diff options
Diffstat (limited to 'old/53801-0.txt')
| -rw-r--r-- | old/53801-0.txt | 16981 |
1 files changed, 0 insertions, 16981 deletions
diff --git a/old/53801-0.txt b/old/53801-0.txt deleted file mode 100644 index eacde95..0000000 --- a/old/53801-0.txt +++ /dev/null @@ -1,16981 +0,0 @@ -Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most -other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - - - -Title: La moglie di Sua Eccellenza - -Author: Gerolamo Rovetta - -Release Date: December 24, 2016 [EBook #53801] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - GEROLAMO ROVETTA - - - La moglie - di - Sua Eccellenza - - ROMANZO - - Edizione XIII. - - - - MILANO - CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C. - _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_ - 1910 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - Tutti i diritti di traduzione e di riproduzione riservati all'autore - - Poligrafia Italiana (Soc. An.), Milano, Via Stella, 9. - - - - -PARTE PRIMA. - - - - -I. - - -Piove. Il biondo e rubicondo signor Trüb, seniore, il socio gerente -della _Tête-pointue_ a Villars-Ollon, attraversa frettoloso, con -i soliti inchini, sgambetti e saltetti, l'atrio oscuro e basso -dell'albergo, in quell'ora mattutina già brulicante di forestieri; si -ferma sul portone, alza gli occhi verso il cielo bigio... poi si avanza -fin a mezzo all'alta terrazza, stendendo le mani aperte: piove. - -— Tempo ladro! - -Il signor Trüb si tira giù con due dita e si ferma sul naso -gli occhiali d'oro, che porta in mezzo alla fronte, e continua, -borbottando, le osservazioni meteorologiche. - -— Acqua!... Presto!... A catinelle! - -Infatti le tre punte della _Dent du Midi_ sono coperte da un'enorme -cappa di piombo e il dorso della grande montagna nera e rocciosa è -sparso, qua e là, di bianchi nuvoloni che si rincorrono spinti dal -vento, si allungano, si assottigliano, sembrano quasi dileguarsi; ma -poi ritornano e si riallacciano accavallandosi, più densi e più gonfi. - -— Tempo ladro! Ti domandavo un po' di sole, soltanto per oggi e per -domani! - -Il largo piano della valle sottostante, attraversato dalla striscia -torbida del Rodano, i bianchi villaggi delle due rive, i _Châlets_ -disseminati sul pendio dei monti raggruppati lungo la curva delle -colline, tutto, insomma, il vasto paesaggio così verde, così vario e -così colorito, sparisce a mano a mano sotto la nebbia fumicosa che si -avanza e si diffonde, mentre le prime gocce cominciano a crepitare qua -e là sulla terrazza. - -— Non ti domando, Giove cane, altro che un po' di sole oggi e domani! -Per rimpolpettarmi le ossa! Una grande famiglia di prim'ordine! Otto -signori e dieci persone di servizio! - -L'albergatore volge gli occhi dalla parte di Ginevra: buio; ancora più -buio! - -— Ahi! Ahi!... Quando la burrasca viene dal lago, ce n'è per una -settimana! - -Ad un tratto, per quanto il cielo continui a rabbuiarsi, la faccia del -signor Trüb si rischiara. - -È uscito sulla terrazza un cliente del primo piano, — camera d'angolo -con salotto; — il barone Marco Danova. - -— Signor barone, buon giorno! I miei rispetti, signor barone! - -Ma il signor barone, un ex veneziano che in Alessandria d'Egitto a -furia di rubare milioni ha perduto persino la pronunzia, non risponde -ai profondi salamelecchi. È furente: il naso adunco sembra un becco -minaccioso; il viso tondo, circondato dalla corta barbetta nera — -troppo nera! — non è più giallo, ma verde. - -— Al diavolo voi, e i vostri prognostici! Piove!... Non vedete? Piove! -— Il terribile barone aggrotta le ciglia fissando il povero albergatore -e incrocia le braccia sul petto. Rispondete, uomo barometro. Piove, sì -o no? - -— Quattro goccet...tine! — Il signor Trüb sorride amabile e rimane -curvo a mezzo inchino. — Quattro goccettine, ma non fa niente! - -— Come «non fa niente?» - -— Voglio dire, signor barone, una piccola burraschet...tina di -passaggio! Domani... - -L'egizio _venezian_ diventa ancora più verde. - -— Domani? È una settimana che dite sempre domani, e diventa persino una -indecenza! Diciotto ore di ferrovia da Milano, cinque ore di carrozza e -salire mille trecento metri... per annegare! - -Il rubicondo Trüb, all'uscita tanto arguta del briosissimo signor -barone, dà in una risata formidabile, rialzandosi gli occhiali sulla -fronte. - -— C'è poco da ridere! C'è da fare le valige e scappare, magari in barca! - -L'albergatore si caccia le mani, disperato, nei capelli folti e crespi. - -— Partire? Adesso? Quando comincia il bel tempo? - -— Comincia? — La voce del signor barone sembra un ruggito e un -grugnito. — Comincia? - -— È... è la coda! È la fine! Tutte le previsioni sono più che -favorevolissime! Il barometro si alza! La corda del _lift_ è molle, -molle, molle... - -— Finitela! Non avete mai detto una volta che la corda è dura, e piove -sempre! - -— Si persuada, signor barone! E poi... Senta, signor barone: le voglio -dire una cosa sola. Se non la smette questo Giove cane, sarebbe un -assassinio! No! No! Impossibile! Io sono sempre stato fortunato e porto -fortuna ai miei forestieri! Anche l'anno scorso... - -— Avanti, avanti! Che cosa devo sentire? - -— Ho ricevuto stamattina un telegramma... Devo averlo qui! — -L'albergatore lo cerca, ma non lo trova. — Si tratta di una grande -famiglia italiana! Un mazzetto, proprio _chic_, di signore giovani, -bellissime. - -Il naso-becco del barone Danova ha una vampa e un tremolìo. Di signore -giovani e belle egli aveva già notata e deplorata la mancanza alla -_Tête-pointue_. L'altro, continua imperturbabile: - -— Prenderebbero tutto il grande appartamento della balconata, al -primo piano, con due balconi, e un altro appartamento al secondo. Otto -signori e dieci servitori che mi riempirebbero appunto anche il terzo -e quarto piano! — Sette od ottocento franchi al giorno! Capirà, signor -barone, se piove oggi o domani, quando la comitiva è a Bex, invece di -scendere dal treno, tira diritto! Garantisco, garantisco io: per domani -una splendida giornata!... Vede? Vede? Si volti! Guardi le punte dei -_Diablerets:_ cominciano a scoprirsi! - -— Non bisogna guardare la _Dent du Midi?_ - -— La sera; ma la mattina il grande oroscopo, infallibile... sono i -_Diablerets_. - -Marco Danova rimane scosso da tanta sicurezza. - -— Allora, finalmente, potrò fare questa famosa gita al _Chamossaire?_ - -— Sicuro! — Il signor Trüb si offende quasi al minimo dubbio. — -Lei, signor barone, vada tranquillo a fare la sua brava colazione e -per domani penso io: sveglia alle sei, — basta alle sei, — e alle -sei e mezzo, tutto pronto: cavalcatura, guida e un bel sole... di -prim'ordine! - -La promessa d'un bel sereno per il giorno dopo è sempre, anche quando -ci si è abituati, uno dei pochi godimenti che offra la montagna -quando piove. Marco Danova, rabbonito, apre l'ombrello e, dopo aver -raccomandato al signor Trüb che il mulo sia tranquillo e la guida -sicura, se ne va con passo quasi automatico, alzando una dopo l'altra -le gambette ad arco e dondolandosi, tutto pancetta. - -La nebbia, continua a salire a salire, a correre, ad addensarsi -più rapidamente. Ad un tratto, un raggio di sole pallido, obliquo, -attraversa e rompe il fitto tendone: appare in una tinta giallastra -la curva di una collina... poi la punta di una roccia e subito un -rovescione, con una raffica di vento così impetuosa che porta il signor -Trüb, come di volo, dentro l'albergo. - -Grida, strilli e le più furiose e varie invettive internazionali -echeggiano sotto l'atrio. Le signore hanno paura del temporale: si -chiudono le finestre, si accende la luce elettrica. Il signor Trüb, -mogio, mogio, sgambetti, saltetti e via di corsa per rifugiarsi -nel _bureau!_ Ma lì, proprio sull'uscio, mentre si asciuga con il -fazzoletto le mani e l'abito, ecco quella strega verde e brontolona di -missis Eyre: - -— Bella _ciornata_, signor Trüb! - -Missis Eyre, — terzo piano, camera di dietro, senza balcone, — riceve -un inchino, niente più del necessario. - -— Scusi; sono in ritardo; ho la corrispondenza ancora da guardare... - -Il signor Trüb, si avvicina alla scrivania, e comincia ad aprire, a -sfogliare le lettere che vi sono ammucchiate. - -Missis Eyre, tien duro. - -— E così?... I D'Orea e i Moncavallo, verranno da Aigle o da Bex? - -— Vedremo. Secondo... il tempo. - -— Vedere?... Piove che Dio la manda! Che cosa volete vedere? Il Diluvio -universale? - -— Che diluvio? Domani, sole! Garantito! - -— _Cià_. A Villars sempre così. Piove oggi, e fa bel tempo... domani! - -Brontola, brontola, ma a missis Eyre, poco importa della pioggia o del -bel tempo. Ella, invece, vuol sapere se i D'Orea e i Moncavallo faranno -la salita da Aigle, in carrozza, e con quanti landò, oppure da Bex -in ferrovia elettrica, con un treno espresso, o con l'ordinario. Vuol -sapere il numero delle persone di servizio, il numero dei bauli, e se i -D'Orea e i Moncavallo pranzeranno _à table d'hôte_ o al _restaurant_, -a pensione o alla carta. Vuol sapere, se a quella grande «baraonda -italiana» è stato fissato il solo appartamento del primo piano, oppure -anche le camere disponibili del secondo. Vuol sapere, ed è questo che -più le preme, se la «marmaglia del servidorame» sarà mandata su, al -quarto piano, come è l'uso e la convenienza, oppure se quel vero oste -esoso e volgare del signor Trüb matura nell'animo l'indelicatezza e la -prepotenza di cacciarne una parte anche al terzo e persino... nel suo -corridoio! - -È tutto questo che la turba, che l'agita, che la tiene in ansia -e in curiosità. Ed è così tutti i giorni e tutto l'anno: il suo -divertimento, i suoi discorsi, le sue dispute, le sue scommesse, sempre -lì! Chi arriva e chi parte dall'albergo. Il suo mondo, d'estate, è la -_Tête-pointue;_ d'autunno, Villa d'Este, sul lago di Como; d'inverno, -l'_hôtel-Royal_ a San Remo. E la sua occupazione costante di tutto -l'anno e in tutti gli alberghi, è quella di far valere, per sè, tutti -i diritti e i vantaggi che le accorda la pensione, e di far osservare -agli altri, scrupolosamente, tutte le leggi e le prescrizioni e le -interdizioni della sala di lettura, della sala di conversazione, della -sala di musica e di ballo. Se appena appena missis Eyre vede accendere -una sigaretta fuori dal fumatoio — subito pronto — manda un cameriere -a farla spegnere. Se manca un giornale, per un momento, nella sala di -lettura, si precipita dal portiere a gridare e a strepitare; se alle -undici in punto il pianoforte non si ferma a mezzo della battuta, -la mattina dopo, prima del caffè e latte, ecco tanto di reclamo -«specificato» nella sala della direzione. Il grido della sua anima è -uno e trino: _proibito-defendu-verboten_. - -Che importa a missis Eyre della pioggia o del bel tempo?... Non fa mai -una escursione perchè soffre «di giramento»; non va mai in carrozza -per economia, non esce mai dall'albergo, certo per il timore che -qualche «ineducatissimo» colga l'occasione per impadronirsi della sua -poltroncina, del suo tavolino, del suo giornale o del suo solito posto -al suo solito balcone della veranda. Acqua o sole... non ne prende -mai. Missis Eyre si gode il lago, il mare, la montagna, sempre dalla -finestra! - -— L'autunno scorso, a Villa d'Este, per soli quindici _ciorni_, quella -gente aveva portato cinquantotto bauli! Non si poteva più camminare nel -corridoio! Tutto pieno! - -Il signor Trüb, non potendo liberarsi della vecchia, pensa di -ottenerne, almeno, qualche utile informazione. - -— Gente... che spende? - -— Gente disordinata! Confusione, gridamento, rivoluzione! Portieri, -camerieri, giornali, biliardo, pianoforte, _tennis_, tutto per loro! I -forestieri s'indispettiscono e partono! - -Il signor Trüb non s'inquieta: - -— Grande famiglia?... Titolata? - -— I Moncavallo sono di Napoli! Funiculì-Funiculà! Molti titoli: duchi, -principi, marchesi, ma niente capitali. I D'Orea sono di Bologna. -Molti capitali, ma niente titoli. Molini e mortadella. Una Moncavallo, -bellissima, ha sposato il cavalier Luciano D'Orea che spende tesori -per la Fanfan Trécoeur, la celebre canzonettista delle _Folies -Parisiennes_, dalle gambe irresistibili! Ve la farò vedere. - -— È qui?... - -— No. Vi farò vedere la cartolina. Adesso la Fanfan vuol andare in -Italia a studiare. Vuol far carriera. Vuol arrivare alla Scala di -Milano! Ha però, di buono, che è tisica. Per questo i Moncavallo, -vivono in speranze e intanto... — pazienza e _tutti cito_ — come -dicevano a Villa d'Este! - -Suonano le dieci, l'ora della posta. Missis Eyre si alza: deve andare -per essere la prima ad impadronirsi del _Times_. - -— E la carovana della servitù? Avrete posto per tutti, al quarto piano? - -L'albergatore capisce l'antifona, ma non si sgomenta. - -— All'occorrenza ci sono molte camere libere anche al terzo! - -Ecco! Proprio vero! Quell'oste esoso e spilorcio, non ha nessun ritegno! - -— Spero bene, che in questo caso, ci saranno ordini severissimi. Niente -chiasso nel corridoio! - -— Non dubiti. - -— Proibitissimo alla mattina di pulire i panni e alla sera di farvi -conversazione! Siamo intesi. - -— Non dubiti. - -L'aristocratica missis non è tranquilla. Si avvia verso l'uscio con le -ciglia aggrottate, poi si ferma e si volta dura, diritta, come un palo. - -— Oggi è giovedì? - -— Oggi... è giovedì. - -— Favoritemi carta e busta. - -— A lei! - -— Vado a scrivere al colonnello, a mio marito. La lettera impostata -il giovedì, trova le coincidenze e arriva a Calcutta in soli venti -_ciorni_. Adesso si fa presto! - -Il colonnello Eyre ha percorsa tutta la sua lunga carriera, rimanendo -sempre alla distanza... di una ventina di giorni da sua moglie. In -quanto a missis Eyre, che gli è sempre stata fedele, senza nemmeno -accorgersene, richiama l'immagine del consorte guerriero quando solo la -crede necessaria per far ben valere la propria autorità. - -— Ricordarsi anche questo, signor Trüb! Non voglio sentire odor di -sigaro. Buon _ciorno!_ - -— Buon giorno. - -Ma, ancora, non è l'ultimo saluto. Si ferma sulla soglia: - -— Altra cosa. A Villa d'Este quella.. compagnia di gente, aveva -due cani, orribili, che entravano da per tutto, correndo, saltando, -abbaiando, facendo la _ciostra_. Qui, tener cani, proibitissimo! - -Missis Eyre, volendo dar più forza al comando, sbatte l'uscio con -violenza e se ne va impettita, alla militare, come il consorte -colonnello. - -— Al diavolo, carcassa ruminante! Pensione di favore, mai un _extra_ e -tutte le pretese! - -Va, sbuffando, alla finestra: non ci si vede un palmo di là dal naso! -Acqua, acqua, un'acqua fitta che vien giù a dirotto, ma senza vento. - -— Due giorni così, e non ho più che la vecchia nell'albergo. - -_Driiin!_ - -Il signor Trüb è chiamato al telefono: comunicazione con Bex. - -— Pronti! - -.... — Domandano da Bex, se su, a Villars, piove. - -— Va rischiarandosi!... Sì!... Avremo bellissimo tempo!... -Garantisco!... Con chi parlo? - -.... Gli vien risposto un nome che subito non ricorda: - -— Zaccarella?... Chi è questo Zaccarella? - -— Avete detto Zaccarella?... Va bene; ho capito!... Sì!... Avete già -scritto per fissare le camere? - -.... La risposta è tale che il signor Trüb fa un saltetto di gioia. - -Sono loro! Sono a Bex! Sono fermi a Bex per salire a Villars! -Zaccarella è il corriere, il maggiordomo o il... procuratore della -grande famiglia italiana! - -Ormai ci sono, e non scappano più! - -— Benissimo!... Sì! alle tre e cinquanta!... — Benissimo!... — Il -signor Trüb, distrattamente, si è tirato gli occhiali sul naso per -sentir meglio, la sua voce si è fatta più graziosa e, ascoltando -e rispondendo, continua a fare inchini, come se lì, al posto del -telefono, fossero schierati i Moncavallo e i D'Orea, tutti gli otto -signori e i dieci servitori. - -.... — Al _restaurant?_... — Benissimo! - -.... — Alle sette?... — Benissimo! Grazie! Profondi rispetti! Grazie! - -_Driiin!_ - -La comunicazione è tolta e il signor Trüb corre a sonare alla -tabella dei campanelli elettrici, vicino alla scrivania. Chiama -il segretario, il portiere, il direttore dell'albergo, il capo -cameriere del _restaurant_ e dà tutti gli ordini necessari, con grandi -raccomandazioni e con un certo tono di solennità. - -— Il pranzo alle sette. E rispondere che al quarto piano, non c'è più -posto. Le persone di servizio, tutte al terzo. È assai più comodo per -i padroni e si può far pagare doppia pensione. È gente che non bada a -spendere! Sono due famiglie di primissimo ordine! Basta servirle bene! - -Il biondo e rubicondo signor Trüb è gongolante. Egli s'infischia adesso -del tempo ladro e anche delle saette! Ormai ci sono e non scappano più! - -— Finchè piove vorranno certo fermarsi, per aspettare il sereno! - - -Nella veranda quasi deserta, missis Eyre, sdraiata sulla sua poltrona, -nel vano del suo balcone, e col suo _Times_ non ancora aperto sulle -ginocchia, è beatamente assorta nella contemplazione dell'acqua che -sbatte furiosamente e corre in grossi e spessi goccioloni lungo i -cristalli: - -— Diluvia! Diluvia! - -Missis Eyre lo sa per esperienza, si sta veramente bene in un albergo, -soltanto quando è mezzo vuoto, e persistendo l'orribile tempaccio, -anche «la baraonda italiana» sarebbe passata da Bex senza fermarsi! -Certissimo! - -— Diluvia! Diluvia! - - - - -II. - - -— A Bex? Dobbiamo restare a Bex fino alle tre? - -— Con la pioggia e col vento? - -— Tutto il giorno fermi in stazione? - -— Dio che noia! Ma c'è da _morïre_ di noia! - -— Signor Zaccarella!... Signor Zaccarella! — gridano insieme varie voci -infuriate. - -Il signor Zaccarella non risponde; forse non può sentire. Lo si vede -scalmanarsi in fondo alla tettoia, in mezzo al fracasso, tra i facchini -e i servitori che hanno appena due minuti di fermata per trasportare -tutto il bagaglio; sessanta colli di bagaglio! - -— O Rosalì! — La vecchia duchessa di Moncavallo si volta verso suo -fratello, il principe Rosalino di Sant'Enodio, che vede sempre intento -a studiare l'orario. — O Rosalì! Un'altra corsa non c'è? Non si può -partire più presto per Villars? - -— Non c'è. Cristina cara; non c'è!... Abbiamo perduta la -coincidenza!... Sai che gli orari in Isvizzera sono fatti apposta dagli -albergatori per far perdere le coincidenze! - -— E colazione? - -— Dove si fa colazione?... In questo piccolo buco di caffè? - -— Hanno il coraggio di chiamarlo _Le grand restaurant de la gare!_ - -— È un orrore, zio Rosalì! - -— È impossibile! - -Si torna a chiamare, a invocare il signor Zaccarella. Questi fa cenno -con la mano di aspettare, di aver pazienza. - -— Vengo subito! - -Il signor Zaccarella sudato, trafelato, si arrabbia e gesticola come un -ossesso. - -— Non basta far presto a scaricare! Bisogna far presto anche a portar -la roba al riparo, all'asciutto, o va alla malora! E le bollette?... -Presto! Le bollette! Bisogna riscontrare il numero delle bollette! - -Con tutta quella roba, con tutto quel da fare, c'è un solo impiegato -rintontito che non sa spiegarsi in nessuna lingua, e un capo-stazione -mutria, sempre fermo e che non fiata! - -Il signor Zaccarella grida, continua a gridare ingarbugliando il -francese, il tedesco e l'italiano. Come lui e attorno a lui, gridano -tutti. I servitori con i facchini, i facchini con i servitori: e le -cameriere, — che hanno perduto «il sacco rosso con il _nécessaire_ di -donna Maria Grazia» e «l'astuccio più grande con i colori e i pennelli -della duchessina Remigia» — strepitano a loro volta fermando i duri -e arcigni conduttori del treno che stizziti da quella confusione -babelica le piantano bestemmiando e sbattendo gli sportelli. E con -tanto baccano, con tanto disordine, con tanta furia di far presto, -sempre l'acqua che viene a dirotto... e sempre, fra le gambe, due -piccoli barboncini neri, legati insieme con una catenella d'argento, -che corrono di qua di là, annusando, cercando i padroni, sempre -abbaiando, abbaiando disperatamente, finchè i viaggiatori sono tutti -a posto, finchè tutto è chiuso, pronto per la partenza, finchè batte -a campanella, il mostro fischia e il treno riparte, finalmente, -ansando, sbuffando, lasciando dietro di sè grandi nuvole di fumo... -poi la quiete e il silenzio nel bigio uniforme della campagna triste e -deserta. - -— Eccomi! — Il bagaglio è tutto a posto sotto la tettoia e il signor -Zaccarella corre vicino al gruppo delle signore e dei signori. — -Eccomi, donna Maria! Domando scusa, signora duchessa! Con queste -marmotte di svizzeri, c'è da perdere la testa! - -— E colazione? Avete pensato dove si fa colazione? — ripetono insieme -la duchessa e il principe Rosalino. La bellissima donna Maria Grazia -D'Orea, la figlia maggiore della Moncavallo, appoggiata con un braccio -al suo alto ombrellino da passeggio, non dice più una parola; non -ascolta, non bada agli altri. I suoi grandi occhi neri e pensosi -guardano lontano; il quadro di mestizia che la circonda, è penetrato -anche nella sua anima. - -— Si fa colazione al _grand hôtel de Bex!_ — risponde il signor -Zaccarella. — Ho fissato due landò... - -— Pronti, capitano! — interrompe Pasquale, il maggiordomo. — Vengono -adesso!... Dall'altra parte della stazione! - -— Per far presto, ho telegrafato da Losanna! - -— Benissimo! - -— Bravo! - -Donna Maria Grazia si riscote con un brivido: quel freddo improvviso -della burrasca in montagna l'ha intirizzita. - -— Per me, non c'era niente a Losanna, signor Zaccarella? - -— No, donna Maria. - -— E qui, all'ufficio del telegrafo?... — La voce di donna Maria non è -alta, ma chiara: accarezza l'orecchio con una lenta cadenza musicale — -È stato a vedere? - -— No!.. - -— Subito! Faccia presto! _Lucïano_ può aver già telefonato da _Parïgi_ -se arriverà da Bex o da Aigle! - -Anche i due _ï_ di Luciano e di Parigi sono accarezzanti dolcemente -mentre vengono pronunziati. Eppure, a donna Maria Grazia, i dispacci -del marito, — lettere egli non ne scrive mai, — sono più cagione di -timore che di speranza. - -— Faccia presto! La prego! E si ricordi: bisogna lasciare il nostro -indirizzo di Villars! - -— Non dubiti! - -Il signor Zaccarella è già alla ricerca dell'ufficio telegrafico. Più -della preghiera della signora, è il nome del padrone che lo fa correre. - -— Per di qua, capitano! - -Il signor Zaccarella, comandante onorario delle guardie forestali e -campestri della nobile famiglia, è chiamato _capitano_, per adulazione, -ma soltanto dai servitori. - -— L'uscio laggiù!... A sinistra, capitano! - -Il capitano continua a correre, sparisce in fondo alla stazione, e -ritorna in un attimo. - -— Niente! Non c'è niente, donna Maria! - -— E per me? E per me? — domandano gli altri in una volta. - -— Niente per nessuno! Andiamo! Presto! In carrozza! — Il signor -Zaccarella, prende un tono risoluto, da vero capitano. Quando c'è -fretta, non fa complimenti. - -— La colazione l'ho ordinata per mezzogiorno, preciso! Nei due -landò c'è posto per le signore, il signor principe, il marchesino e -_mademoiselle!_ Io e le cameriere, in omnibus. Pasquale, i servitori, -tutti qui e mangeranno qui. Io non voglio lasciare più di sessanta -colli e tutto il piccolo bagaglio a mano, senza nessuno! - -— Bravo! Benissimo! - -— Ha fatto benissimo! - -Il signor Zaccarella corre avanti e chiama il cocchiere del primo -landò. Il capitano non si mostra molto sensibile alle lodi e alle -approvazioni della duchessa Cristina e del principe Rosalino. Egli sa, -per prova, che tutta quella gente — signori e servitori — deve, poco o -tanto, dipendere da lui. È in lui, in fatti, nel signor Zaccarella, che -è trasmessa la volontà e il governo della cassa forte, del resto sempre -aperta, del vero, del solo assoluto padrone, — perchè è il solo che -abbia i milioni, — di don Luciano D'Orea. - -La duchessa Cristina e donna Maria sono già in carrozza. La madre, -Cristina Moncavallo di Sant'Enodio di Carpino — duchessa, principessa e -marchesa — pur nella sua florida maturità conserva i tratti delicati, -finissimi della figliuola; i capelli bianchi ondeggiati, — bianchi -d'argento, come la bella e lunga barba del principe Rosalino, — -risaltano maggiormente per la rosea freschezza del viso, per il nero -del vestito e raddolciscono la sua aria di signorilità severa, quasi -regale. - -— E Remigia?... Dov'è? - -— Era qui adesso; in questo punto! — risponde lo zio Rosalino, ritto di -fianco alla carrozza, con l'ombrello aperto. - -— Idola! Idola mia! — chiama forte la duchessa. - -— Totò! _Mademoiselle_! La Pïccola? Non avete veduto la Pïccola? — -Donna Maria spinge il capo dallo sportello verso la seconda carrozza. - -— Era qui, adesso! — Totò, il figlio del principe Rosalino, risponde -come il babbo, ma con più flemma. - -È un ragazzotto lungo, smilzo, biondo, per fortuna sua, e perfettamente -sbarbato come i servitori. In _knickerbockers_ color nocciuola, fermo, -impassibile dinanzi alle carrozze, prende anche tutta l'acqua, pur di -essere scambiato per un inglese puro sangue. - -— È in caffè, la duchessina Remigia! È in caffè! — accenna appunto -la signora che era stata chiamata _mademoiselle_ da donna Maria. — È -andata con la contessina Mimì a dar da bere a _Din_ e a _Don_. - -I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme con la catenella -d'argento, si chiamano così: l'uno _Din_ e l'altro _Don_: _Din-Don_. - -— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta lo -Zaccarella, abbastanza forte per essere inteso. - -— Idola! Idola mia! Fa presto! - -— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare! - -— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla un voce dal caffè. -— Io resto qui! - -— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa. - -— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non vedi? Lo zio Rosalì è -da mezz'ora che sta prendendo l'acqua per te! - -— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete cantarellando la -duchessina che si affaccia sotto la tettoia. — Io resto qui! - -_Din_ e _Don_, sempre legati insieme, s'intende, sbucano, intanto, tra -le casse e i bauli e si mettono a correre dall'una all'altra delle due -carrozze, mugolando, scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo -salti e capriole per poter salire. - -— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su! Cacciatele -sull'omnibus! - -Il signor Zaccarella è furibondo. Ha tutto l'abito insudiciato da _Din_ -e _Don_. - -— Questo poi no! Niente affatto signor... capitano! I miei tesori -restano con me! - -La duchessina Remigia, l'Idola della Moncavallo, la Piccola di Maria -Grazia, esce dal caffè e si avanza passo passo sotto la tettoia, -sbocconcellando un grosso pane da una mano, e una larga fetta di -prosciutto che tiene sollevata con l'altra, fra due ditini soli, -delicatamente. - -Nell'abito blù, corto, d'alpinista, con un grande panama puntato un po' -di traverso sulla massa avviluppata e spettinata dei capelli biondi e -con un _alpenstok_ lunghissimo, che avendo le mani impedite stringe -sotto il braccio e strascica per terra, la giovinetta così ardita e -ostinata, più assai che della «signora duchessina» ha della bimba e -del monello. Le tien dietro, a poca distanza, facendo risonare gli -scarponi ferrati, una specie di montanaro curvo e barbuto, che porta -un paio d'occhiali neri infilati sul cappello fra una ghirlandetta di -_edelweis_ e di roselline delle Alpi. È una vecchia guida dei dintorni. - -— Idola mia, sii buona! Vieni con noi! E non mangiare adesso! Non avrai -più appetito a colazione! - -— Ho detto di no! Di no! Ho detto di no!... Io vado a vedere -l'innondazione del Rodano! Vado con questa guida, che mi farà da -nocchiero! Ma pensa, bella mammà, invece delle noiosissime montagne, -trovare in Isvizzera un po' di mare! «In mare luccica, l'astro -d'argento!» Pensa che gioia! È tutto sott'acqua! Case, contrade, -villaggi interi!... Tutto sott'acqua! È una bellezza da vedere!... -Mimì! Mimì! Vieni, sì o no? - -— Eccomi! Eccomi! — risponde dalla sala d'aspetto la contessina Mimì -Carfo. Sta frugando con una cameriera, tra le valigie e i _plaids_, in -cerca degli impermeabili e delle calosce. - -— E Totò? Vieni anche tu con noi, Totò? - -Totò non risponde. Egli ha per principio che gli inglesi veri, non -usano rispondere. Ma leva di tasca e accende la pipa, il che vuol dire -che prende parte all'impresa. - -_Mademoiselle_ è già smontata dalla carrozza, è già andata lei pure a -cercare impermeabile e soprascarpe. - -— E così?... Noi adesso che facciamo, signori miei?... Si parte per Bex -o non si parte? — Il signor Zaccarella sta prendendo tutta l'acqua e ha -i piedi nella mota. - -Ma la povera duchessa non può rassegnarsi: - -— Sii ragionevole, Idola cara! Non pigliar freddo! E poi? Se c'è -pericolo! - -— Pericolo di che? Nessun pericolo! — ribatte lo Zaccarella per farla -finita. - -— Stia sicura, di buon animo, duchessa, e andiamo a Bex, che si fa -tardi. Farò accompagnare la duchessina da Pasquale, e Pasquale è -un uomo prudente. C'è da fidarsi. Su, su! Signor principe! Chiuda -l'ombrello! In carrozza e andiamo! - -La Moncavallo, anche quando la carrozza si muove, continua a sospirare, -a gemere, a fare raccomandazioni alla figliuola. Donna Maria e il -principe Rosalino si guardano solo negli occhi, scrollando il capo: — -quella piccola è tutto un capriccio! - -In quanto a Totò, a Mimì e a _mademoiselle_, qualsiasi raccomandazione -è perfettamente inutile. Sempre ligi agli ordini e ai ghiribizzi di -Remigia. A loro non è permesso di dire _la piccola_. Non è permesso -nessun diminutivo, nessun vezzeggiativo. Molto per amore e un po' -per forza, ella sa tenerli legati alla catena come _Din_ e _Don_. Per -amore la Mimì: adora Remigia. Per amore, — in segreto, — anche Totò; -per forza, _mademoiselle_. Sapeva che già erano state cambiate tre -governanti: la prima era troppo vecchia, la seconda troppo brutta, la -terza... antipatica. _Mademoiselle_ Jenny, per non perdere il posto... -sommissione e sempre in ammirazione! - -— Addio, mammà! Addio, gioia! Addio zio Rosalì! - -— E badiamo, duchessina Remigia, di non farsi aspettare! — ammonisce -lo Zaccarella col suo tono di padronanza. — Bisogna essere di -ritorno prima delle tre. Non si vorrebbe perdere la corsa per lei, -possibilmente! - -— Non dubiti, capitano! Alle due e tre quarti, pronti al comando, -capitano! - -Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta, in posizione -militare, con l'_alpenstok_ a mo' di fucile e la mano al cappello. - -— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella, sdraiandosi -nella carrozza dov'è rimasto solo, e che parte al trotto, seguendo -il landò della duchessa. — Maledetta piccola! — Non la può soffrire -perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e perchè ella se -ne infischia allegramente di ogni sua autorità. Nessuno, del resto, -incute a Remigia soggezione e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre. La -duchessa Cristina, che era sempre stata ed è tutt'ora assai severa, -fin meticolosa verso donna Maria, non avrebbe mai osato di fare la -minima osservazione all'Idola, che, del resto, è proprio il suo idolo! -E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto è largo di quattrini con sua -moglie e con tutti i parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli -sgarbi, alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la cognatina, -non c'è verso di poterla spuntare! - -— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con il fido Zaccarella. — Ci -vorrebbe un altro sistema di educazione! Il sistema adottato per _Din_ -e _Don_: zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente, -una figura rettorica e così la piccola finisce per avere anche da -«quell'odiosissimo» di suo cognato, soltanto lo zucchero! - -— Se credi di farmi piangere come mia sorella, ti sbagli, sai! — aveva -detto Remigia a don Luciano, la prima volta che si erano accapigliati. -— A me non fai paura, perchè ti conosco bene! - -Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e sfavillanti: -lo fissavano impavidi, con una durezza, con una freddezza d'acciaio. -L'altro sentì scendere nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne -rimase sconcertato e voltò la cosa in ridere. - -— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio, molto meglio -sua sorella, con tutte le sue nenie! Con sua sorella, con mia moglie, -comando io! Che diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia -d'inchiostro... e un bicchiere di _champagne!_ - -— Don Luciano ha ragione! - -Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è tutta un sorriso e -un argento vivo. Maria Grazia, alta, forse troppo alta della persona -flessuosa e gentile, ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri -bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi nerissimi e -profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia. C'è più di un'anima -in quegli occhi; c'è la poesia del dolore. - -La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne dimostra trenta; l'Idola -ne ha venti e in certi giorni di maggior vivacità e turbolenza ne -dimostra quindici! - -Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo e così strano, che -i pochi fedeli adoratori i quali assolutamente non permetterebbero -un dubbio sulla rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il -prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia alla madre, -quanto Remigia assomiglia al padre... morto, da vari anni, di paralisi -progressiva, ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua, nè -piccolo, nè biondo, nè prepotente. - - - - -III. - - -Al _Grand hôtel_ di Bex, la colazione, ordinata per le dodici, non -è ancora pronta alle dodici e mezzo. Si comincia con un brodetto -cosparso di qualche lacrima insipida; un altro quarto d'ora d'aspetto, -e finalmente, accolto con viva gioia, ecco l'apparizione di un bel -rosbiffe, rosolato e fumante. - -Ma, subito, un nuovo incidente e un nuovo ritardo. Il principe di -Sant'Enodio e il signor Zaccarella hanno appena il tempo di emettere -un lungo — ah! — di soddisfazione, che già echeggia nel corridoio un -festante latrato, e _Din_ e _Don_, come due saette, sciolti dalla -catenella e inzuppati d'acqua e di mota, precipitano nella sala, -saltano sulle ginocchia, sulle sedie, persino sulla tavola, ormai fatti -indocili e indomabili dalla fame e dall'odore del bove arrosto. - -L'Idola è di ritorno con tutta la sua corte. Grande gioia della madre, -gioia più tranquilla dello zio, un sorriso di Maria Grazia e fremiti -d'ira a stento frenati dal povero Zaccarella, che deve alzarsi, cambiar -di seggiola, fare cerimonie, dare nuovi ordini, e quindi sospendere il -pasto, proprio nel momento di incominciarlo! - -— I cani!... Giù! Giù! Fuori i cani! Fuori! - -Il signor Zaccarella non può sfogarsi nemmeno contro i cani! La -contessina Mimì ha preso _Din_ per il collarino, _mademoiselle_ ha -pigliato _Don_, le cameriere portano spugne, asciugamani, spazzole, -pettini, acqua di Colonia e incomincia la toeletta. - -— Zio Rosalì, amore, dammi una fetta di rosbiff! Anzi, due grandi! — -Remigia è già seduta a tavola. - -— Prima una tazza di _consumé!_... Prendi una tazza di _consumé_, Idola! - -— Ma che! Ma che! Figurati! Ho fame di rosbiffe!... Mi dà le patate -signor Zaccarella? Maria, gioia, dammi la senape! — Tutti la servono e -l'Idola divora. — Ho una fame, mammà! Una fame! Una fame! - -— Brava!... Così, vedi, mi fai contenta, felice!... Per altro, -anche una tazza di brodo ben caldo!... — Ogni boccone che ingolla la -figliuola è un raggio di gioia negli occhi materni! - -— Squisito!... Eccellente, questo rosbiffe! Non è vero, Totò? - -Totò, che pure non ha perduto tempo, è seduto accanto a papà, e dinanzi -a quel roastbeef si sente inglese più che mai. Annuisce con un cenno -dignitoso del capo. - -— Bravo Totò, il britanno! Signor Zaccarella, ancora patatine! Mimì! -_Mademoiselle!_ Asciugate bene bene e fregate forte forte! Povero _Din_ -e povero _Don_!... Che non prendano la tosse!... Tesöri!... O mammà! -Che bellezza vederli a nuotare! - -— Adagio, mangia adagio, non così in fretta, cara! Sei stata buona a -ritornar presto! Non hai preso freddo, spero. Non ti sei bagnata? - -— Ma che! È un'innondazione artificiale!... Tutto in Isvizzera si fa -artificialmente! L'innondazione, come il ghiaccio del Rodano con la -grotta azzurra! Pur di mungere le borse al misero viandante! Esempio: -io, Mimì, Totò, non abbiamo più un soldo! Signor Zaccarella gentile e -buono, ancora un po' di senape! Grazie. - -— Come? Non ti sei divertita, Idola mia? — La madre è adesso inquieta -per un altro verso. - -— No. Non c'era niente di bello da vedere! Un mare?... Che! Un lago -morto; non è vero, Totò? Un lago caffè-latte, dal quale non spuntavano -qua e là, altro che le cime di qualche alberello, e più giù, mezzo -campanile! Zio Rosalì, amore, leggi il menù, con alta e chiara voce! - -— _Poulard de Bress aux champignons_. - -— Benissimo! Bravo! Evviva i _champignons!_ Sai, mammà? Un'innondazione -senza innondati! A nuoto, soltanto _Din_ e _Don_!... Brutta gentaglia -sudicia; certi visi sparuti che frignano miseria per spillare -quattrini! Ha finito _mademoiselle_? Allora faccia il favore, metta a -_Din_ il nastro giallo, e a _Don_ il rosso! - -Il signor Zaccarella, che ormai s'è calmato avendo calmato anche -l'appetito, pensa lui perchè ci sia ancora da far colazione per la -contessina Mimì Carfo, per _mademoiselle Jenny_, e anche per le due -insopportabili bestiacce. - -— Con tanto amore per i suoi tesori, duchessina Remigia, ella pensa -alla loro toeletta, all'acqua di Colonia, al nastro giallo e al nastro -rosso, ma se non ci fossi io... creperebbero di fame! - -— Magnanimo capitano, grazie! Mi raccomando: zuppa soltanto, pochina -e niente carne! Non posso soffrire che _Din_ e _Don_ diventino grassi! -Odio la gente grassa! - -Il signor Zaccarella, oltre ad avere la faccetta secca, gialla, da -giovine vecchio, senza nemmeno un'ombra di peluria, è magro, più di -un angolo in croce. Egli interpreta l'odio della duchessina contro i -grassi, come un complimento a lui diretto e questa volta le perdona -l'ironia del capitano. - -— Sa fare, la piccola! - -Il ritardo prima di mettersi a tavola, l'interruzione per l'improvvisa -comparsa della duchessina, il caffè, il kirsch, poi di nuovo il thè... -è venuta l'ora della partenza. In fatti i due soliti landò e l'omnibus -aspettano già pronti dinanzi all'albergo, quando entra in sala il -portiere con un telegramma. - -— Luciano! — mormora sottovoce donna Maria prendendo il dispaccio. — -Grazie. - -Ella lo apre senza il più lieve sussulto, senza nemmeno un atto di -curiosità. È sicura che non ci può essere per lei nessuna notizia -gradevole e alle noie e alle contrarietà, ormai c'è tanto avvezza! - -Legge, poi si rivolge alla madre: - -— Andate voi soli a Villars. Io aspetto Luciano a Bex. — Dà il -telegramma aperto al signor Zaccarella che, a sua volta, lo legge prima -piano, poi ad alta voce. - -— «Preso automobile». — La scusa della sua partenza improvvisa -da Lucerna per Parigi, questa volta, era stata l'acquisto di -un'automobile. — «Presa automobile. Una Mercedes-Janko. Tu aspettami -a Bex col signor Zaccarella. Tua madre, famiglia, proseguano Villars. -Saluti». - -È chiaro che arrivando a Bex, Luciano D'Orea, vuol trovarsi solo con -sua moglie. È chiaro, esplicito, e per la famiglia riesce tutt'altro -che spiacevole quell'ordine. Quando ritorna da Parigi il caro Luciano, -non è punto divertente! Musi e spostature. O non guarda nemmeno in -faccia, o strapazza tutti. - -Però, in quel momento, nessuno fiata: non c'è nè una parola di -protesta, nè una manifestazione qualunque di dispiacere. Le carrozze -aspettano sempre: le signore devono vestirsi, mettersi il cappellino e -far presto per non perdere la corsa. - -Il principe Rosalì è già pronto. Egli sta ammirandosi nello specchio -grande che occupa una parete e continua ad ammirarsi. - -— Con quella barba magnifica ha proprio una bella testa da cavaliere -antico! E la persona alta, — erano tutti alti, maestosi i Sant'Enodio, -— come si conserva elegante e ben formata! Eppure... i sessanta erano -sonati, ma così leggermente che nessuno se n'è accorto e lui, meno di -tutti. - -— Buon viaggio, zio Rosalì! Arrivederci a Villars! - -Il principe sorride ancora baciando in fronte con l'usata galanteria, -la «pallidona sensitiva» e il sorriso, prima di compiacenza, adesso -diventa arguto, maliziosetto: è lo spirito di Voltaire che rivive -nell'uomo del gran mondo. - -— A Parigi, hanno fatto prestissimo, questa volta, a comperare -l'automobile! C'è da congratularsi... con l'Italia!... Ricordati, o -soave Maria, _gratia plena_: a marito che torna, ponti d'oro! - -Sopraggiunge la madre: sta un momento sopra pensiero, poi si decide. -Si fa prestare dalla cara Maria la sua mantelletta di lontra, per le -spallucce dell'Idola. - -— Tu qui, puoi goderti ancora un po' di caldo! Lassù, a milletrecento -metri e con questo ventaccio, ho in mente che troveremo la Siberia! -— Poi diventa seria. Anche la duchessa accompagna le raccomandazioni -alle affettuose tenerezze. — Salutami Luciano. Ricordati che puoi farne -sempre ciò che vuoi! Basta non contradirlo! Eh, sicuro che qualche -volta il caratterino è difficiletto! Ma come si fa? Il buon Dio ha -dato a tutti la nostra croce da portare e io mi conforto pensando che -la mia, — non per dir male di tuo padre, poveraccio, quand'era vivo, -— ma è stata molto più pesante della tua. E così, sempre sia! — Le -dà due baci forti, che scoccano, uno per guancia. Vede che gli occhi -della figliuola sono addolorati, pieni di lacrime; allora la stringe -al cuore, sospira pateticamente e se ne va, presto presto, per non -sentirsi troppo commossa, fermandosi solo un momento, prima di salire -in landò per cercare nella piccola borsetta, appesa alla cintura, se -non ha dimenticato l'astuccino delle pastiglie. - -— Addio, gioia! Addio! — Remigia saluta la sorella da lontano, in fondo -alla discesa. È corsa innanzi, a piedi, con Totò e con Mimì Carfo; è -corsa dietro a _Din_ e a _Don_, — i ghiottoni tanto disubbidienti! — -Hanno subito trovato l'usta della cucina e delle ossa e adesso non si -lasciano prendere per paura del castigo! - -— Addio, gioia! Vieni presto a Villars!... _Din!_.. _Diin!_... -_Doon!_... Qui! Subito qui! - -Maria Grazia rimane sola, sul grande portone dell'albergo, a vederli -partire. Anche il signor Zaccarella è andato alla stazione per i -biglietti, per tutto quello che c'è da fare. Quando non vede più le -due carrozze seguite dall'omnibus, ella rimane ancora lungamente ritta, -immobile, gli occhi pensosi a guardare lungo la strada solitaria. - -Che vuoto! Che vuoto! Dio! Dio! Che vuoto intorno a lei! - -Il cielo è ancora fosco, tutto coperto; ma la pioggia è quasi cessata. -Maria fa qualche passo macchinalmente: non piove più. Ella continua a -camminare a caso, adagio adagio, assorta, distratta. Vede una chiesuola -in fondo a un prato verde, circondato da un muricciuolo... è aperta; -entra. La chiesa è deserta. Un solo lumicino acceso a' piè d'una -Madonna posta sul piccolo altar maggiore, nudo, con il dorsale della -tovaglietta ripiegato. - -La giovane signora osserva quella Madonna scolpita goffamente nel legno -e goffamente dipinta: eppure ne sente il mistico fascino e la soave -poesia. La guarda... siede sulla prima panca, in fondo alla chiesa, e -continua a guardarla... così, senza pregare. - -Pregare? Che cosa avrebbe potuto chiedere? Nulla. Che cosa avrebbe -potuto sperare? Nulla. - -Maria continua a guardare, a fissare la rozza immagine della Madonna, -sola con lei, in quel giorno, sola come lei, nella chiesa deserta; come -lei, in quel momento, abbandonata da tutti. - -— Povera e cara Madonnina di Bex! Povera, sì, molto povera quella -Madonnina... e brutta! - -Il manto azzurro e il vestito rosso di seta, sono miseri e stinti... -Non ha corona quella regina dei cieli, non ha gioielli, non ha -ornamenti... - -Maria sospira: sente che si dilegua anche quel po' di conforto che le -era penetrato nel cuore. Le sembra, che persino la rozza immagine di -legno, ripeta a lei, così bella e così ricca, quelle parole fredde, -terribili, che tutti le dicono, che tutti le sussurrano in famiglia, -nel mondo, come un rimprovero e come un ammonimento, quelle parole che -le tolgono persino il diritto di soffrire, e di piangere: - -— Di che ti lamenti?.. No, tu non puoi lamentarti! Hai la ricchezza, -il lusso, lo sfarzo; hai la gioventù e la bellezza. Basta una parola -tua e ottieni tutto quello che vuoi. I milioni di tuo marito sono -inesauribili e la sua cassa è sempre aperta! Se non ti basta e ti credi -infelice, sei ingiusta e sei ingrata! Asciuga, asciuga le tue lacrime! - -.... Sente, dietro di lei, un lieve suono di passi, il rumore di una -seggiola appena smossa. - -Ella non si volta nemmeno. Sa benissimo chi è entrato in chiesa. È il -signor Zaccarella il quale ha l'ordine preciso, dal padrone, di non -lasciarla mai, di sorvegliarla sempre, di riferire tutto ciò che fa. - - - - -IV. - - -Don Luciano, dopo il telegramma che annunzia il suo arrivo a Bex, non -dà più segno di vita. - -Passano vari giorni, Maria è sempre sola e aspetta rassegnata, inerte. - -Il signor Zaccarella è assai più inquieto di lei. - -Con donna Maria si mostra impassibile, impenetrabile e più che mai -ligio agli ordini ricevuti, ma in cuor suo disapprova la condotta del -padrone. - -Col pretesto degli affari, guardandosi bene dal dirlo a donna Maria, -egli ha già telegrafato a don Luciano, all'_hôtel Bristol_: niente, -nessuna risposta. - -— Che il padrone non sia più a Parigi? - -Il signor Zaccarella, borbotta fra sè, scotendo il capo: - -— Perchè mò condannare donna Maria in questo forno, a servire di pasto -alle mosche o alle zanzare? Con poca fatica, soltanto con un altro -telegramma, potrebbe mandarla a Villars a raggiungere sua madre e gli -altri! E lui, messa a posto la moglie, padronissimo di fermarsi dietro -strada a studiare il bel canto! - -Certe volte il fido Zaccarella non ha il coraggio di guardare in faccia -la signora. Si vergogna lui per don Luciano. Tuttavia, con gli altri, -tien duro e lo difende a spada tratta, specie con la Nunziatina, che -l'ha a morte con il padrone. - -La Nunziatina, rimasta a Bex, non fa altro che brontolare tutto il -giorno. Brontola per il caldo, brontola per le mosche. - -In questi brontolamenti ha la sua parte anche la lontananza di -Eduardiello, il bel servitorino di Totò. - -— Che si fa, signora? Come si fa? Non c'è più roba, non c'è più -biancheria! Se crede, io potrei fare una corsa fino a Villars? Prendo -un paio di vestiti e tutto il resto che occorre! - -— Aspettiamo... Aspettiamo ancora un giorno... Poi si vedrà. - -Questa è la sola risposta che dà sempre donna Maria col suo tono -dolcissimo, malinconico e la lenta cadenza musicale. - -Anche su, a Villars, ci sono mosche; ma a Villars fa fresco e alla -_Tête-pointue_ i giorni volano allegramente. L'Idola si diverte, tutta -la sua corte, quindi, si diverte e la madre è raggiante. Il principe -Rosalino trova ottimo il cuoco, buono l'albergo e il clima delizioso. — -Chi sta bene, dunque, non si muova! — E quella gente beata ha soltanto -paura di muoversi! Però, sono tutti d'accordo in questo: nel fare -sfoggio di grande saggezza per ripararvi sotto la cura gelosa del loro -benessere e delle loro comodità. Cercano e trovano sempre in qualche -proverbio, non solo la giustificazione, ma anzi il conforto dell'antico -buon senso a non muoversi, a non disturbarsi. Il proverbio che corre in -questi giorni a Villars-Ollon è prudentissimo: «Fra moglie e marito non -ci va messo un dito». Non si telefona, dunque, non si telegrafa, non -si scrive a Bex, altro che «saluti e tenerezze». Mai nessuna domanda -intorno a Luciano, mai nessuna maraviglia, nessun commento, nessun -rimprovero per quello strano procedere, mai nessuna parola che esprima -a Maria il rammarico per la forzata lontananza, il dispiacere di -saperla sola, laggiù, e sola in quel modo. - -— _Driiin!_ - -È la madre che telefona. - -— .... Sei tu Maria?... Come stai?... — Anche noi benino! L'Idola si -diverte! Piace assai!.. — Anche a Bex fa caldo?... — Il signor Trüb -assicura che adesso avremo bel tempo per tutto il mese! Addio, cara! -Saluti e tenerezze, anche dallo zio Rosalì. - -Un altro — _Driiin!_ — e basta. - -Ormai è più di una settimana che Maria è ferma a Bex, aspettando il -marito; passa i giorni girando attorno all'albergo, sempre in vista -dell'albergo. Luciano potrebbe capitare da un'ora all'altra e se sua -moglie, per caso, non fosse lì pronta a riceverlo, guai, cascherebbe il -mondo! - -Il signor Zaccarella non ha più parole; la Nunziatina strepita. - -Aspetta, aspetta, sono già due settimane che lo si aspetta... -finalmente una sera, dopo le dieci, quando proprio nessuno ci pensa -— _téé-téé-téé — tuff-tuff-tuff_ — è don Luciano che arriva con la -macchina sconquassata perchè vicino ad Aigle ha urtato contro un -paracarro. - -Don Luciano è furibondo. Appena messo piede a terra, nello sprazzo di -luce elettrica, tutto bianco di polvere, con l'ampio _regland_ di pelle -e l'enorme berrettone, gesticolando, la voce rauca, sembra un orribile -mostro della notte. Prima ancora di entrare nell'albergo, prima di -salutare Maria, grida col povero _chauffeur_, che non ha nessuna -colpa dell'accaduto e, sempre per la macchina, impartisce ordini sopra -ordini, allo spaurito Zaccarella. - -— Canaglia! - -Con chi l'ha don Luciano?... - -Forse con un vetturino, forse con un carrettiere incontrato lungo la -strada e che non è stato pronto a cedere il passo. In ogni modo sono -queste le prime parole che il marito rivolge alla moglie dandole appena -la mano per salutarla. Poi nuove ire e brontolamenti, perchè non è -arrivato un certo telegramma che aspetta. Trova, per conseguenza, -l'albergo oscuro, le camere incomode, la cena cattiva, il servizio -pessimo e in mezz'ora ha già strapazzato padrone, camerieri e portiere. -Senza voler prendere il caffè — «in Isvizzera è veleno!» — entra nella -sua camera, dove c'è Andrea, il servitore, con l'acqua calda e l'acqua -fredda e chiude l'uscio in faccia a Maria. - -Donna Maria non sa che cosa fare. Deve aspettare in piedi?... Può -andare a letto?... - -È già sonata mezzanotte, quando Andrea esce dalla camera del padrone. -Ella, sottovoce, lo chiama dall'uscio del salotto, per sapere qualche -cosa. - -— Il signore è andato a letto. Mi ha ordinato di non entrare in camera -domattina e di non svegliarlo assolutamente; nemmeno se arrivassero -dispacci. Domani, vuol dormire tutto il giorno. - -— Allora... buona notte! - -— Buona notte, signora. — Andrea s'inchina profondamente e sparisce in -punta di piedi, nel corridoio deserto e buio. - -Invece, la mattina dopo, don Luciano è in piedi prestissimo. Lindo, -profumato, tutto bianco nell'abito di tela, e con il piccolo panama -dall'ala calata sugli occhi, non è più il mostro della notte. — Anzi, -don Luciano, pallido, coi piccoli baffetti biondi, rivolti in su, è -piuttosto un bel giovinotto, sebbene calvo. Della sera avanti non gli è -rimasto altro che il cattivo umore. - -Donna Maria, per buona prudenza, s'è alzata presto anche lei. Lo trova -che brontola col portiere per le zanzare, le mosche e per il pessimo -servizio telegrafico. - -— _C'est détestable! Assurément, vraiment détestable!_ - -Poi, subito, appena si è impinzato rabbiosamente di burro, di miele, di -pane tosto e s'è gonfiato di latte e cioccolatta, comincia le scene di -gelosia. - -La gelosia di don Luciano è una gelosia... in cui l'amore non c'entra -affatto. C'entra la vanità, il capriccio, la boria di poter dire «a -me non la si fa», ma c'entra, soprattutto, il sentimento dispotico, -arrogante del padrone, il vanto di poter avere e godere lui solo, -quello che gli altri desiderano e invidiano. Don Luciano è geloso dei -suoi cavalli, del suo cocchiere, del suo _chauffeur_ e di sua moglie: -anche questa proprietà sua, roba sua. - -Quando torna da Parigi, peggio che mai: è geloso frenetico. Egli -riversa e fa scontare alla moglie anche tutta la gelosia atroce che -gli ha fatto e gli fa soffrire Fanfan, ma che è costretto a dominare. -Fanfan, è vero, gli costa più che non gli sia costata la duchessina -Moncavallo, ma per questo non ha mai voluto essere «roba sua». Oh, con -Fanfan non si fanno scene! Con Fanfan non si fa l'Otello! Guai! Si -provi una volta sola don Luciano, a fare il prepotente e il noioso: -è già bell'e pronto il miliardario americano mister Kennet, il re -della glicerina, che aspira a un posto di successore nel gran cuore -della Trécoeur!... Così, la moglie virtuosa, paga anche per l'amante -irresistibile, ma poco resistente! - -Maria Grazia, non dà mai il più piccolo motivo di gelosia; ma questo -non vuol dire che a Luciano manchino i pretesti. A Bex, il pretesto è -un povero giovane tisico, in viaggio per il sanatorio del _Mont Blanc_, -a Leysin. - -Donna Maria ha soltanto scambiata con lui qualche parola, a distanza, -da una poltrona all'altra della veranda, e presente, s'intende, -l'oculato Zaccarella. In quella giovane signora dai nerissimi capelli, -dagli occhi nerissimi, pensosi e profondi, l'infelice sogna Napoli, -Roma, Venezia; l'Italia, della quale è innamorato, sebbene non abbia -mai potuto fermarsi che a San Remo e a Bordighera. Il viaggio in Italia -è il sospiro suo per quando sarà guarito, e intanto rivolge a Donna -Maria sempre le stesse interrogazioni sul Ponte dei Sospiri, i Piombi e -i migliori alberghi di Venezia, su Pompei, il Vesuvio e la Funicolare, -sulla casa di Dante e di Giulietta e Romeo, e domanda che cosa vuol -dire _piedigrotto_ o _piedigrotta_. - -Quella mattina, appunto, mentre i D'Orea fanno colazione, il giovane -inglese pallido, sparuto, si avvicina a Maria Grazia per congedarsi: -parte in quel momento per Leysin. - -Don Luciano lo guarda bieco, risponde al saluto, senza nemmeno alzarsi, -poi, appena l'altro volta le spalle, assale di domande la moglie per -sapere come, quando, in che modo ha conosciuto quell'importuno; e -appena di sopra, soli, dà in escandescenze. Maria non risponde, non -dice più una parola; ma Luciano non si calma, tutt'altro. - -— Avvertite il direttore, — ordina al signor Zaccarella — da oggi in -poi, colazione e pranzo qui, nel mio appartamento. - -E continua tutto il giorno a gridare, a interrogare, a far scene, a -far processi. Siano presenti il signor Zaccarella, la Nunziatina, anche -il servitore e i camerieri poco monta, egli continua lo stesso, anzi, -quando c'è gente si riscalda di più. Continua tutto il giorno, tutto il -giorno! - -Maria, pallidissima, non risponde, non dice mai una parola. Soltanto -la sera, a pranzo, quando Luciano, che divora come una belva, comincia -a tacere, le si riempiono gli occhi di lacrime. Non è dolore; è -oppressione, è stanchezza. Stanchezza dei nervi. Sono i suoi nervi che -non ne possono più, proprio più! - -Dolore no. Il dolore, come l'amore, e ciò che un'anima nobile, -squisita, ha di più bello, di più alto e di più puro. Dolore no. È -troppo fiera per sentir dolore di quell'ingiustizia sciocca e vile, -vile e sciocca. Suo marito è un ragazzo viziato e malato, un pazzo. -Ella ne sente compassione; non vuol ancora disprezzarlo. Ma che -stanchezza! Come si sente stanca, affranta, moralmente e materialmente. - -È orribile quella vita; e non potersi sfogare con nessuno! - -Sa già che cosa le avrebbero risposto sua madre e lo zio Rosalì. - -— Luciano, cara figliuola, non è cattivo; è soltanto geloso, e ciò, -da un certo punto di vista, dovrebbe farti piacere: «Amore e gelosia -nacquero insieme!» Non si può avere proprio tutto, tutto a questo mondo -e tu sei fra le donne più invidiate e fortunate! Luciano, è vero, monta -in collera facilmente, ma anche presto gli passa. - -Presto no, ma sulla fine del pranzo, anche per merito di un _Mumm -cordon rouge_ squisito, gli passa anche quel giorno. - -Con gli occhi lustri, annunzia al signor Zaccarella una prossima gita -di un paio di giorni a Losanna e sorbendo il pessimo caffè, comincia a -canterellare. - -— La musica! L'arte del canto! Arte divina! - -Forse a Luciano, nella sua vanità persino morbosa, non dispiace di -lasciar trapelare anche a Maria, le proprie avventure galanti; certo, -non si dà molta pena per nasconderle. - -— L'arte del canto! Arte divina! - -Luciano domanda a Maria, alla quale si prepara così un nuovo tormento, -se da basso, nella sala, c'è un buon pianoforte. - -— Credo... - -— Andiamo a provare. - -Luciano ha una voce che egli vanta di tenore, ma che, invece, è di -pecora, di vitello, di vari animali insieme. Nei giorni lieti canta -per ore e ore e Maria deve accompagnarlo, applaudirlo e divertirsi. -Fedele, in musica, quando comincia con un'aria, canta sempre quella per -tutta la stagione. Adesso, forse in omaggio a Fanfan, il suo cavallo -di battaglia è l'aria, anzi il duetto della _Traviata_: «Un dì felice, -eterea — mi balenasti innante...» E fa tutto lui, anche il soprano, pur -di arrivare a sfogarsi e a sgolarsi a «quell'amor ch'è palpito!» - -Lì, a Bex quella sera, due o tre vecchie inglesi dell'albergo, vanno -addirittura in estasi al «di quell'amor...» Il D'Orea è gongolante, -è felice. Gli applausi, come il suono dell'arpa davidica, mettono -in fuga gli spiriti maligni, ma quando il trionfo è più strepitoso, -arriva dalla stazione un telegramma d'urgenza a rompere in un attimo il -benefico incanto. - - «_Luciano D'Orea — Grand hôtel de Bex_». - -«Après succès _Joujou_, éclantant, inoubliable, unanimement constaté, -engagée pour créer le rôle de Germaine, dans _Le corset envolé_. Pour -ma petite course à Lausanne il faut attendre la semaine prochaine. Tous -mes regrets, tous mes adieux. - - FANFAN». - -Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il fantasma del re -della glicerina. Pianta lì il suo pubblico, maravigliato, e se ne va -via di colpo. Sua moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti, -arrischiando appena qualche domanda. - -Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non vuol nessuno. - -— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone, almeno una volta, -di restar solo!... Di poter respirare! Non sono uno schiavo, -finalmente!... Via tutti!... A dormire! Che vita! Che vita! Che -inferno! - -Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con l'impiegato che a -quell'ora, di notte, non vuol aprire l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa -prima ordini e minacce, poi, quasi subito, telegrafa di nuovo, -chiedendo perdono, concedendo tutto, supplicando. - -Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto, mentre sta per andare -a letto. - -Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto, nessun ritegno. Baci -furiosi e rimproveri atroci. Accusa Maria di non aver cuore, di non -aver mai avuto cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba -e niente altro! Non sa voler bene, non gli vuol bene! Ha voluto un -marito, s'è venduta a un marito, per farsi mantenere lei, e tutta la -sua famiglia! - -Poi Luciano sospira, si dispera. - -— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da -nessuno, da nessuno! - -Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce con lo scoppiare in -lacrime. Sono lacrime vere. - -Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno. Poi, quando lo vede -piangere, disperarsi a quel modo... finisce ancora per sentirne -compassione e pietà. - - - - -V. - - -Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano D'Orea non -accenna nemmeno alla partenza per Villars. E se non ne parla lui, -gli altri, naturalmente, non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per -tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti della madre o -dello zio: Luciano cambia subito discorso. - -Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta l'estate? Chi sa! - -Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera «l'amor ch'è -palpito...» Poi Luciano, d'un tratto, muta d'umore. Non grida più, non -strapazza più, non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli -è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si deve domandare -qualche cosa, non risponde. Bisogna sempre indovinare, e non si -indovina mai! Non ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i -piatti e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora che gli -altri abbiano potuto servirsi. La _Traviata_, s'intende, è messa da -parte. - -Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta la sera in giardino, -dove si soffoca, a sentirlo soffiare e sospirare. - -Che cosa mai è accaduto di nuovo?... Che cosa c'è di nuovo? - -Donna Maria e il signor Zaccarella, cercano di indovinare, corrono -direttamente, col pensiero, fino a Parigi. Ma s'ingannano tutti e due. - -La cattiva luna spunta, questa volta, dalla parte di Bologna. Il primo -a saperlo, s'intende, è sempre il fido Zaccarella, il quale, in tutta -fretta, comunica l'importante notizia alla signora. - -— A giorni, deve arrivare Sua Eccellenza. - -— A Bex? - -— A Bex, per venire con noi a Villars. Anche Sua Eccellenza ha scelto -Villars per passarvi l'estate. Don Luciano — non c'è nessuno, ma il -signor Zaccarella abbassa la voce — don Luciano avrà certo paura di -qualche osservazione, di qualche contrasto... Ecco spiegato il suo -cattivo umore! - -— Già, sicuro! Ecco spiegato il suo cattivo umore! — ripete Maria -com'un'eco. Ma in cuor suo, prova un senso di sollievo. Vede -avvicinarsi qualche ora di tregua, se non di pace. - -Giacomo D'Orea, — o Sua Eccellenza come lo chiama rispettosamente il -signor Zaccarella, — è l'unico fratello di Luciano: fratello maggiore -di una decina d'anni. È stato un po' il suo tutore, gli ha fatto un -po' anche da padre. Ha cercato di educare Luciano con idee moderne, -di abituarlo allo studio, al lavoro, di innamorarlo, di appassionarlo -alle cose belle... inutilmente. Il ragazzo rompe il freno e gli scappa -di mano prima del tempo. Niente studio, niente lavoro: le sole cose -belle che lo innamorano sono le belle donne e lo appassionano quelle, -specialmente, che costano molto. - -Don Luciano, tuttavia, anche diventato uomo e libero di sè, ha sempre -un certo timore di suo fratello. Se non per amore, per forza, lo -sopporta e lo rispetta. - -Giacomo, in fatti, è per tutti, ed anche per Luciano il capo visibile -ed invisibile della grande Casa. - -Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del lavoro; con -la rettitudine e la semplicità della vita. Si sarebbe detto che in -quell'uomo mingherlino, dalla barbetta rada e già brizzolata, che -in quella testa quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia -produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse però scomparsa -ogni rozzezza atavica, ogni lievito di grettezza e di cupidigia. Egli -è il nepote di una schiatta forte e utile, che anzichè degenerare, -procede con lui e per lui verso una perfezione armonica e vittoriosa. -Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche buone e cattive, nello -spirito egualitario e sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli -ha intuito quell'assioma economico che i finanzieri del nord-america -respirano nell'aria del loro paese; cioè, che il possedere molto danaro -è una gran buona cosa, che il possederne moltissimo è una cosa ancora -più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni e i miliardi -non valgono un dollaro e nemmeno un _penny_, se nella fatica angosciosa -di accumularli non si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e -di salute, che occorre per saperli godere. - -Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea ha tutto saputo, -tutto veduto e quindi tutto rinnovato e migliorato. Nelle sue -molte aziende rurali, egli ha recato i criteri suoi e lo spirito di -previdenza, di assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi. - -Industriale di ampie vedute e anche un po' artista, ha sempre posto in -tutto quello che ha fatto e creato, uno schietto sentimento di armonia -e di bellezza. Ha dato il suo consenso e il suo nome alle imprese più -simpatiche e originali, mantenendosi nei rapporti nuovi, complessi e -difficili lo stesso uomo fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi -timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto di sè stesso e -degli altri. - -Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però dovuto -dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi in cui molti lo sono -disonestamente, è presto eletto deputato e dopo un paio di legislature, -in uno degli ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio delle -finanze gli è inflitto come un dovere verso il partito e verso il -paese. - -Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia che gli -facciano difetto. Gli manca, invece, quella virtù o vizio — secondo i -casi — che lo Spencer chiama «l'adattabilità agli ambienti». - -Alla mancanza di sincerità e di probità politica egli non ha voluto, nè -saputo piegare. Dopo pochi mesi di governo, mentre è tutto infervorato -in un piano di riforme nel quale vede un rinnovamento economico del -paese, si trova di fronte alla necessità politica di tergiversare, -di rinunciare al meglio delle sue idee per manipolare una delle -solite «esposizioni finanziarie» a base di transazioni, di lustre, -di ipocrisia e di falsità. È preso da un impeto di sdegno. Tutto il -suo orgoglio di galantuomo si ribella alle pretese dell'affarismo e -dell'_arrivismo_ che gli si stringono d'attorno ed infischiandosene -della crisi e dello scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi -stabilimenti industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese. - -Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma più istruito e più -cauto. Del suo intermezzo politico parla il meno possibile e con una -discrezione degna del sapiente antico. Della gloria del potere non gli -è rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto nella spagnolesca -e fastosa espansione meridionale dei parenti e dei clienti di sua -cognata: e nemmeno, ben inteso, in presenza sua. - -Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente Giacomo D'Orea, — -anzi Dorea — senza apostrofe. Non nasconde, ricorda compiacendosene, le -origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini e mortadella» come -diceva sdegnosamente missis Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il _don_ -sono innovazioni di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano! Giacomo ha -cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito per riderne... e ne ride, -specialmente, con la zia Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta, -ancora piena di salute, di buon senso e di brio che vive in campagna, -perchè non ha mai saputo risolversi a mettersi il cappellino, come -le contesse, e che manda saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè -spodestati dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non ha mai voluto -e non vuol lasciarsi vedere... per paura di farli arrossire! - -A proposito di quel «_don_» nuovo di zecca di Luciano, la zia Gioconda -diceva scherzando a Giacomo, per metter pace: - -— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e principati che -Nannetto ha fatto perdere a sua moglie, sposandola, ha trovato, in -camera da letto, quel piccolo _don_ e lo ha tenuto per sè! - -Giacomo, del resto, s'è opposto quanto ha potuto al matrimonio di -Luciano con la duchessina Moncavallo. - -— Troppa nobiltà, troppa diversità di razza e troppo fumo! E poi -Luciano, ancora, non è maturo per il matrimonio! - -Ma non c'è stato verso! A quell'altro, il fumo è andato alla testa. -Tutti quei titoli, quei palazzi, quei castelli dei quali si vedono -le dorature e i merli, e non si vedono le ipoteche, fomentano la sua -vanità, la sua superbia, mentre il suo capriccio, la sua passione per -Maria diventa tanto più furibonda quanto più sorgono e si frappongono -ostacoli. - -Le nozze Moncavallo D'Orea sono alla fine concluse, celebrate e -Giacomo, da uomo savio e pratico, accetta cordialmente il fatto -compiuto. Il patrimonio dei Moncavallo e dei Sant'Edodio, che fa le -crepe da ogni parte, è assai vicino alla rovina; Giacomo ne assume -direttamente l'amministrazione. Un'amministrazione che finisce per -risolversi in un'abile, opportuna ed anche generosa liquidazione, -perchè Giacomo, pur di salvare il decoro dei parenti di Luciano, ci -rimette, volentieri, anche del proprio. - -I milioni di casa D'Orea sono molti: quasi non si contano più! Ce -n'è per tutti, in abbondanza... ed anche per i continui capricci di -Luciano! Per i capricci, per altro: purchè rimangano soltanto capricci, -se non del tutto scusabili, almeno perdonabili. Ma, adagio! Oltre -certi limiti non si deve andare. Giacomo è buono una volta, e buono -per dieci, ma due volte buono, no. Chiudere un occhio, sta bene, e -vista l'indole di Luciano, chiuderli anche tutti e due, ma quando sia -conveniente e prudente di farlo. Che se invece il buon nome, l'onore -dei D'Orea, avessero corso pericolo non di una macchia, ma di un'ombra -soltanto, allora egli avrebbe fatto immediatamente ed energicamente il -proprio dovere. Avrebbe parlato chiaro; occorrendo, avrebbe alzata la -voce. - -E appunto Giacomo, crede adesso e pensa, che il giorno di alzar la voce -e di comandare sia venuto. - -— Che cosa è questa Fanfan Trécoeur? A Parigi, a Nizza, a Montecarlo, -sempre con questa Fanfan Trécoeur?... Una relazione, un legame simile, -una tresca?... E pubblicamente?... Con una _chanteuse?_ Lui, un uomo -ammogliato?... Ah, no! Fino a questo punto, no! Con o senza apostrofe, -ma il nome dei D'Orea deve essere rispettato da tutti, in Italia e -fuori. - -— Il patrimonio in comune, sta bene: lui ha famiglia, io no. Spendere -e spandere, senza fare i conti del mio e del tuo... tiriamo pure -innanzi!... Finchè si tratta della casa, della famiglia, dei parenti -della moglie, del lusso, delle corse, delle scommesse, del giuoco, -— io lavoro anche per lui, risparmio anche per lui, — tiriamo pure -innanzi!... Ma cinquecento settanta mila lire in meno di tre mesi per -la signorina Fanfan... Ah, no! Questo poi no! - -— Che cosa fare?... Scrivere?... — Poco efficace. — Chiamare Luciano a -Bologna?... — Troppo pericoloso! - -Giacomo, un po' contro genio, risolve alla fine di andare anche lui a -Villars col fratello e con la cognata. La villeggiatura, certamente, -non sarebbe stata molto gradevole e piacevole, ma, d'altra parte, non -vede provvedimento migliore. - -— Coraggio, e andiamo a passare un mese fra i vicerè! - -Per fortuna, fra tanta gente noiosa, insopportabile fa eccezione Maria -Grazia. Avrebbe fatto delle buone chiacchiere con la cognata. Donna un -po' fredda, anch'ella un po' vice-regina, nella compostezza pacata dei -modi, delle parole, ma intelligente, giudiziosa e buona. — Molto buona -e, certo... non troppo felice! - -Ma gli altri!... — Dio che peso! — Quella duchessa madre che ha l'aria -di scendere dal trono per sua grande degnazione e per fare spargimento -di grazie ed esercizio di mansuetudine! Quel principe Rosalino, una -continua ostentazione di galanteria convenzionale e di cavalleria... -pedestre. Che peso, che peso, tutta quella gente con la loro retorica -dei nobili principii, dei sentimenti di famiglia, e il vuoto nella -testa e nel cuore! Mai un momento di sincerità, di vera cordialità! -Sempre in etichetta, e in frac tutte le sere! - -— Che noia! - -Pure, bisogna proprio andare a Villars! - -— Maledetta Fanfan e... maledetto ragazzaccio! - - -A Bex, intanto, la nuova fase della luna cattiva e muta, con -persistente inappetenza, continua fino alla vigila dell'arrivo di -Giacomo: proprio quel giorno, come per incanto, Luciano riacquista la -parola e l'appetito. - -— Giacomo... a Villars?... Con mia suocera? Che abbia sentito parlare -di Fanfan e voglia venir lassù a predicare la morale e l'economia?... -Certo, in questa sua risoluzione, qualche cosa di nuovo ci deve -essere!... E in questo «qualche cosa» per un verso o per l'altro ci -deve entrare Fanfan! - -Don Luciano, s'intende, anche sforzandosi e simulando indifferenza e -buon umore, non ha riacquistato la parola altro che per brontolare; ma -adesso, pur seguitando a brontolare con Maria e col signor Zaccarella, -chi è preso di mira è Giacomo! Anzi, co' suoi sfoghi, egli cerca di -farsi alleati la moglie e il segretario, contro il fratello: - -— Noioso e pedante!... Puritano per ostentazione! Caparbio e ostinato! -E «la modesta semplicità della vita operosa» che decantano i suoi -giornali? Niente altro che avarizia! — Non ho ragione, signor -Zaccarella?... Ride? Rida, rida! Io parlo poco, ma colpisco giusto! -Tutta avarizia e diffidenza. Lavora, fa tutto lui, perchè non si fida -di nessuno! Ma... — qui un grande sospirone — dal momento che si deve -vivere insieme per un mese, che ti pare, Maria? È meglio essere in -bona! Io non posso soffrire i malumori e non amo i litigi in famiglia! - -Questo, gli preme soprattutto: essere in bona con suo fratello. Se -Giacomo ha timore di prendere troppo di fronte Luciano, Luciano, al -presente, avrebbe ancor più paura di romperla con Giacomo. - -Cinquecentosettantamila lire erano state pagate a Parigi per Fanfan! -Ma... e il resto che rimaneva ancora da pagare? - -Luciano D'Orea, non ne sa un'acca di amministrazione, pure sa benissimo -che lui, con la sua generosità non ha fatto altro che spendere, mentre -il fratello, con la sua avarizia, non ha fatto altro che lavorare e -guadagnare. Se si venisse alle strette? Se si dovessero fare i conti -del mio e del tuo?... Non sarebbe il momento! Con mezzo milione ancora -da pagare a Parigi? Con Fanfan che, finalmente arriverà fra tre o -quattro giorni a Losanna? Con Fanfan che vuol fare una brillante -carriera, sempre piena di successi e che vuol riuscire assolutamente a -cantare alla Scala?... Con Fanfan che ha sempre lì, pronto, se lui si -ritira, il re della glicerina?... No, no!... Bisogna portare pazienza, -chinare il capo e sopportare anche le osservazioni e le prediche... per -amore di Fanfan e per poter tener testa a mister Kennett! - -Il povero don Luciano, con tanti milioni, si trova ridotto al punto di -dover piangere la propria miseria. - -— Ma! — sospira. — Quando non ci sono quattrini abbastanza, bisogna -sacrificare anche l'amor proprio, il proprio carattere franco, leale, -indipendente... e fare lo scherzoso e l'amabile persino con la moglie -lunatica, perchè Giacomo, arrivando a Bex, non la veda con gli occhi -rossi! - -— Io mi guardo bene dal darti la più piccola seccatura! Non è vero, -cara? Io ti lascio libera di fare, di disfare, io ti lascio sempre -padrona di tutto! Non è vero, cara? - -— Sì, Luciano... - -— Soltanto per questi giorni, — pochi, si spera, — che Giacomo resterà -con noi, io ti prego di non fare il muso e di mostrarti, come sei, -contenta e felice! Mi raccomando. - -— Sì, Luciano. Del resto, Giacomo è buono. È sempre stato gentile e -affettuoso con me! - -Il marito ha uno scatto vivace, ma si frena, per i suoi fini -diplomatici e inghiotte l'amaro di quel «buono» pel timore degli occhi -rossi. Ma per essere scherzoso e per divertire la moglie, e insieme -anche per sfogarsi continua durante tutta l'ora del pranzo, a ridere -alle spalle del fratello. - -— Buono? Tu dici, Maria, che Giacomo è buono? Ma è buono perchè gli -manca la capacità di poter essere cattivo! È un uomo, Giacomo, che deve -tutta la sua gloria e la sua fortuna, alle qualità che gli mancano. Non -sa spendere?... Un altro passerebbe per un avaro: lui, no; ne fanno un -grande finanziere! Non sa vestire, è inelegante, sembra un notaio in -abito di testamento?... Acquista, per questo, nell'opinione pubblica, -in serietà, in gravità, in superiorità! È sempre stato un giovane -vecchio, timido, senza un'ombra di spirito con le signore. Un altro, -sarebbe spacciato, ridicolo. Lui, no: è un esempio di austerità e di -moralità! Ride?... Rida, rida, signor Zaccarella! - -Il signor Zaccarella, che nutre in cuore un profondo rispetto per -Sua Eccellenza e i suoi milioni, si sforza e ride rumorosamente per -compiacere il padrone. - -Luciano si sente in vena, pieno di brio e continua divertendosi: - -— Aver paura è sempre stato il grande coraggio di mio fratello! — Un -esempio? — Ecco: lo fanno ministro. Gli altri, al suo posto, tengono -duro, finchè li mandano via con la testa rotta. Lui ha paura, scappa e -si crea la fama di uomo forte, energico, «tempra adamantina!». Fosse -rimasto al Ministero, sarebbe diventato un asino anche lui: scappa e -acquista il coraggio delle proprie opinioni e il genio della politica! -Non ho ragione, signor Zaccarella? - -Il signor Zaccarella inghiotte, annuendo col capo. Maria rimane -silenziosa, seria: non approva il marito, non difende il cognato. - -Soltanto a quella parola «asino» lanciata con tanta brutalità e -volgarità, presente il signor Zaccarella, ha un istintivo moto di -disgusto; ma è un lampo. Luciano, tuttavia, se ne accorge e quindi -insiste e ribatte sull'asino. - -— Asino! Asino! Asino! Del resto non è il solo che sia un asino e che -sia diventato ministro! Dica lei, signor Zaccarella! - -Questa volta l'ossequioso Zaccarella non ha scrupoli e risponde, -sprofondando quasi la testa nel piatto con un inchino: - -— Verissimo! - -— La politica? Buffoni e asini! - -Don Luciano si ostina, continua a ripetere l'odiosa parola, ma ormai -non irrita più, non fa più nessun effetto. - -— Tu credi, Maria, che occorra un briciolo di talento per farsi un nome -in politica? Rispondi, Maria: lo credi proprio? - -Alla insistente interrogazione di Luciano, Maria alza su di lui gli -occhi dolcissimi, neri neri, ancora più neri e profondi sotto l'ombra -delle lunghe ciglia vellutate: ma non risponde altro che così. - -— La politica?.. Peuh! Io lo dichiaro apertamente: abborro, odio la -politica! Invece di fare della politica, io faccio dello _sport_: -rinforzando il corpo, so di rinforzare lo spirito. Sentite! Toccate! -— Così dicendo allunga e stende il braccio con forza, ne fa toccare -i muscoli alla moglie e al signor Zaccarella che fa le più alte -maraviglie: - -— Di marmo!... Di bronzo!... Vero bronzo! - -— Io ammiro le arti! Le lettere! Si diventa ministri, ma si nasce -poeti, pittori! Io ammiro e coltivo la musica... — E si ferma con -particolare compiacenza a vantare sopra tutte le altre la divina arte -della musica, la divina arte del canto! — Si diventa ministro, ma -tenore, si nasce! Oh, la musica, il canto, consola, ingentilisce il -cuore! Fa bene all'anima, un po' di musica! - -Il signor Zaccarella sta sulle spine: — Se donna Maria sospetta di -quella certa Fanfan? - -Ma, intanto, Luciano si alza, scende, va nella sala di musica, apre il -pianoforte, chiama Maria, comincia la _Traviata_ e continua tutta sera -con la _Traviata_: - - «Un dì felice eterea, mi balenasti innante...» - -La mattina dopo, a colazione, quando ha ben ripetuto che Giacomo è un -avaro, un pedante e un asino, — annunzia alla moglie che gli sarebbero -andati incontro tutti due fino a Montreux, in automobile. - -— Ti raccomando, Maria. Niente lune. Mostrati come sei, contenta e -felice! - - - - -VI. - - -Appena quelli di Villars sanno dalla «cara Maria» che don Luciano -è finalmente arrivato a Bex, mandano anche a lui, in un mazzo, per -telefono, «saluti e tenerezze» e poi basta: silenzio prudentissimo. - -I giorni passano senza altre notizie, e quelli di Villars li lasciano -passare senza chiederne: «nessuna nuova, buona nuova». - -Di tanto in tanto, la duchessa madre e il principe Rosalino -si scambiano con gli occhi, soltanto con gli occhi, qualche -interrogazione: - -— Come mai?... Il nostro Luciano e la cara Maria Grazia, non annunziano -ancora il loro arrivo quassù?... Ancora non ne parlano?... Ancora non -si fanno vivi? - -Sssst!... Tutti _cito_! «Fra moglie e marito non ci va messo un dito!» - -Tutti _cito_, e tutti allegri! - -Per la duchessa Cristina e per il principe Rosalino, ogni giorno -che passa senza la presenza di Luciano è un giorno guadagnato, un -giorno di più di sollievo, di piena libertà e di pompa magna senza il -cruccio delle spostature, dei musi, delle continue contradizioni. Per -Remigia, ogni giorno che passa senza Maria è un giorno guadagnato per -le sue conquiste e per le sue vittorie. La duchessina rimane oscurata -dall'immediato confronto con la sorella Maria. Quando è presente la -bellissima D'Orea Moncavallo, la povera Piccola, non è più che una -bimba allegra, un giocattolo divertente! Punto primo, la signora D'Orea -è maritata, Remigia, ancora signorina: Maria è la grazia, la soavità, -l'amore: lei il capriccio, il diavolo a quattro!... E poi i capelli -neri, quando sono così neri, vincono sempre i capelli biondi e la -poesia, la dolce e malinconica poesia degli occhi di giavazzo, dalle -ondate di luce tenera e languida vince il sorriso e l'arguzia degli -occhi ceruli e giocondi! - -Sì, sì! Rimanga a Bex! Che Maria Grazia rimanga ancora a Bex, finchè -anche lei possa aver trovato un don Luciano... magari vecchio e brutto -come il barone Danova. Non importa! Sarà in tal caso più buono e più -docile. - -Il solo che si mostri inquieto, in tanta pace, è il signor Trüb. - -In que' giorni a Villars c'è un tempo splendido! Fin troppo splendido -e troppo caldo!... Il meteorologo signor Trüb prevede non lontana una -nuova burrasca e teme che i rimasti a Bex, invece di salire, facciano -scendere anche gli altri! Il signor Trüb si aspetta sempre una qualche -spiacevole improvvisata dalla volubilità degli italiani e il suo cuore -non sarà soddisfatto e sicuro, finchè la grande famiglia di prim'ordine -non sarà tutta riunita alla _Tête-pointue_. - -— E così, signor principe?... - -È col principe Rosalì, che il signor Trüb può sfogarsi a parlare. La -duchessina è gentilissima, affabile, ma scherza sempre, non gli dà -retta; egli comincia a sospettare che lo prenda un po' in giro. Gli -altri sono molto sostenuti. Rispondono ai suoi inchini, saltetti e -sgambetti con un cenno di testa e non tutti i giorni. Col maggiordomo, -con i servitori, non c'è verso di poter dire due parole senza stappare -una bottiglia! - -— E così, signor principe?... Ha ricevuto qualche notizia?... Si sa -quando arrivano il signor duca e la signora duchessa D'Orea? — In tanta -confusione di titoli, il prudente locandiere li crea tutti duchi per -non sbagliare. - -— Ancora non hanno scritto niente! Vuol dire che laggiù si trovano bene! - -— Impossibile, signor principe! Con questo caldo? - -— Eppure... vorrà dire che a Bex, farà fresco! - -Il rubicondo Trüb fa un inchino, un saltetto, scoppiando in una sonora -risata: scherza sempre, è sempre pieno di brio, il signor principe! - -— Ah! Ah! Ah!... Fresco a Bex! Ci sono trenta gradi! Scappano -tutti!... Ogni giorno mi arriva un monte di telegrammi!... Famiglie -di prim'ordine, titolate, dall'America, persino dall'Australia, che -vorrebbero fermarsi alla _Tête-pointue_, tutta la stagione! Io non fo -altro che rimandar gente! Sono venuti a sapere che le più belle camere -con i due saloni del primo piano tenuti a disposizione del signor duca -e della signora duchessa D'Orea, sono tutt'ora vuoti, e mi tormentano! - -— E voi rispondete che sono pieni, e vi lascieranno in pace! Finchè mia -nipote non viene quassù, vuol dire che giù si trova bene, ed è inutile -scrivere, telefonare, voler sapere... Sapere che cosa?... «Chi sta bene -non si muove!» Eh! Mi par naturale! - -Dalla grande terrazza dell'albergo, in certe sere chiare di luna, -profumate dal tepido odor di pino, si scorgono laggiù, in fondo in -fondo, nella parte più bassa e più buia della valle, alcuni punti di -luce giallastra: è la cittadina di Bex. - -Che caldo, che soffoco, deve fare in quella pianura arsa, cocente, se -a Villars, a mille trecento metri, non c'è un filo d'aria!... E che -tormento deve essere Luciano... _retour de Paris_!... Che musi! Che -scene!... - -Ma la madre non vuol lasciarsi vincere dai tristi pensieri, e -interrompe il beato silenzio del fratello che sonnecchia, nell'ora -placida della digestione, al chiaro di luna. - -— Chi sa, anche questa volta, che bel regalo! - -— Regalo? - -— Che bel regalo avrà portato Luciano da Parigi alla mia cara Maria! - -— Eh!... Certo! - -— L'altra volta le ha regalato un filo di perle, del valore di sessanta -mila lire!... Regali, bisogna proprio dire, gliene fa molti, sempre -magnifici e di buon gusto! - -— Eh!... Certo! - -— Maria, in fondo, siamo giusti, non ha che da parlare e ha tutto ciò -che vuole! - -— Tutto!... - -— Quante ragazze si augurerebbero di essere la mia Maria! Si sa, a -questo mondo, ogni rosa ha la sua spina! - -— Eh! Si sa! Ogni magione ha la sua passione! - -Così, il cuore della madre si mette in pace, e può quindi gioire senza -scrupoli vedendo l'Idola a scherzare, a ballare e a divertirsi. - -Appena arrivata, appena scesa alla _Tête-pointue_, la duchessina -Remigia col panama dalla larga tesa messo alla birichina, con la sua -scioltezza disinvolta e la sua aria signorile, ha subito fatto colpo -sui primi forestieri nei quali si imbatte e che stanno a crocchio -davanti al portone dell'albergo. - -_Din_ e _Don_ non vogliono lasciarsi prendere, non vogliono -lasciarsi legare al guinzaglio e Remigia approfitta subito della loro -disubbidienza per farsi ammirare. Li insegue correndo, con movenze -agili eleganti; si finge crucciata e li chiama forte, battendo i -piedini, frullando, trillando come una lodoletta, con la sua voce -fresca, d'argento. - -— _Din_! _Don_! Subito qui!... Qui subito!... Qui! Da bravo! Così, -bravo il mio _Don_! È un tesoro il mio _Don_!... Anche _Din_! Sì! Sì! È -obbediente anche _Din_. Anche il mio povero _Din_, caro, caro, caro! - -— Che bel piedino! Che bel vitino!.. E che _ginger_ la biondina! — Il -barone Marco Danova è incantato. — Congratulazioni, signor Trüb! - -Il signor Trüb non sente nemmeno il complimento sussurrato a mezza -voce. Inchini, sgambetti, saltetti; nel ricevere la grande famiglia -italiana di prim'ordine sembra addirittura un maestro di ballo! - -La duchessina è come un piccolo generale: sente l'odore della -battaglia, e assapora la gioia del trionfo! Villars, sarebbe stato il -suo regno e il luogo di delizie di _Din_ e _Don_! - -Che fortuna per lei che Maria Grazia sia rimasta a Bex! - -Un'occhiata fra le signore sparse nel giardino, una occhiata fra le -altre che leggono o passeggiano sotto l'atrio e Remigia ha subito -capito il genere: Le francesi sono di Ginevra, le inglesi, Cook e C^o; -sono in maggioranza le tedesche e però nessun buon gusto, anche in -chi vuol fare del lusso, e invece una grande varietà in camicette, dai -colori più pappagalleschi. - -È vero, per altro, che anche fra gli uomini, un «don Luciano» ancora -non s'è visto. - -Quella prima sera, la nobile famiglia italiana pranza tardissimo, al -_restaurant_. Si ferma, dopo, appena una mezz'oretta sotto l'atrio, -e si ritira assai presto. Sono tutti stanchi dal viaggio, dalla -giornata di pioggia, dal cambiamento d'aria. Totò solamente, sebbene -sia più stanco e abbia più sonno degli altri, si ferma ancora, saluta -le signore, per la fumata d'obbligo, con la classica pipa di radica. -In tutto punto nello _smoking_ di _Pôole_ e col berrettino grigio di -White, gira su e giù col passo lungo da scavalcar le montagne, il viso -arcigno, seccatissimo, annoiatissimo. - -Eppure, in cuor suo — altro che noia! — è invece assai agitato. Guarda -e osserva a sua volta con le lenti dell'amore e della gelosia, gli -ospiti di Villars. Remigia avrebbe dovuto constatare che è molto -più inglese lui, di tutti gli inglesi autentici che ci sono alla -_Tête-pointue_: ma Remigia, è tanto dispettosa e civetta! - -L'Idola, in quel tempo, ha avuto altro da fare che badare a Totò! -Passeggiando seria e contegnosa al braccio della madre, — non ci sono -nell'atrio _Din_ e _Don_ e non è l'ora di fare il chiasso, — senza mai -guardare in giro, senza nemmeno alzar gli occhi ha già notato che i -giovinotti e i giovinetti, quelli che devono essere i campioni della -sala da ballo e del _tennis_ la seguono insistentemente con la coda -dell'occhio e parlano fra di loro, — e certo di lei, — con grandissima -animazione. Ha notato che anche gli uomini seri e gravi, gli uomini -maturi, fanno, senza parere, dei giretti e delle fermatine premeditate -per vederla più da vicino. Uno, specialmente, con una barbaccia al -lucido Nubian. Quello che al primo vederla, ha esclamato, rapito in -estasi, col signor Trüb: — «Che bel piedino! Che bel vitino!» - -La duchessina Remigia, con Mimì Carfo e con _mademoiselle_, sono tutte -tre al secondo piano. Le camere delle ragazze sono attigue e l'uscio -di comunicazione è sempre aperto. Dopo la camera di Remigia, dall'altra -parte, c'è un salottino, poi la camera di _mademoiselle_. - -— Sai, Remigia, chi c'è a Villars? — dice Mimì all'amica, mentre -ciascuna si spoglia nella propria camera. - -— Chi? — domanda Remigia affacciandosi all'uscio, tutta bionda e tutta -rosea, in busto e sottanino. — Chi? - -— Indovina. - -— Qualche cosa di bello o di brutto?... Un adoratore?... Per me o per -te? - -— Indovina! - -La Mimì, già in camicia, un camicione lungo lungo, perchè è alta e -ricca della persona, sta rimboccando le coperte del letto. I capelli -pur biondi, ma di un biondo assai più scuro dei capelli di Remigia, le -cascano come un largo flutto lucente, odoroso, giù per le spalle, per -la vita e le anche. - -— Chi è questo nostro timido adoratore? - -Remigia s'è slacciato il busto e lo ha gettato sul canapè, nella sua -camera. Così, mostrando gli ossicini delle spalle e con le braccine -nude sottili sottili, la piccola sembra ancora più piccola e più -minuta. - -— Ahimè! — sospira comicamente. — I nostri adoratori sono molto timidi! -Vorrebbero tutto e non hanno il coraggio di domandarci nemmeno... la -mano! - -Mimì dà in una risata e salta nel letto. Resta seduta, appoggiata un -po' di fianco ai cuscini, si prende tutti i capelli con le due mani, -lisciandoli, torcendoli, avvolgendoli e fermandoli sulla nuca. - -Remigia insiste, battendo i piedi per terra. - -— Rispondi, Mimì! Per te o per me? Adoratore tuo o mio? - -— Non ho detto nemmeno che sia un adoratore! - -— Oh, e allora? — L'Idola fa un'alzata di spalle. - -— Mah! Ti divertirai lo stesso! Forse molto di più!... L'ho saputo -adesso, dalla Rosa. — La Rosa è la cameriera della duchessa Cristina. — -Ne ha visto il naso verde spuntare minaccioso in fondo al corridoio del -terzo piano! - -— Missis Eyre! — esclama Remigia con un grido di gioia. Quella notizia -le basta per far del chiasso, per sfogare l'argento vivo che ha nel -sangue. Salta sul letto, salta addosso a Mimì, la bacia furiosamente, -tirandole i capelli. Mimì si caccia fin con la testa sotto le -coperte... e Remigia a batterla, a farle il solletico, a pizzicarla, -continuando a gridare di tutta foga: — Missis Eyre a Villars! O gioia! -O gioia! O gioia! - -— Lasciami respirare... Non ne posso più... — Mimì, mezzo soffocata, -butta via le coperte e cerca con le due mani di allontanare l'Idola -che, tutta capelli e voce, pare impazzita. — Non ne posso più... Dio, -Dio che caldo!... Lasciami respirare! - -Remigia si ferma un istante: ha sentito aprire la camera dopo il -salotto. - -— _Mademoiselle_? - -È proprio _mademoiselle_. - -— Si può, duchessina Remigia? - -— Venga! Venga!... Sono qui! - -Anche l'istitutrice ha la grande notizia. - -— Sa chi c'è a Villars?... Indovini. - -— Missis Eyre! Missis Eyre! Quella gioia di missis Eyre! — L'Idola -ricomincia a strillare, saltando per la camera, saltando sulle poltrone -e sul canapè. - -_Mademoiselle_ guarda la duchessina e sorride; ma soltanto con le -labbra. I suoi occhi mansueti e smorti, non brillano mai, non hanno mai -nè sorrisi, nè lampi. - -— Ha già cominciato col _proibitissimo_! L'ho lasciata alle prese con -la Carolina! - -— Patapum!... Pum! Pum! — Remigia gonfia la bocca, per fare il rimbombo -del cannone. — Pum! Pum! La colonnellessa Facanapia di Sbirlingonia ha -aperto il fuoco! - -— Sempre come alla villa d'Este! — continua _mademoiselle_. — Le -solite ire contro _Din_ e _Don_! Non devono dormire nella camera della -Carolina! _Shocking_! Proibitissimo! Ha già dichiarato che domattina -farà subito il suo bravo reclamo al _bureau_! - -— Oh bella! E che cosa importa alla colonnellessa Facanapia che i miei -cani dormano con la mia cameriera? - -— Perchè la stanza della cameriera è vicina a quella di miss Eyre! -Abbaiano! Fanno la _ciostra!