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- Il Libro Nero
-
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost
-no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
-under the terms of the Project Gutenberg License included with this
-eBook or online at http://www.gutenberg.org/license.
-
-Title: Il Libro Nero
-
-Author: Anton Giulio Barrili
-
-Release Date: November 21, 2011 [EBook #38082]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: ISO-8859-1
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO NERO ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
-Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
-
-This file was produced from images generously made available by The
-Internet Archive.
-
- IL
-
- LIBRO NERO
-
- LEGGENDA
- DI
-
- ANTON GIULIO BARRILI
-
-
- _Quarta edizione_
- RIVEDUTA DALL'AUTORE.
-
-
-
- _MILANO_
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- --
- 1882
-
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-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- Tip. Treves
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- ----
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-
- INDICE
-
-
- I. Nel quale si racconta di mastro Benedicite, strozziere, e della
- gran paura che avea.
- II. Dove si legge della felicità di conte Folco, come fosse
- celebrata dal biondo Fiordaliso.
- III. Come il biondo Fiordaliso fu vinto in tenzone poetica, e del
- rammarico ch'ei n'ebbe.
- IV. Che cosa fosse, e perchè temuta, la torre del Negromante.
- V. Nel quale è detto di ciò che vide il conte Ugo guardando la torre
- del Negromante.
- VI. Nel quale si legge come il romèo non fosse altrimenti un romèo.
- VII. Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato
- col diavolo.
- VIII. Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di
- Torrespina.
- IX. Nel quale l'autore si prova a ritrarre la migliore tra tutte le
- donne.
- X. Dello elogio funebre che fece Ansaldo di Leuca ad un amico
- diletto.
- XI. Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla
- giostra.
- XII. Nel quale si legge della differenza che corre fra astori e
- barbagianni.
- XIII. Dove si stilla in dieci pagine ciò che potrebbe stemperarsi in
- cento.
- XIV. Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver
- paura del diavolo.
- XV. De' progressi che avea fatto il biondo Fiordaliso nell'arte di
- poetare.
- XVI. Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali.
- XVII. Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari.
- XVIII. Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come
- lo si dipinge.
- XIX. Qui si narra dell'ultima sbevazzata di frate Gualdo
- cisterciense.
- XX. Come espiasse il suo fallo la dama di Torrespina.
-
-
-
-
- IL LIBRO NERO
-
-
-
-
- CAPITOLO I.
-
-
- Nel quale si racconta di mastro Benedicite, strozziere, e della gran
- paura che avea.
-
-Il sole era tramontato in mezzo a certi nuvoloni neri neri che
-ingombravano l'orizzonte marino, minacciando, dopo una molto bellissima
-giornata, una notte burrascosa. Gli ultimi riflessi dell'astro,
-costretti sotto quella cappa di piombo, accendevano come una striscia di
-fuoco lunghesso il mare, che si vedeva nereggiare in lontananza, di là
-da parecchi ordini di monti e colline, che sono i contrafforti
-dell'Apennino ligustico.
-
-Le giornate, essendo sul finire d'autunno, riuscivano brevi; l'aria, già
-fresca per la stagione, si raffreddava sempre più per l'accostarsi del
-temporale e per il calar della notte. E già nascosto nell'ombra, sebbene
-fosse murato su in alto, era il castello di Roccamàla, severo edifizio
-tra il monastico e il feudale, siccome era dimostrato da un campanile,
-vecchio avanzo di chiesa, dimenticato in mezzo a torrioni e mura
-merlate, le quali avevano da due lati l'abisso, e un largo fosso dagli
-altri due, dov'era più dolce il pendìo.
-
-Se la memoria non mi tradisce, questo castello di Roccamàla era stato da
-principio un convento di frati cirsterciensi, ordine il quale, fondato
-appena da S. Bernardo, si propagò alla lesta come una nidiata di
-conigli, e corse in pochi anni a popolare i paesi vicini. In Italia,
-segnatamente, e' furono come le cavallette d'Egitto. Dappertutto
-edificarono monasteri, e in parecchi luoghi (poichè allora, a quanto
-sembra, la novità delle fogge presiedeva eziandio alla prevalenza di
-questo o di quel sodalizio di frati) si allogarono in que' conventi che
-altri ordini più non potevano far prosperare, tanto erano andati giù nel
-concetto delle anime timorate.
-
-Senonchè, i cisterciensi, o bernardoni, come erano chiamati dalle
-popolazioni ligustiche dal nome del fondatore, fortunatissimi altrove,
-nol furono del pari nel loro ricovero di Roccamàla. Nocque loro la
-fortezza naturale del sito e il comandar che faceva a due ottime strade
-(ottime, s'intende, per i tempi d'allora); laonde, corsi e ricorsi quei
-monti da gente strana, Roccamàla fu presa e divenne feudo di un valoroso
-conte, il quale non aveva altro che la sua spada, ma sapeva con quella
-tagliarsi dalla pezza la sua parte di tela. E intorno a Roccamàla il
-conte Ugo si tagliò di siffatta guisa un largo dominio, donde appariva,
-come tanti suoi pari, avvoltoio appollaiato sulla rupe, pronto a calare,
-se le discordie altrui gliene porgessero il destro, sulla marinaresca
-riviera. I frati, messi fuori di sella, dovettero quindi andarsene a
-dimorare più giù, verso il paesello che dipendeva dalla rocca, ma dove
-furono sempre a disagio, e intisichirono, come una pianta in luogo
-uggioso, sebbene il conte Ugo non li molestasse per nulla. Il fiero
-castellano non badava ad altro che a rafforzare e munire la sua rocca;
-la quale, pochi anni di poi, per una di quelle contese così facili a
-nascere tra vicini, sostenne valorosamente l'assedio di uno dei signori
-Del Carretto, e lo rimandò con Dio, conciato, lui e la sua gente, per il
-dì delle feste.
-
-Ma egli non è di questo conte Ugo, capo stipite dei signori di
-Roccamàla, che io debbo narrar le gesta ai lettori, sebbene talfiata e'
-dovrà essere ricordato con distesi ragionari. Narro di forse cento
-trent'anni dopo di lui, quando quel forte legnaggio faceva bella
-testimonianza di sè in un altro conte Ugo prode e gentil cavaliere,
-amante delle giostre, delle cacce, delle tenzoni, dei trovadori e de'
-geniali convegni, per le quali cose era quasi sempre calato il ponte di
-Roccamàla e risuonavano le spaziosi arcate di festevoli risa e di liete
-canzoni.
-
-Gaia gente, allegre mura! Il giovine conte era ricco, potente e bello
-come un eroe da romanzo, e felice per sovrammercato, come gli eroi da
-romanzo non sogliono essere.
-
-Il papa lo aveva benedetto, sul nascere, mandando al conte Ruberto suo
-padre, per sì fausto evento domestico, un sacco d'indulgenze, che
-potevano bastare al neonato per tutto il tempo della sua vita, e
-avanzarne ancora un bel gruzzolo per uso della sua gente di casa.
-
-Nella sua rocca convenivano d'ogni parte i più fedeli amici che uomo
-vedesse mai, innamorati dei modi suoi cortesi, liberali e magnifici; ed
-erano tali per nobiltà di sangue, e per alto valore e prodezze, da poter
-rinfrescare intorno a lui, nuovo Artù, l'onorata memoria dei cavalieri
-della Tavola rotonda.
-
-Egli aveva i più bei falconi d'Europa, che gli erano stati donati da un
-suo zio materno, gran maestro de' cavalieri di Malta. Della qual cosa
-era giunta voce perfino al re di Francia, il quale, avvezzo per lo
-innanzi a ricevere ogni anno da Malta i migliori falconi pellegrini, e
-non gli parendo più che il gran maestro dell'ordine facesse il debito
-suo con la usata larghezza, ebbe a tenerne parola co' suoi gentiluomini.
-E uno di costoro gli rispose: -- _Sire, j'ai oui dire que le Grand
-Maistre a un sien neveu, de fort bonne noblesse, qu' il a en grande
-affection, et c'est lui qui reçoit les plus beaux faucons et les plus
-gentils que l'on puisse voir._ -- A cui il re di rimando: -- _M'est avis
-que ce jeune homme, puisque il est d'aussi bonne noblesse que vous le
-dites, vienne chez nous, et nous le ferons notre grand fauconnier, et
-l'aurons en haute estime, tel éstant notre bon plaisir. Aussi nous ne
-perarone pas de si nobles et gentilles bêtes, si chères à monseigneur
-Saint-Hubert, et gagnerons un vaillant chevalier pour notre joyeuse
-maison de France._ --
-
-Ma il conte Ugo non potè, siccome pur era desiderio dello zio, tenere lo
-invito, in modo tanto cortese a lui fatto dai reali di Francia. Di fama,
-di potenza e di onore, egli aveva quanto bastasse ad orrevole cavaliero
-del suo tempo; e poi, conte Ugo non avrebbe lasciata l'Italia per il
-trono del mondo se mai Domineddio glielo avesse profferto; imperocchè
-egli era amato dalla più bella tra le creature umane, da Giovanna di
-Torrespina, da colei che celebravano per leggiadria e valore quanti
-erano cultori della gaia scienza, e che lasciò ella stessa, a
-testimonianza del suo ingegno, le più graziose ballate in quella lingua
-provenzale, che era in fiore per tutta Italia, innanzi che l'amante
-della bellissima Avignonese facesse della lingua italiana l'idioma
-d'amore.
-
-Per simiglianti venture il conte Ugo non saliva punto in superbia, che
-borioso non era, nè sciocco. Prode in armi, aveva combattuto daccanto al
-padre, e non ne menava alcun vanto; era misurato ne' modi, schietto,
-umano e gentile. Ed ognuno, ricordando come una indovina, chiamata dalla
-buona contessa Alda sua madre alla culla del bambino, avesse
-pronosticato: «tuo figlio sarà un uomo felice», ripeteva che il conte
-Ugo era felice davvero, e, quel che più monta, era degno di esserlo.
-
-Ma cotesto per l'appunto faceva venire i brividi, ogni qual volta se ne
-parlasse, a mastro Benedicite, lo strozziere, o falconiere che dir si
-voglia, dei signori di Roccamàla.
-
-E perchè mo'? Nato e cresciuto nel castello, il vecchio mastro
-Benedicite amava il signor suo, sto per dire più dei suoi falconi, i
-quali falconi egli amava più dei suoi occhi medesimi. Egli era un _quid_
-tra il servo e il maggiordomo, tra il castaldo e il comandante del
-presidio; era insomma il ser faccenda di casa; il vecchio arnese della
-rocca, che aveva libertà di parola come un pazzo. Stato particolare che
-si spiegherà agevolmente col dire che egli era fratello di latte del
-vecchio conte Ruberto; che aveva salvata la vita, o quasi, alla contessa
-Alda, un giorno che il suo ronzino le aveva vinta la mano, e che, nato
-strozziere, perchè tale era suo padre, e tale suo avolo, aveva pure
-studiato un po' di latino sui vecchi messali dei frati del paese, tanto
-da essere creduto uomo di dottrina da tutto il vicinato, e degno di
-intuonare il _benedicite_ alla mensa dei suoi padroni, alla quale era
-ammesso, sebbene ad un desco più basso. Ora che i lettori sanno anche
-per qual ragione il nostro valentuomo si chiamasse mastro Benedicite,
-noi finiremo il bozzetto col dire che egli sapeva il mestier suo a
-menadito, e (poichè bisogna confessar tutto, il male come il bene) ne
-andava superbo assai più che non fosse consentito dalla cristiana
-umiltà.
-
-E adesso che lo si conosce _intus et in cute_, co' suoi vizi e con le
-sue virtù, e non si può dubitare che non amasse il conte Ugo, come va,
-chiederete, che a mastro Benedicite venissero i brividi, ogni qual volta
-si toccasse della felicità del padrone?
-
-Qui giace nocco, lettori amorevoli, e se vorrete tirare innanzi a
-leggere con quella pazienza medesima che io a scrivere, farò di
-chiarirvi il negozio tra breve, senza guastar l'ordine del racconto, il
-quale ora mi costringe a prendere una viottola di fianco. Parrà una
-digressione, un perditempo, e non è che una scorciatoia, per la quale
-faremo un viaggio e due servizi.
-
-Il dotto strozziere se ne stava nella sua falconeria, comodo edifizio
-accanto alla seconda porta della rocca, dove erano tutte le generazioni
-di falchi e d'astori, ed ogni altro arnese attinente alla caccia. Quella
-nobile famiglia di bestie aveva faticato di molto nella giornata, poichè
-il conte di Roccamàla era andato con numerosa brigata a falconare, ed
-aveva cavalcato per una ventina di miglia, fino al castello di
-Torrespina, facendo gran caccia di uccellame e selvaggina. Il buon nome
-degli alati cacciatori di Malta era stato nobilmente sostenuto al
-cospetto di leggiadre dame e cavalieri, e mastro Benedicite raddoppiava
-il cibo a' suoi figliuoli, com'egli soleva chiamarli, dando loro le
-interiora, cuori e fegatelli di starne, lepri, ed altri volatili e
-quadrupedi, che erano stati feriti a morte dai rostri di quelle bestie
-valorose.
-
--- _Optime, fili mi!_ Tu non hai nessuno che possa starti a paro.
-_Nullus tibi se conferet heros_, sebbene tu abbia già i sessanta
-suonati. Tò, mio dolce amico, questo è per te. --
-
-Queste parole, erano rivolte ad un bel falco randione, che mastro
-Benedicite s'era recato amorosamente sul pugno, offrendo alle sue
-allegre beccate uno spicchio di carne sanguinolenta. Era quello il
-beniamino dello strozziere, e degnamente rispondeva alla preferenza
-affettuosa di mastro Benedicite, facendo il fatto suo per modo da non
-toccargli neppure il sommo delle dita, e interrompendo ad ogni tratto il
-suo pasto (notate gran tenerezza) con un picciol grido di gioia e di
-gratitudine.
-
--- E tu, che fai costì, manigoldo? -- borbottò poco stante mastro
-Benedicite, facendo la voce tanto ruvida, quanto era stata dolce
-dapprima. -- Metto pegno che ancora non sarà nulla a suo posto, nè
-lunghe, nè cappelli.
-
--- C'è tutto, zio, ed ho anche ripulito per bene il pavimento; --
-rispose, senza scomporsi punto per quella infinita ruvidezza, un biondo
-adolescente, che era venuto allora a stringersi ai fianchi del vecchio
-falconiere.
-
--- E la lezione?
-
--- La so.
-
--- Tanto meglio per te, se tu di' il vero, fannullone. Orvia, sentiamo
-un tratto.... Quante sono le generazioni de' falchi? --
-
-Il fanciullo stette un po' sopra pensiero; quindi rispose a mezza voce:
-
--- Sono sei....
-
--- Ah, ah! -- gridò mastro Benedicite, in quella che proseguiva a dare
-il pasto alle sue bestie -- certuni lo dicono, ma cotestoro, ragazzo
-mio, non sanno neanco l'abbicì della falconeria.
-
--- Sono sette; -- si provò a dire il fanciullo.
-
--- Sette, sì certamente, sette e non sei. La prima?
-
--- Il randione.
-
--- Adagio, adagio a' ma' passi e non mettiamo il carro davanti a' buoi.
-Si va dal minore al maggiore, _de minore ad majorem_. Il primo legnaggio
-sono lanieri, che sono i più vani: molta apparenza e poca sostanza. E il
-secondo?
-
--- Il secondo, son quelli chiamati pellegrini.
-
--- Sta bene, e perchè?
-
--- Perchè persona non può trovare il loro nido; anzi sono presi come in
-pellegrinaggio, e sono molto leggeri a nutrire, cortesi e di buon'aria,
-e valenti e arditi.
-
--- Bene, bene! -- borbottò il falconiere -- e il terzo?
-
--- Il terzo sono falconi montanini, che si nascondono dappertutto, e
-quando son nascosti non fuggono più; il quarto falconi gentili; il
-quinto....
-
--- Non correr già a precipizio! _Festina lente_, ragazzo mio! Che cosa
-sono anzitutto i falconi gentili?
-
-Il fanciullo era rimasto a secco. La voglia di far presto gli aveva
-fatto perdere il filo.
-
--- Ma.... -- disse egli -- i falconi gentili sono.... sono....
-
--- Sono quel che tu non sai, per quanto io vedo. E quello che tu non
-sai, gli è che i falconi gentili sono nobilissimi, prendono la gru, e
-non hanno che un male, cioè di volar troppo lungo, per modo che si
-bisogna averne buon cavallo per seguirli, e quassù per i nostri greppi
-non approderebbero. Ora al quinto, e bada a non incespicare.
-
--- Il quinto -- proseguì il nipote -- son gerfalchi, li quali passano
-tutti gli uccelli della loro grandezza, e sono forti, fieri, ingegnosi e
-bene avventurati in cacciare e in prendere; il sesto è il sagro, molto
-grande e somigliante allo sparviero.
-
--- All'aquila! all'aquila! -- interruppe mastro Benedicite. -- Vedi mo',
-Anselmuccio, questo è appunto un sagro; o dove ti sembra egli che
-rassomigli allo sparviero? Quello che tu di' è l'astore, non già il
-falco sagro.
-
--- All'aquila; -- soggiunse il ragazzo, risovvenendosi, -- ma, degli
-occhi, del becco, delle ali e dell'orgoglio somigliante al gerfalco. Il
-settimo....
-
-Mastro Benedicite non aveva messo a tortura il nipote, che per farlo
-giungere a quel settimo.
-
--- Eccolo, il settimo, -- interruppe egli con aria di trionfo -- eccolo,
-il randione, cioè, il signore e re di tutti gli uccelli, che non è niuno
-che osi volare appresso di lui, nè dinanzi. Vedi, figliuol mio, tu
-_lasci_ il randione contro qualsivoglia uccello munito di poderose ali,
-e non c'è verso di fuggirgli; cadono tutti tramortiti in tal guisa, che
-l'uomo li può prendere, come fossero morti. --
-
-E ciò detto, essendo finito con la lezione il pasto delle sue bestie
-nobilissime, mastro Benedicite si volse da capo al beniamino randione:
-
--- Non è egli vero, _fili mi dilectissime_, che voi siete uccello da
-cosiffatte prodezze? Or via, pigliate il cappello e buona notte. _Salve
-tandem!_
-
-Il falcone, con la mansuetudine di tutti i suoi pari, quando siano
-manieri, e stati da gran pezza a scuola sotto un buon maestro d'arte
-_aucuparia_, raffermò con moti quasi soavi le palpebre, si lasciò
-incappellare come un membro della confraternita della Morte, e coi geti
-annodati ai piedi si pose chetamente sul bastone a dormire.
-
-Ora, in quella che mastro Benedicite si metteva attorno agli altri
-falconi per far loro il medesimo uffizio, si affacciò sull'uscio della
-falconeria un famiglio.
-
--- Ohè, mastro Benedicite, s'ha egli da alzare il ponte, questa sera?
-
--- Che ponte mi vai tu pontando ora? -- gridò stizzito il falconiere.
-
--- Sì, il ponte, il ponte! -- disse di rimando quell'altro. -- Messer lo
-Conte e tutta la sua gente sono per andare a mensa, e credo non
-aspettino più altri da fuori.
-
--- Questo sapevo; e poi?
-
--- E poi, mastro Benedicite, io non c'entro. Se a voi piace che il ponte
-rimanga calato, accomodatevi pure. Voi avete da messer lo Conte ogni
-autorità, per far questo ed altro....
-
--- Sì certo, e me ne vanto; -- rispose lo strozziere, che parlava allora
-da comandante della guardia -- e penso di non essere venuto meno alla
-fiducia di messere Ugo. Il ponte è alzato.
-
--- È calato, -- s'impuntava a dir l'altro -- qui siete in errore; è
-calato.
-
--- Amico, -- esclamò mastro Benedicite, dopo aver bene squadrato in viso
-il famiglio, alla luce di una lanterna che aveva accesa durante quel po'
-di conversazione, -- _bibisti quam maxime_, a quel che pare.
-
--- Che cosa dite? io non intendo il vostro latino.
-
--- Dico che tu t'impacci de' fatti tuoi, e non mi venga a far l'omo;
-dico infine che tu se' pazzo, o ubbriaco. --
-
-Quell'altro si strinse nelle spalle, facendo con le labbra l'atto di chi
-alla perfine non ci ha nè sal nè pepe da metter su. E mentre il vecchio,
-presa la lanterna, esciva dalla falconeria per avviarsi alla porta della
-rocca, si fece in tal guisa a proseguire il discorso:
-
--- Io non volevo far altro che darvi un cenno della cosa. Per me, poi,
-stia calato, o si alzi, non me ne importa un frullo. Ad altri, in
-cambio, può talentare che l'escita sia libera, e non c'è nissun male.
-Già, chi ha da venire a darci molestia quassù? Nemici molti, si
-farebbero scorgere troppo tempo prima. Pochi, avrebbero degna
-accoglienza. E se pure non si ha paura del diavolo.... il quale del
-resto non ha bisogno....
-
--- Sta zitto là, manigoldo! -- gridò Benedicite, e fu ad un pelo di
-mettergli la palma della mano sui denti. -- Tu non sai quel che ti dica,
-e meno ancora di quello che hai detto poc'anzi del ponte calato.
-
--- Orbene, vedete di per voi; è alzato o calato? Erano allora per
-l'appunto alla porta, e i buffi dell'aria esterna s'ingolfavano
-rumorosamente sotto l'androne. Mastro Benedicite non rispose, che non
-avea tempo da schermire di lingua col famiglio, e con passo deliberato
-corse da un lato dell'androne a cercare un uscio socchiuso, donde usciva
-un po' di luce fumosa e un suon di voci avvinazzate.
-
--- Che fate voi qui, pendagli da forca? Giuocate a zara? Avrete tempo a
-giuocare, quando sarete con Satanasso, che il malanno vi ci porti
-_illico et immediate!_ Chi ha calato il ponte, che è stato levato pur
-mo' sotto i miei occhi?
-
--- Mastro Benedicite, -- rispose uno degli arcieri, alzandosi dalla
-panca, -- noi non ci siam mossi di qui. Se il ponte era alzato, come voi
-dite, penso che lo sarà tuttavia.
-
--- No, vi dico; è calato.
-
--- Sarà qualche paggio, -- entrò a dire un altro della brigata, in
-quella che tutti uscivano dalla camera per tener dietro allo strozziere,
--- sarà qualche paggio randagio, che ne fa qualcuna delle sue.
-
--- Baie! Questi manigoldi si calano giù nel fosso dalle finestre, quando
-loro metta conto di uscire a far le scorribande nel vicinato. E così si
-fiaccasse una volta il collo, messer Fiordaliso, che ha introdotto il
-costume di appendersi alle scale di corda! Ma qui, vivaddio, gatta ci
-cova, o voi altri avete calato il ponte, ed ora che siete alticci dal
-vino, non ve ne ricordate più altro. --
-
-Gli arcieri, che ben sapevano di non averci messo mano, ma che pure
-volevano farla finita con le sfuriate di quell'autorevole personaggio,
-non risposero verbo. Chi tace acconsente; e per tal guisa fu tacitamente
-ammesso che il ponte di Roccamàla, la sera del 29 novembre, giorno di
-san Saturnino, dell'anno del Signore 1284, era stato levato e calato.
-
-Ma quel ch'era stato disfatto bisognava rifare. E già si appigliavano
-alle manovelle per trarre le catene, allorquando si udì dall'altro lato
-del fosso lo scalpito di un cavallo che risaliva galoppando il pendìo,
-e, subito dopo, lo squillo di un corno che domandava ospitalità al conte
-Ugo di Roccamàla.
-
--- Chi diamine giunge a quest'ora? -- esclamò uno degli arcieri.
-
--- Proprio a tempo, -- soggiunse un altro, -- per farci risparmiar la
-fatica!
-
--- E come ha fretta, il sere! E' suona alla disperata.
-
--- Su, su, tirate, alla croce di Dio, e non mi state a far chiacchiere!
--- interruppe lo strozziere.
-
--- O perchè volete voi che si alzi il ponte, ora, per calarlo da capo? E
-l'ospite che giunge, per dove volete che passi?
-
--- Che ospite del malanno! Vada a farsi impiccare per la gola....
-
--- Ma.... e messer lo Conte, se giunge a risaperlo....
-
--- Messer lo Conte.... messer lo Conte.... vi comando io, e pagherò io
-per tutti. --
-
-E dicendo queste parole, il vecchio strozziere tremava a verghe.
-
--- Poffarbacco! -- esclamò uno degli arcieri -- si direbbe che avete
-paura di una visita di messer Satanasso in persona. Basta, sia come vi
-talenta, o, per parlar latino alla vostra guisa, _fiat volontas tua_,
-mastro Benedicite. Orsù, figliuoli, alle manovelle!
-
--- Sì, sì, alle manovelle! -- ripetè lo strozziere, più morto che vivo,
-senza stare a piatire coll'arciere, e mettendosi all'opera egli stesso
-con le braccia tremanti.
-
--- Ohè! ohè! messeri! In tal guisa si ricevono gli ospiti, dalla gente
-costumata?
-
-Queste parole, accompagnate da un riso sarcastico, venivano dall'altra
-banda del fosso. Mastro Benedicite non poteva scorgere chi fosse,
-essendo egli sotto la luce della lanterna, e il nuovo capitato fermo di
-là dal ponte nella oscurità della notte; ma tant'è, gli parve di
-scorgere un paio d'occhiacci fiammeggianti, e per moto naturale si recò
-le dita alla fronte, per farsi il segno della croce.
-
--- _Domine salvum fac.... Vade retro Satana_.... -- borbottò egli tra i
-denti. -- Alzate, alzate, in nome di Dio!
-
-Intanto il riso sarcastico si faceva udire da capo, e la voce con esso.
-
--- Ah! ah! grazie, grazie, per mia fe', mastro Benedicite! Un povero
-romèo è egli dunque un cane tignoso, che gli si chiudano le porte sul
-muso? In verità ch'io mi facevo più ospitali i signori di Roccamàla. --
-
-Tocco nel vivo, lo strozziere si fe' qualche passo innanzi, ma senza por
-piede sul tavolato del ponte, e tirando intorno a sè tutti gli arcieri,
-perchè gli facessero buona difesa; quindi, con voce che si provava a far
-parere sicura, rispose:
-
--- I signori di Roccamàla furono sempre e saranno i più ospitali
-cavalieri della cristianità, messer pellegrino, e cotesto abbiatevelo
-per fermo. Appunto in quest'ora c'è corte bandita a tutti i più riputati
-che portino spada e cappa in questi dintorni, e scorre il vin di Cipro,
-che alla mensa del serenissimo doge di Venezia non se ne bee del
-migliore. Ma gli ospiti del magnifico conte Ugo son persone a modo, e
-non hanno la vostra meschina figura, messer pellegrino, sebbene io la
-scorgo attraverso questa mezza oscurità.
-
--- Ah, voi giudicate l'uomo dalla apparenza? Io dovrei pigliarvi allora
-per un otre, se bene vi scorgo a mia volta. Andate là, mastro
-Benedicite... e non vi faccia meraviglia ch'io vi chiami col vostro
-nome, poichè l'hanno pur mo' gridato gli uomini vostri. Andate là, ed
-annunziate al magnifico conte Ugo la venuta di un povero pellegrino di
-Roma.
-
--- Di Roma! -- ripetè con piglio d'incredulità lo strozziere, in quella
-che dentro di sè si raccomandava a tutti i santi del calendario.
-
--- Ne dubitate? Ci ho gusto. L'uomo che dubita è l'uomo che pensa. Ma io
-ci ho di buone testimonianze a mettervi fuori, che potranno acquetare la
-vostra timorata coscienza. Vengo da Roma, dove ho visto il Papa e la
-Santa Madre Chiesa, che fanno insieme una buonissima vita. Peccato che
-non abbiano figliuoli! Basta, io porto qui, sulla sella del mio magro
-ronzino, una gerla di coroncine benedette e d'indulgenze plenarie, e poi
-le più succose dispense che ogni buon cristiano possa desiderare;
-dispense di sgravarsi senza dolore, checchè sia stato decretato in
-contrario; dispense di mangiare il proprio simile, quando si abbiano
-buoni denti, e di bere senza ubriacarsi, mettendo acqua nel vino. Che ve
-ne pare, mastro Benedicite? son io degno di entrare?
-
--- Su, su, arcieri! -- urlò il vecchio strozziere. -- Alle catene, alle
-catene!
-
-Ma sì, a persuaderli che gli tenessero bordone! Gli arcieri erano
-rimasti stregati dalle bizzarrie del pellegrino, e sghignazzavano
-ereticamente, senza badare alle furie di mastro Benedicite. Ed egli a
-gridare, a tempestare, a pigliarli pel collo (che la paura gli
-raddoppiava le forze), fino a tanto non li ebbe ridotti all'obbedienza.
-Ma, sebbene ci si mettessero tutti, ed egli medesimo si provasse ad
-aiutarli, le catene non iscorrevano punto.
-
--- Voi non fate il debito vostro, manigoldi; tirate a voi con quanta
-forza avete!
-
--- Mastro Benedicite le catene hanno la ruggine. Intanto quell'altro
-continuava a ridere.
-
--- Mastro Benedicite, la ruggine è molto più cortese dama che voi non
-siate cavaliero. Ora, voi vedete, già venti volte, non una, avrei potuto
-passare, e nol fo, per non usare villania al vostro signore. Ma se egli
-non è malnato castellano, udrà i tre squilli di corno che si mandano
-alle porte della sua rocca. --
-
-Così parlò il pellegrino di Roma, e, posto mano al corno che gli pendeva
-da fianco, suonò con esso tre volte.
-
--- Misericordia! -- esclamarono gli arcieri. -- Questa è la tromba del
-giudizio universale.
-
-
-
-
- CAPITOLO II.
-
-
- Dove si legge della felicità di conte Folco, come fosse celebrata dal
- biondo Fiordaliso.
-
-Al primo squillo di corno, quel tale squillo che avea fatti rimanere
-sospesi con le braccia in aria gli arcieri, conte Ugo stette egli pure
-sospeso, con la coppa d'oro alle labbra.
-
--- Un ospite! -- esclamò egli, voltandosi alla brigata. -- Sia il ben
-venuto a Roccamàla.
-
-E bevuto un sorso, mandò attorno la tazza, quella tazza d'oro lavorato
-con la quale i suoi antenati, da Ugo il negromante, fino a Ruberto il
-taciturno, avevano avuto costume di far le loro libazioni ospitali.
-
--- Messere, -- disse Fiordaliso, -- io mi penso che questo sconosciuto
-visitatore rimarrà un pezzo alla porta e morrà anche a ghiado, se
-aspetta che gli apra mastro Benedicite. --
-
-Colui che parlava in tal guisa era un giovine sui vent'anni, vestito di
-un farsetto azzurrognolo listato di bianco e di vermiglio, e con una
-zazzera bionda le cui ciocche scompigliate scendevano a nascondergli
-mezza la fronte e le guancie. Il viso roseo e la delicatezza dei
-contorni lo avrebbero fatto togliere agevolmente per una leggiadra donna
-travestita da paggio, se certi peli vani che ombreggiavano il labbro
-superiore e il basso delle guance, non avessero fatto manifesto che egli
-avea dritto a portare il nome mascolino di Fiordaliso, col quale era
-chiamato a Roccamàla, e conosciuto da tutte le graziose femmine della
-contèa, nel giro di venticinque miglia, ed anche più oltre.
-
-Il conte Ugo sorrise con aria affettuosa alle parole dell'adolescente.
-
--- Che vuoi dir tu, Fiordaliso?
-
--- Dico, messere, che con mastro Benedicite non si può uscir mai, quando
-s'è dentro, nè entrare, quando s'è fuori. Egli è sospettoso come una
-lepre, e mal per noi se gli somiglia san Pietro, o se va egli un giorno
-a far da portinaio in sua vece.
-
--- Per ora, -- soggiunse il Conte, -- e' bisognerà che se la tolga in
-pace e metta mano alle chiavi. Roccamàla non è un paradiso; ma essa non
-è mai stata chiusa a nessun viandante che domandasse ospizio per amor di
-Dio, o del valoroso barone san Giorgio che l'ha in guardia. I miei
-antichi furono gente melanconica e contegnosa, ma a questo debito non
-hanno fallito mai, e non lo dimentica di certo il mio vecchio
-strozziere, che è il cronista della famiglia.
-
--- Ah! gli è dunque un uomo di dottrina, il vostro Benedicite? -- chiese
-Ansaldo di Leuca.
-
--- Altro ci è! Non parlo dei suoi testi latini, che n'ha sempre una
-serqua tra i denti, parati ad uscirne fuori. Ma e' vi sa dire quando e
-come fu murato il castello, e poi giù giù una infilzata di storielle,
-che a udirne la metà v'intronerebbero il capo per un giorno e non vi
-lascerebbero più dormire la notte. Ma lo so ben io, che da bambino gli
-ero sempre sulle ginocchia e pendevo dalle sue labbra; lo stuzzicavo
-sempre a narrarne di nuove, e poi non c'era più verso che potessi
-pigliar sonno, tante erano le immagini del tempo antico, che scendevano
-a popolare la solitudine della mia camera. Ma questo ospite non
-giunge....
-
--- Io ve l'ho detto, messere; mastro Benedicite vorrà sapere anzitutto
-il nome, la patria e la condizione, se scapolo o ammogliato, e Dio sa
-quant'altre cose di quella fatta.
-
--- Se egli fa ciò, vuol levarmi il mio buon nome, e noi dovremo dargli
-una strapazzata, appena ei venga quassù. Messeri, questo vin di
-Cipro.... Ma che diamine fa egli, quel vecchio scimunito? Ho io ad esser
-chiamato per cagion sua il più tristo cavaliero d'Italia?
-
-Questa sfuriata del conte Ugo era cagionata, siccome i lettori hanno
-indovinato per fermo, dai tre squilli di corno che metteva il
-forastiere, stanco di attendere e di piatire con mastro Benedicite.
-
--- Al nome di Dio! -- esclamò Ansaldo di Leuca. -- Questi è uomo di
-vaglia.
-
--- E quel vecchio pazzo non se ne dà per inteso! Suvvia, Fiordaliso,
-scendi tu alla porta, e vedi che cos'è egli mai che ha intorpidite le
-gambe al nostro falconiere. --
-
-Fiordaliso corse con quella baldanza che è propria de' giovani e che a
-lui era accresciuta dieci cotanti dalla amorevolezza del suo signore. Ma
-egli era appena sulle scale, che vide giungere ansante, trafelato,
-mastro Benedicite; laonde, aspettatolo sul pianerottolo, rientrò con
-esso lui nella sala, con una curiosità in corpo da lasciarsi indietro
-una dozzina di femmine. Intendiamoci bene, di femmine e non di donne,
-poichè tra queste e quelle, sebbene non ammessa dal vocabolario, corre
-una differenza grandissima.
-
--- Orbene, mastro Benedicite, -- gridò conte Ugo, appena ebbe scorto da
-lunge lo strozziere, -- e come va che i forastieri chiedono ospitalità e
-non l'ottengono, a Roccamàla? --
-
-Senonchè, fatto questo rimprovero in forma di domanda, egli vide la
-faccia dello strozziere, e, buono com'era, tosto raddolcì la sua voce
-per dirgli:
-
--- Ma che è, Benedicite? Che cosa sono quegli occhi stralunati, e quel
-viso smorto?
-
--- Egli è, messer lo Conte.... -- balbettò il vecchio -- egli è.... ho
-calato il ponte.... cioè, l'avevo alzato e poi lo rinvenni calato.... Un
-pellegrino, che afferma giunger da Roma.... e mi pare che venga
-piuttosto da casa il diavolo....
-
--- Potrebb'esser tutt'uno! -- esclamò Ansaldo di Leuca.
-
--- Sarà come voi dite, messere Ansaldo; ma io penso che questo
-forastiero del malanno... insomma, io so quel che mi dico....
-
--- Sì, sì! -- interruppe ridendo il conte Ugo, dopo aver fatto cenno
-degli occhi a Fiordaliso, il quale fu sollecito ad uscire da capo. -- Ma
-voi avete a sapere eziandio, mastro Benedicite, che il nostro castello,
-anco a voler partecipare alle vostre superstizioni, non ha paura del
-diavolo. Qui c'è stato parecchi giorni il santissimo Bernardo di
-Chiaravalle, quando Roccamàla era convento del suo ordine, e la
-benedizione di un tanto uomo non basta ella a raffidarvi?
-
--- Essa, con vostra licenza, messer lo Conte, non ha impedito....
-
--- Ah, ah! vecchie storielle da raccontarsi quest'inverno accanto al
-fuoco. Ma dove lasciate voi, uomo di salda memoria, le benedizioni di
-due papi? Dove la visita del vescovo Gualberto? _Macte animo, generose
-senex!_ vi dirò io, imitandovi; noi siamo armati di bolle, d'indulgenze
-e d'acqua santa, per ricevere anco una visita dello spirito maligno.
-_Portae inferi_... come dite voi, che io non lo ricordo più, il vostro
-latino?
-
--- _Non praevalebunt_, messer lo Conte; e così Dio v'ascolti! --
-soggiunse mastro Benedicite, che, vedendosi là, al cospetto del suo
-signore e di tanti allegri cavalieri, incominciava a stupirsi d'avere
-avuto paura.
-
--- Ben venga il diavolo, se pure è egli che giunge! -- disse Ansaldo di
-Leuca.
-
--- Egli è alla perfine un cavaliero di alto legnaggio, sebbene caduto in
-disgrazia del più possente barone del mondo, -- soggiunse Enrico
-Corradengo, -- e noi ci terremo ad onore di averlo commensale.
-
--- Ecco un forastiero che fa parlar molto di sè, -- conchiuse il conte
-Ugo, -- e noi vedremo se la persona sua risponderà alla nostra
-aspettazione. Ad ogni modo, sia il benvenuto tra noi. Mastro Benedicite,
-aprite, vi prego, al vostro spauracchio. --
-
-Il falconiere andò verso l'uscio della sala e la spalancò. Frattanto si
-udiva lo scalpiccìo dei piedi nel corridoio, e la gaia voce di
-Fiordaliso.
-
--- Entrate, messere pellegrino; venite a scaldarvi e a rifocillarvi un
-tratto in buona compagnia. --
-
-Allora fu veduto entrar nella sala un uomo smilzo e lungo come.... dove
-pescherò io il paragone? come le speranze dell'autore di questo
-racconto.
-
-Egli si fece innanzi, rasentando una ricca mensa, intorno alla quale
-erano seduti dieci o dodici convitati. La sua cappa di bigello, tutta
-sgualcita e rattoppata in più luoghi, il sarrocchino coperto di nicchi
-marini e il largo cappello che s'era lasciato ricadere dietro le spalle,
-facevano contrasto co' farsetti e giustacuori di velluto variopinto, con
-le berrette piumate, e le collane d'oro alle quali accresceva splendore
-la luce riflessa dei doppieri. Ma più assai che le vesti, contrastava la
-sua pallida faccia coi volti allegri degli ospiti di Roccamàla.
-
-Chi era costui? Un romèo, cioè un pellegrino che veniva da Roma.
-Pellegrini si dicevano coloro i quali andavano a sciogliere il voto ai
-luoghi santi, e segnatamente al sepolcro di Cristo; romèi più
-propriamente coloro i quali andavano alla eterna città, per baciare il
-piede al Giove di bronzo, ribattezzato San Pietro, e per ottenere la
-benedizione del papa. Ma quello del romèo non era un mestiero, sibbene
-uno stato accidentale e transitorio dell'uomo; ora, che altro fosse, e a
-qual ceto appartenesse il nuovo venuto, non era dato d'intendere. Poteva
-essere un povero diavolo, che, stanco di servire gli uomini, si fosse
-accomodato ai servigi di Dio, od anco un barone, carico di peccati, che
-fosse andato a pentirsene a Roma, col cilicio alle reni e col bordone
-tra mani.
-
-La cera del pellegrino non lasciava intendere se egli fosse di questa o
-di quell'altra specie; ma certo non era d'uomo da poco. Il viso, un tal
-po' allungato e scarno, mostrava que' fini contorni che non sono oggi, e
-per fermo non erano allora, di gente rozza e villana. Assai meno poteva
-indovinarsi l'età, imperocchè quel suo viso era tale da rispondere ad
-ogni congettura, e si poteva dargli trenta come sessant'anni; privilegio
-dei vecchi e dei giovani invecchiati, allorquando gli uni e gli altri
-abbiano membra asciutte, e carni e peli senza un colore spiccato.
-
-Per farla finita con le dipinture, diremo ch'egli era aitante della
-persona, e per avventura oltre la comune degli uomini, che infine i suoi
-modi erano d'uomo punto impacciato nel farsi innanzi ad una nobile
-brigata.
-
-Egli entrò diffatti con passo fermo e sicuro, affrontando gli sguardi
-curiosi; e rasentando, come ho già detto, la mensa, andò difilato verso
-il conte Ugo, che al suo apparire s'era cortesemente alzato da sedere,
-per farglisi incontro.
-
--- Entrate, messer pellegrino; -- aveva detto quest'ultimo,
-accompagnando le parole con atti graziosi. -- Deponete il vostro bordone
-e il cappello, e sedete qui daccanto a me. Il nostro Fiordaliso cederà
-di grand'animo il suo posto al nuovo ospite che la nostra buona ventura
-ci manda.
-
--- E non gli chiede nemmanco il suo nome! -- borbottò fra i denti mastro
-Benedicite, in quella che andava a sedersi al suo posto consueto, nel
-basso, della tavola. -- Già, egli è sempre stato così, come tutti i suoi
-vecchi! Suo padre, il taciturno, non apriva la bocca che cinque o sei
-volte all'anno, e ci volevano proprio i forastieri, per fargliele metter
-fuori, quelle quattro parole! --
-
-Il pellegrino, intanto, si era seduto a fianco del conte Ugo, e dalle
-sue mani aveva ricevuto la coppa ospitale; ma in cambio di recarsela
-alle labbra, stava curiosamente a guardarla.
-
--- Vi piace questa coppa, messer pellegrino? -- ripigliò a dire il conte
-Ugo. -- A me duole di non potervela offerire in presente, dacchè essa è
-la coppa dei signori di Roccamàla, la coppa di un mio famoso antenato,
-che portava appunto il mio nome, or sono forse cento e trent'anni. Non è
-egli vero, mastro Benedicite?
-
--- Sì, messere; -- rispose il vecchio, -- Ugo il negromante mori nel
-1150. E la coppa, narrano le cronache, fosse quella di Borman, gigante
-che i Liguri adorarono poscia come un dio, la quale fu donata al conte
-Ugo dalla fata Melusina. Il santo vescovo Gualberto voleva buttarla giù
-nel torrente, ma il vostro trisavo Aleramo....
