a voi, caro marchese.
-Vostro fratello è stato aggregato alla Commissione governativa
-internazionale per l'impianto agli Stati Uniti delle... delle...
-— La parola gli sfugge di nuovo, non riesce a riafferrarla: —
-Delle... Delle... — No! No! Marchese, non ringraziatemi! E nemmeno la
-principessa Capodimare! Vi assicuro, che se vostro fratello è stato
-nominato, vuol dire... che lo ha meritato!
-
-Mimì diventa rossa per Remigia che strizza l'occhio a Quanita.
-
-Giacomo continua sempre sorridendo in modo affabile, ma con un certo
-orgoglio di sè:
-
-— Anzi, può vantarsi di essere stato nominato ad onta delle
-raccomandazioni di mia moglie, che per il mio naturale istinto mi
-avevano mal prevenuto contro di lui! E... sarà sempre così. Finchè io
-sarò ministro, nel mio ministero... sarà sempre così! Si prenderanno in
-considerazione gli studi fatti, i titoli, la capacità e in quanto alle
-raccomandazioni... torna indietro!
-
-Tranne Mimì che soffre, tutti gli altri, compreso l'avvocato Berlendis,
-sorridono e approvano. Chi non ama... la giustizia? Chi non accetta le
-savie massime?
-
-Giacomo si ritira festeggiatissimo, dopo aver fatto dolce violenza a
-sua moglie perchè non lasciasse soli gli amici per accompagnarlo.
-
-Uscito il D'Orea, nel salotto sembra correre un'aria più leggera: fa
-meno soffoco, meno caldo.
-
-Ciro Berlendis si sventola la faccia col fascicolo di una Rivista, ma
-si mostra ilare, soddisfatto.
-
-— Così, tutti i nostri uomini! Gli uomini autentici del nostro
-vecchio-giovane partito! Tutti così, dai Lanza, ai Sella, ai D'Orea!
-
-Soltanto Remigia e Mimì Carfo, sembrano ancora un po' inquiete. Mimì lo
-è davvero. Remigia... per essere rassicurata.
-
-Ella chiede al D'Entracques, fissandolo, come per ottenere da lui
-consiglio e protezione:
-
-— Che cosa può essere?... Che proprio, ci sia dia impensierirsi?
-
-La marchesa Quanita, già sulle spine perchè si fa tardi per il
-Costanzi, risponde lei con la sua foga abbondante:
-
-— La colazione!... Non hai sentito?... La colazione! Tuo marito
-starebbe benissimo se non avesse il vizio di mangiare in fretta!
-
-— A precipizio! È un precipizio! — finisce il marchese Pio. — Il
-riposo, il sonno ristoratore della notte e tutto passa!
-
-Ciro Berlendis continua a sventolarsi sotto il mento, sulla nuca,
-dietro le orecchie:
-
-— Il mangiare troppo in fretta è assai micidiale! Micidialissimo!
-
-— È però un uomo molto affaticato; è logoro dal lavoro. — Il
-D'Entracques non vuol dire di più.
-
-Mimì accarezza i capelli a Remigia e le dà un bacio dicendole piano:
-
-— Non andare al Costanzi...
-
-La marchesa sente ciò che dice la Carfo e si oppone vivamente:
-
-— Ma che!... È una ragione di più! Sarebbe anzi il caso di andarci se
-prima non ci fosse stata l'intenzione!
-
-Remigia si stacca da Mimì e corre vicino a Quanita allacciandole la
-vita con un braccio:
-
-— Credi?... Davvero?
-
-— Certamente!... Se la notizia è diffusa, vedendoti in teatro si taglia
-corto alle esagerazioni!
-
-— Diamine! Diamine! — fa eco il marchese Pio. — Bisogna tagliar corto!
-
-Anche l'avvocato è dello stesso parere.
-
-— Ha sentito Sua Eccellenza, cara duchessa! La tema dei giornali alla
-caccia di notizie!... Io opinerei ch'ella, stasera, si facesse vedere
-il più possibile... a teatro... dappertutto!...
-
-
-Quando Remigia è già sulla scala, per uscire e andare al Costanzi è
-raggiunta dal signor Zaccarella:
-
-— Sua Eccellenza, mi ha fatto chiamare il dottor Davos, ma mi ha
-ordinato di non dir niente a nessuno, specialmente a lei!
-
-— Torna a sentirsi male?...
-
-— No, no! Soltanto per precauzione... per prudenza...
-
-— E allora?... Perchè dice sempre le cose, con quella faccia così...
-spettrale?... Non è buono, lei, di ridere o almeno di sorridere?
-
-Il signor Zaccarella increspa, compiacentemente, il viso secco, poi
-soggiunge:
-
-— Al telefono mi hanno risposto che il dottor Davos è fuori di Roma, e
-che non potrà essere all'albergo prima delle undici. Dopo la visita...
-lo faccio aspettare?
-
-— Perchè?...
-
-— Se anche la signora duchessa... volesse sentire...
-
-— Sì! sì!... E dica al dottore, — come lei, — di non spaventarmi senza
-motivo. Sono già tanto, ma tanto inquieta!
-
-
-
-
-XI.
-
-
-La della Gancia chiama l'avvocato Berlendis e lo fa salire nella
-propria carrozza e così, con un cenno assai espressivo, anche il
-marito.
-
-— Bisogna essere compiacenti con gli amici che lo meritano! — bisbiglia
-sorridendo.
-
-In fatti Remigia aspetta a fare le sue rimostranze che il marchese sia
-ben seduto nel landò, in faccia a sua moglie.
-
-— Marchese Pio!... Marchese Pio!... Non vi permetto di abbandonarmi!
-
-— Rassegnati, cara! — risponde Quanita. — Per questa volta siamo già
-tutti a posto!
-
-— Il marito con la moglie?... Non ci sta! Non è conveniente!
-
-— È così breve il tragitto! Non daremo scandalo! Al Costanzi! — ordina
-la marchesa, alzando il capo verso il cocchiere.
-
-— Al Costanzi! — ripete il generale, più basso e più in fretta, al
-servitore di donna Remigia che chiude lo sportello.
-
-I cavalli della marchesa nitriscono e scalpitano: le due carrozze
-partono al trotto.
-
-— Ah, _mon Dieu!_... Quanita, ha capito tutto!
-
-Il generale, seduto accanto a Remigia, la fissa con malinconia e con
-amarezza:
-
-— Capito?... Che cosa?
-
-Remigia accenna ripetutamente di sì, abbassando gli occhi sul ventaglio
-che tiene chiuso fra le mani:
-
-— Capito!... Capito!...
-
-Il D'Entracques fa un sospiro doloroso:
-
-— Può aver capito... di me; cioè che io sono perdutamente inn... —
-S'interrompe e prosegue con un sorriso ironico. — Un imbecille! Ma di
-lei?... Niente. Oppure che si diverta a prendere in giro giovani... e
-non più giovani!
-
-Remigia s'imbroncia, ma il visetto diventa ancora più delizioso.
-
-— Se è una confessione, non è certo un complimento!
-
-— Alla mia età innamorarmi... Sono matto! Sono diventato matto! Al
-Ministero non fo quasi più niente, altro che strapazzare!
-
-— Questo... perchè?
-
-— Perchè è da matto un amore senza speranze e pieno di gelosia!
-
-Remigia abbassa il capo e rimane muta, immobile, come trafitta da
-quelle parole. Poi con la piccola mano inguantata si nasconde e si
-preme forte gli occhi:
-
-— Ah! Mio Dio! Mio Dio!
-
-Il generale la guarda.
-
-— Piange?
-
-Remigia preme più nervosamente la mano sugli occhi, poi la lascia
-cadere abbandonata sulle ginocchia.
-
-I suoi occhi luccicano nell'ombra.
-
-— Piange?...
-
-— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi, ora no, più. Ora no,
-più, tutto l'incanto è rotto!
-
-Il generale non capisce bene, ma si sente commosso ed è pentito di aver
-parlato. Quella donnina, così giovine e fragile, lo turba con tutto ciò
-che ha di ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia.
-
-Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa e tenera che, a poco
-a poco, dal cuore, penetra nei sensi del D'Entracques:
-
-— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di aver trovato ciò
-che tanto sognavo! Un'amicizia a cui avrei potuto affidare e confidare
-tutto dei miei pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e
-anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di tanta bontà e di
-tanta tenerezza! Un'affezione sincera, grande e una protezione, una
-sicurezza, per me, quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me,
-nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?... Sono così
-poca cosa io per mio marito!... Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio
-illudermi, ma non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori, mi
-adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa ancor più la testolina
-malinconica mentre giuoca nervosamente col piccolo ventaglio luccicante
-di miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto pratico,
-semplicemente... decorative! Mia sorella?... Sarà colpa sua, sarà
-colpa mia, o colpa di tutte e due, ma non andiamo d'accordo. Dunque...
-subito, appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sono attaccata a
-lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì... lei... tutto...
-e tutta l'anima, ma nel bene! Per consigliarmi, per difendermi...
-per trattenermi... Dio mio, ma che il bene... sia proprio un sogno
-inafferrabile?
-
-La carrozza comincia la salita di Via Nazionale; il Costanzi è
-vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta rauco il D'Entracques,
-commosso, sincero. — Dimentichi... tutto ciò che ho detto! Avrò per lei
-un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì, anche della
-mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà sempre, ciò che ha desiderato,
-sognato: amicizia, protezione, difesa... È contenta?
-
-Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso sospiro che sembra
-le venga dall'anima oppressa. Ella mormora con le parole rotte da un
-singulto:
-
-— No! No! Non è bella la vita... e non è facile!
-
-In quel punto la carrozza, che segue sempre il landò della marchesa,
-svolta in vista del Costanzi illuminato.
-
-La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al portone del teatro: si
-arresta subito anche quella di Remigia.
-
-Il generale salta a terra, prima ancora del servitore. È pallidissimo,
-stravolto. Remigia preme la mano ch'egli le porge, assai marcatamente,
-con un rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito, bianca
-e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra e festante come
-un canto di primavera, si avvicina agli altri che l'aspettano fermi
-dinanzi al teatro.
-
-— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto! Si scrive e si
-dice di venire a Roma soltanto per me e alla prima occasione mi siete
-infedele. Dirò anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone!
-
-Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme in teatro.
-
-La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto, e nel vestibolo,
-per le scale, nei corridoi, non ci sono che i portieri e gli
-inservienti.
-
-Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto dove le
-ringrazia e le saluta, promettendo di ritornare più tardi. Egli, quando
-il custode ha aperto l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non
-essere visto da quelli di faccia.
-
-Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per poter tardare, aveva
-addotto la solita scusa del Ministero. Aspetta girando su e giù nei
-corridoi che l'atto finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà
-indispettita e nervosa per quel ritardo.
-
-Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!... È buona? È cattiva?
-Ora ha tanta espressione, tanta tenerezza negli occhi... Ed ora tanta
-spensieratezza, tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico,
-sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella la vita e non è
-facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non è facile e non bella per
-me! Diventar matto è sempre una disgrazia!... Diventar matto per una
-donna è una disgrazia ed è una colpa!
-
-— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi è così penosa
-per il suo carattere e per la sua coscienza!
-
-— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti, come una _cocotte_
-che ha un amante da tener nascosto al suo protettore!
-
-E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve sopportare dentro
-di sè tra la nuova passione che lo turba e lo travolge e l'antico
-amore non ancora del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel
-rimorso, quando è solo e quando dubita.
-
-Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara, tesoro,
-amöre! — e stringe la mano al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare
-la principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine, causa
-le esercitazioni militari. Poi esclama subito, prima ancora di guardare
-Fanfan:
-
-— Ah, _mon Dieu!_ Com'è bella!
-
-Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita al parapetto. Ella
-resta in piedi in mezzo al palco per meglio vedere e farsi vedere.
-Si muove, parla, ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone,
-trova subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di mira, e in
-quel momento che il D'Entracques non può vederla, e con la scusa
-di accomodarsi il cappellino, gli concede una lunghissima e tenera
-occhiata di consolazione.
-
-Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare Fanfan.
-
-— È proprio bella!... È una bellissima _Manon_... E canta anche benis...
-
-Ahi! _Manon_ cresce, per troppa anima, nell'ultimo grido di amore e di
-speranza e l'atto finisce con una grande stonata e fra un subisso di
-applausi.
-
-Il pubblico della platea e delle gallerie applaude Fanfan perchè
-rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo costume di _Manon_ è assai
-bella e sembra ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac
-delle poltrone, applaudono perchè ciò è molto _chic_ e dinota che si
-appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan l'amante di don Luciano
-D'Orea.
-
-— Canta anche benino!
-
-Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la bocca e chiudendo gli
-occhi.
-
-L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota a Bologna:
-
-— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo!
-
-Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca non fa che
-rosicchiare i cioccolatini di mandorla e odorare i fiori che le ha
-portato Paparigopulos. Quanita pure: ha altro in mente che _Manon_ e
-Fanfan! Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale in
-tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta, non parla... A un
-tratto diventa di buon umore, non sta più ferma e si mette anche lei a
-rosicchiare cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta rossa, con
-una magnifica cravatta arancione, è entrato in quel punto nelle file
-dei posti riservati. Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli
-capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina, dà un colpo al
-sedile buttandolo giù con fracasso e vi si sdraia boriosamente.
-
-Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima volta con gli artisti,
-poi una seconda volta con gli artisti e il maestro, poi sola,
-finalmente, tra un maggiore entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora
-tre, quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa a mandar
-baci, non più inchinandosi, ma allargando le braccia e stringendosele
-al seno con l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone, quasi
-languente di felicità.
-
-Remigia finisce col battere le mani anche lei. In quel momento non
-pensa più a Narciso Gambara e nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero
-corre da quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa, alla
-quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due donne così lontane da quel
-mondo, così sole e abbandonate. Una di esse è tanto infelice, eppure il
-suo ricordo basta ad infastidire Remigia.
-
-— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi trova l'elogio nel
-quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto, dev'essere
-intelligentissima per fare quello che fa... dopo quello che ha fatto!
-
-— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il Berlendis sottovoce
-a donna Remigia, — è stato oltremodo gentile. Gran brava persona!
-Lavoratore!... Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie!
-Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato si fa più vicino
-all'orecchio della Duchessa, dandosi l'aria di essere addentro nelle
-segrete confidenze: — Leonida Staffa era addoloratissimo di non poter
-venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle i suo omaggi, i suoi...
-— S'interrompe, si volta.
-
-Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di aspettare il terzo atto
-per farsi vedere nel palchetto con la moglie di Sua Eccellenza, apre
-l'uscio ed esita incerto, se debba entrare sì o no.
-
-— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama Remigia allegramente. Missis
-Britton era proprio in un palchetto di faccia e da poco vi era entrato
-il D'Entracques.
-
-L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto ringalluzzito,
-congedandosi dalla duchessa Remigia e dalle signore.
-
-— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo specialmente, mi
-ammazza...
-
-Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto spiritoso:
-
-— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì! Proprio così!
-
-L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un inchino; Remigia ride,
-scherza col Gambara, si alza, vuol cambiare di posto, resta in piedi.
-Tutto ciò per il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai.
-Ad un tratto domanda ad alta voce:
-
-— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel giovane, rosso... Ha
-un'enorme cravatta gialla...
-
-Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa la barba. La
-Capodimare socchiude un momento gli occhi affaticati dalla troppa luce.
-Il silenzio è così profondo che si sente il fischiettìo leggero del
-marchese, che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e le mantiglie.
-
-Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale e il Gambara
-diventa intempestivamente geloso.
-
-— Dov'è? Dov'è?... Chi è?
-
-— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo... Io lo credo un
-mio segreto adoratore!... «Dovunque il guardo io giro...» me lo trovo
-dinanzi!
-
-Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero sfogandosi
-contro l'orribile cravatta; ma Quanita, invece, domanda a Remigia,
-distrattamente, con un piccolo sbadiglio:
-
-— Chi guardi? Di chi parli?
-
-Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non riesce a vederlo. La
-Capodimare, dopo un'occhiata al Paparigopulos, si alza per cambiare
-di posto e far cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in
-un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei sorrisi e dei
-cenni... Intanto missis Britton si fa venire il D'Entracques più
-vicino, gli dice, chinandosi, qualche parola all'orecchio... e anche
-Remigia non pensa più a Barbetta rossa!
-
-— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi in
-faccia a noi. Quella signora così inverosimilmente bionda?... È
-l'America abbondantissima, scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques!
-Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara, punta lei stessa il
-cannocchiale e lo tiene ostinatamente fisso su missis Britton.
-
-Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra signora assai
-più attempata, anch'essa dall'aria esotica. Sono accompagnate da
-un vecchio, — deve essere un diplomatico; certo un personaggio
-d'importanza, — con la faccia rasa, marmorea e pensosa che ricorda
-quella di Napoleone I.
-
-Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto, è seduto il
-generale D'Entracques, con gli occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha
-l'aria cupa e sembra invecchiato.
-
-— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia il
-rorido Narciso, tenendo il binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo
-elegantissima!... Bellissima!
-
-— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo di quel
-provinciale. — Di giorno è orribile! Una pittura a pastello! — Comincia
-il secondo atto; ella non sta più attenta alla _Manon_, ma, invece,
-sempre al palchetto dov'è il D'Entracques.