_ Con questa compagnia di gente e di cani, -l'_hôtel_ non è più un _hôtel_, è una piazza, una fiera! - -— Senti, Mimì! Guerra dichiarata fra l'Italia e la Sbirlingonia! E -non si dà quartiere! Domattina, prima cosa, impadronirsi del _Times_! -Totò, fuori la pipa, e pipa a tutto andare! Nelle ore del caldo e -delle dormitine pomeridiane, corse e ludi ginnici nel corridoio del -terzo piano. Dichiarare all'inchinevolissimo signor Trüb che al primo -_pronunciamento_ delle parole «proibito o _défendu_» tutta l'Italia -parte in massa per Glion o per Caux! E tutte le sere festa da ballo a -piena orchestra fino alla mezzanotte _et ultra_! Ben inteso: a _Din_ e -_Don_ camera al terzo piano con pensione e libero accesso nell'atrio e -nella veranda! - -— Tutte le sere, festa da ballo? — osserva Mimì, sempre giudiziosa e -riflessiva. — Uhm! Ne dubito. E i ballerini?... A Villars, abbondanza -di giovinetti e grande scarsità di giovanotti! - -— Lo hai notato anche tu, Mimì? E quei pochi devono essere francesi di -Ginevra, come le signore. - -— Niente _chic_! Niente _esprit_! Pedanteria e conferenze! Che noia! -Che noia! Uff! Nascono tutti professori, a Ginevra; anche le donne! - -— Ma come fa, Dio mio? Come può osservare tutto, lei? E sta lì, così -seria, raccolta... Sembra, certe volte, che non osi nemmeno di alzar -gli occhi! — _Mademoiselle_ guarda la duchessina, battendo palma a -palma in rapimento estatico. - -— Mah! Come gli ufficiali hanno la sciarpa e le spalline, noi, quando -siamo in parata, dobbiamo avere il pudore d'ordinanza! - -— Stasera, sotto l'atrio, non ho visto che un solo ballerino possibile! -— È Mimì che crede di aver fatto la scoperta. — Un giovinotto -biondo, elegante, con un garofano bianco all'occhiello e la lente -nell'occhio?... — Quello è inglese, certissimo! - -— L'ho visto anch'io, tò! Ma anche la tua fenice porta lo smoking con -la cravatta bianca! _C'est un crime_, mia cara! — Remigia diventa seria -e scrolla il capo. — Io non so che strana idea è saltata in testa a -quella buona donna di mammà... - -_Mademoiselle_ capisce dall'antifona che l'Idola l'ha con la duchessa -Cristina e, per cavarsela prudentemente, adduce di sentirsi molto -stanca, augura la buona notte e si ritira. - -Remigia, torna a saltare sul letto di Mimì. - -— Davvero, sai? Mia madre io non la capisco! Se vuol farmi trovare -il mio don Luciano perchè non mi porta a Saint-Moritz o ad Ostenda? -Anche Villars-Ollon non mi pare la villeggiatura del _coup de foudre_, -ma quella di una buona dote! Villeggiatura di rampolli con l'angelo -custode; con accanto papà e mammà e dieci punti in condotta. - -Gli occhi affettuosi dell'amica, si riempiono di lacrime. Sempre così, -povera Mimì Carfo, quando Remigia tocca quel tasto doloroso del suo -matrimonio. - -— C'è tempo! C'è tempo! Consolati! — Ma dopo aver consolata Mimì, -l'Idola sospira e diventa seria. C'è tempo... E poi, chi sa?... Lo -troverò?... Ci sarà anche per me un don Luciano, numero due? Perchè, -giovane o vecchio, non importa... - -— Vecchio, no! Brutto no! Ti prego, ti supplico!.. — Mimì geme, per -conto dell'amica. - -— Vecchio o brutto, per me è indifferente! Ma non farò certo un -matrimonio inferiore a quello di mia sorella! Oh, no; giammai! -Piuttosto mi voto a Dio! - -L'Idola, che passa con una volubilità straordinaria dai sospiri al buon -umore, alza le braccia sottili e trasparenti verso l'immagine a cap'al -letto di Mimì. - -— Oh, sì, lo troverai certo, presto, il tuo don Luciano, e più bello, -più buono di quello di Maria Grazia, e allora la povera Mimì Carfo... - -— Allora?... La povera Mimì Carfo? — Remigia avvicina il viso al viso -dell'amica godendo anche il dolore e le lacrime di quell'adorazione -così tenera e devota. — Allora, la povera Mimì? - -— La povera Mimì resterà sola, abbandonata... - -— Sola, abbandonata?... In Trinacria? Mainò! - -Remigia scherza, ma la Carfo dice sul serio e teme sul serio, non -soltanto l'abbandono, ma pure l'oblìo. - -— Giura questo, almeno: anche quando avrai trovato il tuo don Luciano e -saremo tanto lontane l'una dall'altra, non mi dimenticherai? - -— Giuro. - -— Mi vorrai bene sempre sempre: giura. - -— Giuro. - -— L'amore non ti farà mai obliare l'amicizia: giura. - -— Giuro! Giuro! Giuro! — L'Idola salta dal letto, torna a saltare per -la camera come una matta. Sembra che abbia dell'amore un'idea tutta da -ridere. - -— Sai pure. Mimì, che l'amore è per me la parte noiosa della festa: -dato che il matrimonio sia una festa. Innamorata, io? No! No! Giuro! -Giuro! Giuro! Tu sì, che t'innamorerai subito, alla prima occasione! -Io... ho un cuore senza combustibile. _Flirto_, qualche volta, per -non far disperare mammà nelle sue mire di collocamento. Ma appena -maritata... se ci arriverò... non la darò più ad intendere nemmeno a -mio marito! - -Mimì non risponde: l'amica sua ha colpito nel vivo. « — Tu sì, che -t'innamorerai subito, alla prima occasione!» Come anch'ella sentiva -che era vero questo, che avrebbe messo tutta la sua vita, tutta la sua -felicità, tutta se stessa nell'amore... fosse pure dolore e sacrificio -soltanto! - -Ma... l'occasione, sarebbe poi venuta? Mimì Carfo non ha alcuna -speranza. È povera, senza essere stata mai ricca, senza il lustro di -un grande nome, senza le aderenze e i ricordi fastosi di una grande -famiglia. Il babbo di Mimì era un maggiore di fanteria ed è morto in -Africa. La mamma, sola a Catania, riesce appena a strappar la vita con -la piccola pensione: e fortuna che la duchessa Moncavallo — una delle -sue tante cugine in grado infinitesimo — le fa risparmiare la spesa -di Mimì, che, per far piacere all'Idola, tiene sempre con sè e fa -viaggiare quasi tutto l'anno. - -In questo stato di cose che occasioni d'innamorarsi le possono mai -capitare? - -Mimì Carfo, affettuosa, appassionata per indole, è retta di mente, è -onesta, è religiosissima. E se l'amore è ardore e poesia per la bella -fanciulla siciliana l'occasione d'innamorarsi non può avere altro -aspetto che quello del matrimonio. - -— Che hai, Mimì? A che cosa pensi? - -— A tutto e a niente. Sono un po' stanca. - -— Anch'io; ho sonno! - -Le due amiche si scambiano un ultimo bacio. - -— Addio, cara. - -— Addio, gioia. - -— Buona notte! - -— Buona notte! - -Quando Remigia è in camera sua, va dinanzi allo specchio, preme il -bottone della luce elettrica, si slaccia e lascia cadere il sottanino: -rimane così nella bianca e molle camicia di batista a guardarsi nello -specchio... Ad un tratto libera i capelli dalle forcine di diamanti -e con una forte scrollata di testa li scioglie tutti e se li fa tutti -cadere sulle spalle. È una nuvola d'oro lucente, fluente, profumata; -è una maraviglia, un incanto... Ma poi... non c'è altro! Capelli e -capelli! Bellissimi capelli, capelli lunghissimi che la coprono quasi, -che quasi sembran pesare con la loro massa folta, ondulata, sulla -piccola e magra personcina. Begli occhi ceruli, vivi... Bella bocca, -bei denti... una bella testina... Ma poi non c'è altro per poter -piacere agli uomini! - -Remigia si guarda, continua a guardarsi nello specchio e a mano a mano, -l'espressione del suo viso diventa più seria, quasi truce... Si abbassa -la camicia, — il cappio azzurro è già sciolto — un po' giù dalle -spalle... - -— Niente di niente e ormai non ho più speranza. I vent'anni sono sonati -da tre mesi! - -Come invidia, in quel momento, la bella taglia e le belle forme di Mimì! - -Spegne con impeto la luce elettrica, si caccia in letto, al buio, e -si volta bocconi con mezza la testa sotto il cuscino, come fa sempre -quando è arrabbiatissima. - -— Sei già a letto? — domanda Mimì dall'altra stanza. - -— Sì, e dormo! - -Mimì Carfo non fiata più, non osa più! - -L'Idola, instabile e variabilissima com'è, è stata presa da un -senso profondo, amaro di delusione, di sconforto, d'infelicità. -L'effervescenza è finita, l'argento vivo è consumato; ella vede le cose -come sono e la sua condizione qual'è realmente. - -— Ah, _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Non mi capita più la fortuna di un -don Luciano che perda la testa per me! Impossibile! Sono troppo -piccola e troppo magra per il _coup de foudre_!... Una povera ragazza -di condizione onesta, costretta a trovarsi un marito a furia di -occhi bassi e di timidi rossori deve avere, necessariamente, come -mia sorella, tutti gli altri vantaggi dell'appariscenza! Alla rosa -mistica senza dote, e che deve esprimersi senza parole, occorrono, in -compenso, le doti e l'eloquenza del quadro plastico!... — E, intanto, -cerca cerca, aspetta aspetta... «Aspettare e non venire è una cosa -da morire!» Uff! Che caldo!... — Evviva le grandi cocottes!... Esse -non hanno bisogno di dote nè di doti per mettersi a posto! La Fanfan -di Luciano, per esempio, è magrissima! Anzi, se non è una frottola -inventata per consolare mammà, è persino tisica, eppure... — La -fanciulla s'interrompe e sospira. — Ma quella Fanfan non ha parenti -tra i piedi che le fanno la predica! Capelli e capelli! Capelli -e nient'altro! Maledetti capelli! Agli uomini, devo far l'effetto -piacevole di una parrucca! Uff! — Un secondo sospiro. — Giro i laghi, -i monti, i mari... e finirò col dovermi accontentare del matrimonio -d'amore! Ancora un anno o due e poi, svanita la speranza, far presto -a sposare Totò... per non arrischiare di perdere anche Totò! — Ah, mio -Dio! Per tutta la vita natural durante, appartenere al seguito di donna -Maria Grazia D'Orea, come una contessina Carfo, qualunque! — Un altro -sospiro e più forte. - -— Che hai Remigia? — domanda Mimì. - -— Dormo. - -— Ti sento sospirare! - -— Dormo. - -Totò, Antonio, marchese di Villabianca, aspettando di diventare -principe di Sant'Enodio alla morte del genitore, è assai ben provvisto, -ma di titoli nobiliari. - -— Una capanna e il tuo cuore: sposeremo Totò e così sia! Basta soltanto -che non mi secchi per troppo innamoramento! In tal caso, sposo invece -lo zio Rosalì! - -Remigia ride. Pensa alla faccia che farebbe Totò, il britanno, al -vedersi l'Idola rapita dal genitore; continua a ridere, dimenticando i -suoi guai e si addormenta ridendo. - -Mimì, invece, è ancora svegliata, e tarda assai prima di poter pigliar -sonno. È il cruccio di Remigia che le fa pena, che la tiene inquieta. -Mimì ha letto e legge nel cuore dell'Idola, e con ardore, con gioia -sacrificherebbe tutto e si sacrificherebbe tutta per saperla felice! -La fanciulla povera ha riposto nella dolce e cara parola «amica» tutta -la tenerezza del suo cuore, tutto quel suo grande prepotente bisogno di -espandersi, di voler bene! - -Nella sua innocente purezza e nella sua fede cieca e illimitata, -Mimì innalza Remigia al settimo cielo e la immagina e la vede, come -in realtà non è. Remigia, per Mimì è un angelo; un angelo di bontà e -un angelo di bellezza. Anzi, sono gli angeli stessi, che per essere -veramente angeli furono creati a imagine di Remigia. Mimì adora la sua -amica e le pare che tutti debbano adorarla in ginocchio; Mimì l'ammira -e le pare che tutti debbano ammirarla incantati. E come la rende un -essere ideale, così nel suo sogno pinge con i più smaglianti colori, -e adorna delle più belle e più rare virtù quell'essere straordinario, -soprannaturale, che sarà assunto alla felicità beata dell'amore e delle -nozze di Remigia. E l'atteso nel concretarsi, nella feconda fantasia -di Mimì, nel farsi uomo di questa terra, prende le sembianze del -giovine e forte Sigfrido, ingentilito con l'animo mistico, malinconico -di Lohengrin. E siccome il principe incantevole e celestiale, tarda -a scendere dalle nuvole rutilanti o a varcare i mari con il candido -nocchiero e Remigia, con la sua prosa birichina ne attribuisce il -ritardo all'essere troppo piccola e specialmente troppo magra, la -Mimì, la devota, la sommessa Mimì, come le avrebbe offerto volentieri, -subito, in affettuoso omaggio, tutti i gigli e le rose della sua -fiorente giovinezza! - - -Chi s'è addormentata subito, anche quella sera, — soltanto le zanzare -riescono qualche volta a tenerla desta, — è _mademoiselle_. Ella dorme -da un pezzo e sogna: sogna _Din_ e _Don_ che fuggono nuotando in una -vasta latitudine allagata, e lei dietro inseguendoli, pure a nuoto. -La duchessina è in barca, grida, ride, si arrabbia, stimolandola, -incitandola strapazzandola. _Mademoiselle_ nuota, continua a nuotare -faticosamente. _Din_ e _Don_ son sempre lì vicini, alla medesima -distanza, ma anche lei, nuota, nuota e rimane sempre allo stesso -punto... Un solo colpo forte e _Din_ e _Don_ sono presi... ma non può, -non può più allungarsi, non può più stendere le braccia, quell'acqua -torbida si fa pesante, le impedisce ogni movimento, la soffoca... - - - - -VII. - - -L'Idola è furente contro Totò!... Totò, invece di mostrarsi amabile, -invece di essere «entrante e discorsivo» con i giovinetti e con i -giovinotti della sala da ballo e del _tennis_, rimane duro, impettito, -non parla con nessuno, non si lascia avvicinare da nessuno! - -— Sei noioso! Sei impossibile! — borbotta. Poi dà un'alzata di spalle e -se ne ride. — Noiosissimo ed anche cretino! - -Totò è geloso. Sotto l'anglico aspetto, batte un cuore meridionale, -sensibilissimo. La classica musoneria di Totò, adesso non è più una -posa elegante; è uno stratagemma d'amore. Tenendo tutti a distanza, -spera di tener tutti distanti da Remigia. - -Lì, a Villars, ha paura più che mai e, per conseguenza, è più che mai -geloso, sospettoso, imbronciato. Nelle sue inquietudini c'entra anche -il numero tredici. Come tutti gli innamorati e i disgraziati, anche -Totò è diventato superstizioso e teme la jettatura. Nella spedizione -del bagaglio, il suo baule è toccato il numero tredici! All'albergo gli -hanno dato la camera numero sessantasette: sei e sette, tredici! - -Villars gli deve portar sfortuna! - -Anche Totò aveva subito notato, con un respiro di soddisfazione, che -alla _Tête-pointue_ il don Luciano numero due, non c'era. Ma poi il -respiro s'è fermato a mezzo: - -— Se ancora non c'è, può capitare da un momento all'altro! - -Con la faccia marmorea impassibile dietro la pipa di radica, fra una -boccata e l'altra di fumo, indifferente e distratto in apparenza, ma -con il cuore stretto dall'ansietà, egli interroga ogni giorno il signor -Trüb e il segretario sul movimento dei forestieri: ad ogni arrivo è -un'inquietudine... Ad ogni partenza un sollievo. - -Poi, anche senza il don Luciano numero due, può forse sperare il misero -Totò, in un'ora di pace? - -Con Remigia?... Innamorato di Remigia?... La pace?... — Mai! - -Quando lui e lei si trovano soli, — cioè soltanto con mammà, papà e -compagnia, — quando viaggiano in carrozza o nel vagone riservato, -allora, ma allora soltanto, gli concede Remigia, qualche buon -quarto d'ora. Lui ne approfitta subito per fare raccomandazioni, -recriminazioni, prediche; per sospirare, supplicare e ottenere promesse -inverosimili di serietà e di docilità... Remigia, lì, mentre sono -soli, lo ascolta senza collera, quasi con sommissione... Non ride, ma -sorride tenera, affettuosa e sembra promettere e sembra concedere... -— Ma appena arriva gente, di qualunque razza, — uomini s'intende, -— l'incanto è rotto, Remigia si agita, parla forte, ride forte, gli -occhi guizzano, lampeggiano... E l'Idola gli sfugge, non è più sua, è -un'altra, è tutta per gli altri! - -È una febbre, una smania che ha addosso quella civetta, di piacere, -di far colpo!... Chi si sia, non importa! Persino vuol far colpo sul -signor Trüb; se non c'è di meglio... persino sul portiere! - -— Che disperazione, che inferno!... Proprio che inferno, — borbotta -Totò — voler bene... così, a una donna, ad un essere... così! - -A Villars egli non fa altro che ripetere, con Mimì, con la duchessa -Cristina e con papà — con la Remigia non osa: — Fra tanta gente, non -vedo ancora una persona per bene! Non c'è _chic_! Ho scorso il libro -dei forestieri, — non c'è niente; non c'è un nome noto. Per ora non -c'è da fidarsi. Non voglio far conoscenze per non correre il rischio -di dover fare presentazioni. Per il _tennis_ siamo già in quattro, con -_mademoiselle_: si giuoca fra di noi! - -Niente conoscenze, dunque; niente presentazioni!... — Così il buon -Totò, crede e spera, ma poveretto si è troppo dimenticato del numero -tredici, e ha fatto i conti senza _Din_ e senza _Don_! - -I due neri barboncini sono altrettanto amabili e socievoli, quanto -l'orso innamorato è selvatico e feroce. Essi ruzzolano festevolmente -fra le gambe dei forestieri e rispondono alle carezze frullando il -codino monco dalla nappina lanosa. - -Adesso, finito lo scompiglio dei primi giorni, _Din_ e _Don_ fanno -regolarmente i loro pasti quotidiani, subito dopo la colazione e dopo -il pranzo dei padroni, ed è lo stesso signor Trüb in persona, con le -falde del lungo abito nero spiegate al vento, che porta sulla terrazza -le due scodelle di zuppa. Il rubicondo e gongolante signor Trüb sfida -ormai le occhiatacce di missis Eyre. - -— _Shocking!_ - -La schifiltosa e superba colonnellessa è scandalizzata e indignata -contro il «taverniere», il «bettoliere lustrascarpe». — Ecco il vero -_coco_, — non le riesce di dir cuoco, — il vero _coco_ dei cani! - -L'Idola, si sa, non manca mai al pasto dei tesöri «cari cari!» Vi -assiste circondata da tutta la sua corte con quel carabiniere mutria di -Totò, che fa la guardia a due passi di distanza. - -Specialmente quando c'è gente e si vede osservata, ella si mostra piena -di tenerezze, di moine e di premure per i suoi barboncini. - -— _Mon Dieu_! _Mon Dieu_! Se a Villars mi prendessero il cimurro! Che -disperazione! Ho sempre paura, signor Trüb! Tanta paura! - -Il signor Trüb, sgambetti e saltetti, la rassicura. - -— A Villars?... Con questo clima?... Con quest'aria balsamica?... -Finchè i suoi morettini restano alla _Tête-pointue_, garantisco io! E -poi io me ne intendo; è la mia specialità! Tocchi, signora duchessina: -hanno il naso fresco e le orecchie calde. Segno infallibile; stanno -benone! - -— È sicuro che non c'è il più piccolo ossicino nella zuppa? - -— Sicurissimo! L'ho fatta preparare io stesso, sotto i miei occhi! - -— Il brodo? Ha allungato il brodo? - -— Due terzi di brodo e un terzo di acqua! Non dubiti, signora -duchessina! Si fidi di me! Io ho sempre avuto passione pei barboncini! - -— Dio! Dio! — Remigia è mezzo spaventata e mezzo in collera. — -Ma signor Trüb! Caro signor Trüb! Questa zuppa scotta; scotta -terribilmente! - -Il signor Trüb protesta, poi si scusa. - -— Non è possibile! Garantisco! È tiepida! Appena tiepida! — Alza gli -occhiali in mezzo alla fronte, gonfia le gote e col faccione che gli -diventa rosso e tondo come la luna, soffia e risoffia sul brodetto, -mentre la duchessina, ritta in punta di piedi, alza e tende le braccia, -adagio adagio, con le due scodelle colme, per allontanarle dai musetti -avidi, bramosi delle affamate bestiole che spiccano, latrando, salti e -volate. - -— Giù! Giù!... Adesso no! Ho detto di no!... Obbedienza!... Bravo -_Din_! Sì, sì!... Anche il mio _Don_ è bravo, è buono!... Amöre! -Tesöro!... Tanto bene io! Tanto bene a tutti e due, ma adesso ancora -no! Ancora non si può! Aspettare! Aspettare!.. Pazienza e aspettare! - -La piccola bionda, la piccola rosea, è la grazia, la vivacità, la -giovinezza. La sua voce armoniosa, melodica, è un canto... un invito. - -La schiera dei giovinetti e dei giovinotti, fra i quali primeggia il -campione del _tennis_, — l'inglesino dalla lente e dal garofano già -notato da Mimì e da Remigia, — si avvicina irresistibilmente. — E anche -la barba al lucido Nubian; anche l'ammiratore del bel piedino e del bel -vitino! - -« — _Des barbets superbes!_ - -— _Qu'ils sont beaux, ces petits chiens!_» - -Il Danova, dimenando i fianchi, si avanza un passo più degli altri: - -— Magnifici cani! È la gran moda, adesso, a Parigi, i barboni neri! Due -cani così, sono capacissimi, quei ladri, di farli pagare anche tre o -quattro mila lire! - -— _Je crois bien; ils sont de race!_ - -Ma per quel giorno, basta; tanto più che la duchessa madre, al braccio -del principe fratello, è lì che ascolta e osserva, girando attorno -alla figliuola. Restano tutti muti, in circolo, ad ammirare i due cani -che _slappano_ avidamente con il muso affondato nella scodella e la -duchessina che continua a vezzeggiare, a garrire amorosa i suoi tesori, -a ridere, a scherzare, spiegando con ogni parola, con ogni gesto, con -ogni atteggiamento, nuove grazie e nuove attrattive. - -— E così Idola, cara?... — domanda la madre con un'espressione -subitanea di dolcezza e di compiacenza che le illumina il bel viso -severo. — I tuoi morettini hanno buon appetito? - -— Eccellente, mammà! — Remigia risponde con un trillo di gioia. - -— Divorato tutto, anche le posate, signora duchessa!... A Villars?... -L'aria di Villars?... È prodigiosa per la salute degli uomini e delle.. - -Il signor Trüb s'interrompe: sgambetti e saltetti. Non osa, dinanzi -alla duchessa e alla duchessina, di chiamar bestia quei due... «amori» -quei due «tesori» che costano tre o quattro mila lire. Fa cenno al -portiere, fa portar via i piatti vuoti e, inchinandosi, se ne va lesto, -di volo, strisciando e scivolando sul terrazzo lucido. - -Il giorno dopo, — occorre dirlo?... — appena il signor Trüb si presenta -con la zuppa, ecco apparire un primo giovinetto, poi un secondo -«... com'augel per suo richiamo». Ecco fra i giovinotti il garofano -bianco... ed ecco la barba inverosimile del barone Danova. - -Guardano verso il _restaurant;_ aspettano e scherzano con l'albergatore. - -— Mi raccomando, occhio agli _ossicini_! - -— Scotta la zuppa?... Scotta?... - -Un istante ancora d'attesa, poi, finalmente, sull'alto della gradinata -si spalancano i battenti a vetri: sono i due barboncini che si -slanciano d'un salto, abbaiando di gioia e di fame, addosso al signor -Trüb, e l'Idola, bianca e bella come un fiore, allegra e vispa come un -uccellino, scende a volo sul terrazzo. - -— Eccomi! Eccomi, signor Trüb!... Com'è buono! Com'è bravo!... Caro, -caro il signor Trüb!... - -Marco Danova ha una scossa; una voglia intensa gli corre per le vene. - -— Che bel vitino! Che bel piedino!... Che capelli!... Che bocca!... -Soprattutto che bocca... maravigliosa!... Con tanti danari buttati al -diavolo, non ho mai avuto niente di simile! - -Gli occhietti umidi e loschi scintillano, il naso a becco divampa con -un tremito più vivo. - -Remigia ha subito notato la smania, il turbamento del barone Nubian, ma -finge di non badare altro che al pasto dei cagnolini. - -— Buona la pappa?... Adagio, adagio!... Non bisogna mangiare troppo in -fretta! - -— Piccante!... Piccantissima! Straordinaria! - -Marco Danova si avvicina a Remigia di un altro passo, le mani ficcate -nelle tasche dei pantaloni, dondolando la pancetta arrotondata dal -_gilet_ bianco. Ha un'aria di padronanza mentre la fissa ostinatamente. - -— Perchè no? — pensa fra sè — Le donne belle sono fatte per gli uomini -ricchi!... Pagare o sposare è sempre comprare. Ha una voce che fa un -effetto strano!... È un soffio di primavera! Fa diventar giovani!... — -Perchè no? - -Il milionario si sente forte anche dinanzi a quella giovinezza, a quel -candore, a quel vergine nobilissimo sangue discendente dai reali di -Napoli e di Sicilia. - -Non esita più: la duchessa, il principe Rosalino stanno bevendo il -caffè, in fondo al terrazzo. Non c'è che Totò, il quale fuma e freme. -Marco Danova si rivolge direttamente alla duchessina: - -— E il nome?... Vorrei sapere il nome di questi due «amoretti» -«tesoretti!». - -Lo ha sentito gridare cento volte, ma finge, naturalmente, d'ignorarlo. -— Si chiamano?... - -Un istante di silenzio e di ansietà... - -— Come si chiamano? — domanda più risoluto, rivolto al signor Trüb. - -Remigia risponde. Risponde abbassando il bel viso e arrossendo -pudibonda. - -— Uno, — questo, — si chiama _Din;_ l'altro si chiama _Don_! - -— _Din_ e _Don_?... — Il barone scoppia in una risata larga, fragorosa -che mostra i bei denti nuovi, di smalto, tra i rabeschi d'oro. - -La piccola rialza il capo, e mentre con la forte e caratteristica -scrollatina di capo, che l'è abituale, rimette a posto i riccioli -biondi, lancia sull'egiziano un'occhiata rapida, espressiva. Ella non -vede in quell'uomo nè il naso a becco, nè la barbaccia ritinta: non -vede in lui altro che un possibile... don Luciano, numero due! - -— _Din_ e _Don_?... Allora... _din-don_! - -Il Danova si riscalda, dondola il capo, imita il suono e il tocco della -campana e facendo la rota attorno a Remigia, continua a ripetere: — -_Din-don_! _Din-don_!... Spiritosissimo! È una trovata! - -— _Din-don!_ — esclama a sua volta il signor Trüb, in tono baritonale. - -— _Din-don_! — squilla allegramente la voce della fanciulla. - -Dondolano pure le testoline ben pettinate dei giovinetti e dei -giovinotti che si avvicinano più disinvolti: - -— _Din-don? Oh, very funny!_ - -— _Din-don? Oh, que c'est drôle!_ - -— _Din-don, les petits diablotins? Din-don?_ - -Il ghiaccio è rotto; tutti circondano animatamente la duchessina: - -— _Din-don? C'est bien gentil!_ - -— _C'est charmant!_ - -— È una trovata! Spiritosissima! — _Din-don! Din-don! Din-don!_ - -Il Danova ride e grida più di tutti. - -Il solo Totò rimane in disparte, immobile, come impalato al suo posto: -la pipa di radica non tira più! - -Anche il biondo dal garofano, senza sprecare il fiato e senza perdere -il sussiego, cantarella dondolando adagio, con grazia, la testolina -rotonda, ben pettinata. — _Din-don! Din-don!_ — Ma ad un tratto la -lente gli cade dall'occhio e si arresta sorpreso sul _Din_... - -Tutti ridono, tutti scherzano e si affollano attorno alla bella -duchessina italiana. È il trionfo — un vero trionfo, — dell'Idola! - -Dal terrazzo alto, l'allegra folata di voci e di note, unita ai latrati -echeggianti e persistenti dei «due tesori» incitati dal chiasso, -rompe il silenzio della valle ampia e muta e il canto e gli amori agli -augelletti spauriti. - -— Idola! Cara!... Ti diverti? - -La duchessa, al braccio del principe Rosalino, si avvicina con lento -passo e l'aria regale, sorridendo. - -— Tanto, mammà! Tanto, tanto!... Villars è un paradiso e il signor -Trüb, un angelo! - -L'angelo albergatore, invece di volare, fa un giretto, un balletto -attorno alla pomposa coppia di prim'ordine, per esprimer il suo -ossequio profondo. - -— Come la granduchessa di Mecklemburgo! Come Nessim bei! Come Casimir -Perier!... Tutti incantati di Villars! - -Nell'andarsene, passando dinanzi a Totò, sempre impalato, vede che la -pipa non fuma e gli schianta un fiammifero sotto il naso. - -— Permette, marchesino? - -Totò lo manda al diavolo, con un'occhiata furibonda. - -Il buon ragazzo non può più resistere dalla gelosia e dalla rabbia. -Anche la duchessa Cristina, anche papà, non sanno stare al proprio -posto!... E Remigia?... Che civetta!... Persino con quella brutta gente -di Villars!... Non ha un briciolo di cuore e nemmeno d'orgoglio! - -A un tratto si risolve, affronta Remigia: - -— Io vado... ad Aigle! - -— Bravo Totò!... Mi porterai delle pesche e anche un bel popone, se c'è! - -Il principe Rosalino e la duchessa Cristina gli danno un monte di -commissioni: sigarette, lana bianca, lana rossa, acqua di Colonia... - -_Mademoiselle_, con le solite scuse e complimenti, gli dà due lettere -da impostare ad Aigle. — Così arrivano più presto! - -L'istitutrice ha sempre le saccocce piene di lettere da spedire a due o -tre membri della sua famiglia. - -Totò se ne va, con nelle orecchie la voce allegra di Remigia che lo -irrita. - -— Non torno più a Villars! Non ci torno più!... — Invece è già pentito, -in cuor suo, di quella bravata! - -Sulla terrazza, l'allegria si fa più viva, il conversare più cordiale -ed espansivo. - -— _Vouz permettez, mademoiselle?_ - -È il biondo dal garofano che si presenta alla duchessina, facendo una -smorfia per tener la lente ben ferma nell'occhio. - -— Per... mette? - -Ha una pallina di zucchero stretta con grazia fra l'indice e il pollice. - -_Din_ e _Don_, appena visto lo zucchero, si alzano insieme di scatto, -e si tengono ritti sporgendo il musetto umido, bramoso e annaspando, -invitando con le zampe anteriori. - -Remigia risponde arrossendo, con un cenno affermativo e abbassando gli -occhi. Poi, subito la forte scrollata di testa per rimettere a posto -i capelli. Ma il bell'inglesino, la fenice di Mimì Carfo, non ottiene -nè un sorriso, nè un'occhiata. Remigia, sulle prime, si mostra sempre -molto riservata e prudente con i giovani. I giovani ardono meglio a -foco lento. - -Ella non si rivolge all'inglesino per ringraziarlo, ma cerca di -nascondere il rossore e di vincere il timido turbamento continuando ad -ammaestrare _Din_ e _Don_. - -— Su! Su! In piedi!... Si resta in piedi!... Si fa l'ometto e si -ringrazia! - -I due cani, ritti ritti, continuano ad annaspare con le zampe -riscotendo applausi e destando l'ammirazione generale. - -— _Don!_... Su! Su! Da bravo! Adesso si dà la mano! - -_Don_, che si era messo a riposare su tre gambe, si rialza di nuovo, -sebbene di malavoglia, e annaspa con la zampa destra verso Marco -Danova. - -Questi afferra subito la zampetta del cane e la stringe ripetutamente, -da buon camerata. - -— Amici, caro _Don_, din-don! Tesoretto caro! Sempre amici in vita e in -morte! — Stringe la zampa anche a _Din_, costretto pure a rizzarsi di -nuovo. - -— Benissimo! Bravissimo! Son due gentiluomini perfetti! - -Marco Danova, inaugurati così i buoni rapporti, si sente quasi -ammesso nell'intimità della famiglia. Fa una rapida piroetta sulle -gambette a roncolo e si rivolge con molta disinvoltura alla duchessa -Cristina salutandola con una scappellata: la sommità del capo spunta, -completamente calva, come una pera, dalla corolla dei capelli tinti. - -— Ho conosciuto a Bologna e sono in relazione d'affari col deputato -Giacomo D'Orea; l'ex ministro. Sarebbe, forse, il suo signor genero, -che aspettiamo a Villars? - -— No, — La duchessa accenna col capo a un saluto, guardando il barone -affabilmente con l'occhialino. — No. Giacomo è il fratello di mio -genero. - -Il Danova, che s'è subito ricoperto per via della pera, alza la voce, -le braccia e dondola la pancetta con evidente soddisfazione. - -— Uomo straordinario! Grande talento, attività e gentiluomo... tipico. -La sua parola vale quanto la sua firma! Uomo... straordinario! - -La magnifica barba del principe di Sant'Enodio si gonfia e si muove con -una leggera ondulazione. Egli parla: - -— Appunto, precisamente. Giacomo è il fratello di Luciano, mio -nipote. Cioè il fratello di Luciano, che è poi marito di mia nipote. -Precisamente. — Il principe stende al barone la bella mano bianca e -morbida. — Diremo dunque: _les amis des nos amis_... - -— Anzi diremo i parenti! — interrompe il Danova. — «I parenti dei -nostri amici...» Ho scritto appunto anche ieri, all'amico Giacomo! Se -permettono, signori, mi presento da me: Marco Danova. A più di mille e -trecento metri, si è superiori anche alle restrizioni dell'etichetta! - -Marco Danova continua a piroettare e a dondolare dandosi l'aria -d'essere il padrone di Villars e continua a parlare di Bologna, di -Giacomo, di milioni e dei molini, intercalando al discorso quelle sue -frequenti e grosse risate che prorompono ad un tratto, anche senza -ragione, con uno scoppio fragoroso. Ma, intanto, non perde mai d'occhio -la duchessina. — Che vitino! Che voce! _Che ginger!_ - -Poi ricomincia col _din-don_. - -— Ah! Ah! Ah!... La duchessina dunque si diverte in questo nostro -povero e pastorale Villars? - -Remigia arrossisce ma non abbassa gli occhi. Anzi il barone riceve «in -pieno» un'occhiatina tra il furbetto e il languidetto che lo fa andare -in visibilio. - -— Tanto!... Mi piace tanto, tanto! - -— Villars non è _Saint-Moritz_, questo si sa, ma il clima è eccellente -e l'_hôtel_ buonissimo. - -Approva la duchessa, approva il principe Rosalino. Il barone continua -col vento in poppa. - -— Si possono fare delle gite divertentissime; ci sono due o -tre escursioni alla _Chamossaire_, al lago di _Chavanne_, molto -interessanti. E poi il _tennis_! Alla _Tête-pointue_ abbiamo un -_tennis_ bellissimo! Giuoca al _tennis_, la duchessina?... - -Remigia risponde battendo le mani con un grido di gioia. - -— Ma allora la duchessina avrà qui da divertirsi! Potrà fare a Villars -delle partite veramente classiche! Se la duchessa me lo permette, le -presento un mio amico, vincitore del campionato di Maloia! - -La duchessa Cristina acconsente e Marco Danova, con la mano si chiama -vicino il biondo dal garofano: - -— Sir Arthur Wood! — Il campione di Villars! Un giuocatore... -straordinario! Ha un colpo di racchetta di uno stile perfetto! -Elegantissimo! - -Fatta così la presentazione, col gradimento della madre, seguono le -altre. - -— La sera, che non si può più giocare al _tennis_, si balla... -disperatamente! E ballo anch'io! — Le presento Monsieur Henri Malot — -parigino puro sangue — ballerino instancabile! E anche il mio giovane -amico Lothar Schmidt, di Francoforte! - -Così, via via, uno dopo l'altro, sfilano dinanzi alla duchessa, -alla duchessina e al principe Rosalino tutti i giovinetti e tutti -i giovinotti, tutti i ballerini e tutti i giocatori di tennis della -_Tête-pointue_! - -Marco Danova sembra, ormai, che sia amico da dieci anni di tutti i -Moncavallo e i D'Orea vicini e lontani. - -— Perchè la duchessa non scrive, non telefona a Bex, a sua figlia -donna Maria Grazia, di venire a Villars, ad aspettare don Luciano? -Ha torto, molto torto! Si mettono le vedette lungo la strada e appena -l'automobile di don Luciano è segnalata a Montreux, discende a Bex e si -trova pronta a ricevere il marito! - -Scherza con Mimì Carfo e con _mademoiselle_ alle spalle di missis Eyre -e fa ridere la duchessina e tutta la sua corte imitando i saltetti e -gli sgambetti del signor Trüb, uomo barometro! - -Remigia ha l'allegrezza, la gioia negli occhi, nel sorriso! Si diverte -mezzo mondo alle spiritosaggini, ai lazzi del barone, e il barone, a -sua volta, è sempre più incantato di quel «bel folletto» di quel «bel -diavoletto» e sempre di più si accende. - -Marco Danova ha una fiera passione per la donna magra ch'egli nel suo -gergo brutale e volgare di apprezzatore che può spendere, ma che sa -spendere, definisce «vulcano e terremoto». E una massa di capelli, di -bei capelli, — ma biondi, li vuol sempre biondi, — lo fa diventar matto -e co' suoi amici bei, ne spiega anche il perchè: — Mi pare di affondar -le mani nell'oro, in un oro caldo e vivo! - -— Che capelli maravigliosi, proprio d'oro, vero oro, i capelli di quel -folletto... del Vesuvio! E che bocca! Soprattutto la bocca! Ci sarebbe -da accontentarsi dovendola pagare anche mezzo milione! - -Mimì Carfo vede gli occhiacci dell'egizio che divorano l'Idola e n'è -rivoltata e persino sbigottita. - -— Non tenertelo tanto vicino quel grosso pascià! Ti fissa in un modo -sfacciato, odioso! Sembra... che voglia mangiarti con gli occhi! - -Remigia risponde con un'alzata di spalle: - -— Buon appetito! - -Mimì si spaventa. - -— Ma di', gioia, amore, ti lascieresti far la corte anche da quel... -brutto coso? No! No! Prometti, giura, no! - -Remigia non giura e non promette. - -— Brutto?... Perchè?... Un uomo non è mai brutto! Basta guardarlo sotto -il suo punto di vista favorevole. Quello lì, preso come un re Faraone -in borghese, è bellissimo! - -— È orribile! - -— Mi fa ridere! È divertentissimo! - -— Con quella barbaccia tinta! - -— Che importa!... Un po' di colore! E poi, per me, sia bello, sia -brutto... - -L'Idola finisce di esprimere il suo concetto con una altra alzata di -spalle. - - -Quando Totò ritorna da Aigle con le pesche, il popone e con la testa -piena dei più coraggiosi e fieri proponimenti contro la leggerezza e la -civetteria di Remigia, sente da lontano la voce alta, squillante della -fanciulla che lo fa trasalire e impallidire. La voce tanto bella, la -voce tanto cara, quella voce a cui non sa resistere, viene — ahimè! — -dal campo del _tennis_! - -— _Play!_ - -— _Out!_ - -È impegnata una seria partita: Remigia e Sir Wood contro Mimì Carfo e -_monsieur_ Malot. - -— _Play!_ - -— _Out!_ - -Marco Danova ha fissato l'ora e il convegno; è andato lui stesso in -cerca dei ragazzetti che raccattano le palle, e adesso sta rosolando al -sole, seduto sull'alto sgabello del giudice di campo. - -— _Play!_ - -— _Out!_ - -Totò abbandona in fretta al portiere le pesche e il popone, salta nel -_lift_, corre in camera sua e si butta sul letto, bocconi. - -— Il tredici! Maledetto tredici e maledetto Villars!... Con -quell'egiziano! Con quell'jettatore tremendo! - -Anche lì, arriva la voce di Remigia! - -— _Play!_ - -— _Out!_ - -— Civetta! Civetta!... Che civetta!... Poterla dimenticare... o poter -morire!... Finirla!... Finirla di voler bene a Remigia, — a quella -civetta! — e finirla con la vita! - -— _Play!_ - -— _Out!_ - -Totò scende tardi a pranzo; alla seconda portata. Si presenta ben -pettinato, irreprensibile nell'abito di sera, ma è pallido, stravolto. -Non parla altro che per inveire contro Villars, e contro la gentaglia -ineducata e chiassosa che lo abita. - -— Io, per me, lo dichiaro assolutissimamente. Non gioco e non ballo. -In questo brutto paese e in questo pessimo albergo non voglio conoscere -un... cane! - -L'Idola lo lascia sfogare e gli permette di tenere il muso per mezza -serata; ma poi, quando l'orchestrina comincia i primi accordi lo ferma, -risolutamente, sull'uscio della veranda. - -— Non comincerai anche tu a fare il don Luciano. Bada che non te lo -permetto io e tanto meno te lo permetterebbe mammà! - -Totò, a un simile esordio, Totò che aveva sperato con il fiero cipiglio -d'incutere timore e soggezione all'Idola, Totò perde di botto tutto il -coraggio; tenta ancora uno sforzo; ma gli trema la voce. - -— Credo di essere padrone del mio umore... buono o cattivo! - -— Ma non di fare il geloso; non di compromettermi in faccia alla gente. -Questo, se anche te lo permettessi io, non te lo permetterebbe certo -mammà! Bada, te ne avverto, perchè sai che ti voglio bene... - -Alle parole «ti voglio bene» gli occhi del povero ragazzo si riempiono -di lacrime. - -— Non dirlo! Non dirlo, almeno, che mi vuoi bene! — geme sottovoce. - -L'espressione, il tono di Remigia, diventano più affettuosi. - -— Mammà s'è già accorta di qualche cosa; e ha già domandato due volte -allo zio Rosalì, perchè tieni il muso e perchè sei sgarbato. - -— E papà, che cos'ha risposto? — domanda inquieto Totò. - -— Zio Rosalì non ha risposto nulla, ma ha fatto certi occhi!... Pensa, -— sai che papà non fa complimenti. — è capacissimo di mandarti via da -Villars? - -— E tu questo lo desideri!... Lo vuoi! - -— Io non lo voglio! No, non lo voglio! Tanto è vero che ti avverto -del pericolo. Ma sicuro che se ti fai capire da mammà... è finita. -Sai che mammà ha le sue idee, il suo piano. E' sempre in traccia anche -per me... — Uff! — di questo divertentissimo don Luciano numero due. -Qui non c'è: fra questa gente, fra questi ginevrini, fra questi ottimi -figliuoli di buona famiglia, il mio don Luciano non c'è... e tu, invece -di essere contentissimo, di essere amabile con tutti, fai il rabbioso, -fai l'orso! Davvero che io non ti capisco! - -Totò, s'è un po' tranquillato; ma non interamente. - -— Però... quel biondo dal garofano! - -— Figurati!... Studia per diventare ingegnere elettricista!.... -Capirai, che non è certo l'ideale di mammà! - -— E... quel... Danova? - -Totò fissa Remigia negli occhi: ma la fanciulla ha uno scoppio di risa. - -— Re Faraone al lucido Nubian?... Sei geloso di Re Faraone? - -Il povero ragazzo ride anche lui, si sente consolare. - -— Sai perchè sei così... cattivo? - -— Perchè... - -— Perchè non ti fidi di me. Fidati di me! — Remigia lo fissa -con una dolcezza languida, affettuosa e muove le labbra quasi -impercettibilmente, come per dare e per ricevere un bacio. — Sii -gentile, molto gentile con tutti. Lasciati presentare a Re Faraone, al -giovane povero ed elettricista e a tutti gli altri. E non voler ballare -soltanto con me: fa ballare anche Mimì e _mademoiselle_, così mammà, -anche se ha avuto qualche sospetto, non ci pensa più! — Remigia fissa -ancora il giovane intensamente: — Fidati di me. - -Totò legge anche negli occhi il piccolo bacio che trema sulla bocca -dell'amata... - -— Sì, ma e poi?... Se il tuo don Luciano non c'è... può arrivare da un -momento all'altro... - -Remigia si alza, un attimo, in punta di piedi per essergli più vicino -con gli occhi e con le labbra: - -— Fidati di me. - - - - -VIII. - - -Maria Grazia ha scritto alla madre annunziandole il prossimo arrivo del -cognato alla _Tête-pointue_. - -Il capitano Zaccarella, a sua volta, ha telefonato all'albergo, -fissando camere e salotto per Sua Eccellenza Giacomo D'Orea. - -Piove, c'è la nebbia, ma non importa. Ormai per il gongolante signor -Trüb il cielo della _Tête-pointue_ è sempre sereno, anzi serenissimo! - -— Aspetto un grande personaggio, — racconta gonfiandosi, ai suoi -clienti a pensione. — Il ministro delle finanze — nientemeno! — del -Regno d'Italia! È il cognato, precisamente, della duchessa D'Orea -Moncavallo, che è stata dichiarata la più bella donna di Napoli e di -Roma! — In _bureau_ col segretario, continua a fregarsi allegramente le -mani: - -— Guai se non mi fosse capitata tutta questa baracca, per -rimpolpettarmi! — Si ricordi: _champagne_ di dodici franchi, non -ce n'è più: finito ieri. Non abbiamo altro che _champagne Irroy_ di -diciotto, — anzi lo metta venti. Tanto non spendono del loro. Duchesse -e principi, son tutta gente spiantata. Chi paga, sono i D'Orea, antichi -salumieri. Hanno fatto i milioni con la mortadella! - -— Già, — soggiunge il segretario. — Molini e mortadella. Missis Eyre lo -conta a tutti, per vendicarsi dei cani! - -— Con quella vecchia, ricordarsi: d'ora in poi, nessuna soddisfazione, -nessuna preferenza! Se non può sopportare al terzo piano la «baraonda -della servitù» liberissima di andarsene anche subito! Tanto, resta -fissato: l'anno venturo per missis Eyre, non ci sono camere! - -Sfogato il malumore contro la vecchia cliente, l'albergatore torna -a stropicciarsi le mani... Ma la sua gioia, in que' giorni, non è -condivisa dalla nobile famiglia italiana. - -Maria Cristina interroga sovente, con gli occhi inquieti, quell'oracolo -bianco-barbuto del fratello Rosalì: - -— Quassù, con noi, anche il... mercante? Che ci viene a fare? - -L'oracolo tentenna il capo sospirando. È l'ora dei tristi presagi: - -— Mah! - -La duchessa si turba maggiormente; poi sospira a sua volta: - -— Era di troppo anche un Luciano solo... e adesso, averne due da -sopportare! - -— E questo, con la tirchieria, con l'avarizia, per soprappiù! - -— Chi sa come il signor Zaccarella ci terrà a mostrarsi economo, -zelante, sempre ligio agli ordini di Sua Eccellenza! - -— Mah!... - -Dopo un altro sospiro, il Sant'Enodio lisciandosi, accarezzandosi la -barba, trova la parola del conforto: - -— Speriamo!... Speriamo che Luciano e Giacomo comincino presto a -bisticciarsi fra di loro! In tal caso, fra i due litiganti... - -L'uomo savio interrompe il proverbio e la duchessa ripete, a sua volta, -alzando gli occhi al cielo: - -— Speriamo! - - -Remigia non vuol parere, ma l'annunzio di tutti i prossimi arrivi, — -specialmente quello della sorella, — la rende nervosa. - -Balla tutta sera sfrenatamente, gioca al _tennis_, stancando i più -forti campioni di Villars, ma non ha più nessuna paroletta dolce per -Totò: lo tiene in riga con occhiate minacciose, e co' suoi sgarbi -e malumori ha già fatto piangere due volte, con la conseguenza di -terribili emicranie, la povera _mademoiselle_. - -Mimì Carfo, sempre buona e dolce, vorrebbe difendere l'istitutrice; -Remigia strapazza anche Mimì: - -— Non seccarmi! Io non sono fatta come te, che invece di nervi e -sangue, sei tutta pasta reale e sciroppo!... _Mademoiselle_ mi urta a -vederla sempre con quella stessa faccia atona, da pan molle! - -Co' suoi adoratori, per altro, la Remigia è sempre amabile; anzi, lo -diventa di più ogni giorno. - -La mattina presto, per allenarsi, gioca al _tennis_ con sir Wood e -durante il riposo si fa insegnare a portar la lente nell'occhio. La -sera, infila sempre alla cintola i fiori che il Malot raccoglie per lei -durante le passeggiate. A Lothar Schmidt, che si picca di letterato, -ha già dato il suo album, quello riservato agli amici più simpatici, -i prescelti. Lothar Schmidt, vi ha scritto una dichiarazione in versi -tedeschi: Remigia, che non sa il tedesco lascia che il poeta gliela -traduca in italiano... almeno una volta al giorno e la sera quando -c'è la luna e anche quando la luna non c'è! Ma la corte, la vera corte -assidua, insistente, chi gliela fa, proprio sul serio, è Marco Danova. -L'Idola se l'è sempre lasciata fare, ma dopo la notizia dell'imminente -arrivo di sua sorella e di Giacomo D'Orea, sembra voglia spingere le -cose in modo da obbligare il Danova ad un'esplicita dichiarazione. -Per calmare le inquietudini dei giovinetti e dei giovinotti, ormai -tutti pronti a' suoi capricci ella, — quando l'egizio, ben inteso, -non è presente, — lo chiama non più re, ma «papà Faraone». Lo -imita come dondola passeggiando e come fa la rota, e con la punta -dell'_alpenstock_, sulla ghiaia del giardino o sul terriccio polveroso, -ne schizza la caricatura, con due tratti felicissimi e sicuri, della -testa a pera, del naso a becco, della pancetta alla Mongolfier. - -Ma lui presente, tutt'altra cosa! Il «gran pascià del Nubian» diventa -il «baröne, simpaticöne» con tutte le dieresi più risonanti e più -tenere: e con la scusa dell'età, in pienissima maturanza, e dei -sentimenti paterni, egli gode i privilegi più prelibati. Durante le -escursioni, nei passaggi difficili, Remigia gli dà la mano e con la -mano si lascia prendere anche il braccio e premere il vitino. Quando — -«Oh, _mon Dieu! Mon Dieu!_» — le si slaccia a mezza strada la stringa -di una scarpetta, è sempre il barone che ne rifà il nodo, mentre -stringe, sdilinquendosi _in cocolezzi_, anche il «_bel penin_... -piccinin, piccinin!...» - -La sera, tra i vortici del ballo lancia al Danova, che non la perde -mai di vista, occhiate languide, tenerissime, che vogliono dire... « -— nel mio pensiero ballo con te, baröne, simpaticöne! — »Sta sempre -attenta alla faccia del Danova, specialmente quando balla con sir Wood, -il ballerino da lei preferito e che le dà più piacere, e, appena la -vede rabbuiarsi, interrompe ad un tratto la danza, si stacca dal bel -cavaliere e corre a buttarsi ansante sur una poltrona a sdraio, in un -angolo appartato della veranda. - -— Sono stanca! Stanca! Stanca!... Domando dieci minuti di riposo! - -Re Faraone, che comincia anche lui a diventar geloso come Totò, e, quel -ch'è peggio, senza accorgersene, le siede accanto e brontola con la -voce roca: - -— Tutto il santo giorno, _tennis_!... Tutta la santa sera, salti!... -È un'esagerazione!... Una fatica... malsana! Così perderete tutti i -vantaggi del clima, della montagna... - -Remigia, facendosi vento mollemente, cantarella sottovoce, fissandolo: - -— Papà baröne... Simpaticöne... - -L'altro non resiste; lancia in giro un'occhiata, la duchessa Cristina -non c'è; barba-bianca non c'è. C'è soltanto Totò che spia, ma quello -non conta... Il Danova, pone la mano sulle ginocchia della duchessina e -preme leggermente: - -— Siete rossa rossa... accesa e tutta spettinata! - -— Devo essere brutta!... Un orröre!... - -Il Danova passa dal dispetto geloso all'esaltamento, e si sfoga con -immagini e similitudini addirittura mussulmane: - -— Siete tutta una rosa, viva, animata... — Avvicina il naso fiutando, -— profumata!... E che bocca! Il paradiso di Maometto!... Tutto il -paradiso di Maometto!... Ditemi, da brava, dove potrei trovare una -bocca simile, come la vostra?... La pagherei... mezzo milione! - -L'Idola ride: un riso che sembra un invito ai baci. - -— Anche un milione! Anche due!... Pronti contanti! - -La duchessina torna a cantarellare con la sua nenia affettuosa: - -— Niente miliöni!... Niente miliöni! - -— Come, niente milioni? - -— Proprio no. Per me i milioni non contano. - -Re Faraone s'indispettisce: - -— Non contano?... - -— Proprio no! Proprio no! I milioni non contano! Proprio no! No! No! - -Il naso-becco sembra volerla divorare: - -— Che cos'è allora che conta per voi?... Sentiamo!... La lente -nell'occhio?... - -La fanciulla diventa seria, quasi malinconica... sospira. È addirittura -incantevole. - -— Voler bene tanto... da farsi voler bene sempre! - -Il naso-becco batte in ritirata. - -Tutto quel giro di parole «voler bene, farsi voler bene» vuol dire -in conclusione: «sposatemi». Marco Danova ha scritto, ha preso -informazioni: la ragazza non porta in dote altro che i suoi parenti. - -Cattiva speculazione!... Pure, diventare quasi cognato di Giacomo -D'Orea, potrebbe presentare molti vantaggi morali e anche materiali. -Darebbe una ripulita a certe sue marachelle egiziane... Quasi cognato -di Giacomo D'Orea, potrebbe aspirare alla vita pubblica, avvicinare gli -uomini che sono al Governo, concludere grossi affari di ferrovie, di -cambi, di valori nazionali... - -Marco Danova continua a fissare la duchessina, ma, adesso, con l'aria -di volerla stimare al suo giusto valore. - -— Vorrei avere... quei vostri capelli! Quanti capelli! - -L'Idola, fa l'innocentina: - -— Vi piacerebbe... essere biondo? - -« — Vorrei avere i vostri capelli, — _vostri_, di voi, — con voi!» - - - - -IX. - - -L'arrivo dei D'Orea a Villars è già stato telefonato solennemente da -Bex, dal capitano Zaccarella «per il prossimo giovedì: dopodomani»... -Remigia è più che mai nervosa e Mimì comincia a sentirsi molto -inquieta. Ha osservato che l'Idola è... troppo diversa dal solito. Fa -il chiasso, vuol mostrarsi allegra, ma s'è accorta che quell'allegria -non è naturale. - -Soprattutto, la sensibile e romantica Mimì è inquieta per un altro -verso: - -— Perchè Remigia si tien sempre vicino quell'egiziano inverniciato, -odiosissimo?... - -È sera tardi: Mimì Carfo è già a letto e aspetta che l'amica sua venga -a salutarla e a fare le solite chiacchiere. Addossata ai guanciali, -sta sciogliendosi i capelli, lisciandoli, acconciandoli per la notte -e intanto sospira e tien fissi gli occhi sull'uscio aperto, tra la sua -camera e la camera dell'amica. - -— Perchè Remigia, stasera, tarda tanto a venire?... - -Un'idea molto brutta, le gira per la testa. È un'oppressione, un incubo -angoscioso. - -— Perchè tarda tanto, stasera?... Che cosa fa? - -Mimì aspetta ancora un momento, poi chiama forte: - -— Remigia! - -— Gioia! - -— Non vieni a salutarmi? - -Si sente, dall'altra stanza, il rumore di una finestra che si chiude, -poi Remigia appare nel vano dell'uscio: sta sciogliendosi la larga -cintura di seta bianca moarè, che le fa un vitino lungo e sottile, da -vespa. - -— Com'è che sei ancora vestita? - -— Non ho sonno stasera!... Non ho voglia di andare a letto! Non -sono una talpa come _mademoiselle_! A quest'ora dorme e russa col -fischiettino! - -— Vieni qui!... - -— Aspetta! - -Remigia finisce di spogliarsi, andando innanzi e indietro da una stanza -all'altra, sempre chiacchierando. Sparisce, e ritorna in gonnellino. -Sparisce ancora, poi eccola di nuovo: ha i capelli sciolti sulle -spalle, e un cortissimo giubbettino rosso scarlatto, sulla sola camicia -da notte. - -— Vieni qui! - -Remigia siede sul letto: le due amiche si abbracciano baciandosi. - -— Sei stata alla finestra, fin ora? — domanda Mimì Carfo. - -— Sì. - -La piccola getta via di colpo le babbucce e si accarezza l'un l'altro, -incrociandoli, i piedini nudi, cantarellando sottovoce: « — La luna -immobile — Inonda l'etere — D'un raggio pallido!» - -— E chi c'era con te, a sospirare alla luna? - -Remigia ride: - -— C'erano... tutti e tre. La sigaretta sul terrazzo... - -— Sir Wood, commenta Mimì. - -— La pipa di radica alla finestra del terzo piano. - -— Numero sessantasette: sei e sette tredici, — povero Totò. - -— E al primo piano, al balcone d'angolo, la pipa turca! - -— No! No! — supplica Mimì. — No! No! Il Danova, no! — Ha la voce velata -di lacrime. - -Remigia diventa seria: dà la solita scrollatina di capo, con la quale -sembra mettere a posto i riccioli e le idee. - -— Cara gioia, ragioniamo. Bisogna, sai, ragionare! Domani arrivano -a Villars mia sorella, mio cognato e l'uomo di maggior... peso della -famiglia Sua Eccellenza! - -La piccola, che ha sottolineato il _peso_, chiama Giacomo «Sua -Eccellenza» con lo stesso tono che dà al «capitano» del signor -Zaccarella. - -— E per questo?... Che ti fa?... - -— Che mi fa?... Mi fa che quando c'è lei, tutto per lei!... E io non -sono più nulla! - -— A Villars, non sarà così! Vedrai! - -— E poi Sua Eccellenza!... Quel caro Giacomino! Pieno di brio, -esilarante... come il precipitato di piombo! Quello lì, non si -muove mai senza un occulto pensiero che si manifesta poi sempre in -una operazione aritmetica: la sottrazione! Luciano spende troppo e -Giacomo viene a Villars, vedrai, per predicare l'economia. — Economia! -Economia! Bisogna fare economia! Bisogna ridurre le spese gravose! — -Fanfan, s'intende, non è una spesa gravosa. I gravosi, sul bilancio -D'Orea, siamo noi: io, mammà, lo zio Rosalì, tutti noi! — Remigia -soffia, sbuffa; è irata contro il destino — Uff! Sono stufa! Stufa!... -Sono stufa di essere mantenuta da questi bottegai! Sono stufa di dover -essere continuamente al seguito di donna Maria Grazia, sono stufa del -rancio che vien distribuito alla compagnia, e non sempre con molta -grazia, dal capitano Zaccarella! Sono stufa, stufa, stufissima! - -L'ira, il dispetto sono vinti dal dolore. Ella raggrotta le ciglia e si -morde le labbra per non piangere. - -Mimì l'abbraccia angosciosamente. - -— Porta pazienza!... Porta pazienza ancora un po'! Sei tanto, tanto -bella! Sei tanto cara! Aspetta e vedrai! Io prego tutti i giorni la -Madonna... - -L'Idola interrompe Mimì con un'eretica alzata di spalle: - -— Ma che Madonna d'Egitto! - -— No! No! Non bestemmiare! — Mimì, spaventata, si fa il segno della -croce. - -Remigia ride: il dolore e l'ira sono già spariti. - -— Ma no, gioia, non scandolizzarti! Voglio dire appunto che la mia -Madonna, quella che mi protegge, quella che mi ha ispirato di tentare -il gran colpo, è la Madonna... d'Egitto. - -Mimì non si mette a ridere come l'amica: Mimì continua ad affannarsi. - -— Quale?... Quale scopo vuoi tentare? — Pur troppo ella sospetta la -verità. - -— I D'Orea non hanno fatto la loro fortuna con la mortadella? E io farò -la mia col lucido Nubian!... Milioni! Milioni! Milioni! Io voglio tanti -milioni! - -Mentre Mimì Carfo si dispera, l'Idola salta dal letto e salta per la -stanza a piedi nudi, esclamando allegramente: - -— Milioni! Milioni! Evviva i milioni! - -— Vieni qui! Vieni qui! Ascoltami! — supplica ancora la desolata Mimì. - -Remigia, d'un salto, torna a sedere sul letto, facendo risonare -l'elastico: - -— Eccomi, parla, ma io non ti ascolto! — Comicamente si tappa le -orecchie con l'indice delle mani. - -Mimì, abbracciandola con grande tenerezza, cerca di toglierle una mano -dall'orecchio. - -— Ma pensa, Remigia! Pensa!... Quell'uomo così brutto, così volgare, -vecchio. - -Mimì diventa rossa mormorando una parola sulle labbra dell'amica. - -— La dentiera?... Cara mia, porteremo in comune con Re Faraone, le -gioie, la gloria e le fatiche del regno, ma la dentiera continuerà a -portarsela lui solo! - -Mimì, sempre rossa rossa, sempre con la bocca quasi sulla bocca di -Remigia, riprende ancor più sottovoce con un tremito di angoscia e di -terrore: - -— Tuo... marito, Remigia!... _Tuo marito!_ Ma pensa, pensa, che cosa -vuol dire _ma-ri-to_... - -— Appunto, perchè non mi faccia cattiva impressione, lo sposerò senza -pensarci. - -— Che orrore! Che orrore! I baci di quell'uomo!... Un bacio solo di -quell'uomo!... C'è da morire di ribrezzo! C'è da morir soffocata! - -Remigia scrolla ancora la testa poi risponde: - -— Sai come si fa? Si chiudono gli occhi... — Remigia fa seguir l'atto -alle parole — e si tiene il fiato: — resti come morta e non senti -niente. Io fo così, quando mi bacia lo zio!... E anche quando mi bacia -Totò! L'uno, o l'altro... — L'Idola fa un'alzata di spalle. — È la -stessa cosa e lo stesso odore! Tu sì, gioia, che hai il profumo fresco -e delicato di un mazzolino di mughetti! Cara! Cara! Cara! Gioia! — La -fanciulla bacia Mimì con impeto. — Ma quegli orribili omacci?... A me -sembra di baciare o di essere baciata da una pipa! Ah, _mon Dieu_! Che -penitenza, il matrimonio! — Qui, Remigia fa un sospirone tra il serio -e il comico. — Sempre la pipa sotto il naso! Giorno e notte! Notte e -giorno! Ma anch'io, sai, come quel tesoro di missis Eyre farò grande -uso di — Proibitissimo! — _Defendu!_ Tutto _defendu_! E farò mancare -spessissimo il tabacco e i fiammiferi! Cara! Cara! Cara! Il mio fiore! -La mia rosa! La mia mammoletta!... — Remigia continua a baciare Mimì -con foga, con furia, ma senza trasporto, senza passione, non per altro, -al solito, che per far la matta e far del chiasso. - -La Carfo si difende; fa forza per allontanarla: - -— Non soffocarmi!... Ti supplico!... - -Si tira più su, a sedere contro i guanciali. Vuol far ragionare -l'amica; vuol persuaderla. - -— Senti, cara... Sta quieta, un momento! Ascoltami! Lasciami parlare! - -— Parla, bella viola del pensiero! - -— Anche se tutti gli uomini, proprio tutti, ti fanno l'effetto di una -pipa... - -— Pipa, e tabacco _caporal_! - -— Concederai, per altro, che anche tra pipa e pipa ci può essere -una bella differenza!... E tu vorresti scegliere proprio la più... — -Mimì non dice la brutta parola, ma esprime il proprio disgusto con un -brivido e storcendo le labbra. — Peuh! Quel Danova... - -— Il Danova, intanto, non è una pipa, ma un narghillè. Oggetto prezioso -e di gran lusso! E come Re Faraone, ti ripeto, mi piace di più del tuo -sir Arturo, del tuo bell'Apollo, con le orecchie d'asino! Non hai mai -osservato, le orecchie di sir Wood? Guardalo di dietro, quando ti volta -le spalle e si allontana con l'aria soddisfatta e il passo lento da -conquistatore... che ha conquistato. Vedrai che vele! Sembrano le anse -dell'orcio! Pipa banale e volgare il tuo bell'Apollo! Molto più _chic_ -il mio pascià. E più _art noveau_! - -— Dio mio, è orribile! Orribile... repulsivo! - -— E a me piace: _art nouveau_! E mi piace il suo carattere! La sua -aria di meneinfischio! Di padrone del mondo! Non ha soggezione di -nessuno, nemmeno di mammà; e non fa complimenti con nessuno, nemmeno -con lo zio Rosalì! Prepotentissimo e impertinentissimo... Tranne con -me, s'intende! Con me è un altro _Din_, un altro _Don_, _din-don_! -Mogio mogio, quatto quatto, docile assai, basta una mia occhiata per -fargli cambiar di colore: tranne la barba, s'intende! — La piccola -torna seria; fa un'altra alzata di spalle, ma questa volta di dispetto -e d'ira. — E poi a me che importa l'uomo... omo? Non dipenderò più -da casa D'Orea! Non sarò più al seguito di mia sorella! Avrò io più -milioni di mia sorella! E questa gente, l'avrò tutta supplice a' miei -piedi, anche mammà, anche lo zio Rosalì! - -La Carfo sospira, dolorosamente: - -— Tua sorella! Appunto... Ti dovrebbe ammaestrare l'esempio di tua -sorella!... Pensa quante lacrime le costano i suoi milioni! - -— Perchè mia sorella è una sciocca. Ma io?... Con Re Faraone? Vedrai -che diversità di trattamento! Guarda Fanfan!... Come Fanfan! Quella -sa tenerlo in riga mio cognato! È dalla signorina Fanfan che bisogna -imparare! - -Mimì Carfo, non ha più che una speranza. - -— Ma... e da parte... del Danova?... Sei sicura che quel brutto orco -faccia sul serio? - -— È innamoratissimo! — La fanciulla ride. — E le sue proteste d'amore? -Tutte a base di milioni!... Anche questa, sai, è una bella novità e -un piacevole diversivo, dopo tanta indigestione di cuore, di anima, di -cielo o di angeli, al chiaro della luna e delle stelle. Il mio pascià è -positivo e pratico: tutto ciò che gli piace, lo paga un milione «pronti -contanti». I miei capelli? Un milione! I miei occhi? Un milione! I -«bei penin piccinin?» Un milione. La bocca, due milioni, anzi, adesso, -siamo già sui tre. Ma siccome io non vendo a ritaglio, capo per capo, -e lo sa, così fa tutto un blocco e ci vorrà tutta la cassa! Mi ha quasi -offerto di sposarmi stasera. Me l'ha offerto digrignando i denti, come -un orso preso al laccio. Domani mattina mi offrirà la sua mano con -bella maniera. Andiamo insieme al lago di Chavanne. Al ritorno, prima -che mia sorella sia arrivata a Villars, il barone Danova avrà già -parlato e fatto la sua domanda «alla duchessa madre» in piena regola. - -Mimì si dispera: ha gli occhi gonfi di lacrime. - -— Aspetta! Aspetta! Ti prego! Ti supplico! Pensaci ancora!... Aspetta! - -— Ho vent'anni, mammoletta, mammolona! Non ho più tempo di aspettare! - -— Ti prego! Ti supplico! Te lo domando in grazia! Domani no! Domattina -no! Aspetta ancora un giorno, almeno un giorno... - -— Ho vent'anni!... Anzi, presto, ventuno! - -Mimì non può più resistere e scoppia in un pianto dirotto. - -L'Idola, ancora seduta sul letto, si volta a guardarla diventando -seria, mentre continua ad accarezzarsi i piedini l'uno contro l'altro, -incrociandoli: - -— Non piangere! Basta! Non voglio che tu pianga! Rispondi invece: tu -saresti contenta se io sposassi l'elettricista povero? - -— Sì. - -— Anche se sposassi Totò! - -— Sì, sì! Ma il Danova no! lì Danova no! - -— Che importa per te, il Danova o un altro, quando per me... fosse -anche Paride in persona, mio marito, sarà sempre tanto poco... mio -marito? Intanto punto primo: niente figliuoli. Io non voglio figliuoli. -Non voglio sforzarmi e poi... ho paura. Non voglio arrischiar di morire -io, per il gusto di mettere al mondo un... beì! No, no! Mainò! Se Re -Faraone vorrà un principe ereditario, se lo farà da sè! Non piangere! -Finiscila! Pensa, invece, come sarebbe buffo Re Faraone, in istato -interessante! Ridi! Ridi! Ridi! - -L'Idola batte, pizzica, fa il solletico a Mimì finchè riesce a farla -ridere fra le lacrime. - -— Adesso, ascoltami bene. — Remigia fissa torva Mimì, e fa un'altra -voce risoluta e dura. — Ascoltami bene: guai se tu mi compiangi o mi -fai compiangere da mia sorella. Devi mostrarti incantata del Danova; -devi trovarlo ultra simpaticissimo e piacente, e devi mostrarti -entusiasta del mio matrimonio... - -— Impossibile! Questo è impossibile! Impossibile! - -— Lo voglio... o non mi vedi più!... Bada: mi diventeresti antipatica, -non potrei più soffrirti! - -Mimì abbassa la testa: si capisce che finirà per fare tutto ciò che le -comanda l'amica sua, ma è un grande dolore per lei, un vero strazio!... - -— Se invece... ti lasciassi guidare, consigliare da tua sorella?... -Tu non vuoi persuaderti ma pure è tanto buona! Senti almeno dal signor -Giacomo, chi è, che cos'è questo egiziano! - -— Non parlarmi di Sua Eccellenza. Sai che non lo posso soffrire. - -— Che cosa ti ha fatto? - -— Niente, ma non lo posso soffrire. Con quella barbetta, con quel -ciuffetto di capelli troppo lunghi... ha un viso da capra. - -— Ha un'espressione così intelligente, così dolce... - -— Ma ha un viso da capra. - -— Cento volte meglio del Danova, per altro. Il Danova è... orribile, e -il signor Giacomo non è brutto! Poi, è più giovane. - -— Sia pure, ma il Danova è pronto a sposarmi e Sua Eccellenza non ci -pensa nemmeno! - -— Perchè no, se tu vuoi? - -— Sua Eccellenza Giacomina?... Non mi ha mai fatto l'onore di prendermi -in considerazione! - -— Perchè non hai mai voluto essere gentile, amabile con lui!... Provati -soltanto, e vedrai! - -Remigia, dubita: - -— Uhm!... Mi pare, piuttosto, che abbia del debole per mia sorella! - -Mimì, che da queste parole, vede balenare pur da lontano un raggio di -speranza, insiste più che mai: - -— Tua sorella gli fa compassione, tu gli piacerai, se ti ci metti!... -Dovrà finire anche lui come gli altri!... Tutti s'innamorano di te, se -ti ci metti! Non precipitare niente, aspetta! Domattina, non andare al -lago di Chavanne!.. Il Danova, tanto, non ti scappa! - -L'Idola fa un sorrisetto serio, malizioso. - -— No; quello lì... credo di no! - -— Tienlo per un caso disperato! Dio mio, finchè c'è vita, c'è speranza! - -Remigia dondola la testa e torna a cantarellare: - -— Per me tutti gli uomini, tutti brutti, tutti uguali, tutti un peso, -un gran peso... e una pipa! - -— Ma pensa, cara, alla sua condizione... - -— Finanziaria? — esclama subito Remigia. — Oh per questo sì! Di milioni -ne ha di più Giacomo, anche del Danova! - -— La sua condizione morale, sociale. È un uomo di talento... - -— Per talento, anche il mio Re Faraone, è tutt'altro che uno stupido! - -— Può ritornare... ministro! - -— E in tal caso io sarei... ministressa! Governerei lo stato! Tutti i -socialisti, in prigione!... Comanderei io, anche a Luciano. — «Bisogna -subito piantare Fanfan! Più un soldo per Fanfan!» — Mammà con me, tu, -gioia, con me: lo zio Rosalì e Totò, in Trinacria! - -Tutto questo, la fanciulla lo dice ridendo, per ischerzo, ma poi, -a mano a mano diventa seria. Ci pensa alla possibilità di poter -conquistare... Giacomo D'Orea, e nel suo cervellino capriccioso e -mobile la barba di Re Faraone perde di colore e svanisce a poco a poco. -Sarebbe lei la padrona di sua sorella; la padrona di tutti! - -Le braccia allungate, le mani tese, posate sul letto, gli occhi fissi -fissi, sembrano guardare un punto lontano... Continua ad accarezzarsi, -incrociandoli, i piedini nudi... Ad un tratto scoppia in una risata: - -— E il capitano Zaccarella?... Per prima cosa, quando fossi diventata -la moglie di Sua Eccellenza, il capitano Zaccarella a riposo, e senza -pensione! - - - - -PARTE SECONDA. - - - - -CAPITOLO I. - - -Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a Bex, prima di salire -alla _Tête-pointue_. - -Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo l'ha un po' -logorato, e basta la più piccola imprudenza a dargli i crampi allo -stomaco e l'emicrania. - -A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona armonia: l'uno e -l'altro giocano di abile prudenza, per non urtarsi reciprocamente. -Luciano sente che Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la -predica; e dispone l'orario della giornata e inventa mille pretesti -per non trovarsi mai solo con lui e per non offrirgli l'occasione -d'incominciare. Giacomo, a sua volta, sicurissimo che da un momento -all'altro, quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha nessuna -fretta di andarla a cercare. - -Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso di Maria; e siccome ha -bisogno di Maria per occupare Giacomo e per tenerlo di buon umore, si -mostra gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con la scusa di un -nuovo automobile da provare, da cambiare, da comperare, non si lascia -vedere altro che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti, -almeno, è di buon umore, non vanta la musica, nè l'arte divina del -canto. La sera, è stanco e si ritira prestissimo, ben inteso lasciando -lì, con sua moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia. - -— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si mettano su, a -vicenda, contro di me. Lei stia attento, senza averne l'aria, a tutti i -loro discorsi. - -Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra, e nelle lunghe -conversazioni, di giorno e di sera, nel giardino dell'albergo, Giacomo -e Maria hanno finito con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono -anzi uniti in un'affettuosa intimità. - -Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un senso di malinconica -simpatia. — La giovane e bella signora deve essere tanto infelice -con Luciano! — Imparando a conoscerla bene, in quelle ore di vita in -comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima ammirazione. - -— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente! Come sa -ragionare con lucidità e con finezza! E come parla bene, con quella sua -pronunzia lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida. E la -voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio e penetra nell'anima. - -Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non segue più le parole, -sente solo il suono della voce. Vorrebbe allora, poter chiudere gli -occhi e sognare. - -E come Maria sa raccontare: ha una evidenza, un'efficacia, nella sua -semplicità, straordinarie. - -Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura. Giacomo ha letto -poco di romanzi, Maria ha letto tutto. Giacomo se ne fa raccontare -la tela, lo svolgimento, i caratteri e sta a sentirla godendosi e -commovendosi. - -S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort comme la mort» di Guy De -Maupassant. - -Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda e inesorabile -e dolorosa verità di quella passione che nasce inavvertita in un -cuore non più giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente -disperata e forte... forte come la morte! Eppure quello di Oliviero -Bertin per Antonietta de Guilleroy non era il primo, era il rifiorire -di un nuovo, di un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza, era -il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute. - -Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di lacrime al tragico -epilogo di quella passione disperata, Giacomo sospira con un senso -profondo di amarezza. Per la prima volta egli pensa ai suoi anni -perduti, alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore. - -— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua anima. - -Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto della bella voce, -nel fascino e nella commozione del racconto. Poi, certe volte, -sente rossore di sè stesso; ha vergogna del suo mestiere, d'essere -«comandato», di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra -le ombre del giardino, non senza aver guardato prima cautamente, se il -padrone non sia alla finestra e lo possa vedere: - -— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come servirei più -volentieri Donna Maria Grazia e Sua Eccellenza! - -Alla _Tête-pointue_, come a Bex: pei primi giorni, armonia e buon -umore. Tutti i Moncalvo, si trovano a Grjon, — la stazione prima di -Villars, — ad incontrare i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e -grandi abbracci e tenerezze. - -Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe Rosalino assai -deferente e nota subito che quella monella dell'Idola s'è molto mutata -con lui: è assai più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato -nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo scrittoio un grande -mazzo di rododendri. Interroga il servitore: è la duchessina che li ha -portati e messi a quel posto. - -Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio, mentre, già sonata la -campana, si aspetta, perchè gli altri aspettano, di andare a pranzo. - -— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio. È stata -un'improvvisata, lieta e cara come un buon augurio. - -— È il saluto della montagna: sono roselline delle Alpi. Le ho raccolte -io stessa, stamattina a duemila metri: alla Chamossaire... - -Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina e l'onorevole -D'Orea, la interrompe con una sghignazzata: - -— Cioè, cioè, cioè! Dica _noi_! Le abbiamo raccolte _noi_! La -verità, duchessina, sempre la verità, quando non si tratta di affari -d'importanza! - -Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone, poi offre il -braccio a donna Maria e mentre l'accompagna nella sala da pranzo, -le esprime la sua contentezza per l'allegria di Luciano e le festose -accoglienze di Remigia. - -— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina... Una volta -non mi poteva vedere e me lo faceva anche capire! - -Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo e fissando Giacomo -con dolcezza. C'è tanta malinconia nel suo sorriso! Ella non ha la -fiducia di Giacomo. La Piccola, come Luciano, possono commettere una -cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità no, o assai di rado. - -Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo di rododendri? - -Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la cara cognatina a -Sua Eccellenza; ne ride con sua moglie, con lo Zaccarella, ma ne -soffre, come soffre dovendo notare la grande considerazione che gode -l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo fratello egli -si sente messo in seconda linea, persino dinanzi ai saltetti e agli -sgambetti del signor Trüb. Lui, con le sue tre o quattro _toilettes_ al -giorno, e il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte canora -a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua a volersi mostrare -brioso e indifferente, ma si lascia veder poco e si sfoga, quando è -solo con loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando a -far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata ad essere molto gentile -con Giacomo, adesso trova che esagera anche lei nel fare «una corte -ridicola e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad un tratto, la -tempesta che non può più tardare scoppia improvvisa tra i due fratelli. - -Giacomo D'Orea, sfogliando il _Figaro_ vi legge una notizia artistica, -nella rubrica degli spettacoli, che lo mette un po' soprapensiero: è -l'annunzio del grande successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur» nella -sua nuova creazione «_le rôle de Germaine dans le Corset envolé_». - -— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto di Luciano? - -Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con -sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a -Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la -cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle -gelosie di Totò; sguinzaglia _Din_ e _Don_ sulle tracce di missis Eyre -e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra di -_mademoiselle_, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto -Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi, -e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori -di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor -Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare -in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una -delle sue. - -— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre -a Parigi! — pensa Giacomo fra sè. - -In fatti, due giorni dopo la notizia del _Figaro_, Luciano, a -colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non -addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra... - -Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa: -tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che -Luciano se la sarebbe presto svignata. - -— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia, -gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante. - -Tutti _cito_, e il principe continua, dopo un altro momento di -silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione: - -— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio. -— Non è vero, Cristina? - -— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo -ha finito. - -Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando -il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio. - -— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di -Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora. - -— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda Giacomo. - -Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere, ma approfitta -dell'interruzione accolta dal pieno assentimento della duchessa -Cristina e del principe Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò -che più temeva di far sapere al fratello: - -— Tutto compreso... non resterò assente... credo, più di una settimana. - -— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non è più correre; è volare! -— E ripete «volare... volare...» con un'espressione languida, quasi -voluttuosa, fissando Giacomo, il quale non le bada affatto, e continua -invece a osservare Maria, diventata un po' più pallida dopo l'annunzio -di quella partenza, e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa -bassa, quasi sul piatto. - -Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordini e disposizioni per -la sua partenza: adesso che questa sua partenza e già stata annunziata, -egli è contento ed è davvero di buon umore. Chiama il _chauffeur_, -vanno insieme al _garage_ a vedere la macchina, poi rientra -nell'albergo e cantarellando «un dì felice eterea...» sale svelto, -leggero, al suo appartamento, dove c'è già Andrea che lo aspetta per -preparar le valige. - -— Tutto quanto mi può occorrere per quindici gior... - -Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si volta: - -— Chi è?... - -— Sono io. - -È la voce di Giacomo. - -Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo. Tutto il suo buon -umore è svanito. - -— Avanti. - -Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre Andrea corre ad aprir -l'uscio e s'inchina rispettosamente dinanzi a Sua Eccellenza. - -Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo con un'occhiata bieca, -sospettosa. - -— Ho da parlarti. - -— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato e seccato. — Proprio -adesso? - -— Subito! - -— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto! - -Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea si affretta ad -ubbidire, ma giunto sulla soglia è trattenuto dalla voce aspra del -padrone. - -— Non allontanatevi. State attento, pronto appena vi chiamo. È già -tardi e c'è ancora tutto da preparare. - -Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore, e Luciano corre -all'armadio, lo apre, e con l'aria di non volersi occupare di Giacomo e -di non aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti che devono -essere messi nelle valige, e li butta uno dietro l'altro sul canapè. - -Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie. - -Gli tien testa bravamente. - -— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu vai... a Parigi. - -Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello: - -— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò anche a... Parigi, se mi -accomoda. Non ho padroni, e dei fatti miei, non devo render conto a -nessuno. - -Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che se Luciano ha fretta, -lui non ne ha punto, poi risponde con grande pacatezza: - -— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a tua moglie. - -— A mia moglie? - -— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene, per poter vantarsi di -non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno. - -L'altro, perde le staffe. - -— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola! Tu sei venuto qui, -non per la villeggiatura, ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che -facciamo un po' di bilancio tra il _dare_ e l'_avere_? - -Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino, in faccia a Giacomo, -che gli risponde sempre pacato: - -— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al moltissimo danaro che -tu hai speso e spendi più di me?... No, io non penso in questo momento -a... proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci penserò, -forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario. No, no. Dicendoti -che «per vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a -nessuno» io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie! - -— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra. - -— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto di entrarci ed -io ho il dovere di farcela entrare! Tu devi moltissimo a tua moglie; -ricordati. Tu devi a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua -pazienza, alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non hai -perduto la stima della gente! - -— Tu... parli così?... A me? - -— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro che il danaro, -soltanto il danaro che abbiamo in comune! Io so, invece, pur troppo, -che abbiamo in comune anche il nome, e il nostro nome non posso e non -voglio lasciartelo sporcare! - -Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo. - -— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare! - -Luciano batte forte col pugno sul tavolino: - -— Basta! Basta, così! - -— No! Non basta! - -— Dirò al signor Zaccarella... - -— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice signor Zaccarella? - -— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri conti... - -— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di spalle. - -— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta, un mucchio di -cambiali tue; cambiali in bianco, scontate dai più noti strozzini -internazionali! Lasciamo in pace il già travagliato signor Zaccarella! -Ho tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani. E lo -farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare non il nostro -patrimonio, ma il nostro onore. - -Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua pudibonda -bigotteria, di timido provinciale, Giacomo è capace di qualunque -eccesso! - -Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con ostentata -indifferenza: - -— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire... - -— E di fare. - -— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei -difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già -abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il -motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo -viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso -«proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta? - -— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e -categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna -che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... — -Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di -milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur! - -Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo: - -— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto! - -— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica! È tutto il mondo che -lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua -moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia! - -Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi. - -Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così, -senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a -doversi reprimere. - -Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero -plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si -ferma in faccia a Giacomo: - -— Scusa, una domanda prima, per intenderci bene. - -— Anche due; anche dieci! - -— È stata mia suocera a spingerti... a questo passo? - -— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera... - -— Allora... è stata mia moglie? - -Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto e scarno di Giacomo: -è un lampo, ma basta a Luciano per fargli intendere dove deve mirare, -se vuol colpire a sua volta e colpir giusto. - -— Certo, certo! È stata mia moglie! - -— Non è vero! - -— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi colloqui a Bex! - -— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo con troppa -precipitazione. - -L'altro scoppia in una risata: - -— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?... Uhm! Non credo! -È stata mia moglie!... Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti -venire a Villars? - -— È falso! È una falsità! - -— Non gridare! Perchè gridare? - -Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente. - -— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra i pampini e le -biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo credo! - -— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde pure con un tono -sarcastico: — _Les échos parisiens_, caro mio! Il _Gil Blas_ e il -_Figaro_, sono arrivati fin laggiù, a Fiumicino! - -— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi li ha tradotti alla zia -Gioconda?... Tu, o mia moglie? - -— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo tra' denti. È disgustato, -ma più ancora è conturbato e inquieto per la brutta piega, che va -prendendo il discorso. - -— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto una parola in -proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa e ti vuol anche troppo -bene! - -— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il «troppo bene» è un di più! - -— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non direbbe mai una parola -contro di te! - -— Criss...ti! La conosci a memoria!... _Par coeur!_ - -— Non voler essere ironico e non voler essere cattivo! Non è il -momento, e non si scherza! Io parlo e predico per il bene tuo e il -bene di tutti noi! Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e -d'accordo! - -Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia, invece, e cerca di -smuovere, di persuadere il fratello, con le buone ragioni e toccandogli -il cuore. - -No, Luciano non deve più continuare con quella... donna di Parigi. A -parte che Luciano, essendo ammogliato, il capriccio e la leggerezza -diventano una colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli ha -assunto informazioni sicure, precise, e può dire di conoscerla bene. -È una donna che rende ridicoli i propri amanti, mentre li conduce -fatalmente alla rovina! - -Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli afferra una mano e -gliela stringe con effusione. Gli parla del babbo che Luciano ha appena -conosciuto, gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così semplice -e così buona! - -— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto da padre! Non andare -a Parigi! In questo momento, piantar qui tua moglie, piantar qui tutti, -sarebbe una pazzia e uno scandalo! - -— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè commosso, ma sempre -più inasprito, — intanto io vado a Losanna e non vado, almeno per il -momento, a Parigi. - -— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a Parigi. - -— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra, come ho già detto, -per la riunione del Club automobilistico. Se poi, prima di tornare a -Villars, dovrò recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà -dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare senza mai -preoccuparmi dei commenti pettegoli e interessati e senza aver paura... -delle mie spie! - -— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da vero leone! - -Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce ancora a dominarsi. - -— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia, hai le sole persone -che veramente ti vogliono bene. — Giacomo spiana la fronte e preso il -fratello a braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che -buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha ragione il signor -Trüb di vantarsene e di farla pagar cara!... Ti seccano le prediche del -«putativo genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato, moderno. -Hai avuto un capriccio per questa donna magra, ossuta e lunga come -la noia? Ebbene, te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due -milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essere _black-boulé_ -dalla gente di spirito! Prendere sul serio, e prendere per tutta la -vita Margherita Gauthier? È roba del quaranta! Dopo il novecento il -giovane Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi. A Parigi, -in questo mese, con il termometro a trentasei gradi Reaumur? Diventi -matto? Peggio, vuoi diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a -Villars e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo capitano -Zaccarella con pieni poteri, con la borsa piena e con l'incarico di -liquidare! - -L'idea colpisce Luciano: - -— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa di voler liquidare! -Ma, s'intende, non «mandare», andar lui, a Parigi e così, con la borsa -piena, sbaragliare, mettere in fuga il re della glicerina! - -Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso, spera bene -e continua a cercare argomenti, anche speciosi, pur di riuscire -nell'intento. - -— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente delle grazie -_faisandés_ e degli acuti stonati di una qualunque _mademoiselle_ -Fanfan! Tu ci tieni per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un -oggetto di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad Ostenda, -a Montecarlo, che non hai più milioni da spendere per mantenere la -Trécoeur! E ci tieni anche, per gelosia di possesso: perchè sai che -dietro di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di ricevere -o di dividersi la tua successione! È una forma di gelosia che non ha -niente di comune con l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia -che spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe infallibile, -purchè sia pronto: liquidare brillantemente con la signorina Fanfan e -brillantemente piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore -e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali! Quelli che più ti -danno ombra!... Ci perdono l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto -contendersi fra di loro _le corset_, quando non è più _envolé_?... -È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria che fa quotare -così alto le azioni, mimiche, di _mademoiselle_ Trécoeur! Sei tu, il -milionario inesauribile, la più grande attrattiva e il suo fascino -maggiore! Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito a quattro -ossa giallognole e bacate! - -Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente: - -— È così; e bisogna far così: piantarla con una buona uscita. Per -allontanare i propri amici dalla propria amante, non c'è che un modo, -sicuro: piantarla! - -Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a quel mezzo-uomo e -mezzo-prete « — che cosa ne puoi saper tu delle attrattive e dei -fascini di certe donne, come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare -e di fiutare le sottane della famiglia!» Ma non può. Per seguire il -piano che ormai ha ben fisso in mente egli deve contenersi e fingere di -accettare, in massima, i consigli del fratello. - -— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima potrebbe essere anche -il mio desiderio e lo scopo del mio viaggio a Parigi; dato il caso -che io vada proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento di -nessun Zaccarella! Non voglio far la figura... di essere inabilitato, -prima del tempo! - -Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito la botta. L'altro -continua imperturbabile: - -— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li tratto da me. E per -questi affari, vado e non mando. - -Giacomo, si mostra conciliantissimo. - -— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari; ma non vai -proprio, tu, in persona. Sei tu, che mandi, ed è lo stesso! - -— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando! - -— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi mesi Parigi è vuota e -spopolata e soprattutto perchè quando fa caldo, ami di stare al fresco! - -— Fresco o caldo, vado io. Certi affari _di mia sola pertinenza_, li -tratto da me. - -Giacomo ha uno scatto che non può reprimere: - -— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei non ci pensi? - -— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche fra me e la mia cara -signora moglie, non ci si deve frammischiare nessun... Zaccarella!... -Voglio pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti? - -— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo! - -Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine, Giacomo non si frena -più. - -— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e tempo, vivaddio, di vivere -un po' anche per tua moglie, per quella povera... martire, che per la -sua bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita tutto il nostro -affetto e tutta la nostra ammirazione! - -Luciano, pronto, coglie la parola al volo: - -— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione! Me ne sono accorto -da un pezzo! - -— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo si avvicina d'un -passo al fratello, fissandolo: — Ti sei accorto... di che cosa?... - -Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua propria cattiveria. - -— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da un pezzo di questa -vostra e specialmente _tua_... ammirazione! - -Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte, palma a palma, in -atto di dolorosa maraviglia: - -— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo! - -Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a sua volta; parla alto, -borioso e sprezzante. È lui, il giusto; è lui, il giudice. - -— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh, tutt'altro che un -ragazzo. Osservo, da tempo, e noto. Intanto, intendiamoci: non -permetterò mai, _mai_, alla mia... cara signora moglie di cercarsi -protettori, nemmeno in famiglia, per metterli su, contro di me. Non -permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano fa una reticenza con -un'altra smorfia piena di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda, -di voler sentenziare fra me e mia moglie. Con mia moglie poi a suo -tempo... — Non vuol dire di più; ma le pupille hanno un tremolio -sinistro, che fa trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede, -indovina l'inquietudine del fratello per la cognata, e ne gioisce in -cuor suo. - -Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone di fare tutto ciò -che gli accomoda; padrone di andare, di stare a Parigi quanto vuole; -padrone di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi per -la cognata! — Ride, poi riprende, guatando Giacomo tra il serio e il -comico: - -— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia! La povera martire! -Impiegare tutto il suo tempo a Bex, per destare la tua ammirazione, e -per seminare la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire -e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare! - -Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che rispondere: Luciano, -alza la voce. - -— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato; ma quando -torno, e tornerò prestissimo darò alla... povera martire, l'ammirazione -che si merita! - -L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno, che prorompono -dalle sue labbra livide e affilate. - -— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una regina! E con lei, -mantenuta tutta un'orda di nobilastri parassiti, che non hanno salvato -dalla malora altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì, davvero, -bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi! È questa genia di spiantati, -sono i capricci, è il lusso sfrenato di mia moglie che mi hanno -costretto a spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si tratta... -di mia moglie, quando si tratta della povera martire, tu, proprio tu, -dimentichi anche l'avarizia e non mi fai più la predica! Per te? Per la -tua ammirazione?... S'intende! Io ho sempre pagato troppo poco i grandi -meriti di mia moglie! - -— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo è spaventato. Possono -sentire nel corridoio, in tutto l'albergo! — Abbassa la voce! Ti -supplico! — Ma più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta e -grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce con l'arrabbiarsi e -col diventar geloso sul serio. - -— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare! Se dovrà confessare! -Che cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?... Con quante moine ha -potuto cambiarti così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me -lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire! Ti sei opposto -fino all'ultimo! Hai fatto il possibile e l'impossibile per impedire -il mio matrimonio! Oh, senza essere un grand'uomo, e non me ne importa -affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne accorgerà mia moglie -quando torno! Appena torno!... Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei, -la bugiarda e non io! La bugiarda e l'ingrata! - -Giacomo capisce che, lui presente, la furia del fratello non farà che -divampare sempre più: si caccia le mani nei capelli e fugge via con un -singulto che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello era cattivo, -ma cattivo fino a quel punto, fino al punto di far paura, questo no! - -— Povera donna! Povera donna!... - -Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai se Luciano, restasse -a Villars! - -— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno! - - -— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_ - -È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo la scena col fratello. - -Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua moglie. Sua moglie -la vedrà al ritorno e la... saluterà al ritorno! Adesso vuol partire -tranquillo, senza guastarsi il sangue! - -— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_ - -— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La donna perfetta!... -Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo e Francesca! - -Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere sè stesso. Ma non -lo crede e non lo pensa. E per ciò, appunto, perchè non lo pensa e -non lo crede in cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle -ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così, sua moglie, -avrà finito di darsi le arie e il sussiego della donna perfetta, della -donna superiore! Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà -abbassare gli occhi e la testa! - -Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano aveva finito col -rodersi in cuor suo anche per i pregi e per le virtù e soprattutto per -la grande stima che godeva sua moglie e che tanto la innalzava, al suo -confronto, nell'opinione della gente. - -— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come tutte le altre!... Basta, -l'ammirazione! Non più panegirici, non più inni, ma tragedie: Paolo e -Francesca! - -— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_ - -L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta discesa da Villars -fino ad Aigle, in un attimo, ed ora, sempre di volo, sempre in discesa, -infila la strada polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi -e il lago azzurro, mentre alto e lontano si profila candido e immoto -dominatore dello spazio, il monte Bianco. - -— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_ - -Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può più farmi da tutore -e Francesca da spia! Posso andare a Parigi! — evviva Parigi! — e -divertirmi! - -— Divertirmi?... - -Luciano torna a rabbuiarsi. - -— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci! -E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i -riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi -sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando -non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere -un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con -il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra -di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina! - -Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a -consolarsi. - -— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue -a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!... - -— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_ - -E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del -sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza -tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra -la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad -accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di -vendette, i pensieri più tristi e più foschi. - -— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_ - - - - -II. - - -Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella veemente invettiva, -corre nelle sue stanze, come a cercarvi rifugio. - -Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente per non sentir -l'eco di quelle ingiurie. - -Siede affranto dinanzi alla scrivania; è angosciato e disperato. - -— E adesso Luciano, che cosa farà?... Liti, scandali, partirà come ha -detto?... E Maria?... - -Che ora lunga d'incertezza, di inquietudini, di pena! - -Ad un tratto sente stridere e sbuffare l'automobile: si alza, si -avvicina alla finestra e spia dietro le cortine calate. - -— Ah, Dio sia lodato! — Manda un grande sospiro di sollievo. — Luciano -è partito! - -— Va! Va!... A Parigi! Dove vuoi! In capo al mondo! - -È forte, però, il suo capriccio per quella Fanfan! - -Più forte della sua stessa cattiveria! Ma poi al ritorno? - -Giacomo si allontana dalla finestra scrollando il capo. - -— Quando ritornerà?... Povera Maria! - -Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto sarà ora di pranzo! — -Non chiama il cameriere, si veste solo e intanto continua a pensare a -Maria... e a Luciano. - -— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno dei nostri. È un frutto -guasto dai suoi stessi vizi! E così, travisandoli, deturpa e avvelena -affetti e sentimenti! Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?... -— Giacomo dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare! Se lui stesso è -il più convinto della sua propria falsità!... Inventa e sa d'inventare! -È una perfidia atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia! Cioè -no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro! - -Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco del fratello. -L'insinuazione calunniosa è un'arma a due tagli: contro la moglie e -contro di lui. Con quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli -e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere qualunque -eccesso per quella Fanfan e qualunque infamia contro sua moglie! - -— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace, capacissimo, di gridare -ai quattro venti che sono l'amante di Maria! - -— Che canaglia! - -A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante di Maria», che gli -si affacciano al pensiero per la prima volta così precise e chiare, -egli si ferma dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della -cravatta fra le mani... - -— Che falsità! Che canaglia! - -Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce. - -Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima. Soffre, — è proprio -la parola, — soffre un tormento nuovo: un senso strano e nuovo di -timidezza. - -Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima di pranzo, -arrossisce suo malgrado, e non può, lì per lì, fissarla in faccia. - -Maria Grazia, nota subito il turbamento del cognato, ma lo spiega a suo -modo: lo crede così mortificato e impacciato, perchè non è riuscito a -trattenere Luciano. Ella lo guarda con i grandi occhi neri, pensierosi -e gli sorride malinconicamente: lei stessa, si fa offrire e gli prende -il braccio, per entrare insieme nella sala da pranzo. - -— Lucïano è proprio partito?... E proprio per Parïgi? - -Le tenere e armoniose dieresi, sono piene di lacrime. - -Giacomo, le risponde appena, stringendole il braccio, sotto il suo: - -— Coraggio... - -— Ne ho; tanto!... Sai?... Non è venuto nemmeno a salutarmi! — Cerca, -quasi, di scusare il marito. — Forse, non ha osato! - -— «Oh...» — Giacomo s'interrompe e pensa in cuor suo: — Sapesse, povera -donna, che cosa è capace di osare... quello là! - -Ma, alla cognata, egli non dice nulla della scena successa. Durante la -serata, mentre Giacomo sembra quasi sfuggirla, Maria lo interroga con -i begli occhi ansiosi: Giacomo non le risponde altro che scrollando il -capo. - -Nei giorni seguenti, egli schiva le facili occasioni di trovarsi solo -con lei. E per poter fare ciò, naturalmente, egli si accompagna e -comincia a stare di più con Remigia. - -Dopo colazione, mentre la cognata si avvia lentamente in giardino, -verso il suo solito posto tranquillo e appartato, Giacomo, invece di -seguirla con il fascio dei giornali, si unisce alla corte allegra e -rumorosa della duchessina, assiste ai pasti di _Din_ e _Don_ e riceve -pazientemente gli enfatici salamelecchi del signor Trüb. - -Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano la macchia folta -degli abeti che riparano Maria sotto l'ombra solitaria, egli si fa -spiegare da Remigia le regole del _tennis_ e resta lì, fuori della -rete, a veder giuocare. - -— Bravissima, la Pïccola! - -Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa Maria, e ne riceve -un'intima sensazione di gioia. - -Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano nell'albergo, -Giacomo invece di fermarsi con Maria, come faceva prima, nella veranda -a discorrere e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con Remigia -nella sala da ballo, e si ferma a vederla ballare. Ride con lei e con -la Carfo a proposito dei suoi adoratori «internazionali». Scherza alle -spalle di _monsieur_ Malot, il parigino puro sangue, il ballerino di -forza e di grazia; scherza a proposito dei voli letterari di Lothar -Schmidt e anche Giacomo si mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e -sir Wood «il bell'Apollo della caramella!». - -Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia a faccia col -cognato, lo interroga muta, con gli occhi soltanto. - -— Perchè? - -Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere anche questo mio solo -conforto? La tua amicizia buona e cara? - -Giacomo le risponde arrossendo leggermente, crollando il capo e si -allontana. - -— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo. - -Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare vagamente, in tutto -o in parte, la verità, e allora è lei pure che arrossisce se per caso -incontra gli occhi di Giacomo. - -I due buoni hanno finito per capire, per intendersi. E così, mentre -sembrano allontanarsi l'uno dall'altra, tutto quel mistero, la nuova -odiosa cattiveria di Luciano, conosciuta da Giacomo soltanto, ma quasi -intravvista da Maria, unisce più strettamente le loro due anime. - -Giacomo non confessa a sè stesso, che anche la simpatia si fa più viva; -forse non se ne rende conto. Tutto confonde e tutto spiega in cuor suo, -col sentimento della giustizia e di una grande pietà. - -Ma una notte... Ebbe tutta una notte insonne e pensò di partire. - -— Andarmene, sì, sì!... Bisogna risolversi e partire. Luciano, al suo -ritorno, non deve trovarmi più a Villars. Sarà così evidente tutta -l'assurdità dell'odiosa insinuazione! - -Ma Villars, in quel punto, come gli appare verde e incantevole! Non -avrebbe trovato in nessun'altra parte del mondo un luogo così bello! - -— No! Anzi non devo partire, _devo_ rimanere! Luciano direbbe che io mi -sono allontanato apposta per salvare le apparenze! Sarebbe «una prova» -secondo lui e andandomene lo lascerei libero di inventare anche di -peggio! E poi, Maria? Lasciata qui senza difesa?... Devo restare! - -L'idea della partenza è dunque abbandonata. - -— Resto! Appunto, precisamente: per difenderla e per proteggerla! È -mia cognata. Oggi è una D'Orea; è dei nostri. Sono io, per autorità, il -capo riconosciuto in questa casa. Qui comando io; e farò rigar diritto -quel... buffone! - -Per altro, non bisogna mai dare il più piccolo appiglio a Luciano; e -bisogna ricordare com'è pronto e scaltro nella perversità. - -Giacomo non si trova più solo con Maria e si vedono e si parlano -soltanto a colazione e a pranzo. Egli è venuto, dice lui, e resta a -Villars, non per altro, che per riposare e per diventar giovane! - -Sta tutto il giorno e tutta la sera con Remigia; con la Piccola! - -.... Quante volte ripete «la piccola!» - -Questa tattica abile e prudente, se gli è consigliata dal bene di -Maria, non lo annoia per altro, e non lo stanca. Remigia è sempre -allegra, divertentissima! Con questo grande vantaggio, che non vuol -parere altro che quello che è, cioè una bambina. Bambina per indole, -per vivacità e per... innocenza! Non pensa altro che a saltare, a -giocare al _tennis_ e a ballare; preferisce ancora le passeggiate col -bel sole, ai colloqui con la bianca luna, i dolci e i cioccolattini del -Danova, ai fiori di _monsieur_ Malot e non vuol bene, davvero, altro -che a _Din_ e a _Don_! - -— I vent'anni sono al varco!... Eppure, nessuno lo direbbe! Del resto, -anche con vent'anni, e sonati, potrebbe sempre essere mia figlia! - -Però, con la Piccola, egli non deve pensare ai riguardi, alle apparenze! - -Può fare la sua corte innocente. Non c'è pericolo di dar ombra a sir -Wood... e nemmeno a Totò! - -— Povero Totò! È innamorato sul serio!... Ma perchè non si sposano, -Remigia e Totò? - -Quell'argento vivo... e biondo, che ride sempre, che parla sempre, -che non fa mai domande e, se ne fa, non aspetta risposta, è un grande -riposo per Giacomo, facile all'emicrania, stanco di nervi, e con -i begli occhi di Maria sempre fissi in mente. Anzi, vicino a quel -demonietto in continuo moto e in continue chiacchiere, egli prova il -grande sollievo di poter tacere pensando a tutt'altro! È un uccellino -grazioso dai bei colori vivi e dalla testina d'oro, che gli vola -attorno piacevolmente e che piacevolmente riempie l'aria con il suo -armonioso e festevole _pi-pi-pi_! - -Egli può tacere, tacere!... la gioia di poter tacere e di poter pensare -a... tutt'altro, mentre la cingallegra spensierata e innocente continua -a volare cantando e bisbigliando _pi-pi-pi_! - -Egli può tacere, tacere!... E intanto spiare di lontano, in fondo -al giardino, un punto bianco, immobile, che spicca tra il verde dei -fogliami: è Maria che legge, seduta all'ombra nel suo solito posto -appartato. - -— Povera Maria!... Meriterebbe tanto di essere felice... e amata! - -Questo pensiero, un giorno, fa sospirare Giacomo più forte. Remigia -che sta raccontandogli, ridendo, la corte che pretendeva di farle quel -«bruttissimo Re Faraone» si ferma di botto. - -— A che cosa pensate, Giacomo? - -— A niente. Non penso a niente: ascolto soltanto. - -— Non dite bugia, Eccellenza! Questa è una grossa bugia! - -— Perchè? - -— Perchè se aveste ascoltata me vi sareste messo a ridere: invece vi -siete messo a sospirare! - -Remigia dà una risatina arguta, maliziosetta: - -— Forse, chi sa? È stato il sospiro dell'anima! - - Suonar nel mio segreto odo una voce - Che a sè mi tiene dubitando inteso... - -Giacomo, per deviare l'attenzione della fanciulla, sospira più -profondamente, continuando: - - E non sento l'età fuggir veloce - In quella nota attonito e sospeso! - -— È la nota giovane squillante e affascinante del vostro allegro -_pi-pi-pi_, cara Remigia! - -— Per me, sospirate? — La graziosa birichina si mostra incredula. — Uhm! - -— Sospiro... alla gioventù! Il più grande dei tesori, che si comincia -ad apprezzare soltanto... quando lo abbiamo tutto consumato! - -La duchessina si stringe comicamente nelle spalle. - -— Allora... dovrà apprezzarlo moltissimo Re Faraone! - -— Certamente! Anche Re Faraone! - -— Ma pure egli ha trovato un rimedio, per riacquistare la perduta -gioventù: il lucido Nubian! - -Remigia ride allegramente e Giacomo è sicuro che non ha più in mente nè -i suoi silenzi, nè i suoi sospiri. - -In fatti ella riprende subito, con tutt'altro tono: - -— Giacchè siamo in vena di poesia, ricordatevi, Giacomo, questo è il -giorno. - -— Il giorno?... Quale? - -— Il giorno in cui dovete scrivere sul mio _album_. No, no! Non si dice -di no; avete promesso! - -— Non so scrivere versi! - -— Scrivete prosa. - -— Non so scrivere prosa, che sia degna del vostro _album_. Io non sono -un letterato, ma un umile finanziere! Non so scrivere altro che cifre! - -— E, allora, basterà la vostra firma, Eccellenza! È l'autografo, che -conta! — Mimì! — grida forte Remigia, chiamando, — Mimì! - -— Eccomi, cara! - -La contessina Carfo, sta giocando al _croquet_ lì vicino, con Totò. -Ella che ha sempre un grande ribrezzo per il Re Faraone, e che spera -solo nel matrimonio di Giacomo con Remigia, quando i due sono insieme, -non li perde mai di vista. - -— Finitela con quel _croquet_ stupidissimo e irritante! Venite qui con -noi! È fresco fresco! Una delizia! - -Remigia si sdraia sopra una larga poltrona di vimini, dondolandosi -mollemente. - -— Ah, che gioia!... E che buone poltrone elastiche e comode, da far -invidia alla Sbirlingonia! - -Mimì e Totò, giuocano in fretta, tanto per arrivare in fine alla -partita. Remigia si irrita. - -— Finitela! Non avete capito? - -Mimì dà un'occhiata a Totò e butta via la mazzetta. - -— Eccomi, cara! - -— Portate qui la mia cesta da lavoro! — La duchessina continua a -dondolarsi sulla poltrona. — La mia cartella, i miei _albums_, i miei -libri, tutta la roba mia! - -Giacomo la guarda sorridendo e la chiama pïccola tiranna! - -Sorride anche Remigia, ma dolcemente. - -— Sono piena di difetti, non è vero? - -— Oh, l'impero, la tirannia, non son difetti per chi li esercita; anzi, -sono l'espressione della forza, del carattere. Sono invece una colpa, -qualche volta, per chi vi si assoggetta, e quando invece di una tiranna -piccola e bionda, esercita l'impero un brutto tiranno... uomo. - -— Brrr! Quanta difficile filosofia! In conclusione, se questi -non sono difetti, vuol dire che ne avrò degli altri. Vi prego! Vi -prego, Giacomo! Sì! Sì! Voglio sapere tutti i difetti miei! Tutte le -imperfezioni mie! — continua a supplicare nel tono più dolce. — Caro! -Buono! Simpaticone! — Poi si arrabbia. — Dite subito tutti i difetti -miei, almeno i più grossi o vi chiamo Eccellenza! - -Giacomo ride e si diverte. - -— Fin'ora — apprezzate la mia prudenza e la mia sincerità, — dico -_fin'ora_... - -— Ho capito! Avanti! - -— Fin'ora vi riconosco un solo difetto. - -— Grosso?... - -— ... Non piccolo! Quello di possedere anche voi, per quanto non -comune, anzi in tutto una ragazza originale... un album di autografi! - -— La mia originalità sta in questo: invece di un album solo, ne -possiedo due. - -— Due? - -Giacomo fa una faccia spaventata. Egli si diverte sempre di più a -questi giuochi innocenti. Ha sempre avuto passione per i ragazzi e per -i bambini. - -— Ne possiedo due. - -Si avvicina Mimì portando la cartella e i libri. Si avvicina Totò -portando la grande cesta foderata di tela _pompadour_ e ornata di -nastri di seta rosa con l'astuccio dei colori, i pennelli e con tutti -i «lavori diversi» della duchessina: lavori all'uncinetto, lavori -a maglia, trapunti, ricami che girano da anni i laghi, i monti e i -mari... sempre allo stesso punto. - -Remigia fa mettere tutto a' suoi piedi, sull'erba, e si fa dare gli -album da Mimì. - -— Due album? — ripete Giacomo esterrefatto. - -— Due. Uno per gli illustri della patria; — questo, guardate: la -firma di Garibaldi, una lettera di Mazzini, una poesia dell'onorevole -Testasecca, — è il deputato del nostro collegio, — e poi autografi di -Biancheri, di Zanardelli e uno anche del figlio di Totò. - -Giacomo inarca le ciglia fissando il marchesino di Villabianca, e la -Piccola scoppia in una risata: - -— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò, tesöro! È un autografo -del figlio di Sua Eccellenza Totò! - -— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo di Rudinì. Datemi -l'album! Mi fo coraggio! Col papà, siamo stati nello stesso ministero! - -— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi sulla poltrona -con un atto grazioso di rifiuto. — Voi scriverete su questo. — Apre -l'altro album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente -tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì, gioia! — Spingimi adagio -adagio... — Mimì coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona, -lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi fresco, Totò! -Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure in piedi, accanto alla -poltrona, apre un ventaglio grande giapponese che ha preso nel cestino -e continua, tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio, la faccia -impassibile e gli occhi innamorati. - -— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su questo -album più piccolo e chiuso a chiave, perchè è l'album degli illustri -simpaticoni. Guardate, leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand... - -— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci posso più scrivere! - -— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole, commendatore, -grande ufficiale, Eccellenza! - -Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia quel giorno è -proprio una bellezza, prende dalla cartella un piccolo calamaio e una -penna. - -— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto pregare! Ha osservato -oggi come sono d'oro i capelli di Remigia? - -Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a diventare un po' -urtante anche quel Giacomo lì. - -Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere sull'album dei -simpaticoni! - -— Civetta! Che civetta! Persino con Sua Eccellenza! — Continua a -far vento, ma troppo adagio, con la faccia che gli si accende per la -fatica. - -— Oh Totò!... Non addormentarti! Più forza! - -Remigia si rivolge di nuovo a Giacomo: - -— Basta un pensiero; una parola sola e la firma. - -Giacomo si decide, prende l'album dalle mani di Remigia, la penna che -gli offre Mimì e scrive due righe in fretta: - -— A voi! — Restituisce l'album. — E scusatemi se proprio, non so -scrivere altro che cifre! - -Remigia, letto appena, salta in piedi rossa di gioia e mentre Totò -rimane immobile col braccio alzato e il ventaglio aperto, corre a -stringere la mano di Giacomo, con trasporto, con effusione: - -— Buono! Buono! Quanto siete buono! - -Giacomo aveva scritto sull'album: - - -«Mi obbligo a versare 5000 lire per i poveri della duchessina Remigia, -detta la Piccola. - - «GIACOMO D'OREA.» - - -Mimì ha gli occhi pieni di gioia: - -— Dio! Dio! Come il signor Giacomo sarebbe proprio degno di far felice -la mia Remigia! - - - - -III. - - -Remigia, con Giacomo, non scherza e non ride soltanto. I suoi occhi -ceruli e giocondi, hanno pure riflessi bigi, freddi come d'acciaio: -osservano e studiano. Remigia, conosce già profondamente il carattere -di Giacomo; ne conosce i gusti, le inclinazioni, le predilezioni e lo -seconda in tutto, abilmente, senza mai parere, senza mai scoprirsi. -L'aristocratica duchessina ha notato, per esempio, che sua eccellenza -Molinella — lo chiama così con Marco Danova per allontanare sospetti e -gelosie, — ha vivissimo, come tutta «la gentetta», il sentimento della -famiglia e l'attaccamento alla parentela, ed ella non perde occasione -di accarezzarlo e di lusingarlo anche in questo suo debole. - -Ogni giorno, verso le quattro, la nobile famiglia italiana, con Marco -Danova, sir Wood e tutto il seguito fanno una passeggiata o su, fino -a _les Ecovets_, o giù fino ad Arveye o a Chesières, con la scusa di -andar a prendere il tè. Giacomo, che lavora anche in montagna, si -fa sempre aspettare, e Remigia, impazientandosi lo chiama sotto la -finestra che dà sul giardino: - -— Onorevole, Commendatore! Grande Ufficiale! Eccellenza!... Fate presto! - -— Eccomi! Signorina Piccola! - -Un giorno che si deve andare più lontano, fino a Gryon, Remigia, -passando dallo studio di Giacomo, prima di scendere lo chiama, bussando -all'uscio: _tòc! tòc_! - -— Sono io, Eccellenza! Si può?... - -— Avanti! - -Remigia apre l'uscio e rimane ferma sulla soglia: - -— Non fatevi aspettare anche oggi! Mi raccomando! — Poi entra, -risolutamente. - -Che male c'è? Perchè non potrebbe entrare nello studio del cognato di -sua sorella?... Un cognato mezzo-papà e già... ex-ministro? - -Ella si avvicina alla scrivania: - -— Che cosa fate? - -Anche Giacomo, al primo vedere la fanciulla affacciarsi all'uscio, è -rimasto un attimo sorpreso; ma un attimo soltanto. È una vera bambina, -affatto ingenua e ancora senza conseguenza! - -— Scrivo la mia relazione sul dazio protettore degli agrumi, da -presentare alla Camera, in novembre. Niente di bello, e specialmente -niente d'interessante per la nostra Piccola! - -— Allora, tanto più! Non fatevi aspettare! Oggi si va fino a Gryon! - -— Sono pronto! - -Giacomo raccoglie i fogli sparsi sulla scrivania e li ripone, in -ordine, nella cartella. Remigia si guarda attorno, osserva tutto. - -— Quanti libri e quanti giornali!... Si può dire che la posta viene -soltanto per voi a Villars! A me, invece, appena qualche cartolina -illustrata!... E avrei così piacere di ricevere tanta posta! - -— E la fatica?... La noia di dover rispondere? - -Remigia non lo ascolta più. È tutta assorta, fissando un ritratto sulla -scrivania, in una larga cornice d'ebano. È la vecchia fotografia di una -donnetta dal viso lungo e scarno, — somiglia molto a Sua Eccellenza, — -dall'aspetto semplice e modesto. È in capelli, vestita di nero. Ha una -grossa catena d'oro attorno al collo, e puntato in mezzo al petto un -grande spillone, con un ritratto, che dev'essere del marito. - -— È la madre! — Remigia ha indovinato. — È la salumiera! — Poi esclama -con la voce armoniosa e dolce, che somiglia certe volte, a quella di -Maria: — Che bella signora! Glie espressione simpatica, dolce!... È la -vostra mammà? - -— Sì, risponde Giacomo colpito. — È la mia povera mamma. Come avete -fatto a indovinare? - -— Vi assomiglia tanto! — Remigia lo guarda, arrossisce leggermente e -ripete tanto... con la voce di Maria, tal e quale. - -— Cara bambina! — pensa Giacomo fra sè... — Molti capricci; un -demonietto sfrenato e non sempre ragionevole, ma poi, nelle cose serie, -ha il sentimento e si esprime con la grazia affettuosa di sua sorella. -Non si assomigliano affatto Maria e Remigia, ma pure si capisce subito -che sono sorelle. Dalla voce, soprattutto! La bella voce... è una gran -bella cosa! - -— Andiamo, signora Piccola!.. Sono a' suoi ordini! - -Remigia non si muove; fissa sempre il ritratto, poi fissa Giacomo, -seria questa volta, sospirando: - -— Certo, dovete aver voluto un gran bene voi, alla vostra mammà! - -Da quel giorno si rinnova spesso per Giacomo la sorpresa avuta al suo -primo arrivo a Villars: sulla scrivania, dinanzi al ritratto di sua -madre, c'è un bel mazzo di fiori. - -— Bambina cara! - -Giacomo crolla il capo sorridendo e pensa: - -— A volte, si provano antipatie ingiuste! No; non bisogna mai dar retta -alle simpatie e alle antipatie! Le persone bisogna conoscerle bene, -a fondo, prima di giudicarle!... Persino la duchessa Cristina, con la -sua imponenza da matrona di melodramma, nella famiglia, nell'intimità, -diventa tutt'altra cosa!... Ha la bella persona e il bel viso di Maria. -Gli occhi no; sono neri ugualmente, ma sono diversi: freddi, quasi -duri!... Anche il principe Rosalino!... Suprema importanza, ma un bon -uomo, in fondo... E Remigia?... — Giacomo sorride. — Povera Piccola! -Non la potevo patire! - -Conclude trovando che tutti i Moncavallo sono gente finissima di -sentimenti, di gusti, di abitudini. — Ci sarà in loro del fumo -aristocratico, ma quando sono gentili, sanno esserlo assai di più e in -un modo diverso da tutta l'altra gente! — Fa un lungo sospiro. — Pare -impossibile che mio fratello, vivendo in mezzo a loro, sia rimasto... -quello che è!... Mah!.. Luciano non è nato uomo, è nato bestia! - -I bei fiori freschi, dinanzi al ritratto della mamma, fermano il suo -pensiero su Remigia. - -— Ma perchè aspetta tanto a prendere marito?... Le occasioni, pare non -le manchino! Quel Danova, per esempio? Remigia non lo vuole: lo trova -brutto, vecchio e odioso, — me l'ha detto lei, — e non ha torto. Anche -dal lato morale, quel Danova, non è certo gran cosa! E sir Wood? È -una ragazza intelligente e lo trova troppo ridicolo e fatuo con le sue -pretensioni di bell'Apollo! Ma perchè non sposa Totò?... Non le piace -nemmeno Totò, o non ci sono quattrini abbastanza?... Quattrini?... Uhm! -Non ce ne devono essere affatto!... - -Giacomo, che è generoso, non forse nelle piccole, ma certo nelle grandi -cose, si sentirebbe disposto, se la Piccola amasse Totò, di provvedere -alla dote. - -— Remigia è quasi una parente. È sorella di una D'Orea! E sorella di -mia cognata! - -Come Giacomo D'Orea riconosce volentieri che i Moncavallo sono assai -migliori veduti da vicino, così i Moncavallo a loro volta, trovano che -a Villars il «satrapo mercante» ha fatto progressi. - -— Quel... Giacomo, si fa! — osserva la duchessa, durante i colloqui del -dopo pranzo, sulla terrazza, al fratello Rosalì, che sonnecchia, seduto -al fresco, in una placida grandiosità monumentale. — A poco a poco, si -fa! Diventa un uomo di questo mondo! - -— Si fa! — ripete il principe sollevando la lunga barba, con un leggero -rumore fra il sospirare e il russare, — Si fa, vivendo con noi. L'uso -diventa natura! - -— Pare... ci prenda simpatia a stare con l'Idola! — Pausa. Poi la -duchessa ripiglia, sempre riferendosi a Giacomo: — Quanti anni avrà, -precisamente? - -— Precisamente, non saprei. Certo, ha già varcata la quarantina! - -— Non si direbbe! È uno di quegli uomini... che non hanno età, ma che -possono interessare e anche piacere moltissimo, per il loro talento! - -Il bell'uomo partenopeo sorride e sembra misurare la piccola e misera -eccellenza, dall'alto della propria persona: - -— Quattro ossicini in croce e quattro nervi! Ecco tutto il grande -ometto! - -— Adesso, però, è assai migliorato in salute!.. Non è vero, Rosalì? - -Rosalì non risponde. - -— In ogni modo... volesse prender moglie, sarebbe sempre un ottimo -partito! È ricchissimo! Dicono, quasi un milione di rendita! - -Rosalì, lentamente, sempre mezzo russando e mezzo sospirando, ammonisce -la sorella: - -— Danari e santità, metà della metà! - -— E va bene! — La duchessa stizzita dalla sonnolenza del Sant'Enodio, -fa un atto nervoso. — Anche metà della metà è sempre una bella rendita! - -Succede un lungo silenzio. La duchessa ha caldo. - -Prende il fazzoletto dalla piccola borsa scintillante di lustrini -d'oro e si asciuga le gote e il collo. Apre il ventaglio: si fa vento. -Giacomo le ha fatto venire in memoria l'altro D'Orea, — quella cara -gioia di suo genero!... — Soffia — Uff! — Stasera non se ne può più! Si -soffoca! - -Povera duchessa Cristina! Il solo pensiero di Luciano le aumenta il -caldo e le dà le smanie. - -— Certo che dei due fratelli... - -Rosalì s'interrompe con gli occhi aggravati dal sonno, poi riprende... -— Mentre l'uno si fa, l'altro si disfà! Mah! - -— Mah!... — fa eco la duchessa, che è completamente sveglia. — ... -Bisogna goderselo in santa pace! Amici a scelta e parenti come sono! - -Il principe pure, apre gli occhi. - -Quando è in ballo Luciano, il discorso si fa sempre interessante: - -— Non ha scritto, ancora? Non ha telegrafato? - -— Niente! Nemmeno al signor Zaccarella! - -— Quanti giorni sono, ormai, dacchè è partito? - -— Otto giorni... ieri. - -— Allora... è già a Parigi! - -A questo pensiero Rosalì si mette in quieto. Allunga le gambe e -richiude le palpebre, mormorando: - -— Dopo tutto, se quella Fanfan non ci fosse, sarebbe quasi da -inventare!... Dobbiamo soltanto a lei i nostri dieci minuti di riposo! - -La duchessa tace, ma non è dello stesso parere. - -— Se Luciano finisce col rovinarsi? Dicono che... sia tisica? Ma -ormai con i tisici non c'è da fidarsi! Vivono più degli altri!... E -l'Idola?... — Continua a farsi vento. - -La notte è serena, ma buia; il silenzio è profondo. Un grillo solo -canta in un prato sottostante e qua e là sul terrazzo si odono appena -alcune voci senza poter intendere le parole. - -Il pensiero dell'Idola, di un buon marito per l'Idola, preoccupa assai -la duchessa. - -— Bisogna trovare! Bisogna trovare! ha ormai toccato i vent'anni! - -Il cielo, a ponente, si fa più chiaro; le cime delle montagne che -chiudono la valle come una grande macchia nera, si illuminano con una -striscia di luce pallida. - -La duchessa Cristina ritorna a profondarsi in meditazioni: - -— Anche metà della metà!... Sarebbe sempre un buonissimo partito! - -Tutto tace, mentre lentamente spunta la luna: tacciono anche le voci -che si udivano qua e là sul terrazzo. Il grillo solo canta più forte. - -A un tratto si sente il rumore di uno schiaffo. È stato il principe -Rosalino che lo ha tirato a sè stesso. - -— Maledette zanzare!... Andate dal signor Trüb che non ci vuol credere! - - - - -IV. - - -È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da un'ora al tavolino -da lavoro, quando sente bussare all'uscio, pianino: — _toc! toc!_ — Si -può? - -— Avanti! - -— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già dentro. - -— Buon dì, signora Piccola! - -Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina seconda. Quando -Remigia passa dallo studio del D'Orea alla mattina, per scendere, lo -chiama ed entra così, interrompendo la relazione sul dazio protettore -degli agrumi, per condurre l'onorevole al giuoco del _tennis_. -Gl'insegna a giocare in quelle ore, appunto, in cui il campo è libero e -deserto. - -— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare ridicolo con le -mie giravolte e i miei saltetti degni del signor Trüb! - -— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I nostri competitori e -nessun altro: Mimì Carfo, _Mademoiselle_ e Totò! - -— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare con uno che non sa, -non è divertente! - -— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare benino! - -— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non giuoco! Fo del -moto per salute! Esercito i miei poveri muscoli arrugginiti e fo -respirare i polmoni attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare -della pazienza vostra e di quella delle signorine! E passi per Totò! -Quando io perdo il colpo, o mi scappa di mano la racchetta, Totò riceve -da voi una furtiva occhiata, e si consola! - -Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti, scambia di nascosto -fuggevoli risatine col cuginetto quando Sua Eccellenza si contorce -goffamente e traballa, per poter riuscire a ribattere in tempo. - -— Totò si crede un grande giocatore! E non è che presunzione! — Remigia -s'è rimessa subito e non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di -calma e manca di stile! Totò, al _tennis_, ve lo dico io, — la ragazza -scoppia in una risata, — è un vero e grande schiappino! - -— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così male? Lui, invece, -sarei per scommettere... - -Giacomo s'interrompe; continua Remigia: - -— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E vi prego: non ditelo -a mammà e tanto meno allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come -si fa? Ah, _mon Dieu!_ Come mi potrebbe piacere nel senso che intendete -voi? L'ho sempre visto! Siamo venuti su insieme! E poi, via, per me, è -troppo ragazzo! - -— Allora... Marco Danova! Quello non è più un ragazzo! - -— Quello... è un antenato! L'antenato dell'_Aida_! - -Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando -la trombetta con la mano alla bocca: — _Teè, tè, teretetèe, tetè!_... È -un antenato e un Tintoretto! - -La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia -dell'_Aida_. - -— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile! - -Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si -arrabbia: - -— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete -peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in -pace! - -Giacomo si scusa: - -— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia, -il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra -felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me, -secondando il vostro cuore, i vostri desideri. - -— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola: -discorsi di matrimonio, più! E _capitemi_, cioè — si corregge subito, -quasi spaventata — _credetemi_; credetemi quando vi dico questo: — -la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai, -_mai_ a mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò -detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. — _Tereteteè, tetè!_ — -Andiamo; al _tennis_! - -Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo. - -— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto. - -— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non l'ho. - -— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità della zia -Gioconda! Che brava donna, per altro! Piena di talento e di bontà!... -Quanta rettitudine e insieme quanto spirito! - -Il D'Orea sorride di compiacenza: - -— Forse, tutta la sua originalità non è altro che bontà; e tutto il -suo talento e il suo spirito consistono... nell'essere sempre rimasta -quello che è sempre stata!... — Andiamo al _tennis_, signorina Pïccola! - -Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto: - -— Non ditemi più piccola, con tanti i! - -— Perchè? - -— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare, di non prendermi -sul serio! - -Giacomo le stringe una mano affettuosamente: - -— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece, perchè a -Villars ho cominciato a conoscervi e a volervi bene: proprio così. Vi -dico piccola, come vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il -vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola... - -Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano dolcissimi. - -— Vi piace dirmi piccola? - -— Sì; tanto! - -Ella continua a guardarlo e a sorridere: - -— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete! - - -Il pubblico, alle prime lezioni di _tennis_, date dalla duchessina -Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea, è piuttosto scarso. Anzi, oltre -i giuocatori, c'è solo, puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la -corte nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo per -interesse e a Remigia per amore; e c'è il signor Trüb!... Trattandosi -di rendere omaggio al primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere -lustrascarpe» guida lui stesso trafelato e sudante, in abito nero e con -gli occhiali sulla fronte, il servizio dei raccattapalle. - -Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta! Se al D'Orea -curvo, non bene in gambe — tiene la racchetta come un tamburello, — -riesce una volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo, il -barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente. - -— Evviva, onorevole!... Bravissimo! - -— Benissimo, Eccellenza! - -— La palla è caduta nella rete, ma non importa. È stata una disgrazia! - -— Il colpo era straordinario! Fate progressi! - -— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza l'occhio -maliziosamente a Remigia, — deve essere molto fiera del suo allievo! - -— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il settembre, — esclama -il signor Trüb, — vostra Eccellenza diventa un giuocatore di prima -forza! Il campione della _Tête-pointue!_ - -Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni dalla fronte, ha -appena il fiato da poter rispondere: - -— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non chiamarmi eccellenza!... -Non sono più eccellenza per la grazia di Dio e per volontà della -Nazione! - -La bella duchessina italiana è sempre una grande attrattiva; -l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano: i giovinetti e i giovinotti -si fanno coraggio e di giorno in giorno il pubblico aumenta. - -Sir Wood è invitato da Remigia stessa: - -— Venga al _tennis_, domattina! Venga a vedere, la prego! Mi dirà se -so insegnare secondo le precise regole! È tanto un giuocatore famoso, -lei! Verrà? Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se ne -ricorderà? - -Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare delle nove, -l'elegante e vigoroso sir Wood, si appressa alla conquista del _tennis_ -col suo passo misurato e sicuro. - -Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa, -mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne: - -— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_... Anche il bell'Apollo! Non si può più -vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una -persecuzione feröce! - -Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si -acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo: - -— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_ — Ecco _monsieur_ Malot con la scorta dei -fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie -tedesche e, a mano a mano, — _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — ecco prender -posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete del _tennis_ -tutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e -impomatati. - -Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in -canzonella a uno a uno e si diverte un mondo! Con uno sguardo -languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto a _monsieur_ Malot, un -complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa -a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche -pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare, -tutti in riga come moccoli e tutti accesi. - -E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno -— che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori -della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme -sono gelosi di Sua Eccellenza. - -Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica. -Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri. - -— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?... - -Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella! - -— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta! -_Cito! Cito!_ — Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca -fresca e rosea, con la manina innocente. - -Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello Rosalì, fa il suo -giro di ispezione attorno alla rete. - -— Ti diverti, Idola? - -Remigia risponde continuando a giocare: - -— Tanto, tanto, mammà! - -— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti troppo! - -Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne: - -— Ogni cosa, vuol misura! - -Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne va fra gli ossequi e -le scappellate più rispettose. - -— E dunque, Rosalì? - -— Si va piano, ma si va bene. - -— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia a partire!... — La -duchessa sospira. — Se dovremo partire anche noi... Uno di qua, uno di -là, l'incanto è rotto! - -Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi bene a Villars; la -cucina, oltre ad essere buona, è anche abbastanza variata. Egli non ha -nessun desiderio di andarsene. - -— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre e il signor Trüb assicura -che le due settimane più deliziose di Villars sono le due prime -settimane di ottobre! - -— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se Luciano ritornasse -improvvisamente o ci telegrafasse di scendere? - -— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella, per aver danaro. — Un -risolino arguto corre fra la bella barba bianca. — Speriamo, Cristina, -che a Parigi continui a trovarsi... molto bene! - -Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La duchessa guarda con -l'occhialino: è proprio Totò che è seduto di fuori, accanto alla porta, -con in bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol più giocare -al _tennis_. - -Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo: - -— Senti, Rosalì; un'idea. - -— Quale? - -Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino e lo infila nella -cintura della veste. - -— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò, per qualche giorno. Ma -con che scusa? - -Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto: - -— _Mademoiselle_. Dovrà accompagnare _Mademoiselle_ da... una parente. - -— Già; faremo così! — Cristina cambia subito discorso. — Al nostro -Giacomo ha fatto benissimo la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto -e più giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande sproporzione -non c'è! - -— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che sentono! Sono le donne -che hanno quelli che dimostrano! - -Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis, nella salute e nella -forza. - -Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi, col sole, comincia -un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato non sente più dolori alle -braccia, alle gambe, cammina per ore, senza stancarsi. In quanto -al _tennis_, certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene, ma non -traballa più, tiene in mano la racchetta secondo le regole e qualche -volta gli riesce, non solo di pigliare la palla, ma di ribattere, -facendo un buon colpo. - -Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta e sotto il sole! -È la sua salute! Soltanto, certe volte, mentre giuoca, è preso da una -strana inquietudine: quando la figura bianca, alta e sottile, con il -grande ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore che si -avvicini alla rete, per assistere alla partita. Non vuol mostrarsi -a sua cognata in quel giuoco in cui si richiedono gioventù, forza, -destrezza, — gioventù soprattutto, — goffo e impacciato! - -Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete angosce: ogni mattina, -gira attorno o siede, leggendo in vista del _tennis_, ma alla rete non -si avvicina mai. - -Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce. - -— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non c'è verso! — fa notare -a Mimì Carfo e a quel geloso di Re Faraone, — più geloso e più furbo -degli altri. — Sua Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno le -palle! - -Un giorno per provare che è vero, appena vede Maria, la chiama ad alta -voce: - -— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato, che diventa -famosissimo! - -— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un tono e con una violenza -insolite. — Avete sempre la smania di far venir qui tutta la gente per -rendermi ridicolo! - -Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante persino con la -pancetta, si difende e si scusa: - -— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta di mia sorella! Di -vostra cognata! — Torna a chiamare, più forte: — Maria! Maria! - -— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria allontanandosi -tranquillamente. - -— Addio, gioia! - -— Addio, Pïccola! - -Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e a fare fallo, -allegramente. Egli non sente più che il piacere, il fascino di -quell'«addio Pïccola» che riempie di amore e di soavità tutto il -giardino e non dubita un momento della malizia di Remigia. - - - - -V. - - -Una mattina, si presenta al _tennis_ un nuovo e importante personaggio, -che leva il campo a rumore. Il personaggio siede solo, imbronciato, -sopra una panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia a nessuno; -si degna, appena, di salutare Giacomo D'Orea, durante l'_alt_. - -— Buon _ciorno_, onorevole! - -— Buon giorno, missis Eyre! - -È proprio quella strega verde, ruminante di missis Eyre! - -— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene! - -Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento co' suoi competitori e -corre ad ossequiare l'angolosa missis con evidente soddisfazione di -lei, e con grandissimo divertimento della duchessina Remigia. Ella -guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la scenetta al Danova, a -sir Wood e a Totò, ripetendo sottovoce: - -— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima di Sua Eccellenza -Molinella! - -Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia assicura, giura, -con gli occhietti birichini che scintillano, gonfiando le gote per -trattenere le risa: - -— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me ne sono accorta! Vi dico -di sì! — Poi pesta i piedini per dar più forza all'asserzione: — -Innamoratissima! Furiosa!... Ma sì! - -Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà sempre fedele anche se i -venti giorni di continua distanza dal legittimo consorte, diventassero -quaranta! Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità, che di -tutta quella baraonda italiana — padroni, servitori e cani, — l'unica -persona di un qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea! - -Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb, guardandolo dall'alto, -con un tono superbo e minaccioso, dopo un paio di settimane e più -dacchè non si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel putrido -taverniere esoso e villano: - -— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma sull'uscio del bureau -per farsi sentire anche da quel tirapiedi del segretario... — Il vostro -famoso ministro, che non è più ministro niente affatto, ma soltanto -deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato! Appunto! - -Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo. - -— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato, da quel vostro -barone fallito a Venezia, prima di diventare milionario al Cairo! Il -vostro ministro, che non è ministro, è per altro una persona educata. -Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tutta la baraonda -italiana, — padroni, servitori e cani,-è l'unica persona di riguardo! — -Capito, caro signor Trüb? - -È verissimo il fatto della presentazione; pure è stata lei stessa, -missis Eyre, a muovere il primo passo, per i suoi fini particolari. -Un giorno legge sul _Times_ — proprio sul _Times!_ — una «nota -estera» assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come finanziere e -industriale, come uomo di Stato e come uomo privato. Missis Eyre può -ridere, e magari anche arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali -prodigati dal signor Trüb; ma non può certo rimanere indifferente alle -lodi del _Times_... proprio del _Times!_ - -— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche talento!... «grande -e probo lavoratore, spirito elevato e moderno, l'onorevole D'Orea -non esitò un istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor -popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un suo ideale di -giustizia...» _Ciustizia?_ — La vecchia, interrompe la lettura della -«nota estera» e aggrotta le ciglia per meglio riflettere al proprio -caso... Bisogna cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna -entrare prima in buoni rapporti amichevoli e, a tempo opportuno, -chiedere _ciustizia_ contro quella ragazza pestifera, contro i suoi -cani e contro la _ciostra_ a tutte le ore! _Peuh!_ Vergogna! In tutti -gli _hôtels_ di riguardo, proibitissimo! - -Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito anche l'espediente -per entrare in relazione. Prende il _Times_, segna col lapis la «nota -estera», e lo manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole -D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di una vecchia -signora, si fa subito presentare per ringraziarla direttamente -dell'atto gentile. Così si iniziano quei buoni rapporti di amicizia -che missis Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo suo; -cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole deputato italiano, -informazioni e raccomandazioni e sfogandosi con lui contro il pessimo -trattamento della _Tête-pointue_... «diventata oramai una locanda di -terz'ordine, tranne nel farsi pagare!». - -— Onorevole, scusate!... Una parola! - -— Eccomi, missis Eyre! - -— Avete sentito anche voi? - -— Che cosa? - -— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie di trota -cadaverica, alla maionese! Che puzzo! _Peuh!_ Ci vorrebbe una legge, -una commissione igienica! Dovrebbe essere proibitissimo! - -Oppure: - -— Datemi una precisa informazione, caro onorevole. Vi garantisco -discrezione a tutta prova! Io ho conosciuto a Villa d'Este la contessa -Alinelli, appunto di Bologna. È vedova, proprio davvero?... - -E un altro giorno: - -— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di una vostra -raccomandazione per il capo traffico della Mediterranea. Da otto -_ciorni_ mi è stata spedita una scatola di _pik-nik_ da San Remo e non -l'ho ancora ricevuta! - -Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto l'atrio, fra lei -e il muro, missis Eyre che sente crescere da quei lunghi colloqui -la propria importanza, guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti della -_Tête-pointue_ e, insieme, lancia occhiate di sprezzo al bettoliere -e a quella ragazza così pestifera con l'aria di voler ben significare -all'uno e all'altra: - -— Con questo signore qui, che ormai tengo in mio potere, vi farò -mettere _ciudizio!_ - -Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche notizia meteorologica, -passando via senza fermarsi, per timore di rimaner preso, e del resto -se ne infischia. Remigia, prima ne ride con Mimì, con _Mademoiselle_, -con Totò, e con tutta la sua corte, poi di colpo s'impermalisce, si -arrabbia, piglia Giacomo a quattr'occhi, e si fa sentire: - -— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in poi, sempre -eccellenza!... O Grand'ufficiale! - -— Cos'è successo di nuovo? - -Giacomo capisce, ma finge di non capire. - -— Perchè, tanti titoli?... - -— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia! - -— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che per le parole, per la -fiera collera che esprime il bel musetto profumato e fresco, proprio -come una rosa. — Sono gentile, come devo esserlo e niente di più! - -Remigia batte i piedini, furiosa: - -— Di più! Di più! Assai di più! - -— È una signora... - -— No, invece! È una brutta donna! - -— È una signora vecchia!... - -— È una brutta donna, antipatica! - -Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime. Giacomo, per -calmarla, cerca di mettere la cosa in ischerzo: - -— Piccola cattiva!... Cattivissima! - -— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più! Capite? — Fa una -smorfia e parla nel naso, per imitare missis Eyre. — Proibitissimo! -_Defendu!_ _Werboten_... e _Forbidded!_ - -Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va, voltandogli le spalle -furiosamente: - -— Antipaticissimo, Grand'ufficiale! - -Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta, ma, assolutamente, -non vuol cedere all'antipatia, al capriccio di Remigia. Anzi, vedendo -missis Eyre fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e al -ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente lui in obbligo di -mostrarsi, con la vecchia signora, sempre più amabile e rispettoso. - -La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua corte, al sentirsi -per la prima volta contrariata, s'impunta sul serio, e sul serio e non -per ischerzo, finisce con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!» -— tanto più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa e -imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare le arie d'importanza -quando parla troppo ad alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate -di sfida e di disprezzo. - -L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a' suoi sudditi, ch'ella -chiama a raccolta per sfogarsi, dicendone di cotte e di crude contro -Sua Eccellenza, non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella! - -È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e dolore. Non è solo per -missis Eyre che Remigia soffre e vorrebbe spuntarla; è per tutto il -resto... assai più importante! Ella comincia a temere di aver perduto -tutto con Giacomo, anche la speranza di un don Luciano secondo! - -Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il D'Orea dalla sua, -nemmeno di fronte a una qualunque vecchia stracciona, è chiaro che -tutta la sua tattica, — e le lezioni di _tennis_ compreso — hanno fatto -fiasco! - -— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato, sul serio, di mia -sorella?... In tal caso, addio! Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò! - -— Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_... Tornar da capo a girare i mari, i monti, -i laghi! - -E Re Faraone?... - -Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La vostra amica è -cattiva, leggera, civetta... — Anche il barone la chiama civetta... -proprio come il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì, -fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine di voler partire -la sera e viceversa, ma non si muove! Sir Wood se n'è già andato con -le sue racchette, Lothar Schmidt col suo album, _monsieur_ Malot col -suo mazzolino di _edelweiss_, tutti e tre sorridendo a denti stretti -e indirizzando alla duchessina «futura ministressa» congratulazioni -e felicitazioni ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a -Villars bestemmiando contro i barometri falsificati quando piove, e -strapazzando il signor Trüb per il freddo quando fa bel tempo! - -— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa Remigia fra sè. Ad -ogni modo da cosa nasce cosa e bisogna venire ad una spiegazione con -Sua Eccellenza prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con -le cattive non si riesce a vincere la Sbirlingonia?... Tentiamo con le -buone! - -Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che in quella piccola -scaramuccia contro missis Eyre ella ha già ingaggiata anche la sua -grande battaglia contro Maria. - -— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia proprio innamorato di -Maria?... - -Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia e col signor -Trüb, ai pasti di _Din_ e _Don_. Oltre al Bell'Apollo, a _monsieur_ -Malot e a Lothar Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno -ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono l'esempio del -barone Danova: per vendicarsi della duchessina italiana, che sta -sempre col deputato e che non si occupa più di nessuno, altro che del -deputato, fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo... e, persino, a -_Mademoiselle!_ - -Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più -stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di -essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune, -su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la -pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma. - -Mentre _Din_ e _Don slappano_ allegramente, il signor Trüb vanta il -clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante -della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al -quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia -conducono i due cani a fare il solito giro in giardino. - -Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa -bassa e sospira. - -— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di -voce, senza alzare il capo. - -— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor -Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue -istruzioni e potersi regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e -niente altro. - -Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro. - -— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars. - -— Perchè?... - -— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi, -guardando lontano _Din_ e _Don_, che si rincorrono a salti e fanno le -capriole nell'erba alta e folta. - -— Perchè _così?_ — insiste Giacomo. — Che cosa volete dire? - -Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le ciglia, continuando -a guardare _Din_ e _Don_. Ha un'espressione tanto graziosa e birichina, -quando vuol tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio: - -— Si fa la pace?... - -Riprendono a camminare passo passo attorno alle aiuole del giardino, -lui guardandola sorridendo, lei sempre a capo chino e seguendo con gli -occhi obliqui la corsa disperata di _Din_ e _Don_. - -— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in collera con chi -vorrebbe diventare il suo vice-papà?.. - -— Non dite che sono carina e soprattutto non dite che vi sono -simpatica! Non è vero! - -La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime... È la stessa -voce di Maria! - -Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi e, -irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio della fanciulla. - -— ..... Si fa la pace? - -Remigia volge su di lui gli occhi lucenti: - -— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo! - -— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo per -burlare Remigia fa pure una lunghissima dieresi, — tanto crudële con la -povera missis Eyre? - -— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È nelle vostre buone -grazie! È un onore che la rende più insolente e prepotente! - -— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato! Quando mi parla, -rispondo. - -— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!... - -Giacomo scoppia in una risata perchè vede che alla Piccola cominciano a -spuntare le lacrime. - -Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia, e afferrandogli -una mano, gliela stringe supplicandolo: - -— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con quella bruttissima -donna! Prego! Prego!... Vi prego! - -— E voi, in compenso?... - -— Prometto: inviolato il _Times_, incontrastato il possesso della sua -poltrona, indisturbata la siesta e i pisoletti... - -— E _Din_ e _Don?_ - -— Più _ciostra_ al terzo piano! Prometto e giuro! - -Il D'Orea sorride mormorando: - -— Piccola birichina! Idola... guastata! - -Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua brava paternale, -avviandosi, sempre passo passo, verso la parte più ombrosa del -giardino, che si unisce al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla -rustica, nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la nuvolaglia spessa -è scottante; l'aria pesantissima. - -— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ Con questo caldo, sentir la predica per gli -omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno andiamo all'ombra! - -— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete ascoltare la mia -predica, ispirata da carità del prossimo. Pensate che la vostra vittima -è una povera vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete... - -— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima! - -— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima? - -— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro e un abbassar d'occhi -peritoso. — Si può, forse, comandare ai sentimenti del proprio cuore? -— La fanciulla, con una scrollata di testa che spande una ondata di -profumo e dà un barbaglio di luce bionda, si fa forte e scaccia i -pensieri che la turbano. — Entriamo un minuto a riposare? — Indica la -capannuccia all'ombra degli abeti. - -— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica di no! — Giacomo segue -Remigia tra gli abeti, entra nel chiosco dietro di lei e le siede -accanto traendo un respiro. - -— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista! - -_Din_ e _Don_ arrivano di corsa, schivando appena, sfiorando, il fusto -degli abeti, e si lascian cadere di peso lungo distesi dinanzi al -piccolo usciolo, ansimando in fretta, con la lingua fuori, penzoloni. - -— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno fatto il chiasso come due -monelli!... Non ne possono più! - -Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso geroglifico inciso sul -troncone di cerro che sostiene, nel mezzo, il tetto della capanna: due -cuori trafitti da una freccia e sotto un'iscrizione: - -«_C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._». - -Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge a Giacomo: - -— Che cosa vuol dire? - -L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe: - -— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati da una -freccia! Amore! Amore! — Poi, per mitigare la vivacità delle sue -parole, e in omaggio al candore della fanciulla, si crede in obbligo di -soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una passeggiata poetica -di due giovani sposi. - -Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione con un tono più lento -e più languido. - -— _C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._ — Conclude ripetendo -con un lungo sospiro e una lunga dieresi la grande parola: — Amöre! - -Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente escono -dalla capanna e cercano fra i tronchi e i rami la bella figura bianca, -alta e gentile... - -— Ah _mon Dieu!_ — esclama Remigia a un tratto spaventata, correndo a -nascondersi, a rannicchiarsi nell'angolo più buio della capanna: — Re -Faraone! - -— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva il D'Orea, pur -chinandosi a sua volta, con un moto istintivo. - -— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi due insieme?... -Soli?... - -— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo vivamente. - -Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata: - -— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si tiene giù, acquattata, -per terra. - -L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura sciocca. - -— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che male c'è? - -Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che -attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro. - -In quel punto non c'è altra strada, per tornare alla _Tête-pointue!_ E -anche _Din_ e _Don_, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio -quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi -all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano -ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno, -abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza -voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno. - -— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete -costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!. - -— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto! - -Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento -di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiama _Din_ e -_Don_ con quanto fiato ha in corpo: _Din_ e _Don_ ritornano, frullando -il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi. - -— Che balordo!... E che villano! - -Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di -non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono -mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra -lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che può essere sua -figlia? Che considera come sua figlia?... - -— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_ - -— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova, -si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere -spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre -fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire -di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i -vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto! - -Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era -avvolto attorno alla vita e lega _Din_ e _Don_ che fiutano la burrasca -e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti. - -— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!... - -Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi -folti, tenendo al guinzaglio _Din_ e _Don_. Giacomo la segue, sempre -brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere -Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel -modo! - -Ritorna a sfogarsi contro Remigia: - -— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento, -bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare! - -Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con -le due mani, tanto _Din_ e _Don_ tirano forte per trascinarla verso -l'albergo. - -— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non -siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?... - -Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla giustezza -dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e -perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si -mostra ancor più nervoso. - -— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un -grande villano! - -_Din_ e _Don_ danno una forte strappata al guinzaglio facendo -voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani, -allungando, stirando le braccia. - -— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole. - -Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo. - -A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco, -entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa -Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro, -chiamandola: - -— Idola!... Idola cara! - -— Addio, mammà! - -— Finalmente!... _Mademoiselle_, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei -stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima! - -— Sono stata nel bosco, mammà, con _Din_ e _Don_ a cercare i fiori di -genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno! - -— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola, -l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver -corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè -sei andata così lontano?... Sola soletta?... - -La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel punto, esce dal bosco e -si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio -che Remigia aveva dimenticato nella capanna. - -La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo -saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa -pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono -insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il -rimprovero di una madre... e di una tal madre! - -Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggire -_Din_ e _Don_ che prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano, -continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato. - -— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!... - -La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia, ma non risponde a -quel grido disperato. Le dice soltanto con severa maestà, lanciando al -D'Orea un ultimo, terribile sguardo: - -— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora è troppo tardi. Bisogna -che tutta la gente dell'_hôtel_ ci vedano insieme a colazione. Andiamo. - -Madre e figlia si avviano verso la _Tête-pointue_. - -— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi, giustificarsi. — -Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi di che cosa? — Resta lì, su due -piedi, impacciato e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere. -— Niente... di niente. Non ho niente da spiegare, non ho niente da -giustificare!... Sono andato a spasso come tutte le altre mattine -con la Piccola e con i cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè -la vecchia ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con quegli -occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo del Danova ha finto di non -vederci?... - - - - -VI. - - -L'ora della colazione, passa tutt'altro che rapida e lieta. L'Idola -è afflitta e mortificata: occhi bassi e sospironi. Ha perduto, -improvvisamente, la vivacità e l'appetito. La duchessa madre è -addolorata e offesa: occhi fieri e continue frecciate. Barbabianca, -grande sussiego e severi responsi, mentre Mimì Carfo, per amore di -Remigia, ingoia più lacrime che bocconi. - -Giacomo comincia a diventare nervoso, pesta i piedi sotto la tavola e -si frena soltanto per Maria... Ma anche Maria, quella mattina, sebbene -sempre silenziosa, sempre pacata e composta, tradisce, sogguardando il -cognato alla sfuggita, l'ansia di sapere e l'inquietudine. - -Giacomo, per mostrarsi indifferente e tranquillo, si sforza e mangia e -parla più del solito. Ha già cercato vari argomenti di alpinismo e di -meteorologia, ma non gli è riuscito di attaccar discorso. Ha tentato -con Mimì Carfo il tema preferito della pittura e del paesaggio... Ha -lodato gli acquarelli dell'Idola... Niente! Anzi, a questi elogi, i -musi sembrano allungarsi e anche la Mimì non risponde altro che: — -Onorevole, sì: Onorevole, no. - -Giacomo, esasperato, dondola sulla sedia, sbuffa dal caldo e si -fa vento guardandosi attorno nella sala. Si mette a discorrere con -_monsieur_ Célestin, il capo cameriere, di vini e di sigari d'Avana. Si -calma di nuovo, e di nuovo si rivolge alla duchessa Cristina, facendole -una domanda, ch'egli ritiene la più semplice del mondo: - -— E Totò? Il nostro Totò?... Come mai oggi, a colazione, non si vede il -nostro buon Totò?... - -— Totò?... — La madre, batte le palpebre e sgrana gli occhi. - -— Totò? — ripetè il principe Rosalino con la voce che sembra uscire da -uno speco. - -— Soltanto adesso, caro Giacomo, — prosegue la madre, passando dall'ira -all'ironia, — vi accorgete che... Totò non c'è? - -— Sì, soltanto adesso! — Il D'Orea perde la pazienza. — Oh, in fine!... -Importa tanto, a lui, di Totò e di tutte quelle facce enigmatiche! - -Ma Remigia diventa ancora più rossa, le labbra della madre più pallide -e stirate, Mimì più inquieta. - -— Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto? — Giacomo interroga Maria -con gli occhi, ma ella appare intimidita, confusa, abbassa il capo... — -Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto?... - -Un grande sospirone della madre: - -— Mah!... Così è! Abbiamo presa la scusa di _Mademoiselle_ per -allontanare Totò. Voi... non vi siete accorto nemmeno che anche -_Mademoiselle_ non c'è a colazione? - -Giacomo guarda in giro: - -— Sicuro... Non c'è nemmeno _Mademoiselle!_ - -— Abbiamo preso la scusa della signorina Jenny. Ella ha espresso il -desiderio di vedere sua madre, ammalata, a Firenze, e noi abbiamo -imposto a Totò di ritornare in Italia, per accompagnarla. - -Sempre con aria grave e solenne, la duchessa tace, fissando Giacomo. - -Ella aspetta una domanda, un'esclamazione di maraviglia: niente! - -Giacomo, prudentissimo, sta muto come un pesce. - -— Precisamente! — prosegue la duchessa, ergendosi con più fiero -cipiglio. — Questa misura era più che mai necessaria. Non è vero, -Rosalì? - -Rosalì gira il capo e gli occhi in cerca del piatto dolce: - -— Verissimo! - -— Totò cominciava a perdere la testa!... E quando c'è di mezzo una -ragazza, guai! Con la riputazione di una ragazza, non si scherza! - -— Hai agito prudentissimamente! Brava Cristina! Caso previsto, -mezzo provvisto! Il viso del Sant'Enodio si rischiara: egli vede -avvicinarsi un magnifico pezzo gelato tricolore. — Caso previsto, -mezzo provvisto!... Questo _parfait à l'ananas_ dev'essere proprio... -perfetto! Facciamo un evviva al signor Trüb e concludiamo: a Villars, -all'ora del pranzo, fa _bon tempo_... anche quando piove! Non è vero, -signor Zaccarella? - -Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride. Sta attento -soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la senape o con la _Worcestérs -sauce_, con la bottiglia d'Yvorne o con l'acqua di Montreux. - -Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo gelato, si china -all'orecchio del D'Orea, mormorando: - -— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida! Com'è bella! -È ancora più bella! — Non può resistere, le manda un bacio e -s'indispettisce contro la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza -entusiasmo! - -La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che manca di calore, e il -Re Faraone che dal suo tavolino in faccia, di tutto il pranzo, ciò che -mangia di più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della sua -amica: - -— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani! - -Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia per farlo -ardere: - -— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars gli -è proprio stato funesto!... Oh, come aveva ragione di temere il numero -tredici, e Marco Danova! Altro che jettatura, povero Totò! - -— Jettatura arriva ove disgrazia corre! - -Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il pranzo finisce in -silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti si alzano senza aspettare le -frutta. Mimì corre a dare un bacio a Remigia e le due ragazze escono -insieme dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo. Per -ordine preciso della madre, il pasto di _Din_ e _Don_ ha luogo negli -appartamenti superiori. - -Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il caffè, già ordinato -dal signor Zaccarella. È stufo di tutta quella gente! Scambia qualche -parola con missis Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo, -raggiunge Maria in giardino. Ella è sola, con un libro, seduta al -solito posto. - -Per una volta, se Dio vuole, potrà fermarsi con sua cognata, senza -destar sospetti: - -— Sai, Maria, che... io non capisco tua madre! - -Maria alza gli occhi dal libro e lo guarda a lungo: Giacomo si sente -avvolgere da un'onda affettuosa, amorosa. Sorride, si calma, torna in -pace con tutti. - -— Chi sa, quella nostra buona duchessa Cristina che cosa mai s'è messa -in testa! - -Sorride anche Maria, ma con tristezza. - -— Tu non capisci la mamma?... Ed io, scusa, non capisco te! - -— Come?... Vuoi dire?... - -— Ma sì!... Stai sempre con Remigia; non parli altro che con Remigia; -scherzi tutto il giorno e tutta sera con Remigia... Se hai fatto -nascere speranze, c'è di che! - -— Speranze?... Che speranze? - -Maria risponde con vivacità, arrossendo un poco, e riscaldandosi: - -— Le più legittime e le più naturali, in una madre che non pensa -ad altro, e giustamente, che a maritare la propria figliuola. Le -più legittime e le più naturali in una figliuola che ha passato i -vent'anni, e che non pensa ad altro, e giustamente, che a trovarsi un -marito! - -— La Piccola? — Il D'Orea si mette a ridere. - -— Sì, Remigia! - -— Io?... Marito?... Della Piccola? - -— Di mia sorella! - -Maria non scherza. Anche Giacomo diventa un momento serio, poi scoppia -a ridere di nuovo, con un'alzata di spalle: - -— Ma che!... - -— Saresti troppo... innocente, scusa, se non ti fossi accorto di nulla! - -— Mi sono sempre accorto intanto e so... che potrei essere suo padre! - -— Questo è un modo di dire!... È una frase banale! Potresti esserlo, -ma non lo sei e non puoi diventarlo, mentre, invece, puoi diventare suo -marito! Tanto è vero che a Villars tutti lo credono, e che in casa mia -tutti lo sperano! - -— Proprio così? - -— Proprio così! - -Nel «proprio così» di Giacomo non c'è che maraviglia, una viva e grande -maraviglia. Nel «proprio così!» di Maria Grazia, c'è un'espressione -insolita di energia e di fermezza. - -Giacomo, fa un atto di stizza, di collera. - -— Non avrei mai sospettato, nemmeno lontanamente, che si potesse -concepire una simile... enormità! - -Maria alza ancora gli occhi dal libro che tiene aperto sulle ginocchia -e di cui sta tagliando le ultime pagine. - -Ella accenna col capo lentamente: - -— E Totò?... - -— Appunto! Perchè lo hanno imballato e rimandato in Italia? - -— È innamoratissimo di Remigia! Per evitare scene, disperazioni, -all'annunzio del fidanzamento di Remigia... con te! - -— Non ci sarà questo pericolo! Ho sempre pensato al modo di poter -combinare, invece, il matrimonio di Totò con Remigia, e ci penso -ancora! Anzi... oggi più di ieri! - -— E Remigia?... Non ha mai voluto dire di sì a suo cugino: oggi, sono -certissima, direbbe di no! - -— Ed io sono certissimo che dirà di sì... quando saprà che tutti e due -potranno vivere bene, signorilmente, senza pensieri! Il primo amore non -muore mai e fa presto a risorgere! - -Maria torna a chinare il capo sul libro e finisce di tagliare le pagine. - -Giacomo è seduto lui pure sulla panchina, accanto alla poltrona -di Maria: si curva, strappa un rametto di mortella e lo sfoglia -nervosamente: - -— Anche tu sei contro di me? - -— Io ti dico questo soltanto, per la verità: se non avevi nessuna -intenzione hai agito un po' troppo... leggermente con Remigia! - -Giacomo balza in piedi, poi torna a frenarsi e a sedersi. - -— Non inquietarti! — ripiglia Maria con la consueta dolcezza e -rimettendo a posto tutte le dieresi. — È proprio così! Le lezioni di -tennis, le passeggiate romantiche, e in ultimo persino... le lezioni di -ballo! - -— Quando mancava il numero per i _lanciers!