-
--- Basta, basta! -- interruppe il Conte. -- Ecco già un monte di parole
-per una coppa che non ne franca la spesa, quantunque sia d'oro. Ella ha
-un sol pregio, messer pellegrino; vo' dire l'amorevolezza con la quale
-io la presento a' miei ospiti.
-
--- Lo so, messer lo Conte, lo so; -- rispose il romèo. -- Questa è la
-fama che di voi corre nel mondo.
-
-Quindi, rivoltosi alla brigata, soggiunse, innanzi di recar la coppa
-alle labbra:
-
--- Nobili messeri, io bevo alla vostra felicità, se pure è possibile che
-un uomo sia al mondo felice.
-
--- Grazie dell'augurio, messer pellegrino; -- disse Ansaldo di Leuca; --
-ma voi m'avete l'aria di dubitarne. O perchè non potrebbe uomo esser
-felice in questo mondo?
-
--- _In hac lacrymarum valle_; -- borbottò mastro Benedicite. -- Ora
-vediamo che cosa gli sa risponder costui. A' suoi pari non hanno di
-certo a mancar le ragioni! --
-
-Ma il pellegrino li lasciò a bocca asciutta ambedue, contentandosi a
-rispondere:
-
--- Messere, a chiarirvi cotesto per bene, si vorrebbe una troppo lunga
-dissertazione.
-
--- E voi sarete stanco; -- entrò a dire il conte Ugo.
-
--- Oh, non già, messer lo Conte! -- rispose il pellegrino. -- Vengo da
-Roma a piccole giornate, e non fo molta fatica. Oltre di che, il còmpito
-ch'io m'ho preso laggiù, mi ha consentito di giovarmi dell'opera di un
-ronzino; e Lutero, comunque non faccia gran mostra di membra, è un
-animale che sa il debito suo.
-
--- Che nome! Lutero! -- esclamò Enrico Corradengo.
-
--- Un nome greco; -- rispose il pellegrino -- a Roma si studia molto il
-greco, oggidì.
-
--- Gran città, quella Roma! non è egli vero, messer pellegrino?
-
--- Sì, davvero, gran città; e chi non l'ha veduta, sia detto con vostra
-licenza, nobili messeri, non ha veduto nulla. E dire che di presente
-ella non è ancor giunta a quel tanto di grandezza che papa Leone X ha in
-mente!
-
--- Leone X! -- non potè rattenersi dallo interrompere mastro Benedicite.
--- O non è più papa Onorio IV?
-
--- Ah! voi siete forte di cronologia, a quel che pare, mastro
-Benedicite! -- rispose il pellegrino. -- Onorio IV se ne è salito
-diritto al cielo, dove sta pregando per la conservazione di Santa Madre
-Chiesa e pel suo trionfo sui tristi che le fan guerra. Ora abbiamo
-pontefice il sant'uomo Leone X, munificentissimo principe, il quale dà
-opera a grandi e laudabili novità. Vedrete la basilica di San Pietro,
-quando sarà riedificata, e mi saprete dire s'ella non sarà divenuta la
-più gran meraviglia del mondo cattolico. --
-
-Così dicendo, il pellegrino fece col capo il cenno di chi ha nominato
-una cosa sacra. Mastro Benedicite non aggiustava fede a' suoi orecchi
-medesimi. Quell'umile e costumato pellegrino, che parlava con tanta
-reverenza cristiana, era egli colui che di là dal ponte levatoio di
-Roccamàla gli aveva pur dianzi parlato, a lui mastro Benedicite, in sì
-beffarda maniera? Un uomo avveduto avrebbe, a dir vero, notate sulla
-faccia del pellegrino, segnatamente ai lati delle labbra, alcune rughe,
-nelle quali usa nascondersi l'ironia, e in certe guardature, che
-accompagnavano le parole, sarebbe colto _in flagranti_ lo scherno. Ma il
-buon falconiere, quantunque sapesse di latino, non era uomo da intendere
-questi nonnulla; argomentate poi se potesse coglierli a volo! Egli era
-come trasognato, e già si pentiva in cuor suo di aver così male inteso,
-e peggio giudicato, un uomo che faceva testimonianza di tanta religione.
-
--- E come si vive a Roma? -- domandò Fiordaliso. -- Chi non ha sulle
-spalle i gravi carichi della santa religione, non ci morrà mica di noia?
-
--- Dio ne guardi, messere! Roma è l'Atene d'Italia. Sua Santità è un
-uomo co' fiocchi; vo' dire un degno vicario di Dio. Il redentore del
-mondo è rappresentato laggiù come si addice a così alto barone. E il
-Machiavelli, con la sua _Mandragora_! Quella è una commedia! Il papa ha
-già voluto udirla recitare due volte. E il Bembo! Che piacevole uomo e
-che latinista di vaglia! Figuratevi, nobili messeri, ch'egli ha scritto
-ad un amico suo, non avesse a leggere le epistole di san Paolo, per non
-guastarsi la buona latinità! La mercè di questo valentuomo, che è
-segretario ai brevi, gli oracoli del Vaticano sono espressi con una
-eleganza, che non fu mai la maggiore. La vergine Maria si chiama _Dea
-Lauretana_; papa Leone è assunto al pontificato _jussu deorum
-immortalium_; celebrar la messa da morto si chiama _litari Diis
-manibus_, ed altre frasche simiglianti, che capirà per bene mastro
-Benedicite, il quale ho udito essere molto intendente della lingua del
-Lazio. --
-
-Lo strozziere, toccato nel suo debole, chinò gli occhi modestamente sul
-tagliere. La diffidenza, che gli era nata in petto contro il forastiero,
-incominciava ad andarsene in fumo.
-
--- Voi dicevate, messer pellegrino, della basilica di San Pietro.
-
--- Affè, sarà quella un'opera stupenda. Figlio di Lorenzo il Magnifico,
-Leone X non farà che cose magnifiche. Ma ci bisognan danari.
-
--- _Nulla res sine pecunia!_ -- sentenziò Benedicite.
-
--- Sì, veramente, e a cotesto si pensa per l'appunto ora, e chiunque
-aiuterà alla grand'opera avrà indulgenze a macca.
-
--- E voi, messer pellegrino, -- entrò a dire il Conte, -- se ben
-m'appongo, ne avete in buon dato.
-
--- Sì, messer lo Conte, ne porto attorno per cui piacciono. Vo in
-Monferrato; di là passerò in Lamagna, dove spero il negozio abbia a
-prosperare più assai che in ogni altra parte d'Europa. Ahimè, sono stato
-un grande scioperato fino ad ora, e mi bisogna racquistare il tempo
-sprecato, con qualche opera buona. Ma già questi non sono discorsi da
-farsi a mensa, e in compagnia di tanti orrevoli cavalieri. Proseguite,
-di grazia, i vostri interrotti ragionari, se pure ad un forastiero è
-permesso di udirli.
-
--- Che diamine! Noi stavamo appunto per chiedere una ballata a
-Fiordaliso, il nostro bel paggio, che la pretende a poeta, e, in fede
-mia, non senza ragione.
-
--- Mi sarà grato udire ciò che bisbigliano le Muse nell'orecchio di un
-sì leggiadro garzone.
-
--- Oh, non vi aspettate grandi cose, messer pellegrino! -- rispose
-Fiordaliso, che si era fatto rosso come una brace. -- Io non ho studiato
-d'arte poetica, e vo strimpellando il liuto come un menestrello
-villereccio.
-
--- Suvvia, Fiordaliso, non ci buttiamo giù di questa guisa! Il nostro
-ospite avrà forse udito più valorosi trovatori che tu non sia; ma io
-metto pegno che egli non rimarrà al tutto scontento dei fatti tuoi.
-Sentiamo dunque la tua ballata! --
-
-Il paggio non si fece pregare più oltre, e andato a pigliare in un
-cantuccio il liuto, incominciò a trarne parecchi accordi, i quali
-volevano proprio dimostrare come il suonatore fosse stato troppo
-modesto, paragonandosi ad un menestrello giramondo. Quindi, giusta il
-costume degli antichi trovatori, non ancora perduto in que' paesi
-feudali, si fece a cantare in questa maniera:
-
- -- Conte Folco è prode e bello,
- Esemplar de' cavalieri.
- Fido albergo è il suo castello
- Di dugento balestrieri.
- Cento lance ei mette in guerra.
- È possente e paventato;
- Ma più ancora avventurato
- Dell'affetto d'ogni cor.
-
- S'è felici in sulla terra
- Fin che regni in terra amor. --
-
--- Bene, Fiordaliso, bene! -- gridò Ansaldo di Leuca.
-
-E tutti in coro ripeterono il ritornello:
-
- S'è felici in sulla terra
- Fin che regni in terra amor.
-
-Il giovinetto proseguì, accompagnandosi cogli accordi del suo liuto:
-
- -- Sulla preda all'aure scaglia
- I falcon più peregrini;
- Pronti in giostra ed in battaglia
- Ha cavalli saracini.
- Lieto il fan di censo opimo
- Le vitifere pendici;
- Ma più lieto i fidi amici
- Che gli fan corona ognor.
-
- L'uom felice in terra estimo
- Fin che regni in terra amor. --
-
--- Gli amici, Ugo, tu l'hai udito, gli amici! -- disse Enrico
-Corradengo, dopo che ebbero ripetuto il ritornello.
-
--- Sì! -- rispose Ugo. -- L'amicizia è la più bella cosa e la più cara
-che al mondo sia.
-
--- Adagio, messere! -- gridò Fiordaliso. -- Io non ho anche finito.
-
--- Tira innanzi, dunque, da bravo!
-
-Incuorato dal plauso della brigata il paggio intuonò la terza strofa:
-
- -- Carlomagno invidia a lui
- Così dolce e lieto stato;
- Ch'ei non è tra' prodi sui
- Più securo e più beato.
- Conte Folco a regio impero
- Ben potria levar le brame;
- Ma più grato a lui reame
- Parve ognora un fido cor.
-
- Più felice è l'uomo invero
- Se gli arrida in terra amor. --
-
--- Hai ragione, Fiordaliso! -- esclamò conte Ugo. -- L'amore accanto
-all'amicizia, ma un grado più in su. Questo è nella natura delle cose, e
-voi non ve ne dorrete, amici miei, non è egli vero?
-
--- No, per mia fè! -- rispose Ansaldo di Leuca. -- E' bisognerebbe
-essere egoisti di tre cotte, per dolersene. Le dame anzitutto! Ma ci ha
-da essere ancora una strofa....
-
--- Sì, messere; -- soggiunse il paggio, -- ed eccola appunto:
-
- -- Per lui sol non disumana,
- Disdegnò d'un re l'omaggio
- Valorosa castellana
- Di gran cor, d'alto legnaggio.
- È regina e imperatrice,
- Se tien Folco in suo governo,
- Se per lei d'affetto eterno
- Per lei palpita il suo cor.
-
- Sulla terra è l'uom felice
- Fin che regni in terra amor.
-
--- Bene! benissimo! -- gridarono tutti, e ripeterono in coro, siccome
-avevano fatto per l'altre strofe:
-
- Sulla terra è l'uom felice
- Fin che regni in terra amor.
-
--- Questo conte Folco era un uomo felice davvero -- disse Ugo, in quella
-che si toglieva dal collo la sua collana d'oro, per cingerne il suo
-paggio prediletto. -- Felice davvero! e a tutte le sue venture
-s'aggiunge questa, di essere cantato da sì gentile poeta. Che ne dite
-voi, messer pellegrino?
-
--- Che avete ragione, per quanto si riguarda al poeta. I suoi versi sono
-graziosi, e meritano il presente che avete sì nobilmente fatto
-all'artefice. Ma il concetto, con sua e vostra licenza, non mi par
-giusto del pari.
-
--- Oh! oh! -- sclamò Fiordaliso, turbato nel suo trionfo poetico.
-
--- Non c'è _oh_ che tenga! soggiunse il pellegrino. -- Recatevelo in
-santa pace; voi non avete, messer Fiordaliso, fatto prova di molta
-filosofia; laonde io mi fo' lecito di consigliarvi a studiare qualche
-buon libro intorno a questa materia, e in particolar modo il libro della
-vita, che le Sacre Carte hanno simboleggiato nell'albero della scienza
-del bene e del male.
-
--- Fiordaliso, tu se' spacciato! -- gridò Ottone di Cosseria.
-
--- _Periisti!_ -- aggiunse il latinista Benedicite, dal fondo della
-tavola.
-
--- Orbene, -- disse, dopo una breve sosta il poeta, messo in puntiglio
--- correggete voi con la vostra scienza, messer pellegrino, quel che c'è
-di errato nei miei grami concetti!
-
--- E perchè no? Tengo la giostra. Date qua il vostro liuto e vedremo di
-cavarne un costrutto. --
-
-
-
-
- CAPITOLO III.
-
-
- Come il biondo Fiordaliso fu vinto in tenzone poetica, e del rammarico
- ch'ei n'ebbe.
-
-Allora, in mezzo alla aspettazione universale, lo strano ospite di
-Roccamàla pose le mani sullo stromento di Fiordaliso, che più non parve
-lo stesso. Le sue dita, adunche come gli artigli d'un falco, cavarono
-dalle corde una tempesta di suoni, striduli e sto per dire non umani;
-strano preludio che fece correre un brivido di terrore per l'ossa a
-quella nobile udienza.
-
--- O come suonate voi, messer pellegrino? -- chiese Enrico Corradengo.
-
--- Come il Paganini.
-
--- E chi è il Paganini? -- dimandò un altro della brigata.
-
--- Un gran trovatore, messeri, un gran trovatore.
-
--- E.... -- si provò a dire Fiordaliso, che udiva toccato il liuto da
-mano maestra e già si sentiva una spina nel cuore, -- e vi ha insegnato
-egli?....
-
--- No, io a lui; -- rispose asciuttamente il pellegrino.
-
--- Ah! noi siamo dunque al cospetto di un maestro.... -- disse il conte
-Ugo.
-
--- Oh, questo poi no, messer lo Conte! Pizzico un tratto, per mio
-logorare, ma non la pretendo a maestro nella gaia scienza, come fa
-qualcun altro. Ora, ecco, magnifici messeri, vi canterò la ballata
-dell'uom felice, la ballata di Giobbe.
-
--- Vuol essere allegra! -- disse mastro Benedicite fra i denti; e
-frattanto di sotto alla tavola fece il segno della croce, imperocchè,
-dopo quel preludio indiavolato, gli era tornata la paura in corpo.
-
-Per tutta la comitiva si fece un gran silenzio, appena il pellegrino
-ebbe annunziato il titolo della sua ballata. E l'ospite di Roccamàla,
-con voce ingrata, ma che costringeva ad ascoltare, così diede principio
-al suo canto:
-
- Era su in alto splendida festa,
- Chè avea l'Eterno corte bandita.
- Calici in mano; corone in testa;
- Tocche le cetre da rosee dita.
- Tutti raccolti nel ciel natio
- Eran gli alati figli di Dio.
-
--- Il cominciamento è bello! -- gridò Ansaldo di Leuca. -- Pare una
-copia della nostra brigata, salvo che noi non abbiamo corona in testa e
-non siamo figli di Dio, e voi non avete le dita rosee, messer
-pellegrino! --
-
-Il cantore rispose alla celia di Ansaldo con un sorriso che mise in
-mostra trentadue denti nitidi ed acuti come quei d'una sega, e,
-ripigliato l'arpeggio, prosegui:
-
- C'eran tutti, chè in lieto accordo
- Venner da' chiari regni e da' bui;
- E quell'astuto, cui non fu sordo
- D'Eva l'orecchio, c'era pur lui,
- Da Dio colpito già d'anatema,
- D'alta scienza mastro Aporèma.
-
--- Aporèma! È un nome saracino? -- esclamò Ansaldo di Leuca.
-
--- No, -- soggiunse Corradengo -- un nome greco.
-
--- Greco, o saracino, -- borbottò mastro Benedicite, -- gli ha da essere
-sinonimo di Satanasso. --
-
-Il pellegrino rispose con un altro dei suoi tetri sorrisi, e continuò
-cantando:
-
- Spirto del dubbio, spirto che indaga,
- Che viver sdegna contento al quia,
- Nè di fallaci larve s'appaga,
- E l'uom da' stolti sogni disvia.
- Com'ei da sezzo giunto s'assise,
- Lo vide il vecchio Sire e sorrise.
-
- -- Che vuoi Satanno? -- Buon sire Iddio,
- Un posto al vostro gaio banchetto!
- Vostra fattura, padre, son io,
- Sebben m'abbiate poi maledetto,
- E qual maestro lasciato all'uomo
- Dopo la biblica scena del pomo.
-
- -- Sì veramente, spirto malnato,
- E aver ciò fatto mi seppe reo!
- Ma non hai tutti pure ingannato....
- Ti sfugge il giusto prence Idumeo....
- -- Ve' gran fatica! Voi lo volete....
- Ma lo lasciate solo, e vedrete! --
-
- -- Sì, tenta! io tolgo da lui la mano....
- Ma inver sovr'esso fai mala prova,
- -- Perchè? fors'egli fuor dell'umano,
- Oltre la terra sue gioie trova?
- Hollo a far tristo, buon sire Iddio,
- O ch'io, Satanno, non son più io! --
-
-Qui il pellegrino fece una sosta, che nessuno degli astanti volle
-turbare co' suoi ragionari, tanto erano ansiosi di udire la
-continuazione. E questa non si fece attender molto, poichè, dopo un
-altro arpeggio più cupo del primo, e con voce più stridula, il cantore
-di Aporèma venne alla seconda parte della ballata.
-
- Il vecchio di lassù tenne la fede,
- Perchè sillaba sua non si cancella,
- E l'uom felice in potestà gli diede.
-
- Ratta sui vanni allor d'atra procella,
- Scende sventura all'idumee pendici,
- Strugge i campi, gli armenti e le castella.
-
- Ve' subito oscurarsi i dì felici
- Del prence, e ve' dalle dolenti case
- Ad uno ad uno disparir gli amici!
-
- Nè il vinse ciò, nè l'ira al cor süase.
- Guardò la donna sua, baciolla, al core
- Forte la strinse, e impavido rimase.
-
- Ma passa ancora il nembo struggitore
- E a lui, che nulla sembra aver sofferto,
- Della salute inaridisce il fiore.
-
- Già bellezza e vigor l'hanno deserto,
- E tabe ria da cento piaghe stilla
- Onde apparisce il corpo suo coverto.
-
- Ve' donna innamorata! Amor vacilla.
- Ve' cor cui l'uomo non mutevol creda!
- Torse il piede ad un tempo e la pupilla.
-
- Solo, ognor solo, parta il giorno o rieda,
- Alla brina gelata, al sol cocente,
- Solitario carcame a' vermi in preda!
-
- Pur gli rimase il raggio della mente....
- Ma udite qual ne fece uso sennato;
- Maledisse all'Eterno, e irriverente
-
- Gli domandò: «perchè m'hai tu creato?»
-
-Giunto alla fine della seconda parte, la quale, anzi che un canto, fu
-una recitazione drammatica, accompagnata da rauchi suoni di corde, il
-pellegrino fece la seconda sosta.
-
-La brigata non fiatava; ma il suo silenzio non era per fermo
-testimonianza di freddezza; chè ben dimostravano il contrario gli
-sguardi fisi e le labbra ansiosamente tese verso il cantore.
-
-La imprecazione di Giobbe era stata resa con un accento da mettere i
-brividi, e più paurosa l'avea fatta il liuto, con un suo accompagnamento
-beffardo. Poco stante, il pellegrino, facendosi da capo alla cantilena
-delle prime strofe, ripigliò in questa guisa a cantare:
-
- Era su in alto splendida festa
- Ed Aporèma fu del cortèo.
- -- Orben, signore, dite, che resta
- Del vostro lieto prence Idumèo?
- Povero, infermo, solo, reietto,
- Al suo fattore grida così:
- «Perchè mi desti core e 'ntelletto?
- «Perchè m'apristi le luci al dì?»
-
- Affè, gran cosa l'esser felice
- Se un sogno all'uomo la vita infiori,
- E raggio d'iride l'ingannatrice
- Zona vi stenda de' suoi colori!
- Felice è l'uomo fin che la fede
- Inviolata nel cor gli sta,
- E il primo intonaco di ciò che vede
- A brani a brani non se ne va. --
-
- -- E tu, Aporèma, forse più lieto
- Sei tu che 'l negro dubbio diffondi,
- Tu che turbandomi l'alto secreto
- Ogni parvenza scuoti e disfrondi?
- Dimmi, te stesso non hai dannato
- A lutto eterno fin da quel dì
- Che in questo sogno viver beato
- Sdegnasti e l'ira mia ti colpì?
-
- -- Il ver parlate, buon sire Iddio;
- In cor non sente gioie Aporèma.
- Nel duol mi cruccio, ma il duolo mio
- Non può speranza vincer, nè tema.
- Quanto la vostra mano dispone
- Per me segreti, sire, non ha:
- So quanto valgono cose e persone,
- E niun sul prezzo gabbo mi fa.
-
-La ballata del pellegrino, e la sarcastica chiusa, fecero una grande
-impressione sulla nobile comitiva. Gli amici del conte Ugo e i suoi
-vassalli si guardarono in viso trasognati; indi tornarono a guardare il
-pellegrino, sulle cui labbra scorgevasi ancora il sogghigno di Aporèma.
-A mastro Benedicite, allora più che mai ricaduto in balìa delle sue
-superstiziose paure, venne in mente che fosse proprio lui quello spirito
-maligno del quale aveva cantate le imprese; epperò il degno strozziere
-se ne rimase mutolo, a capo chino, fantasticando sulle conseguenze di
-quella visita notturna, e non badando punto a citazioni latine; segno
-che il suo turbamento era grave.
-
-Anche il conte Ugo era muto, sebbene non partecipasse alle ubbìe del suo
-fidato vassallo e non vedesse nell'ospite di Roccamàla che un uomo come
-tutti gli altri suoi commensali. La filosofia dello sconosciuto lo aveva
-profondamente commosso, ed egli era rimasto inerte sulla scranna, con lo
-sguardo fiso ma disattento, come di chi sembra aguzzar l'occhio verso un
-punto dello spazio, e non fa in quella vece che seguire il corso
-vagabondo d'immagini confuse, le quali non hanno per anche presa la
-forma di un pensiero.
-
-Il primo a rompere quel silenzio, e direi quasi quell'incantesimo, fu il
-biondo Fiordaliso, pieno il cuore della sua giovanile baldanza.
-
--- Leggiadra è la vostra ballata, messer pellegrino; ma egli mi sembra
-che la storia da voi narrata non sia molto d'accordo con la Bibbia,
-segnatamente nella chiusa. --
-
-La nota del paggio era girata per la mente a tutti i commensali; epperò
-eglino, udendola espressa dalle parole dell'adolescente, gli tennero
-bordone con un cenno del capo.
-
-Ma il pellegrino non era uomo da darsi vinto per simili frasche. Crollò
-le spalle, fece una smorfia e rispose con aria benigna e
-compassionevole:
-
--- Ah! perchè voi non avete letto che la Volgata, messer Fiordaliso. La
-storia vera è quella che v'ho raccontata io, e si legge nel testo
-caldaico della Vaticana. Nella Volgata s'è tenuto altro metro, per tema
-che la lettura avesse a riuscire troppo sconsolante; della quale
-sollecitudine per le coscienze timorate vuolsi saper grado alla Chiesa.
-
--- Per ventura le sono finzioni poetiche dei tempi andati! -- disse
-Ottone di Cosseria.
-
--- Sì, e non possono mutare il verace aspetto delle cose; -- soggiunse
-Enrico Corradengo. -- L'amicizia, a malgrado dei vostri biblici esempi,
-è un alto e durevole affetto.
-
--- Giobbe lo sa, mio nobil sere! -- esclamò il pellegrino.
-
--- Ah, lasciamolo in pace! -- rispose il Corradengo. -- Io, per me,
-tengo che se egli avesse vissuto ai tempi nostri, tra cavalieri, nessuno
-degli amici suoi lo avrebbe abbandonato nella disgrazia, e ognuno si
-sarebbe recato a ventura di spartire con lui. --
-
-Il sogghigno di Aporèma si dipinse anco una volta sulle labbra del
-pellegrino. Il Corradengo, turbato, non disse più altro.
-
--- E non si dirà nulla della donna del principe d'Idumea? -- entrò
-Ansaldo di Leuca. -- Io mi penso che questa dama, se pure c'è stata, ed
-ha operato secondo il detto della vostra canzone, messer pellegrino, non
-era donna di gentil sangue. L'amore è fortissimo e nobilissimo affetto,
-che vince ogni ostacolo, che sopravvive ad ogni sciagura, come
-c'insegnano esempi molti e recenti. Io vi prego, messere, se avete caro
-il vostro buon nome di trovatore, a non farvi udire nè da Matilde,
-contessa di Sciampagna, nè dalla marchesina di Monferrato, nè da
-Giovanna di Torrespina, la più savia come la più leggiadra gentildonna
-di cui cavaliero portasse mai i colori. --
-
-Al nome della castellana di Torrespina, l'ospite sconosciuto fece un
-volto più umano, come chi intenda ad entrare nelle grazie di
-qualcheduno, o non voglia, per cortesia, far contro a giudizii che
-risguardano le persone.
-
--- Tolga il buon sire Iddio, -- rispose quindi ad Ansaldo, -- che io
-voglia farmi udire a cantar sul liuto fuori di questa nobil brigata. Vi
-ho poi detto, messeri, che io non sono trovatore. La canzone di quel
-biondo alunno delle Muse mi ha messo in vena, e mi sono provato anch'io
-a dirvi la mia, tanto per fargli intendere quello che una lunga
-esperienza ha insegnato ad un povero vecchio; che tale io mi sono da
-lunga pezza, e abbandonato da tutte quelle dolci fantasie che
-illeggiadriscono la vita ai giovani cavalieri. Ma io so bene che i miei
-canti non potrebbero andare a grado di tutti, come so che la verità non
-è mai bella, nè lieta ad udirsi. --
-
-Il conte Ugo uscì finalmente allora dal suo silenzio.
-
--- Messer pellegrino, -- diss'egli con molta gravità, -- la vostra
-ballata è triste assai, ma bella del pari, e vi pone così alto nella mia
-estimazione che io non saprei dirvi di più. Voi siete il mio ospite per
-tutto quel tempo che a voi piacerà, e quando la mia casa vi riesca
-troppo uggiosa dimora, della qual cosa io sarò dolentissimo, il miglior
-ronzino, o palafreno di Roccamàla rimarrà vostro, e vostro il migliore
-de' miei falconi, se il passatempo di sant'Uberto v'è grato.
-
--- Voi siete, messer lo conte, -- disse il pellegrino inchinandosi
-profondamente, -- il più magnifico e liberal cavaliero che al mondo
-sia. --
-
-A Fiordaliso si sbiancarono le guancie; delle labbra non saprei dirvi,
-perchè il biondo adolescente, vinto nella sua poetica tenzone al
-cospetto e per sentenza di conte Ugo, le aveva raccolte tra i denti, e
-premea forte, in atto dispettoso. Era quello il primo giorno di sua vita
-che cosa alcuna gli avesse a dolere; e il cominciamento fu amaro.
-
-Tanto per fare alcun che, e per non addimostrare il suo broncio, il
-povero paggio andò a togliere il liuto dalle mani del pellegrino e lo
-recò fuor della sala.
-
--- Va, stromento d'inferno! -- gridò egli stizzito, buttandolo su d'una
-cassapanca che era nella sua camera. -- E adesso aspetta che io ti
-ripigli!
-
-Il povero liuto, che non ci avea colpa, risuonò alla percossa; le corde
-mandarono un gemito, quasi un accento di rimprovero. Ma il paggio non si
-pentì dell'opera sua, e chiusosi l'uscio dietro le spalle, se ne andò a
-parare il vento su d'un terrazzo, molto lunge dalla sala dov'erano i
-convitati del conte.
-
-
-
-
- CAPITOLO IV.
-
-
- Che cosa fosse, e perchè temuta, la torre del Negromante.
-
-Levate le mense a notte alta, conte Ugo accomiatò gli amici, non già dal
-castello, perchè erano ospiti suoi, ma dalla sala del convito. Allora si
-fecero innanzi i famigli, che già stavano pronti con le torce di resina
-in mano, e scortarono ognuno dei nobili cavalieri nelle stanze a lui
-assegnate.
-
-Per tal modo, non rimasero presso il conte Ugo che il pellegrino e
-mastro Benedicite, strozziere, maggiordomo, ser faccenda di Roccamàla.
-
-Ugo era sopra pensieri, poichè la conversazione e il canto del suo nuovo
-ospite lo avevano fortemente turbato; ma siccome egli era gentil
-cavaliere, la mestizia non poteva fargli dimenticare il debito suo verso
-gli ospiti.
-
--- Messer pellegrino -- diss'egli -- a me duole di non potere usarvi
-tutta quella cortesia che si vorrebbe per un uomo della vostra levatura.
-Roccamàla è un ampio maniero, ma pieno d'amici, ed io non posso
-offerirvi che un alloggiamento indegno di voi... salvo il caso che vi
-acconciate a riposare nella torre del Negromante.
-
--- Che dite voi, messer lo conte? -- gridò mastro Benedicite. -- Farlo
-alloggiar nella torre....
-
--- No, io non ho detto questo; sibbene ho voluto far intendere al nostro
-ospite come io non possa offerirgli una stanza degna di lui.
-
--- Che cos'è questa torre del Negromante? -- domandò il pellegrino.
-
--- Ah, per darvene una giusta notizia, mi bisognerebbe raccontarvi una
-storia troppo lunga, e tale da farvi addormentare sulla scranna.
-Roccamàla, messer pellegrino, è un triste luogo, ed io mi penso che la
-tristezza sua entri in gran parte nell'umor nero che ha regnato su sette
-generazioni de' miei antenati. Si narrano di questo castello le più
-paurose leggende.... Figuratevi! Il conte Ugo, primo dei Roccamàla,
-nella sua vecchiaia si era dato anima e corpo allo studio delle scienze
-naturali, e la buona gente dei dintorni fantasticò che egli avesse
-commercio con lo spirito maligno. Quando egli venne a morte, quella
-torre, dov'egli era uso dimorare, e che ha tolto da lui il nome di
-Negromante, fu argomento di terrore per tutti, e pochi ardirono d'allora
-in poi di passarvi la notte.
-
--- Ah, ah! -- disse, ridendo, il pellegrino. -- Storielle da metter
-paura ai bambini!...
-
--- Lo dico anch'io, -- rispose il conte -- ma tant'è; la cosa è passata
-in consuetudine, e non si può levar dal capo a nessuno de' miei vassalli
-che in quella torre ci sia un incantesimo, un diavoleto e che so io....
-Ma che cosa volete dir voi, mastro Benedicite, che mi fate quegli occhi
-da spiritato?
-
--- Dico, messer lo conte, che voi mi sembrate pigliare a scherno la cosa
-più vera del mondo; dico che il diavoleto c'è, e che la storia non
-mente....
-
--- Sì, la storia.... tutto quello che vorrete, ma intanto il libro nero
-non s'è mai potuto trovare.
-
--- Che prova ciò, messere?
-
--- Prova che le sono ubbie da bambini, o da vecchi rimbambiti; e ciò sia
-detto senza far torto a voi, che siete un uomo a modo, quantunque troppo
-facile a credere certe stramberie della gente volgare.
-
--- Ah! ci abbiamo dunque a Roccamàla una vecchia leggenda? -- soggiunse
-il pellegrino. -- Io son ghiotto di simili novità. Narratemi questa
-leggenda, Benedicite _mi dilectissime_! Se debbo andare a dormir nella
-torre, è pur ragionevole che io sappia....
-
--- Ci andrete? -- dimandò lo strozziere, guardando il pellegrino con
-atto di maraviglia.
-
--- Se ci andrò? Lo chiedo per grazia profumata dal conte di Roccamàla. E
-chi sa che io, con le sante reliquie e le indulgenze che porto da Roma,
-non venga a capo di togliere dalla torre del Negromante...
-
--- Ah! così voi diceste il vero! -- interruppe mastro Benedicite. -- Io,
-per me, con buona pace del magnifico conte Ugo, credo che ne sia grande
-il bisogno.
-
--- Ma raccontatemi dunque, ve ne prego in nome dei vostri diletti
-falconi, o nobile _accipitrario_ -- disse il pellegrino, alludendo alla
-professione del falconiere -- che cosa avviene egli in quella torre del
-Negromante?
-
--- La è una storia lunga -- rispose mastro Benedicite -- siccome vi ha
-detto messer lo conte pur mo', ed ha cominciato da Ugo il Negromante,
-che dopo aver preso il convento ai monaci di San Bernardo, per farne una
-rocca, si trasse il diavolo in casa con le sue stregonerie.
-
--- Cioè -- soggiunse il conte -- furono i monaci che inventarono questa
-storia del diavolo, per vendicarsi della perdita del convento. Ma basti,
-ve la dirò io, questa leggenda, poichè il mio falconiere ci menerebbe
-troppo per le lunghe. Si narra adunque che, dopo la morte di Ugo il
-Negromante, in certe notti dell'anno si vedessero apparir fiamme dalle
-finestre della torre che sta sul burrone; che poi queste fiamme si
-vedessero ogni notte; e v'ebbe chi giurò d'aver veduto nel bagliore il
-profilo del mio antenato. Altri disse del diavolo; altri di tutt'e due,
-che stessero amichevolmente a colloquio. Comunque sia, cose strane si
-vedevano; e frattanto, chi dormiva nelle stanze della torre non udiva
-mai nulla, non si addava di nulla; che anzi, appena postosi a letto, era
-côlto da sonno così profondo che fino a giorno inoltrato non c'era più
-verso di svegliarlo. Notate, messer pellegrino; non sono io che vi narro
-queste cose; è la cronaca di Roccamàla. Ed essa narra eziandio che, dopo
-molti anni di queste paurose apparizioni, uno dei miei maggiori, Aleramo
-il _biancamano_, mandò pei monaci, e con donativi alla loro comunità
-cercò di renderseli benevoli, affinchè cacciassero il demonio dalla
-torre del Negromante. Ma, o fosse che i loro scongiuri non approdassero,
-o che non bastassero i presenti del mio trisavolo, fatto sta che il
-demonio non volle uscir fuori, e bisognò chiamare quassù il santo
-vescovo Gualberto, uscito dall'ordine de' Cisterciensi medesimi, il
-quale una notte si chiuse nel luogo maledetto, dopo essersi fatto dare
-un foglio di pergamena, chiuso in una fascia di pelle nera, e non
-ricomparve che la mattina seguente. Ma egli pare che il santo vescovo
-avesse sfruttato per bene il suo tempo, imperocchè corse la voce che
-egli avesse parlato con lo spirito maligno, e trovatolo duro anzichè no,
-avesse pure ottenuto da lui la promessa di non rimetter più piede in
-Roccamàla, sotto certe condizioni, le quali furono scritte nella
-pergamena e sottoscritte dai due _in formis ed modis_. Dico bene, mastro
-Benedicite?
-
--- Benissimo, messer lo conte, benissimo!
-
--- E queste condizioni, -- disse il pellegrino, che aveva mostrato di
-udire con molta attenzione la leggenda del suo ospite -- quali erano
-esse?
-
--- Affè, ch'io non saprei dirvele ora! -- rispose il conte. -- Ma egli
-mi par di aver udito che tra l'altre ci fosse questa di rinunziare a'
-suoi diritti di possesso su Roccamàla, fino a tanto non ci fosse tra i
-suoi signori un uomo contento. --
-
--- Bizzarro, quel demonio! -- esclamò il pellegrino.
-
--- Ve l'ho detto, messere; questa favola deve essere stata messa fuori
-dai nostri ottimi frati, e resa poi più credibile dal fatto che tutti i
-signori di Roccamàla furono gente malinconica oltremodo. -- Che ha il
-castellano che non lo si vede mai a sorridere? -- Non sapete? i signori
-della rocca non possono essere lieti mai; il santo vescovo Gualberto
-sapeva pure il fatto suo, quando accettò il patto del diavolo. O come
-volete che faccia egli a tornare, se questi castellani, di padre in
-figlio, son sempre così rannuvolati? E così, una storia siffatta ha
-potuto essere creduta, e sopra tutto accresciuta dalle superstizioni del
-volgo.
-
--- E il libro?...
-
--- Ah, il libro nero? Benedicite vi potrà raccontare com'è scritto, come
-legato, e quante borchie, quanti fermagli ci avesse sulla negra coperta;
-ma ohimè, vedete leggenda sciagurata! nè egli l'ha visto, nè altri al
-mondo.
-
--- Messere.... -- esclamò Benedicite, con accento di rispettoso
-rimprovero.
-
--- Sì, sì, -- ripigliò il conte sorridendo -- la nota cronaca racconta
-che il libro nero fosse chiuso in un armadio di legno, rivestito di
-ferro, che sta ancor di presente nella torre. Ma si è rovistato ogni
-cassettone, ogni ripostiglio, e il libro non è comparso. S'è picchiato
-su per le pareti, cercando se si sentisse alcun vuoto, ma le furono
-novelle. Chi vi dirò io di vantaggio? Da Aleramo biancamano in poi,
-nessuno mai seppe di questo negozio, chè certo ha da essere stato
-inventato più tardi dal convento vicino. Infatti il mio trisavolo non ne
-tramandò memoria veruna, e non ne seppero nulla, almeno per diretta via,
-nè Corrado senza paura, nè Ingone il rosso, nè Roberto il taciturno, che
-fu mio padre. Ora, voi sapete tutto, cioè quanto rileva, della leggenda
-di mastro Benedicite, la quale vuol essere compiuta col dirvi che nella
-stanza della torre, e sempre a cagione di questa favola, non ci dorme
-più alcuno, sebbene ella sia una delle migliori di Roccamàla.
-
--- Orbene, con vostra licenza, messer lo conte, andrò io a dormire colà;
--- disse il pellegrino; -- per dove ci si va egli?
-
--- Benedicite vi accompagnerà, che ben vi è debitore di tanto, dopo
-avervi fatto aspettare così lungamente alla entrata del castello.
-
--- Oh, io non gli tengo il broncio per cotesto! -- soggiunse l'ospite,
-mettendo con dimestichezza una mano sulla spalla del falconiere. -- Ma
-che avete voi, mastro Benedicite? Si direbbe che un povero pellegrino vi
-fa paura! Non son bello, lo so, ma non avrei creduto mai che voi, _vir
-sapiens_, giudicaste gli uomini dalla loro apparenza.
-
--- Diminguardi, messere! _Quod Deus avertat_.... -- rispose lo
-strozziere, provandosi a ridere.
-
-E intanto tremava a verghe. La torcia di resina gli ballava la danza
-macabra nel pugno.
-
-Qui, fatta riverenza al conte Ugo, il pellegrino si ritirò, accompagnato
-dal povero strozziere.
-
-Rimasto solo, il conte si diede a passeggiare per la sala, senza
-ricordarsi dell'ora tarda e dei famigli che lo attendevano sul limitare,
-per rischiarargli la via fino alle sue stanze. Egli, già se n'è accorto
-il lettore, non era più di quel gaio umore, col quale si era seduto a
-mensa; molte cose erano avvenute nel picciol mondo della sua mente,
-molti e svariati pensieri vi turbinavano per entro.
-
-Per la prima volta in sua vita, Ugo di Roccamàla incominciava a dubitare
-del lieto aspetto in cui solevano apparirgli le cose; il sottile veleno
-della filosofia d'Aporèma gli si era filtrato nel cuore, ed egli già
-sentiva quell'interno disagio, quel turbamento, quella inquietudine, che
-sono i segni precursori di tutte le infermità, siano esse del corpo o
-dell'anima.
-
-Nel canto del pellegrino, a dir vero, non era nulla che egli già non
-avesse udito, o fatto argomento di controversia nella sua mente; chè
-anzi, discusse tra sè, o con altri, le ragioni del dubbio e quelle della
-fede, già da lunga pezza egli aveva data la palma a quest'ultima, e non
-era uomo da mutarsi così facilmente per ragionamento d'altrui. Ma egli
-bisogna pur dire che strane oltremodo erano le circostanze tra cui gli
-era apparso il pellegrino. Quello smilzo personaggio, che non si sapeva
-chi fosse, che parea contraddirsi ad ogni istante, che diceva le cose
-più gravi e malinconiche con bocca da ridere e che rideva con cera da
-funerale, gli aveva fortemente colpita la mente. Egli poi non se ne era
-anche fatto accorto, ma le paure del suo falconiere gli giravano
-confusamente per la fantasia: e tutte queste cose, mettendo l'animo suo
-in uno stato particolare, davano risalto ad una tesi che gli si offriva
-per la prima volta armata di beffardi sillogismi, di cupi dilemmi e di
-paurose interrogazioni.
-
-Il suo raziocinio non s'era anche ficcato in quel ginepreto; sto per
-dire che gli occhi della sua mente non avevano ancora misurato il
-pericolo. Sentiva, non pensava per anco, o, per dire più veramente, i
-pensieri gli erravano ancora nel cervello, incerti, pallidi, senza
-contorni, sformandosi ad ogni tratto e in cento guise, a mo' di quelle
-fantastiche immagini che visitano i sogni dell'uomo, allorquando la
-febbre scorre nel sangue ed agita i polsi.
-
-A toglierlo da quello stato, giunse in buon punto la voce di un
-famiglio. Veduto che il conte non pensava ad uscire, egli si era
-affacciato sul limitare, con la sua torcia in mano, per chiedergli se
-volesse ritirarsi nelle sue stanze.
-
--- Ah! gli è vero! -- disse Ugo, risovvenendosi dell'ora tarda e
-dell'esser solo oramai nella sala.
-
-E portatasi una mano nei capegli, come per ravvivarli sulla fronte e
-cacciare nel tempo medesimo un importuno pensiero dal capo, conte Ugo
-s'innoltrò tra due file di servitori fino al suo appartamento.
-
--- Era tardi davvero! -- esclamò egli, vedendo nella camera innanzi alla
-sua il paggio Fiordaliso, che si era addormentato vestito daccanto al
-suo letticciuolo.
-
--- Questo povero ragazzo non ha potuto aspettarmi più oltre.
-Svegliatelo, e ditegli che vada a letto e dorma a suo bell'agio, ch'io
-sono già nelle mie stanze e non ho bisogno di lui. --
-
-
-
-
- CAPITOLO V.
-
-
- Nel quale è detto di ciò che vide il conte Ugo guardando la torre del
- Negromante.
-
-Il giovine signore di Roccamàla, come fu giunto nella sua camera,
-licenziò i famigli e andò difilato verso il letto, superba mole di legno
-intagliato, con un largo padiglione di damasco rabescato, che era
-sorretto da quattro svelte colonne.