-
-Anche missis Britton, ad onta della sua calma, della sua freddezza
-matronale ha osservato ed osserva la D'Orea... Si volta verso il
-generale, lo chiama vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio:
-il generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde con un'alzata
-di spalle allontanandosi di nuovo.
-
-Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques è seccato.
-Remigia, felice, per attizzare il malumore nel palchetto di faccia, si
-mette a ridere, a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena:
-si mostra Luciano dalla fessura.
-
-— Vieni! Vieni!... Congratulazioni!
-
-Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere dalla sala del teatro
-in quella sera di trionfo: per modestia.
-
-Remigia corre lei sull'uscio del palchetto:
-
-— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione, la passione, la scena,
-_ben...nissimo!_ Come ha fatto?... È un miracolo!
-
-Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce compiacimento,
-approva e ringrazia. È convinto del miracolo, ed è altrettanto convinto
-di averlo operato lui!
-
-La Capodimare, la della Gancia si voltano verso il D'Orea e l'una
-sentimentale, l'altra vivacissima, fanno pure i loro rallegramenti.
-
-— Sa e sente ciò che dice!
-
-— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una grande artista, a me piace
-moltissimo!
-
-Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua a inviare inchini
-gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando il capo, aprendo e
-stringendo le labbra, mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli
-dà la mano esclamando:
-
-— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca! È un capolavoro!
-
-— E che _bijoux!_ Uno splendore!
-
-Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo un rapido giro
-d'occhi per osservar D'Entracques e missis Britton, torna a puntare il
-canocchiale su Fanfan.
-
-— ... Bella _toilette!_ Una meraviglia!
-
-— _Madame_ Croisard! — Don Luciano parla lentamente, con grande
-importanza. — Oggi a Parigi, non si parla che di _madame_ Croisard.
-Vedrete la _toilette_ del terzo atto! La principessa di Galles, l'ha
-voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso la scena e borbotta
-tra denti: — Animale! — Poi, in fretta, fa un saluto per andarsene.
-
-— Scappi via?
-
-— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso doveva abbassare la
-luce e non sta mai attento...
-
-Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla musica, dal palco di
-faccia. Gli grida dietro:
-
-— A _Manön!_... Rallegramenti sincëri!
-
-Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica la luce e
-l'elettricista. Fanfan, il viso rorido fra le chiazze del belletto,
-raggiante, scintillante di gioia e di gioie, rientra allora dalla
-scena, dopo due altre chiamate. È commossa, delirante.
-
-Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario, il
-direttore di scena, abbraccia la cameriera... e in quella confusione
-abbraccia anche Luciano.
-
-Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti le sono tutti
-d'attorno, complimentandola, ammirandola, quasi soffocandola.
-
-Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma, ringrazia la bella
-Italia.
-
-— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia!
-
-Don Luciano porta la constatazione del successo: un successo morale,
-più ancora di convincimento che di applausi.
-
-— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore è straordinario!...
-La principessa Capodimare! La marchesa della Gancia, mia cognata... Mi
-hanno incaricato di farvi i loro rallegramenti!
-
-— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda il critico del
-_Corriere Romano_, che sta scrivendo in fretta tutti quei nomi.
-
-— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici. Mio
-fratello.
-
-Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico la sua parentela
-con il ministro. Anzi, tutt'altro, perchè gli conferisce autorità.
-
-Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe la folla degli
-adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico, chiamandosi dietro
-Luciano, e si mette per guardare da una spia del telone nella sala.
-
-— Fatemi vedere vostra cognata!
-
-— Guardate a destra...
-
-Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro; Don Luciano approfitta
-della vicinanza e col braccio leggero le circonda la vita: Fanfan si
-divincola con un contorcimento serpentino e uno sguardo irato.
-
-— Fatemi vedere vostra cognata!
-
-— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono tre signore...
-
-— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati... Che belle perle!
-
-— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero!
-
-— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra cognata?
-
-— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra.
-
-— La bruna? Oh!... Che magnifici _solitaires!_
-
-— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella in mezzo! La bionda!
-
-Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda a Luciano aggrottando le
-ciglia:
-
-— Somiglia a vostra moglie?
-
-Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai significativa e
-sprezzante, che rassicura Fanfan. Ella torna a guardare dal sipario,
-allegramente:
-
-— Oh! _Quelle est pétillante la petite blonde!_
-
-Luciano, guarda anche lui da una fessura:
-
-— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete?
-
-— _Ce grand monsieur?_...
-
-— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques!
-
-— È il suo amante?... _Tout le monde le dit!_
-
-Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più indifferenza.
-
-— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio davvero. Troppo
-incomodo.... e nessun divertimento!
-
-— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice!
-
-— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione! Viceversa....
-una speculazione! — Fa il solito ghignetto e soggiunge: — Per il
-D'Entracques affatto passiva!
-
-Il macchinista dà la voce:
-
-— Largo, signori! Attenti!
-
-Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo atto e Luciano si
-ferma in mezzo al palcoscenico a comandare e a brontolare, sorvegliando
-il cambiamento di scena.
-
-
-
-
-XII.
-
-
-Mimì Carfo è assai inquieta. Il dottor Davos ha un altro ammalato grave
-e non può aspettare. Guarda l'orologio, poi si alza:
-
-— Tornerò domattina!
-
-Mimì insiste, lo prega di rimanere ancora un momento.
-
-— È necessario che parli lei con Remigia, subito... stasera!
-
-— E poi? — replica il dottore, pensando alla signora D'Orea. — Si
-persuaderà?
-
-— Certo, se le dice lei, che bisogna farlo, per salvare suo marito!
-
-Il signor Zaccarella, che dal balcone guarda giù, lungo il corso,
-rientra frettolosamente e attraversa il salotto di corsa.
-
-— È qui! È qui! Ho veduto la carrozza della signora duchessa!
-
-Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle incontro;
-lascia che la prima notizia le sia data dal signor Zaccarella. Il
-dottor Davos, un po' inquieto a sua volta, fa qualche passo su e giù
-meditabondo, preparando in mente ciò che dovrà dire alla duchessa
-D'Orea, che non gli ispira nessuna confidenza e nessuna simpatia.
-
-Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia ancora più
-costernata e si ferma sull'uscio che tiene aperto. Remigia entra: si
-ferma ritta, in mezzo al salotto.
-
-— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così?
-
-— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro, assai sparuto e tutto
-nero, — vestito, barba, capelli, — allarga le braccia: — Mah! — Sono
-neri anche i pronostici.
-
-Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento:
-
-— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede, come son nervosa! Mio
-marito, come sta?
-
-— Ora dorme. La crisi è superata.
-
-— Dunque sta meglio?
-
-Il dottore non risponde; crolla il capo.
-
-— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia siede sbuffando
-mentre Mimì le leva il cappellino. Lo Zaccarella sta in guardia
-sull'uscio. Siede anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra.
-
-— Due sole parole, signora duchessa, perchè ho un'altra visita da fare.
-Io non esagero: dico sempre la verità, e quando lo credo necessario,
-come nel nostro caso, la dico senza pietose reticenze che possono
-essere dannose.
-
-— Ma se sta già meglio, se riposa, se dorme, non c'è da inquietarsi!
-
-— Invece c'è da inquietarsi... moltissimo. Il caso può rinnovarsi...
-più grave... fors'anche letale.
-
-Remigia diventa pallidissima, mentre Mimì congiunge le palme alzando
-gli occhi al cielo con un sospiro, e il signor Zaccarella, che ormai ha
-indovinato i sentimenti della padrona, la fissa, mostrandole chiaro che
-non approva le esagerazioni del dottore.
-
-— Allora, secondo lei...
-
-— Secondo me, se vuol salvare suo marito, gli faccia dare le dimissioni
-e lo porti via da Roma, domani stesso. Si ricordi, il ritardo di un
-giorno, può essere un'imprudenza, ogni esitazione può riuscire fatale.
-
-— Subito le dimissioni?... Domani?... Ma... e il ministero?
-
-Remigia guarda il signor Zaccarella che l'approva e l'incoraggia con
-gli occhi e con i moti delle labbra:
-
-— Lei non deve pensare ai ministero, ma a suo marito. I ministeri si
-rimpastano, e bene o male si tengono in piedi più facilmente degli
-uomini!
-
-Le labbra sottili del signor Zaccarella disegnano, con un sorriso, la
-parola socialista, senza pronunziarla.
-
-— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia è solenne ed
-eroica. — Permetterà che io voglia molto bene anche alla mia patria!
-
-Il dottore si alza e fa un profondo inchino.
-
-— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare che suo marito, corra
-più pericoli della patria! — Il dottor Davos anche quando è ironico,
-non ride mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì Carfo, come
-continuando un discorso già incominciato e non nascondendo la propria
-indifferenza e la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il
-signor Zaccarella.
-
-— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro e dai dispiaceri!
-
-— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere una risatina. — Il mio
-Jack, tesoro, è sempre stato felicissimo!
-
-— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come l'eco, il signor
-Zaccarella.
-
-— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre rivolto a Mimì, è
-affetto da un vizio al cuore, non congenito ma acquisito, e il caso
-d'oggi ne è una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto riposo del
-cervello, la calma più completa del sistema nervoso. Non più politica
-e non più affari. Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una
-vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna: quiete, quiete,
-quiete. Non ho altro consiglio da dare.
-
-— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con me; sono io la moglie di
-Sua Eccellenza, e spieghiamoci chiaro. Non crede lei, che seguendo in
-tutto, alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro ad un
-altro pericolo?
-
-— Precisamente, — mormora lo Zaccarella.
-
-Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto. Sente che il
-dottore ha ragione, ma che anche il sacrificio che s'impone a Remigia è
-troppo grande, e geme, muta, con tremiti angosciosi.
-
-Remigia continua vivacemente e con convinzione:
-
-— Non crede lei, che per un uomo come mio marito, che ha assunto
-obblighi e impegni verso la Nazione, il Re, e i suoi colleghi, possa
-essere un pensiero non di quiete ma di tormento quello di abbandonare
-tutto e tutti, improvvisamente, precipitosamente, senza nulla
-preparare, provocando... una crisi, in questo momento disastrosa?
-
-Sopraggiunge in aiuto della signora duchessa, la voce umile, melata del
-signor Zaccarella:
-
-— A poco... a poco! Bisogna andare a rilento! Nelle condizioni appunto
-di Sua Eccellenza! Piantare il Governo! Roma!... La notizia... un
-colpo così fulmineo... Credo gli sarebbe fatalissimo!... Avrebbe anche
-l'apparenza, quasi direi... di una fuga!
-
-— Ma che apparenza! — Il dottore seccato da tanta diplomazia e da tanti
-infingimenti conclude, con una risata: — Una vera fuga, per salvar la
-pelle!
-
-Remigia offesa fa un atto di collera e di disprezzo. Il dottore non se
-ne accorge, prende il suo cappello e se ne va, dopo aver detto questa
-volta, fermo, in faccia a Remigia e proprio a lei, direttamente:
-
-— Ho parlato chiaro, senza reticenze, perchè le condizioni, per me
-gravissime, dell'onor. D'Orea, me ne impongono il dovere. Quello che
-credo si debba fare, quello che credo necessario e urgente di fare,
-l'ho detto e ripetuto. Ora soggiungo soltanto questo: qualunque cosa
-possa accadere io non avrò certo rimorsi. Facciano in modo... di non
-doverne avere nemmeno loro!
-
-Appena rimasta sola, Remigia dà sfogo alla sua collera.
-
-— Antipatico, odioso e ineducato!... Del resto è un socialista, e basta!
-
-— Dicono per altro, che sia molto bravo... — soggiunge Mimì, assai
-timidamente.
-
-— Bravo, — ripete argutamente il signor Zaccarella, ma... socialista!
-
-Remigia ci tiene a convincere Mimì. Vuol averla tutta dalla sua.
-
-— Che sia bravo, capirai, nessuno lo mette in dubbio. Ma in questo caso
-è portato naturalmente a esagerare. Pensa i socialisti come sarebbero
-contenti di provocare una crisi...
-
-— Col ministero, non ben consolidato! — crede di soggiungere il signor
-Zaccarella, ma a torto, perchè donna Remigia gli dà un rabbuffo.
-
-— Come non ben consolidato?... Dove trovare un ministero più ben
-consolidato del nostro?... Piuttosto Giacomo... che si dimette...
-una crisi... proprio in questo momento... con le feste di Napoli,
-per il passaggio dello Scià di Persia, alla Spezia per il varo
-dell'_Invincibile_, a Venezia per l'inaugurazione dell'Esposizione
-di merletti, sotto il patronato di Sua Maestà la Regina... Capirai,
-Mimì... Capirà, signor Zaccarella... anche... per me...
-
-L'Idola non può più contenersi, ha una crisi nervosa di lacrime.
-
-
-
-
-XIII.
-
-
-Per quanto Remigia fosse andata a letto assai irritata contro il
-dottor Davos e assai inquieta per il timore di dover abbandonare tutto
-in un giorno, il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta
-quasi subito profondamente e dorme del suo buon sonno filato fino alle
-nove del mattino. Nè si sogna di quell'odioso socialista del dottor
-Davos, nè di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna,
-invece, di _Manon_ e di miss Britton, che fa una scena di gelosia e di
-disperazione al D'Entracques.
-
-Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah! Mio Dio! — Le vengono
-in mente il dottore e le dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si
-volta, e preme a lungo il bottone del campanello elettrico.
-
-Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a spalancare le finestre!
-
-— Buon giorno, cara!
-
-— E così? — domanda subito Remigia rispondendo appena al tenero
-abbraccio dell'amica. — Giacomo come sta?... Sta male?
-
-— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor Gaudenzio dice che
-lo trova meglio del solito.
-
-— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare che il
-vecchietto, quella mattina, non abbia alcun odore di pizzicheria. — E
-fa chiamare il signor Zaccarella!
-
-Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra. Remigia resta seduta
-sul letto; infila una casacca, tutta gale, di seta rosa; si annoda al
-collo una sciarpa di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono
-tutti a posto.
-
-Rientra Mimì e la Carolina col caffè.
-
-— Ecco Gaudenzio!
-
-Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino, il suo cravattino
-azzurro e il solito sorriso.
-
-Remigia si volta sul letto, si china verso di lui per parlargli. I
-capelli biondi scendono giù dal cuscino e la coprono tutta, le spalle e
-la vita.
-
-— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non è stato altro che un
-disturbo di stomaco, affatto passeggero?... Sta benissimo! Meglio del
-solito?
-
-Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il capo mentre con una
-mano alza il cappello e con l'altra il bastoncino in segno di protesta.
-
-— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha lasciato conseguenze,
-tanto è vero che il signor D'Orea, se lei non lo trattiene, farà
-la grossa minchioneria di andare al Ministero. Ma da questo al
-benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe tanto le labbra,
-in segno dubitativo, da farle diventare bianche. — Uhm!... Qui, a Roma,
-non starà mai bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e di
-riparazione. Cioè aria buona... e non far più niente. Glielo dica anche
-lei, signora Remigia: è ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo.
-Pensionato!
-
-La signora duchessa lo saluta seccamente.
-
-— Grazie. Vada pure!
-
-Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato, sempre sorridendo.
-
-— Non prendi, cara, il caffè?
-
-Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto, offre all'amica la
-tazza fumante sopra un piccolo vassoio d'argento.
-
-L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in due sorsate.
-
-— E questo signor Zaccarella, viene sì o no?
-
-Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non c'è; Mimì, corre a
-vedere: è proprio l'ex capitano. Si presenta trafelato sull'uscio,
-entra, e si ferma ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In
-una mano ha un giornale e una lettera.
-
-— Senta, signor Zaccarella! una mia idea!
-
-Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga il collo verso la
-signora duchessa.
-
-— Questa notte, come potrà immaginare, non ho chiuso occhio pensando
-a mio marito... e a tante cose. Io... vorrei proprio sentire un altro
-medico, ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico politico!
-
-— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda in un grande
-inchino. — Un medico, soltanto medico!
-
-— Che non abbia nessun interesse a esagerare!
-
-Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano pronunzia un nome e
-ne enumera i meriti con enfasi crescente: — Il professore Dolder di
-Zurigo! Il primo, primissimo specialista per le malattie nervose!
-Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto!
-
-Remigia, pensa mormorando:
-
-— Da Zurigo... a Roma...
-
-— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito e raccomandato dallo
-stesso albergatore.
-
-— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere Giacomo...
-
-— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha finito. Anzi, deve avere
-qualche grave comunicazione da fare, perchè fissando la signora
-duchessa, fa un cenno verso la contessina Carfo.
-
-— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina?
-
-— Di sopra, credo; in camera sua!
-
-— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito... quello rosso, di
-foulard? — No! No! — quello di tela bianca! Si sente già, a quest'ora,
-che oggi deve fare un caldo tropicale!
-
-Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al letto e porge alla
-signora duchessa la lettera e il giornale.
-
-Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La butta sul
-copripiedi. — La leggerò con comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è
-qualche cosa?
-
-Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi in faccia.
-
-— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata, si tira più su
-contro i guanciali.
-
-— Legga, in terza pagina; lì.
-
-Remigia legge dove l'altro le indica col dito.
-
-— Le prime al Costanzi?
-
-— Sì.