_ - -— Ma tu stesso hai dichiarato di non aver mai ballato in vita tua!... -È vero sì o no?... Capirai, tutto ciò, e appunto perchè si tratta di un -uomo — e di un uomo della tua intelligenza, del tuo valore, di un uomo -importante e celebre — fa impressione e lusinga assai una ragazza!... -Io stessa, te lo confesso... - -— Tu... Che cosa hai creduto? — Giacomo si volta e fissa Maria -attentamente. - -I begli occhi neri e profondi lo guardano con indulgenza, ma con tanta -malinconia. - -— Io non ho creduto nulla! Soltanto... non ti capivo più! - -Giacomo avrebbe potuto rispondere: — eppure io non ho mai pensato che a -te e alla tua pace. Remigia non era che il ripiego per Luciano, il mio -stratagemma per salvare le apparenze. — Ma questa, che è pure la verità -vera e che lo giustificherebbe agli occhi di Maria, egli non la dice -e non osa dirla. Risponde, invece, alzandosi di nuovo e strappando un -altro ramo di mortella: - -— Bene, bene! Le speranze nutrite a ragione o a torto, concepite più -o meno spontaneamente, le farò svanire subito, sul momento, e del -tutto. Tua sorella, io non l'ho mai considerata altro che come «la -Piccola!» Un divertimento! Un giocattolo, nè più nè meno, con tutte le -sue monellerie e i suoi capricci! Ho avuto torto, sì, ne convengo; ma -questo è stato il solo mio torto! Mi pareva, appunto per la mia vita, -per la mia condizione, per la mia età e per la mia serietà, di poter -parlare, ridere e scherzare con la piccola sorella di mia cognata, -come con una figliuola, come... con _Din_ e _Don!_ Precisamente! Senza -destare sospetti e senza creare illusioni. Ho sbagliato, ma riparerò -all'errore commesso. Parlerò chiaro; meglio ancora, difenderò la causa -e i diritti del povero Totò e farò di tutto perchè possa raggiungere la -sua felicità. E se per Totò ci son troppi ostacoli, Marco Danova. - -— No, Giacomo! Quell'uomo, quel vecchio, disonesto e ributtante!... — -Maria diventa rossa per sua sorella. — No, no! È indegno di te, questo -che dici! - -— Ebbene il cuginetto! Sia dunque il cuginetto! Faremo, ad ogni costo, -la felicità del buon Totò! - -— E la felicità di Remigia?... Se Remigia, davvero, e per colpa un po' -tua, si fosse proprio innamorata di te? - -Gli occhi di Giacomo e di Maria s'incontrano: in quelli di Maria passa -improvviso un luccichio di lacrime. - -Giacomo abbassa il capo. Il suo cuore non ha mai battuto con tanta -violenza! - -In quel punto, la duchessa esce dall'albergo seguita dal Sant'Enodio -che le porta, sempre con dignitoso e nobile sussiego, lo sgabellino di -vimini per i piedi. - -Maria si rimette a leggere, mormorando sottovoce, con gli occhi sul -libro: - -— Viene la mamma! Va via! È meglio che non ti veda così... con la -faccia in collera! Se vorrà sapere di che cosa si parlava... per questa -volta dirò una bugia! - -Giacomo si allontana fingendo di guardare i fiori del prato, di -ammirare le montagne e facendo un lungo giro per non incontrare la -duchessa, entra nell'albergo dalla parte del terrazzo. - -Quando è nel suo piccolo salotto, continua a passeggiare su e giù, -borbottando: - -— Parlerò chiaro, chiarissimo e subito!... Se intanto mandassi a -chiamare e mostrassi un po' i denti a quel burattino da corona del -principe fratello? Che razza di gente! È un'altra razza dalla nostra! -Riunisce tutte le superbie a tutte le umiliazioni! Anche quella Mimì -Carfo! Romantica, sentimentale, bigotta e pudibonda come la luna! -Anche lei tutti i quarti e non un soldo, e anche lei, capisco adesso, -perchè mi fa ammirare la sua amica, pezzo per pezzo, e perchè viene a -baciucchiarmela sotto il naso! Per spacciare l'articolo! Che gente! Che -razza!... Proprio la razza... decaduta! - -Ma più che tutto egli l'ha contro Remigia. Veramente, Remigia, non -ha mai fatto altro che parlare, scherzare e ridere, quando lui aveva -voglia di parlare, di scherzare e di ridere... Veramente, non è -stata lei a cercar lui, ma è stato lui a cercar lei, per salvare le -apparenze, per mettere al riparo Maria da ogni possibile cattiveria di -Luciano. Ma ciò, che importa?... Più che contro gli altri, Giacomo è -irritatissimo contro Remigia... Perchè... Ancora egli non sa, non vuol -rendersene conto, ma sono proprio quegli occhi neri e cari ch'egli ha -fissi in mente e in cuore, sono quegli occhi adorati in cui ha appena -intravisto un lampo di gelosia fra un tremolio di lacrime che eccita la -sua avversione, la sua collera, contro quella piccola monella che ride -sempre, contro quella piccola... così piccola e bionda! - -D'improvviso sente bussare all'uscio: _toc-toc!_... - -— È lei! Remigia!... — borbotta Giacomo stizzito. Intanto le darò la -prima lezione: le farò capire che non è affatto conveniente che una -giovinetta, una ragazza, venga così sola a cercarmi nel mio studio... - -— _Toc-toc!_... - -— Avanti! - -Si apre l'uscio; ma non è Remigia: è un cameriere del primo piano. - -— Scusi, eccellenza: Missis Eyre domanda di poterle parlare un momento. - -— Dov'è? - -— Qui. Aspetta nel corridoio. - -— Ditele di venire. - -Il D'Orea avrebbe fatto a meno tanto volentieri di quella visita, -tuttavia corre fin sull'uscio tenendolo aperto con la mano: - -— Venga! Venga! Missis Eyre! - -Si sente il passo pesante e marziale, poi la colonnellessa si presenta -sulla soglia, corrusche le pupille, guerresco l'atteggiamento. - -— Perdonate, onorevole, ma ogni _pacienza_ ha un limite! - -— Entrate, missis. Accomodatevi!... - -Giacomo chiude l'uscio e spinge una poltroncina dinanzi alla vecchia -signora. - -— Grazie! — Missis Eyre resta in piedi. - -Giacomo la guarda: è più verde del solito; è fremente. - -— A che devo l'onore, signora, di una vostra visita? - -Missis Eyre non può parlare. Le sue labbra hanno un tremito... le -tremano gli zigomi sporgenti e le rughe lunghe e fonde delle guance, -le tremano la punta del naso e la bazza: è il pianto che non riesce del -tutto a soffocare. - -— Signora!... Ma signora!... Che cosa mai le è accaduto?... - -Giacomo, ad onta de' suoi nervi e delle sue collere, ha soltanto paura -che gli scappi da ridere. — Si calmi; s'accomodi! — L'obbliga a sedere. -— Mi dica che cosa è successo. Qualche brutta notizia? - -— Brutta... azione! — risponde la missis, appena può parlare. — Non -brutte notizie, grazie a Dio!... Non si può più vivere! Non si può più -reggere!... Credete, onorevole, anche a volere, non si può più aver la -forza di star _cito!_ - -— Dunque parli, dica!... - -— Ogni _ciorno_ una nuova invenzione. Ogni _ciorno_ si prepara un nuovo -_cabalo_ contro... - -— .... _Cabala?_... - -— Un nuovo cabala contro di me! È una persecuzione e un'_inciustizia_. -Voi, onorevole, siete _ciusto_. Oh, sì! Anche in Inghilterra si scrive -questo! Parlate voi, oppure devo finire oggi stesso la mia _stacione_ -di Villars, e sarebbe terribile! Mi hanno risposto da Villa d'Este, che -Cernobbio tutti arrosto; caldissimo! I pesci _cocono_ in lago! - -Giacomo non ha più paura che gli scappi da ridere; ha paura, invece, -che gli cominci a scappare la pazienza. - -— Spiegatevi, dunque, cara signora. Che devo fare? A chi devo parlare? - -— Sapete che cosa, di nuovo, ha escogitato quella vostra giovane -cognata, o giovine parente che mi ha _ciurato_ la morte? - -— Chi?... la duchessina Remigia? — domanda Giacomo, vivamente. - -— Sì, la duchessina Moncavallo, che ha preso a perseguitarmi fino -dall'anno passato! - -— La Piccola? Oh! Oh! — Giacomo fa un risolino più meditato che -spontaneo. — Se la Piccola ha commesso mancanze, la metteremo in -castigo! - -— Ha inventato, adesso, per farmi diventar matta, i bubbolini, e i -bubboloni!.. Ha fatto venire espressamente da Aigle per i suoi cani due -sonagliere, una acuta, squillante, l'altra bassa e fessa: _din-din-din: -don-don-don!_ Io non ho più quiete, non ho più riposo! Sono ammalata di -emicrania e di nevrastenia! Il mio corridoio, non è più un corridoio, -è la strada pubblica di Cernobbio, di Carate! Tutto il _ciorno_, tutta -sera: _din-din-din: don-don-don!_ Un continuo corso di carrozze! - -Giacomo, contentissimo di cogliere quest'occasione per poter mostrare -a tutti com'egli consideri Remigia ancora una bambina, più che una -ragazza, e come la tratti ancora da vera monelluccia stordita e -cattivella, esclama allegramente, stringendo la mano a missis Eyre per -calmarla e per rassicurarla: - -— Subito, ve lo prometto; i cani non avranno più bubbolini, nè -bubboloni! - -— Dite voi, che questo è _proibitissimo_ in un _hôtel!_ Voi siete un -vero gentiluomo, perfetto e _ciusto!_ Invece il signor Trüb è un esoso -ingordo di tedesco villano, che pensa soltanto a far pagare! - -Il D'Orea continua a ridere. - -— La duchessina Remigia, io non la chiamo mai altro che la Piccola, -perchè ha sempre dieci anni! Non è cattiva, ma è un demonietto viziato -dalla mamma! Oh le _idole_, sempre così... Ma non dubitate, il troppo -è troppo e voi avete ragione: basta _din-din_, basta _don-don_. Questa -volta la faremo stare a dovere! - -La colonnellessa è gongolante; la sua faccia cambia di colore: diventa -quasi rosea. - -— Oh, il _Times_ ha detto bene! Siete un ideale di _ciustizia!_ Grazie -anche a nome di Mister Eyre! - -Giacomo suona: si presenta il solito cameriere. - -— Chiamate uno dei servitori, o meglio la cameriera della duchessina, o -il maggiordomo! Insomma, qualcheduno di sopra! Subito! - -Il cameriere è appena uscito, quando si presenta un nuovo personaggio: - -È il capitano Zaccarella in persona. Ma dinanzi a Sua Eccellenza — e -specialmente in quei giorni per la prolungata assenza del padrone e -il relativo vuoto di cassa — egli non è più l'uomo del comando e del -meneimpipo; diventa anche il capitano, come un altro qualunque signor -Trüb, l'uomo delle riverenze. Ossequi al signor commendatore, ossequi a -missis Eyre, poi, sempre ossequiosissimo, spiega la sua venuta: - -— Il maggiordomo è andato a Bex con la Carolì; al momento, non c'è -nessuno di sopra. Vengo io a vedere, se mai posso servire in qualche -cosa il signor commendatore... - -— Bravo! Lei! Proprio lei! — Giacomo non ha mai avuto in grande -simpatia il signor Zaccarella, ma non lo può addirittura soffrire -quando diventa umile e strisciante. — Proprio lei! Mi faccia il favore -di eseguire questo mio ordine preciso: faccia levare, subito, il -collare con la sonagliera ai due cani della duchessina; e se mai la -duchessina si opponesse, per chiasso o per davvero, le dica che io, -proprio io, desidero così, perchè l'undecimo comandamento dice: non -seccare il prossimo, cioè la gente che vive nella tua stessa locanda. - -— Non dubiti Eccel... — il capitano si corregge a tempo. — Non dubiti -signor commendatore. - -— Le _idole_ sono la gioia, ma anche il tormento delle famiglie! — -ripete Giacomo in tono di scherzo, per mitigare l'asprezza delle sue -parole. - -Ma nessuno più l'ascolta. Il signor Zaccarella è già sparito: quando -c'è un ordine di Sua Eccellenza, egli vola come il vento; in questo -caso poi è stato anche più veloce, perchè gli preme di riferire a -Remigia quanto è successo. Dacchè ha potuto subodorare in lei una -possibile futura ministressa, il capitano, soffocata l'antipatia e -dimenticati gli affronti, si è subito schierato fra i servitori più -devoti e più zelanti della piccola padroncina! E missis Eyre... Missis -Eyre pure è uscita in fretta, è corsa sui passi del signor Zaccarella, -dimenticando persino di rinnovare i ringraziamenti all'uomo _ciusto_. - -Ella vuol divertirsi, vuol godersi la scena. Vuol assistere, tenendosi -nascosta dietro l'uscio della sua camera, al dispetto e alla rabbia -della sua nemica. - -— Ah! Ah! Vien per ciascuno il suo _ciorno!_ È venuto, finalmente, -anche per quella peste, per quella _diavolo!_ - - - - -VII. - - -Giacomo, rimasto solo, torna serio e triste. Si preme forte con le due -mani alle tempie; inghiotte un bicchier d'acqua nel quale ha sciolto -due cucchiaini colmi di bicarbonato. - -— Appena un'inezia mi agita, m'inquieta, subito la testa e lo stomaco -si fanno sentire!... Maledetti crampi! - -Si guarda attorno nel salotto, sospirando con un senso di rimpianto: - -— Stavo così bene! Non mi sono mai sentito tanto bene come in questi -giorni! - -Si avvicina lentamente alla scrivania: quanta roba vi si è -ammucchiata!... E quanto tempo che non lavora più! Che non fa più -niente! - -Egli guarda quasi con ispavento tra quel monte di libri, di fascicoli, -di lettere... - -— Quante lettere! Mi ci vorrà una settimana soltanto per rispondere a -tutte queste lettere! - -Non ha più lavorato, non ha più fatto niente!... Altro che il _tennis_, -le passeggiate, giocare, scherzare come un ragazzo!... Anche la -relazione da presentare alla Camera dorme da un pezzo! - -— Vivaddio! Bisogna ricominciare a far qualche cosa e bisogna ritornare -un uomo serio! Ha ragione Maria! Io non ho fatto altro che perdere -il mio tempo, e arrischiare magari di perdere anche un po' la mia -riputazione... di uomo di Stato, facendo lo stordito con la... Piccola! - -Pronunzia «la Pïccola» non pensando più a Remigia, pensando, invece, -a Maria: vedendo Maria, gli occhi e il viso di Maria quando parla e -quando sorride... Quando sorride con le due piccole fossettine agli -angoli della bocca... - -— Lavoriamo! Lavoriamo! Bisogna rimettersi a lavorare! - -Siede alla scrivania, prende una lettera, la prima che gli capita sotto -mano, comincia a leggerla, poi, quando sta per voltare il foglio, si -ferma: - -— Chi sa Remigia come risponderà alla grave ingiunzione del signor -Zaccarella... Forse sono stato un po' troppo deciso... Mi sono lasciato -trasportare dalla collera... Sia pure! Tanto meglio! Così avrò messo -più chiaramente le cose a posto e ciò servirà di lezione per la figlia -e per la madre!... Tutto questo dev'essere un giuoco della madre!... -Remigia, penserà forse anche a me, come penserà forse a Totò, al -bell'Apollo, a Marco Danova, come ad un marito qualunque! Remigia -non pensa che a maritarsi e ha ragione! Per quanto non lo si direbbe -a vederla, ha già passato i vent'anni e se ha fretta, lei, come lei, -non ha torto! Ma io, come io, per altro, sono stato tirato in ballo, -proprio fuori di proposito! Il cuginetto! Il cuginetto! Faremo ritornar -subito a Villars, il buon Totò! - -Finisce di leggere la lettera, sta per aprirne un'altra... ma si ferma -guardando verso l'uscio; sente avvicinarsi il _tic-tac_ di passettini -leggeri... - -La Piccola che viene infuriata a protestare? - -No. Il leggero _tic-tac_ si allontana e si perde nel corridoio. - -— Forse col mio ordine perentorio al signor Zaccarella, sono stato -troppo energico! Avrei forse dovuto parlar io, direttamente, pregare -Remigia con le buone. Se ho sbagliato, poco male; farò le mie scuse. -Per una volta tanto dev'essere perdonato a tutti un atto anche un -po' impetuoso! Chi è che non perde mai la pazienza a questo mondo?... -Lavorare! Lavorare! Cerchiamo di lavorare senza più pensare ad altro! - -Ma lavorare... non può. I crampi si fanno sempre più forti! S'allunga -sulla poltrona e intanto pensa fra sè: - -— Anche la duchessa madre, con la sua grande idolatria, che madre -balorda! Purchè ci siano quattrini, aguzza ansiosamente i suoi occhi di -suocera, tanto su Marco Danova, emerito imbroglione, quanto su di me, -un uomo quasi vecchio e malandato in salute. — E Remigia? Anch'ella, -forse, o l'uno o l'altro, indifferentemente, purchè uno ci sia! Ma -Remigia, chi sa? Non ha ancora un'idea netta, precisa del matrimonio. -Intelligente e assai vivace, ma in certe cose io la credo ancora... -pochissimo edotta! Se così non fosse, sarebbe più cauta, più guardinga -e non giuocherebbe al matrimonio a occhi chiusi! - -Alza il capo, passa la mano sulla fronte: è un po' inquieto. - -— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?.. Io l'ho -proprio mandato al fuoco, il capitano!... È vero che ambasciator non -porta pena! L'ira della figlia e quella della madre, specialmente, si -scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella non si scomoda -mai, nemmeno per montare in furia, e aspetterà l'ora del pranzo per -assalirmi!... Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una saetta! - -Giacomo continua a stare attento e a tener fissi gli occhi sull'uscio, -come se dovesse spalancarsi da un momento all'altro! Invece, niente. -Passa più di un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel -corridoio. - -Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella. - -— Così?... - -— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor commendatore! - -— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna tempo tutti e due! La -duchessina Remigia è andata in collera? - -— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio di vostra... -signoria... Ubbidientissima, docilissima, ha levato ella stessa le -sonagliere a _Din_ e a _Don_. Soltanto devo aggiungere, per la verità, -che missis Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto. - -— In che modo? - -— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad una delle cameriere -dell'albergo, e in modo di essere udita anche dalla signora duchessina: -— ho parlato io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani e -gente, cuccia lì, e tutti _cito!_ - -Giacomo s'alza di scatto: - -— Vecchia stupida, villana! E la duchessina Remigia? - -— Niente! Non ha risposto niente! È diventata pallidissima, è corsa -subito in camera sua, senza pronunziare nemmeno una sillaba! Ma poi, -dopo... - -— S'è sfogata con sua madre? - -— S'è messa a piangere. Ho visto adesso la contessina Carfo: — Remigia, -— m'ha detto, — continua a piangere! - -— Farò io le scuse alla duchessina Remigia, anche per quella vecchia -insopportabile! - -Giacomo, più ancora che addolorato è mortificato; sente il bisogno di -giustificarsi persino col signor Zaccarella. — Ha visto anche lei! -L'avevo qui da mezz'ora a farmi la testa come un cestone di ciarle, -di lamentele! Io ho perso la pazienza e capisco di aver oltrepassata -la misura! Ho dato... ordini, che non avevo alcun diritto di dare! -— Stende la mano al signor Zaccarella. — Anche lei, scusi la mia... -troppo imperiosa vivacità. - -Il signor Zaccarella non osa stringere quella mano che tiene in pugno -tanti milioni: la tocca, appena con due dita, religiosamente. Poi -guarda Sua Eccellenza con la coda dell'occhio, riflettendo, esitando... -È forse giunto il momento opportuno di dirgli ciò che gli sta in cuore -da un pezzo?... Fino da... Da quando, insomma, ha visto che la barca di -Don Luciano, cominciava a far acqua! - -— Vorrebbe ascoltarmi, signor commendatore, un momentino?... Ecco -qua: missis Eyre è stata imprudentissima verso la signora duchessina; -ma anche la signora duchessina, sa distinguere benissimo le persone -e i loro atti: lei rimane nel suo giudizio e nel suo cuore, quello -che è, luminosamente! La signora duchessina ha per lei una grande -ammirazione e un'affezione troppo ben radicata! In quanto a me, _de -minimis_... diremo, ma io ho sempre considerato il signor commendatore -come... il superiore... come il mio vero padrone e ho sempre ambito -l'onore di poterla servire direttamente! Quante volte prima di eseguire -certi ordini perentori, avrei voluto interrogarla, avvertirla, signor -commendatore, se non altro, per scarico mio! Stamattina stessa, per -esempio, io ho ricevuto una lettera da... Parigi... — Si ferma, aspetta -per proseguire una parola d'incoraggiamento; ma il signor D'Orea, che -ha accolto lo sfogo del capitano con molta freddezza, lo guarda... e -non fiata, suonando il tamburello sulla scrivania, col tagliacarte. - -Il signor Zaccarella si passa una mano sui capelli a spazzola... fa un -grosso sospiro per mostrare la propria esitazione: l'altro, niente. Con -la faccia sempre immobile e muta, continua a suonare il tamburello... - -— Per esempio, con la posta di stamattina, io ho ricevuto una lettera -di don Luciano... - -— Oh! Oh! Scrive?... Mio fratello ha imparato a scrivere?... Una volta -non sapeva altro che telegrafare! - -— Telegrafa sempre, ha telegrafato anche ieri, quando si tratta di -affari, di danari. Quando, invece, si tratta di cose delicate, cose di -famiglia, riguardanti specialmente donna Maria, allora scrive... - -Giacomo sussulta; diventa rosso in viso. - -— E che scrive? - -Il capitano, sparato il colpo, si ritira un passo indietro: - -— Io non so poi... Faccio bene o male a parlare? In ogni modo, se il -signor commendatore mi autorizza a farlo.... - -— Ah, no! — Giacomo s'è subito rimesso. — Questa autorizzazione ella -non può averla da me, ma dalla sua coscienza! È la sua coscienza, -soltanto, che deve imporle di parlare o di tacere! - -— Allora parlo! — risponde pronto lo Zaccarella che dinanzi a tanta -diplomazia non vuol perdere l'occasione. — La mia coscienza, mi dice -di parlare! Sarà di me quel che sarà! Perderò la stima del signor -commendatore, perderò la fiducia e la protezione di don Luciano, -perderò il pane, ma il signor commendatore sarà stato avvertito di -tutto, e in tempo. - -Giacomo rimane impassibile, ma il suo cuore batte violentemente. - -— Il _Credito Lionese_, ha versato a Don Luciano, in queste ultime -settimane soltanto a Parigi, la somma di cento e settantamila franchi, -e si chiedono nuovi fondi. - -— Bisogna provvedere. - -— Con l'autorizzazione del signor commendatore? - -— Sì. - -— E senza limiti di cifra? - -— Senza limiti, per ora. Soltanto ella mi terrà informato di ogni nuova -richiesta! - -— Sarà fatto, scrupolosamente! - -Se non fosse increanza, il capitano si darebbe una fregatina di mani -sotto gli occhi stessi di Sua Eccellenza! In fatti con quell'ordine -esplicito «mi terrete informato di ogni nuova richiesta» egli fa il -primo passo: si mette sotto gli ordini di Sua Eccellenza, buttando a -mare don Luciano! - -— E d'altro, che c'è?... Che c'è di... delicato, che riguarda la -famiglia? — È questo che preme di sapere a Giacomo; non gli affari del -_Credito Lionese!_ - -— C'è, signor commendatore, che stando agli ordini di don Luciano io -gli dovrei sempre riferire giornalmente e minutamente tutto ciò che -succede... a Villars. - -— Perchè non lo fa? - -Il signor Zaccarella lancia un'occhiata a Sua Eccellenza. - -— Non mi sarò spiegato bene. In una parola, io dovrei fare la spia a -tutti... e di tutto! Alla signora duchessa, alla duchessina, a donna -Maria, a lei... - -— Oh! Oh! Anche a me?... - -— A lei, specialmente, e a donna Maria. - -Giacomo sta in guardia; si frena e soggiunge freddamente, ironicamente: - -— Ella sarà molto impacciato, credo, nel disimpegno di questo... -ufficio di polizia. Come trovare... argomenti interessanti, su cui -poter riferire? - -— Appunto! — Il capitano increspa con un ghignetto il viso giallo, -sbarbato. — Io riassumo quotidianamente il mio servizio d'informazioni -in due parole: niente di nuovo! Ed è per ciò che don Luciano, comincia -a sospettare anche di me! - -— Sospettare?... Se ha sospetti, perchè non viene lui stesso a Villars, -— e sarebbe ora, — a sincerarsi? - -— Mi scrive, appunto, di volerlo fare, _ma quando nessuno se lo -aspetterà_. - -— Bravissimo! E comincia, intanto, per tener la cosa segreta, col dirlo -a lei! - -— Vorrebbe, — si figuri, — che io gli scrivessi perchè il signor -commendatore ha prolungato, per tutto questo tempo, il suo soggiorno in -Isvizzera!... Che cosa ne posso saper io? - -— Oh, bella! — esclama Giacomo. — Per riposare e per godere il fresco! - -— Ecco precisamente! Io ho risposto e rispondo sempre così; ma don -Luciano non mi crede!... D'altra parte, per fargli piacere, io non -posso inventare quello che non c'è... o sapere quello che non so! -Egli vede, in ogni falsa nuova, magari anche in aperta contraddizione -co' suoi sospetti, una finzione e una simulazione! Immagina inganni -e raggiri così artificiosi e strani, che sono difficilissimi persino -da raccontare! Ma ho appunto qui, con me, l'ultima lettera di don -Luciano... Vuol vederla, per capacitarsi? - -— Le serva di regola: le lettere del suo padrone, non devono mai uscire -dalle sue mani. - -— Il signor commendatore mi ha detto di ascoltare la mia coscienza, e -la mia coscienza... - -Giacomo lo interrompe: - -— Basta così! La sua coscienza le deve imporre una cosa sola: scrivere -a mio fratello di ritornare davvero e subito a Villars e d'ora in poi, -di vivere sempre vicino a sua... alla sua famiglia. Così non avrebbe -sospetti e farebbe meno debiti! Ho da lavorare. Buon giorno, signor -Zaccarella! - -Il capitano, bruscamente licenziato, se ne va mogio mogio, ruminando -tra sè: - -— Ho fatto bene?... Ho fatto male?... Forse sarebbe stato meglio dir -lutto, anche ciò che pensa don Luciano, riguardo alla duchessina e -al matrimonio. Ma come si fa?... Mi ha chiusa la bocca!... Sarà, come -dicono, una gran testa, ma quanto a carattere, anche costui... ha un -gran brutto carattere! - -Giacomo non ha voluto vedere la lettera, ma ne ha indovinato, o press'a -poco, il contenuto. - -— Come ho fatto bene a stare in guardia e a evitare di trovarmi con -Maria! Meglio, molto meglio andare incontro a qualche seccatura per -via della Piccola. A questi pettegolezzi, più o meno innocenti e -interessati, posso rimediare provvedendo alla dote e combinando il -matrimonio con Totò. In fine Remigia è la sorella di Maria, è la -cognata di mio fratello, appartiene alla nostra famiglia... Dunque, più -che naturale, è doveroso il provvedere per metterla a posto! - -Si alza e va alla finestra. - -— Che bella giornata! Ha ragione il signor Trüb! Il settembre è proprio -il mese migliore per Villars! Chi sa, laggiù a Bologna, che forno e che -soffoco! - -Rimane lì, a lungo, pensieroso, guardando i _Diablerets_, il _Gran -Muveran_, _les Dents du Midi_ e sospirando: Addio Villars! - -— Chi sa che cosa ci sarà veramente nella lettera di Luciano?... Quanta -cattiveria e quanta bassezza! Mettere a parte un estraneo, quasi un -servitore, di certi sospetti assurdi... iniqui... - -Guarda ancora la valle ampia e popolata: - -— Che bel verde limpido!... Mah!... Tutto ben ponderato, cattiveria -da una parte, leggerezza e pettegolezzi dall'altra, bisogna proprio -risolversi... Bel Villars, addio! Andiamo a fare le nostre scuse -alla duchessina, sollecitiamo il ritorno di Totò, e poi, partenza -per l'Italia! Torniamo al caldo, alle noie, al lavoro, per buscarci -dell'asino e magari anche del ladro dagli avversari!... Oh quella -politica!... Quella Camera!... I giornali!... Poter vivere, morire, -sempre in campagna, in montagna, lontano, su su, a duemila metri da -Bologna e da Roma! - -L'ex ministro si sente infelice come un collegiale, l'ultimo giorno -delle vacanze. Ma non è Villars, non è la bella conca verde e fiorita -che egli rimpiange. Sono quegli occhi dolcissimi e profondi che lo -hanno fissato sorridendo, dietro un velo di lacrime! - -— Addio Villars! — dicevano le sue labbra. — Addio, Maria! — diceva il -gemito del suo cuore angosciato. - - -Quando Giacomo D'Orea esce di camera per andare in cerca di Remigia, -s'incontra nel corridoio con Mimì Carfo. - -— Scusi, contessina!... Dove potrei vedere la sua piccola e dolce -amica? Vorrei farle le mie scuse per essermi abbandonato — non so come -— ad un impeto di eccessiva vivacità. Ma, si figuri, duchessina! Da -mezz'ora io ero la vittima di missis Eyre e quella vecchia sciocca e -balorda... - -Giacomo s'interrompe, vedendo la faccia di Mimì, pallida, stravolta. - -— Che ha?... Che c'è? - -La giovane è riservatissima e timida, ma trattandosi di salvare l'amica -dalle unghiacce di Re Faraone, prende tutto il suo coraggio a due mani: - -— L'ho... contro di lei! - -— Contro di me? - -— È stato cattivo con Remigia! Molto cattivo! - -Giacomo crede che Mimì si riferisca soltanto all'incidente delle -sonagliere e torna a giustificarsi. - -— Le dissi già che quella vecchia m'aveva fatto uscir de' gangheri! So -anch'io di aver avuto torto! Andiamo da Remigia, e anche lei, da brava, -invece di essere in collera mi aiuti a farmi far la pace! - -— Remigia è a letto! - -— È a letto? - -— È stata malissimo. Basta, Dio mio, che non le venga la febbre! - -Giacomo si spaventa: - -— Io non ho colpa se quella vecchia... è pazza! - -Mimì crolla il capo, dolorosamente: - -— No, no! Missis Eyre non c'entra, o c'entra solo indirettamente. Lei, -è stato cattivo, cattivo! E sapendo, volendo esserlo. Sì! Sì! _Volendo -esserlo!_ Capiva, sapeva che un simile affronto, ricevuto da lei, -_proprio da lei_, doveva fare un gran male a Remigia per... moltissime -ragioni, che si possono riassumere in una sola, la più tremenda, -appunto per Remigia! - -— Quale?... - -Le gote della fanciulla si accendono d'improvviso, i suoi occhi -supplichevoli sono pieni di fervore e di ansia; il seno è palpitante. -Ella si avvicina a Giacomo congiungendo le mani. Non può quasi parlare, -balbetta: - -— Remigia... creda, signor D'Orea, è tanto... tanto buona! È un -tesoro... un vero tesoro... di bontà, di soavità... di tenerezza!... -Ride, scherza, giuoca... ma nelle cose serie, è già una vera e cara -donnina! Certo che è piena di amor proprio, di orgoglio! Non sarà mai -Remigia la prima a fare un passo, anche trattandosi della felicità di -tutta la sua vita!... Per carità, signor D'Orea! Per carità... non me -la faccia morire! - -Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le mani e fugge via con -un singulto di lacrime. - -Giacomo rimane attonito a bocca aperta. - -— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti alla _Tête-pointue?_ -Il cuginetto! Totò! Mezzo milione di dote e si telegrafa a Totò!... -Bisogna parlarne assolutamente con la duchessa Cristina: le chiederò un -colloquio per stasera stessa, dopo il caffè. - -Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del pranzo e aspetta. -Passeggia, esce in giardino, rientra... si ferma qua e là salutando -le poche conoscenze rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la -duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno l'ombra magna dello zio -Rosalì! - -Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla, lusingandola -con tutto il cerimoniale di corte, ripetendole la scena avuta con -missis Eyre e profondendosi in nuove scuse. - -Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo accoramento, -dignitoso e muto. Ella ascolta Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza -pronunziare una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri e -scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa parlare del colloquio, -non osa nominare Totò; ma non sa schivare il pericolo più grave: chiede -alla duchessa le notizie della sua Idola. - -— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina Mimì?... - -La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma non risponde che -con una lunga e risonante soffiata di naso. Nient'altro: musica senza -parole! - -Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa fare; piantarla non può. -Guarda l'orologio. - -— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche la seconda campana per -il pranzo. - -Silenzio. Si guarda attorno: - -— La stagione è proprio al termine! I forestieri, — le signore -specialmente, — diradano ogni giorno! - -Ancora silenzio: Giacomo, esaurito, finisce col rimanere muto a sua -volta dinanzi a quella madre, immobile e muta, come la statua del -dolore! - -Sopraggiunge, se Dio vuole, lo zio Rosalì. Giacomo, vedendolo, si sente -sollevare lo spirito e lo saluta sorridendo, con grande espansione... -Ma il Sant'Enodio è più che mai viceregale nell'impettita prosopopea: -stende, offre la mano con un gesto largo, solenne... e nemmeno una -sillaba! - -Gli occhi della madre tradiscono l'interna ansietà: le labbra hanno un -tremito. - -— E così? — non può a meno di domandare dopo qualche istante. — -L'Idola?... - -— Mah! — risponde l'oracolo, dietro la barba bianca, semovente. — -Purchè non le venga la febbre! — E Mimì?... - -— Resta di sopra. - -Un'altra soffiata di naso della madre altrettanto lunga e sonora -come la precedente: ma, questa volta, la musica delle lacrime colate -accompagna le parole. — Purchè, Gesù mio, non le venga la febbre! - -— Mah!... - -— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle strette. - -Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti, senza aprir bocca -dinanzi all'uscio a vetri della grande sala da pranzo verso la quale il -principe Rosalino tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi. - -Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non vedere: entra in sala -subito, in fretta, sgusciando dietro alla duchessa e corre a sedersi -al suo solito tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta -grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza, non più Eccellenza! -Apre il _Times_ e si tiene nascosta dietro il giornale. - -Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira attorno ai -padroni. Ha l'aria di un cane bastonato, dopo la bella ramanzina che -gli è toccata. Nessuno lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e -la spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di avvicinarsi. - -Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e passata anche la -stizza, non ha più che un pensiero e un'inquietudine: Maria. - -— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda a pranzo? - -Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio, ad ogni -passo: d'un tratto sente un noto fruscio di vesti. Il suo occhio e il -suo viso si ravvivano: - -— È lei! - -Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone, lentamente si avanza -sotto l'atrio e si unisce al gruppo di famiglia. - -— Si ha paura della febbre! — È il saluto della madre. - -— Mah! — ripete lo zio Rosalì, e il sospiro si confonde con un mezzo -sbadiglio. Il bell'antenato vivo, ha appetito e sta ruminando: - -— Ormai ci siamo tutti! Che cosa si aspetta?... Di mangiare gli avanzi -e di essere malserviti? — Si decide ed esprime il suo voto. — È già -sonata anche la seconda campana. Io direi di andare. — Ha bisogno di -un proverbio, non lo trova e lo inventa: — Il digiuno dei sani, pur -troppo, non fa guarire gli ammalati. - -Ciò detto, apre la marcia maestosamente, offrendo il braccio alla cara -Cristina. - -Giacomo offre il suo alla cognata e il signor Zaccarella si mette in -coda... e con la coda fra le gambe. - -— Ho ricevuto una lettera di Luciano che devi vedere anche tu! — -mormora Maria, sdegnata, all'orecchio di Giacomo. — Dopo pranzo, vieni -subito in giardino. - -— Un'altra lettera? — Giacomo reprime l'inquietudine e la collera. — -Ma... colui, a Parigi, non fa altro che scrivere? - -Proprio così! Quando Fanfan non vuol ricevere Luciano, perchè ha le -prove, o ha il maestro, — il celebre Coccardè, ex-tenore sfiatato, — -o perchè aspetta mister Kennett che sta combinando con l'impresario -per farle cantare la _Manon_ in America, Luciano, geloso, furioso, si -chiude nella sua camera dell'_Hôtel Bristol_ e si sfoga, si vendica -scrivendo lettere sopra lettere, alla moglie e al signor Zaccarella. - -— Oh! l'ingratitudine umana, in ricambio della mia grande bontà! — -È sempre questa, o press'a poco, la chiusa, tanto quando scrive alla -moglie, come quando scrive al capitano. - -Anche durante il pranzo, tutti silenzio! Soltanto quando il capo -cameriere, in persona, presenta l'arrosto, — un bel fagiano rosolato e -fumante, con la testa e la coda trafitte da una freccia d'argento, — lo -zio Rosalì si sente commosso e dopo aver guardato il fagiano guarda la -sorella del pari affettuosamente: - -— Coraggio, Cristina mia! Facciamoci coraggio! Io sono sicuro! La -febbre... non verrà! - -La duchessa... un'altra soffiata di naso come per prendere commiato, -uno sguardo a Giacomo, in cui c'è tutto il dolore e l'angoscia, insieme -a un acerbo rimprovero, e via col passo delle pompe funebri. - -— Mah!... Si serva, si serva, signor Zaccarella! Al principe, -l'appetito viene mangiando e vedendo mangiare. - -Anche Maria si alza quasi subito, appena uscita la madre: fissa -Giacomo, come non ha fatto mai. - -— Si soffoca, qui dentro! Andiamo! - -Giacomo segue la cognata in giardino... e il signor Zaccarella respira -due volte. Ritorna ad essere lui, e a sentirsi il capitano! - -— Ah!... Finalmente, se Dio vuole!... Una breve tregua ai musi, alle -malinconie e ai dolorosi sospiri! — Si china, allunga la piccola testa -verso il principe e lancia la proposta: — Qui, tra di noi, facciamoci -un brindisi alla nostra salute e al buon umore. — Senza aspettar -risposta alza la voce e ordina: - -— _Monsieur_ Célestin!... Venga lo _Champagne!_ Il solito! Extra -secchissimo! - -Rosalino di Sant'Enodio, il capo eretto sulla figura classica, nota in -Roncisvalle, rimane imperturbabile. Soltanto gli occhi brillano vividi -seguendo il passo quieto di _Monsieur_ Célestin... Poi, dalla fluente, -candida barba che alita al soffio delle parole, esce grave la sentenza: - -— Solo all'arrosto, giudica il cuoco. Eccellente quel fagiano! - - - - -VIII. - - -— Eccoti la lettera di... mio marito. Leggi. - -Giacomo sembra esitare. - -— Leggi; devi leggere! - -Maria è più pallida del solito... e più bella. Il fascino di soavità, -di malinconia, soffuso intorno a lei dal suo dolore mansueto e -rassegnato, è sparito. La sua espressione è risoluta, fiera, il sorriso -amaro e ironico... ma è più bella. Una strana luce le illumina il -viso. È ciò che teneva nascosto in fondo al cuore che le brilla, che le -risplende negli occhi e che vibra in tutto il suo essere con un fremito -di vita, con un impeto di sdegno e di rivolta! - -— Leggi; devi leggere! Ho potuto e voluto risparmiarti la lettura di -molte altre lettere simili e peggiori; ma di questa no, perchè parla -anche di Remigia... E poi... perchè tutto ha un limite per le creature -e per le anime, anche la bontà, anche la pazienza, anche la pietà!... -Sai? Mi faceva pietà! Ero tanto sciocca e stupida da credere che -quell'uomo dovesse soffrire lui stesso per la sua grande cattiveria!... -Adesso no, basta! Lui continua, ma io ho finito! Adesso non mi desta -più che ribrezzo, e orrore, ribrezzo e odio! Sì, odio, odio, odio! Sarò -cattiva anch'io, la mia parte, che importa? Dio che mi ha sempre veduta -e che mi vede nel cuore, sa che non ero fatta per essere cattiva! Mi -hanno ridotta gli altri così, per forza! Ormai, peggio per loro! A te. -— Maria gli dà la lettera. — Vinci lo schifo, leggi e regolati. - -Il cuore di Giacomo batte violentemente, ma egli vuol conservarsi calmo -e sicuro. Leva dalla busta e spiega i vari foglietti della lettera, che -comincia con uno stile amabilmente scherzoso: - -«Paolo e Francesca!... Precisamente: i due cognati, amanti, sono -tornati di moda per opera dei poeti e degli istrioni e, in casa mia, si -segue la moda!» - -E continua, con altrettanto felice umorismo: - -«Paolo, per altro, l'antico, il guerriero, non doveva nulla a -Lancillotto; mio fratello, invece, il Paolo moderno, uomo di Stato, -deve _a me_, il rispetto, l'affezione e la fiducia piena e cieca, -della quale gli sono sempre stato prodigo. Deve _a me_, alla mia -generosa, disinteressata e forse eccessiva acquiescenza, se è ancora -lui solo, il _solo_ e dispotico padrone della _roba nostra_. La prima -delle Francesche, da cui proviene l'onesta discendenza, ha portato -in dote a suo marito dominî e castella... Sono troppo delicato per -mettere i punti sugli _i_. Dirò soltanto, per concludere, che il Paolo -e la Francesca di mia magione, aggiungono a tutte le virtù e alle -amorose gesta dei due famosi capiscola, anche la più bella e graziosa -ingratitudine!» - -Il confronto seguita ancora per un pezzo e sullo stesso tono, ma -Giacomo, corre in fretta con l'occhio attraverso le pagine e incomincia -a leggere attentamente dove vede ripetuto il suo nome: - -«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo colloquio con Giacomo, -dopo le mie spiegazioni così franche, leali e confidenziali, se Giacomo -fosse davvero quell'uomo di carattere saggio e prudente che vorrebbero -far credere i suoi giornali, partito io, sarebbe anche lui partito -subito da Villars! La gelosia di un marito è la prova più manifesta del -suo attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche quando per un -caso diverso dall'attuale è forse ingiusta ed eccessiva, è tuttavia -sempre rispettata dalle persone serie e schiette, come riesce sempre -gradita e cara ad una buona moglie, veramente innamorata e fedele!» - -«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed ogni -sospetto è legittimo e sacro quando si tratta della propria moglie e -del proprio onore, — Giacomo che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto -molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla _Tête-pointue_. -Con tanti uffici, con l'Italia da fare e l'Africa da disfare, l'uomo -importante, il grande lavoratore. Sua Eccellenza, insomma, che -aveva già dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di una -quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine dello Stato e per -l'assetto dell'Europa, è tuttora in villa, a far vacanza!» - -«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe quella cariatide piena -di buon appetito dello zio Rosalì! E Giacomo ci sta bene e non si -muove più da Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera... e -a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto di Bex! Credi -che io non abbia capito tutto? Mi fai anche l'onore di credermi un -imbecille?... Ma quel falso tisico sentimentale, perchè è proprio -partito... poche ore dopo che io sono arrivato?» - -«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso tutto sopportare, -ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore, voglio che il mio onore resti -intero e intatto. Costretto a partire improvvisamente per Parigi da -affari gravi, che si potranno conoscere solo più tardi, farete tutti, -al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò necessario, ispirato, -come sempre, dai miei sentimenti morali e dalla rettitudine della mia -coscienza, per la serietà e per la dignità del mio nome!» - -«Vita nuova e bando alle commedie vecchie! Quella cara gioia di tua -sorella Remigia offre in questi giorni un'altra prova della bella -gratitudine dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua — -oh, che santa ingenuità! — in una vostra commedia altrettanto vecchia -quanto inverosimile! Fingere gli amoretti con la nubile, sino al punto, -magari, di comprometterla e di perderla irrimediabilmente, per coprire -gli amorazzi con la maritata! _Oh, connu le vieux jeu! Très connu, ma -chère!_ Non è più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno Scribe!...» - -E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera di Luciano, -volgare e ingiuriosa, piena di boria e di alterigia, riempie sei pagine -fitte. - -Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena stato messo alla -porta, per tutto un giorno, da Fanfan! Il re della glicerina, aveva -condotta al _Bois mademoiselle_ Trécoeur, per farle ammirare il suo -nuovo _four in hand_. Luciano, è vero, aveva detto e gridato «non -voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan Trécoeur gli aveva risposto tra due -colpetti di tosse, non autentica: - -— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non voglio» _in casa mia_, è -fuori di corso! - -Ed è andata! È andata al _Bois_ in un giorno di vento! E quel -ciarlatano d'un dottore, pagato venti franchi per visita, lo ha -permesso! E quella celebre mummia inverosimile del maestro Coccardè, -coperto di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di _Champagne_, non -ha protestato! La salute, la voce, quando si tratta di _mister_ Kennet, -sono a prova di bomba! - -— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da -nessuno, da nessuno! - -Luciano corre a rinchiudersi nella sua stanza, disperato, furente e -sfoga la rabbia e la gelosia contro _mister_ Kennet e Fanfan scrivendo -a sua moglie. - -— Ah, per Dio! Con mia moglie sposata senza un soldo, avrà corso -il «non voglio!» e a dispetto di mio fratello!... Ah! Ah! Povera -Eccellenza! A tu per tu con una donna deve essere più Giuseppe che -Paolo! Ci vuol altro talento ed altro spirito per saper sedurre una -donna!... Ma la simpatia, fra que' due, c'è... dunque, l'intenzione, -ci sarebbe!... In famiglia! Tra cognati! Quanta immoralità! Che -pervertimento! - -Giacomo, quando ha finito di leggere la lettera, la ripone lentamente -nella busta, poi la rende a Maria dicendole cupo, senza guardarla in -faccia: - -— Avevo già fissato di partire domattina da Villars. - -Maria, a queste parole, è scossa da un tremito: la luce de' suoi occhi -sembra spegnersi a un tratto. - -— Domattina? — ella ripete con la voce rotta, alterata. — Avevi già -fissato di partire domattina? - -— Sì, — risponde Giacomo, sempre a testa bassa, sempre senza guardare -Maria, ma con una viva espressione di dolore, con una grande e -affettuosa tenerezza. — È necessario. Necessario per me, per te, per -tutti. E dopo questa lettera... - -— Questa lettera è una... infamità! Nient'altro! — Maria cerca di -soffocare un singhiozzo disperato, premendosi le due mani alla gola. - -— È un pugno di fango scagliato da un delinquente pazzo, ma che è -caduto fra di noi, per separarci! — esclama Giacomo dolorosamente. A -lui pure un singulto secco, senza lacrime, sembra rompere il petto. — -Non posso più fermarmi qui, dove ci sei tu! Non dobbiamo più trovarci -insieme. - -Maria fa un passo istintivo, protende le mani come per trattenerlo... -poi subito lascia ricadere le braccia, e si guarda intorno con gli -occhi velati, smarriti, mentre le labbra smorte, agitate da un tremito -convulso balbettano parole che non si possono afferrare. - -Come sarà vuoto Villars e desolato... Come sarà vuota la sua vita... e -desolata! - -— Più! Mai più! - -Che cosa «mai più?»... Ciò che a poco a poco, grado a grado, -lentamente, ma ineluttabilmente, le aveva riempita l'anima, il cuore, -la vita, senza che ella nemmeno se ne fosse accorta! Oh, adesso sì! -E come se ne accorge, adesso! Come lo sente adesso, nel momento che -questo suo bene immenso, che la sua felicità, l'estasi, il sogno, si -cambiano in dolore! - -— Più! Mai più! — balbetta ancora la povera donna, poi reclina il viso -nelle mani e tace. - -Restano lì, soli, lungamente, in quella parte deserta del giardino, -senza parlare. - -L'ombra degli alberi si fa densa e fredda; si appressa la sera; Maria, -ad un tratto, alza il capo, come sorpresa e atterrita, fissa Giacomo -a lungo con le pupille dilatate, poi si riscote rabbrividendo, alza -il bavero, si avvolge nella mantiglia di pelliccia e si avvia per uno -stretto sentierolo, che sale dolcemente la collina fra due siepi alte e -folte. Giacomo le tien dietro, sempre a testa bassa. - -Il silenzio è profondo. Si sente appena lo scricchiolare dei piedi -sulle foglie secche e il leggero cinguettìo di due pettirossi che si -rincorrono nella siepe in cerca del ramo su cui addormentarsi, vicini -vicini. - -— Oh, come sono liberi di volersi bene, que' due piccoli uccelletti! — -pensano insieme Giacomo e Maria. — E noi, dobbiamo soffocare persino i -nostri sospiri! - -A un tratto Maria si ferma, risoluta a parlare e si volta: si ferma -anche Giacomo: si guardano fissi; ma non osano dirsi ciò che hanno nel -cuore. - -_Cìo cìo! Cip cip!_ continuano intanto nella siepe i due pettirossi, -vezzeggiandosi, inseguendosi, rispondendosi l'uno all'altro: _cìo cìo! -Cip cip!_ - -Maria fa un atto doloroso col capo... si volta, comincia a salire. Il -suo passo è più lento, più affaticato... Giacomo le tien dietro, gli -occhi fissi sulla bella persona di lei, ansando, spasimando. - -Non parlano, non si dicono una sola parola, ma Giacomo e Maria, in quel -punto, rivolgono a sè stessi la medesima domanda: — Se fosse possibile, -se il poterlo fare stesse in me, vorrei tornare come prima... e non -soffrire più?... - -Tutti e due, al cuore che fa la domanda, rispondono col cuore, che -prorompe palpitando — no! - -E tutti i pensieri dell'uno e dell'altra sono gli stessi; sono mute le -labbra, ma le anime parlano fra di loro. - -« — Così ignoti, prima, l'uno all'altro, come abbiamo fatto a -conoscerci?... Così lontani, l'uno dall'altro, come abbiamo fatto ad -avvicinarci?... _Quando è stato?_ Dopo la lettura di quella lettera? -Dopo il loro colloquio di quella mattina stessa?... Fino da Bex?... -Da Napoli?... Prima, prima! Ancora prima, fin dal primo giorno!... Ma -quando fu _il primo giorno?_... Quando si sono conosciuti, appena si -sono veduti e prima ancora, ancora! - -L'ora presente, non è quella che fugge, è quella che resta -nell'avvenire e che suscita nel passato colori e immagini. - -Egli parte; non si vedranno, forse, mai più!... - -Che importa?... Come in quell'ora e per quell'ora, si sentiranno sempre -vicini, si sentiranno sempre uniti. Quando due anime si amano, il mondo -non ha spazio abbastanza per tenerle tanto lontane... da non sentirsi -più! - -Finito il sentiero, Giacomo e Maria sono giunti sulla cima alta e -rocciosa della collinetta, che spunta come uno scoglio tra il verde -degli abeti. - -Il sole, è appena tramontato. Sull'orizzonte, ancora una grande -striscia rossa, di fuoco, la bocca accesa di un vulcano, rompe la -nuvolaglia nerastra, che, a mano a mano illanguidisce, si restringe, -sparisce dietro un immenso tendone nero. Il vento soffia d'improvviso -e agita gli alberi sottostanti: una raffica diaccia spazza la cima -sollevando un nugolo di polvere e di foglie secche. Poi la quiete -profonda e di nuovo il silenzio. Più giù, in fondo alla valle, poi -sul dorso delle colline, cominciano ad apparire, sparsi qua e là, i -villaggi illuminati, come campi di lucciole immote. L'albergo vicino, -con i vividi occhi delle sue cento finestre, sembra un'apparizione -fantastica... - -Maria, per la prima, rompe quel lunghissimo silenzio: - -— Domani, a quest'ora, dove sarai? - -— A Ginevra. - -— E dopo?... A Bologna, o subito a Roma? - -— A Bologna, per due giorni, poi a Roma. - -— E con Remigia?... Con mammà?... Dopo quanto è successo oggi, come -farai? - -— Remigia, sarà contentissima di sposare Totò, e contenta l'Idola, sua -madre sarà felice! - -Maria fa un sospiro, riprende il sentiero e comincia la discesa: -Giacomo la segue vicino vicino, più vicino: la sente, la respira, -l'assorbe con l'anima e con i sensi! - -Il vento ricomincia: muove le cime alte; fischia nelle siepi. I due -pettirossi non si sentono più. Maria li ricorda... ci pensa. Giacomo -non pensa che a Maria, non sente che Maria. - -Fanno così tutta la lunga discesa senza mai fermarsi, senza mai -voltarsi. Si fermano insieme, simultaneamente appena giunti al piano, -in giardino; e insieme, con un moto simultaneo, si prendono, si -stringono la mano convulsamente, disperatamente. Le due facce pallide, -smorte, sono contratte, rigate di lacrime. - -— Sempre?... - -— Sempre. - -Maria va difilata verso l'albergo. Giacomo s'indugia ancora nel -giardino, nel bosco. - -Si fa più buio; le ventate sono più frequenti e più forti. - -Giacomo ha bisogno di camminare, di essere solo... e di camminare! -Più che commosso, è agitato e stordito. Le lacrime non si sono ancora -disseccate sulle sue guance, eppure in quel momento si sente felice e -forte. Tutto il mondo è suo! Ha bisogno di essere solo, di camminare e -di pensare... Di pensare, appunto, alla propria felicità. - -— Com'è stato?... - -Il cuore, l'amore, hanno preso in lui il sopravvento, così -d'improvviso, inaspettatamente. Proprio come una forte ondata, un colpo -di mare, che lo ha travolto, che lo ha portato con sè! - -— Amo! Amo!... L'amo e sono amato! - -Poi guarda verso l'albergo e ripete a Maria, col sorriso di un -fanciullo innamorato, mentre i suoi occhi si riempiono ancora di -lacrime, ma non di dolore, questa volta, lacrime di gioia e di infinita -tenerezza: - -— Ti voglio bene! Ti voglio bene! Cara, cara, cara! - -... Si ferma sussultando: dal sogno alato, ripiomba nella realtà: - -— Non la rivedrò forse più! - -La lettera di Luciano gli corre tutta in mente: - -— Devo partire! Non devo rivederla più!... Ma sono amato, sono amato e -posso amarla!... Cara! Cara! Cara! - -Oh, quella lettera, quella cattiva lettera!... Non può scacciarla dalla -testa! - -— Canaglia! Canaglia! È la lettera di un pazzo e di una canaglia! - -Crolla il capo, dà un'alzata di spalle: non vuol vedere altro che luce, -altro che Maria e la chiama ancora con tutta l'anima, con tutta la -passione: — Maria! Maria! Maria! — Ma la lettera maledetta è sempre lì, -dinanzi a' suoi occhi, sempre lì chiara, lampante, parola per parola! - -— Paolo e Francesca!... Ebbene... Sì, è così; è vero! Paolo e -Francesca! Al diavolo la lettera, mio fratello, la duchessa, tutto il -mondo! Sì! Sì! Sì! Paolo e Francesca! È la mia vita, è la mia felicità! - -Si volta, esce dal bosco, entra nel giardino e tra la furia del vento -e un chiarore freddo e sinistro di bufera imminente, fa qualche passo -verso l'albergo, cercando, tra le finestre illuminate, la finestra di -Maria e guardandola, fissandola, con un desiderio che è smania, febbre, -disperazione! - -— Non vederti più?... Ma non dovrò vederti, proprio più?... -Impossibile! Impossibile! È umanamente impossibile! - -Così, il primo raggio di speranza penetra nel suo cuore e la grande -sicurezza di prima, la forte, l'eroica risoluzione della coscienza -cominciano a cedere. - -— Chi sa... fra qualche anno?... Chi sa?... Chi può mai dire che cosa -può accadere... magari domani stesso?... - -La finestra di Maria è la penultima del primo piano. Ma dietro i vetri -non c'è nessuno, nemmeno un'ombra... - -Giacomo trae un sospiro e rientra nel bosco: c'è meno vento tra il -folto degli alberi. Ritorna a pensare fra sè: - -— Però Luciano, con tutta la sua cattiveria, ha indovinato tutto... -Anche a proposito di Remigia. È proprio vero che io l'ho adoperata per -coprire, per nascondere, persino a' miei occhi, il mio amore per Maria! - -Rimane sorpreso, atterrito di sè stesso. - -— Maria?... Ma è mia cognata!... È la moglie di mio fratello! Io?... -Amare la moglie di mio fratello? Sperare?... Che cosa?... Sono pazzo! -È la pazzia! Domani?... Che cosa può accadere, domani?... È mia -cognata!... È la moglie di mio fratello!... Domani?... Come sempre! Non -vederla più... e non amarla più! Vivere e morire galantuomo! - - - - -IX. - - -Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia a piovere -dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì Carfo che esce dalla sala di -lettura con due grossi libroni. - -— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta la febbre, -ringraziando Dio!... - -Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora stralunati. - -— Potrà alzarsi, dunque, domani? - -— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora chiuso occhio!... Sono -venuta giù, apposta, a prendere questi libri di viaggio, per leggerle -qualche cosa! - -Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea; è assai distratto, -preoccupato. Non l'ascolta nemmeno. - -Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi: - -— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io domani, nella mattinata, -dovrei partire assolutamente; ma che non posso partire se prima non ho -parlato con lei! - -Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca del portiere. - -— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario! - -Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia a faccia, con -Marco Danova in abito da viaggio. - -— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi salutare! — Marco -Danova fa una smorfia che vuol essere un sorriso: gli occhietti -stizzosi, biliosi, si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho -mandato in camera vostra, in questo momento, il mio biglietto di -visita. - -Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza aver ben capito. - -— Il vostro... biglietto di visita? - -— _Pour prendre congé!_ Sono arrivato col diluvio e parto con -l'innondazione!... Gran bel divertimento la montagna! - -— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente, guardando -verso il portone dell'albergo. Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus! - -— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro? Uomo infallibile? — -Il Danova si rivolge al signor Trüb che lo aspetta col segretario e col -direttore sull'uscio del _bureau_ per accompagnarlo fino all'omnibus. - -— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde il signor Trüb, -abbassando gli occhiali dalla fronte sul naso per guardare tre orologi -in un istante: quello del _bureau_, quello dell'atrio e il suo che -leva di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha tutto il tempo, -signor barone, anche di lasciar sfogare questo nuvolo che passa! - -— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole che passano! Me ne avete -servite abbastanza durante questa bella stagione! - -Marco Danova sembra furibondo contro Villars e contro il signor Trüb. - -Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di dover salutare il -Danova, se vuol liberarsene. - -— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a rivederci presto! - -— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'_Hôtel de la Paix_, -poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa -maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto -tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia, -ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa -sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade -ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!... -Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è -ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle -scorribande domenicali! - -— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io, -partirò... prestissimo! - -Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il -naso becco, morde. - -— E... in buona compagnia! - -— Parto solo; domani. - -— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là, -là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre -quella: il paese dove fiorisce l'idillio, col _vergissmeinnicht!_ - -Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel -discorso un'allusione a Maria. - -Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il -cerimonioso e gli stende la mano. - -— Permettete, dunque?... Si può congratularsi? - -— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata. - -— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole! Anche se la lieta -novella non è ancora, diremo, ufficialissima, mi fu data ormai come -sicura, e non c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici, -come me, di antica data! - -— Cioè? Che novella?... Che notizia? - -— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli deve dare la mano per -forza. — Con molta invidia, — perchè no? lo confesso. — Con molta -invidia, ma senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla un -Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria che fate voi, — chi -sa? — forse, l'avrei fatta anch'io! - -Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha paura di dover capire. - -— Che scherzi... vi saltano in mente? - -L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni e di sincerità: - -— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più lontana intenzione di -offendervi!... Tutt'altro!... È l'epiteto che usano gli sciocchi e -gli sbarbatelli, quando si tratta di un matrimonio alla nostra età! -Minchioneria vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani, prima -di aver goduto la vita, quando ancora si è forti in gambe e agguerriti -per le grandi battaglie!... Ma quando si tocca... la china!... Tirare -i remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico. Scegliersi -una ragaz...zetta — l'egizio venezian batte il sostantivo schioccando -la lingua contro il palato — quel demonietto lì, deve averli tutti i -requisiti! — e farsene la propria moglie e il proprio regime. Per noi, -è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra età non possiamo più essere -amati, altro che dalle ragazze oneste. - -Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più il bianco che il -nero, di papà Faraone?... Una lacrima forse? Dà una sghignazzata per -non vincersi e non mostrarsi commosso. - -— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni, onorevole, e buona -permanenza... a chi resta! E congratulazioni sincere da parte mia anche -alla duchessina Remigia, quantunque — glielo direte! — me l'abbia fatta -grossa!... - -— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca di trattenerlo: oh, -sì! Il barone è già salito sul predellino dell'omnibus ossequiato dal -signor Trüb, e da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra -dinanzi e di dietro. - -— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio vuole, non si sono fatte -chiacchiere! — Ma il respiro di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son -fatte, per altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni -per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo pensa, non sa che cosa -fare: — Corrergli dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di -spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a Ginevra, all'_Hôtel -de la Paix_... gli dirò domani, che non è vero, che è matto!... -Matto?... No, se lo ha sentito a dire, se tutti lo dicono!... - -Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della mano: - -— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!... È quella -lettera!... È la lettera di mio fratello che mi perseguita!... -Anche a proposito di Remigia, la cattiveria di Luciano ha colpito -nel segno. Io, per coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta -irrimediabilmente la nubile!... Marco Danova sarà, più meno, come -la fama lo dipinge; ma so io, positivamente che cosa è? Posso dire -soltanto che è otto o dieci volte milionario, che avrebbe sposata -Remigia e che «la minchioneria» non la fa più perchè io l'ho troppo -compromessa! Vivaddio! — torna a premersi la fronte. — C'è proprio da -diventar pazzo! - -Monta lentamente le scale, entra in camera sua, ma non va a letto. - -— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare di distrarsi! — Passa -nel salottino che gli serve da studio. Ci sono da raccogliere, da -mettere in ordine tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire -domattina, questo bisogna farlo subito! - -— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò... mettere il mio -cuore in pace, parto ancora alle undici! - -Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare le lettere, mette -da parte quelle alle quali farà rispondere dal suo segretario. - -L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce elettrica si è -fatta vivissima. Il vento ha ripreso impetuoso: fischia e mugghia tra -gli alberi e soffia contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di -freddo. - -— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e non la rivedrò più, -mai più! - -Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta di un gruppo di elettori -per ottenere una tettoia e la fermata del diretto alla stazione di -Borgo-salice. - -A metà della lettura si ferma perplesso; diventa inquieto. - -— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse più sposare? - -Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli occhi incontrano, -per caso, il ritratto di sua madre. - -Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti rimorsi, suscita in -quell'ora, nell'animo di Giacomo. - -— Sempre i fiori di Remigia! - -Gli fanno dispetto. - -Che differenza, che contrasto! La sua povera madre così timida! -Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza di lusso; virtuosa fino -agli scrupoli, pia come la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che -contrasto il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina, in -mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso «da signoroni» nel quale, -sua madre, viva, non sarebbe entrata nemmeno per forza! E in mezzo -a tutti quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la buona donna -cresciuta, allevata dietro il banco, in una oscura bottegaccia di -droghiere... Come non ne avrebbe voluto sapere di quei nobili, di -quelle usanze, di quella boria! Sarebbe scappata più lontano della zia -Gioconda! Più in là di Fiumicino! - -Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva sapere! Non voleva -sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre la lettera! — aveva ragione -anche in questo!... Come si era opposto, persino brutalmente, al -matrimonio di Luciano! - -Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli usi, dai gusti, dalle -seduzioni di quel mondo corrotto, falso nelle sue stesse apparenze -di signorilità, falso e infido persino nei rapporti, negli affetti -famigliari... A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare un -perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette le ragazze, e ha finito -con l'innamorarsi della moglie di suo fratello! - -— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!... L'espressione sola de' -suoi occhi!... Quanta bontà! Quanta sincerità! Che incanto in quegli -occhi!... Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi! - -Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È lì! Così -vicina!... E non vederla più!... - -— Ma non dovrò vederla mai più?... - -Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un aiuto, un conforto... -Ma l'immagine rimane estranea al suo dolore... fredda, severa. - -Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla nella valle. - -Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta, gli sembra udire -la voce di sua madre, negli ultimi giorni, e quel debole filo di voce -gli ripete continuamente, insistentemente: - -— Non devi vederla più! Non devi amarla più! Ritorna un galantuomo come -tuo padre!... Sii sempre un galantuomo come tuo padre!... - - - - -X. - - -Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A forza di volere è -riuscito a imporsi una relativa calma e a lavorare. - -Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto qualche brano -della sua relazione. Insomma egli può dire di aver ripreso, fino da -quella notte, la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica. - -— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima e corpo in modo -da non aver tempo di pensare al resto!... E se vorranno i miei amici -nominarmi ministro un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con -le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo logoro, per il -cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio se creperò presto! - -Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col -capo: - -— Ma creperò... galantuomo! - -Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco, -spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito, -pesantemente. Si sveglia dopo un'ora o due, di soprassalto, con un -grido soffocato: - -— Non la vedrò più! - -Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore. -Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli -ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta -solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri, -tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in -viaggio. A un tratto sente bussare leggermente: - -— Avanti! - -È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio. - -— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina -e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa: -il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il -vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle -scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le -stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride: - -— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per -me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene, -non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia? - -Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro -la vita, appoggiata contro l'uscio. - -Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore -con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad -avvicinarsi. - -— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che -volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno -di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto. - -Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza -dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè. - -— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e -seriissimo! - -Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta, -aspettando che incominci a parlare. - -Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania. - -— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo -così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola! - -Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia. - -— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in -collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la... -goffaggine di quella vecchiaccia stupida? - -— No. - -— Mi avete perdonato? - -— Sì. - -— Proprio, proprio? - -— Ho detto di sì. - -Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo, -sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e -giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare -a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia! -È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e -chiassosa maestrina del _tennis?_... Dov'è andata la... — Oh, come gli -risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come -sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli -non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo -dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva, -torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza -lievemente: - -— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine -amico... assente? - -Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa -un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira -malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato -appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina del _tennis_ che -riappare. - -Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano: - -— E se... lo facessimo tornare? - -— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà -molto tempo a Villars! - -Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo. - -— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no? - -— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in -fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro -tesöro! - -Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse di _Din_ e _Don!_ - -— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più -bene a voi, che non voi a Totò! - -— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con -uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il -tempo si rischiara: — Pare di no! Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Come sono -menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona -più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe -fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano -per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso -di Totò non è attraente. - -Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce. - -— Totò... è innamorato. - -— Di me? - -— Di voi! - -— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione! Deve aver trovato -qualche cosa di simile, una miss con i miei connotati, in un romanzo -inglese! — Dopo aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non sarà di -Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente, stamattina, prima di -partire, come mi ha detto Mimì?... - -— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e di voi. Della -felicità di Totò e della vostra. Egli vi ama e voi gli volete bene; è -buono, è giovane, è anche un bel giovane... - -— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo, ma questa volta con un -atto di dispetto e diventando rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai! -L'ho dichiarato risolutamente anche a mammà, anche allo zio Rosalì, e -per questo, per evitar scene, lo hanno mandato in Italia. Sono stata -io, — proprio io, — sì, sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co' -suoi rimproveri, con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non lo amerò -mai; e la differenza è grandissima! Gli voglio bene, ma non lo sposerò -mai! Amico sì, marito no e basta; non se ne parli più! Eccellenza, fate -buon viaggio! - -Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla. - -— Ascoltate... - -— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata, corre a rifugiarsi -nel vano della finestra, e appoggia la fronte contro i vetri. - -— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la pazienza... — Se non mi -volete lasciar parlare, non se ne parli più! Ma avete torto. - -Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si sfoga camminando, -pestando i piedi e pensa fra sè: - -— _Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!_... Perchè crede, certo, -di doverlo sposare così... lui, senza un soldo e lei... anche! Ma, -d'altra parte, come spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza -offendere la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo orgoglio? -Non posso dirle... su due piedi: — prima di rispondere che non lo -amerete mai, che non lo sposerete mai, aspettate di sapere che voi, -avrete mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego, senza far niente, -in Casa D'Orea! È certo che se potesse immaginare tante belle cose, -direbbe subito di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima -con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate e i sospiri della -duchessa, in que' giorni, e insieme i dubbi di Maria, le felicitazioni -di Marco Danova... e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto -ciò accresce la sua irritazione. — Se può entrare nelle viste della -madre il farlo credere e se anche Maria, per il bene che mi vuole, può -trovar la cosa verosimile, io... non avrò mai di questi timori!... Se, -invece, fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà un'alzata -di spalle. — Ma che! Ma che! — Si avvicina alla finestra dov'è sempre -la fanciulla con la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco, -risolutamente: - -— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in collera?... Potreste -aver ragione, se vostro cugino vi fosse antipatico; questo non è, -tutt'altro; confessate anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto -poi al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente -vostro padre e nel matrimonio... guardo anche al di là, o al di qua, -della poesia. Parlando appunto di ciò, con vostra sorella... - -Remigia, si volta con un impeto d'ira: - -— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da mia sorella. -Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due... _voi due!_ - -Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia ha detto _voi due_; -non può reggere a quello sguardo diritto come una lama: devia un attimo -gli occhi pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?.... - -Remigia continua pallida, bieca: - -— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare Totò!... È lei, -che vi ha messo in mente di farmi sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei, -la cara gioia della sorellina mia... perchè... So io perchè! - -Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende con calma: - -— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere a me pure, -questo recondito perchè? Ne ho un pochino il diritto! Sono stato io a -mettervi, a trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso. - -— A voi?... _Proprio a voi_, non lo dirò mai! - -— A me?... _Proprio a me_, non lo direte mai?... E non potrò nemmeno -sapere a che devo attribuire, proprio, io specialmente, questo vostro -rifiuto e la vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa più oltre -dissimulare. Si mette risoluto in faccia a Remigia; alza la voce: - -— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi. Li detesto, e -abborro chi ne usa. Vi ho già detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego -ancora; anzi, adesso ve lo impongo! - -Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce, velata da un leggero -tremito: - -— _Impongo?_... Imporre a me, voi?... Con qual diritto?... Io non vi -faccio colpa di niente e non vi domando niente. - -— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo, più sottovoce. - -Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio violento: - -— Basta che sappiate ciò, _voi!_ Io non sposerò nè mio cugino, nè -nessuno! Questo è parlar chiaro? Io voglio subito ritornare a Napoli -e da Napoli, subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre, chiusa, -sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere anima viva, soltanto -mammà! E questo, vi pare o no parlar chiaro? - -.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo, per la coscienza -di Giacomo! Egli si sente più inquieto, sempre più turbato. Pensa, -si rode, si sgomenta, spera ancora: — È impossibile! Non è possibile! -Fosse anche, non può essere altro che un capriccio, una ragazzata!... -Poi, di nuovo, trema per Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa, -dubitasse davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?... - -Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce non ben sicura, -interrompendosi spesso, come chi cerca non solo le parole, ma anche la -via del discorso: - -— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi, con amicizia, -con bontà, senza irritarvi e soprattutto volendovi ben persuadere... -che io sono diventato vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non -dico mai altro che la verità, proprio la verità più semplice e... -più vera! Vi ho detto di considerarvi come una mia figliuola, e sento -che potrei proprio volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho -ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto di secolo!... -E sono ancora più vecchio della mia età, perchè sono molto ammalato -e molto stanco. La mia vita, senza gioie, senza allettamenti, va -spegnendosi nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia adesso, -proprio come una rosa sbocciata all'alba e che si apre al sole!... -Ascoltatemi!... Ascoltatemi, per amor di Dio!... Per un capriccio, per -un'ostinazione, per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa... con -la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della vita il romanzo della -vostra infelicità!... Ma che! Parlare voi di sepoltura e di morte!... -Amore! Amore, figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora... E -sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così: l'amore non è felicità -che quando è giovinezza... - -Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore che palpita, poi -prorompe a un tratto: - -— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi... che... io... — È -spaventata di ciò che sta per dire. — No! No! No! Voi non mi avete -capita, non mi capite e non mi capirete mai! - -— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! — -Giacomo è fuori di sè. - -La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono -di lacrime. - -— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la -felicità di Totò! - -— E la vostra! - -— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque -modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la -sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa -niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?... -Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi -la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della -finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola! - -Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca -con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo -porta agli occhi. - -— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane -lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più -interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha -paura di quelle lacrime. - -Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi -scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli -biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno -frequenti, le cadono giù, lungo la vita... - -— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che -cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo -alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!... -— E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore... -fossero sinceri... Per colpa sua! - -Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la -vita e sussultano come una massa d'oro. - -Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla piangere così, -disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi di Giacomo s'inumidiscono. - -Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto sono dolorose. Pure, -quella bimba innocente, ha diritto, è padrona di quelle sue lacrime... -e lui no. - -— Signorina!... Signorina Remigia... - -Remigia non risponde: piange sempre e non lo sente. Giacomo non ha più -coraggio di chiamarla... - -— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io dovessi essere -proprio la sua infelicità? - -In quel momento si ode un rumore di passi nel corridoio, poi si sente -la voce della duchessa che chiama forte. Sembra irritata e inquieta: - -— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata! - -— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi spaventata, ancora tutta in -lacrime... — Guai se mammà sapesse che io sono qui! - -— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva! - -— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme dal bosco! Mi -ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che scena! — Remigia si rannicchia -istintivamente, tanta è la paura che mammà la sappia lì, nel vano della -finestra, dietro le tende. - -La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio: - -— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è andata!... Mimì! Oh -Mimì! Sai tu dove s'è cacciata Remigia? Al _tennis_ non c'è! Nelle sale -non c'è! - -— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde Mimì, dal -terrazzo. - -— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!... Mi hai salvata in questo -momento! - -Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno sguardo scrutatore -e diffidente. Remigia se ne accorge, ma aspetta che sua madre si sia -allontanata, che sia tutto quieto nel corridoio. - -— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla piccola porta; in -cinque minuti sono sul ponte di Gryon prima di mammà. — I suoi occhi -sono ancora pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! — -ripete ancora, ma con un'espressione ben triste e dolorosa. — Ho avuto -tanta paura di mammà; non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia! -Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate seccature per colpa -mia! Partite... ve ne prego anch'io, adesso! E non pensate a quello -che vi ho detto. Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi. E -se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate... che dimenticherò -anch'io. — Grossi goccioloni le rigano le guance, ma continua a -sforzarsi, a sorridere. — Guarirò! Vi fa piacere che dica così? -Partirete tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò... ve -lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile, ve lo giuro! Corre -sull'uscio, si volta: protende il viso... Le labbra spirano un addio, -un sospiro, un bacio... e sparisce. - - -Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due giorni dopo, ancora da -Ginevra, ritorna il suo servitore con una lettera assai voluminosa, che -deve consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna Maria Grazia. - -Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua camera... e aspetta -ad aprirla, di averne il coraggio. Poi, leggendola, diventa pallida più -che una morta. - -_«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato, questo mio delirio -di amore, di dolore, di rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti -ancora la mia voce?... Te lo impongo._ - -_«Maria! Maria! Oh, Maria!...»_ - -Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo. - -Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno -spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al -fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti -sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li -guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno, -disperdersi... sparire. - -— Più!... Mai più! - -Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di -poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare -per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava -la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia. - - - - -PARTE TERZA. - - - - -I. - - -Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè entrando al servizio -particolare di donna Remigia, se ha perduto il titolo di capitano, -non ha perduto il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe -venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno, la grande, -magnifica villa che apparteneva in origine ai Conti Bernabei. Andata -a mano a mano in rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili -proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite dei D'Orea, -— il padre di Sua Eccellenza e di don Luciano, — il signor Vitale, in -quel tempo in pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia dal -D'Orea con l'apostrofe! - -Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno perchè, -acquistandolo, aveva fatto un eccellente affare. Diceva sempre, -compiacendosene: - -— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i fondi con i diritti in -piena regola di acque e di decime, con le cascine, i rustici, e con la -villa per soprappiù!... Una villa?... Un palazzone!... Una reggia! - -E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata, sgretolata egli -cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne il tetto con qualche -scriminatura di tegoli nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto -di muro, ma sempre senza voler spendere, anno per anno. Più tardi, -però, dopo morto il signor Vitale, Giacomo D'Orea demolisce tutto -Pontereno, la parte ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica, -e lo ricostruisce com'era _ab antiquo_ fin nei più piccoli fregi, -compiendo una vera opera d'arte. - -Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale del regno di casa -D'Orea, finchè salita al trono la duchessina Remigia Moncavallo, -questa la sceglie come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine -accorgimento e il buon gusto di razza, la propria Versailles. - -Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di un'ora, in carrozza, e -con il tram, in venti minuti. È come se Remigia fosse in città, per le -visite e i pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto ciò -che le può occorrere, manda innanzi e indietro il signor Zaccarella. E -c'è questo grande vantaggio, che la distanza, per quanto breve, tiene -a distanza i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia; -accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior libertà ai sovrani, -anzi alla sovrana. Giacomo, per via della Camera quando è aperta e -per i suoi affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi a -Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due o tre giorni di seguito. - -Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive così, in piena luce; -riempie tutta Bologna del suo sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna -col dire: — Io vado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si -distinguono i nobili e loro affini, il _buon genere_, insomma, ed il -_bon ton_ dall'intruglio cittadino. Il signor Zaccarella, quando gira -in fretta e in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione, -seguito sempre da _Din_ e _Don_, riceve continui ossequi e riverenze -come se quei buoni mercanti fossero stati a Villars, a prendere lezione -di sgambetti e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri che -sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter fermare il signor -Zaccarella per accarezzare i barboncini e per chiedere ad alta voce le -notizie di donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra -gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno della _crème!