-
-I letti antichi erano più sapientemente foggiati al sonno e ai gravi
-raccoglimenti della notte, che i nostri odierni non siano. Quel vasto e
-soffice strato a cui si saliva per un largo gradino che lo separava
-affatto dalla camera stessa in cui era collocato, quelle ampie cortine
-che scendevano in grandi pieghe a racchiuderlo da tre lati, lasciando
-anche dal quarto poco spazio alla luce, appartavano l'uomo dalle cose
-tutte e dai negozi della vita, celavano gli occhi suoi e lo spirito in
-una penombra particolare, su cui regnava la profonda quiete ristoratrice
-delle membra ed aleggiava Morfeo, il benefico nume.
-
-Ma la quiete non era quella notte nella camera d'Ugo, e non poteva
-scender su lui, che portava il turbamento nell'anima; Morfeo non era ad
-aspettarlo tra le vaste pieghe del damasco rabescato, e non scese dal
-padiglione, quando Ugo andò sotto le coltri.
-
-Il giovane pensava, pensava sempre, e le sue palpebre asciutte non
-sentivano il sonno. La ballata di Aporèma gli suonava ancora
-all'orecchio; le strofe, con molesta vicenda, gli si offrivano spiccate
-allo sguardo. Vedeva il convito degli angeli celesti, il venerando Sire
-e il beffardo tentatore degli uomini, vedeva Giobbe felice, poi caduto
-in basso stato, infermo e reietto; e udiva fischiare dinanzi all'Eterno
-questa amara sentenza:
-
- Felice è l'uomo finchè la fede
- Inviolata nel cor gli stà,
- E il primo intonaco di ciò che vede
- A brani a brani non se ne va.
-
-Il primo intonaco! Viviamo noi dunque in un inganno continuo, non pure
-de' sensi nostri, ma eziandio della nostra ragione? Quello che io vedo
-non è sempre il vero; ma quando è esso il vero? E come potrò io
-sincerarmene? Ora, è egli buono, o franca la spesa il vivere, quando la
-vita non abbia altro pregio, fuorchè la fede che vive in noi, e non ha
-altro fondamento che in noi? No, certamente, una vita siffatta è diletto
-di sciocca gioventù, o necessità di paurosa vecchiaia, non degno ufficio
-dell'uomo che pensa.
-
-Chi può rassegnarsi a vivere, se tale è la vita? Aporèma soltanto; egli,
-l'eterno filosofo, egli che preferisce il sapere al godere, egli che è
-entrato nel segreto del creatore, egli che vede i congegni da vicino, e
-ride, egli che sta beffardo a cavalcioni sull'arcobaleno e ne considera
-il nulla, egli che può dire all'eterno vecchio di lassù:
-
- Quanto la vostra mano dispone,
- Per me segreti, Sire, non ha;
- So quanto valgono cose e persone,
- E niun sul prezzo gabbo mi fa!
-
-Chi è questo pellegrino che sa tante cose, e fa cantar Satana non
-dissimilmente da ciò che canterebbe egli stesso, se venisse a trovare il
-suono ed il motto al mio desco ospitale? Certo, gli è un uomo che ha
-molto patito, e oramai non crede più in nulla. Ma che prova cotesto?
-Uomini tristi e donne senza cuore ce n'ha in copia nel mondo, ed egli
-può essere capitato tra i peggiori... Sì, ma intanto chi di noi può
-asserire: io metterò lo sguardo sopra i migliori? E perchè siamo noi
-condannati, nella ricerca della felicità, ad andare sempre tentoni,
-incespicando ad ogni piè sospinto e fallando così di sovente la
-strada?...
-
-Su questa china correva a precipizio lo spirito d'Ugo, e per tal guisa
-correndo, giunse molto più lunge che io non racconto, fino a che non si
-fermò sbigottito sull'orlo di un abisso, in fondo al quale non erano già
-più le teoriche vaporose, ma le spiccate immagini degli amici e di tutte
-le cose più caramente dilette al cuor suo. Si fermò, dico, e volendo
-distoglier la mente da quelle moleste fantasie, si voltò sull'altro
-fianco, innalzando il pensiero ad altre immagini più leggiadre, a quel
-sogno d'uom desto ch'egli soleva procacciarsi ogni sera, anello consueto
-tra la veglia ed il sonno.
-
-Ognuno dei nati alla mestizia, ognuno ha questo sogno prediletto, questo
-castello in aria, a cui consacra l'ora più solitaria e più soavemente
-tranquilla delle sue tristi giornate. Per taluni questo sogno è
-d'ambizione soddisfatta; per altri è d'amore; comunque sia, per un
-istante le ree necessità del vivere quotidiano spariscono; gli ostacoli
-si sormontano; gli abissi si colmano; Prometeo giunge al sole, rapisce
-la scintilla ed anima la creta più ribelle ai suoi voti. Non è visione
-di dormente; è speranza, è potenza di desiderio che foggia a sua posta
-il futuro; o si direbbe piuttosto che la mente additi al cervello, al
-suo organo obbediente, quello ch'ei dovrà raffigurarle come vero tra
-un'ora, i sorrisi, le carezze, le gioie superbe che egli dovrà recarle
-in tributo.
-
-Ora il conte Ugo, rifacendosi al suo leggiadro vaneggiamento d'ogni
-notte, pensò alla donna de' suoi pensieri, a Giovanna di Torrespina.
-
-Quel giorno, siccome si è detto, egli era andato a falconare, ed aveva
-cavalcato una ventina di miglia più lunge, fino al castello dei
-Torrespina. Quel giorno la bellissima donna aveva rallegrata di sua
-presenza la caccia, ed egli era stato lung'ora al suo fianco, misurando
-il passo del suo generoso Aquilante su quello di Mirza, la bella
-giumenta saracina, che portava il dolcissimo peso della donna adorata.
-
-Per un tratto la comitiva s'era sparpagliata qua e là, seguendo ognuno
-le fasi della caccia e il desìo naturale del correre; e conte Ugo era
-sempre a fianco di lei, col suo randione sul pugno.
-
-Egli amava Giovanna come donna non fu amata mai sulla terra, con
-veemenza di passione e ritegno ad un tempo. Il desiderio gli lampeggiava
-dagli occhi, e le sue labbra, che timide non erano per fermo, si
-contentavano a dirle: «vi amo, madonna.» Un affetto vigoroso e profondo
-ha di cosiffatte soste, pari alle calme oceaniche, le quali rattengono
-per mesi interi, e quasi nel punto medesimo dell'onda tranquilla, il
-legno paziente, che poi, al primo soffio di un'aura seconda, naviga a
-golfo lanciato, per trovar nuova terra o affogare.
-
-E Giovanna di Torrespina non era sorda all'affetto di Ugo. Sebbene ella
-non avesse mai risposto parola a quelle frasi che gli prorompevano dalle
-labbra nell'impeto delle sue adorazioni, egli bene intendeva d'esser
-ricambiato da lei, e ciò poteva bastargli, fino a tanto durasse quel
-periodo di calma oceanica che sopra s'è detto.
-
-Cavalcavano ambedue silenziosi, ma di quel silenzio che è pieno di tante
-cose soavi; di quel silenzio che confida un bacio ad un soffio d'aura
-leggiera che passi, e che muove gli occhi a guardare se quel soffio e
-quel bacio son giunti sulla guancia vermiglia di lei, e se ella se n'è
-pure avveduta, di quel silenzio che ama, nel curvarsi lieve lieve della
-persona, far parlare un'arcana favella all'incontrarsi d'un braccio e di
-una piega di veste; di quel silenzio che sforza due volti a fissarsi ad
-un punto istesso l'uno nell'altro, quasi fossero mossi da una medesima
-volontà, mentre essi non sono che attratti da un sottilissimo spirito
-magnetico, il quale è nato dalla vicinanza di due creature, nutrito
-dalla compenetrazione di tutto il meglio che svapora dalle loro
-simpatiche forme, che raggia dai loro occhi, che si sprigiona dai loro
-cuori, ed è quello che inavvertito ravvicina il braccio a sfiorare la
-veste, che consiglia il moto simultaneo dei volti, che porta le mute
-dimande e le mute risposte, e trasforma in un bacio scambievole il lieve
-soffio dell'aura che passa.
-
-In uno di questi momenti che santificano la passione e divinizzano il
-senso, momento reso più solenne dalla quiete meridiana che regnava
-d'intorno, e dalla dolce ombrìa dei fitti rami delle querce giganti,
-che, incurvandosi sulla strada, chiudevano ogni adito alla spera del
-sole, madonna avea sporta la mano rivestita dal guanto, verso il
-randione del suo cavaliere. Questi s'era affrettato a levargli il
-cappello, e il nobile animale, vedendo l'invito cortese della dama, fece
-quel doppio atto, così maestrevolmente descritto più tardi dal divino
-Allighieri in questi tre versi:
-
- Quasi falcon che uscendo di cappello
- Muove la testa e con l'ale s'applaude,
- Voglia mostrando e facendosi bello;
-
-quindi volò sul pugno della gentil donna, mettendo un grido di gioia
-presso che umana.
-
-Un grido simigliante proruppe dal petto del conte Ugo. Si fè vermiglio
-in volto per la gioia improvvisa; spronò il suo palafreno più accosto a
-lei, per modo che il ginocchio sentì il tocco dei suoi piedi sotto lo
-strascico della lunga veste pendente, e con voce tutta tremante le
-disse:
-
--- Avventurato è Febo, madonna, che vi posa sul pugno. Vedete come egli
-vi guarda amorevolmente coi suoi grand'occhi lucenti! Egli ora è vostro;
-lo amerete?
-
--- Mai sì, messere, ma ad un patto.
-
--- Ditelo, in vostra mercè, madonna; che egli è tale, per l'amore che vi
-porta, da intendervi e da obbedirvi in ogni cosa che a voi piaccia.
-
--- Invero, messere, io non vo' altro se non ch'ei faccia mai sempre il
-piacer mio; -- rispose ella sorridendo, -- ch'ei non si dolga del
-cappello, quando mi torni a grado di farlo star cheto; che si tolga in
-pazienza la lunga per amor mio, e non si becchi i geti per disdegno di
-servitù.
-
--- Madonna, -- disse Ugo, proseguendo sul medesimo metro, -- a cotesto
-l'ha avvezzo così bene mastro Benedicite, senza esser altro che un
-povero e rozzo strozziere, che io mi penso non debba a voi riuscir
-malagevole il fare, non pur quello ch'ei fa, ma i dieci cotanti di più.
-Cionondimeno, sappiate che egli, per averlo così obbediente, ha pur
-dovuto scegliere tra le svariate qualità di carne uno spicchio
-particolare, e darglielo, quasi a ricompensa di sua fedeltà e leal
-vassallaggio.
-
--- Quale? -- dimandò Giovanna di Torrespina.
-
--- Il cuore, madonna, il cuore! -- fu pronto a rispondere Ugo.
-
-Or questo dialogo, avvenuto la mattina nel bosco, si ripeteva la notte
-nella fantasia del signore di Roccamàla. E pensando al suo motto, ei
-ricordava eziandio che madonna era rimasta silenziosa.
-
-Ma invero, come avrebbe ella potuto rispondergli? Appunto in quel mezzo,
-tornava a spron battuto, per cercar di loro, il conte Corrado di
-Torrespina.
-
-Sì, la ragione era grave; ma se la venuta del Torrespina aveva
-interrotto il discorso e tolto a madonna di rispondere, ella ben poteva
-volgergli uno sguardo nel quale egli avesse a leggere quella dolce
-promessa, che da tanto tempo implorava con tutte le potenze dell'anima
-sua.
-
-Ah! e perchè non aveva egli ottenuto quello sguardo da lei?...
-
-Dimanda che uscitagli appena dal cuore gli si voltò contro, a guisa di
-aspide calpestato, e lo morse; dubbio che mandò un lampo di luce
-sinistra nelle tenebre della sua mente, e gli fe' credere di avere
-indovinato il perchè quella notte e' non avesse potuto pigliar sonno pur
-anco.
-
-Pensare cotesto e balzar dal letto gittando le coltri lunge da sè, fu un
-punto solo.
-
--- La mia anima è triste! -- diss'egli ad alta voce, come se avesse
-altri nella camera che dovesse udirlo. -- Non dormirò questa notte! --
-
-E sceso il gradino del letto, si diede da capo a passeggiare per la
-stanza. Ma la testa gli ardeva; il sangue martellava alle tempie; però,
-come fu giunto alla strombatura di una finestra, aperse le imposte e si
-affacciò sul verone a respirare l'aria fredda della notte.
-
-Il cielo era buio; un soffio gelido, che intirizzì le membra di Ugo, gli
-fe' sentire i nuvoloni della tempesta addensati su quelle montagne, e
-glieli fe' scorgere, paurosamente pendenti sul capo, un solco di luce
-che improvviso guizzando poco lunge da lui, rischiarò un denso strato di
-vapori che stringevano in un cerchio i bastioni e le torri merlate di
-Roccamàla.
-
-Quello avvicinarsi della tempesta piacque all'animo travagliato
-dell'insonne. La gran massa del castello gli appariva dall'alto del suo
-verone, al bagliore di un lampo e spariva; s'imbiancavano di repente le
-mura digradanti in prospettiva, poi tosto si celavano, ricadendo nella
-notte. Parea quella una battaglia di spiriti, tanto più paurosa in
-quanto che non s'udiva cozzo di lance e di scudi, e solo un lontano
-brontolìo testimoniava il furore degli assalitori.
-
-Gli occhi d'Ugo, poi ch'ebbero avidamente contemplata quella scena
-stupenda di orrore notturno, corsero di muro in muro, di bastione in
-bastione, fino alla torre più in fondo, dalla parte del burrone, la
-torre del Negromante, che mostrava tratto tratto alla luce del temporale
-la sua alta merlatura e le sue svelte bertesche.
-
--- Il mio ospite dorme! -- disse Ugo, guardando la finestra della torre.
--- Egli, il triste cantore, riposa tranquillo, mentre io veglio, io,
-l'uomo felice dei canti di Fiordaliso! --
-
-Non aveva anche finito di parlare, che uno sprazzo di luce rossiccia
-balenò dal vano di quella finestra. A tutta prima pensò che fosse
-l'effetto di un lampo; ma il suo errore non durò lungamente. Un lampo
-venne e non illuminò soltanto la torre, sibbene tutto quanto egli poteva
-scorgere dall'alto del suo verone. Oltre di che, la luce del lampo era
-biancastra, e quella dalla torre era rossa come di fuoco vivo.
-
-Gli corse allora alla mente la leggenda di Roccamàla. Quasi in risposta
-al suo dubbio, la finestra si rischiarò di bel nuovo, e, la luce rossa
-rimase, durando per tutto l'intervallo che correva tra un lampo e
-l'altro del cielo. Nè bastava ancora; una smilza e lunga figura d'uomo
-comparve nel mezzo.
-
-Ugo era prode d'animo, come forte di mano, ma v'hanno di tali cose
-contro le quali non prova nulla il valore, ed egli, a quella doppia
-apparizione, sentì corrersi un sudor freddo per tutte le membra.
-
--- Che è ciò? -- diss'egli. -- Che vuol dire quella luce? Roccamàla è
-dunque per fermo la dimora di uno spirito maligno? Ma se la leggenda non
-mente, l'ospite della torre deve dormire nel suo letto e non addarsi di
-nulla. Or dunque, perchè quella forma umana in mezzo a quello sprazzo di
-luce sinistra? Chi sarà mai?... --
-
-E allora gli venne in mente un sospetto. Le paure dello strozziere, la
-scena del ponte calato, il piglio scherzevole del romèo, la sua
-sconsolata e sconsolante canzone, tutto si affacciò incontanente allo
-spirito.
-
-Rientrò nella camera, non sapendo bene ciò che egli volesse fare.
-Anzitutto ripigliò le sue vesti in fretta, cinse la sua spada e raffermò
-alla cintura il pugnale.
-
-In quella che era per finire, un suono fievole gli venne udito dalle
-camere vicine. Aperse l'uscio, entrò con passo deliberato, e come fu
-giunto fino alla camera di Fiordaliso, sorrise, vedendo il biondo paggio
-che dormiva supino sul suo letticciuolo e sognava.
-
--- Ah! -- diss'egli. -- Era Fiordaliso! Il mio paggio va seguendo adesso
-qualche ventura amorosa: medita una cobla, o una serventese, per qualche
-beltà borghigiana. --
-
-Ha le parole che uscivano rotte e confuse dalle labbra dell'adolescente
-non erano di amore. Pallido, ansante, e cogli occhi mezzo aperti, egli
-andava dicendo:
-
--- Messere... Benedicite avea pur ragione di temere di voi... Una
-ballata migliore a gran pezza della mia.... Sì, certo.... Bel vanto,
-vincere un giovinetto inesperto, voi vecchio maestro d'ogni scienza...
-voi Aporèma in persona... --
-
--- Aporèma! -- esclamò il conte Ugo. -- Aporèma, lo spirito del male!...
-Sarebbe egli vero?... --
-
-Si avanzò per destare il paggio, ma tosto mutando pensiero si rattenne,
-e rientrato nella sua camera, tornò sul verone. La luce rossiccia
-appariva sempre dalla torre del Negromante, e in quello sprazzo di luce
-appariva sempre quella lunga figura umana. Conte Ugo tese l'orecchio, e
-tra gli ululati del vento gli parve di udire il riso stridulo e beffardo
-del pellegrino.
-
-Prese allora una determinazione; messe la mano sull'elsa della spada;
-tastò la guaina del pugnale, come per sincerarsi che non gli mancavano
-le armi, ed uscì speditamente dalle sue camere.
-
-La sala era deserta, fredda e presso che buia. Solo un famiglio dormiva
-sdraiato su d'una panca; una fioca lucerna strideva in un cantuccio. Ugo
-la tolse, e di tal guisa si rischiarò la via per un lungo corridoio che
-ripercuoteva cupamente il suono dei suoi passi, e in capo al quale era
-una porta ferrata.
-
-Quella porta metteva alla torre del Negromante. Conte Ugo si fermò un
-tratto, depose la lucerna a terra e stette ad udire. Nessun rumore
-veniva di là entro. Scosse il capo, come per cacciare da sè l'ultimo
-avanzo di paura, e stese la mano per picchiare alla porta.
-
-Ma innanzi che egli avesse poste le nocche sulla lastra di ferro, la
-porta girò sui cardini, e il pellegrino si affacciò nel vano, per dirgli
-col suo consueto piglio tra umile e beffardo:
-
--- Entrate, messer lo conte! Voi siete in casa mia, e mi sa grado di
-potervi rendere quella ospitalità di che mi foste cortese stasera. --
-
-
-
-
- CAPITOLO VI.
-
-
- Nel quale si legge come il romèo non fosse altrimenti un romèo.
-
-Il conte Ugo entrò allora nella camera, e il primo suo atto fu quello di
-volger gli occhi in giro, quasi cercando le tracce di quel bagliore che
-avea visto da fuori. Ma nulla era mutato in quel luogo; nulla ei potè
-scorgervi di nuovo. Il letto, di legno di quercia, era nascosto
-nell'ombra, in fondo alla camera; un grosso stipo ferrato s'innalzava
-alla parete di rincontro all'uscio; tutt'intorno si vedevano grandi
-seggioloni neri, con le spalliere di legno rozzamente intagliate a
-fogliami, coi sedili e i bracciuoli di velluto, fermato agli orli da
-borchie di ottone. Le pareti, poi, erano coperte di cordovano; ma qua e
-là le ingiurie del tempo avevano fatte larghe fenditure nel cuoio, e gli
-strambelli pendevano arrovesciati, fida stazione ai ragni che tra essi e
-la parete andavano filettando le lor tele ingannatrici.
-
-Una lucerna di bronzo sorgeva, avanzo d'altri tempi, su d'un canterano
-di fianco all'uscio, mandando una luce fioca a pochi passi discosto.
-Tutto era quiete e silenzio nella famosa camera del Negromante.
-
-Dopo aver considerate tutte queste cose e dopo esser giunto fino al
-letto, i cui guanciali non apparivano neanche toccati, il conte Ugo si
-volse al pellegrino che si era fermato presso l'uscio, e col braccio
-appoggiato sul canterano, la persona appoggiata sul braccio, le gambe
-incrocicchiate, lo stava attentamente guardando.
-
-Egli v'ebbe tra i due un istante di muta contemplazione, o, a dirla più
-veramente, d'interrogazione scambievole. Ma il pellegrino fu più forte
-del conte, poichè seguitò a tenergli addosso le ciglia senza far motto;
-laddove Ugo, non potendo sostenere più oltre quella strana guardatura,
-entrò turbato a chiedergli:
-
--- Chi sei tu? perchè ho io veduto uno sprazzo di luce da questa
-finestra?
-
--- Messer lo conte, io non so dirvene nulla; -- rispose sorridendo a suo
-modo il pellegrino -- e penso piuttosto che quella luce di cui parlate
-si sia fatta nella vostra mente, e vi sia parso di vederla apparire di
-fuori. --
-
-A questa speciosa argomentazione il conte Ugo non seppe come rispondere,
-e si voltò in quella vece a muovergli un'altra dimanda:
-
--- E come hai tu saputo che io venissi da te, poichè hai aperto
-quest'uscio?
-
--- Voi dimenticate i vostri piedi, messer lo conte -- rispose il
-pellegrino sul medesimo metro -- e dimenticate eziandio gli echi del
-vostro corridoio.
-
--- Sia pure; ma qual è questa ospitalità che tu hai detto di volermi
-rendere? Per che modo puoi tu dire d'esser qui in casa tua?
-
--- Voi volete saper troppo, messer lo conte! -- disse ridendo il
-pellegrino.
-
-Il conte Ugo, che non era punto ingannato da quell'infinto candore del
-suo ospite, si lasciò cadere su d'un seggiolone, e fissando in volto il
-pellegrino, proseguì il discorso in tal guisa:
-
--- Sì, v'hanno di molte cose ch'io vorrei sapere. Molto hai detto, e
-assai più m'hai lasciato nel dubbio. Tu sei dotto, romèo, e la tua
-scienza, sebbene non sia gaia, mi tira ad udirti. Parla dunque; non
-t'infingere con me, non ti schermire dalle mie dimande; dissipa i dubbi
-che hai fatti nascere nell'anima mia!
-
--- La mia scienza, messere, si restringe in poche massime; -- rispose
-dopo una breve sosta il romèo; -- ma non ogni stomaco è fatto per
-digerire un tal cibo. Ora, sarete voi così forte, da potermi udire senza
-corruccio?
-
--- Parla, parla, nè ti dar pensiero di ciò. Vedi, pellegrino, io non so
-chi tu sia, ma credo di avere indovinato l'esser tuo....
-
--- Da senno?
-
--- Sì, e tuttavia non tremo dinanzi a te, ti guardo tranquillamente in
-viso; ascolto senza turbamento tutto quello che vorrai dirmi.
-
--- Cotesto non prova ancor nulla, messere; voi non siete una
-donnicciuola paurosa come il vostro falconiere, ed io non sono poi
-quell'orrido ceffo che metta in fuga i bambini. Sono un povero
-vagabondo, carico di peccata, che porto del resto senza curvarmi
-soverchiamente sotto il fardello. Non ho mai recato danno a persona, più
-di quanto volesse averne di per sè; più spesso ho cercato di sovvenire
-agli uomini con quel po' di esperienza che m'hanno fruttato tanti anni
-di vita randagia. Or dunque, di che avreste voi a temere? E non basta
-ancora. Voi siete per tal modo catafratto, da potervi commettere
-sicuramente in ogni più arrisicata intrapresa. Siete felice; questa è
-almeno la voce che corre, ed io non so tacervi che ho mutato a bella
-posta la mia strada per passare da queste parti a vedere questo miracolo
-d'uomo. Vedere un uomo felice! Cotesto, a mio credere, franca la spesa
-del viaggio, assai più che la vista del papa, coperto di gemme e di
-porpora, in mezzo al collegio dei cardinali. Felice invero! Voi siete
-giovine, possente e bello... sì bello; non v'incresca, o messere. La
-bellezza non guasta mai; anzi, e' v'ha chi la pregia su tutte le altre
-venture del mondo. Uno stuolo di amici divoti vi circonda; sempre feste,
-gualdane, tornèi, cacce, conviti; dapertutto il primo, dapertutto il
-prescelto... perfino in un castello non molto lunge di qui....
-
--- Dici tu il vero?
-
--- Sì, messere, e l'ho di buon luogo.
-
--- E come lo sai tu? parla; io voglio....
-
--- Adagio a' ma' passi, messer lo conte! Questo è un mio segreto, e il
-conoscerlo non vi potrebbe giovare in alcun modo; ma siate certo che
-ella vi ama.
-
--- Orbene, -- soggiunse Ugo, -- e perchè neghi tu la felicità sulla
-terra? Tu stesso or vedi....
-
--- Sì, vedo; ma vedo altresì....
-
--- Che cosa?
-
--- Vedo, -- continuò il pellegrino, contando le parole ad una ad una
-come il cristiano divoto le pallottoline della sua coroncina, e
-guardando fiso ad ogni parola il suo interlocutore -- vedo altresì che
-voi rimanete pur sempre indietro; che le vostre labbra non le hanno pure
-sfiorato il sommo delle dita; che madonna è severa ed ha cura di sè, più
-assai che a donna innamorata non si convenga; che infine....
-
--- Taci, -- interruppe Ugo, -- non proseguire in tal guisa!
-
--- E perchè dunque invitarmi a parlare? Io ho a mala pena incominciato,
-e la verità vi riesce molesta! --
-
-Ugo crollò sdegnosamente le spalle, a queste parole del pellegrino;
-quindi prosegui:
-
--- Io mi penso che tu voglia prenderti spasso dei fatti miei. Tuttavia,
-una cosa non hai potuto negare; ella mi ama.
-
--- Mai sì, messere, ella vi ama, e che prova ciò? Ella potrebbe
-disamarvi poi.
-
--- Sì certamente, se sarò disleal cavaliero, se mi chiarirò indegno di
-lei.
-
--- Ah, messer lo conte! La fede cieca vi condurrà forse in paradiso; ma
-ella per fermo non vi farà andare diritto in mezzo agli uomini ed alle
-donne. Quale affetto sopravvive alla morte? Credete a vostra posta nella
-divozione di coloro che vi circondano, e mettete pure in non cale la
-sentenza dei vecchi: _tempore felici multi numerantur amici_. Fidate il
-cuor vostro ad una donna e sognate la eternità dell'affetto; io vi dirò
-con tale che ancor non è nato: _souvent femme varie; bien fol est qui
-s'y fie_.
-
--- Tu menti! -- gridò Ugo, balzando dalla seggiola.
-
--- Ah, ah! -- rispose il pellegrino con piglio beffardo. -- E voi vi
-scaldate il sangue, messer lo conte; ma tutto ciò non muterà d'un punto
-la verità. Godetevi in pace la vostra felicità; io vi aspetto a Filippi,
-io, il quale, con vostra licenza, so _quanto valgono cose e persone, --
-e niun sul prezzo gabbo mi fa_. --
-
-Lo scherno, rivolto contro la donna amata, irritò il conte Ugo per modo
-che non conobbe più ritegno. Le vampe dell'ira gli salsero al capo; gli
-si offuscarono gli occhi, e sguainata la spada, si scagliò sul
-pellegrino.
-
-Ma, sebbene tutto ciò fosse avvenuto in un batter d'occhio, il colpo
-andò a vuoto. Ugo non trafisse che l'aria; il pellegrino era sparito.
-
-Com'egli rimanesse a quella vista, argomenti il lettore.
-
--- Codardo! -- gridò egli, nell'impeto dello sdegno. -- Tu insulti la
-donna mia e ti nascondi nell'ombra! --
-
-Aveva appena ciò detto, che un riso beffardo gli suonò dalle spalle. Si
-volse improvviso, ma rimase di sasso, cogli occhi sbarrati, le braccia
-tese, e la spada gli cadde dal pugno.
-
-Colui che rideva, era un bel cavaliere, non molto aitante della persona,
-ma di membra giuste e di gentil portamento. Aveva neri i capegli e
-ravviati con artistica sprezzatura sulla cervice; vasta la fronte e
-nitida a guisa d'avorio; aperti lineamenti, il labbro superiore, un tal
-po' rialzato ad espressione di sarcasmo, era ornato da due sottili
-basette che guardavano superbamente all'insù; il viso alto, e gli occhi
-sfavillanti sotto l'arco delle sopracciglia raccolte, aggiungevano
-efficacia al piglio sarcastico delle labbra.
-
-Lo sconosciuto era coperto d'un rosso mantello, le cui larghe pieghe
-andavano a raccogliersi sotto le braccia, che erano conserte al petto e
-tenevano mezzo nascosta una berretta di velluto nero, da cui pendevano
-due penne lucenti e sottili. E in quel regale atteggiamento, lo
-sconosciuto rimase un tratto a guardare il conte Ugo e a sorridere della
-sua maraviglia.
-
--- Orbene, conte Ugo, questa è l'ospitalità di casa tua? Roccamàla è
-dunque una ladronaia, dove si scannano i forestieri? --
-
-Furono queste le prime parole del cavaliere dal rosso mantello.
-
--- Hai ragione a dolerti! -- disse Ugo, chinando la fronte in atto di
-pentimento. -- L'ira mi aveva acciecato. Straniero, io ti chieggo
-perdonanza.
-
--- Che di' tu, ora? -- ripigliò quel'altro, stendendogli amorevolmente
-le braccia e facendo il viso altrettanto soave quant'era stato severo da
-prima. -- Non pensiamo più a cotesto. D'altra parte, simiglianti
-puntaglie non fanno che raffermar l'amicizia, ed io t'amo davvero,
-imperocchè ciò non mi avviene pel tuo oro, né per la tua possanza, né
-per le delizie di cui tu circondi i tuoi ospiti.
-
--- Chi sei tu? -- disse Ugo.
-
--- Una parte dell'anima tua, che stava appiattata, e balza fuori di
-presente, al lampo di una prima tempesta.
-
--- Uno spirito malvagio! -- soggiunse Ugo, in quella che ricadeva sul
-suo seggiolone, e, appuntellato il gomito sul bracciuolo, il mento nella
-palma della mano, si disponeva ad una lunga meditazione.
-
--- Malvagio! -- ripetè il cavaliere dal rosso mantello. -- Come ti
-aggrada. Ma considera un tratto; voglio io forse acciuffarti e
-trascinarti con me nel vano di quella finestra? Poveri uomini! ve
-n'hanno pur date a bere, questi calunniatori di Aporèma! Vedi, Ugo di
-Roccamàla; io vo' dare a te la scienza, quella che i nostri santi padri
-si tennero gelosamente per sè, bandendo la croce addosso a questo povero
-spirito che ti parla, e non ha altro intento fuor quello di far uomini,
-uomini veri, questo branco di creature bipedi e pecorine. Sono Aporèma;
-ti spaventa per avventura cotesto? Mutami il nome; sono il dubbio della
-tua mente, sono lo studio, sono la scienza del bene e del male.
-
--- Tu sei -- disse Ugo -- colui che ha perduto Eva, la madre degli
-uomini.
-
--- Ah ah!... storielle! -- rispose Aporèma. -- Lo scrittore della Genesi
-mi ha attribuito questa parte nelle sue invenzioni; ma io non me ne
-ricordo punto. Bene ho conosciuta la vostra prima madre, messeri; ma
-costei non meritava che il diavolo si scomodasse per lei, o le
-insegnasse la strada degli alberi fruttiferi. Era piccina, panciuta,
-vellosa, stretta la fronte, e i primi ciuffi di capegli nascenti
-sull'orlo delle sopracciglia; la faccia ringhiosa; le braccia lunghe e
-scarne, i pugni grossi, i piedi adunchi; talfiata si lasciava ire ad
-istinti non bene ancora sopiti nella sua nuova natura e andava
-saltabellando su quattro piante, la qual cosa non la illeggiadriva di
-certo; in quanto al pomo, di cui s'è tanto chiacchierato, essa era donna
-da arrampicarsi bravamente sui rami e spiccarlo, giusta il costume di
-tanti altri digitigradi. Ma lasciamola li; se s'ha da intendere quella
-storiella pel suo verso, cavarne il senso vero dal mito, se infine si
-vuol dire che ci ho avuto mano a dirozzare la creatura, gli è vero e me
-ne glorio, imperocchè a me solo, e non altrui, l'uomo è debitore di quel
-tanto che può e di quel tanto che sa. Ho detto. --
-
-E fatte queste parole, Aporèma spiccò leggiadramente un salto e andò a
-sedersi, con le gambe penzoloni in aria, sullo stipo ferrato che era di
-costa alla parete.
-
--- Aporèma, -- disse Ugo, dopo aver meditato un tratto sulle parole
-dell'interlocutore, -- puoi tu darmi la certa conoscenza delle cose?
-
--- Anzitutto dimmi di quali, e ti risponderò.
-
--- Che cosa rimane di noi, dopo la tomba?
-
--- Ah! quivi è il nodo, e non si va più innanzi.
-
--- Perchè?
-
--- Non saprei dirtelo. Gli è un gran mistero, un arcano di Stato, e il
-vecchio di lassù lo custodisce così segretamente, che metto pegno non
-l'abbia detto nemmanco a suo figlio. Se avessi a metter qui una mia
-congettura.... Ma a che pro'? Tu chiedi scienza e non ti giovan le
-ipotesi. Ti basti dunque sapere che il segreto è sotto chiave ed io non
-ho trovato grimaldelli che girassero in quella toppa. Imperocchè tu devi
-considerare che la mia possanza è ristretta in certi confini; che io non
-sono eterno, quantunque sia immortale....
-
--- O come? -- sclamò Ugo trasognato.
-
--- Sottigliezze teologiche; non ci badar più che tanto -- rispose
-Aporèma. -- Cotesto vuol dire che io son nato con l'uomo, non so se
-prima o dopo, ma a un dipresso nella stessa olimpiade.
-
--- E che puoi tu dunque per me?
-
--- Mostrarti il presente, quello che non esce dai sensi.
-
--- Gran mercè! Questo io lo vedo con gli occhi miei, senza mestieri di
-aiuto.
-
--- No, i tuoi occhi s'ingannano, i cinque sensi sono una congiura ordita
-di continuo contro di te, un laccio teso alla tua carne, un trabocchello
-preparato sotto i tuoi passi.
-
--- E potrò io spogliarmi di questa mala compagnia di traditori? potrò io
-gettarli lungi da me, come fa della scoglia il serpente?
-
--- Perchè no?
-
--- Di' tu il vero? puoi tu farmi altr'uomo da quello che io sono?
-
--- Sì, posso, e, dove tu il voglia, posso anche farti spettatore del tuo
-funerale.
-
--- E vedere.... e sapere....
-
--- Sì, ogni cosa; ma ti darà l'animo di cominciare, di separarti per tal
-guisa da te medesimo? --
-
-Ugo rimase un istante sovra pensieri. Il sì e il no gli tenzonavano in
-mente.
-
--- Domani a notte! -- rispose egli, dopo aver meditato.
-
--- Perchè domani e non ora?
-
--- Perchè... non ardisco....
-
--- Uomo di poca fede! -- gridò Aporèma, con accento di amarezza
-ineffabile. -- Uomo! uomo! io ti conosco da un pezzo; sempre così, da
-che hai cominciato a fraintendere te stesso; sempre tentennante;
-impastato di _se_ e di _ma_, non acconcio ad altro che a fare il bene a
-mezzo, e il male del pari!
-
--- Tu sei molto severo, Aporèma!
-
--- No, non io severo, tu fiacco; tu che non sai distogliere lo spirito
-da questo tuo sogno fanciullesco. Egli si direbbe per mia fe' che tu
-bene intenda aver io ragione, e non sappia determinarti a scorgere il
-pauroso vero! Ora io ben so tutto quello che hai in mente di fare. Tu
-vuoi ritemprarti ancora una volta nella festosa compagnia e nelle
-piaggerie degli amici; tu vuoi rivedere la donna che t'ama, ma che non è
-tua, e che intende esser teco quello che sarà tra non molto una superba
-o sciocca Avignonese, col più gentile e col più illustre italiano del
-suo tempo. --
-
-Ugo chinò tristamente il capo a quella ràffica di parole con cui lo
-flagellava Aporèma.
-
--- Orbene, io parto! -- ripigliò questi dopo una breve sosta. -- Andrò a
-sellare Lutero, il mio fido ronzino e lascerò questa rocca dove s'è
-bastionata la cecità, la fiacchezza umana. Papa Leon X è ancora di là da
-venire; ho dugent'anni e più in mia balìa per andargli a preparare il
-terreno in Lamagna, dove sono assai più filosofi e buoni loici di qui, e
-l'opera mia tornerà certo più utile che non a guastarmi la mano quassù,
-intorno ad un uomo che ha occhi e non vuol vedere, orecchi e non vuole
-udire. E tuttavia, vedi debolezza di demonio, io m'ero innamorato di te,
-Ugo di Roccamàla; per te volevo fare un esperimento senza mio utile
-alcuno, per te violare le leggi dominatrici della materia, per te
-insomma.... Orvia, gli era scritto che tu pure fossi un uomo della fatta
-di tutti gli altri. Addio, dunque, e sta sano di membra, se esserlo di
-mente non vuoi.
-
--- No, non partire, Aporèma, non lasciarmi così! Ugo di Roccamàla non è
-un codardo come tu pensi. Che debbo io fare?
-
--- Ber questo! -- disse Aporèma.
-
-E trattosi dal dito un anello di metallo nero, su cui luccicava un
-grosso diamante, fe' scattare, con un lieve tocco dell'unghie, la pietra
-preziosa dalla sua incastonatura.
-
--- Che c'è egli qui dentro?
-
--- Due gocce di un liquore che non fa male, stillato dall'albero non
-favoloso della scienza, e che a te darà la conoscenza vera del cuore
-umano....
-
--- Porgi! -- gridò conte Ugo.
-
-E preso l'anello dalle mani di Aporèma, fe' per accostarlo alle labbra.
-Ma questi non gliene lasciò il tempo, ed afferratogli il braccio per
-ripigliarsi l'anello, gli disse rabbonito:
-
--- Sta bene, flgliuol mio! Tu sei un prode cavaliere, ed io ben voglio
-che tu beva il liquore della scienza. Ma cortesia per cortesia;
-_noblesse oblige_, come dicono i cavalieri di Francia e Navarra. Tu hai
-a leggere, innanzi di bere, una pergamena che si conserva in questo
-stipo ferrato.
-
-
-
-
- CAPITOLO VII.
-
-
- Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col
- diavolo.
-
-Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso,
-innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente
-una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura
-dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra
-orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per
-la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita,
-facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio
-lavorato a rilievo.
-
--- Ah! -- sclamò conte Ugo. -- Il libro nero non era dunque una favola?
-
--- No; la leggenda diceva il vero; -- rispose Aporèma -- eccolo, il
-libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il
-fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! --
-
-Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle
-prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta
-scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il
-costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e
-avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di
-quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse:
-
- In nomine Domini, amen.
-
- _In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII,
- ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur
- nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat.
- Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis
- de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam
- castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat
- prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus
- assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus
- scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum
- esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset
- quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter
- in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo
- lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per
- tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et
- hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi
- adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis
- adveniat._
-
- + _Gualbertus_
- _Aporèma._
-
--- Intendi tu dunque? -- disse Aporèma, facendosi cortesemente a
-volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. -- «Al nome di Dio,
-_amen_! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera
-incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta
-del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita.
-Egli mi ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di
-Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare
-il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo
-vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo
-scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto
-eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare
-senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque
-volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si
-tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il
-suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e
-a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si
-nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e
-dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non
-ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo
-accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro
-sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia
-consuetudine.
-
--- Ma che vuol dir ciò? -- chiese Ugo ammirato. -- Che fine riposto è
-egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare?
-
--- Ah, si! -- disse ridendo Aporèma. -- Il sant'uomo non sapeva
-capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare
-stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava
-tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era
-avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella
-Gerusalemme celeste, ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e'
-rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. --
-Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! -- gli dissi; -- tanto peggio
-per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua
-pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa.
-
--- E tu mi rispondi ora -- soggiunse Ugo -- come hai risposto al vescovo
-Gualberto!...
-
--- No, in fede mia, -- rispose Aporèma; -- e vo' dirti ogni cosa,
-sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento.
-Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea
-veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea
-fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio;
-Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano
-corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di
-Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò
-a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua
-felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò
-a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del
-castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli
-fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più
-non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto
-soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un
-volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol
-racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e
-i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra fronte
-andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le
-rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non
-inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia
-all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi
-discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile,
-della verità.
-
--- Anselmo di Leuca!... -- sclamò il giovine signore di Roccamàla. -- Io
-dunque....
-
--- No, non temere per la bontà del tuo sangue! -- interruppe Aporèma. --
-I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo
-fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e
-nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo.
-
--- E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? -- chiese Ugo.
-
--- Nol so, -- disse Aporèma; -- o, per dirla col vescovo Gualberto,
-_haud mihi clarum est_; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi,
-per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. --
-
-Un improvviso bagliore rischiarò in quel punto la camera, facendo
-impallidire il lume della lucerna, e tosto gli tenne dietro l'orribile
-frastuono della folgore.
-
--- To' vedi! -- soggiunse Aporèma. -- Sembra ch'ei ci abbia uditi a
-parlare di lui e che ti conforti ad essere un uomo della sua tempra.
-
--- L'anello, Aporèma; porgi l'anello!
-
--- Eccolo! --
-
-Ugo prese l'anello dalle mani di Aporèma e si diede a considerarne
-minutamente il castone, facendo girare il diamante sulla cerniera. Poche
-gocce di liquore color di fuoco gli apparvero nella piccola cavità che
-era rimasta scoverta, ed egli, poichè l'ebbe guardate, cadde in una
-profonda meditazione.
-
--- A che pensi tu ora? -- gli chiese Aporèma.
-
--- A lei! -- disse Ugo. -- O non le fo oltraggio, forse, tentando una
-simile prova?
-
--- Non ti mettere a questa impresa, se ciò temi; -- soggiunse Aporèma.
--- Io già te l'ho detto: non vo' nulla per violenza da te. Inoltre,
-odimi bene, Ugo di Roccamàla! Io non ti pongo alcun patto; l'esperimento
-durerà quanto ti aggradi, e tornerai Ugo ogni qual volta ti piaccia. Non
-ti chiedo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a
-sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliero e non un giudeo che presti
-ad usura.
-
--- Oh, egli non è di ciò che m'importa! -- gridò conte Ugo. -- Se tu di'
-il vero, se nulla resiste o sopravvive alla morte, nè la vita di questo
-mondo, nè la ignota che ci promettono, francano la spesa di essere
-vissute. Orbene, eccoti contento, ho bevuto! --
-
-E così dicendo, pose le labbra intorno al castone dell'anello, e
-avidamente succhiò il rosso liquore.
-
--- Ah! che mi hai tu dato? -- sclamò egli, a mala pena ebbe finito.