-
-— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima Fanfan Trécoeur
-è stato uno di quei successi che danno gioia non solo a chi li merita,
-ma anche a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso, sembrava
-volesse esprimere alla giovine e leggiadra vincitrice, non soltanto la
-propria ammirazione pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la
-quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha saputo
-sacrificare le gioie ardenti di una felice e spensierata aurora della
-vita. Questa lode ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione
-e di forza, nel volere, era specialmente palese nel plauso delle
-signore. Pareva che l'eletto mondo femminile, convenuto a quella festa
-dell'arte, mutuamente si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione
-che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena e a lei inviasse,
-con i graziosi battimani, la gratulazione e il saluto augurale. In
-un palchetto di prima fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! —
-alza gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor Zaccarella,
-che le fa cenno, gravemente, di continuare. «... In un palchetto di
-prima fila ove sedeva, regina di bellezza e di super-intellettualità,
-la duchessa D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di approvazione
-per l'affascinante _Manon_». — Ah, mio Dio! Mio Dio! — ripete Remigia
-continuando a leggere, ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle
-labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori
-Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano le frasi più lusinghiere
-per il nuovo astro della lirica scena italiana del quale si magnificava
-la ormai «purissima luce!»
-
-«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita in ogni espressione
-della sua grazia e della sua bontà tutta moderna, Donna Remigia D'Orea,
-— raro fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha voluto
-ella stessa, direttamente, dopo il secondo atto, inviare alla signorina
-Fanfan Trécoeur, parole così lusinghiere che fecero insieme esultare e
-commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della donna!»
-
- «_fa diesis_».
-
-— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale con ira. — Se
-Giacomo leggesse quell'articolo... Guai!
-
-— Guai!
-
-— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla prima parola
-all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella! Che bugiardo! Bugiardo,
-stupido, e cretino!
-
-— Ma... il redattore del _Corriere_ non poteva immaginare...
-
-— Che redattore! Che _Corriere_! Luciano!... Quel bugiardo di Luciano!
-Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia è spaventata e furente. Ha le
-lacrime e l'ira negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi
-sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor Zaccarella.
-— Lei! Lei! Così bravo! Così buono! Mi salvi lei! Trovi lei il modo!
-Bisognerebbe... Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e non
-veda il suo _Corriere_.
-
-Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un breve risolino:
-
-— Il suo _Corriere_ non lo vede certamente, perchè il _suo_... è questo
-qui!
-
-Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e si porta tutta sulla
-sponda del letto per essere più vicina alla sua protezione.
-
-Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato e combinato il
-piano di difesa.
-
-— Il _Corriere_ non è il solo giornale di Roma. Bisogna che nessun
-altro, assolutamente, riporti simili... strafalcioni.
-
-— No! No! Per l'amor del cielo!
-
-Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora duchessa.
-
-— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome, dal sottosegretario di
-Stato, l'onorevole Staffa...
-
-— Anche a nome della principessa Capodimare! Anche a nome della
-marchesa Della Gancia! Erano loro che applaudivano! Io sono sempre
-stata tutta sera in fondo al palchetto!
-
-— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella, non sono gente
-cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro! Con un bigliettino di
-autorevole raccomandazione da parte del sottosegretario Staffa, mi
-recherò alle varie redazioni e farò intendere quale ripercussione
-dolorosa, l'articolo cervellotico del _Corriere Romano_ abbia avuto
-nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò, velatamente, dei dissapori
-tra...
-
-— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una cattiveria di Luciano!
-Ma dica lei, signor Zaccarella, com'è sempre lo stesso!
-
-L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un sospiro:
-
-— I gravi dispiaceri di donna Maria!
-
-— Certo! Certo! Povera Maria!
-
-— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della invenzione!
-
-— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di mia sorella!... Sarebbe
-stata tale una enormità...
-
-— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun giornale farà più il nome
-della signora duchessa, e Sua Eccellenza non ne saprà niente.
-
-Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo dalle sete e dalle trine
-della manica ampia e questa volta dà una forte stretta di mano al
-signor Zaccarella:
-
-— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per mandar a chiedere
-una raccomandazione anche al D'Entracques, ma... No. È meglio che il
-puritano generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar tutto
-anche con lui!
-
-Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo sa, davvero?...
-Nessuno. — Le sue amiche sono in ballo con lei; il Paparigopulos non
-conta, il marchese Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è un
-bugiardo... Che pericolo c'è?
-
-Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le coltri salta sul
-letto ginocchioni, segnandosi e recitando l'Avemaria, prima d'alzarsi.
-
-La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra. Remigia la vede
-ed emette un piccolo grido.
-
-— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà cara, tesöro!
-dammela; fa presto!
-
-Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge.
-
-La cameriera, intanto, sta preparando il bagno nell'attiguo gabinetto
-di toeletta. Remigia, che sente l'acqua cadere nella vasca, aspetta,
-sempre ginocchioni sul letto, che tutto sia pronto.
-
-— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì!
-
-— Sì, signora duchessa!
-
-— _Brrr!_ Che piacere!
-
-Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla tutta, subito, è
-troppo lunga. Vuol godersele adagio le lettere di mammà!
-
-Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone nella cartella e non
-le legge più.
-
-— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio Rosalì, bellezzone
-cäro! — Uno slancio di tenerezza, il salto di due pagine e si ferma
-alle ultime righe.
-
-— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò! È molto giù e lo
-mandano per qualche tempo sul mare!
-
-Per un momento non si sente altro che il rumore dell'acqua che scorre
-dal rubinetto e che si fa più cupo più si riempie la vasca del bagno.
-
-Mimì si avvicina a Remigia con una espressione di grande ansia dolorosa
-negli occhi.
-
-— Sta poco bene?
-
-L'Idola, assume un tono di donna seria, da moglie di Sua Eccellenza.
-
-— Quel benedetto ragazzo!... La manìa di voler fare l'inglese! La manìa
-dello sport!... E poi la pipa! Tutto il santo giorno... la pipa!
-
-Cessa a un tratto il rumore dell'acqua. Si sente la voce della Carolì:
-
-— Il bagno è pronto, signora duchessa!
-
-Remigia resta ancora un attimo pensierosa, poi scrolla forte la testa
-ed esclama per non aver malinconie: — Io sono sicurissima che l'aria e
-la vita del mare gli faranno molto bene!
-
-Si leva in fretta e butta via la casacca di seta e di trine che cade a
-piè del letto con un volo di cigno.
-
-— Ah, _mon Dieu!_ Che caldo oggi!... Fresca, l'acqua, Carolì?
-
-— Freschissima!
-
-Corre verso il gabinetto di toeletta slacciandosi i nastrini della
-camicia che le cade dalle spalle.
-
-— Brrr... che piacere!
-
-Al povero Totò non ci pensa più che Mimì Carfo. Mimì, è rimasta nella
-camera da letto, prepara sulla specchiera i pettini, le forcine, le
-piccole forbici... È assai pensierosa e mesta.
-
-La manìa di voler far l'inglese, lo sport, la pipa! Nessuno! Nessuno!
-Nemmeno suo padre che pure ne ha il cuore gonfio, in tumulto,
-sotto la calma della gran barba bianca, ammette che ci possa essere
-un'altra cagione, perchè quel giovine cuore, quella giovane vita, si
-sieno spezzati! Mimì Carfo pensa e crede fermamente che sia stato il
-matrimonio di Remigia... Ma non lo dirà mai, nemmeno Mimì Carfo, per
-non dare, non un rimorso, — che non ne ha alcuna colpa, — ma per non
-rendere più vivo il dispiacere dell'Idola.
-
-
-Giacomo D'Orea, dopo il deliquio avuto e la breve indisposizione, è
-stato relativamente bene, è ritornato al ministero e si mostra anche
-con la moglie allegro e buono; ma poi, da un giorno all'altro, cambia
-straordinariamente di faccia, di modi, di umore. Non si vede più:
-sempre al ministero, mai all'albergo. Stravolto, cupo, sfugge sua
-moglie, sfugge la Carfo.
-
-Che cosa è successo?
-
-Il _Corriere Romano_ è capitato nelle mani di Giacomo proprio in que'
-giorni; in ritardo, perchè ritornava a Roma da Fiumicino, spedito dalla
-zia Gioconda e accompagnato da una breve lettera:
-
-
- «_Caro Mino_,
-
-«Maria ha ricevuto da Roma questo giornale che io ti rimando senza che
-Maria lo sappia. Io non so spiegarmi quando scrivo, ma da te medesimo,
-caro Mino, capirai che effetto ha avuto qui. Pensaci e fa che tua
-moglie sia più riguardosa, tanto più che Maria, benchè non ne voglia
-convenire, è assai ammalata e tutto, pur troppo, le fa molto male.
-
-«Ti abbraccio e ti benedico nel nome di tua madre, che pare impossibile
-sia stata la stessa madre anche di quell'altro!... Che brutto mondo e
-che brutta vita!... E che amarezza dover concludere così a ottant'anni!
-Eppure, io mi accorgo adesso, perchè prima a queste cose non ci avevo
-mai badato, di aver avuto una grande fortuna, per grazia del Signore:
-quella di aver voluto bene a poche persone e di non essermi mai
-innamorata di nessuno. Morirò ragazza anche di cuore. Tuttavia non ti
-posso nascondere che se fossi morta tre anni fa, quando ho avuto la
-pleurite, sarei morta più contenta. Ma forse il Signore che ci vede più
-di noi ha voluto così per qualchedun altro, e sia tutto per il meglio.
-
- «_Tua zia_ GIOCONDA».
-
-
-Giacomo, al ricevere questa lettera, non ha pensato al giornale, subito
-non lo ha nemmeno guardato: tutta l'anima, tutto il cuore soffocati,
-gli sono d'impeto venuti a galla:
-
-— Maria! Maria! Maria!
-
-Poi scrive una lettera alla zia Gioconda, che la zia Gioconda non fa
-leggere a Maria, in cui c'è tutta la sua vita, tutto lo sfogo del suo
-amore disperato, della sua collera e del suo odio!
-
-
-
-
-XIV.
-
-
-Mimì Carfo diventa sempre più inquieta sul conto del signor D'Orea;
-Remigia, invece, diventa sempre più tranquilla sul conto del generale
-D'Entracques. Ella è di buon umore, attiva, vivacissima, adora Roma.
-
-— Com'è bella Roma, anche d'estate! Così sparsa di verde è meno
-classica, ma è assai più poetica e pittoresca. D'inverno sento la
-vecchia Roma classica dei Cesari... D'estate, la Roma giovane, nostra,
-dell'amore e dei poeti!
-
-Di suo marito, non si occupa più, e anche il sottosegretario
-_Rabbagasse_ è stato messo al bando. Il D'Entracques ha voluto così
-e Remigia, siccome ormai dello Staffa non ne ha più di bisogno e non
-gliene importa affatto, è felicissima di compiere questo sacrificio,
-che va poi a pesare su missis Britton.
-
-— Io le sacrifico i miei amici... Ma lei... Le sue amiche?... —
-Diventa seria, sospira, poi dà una forte scrollatina di capo, come per
-distrarsi.
-
-Remigia D'Orea pare che abbia cambiato di ministero. Più che ai
-Lavori Pubblici, è adesso, alla Guerra. L'uniforme degli ufficiali
-e dei soldati, il contegno delle truppe, la scuola di Tor di Quinto,
-l'acquisto dei cavalli in Irlanda, le esercitazioni e le armi nuovo
-modello, riempiono tutti i suoi discorsi. L'esercito è la sua passione:
-legge persino l'_Italia Militare_.
-
-Mimì, una sera, si fa coraggio.
-
-— Ma tu, che cosa pensi... di tuo marito?... Che ha?... Non ti accorgi
-che tutti i giorni va peggiorando?
-
-— Per me no; va migliorando. Non lo vedo quasi più! — Sorride; si
-stringe nelle spalle. — Se non lo rendo felice... colpa sua! Doveva
-sposarmi per me... e non per mia sorella!
-
-— Taci! Taci!... — supplica Mimì, atterrita.
-
-Ma da qualche tempo Remigia, ripete con insistenza questo ritornello
-e assai facilmente tira in ballo sua sorella... Chi sa?... È forse un
-calmante per tenere la coscienza in un continuo e placido sopore.
-
-È allegrissima, ha pranzato di eccellente appetito, è già vestita e non
-ha che da mettersi il cappellino. Aspetta le nove e mezzo e la carrozza
-perchè quella sera va da Guendalina.
-
-Che serate deliziose!... Appena in quattro, solitamente. Guendalina,
-lei, il D'Entracques e il Paparigopulos!
-
-Il principe di Capodimare ha la bellissima qualità di Giacomo.
-Occupatissimo sempre, non si vede mai e perciò anche lui...
-simpaticone!... Uno, il ministero, l'altro, il Vaticano!
-
-Sottovoce, col D'Entracques ella ride del marito di Guendalina:
-
-— Soldato... del Papa! — Fa uno sbruffo con le labbra. — Ah, _mon
-Dieu_, che spavento!
-
-Remigia è già stata due volte a guardare dal balcone.
-
-— Che ora è, Mimì?
-
-— Le nove.
-
-— Soltanto le nove?... Il tempo, per altro, è un grande contradicente.
-Quando si desidera che corra, si ferma. Quando si vorrebbe fermarlo,
-vola!
-
-Siede, si annoia e parla di suo marito.
-
-— Tu lo trovi peggiorato?... Di salute, no. Sta tutto il giorno al
-ministero a lavorare: vuol dire che sta bene.
-
-— Non so... ha una brutta faccia...
-
-— Persuaditi che è proprio la sua! — Non è più nemmeno gentile...
-
-— Questo cambiamento, presto o tardi, succede a tutti i mariti.
-
-— Ma tu...
-
-— Io... che cosa?
-
-— Ne parli... con tanta indifferenza!
-
-— Cara mia... Chi non mi vuole, non mi merita! Doveva conquistarmi,
-provare. Io, certamente, sarei stata molto refrattaria, ma siccome lui
-non s'è punto scomodato, così la ragione è tutta dalla mia parte. Se ha
-brutta cera... Adesso andiamo a Napoli, alla Spezia, a Venezia. Cambiar
-aria gli farà bene. Certo che gli farebbe meglio l'aria di Fiumicino,
-ma... — Remigia, passeggiando, canterella. — Non si può! Proibitissimo,
-direbbe missis Eyre! — Scoppia in una risala. — Te la ricordi, la
-Sbirlingonia?... E il suo odio per _Din_ e _Don_, i miei tesöri?
-
-In questo punto si sente nel corridoio un affrettato rumore di passi;
-il servitore ha appena il tempo di aprir l'uscio e di annunziarlo, che
-già il D'Entracques, pallido, stravolto, entra precipitosamente nel
-salotto.
-
-— Domando scusa, donna Remigia, se mi presento in questo modo, a
-quest'ora, ma ho assolutamente bisogno di prevenirla... di parlarle.
-Scusi, contessina Carfo; chiedo alla sua amica appena due minuti!
-
-Mimì fissa il D'Entracques, fissa Remigia... Esita un istante, guarda
-ancora il D'Entracques, non osa interrogarlo, poi esce in fretta
-tremando, col presentimento di qualche disgrazia che non sa immaginare.
-
-— Che c'è? — domanda Remigia, prima ancora che la Carfo abbia rinchiuso
-l'uscio.
-
-— Che cosa ha fatto?... Quello Staffa, quel Gambara, quella sua
-Guendalina! Che cosa ha mai fatto?
-
-Remigia respira: non si tratta che di una scena di gelosia!
-
-— Ah! _mon Dieu!_ Siamo da capo! E oggi stesso, poche ore fa, mi aveva
-tanto promesso di credermi sempre!
-
-— Che c'entra il credere e il non credere? Si è rovinata! Questo è:
-rovinata!
-
-— Io? — Remigia diventa pallida.
-
-— Si, lei! Per non essersi consigliata con me! Per aver fatto misteri
-con me! E assicurava, giurava che io ero il più grande, il suo solo
-amico! Che sentiva dal mio... dalla mia amicizia, un senso di sicurezza
-e di protezione!
-
-— Rovinata! — ripete Remigia, non pensando ad altro, non sentendo altro.
-
-— Uno scandalo!... Se non si riesce a riparare, a negare, andiamo
-incontro ad uno scandalo che rovinerà suo marito e farà cadere il
-ministero!
-
-— Ed io?... Sono stata io?... Si spieghi! Parli! Dica tutto!... Ma Dio
-mio, vuol farmi morire?...
-
-— Perchè non ha parlato anche con me, della nomina di Cincino D'Ermoli?
-
-— È stata Guendalina! È stata lei a non volere, assolutamente!
-
-— Dunque ha più fiducia nella Capodimare che non in me?... E poi
-tutto questo segreto sarà stato chiesto per la nomina di suo fratello
-D'Ermoli, ma che c'entra la Capodimare negli affari... loschi del
-Berlendis e del Gambara?
-
-— Affari loschi?... Del Berlendis e del Gambara?... Ma io non ne
-so niente! — In fatti il viso attonito di Remigia non esprime che
-maraviglia e stupore.
-
-— Non sa nemmeno di aver messo la sua firma con l'offerta di cento lire
-per il dono al papa della sedia gestatoria?
-
-— Guendalina! Guendalina! È proprio stata Guendalina! — Remigia lo
-giura con tutte due le mani sul cuore.
-
-— E non sapeva che era una dimostrazione clericale in espiazione del
-sacrilegio commesso dal Governo con la soppressione della Madonna di
-Ponte a Ripetta?
-
-— No!
-
-— Una dimostrazione, antinazionale, antiunitaria.