_» E lo stesso -capitano, impettito coi plebei, asciutto coi nobilucci, dignitoso con -tutti, fa sentire, anche da lontano, che la Versailles bolognese, per -quanto fresca fresca, non è punto democratica. - -La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol essere assoluta -e sola nell'impero e ci riesce: Maria non si fa più vedere. Vive -sempre ritirata nella villa di Fiumicino-Superiore, distante due o -tre chilometri da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora -Gioconda. Con la scusa di non voler accollare i propri parenti a Jack, -— _mon Dieu! mon Dieu!_ com'è odioso quel nome di Giacomo! — Remigia -si libera di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro! -— costringendo i suoi due vecchi, di cui è l'idolo e l'orgoglio, a -seppellirsi, davvero, loro, in una campagna del napoletano, soli soli e -senza più neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli scrupoli -e dei riguardi a cagione della piccola passioncella _ante nuptias_, -ella ha fatto proibire a Totò, assolutissimamente, di varcare i confini -dell'Emilia. - -Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella vita in carovana! Ha -sofferto abbastanza da ragazza, la mortificazione e l'umiliazione di -far vedere a tutto il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei -D'Orea! - -— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida, per il gusto di -far la martire, come mia sorella! - -— Più parenti, più seccature! Della gente di una volta, soltanto Mimì -Carfo... e il signor Zaccarella! - -A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola è anche un pochino -affezionata. - -Come no? - -Mimì Carfo, è sempre la stessa di una volta: la Mimì che piange quando -Remigia ha le lune e che ride quando Remigia è di buon umore. Remigia, -per Mimì, è sempre tutta una perfezione di bellezza, anima e corpo; è -sempre la più geniale e la più cara, la più pura e la più santa delle -creature della terra... anzi del cielo! - -Donna Remigia se ne compiace; ella ormai ha l'abitudine, ha il bisogno -di questo calore, di questo fervore, di questa ammirazione cieca, -illimitata. - -— Mimì sì, che mi vuol bene! — esclama la sovrana di Pontereno; e -questo bene, tanto straordinario, le serve come di confronto per -misurare, per vagliare il bene degli altri. Quello, specialmente, -«senza slanci, insulso» di sua sorella. - -Col dire, — Mimì sì, che mi vuol bene — esprime certe volte: Mimì sì -che ha cuore, gli altri no! - -Poi c'è questo, ed è forse il più, per tener Mimì a Versailles: come -dama d'onore la contessina Carfo ha tutte le qualità oltre la bella e -signorile presenza. - -In quanto allo Zaccarella, donna Remigia ha voluto averlo sotto i -propri ordini, perchè, modificate le prime impressioni, ha capito e -capisce ogni giorno, che un altro servitore così servitore come quel -despota di un capitano, non sarebbe facile trovarlo; e lo ha voluto -sotto di sè anche per il gusto di poter comandare lei — e lei sola! — -al burbero condottiero, che aveva fatto da padrone, per tanto tempo, a -tutta la carovana... compresa sua sorella! - -Il capitano, appena combinato il matrimonio di Giacomo D'Orea con -Remigia Moncavallo, era stato subito destituito e messo alla porta dal -suo principale. Don Luciano, in primo luogo, era furiosissimo contro lo -Zaccarella, per non essere stato avvertito in tempo da poter impedire -quella madornale bestialità: — la turlupinatura di un rammollito, — -come aveva sentenziato Fanfan. In secondo luogo, questo fatto, veniva -naturalmente a porre un certo limite alla facoltà de' suoi atti... -di amministrazione! Bisognava, insomma, spendere meno; e non volendo -affatto restringere le spese per Fanfan, Don Luciano aveva ridotte, -fino alla tirchieria, le spese per la casa e per la moglie. Ogni giorno -licenziava servitori e vendeva cavalli; chiamava, strepitando, ladra la -sarta di Maria. - -Giacomo, del capitano, non avrebbe voluto saperne; ma, — come si fa? -— Anche questa volta ha finito per cedere. Giacomo — Jack, è usato -soltanto da Remigia e quando il marito non è presente, — Giacomo cede -sempre a sua moglie. Cede, ben inteso, in ciò che ha importanza... -soltanto per sua moglie! E non è la sua, la debolezza di un marito -tenero e cieco; è piuttosto la fretta di un padre affaccendato che non -ha tempo da perdere in chiacchiere per combattere e vincere i piccoli -capricci della figliola. - -In fatti era un marito... così sempre di passaggio! - -Più che la duchessina Moncavallo, pare abbia sposata la ferrovia! - -Sua Maestà Remigia Iª constatando il fatto con la sua damigella -d'onore, non se ne lagna niente affatto. Ella riassume così, -sinteticamente, le più varie espressioni del suo affetto coniugale: - -— Vicino lontano, io, a mio marito, voglio sempre bene lo stesso! - -Ed è la verità: tanto più che «lo stesso bene» non vuol dire «molto -bene». - -Anche vicino, — è vero, — Giacomo fa sentire pochissimo la sua presenza -alla moglie; ma Remigia, tanto e tanto, si sente più sollevata, più -liberamente di buon umore, quando Jack non c'è! - -— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira con Mimì. — Jack, lo riconosco, -sembra proprio fatto apposta per me! Un marito, meno di così, non è -possibile!... Ma Pontereno, senza Jack... Ah! Mi pare più bello, più -grande, più mio! - -Mimì, cerca di difendere il signor D'Orea: — È tanto buono, tanto -accondiscendente... - -— Ma tanto brutto! Gli occhi, ricordati, Mimì, sono la via del -cuore! Se tu fossi brutta, non vorrei bene, — giuro, — nemmeno a -te! Impossibile! Del resto, poco più poco meno, rammenti che cosa ti -dicevo, i nostri discorsi a proposito del re del Nubian?... Per me, -l'uomo è il più brutto animale della creazione! Vuoi mettere, per -esempio, quanto è più bello un bel cavallo?... - -Queste confidenze, ben inteso, sono particolari e riservate a Mimì, -sola solissima! Con tutti gli altri?.. Figurarsi! Di mogli tenere, -affettuose, non c'è che lei! Quando poi si tratta di mettersi lei -in confronto di sua sorella, come moglie modello, allora si professa -addirittura innamoratissima di suo marito. - -— Oh, il mio Jack! — Non può vivere senza il suo Jack, a parole, e -sfoga tutto l'amore in telegrammi, — almeno uno al giorno, — sempre -firmato tua, senz'altro: _tua_. - -Il bisogno di vederlo, di andarlo a trovare, lo sente qualche volta, -quando suo marito è a Roma, e ci sono feste. Allora sì! - -— Il mio Jack! Tesöro! Caro! — Parte per Roma con un monte di bauli e -almeno dodici cappellini. - -A Roma, del resto, le piacerebbe di passare tutto l'inverno; ma non -all'albergo, in quattro stanze; in casa sua; coi suoi cavalli! - -Adesso che può averne quanti ne vuole, Remigia ha una passione pazza -per i cavalli. Ne ha sedici in scuderia di tutte le razze e tutti di -razza. - -— Bellissima Roma, con un villino al Maccao e i suoi cavalli!... Almeno -_Febo_ e _Desir!_ - -_Febo_ e _Desir_, assai più inglesi veri del povero Totò, hanno preso -il posto di _Din_ e _Don_, nel cuore di Remigia. I barboncini, non più -profumati all'acqua di Colonia, sono abbandonati oramai — amöre! due -amöri! — alle sole cure del signor Zaccarella. - -— Bellissima Roma!... Poter essere un po' padrona di Roma!... Che gioia! - -Ma finchè non si butta giù l'attuale Ministero, impossibile! Jack, — -questo si sa, — non può accettare un portafoglio altro che da gente del -suo colore! - -— Ah, _mon Dieu!_... Che cosa aspettano a buttarlo giù? E un ministero -decrepito, che dura già da un anno! - -... Regina a Pontereno e ministressa a Roma!... Ecco la vita! - - - - -II. - - -Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non le piace regnare in -solitudine. Pontereno è sempre pieno di gente: tutto il bel mondo della -media e della bassa Italia! - -Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta. Basta che il frac non -abbia macchie. Per le signore si agita il vaglio con circospezione -oculatissima: non deve aver macchie la virtù. - -Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale, è di fronte al -proprio sesso, di manica strettissima. E si capisce! Non può sopportare -nemmeno un uomo solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco; -in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono capaci non solo, -di sopportarne, ma di amarne due, magari nello stesso giorno?... - -— Che orrore!... - -E tanto più, quanto più sono belle e ammirate. Certe signore, in voce -di aver buon cuore, non solo non possono oltrepassare la cancellata -della Versailles bolognese, ma sono colpite, da donna Remigia D'Orea -con certi decreti di proscrizione che hanno vigore in Bologna, in -Firenze e più in là. - -Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una sola distinzione -assai superficiale di forme e di sartoria, ci sono le specie preferite -e favorite: la specie _sport_ e la politica. Politica ortodossa, -s'intende! - -Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza nemmeno una -fibrilla di adipe, ha bisogno, per star bene, di ridursi alla sera -stanca morta a furia di divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di -donna giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque i cavalli, -dunque le caccie, il tennis, il ballo... Dunque avanti, a Versailles, -a corte, tutti gli _sportsmen_ autentici e ben qualificati, o ancora -semplici aspiranti alle glorie del _turf_. - -Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo sono assai ricercati e -accarezzati a Pontereno tutti coloro che, secondo lei, possono spianare -la via del Campidoglio! - -Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino! - -«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha ormai i giorni -contati!... Alla prima votazione il ministero è spacciato!» Ecco -l'ultimo bollettino politico degli amici, dei clienti di Pontereno. - -Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in maggioranza, ma ciò -non altera le «recentissime» dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più -autorevoli personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano anche -la data, in cui il morituro morirà. - -Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente, ma è sempre in -giro con la carrozza, sempre in visite e più espansiva, amabile, più -alla mano con tutti. Gli _sportsmen_, intanto, passano in seconda -linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento. - -— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che vien rivolto, in -generale, alla Sovrana di Versailles. Dacchè, secondo le sue gazzette, -il Ministero pencola, donna Remigia va più spesso a Bologna a -confessarsi, e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto, dunque... a -Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo, di cui è la penitente, sebbene -con una leggera punta d'ironia, per non compromettere il _non expedit_. -— Dunque a Roma, donna Remigia, illustrissima! Alla famosa capitale! — -grida con il suo bel vocione da _Tedeum_, quando s'incontrano dopo la -messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa protettrice. - -L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale, consigliere -provinciale, grande elettore, grande fondatore di giornali con i -danari degli altri, è invitato a pranzo a Versailles, non soltanto la -domenica, ma adesso anche il giovedì. - -— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama soffiando, -gonfiandosi le gote, prima di mettersi a tavola. — Questa volta, -duchessa Remigia, tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare -ancora l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi! - -E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del circolo monarchico, -innamorato un giorno sì e l'altro no, a vicenda, della regina e della -dama d'onore, e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi -Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime obbligate, che -parole mormorano, sospirando, tenendole stretta la mano?... — Queste: - -— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa Remigia! - -Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!.... Messo da un anno e -mezzo a riposo, con la scusa dei limiti d'età, mentre si sente ancora -così giovane e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone, -tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso e consumo di quei -camorristi dello Stato Maggiore, lo stesso colonnello Baldassare De' -Taddei, che giura e spergiura di non aprir più bocca a proposito di -politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo in Italia, è una -schifezza, esclama digrignando gli occhi, — denti non ne ha più: - -— È ora di finirla!... _Allons! Marche_, la camorra!... Piazza pulita! - -Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che brucia fino alle nove -di sera, volge intanto alla fine con una nitida e immota serenità di -cielo... Ma è laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni -di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù davvero il Ministero, a -Roma, a Montecitorio, non ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso -Ministero che si butta giù da sè... per voler stare troppo ben su! - -Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi tra i partiti: -appoggiandosi di qua, appoggiandosi di là, troppo debole prima, poi -troppo forte, perde l'equilibrio e va con le gambe all'aria! - -Remigia lo sa per la prima, quando ancora non lo si sa nemmeno a -Bologna, da un telegramma di suo marito: - - -«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente fermarmi Roma. -Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti saluti Mimì. - - «GIACOMO.» - - -Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di abbigliarsi per il -pranzo, quando riceve il telegramma: appena letto, dà un grido di gioia -e fa subito chiamare il signor Zaccarella. - -— Il ministero è battuto! — esclama appena lo vede comparire sull'uscio -del gabinetto. - -— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza non potrà... - -Remigia non lo lascia finire: - -— Lei deve andare a Bologna, subito subito! - -— Ma il tram?... - -— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti tutti i giornali -della sera e dica al conte Narciso Gambara e all'avvocato Berlendis che -li aspetto! - -— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non sarà quello degli -scrupoli, ma... - -— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo! - -Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora in gola, corre -in fretta a far attaccare e manda in cerca della contessina. Ma la -Mimì, che ha visto dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora -insolita, è già da Remigia. - -— Buone notizie? - -— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le dà il telegramma. — -Io, adesso, rispondo subito a Jack quello che mi ha detto l'avvocato -Berlendis: non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla. - -Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla toeletta. - -— Per dispaccio?... No... - -— Perchè, no? - -— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli col signor D'Orea -e di questo genere. Un uomo serio, scrupoloso... - -Remigia allunga i labbruzzi comicamente: - -— Me-ti-co-loso! - -— Potrebbe aversene per male! - -— E allora... rispondo? Che cosa? - -Sul visino fresco e roseo passa una nube. - -Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito. È dinanzi allo -specchio grande dello spogliatoio: si guarda... Tal'e quale come a -Villars!... Capelli, molti capelli, magnifici capelli; ma nient'altro -che capelli! - -— Ah! _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — Nello specchio si riflette anche, dietro -di lei, la bella persona alta, elegante, in fiore, della contessina -Carfo. — Come fa poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! — -Dunque?... — ripiglia forte, un po' nervosetta... — Sentiamo, donna di -consiglio! Che cosa si telegrafa? - -Mimì risponde in inglese e la conversazione continua in inglese per via -della cameriera. - -— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso: _Addoloratissima tuo -ritardo_... - -— _Addoloratissima_, no!... Non l'ho abituato ai superlativi! - -— _Addolorata tuo ritardo, affretto ora_... - -Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle: - -— ... _e il minuto tuo ritorno. Caso contrario, verrò io stessa a -Roma_. Uff!... come non mi sento fatta per le corrispondenze coniugali! -Fa tu un bel telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati -di chiudere così: «_tenerezze — tua_». Poi gli scriverò io di non -fare sciocchezze, che non ci devono essere puntigli di _Centro_, -di _Estrema_ nel momento in cui il Paese e il Re hanno bisogno di -uomini... precisamente come mio marito! - -— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoi scrivere ciò che vuoi. -Però, senti prima anche l'avvocato Berlendis. Verrà stasera? - -— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella a Bologna, a -cercarlo! E anche il giovane e bollente crociato che ti adora: Narciso -Gambara. - -Mimì ride: - -— _Mi_ adora?... _Ci_ adora! - -— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa male a nessuno! - -Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola. -È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i -capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non -spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno -splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare: - -— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna -seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa -di più e prega secondo la mia intenzione. - -— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore. - -— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli -Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice! -Felice! Completamente felice! - - -L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti -e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino: -hanno appena finito di pranzare. - -— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua -carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando. - -L'avvocato, sempre stile _régence_ con le signore, bacia prima la mano -alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina -Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo -mazzo di fiori, che divide fra le due signore. - -Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto -sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con -un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento -e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour, -e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la -cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota. -Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un -nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice -della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti -irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa -non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico, -non resta impresso che il naso. - -— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato. - -— Battutissimo! — strilla il conte Narciso. - -Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i -giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati, -ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra. - -— Ho cercato... Ancora non c'è niente! - -— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere -la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento -all'ufficio del _Vespertino_. — È il suo ultimo nato. — Avevano -appena appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina: -Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe! - -— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella -vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa! -Sédan! - -L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si -leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e -tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa -più volte in giro sulla faccia gocciolante. - -— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia! - -— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente -a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva -un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e -avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare, -contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia! - -— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di -sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di -prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della -mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare -sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua -esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile -di non mancare alla chiamata! - -— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute... - -— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai -stato tanto bene! - -— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le -idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia -che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità -e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito -dell'ordine non deve espellere, ma assorbire! - -— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte -Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più -improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina, -cattivona?!... - -Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la -corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di -sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben -altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia -deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più. -Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento, -serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni -e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le -approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!» -del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte -Gambara ha diritto di dir la sua! - -La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la -parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli -obblighi dell'uomo di Stato. - -— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un -sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e -sgranando gli occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto, -tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che -commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei! - -Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi -sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona! - -Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure -il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico -dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea, -Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il _Vespertino_, -di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore -invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter -ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio -di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna -Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime -elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come -dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia -ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel -mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie: - -— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È... _sst_... -l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una -volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli -occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui! - -— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però -però!.. Anzi, più appetitosa assai e più resistente per il consumo -quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del -matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come -si fa, santo Guìo! Come si fa? - -La lettera di donna Remigia è già partita per Roma; si attende la -risposta d'ora in ora, con ansia; niente. Giacomo lascia passare due -o tre giorni, senza mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto, -per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato, e, per -conseguenza, nemmeno in Narciso Gambara. Tutti e due cercano di -tranquillare donna Remigia: - -— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come l'onorevole D'Orea? Chi sa -che baraonda, che trambusto! D'altra parte, prima di rispondere, vorrà -poter mandare qualche notizia sicura! - -— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia! - -Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica esprime i suoi -dubbi: - -— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli fare la -lezione... - -— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che io ho scritto senza -sapere tutto quello che l'avvocato... mi ha fatto scrivere quasi per -forza! - - - - -III. - - -Remigia, ormai, non ha più altro in mente che Roma e il Ministero. La -sua vanità e il suo orgoglio, la sua smania di prevalere e di dominare, -sono attizzati in lei dal corso stesso degli avvenimenti, più ancora -che dall'eloquenza e dall'abilità di Ciro Berlendis. «Ottenere ciò -che più si desidera e desiderare ciò che è più difficile ottenere» -potrebbe essere la sua divisa. Certo, il raggiungere l'impossibile -è sempre stata la sua mira. Ma, d'altra parte, ha ormai capito che -nelle cose serie, il voler indurre suo marito a fare a modo degli -altri è impossibile... e resta impossibile per tutti e anche per -lei... Specialmente per lei! Da ciò, incertezze, timori, che nel caso -presente rendono più vivo e sfrenato il suo desiderio di andare a -Roma ministressa. Fin da quando Mimì a Villars, le ha fatto balenare -la prima idea di diventare la moglie di Sua Eccellenza, ella si è -subito veduta a Roma, a Corte, moglie di un uomo che è ministro e -potente perchè lei possa fare, disfare, a diritto, a rovescio, elargire -favori, grazie e... segnare condanne. Appena sposa, appena padrona -di sè, libera e ricca, il nuovo regno, la Versailles di Pontereno, -l'hanno soddisfatta, lusingata. Ma tutto ciò non l'ha allontanata, -anzi l'ha condotta a mezza strada da Roma. Finchè il Ministero aveva -navigato in acque tranquille e non c'erano state crisi in prospettiva, -nessuno pensava a diventar ministro... e nemmeno lei! Ma adesso che -non si parla d'altro, adesso che tutto scompare, che i giornali sono -pieni di ministri probabili e improbabili, adesso che tutti gli occhi -sono rivolti a Roma, adesso che tutti la preconizzano ministressa, — -comincia persino a giungere qualche supplica, — adesso, lì, proprio -lì, nel suo regno di Pontereno, che cosa sarebbe diventata se Giacomo -non avesse avuto un portafoglio?... Addio primato, addio influenza su -Bologna, addio Versailles!... Altro che regina! Le sembrerebbe d'essere -diventata la mogliera... del sindaco! - -— _Ah! mon Dieu! Mon Dieu!_ — Continua a far pregare Mimì, secondo la -sua intenzione. - -E Giacomo?... Giacomo persiste a non rispondere, o risponde soltanto -per ricambiare i saluti. Remigia scrive, riscrive, premurosa, -affettuosa, tenera... ma non può ottenere nessuna notizia precisa. -Dipenderà dal colore del Ministero. Dipenderà dalla sua salute. - -— Sempre la salute e sta sempre benone! - -La smania di Remigia diventa febbre e cresce ogni giorno di grado. -Con tutti gli altri, persino con l'avvocato Berlendis e con Narciso -Gambara riesce ancora a contenersi abbastanza, ma sola con Mimì, dà in -escandescenze: - -— Lo fa apposta, quel... Giacomo, per farmi rabbia! Scommetto che c'è -sotto mia sorella! - -— Che ti salta in mente! — Mimì, è sconvolta, affannata per l'amica -sua. — Che ti salta in mente? - -— Sì! Sì! Non mi scrive nulla per farmi dispetto e c'è sotto mia -sorella! Oppure, prima di decidersi in qualche cosa, invece di scrivere -a me, scriverà a lei per consigliarsi e anche quell'ipocrita tirerà in -ballo la salute! - -— No, no! Remigia! non è possibile! - -Mimì, non trattiene più le lacrime: le versa abbondantemente. - -— Possibilissimo! Va là! Va là!... Io ne so più di tutti!... «L'acqua -cheta rompe i ponti» direbbe lo zio Rosalì! E mammà, cara gioia, -risponderebbe: «Acqua minuta, bagna e non è creduta!» Per fortuna, -però, io, adesso, tengo Luciano nelle mie mani! - -Ma ben presto Donna Maria Grazia è dimenticata e le ire contro di lei -svanite. Anche se Giacomo non risponde a sua moglie per rassicurarla, -questa è sicura, ormai, ch'egli sarà ministro. È stato chiamato anche -Giacomo D'Orea al Quirinale per essere interrogato intorno alla crisi -e al modo migliore e più costituzionale per risolverla, e i giornali, -amici e avversari, gli attribuiscono una di quelle frasi che dicono -molto, e per tutti i gusti, appunto perchè non dicono nulla: _È il -momento per gli uomini di buona volontà, di averne una._ L'onorevole -D'Orea sarà ministro. Adesso le inquietudini di donna Remigia sono -soltanto per il portafoglio. - -Quale sarà? - -Ogni giorno le «ultime notizie» recano una nuova ricomposizone del -Ministero; il nome dell'onorevole D'Orea c'è sempre, in tutte le -liste, e ci rimane; soltanto, ogni giorno cambia di posto. Lo mandano -dalle _Finanze_ al _Tesoro_, dal _Tesoro_ ai _Lavori Pubblici_, -all'_Agricoltura_, _Industria e Commercio_, per rimandarlo da capo al -_Tesoro_ o alle _Finanze_. - -— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — sospira Remigia con la Mimì. Purchè non -si vada all'_Istruzione Pubblica_! — Per gli _Esteri_, ella ha capito -che non ci sono speranze. — Un ministro dell'Istruzione, sempre con -tutti que' maestri, ha troppo del professore... e sua moglie, della -professora. No, no! Piuttosto, accetto le _Poste e Telegrafi_! - -In queste sere Pontereno è più affollato del solito e di una folla -assai più rumorosa e gesticolante. Il tè, lo _sherry-cobbler_, sono -stati sostituiti dal vino bianco, gramolate e paste. Tutti discutono, -tutti gridano, propongono nuove leggi, fanno e rifanno il Ministero -che non è ancor fatto; ristabiliscono l'ordine anche dove non c'è -disordine, salvano le finanze dello Stato e lo Stato dalle finanze! -Sembra di essere in un piccolo Montecitorio, dove tutti gridano di più -per farsi intendere che sono della stessa opinione e dove il signor -Zaccarella, usciere della Presidenza, guida con un'occhiata vassoi -e servitori, sta attento alla luce elettrica e passa dalle sale in -giardino e dal giardino rientra nelle sale, sempre attento ai cenni di -Donna Remigia, sempre sostenuto e impettito. - -Fra quella gentaglia si sente fuori di posto. Tranne il conte Gambara, -il colonnello De' Taddei, l'avvocato Berlendis e un po' l'arciprete, -del resto _non ci tiene_ conoscenze. Il suo mondo naturale è quello -degli _sportsmen_. - -Il povero capitano, oramai, non solo può dire che s'è trovato al foco, -ma può vantarsi di essere stato messo da donna Remigia a prova di -bomba! - -— Ma!... Con donna Maria Grazia, sarebbe tutt'altra cosa!... Questa -maledetta piccola è proprio fatta per andar d'accordo con quel cane di -don Luciano! - -In una, appunto, di queste sere, arriva la grande notizia ufficiale: è -il portafoglio dei _Lavori Pubblici_. In fatti, da un paio di giorni, -il nome di Giacomo D'Orea è nelle varie liste del nuovo ministero, -sempre allo stesso posto: ai _Lavori Pubblici_. - -Giacomo D'Orea, dovendosi adattare, anche per insistenze venute -dall'alto, ad entrare in quel Gabinetto riuscito incolore per averci -tutti i colori, avrebbe preferito di andare ancora alle _Finanze_ o al -_Tesoro_; ma alle _Finanze_ bisognava mettere un lombardo, al _Tesoro_ -un piemontese, per via dell'equilibrio regionale: non c'è proprio che -i _Lavori Pubblici_. Giacomo esprime ancora qualche incertezza, mette -nuove condizioni, poi finisce con l'accettare... o quasi. - -Gli costa assai il dover proprio dire quel _sì!_ - -Anche il suo dottore, — il dottor Davos, — che cosa non gli ha detto e -predetto? - -Ma questo poco male; anzi! - -Perchè affannarsi e seccarsi per tirare innanzi? Perchè e per chi?... -Non ha nessuno al mondo; più nessun affetto e nessuna idealità. -Lavorare, servire il Paese, a che scopo, con che gusto?... Non c'è più -onestà, non c'è più fierezza. È il momento di chi è più buffone, più -ciarlatano e più prepotente!... Che cosa ci sta a fare lui, a Roma?... -E al mondo?... Che cosa ci fa? - -È l'avvocato Berlendis che porta il dispaccio ufficiale a Donna -Remigia. L'avvocato lo ha avuto alla redazione del _Vespertino_. - -— I _Lavori Pubblici_? — Remigia resta pensierosa un istante... poi -pensa che gli poteva capitare l'_Istruzione_, che ormai... — non -c'è più dubbio, — ministressa lo è e a Roma ci va: ha uno scoppio -improvviso, nervoso, per Jack, per Giacomo, per suo marito — tesöro — e -gli vuol telegrafare immediatamente. - -Tutti approvano l'idea: la folla, battendo le mani rumorosamente, -l'avvocato e Narciso Gambara coi cenni del capo. Il signor Zaccarella -porta in persona l'occorrente per iscrivere e lo presenta a donna -Remigia con un fare così burocratico e spedito, come se lui, ai _Lavori -Pubblici_, ci fosse da un mese! - -Ognuno dei presenti, ha la sua brava frase da suggerire: ma poi, Ciro -Berlendis, dopo essersi asciugato il sudore col piccolo tovagliolino -del gelato, in piedi, una mano sulla spalliera della seggiola e l'altra -sul fianco, principia a dettare: - -«Nostro Berlendis... recami ora notizia ufficiale... tua nomina -_Lavori Pubblici_... comunicata redazione _Vespertino_. Impressione -favorevolissima... intera cittadinanza. Amici esultanti...» - -L'avvocato si ferma, guarda Remigia, che continua a scrivere, dicendo -forte le parole: - -«... commossa abbraccioti, desiderosa vederti, esserti vicina, -arriverò... domani sera a Roma.» - -«Tenerezze. - - «Tua.» - -Un nuovo scoppio d'applausi più fragoroso del primo. Il signor -Zaccarella prende il dispaccio e scompare. - -— E i bauli? — Donna Remigia diventa seria a un tratto, fissando Mimì. -— E tutti i bauli? - -— Ci penso io! — risponde Mimì abbracciando l'amica stretta, stretta, -già presa dall'affanno per doverla lasciare. - -Il signor Zaccarella ritorna subito: da bravo capitano ordina i primi -spari dello _Champagne_. - -I visi si accendono e i discorsi. Soltanto l'avvocato Berlendis, -sdraiato sopra un canapè, beve gelati, beve _Champagne_, e torna a bere -gelati. Soffia, sbuffa, cola sudore da tutte le parti, ma lo lascia -colare e tace. - -Quando c'è folla, il Cavour di Pontereno risparmia la propria facondia. -Tanto quella gente lo sa che è un grande uomo e che donna Remigia -non move passo senza consultarlo. E anche il conte Gambara, non vuol -confondersi. Solo solo, ritto in piedi accanto all'uscio che mette in -giardino, ingolla cognac, fuma sigarette e fa l'occhio di triglia, come -capita capita, a Remigia o alla Mimì. - -L'arciprete tutto in ghingheri con la larga fascia di seta moarè e lo -zucchetto di raso, doni di Sua Maestà la Regina di Pontereno, diventa -espansivo. Anche lui ha contribuito a quel fausto giorno!... Anche lui -ha preparato — e come! — l'avvento di donna Remigia al potere!... Ma -non si arrischia di dire tutto ciò esplicitamente. Si sa che un prete -non deve immischiarsi con la politica: ma lo fa capire con strizzatine -d'occhio eloquenti, con abili reticenze: — Per diana! — Se lui a votare -non ci va, è lui che manda a votare gli altri! - -Il colonnello Baldassare De' Taddei, rosso di collera, ferma a un -tratto donna Remigia, facendole un'intimazione: - -— Si guardi dai Boeri! Simpatie per i Boeri? Guai! Si ricordi, a Roma, -che l'Inghilterra sarà sempre l'Inghilterra! - -Fervono i brindisi al nuovo ministro dei _Lavori Pubblici_, al nuovo -Gabinetto, all'Italia, alle loro Maestà, ma i più entusiastici e i più -frequenti sono rivolti a donna Remigia «alla nostra duchessa Remigia; -alla più bella delle ministresse!» - -L'avvocato si tira su in tre tempi, puntando il braccio: - -— Alla moglie di Sua Eccellenza... a Roma!... Ma sempre alla nostra -Regina... a Pontereno! - -Beve un altro bicchiere fra un subisso di applausi, poi ricasca di -peso, gocciolante, sul canapè. - -— Auf! Che caldo! - -Anche Narciso Gambara fa un brindisi a Remigia sotto voce, alzando -appena verso di lei la coppa spumeggiante, con un'espressione piena di -sottintesi, di rimproveri e di carezze: - -— Cattivina! Cattivona! - -Remigia lo consola con gli occhi vivaci, pieni di promesse... assai -lontane: - -— Verrà anche lei a Roma! - -Narciso s'inquieta: - -— Ma sì! Ma sì! Ma intanto no!... Sono sempre tutti lì, con gli occhi -aperti! Come si fa, santo Guìo! Come si fa? — Rialza di nuovo il -bicchiere per giustificare il troppo lungo discorso a bassa voce: — E -a Roma, anche a Roma sarà sempre così... — la vocina ha un improvviso -salto di chiave... — così cattivona?... - -In questa circostanza, chi mai lo avrebbe preveduto? L'inesauribile, -il più fecondo improvvisatore di brindisi di tutto il reame di -Pontereno e stati limitrofi, Marco Bragotto, ha dato negli scogli. Ha -già fatto un brindisi, bellissimo, a Sua Eccellenza, sulle rime date -dall'arciprete: Italia — Religione — Battaglia — Conciliazione; ed è -stato applauditissimo. Adesso vuol farne un altro per donna Remigia, ma -pensato con rime sue, e non ci riesce: - - A te Signora, in questo dì solenne - Devoto il mio pensier volge le penne - A te di Ponteren... alma... regina... - -No. Il concetto c'è; anche la rima «inchina», ma il verso non va. Il -cavaliere Marco Bragotto si rode, si arrabbia, non beve più, non parla -più: tutta la serata gli è andata di traverso e non si scuote nemmeno -agli spari dei petardi lanciati in aria dal capitano Zaccarella, che -mormora sdegnosamente all'orecchio del colonnello: - -— Ci vuole di questa roba, per i villani! - -Remigia è felice, radiosa; strillando, si tappa le orecchie con le -bianche mani ingemmate quando scoppiano i fuochi artificiali e finge -di spaventarsi. A forza di dover rispondere ai brindisi, è anche lei un -po' accesa; le sue parole, i suoi gesti, le sue risate sono più vivaci -del solito. La sovrana assoluta è diventata una reginetta un po' più -liberale, chè, lei felice, vorrebbe rendere felice anche tutto il suo -reame. - -Al colonnello De' Taddei, promette che parlerà subito al ministro della -Guerra perchè ripari le ingiustizie e gli procuri un buon posticino... -sedentario. All'arciprete fa balenare il regalo di tutti i paramenti -nuovi e i tendoni per il _Corpus Domini_; assicura l'avvocato, a -proposito del _Vespertino_, e tra due cedri del Libano, fuori dal -raggio della luce elettrica, riceve un bacetto dal conte Narciso, ma -soltanto sulla guancia, di volo. - -Lo _Champagne_, _Mumm extra dry_, che lo Zaccarella fa distribuire -soltanto a chi vuol lui, lo ha fatto diventare birichino, birichino. - -Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma non dimentica gli -affari. Ogni tanto, ferma la Carfo: - -— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi, con le penne! Le -_toques_, con i fiori! - -Oppure: - -— Ricorda alla Carolina il vestito _tailleur_ di _drap_ bianco! - -Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto mentre le confida le -sue pene poetiche e le recita que' due primi versi che gli son venuti -così bene e così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto -il mio pensier volge le penne», — per correre in gran fretta a dire a -Mimì: - -— Tutti i miei _bijoux_ e anche tutti i miei ombrellini e i miei -ventagli! Non ti pare?... Si sa mai! - - -La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme ancora placidamente e -sogna di dare il suo primo gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli -degli ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da due ore -in faccende per la roba e i bauli, quando portano un dispaccio. Mimì -e la cameriera si consultano in silenzio fissandosi negli occhi: il -dispaccio viene da Roma, non può essere altro che del signor D'Orea. Il -caso è troppo importante: l'Idola non ha ancora sonato... ma anche se -dorme bisogna svegliarla! - -La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella camera buia in cui -si sente un respiro lieve e quieto di bambino e un forte profumo -d'ireos... Apre le finestre... Remigia si sveglia di soprassalto. - -— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato! - -— È arrivato adesso un dispaccio... - -— Un dispaccio?... Sarà _il suo!_ Dammelo! - -Remigia si alza a sedere sul letto: la camicia scivola da una parte, ma -i capelli cadendo addosso, la coprono tutta. - -— _Ah, Mon dieu! Mon dieu!_ Con questi capelli! - -Mimì glieli prende lei, delicatamente, con le due mani, per liberarle -la faccia. - -Remigia apre il dispaccio e legge: - - -«Ti consiglio, per ora, restare Bologna. Giorni di gravi preoccupazioni -non di esultanza. Spero ancora non accettandosi mie ultime condizioni -restarmene fuori saluti affettuosissimi ringrazioti. - - «GIACOMO.» - - -— Ecco! — esclama Remigia, diventando bianca dalla collera. — Ecco! -il vero tira-molla incontentabile! Ma sai che quest'uomo ha proprio -fissato di farmi diventar matta? - -— No, cara, pensa invece... - -— Non difenderlo! Te lo proibisco! — Remigia dà un balzo sul letto -come una furia. — Tu vuoi sempre difendere tutti quelli che mi fanno -dispetto, che mi odiano! - -Mimì pallida, impietrita, non osa più dire una parola; non sa più -scusare nemmeno sè stessa. - -L'Idola, a poco a poco si calma. Torna a cercare di liberarsi dai -capelli, non può. Mimì glieli avvolge, glieli torce sul capo fermandoli -con gli spilloni. - -— Ma sì!.. _Restarmene fuori!_... Per far ridere tutte le mie care -amiche e nemiche di Bologna. _Ultime condizioni!_ Ma che cosa crede -di essere, per farsi tanto pregare? Gli Esteri, già, non glieli hanno -mica voluti dare perchè non si fidano. Ma parla! Rispondi! Non far la -mummia! — Remigia torna ad arrabbiarsi. — Hai proprio fissato anche tu, -di farmi star male? Di farmi piangere? - -Mimì copre l'amica di baci, sui capelli, sulle mani: c'è tanto amore, -tanta sommissione e tanta umiltà nelle sue carezze! - -— Io... vado a Roma lo stesso! - -— Però lo avverti, prima, che vai! - -Remigia riprende il dispaccio che ha stracciato e buttato sul letto. -Unisce i due pezzi e lo rilegge attentamente. - -... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni di gravi -preoccupazioni, non di esultanza — Spero ancora — non accettandosi -mie ultime condizioni — starmene fuori — saluti affettuosissimi — -ringrazioti» — Non dice, _non voglio_; dice: _ti consiglio per ora_. -Che te ne pare?... - -— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma affettuoso... - -— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non è mio marito? Dove c'è -lui, ho diritto di starci anch'io, perchè... voglio essere una buona -moglie. - -— In questo hai ragione. - -— E perchè non devo essere libera di vedere mio marito quando -voglio?... Non l'ho mica sposato per star sempre sola! Lui, a Roma, ed -io relegata in questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno! Sono -stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa, stufa di avere sempre -nelle orecchie, giorno e notte, l'inno delle cicale e delle rane al -Messidoro! Sentile: _quà, quà, quà!_ Hanno già cominciato! Dammi da -scrivere! - -Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul tavolino, la porta sul -letto e l'apre. Remigia pensa, poi scrive: - -«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai cedere insistenti -preghiere amici desiderosissima vederti abbracciarti parto lo stesso. - - «Tua.» - -— Va bene? - -La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non trova altro che una -piccola correzione da fare: - -— Invece di _parto_, dovresti scrivere _partirei_ domani sera. - -Remigia accetta e fa la correzione. Due ore dopo, arriva la risposta di -Giacomo: - -«Vieni pure domani sera ma conduci teco signorina Mimì. Prevedo temo -avrò poco tempo disponibile farti compagnia. Saluti affettuosi.» - - «GIACOMO.» - -Remigia nel dare il dispaccio da leggere alla Carfo salta dalla gioia e -l'abbraccia ripetutamente: - -— Sono felice! Sono felice! Sono felice! - -Mimì ha gli occhi pieni di lacrime, tanta è la gioia di non dover -lasciare l'amica. - -— Vedi com'è buono?... È tanto buono il signor D'Orea! - -— Buonissimo! — risponde Remigia con entusiasmo. — E poi, così, c'è più -tempo per tutto!... Anche di scrivere a Milano per la mia mantelletta -di _chinchillà_ e il _renard_ bianco. A Villa Borghese e al Pincio farà -fresco, qualche sera! - - - - -IV. - - -La partenza di donna Remigia da Pontereno e da Bologna è una doppia -festa trionfale. A Pontereno il sindaco ha fatto suonare la banda -civica in onor suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla -stazione, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, -è ossequiata dalle autorità e salutata dagli amici, per l'occasione -più che mai numerosi ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor -Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto lo sport. - -Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari, sotto la tettoia -ben illuminata, per raggiungere il _vagone-salon_, si forma una folla -di curiosi che la seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per -poterla vedere: - -— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La più alta? - -— No! È la più piccola! - -— Carina assai anche la piccola! - -— Questo è davvero un bel Gabinetto! - -— Vorrei entrarci anch'io! - -— Evviva le bionde al potere! - -— Evviva! - -Qualcheduno comincia anche a battere le mani. - -Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul -terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi -vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro, -attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di -ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando -con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso; -è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata, -desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini. - -Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i -Bolognesi? Simpaticöni! - -Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone, -sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo -bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di -attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori il -_vagone-salon_ per la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama -d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la -sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!» -abbracciandole in ispirito, tutte e due. - -L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando -ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare -presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla -contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un capo-traffico, un -ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi, -uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli -salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, — -un bell'inchino, — e scendere dall'altra. - -Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In -quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara -che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che -lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto. - -— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un -posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da -brava!... Anche senza stipendio! - -I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il -prefetto. - -L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si -sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per -aiutarlo a salire. - -Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non -compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a -inferiora. - -Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità -è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e -minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già -alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le -guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non -saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via! - -— Indietro, signori!... Partenza! - -Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo in bilico sulla punta -del piede destro; si rinnovano, con maggiore animazione saluti e auguri -e il treno parte. - -Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina: - -— Chi sa, a Roma! - -— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure accoglienze e feste -straordinarie. - -— Basta che non arrivi troppo spettinata! - -Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona e resta lì tutta -notte, seduta scomoda e senza quasi poter dormire, per non arrivare a -Roma con i capelli scompigliati. - -Invece a Roma... È una bella delusione! - -Il treno non si è ancora fermato e già Remigia sporge il capo dal -finestrino sicurissima di scorgere Jack — tesöro! — sotto la tettoia, -in compagnia de' suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano, -un _tararan_, _tararan_ di marcia reale... Invece, nessuno! Fra tanta -gente, nessuna conoscenza! - -— Mimì!... Giacomo non c'è! - -— Impossibile!... - -Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai vari scompartimenti -si allontanano a frotte, con i facchini. Dinanzi al loro vagone non -c'è che la Carolina appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a un -grande scatolone posato per terra. - -È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da Milano all'ultimo -momento. - -— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda la Carfo alla cameriera. - -— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!... Si chiamano e non -si degnano nemmeno di rispondere! — La Carolina è di malumore; ancora -tutta piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera di -polvere. - -Remigia rientra nel vagone: non può credere a sè stessa. - -— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che io arrivi con un'altra -corsa! - -Mimì resta un istante pensierosa: - -— No, non può essere; non c'è che questo treno diretto, che arriva a -Roma da Bologna, alla mattina. - -— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro? - -— Chiarissimo! - -«_Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò finalmente -abbracciarti domattina — tenerezze infinite. — Tua_». - -Remigia passa dall'avvilimento alla collera. - -— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta espansione?.... E non -si muove nemmeno per venirmi incontro?... - -— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento! - -— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se si fosse trattato di mia -sorella... - -Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette a gridare: - -— Ecco! Ecco! - -— Chi?... - -— Il signor Gaudenzio! - -Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto emettere un grido di -allegrezza alla cameriera, rende la padrona addirittura furibonda. - -— Andiamo, Mimì! Scendiamo! - -— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta! - -L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta: - -— Anche tu! Lasciami stare! - -Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e la caccia nella -borsettina rossa. - -Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma dal signor Gaudenzio -di non dormire tutta notte e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello! - -Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i baffi, la cravattina -colorata e con un piccolo bastoncino sempre fra le mani. Ha l'aria più -di un sensale che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire: -sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di trentanni in casa D'Orea. -Ha cominciato facchino di studio, poi fattorino, e al presente, mezzo -servitore e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza! - -Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla mattina presto, e si -mette subito a raccontare ridendo, alla signorina Remigia, l'avventura -che gli è toccata: - -— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade, in questa stazione! -E io, mi ci perdo!... Anche stamattina, invece di prendere la strada -di Bologna, ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!... -Credo, io, che non le vedevo arrivare! - -— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più -irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere. - -— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per -mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando -potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione! Glielo dica anche -lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è -stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro! - -Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel -«signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo -guarda più in faccia. - -Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare -con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare -innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta. - -— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone! - -Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta in _botte_ -accanto alla ragazza. - -— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo -voglio mai vedere, assolutamente! - -— Non dubiti, signora duchessa! - -— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito -Giovanni, da Pontereno! - -Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna -Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione. - -— Vieni, Mimì. - -Mentre prendono il caffè, Remigia continua a brontolare: - -— Spero che questa volta, almeno, non avrai il _tuppè_ di voler sempre -difendere quel tuo — ci pensa, poi trova la parola — quel tuo _apata_ -così bene educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai apposta... -perchè mi odî! - -Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e per questo Remigia -si arrabbia ancora di più. - -— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti nasconda anche i miei -dispiaceri... - -— No... Scusa!... — Mimì è disperata. - -— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta colpa tua! - -— Colpa mia? - -— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida, per amor del -cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo di non venire a Roma -così a precipizio! Ma già, è inutile; sei fatta... come le tedesche! -Famosissima per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace di un buon -consiglio! - -Appena all'albergo, _aut aut!_ - -— O mi date l'appartamento col balcone grande che dà sul Corso, o vado -all'_Hôtel de Russie!_ - -— Ma è stato Sua Eccellenza... - -— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto nemmeno dipinta! - -Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà sul Corso; ha tutto ciò -che vuole, ma non è contenta. - -— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così soddisfatta di trovarmi -a Roma, che non vedo l'ora di essere di ritorno a Bologna! - -E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso pensa ancora con -trasporto e con rimpianto mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea -del bagno d'amido, alla violetta. - -— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi... Simpaticöni! -Vi voglio un gran bene! — Per vendicarsi di Jack e dei Romani che non -erano andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte, sulla punta -delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'! a un bolognese -qualunque: magari all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto. - -Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua color perla, -profumata, in tremule onde circolari e ripensa a quel bel momento -trionfale della sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto -così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila, agitare i cappelli -mentre il treno si muove... Rivede tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il -colonnello De' Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara... - -Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere l'acqua con la -mano, più lentamente. - -— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel... _apata_. Fosse stato -anche il Presidente dei Ministri, lui avrebbe piantato lì qualunque -affare di Stato, per venirmi incontro alla stazione, chi sa con -quanti fiori e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza -l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a goccia a goccia — ... una -_lunghissima_ lettera!... E voglio telegrafare a mammà di venir subito -a Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il mio Totò, che -vuol andare al Cairo lui... a morir di passione! - -Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si tuffa, si risospinge a -fior d'acqua e di nuovo si lascia andar giù sprofondandosi dolcemente, -chiudendo gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo: - -— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!... Amöre! Ah, che delizia un buon -bagno tiepido dopo tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che -piacere!... Non c'è al mondo un piacere... una più grande... voluttà... - -Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e latte donna Remigia va -sul balcone a respirare, mentre Mimì, il signor Zaccarella e persino il -segretario dell'albergo, sono tutti in moto con i facchini, per mettere -in ordine il salotto, come vuol lei. - -— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal balcone. — E anche -quell'orribile Colosseo!... Sembra dipinto da un cuoco famoso per i -croccanti! - -Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire a poco a poco. - -Remigia guarda in istrada; quelli che passano si voltano in su: c'è da -far passare il tempo. - -— È allegro il Corso, alla mattina! - -Viene Mimì sul balcone, con una lettera. - -— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta. - -— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà risposta, manderò il -signor Zaccarella! - -La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata in piedi al -balcone voltando le spalle alla strada, ma continuando a sbirciare, -a destra e a sinistra, quelli che passano e guardano in su, rompe la -busta e legge: - -— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una lettera di mammà?... - -Legge prima il bigliettino, perchè è più corto. - -«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione! Verrò _certissimo_ -a pranzo e cercherò il modo, se sarà possibile, di poter aver libera la -serata. Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei più affettuosi -saluti, una letterina molto gentile e buona, che ricevo in questo punto -dalla tua mamma. - - «GIACOMO». - -— Ah, _mon Dieu!_... Stasera sarà stanco, e con la scusa -dell'emicrania, la solita callotta di piombo, si resterà in casa a far -venire le dieci, per andare a letto! E questa benedetta mammà, tanto -farmi girare per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo -che cosa c'è di gentile e di buono. - -La duchessa Cristina si congratula impiegando quattro paginette -fitte fitte, per l'assunzione al potere del «genero amatissimo», del -«figliuolo dilettissimo», sciorinando elogi e complimenti con la più -colorita e calda espansione. - -«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo a te e a tutti, -figlio mio: la tua grande modestia non potrà mai soffocare il mio -orgoglio legittimo, di madre. In quest'ora difficilissima, la Patria -ha bisogno de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti, non -potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo benissimo tutto -il tuo grande sacrificio e perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più. -Io sono fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo sai bene, -carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata la mia gioia prediletta. Con -lei, ti sei preso il mio cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la -consolazione, il conforto de' miei capelli bianchi...» - -Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che prima del suo -matrimonio con Giacomo D'Orea, mammà scriveva... a Luciano. Era lui, -allora, Luciano, anche senza salvare la patria, anche senza essere -ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo, il suo -legittimo orgoglio. E se lei Remigia, è sempre stata davvero l'Idolo -prediletto per il cuore materno, è però altrettanto vero che nelle -lettere di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia, la superba -compiacenza, la consolazione e il conforto dei capelli bianchi! - -Remigia continua a sorridere terminando di leggere la lettera e -riponendola nella busta. - -— Che cambiamento, ha fatto mammà! - -E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo» non era -ascritto certamente fra gli uomini migliori della patria!... - -— _Bum!_ - -Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza Mortadella, egli -era, invece, secondo l'opinione di mammà e dello zio Rosalì, uno -degli uomini famosi... per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano -dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo tutta la famiglia -approvava e lo zio Rosalì faceva eco, mormorando: — Mah!.. La croce non -fa il cavaliere... e nemmeno la commenda! - -— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino, e ogni altra -bestia più bestia, è mio cognato Luciano! - -Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere. - -— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo ha domandato la mia -mano!... Che cambiamento di scena! Povero Luciano! Detronizzato come il -doge Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars con la cattiva -idea di opporsi al mio matrimonio?... Le furie di mammà!... «Mi avete -messa in croce una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...» -E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi pazzo è nato, muore -matto!...» Persino il voltafaccia, il relativo _pronunciamento_ del -capitano, e per colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!... -Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di lei!... Soltanto -l'umilissimo e ossequiosissimo signor Trüb!... — A Remigia sfugge -un'altra risata. — Com'era buffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii -e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva una foca! - -Il pensiero della giovane signora si allontana nel passato: i ricordi -succedono ai ricordi. - -— La _Tête-pointue!_... Villars! Che bel paese!... Incantevole!... -Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E come ballava bene! Altro che -Narciso Gambara! - -Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto di Re Faraone -innamorato... Rivede gli occhiacci di missis Eyre furibondi contro -_Din_ e _Don_... Poi, a un tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in -istrada: - -— _Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!_ - -È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo. - -— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!... - -Remigia dà un grido di gioia. - -— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano! - -Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà girare tutta Roma, i -teatri e divertirsi! - -— Che bravo! Che bella improvvisata! - -Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che vuole; i loro -rapporti sono cordialissimi. Luciano, è vero, è molto cattivo con -sua moglie, che è poi la sorella di Remigia, ma questo a Remigia, -poco preme. Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta -gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla moglie ciò che spreca, -stupidamente, con l'amante; ma questo, a Remigia, che fa, che importa? -Anzi, «la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere il -cognato contro la sorella: Maria è una esagerata, una donna troppo -eccessiva e... opprimente. - -— Ah, _mon Dieu!_ Che tragediografa! - -In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiare la cognatina -perchè, davvero, la trova molto _chic_ e poi... per ingelosire e far -dispetto al fratello e alla moglie. - -— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per uno. E con questa -_Franceschina_ qui, forse... chi sa? - -.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala: i cognati -si abbracciano festevolmente e tornano insieme sul balcone. - -— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora sossopra. - -— Perchè non sei venuta al _Grand hôtel?_ - -— Jack vien sempre al _Roma!_ - -— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da miliardario. — Per -spendere meno. Sempre l'uomo di carattere: moderato in politica, -moderato nelle spese! Del resto, lui poteva restare al _Roma_ e tu -venire al _Grand hôtel_. Questo, adesso, si usa. È assai più comodo -tanto per il marito, come per la moglie. - -Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina con un ghignetto -canzonatorio: - -— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa! - -— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni! - -— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado. Ministressa? — Le -prende una mano e gliela bacia. — Regina, _for ever!_ - -— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me te la sei cavata abbastanza -bene. Ma, e con Jack?... Gli hai mandato, almeno, un telegramma? - -I baffettini di Luciano si rizzano irti, per l'altezzoso disprezzo: - -— Oh, mainò!... Sono disgrazie che capitano così all'individuo, come -alla Nazione! - -Remigia finge di non aver capito e si volta verso il salotto. - -— Signor Zaccarella! Per favore! Faccia portare due sedie! - -Il signor Zaccarella, le porta lui stesso, in persona. - -Don Luciano lo squadra in cagnesco: - -— E... come va la vitaccia, caro capitano? - -— Benissimo!... Fosse andata sempre così! Mi comanda altro, duchessa? - -— No, grazie. Quando tutto è finito, me lo faccia sapere. - -Risponde Mimì, che ha già salutato Luciano, di passaggio nel salotto: - -— Facciamo presto! Non dubitare! - -— Come hai saputo che arrivavo stamattina?... — domanda Remigia a -Luciano appena seduti. - -— Oh, diavolo! Ormai, sei diventata una donna illustre... Pubblica! -L'ho letto sul _Fracassa!_ - -— Sul _Fracassa?_ — Remigia diventa rossa dalla gioia. Che c'è sul -_Fracassa?_ — Chiama di nuovo il signor Zaccarella. — Mandi a prendere -il _Fracassa_ di stamattina! Subito! - -— Non occorre! L'ho io! — Luciano leva la gazzetta di tasca e la porge -alla cognata. — C'è un telegramma con la tua partenza da Bologna. - -Remigia sfoglia ansiosa il giornale: - -— Dove? - -— In terza pagina... - -— Ecco! Trovato! — Remigia legge a mezza voce: «Ieri sera, sotto la -tettoia della stazione, alla partenza del _direttissimo_ per Roma, -notavansi, in gruppo, le più cospicue personalità cittadine, nella -politica, nelle lettere, nelle arti, nell'aristocrazia e nell'alta -finanza. Era una eletta rappresentanza della nostra Bologna, memore -e grata, convenuta per presentare gli ossequi del commiato a quella -intellettuale signora che è la duchessa Remigia D'Orea Moncavallo, -moglie di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici. Ella si reca -alla Capitale, a raggiungere il marito, cui sarà di conforto, fra le -gravi cure del suo dicastero l'aver presso di sè l'esimia donna, fida -consigliera e compagna. - -«L'alta società bolognese rimpiange la regina dello spirito e -della eleganza che migra ai saloni della terza Roma, ove Ella saprà -diffondere il fascino delle sue grazie e del suo ingegno, nell'aure -sature di politica e di diplomazia». — Mimì! Mimì! - -Invece di Mimì, si presenta ancora, nel vano della finestra, il signor -Zaccarella. - -— La contessina è andata con la Carolina a disfare i bauli. Devo -chiamarla? - -— No; prenda. — Gli dà il _Fracassa_. — Lo porti alla contessina -Carfo. Le dica di leggere qui, — segna il punto con il dito, — questo -dispaccio da Bologna. - -Il signor Zaccarella se ne va col giornale leggendo la corrispondenza -telegrafica pieno d'unzione rispettosa. - -— Perchè non mi sei venuto incontro? - -— Oh bella! Se ho letto la notizia mezz'ora fa? E poi, figurati! -Immischiarmi con il mondo politico, ufficiale e... _forcaiolo?_... -Peuh! - -Donna Remigia lascia correre: non vuol far sapere al cognato che tutto -il mondo politico ufficiale e forcaiolo, era rappresentato... dal -signor Gaudenzio! - -— Jack non t'ha detto ch'io sarei arrivata stamattina? - -— Mio fratello... cerco di vederlo il meno possibile. È un metodo di -cura preventiva, contro il mal di fegato. - -Remigia ride, poi domanda: - -— E mia sorella? È qui? - -— Oh, no, per grazia di Dio e volontà di chi comanda! È a Fiumicino, a -far la cura dell'aceto e a sobillare la zia Gioconda!... A metterla su -contro me! - -— La zia Gioconda? — Remigia è assai maravigliata. - -— Fiumicino superiore e Fiumicino inferiore, sono ormai un Fiumicino -solo!... Immagini tu, Maria, con la sua superbia e le sue ridicole -schifiltosità, sempre insieme e in lega con la zia Gioconda? - -L'Idola si fa seria: — Certo, certissimo! È per amore di Giacomo che -quell'ipocrita lacrimosa di sua sorella ha voluto conquistare la zia -Gioconda! — Ma resta pensierosa un attimo soltanto, rasserenandosi -subito con una scrollatina di testa. — Facciano un po' quello che -vogliono! Lei è a Roma per divertirsi!... E lei, e non sua sorella, è -la moglie dell'onorevole D'Orea, del ministro! - -Si china sulla seggiola sporgendo verso Luciano il visetto arguto: - -— Tu, allora... si capisce! Sei qui per la divina arte canora! - -Don Luciano arrossisce leggermente facendo un sorriso da fatuo, senza -dire nè sì, nè no. - -— Già, già, già! — continua la maliziosetta. — Teatro Costanzi: -_La Manon!_... Oh, bella! Diventi rosso?... Ancora? Ma sì! Rosso! -Rossissimo, sino alla radice dei capelli... che non hai!... Bravo -cognatino! Perduto il pelo, ma conservato il pudore! — Poi soggiunge -sottovoce, risolutamente: — Ricordati: questa volta, voglio proprio -vederla! - -— Vieni alla prima della _Manon_. - -— Certissimo! — Riflette un istante, poi soggiunge con un'alzata di -spalle, — Giacomo non lo saprà nemmeno. - -— Allora bisognerà fissare un palco, oggi stesso. — Don Luciano assume -un'aria di grande importanza. — È già venduto più di mezzo teatro! - -In fatti Fanfan Trécoeur era stata preceduta a Roma dall'eco clamorosa -del grande successo a Milano, al _Dal Verme_. Tre sere di trionfo e tre -_piene_, costate a don Luciano, complessivamente, una cinquantina di -mille lire. Ma la gloria... è cara; e per dare la scalata alla _Scala_, -bisogna cominciare col _Dal Verme_ e passare dal _Costanzi_ e dalla -_Pergola_. — Dunque intesi! Mi prendi un palco e andiamo insieme! - -Il cognatino rimane esitante: l'altra capisce a volo. - -— Sicuro! Quella sera, sarai impegnatissimo! Avrai da dirigere, da -guidare la _claque_! Vuoi che per l'occasione ti ceda il capitano? -Senza complimenti! — Remigia è indispettita. — Andrò al _Costanzi_ con -Mimì! - -— Perchè, con Mimì? — Luciano cerca di rasserenarla. — Ne troverai, -qui, di amiche e di conoscenti, quante ne vuoi! Intanto, la marchesa -della Gancia! - -— Quanita? — esclama Remigia con gioia. - -— Un'idea! Stamattina, visto che non sei ancora in ordine, t'invito io -a colazione, e vado a invitarti anche i della Gancia. - -— Al _Grand hôtel?_ - -— Al _Grand hôtel!_ - -— Accettato! - -— Ma... — Luciano abbassa un po' la voce. — Se si potesse risparmiarci -l'incomodo della signorina Mimì? - -— Mimì?... Figurati! Ha dodici bauli da mettermi a posto! - -— Ah! — Luciano fa un largo sospiro di sollievo. — In premio ti offro -un giretto in automobile, per farti venire appetito! - -A Remigia, la proposta sorride moltissimo: tuttavia rimane un po' -dubbiosa. - -— E poi?.. Jack?... Che cosa dirà? - -— Ci sei stata altre volte con me, in automobile, a Bologna, a Milano e -l'orso non ti ha graffiata! - -— Va bene, ma... oggi è diverso! E... proprio a Roma! - -— Oggi è diverso? — Luciano rifà il solito ghignetto. — Perchè sei -diventata Sua Eccellenza la Ministressa? - -Remigia si arrabbia: - -— Non fare l'antipatico! Sai, che mi dà ai nervi! - -— _Pardon_, signora Eccellenza! Ti farò soltanto osservare che la -grande stagione della politica è agli sgoccioli, motivo per cui, puoi -prenderti qualche piccolo svago anche essendo al Governo! Il Re, ieri -sera dopo la presentazione e il giuramento dei ministri è partito -per Venezia, e a Roma a rivederci a novembre! Oggi stesso, fatta la -presentazione del nuovo gabinetto, o domani al più tardi, sarà chiusa -anche la Camera. Non solo dunque puoi fare un giretto in automobile -stamattina, ma dopo colazione, ti propongo una volata fino a Porto -d'Anzio, con la della Gancia, per vedermi a nuotare. - -— No! No! — Remigia scrolla il capo vivamente. — Oggi voglio proprio -andarci alla Camera! Tanto più se si deve chiudere così subito! Che -peccato! E poi? E Jack?... E mio marito? Pensa, non l'ho ancora veduto! - -— Oh Dio! Quale orribile sventura!... - -— No! No! Facciamo adesso un bel giretto, dicendo che si va al _Grand -hôtel_ e, per oggi... basta, _tuff, tuff!_ — Si alza chiamando forte: — -Mimì! Ti saluto! Luciano mi ha invitata a colazione! Carolì! Fa presto! -Vieni a mettermi il cappello! - -Fa per correr via, ma l'altro la ferma. - -— Devo prima avvertirti... di una cosa. - -— Quale? — Ella lo fissa attentamente. I baffettini all'insù, alla -russa, il cognatino è di una serietà quasi solenne. — Che c'è? - -— Ti avverto che io sono... socialista. - -— Tu? — Remigia dà una grande risata. — Tu? - -— Sì, io; persona prima. Sono socialista e _mi-li-tante_. - -— Col permesso... di _Manon?_ - -— Ridi pure. È cosa lecita alle signore, quando hanno, come te, -bellissimi denti! - -Fa, scherzando, per darle un bacio; Remigia si tira indietro. - -— L'Estrema con la Destra?... Che ibridissimo connubio! - -— Ridi! Ridi! Ma quando lo saprà, a Camera nuova, se ne accorgerà e non -riderà mio fratello! - -— Quando saprà... che sei socialista? - -— Che sono socialista. - -Remigia lancia sul cognato un'altra occhiatina ironica. - -La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica e con tutti i suoi -giornali, in fatto di socialismo è ancora alle prime nozioni confuse -e sbagliate. Ella crede dunque, che Giacomo debba essersene di già -accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza aspettare la -Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione D'Orea. Ma di -ciò, adesso... _cito_. Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato. -Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per il primo giorno -di lune! Oh, allora, senza voler entrare in certi argomenti, ma lo -dovrà scontare il socialismo!.. Altrochè! - - - - -V. - - -Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con -gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute -della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa -una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie. - -Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse, -chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che -Remigia non c'è, prova un senso di sollievo. - -— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata? - -— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione al _Grand hôtel!_ - -Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor -D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica. - -— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra, -non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in -automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata! -Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea! - -Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di -Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria -Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto, -sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul -ritratto di Maria. - -La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha -detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe -forte, replicatamente. - -— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi? Con tutto il cuore e -con tutta l'ammirazione che sento per lei?... - -Giacomo si scuote, balzando in piedi. - -— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni e l'eccellenza! -Mi dia invece dell'imbecille e mi faccia le condoglianze! — Si apre -l'uscio; si volta: — Oh, bravo, il caffè! - -Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per l'improvviso accesso -d'irritazione, aspettando muto, gli occhi fissi, che il cameriere -deponga il vassoio sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha -ordinato nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia due tazze, -avidamente. - -— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi a forza di caffè e -di tè. Ma sono... galvanizzazioni usuraie, come dice, ammonendomi, il -dottor Davos! - -Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore: è pallido, smunto, -ma con gli zigomi accesi e con la fronte madida di sudore. Ha le -occhiaie gonfie, con le borse; le tempie vuote. - -— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto giù, non è vero? - -— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di rossore. — Si vede soltanto, -che è molto stanco! Si capisce, del resto, col grande lavoro di questi -giorni! Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è vero? Ella potrà -prendersi un po' di vacanza e si rimetterà presto. E poi, deve far bene -anche sentirsi l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni! - -— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo s'interrompe -con un sorriso amaro; — oh! le mie soddisfazioni sono addirittura -straordinarie! - -— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non dica così! Non sia -tanto ingiusto con sè stesso e con gli altri! Non è una soddisfazione -grandissima il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti la -stimano? - -Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i piedi. - -— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina, ma a brutte -cose, brutte parole! — E la prova di essere ciò che sono, l'ho data io -stesso, accettando un portafoglio, al quale neanche sono adatto, in -questo momento, in queste condizioni e con questi uomini! — Giacomo -finisce con l'alzar troppo la voce, diventando a mano a mano sempre -più concitato e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole che glielo -dica?... Io sono l'uomo «che non sa più dir di no!» E non lo ero! Non -sono nato imbecille!... Ero un uomo forte, tenace, persino testardo! -Io avevo una volontà e arrivavo a qualunque costo dove volevo e dovevo -arrivare! Sì, sì! Ero proprio così! Sembravo un timido, ma ero timido -soltanto in società; con le signore! - -— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta, quasi -impaurita. Non ha mai veduto il signor D'Orea infuriarsi, diventare -così pallido e stravolto. Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a -girare su e giù, a pestare i piedi, a gridare. - -— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi, con i miei -avversari!... E con le canaglie, sono sempre stato forte, persino -violento! Doveva sentirmi allora, signorina, alla Camera, negli Uffici, -in Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio di piantare -in asso il Governo e di mandare il Ministero a gambe all'aria piuttosto -di cedere e di piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia, -la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male, oggi... sono un -debole. - -— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna a prendere la mano, a -stringerla fortemente. — Non dica così! - -— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene! Lei, vede, lei -signorina, mi ha conosciuto tardi, quando non ero più io, quando -ero già diventato l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si -ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica per il giuoco del -_tennis_... e a Roma, non ho saputo dir di no al Quirinale! - -Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e cala la portiera. -Giacomo capisce di essersi lasciato trasportare e torna a buttarsi -sulla poltrona avvilito e spossato. - -— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare di bocconi -amari!... Per ciò, l'irritazione che ho addosso! — Giacomo, così -dicendo, si contorce dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e -correre lungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari, infilati tutti -sulla grande forchetta del bene indissolubile della Patria e delle -Istituzioni! - -— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione... - -— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di carattere! - -— Ma non sa... - -— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre -parlare! - -Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta, -tendendo le mani giunte, supplichevoli. - -— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario -di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo -che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a -furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato -dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più -che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino -che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale -nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte! - -Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può. - -— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di -essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni -ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non -sa più dir di no! - -Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a -Mimì, seriissimo, torvo: - -— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?... -La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla -testa! - -— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea, -— balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di -rimprovero. - -Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si -preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando -piano, ma risolutamente: - -— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica -sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare -seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le -lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri -tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca -oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto -il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un -riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella, -nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai, -_mai_, che, disgraziatamente, io sono ministro! - -Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra -smorte, tremano convulse. - -Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene! - -— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente, -la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi, -tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di -approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o -un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi! -Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo avesse a -succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir -di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglie _ipso -facto_ a Pontereno o anche molto più in là! - -... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di -vesti... - -— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia -nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta, -felice, beata! - -— Di che cosa? - -Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita -espansione. - -— Di vederti! Sono felice, beata di vederti! - -— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo! - -Giacomo ha paura che sua moglie incominci con le felicitazioni e i -complimenti; però, soggiunge, per cambiar discorso: - -— Dunque, hai fatto colazione al _Grand hôtel_ con Luciano? Io ho -avuto appena il tempo di bere un po' di tè e mi scuserai se non ti sono -venuto incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato in questi -giorni, lo sapevi già. - -— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho trovata la cosa -naturalissima; non è vero, Mimì? - -— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco sicura. - -— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha da reggere... il -timone dello Stato... - -Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare un bel discorsetto, ma -Giacomo l'interrompe. - -— Hai trovato qualche persona di conoscenza al _Grand hôtel?_ - -— Sì! C'erano moltissimi amici nostri. - -Giacomo la fissa, scrollando il capo. - -— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi amici, devi dire -_miei_, cioè _tuoi!_ Io ne ho avuti due soli, in vita. Uno è morto e -l'altro è al Transvaal! - -Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e la tocca pianino nel -gomito. - -— Ho fatto colazione con Quanita. - -— Quanita?... Chi è? - -— La della Gancia. - -— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era anche il marito -fedele... ai Borboni? - -— Sì. - -La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla, e Remigia si fa -forza. - -— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera. - -— Alla Camera? - -— Quanita, per poter stare insieme, invece di andare nella tribuna di -Corte verrà con me in quella del Corpo diplomatico. - -— A che fare alla Camera? - -— A sentirti parlare! - -— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito. - -— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne -può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo? -— Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche -quelli di Mimì. - -Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una -seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica. - -— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto? - -— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi! -Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei -almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a -colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere? - -— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè -dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno -prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e -risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa -indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico! -Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche... -Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al -tuo modo di sentire. - -Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a -fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono -le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne -vuol sapere: - -— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di -mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia -sorella! Sempre mia sorella! - -— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la Carfo spaventata. Ma Remigia -non l'ascolta più e continua, ironica a sua volta: - -— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino! Ha la buona, ha la -cara compagnia della zia Gioconda, con la quale se la intende... a -meraviglia! - -Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie un'occhiata terribile: - -— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa vorresti insinuare? Se -mia cognata ha dell'affetto ed è piena di riguardi per nostra zia, tu, -invece di... fare come fai, dovresti cercare d'imitarla! - -— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il grande modello! Dovrei -imitare il grande modello! Ma... come si fa?... Tutti non possono avere -le doti, le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima... -perfezione! - -— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo battono convulsamente. -— Io ho bisogno, almeno in casa mia, di tutta la quiete possibile. -Spero... Voglio sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi, -per avvelenare anche i pochi momenti che posso avere di riposo... -Sarebbe troppo! Ah, vivaddio, sarebbe troppo! - -Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura, nè per dolore; anche -lei per dispetto e per ira. - -Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere il cappello -afferrandolo furiosamente per andarsene; poi torna vicino alla -moglie squadrandola bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli -l'allontana con la mano, mentre si curva su Remigia parlandole quasi -all'orecchio: - -— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi, non ci credo più. Puoi -risparmiarle. Sarà tanto di guadagnato per tutti e due! Ti saluto! — -Quando passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza fermarsi -e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane assente solo pochi minuti. -Ha capito di essersi lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è -pentito. Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po' confuso, -guardando le due giovani signore e scrollando il capo con tristezza -grande. Mimì continua ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli -occhi torvi, è tutta fremente e vibrante di collera. - -Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma dinanzi alla moglie, -curvo, le braccia penzoloni, in atteggiamento umile, di scusa: - -— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello -che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno -quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi -rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più -piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi -montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar -matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà; -speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos -e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante, -bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti -sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... — -Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo -più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo -un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi -trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto, -ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora -la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti! - -Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima, le escandescenze -di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e -doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore. - -— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si -attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita -che le verrà raccomandato. - -— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora -appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce -rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla -quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da -marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un -rimedio contro la mia... cattiveria! - -Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e -con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col -rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per -le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato -combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli -occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta. - -— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita? - -— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande -divertimento! - - - - -VI. - - -— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Quante teste pelate! - -È l'esclamazione di donna Remigia appena si sporge dal parapetto -della tribuna diplomatica, e gira gli occhi in fondo all'aula di -Montecitorio. - -— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Com'è brutto qui! — Si era immaginata la -Camera dei Deputati, assai più grande, più bella e più sfarzosa. - -La marchesa della Gancia la guarda sorridendo: - -— Ma come?... Non c'eri mai stata? - -— Mai! Quando dico a Jack di condurmi in qualche posto, o non può, -o se può... sta poco bene! Ma adesso ho preso il mio partito: andrò -dappertutto senza di lui! - -— E farai benissimo! - -Approva anche il marchese Pio della Gancia, il marito di Quanita. - -Remigia torna a sporgere il capo e a guardar giù. L'aula va sempre -più affollandosi. Alcuni onorevoli, non teste pelate, ma arruffate, in -piedi o sdraiati dietro i lor banchi, parlano fra di loro, gesticolando -animatamente. Remigia, sta un po' osservandoli, poi domanda, con aria -scandalizzata, facendoli notare anche al marchese: - -— Come mai?... Tutti i deputati non sono in abito nero? - -Il della Gancia allunga il collo, guardando lui pure giù «nella bolgia» -come la chiama, piacevolmente. Ma poi, in fretta, si tira indietro, e -sporge le labbra nauseato: - -— Ah! Ah! Quelli sono i _Rabbagasse_ dell'Estrema Sinistra! — Il -marchese, che parla con uno spiccato accento napoletano, pronunzia -_Rabbagasse_ con due _bi_ e facendo sentire la _e_. - -— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il frac dovrebbe essere di -rigore! - -— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio fa un gemito che sembra -quasi un muggito. — Ma! Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico! -Non è vero, Quanita? - -— Già... appunto! - -La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di qua, di là, risponde -chinando il capo con la vivacità meridionale, alle profonde riverenze -che le rivolgono, dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e -del centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della tribuna -di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto a guardare in giro -ansiosamente e a cercare, a cercare... qualcheduno che non c'è. A un -tratto, l'occhialetto si ferma, puntato diritto alla tribuna della -stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in piedi, proprio nel -mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno, con la barbetta rossiccia, -la cravatta sgargiante e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta -subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia, poi, scambiato con -la marchesa un cenno quasi impercettibile, va in cerca di un posto per -sedere. - -La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si rivolge con un -sorriso al marito che continua a far la predica: lo ascolta e lo -approva del capo. - -— La democrazia monta e quando si dice democrazia intendi furfanteria -e soprattutto volgarità!... Ormai, tornare indietro non si può! -Bisogna andare fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare -indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo in pochi... i -rimasti, i superstiti! - -Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le palpebre per non vedersi -dinanzi la propria effige penzoloni a una lanterna. — Mah! - -Anche le due signore, restano lì, per un momento, soprapensiero. -Poi Remigia torna a guardar giù, nell'aula, per vedere se i deputati -cominciano a guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo sempre -di mira la tribuna della stampa. - -Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale da Ferdinando II, -ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex re Francesco, — nel fisico -e nel morale: nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino e dai -baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole da lasagnone. -Del resto, a parte la spaghite di dover passare un'altra volta per la -ghigliottina, egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non -è per lui altro che un affastellamento di nordici e di _meridioni_, -affatto precario. In fondo al suo cuore, ed è per questo che non li -aborre, ma li compiange simpaticamente, è ben convinto che i Sovrani -piemontesi sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio, -sospirando il momento di ritornare a Torino e, magari, addirittura in -Sardegna. Quando sua moglie è stata prescelta come dama d'onore della -Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre dama d'onore -della seconda moglie di Re Ferdinando e sua nonna della prima, il -marchese Pio, non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi... -dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione da suo cognato, Esente -della Guardia Nobile, che avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano. - -Remigia si leva un guanto e con la bellissima mano ingemmata aggiusta e -rimette a posto alcuni fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella -ci tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i Centri sono -affollati. Soltanto nei settori di Destra c'è del vuoto. La tribuna -degli ex deputati, la tribuna della Real Corte e della Presidenza, sono -rigurgitanti di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente, tutte -circonfuse dallo sventolìo incessante, affannoso dei ventagli. Perchè -lassù, sotto le vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio -romano, diventano insopportabili. - -— Duchessa Remigia! - -Il marchese la chiama, toccandola appena, leggermente, sul braccio. Si -offre per indicarle tutte le più spiccate notabilità della Camera. - -— Sì! sì!... Bravo! - -Remigia è contenta: gli si fa più vicina per sentire. Il marchese -sta fermo, assapora quell'odore di biondo, lui che ha la moglie nera -come l'inchiostro, e gongola. Ha una grande simpatia per Remigia. -Prima di tutto, per quanto costretta dalle conseguenze... della -rivoluzione, a doversi imborghesare morganaticamente con un D'Orea, è -sempre una duchessa Moncavallo; e in quanto al fisico, — oh, madonna -del Carmine benedetta! — è sempre stata la sua passione il genere -magrolino, tenerino; il tipo infantile, acerbo, che ha ancora... del -_guaglioncello!_ - -— Vede, donna Remigia, nella tribuna della Real Corte, quella vecchia -signora con quell'enorme tuppè di capelli bianchi? È una delle più -intriganti collaresse... - -Ma donna Remigia non gli bada. Non ha tempo di occuparsi delle -vecchie signore. Sbircia con la coda dell'occhio molte teste pelate di -onorevoli che si agitano indicandola l'uno all'altro. - -— Domani mattina, presto, bisogna mandare il signor Zaccarella a -prendere il _Fracassa!_ - -Continua con la bellissima mano a lisciarsi i capelli e a guardar giù, -senza averne l'aria, fingendo di star attenta ai discorsi del marchese -che si fa sempre più accosto, ed ansima. - -Ah! ah!.. Non soltanto le teste pelate, anche le arruffate cominciano a -voltarsi in su. - -— C'è del fermento tra i _Rabbagasse!_ — pensa Remigia sorridendo e -sporgendosi alla tribuna per farsi meglio vedere. - -— Carina! Carina assai!... Chi è quella bella signora bionda con quel -grande cappellone a piume bianche nella tribuna del corpo diplomatico? - -— È la D'Orea! - -— Oh, oh! La moglie di Sua Eccellenza? - -— Sicuro! La moglie del ministro dei Lavori Pubblici! - -— Accidenti! Preferirei ottenere il portafoglio dei suoi lavori privati! - -— E l'altra?... - -— Quale? - -— L'altra signora, vicino alla D'Orea! Quella vestita di nero! - -L'interrogato si pulisce in fretta le lenti col fazzoletto, se le -inforca di nuovo sul naso e torna a guardar su. - -— Non so il nome; ma dev'essere una dama d'onore della Regina. - -— Simpatica brunotta, per quanto un po' stagionatella! - -— Stagionatella sia pure! Ma ha una bocca saporosa assai! Con quei -baffettini neri! - -— E che occhi! Che carboni grigi! Brillano più dei diamanti che ha -nelle orecchie! - -— Concludendo, bella la bionda e magnifica la bruna! - -Le due signore, in fatti, stanno benissimo insieme, risaltando, per il -contrasto, anche maggiormente. La della Gancia, nella soda e fiorente -maturità della quarantina, è un tipo di bellezza affatto opposto a -quello delicato e capriccioso di Remigia D'Orea, e a quello vagheggiato -e tutto innocenza, da suo marito. Anche la marchesa vede, sente di -piacere, di essere ammirata e, come un cavallo pien d'ardore, non -sa più tenersi in freno, continua a muoversi, a salutare, a ridere e -volge più spesso verso la tribuna della stampa la bella faccia bruna, -mobilissima, nella quale sfavillano gli occhi grigi e luccicano i denti -bianchi. - -Il bel giovinotto dalla barba rossiccia è seduto solo, appartato, in un -angolo. Lì, fra quelli della stampa, egli non è conosciuto da nessuno. - -Tutti lo guardano per la cravatta, e per quell'aria di letichino -prepotente, che non può passare inosservata. - -— Chi è? - -— Mah!... - -— Sarà un qualche avventizio della provincia! - -— Un ponza-novelle domenicale! - -— Giornalista no, di sicuro! Si sarebbe fatto conoscere! - -— Basta! _El tegnaremm d'œcc!_ — esclama, sforzando la pronunzia, un -ammiratore di Ferravilla. - -— _Fogo in manega, lustrissimo!_ — E nessuno ci bada più. Brontolano, -invece, contro il Governo incivile che si fa troppo aspettare. - -— Il Ministero deve presentarsi prima al Senato! - -— Ma che Senato! — Tutti insorgono, protestando in difesa delle proprie -prerogative. — Prima la Camera! - -— Taci, ufficioso venduto! - -— Servo della greppia!... Il tuo Governo di decrepiti istrioni aspetta -che l'aula sia _au complet_ per l'applauso di sortita. - -Mentre si ride, un altro giornalista giovanissimo, che si tien giù, -basso, lungo disteso sopra una delle panche, si mette a urlare con -quanto fiato ha in corpo: — Fuori!... _Musicaa!_... Fuori i lumi! - -— Ecco, duchessina! — esclama il marchese, accarezzando Remigia con -gli occhi e col diminutivo e tirandosi, cacciandosi ancora più sotto al -cappellone, all'ombra profumata delle piume bianche. — Ecco il ministro -della Pubblica Istruzione! - -Remigia segue con le lenti l'indicazione del marchese e vede un -omettino tondo, grassotto, col cranio rosso, congestionato, avvicinarsi -al banco del Governo dispensando sorrisi, saluti, strette di mano, con -tutti deferente, supplice quasi, con l'aria più di chiedere protezione -che di accordarla. - -— È un frate sfratato!... Lui e sua moglie dicono di no e si -arrabbiano, ma c'è chi giura di averlo visto, prima del settanta, con -la tonsura! - -Remigia ripone le lenti, aggrottando le ciglia: — Accettare nel -Ministero, persino un frate! — Lì per lì le corrono in mente tutti i -torti e tutti gli odiosi difetti di suo marito: la nessuna nobiltà, -la nessuna sostenutezza, la sfuriata di poco prima, e con i baffi del -signor Gaudenzio persino un barlume di pizzicheria!... — Si dà una -scrollatina di testa per non diventare di cattivo umore e domanda al -della Gancia: - -— Ma il mio Jack, tesöro, perchè non si vede ancora! - -Quel _tesöro_ serpeggia nelle vene per quanto un po' sclerotiche, del -marchese Pio: - -— Pazienza, un po' di pazienza, bella duchessina cara, come a teatro! -Le prime parti, si fanno sempre aspettare! Manca ancora il Presidente -della Camera, il Presidente del Consiglio, il ministro degli Interni, -quello del Tesöro! — E anche il marchese allunga la o fissando il bel -collino delicato e la nuca ricciutella. - -— Fatemi vedere il ministro degli esteri! - -— Non c'è! - -— Come non c'è?... - -— Il presidente del Consiglio ha assunto anche l'_interim_ del -ministero degli Esteri! - -— Ah, sì! Sì! — esclama Remigia dopo averci pensato un momento. — -Sicuro! - -Quanita ride. - -— Una Ministressa?.. Dimenticare gli _interim_ del Presidente del -Consiglio?... È grossa, assai! - -Il marchese lancia una frecciata ironica, piena di gelosia: - -— Con tutta la politica fatta a Pontereno... col conte Gambara! - -— Oh! povero Gambara!... Anche lui, come dell'_interim_! Sparito dal -pensiero e dal cuore!... — Donna Remigia, dice così scherzando, per far -piacere al marchese Pio; ma forse, può essere anche vero. - -— Fatemi vedere il sottosegretario di mio marito. - -— Il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Il _Rabbagasse_ dal -cappellone?... Ancora non si vede. - -— E il ministro della Guerra? - -— Eccolo!... Eccolo là! — rispondono quasi insieme Quanita e il marito. -— Entra adesso dal corridoio di sinistra, col ministro della Marina! -— La marchesa, lo saluta assai cordialmente con i cenni vivissimi del -capo. - -Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo per essere -senatore e ministro. Alto, secco, rivela sotto l'elegante soprabito -nero la figura svelta e snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una -bella testa espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi -e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula leva una -lente dal taschino della sottoveste e se la ficca nell'occhio, come -il bell'Apollo di Villars, guardando verso la tribuna del corpo -diplomatico e rispondendo del pari vivamente ai saluti della marchesa. - -Invece il ministro della Marina, esile, traballante, si avvicina al -suo posto e siede subito come affranto, sulla poltrona, buttandosi -dinanzi, sul banco, il grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così -sparuto e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni in un -paese di malaria, anzichè sul mare, arrivando da cadetto, al grado di -contrammiraglio. - -Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto di Remigia hanno -dato nell'occhio al ministro della Guerra. Vuol subito sapere chi è. - -— È una vostra collega! — risponde un deputato che sta discorrendo col -ministro dell'Istruzione. — È la moglie di Sua Eccellenza D'Orea. - -Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente nell'occhio e a -fissare in alto. - -Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri si parla di lei; -osserva le occhiate di sua Eccellenza D'Entracques; lo guarda a sua -volta, poi rizzandosi bene sulla vita e piegando vezzosamente la -testina ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili d'oro -dietro la nuca. - -Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita e miracoli del -generale, che Remigia conoscerà quel giorno stesso a pranzo. - -— È un nostro amico carissimo! - -— Assai simpatico! - -— È già la seconda volta che è ministro! - -— Dice lui stesso di essere condannato... ai ministeri forzati! - -— _Ci sto... perchè ci sono comandato!_ - -Questa, in fatti, è la frase solita del generale d'Entracques, ed -il volersene sempre andare è la sua vera forza di resistenza come -ministro. - -Per Sua Eccellenza D'Entracques, ministero di Destra o ministero di -Sinistra, ministero Liberale o ministero Conservatore, è tutto «un -servizio». - -— Sono di picchetto e ci sto, fermo al fuoco, perchè ci sono comandato! - -C'è un movimento nell'aula, si sente un mormorio confuso: entrano quasi -contemporaneamente, ma da opposti lati, il Presidente della Camera, -seguito da due o tre deputati, e il Presidente del Consiglio con gli -altri ministri e i sottosegretarii. - -— Ecco il mio Jack! — esclama Remigia. Sorride con un cenno al marito e -intanto lancia un'altra occhiatina al ministro della Guerra. - -La marchesa le ha appena indicato nella tribuna vicina una signora -americana, missis Britton, che se non è più al suo primo mattino -rappresenta tuttavia un fulgido meriggio. - -— Ha fatto pazzie per il D'Entracques ed è sempre innamorata di lui, -ferocemente! - -— Il cappellone! Il cappellone! — bisbiglia plano il marchese Pio, -premendo il braccio a Remigia e parlandole così vicino, da sfiorarle -quasi l'orecchio. - -— Dov'è?... - -— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore, che parla appunto -con vostro marito! - -— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa Quanita. — Il -potere gli ha fatto allungare la giacca!... Può passare per una mezza -_radingotte!_ - -— _Ssst!_ — corre nell'aula un vociare più forte, al quale segue un -bisbiglio sommesso. — _Ssst!_ - -Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del seggio, dice alcune -parole che non arrivano fin su, alle tribune, poi siede di nuovo e -quasi subito il Presidente del Consiglio, si alza. - -Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella poltrona con gli -occhi socchiusi, altri si curvano su fasci di carte e cominciano in -fretta a buttar giù firme. - -Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo, impettito. Il suo -viso è impassibile, lo sguardo freddo, senza espressione. Un risolino, -tra il cortese e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti. - -Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra: l'aria è -accesa, piena di ronzii. - -La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni deputati, in -ritardo, si affrettano a raggiungere in punta di piedi, i loro scanni. -Il Presidente aspetta ancora qualche secondo guardando a destra, a -sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva egli dice: - -— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi onoro di -partecipare alla Camera che Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto -mandato di comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere -mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione degli Onorevoli -Colleghi... — qui legge sottovoce e confusamente una filza di nomi... -— ai quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative e -politiche del momento. - -I ministri, che tengono chiusi gli occhi, li aprono e stanno attenti; -quelli che scrivono, si fermano ed alzano il capo: nessun applauso... e -nemmeno alla fine del discorso. La Camera accoglie le «comunicazioni» -con un atteggiamento quasi ostile. Si attendono i commenti. Questi -seguono brevissimi, abili, cauti, insignificanti e finiscono in un -mormorio eloquente, ma cauto del pari, che si alza dai vari settori. -Dopo un momento risuona dall'Estrema Sinistra una sghignazzatina tosto -repressa: si guarda, ed anche da altri punti si ride. - -— La patria è salva, ed anche Menelich! — grida una voce dalla tribuna -della stampa. — Fuori i lumi! - -Il Presidente della Camera si scote nell'alto seggiolone e stralunando -gli occhi aggravati dall'ora afosa, afferra macchinalmente il -campanello. - -— _Ssst!_ - -Di nuovo s'impone il silenzio, ma senza ottenerlo, e tra le proteste, -i _bravo!_ e le risate, si alza, dal primo settore di Sinistra, uno -dei più eleganti e giovani deputati, legislatore autorevolissimo fra -gli _sportsmen_. — Peccato! Non si vede di lui che la bellissima, -perfetta pettinatura. Presa la parola, e impappinandosi frequentemente, -egli tien sempre il capo basso e gli occhi rivolti verso un paio -di cartelle che ha spiegate sul banco. L'oratore — «di fronte alla -situazione parlamentare creata dagli ultimi eventi, di fronte alla -palese inopportunità di procedere nelle condizioni del momento alla -discussione dei progetti di legge che... furono... abbiamo... sono alle -viste, propone» — si ferma, si fa coraggio — «propone che la Camera -anticipi le vacanze e venga riunita a novembre.» - -Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei ministri, si alza subito -a sua volta per dichiararsi d'accordo con l'onorevole preopinante: -raddoppiano gli urli che fluiscono in un'omerica risata su tutti i -banchi. - -— Compare! Compare! - -— Musicaa! - -Ma la proposta, più che approvata, è messa in pratica: tutti si alzano -e si affrettano alle uscite, ridendo, gesticolando e buffoneggiando. - -Su, nella tribuna del corpo diplomatico, anche la marchesa della Gancia -si alza, con gli altri, per uscire. Ma ella rimane un istante ritta in -piedi, vicino al parapetto, e fissa gli occhi un'ultima volta verso la -tribuna della stampa: Barbetta-rossa è in piedi, attento. Ella apre e -chiude il ventaglio due volte, lentamente, poi lo batte con un piccolo -colpo della mano. - -— È ancora presto! — dice subito a Remigia, avviandosi verso l'uscio -della scala e parlando forte, con la sua bella voce rotonda, risonante. -— Faccio una visita, e passerò anche da mia madre, che non vedo da due -giorni. Dove vuoi che ti accompagni con la carrozza? - -— All'_hôtel_. Ho anch'io da scrivere a mammà! - -— Pio verrà a prenderti per il pranzo, o anche prima, se vuoi; siamo -intesi. - -— Ma... — Remigia si mostra titubante. - -— Che _ma?_... - -— Che _ma!_ Che _ma!_ Non ci sono _ma!_ — strilla il marchese, -felicissimo per quella fortunata combinazione. - -— E Jack?... Ha detto di voler passare la serata con me. - -— E non passa la serata con te, anche pranzando da noi? - -— Non gli ho detto nulla. Forse è stanco; forse sta poco bene. Sapessi! -— Un lunghissimo sospiro. — Io non posso mai fissar niente a un'ora di -distanza. - -— Cerchiamo adesso di vederlo e di potergli parlare. Io ti voglio a -pranzo ad ogni modo! - -— E se vostro marito avrà sonno, lo manderemo a dormire! — Così -dicendo, il marchese Pio stringe forte sotto il suo braccio il braccio -di Remigia. - -— E ricordati: vieni con Mimì. Ci farà tanto piacere! - -— No, scusa; Mimì no! — risponde Remigia seccamente. — Non voglio -cominciare fin dal primo giorno a tirarmela dietro ad ogni passo! - -— Non so darvi torto, — afferma il marchese, premendole il braccio di -nuovo. — Non bisogna mai che una cortesia, diventi una consuetudine. — -Egli ha troppo paura di perdere il tu per tu, in carrozza, con la cara -piccolina. - -— Ecco il generale! Ecco D'Entracques! D'Entracques! — chiama forte la -marchesa, vedendo Sua Eccellenza il ministro della Guerra, affacciarsi -a un usciolino a vetri, a metà della scaletta. — Il D'Orea è con voi? - -— No, marchesa! - -— E dove sarà?... Gli vorrei tanto parlare! — Si volta subito verso -Remigia: — Ti presento il conte Martino D'Entracques, generale, -senatore, ministro, ma con le signore, sempre un amabilissimo capitano -di cavalleria! - -Il D'Entracques sorride e sospira. - -— È troppo capitano?... Volete tenente? - -— Non scherzate, marchesa! Ormai si passa di promozione in promozione, -con una rapidità straordinaria... anche in tempo di pace. - -Il generale stava proprio lì, in agguato, sul piccolo uscio a mezza -scala, per poter vedere la D'Orea più da vicino. Remigia, che ha subito -indovinata la mossa dell'abile stratega, diventa rossa rossa, mentre -succedono le presentazioni. - -È strano, ma è proprio vero: il giovane generale, che ha per amante la -formosa e biondissima missis Britton, sta per vincere una battaglia! - -Il D'Entracques si affretta a dare precise informazioni sul conto del -collega. - -— L'ho lasciato alle prese con due o tre deputati del Mezzogiorno! Ma -adesso, lo troveremo, certissimo, in biblioteca! - -Per l'uscio a vetri, dove stava di guardia, egli fa passare la comitiva -in un oscuro corridoio, poi la fa risalire per un'altra scala, poi -ancora un altro corridoio da attraversare e, finalmente, ecco le -prime sale della biblioteca. Durante tutti questi giri e rigiri il -marchese deve lasciare il braccio della duchessina e mettersi in coda. -È il generale che si trova accanto a Remigia e, lungo com'è, deve -chinarsi assai mentre le parla: Remigia, per ascoltarlo, si tira su, -ritta, e alza verso di lui il viso colorito dalla corsa, dal caldo, -dall'emozione. Ella si sente più gaia, più leggera; le sembra di -volare! - -— Posso dire di essere due volte collega di suo marito! L'onorevole -D'Orea, la pensa come me ed è nelle stesse mie condizioni. In questo -Ministero anche lui ci sta, perchè c'è comandato! - -Cercano dappertutto, ma l'onorevole D'Orea non si trova. La marchesa -Quanita dovendo aspettare, sembra sulle spine e però il D'Entracques -manda alla ricerca due uscieri. - -— Da qui, se c'è, dovrebbe passare di sicuro! Si tratta di pochi -minuti! Dunque, — domanda il generale rivolgendosi di nuovo a Remigia, -— della nostra Camera non è rimasta incantata? - -— Incantata?... — Remigia fissa il giovane generale e giovanissimo -senatore co' suoi occhietti lustri e frizzanti, mentre un sorriso -arguto rende più fonde le due piccole fossettine agli angoli della -bocca freschissima, fremente e fragrante. — Incantata?... Non è certo -la parola adatta! Da lontano, quando si leggono i giornali... Ah, _Mon -Dieu_, s'immagina con la fantasia tutt'altra cosa! - -— Oggi, bisogna poi notare, è stata una seduta di pura formalità; senza -nessuna battaglia. Oggi alla Camera, non c'era altro che un partito; -quello delle vacanze. - -— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra cosa! -— Remigia vede che il _tutt'altra cosa_, e il modo come lo dice, -piace molto al D'Entracques: lo ripete ancora, scrollando il capo -graziosamente e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo: -— Sono stata invece parecchie volte in Senato! Oh, là sì!... Quanta -grandiosità... Quanta solennità! - -— Cioè quanta _sonnolennità!_ - -Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il marchese, e ride egli -stesso, il D'Entracques: ridono tutti, quando Giacomo D'Orea, con -un grosso fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio, -pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo, strascicando -i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica. Si ferma muto, ansante, -con il cappello in mano dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria -trasognata. Appena sente di che cosa gli vogliono parlare, cioè di un -invito a pranzo per Remigia, il suo occhio si rianima, ed egli diventa -persino espansivo. - -— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra buona marchesa -mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia, va! Ne sono anzi contentissimo! -Ti scrivevo adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge -l'inaspettato divertimento di due commissioni, una dietro l'altra, che -non mi lasceranno quasi il tempo di pranzare e che mi porteranno via -tutta la serata! - -Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza, ma non lo fa -capire... - -— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti affatichi troppo, gioia, -e io resto inquieta! - - - - -VII. - - -Remigia torna all'albergo allegrissima, con la testa montata -dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza D'Entracques. - -— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli bianchi. Rendono -la fisonomia più giovane e più ardita. Quella missis Britton le fa -dispetto. - -— Innamorata ferocemente! - -La trova troppo... genere americano. Niente finezza e troppo grassa. - -— E poi è rossa, non è bionda! - -Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore nell'aggiustare, nel -mettere a posto anche la camera da letto di Remigia, lo spogliatoio, -il gabinetto di toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere -all'appartamento l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare un po' del suo -caro Pontereno, ch'ella crede, per tutti i sospiri e i brontolamenti di -quella mattina, ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola -c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita conficcando chiodi e -chiodetti nelle pareti, le ha tappezzate di nuovo, con i _mezzari_, le -stoffe, le stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna, e -ha cambiato faccia a tutto. - -Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno fermarsi nel -salotto, si trova dinanzi agli occhi i ricordi, gli oggetti a cui è più -affezionata, e ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non -grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti. - -— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo, in una sola -approvazione, l'amica e la cameriera. - -Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da Quanita, per quel -giorno stesso e sedendosi sul _taburè_, ancora con in testa il grande -cappellone di piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato: - -— Che vestito devo mettermi per stasera? - -— Quello celeste _à paillettes_!... — consiglia la cameriera. - -— No! No! Quello bianco, _à point d'Alençon_, ricamato in oro! - -L'Idola approva Mimì. - -— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!... Sai, — dice alla -Carfo appena rimangono sole, — Quanita, voleva invitare anche te; ma -io ho risposto di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E che -vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io divento fierissima...! -Ho fatto male? - -Remigia accompagna la domanda con un bacio e l'amorosa fanciulla la -ringrazia, beata, commossa da quella straordinaria prova di affetto! - -— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di non venire alla Camera! - -— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione... - -— Che! La trasformazione poteva prepararla la Carolì!... Ti saresti -seccata a morte! — Comincia a svestirsi. — Non puoi credere, mio -Dio, come sono noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti -raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile! - -Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello, torna a -respirare. - -— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio importante? - -— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il ministro della Guerra. -Ben inteso, non me l'ha presentato Jack! Lui, non ha tempo per queste -cose! Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per nessuna -cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il nastro di questa scarpetta, io -non ci riesco, — uff! — e divento nervosa! - -Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia per terra, e mentre -Remigia continua ad arrabbiarsi e a pestare l'altro piede furiosamente, -finisce a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con i denti. - -La Carolina entra intanto col vestito bianco e portandolo sollevato, -alto da terra, lo distende sul letto. - -— È simpatico?... - -— Simpatico, chi? - -— Il ministro della Guerra! - -— Abbastanza! Ben inteso, per quanto può esserlo un senatore! Lungo -lungo, è più magro di don Quisciotte, con i capelli tutti bianchi! - -La Carolina prepara l'acqua nel gabinetto di toeletta e Remigia seduta, -mentre Mimì le cambia le calzette, continua a canterellare sottovoce: - - Eccellenza! troppo onor; - Io non merto un senator! - -Il marchese Pio ha detto alla duchessina che sarebbe passato -dall'_hôtel_ con la carrozza, prima delle sette; ma già prima delle sei -ella è pronta col piccolo cappellino di sera, sfavillante di miche e di -lustrini, tra la gloria dei capelli biondi. - -— E adesso che si fa?... Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Mi sono vestita -troppo presto! - -Va sul balcone e guarda giù: il corso delle carrozze è poco animato: -soprattutto poco elegante. Non ci sono nè belle signore, nè bei -cavalli. - -— Oh! il mio _Febo_ e il mio _Desir_! Tesori!... Chi sa se mi ricordano? - -Dopo un momento rientra nel salotto. Si secca e comincia a imbronciarsi. - -— Hai telegrafato a mammà? — domanda la Carfo per offrirle -un'occupazione. - -— No! — Il bel visetto si ravviva. — Giacchè ho tutto il tempo, invece -di telegrafare, le scrivo. Gioia, dammi la mia cartella! - -— Eccola! — La Carfo è raggiante; anche questa volta ha dissipate le -nubi che si avanzavano. - -— Mammà! Mammà! La mia bella mammà, tesöro! - -Si leva i guanti, e seduta a mezzo sopra un panchettino, per non -sciupare le pieghe del vestito bianco _à point d'Alençon_, si mette -a scrivere alla madre cominciando con uno sfogo di tenerezze, di -carezze, di moine straordinario, e continuando facendosi compiangere -per il capriccio di Jack, di volerla a Roma, con quel caldo! — «Poteva -lasciarmi tranquilla e in pace nel mio Pontereno caro!» — Finalmente, -ed è questo il motivo occulto, ma determinante della lettera, le -scrive con bel modo, per scongiurare il pericolo di una intempestiva -improvvisata. Napoli è tanto vicina a Roma! In quel momento, un -probabile arrivo della carovana, la spaventa: tutto il giorno con -mammà? Tutto il giorno con lo zio Rosalì a far la raccolta dei -proverbi?... Grazie del divertimento! - -«....... Sono appena arrivata e ho voluto scriverti subito, ancora -sossopra e stanca stanca. Vedessi il disordine delle mie camere! Ti -farebbe spavento, perchè io faccio cambiar tutto, persino i mobili! -Sai come detesto lo stile uniforme, _art-nouveau_ e oleografia, delle -camere d'albergo! Jack sta benissimo di salute, per quanto più che -mai abbia la fissazione — è il suo _tic_ — di voler essere _giù di -corda_. Sarà un po' di stanchezza? Saranno gli affari di Stato?... -Attraversiamo, — mi pare, — un periodo di luna crescente, con molte -tenerezze per la zia Gioconda! Ed io, intanto, che non ne ho nessuna -voglia, rimango con la graziosa prospettiva di dovermi seccare in tutti -questi giorni facendo visite sopra visite alle rispettive _signore_ -dei funzionari alti e bassi! Ma, appena a posto, appena esauriti i miei -incumbenti... burocratici e appena sorgerà il sole, dove adesso la luna -brilla, ti scriverò e tu verrai subito subito a Roma per un paio di -giorni...! Pensa, la tua Idola, come ti sospira!» - -«Tanti baci per lo zio Rosalì, bello e caro, e tu ricordati che la tua -piccola Idola adorata, non adora che la sua Mammà!...» - -«P. S.» - -«Totò vuol andare al Cairo? A che cosa fare? A perseguire Re Faraone?» - -Chiusa la lettera, scritto l'indirizzo con la calligrafia di moda, -alta, in piedi, ad angoli diritti, fa chiamare il signor Zaccarella: - -— Mi raccomando! È una lettera per Mammà! Alla posta grande! - -— Non dubiti, signora duchessa! - -Quando Giacomo non è presente è sempre il «Signora duchessa» che corre, -anche in famiglia. - -— E Giovanni...? Ha scritto per farlo venire? - -— Aspettavo che la signora duchessa, mi confermasse l'ordine... - -— Scriva, scriva! E che quell'antipatico Gaudenzio non si faccia più -vedere! - - -A Roma, la marchesa della Gancia, non dà feste e pranzi splendidi, -come usa a Napoli, nel suo palazzo. A Roma, nel piccolo appartamento -di via della Mercede, bello, simpatico, ma ristretto assai, — il suo -_pied-à-terre_, — com'ella stessa lo chiama, non riceve altro che gli -amici, proprio i più intimi, e non può riceverne che pochi alla volta: -a pranzo, tra padroni di casa e convitati, non si deve mai oltrepassare -il numero di otto. - -Quel giorno, oltre a donna Remigia D'Orea, non c'è di signore altro -che la principessa Guendalina Capodimare, — la sorella del marchese -Pio, — e sola, senza il marito, di servizio ai Vaticano. Di uomini, -Sua Eccellenza il conte D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos, -figlio di papà... Paparigopulos, il più grosso Nabab, tra i banchieri -greci, quotato alle Borse di Trieste e di Vienna, per cento milioni di -fiorini! - -Al pranzo, dalla marchesa Quanita, mancano due commensali, che -dovevano appunto formare il prescritto numero otto e che si sono -scusati all'ultimo momento: don Luciano D'Orea per un'improvvisa -indisposizione, dichiarata dalla marchesa, ai suoi invitati, una -_manonlite_ acuta, e il conte Cincino d'Ermoli, fratello minore del -marchese Pio, a motivo di un convegno con il direttore della casa -Edison-Schmid di Stuttgart. - -— Ma verrà più tardi, certamente! — assicura la Capodimare, -rivolgendosi a Remigia. — Mi ha detto tanto che desidera salutarvi! - -Il della Gancia è abbastanza ricco per il maggiorasco e per l'eredità -di uno zio, ma Cincino d'Ermoli ne ha sempre avuti pochini e ne -ha sempre spesi assai, fin da quando era studente a Milano, al -Politecnico. Da un anno, sollecitato, spinto dalla famiglia, ha preso -il diploma di ingegnere elettricista, e comincia anche ad esercitare la -professione, un giorno sì e l'altro no, fra una partita al club, e una -giornata di corse. - -Il pranzo, appunto perchè ristretto ed intimo, comincia senza freddezze -e sussieghi e procede animatissimo. La Capodimare e la D'Orea, si sono -date subito del tu, fino dal primo incontro. Non si erano ancora mai -trovate insieme, sebbene fra le rispettive famiglie, oltre all'amicizia -ci fosse persino un po' di lontana parentela. - -— Che combinazione! - -— Proprio una stranezza! Ma quand'ero ragazza, con mammà, ci sono stata -pochissimo a Roma e pochissimo anche a Napoli. In campagna, oppure -— e Remigia pronunzia la parola lunghissima e difficile facendo le -più graziose boccucce e strizzando gli occhi — oppure, in continua -_locomobilizzazione_. Ah, _mon Dieu_! Quanti monti, quanto mare e -quanti laghi, nei ricordi della mia tenera infanzia! - -Fra le due giovani signore, nasce subitanea la più gioconda e viva -simpatia. Proprio davvero: anche la simpatia di Remigia per la -Capodimare è vivissima e sincera. - -— Che cara gioia!... E com'è bella! - -Donna Remigia, fatto appena il suo ingresso nel grazioso salottino -in via della Mercede, si sente come oppressa e depressa. Sono le -magnifiche spalle, è tutta la fiorente e aulente esposizione del seno -superbo di Quanita, che la soffocano, la umiliano e le fanno dispetto, -tanto più col D'Entracques, lì presente, e che ammira con la caramella -fissa nell'occhio. - -— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella mia vecchiaia ad -espormi così, ai quattro venti, morirei di vergogna! - -In quel punto il servitore annunzia la principessa Guendalina -Capodimare. Remigia si volta... - -— Ah, che respiro! Che sollievo! - -La Capodimare è molto, ma molto più magra di lei; non è una donna, è un -sospiro, un soffio, un'illusione di donna. - -Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole già con gli occhi, -prima ancora che con le parole: - -— Oh, cara gioia!... Come sei bella! - -In fatti la Capodimare sembra ancora più alta, tanto è snella, sottile, -con un vitino da stringersi e, _trac_, da potersi anche spezzare con -due dita. Molto più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli -somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del conte d'Ermoli, -persino nella singolarità dei capelli bianchi. La Capodimare ha -varcato appena la trentina, ed è tutta bianca da sembrare incipriata! -E ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza, mentre -i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia nere, spargendovi ombre -e trasparenze, danno pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale, -d'avorio, così liscio e così levigato. - -— Che meraviglia! Che splendore! - -Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente, non sono nè gli occhi, -nè i capelli. È la verecondia che non ha nulla da temere. Anche -Guendalina è scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto sei -fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si nasconde e si scopre -il petto liscio, levigato di un grazioso giovinetto magro, di quindici -anni. - -— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale parlano insieme, -sottovoce, tra il susurrio brioso della tavola. — È un'apparizione! Un -sogno! - -— Già! Un'apparizione... inafferrabile! — risponde il D'Entracques, -ridendo. - -Remigia nota che per quanto generale e senatore ha ancora dei -bellissimi denti ed esclama con un lungo sospiro tra il serio e il -comico: - -— Ah, _mon Dieu_, come sono... cretina! - -— Lei?... Duchessa?... - -— Io, precisamente. Ho dimenticato che Vostra Eccellenza non è un -serafico preraffaellita, ma un grande amatore della scuola di Rubens. -Colore e forma. Forma, soprattutto: esuberante, straripante! - -Si guardano sorridendo. Senza essere pronunziato, passa un nome fra -loro due: quello di missis Britton. - -— Sappiamo, sappiamo, caro D'Entracques! — mormora Remigia con un filo -di voce. - -Il generale si ficca la caramella nell'occhio. Vuol arrivare a leggerle -proprio in fondo all'anima. - -— Sappiamo... Sappiamo... — il musetto roseo e biondo, così birichino, -pizzica forte il generale. - -— Vuole, duchessa?... - -— Che cosa? - -— Vuol proprio conoscere i miei gusti... in arte? La bellezza che più -ammiro?... - -— In arte?... Sentiamo. - -— In arte e in... E fuori dell'arte? È la sua! - -— La mia?... _Ah, mon Dieu_! Se ho la sventura di essere... ancora meno -afferrabile di Guendalina? - -Il generale, che ha preso fuoco, divampa. - -— Ma lei è un bellissimo fiore delicato, profumato, fragrante!... -Quell'altra è una spiga lunga e vuota! - -Remigia non può frenarsi, scoppia in una risata. Il D'Entracques le fa -un rapido cenno con l'occhio indicandole il Paparigopulos seduto quasi -in faccia. - -Il giovane banchiere, colpito dalla risata improvvisa e, forse, dal -nome della principessa, guata di sbieco la signora D'Orea alzando e -rigirando, come un baco da seta, il grosso testone calvo e giallo, -dalla lunga barba nerissima. - -— Cambiamo discorso! — bisbiglia il generale. — Il figlio di Nabab è in -sospetto. - -— Papa... rigopulos? — Gli occhietti lustri e sfavillanti si fermano -attoniti e interrogativi. - -— Appunto! Che è quel greco che guarda e... _sospira_. - -Negli occhietti lustri della duchessina sfavilla un sorriso furbissimo. - -— Papa... rigopulos?... Capito e _cito!_ - -Non parlano più sottovoce tra di loro, ma si uniscono alla -conversazione generale. Il Paparigopulos, sempre muto e con lo sguardo -obliquo che sfugge l'occhio altrui, torna a sorridere deferente, -ossequioso, approvando sempre, approvando tutti con i continui -profondi inchini del grosso testone che sembra premere sopra l'esile -corpiciattolo senza sagoma, che riempie di angoli il frac. - -— Capito e _cito!_ — Capito... che cosa?... — Che il figlio di Nabab -guarda e sospira innamoratissimo dell'aerea principessa. Capito questo, -ma... alto là: innamoratissimo lui. In quanto a lei, la principessa, -irreprensibile e monda come l'ermellino! - -Così almeno, anche se non ci si crede, è detto e fermamente sostenuto -da quelle dieci o dodici, — fra principesse e duchesse, — sempre unite -e tra di loro solidali nella difesa e nell'offesa, che costituiscono -la cerchia più ristretta, più alta e inaccessibile dell'autentica -aristocrazia romana. Padronissime poi, _quelle altre_ che non contano, -d'inventare che il piccolo Paparigopulos è insieme, l'amante e il -banchiere e anche, magari, che le grosse, magnifiche perle della -Capodimare, sono di provenienza greca e non romana. Che importa di -_quelle altre_? Fresca nobiltà venuta di fuori, fastosa borghesia -risalita di dentro, con la Capitale... Chi ci crede, chi ci bada e da -chi sono ricevute?... - -Remigia, quella sera, vuol piacere, vuol farsi adorare e ci riesce. -È affettuosa con Quanita ed ha vivi accenti di ammirazione per -Guendalina. - -— Lascia che ti veda, gioia! Sei tanto bella! Sento che ti voglio già -bene! - -Là, in quel piccolo Olimpo dai posti numerati e riservati, ella -si guarda bene dall'assumere la prosopopea di Remigia Iª regina di -Pontereno: è così avveduta e scaltra, da ritornare in sull'attimo, la -duchessina, semplicemente, «la piccola» di Villars. - -Sparite le prime nubi addensate dalla florida e accesa bellezza -di Quanita, ella è allegra, briosa, amabile con tutti... anche col -rugiadoso, ma temerario marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza, -ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del piedino e con -due parole sole, ma secche secche! - -Con lo _Champagne_, crescono d'un tono, le voci e le risa. Portando il -bicchiere alle labbra, Remigia guarda a lungo il D'Entracques, come sa -lei, in fondo agli occhi, mormorando pianino: - -— Alla salute di chi governa! - -La marchesa si alza con un cenno gentile del capo; si alzano tutti. Si -va in un altro salottino, più fresco, — ha un grande balcone aperto -che dà sulla strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il -giovane senatore che si curva assai per poter parlare sottovoce a donna -Remigia, la sfiora un attimo, perde il passo, e le pesta lo strascico. - -— _Pardon!_ - -Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa rossa... Perchè? - -È lo _Champagne_?... È il D'Entracques?... Sono... tutt'e due? - -Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si raggruppano. -L'intimità si fa più cordiale e più espansiva. Soltanto il timido -Paparigopulos, al quale la principessa Capodimare non rivolge quasi -mai la parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo, «sen va -bighellonando» solo solo, attorno al salotto guardando, toccando, -voltando le figurine di Saxe nei palchettini, osservando i quadri -appesi alle pareti e che da un pezzo sa a memoria. - -Remigia ha abbracciato due volte Guendalina; adesso va in estasi per le -sue perle: - -— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda, le tocca, ne solleva -i fili e si accerta con compiacenza che sotto quelle gioie, non ci sono -altre gioie più vive. - -— _George!_ - -Paparigopulos, alla voce che lo chiama, si precipita scivolando di -sghembo fra le poltroncine e i tavolini, portando il suo barbone -dinanzi alla principessa. - -— _Donnez moi une cigarette!_... Tu fumi, Remigia? - -— Stasera sì! Una anche a me! - -— Le sigarette di Paparigopulos, — esclama Quanita dal balcone, — sono -deliziose! - -— _Je crois bien; vous ne les trouverez nulle part. C'est du tabac des -mes propriétés._ - -Remigia si adagia sopra un panchettino ai piedi della poltrona -di Guendalina, ponendo il capo sulle ginocchia sottili e puntute -dell'amica. Ma il gioco dei labbruzzi rosa e dei bei dentini -bianchi nel far uscire il fumo a spirale è dedicato a Sua Eccellenza -d'Entracques che è sempre vicino a Remigia, che non guarda che Remigia -e che ormai, con gli occhi accesi e le fiamme alle guance, vede tutto -biondo! - -— Ecco Cincino! — esclama la marchesa Quanita di cui si vede, sul -balcone, la sigaretta accesa. - -Il conte D'Ermoli, calmo e sorridente, dopo i saluti e le strette di -mano, reca placidamente una notizia che suscita lo scompiglio e la -tempesta in quell'ambiente così omogeneo, e fino allora, così sereno. - -— Il prefetto e il questore, con la solita scusa dell'ordine pubblico, -l'hanno data vinta alla piazza e alla massoneria: hanno fatta chiudere -la chiesa della Madonna a Ponte di Ripetta! - -Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia, sbuffa, poi passando -dalla collera alla disperazione geme piagnucolando, mentre il -Paparigopulos, approvando a collo storto, guarda di sottecchi la -Capodimare per ben capire quale dev'essere la sua opinione. - -Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina al ponte di -Ripetta, una Madonna, ch'era sempre stata tranquilla e giudiziosa -sul suo altare, si era messa improvvisamente, a girar gli occhi. -— Miracolo! Miracolo! — comincia a gridare il popolino. La folla, -donne, uomini, ragazzi, si pigia nella chiesa e in tutta la piazzetta -circostante, dall'alba alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a -far miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti i giorni. -Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso delle gambe a un -paralitico, e ad una povera donna, venuta apposta fin da Cava Salara, -cambia un cattivo tumore in una buona gravidanza. - -Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo, della fede... della -mistificazione e della superstizione. Dalla cronaca del _Messaggero_, -la notizia si diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più gravi. -Chi discute il _fenomeno_, chi tira in ballo il misticismo, l'ipnotismo -e chi la bestia umana. Poi si comincia a gridare, a strepitare pro -e contro. La folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad -addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella chiesa, nella -piazzetta, tutt'intorno, quando una sera, tre quattro anticlericali -del circolo «Arnaldo» si cacciano in quella fiumana, fischiano, -sghignazzano, urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è perchè i preti -tirano i fili! - -Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata, poi giù, botte -da orbi, finchè arrivano i carabinieri, le nappine azzurre e dopo i -tre squilli soliti, e che al solito si odono e non si odono, tra i più -scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro, in _guardina_! -— Il giorno dopo sono rimessi tutti in libertà, e chi non ha avuto la -testa troppo rotta, se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da -capo: fischi, botte, squilli e arresti. - -Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano le assemblee, -gli ordini del giorno, le proteste e per la domenica prossima sono -indetti due grandi comizi, uno degli anticlericali, contro _la -superstizione che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa a Roma -intangibile_; l'altro dei clericali _contro i nemici della Religione e -della libertà della Chiesa nella Roma cattolica_. - -Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al sabato sera. Prefetto e -questore, visto che la Madonna si ostina a far d'occhietti, per «misura -d'ordine pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono un cordone di -carabinieri e di guardie, per impedire l'accesso alla piazzetta. - -— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici, che sono poi anche -i vostri! I nemici della Religione, sono i nemici delle Istituzioni! — -strilla la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue belle note -di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali. - -La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione degli occhi -e cambia la voce. Tutt'e due, le signore, sono infuriate contro Sua -Eccellenza, il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due fuochi, -resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la politica. Tranquillo, -sorridente, non getta a mare il Prefetto e il Questore e nemmeno li -difende. Egli cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la -ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa impossibile, — -ma a donna Remigia. - -Remigia, in fatti, sente in questo momento la _responsabilità_ della -donna al Potere, della Ministressa. Si tiene, con tatto e con prudenza, -al di fuori della mischia, e mentre il marchese Pio continua a -mormorare con la voce strozzata dalla bile, — _Rabbagasse! Rabbagasse!_ -— ella fa un po' come il Paparigopulos, che senza mai guardare in -faccia nessuno, continua a spalancar la bocca maravigliata e a far -profondi inchini di consenso e alle signore che accusano e al generale -che si difende. - -— Dite che è una delle solite prepotenze che vi vengono imposte da chi -vi ha presa la mano e finiamola! — grida la Capodimare. - -— No, principessa! — risponde il generale con un arguto risolino che ha -per obiettivo Remigia. — È semplicemente una misura d'ordine, che ci è -stata imposta dalla necessità! - -— E la religione? E il diritto dei cattolici? - -— E il Governo... che deve pur governare, marchesa mia? E il diritto -dei cittadini alla tranquillità e alla sicurezza? - -— Tutto dipende perchè, anche voi, non volete capire una cosa, caro -D'Entracques! - -— Quale?... - -— Che Roma non si cambia, non si trasforma. Sarà sempre la capitale -della Fede, del Cattolicismo! - -— Mille perdoni, principessa Guendalina, ma per il momento, è anche un -po' la capitale del Regno d'Italia! - -— Per il momento, speriamo! — afferma la principessa. - -— Speriamo! — ripete il principe Pio giungendo le palme devotamente e -sfidando un'occhiata ammonitrice della moglie. - -— Queste, _pardon!_ — il generale scatta in piedi seccato, — sono -esagerazioni! - -— Queste sono verità! - -— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza dal balcone nel -salotto. — Se continuate così, vi farete sentire anche in istrada! - -Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche perchè entrano i -servitori che portano il tavolino del tè e quello delle ghiacciate. - - - - -VIII. - - -I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso. - -La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna -sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente, -con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in -francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in -pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e -mal nascoste. - -A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella -in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto: -nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo -illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta -rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta... - -— Grazie, Cincino! - -Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato -e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel -salottino i rimasti, tra la conversazione che langue e le occhiate -che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a -due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il -Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per -appartarsi in buona compagnia, non resta che l'_Italie_. - -La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede -in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente, -di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il -resto del discorso bisbigliato pianissimo. - -Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa, animata: il -generale, invece, diventa sempre più pallido, e mentre donna Remigia -alza il tono della voce, egli lo abbassa. - -Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e tanto meno della -moglie, tien d'occhio la duchessina, guardando di sopra, guardando -di sotto all'_Italie_. Pensando all'atto ardito con il quale egli -ha fatto fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso del -D'Entracques. - -— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno a darla ancora ad -intendere alle donnine? - -Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà «ad intendere» al -generale. Questi, comincia davvero a perdere la testa; Remigia, adopera -la sua molto bene. - -Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una simpatia, se non -ispirata, certo confortata e mossa dal ragionamento. - -— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa di quel -generale-ministro. E quando avesse comandato lei, da sovrana, quel -ministro-generale non sarebbe sempre stato a' suoi ordini? - -Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che desìo, poterla -far tenere a quelle antipatiche grassone, così superbe e sbuffanti! - -— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella mi ha incontrata, -vista, m'è passato vicino... senza accorgersene. - -— Non è possibile! - -— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con mio marito! - -— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la prima volta. - -— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta, ha badato a me!... È -così, vero? - -Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per cominciare a -innamorarsi, non è uno stupido e fissa Remigia: - -— È proprio ingenuità o è civetteria consumata? - -— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace, conferma! - -— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa, perchè... - -— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e acuti, quasi armati per -pungere. - -— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità. - -— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta furberia e insieme tutto -candore. — Paura?... Il ministro della Guerra?... Ah, povera Patria -italiana! - -La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano insieme dal balcone: - -— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo? - -— Quando vuoi! - -— E che cosa si farà? - -— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina! - -— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In tutto quel tempo, -non ha quasi mai parlato altro che il Paparigopulos, ma anche alla -Capodimare è rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla -chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci alle sorprese -dell'ignoto. - -Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui, tenendo le spalle -voltate alla conversazione. Ricomparsa Quanita, egli si è subito alzato -e allontanato dalla principessa, ricominciando a guardare i quadri e ad -allineare le figurine di porcellana. - -— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia a Quanita. - -— Verso le quattro. - -Il generale alle quattro non può. - -— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più tardi! - -Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre le altre due signore -si divertono a strapazzarlo furiosamente. - -— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti! - -— Ben altri... doveri! - -Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton. Poi, la Capodimare -domanda ad un tratto: - -— E la prima della _Manon_?... Quando sarà? - -— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise informazioni -bisognerebbe rivolgersi a chi è in istretti rapporti... con -l'impresario. - -Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo a bocca aperta. -C'è un momento d'inquietudine per quell'impertinente di Cincino; ma poi -Remigia, dopo essersi invano sforzata di restar seria, scoppia in una -risata. - -— Precisamente, ancora non si sa, ma _abbiamo_ già venduto più di mezzo -teatro! — Si stringe fra Guendalina e Quanita, abbracciandole per la -vita e soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma io muoio dalla -smania di conoscere questa Fanfan! - -— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima della _Manon_! - -— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia? - -— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in fondo al palco! - -— Uhm!... Temo di far male... - -— Perchè? - -— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo saprà! - -— Lo sapesse anche, non è a Roma! - -— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione senza etichetta e -senza formalità. - -Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare e lasciarsi persuadere; -trova ottime per ciò tutte le ragioni e mentre il marchese Pio continua -a bisbigliare come se recitasse una giaculatoria, «non si fa male che -a far del male», ella rivolge al D'Entracques un sorrisetto tenero e -un'occhiata espressiva: - -— Ma... _cito_, mi raccomando, col suo collega dei Lavori Pubblici! - -La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderli _gratis_, lascia -a Remigia anche la cura di prendere il palco. - -Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze. Remigia, che -comincia a sentirsi stanca, trova la scusa solita di Giacomo. - -— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!... Ah, _mon Dieu!_ -Caro generale! Sapesse come il suo collega è difficile da indovinare! - -Guendalina offre la sua carrozza. - -— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti: ho la vittoria -e non ci sono altri posti disponibili; nè per voi, generale, nè per -Cincino. - -Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli ha la prudente -abitudine di arrivare e di ritirarsi sempre per il primo. - -Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria. - -— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè ho da parlarti. Si -tratta di un favore grandissimo, che vorrei da te. - -— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe una mano. - -— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè entriamo -nel difficile! Devi sapere che il ministero dei Lavori Pubblici, -d'accordo con quello delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di -una Commissione tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi e -l'impianto delle future stazioni della telegrafia senza fili! - -— La scoperta di Marconi? - -— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli accordi d'indole -scientifica con quel governo. Mio fratello... - -— Cincino D'Ermoli?... - -— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere prescelto dal -governo italiano fra i tre o quattro ingegneri che verranno eletti a -questa commissione... - -— Ho capito. - -— Hai capito? - -— Sì. Penso io. - -— Basterebbe una sola parola di tuo marito... - -— Non dubitare; penso io. - -Guendalina continua con voce tenera e lamentosa: - -— Cincino, comincia appena a mettere giudizio. Ma fin che si trova a -Roma, povero ragazzo, che cosa può fare? - -— Troppe distrazioni! - -— Tuo marito, farebbe una vera opera buona! - -— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima cosa che gli domando -dacchè sono sua moglie: voglio vedere se mi dirà di no! — Negli occhi -dell'Idola, che non ridono più, passa un lampo di minaccia. - -I cavalli si arrestano dinanzi al portone dell'albergo. - -— Di già! - -Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a terra. - -— Addio, Remigia! - -— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro! - -— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è giovedì e ho anche le -figliuole! Se non vado a trovarle in collegio si disperano! - -— Figliuole?... _Tue?_ — Ella guarda, osserva l'amica assai -meravigliata. - -— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende mollemente nella carrozza. -Sembra ancora stanca e seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due. -Una di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora? - -— Per ora e per sempre! No! No! No! - -Guendalina approva. - -— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto basta! E anche questa, -ti giuro... inaspettata! - -— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della maternità mi -spaventa, prima, durante, dopo; no, no, no! — Scappa via ridendo. - -— Ricordati di Cincino! Ti raccomando! - -— _Adieu! Adieu!_ - -Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con la faccia pallida, -piena di sonno. - -— La contessina Mimì è ancora in piedi? - -— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha voluto andar a letto per -aspettarla. C'è anche Sua Eccellenza. - -— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di gioia. — Che bravo! — -Gli avrebbe fatto subito la raccomandazione per Cincino. Si precipita -nel salotto e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È tutta per -il marito in quel momento, niente per la Carfo. — È un po' che sei qui? - -— No, no! - -— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una noia!... Non ne potevo -più! Ma ho dovuto aspettare Guendalina per farmi accompagnare. - -— Guendalina?... Chi è? - -Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al tavolo, — alza dal piccolo -telaio gli occhi interrogativi. - -— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia sempre rivolta a Giacomo -e senza degnare Mimì di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima! -Ci vogliamo un gran bene! - -— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una simpatia... fulminea! — -Giacomo non è ironico ma è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora -rimorso e amarezza per la scena di quella mattina: non vuol arrabbiarsi -con sua moglie, non vuol più diventare nervoso. Tant'è, ci vuol calma -e pazienza. Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io, -per esempio, — soggiunge accarezzando la mano della moglie, — questa -così straordinaria signora Guendalina non l'ho mai sentita nominare. - -— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò anche tua. - -— Grazie dell'improvvisata! - -A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia la detesta. - -— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di Quanita ed ha sposato il -principe Capodimare. Per questo è nostra parente strettissima. - -Anche Giacomo non può a meno di ridere. - -— Insomma... la famiglia è cresciuta. - -Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la barba del marito, -poi gli aggiusta il nodo della cravatta. - -— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene? Oh, che beatitudine! Come -sono felice! — Vede sul tavolo il servizio del tè, una bottiglia di -Marsala e un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi servo, -sebbene non invitata! - -Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla adagio, -delicatamente: - -— Uhm! Che bontà! - -— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè alle dieci, con un -biscotto. - -Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio su contro di lei! -Si sforza tuttavia di parlare per ottenere una risposta, uno sguardo. - -— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè si facesse portare almeno -un'ala di pollo, una tazza di consumè! Non c'è stato verso! - -— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa, sempre -rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare e poi andar subito a -dormire? Ohibò! — Vicino alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. — -Biglietti da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro, piegati a due a -due. — Per me? - -— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si spezza la voce, — ... -prima di pranzo! — Ella spinge il vassoio dinanzi all'Idola con la -piccola mano tenera e bianca agitata da un tremito. - -Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza voce: - -— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere di nuovo, con -grande indifferenza, nel vassoio. — Sai, Giacomo, tesöro, che è ben -ridicolo questo tuo collega della Guerra? - -— Ridicolo?... Perchè? - -— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio, ed è ancora pieno di -pasticci con le donne!... Con un'americana, mi ha detto Quanita! - -Giacomo si mette a ridere. - -— Se ha pasticci con le americane, fa male... e gli faranno male! Ma... -vecchio? Adagio; ha la mia età! - -Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a palma: - -— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza il canto piegato -e legge il nome degli altri biglietti: — _Avvocato Leonida Staffa, -Deputato al Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero dei -Lavori Pubblici._ — Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il Leonida dal -cappellone? - -Giacomo D'Orea si fa serio. - -— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia, ma, adesso, con un -accento sdegnoso e irritato. — Che cos'è venuto a fare da me? perchè mi -ha portato i biglietti? - -Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai è un suo collega e -bisogna rassegnarsi. - -— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta a Toblach e di -aver ballato con te! - -— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero ancora una bimba! - -— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a salutare. - -— _Rabbagasse?_ - -— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte gli è venuta la -smania di frequentare le signore dell'alta società. D'altra parte è -un mio collega, è con me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere -l'uscio in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa di tutto per -essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!... Porta pazienza, cara -mia: sarà per pochi mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera... -casa nostra! - -— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se Giacomo, con -questo discorso, ha perduto un po' del suo buon umore, non l'ha perduto -Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più espansiva e giuoca -facendo le treccine con la barba brizzolata del marito. — Io sarò -gentilissima con _Rabbagasse_, te lo prometto, ma anche tu, non devi -dirmi di no... - -Giacomo lancia un'occhiata a Mimì. - -— Non devo dirti di no?... A che proposito? - -— Di un grandissimo favore che mi devi fare! - -— Sentiamo. - -— Prima giura. - -— Che cosa? - -— Di non dirmi di no. - -— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È troppo pretendere -dalla mia coscienza, per quanto elastica! - -Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere le braccia al -collo. - -— È un piacere, grande grande, che fai a me e a Guendalina! Pensa: si -tratta di ottenere che suo fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio, -ma proprio per sempre! - -— In tutto questo, scusa, che c'entro io?... - -— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una tua parola! - -Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il discorso fattole -dalla Capodimare: la commissione tecnica, la telegrafia senza fili, -l'impianto delle future stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli -e conclude: - -— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che ti domando da che siamo -marito e moglie; non puoi proprio dirmi di no! - -La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida, passando da -un'inquietudine a un'altra e non le riesce di fare una gugliata senza -aggrovigliare il filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha -promesso a sè stesso fermamente di non volersi inquietare e ci riesce. - -— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto alla tua buona Mimì che -odio le raccomandazioni. Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo -d'ingiustizia e non ottiene che un effetto negativo. Invece di prendere -il raccomandato in considerazione io lo prendo in sospetto. - -Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi: - -— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che tu fai a me e a nessun -altro! - -— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha sentito, signorina -Mimì?... La differenza... è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino -D'Ermoli, che roba è? - -— È il fratello di Guendalina. - -— E che cosa ha fatto? - -— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi a fare qualche cosa, -vorrebbe approfittare di quest'occasione, per andare lontano da Roma, -dagli amici, da tutte le tentazioni! - -— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non sai che questa -commissione, non sarà molto numerosa. Quattro o cinque ingegneri al -più. E... non giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere -giudizio! Alte personalità competenti in materia! Uomini... maturi, che -già fanno parte del Ministero dei Lavori Pubblici o del Ministero delle -Poste e Telegrafi e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè e al -paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie in argomento. Il -tuo... come si chiama? - -— Ingegnere Cincino D'Ermoli. - -— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode per i suoi buoni -proponimenti, ma non è giusto che gli altri perdano per cagion sua una -nomina, un onore, cui hanno diritto. Ti pare? - -— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un momento, poi esprime la -sua idea. — Invece di mandare quattro o cinque ingegneri soltanto, -mandatene addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non commetti -ingiustizie e mi fai tanto contenta! - -Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità; si alza e corre -a baciare l'amica: - -— Cara! Non sei in collera con me? - -— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde seccamente. - -Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando in sè stesso le -proprie osservazione e i propri dubbi. — Quanto sarà sincera... la -bambina? — Pure, seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche volta, -con le bambine riottose, finge di cedere e di acconsentire, pur di -evitar capricci e noie. - -— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli accademici, se ne ha; ciò -che ha fatto e ciò che precisamente vorrebbe fare il tuo protetto. - -— Mi giuri che avrà la nomina? - -— Non giuro mai! - -— Me lo prometti? - -— Non posso promettere ciò che non dipende dalla mia sola volontà; ma -quando vedrai la tua amica Guendalina le dirai che la domanda di suo -fratello sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si -sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche domattina devo essere -al Ministero prima delle sette! - -— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge il signor D'Orea, -con la grande tenerezza de' suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce -dolcissima, affettuosa. - -Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con tristezza. - -— Penseremo anche alla salute... A suo tempo! - -Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano a Remigia e se ne va -solo, mormorando la buona notte. - -Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria, a riflettere, con le -ciglia aggrottate: dal suo volto sono spariti il sorriso e la fresca -ingenuità della bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna -irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente. - -— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un bel niente di niente! -Figuriamoci se vuol scomodarsi per me! Non sono mia sorella! - -— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora la Carfo spaventata. - -— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo! Antipatico e... -apata. Apata! Apata!... È il primo favore che gli domando, niente! E -sa che si tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa è una -pugnalata che trafigge il cuore di Mimì, ma è tirata apposta. — Che -importa a lui delle mie amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle -quali io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta! - -— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì vorrebbe -difenderlo, ma Remigia l'interrompe con una sghignazzatina ironica. - -— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso... Può darsi!... Gli fai una -corte sperticata!... - -Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le spuntano subito le -solite lacrimone. - -— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa, in altri tempi, diceva -anche di te!... Ma no; _cito, cito!_ — Con la mano si chiude la bocca. - -Mimì piange dirottamente. - -— Ecco! Ci siamo! Ah, _mon Dieu_, che bel divertimento! — Si mette con -i pugni sui fianchi e gira su e giù canterellando a mezza voce: — Ci -siamo! Ci siamo! - -La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi. - -— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?... Rispondi! - -Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima sua, e la fissa -timidamente. - -— Non guardarmi, soltanto! Rispondi! - -— Sì... - -— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo, per mettermi dalla -parte del torto! Tu, a furia di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di -bene, — questo volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale di te -per sorvegliarmi e per spiarmi. - -A questo punto Mimì si ribella: - -— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me! - -Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce subito. - -— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi capire. Non è colpa tua -se «quello là» con tutta la sua politica, riesce, come t'ho detto, a -raggirarti bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa io e -infelice! Non diventare nervosa anche tu... o non posso più vivere! -Più, più, proprio più! — Le dà un bacio e l'altra se la stringe al -cuore. - -C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di che cosa avete -parlato, tutta la sera? - -La Carfo risponde balbettando: - -— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!... Persino di politica! - -— Oh! Oh! - -— E abbiamo parlato moltissimo di te. - -— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente ciò che desidererei -sapere. - -— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi molto bene; gli ho detto -le feste che ti hanno fatto a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere -per non averlo veduto stamattina alla stazione. - -— E poi? - -— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia... - -— A proposito di che? - -— Della sua età, della sua serietà. Non essendo più tanto giovine... - -— Ha un figlio ufficiale di marina! - -— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche per te un'amica e una -compagna buona e sicura. - -— Poi? - -— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento pensierosa. — Ah! Ecco! -Mi ha domandato se suo fratello, al solito, ha sparlato di lui. - -— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti fa fare la spia? - -— Ma no... - -— Ma sì! - -— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che l'ho appena -intravvisto un momento, alla sfuggita! - -Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa affilato. - -— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire, parola per parola, -tutti i discorsi di Giacomo; e gli dirai soltanto... ciò che voglio io! - -— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimì prega a mani -giunte. — Non gli fare raccomandazioni. Lo inquieta, lo irrita! - -— Ti ha detto lui, anche questo? - -— Sì; stamattina e poi ancora stasera. - -Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare su e giù, facendo un -cipiglio strano, mulinando chi sa che cosa. A un tratto, le passa -dinanzi, come un baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà una -forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva scompigliata, poi i -riccioli biondi tornano a posto ed ella ride allegramente. - -— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!... Non dovrò più -graffiarmi e pungermi per accarezzare quell'istrice! — Devi sapere... -— Afferra le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per parlare, -poi si pente. — No. Ti basti questo; io sarò _in-flu-en-tissima!_ E -intanto, — prima prova del mio potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la -sua brava nomina! Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente. -— Sono in dieci i ministri, cara mia, e lui, il signor... Catone -tira-molla, non è nemmeno tra i più autorevoli! - -Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua Eccellenza D'Entracques, -ministro della Guerra; invece, — chi mai lo avrebbe immaginato? È -l'altra Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone, è -proprio il _Rabbagasse_ che riesce a far pervenire la nomina ambita al -conte Cincino D'Ermoli! - -Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben sicura che da Jack non si -ottiene niente, scrive alla Capodimare per metterla a parte dei suoi -dubbi e delle sue nuove speranze. - -La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa portare con la -carrozza all'albergo di Roma. - -— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata, alle prime parole di -Remigia. — Vuoi raccomandarti al D'Entracques?... Non può far niente. - -— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è ministro della guerra! - -— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare Cincino al suo -collega, il ministro dei lavori pubblici! - -Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia è furibonda contro -Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo e caparbio. Tutte e due si -guardano mortificate e afflitte. - -— E allora? - -— Che cosa si può fare? - -— ... Non c'è proprio un raggio di speranza! - -Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il servitore venuto da -Pontereno, entra nel salotto annunziando una visita: - -— Sua Eccellenza Leonida Staffa! - -— Dov'è? - -— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato il _liftiè_ per sapere se la -signora duchessa riceve. - -— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta di poter fare, con -quella sgarbatezza al sottosegretario, un dispetto a suo marito. Ma -Guendalina le parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama -indietro il servitore. - -— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza e conducetelo qui! - -— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la principessa, quando -Giovanni è uscito, — è il solo uomo, dopo tuo marito, che possa far -mettere Cincino nella Commissione! - -— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici davvero? - -— Certissimo! - -— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si opporrà? - -— Appunto per questo. — Anche gli occhi della Capodimare sono pieni di -furbizia. — Prima, non deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto -sta che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile! - -— Tentiamo insieme! - -— Tentiamo. - -Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono più addolorate e -non sospirano più. L'idea di avere un ottimo pretesto, quello della -salvezza morale e dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare -tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente Remigia. - -— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare con aria sospettosa. - -— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo oggi! _Il cor me lo -dicea!_ — Un piccolo saltetto di gioia e un altro abbraccio di Remigia -a Guendalina. — Per essere libera l'ho mandata in giro, con il signor -Zaccarella, in cerca di moltissime cose... che non farà presto a -trovare! - -Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida s'avanza. - -— Eccolo! - -— Il _Rabbagasse!_ - -Le due signore siedono, con molle abbandono, una sulla poltrona, -l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio -con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono -l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi, -sempre pronti... al sorriso. - -È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il -suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o -brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta -aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si -sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a -soffrire la sete. - -Le signore, anzi le _dame!_ Le vere, le gran dame! Quelle proprio di -Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo! - -— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter -penetrare in quel tempio, sacro alla storia! - -— Le principesse romane!... Che cosa grande! - -Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da -tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è -nato con quella voglia in corpo! - -Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane, -scaraventando dalla _Bandiera_ bottiglie d'inchiostro rosso, di un -bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite, -— con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure -alla _Bizantina_ gli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva -di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e -lardellando la sua nobile prosa di _eburnee spalle regali_, di _incessi -sovrani_, di _maestà matronali_, di _crême_, di _fine-fleur_ e di -_high-life_. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano -a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica -e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di -tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università -professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto -deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame, -quelle della vera _haute_ di Roma, un po' più a suo agio, alla Camera, -ai Lincei, alla Palombella. - -— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia, -non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana! -Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lo _chic_ parigino; ma la -signorilità principesca delle romane? - -— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare, di salutare, -di sedersi in carrozza, di camminare! Tutto diverso! Cosa grande! È -un'atmosfera diversa! Un profumo diverso! - -Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi radicale, non è mai -stato veramente così vicino a nessuna principessa, da sentirne l'odore. -Ma non importa! Lo intuisce e lo pregusta. - -Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella prima ed ultima -seduta della Camera, Leonida Staffa ha alzato l'occhio più sicuro e più -fermo sulla tribuna della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico. -Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa Moncavallo?... Se la fa -indicare... - -Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi di Toblach, di un -gran barbone di lusso, che si chiamava principe Rosalino, di una gran -dama molto superba che lo salutava appena con la testa, senza mai -stringergli la mano... - -— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una dama d'onore! La cognata -della principessa Capodimare! - -Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega ai Lavori -Pubblici: - -— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea a Toblach!... Era -ancora una ragazzina! Ho conosciuto moltissimo la madre, la duchessa -Moncavallo! Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!... -Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo! - -Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti di visita, -borbottando con stizza nel piegarne gli angoli: - -— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea, spiegherà la burbanza di -sua madre... - -Sopra la moglie del ministro del quale egli è il sottosegretario di -Stato, Sua Eccellenza Leonida Staffa sente di poter vantare tutti i -diritti della colleganza politica. - -— Staremo a vedere! - -Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia -alla conquista dell'_hôtel de Rome_, sospettoso, minaccioso, armato di -tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale. - -Sua Eccellenza domanda al portiere se la _signora_ D'Orea riceve con -più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia -Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia -un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di -fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti di -_brillantina_. - -— Staremo a vedere! - -Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo accoglie di piè -fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter -ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera, -sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio -lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso -stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora -più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora -dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto. - -— Cosa grande! - -Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la -principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta -signorilità! Che grazia! Che finezza! - -— Cosa grande! - -Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di -Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma -invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza -per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni -di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi -dietro le loro seggiole. - -— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una -pausa del conferenziere. - -— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'_Iris?_ - -La _Manon_ era stata rimandata per una delle solite indisposizioni -_réclame_, di Fanfan Trécoeur. - -— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'_Iris_. — E così resta fissato. - -Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il -discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del -teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e -trova il modo di avere una poltrona proprio sotto. - -Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi -l'invito per una visita. - -— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per -tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela -si risolve, si alza. - -— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri. - -Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua -Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca -che può passare per uno _smoking_, ovverosia con uno _smoking_ che può -passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia, -lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto -ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla -principessa. - -È lì, al Costanzi, mentre _Iris_ spiega le sue belle maglie rosa alla -gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua -Eccellenza. - -— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto, -tanto, tanto riconoscente! - -Che musica!... Non quella dell'_Iris_, che Leonida Staffa non ascolta -nemmeno, ma la musica di quei «tanto tanto» modulati, sospirati al -soffio leggero di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso. - -Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle dell'amica e ne aggiunge -un'altra particolare. - -— Che mio marito non sappia niente, o manda tutto a monte! Ha certe -idee!... — E le spiega. - -Leonida Staffa non è dell'opinione del collega; tutt'altro! - -— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti? Le solite persone -tecniche? Io diffido, per massima, dei tecnici e dei competenti! -Vecchi sistemi e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare e -ringiovanire! La maravigliosa invenzione di Marconi è l'invenzione di -un giovane! La radiotelegrafia? L'elettromagnetismo? Il mistero delle -onde hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani! Forze giovani, che -appartengono di diritto... ai giovani! - - - - -IX. - - -— Dunque, siamo intesi! — esclama Remigia alzandosi e abbracciando -Quanita. — Alle sette venite a pranzo da me e poi si va alla _Manon_, -dove troveremo Guendalina e _forse_ — chi sa? — anche il cavalier -Paparigopulos! - -La marchesa non rileva lo scherzo. Ella teme soltanto che all'ultimo -momento venga fuori la solita striscia verde con un altro _riposo_. -Alla marchesa occorre sempre di sapere di sicuro, prima delle tre, se -c'è teatro sì o no! - -— Ci sarà poi, questa _Manon_, o non avremo un'altra indisposizione? - -— Speriamo di no; sarebbe la quarta!... Il povero Luciano si dispera. - -— Ma... è proprio innamorato sul serio o lo fa per moda? - -— È innamorato sul serio perchè è di moda. - -— E sua moglie? - -— Mia sorella?... - -— Non ne soffre? - -— Credo che, viceversa, sia questa l'unica cosa di suo marito che -ancora può soffrire. - -— Luciano dev'essere noiosetto in famiglia? - -— Noioso lui e noiosa lei. Tragedia e musica! - -Le due signore continuano a chiacchierare e a ridere fin sulla soglia -dell'anticamera, dove Quanita accompagna Remigia, e dove si abbracciano -un'ultima volta. - -Remigia parla sottovoce per non farsi udire dai due servitori che -stanno presso l'uscio, impalati. - -— Stasera posso venire anch'io alla prima della _Manon_ perchè Jack ha -i sindaci della Basilicata a banchetto! Ma se fosse ancora rimandata e -cadesse in una sera in cui lui resta in casa... impossibile! - -— Perchè?... Tuo marito non è geloso; non ti secca mai! - -— Quando si tratta di me. Con Fanfan di mezzo... si tratta di mia -sorella! - -Quanita legge negli occhietti furbi molte cose di cui sarebbe -curiosissima di avere la spiegazione. Fa per trattenerla ancora, -sull'uscio, tenendole una mano. - -Remigia non può. - -— Un altro giorno! Ho fatto anche troppo tardi! Lasciami andare! Ho due -bolognesi simpaticoni che conoscerai oggi a pranzo e che mi aspettano -all'_hôtel_. - -— Due adoratori? - -— Uno sì e l'altro... quasi! - -— Allora non lo diremo a Sua Eccellenza! - -— A mio marito? - -— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa si tira Remigia più -vicina mormorando, sempre sottovoce, assai maravigliata: — Diventi -rossa?... Come, come, come?... Diventi rossa? - -Remigia che si sente bruciar davvero fa una grande risata per -rimettersi, mentre alzandosi in punta di piedi bisbiglia all'orecchio -dell'amica: - -— _Retour de jeunesse et retour d'Amerique?_... Ah no, mia cara! Quale -scusa potrei avere per mio marito? — Scioglie la mano e scappa via, -infilando lo scalone. - -L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara aspettano la -duchessa Remigia da oltre un'ora. L'avvocato intanto, — lestezza e -pulizia, — si leva la polvere e il nero del carbone dalle scarpe, -dall'abito e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il contino -Gambara guaisce con Mimì Carfo. - -— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non ci vuol più bene! -Cattivina, cattivona, cattivaccia! Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare -e non venire! Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così! - -— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere con gioia il _tic tac_ dei -passettini veloci. Ella è in pena per quel ritardo che può far sembrare -la sovrana di Pontereno poco premurosa verso i suoi buoni amici di -Bologna. - -Remigia entra sorridendo. - -— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così dicendo stende le -due mani che il Berlendis ed il Gambara si affrettano ad afferrare, una -per ciascuno, e a baciare replicatamente. - -— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama Mimì dandole un -bacio nel levarle il cappellino. - -— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambara abbassa il bel -nasone fino a premerlo quasi contro il petto, mentre raggrotta -la fronte e fa il verso d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna, -vergogna! - -Cavour mette pace: - -— Impazienza legittima, dato il legittimo desiderio di rivedere la -nostra bella, la nostra cara duchessa! - -Remigia sospira, geme, sbuffa. - -— Sapeste, quanto da fare! Non esagero, Berlendis: ho da fare più io di -mio marito! - -Il bianco nasone vola per aria facendo le grandi maraviglie, ma -l'avvocato trova la cosa affatto naturale. - -— Al marito il dicastero, alla moglie la rappresentanza! - -— Tutte... le rappresentanze! Il mio Jack non si muove mai, e chi è -sempre in giro sono io!... Di qua, di là, esposizioni, inaugurazioni, -conferenze, comitati... - -— Gli asili, le scuole, le visite! — aggiunge Mimì. - -— I ricevimenti ufficiali e non ufficiali! Credetelo, sogno, oh, come -sogno un po' del mio delizioso Pontereno! Pensate che qui a Roma, per -poter dedicarvi un'oretta e per poter disporre della serata, ho dovuto -fare... miracoli!... Mimì lo sa, ma intanto... Adesso, si sta un po' -insieme, si pranza insieme e si sta insieme anche dopo. Siete contenti? - -L'avvocato è contento; il conte Gambara niente affatto. A Roma, aveva -sperato... tutt'altra cosa! E aveva fatto il viaggio con quell'ansia -e quel bruciore addosso. Invece la cattivona, glielo fa capir subito, -senza complimenti: a Roma... niente di niente, anzi, ancora meno di -Pontereno! - -Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di colpo, prende, -stringe la mano della Carfo, la bacia e la ribacia furiosamente: — A -Roma vi trovo ancora più deliziosa, deliziosissima!... - -Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho potuto avere un -giorno libero, nemmeno per la mia mammà! E sospiro l'ora, il minuto di -vederla, di poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la mia mammà, -gioia, tesöro! - -— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a ripetere il conte Narciso -sempre rivolto, ostinatamente, a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi -e falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si guarda nello -specchio, — oh, santo Guìo! — Si trova orribile, orrendo! — Corro, volo -a far toeletta! - -È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre, con l'immediato -abbandono! Fa un bell'inchino, piegando il collo con un attuccio -vezzoso e premendosi la paglietta sul petto con tutta la mano aperta, -se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno rispondere a -donna Remigia che gli grida dietro con affettuosa insistenza: - -— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima. - -Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa una carrozza -vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere: - -— _Hôtel Milan!_ — Poi pensa fra sè: — Torno a Bologna, certo, -certissimo, con la prima corsa!... Niente pranzo, alle sette! Scrivo -due righe asciutte e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio -così! - -Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia gli sembra molto più -bella!... Bellissima! Mostro! - -— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho preso tutto troppo -alla lettera, senza riflettere che c'erano presenti Mimì Carfo e il -Berlendis! - -Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso: resta. - -— Resto, perchè mi veda indifferentissimo! — C'è un'altra riflessione: -se ritorna a Bologna troppo presto nessuno crederà più ch'egli sia -l'amante della duchessa Remigia. - -Esserlo... magari! Ma non essendolo... almeno parerlo! - -Poi... la politica?... Il collegio?... La deputazione?.. - - -La partenza precipitosa del conte Gambara, se ha destato l'ilarità -di Remigia e la compassione di Mimì, ha fatto molto piacere a Ciro -Berlendis. Favorisce il suo piano. Egli non è venuto a Roma per i begli -occhi della duchessa.... o della contessina, ma per affari; per un -grosso affare di parecchi milioni. Si tratta di ottenere dal Ministero -dei Lavori Pubblici la concessione del diritto di fruire dell'acqua -di alcuni laghi nel Cadore, per la produzione di energia elettrica. -L'utilità pubblica, e il vantaggio che ne devono derivare, sono palesi, -ma i sollecitatori tentano di far passare sotto questa bandiera -il contrabbando di una speculazione leonina, nella quale essi soli -avrebbero il grosso del boccone e l'erario, i soli rischi dell'impresa. -Urge, dunque, di ottenere la chiesta concessione senza che al ministero -dei Lavori Pubblici si perda tempo, e si faccia perder tempo, in -sottigliezze pedantesche, in lungaggini burocratiche... E per ottener -questo, per far viaggiare le pratiche a vapore, il Berlendis ha pensato -di rivolgersi alla buona, alla cara duchessa Remigia ed ha combinato la -gita a Roma con il conte Gambara... per meglio darla ad intendere. - -— Sapete, duchessa, di chi vi porto i saluti? — comincia l'avvocato, -a mo' d'esordio, quando anche la contessina Mimì è uscita in cerca di -Carolina. — Indovinate! - -Remigia, sdraiata sulla poltrona accanto alla finestra aperta, guarda -l'avvocato sorridendo... e aspetta. - -Ciro Berlendis resta in piedi, per aver più fresco, e con un giornale -si sventola il faccione rotondo, sul quale il lustro del sudore fa -risaltare le lentiggini. Egli parta con voce alta, da predicatore. - -— Un egregio gentiluomo; una bravissima persona. Un mio prezioso -cliente di vecchia data, che la signora duchessa ha conosciuto, -quand'era ancora signorina, a Villars! - -— A Villars?... Quand'ero ragazza? - -— Precisamente! - -— Chi è? - -— Oh, mi ha parlato tanto di lei con un entusiasmo che, del resto, -non solo si comprende, ma del quale siamo tutti partecipi! È il barone -Marco Danova! - -— Re Faraone! — Remigia rompe in una risata. — Re Faraone al lucido -Nubian! Sa, caro Berlendis, che è stato un mio accanito adoratore? - -Il Berlendis accenna col capo affermativamente e sospira per conto di -Marco Danova. - -— Innamoratissimo!... Una grande passione!... Brucia ancora! - -— Troppo brutto! Troppo brutto!... Remigia rabbrividisce. — Un orrore! - -— Ah! — L'avvocato fa un altro grosso sospirone; non per il Danova, ma -per sè. — La propria bruttezza... non rende insensibili al fascino del -bello. Io... capisco e sento di doverlo molto compiangere quel povero -barone! - -— Avvocato! Avvocato! — ammonisce Remigia dondolandosi, sempre sdraiata -sulla lunga poltrona. — Proibite le dichiarazioni! - -— Allora... — Il Berlendis sembra fare un grande sforzo per vincere sè -stesso. — Allora, per non cadere in tentazione... parliamo d'affari! -Il nostro amico, il buon Danova, che a Villars non ha potuto ottenere -grazia dal vostro cuore, vi domanderebbe oggi, per mio mezzo, un -piccolissimo favore. - -— Non si tratta di una raccomandazione? — Remigia, ferma la poltrona di -colpo e si rizza a sedere. — Non accetto raccomandazioni! Jack non ne -vuole; io non ne voglio assolutamente! - -— Ed io?... Sono forse l'uomo... delle raccomandazioni? — L'avvocato -gonfia le gote, gonfia il petto, diventa più acceso in volto e mugge: — -Nessuna raccomandazione, mai, per principio e per fiera dignità di me -stesso. Qui non si tratterebbe, da parte vostra, altro che di dare un -ordine, semplicemente. L'ordine di far presto! - -L'avvocato Berlendis, passeggiando su e giù, si caccia le mani in tasca -e mette muso. - -Remigia ha paura di averlo offeso e gliene duole. È un permaloso -vendicativo! Chi sa che cosa può inventare quando torna a Bologna! - -— Non ho detto questo per lei che è un mio buon amico, ma per quel -Danova che mi è sempre stato antipatico, — fa un altro brivido, — -odiosissimo! - -Ciro Berlendis siede a sua volta accanto alla poltrona della duchessa -Remigia, le prende una mano, la stringe, l'accarezza, la bacia. La pace -è fatta. - -— Mettiamo il Danova da parte. Re Faraone, scartato. Il piccolo -favore, — piccolissimo, — lo domando io, per me. E lo ripeto ancora -solennemente: non voglio e non vogliamo raccomandazioni. Basta dire -soltanto a chi ha del tempo da perdere: fate presto, perchè per i -galantuomini che lavorano, il tempo è danaro!... E si tratta, — questo -per l'intima soddisfazione, — di una geniale iniziativa di utilità -nazionale, con sicuro vantaggio per l'erario! Si tratta, insomma, -di un'opera grandiosa, ciclopica, la quale farà onore al paese ed al -governo! - -Alla parola — governo — donna Remigia che aveva ricominciato a -dondolare, si ferma di nuovo ergendosi impettita sulla poltrona, con -grande serietà ed importanza. - -— Ecco tutto in due parole: un ottimo affare in carbone bianco, -proposto da un gruppo cospicuo di egregi... gentiluomini, industriali -e capitalisti, italosvizzeri. — L'avvocato alza la mano corta, grassa -e pelosa e la gira in aria con tre dita tese: il pollice, l'indice e il -medio. - -— Tre! Tre milioni di capitale; due già versati. Studi e progetti, -tutto pronto! Compartecipazione del quattro per cento al governo per un -ventennio; facoltà di prelazione per un decennio, pure al governo, nel -riscatto delle energie attivate! - -Giro Berlendis, che tiene sempre la mano alzata e le tre dita tese, -si alza anche in piedi, si riscalda, ansima, suda, ma andando quasi -addosso alla cara duchessa, abbassa misteriosamente il tono della voce. - -— Un programma di lavoro! Un programma di trasformazione della regione -intera, un programma nuovo, moderno, magnifico, un programma che sarà -un successo nostro e del ministero liberale che lo avrà sanzionato! - -Tanta eloquenza introna a Remigia le orecchie e il cervello; ma non ha -capito un ette. - -— Scusi, avvocato; che cos'è questo... carbone bianco? - -Il sorriso del Berlendis diventa ineffabile. L'occhio, la voce, il -gesto, spirano poesia: - -— ... «_Chiare, fresche e dolci acque!_» Non più il carbone fossile, -il nero carbone che sporca e affumica, la ricchezza, già stremata, che -gli inglesi e i belga ricavano dalle viscere del loro suolo. Su, su, in -alto, sempre in alto la stella d'Italia! Le Alpi del Cadore, sono tra -le più ricche di laghi, di corsi di acqua imponenti, anche ad altezze -considerevoli. Ebbene, noi vogliamo far... procombere al piano l'acqua -di quei laghi e di quei fiumi, senza dispersioni, raccogliendo energie -formidabili! - -— Capisco; ho capito! — Non ha capito, ma Remigia vorrebbe tagliar -corto perchè non si diverte. — Io, dunque, dovrei... - -— Ecco il carbone bianco! Ecco «la forza indomita dell'avvenire!» — -seguita imperterrito l'avvocato, passeggiando e declamando. Ma il tempo -urge. L'industria nazionale ha bisogno di un forte incremento; il paese -ha bisogno di risveglio, di lavoro; bisogna far presto. Il domani è -il nemico, l'insidiatore dell'oggi! Non già che si possano temere -concorrenti; impossibile, assurdo! Nessun può proporre condizioni -vantaggiose, nè offrire garanzie, non dico superiori, ma pari alle -nostre! - -— Io dunque dovrei dire a mio marito... - -— A suo marito? al ministro? Niente. Ella è in ottime relazioni, con il -sottosegretario ai Lavori Pubblici? Con Sua Eccellenza Leonida Staffa? - -— Come a Bologna si sa sempre tutto! — pensa Remigia prima di -rispondere. - -— Ebbene: basta il sottosegretario! Ella mi dà due righe di -introduzione esprimendo la sua simpatia per il carbone bianco, e -tutto il resto... è tanto semplice... che va da sè. Io ho soltanto -da dir questo, all'onorevole Staffa: Eccellenza: al ministero dei -Lavori Pubblici, _Sezione terza_, giace e forse, ahimè! non ancora -aperta, la nostra proposta... così e così, etcetera, etcetera. Ebbene, -si prega, e con qualche diritto, che la pratica venga esaminata con -sollecitudine. Nient'altro; basta! Non si domanda di più! — L'avvocato -torna a gridare, a inquietarsi, a offendersi, ma in quel punto, a -interromperlo improvvisamente, entra nel salotto un altro suo amico, il -caro Zaccarella. - -— Scusi, signora duchessa! La chiamano al telefono! - -Remigia salta in piedi, lasciando dondolare la poltrona vuota. - -— Sarà mio marito! - -— No, signora duchessa. È Sua Eccellenza l'onorevole Staffa. - -— Permette, avvocato? - -— Faccia! Faccia! - -— Torno subito! - -— Faccia! Faccia! Faccia! - -Remigia vola via leggera come una farfalla seguita dal grave signor -Zaccarella, al quale l'avvocato stringe un'altra volta la mano. - -— Carissimo il nostro... cavaliere! - -Il Berlendis ride e gongola. - -— Ah! Ah! Proprio vero! Sono stato informato esattissimamente! -Leonida Staffa è ai piedi della duchessa D'Orea!... Piedini, veramente -maravigliosi con i quali anche i nostri affari, speriamo, marceranno -egregiamente! La donna, la bella donna, la bella donna civetta, ecco -la più provvida delle istituzioni!... Basta non fare la sciocchezza -d'innamorarsi!... Deve essere la nostra forza; non la nostra debolezza! -— Sorridendo torna ad asciugarsi il collo, il mento, la fronte, le -mani. - -— Benissimo! - -Si leva gli occhiali per ripulire anche le lenti intorbidite, ma con -quel moccichino, le sporca di più! - -— Benissimo! Se riesco a strappare la concessione evitando i soliti -procedimenti meticolosi, che bel colpo per quel ladro del Danova... ed -anche per me! - -Donna Remigia rientra nel salotto; è raggiante. - -L'avvocato la fissa attentamente. - -— Ella ha ricevuta una notizia che le fa molto piacere. - -— Sì! Moltissimo piacere! - -— Le si legge in fronte! - -— Son felice! Non per me, ma per la mia amica più buona, più cara! - -— Già. La nostra dolcissima, soave contessina Mimì! - -— No! No! Sono felice per Guendalina! - -Cavour apre la bocca, e inarca le ciglia dietro gli occhiali. - -— La principessa Capodimare! Suo fratello, il conte Cincino D'Ermoli, -ha ottenuto di far parte di una commissione di... studi scientifici, -che parte a giorni per gli Stati Uniti. Guendalina lo desiderava -tanto! Ho già ordinata la carrozza; voglio portarle io stessa la -bella notizia. Mi scuserà, avvocato; faccio una corsa; cinque minuti -appena! Oggi devo anche vestirmi più presto; si pranza in punto alle -sette, perchè stasera si va tutti insieme al Costanzi. Che cosa le -dicevo, avvocato? È vero sì o no? E il Gambara se n'ha avuto per male! -Un minuto solo, _mio_, non posso averlo mai!... O il telefono, o il -telegrafo, o un usciere del ministero! Ah, _mon Dieu!_ _Mon Dieu!_ - -— Le fatiche del potere! - -— Tutto io! Sempre io! Mah, — sospira. — Quando si ha un benedetto -marito che non fa niente, mai niente, per gli altri! - -Remigia scappa via, ma l'avvocato la ferma: - -— E... le due righette di... simpatica introduzione? - -— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici; Sua Eccellenza Leonida -Staffa lo aspetta. Adesso, al telefono, gli ho parlato anche di lei. -Sa che l'avvocato Berlendis è persona di mia piena fiducia e mio grande -amico. - -— Però... anche un semplice bigliettino suo... - -Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto di visita, vi -scrive sopra col lapis: «Eccole, caro Staffa, il primo e _il più amato_ -dei miei simpaticoni di Bologna...» e lo dà al Berlendis. - -— A lei, prenda; come _passe-partout!_ - - - - -X. - - -Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor Zaccarella -che sorveglia camerieri e servitori, tutto procede con buon ordine e -speditezza. - -Donna Remigia è allegrissima, al contrario del generale D'Entracques -e del conte Gambara che sembrano, l'un contro l'altro armati... di -sussiego e che allungano il muso a vista d'occhio. - -Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto, sorride e gusta -maggiormente i bocconi ghiotti. Egli ormai s'è messo il cuore in pace. -Fa sempre, quando può e come può, la sua corte umile e devota alla -bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma dopo il colpo di piedino -negli stinchi e il rabbuffo toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo, -prudentissimo e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta delle -«bricioline». Bacetti sulle manine, parolette nelle orecchine rosee, -trasparenti, parolette soffiate sul collino sparso di pellolino biondo, -il collino ideale, gracile, di una adolescente; toccarle, quando -capita, ma toccarle appena, come una reliquia, le braccine ignude... e -basta. Il resto... indovinare, immaginare e ruminare! - -Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni pietrificato del -D'Entracques a dargli il gambetto e gioisce vedendolo imbronciato e -tormentato dalla gelosia. - -È stato lui stesso, il rugiadoso Jago a piantargli il pugnale nel cuore. - -Prima di pranzo, mentre nel salotto si aspettava l'annunzio di -andare a tavola, il marchese Pio ha trovato il momento di sussurrare -all'orecchio del conte Martino: — Vedi, quel bel giovane? - -— Non vedo altro che un bel naso! - -— Dicono... dicono veh! ci sia molto del tenero con la duchessina -D'Orea. - -Il generale trasalisce e impallidisce, ciò che non gli è mai successo -all'improvviso scoppio delle artiglierie. - -— A Pontereno, furono visti, dicono, a baciarsi in giardino! - -— Sono tutte falsità, infamità, e mi meraviglio che tu... - -— Io?... — protesta il Della Gancia interrompendolo. — Io non ho mai -creduto niente!... Non la lascio sempre con mia moglie? — Leva gli -occhi al cielo come vittima innocente e congiunge le palme in atto di -compiere mentalmente il segno della santa croce. - -Il generale è convinto dell'innocenza di Remigia, è sicurissimo che -si tratta di una delle solite calunnie, ma il pranzo gli è andato di -traverso, prima ancora di mettersi a tavola. - -Al generale, come Eccellenza, è destinato il posto d'onore, fra le -due signore: la padrona di casa e la marchesa Della Gancia. Egli si -sforza di mostrarsi indifferente per essere brioso, ma la caramella -non gli sta ben fissa nell'occhio e dalla gola non passa il più -piccolo boccone; non può che bere, e beve. Con donna Remigia, scambia -appena qualche parola, senza mai guardarla. Invece è amabilissimo -con la marchesa e con gli occhi, i veri e quello di cristallo, divaga -piacevolmente e ostentatamente tra i non simulati richiami dell'ampia -scollatura. Vuol far dispetto, vuol far ingelosire la duchessa -Remigia... invece la diverte. Ella ha subito indovinato la gelosia e -capito il giuoco. La donna è soltanto astuta e l'uomo è intelligente; -ma l'astuzia della donna è sempre più forte dell'intelligenza -dell'uomo! Per altro, non vuol essere troppo crudele. Il D'Entracques -le piace e le piace anche di vederselo innamorato. Ella non sente -in lui un pericolo... ma un appoggio... sicuro. Sente che la sua -reputazione non avrà nulla da temere, mentre la sua vanità, che è poi -l'orgoglio della donna, avrà tutto, invece, da guadagnare. - -Vuol calmarlo, vuol rassicurarlo, vuol farlo tornare di buon umore. -Sporge verso di lui il fresco visetto e sorride mormorando sottovoce: — -Che c'è di nuovo? Perchè sempre e tutto da quella parte?... Perchè solo -dedito... all'alpinismo? - -Il generale parla pure sottovoce, ma senza guardarla: - -— Non osavo sperare ch'ella potesse occuparsi di me, dopo gli ultimi -arrivi da Bologna! - -Remigia non può frenare un'allegra risatina, che consola subito il -generale. - -— Ah, no, poi! Accollarmi quel Narciso, che è anche tulipano! Questo -no! È proprio troppo e mi ribello!... Preferisco, trecento volte, -ch'ella sia ancora geloso della zazzera di Leonida! Mi guardi. - -Il generale si volta e la guarda. - -— Mi guardi bene! - -Gli occhietti ceruli sembrano diventati più grandi e più profondi: non -sorridono più. Sono umidi e languidi, spirano fiducia, amore e tanta -sincerità! - -Il generale non sente più che il dolore e il rimorso di averla fatta -quasi piangere. - -— Mi perdoni. Non sono mai stato un ragazzo! Comincio ad esserlo -adesso, che divento vecchio! - -— Mi fa tanto dispiacere per lei che ella sia geloso e così -ingiustamente. Per lei è un grande dolore inutile. Per me... è una -grande amarezza immeritata! - -— Mi perdoni... - -Gli occhi di Remigia si riempiono di lacrime: proprio di lacrime vere! - -Dà una forte scrollata di testa; gli occhi tornano a ridere e a -sfavillare: — L'uno e l'altro, l'avvocato e... il tulipano, sono i -soliti regali di mio marito; sono i suoi grandi elettori. Del resto, le -annunzio che ripartono subito, domani. Sono venuti qui, al solito, per -una raccomandazione ed io li ho fatti subito recapitare a _Rabbagasse!_ -Le fa piacere che il conte Narciso e anche Gambara, non si fermi a -Roma?... Sì... Ebbene, ciò farà dispiacere, invece, a Mimì Carfo! — -Torna a parlare con voce più forte. — Stia attento e se ne persuaderà! -Ah, _mon Dieu!_ Come farà mai a vincere le battaglie un generale, così -privo di colpo d'occhio! - -La marchesa Quanita, le gote accese e umide, mangia e ride -saporitamente mostrando più vivo il luccicare de' denti bianchissimi -tra le labbra carnose dai bei baffetti. Alza la voce argentina, -squillante: - -— Privo di colpo d'occhio? Il generale?... Se ha un occhio di lince! -Vede la preda... — si diverte a mettere il D'Entracques in imbarazzo -quando c'è Remigia, — vede, mira e coglie in pieno dal di qua al di là -dell'Oceano! - -— Non interloquire! — strilla a sua volta Remigia. — Non difendere -il generale! Anzi, mi correggo! Devi, sei obbligata a difendere Sua -Eccellenza! È il vivo chiarore delle tue bellezze che lo ha abbacinato! - -L'avvocato Berlendis, giallo e rosso, acceso e lustro, più che un -Cavour, è un pomodoro. Guarda e ammira la marchesa, guarda e approva la -duchessa e si diverte al grazioso e spiritoso «dibattito», mentre col -tovagliolo infilato nel panciotto si asciuga la bocca e il mento che -cola sudore e salsa. - -Si ride; il marchese Pio ne approfitta per sussurrare qualche paroletta -all'orecchio di Remigia, un confronto che deve lusingarla assai perchè, -in compenso, non ritira il piedino ch'egli preme col suo sotto la -tavola. - -Chi non ride, ma squarta e divora, pallido, torvo, come se invece di -quaglie fossero amanti di Remigia _en belle vue_, è il conte Gambara. - -Anche a bocca piena, ma sempre amara, fa dichiarazioni su dichiarazioni -a Mimì Carfo che le riceve rassegnata per far piacere all'Idola. Ma -sono sempre le medesime, mentre la voce del giovane Otello diventa roca -perdendo ogni leggiadria di variazioni. - -— Un generale! Un senatore! — pensa tra sè. — Vergogna! Vergogna! — Ah, -se la Carfo avesse avuto una dote appena discreta! L'avrebbe sposata -lì, ma proprio lì, su due piedi! - -Donna Remigia l'osserva e subito dopo pranzo, prudentemente, se lo fa -venire vicino con la scusa di offrirgli il caffè. - -— Molto zucchero, conte Gambara? - -Il geloso finge di non aver sentito. - -— Conte Gambara! — ripete Remigia più forte, ma sempre dolcemente. — -Molto zucchero? - -— No, grazie... Senza zucchero! - -Sono in piedi dinanzi al tavolino del caffè e dei liquori. Il -D'Entracques è sul balcone con la marchesa, il marchese Pio e -l'avvocato Berlendis. Lì, nel salotto, c'è lo Zaccarella soltanto -e Mimì che distribuisce le tazze del caffè, versato da Remigia, e i -liquori. - -— Sempre così amaro? — domanda Remigia sottovoce al giovinotto. - -— Ama... marissimo! Tossico! Tossico! Parto stasera, o parto domani! - -Remigia lo guarda affettuosamente. - -— Parta... domani. - -— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece di opporsi, lo lascia -partire... proprio, ma proprio? - -Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac al signor Zaccarella, -riempie un'altra tazza di caffè, con molto zucchero che fa portare da -Mimì all'avvocato Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando alle -parole gli sguardi teneri, espressivi: - -— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo pranzo, per vestirsi. -— Una pausa e un'occhiatina. — Quando ha sentito che lei era a Roma, -non si è mostrato molto soddisfatto! - -— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso, diventano un punto -d'interrogazione. - -— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra... sempre per quei -socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè sono al Governo e siamo -a Roma, tutto serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente, la -moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il Ministro...» - -— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme all'avvocato -Berlendis? - -— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve partire anche lei. Il -mio Jack, tesoro, non è cattivo e non è sospettoso, ma è molto meglio -per noi, — il _per noi_ è detto in modo da far ritornare un po' di -caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione non si ripeta. Creda -a me, non è bene, non è prudente che mio marito, ci ritorni sopra -un'altra volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni, poi -le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia e finalmente -a Pontereno, per tanti, tanti mesi e sola! Ritorni adesso a far la -corte, molta corte, a Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere -tutto... per niente! - -Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi; nell'incertezza -geme. - -— Ma quello là?... Quello là?... Quel generale là? - -Remigia scrolla la testa e compatisce il povero Gambara che diventa -matto! - -— Il D'Entracques?... È l'amante, cosa ormai passata in giudicato, di -missis Britton! Gliela farò vedere stasera al Costanzi! Vedrà che per -un generale e senatore, ce n'è abbastanza! Io non lo posso soffrire, -appunto perchè con la sua pertinacia in galanteria è un anacronismo, ma -devo mostrarmi amabile, quanto è necessario: così vuole il mio signor -marito. Oltre che suo collega nel gabinetto è il suo più grande amico! -Sa che Jack è eccessivo in tutto, nelle antipatie e nelle simpatie! -Perchè gli ho detto un giorno che il suo D'Entracques si tinge i baffi, -credo che volesse levarmi gli occhi! — Da bravo, un inchino diplomatico -e si allontani! Vada a sorbire il caffè... e i begli occhi sentimentali -della contessina Mimì, poi sparisca alla _che-ti-chella!_ — Trova buffa -la parola e ride. — Si ricordi: le proibisco di fermarsi in ammirazione -dinanzi alla mostra di Quanita! Ahimè! Al confronto di quell'ammasso -tremolante di _delicatessen_ come direbbe un tedesco, io devo rimanere -una ben misera cosa! - -— Vengo però, in teatro, in palco? — supplica il Gambara con note di -violino e flauto. - -— Sì, un momento; sul tardi. E da Bologna si ricordi, faccia subito una -corsa a Pontereno! Vada a salutare e a dare un bacio per me a _Febo_ -e a _Desir!_ Ah, _mon Dieu!_ Dire che li amo tanto, — cari, tesöri, — -e che qui a Roma, per colpa di Jack che non mi dà pace, persino... li -dimentico! - -Il D'Entracques, da qualche momento, sta osservando i due dal balcone, -e ritorna ad oscurarsi. Appena il giovanotto si allontana, si avvicina -lui chiedendo una goccia di cognac. Remigia lo rasserena, nel momento -stesso che gli offre il bicchierino. - -— Quanta fatica, per maritare Mimì! Ma spero tanto di poter riuscire -e sarei così felice! — Poi soggiunge ancora più sottovoce: — Quando -si va a teatro, faccia presto a salire in carrozza con me! Lasciamo a -Quanita di far gli onori di Roma ai bolognesi! Lei si perde troppo in -complimenti. Generale valorosissimo, ma non sempre abile e pronto nelle -piccole manovre! — Si volta, verso il balcone: - -— Badate! Non facciamo troppo tardi per la _Manon!_ — C'è tempo? - -— C'è così tempo! — rispondono insieme la marchesa e il marchese Pio. - -— Comincia alle nove e mezzo, — osserva l'avvocato, guardando -l'orologio. - -— Basta essere al Costanzi alle dieci! - -— No! No! — esclama Remigia. — Voglio esserci da bel principio per una -garbata attenzione verso mio cognato! - -Tutti ridono, ma in questo punto si sente una carrozza fermarsi dinanzi -all'albergo, e il signor Zaccarella, che stava prendendo il fresco alla -finestra di una stanza vicina, corre nel salotto: - -— Signora duchessa!... Sua Eccellenza! È qui Sua Eccellenza! - -— Impossibile! - -— È qui in carrozza con due altri signori! - -Tutti corrono sul balcone, a guardar giù: - -— È proprio lui! - -— Con chi è? - -Ma i due signori che avevano accompagnato Giacomo all'albergo, -risalgono subito in vettura, gridando al D'Orea che li saluta con la -mano: - -— Per qualche giorno si abbia riguardo, Eccellenza! Domani, non abbia -fretta d'alzarsi, Eccellenza! - -Remigia si precipita nel salotto: - -— Ah, Mimì! Gioia! Che cosa sarà successo? — Come sempre, quando si -sente inquieta, ha uno slancio di tenerezza per l'amica e l'abbraccia. - -Il signor Zaccarella, invece, diventa più grave e più autorevole. - -— Vado io a vedere! — Esce in fretta, in punta di piedi. - -Rimangono muti un istante, interrogandosi l'un l'altro con gli occhi. - -— Ho paura che si sia sentito male! — mormora la Carfo. - -— Certo! Si è sentito male! — ripete Remigia sottovoce. — Per amor del -cielo! Silenzio della _Manon!_ - -— Noi, per altro, si va lo stesso! — bisbiglia la marchesa al marito, -in tono risoluto. - -In quel punto Giacomo D'Orea appare sull'uscio ed entra, sciogliendosi -dal braccio del signor Zaccarella. - -Sembra più magro, gli occhi e le gote infossate; sembra invecchiato. -Cammina a rilento, sforzandosi a sorridere per tranquillare sua moglie -e Mimì Carfo che gli erano corse incontro con l'aria spaventata. -Saluta, dà la mano a tutti. - -— Cara marchesa!... Caro D'Entracques! — Balbetta leggermente alle -prime parole, poi a mano a mano parla più spedito. — Oh, il nostro -egregio avvocato Berlendis! - -Il conte Gambara non c'è più; è sparito appena il signor Zaccarella ha -dato l'annuncio dell'arrivo di Sua Eccellenza. - -— Come mai? — domanda Remigia una seconda volta, senza lasciargli -finire i saluti. — A quest'ora? - -— E il vostro pranzo?... — chiede a sua volta il D'Entracques. - -— Mi sono fatto scusare dall'onorevole Staffa, con quei buoni signori -della Basilicata! - -— Ma allora... ti sei sentito poco bene? - -— Niente di serio, cara Remigia! — Si rivolge agli altri. — Niente che -possa disturbarvi l'ora del caffè! - -Mimì gli fa scivolare dinanzi una poltrona. - -Giacomo vi si lascia cadere come affranto, ringraziandola con un cenno -del capo e della mano. - -Gli sono tutti attorno, quasi addosso: - -— Che cos'è stato? - -— Ah, mio Dio, tesoro, che hai avuto? - -— Un po' di malessere... soltanto. — Tanta gente lo soffoca, tante -domande lo irritano. — Ti prego, Remigia, non esagerare... le cose. Un -malessere momentaneo, ti ripeto! - -— Perchè non mandarmi a chiamare? - -Il D'Orea, scrolla le spalle vivamente. - -— Non ho voluto nemmeno che andassero a chiamare il dottore! - -— Mah!... Avete bisogno di riposo! — intona il marchese Pio, come un -salmo. E tutti, a ripetere in coro, meno il signor Zaccarella e Mimì -Carfo che si scambiano un'occhiata ansiosa. - -— Riposo, caro D'Orea! - -— Per qualche giorno, bisogna dimenticare la politica, il ministero, -gli affari! - -— Il riposo, è come l'olio per la nostra macchina! - -— Riposo! Riposo! - -— Riposo assoluto! - -Giacomo, si alza incollerito. - -— Ma sì! Riposo! Riposo! Va bene! Siamo intesi! Ho capito! E per -riposare vi domando scusa e me ne vado a letto! - -Capisce di essere stato troppo violento, tentenna il capo e torna a -sorridere: - -— Oggi, cioè... — pensa, non gli riesce di dire stasera; non trova la -parola. — Oggi... due ore fa, al ministero, mentre sbrigate le ultime -firme, stavo per alzarmi e per recarmi al pranzo, mi sono sentito come -un senso di... di... freddo, di nausea... Un ronzìo alle orecchie... Mi -si annebbiò la vista e... giù, come un morto, in deliquio! - -— Ah mio Dio, perchè non... — Remigia si ferma per un cenno di Mimì. - -— .... È durato pochissimo; nemmeno un quarto d'ora. Ho ripreso -conoscenza... poi a poco a poco... i movimenti e ora mi sento rimesso -completamente. Potrei andare a trovare i miei sindaci... Invece -vado a letto, per seguire... i consigli anche vostri. Sono stato io, -assolutamente, che non ho voluto che chiamassero il dottore! È stato... -niente! La colazione che mi ha fatto peso! Non voglio che domani i -giornali, a corto di notizie, ne facciano un caso grave!... Per questo, -vi prego: io vado a letto subito per accontentarvi, e, in premio, -accontentatemi anche voi! — Si rivolge a Remigia, con amorevolezza: — -Tu... non cambiar niente. Impiega la tua sera, come avevi fissato... - -— Si andava adesso, tutti insieme, da Guendalina. - -— Brava! Benissimo! Andate adesso, tutti insieme, dalla Principessa! -— L'idea che sua moglie e gli altri non rimangano all'albergo, sembra -quasi rallegrarlo. — Saluterai anche a nome mio, la principessa -Capodimare. Anzi, le darai, per la prima, una notizia che le farà molto -piacere, e che certo deve far piacere anche a voi, caro marchese. -Vostro fratello è stato aggregato alla Commissione governativa -internazionale per l'impianto agli Stati Uniti delle... delle... -— La parola gli sfugge di nuovo, non riesce a riafferrarla: — -Delle... Delle... — No! No! Marchese, non ringraziatemi! E nemmeno la -principessa Capodimare! Vi assicuro, che se vostro fratello è stato -nominato, vuol dire... che lo ha meritato! - -Mimì diventa rossa per Remigia che strizza l'occhio a Quanita. - -Giacomo continua sempre sorridendo in modo affabile, ma con un certo -orgoglio di sè: - -— Anzi, può vantarsi di essere stato nominato ad onta delle -raccomandazioni di mia moglie, che per il mio naturale istinto mi -avevano mal prevenuto contro di lui! E... sarà sempre così. Finchè io -sarò ministro, nel mio ministero... sarà sempre così! Si prenderanno in -considerazione gli studi fatti, i titoli, la capacità e in quanto alle -raccomandazioni... torna indietro! - -Tranne Mimì che soffre, tutti gli altri, compreso l'avvocato Berlendis, -sorridono e approvano. Chi non ama... la giustizia? Chi non accetta le -savie massime? - -Giacomo si ritira festeggiatissimo, dopo aver fatto dolce violenza a -sua moglie perchè non lasciasse soli gli amici per accompagnarlo. - -Uscito il D'Orea, nel salotto sembra correre un'aria più leggera: fa -meno soffoco, meno caldo. - -Ciro Berlendis si sventola la faccia col fascicolo di una Rivista, ma -si mostra ilare, soddisfatto. - -— Così, tutti i nostri uomini! Gli uomini autentici del nostro -vecchio-giovane partito! Tutti così, dai Lanza, ai Sella, ai D'Orea! - -Soltanto Remigia e Mimì Carfo, sembrano ancora un po' inquiete. Mimì lo -è davvero. Remigia... per essere rassicurata. - -Ella chiede al D'Entracques, fissandolo, come per ottenere da lui -consiglio e protezione: - -— Che cosa può essere?... Che proprio, ci sia dia impensierirsi? - -La marchesa Quanita, già sulle spine perchè si fa tardi per il -Costanzi, risponde lei con la sua foga abbondante: - -— La colazione!... Non hai sentito?... La colazione! Tuo marito -starebbe benissimo se non avesse il vizio di mangiare in fretta! - -— A precipizio! È un precipizio! — finisce il marchese Pio. — Il -riposo, il sonno ristoratore della notte e tutto passa! - -Ciro Berlendis continua a sventolarsi sotto il mento, sulla nuca, -dietro le orecchie: - -— Il mangiare troppo in fretta è assai micidiale! Micidialissimo! - -— È però un uomo molto affaticato; è logoro dal lavoro. — Il -D'Entracques non vuol dire di più. - -Mimì accarezza i capelli a Remigia e le dà un bacio dicendole piano: - -— Non andare al Costanzi... - -La marchesa sente ciò che dice la Carfo e si oppone vivamente: - -— Ma che!... È una ragione di più! Sarebbe anzi il caso di andarci se -prima non ci fosse stata l'intenzione! - -Remigia si stacca da Mimì e corre vicino a Quanita allacciandole la -vita con un braccio: - -— Credi?... Davvero? - -— Certamente!... Se la notizia è diffusa, vedendoti in teatro si taglia -corto alle esagerazioni! - -— Diamine! Diamine! — fa eco il marchese Pio. — Bisogna tagliar corto! - -Anche l'avvocato è dello stesso parere. - -— Ha sentito Sua Eccellenza, cara duchessa! La tema dei giornali alla -caccia di notizie!... Io opinerei ch'ella, stasera, si facesse vedere -il più possibile... a teatro... dappertutto!... - - -Quando Remigia è già sulla scala, per uscire e andare al Costanzi è -raggiunta dal signor Zaccarella: - -— Sua Eccellenza, mi ha fatto chiamare il dottor Davos, ma mi ha -ordinato di non dir niente a nessuno, specialmente a lei! - -— Torna a sentirsi male?... - -— No, no! Soltanto per precauzione... per prudenza... - -— E allora?... Perchè dice sempre le cose, con quella faccia così... -spettrale?... Non è buono, lei, di ridere o almeno di sorridere? - -Il signor Zaccarella increspa, compiacentemente, il viso secco, poi -soggiunge: - -— Al telefono mi hanno risposto che il dottor Davos è fuori di Roma, e -che non potrà essere all'albergo prima delle undici. Dopo la visita... -lo faccio aspettare? - -— Perchè?... - -— Se anche la signora duchessa... volesse sentire... - -— Sì! sì!... E dica al dottore, — come lei, — di non spaventarmi senza -motivo. Sono già tanto, ma tanto inquieta! - - - - -XI. - - -La della Gancia chiama l'avvocato Berlendis e lo fa salire nella -propria carrozza e così, con un cenno assai espressivo, anche il -marito. - -— Bisogna essere compiacenti con gli amici che lo meritano! — bisbiglia -sorridendo. - -In fatti Remigia aspetta a fare le sue rimostranze che il marchese sia -ben seduto nel landò, in faccia a sua moglie. - -— Marchese Pio!... Marchese Pio!... Non vi permetto di abbandonarmi! - -— Rassegnati, cara! — risponde Quanita. — Per questa volta siamo già -tutti a posto! - -— Il marito con la moglie?... Non ci sta! Non è conveniente! - -— È così breve il tragitto! Non daremo scandalo! Al Costanzi! — ordina -la marchesa, alzando il capo verso il cocchiere. - -— Al Costanzi! — ripete il generale, più basso e più in fretta, al -servitore di donna Remigia che chiude lo sportello. - -I cavalli della marchesa nitriscono e scalpitano: le due carrozze -partono al trotto. - -— Ah, _mon Dieu!_... Quanita, ha capito tutto! - -Il generale, seduto accanto a Remigia, la fissa con malinconia e con -amarezza: - -— Capito?... Che cosa? - -Remigia accenna ripetutamente di sì, abbassando gli occhi sul ventaglio -che tiene chiuso fra le mani: - -— Capito!... Capito!... - -Il D'Entracques fa un sospiro doloroso: - -— Può aver capito... di me; cioè che io sono perdutamente inn... — -S'interrompe e prosegue con un sorriso ironico. — Un imbecille! Ma di -lei?... Niente. Oppure che si diverta a prendere in giro giovani... e -non più giovani! - -Remigia s'imbroncia, ma il visetto diventa ancora più delizioso. - -— Se è una confessione, non è certo un complimento! - -— Alla mia età innamorarmi... Sono matto! Sono diventato matto! Al -Ministero non fo quasi più niente, altro che strapazzare! - -— Questo... perchè? - -— Perchè è da matto un amore senza speranze e pieno di gelosia! - -Remigia abbassa il capo e rimane muta, immobile, come trafitta da -quelle parole. Poi con la piccola mano inguantata si nasconde e si -preme forte gli occhi: - -— Ah! Mio Dio! Mio Dio! - -Il generale la guarda. - -— Piange? - -Remigia preme più nervosamente la mano sugli occhi, poi la lascia -cadere abbandonata sulle ginocchia. - -I suoi occhi luccicano nell'ombra. - -— Piange?... - -— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi, ora no, più. Ora no, -più, tutto l'incanto è rotto! - -Il generale non capisce bene, ma si sente commosso ed è pentito di aver -parlato. Quella donnina, così giovine e fragile, lo turba con tutto ciò -che ha di ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia. - -Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa e tenera che, a poco -a poco, dal cuore, penetra nei sensi del D'Entracques: - -— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di aver trovato ciò -che tanto sognavo! Un'amicizia a cui avrei potuto affidare e confidare -tutto dei miei pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e -anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di tanta bontà e di -tanta tenerezza! Un'affezione sincera, grande e una protezione, una -sicurezza, per me, quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me, -nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?... Sono così -poca cosa io per mio marito!... Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio -illudermi, ma non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori, mi -adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa ancor più la testolina -malinconica mentre giuoca nervosamente col piccolo ventaglio luccicante -di miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto pratico, -semplicemente... decorative! Mia sorella?... Sarà colpa sua, sarà -colpa mia, o colpa di tutte e due, ma non andiamo d'accordo. Dunque... -subito, appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sono attaccata a -lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì... lei... tutto... -e tutta l'anima, ma nel bene! Per consigliarmi, per difendermi... -per trattenermi... Dio mio, ma che il bene... sia proprio un sogno -inafferrabile? - -La carrozza comincia la salita di Via Nazionale; il Costanzi è -vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta rauco il D'Entracques, -commosso, sincero. — Dimentichi... tutto ciò che ho detto! Avrò per lei -un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì, anche della -mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà sempre, ciò che ha desiderato, -sognato: amicizia, protezione, difesa... È contenta? - -Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso sospiro che sembra -le venga dall'anima oppressa. Ella mormora con le parole rotte da un -singulto: - -— No! No! Non è bella la vita... e non è facile! - -In quel punto la carrozza, che segue sempre il landò della marchesa, -svolta in vista del Costanzi illuminato. - -La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al portone del teatro: si -arresta subito anche quella di Remigia. - -Il generale salta a terra, prima ancora del servitore. È pallidissimo, -stravolto. Remigia preme la mano ch'egli le porge, assai marcatamente, -con un rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito, bianca -e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra e festante come -un canto di primavera, si avvicina agli altri che l'aspettano fermi -dinanzi al teatro. - -— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto! Si scrive e si -dice di venire a Roma soltanto per me e alla prima occasione mi siete -infedele. Dirò anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone! - -Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme in teatro. - -La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto, e nel vestibolo, -per le scale, nei corridoi, non ci sono che i portieri e gli -inservienti. - -Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto dove le -ringrazia e le saluta, promettendo di ritornare più tardi. Egli, quando -il custode ha aperto l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non -essere visto da quelli di faccia. - -Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per poter tardare, aveva -addotto la solita scusa del Ministero. Aspetta girando su e giù nei -corridoi che l'atto finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà -indispettita e nervosa per quel ritardo. - -Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!... È buona? È cattiva? -Ora ha tanta espressione, tanta tenerezza negli occhi... Ed ora tanta -spensieratezza, tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico, -sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella la vita e non è -facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non è facile e non bella per -me! Diventar matto è sempre una disgrazia!... Diventar matto per una -donna è una disgrazia ed è una colpa! - -— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi è così penosa -per il suo carattere e per la sua coscienza! - -— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti, come una _cocotte_ -che ha un amante da tener nascosto al suo protettore! - -E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve sopportare dentro -di sè tra la nuova passione che lo turba e lo travolge e l'antico -amore non ancora del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel -rimorso, quando è solo e quando dubita. - -Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara, tesoro, -amöre! — e stringe la mano al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare -la principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine, causa -le esercitazioni militari. Poi esclama subito, prima ancora di guardare -Fanfan: - -— Ah, _mon Dieu!_ Com'è bella! - -Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita al parapetto. Ella -resta in piedi in mezzo al palco per meglio vedere e farsi vedere. -Si muove, parla, ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone, -trova subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di mira, e in -quel momento che il D'Entracques non può vederla, e con la scusa -di accomodarsi il cappellino, gli concede una lunghissima e tenera -occhiata di consolazione. - -Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare Fanfan. - -— È proprio bella!... È una bellissima _Manon_... E canta anche benis... - -Ahi! _Manon_ cresce, per troppa anima, nell'ultimo grido di amore e di -speranza e l'atto finisce con una grande stonata e fra un subisso di -applausi. - -Il pubblico della platea e delle gallerie applaude Fanfan perchè -rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo costume di _Manon_ è assai -bella e sembra ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac -delle poltrone, applaudono perchè ciò è molto _chic_ e dinota che si -appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan l'amante di don Luciano -D'Orea. - -— Canta anche benino! - -Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la bocca e chiudendo gli -occhi. - -L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota a Bologna: - -— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo! - -Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca non fa che -rosicchiare i cioccolatini di mandorla e odorare i fiori che le ha -portato Paparigopulos. Quanita pure: ha altro in mente che _Manon_ e -Fanfan! Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale in -tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta, non parla... A un -tratto diventa di buon umore, non sta più ferma e si mette anche lei a -rosicchiare cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta rossa, con -una magnifica cravatta arancione, è entrato in quel punto nelle file -dei posti riservati. Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli -capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina, dà un colpo al -sedile buttandolo giù con fracasso e vi si sdraia boriosamente. - -Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima volta con gli artisti, -poi una seconda volta con gli artisti e il maestro, poi sola, -finalmente, tra un maggiore entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora -tre, quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa a mandar -baci, non più inchinandosi, ma allargando le braccia e stringendosele -al seno con l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone, quasi -languente di felicità. - -Remigia finisce col battere le mani anche lei. In quel momento non -pensa più a Narciso Gambara e nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero -corre da quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa, alla -quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due donne così lontane da quel -mondo, così sole e abbandonate. Una di esse è tanto infelice, eppure il -suo ricordo basta ad infastidire Remigia. - -— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi trova l'elogio nel -quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto, dev'essere -intelligentissima per fare quello che fa... dopo quello che ha fatto! - -— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il Berlendis sottovoce -a donna Remigia, — è stato oltremodo gentile. Gran brava persona! -Lavoratore!... Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie! -Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato si fa più vicino -all'orecchio della Duchessa, dandosi l'aria di essere addentro nelle -segrete confidenze: — Leonida Staffa era addoloratissimo di non poter -venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle i suo omaggi, i suoi... -— S'interrompe, si volta. - -Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di aspettare il terzo atto -per farsi vedere nel palchetto con la moglie di Sua Eccellenza, apre -l'uscio ed esita incerto, se debba entrare sì o no. - -— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama Remigia allegramente. Missis -Britton era proprio in un palchetto di faccia e da poco vi era entrato -il D'Entracques. - -L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto ringalluzzito, -congedandosi dalla duchessa Remigia e dalle signore. - -— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo specialmente, mi -ammazza... - -Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto spiritoso: - -— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì! Proprio così! - -L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un inchino; Remigia ride, -scherza col Gambara, si alza, vuol cambiare di posto, resta in piedi. -Tutto ciò per il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai. -Ad un tratto domanda ad alta voce: - -— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel giovane, rosso... Ha -un'enorme cravatta gialla... - -Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa la barba. La -Capodimare socchiude un momento gli occhi affaticati dalla troppa luce. -Il silenzio è così profondo che si sente il fischiettìo leggero del -marchese, che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e le mantiglie. - -Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale e il Gambara -diventa intempestivamente geloso. - -— Dov'è? Dov'è?... Chi è? - -— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo... Io lo credo un -mio segreto adoratore!... «Dovunque il guardo io giro...» me lo trovo -dinanzi! - -Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero sfogandosi -contro l'orribile cravatta; ma Quanita, invece, domanda a Remigia, -distrattamente, con un piccolo sbadiglio: - -— Chi guardi? Di chi parli? - -Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non riesce a vederlo. La -Capodimare, dopo un'occhiata al Paparigopulos, si alza per cambiare -di posto e far cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in -un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei sorrisi e dei -cenni... Intanto missis Britton si fa venire il D'Entracques più -vicino, gli dice, chinandosi, qualche parola all'orecchio... e anche -Remigia non pensa più a Barbetta rossa! - -— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi in -faccia a noi. Quella signora così inverosimilmente bionda?... È -l'America abbondantissima, scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques! -Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara, punta lei stessa il -cannocchiale e lo tiene ostinatamente fisso su missis Britton. - -Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra signora assai -più attempata, anch'essa dall'aria esotica. Sono accompagnate da -un vecchio, — deve essere un diplomatico; certo un personaggio -d'importanza, — con la faccia rasa, marmorea e pensosa che ricorda -quella di Napoleone I. - -Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto, è seduto il -generale D'Entracques, con gli occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha -l'aria cupa e sembra invecchiato. - -— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia il -rorido Narciso, tenendo il binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo -elegantissima!... Bellissima! - -— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo di quel -provinciale. — Di giorno è orribile! Una pittura a pastello! — Comincia -il secondo atto; ella non sta più attenta alla _Manon_, ma, invece, -sempre al palchetto dov'è il D'Entracques. - -Anche missis Britton, ad onta della sua calma, della sua freddezza -matronale ha osservato ed osserva la D'Orea... Si volta verso il -generale, lo chiama vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio: -il generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde con un'alzata -di spalle allontanandosi di nuovo. - -Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques è seccato. -Remigia, felice, per attizzare il malumore nel palchetto di faccia, si -mette a ridere, a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena: -si mostra Luciano dalla fessura. - -— Vieni! Vieni!... Congratulazioni! - -Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere dalla sala del teatro -in quella sera di trionfo: per modestia. - -Remigia corre lei sull'uscio del palchetto: - -— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione, la passione, la scena, -_ben...nissimo!_ Come ha fatto?... È un miracolo! - -Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce compiacimento, -approva e ringrazia. È convinto del miracolo, ed è altrettanto convinto -di averlo operato lui! - -La Capodimare, la della Gancia si voltano verso il D'Orea e l'una -sentimentale, l'altra vivacissima, fanno pure i loro rallegramenti. - -— Sa e sente ciò che dice! - -— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una grande artista, a me piace -moltissimo! - -Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua a inviare inchini -gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando il capo, aprendo e -stringendo le labbra, mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli -dà la mano esclamando: - -— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca! È un capolavoro! - -— E che _bijoux!_ Uno splendore! - -Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo un rapido giro -d'occhi per osservar D'Entracques e missis Britton, torna a puntare il -canocchiale su Fanfan. - -— ... Bella _toilette!_ Una meraviglia! - -— _Madame_ Croisard! — Don Luciano parla lentamente, con grande -importanza. — Oggi a Parigi, non si parla che di _madame_ Croisard. -Vedrete la _toilette_ del terzo atto! La principessa di Galles, l'ha -voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso la scena e borbotta -tra denti: — Animale! — Poi, in fretta, fa un saluto per andarsene. - -— Scappi via? - -— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso doveva abbassare la -luce e non sta mai attento... - -Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla musica, dal palco di -faccia. Gli grida dietro: - -— A _Manön!_... Rallegramenti sincëri! - -Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica la luce e -l'elettricista. Fanfan, il viso rorido fra le chiazze del belletto, -raggiante, scintillante di gioia e di gioie, rientra allora dalla -scena, dopo due altre chiamate. È commossa, delirante. - -Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario, il -direttore di scena, abbraccia la cameriera... e in quella confusione -abbraccia anche Luciano. - -Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti le sono tutti -d'attorno, complimentandola, ammirandola, quasi soffocandola. - -Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma, ringrazia la bella -Italia. - -— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia! - -Don Luciano porta la constatazione del successo: un successo morale, -più ancora di convincimento che di applausi. - -— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore è straordinario!... -La principessa Capodimare! La marchesa della Gancia, mia cognata... Mi -hanno incaricato di farvi i loro rallegramenti! - -— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda il critico del -_Corriere Romano_, che sta scrivendo in fretta tutti quei nomi. - -— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici. Mio -fratello. - -Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico la sua parentela -con il ministro. Anzi, tutt'altro, perchè gli conferisce autorità. - -Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe la folla degli -adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico, chiamandosi dietro -Luciano, e si mette per guardare da una spia del telone nella sala. - -— Fatemi vedere vostra cognata! - -— Guardate a destra... - -Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro; Don Luciano approfitta -della vicinanza e col braccio leggero le circonda la vita: Fanfan si -divincola con un contorcimento serpentino e uno sguardo irato. - -— Fatemi vedere vostra cognata! - -— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono tre signore... - -— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati... Che belle perle! - -— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero! - -— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra cognata? - -— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra. - -— La bruna? Oh!... Che magnifici _solitaires!_ - -— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella in mezzo! La bionda! - -Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda a Luciano aggrottando le -ciglia: - -— Somiglia a vostra moglie? - -Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai significativa e -sprezzante, che rassicura Fanfan. Ella torna a guardare dal sipario, -allegramente: - -— Oh! _Quelle est pétillante la petite blonde!_ - -Luciano, guarda anche lui da una fessura: - -— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete? - -— _Ce grand monsieur?_... - -— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques! - -— È il suo amante?... _Tout le monde le dit!_ - -Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più indifferenza. - -— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio davvero. Troppo -incomodo.... e nessun divertimento! - -— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice! - -— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione! Viceversa.... -una speculazione! — Fa il solito ghignetto e soggiunge: — Per il -D'Entracques affatto passiva! - -Il macchinista dà la voce: - -— Largo, signori! Attenti! - -Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo atto e Luciano si -ferma in mezzo al palcoscenico a comandare e a brontolare, sorvegliando -il cambiamento di scena. - - - - -XII. - - -Mimì Carfo è assai inquieta. Il dottor Davos ha un altro ammalato grave -e non può aspettare. Guarda l'orologio, poi si alza: - -— Tornerò domattina! - -Mimì insiste, lo prega di rimanere ancora un momento. - -— È necessario che parli lei con Remigia, subito... stasera! - -— E poi? — replica il dottore, pensando alla signora D'Orea. — Si -persuaderà? - -— Certo, se le dice lei, che bisogna farlo, per salvare suo marito! - -Il signor Zaccarella, che dal balcone guarda giù, lungo il corso, -rientra frettolosamente e attraversa il salotto di corsa. - -— È qui! È qui! Ho veduto la carrozza della signora duchessa! - -Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle incontro; -lascia che la prima notizia le sia data dal signor Zaccarella. Il -dottor Davos, un po' inquieto a sua volta, fa qualche passo su e giù -meditabondo, preparando in mente ciò che dovrà dire alla duchessa -D'Orea, che non gli ispira nessuna confidenza e nessuna simpatia. - -Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia ancora più -costernata e si ferma sull'uscio che tiene aperto. Remigia entra: si -ferma ritta, in mezzo al salotto. - -— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così? - -— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro, assai sparuto e tutto -nero, — vestito, barba, capelli, — allarga le braccia: — Mah! — Sono -neri anche i pronostici. - -Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento: - -— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede, come son nervosa! Mio -marito, come sta? - -— Ora dorme. La crisi è superata. - -— Dunque sta meglio? - -Il dottore non risponde; crolla il capo. - -— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia siede sbuffando -mentre Mimì le leva il cappellino. Lo Zaccarella sta in guardia -sull'uscio. Siede anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra. - -— Due sole parole, signora duchessa, perchè ho un'altra visita da fare. -Io non esagero: dico sempre la verità, e quando lo credo necessario, -come nel nostro caso, la dico senza pietose reticenze che possono -essere dannose. - -— Ma se sta già meglio, se riposa, se dorme, non c'è da inquietarsi! - -— Invece c'è da inquietarsi... moltissimo. Il caso può rinnovarsi... -più grave... fors'anche letale. - -Remigia diventa pallidissima, mentre Mimì congiunge le palme alzando -gli occhi al cielo con un sospiro, e il signor Zaccarella, che ormai ha -indovinato i sentimenti della padrona, la fissa, mostrandole chiaro che -non approva le esagerazioni del dottore. - -— Allora, secondo lei... - -— Secondo me, se vuol salvare suo marito, gli faccia dare le dimissioni -e lo porti via da Roma, domani stesso. Si ricordi, il ritardo di un -giorno, può essere un'imprudenza, ogni esitazione può riuscire fatale. - -— Subito le dimissioni?... Domani?... Ma... e il ministero? - -Remigia guarda il signor Zaccarella che l'approva e l'incoraggia con -gli occhi e con i moti delle labbra: - -— Lei non deve pensare ai ministero, ma a suo marito. I ministeri si -rimpastano, e bene o male si tengono in piedi più facilmente degli -uomini! - -Le labbra sottili del signor Zaccarella disegnano, con un sorriso, la -parola socialista, senza pronunziarla. - -— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia è solenne ed -eroica. — Permetterà che io voglia molto bene anche alla mia patria! - -Il dottore si alza e fa un profondo inchino. - -— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare che suo marito, corra -più pericoli della patria! — Il dottor Davos anche quando è ironico, -non ride mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì Carfo, come -continuando un discorso già incominciato e non nascondendo la propria -indifferenza e la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il -signor Zaccarella. - -— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro e dai dispiaceri! - -— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere una risatina. — Il mio -Jack, tesoro, è sempre stato felicissimo! - -— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come l'eco, il signor -Zaccarella. - -— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre rivolto a Mimì, è -affetto da un vizio al cuore, non congenito ma acquisito, e il caso -d'oggi ne è una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto riposo del -cervello, la calma più completa del sistema nervoso. Non più politica -e non più affari. Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una -vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna: quiete, quiete, -quiete. Non ho altro consiglio da dare. - -— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con me; sono io la moglie di -Sua Eccellenza, e spieghiamoci chiaro. Non crede lei, che seguendo in -tutto, alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro ad un -altro pericolo? - -— Precisamente, — mormora lo Zaccarella. - -Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto. Sente che il -dottore ha ragione, ma che anche il sacrificio che s'impone a Remigia è -troppo grande, e geme, muta, con tremiti angosciosi. - -Remigia continua vivacemente e con convinzione: - -— Non crede lei, che per un uomo come mio marito, che ha assunto -obblighi e impegni verso la Nazione, il Re, e i suoi colleghi, possa -essere un pensiero non di quiete ma di tormento quello di abbandonare -tutto e tutti, improvvisamente, precipitosamente, senza nulla -preparare, provocando... una crisi, in questo momento disastrosa? - -Sopraggiunge in aiuto della signora duchessa, la voce umile, melata del -signor Zaccarella: - -— A poco... a poco! Bisogna andare a rilento! Nelle condizioni appunto -di Sua Eccellenza! Piantare il Governo! Roma!... La notizia... un -colpo così fulmineo... Credo gli sarebbe fatalissimo!... Avrebbe anche -l'apparenza, quasi direi... di una fuga! - -— Ma che apparenza! — Il dottore seccato da tanta diplomazia e da tanti -infingimenti conclude, con una risata: — Una vera fuga, per salvar la -pelle! - -Remigia offesa fa un atto di collera e di disprezzo. Il dottore non se -ne accorge, prende il suo cappello e se ne va, dopo aver detto questa -volta, fermo, in faccia a Remigia e proprio a lei, direttamente: - -— Ho parlato chiaro, senza reticenze, perchè le condizioni, per me -gravissime, dell'onor. D'Orea, me ne impongono il dovere. Quello che -credo si debba fare, quello che credo necessario e urgente di fare, -l'ho detto e ripetuto. Ora soggiungo soltanto questo: qualunque cosa -possa accadere io non avrò certo rimorsi. Facciano in modo... di non -doverne avere nemmeno loro! - -Appena rimasta sola, Remigia dà sfogo alla sua collera. - -— Antipatico, odioso e ineducato!... Del resto è un socialista, e basta! - -— Dicono per altro, che sia molto bravo... — soggiunge Mimì, assai -timidamente. - -— Bravo, — ripete argutamente il signor Zaccarella, ma... socialista! - -Remigia ci tiene a convincere Mimì. Vuol averla tutta dalla sua. - -— Che sia bravo, capirai, nessuno lo mette in dubbio. Ma in questo caso -è portato naturalmente a esagerare. Pensa i socialisti come sarebbero -contenti di provocare una crisi... - -— Col ministero, non ben consolidato! — crede di soggiungere il signor -Zaccarella, ma a torto, perchè donna Remigia gli dà un rabbuffo. - -— Come non ben consolidato?... Dove trovare un ministero più ben -consolidato del nostro?... Piuttosto Giacomo... che si dimette... -una crisi... proprio in questo momento... con le feste di Napoli, -per il passaggio dello Scià di Persia, alla Spezia per il varo -dell'_Invincibile_, a Venezia per l'inaugurazione dell'Esposizione -di merletti, sotto il patronato di Sua Maestà la Regina... Capirai, -Mimì... Capirà, signor Zaccarella... anche... per me... - -L'Idola non può più contenersi, ha una crisi nervosa di lacrime. - - - - -XIII. - - -Per quanto Remigia fosse andata a letto assai irritata contro il -dottor Davos e assai inquieta per il timore di dover abbandonare tutto -in un giorno, il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta -quasi subito profondamente e dorme del suo buon sonno filato fino alle -nove del mattino. Nè si sogna di quell'odioso socialista del dottor -Davos, nè di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna, -invece, di _Manon_ e di miss Britton, che fa una scena di gelosia e di -disperazione al D'Entracques. - -Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah! Mio Dio! — Le vengono -in mente il dottore e le dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si -volta, e preme a lungo il bottone del campanello elettrico. - -Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a spalancare le finestre! - -— Buon giorno, cara! - -— E così? — domanda subito Remigia rispondendo appena al tenero -abbraccio dell'amica. — Giacomo come sta?... Sta male? - -— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor Gaudenzio dice che -lo trova meglio del solito. - -— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare che il -vecchietto, quella mattina, non abbia alcun odore di pizzicheria. — E -fa chiamare il signor Zaccarella! - -Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra. Remigia resta seduta -sul letto; infila una casacca, tutta gale, di seta rosa; si annoda al -collo una sciarpa di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono -tutti a posto. - -Rientra Mimì e la Carolina col caffè. - -— Ecco Gaudenzio! - -Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino, il suo cravattino -azzurro e il solito sorriso. - -Remigia si volta sul letto, si china verso di lui per parlargli. I -capelli biondi scendono giù dal cuscino e la coprono tutta, le spalle e -la vita. - -— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non è stato altro che un -disturbo di stomaco, affatto passeggero?... Sta benissimo! Meglio del -solito? - -Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il capo mentre con una -mano alza il cappello e con l'altra il bastoncino in segno di protesta. - -— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha lasciato conseguenze, -tanto è vero che il signor D'Orea, se lei non lo trattiene, farà -la grossa minchioneria di andare al Ministero. Ma da questo al -benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe tanto le labbra, -in segno dubitativo, da farle diventare bianche. — Uhm!... Qui, a Roma, -non starà mai bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e di -riparazione. Cioè aria buona... e non far più niente. Glielo dica anche -lei, signora Remigia: è ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo. -Pensionato! - -La signora duchessa lo saluta seccamente. - -— Grazie. Vada pure! - -Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato, sempre sorridendo. - -— Non prendi, cara, il caffè? - -Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto, offre all'amica la -tazza fumante sopra un piccolo vassoio d'argento. - -L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in due sorsate. - -— E questo signor Zaccarella, viene sì o no? - -Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non c'è; Mimì, corre a -vedere: è proprio l'ex capitano. Si presenta trafelato sull'uscio, -entra, e si ferma ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In -una mano ha un giornale e una lettera. - -— Senta, signor Zaccarella! una mia idea! - -Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga il collo verso la -signora duchessa. - -— Questa notte, come potrà immaginare, non ho chiuso occhio pensando -a mio marito... e a tante cose. Io... vorrei proprio sentire un altro -medico, ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico politico! - -— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda in un grande -inchino. — Un medico, soltanto medico! - -— Che non abbia nessun interesse a esagerare! - -Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano pronunzia un nome e -ne enumera i meriti con enfasi crescente: — Il professore Dolder di -Zurigo! Il primo, primissimo specialista per le malattie nervose! -Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto! - -Remigia, pensa mormorando: - -— Da Zurigo... a Roma... - -— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito e raccomandato dallo -stesso albergatore. - -— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere Giacomo... - -— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha finito. Anzi, deve avere -qualche grave comunicazione da fare, perchè fissando la signora -duchessa, fa un cenno verso la contessina Carfo. - -— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina? - -— Di sopra, credo; in camera sua! - -— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito... quello rosso, di -foulard? — No! No! — quello di tela bianca! Si sente già, a quest'ora, -che oggi deve fare un caldo tropicale! - -Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al letto e porge alla -signora duchessa la lettera e il giornale. - -Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La butta sul -copripiedi. — La leggerò con comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è -qualche cosa? - -Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi in faccia. - -— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata, si tira più su -contro i guanciali. - -— Legga, in terza pagina; lì. - -Remigia legge dove l'altro le indica col dito. - -— Le prime al Costanzi? - -— Sì. - -— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima Fanfan Trécoeur -è stato uno di quei successi che danno gioia non solo a chi li merita, -ma anche a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso, sembrava -volesse esprimere alla giovine e leggiadra vincitrice, non soltanto la -propria ammirazione pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la -quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha saputo -sacrificare le gioie ardenti di una felice e spensierata aurora della -vita. Questa lode ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione -e di forza, nel volere, era specialmente palese nel plauso delle -signore. Pareva che l'eletto mondo femminile, convenuto a quella festa -dell'arte, mutuamente si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione -che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena e a lei inviasse, -con i graziosi battimani, la gratulazione e il saluto augurale. In -un palchetto di prima fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! — -alza gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor Zaccarella, -che le fa cenno, gravemente, di continuare. «... In un palchetto di -prima fila ove sedeva, regina di bellezza e di super-intellettualità, -la duchessa D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di approvazione -per l'affascinante _Manon_». — Ah, mio Dio! Mio Dio! — ripete Remigia -continuando a leggere, ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle -labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori -Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano le frasi più lusinghiere -per il nuovo astro della lirica scena italiana del quale si magnificava -la ormai «purissima luce!» - -«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita in ogni espressione -della sua grazia e della sua bontà tutta moderna, Donna Remigia D'Orea, -— raro fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha voluto -ella stessa, direttamente, dopo il secondo atto, inviare alla signorina -Fanfan Trécoeur, parole così lusinghiere che fecero insieme esultare e -commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della donna!» - - «_fa diesis_». - -— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale con ira. — Se -Giacomo leggesse quell'articolo... Guai! - -— Guai! - -— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla prima parola -all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella! Che bugiardo! Bugiardo, -stupido, e cretino! - -— Ma... il redattore del _Corriere_ non poteva immaginare... - -— Che redattore! Che _Corriere_! Luciano!... Quel bugiardo di Luciano! -Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia è spaventata e furente. Ha le -lacrime e l'ira negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi -sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor Zaccarella. -— Lei! Lei! Così bravo! Così buono! Mi salvi lei! Trovi lei il modo! -Bisognerebbe... Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e non -veda il suo _Corriere_. - -Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un breve risolino: - -— Il suo _Corriere_ non lo vede certamente, perchè il _suo_... è questo -qui! - -Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e si porta tutta sulla -sponda del letto per essere più vicina alla sua protezione. - -Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato e combinato il -piano di difesa. - -— Il _Corriere_ non è il solo giornale di Roma. Bisogna che nessun -altro, assolutamente, riporti simili... strafalcioni. - -— No! No! Per l'amor del cielo! - -Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora duchessa. - -— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome, dal sottosegretario di -Stato, l'onorevole Staffa... - -— Anche a nome della principessa Capodimare! Anche a nome della -marchesa Della Gancia! Erano loro che applaudivano! Io sono sempre -stata tutta sera in fondo al palchetto! - -— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella, non sono gente -cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro! Con un bigliettino di -autorevole raccomandazione da parte del sottosegretario Staffa, mi -recherò alle varie redazioni e farò intendere quale ripercussione -dolorosa, l'articolo cervellotico del _Corriere Romano_ abbia avuto -nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò, velatamente, dei dissapori -tra... - -— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una cattiveria di Luciano! -Ma dica lei, signor Zaccarella, com'è sempre lo stesso! - -L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un sospiro: - -— I gravi dispiaceri di donna Maria! - -— Certo! Certo! Povera Maria! - -— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della invenzione! - -— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di mia sorella!... Sarebbe -stata tale una enormità... - -— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun giornale farà più il nome -della signora duchessa, e Sua Eccellenza non ne saprà niente. - -Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo dalle sete e dalle trine -della manica ampia e questa volta dà una forte stretta di mano al -signor Zaccarella: - -— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per mandar a chiedere -una raccomandazione anche al D'Entracques, ma... No. È meglio che il -puritano generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar tutto -anche con lui! - -Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo sa, davvero?... -Nessuno. — Le sue amiche sono in ballo con lei; il Paparigopulos non -conta, il marchese Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è un -bugiardo... Che pericolo c'è? - -Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le coltri salta sul -letto ginocchioni, segnandosi e recitando l'Avemaria, prima d'alzarsi. - -La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra. Remigia la vede -ed emette un piccolo grido. - -— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà cara, tesöro! -dammela; fa presto! - -Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge. - -La cameriera, intanto, sta preparando il bagno nell'attiguo gabinetto -di toeletta. Remigia, che sente l'acqua cadere nella vasca, aspetta, -sempre ginocchioni sul letto, che tutto sia pronto. - -— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì! - -— Sì, signora duchessa! - -— _Brrr!_ Che piacere! - -Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla tutta, subito, è -troppo lunga. Vuol godersele adagio le lettere di mammà! - -Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone nella cartella e non -le legge più. - -— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio Rosalì, bellezzone -cäro! — Uno slancio di tenerezza, il salto di due pagine e si ferma -alle ultime righe. - -— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò! È molto giù e lo -mandano per qualche tempo sul mare! - -Per un momento non si sente altro che il rumore dell'acqua che scorre -dal rubinetto e che si fa più cupo più si riempie la vasca del bagno. - -Mimì si avvicina a Remigia con una espressione di grande ansia dolorosa -negli occhi. - -— Sta poco bene? - -L'Idola, assume un tono di donna seria, da moglie di Sua Eccellenza. - -— Quel benedetto ragazzo!... La manìa di voler fare l'inglese! La manìa -dello sport!... E poi la pipa! Tutto il santo giorno... la pipa! - -Cessa a un tratto il rumore dell'acqua. Si sente la voce della Carolì: - -— Il bagno è pronto, signora duchessa! - -Remigia resta ancora un attimo pensierosa, poi scrolla forte la testa -ed esclama per non aver malinconie: — Io sono sicurissima che l'aria e -la vita del mare gli faranno molto bene! - -Si leva in fretta e butta via la casacca di seta e di trine che cade a -piè del letto con un volo di cigno. - -— Ah, _mon Dieu!