-
--- Guarda! -- gli disse Aporèma, accennandogli col dito a' suoi piedi.
-
-Ugo guardò e mise un grido di spavento. Un corpo morto giaceva a terra,
-disposto per modo che i piedi del cadavere toccavano i suoi.
-
--- Guardalo, -- prosegui Aporèma, -- guardalo, il tuo sozio fedele, il
-tuo unico amico verace, quantunque un tal po' prepotente; quello che non
-ti ha mai abbandonato un istante, dacchè hai aperto gli occhi alla luce;
-quegli che ha sempre sorriso e pianto, goduto e patito con te; guardalo
-ed usagli la cortesia di qualche carezza; stringi fra le tue braccia
-quel petto rilevato e robusto, appariscente sotto una maglia aggiustata
-d'acciaio, come sotto un giustacuore di seta di Bagdad; metti le mani su
-quelle chiome nere e lucenti che svolazzavano in aria con superba
-leggiadria quando serravi Aquilante tra le vigorose ginocchia e lo
-spingevi a galoppo; bacia quella fronte bianca, ahi troppo immemore
-d'altri baci e pur mo' desiosa di nuovi; tanto è vero che l'uomo
-desidera ciò che egli non ha avuto ancora, e ciò ch'egli ebbe facilmente
-dimentica. --
-
-In quella che Aporèma così parlava tra grave e beffardo, secondo il
-costume, Ugo si era curvato su quel corpo morto e l'avea riconosciuto
-per la sua spoglia mortale. Lo contemplò un tratto e non senza mestizia;
-quindi, come percosso da un pensiero improvviso, si alzò per guardarsi
-la persona.
-
--- Ed io... io... chi sono io mai, se il mio corpo è costì?
-
--- Va, quello è uno specchio; -- disse Aporèma. -- Conte Ugo corse
-difilato ad una larga spera di terso metallo, che era sospesa alla
-parete daccanto alla finestra; il demone taumaturgo prese la lucerna e
-l'alzò fino presso il volto del giovine.
-
-Ugo vide allora l'immagine sua, che era quella d'un bel cavaliero, dagli
-occhi azzurri, dalla florida carnagione a cui dava più risalto una fina
-capigliatura bionda, dalla svelta statura, e sfarzosamente vestito. Si
-contemplò ammirato, mosse gli occhi, il capo, il petto e le braccia;
-quindi si volse a cercare l'antica spoglia: ma essa non era più nella
-camera.
-
--- Dov'è andato il mio corpo? -- chiese allora ad Aporèma.
-
--- O che? pensi tu forse ch'io non sappia fare le cose a dovere? Esso è
-già nella tua camera, disteso nel tuo letto e porta i segni di una morte
-avvenuta per riflusso di sangue al cervello. Tra due o tre ore entrerà
-il biondo Fiordaliso a svegliarti. Immagina le grida del trovatore
-adolescente! Tosto il castello sarà a soqquadro; gli amici e i famigli
-che correranno di qua e di là all'impazzata; mastro Benedicite che
-griderà di aver tutto presagito, e che, se a lui si fosse aggiustato
-fede, non si sarebbe lasciato entrare il romèo. Allora si penserà a
-venire nella torre del negromante; ma un certo odore di zolfo che a
-taluno parrà di sentire, li manderà tutti indietro sbigottiti, e non si
-avrà coraggio di mettervi il piede, se non dietro all'orme di frate
-Alberto, monaco tenuto in concetto di santità, il quale starà qui lunga
-pezza in preghiera. Poscia, spruzzato non so bene quante volte d'acqua
-santa, avrai esequie degne del tuo alto stato, e sarai sepolto fra le
-tombe de' tuoi maggiori. _Amen!_
-
--- E lei.... -- chiese Ugo peritoso -- e lei che dirà?
-
--- Questo non vo' raccontarti fin d'ora, ma non andrà molto che tu ne
-saprai quanto io, imperocchè la vedrai coi tuoi occhi medesimi.... vo'
-dire con quelli che hai tolti a prestanza da me.
-
--- E quando la vedrò?
-
--- Non oggi, nè domani per fermo, imperocchè tu vai cavalcando con
-grossa e nobil masnada verso il suo castello, dal quale sei ancora
-cinque giornate lontano.
-
--- Ma dimmi, chi sono io ora, qual personaggio rappresento?
-
--- Non lo senti? Sei Morello, il secondogenito del marchese di
-Monferrato, e ti rechi a Genova per chiedere le galere che dovranno
-condurre a Costantinopoli la tua bellissima sorella, disposata
-all'imperatore Andronico, al figlio di Michele Paleologo.
-
--- Ah, sì, comincio a ricordarmene; ho la mia gente che m'aspetta a
-Falconara.... E tu, chi sei?
-
--- Non mi riconosci più? Sono il tuo giovine amico, il trovatore
-Rambaldo di Verrùa.
-
--- Sì, sì, lo rammento. Iersera, alla nostra fermata presso il
-castellano del Bormio, tu m'hai cantata una leggiadra servantese intorno
-alle bellezze più riputate dell'oriente e dell'occidente.
-
--- Sulle quali porta la palma la genovese Elena Ascheria, la figlia di
-Orlando Aschero, uno de' più valenti capitani della repubblica; Elena
-che tu vedrai ed amerai, se pure ti piacerà di proseguire il viaggio
-fino al mare.
-
--- No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese
--- gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e
-i concetti del suo nuovo stato. -- Giungerà colà lo ambasciator di mio
-padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito
-dell'ambasceria.
-
--- A Torrespina, non è egli vero?... -- chiese ghignando Aporèma.
-
--- A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del
-marchese di Monferrato è così orrevole personaggio, che ognuno abbia a
-tenersi d'avergli potuto dare ospitalità.
-
--- Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la
-castellana. --
-
-A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un
-verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno
-un'occhiata sdegnosa.
-
--- Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon
-cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di
-fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri
-non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. --
-
-Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso
-lui ne' vapori del nascente mattino.
-
-
-
-
- CAPITOLO VIII.
-
-
-Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di Torrespina.
-
-Pochi conoscono que' paesi appenninici, che si stendono in lunga e
-frastagliata zona tra i greppi del versante ligustico e le Langhe
-dell'alto Monferrato, nelle quali si confondono, creando come una stirpe
-nuova, se pure non è più acconcio il dire che qui veramente si abbia a
-trovare incorrotto l'antico sangue dei liguri, e dando vita ad una
-parlata, genovese nella struttura, piemontese nelle desinenze, che
-giunge all'orecchio piena di agreste leggiadria. Pochi, ho detto,
-conoscono que' paesi, e tuttavia non so d'alcun luogo che li vinca in
-montanina e silvestre bellezza.
-
-La gente ricca va a consolar gli occhi in Isvizzera, e non sa di avere
-una Svizzera in casa sua, degna di esser veduta e studiata; va a
-rinfrescar le fonti dell'immaginazione sulle sponde leggendarie del
-Reno, e non sa di avere un altro Reno, anzi più d'uno a due giornate
-discosto, vo' dire la Bormida, il Tanaro, e gli altri fiumi minori che
-hanno sorgente nei liguri Appennini.
-
-Qui orride balze nevose donde lo sguardo specola tutto intorno per lunga
-distesa di terre fino alla capitale lombarda; qui balze dove l'orizzonte
-si stringe e l'acque rinchiuse rumoreggiano, cercandosi stentatamente
-una via tra i massi; qui splendida verdura di pascoli e lunga sequela di
-fitte boscaglie, che vanno scendendo per varia vicenda di larici,
-quercie, faggi e castagni, fino alle regioni del salcio e del pioppo;
-dappertutto rigogliosa vegetazione, imperocchè il benefico sole non
-dimentica alcuna parte della terra italiana. E tutto lungo quelle creste
-di monti, sia che digradino verso il mare, sia che accennino alle
-Langhe, vedete star ritti ancora e minacciosi gli avanzi dei castelli
-feudali, veri nidi di sparviero, donde non esce più e dove non va a
-posarsi l'uccello di rapina, ma che tuttavia lo stuolo dei pennuti
-minori non sa guardar senza tema.
-
-Andate nei piccoli borghi, che paiono starsi ancora muti e paurosi sotto
-la vigilanza di quei giganti dalle ossa sgretolate e dalle occhiaie
-vuote, e troverete la gente più schiettamente cortese, i discendenti di
-quella forte e semplice schiatta che la possanza romana non seppe
-vincere del tutto; donne leggiadre che vi sorrideranno senza malizia;
-uomini tagliati alla buona che non vi spoglieranno all'insegna dei tre
-Re, nè a quella del Cannon d'oro; e un notaio, o un vecchio prete, i
-quali non avran letto Alessandro Dumas e vi daranno per nulla, insieme
-co' liquidi topazii di una vecchia bottiglia sturata in onore
-dell'ospite, le commoventi leggende del castello vicino.
-
-I miei pochi benevoli, quelli, io vo' dire, che vanno leggendo, a mano a
-mano ch'io le scrivo, le mie povere storie paesane, conoscono già queste
-alture, dai malinconici luoghi in cui a Calisto Caselli si maturarono i
-germi della pazzia e dove la bella figura della giovane castellana di
-Villacervia si mutò agli occhi suoi nella santa Cecilia del calendario
-romano. Costoro io condurrò oggi a Torrespina, altro castello di quei
-luoghi, ma facendo far loro un viaggio a ritroso di cinquecento ottanta
-e più anni.
-
-Giovinetto, io fui su quel poggio dove la gran mole sorgeva; mi
-arrampicai, non senza danno delle mie vestimenta, tra i prunai della
-ripida costiera, qua e là seminata di grossi macigni e dei ruderi enormi
-de' bastioni sfranati. Le mille svariate erbe dei prati crescevano
-rigogliose nel fosso colmato; la vispa lucertola correva liberamente su
-per quelle pareti dove l'attento famiglio non avrebbe patito una
-ragnatela; la serpe si scaldava al sole sopra un mucchio di rottami,
-nell'angolo superstite di un torrione crollato dalle fondamenta. Io
-colsi un ramoscello di menta selvatica lunghesso le mura maestre
-dell'androne; col mio temperino da scolaro recisi una bacchetta di
-nocciuolo nella gran sala, e mi foggiai una specie di flauto nella
-fresca corteccia d'un ramo di castagno, tagliato colà, dov'erano forse
-gli appartamenti dei signori del luogo. Poscia, con uno di quei felici
-trapassi che arridono soltanto alle menti giovanili, mi diedi a pensare;
-sognai che ero il padrone di quelle rovine, che avevo fatto restaurare
-il castello, munitolo di feritoie tutt'intorno pe' miei balestrieri, e
-resolo dentro un luogo di delizie, per darvi onorato ricetto alla donna
-dei miei pensieri, che era ancora di là da venire.
-
-Perchè dicevasi Torrespina? Gli archeologi dozzinali parlavano di una
-famiglia Spina, la quale doveva essere alcun che di simigliante agli
-Spinola; ma il notaio, uomo di sbardellata dottrina, che andava a
-cercare ogni etimologia nel latino o nel greco, asseriva doversi
-ripetere quel nome da _Turris poena_, fantasticando non so che fermata
-di Annibale, allorquando discese in Italia. Con buona pace del notaio, e
-dell'anima sua, imperocchè egli è di presente tra i più, io m'attengo ad
-una vecchia cronaca dei signori Del Carretto, la quale ci narra essere
-stata così battezzata la torre da Enrico il Guercio, che fiorì nel 1140,
-e fu contemporaneo di Ugo il Negromante, imperocchè quella torre, o
-castello, era una spina per lui, cioè un ostacolo all'accrescimento dei
-suoi dominii da quel lato.
-
-Non s'ha per cotesto a credere che i conti che l'abitavano fossero gente
-di molta possanza. Destri erano in quella vece non poco, ed avevano
-inteso il tornaconto di allearsi al valoroso signore di Roccamàla, per
-far argine uniti allo strapotente marchese. Questa alleanza era poi
-quasi una necessità politica; dappoichè Torrespina si trovava appunto in
-mezzo ai due avversarli, e il manco forte dei due non sarebbe riuscito
-mai un troppo pericoloso vicino. Donde poi venissero i Torrespina non
-so; probabilmente ebbero una origine somigliante a quella dei Roccamàla,
-il cui capo stipite veniva di Lamagna, o a quella dei marchesi di
-Monferrato, derivati da un conte Guglielmo, condottiero giunto con
-trecento uomini dalla Francia, in compagnia di quel Guido che fu poscia
-duca di Spoleto e che premiò quella sua lancia spezzata con largo
-presente di borghi e castella sul territorio conquistato.
-
-Al tempo di cui narro, i Torrespina non erano degli ultimi signori che
-tenessero corte tra la Liguria e le Langhe; ma il loro lustro, lo
-splendor del casato, più ancora che alla feudale possanza, era da
-attribuirsi a quella Giovanna, figliuola del marchese di Cengio,
-celebrata per divina bellezza ed altissimo ingegno, moglie al conte
-Corrado, ed amata, siccome già sanno i lettori, da Ugo di Roccamàla.
-
-Torrespina era murata su in alto del monte, dove la sua triplice
-merlatura e le sue svelte bertesche si dipingevano leggiadramente
-nell'azzurro del cielo; ma a mezza costa scorgevasi il grosso del
-castello, dove era l'abitazione della famiglia, congiunto all'edifizio
-più in alto da una via coperta e da altre opere di fortificazione. Uno
-spesso muro, intorno al quale correva da entro un ballatoio assai largo
-per tenere gli arcadori all'altezza delle feritoie, scendeva fino alla
-riva del fiume, dov'era una porta, ben difesa da due torrioni
-tondeggianti, la quale portava scolpite in marmo, sul cordone dell'arco
-a sesto acuto, le armi dei Torrespina; una torre su cui sorgeva un
-prunaio, coll'impresa in lingua di oltre Alpi: «_qui s'y frotte s'y
-pique_.»
-
-Qualche mordace borsiero (che così chiamavansi italianamente i giullari)
-aveva detto il castello di Torrespina esser troppo grande per una così
-magra contea; la qual cosa ripeteano, sebbene con frase più misurata,
-gli uomini d'arme, dicendo che a ben sostenere il motto, in così largo
-giro di mura e di torri, sarebbe bisognato assai più di gente che il
-conte Corrado non potesse raunare.
-
-Ma cotesta era una chiacchiera e nulla più, pel tempo in cui si vivea.
-Qual possente nemico avevano a temere i castellani di Torrespina? La
-signoria Del Carretto, divisa fin da cent'anni addietro in quattro
-marchesati, s'era da capo e più volte sminuzzata pel moltiplicarsi di
-quella stirpe, ed aveva inoltre perduto grandemente di sua possanza per
-molte concessioni dovute fare ai nascenti comuni; uno de' quali. il più
-ragguardevole, aveva anzi rivendicata la sua libertà.
-
-Nè vuolsi tacere che Torrespina durava da un pezzo in buona pace ed
-amicizia con tutta quella pleiade di marchesi e conti delle Langhe.
-Giovanna, la divina Giovanna, era figlia di uno di loro, che abbiamo già
-nominato, il marchese del Cengio; epperò l'amicizia si stringeva ad
-alleanza. Amici erano i Roccamàla; i marchesi del Monferrato, poi, gli
-unici strapotenti dei quali si avesse per cosa alcuna a temere, a ben
-altre imprese tendevano l'arco; i re di Tessalonica, i cognati degli
-imperatori d'Oriente, non avevano per fermo ad invogliarsi di quelle
-piccoli corti vicine, alle quali anzi amavano essere amici, poichè
-riuscivano ad essere, anche senza addarsene, le loro scolte e le loro
-vedette.
-
-Così raffidata per ogni verso, Torrespina era divenuta un convegno
-gradito di ozi nobileschi, di cacce, di giostre e di tenzoni poetiche.
-La presenza di una gentildonna colta e leggiadra come la contessa
-Giovanna, l'aveva tramutata in una vera _corte d'amore_, famosa quanto
-quelle di Provenza nelle canzoni dei trovatori e nella ricordanza de'
-cavalieri. Cotesto liberava il conte Corrado dalla necessità dispendiosa
-di un grosso presidio, e gli consentiva di impinguare lo scrigno di bei
-bisanti d'oro, per i quali egli serbava tutta la sua tenerezza.
-
-Orrevole cavaliere, del resto, e punto nimico dello spendere, quando
-occorresse. A lui per fermo non avrebbe potuto andare lo scherno di
-Guglielmo borsiere, del quale racconta il Boccaccio, che essendo a
-Genova in casa di Erminio Grimaldo, universalmente chiamato messere
-Erminio Avarizia, e avendone avuta la preghiera ch'ei volesse
-insegnargli com'ei potesse far dipingere in sala alcuna cosa non prima
-veduta, prontamente rispose: _Fateci dipingere la Cortesia_. Siffatti
-insegnamenti non bisognavano al conte Corrado; e di vero, appena fu
-giunto in gran sollecitudine da lui il trovatore Rambaldo di Verrùa, per
-annunziargli l'arrivo di Morello, secondogenito del marchese di
-Monferrato, tosto per suo comandamento fu sossopra il castello, affinchè
-ogni cosa fosse in pronto per ricevere un ospite così ragguardevole, con
-tutta la gualdana che gli faceva cortèo.
-
-Intanto Morello di Monferrato si avanzava con la sua gente, argomento di
-curiosità per tutti i terrazzani, che si avanzavano stupefatti sugli
-usci de' casolari a veder passare quella numerosa cavalcata.
-
-Erano sessanta lance; ogni cavaliere accompagnato da' suoi fantaccini;
-tutti orrevolmente vestiti, i cavalieri d'acciaio, con cappe di lana, i
-fantaccini con succinti farsetti, anche essi di lana, e di colore
-amaranto, come le cappe dei cavalieri. Tutta questa gente procedeva in
-bell'ordine, che la era una meraviglia a vedersi; i cavalli, muovendosi
-in cadenza, faceano svolazzare i lembi delle sopravvesti e i cimieri
-piumati; le maglie d'acciaio, i ferri delle lance scintillavano al sole.
-
-Ma sopra tutti attirava gli sguardi della gente il marchese Morello,
-bellissimo garzone, dai capegli biondi e dal volto roseo, allora sui
-ventiquattr'anni, cioè nel fior dell'età, felice trapasso dalla balda
-gioventù alla fermezza virile. Egli era vestito d'una finissima maglia
-d'acciaio che lo stringeva alla vita; ma sulla maglia gli ricadeva un
-sorcotto di seta, di colore amaranto, fatto a guisa di quelle antiche
-sopravvesti chiamate dalmatiche, le quali coprono il petto e le spalle,
-lasciando liberi i movimenti delle braccia e de' fianchi. Quel sorcotto
-portava ricamato sul dinanzi lo stemma dei signori di Monferrato,
-d'argento, col capo di rosso, ed altri fregi tutt'intorno, mirabilmente
-condotti.
-
-Il giovine signore cavalcava un magnifico destriero, morello come il suo
-nome, vo' dire di manto nero, a cui faceva contrapposto il bianco
-cavallo di Rambaldo di Verrùa, altro nobilissimo animale. Ambedue pronti
-al passo, ed impazienti di freno; ma più di loro a gran pezza impaziente
-il biondo signore, che, giunto ad una svolta della strada dove
-s'incominciavano a scorgere le mura merlate di Torrespina, ficcò gli
-sproni nel ventre al destriero. Questi, rispondendo obbediente allo
-stimolo del suo signore, inarcò il collo, squassò la folta criniera e si
-messe al galoppo, quantunque in discesa, per la via che conduceva al
-fiume. E tutta la gente di Morello, mossa dall'esempio, lo seguitò di
-quel metro, con alto fragore di passi e di armature, e sollevando lungo
-il cammino percorso un nembo di polvere.
-
--- Bello e nobil maniere è Torrespina! -- esclamò messer Brandalino di
-Cocconato, che galoppava al fianco del marchese Morello. -- E' merita
-invero che si corra a precipizio per giungervi. --
-
-Morello non rispose verbo, ma strinse più forte ne' fianchi la sua
-cavalcatura. Il cuore gli batteva; gli occhi correvano desiosi innanzi,
-divorando la strada.
-
--- Adagio! adagio! -- gli susurrò dall'altro lato all'orecchio Rambaldo
-di Verrùa. -- Tu la vedrai tra breve. Ecco il conte Corrado, che già si
-mostra sul ponte. --
-
-Diffatti, gli arcieri posti alle vedette sul ponte, avevano già fatto
-avvisato il conte Corrado dell'avvicinarsi della gualdana, e il
-castellano era sceso fin là, per attendere al varco il suo ospite.
-
-Il conte Corrado si potea scorgere da lontano, con la sua cappa di
-velluto verde scuro foderata di saio e il berretto sormontato da una
-piuma bianca, fermata da una rosetta di smeraldi. A' fianchi suoi si
-notavano inoltre cinque o sei gentiluomini, assai bene in arnese, che
-stavano, com'egli, aspettando i nuovi venuti.
-
--- Ah! ah! -- disse Rambaldo di Verrùa all'orecchio del suo signore. --
-Que' cavalieri m'hanno aria di gente che tu conosca per bene. O non ti
-sembra egli, Morello, che siano i tuoi nobilissimi e fedelissimi amici
-di Roccamàla?
-
--- Sì, per mia fe'! -- gridò Morello. -- Bene essi mi sembrano al
-portamento. E sono poi molto leggiadramente vestiti....
-
--- Non badare a cotesto! -- rispose l'altro, ghignando. -- Vestono le
-gramaglie per la morte di un loro dilettissimo amico. --
-
-Morello si volse con grave cipiglio a guardare il suo interlocutore.
-
--- E sono appena cinque giorni!... -- diss'egli poscia, chinando le
-ciglia.
-
--- No, t'inganni, Morello. In una notte tu hai dormito trenta giorni;
-Ugo di Roccamàla è già da un mese nelle tombe dei suoi maggiori.
-
--- Ah! -- sclamò il giovine. -- Tu non sei stato a' patti.
-
--- Chi lo dice? Tu devi sapermi grado dello averti tolto il fastidio
-maggiore, imperocchè oramai gli è un negozio avviato, quello che avremo
-alle mani. Io del resto ti giuro, in fede d'Aporèma, che il giungere un
-mese prima alla prova, sarebbe stato un vantaggio per me.
-
--- Gli è ciò che vedremo; -- rispose Morello, rannuvolandosi in viso --
-e se tu dici il vero... --
-
-Così parlando erano giunti all'ingresso del ponte, e la frase del
-giovine era interrotta dal saluto del conte Corrado, che si faceva
-incontro a' suoi ospiti.
-
--- Ben venga Morello di Monferrato! -- diss'egli, mettendo cortesemente
-la mano alle redini del destriero. -- Ben venga egli e ben vengano gli
-amici e vassalli suoi nella povera corte di Torrespina.
-
--- Voi dite povera, messere? -- soggiunse Morello, in quella che
-scendeva d'arcioni. -- Essa m'ha aspetto di bello e forte arnese, e i
-gentiluomini che l'abitano hanno fama tra i migliori e i più liberali
-della Marca Aleramica. --
-
-Con queste parole il vecchio e il giovine signore vennero ad
-abbracciarsi e baciarsi amorevolmente sulle guance, giusta il costume
-dei tempi.
-
--- Ora, -- ripigliò il conte Corrado, -- eccovi, o messere, alcuni amici
-che la fama di vostra venuta ha tratti fuori dalle loro castella a farvi
-onoranza; Ansaldo di Leuca, Enrico Corradengo, Ottone di Cosseria,
-Berlingieri di Camporosso...
-
--- Orrevoli nomi! -- rispose Morello, guardando in giro tutti quei
-cavalieri, a mano a mano che il Torrespina li venìa nominando. -- La
-voce di loro gesta è giunta da buona pezza alla corte di Guglielmo VII,
-mio glorioso genitore: appo il quale e' saranno i benvenuti, quantunque
-volte lor piaccia. Ora, eccovi, messer Corrado, gli amici miei; Rambaldo
-di Verrùa....
-
--- Che già conosco da due ore; -- interruppe messer Corrado,
-inchinandosi.
-
--- Brandolino di Cocconato, mio fedele compagno, -- proseguì Morello, --
-e Gianni da Montiglio, ambasciator di mio padre presso la Repubblica
-genovese. --
-
-Qui, dopo i consueti inchini scambievoli, la comitiva prese la via del
-castello, preceduta da messer Corrado, che dava cortesemente la diritta
-a Morello di Monferrato.
-
-Le lancie si fermarono in uno spazioso cortile, dove smontarono da
-cavallo, e da' famigli e palafrenieri di Torrespina furono condotti nei
-loro alloggiamenti, insieme coi fanti del cortèo.
-
-Morello e gli altri gentiluomini, guidati da messere Corrado, salirono
-per una larga scala, lungo i gradini della quale era steso un magnifico
-tappeto di Balsòra, fino alla gran sala del castello.
-
-Appena furono sul pianerottolo, Morello ebbe come un capogiro e sentì
-mancarsi il cuore; ma Rambaldo di Verrùa, che gli era venuto da fianco,
-fu sollecito a sostenerlo, senza che altri se ne addasse, e a
-susurrargli alcune parole misteriose. Le quali certamente ebbero
-possanza di rinfrancarlo, dappoichè il giovine signore ripigliò tosto la
-sua pronta andatura.
-
-Entrarono per tal modo nella gran sala, e si offerse ai loro sguardi
-madonna Giovanna, la contessa di Torrespina.
-
-
-
-
- CAPITOLO IX.
-
-
- Nel quale l'autore si prova a ritrarre la migliore tra tutte le donne.
-
-Ella era adagiata su d'un seggiolone alla foggia romana, tutto
-incrostato a minuzzoli di avorio e metallo, secondo l'arte genovese e
-veneziana di quei tempi. Le stava vicina una tavola rotonda, sulla cui
-lastra marmorea era steso un drappo di tela di argento, e sul drappo uno
-scrigno gentilmente lavorato e sparso di gemme, con alcuni volumi legati
-in carte di cuoio cordovano ed ornati di bei fermagli d'argento dorato.
-La luce riflessa di due ampie finestre da ponente, rischiarava, senza
-offenderlo, il suo viso stupendamente bello e stupendamente bianco.
-
-La contessa Giovanna era vestita con maestosa semplicità. Una gonna di
-candida lana di Provenza, aggiustata alla vita, scendeva con poche
-pieghe da una cintura di verde zendado mollemente rigirata sui fianchi.
-I capegli di un bel castagno scuro, uscivano vagamente crespati di sotto
-una sottil corona d'oro, ornata di smeraldi, andando a raccogliersi alla
-nuca dopo aver nascosto alcun poco il sommo degli orecchi. Le maniche
-della veste, soppanate di zendado dello stesso colore della cintura,
-pendevano aperte fin dal cominciamento dell'omero, lasciando trapelare
-un braccio mirabilmente tornito, attraverso il tessuto di una camicia di
-finissimo lino. Raro ornamento era questo per una dama di que' tempi, e
-quelle d'oltralpi, le celebrate Isotte e le Isabelle, che pur vestivano
-di sciamito e di broccato, forse non n'avevano mai udito parlare.
-
-Ed era bella, così modestamente vestita; tanto più bella in quanto che i
-contorni severi del volto e delle membra, degni d'essere espressi nel
-marmo, a riscontro della Venere di Milo, spiccavano mirabilmente da
-quella semplice acconciatura e da quella foggia modesta. E quella sua
-bellezza maestosa, veduta a prima giunta, comandava il rispetto, anzi
-che ispirare il desiderio. Era in lei alcun che della Beatrice di Dante,
-dinanzi alla quale ammutoliva tremando ogni labbro, e gli occhi non
-ardivano pure di guardarla, imperocchè la era cosa venuta «di cielo in
-terra a miracol mostrare.»
-
-La natura, creando Giovanna di Torrespina, aveva fatto una delle sue
-meraviglie, ahi troppo rare, se pure l'infrequenza non ha a reputarsi
-maggior ventura per gli uomini; e, creatala bellissima tra tutte, le
-aveva conferito un segno di particolar leggiadria, tingendole i grandi
-occhi di un verde che pareva smeraldo.
-
-Questo regal colore è assai raro a trovarsi negli occhi, ma non è
-altrimenti fuori di natura. E questo va detto per taluni, i quali hanno
-notato d'inverosimiglianza un ritratto di donna, già fatto in qualche
-altro libro dall'autore di questo gramo racconto. Egli ha veduto di
-simili occhi, li ha amati (quand'era giovine, s'intende), e sa benissimo
-quel che dice. E molto prima di lui lo seppero i greci, che fecero
-Minerva _glaucopide_. Un latinista che sapeva il fatto suo, tradusse
-_cæsios oculos habens_, e un italiano che forse non aveva mai veduto
-occhi verdi, tradusse _occhiazzurra_. Ma egli non sarebbe caduto in
-errore se avesse letto il Calepino, dove dice che il _cæsius «est color
-subviridis igneo quodam splendore intermicans»_ e non avrebbe mutato il
-verde in azzurro, se avesse ricordato quel che dice Cicerone nel suo
-libro intorno alla natura degli Dei: «_cæsios oculos Minervæ cæruleos
-Neptuni_».
-
-Non avendo il povero scrittore altra ringhiera che questa per dire le
-sue ragioni contro i suoi avversarii, gli si condoni questa filologica
-tantafèra, la quale dimostra incontrastabilmente che gli occhi verdi
-erano conosciuti dagli antichi, e chi non ne ha veduti a' tempi nostri,
-suo danno.
-
-Ora, gli occhi verdi della castellana di Torrespina erano del più bel
-verde marino che si potesse vedere, e sfolgoravano alla luce, come fa
-per lo appunto l'onda marina, quando la penetrano i primi raggi del
-sole. E la bella Giovanna, a cui lo specchio non aveva taciuto il pregio
-singolare delle sue grandi pupille, amava il verde sopra ogni altro
-colore; smeraldi erano le sue gemme predilette; verde zendado la
-cintura; il verde era maritato mai sempre al bianco delle sue vesti; e
-il verde dava risalto alla morbida bianchezza delle sue carni.
-
-Torno a' miei greci con una breve digressione. Questi sacerdoti del buon
-gusto, questi felici interpreti della natura nelle sue forme più elette,
-ci hanno tramandato due tipi di bellezza femminea, la Venere de' Medici
-e la Venere di Milo. La prima di esse è giunta intera fino a noi, vo'
-dire con tutte le sue membra, epperò si mostra all'universale in tutta
-la leggiadria delle sue forme, in tutto lo splendore delle sue
-attrattive. La Venere di Milo è guasta; non ha più ciò che attira e
-trattiene; cionondimeno è stupenda a vedersi, e l'amore si mescola
-nell'ammirazione. Tutta la sua persona spira una divina maestà, ma i più
-dolci pensieri si destano alla sua vista; la si guarda riverenti, e
-frattanto un non so che ci bisbiglia nel cuore che l'essere amati da lei
-sarebbe la somma felicità. Che avverrebbe egli mai del riguardante, se a
-quella divina non mancassero le braccia? Nol so; ma so bene che ho
-contemplato la Venere de' Medici, ed ho adorato la Venere di Milo; che
-quella mi è piaciuta, e questa mi ha soggiogato.
-
-La più bella delle Veneri stava seduta, leggendo uno di quei volumi
-dalle carte miniate che erano sulla tavola daccanto alla sua scranna
-intarsiata; ma come gli ospiti di Torrespina comparvero sul limitare, si
-alzò, e la sua svelta persona, cui aggiungevano dignità le severe pieghe
-della sua lunga e stretta veste di candida lana, apparve a Morello di
-Monferrato in tutta la sua regale maestà.
-
-Il giovine s'inoltrò verso la gentildonna, che lo accolse con un
-inchino, ma con gli occhi bassi, senza averlo guardato nel volto. Egli,
-come le fu giunto vicino, curvò leggiadramente il ginocchio e le prese
-la bella mano, che era bianca e fredda come di donna morta.
-
-Ma la vita fu pronta a mostrarsi, se non in quelle vene, in que' muscoli
-delicati, imperocchè la castellana, vedendo l'atto inusitato, fe' per
-ritrarre la mano. Morello la rattenne, e, baciandole il sommo delle
-dita, temprò l'atto con queste cortesi parole:
-
--- Regale onoranza è dovuta a madonna Giovanna di Torrespina da quanti
-hanno in pregio bellezza e cortesia. --
-
-Quando Giovanna, costretta dal dialogo, sollevò gli occhi a guardarlo,
-Morello notò come fossero smorti. In quelle due iridi verdeggianti più
-non risplendeva la fiamma; anche il viso era dell'usato più bianco; la
-voce medesima, armonica voce, quando la udì, non gli parve più quella.
-
--- Messere, -- disse Giovanna, con molta lentezza d'accento, che
-dimostrava lo sforzo -- voi volete farmi andar troppo superba; e la
-superbia disdice ad una povera castellana di queste squallide
-montagne. --
-
-Morello fu turbato da quel malinconico accento; quello «_squallide
-montagne_» gli andò diritto al cuore. Tuttavia, facendo forza a sè
-medesimo, rispose:
-
--- Chi non conosce Torrespina? Gentile è il sangue, se non è vasto il
-reame; e fosse pure il più grande, la sua cerchia sarebbe angusta mai
-sempre al nome della figlia di Lionello del Cengio, la quale ha fama per
-tutta Europa di alto ingegno e di sovrana bellezza. --
-
-Madonna non rispose; ma con gesto leggiadro accennò a lui e a tutta la
-comitiva le scranne che erano disposte in giro. Morello si assise su
-quella che era più vicina alla gentildonna, e si assisero del pari i
-compagni, dopo che messer Corrado li ebbe presentati a Giovanna,
-chiamandoli per nome.
-
--- Voi leggevate, madonna? -- chiese Morello, guardando il volume che
-stava ancora aperto daccanto a lei sull'orlo della tavola.
-
--- Sì, messere; per conforto a queste lunghe ore del giorno.
-
--- Le canzoni de' trovatori forse? O il _San Graal_ di Filippo di
-Fiandra, che di presente è in voga per la traduzione francese di
-Cristiano di Troyes?
-
--- No, messere; gli è un libro manco lieto, ma molto più utile: _Les
-pélerinages de l'âme séparée du corps_, di Hardouin de Blancheville.
-
--- Il famoso trovatore che si chiuse in un monistero, poichè la sua dama
-fu morta? -- disse Rambaldo di Verrùa.
-
--- Lo conoscete voi? -- chiese la dama.
-
--- Sì madonna, conosco i suoi mirabili scritti, ed ho goduto della sua
-amabile compagnia, l'anno scorso, all'abbazia di Citeaux.
-
--- Un uomo di molta dottrina! -- soggiunse ella.
-
--- Sì certo, madonna, e pochi mesi prima che io andassi in Francia, si
-era appunto trattato di farlo abate; ma egli non volle a nissun patto
-saperne; il pover uomo è in uno stato veramente compassionevole; l'età
-non lo tormenta, ma l'adipe....
-
--- Ah! che dite voi mai, messer Rambaldo! -- esclamò il conte Corrado,
-ridendo. -- Voi ora guastate con siffatti particolari il bel romanzo
-della sua vita.
-
--- Intendo benissimo tutto ciò, -- rispose il Verrùa; -- ma non è colpa
-mia se la storia soverchia il romanzo. Io pure, andando all'abbazia e
-sapendo la vita di messere Arduino, immaginavo di trovare un povero
-frate macilento e scarno, una di quelle figure che fanno pensare a
-quelle lame irruginite le quali corrodono la guaina, e argomentate la
-mia meraviglia quando mi vidi dinanzi un frate rubizzo, co' bargiglioni
-sotto il mento, e costretto a sciogliere tratto tratto il cingolo della
-pazienza. Egli è là, il biondo Arduino di Biancavilla, pasciuto e
-tranquillo come un gaudente cavalier di Maria. Ora io non posso leggere
-una pagina dei suoi malinconici _Pélerinages_ senza ricordare, a guisa
-di contrapposto, quell'altra di un suo libro, ancora inedito, ch'egli mi
-lesse, intitolato: «_Des hauts faits de messire Jean Nitouche_» che è
-tale da sbellicarsi dalle risa. --
-
-Giovanna s'era grandemente rattristata all'udire quel racconto del
-trovatore.
-
--- Voi mi dite cosa, messere, -- soggiunse ella dopo una breve pausa, --
-che mi disavvezzerà dal leggere più oltre questi suoi _Pélerinages_!
-
--- Ah, madonna! la vita è cosiffatta; i morti si piangono qualche volta,
-ma si dimenticano sempre. --
-
-E così dicendo, Rambaldo di Verrùa, torse cortesemente lo sguardo da
-lei, per dare un'occhiata in giro ad Ansaldo di Leuca e agli altri amici
-del conte Ugo di Roccamàla. Arrossirono costoro, e turbati chinarono gli
-occhi sul pavimento.
-
-Giovanna era rimasta sovra pensieri, e non badava al senso riposto della
-sentenza del trovatore. I suoi grandi occhi di smeraldo erravano, senza
-guardare, lunghesso le tappezzerie di cuoio dorato che decoravano la
-parete. -- A che pensa ella ora? -- chiedeva angosciato a sè stesso il
-giovane Morello. E la spina d'un rimorso lo pungeva nel cuore, e gli
-doleva amaramente che Ugo di Roccamàla avesse accettato il patto di
-Aporèma.
-
-Per metter fine ad una conversazione che aveva così dato nel grave,
-giunse in buon punto la proposta di messer Corrado: i suoi ospiti, dopo
-una lunga cavalcata, aver mestieri di scuotere la polvere e di mutar
-panni; si riducessero dunque a' loro appartamenti, dove, come la povertà
-del castellano consentiva, avrebbero avuto ogni cosa ad essi
-bisognevole.
-
-Egli stesso condusse Morello di Monferrato nella stanza a lui assegnata.
-Quivi il giovine signore, deposta la maglia d'acciaio, indossò una
-leggiadra saracina, specie di farsetto bene aggiustato alla vita, che
-era del suo prediletto color amaranto, con liste di tela d'argento.
-Indi, dopo una breve refezione, andò con la brigata a visitare in ogni
-sua parte il castello, e, intendente com'era di cose militari, ebbe a
-commendare di molto le difese naturali ed artificiali del luogo.
-
-In questi discorrimenti venne l'ora del pranzo, che fu squisito
-daddovero e sontuoso pe' tempi d'allora. Io, per non parer digiuno, e
-perchè l'occasione di ragionare intorno a simiglianti materie non mi si
-potrebbe di frequente offerire, farò di dirne loro quel tanto che basti
-a conciliarmi la benevolenza dei dilettanti d'archeologia gastronomica.
-
-Spazioso era il tinello, e potea fare un degno riscontro alla gran sala
-della corte. Il solaio era di grosse travi di quercia, disposte a
-cassettoni, leggiadramente intagliate; le pareti dipinte di grandi rose
-vermiglie sopra un fondo turchiniccio; le finestre alte e a sesto acuto,
-ma spartite, nel fondo della strombatura, da agili colonnette, sulle
-quali giravano due archetti a tutto sesto, e custodite dall'aria esterna
-con quadrelli di vetro colorato, insieme commessi e saldati da liste di
-piombo. Questa era gran novità per quei tempi, e segnatamente per quei
-luoghi dentro terra, dove era comune l'uso delle impannate bianche, e
-soltanto i più ricchi costumavano farle dipingere a fiori, rabeschi,
-animali favolosi, ed altre simiglianti capestrerie.
-
-Sorgeva da una parete un gran camino di pietra rossa, sulla cui cappa
-ornata di sculture si ammirava lo stemma dei Torrespina, e nel cui
-focolare crepitava la stipa, rallegrando del suo calore le membra dei
-convenuti alle mensa. Per contro, rallegrava gli occhi, facendo bella
-mostra di sè dall'opposta parete, una credenza a scaglioni, coperta d'un
-ricco tappeto; la quale portava sui gradini più alti, vagamente
-ordinato, il vasellame, i taglieri, le idrie, ed altri arredi d'argento
-per bastare ai bisogni della tavola, e negli inferiori sorreggeva certi
-barlozzi e fiaschi, col ventre colmo dei preziosi topazii di Candia, di
-Cipro e di Metelino.
-
-La mensa era nel mezzo, disposta a ferro di cavallo, ma coi posti da un
-lato solo, per modo che gli scalchi, i coppieri e i donzelli, potessero
-correre lungo il lato interno e servire i convitati. Una bianca
-tovaglia, i cui lembi scendevano fino a terra, correva lungo la mensa,
-nel mezzo della quale si vedevano a giusti intervalli candelabri e
-salsiere di pregevole lavoro, e sul margine esterno, a doppia distanza
-di quello che oggidì si costuma, i piccoli taglieri, o piatti di
-argento; presso ognuno dei quali sorgeva una coppa, e si notavano due
-coltelli e due cucchiai dello stesso metallo. Le forchette a que' tempi
-erano arnesi sconosciuti, e i due coltelli co' due cucchiai intorno ad
-un medesimo tondo, significavano che due persone usavano mangiare ad un
-solo tagliere. Anche una sola tazza bastava per due; cosa che di
-presente appare disdicevole, ma allora non era, ed anzi aveva il suo
-pregio. Oh buona usanza del tempo antico! E chi poi non ricorda con
-desiderio i lieti desinari del campo, fatti con cinque o sei cucchiai
-intorno ad una medesima scodella, che si chiamava la scodella
-dell'amicizia? E chi non amerebbe metter le labbra sugli orli di quel
-bicchiere che s'accostò alle labbra della donna amata?
-
-Innanzi che il conte Corrado e i suoi convitati si mettessero a tavola,
-i donzelli andarono in giro con guastade e catini di argento cesellato,
-per dare acqua alle mani, acqua stillata con odori di rosa e di mammole.
-Sedutasi poscia la comitiva, Morello ad un tagliere con la gentil
-castellana e gli altri a coppie del pari, vennero le prime imbandigioni;
-semolino in brodo fortemente pepato; vitelli, capretti, cinghiali,
-salsiccie e carni salate. Tutte queste vivande erano recate in grosse
-pile su vasti piatti d'argento. Lo scalco, ad ogni portata, traeva un
-lungo coltello dalla sua guaina di metallo, e trinciava la vivanda con
-quella pronta sicurezza che è data dal lungo uso; quindi i più eletti
-spicchi erano posti sui taglieri, dove, la mercè di una stiacciata di
-pane che stava tra la carne e il metallo, erano agevolmente fatti a
-minuzzoli.
-
-Un gastronomo de' tempi nostri farebbe le boccacce alle salse, ai
-guazzetti, ai condimenti, onde erano accompagnate le vivande d'allora.
-Ma i gastronomi di quei tempi le farebbero del pari, se tornassero in
-vita, ai condimenti, ai guazzetti e alle salse odierne. Io dunque non mi
-curo dei gusti mutati, e racconto che le prime mense del pranzo dei
-Torrespina erano di carni lesse ed arrostite, parte inorpellate con
-torte e galantine, altre rotte in salse, nelle quali entravano alla
-mescolata il pepe, il garofano, la cannella, la noce moscata, il cubebbe
-e lo zenzero. Si notavano inoltre certi pasticci di pollo in salsa
-bianca, la quale era composta di zucchero, mandorle e capperi, battuti
-insieme con albume d'uovo. Una cosa che anco i buongustai nel tempo
-nostro avrebbero mandato giù senza controversia, era il vino; ma di
-questo s'è già detto più sopra.
-
-Così finite le prime mense, si sparecchiò; i donzelli vennero da capo
-con le guastade e i catini, per dar l'acqua odorosa alle mani; quindi si
-venne alle seconde mense, che erano giuncate, formaggi, datteri di
-Catalogna, mandorle di Liguria, uva passa e fichi secchi di Grecia,
-miele, confetti, zuccherini di ogni sorta, ippocrasso ed altri vini
-aromatici.
-
-Giovanna di Torrespina assaggiò a mala pena delle vivande che le erano
-imbandite e che Morello, da cortese servente, le andava sminuzzolando
-sul tagliere. La sua mente era altrove; egli tal fiata era costretto a
-ripeterle una frase, poiché ella la udiva senza ascoltarlo, e la
-cortesia comandava di chiedergli che cosa avesse egli detto.
-
-Per tal guisa, a malgrado del tagliere e della coppa comune, il pranzo
-durò troppo a lungo per Morello di Monferrato. Come fu notte ed egli si
-trovò solo nelle sue stanze con Rambaldo di Verrùa, così volse la parola
-al compagno:
-
--- Or bene, Aporèma, tu il vedi; costei non dimentica.
-
--- Ah sì, non lo nego; -- rispose lo spirito del dubbio. -- Ella è
-addolorata, e tanto più fortemente, in quanto che dura un orribil
-supplizio per nascondere il suo dolore a messer Corrado; e tuttavia....
-
--- Tuttavia, che cosa?
-
--- Tuttavia, dà tempo al tempo, e vedrai!
-
-
-
-
- CAPITOLO X.
-
-
- Dello elogio funebre che fece Ansaldo di Leuca ad un amico diletto.
-
-Venti giorni erano passati dopo l'arrivo di Morello a Torrespina, ed
-egli ancora non s'era disposto alla partenza.
-
-Gianni da Montiglio e Brandalino di Cocconato erano andati ambasciatori
-alla repubblica genovese ed avevano ottenuto tre galere per condurre
-allo imperatore Andronico la sua novella sposa, Jolanda di Monferrato.
-Il naviglio doveva essere allestito per il febbraio dell'anno vegnente,
-cioè due mesi dopo; e Genova, per usar cortesia a così nobili famiglie,
-non pure ricusava ogni mercede, ma prometteva di mandare, insieme con la
-leggiadra Jolanda, una orrevole ambasceria ad Andronico, per
-congratularsi seco lui delle felicissime nozze.
-
-Questo avevano riferito i due gentiluomini monferrini tornando a
-Torrespina, e Morello li aveva rimandati, con tutti i cavalieri ed
-uomini d'arme del suo cortèo, non ritenendo altri con sè che Rambaldo di
-Verrùa.
-
-Messer Corrado era felice di poter trattenere in sua casa, la mercè di
-una dolce violenza, un ospite cotanto ragguardevole. Nobilissimo era il
-sangue e sterminata la possanza dei signori di Monferrato; già fin da
-Rainerio, fratello al trisavo di Morello, essi erano imparentati cogli
-imperatori bisantini (Rainerio aveva impalmata Chiromaria, sorella di
-Emanuele Commeno) e possedevano in Oriente il reame di Tessalonica. Il
-padre poi di Morello, era quel Guglielmo VII detto il grande, che fe'
-costar cara a Carlo d'Angiò la sua dimora in Italia, e di Beatrice,
-figliuola ad Alfonso re di Castiglia.
-
-Argomentate se non dovesse esser lieto, e se non dovessero parergli
-lievi le splendidezze che s'era dato a fare, per rendere più gradevole
-all'ospite suo la dimora di Torrespina. Egli aveva cavato fuori dalle
-pergamene domestiche un matrimonio di Guglielmo VI di Monferrato con
-Berta di Clavesana, del cui sangue era eziandio sua madre, e cotesto gli
-dava il diritto di chiamare il giovane Morello col nome di cugino. Di
-sovente si compiaceva a notare come il parente suo fosse cortese a voler
-dimenticare, per quella malinconica bicocca delle Langhe, gli splendidi
-ozii di Acqui e d'Ivrea, le cacce, i tornei, le dame ed ogni altro più
-gradito sollazzo della corte paterna. Di questo, ch'egli soleva chiamare
-sacrifizio superiore all'età, messer Corrado s'industriava a compensare
-il cugino, ordinando nuovi passatempi, i quali avevano mai sempre, a
-loro principale ornamento, le grazie della contessa Giovanna.
-
-Ed ella? Cortese ognora con tutti; ma il suo pensiero era altrove. Chi
-non l'avesse conosciuta dapprima forse non se ne sarebbe avveduto; ma
-allo sguardo esercitato di Morello non poteva per fermo sfuggire che
-tutta quella serenità esteriore, quella gentilezza di atti e di parole,
-erano l'opera di uno sforzo continuo. Bianca e fredda come una statua,
-ella si mostrava dovunque a messer Corrado piacesse, ed appariva
-facilmente regina; ma in quella che gli altri invitava a godere, ella
-non pigliava diletto di nulla.
-
-Morello, dal canto suo, non s'inoltrava a proferirle amore; chè non gli
-dava l'animo, o, per dire più veramente, aveva paura di sè medesimo. Il
-re Mida, quando gli fu concesso da Bacco il triste privilegio di
-trasmutare in oro tutto ciò che toccasse, non ebbe certo maggior ritegno
-ad accostarsi alla bocca il tozzo di pane che doveva sfamarlo, di quello
-che il giovine Morello a dimostrare l'affetto suo alla donna adorata. Ei
-non ardiva scendere nella propria coscienza e confessarlo a sè stesso,
-ma aveva paura. E se ella un giorno venisse ad amarmi! Questo pensiero,
-a mala pena formato nella mente, faceva rabbrividire lo spirito d'Ugo: e
-intanto il giovine Morello amava Giovanna con tutte le forze dell'anima,
-ardeva dal desiderio di palesarlo a lei, e si struggeva ch'ella non lo
-avesse inteso. Triste stato dell'anima sua! triste dono di Aporèma!
-
-Ma ciò che egli non sapeva indursi a fare, ardiva in quella sua vece
-Ansaldo di Leuca. Il primo e il più caro degli amici dell'estinto Ugo di
-Roccamàla, era sempre vicino a lei, le diceva ad ogni tratto le più
-leggiadre cose, arrossiva quando ella gli volgea la parola, si
-atteggiava a mestizia quando ella era altrove, parlava poco o nulla con
-Morello e voleva farlo scorgere, e s'imbronciava a dirittura quando la
-castellana, per il maggior conto in cui era tenuto il figlio del
-marchese di Monferrato, era costretta, a mensa, nella conversazione, o
-nelle gite fuori del castello, a intrattenersi in particolar modo con
-lui.
-
-Ora, come avveniva egli che madonna gli concedesse di potere assumere
-quell'aria di amante geloso? Gli è presto detto; madonna non s'era
-addata di alcuna novità. Ansaldo, agli occhi suoi, non appariva diverso
-dagli altri cavalieri, che erano, o che venivano a Torrespina, e lo
-pregiava del pari. Ma ciò metteva conto ad Ansaldo. Egli era uno di
-quegli sciocchi (e ce ne son tanti in questa valle di lagrime e di
-furfanterie!) i quali si contentano a non esser nulla presso una donna,
-pur di sembrare all'universale i prescelti e di riuscire molesti a
-taluno che l'ami.
-
-Ella, dico, non s'era addata di questi maneggi, imperocchè la sua mente
-era altrove. Spesso le avveniva di rimanere lunga pezza, segnatamente
-nell'ora del tramonto, a contemplare il sole che si nascondeva dietro i
-monti vicini, o a guardare attentamente dal suo verone verso la strada
-che, costeggiando i pioppi del fiume, facea capo al ponte di Torrespina,
-in atto di persona che aspetti qualcuno. Il sole tramontava, e madonna
-era ancora al suo posto, nel medesimo atteggiamento di prima. Che
-contemplava ella? Chi aspettava? Nulla e nessuno; la sua anima era come
-la ròcca adamantina delle _Mille ed una notte_, dove non erano porte, e
-dove nessuno avea modo di penetrare, se il castellano non gli svelava il
-segreto.
-
-Morello, a cui era dato di scorgere molto agevolmente cotesto, la mercè
-di quella maggiore penetrazione, e direi quasi seconda vista che
-conferisce l'amore, poteva essere al tutto raffidato intorno ai pericoli
-d'una rivalità simigliante. Ma d'altra parte pensando ai diportamenti di
-Ansaldo, non poteva far sì che non gli cuocesse aspramente di costui, il
-quale aveva aspettato la morte dell'amico per farsi innanzi, caldo
-ancora il cadavere, ad amoreggiare la donna sua. Qui, senza parlare
-della malaccortezza, che era pur grande, si notava il dispregio d'ogni
-gentil sentimento, ed una ingratitudine senza pari.
-
-Ansaldo di Leuca non era interamente ospite dei Torrespina. Egli,
-secondogenito dei Leuca, viveva presso la corte paterna; ma da gran
-pezza amico e commensale di Ugo, aveva posto quasi continua dimora a
-Roccamàla e seguitava a rimanervi dopo la morte del giovine conte, in
-nome del quale mastro Benedicite gli dava ospitalità, sebbene a
-malincorpo, e sospirando il giorno che gli venisse in mente di andarsene
-con Dio.
-
--- Sono costoro, -- borbottava sempre tra' denti il vecchio strozziere,
--- sono costoro la cagione della felicità di messer lo Conte, e n'abbiam
-visto il bel frutto! --
-
-Ed ecco per che modo Ansaldo di Leuca, rimanendo a Roccamàla, come se
-nulla fosse mutato colà, poteva essere di frequente a Torrespina e fare
-omaggio alla leggiadra contessa, come se Ugo di Roccamàla foss'egli, ed
-altro non facesse che proseguire la consuetudine antica.
-
-Nobile Ansaldo! Così egli intendeva l'amicizia! Vivo Ugo, e' gli era
-sempre ai panni, geloso dell'affetto suo come una donna innamorata,
-sempre disposto a secondarlo in ogni sua pensata e superbo che ognuno
-credesse e dicesse non poter Ugo muover passo che Ansaldo non movesse
-del pari. Oreste era morto, e Pilade lo aveva dimenticato; ospite in
-casa sua, tradiva la sua memoria e tentava di occupare il suo posto in
-quell'unico cuore che doveva essere sacro per lui.
-
-Intanto le settimane erano scorse, e dell'estinto non s'era mai fatto
-cenno alla corte di Torrespina. Morello avrebbe voluto entrare a
-parlarne, facendo accortamente cadere il discorso sulle castella del
-vicinato; ma non gli era mai venuto il destro di mettere l'addentellato
-alla conversazione, e, quando era per ragionarne _ex abrupto_, quello
-stesso timore che sentiva di profferire un detto d'amore alla contegnosa
-gentildonna, gli ricacciava in gola le frasi.
-
-Ma l'occasione, che egli non ardiva far nascere, venne un bel giorno
-incontro a lui. Una mattina che tutti gli ospiti di messer Corrado erano
-raccolti nella gran sala, intorno a madonna Giovanna, intesi a
-discorrere di que' cento nonnulla che formano la trama dei conversari
-d'una nobile brigata, si venne a dir della neve che era caduta in gran
-copia nella notte e imbiancava tutto intorno i colli e le montagne.
-
--- Buon per voi, messere Ansaldo! -- esclamò il conte Corrado, che era
-andato a contemplare quello spettacolo della campagna biancheggiante
-attraverso le invetriate d'una finestra. -- Buon per voi, che siete
-rimasto iersera a Torrespina!
-
--- Perchè mi dite voi questo, messere?
-
--- Perchè la neve vi avrebbe oggi impedito di essere con noi. Vedete
-come è nevicato forte dalla parte di Roccamàla!
-
--- Dov'è Roccamàla? -- chiese Morello, andando nella strombatura della
-finestra presso il conte Corrado.
-
--- Laggiù, ad ostro, dietro quella montagna che pare un gigante
-raggomitolato. Di qui alla rocca vi saranno forse venti miglia.
-
--- Ed è forte arnese? -- dimandò Morello.
-
--- Sì certamente, un vero nido d'aquile; ma le aquile più non sono là
-entro....
-
--- E come, messere? forse un castello disabitato?
-
--- No, c'è buona guardia tuttavia, e messer Ansaldo può darvene
-contezza, egli che v'abita ancora. Ma l'ultimo dei Roccamàla è morto
-improvvisamente, e fu un rammarico universale, poichè egli era un prode
-e gentil cavaliero, amato da quanti lo conoscevano. Egli ebbe il torto
-di non scegliere una sposa tra le molte bellissime che gli erano
-profferte da orrevoli famiglie, desiderose d'imparentarsi con lui. Io
-gliene dissi più volte, ma e' non volle saperne. Mi rispondeva sempre
-sorridendo: c'è tempo, c'è tempo! E il tempo è passato e la sua stirpe
-si è spenta con lui. Ahimè, messere Morello! Il buon seme si va
-miseramente perdendo; oggi i Roccamàla; domani forse i Torrespina!... --
-
-Così dicendo messer Corrado s'era fatto cupo. Morello avrebbe potuto
-rispondergli com'egli ancor fosse di buona età e come potesse avere un
-erede degno di lui, solito complimento che si fa ai vecchi, deserti di
-figliuolanza; ma non disse nulla di ciò, e volse in quella vece il
-discorso a Roccamàla, donde messer Corrado lo aveva distolto con la sua
-malinconica osservazione.
-
--- E ditemi ora, messere, a chi toccherà la signorìa di Roccamàla?
-
--- Ruberto il taciturno, -- rispose il conte Corrado, -- aveva un
-fratello che andò a morire in Lamagna. Si dice ch'egli abbia lasciato un
-figlio, ed è voce che quest'ultimo rampollo di così nobile pianta sia
-per ascriversi alla milizia del glorioso san Bernardo, in un monistero
-di quelle parti là. Altri dice che egli sia morto; ma io non potrei
-parlarne con sicurtà. Questo so che furono mandati corrieri in Lamagna,
-per cercare di lui.
-
--- Ma se fosse morto davvero, o la sua deliberazione di ritrarsi dal
-mondo fosse irrevocabile....
-
--- Oh, allora, -- soggiunse messer Corrado, -- il dominio di Roccamàla
-potrebbe essere rivendicato dal vostro gran genitore, che novera tra'
-suoi maggiori quel Guglielmo V, detto il Lungaspada, il quale ebbe
-appunto in moglie una donna dei Roccamàla, siccome ho rilevato dal
-notulario della nostra famiglia.
-
--- Voi siete buon intendente di genealogie! -- disse Morello,
-inchinandosi con atto leggiadro ai suo ospite.
-
--- Baie, cugino! egli bisogna pur fare alcun che, in questi ozii
-campestri! Qui poi non abbiamo araldi, come in Francia e nelle corti più
-reputate, i quali possano tener memoria di queste cose; epperò ogni
-castellano ha le sue carte, dove nota le discendenze, le agnazioni, i
-parentadi, e tutte l'altre cose memorabili delle famiglie. Voi vedete
-che ad esser dotto in cosiffatta materia non ci vuol poi molta
-fatica. --
-
-Durante questo discorso col Torrespina, Morello aveva sospinto più e più
-volte gli occhi da un lato, sogguardando madonna. Ma egli non s'era
-accorto di nessun mutamento che in lei fosse avvenuto al ricordo dei
-Roccamàla. Tranquilla in apparenza come prima, ella teneva un libro tra
-mani e ne andava sbadatamente svolgendo le pagine.
-
-Ansaldo, che le stava seduto daccanto, venìa tratto tratto bisbigliando
-a lei motti leggiadri, ai quali, bisogna pur confessarlo, ella
-rispondeva a mala pena.
-
-Quel giorno Morello di Monferrato si ritrasse più presto nelle sue
-stanze e gettatosi bocconi sul letto si diede a piangere amaramente.
-
-Rambaldo di Verrùa s'era fatto daccanto a lui per consolarlo.
-
--- Suvvia, Morello, amico mio, fatti animo non piangere come una
-femminetta! Ciò disdice ai virili propositi che t'hanno condotto a
-questo sperimento della vita. Vedi, io, io medesimo, non accuso quella
-donna, come tu fai ora con le tue lagrime dirotte. Che volevi tu che
-facesse, o dicesse? Presente il marito, presente tutta la brigata che
-aveva gli occhi su lei, doveva ella lasciarsi scorgere, mostrarsi
-turbata, svelare l'interna ed assidua cura dell'anima?
-
--- E sei tu che parli in tal guisa? tu, Aporèma?
-
--- Io, perchè no? Non amo trionfare di te con la menzogna, ed ogni mio
-ragionamento è condotto a filo di logica. Tu, uomo, disperi oggi così
-facilmente e senza ragione, come ieri facilmente e senza ragione
-credevi. Ora, l'una cosa e l'altra debbono esser fatte con piena
-cognizione di causa. --
-
-Morello non lo ascoltava già più, e continuava tra i singhiozzi a
-sfogare la piena delle sue amarezze.
-
--- Povero Ugo di Roccamàla! povero stolto! Ecco, tu se' morto appena da
-un mese, e gli è già come se l'eternità fosse passata sul tuo sepolcro.
-Gli amici tuoi.... ve' come pensano a te! La morte d'un falco randione,
-o d'un can da giugnere, avrebbe lasciato più ricordanza in quelle anime
-sciocche e malvagie. E quello sciagurato che tu amasti sopra tutti gli
-altri, tranquillo, sorridente, superbo, desidera la donna tua, intende
-senza rimorso a succederti, coglie il momento che si ricorda il tuo
-nome, per dirle forse: vi amo! Va, traditore! va, Giuda! Alla croce di
-Dio, ho a bere il tuo sangue! --
-
-Rambaldo sorrise a queste parole di Morello, e gli chiese:
-
--- Sei tu guarito dell'amicizia?
-
--- Sì.
-
--- Guarirai dell'amore.
-
--- Taci, taci! esso mi ucciderà. --
-
-Il giorno appresso, madonna Giovanna, come vide Morello, fu pronta a
-chiedergli se avesse sofferto, e perchè. La bellissima donna parve molto
-sollecita della salute del suo ospite, e curante della persona di lui.
-Ma cotesto, che dovea far lieto Morello, gli riuscì per un altro verso
-doglioso.
-
-A quelli atti della castellana, il viso di Ansaldo si rabbuiò. Tutto
-quel giorno stette imbronciato; a mensa fu di pessimo umore. Ed ella
-intanto, più cortese che mai con Morello, non diede pure uno sguardo
-alle furie d'Ansaldo.
-
-S'era ella finalmente avveduta dell'amor di costui? Le aveva egli detto
-parola che non le consentisse d'ignorare più oltre? E, ciò sapendo, le
-si era forse appalesato, in tutta la orridezza sua, l'animo ingrato del
-secondogenito di Leuca? Queste erano le domande che Morello andava
-rivolgendo tra sè, mentre ella si dava tanta cura di lui, e mentre il
-volto di Ansaldo si rannuvolava sempre più.
-
-Alle seconde mense, e in quell'ora che i più lieti ragionari si
-alternavano con le tazze ricolme di vini aromatici, volle fortuna che si
-riparlasse di Roccamàla.
-
--- È egli vero, -- disse messer Corrado, volgendo il discorso ad Ansaldo
-di Leuca, -- è egli vero ciò che mi fu riferito stamane, che lo
-strozziere di Roccamàla....
-
--- Sì, -- rispose quegli; -- mastro Benedicite si è fitto in capo che il
-castello, i campi, i boschi ed ogni diritto di dominio su quella vasta
-contèa, gli appartengano.
-
--- Ma non si tratta di un testamento?...
-
--- Per l'appunto, e' dice di aver trovato in fondo ad uno stipo, nella
-camera del suo signore, una pergamena con la quale il conte Ugo lo
-chiama suo erede nel possesso della contèa e ne raccomanda
-l'investitura. Però lascio argomentare a voi, messer Corrado, com'egli
-sia salito in superbia, e come già si vada pigliando una satolla di
-padronanza feudale.
-
--- Egli dunque, -- disse Corrado, -- aveva il presentimento di una morte
-vicina, il nostro povero amico?
-
--- O non morì egli, -- disse uno dei convitati, -- per veleno che gli
-avea dato a bere un pellegrino misterioso?
-
--- Che! di simiglianti storielle ne corsero molte nel volgo, e molto
-giovò a propagarle la stoltezza del vecchio Benedicite, il quale vedeva
-diavolerie dappertutto. Il pellegrino era un povero giullare, tocco nel
-_nomine patris_, che non avrebbe fatto male ad una mosca, e che se ne
-andò la mattina con Dio. Ugo di Roccamàla era chiuso nella sua stanza,
-disteso nel suo letto, dove non lo aveva certamente ucciso il veleno.
-
--- E che cosa, dunque? -- dimandò sogghignando Rambaldo di Verrùa.
-
--- Chiedetene ad Enrico Corradengo qui presente, il quale era stato quel
-giorno commensale del povero Ugo, e potrà dirvi quante volte la coppa
-d'oro fosse andata in giro, colma di ippocrasso....
-
-Qui Morello di Monferrato, che fino allora aveva durato una gran fatica
-a contenersi, balzò in piedi, percuotendo con le pugna strette la
-tavola.
-
--- Voi mentite, Ansaldo di Leuca!
-
-A quella improvvisa sfuriata di Morello, si fe' un grande silenzio per
-tutta la sala.
-
-Ansaldo, che era diventato pallido come la morte, si alzò in piedi a sua
-volta.
-
--- Morello di Monferrato, -- rispose egli freddamente, -- nessuno mi ha
-detto mai villania, che non ne pagasse il fio, pel ferro della mia
-lancia se cavaliero, pel piatto della mia spada se insolente plebeo. --
-
-Morello rispose anzitutto con un sorriso di compassione.
-
--- Noi vedremo, -- soggiunse egli poscia, -- se gli atti risponderanno
-ai vanti vostri, messere. Ho notato a due tiri di balestra dal ponte di
-Torrespina un bel piano, presso una gran quercia, che mi par luogo
-acconcio ad un passo d'armi. Colà, con licenza di messere Corrado, io
-cavalcherò domattina con lancia, mazza e spada, e tristo chi verrà a
-contendermi la via.
-
--- Messer Corrado, -- disse Ansaldo di Leuca, -- vorrete essermi
-compagno domani, all'usanza di Lamagna.
-
--- No, o messere, -- rispose con molta dignità il castellano di
-Torrespina. -- Morello di Monferrato è mio consanguineo, e se io pure
-avessi a trovarmi sotto la quercia di Marenda, come quel luogo è detto
-dalla gente del contado, e' sarebbe piuttosto quale avversario vostro,
-imperocchè io non avrei dovuto patire che voi diceste cosa contraria
-alla onorata ricordanza di un cavaliero che era altamente pregiato a
-Torrespina. Ma voi siete mio ospite, messere Ansaldo, ed altro non vi
-dirò, che renda più triste la memoria di questa giornata. --
-
-Ansaldo si morse le labbra e non rispose più verbo.
-
--- Grazie, messer Corrado! -- soggiunse allora Morello. -- Io debbo ora
-chiedere perdonanza a madonna dello aver qui troppo facilmente ascoltata
-la mia collera. Come voi mi avete pur ricordato, qualche goccia di
-sangue dei Roccamàla scorre nelle mie vene.... E voi, messere Ansaldo,
-sappiate che mi sarà compagno alla quercia di Marenda il mio leale amico
-e pro' cavaliere Rambaldo di Verrùa. Amici non mancheranno a voi per
-sostenere le vostre ragioni, e come testè mi avete nomato taluno che
-saprebbe far testimonianza della sconcia morte di un Roccamàla, voi
-potrete condurlo domattina con voi.
-
--- E' ci sarà, astori del Monferrato! -- esclamò il Corradengo, tocco
-sul vivo.
-
-
-
-
- CAPITOLO XI.
-
-
- Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla giostra.
-
-Dirvi come si rimanesse Giovanna di Torrespina a que' concitati
-discorsi, mi sarebbe troppo malagevole ufficio. Una penna così mal
-destra, come la mia, non verrebbe certamente a capo di ritrarvi quella
-delicatezza di pensieri e di sentimenti onde fu agitato l'animo della
-leggiadra castellana, fino al momento che ella, inavvertita quasi, si
-ritrasse dalla sala del banchetto, accompagnata dalle sue damigelle.
-
-Pochi istanti dopo la sua dipartita, si fece innanzi un paggio, per dire
-a messer Corrado e agli ospiti suoi, come madonna Giovanna, sentendosi
-alquanto stanca, si fosse ridotta nel suo appartamento; l'avessero per
-iscusata, se quella sera non sarebbe venuta a godere di così gentil
-compagnia.
-
-Intesero tutti la scusa, e Ansaldo di Leuca ed Enrico Corradengo furono
-i primi ad uscire dalla sala, togliendo anzi commiato da Torrespina pel
-giorno vegnente.
-
-Strana condizione di quattro cavalieri, i quali avevano stanza nel
-medesimo castello, ospiti di un medesimo signore, e che dovevano la
-mattina appresso uscire dalla medesima porta per combattere ad oltranza
-gli uni cogli altri!
-
-Ma in que' tempi non si badava più che tanto a simili cose, chè le
-consuetudini sociali non avevano ancora, come di presente, tante
-sottigliezze e lisciature, e come le parole erano pronte alle labbra,
-così le mani erano pronte alle spade, e il sangue si spandeva
-allegramente per cose da nulla. Le dame assistevano di lieto animo alle
-tenzoni, e in loro onore solea farsi l'ultimo colpo e il più pericoloso
-d'ogni torneo, che dicevasi «correr la lancia delle dame.»
-
-Questo di Morello con Ansaldo era uno scontro all'antica maniera de'
-Paladini, e non dovea farsi in campo chiuso, ove potessero andar
-spettatrici e giudichesse le dame. Esso tuttavia non usciva punto dalle
-costumanze cavalleresche, come non era insolito che due cavalieri seduti
-alla medesima mensa si disfidassero a combattimento per loro private
-ragioni, od anche semplicemente per qualche sconsiderata parola;
-imperocchè la misuratezza del dire, e la rispettosa cortesia delle
-frasi, non si riserbavano che per parlare alle dame, ed era notato
-d'infamia chiunque ad una donna rivolgesse un manco riverente discorso.
-
-Era migliore la costumanza d'allora, o la nostra odierna? Io, per me,
-m'attengo all'antica. Abbiamo ora mille vincoli di galateo così per gli
-uomini come per le donne, e non è chiaro se siamo più riguardosi per
-osservanza della legge comune, o per vero sentimento di cavalleresca
-devozione al bel sesso. V'ha poi di peggio nel secolo nostro. Il
-giovanotto che può vantare un maggior numero di conquiste amorose e che
-ha lasciato più Olimpie sullo scoglio, è più invidiato che biasimato
-dall'universale, e v'ha anzi chi lo pregia di più. Ma a' tempi antichi,
-Bireno era notato di slealtà; chiunque avesse mancato alla fede verso la
-sua donna, n'aveva il biasimo universale, ed ella non era punto fatta
-argomento di riso, come oggi si suole; chè anzi, ogni dama ed ogni
-cavaliero parteggiava per lei, e il disleale amatore non poteva più
-assidersi a mensa, nè entrare in giostra con gentiluomini, fino a tanto
-la dama sua, commossa dal suo pentimento, non l'avesse in mercè, e non
-gli perdonasse il suo fallo.
-
-Ma gli è tempo oramai di tornare al racconto. Uscito Ansaldo di Leuca
-col Corradengo, anche Morello e Rambaldo chiesero licenza di andarsene
-nelle loro stanze, per prepararsi (diceva Rambaldo) cristianamente alla
-pugna del dimani.
-
-Morello era chiuso in sè stesso e non diceva parola; solo l'aggrottar
-delle ciglia faceva fede di non soavi pensieri.
-
--- Morello, amico mio! -- gli disse Rambaldo, scuotendolo, -- non ti dar
-pensiero oggi di quello che farai domani. La rabbia accieca, ma non so
-di verun caso in cui essa abbia fatto calare più forte un colpo di
-mazza, o di spada. E poi, che cosa vuol dire questo centellarti fin
-d'ora il piacere che berrai a larghi sorsi domattina, correndo il
-saracino contro il tuo tenero amico, il tuo Eurialo diletto?
-
--- Oh, bene hai detto, il saracino! -- esclamò il giovine Morello. -- Ma
-io ferirò, te lo giuro, nel bel mezzo della quintana.
-
--- E per questo, -- prosegui Rambaldo, -- ti bisogna non aver le
-traveggole. Ma, a proposito di vedere, hai tu veduto gli occhi della
-castellana?
-
--- No, io non guardavo che lui!
-
--- Male! Io l'ho guardata a mio bell'agio. La s'era sbiancata in viso
-come la sua veste di lana bianca. Seguì con molta attenzione il tuo
-dialogo coll'amico prediletto di conte Ugo, e quanto tu dicesti:
-«orbene, messere, vedremo se gli atti risponderanno alle parole» si alzò
-a stento da sedere e fe' per andarsene, ma certo sarebbe stramazzata sul
-pavimento, se le sue damigelle non erano pronte a sostenerla.
-
--- E che argomenti da ciò? -- disse Morello, pensieroso.
-
--- Nulla, in fede mia! Gli è naturale che una gentildonna non possa
-reggere ad una giostra di parole minacciose, come quella che tu hai
-regalato a così nobile udienza.
-
--- Potevo io operare diverso? Dovevo io contenermi?
-
--- No, per.... l'anima mia! Amo la pugna, io; sebbene, mentre tu, già
-salito in arcioni, mediti i fendenti, i manrovesci e le stoccate, io,
-più modesto, vagheggio gli sberleffi e le piattonate sulle spalle di
-quel tristanzuolo del Corradengo. Ah! ah! Egli ci ha chiamati _astori
-del Monferrato_, come se credesse di dirci villania. Li vedrà lui, gli
-astori del Monferrato, questo barbagianni delle Langhe! -- E Rambaldo di
-Verrùa, sostenendo coscienziosamente la parte del personaggio che
-rappresentava, proseguì allegramente di questa conformità, fino a tanto
-che giunsero al loro appartamento e, congedati i donzelli, ognuno di
-essi si chiuse nella sua camera.
-
-Esacerbato ancora dalle parole del suo avversario, e con l'animo
-travolto in una grande tempesta di feroci pensieri, Morello non fece
-altro che slacciar la cintura e deporre il pugnale: indi si diede a
-passeggiar concitato per la stanza. Ma egli non aveva ancor rifatto
-cinque volte il suo breve cammino, che un lieve picchiar di nocche
-sull'uscio di quercia venne a distoglierlo dalla sua occupazione.
-
-Egli andò all'uscio, lo aperse, e gli comparve dinanzi un grazioso
-paggetto, il quale con aria misteriosa gli susurrò queste parole:
-
--- Cavaliere, una gentil damigella di Torrespina che ha in gran pregio
-il vostro valore, vi prega a muovervi per amor suo e lasciarvi guidare
-da me, fin dove ella m'ha comandato che io vi conduca. --
-
-Quella misteriosa imbasciata fe' strabiliare Morello.
-
-Siffatte avventure, a dir vero, non erano strane nè rare a quei tempi,
-in cui il bel sesso, con assai più voce in capitolo, aveva eziandio più
-arditezza di spirito e più prontezza di partiti, che non di presente; ma
-per intender quella, bisognava a Morello avere almeno dato uno sguardo
-alle damigelle di Torrespina, imperocchè non gli pareva naturale che,
-senza pure aver fatto omaggio degli occhi alla loro leggiadria, dovesse
-venirgli un invito di quella fatta. Ora questo sguardo fuggevole non si
-ricordava egli aver dato, nè questo tacito omaggio aver fatto a Peretta
-di Montezemolo, o ad Agnese de' Ferreri, che così si chiamavano le
-damigelle di Torrespina.
-
-In questi pensieri, Morello era già per rispondere al paggio com'egli
-non potesse tenere lo invito. Ma la gentilezza cavalleresca, non
-lasciandogli trovare una scusa dicevole al rifiuto, gli porse un
-migliore consiglio, e senza risponder verbo, si fece a seguitare
-l'adolescente, che per un gran giro di sale lo condusse dalla parte
-opposta del castello, fino agli appartamenti delle donne.
-
-Il cuore gli batteva forte allo entrare nella camera dove il paggio gli
-disse di fermarsi e di attendere; ma ben più forte ebbe ad essere la sua
-commozione, allorquando, invece di Peretta o di Agnese, e' vide venirgli
-incontro quella che il cuor suo desiderava, ma che mai avrebbe ardito
-sperare, la stessa Giovanna, la divina Giovanna.
-
-La vista della donna amata ha in sè (chi lo ignora?) alcun che di così
-forte, di così acuto, che a prima giunta non torna neppure a diletto.
-Siccome avviene di certi fiori più odorosi, che la loro fragranza va
-diritta al cervello, quell'«incognito indistinto» di splendori e di
-fragranze che si sprigiona dal volto e da tutta la persona di lei,
-t'investe il cuore per guisa, che il sangue bolle e sollecito rifluisce
-alle tempie, lo sguardo si offusca, e pare che la forza di reggerti in
-piedi sia per fuggire da te.
-
--- Messere, -- disse Giovanna con voce tremante, -- non vi fate
-meraviglia del mio ardimento....
-
--- Oh, che dite voi, madonna? Vedervi è ventura che il cielo non
-saprebbe mandar la migliore, e non lascia luogo ad altri pensieri. Io,
-poi, bene intendo come tutto ciò che oggi è avvenuto....
-
--- Sì, per l'appunto di ciò volevo parlarvi.
-
--- Vi ascolto, madonna! -- disse Morello, sedendosi sull'orlo della
-scranna che la bella castellana gli aveva additata, nell'atto di sedersi
-ella stessa daccanto a lui.
-
-Non era quello il tempo di pigliar la strada più lunga, e Giovanna di
-Torrespina, guardando fiso in volto il giovine Morello, gli volse questa
-dimanda:
-
--- Conoscevate voi Ugo di Roccamàla?
-
--- No, madonna; -- rispose il giovine, -- di lui seppi, soltanto l'altro
-dì, che mi era congiunto di sangue.
-
--- E allora.... -- disse ella, con una sospensione che pareva compendiar
-tutto l'accaduto della giornata.
-
--- Madonna, -- fu pronto a soggiungere Morello, con una di quelle frasi
-improvvise, rapide ed efficaci come il lampo, -- io odio Ansaldo di
-Leuca!
-
--- Ah! e perchè?
-
--- Perchè egli vi ama; -- proruppe Morello.
-
-Giovanna non soggiunse parola; stette a lungo muta, ed egli del pari,
-ambidue cogli occhi bassi.
-
-Quando ella finalmente li alzò, fu per dirgli soavemente:
-
--- Messere, quello che voi avete scoverto, io medesima non ho saputo
-mai, fino all'altro dì, che mi parve accorgermi di qualche cosa e ancora
-non ne avevo certezza.
-
--- Ed ora che v'è noto, madonna, -- disse Morello incalzando, -- ora vi
-duole di ciò che avverrà domattina....
-
--- Sì, mi duole; -- rispose Giovanna, senza badare allo intendimento
-riposto delle parole di Morello, -- mi duole per voi, che mettete a tal
-repentaglio la vostra utile vita; mi duole, poichè voi lo diceste pur
-mo', che io mi sia la cagione di questo combattimento; ma ho speranza
-che Iddio v'aiuti, messere, perchè la buona causa è quella che voi
-sostenete.
-
--- Ahimè, madonna, a che mi approderà il vincere? -- disse Morello,
-chinando mestamente il capo sul petto.
-
--- Che dite voi ora, messere?
-
--- Che voi non mi amate, -- gridò egli, tendendo le palme verso di lei,
--- e che, non amato da voi, mi sarà forse miglior sorte il morire. --
-
-Queste di Morello erano parole che volevano una pensata risposta,
-imperocchè da essa dipendeva, non pure il dialogo di quella sera, ma la
-sorte sua presso di lei.
-
-Madonna lo guardò, ma senza sdegno; chinò i grandi occhi di smeraldo;
-tornò a volgerli su lui; quindi con piglio solenne, stendendo la mano in
-atto di far giuramento, gli disse:
-
--- Morello di Monferrato, se uomo al mondo potessi amare tuttavia, voi
-sareste quel desso. --
-
-Egli cadde ginocchioni, afferrò quella mano, e la cosperse di baci e di
-lagrime, senza che ella pensasse a ritrarla.
-
--- Ma voi non morrete, -- proseguì ella, -- voi non morrete, cavaliero
-gentile, nato alle grandi imprese, per cui va giustamente famoso il
-vostro legnaggio. Il mondo ha dovizia di donne, più di me a gran pezza
-leggiadre, ed ognuna di esse sarà superba dell'amor vostro. Che potrei
-darvi io, in quella vece? Il mio cuore, divorato da una profonda
-amarezza, non ha più luogo per l'affetto. --
-
-L'anima di Ugo di Roccamàla suggeva avidamente quelle meste parole; ma
-il cuor di Morello era triste; e Morello ed Ugo, la carne nuova e lo
-spirito antico, furono ad una per dire a Giovanna:
-
--- Oh, io non amerò mai altra donna che voi!
-
--- Mai! -- ripetè Giovanna, sorridendo malinconicamente. -- La è una
-grave parola. Chi ardisce dir «mai» quando non è alcuna fidanza del
-futuro, e nulla è durevol quaggiù?
-
--- Voi stessa, -- rispose prontamente Morello, -- voi stessa che dite
-nel vostro cuore non essere più luogo all'affetto, come se la carne
-inferma non potesse risanare, come se....
-
--- Tacete, messer Morello, tacete! E per ricordarvi di me, togliete
-questa sciarpa di verde zendado, che cingerete, se pur l'avete in
-qualche pregio, intorno al vostro giaco di maglia, e che io desidero
-abbia a portarvi ventura. --
-
-Il giovine non trovò parole da rispondere; strinse la sciarpa sul seno,
-e rimase ginocchioni, estatico a guardar lei, che, con un leggiadro
-gesto di commiato, si era mossa per andarsene. I suoi occhi la seguirono
-fino all'uscio interno per dove era venuta dapprima; colà, innanzi di
-sparire, ella mandò al cavaliero un altro saluto amorevole.
-
-Quando tornò nel suo appartamento, Morello fu meravigliato di scorgere
-il lume acceso nella camera di Rambaldo.
-
--- Che fai tu? -- chiese egli, affacciandosi sul limitare.
-
--- Non vedi, Morello? Forbisco e metto in assetto i pezzi delle nostre
-armature.
-
--- Fatica rubata agli scudieri! -- disse Morello.
-
--- No, -- rispose Rambaldo, -- io penso che in questi negozi assai
-meglio vedano gli occhi del cavaliero. Egli ha da indossare le armi,
-egli ha da esser sicuro del fatto suo, segnatamente allorquando, com'io
-ora, egli non ha certe guarentigie...
-
--- Che vuoi tu dire?
-
--- Che io non ho, -- soggiunse Rambaldo ghignando, -- favori di dame da
-sospendermi al collo, nè cuori innamorati a palpitare per me. --
-
-Morello non rispose nulla ai motti di Rambaldo; voltò le spalle, e andò
-nella sua camera a coricarsi sul letto.
-
-
-
-
- CAPITOLO XII.
-
-
-Nel quale si legge della differenza che corre fra astori e barbagianni.
-
-I primi albori del giorno rischiaravano appena la morta campagna, e già
-gli arcieri di Torrespina erano costretti a calare il ponte, per dare
-uscita a due cavalieri che andavano alla quercia di Marenda, seguiti da
-loro scudieri e donzelli.
-
-Quantunque vestiti di pesante armatura, essi cavalcavano due palafreni.
-Ma gli scudieri che venivano dietro a loro conducevano per le redini due
-poderosi destrieri, bardati sulla cervice e sul collo con lamine di
-ferro, e coperti di sotto all'arcione con ricche gualdrappe di tela
-d'argento e di rosso. Ciascheduno de' donzelli, poi, recava sulle spalle
-la lunga lancia di ferro e la mazza ferrata del suo signore.
-
-Gli arcieri salutarono i due gentiluomini con l'aria di persone le quali
-sapevano la cagione di quella gita mattutina. Infatti, fin dalla sera
-innanzi, la voce della disfida era corsa e ognuno facea voti pel giovine
-cavaliero del Monferrato. Tanto era amato a Torrespina messere Ansaldo
-di Leuca!
-
--- Viva Morello di Monferrato, e il barone San Giorgio gli dia vittoria
-de' suoi nemici! -- gridò il capo degli arcieri, scuotendo la berretta
-col braccio teso sopra la testa.
-
-Morello rispose con un sorriso e con un cenno della mano all'augurio del
-soldato, ed uscì galoppando all'aperto. Egli portava il suo ghiazzerino,
-armatura di cuoio cotto, contesta di lamine di ferro. Sul ghiazzerino
-scendeva il sorcotto, del suo prediletto colore amaranto. L'elmo non
-aveva corona, poichè il secondogenito di Guglielmo il grande, non
-esercitava ancora il comando di terre e castella, ma era in quella vece
-sormontato da due grand'ali spiegate, le quali, crescendo maestà alla
-sua bella figura, significavano voler egli innalzarsi piuttosto col suo
-valore che con la casuale nobiltà dei natali.
-
-Rambaldo di Verrùa, vestito anch'egli di ferro, appariva di fuori tutto
-rosso come un cardinale, o come un gambero cotto. Il suo elmo portava
-due magnifiche corna, o trombe di torneo, contrassegni allora di chi era
-stato riconosciuto nobile e _blasonato_ due volte nei torneamenti, cioè
-pubblicato due volte a suon di tromba dagli araldi.
-
-I due amici cavalcarono silenziosi fino alla quercia di Marenda, luogo
-molto acconcio ad un combattimento, siccome aveva notato Morello, e che
-già più volte doveva aver servito ad uso di giostra o torneo. Era esso
-un campo assai lungo e di conveniente larghezza, pulito e piano come
-un'aia, fiancheggiato da un ciglione, sul cui declivio sorgeva una gran
-quercia, stendendo i lunghi e nodosi rami, a guisa di padiglione, fino a
-mezzo l'arringo.
-
-Il sole non era anco spuntato, e certe nuvole che coprivano il cielo
-lasciavano intendere ch'egli per tutto quel giorno non si sarebbe
-mostrato. L'aria mite faceva presagire un'altra nevicata imminente.
-
-Morello, come fu giunto sotto la quercia, scese d'arcione, e lasciato il
-palafreno ai donzelli, si fermò con le braccia incrociate sul petto a
-contemplare la campagna e i monti lontani.
-
--- Che guardi tu, ora? -- gli chiese Rambaldo.
-
--- Di là da que' greppi, verso Roccamàla, dov'è morta e sepolta la
-felicità di conte Ugo....
-
--- Ahi poca fortezza d'animo! -- disse Rambaldo. -- La mesta sapienza di
-Morello non val forse la sciocca felicità del cieco signore di
-Roccamàla?
-
--- Sarà, -- rispose il giovine, mettendo un sospiro, -- ma io ero
-felice!...
-
--- Sì, -- soggiunse l'altro ghignando, -- col tuo fedele Ansaldo di
-Leuca....
-
--- Ah! non mi parlare di lui!
-
--- Sto zitto; eccolo appunto col sozio, che viene a questa volta. Ve' i
-capi scarichi! E' stancano fin d'ora i destrieri. --
-
-Infatti Ansaldo di Leuca e il Corradengo venivano di buon trotto al
-luogo del convegno sui loro destrieri di battaglia, e con le lance
-sull'arresto della staffa.
-
-Appena li ebbe veduti, Morello, che già era smontato dal palafreno,
-siccome s'è detto, fu sollecito a salire sul destriero. Raffermatosi in
-sella, volle sincerarsi che la sua mazza d'armi pendeva dall'arcione.
-Calò la visiera, imbracciò lo scudo e tolse la lancia dalle mani del
-donzello; si curvò un tratto per carezzare con la manopola le nari del
-cavallo, e il generoso animale rispose a quel tocco amorevole del suo
-signore, con un dolce nitrito; quindi, dato di sproni, lo fe' voltare
-indietro per pigliar campo, intanto che gli avversarii giungevano.
-
-Rambaldo, da esperto cavaliere, lo aveva prontamente imitato.
-
--- O che vuol dire, messeri, -- gridò Rambaldo, salutando con una
-arguzia i nuovi venuti, -- che il sole di questi Appennini è tanto
-scortese con voi?
-
--- Perchè dite voi ciò? -- chiese ruvidamente il Corradengo.
-
--- Perchè egli mi sembra, -- rispose Rambaldo, -- che non voglia punto
-saperne di ammirar le prodezze de' barbagianni delle Langhe contro i
-poveri astori del Monferrato. --
-
-Il Corradengo si morse il labbro e non rispose; ma per lui rispose il
-braccio, crollando fieramente la lancia in atto di minaccia.
-
--- Ah! ah! Sta bene; -- soggiunse Rambaldo ghignando, giusta il costume,
--- che cosa intendete di dire con quel vostro giunco in aria? Calatelo
-alla misura della mia testa, e vedremo! --
-
-Fu quello il segnale del combattimento. Ficcati gli sproni ne' fianchi
-ai destrieri, corsero tutti e quattro, rovinarono gli uni sugli altri,
-con le visiere calate, il corpo piegato sul dinanzi, lo scudo raccolto
-sul petto e la lancia bassa. A que' tempi non era anche inventata la
-resta, grosso ferro saldato alla corazza, su cui poggiare l'impugnatura
-della lancia perchè il colpo riuscisse meglio assestato, epperò
-l'antenna si volgeva diritta al petto dell'avversario tenendola a gran
-forza di braccio raccomandata sotto l'ascella.
-
-Le lance dei due maggiori combattenti si scontrarono con tutta la
-veemenza che era loro conferita dall'impeto delle cavalcature. Ma la
-lancia di Ansaldo colse di sguancio un lato dello scudo di Morello, e il
-colpo andò a vuoto; laddove il ferro della lancia avversaria imbroccò il
-suo così forte che essa si piegò ad arco, e, rimanendo egli saldo in
-arcioni, andò in ischegge fin quasi all'impugnatura. S'impennò a quel
-cozzo il cavallo di Ansaldo, e fe' cadergli la lancia di pugno. Ambedue
-allora, seguendo l'impeto dei destrieri, trascorsero il campo, andando a
-fermarsi più lunge, l'uno al posto dell'altro.
-
-Morello intanto era stato sollecito a gittar via l'inutile troncone,
-dando in quella vece di piglio alla sua mazza, arma poderosa la quale
-portava ad uno dei capi, raccomandata ad una breve e solida catena, una
-grossa palla di ferro, armata di aculei, che dovevano essere la
-misericordia di Dio per quelle membra sulle quali andassero a cadere. E
-già fornita la carriera, il valoroso giovane avea voltato il cavallo per
-muover da capo sull'avversario; ma ciò ch'egli vide accadere in mezzo al
-campo, tra gli altri due combattenti, lo fe' rimanere ammirato a
-guardare.
-
-Ansaldo di Leuca, s'era fermato del pari, ma con animo ben diverso,
-imperocchè aveva veduto il suo compagno a mal partito, disteso a terra
-supino, con un piede ancor nella staffa e le mani aggrappate alle redini
-del suo destriero, che sparava calci per liberarsi da quella stretta, e
-frattanto, ne' suoi sbalzi a dritta e a manca, lo trascinava dietro di
-sè.
-
-Ora, ecco come era andato il negozio. La lancia del Corradengo era
-passata tra i due corni dell'elmetto di Rambaldo, che per cansare il
-colpo s'era prontamente curvato fin sul collo del suo destriero, intanto
-che la sua lancia, più fortunata, coglieva l'avversario sotto la
-gorgiera, e lo balzava a dirittura di sella. Tardo delle membra com'era,
-e per giunta stordito dal colpo, il Corradengo era rovinato a terra, e,
-non potendo rimettersi sulle gambe, stringeva per moto istintivo le
-redini del cavallo, in quella medesima guisa che l'affogato s'aggrappa
-ad ogni cosa che gli venga tra mani.
-
--- Lasciate le redini, messer barbagianni, lasciate le redini! --
-
-Il Corradengo, che già più non sapeva a qual santo votarsi, seguì il
-consiglio dell'avversario, il cavallo fatto per tal guisa padrone di sè
-medesimo, scappò via spaventato, non senza aver ricevuto sulla groppa la
-puntura della lancia di Rambaldo, che continuava a ridere senza
-misericordia.
-
-Tutto indolenzito dalla caduta, ma furibondo pe' motteggi
-dell'avversario, il Corradengo si rizzò in piedi, mentre Rambaldo, sceso
-giù da cavallo e lasciate le redini al donzello, mettea mano alla spada.
-
--- Io mi penso, messer barbagianni, -- disse quest'ultimo, -- che noi
-possiamo far capo a quest'arma. La vostra mazza se l'ha portata via il
-destriero, ahi poco fedele! ed io rinunzio a far uso della mia, sebbene
-sarei in diritto di giovarmene e pettinarvi con essa quel po' di
-cervello che avete. --
-
-Il Corradengo, che mal poteva schermire di lingua col trovatore di
-Monferrato, non rispose; ma al piglio con cui si fece a cavare la sua
-pesante spada dal fodero, era agevole argomentare che la rabbia tendesse
-i nervi del gigante.
-
-Egli era, siccome ho detto, di membra poderose, e la mezzana statura di
-Rambaldo, messa a raffronto con la sua, non avrebbe certamente tenuto in
-sospeso il giudizio di uno spettatore. Al Corradengo parve allora di
-potersi rifare in un tratto del suo primo svantaggio e di tutti i
-sarcasmi del suo avversario.
-
--- Astore del Monferrato, prendi questa! -- gridò, precipitandosi con un
-fendente su lui.
-
-Ma Rambaldo non s'era tolto nemmeno il fastidio di parare il colpo.
-Agile e pronto come una lucertola, egli era guizzato da un fianco, e il
-Corradengo, non avendo altro a tagliare che l'aria, era andato bocconi
-sul terreno a contare la sua seconda caduta.
-
--- Ah, ah! il barbagianni! -- Ma se la dicevo io, che se il sole non ha
-voluto comparire quest'oggi e' doveva averci le sue gravi ragioni! --
-
-Furibondo, il Corradengo fe' per alzarsi, ma la spada di Rambaldo fu più
-pronta di lui e gli piovve addosso una tempesta di colpi. Il povero
-gigante ricadde, sotto quella rovina, per non sollevarsi più, e per la
-rotta gorgiera, per le spezzate piastre che custodivano l'omero,
-spicciarono rivi di sangue.
-
-Pigliatasi quella satolla, Rambaldo si fermò, e al cenno ch'ei fece di
-averne abbastanza, accorsero i donzelli del Corradengo, per trarre il
-loro semivivo padrone fuori del campo.
-
--- Che ne dite voi, messere Ansaldo di Leuca? Vi par egli che fosse
-tanto l'ippocrasto cioncato da Ugo di Roccamàla, quant'è il sangue
-spillato dalla botte del vostro compare bugiardo?
-
--- Non cantate così presto vittoria! -- gridò Ansaldo di Leuca. -- I
-valorosi possono cadere, ed essere vendicati eziandio! A voi, Morello di
-Monferrato, e fate buona custodia delle vostre membra leggiadre! --
-
-Così disse, e, rotando la mazza sopra l'elmetto, spinse il cavallo a
-carriera. L'animoso Morello non volle dal canto suo rimanersi ad
-attenderlo e galoppò del pari verso di lui, andando a ricevere sullo
-scudo la prima mazzata di Ansaldo. Qui spesseggiarono i colpi, come le
-martellate dei favolosi Ciclopi nelle fucine dell'Etna, facendo balzar
-scintille dalle armature percosse.
-
--- Bene! -- gridava Rambaldo dall'alto del ciglione, dov'era andato a
-piantarsi, come un mastro di combattimento; -- questo è un colpo che val
-quanto pesa; e non badate al bisticcio, che è di sovra mercato. Ah,
-benissimo quest'altro! Morello, amico mio, tu me lo conci pel dì delle
-feste, il leggiadro garzone! Ohè, bada a' fatti tuoi! Gitta lo scudo,
-che ormai non serve che ad impacciarti. Ottimamente! Ve' ve' quest'altra
-mazzata! Fischia la palla e va a battere l'elmetto. Addio, roba mia!
-L'ha tocco: _habet, habet!_ direbbe mastro Benedicite, che sa di latino.
-Compare Ansaldo, come vi sentite voi ora? --
-
-Il compare Ansaldo, pesto e sanguinante per tutte le membra, sbalordito
-dall'ultimo colpo di Morello, che gli avea rotto sul viso la ventaglia
-dell'elmetto, andava riverso sulla groppa del suo destriero, e,
-brancicando l'aria con le mani irrigidite, cadeva sul terreno, dove
-Morello di Monferrato, balzando da cavallo, gli fu subitamente col
-ginocchio sul petto.
-
--- Ansaldo di Leuca, mi conosci tu? -- disse egli con voce bassa ma
-concitata, in quella che, alzata la visiera, metteva i suoi occhi contro
-gli occhi del caduto.
-
-Ansaldo lo guardò, e mise un grido di orrore. Egli aveva conosciuto
-sotto quella visiera la pallida figura di Ugo di Roccamàla.
-
--- Ansaldo di Leuca, -- prosegui Morello, col medesimo accento di prima,
--- chiedi perdonanza delle tue scellerate menzogne!
-
--- No! no! -- urlò Ansaldo di Leuca; e, tratto il pugnale, cercava di
-piantarlo nel fianco del suo nemico.
-
--- No? no? e tenti ancora di ferirmi? aspetta a me, e va in tua
-malora! --
-
-Alle parole di Morello andarono gli atti compagni. Cavato egli pure il
-pugnale che gli pendeva dal fianco, lo immerse tre volte nella gola
-dello sleale cavaliero. Gli occhi si ottenebrarono ad Ansaldo; tentò
-parlare, e gli sgorgò dalle labbra un fiotto di sangue; volle alzare la
-fronte, ma tosto ricadde, coi denti stretti e gli occhi sbarrati; era
-morto.
-
--- Ora, a noi! disse Rambaldo, saltando nel campo, e prendendo pel
-braccio l'amico. -- Il furfante t'aveva ammaccato per bene, ma tu hai
-picchiato più forte di lui, e me ne congratulo teco, tanto più
-schiettamente in quanto che Aporèma è rimasto affatto neutrale. Su, in
-arcioni, adesso, e ognuno seppellisca i suoi morti! --
-
-
-
-
- CAPITOLO XIII.
-
-
- Dove si stilla in dieci pagine ciò che potrebbe stemperarsi in cento.
-
-Ho letto, non so più in qual libro, di un filosofo che sudò di molte
-camicie a cercare se il tempo fosse un gran veneno, come l'ha dichiarato
-il Petrarca, o un gran rimedio, siccome è dimostrato da tanti e tanti
-casi della vita. Inutile studio, a parer mio! Spesso i veleni più
-possenti riescono farmachi, e i farmachi più blandi riescon veleni. La
-scienza vi discorre e vi spiega queste apparenti contraddizioni della
-natura; e a me l'esperienza, questa durissima scienza della vita, ha
-insegnato che il tempo, rimedio e veleno, non rammargina le antiche
-piaghe se non per aprirne di nuove, che la immagine di un alto dolore
-scorre impunemente su quelle fibre che nel tempo antico avea fatte
-frizzare, e un lieve rammarico, fresco di quel dì, fa metter grida e
-guaiti più forti che non ne mettesse Prometeo sulla rupe, ai colpi di
-rostro del vorace avoltoio.
-
-Ahi, Ugo di Roccamàla! ahi, povero martire d'un dubbio! Tu volevi
-sapere, e non ti peritasti di mettere la posta più grossa nel tuo
-esperimento doloroso. Ora ecco che noi, senza fatica, senza stregonerie,
-riusciamo a saperne altrettanto; poniamo a sindacato gli affetti del
-cuore, tiriamo giù la sua brava equazione, troviamo la formola che li
-crea e quella che li distrugge. La vita, per tal modo considerata, ci si
-dimostra una cosa assai più da ridere che da piangere, e da non francar
-sempre la spesa d'esser vissuta.
-
-Ma lasciamo l'algebra del cuore in disparte. Perchè parlavamo noi del
-tempo? Volevamo chiedergli cinque anni, da farli trascorrere in un
-batter d'ali, per comodo del nostro racconto. Ed ecco, i cinque anni
-sono passati, mie belle lettrici, e quel che più monta, senza mescolare
-un filo d'argento nei vostri capegli, senza scavarvi una ruga traditora
-alle tempie. Se così fosse mai sempre, se gli anni passassero, senza
-avvizzirci sulle guance il fiore della gioventù, senza raffreddarci a
-gradi a gradi il lago del cuore, chi non amerebbe invecchiare, poichè lo
-andare innanzi negli anni non è altro che vivere? Ma ohimè, il tempo
-passa e, non pure ogni anno, ogni giorno ci ruba qualcosa; il miracolo
-di far volare il tempo senza danno d'alcuno, non ve lo fa che un
-romanziero, e pur troppo gli è un miracolo per celia!
-
-Basta, sono trascorsi cinque anni dalla morte di Ansaldo di Leuca. Il
-savio lettore ha già capito che Morello ha tolto commiato quel dì
-medesimo dalla corte di Torrespina. Non si sta accanto ad una donna con
-le mani tinte del sangue di chi pure l'amò. Il combattimento era leale,
-necessario; la vostra vittoria desiderata; ma guai a rimanere dopo quel
-combattimento e dopo quella vittoria!
-
-Tutto ciò aveva inteso Morello, anche prima di sentirselo a dire dal suo
-fedel consigliero. Inoltre, che cosa poteva egli sperare di ottenere
-eziandio? Quella donna aveva fatto per lui tutto ciò che le era concesso
-dal suo stato d'allora. Egli portava sul petto una sciarpa di verde
-zendado, testimonio, se non d'amore, di benevolenza singolare, e
-scolpite nel cuore queste gravi parole: «se uomo al mondo potessi amar
-tuttavia, voi sareste quel desso.» Chieder di più in quel momento,
-fermarsi a mendicare un quotidiano sorriso, sarebbe stato un cadere in
-quella mediocrità, che può parer d'oro a molti, ma che non ha uscita, nè
-speranza di fortuna migliore. Savio consiglio il partire; un amore che
-vicino spaventa, o infastidisce, lontano si vagheggia senza timore,
-cresce quasi inavvertito e soggioga.
-
-In tal guisa e con tali propositi, Morello si partì da Torrespina, nè
-per cinque anni più vide quei luoghi. Dormì egli cinque anni in una
-notte, o gli passarono dinanzi agli occhi rapidi come un baleno? Questo
-ed altro potea fare Aporèma.
-
-Comunque ciò fosse, la storia dice che Morello di Monferrato fu alla
-corte paterna; quindi, per la via di Lamagna, fino a Tessalonica, reame
-di sua famiglia, e di là navigò a Costantinopoli e corse molta terra
-d'Asia, dappertutto celebrando la bellezza sovrumana della figliuola del
-Lionello del Cengio, e rompendo in onor suo molte lance contro francesi
-e saracini.
-
-E Giovanna, nella solitudine del suo maniero, udiva di frequente il nome
-di Morello. Talfiata gli era un povero monaco, che se ne tornava
-pedestre dal sepolcro di Cristo, e le recava novelle del prode e memore
-cavaliero, insieme con un pezzettino del santo legno; tal altra un gaio
-menestrello, che le ripeteva d'udita i versi, divenuti famosi, del
-giovine innamorato.
-
-Ma che sapeva egli del cuore di lei? Aporèma gli aveva chiesto di dar
-tempo al tempo, ed egli assaporava la triste voluttà di un mutamento,
-lontano o vicino, ma certo; spiava ansioso e tremante il giorno che la
-memoria di Ugo di Roccamàla fosse tradita nel cuor di Giovanna.
-
-E già forse non era? Che cosa avea ottenuto Ugo in suo vivente, da lei?
-Ciò che ebbe a dire più tardi un altro martire del dubbio: _parole,
-parole, parole!_ Morello potea dunque, e ragionevolmente, argomentare di
-esser giunto ad uguale ventura, e il suo sperimento avrebbe potuto
-credersi finito, se un nuovo dubbio non fosse nato nell'anima sua.
-
--- Amerà me finalmente.... Aporèma lo giura. Ma, se pure ciò avvenga,
-che vorrà dire? potrò io farne colpa a lei e crederla dimentica
-dell'amato estinto? Se lo spirito che muove queste membra è quel desso
-di prima, non potrà dirsi che ella, amando Morello, obbedisca all'arcana
-possanza dello spirito di Ugo?...
-
-E qui nuove incertezze, ed una tenerezza ineffabile per quella donna. E
-con questo pensiero, vagheggiato nella mente senza farne motto al
-compagno, un cavaliero, male in arnese e stanco in apparenza come chi
-abbia fornito assai lungo cammino, saliva l'erta di Roccamàla, una
-mattina di novembre, sei anni dopo la morte di Ugo, andando a chiedere
-ospitalità al nuovo signore del castello.
-
-Ora il nuovo signore del castello non era altri che quel burlesco
-personaggio, già noto ai lettori, di mastro Benedicite, il vecchio
-strozziere.
-
-Com'egli di vassallo fosse giunto a quell'alto stato s'è detto, e son
-note le grasse risa che ne erano state fatte a Torrespina. Ma ben più
-avrebbe riso la corte di messere Corrado, se avesse saputo in qual modo
-l'antico falconiere di Ugo rispondesse al nobile ufficio di successore.
-A me, per dipingervi a modo questo ridevole castellano, bisognerebbe la
-penna e il buon umore di Rabelais; _ma poi ch'io non l'abbo_ (direbbe
-Dante) mi ridurrò al più modesto ufficio di raccontarvi come il nuovo
-signore passasse i suoi giorni feudali.
-
-Anzitutto ei dormiva, oh! dormiva come un ghiro, e non c'era verso che
-il ponte di Roccamàla si calasse prima delle undici del mattino, ora in
-cui l'ottimo gaudente si alzava dal suo letto comitale. Chiunque avesse
-bisogno di entrare, era cortesemente pregato di attendere, foss'anco
-stato Carlomagno redivivo. Que' che volevano uscire innanzi l'ora ci
-avevano la scappatoia delle scale di corda; ma qui bisognava farla
-netta; se no, guai al trasgressore della comune disciplina; il
-castellano non lasciava correre lo scherzo!
-
-I negozi del castello andavano innanzi, come al tempo di Ugo il felice,
-con questo solo divario che i parassiti dell'estinto signore erano stati
-con bel garbo messi fuori e che lo stesso Fiordaliso, il quale era di
-nobil sangue, non volendo stare ai servigi di un villan rifatto, se
-n'era andato, _sua sponte_, da Roccamàla, per cercarsi ventura altrove.
-
--- Buon viaggio! -- aveva detto Benedicite. -- _I in malam crucem!_ --
-aveva soggiunto tra' denti.
-
-Ma se il paggio era andato, il castellano non era altrimenti rimasto
-senza un fedele compagno. Un certo fra Gualdo, buon bernardone del
-monistero vicino (ho detto fin dal principio di questo racconto che cosa
-fossero i bernardoni e perchè chiamati in tal guisa), faceva compagnia
-quotidiana a messer lo conte. E se il castello non risuonava più degli
-accordi del liuto e delle gaie canzoni del biondo Fiordaliso, echeggiava
-per contro delle nasali salmodie del cirsterciense e del suo protettore,
-_arcades ambo_, e così bene pasciuti, che l'uno pareva sant'Antonio, e
-l'altro.... quel suo collega che sapete.
-
-Il conte Benedicite s'incamminava di buon passo sulla via della santità.
-Egli e fra Gualdo recitavano ogni giorno insieme il breviario, e tra un
-salmo e l'altro, tra un'antifona ed un _oremus_, solevano bagnarsi
-l'ugola, per rinfrescare la voce. Cominciavano a centellare, a
-sorseggiare quel famoso vin di Cipro, che l'uguale (giusta la nota frase
-di Benedicite) non si beveva alla mensa del serenissimo doge di Venezia;
-poi tracannavano addirittura le ciòtole; e finivano ogni sera col
-disfidarsi a chi bevesse meglio a garganella, senza imbrodolarsi la
-giubba.
-
-Per tal modo non riusciva strano che ogni notte fossero in cimberli, e
-il più delle volte i famigli fossero costretti a raccappezzarli sotto la
-tavola, per levarli di peso e portarli a dormire.
-
-Il conte Benedicite! Notate rotondità di nome! Ma al castellano non gli
-andava ai versi. Diventato padrone, egli s'era affrettato a
-ribattezzarsi col suo antico nome di Anacleto, comandando, sotto pena di
-andare a marcire nei sotterranei della rocca, che nessuno fosse tanto
-ardito da dimenticarselo.
-
-Ma le furon novelle. A nessuno veniva fatto di chiamarlo conte Anacleto;
-e qualche esempio da lui dato a' trasgressori fece sì che nel
-rivolgergli il discorso non gli si desse più verun nome. Lui assente,
-del resto, non si diceva altro che conte Benedicite, ed anzi v'era
-taluno la cui lingua ribelle non sapeva dir «conte» e tirava innanzi a
-dir mastro Benedicite, come nel tempo passato.
-
-Il solo che lo chiamasse col suo vero nome, troppo tardi svecchiato, era
-lo strozziere di Roccamàla, persona nuova, e successore del nuovo
-padrone in quella aucuparia dignità. Conte Anacleto (lo storico
-imparziale gli farà anch'egli il torto di non chiamarlo a modo?), conte
-Anacleto avea fatto venire assai da lontano quel personaggio, perchè
-avesse cura delle sue nobilissime bestie.
-
-Di insegnare il mestiero all'Anselmuccio non gli era infatti più nulla.
-Quel biondo nipotino, che i lettori conoscono per la sua lezione sulle
-varie generazioni di falchi, poteva essere allora sui diciassett'anni, e
-nato, come era, da una sorella di Benedicite, il quale non aveva
-figliuoli, diventava per conseguenza il contino, l'erede della corona,
-salvo (s'intende) il caso d'una rivoluzione, od altro accidente che
-avesse a turbare il prestabilito ordine dinastico.
-
-Lassù si andava bisbigliando che l'Anselmo fosse un figlio _extra torum_
-di Roberto il taciturno e fratellino carnale di conte Ugo. Benedicite,
-che in ogni altra occasione si sarebbe recato di questa diceria come di
-ingiuria gravissima alla memoria della sorella, or la lasciava correre,
-come quella che gli pareva una consacrazione del diritto di successione.
-Onore umano, come cangi spesso di nome e di luogo!
-
-Ma, il lettore dirà, e non c'era il testamento per raffidarlo? Ahimè,
-nessuno lo aveva veduto, quel testamento, e non se ne parlava che
-d'udita, perchè lo avea detto egli...
-
-Così il conte Anacleto passava il suo tempo abbastanza felice. Egli era
-una specie di Macbeth, senza i delitti, ma con tutte le sperticate
-ambizioni e con la più sperticata ingratitudine verso la memoria del suo
-estinto signore.
-
-Al nuovo feudatario non mancava che una cosa, la castellana. Talfiata,
-nelle sue bacchiche conversazioni con frate Gualdo, e quando il vino gli
-dava nell'elegiaco, il conte Anacleto Benedicite si lasciava ire alla
-tristezza di questo pensiero.
-
--- _Vae soli_, frate Gualdo, _vae soli!_ lo ha detto re Salomone; ed
-egli doveva intendersene, che, pel timore di rimaner solo, s'era tolto
-settecento mogli, e trecento... ausiliarie. Or dove ne troverò io una?
-
--- Che dite voi, messere? -- rispondeva frate Gualdo, il quale aveva un
-altissimo concetto del vino di conte Anacleto. -- Qual donna non si
-recherebbe a ventura di avervi in marito, _felicem adire thalamum_?
-
--- Voi non direste male, _pater reverendissime_, se io fossi giovane,
-_si mihi rideret ætas_. Ma oramai la è passata, l'età degli amori
-onnipossenti, e qual Sabina di queste castella si lascierebbe rapire da
-un vecchio par mio?
-
--- Mi viene in mente una bella pensata; -- disse fra Gualdo. -- O non
-potreste sposare la figlia dell'armaiuolo? Quella è una bellissima
-femmina, _mulier formosissima_, non troppo giovine....
-
--- Ah, ah! -- gridò mastro Benedicite, cioè scusate, il conte Anacleto.
--- _Bibisti quam maxime, pater reverendissime!_ Voi mi proponete di far
-casaccia....
-
--- O come, casaccia?
-
--- Maisì, un gramo parentado. O che, vi par egli dicevole? Un signore di
-Roccamàla.... la figlia d'un fabbro.... Ella è belloccia, _mehercle!_ e
-non nego che se fossi il re Salomone, non avrei nessuna difficoltà a
-farla la millesima prima....
-
--- Messer Anacleto! -- interruppe scandolezzato il monaco. -- Re
-Salomone cadde per questi suoi peccati in disgrazia di Dio.
-
--- Ah, me n'ero scordato; ma basta, io non corro di simiglianti
-pericoli, a questi lumi di luna. Io volevo dirvi soltanto che un signore
-di Roccamàla non può scender di condizione, e che i vostri argomenti
-peccano contro il senso comune.
-
--- Io dicevo così per dire; -- rispose fra Gualdo. -- Non ne parliamo
-più. --
-
-«Non ne parliamo più» gli era presto detto! Cotesto era in quella vece
-il discorso che veniva in tavola ogni giorno, poichè il pensiero del
-matrimonio era l'unica spina del conte Anacleto.
-
-Per ventura, ogni sera, il vin di Cipro veniva pietoso ad affogare il
-dolore del conte.
-
-E adesso che abbiamo rifatta conoscenza, con gli abitanti di Roccamàla,
-ripigliamo il filo del nostro racconto, torniamo al forastiero, che ha
-avuto tempo a salir l'erta, agio ad aspettare la calata del ponte, e
-modo di giungere fino alla gran sala del castello, dove il conte
-Anacleto, _quondam_ strozziere, seduto sulla scranna feudale, riceveva i
-cavalieri e rendeva giustizia ai vassalli.
-
-
-
-
- CAPITOLO XIV.
-
-
-Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver paura del
- diavolo.
-
--- Che vuoi tu? -- chiese l'antico strozziere, dopo che ebbe squadrato
-dal capo alle piante il nuovo venuto. -- In qual tuo bisogno può egli
-giovarti il conte Anacleto di Roccamàla! --
-
-Il conte di Roccamàla! E' bisognava vedere come egli si gonfiasse,
-mettendo fuori quel nome, che aveva (così pensava egli) ad abbacinare il
-nuovo testimone della sua grandezza. Ma ohimè, nulla è durevole quaggiù,
-e quell'impeto di felice superbia aveva ad essergli ricacciato in gola.
-
--- Voi? -- esclamò il nuovo venuto, con atto di beffarda incredulità. --
-Vive egli forse un conte di Roccamàla, poiché messer Ugo il felice ha
-pagato il suo tributo alla gran madre antica? --
-
-Il conte Anacleto (conte per grazia sua, come i lettori già sanno) fu ad
-un pelo di uscire dai gangheri. Un'occhiata di frate Gualdo, che era lì
-presso e gli mostrava il cielo con le palme tese, giunse in tempo a
-trattenerlo. Si morse il labbro e quindi, sorridendo a malincorpo, uscì
-in queste parole:
-
--- Tu vieni da lunge?
-
--- Sì, messere; vengo da terre assai lontane, e diverse eziandio di
-costume da questa, imperocchè laggiù non si usa favellare così alla
-domestica coi forastieri, come voi fate ora, dando del tu a cui non
-conoscete.
-
--- O che? -- rispose lo strozziere ghignando. -- Sareste per avventura
-il duca Namo di Baviera?
-
--- Lasciate le arguzie da banda; io mi son cavaliero e basta, se pure
-non ce n'è d'avanzo.
-
--- Sia, messere; ma, in verità, il vostro arnese....
-
--- L'abito non fa il monaco! -- sentenziò il nuovo venuto. -- Chiedetene
-al vostro reverendissimo sozio.
-
--- _Eheu nimirum!_ -- soggiunse fra Gualdo, facendo occhi da santo. --
-Sì, certamente, voi dite il vero, messer cavaliero; siamo tutti
-peccatori, e il glorioso san Bernardo, nostro patrono, fu il primo a
-dire....
-
--- Ma insomma, -- gridò il castellano, dando sulla voce a frate Gualdo e
-al suo glorioso patrono, -- che chiedete voi, messer cavaliero, al nome
-di Dio?
-
--- Ah! -- disse tranquillamente l'interrogato. -- Ciò che mi ha condotto
-quassù, risguarda un vecchio strozziere, e mi vedo in quella vece
-dinanzi ad un conte. Me ne duole, per verità, dappoichè gli è un negozio
-d'alto rilievo.... --
-
-Benedicite, che già stava per mandarlo in falconeria, mutò subitamente
-consiglio a quelle parole dello sconosciuto.
-
--- Messere, -- diss'egli, andando, come suol dirsi, a cercar le frasi
-col fuscellino, -- io veramente.... poichè ciò che avete a dirci è cosa
-d'alto rilievo.... non vi sarà ignoto quali siano, e come variabili, i
-giuochi della fortuna.... _Tempora mutantur, et nos mutamur in illis_.
-
--- _Oh dictum bene!_ -- soggiunse fra Gualdo, con la sua arietta beata.
-
--- Che vuol dir ciò? -- chiese lo sconosciuto. -- Io non v'intendo....
-
--- Non sapete di latino, a quel che pare! Orrevole idioma, il latino; e
-bisognerebbe non parlarne mai altro, perchè avesse finalmente a
-rifiorire da noi. Io, vedete, vecchio qual sono, ho ripigliato a
-studiarlo, insieme con questo reverendo amico.... Ma lasciamola lì, se
-non vi garba. Volevo dirvi, con quella mia citazione, che io sono....
-quel tale di cui cercate, e sono altresì il signore di Roccamàla. La
-qual cosa vi sarebbe chiarissima da un pezzo, se non veniste, come dite,
-_a longinquis regionibus_; e sapreste del pari che di questo dominio
-avrò tra non molto l'investitura dallo imperator di Lamagna, al quale ho
-mandato....
-
--- Sì, sì! -- interruppe lo sconosciuto. -- Questo io so bene,
-quantunque venga _a longinquis_.... come voi dite. Gli avete fatto il
-presente, per renderlo propizio alla vostra dimanda, de' più leggiadri e
-destri randioni che il gran maestro de' cavalieri di Malta avesse
-mandato a suo nipote, il conte Ugo, che Domineddio l'abbia in gloria! Ma
-egli sarà un donativo sprecato, ed io vi giuro per la mia fede di
-cavaliero, che non avrete il diploma di Cesare.
-
--- Domine, fallo tristo! -- urlò Benedicite, facendosi pavonazzo dalla
-rabbia, e balzando dalla seggiola, come per avventarglisi contro.
-
--- Chetatevi, messere Anacleto! -- disse fra Gualdo, a mani giunte. --
-_Esto prudens!_
-
--- Che _prudens!_ che _prudens!_ Le mani, le mani mi prudono ora, e non
-so chi mi tenga ch'io non lo faccia balzare da quella finestra....
-
--- Provate! -- disse lo sconosciuto, incrocicchiando superbamente le
-braccia sul petto.
-
--- Che sì.... che sì.... -- seguitò Benedicite, sempre più
-riscaldandosi; ma fra Gualdo, levatosi da sedere, a malgrado del ventre,
-andò a trattenerlo, e non senza fatica lo ridusse da capo sulla sua
-scranna di cuoio cordovano.
-
--- _Pax tibi_, messere Anacleto! E voi, -- aggiunse il rubicondo
-bernardone, voltandosi a dare la parte sua allo sconosciuto, -- non
-dovreste uscire in cosiffatte sentenze, o metterle fuori con un po' più
-di garbo. _Est modus in rebus...._
-
--- La mia gente! -- gridava intanto Benedicite. -- La mia gente! e sia
-messo fuor del castello lo sciagurato!
-
--- No, neppur questo! -- soggiunse il paciere, -- non si usa tal
-villania ad un forastiero, per una cosa mal detta. Oltre di che, vi
-bisogna sapere chi egli sia...
-
--- Sì, orbene.... Lasciatemi, _pater reverendissime_, non mi state
-dinanzi; sono tranquillo, non ho più nulla.... Ah, così va bene. Diteci
-dunque, messer cavaliero, chi siete voi?...
-
--- Ah! -- rispose quegli, sorridendo. -- Di qui avevate a cominciare, e
-non vi sareste guastato il sangue.... prima del tempo. Io sono il conte
-di Roccamàla. --
-
-Come si rimanesse il conte posticcio a quella improvvisa dichiarazione,
-argomenti il lettore. Io dirò solamente che egli sentì traballarsi sotto
-le membra la sua scranna feudale, e s'aggrappò forte ai bracciuoli, come
-per sostenerla. Passato quel lampo di stupore e di paura, si provò a
-ridere; ma le labbra sole si mossero e fecero una brutta smorfia; il
-riso non venne dal cuore.
-
--- Ah, ah! il conte di Roccamàla! Questa è nuova di zecca.... E per ciò
-appunto vi siete partito da casa vostra?
-
--- Messere, -- disse l'altro senza scomporsi, -- questa pergamena vi
-farà fede dell'esser mio. Mi chiamo Ulrico di Roccamàla, e son figlio ad
-Ottone, il fratello minore di Ruberto il taciturno. Questa è la
-genealogia de' miei maggiori, che potrete raffrontare a quella del
-castello, la quale il mio cugino Ugo non avrà certamente portata seco
-sotterra. Che ne pensate voi?
-
--- Penso.... penso.... che tutto ciò è mirabilmente trovato, ma che non
-m'importa un frullo. Le pergamene si possono scrivere....
-
--- _Sane!_ -- interruppe fra Gualdo, in quella che prendeva a sua volta
-dalle mani del suo vecchio sozio la pergamena di Ulrico. -- Le pergamene
-hanno questo pregio singolare, che esse non si richiamano mai delle
-bugie che il tornaconto umano ci scrive. Ma, se questo è per avventura
-un pregio per chi le ha da metter fuori, e non lo è di certo per coloro
-che le hanno da leggere. --
-
-Quell'altro non badò alle considerazioni del frate, e, volgendosi a
-Benedicite, gli disse:
-
--- Questa pergamena porta il nome di un insigne araldo, e voi, dubitando
-della sua autenticità, vi chiarireste, per ciò solo, indegno di cingere
-spada. Ma, mettiamola pure in disparte; il mio volto non dice nulla a
-voi, vecchio abitante di questo maniero, e testimone di tre generazioni?
-Non vedete voi qui la fronte spaziosa, gli occhi fosforescenti e
-l'aspetto leonino dei Roccamàla? Non vedete qui derivata la sporgenza
-del loro labbro inferiore, il quale dimostra da due secoli che siamo
-nati per comandare?
-
--- Non qui, mio bel sere, non qui! -- gridò Benedicite, stretto,
-incalzato nelle sue ultime ridotte. -- Conte Ugo mi lasciò sue erede
-universale, e ci ho un buon testamento che lo prova.
-
-Il forastiero sorrise mestamente, in quella che volgeva una rapida
-occhiata al monaco, e proseguì, in atto di chi, accostate le labbra ad
-un'amara bevanda, vuol pure trangugiarla fino all'ultima stilla.
-
--- Io non dirò del vostro testamento quello che voi pur mo' della mia
-pergamena. Vi dirò in quella vece che il vostro testamento non approda,
-se vi manca il diploma di Cesare, che voi vassallo innalzi a condizione
-di cavaliere e v'investa del dominio di così forte e ricco arnese. Ora,
-siccome vi ho detto, questo diploma non avrete mai fino a tanto che io
-viva, io conte Ulrico, io unico superstite del sangue dei Roccamàla.
-
-Qui il conte Anacleto, che già stava assai male in arcioni, perdette a
-dirittura le staffe.
-
--- Ah! -- gridò egli di rimando. -- E credete non ci sia più qui, non
-rimanga nessuno di così nobile schiatta? Andate, tornate in Lamagna, _ad
-bibendam cerevisiam vestram_; qui comanda il vecchio Anacleto, erede di
-conte Ugo per forza di testamento e zio tutore del giovine conte
-Anselmo, un vero e pretto Roccamàla, e, quel che più monta, di casa.
-
--- Tristo ed abbietto! -- tuonò il forastiero. -- Voi calunniate vostra
-sorella!
-
--- Alla croce di Dio! -- gridò Benedicite, in atto di scagliarsi su lui.
-
-Ma innanzi ch'egli avesse potuto colpire il suo avversario, fu colto da
-un manrovescio così forte nel petto, che lo sbalestrò come un batuffolo
-di cenci sulla sua scranna feudale.
-
-Gli occhi, che aveva dovuti chiudere, videro nel buio delle palpebre un
-subisso di fiamme; gli zufolarono le orecchie, e rimase un tratto come
-tramortito. Quando finalmente potè trarre il respiro e riaprir gli
-occhi, si trovò nelle braccia del monaco. Il forastiero era scomparso.
-
--- Frate Gualdo! -- diss'egli, con un fil di voce. -- A che tempi siamo!
-
--- _O tempora! o mores!_ -- rispose il monaco, alzando gli occhi alle
-travi del soffitto. -- Pazienza, amico mio, pazienza ci vuole!
-
--- E in casa mia! e dentro una rôcca munita! -- proseguì Benedicite, a
-cui tornava coi sensi la parlantina. -- E nessuno che si trovasse qui a
-darmi man forte! E neppur voi vi siete mosso, fra Gualdo!...
-
--- O che potevo io, _fili mi dilettissime_? Come avrei potuto parare un
-colpo così improvviso? E poi, a dirla schietta tra noi, non aveva egli
-un pochettino di ragione?
-
--- Come? -- esclamò Benedicite, guardando in viso il compagno.
-
--- Sì certo, quella genealogia ei non l'aveva inventata; c'era il nome
-di Guarnerio, uno dei più riputati araldi del tempo nostro....
-
--- E sia pure; -- rispose il castellano; -- ma il mio testamento val
-tutte le pergamene araldiche del mondo.
-
--- Se fosse autentico! -- soggiunse con piglio sarcastico il
-cisterciense.
-
--- Frate Gualdo!
-
--- Mastro Benedicite! --
-
-A queste due esclamazioni tenne dietro una breve pausa, durante la quale
-mastro Benedicite stette guardando attentamente fra Gualdo e fra Gualdo
-rimase imperterrito a guardar Benedicite; questi, reggendo la muta
-tranquillità del suo interlocutore, fu primo a rompere il silenzio.
-
--- Egli mi sembra, _pater reverendissime_, che voi dimentichiate un
-tratto chi io mi sia,...
-
--- No, siete voi che lo dimenticate; -- ripigliò con un insolito accento
-il cisterciense; -- ed io vo' rinfrescarvi la memoria. Voi siete il
-fratello di latte di Ruberto il taciturno; avete veduto bambino e
-cullato sulle vostre ginocchia Ugo il felice. Tutto ciò v'ha fatto dar
-di volta il cervello. Il conte Ugo vi amava, il poverino, e lasciava a
-voi molta più autorità che non si addicesse ad uno strozziere. Che dico
-strozziere? Voi non lo eravate già più che per vostro diletto, per amore
-ai falconi, non più per debito d'ufficio. In quella vece eravate voi il
-visconte, il capitano degli arcieri, il gran siniscalco, il ser faccenda
-della rôcca, nè si moveva qui foglia che voi non voleste. Quando messer
-lo conte d'improvviso morì, voi giuraste di tenere in custodia il
-castello e i dominii di Roccamàla, fino a tanto non giungesse il nuovo
-signore, che si diceva esser vivo ancora, là dalle parti di Lamagna. Ma,
-cresciuto di autorità, cresceste eziandio di superbia; e la superbia,
-_fili mi dilectissime_, ha perduto animi più forti del vostro. _Experto
-crede!_ Allora, solo ed ozioso, incominciaste ad amare un tantino di più
-le anfore e le botti e ad ubbriacarvi sette giorni per settimana....
-
--- Con voi, fra Gualdo, con voi! -- interruppe mastro Benedicite, che
-fino a quel punto non aveva potuto frenare quella ràffica d'eloquenza.
-
--- Sì, con frate Gualdo, non lo nego; ma nel vostro vino avete affogato
-la voce della coscienza, e i fumi di quel vino si sono tramutati in un
-sogno che piaceva al vostro orgoglio, in quella che recava offesa al
-buon nome di vostra sorella....
-
--- Fra Gualdo! fra Gualdo! Io perdo la pazienza....
-
--- Gittatela a vostra posta; io tiro di lungo. Come se ciò non bastasse,
-avete anco inventato un testamento....
-
--- Fatto da voi, frate Gualdo!... fatto da voi!
-
--- Sì anche stavolta, sì; io ci ho posto l'ingegno dell'amanuense. Ahimè
-frate tapino! Amavo il vin di Cipro, io, l'ippocrasto, e sedere in
-panciolle.... Giù al convento si mena una trista vita, si mangia scarse
-pietanze in salsa di paternostri; e mi pigli il canchero, il vermocane,
-se ogni altro soldato della milizia di San Bernardo, messo al mio posto;
-non si sarebbe lasciato cogliere all'esca. Fra Gualdo ha peccato per la
-gola, e ne avrà da far penitenza; ma il primo, il vero colpevole siete
-voi, perchè a voi profittava il negozio. _Cui prodest? Nonne tibi?_
-
--- Frate! -- gridò Benedicite, provandosi a star su. -- Io ti farò
-chiudere in tal chiostro che ti serva di cantina e di sepoltura!...
-
--- _Bene! optime!_ Ingrato.... calunniatore.... falsario.... fàtti anche
-omicida! --
-
-E così dicendo, il frate, di breve e corpacciuto ch'egli era, s'andava
-allungando e curvando sempre più sulla persona di Benedicite, facendolo
-rannicchiare da capo sulla scranna.
-
--- Gualdo, amico mio! -- mormorò egli, spaurito. -- Voi non mi avete mai
-parlato in tal guisa....
-
--- Perchè aspettavo il mio giorno; perchè vo' lasciarti ora, innanzi di
-partire, un ferro rovente nel cuore! --
-
-Il tapinello chiuse gli occhi per non vedere quella sinistra figura, che
-era ancora fra Gualdo e già incominciava a non esserlo. In quel mezzo,
-una voce nasale si fe' udire sull'uscio.
-
--- _Pax Domini sit semper vobiscum!_
-
-L'interlocutore di Benedicite volse lo sguardo, e vide quel che
-aspettava. Ma il nuovo venuto non s'aspettava per fermo a quello che
-vide, cioè alla sua immagine, al suo ventre, alla sua tonaca, a tutto sè
-stesso insomma, raffigurato in un'altra persona, presso la sedia del
-castellano.
-
-Frate Gualdo, l'autentico frate Gualdo, fece per moto naturale il segno
-della croce. Il suo Sosia si mise a ridere sgangheratamente. Benedicite,
-che al suono dell'amica voce aveva riaperto gli occhi, guardava l'uno e
-l'altro esterrefatto. E guardando più attentamente quello dei due che
-gli era stato tutta la mattina da fianco, lo vide farsi lungo, lungo,
-sottile, diafano, e finalmente sparire in uno scroscio di risa.
-
-Per quel dì non fu bevuto nè Cipro, nè ippocasto, con sommo dolore del
-vero fra Gualdo. Mastro Benedicite, preso dal farnetico, fu posto dai
-suoi famigli a letto. Colà, egli vedeva fiamme e diavoli da ogni parte,
-e perfino nella faccia rubizza e contenta del suo collega e complice,
-che non ne capiva una iota.
-
-
-
-
- CAPITOLO XV.
-
-
-De' progressi che avea fatto il biondo Fiordaliso nell'arte di poetare.
-
-Era una notte sullo scorcio di novembre, una notte stupendamente serena,
-e rallegrata dal mite chiarore della luna crescente. L'amica dei
-notturni viandanti, spuntando dietro al castello di Torrespina, facea
-risaltare nel limpido cielo le opache sue cime, a guisa d'un nero
-merletto su d'una veste bianca, e mandava uno sprazzo di luce sul
-sentieruolo, che, costeggiando il fosso, saliva fino in capo all'erta
-dov'era l'antico mastio della rocca.
-
-Per quel sentieruolo andavano di buon passo salendo due uomini, chiusi
-nelle loro cappe di pannolano, imperocchè l'aria notturna incominciava a
-pungere, sugli Appennini.
-
-Andavano, ho detto, di buon passo, ma non di buona voglia ambedue; chè
-l'uno pareva trascinar l'altro quasi riluttante, o almeno infastidito di
-quella briga ch'ei si era tolto di seguire il compagno. Come furono
-giunti a mezza l'erta, il primo si fermò, e additando il muro del
-castello dov'era aperto un verone illuminato, disse al vicino:
-
--- È là! Madonna s'è ridotta nelle sue stanze. Qui possiamo saltare nel
-fosso, che andando più oltre potremmo essere scorti da qualcheduno. --
-
-L'altro, come non avesse inteso lo invito, stava fermo a guardare il
-verone.
-
--- Coraggio, figliuol mio! qui si parrà la tua fortezza d'animo. Molto
-io t'ho detto, e più ancora ti resta a vedere.
-
--- Ma come? -- disse l'altro, senza muoversi tuttavia. -- Egli
-ardirebbe?....
-
--- Oh bella, e perchè non vuoi tu che egli ardisca, se madonna
-acconsente? Messer Corrado è da sei giorni alla corte d'Ivrea; ella è
-rimasta a Torrespina, a cagione di una infermità che non saprei dirti.
-Nel viluppo delle malattie femminili non ci trova il bandolo nemmanco il
-demonio. Basta, eccola laggiù, l'inferma! La sua ombra si fa scorgere
-nel vano della finestra. --
-
-Infatti, era lei; Giovanna si avanzava sul verone, a respirare la fresca
-aria della notte. Avvicinatasi alla balaustrata, si assise, appoggiò il
-mento nella palma della mano, e rimase atteggiata per modo che il suo
-bel volto apparve intieramente rischiarato da un raggio di luna. Su quel
-raggio per fermo venìa difilato un genio notturno, a baciare quel viso
-divino, e forse era lo stesso Oberone, che per lei dimenticava Titania e
-le caste gioie del talamo.
-
--- Come è bella! come è bella! -- esclamò uno dei due, tendendo a quella
-volta le palme.
-
--- Zitto! ecco l'altro che viene. Suvvia! non ti lasciar stregare, e
-scendiamo nel fosso. --
-
-Così dicendo, il Mèntore, pigliato per un braccio l'amico, lo trasse con
-sè fino all'orlo del fosso, ove calarono prestamente ambidue, andando a
-nascondersi dietro uno svolto di muro. Gli era tempo, imperocchè un
-cavaliere, dalla persona snella e dal pronto passo, giungeva sul ciglio,
-appunto in quella che i due si appiattavano, e, dopo aver agitata una
-sciarpa di zendado, spiccava un salto al basso, e correva sotto ii
-verone.
-
-Uscito appena dalla penombra in cui era nascosta una parte del fosso, i
-contorni del suo volto apparvero distinti allo sguardo scrutatore de'
-due primi venuti. La luna rischiarava i biondi capelli inanellati, sui
-quali posava una picciola berretta piumata, le apollinee forme del
-petto, piuttosto messo in mostra che coverto da una leggiera saracina,
-la spigliata e graziosa andatura delle gambe, chiuse in molli calze
-divisate di seta, e le mani impedite dalla spada e da un liuto, arnesi
-che aveva dovuto sollevare dal fianco, innanzi di spiccare il suo volo.
-
--- Ve' come si è fatto aitante della persona e di bella guisa! --
-susurrò il Mèntore nell'orecchio all'amico. -- Cinque anni son presto
-passati, e il fanciullo è diventato uomo, proprio come
-quell'Anselmuccio, che oggi, la tua mercè, si godrà in pace il retaggio
-di Roccamàla. Un bel cavaliero, in fede mia, e non mi fa stupore che
-madonna se ne sia avveduta. L'uomo è fatto per la donna e tuttedue per
-mettere il diavolo alla prova. Ma ecco, egli dà di piglio
-all'istrumento; or vediamo s'egli abbia progredito nell'arte di poetare;
-chè invero quella sua ballata di cinque anni or sono, la non valeva un
-frullo, ed io gliel'ho lodata da fratello in Apolline, vo' dire per
-misericordia. --
-
-La voce di Fiordaliso, chè era egli infatti, interruppe le chiacchiere
-con cui Aporèma andava trafiggendo lo spirito d'Ugo, di quel conte Ugo
-che dovea passare alla posterità con l'appellativo di felice. Ed ecco
-che cosa cantò, salendo soave al verone dove era assisa Giovanna, la
-voce del biondo Fiordaliso:
-
- -- Un giorno mi piacque
- Di gaie canzoni
- Il folle concerto
- Tra' colmi bicchier;
- O, lente le redini,
- E fermo in arcioni,
- Spronare all'aperto
- L'ardente corsier.
-
- Or vinta dal tedio
- È l'anima mia;
- Di strano languore
- Morendo sen va.
- Ah, contro l'effluvio
- D'arcana malía,
- Il povero core
- Difesa non ha! --
-
--- Povero cuoricino! e' mi strappa le lagrime! -- borbottò fra i denti
-Aporèma.
-
-Ugo non disse verbo; ma ciò che dentro sentisse chiarì ad Aporèma la sua
-mano, che convulsivamente gli strinse il braccio, accennandogli di non
-interrompere il canto.
-
-Fiordaliso, che non sapeva di avere così numeroso ed attento uditorio,
-ma che non pensava a rallegrare altri orecchi fuor quelli dalla divina
-Giovanna, così proseguì la ballata:
-
- -- Smeraldo vivissimo
- D'angelici lumi
- Io vedo tra i cento
- Doppieri brillar;
- Galoppo e nell'aria
- I noti profumi
- D'un crine mi sento
- Sul viso spirar.
-
- Gioite, è vostr'opera,
- Gentile mia fata;
- Ma sensi più umani
- Vi parlino al cor!
- Vi prega d'un farmaco
- La mente turbata....
- Amore risani
- Il male d'amor. --
-
--- Ah! ah! -- soggiunse ghignando Aporèma. -- Un'inferma lassù e un
-infermo quaggiù. Togli lo spazio che li divide e saranno due sani.
-Madonna, se Iddio vi aiuti, usategli misericordia e mandategli il
-dittamo per le sue piaghe. Bene, del resto, bene! ei mi s'è fatto poeta
-daddovero e voglio congratularmene seco lui.... Ah, eccolo finalmente,
-il farmaco aspettato! E' scende pietoso, con la velocità d'una carta
-legata ad un sassolino. --
-
-Così dicendo, Aporèma uscì carponi dal suo nascondiglio.
-
-Frattanto un involto di piccola mole era caduto dall'alto del verone a'
-piedi di Fiordaliso, e cinque dita raccolte alle labbra della divina
-ascoltatrice dei suoi versi gli mandavano un bacio. Il cantore era
-rimasto estatico a raccogliere il bacio; donde avvenne che non si
-chinasse subito a raccogliere il messaggio, e quando, sparita la dama
-dal verone, si volse per farlo, una mano traditora già l'avesse
-ghermito.
-
-Come si rimanesse Fiordaliso al non trovar più l'involto, che pure avea
-veduto cadersi a' piedi, lascio che vel pensiate voi, o lettori. La luna
-s'era poco dianzi nascosta dietro un querceto, e l'oscurità non gli dava
-modo di veder molto lunge; tuttavia, guardando istintivamente dintorno a
-sè, gli parve di scorgere un'ombra che sgattaiolasse verso lo svolto del
-muro.
-
-Animoso qual era, trasse incontanente il pugnale e si avventò da quella
-banda. L'ombra nera gli si fece ritta dinanzi; ei s'avvinghiò
-rabbiosamente a quel corpo, e giù colpi alla disperata. Ma nulla! la
-punta del suo pugnale si rintuzzava su quel petto, e migliaia di
-scintille sprizzavano dagli inutili colpi.
-
--- Chi sei tu? -- gridò egli allora, balzando indietro esterrefatto.
-
--- Sempre poeta! -- rispose l'altro, ridendo. -- Voi già vedete una
-stregoneria dove non c'è che un giaco di assai buona tempera. Io porto
-sempre quest'arnese sotto il farsetto, per custodirmi dalle furie dei
-poeti come voi. La è questa una consuetudine che io vi consiglio del
-pari, imperocchè adesso potrei rendervi pan per focaccia, e voi lasciar
-qui la vita come un cane, dopo aver cantata come un cigno la vostra
-ultima canzone. Una leggiadra ballata, in verità, e se voi mi
-uccidevate, non avrei potuto darvene quella lode che vi si addice. Bene,
-per Dio, giovinotto; _se tu segui la tua stella_ (ve lo dirò con un
-poeta che non l'ha scritto ancora) _non puoi fallire a glorïoso
-porto_. --
-
-Fiordaliso tremava a verghe; quella voce stridula e quel piglio beffardo
-non gli erano ignoti. Ancora non sapeva raccapezzarsi, ma un arcano
-terrore gli serpeggiava per tutte le vene.
-
--- Messere, -- si provò egli a dire finalmente, -- voi avete posto mano
-su d'un involto che non era per voi.
-
--- Nè per voi, messer Fiordaliso, e certo sta meglio nelle mie mani che
-nelle vostre. Sareste voi per avventura uno di que' giullari da dozzina,
-i quali vanno attorno, di corte in corte, di monte in piano, a rallegrar
-le brigate con le loro coble e sirventesi, per farsi pagare di poi?
-
--- Che volete voi dire?
-
--- Che quella borsa, gittatavi da Madonna Giovanna di Torrespina, non è
-fatta per voi, trovatore di alto grido, vincitore di giostre alla corte
-di Napoli e armato cavaliero da Ataulfo imperator di Lamagna. Madonna ha
-fatto gramo giudizio di voi, pagandovi per tal modo un'ora di sollazzo.
-Voi, nobil cantore, spregiate l'oro e lasciate che ne goda un povero
-menestrello. Non lo credete? Sono anch'io, ve lo giuro pel re David,
-nostro santo patrono, un cultore della gaia scienza.... Non del vostro
-valore, s'intende, non del vostro valore.... Io, a dir vero, non ho
-ricevuto mai in premio una collana d'oro, come voi, cinque anni or sono,
-dal vostro signore, dall'amante di quella gentil dama, a cui testè
-chiedevate un farmaco per il male d'amore.
-
--- Ah! -- sclamò Fiordaliso, che avea finalmente riconosciuto Aporèma.
--- Il pellegrino di Roccamàla! --
-
-E cadde al suolo, tramortito dallo spavento.
-
--- Il bighellone! Mi ha riconosciuto alla perfine; gli era tempo! Ugo,
-figliuol mio, che fai tu ora? Animo, animo! Non vedi lassù.... da quel
-verone?....
-
--- Io non vedo nulla. La luna è nascosta....
-
--- Guarda più attentamente; c'è lassù un'ombra bianca. La vedi tu ora?
-Sta bene; e sai tu che faccia?
-
--- Or via, dillo, che fa?
-
--- Rafferma alla balaustrata una.... Mi duole in verità di avertelo a
-dire; ma, tanto e tanto, l'avevi a sapere.... Anche questo messaggio può
-fartene testimonianza....
-
--- Ma dimmi, alla croce di Dio, che fa ella ora?
-
--- Oh, una cosa da nulla! Le sue mani delicate raffermano il capo di una
-scala di seta, che spenzola nel fosso.
-
--- Ah! per costui? -- urlò conte Ugo, mordendosi le mani.
-
--- Per costui! chi lo dice? -- soggiunse Aporèma. -- Se ti dà l'animo,
-potrà essere per te.
-
--- Per me? in qual modo! -- chiese il giovane trasognato.
-
--- Sì certamente, per te! Suvvia, avventurato Fiordaliso! -- disse
-Aporèma, percuotendolo con dolce dimestichezza sull'omero. -- Voi siete
-nato vestito, e ancora non ve ne siete avveduto!
-
--- Fiordaliso!... che dici tu mai?
-
--- Dico, e puoi sincerartene dal capo alle piante, che tu se' biondo,
-che porti sulla zàzzera una berretta piumata, che indossi una saracina e
-le calze divisate di seta, che sei cresciuto di tre pollici, e che hai
-tra mani un liuto.... ma questo puoi lasciarlo in basso, che oramai non
-ti sarebbe d'alcun giovamento lassù, e potrebbe anco tornarti d'impaccio
-nella tua corsa da scoiattolo.
-
--- Ah! -- gridò conte Ugo, a cui balenò negli occhi un lampo di gioia
-sinistra.
-
-E piantato Aporèma accanto al corpo dello svenuto, s'inoltrò verso il
-verone, donde infatti spenzolava una tenue scala di seta.
-
-
-
-
- CAPITOLO XVI.
-
-
- Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali.
-
-La bella castellana era seduta nella penombra della sua camera, di
-ricontro al verone, in atto di donna che pensi.
-
-A che pensate, madonna? A nulla, per fermo. Quel momento che precede
-l'arrivo e il primo bacio dell'uomo amato, non è invero da lunghi
-pensieri, nè da soliloquii di coscienza, e gran mercè se il passato può
-scorrere, immagine fuggitiva e sbiadita, dinanzi agli occhi dell'anima.
-Il pensiero è geloso come un sultano; vuol esser solo a regnare.
-
-Ma pensate voi mai? Vi giova egli alcuna volta raccogliervi da sola a
-sola con questo interno signore che non patisce rivali, con questo
-giudice che fa salire alle guance le vampe del rossore non visto, con
-questo accusatore che parla le tristi e le dure verità, con questo
-tormentatore che fa dar volta dolorosamente sul più molle de' guanciali,
-che ronza e morde, molesto, ostinato, come la zanzara, nelle lunghe,
-interminabili ore di una notte d'estate?
-
-E a cui non avviene di pensare in tal modo, di soggiacere a questo
-incubo? È la legge comune dei nati dalla creta; e voi pure siete di
-creta, o angelo di bellezza: voi pure sentite i mali dell'umanità, e i
-rimorsi del cuore.
-
-Orbene, in quelle ore solitarie, non pensaste voi mai ad Ugo di
-Roccamàla? La sua pallida figura non vi si offerse mai alla mente,
-spiccata come un'immagine del sogno, gli occhi atteggiati ad un muto
-rimprovero?
-
-Ahimè, madonna! Dove n'andò quella virtù severa, virtù più bastionata
-ancora del vostro castello, virtù che si lasciava ammirare, adorare
-eziandio, ma sempre fuori del tratto della balestra? Come lungi da quel
-tempo! E per che, poi, e per chi? Per qual filiera di ravvedimenti, la
-dea, crudele co' buoni, è giunta a farsi pietosa co' tristi?
-
-Ahi, cuore umano! ahi, cuore della migliore tra le donne!
-
-A lui, schietto e gentile amatore, nulla! Lo amavate, diceva ognuno, e a
-voi pure pareva. Era bello, possente, dalle donne desiderato, dagli
-uomini temuto, e vi piacque lasciarvi amare da lui. Certo, se altri
-avesse chiesto in mercè di poter baciare più oltre della vostra mano
-regale, i vostri occhi avrebbero mandato lampi di sdegno; laddove a lui,
-a' suoi preghi, a' suoi confessati dolori, soleva rispondere un angelico
-riso, il quale non dava e nemmanco toglieva la speranza. Questa era la
-gran differenza tra lui e il volgo de' vostri corteggiatori; le
-conseguenze, pari. E lo amavate!
-
-Più assai dell'estinto s'ebbe Morello di Monferrato, falcon pellegrino
-che vi trascorse un giorno da lato, e strappò, passando, uno spicchio
-dal vostro cuore.
-
-Più assai d'ambedue dovrà oggi ottenere un nuovo venuto, un traditor
-dell'antico, quegli che al pari d'Ansaldo di Leuca dovrebbe farvi
-risovvenire di Ugo?
-
-Ma, ohimè! Noi si dimentica. La nostra fibra non regge alla tensione
-degli affetti. Soventi volte dissimuliamo sotto il nome di amore una
-ebbrezza del senso, e quando l'ebbrezza è svaporata, diamo cagione al
-tempo della morte d'amore. Il tempo! povero tempo! Gli antichi lo
-accusarono di mangiare i suoi figli; ora i suoi figli lo addentano con
-ogni maniera di calunnie. Oh almanco la creta vile non cercasse scuse
-all'oblio! Ma no; ella che ha mestieri di credersi alito di Dio
-immortale, ella che dimanda superbamente l'eternità dopo la morte, e non
-sa concederla poi nella vita agli affetti, ella ha scoperta
-l'assoluzione del più grave tra tutti i peccati, l'oblio, non nella sua
-propria fragilità, ma nella forza delle cose. Non vedete come tutti
-fanno? Se dimentica Fiordaliso, perchè non dimenticherebbe Giovanna?
-Così, reputandoci angioli, e superiori ad ogni altra creatura nel volo,
-amiamo, quando ci torni, reputarci tutti di una forza e d'una misura
-nella caduta; così la colpa nostra chiede la scusa ed accetta l'esempio
-nella colpa d'un altro.
-
-Per Fiordaliso adunque, per questo tornitore di versi leggiadri,
-oscurato il raggio della severa virtù, la domestica quiete turbata,
-accolte con grand'animo le ansie, i terrori della colpa! Qual nuovo
-pregio lo facea degno di un tanto olocausto? Una simigliante voluttà di
-acri profumi, che Ugo avrebbe volentieri pagata col sagrifizio della
-vita presente e delle speranze future, Fiordaliso la otterrà dunque per
-nulla?
-
-O donne, a cui date troppo spesso il cuor vostro! O migliore delle
-donne, come vi siete fatta pari alla moltitudine delle figlie d'Eva! O
-angelo, come avete perdute le ali!
-
-Ma infine, povera donna! E perchè Ugo non seppe aspettare? Ella era
-sull'alba degli affetti; il cuor suo era tocco, ma le voci arcane che
-comandano di amare non avevano ancora parlato. Perchè morì egli? perchè
-non attese?
-
-Morello venne, e turbò, non il suo cuore, l'anima sua; la turbò perchè
-era un nobile garzone; la turbò dolcemente perchè aveva difeso la
-memoria d'un caro estinto contro le villanie d'un uomo dappoco.
-
-Ella per fermo non aveva mai amato Ansaldo di Leuca, nè altri, nè altri!
-Che si domanda di più ad una donna? Che abbia a morire, perchè un uomo è
-morto? Di simiglianti tragedie si sono già viste; ma la scienza dirà che
-l'aneurisma e la tisi presuppongono il male preparatore, di guisa che
-una testimonianza di più fine sensibilità non sarebbe altro che
-l'effetto di un guasto dell'organismo.
-
-Suvvia, che volete di più? Chiedete la continuazione dell'amore dopo la
-morte? Vorreste venire la notte, vampiri, a riposarvi sul cuore della
-superstite e suggerle il sangue? Non vi basta ch'ella si condanni alla
-solitudine?
-
-E la solitudine, vedete, è traditrice; abbiate dunque misericordia. Egli
-è nella solitudine che l'anima va trascinata in balìa dei sogni fallaci.
-Una donna, fatta segno all'amore di taluno, è sempre alle difese;
-combatte, perchè il pericolo è presente, armato di tutte le sue
-lusinghe, di tutti i suoi incantesimi. Ma lasciatela sola, lungamente
-sola. Il sapere che nimici non incalzano al vallo, rallenta la vigilanza
-del presidio. Si spalancano le porte, giova uscire all'aperto, vedere i
-deserti accampamenti. Qui fummo stretti! qui potevamo cedere! E allora
-venga pure, ci sopraggiunga il pericolo; il cavallo di legno fa quello
-che non aveva fatto Achille, nato di Dea, nè il Tidide, nè il Telamonio;
-l'occasione afferra e carpisce quello che un affetto ardente, verace,
-profondo, non aveva potuto ottenere.
-
-Così cade la donna; così cadeva Giovanna, la miglior delle donne.
-
-Angioli del domestico lare, celatevi il volto! Il verone è superato;
-un'ombra nera scende dalla balaustrata; l'aspettato è giunto.
-
-Fu scritto che un gran dolore è muto; e un grande amore io credo sia
-muto del pari. Il giovine innamorato cadde alle ginocchia di lei, e
-rimase a lungo in quella postura, estatico a contemplarla. Dalle prime
-angosce di un colloquio, da que' naturali ritegni del pudore che è
-l'ultimo ad abbandonare la donna, la sciolse un nembo di baci, o più
-veramente un bacio solo, ma lungo, errabondo, che volea dirle: perdonate
-a me, perdonate a voi stessa. L'adorazione vince la vergogna della
-caduta. La donna non è più angelo; ma che importa, se, in cambio
-d'angelo, è dea?
-
-O voluttà, voluttà dell'anima, che precorri e fai più divina,
-ritardandola, quella dei sensi! In queste ore celesti, la donna è sulla
-terra quello che la divinità sull'altare. Soventi volte, l'amante è
-Pigmalione che adora l'opera delle sue mani; altre volte è un felice,
-che, giunto a sollevare il lembo del velo d'Iside, aspetta animoso la
-morte, pur d'essersi inebbriato nella contemplazione di ciò che non
-videro mai gli occhi del volgo profano. Ma, comunque sia, quella donna
-si vede, si ode, si sente adorata, nella forma e nella sostanza; dea sul
-piedestallo, scorge un giovine ed amato sacerdote che le si prostra, le
-inonda il piè divino di baci e di lagrime, e le riflette nella sua
-l'adorazione di una moltitudine che il suo sguardo trapela fra mezzo una
-nube d'incenso. I desiderii s'innalzano a lei, soavi odori di mirra
-eletta, e la inebbriano; ogni sguardo di quegli occhi peritosi ma
-ardenti, ogni tocco di quelle mani paurose ma dardeggianti elettriche
-scintille, dice a lei che è la divina delle donne, che nessun'altra al
-mondo è amata, adorata, venerata al pari di lei. Ardono i ceri
-tutt'intorno; l'incenso sale in fumanti spire fino alla volta del
-sacrario; le canne di un organo invisibile sciolgono celesti armonie;
-come potrebb'ella ravvisarsi angiolo caduto, in quell'oceano di
-splendori, di fragranze e di suoni?
-
-Nè manco felice, nè manco inebbriato è il sacerdote. Ogni parola che
-esca dalle labbra della dea, è una musica ineffabile; ogni sguardo che
-si posi su di lui, è un raggio di luce; l'alito che scende a carezzargli
-la fronte, è un'aura di paradiso; da tutta quella persona, dai veli che
-l'adornano, dall'aria stessa che la circonda, si svolge un incognito
-indistinto di mille odori, una soavità di promesse, una novità di arcane
-attrazioni, che fanno raggiar gli occhi, precipitare il sangue,
-sprigionarsi tutte quante le forze dell'esistenza e sciogliersi dintorno
-a lei in un palpito di solenne agonia.
-
-Ore dolci, ore divine di un colloquio che nulla turba, nè sguardo
-importuno, nè minaccioso rumore di passi vicini! Ore in cui l'anima,
-sciolta d'ogni sospetto, si espande rigogliosa e distende i rami
-flessuosi, all'ombra de' quali due vite confidenti riposano! È sonno o
-veglia? È vita o visione? E quei nonnulla che labbro mormora a labbro,
-che l'orecchio non ode e che la bocca respira! E il bacio traditore che
-improvviso scocca e confonde le due esistenze!...
-
-Angioli del domestico lare, celatevi il volto!...
-
-Giunse l'alba, e con l'alba un gran dolore nell'anima del felice.
-Sollevandosi per condurre la donna a respirare la fragranza del nascente
-mattino, vide la faccia sua riflessa nella spera metallica che pendeva
-dalla parete. E' ricordò per quale inganno fosse penetrato lassù, e qual
-virtù vendicatrice in lui fosse.
-
-Il volto del felice garzone non era ancora quello di Ugo, ma non era già
-più quello di Fiordaliso.
-
-E allora gli scese nel cuore una immensa pietà per quella donna, che
-perduta pendeva dal suo braccio. Sentì quel cuore palpitare di rincontro
-al suo braccio. Quella bocca, che egli aveva divorata coi suoi baci,
-sospesa al suo omero, ripeteva ancora sommessamente: ti amo!
-
--- La ucciderò io, discoprendomi a lei? Ugo di Roccamàla, giustiziero di
-uomini, fulminerà il suo sdegno contro una donna? contro questa creatura
-così fragile, ma pur così bella? --
-
-E mentalmente chiese una grazia ad Aporèma.
-
--- La mia è anima tua, demonio, ma non uccider costei, ma lasciami
-ancora un istante il volto di Fiordaliso!
-
--- Fanciullo! -- mormorò una voce nell'aria.
-
-Egli crollò le spalle al sarcasmo; si guardò da capo nella spera, e mise
-un respiro.
-
-Ella alzò gli occhi turbati, e, mettendogli le braccia al collo, gli
-disse:
-
--- Che hai tu, mio dolce signore?
-
--- Nulla; io penso che tu sei bella, divinamente bella. Vedi, guarda là
-dentro! --
-
-E le accennava la spera.
-
-Ella rivolse da quel lato la faccia ridente, ma senza toglier le braccia
-dal collo di lui.
-
-E la spera, illuminata dolcemente dai barlumi dell'alba, riflesse un
-sorriso, un amplesso ed un bacio.
-
-
-
-
- CAPITOLO XVII.
-
-
- Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari.
-
-La sera del 29 novembre, sesto anniversario dello arrivo del romèo alla
-mensa di Ugo il felice, era giunta.
-
-Il cielo buio incombeva come una cappa di piombo sui bastioni di
-Roccamàla. Il tuono brontolava nell'aria; spessi lampi solcavano
-quell'ammasso di negri vapori; la tempesta era vicina.
-
-Nella torre del Negromante nulla era mutato. Lo stipo dalla fascia di
-ferro, il letto dalle nere colonne, il seggiolone di velluto dalle
-borchie dorate, ogni cosa, insomma, era al suo posto consueto.
-
-Senonchè, cosa inusitata e non più vista da sei anni, nella triste
-camera la lucerna era accesa, e nel seggiolone di velluto era assiso, o,
-a dire più veramente, sprofondato, un giovine pensieroso.
-
-Giovine! Tale almeno appariva dalla snellezza delle membra e dal lampo
-degli occhi. Ma i capegli erano imbiancati da un verno precoce; ma un
-fascio di rughe gli solcava il mezzo della fronte, mostrando
-sopracciglio raccostato a sopracciglio per effetto di interna
-convulsione; il suo viso pallido e smunto era d'uomo pur mo' uscito
-dalla tomba, anzichè vissuto nel consorzio dei suoi simili.
-
-E bello cionondimeno era quel viso; bello per la severa nobiltà dei
-contorni, bello per l'aria di profonda inconsolabile tristezza onde era
-come velato, bello per il raggio della mente che traluceva dagli occhi,
-e tutt'intorno appariva giustamente diffuso.
-
-Il labbro inferiore proteso in atteggiamento d'infinita amarezza, i
-pugni stretti sui bracciuoli della scranna, gli occhi fisi in un punto
-ignoto, egli pensava. Ed ecco i suoi pensieri quali erano:
-
-«Nessuno è felice quaggiù.
-
-«L'uomo nasce maledetto: le sacre carte dissero il vero. Egli è plasmato
-di fango; e di ciò non si dubita. Egli è avvivato da una particella
-dello spirito di Dio; e ciò non è vero, le sacre carte hanno mentito.
-
-«Invero, se l'invisibile nume avesse spirato in questa sordida creta
-alcuna parte di sè, ei non l'avrebbe fatta in pari tempo malvagia; le
-avrebbe dato un'anima per intendere il vero, non per vagar di continuo
-d'errore in errore; le avrebbe dato un cuore da affinarsi nell'amore e
-nella ricordanza, non da invilirsi nell'odio e nell'oblio.
-
-«O non saremmo noi piuttosto lo effetto di una grande baldoria d'ignote
-possanze? Ecco, in apparenza, ci ha fatti germogliar dalla terra il
-caso, quegli che è quel che non è, quel negativo eterno male divinizzato
-dagli antichi, il quale ha fatto volare il germe della pratellina
-accanto a quello della parietaria nel crepaccio d'un muro. E forse, non
-dissimilmente da me, non previsto nè meditato frutto di un istante
-d'ebbrezza, il cielo, la terra, e tutto quanto essa contiene, non sono
-che il frutto degli amori del nume ignoto con la nota, ahi! troppo nota
-materia, frutto a cui egli non avrà badato più che tanto, dopo la sua
-apparizione nel vuoto.
-
-«Comunque ciò sia, la materia ci è madre, noi riteniamo di lei!
-Pensanti! come? perchè? più, forse, e meglio della bestia? No,
-diversamente; ecco tutto. L'uomo non è il leone, per ciò solo che il
-leone non è uomo. Siamo i migliori, sì veramente; ce ne fa accorti il
-soffrire. La virtù del pensiero e della parola, congenita in noi, ci fu
-aguzzata via via dalla turpe necessità. La guerra per la vita è
-l'origine del verbo; il quale in principio _non era_.
-
-«Viviamo, siccome la farfalla, la nostra vita d'un giorno; ieri
-vermicciuolo, oggi larva, domani crisalide, quindi verme da capo, senza
-curarci del giorno di poi; cercando talvolta e non trovando mai il
-perchè.
-
-«Siamo tristi? Forse neppure cotesto; siamo soltanto figli della
-materia, fragili al pari di lei. E v'hanno forse eccezioni? Nemmanco;
-vasi meglio costrutti, di più delicata fattura, può essere; perfetti no.
-Tutti abbiamo l'egoismo nel mezzo del cuore, coi sette peccati capitali
-che gli fanno onorato cortèo. Temperati, paion virtù; appunto come
-avviene di lui, sovrano di tutti.
-
-«La virtù! Donde è nata? È ella una forma della nostra mente? No, gli è
-assurdo. Noi i quali non sappiamo far altro che copiare, o raffazzonare
-in altre guise ciò che è in noi o si specchia in noi, non possiamo di
-certo aver tratto una forma nuova, assoluta, da ciò che è relativo; nè
-mai potremmo far sorgere ad esemplare della vita quello che in noi non
-esistesse e non comandasse dapprima. Esiste, sorride a noi l'esemplare
-della virtù; essa dunque non è una nostra finzione.
-
-«Il filosofante la negherà, argomentando ch'ella non è un concetto
-assoluto; che qui assume una forma, là un'altra, per conseguenza non è
-che un modo di vivere, mutevole secondo i luoghi, i tempi, i costumi.
-Egli vi ebbe infatti una gente che soleva ardere i cadaveri dei parenti;
-un'altra che solea seppellirli; un'altra ancora che li uccideva, per
-sottrarli ai mali della vecchiezza; e tutte operavano per reverenza ai
-maggiori, e quella che in un modo faceva, gli altri reputava inumani.
-L'argomentazione non regge. Tutti quei modi svariati concordavano in
-cotesto, di rendere omaggio agli antichi; il concetto era dunque uno,
-superiore alle forme diverse della sua manifestazione.
-
-«Contraddico a me stesso? Non mi pare. Io non ho già negato Dio; ho
-detto che non lo intendo, e che non intendo le cagioni dell'esser mio.
-
-«Ma se la virtù esiste, perchè non c'è egli un uomo, un sol uomo che si
-conformi a lei? Se Dio ci ha creati, se ci ha spirato il suo soffio,
-perchè non ci ha fatti migliori? Questa virtù, è specchio di un passato
-distrutto da una colpa nostra? È adombramento di un atteso e preparato
-futuro? Giungeremo al vertice, o tutto è infinito, anche il nostro andar
-tentoni nei secoli?
-
-«Ah, povero spirito, che cerchi? Ecco, io non so ancora quel che io mi
-sia, e già chieggo quel che sarò!
-
-«Intanto, io soffro; intanto io sto per morire. La fede, questa fallace
-compagna della vita, mi ha preceduto nell'abisso. Credevo, ed ho
-veduto.... ho veduto! E avventurato ancora tra gli altri, i quali vivono
-nell'inganno, stolti! e non ardiscono guardare più oltre, simili al
-fanciullo che in una notte tempestosa si rimpiatta sotto le coltri, per
-non iscorgere il bagliore dei lampi!
-
-«L'esperimento ha trascorso i confini segnati alla umana natura. È un
-male? Forse. Noi siamo dannati all'apparenza delle cose. Ma perchè si
-svegliò in me questa sete di verità? Perchè, sire Iddio, m'avete indotto
-in tentazione, per modo che io volessi scrutare i cuori e le reni di
-coloro che io proseguiva della mia amicizia, del mio amore e dei miei
-benefizi? Ecco ora, li ho conosciuti alla prova; erano fragili e tristi.
-E poi? Sono forte io? sono migliore? Altro mistero! Mistero! sempre
-mistero!...
-
-«Aporèma, che ne sai tu?...» --
-
--- Nulla! -- rispose una voce, che, quantunque invocata, fe' trasaltare
-Ugo di Roccamàla.
-
-E dopo quella parola, insieme con la luce di un lampo e col fragor d'un
-tuono, comparve nella camera del Negromante il fido Aporèma, non sotto
-la forma del romèo, nè di Rambaldo di Verrùa, nè di frate Gualdo,
-sibbene sotto quella splendidissima, abbagliante, dell'arcangelo
-fulminato nei cieli.
-
-
-
-
- CAPITOLO XVIII.
-
-
- Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come lo si
- dipinge.
-
--- Anzitutto, diss'egli, -- tu non mi chiamerai più con questo misero
-nome di Aporèma.
-
--- E perchè? -- dimandò conte Ugo.
-
--- Perchè così sogliono chiamarmi i profani. Aporèma (_sive dubium_,
-direbbe un commentatore) è nome mondano, che mi serve per viaggiare
-incognito. Il vecchio di lassù me lo ha imposto, dopo una certa
-puntaglia che abbiamo avuto a sostenere tra noi, e nella quale egli, in
-cambio di buone ragioni, m'ha risposto saette. Il nome che piace a me,
-che ho avuto da principio, e che riavrò un giorno per fermo, è quello di
-Helel.
-
--- Helel! Non significa dubbio?
-
--- No, significa luce, apportatore di luce.
-
--- Ah, invero, tu l'hai portata, la luce! -- esclamò conte Ugo. -- Lo
-sperimento è stato fatto, ed hai vinto.
-
--- Ed ora tu maledici al mondo?
-
--- Perchè lo conosco, e posso ripetere oramai con re Salomone: vanità
-delle vanità, ed ogni cosa è vanità.
-
--- Or bene, segui l'esempio di Salomone, vivi e sorridi; ammetti ogni
-cosa e non credere a nulla; godi di sapere, e di comandare agli
-elementi; disprezza gli uomini e adoprali a procacciarti quel che ti
-giova; non metter tua fede nell'amor di una donna ed amane mille.
-
--- Vivere pel senso? Affè, non mi garba! -- rispose Ugo, crollando la
-testa. -- C'è la sazietà in fondo alla coppa di tal piacere a cui la
-voluttà dell'anima non conferisca il suo pregio. Sapere che una cappa è
-sconcia, e seguitare ad indossarla; passeggiare nel fango e
-inzaccherarmi i calzari.... nauseabonda esistenza! Odimi; o che io non
-sono più saldamente convinto del re sapiente, o ch'io non son così forte
-da reggere al paragone; in ogni modo non vo' durarla com'egli. --
-
-Ciò detto, conte Ugo si sprofondò vie più nella gran seggiola di velluto
-e vi rimase taciturno, col mento sul petto e gli occhi a terra.
-
-Lo spirito gli si accostò, si curvò amorevolmente sulla spalliera e gli
-parlò in questa guisa:
-
--- Ti ho fatto un triste dono, e adesso l'hai contro di me!
-
--- No, Helel, no, alla croce di Dio! -- rispose conte Ugo, volgendosi a
-lui concitato. -- Io rendo grazie a te, che m'hai mostra la verità,
-qualunque ella sia. Ho a dirti di più? Fossimo pure sei anni addietro,
-in questa notte medesima, io tuttavia sarei pronto a bere il rosso
-liquore dell'anello di Aporèma. --
-
-A queste parole, Helel atteggiò le labbra ad un dolce sorriso.
-
--- Mi gode l'animo, -- ei disse, -- nello udirmi a ringraziare da
-alcuno. Ciò m'accade ogni cent'anni una volta. I tuoi simili, per
-solito, non sanno che maledirmi. Fatico per essi come un bue sotto il
-giogo: vogliono ad ogni costo che io li faccia sapienti; poi; quando
-hanno capito il giuoco, mi gridano la croce addosso, come se fosse colpa
-mia che il giuoco è siffatto. Tu sei un uomo, Ugo di Roccamàla; dovresti
-vivere e sorridere.
-
--- Non posso, ed amo meglio darti ciò che ormai ti appartiene.
-
--- Ah, baie! Tu m'hai profferto la tua vita per pietà della vita di
-quella donna.... Ma io non la voglio; io mi contento ad ammirare la tua
-magnanimità. Tu hai regalmente pagato una notte di gioie avvelenate.
-
--- Helel!...
-
--- Orbene, dimmi di no! Non eri tu per diventare, al primo lume
-dell'alba, Ugo il vendicatore, una vera testa di Medusa, che avrebbe
-fatto rimanere quella donna di pietra? Eri per farlo; il dovevi; questi
-erano i patti. Non l'hai voluto; il tuo sdegno, implacato cogli altri,
-s'è sciolto dinanzi al rossore di una donna, e mi hai chiesto una
-grazia....
-
--- Per la quale ti ho profferto l'anima mia! -- interruppe Ugo.
-
--- Sta bene, -- soggiunse Helel, -- e fu mercede regale. Perchè ti duole
-che io lo ponga in sodo, se è vero? --
-
-Ugo non seppe risponder più verbo; ma il suo labbro, seguendo un intimo
-pensiero, mormorò sommessamente: -- povera donna!
-
--- Sì, povera donna, tu l'hai detto! -- continuò lo spirito. -- Povera
-donna, invero, poiché oggi ella vedrà Fiordaliso, Fiordaliso che non si
-è mosso fino all'alba dal luogo ove cadde svenuto, Fiordaliso che ha
-riconosciuto il suo diabolico competitore nella gaia scienza, Fiordaliso
-che ha letto, poichè io gliel'ho lasciato da' piedi, il messaggio di
-lei, e le chiederà perdonanza di non avere scalato il verone....
-
--- Ah! -- sclamò Ugo atterrito. -- Ed ella?...
-
--- Ella! -- sentenziò lo spirito della luce. -- Il morir subito le
-sarebbe ventura.
-
--- Helel! te ne supplico!... Vedi, io stringo le tue ginocchia. Non ho
-più nulla a profferirti; ma se avessi cento vite e cento anime, io le
-porrei a' tuoi piedi. Helel, non uccidere quella donna, non fare ch'ella
-abbia ad arrossire di sè!
-
--- Che mi domandi tu ora? -- rispose Helel. -- Vedi, io non posso mutar
-nulla quaggiù. Quello che avvenne tu l'hai voluto. Io ti ho mostrata la
-verità; ti ho fatto scorgere, sceverare l'apparenza dalla realtà, oltre
-il costato de' tuoi simili, come si scorge la luce, scomposta in sette
-colori, attraverso le facce d'un prisma. Per te ho potuto rinnovare
-l'inganno delle forme mentite; altro non è in mio potere. Torniamo a
-noi. Vivi, e tienti l'anima tua! Ricordi quel ch'io t'ho detto, la prima
-notte, in questo luogo medesimo? «Io non ti pongo alcun patto; non ti
-chieggo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a
-sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliere, e non un giudeo che presti
-ad usura.» Io, insomma, ho adoperato con te come col primo Ugo, col tuo
-grande antenato; ti ho servito senza mercede; ti ho dato la sapienza;
-fanne tuo pro'; sei forte, e l'uomo forte può dominar l'universo.
-
--- No, mille volte no! -- disse Ugo ricisamente; -- tornar nella vita,
-dopo tutto ciò che ho veduto, non franca la spesa.
-
--- E scegli dunque il morire? --
-
-Meravigliato, Ugo guardò fiso in volto il suo interlocutore.
-
--- Helel, -- diss'egli -- io non ti riconosco più. Sei tu, lo spirito
-familiare di Roccamàla, tu lo scongiurato dal vescovo Gualberto, che mi
-parli in tal guisa e ricusi l'anima mia?
-
--- Io, sì, io! -- rispose lo spirito della luce. -- M'hanno calunniato,
-e tu ora, tu, animo forte, aggiusti fede alle panzane del volgo. Vedi,
-m'hanno messo in voce di nimico dell'uomo, e non è punto vero.
-Sbalestrato nel mondo, confesso di averlo amato da principio assai poco;
-ma la necessità e la consuetudine m'hanno mutato per modo, che io mi
-sono avvezzo a questa dimora e l'amo come si finisce mai sempre ad amare
-una terra d'esilio. Gli uomini erano ciechi; io mi son fitto in capo di
-restituir loro la potenza visiva e di insegnar loro a leggere nel gran
-libro della vita. Ho gittato dapprima, e per molti sèguito a gittare la
-semente in un gramo terreno. Dò loro la scienza del bene e del male; che
-fanno eglino, i tristanzuoli? S'appigliano al male. Taluno m'intende; la
-più parte, o mi fuggono, o venendo con me, mi passano il segno. Hanno
-sempre passioni che la mia scienza accarezza, raramente virtù che ella
-fortifichi. Laonde io mi sono già fatto parecchie volte a pensare se non
-sia per avventura miglior consiglio, ed uso migliore del mio tempo,
-lasciarli in balìa di sè medesimi e non darmi pensiero che di alcune
-schiatte più nobili, di alcuni spiriti eletti, i quali, per le tarde ma
-sicure vie del progresso, conducano al meglio l'umanità bambina, e me
-vadano facendo migliore del pari. Ti sa di strano? Orbene, sappilo, la
-mia virtù spirituale si accresce, col crescere, col progredire degli
-uomini. Per tal guisa, Helel fu un tempo lo spirito malvagio, lo spirito
-che turba; fu poscia lo spirito dubitatore, lo spirito che indaga, e non
-andrà molto ch'egli diventi, non pure per pochi, ma per la umanità tutta
-quanta, lo spirito della luce, lo spirito che consola.
-
--- Che dici tu mai? -- interruppe Ugo. -- Anche tu segui la legge
-dell'uomo?
-
--- Sì certamente. Non sono io disceso? Posso adunque risalire. Per le
-donnicciuole e pe' monaci ignoranti, sono sempre quel desso, Satana,
-l'avversario, il tentatore. Pei violenti, pei tristi, sono il
-compiacente consigliero, la chiave del male. Ma è colpa mia, se uno
-strumento di bene anco al male si adopera? I venturi ne vedranno di
-belle! Vedranno, verbigrazia, le armi forbite e scintillanti del
-progresso impugnate dalla rugginosa manopola della tirannide. Ma la
-contraddizione non sarà che apparente. L'arma gioverà a lei, ma l'elsa
-fatata corroderà la manopola e brucierà la mano che l'avrà impugnata. Il
-bene vince il male; la vittoria è dei meno. Ugo di Roccamàla, io ho
-amata la tua schiatta, amo te senza fine; vuoi tu essere uno di costoro?
-Egli c'è molto da operare ai dì nostri. Il nuovo Olimpo e il nuovo
-Tartaro sono già anch'essi tarlati: l'edifizio minaccia rovina. Sì,
-figliuol mio,
-
- Tempo verrà che il grande iliaco regno
- E Priamo e tutta la sua gente cada!
-
-Non vedi? già il vecchio sire ha spartito col figlio, e chi sa che non
-abbia anco a venire il nipote? Anche il diavolo, brutta copia del Pane
-dei campi, lascierà dietro una siepe le corna e le unghie caprine, per
-ridiventare il gran Pane, quegli che fu gridato morto dalla voce
-misteriosa sulle acque del Tirreno. Oggi, io Satana, io Aporèma, non
-sono che un concetto di questa età: ma cangerò, mi trasformerò senza
-morire; morrà in cambio questa età di violenza, di superstizione; il
-raggio di poche anime divinatrici muterà la faccia dell'universo. Anco a
-loro malgrado io farò gli uomini migliori; per la storia dell'errore io
-filtrerò loro la verità. Mi crederanno la pietra filosofale, la polvere
-d'oro, l'elisire della vita, ed io insegnerò loro la chimica, che scopre
-e sommette gli elementi del mondo. Mi chiederanno l'oroscopo, le
-influenze dei pianeti sulle loro passioni, ed io insegnerò loro
-l'astronomia, che descrive a fondo tutto l'universo. Il favoleggiato
-prete Janni, la sognata Antilla e l'inganno ottico dell'Isola di San
-Brandano, scopriranno un nuovo mondo, e la sete dell'oro sfrutterà la
-scoperta. Intanto, io l'ho già fatta vaticinare da Seneca. Ai monaci poi
-ed ai tormentatori della coscienza io serbo tal cosa che li manderà a
-rotoli, la stampa, che toglierà dalle loro mani il traffico del libro, e
-il privilegio di tenere sospeso lo spegnitoio sul lucignolo della
-ragione. Altro ed altro farò, che il narrarti partitamente troppo mi
-menerebbe ora a dilungo. Io t'amo, Ugo di Roccamàla, perchè tu sei forte
-e gentil cavaliero; perchè mi hai guardato in volto senza tremare;
-perchè mi hai profferto l'anima tua. Ma che ne farebbe il vecchio
-diavolo, di questa, dato e non concesso che sia un'eredità sicura oltre
-i confini della vita, e un patrimonio di cui si possa far donazione
-_inter vivos_? Helel ha mestieri di uomini in questo mondo, non d'anime
-ignude e disutili nei regni della morte. Suvvia, poichè un doloroso
-esperimento t'ha sollevato sopra le illusioni della vita, vuoi tu essere
-un gigante? Vuoi tu adombrare in un _Novum organon_ il progresso d'altri
-tempi? Vuoi tu esser un martire di nuovi concetti? lo scopritore di una
-forza che faccia sparir le distanze, o che faccia volare il pensiero? il
-campione di un popolo? Bacone, Giordano Bruno, Galileo, Washington,
-Bolivar, Garibaldi? Scegli e cominciamo fin d'ora! --
-
-Ugo era rimasto attonito, trasognato, all'udire quel discorso di Helel,
-al veder quasi grado a grado dipingersi, rilevarsi, illuminarsi sotto le
-prodigiose parole la trasfigurazione dello spirito dannato; e già gli
-pareva d'esser preso per mano e condotto via con un rapido volo verso
-gli splendori lontani d'uno sterminato orizzonte. Il silenzio di Helel
-lo ricondusse in sé medesimo; stette alquanto meditabondo; poi con
-mestissimo accento rispose:
-
--- Tu mi fai scorgere invano le meraviglie dei secoli venturi. Io non
-sono un forte come tu pensi; sono un povero guerriero trafitto nella
-prima mischia della vita; non ho la virtù che in me vedi, troppo
-amorevole consigliere, e se pure l'avessi, ad altro vorrei adoperarla.
-Vedi, tutta la possanza che tu mi profferisci, tutta la gloria del
-martirio, tutta la voluttà del trionfo, tutto io darei ora, pel solo,
-per l'umile, pel ristretto potere di far salva una donna!...
-
--- Cotesto non è in mia balìa, te lo dissi.
-
--- Orbene, io vo' morire.
-
--- Per l'ultima volta, da senno?
-
--- Sì, per tutti i miei affetti contristati, per l'angoscia ineffabile
-che mi siede nel cuore, per la vanità della mia esistenza, te lo giuro!
-
--- Sia fatta la tua volontà; nel primo lampo di folgore che solcherà
-l'aria, noi partiremo. Ma in questa partenza è l'ultimo saluto di Helel.
-La sua dimora è sulla terra; egli non ti seguirà dove vai.
-
--- E dove andrò io dunque?
-
--- Non so! -- disse lo spirito, a cui il volto si dipinse di profonda
-mestizia.
-
-E raccolto Ugo il felice nelle sue braccia, gl'impresse sulla fronte il
-bacio dell'addio.
-
-Il bagliore d'un lampo illuminò in quel punto la camera; la folgore
-scoppiò sulla torre del Negromante, che crollò con orribile frastuono
-dalle sue fondamenta.
-
-
-
-
- CAPITOLO XIX.
-
-
- Qui si narra dell'ultima sbevazzata di frate Gualdo cisterciense.
-
-Torniamo, se non disgrada ai lettori, un passo indietro, e dalla torre
-del Negromante rechiamoci nella gran sala del castello.
-
-Qual mutamento! La sala di giustizia, sala severa, dalle cui pareti
-pendevano i pennoncelli dei Roccamàla, i loro stemmi e quelli delle
-famiglie ad essi congiunte per vincoli di parentado, dove si ammiravano
-le armi dei valorosi antenati, dalla corazza di Ugo il negromante fino
-alla spada di Ruberto il taciturno, era diventata una cantina, e delle
-peggio ordinate, per giunta. Idrie, guastade, anfore d'ogni forma e
-d'ogni misura, occupavano i ripiani degli armadii spalancati, le lastre
-dei canterani, l'ammattonato del pavimento. Una botte, colà recata per
-maggiore comodità, faceva bella mostra di sè in un cantuccio, con la sua
-spina pronta a spillare i liquidi topazii di Cipro. Un'altra botte stava
-seduta nel mezzo sulla scranna feudale; ed era fra Gualdo, il sozio
-fedele del conte Anacleto Benedicite, tondo come l'O di Giotto, vera
-effigie di Sileno in tonaca da cisterciense.
-
-Fra Gualdo era il vero padrone di Roccamàla. Egli aveva piantato, come
-suol dirsi, la labarda nel castello, nè s'era più mosso di lassù, dopo
-la malattia dell'amico, il quale era tocco nel _nomine patris_ e non
-c'era verso di fargli ricuperare la ragione smarrita.
-
-Il vecchio strozziere soleva alzarsi per tempo, innanzi l'aurora, e,
-memore del suo primo mestiere, andava a curare i falconi, con
-grandissima consolazione del nuovo falconiere, il quale poteva dormir
-della grossa. Questa era l'unica ora del giorno che mastro Benedicite,
-non ricordandosi d'altro, potesse parer sano di mente. Tornato di là,
-egli impazziva da capo; non faceva che ridere mostrando i denti, come un
-melenso; stava le intiere giornate seduto, o ritto in piedi nella
-strombatura d'una finestra, con le mani raccolte sul petto, e le dita
-intrecciate, facendosi girare i pollici l'uno intorno all'altro, e non
-si smuovendo da quel suo lavoro, se non per tracannare le ciòtole di
-vino che gli ministrava l'amico.
-
-Il nipote Anselmo da parecchio tempo non dimorava più a Roccamàla.
-Desideroso di spendere utilmente la vita, egli s'era dato al mestiero
-delle armi, e militava sulle galere della repubblica genovese capitanate
-da Enrico di Mare. Mastro Benedicite non avea dunque più altri che il
-monaco, e questi lo curava a modo suo, tanto più volontieri, in quanto
-che beveva egli pure le medesime pozioni.
-
-Talfiata il pazzo ci aveva i suoi lucidi intervalli. E allora vedeva
-conte Ugo, vedeva il demonio; aveva paura di frate Gualdo, che gli
-pareva lungo lungo, e gridava come un ossesso, chiedeva mercè e cadeva
-spossato sul pavimento. Altre volte aspettava il cavaliero di Lamagna;
-comandava che fossero messe in pronto le stanze migliori del castello
-per accogliere degnamente il nuovo signore; borbottava di mali consigli
-del monaco, di testamento falso, ed altre cose simiglianti, che faceano
-correre i brividi per l'adipe a fra Gualdo e gli mettevano le ali a'
-piedi per andare alla botte, spillarne una coppa e darla a bere al
-disgraziato castellano.
-
--- _Bibe, fili mi_, -- diceva egli, -- _In vino veritas_, e non dirai
-più sciocchezze.
-
--- _Vade retro, Satana! vade retro!_ -- urlava sovente Benedicite,
-respingendo il ventre del cisterciense e facendogli rovesciare il vino
-sulla tonaca.
-
-Quella povera tonaca era proprio inzuppata degli umori di Bacco, e tra
-pel vino e pel grasso delle vivande che ogni giorno le sgocciolava su,
-s'era coperta di frittelle. A cagione delle quali, e degli occhi sempre
-luccicanti come carbonchi, e del naso bitorzoluto che appariva sempre
-rosso come un peperone maturo, i famigli, già rotti allo spropositare
-latino, solevano chiamarlo col nome di _Pater Vinosus_; nè egli mostrava
-adirarsene.
-
-D'altra parte, il corruccio non gli sarebbe tornato a vantaggio; che
-anzi!... Avete a sapere che frate Gualdo, di giorno, alla luce del sole,
-ci aveva un cuor di leone, ma alla sera, e segnatamente a notte
-inoltrata, diventava un coniglio. Però suonata l'avemmaria, incominciava
-a bere per quattro; chiamava al simposio i famigli; li teneva a bada con
-cento chiacchere e con versate continue; poi, quando fosse ben cotto,
-era portato di peso nella sua stanza e issato a gran forza di braccia
-nel letto. Nè permetteva che lo lasciassero subito; voleva che stessero
-un tratto in preghiera con lui, alternando le sorsate co' paternostri, e
-finalmente si addormentava, dicendo loro:
-
--- _Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem!_
-
-Cotesto farà intendere ai lettori che paura s'avesse in corpo fra Gualdo
-la sera del 29 novembre. La tempesta s'era proprio tutta addensata su
-Roccamàla. Per le ampie finestre era un lampeggiare continuo; il tuono
-assordava; e' pareva l'inferno scatenato, alla distruzione del castello.
-
-Il pazzo stava immobile accanto ad una finestra e sembrava non addarsi
-di nulla, nè della tempesta che incalzava di fuori, nè del tramestìo di
-allegrezza e di spavento che regnava dentro la sala.
-
-Lo spavento era del monaco, che biascicava testi latini ad ogni guizzo
-di lampo; l'allegrezza era dei famigli, che cioncavano alla sua salute e
-gli davano la baia.
-
--- Reverendissimo _pater Vinosus_, o perchè non bevete? -- gridava il
-capo degli arcieri, che i nostri lettori rammenteranno ancora, per un
-certo suo dialogo con mastro Benedicite sul principio di questa storia.
--- _Vinum bonum laetificat cor hominis_.
-
--- Ah sì! egli c'è altro da pensare in questi momenti -- rispondeva il
-monaco. -- Pregare bisogna, pregare che Domineddio ci abbia in custodia.
-Siete eretici, voi altri?
-
--- Che dimanda, _pater Vinosus_! -- entrò a dire un altro della brigata.
-Noi siamo tutti credenti; non è egli vero, Guercio?
-
--- Sicuro! -- rispose quegli ch'era stato chiamato in causa con quel
-nome e che ben lo meritava, a cagione di un occhio assente. -- Io sono
-credente come il patriarca Noè, buon'anima sua. Nel buon vino ho fede, e
-credo che sia salvo chi ci crede.
-
--- _Optime! optime!_ come dice il nostro fra Gualdo, quando è di buon
-umore.
-
--- A proposito! -- soggiunse un altro. -- Fra Gualdo, quando è di buon
-umore, ci canta un certo salmo....
-
--- Ah sì, un inno della Chiesa! Io lo so per filo e per segno, e se vi
-garba....
-
--- Figliuoli! figliuoli! -- interruppe fra Gualdo, che stava come
-rannicchiato nel mezzo. -- Non mettete in tavola le marachelle di un
-povero peccatore, il quale ora ne domanda perdonanza a Dio. Pregate,
-pregate per voi e per lui! Ah! _Domine salvum fac servum tuum!_ --
-
-Le interiezioni e il testo latino del monaco erano cagionati da uno
-scroscio di folgore, che, a giudicarne dalla simultaneità del lampo e
-del tuono, doveva aver dato lì presso, sull'erta della rocca. Il pauroso
-s'era fatto bianco nel volto come un cencio lavato; le sue mani avevano
-esclusivamente afferrato uno dei famigli che gli stava vicino.
-
--- Coraggio, _pater Vinosus_, coraggio! Gli è nulla.... un tuono più
-asciutto degli altri.... Suvvia, bevete questo cordiale, che vi
-rimetterà un po' di sangue nelle vene.
-
--- Sì, figli miei, forse avete ragione; date qua!
-
--- Oh! così va bene. E adesso mandate giù quest'altro; _repetita....
-repetita...._ O come dite voi che non me ne ricordo più?
-
--- _Repetita juvant_, -- soggiunse il monaco. -- Sì, veramente, io penso
-che mi faccia bene.
-
--- Bevete dunque, e state di buon animo!
-
-Rinfrancato da quelle chiacchiere e dal vin di Cipro, fra Gualdo
-incominciava a respirare. La tempesta di fuori pareva anche rimettere un
-tratto della sua furia. L'allegrezza della brigata cresceva, e il nostro
-pauroso frate non si scandolezzò punto, quando il capo degli arcieri
-intuonò l'inno che egli aveva insegnato.
-
- -- _Ave color vini clari!_
- _Ave sapor sine pari!_
- _Tua nos inebriari_
- _Digneris potentia._ --
-
-E tutti in coro, seguendo il ritmo e imitando la voce nasale del sacro
-cantore, ripeterono il ritornello:
-
- _Tua nos inebriari_
- _Digneris potentia._
-
--- La seconda strofa! la seconda strofa, Tebaldo!
-
--- Riempite le ciòtole e ci vengo:
-
- _Primum gotum bibe totum!_
- _Ad secundum vide fundum!_
- _Tertium erit sicut primum;_
- _Et sic semper bibe vinum._
-
--- E adesso, figliuoli, tutti in coro, da bravi!
-
- _Bibitores exultemus_
- _Vinum bonum quod habemus;_
- _Adaquantes condemnemus_
- _In æternam tristitiam._
-
--- _Amen!_ -- cantò istintivamente fra Gualdo.
-
-E tutti a ridere sgangheratamente, in quella che il loro Sileno vuotava
-d'un fiato la ciòtola.
-
--- Sì, figli miei, state allegri; lo raccomanda anche il Salmista:
-_servite Domino in lætitia_. In fondo in fondo, che cos'è il vino? Una
-orrevol bevanda, che al figlio di Dio, sceso in terra per le nostre
-peccata, non dispiacque di assumere a simbolo del suo santissimo sangue.
-Beviamo dunque, e adoriamo i decreti della divina provvidenza. Tebaldo,
-riempitemi la tazza! --
-
-Il capo degli arcieri fu sollecito ad obbedirlo. Ma in quella che fra
-Gualdo stava per accostar la ciòtola alle labbra, il pazzo mise un grido
-acuto, che gliela fece rovesciar sulla tonaca.
-
--- Che è stato? -- diss'egli, alzandosi a stento per andare verso la
-finestra. -- Messere Anacleto, che avete voi ora?
-
--- Ah! -- gridò il pazzo, con le braccia tese e gli occhi sbarrati. --
-Non vedete voi? --
-
-E accennava fuori della finestra.
-
--- Ma che? ma dove? -- dimandò il monaco. -- Io vedo i lampi che solcano
-l'aria e abbarbagliano la vista. Non temete, messere Anacleto, io
-reciterò la preghiera contro la tempesta. _Domine Jesu qui imperasti
-ventis et mari, et facta fuit tranquillitas magna, exaudi preces familiæ
-tuæ, et præsta ut, hoc signo sanctæ crucis, omnis discedat sævitia
-tempestatum_.
-
--- No la tempesta! no la tempesta! -- gridava il pazzo. -- Vedete,
-vedete, là nella torre! Ah, egli è là dentro, lo spirito punitore!... --
-
-Guidato dalle parole di Benedicite, fra Gualdo aguzzò gli occhi verso la
-torre, e nell'intervallo di due lampi, vide la finestra del Negromante
-illuminata d'una luce rossastra.
-
-Anche i famigli erano corsi ai veroni, per vedere che fosse che metteva
-tanto spavento al castellano.
-
--- To'! -- disse Tebaldo, -- C'è lume nella torre.
-
--- Gli è un brutto segno! -- sclamò un altro.
-
--- Baie, di tanto in tanto lo si vede, e il mondo non si muta per ciò.
-
--- No, ti dico; sono anni ed anni che il prodigio non si è più ripetuto.
-È l'anima del vecchio conte che viene a visitar casa sua, e ogni qual
-volta ci viene, una disgrazia accade in Roccamàla.
-
--- Raccontale a' tuoi bambini.... quando ne avrai!
-
--- Ma vedi, vedi quella ombra nera che passa in mezzo alla luce!
-
--- Sì, e che perciò? Adesso andremo a vedere che diavol c'è. Il
-bernardone sa a menadito tutte le formole per cacciare i demonii, e la
-faremo finita con questo. Ohè, _pater Vinosus_!
-
--- Che dite, voi, Tebaldo?
-
--- Che noi si va alla torre, e che voi ci avete a venire in compagnia,
-per dire una parolina a questo spirito, il quale si piglia spasso de'
-fatti nostri.
-
--- Che vi salta in mente, figliuol mio? Andare alla torre....
-
--- O che volete che faccia a voi il demonio, se pure gli è un demonio e
-non un capo scarico che ha voglia di ridere? Voi portate la tonaca del
-glorioso san Bernardo, e i diavoli hanno paura di essa come dell'acqua
-santa.
-
--- Non dico di no.... Ma adesso, in verità....
-
--- Suvvia! suvvia! Che peccati vi pesano sull'anima, che avete più paura
-di noi? --
-
-Con queste e con altre simiglianti esortazioni, e meglio ancora,
-mandandolo innanzi a furia di spintoni, gli avvinazzati arcieri
-condussero il frate nel corridoio che metteva alla torre. Il povero
-Sileno tremava a verghe; un sudor freddo gli sgocciolava dalla fronte
-giù per le gote paffute; e tra spinte e sponte andava pure innanzi,
-facendo crocioni in aria, l'un dopo l'altro, e borbottando parole
-latine.
-
-Giunto a poca distanza dalla porta temuta, si fermò, e tirandosi a
-fianco qualchedun altro, disse alla brigata:
-
--- O non vedete, figli miei? L'uscio è aperto.
-
--- Tanto meglio! -- rispose Tebaldo. -- Segno che qualcuno c'è entrato,
-od è uscito.
-
--- Ma vedete! c'è lume!
-
--- Che novità! Una lucerna accesa; ecco il grande prodigio che vi fa
-tremare così. Io metto pegno che sarà qualche sguattero, il quale avrà
-portato quassù i suoi amori di cucina, e adesso, udito il nostro
-avvicinarsi, avrà scantonato. Ma noi gli metteremo le mani addosso, e
-voi, _Pater Vinosus_, li congiungerete debitamente _in facie Ecclesiæ_,
-perchè non si dia scandalo alla comunità. --
-
-Una risata universale accolse l'arguzia dell'arciero.
-
--- Avanti, fra Gualdo, avanti, e benedite gli sposi!
-
--- _Adjuro te, Satana...._ -- borbottava intanto il povero monaco, già
-più morto che vivo.
-
--- Suvvia, l'uscio è questo, e non dalla parete... --
-
-Fra Gualdo, come il lettore avrà indovinato, voleva entrare in compagnia
-di qualchedun altro; però rallentava il passo e si tirava da un lato. Ma
-un ultimo spintone di que' capi scarichi gli fece, a suo malgrado,
-varcare la soglia.
-
--- Ah! -- gridò egli; e fu l'ultimo grido.
-
-Ma la gaia brigata non lo intese; esso andò perduto in un lampo, in un
-rombo, in un frastuono, in un polverio, che fecero balzare indietro e
-cader tramortiti gli arcieri.
-
-Quando si riebbero, un gran vuoto era dinanzi a loro; i lampi,
-rischiarando l'aria, mostrarono il vasto cielo nuvoloso. La torre del
-Negromante s'era inabissata, e fra Gualdo, il malo consigliero di mastro
-Benedicite, si era sprofondato con essa.
-
-
-
-
- CAPITOLO XX.
-
-
- Come espiasse il suo fallo la dama di Torrespina.
-
-Povera donna! Bene avea detto Ugo, la notte che fu di sua morte,
-pensando ai dolori che le erano serbati.
-
-Povera donna! Tutto ciò che Helel avea presagito di lei, era pure
-avvenuto. Il morir subito, dopo ciò che ella seppe, le sarebbe stato
-ventura.
-
-Che cuore fu il suo, come rimase di sasso, allorquando Fiordaliso si
-scusò a lei del non essere salito al ritrovo, il lettore potrà
-indovinare, non io per fermo descrivere. E colui che aveva scalato il
-verone? Non aveva egli il volto, la persona, i modi tutti del giovine
-trovatore? Poteva ella forse ingannarsi?
-
-Ma il suo stupore divenne terrore, allorquando Fiordaliso, stretto dalle
-sue dimande, soggiogato dalla sua ansietà, ebbe a narrarle dell'incontro
-notturno, dello spirito malvagio e del cavaliero sconosciuto che gli
-stava daccanto. Chi era costui? Se lo infausto pellegrino di Roccamàla
-era tornato, il cavaliero sconosciuto non poteva esser altri che Ugo,
-venuto ai suoi danni, orrenda visione, dal regno della morte.
-
-A mutare il dubbio in certezza, giunse due giorni di poi una paurosa
-novella. Il fulmine aveva distrutto la torre del Negromante in
-Roccamàla, facendola precipitar nel torrente. I messaggieri
-raccontavano, coi capegli ritti sul fronte e colla voce tremante, i
-particolari della luce rossastra che i famigli del castello avevano
-veduta apparire dal luogo maledetto, e come fosse fatto uno scongiuro, e
-come nella rovina della torre fosse perito fra Gualdo. I monaci del
-vicino convento erano andati il giorno appresso a rovistar le macerie
-per disseppellire il compagno. E l'avevano rinvenuto, orrendamente
-sfracellato, per modo che soltanto dai brandelli della tonaca s'era
-potuto chiarire chi egli fosse. Ma in quel mezzo (cosa da far
-raccapriccio!) i pietosi cisterciensi avevano trovato altresì il corpo
-d'un giovine cavaliero, che fu da tutti agevolmente riconosciuto per
-Ugo, conte di Roccamàla, morto e sepolto sei anni innanzi, da un altro
-lato del castello. Quel cadavere era fresco ed intatto; soltanto
-mostrava una cicatrice, quasi un marchio rosso, nel mezzo della fronte.
-
-Cotesto aveva grandemente turbati gli animi dei vassalli della rocca. A
-tutti allora era sovvenuto della notte del 29 novembre, di sei anni
-innanzi, e della ospitalità concessa al maledetto romèo. Andati
-incontanente alla tomba di Ugo, l'avevano scoperchiata: era vuota!
-Impossibile il dubitare più oltre; quel cadavere fresco ed intatto era
-del conte Ugo. Un nuovo arcano recava la spiegazione del primo.
-
-Ma dov'era stato per sei anni, e che cosa avea fatto il conte redivivo?
-Questa era la dimanda che tutti facevano. Fu allora che Enrico
-Corradengo venne fuori con una storia che mai fino a quel giorno aveva
-ardito narrare. Ansaldo di Leuca era vissuto pochi istanti ancora, dopo
-la partenza dei due vincitori dalla quercia di Marenda, ed egli aveva
-raccolto le sue ultime parole, nelle quali il nome di Morello era
-alternato col nome di Ugo di Roccamàla, come se il morente volesse dire
-di aver ravvisato l'estinto Ugo nel volto del vincitore, quando s'era
-inginocchiato su lui, per dargli il colpo della misericordia. Egli,
-Corradengo, l'aveva creduta sempre una ubbìa di Ansaldo, l'effetto di
-una allucinazione dell'agonìa, epperò non ne aveva mai fatto parola ad
-alcuno. Ora intendeva ogni cosa; e come fosse stato ucciso Ansaldo, e
-come egli, Corradengo, il forte Corradengo, avesse potuto esser vinto e
-beffato da un Rambaldo di Verrùa. Quello era un giuoco infernale, la
-vendetta di uno spirito.
-
-Dopo queste novelle, era venuta in campo la pazzia del vecchio
-strozziere; la storia del cavaliero di Lamagna, che, comparso una volta,
-non era più tornato a ripetere il suo; il falso frate che, dopo avere
-straziato co' rimorsi il cuore di Benedicite, si era dileguato
-ghignando, e simili altre novità che poco lume avrebbero potuto recare
-da sole, ma che unite, disposte intorno ad un fatto, lo rischiaravano in
-ogni sua parte e ne faceano balzar fuori il concetto recondito.
-
-Dolorosa, senza fine dolorosa, fu nella mente di quella povera donna la
-ricostruzione del passato, operata a stento con tutti que' particolari
-che giungeva tratto tratto a risapere. Che significavano tutte quelle
-vendette? Perchè Ugo il felice aveva eletto di finire a quel modo? La
-leggenda di Roccamàla, da lui reputata uno spauracchio d'anime volgari,
-era dunque vera? Lo spirito familiare del Negromante era venuto, e gli
-aveva fatto scorgere la vanità d'ogni cosa? Tutti coloro che la sua
-collera avea colpiti, tutti avevano obliato l'estinto. Ella stessa!...
-Il falso Morello.... Il falso Fiordaliso.... Già col primo infedele,
-sebbene nel pensiero, alla memoria dell'estinto, ella aveva ceduto al
-secondo!... Lo spirito esacerbato era stato mai sempre daccanto a lei;
-aveva vuotata a lenti sorsi la coppa del suo disinganno.
-
-Così guidata da un tenue filo, ella avea indovinato, quantunque
-imperfettamente, ogni cosa. E ricordava allora le amare voluttà di una
-notte d'amore, certi sospiri, certe occhiate malinconiche
-dell'innamorato, che parea sopraffatto dalla sua medesima felicità;
-com'egli la stringesse forte nelle sue braccia, quasi volesse
-soffocarla, come si dimostrasse tenero, come tremasse all'avvicinarsi
-dell'alba. Ah, ma se ad Ansaldo di Leuca, all'amico traditore, egli si
-era fatto scorgere nell'ultima stretta, perchè a lei pure non s'era
-mostrato? Perchè non l'aveva uccisa allora, nel suo ultimo amplesso?
-Qual pietà era mai quella, che la condannava a struggersi lentamente di
-terrore, di rimorso e di vergogna?
-
-Povera donna! povera donna! Sentirsi morire, e dover dissimulare la sua
-agonia al cospetto della sua gente, del marito e degli ospiti! Sapersi
-colpevole verso due, scorgersi involta in una trama mezzo umana e mezzo
-infernale, era un supplizio orribile ch'ella non potea a lungo durare.
-
-Versò la piena delle sue angoscie a' piedi d'un santo monaco. Frate
-Alberto era santo perchè umile; la sua mente non era ricca d'ingegno, ma
-il suo cuore aveva tesori di pietà, e le sue labbra spandevano sulle
-ferite i balsami del perdono. Il povero vecchio udì quel lungo e
-doloroso racconto, tremò tutto e vide a quante orribili prove fosse
-dannata la creatura; levò gli occhi al cielo, adorò l'ignoto,
-l'incomprensibile, e assolse quella donna, a gran pezza più infelice che
-rea.
-
-Quasi sarebbe inutile il dire che il biondo Fiordaliso, fallita la prima
-occasione, non ottenne più il farmaco invocato al suo male d'amore. E'
-lo portò altrove, farfalla vagabonda, il suo male, e parve aver trovato
-un farmaco in Provenza, alla corte del Poggio. Ma il suo risanamento non
-piacque al marito della gentil medichessa; il volto del biondo trovatore
-fu orridamente sfregiato, e insieme con la bellezza andò la fortuna. Il
-paggio infedele di Ugo, diventato un vile borsiere, morì di mala morte,
-dopo aver trascinata una lunga ed ignominiosa vita, non di castello in
-castello, ma di tugurio in tugurio.
-
-Madonna Giovanna rimase in vita, ma peggio che morta. Ella aveva
-apparenza di spettro, anziché di creatura vivente. La morte di messer
-Corrado, avvenuta qualche anno di poi, la sollevò del peso di mentire e
-le diede agio a struggersi in pace. Era tempo!
-
-Ella comperò da Anselmo, rimasto erede di Benedicite che s'era spento in
-silenzio, la signoria di Roccamàla, e colà si ridusse a vivere, dopo
-aver ceduto il manièro e le ville di Torrespina ad un congiunto del
-marito. Aveva i capegli bianchi come neve; la persona pareva una statua
-di cera, che si muovesse per sottile artifizio d'ordigni nascosti. Per
-tutti i paesi circonvicini, nei quali ella spendeva ogni suo avere in
-limosine ai poverelli ed alle più bisognose famiglie, era chiamata la
-Santa di Roccamàla.
-
-La sera del 29 novembre dell'anno 1295 aveva termine il suo martirio
-sulla terra. La notte innanzi ella aveva avuto una visione, la prima
-dopo cinque anni che recasse qualche sollievo alla sua anima
-travagliata. Ugo, il diletto Ugo, le era apparso, le avea perdonato, e
-la chiamava con sè. Svegliatasi, le parve di sentirsi meglio; passeggiò
-a lungo per la collina; sorrise e diè la mano da baciare a tutti i
-vassalli che s'abbattevano in lei e si ponevano ginocchioni sul
-passaggio della santa. La sera si recò a pregare presso la tomba di Ugo;
-la mattina vegnente vi fu trovata morta, distesa supina, le mani giunte,
-come esemplare all'artefice che doveva effigiarla sul sarcofago a lei
-preparato sotto la medesima vôlta.
-
-Roccamàla, per suo testamento, convertita in monastero, durò ancora tre
-secoli; poi cadde, come tutto cade quaggiù, sotto i colpi del tempo e
-delle umane vicende. Di presente ell'è un ammasso di rovine, neppur
-visitato da' viaggiatori eruditi, poichè non si trova sulla via consueta
-di Firenze, o di Roma, e gli italiani conoscono a menadito i castelli
-del Reno, sanno ogni leggenda delle montagne svizzere, ma non si danno
-un pensiero al mondo delle antichità, nè delle memorie paesane.
-
-Cotesto è forse pel loro meglio; imperocchè, fatti più dimestici con le
-antiche storie e con le forti schiatte vissute prima di loro, avrebbero
-troppa ragione di arrossire.
-
-Me i casi della giovinezza, più che curiosità d'antiquario, condussero a
-quelle, come a tant'altre rovine di castelli vicini. Il signore di que'
-luoghi, che è il marchese di Ponzone (non si dolga l'ottimo gentiluomo
-che io scriva il suo nome e paghi un tributo di lode alla sua cortesia
-co' vivi ed al suo rispetto pei trapassati), ha con imitabile esempio
-fatto restaurare quanto più si poteva dell'antico manièro, dando onorato
-luogo alle lapidi sparse, e facendo un ossario di tutte le umane
-reliquie male sepolte qua e là sotto le macerie.
-
-Ho letto, non tutte bene, poiché ve n'ha di assai guaste, le iscrizioni
-sepolcrali di Roccamàla. Eccovi questa, che era la più grande tra tutte,
-scolpita in caratteri gotici, la quale fa fede della barbara latinità
-monastica del secolo XIII:
-
- _Postquam lux abiit vigesima nona novembris,_
- _Mille ducentis quinque et nonaginta peractis_
- _Annis a Christo, tumulo requiescit in isto_
- _Mente pia cunctis praestans comitissa Joanna_
- _Quae potuit dici tamquam sine labe Susanna._
- _Praeteriit sed non obiit; Deus ille deorum_
- _Hanc rapuit simul et statuit super astra polorum._
-
-
- FINE.
-
- ----
-
-
-
-
- DELLO STESSO AUTORE
-
- (_Edizioni in-16_).
-
- Capitan Dodero (1865). _Settima edizione_ L. 2 --
- Santa Cecilia (1866). _Quinta edizione_ » 2 --
- L'olmo e l'edera (1867). _Settima edizione_ » 2 50
- I Rossi e i Neri (1870). _Seconda edizione_ » 6 --
- Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ »
- 3 --
- Val d'Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 --
- Semiramide, racconto babilonese (1873). _Seconda ediz._ » 3 --
- La legge Oppia, commedia (1874). » 1 --
- Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50
- Come un sogno (1875). _Quarta edizione_ » 2 --
- La notte del commendatore (1875). » 4 --
- Tizio Caio Sempronio (1877). _Seconda edizione_ » 3 --
- Diana degli Embriaci (1877). » 3 --
- Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 --
- Lutezia (1878). _Seconda edizione_ » 2 --
- La conquista d'Alessandro (1879). » 4 --
- Il tesoro di Golconda (1879). » 3 50
- La donna di picche (1880). » 4 --
- L'undecimo comandamento (1881). » 3 --
- O tutto o nulla (1881). » 3 50
-
- D'IMMINENTE PUBBLICAZIONE
-
- Il ritratto del diavolo.
-
- ----
-
-
-
-
- PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: L. 2.
-
-
- ROMANZI ITALIANI
- *Archinti* (_Luigi_). *D'Aste* (_I. T._).
-
- Per pigliar sonno, Ermanzia L. 1 --
- racconti L. 2 --
-
- *Barrili* (_A. G._). *Castelnuovo* (_Enrico_)
-
- Capitan Dodero L. 2 -- Alla finestra. Novelle
- L. 3 --
-
- Santa Cecilia L. 2 -- Nella lotta L. 3 --
-
- L'olmo e l'edera L. La contessina L. 3 --
- 2 50
-
- I Rossi e i Neri. 2 *Cordelia.*
- volumi L. 6 --
-
- Val d' Olivi L. 2 -- Il Regno della Donna L.
- 2 --
-
- Fra Gualberto L. 2 -- Prime Battaglie L. 2 --
-
- Come un Sogno L. 2 -- Vita Intima L. 2 --
-
- Castel Gavone L. 2 50 Dopo le nozze. (_Sotto i
- torchi_).
-
- Semiramide L. 3 -- *De Amicis* (_Edmondo_).
-
- Diana degli Embriaci L. Novelle L. 4 --
- 3 --
-
- Cuor di ferro e cuor Vita militare L. 4 --
- d'oro L. 5 --
-
- La notte del *Donati* (_Cesare_).
- Commendatore L. 4 --
-
- Tizio Caio Sempronio L. Flora Marzia L. 2 --
- 3 50
-
- Lutezia L. 1 -- *Edoardo*.
-
- La Conquista La moglie nera L. 2 --
- d'Alessandro L. 4 --
-
- Il tesoro di Golconda *Gualdo* (_Luigi_).
- L. 3 50
-
- La donna di picche L. La gran rivale L. 1 --
- 4 --
-
- L'XI comandamento L. Costanza Gerardi L. 1 --
- 3 --
-
- O tutto o nulla L. 3 50 *Guerrazzi* (_F. D._).
-
- *Bersezio* L'assedio di Firenze. 2
- (_Vittorio_). vol. L. 2 --
-
- Povera Giovanna L. 1 -- Il Destino L. 2 --
-
- La carità del Prossimo *Marchesa Colombi.*
- L. 1 --
-
- Il debito paterno L. In risaia L. 2 --
- 1 --
-
- La Vendetta di Zoe L. *Melmenti* (_P. G._).
- 4 --
-
- Il segreto di Matteo Clara-Dolor! L. 1 --
- Arpione L. 4 --
-
- *Bettòli* (_Parmenio_). *Petruccelli della
- Gattina.*
-
- Carmelita L. 1 -- Memorie di Giuda L. 5 --
-
- Il processo Duranti L. Notti degli emigrati a
- 1 -- Londra L. 3 --
-
- La favorita del duca di Il sorbetto della regina
- Parma L. 1 -- L. 1 --
-
- Giacomo Locampo L. 1 50 Il re prega L. 3 --
-
- *Boito* (_Camillo_). *Sara.*
-
- Storielle vane L. 3 -- Farfalla L. 1 --
-
- *Capranica* (_Luigi_). Maritata sì e no L. 2 --
-
- Papa Sisto. 2 volumi L. I peccati degli avi L.
- 7 -- 1 50
-
- Donna Olimpia Pamfili Il primo dolore L. 1 --
- L. 1 --
-
- La congiura di Brescia *Serra-Greci.*
- L. 2 --
-
- Maschere Sante L. 1 -- Adelgisa L. 1 --
-
- Giovanni delle Bande La fidanzata di Palermo
- Nere L. 2 -- L. 2 --
-
- Fra Paolo Sarpi. 2 *Verga* (_G._).
- volumi L. 2 --
-
- Racconti L. 2 50 I Malavoglia L. 5 --
-
- *Caccianiga* Eva L. 2 --
- (_Antonio_).
-
- Villa Ortensia L. 3 -- Storia di una capinera
- L. 2 --
-
- Il bacio della Cont. Novelle L. 2 50
- Savina L. 1 --
-
- Il Roccolo di Vita dei Campi L. 3 --
- Sant'Alipio L. 3 50
-
- Sotto i ligustri L. Il marito di Elena.
- 3 50 (_Sotto i torchi_).
- ---------------------------------------------------
-
-
- _Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves editori in Milano._
-
- ----
-
-
-
-
- Nota del Trascrittore
-
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
-grafie alternative (contea/contèa, maniero/manièro, rocca/rôcca e
-simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono
-stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
-
- 6 -- mi costringe a prendere [prendare] una viottola
- 20 -- con vostra licenza [liconza], messer lo Conte
- 30 -- soggiunse [seggiunse] il paggio
- 39 -- dalla marchesina [marchesana] di Monferrato
- 41 -- Ugo era sopra pensieri [ponsieri]
- 112 -- tra i singhiozzi [singhozzi] a sfogare
- 139 -- ufficio [ufflicio] di successore
- 164 -- Soventi volte dissimuliamo [dissimuliano]
- 190 -- la finestra del Negromante illuminata [illumiminata]
- 198 -- le parve [darve] di sentirsi meglio
-
-
-
-
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO NERO ***
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-the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
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-including checks, online payments and credit card donations. To donate,
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-
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-
-
-Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
-with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
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-
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