-
-— No! Giuro! No! Guendalina mi ha detto soltanto che era una
-sottoscrizione di cattolici, nella quale non c'entrava che la
-religione... Per acquistare molte indulgenze!
-
-Remigia fissa il D'Entracques diventando pallida e sedendosi di peso
-sopra una poltroncina, dinanzi a lui.
-
-— La moglie di un ministro del regno d'Italia prender parte a una
-dimostrazione in onore... del papa-re!
-
-— Mio marito... Mio marito... La prego... la scongiuro... — Remigia
-balbetta, la voce piena di lacrime, — che Giacomo... non sappia niente!
-
-— Non sappia niente?... A quest'ora lo saprà lui, tutta Roma e
-domani tutta l'Italia, tutto il mondo! Ho visto adesso, al ministero
-dell'Interno, la copia mandata dall'_Allarme_, il giornale socialista,
-alla Procura... C'è un articolo contro di lei...
-
-Remigia balza in piedi atterrita.
-
-— Contro di me?
-
-— Sì, intitolato: _Ministresse nouveau jeu_...
-
-Remigia pallida, tremante, afferra le mani del D'Entracques, come
-aggrappandosi alla sua àncora di salvezza.
-
-— È lei e non suo marito che regge il ministero dei Lavori Pubblici!...
-Lei, fa nominare nei posti più ambiti e delicati, dove occorrono
-capacità tecniche, capacità... giovani! È accusata di corruzione per
-aver fatto approvare alla lesta e alla sordina, «efficace propiziatore
-un altro... bel giovane bolognese» un contratto, una cessione di forza
-d'acque, oneroso per l'erario, e vantaggioso, al cento per cento, per
-gli azionisti, «una banda, non musicale, di affaristi italo-svizzeri,
-capitanata dal famigerato avvocato Berlendis e da un negriero delle
-finanze, un italo-svizzero e soprattutto egiziano, commendatore
-emerito, reduce... dal fallimento!
-
-— Giacomo... Giacomo... Dio! Dio!... Non sappia niente! — Remigia ormai
-non vede, non teme che la collera di suo marito. Stringe più forte
-le mani, si stringe tutta al D'Entracques mormorando con un tremito
-pauroso, disperato: — Mi ammazza! Mi ammazza! Mi ammazza!...
-
-— Apposta sono corso, per avvertirla! Per prepararla! Per salvarla, se
-sarà possibile!
-
-— Faccia sopprimere tutte le copie, sequestrare l'_Allarme_...
-
-— Non si può e si farebbe peggio! E poi è tardi. L'_Allarme_ esce
-adesso, se non è già uscito! Domani, tutti i giornali pro o contro, per
-assalirci o per difenderci, propagheremo lo scandalo. Noi tenteremo di
-sventare il colpo, ma si riuscirà?
-
-Il generale si leva la lente dall'occhio e la caccia nel taschino del
-gilet con un moto di stizza, dopo il quale riprende con più calma:
-
-— Io sarei ben contento di andarmene, perchè se ci sto... è soltanto
-perchè ci sono comandato; ma andarmene, — _parbleu!_ — di mia spontanea
-volontà! Non essere cacciato fuori perchè lo scandalo ha colpito il
-_Gabinetto rosa_, come chiama adesso l'_Allarme_, il nostro ministero!
-— Il D'Entracques batte energicamente il piede per terra. Il lampadario
-traballa, tintinnando; traballano i ninnoli sui palchettini e Remigia
-si butta attraverso il canapè, nascondendo la faccia contro i cuscini,
-scoppiando in lacrime.
-
-Il generale... a quelle lacrime, a quella disperazione, alla vista di
-quelle spalle gracili che sussultando all'urto dei singhiozzi, rompono
-l'onda d'oro, accavallata, dei bei capelli, il generale... Sparisce
-il generale! Sparisce il senatore, il ministro, non resta più che il
-D'Entracques, l'uomo, l'innamorato!
-
-Invece di continuare a infuriarsi, cerca le parole per consolare, per
-calmare Remigia e per scusare sè stesso.
-
-Il flutto aureo dei lunghi capelli biondi ha sepolto l'_Allarme_, ha
-allontanato ogni timore di scandalo e dilegua insieme anche quella
-sua collera resa più furibonda dalla gelosia dello Staffa e di Narciso
-Gambara.
-
-— Donna Remigia... — chiama egli, sottovoce.
-
-Risponde l'urto dei singhiozzi, ancora più forte, il pianto più
-dirotto. Siede anch'egli sul canapè, vicino, chinandosi e mormorandole
-quasi sui capelli: — Donna Remigia... non pianga così! Non si disperi,
-così! Io, capisco, mi sono lasciato spaventare esageratamente... per
-lei! Ma sono corso qui, apposta, per consigliarla, per suggerirle, ciò
-che dovrà dire per difendersi, per salvare... Per salvar lei! Tutto il
-resto, sarà quel che sarà!
-
-Remigia si drizza, si volta lentamente, col viso molle, bianco, rigato
-di lacrime. Fissa il D'Entracques... Pazza di terrore e d'angoscia gli
-si butta al collo, stringendosi a lui disperatamente.
-
-Egli esita, scosso da un tremito... la sua bocca bramosa si arresta.
-Dopo un istante preme un bacio lungo sulla massa soffice, odorosa dei
-capelli. Si fa forza, irrigidisce, si scioglie con dolce violenza da
-quella stretta febbrile e passeggia su e giù, pallidissimo a sua volta,
-il viso contraffatto.
-
-Remigia, diventa seria e attenta, sotto il velo delle lacrime, lo
-osserva dietro le spalle, lo spia con ansia... Quando egli si volta
-per avvicinarsi, torna a nascondere il viso fra le mani e ricomincia a
-singhiozzare.
-
-— E Giacomo? — Ha un fremito lungo di spavento. — Dio, Dio, Dio,
-Giacomo!...
-
-Il generale, torna a levare la lente dal taschino e a ficcarsela
-nell'occhio, accompagnando l'atto con una lieve alzata di spalle.
-
-— Anche Giacomo, dopo aver gridato, si calmerà. Dovrà credere a quello
-che gli dirà lei, che gli dirò io, che gli diremo tutti d'accordo. Non
-ho pensato che a lei, lo confesso, e lei... faccia quello che le dirò
-io, e ne uscirà bene!
-
-— Mi salvi! Mi salvi! — Remigia ha un nuovo slancio, ma di gratitudine
-questa volta, di tenerezza e corre a rifugiarsi e a posarsi come una
-colombella spaurita su quel petto generoso e valoroso che la protegge
-e la difende. Ella, dopo tante scosse, ha pure un impeto di abbandono e
-di... sincerità.
-
-— Mi salvi! Mi salvi! Le voglio già bene... — Sul viso bianco e molle
-passa come una vampa; le candide ali della colombella hanno un fremito
-di timidezza pudibonda, mentre aggiunge con voce sommessa: — le vorrò
-ancora più bene!... Io non credevo di far male!... — La cara voce
-riacquista tutte le sue note più dolci, più soavi e penetranti. —
-Non ne ho parlato con lei... perchè, pure sentendomi attratta verso
-di lei da tanta, tanta confidenza... certe volte, perdo le parole,
-mi agghiaccio, provo dinanzi a lei una soggezione così forte e così
-strana! Ora sono tutta nelle sue mani, mi dò tutta a lei... e lei,
-conoscerà persino l'ultimo de' miei pensieri. — Posa la vaga testolina
-sul petto, proprio sul cuore del generale, ch'ella sente battere
-violentemente. — Qui! Sempre qui! Tutta qui! Dentro qui!... — Alza
-il capo, lo fissa con profonda mestizia. — Non l'amante, non è vero?
-Buono, generoso, ella non vorrà fare di me la sua amante, ma di più,
-di più, assai di più... Farà di me... io sarò la sua anima. Sempre qui,
-dentro qui, tutta. Io non so della vita; sono tanto giovine ancora, ma
-sento che la colpa non può essere gioia... La tenerezza, sì, invece,
-una grande gioia immensa, infinita. — La testina, sempre appoggiata sul
-petto del D'Entracques, chiude gli occhi un istante, poi li riapre,
-si scote per la prima, e domanda, tranquilla, vincendo l'estasi e la
-paura:
-
-— Che cosa devo fare, dunque? Che cosa devo dire?
-
-Il generale fa sedere Remigia sul canapè e siede a sua volta sopra
-una poltroncina in faccia, prendendole le mani e accarezzandole mentre
-parla.
-
-— Stia ben attenta. Lei deve negare sempre, tutto! Con suo marito,
-specialmente, e con gli altri!
-
-— Tutto! Tutto! — ripete Remigia, con entusiasmo e con convinzione.
-
-— Cincino D'Ermoli, si ricordi bene, è stato raccomandato allo Staffa
-dalla sola Capodimare.
-
-— È la verità!
-
-— Il Berlendis non ha avuto da lei che un bigliettino insignificante di
-presentazione...
-
-— Insignificantissimo! Due righe col lapis in fretta, mentre mi
-vestivo...
-
-— Ignorando che si trattasse di speculazioni, di affari...
-
-— Assolutamente!
-
-— E per la sottoscrizione al papa-re, è stata ingannata; la sua buona
-fede è stata sorpresa dalla Capodimare!
-
-— Sì, sì! Guendalina! Se vuol essere sincera, Guendalina stessa, non
-potrà dire di no!
-
-— In quanto a noi e ai nostri giornali risponderemo all'_Allarme_
-vittoriosamente. Il caso del conte D'Ermoli, sarà dichiarato un vero
-e grosso granchio dei socialisti. Non sanno, — _parbleu!_ — che c'è a
-Torino un vecchio e illustre professore, Giovanni Ermoli, che insegna
-elettro-fisica al Valentino? Era lui, è lui, la persona scelta per gli
-Stati Uniti!... Errore di nome! Comunicazione sbagliata da un impiegato
-e gonfiata dai _reporters_ dell'opposizione!
-
-Remigia approva e ammira, mentre il generale continua, sempre
-accarezzandole la mano e sorridendo:
-
-— In politica, _la verità_, non è mai una sola, ma sono sempre
-due: quella del governo e quella dell'opposizione. La proposta
-Italo-Svizzera? Si presentava bene, vantaggiosa per l'erario e la si
-è presa in esame. Invece, vantaggiosa non è? È un carrozzino bell'e
-buono?... E noi stessi lo faremo ribaltare al Consiglio Superiore dei
-_Lavori Pubblici_ e sarà provato che non furono i cento occhi d'Argo
-dell'_Allarme_ a fiutare il tiro. Il Ministero ci ha visto subito
-chiaro, pel primo!...
-
-La giovane signora sembra ravvivarsi.
-
-— Allora... Siamo salvi!
-
-— Certo! Si trova sempre rimedio a tutto; purchè ci lascino in piedi il
-tempo necessario!
-
-— Ah, mio Dio! Mio Dio!... Ho una gran paura di Giacomo!
-
-— Un po' di coraggio al primo incontro, poi adesso ella sa che cosa
-deve dire e come deve difendersi.
-
-— Più! Più! — Remigia guarda il D'Entracques e sorride con grazia
-infantile. — Non farò più nemmeno un passo, senza dirlo prima a lei. Mi
-tenga legata, stretta stretta, con un filo invisibile...
-
-In questo punto, entra la Carfo quietamente nel salotto. Ella si
-mostra all'aspetto calma e tranquilla, mentre dice con voce leggermente
-alterata:
-
-— Viene il signor D'Orea. Sale le scale in fretta. Non ha voluto
-aspettare il _lift_.
-
-Remigia e il D'Entracques si alzano simultaneamente, tutti e due
-impallidendo. Poi, come la Carfo siede al tavolino riprendendo il
-suo ricamo, siedono di nuovo anche il generale e Remigia: Remigia
-raccomandandosi con gli occhi, e il generale, con gli occhi,
-infondendole coraggio.
-
-Sembra lunghissimo il tempo nel silenzio, nell'ansia, nell'attesa...
-Finalmente si sente camminare nel corridoio... I passi si avvicinano,
-si fermano all'uscio... Ma non è Giacomo D'Orea, è il sorridente
-Gaudenzio che si presenta con un leggero e goffo inchino:
-
-— Il signor Giacomo, chiama la signora Remigia, un momento... di là!
-
-Sparisce subito, perchè di Sua Eccellenza il ministro della Guerra, il
-mite vecchietto ha un sacro terrore.
-
-— Vada, donna Remigia. Subito. — Il D'Entracques, calmo, sereno, le
-infonde sicurezza con una forte stretta di mano.
-
-— Oh Mimì! la mia Mimì! — Remigia sente di voler un gran bene a Mimì,
-in quel momento, e le stende le braccia tremanti. La Carfo l'abbraccia
-stretta, la bacia appassionatamente e ripete ella stessa con la calma
-del generale: — Va!
-
-
-Quando Remigia entra nella stanza, Giacomo è ritto in piedi, appoggiato
-al tavolino. Egli la fissa un momento, prima di poter parlare. Remigia
-sente avvicinarsi lo scoppio di quella collera e il pericolo stesso le
-infonde audacia:
-
-— Mi hai fatto chiamare, gioia?
-
-Il D'Orea ha un sobbalzo: il suo volto scarno, emaciato, più che ira
-getta odio.
-
-— Tu partirai domattina, subito, per Pontereno e non ti muoverai di là,
-non uscirai di là, mai più!
-
-Remigia raggrotta le ciglia e anche i suoi occhi schizzano lampi di
-odio:
-
-— Perchè?...
-
-A Giacomo gira la testa, battono i polsi, il cuore martella e salta nel
-petto vuoto.
-
-— Perchè sei falsa, senza dignità, senza cuore! Perchè non ti posso
-più vedere! Perchè ti odio! Perchè se mi stai ancora davanti, lì, così,
-vivaddio... — Si arresta, poi riprende con voce più bassa, più sorda, —
-vivaddio, ho paura di ammazzarti!
-
-Remigia, imperterrita, si avanza d'un passo:
-
-— Io no, invece. Io non ho nessuna paura. So, da molto tempo, che mi
-odii. Ho sbagliato! Dio mio, posso avere sbagliato, ma perchè? Perchè,
-appunto, a cagione del tuo odio, sono rimasta abbandonata, sola, in
-balìa di me stessa! Non lo nego, avrò commesso qualche leggerezza,
-qualche imprudenza per inesperienza, per buona fede e bontà d'animo...
-e di ciò la colpa è degli altri e soprattutto tua. So dell'articolo
-dell'_Allarme_. Il nostro buon amico D'Entracques è corso ad
-avvertirmene. Sono tutte esagerazioni e infamità. Ma tu sei capace di
-crederle... appunto perchè? Perchè mi odii!
-
-— E l'altro giornale? L'altro giornale? L'altro?... — ripete Giacomo
-convulsamente, senza poter riuscire a ricordare a dirne il titolo. —
-È buona fede?... È bontà d'animo? — Le parole gli escono stentate, si
-sente il battere secco dei denti — A... A teatro!... Al trionfo pa...
-pagato... com... comperato, di quella donna... Pa... pagato... com...
-comperato... È buona fede? È bontà d'animo verso tua sorella?...
-
-Remigia alza la voce con un riso ironico di vittoria:
-
-— Ah! Ah! Ci siamo! Mia sorella! Non si tratta dunque degli... affari
-di Stato, del ministero, che io ho compromesso con la mia leggerezza?
-Si tratta che, senza saperlo, — perchè non ci volevo nemmeno andare e
-fui trascinata al Costanzi, — io ho urtata la suscettibilità, ho offesa
-la gelosia di mia sorella! Ho capito! Capisco! Non è quello che ha
-esagerato e inventato l'_Allarme_, che forma il mio delitto! È quello
-che ha esagerato il _Corriere_... Ma si sa, sappiamo, sanno tutti! Mia
-sorella... ancora, sempre!
-
-Remigia si allontana ridendo, stringendosi nelle spalle.
-
-Giacomo la fissa stravolto, sfigurato, ha la schiuma alla bocca. Fa un
-passo, traballa... fa un altro passo più sicuro, le afferra un braccio,
-la volta di colpo, faccia a faccia: — Sì! Ancora! Sempre! Tua sorella!
-Allora come oggi, sempre tua sorella!
-
-— Giacomo... Giacomo... — grida Remigia spaventata. Ma l'altro la
-stringe sempre più forte; la sua mano è una tenaglia. Parlandole sulla
-faccia, contro la faccia, — balbettando, — le schizza il volto di
-saliva.
-
-— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella, non amo che lei,
-vivo e muoio per lei, l'amo, non penso che a lei, non m'importa più
-altro che di lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo
-mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia, leggi, patria,
-amicizia, ricchezze, salute, onore, è niente, non c'è che l'amore,
-l'amore, di grande, di vero, di forte, di buono, che valga il prezzo
-della vita, che valga il prezzo della morte! Sì! Sì! Non è quello che
-ha scritto l'_Allarme!_ te lo avrei perdonato! È l'altro, il teatro,
-il Costanzi, che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero! Perchè
-amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono un colpevole!... La mia
-colpa è mostruosa per te che giuochi all'amore col D'Entracques, per
-le tue amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per le strade
-e la Capodimare che sceglie i suoi nelle Banche!... Sì, son col...
-colpevole. La mia è una colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione,
-è forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte di più, è
-cento, mille volte più bella e più alta della tua virtù, tutta un
-piccolo mosaico di calcolo, di doppiezza, di bassezza, di bugia, di
-prudenza, di simulazioni! Nella mia colpa, così orribile, c'è il cuore,
-tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e lucidata, non c'è che
-egoismo, aridità, sterilità, cattiveria! Della mia colpa si muore! La
-tua virtù, fa crepare gli altri!...
-
-Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di sciogliere la sua mano
-dalla stretta di Giacomo: non può. Egli continua con la voce più bassa,
-più rotta, più convulsa:
-
-— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia... di virtuosi
-istrioni! Tuo cugino, muore tisico per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete!
-Ma non si dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo,
-non di avere, ma di fingere un po' di dolore, un po' di compassione!
-Rimorso, no! Ri... morsi mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa,
-troppo innocente per avere rimorsi!
-
-— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami andare!...
-È una vigliaccheria! Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!...
-Bada... Chiamo!...
-
-Giacomo non la vede più, non vede più niente, i suoi occhi smarriti
-vagano lontano...
-
-— La tua virtù! La tua virtù!... Dove passa la tua virtù passa il
-dolore... È un gelo di dolore e di morte la tua virtù!... Che cosa ti
-aveva fatto missis Britton!... E non lo ami il D'Entracques perchè
-tu non amerai mai nessuno, fingendo di voler bene a tutti, uomini e
-bestie! Tu ridi, scherzi, spari i fuochi artificiali de' tuoi occhi
-e dei tuoi sorrisi col D'Entracques e spezzi il cuore a una povera
-donna! Tu resti virtuosa!... E quella povera donna, dopo aver tutto
-sacrificato a lui, e dopo tanti anni di amore resterà sola, infelice,
-con la vita infranta! — Ti fa meraviglia che io sappia questo?... Io so
-tutto! Io vedo tutto! E anche dentro di te! Sì, per questo devi aver
-paura, hai ragione di aver paura! E vedo nel tuo cuore candido... e
-freddo come il ghiaccio! Vedo nella tua anima vuota... deserta... — La
-mano si rallenta, Remigia riesce a sciogliersi, ma resta lì a guardarlo
-immota, tanto è sfigurato. Egli balbetta più forte: — Per que...
-questo... ti o... dio... per... perchè ti conosco, ti co... nosco...
-Sei perfida... per... per... per... — Fa uno sforzo: non riesce a
-ripetere la parola, straluna gli occhi, gira su sè stesso e stramazza
-di peso per terra, privo di coscienza, di moto, di senso.
-
-— Mimì! Mimì!
-
-Remigia corre fuori dalla stanza, corre per il corridoio, gridando con
-voce forte, disperata, che si ripercuote in tutto l'albergo:
-
-— Mimì! Mimì! Mimì!
-
-
-
-
-XV.
-
-
-Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza D'Orea non
-ha avuto che un breve deliquio, per eccesso di fatica, di lavoro,
-un'indisposizione, prontamente superata. «Fra un paio di giorni,
-l'illustre uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto, anche riguardato
-nel suo appartamento, continua con la consueta alacrità nel disbrigo
-degli affari più urgenti».
-
-Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti ed i
-repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato colpito da un insulto
-apoplettico. «Caso gravissimo, disperato: perduta la parola; tutta la
-parte destra del corpo, paralizzata».
-
-Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre l'attenzione
-del pubblico dall'articolo dell'_Allarme_. Nessun altro giornale
-lo commenta, lo riporta: l'_Allarme_ stesso riconosce l'attacco
-ormai intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario, un
-cambiamento di giudizi, curiosissimo. A poco a poco, l'onorevole
-D'Orea, dato addirittura come spacciato, — è — anzi era, — per i
-giornali dell'opposizione, «l'unica forza, la bandiera e il timone
-del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo dovrà fatalmente
-e inesorabilmente cadere sfasciato, tra le secche dei rimpasti». A
-poco a poco, per i giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il
-ministro dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un portafoglio di
-secondaria importanza. Anzi, qualcuno, arriva addirittura a far capire
-che «allontanandosi il D'Orea, elemento forse troppo conservatore per
-la fisonomia del ministero attuale, questo avrebbe potuto muovere più
-spedito e più agile verso tutte quelle riforme tributarie e sociali
-reclamate dal paese».
-
-Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor Zaccarella, va
-sulle furie e in convulsioni. Più che contro i giornali avversi, —
-vanno per la loro strada! — grida e si arrabbia contro i giornali
-«falsi amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo,
-pronti alla defezione e al tramonto! Ma sfogatasi col signor Zaccarella
-due volte al giorno, al mattino e alla sera, — i giornali del
-pomeriggio non hanno una grande importanza, — ella si mostra serena,
-sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare vestiti e cappellini per le
-feste di Napoli, della Spezia, di Venezia, alle quali assisterà col suo
-Jack, tesöro.
-
-Dall'_Albergo di Roma_ parte la parola d'ordine e tutti la mettono in
-giro, — la Capodimare, i della Gancia, il Paparigopulos e anche il
-D'Entracques, — Giacomo D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua
-moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima di farsi vedere al
-ministero!
-
-In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua Eccellenza D'Orea
-ormai sta benissimo e lavora tutto il giorno con i segretari, nel suo
-gabinetto, torce le labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome
-del _socialista_ dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi dei propri
-nemici, non c'è di meglio che fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso
-compiacendosi del proprio spirito, torna grave, impettito, e si batte
-tre volte, con le dita raggruppate della mano sullo stomaco:
-
-— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo delle fragole alla
-panna. Una semplice indigestione.
-
-In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta e
-rispettata: nella prescrizione che Sua Eccellenza D'Orea, tranne i
-segretari, non debba nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un
-paio di giorni.
-
-Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente la consegna,
-ripetendo a tutti:
-
-— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì! Io stessa, mi sacrifico
-e ci vado pochissimo. Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il
-disbrigo degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente.
-
-Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che oramai donna Remigia
-va ripetendo cento volte al giorno!
-
-Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno di segretari se non
-avesse il signor Zaccarella che fa per dieci.
-
-Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi l'anticamera del
-ministero dei Lavori Pubblici e il signor Zaccarella dà udienza,
-risponde alle lettere che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il
-bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il telegramma della
-signora duchessa, in risposta a quello di Sua Maestà, che si congratula
-per il «sicuro miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta completa
-guarigione».
-
-«Commossa, riconoscente interessamento Maestà Vostra salute mio amato
-consorte, onoromi confermare alla Maestà Vostra condizioni sempre
-migliori. Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine, ossequi
-devoti, ecc. ecc...»
-
-Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere
-l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come
-lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la
-duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza
-D'Orea.
-
-Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza
-la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè
-non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un
-paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e
-di Venezia.
-
-— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un
-conforto, diventi un peso!
-
-Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, _mon Dieu!_ —
-s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!...
-
-Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera
-ministressa.
-
-— A Roma, missis?... Come mai?
-
-— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado
-all'_Abetone_. Ne ho abbastanza della Svizzera e della _Tête-pointue!_
-— Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.
-
-— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre
-malissimo?... Ne sono desolata.
-
-— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al
-ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta
-le spalle e se ne va furiosa.
-
-— Vecchia arpia!
-
-A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare ottime notizie, tenendola
-in guardia, — l'espressione è del signor Zaccarella, — contro le
-informazioni pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla
-fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano a Giacomo
-per rinfrancarsi pienamente e tornare al ministero, la duchessa
-Cristina e il principe Rosalino arrivano, senza nessun preavviso,
-all'_Albergo di Roma_. Si presentano all'Idola inquieti, ansiosi, con
-le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più sorpresa e contrariata, che
-soddisfatta, li accoglie di malumore.
-
-— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete che io non amo le
-improvvisate!
-
-Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna continuare nella
-solita commedia dell'indisposizione passeggera, e mentre Remigia
-abbraccia la mammà cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella
-continua gravemente a battersi il petto con le dita raggruppate:
-
-— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la panna!... Indigeste
-quanto mai!
-
-Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo con la faccia
-costernata, ne escono in carrozza scoperta insieme all'Idola e si
-mostrano ilari e contentissimi. Non hanno ancora potuto vedere il caro
-Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo degli affari più
-urgenti», ma sono felici delle ottime notizie avute.
-
-— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se vuoi
-sapere, vai; se non vuoi sapere, manda!
-
-Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate, con i
-cenni della mano. È sempre cortese, ha sempre il sorriso sulle labbra
-e il complimento opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo,
-lontano.
-
-— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato! Caparbio!...
-— Egli ha finito anche per crederlo, a forza di ripeterlo. E... chi
-sa?... Finisce quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato,
-morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo abbrucia senza
-riuscire a riscaldarlo!
-
-Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso, tutta la grande
-gioia di essere con la sua mammà. Saluta espansiva e gaia, e fa il nome
-alla duchessa Cristina delle signore più alla moda e dei personaggi più
-importanti. A un tratto si oscura in viso:
-
-— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso di Luciano! Non
-bisogna più salutarlo! Ha inventato tante cattiverie! Che Giacomo è
-gravemente ammalato! Che ha fatto un colpo!
-
-— Che uomo!...
-
-— Che essere!
-
-Remigia comincia a difendere sua sorella.
-
-— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!
-
-— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da
-Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti
-simpaticoni!
-
-Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia,
-il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos.
-
-Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate
-amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna
-Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare
-subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del
-colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos,
-— assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato
-sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito
-con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti».
-
-Guendalina Capodimare, consigliata in questo e spinta anche un pochino
-dalla cognata, non solo ha accettato, per il momento, la sostituzione
-del vecchio barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante
-e sbarbato fratello nella commissione marconiana, ma conviene,
-rassegnatamente, di aver forse peccato lei, per troppo zelo, a
-proposito della famosa firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo
-Pontefice.
-
-Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto tra l'uscio e
-il muro delle dimissioni, è il malcapitato Leonida dal cappellone,
-ex-repubblicano... e di nuovo molto radicale!
-
-Con le principesse romane non è riuscito a perdere la virtù, ma sta per
-perdere l'Eccellenza: l'_Allarme_ tace, ma vigila. Nel consiglio dei
-ministri, Sua Eccellenza Staffa è già stato liquidato.
-
-— Un vero _Rabbagasse_ antipaticissimo! — È l'orazione funebre di
-tutte e tre: Quanita, Guendalina e Remigia, con la muta, ma eloquente
-approvazione di Paparigopulos.
-
-Remigia entra allegra e festante nel salotto della Capodimare:
-
-— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La mia cara mammà! E anche il
-mio tesorone caro! Lo zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per
-uno dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno con me e con
-Jack!
-
-Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine per spiegare
-l'arrivo a Roma dei parenti.
-
-Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano subito della
-duchessa Cristina, evocando ricordi, aneddoti, parentele, mentre
-il cavalier Paparigopulos, a un cenno della Capodimare, attacca
-conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a parole, e
-intermediario l'astuccio delle sigarette, con il principe di
-Sant'Enodio. Questi, per la circostanza, accesa una sigaretta di
-Paparigopulos e soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un
-proverbio orientale:
-
-— Donna bruna... e tabacco biondo!
-
-Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il tè e ammirando le
-magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono del Durer, nientemeno! —
-passano nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad un tratto
-colore, voce, espressione.
-
-— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida, ma non può muovere il
-braccio e parla stentatamente, ingarbugliandosi...
-
-— E il dottore che cosa dice?
-
-— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo e il dottor Dolder
-comincia a non escluderlo più...
-
-Remigia sospira, e abbassa la voce: — È stato sempre tanto cattivo e
-ingiusto con me... Pure, gli ho perdonato e mi fa compassione!
-
-Il D'Entracques la guarda con tenerezza.
-
-— È naturale. È suo marito ed è molto ammalato!
-
-L'Idola ha un tremito leggero che la fa tutta vibrare e gli occhi,
-fissando il D'Entracques, si riempiono di lacrime. Bisbiglia appena:
-
-— Ho paura.
-
-— Di che? — domanda ansioso il generale.
-
-— Mi vedo sola, mi sento sola e ho paura!
-
-Il D'Entracques le prende una mano e gliela stringe forte, mentre
-guarda Remigia lungamente.
-
-— Lei capisca... ciò che io oggi non voglio, non posso dire. Felice...
-non so se potrà esserlo ancora. Ma... sola, no. — Si avvicina di
-più, si fa forza, e mentre nel salotto si sentono squillare le risa
-di Guendalina e di Quanita, egli le bacia la mano con devozione
-mormorando: — Amico... o... come vuole, tutto ciò che vuole: io le
-appartengo interamente.
-
-La giovane signora lo guarda lei, adesso, a lungo, poi scrolla il capo
-lievemente con una grande profonda malinconia negli occhi.
-
-— Interamente... no.
-
-Il D'Entracques diventa pallido, quasi terreo, mentre risponde con la
-voce alterata:
-
-— È partita per sempre!
-
-
-
-
-XVI.
-
-
-Quando Remigia torna all'albergo, trova sul portone il signor
-Zaccarella che l'aspetta e l'accoglie con la cera torbida delle brutte
-notizie.
-
-— Sta male?...
-
-— No. Sono arrivate donna Maria Grazia e la signora Gioconda!
-
-Remigia, ch'era già saltata a terra, si ferma in mezzo al marciapiede,
-esterrefatta, mentre la duchessa Cristina, a sua volta, resta con un
-piede sul predellino del landò, e con la mano nella mano, che le offre
-il fratello di Rosalì.
-
-Remigia si rimette prontamente dal primo stupore e, per guadagnar
-tempo, si arrabbia con mammà.
-
-— Che fai, lì, a mezz'aria? È tardi! Bisogna ancora vestirsi!
-
-Entra in fretta nell'albergo, lasciandosi dietro la madre e lo zio e
-domandando al sig. Zaccarella:
-
-— Dove sono?... Con la contessina Carfo?
-
-— No; sono entrate subito da sua Eccellenza!
-
-Remigia scatta furibonda.
-
-— I dottori non vogliono!... Tanto il dottor Davos che il dottor
-Dolder, hanno proibito che Sua Eccellenza parli, si affatichi, veda
-gente!
-
-Il signor Zaccarella fa un atto di scusa.
-
-— La signora duchessa non era in casa; io solo, non potevo oppormi...
-alla signora Gioconda D'Orea.
-
-Remigia, mentre l'ascensore sale al piano nobile, resta pensierosa e
-perplessa in faccia allo Zaccarella. Sente che c'è lì, adesso, un'altra
-volontà, forte come la sua.
-
-— Hai visto Maria? — domanda subito a Mimì Carfo, entrando con lei nel
-salotto.
-
-— Com'è giù, mio Dio! — risponde la Carfo. — Com'è giù!... Fa paura!
-
-— Fa paura? — ripete Remigia. Si cambia l'espressione del suo volto;
-cambia il corso dei suoi pensieri.
-
-Entrano pure nel salotto la duchessa Cristina e il principe Rosalino.
-Sono ansanti e titubanti; non sanno come comportarsi con Maria Grazia,
-non volendo contrariare l'Idola. Si fermano, aspettando, a rispettosa
-distanza. L'Idola non si cura di loro. Parla sempre sottovoce con Mimì.
-
-— Vado anch'io, da Giacomo, per salutare mia sorella e la zia Gioconda.
-Ti pare?...
-
-— Così? — obietta la Carfo semplicemente, osservandola dalla testa ai
-piedi. — Senza prima cambiarti?
-
-Remigia è vestita di foulard rosso scarlatto, con un cappellone a
-tricorno che le sta a maraviglia, ma ancora più straordinario del
-solito.
-
-— Mi cambio in un attimo, senza nemmeno chiamare la Carolì. Vieni di là!
-
-La duchessa Cristina si fa coraggio e il principe Rosalino anche.
-Domandano quasi insieme:
-
-— Noi... che cosa facciamo?
-
-— A... Maria, che cosa diciamo?
-
-— Andate a vestirvi per il pranzo!... Maria la vedrete a pranzo e
-Giacomo lo saluterete domani.
-
-La madre resta ancora a bocca aperta; Remigia gliela chiude
-soggiungendo:
-
-— Ricordati, gioia! Si pranza alle sette e mezzo!
-
-In dieci minuti, Remigia è pronta. Ha un abito semplice, scuro,
-attillatissimo, chiuso fin sotto al mento. Quando attraversa il
-corridoio con Mimì, avviandosi verso le stanze di Giacomo, incontra
-Maria che ne esce.
-
-Si fermano tutt'e due. Remigia, colpita, la guarda, la fissa un
-istante: — Dio mio, che cambiamento! Non è più bella, non è più
-nemmeno giovane! Soltanto gli occhi le sono rimasti, gli occhi neri,
-grandissimi, che sembrano ancora più neri e più grandi.
-
-Remigia, d'un tratto, le salta al collo, abbracciandola con
-straordinaria effusione. Maria rimane immota; immote le labbra, senza
-parole, senza sorriso. Soltanto quando la sorella si stacca da lei
-stende una mano alla Carfo, che la stringe e la tiene istintivamente
-fra le sue, come per riscaldarla, tanto la sente fredda, di ghiaccio.
-
-Remigia parla a Maria sottovoce, in fretta, con grandissima volubilità.
-
-— Tu, come l'hai trovato?... Che impressione ti ha fatto? Ah, mio Dio,
-che disgrazia! Il re mi ha già telegrafato due volte! Che ne dici? Mi
-dici di sperare? Io spero assai! Il dottor Davos vede nero; ma non è
-spassionato e non m'ispira fiducia. Invece il dottor Dolder è assai
-meno pessimista. Il dottor Davos pretende assolutamente che il colpo...
-— abbassa ancor più la voce, — perchè è proprio stato un colpo, debba
-ripetersi. Il dottor Dolder, no... Giacomo è ancora giovane... Certo,
-bisogna tenerlo sorvegliato assai. Nessuna fatica, nessuna commozione.
-C'è qui anche mammà e lo zio Rosalì; ma non è il caso di spaventarli
-perchè... non c'è da fidarsi! Due tesori, ma chiacchierano, senza
-saperlo, e mi hanno tanto raccomandato, anche il presidente del
-Consiglio, anche il ministro della Guerra, di non spargere notizie
-inutili, per non inquietare il paese. Guai se il ministero dovesse
-cadere in questo momento! E non è nemmeno il caso perchè Giacomo sta
-proprio meglio davvero! È rimasto in istato _comatoso_, — è il termine
-medico scientifico, — per più di tre ore. Poi ha cominciato ad aprir
-gli occhi, poi ha cominciato a riconoscere le persone. La prima sono
-stata io. Ma non poteva articolare parola, nè muoversi. Adesso, invece,
-parla e si muove anche un po'. Tu, in complesso, lo hai trovato benino,
-non è vero?
-
-Maria cerca di sciogliere la mano dalle mani della Carfo e fa per
-allontanarsi.
-
-— Vai di là?... Avrai certo bisogno di riposarti un poco? — E la zia
-Gioconda? Vi hanno dato, almeno, delle buone stanze?
-
-Maria strappa la mano e fugge via singhiozzando.
-
-Remigia guarda Mimì.
-
-— Hai ragione! È proprio giù da far spavento!
-
-La Carfo abbassa il capo e non risponde.
-
-— Ma che ha, mio Dio, quella cara gioia? — Remigia, che non conosce
-nè l'amore, nè il dolore, non arriva a comprendere come l'amore e il
-dolore possano ridurre una creatura in quel misero stato. — Chi sa?
-Certo, dev'essere molto ammalata! Anche a Giacomo deve aver fatto
-un'impressione assai penosa. Ti pare?
-
-Mimì Carfo ha perduta la parola; è rimasta come trasognata. Remigia
-si stringe nelle spalle, va quasi in fondo al corridoio, afferra la
-maniglia del penultimo uscio... È quella la stanza che precede la
-camera da letto di Giacomo... Si ferma, esita un istante prima di
-aprire.
-
-Tutti i giorni, e anche più di una volta al giorno, Remigia visita
-il marito, ma senza mai restar sola con lui. Però, a mano a mano che
-l'occhio invetriato e spento riacquista la vita e l'intelligenza e
-comincia a fermarsi su di lei, ella prova un senso d'imbarazzo, di
-inquietudine, di collera. La scena successa, quelle smanie, quelle
-grida, erano i prodromi del male che lo assaliva. Erano grida, smanie,
-le idee confuse e pazze di una mente in convulsione. Lui non poteva
-ricordarle e lei doveva dimenticarle...
-
-— Perchè gli occhi di Giacomo la fissavano irrequieti... e tornavano a
-diventar minacciosi come allora?...
-
-Remigia apre, entra.
-
-Nella prima stanza, c'è il vecchio Gaudenzio. Sta lì, che pare di
-guardia.
-
-— Non c'è dubbio! È stato lui a telegrafare a Fiumicino!
-
-Appena egli vede la signora si alza in fretta, facendole cenno con
-la mano di fermarsi, e, in punta di piedi, si affaccia all'uscio
-dell'altra camera.
-
-— Dorme? — gli domanda Remigia sottovoce.
-
-— No. Chiamo la signora Gioconda!
-
-Remigia frena un impeto di collera. Come?... Dovrebbe fare anticamera
-prima di entrare da suo marito, e aspettare anche di esservi introdotta
-per grazia da questa... signora Gioconda?
-
-— Sono io, qui, la moglie e la padrona! — Si avanza risoluta, ma in
-quel punto le viene incontro una vecchietta piccolina, secchina, con i
-lunghi ricciolini grigi e il viso bruno dalle rughe fonde e diritte,
-come intagliate nel legno. È vestita di scuro, assai dimessa; ha un
-fazzoletto nero di seta sulle spalle; ha gli orecchini d'oro e un
-grosso spillone d'oro in mezzo al petto.
-
-— Oh, zia! — saluta Remigia con la voce e il tono affettuosissimi. Si
-danno la mano, si sorridono, ma non si abbracciano. — Oh, zia cara,
-come lo hai trovato il nostro Giacomo?... Benino assai, non è vero?
-
-Il breve sorriso della zia Gioconda si restringe sulle labbra
-tagliuzzate e sparisce. La vecchietta, adesso, tocca gli ottanta, ma
-è sana, è dura, tutta di osso. Soltanto il suo vecchio capo è mosso
-continuamente da un leggero tremolìo che mentre ella risponde alla
-nipote, si fa più sensibile.
-
-— Benino?... Speriamo! — Vuol vederlo? Salutarlo?... Anche lei,
-contessina, gli farà piacere! Soltanto non bisogna farlo parlare. Non
-bisogna stancarlo, agitarlo in nessun modo.
-
-Remigia raggrotta le ciglia pensando fra sè:
-
-— Come?... Questa vecchia contadina si sarebbe impossessata di mio
-marito, della sua camera, di tutto... in mezz'ora?.. Ah! Ah! Staremo a
-vedere!
-
-I vetri della camera sono spalancati, le gelosie socchiuse: il letto
-bianco di Giacomo appare a poco a poco e sembra ingrandirsi nella mezza
-luce. Egli vi sta seduto, appoggiato a un monte di cuscini. Ha il viso
-acceso, gli occhi rivolti, fissi verso la finestra.
-
-La zia Gioconda e Mimì Carfo restano presso all'uscio: Remigia sola,
-gli va vicina, accanto al letto.
-
-— Come ti senti, oggi?... Benino?
-
-La voce dell'Idola è alterata, ha perduto ogni dolcezza. Il suo volto
-non ha più anima, non ha più sorriso.
-
-Giacomo risponde senza guardarla, tenendo sempre gli occhi fissi verso
-la finestra. Parla affastellatamente, come in orgasmo.
-
-— Meglio, meglio! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Così
-dicendo, solleva appena il braccio destro che tiene disteso, irrigidito
-sulla coperta. Volge gli occhi in cerca della zia Gioconda e vede Mimì
-Carfo. Sorride, salutandola con un cenno. — Grazie, signorina. Bene,
-bene, proprio bene! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Torna
-ad alzarlo un poco, poi lo lascia ricadere; abbandona la testa sui
-cuscini, e chiude gli occhi.
-
-Remigia, dopo un momento, in punta di piedi, si avvicina alla zia
-Gioconda e alla Mimì: bisbigliano insieme qualche parola sottovoce, poi
-Remigia e la Carfo escono pianino dalla camera.
-
-— Uff!... Non ne posso più!... Capisco, che con tutta la mia bontà,
-questa zia contadina non riesco a sopportarla! No!... È superiore alle
-mie forze! — L'Idola è proprio in collera e si sfoga, al solito, con
-Mimì. — Hai visto, il tuo caro signor D'Orea? Il tuo... uomo perfetto?
-L'uomo infallibile? Il tuo ideale di marito? Si è finto stanco e ha
-chiuso gli occhi per mandarmi via! — Fa un lungo risolino stizzoso e
-nervoso. — Meglio così, del resto!... Molto meglio così!
-
-Appena uscita la moglie con la contessina Carfo, Giacomo riapre gli
-occhi e si chiama vicino la zia Gioconda.
-
-Egli la guarda a lungo.
-
-— Ti prego... — Si ferma, come un bambino che vuole indovinato il suo
-desiderio. — Quella là... — La zia Gioconda capisce che vuol alludere a
-Remigia. — Il meno possibile. È meglio per tutti e due!
-
-La vecchina, crollando il capo, gli asciuga col fazzoletto il sudore
-della fronte e affettuosamente, con l'atto dolce di una madre, gli
-aggiusta i capelli.
-
-— Pazienza... Porta pazienza...
-
-Giacomo accenna di sì, col capo, gravemente...
-
-— È mia moglie!... E l'ho voluto io!... Mah!... Come certe volte
-si compiono i fatti più... gravi... spinti da una corrente che ci
-travolge... Io, oggi, guardando indietro... penso... — Si ferma,
-continua a guardare la vecchietta, che gli sorride buona, tremolando
-nel capo. — Oramai... è inutile pensarci. Non è vero, zia? Il braccio
-non lo posso più muovere, sai? È di piombo... di piombo. Posso
-alzarlo... appena... — Lo alza un momento con grande fatica, poi lo
-lascia subito ricadere di peso.
-
-Maria entra nella camera. Lo sguardo di Giacomo si ravviva, tutta la
-sua fisonomia si rianima.
-
-La vecchina le cede il posto, prende sul tavolino il suo lavoro a
-maglia, uno dei soliti giubbetti di lana per i bimbi poveri, e siede
-sotto la finestra, lavorando.
-
-Gli occhi di Maria e gli occhi di Giacomo s'incontrano, si uniscono
-e non si lasciano più. Ella siede accanto al letto, mette leggermente
-le sue mani incrociate sulla mano inferma di Giacomo e sta lì, così.
-Si guardano... si guardano. Con gli occhi sono le due anime che si
-incontrano adesso e si uniscono per non lasciarsi mai più.
-
-— Anch'io, sai... sto male... molto male. E sono contenta di sentirmi
-tanto ammalata... di essere sicura... che non guarirò più!
-
-Mentre bisbiglia queste parole, dagli occhi neri neri, dolcissimi,
-profondi l'amore ripete la sua eterna promessa!
-
-
-Remigia, più che mai occupatissima nel dover dimostrare al sospettoso
-mondo politico e all'Europa che sta attenta, la nessuna gravità della
-indisposizione del ministro dei Lavori Pubblici, non ricorda quella
-camera, mezzo al buio, dove la zia Gioconda impera, e sua sorella Maria
-reca l'assistenza e il conforto, altro che nei brevi momenti che passa
-all'_Hôtel de Rome_, arrabbiandosi con Mimì, sempre immusita, e pronta
-a difendere le due perfezioni, di Fiumicino!
-
-— Ah, _mon Dieu!_ — sospira con mammà e con lo zio Rosalì. — Le ragazze
-che invecchiano... ragazze!... Quanta sentimentalità ammuffita da
-collocare!
-
-La duchessa Cristina approva. Segretamente ella si è sentita sempre un
-po' gelosa dell'amica dell'Idola: — È un fatto che quella tua Mimì è
-molto antipatica.
-
-Il principe Rosalino, tace. È diventato un altro uomo; lo si capisce
-dall'appetito che gli viene a mancare, e dai proverbi che non trova
-più.
-
-Intanto la malattia del marito, fa acquistare ogni giorno a Remigia
-maggiore importanza.
-
-Il ministero per non perdere l'equilibrio ottenuto con tanta fatica e
-per poter reggersi in piedi, ha bisogno che, per qualche tempo ancora,
-il D'Orea rimanga ministro, sia pure soltanto di nome. Aprire in quel
-momento la successione ai Lavori Pubblici sarebbe pericoloso. Troppi
-appetiti stanno in agguato. C'è bisogno che faccia molto caldo, che
-l'estate inoltri, che tutti i corvi politici abbiano preso il volo
-verso i monti e verso i mari... Poter arrivare alla fine di luglio,
-ecco il momento opportuno per il rimpasto!... E si comincierà col
-rimandare alla loro repubblica Leonida... e anche il cappellone, che
-non servono più!
-
-Donna Remigia D'Orea, col mostrarsi dappertutto e col mostrarsi sempre
-gaia e sorridente salva il ministero e salva il paese dai pericoli di
-una crisi extra parlamentare.
-
-Ella, in questo, ci riesce benissimo, ma a suo tempo, sa farsi
-valere... Specialmente col ministro della Guerra.
-
-— Dio! Dio! Che fatica!... Che sforzo!... Torno all'albergo
-affranta!... Non ne posso più! Dover fìngere, dover simulare! È tanto
-contrario al mio carattere! È troppo, troppo superiore alle mie forze!
-
-Il D'Entracques le stringe, le bacia la mano facendole coraggio.
-
-— Il suo eroismo è veramente grande, ammirabile!
-
-Molte volte Sua Eccellenza il Presidente dei ministri viene all'albergo
-per trovarsi con Giacomo. — La visita è assai breve; Sua Eccellenza
-esce dalla camera del D'Orea scrollando il capo e allora si tiene una
-specie di Consiglio: il Presidente, il D'Entracques, qualche altro
-collega e... Donna Remigia.
-
-Oramai ella ha imparato la fraseologia, ha preso il gesto, il contegno
-della ministressa.
-
-C'è la prospettiva, per lei, di nuovi sacrifici. Alle feste di Napoli,
-al varo della Spezia, ci dovrà andare certissimo anche senza il marito.
-Anzi, tanto più, per rappresentare il continuo miglioramento, la
-guarigione di Sua Eccellenza, ormai data per sicura, non più fra un
-paio di giorni, ma fra un paio di settimane.
-
-L'Idola sospira, destando in tutti compassione.
-
-— Ah mio Dio! Mio Dio! Napoli, la Spezia... poi Venezia! Che pena e
-che stanchezza! — Alza gli occhi al cielo e a mezza strada incontra la
-caramella del conte D'Entracques. — Oh, se non venisse anche lei, con
-me! Tutta la forza e il coraggio mi vengono dal pensiero che lei mi
-sarà sempre vicino... — Sorridono gli occhi languidi. — Voglio sentirlo
-il piccolo filo invisibile che mi avvolge e ch'ella tiene nelle sue
-mani per guidarmi... Come il mio _Febo_ e il mio _Desir_... tesöri!
-
-Il D'Entracques si commove: sente che delle dieresi di quei tesöri, ce
-n'è anche per lui!
-
-Remigia non ha più voglia, non ha più tempo di pensare, nè alla
-cattiveria della vecchia contadina, nè alla indelicatezza e... peggio,
-di sua sorella!
-
-— E poi... che importa? Quelle due arpie non hanno altro che l'uomo, e
-finchè l'uomo è ammalato. — Lo spirito, la parte eletta, nobile e sana,
-il ministro, è in mano sua, con tutto il ministero!
-
-Ma alla cattiveria della zia e alla condotta assai irregolare di Maria
-Grazia, ci pensano anche per Remigia le sue amiche, la marchesa Quanita
-e la principessa Guendalina.
-
-— È una cosa assolutamente vergognosa!
-
-— È troppo!
-
-Tutte e due, la Della Gancia e la Capodimare si sono assai risentite
-e offese pel fatto che Giacomo D'Orea, ad onta delle loro premure
-ed insistenze, non le ha mai volute vedere e perchè Maria non le ha
-ricevute, non è stata a trovarle e non s'è neanche fatta scusare.
-
-— Ma Fiumicino dov'è... In che parte del mondo? Fra gli ottentotti?
-
-— Come?... Le due amiche più intime di Remigia sono, in certo modo,
-messe alla porta dal marito non solo, ma anche dalla sorella?
-
-Ci deve essere una ragione per aver tanta smania di non farsi vedere e
-la ragione c'è... e molto brutta.
-
-— Povera Remigia!
-
-Tutta Roma, la Roma eletta, n'è stupefatta e indignata. Il marchese
-Pio, addirittura furibondo per la duchessina, per sua moglie, per sua
-sorella ed anche per sè!
-
-— È una indelicatezza enorme, che aggrava lo scandalo! È una... —
-Il marchese abbassa la voce, abbassa le palpebre e gonfia le gote
-pronunziando la parola: — È una in-de-cenza!
-
-— Tanto più che è fatto notorio... — la marchesa Quanita diventa
-rossa come alla _Femme de chez Maxime_ — è fatto notorio che fra i due
-cognati esiste una... — Si ferma; non va più innanzi per gastigatezza.
-
-La principessa Guendalina, oltre di essere sconvolta e disgustata è
-anche inquieta. Ha paura che prolungandosi lo scandalo, — oramai tutta
-Roma, la Roma vera, non parla d'altro, — suo marito, così severo e
-inflessibile in fatto della morale pubblica, possa proibirle di mettere
-i piedi all'_Hôtel de Rome_. Che dolore sarebbe per Remigia!
-
-Il marchese Pio congiunge le palme in atto compunto. Il Paparigopulos
-— Ah! Oh! — Chiude gli occhi, apre la bocca. Poi — Oh! Ah! — Chiude la
-bocca, apre gli occhi: — _C'est trop!_
-
-Le due signore, naturalmente, prima che con altri, parlano della brutta
-cosa e si confidano col D'Entracques, così buon amico, e serio, di
-Remigia. Ma il generale, appunto perchè molto amico di donna Remigia e
-collega dell'onorevole D'Orea, si tiene in un prudentissimo riserbo.
-Non sa che dire, non sa che consigliare; si stringe immalinconito
-nelle spalle. È profondamente addolorato anche per i molti commenti,
-per le chiacchiere... Non vorrebbe che arrivassero alle orecchie di
-donna Remigia... Chi sa che colpo per lei così schietta e leale... fino
-all'ingenuità! Ma quel... Luciano D'Orea, che roba è, propriamente?
-Toccherebbe a lui a provvedere, e con... energia!
-
-Si scagliano tutti contro don Luciano, più cinico forse che cretino. E
-si scagliano, adesso, anche contro quella Fanfan.
-
-— Una cagnetta francese non più giovine, imbellettata...
-
-— E col cimurro! — prorompe Guendalina, facendo inarcare le ciglia al
-Paparigopulos scandalizzato.
-
-Il gran consiglio della morale, sentito i vari pareri e dopo un'animata
-discussione, ha deciso. Parlarne con Remigia, no, a pieni voti. Sperare
-in don Luciano, inutile: anima venduta alla cassa forte del fratello.
-Non c'è che la Moncavallo! Non c'è che la madre!
-
-La Capodimare e la Della Gancia ne parlano al tè delle cinque e
-mezzo alla duchessa Cristina. S'intende, con ogni delicata cautela,
-pigliandola da parte, lasciando che indovini tutto ciò che non sarebbe
-conveniente per loro di dire e per lei d'intendere.
-
-La duchessa Cristina ha la forza di rimanere calma, imperterrita. I
-suoi occhi severi, hanno un lampo di collera pensando a Maria, poi,
-pensando all'Idola, si riempiono di lacrime: — Aceto... e fiele! —
-mormora evocando la passione e i dolori dell'altra madre, quella del
-Signore, afflitta, come lei, ai piedi della croce. La croce sua è
-sempre stata Maria Grazia!
-
-Ritorna all'albergo, risoluta di por fine a «quello stato di cose»,
-come ha promesso alle care amiche dell'Idola e anche, sebbene
-velatamente, a sua Eccellenza D'Entracques e al compitissimo cavalier
-Paparigopulos. Ma non è altrettanto ben decisa sulla via da prendere.
-
-E Giacomo? Questo è il gran punto interrogativo.
-
-Se Giacomo prendesse la cosa in cattiva parte?
-
-Tutto vero, tutto giusto, bisogna impedire lo scandalo... Ma non
-bisogna disgustare Giacomo, assolutamente!
-
-— Molini e Mortadella!... Sempre gli stessi scogli; sempre dover
-dipendere! — La povera madre sospira, pensa... trova, finalmente,
-una buona scusa per conciliare l'interesse con l'innata fierezza
-vicereale: — potrebbe vendicarsi con sua moglie, con l'Idola!... No!
-No! Prudenza... Ma per non correre il pericolo di urtare Giacomo, non
-bisogna urtare nemmeno Maria... — Alla duchessa viene una buona idea:
-
-— Quella vecchia! Quella contadina!... Bisogna tender l'amo a quella
-Gioconda. È una... buona cristiana; va tutti i giorni a messa... Non si
-tratta altro che di ritornare a Fiumicino subito con Maria, per la pace
-di Remigia, per il decoro della famiglia, e... forse anche, per il più
-sicuro e rapido miglioramento di Giacomo stesso. Il male... vien dal
-male! Questo si sa!
-
-Passeggia su e giù nel corridoio, aspettando che la vecchietta esca
-dalle sue stanze per entrare da Giacomo.
-
-— Eccola!...
-
-In fatti la zia Gioconda si presenta in fondo al corridoio sferruzzando.
-
-Le va incontro, le dà la mano, sorride. Sorride anche la piccola
-vecchietta, ma fissa l'imponente viceregina con una certa maraviglia
-interrogativa negli occhi. Il tremolio del capo si fa più forte.
-
-— Come sta Giacomo?... Sempre bene?... Cioè, sempre... regolarmente?
-
-La vecchia non risponde: continua a dondolare il capo.
-
-La duchessa Cristina diventa ancora più grave e più regale.
-
-— Vorrei esprimerle un pensiero mio e un'inquietudine mia, signora
-D'Orea. Passiamo un momentino nel salotto?
-
-La zia Gioconda acconsente. La duchessa vorrebbe farla passare avanti,
-la vecchierella non vuole e le tien dietro badando ad evitare lo
-strascico.
-
-Appena si trovano sole, la duchessa fa sedere la signora D'Orea
-sul canapè, siede lei stessa sopra una poltrona vicina e va subito,
-direttamente, allo scopo, quasi con l'aria di fare un processo e ormai
-sicura d'incutere una grande soggezione alla vecchietta.
-
-— Ella sa, cara signora, che il male non è soltanto quello che
-si fa, ma anche quello che si lascia credere. Anche le apparenze
-del male sono un gran male, specialmente per chi è portato dalla
-propria condizione... elevatissima... a servire di esempio agli
-altri. Chi attira sopra di sè gli sguardi di tutto il mondo, ha il
-dovere di mostrarsi a questo mondo in uno stato... di cose... sempre
-irreprensibile.
-
-La signora D'Orea non risponde; conta le maglie del giubboncino.
-
-— Ella che è buona e devota cristiana, come me, ricorda certo le
-parole di nostro Signore a proposito di chi... dà... — Bisogna dirla
-la parola, perchè la vecchia non si scuote. — Di chi dà... scandalo. —
-Ancora silenzio. La signora D'Orea ricomincia in fretta, — _tic e tic e
-tic_ — a lavorare di maglia.
-
-— Lei... conosce, o avrà sentito parlare della marchesa Della Gancia e
-della principessa Capodimare?
-
-— No. Mai.
-
-La duchessa, vista la tranquillità della signora Gioconda, comincia lei
-a sconcertarsi.
-
-— Ebbene, deve sapere che sono le due amiche migliori di Remigia... e
-mie.
-
-Nemmeno una tale notizia produce impressione.
-
-— Parlo anche a nome di queste due signore, di queste due nostre amiche
-intime e care, quando io, come madre, onde evitare scene... certo più
-gravi e spiacevoli, prego lei, la supplico... — La duchessa si ferma un
-momento, leva il fazzoletto dalla borsettina di velluto scintillante di
-lustrini, e se le preme leggermente per via della cipria, sulle labbra
-e sugli occhi: — Oh, lo strazio di una povera madre! Del cuore di una
-povera madre!... Mi comprenda, signora D'Orea, lei che ha tanto...
-senno! Lei che è giustamente così stimata ed apprezzata! Mi comprenda
-e non mi obblighi a dire di più. La prego, la supplico. Io non voglio,
-non posso dirle altro che questo: ritorni a Fiumicino subito con Maria.
-
-Le mani della vecchia si fermano e anche il capo. Ella guarda la
-duchessa negli occhi.
-
-— Lasciando qui Giacomo... solo?
-
-— Come, _solo_? — ribatte la duchessa vivamente. — E sua moglie?... E
-tutti noi?
-
-La vecchia tira dal gomitolo, a due lente riprese, un lungo tratto di
-lana, riabbassa il capo e ricomincia a lavorare di maglia: _tic e tic e
-tic_.
-
-Allora la duchessa abbandona le perifrasi e le fa un lungo discorso.
-Le parla del mondo, dei grandi riguardi, dei grandi doveri, del nome
-sempre illibato dei Moncavallo, dell'invidia maligna dei piccoli verso
-i grandi, della calunnia della quale rimane sempre qualche cosa, delle
-nobili virtù dell'abnegazione, dell'eroismo dei grandi sacrifici,
-della moglie di Cesare, del candore dell'ermellino, dello specchio,
-che il più leggero fiato basta ad appannare, dell'ostinazione,
-dell'imprudenza, della... straordinaria leggerezza di Maria Grazia,
-della sua vita, tutta dedita al bene delle sue figliuole... e
-dell'aceto e del fiele di cui fu abbeverata.
-
-La vecchina, sempre crollando il capo, sempre _tic e tic e tic_
-sferruzzando con la sua maglia di lana, continua a lasciarla parlare,
-a lasciarla sfogare, senza mai proferire una parola. Finalmente, quando
-la duchessa tace, posa il lavoro e le mani sulle ginocchia, si rizza a
-sedere e la guarda fissa: il capo non trema più.
-
-— Sa lei... che sua figlia Maria è ammalata, forse anche più di Giacomo?
-
-La duchessa s'indispettisce: dà un'alzata di spalle.
-
-— Ma che! Esagerazioni!... Nervi! Un po' di mancanza di sangue. Del
-resto, se sta poco bene, ragione di più. Aria buona, al fresco, e
-curarsi subito!
-
-La zia Gioconda si alza.
-
-— A tranquillare i timori e a dissipare gli scrupoli suoi, di sua
-figlia Remigia e delle loro amiche, devono bastare i miei capelli...
-che se non sono ancora del tutto bianchi è perchè, ormai, non lo
-diventeranno più! — La vecchia ride. Nè l'imponenza vicereale della
-sua arcigna interlocutrice, nè il rimpinzato predicozzo in pro della
-morale, le mettono soggezione. — Ottant'anni, signora, ottant'anni
-proprio sonati!... Non le pare? Nel nostro caso presente sono una bella
-garanzia!
-
-— Ma... il mondo è così cattivo...
-
-— Il mondo è cattivissimo! Più di quello che si crede perchè... perchè
-anche ognuno di noi, certe volte, è molto più cattivo di quello che
-crede o non crede di esserlo!
-
-La duchessa si volta sorpresa sulla poltrona, con un piccolo balzo.
-— Sta a vedere che quella... contadina, reduce dai molini e dalla
-mortadella, vuol tirarle delle frecciate?
-
-La signora Gioconda continua sempre sorridendo, sempre pacatamente:
-
-— Vuole che le racconti un fatto curiosissimo?... Io sono arrivata
-alle vicinanze del secolo, senza aver visto l'amore, proprio in faccia.
-Corpo e anima, io sono ancora una ragazza da marito... completamente!
-— Un'altra risatina, poi la vecchierella diventa a mano a mano seria e
-grave. — Miracolo! Un miracolo della divina Provvidenza!... — Sì; vero
-miracolo e vera Provvidenza! Perchè di amore, cara signora duchessa,
-lei non lo sa, come non l'ho mai saputo nemmeno io... ma di amore, si
-può proprio morire! Mi creda; non sono fantasie, poesie! È un fatto
-vero; lo vedo, in questi giorni, con i miei occhi: si muore, d'amore!
-
-La voce della vecchia ha un tremito improvviso; la sua faccia rugosa
-diventa bianca, smorta, come di cera. La duchessa si alza; si alza
-subito anche la signora Gioconda avvoltolando il giubboncino di lana
-mezzo fatto e cacciandoselo sotto il braccio. Ella, ergendosi diritta,
-fissa la sua maestosa e minacciosa avversaria con fermezza e con
-sicurezza. Non sembra più nemmeno tanto piccolina!
-
-— Lei, signora duchessa, ha parlato degnamente del decoro, del
-casato, dell'illustre e illibato nome dei Moncavallo. Io le rispondo,
-semplicemente, che tutte le donne della nostra famiglia, sono state
-donne oneste. Delle sue due figlie, entrate in casa nostra, io non
-conosco, da poter giudicare con convinzione, altro che Maria. Ebbene,
-io sono contenta, anzi sono fiera che sua figlia Maria porti il nostro
-nome. Dica questo soltanto per conto mio, e deve bastare e basterà, per
-tranquillare i timori, per dissipare gli scrupoli dell'altra sua figlia
-Remigia... e di tutte le loro amiche!
-
-La vecchia scrollando il capo e ritornando, _tic e tic e tic_, a far la
-maglia, si avvia per uscire.
-
-La duchessa è furente.
-
-— Ma lei?... Ma come?... Non andrà via così senza dir altro?...
-
-— Nient'altro. No! — Anche la vecchietta alza un po' la voce. — Che
-vuole?... Che le direi... se noi due non ci capiremo mai? Siamo fatte
-di una pasta troppo diversa! Non potremo mai... stare insieme!...
-Parole e parole, tante parole, e poi? — Sarebbe da mia parte fiato
-sprecato, e dalla sua, pazienza sprecata! Siamo agli antipodi... e
-ci dobbiamo restare. Lei, signora, ed è naturale, vede tutte le cose
-dall'alto... Io, venuta su da piccola gente, è altrettanto naturale
-che le veda, invece, terra terra... proprio come sono. Lei comprende,
-della vita, la nobiltà, la grandiosità e la sublimità... Io comprendo
-e intendo, perchè, così giù come sono, lo vedo e lo tocco con mano...
-il dolore. No! No! No! Lei è lei, io... sono io! Tutt'altra cosa!
-Persino la religione! Siamo tutte e due cristiane e cattoliche, eppure,
-vediamo un Dio assai differente: il suo fulmina; il mio perdona, e, di
-conseguenza, anche la nostra morale è diversa. Io vado a messa tutti
-i giorni, eppure non credo di far peccato, lasciando a quei due poveri
-esseri, che muoiono per aversi voluto bene, e che si sono incontrati in
-questa affezione colpevole perchè forse le altre lecite e alle quali
-avevano diritto, sono loro mancate, il conforto di vedersi in questi
-ultimi momenti. Intende, non è vero, lei, madre, le mie parole? — In
-questi ultimi momenti!
-
-La duchessa, non commossa, perchè non si è mai lasciata commuovere da
-nessuna esagerazione, ma colpita, offesa dall'audacia di quella...
-signora D'Orea, vuol rispondere e terribilmente, ma non trova le
-parole. Fa per mettersi tra l'uscio e la vecchietta; questa torna a
-sorridere pacatamente:
-
-— Vado di là. Mi lasci andare, signora duchessa, a far la sentinella a
-que' due poveretti. E, dove ci sono io, non abbiano paura di niente,
-nè per lo scandalo, nè per la morale, nè lei, nè l'altra sua figlia
-Remigia e nemmeno le loro amiche più care!
-
-
-
-
-XVII.
-
-
-Don Luciano è stato subito informato da Cincino D'Ermoli dell'arrivo
-a Roma della vecchia D'Orea, con quella perla... nera e funebre di sua
-moglie.
-
-— Ah! Ah! La zia bigotta che regge il lume!
-
-Prima un ghignetto, poi si stringe nelle spalle.
-
-— Non è il caso di essere geloso. — Che! Paolo è accidentato e
-Francesca non è più che un'ombra con gli occhi!
-
-Per certe viste, non dispiace anzi a don Luciano, l'arrivo di sua
-moglie, presso suo fratello il ministro. Tutt'altro! Socialista in
-politica, nelle finalità lontane, sta benone! Ma al presente, in
-pratica, fra gli impresari, gli agenti e... il resto, bisogna essere
-soprattutto il fratello... di suo fratello! Don Luciano D'Orea è
-passato, per ciò, naturalmente, dal partito che dichiara «il povero
-D'Orea già spedito» a quello che annunzia «l'alacre e illustre uomo in
-piena convalescenza».
-
-E... non più disprezzo per quel taccagno, senza talento! Esprimere,
-invece, ammirazione e affezione. Ciò è in urto col suo carattere
-franco, leale, e indipendente... dalla gratitudine e anche dal galateo;
-ma... ma come si fa? Bisogna rassegnarsi!
-
-«Vuolsi così colà, dove si puote». Così vuole, Fanfan!
-
-In seguito allo strepitoso successo della _Manon_, si sta preparando
-al Costanzi un altro grande avvenimento artistico: la _Fedora_,
-protagonista la signorina Trécoeur. E anche Fanfan, per via delle vie,
-fa la ministressa a sua volta, accettando suppliche, promettendo favori
-e lasciando sperare al direttore d'orchestra _un joli ruban rouge et
-blanc_.
-
-Poi... la _Scala_. Vincere la maledetta camorra, alta e bassa, della
-_Scala_!... Quel pubblico perfido e infame!... Bisogna assolutamente
-che _monsieur D'Oreà_ resti al potere e che don Luciano si mantenga,
-con lui, in ottimi rapporti, finchè lei non ha trionfato completamente
-anche alla _Scala!_
-
-Fanfan Trécoeur, a tutti gli amici e agli ammiratori che la visitano
-in casa e in camerino, dà sempre, con l'imperturbabile sicurezza di un
-qualunque signor Zaccarella, ottime notizie e particolari informazioni
-sulla salute di _monsieur D'Oreà_.
-
-— Oh, sua moglie, la Remigia, è contentissima! _Aux Anges!_ Aveva
-tanta paura di dover rinunziare alle feste di Napoli, della Spezia e
-di Venezia! Si troverà a Roma, per altro, certamente, per la grande
-_première_ della _Fedora!_... Ieri, sono arrivati gli altri parenti
-di Fiumicino per vedere _monsieur D'Oreà_ ristabilito e rallegrarsi
-con lui! La vecchia zia ricchissima, e la cognata molto bella, Maria
-Grazia...
-
-Fanfan chiama sempre Luciano, don Luciano, per tenerlo a debita
-distanza, ma usa di chiamare assai confidenzialmente, col solo nome di
-battesimo, tutte le signore _D'Oreà_ — non sa ancora pronunziare D'Orea
-— e Moncavallo. Ella si dà l'aria d'essere della famiglia e assicura i
-suoi amici che sta facendo la predica a don Luciano, per fargli mettere
-giudizio; per indurlo ad essere più amabile e più... buon marito.
-
-— Voglio restituirlo a sua moglie assai migliorato!
-
-Ella dichiara, per conseguenza, che i loro rapporti sono ristretti,
-oramai, ad una pura ideale amicizia. Quando si tratta della voce, non
-si scherza!
-
-Del resto, lui, don Luciano, innamoratissimo oggi come ieri, sempre
-furiosamente. Ma lei? Fanfan?... _Giammai!_ Con don Luciano _D'Oreà_,
-non ci ha mai messo del suo.
-
-Ci tiene questo a ripeterlo a tutti, a dichiararlo a tutti, amici,
-giornalisti, compagni d'arte: al maestro, all'impresario e ai
-porta-ceste.
-
-— Ah, no, cari miei! Anche in passato, nei pochi momenti, e molto
-insulsi, in cui era costretta... — sempre _vite! vite!_ — ad
-immolarmi... Del mio?... _Giammai! Glacé à la napolitaine!_ Io sono
-sempre stata troppo fiera! Il mio carattere si ribella! Impossibile!
-Non ho mai potuto amare l'uomo al quale devo delle obbligazioni! I cani
-soltanto, possono amare il padrone! Io, grazie a Dio, sono un'artista!
-Il mio amore è libero e disinteressato!... Tutto per niente!
-
-Anche don Luciano stesso è ben convinto, che... con la voce non si
-scherza! Anzi, è lui che ha più paura e maggiori riguardi. Guai, se la
-_Fedora_ non fosse stata un altro grande successo!
-
-Pagava cari gli applausi, ma sapeva, per prova, che avrebbe dovuto
-pagare assai più cari i fischi!
-
-— Con la voce di Fanfan... Ma anche con Fanfan non si scherza!
-
-In que' giorni don Luciano ha un gran da fare a preparare il successo.
-Lavorare il pubblico, lavorare la stampa. Inviti a colazione, a pranzo,
-gite in automobile, mettere a profitto amicizie, aderenze, influenze;
-essere più che mai il fratello... di suo fratello il ministro dei
-Lavori Pubblici.
-
-Che vitaccia, povero don Luciano! Spendere, indebitarsi, finire di
-rovinarsi... pazienza; umiliarsi, pazienza... Ma non bastava più
-telegrafare; bisognava scrivere lettere...
-
-Sicuro! Don Luciano, per il successo di _Fedora_, si rassegnava
-a scrivere alle agenzie, ai direttori dei giornali artistici, ai
-direttori dei teatri... E con tutto ciò, a sentire Fanfan, in que'
-giorni pure assai nervosa, sempre per via della _Fedora_, lui non
-faceva mai niente di bene, non sapeva muoversi, non sapeva montare
-la macchina. Era debole, era fiacco, era avaro; per farlo correre, lo
-colpiva con la solita sferzata:
-
-— Oh, mister Kennet! Quello sì, è un uomo!
-
-C'era uno scenario un po' misero? — Mister Kennet, non avrebbe mai
-permesso un orrore simile! — Il vestiarista, era in ritardo? — Oh, con
-mister Kennet, a quest'ora, sarebbe tutto pronto! Con voi, caro mio, si
-arriva sempre tardi perchè — altro che automobile! — l'omnibus! I mezzi
-di trasporto più economici!
-
-Don Luciano sapeva che a Roma si faceva già il nome del miliardario
-americano come suo associato nelle spese, ed era questo il suo spasimo,
-la sua ossessione. Gli veniva oscurata tutta la gloria... di rovinarsi
-solo per la Trécoeur!
-
-— E mia moglie?... — pensa in que' momenti di angoscia, di rabbia, di
-gelosia. — Non è tempo che la mia signora moglie ritorni a Fiumicino?
-
-Ma sopraggiunge una notizia che fa quasi svenire Fanfan dalla gioia e
-che raddoppia le pene di Luciano, non lasciandogli più tempo di pensare
-ad altro.
-
-— Il maestro Coccardè, ha risposto — _Oui: j'irai te voir!_ — Ha
-accettato di venire a Roma da Parigi per assistere alle ultime prove e
-alla prima rappresentazione della _Fedora_.
-
-— Subito! Subito! _Al Grand Hôtel!_ Il miglior appartamento! E il suo
-_Champagne!_ Non soltanto, la marca, anche l'annata!
-
-Non beve altro: se non c'è il suo _champagne_ con la marca preferita e
-l'annata migliore, il maestro Coccardè, a Roma, arrischia di morir di
-sete!
-
-Don Luciano, quando arriva il maestro, deve andarlo a prendere alla
-stazione per condurlo direttamente a teatro, dove Fanfan ha la prova.
-Niente automobile. Il maestro Coccardè li abborre: fetore e sudiciume.
-Bisogna andare in landò, e in landò chiuso in un giorno in cui si
-scoppia dal caldo. Il maestro Coccardè ha sempre freddo, è assai
-delicato di gola e porta con sè una certa tossettina seccherella che
-deve aver preso dalla _Violetta_ della _Traviata_ e che cura, come
-tutto il resto, a _Champagne_.
-
-Il maestro arriva col vagone pieno di scialli, di sporte, di bottiglie,
-di scatole, di valige e di valigette. Non bastano due facchini: anche
-don Luciano deve caricarsi di una cesta piena di commestibili e di una
-pelliccia. Il maestro Coccardè ha il cappello a cilindro, un foulard
-rosso al collo e il paltò. Saluta appena, con mal garbo, il signor
-D'Orea che abborre quanto i suoi automobili, perchè non è abbastanza
-signore, perchè è uno spilorcio, perchè non ha orecchio e forse, perchè
-anche nell'animo del maestro c'è lo stesso sentimento, come in quello
-di Fanfan, di fierezza indipendente.
-
-In carrozza, nel tragitto dalla stazione al teatro Costanzi, poche
-parole e non un ringraziamento. Ma sul palco-scenico l'incontro del
-maestro con Fanfan è commovente: l'abbraccia, la bacia, si scosta,
-l'ammira: — _Tenez, la voilà!_ — Torna a baciarla e ad abbracciarla.
-Poi le partecipa la grande notizia.
-
-— Sai, Fanfan?... Sarà qui, indubbiamente, verrà per la prima della
-_Fedora_, per il tuo nuovo, strepitoso trionfo... Indovina?
-
-— Chi?... — Fanfan ha già capito ed anche Luciano, che diventa verde.
-
-Il maestro Coccardè, si leva la tuba e si toglie dal collo il
-fazzoletto di foulard per dare la lieta notizia con più enfasi e con
-tutte le sue poche, ma belle note superstiti:
-
-— Il mio amico, il tuo amico, il nostro carissimo mister Kennet! Ha già
-fissato l'appartamento all'_Hôtel Bristol!_
-
-A Luciano si annebbia la vista. È furibondo, si sfoga contro lo
-scenografo e con i coristi, una massa di cani! Poi tace, si rode,
-s'imbroncia, seduto in un angolo del palcoscenico, finchè Fanfan lo
-manda via perchè con quel muso dinanzi, è impossibile!... Non può
-provare!
-
-— Tutte così, le donne!... Tutte così!... Ma soltanto con me! È il mio
-destino infame!
-
-Continua a bestemmiare e a brontolare per un pezzo. Poi gli viene
-un'idea: salta in una carrozzella e si fa condurre all'_Hôtel de Rome_.
-
-— Andiamo a sentire da quella mia cara signora moglie quando fa conto
-di ritornare a Fiumicino!
-
-La _botte_, con un alto ronzino giallo, sfiancato, scende mezzo al
-galoppo e mezzo al trotto da via Nazionale.
-
-Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante, prostrata sotto
-il solleone, che dardeggia fiamme infocate sui graniti delle vie e sui
-marmi dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi deserta, il
-Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso da un'improvvisa furia di
-frustate, ripiglia il galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano,
-mezzo sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo di Roma.
-Fa a piedi l'ultimo tratto, ed entra:
-
-— Che c'è?... Ch'è successo?
-
-Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione insolita
-a quell'ora, in cui non ci sono nè arrivi, nè partenze... Un via vai di
-gente affrettata, inquieta...
-
-— Che c'è?... Ch'è successo?
-
-Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente dallo
-scalone, tutto rosso, trafelato, turbato. Ha lo _stiffelius_ e il
-panciotto sbottonati, e ha in una mano alcuni foglietti; ricette,
-evidentemente.
-
-— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?...
-
-L'altro non lo riconosce nella confusione del momento e non gli
-risponde. Chiama i due fattorini dell'ascensore, e consegna all'uno
-e all'altro i vari foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo
-il nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole etere...
-ossigeno...
-
-Luciano non ha più dubbio. Suo fratello ha avuto un altro colpo.
-Corre per andar di sopra, dà una spinta, butta in là un cameriere
-che incontra, ma quando sta infilando lo scalone, sente parlare
-concitatamente nel camerino imbottito del telefono. Si ferma,
-ascolta... Riconosce la voce. Apre l'uscio di colpo, chiamando,
-gridando forte:
-
-— Signor Zaccarella!
-
-Il signor Zaccarella si volta: è pallido, sfigurato.
-
-— Che c'è? Ch'è successo?... Giacomo... è di nuovo aggravato?
-
-Il signor Zaccarella rimane muto un istante... Lo guarda fisso, volge
-intorno un'occhiata circospetta, poi gli si avvicina, tenendo sempre
-nella mano il comunicatore e gli sussurra piano all'orecchio:
-
-— È spirato or ora. Ma silenzio, con tutti. Prima di dare la notizia
-bisogna aspettare le istruzioni di Sua Eccellenza il Presidente del
-Consiglio!
-
-
-
-
-XVIII.
-
-
-La salma dell'onorevole D'Orea, di Sua Eccellenza il ministro
-dei Lavori Pubblici, è stata esposta in una sala del primo piano,
-trasformata in cappella ardente.
-
-L'addobbo, in drappo nero e fregi d'argento, è sfarzoso, pesante: in
-fondo, contro la parete di fronte all'ingresso, il letto piccolo e
-molto semplice, nel quale Giacomo aveva sempre dormito ed è morto. A'
-piè del letto, in due enormi candelabri d'argento massiccio, ardono
-quadruplici ceri istoriati e dietro il letto, sul fondo nero della
-parete a gramaglia, si apre come un'aureola verde, un grande trofeo
-di fronde di palme e d'altre piante. Il cadavere giace disteso rigido
-sulla coltre bianca, la testa alquanto eretta, sopra due guanciali.
-
-Veste l'uniforme rabescata di ministro, il petto costellato di
-decorazioni, attraversato dalla fascia verde di grande uffiziale; al
-collo, le varie commende. Tutte queste insegne appartengono al generale
-D'Entracques che le ha offerte per la circostanza. Giacomo, non ne ha
-mai posseduta una. Nelle mani in croce sul petto, un umile e vecchio
-rosario che mette la sua parola di dolore sincero e di benedizione,
-nella pompa volgare e profana del lutto ufficiale. Pure sulle coltri,
-una semplice rosa: nessun altro fiore nella camera.
-
-Di Giacomo D'Orea morto, nessuno avrebbe potuto dire la solita frase
-banale: sembra che dorma! — No, Giacomo D'Orea è morto e apparisce
-morto nella pietrificazione repentina del corpo, nel disfacimento
-squallido del volto, in qualche cosa di torbido e d'inquieto, che i
-dolori e le intime lotte hanno impresso su quel volto scarnito.
-
-Nell'antisala, divisa da una sola parete da quella camera dove tutto
-è silenzio, pace, riposo, ferve un brulichio sommesso, ma incessante,
-concitato, una repressa intensità di vita... determinata dalla morte.
-È l'ufficio del lutto nazionale, espresso nei giornali di tutte le
-città e di tutte le regioni, nei telegrammi, che dopo quello di Sua
-Maestà il Re, continuano ad affluire a fasci, ed anche delle visite
-per le quali donna Remigia D'Orea, inconsolabile, ma ammirabile per
-fortezza d'animo, ha tacitamente iniziato, guidata dai consigli del
-D'Entracques, un cerimoniale proprio, abilissimo. Assai elegante,
-ella sembra più grande e fatta più donna dall'abbigliamento semplice
-di pizzo nero. È circondata dalla madre, la duchessa Cristina e dal
-principe di Sant'Enodio, creati e messi al mondo apposta, per una
-così solenne cerimonia. Mimì Carfo, spettinata, mal vestita di nero,
-col viso smorto, disfatto dalla stanchezza e dalle lacrime, eseguisce
-come un automa tutti gli ordini che riceve sottovoce, da Remigia e dal
-D'Entracques.
-
-Donna Remigia, oltre ad essere «ammirabile per fortezza d'animo» è
-ammirabile pure «per la sua forza di resistenza». Ella, attenta, vigila
-su tutto, risponde a tutti. Non ha più alcun bisogno nè di cibo, nè
-di sonno. Rimane al suo posto sicura, facendo sempre prevalere la sua
-volontà, — che è poi quella del D'Entracques, — in ogni cura, in ogni
-particolare, in ogni rapporto determinato dalla disgrazia.
-
-Sulla soglia d'accesso, il signor Zaccarella ritira i telegrammi da
-un usciere del Ministero: un impiegato di gabinetto li apre, li porge
-a donna Remigia che li scorre rapidamente e ne trattiene uno o due
-su dieci, i più importanti, che fa leggere anche al D'Entracques.
-Tutti gli altri, i telegrammi consueti dei sindaci, delle deputazioni
-provinciali, dei Circoli, delle Associazioni vengono distribuiti a
-due altri impiegati che, seduti ad un gran tavolo sotto la finestra,
-lavorano febbrilmente a farne lo spoglio per i comunicati al Ministero
-e alla _Stefani_.
-
-La duchessa è in ammirazione dell'Idola, ma è anche inquieta:
-
-— Tanta forza d'animo, tanta forza di resistenza, un coraggio tanto
-ammirabile, non finiranno poi per abbattere la sua fibra così gracile e
-delicata?
-
-La duchessa Cristina comunica i suoi dubbi, le sue pene al generale
-D'Entracques che cerca di tranquillarla, pur non essendo egli stesso
-del tutto tranquillo, tanto che sovente ripete a Remigia, sottovoce:
-
-— Non abusi... di lei stessa...
-
-Ella lo guarda, si passa il fazzoletto su gli occhi e sospira:
-
-— Povero Giacomo!
-
-Poi si volta al signor Zaccarella che le mostra il brano di un giornale
-in cui è meglio rilevato «lo spettacolo ammirabile, di fermezza, di
-coraggio, di abnegazione, offerto dalla giovine vedova del ministro,
-nel lutto improvviso, nel grande dolore che l'ha così fieramente
-colpita».
-
-
-Il treno corre via rapidissimo per la campagna romana grave d'afa
-e d'immobilità, chiara e triste nell'albore diffuso della luna che
-declina. Tutti i vetri sono calati, eppure non un lieve respiro di
-brezza tempera la notte arsa. E va il treno attraverso il paesaggio
-pallido, smorto, tra il sonno malinconico delle alberelle disperse,
-e la gran veglia spettrale degli acquedotti romani... Da lontano, a
-intervalli, lustrano, come lamine d'acciaio fuso, sprazzi di mare.
-
-Le due signore, la zia Gioconda e Maria, sole nello scompartimento,
-sedute l'una in faccia all'altra, pare che evitino studiosamente
-d'incontrarsi con gli occhi. Ma la vecchia, talora, come riscotendosi
-da un'assenza del pensiero, si sorprende con lo sguardo sulla giovine.
-Allora un sorriso scialbo le si abbozza sul volto, poi ancora si
-volge a contemplare la campagna che fugge, che fugge in tristezza
-infinita. Un fischio lungo spezza l'aria; la vecchia curva e macera ne
-rabbrividisce. Ella guarda Maria... tutto il pallore della luna sembra
-morirle sul viso sbianco attraversato da una riga di capelli, lunga e
-nera, come una ferita. La vede sussultare nelle spalle così pietosa,
-così vinta; stende le mani secche e tremanti, stringe, stringe forte la
-mano di lei e le sussurra:
-
-— Come ti senti?
-
-Maria non la guarda; ha gli occhi fissi nel vuoto. Risponde con la voce
-che si spegne:
-
-— Male...
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-Opere di Gerolamo Rovetta
-
-
-Romanzi e Racconti:
-
- =Mater Dolorosa=, romanzo.
- =Il tenente del Lancieri=, romanzo.
- =L'Idolo=, romanzo.
- =Baby=, romanzo.
- =Ninnoli=, racconti.
- =Il processo Montegù=, romanzo.
- =Le lacrime del prossimo=, romanzo.
- =Sott'acqua=, romanzo.
- =Il primo amante=, romanzo.
- =Tiranni minimi=, racconti.
- =La Baraonda=, romanzo.
- =La Signorina=, romanzo.
- =Novelle.=
- =Casta Diva=, novelle.
- =La moglie di Sua Eccellenza=, romanzo.
-
-Teatro:
-
- =Un volo dal nido=, commedia in tre atti.
- =La moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti.
- =In sogno=, commedia in quattro atti.
- =Gli uomini pratici=, commedia in tre atti.
- =Scellerata!....= commedia in un atto.
- =Collera cieca!=, commedia in due atti
- =La contessa Maria=, dramma in quattro atti.
- =La trilogia di Dorina=, commedia in tre atti.
- =I Barbarò=, commedia in un prologo e quattro atti.
- =Marco Spada=, commedia in quattro atti.
- =La cameriera nova=, comm. in due atti, in dialetto veneziano.
- =Alla Città di Roma=, commedia in due atti.
- =La Realtà=, dramma in tre atti.
- =Madame Fanny=, commedia in tre atti.
- =Principio di Secolo=, dramma in quattro atti.
- =I disonesti=, dramma in tre atti.
- =Il ramo di ulivo=, commedia in tre atti.
- =Il Poeta=, commedia in tre atti.
- =Le due coscienze=, commedia in tre atti.
- =La moglie giovane=, commedia in quattro atti.
- =A rovescio!=, commedia in un atto.
- =Romanticismo=, dramma in quattro atti.
- =La Baraonda=, dramma in cinque atti.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA ***
-
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