_ Che caldo oggi!... Fresca, l'acqua, Carolì? - -— Freschissima! - -Corre verso il gabinetto di toeletta slacciandosi i nastrini della -camicia che le cade dalle spalle. - -— Brrr... che piacere! - -Al povero Totò non ci pensa più che Mimì Carfo. Mimì, è rimasta nella -camera da letto, prepara sulla specchiera i pettini, le forcine, le -piccole forbici... È assai pensierosa e mesta. - -La manìa di voler far l'inglese, lo sport, la pipa! Nessuno! Nessuno! -Nemmeno suo padre che pure ne ha il cuore gonfio, in tumulto, -sotto la calma della gran barba bianca, ammette che ci possa essere -un'altra cagione, perchè quel giovine cuore, quella giovane vita, si -sieno spezzati! Mimì Carfo pensa e crede fermamente che sia stato il -matrimonio di Remigia... Ma non lo dirà mai, nemmeno Mimì Carfo, per -non dare, non un rimorso, — che non ne ha alcuna colpa, — ma per non -rendere più vivo il dispiacere dell'Idola. - - -Giacomo D'Orea, dopo il deliquio avuto e la breve indisposizione, è -stato relativamente bene, è ritornato al ministero e si mostra anche -con la moglie allegro e buono; ma poi, da un giorno all'altro, cambia -straordinariamente di faccia, di modi, di umore. Non si vede più: -sempre al ministero, mai all'albergo. Stravolto, cupo, sfugge sua -moglie, sfugge la Carfo. - -Che cosa è successo? - -Il _Corriere Romano_ è capitato nelle mani di Giacomo proprio in que' -giorni; in ritardo, perchè ritornava a Roma da Fiumicino, spedito dalla -zia Gioconda e accompagnato da una breve lettera: - - - «_Caro Mino_, - -«Maria ha ricevuto da Roma questo giornale che io ti rimando senza che -Maria lo sappia. Io non so spiegarmi quando scrivo, ma da te medesimo, -caro Mino, capirai che effetto ha avuto qui. Pensaci e fa che tua -moglie sia più riguardosa, tanto più che Maria, benchè non ne voglia -convenire, è assai ammalata e tutto, pur troppo, le fa molto male. - -«Ti abbraccio e ti benedico nel nome di tua madre, che pare impossibile -sia stata la stessa madre anche di quell'altro!... Che brutto mondo e -che brutta vita!... E che amarezza dover concludere così a ottant'anni! -Eppure, io mi accorgo adesso, perchè prima a queste cose non ci avevo -mai badato, di aver avuto una grande fortuna, per grazia del Signore: -quella di aver voluto bene a poche persone e di non essermi mai -innamorata di nessuno. Morirò ragazza anche di cuore. Tuttavia non ti -posso nascondere che se fossi morta tre anni fa, quando ho avuto la -pleurite, sarei morta più contenta. Ma forse il Signore che ci vede più -di noi ha voluto così per qualchedun altro, e sia tutto per il meglio. - - «_Tua zia_ GIOCONDA». - - -Giacomo, al ricevere questa lettera, non ha pensato al giornale, subito -non lo ha nemmeno guardato: tutta l'anima, tutto il cuore soffocati, -gli sono d'impeto venuti a galla: - -— Maria! Maria! Maria! - -Poi scrive una lettera alla zia Gioconda, che la zia Gioconda non fa -leggere a Maria, in cui c'è tutta la sua vita, tutto lo sfogo del suo -amore disperato, della sua collera e del suo odio! - - - - -XIV. - - -Mimì Carfo diventa sempre più inquieta sul conto del signor D'Orea; -Remigia, invece, diventa sempre più tranquilla sul conto del generale -D'Entracques. Ella è di buon umore, attiva, vivacissima, adora Roma. - -— Com'è bella Roma, anche d'estate! Così sparsa di verde è meno -classica, ma è assai più poetica e pittoresca. D'inverno sento la -vecchia Roma classica dei Cesari... D'estate, la Roma giovane, nostra, -dell'amore e dei poeti! - -Di suo marito, non si occupa più, e anche il sottosegretario -_Rabbagasse_ è stato messo al bando. Il D'Entracques ha voluto così -e Remigia, siccome ormai dello Staffa non ne ha più di bisogno e non -gliene importa affatto, è felicissima di compiere questo sacrificio, -che va poi a pesare su missis Britton. - -— Io le sacrifico i miei amici... Ma lei... Le sue amiche?... — -Diventa seria, sospira, poi dà una forte scrollatina di capo, come per -distrarsi. - -Remigia D'Orea pare che abbia cambiato di ministero. Più che ai -Lavori Pubblici, è adesso, alla Guerra. L'uniforme degli ufficiali -e dei soldati, il contegno delle truppe, la scuola di Tor di Quinto, -l'acquisto dei cavalli in Irlanda, le esercitazioni e le armi nuovo -modello, riempiono tutti i suoi discorsi. L'esercito è la sua passione: -legge persino l'_Italia Militare_. - -Mimì, una sera, si fa coraggio. - -— Ma tu, che cosa pensi... di tuo marito?... Che ha?... Non ti accorgi -che tutti i giorni va peggiorando? - -— Per me no; va migliorando. Non lo vedo quasi più! — Sorride; si -stringe nelle spalle. — Se non lo rendo felice... colpa sua! Doveva -sposarmi per me... e non per mia sorella! - -— Taci! Taci!... — supplica Mimì, atterrita. - -Ma da qualche tempo Remigia, ripete con insistenza questo ritornello -e assai facilmente tira in ballo sua sorella... Chi sa?... È forse un -calmante per tenere la coscienza in un continuo e placido sopore. - -È allegrissima, ha pranzato di eccellente appetito, è già vestita e non -ha che da mettersi il cappellino. Aspetta le nove e mezzo e la carrozza -perchè quella sera va da Guendalina. - -Che serate deliziose!... Appena in quattro, solitamente. Guendalina, -lei, il D'Entracques e il Paparigopulos! - -Il principe di Capodimare ha la bellissima qualità di Giacomo. -Occupatissimo sempre, non si vede mai e perciò anche lui... -simpaticone!... Uno, il ministero, l'altro, il Vaticano! - -Sottovoce, col D'Entracques ella ride del marito di Guendalina: - -— Soldato... del Papa! — Fa uno sbruffo con le labbra. — Ah, _mon -Dieu_, che spavento! - -Remigia è già stata due volte a guardare dal balcone. - -— Che ora è, Mimì? - -— Le nove. - -— Soltanto le nove?... Il tempo, per altro, è un grande contradicente. -Quando si desidera che corra, si ferma. Quando si vorrebbe fermarlo, -vola! - -Siede, si annoia e parla di suo marito. - -— Tu lo trovi peggiorato?... Di salute, no. Sta tutto il giorno al -ministero a lavorare: vuol dire che sta bene. - -— Non so... ha una brutta faccia... - -— Persuaditi che è proprio la sua! — Non è più nemmeno gentile... - -— Questo cambiamento, presto o tardi, succede a tutti i mariti. - -— Ma tu... - -— Io... che cosa? - -— Ne parli... con tanta indifferenza! - -— Cara mia... Chi non mi vuole, non mi merita! Doveva conquistarmi, -provare. Io, certamente, sarei stata molto refrattaria, ma siccome lui -non s'è punto scomodato, così la ragione è tutta dalla mia parte. Se ha -brutta cera... Adesso andiamo a Napoli, alla Spezia, a Venezia. Cambiar -aria gli farà bene. Certo che gli farebbe meglio l'aria di Fiumicino, -ma... — Remigia, passeggiando, canterella. — Non si può! Proibitissimo, -direbbe missis Eyre! — Scoppia in una risala. — Te la ricordi, la -Sbirlingonia?... E il suo odio per _Din_ e _Don_, i miei tesöri? - -In questo punto si sente nel corridoio un affrettato rumore di passi; -il servitore ha appena il tempo di aprir l'uscio e di annunziarlo, che -già il D'Entracques, pallido, stravolto, entra precipitosamente nel -salotto. - -— Domando scusa, donna Remigia, se mi presento in questo modo, a -quest'ora, ma ho assolutamente bisogno di prevenirla... di parlarle. -Scusi, contessina Carfo; chiedo alla sua amica appena due minuti! - -Mimì fissa il D'Entracques, fissa Remigia... Esita un istante, guarda -ancora il D'Entracques, non osa interrogarlo, poi esce in fretta -tremando, col presentimento di qualche disgrazia che non sa immaginare. - -— Che c'è? — domanda Remigia, prima ancora che la Carfo abbia rinchiuso -l'uscio. - -— Che cosa ha fatto?... Quello Staffa, quel Gambara, quella sua -Guendalina! Che cosa ha mai fatto? - -Remigia respira: non si tratta che di una scena di gelosia! - -— Ah! _mon Dieu!_ Siamo da capo! E oggi stesso, poche ore fa, mi aveva -tanto promesso di credermi sempre! - -— Che c'entra il credere e il non credere? Si è rovinata! Questo è: -rovinata! - -— Io? — Remigia diventa pallida. - -— Si, lei! Per non essersi consigliata con me! Per aver fatto misteri -con me! E assicurava, giurava che io ero il più grande, il suo solo -amico! Che sentiva dal mio... dalla mia amicizia, un senso di sicurezza -e di protezione! - -— Rovinata! — ripete Remigia, non pensando ad altro, non sentendo altro. - -— Uno scandalo!... Se non si riesce a riparare, a negare, andiamo -incontro ad uno scandalo che rovinerà suo marito e farà cadere il -ministero! - -— Ed io?... Sono stata io?... Si spieghi! Parli! Dica tutto!... Ma Dio -mio, vuol farmi morire?... - -— Perchè non ha parlato anche con me, della nomina di Cincino D'Ermoli? - -— È stata Guendalina! È stata lei a non volere, assolutamente! - -— Dunque ha più fiducia nella Capodimare che non in me?... E poi -tutto questo segreto sarà stato chiesto per la nomina di suo fratello -D'Ermoli, ma che c'entra la Capodimare negli affari... loschi del -Berlendis e del Gambara? - -— Affari loschi?... Del Berlendis e del Gambara?... Ma io non ne -so niente! — In fatti il viso attonito di Remigia non esprime che -maraviglia e stupore. - -— Non sa nemmeno di aver messo la sua firma con l'offerta di cento lire -per il dono al papa della sedia gestatoria? - -— Guendalina! Guendalina! È proprio stata Guendalina! — Remigia lo -giura con tutte due le mani sul cuore. - -— E non sapeva che era una dimostrazione clericale in espiazione del -sacrilegio commesso dal Governo con la soppressione della Madonna di -Ponte a Ripetta? - -— No! - -— Una dimostrazione, antinazionale, antiunitaria. - -— No! Giuro! No! Guendalina mi ha detto soltanto che era una -sottoscrizione di cattolici, nella quale non c'entrava che la -religione... Per acquistare molte indulgenze! - -Remigia fissa il D'Entracques diventando pallida e sedendosi di peso -sopra una poltroncina, dinanzi a lui. - -— La moglie di un ministro del regno d'Italia prender parte a una -dimostrazione in onore... del papa-re! - -— Mio marito... Mio marito... La prego... la scongiuro... — Remigia -balbetta, la voce piena di lacrime, — che Giacomo... non sappia niente! - -— Non sappia niente?... A quest'ora lo saprà lui, tutta Roma e -domani tutta l'Italia, tutto il mondo! Ho visto adesso, al ministero -dell'Interno, la copia mandata dall'_Allarme_, il giornale socialista, -alla Procura... C'è un articolo contro di lei... - -Remigia balza in piedi atterrita. - -— Contro di me? - -— Sì, intitolato: _Ministresse nouveau jeu_... - -Remigia pallida, tremante, afferra le mani del D'Entracques, come -aggrappandosi alla sua àncora di salvezza. - -— È lei e non suo marito che regge il ministero dei Lavori Pubblici!... -Lei, fa nominare nei posti più ambiti e delicati, dove occorrono -capacità tecniche, capacità... giovani! È accusata di corruzione per -aver fatto approvare alla lesta e alla sordina, «efficace propiziatore -un altro... bel giovane bolognese» un contratto, una cessione di forza -d'acque, oneroso per l'erario, e vantaggioso, al cento per cento, per -gli azionisti, «una banda, non musicale, di affaristi italo-svizzeri, -capitanata dal famigerato avvocato Berlendis e da un negriero delle -finanze, un italo-svizzero e soprattutto egiziano, commendatore -emerito, reduce... dal fallimento! - -— Giacomo... Giacomo... Dio! Dio!... Non sappia niente! — Remigia ormai -non vede, non teme che la collera di suo marito. Stringe più forte -le mani, si stringe tutta al D'Entracques mormorando con un tremito -pauroso, disperato: — Mi ammazza! Mi ammazza! Mi ammazza!... - -— Apposta sono corso, per avvertirla! Per prepararla! Per salvarla, se -sarà possibile! - -— Faccia sopprimere tutte le copie, sequestrare l'_Allarme_... - -— Non si può e si farebbe peggio! E poi è tardi. L'_Allarme_ esce -adesso, se non è già uscito! Domani, tutti i giornali pro o contro, per -assalirci o per difenderci, propagheremo lo scandalo. Noi tenteremo di -sventare il colpo, ma si riuscirà? - -Il generale si leva la lente dall'occhio e la caccia nel taschino del -gilet con un moto di stizza, dopo il quale riprende con più calma: - -— Io sarei ben contento di andarmene, perchè se ci sto... è soltanto -perchè ci sono comandato; ma andarmene, — _parbleu!_ — di mia spontanea -volontà! Non essere cacciato fuori perchè lo scandalo ha colpito il -_Gabinetto rosa_, come chiama adesso l'_Allarme_, il nostro ministero! -— Il D'Entracques batte energicamente il piede per terra. Il lampadario -traballa, tintinnando; traballano i ninnoli sui palchettini e Remigia -si butta attraverso il canapè, nascondendo la faccia contro i cuscini, -scoppiando in lacrime. - -Il generale... a quelle lacrime, a quella disperazione, alla vista di -quelle spalle gracili che sussultando all'urto dei singhiozzi, rompono -l'onda d'oro, accavallata, dei bei capelli, il generale... Sparisce -il generale! Sparisce il senatore, il ministro, non resta più che il -D'Entracques, l'uomo, l'innamorato! - -Invece di continuare a infuriarsi, cerca le parole per consolare, per -calmare Remigia e per scusare sè stesso. - -Il flutto aureo dei lunghi capelli biondi ha sepolto l'_Allarme_, ha -allontanato ogni timore di scandalo e dilegua insieme anche quella -sua collera resa più furibonda dalla gelosia dello Staffa e di Narciso -Gambara. - -— Donna Remigia... — chiama egli, sottovoce. - -Risponde l'urto dei singhiozzi, ancora più forte, il pianto più -dirotto. Siede anch'egli sul canapè, vicino, chinandosi e mormorandole -quasi sui capelli: — Donna Remigia... non pianga così! Non si disperi, -così! Io, capisco, mi sono lasciato spaventare esageratamente... per -lei! Ma sono corso qui, apposta, per consigliarla, per suggerirle, ciò -che dovrà dire per difendersi, per salvare... Per salvar lei! Tutto il -resto, sarà quel che sarà! - -Remigia si drizza, si volta lentamente, col viso molle, bianco, rigato -di lacrime. Fissa il D'Entracques... Pazza di terrore e d'angoscia gli -si butta al collo, stringendosi a lui disperatamente. - -Egli esita, scosso da un tremito... la sua bocca bramosa si arresta. -Dopo un istante preme un bacio lungo sulla massa soffice, odorosa dei -capelli. Si fa forza, irrigidisce, si scioglie con dolce violenza da -quella stretta febbrile e passeggia su e giù, pallidissimo a sua volta, -il viso contraffatto. - -Remigia, diventa seria e attenta, sotto il velo delle lacrime, lo -osserva dietro le spalle, lo spia con ansia... Quando egli si volta -per avvicinarsi, torna a nascondere il viso fra le mani e ricomincia a -singhiozzare. - -— E Giacomo? — Ha un fremito lungo di spavento. — Dio, Dio, Dio, -Giacomo!... - -Il generale, torna a levare la lente dal taschino e a ficcarsela -nell'occhio, accompagnando l'atto con una lieve alzata di spalle. - -— Anche Giacomo, dopo aver gridato, si calmerà. Dovrà credere a quello -che gli dirà lei, che gli dirò io, che gli diremo tutti d'accordo. Non -ho pensato che a lei, lo confesso, e lei... faccia quello che le dirò -io, e ne uscirà bene! - -— Mi salvi! Mi salvi! — Remigia ha un nuovo slancio, ma di gratitudine -questa volta, di tenerezza e corre a rifugiarsi e a posarsi come una -colombella spaurita su quel petto generoso e valoroso che la protegge -e la difende. Ella, dopo tante scosse, ha pure un impeto di abbandono e -di... sincerità. - -— Mi salvi! Mi salvi! Le voglio già bene... — Sul viso bianco e molle -passa come una vampa; le candide ali della colombella hanno un fremito -di timidezza pudibonda, mentre aggiunge con voce sommessa: — le vorrò -ancora più bene!... Io non credevo di far male!... — La cara voce -riacquista tutte le sue note più dolci, più soavi e penetranti. — -Non ne ho parlato con lei... perchè, pure sentendomi attratta verso -di lei da tanta, tanta confidenza... certe volte, perdo le parole, -mi agghiaccio, provo dinanzi a lei una soggezione così forte e così -strana! Ora sono tutta nelle sue mani, mi dò tutta a lei... e lei, -conoscerà persino l'ultimo de' miei pensieri. — Posa la vaga testolina -sul petto, proprio sul cuore del generale, ch'ella sente battere -violentemente. — Qui! Sempre qui! Tutta qui! Dentro qui!... — Alza -il capo, lo fissa con profonda mestizia. — Non l'amante, non è vero? -Buono, generoso, ella non vorrà fare di me la sua amante, ma di più, -di più, assai di più... Farà di me... io sarò la sua anima. Sempre qui, -dentro qui, tutta. Io non so della vita; sono tanto giovine ancora, ma -sento che la colpa non può essere gioia... La tenerezza, sì, invece, -una grande gioia immensa, infinita. — La testina, sempre appoggiata sul -petto del D'Entracques, chiude gli occhi un istante, poi li riapre, -si scote per la prima, e domanda, tranquilla, vincendo l'estasi e la -paura: - -— Che cosa devo fare, dunque? Che cosa devo dire? - -Il generale fa sedere Remigia sul canapè e siede a sua volta sopra -una poltroncina in faccia, prendendole le mani e accarezzandole mentre -parla. - -— Stia ben attenta. Lei deve negare sempre, tutto! Con suo marito, -specialmente, e con gli altri! - -— Tutto! Tutto! — ripete Remigia, con entusiasmo e con convinzione. - -— Cincino D'Ermoli, si ricordi bene, è stato raccomandato allo Staffa -dalla sola Capodimare. - -— È la verità! - -— Il Berlendis non ha avuto da lei che un bigliettino insignificante di -presentazione... - -— Insignificantissimo! Due righe col lapis in fretta, mentre mi -vestivo... - -— Ignorando che si trattasse di speculazioni, di affari... - -— Assolutamente! - -— E per la sottoscrizione al papa-re, è stata ingannata; la sua buona -fede è stata sorpresa dalla Capodimare! - -— Sì, sì! Guendalina! Se vuol essere sincera, Guendalina stessa, non -potrà dire di no! - -— In quanto a noi e ai nostri giornali risponderemo all'_Allarme_ -vittoriosamente. Il caso del conte D'Ermoli, sarà dichiarato un vero -e grosso granchio dei socialisti. Non sanno, — _parbleu!_ — che c'è a -Torino un vecchio e illustre professore, Giovanni Ermoli, che insegna -elettro-fisica al Valentino? Era lui, è lui, la persona scelta per gli -Stati Uniti!... Errore di nome! Comunicazione sbagliata da un impiegato -e gonfiata dai _reporters_ dell'opposizione! - -Remigia approva e ammira, mentre il generale continua, sempre -accarezzandole la mano e sorridendo: - -— In politica, _la verità_, non è mai una sola, ma sono sempre -due: quella del governo e quella dell'opposizione. La proposta -Italo-Svizzera? Si presentava bene, vantaggiosa per l'erario e la si -è presa in esame. Invece, vantaggiosa non è? È un carrozzino bell'e -buono?... E noi stessi lo faremo ribaltare al Consiglio Superiore dei -_Lavori Pubblici_ e sarà provato che non furono i cento occhi d'Argo -dell'_Allarme_ a fiutare il tiro. Il Ministero ci ha visto subito -chiaro, pel primo!... - -La giovane signora sembra ravvivarsi. - -— Allora... Siamo salvi! - -— Certo! Si trova sempre rimedio a tutto; purchè ci lascino in piedi il -tempo necessario! - -— Ah, mio Dio! Mio Dio!... Ho una gran paura di Giacomo! - -— Un po' di coraggio al primo incontro, poi adesso ella sa che cosa -deve dire e come deve difendersi. - -— Più! Più! — Remigia guarda il D'Entracques e sorride con grazia -infantile. — Non farò più nemmeno un passo, senza dirlo prima a lei. Mi -tenga legata, stretta stretta, con un filo invisibile... - -In questo punto, entra la Carfo quietamente nel salotto. Ella si -mostra all'aspetto calma e tranquilla, mentre dice con voce leggermente -alterata: - -— Viene il signor D'Orea. Sale le scale in fretta. Non ha voluto -aspettare il _lift_. - -Remigia e il D'Entracques si alzano simultaneamente, tutti e due -impallidendo. Poi, come la Carfo siede al tavolino riprendendo il -suo ricamo, siedono di nuovo anche il generale e Remigia: Remigia -raccomandandosi con gli occhi, e il generale, con gli occhi, -infondendole coraggio. - -Sembra lunghissimo il tempo nel silenzio, nell'ansia, nell'attesa... -Finalmente si sente camminare nel corridoio... I passi si avvicinano, -si fermano all'uscio... Ma non è Giacomo D'Orea, è il sorridente -Gaudenzio che si presenta con un leggero e goffo inchino: - -— Il signor Giacomo, chiama la signora Remigia, un momento... di là! - -Sparisce subito, perchè di Sua Eccellenza il ministro della Guerra, il -mite vecchietto ha un sacro terrore. - -— Vada, donna Remigia. Subito. — Il D'Entracques, calmo, sereno, le -infonde sicurezza con una forte stretta di mano. - -— Oh Mimì! la mia Mimì! — Remigia sente di voler un gran bene a Mimì, -in quel momento, e le stende le braccia tremanti. La Carfo l'abbraccia -stretta, la bacia appassionatamente e ripete ella stessa con la calma -del generale: — Va! - - -Quando Remigia entra nella stanza, Giacomo è ritto in piedi, appoggiato -al tavolino. Egli la fissa un momento, prima di poter parlare. Remigia -sente avvicinarsi lo scoppio di quella collera e il pericolo stesso le -infonde audacia: - -— Mi hai fatto chiamare, gioia? - -Il D'Orea ha un sobbalzo: il suo volto scarno, emaciato, più che ira -getta odio. - -— Tu partirai domattina, subito, per Pontereno e non ti muoverai di là, -non uscirai di là, mai più! - -Remigia raggrotta le ciglia e anche i suoi occhi schizzano lampi di -odio: - -— Perchè?... - -A Giacomo gira la testa, battono i polsi, il cuore martella e salta nel -petto vuoto. - -— Perchè sei falsa, senza dignità, senza cuore! Perchè non ti posso -più vedere! Perchè ti odio! Perchè se mi stai ancora davanti, lì, così, -vivaddio... — Si arresta, poi riprende con voce più bassa, più sorda, — -vivaddio, ho paura di ammazzarti! - -Remigia, imperterrita, si avanza d'un passo: - -— Io no, invece. Io non ho nessuna paura. So, da molto tempo, che mi -odii. Ho sbagliato! Dio mio, posso avere sbagliato, ma perchè? Perchè, -appunto, a cagione del tuo odio, sono rimasta abbandonata, sola, in -balìa di me stessa! Non lo nego, avrò commesso qualche leggerezza, -qualche imprudenza per inesperienza, per buona fede e bontà d'animo... -e di ciò la colpa è degli altri e soprattutto tua. So dell'articolo -dell'_Allarme_. Il nostro buon amico D'Entracques è corso ad -avvertirmene. Sono tutte esagerazioni e infamità. Ma tu sei capace di -crederle... appunto perchè? Perchè mi odii! - -— E l'altro giornale? L'altro giornale? L'altro?... — ripete Giacomo -convulsamente, senza poter riuscire a ricordare a dirne il titolo. — -È buona fede?... È bontà d'animo? — Le parole gli escono stentate, si -sente il battere secco dei denti — A... A teatro!... Al trionfo pa... -pagato... com... comperato, di quella donna... Pa... pagato... com... -comperato... È buona fede? È bontà d'animo verso tua sorella?... - -Remigia alza la voce con un riso ironico di vittoria: - -— Ah! Ah! Ci siamo! Mia sorella! Non si tratta dunque degli... affari -di Stato, del ministero, che io ho compromesso con la mia leggerezza? -Si tratta che, senza saperlo, — perchè non ci volevo nemmeno andare e -fui trascinata al Costanzi, — io ho urtata la suscettibilità, ho offesa -la gelosia di mia sorella! Ho capito! Capisco! Non è quello che ha -esagerato e inventato l'_Allarme_, che forma il mio delitto! È quello -che ha esagerato il _Corriere_... Ma si sa, sappiamo, sanno tutti! Mia -sorella... ancora, sempre! - -Remigia si allontana ridendo, stringendosi nelle spalle. - -Giacomo la fissa stravolto, sfigurato, ha la schiuma alla bocca. Fa un -passo, traballa... fa un altro passo più sicuro, le afferra un braccio, -la volta di colpo, faccia a faccia: — Sì! Ancora! Sempre! Tua sorella! -Allora come oggi, sempre tua sorella! - -— Giacomo... Giacomo... — grida Remigia spaventata. Ma l'altro la -stringe sempre più forte; la sua mano è una tenaglia. Parlandole sulla -faccia, contro la faccia, — balbettando, — le schizza il volto di -saliva. - -— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella, non amo che lei, -vivo e muoio per lei, l'amo, non penso che a lei, non m'importa più -altro che di lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo -mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia, leggi, patria, -amicizia, ricchezze, salute, onore, è niente, non c'è che l'amore, -l'amore, di grande, di vero, di forte, di buono, che valga il prezzo -della vita, che valga il prezzo della morte! Sì! Sì! Non è quello che -ha scritto l'_Allarme!_ te lo avrei perdonato! È l'altro, il teatro, -il Costanzi, che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero! Perchè -amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono un colpevole!... La mia -colpa è mostruosa per te che giuochi all'amore col D'Entracques, per -le tue amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per le strade -e la Capodimare che sceglie i suoi nelle Banche!... Sì, son col... -colpevole. La mia è una colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione, -è forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte di più, è -cento, mille volte più bella e più alta della tua virtù, tutta un -piccolo mosaico di calcolo, di doppiezza, di bassezza, di bugia, di -prudenza, di simulazioni! Nella mia colpa, così orribile, c'è il cuore, -tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e lucidata, non c'è che -egoismo, aridità, sterilità, cattiveria! Della mia colpa si muore! La -tua virtù, fa crepare gli altri!... - -Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di sciogliere la sua mano -dalla stretta di Giacomo: non può. Egli continua con la voce più bassa, -più rotta, più convulsa: - -— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia... di virtuosi -istrioni! Tuo cugino, muore tisico per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete! -Ma non si dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo, -non di avere, ma di fingere un po' di dolore, un po' di compassione! -Rimorso, no! Ri... morsi mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa, -troppo innocente per avere rimorsi! - -— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami andare!... -È una vigliaccheria! Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!... -Bada... Chiamo!... - -Giacomo non la vede più, non vede più niente, i suoi occhi smarriti -vagano lontano... - -— La tua virtù! La tua virtù!... Dove passa la tua virtù passa il -dolore... È un gelo di dolore e di morte la tua virtù!... Che cosa ti -aveva fatto missis Britton!... E non lo ami il D'Entracques perchè -tu non amerai mai nessuno, fingendo di voler bene a tutti, uomini e -bestie! Tu ridi, scherzi, spari i fuochi artificiali de' tuoi occhi -e dei tuoi sorrisi col D'Entracques e spezzi il cuore a una povera -donna! Tu resti virtuosa!... E quella povera donna, dopo aver tutto -sacrificato a lui, e dopo tanti anni di amore resterà sola, infelice, -con la vita infranta! — Ti fa meraviglia che io sappia questo?... Io so -tutto! Io vedo tutto! E anche dentro di te! Sì, per questo devi aver -paura, hai ragione di aver paura! E vedo nel tuo cuore candido... e -freddo come il ghiaccio! Vedo nella tua anima vuota... deserta... — La -mano si rallenta, Remigia riesce a sciogliersi, ma resta lì a guardarlo -immota, tanto è sfigurato. Egli balbetta più forte: — Per que... -questo... ti o... dio... per... perchè ti conosco, ti co... nosco... -Sei perfida... per... per... per... — Fa uno sforzo: non riesce a -ripetere la parola, straluna gli occhi, gira su sè stesso e stramazza -di peso per terra, privo di coscienza, di moto, di senso. - -— Mimì! Mimì! - -Remigia corre fuori dalla stanza, corre per il corridoio, gridando con -voce forte, disperata, che si ripercuote in tutto l'albergo: - -— Mimì! Mimì! Mimì! - - - - -XV. - - -Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza D'Orea non -ha avuto che un breve deliquio, per eccesso di fatica, di lavoro, -un'indisposizione, prontamente superata. «Fra un paio di giorni, -l'illustre uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto, anche riguardato -nel suo appartamento, continua con la consueta alacrità nel disbrigo -degli affari più urgenti». - -Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti ed i -repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato colpito da un insulto -apoplettico. «Caso gravissimo, disperato: perduta la parola; tutta la -parte destra del corpo, paralizzata». - -Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre l'attenzione -del pubblico dall'articolo dell'_Allarme_. Nessun altro giornale -lo commenta, lo riporta: l'_Allarme_ stesso riconosce l'attacco -ormai intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario, un -cambiamento di giudizi, curiosissimo. A poco a poco, l'onorevole -D'Orea, dato addirittura come spacciato, — è — anzi era, — per i -giornali dell'opposizione, «l'unica forza, la bandiera e il timone -del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo dovrà fatalmente -e inesorabilmente cadere sfasciato, tra le secche dei rimpasti». A -poco a poco, per i giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il -ministro dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un portafoglio di -secondaria importanza. Anzi, qualcuno, arriva addirittura a far capire -che «allontanandosi il D'Orea, elemento forse troppo conservatore per -la fisonomia del ministero attuale, questo avrebbe potuto muovere più -spedito e più agile verso tutte quelle riforme tributarie e sociali -reclamate dal paese». - -Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor Zaccarella, va -sulle furie e in convulsioni. Più che contro i giornali avversi, — -vanno per la loro strada! — grida e si arrabbia contro i giornali -«falsi amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo, -pronti alla defezione e al tramonto! Ma sfogatasi col signor Zaccarella -due volte al giorno, al mattino e alla sera, — i giornali del -pomeriggio non hanno una grande importanza, — ella si mostra serena, -sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare vestiti e cappellini per le -feste di Napoli, della Spezia, di Venezia, alle quali assisterà col suo -Jack, tesöro. - -Dall'_Albergo di Roma_ parte la parola d'ordine e tutti la mettono in -giro, — la Capodimare, i della Gancia, il Paparigopulos e anche il -D'Entracques, — Giacomo D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua -moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima di farsi vedere al -ministero! - -In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua Eccellenza D'Orea -ormai sta benissimo e lavora tutto il giorno con i segretari, nel suo -gabinetto, torce le labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome -del _socialista_ dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi dei propri -nemici, non c'è di meglio che fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso -compiacendosi del proprio spirito, torna grave, impettito, e si batte -tre volte, con le dita raggruppate della mano sullo stomaco: - -— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo delle fragole alla -panna. Una semplice indigestione. - -In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta e -rispettata: nella prescrizione che Sua Eccellenza D'Orea, tranne i -segretari, non debba nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un -paio di giorni. - -Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente la consegna, -ripetendo a tutti: - -— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì! Io stessa, mi sacrifico -e ci vado pochissimo. Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il -disbrigo degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente. - -Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che oramai donna Remigia -va ripetendo cento volte al giorno! - -Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno di segretari se non -avesse il signor Zaccarella che fa per dieci. - -Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi l'anticamera del -ministero dei Lavori Pubblici e il signor Zaccarella dà udienza, -risponde alle lettere che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il -bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il telegramma della -signora duchessa, in risposta a quello di Sua Maestà, che si congratula -per il «sicuro miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta completa -guarigione». - -«Commossa, riconoscente interessamento Maestà Vostra salute mio amato -consorte, onoromi confermare alla Maestà Vostra condizioni sempre -migliori. Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine, ossequi -devoti, ecc. ecc...» - -Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere -l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come -lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la -duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza -D'Orea. - -Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza -la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè -non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un -paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e -di Venezia. - -— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un -conforto, diventi un peso! - -Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, _mon Dieu!_ — -s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!... - -Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera -ministressa. - -— A Roma, missis?... Come mai? - -— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado -all'_Abetone_. Ne ho abbastanza della Svizzera e della _Tête-pointue!_ -— Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele. - -— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre -malissimo?... Ne sono desolata. - -— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al -ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta -le spalle e se ne va furiosa. - -— Vecchia arpia! - -A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare ottime notizie, tenendola -in guardia, — l'espressione è del signor Zaccarella, — contro le -informazioni pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla -fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano a Giacomo -per rinfrancarsi pienamente e tornare al ministero, la duchessa -Cristina e il principe Rosalino arrivano, senza nessun preavviso, -all'_Albergo di Roma_. Si presentano all'Idola inquieti, ansiosi, con -le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più sorpresa e contrariata, che -soddisfatta, li accoglie di malumore. - -— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete che io non amo le -improvvisate! - -Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna continuare nella -solita commedia dell'indisposizione passeggera, e mentre Remigia -abbraccia la mammà cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella -continua gravemente a battersi il petto con le dita raggruppate: - -— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la panna!... Indigeste -quanto mai! - -Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo con la faccia -costernata, ne escono in carrozza scoperta insieme all'Idola e si -mostrano ilari e contentissimi. Non hanno ancora potuto vedere il caro -Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo degli affari più -urgenti», ma sono felici delle ottime notizie avute. - -— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se vuoi -sapere, vai; se non vuoi sapere, manda! - -Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate, con i -cenni della mano. È sempre cortese, ha sempre il sorriso sulle labbra -e il complimento opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo, -lontano. - -— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato! Caparbio!... -— Egli ha finito anche per crederlo, a forza di ripeterlo. E... chi -sa?... Finisce quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato, -morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo abbrucia senza -riuscire a riscaldarlo! - -Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso, tutta la grande -gioia di essere con la sua mammà. Saluta espansiva e gaia, e fa il nome -alla duchessa Cristina delle signore più alla moda e dei personaggi più -importanti. A un tratto si oscura in viso: - -— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso di Luciano! Non -bisogna più salutarlo! Ha inventato tante cattiverie! Che Giacomo è -gravemente ammalato! Che ha fatto un colpo! - -— Che uomo!... - -— Che essere! - -Remigia comincia a difendere sua sorella. - -— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara! - -— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da -Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti -simpaticoni! - -Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia, -il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos. - -Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate -amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna -Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare -subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del -colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos, -— assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato -sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito -con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti». - -Guendalina Capodimare, consigliata in questo e spinta anche un pochino -dalla cognata, non solo ha accettato, per il momento, la sostituzione -del vecchio barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante -e sbarbato fratello nella commissione marconiana, ma conviene, -rassegnatamente, di aver forse peccato lei, per troppo zelo, a -proposito della famosa firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo -Pontefice. - -Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto tra l'uscio e -il muro delle dimissioni, è il malcapitato Leonida dal cappellone, -ex-repubblicano... e di nuovo molto radicale! - -Con le principesse romane non è riuscito a perdere la virtù, ma sta per -perdere l'Eccellenza: l'_Allarme_ tace, ma vigila. Nel consiglio dei -ministri, Sua Eccellenza Staffa è già stato liquidato. - -— Un vero _Rabbagasse_ antipaticissimo! — È l'orazione funebre di -tutte e tre: Quanita, Guendalina e Remigia, con la muta, ma eloquente -approvazione di Paparigopulos. - -Remigia entra allegra e festante nel salotto della Capodimare: - -— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La mia cara mammà! E anche il -mio tesorone caro! Lo zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per -uno dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno con me e con -Jack! - -Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine per spiegare -l'arrivo a Roma dei parenti. - -Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano subito della -duchessa Cristina, evocando ricordi, aneddoti, parentele, mentre -il cavalier Paparigopulos, a un cenno della Capodimare, attacca -conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a parole, e -intermediario l'astuccio delle sigarette, con il principe di -Sant'Enodio. Questi, per la circostanza, accesa una sigaretta di -Paparigopulos e soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un -proverbio orientale: - -— Donna bruna... e tabacco biondo! - -Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il tè e ammirando le -magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono del Durer, nientemeno! — -passano nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad un tratto -colore, voce, espressione. - -— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida, ma non può muovere il -braccio e parla stentatamente, ingarbugliandosi... - -— E il dottore che cosa dice? - -— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo e il dottor Dolder -comincia a non escluderlo più... - -Remigia sospira, e abbassa la voce: — È stato sempre tanto cattivo e -ingiusto con me... Pure, gli ho perdonato e mi fa compassione! - -Il D'Entracques la guarda con tenerezza. - -— È naturale. È suo marito ed è molto ammalato! - -L'Idola ha un tremito leggero che la fa tutta vibrare e gli occhi, -fissando il D'Entracques, si riempiono di lacrime. Bisbiglia appena: - -— Ho paura. - -— Di che? — domanda ansioso il generale. - -— Mi vedo sola, mi sento sola e ho paura! - -Il D'Entracques le prende una mano e gliela stringe forte, mentre -guarda Remigia lungamente. - -— Lei capisca... ciò che io oggi non voglio, non posso dire. Felice... -non so se potrà esserlo ancora. Ma... sola, no. — Si avvicina di -più, si fa forza, e mentre nel salotto si sentono squillare le risa -di Guendalina e di Quanita, egli le bacia la mano con devozione -mormorando: — Amico... o... come vuole, tutto ciò che vuole: io le -appartengo interamente. - -La giovane signora lo guarda lei, adesso, a lungo, poi scrolla il capo -lievemente con una grande profonda malinconia negli occhi. - -— Interamente... no. - -Il D'Entracques diventa pallido, quasi terreo, mentre risponde con la -voce alterata: - -— È partita per sempre! - - - - -XVI. - - -Quando Remigia torna all'albergo, trova sul portone il signor -Zaccarella che l'aspetta e l'accoglie con la cera torbida delle brutte -notizie. - -— Sta male?... - -— No. Sono arrivate donna Maria Grazia e la signora Gioconda! - -Remigia, ch'era già saltata a terra, si ferma in mezzo al marciapiede, -esterrefatta, mentre la duchessa Cristina, a sua volta, resta con un -piede sul predellino del landò, e con la mano nella mano, che le offre -il fratello di Rosalì. - -Remigia si rimette prontamente dal primo stupore e, per guadagnar -tempo, si arrabbia con mammà. - -— Che fai, lì, a mezz'aria? È tardi! Bisogna ancora vestirsi! - -Entra in fretta nell'albergo, lasciandosi dietro la madre e lo zio e -domandando al sig. Zaccarella: - -— Dove sono?... Con la contessina Carfo? - -— No; sono entrate subito da sua Eccellenza! - -Remigia scatta furibonda. - -— I dottori non vogliono!... Tanto il dottor Davos che il dottor -Dolder, hanno proibito che Sua Eccellenza parli, si affatichi, veda -gente! - -Il signor Zaccarella fa un atto di scusa. - -— La signora duchessa non era in casa; io solo, non potevo oppormi... -alla signora Gioconda D'Orea. - -Remigia, mentre l'ascensore sale al piano nobile, resta pensierosa e -perplessa in faccia allo Zaccarella. Sente che c'è lì, adesso, un'altra -volontà, forte come la sua. - -— Hai visto Maria? — domanda subito a Mimì Carfo, entrando con lei nel -salotto. - -— Com'è giù, mio Dio! — risponde la Carfo. — Com'è giù!... Fa paura! - -— Fa paura? — ripete Remigia. Si cambia l'espressione del suo volto; -cambia il corso dei suoi pensieri. - -Entrano pure nel salotto la duchessa Cristina e il principe Rosalino. -Sono ansanti e titubanti; non sanno come comportarsi con Maria Grazia, -non volendo contrariare l'Idola. Si fermano, aspettando, a rispettosa -distanza. L'Idola non si cura di loro. Parla sempre sottovoce con Mimì. - -— Vado anch'io, da Giacomo, per salutare mia sorella e la zia Gioconda. -Ti pare?... - -— Così? — obietta la Carfo semplicemente, osservandola dalla testa ai -piedi. — Senza prima cambiarti? - -Remigia è vestita di foulard rosso scarlatto, con un cappellone a -tricorno che le sta a maraviglia, ma ancora più straordinario del -solito. - -— Mi cambio in un attimo, senza nemmeno chiamare la Carolì. Vieni di là! - -La duchessa Cristina si fa coraggio e il principe Rosalino anche. -Domandano quasi insieme: - -— Noi... che cosa facciamo? - -— A... Maria, che cosa diciamo? - -— Andate a vestirvi per il pranzo!... Maria la vedrete a pranzo e -Giacomo lo saluterete domani. - -La madre resta ancora a bocca aperta; Remigia gliela chiude -soggiungendo: - -— Ricordati, gioia! Si pranza alle sette e mezzo! - -In dieci minuti, Remigia è pronta. Ha un abito semplice, scuro, -attillatissimo, chiuso fin sotto al mento. Quando attraversa il -corridoio con Mimì, avviandosi verso le stanze di Giacomo, incontra -Maria che ne esce. - -Si fermano tutt'e due. Remigia, colpita, la guarda, la fissa un -istante: — Dio mio, che cambiamento! Non è più bella, non è più -nemmeno giovane! Soltanto gli occhi le sono rimasti, gli occhi neri, -grandissimi, che sembrano ancora più neri e più grandi. - -Remigia, d'un tratto, le salta al collo, abbracciandola con -straordinaria effusione. Maria rimane immota; immote le labbra, senza -parole, senza sorriso. Soltanto quando la sorella si stacca da lei -stende una mano alla Carfo, che la stringe e la tiene istintivamente -fra le sue, come per riscaldarla, tanto la sente fredda, di ghiaccio. - -Remigia parla a Maria sottovoce, in fretta, con grandissima volubilità. - -— Tu, come l'hai trovato?... Che impressione ti ha fatto? Ah, mio Dio, -che disgrazia! Il re mi ha già telegrafato due volte! Che ne dici? Mi -dici di sperare? Io spero assai! Il dottor Davos vede nero; ma non è -spassionato e non m'ispira fiducia. Invece il dottor Dolder è assai -meno pessimista. Il dottor Davos pretende assolutamente che il colpo... -— abbassa ancor più la voce, — perchè è proprio stato un colpo, debba -ripetersi. Il dottor Dolder, no... Giacomo è ancora giovane... Certo, -bisogna tenerlo sorvegliato assai. Nessuna fatica, nessuna commozione. -C'è qui anche mammà e lo zio Rosalì; ma non è il caso di spaventarli -perchè... non c'è da fidarsi! Due tesori, ma chiacchierano, senza -saperlo, e mi hanno tanto raccomandato, anche il presidente del -Consiglio, anche il ministro della Guerra, di non spargere notizie -inutili, per non inquietare il paese. Guai se il ministero dovesse -cadere in questo momento! E non è nemmeno il caso perchè Giacomo sta -proprio meglio davvero! È rimasto in istato _comatoso_, — è il termine -medico scientifico, — per più di tre ore. Poi ha cominciato ad aprir -gli occhi, poi ha cominciato a riconoscere le persone. La prima sono -stata io. Ma non poteva articolare parola, nè muoversi. Adesso, invece, -parla e si muove anche un po'. Tu, in complesso, lo hai trovato benino, -non è vero? - -Maria cerca di sciogliere la mano dalle mani della Carfo e fa per -allontanarsi. - -— Vai di là?... Avrai certo bisogno di riposarti un poco? — E la zia -Gioconda? Vi hanno dato, almeno, delle buone stanze? - -Maria strappa la mano e fugge via singhiozzando. - -Remigia guarda Mimì. - -— Hai ragione! È proprio giù da far spavento! - -La Carfo abbassa il capo e non risponde. - -— Ma che ha, mio Dio, quella cara gioia? — Remigia, che non conosce -nè l'amore, nè il dolore, non arriva a comprendere come l'amore e il -dolore possano ridurre una creatura in quel misero stato. — Chi sa? -Certo, dev'essere molto ammalata! Anche a Giacomo deve aver fatto -un'impressione assai penosa. Ti pare? - -Mimì Carfo ha perduta la parola; è rimasta come trasognata. Remigia -si stringe nelle spalle, va quasi in fondo al corridoio, afferra la -maniglia del penultimo uscio... È quella la stanza che precede la -camera da letto di Giacomo... Si ferma, esita un istante prima di -aprire. - -Tutti i giorni, e anche più di una volta al giorno, Remigia visita -il marito, ma senza mai restar sola con lui. Però, a mano a mano che -l'occhio invetriato e spento riacquista la vita e l'intelligenza e -comincia a fermarsi su di lei, ella prova un senso d'imbarazzo, di -inquietudine, di collera. La scena successa, quelle smanie, quelle -grida, erano i prodromi del male che lo assaliva. Erano grida, smanie, -le idee confuse e pazze di una mente in convulsione. Lui non poteva -ricordarle e lei doveva dimenticarle... - -— Perchè gli occhi di Giacomo la fissavano irrequieti... e tornavano a -diventar minacciosi come allora?... - -Remigia apre, entra. - -Nella prima stanza, c'è il vecchio Gaudenzio. Sta lì, che pare di -guardia. - -— Non c'è dubbio! È stato lui a telegrafare a Fiumicino! - -Appena egli vede la signora si alza in fretta, facendole cenno con -la mano di fermarsi, e, in punta di piedi, si affaccia all'uscio -dell'altra camera. - -— Dorme? — gli domanda Remigia sottovoce. - -— No. Chiamo la signora Gioconda! - -Remigia frena un impeto di collera. Come?... Dovrebbe fare anticamera -prima di entrare da suo marito, e aspettare anche di esservi introdotta -per grazia da questa... signora Gioconda? - -— Sono io, qui, la moglie e la padrona! — Si avanza risoluta, ma in -quel punto le viene incontro una vecchietta piccolina, secchina, con i -lunghi ricciolini grigi e il viso bruno dalle rughe fonde e diritte, -come intagliate nel legno. È vestita di scuro, assai dimessa; ha un -fazzoletto nero di seta sulle spalle; ha gli orecchini d'oro e un -grosso spillone d'oro in mezzo al petto. - -— Oh, zia! — saluta Remigia con la voce e il tono affettuosissimi. Si -danno la mano, si sorridono, ma non si abbracciano. — Oh, zia cara, -come lo hai trovato il nostro Giacomo?... Benino assai, non è vero? - -Il breve sorriso della zia Gioconda si restringe sulle labbra -tagliuzzate e sparisce. La vecchietta, adesso, tocca gli ottanta, ma -è sana, è dura, tutta di osso. Soltanto il suo vecchio capo è mosso -continuamente da un leggero tremolìo che mentre ella risponde alla -nipote, si fa più sensibile. - -— Benino?... Speriamo! — Vuol vederlo? Salutarlo?... Anche lei, -contessina, gli farà piacere! Soltanto non bisogna farlo parlare. Non -bisogna stancarlo, agitarlo in nessun modo. - -Remigia raggrotta le ciglia pensando fra sè: - -— Come?... Questa vecchia contadina si sarebbe impossessata di mio -marito, della sua camera, di tutto... in mezz'ora?.. Ah! Ah! Staremo a -vedere! - -I vetri della camera sono spalancati, le gelosie socchiuse: il letto -bianco di Giacomo appare a poco a poco e sembra ingrandirsi nella mezza -luce. Egli vi sta seduto, appoggiato a un monte di cuscini. Ha il viso -acceso, gli occhi rivolti, fissi verso la finestra. - -La zia Gioconda e Mimì Carfo restano presso all'uscio: Remigia sola, -gli va vicina, accanto al letto. - -— Come ti senti, oggi?... Benino? - -La voce dell'Idola è alterata, ha perduto ogni dolcezza. Il suo volto -non ha più anima, non ha più sorriso. - -Giacomo risponde senza guardarla, tenendo sempre gli occhi fissi verso -la finestra. Parla affastellatamente, come in orgasmo. - -— Meglio, meglio! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Così -dicendo, solleva appena il braccio destro che tiene disteso, irrigidito -sulla coperta. Volge gli occhi in cerca della zia Gioconda e vede Mimì -Carfo. Sorride, salutandola con un cenno. — Grazie, signorina. Bene, -bene, proprio bene! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Torna -ad alzarlo un poco, poi lo lascia ricadere; abbandona la testa sui -cuscini, e chiude gli occhi. - -Remigia, dopo un momento, in punta di piedi, si avvicina alla zia -Gioconda e alla Mimì: bisbigliano insieme qualche parola sottovoce, poi -Remigia e la Carfo escono pianino dalla camera. - -— Uff!... Non ne posso più!... Capisco, che con tutta la mia bontà, -questa zia contadina non riesco a sopportarla! No!... È superiore alle -mie forze! — L'Idola è proprio in collera e si sfoga, al solito, con -Mimì. — Hai visto, il tuo caro signor D'Orea? Il tuo... uomo perfetto? -L'uomo infallibile? Il tuo ideale di marito? Si è finto stanco e ha -chiuso gli occhi per mandarmi via! — Fa un lungo risolino stizzoso e -nervoso. — Meglio così, del resto!... Molto meglio così! - -Appena uscita la moglie con la contessina Carfo, Giacomo riapre gli -occhi e si chiama vicino la zia Gioconda. - -Egli la guarda a lungo. - -— Ti prego... — Si ferma, come un bambino che vuole indovinato il suo -desiderio. — Quella là... — La zia Gioconda capisce che vuol alludere a -Remigia. — Il meno possibile. È meglio per tutti e due! - -La vecchina, crollando il capo, gli asciuga col fazzoletto il sudore -della fronte e affettuosamente, con l'atto dolce di una madre, gli -aggiusta i capelli. - -— Pazienza... Porta pazienza... - -Giacomo accenna di sì, col capo, gravemente... - -— È mia moglie!... E l'ho voluto io!... Mah!... Come certe volte -si compiono i fatti più... gravi... spinti da una corrente che ci -travolge... Io, oggi, guardando indietro... penso... — Si ferma, -continua a guardare la vecchietta, che gli sorride buona, tremolando -nel capo. — Oramai... è inutile pensarci. Non è vero, zia? Il braccio -non lo posso più muovere, sai? È di piombo... di piombo. Posso -alzarlo... appena... — Lo alza un momento con grande fatica, poi lo -lascia subito ricadere di peso. - -Maria entra nella camera. Lo sguardo di Giacomo si ravviva, tutta la -sua fisonomia si rianima. - -La vecchina le cede il posto, prende sul tavolino il suo lavoro a -maglia, uno dei soliti giubbetti di lana per i bimbi poveri, e siede -sotto la finestra, lavorando. - -Gli occhi di Maria e gli occhi di Giacomo s'incontrano, si uniscono -e non si lasciano più. Ella siede accanto al letto, mette leggermente -le sue mani incrociate sulla mano inferma di Giacomo e sta lì, così. -Si guardano... si guardano. Con gli occhi sono le due anime che si -incontrano adesso e si uniscono per non lasciarsi mai più. - -— Anch'io, sai... sto male... molto male. E sono contenta di sentirmi -tanto ammalata... di essere sicura... che non guarirò più! - -Mentre bisbiglia queste parole, dagli occhi neri neri, dolcissimi, -profondi l'amore ripete la sua eterna promessa! - - -Remigia, più che mai occupatissima nel dover dimostrare al sospettoso -mondo politico e all'Europa che sta attenta, la nessuna gravità della -indisposizione del ministro dei Lavori Pubblici, non ricorda quella -camera, mezzo al buio, dove la zia Gioconda impera, e sua sorella Maria -reca l'assistenza e il conforto, altro che nei brevi momenti che passa -all'_Hôtel de Rome_, arrabbiandosi con Mimì, sempre immusita, e pronta -a difendere le due perfezioni, di Fiumicino! - -— Ah, _mon Dieu!_ — sospira con mammà e con lo zio Rosalì. — Le ragazze -che invecchiano... ragazze!... Quanta sentimentalità ammuffita da -collocare! - -La duchessa Cristina approva. Segretamente ella si è sentita sempre un -po' gelosa dell'amica dell'Idola: — È un fatto che quella tua Mimì è -molto antipatica. - -Il principe Rosalino, tace. È diventato un altro uomo; lo si capisce -dall'appetito che gli viene a mancare, e dai proverbi che non trova -più. - -Intanto la malattia del marito, fa acquistare ogni giorno a Remigia -maggiore importanza. - -Il ministero per non perdere l'equilibrio ottenuto con tanta fatica e -per poter reggersi in piedi, ha bisogno che, per qualche tempo ancora, -il D'Orea rimanga ministro, sia pure soltanto di nome. Aprire in quel -momento la successione ai Lavori Pubblici sarebbe pericoloso. Troppi -appetiti stanno in agguato. C'è bisogno che faccia molto caldo, che -l'estate inoltri, che tutti i corvi politici abbiano preso il volo -verso i monti e verso i mari... Poter arrivare alla fine di luglio, -ecco il momento opportuno per il rimpasto!... E si comincierà col -rimandare alla loro repubblica Leonida... e anche il cappellone, che -non servono più! - -Donna Remigia D'Orea, col mostrarsi dappertutto e col mostrarsi sempre -gaia e sorridente salva il ministero e salva il paese dai pericoli di -una crisi extra parlamentare. - -Ella, in questo, ci riesce benissimo, ma a suo tempo, sa farsi -valere... Specialmente col ministro della Guerra. - -— Dio! Dio! Che fatica!... Che sforzo!... Torno all'albergo -affranta!... Non ne posso più! Dover fìngere, dover simulare! È tanto -contrario al mio carattere! È troppo, troppo superiore alle mie forze! - -Il D'Entracques le stringe, le bacia la mano facendole coraggio. - -— Il suo eroismo è veramente grande, ammirabile! - -Molte volte Sua Eccellenza il Presidente dei ministri viene all'albergo -per trovarsi con Giacomo. — La visita è assai breve; Sua Eccellenza -esce dalla camera del D'Orea scrollando il capo e allora si tiene una -specie di Consiglio: il Presidente, il D'Entracques, qualche altro -collega e... Donna Remigia. - -Oramai ella ha imparato la fraseologia, ha preso il gesto, il contegno -della ministressa. - -C'è la prospettiva, per lei, di nuovi sacrifici. Alle feste di Napoli, -al varo della Spezia, ci dovrà andare certissimo anche senza il marito. -Anzi, tanto più, per rappresentare il continuo miglioramento, la -guarigione di Sua Eccellenza, ormai data per sicura, non più fra un -paio di giorni, ma fra un paio di settimane. - -L'Idola sospira, destando in tutti compassione. - -— Ah mio Dio! Mio Dio! Napoli, la Spezia... poi Venezia! Che pena e -che stanchezza! — Alza gli occhi al cielo e a mezza strada incontra la -caramella del conte D'Entracques. — Oh, se non venisse anche lei, con -me! Tutta la forza e il coraggio mi vengono dal pensiero che lei mi -sarà sempre vicino... — Sorridono gli occhi languidi. — Voglio sentirlo -il piccolo filo invisibile che mi avvolge e ch'ella tiene nelle sue -mani per guidarmi... Come il mio _Febo_ e il mio _Desir_... tesöri! - -Il D'Entracques si commove: sente che delle dieresi di quei tesöri, ce -n'è anche per lui! - -Remigia non ha più voglia, non ha più tempo di pensare, nè alla -cattiveria della vecchia contadina, nè alla indelicatezza e... peggio, -di sua sorella! - -— E poi... che importa? Quelle due arpie non hanno altro che l'uomo, e -finchè l'uomo è ammalato. — Lo spirito, la parte eletta, nobile e sana, -il ministro, è in mano sua, con tutto il ministero! - -Ma alla cattiveria della zia e alla condotta assai irregolare di Maria -Grazia, ci pensano anche per Remigia le sue amiche, la marchesa Quanita -e la principessa Guendalina. - -— È una cosa assolutamente vergognosa! - -— È troppo! - -Tutte e due, la Della Gancia e la Capodimare si sono assai risentite -e offese pel fatto che Giacomo D'Orea, ad onta delle loro premure -ed insistenze, non le ha mai volute vedere e perchè Maria non le ha -ricevute, non è stata a trovarle e non s'è neanche fatta scusare. - -— Ma Fiumicino dov'è... In che parte del mondo? Fra gli ottentotti? - -— Come?... Le due amiche più intime di Remigia sono, in certo modo, -messe alla porta dal marito non solo, ma anche dalla sorella? - -Ci deve essere una ragione per aver tanta smania di non farsi vedere e -la ragione c'è... e molto brutta. - -— Povera Remigia! - -Tutta Roma, la Roma eletta, n'è stupefatta e indignata. Il marchese -Pio, addirittura furibondo per la duchessina, per sua moglie, per sua -sorella ed anche per sè! - -— È una indelicatezza enorme, che aggrava lo scandalo! È una... — -Il marchese abbassa la voce, abbassa le palpebre e gonfia le gote -pronunziando la parola: — È una in-de-cenza! - -— Tanto più che è fatto notorio... — la marchesa Quanita diventa -rossa come alla _Femme de chez Maxime_ — è fatto notorio che fra i due -cognati esiste una... — Si ferma; non va più innanzi per gastigatezza. - -La principessa Guendalina, oltre di essere sconvolta e disgustata è -anche inquieta. Ha paura che prolungandosi lo scandalo, — oramai tutta -Roma, la Roma vera, non parla d'altro, — suo marito, così severo e -inflessibile in fatto della morale pubblica, possa proibirle di mettere -i piedi all'_Hôtel de Rome_. Che dolore sarebbe per Remigia! - -Il marchese Pio congiunge le palme in atto compunto. Il Paparigopulos -— Ah! Oh! — Chiude gli occhi, apre la bocca. Poi — Oh! Ah! — Chiude la -bocca, apre gli occhi: — _C'est trop!_ - -Le due signore, naturalmente, prima che con altri, parlano della brutta -cosa e si confidano col D'Entracques, così buon amico, e serio, di -Remigia. Ma il generale, appunto perchè molto amico di donna Remigia e -collega dell'onorevole D'Orea, si tiene in un prudentissimo riserbo. -Non sa che dire, non sa che consigliare; si stringe immalinconito -nelle spalle. È profondamente addolorato anche per i molti commenti, -per le chiacchiere... Non vorrebbe che arrivassero alle orecchie di -donna Remigia... Chi sa che colpo per lei così schietta e leale... fino -all'ingenuità! Ma quel... Luciano D'Orea, che roba è, propriamente? -Toccherebbe a lui a provvedere, e con... energia! - -Si scagliano tutti contro don Luciano, più cinico forse che cretino. E -si scagliano, adesso, anche contro quella Fanfan. - -— Una cagnetta francese non più giovine, imbellettata... - -— E col cimurro! — prorompe Guendalina, facendo inarcare le ciglia al -Paparigopulos scandalizzato. - -Il gran consiglio della morale, sentito i vari pareri e dopo un'animata -discussione, ha deciso. Parlarne con Remigia, no, a pieni voti. Sperare -in don Luciano, inutile: anima venduta alla cassa forte del fratello. -Non c'è che la Moncavallo! Non c'è che la madre! - -La Capodimare e la Della Gancia ne parlano al tè delle cinque e -mezzo alla duchessa Cristina. S'intende, con ogni delicata cautela, -pigliandola da parte, lasciando che indovini tutto ciò che non sarebbe -conveniente per loro di dire e per lei d'intendere. - -La duchessa Cristina ha la forza di rimanere calma, imperterrita. I -suoi occhi severi, hanno un lampo di collera pensando a Maria, poi, -pensando all'Idola, si riempiono di lacrime: — Aceto... e fiele! — -mormora evocando la passione e i dolori dell'altra madre, quella del -Signore, afflitta, come lei, ai piedi della croce. La croce sua è -sempre stata Maria Grazia! - -Ritorna all'albergo, risoluta di por fine a «quello stato di cose», -come ha promesso alle care amiche dell'Idola e anche, sebbene -velatamente, a sua Eccellenza D'Entracques e al compitissimo cavalier -Paparigopulos. Ma non è altrettanto ben decisa sulla via da prendere. - -E Giacomo? Questo è il gran punto interrogativo. - -Se Giacomo prendesse la cosa in cattiva parte? - -Tutto vero, tutto giusto, bisogna impedire lo scandalo... Ma non -bisogna disgustare Giacomo, assolutamente! - -— Molini e Mortadella!... Sempre gli stessi scogli; sempre dover -dipendere! — La povera madre sospira, pensa... trova, finalmente, -una buona scusa per conciliare l'interesse con l'innata fierezza -vicereale: — potrebbe vendicarsi con sua moglie, con l'Idola!... No! -No! Prudenza... Ma per non correre il pericolo di urtare Giacomo, non -bisogna urtare nemmeno Maria... — Alla duchessa viene una buona idea: - -— Quella vecchia! Quella contadina!... Bisogna tender l'amo a quella -Gioconda. È una... buona cristiana; va tutti i giorni a messa... Non si -tratta altro che di ritornare a Fiumicino subito con Maria, per la pace -di Remigia, per il decoro della famiglia, e... forse anche, per il più -sicuro e rapido miglioramento di Giacomo stesso. Il male... vien dal -male! Questo si sa! - -Passeggia su e giù nel corridoio, aspettando che la vecchietta esca -dalle sue stanze per entrare da Giacomo. - -— Eccola!... - -In fatti la zia Gioconda si presenta in fondo al corridoio sferruzzando. - -Le va incontro, le dà la mano, sorride. Sorride anche la piccola -vecchietta, ma fissa l'imponente viceregina con una certa maraviglia -interrogativa negli occhi. Il tremolio del capo si fa più forte. - -— Come sta Giacomo?... Sempre bene?... Cioè, sempre... regolarmente? - -La vecchia non risponde: continua a dondolare il capo. - -La duchessa Cristina diventa ancora più grave e più regale. - -— Vorrei esprimerle un pensiero mio e un'inquietudine mia, signora -D'Orea. Passiamo un momentino nel salotto? - -La zia Gioconda acconsente. La duchessa vorrebbe farla passare avanti, -la vecchierella non vuole e le tien dietro badando ad evitare lo -strascico. - -Appena si trovano sole, la duchessa fa sedere la signora D'Orea -sul canapè, siede lei stessa sopra una poltrona vicina e va subito, -direttamente, allo scopo, quasi con l'aria di fare un processo e ormai -sicura d'incutere una grande soggezione alla vecchietta. - -— Ella sa, cara signora, che il male non è soltanto quello che -si fa, ma anche quello che si lascia credere. Anche le apparenze -del male sono un gran male, specialmente per chi è portato dalla -propria condizione... elevatissima... a servire di esempio agli -altri. Chi attira sopra di sè gli sguardi di tutto il mondo, ha il -dovere di mostrarsi a questo mondo in uno stato... di cose... sempre -irreprensibile. - -La signora D'Orea non risponde; conta le maglie del giubboncino. - -— Ella che è buona e devota cristiana, come me, ricorda certo le -parole di nostro Signore a proposito di chi... dà... — Bisogna dirla -la parola, perchè la vecchia non si scuote. — Di chi dà... scandalo. — -Ancora silenzio. La signora D'Orea ricomincia in fretta, — _tic e tic e -tic_ — a lavorare di maglia. - -— Lei... conosce, o avrà sentito parlare della marchesa Della Gancia e -della principessa Capodimare? - -— No. Mai. - -La duchessa, vista la tranquillità della signora Gioconda, comincia lei -a sconcertarsi. - -— Ebbene, deve sapere che sono le due amiche migliori di Remigia... e -mie. - -Nemmeno una tale notizia produce impressione. - -— Parlo anche a nome di queste due signore, di queste due nostre amiche -intime e care, quando io, come madre, onde evitare scene... certo più -gravi e spiacevoli, prego lei, la supplico... — La duchessa si ferma un -momento, leva il fazzoletto dalla borsettina di velluto scintillante di -lustrini, e se le preme leggermente per via della cipria, sulle labbra -e sugli occhi: — Oh, lo strazio di una povera madre! Del cuore di una -povera madre!... Mi comprenda, signora D'Orea, lei che ha tanto... -senno! Lei che è giustamente così stimata ed apprezzata! Mi comprenda -e non mi obblighi a dire di più. La prego, la supplico. Io non voglio, -non posso dirle altro che questo: ritorni a Fiumicino subito con Maria. - -Le mani della vecchia si fermano e anche il capo. Ella guarda la -duchessa negli occhi. - -— Lasciando qui Giacomo... solo? - -— Come, _solo_? — ribatte la duchessa vivamente. — E sua moglie?... E -tutti noi? - -La vecchia tira dal gomitolo, a due lente riprese, un lungo tratto di -lana, riabbassa il capo e ricomincia a lavorare di maglia: _tic e tic e -tic_. - -Allora la duchessa abbandona le perifrasi e le fa un lungo discorso. -Le parla del mondo, dei grandi riguardi, dei grandi doveri, del nome -sempre illibato dei Moncavallo, dell'invidia maligna dei piccoli verso -i grandi, della calunnia della quale rimane sempre qualche cosa, delle -nobili virtù dell'abnegazione, dell'eroismo dei grandi sacrifici, -della moglie di Cesare, del candore dell'ermellino, dello specchio, -che il più leggero fiato basta ad appannare, dell'ostinazione, -dell'imprudenza, della... straordinaria leggerezza di Maria Grazia, -della sua vita, tutta dedita al bene delle sue figliuole... e -dell'aceto e del fiele di cui fu abbeverata. - -La vecchina, sempre crollando il capo, sempre _tic e tic e tic_ -sferruzzando con la sua maglia di lana, continua a lasciarla parlare, -a lasciarla sfogare, senza mai proferire una parola. Finalmente, quando -la duchessa tace, posa il lavoro e le mani sulle ginocchia, si rizza a -sedere e la guarda fissa: il capo non trema più. - -— Sa lei... che sua figlia Maria è ammalata, forse anche più di Giacomo? - -La duchessa s'indispettisce: dà un'alzata di spalle. - -— Ma che! Esagerazioni!... Nervi! Un po' di mancanza di sangue. Del -resto, se sta poco bene, ragione di più. Aria buona, al fresco, e -curarsi subito! - -La zia Gioconda si alza. - -— A tranquillare i timori e a dissipare gli scrupoli suoi, di sua -figlia Remigia e delle loro amiche, devono bastare i miei capelli... -che se non sono ancora del tutto bianchi è perchè, ormai, non lo -diventeranno più! — La vecchia ride. Nè l'imponenza vicereale della -sua arcigna interlocutrice, nè il rimpinzato predicozzo in pro della -morale, le mettono soggezione. — Ottant'anni, signora, ottant'anni -proprio sonati!... Non le pare? Nel nostro caso presente sono una bella -garanzia! - -— Ma... il mondo è così cattivo... - -— Il mondo è cattivissimo! Più di quello che si crede perchè... perchè -anche ognuno di noi, certe volte, è molto più cattivo di quello che -crede o non crede di esserlo! - -La duchessa si volta sorpresa sulla poltrona, con un piccolo balzo. -— Sta a vedere che quella... contadina, reduce dai molini e dalla -mortadella, vuol tirarle delle frecciate? - -La signora Gioconda continua sempre sorridendo, sempre pacatamente: - -— Vuole che le racconti un fatto curiosissimo?... Io sono arrivata -alle vicinanze del secolo, senza aver visto l'amore, proprio in faccia. -Corpo e anima, io sono ancora una ragazza da marito... completamente! -— Un'altra risatina, poi la vecchierella diventa a mano a mano seria e -grave. — Miracolo! Un miracolo della divina Provvidenza!... — Sì; vero -miracolo e vera Provvidenza! Perchè di amore, cara signora duchessa, -lei non lo sa, come non l'ho mai saputo nemmeno io... ma di amore, si -può proprio morire! Mi creda; non sono fantasie, poesie! È un fatto -vero; lo vedo, in questi giorni, con i miei occhi: si muore, d'amore! - -La voce della vecchia ha un tremito improvviso; la sua faccia rugosa -diventa bianca, smorta, come di cera. La duchessa si alza; si alza -subito anche la signora Gioconda avvoltolando il giubboncino di lana -mezzo fatto e cacciandoselo sotto il braccio. Ella, ergendosi diritta, -fissa la sua maestosa e minacciosa avversaria con fermezza e con -sicurezza. Non sembra più nemmeno tanto piccolina! - -— Lei, signora duchessa, ha parlato degnamente del decoro, del -casato, dell'illustre e illibato nome dei Moncavallo. Io le rispondo, -semplicemente, che tutte le donne della nostra famiglia, sono state -donne oneste. Delle sue due figlie, entrate in casa nostra, io non -conosco, da poter giudicare con convinzione, altro che Maria. Ebbene, -io sono contenta, anzi sono fiera che sua figlia Maria porti il nostro -nome. Dica questo soltanto per conto mio, e deve bastare e basterà, per -tranquillare i timori, per dissipare gli scrupoli dell'altra sua figlia -Remigia... e di tutte le loro amiche! - -La vecchia scrollando il capo e ritornando, _tic e tic e tic_, a far la -maglia, si avvia per uscire. - -La duchessa è furente. - -— Ma lei?... Ma come?... Non andrà via così senza dir altro?... - -— Nient'altro. No! — Anche la vecchietta alza un po' la voce. — Che -vuole?... Che le direi... se noi due non ci capiremo mai? Siamo fatte -di una pasta troppo diversa! Non potremo mai... stare insieme!... -Parole e parole, tante parole, e poi? — Sarebbe da mia parte fiato -sprecato, e dalla sua, pazienza sprecata! Siamo agli antipodi... e -ci dobbiamo restare. Lei, signora, ed è naturale, vede tutte le cose -dall'alto... Io, venuta su da piccola gente, è altrettanto naturale -che le veda, invece, terra terra... proprio come sono. Lei comprende, -della vita, la nobiltà, la grandiosità e la sublimità... Io comprendo -e intendo, perchè, così giù come sono, lo vedo e lo tocco con mano... -il dolore. No! No! No! Lei è lei, io... sono io! Tutt'altra cosa! -Persino la religione! Siamo tutte e due cristiane e cattoliche, eppure, -vediamo un Dio assai differente: il suo fulmina; il mio perdona, e, di -conseguenza, anche la nostra morale è diversa. Io vado a messa tutti -i giorni, eppure non credo di far peccato, lasciando a quei due poveri -esseri, che muoiono per aversi voluto bene, e che si sono incontrati in -questa affezione colpevole perchè forse le altre lecite e alle quali -avevano diritto, sono loro mancate, il conforto di vedersi in questi -ultimi momenti. Intende, non è vero, lei, madre, le mie parole? — In -questi ultimi momenti! - -La duchessa, non commossa, perchè non si è mai lasciata commuovere da -nessuna esagerazione, ma colpita, offesa dall'audacia di quella... -signora D'Orea, vuol rispondere e terribilmente, ma non trova le -parole. Fa per mettersi tra l'uscio e la vecchietta; questa torna a -sorridere pacatamente: - -— Vado di là. Mi lasci andare, signora duchessa, a far la sentinella a -que' due poveretti. E, dove ci sono io, non abbiano paura di niente, -nè per lo scandalo, nè per la morale, nè lei, nè l'altra sua figlia -Remigia e nemmeno le loro amiche più care! - - - - -XVII. - - -Don Luciano è stato subito informato da Cincino D'Ermoli dell'arrivo -a Roma della vecchia D'Orea, con quella perla... nera e funebre di sua -moglie. - -— Ah! Ah! La zia bigotta che regge il lume! - -Prima un ghignetto, poi si stringe nelle spalle. - -— Non è il caso di essere geloso. — Che! Paolo è accidentato e -Francesca non è più che un'ombra con gli occhi! - -Per certe viste, non dispiace anzi a don Luciano, l'arrivo di sua -moglie, presso suo fratello il ministro. Tutt'altro! Socialista in -politica, nelle finalità lontane, sta benone! Ma al presente, in -pratica, fra gli impresari, gli agenti e... il resto, bisogna essere -soprattutto il fratello... di suo fratello! Don Luciano D'Orea è -passato, per ciò, naturalmente, dal partito che dichiara «il povero -D'Orea già spedito» a quello che annunzia «l'alacre e illustre uomo in -piena convalescenza». - -E... non più disprezzo per quel taccagno, senza talento! Esprimere, -invece, ammirazione e affezione. Ciò è in urto col suo carattere -franco, leale, e indipendente... dalla gratitudine e anche dal galateo; -ma... ma come si fa? Bisogna rassegnarsi! - -«Vuolsi così colà, dove si puote». Così vuole, Fanfan! - -In seguito allo strepitoso successo della _Manon_, si sta preparando -al Costanzi un altro grande avvenimento artistico: la _Fedora_, -protagonista la signorina Trécoeur. E anche Fanfan, per via delle vie, -fa la ministressa a sua volta, accettando suppliche, promettendo favori -e lasciando sperare al direttore d'orchestra _un joli ruban rouge et -blanc_. - -Poi... la _Scala_. Vincere la maledetta camorra, alta e bassa, della -_Scala_!... Quel pubblico perfido e infame!... Bisogna assolutamente -che _monsieur D'Oreà_ resti al potere e che don Luciano si mantenga, -con lui, in ottimi rapporti, finchè lei non ha trionfato completamente -anche alla _Scala!_ - -Fanfan Trécoeur, a tutti gli amici e agli ammiratori che la visitano -in casa e in camerino, dà sempre, con l'imperturbabile sicurezza di un -qualunque signor Zaccarella, ottime notizie e particolari informazioni -sulla salute di _monsieur D'Oreà_. - -— Oh, sua moglie, la Remigia, è contentissima! _Aux Anges!_ Aveva -tanta paura di dover rinunziare alle feste di Napoli, della Spezia e -di Venezia! Si troverà a Roma, per altro, certamente, per la grande -_première_ della _Fedora!_... Ieri, sono arrivati gli altri parenti -di Fiumicino per vedere _monsieur D'Oreà_ ristabilito e rallegrarsi -con lui! La vecchia zia ricchissima, e la cognata molto bella, Maria -Grazia... - -Fanfan chiama sempre Luciano, don Luciano, per tenerlo a debita -distanza, ma usa di chiamare assai confidenzialmente, col solo nome di -battesimo, tutte le signore _D'Oreà_ — non sa ancora pronunziare D'Orea -— e Moncavallo. Ella si dà l'aria d'essere della famiglia e assicura i -suoi amici che sta facendo la predica a don Luciano, per fargli mettere -giudizio; per indurlo ad essere più amabile e più... buon marito. - -— Voglio restituirlo a sua moglie assai migliorato! - -Ella dichiara, per conseguenza, che i loro rapporti sono ristretti, -oramai, ad una pura ideale amicizia. Quando si tratta della voce, non -si scherza! - -Del resto, lui, don Luciano, innamoratissimo oggi come ieri, sempre -furiosamente. Ma lei? Fanfan?... _Giammai!_ Con don Luciano _D'Oreà_, -non ci ha mai messo del suo. - -Ci tiene questo a ripeterlo a tutti, a dichiararlo a tutti, amici, -giornalisti, compagni d'arte: al maestro, all'impresario e ai -porta-ceste. - -— Ah, no, cari miei! Anche in passato, nei pochi momenti, e molto -insulsi, in cui era costretta... — sempre _vite! vite!_ — ad -immolarmi... Del mio?... _Giammai! Glacé à la napolitaine!_ Io sono -sempre stata troppo fiera! Il mio carattere si ribella! Impossibile! -Non ho mai potuto amare l'uomo al quale devo delle obbligazioni! I cani -soltanto, possono amare il padrone! Io, grazie a Dio, sono un'artista! -Il mio amore è libero e disinteressato!... Tutto per niente! - -Anche don Luciano stesso è ben convinto, che... con la voce non si -scherza! Anzi, è lui che ha più paura e maggiori riguardi. Guai, se la -_Fedora_ non fosse stata un altro grande successo! - -Pagava cari gli applausi, ma sapeva, per prova, che avrebbe dovuto -pagare assai più cari i fischi! - -— Con la voce di Fanfan... Ma anche con Fanfan non si scherza! - -In que' giorni don Luciano ha un gran da fare a preparare il successo. -Lavorare il pubblico, lavorare la stampa. Inviti a colazione, a pranzo, -gite in automobile, mettere a profitto amicizie, aderenze, influenze; -essere più che mai il fratello... di suo fratello il ministro dei -Lavori Pubblici. - -Che vitaccia, povero don Luciano! Spendere, indebitarsi, finire di -rovinarsi... pazienza; umiliarsi, pazienza... Ma non bastava più -telegrafare; bisognava scrivere lettere... - -Sicuro! Don Luciano, per il successo di _Fedora_, si rassegnava -a scrivere alle agenzie, ai direttori dei giornali artistici, ai -direttori dei teatri... E con tutto ciò, a sentire Fanfan, in que' -giorni pure assai nervosa, sempre per via della _Fedora_, lui non -faceva mai niente di bene, non sapeva muoversi, non sapeva montare -la macchina. Era debole, era fiacco, era avaro; per farlo correre, lo -colpiva con la solita sferzata: - -— Oh, mister Kennet! Quello sì, è un uomo! - -C'era uno scenario un po' misero? — Mister Kennet, non avrebbe mai -permesso un orrore simile! — Il vestiarista, era in ritardo? — Oh, con -mister Kennet, a quest'ora, sarebbe tutto pronto! Con voi, caro mio, si -arriva sempre tardi perchè — altro che automobile! — l'omnibus! I mezzi -di trasporto più economici! - -Don Luciano sapeva che a Roma si faceva già il nome del miliardario -americano come suo associato nelle spese, ed era questo il suo spasimo, -la sua ossessione. Gli veniva oscurata tutta la gloria... di rovinarsi -solo per la Trécoeur! - -— E mia moglie?... — pensa in que' momenti di angoscia, di rabbia, di -gelosia. — Non è tempo che la mia signora moglie ritorni a Fiumicino? - -Ma sopraggiunge una notizia che fa quasi svenire Fanfan dalla gioia e -che raddoppia le pene di Luciano, non lasciandogli più tempo di pensare -ad altro. - -— Il maestro Coccardè, ha risposto — _Oui: j'irai te voir!_ — Ha -accettato di venire a Roma da Parigi per assistere alle ultime prove e -alla prima rappresentazione della _Fedora_. - -— Subito! Subito! _Al Grand Hôtel!_ Il miglior appartamento! E il suo -_Champagne!_ Non soltanto, la marca, anche l'annata! - -Non beve altro: se non c'è il suo _champagne_ con la marca preferita e -l'annata migliore, il maestro Coccardè, a Roma, arrischia di morir di -sete! - -Don Luciano, quando arriva il maestro, deve andarlo a prendere alla -stazione per condurlo direttamente a teatro, dove Fanfan ha la prova. -Niente automobile. Il maestro Coccardè li abborre: fetore e sudiciume. -Bisogna andare in landò, e in landò chiuso in un giorno in cui si -scoppia dal caldo. Il maestro Coccardè ha sempre freddo, è assai -delicato di gola e porta con sè una certa tossettina seccherella che -deve aver preso dalla _Violetta_ della _Traviata_ e che cura, come -tutto il resto, a _Champagne_. - -Il maestro arriva col vagone pieno di scialli, di sporte, di bottiglie, -di scatole, di valige e di valigette. Non bastano due facchini: anche -don Luciano deve caricarsi di una cesta piena di commestibili e di una -pelliccia. Il maestro Coccardè ha il cappello a cilindro, un foulard -rosso al collo e il paltò. Saluta appena, con mal garbo, il signor -D'Orea che abborre quanto i suoi automobili, perchè non è abbastanza -signore, perchè è uno spilorcio, perchè non ha orecchio e forse, perchè -anche nell'animo del maestro c'è lo stesso sentimento, come in quello -di Fanfan, di fierezza indipendente. - -In carrozza, nel tragitto dalla stazione al teatro Costanzi, poche -parole e non un ringraziamento. Ma sul palco-scenico l'incontro del -maestro con Fanfan è commovente: l'abbraccia, la bacia, si scosta, -l'ammira: — _Tenez, la voilà!_ — Torna a baciarla e ad abbracciarla. -Poi le partecipa la grande notizia. - -— Sai, Fanfan?... Sarà qui, indubbiamente, verrà per la prima della -_Fedora_, per il tuo nuovo, strepitoso trionfo... Indovina? - -— Chi?... — Fanfan ha già capito ed anche Luciano, che diventa verde. - -Il maestro Coccardè, si leva la tuba e si toglie dal collo il -fazzoletto di foulard per dare la lieta notizia con più enfasi e con -tutte le sue poche, ma belle note superstiti: - -— Il mio amico, il tuo amico, il nostro carissimo mister Kennet! Ha già -fissato l'appartamento all'_Hôtel Bristol!_ - -A Luciano si annebbia la vista. È furibondo, si sfoga contro lo -scenografo e con i coristi, una massa di cani! Poi tace, si rode, -s'imbroncia, seduto in un angolo del palcoscenico, finchè Fanfan lo -manda via perchè con quel muso dinanzi, è impossibile!... Non può -provare! - -— Tutte così, le donne!... Tutte così!... Ma soltanto con me! È il mio -destino infame! - -Continua a bestemmiare e a brontolare per un pezzo. Poi gli viene -un'idea: salta in una carrozzella e si fa condurre all'_Hôtel de Rome_. - -— Andiamo a sentire da quella mia cara signora moglie quando fa conto -di ritornare a Fiumicino! - -La _botte_, con un alto ronzino giallo, sfiancato, scende mezzo al -galoppo e mezzo al trotto da via Nazionale. - -Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante, prostrata sotto -il solleone, che dardeggia fiamme infocate sui graniti delle vie e sui -marmi dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi deserta, il -Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso da un'improvvisa furia di -frustate, ripiglia il galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano, -mezzo sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo di Roma. -Fa a piedi l'ultimo tratto, ed entra: - -— Che c'è?... Ch'è successo? - -Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione insolita -a quell'ora, in cui non ci sono nè arrivi, nè partenze... Un via vai di -gente affrettata, inquieta... - -— Che c'è?... Ch'è successo? - -Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente dallo -scalone, tutto rosso, trafelato, turbato. Ha lo _stiffelius_ e il -panciotto sbottonati, e ha in una mano alcuni foglietti; ricette, -evidentemente. - -— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?... - -L'altro non lo riconosce nella confusione del momento e non gli -risponde. Chiama i due fattorini dell'ascensore, e consegna all'uno -e all'altro i vari foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo -il nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole etere... -ossigeno... - -Luciano non ha più dubbio. Suo fratello ha avuto un altro colpo. -Corre per andar di sopra, dà una spinta, butta in là un cameriere -che incontra, ma quando sta infilando lo scalone, sente parlare -concitatamente nel camerino imbottito del telefono. Si ferma, -ascolta... Riconosce la voce. Apre l'uscio di colpo, chiamando, -gridando forte: - -— Signor Zaccarella! - -Il signor Zaccarella si volta: è pallido, sfigurato. - -— Che c'è? Ch'è successo?... Giacomo... è di nuovo aggravato? - -Il signor Zaccarella rimane muto un istante... Lo guarda fisso, volge -intorno un'occhiata circospetta, poi gli si avvicina, tenendo sempre -nella mano il comunicatore e gli sussurra piano all'orecchio: - -— È spirato or ora. Ma silenzio, con tutti. Prima di dare la notizia -bisogna aspettare le istruzioni di Sua Eccellenza il Presidente del -Consiglio! - - - - -XVIII. - - -La salma dell'onorevole D'Orea, di Sua Eccellenza il ministro -dei Lavori Pubblici, è stata esposta in una sala del primo piano, -trasformata in cappella ardente. - -L'addobbo, in drappo nero e fregi d'argento, è sfarzoso, pesante: in -fondo, contro la parete di fronte all'ingresso, il letto piccolo e -molto semplice, nel quale Giacomo aveva sempre dormito ed è morto. A' -piè del letto, in due enormi candelabri d'argento massiccio, ardono -quadruplici ceri istoriati e dietro il letto, sul fondo nero della -parete a gramaglia, si apre come un'aureola verde, un grande trofeo -di fronde di palme e d'altre piante. Il cadavere giace disteso rigido -sulla coltre bianca, la testa alquanto eretta, sopra due guanciali. - -Veste l'uniforme rabescata di ministro, il petto costellato di -decorazioni, attraversato dalla fascia verde di grande uffiziale; al -collo, le varie commende. Tutte queste insegne appartengono al generale -D'Entracques che le ha offerte per la circostanza. Giacomo, non ne ha -mai posseduta una. Nelle mani in croce sul petto, un umile e vecchio -rosario che mette la sua parola di dolore sincero e di benedizione, -nella pompa volgare e profana del lutto ufficiale. Pure sulle coltri, -una semplice rosa: nessun altro fiore nella camera. - -Di Giacomo D'Orea morto, nessuno avrebbe potuto dire la solita frase -banale: sembra che dorma! — No, Giacomo D'Orea è morto e apparisce -morto nella pietrificazione repentina del corpo, nel disfacimento -squallido del volto, in qualche cosa di torbido e d'inquieto, che i -dolori e le intime lotte hanno impresso su quel volto scarnito. - -Nell'antisala, divisa da una sola parete da quella camera dove tutto -è silenzio, pace, riposo, ferve un brulichio sommesso, ma incessante, -concitato, una repressa intensità di vita... determinata dalla morte. -È l'ufficio del lutto nazionale, espresso nei giornali di tutte le -città e di tutte le regioni, nei telegrammi, che dopo quello di Sua -Maestà il Re, continuano ad affluire a fasci, ed anche delle visite -per le quali donna Remigia D'Orea, inconsolabile, ma ammirabile per -fortezza d'animo, ha tacitamente iniziato, guidata dai consigli del -D'Entracques, un cerimoniale proprio, abilissimo. Assai elegante, -ella sembra più grande e fatta più donna dall'abbigliamento semplice -di pizzo nero. È circondata dalla madre, la duchessa Cristina e dal -principe di Sant'Enodio, creati e messi al mondo apposta, per una -così solenne cerimonia. Mimì Carfo, spettinata, mal vestita di nero, -col viso smorto, disfatto dalla stanchezza e dalle lacrime, eseguisce -come un automa tutti gli ordini che riceve sottovoce, da Remigia e dal -D'Entracques. - -Donna Remigia, oltre ad essere «ammirabile per fortezza d'animo» è -ammirabile pure «per la sua forza di resistenza». Ella, attenta, vigila -su tutto, risponde a tutti. Non ha più alcun bisogno nè di cibo, nè -di sonno. Rimane al suo posto sicura, facendo sempre prevalere la sua -volontà, — che è poi quella del D'Entracques, — in ogni cura, in ogni -particolare, in ogni rapporto determinato dalla disgrazia. - -Sulla soglia d'accesso, il signor Zaccarella ritira i telegrammi da -un usciere del Ministero: un impiegato di gabinetto li apre, li porge -a donna Remigia che li scorre rapidamente e ne trattiene uno o due -su dieci, i più importanti, che fa leggere anche al D'Entracques. -Tutti gli altri, i telegrammi consueti dei sindaci, delle deputazioni -provinciali, dei Circoli, delle Associazioni vengono distribuiti a -due altri impiegati che, seduti ad un gran tavolo sotto la finestra, -lavorano febbrilmente a farne lo spoglio per i comunicati al Ministero -e alla _Stefani_. - -La duchessa è in ammirazione dell'Idola, ma è anche inquieta: - -— Tanta forza d'animo, tanta forza di resistenza, un coraggio tanto -ammirabile, non finiranno poi per abbattere la sua fibra così gracile e -delicata? - -La duchessa Cristina comunica i suoi dubbi, le sue pene al generale -D'Entracques che cerca di tranquillarla, pur non essendo egli stesso -del tutto tranquillo, tanto che sovente ripete a Remigia, sottovoce: - -— Non abusi... di lei stessa... - -Ella lo guarda, si passa il fazzoletto su gli occhi e sospira: - -— Povero Giacomo! - -Poi si volta al signor Zaccarella che le mostra il brano di un giornale -in cui è meglio rilevato «lo spettacolo ammirabile, di fermezza, di -coraggio, di abnegazione, offerto dalla giovine vedova del ministro, -nel lutto improvviso, nel grande dolore che l'ha così fieramente -colpita». - - -Il treno corre via rapidissimo per la campagna romana grave d'afa -e d'immobilità, chiara e triste nell'albore diffuso della luna che -declina. Tutti i vetri sono calati, eppure non un lieve respiro di -brezza tempera la notte arsa. E va il treno attraverso il paesaggio -pallido, smorto, tra il sonno malinconico delle alberelle disperse, -e la gran veglia spettrale degli acquedotti romani... Da lontano, a -intervalli, lustrano, come lamine d'acciaio fuso, sprazzi di mare. - -Le due signore, la zia Gioconda e Maria, sole nello scompartimento, -sedute l'una in faccia all'altra, pare che evitino studiosamente -d'incontrarsi con gli occhi. Ma la vecchia, talora, come riscotendosi -da un'assenza del pensiero, si sorprende con lo sguardo sulla giovine. -Allora un sorriso scialbo le si abbozza sul volto, poi ancora si -volge a contemplare la campagna che fugge, che fugge in tristezza -infinita. Un fischio lungo spezza l'aria; la vecchia curva e macera ne -rabbrividisce. Ella guarda Maria... tutto il pallore della luna sembra -morirle sul viso sbianco attraversato da una riga di capelli, lunga e -nera, come una ferita. La vede sussultare nelle spalle così pietosa, -così vinta; stende le mani secche e tremanti, stringe, stringe forte la -mano di lei e le sussurra: - -— Come ti senti? - -Maria non la guarda; ha gli occhi fissi nel vuoto. Risponde con la voce -che si spegne: - -— Male... - - - FINE. - - - - -Opere di Gerolamo Rovetta - - -Romanzi e Racconti: - - =Mater Dolorosa=, romanzo. - =Il tenente del Lancieri=, romanzo. - =L'Idolo=, romanzo. - =Baby=, romanzo. - =Ninnoli=, racconti. - =Il processo Montegù=, romanzo. - =Le lacrime del prossimo=, romanzo. - =Sott'acqua=, romanzo. - =Il primo amante=, romanzo. - =Tiranni minimi=, racconti. - =La Baraonda=, romanzo. - =La Signorina=, romanzo. - =Novelle.= - =Casta Diva=, novelle. - =La moglie di Sua Eccellenza=, romanzo. - -Teatro: - - =Un volo dal nido=, commedia in tre atti. - =La moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti. - =In sogno=, commedia in quattro atti. - =Gli uomini pratici=, commedia in tre atti. - =Scellerata!....= commedia in un atto. - =Collera cieca!=, commedia in due atti - =La contessa Maria=, dramma in quattro atti. - =La trilogia di Dorina=, commedia in tre atti. - =I Barbarò=, commedia in un prologo e quattro atti. - =Marco Spada=, commedia in quattro atti. - =La cameriera nova=, comm. in due atti, in dialetto veneziano. - =Alla Città di Roma=, commedia in due atti. - =La Realtà=, dramma in tre atti. - =Madame Fanny=, commedia in tre atti. - =Principio di Secolo=, dramma in quattro atti. - =I disonesti=, dramma in tre atti. - =Il ramo di ulivo=, commedia in tre atti. - =Il Poeta=, commedia in tre atti. - =Le due coscienze=, commedia in tre atti. - =La moglie giovane=, commedia in quattro atti. - =A rovescio!=, commedia in un atto. - =Romanticismo=, dramma in quattro atti. - =La Baraonda=, dramma in cinque atti. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's La moglie di Sua Eccellenza, by Gerolamo Rovetta - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MOGLIE DI SUA ECCELLENZA *** - -***** This file should be named 53801-0.txt or 53801-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/3/8/0/53801/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive -specific permission. If you do not charge anything for copies of this -eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook -for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, -performances and research. They may be modified and printed and given -away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks -not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country outside the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you'll have to check the laws of the country where you - are located before using this ebook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm web site -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The -Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm -trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org Section 3. Information about the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - |
