diff options
| author | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-03-03 05:29:03 -0800 |
|---|---|---|
| committer | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-03-03 05:29:03 -0800 |
| commit | 96565dd3b70182e0ee10b4af45ddefb7a0d37eb4 (patch) | |
| tree | 5700d5b09ee4e8e23f19cc3ca79d8ecc6c9a09fc /38082-8.txt | |
| parent | cdce7d5e20a1ce06d5cf9ece16ed9a612a37713e (diff) | |
Diffstat (limited to '38082-8.txt')
| -rw-r--r-- | 38082-8.txt | 6816 |
1 files changed, 0 insertions, 6816 deletions
diff --git a/38082-8.txt b/38082-8.txt deleted file mode 100644 index cb7187f..0000000 --- a/38082-8.txt +++ /dev/null @@ -1,6816 +0,0 @@ - Il Libro Nero - - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost -no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it -under the terms of the Project Gutenberg License included with this -eBook or online at http://www.gutenberg.org/license. - -Title: Il Libro Nero - -Author: Anton Giulio Barrili - -Release Date: November 21, 2011 [EBook #38082] - -Language: Italian - -Character set encoding: ISO-8859-1 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO NERO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the -Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net. - -This file was produced from images generously made available by The -Internet Archive. - - IL - - LIBRO NERO - - LEGGENDA - DI - - ANTON GIULIO BARRILI - - - _Quarta edizione_ - RIVEDUTA DALL'AUTORE. - - - - _MILANO_ - FRATELLI TREVES, EDITORI - -- - 1882 - - ---- - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - Tip. Treves - - ---- - - - - - INDICE - - - I. Nel quale si racconta di mastro Benedicite, strozziere, e della - gran paura che avea. - II. Dove si legge della felicità di conte Folco, come fosse - celebrata dal biondo Fiordaliso. - III. Come il biondo Fiordaliso fu vinto in tenzone poetica, e del - rammarico ch'ei n'ebbe. - IV. Che cosa fosse, e perchè temuta, la torre del Negromante. - V. Nel quale è detto di ciò che vide il conte Ugo guardando la torre - del Negromante. - VI. Nel quale si legge come il romèo non fosse altrimenti un romèo. - VII. Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato - col diavolo. - VIII. Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di - Torrespina. - IX. Nel quale l'autore si prova a ritrarre la migliore tra tutte le - donne. - X. Dello elogio funebre che fece Ansaldo di Leuca ad un amico - diletto. - XI. Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla - giostra. - XII. Nel quale si legge della differenza che corre fra astori e - barbagianni. - XIII. Dove si stilla in dieci pagine ciò che potrebbe stemperarsi in - cento. - XIV. Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver - paura del diavolo. - XV. De' progressi che avea fatto il biondo Fiordaliso nell'arte di - poetare. - XVI. Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali. - XVII. Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari. - XVIII. Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come - lo si dipinge. - XIX. Qui si narra dell'ultima sbevazzata di frate Gualdo - cisterciense. - XX. Come espiasse il suo fallo la dama di Torrespina. - - - - - IL LIBRO NERO - - - - - CAPITOLO I. - - - Nel quale si racconta di mastro Benedicite, strozziere, e della gran - paura che avea. - -Il sole era tramontato in mezzo a certi nuvoloni neri neri che -ingombravano l'orizzonte marino, minacciando, dopo una molto bellissima -giornata, una notte burrascosa. Gli ultimi riflessi dell'astro, -costretti sotto quella cappa di piombo, accendevano come una striscia di -fuoco lunghesso il mare, che si vedeva nereggiare in lontananza, di là -da parecchi ordini di monti e colline, che sono i contrafforti -dell'Apennino ligustico. - -Le giornate, essendo sul finire d'autunno, riuscivano brevi; l'aria, già -fresca per la stagione, si raffreddava sempre più per l'accostarsi del -temporale e per il calar della notte. E già nascosto nell'ombra, sebbene -fosse murato su in alto, era il castello di Roccamàla, severo edifizio -tra il monastico e il feudale, siccome era dimostrato da un campanile, -vecchio avanzo di chiesa, dimenticato in mezzo a torrioni e mura -merlate, le quali avevano da due lati l'abisso, e un largo fosso dagli -altri due, dov'era più dolce il pendìo. - -Se la memoria non mi tradisce, questo castello di Roccamàla era stato da -principio un convento di frati cirsterciensi, ordine il quale, fondato -appena da S. Bernardo, si propagò alla lesta come una nidiata di -conigli, e corse in pochi anni a popolare i paesi vicini. In Italia, -segnatamente, e' furono come le cavallette d'Egitto. Dappertutto -edificarono monasteri, e in parecchi luoghi (poichè allora, a quanto -sembra, la novità delle fogge presiedeva eziandio alla prevalenza di -questo o di quel sodalizio di frati) si allogarono in que' conventi che -altri ordini più non potevano far prosperare, tanto erano andati giù nel -concetto delle anime timorate. - -Senonchè, i cisterciensi, o bernardoni, come erano chiamati dalle -popolazioni ligustiche dal nome del fondatore, fortunatissimi altrove, -nol furono del pari nel loro ricovero di Roccamàla. Nocque loro la -fortezza naturale del sito e il comandar che faceva a due ottime strade -(ottime, s'intende, per i tempi d'allora); laonde, corsi e ricorsi quei -monti da gente strana, Roccamàla fu presa e divenne feudo di un valoroso -conte, il quale non aveva altro che la sua spada, ma sapeva con quella -tagliarsi dalla pezza la sua parte di tela. E intorno a Roccamàla il -conte Ugo si tagliò di siffatta guisa un largo dominio, donde appariva, -come tanti suoi pari, avvoltoio appollaiato sulla rupe, pronto a calare, -se le discordie altrui gliene porgessero il destro, sulla marinaresca -riviera. I frati, messi fuori di sella, dovettero quindi andarsene a -dimorare più giù, verso il paesello che dipendeva dalla rocca, ma dove -furono sempre a disagio, e intisichirono, come una pianta in luogo -uggioso, sebbene il conte Ugo non li molestasse per nulla. Il fiero -castellano non badava ad altro che a rafforzare e munire la sua rocca; -la quale, pochi anni di poi, per una di quelle contese così facili a -nascere tra vicini, sostenne valorosamente l'assedio di uno dei signori -Del Carretto, e lo rimandò con Dio, conciato, lui e la sua gente, per il -dì delle feste. - -Ma egli non è di questo conte Ugo, capo stipite dei signori di -Roccamàla, che io debbo narrar le gesta ai lettori, sebbene talfiata e' -dovrà essere ricordato con distesi ragionari. Narro di forse cento -trent'anni dopo di lui, quando quel forte legnaggio faceva bella -testimonianza di sè in un altro conte Ugo prode e gentil cavaliere, -amante delle giostre, delle cacce, delle tenzoni, dei trovadori e de' -geniali convegni, per le quali cose era quasi sempre calato il ponte di -Roccamàla e risuonavano le spaziosi arcate di festevoli risa e di liete -canzoni. - -Gaia gente, allegre mura! Il giovine conte era ricco, potente e bello -come un eroe da romanzo, e felice per sovrammercato, come gli eroi da -romanzo non sogliono essere. - -Il papa lo aveva benedetto, sul nascere, mandando al conte Ruberto suo -padre, per sì fausto evento domestico, un sacco d'indulgenze, che -potevano bastare al neonato per tutto il tempo della sua vita, e -avanzarne ancora un bel gruzzolo per uso della sua gente di casa. - -Nella sua rocca convenivano d'ogni parte i più fedeli amici che uomo -vedesse mai, innamorati dei modi suoi cortesi, liberali e magnifici; ed -erano tali per nobiltà di sangue, e per alto valore e prodezze, da poter -rinfrescare intorno a lui, nuovo Artù, l'onorata memoria dei cavalieri -della Tavola rotonda. - -Egli aveva i più bei falconi d'Europa, che gli erano stati donati da un -suo zio materno, gran maestro de' cavalieri di Malta. Della qual cosa -era giunta voce perfino al re di Francia, il quale, avvezzo per lo -innanzi a ricevere ogni anno da Malta i migliori falconi pellegrini, e -non gli parendo più che il gran maestro dell'ordine facesse il debito -suo con la usata larghezza, ebbe a tenerne parola co' suoi gentiluomini. -E uno di costoro gli rispose: -- _Sire, j'ai oui dire que le Grand -Maistre a un sien neveu, de fort bonne noblesse, qu' il a en grande -affection, et c'est lui qui reçoit les plus beaux faucons et les plus -gentils que l'on puisse voir._ -- A cui il re di rimando: -- _M'est avis -que ce jeune homme, puisque il est d'aussi bonne noblesse que vous le -dites, vienne chez nous, et nous le ferons notre grand fauconnier, et -l'aurons en haute estime, tel éstant notre bon plaisir. Aussi nous ne -perarone pas de si nobles et gentilles bêtes, si chères à monseigneur -Saint-Hubert, et gagnerons un vaillant chevalier pour notre joyeuse -maison de France._ -- - -Ma il conte Ugo non potè, siccome pur era desiderio dello zio, tenere lo -invito, in modo tanto cortese a lui fatto dai reali di Francia. Di fama, -di potenza e di onore, egli aveva quanto bastasse ad orrevole cavaliero -del suo tempo; e poi, conte Ugo non avrebbe lasciata l'Italia per il -trono del mondo se mai Domineddio glielo avesse profferto; imperocchè -egli era amato dalla più bella tra le creature umane, da Giovanna di -Torrespina, da colei che celebravano per leggiadria e valore quanti -erano cultori della gaia scienza, e che lasciò ella stessa, a -testimonianza del suo ingegno, le più graziose ballate in quella lingua -provenzale, che era in fiore per tutta Italia, innanzi che l'amante -della bellissima Avignonese facesse della lingua italiana l'idioma -d'amore. - -Per simiglianti venture il conte Ugo non saliva punto in superbia, che -borioso non era, nè sciocco. Prode in armi, aveva combattuto daccanto al -padre, e non ne menava alcun vanto; era misurato ne' modi, schietto, -umano e gentile. Ed ognuno, ricordando come una indovina, chiamata dalla -buona contessa Alda sua madre alla culla del bambino, avesse -pronosticato: «tuo figlio sarà un uomo felice», ripeteva che il conte -Ugo era felice davvero, e, quel che più monta, era degno di esserlo. - -Ma cotesto per l'appunto faceva venire i brividi, ogni qual volta se ne -parlasse, a mastro Benedicite, lo strozziere, o falconiere che dir si -voglia, dei signori di Roccamàla. - -E perchè mo'? Nato e cresciuto nel castello, il vecchio mastro -Benedicite amava il signor suo, sto per dire più dei suoi falconi, i -quali falconi egli amava più dei suoi occhi medesimi. Egli era un _quid_ -tra il servo e il maggiordomo, tra il castaldo e il comandante del -presidio; era insomma il ser faccenda di casa; il vecchio arnese della -rocca, che aveva libertà di parola come un pazzo. Stato particolare che -si spiegherà agevolmente col dire che egli era fratello di latte del -vecchio conte Ruberto; che aveva salvata la vita, o quasi, alla contessa -Alda, un giorno che il suo ronzino le aveva vinta la mano, e che, nato -strozziere, perchè tale era suo padre, e tale suo avolo, aveva pure -studiato un po' di latino sui vecchi messali dei frati del paese, tanto -da essere creduto uomo di dottrina da tutto il vicinato, e degno di -intuonare il _benedicite_ alla mensa dei suoi padroni, alla quale era -ammesso, sebbene ad un desco più basso. Ora che i lettori sanno anche -per qual ragione il nostro valentuomo si chiamasse mastro Benedicite, -noi finiremo il bozzetto col dire che egli sapeva il mestier suo a -menadito, e (poichè bisogna confessar tutto, il male come il bene) ne -andava superbo assai più che non fosse consentito dalla cristiana -umiltà. - -E adesso che lo si conosce _intus et in cute_, co' suoi vizi e con le -sue virtù, e non si può dubitare che non amasse il conte Ugo, come va, -chiederete, che a mastro Benedicite venissero i brividi, ogni qual volta -si toccasse della felicità del padrone? - -Qui giace nocco, lettori amorevoli, e se vorrete tirare innanzi a -leggere con quella pazienza medesima che io a scrivere, farò di -chiarirvi il negozio tra breve, senza guastar l'ordine del racconto, il -quale ora mi costringe a prendere una viottola di fianco. Parrà una -digressione, un perditempo, e non è che una scorciatoia, per la quale -faremo un viaggio e due servizi. - -Il dotto strozziere se ne stava nella sua falconeria, comodo edifizio -accanto alla seconda porta della rocca, dove erano tutte le generazioni -di falchi e d'astori, ed ogni altro arnese attinente alla caccia. Quella -nobile famiglia di bestie aveva faticato di molto nella giornata, poichè -il conte di Roccamàla era andato con numerosa brigata a falconare, ed -aveva cavalcato per una ventina di miglia, fino al castello di -Torrespina, facendo gran caccia di uccellame e selvaggina. Il buon nome -degli alati cacciatori di Malta era stato nobilmente sostenuto al -cospetto di leggiadre dame e cavalieri, e mastro Benedicite raddoppiava -il cibo a' suoi figliuoli, com'egli soleva chiamarli, dando loro le -interiora, cuori e fegatelli di starne, lepri, ed altri volatili e -quadrupedi, che erano stati feriti a morte dai rostri di quelle bestie -valorose. - --- _Optime, fili mi!_ Tu non hai nessuno che possa starti a paro. -_Nullus tibi se conferet heros_, sebbene tu abbia già i sessanta -suonati. Tò, mio dolce amico, questo è per te. -- - -Queste parole, erano rivolte ad un bel falco randione, che mastro -Benedicite s'era recato amorosamente sul pugno, offrendo alle sue -allegre beccate uno spicchio di carne sanguinolenta. Era quello il -beniamino dello strozziere, e degnamente rispondeva alla preferenza -affettuosa di mastro Benedicite, facendo il fatto suo per modo da non -toccargli neppure il sommo delle dita, e interrompendo ad ogni tratto il -suo pasto (notate gran tenerezza) con un picciol grido di gioia e di -gratitudine. - --- E tu, che fai costì, manigoldo? -- borbottò poco stante mastro -Benedicite, facendo la voce tanto ruvida, quanto era stata dolce -dapprima. -- Metto pegno che ancora non sarà nulla a suo posto, nè -lunghe, nè cappelli. - --- C'è tutto, zio, ed ho anche ripulito per bene il pavimento; -- -rispose, senza scomporsi punto per quella infinita ruvidezza, un biondo -adolescente, che era venuto allora a stringersi ai fianchi del vecchio -falconiere. - --- E la lezione? - --- La so. - --- Tanto meglio per te, se tu di' il vero, fannullone. Orvia, sentiamo -un tratto.... Quante sono le generazioni de' falchi? -- - -Il fanciullo stette un po' sopra pensiero; quindi rispose a mezza voce: - --- Sono sei.... - --- Ah, ah! -- gridò mastro Benedicite, in quella che proseguiva a dare -il pasto alle sue bestie -- certuni lo dicono, ma cotestoro, ragazzo -mio, non sanno neanco l'abbicì della falconeria. - --- Sono sette; -- si provò a dire il fanciullo. - --- Sette, sì certamente, sette e non sei. La prima? - --- Il randione. - --- Adagio, adagio a' ma' passi e non mettiamo il carro davanti a' buoi. -Si va dal minore al maggiore, _de minore ad majorem_. Il primo legnaggio -sono lanieri, che sono i più vani: molta apparenza e poca sostanza. E il -secondo? - --- Il secondo, son quelli chiamati pellegrini. - --- Sta bene, e perchè? - --- Perchè persona non può trovare il loro nido; anzi sono presi come in -pellegrinaggio, e sono molto leggeri a nutrire, cortesi e di buon'aria, -e valenti e arditi. - --- Bene, bene! -- borbottò il falconiere -- e il terzo? - --- Il terzo sono falconi montanini, che si nascondono dappertutto, e -quando son nascosti non fuggono più; il quarto falconi gentili; il -quinto.... - --- Non correr già a precipizio! _Festina lente_, ragazzo mio! Che cosa -sono anzitutto i falconi gentili? - -Il fanciullo era rimasto a secco. La voglia di far presto gli aveva -fatto perdere il filo. - --- Ma.... -- disse egli -- i falconi gentili sono.... sono.... - --- Sono quel che tu non sai, per quanto io vedo. E quello che tu non -sai, gli è che i falconi gentili sono nobilissimi, prendono la gru, e -non hanno che un male, cioè di volar troppo lungo, per modo che si -bisogna averne buon cavallo per seguirli, e quassù per i nostri greppi -non approderebbero. Ora al quinto, e bada a non incespicare. - --- Il quinto -- proseguì il nipote -- son gerfalchi, li quali passano -tutti gli uccelli della loro grandezza, e sono forti, fieri, ingegnosi e -bene avventurati in cacciare e in prendere; il sesto è il sagro, molto -grande e somigliante allo sparviero. - --- All'aquila! all'aquila! -- interruppe mastro Benedicite. -- Vedi mo', -Anselmuccio, questo è appunto un sagro; o dove ti sembra egli che -rassomigli allo sparviero? Quello che tu di' è l'astore, non già il -falco sagro. - --- All'aquila; -- soggiunse il ragazzo, risovvenendosi, -- ma, degli -occhi, del becco, delle ali e dell'orgoglio somigliante al gerfalco. Il -settimo.... - -Mastro Benedicite non aveva messo a tortura il nipote, che per farlo -giungere a quel settimo. - --- Eccolo, il settimo, -- interruppe egli con aria di trionfo -- eccolo, -il randione, cioè, il signore e re di tutti gli uccelli, che non è niuno -che osi volare appresso di lui, nè dinanzi. Vedi, figliuol mio, tu -_lasci_ il randione contro qualsivoglia uccello munito di poderose ali, -e non c'è verso di fuggirgli; cadono tutti tramortiti in tal guisa, che -l'uomo li può prendere, come fossero morti. -- - -E ciò detto, essendo finito con la lezione il pasto delle sue bestie -nobilissime, mastro Benedicite si volse da capo al beniamino randione: - --- Non è egli vero, _fili mi dilectissime_, che voi siete uccello da -cosiffatte prodezze? Or via, pigliate il cappello e buona notte. _Salve -tandem!_ - -Il falcone, con la mansuetudine di tutti i suoi pari, quando siano -manieri, e stati da gran pezza a scuola sotto un buon maestro d'arte -_aucuparia_, raffermò con moti quasi soavi le palpebre, si lasciò -incappellare come un membro della confraternita della Morte, e coi geti -annodati ai piedi si pose chetamente sul bastone a dormire. - -Ora, in quella che mastro Benedicite si metteva attorno agli altri -falconi per far loro il medesimo uffizio, si affacciò sull'uscio della -falconeria un famiglio. - --- Ohè, mastro Benedicite, s'ha egli da alzare il ponte, questa sera? - --- Che ponte mi vai tu pontando ora? -- gridò stizzito il falconiere. - --- Sì, il ponte, il ponte! -- disse di rimando quell'altro. -- Messer lo -Conte e tutta la sua gente sono per andare a mensa, e credo non -aspettino più altri da fuori. - --- Questo sapevo; e poi? - --- E poi, mastro Benedicite, io non c'entro. Se a voi piace che il ponte -rimanga calato, accomodatevi pure. Voi avete da messer lo Conte ogni -autorità, per far questo ed altro.... - --- Sì certo, e me ne vanto; -- rispose lo strozziere, che parlava allora -da comandante della guardia -- e penso di non essere venuto meno alla -fiducia di messere Ugo. Il ponte è alzato. - --- È calato, -- s'impuntava a dir l'altro -- qui siete in errore; è -calato. - --- Amico, -- esclamò mastro Benedicite, dopo aver bene squadrato in viso -il famiglio, alla luce di una lanterna che aveva accesa durante quel po' -di conversazione, -- _bibisti quam maxime_, a quel che pare. - --- Che cosa dite? io non intendo il vostro latino. - --- Dico che tu t'impacci de' fatti tuoi, e non mi venga a far l'omo; -dico infine che tu se' pazzo, o ubbriaco. -- - -Quell'altro si strinse nelle spalle, facendo con le labbra l'atto di chi -alla perfine non ci ha nè sal nè pepe da metter su. E mentre il vecchio, -presa la lanterna, esciva dalla falconeria per avviarsi alla porta della -rocca, si fece in tal guisa a proseguire il discorso: - --- Io non volevo far altro che darvi un cenno della cosa. Per me, poi, -stia calato, o si alzi, non me ne importa un frullo. Ad altri, in -cambio, può talentare che l'escita sia libera, e non c'è nissun male. -Già, chi ha da venire a darci molestia quassù? Nemici molti, si -farebbero scorgere troppo tempo prima. Pochi, avrebbero degna -accoglienza. E se pure non si ha paura del diavolo.... il quale del -resto non ha bisogno.... - --- Sta zitto là, manigoldo! -- gridò Benedicite, e fu ad un pelo di -mettergli la palma della mano sui denti. -- Tu non sai quel che ti dica, -e meno ancora di quello che hai detto poc'anzi del ponte calato. - --- Orbene, vedete di per voi; è alzato o calato? Erano allora per -l'appunto alla porta, e i buffi dell'aria esterna s'ingolfavano -rumorosamente sotto l'androne. Mastro Benedicite non rispose, che non -avea tempo da schermire di lingua col famiglio, e con passo deliberato -corse da un lato dell'androne a cercare un uscio socchiuso, donde usciva -un po' di luce fumosa e un suon di voci avvinazzate. - --- Che fate voi qui, pendagli da forca? Giuocate a zara? Avrete tempo a -giuocare, quando sarete con Satanasso, che il malanno vi ci porti -_illico et immediate!_ Chi ha calato il ponte, che è stato levato pur -mo' sotto i miei occhi? - --- Mastro Benedicite, -- rispose uno degli arcieri, alzandosi dalla -panca, -- noi non ci siam mossi di qui. Se il ponte era alzato, come voi -dite, penso che lo sarà tuttavia. - --- No, vi dico; è calato. - --- Sarà qualche paggio, -- entrò a dire un altro della brigata, in -quella che tutti uscivano dalla camera per tener dietro allo strozziere, --- sarà qualche paggio randagio, che ne fa qualcuna delle sue. - --- Baie! Questi manigoldi si calano giù nel fosso dalle finestre, quando -loro metta conto di uscire a far le scorribande nel vicinato. E così si -fiaccasse una volta il collo, messer Fiordaliso, che ha introdotto il -costume di appendersi alle scale di corda! Ma qui, vivaddio, gatta ci -cova, o voi altri avete calato il ponte, ed ora che siete alticci dal -vino, non ve ne ricordate più altro. -- - -Gli arcieri, che ben sapevano di non averci messo mano, ma che pure -volevano farla finita con le sfuriate di quell'autorevole personaggio, -non risposero verbo. Chi tace acconsente; e per tal guisa fu tacitamente -ammesso che il ponte di Roccamàla, la sera del 29 novembre, giorno di -san Saturnino, dell'anno del Signore 1284, era stato levato e calato. - -Ma quel ch'era stato disfatto bisognava rifare. E già si appigliavano -alle manovelle per trarre le catene, allorquando si udì dall'altro lato -del fosso lo scalpito di un cavallo che risaliva galoppando il pendìo, -e, subito dopo, lo squillo di un corno che domandava ospitalità al conte -Ugo di Roccamàla. - --- Chi diamine giunge a quest'ora? -- esclamò uno degli arcieri. - --- Proprio a tempo, -- soggiunse un altro, -- per farci risparmiar la -fatica! - --- E come ha fretta, il sere! E' suona alla disperata. - --- Su, su, tirate, alla croce di Dio, e non mi state a far chiacchiere! --- interruppe lo strozziere. - --- O perchè volete voi che si alzi il ponte, ora, per calarlo da capo? E -l'ospite che giunge, per dove volete che passi? - --- Che ospite del malanno! Vada a farsi impiccare per la gola.... - --- Ma.... e messer lo Conte, se giunge a risaperlo.... - --- Messer lo Conte.... messer lo Conte.... vi comando io, e pagherò io -per tutti. -- - -E dicendo queste parole, il vecchio strozziere tremava a verghe. - --- Poffarbacco! -- esclamò uno degli arcieri -- si direbbe che avete -paura di una visita di messer Satanasso in persona. Basta, sia come vi -talenta, o, per parlar latino alla vostra guisa, _fiat volontas tua_, -mastro Benedicite. Orsù, figliuoli, alle manovelle! - --- Sì, sì, alle manovelle! -- ripetè lo strozziere, più morto che vivo, -senza stare a piatire coll'arciere, e mettendosi all'opera egli stesso -con le braccia tremanti. - --- Ohè! ohè! messeri! In tal guisa si ricevono gli ospiti, dalla gente -costumata? - -Queste parole, accompagnate da un riso sarcastico, venivano dall'altra -banda del fosso. Mastro Benedicite non poteva scorgere chi fosse, -essendo egli sotto la luce della lanterna, e il nuovo capitato fermo di -là dal ponte nella oscurità della notte; ma tant'è, gli parve di -scorgere un paio d'occhiacci fiammeggianti, e per moto naturale si recò -le dita alla fronte, per farsi il segno della croce. - --- _Domine salvum fac.... Vade retro Satana_.... -- borbottò egli tra i -denti. -- Alzate, alzate, in nome di Dio! - -Intanto il riso sarcastico si faceva udire da capo, e la voce con esso. - --- Ah! ah! grazie, grazie, per mia fe', mastro Benedicite! Un povero -romèo è egli dunque un cane tignoso, che gli si chiudano le porte sul -muso? In verità ch'io mi facevo più ospitali i signori di Roccamàla. -- - -Tocco nel vivo, lo strozziere si fe' qualche passo innanzi, ma senza por -piede sul tavolato del ponte, e tirando intorno a sè tutti gli arcieri, -perchè gli facessero buona difesa; quindi, con voce che si provava a far -parere sicura, rispose: - --- I signori di Roccamàla furono sempre e saranno i più ospitali -cavalieri della cristianità, messer pellegrino, e cotesto abbiatevelo -per fermo. Appunto in quest'ora c'è corte bandita a tutti i più riputati -che portino spada e cappa in questi dintorni, e scorre il vin di Cipro, -che alla mensa del serenissimo doge di Venezia non se ne bee del -migliore. Ma gli ospiti del magnifico conte Ugo son persone a modo, e -non hanno la vostra meschina figura, messer pellegrino, sebbene io la -scorgo attraverso questa mezza oscurità. - --- Ah, voi giudicate l'uomo dalla apparenza? Io dovrei pigliarvi allora -per un otre, se bene vi scorgo a mia volta. Andate là, mastro -Benedicite... e non vi faccia meraviglia ch'io vi chiami col vostro -nome, poichè l'hanno pur mo' gridato gli uomini vostri. Andate là, ed -annunziate al magnifico conte Ugo la venuta di un povero pellegrino di -Roma. - --- Di Roma! -- ripetè con piglio d'incredulità lo strozziere, in quella -che dentro di sè si raccomandava a tutti i santi del calendario. - --- Ne dubitate? Ci ho gusto. L'uomo che dubita è l'uomo che pensa. Ma io -ci ho di buone testimonianze a mettervi fuori, che potranno acquetare la -vostra timorata coscienza. Vengo da Roma, dove ho visto il Papa e la -Santa Madre Chiesa, che fanno insieme una buonissima vita. Peccato che -non abbiano figliuoli! Basta, io porto qui, sulla sella del mio magro -ronzino, una gerla di coroncine benedette e d'indulgenze plenarie, e poi -le più succose dispense che ogni buon cristiano possa desiderare; -dispense di sgravarsi senza dolore, checchè sia stato decretato in -contrario; dispense di mangiare il proprio simile, quando si abbiano -buoni denti, e di bere senza ubriacarsi, mettendo acqua nel vino. Che ve -ne pare, mastro Benedicite? son io degno di entrare? - --- Su, su, arcieri! -- urlò il vecchio strozziere. -- Alle catene, alle -catene! - -Ma sì, a persuaderli che gli tenessero bordone! Gli arcieri erano -rimasti stregati dalle bizzarrie del pellegrino, e sghignazzavano -ereticamente, senza badare alle furie di mastro Benedicite. Ed egli a -gridare, a tempestare, a pigliarli pel collo (che la paura gli -raddoppiava le forze), fino a tanto non li ebbe ridotti all'obbedienza. -Ma, sebbene ci si mettessero tutti, ed egli medesimo si provasse ad -aiutarli, le catene non iscorrevano punto. - --- Voi non fate il debito vostro, manigoldi; tirate a voi con quanta -forza avete! - --- Mastro Benedicite le catene hanno la ruggine. Intanto quell'altro -continuava a ridere. - --- Mastro Benedicite, la ruggine è molto più cortese dama che voi non -siate cavaliero. Ora, voi vedete, già venti volte, non una, avrei potuto -passare, e nol fo, per non usare villania al vostro signore. Ma se egli -non è malnato castellano, udrà i tre squilli di corno che si mandano -alle porte della sua rocca. -- - -Così parlò il pellegrino di Roma, e, posto mano al corno che gli pendeva -da fianco, suonò con esso tre volte. - --- Misericordia! -- esclamarono gli arcieri. -- Questa è la tromba del -giudizio universale. - - - - - CAPITOLO II. - - - Dove si legge della felicità di conte Folco, come fosse celebrata dal - biondo Fiordaliso. - -Al primo squillo di corno, quel tale squillo che avea fatti rimanere -sospesi con le braccia in aria gli arcieri, conte Ugo stette egli pure -sospeso, con la coppa d'oro alle labbra. - --- Un ospite! -- esclamò egli, voltandosi alla brigata. -- Sia il ben -venuto a Roccamàla. - -E bevuto un sorso, mandò attorno la tazza, quella tazza d'oro lavorato -con la quale i suoi antenati, da Ugo il negromante, fino a Ruberto il -taciturno, avevano avuto costume di far le loro libazioni ospitali. - --- Messere, -- disse Fiordaliso, -- io mi penso che questo sconosciuto -visitatore rimarrà un pezzo alla porta e morrà anche a ghiado, se -aspetta che gli apra mastro Benedicite. -- - -Colui che parlava in tal guisa era un giovine sui vent'anni, vestito di -un farsetto azzurrognolo listato di bianco e di vermiglio, e con una -zazzera bionda le cui ciocche scompigliate scendevano a nascondergli -mezza la fronte e le guancie. Il viso roseo e la delicatezza dei -contorni lo avrebbero fatto togliere agevolmente per una leggiadra donna -travestita da paggio, se certi peli vani che ombreggiavano il labbro -superiore e il basso delle guance, non avessero fatto manifesto che egli -avea dritto a portare il nome mascolino di Fiordaliso, col quale era -chiamato a Roccamàla, e conosciuto da tutte le graziose femmine della -contèa, nel giro di venticinque miglia, ed anche più oltre. - -Il conte Ugo sorrise con aria affettuosa alle parole dell'adolescente. - --- Che vuoi dir tu, Fiordaliso? - --- Dico, messere, che con mastro Benedicite non si può uscir mai, quando -s'è dentro, nè entrare, quando s'è fuori. Egli è sospettoso come una -lepre, e mal per noi se gli somiglia san Pietro, o se va egli un giorno -a far da portinaio in sua vece. - --- Per ora, -- soggiunse il Conte, -- e' bisognerà che se la tolga in -pace e metta mano alle chiavi. Roccamàla non è un paradiso; ma essa non -è mai stata chiusa a nessun viandante che domandasse ospizio per amor di -Dio, o del valoroso barone san Giorgio che l'ha in guardia. I miei -antichi furono gente melanconica e contegnosa, ma a questo debito non -hanno fallito mai, e non lo dimentica di certo il mio vecchio -strozziere, che è il cronista della famiglia. - --- Ah! gli è dunque un uomo di dottrina, il vostro Benedicite? -- chiese -Ansaldo di Leuca. - --- Altro ci è! Non parlo dei suoi testi latini, che n'ha sempre una -serqua tra i denti, parati ad uscirne fuori. Ma e' vi sa dire quando e -come fu murato il castello, e poi giù giù una infilzata di storielle, -che a udirne la metà v'intronerebbero il capo per un giorno e non vi -lascerebbero più dormire la notte. Ma lo so ben io, che da bambino gli -ero sempre sulle ginocchia e pendevo dalle sue labbra; lo stuzzicavo -sempre a narrarne di nuove, e poi non c'era più verso che potessi -pigliar sonno, tante erano le immagini del tempo antico, che scendevano -a popolare la solitudine della mia camera. Ma questo ospite non -giunge.... - --- Io ve l'ho detto, messere; mastro Benedicite vorrà sapere anzitutto -il nome, la patria e la condizione, se scapolo o ammogliato, e Dio sa -quant'altre cose di quella fatta. - --- Se egli fa ciò, vuol levarmi il mio buon nome, e noi dovremo dargli -una strapazzata, appena ei venga quassù. Messeri, questo vin di -Cipro.... Ma che diamine fa egli, quel vecchio scimunito? Ho io ad esser -chiamato per cagion sua il più tristo cavaliero d'Italia? - -Questa sfuriata del conte Ugo era cagionata, siccome i lettori hanno -indovinato per fermo, dai tre squilli di corno che metteva il -forastiere, stanco di attendere e di piatire con mastro Benedicite. - --- Al nome di Dio! -- esclamò Ansaldo di Leuca. -- Questi è uomo di -vaglia. - --- E quel vecchio pazzo non se ne dà per inteso! Suvvia, Fiordaliso, -scendi tu alla porta, e vedi che cos'è egli mai che ha intorpidite le -gambe al nostro falconiere. -- - -Fiordaliso corse con quella baldanza che è propria de' giovani e che a -lui era accresciuta dieci cotanti dalla amorevolezza del suo signore. Ma -egli era appena sulle scale, che vide giungere ansante, trafelato, -mastro Benedicite; laonde, aspettatolo sul pianerottolo, rientrò con -esso lui nella sala, con una curiosità in corpo da lasciarsi indietro -una dozzina di femmine. Intendiamoci bene, di femmine e non di donne, -poichè tra queste e quelle, sebbene non ammessa dal vocabolario, corre -una differenza grandissima. - --- Orbene, mastro Benedicite, -- gridò conte Ugo, appena ebbe scorto da -lunge lo strozziere, -- e come va che i forastieri chiedono ospitalità e -non l'ottengono, a Roccamàla? -- - -Senonchè, fatto questo rimprovero in forma di domanda, egli vide la -faccia dello strozziere, e, buono com'era, tosto raddolcì la sua voce -per dirgli: - --- Ma che è, Benedicite? Che cosa sono quegli occhi stralunati, e quel -viso smorto? - --- Egli è, messer lo Conte.... -- balbettò il vecchio -- egli è.... ho -calato il ponte.... cioè, l'avevo alzato e poi lo rinvenni calato.... Un -pellegrino, che afferma giunger da Roma.... e mi pare che venga -piuttosto da casa il diavolo.... - --- Potrebb'esser tutt'uno! -- esclamò Ansaldo di Leuca. - --- Sarà come voi dite, messere Ansaldo; ma io penso che questo -forastiero del malanno... insomma, io so quel che mi dico.... - --- Sì, sì! -- interruppe ridendo il conte Ugo, dopo aver fatto cenno -degli occhi a Fiordaliso, il quale fu sollecito ad uscire da capo. -- Ma -voi avete a sapere eziandio, mastro Benedicite, che il nostro castello, -anco a voler partecipare alle vostre superstizioni, non ha paura del -diavolo. Qui c'è stato parecchi giorni il santissimo Bernardo di -Chiaravalle, quando Roccamàla era convento del suo ordine, e la -benedizione di un tanto uomo non basta ella a raffidarvi? - --- Essa, con vostra licenza, messer lo Conte, non ha impedito.... - --- Ah, ah! vecchie storielle da raccontarsi quest'inverno accanto al -fuoco. Ma dove lasciate voi, uomo di salda memoria, le benedizioni di -due papi? Dove la visita del vescovo Gualberto? _Macte animo, generose -senex!_ vi dirò io, imitandovi; noi siamo armati di bolle, d'indulgenze -e d'acqua santa, per ricevere anco una visita dello spirito maligno. -_Portae inferi_... come dite voi, che io non lo ricordo più, il vostro -latino? - --- _Non praevalebunt_, messer lo Conte; e così Dio v'ascolti! -- -soggiunse mastro Benedicite, che, vedendosi là, al cospetto del suo -signore e di tanti allegri cavalieri, incominciava a stupirsi d'avere -avuto paura. - --- Ben venga il diavolo, se pure è egli che giunge! -- disse Ansaldo di -Leuca. - --- Egli è alla perfine un cavaliero di alto legnaggio, sebbene caduto in -disgrazia del più possente barone del mondo, -- soggiunse Enrico -Corradengo, -- e noi ci terremo ad onore di averlo commensale. - --- Ecco un forastiero che fa parlar molto di sè, -- conchiuse il conte -Ugo, -- e noi vedremo se la persona sua risponderà alla nostra -aspettazione. Ad ogni modo, sia il benvenuto tra noi. Mastro Benedicite, -aprite, vi prego, al vostro spauracchio. -- - -Il falconiere andò verso l'uscio della sala e la spalancò. Frattanto si -udiva lo scalpiccìo dei piedi nel corridoio, e la gaia voce di -Fiordaliso. - --- Entrate, messere pellegrino; venite a scaldarvi e a rifocillarvi un -tratto in buona compagnia. -- - -Allora fu veduto entrar nella sala un uomo smilzo e lungo come.... dove -pescherò io il paragone? come le speranze dell'autore di questo -racconto. - -Egli si fece innanzi, rasentando una ricca mensa, intorno alla quale -erano seduti dieci o dodici convitati. La sua cappa di bigello, tutta -sgualcita e rattoppata in più luoghi, il sarrocchino coperto di nicchi -marini e il largo cappello che s'era lasciato ricadere dietro le spalle, -facevano contrasto co' farsetti e giustacuori di velluto variopinto, con -le berrette piumate, e le collane d'oro alle quali accresceva splendore -la luce riflessa dei doppieri. Ma più assai che le vesti, contrastava la -sua pallida faccia coi volti allegri degli ospiti di Roccamàla. - -Chi era costui? Un romèo, cioè un pellegrino che veniva da Roma. -Pellegrini si dicevano coloro i quali andavano a sciogliere il voto ai -luoghi santi, e segnatamente al sepolcro di Cristo; romèi più -propriamente coloro i quali andavano alla eterna città, per baciare il -piede al Giove di bronzo, ribattezzato San Pietro, e per ottenere la -benedizione del papa. Ma quello del romèo non era un mestiero, sibbene -uno stato accidentale e transitorio dell'uomo; ora, che altro fosse, e a -qual ceto appartenesse il nuovo venuto, non era dato d'intendere. Poteva -essere un povero diavolo, che, stanco di servire gli uomini, si fosse -accomodato ai servigi di Dio, od anco un barone, carico di peccati, che -fosse andato a pentirsene a Roma, col cilicio alle reni e col bordone -tra mani. - -La cera del pellegrino non lasciava intendere se egli fosse di questa o -di quell'altra specie; ma certo non era d'uomo da poco. Il viso, un tal -po' allungato e scarno, mostrava que' fini contorni che non sono oggi, e -per fermo non erano allora, di gente rozza e villana. Assai meno poteva -indovinarsi l'età, imperocchè quel suo viso era tale da rispondere ad -ogni congettura, e si poteva dargli trenta come sessant'anni; privilegio -dei vecchi e dei giovani invecchiati, allorquando gli uni e gli altri -abbiano membra asciutte, e carni e peli senza un colore spiccato. - -Per farla finita con le dipinture, diremo ch'egli era aitante della -persona, e per avventura oltre la comune degli uomini, che infine i suoi -modi erano d'uomo punto impacciato nel farsi innanzi ad una nobile -brigata. - -Egli entrò diffatti con passo fermo e sicuro, affrontando gli sguardi -curiosi; e rasentando, come ho già detto, la mensa, andò difilato verso -il conte Ugo, che al suo apparire s'era cortesemente alzato da sedere, -per farglisi incontro. - --- Entrate, messer pellegrino; -- aveva detto quest'ultimo, -accompagnando le parole con atti graziosi. -- Deponete il vostro bordone -e il cappello, e sedete qui daccanto a me. Il nostro Fiordaliso cederà -di grand'animo il suo posto al nuovo ospite che la nostra buona ventura -ci manda. - --- E non gli chiede nemmanco il suo nome! -- borbottò fra i denti mastro -Benedicite, in quella che andava a sedersi al suo posto consueto, nel -basso, della tavola. -- Già, egli è sempre stato così, come tutti i suoi -vecchi! Suo padre, il taciturno, non apriva la bocca che cinque o sei -volte all'anno, e ci volevano proprio i forastieri, per fargliele metter -fuori, quelle quattro parole! -- - -Il pellegrino, intanto, si era seduto a fianco del conte Ugo, e dalle -sue mani aveva ricevuto la coppa ospitale; ma in cambio di recarsela -alle labbra, stava curiosamente a guardarla. - --- Vi piace questa coppa, messer pellegrino? -- ripigliò a dire il conte -Ugo. -- A me duole di non potervela offerire in presente, dacchè essa è -la coppa dei signori di Roccamàla, la coppa di un mio famoso antenato, -che portava appunto il mio nome, or sono forse cento e trent'anni. Non è -egli vero, mastro Benedicite? - --- Sì, messere; -- rispose il vecchio, -- Ugo il negromante mori nel -1150. E la coppa, narrano le cronache, fosse quella di Borman, gigante -che i Liguri adorarono poscia come un dio, la quale fu donata al conte -Ugo dalla fata Melusina. Il santo vescovo Gualberto voleva buttarla giù -nel torrente, ma il vostro trisavo Aleramo.... - --- Basta, basta! -- interruppe il Conte. -- Ecco già un monte di parole -per una coppa che non ne franca la spesa, quantunque sia d'oro. Ella ha -un sol pregio, messer pellegrino; vo' dire l'amorevolezza con la quale -io la presento a' miei ospiti. - --- Lo so, messer lo Conte, lo so; -- rispose il romèo. -- Questa è la -fama che di voi corre nel mondo. - -Quindi, rivoltosi alla brigata, soggiunse, innanzi di recar la coppa -alle labbra: - --- Nobili messeri, io bevo alla vostra felicità, se pure è possibile che -un uomo sia al mondo felice. - --- Grazie dell'augurio, messer pellegrino; -- disse Ansaldo di Leuca; -- -ma voi m'avete l'aria di dubitarne. O perchè non potrebbe uomo esser -felice in questo mondo? - --- _In hac lacrymarum valle_; -- borbottò mastro Benedicite. -- Ora -vediamo che cosa gli sa risponder costui. A' suoi pari non hanno di -certo a mancar le ragioni! -- - -Ma il pellegrino li lasciò a bocca asciutta ambedue, contentandosi a -rispondere: - --- Messere, a chiarirvi cotesto per bene, si vorrebbe una troppo lunga -dissertazione. - --- E voi sarete stanco; -- entrò a dire il conte Ugo. - --- Oh, non già, messer lo Conte! -- rispose il pellegrino. -- Vengo da -Roma a piccole giornate, e non fo molta fatica. Oltre di che, il còmpito -ch'io m'ho preso laggiù, mi ha consentito di giovarmi dell'opera di un -ronzino; e Lutero, comunque non faccia gran mostra di membra, è un -animale che sa il debito suo. - --- Che nome! Lutero! -- esclamò Enrico Corradengo. - --- Un nome greco; -- rispose il pellegrino -- a Roma si studia molto il -greco, oggidì. - --- Gran città, quella Roma! non è egli vero, messer pellegrino? - --- Sì, davvero, gran città; e chi non l'ha veduta, sia detto con vostra -licenza, nobili messeri, non ha veduto nulla. E dire che di presente -ella non è ancor giunta a quel tanto di grandezza che papa Leone X ha in -mente! - --- Leone X! -- non potè rattenersi dallo interrompere mastro Benedicite. --- O non è più papa Onorio IV? - --- Ah! voi siete forte di cronologia, a quel che pare, mastro -Benedicite! -- rispose il pellegrino. -- Onorio IV se ne è salito -diritto al cielo, dove sta pregando per la conservazione di Santa Madre -Chiesa e pel suo trionfo sui tristi che le fan guerra. Ora abbiamo -pontefice il sant'uomo Leone X, munificentissimo principe, il quale dà -opera a grandi e laudabili novità. Vedrete la basilica di San Pietro, -quando sarà riedificata, e mi saprete dire s'ella non sarà divenuta la -più gran meraviglia del mondo cattolico. -- - -Così dicendo, il pellegrino fece col capo il cenno di chi ha nominato -una cosa sacra. Mastro Benedicite non aggiustava fede a' suoi orecchi -medesimi. Quell'umile e costumato pellegrino, che parlava con tanta -reverenza cristiana, era egli colui che di là dal ponte levatoio di -Roccamàla gli aveva pur dianzi parlato, a lui mastro Benedicite, in sì -beffarda maniera? Un uomo avveduto avrebbe, a dir vero, notate sulla -faccia del pellegrino, segnatamente ai lati delle labbra, alcune rughe, -nelle quali usa nascondersi l'ironia, e in certe guardature, che -accompagnavano le parole, sarebbe colto _in flagranti_ lo scherno. Ma il -buon falconiere, quantunque sapesse di latino, non era uomo da intendere -questi nonnulla; argomentate poi se potesse coglierli a volo! Egli era -come trasognato, e già si pentiva in cuor suo di aver così male inteso, -e peggio giudicato, un uomo che faceva testimonianza di tanta religione. - --- E come si vive a Roma? -- domandò Fiordaliso. -- Chi non ha sulle -spalle i gravi carichi della santa religione, non ci morrà mica di noia? - --- Dio ne guardi, messere! Roma è l'Atene d'Italia. Sua Santità è un -uomo co' fiocchi; vo' dire un degno vicario di Dio. Il redentore del -mondo è rappresentato laggiù come si addice a così alto barone. E il -Machiavelli, con la sua _Mandragora_! Quella è una commedia! Il papa ha -già voluto udirla recitare due volte. E il Bembo! Che piacevole uomo e -che latinista di vaglia! Figuratevi, nobili messeri, ch'egli ha scritto -ad un amico suo, non avesse a leggere le epistole di san Paolo, per non -guastarsi la buona latinità! La mercè di questo valentuomo, che è -segretario ai brevi, gli oracoli del Vaticano sono espressi con una -eleganza, che non fu mai la maggiore. La vergine Maria si chiama _Dea -Lauretana_; papa Leone è assunto al pontificato _jussu deorum -immortalium_; celebrar la messa da morto si chiama _litari Diis -manibus_, ed altre frasche simiglianti, che capirà per bene mastro -Benedicite, il quale ho udito essere molto intendente della lingua del -Lazio. -- - -Lo strozziere, toccato nel suo debole, chinò gli occhi modestamente sul -tagliere. La diffidenza, che gli era nata in petto contro il forastiero, -incominciava ad andarsene in fumo. - --- Voi dicevate, messer pellegrino, della basilica di San Pietro. - --- Affè, sarà quella un'opera stupenda. Figlio di Lorenzo il Magnifico, -Leone X non farà che cose magnifiche. Ma ci bisognan danari. - --- _Nulla res sine pecunia!_ -- sentenziò Benedicite. - --- Sì, veramente, e a cotesto si pensa per l'appunto ora, e chiunque -aiuterà alla grand'opera avrà indulgenze a macca. - --- E voi, messer pellegrino, -- entrò a dire il Conte, -- se ben -m'appongo, ne avete in buon dato. - --- Sì, messer lo Conte, ne porto attorno per cui piacciono. Vo in -Monferrato; di là passerò in Lamagna, dove spero il negozio abbia a -prosperare più assai che in ogni altra parte d'Europa. Ahimè, sono stato -un grande scioperato fino ad ora, e mi bisogna racquistare il tempo -sprecato, con qualche opera buona. Ma già questi non sono discorsi da -farsi a mensa, e in compagnia di tanti orrevoli cavalieri. Proseguite, -di grazia, i vostri interrotti ragionari, se pure ad un forastiero è -permesso di udirli. - --- Che diamine! Noi stavamo appunto per chiedere una ballata a -Fiordaliso, il nostro bel paggio, che la pretende a poeta, e, in fede -mia, non senza ragione. - --- Mi sarà grato udire ciò che bisbigliano le Muse nell'orecchio di un -sì leggiadro garzone. - --- Oh, non vi aspettate grandi cose, messer pellegrino! -- rispose -Fiordaliso, che si era fatto rosso come una brace. -- Io non ho studiato -d'arte poetica, e vo strimpellando il liuto come un menestrello -villereccio. - --- Suvvia, Fiordaliso, non ci buttiamo giù di questa guisa! Il nostro -ospite avrà forse udito più valorosi trovatori che tu non sia; ma io -metto pegno che egli non rimarrà al tutto scontento dei fatti tuoi. -Sentiamo dunque la tua ballata! -- - -Il paggio non si fece pregare più oltre, e andato a pigliare in un -cantuccio il liuto, incominciò a trarne parecchi accordi, i quali -volevano proprio dimostrare come il suonatore fosse stato troppo -modesto, paragonandosi ad un menestrello giramondo. Quindi, giusta il -costume degli antichi trovatori, non ancora perduto in que' paesi -feudali, si fece a cantare in questa maniera: - - -- Conte Folco è prode e bello, - Esemplar de' cavalieri. - Fido albergo è il suo castello - Di dugento balestrieri. - Cento lance ei mette in guerra. - È possente e paventato; - Ma più ancora avventurato - Dell'affetto d'ogni cor. - - S'è felici in sulla terra - Fin che regni in terra amor. -- - --- Bene, Fiordaliso, bene! -- gridò Ansaldo di Leuca. - -E tutti in coro ripeterono il ritornello: - - S'è felici in sulla terra - Fin che regni in terra amor. - -Il giovinetto proseguì, accompagnandosi cogli accordi del suo liuto: - - -- Sulla preda all'aure scaglia - I falcon più peregrini; - Pronti in giostra ed in battaglia - Ha cavalli saracini. - Lieto il fan di censo opimo - Le vitifere pendici; - Ma più lieto i fidi amici - Che gli fan corona ognor. - - L'uom felice in terra estimo - Fin che regni in terra amor. -- - --- Gli amici, Ugo, tu l'hai udito, gli amici! -- disse Enrico -Corradengo, dopo che ebbero ripetuto il ritornello. - --- Sì! -- rispose Ugo. -- L'amicizia è la più bella cosa e la più cara -che al mondo sia. - --- Adagio, messere! -- gridò Fiordaliso. -- Io non ho anche finito. - --- Tira innanzi, dunque, da bravo! - -Incuorato dal plauso della brigata il paggio intuonò la terza strofa: - - -- Carlomagno invidia a lui - Così dolce e lieto stato; - Ch'ei non è tra' prodi sui - Più securo e più beato. - Conte Folco a regio impero - Ben potria levar le brame; - Ma più grato a lui reame - Parve ognora un fido cor. - - Più felice è l'uomo invero - Se gli arrida in terra amor. -- - --- Hai ragione, Fiordaliso! -- esclamò conte Ugo. -- L'amore accanto -all'amicizia, ma un grado più in su. Questo è nella natura delle cose, e -voi non ve ne dorrete, amici miei, non è egli vero? - --- No, per mia fè! -- rispose Ansaldo di Leuca. -- E' bisognerebbe -essere egoisti di tre cotte, per dolersene. Le dame anzitutto! Ma ci ha -da essere ancora una strofa.... - --- Sì, messere; -- soggiunse il paggio, -- ed eccola appunto: - - -- Per lui sol non disumana, - Disdegnò d'un re l'omaggio - Valorosa castellana - Di gran cor, d'alto legnaggio. - È regina e imperatrice, - Se tien Folco in suo governo, - Se per lei d'affetto eterno - Per lei palpita il suo cor. - - Sulla terra è l'uom felice - Fin che regni in terra amor. - --- Bene! benissimo! -- gridarono tutti, e ripeterono in coro, siccome -avevano fatto per l'altre strofe: - - Sulla terra è l'uom felice - Fin che regni in terra amor. - --- Questo conte Folco era un uomo felice davvero -- disse Ugo, in quella -che si toglieva dal collo la sua collana d'oro, per cingerne il suo -paggio prediletto. -- Felice davvero! e a tutte le sue venture -s'aggiunge questa, di essere cantato da sì gentile poeta. Che ne dite -voi, messer pellegrino? - --- Che avete ragione, per quanto si riguarda al poeta. I suoi versi sono -graziosi, e meritano il presente che avete sì nobilmente fatto -all'artefice. Ma il concetto, con sua e vostra licenza, non mi par -giusto del pari. - --- Oh! oh! -- sclamò Fiordaliso, turbato nel suo trionfo poetico. - --- Non c'è _oh_ che tenga! soggiunse il pellegrino. -- Recatevelo in -santa pace; voi non avete, messer Fiordaliso, fatto prova di molta -filosofia; laonde io mi fo' lecito di consigliarvi a studiare qualche -buon libro intorno a questa materia, e in particolar modo il libro della -vita, che le Sacre Carte hanno simboleggiato nell'albero della scienza -del bene e del male. - --- Fiordaliso, tu se' spacciato! -- gridò Ottone di Cosseria. - --- _Periisti!_ -- aggiunse il latinista Benedicite, dal fondo della -tavola. - --- Orbene, -- disse, dopo una breve sosta il poeta, messo in puntiglio --- correggete voi con la vostra scienza, messer pellegrino, quel che c'è -di errato nei miei grami concetti! - --- E perchè no? Tengo la giostra. Date qua il vostro liuto e vedremo di -cavarne un costrutto. -- - - - - - CAPITOLO III. - - - Come il biondo Fiordaliso fu vinto in tenzone poetica, e del rammarico - ch'ei n'ebbe. - -Allora, in mezzo alla aspettazione universale, lo strano ospite di -Roccamàla pose le mani sullo stromento di Fiordaliso, che più non parve -lo stesso. Le sue dita, adunche come gli artigli d'un falco, cavarono -dalle corde una tempesta di suoni, striduli e sto per dire non umani; -strano preludio che fece correre un brivido di terrore per l'ossa a -quella nobile udienza. - --- O come suonate voi, messer pellegrino? -- chiese Enrico Corradengo. - --- Come il Paganini. - --- E chi è il Paganini? -- dimandò un altro della brigata. - --- Un gran trovatore, messeri, un gran trovatore. - --- E.... -- si provò a dire Fiordaliso, che udiva toccato il liuto da -mano maestra e già si sentiva una spina nel cuore, -- e vi ha insegnato -egli?.... - --- No, io a lui; -- rispose asciuttamente il pellegrino. - --- Ah! noi siamo dunque al cospetto di un maestro.... -- disse il conte -Ugo. - --- Oh, questo poi no, messer lo Conte! Pizzico un tratto, per mio -logorare, ma non la pretendo a maestro nella gaia scienza, come fa -qualcun altro. Ora, ecco, magnifici messeri, vi canterò la ballata -dell'uom felice, la ballata di Giobbe. - --- Vuol essere allegra! -- disse mastro Benedicite fra i denti; e -frattanto di sotto alla tavola fece il segno della croce, imperocchè, -dopo quel preludio indiavolato, gli era tornata la paura in corpo. - -Per tutta la comitiva si fece un gran silenzio, appena il pellegrino -ebbe annunziato il titolo della sua ballata. E l'ospite di Roccamàla, -con voce ingrata, ma che costringeva ad ascoltare, così diede principio -al suo canto: - - Era su in alto splendida festa, - Chè avea l'Eterno corte bandita. - Calici in mano; corone in testa; - Tocche le cetre da rosee dita. - Tutti raccolti nel ciel natio - Eran gli alati figli di Dio. - --- Il cominciamento è bello! -- gridò Ansaldo di Leuca. -- Pare una -copia della nostra brigata, salvo che noi non abbiamo corona in testa e -non siamo figli di Dio, e voi non avete le dita rosee, messer -pellegrino! -- - -Il cantore rispose alla celia di Ansaldo con un sorriso che mise in -mostra trentadue denti nitidi ed acuti come quei d'una sega, e, -ripigliato l'arpeggio, prosegui: - - C'eran tutti, chè in lieto accordo - Venner da' chiari regni e da' bui; - E quell'astuto, cui non fu sordo - D'Eva l'orecchio, c'era pur lui, - Da Dio colpito già d'anatema, - D'alta scienza mastro Aporèma. - --- Aporèma! È un nome saracino? -- esclamò Ansaldo di Leuca. - --- No, -- soggiunse Corradengo -- un nome greco. - --- Greco, o saracino, -- borbottò mastro Benedicite, -- gli ha da essere -sinonimo di Satanasso. -- - -Il pellegrino rispose con un altro dei suoi tetri sorrisi, e continuò -cantando: - - Spirto del dubbio, spirto che indaga, - Che viver sdegna contento al quia, - Nè di fallaci larve s'appaga, - E l'uom da' stolti sogni disvia. - Com'ei da sezzo giunto s'assise, - Lo vide il vecchio Sire e sorrise. - - -- Che vuoi Satanno? -- Buon sire Iddio, - Un posto al vostro gaio banchetto! - Vostra fattura, padre, son io, - Sebben m'abbiate poi maledetto, - E qual maestro lasciato all'uomo - Dopo la biblica scena del pomo. - - -- Sì veramente, spirto malnato, - E aver ciò fatto mi seppe reo! - Ma non hai tutti pure ingannato.... - Ti sfugge il giusto prence Idumeo.... - -- Ve' gran fatica! Voi lo volete.... - Ma lo lasciate solo, e vedrete! -- - - -- Sì, tenta! io tolgo da lui la mano.... - Ma inver sovr'esso fai mala prova, - -- Perchè? fors'egli fuor dell'umano, - Oltre la terra sue gioie trova? - Hollo a far tristo, buon sire Iddio, - O ch'io, Satanno, non son più io! -- - -Qui il pellegrino fece una sosta, che nessuno degli astanti volle -turbare co' suoi ragionari, tanto erano ansiosi di udire la -continuazione. E questa non si fece attender molto, poichè, dopo un -altro arpeggio più cupo del primo, e con voce più stridula, il cantore -di Aporèma venne alla seconda parte della ballata. - - Il vecchio di lassù tenne la fede, - Perchè sillaba sua non si cancella, - E l'uom felice in potestà gli diede. - - Ratta sui vanni allor d'atra procella, - Scende sventura all'idumee pendici, - Strugge i campi, gli armenti e le castella. - - Ve' subito oscurarsi i dì felici - Del prence, e ve' dalle dolenti case - Ad uno ad uno disparir gli amici! - - Nè il vinse ciò, nè l'ira al cor süase. - Guardò la donna sua, baciolla, al core - Forte la strinse, e impavido rimase. - - Ma passa ancora il nembo struggitore - E a lui, che nulla sembra aver sofferto, - Della salute inaridisce il fiore. - - Già bellezza e vigor l'hanno deserto, - E tabe ria da cento piaghe stilla - Onde apparisce il corpo suo coverto. - - Ve' donna innamorata! Amor vacilla. - Ve' cor cui l'uomo non mutevol creda! - Torse il piede ad un tempo e la pupilla. - - Solo, ognor solo, parta il giorno o rieda, - Alla brina gelata, al sol cocente, - Solitario carcame a' vermi in preda! - - Pur gli rimase il raggio della mente.... - Ma udite qual ne fece uso sennato; - Maledisse all'Eterno, e irriverente - - Gli domandò: «perchè m'hai tu creato?» - -Giunto alla fine della seconda parte, la quale, anzi che un canto, fu -una recitazione drammatica, accompagnata da rauchi suoni di corde, il -pellegrino fece la seconda sosta. - -La brigata non fiatava; ma il suo silenzio non era per fermo -testimonianza di freddezza; chè ben dimostravano il contrario gli -sguardi fisi e le labbra ansiosamente tese verso il cantore. - -La imprecazione di Giobbe era stata resa con un accento da mettere i -brividi, e più paurosa l'avea fatta il liuto, con un suo accompagnamento -beffardo. Poco stante, il pellegrino, facendosi da capo alla cantilena -delle prime strofe, ripigliò in questa guisa a cantare: - - Era su in alto splendida festa - Ed Aporèma fu del cortèo. - -- Orben, signore, dite, che resta - Del vostro lieto prence Idumèo? - Povero, infermo, solo, reietto, - Al suo fattore grida così: - «Perchè mi desti core e 'ntelletto? - «Perchè m'apristi le luci al dì?» - - Affè, gran cosa l'esser felice - Se un sogno all'uomo la vita infiori, - E raggio d'iride l'ingannatrice - Zona vi stenda de' suoi colori! - Felice è l'uomo fin che la fede - Inviolata nel cor gli sta, - E il primo intonaco di ciò che vede - A brani a brani non se ne va. -- - - -- E tu, Aporèma, forse più lieto - Sei tu che 'l negro dubbio diffondi, - Tu che turbandomi l'alto secreto - Ogni parvenza scuoti e disfrondi? - Dimmi, te stesso non hai dannato - A lutto eterno fin da quel dì - Che in questo sogno viver beato - Sdegnasti e l'ira mia ti colpì? - - -- Il ver parlate, buon sire Iddio; - In cor non sente gioie Aporèma. - Nel duol mi cruccio, ma il duolo mio - Non può speranza vincer, nè tema. - Quanto la vostra mano dispone - Per me segreti, sire, non ha: - So quanto valgono cose e persone, - E niun sul prezzo gabbo mi fa. - -La ballata del pellegrino, e la sarcastica chiusa, fecero una grande -impressione sulla nobile comitiva. Gli amici del conte Ugo e i suoi -vassalli si guardarono in viso trasognati; indi tornarono a guardare il -pellegrino, sulle cui labbra scorgevasi ancora il sogghigno di Aporèma. -A mastro Benedicite, allora più che mai ricaduto in balìa delle sue -superstiziose paure, venne in mente che fosse proprio lui quello spirito -maligno del quale aveva cantate le imprese; epperò il degno strozziere -se ne rimase mutolo, a capo chino, fantasticando sulle conseguenze di -quella visita notturna, e non badando punto a citazioni latine; segno -che il suo turbamento era grave. - -Anche il conte Ugo era muto, sebbene non partecipasse alle ubbìe del suo -fidato vassallo e non vedesse nell'ospite di Roccamàla che un uomo come -tutti gli altri suoi commensali. La filosofia dello sconosciuto lo aveva -profondamente commosso, ed egli era rimasto inerte sulla scranna, con lo -sguardo fiso ma disattento, come di chi sembra aguzzar l'occhio verso un -punto dello spazio, e non fa in quella vece che seguire il corso -vagabondo d'immagini confuse, le quali non hanno per anche presa la -forma di un pensiero. - -Il primo a rompere quel silenzio, e direi quasi quell'incantesimo, fu il -biondo Fiordaliso, pieno il cuore della sua giovanile baldanza. - --- Leggiadra è la vostra ballata, messer pellegrino; ma egli mi sembra -che la storia da voi narrata non sia molto d'accordo con la Bibbia, -segnatamente nella chiusa. -- - -La nota del paggio era girata per la mente a tutti i commensali; epperò -eglino, udendola espressa dalle parole dell'adolescente, gli tennero -bordone con un cenno del capo. - -Ma il pellegrino non era uomo da darsi vinto per simili frasche. Crollò -le spalle, fece una smorfia e rispose con aria benigna e -compassionevole: - --- Ah! perchè voi non avete letto che la Volgata, messer Fiordaliso. La -storia vera è quella che v'ho raccontata io, e si legge nel testo -caldaico della Vaticana. Nella Volgata s'è tenuto altro metro, per tema -che la lettura avesse a riuscire troppo sconsolante; della quale -sollecitudine per le coscienze timorate vuolsi saper grado alla Chiesa. - --- Per ventura le sono finzioni poetiche dei tempi andati! -- disse -Ottone di Cosseria. - --- Sì, e non possono mutare il verace aspetto delle cose; -- soggiunse -Enrico Corradengo. -- L'amicizia, a malgrado dei vostri biblici esempi, -è un alto e durevole affetto. - --- Giobbe lo sa, mio nobil sere! -- esclamò il pellegrino. - --- Ah, lasciamolo in pace! -- rispose il Corradengo. -- Io, per me, -tengo che se egli avesse vissuto ai tempi nostri, tra cavalieri, nessuno -degli amici suoi lo avrebbe abbandonato nella disgrazia, e ognuno si -sarebbe recato a ventura di spartire con lui. -- - -Il sogghigno di Aporèma si dipinse anco una volta sulle labbra del -pellegrino. Il Corradengo, turbato, non disse più altro. - --- E non si dirà nulla della donna del principe d'Idumea? -- entrò -Ansaldo di Leuca. -- Io mi penso che questa dama, se pure c'è stata, ed -ha operato secondo il detto della vostra canzone, messer pellegrino, non -era donna di gentil sangue. L'amore è fortissimo e nobilissimo affetto, -che vince ogni ostacolo, che sopravvive ad ogni sciagura, come -c'insegnano esempi molti e recenti. Io vi prego, messere, se avete caro -il vostro buon nome di trovatore, a non farvi udire nè da Matilde, -contessa di Sciampagna, nè dalla marchesina di Monferrato, nè da -Giovanna di Torrespina, la più savia come la più leggiadra gentildonna -di cui cavaliero portasse mai i colori. -- - -Al nome della castellana di Torrespina, l'ospite sconosciuto fece un -volto più umano, come chi intenda ad entrare nelle grazie di -qualcheduno, o non voglia, per cortesia, far contro a giudizii che -risguardano le persone. - --- Tolga il buon sire Iddio, -- rispose quindi ad Ansaldo, -- che io -voglia farmi udire a cantar sul liuto fuori di questa nobil brigata. Vi -ho poi detto, messeri, che io non sono trovatore. La canzone di quel -biondo alunno delle Muse mi ha messo in vena, e mi sono provato anch'io -a dirvi la mia, tanto per fargli intendere quello che una lunga -esperienza ha insegnato ad un povero vecchio; che tale io mi sono da -lunga pezza, e abbandonato da tutte quelle dolci fantasie che -illeggiadriscono la vita ai giovani cavalieri. Ma io so bene che i miei -canti non potrebbero andare a grado di tutti, come so che la verità non -è mai bella, nè lieta ad udirsi. -- - -Il conte Ugo uscì finalmente allora dal suo silenzio. - --- Messer pellegrino, -- diss'egli con molta gravità, -- la vostra -ballata è triste assai, ma bella del pari, e vi pone così alto nella mia -estimazione che io non saprei dirvi di più. Voi siete il mio ospite per -tutto quel tempo che a voi piacerà, e quando la mia casa vi riesca -troppo uggiosa dimora, della qual cosa io sarò dolentissimo, il miglior -ronzino, o palafreno di Roccamàla rimarrà vostro, e vostro il migliore -de' miei falconi, se il passatempo di sant'Uberto v'è grato. - --- Voi siete, messer lo conte, -- disse il pellegrino inchinandosi -profondamente, -- il più magnifico e liberal cavaliero che al mondo -sia. -- - -A Fiordaliso si sbiancarono le guancie; delle labbra non saprei dirvi, -perchè il biondo adolescente, vinto nella sua poetica tenzone al -cospetto e per sentenza di conte Ugo, le aveva raccolte tra i denti, e -premea forte, in atto dispettoso. Era quello il primo giorno di sua vita -che cosa alcuna gli avesse a dolere; e il cominciamento fu amaro. - -Tanto per fare alcun che, e per non addimostrare il suo broncio, il -povero paggio andò a togliere il liuto dalle mani del pellegrino e lo -recò fuor della sala. - --- Va, stromento d'inferno! -- gridò egli stizzito, buttandolo su d'una -cassapanca che era nella sua camera. -- E adesso aspetta che io ti -ripigli! - -Il povero liuto, che non ci avea colpa, risuonò alla percossa; le corde -mandarono un gemito, quasi un accento di rimprovero. Ma il paggio non si -pentì dell'opera sua, e chiusosi l'uscio dietro le spalle, se ne andò a -parare il vento su d'un terrazzo, molto lunge dalla sala dov'erano i -convitati del conte. - - - - - CAPITOLO IV. - - - Che cosa fosse, e perchè temuta, la torre del Negromante. - -Levate le mense a notte alta, conte Ugo accomiatò gli amici, non già dal -castello, perchè erano ospiti suoi, ma dalla sala del convito. Allora si -fecero innanzi i famigli, che già stavano pronti con le torce di resina -in mano, e scortarono ognuno dei nobili cavalieri nelle stanze a lui -assegnate. - -Per tal modo, non rimasero presso il conte Ugo che il pellegrino e -mastro Benedicite, strozziere, maggiordomo, ser faccenda di Roccamàla. - -Ugo era sopra pensieri, poichè la conversazione e il canto del suo nuovo -ospite lo avevano fortemente turbato; ma siccome egli era gentil -cavaliere, la mestizia non poteva fargli dimenticare il debito suo verso -gli ospiti. - --- Messer pellegrino -- diss'egli -- a me duole di non potere usarvi -tutta quella cortesia che si vorrebbe per un uomo della vostra levatura. -Roccamàla è un ampio maniero, ma pieno d'amici, ed io non posso -offerirvi che un alloggiamento indegno di voi... salvo il caso che vi -acconciate a riposare nella torre del Negromante. - --- Che dite voi, messer lo conte? -- gridò mastro Benedicite. -- Farlo -alloggiar nella torre.... - --- No, io non ho detto questo; sibbene ho voluto far intendere al nostro -ospite come io non possa offerirgli una stanza degna di lui. - --- Che cos'è questa torre del Negromante? -- domandò il pellegrino. - --- Ah, per darvene una giusta notizia, mi bisognerebbe raccontarvi una -storia troppo lunga, e tale da farvi addormentare sulla scranna. -Roccamàla, messer pellegrino, è un triste luogo, ed io mi penso che la -tristezza sua entri in gran parte nell'umor nero che ha regnato su sette -generazioni de' miei antenati. Si narrano di questo castello le più -paurose leggende.... Figuratevi! Il conte Ugo, primo dei Roccamàla, -nella sua vecchiaia si era dato anima e corpo allo studio delle scienze -naturali, e la buona gente dei dintorni fantasticò che egli avesse -commercio con lo spirito maligno. Quando egli venne a morte, quella -torre, dov'egli era uso dimorare, e che ha tolto da lui il nome di -Negromante, fu argomento di terrore per tutti, e pochi ardirono d'allora -in poi di passarvi la notte. - --- Ah, ah! -- disse, ridendo, il pellegrino. -- Storielle da metter -paura ai bambini!... - --- Lo dico anch'io, -- rispose il conte -- ma tant'è; la cosa è passata -in consuetudine, e non si può levar dal capo a nessuno de' miei vassalli -che in quella torre ci sia un incantesimo, un diavoleto e che so io.... -Ma che cosa volete dir voi, mastro Benedicite, che mi fate quegli occhi -da spiritato? - --- Dico, messer lo conte, che voi mi sembrate pigliare a scherno la cosa -più vera del mondo; dico che il diavoleto c'è, e che la storia non -mente.... - --- Sì, la storia.... tutto quello che vorrete, ma intanto il libro nero -non s'è mai potuto trovare. - --- Che prova ciò, messere? - --- Prova che le sono ubbie da bambini, o da vecchi rimbambiti; e ciò sia -detto senza far torto a voi, che siete un uomo a modo, quantunque troppo -facile a credere certe stramberie della gente volgare. - --- Ah! ci abbiamo dunque a Roccamàla una vecchia leggenda? -- soggiunse -il pellegrino. -- Io son ghiotto di simili novità. Narratemi questa -leggenda, Benedicite _mi dilectissime_! Se debbo andare a dormir nella -torre, è pur ragionevole che io sappia.... - --- Ci andrete? -- dimandò lo strozziere, guardando il pellegrino con -atto di maraviglia. - --- Se ci andrò? Lo chiedo per grazia profumata dal conte di Roccamàla. E -chi sa che io, con le sante reliquie e le indulgenze che porto da Roma, -non venga a capo di togliere dalla torre del Negromante... - --- Ah! così voi diceste il vero! -- interruppe mastro Benedicite. -- Io, -per me, con buona pace del magnifico conte Ugo, credo che ne sia grande -il bisogno. - --- Ma raccontatemi dunque, ve ne prego in nome dei vostri diletti -falconi, o nobile _accipitrario_ -- disse il pellegrino, alludendo alla -professione del falconiere -- che cosa avviene egli in quella torre del -Negromante? - --- La è una storia lunga -- rispose mastro Benedicite -- siccome vi ha -detto messer lo conte pur mo', ed ha cominciato da Ugo il Negromante, -che dopo aver preso il convento ai monaci di San Bernardo, per farne una -rocca, si trasse il diavolo in casa con le sue stregonerie. - --- Cioè -- soggiunse il conte -- furono i monaci che inventarono questa -storia del diavolo, per vendicarsi della perdita del convento. Ma basti, -ve la dirò io, questa leggenda, poichè il mio falconiere ci menerebbe -troppo per le lunghe. Si narra adunque che, dopo la morte di Ugo il -Negromante, in certe notti dell'anno si vedessero apparir fiamme dalle -finestre della torre che sta sul burrone; che poi queste fiamme si -vedessero ogni notte; e v'ebbe chi giurò d'aver veduto nel bagliore il -profilo del mio antenato. Altri disse del diavolo; altri di tutt'e due, -che stessero amichevolmente a colloquio. Comunque sia, cose strane si -vedevano; e frattanto, chi dormiva nelle stanze della torre non udiva -mai nulla, non si addava di nulla; che anzi, appena postosi a letto, era -côlto da sonno così profondo che fino a giorno inoltrato non c'era più -verso di svegliarlo. Notate, messer pellegrino; non sono io che vi narro -queste cose; è la cronaca di Roccamàla. Ed essa narra eziandio che, dopo -molti anni di queste paurose apparizioni, uno dei miei maggiori, Aleramo -il _biancamano_, mandò pei monaci, e con donativi alla loro comunità -cercò di renderseli benevoli, affinchè cacciassero il demonio dalla -torre del Negromante. Ma, o fosse che i loro scongiuri non approdassero, -o che non bastassero i presenti del mio trisavolo, fatto sta che il -demonio non volle uscir fuori, e bisognò chiamare quassù il santo -vescovo Gualberto, uscito dall'ordine de' Cisterciensi medesimi, il -quale una notte si chiuse nel luogo maledetto, dopo essersi fatto dare -un foglio di pergamena, chiuso in una fascia di pelle nera, e non -ricomparve che la mattina seguente. Ma egli pare che il santo vescovo -avesse sfruttato per bene il suo tempo, imperocchè corse la voce che -egli avesse parlato con lo spirito maligno, e trovatolo duro anzichè no, -avesse pure ottenuto da lui la promessa di non rimetter più piede in -Roccamàla, sotto certe condizioni, le quali furono scritte nella -pergamena e sottoscritte dai due _in formis ed modis_. Dico bene, mastro -Benedicite? - --- Benissimo, messer lo conte, benissimo! - --- E queste condizioni, -- disse il pellegrino, che aveva mostrato di -udire con molta attenzione la leggenda del suo ospite -- quali erano -esse? - --- Affè, ch'io non saprei dirvele ora! -- rispose il conte. -- Ma egli -mi par di aver udito che tra l'altre ci fosse questa di rinunziare a' -suoi diritti di possesso su Roccamàla, fino a tanto non ci fosse tra i -suoi signori un uomo contento. -- - --- Bizzarro, quel demonio! -- esclamò il pellegrino. - --- Ve l'ho detto, messere; questa favola deve essere stata messa fuori -dai nostri ottimi frati, e resa poi più credibile dal fatto che tutti i -signori di Roccamàla furono gente malinconica oltremodo. -- Che ha il -castellano che non lo si vede mai a sorridere? -- Non sapete? i signori -della rocca non possono essere lieti mai; il santo vescovo Gualberto -sapeva pure il fatto suo, quando accettò il patto del diavolo. O come -volete che faccia egli a tornare, se questi castellani, di padre in -figlio, son sempre così rannuvolati? E così, una storia siffatta ha -potuto essere creduta, e sopra tutto accresciuta dalle superstizioni del -volgo. - --- E il libro?... - --- Ah, il libro nero? Benedicite vi potrà raccontare com'è scritto, come -legato, e quante borchie, quanti fermagli ci avesse sulla negra coperta; -ma ohimè, vedete leggenda sciagurata! nè egli l'ha visto, nè altri al -mondo. - --- Messere.... -- esclamò Benedicite, con accento di rispettoso -rimprovero. - --- Sì, sì, -- ripigliò il conte sorridendo -- la nota cronaca racconta -che il libro nero fosse chiuso in un armadio di legno, rivestito di -ferro, che sta ancor di presente nella torre. Ma si è rovistato ogni -cassettone, ogni ripostiglio, e il libro non è comparso. S'è picchiato -su per le pareti, cercando se si sentisse alcun vuoto, ma le furono -novelle. Chi vi dirò io di vantaggio? Da Aleramo biancamano in poi, -nessuno mai seppe di questo negozio, chè certo ha da essere stato -inventato più tardi dal convento vicino. Infatti il mio trisavolo non ne -tramandò memoria veruna, e non ne seppero nulla, almeno per diretta via, -nè Corrado senza paura, nè Ingone il rosso, nè Roberto il taciturno, che -fu mio padre. Ora, voi sapete tutto, cioè quanto rileva, della leggenda -di mastro Benedicite, la quale vuol essere compiuta col dirvi che nella -stanza della torre, e sempre a cagione di questa favola, non ci dorme -più alcuno, sebbene ella sia una delle migliori di Roccamàla. - --- Orbene, con vostra licenza, messer lo conte, andrò io a dormire colà; --- disse il pellegrino; -- per dove ci si va egli? - --- Benedicite vi accompagnerà, che ben vi è debitore di tanto, dopo -avervi fatto aspettare così lungamente alla entrata del castello. - --- Oh, io non gli tengo il broncio per cotesto! -- soggiunse l'ospite, -mettendo con dimestichezza una mano sulla spalla del falconiere. -- Ma -che avete voi, mastro Benedicite? Si direbbe che un povero pellegrino vi -fa paura! Non son bello, lo so, ma non avrei creduto mai che voi, _vir -sapiens_, giudicaste gli uomini dalla loro apparenza. - --- Diminguardi, messere! _Quod Deus avertat_.... -- rispose lo -strozziere, provandosi a ridere. - -E intanto tremava a verghe. La torcia di resina gli ballava la danza -macabra nel pugno. - -Qui, fatta riverenza al conte Ugo, il pellegrino si ritirò, accompagnato -dal povero strozziere. - -Rimasto solo, il conte si diede a passeggiare per la sala, senza -ricordarsi dell'ora tarda e dei famigli che lo attendevano sul limitare, -per rischiarargli la via fino alle sue stanze. Egli, già se n'è accorto -il lettore, non era più di quel gaio umore, col quale si era seduto a -mensa; molte cose erano avvenute nel picciol mondo della sua mente, -molti e svariati pensieri vi turbinavano per entro. - -Per la prima volta in sua vita, Ugo di Roccamàla incominciava a dubitare -del lieto aspetto in cui solevano apparirgli le cose; il sottile veleno -della filosofia d'Aporèma gli si era filtrato nel cuore, ed egli già -sentiva quell'interno disagio, quel turbamento, quella inquietudine, che -sono i segni precursori di tutte le infermità, siano esse del corpo o -dell'anima. - -Nel canto del pellegrino, a dir vero, non era nulla che egli già non -avesse udito, o fatto argomento di controversia nella sua mente; chè -anzi, discusse tra sè, o con altri, le ragioni del dubbio e quelle della -fede, già da lunga pezza egli aveva data la palma a quest'ultima, e non -era uomo da mutarsi così facilmente per ragionamento d'altrui. Ma egli -bisogna pur dire che strane oltremodo erano le circostanze tra cui gli -era apparso il pellegrino. Quello smilzo personaggio, che non si sapeva -chi fosse, che parea contraddirsi ad ogni istante, che diceva le cose -più gravi e malinconiche con bocca da ridere e che rideva con cera da -funerale, gli aveva fortemente colpita la mente. Egli poi non se ne era -anche fatto accorto, ma le paure del suo falconiere gli giravano -confusamente per la fantasia: e tutte queste cose, mettendo l'animo suo -in uno stato particolare, davano risalto ad una tesi che gli si offriva -per la prima volta armata di beffardi sillogismi, di cupi dilemmi e di -paurose interrogazioni. - -Il suo raziocinio non s'era anche ficcato in quel ginepreto; sto per -dire che gli occhi della sua mente non avevano ancora misurato il -pericolo. Sentiva, non pensava per anco, o, per dire più veramente, i -pensieri gli erravano ancora nel cervello, incerti, pallidi, senza -contorni, sformandosi ad ogni tratto e in cento guise, a mo' di quelle -fantastiche immagini che visitano i sogni dell'uomo, allorquando la -febbre scorre nel sangue ed agita i polsi. - -A toglierlo da quello stato, giunse in buon punto la voce di un -famiglio. Veduto che il conte non pensava ad uscire, egli si era -affacciato sul limitare, con la sua torcia in mano, per chiedergli se -volesse ritirarsi nelle sue stanze. - --- Ah! gli è vero! -- disse Ugo, risovvenendosi dell'ora tarda e -dell'esser solo oramai nella sala. - -E portatasi una mano nei capegli, come per ravvivarli sulla fronte e -cacciare nel tempo medesimo un importuno pensiero dal capo, conte Ugo -s'innoltrò tra due file di servitori fino al suo appartamento. - --- Era tardi davvero! -- esclamò egli, vedendo nella camera innanzi alla -sua il paggio Fiordaliso, che si era addormentato vestito daccanto al -suo letticciuolo. - --- Questo povero ragazzo non ha potuto aspettarmi più oltre. -Svegliatelo, e ditegli che vada a letto e dorma a suo bell'agio, ch'io -sono già nelle mie stanze e non ho bisogno di lui. -- - - - - - CAPITOLO V. - - - Nel quale è detto di ciò che vide il conte Ugo guardando la torre del - Negromante. - -Il giovine signore di Roccamàla, come fu giunto nella sua camera, -licenziò i famigli e andò difilato verso il letto, superba mole di legno -intagliato, con un largo padiglione di damasco rabescato, che era -sorretto da quattro svelte colonne. - -I letti antichi erano più sapientemente foggiati al sonno e ai gravi -raccoglimenti della notte, che i nostri odierni non siano. Quel vasto e -soffice strato a cui si saliva per un largo gradino che lo separava -affatto dalla camera stessa in cui era collocato, quelle ampie cortine -che scendevano in grandi pieghe a racchiuderlo da tre lati, lasciando -anche dal quarto poco spazio alla luce, appartavano l'uomo dalle cose -tutte e dai negozi della vita, celavano gli occhi suoi e lo spirito in -una penombra particolare, su cui regnava la profonda quiete ristoratrice -delle membra ed aleggiava Morfeo, il benefico nume. - -Ma la quiete non era quella notte nella camera d'Ugo, e non poteva -scender su lui, che portava il turbamento nell'anima; Morfeo non era ad -aspettarlo tra le vaste pieghe del damasco rabescato, e non scese dal -padiglione, quando Ugo andò sotto le coltri. - -Il giovane pensava, pensava sempre, e le sue palpebre asciutte non -sentivano il sonno. La ballata di Aporèma gli suonava ancora -all'orecchio; le strofe, con molesta vicenda, gli si offrivano spiccate -allo sguardo. Vedeva il convito degli angeli celesti, il venerando Sire -e il beffardo tentatore degli uomini, vedeva Giobbe felice, poi caduto -in basso stato, infermo e reietto; e udiva fischiare dinanzi all'Eterno -questa amara sentenza: - - Felice è l'uomo finchè la fede - Inviolata nel cor gli stà, - E il primo intonaco di ciò che vede - A brani a brani non se ne va. - -Il primo intonaco! Viviamo noi dunque in un inganno continuo, non pure -de' sensi nostri, ma eziandio della nostra ragione? Quello che io vedo -non è sempre il vero; ma quando è esso il vero? E come potrò io -sincerarmene? Ora, è egli buono, o franca la spesa il vivere, quando la -vita non abbia altro pregio, fuorchè la fede che vive in noi, e non ha -altro fondamento che in noi? No, certamente, una vita siffatta è diletto -di sciocca gioventù, o necessità di paurosa vecchiaia, non degno ufficio -dell'uomo che pensa. - -Chi può rassegnarsi a vivere, se tale è la vita? Aporèma soltanto; egli, -l'eterno filosofo, egli che preferisce il sapere al godere, egli che è -entrato nel segreto del creatore, egli che vede i congegni da vicino, e -ride, egli che sta beffardo a cavalcioni sull'arcobaleno e ne considera -il nulla, egli che può dire all'eterno vecchio di lassù: - - Quanto la vostra mano dispone, - Per me segreti, Sire, non ha; - So quanto valgono cose e persone, - E niun sul prezzo gabbo mi fa! - -Chi è questo pellegrino che sa tante cose, e fa cantar Satana non -dissimilmente da ciò che canterebbe egli stesso, se venisse a trovare il -suono ed il motto al mio desco ospitale? Certo, gli è un uomo che ha -molto patito, e oramai non crede più in nulla. Ma che prova cotesto? -Uomini tristi e donne senza cuore ce n'ha in copia nel mondo, ed egli -può essere capitato tra i peggiori... Sì, ma intanto chi di noi può -asserire: io metterò lo sguardo sopra i migliori? E perchè siamo noi -condannati, nella ricerca della felicità, ad andare sempre tentoni, -incespicando ad ogni piè sospinto e fallando così di sovente la -strada?... - -Su questa china correva a precipizio lo spirito d'Ugo, e per tal guisa -correndo, giunse molto più lunge che io non racconto, fino a che non si -fermò sbigottito sull'orlo di un abisso, in fondo al quale non erano già -più le teoriche vaporose, ma le spiccate immagini degli amici e di tutte -le cose più caramente dilette al cuor suo. Si fermò, dico, e volendo -distoglier la mente da quelle moleste fantasie, si voltò sull'altro -fianco, innalzando il pensiero ad altre immagini più leggiadre, a quel -sogno d'uom desto ch'egli soleva procacciarsi ogni sera, anello consueto -tra la veglia ed il sonno. - -Ognuno dei nati alla mestizia, ognuno ha questo sogno prediletto, questo -castello in aria, a cui consacra l'ora più solitaria e più soavemente -tranquilla delle sue tristi giornate. Per taluni questo sogno è -d'ambizione soddisfatta; per altri è d'amore; comunque sia, per un -istante le ree necessità del vivere quotidiano spariscono; gli ostacoli -si sormontano; gli abissi si colmano; Prometeo giunge al sole, rapisce -la scintilla ed anima la creta più ribelle ai suoi voti. Non è visione -di dormente; è speranza, è potenza di desiderio che foggia a sua posta -il futuro; o si direbbe piuttosto che la mente additi al cervello, al -suo organo obbediente, quello ch'ei dovrà raffigurarle come vero tra -un'ora, i sorrisi, le carezze, le gioie superbe che egli dovrà recarle -in tributo. - -Ora il conte Ugo, rifacendosi al suo leggiadro vaneggiamento d'ogni -notte, pensò alla donna de' suoi pensieri, a Giovanna di Torrespina. - -Quel giorno, siccome si è detto, egli era andato a falconare, ed aveva -cavalcato una ventina di miglia più lunge, fino al castello dei -Torrespina. Quel giorno la bellissima donna aveva rallegrata di sua -presenza la caccia, ed egli era stato lung'ora al suo fianco, misurando -il passo del suo generoso Aquilante su quello di Mirza, la bella -giumenta saracina, che portava il dolcissimo peso della donna adorata. - -Per un tratto la comitiva s'era sparpagliata qua e là, seguendo ognuno -le fasi della caccia e il desìo naturale del correre; e conte Ugo era -sempre a fianco di lei, col suo randione sul pugno. - -Egli amava Giovanna come donna non fu amata mai sulla terra, con -veemenza di passione e ritegno ad un tempo. Il desiderio gli lampeggiava -dagli occhi, e le sue labbra, che timide non erano per fermo, si -contentavano a dirle: «vi amo, madonna.» Un affetto vigoroso e profondo -ha di cosiffatte soste, pari alle calme oceaniche, le quali rattengono -per mesi interi, e quasi nel punto medesimo dell'onda tranquilla, il -legno paziente, che poi, al primo soffio di un'aura seconda, naviga a -golfo lanciato, per trovar nuova terra o affogare. - -E Giovanna di Torrespina non era sorda all'affetto di Ugo. Sebbene ella -non avesse mai risposto parola a quelle frasi che gli prorompevano dalle -labbra nell'impeto delle sue adorazioni, egli bene intendeva d'esser -ricambiato da lei, e ciò poteva bastargli, fino a tanto durasse quel -periodo di calma oceanica che sopra s'è detto. - -Cavalcavano ambedue silenziosi, ma di quel silenzio che è pieno di tante -cose soavi; di quel silenzio che confida un bacio ad un soffio d'aura -leggiera che passi, e che muove gli occhi a guardare se quel soffio e -quel bacio son giunti sulla guancia vermiglia di lei, e se ella se n'è -pure avveduta, di quel silenzio che ama, nel curvarsi lieve lieve della -persona, far parlare un'arcana favella all'incontrarsi d'un braccio e di -una piega di veste; di quel silenzio che sforza due volti a fissarsi ad -un punto istesso l'uno nell'altro, quasi fossero mossi da una medesima -volontà, mentre essi non sono che attratti da un sottilissimo spirito -magnetico, il quale è nato dalla vicinanza di due creature, nutrito -dalla compenetrazione di tutto il meglio che svapora dalle loro -simpatiche forme, che raggia dai loro occhi, che si sprigiona dai loro -cuori, ed è quello che inavvertito ravvicina il braccio a sfiorare la -veste, che consiglia il moto simultaneo dei volti, che porta le mute -dimande e le mute risposte, e trasforma in un bacio scambievole il lieve -soffio dell'aura che passa. - -In uno di questi momenti che santificano la passione e divinizzano il -senso, momento reso più solenne dalla quiete meridiana che regnava -d'intorno, e dalla dolce ombrìa dei fitti rami delle querce giganti, -che, incurvandosi sulla strada, chiudevano ogni adito alla spera del -sole, madonna avea sporta la mano rivestita dal guanto, verso il -randione del suo cavaliere. Questi s'era affrettato a levargli il -cappello, e il nobile animale, vedendo l'invito cortese della dama, fece -quel doppio atto, così maestrevolmente descritto più tardi dal divino -Allighieri in questi tre versi: - - Quasi falcon che uscendo di cappello - Muove la testa e con l'ale s'applaude, - Voglia mostrando e facendosi bello; - -quindi volò sul pugno della gentil donna, mettendo un grido di gioia -presso che umana. - -Un grido simigliante proruppe dal petto del conte Ugo. Si fè vermiglio -in volto per la gioia improvvisa; spronò il suo palafreno più accosto a -lei, per modo che il ginocchio sentì il tocco dei suoi piedi sotto lo -strascico della lunga veste pendente, e con voce tutta tremante le -disse: - --- Avventurato è Febo, madonna, che vi posa sul pugno. Vedete come egli -vi guarda amorevolmente coi suoi grand'occhi lucenti! Egli ora è vostro; -lo amerete? - --- Mai sì, messere, ma ad un patto. - --- Ditelo, in vostra mercè, madonna; che egli è tale, per l'amore che vi -porta, da intendervi e da obbedirvi in ogni cosa che a voi piaccia. - --- Invero, messere, io non vo' altro se non ch'ei faccia mai sempre il -piacer mio; -- rispose ella sorridendo, -- ch'ei non si dolga del -cappello, quando mi torni a grado di farlo star cheto; che si tolga in -pazienza la lunga per amor mio, e non si becchi i geti per disdegno di -servitù. - --- Madonna, -- disse Ugo, proseguendo sul medesimo metro, -- a cotesto -l'ha avvezzo così bene mastro Benedicite, senza esser altro che un -povero e rozzo strozziere, che io mi penso non debba a voi riuscir -malagevole il fare, non pur quello ch'ei fa, ma i dieci cotanti di più. -Cionondimeno, sappiate che egli, per averlo così obbediente, ha pur -dovuto scegliere tra le svariate qualità di carne uno spicchio -particolare, e darglielo, quasi a ricompensa di sua fedeltà e leal -vassallaggio. - --- Quale? -- dimandò Giovanna di Torrespina. - --- Il cuore, madonna, il cuore! -- fu pronto a rispondere Ugo. - -Or questo dialogo, avvenuto la mattina nel bosco, si ripeteva la notte -nella fantasia del signore di Roccamàla. E pensando al suo motto, ei -ricordava eziandio che madonna era rimasta silenziosa. - -Ma invero, come avrebbe ella potuto rispondergli? Appunto in quel mezzo, -tornava a spron battuto, per cercar di loro, il conte Corrado di -Torrespina. - -Sì, la ragione era grave; ma se la venuta del Torrespina aveva -interrotto il discorso e tolto a madonna di rispondere, ella ben poteva -volgergli uno sguardo nel quale egli avesse a leggere quella dolce -promessa, che da tanto tempo implorava con tutte le potenze dell'anima -sua. - -Ah! e perchè non aveva egli ottenuto quello sguardo da lei?... - -Dimanda che uscitagli appena dal cuore gli si voltò contro, a guisa di -aspide calpestato, e lo morse; dubbio che mandò un lampo di luce -sinistra nelle tenebre della sua mente, e gli fe' credere di avere -indovinato il perchè quella notte e' non avesse potuto pigliar sonno pur -anco. - -Pensare cotesto e balzar dal letto gittando le coltri lunge da sè, fu un -punto solo. - --- La mia anima è triste! -- diss'egli ad alta voce, come se avesse -altri nella camera che dovesse udirlo. -- Non dormirò questa notte! -- - -E sceso il gradino del letto, si diede da capo a passeggiare per la -stanza. Ma la testa gli ardeva; il sangue martellava alle tempie; però, -come fu giunto alla strombatura di una finestra, aperse le imposte e si -affacciò sul verone a respirare l'aria fredda della notte. - -Il cielo era buio; un soffio gelido, che intirizzì le membra di Ugo, gli -fe' sentire i nuvoloni della tempesta addensati su quelle montagne, e -glieli fe' scorgere, paurosamente pendenti sul capo, un solco di luce -che improvviso guizzando poco lunge da lui, rischiarò un denso strato di -vapori che stringevano in un cerchio i bastioni e le torri merlate di -Roccamàla. - -Quello avvicinarsi della tempesta piacque all'animo travagliato -dell'insonne. La gran massa del castello gli appariva dall'alto del suo -verone, al bagliore di un lampo e spariva; s'imbiancavano di repente le -mura digradanti in prospettiva, poi tosto si celavano, ricadendo nella -notte. Parea quella una battaglia di spiriti, tanto più paurosa in -quanto che non s'udiva cozzo di lance e di scudi, e solo un lontano -brontolìo testimoniava il furore degli assalitori. - -Gli occhi d'Ugo, poi ch'ebbero avidamente contemplata quella scena -stupenda di orrore notturno, corsero di muro in muro, di bastione in -bastione, fino alla torre più in fondo, dalla parte del burrone, la -torre del Negromante, che mostrava tratto tratto alla luce del temporale -la sua alta merlatura e le sue svelte bertesche. - --- Il mio ospite dorme! -- disse Ugo, guardando la finestra della torre. --- Egli, il triste cantore, riposa tranquillo, mentre io veglio, io, -l'uomo felice dei canti di Fiordaliso! -- - -Non aveva anche finito di parlare, che uno sprazzo di luce rossiccia -balenò dal vano di quella finestra. A tutta prima pensò che fosse -l'effetto di un lampo; ma il suo errore non durò lungamente. Un lampo -venne e non illuminò soltanto la torre, sibbene tutto quanto egli poteva -scorgere dall'alto del suo verone. Oltre di che, la luce del lampo era -biancastra, e quella dalla torre era rossa come di fuoco vivo. - -Gli corse allora alla mente la leggenda di Roccamàla. Quasi in risposta -al suo dubbio, la finestra si rischiarò di bel nuovo, e, la luce rossa -rimase, durando per tutto l'intervallo che correva tra un lampo e -l'altro del cielo. Nè bastava ancora; una smilza e lunga figura d'uomo -comparve nel mezzo. - -Ugo era prode d'animo, come forte di mano, ma v'hanno di tali cose -contro le quali non prova nulla il valore, ed egli, a quella doppia -apparizione, sentì corrersi un sudor freddo per tutte le membra. - --- Che è ciò? -- diss'egli. -- Che vuol dire quella luce? Roccamàla è -dunque per fermo la dimora di uno spirito maligno? Ma se la leggenda non -mente, l'ospite della torre deve dormire nel suo letto e non addarsi di -nulla. Or dunque, perchè quella forma umana in mezzo a quello sprazzo di -luce sinistra? Chi sarà mai?... -- - -E allora gli venne in mente un sospetto. Le paure dello strozziere, la -scena del ponte calato, il piglio scherzevole del romèo, la sua -sconsolata e sconsolante canzone, tutto si affacciò incontanente allo -spirito. - -Rientrò nella camera, non sapendo bene ciò che egli volesse fare. -Anzitutto ripigliò le sue vesti in fretta, cinse la sua spada e raffermò -alla cintura il pugnale. - -In quella che era per finire, un suono fievole gli venne udito dalle -camere vicine. Aperse l'uscio, entrò con passo deliberato, e come fu -giunto fino alla camera di Fiordaliso, sorrise, vedendo il biondo paggio -che dormiva supino sul suo letticciuolo e sognava. - --- Ah! -- diss'egli. -- Era Fiordaliso! Il mio paggio va seguendo adesso -qualche ventura amorosa: medita una cobla, o una serventese, per qualche -beltà borghigiana. -- - -Ha le parole che uscivano rotte e confuse dalle labbra dell'adolescente -non erano di amore. Pallido, ansante, e cogli occhi mezzo aperti, egli -andava dicendo: - --- Messere... Benedicite avea pur ragione di temere di voi... Una -ballata migliore a gran pezza della mia.... Sì, certo.... Bel vanto, -vincere un giovinetto inesperto, voi vecchio maestro d'ogni scienza... -voi Aporèma in persona... -- - --- Aporèma! -- esclamò il conte Ugo. -- Aporèma, lo spirito del male!... -Sarebbe egli vero?... -- - -Si avanzò per destare il paggio, ma tosto mutando pensiero si rattenne, -e rientrato nella sua camera, tornò sul verone. La luce rossiccia -appariva sempre dalla torre del Negromante, e in quello sprazzo di luce -appariva sempre quella lunga figura umana. Conte Ugo tese l'orecchio, e -tra gli ululati del vento gli parve di udire il riso stridulo e beffardo -del pellegrino. - -Prese allora una determinazione; messe la mano sull'elsa della spada; -tastò la guaina del pugnale, come per sincerarsi che non gli mancavano -le armi, ed uscì speditamente dalle sue camere. - -La sala era deserta, fredda e presso che buia. Solo un famiglio dormiva -sdraiato su d'una panca; una fioca lucerna strideva in un cantuccio. Ugo -la tolse, e di tal guisa si rischiarò la via per un lungo corridoio che -ripercuoteva cupamente il suono dei suoi passi, e in capo al quale era -una porta ferrata. - -Quella porta metteva alla torre del Negromante. Conte Ugo si fermò un -tratto, depose la lucerna a terra e stette ad udire. Nessun rumore -veniva di là entro. Scosse il capo, come per cacciare da sè l'ultimo -avanzo di paura, e stese la mano per picchiare alla porta. - -Ma innanzi che egli avesse poste le nocche sulla lastra di ferro, la -porta girò sui cardini, e il pellegrino si affacciò nel vano, per dirgli -col suo consueto piglio tra umile e beffardo: - --- Entrate, messer lo conte! Voi siete in casa mia, e mi sa grado di -potervi rendere quella ospitalità di che mi foste cortese stasera. -- - - - - - CAPITOLO VI. - - - Nel quale si legge come il romèo non fosse altrimenti un romèo. - -Il conte Ugo entrò allora nella camera, e il primo suo atto fu quello di -volger gli occhi in giro, quasi cercando le tracce di quel bagliore che -avea visto da fuori. Ma nulla era mutato in quel luogo; nulla ei potè -scorgervi di nuovo. Il letto, di legno di quercia, era nascosto -nell'ombra, in fondo alla camera; un grosso stipo ferrato s'innalzava -alla parete di rincontro all'uscio; tutt'intorno si vedevano grandi -seggioloni neri, con le spalliere di legno rozzamente intagliate a -fogliami, coi sedili e i bracciuoli di velluto, fermato agli orli da -borchie di ottone. Le pareti, poi, erano coperte di cordovano; ma qua e -là le ingiurie del tempo avevano fatte larghe fenditure nel cuoio, e gli -strambelli pendevano arrovesciati, fida stazione ai ragni che tra essi e -la parete andavano filettando le lor tele ingannatrici. - -Una lucerna di bronzo sorgeva, avanzo d'altri tempi, su d'un canterano -di fianco all'uscio, mandando una luce fioca a pochi passi discosto. -Tutto era quiete e silenzio nella famosa camera del Negromante. - -Dopo aver considerate tutte queste cose e dopo esser giunto fino al -letto, i cui guanciali non apparivano neanche toccati, il conte Ugo si -volse al pellegrino che si era fermato presso l'uscio, e col braccio -appoggiato sul canterano, la persona appoggiata sul braccio, le gambe -incrocicchiate, lo stava attentamente guardando. - -Egli v'ebbe tra i due un istante di muta contemplazione, o, a dirla più -veramente, d'interrogazione scambievole. Ma il pellegrino fu più forte -del conte, poichè seguitò a tenergli addosso le ciglia senza far motto; -laddove Ugo, non potendo sostenere più oltre quella strana guardatura, -entrò turbato a chiedergli: - --- Chi sei tu? perchè ho io veduto uno sprazzo di luce da questa -finestra? - --- Messer lo conte, io non so dirvene nulla; -- rispose sorridendo a suo -modo il pellegrino -- e penso piuttosto che quella luce di cui parlate -si sia fatta nella vostra mente, e vi sia parso di vederla apparire di -fuori. -- - -A questa speciosa argomentazione il conte Ugo non seppe come rispondere, -e si voltò in quella vece a muovergli un'altra dimanda: - --- E come hai tu saputo che io venissi da te, poichè hai aperto -quest'uscio? - --- Voi dimenticate i vostri piedi, messer lo conte -- rispose il -pellegrino sul medesimo metro -- e dimenticate eziandio gli echi del -vostro corridoio. - --- Sia pure; ma qual è questa ospitalità che tu hai detto di volermi -rendere? Per che modo puoi tu dire d'esser qui in casa tua? - --- Voi volete saper troppo, messer lo conte! -- disse ridendo il -pellegrino. - -Il conte Ugo, che non era punto ingannato da quell'infinto candore del -suo ospite, si lasciò cadere su d'un seggiolone, e fissando in volto il -pellegrino, proseguì il discorso in tal guisa: - --- Sì, v'hanno di molte cose ch'io vorrei sapere. Molto hai detto, e -assai più m'hai lasciato nel dubbio. Tu sei dotto, romèo, e la tua -scienza, sebbene non sia gaia, mi tira ad udirti. Parla dunque; non -t'infingere con me, non ti schermire dalle mie dimande; dissipa i dubbi -che hai fatti nascere nell'anima mia! - --- La mia scienza, messere, si restringe in poche massime; -- rispose -dopo una breve sosta il romèo; -- ma non ogni stomaco è fatto per -digerire un tal cibo. Ora, sarete voi così forte, da potermi udire senza -corruccio? - --- Parla, parla, nè ti dar pensiero di ciò. Vedi, pellegrino, io non so -chi tu sia, ma credo di avere indovinato l'esser tuo.... - --- Da senno? - --- Sì, e tuttavia non tremo dinanzi a te, ti guardo tranquillamente in -viso; ascolto senza turbamento tutto quello che vorrai dirmi. - --- Cotesto non prova ancor nulla, messere; voi non siete una -donnicciuola paurosa come il vostro falconiere, ed io non sono poi -quell'orrido ceffo che metta in fuga i bambini. Sono un povero -vagabondo, carico di peccata, che porto del resto senza curvarmi -soverchiamente sotto il fardello. Non ho mai recato danno a persona, più -di quanto volesse averne di per sè; più spesso ho cercato di sovvenire -agli uomini con quel po' di esperienza che m'hanno fruttato tanti anni -di vita randagia. Or dunque, di che avreste voi a temere? E non basta -ancora. Voi siete per tal modo catafratto, da potervi commettere -sicuramente in ogni più arrisicata intrapresa. Siete felice; questa è -almeno la voce che corre, ed io non so tacervi che ho mutato a bella -posta la mia strada per passare da queste parti a vedere questo miracolo -d'uomo. Vedere un uomo felice! Cotesto, a mio credere, franca la spesa -del viaggio, assai più che la vista del papa, coperto di gemme e di -porpora, in mezzo al collegio dei cardinali. Felice invero! Voi siete -giovine, possente e bello... sì bello; non v'incresca, o messere. La -bellezza non guasta mai; anzi, e' v'ha chi la pregia su tutte le altre -venture del mondo. Uno stuolo di amici divoti vi circonda; sempre feste, -gualdane, tornèi, cacce, conviti; dapertutto il primo, dapertutto il -prescelto... perfino in un castello non molto lunge di qui.... - --- Dici tu il vero? - --- Sì, messere, e l'ho di buon luogo. - --- E come lo sai tu? parla; io voglio.... - --- Adagio a' ma' passi, messer lo conte! Questo è un mio segreto, e il -conoscerlo non vi potrebbe giovare in alcun modo; ma siate certo che -ella vi ama. - --- Orbene, -- soggiunse Ugo, -- e perchè neghi tu la felicità sulla -terra? Tu stesso or vedi.... - --- Sì, vedo; ma vedo altresì.... - --- Che cosa? - --- Vedo, -- continuò il pellegrino, contando le parole ad una ad una -come il cristiano divoto le pallottoline della sua coroncina, e -guardando fiso ad ogni parola il suo interlocutore -- vedo altresì che -voi rimanete pur sempre indietro; che le vostre labbra non le hanno pure -sfiorato il sommo delle dita; che madonna è severa ed ha cura di sè, più -assai che a donna innamorata non si convenga; che infine.... - --- Taci, -- interruppe Ugo, -- non proseguire in tal guisa! - --- E perchè dunque invitarmi a parlare? Io ho a mala pena incominciato, -e la verità vi riesce molesta! -- - -Ugo crollò sdegnosamente le spalle, a queste parole del pellegrino; -quindi prosegui: - --- Io mi penso che tu voglia prenderti spasso dei fatti miei. Tuttavia, -una cosa non hai potuto negare; ella mi ama. - --- Mai sì, messere, ella vi ama, e che prova ciò? Ella potrebbe -disamarvi poi. - --- Sì certamente, se sarò disleal cavaliero, se mi chiarirò indegno di -lei. - --- Ah, messer lo conte! La fede cieca vi condurrà forse in paradiso; ma -ella per fermo non vi farà andare diritto in mezzo agli uomini ed alle -donne. Quale affetto sopravvive alla morte? Credete a vostra posta nella -divozione di coloro che vi circondano, e mettete pure in non cale la -sentenza dei vecchi: _tempore felici multi numerantur amici_. Fidate il -cuor vostro ad una donna e sognate la eternità dell'affetto; io vi dirò -con tale che ancor non è nato: _souvent femme varie; bien fol est qui -s'y fie_. - --- Tu menti! -- gridò Ugo, balzando dalla seggiola. - --- Ah, ah! -- rispose il pellegrino con piglio beffardo. -- E voi vi -scaldate il sangue, messer lo conte; ma tutto ciò non muterà d'un punto -la verità. Godetevi in pace la vostra felicità; io vi aspetto a Filippi, -io, il quale, con vostra licenza, so _quanto valgono cose e persone, -- -e niun sul prezzo gabbo mi fa_. -- - -Lo scherno, rivolto contro la donna amata, irritò il conte Ugo per modo -che non conobbe più ritegno. Le vampe dell'ira gli salsero al capo; gli -si offuscarono gli occhi, e sguainata la spada, si scagliò sul -pellegrino. - -Ma, sebbene tutto ciò fosse avvenuto in un batter d'occhio, il colpo -andò a vuoto. Ugo non trafisse che l'aria; il pellegrino era sparito. - -Com'egli rimanesse a quella vista, argomenti il lettore. - --- Codardo! -- gridò egli, nell'impeto dello sdegno. -- Tu insulti la -donna mia e ti nascondi nell'ombra! -- - -Aveva appena ciò detto, che un riso beffardo gli suonò dalle spalle. Si -volse improvviso, ma rimase di sasso, cogli occhi sbarrati, le braccia -tese, e la spada gli cadde dal pugno. - -Colui che rideva, era un bel cavaliere, non molto aitante della persona, -ma di membra giuste e di gentil portamento. Aveva neri i capegli e -ravviati con artistica sprezzatura sulla cervice; vasta la fronte e -nitida a guisa d'avorio; aperti lineamenti, il labbro superiore, un tal -po' rialzato ad espressione di sarcasmo, era ornato da due sottili -basette che guardavano superbamente all'insù; il viso alto, e gli occhi -sfavillanti sotto l'arco delle sopracciglia raccolte, aggiungevano -efficacia al piglio sarcastico delle labbra. - -Lo sconosciuto era coperto d'un rosso mantello, le cui larghe pieghe -andavano a raccogliersi sotto le braccia, che erano conserte al petto e -tenevano mezzo nascosta una berretta di velluto nero, da cui pendevano -due penne lucenti e sottili. E in quel regale atteggiamento, lo -sconosciuto rimase un tratto a guardare il conte Ugo e a sorridere della -sua maraviglia. - --- Orbene, conte Ugo, questa è l'ospitalità di casa tua? Roccamàla è -dunque una ladronaia, dove si scannano i forestieri? -- - -Furono queste le prime parole del cavaliere dal rosso mantello. - --- Hai ragione a dolerti! -- disse Ugo, chinando la fronte in atto di -pentimento. -- L'ira mi aveva acciecato. Straniero, io ti chieggo -perdonanza. - --- Che di' tu, ora? -- ripigliò quel'altro, stendendogli amorevolmente -le braccia e facendo il viso altrettanto soave quant'era stato severo da -prima. -- Non pensiamo più a cotesto. D'altra parte, simiglianti -puntaglie non fanno che raffermar l'amicizia, ed io t'amo davvero, -imperocchè ciò non mi avviene pel tuo oro, né per la tua possanza, né -per le delizie di cui tu circondi i tuoi ospiti. - --- Chi sei tu? -- disse Ugo. - --- Una parte dell'anima tua, che stava appiattata, e balza fuori di -presente, al lampo di una prima tempesta. - --- Uno spirito malvagio! -- soggiunse Ugo, in quella che ricadeva sul -suo seggiolone, e, appuntellato il gomito sul bracciuolo, il mento nella -palma della mano, si disponeva ad una lunga meditazione. - --- Malvagio! -- ripetè il cavaliere dal rosso mantello. -- Come ti -aggrada. Ma considera un tratto; voglio io forse acciuffarti e -trascinarti con me nel vano di quella finestra? Poveri uomini! ve -n'hanno pur date a bere, questi calunniatori di Aporèma! Vedi, Ugo di -Roccamàla; io vo' dare a te la scienza, quella che i nostri santi padri -si tennero gelosamente per sè, bandendo la croce addosso a questo povero -spirito che ti parla, e non ha altro intento fuor quello di far uomini, -uomini veri, questo branco di creature bipedi e pecorine. Sono Aporèma; -ti spaventa per avventura cotesto? Mutami il nome; sono il dubbio della -tua mente, sono lo studio, sono la scienza del bene e del male. - --- Tu sei -- disse Ugo -- colui che ha perduto Eva, la madre degli -uomini. - --- Ah ah!... storielle! -- rispose Aporèma. -- Lo scrittore della Genesi -mi ha attribuito questa parte nelle sue invenzioni; ma io non me ne -ricordo punto. Bene ho conosciuta la vostra prima madre, messeri; ma -costei non meritava che il diavolo si scomodasse per lei, o le -insegnasse la strada degli alberi fruttiferi. Era piccina, panciuta, -vellosa, stretta la fronte, e i primi ciuffi di capegli nascenti -sull'orlo delle sopracciglia; la faccia ringhiosa; le braccia lunghe e -scarne, i pugni grossi, i piedi adunchi; talfiata si lasciava ire ad -istinti non bene ancora sopiti nella sua nuova natura e andava -saltabellando su quattro piante, la qual cosa non la illeggiadriva di -certo; in quanto al pomo, di cui s'è tanto chiacchierato, essa era donna -da arrampicarsi bravamente sui rami e spiccarlo, giusta il costume di -tanti altri digitigradi. Ma lasciamola li; se s'ha da intendere quella -storiella pel suo verso, cavarne il senso vero dal mito, se infine si -vuol dire che ci ho avuto mano a dirozzare la creatura, gli è vero e me -ne glorio, imperocchè a me solo, e non altrui, l'uomo è debitore di quel -tanto che può e di quel tanto che sa. Ho detto. -- - -E fatte queste parole, Aporèma spiccò leggiadramente un salto e andò a -sedersi, con le gambe penzoloni in aria, sullo stipo ferrato che era di -costa alla parete. - --- Aporèma, -- disse Ugo, dopo aver meditato un tratto sulle parole -dell'interlocutore, -- puoi tu darmi la certa conoscenza delle cose? - --- Anzitutto dimmi di quali, e ti risponderò. - --- Che cosa rimane di noi, dopo la tomba? - --- Ah! quivi è il nodo, e non si va più innanzi. - --- Perchè? - --- Non saprei dirtelo. Gli è un gran mistero, un arcano di Stato, e il -vecchio di lassù lo custodisce così segretamente, che metto pegno non -l'abbia detto nemmanco a suo figlio. Se avessi a metter qui una mia -congettura.... Ma a che pro'? Tu chiedi scienza e non ti giovan le -ipotesi. Ti basti dunque sapere che il segreto è sotto chiave ed io non -ho trovato grimaldelli che girassero in quella toppa. Imperocchè tu devi -considerare che la mia possanza è ristretta in certi confini; che io non -sono eterno, quantunque sia immortale.... - --- O come? -- sclamò Ugo trasognato. - --- Sottigliezze teologiche; non ci badar più che tanto -- rispose -Aporèma. -- Cotesto vuol dire che io son nato con l'uomo, non so se -prima o dopo, ma a un dipresso nella stessa olimpiade. - --- E che puoi tu dunque per me? - --- Mostrarti il presente, quello che non esce dai sensi. - --- Gran mercè! Questo io lo vedo con gli occhi miei, senza mestieri di -aiuto. - --- No, i tuoi occhi s'ingannano, i cinque sensi sono una congiura ordita -di continuo contro di te, un laccio teso alla tua carne, un trabocchello -preparato sotto i tuoi passi. - --- E potrò io spogliarmi di questa mala compagnia di traditori? potrò io -gettarli lungi da me, come fa della scoglia il serpente? - --- Perchè no? - --- Di' tu il vero? puoi tu farmi altr'uomo da quello che io sono? - --- Sì, posso, e, dove tu il voglia, posso anche farti spettatore del tuo -funerale. - --- E vedere.... e sapere.... - --- Sì, ogni cosa; ma ti darà l'animo di cominciare, di separarti per tal -guisa da te medesimo? -- - -Ugo rimase un istante sovra pensieri. Il sì e il no gli tenzonavano in -mente. - --- Domani a notte! -- rispose egli, dopo aver meditato. - --- Perchè domani e non ora? - --- Perchè... non ardisco.... - --- Uomo di poca fede! -- gridò Aporèma, con accento di amarezza -ineffabile. -- Uomo! uomo! io ti conosco da un pezzo; sempre così, da -che hai cominciato a fraintendere te stesso; sempre tentennante; -impastato di _se_ e di _ma_, non acconcio ad altro che a fare il bene a -mezzo, e il male del pari! - --- Tu sei molto severo, Aporèma! - --- No, non io severo, tu fiacco; tu che non sai distogliere lo spirito -da questo tuo sogno fanciullesco. Egli si direbbe per mia fe' che tu -bene intenda aver io ragione, e non sappia determinarti a scorgere il -pauroso vero! Ora io ben so tutto quello che hai in mente di fare. Tu -vuoi ritemprarti ancora una volta nella festosa compagnia e nelle -piaggerie degli amici; tu vuoi rivedere la donna che t'ama, ma che non è -tua, e che intende esser teco quello che sarà tra non molto una superba -o sciocca Avignonese, col più gentile e col più illustre italiano del -suo tempo. -- - -Ugo chinò tristamente il capo a quella ràffica di parole con cui lo -flagellava Aporèma. - --- Orbene, io parto! -- ripigliò questi dopo una breve sosta. -- Andrò a -sellare Lutero, il mio fido ronzino e lascerò questa rocca dove s'è -bastionata la cecità, la fiacchezza umana. Papa Leon X è ancora di là da -venire; ho dugent'anni e più in mia balìa per andargli a preparare il -terreno in Lamagna, dove sono assai più filosofi e buoni loici di qui, e -l'opera mia tornerà certo più utile che non a guastarmi la mano quassù, -intorno ad un uomo che ha occhi e non vuol vedere, orecchi e non vuole -udire. E tuttavia, vedi debolezza di demonio, io m'ero innamorato di te, -Ugo di Roccamàla; per te volevo fare un esperimento senza mio utile -alcuno, per te violare le leggi dominatrici della materia, per te -insomma.... Orvia, gli era scritto che tu pure fossi un uomo della fatta -di tutti gli altri. Addio, dunque, e sta sano di membra, se esserlo di -mente non vuoi. - --- No, non partire, Aporèma, non lasciarmi così! Ugo di Roccamàla non è -un codardo come tu pensi. Che debbo io fare? - --- Ber questo! -- disse Aporèma. - -E trattosi dal dito un anello di metallo nero, su cui luccicava un -grosso diamante, fe' scattare, con un lieve tocco dell'unghie, la pietra -preziosa dalla sua incastonatura. - --- Che c'è egli qui dentro? - --- Due gocce di un liquore che non fa male, stillato dall'albero non -favoloso della scienza, e che a te darà la conoscenza vera del cuore -umano.... - --- Porgi! -- gridò conte Ugo. - -E preso l'anello dalle mani di Aporèma, fe' per accostarlo alle labbra. -Ma questi non gliene lasciò il tempo, ed afferratogli il braccio per -ripigliarsi l'anello, gli disse rabbonito: - --- Sta bene, flgliuol mio! Tu sei un prode cavaliere, ed io ben voglio -che tu beva il liquore della scienza. Ma cortesia per cortesia; -_noblesse oblige_, come dicono i cavalieri di Francia e Navarra. Tu hai -a leggere, innanzi di bere, una pergamena che si conserva in questo -stipo ferrato. - - - - - CAPITOLO VII. - - - Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col - diavolo. - -Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso, -innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente -una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura -dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra -orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per -la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita, -facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio -lavorato a rilievo. - --- Ah! -- sclamò conte Ugo. -- Il libro nero non era dunque una favola? - --- No; la leggenda diceva il vero; -- rispose Aporèma -- eccolo, il -libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il -fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! -- - -Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle -prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta -scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il -costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e -avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di -quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse: - - In nomine Domini, amen. - - _In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII, - ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur - nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat. - Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis - de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam - castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat - prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus - assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus - scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum - esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset - quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter - in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo - lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per - tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et - hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi - adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis - adveniat._ - - + _Gualbertus_ - _Aporèma._ - --- Intendi tu dunque? -- disse Aporèma, facendosi cortesemente a -volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. -- «Al nome di Dio, -_amen_! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera -incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta -del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita. -Egli mi ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di -Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare -il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo -vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo -scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto -eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare -senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque -volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si -tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il -suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e -a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si -nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e -dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non -ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo -accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro -sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia -consuetudine. - --- Ma che vuol dir ciò? -- chiese Ugo ammirato. -- Che fine riposto è -egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare? - --- Ah, si! -- disse ridendo Aporèma. -- Il sant'uomo non sapeva -capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare -stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava -tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era -avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella -Gerusalemme celeste, ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e' -rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. -- -Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! -- gli dissi; -- tanto peggio -per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua -pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa. - --- E tu mi rispondi ora -- soggiunse Ugo -- come hai risposto al vescovo -Gualberto!... - --- No, in fede mia, -- rispose Aporèma; -- e vo' dirti ogni cosa, -sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento. -Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea -veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea -fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio; -Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano -corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di -Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò -a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua -felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò -a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del -castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli -fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più -non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto -soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un -volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol -racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e -i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra fronte -andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le -rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non -inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia -all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi -discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile, -della verità. - --- Anselmo di Leuca!... -- sclamò il giovine signore di Roccamàla. -- Io -dunque.... - --- No, non temere per la bontà del tuo sangue! -- interruppe Aporèma. -- -I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo -fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e -nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo. - --- E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? -- chiese Ugo. - --- Nol so, -- disse Aporèma; -- o, per dirla col vescovo Gualberto, -_haud mihi clarum est_; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi, -per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. -- - -Un improvviso bagliore rischiarò in quel punto la camera, facendo -impallidire il lume della lucerna, e tosto gli tenne dietro l'orribile -frastuono della folgore. - --- To' vedi! -- soggiunse Aporèma. -- Sembra ch'ei ci abbia uditi a -parlare di lui e che ti conforti ad essere un uomo della sua tempra. - --- L'anello, Aporèma; porgi l'anello! - --- Eccolo! -- - -Ugo prese l'anello dalle mani di Aporèma e si diede a considerarne -minutamente il castone, facendo girare il diamante sulla cerniera. Poche -gocce di liquore color di fuoco gli apparvero nella piccola cavità che -era rimasta scoverta, ed egli, poichè l'ebbe guardate, cadde in una -profonda meditazione. - --- A che pensi tu ora? -- gli chiese Aporèma. - --- A lei! -- disse Ugo. -- O non le fo oltraggio, forse, tentando una -simile prova? - --- Non ti mettere a questa impresa, se ciò temi; -- soggiunse Aporèma. --- Io già te l'ho detto: non vo' nulla per violenza da te. Inoltre, -odimi bene, Ugo di Roccamàla! Io non ti pongo alcun patto; l'esperimento -durerà quanto ti aggradi, e tornerai Ugo ogni qual volta ti piaccia. Non -ti chiedo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a -sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliero e non un giudeo che presti -ad usura. - --- Oh, egli non è di ciò che m'importa! -- gridò conte Ugo. -- Se tu di' -il vero, se nulla resiste o sopravvive alla morte, nè la vita di questo -mondo, nè la ignota che ci promettono, francano la spesa di essere -vissute. Orbene, eccoti contento, ho bevuto! -- - -E così dicendo, pose le labbra intorno al castone dell'anello, e -avidamente succhiò il rosso liquore. - --- Ah! che mi hai tu dato? -- sclamò egli, a mala pena ebbe finito. - --- Guarda! -- gli disse Aporèma, accennandogli col dito a' suoi piedi. - -Ugo guardò e mise un grido di spavento. Un corpo morto giaceva a terra, -disposto per modo che i piedi del cadavere toccavano i suoi. - --- Guardalo, -- prosegui Aporèma, -- guardalo, il tuo sozio fedele, il -tuo unico amico verace, quantunque un tal po' prepotente; quello che non -ti ha mai abbandonato un istante, dacchè hai aperto gli occhi alla luce; -quegli che ha sempre sorriso e pianto, goduto e patito con te; guardalo -ed usagli la cortesia di qualche carezza; stringi fra le tue braccia -quel petto rilevato e robusto, appariscente sotto una maglia aggiustata -d'acciaio, come sotto un giustacuore di seta di Bagdad; metti le mani su -quelle chiome nere e lucenti che svolazzavano in aria con superba -leggiadria quando serravi Aquilante tra le vigorose ginocchia e lo -spingevi a galoppo; bacia quella fronte bianca, ahi troppo immemore -d'altri baci e pur mo' desiosa di nuovi; tanto è vero che l'uomo -desidera ciò che egli non ha avuto ancora, e ciò ch'egli ebbe facilmente -dimentica. -- - -In quella che Aporèma così parlava tra grave e beffardo, secondo il -costume, Ugo si era curvato su quel corpo morto e l'avea riconosciuto -per la sua spoglia mortale. Lo contemplò un tratto e non senza mestizia; -quindi, come percosso da un pensiero improvviso, si alzò per guardarsi -la persona. - --- Ed io... io... chi sono io mai, se il mio corpo è costì? - --- Va, quello è uno specchio; -- disse Aporèma. -- Conte Ugo corse -difilato ad una larga spera di terso metallo, che era sospesa alla -parete daccanto alla finestra; il demone taumaturgo prese la lucerna e -l'alzò fino presso il volto del giovine. - -Ugo vide allora l'immagine sua, che era quella d'un bel cavaliero, dagli -occhi azzurri, dalla florida carnagione a cui dava più risalto una fina -capigliatura bionda, dalla svelta statura, e sfarzosamente vestito. Si -contemplò ammirato, mosse gli occhi, il capo, il petto e le braccia; -quindi si volse a cercare l'antica spoglia: ma essa non era più nella -camera. - --- Dov'è andato il mio corpo? -- chiese allora ad Aporèma. - --- O che? pensi tu forse ch'io non sappia fare le cose a dovere? Esso è -già nella tua camera, disteso nel tuo letto e porta i segni di una morte -avvenuta per riflusso di sangue al cervello. Tra due o tre ore entrerà -il biondo Fiordaliso a svegliarti. Immagina le grida del trovatore -adolescente! Tosto il castello sarà a soqquadro; gli amici e i famigli -che correranno di qua e di là all'impazzata; mastro Benedicite che -griderà di aver tutto presagito, e che, se a lui si fosse aggiustato -fede, non si sarebbe lasciato entrare il romèo. Allora si penserà a -venire nella torre del negromante; ma un certo odore di zolfo che a -taluno parrà di sentire, li manderà tutti indietro sbigottiti, e non si -avrà coraggio di mettervi il piede, se non dietro all'orme di frate -Alberto, monaco tenuto in concetto di santità, il quale starà qui lunga -pezza in preghiera. Poscia, spruzzato non so bene quante volte d'acqua -santa, avrai esequie degne del tuo alto stato, e sarai sepolto fra le -tombe de' tuoi maggiori. _Amen!_ - --- E lei.... -- chiese Ugo peritoso -- e lei che dirà? - --- Questo non vo' raccontarti fin d'ora, ma non andrà molto che tu ne -saprai quanto io, imperocchè la vedrai coi tuoi occhi medesimi.... vo' -dire con quelli che hai tolti a prestanza da me. - --- E quando la vedrò? - --- Non oggi, nè domani per fermo, imperocchè tu vai cavalcando con -grossa e nobil masnada verso il suo castello, dal quale sei ancora -cinque giornate lontano. - --- Ma dimmi, chi sono io ora, qual personaggio rappresento? - --- Non lo senti? Sei Morello, il secondogenito del marchese di -Monferrato, e ti rechi a Genova per chiedere le galere che dovranno -condurre a Costantinopoli la tua bellissima sorella, disposata -all'imperatore Andronico, al figlio di Michele Paleologo. - --- Ah, sì, comincio a ricordarmene; ho la mia gente che m'aspetta a -Falconara.... E tu, chi sei? - --- Non mi riconosci più? Sono il tuo giovine amico, il trovatore -Rambaldo di Verrùa. - --- Sì, sì, lo rammento. Iersera, alla nostra fermata presso il -castellano del Bormio, tu m'hai cantata una leggiadra servantese intorno -alle bellezze più riputate dell'oriente e dell'occidente. - --- Sulle quali porta la palma la genovese Elena Ascheria, la figlia di -Orlando Aschero, uno de' più valenti capitani della repubblica; Elena -che tu vedrai ed amerai, se pure ti piacerà di proseguire il viaggio -fino al mare. - --- No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese --- gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e -i concetti del suo nuovo stato. -- Giungerà colà lo ambasciator di mio -padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito -dell'ambasceria. - --- A Torrespina, non è egli vero?... -- chiese ghignando Aporèma. - --- A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del -marchese di Monferrato è così orrevole personaggio, che ognuno abbia a -tenersi d'avergli potuto dare ospitalità. - --- Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la -castellana. -- - -A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un -verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno -un'occhiata sdegnosa. - --- Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon -cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di -fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri -non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. -- - -Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso -lui ne' vapori del nascente mattino. - - - - - CAPITOLO VIII. - - -Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di Torrespina. - -Pochi conoscono que' paesi appenninici, che si stendono in lunga e -frastagliata zona tra i greppi del versante ligustico e le Langhe -dell'alto Monferrato, nelle quali si confondono, creando come una stirpe -nuova, se pure non è più acconcio il dire che qui veramente si abbia a -trovare incorrotto l'antico sangue dei liguri, e dando vita ad una -parlata, genovese nella struttura, piemontese nelle desinenze, che -giunge all'orecchio piena di agreste leggiadria. Pochi, ho detto, -conoscono que' paesi, e tuttavia non so d'alcun luogo che li vinca in -montanina e silvestre bellezza. - -La gente ricca va a consolar gli occhi in Isvizzera, e non sa di avere -una Svizzera in casa sua, degna di esser veduta e studiata; va a -rinfrescar le fonti dell'immaginazione sulle sponde leggendarie del -Reno, e non sa di avere un altro Reno, anzi più d'uno a due giornate -discosto, vo' dire la Bormida, il Tanaro, e gli altri fiumi minori che -hanno sorgente nei liguri Appennini. - -Qui orride balze nevose donde lo sguardo specola tutto intorno per lunga -distesa di terre fino alla capitale lombarda; qui balze dove l'orizzonte -si stringe e l'acque rinchiuse rumoreggiano, cercandosi stentatamente -una via tra i massi; qui splendida verdura di pascoli e lunga sequela di -fitte boscaglie, che vanno scendendo per varia vicenda di larici, -quercie, faggi e castagni, fino alle regioni del salcio e del pioppo; -dappertutto rigogliosa vegetazione, imperocchè il benefico sole non -dimentica alcuna parte della terra italiana. E tutto lungo quelle creste -di monti, sia che digradino verso il mare, sia che accennino alle -Langhe, vedete star ritti ancora e minacciosi gli avanzi dei castelli -feudali, veri nidi di sparviero, donde non esce più e dove non va a -posarsi l'uccello di rapina, ma che tuttavia lo stuolo dei pennuti -minori non sa guardar senza tema. - -Andate nei piccoli borghi, che paiono starsi ancora muti e paurosi sotto -la vigilanza di quei giganti dalle ossa sgretolate e dalle occhiaie -vuote, e troverete la gente più schiettamente cortese, i discendenti di -quella forte e semplice schiatta che la possanza romana non seppe -vincere del tutto; donne leggiadre che vi sorrideranno senza malizia; -uomini tagliati alla buona che non vi spoglieranno all'insegna dei tre -Re, nè a quella del Cannon d'oro; e un notaio, o un vecchio prete, i -quali non avran letto Alessandro Dumas e vi daranno per nulla, insieme -co' liquidi topazii di una vecchia bottiglia sturata in onore -dell'ospite, le commoventi leggende del castello vicino. - -I miei pochi benevoli, quelli, io vo' dire, che vanno leggendo, a mano a -mano ch'io le scrivo, le mie povere storie paesane, conoscono già queste -alture, dai malinconici luoghi in cui a Calisto Caselli si maturarono i -germi della pazzia e dove la bella figura della giovane castellana di -Villacervia si mutò agli occhi suoi nella santa Cecilia del calendario -romano. Costoro io condurrò oggi a Torrespina, altro castello di quei -luoghi, ma facendo far loro un viaggio a ritroso di cinquecento ottanta -e più anni. - -Giovinetto, io fui su quel poggio dove la gran mole sorgeva; mi -arrampicai, non senza danno delle mie vestimenta, tra i prunai della -ripida costiera, qua e là seminata di grossi macigni e dei ruderi enormi -de' bastioni sfranati. Le mille svariate erbe dei prati crescevano -rigogliose nel fosso colmato; la vispa lucertola correva liberamente su -per quelle pareti dove l'attento famiglio non avrebbe patito una -ragnatela; la serpe si scaldava al sole sopra un mucchio di rottami, -nell'angolo superstite di un torrione crollato dalle fondamenta. Io -colsi un ramoscello di menta selvatica lunghesso le mura maestre -dell'androne; col mio temperino da scolaro recisi una bacchetta di -nocciuolo nella gran sala, e mi foggiai una specie di flauto nella -fresca corteccia d'un ramo di castagno, tagliato colà, dov'erano forse -gli appartamenti dei signori del luogo. Poscia, con uno di quei felici -trapassi che arridono soltanto alle menti giovanili, mi diedi a pensare; -sognai che ero il padrone di quelle rovine, che avevo fatto restaurare -il castello, munitolo di feritoie tutt'intorno pe' miei balestrieri, e -resolo dentro un luogo di delizie, per darvi onorato ricetto alla donna -dei miei pensieri, che era ancora di là da venire. - -Perchè dicevasi Torrespina? Gli archeologi dozzinali parlavano di una -famiglia Spina, la quale doveva essere alcun che di simigliante agli -Spinola; ma il notaio, uomo di sbardellata dottrina, che andava a -cercare ogni etimologia nel latino o nel greco, asseriva doversi -ripetere quel nome da _Turris poena_, fantasticando non so che fermata -di Annibale, allorquando discese in Italia. Con buona pace del notaio, e -dell'anima sua, imperocchè egli è di presente tra i più, io m'attengo ad -una vecchia cronaca dei signori Del Carretto, la quale ci narra essere -stata così battezzata la torre da Enrico il Guercio, che fiorì nel 1140, -e fu contemporaneo di Ugo il Negromante, imperocchè quella torre, o -castello, era una spina per lui, cioè un ostacolo all'accrescimento dei -suoi dominii da quel lato. - -Non s'ha per cotesto a credere che i conti che l'abitavano fossero gente -di molta possanza. Destri erano in quella vece non poco, ed avevano -inteso il tornaconto di allearsi al valoroso signore di Roccamàla, per -far argine uniti allo strapotente marchese. Questa alleanza era poi -quasi una necessità politica; dappoichè Torrespina si trovava appunto in -mezzo ai due avversarli, e il manco forte dei due non sarebbe riuscito -mai un troppo pericoloso vicino. Donde poi venissero i Torrespina non -so; probabilmente ebbero una origine somigliante a quella dei Roccamàla, -il cui capo stipite veniva di Lamagna, o a quella dei marchesi di -Monferrato, derivati da un conte Guglielmo, condottiero giunto con -trecento uomini dalla Francia, in compagnia di quel Guido che fu poscia -duca di Spoleto e che premiò quella sua lancia spezzata con largo -presente di borghi e castella sul territorio conquistato. - -Al tempo di cui narro, i Torrespina non erano degli ultimi signori che -tenessero corte tra la Liguria e le Langhe; ma il loro lustro, lo -splendor del casato, più ancora che alla feudale possanza, era da -attribuirsi a quella Giovanna, figliuola del marchese di Cengio, -celebrata per divina bellezza ed altissimo ingegno, moglie al conte -Corrado, ed amata, siccome già sanno i lettori, da Ugo di Roccamàla. - -Torrespina era murata su in alto del monte, dove la sua triplice -merlatura e le sue svelte bertesche si dipingevano leggiadramente -nell'azzurro del cielo; ma a mezza costa scorgevasi il grosso del -castello, dove era l'abitazione della famiglia, congiunto all'edifizio -più in alto da una via coperta e da altre opere di fortificazione. Uno -spesso muro, intorno al quale correva da entro un ballatoio assai largo -per tenere gli arcadori all'altezza delle feritoie, scendeva fino alla -riva del fiume, dov'era una porta, ben difesa da due torrioni -tondeggianti, la quale portava scolpite in marmo, sul cordone dell'arco -a sesto acuto, le armi dei Torrespina; una torre su cui sorgeva un -prunaio, coll'impresa in lingua di oltre Alpi: «_qui s'y frotte s'y -pique_.» - -Qualche mordace borsiero (che così chiamavansi italianamente i giullari) -aveva detto il castello di Torrespina esser troppo grande per una così -magra contea; la qual cosa ripeteano, sebbene con frase più misurata, -gli uomini d'arme, dicendo che a ben sostenere il motto, in così largo -giro di mura e di torri, sarebbe bisognato assai più di gente che il -conte Corrado non potesse raunare. - -Ma cotesta era una chiacchiera e nulla più, pel tempo in cui si vivea. -Qual possente nemico avevano a temere i castellani di Torrespina? La -signoria Del Carretto, divisa fin da cent'anni addietro in quattro -marchesati, s'era da capo e più volte sminuzzata pel moltiplicarsi di -quella stirpe, ed aveva inoltre perduto grandemente di sua possanza per -molte concessioni dovute fare ai nascenti comuni; uno de' quali. il più -ragguardevole, aveva anzi rivendicata la sua libertà. - -Nè vuolsi tacere che Torrespina durava da un pezzo in buona pace ed -amicizia con tutta quella pleiade di marchesi e conti delle Langhe. -Giovanna, la divina Giovanna, era figlia di uno di loro, che abbiamo già -nominato, il marchese del Cengio; epperò l'amicizia si stringeva ad -alleanza. Amici erano i Roccamàla; i marchesi del Monferrato, poi, gli -unici strapotenti dei quali si avesse per cosa alcuna a temere, a ben -altre imprese tendevano l'arco; i re di Tessalonica, i cognati degli -imperatori d'Oriente, non avevano per fermo ad invogliarsi di quelle -piccoli corti vicine, alle quali anzi amavano essere amici, poichè -riuscivano ad essere, anche senza addarsene, le loro scolte e le loro -vedette. - -Così raffidata per ogni verso, Torrespina era divenuta un convegno -gradito di ozi nobileschi, di cacce, di giostre e di tenzoni poetiche. -La presenza di una gentildonna colta e leggiadra come la contessa -Giovanna, l'aveva tramutata in una vera _corte d'amore_, famosa quanto -quelle di Provenza nelle canzoni dei trovatori e nella ricordanza de' -cavalieri. Cotesto liberava il conte Corrado dalla necessità dispendiosa -di un grosso presidio, e gli consentiva di impinguare lo scrigno di bei -bisanti d'oro, per i quali egli serbava tutta la sua tenerezza. - -Orrevole cavaliere, del resto, e punto nimico dello spendere, quando -occorresse. A lui per fermo non avrebbe potuto andare lo scherno di -Guglielmo borsiere, del quale racconta il Boccaccio, che essendo a -Genova in casa di Erminio Grimaldo, universalmente chiamato messere -Erminio Avarizia, e avendone avuta la preghiera ch'ei volesse -insegnargli com'ei potesse far dipingere in sala alcuna cosa non prima -veduta, prontamente rispose: _Fateci dipingere la Cortesia_. Siffatti -insegnamenti non bisognavano al conte Corrado; e di vero, appena fu -giunto in gran sollecitudine da lui il trovatore Rambaldo di Verrùa, per -annunziargli l'arrivo di Morello, secondogenito del marchese di -Monferrato, tosto per suo comandamento fu sossopra il castello, affinchè -ogni cosa fosse in pronto per ricevere un ospite così ragguardevole, con -tutta la gualdana che gli faceva cortèo. - -Intanto Morello di Monferrato si avanzava con la sua gente, argomento di -curiosità per tutti i terrazzani, che si avanzavano stupefatti sugli -usci de' casolari a veder passare quella numerosa cavalcata. - -Erano sessanta lance; ogni cavaliere accompagnato da' suoi fantaccini; -tutti orrevolmente vestiti, i cavalieri d'acciaio, con cappe di lana, i -fantaccini con succinti farsetti, anche essi di lana, e di colore -amaranto, come le cappe dei cavalieri. Tutta questa gente procedeva in -bell'ordine, che la era una meraviglia a vedersi; i cavalli, muovendosi -in cadenza, faceano svolazzare i lembi delle sopravvesti e i cimieri -piumati; le maglie d'acciaio, i ferri delle lance scintillavano al sole. - -Ma sopra tutti attirava gli sguardi della gente il marchese Morello, -bellissimo garzone, dai capegli biondi e dal volto roseo, allora sui -ventiquattr'anni, cioè nel fior dell'età, felice trapasso dalla balda -gioventù alla fermezza virile. Egli era vestito d'una finissima maglia -d'acciaio che lo stringeva alla vita; ma sulla maglia gli ricadeva un -sorcotto di seta, di colore amaranto, fatto a guisa di quelle antiche -sopravvesti chiamate dalmatiche, le quali coprono il petto e le spalle, -lasciando liberi i movimenti delle braccia e de' fianchi. Quel sorcotto -portava ricamato sul dinanzi lo stemma dei signori di Monferrato, -d'argento, col capo di rosso, ed altri fregi tutt'intorno, mirabilmente -condotti. - -Il giovine signore cavalcava un magnifico destriero, morello come il suo -nome, vo' dire di manto nero, a cui faceva contrapposto il bianco -cavallo di Rambaldo di Verrùa, altro nobilissimo animale. Ambedue pronti -al passo, ed impazienti di freno; ma più di loro a gran pezza impaziente -il biondo signore, che, giunto ad una svolta della strada dove -s'incominciavano a scorgere le mura merlate di Torrespina, ficcò gli -sproni nel ventre al destriero. Questi, rispondendo obbediente allo -stimolo del suo signore, inarcò il collo, squassò la folta criniera e si -messe al galoppo, quantunque in discesa, per la via che conduceva al -fiume. E tutta la gente di Morello, mossa dall'esempio, lo seguitò di -quel metro, con alto fragore di passi e di armature, e sollevando lungo -il cammino percorso un nembo di polvere. - --- Bello e nobil maniere è Torrespina! -- esclamò messer Brandalino di -Cocconato, che galoppava al fianco del marchese Morello. -- E' merita -invero che si corra a precipizio per giungervi. -- - -Morello non rispose verbo, ma strinse più forte ne' fianchi la sua -cavalcatura. Il cuore gli batteva; gli occhi correvano desiosi innanzi, -divorando la strada. - --- Adagio! adagio! -- gli susurrò dall'altro lato all'orecchio Rambaldo -di Verrùa. -- Tu la vedrai tra breve. Ecco il conte Corrado, che già si -mostra sul ponte. -- - -Diffatti, gli arcieri posti alle vedette sul ponte, avevano già fatto -avvisato il conte Corrado dell'avvicinarsi della gualdana, e il -castellano era sceso fin là, per attendere al varco il suo ospite. - -Il conte Corrado si potea scorgere da lontano, con la sua cappa di -velluto verde scuro foderata di saio e il berretto sormontato da una -piuma bianca, fermata da una rosetta di smeraldi. A' fianchi suoi si -notavano inoltre cinque o sei gentiluomini, assai bene in arnese, che -stavano, com'egli, aspettando i nuovi venuti. - --- Ah! ah! -- disse Rambaldo di Verrùa all'orecchio del suo signore. -- -Que' cavalieri m'hanno aria di gente che tu conosca per bene. O non ti -sembra egli, Morello, che siano i tuoi nobilissimi e fedelissimi amici -di Roccamàla? - --- Sì, per mia fe'! -- gridò Morello. -- Bene essi mi sembrano al -portamento. E sono poi molto leggiadramente vestiti.... - --- Non badare a cotesto! -- rispose l'altro, ghignando. -- Vestono le -gramaglie per la morte di un loro dilettissimo amico. -- - -Morello si volse con grave cipiglio a guardare il suo interlocutore. - --- E sono appena cinque giorni!... -- diss'egli poscia, chinando le -ciglia. - --- No, t'inganni, Morello. In una notte tu hai dormito trenta giorni; -Ugo di Roccamàla è già da un mese nelle tombe dei suoi maggiori. - --- Ah! -- sclamò il giovine. -- Tu non sei stato a' patti. - --- Chi lo dice? Tu devi sapermi grado dello averti tolto il fastidio -maggiore, imperocchè oramai gli è un negozio avviato, quello che avremo -alle mani. Io del resto ti giuro, in fede d'Aporèma, che il giungere un -mese prima alla prova, sarebbe stato un vantaggio per me. - --- Gli è ciò che vedremo; -- rispose Morello, rannuvolandosi in viso -- -e se tu dici il vero... -- - -Così parlando erano giunti all'ingresso del ponte, e la frase del -giovine era interrotta dal saluto del conte Corrado, che si faceva -incontro a' suoi ospiti. - --- Ben venga Morello di Monferrato! -- diss'egli, mettendo cortesemente -la mano alle redini del destriero. -- Ben venga egli e ben vengano gli -amici e vassalli suoi nella povera corte di Torrespina. - --- Voi dite povera, messere? -- soggiunse Morello, in quella che -scendeva d'arcioni. -- Essa m'ha aspetto di bello e forte arnese, e i -gentiluomini che l'abitano hanno fama tra i migliori e i più liberali -della Marca Aleramica. -- - -Con queste parole il vecchio e il giovine signore vennero ad -abbracciarsi e baciarsi amorevolmente sulle guance, giusta il costume -dei tempi. - --- Ora, -- ripigliò il conte Corrado, -- eccovi, o messere, alcuni amici -che la fama di vostra venuta ha tratti fuori dalle loro castella a farvi -onoranza; Ansaldo di Leuca, Enrico Corradengo, Ottone di Cosseria, -Berlingieri di Camporosso... - --- Orrevoli nomi! -- rispose Morello, guardando in giro tutti quei -cavalieri, a mano a mano che il Torrespina li venìa nominando. -- La -voce di loro gesta è giunta da buona pezza alla corte di Guglielmo VII, -mio glorioso genitore: appo il quale e' saranno i benvenuti, quantunque -volte lor piaccia. Ora, eccovi, messer Corrado, gli amici miei; Rambaldo -di Verrùa.... - --- Che già conosco da due ore; -- interruppe messer Corrado, -inchinandosi. - --- Brandolino di Cocconato, mio fedele compagno, -- proseguì Morello, -- -e Gianni da Montiglio, ambasciator di mio padre presso la Repubblica -genovese. -- - -Qui, dopo i consueti inchini scambievoli, la comitiva prese la via del -castello, preceduta da messer Corrado, che dava cortesemente la diritta -a Morello di Monferrato. - -Le lancie si fermarono in uno spazioso cortile, dove smontarono da -cavallo, e da' famigli e palafrenieri di Torrespina furono condotti nei -loro alloggiamenti, insieme coi fanti del cortèo. - -Morello e gli altri gentiluomini, guidati da messere Corrado, salirono -per una larga scala, lungo i gradini della quale era steso un magnifico -tappeto di Balsòra, fino alla gran sala del castello. - -Appena furono sul pianerottolo, Morello ebbe come un capogiro e sentì -mancarsi il cuore; ma Rambaldo di Verrùa, che gli era venuto da fianco, -fu sollecito a sostenerlo, senza che altri se ne addasse, e a -susurrargli alcune parole misteriose. Le quali certamente ebbero -possanza di rinfrancarlo, dappoichè il giovine signore ripigliò tosto la -sua pronta andatura. - -Entrarono per tal modo nella gran sala, e si offerse ai loro sguardi -madonna Giovanna, la contessa di Torrespina. - - - - - CAPITOLO IX. - - - Nel quale l'autore si prova a ritrarre la migliore tra tutte le donne. - -Ella era adagiata su d'un seggiolone alla foggia romana, tutto -incrostato a minuzzoli di avorio e metallo, secondo l'arte genovese e -veneziana di quei tempi. Le stava vicina una tavola rotonda, sulla cui -lastra marmorea era steso un drappo di tela di argento, e sul drappo uno -scrigno gentilmente lavorato e sparso di gemme, con alcuni volumi legati -in carte di cuoio cordovano ed ornati di bei fermagli d'argento dorato. -La luce riflessa di due ampie finestre da ponente, rischiarava, senza -offenderlo, il suo viso stupendamente bello e stupendamente bianco. - -La contessa Giovanna era vestita con maestosa semplicità. Una gonna di -candida lana di Provenza, aggiustata alla vita, scendeva con poche -pieghe da una cintura di verde zendado mollemente rigirata sui fianchi. -I capegli di un bel castagno scuro, uscivano vagamente crespati di sotto -una sottil corona d'oro, ornata di smeraldi, andando a raccogliersi alla -nuca dopo aver nascosto alcun poco il sommo degli orecchi. Le maniche -della veste, soppanate di zendado dello stesso colore della cintura, -pendevano aperte fin dal cominciamento dell'omero, lasciando trapelare -un braccio mirabilmente tornito, attraverso il tessuto di una camicia di -finissimo lino. Raro ornamento era questo per una dama di que' tempi, e -quelle d'oltralpi, le celebrate Isotte e le Isabelle, che pur vestivano -di sciamito e di broccato, forse non n'avevano mai udito parlare. - -Ed era bella, così modestamente vestita; tanto più bella in quanto che i -contorni severi del volto e delle membra, degni d'essere espressi nel -marmo, a riscontro della Venere di Milo, spiccavano mirabilmente da -quella semplice acconciatura e da quella foggia modesta. E quella sua -bellezza maestosa, veduta a prima giunta, comandava il rispetto, anzi -che ispirare il desiderio. Era in lei alcun che della Beatrice di Dante, -dinanzi alla quale ammutoliva tremando ogni labbro, e gli occhi non -ardivano pure di guardarla, imperocchè la era cosa venuta «di cielo in -terra a miracol mostrare.» - -La natura, creando Giovanna di Torrespina, aveva fatto una delle sue -meraviglie, ahi troppo rare, se pure l'infrequenza non ha a reputarsi -maggior ventura per gli uomini; e, creatala bellissima tra tutte, le -aveva conferito un segno di particolar leggiadria, tingendole i grandi -occhi di un verde che pareva smeraldo. - -Questo regal colore è assai raro a trovarsi negli occhi, ma non è -altrimenti fuori di natura. E questo va detto per taluni, i quali hanno -notato d'inverosimiglianza un ritratto di donna, già fatto in qualche -altro libro dall'autore di questo gramo racconto. Egli ha veduto di -simili occhi, li ha amati (quand'era giovine, s'intende), e sa benissimo -quel che dice. E molto prima di lui lo seppero i greci, che fecero -Minerva _glaucopide_. Un latinista che sapeva il fatto suo, tradusse -_cæsios oculos habens_, e un italiano che forse non aveva mai veduto -occhi verdi, tradusse _occhiazzurra_. Ma egli non sarebbe caduto in -errore se avesse letto il Calepino, dove dice che il _cæsius «est color -subviridis igneo quodam splendore intermicans»_ e non avrebbe mutato il -verde in azzurro, se avesse ricordato quel che dice Cicerone nel suo -libro intorno alla natura degli Dei: «_cæsios oculos Minervæ cæruleos -Neptuni_». - -Non avendo il povero scrittore altra ringhiera che questa per dire le -sue ragioni contro i suoi avversarii, gli si condoni questa filologica -tantafèra, la quale dimostra incontrastabilmente che gli occhi verdi -erano conosciuti dagli antichi, e chi non ne ha veduti a' tempi nostri, -suo danno. - -Ora, gli occhi verdi della castellana di Torrespina erano del più bel -verde marino che si potesse vedere, e sfolgoravano alla luce, come fa -per lo appunto l'onda marina, quando la penetrano i primi raggi del -sole. E la bella Giovanna, a cui lo specchio non aveva taciuto il pregio -singolare delle sue grandi pupille, amava il verde sopra ogni altro -colore; smeraldi erano le sue gemme predilette; verde zendado la -cintura; il verde era maritato mai sempre al bianco delle sue vesti; e -il verde dava risalto alla morbida bianchezza delle sue carni. - -Torno a' miei greci con una breve digressione. Questi sacerdoti del buon -gusto, questi felici interpreti della natura nelle sue forme più elette, -ci hanno tramandato due tipi di bellezza femminea, la Venere de' Medici -e la Venere di Milo. La prima di esse è giunta intera fino a noi, vo' -dire con tutte le sue membra, epperò si mostra all'universale in tutta -la leggiadria delle sue forme, in tutto lo splendore delle sue -attrattive. La Venere di Milo è guasta; non ha più ciò che attira e -trattiene; cionondimeno è stupenda a vedersi, e l'amore si mescola -nell'ammirazione. Tutta la sua persona spira una divina maestà, ma i più -dolci pensieri si destano alla sua vista; la si guarda riverenti, e -frattanto un non so che ci bisbiglia nel cuore che l'essere amati da lei -sarebbe la somma felicità. Che avverrebbe egli mai del riguardante, se a -quella divina non mancassero le braccia? Nol so; ma so bene che ho -contemplato la Venere de' Medici, ed ho adorato la Venere di Milo; che -quella mi è piaciuta, e questa mi ha soggiogato. - -La più bella delle Veneri stava seduta, leggendo uno di quei volumi -dalle carte miniate che erano sulla tavola daccanto alla sua scranna -intarsiata; ma come gli ospiti di Torrespina comparvero sul limitare, si -alzò, e la sua svelta persona, cui aggiungevano dignità le severe pieghe -della sua lunga e stretta veste di candida lana, apparve a Morello di -Monferrato in tutta la sua regale maestà. - -Il giovine s'inoltrò verso la gentildonna, che lo accolse con un -inchino, ma con gli occhi bassi, senza averlo guardato nel volto. Egli, -come le fu giunto vicino, curvò leggiadramente il ginocchio e le prese -la bella mano, che era bianca e fredda come di donna morta. - -Ma la vita fu pronta a mostrarsi, se non in quelle vene, in que' muscoli -delicati, imperocchè la castellana, vedendo l'atto inusitato, fe' per -ritrarre la mano. Morello la rattenne, e, baciandole il sommo delle -dita, temprò l'atto con queste cortesi parole: - --- Regale onoranza è dovuta a madonna Giovanna di Torrespina da quanti -hanno in pregio bellezza e cortesia. -- - -Quando Giovanna, costretta dal dialogo, sollevò gli occhi a guardarlo, -Morello notò come fossero smorti. In quelle due iridi verdeggianti più -non risplendeva la fiamma; anche il viso era dell'usato più bianco; la -voce medesima, armonica voce, quando la udì, non gli parve più quella. - --- Messere, -- disse Giovanna, con molta lentezza d'accento, che -dimostrava lo sforzo -- voi volete farmi andar troppo superba; e la -superbia disdice ad una povera castellana di queste squallide -montagne. -- - -Morello fu turbato da quel malinconico accento; quello «_squallide -montagne_» gli andò diritto al cuore. Tuttavia, facendo forza a sè -medesimo, rispose: - --- Chi non conosce Torrespina? Gentile è il sangue, se non è vasto il -reame; e fosse pure il più grande, la sua cerchia sarebbe angusta mai -sempre al nome della figlia di Lionello del Cengio, la quale ha fama per -tutta Europa di alto ingegno e di sovrana bellezza. -- - -Madonna non rispose; ma con gesto leggiadro accennò a lui e a tutta la -comitiva le scranne che erano disposte in giro. Morello si assise su -quella che era più vicina alla gentildonna, e si assisero del pari i -compagni, dopo che messer Corrado li ebbe presentati a Giovanna, -chiamandoli per nome. - --- Voi leggevate, madonna? -- chiese Morello, guardando il volume che -stava ancora aperto daccanto a lei sull'orlo della tavola. - --- Sì, messere; per conforto a queste lunghe ore del giorno. - --- Le canzoni de' trovatori forse? O il _San Graal_ di Filippo di -Fiandra, che di presente è in voga per la traduzione francese di -Cristiano di Troyes? - --- No, messere; gli è un libro manco lieto, ma molto più utile: _Les -pélerinages de l'âme séparée du corps_, di Hardouin de Blancheville. - --- Il famoso trovatore che si chiuse in un monistero, poichè la sua dama -fu morta? -- disse Rambaldo di Verrùa. - --- Lo conoscete voi? -- chiese la dama. - --- Sì madonna, conosco i suoi mirabili scritti, ed ho goduto della sua -amabile compagnia, l'anno scorso, all'abbazia di Citeaux. - --- Un uomo di molta dottrina! -- soggiunse ella. - --- Sì certo, madonna, e pochi mesi prima che io andassi in Francia, si -era appunto trattato di farlo abate; ma egli non volle a nissun patto -saperne; il pover uomo è in uno stato veramente compassionevole; l'età -non lo tormenta, ma l'adipe.... - --- Ah! che dite voi mai, messer Rambaldo! -- esclamò il conte Corrado, -ridendo. -- Voi ora guastate con siffatti particolari il bel romanzo -della sua vita. - --- Intendo benissimo tutto ciò, -- rispose il Verrùa; -- ma non è colpa -mia se la storia soverchia il romanzo. Io pure, andando all'abbazia e -sapendo la vita di messere Arduino, immaginavo di trovare un povero -frate macilento e scarno, una di quelle figure che fanno pensare a -quelle lame irruginite le quali corrodono la guaina, e argomentate la -mia meraviglia quando mi vidi dinanzi un frate rubizzo, co' bargiglioni -sotto il mento, e costretto a sciogliere tratto tratto il cingolo della -pazienza. Egli è là, il biondo Arduino di Biancavilla, pasciuto e -tranquillo come un gaudente cavalier di Maria. Ora io non posso leggere -una pagina dei suoi malinconici _Pélerinages_ senza ricordare, a guisa -di contrapposto, quell'altra di un suo libro, ancora inedito, ch'egli mi -lesse, intitolato: «_Des hauts faits de messire Jean Nitouche_» che è -tale da sbellicarsi dalle risa. -- - -Giovanna s'era grandemente rattristata all'udire quel racconto del -trovatore. - --- Voi mi dite cosa, messere, -- soggiunse ella dopo una breve pausa, -- -che mi disavvezzerà dal leggere più oltre questi suoi _Pélerinages_! - --- Ah, madonna! la vita è cosiffatta; i morti si piangono qualche volta, -ma si dimenticano sempre. -- - -E così dicendo, Rambaldo di Verrùa, torse cortesemente lo sguardo da -lei, per dare un'occhiata in giro ad Ansaldo di Leuca e agli altri amici -del conte Ugo di Roccamàla. Arrossirono costoro, e turbati chinarono gli -occhi sul pavimento. - -Giovanna era rimasta sovra pensieri, e non badava al senso riposto della -sentenza del trovatore. I suoi grandi occhi di smeraldo erravano, senza -guardare, lunghesso le tappezzerie di cuoio dorato che decoravano la -parete. -- A che pensa ella ora? -- chiedeva angosciato a sè stesso il -giovane Morello. E la spina d'un rimorso lo pungeva nel cuore, e gli -doleva amaramente che Ugo di Roccamàla avesse accettato il patto di -Aporèma. - -Per metter fine ad una conversazione che aveva così dato nel grave, -giunse in buon punto la proposta di messer Corrado: i suoi ospiti, dopo -una lunga cavalcata, aver mestieri di scuotere la polvere e di mutar -panni; si riducessero dunque a' loro appartamenti, dove, come la povertà -del castellano consentiva, avrebbero avuto ogni cosa ad essi -bisognevole. - -Egli stesso condusse Morello di Monferrato nella stanza a lui assegnata. -Quivi il giovine signore, deposta la maglia d'acciaio, indossò una -leggiadra saracina, specie di farsetto bene aggiustato alla vita, che -era del suo prediletto color amaranto, con liste di tela d'argento. -Indi, dopo una breve refezione, andò con la brigata a visitare in ogni -sua parte il castello, e, intendente com'era di cose militari, ebbe a -commendare di molto le difese naturali ed artificiali del luogo. - -In questi discorrimenti venne l'ora del pranzo, che fu squisito -daddovero e sontuoso pe' tempi d'allora. Io, per non parer digiuno, e -perchè l'occasione di ragionare intorno a simiglianti materie non mi si -potrebbe di frequente offerire, farò di dirne loro quel tanto che basti -a conciliarmi la benevolenza dei dilettanti d'archeologia gastronomica. - -Spazioso era il tinello, e potea fare un degno riscontro alla gran sala -della corte. Il solaio era di grosse travi di quercia, disposte a -cassettoni, leggiadramente intagliate; le pareti dipinte di grandi rose -vermiglie sopra un fondo turchiniccio; le finestre alte e a sesto acuto, -ma spartite, nel fondo della strombatura, da agili colonnette, sulle -quali giravano due archetti a tutto sesto, e custodite dall'aria esterna -con quadrelli di vetro colorato, insieme commessi e saldati da liste di -piombo. Questa era gran novità per quei tempi, e segnatamente per quei -luoghi dentro terra, dove era comune l'uso delle impannate bianche, e -soltanto i più ricchi costumavano farle dipingere a fiori, rabeschi, -animali favolosi, ed altre simiglianti capestrerie. - -Sorgeva da una parete un gran camino di pietra rossa, sulla cui cappa -ornata di sculture si ammirava lo stemma dei Torrespina, e nel cui -focolare crepitava la stipa, rallegrando del suo calore le membra dei -convenuti alle mensa. Per contro, rallegrava gli occhi, facendo bella -mostra di sè dall'opposta parete, una credenza a scaglioni, coperta d'un -ricco tappeto; la quale portava sui gradini più alti, vagamente -ordinato, il vasellame, i taglieri, le idrie, ed altri arredi d'argento -per bastare ai bisogni della tavola, e negli inferiori sorreggeva certi -barlozzi e fiaschi, col ventre colmo dei preziosi topazii di Candia, di -Cipro e di Metelino. - -La mensa era nel mezzo, disposta a ferro di cavallo, ma coi posti da un -lato solo, per modo che gli scalchi, i coppieri e i donzelli, potessero -correre lungo il lato interno e servire i convitati. Una bianca -tovaglia, i cui lembi scendevano fino a terra, correva lungo la mensa, -nel mezzo della quale si vedevano a giusti intervalli candelabri e -salsiere di pregevole lavoro, e sul margine esterno, a doppia distanza -di quello che oggidì si costuma, i piccoli taglieri, o piatti di -argento; presso ognuno dei quali sorgeva una coppa, e si notavano due -coltelli e due cucchiai dello stesso metallo. Le forchette a que' tempi -erano arnesi sconosciuti, e i due coltelli co' due cucchiai intorno ad -un medesimo tondo, significavano che due persone usavano mangiare ad un -solo tagliere. Anche una sola tazza bastava per due; cosa che di -presente appare disdicevole, ma allora non era, ed anzi aveva il suo -pregio. Oh buona usanza del tempo antico! E chi poi non ricorda con -desiderio i lieti desinari del campo, fatti con cinque o sei cucchiai -intorno ad una medesima scodella, che si chiamava la scodella -dell'amicizia? E chi non amerebbe metter le labbra sugli orli di quel -bicchiere che s'accostò alle labbra della donna amata? - -Innanzi che il conte Corrado e i suoi convitati si mettessero a tavola, -i donzelli andarono in giro con guastade e catini di argento cesellato, -per dare acqua alle mani, acqua stillata con odori di rosa e di mammole. -Sedutasi poscia la comitiva, Morello ad un tagliere con la gentil -castellana e gli altri a coppie del pari, vennero le prime imbandigioni; -semolino in brodo fortemente pepato; vitelli, capretti, cinghiali, -salsiccie e carni salate. Tutte queste vivande erano recate in grosse -pile su vasti piatti d'argento. Lo scalco, ad ogni portata, traeva un -lungo coltello dalla sua guaina di metallo, e trinciava la vivanda con -quella pronta sicurezza che è data dal lungo uso; quindi i più eletti -spicchi erano posti sui taglieri, dove, la mercè di una stiacciata di -pane che stava tra la carne e il metallo, erano agevolmente fatti a -minuzzoli. - -Un gastronomo de' tempi nostri farebbe le boccacce alle salse, ai -guazzetti, ai condimenti, onde erano accompagnate le vivande d'allora. -Ma i gastronomi di quei tempi le farebbero del pari, se tornassero in -vita, ai condimenti, ai guazzetti e alle salse odierne. Io dunque non mi -curo dei gusti mutati, e racconto che le prime mense del pranzo dei -Torrespina erano di carni lesse ed arrostite, parte inorpellate con -torte e galantine, altre rotte in salse, nelle quali entravano alla -mescolata il pepe, il garofano, la cannella, la noce moscata, il cubebbe -e lo zenzero. Si notavano inoltre certi pasticci di pollo in salsa -bianca, la quale era composta di zucchero, mandorle e capperi, battuti -insieme con albume d'uovo. Una cosa che anco i buongustai nel tempo -nostro avrebbero mandato giù senza controversia, era il vino; ma di -questo s'è già detto più sopra. - -Così finite le prime mense, si sparecchiò; i donzelli vennero da capo -con le guastade e i catini, per dar l'acqua odorosa alle mani; quindi si -venne alle seconde mense, che erano giuncate, formaggi, datteri di -Catalogna, mandorle di Liguria, uva passa e fichi secchi di Grecia, -miele, confetti, zuccherini di ogni sorta, ippocrasso ed altri vini -aromatici. - -Giovanna di Torrespina assaggiò a mala pena delle vivande che le erano -imbandite e che Morello, da cortese servente, le andava sminuzzolando -sul tagliere. La sua mente era altrove; egli tal fiata era costretto a -ripeterle una frase, poiché ella la udiva senza ascoltarlo, e la -cortesia comandava di chiedergli che cosa avesse egli detto. - -Per tal guisa, a malgrado del tagliere e della coppa comune, il pranzo -durò troppo a lungo per Morello di Monferrato. Come fu notte ed egli si -trovò solo nelle sue stanze con Rambaldo di Verrùa, così volse la parola -al compagno: - --- Or bene, Aporèma, tu il vedi; costei non dimentica. - --- Ah sì, non lo nego; -- rispose lo spirito del dubbio. -- Ella è -addolorata, e tanto più fortemente, in quanto che dura un orribil -supplizio per nascondere il suo dolore a messer Corrado; e tuttavia.... - --- Tuttavia, che cosa? - --- Tuttavia, dà tempo al tempo, e vedrai! - - - - - CAPITOLO X. - - - Dello elogio funebre che fece Ansaldo di Leuca ad un amico diletto. - -Venti giorni erano passati dopo l'arrivo di Morello a Torrespina, ed -egli ancora non s'era disposto alla partenza. - -Gianni da Montiglio e Brandalino di Cocconato erano andati ambasciatori -alla repubblica genovese ed avevano ottenuto tre galere per condurre -allo imperatore Andronico la sua novella sposa, Jolanda di Monferrato. -Il naviglio doveva essere allestito per il febbraio dell'anno vegnente, -cioè due mesi dopo; e Genova, per usar cortesia a così nobili famiglie, -non pure ricusava ogni mercede, ma prometteva di mandare, insieme con la -leggiadra Jolanda, una orrevole ambasceria ad Andronico, per -congratularsi seco lui delle felicissime nozze. - -Questo avevano riferito i due gentiluomini monferrini tornando a -Torrespina, e Morello li aveva rimandati, con tutti i cavalieri ed -uomini d'arme del suo cortèo, non ritenendo altri con sè che Rambaldo di -Verrùa. - -Messer Corrado era felice di poter trattenere in sua casa, la mercè di -una dolce violenza, un ospite cotanto ragguardevole. Nobilissimo era il -sangue e sterminata la possanza dei signori di Monferrato; già fin da -Rainerio, fratello al trisavo di Morello, essi erano imparentati cogli -imperatori bisantini (Rainerio aveva impalmata Chiromaria, sorella di -Emanuele Commeno) e possedevano in Oriente il reame di Tessalonica. Il -padre poi di Morello, era quel Guglielmo VII detto il grande, che fe' -costar cara a Carlo d'Angiò la sua dimora in Italia, e di Beatrice, -figliuola ad Alfonso re di Castiglia. - -Argomentate se non dovesse esser lieto, e se non dovessero parergli -lievi le splendidezze che s'era dato a fare, per rendere più gradevole -all'ospite suo la dimora di Torrespina. Egli aveva cavato fuori dalle -pergamene domestiche un matrimonio di Guglielmo VI di Monferrato con -Berta di Clavesana, del cui sangue era eziandio sua madre, e cotesto gli -dava il diritto di chiamare il giovane Morello col nome di cugino. Di -sovente si compiaceva a notare come il parente suo fosse cortese a voler -dimenticare, per quella malinconica bicocca delle Langhe, gli splendidi -ozii di Acqui e d'Ivrea, le cacce, i tornei, le dame ed ogni altro più -gradito sollazzo della corte paterna. Di questo, ch'egli soleva chiamare -sacrifizio superiore all'età, messer Corrado s'industriava a compensare -il cugino, ordinando nuovi passatempi, i quali avevano mai sempre, a -loro principale ornamento, le grazie della contessa Giovanna. - -Ed ella? Cortese ognora con tutti; ma il suo pensiero era altrove. Chi -non l'avesse conosciuta dapprima forse non se ne sarebbe avveduto; ma -allo sguardo esercitato di Morello non poteva per fermo sfuggire che -tutta quella serenità esteriore, quella gentilezza di atti e di parole, -erano l'opera di uno sforzo continuo. Bianca e fredda come una statua, -ella si mostrava dovunque a messer Corrado piacesse, ed appariva -facilmente regina; ma in quella che gli altri invitava a godere, ella -non pigliava diletto di nulla. - -Morello, dal canto suo, non s'inoltrava a proferirle amore; chè non gli -dava l'animo, o, per dire più veramente, aveva paura di sè medesimo. Il -re Mida, quando gli fu concesso da Bacco il triste privilegio di -trasmutare in oro tutto ciò che toccasse, non ebbe certo maggior ritegno -ad accostarsi alla bocca il tozzo di pane che doveva sfamarlo, di quello -che il giovine Morello a dimostrare l'affetto suo alla donna adorata. Ei -non ardiva scendere nella propria coscienza e confessarlo a sè stesso, -ma aveva paura. E se ella un giorno venisse ad amarmi! Questo pensiero, -a mala pena formato nella mente, faceva rabbrividire lo spirito d'Ugo: e -intanto il giovine Morello amava Giovanna con tutte le forze dell'anima, -ardeva dal desiderio di palesarlo a lei, e si struggeva ch'ella non lo -avesse inteso. Triste stato dell'anima sua! triste dono di Aporèma! - -Ma ciò che egli non sapeva indursi a fare, ardiva in quella sua vece -Ansaldo di Leuca. Il primo e il più caro degli amici dell'estinto Ugo di -Roccamàla, era sempre vicino a lei, le diceva ad ogni tratto le più -leggiadre cose, arrossiva quando ella gli volgea la parola, si -atteggiava a mestizia quando ella era altrove, parlava poco o nulla con -Morello e voleva farlo scorgere, e s'imbronciava a dirittura quando la -castellana, per il maggior conto in cui era tenuto il figlio del -marchese di Monferrato, era costretta, a mensa, nella conversazione, o -nelle gite fuori del castello, a intrattenersi in particolar modo con -lui. - -Ora, come avveniva egli che madonna gli concedesse di potere assumere -quell'aria di amante geloso? Gli è presto detto; madonna non s'era -addata di alcuna novità. Ansaldo, agli occhi suoi, non appariva diverso -dagli altri cavalieri, che erano, o che venivano a Torrespina, e lo -pregiava del pari. Ma ciò metteva conto ad Ansaldo. Egli era uno di -quegli sciocchi (e ce ne son tanti in questa valle di lagrime e di -furfanterie!) i quali si contentano a non esser nulla presso una donna, -pur di sembrare all'universale i prescelti e di riuscire molesti a -taluno che l'ami. - -Ella, dico, non s'era addata di questi maneggi, imperocchè la sua mente -era altrove. Spesso le avveniva di rimanere lunga pezza, segnatamente -nell'ora del tramonto, a contemplare il sole che si nascondeva dietro i -monti vicini, o a guardare attentamente dal suo verone verso la strada -che, costeggiando i pioppi del fiume, facea capo al ponte di Torrespina, -in atto di persona che aspetti qualcuno. Il sole tramontava, e madonna -era ancora al suo posto, nel medesimo atteggiamento di prima. Che -contemplava ella? Chi aspettava? Nulla e nessuno; la sua anima era come -la ròcca adamantina delle _Mille ed una notte_, dove non erano porte, e -dove nessuno avea modo di penetrare, se il castellano non gli svelava il -segreto. - -Morello, a cui era dato di scorgere molto agevolmente cotesto, la mercè -di quella maggiore penetrazione, e direi quasi seconda vista che -conferisce l'amore, poteva essere al tutto raffidato intorno ai pericoli -d'una rivalità simigliante. Ma d'altra parte pensando ai diportamenti di -Ansaldo, non poteva far sì che non gli cuocesse aspramente di costui, il -quale aveva aspettato la morte dell'amico per farsi innanzi, caldo -ancora il cadavere, ad amoreggiare la donna sua. Qui, senza parlare -della malaccortezza, che era pur grande, si notava il dispregio d'ogni -gentil sentimento, ed una ingratitudine senza pari. - -Ansaldo di Leuca non era interamente ospite dei Torrespina. Egli, -secondogenito dei Leuca, viveva presso la corte paterna; ma da gran -pezza amico e commensale di Ugo, aveva posto quasi continua dimora a -Roccamàla e seguitava a rimanervi dopo la morte del giovine conte, in -nome del quale mastro Benedicite gli dava ospitalità, sebbene a -malincorpo, e sospirando il giorno che gli venisse in mente di andarsene -con Dio. - --- Sono costoro, -- borbottava sempre tra' denti il vecchio strozziere, --- sono costoro la cagione della felicità di messer lo Conte, e n'abbiam -visto il bel frutto! -- - -Ed ecco per che modo Ansaldo di Leuca, rimanendo a Roccamàla, come se -nulla fosse mutato colà, poteva essere di frequente a Torrespina e fare -omaggio alla leggiadra contessa, come se Ugo di Roccamàla foss'egli, ed -altro non facesse che proseguire la consuetudine antica. - -Nobile Ansaldo! Così egli intendeva l'amicizia! Vivo Ugo, e' gli era -sempre ai panni, geloso dell'affetto suo come una donna innamorata, -sempre disposto a secondarlo in ogni sua pensata e superbo che ognuno -credesse e dicesse non poter Ugo muover passo che Ansaldo non movesse -del pari. Oreste era morto, e Pilade lo aveva dimenticato; ospite in -casa sua, tradiva la sua memoria e tentava di occupare il suo posto in -quell'unico cuore che doveva essere sacro per lui. - -Intanto le settimane erano scorse, e dell'estinto non s'era mai fatto -cenno alla corte di Torrespina. Morello avrebbe voluto entrare a -parlarne, facendo accortamente cadere il discorso sulle castella del -vicinato; ma non gli era mai venuto il destro di mettere l'addentellato -alla conversazione, e, quando era per ragionarne _ex abrupto_, quello -stesso timore che sentiva di profferire un detto d'amore alla contegnosa -gentildonna, gli ricacciava in gola le frasi. - -Ma l'occasione, che egli non ardiva far nascere, venne un bel giorno -incontro a lui. Una mattina che tutti gli ospiti di messer Corrado erano -raccolti nella gran sala, intorno a madonna Giovanna, intesi a -discorrere di que' cento nonnulla che formano la trama dei conversari -d'una nobile brigata, si venne a dir della neve che era caduta in gran -copia nella notte e imbiancava tutto intorno i colli e le montagne. - --- Buon per voi, messere Ansaldo! -- esclamò il conte Corrado, che era -andato a contemplare quello spettacolo della campagna biancheggiante -attraverso le invetriate d'una finestra. -- Buon per voi, che siete -rimasto iersera a Torrespina! - --- Perchè mi dite voi questo, messere? - --- Perchè la neve vi avrebbe oggi impedito di essere con noi. Vedete -come è nevicato forte dalla parte di Roccamàla! - --- Dov'è Roccamàla? -- chiese Morello, andando nella strombatura della -finestra presso il conte Corrado. - --- Laggiù, ad ostro, dietro quella montagna che pare un gigante -raggomitolato. Di qui alla rocca vi saranno forse venti miglia. - --- Ed è forte arnese? -- dimandò Morello. - --- Sì certamente, un vero nido d'aquile; ma le aquile più non sono là -entro.... - --- E come, messere? forse un castello disabitato? - --- No, c'è buona guardia tuttavia, e messer Ansaldo può darvene -contezza, egli che v'abita ancora. Ma l'ultimo dei Roccamàla è morto -improvvisamente, e fu un rammarico universale, poichè egli era un prode -e gentil cavaliero, amato da quanti lo conoscevano. Egli ebbe il torto -di non scegliere una sposa tra le molte bellissime che gli erano -profferte da orrevoli famiglie, desiderose d'imparentarsi con lui. Io -gliene dissi più volte, ma e' non volle saperne. Mi rispondeva sempre -sorridendo: c'è tempo, c'è tempo! E il tempo è passato e la sua stirpe -si è spenta con lui. Ahimè, messere Morello! Il buon seme si va -miseramente perdendo; oggi i Roccamàla; domani forse i Torrespina!... -- - -Così dicendo messer Corrado s'era fatto cupo. Morello avrebbe potuto -rispondergli com'egli ancor fosse di buona età e come potesse avere un -erede degno di lui, solito complimento che si fa ai vecchi, deserti di -figliuolanza; ma non disse nulla di ciò, e volse in quella vece il -discorso a Roccamàla, donde messer Corrado lo aveva distolto con la sua -malinconica osservazione. - --- E ditemi ora, messere, a chi toccherà la signorìa di Roccamàla? - --- Ruberto il taciturno, -- rispose il conte Corrado, -- aveva un -fratello che andò a morire in Lamagna. Si dice ch'egli abbia lasciato un -figlio, ed è voce che quest'ultimo rampollo di così nobile pianta sia -per ascriversi alla milizia del glorioso san Bernardo, in un monistero -di quelle parti là. Altri dice che egli sia morto; ma io non potrei -parlarne con sicurtà. Questo so che furono mandati corrieri in Lamagna, -per cercare di lui. - --- Ma se fosse morto davvero, o la sua deliberazione di ritrarsi dal -mondo fosse irrevocabile.... - --- Oh, allora, -- soggiunse messer Corrado, -- il dominio di Roccamàla -potrebbe essere rivendicato dal vostro gran genitore, che novera tra' -suoi maggiori quel Guglielmo V, detto il Lungaspada, il quale ebbe -appunto in moglie una donna dei Roccamàla, siccome ho rilevato dal -notulario della nostra famiglia. - --- Voi siete buon intendente di genealogie! -- disse Morello, -inchinandosi con atto leggiadro ai suo ospite. - --- Baie, cugino! egli bisogna pur fare alcun che, in questi ozii -campestri! Qui poi non abbiamo araldi, come in Francia e nelle corti più -reputate, i quali possano tener memoria di queste cose; epperò ogni -castellano ha le sue carte, dove nota le discendenze, le agnazioni, i -parentadi, e tutte l'altre cose memorabili delle famiglie. Voi vedete -che ad esser dotto in cosiffatta materia non ci vuol poi molta -fatica. -- - -Durante questo discorso col Torrespina, Morello aveva sospinto più e più -volte gli occhi da un lato, sogguardando madonna. Ma egli non s'era -accorto di nessun mutamento che in lei fosse avvenuto al ricordo dei -Roccamàla. Tranquilla in apparenza come prima, ella teneva un libro tra -mani e ne andava sbadatamente svolgendo le pagine. - -Ansaldo, che le stava seduto daccanto, venìa tratto tratto bisbigliando -a lei motti leggiadri, ai quali, bisogna pur confessarlo, ella -rispondeva a mala pena. - -Quel giorno Morello di Monferrato si ritrasse più presto nelle sue -stanze e gettatosi bocconi sul letto si diede a piangere amaramente. - -Rambaldo di Verrùa s'era fatto daccanto a lui per consolarlo. - --- Suvvia, Morello, amico mio, fatti animo non piangere come una -femminetta! Ciò disdice ai virili propositi che t'hanno condotto a -questo sperimento della vita. Vedi, io, io medesimo, non accuso quella -donna, come tu fai ora con le tue lagrime dirotte. Che volevi tu che -facesse, o dicesse? Presente il marito, presente tutta la brigata che -aveva gli occhi su lei, doveva ella lasciarsi scorgere, mostrarsi -turbata, svelare l'interna ed assidua cura dell'anima? - --- E sei tu che parli in tal guisa? tu, Aporèma? - --- Io, perchè no? Non amo trionfare di te con la menzogna, ed ogni mio -ragionamento è condotto a filo di logica. Tu, uomo, disperi oggi così -facilmente e senza ragione, come ieri facilmente e senza ragione -credevi. Ora, l'una cosa e l'altra debbono esser fatte con piena -cognizione di causa. -- - -Morello non lo ascoltava già più, e continuava tra i singhiozzi a -sfogare la piena delle sue amarezze. - --- Povero Ugo di Roccamàla! povero stolto! Ecco, tu se' morto appena da -un mese, e gli è già come se l'eternità fosse passata sul tuo sepolcro. -Gli amici tuoi.... ve' come pensano a te! La morte d'un falco randione, -o d'un can da giugnere, avrebbe lasciato più ricordanza in quelle anime -sciocche e malvagie. E quello sciagurato che tu amasti sopra tutti gli -altri, tranquillo, sorridente, superbo, desidera la donna tua, intende -senza rimorso a succederti, coglie il momento che si ricorda il tuo -nome, per dirle forse: vi amo! Va, traditore! va, Giuda! Alla croce di -Dio, ho a bere il tuo sangue! -- - -Rambaldo sorrise a queste parole di Morello, e gli chiese: - --- Sei tu guarito dell'amicizia? - --- Sì. - --- Guarirai dell'amore. - --- Taci, taci! esso mi ucciderà. -- - -Il giorno appresso, madonna Giovanna, come vide Morello, fu pronta a -chiedergli se avesse sofferto, e perchè. La bellissima donna parve molto -sollecita della salute del suo ospite, e curante della persona di lui. -Ma cotesto, che dovea far lieto Morello, gli riuscì per un altro verso -doglioso. - -A quelli atti della castellana, il viso di Ansaldo si rabbuiò. Tutto -quel giorno stette imbronciato; a mensa fu di pessimo umore. Ed ella -intanto, più cortese che mai con Morello, non diede pure uno sguardo -alle furie d'Ansaldo. - -S'era ella finalmente avveduta dell'amor di costui? Le aveva egli detto -parola che non le consentisse d'ignorare più oltre? E, ciò sapendo, le -si era forse appalesato, in tutta la orridezza sua, l'animo ingrato del -secondogenito di Leuca? Queste erano le domande che Morello andava -rivolgendo tra sè, mentre ella si dava tanta cura di lui, e mentre il -volto di Ansaldo si rannuvolava sempre più. - -Alle seconde mense, e in quell'ora che i più lieti ragionari si -alternavano con le tazze ricolme di vini aromatici, volle fortuna che si -riparlasse di Roccamàla. - --- È egli vero, -- disse messer Corrado, volgendo il discorso ad Ansaldo -di Leuca, -- è egli vero ciò che mi fu riferito stamane, che lo -strozziere di Roccamàla.... - --- Sì, -- rispose quegli; -- mastro Benedicite si è fitto in capo che il -castello, i campi, i boschi ed ogni diritto di dominio su quella vasta -contèa, gli appartengano. - --- Ma non si tratta di un testamento?... - --- Per l'appunto, e' dice di aver trovato in fondo ad uno stipo, nella -camera del suo signore, una pergamena con la quale il conte Ugo lo -chiama suo erede nel possesso della contèa e ne raccomanda -l'investitura. Però lascio argomentare a voi, messer Corrado, com'egli -sia salito in superbia, e come già si vada pigliando una satolla di -padronanza feudale. - --- Egli dunque, -- disse Corrado, -- aveva il presentimento di una morte -vicina, il nostro povero amico? - --- O non morì egli, -- disse uno dei convitati, -- per veleno che gli -avea dato a bere un pellegrino misterioso? - --- Che! di simiglianti storielle ne corsero molte nel volgo, e molto -giovò a propagarle la stoltezza del vecchio Benedicite, il quale vedeva -diavolerie dappertutto. Il pellegrino era un povero giullare, tocco nel -_nomine patris_, che non avrebbe fatto male ad una mosca, e che se ne -andò la mattina con Dio. Ugo di Roccamàla era chiuso nella sua stanza, -disteso nel suo letto, dove non lo aveva certamente ucciso il veleno. - --- E che cosa, dunque? -- dimandò sogghignando Rambaldo di Verrùa. - --- Chiedetene ad Enrico Corradengo qui presente, il quale era stato quel -giorno commensale del povero Ugo, e potrà dirvi quante volte la coppa -d'oro fosse andata in giro, colma di ippocrasso.... - -Qui Morello di Monferrato, che fino allora aveva durato una gran fatica -a contenersi, balzò in piedi, percuotendo con le pugna strette la -tavola. - --- Voi mentite, Ansaldo di Leuca! - -A quella improvvisa sfuriata di Morello, si fe' un grande silenzio per -tutta la sala. - -Ansaldo, che era diventato pallido come la morte, si alzò in piedi a sua -volta. - --- Morello di Monferrato, -- rispose egli freddamente, -- nessuno mi ha -detto mai villania, che non ne pagasse il fio, pel ferro della mia -lancia se cavaliero, pel piatto della mia spada se insolente plebeo. -- - -Morello rispose anzitutto con un sorriso di compassione. - --- Noi vedremo, -- soggiunse egli poscia, -- se gli atti risponderanno -ai vanti vostri, messere. Ho notato a due tiri di balestra dal ponte di -Torrespina un bel piano, presso una gran quercia, che mi par luogo -acconcio ad un passo d'armi. Colà, con licenza di messere Corrado, io -cavalcherò domattina con lancia, mazza e spada, e tristo chi verrà a -contendermi la via. - --- Messer Corrado, -- disse Ansaldo di Leuca, -- vorrete essermi -compagno domani, all'usanza di Lamagna. - --- No, o messere, -- rispose con molta dignità il castellano di -Torrespina. -- Morello di Monferrato è mio consanguineo, e se io pure -avessi a trovarmi sotto la quercia di Marenda, come quel luogo è detto -dalla gente del contado, e' sarebbe piuttosto quale avversario vostro, -imperocchè io non avrei dovuto patire che voi diceste cosa contraria -alla onorata ricordanza di un cavaliero che era altamente pregiato a -Torrespina. Ma voi siete mio ospite, messere Ansaldo, ed altro non vi -dirò, che renda più triste la memoria di questa giornata. -- - -Ansaldo si morse le labbra e non rispose più verbo. - --- Grazie, messer Corrado! -- soggiunse allora Morello. -- Io debbo ora -chiedere perdonanza a madonna dello aver qui troppo facilmente ascoltata -la mia collera. Come voi mi avete pur ricordato, qualche goccia di -sangue dei Roccamàla scorre nelle mie vene.... E voi, messere Ansaldo, -sappiate che mi sarà compagno alla quercia di Marenda il mio leale amico -e pro' cavaliere Rambaldo di Verrùa. Amici non mancheranno a voi per -sostenere le vostre ragioni, e come testè mi avete nomato taluno che -saprebbe far testimonianza della sconcia morte di un Roccamàla, voi -potrete condurlo domattina con voi. - --- E' ci sarà, astori del Monferrato! -- esclamò il Corradengo, tocco -sul vivo. - - - - - CAPITOLO XI. - - - Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla giostra. - -Dirvi come si rimanesse Giovanna di Torrespina a que' concitati -discorsi, mi sarebbe troppo malagevole ufficio. Una penna così mal -destra, come la mia, non verrebbe certamente a capo di ritrarvi quella -delicatezza di pensieri e di sentimenti onde fu agitato l'animo della -leggiadra castellana, fino al momento che ella, inavvertita quasi, si -ritrasse dalla sala del banchetto, accompagnata dalle sue damigelle. - -Pochi istanti dopo la sua dipartita, si fece innanzi un paggio, per dire -a messer Corrado e agli ospiti suoi, come madonna Giovanna, sentendosi -alquanto stanca, si fosse ridotta nel suo appartamento; l'avessero per -iscusata, se quella sera non sarebbe venuta a godere di così gentil -compagnia. - -Intesero tutti la scusa, e Ansaldo di Leuca ed Enrico Corradengo furono -i primi ad uscire dalla sala, togliendo anzi commiato da Torrespina pel -giorno vegnente. - -Strana condizione di quattro cavalieri, i quali avevano stanza nel -medesimo castello, ospiti di un medesimo signore, e che dovevano la -mattina appresso uscire dalla medesima porta per combattere ad oltranza -gli uni cogli altri! - -Ma in que' tempi non si badava più che tanto a simili cose, chè le -consuetudini sociali non avevano ancora, come di presente, tante -sottigliezze e lisciature, e come le parole erano pronte alle labbra, -così le mani erano pronte alle spade, e il sangue si spandeva -allegramente per cose da nulla. Le dame assistevano di lieto animo alle -tenzoni, e in loro onore solea farsi l'ultimo colpo e il più pericoloso -d'ogni torneo, che dicevasi «correr la lancia delle dame.» - -Questo di Morello con Ansaldo era uno scontro all'antica maniera de' -Paladini, e non dovea farsi in campo chiuso, ove potessero andar -spettatrici e giudichesse le dame. Esso tuttavia non usciva punto dalle -costumanze cavalleresche, come non era insolito che due cavalieri seduti -alla medesima mensa si disfidassero a combattimento per loro private -ragioni, od anche semplicemente per qualche sconsiderata parola; -imperocchè la misuratezza del dire, e la rispettosa cortesia delle -frasi, non si riserbavano che per parlare alle dame, ed era notato -d'infamia chiunque ad una donna rivolgesse un manco riverente discorso. - -Era migliore la costumanza d'allora, o la nostra odierna? Io, per me, -m'attengo all'antica. Abbiamo ora mille vincoli di galateo così per gli -uomini come per le donne, e non è chiaro se siamo più riguardosi per -osservanza della legge comune, o per vero sentimento di cavalleresca -devozione al bel sesso. V'ha poi di peggio nel secolo nostro. Il -giovanotto che può vantare un maggior numero di conquiste amorose e che -ha lasciato più Olimpie sullo scoglio, è più invidiato che biasimato -dall'universale, e v'ha anzi chi lo pregia di più. Ma a' tempi antichi, -Bireno era notato di slealtà; chiunque avesse mancato alla fede verso la -sua donna, n'aveva il biasimo universale, ed ella non era punto fatta -argomento di riso, come oggi si suole; chè anzi, ogni dama ed ogni -cavaliero parteggiava per lei, e il disleale amatore non poteva più -assidersi a mensa, nè entrare in giostra con gentiluomini, fino a tanto -la dama sua, commossa dal suo pentimento, non l'avesse in mercè, e non -gli perdonasse il suo fallo. - -Ma gli è tempo oramai di tornare al racconto. Uscito Ansaldo di Leuca -col Corradengo, anche Morello e Rambaldo chiesero licenza di andarsene -nelle loro stanze, per prepararsi (diceva Rambaldo) cristianamente alla -pugna del dimani. - -Morello era chiuso in sè stesso e non diceva parola; solo l'aggrottar -delle ciglia faceva fede di non soavi pensieri. - --- Morello, amico mio! -- gli disse Rambaldo, scuotendolo, -- non ti dar -pensiero oggi di quello che farai domani. La rabbia accieca, ma non so -di verun caso in cui essa abbia fatto calare più forte un colpo di -mazza, o di spada. E poi, che cosa vuol dire questo centellarti fin -d'ora il piacere che berrai a larghi sorsi domattina, correndo il -saracino contro il tuo tenero amico, il tuo Eurialo diletto? - --- Oh, bene hai detto, il saracino! -- esclamò il giovine Morello. -- Ma -io ferirò, te lo giuro, nel bel mezzo della quintana. - --- E per questo, -- prosegui Rambaldo, -- ti bisogna non aver le -traveggole. Ma, a proposito di vedere, hai tu veduto gli occhi della -castellana? - --- No, io non guardavo che lui! - --- Male! Io l'ho guardata a mio bell'agio. La s'era sbiancata in viso -come la sua veste di lana bianca. Seguì con molta attenzione il tuo -dialogo coll'amico prediletto di conte Ugo, e quanto tu dicesti: -«orbene, messere, vedremo se gli atti risponderanno alle parole» si alzò -a stento da sedere e fe' per andarsene, ma certo sarebbe stramazzata sul -pavimento, se le sue damigelle non erano pronte a sostenerla. - --- E che argomenti da ciò? -- disse Morello, pensieroso. - --- Nulla, in fede mia! Gli è naturale che una gentildonna non possa -reggere ad una giostra di parole minacciose, come quella che tu hai -regalato a così nobile udienza. - --- Potevo io operare diverso? Dovevo io contenermi? - --- No, per.... l'anima mia! Amo la pugna, io; sebbene, mentre tu, già -salito in arcioni, mediti i fendenti, i manrovesci e le stoccate, io, -più modesto, vagheggio gli sberleffi e le piattonate sulle spalle di -quel tristanzuolo del Corradengo. Ah! ah! Egli ci ha chiamati _astori -del Monferrato_, come se credesse di dirci villania. Li vedrà lui, gli -astori del Monferrato, questo barbagianni delle Langhe! -- E Rambaldo di -Verrùa, sostenendo coscienziosamente la parte del personaggio che -rappresentava, proseguì allegramente di questa conformità, fino a tanto -che giunsero al loro appartamento e, congedati i donzelli, ognuno di -essi si chiuse nella sua camera. - -Esacerbato ancora dalle parole del suo avversario, e con l'animo -travolto in una grande tempesta di feroci pensieri, Morello non fece -altro che slacciar la cintura e deporre il pugnale: indi si diede a -passeggiar concitato per la stanza. Ma egli non aveva ancor rifatto -cinque volte il suo breve cammino, che un lieve picchiar di nocche -sull'uscio di quercia venne a distoglierlo dalla sua occupazione. - -Egli andò all'uscio, lo aperse, e gli comparve dinanzi un grazioso -paggetto, il quale con aria misteriosa gli susurrò queste parole: - --- Cavaliere, una gentil damigella di Torrespina che ha in gran pregio -il vostro valore, vi prega a muovervi per amor suo e lasciarvi guidare -da me, fin dove ella m'ha comandato che io vi conduca. -- - -Quella misteriosa imbasciata fe' strabiliare Morello. - -Siffatte avventure, a dir vero, non erano strane nè rare a quei tempi, -in cui il bel sesso, con assai più voce in capitolo, aveva eziandio più -arditezza di spirito e più prontezza di partiti, che non di presente; ma -per intender quella, bisognava a Morello avere almeno dato uno sguardo -alle damigelle di Torrespina, imperocchè non gli pareva naturale che, -senza pure aver fatto omaggio degli occhi alla loro leggiadria, dovesse -venirgli un invito di quella fatta. Ora questo sguardo fuggevole non si -ricordava egli aver dato, nè questo tacito omaggio aver fatto a Peretta -di Montezemolo, o ad Agnese de' Ferreri, che così si chiamavano le -damigelle di Torrespina. - -In questi pensieri, Morello era già per rispondere al paggio com'egli -non potesse tenere lo invito. Ma la gentilezza cavalleresca, non -lasciandogli trovare una scusa dicevole al rifiuto, gli porse un -migliore consiglio, e senza risponder verbo, si fece a seguitare -l'adolescente, che per un gran giro di sale lo condusse dalla parte -opposta del castello, fino agli appartamenti delle donne. - -Il cuore gli batteva forte allo entrare nella camera dove il paggio gli -disse di fermarsi e di attendere; ma ben più forte ebbe ad essere la sua -commozione, allorquando, invece di Peretta o di Agnese, e' vide venirgli -incontro quella che il cuor suo desiderava, ma che mai avrebbe ardito -sperare, la stessa Giovanna, la divina Giovanna. - -La vista della donna amata ha in sè (chi lo ignora?) alcun che di così -forte, di così acuto, che a prima giunta non torna neppure a diletto. -Siccome avviene di certi fiori più odorosi, che la loro fragranza va -diritta al cervello, quell'«incognito indistinto» di splendori e di -fragranze che si sprigiona dal volto e da tutta la persona di lei, -t'investe il cuore per guisa, che il sangue bolle e sollecito rifluisce -alle tempie, lo sguardo si offusca, e pare che la forza di reggerti in -piedi sia per fuggire da te. - --- Messere, -- disse Giovanna con voce tremante, -- non vi fate -meraviglia del mio ardimento.... - --- Oh, che dite voi, madonna? Vedervi è ventura che il cielo non -saprebbe mandar la migliore, e non lascia luogo ad altri pensieri. Io, -poi, bene intendo come tutto ciò che oggi è avvenuto.... - --- Sì, per l'appunto di ciò volevo parlarvi. - --- Vi ascolto, madonna! -- disse Morello, sedendosi sull'orlo della -scranna che la bella castellana gli aveva additata, nell'atto di sedersi -ella stessa daccanto a lui. - -Non era quello il tempo di pigliar la strada più lunga, e Giovanna di -Torrespina, guardando fiso in volto il giovine Morello, gli volse questa -dimanda: - --- Conoscevate voi Ugo di Roccamàla? - --- No, madonna; -- rispose il giovine, -- di lui seppi, soltanto l'altro -dì, che mi era congiunto di sangue. - --- E allora.... -- disse ella, con una sospensione che pareva compendiar -tutto l'accaduto della giornata. - --- Madonna, -- fu pronto a soggiungere Morello, con una di quelle frasi -improvvise, rapide ed efficaci come il lampo, -- io odio Ansaldo di -Leuca! - --- Ah! e perchè? - --- Perchè egli vi ama; -- proruppe Morello. - -Giovanna non soggiunse parola; stette a lungo muta, ed egli del pari, -ambidue cogli occhi bassi. - -Quando ella finalmente li alzò, fu per dirgli soavemente: - --- Messere, quello che voi avete scoverto, io medesima non ho saputo -mai, fino all'altro dì, che mi parve accorgermi di qualche cosa e ancora -non ne avevo certezza. - --- Ed ora che v'è noto, madonna, -- disse Morello incalzando, -- ora vi -duole di ciò che avverrà domattina.... - --- Sì, mi duole; -- rispose Giovanna, senza badare allo intendimento -riposto delle parole di Morello, -- mi duole per voi, che mettete a tal -repentaglio la vostra utile vita; mi duole, poichè voi lo diceste pur -mo', che io mi sia la cagione di questo combattimento; ma ho speranza -che Iddio v'aiuti, messere, perchè la buona causa è quella che voi -sostenete. - --- Ahimè, madonna, a che mi approderà il vincere? -- disse Morello, -chinando mestamente il capo sul petto. - --- Che dite voi ora, messere? - --- Che voi non mi amate, -- gridò egli, tendendo le palme verso di lei, --- e che, non amato da voi, mi sarà forse miglior sorte il morire. -- - -Queste di Morello erano parole che volevano una pensata risposta, -imperocchè da essa dipendeva, non pure il dialogo di quella sera, ma la -sorte sua presso di lei. - -Madonna lo guardò, ma senza sdegno; chinò i grandi occhi di smeraldo; -tornò a volgerli su lui; quindi con piglio solenne, stendendo la mano in -atto di far giuramento, gli disse: - --- Morello di Monferrato, se uomo al mondo potessi amare tuttavia, voi -sareste quel desso. -- - -Egli cadde ginocchioni, afferrò quella mano, e la cosperse di baci e di -lagrime, senza che ella pensasse a ritrarla. - --- Ma voi non morrete, -- proseguì ella, -- voi non morrete, cavaliero -gentile, nato alle grandi imprese, per cui va giustamente famoso il -vostro legnaggio. Il mondo ha dovizia di donne, più di me a gran pezza -leggiadre, ed ognuna di esse sarà superba dell'amor vostro. Che potrei -darvi io, in quella vece? Il mio cuore, divorato da una profonda -amarezza, non ha più luogo per l'affetto. -- - -L'anima di Ugo di Roccamàla suggeva avidamente quelle meste parole; ma -il cuor di Morello era triste; e Morello ed Ugo, la carne nuova e lo -spirito antico, furono ad una per dire a Giovanna: - --- Oh, io non amerò mai altra donna che voi! - --- Mai! -- ripetè Giovanna, sorridendo malinconicamente. -- La è una -grave parola. Chi ardisce dir «mai» quando non è alcuna fidanza del -futuro, e nulla è durevol quaggiù? - --- Voi stessa, -- rispose prontamente Morello, -- voi stessa che dite -nel vostro cuore non essere più luogo all'affetto, come se la carne -inferma non potesse risanare, come se.... - --- Tacete, messer Morello, tacete! E per ricordarvi di me, togliete -questa sciarpa di verde zendado, che cingerete, se pur l'avete in -qualche pregio, intorno al vostro giaco di maglia, e che io desidero -abbia a portarvi ventura. -- - -Il giovine non trovò parole da rispondere; strinse la sciarpa sul seno, -e rimase ginocchioni, estatico a guardar lei, che, con un leggiadro -gesto di commiato, si era mossa per andarsene. I suoi occhi la seguirono -fino all'uscio interno per dove era venuta dapprima; colà, innanzi di -sparire, ella mandò al cavaliero un altro saluto amorevole. - -Quando tornò nel suo appartamento, Morello fu meravigliato di scorgere -il lume acceso nella camera di Rambaldo. - --- Che fai tu? -- chiese egli, affacciandosi sul limitare. - --- Non vedi, Morello? Forbisco e metto in assetto i pezzi delle nostre -armature. - --- Fatica rubata agli scudieri! -- disse Morello. - --- No, -- rispose Rambaldo, -- io penso che in questi negozi assai -meglio vedano gli occhi del cavaliero. Egli ha da indossare le armi, -egli ha da esser sicuro del fatto suo, segnatamente allorquando, com'io -ora, egli non ha certe guarentigie... - --- Che vuoi tu dire? - --- Che io non ho, -- soggiunse Rambaldo ghignando, -- favori di dame da -sospendermi al collo, nè cuori innamorati a palpitare per me. -- - -Morello non rispose nulla ai motti di Rambaldo; voltò le spalle, e andò -nella sua camera a coricarsi sul letto. - - - - - CAPITOLO XII. - - -Nel quale si legge della differenza che corre fra astori e barbagianni. - -I primi albori del giorno rischiaravano appena la morta campagna, e già -gli arcieri di Torrespina erano costretti a calare il ponte, per dare -uscita a due cavalieri che andavano alla quercia di Marenda, seguiti da -loro scudieri e donzelli. - -Quantunque vestiti di pesante armatura, essi cavalcavano due palafreni. -Ma gli scudieri che venivano dietro a loro conducevano per le redini due -poderosi destrieri, bardati sulla cervice e sul collo con lamine di -ferro, e coperti di sotto all'arcione con ricche gualdrappe di tela -d'argento e di rosso. Ciascheduno de' donzelli, poi, recava sulle spalle -la lunga lancia di ferro e la mazza ferrata del suo signore. - -Gli arcieri salutarono i due gentiluomini con l'aria di persone le quali -sapevano la cagione di quella gita mattutina. Infatti, fin dalla sera -innanzi, la voce della disfida era corsa e ognuno facea voti pel giovine -cavaliero del Monferrato. Tanto era amato a Torrespina messere Ansaldo -di Leuca! - --- Viva Morello di Monferrato, e il barone San Giorgio gli dia vittoria -de' suoi nemici! -- gridò il capo degli arcieri, scuotendo la berretta -col braccio teso sopra la testa. - -Morello rispose con un sorriso e con un cenno della mano all'augurio del -soldato, ed uscì galoppando all'aperto. Egli portava il suo ghiazzerino, -armatura di cuoio cotto, contesta di lamine di ferro. Sul ghiazzerino -scendeva il sorcotto, del suo prediletto colore amaranto. L'elmo non -aveva corona, poichè il secondogenito di Guglielmo il grande, non -esercitava ancora il comando di terre e castella, ma era in quella vece -sormontato da due grand'ali spiegate, le quali, crescendo maestà alla -sua bella figura, significavano voler egli innalzarsi piuttosto col suo -valore che con la casuale nobiltà dei natali. - -Rambaldo di Verrùa, vestito anch'egli di ferro, appariva di fuori tutto -rosso come un cardinale, o come un gambero cotto. Il suo elmo portava -due magnifiche corna, o trombe di torneo, contrassegni allora di chi era -stato riconosciuto nobile e _blasonato_ due volte nei torneamenti, cioè -pubblicato due volte a suon di tromba dagli araldi. - -I due amici cavalcarono silenziosi fino alla quercia di Marenda, luogo -molto acconcio ad un combattimento, siccome aveva notato Morello, e che -già più volte doveva aver servito ad uso di giostra o torneo. Era esso -un campo assai lungo e di conveniente larghezza, pulito e piano come -un'aia, fiancheggiato da un ciglione, sul cui declivio sorgeva una gran -quercia, stendendo i lunghi e nodosi rami, a guisa di padiglione, fino a -mezzo l'arringo. - -Il sole non era anco spuntato, e certe nuvole che coprivano il cielo -lasciavano intendere ch'egli per tutto quel giorno non si sarebbe -mostrato. L'aria mite faceva presagire un'altra nevicata imminente. - -Morello, come fu giunto sotto la quercia, scese d'arcione, e lasciato il -palafreno ai donzelli, si fermò con le braccia incrociate sul petto a -contemplare la campagna e i monti lontani. - --- Che guardi tu, ora? -- gli chiese Rambaldo. - --- Di là da que' greppi, verso Roccamàla, dov'è morta e sepolta la -felicità di conte Ugo.... - --- Ahi poca fortezza d'animo! -- disse Rambaldo. -- La mesta sapienza di -Morello non val forse la sciocca felicità del cieco signore di -Roccamàla? - --- Sarà, -- rispose il giovine, mettendo un sospiro, -- ma io ero -felice!... - --- Sì, -- soggiunse l'altro ghignando, -- col tuo fedele Ansaldo di -Leuca.... - --- Ah! non mi parlare di lui! - --- Sto zitto; eccolo appunto col sozio, che viene a questa volta. Ve' i -capi scarichi! E' stancano fin d'ora i destrieri. -- - -Infatti Ansaldo di Leuca e il Corradengo venivano di buon trotto al -luogo del convegno sui loro destrieri di battaglia, e con le lance -sull'arresto della staffa. - -Appena li ebbe veduti, Morello, che già era smontato dal palafreno, -siccome s'è detto, fu sollecito a salire sul destriero. Raffermatosi in -sella, volle sincerarsi che la sua mazza d'armi pendeva dall'arcione. -Calò la visiera, imbracciò lo scudo e tolse la lancia dalle mani del -donzello; si curvò un tratto per carezzare con la manopola le nari del -cavallo, e il generoso animale rispose a quel tocco amorevole del suo -signore, con un dolce nitrito; quindi, dato di sproni, lo fe' voltare -indietro per pigliar campo, intanto che gli avversarii giungevano. - -Rambaldo, da esperto cavaliere, lo aveva prontamente imitato. - --- O che vuol dire, messeri, -- gridò Rambaldo, salutando con una -arguzia i nuovi venuti, -- che il sole di questi Appennini è tanto -scortese con voi? - --- Perchè dite voi ciò? -- chiese ruvidamente il Corradengo. - --- Perchè egli mi sembra, -- rispose Rambaldo, -- che non voglia punto -saperne di ammirar le prodezze de' barbagianni delle Langhe contro i -poveri astori del Monferrato. -- - -Il Corradengo si morse il labbro e non rispose; ma per lui rispose il -braccio, crollando fieramente la lancia in atto di minaccia. - --- Ah! ah! Sta bene; -- soggiunse Rambaldo ghignando, giusta il costume, --- che cosa intendete di dire con quel vostro giunco in aria? Calatelo -alla misura della mia testa, e vedremo! -- - -Fu quello il segnale del combattimento. Ficcati gli sproni ne' fianchi -ai destrieri, corsero tutti e quattro, rovinarono gli uni sugli altri, -con le visiere calate, il corpo piegato sul dinanzi, lo scudo raccolto -sul petto e la lancia bassa. A que' tempi non era anche inventata la -resta, grosso ferro saldato alla corazza, su cui poggiare l'impugnatura -della lancia perchè il colpo riuscisse meglio assestato, epperò -l'antenna si volgeva diritta al petto dell'avversario tenendola a gran -forza di braccio raccomandata sotto l'ascella. - -Le lance dei due maggiori combattenti si scontrarono con tutta la -veemenza che era loro conferita dall'impeto delle cavalcature. Ma la -lancia di Ansaldo colse di sguancio un lato dello scudo di Morello, e il -colpo andò a vuoto; laddove il ferro della lancia avversaria imbroccò il -suo così forte che essa si piegò ad arco, e, rimanendo egli saldo in -arcioni, andò in ischegge fin quasi all'impugnatura. S'impennò a quel -cozzo il cavallo di Ansaldo, e fe' cadergli la lancia di pugno. Ambedue -allora, seguendo l'impeto dei destrieri, trascorsero il campo, andando a -fermarsi più lunge, l'uno al posto dell'altro. - -Morello intanto era stato sollecito a gittar via l'inutile troncone, -dando in quella vece di piglio alla sua mazza, arma poderosa la quale -portava ad uno dei capi, raccomandata ad una breve e solida catena, una -grossa palla di ferro, armata di aculei, che dovevano essere la -misericordia di Dio per quelle membra sulle quali andassero a cadere. E -già fornita la carriera, il valoroso giovane avea voltato il cavallo per -muover da capo sull'avversario; ma ciò ch'egli vide accadere in mezzo al -campo, tra gli altri due combattenti, lo fe' rimanere ammirato a -guardare. - -Ansaldo di Leuca, s'era fermato del pari, ma con animo ben diverso, -imperocchè aveva veduto il suo compagno a mal partito, disteso a terra -supino, con un piede ancor nella staffa e le mani aggrappate alle redini -del suo destriero, che sparava calci per liberarsi da quella stretta, e -frattanto, ne' suoi sbalzi a dritta e a manca, lo trascinava dietro di -sè. - -Ora, ecco come era andato il negozio. La lancia del Corradengo era -passata tra i due corni dell'elmetto di Rambaldo, che per cansare il -colpo s'era prontamente curvato fin sul collo del suo destriero, intanto -che la sua lancia, più fortunata, coglieva l'avversario sotto la -gorgiera, e lo balzava a dirittura di sella. Tardo delle membra com'era, -e per giunta stordito dal colpo, il Corradengo era rovinato a terra, e, -non potendo rimettersi sulle gambe, stringeva per moto istintivo le -redini del cavallo, in quella medesima guisa che l'affogato s'aggrappa -ad ogni cosa che gli venga tra mani. - --- Lasciate le redini, messer barbagianni, lasciate le redini! -- - -Il Corradengo, che già più non sapeva a qual santo votarsi, seguì il -consiglio dell'avversario, il cavallo fatto per tal guisa padrone di sè -medesimo, scappò via spaventato, non senza aver ricevuto sulla groppa la -puntura della lancia di Rambaldo, che continuava a ridere senza -misericordia. - -Tutto indolenzito dalla caduta, ma furibondo pe' motteggi -dell'avversario, il Corradengo si rizzò in piedi, mentre Rambaldo, sceso -giù da cavallo e lasciate le redini al donzello, mettea mano alla spada. - --- Io mi penso, messer barbagianni, -- disse quest'ultimo, -- che noi -possiamo far capo a quest'arma. La vostra mazza se l'ha portata via il -destriero, ahi poco fedele! ed io rinunzio a far uso della mia, sebbene -sarei in diritto di giovarmene e pettinarvi con essa quel po' di -cervello che avete. -- - -Il Corradengo, che mal poteva schermire di lingua col trovatore di -Monferrato, non rispose; ma al piglio con cui si fece a cavare la sua -pesante spada dal fodero, era agevole argomentare che la rabbia tendesse -i nervi del gigante. - -Egli era, siccome ho detto, di membra poderose, e la mezzana statura di -Rambaldo, messa a raffronto con la sua, non avrebbe certamente tenuto in -sospeso il giudizio di uno spettatore. Al Corradengo parve allora di -potersi rifare in un tratto del suo primo svantaggio e di tutti i -sarcasmi del suo avversario. - --- Astore del Monferrato, prendi questa! -- gridò, precipitandosi con un -fendente su lui. - -Ma Rambaldo non s'era tolto nemmeno il fastidio di parare il colpo. -Agile e pronto come una lucertola, egli era guizzato da un fianco, e il -Corradengo, non avendo altro a tagliare che l'aria, era andato bocconi -sul terreno a contare la sua seconda caduta. - --- Ah, ah! il barbagianni! -- Ma se la dicevo io, che se il sole non ha -voluto comparire quest'oggi e' doveva averci le sue gravi ragioni! -- - -Furibondo, il Corradengo fe' per alzarsi, ma la spada di Rambaldo fu più -pronta di lui e gli piovve addosso una tempesta di colpi. Il povero -gigante ricadde, sotto quella rovina, per non sollevarsi più, e per la -rotta gorgiera, per le spezzate piastre che custodivano l'omero, -spicciarono rivi di sangue. - -Pigliatasi quella satolla, Rambaldo si fermò, e al cenno ch'ei fece di -averne abbastanza, accorsero i donzelli del Corradengo, per trarre il -loro semivivo padrone fuori del campo. - --- Che ne dite voi, messere Ansaldo di Leuca? Vi par egli che fosse -tanto l'ippocrasto cioncato da Ugo di Roccamàla, quant'è il sangue -spillato dalla botte del vostro compare bugiardo? - --- Non cantate così presto vittoria! -- gridò Ansaldo di Leuca. -- I -valorosi possono cadere, ed essere vendicati eziandio! A voi, Morello di -Monferrato, e fate buona custodia delle vostre membra leggiadre! -- - -Così disse, e, rotando la mazza sopra l'elmetto, spinse il cavallo a -carriera. L'animoso Morello non volle dal canto suo rimanersi ad -attenderlo e galoppò del pari verso di lui, andando a ricevere sullo -scudo la prima mazzata di Ansaldo. Qui spesseggiarono i colpi, come le -martellate dei favolosi Ciclopi nelle fucine dell'Etna, facendo balzar -scintille dalle armature percosse. - --- Bene! -- gridava Rambaldo dall'alto del ciglione, dov'era andato a -piantarsi, come un mastro di combattimento; -- questo è un colpo che val -quanto pesa; e non badate al bisticcio, che è di sovra mercato. Ah, -benissimo quest'altro! Morello, amico mio, tu me lo conci pel dì delle -feste, il leggiadro garzone! Ohè, bada a' fatti tuoi! Gitta lo scudo, -che ormai non serve che ad impacciarti. Ottimamente! Ve' ve' quest'altra -mazzata! Fischia la palla e va a battere l'elmetto. Addio, roba mia! -L'ha tocco: _habet, habet!_ direbbe mastro Benedicite, che sa di latino. -Compare Ansaldo, come vi sentite voi ora? -- - -Il compare Ansaldo, pesto e sanguinante per tutte le membra, sbalordito -dall'ultimo colpo di Morello, che gli avea rotto sul viso la ventaglia -dell'elmetto, andava riverso sulla groppa del suo destriero, e, -brancicando l'aria con le mani irrigidite, cadeva sul terreno, dove -Morello di Monferrato, balzando da cavallo, gli fu subitamente col -ginocchio sul petto. - --- Ansaldo di Leuca, mi conosci tu? -- disse egli con voce bassa ma -concitata, in quella che, alzata la visiera, metteva i suoi occhi contro -gli occhi del caduto. - -Ansaldo lo guardò, e mise un grido di orrore. Egli aveva conosciuto -sotto quella visiera la pallida figura di Ugo di Roccamàla. - --- Ansaldo di Leuca, -- prosegui Morello, col medesimo accento di prima, --- chiedi perdonanza delle tue scellerate menzogne! - --- No! no! -- urlò Ansaldo di Leuca; e, tratto il pugnale, cercava di -piantarlo nel fianco del suo nemico. - --- No? no? e tenti ancora di ferirmi? aspetta a me, e va in tua -malora! -- - -Alle parole di Morello andarono gli atti compagni. Cavato egli pure il -pugnale che gli pendeva dal fianco, lo immerse tre volte nella gola -dello sleale cavaliero. Gli occhi si ottenebrarono ad Ansaldo; tentò -parlare, e gli sgorgò dalle labbra un fiotto di sangue; volle alzare la -fronte, ma tosto ricadde, coi denti stretti e gli occhi sbarrati; era -morto. - --- Ora, a noi! disse Rambaldo, saltando nel campo, e prendendo pel -braccio l'amico. -- Il furfante t'aveva ammaccato per bene, ma tu hai -picchiato più forte di lui, e me ne congratulo teco, tanto più -schiettamente in quanto che Aporèma è rimasto affatto neutrale. Su, in -arcioni, adesso, e ognuno seppellisca i suoi morti! -- - - - - - CAPITOLO XIII. - - - Dove si stilla in dieci pagine ciò che potrebbe stemperarsi in cento. - -Ho letto, non so più in qual libro, di un filosofo che sudò di molte -camicie a cercare se il tempo fosse un gran veneno, come l'ha dichiarato -il Petrarca, o un gran rimedio, siccome è dimostrato da tanti e tanti -casi della vita. Inutile studio, a parer mio! Spesso i veleni più -possenti riescono farmachi, e i farmachi più blandi riescon veleni. La -scienza vi discorre e vi spiega queste apparenti contraddizioni della -natura; e a me l'esperienza, questa durissima scienza della vita, ha -insegnato che il tempo, rimedio e veleno, non rammargina le antiche -piaghe se non per aprirne di nuove, che la immagine di un alto dolore -scorre impunemente su quelle fibre che nel tempo antico avea fatte -frizzare, e un lieve rammarico, fresco di quel dì, fa metter grida e -guaiti più forti che non ne mettesse Prometeo sulla rupe, ai colpi di -rostro del vorace avoltoio. - -Ahi, Ugo di Roccamàla! ahi, povero martire d'un dubbio! Tu volevi -sapere, e non ti peritasti di mettere la posta più grossa nel tuo -esperimento doloroso. Ora ecco che noi, senza fatica, senza stregonerie, -riusciamo a saperne altrettanto; poniamo a sindacato gli affetti del -cuore, tiriamo giù la sua brava equazione, troviamo la formola che li -crea e quella che li distrugge. La vita, per tal modo considerata, ci si -dimostra una cosa assai più da ridere che da piangere, e da non francar -sempre la spesa d'esser vissuta. - -Ma lasciamo l'algebra del cuore in disparte. Perchè parlavamo noi del -tempo? Volevamo chiedergli cinque anni, da farli trascorrere in un -batter d'ali, per comodo del nostro racconto. Ed ecco, i cinque anni -sono passati, mie belle lettrici, e quel che più monta, senza mescolare -un filo d'argento nei vostri capegli, senza scavarvi una ruga traditora -alle tempie. Se così fosse mai sempre, se gli anni passassero, senza -avvizzirci sulle guance il fiore della gioventù, senza raffreddarci a -gradi a gradi il lago del cuore, chi non amerebbe invecchiare, poichè lo -andare innanzi negli anni non è altro che vivere? Ma ohimè, il tempo -passa e, non pure ogni anno, ogni giorno ci ruba qualcosa; il miracolo -di far volare il tempo senza danno d'alcuno, non ve lo fa che un -romanziero, e pur troppo gli è un miracolo per celia! - -Basta, sono trascorsi cinque anni dalla morte di Ansaldo di Leuca. Il -savio lettore ha già capito che Morello ha tolto commiato quel dì -medesimo dalla corte di Torrespina. Non si sta accanto ad una donna con -le mani tinte del sangue di chi pure l'amò. Il combattimento era leale, -necessario; la vostra vittoria desiderata; ma guai a rimanere dopo quel -combattimento e dopo quella vittoria! - -Tutto ciò aveva inteso Morello, anche prima di sentirselo a dire dal suo -fedel consigliero. Inoltre, che cosa poteva egli sperare di ottenere -eziandio? Quella donna aveva fatto per lui tutto ciò che le era concesso -dal suo stato d'allora. Egli portava sul petto una sciarpa di verde -zendado, testimonio, se non d'amore, di benevolenza singolare, e -scolpite nel cuore queste gravi parole: «se uomo al mondo potessi amar -tuttavia, voi sareste quel desso.» Chieder di più in quel momento, -fermarsi a mendicare un quotidiano sorriso, sarebbe stato un cadere in -quella mediocrità, che può parer d'oro a molti, ma che non ha uscita, nè -speranza di fortuna migliore. Savio consiglio il partire; un amore che -vicino spaventa, o infastidisce, lontano si vagheggia senza timore, -cresce quasi inavvertito e soggioga. - -In tal guisa e con tali propositi, Morello si partì da Torrespina, nè -per cinque anni più vide quei luoghi. Dormì egli cinque anni in una -notte, o gli passarono dinanzi agli occhi rapidi come un baleno? Questo -ed altro potea fare Aporèma. - -Comunque ciò fosse, la storia dice che Morello di Monferrato fu alla -corte paterna; quindi, per la via di Lamagna, fino a Tessalonica, reame -di sua famiglia, e di là navigò a Costantinopoli e corse molta terra -d'Asia, dappertutto celebrando la bellezza sovrumana della figliuola del -Lionello del Cengio, e rompendo in onor suo molte lance contro francesi -e saracini. - -E Giovanna, nella solitudine del suo maniero, udiva di frequente il nome -di Morello. Talfiata gli era un povero monaco, che se ne tornava -pedestre dal sepolcro di Cristo, e le recava novelle del prode e memore -cavaliero, insieme con un pezzettino del santo legno; tal altra un gaio -menestrello, che le ripeteva d'udita i versi, divenuti famosi, del -giovine innamorato. - -Ma che sapeva egli del cuore di lei? Aporèma gli aveva chiesto di dar -tempo al tempo, ed egli assaporava la triste voluttà di un mutamento, -lontano o vicino, ma certo; spiava ansioso e tremante il giorno che la -memoria di Ugo di Roccamàla fosse tradita nel cuor di Giovanna. - -E già forse non era? Che cosa avea ottenuto Ugo in suo vivente, da lei? -Ciò che ebbe a dire più tardi un altro martire del dubbio: _parole, -parole, parole!_ Morello potea dunque, e ragionevolmente, argomentare di -esser giunto ad uguale ventura, e il suo sperimento avrebbe potuto -credersi finito, se un nuovo dubbio non fosse nato nell'anima sua. - --- Amerà me finalmente.... Aporèma lo giura. Ma, se pure ciò avvenga, -che vorrà dire? potrò io farne colpa a lei e crederla dimentica -dell'amato estinto? Se lo spirito che muove queste membra è quel desso -di prima, non potrà dirsi che ella, amando Morello, obbedisca all'arcana -possanza dello spirito di Ugo?... - -E qui nuove incertezze, ed una tenerezza ineffabile per quella donna. E -con questo pensiero, vagheggiato nella mente senza farne motto al -compagno, un cavaliero, male in arnese e stanco in apparenza come chi -abbia fornito assai lungo cammino, saliva l'erta di Roccamàla, una -mattina di novembre, sei anni dopo la morte di Ugo, andando a chiedere -ospitalità al nuovo signore del castello. - -Ora il nuovo signore del castello non era altri che quel burlesco -personaggio, già noto ai lettori, di mastro Benedicite, il vecchio -strozziere. - -Com'egli di vassallo fosse giunto a quell'alto stato s'è detto, e son -note le grasse risa che ne erano state fatte a Torrespina. Ma ben più -avrebbe riso la corte di messere Corrado, se avesse saputo in qual modo -l'antico falconiere di Ugo rispondesse al nobile ufficio di successore. -A me, per dipingervi a modo questo ridevole castellano, bisognerebbe la -penna e il buon umore di Rabelais; _ma poi ch'io non l'abbo_ (direbbe -Dante) mi ridurrò al più modesto ufficio di raccontarvi come il nuovo -signore passasse i suoi giorni feudali. - -Anzitutto ei dormiva, oh! dormiva come un ghiro, e non c'era verso che -il ponte di Roccamàla si calasse prima delle undici del mattino, ora in -cui l'ottimo gaudente si alzava dal suo letto comitale. Chiunque avesse -bisogno di entrare, era cortesemente pregato di attendere, foss'anco -stato Carlomagno redivivo. Que' che volevano uscire innanzi l'ora ci -avevano la scappatoia delle scale di corda; ma qui bisognava farla -netta; se no, guai al trasgressore della comune disciplina; il -castellano non lasciava correre lo scherzo! - -I negozi del castello andavano innanzi, come al tempo di Ugo il felice, -con questo solo divario che i parassiti dell'estinto signore erano stati -con bel garbo messi fuori e che lo stesso Fiordaliso, il quale era di -nobil sangue, non volendo stare ai servigi di un villan rifatto, se -n'era andato, _sua sponte_, da Roccamàla, per cercarsi ventura altrove. - --- Buon viaggio! -- aveva detto Benedicite. -- _I in malam crucem!_ -- -aveva soggiunto tra' denti. - -Ma se il paggio era andato, il castellano non era altrimenti rimasto -senza un fedele compagno. Un certo fra Gualdo, buon bernardone del -monistero vicino (ho detto fin dal principio di questo racconto che cosa -fossero i bernardoni e perchè chiamati in tal guisa), faceva compagnia -quotidiana a messer lo conte. E se il castello non risuonava più degli -accordi del liuto e delle gaie canzoni del biondo Fiordaliso, echeggiava -per contro delle nasali salmodie del cirsterciense e del suo protettore, -_arcades ambo_, e così bene pasciuti, che l'uno pareva sant'Antonio, e -l'altro.... quel suo collega che sapete. - -Il conte Benedicite s'incamminava di buon passo sulla via della santità. -Egli e fra Gualdo recitavano ogni giorno insieme il breviario, e tra un -salmo e l'altro, tra un'antifona ed un _oremus_, solevano bagnarsi -l'ugola, per rinfrescare la voce. Cominciavano a centellare, a -sorseggiare quel famoso vin di Cipro, che l'uguale (giusta la nota frase -di Benedicite) non si beveva alla mensa del serenissimo doge di Venezia; -poi tracannavano addirittura le ciòtole; e finivano ogni sera col -disfidarsi a chi bevesse meglio a garganella, senza imbrodolarsi la -giubba. - -Per tal modo non riusciva strano che ogni notte fossero in cimberli, e -il più delle volte i famigli fossero costretti a raccappezzarli sotto la -tavola, per levarli di peso e portarli a dormire. - -Il conte Benedicite! Notate rotondità di nome! Ma al castellano non gli -andava ai versi. Diventato padrone, egli s'era affrettato a -ribattezzarsi col suo antico nome di Anacleto, comandando, sotto pena di -andare a marcire nei sotterranei della rocca, che nessuno fosse tanto -ardito da dimenticarselo. - -Ma le furon novelle. A nessuno veniva fatto di chiamarlo conte Anacleto; -e qualche esempio da lui dato a' trasgressori fece sì che nel -rivolgergli il discorso non gli si desse più verun nome. Lui assente, -del resto, non si diceva altro che conte Benedicite, ed anzi v'era -taluno la cui lingua ribelle non sapeva dir «conte» e tirava innanzi a -dir mastro Benedicite, come nel tempo passato. - -Il solo che lo chiamasse col suo vero nome, troppo tardi svecchiato, era -lo strozziere di Roccamàla, persona nuova, e successore del nuovo -padrone in quella aucuparia dignità. Conte Anacleto (lo storico -imparziale gli farà anch'egli il torto di non chiamarlo a modo?), conte -Anacleto avea fatto venire assai da lontano quel personaggio, perchè -avesse cura delle sue nobilissime bestie. - -Di insegnare il mestiero all'Anselmuccio non gli era infatti più nulla. -Quel biondo nipotino, che i lettori conoscono per la sua lezione sulle -varie generazioni di falchi, poteva essere allora sui diciassett'anni, e -nato, come era, da una sorella di Benedicite, il quale non aveva -figliuoli, diventava per conseguenza il contino, l'erede della corona, -salvo (s'intende) il caso d'una rivoluzione, od altro accidente che -avesse a turbare il prestabilito ordine dinastico. - -Lassù si andava bisbigliando che l'Anselmo fosse un figlio _extra torum_ -di Roberto il taciturno e fratellino carnale di conte Ugo. Benedicite, -che in ogni altra occasione si sarebbe recato di questa diceria come di -ingiuria gravissima alla memoria della sorella, or la lasciava correre, -come quella che gli pareva una consacrazione del diritto di successione. -Onore umano, come cangi spesso di nome e di luogo! - -Ma, il lettore dirà, e non c'era il testamento per raffidarlo? Ahimè, -nessuno lo aveva veduto, quel testamento, e non se ne parlava che -d'udita, perchè lo avea detto egli... - -Così il conte Anacleto passava il suo tempo abbastanza felice. Egli era -una specie di Macbeth, senza i delitti, ma con tutte le sperticate -ambizioni e con la più sperticata ingratitudine verso la memoria del suo -estinto signore. - -Al nuovo feudatario non mancava che una cosa, la castellana. Talfiata, -nelle sue bacchiche conversazioni con frate Gualdo, e quando il vino gli -dava nell'elegiaco, il conte Anacleto Benedicite si lasciava ire alla -tristezza di questo pensiero. - --- _Vae soli_, frate Gualdo, _vae soli!_ lo ha detto re Salomone; ed -egli doveva intendersene, che, pel timore di rimaner solo, s'era tolto -settecento mogli, e trecento... ausiliarie. Or dove ne troverò io una? - --- Che dite voi, messere? -- rispondeva frate Gualdo, il quale aveva un -altissimo concetto del vino di conte Anacleto. -- Qual donna non si -recherebbe a ventura di avervi in marito, _felicem adire thalamum_? - --- Voi non direste male, _pater reverendissime_, se io fossi giovane, -_si mihi rideret ætas_. Ma oramai la è passata, l'età degli amori -onnipossenti, e qual Sabina di queste castella si lascierebbe rapire da -un vecchio par mio? - --- Mi viene in mente una bella pensata; -- disse fra Gualdo. -- O non -potreste sposare la figlia dell'armaiuolo? Quella è una bellissima -femmina, _mulier formosissima_, non troppo giovine.... - --- Ah, ah! -- gridò mastro Benedicite, cioè scusate, il conte Anacleto. --- _Bibisti quam maxime, pater reverendissime!_ Voi mi proponete di far -casaccia.... - --- O come, casaccia? - --- Maisì, un gramo parentado. O che, vi par egli dicevole? Un signore di -Roccamàla.... la figlia d'un fabbro.... Ella è belloccia, _mehercle!_ e -non nego che se fossi il re Salomone, non avrei nessuna difficoltà a -farla la millesima prima.... - --- Messer Anacleto! -- interruppe scandolezzato il monaco. -- Re -Salomone cadde per questi suoi peccati in disgrazia di Dio. - --- Ah, me n'ero scordato; ma basta, io non corro di simiglianti -pericoli, a questi lumi di luna. Io volevo dirvi soltanto che un signore -di Roccamàla non può scender di condizione, e che i vostri argomenti -peccano contro il senso comune. - --- Io dicevo così per dire; -- rispose fra Gualdo. -- Non ne parliamo -più. -- - -«Non ne parliamo più» gli era presto detto! Cotesto era in quella vece -il discorso che veniva in tavola ogni giorno, poichè il pensiero del -matrimonio era l'unica spina del conte Anacleto. - -Per ventura, ogni sera, il vin di Cipro veniva pietoso ad affogare il -dolore del conte. - -E adesso che abbiamo rifatta conoscenza, con gli abitanti di Roccamàla, -ripigliamo il filo del nostro racconto, torniamo al forastiero, che ha -avuto tempo a salir l'erta, agio ad aspettare la calata del ponte, e -modo di giungere fino alla gran sala del castello, dove il conte -Anacleto, _quondam_ strozziere, seduto sulla scranna feudale, riceveva i -cavalieri e rendeva giustizia ai vassalli. - - - - - CAPITOLO XIV. - - -Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver paura del - diavolo. - --- Che vuoi tu? -- chiese l'antico strozziere, dopo che ebbe squadrato -dal capo alle piante il nuovo venuto. -- In qual tuo bisogno può egli -giovarti il conte Anacleto di Roccamàla! -- - -Il conte di Roccamàla! E' bisognava vedere come egli si gonfiasse, -mettendo fuori quel nome, che aveva (così pensava egli) ad abbacinare il -nuovo testimone della sua grandezza. Ma ohimè, nulla è durevole quaggiù, -e quell'impeto di felice superbia aveva ad essergli ricacciato in gola. - --- Voi? -- esclamò il nuovo venuto, con atto di beffarda incredulità. -- -Vive egli forse un conte di Roccamàla, poiché messer Ugo il felice ha -pagato il suo tributo alla gran madre antica? -- - -Il conte Anacleto (conte per grazia sua, come i lettori già sanno) fu ad -un pelo di uscire dai gangheri. Un'occhiata di frate Gualdo, che era lì -presso e gli mostrava il cielo con le palme tese, giunse in tempo a -trattenerlo. Si morse il labbro e quindi, sorridendo a malincorpo, uscì -in queste parole: - --- Tu vieni da lunge? - --- Sì, messere; vengo da terre assai lontane, e diverse eziandio di -costume da questa, imperocchè laggiù non si usa favellare così alla -domestica coi forastieri, come voi fate ora, dando del tu a cui non -conoscete. - --- O che? -- rispose lo strozziere ghignando. -- Sareste per avventura -il duca Namo di Baviera? - --- Lasciate le arguzie da banda; io mi son cavaliero e basta, se pure -non ce n'è d'avanzo. - --- Sia, messere; ma, in verità, il vostro arnese.... - --- L'abito non fa il monaco! -- sentenziò il nuovo venuto. -- Chiedetene -al vostro reverendissimo sozio. - --- _Eheu nimirum!_ -- soggiunse fra Gualdo, facendo occhi da santo. -- -Sì, certamente, voi dite il vero, messer cavaliero; siamo tutti -peccatori, e il glorioso san Bernardo, nostro patrono, fu il primo a -dire.... - --- Ma insomma, -- gridò il castellano, dando sulla voce a frate Gualdo e -al suo glorioso patrono, -- che chiedete voi, messer cavaliero, al nome -di Dio? - --- Ah! -- disse tranquillamente l'interrogato. -- Ciò che mi ha condotto -quassù, risguarda un vecchio strozziere, e mi vedo in quella vece -dinanzi ad un conte. Me ne duole, per verità, dappoichè gli è un negozio -d'alto rilievo.... -- - -Benedicite, che già stava per mandarlo in falconeria, mutò subitamente -consiglio a quelle parole dello sconosciuto. - --- Messere, -- diss'egli, andando, come suol dirsi, a cercar le frasi -col fuscellino, -- io veramente.... poichè ciò che avete a dirci è cosa -d'alto rilievo.... non vi sarà ignoto quali siano, e come variabili, i -giuochi della fortuna.... _Tempora mutantur, et nos mutamur in illis_. - --- _Oh dictum bene!_ -- soggiunse fra Gualdo, con la sua arietta beata. - --- Che vuol dir ciò? -- chiese lo sconosciuto. -- Io non v'intendo.... - --- Non sapete di latino, a quel che pare! Orrevole idioma, il latino; e -bisognerebbe non parlarne mai altro, perchè avesse finalmente a -rifiorire da noi. Io, vedete, vecchio qual sono, ho ripigliato a -studiarlo, insieme con questo reverendo amico.... Ma lasciamola lì, se -non vi garba. Volevo dirvi, con quella mia citazione, che io sono.... -quel tale di cui cercate, e sono altresì il signore di Roccamàla. La -qual cosa vi sarebbe chiarissima da un pezzo, se non veniste, come dite, -_a longinquis regionibus_; e sapreste del pari che di questo dominio -avrò tra non molto l'investitura dallo imperator di Lamagna, al quale ho -mandato.... - --- Sì, sì! -- interruppe lo sconosciuto. -- Questo io so bene, -quantunque venga _a longinquis_.... come voi dite. Gli avete fatto il -presente, per renderlo propizio alla vostra dimanda, de' più leggiadri e -destri randioni che il gran maestro de' cavalieri di Malta avesse -mandato a suo nipote, il conte Ugo, che Domineddio l'abbia in gloria! Ma -egli sarà un donativo sprecato, ed io vi giuro per la mia fede di -cavaliero, che non avrete il diploma di Cesare. - --- Domine, fallo tristo! -- urlò Benedicite, facendosi pavonazzo dalla -rabbia, e balzando dalla seggiola, come per avventarglisi contro. - --- Chetatevi, messere Anacleto! -- disse fra Gualdo, a mani giunte. -- -_Esto prudens!_ - --- Che _prudens!_ che _prudens!_ Le mani, le mani mi prudono ora, e non -so chi mi tenga ch'io non lo faccia balzare da quella finestra.... - --- Provate! -- disse lo sconosciuto, incrocicchiando superbamente le -braccia sul petto. - --- Che sì.... che sì.... -- seguitò Benedicite, sempre più -riscaldandosi; ma fra Gualdo, levatosi da sedere, a malgrado del ventre, -andò a trattenerlo, e non senza fatica lo ridusse da capo sulla sua -scranna di cuoio cordovano. - --- _Pax tibi_, messere Anacleto! E voi, -- aggiunse il rubicondo -bernardone, voltandosi a dare la parte sua allo sconosciuto, -- non -dovreste uscire in cosiffatte sentenze, o metterle fuori con un po' più -di garbo. _Est modus in rebus...._ - --- La mia gente! -- gridava intanto Benedicite. -- La mia gente! e sia -messo fuor del castello lo sciagurato! - --- No, neppur questo! -- soggiunse il paciere, -- non si usa tal -villania ad un forastiero, per una cosa mal detta. Oltre di che, vi -bisogna sapere chi egli sia... - --- Sì, orbene.... Lasciatemi, _pater reverendissime_, non mi state -dinanzi; sono tranquillo, non ho più nulla.... Ah, così va bene. Diteci -dunque, messer cavaliero, chi siete voi?... - --- Ah! -- rispose quegli, sorridendo. -- Di qui avevate a cominciare, e -non vi sareste guastato il sangue.... prima del tempo. Io sono il conte -di Roccamàla. -- - -Come si rimanesse il conte posticcio a quella improvvisa dichiarazione, -argomenti il lettore. Io dirò solamente che egli sentì traballarsi sotto -le membra la sua scranna feudale, e s'aggrappò forte ai bracciuoli, come -per sostenerla. Passato quel lampo di stupore e di paura, si provò a -ridere; ma le labbra sole si mossero e fecero una brutta smorfia; il -riso non venne dal cuore. - --- Ah, ah! il conte di Roccamàla! Questa è nuova di zecca.... E per ciò -appunto vi siete partito da casa vostra? - --- Messere, -- disse l'altro senza scomporsi, -- questa pergamena vi -farà fede dell'esser mio. Mi chiamo Ulrico di Roccamàla, e son figlio ad -Ottone, il fratello minore di Ruberto il taciturno. Questa è la -genealogia de' miei maggiori, che potrete raffrontare a quella del -castello, la quale il mio cugino Ugo non avrà certamente portata seco -sotterra. Che ne pensate voi? - --- Penso.... penso.... che tutto ciò è mirabilmente trovato, ma che non -m'importa un frullo. Le pergamene si possono scrivere.... - --- _Sane!_ -- interruppe fra Gualdo, in quella che prendeva a sua volta -dalle mani del suo vecchio sozio la pergamena di Ulrico. -- Le pergamene -hanno questo pregio singolare, che esse non si richiamano mai delle -bugie che il tornaconto umano ci scrive. Ma, se questo è per avventura -un pregio per chi le ha da metter fuori, e non lo è di certo per coloro -che le hanno da leggere. -- - -Quell'altro non badò alle considerazioni del frate, e, volgendosi a -Benedicite, gli disse: - --- Questa pergamena porta il nome di un insigne araldo, e voi, dubitando -della sua autenticità, vi chiarireste, per ciò solo, indegno di cingere -spada. Ma, mettiamola pure in disparte; il mio volto non dice nulla a -voi, vecchio abitante di questo maniero, e testimone di tre generazioni? -Non vedete voi qui la fronte spaziosa, gli occhi fosforescenti e -l'aspetto leonino dei Roccamàla? Non vedete qui derivata la sporgenza -del loro labbro inferiore, il quale dimostra da due secoli che siamo -nati per comandare? - --- Non qui, mio bel sere, non qui! -- gridò Benedicite, stretto, -incalzato nelle sue ultime ridotte. -- Conte Ugo mi lasciò sue erede -universale, e ci ho un buon testamento che lo prova. - -Il forastiero sorrise mestamente, in quella che volgeva una rapida -occhiata al monaco, e proseguì, in atto di chi, accostate le labbra ad -un'amara bevanda, vuol pure trangugiarla fino all'ultima stilla. - --- Io non dirò del vostro testamento quello che voi pur mo' della mia -pergamena. Vi dirò in quella vece che il vostro testamento non approda, -se vi manca il diploma di Cesare, che voi vassallo innalzi a condizione -di cavaliere e v'investa del dominio di così forte e ricco arnese. Ora, -siccome vi ho detto, questo diploma non avrete mai fino a tanto che io -viva, io conte Ulrico, io unico superstite del sangue dei Roccamàla. - -Qui il conte Anacleto, che già stava assai male in arcioni, perdette a -dirittura le staffe. - --- Ah! -- gridò egli di rimando. -- E credete non ci sia più qui, non -rimanga nessuno di così nobile schiatta? Andate, tornate in Lamagna, _ad -bibendam cerevisiam vestram_; qui comanda il vecchio Anacleto, erede di -conte Ugo per forza di testamento e zio tutore del giovine conte -Anselmo, un vero e pretto Roccamàla, e, quel che più monta, di casa. - --- Tristo ed abbietto! -- tuonò il forastiero. -- Voi calunniate vostra -sorella! - --- Alla croce di Dio! -- gridò Benedicite, in atto di scagliarsi su lui. - -Ma innanzi ch'egli avesse potuto colpire il suo avversario, fu colto da -un manrovescio così forte nel petto, che lo sbalestrò come un batuffolo -di cenci sulla sua scranna feudale. - -Gli occhi, che aveva dovuti chiudere, videro nel buio delle palpebre un -subisso di fiamme; gli zufolarono le orecchie, e rimase un tratto come -tramortito. Quando finalmente potè trarre il respiro e riaprir gli -occhi, si trovò nelle braccia del monaco. Il forastiero era scomparso. - --- Frate Gualdo! -- diss'egli, con un fil di voce. -- A che tempi siamo! - --- _O tempora! o mores!_ -- rispose il monaco, alzando gli occhi alle -travi del soffitto. -- Pazienza, amico mio, pazienza ci vuole! - --- E in casa mia! e dentro una rôcca munita! -- proseguì Benedicite, a -cui tornava coi sensi la parlantina. -- E nessuno che si trovasse qui a -darmi man forte! E neppur voi vi siete mosso, fra Gualdo!... - --- O che potevo io, _fili mi dilettissime_? Come avrei potuto parare un -colpo così improvviso? E poi, a dirla schietta tra noi, non aveva egli -un pochettino di ragione? - --- Come? -- esclamò Benedicite, guardando in viso il compagno. - --- Sì certo, quella genealogia ei non l'aveva inventata; c'era il nome -di Guarnerio, uno dei più riputati araldi del tempo nostro.... - --- E sia pure; -- rispose il castellano; -- ma il mio testamento val -tutte le pergamene araldiche del mondo. - --- Se fosse autentico! -- soggiunse con piglio sarcastico il -cisterciense. - --- Frate Gualdo! - --- Mastro Benedicite! -- - -A queste due esclamazioni tenne dietro una breve pausa, durante la quale -mastro Benedicite stette guardando attentamente fra Gualdo e fra Gualdo -rimase imperterrito a guardar Benedicite; questi, reggendo la muta -tranquillità del suo interlocutore, fu primo a rompere il silenzio. - --- Egli mi sembra, _pater reverendissime_, che voi dimentichiate un -tratto chi io mi sia,... - --- No, siete voi che lo dimenticate; -- ripigliò con un insolito accento -il cisterciense; -- ed io vo' rinfrescarvi la memoria. Voi siete il -fratello di latte di Ruberto il taciturno; avete veduto bambino e -cullato sulle vostre ginocchia Ugo il felice. Tutto ciò v'ha fatto dar -di volta il cervello. Il conte Ugo vi amava, il poverino, e lasciava a -voi molta più autorità che non si addicesse ad uno strozziere. Che dico -strozziere? Voi non lo eravate già più che per vostro diletto, per amore -ai falconi, non più per debito d'ufficio. In quella vece eravate voi il -visconte, il capitano degli arcieri, il gran siniscalco, il ser faccenda -della rôcca, nè si moveva qui foglia che voi non voleste. Quando messer -lo conte d'improvviso morì, voi giuraste di tenere in custodia il -castello e i dominii di Roccamàla, fino a tanto non giungesse il nuovo -signore, che si diceva esser vivo ancora, là dalle parti di Lamagna. Ma, -cresciuto di autorità, cresceste eziandio di superbia; e la superbia, -_fili mi dilectissime_, ha perduto animi più forti del vostro. _Experto -crede!_ Allora, solo ed ozioso, incominciaste ad amare un tantino di più -le anfore e le botti e ad ubbriacarvi sette giorni per settimana.... - --- Con voi, fra Gualdo, con voi! -- interruppe mastro Benedicite, che -fino a quel punto non aveva potuto frenare quella ràffica d'eloquenza. - --- Sì, con frate Gualdo, non lo nego; ma nel vostro vino avete affogato -la voce della coscienza, e i fumi di quel vino si sono tramutati in un -sogno che piaceva al vostro orgoglio, in quella che recava offesa al -buon nome di vostra sorella.... - --- Fra Gualdo! fra Gualdo! Io perdo la pazienza.... - --- Gittatela a vostra posta; io tiro di lungo. Come se ciò non bastasse, -avete anco inventato un testamento.... - --- Fatto da voi, frate Gualdo!... fatto da voi! - --- Sì anche stavolta, sì; io ci ho posto l'ingegno dell'amanuense. Ahimè -frate tapino! Amavo il vin di Cipro, io, l'ippocrasto, e sedere in -panciolle.... Giù al convento si mena una trista vita, si mangia scarse -pietanze in salsa di paternostri; e mi pigli il canchero, il vermocane, -se ogni altro soldato della milizia di San Bernardo, messo al mio posto; -non si sarebbe lasciato cogliere all'esca. Fra Gualdo ha peccato per la -gola, e ne avrà da far penitenza; ma il primo, il vero colpevole siete -voi, perchè a voi profittava il negozio. _Cui prodest? Nonne tibi?_ - --- Frate! -- gridò Benedicite, provandosi a star su. -- Io ti farò -chiudere in tal chiostro che ti serva di cantina e di sepoltura!... - --- _Bene! optime!_ Ingrato.... calunniatore.... falsario.... fàtti anche -omicida! -- - -E così dicendo, il frate, di breve e corpacciuto ch'egli era, s'andava -allungando e curvando sempre più sulla persona di Benedicite, facendolo -rannicchiare da capo sulla scranna. - --- Gualdo, amico mio! -- mormorò egli, spaurito. -- Voi non mi avete mai -parlato in tal guisa.... - --- Perchè aspettavo il mio giorno; perchè vo' lasciarti ora, innanzi di -partire, un ferro rovente nel cuore! -- - -Il tapinello chiuse gli occhi per non vedere quella sinistra figura, che -era ancora fra Gualdo e già incominciava a non esserlo. In quel mezzo, -una voce nasale si fe' udire sull'uscio. - --- _Pax Domini sit semper vobiscum!_ - -L'interlocutore di Benedicite volse lo sguardo, e vide quel che -aspettava. Ma il nuovo venuto non s'aspettava per fermo a quello che -vide, cioè alla sua immagine, al suo ventre, alla sua tonaca, a tutto sè -stesso insomma, raffigurato in un'altra persona, presso la sedia del -castellano. - -Frate Gualdo, l'autentico frate Gualdo, fece per moto naturale il segno -della croce. Il suo Sosia si mise a ridere sgangheratamente. Benedicite, -che al suono dell'amica voce aveva riaperto gli occhi, guardava l'uno e -l'altro esterrefatto. E guardando più attentamente quello dei due che -gli era stato tutta la mattina da fianco, lo vide farsi lungo, lungo, -sottile, diafano, e finalmente sparire in uno scroscio di risa. - -Per quel dì non fu bevuto nè Cipro, nè ippocasto, con sommo dolore del -vero fra Gualdo. Mastro Benedicite, preso dal farnetico, fu posto dai -suoi famigli a letto. Colà, egli vedeva fiamme e diavoli da ogni parte, -e perfino nella faccia rubizza e contenta del suo collega e complice, -che non ne capiva una iota. - - - - - CAPITOLO XV. - - -De' progressi che avea fatto il biondo Fiordaliso nell'arte di poetare. - -Era una notte sullo scorcio di novembre, una notte stupendamente serena, -e rallegrata dal mite chiarore della luna crescente. L'amica dei -notturni viandanti, spuntando dietro al castello di Torrespina, facea -risaltare nel limpido cielo le opache sue cime, a guisa d'un nero -merletto su d'una veste bianca, e mandava uno sprazzo di luce sul -sentieruolo, che, costeggiando il fosso, saliva fino in capo all'erta -dov'era l'antico mastio della rocca. - -Per quel sentieruolo andavano di buon passo salendo due uomini, chiusi -nelle loro cappe di pannolano, imperocchè l'aria notturna incominciava a -pungere, sugli Appennini. - -Andavano, ho detto, di buon passo, ma non di buona voglia ambedue; chè -l'uno pareva trascinar l'altro quasi riluttante, o almeno infastidito di -quella briga ch'ei si era tolto di seguire il compagno. Come furono -giunti a mezza l'erta, il primo si fermò, e additando il muro del -castello dov'era aperto un verone illuminato, disse al vicino: - --- È là! Madonna s'è ridotta nelle sue stanze. Qui possiamo saltare nel -fosso, che andando più oltre potremmo essere scorti da qualcheduno. -- - -L'altro, come non avesse inteso lo invito, stava fermo a guardare il -verone. - --- Coraggio, figliuol mio! qui si parrà la tua fortezza d'animo. Molto -io t'ho detto, e più ancora ti resta a vedere. - --- Ma come? -- disse l'altro, senza muoversi tuttavia. -- Egli -ardirebbe?.... - --- Oh bella, e perchè non vuoi tu che egli ardisca, se madonna -acconsente? Messer Corrado è da sei giorni alla corte d'Ivrea; ella è -rimasta a Torrespina, a cagione di una infermità che non saprei dirti. -Nel viluppo delle malattie femminili non ci trova il bandolo nemmanco il -demonio. Basta, eccola laggiù, l'inferma! La sua ombra si fa scorgere -nel vano della finestra. -- - -Infatti, era lei; Giovanna si avanzava sul verone, a respirare la fresca -aria della notte. Avvicinatasi alla balaustrata, si assise, appoggiò il -mento nella palma della mano, e rimase atteggiata per modo che il suo -bel volto apparve intieramente rischiarato da un raggio di luna. Su quel -raggio per fermo venìa difilato un genio notturno, a baciare quel viso -divino, e forse era lo stesso Oberone, che per lei dimenticava Titania e -le caste gioie del talamo. - --- Come è bella! come è bella! -- esclamò uno dei due, tendendo a quella -volta le palme. - --- Zitto! ecco l'altro che viene. Suvvia! non ti lasciar stregare, e -scendiamo nel fosso. -- - -Così dicendo, il Mèntore, pigliato per un braccio l'amico, lo trasse con -sè fino all'orlo del fosso, ove calarono prestamente ambidue, andando a -nascondersi dietro uno svolto di muro. Gli era tempo, imperocchè un -cavaliere, dalla persona snella e dal pronto passo, giungeva sul ciglio, -appunto in quella che i due si appiattavano, e, dopo aver agitata una -sciarpa di zendado, spiccava un salto al basso, e correva sotto ii -verone. - -Uscito appena dalla penombra in cui era nascosta una parte del fosso, i -contorni del suo volto apparvero distinti allo sguardo scrutatore de' -due primi venuti. La luna rischiarava i biondi capelli inanellati, sui -quali posava una picciola berretta piumata, le apollinee forme del -petto, piuttosto messo in mostra che coverto da una leggiera saracina, -la spigliata e graziosa andatura delle gambe, chiuse in molli calze -divisate di seta, e le mani impedite dalla spada e da un liuto, arnesi -che aveva dovuto sollevare dal fianco, innanzi di spiccare il suo volo. - --- Ve' come si è fatto aitante della persona e di bella guisa! -- -susurrò il Mèntore nell'orecchio all'amico. -- Cinque anni son presto -passati, e il fanciullo è diventato uomo, proprio come -quell'Anselmuccio, che oggi, la tua mercè, si godrà in pace il retaggio -di Roccamàla. Un bel cavaliero, in fede mia, e non mi fa stupore che -madonna se ne sia avveduta. L'uomo è fatto per la donna e tuttedue per -mettere il diavolo alla prova. Ma ecco, egli dà di piglio -all'istrumento; or vediamo s'egli abbia progredito nell'arte di poetare; -chè invero quella sua ballata di cinque anni or sono, la non valeva un -frullo, ed io gliel'ho lodata da fratello in Apolline, vo' dire per -misericordia. -- - -La voce di Fiordaliso, chè era egli infatti, interruppe le chiacchiere -con cui Aporèma andava trafiggendo lo spirito d'Ugo, di quel conte Ugo -che dovea passare alla posterità con l'appellativo di felice. Ed ecco -che cosa cantò, salendo soave al verone dove era assisa Giovanna, la -voce del biondo Fiordaliso: - - -- Un giorno mi piacque - Di gaie canzoni - Il folle concerto - Tra' colmi bicchier; - O, lente le redini, - E fermo in arcioni, - Spronare all'aperto - L'ardente corsier. - - Or vinta dal tedio - È l'anima mia; - Di strano languore - Morendo sen va. - Ah, contro l'effluvio - D'arcana malía, - Il povero core - Difesa non ha! -- - --- Povero cuoricino! e' mi strappa le lagrime! -- borbottò fra i denti -Aporèma. - -Ugo non disse verbo; ma ciò che dentro sentisse chiarì ad Aporèma la sua -mano, che convulsivamente gli strinse il braccio, accennandogli di non -interrompere il canto. - -Fiordaliso, che non sapeva di avere così numeroso ed attento uditorio, -ma che non pensava a rallegrare altri orecchi fuor quelli dalla divina -Giovanna, così proseguì la ballata: - - -- Smeraldo vivissimo - D'angelici lumi - Io vedo tra i cento - Doppieri brillar; - Galoppo e nell'aria - I noti profumi - D'un crine mi sento - Sul viso spirar. - - Gioite, è vostr'opera, - Gentile mia fata; - Ma sensi più umani - Vi parlino al cor! - Vi prega d'un farmaco - La mente turbata.... - Amore risani - Il male d'amor. -- - --- Ah! ah! -- soggiunse ghignando Aporèma. -- Un'inferma lassù e un -infermo quaggiù. Togli lo spazio che li divide e saranno due sani. -Madonna, se Iddio vi aiuti, usategli misericordia e mandategli il -dittamo per le sue piaghe. Bene, del resto, bene! ei mi s'è fatto poeta -daddovero e voglio congratularmene seco lui.... Ah, eccolo finalmente, -il farmaco aspettato! E' scende pietoso, con la velocità d'una carta -legata ad un sassolino. -- - -Così dicendo, Aporèma uscì carponi dal suo nascondiglio. - -Frattanto un involto di piccola mole era caduto dall'alto del verone a' -piedi di Fiordaliso, e cinque dita raccolte alle labbra della divina -ascoltatrice dei suoi versi gli mandavano un bacio. Il cantore era -rimasto estatico a raccogliere il bacio; donde avvenne che non si -chinasse subito a raccogliere il messaggio, e quando, sparita la dama -dal verone, si volse per farlo, una mano traditora già l'avesse -ghermito. - -Come si rimanesse Fiordaliso al non trovar più l'involto, che pure avea -veduto cadersi a' piedi, lascio che vel pensiate voi, o lettori. La luna -s'era poco dianzi nascosta dietro un querceto, e l'oscurità non gli dava -modo di veder molto lunge; tuttavia, guardando istintivamente dintorno a -sè, gli parve di scorgere un'ombra che sgattaiolasse verso lo svolto del -muro. - -Animoso qual era, trasse incontanente il pugnale e si avventò da quella -banda. L'ombra nera gli si fece ritta dinanzi; ei s'avvinghiò -rabbiosamente a quel corpo, e giù colpi alla disperata. Ma nulla! la -punta del suo pugnale si rintuzzava su quel petto, e migliaia di -scintille sprizzavano dagli inutili colpi. - --- Chi sei tu? -- gridò egli allora, balzando indietro esterrefatto. - --- Sempre poeta! -- rispose l'altro, ridendo. -- Voi già vedete una -stregoneria dove non c'è che un giaco di assai buona tempera. Io porto -sempre quest'arnese sotto il farsetto, per custodirmi dalle furie dei -poeti come voi. La è questa una consuetudine che io vi consiglio del -pari, imperocchè adesso potrei rendervi pan per focaccia, e voi lasciar -qui la vita come un cane, dopo aver cantata come un cigno la vostra -ultima canzone. Una leggiadra ballata, in verità, e se voi mi -uccidevate, non avrei potuto darvene quella lode che vi si addice. Bene, -per Dio, giovinotto; _se tu segui la tua stella_ (ve lo dirò con un -poeta che non l'ha scritto ancora) _non puoi fallire a glorïoso -porto_. -- - -Fiordaliso tremava a verghe; quella voce stridula e quel piglio beffardo -non gli erano ignoti. Ancora non sapeva raccapezzarsi, ma un arcano -terrore gli serpeggiava per tutte le vene. - --- Messere, -- si provò egli a dire finalmente, -- voi avete posto mano -su d'un involto che non era per voi. - --- Nè per voi, messer Fiordaliso, e certo sta meglio nelle mie mani che -nelle vostre. Sareste voi per avventura uno di que' giullari da dozzina, -i quali vanno attorno, di corte in corte, di monte in piano, a rallegrar -le brigate con le loro coble e sirventesi, per farsi pagare di poi? - --- Che volete voi dire? - --- Che quella borsa, gittatavi da Madonna Giovanna di Torrespina, non è -fatta per voi, trovatore di alto grido, vincitore di giostre alla corte -di Napoli e armato cavaliero da Ataulfo imperator di Lamagna. Madonna ha -fatto gramo giudizio di voi, pagandovi per tal modo un'ora di sollazzo. -Voi, nobil cantore, spregiate l'oro e lasciate che ne goda un povero -menestrello. Non lo credete? Sono anch'io, ve lo giuro pel re David, -nostro santo patrono, un cultore della gaia scienza.... Non del vostro -valore, s'intende, non del vostro valore.... Io, a dir vero, non ho -ricevuto mai in premio una collana d'oro, come voi, cinque anni or sono, -dal vostro signore, dall'amante di quella gentil dama, a cui testè -chiedevate un farmaco per il male d'amore. - --- Ah! -- sclamò Fiordaliso, che avea finalmente riconosciuto Aporèma. --- Il pellegrino di Roccamàla! -- - -E cadde al suolo, tramortito dallo spavento. - --- Il bighellone! Mi ha riconosciuto alla perfine; gli era tempo! Ugo, -figliuol mio, che fai tu ora? Animo, animo! Non vedi lassù.... da quel -verone?.... - --- Io non vedo nulla. La luna è nascosta.... - --- Guarda più attentamente; c'è lassù un'ombra bianca. La vedi tu ora? -Sta bene; e sai tu che faccia? - --- Or via, dillo, che fa? - --- Rafferma alla balaustrata una.... Mi duole in verità di avertelo a -dire; ma, tanto e tanto, l'avevi a sapere.... Anche questo messaggio può -fartene testimonianza.... - --- Ma dimmi, alla croce di Dio, che fa ella ora? - --- Oh, una cosa da nulla! Le sue mani delicate raffermano il capo di una -scala di seta, che spenzola nel fosso. - --- Ah! per costui? -- urlò conte Ugo, mordendosi le mani. - --- Per costui! chi lo dice? -- soggiunse Aporèma. -- Se ti dà l'animo, -potrà essere per te. - --- Per me? in qual modo! -- chiese il giovane trasognato. - --- Sì certamente, per te! Suvvia, avventurato Fiordaliso! -- disse -Aporèma, percuotendolo con dolce dimestichezza sull'omero. -- Voi siete -nato vestito, e ancora non ve ne siete avveduto! - --- Fiordaliso!... che dici tu mai? - --- Dico, e puoi sincerartene dal capo alle piante, che tu se' biondo, -che porti sulla zàzzera una berretta piumata, che indossi una saracina e -le calze divisate di seta, che sei cresciuto di tre pollici, e che hai -tra mani un liuto.... ma questo puoi lasciarlo in basso, che oramai non -ti sarebbe d'alcun giovamento lassù, e potrebbe anco tornarti d'impaccio -nella tua corsa da scoiattolo. - --- Ah! -- gridò conte Ugo, a cui balenò negli occhi un lampo di gioia -sinistra. - -E piantato Aporèma accanto al corpo dello svenuto, s'inoltrò verso il -verone, donde infatti spenzolava una tenue scala di seta. - - - - - CAPITOLO XVI. - - - Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali. - -La bella castellana era seduta nella penombra della sua camera, di -ricontro al verone, in atto di donna che pensi. - -A che pensate, madonna? A nulla, per fermo. Quel momento che precede -l'arrivo e il primo bacio dell'uomo amato, non è invero da lunghi -pensieri, nè da soliloquii di coscienza, e gran mercè se il passato può -scorrere, immagine fuggitiva e sbiadita, dinanzi agli occhi dell'anima. -Il pensiero è geloso come un sultano; vuol esser solo a regnare. - -Ma pensate voi mai? Vi giova egli alcuna volta raccogliervi da sola a -sola con questo interno signore che non patisce rivali, con questo -giudice che fa salire alle guance le vampe del rossore non visto, con -questo accusatore che parla le tristi e le dure verità, con questo -tormentatore che fa dar volta dolorosamente sul più molle de' guanciali, -che ronza e morde, molesto, ostinato, come la zanzara, nelle lunghe, -interminabili ore di una notte d'estate? - -E a cui non avviene di pensare in tal modo, di soggiacere a questo -incubo? È la legge comune dei nati dalla creta; e voi pure siete di -creta, o angelo di bellezza: voi pure sentite i mali dell'umanità, e i -rimorsi del cuore. - -Orbene, in quelle ore solitarie, non pensaste voi mai ad Ugo di -Roccamàla? La sua pallida figura non vi si offerse mai alla mente, -spiccata come un'immagine del sogno, gli occhi atteggiati ad un muto -rimprovero? - -Ahimè, madonna! Dove n'andò quella virtù severa, virtù più bastionata -ancora del vostro castello, virtù che si lasciava ammirare, adorare -eziandio, ma sempre fuori del tratto della balestra? Come lungi da quel -tempo! E per che, poi, e per chi? Per qual filiera di ravvedimenti, la -dea, crudele co' buoni, è giunta a farsi pietosa co' tristi? - -Ahi, cuore umano! ahi, cuore della migliore tra le donne! - -A lui, schietto e gentile amatore, nulla! Lo amavate, diceva ognuno, e a -voi pure pareva. Era bello, possente, dalle donne desiderato, dagli -uomini temuto, e vi piacque lasciarvi amare da lui. Certo, se altri -avesse chiesto in mercè di poter baciare più oltre della vostra mano -regale, i vostri occhi avrebbero mandato lampi di sdegno; laddove a lui, -a' suoi preghi, a' suoi confessati dolori, soleva rispondere un angelico -riso, il quale non dava e nemmanco toglieva la speranza. Questa era la -gran differenza tra lui e il volgo de' vostri corteggiatori; le -conseguenze, pari. E lo amavate! - -Più assai dell'estinto s'ebbe Morello di Monferrato, falcon pellegrino -che vi trascorse un giorno da lato, e strappò, passando, uno spicchio -dal vostro cuore. - -Più assai d'ambedue dovrà oggi ottenere un nuovo venuto, un traditor -dell'antico, quegli che al pari d'Ansaldo di Leuca dovrebbe farvi -risovvenire di Ugo? - -Ma, ohimè! Noi si dimentica. La nostra fibra non regge alla tensione -degli affetti. Soventi volte dissimuliamo sotto il nome di amore una -ebbrezza del senso, e quando l'ebbrezza è svaporata, diamo cagione al -tempo della morte d'amore. Il tempo! povero tempo! Gli antichi lo -accusarono di mangiare i suoi figli; ora i suoi figli lo addentano con -ogni maniera di calunnie. Oh almanco la creta vile non cercasse scuse -all'oblio! Ma no; ella che ha mestieri di credersi alito di Dio -immortale, ella che dimanda superbamente l'eternità dopo la morte, e non -sa concederla poi nella vita agli affetti, ella ha scoperta -l'assoluzione del più grave tra tutti i peccati, l'oblio, non nella sua -propria fragilità, ma nella forza delle cose. Non vedete come tutti -fanno? Se dimentica Fiordaliso, perchè non dimenticherebbe Giovanna? -Così, reputandoci angioli, e superiori ad ogni altra creatura nel volo, -amiamo, quando ci torni, reputarci tutti di una forza e d'una misura -nella caduta; così la colpa nostra chiede la scusa ed accetta l'esempio -nella colpa d'un altro. - -Per Fiordaliso adunque, per questo tornitore di versi leggiadri, -oscurato il raggio della severa virtù, la domestica quiete turbata, -accolte con grand'animo le ansie, i terrori della colpa! Qual nuovo -pregio lo facea degno di un tanto olocausto? Una simigliante voluttà di -acri profumi, che Ugo avrebbe volentieri pagata col sagrifizio della -vita presente e delle speranze future, Fiordaliso la otterrà dunque per -nulla? - -O donne, a cui date troppo spesso il cuor vostro! O migliore delle -donne, come vi siete fatta pari alla moltitudine delle figlie d'Eva! O -angelo, come avete perdute le ali! - -Ma infine, povera donna! E perchè Ugo non seppe aspettare? Ella era -sull'alba degli affetti; il cuor suo era tocco, ma le voci arcane che -comandano di amare non avevano ancora parlato. Perchè morì egli? perchè -non attese? - -Morello venne, e turbò, non il suo cuore, l'anima sua; la turbò perchè -era un nobile garzone; la turbò dolcemente perchè aveva difeso la -memoria d'un caro estinto contro le villanie d'un uomo dappoco. - -Ella per fermo non aveva mai amato Ansaldo di Leuca, nè altri, nè altri! -Che si domanda di più ad una donna? Che abbia a morire, perchè un uomo è -morto? Di simiglianti tragedie si sono già viste; ma la scienza dirà che -l'aneurisma e la tisi presuppongono il male preparatore, di guisa che -una testimonianza di più fine sensibilità non sarebbe altro che -l'effetto di un guasto dell'organismo. - -Suvvia, che volete di più? Chiedete la continuazione dell'amore dopo la -morte? Vorreste venire la notte, vampiri, a riposarvi sul cuore della -superstite e suggerle il sangue? Non vi basta ch'ella si condanni alla -solitudine? - -E la solitudine, vedete, è traditrice; abbiate dunque misericordia. Egli -è nella solitudine che l'anima va trascinata in balìa dei sogni fallaci. -Una donna, fatta segno all'amore di taluno, è sempre alle difese; -combatte, perchè il pericolo è presente, armato di tutte le sue -lusinghe, di tutti i suoi incantesimi. Ma lasciatela sola, lungamente -sola. Il sapere che nimici non incalzano al vallo, rallenta la vigilanza -del presidio. Si spalancano le porte, giova uscire all'aperto, vedere i -deserti accampamenti. Qui fummo stretti! qui potevamo cedere! E allora -venga pure, ci sopraggiunga il pericolo; il cavallo di legno fa quello -che non aveva fatto Achille, nato di Dea, nè il Tidide, nè il Telamonio; -l'occasione afferra e carpisce quello che un affetto ardente, verace, -profondo, non aveva potuto ottenere. - -Così cade la donna; così cadeva Giovanna, la miglior delle donne. - -Angioli del domestico lare, celatevi il volto! Il verone è superato; -un'ombra nera scende dalla balaustrata; l'aspettato è giunto. - -Fu scritto che un gran dolore è muto; e un grande amore io credo sia -muto del pari. Il giovine innamorato cadde alle ginocchia di lei, e -rimase a lungo in quella postura, estatico a contemplarla. Dalle prime -angosce di un colloquio, da que' naturali ritegni del pudore che è -l'ultimo ad abbandonare la donna, la sciolse un nembo di baci, o più -veramente un bacio solo, ma lungo, errabondo, che volea dirle: perdonate -a me, perdonate a voi stessa. L'adorazione vince la vergogna della -caduta. La donna non è più angelo; ma che importa, se, in cambio -d'angelo, è dea? - -O voluttà, voluttà dell'anima, che precorri e fai più divina, -ritardandola, quella dei sensi! In queste ore celesti, la donna è sulla -terra quello che la divinità sull'altare. Soventi volte, l'amante è -Pigmalione che adora l'opera delle sue mani; altre volte è un felice, -che, giunto a sollevare il lembo del velo d'Iside, aspetta animoso la -morte, pur d'essersi inebbriato nella contemplazione di ciò che non -videro mai gli occhi del volgo profano. Ma, comunque sia, quella donna -si vede, si ode, si sente adorata, nella forma e nella sostanza; dea sul -piedestallo, scorge un giovine ed amato sacerdote che le si prostra, le -inonda il piè divino di baci e di lagrime, e le riflette nella sua -l'adorazione di una moltitudine che il suo sguardo trapela fra mezzo una -nube d'incenso. I desiderii s'innalzano a lei, soavi odori di mirra -eletta, e la inebbriano; ogni sguardo di quegli occhi peritosi ma -ardenti, ogni tocco di quelle mani paurose ma dardeggianti elettriche -scintille, dice a lei che è la divina delle donne, che nessun'altra al -mondo è amata, adorata, venerata al pari di lei. Ardono i ceri -tutt'intorno; l'incenso sale in fumanti spire fino alla volta del -sacrario; le canne di un organo invisibile sciolgono celesti armonie; -come potrebb'ella ravvisarsi angiolo caduto, in quell'oceano di -splendori, di fragranze e di suoni? - -Nè manco felice, nè manco inebbriato è il sacerdote. Ogni parola che -esca dalle labbra della dea, è una musica ineffabile; ogni sguardo che -si posi su di lui, è un raggio di luce; l'alito che scende a carezzargli -la fronte, è un'aura di paradiso; da tutta quella persona, dai veli che -l'adornano, dall'aria stessa che la circonda, si svolge un incognito -indistinto di mille odori, una soavità di promesse, una novità di arcane -attrazioni, che fanno raggiar gli occhi, precipitare il sangue, -sprigionarsi tutte quante le forze dell'esistenza e sciogliersi dintorno -a lei in un palpito di solenne agonia. - -Ore dolci, ore divine di un colloquio che nulla turba, nè sguardo -importuno, nè minaccioso rumore di passi vicini! Ore in cui l'anima, -sciolta d'ogni sospetto, si espande rigogliosa e distende i rami -flessuosi, all'ombra de' quali due vite confidenti riposano! È sonno o -veglia? È vita o visione? E quei nonnulla che labbro mormora a labbro, -che l'orecchio non ode e che la bocca respira! E il bacio traditore che -improvviso scocca e confonde le due esistenze!... - -Angioli del domestico lare, celatevi il volto!... - -Giunse l'alba, e con l'alba un gran dolore nell'anima del felice. -Sollevandosi per condurre la donna a respirare la fragranza del nascente -mattino, vide la faccia sua riflessa nella spera metallica che pendeva -dalla parete. E' ricordò per quale inganno fosse penetrato lassù, e qual -virtù vendicatrice in lui fosse. - -Il volto del felice garzone non era ancora quello di Ugo, ma non era già -più quello di Fiordaliso. - -E allora gli scese nel cuore una immensa pietà per quella donna, che -perduta pendeva dal suo braccio. Sentì quel cuore palpitare di rincontro -al suo braccio. Quella bocca, che egli aveva divorata coi suoi baci, -sospesa al suo omero, ripeteva ancora sommessamente: ti amo! - --- La ucciderò io, discoprendomi a lei? Ugo di Roccamàla, giustiziero di -uomini, fulminerà il suo sdegno contro una donna? contro questa creatura -così fragile, ma pur così bella? -- - -E mentalmente chiese una grazia ad Aporèma. - --- La mia è anima tua, demonio, ma non uccider costei, ma lasciami -ancora un istante il volto di Fiordaliso! - --- Fanciullo! -- mormorò una voce nell'aria. - -Egli crollò le spalle al sarcasmo; si guardò da capo nella spera, e mise -un respiro. - -Ella alzò gli occhi turbati, e, mettendogli le braccia al collo, gli -disse: - --- Che hai tu, mio dolce signore? - --- Nulla; io penso che tu sei bella, divinamente bella. Vedi, guarda là -dentro! -- - -E le accennava la spera. - -Ella rivolse da quel lato la faccia ridente, ma senza toglier le braccia -dal collo di lui. - -E la spera, illuminata dolcemente dai barlumi dell'alba, riflesse un -sorriso, un amplesso ed un bacio. - - - - - CAPITOLO XVII. - - - Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari. - -La sera del 29 novembre, sesto anniversario dello arrivo del romèo alla -mensa di Ugo il felice, era giunta. - -Il cielo buio incombeva come una cappa di piombo sui bastioni di -Roccamàla. Il tuono brontolava nell'aria; spessi lampi solcavano -quell'ammasso di negri vapori; la tempesta era vicina. - -Nella torre del Negromante nulla era mutato. Lo stipo dalla fascia di -ferro, il letto dalle nere colonne, il seggiolone di velluto dalle -borchie dorate, ogni cosa, insomma, era al suo posto consueto. - -Senonchè, cosa inusitata e non più vista da sei anni, nella triste -camera la lucerna era accesa, e nel seggiolone di velluto era assiso, o, -a dire più veramente, sprofondato, un giovine pensieroso. - -Giovine! Tale almeno appariva dalla snellezza delle membra e dal lampo -degli occhi. Ma i capegli erano imbiancati da un verno precoce; ma un -fascio di rughe gli solcava il mezzo della fronte, mostrando -sopracciglio raccostato a sopracciglio per effetto di interna -convulsione; il suo viso pallido e smunto era d'uomo pur mo' uscito -dalla tomba, anzichè vissuto nel consorzio dei suoi simili. - -E bello cionondimeno era quel viso; bello per la severa nobiltà dei -contorni, bello per l'aria di profonda inconsolabile tristezza onde era -come velato, bello per il raggio della mente che traluceva dagli occhi, -e tutt'intorno appariva giustamente diffuso. - -Il labbro inferiore proteso in atteggiamento d'infinita amarezza, i -pugni stretti sui bracciuoli della scranna, gli occhi fisi in un punto -ignoto, egli pensava. Ed ecco i suoi pensieri quali erano: - -«Nessuno è felice quaggiù. - -«L'uomo nasce maledetto: le sacre carte dissero il vero. Egli è plasmato -di fango; e di ciò non si dubita. Egli è avvivato da una particella -dello spirito di Dio; e ciò non è vero, le sacre carte hanno mentito. - -«Invero, se l'invisibile nume avesse spirato in questa sordida creta -alcuna parte di sè, ei non l'avrebbe fatta in pari tempo malvagia; le -avrebbe dato un'anima per intendere il vero, non per vagar di continuo -d'errore in errore; le avrebbe dato un cuore da affinarsi nell'amore e -nella ricordanza, non da invilirsi nell'odio e nell'oblio. - -«O non saremmo noi piuttosto lo effetto di una grande baldoria d'ignote -possanze? Ecco, in apparenza, ci ha fatti germogliar dalla terra il -caso, quegli che è quel che non è, quel negativo eterno male divinizzato -dagli antichi, il quale ha fatto volare il germe della pratellina -accanto a quello della parietaria nel crepaccio d'un muro. E forse, non -dissimilmente da me, non previsto nè meditato frutto di un istante -d'ebbrezza, il cielo, la terra, e tutto quanto essa contiene, non sono -che il frutto degli amori del nume ignoto con la nota, ahi! troppo nota -materia, frutto a cui egli non avrà badato più che tanto, dopo la sua -apparizione nel vuoto. - -«Comunque ciò sia, la materia ci è madre, noi riteniamo di lei! -Pensanti! come? perchè? più, forse, e meglio della bestia? No, -diversamente; ecco tutto. L'uomo non è il leone, per ciò solo che il -leone non è uomo. Siamo i migliori, sì veramente; ce ne fa accorti il -soffrire. La virtù del pensiero e della parola, congenita in noi, ci fu -aguzzata via via dalla turpe necessità. La guerra per la vita è -l'origine del verbo; il quale in principio _non era_. - -«Viviamo, siccome la farfalla, la nostra vita d'un giorno; ieri -vermicciuolo, oggi larva, domani crisalide, quindi verme da capo, senza -curarci del giorno di poi; cercando talvolta e non trovando mai il -perchè. - -«Siamo tristi? Forse neppure cotesto; siamo soltanto figli della -materia, fragili al pari di lei. E v'hanno forse eccezioni? Nemmanco; -vasi meglio costrutti, di più delicata fattura, può essere; perfetti no. -Tutti abbiamo l'egoismo nel mezzo del cuore, coi sette peccati capitali -che gli fanno onorato cortèo. Temperati, paion virtù; appunto come -avviene di lui, sovrano di tutti. - -«La virtù! Donde è nata? È ella una forma della nostra mente? No, gli è -assurdo. Noi i quali non sappiamo far altro che copiare, o raffazzonare -in altre guise ciò che è in noi o si specchia in noi, non possiamo di -certo aver tratto una forma nuova, assoluta, da ciò che è relativo; nè -mai potremmo far sorgere ad esemplare della vita quello che in noi non -esistesse e non comandasse dapprima. Esiste, sorride a noi l'esemplare -della virtù; essa dunque non è una nostra finzione. - -«Il filosofante la negherà, argomentando ch'ella non è un concetto -assoluto; che qui assume una forma, là un'altra, per conseguenza non è -che un modo di vivere, mutevole secondo i luoghi, i tempi, i costumi. -Egli vi ebbe infatti una gente che soleva ardere i cadaveri dei parenti; -un'altra che solea seppellirli; un'altra ancora che li uccideva, per -sottrarli ai mali della vecchiezza; e tutte operavano per reverenza ai -maggiori, e quella che in un modo faceva, gli altri reputava inumani. -L'argomentazione non regge. Tutti quei modi svariati concordavano in -cotesto, di rendere omaggio agli antichi; il concetto era dunque uno, -superiore alle forme diverse della sua manifestazione. - -«Contraddico a me stesso? Non mi pare. Io non ho già negato Dio; ho -detto che non lo intendo, e che non intendo le cagioni dell'esser mio. - -«Ma se la virtù esiste, perchè non c'è egli un uomo, un sol uomo che si -conformi a lei? Se Dio ci ha creati, se ci ha spirato il suo soffio, -perchè non ci ha fatti migliori? Questa virtù, è specchio di un passato -distrutto da una colpa nostra? È adombramento di un atteso e preparato -futuro? Giungeremo al vertice, o tutto è infinito, anche il nostro andar -tentoni nei secoli? - -«Ah, povero spirito, che cerchi? Ecco, io non so ancora quel che io mi -sia, e già chieggo quel che sarò! - -«Intanto, io soffro; intanto io sto per morire. La fede, questa fallace -compagna della vita, mi ha preceduto nell'abisso. Credevo, ed ho -veduto.... ho veduto! E avventurato ancora tra gli altri, i quali vivono -nell'inganno, stolti! e non ardiscono guardare più oltre, simili al -fanciullo che in una notte tempestosa si rimpiatta sotto le coltri, per -non iscorgere il bagliore dei lampi! - -«L'esperimento ha trascorso i confini segnati alla umana natura. È un -male? Forse. Noi siamo dannati all'apparenza delle cose. Ma perchè si -svegliò in me questa sete di verità? Perchè, sire Iddio, m'avete indotto -in tentazione, per modo che io volessi scrutare i cuori e le reni di -coloro che io proseguiva della mia amicizia, del mio amore e dei miei -benefizi? Ecco ora, li ho conosciuti alla prova; erano fragili e tristi. -E poi? Sono forte io? sono migliore? Altro mistero! Mistero! sempre -mistero!... - -«Aporèma, che ne sai tu?...» -- - --- Nulla! -- rispose una voce, che, quantunque invocata, fe' trasaltare -Ugo di Roccamàla. - -E dopo quella parola, insieme con la luce di un lampo e col fragor d'un -tuono, comparve nella camera del Negromante il fido Aporèma, non sotto -la forma del romèo, nè di Rambaldo di Verrùa, nè di frate Gualdo, -sibbene sotto quella splendidissima, abbagliante, dell'arcangelo -fulminato nei cieli. - - - - - CAPITOLO XVIII. - - - Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come lo si - dipinge. - --- Anzitutto, diss'egli, -- tu non mi chiamerai più con questo misero -nome di Aporèma. - --- E perchè? -- dimandò conte Ugo. - --- Perchè così sogliono chiamarmi i profani. Aporèma (_sive dubium_, -direbbe un commentatore) è nome mondano, che mi serve per viaggiare -incognito. Il vecchio di lassù me lo ha imposto, dopo una certa -puntaglia che abbiamo avuto a sostenere tra noi, e nella quale egli, in -cambio di buone ragioni, m'ha risposto saette. Il nome che piace a me, -che ho avuto da principio, e che riavrò un giorno per fermo, è quello di -Helel. - --- Helel! Non significa dubbio? - --- No, significa luce, apportatore di luce. - --- Ah, invero, tu l'hai portata, la luce! -- esclamò conte Ugo. -- Lo -sperimento è stato fatto, ed hai vinto. - --- Ed ora tu maledici al mondo? - --- Perchè lo conosco, e posso ripetere oramai con re Salomone: vanità -delle vanità, ed ogni cosa è vanità. - --- Or bene, segui l'esempio di Salomone, vivi e sorridi; ammetti ogni -cosa e non credere a nulla; godi di sapere, e di comandare agli -elementi; disprezza gli uomini e adoprali a procacciarti quel che ti -giova; non metter tua fede nell'amor di una donna ed amane mille. - --- Vivere pel senso? Affè, non mi garba! -- rispose Ugo, crollando la -testa. -- C'è la sazietà in fondo alla coppa di tal piacere a cui la -voluttà dell'anima non conferisca il suo pregio. Sapere che una cappa è -sconcia, e seguitare ad indossarla; passeggiare nel fango e -inzaccherarmi i calzari.... nauseabonda esistenza! Odimi; o che io non -sono più saldamente convinto del re sapiente, o ch'io non son così forte -da reggere al paragone; in ogni modo non vo' durarla com'egli. -- - -Ciò detto, conte Ugo si sprofondò vie più nella gran seggiola di velluto -e vi rimase taciturno, col mento sul petto e gli occhi a terra. - -Lo spirito gli si accostò, si curvò amorevolmente sulla spalliera e gli -parlò in questa guisa: - --- Ti ho fatto un triste dono, e adesso l'hai contro di me! - --- No, Helel, no, alla croce di Dio! -- rispose conte Ugo, volgendosi a -lui concitato. -- Io rendo grazie a te, che m'hai mostra la verità, -qualunque ella sia. Ho a dirti di più? Fossimo pure sei anni addietro, -in questa notte medesima, io tuttavia sarei pronto a bere il rosso -liquore dell'anello di Aporèma. -- - -A queste parole, Helel atteggiò le labbra ad un dolce sorriso. - --- Mi gode l'animo, -- ei disse, -- nello udirmi a ringraziare da -alcuno. Ciò m'accade ogni cent'anni una volta. I tuoi simili, per -solito, non sanno che maledirmi. Fatico per essi come un bue sotto il -giogo: vogliono ad ogni costo che io li faccia sapienti; poi; quando -hanno capito il giuoco, mi gridano la croce addosso, come se fosse colpa -mia che il giuoco è siffatto. Tu sei un uomo, Ugo di Roccamàla; dovresti -vivere e sorridere. - --- Non posso, ed amo meglio darti ciò che ormai ti appartiene. - --- Ah, baie! Tu m'hai profferto la tua vita per pietà della vita di -quella donna.... Ma io non la voglio; io mi contento ad ammirare la tua -magnanimità. Tu hai regalmente pagato una notte di gioie avvelenate. - --- Helel!... - --- Orbene, dimmi di no! Non eri tu per diventare, al primo lume -dell'alba, Ugo il vendicatore, una vera testa di Medusa, che avrebbe -fatto rimanere quella donna di pietra? Eri per farlo; il dovevi; questi -erano i patti. Non l'hai voluto; il tuo sdegno, implacato cogli altri, -s'è sciolto dinanzi al rossore di una donna, e mi hai chiesto una -grazia.... - --- Per la quale ti ho profferto l'anima mia! -- interruppe Ugo. - --- Sta bene, -- soggiunse Helel, -- e fu mercede regale. Perchè ti duole -che io lo ponga in sodo, se è vero? -- - -Ugo non seppe risponder più verbo; ma il suo labbro, seguendo un intimo -pensiero, mormorò sommessamente: -- povera donna! - --- Sì, povera donna, tu l'hai detto! -- continuò lo spirito. -- Povera -donna, invero, poiché oggi ella vedrà Fiordaliso, Fiordaliso che non si -è mosso fino all'alba dal luogo ove cadde svenuto, Fiordaliso che ha -riconosciuto il suo diabolico competitore nella gaia scienza, Fiordaliso -che ha letto, poichè io gliel'ho lasciato da' piedi, il messaggio di -lei, e le chiederà perdonanza di non avere scalato il verone.... - --- Ah! -- sclamò Ugo atterrito. -- Ed ella?... - --- Ella! -- sentenziò lo spirito della luce. -- Il morir subito le -sarebbe ventura. - --- Helel! te ne supplico!... Vedi, io stringo le tue ginocchia. Non ho -più nulla a profferirti; ma se avessi cento vite e cento anime, io le -porrei a' tuoi piedi. Helel, non uccidere quella donna, non fare ch'ella -abbia ad arrossire di sè! - --- Che mi domandi tu ora? -- rispose Helel. -- Vedi, io non posso mutar -nulla quaggiù. Quello che avvenne tu l'hai voluto. Io ti ho mostrata la -verità; ti ho fatto scorgere, sceverare l'apparenza dalla realtà, oltre -il costato de' tuoi simili, come si scorge la luce, scomposta in sette -colori, attraverso le facce d'un prisma. Per te ho potuto rinnovare -l'inganno delle forme mentite; altro non è in mio potere. Torniamo a -noi. Vivi, e tienti l'anima tua! Ricordi quel ch'io t'ho detto, la prima -notte, in questo luogo medesimo? «Io non ti pongo alcun patto; non ti -chieggo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a -sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliere, e non un giudeo che presti -ad usura.» Io, insomma, ho adoperato con te come col primo Ugo, col tuo -grande antenato; ti ho servito senza mercede; ti ho dato la sapienza; -fanne tuo pro'; sei forte, e l'uomo forte può dominar l'universo. - --- No, mille volte no! -- disse Ugo ricisamente; -- tornar nella vita, -dopo tutto ciò che ho veduto, non franca la spesa. - --- E scegli dunque il morire? -- - -Meravigliato, Ugo guardò fiso in volto il suo interlocutore. - --- Helel, -- diss'egli -- io non ti riconosco più. Sei tu, lo spirito -familiare di Roccamàla, tu lo scongiurato dal vescovo Gualberto, che mi -parli in tal guisa e ricusi l'anima mia? - --- Io, sì, io! -- rispose lo spirito della luce. -- M'hanno calunniato, -e tu ora, tu, animo forte, aggiusti fede alle panzane del volgo. Vedi, -m'hanno messo in voce di nimico dell'uomo, e non è punto vero. -Sbalestrato nel mondo, confesso di averlo amato da principio assai poco; -ma la necessità e la consuetudine m'hanno mutato per modo, che io mi -sono avvezzo a questa dimora e l'amo come si finisce mai sempre ad amare -una terra d'esilio. Gli uomini erano ciechi; io mi son fitto in capo di -restituir loro la potenza visiva e di insegnar loro a leggere nel gran -libro della vita. Ho gittato dapprima, e per molti sèguito a gittare la -semente in un gramo terreno. Dò loro la scienza del bene e del male; che -fanno eglino, i tristanzuoli? S'appigliano al male. Taluno m'intende; la -più parte, o mi fuggono, o venendo con me, mi passano il segno. Hanno -sempre passioni che la mia scienza accarezza, raramente virtù che ella -fortifichi. Laonde io mi sono già fatto parecchie volte a pensare se non -sia per avventura miglior consiglio, ed uso migliore del mio tempo, -lasciarli in balìa di sè medesimi e non darmi pensiero che di alcune -schiatte più nobili, di alcuni spiriti eletti, i quali, per le tarde ma -sicure vie del progresso, conducano al meglio l'umanità bambina, e me -vadano facendo migliore del pari. Ti sa di strano? Orbene, sappilo, la -mia virtù spirituale si accresce, col crescere, col progredire degli -uomini. Per tal guisa, Helel fu un tempo lo spirito malvagio, lo spirito -che turba; fu poscia lo spirito dubitatore, lo spirito che indaga, e non -andrà molto ch'egli diventi, non pure per pochi, ma per la umanità tutta -quanta, lo spirito della luce, lo spirito che consola. - --- Che dici tu mai? -- interruppe Ugo. -- Anche tu segui la legge -dell'uomo? - --- Sì certamente. Non sono io disceso? Posso adunque risalire. Per le -donnicciuole e pe' monaci ignoranti, sono sempre quel desso, Satana, -l'avversario, il tentatore. Pei violenti, pei tristi, sono il -compiacente consigliero, la chiave del male. Ma è colpa mia, se uno -strumento di bene anco al male si adopera? I venturi ne vedranno di -belle! Vedranno, verbigrazia, le armi forbite e scintillanti del -progresso impugnate dalla rugginosa manopola della tirannide. Ma la -contraddizione non sarà che apparente. L'arma gioverà a lei, ma l'elsa -fatata corroderà la manopola e brucierà la mano che l'avrà impugnata. Il -bene vince il male; la vittoria è dei meno. Ugo di Roccamàla, io ho -amata la tua schiatta, amo te senza fine; vuoi tu essere uno di costoro? -Egli c'è molto da operare ai dì nostri. Il nuovo Olimpo e il nuovo -Tartaro sono già anch'essi tarlati: l'edifizio minaccia rovina. Sì, -figliuol mio, - - Tempo verrà che il grande iliaco regno - E Priamo e tutta la sua gente cada! - -Non vedi? già il vecchio sire ha spartito col figlio, e chi sa che non -abbia anco a venire il nipote? Anche il diavolo, brutta copia del Pane -dei campi, lascierà dietro una siepe le corna e le unghie caprine, per -ridiventare il gran Pane, quegli che fu gridato morto dalla voce -misteriosa sulle acque del Tirreno. Oggi, io Satana, io Aporèma, non -sono che un concetto di questa età: ma cangerò, mi trasformerò senza -morire; morrà in cambio questa età di violenza, di superstizione; il -raggio di poche anime divinatrici muterà la faccia dell'universo. Anco a -loro malgrado io farò gli uomini migliori; per la storia dell'errore io -filtrerò loro la verità. Mi crederanno la pietra filosofale, la polvere -d'oro, l'elisire della vita, ed io insegnerò loro la chimica, che scopre -e sommette gli elementi del mondo. Mi chiederanno l'oroscopo, le -influenze dei pianeti sulle loro passioni, ed io insegnerò loro -l'astronomia, che descrive a fondo tutto l'universo. Il favoleggiato -prete Janni, la sognata Antilla e l'inganno ottico dell'Isola di San -Brandano, scopriranno un nuovo mondo, e la sete dell'oro sfrutterà la -scoperta. Intanto, io l'ho già fatta vaticinare da Seneca. Ai monaci poi -ed ai tormentatori della coscienza io serbo tal cosa che li manderà a -rotoli, la stampa, che toglierà dalle loro mani il traffico del libro, e -il privilegio di tenere sospeso lo spegnitoio sul lucignolo della -ragione. Altro ed altro farò, che il narrarti partitamente troppo mi -menerebbe ora a dilungo. Io t'amo, Ugo di Roccamàla, perchè tu sei forte -e gentil cavaliero; perchè mi hai guardato in volto senza tremare; -perchè mi hai profferto l'anima tua. Ma che ne farebbe il vecchio -diavolo, di questa, dato e non concesso che sia un'eredità sicura oltre -i confini della vita, e un patrimonio di cui si possa far donazione -_inter vivos_? Helel ha mestieri di uomini in questo mondo, non d'anime -ignude e disutili nei regni della morte. Suvvia, poichè un doloroso -esperimento t'ha sollevato sopra le illusioni della vita, vuoi tu essere -un gigante? Vuoi tu adombrare in un _Novum organon_ il progresso d'altri -tempi? Vuoi tu esser un martire di nuovi concetti? lo scopritore di una -forza che faccia sparir le distanze, o che faccia volare il pensiero? il -campione di un popolo? Bacone, Giordano Bruno, Galileo, Washington, -Bolivar, Garibaldi? Scegli e cominciamo fin d'ora! -- - -Ugo era rimasto attonito, trasognato, all'udire quel discorso di Helel, -al veder quasi grado a grado dipingersi, rilevarsi, illuminarsi sotto le -prodigiose parole la trasfigurazione dello spirito dannato; e già gli -pareva d'esser preso per mano e condotto via con un rapido volo verso -gli splendori lontani d'uno sterminato orizzonte. Il silenzio di Helel -lo ricondusse in sé medesimo; stette alquanto meditabondo; poi con -mestissimo accento rispose: - --- Tu mi fai scorgere invano le meraviglie dei secoli venturi. Io non -sono un forte come tu pensi; sono un povero guerriero trafitto nella -prima mischia della vita; non ho la virtù che in me vedi, troppo -amorevole consigliere, e se pure l'avessi, ad altro vorrei adoperarla. -Vedi, tutta la possanza che tu mi profferisci, tutta la gloria del -martirio, tutta la voluttà del trionfo, tutto io darei ora, pel solo, -per l'umile, pel ristretto potere di far salva una donna!... - --- Cotesto non è in mia balìa, te lo dissi. - --- Orbene, io vo' morire. - --- Per l'ultima volta, da senno? - --- Sì, per tutti i miei affetti contristati, per l'angoscia ineffabile -che mi siede nel cuore, per la vanità della mia esistenza, te lo giuro! - --- Sia fatta la tua volontà; nel primo lampo di folgore che solcherà -l'aria, noi partiremo. Ma in questa partenza è l'ultimo saluto di Helel. -La sua dimora è sulla terra; egli non ti seguirà dove vai. - --- E dove andrò io dunque? - --- Non so! -- disse lo spirito, a cui il volto si dipinse di profonda -mestizia. - -E raccolto Ugo il felice nelle sue braccia, gl'impresse sulla fronte il -bacio dell'addio. - -Il bagliore d'un lampo illuminò in quel punto la camera; la folgore -scoppiò sulla torre del Negromante, che crollò con orribile frastuono -dalle sue fondamenta. - - - - - CAPITOLO XIX. - - - Qui si narra dell'ultima sbevazzata di frate Gualdo cisterciense. - -Torniamo, se non disgrada ai lettori, un passo indietro, e dalla torre -del Negromante rechiamoci nella gran sala del castello. - -Qual mutamento! La sala di giustizia, sala severa, dalle cui pareti -pendevano i pennoncelli dei Roccamàla, i loro stemmi e quelli delle -famiglie ad essi congiunte per vincoli di parentado, dove si ammiravano -le armi dei valorosi antenati, dalla corazza di Ugo il negromante fino -alla spada di Ruberto il taciturno, era diventata una cantina, e delle -peggio ordinate, per giunta. Idrie, guastade, anfore d'ogni forma e -d'ogni misura, occupavano i ripiani degli armadii spalancati, le lastre -dei canterani, l'ammattonato del pavimento. Una botte, colà recata per -maggiore comodità, faceva bella mostra di sè in un cantuccio, con la sua -spina pronta a spillare i liquidi topazii di Cipro. Un'altra botte stava -seduta nel mezzo sulla scranna feudale; ed era fra Gualdo, il sozio -fedele del conte Anacleto Benedicite, tondo come l'O di Giotto, vera -effigie di Sileno in tonaca da cisterciense. - -Fra Gualdo era il vero padrone di Roccamàla. Egli aveva piantato, come -suol dirsi, la labarda nel castello, nè s'era più mosso di lassù, dopo -la malattia dell'amico, il quale era tocco nel _nomine patris_ e non -c'era verso di fargli ricuperare la ragione smarrita. - -Il vecchio strozziere soleva alzarsi per tempo, innanzi l'aurora, e, -memore del suo primo mestiere, andava a curare i falconi, con -grandissima consolazione del nuovo falconiere, il quale poteva dormir -della grossa. Questa era l'unica ora del giorno che mastro Benedicite, -non ricordandosi d'altro, potesse parer sano di mente. Tornato di là, -egli impazziva da capo; non faceva che ridere mostrando i denti, come un -melenso; stava le intiere giornate seduto, o ritto in piedi nella -strombatura d'una finestra, con le mani raccolte sul petto, e le dita -intrecciate, facendosi girare i pollici l'uno intorno all'altro, e non -si smuovendo da quel suo lavoro, se non per tracannare le ciòtole di -vino che gli ministrava l'amico. - -Il nipote Anselmo da parecchio tempo non dimorava più a Roccamàla. -Desideroso di spendere utilmente la vita, egli s'era dato al mestiero -delle armi, e militava sulle galere della repubblica genovese capitanate -da Enrico di Mare. Mastro Benedicite non avea dunque più altri che il -monaco, e questi lo curava a modo suo, tanto più volontieri, in quanto -che beveva egli pure le medesime pozioni. - -Talfiata il pazzo ci aveva i suoi lucidi intervalli. E allora vedeva -conte Ugo, vedeva il demonio; aveva paura di frate Gualdo, che gli -pareva lungo lungo, e gridava come un ossesso, chiedeva mercè e cadeva -spossato sul pavimento. Altre volte aspettava il cavaliero di Lamagna; -comandava che fossero messe in pronto le stanze migliori del castello -per accogliere degnamente il nuovo signore; borbottava di mali consigli -del monaco, di testamento falso, ed altre cose simiglianti, che faceano -correre i brividi per l'adipe a fra Gualdo e gli mettevano le ali a' -piedi per andare alla botte, spillarne una coppa e darla a bere al -disgraziato castellano. - --- _Bibe, fili mi_, -- diceva egli, -- _In vino veritas_, e non dirai -più sciocchezze. - --- _Vade retro, Satana! vade retro!_ -- urlava sovente Benedicite, -respingendo il ventre del cisterciense e facendogli rovesciare il vino -sulla tonaca. - -Quella povera tonaca era proprio inzuppata degli umori di Bacco, e tra -pel vino e pel grasso delle vivande che ogni giorno le sgocciolava su, -s'era coperta di frittelle. A cagione delle quali, e degli occhi sempre -luccicanti come carbonchi, e del naso bitorzoluto che appariva sempre -rosso come un peperone maturo, i famigli, già rotti allo spropositare -latino, solevano chiamarlo col nome di _Pater Vinosus_; nè egli mostrava -adirarsene. - -D'altra parte, il corruccio non gli sarebbe tornato a vantaggio; che -anzi!... Avete a sapere che frate Gualdo, di giorno, alla luce del sole, -ci aveva un cuor di leone, ma alla sera, e segnatamente a notte -inoltrata, diventava un coniglio. Però suonata l'avemmaria, incominciava -a bere per quattro; chiamava al simposio i famigli; li teneva a bada con -cento chiacchere e con versate continue; poi, quando fosse ben cotto, -era portato di peso nella sua stanza e issato a gran forza di braccia -nel letto. Nè permetteva che lo lasciassero subito; voleva che stessero -un tratto in preghiera con lui, alternando le sorsate co' paternostri, e -finalmente si addormentava, dicendo loro: - --- _Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem!_ - -Cotesto farà intendere ai lettori che paura s'avesse in corpo fra Gualdo -la sera del 29 novembre. La tempesta s'era proprio tutta addensata su -Roccamàla. Per le ampie finestre era un lampeggiare continuo; il tuono -assordava; e' pareva l'inferno scatenato, alla distruzione del castello. - -Il pazzo stava immobile accanto ad una finestra e sembrava non addarsi -di nulla, nè della tempesta che incalzava di fuori, nè del tramestìo di -allegrezza e di spavento che regnava dentro la sala. - -Lo spavento era del monaco, che biascicava testi latini ad ogni guizzo -di lampo; l'allegrezza era dei famigli, che cioncavano alla sua salute e -gli davano la baia. - --- Reverendissimo _pater Vinosus_, o perchè non bevete? -- gridava il -capo degli arcieri, che i nostri lettori rammenteranno ancora, per un -certo suo dialogo con mastro Benedicite sul principio di questa storia. --- _Vinum bonum laetificat cor hominis_. - --- Ah sì! egli c'è altro da pensare in questi momenti -- rispondeva il -monaco. -- Pregare bisogna, pregare che Domineddio ci abbia in custodia. -Siete eretici, voi altri? - --- Che dimanda, _pater Vinosus_! -- entrò a dire un altro della brigata. -Noi siamo tutti credenti; non è egli vero, Guercio? - --- Sicuro! -- rispose quegli ch'era stato chiamato in causa con quel -nome e che ben lo meritava, a cagione di un occhio assente. -- Io sono -credente come il patriarca Noè, buon'anima sua. Nel buon vino ho fede, e -credo che sia salvo chi ci crede. - --- _Optime! optime!_ come dice il nostro fra Gualdo, quando è di buon -umore. - --- A proposito! -- soggiunse un altro. -- Fra Gualdo, quando è di buon -umore, ci canta un certo salmo.... - --- Ah sì, un inno della Chiesa! Io lo so per filo e per segno, e se vi -garba.... - --- Figliuoli! figliuoli! -- interruppe fra Gualdo, che stava come -rannicchiato nel mezzo. -- Non mettete in tavola le marachelle di un -povero peccatore, il quale ora ne domanda perdonanza a Dio. Pregate, -pregate per voi e per lui! Ah! _Domine salvum fac servum tuum!_ -- - -Le interiezioni e il testo latino del monaco erano cagionati da uno -scroscio di folgore, che, a giudicarne dalla simultaneità del lampo e -del tuono, doveva aver dato lì presso, sull'erta della rocca. Il pauroso -s'era fatto bianco nel volto come un cencio lavato; le sue mani avevano -esclusivamente afferrato uno dei famigli che gli stava vicino. - --- Coraggio, _pater Vinosus_, coraggio! Gli è nulla.... un tuono più -asciutto degli altri.... Suvvia, bevete questo cordiale, che vi -rimetterà un po' di sangue nelle vene. - --- Sì, figli miei, forse avete ragione; date qua! - --- Oh! così va bene. E adesso mandate giù quest'altro; _repetita.... -repetita...._ O come dite voi che non me ne ricordo più? - --- _Repetita juvant_, -- soggiunse il monaco. -- Sì, veramente, io penso -che mi faccia bene. - --- Bevete dunque, e state di buon animo! - -Rinfrancato da quelle chiacchiere e dal vin di Cipro, fra Gualdo -incominciava a respirare. La tempesta di fuori pareva anche rimettere un -tratto della sua furia. L'allegrezza della brigata cresceva, e il nostro -pauroso frate non si scandolezzò punto, quando il capo degli arcieri -intuonò l'inno che egli aveva insegnato. - - -- _Ave color vini clari!_ - _Ave sapor sine pari!_ - _Tua nos inebriari_ - _Digneris potentia._ -- - -E tutti in coro, seguendo il ritmo e imitando la voce nasale del sacro -cantore, ripeterono il ritornello: - - _Tua nos inebriari_ - _Digneris potentia._ - --- La seconda strofa! la seconda strofa, Tebaldo! - --- Riempite le ciòtole e ci vengo: - - _Primum gotum bibe totum!_ - _Ad secundum vide fundum!_ - _Tertium erit sicut primum;_ - _Et sic semper bibe vinum._ - --- E adesso, figliuoli, tutti in coro, da bravi! - - _Bibitores exultemus_ - _Vinum bonum quod habemus;_ - _Adaquantes condemnemus_ - _In æternam tristitiam._ - --- _Amen!_ -- cantò istintivamente fra Gualdo. - -E tutti a ridere sgangheratamente, in quella che il loro Sileno vuotava -d'un fiato la ciòtola. - --- Sì, figli miei, state allegri; lo raccomanda anche il Salmista: -_servite Domino in lætitia_. In fondo in fondo, che cos'è il vino? Una -orrevol bevanda, che al figlio di Dio, sceso in terra per le nostre -peccata, non dispiacque di assumere a simbolo del suo santissimo sangue. -Beviamo dunque, e adoriamo i decreti della divina provvidenza. Tebaldo, -riempitemi la tazza! -- - -Il capo degli arcieri fu sollecito ad obbedirlo. Ma in quella che fra -Gualdo stava per accostar la ciòtola alle labbra, il pazzo mise un grido -acuto, che gliela fece rovesciar sulla tonaca. - --- Che è stato? -- diss'egli, alzandosi a stento per andare verso la -finestra. -- Messere Anacleto, che avete voi ora? - --- Ah! -- gridò il pazzo, con le braccia tese e gli occhi sbarrati. -- -Non vedete voi? -- - -E accennava fuori della finestra. - --- Ma che? ma dove? -- dimandò il monaco. -- Io vedo i lampi che solcano -l'aria e abbarbagliano la vista. Non temete, messere Anacleto, io -reciterò la preghiera contro la tempesta. _Domine Jesu qui imperasti -ventis et mari, et facta fuit tranquillitas magna, exaudi preces familiæ -tuæ, et præsta ut, hoc signo sanctæ crucis, omnis discedat sævitia -tempestatum_. - --- No la tempesta! no la tempesta! -- gridava il pazzo. -- Vedete, -vedete, là nella torre! Ah, egli è là dentro, lo spirito punitore!... -- - -Guidato dalle parole di Benedicite, fra Gualdo aguzzò gli occhi verso la -torre, e nell'intervallo di due lampi, vide la finestra del Negromante -illuminata d'una luce rossastra. - -Anche i famigli erano corsi ai veroni, per vedere che fosse che metteva -tanto spavento al castellano. - --- To'! -- disse Tebaldo, -- C'è lume nella torre. - --- Gli è un brutto segno! -- sclamò un altro. - --- Baie, di tanto in tanto lo si vede, e il mondo non si muta per ciò. - --- No, ti dico; sono anni ed anni che il prodigio non si è più ripetuto. -È l'anima del vecchio conte che viene a visitar casa sua, e ogni qual -volta ci viene, una disgrazia accade in Roccamàla. - --- Raccontale a' tuoi bambini.... quando ne avrai! - --- Ma vedi, vedi quella ombra nera che passa in mezzo alla luce! - --- Sì, e che perciò? Adesso andremo a vedere che diavol c'è. Il -bernardone sa a menadito tutte le formole per cacciare i demonii, e la -faremo finita con questo. Ohè, _pater Vinosus_! - --- Che dite, voi, Tebaldo? - --- Che noi si va alla torre, e che voi ci avete a venire in compagnia, -per dire una parolina a questo spirito, il quale si piglia spasso de' -fatti nostri. - --- Che vi salta in mente, figliuol mio? Andare alla torre.... - --- O che volete che faccia a voi il demonio, se pure gli è un demonio e -non un capo scarico che ha voglia di ridere? Voi portate la tonaca del -glorioso san Bernardo, e i diavoli hanno paura di essa come dell'acqua -santa. - --- Non dico di no.... Ma adesso, in verità.... - --- Suvvia! suvvia! Che peccati vi pesano sull'anima, che avete più paura -di noi? -- - -Con queste e con altre simiglianti esortazioni, e meglio ancora, -mandandolo innanzi a furia di spintoni, gli avvinazzati arcieri -condussero il frate nel corridoio che metteva alla torre. Il povero -Sileno tremava a verghe; un sudor freddo gli sgocciolava dalla fronte -giù per le gote paffute; e tra spinte e sponte andava pure innanzi, -facendo crocioni in aria, l'un dopo l'altro, e borbottando parole -latine. - -Giunto a poca distanza dalla porta temuta, si fermò, e tirandosi a -fianco qualchedun altro, disse alla brigata: - --- O non vedete, figli miei? L'uscio è aperto. - --- Tanto meglio! -- rispose Tebaldo. -- Segno che qualcuno c'è entrato, -od è uscito. - --- Ma vedete! c'è lume! - --- Che novità! Una lucerna accesa; ecco il grande prodigio che vi fa -tremare così. Io metto pegno che sarà qualche sguattero, il quale avrà -portato quassù i suoi amori di cucina, e adesso, udito il nostro -avvicinarsi, avrà scantonato. Ma noi gli metteremo le mani addosso, e -voi, _Pater Vinosus_, li congiungerete debitamente _in facie Ecclesiæ_, -perchè non si dia scandalo alla comunità. -- - -Una risata universale accolse l'arguzia dell'arciero. - --- Avanti, fra Gualdo, avanti, e benedite gli sposi! - --- _Adjuro te, Satana...._ -- borbottava intanto il povero monaco, già -più morto che vivo. - --- Suvvia, l'uscio è questo, e non dalla parete... -- - -Fra Gualdo, come il lettore avrà indovinato, voleva entrare in compagnia -di qualchedun altro; però rallentava il passo e si tirava da un lato. Ma -un ultimo spintone di que' capi scarichi gli fece, a suo malgrado, -varcare la soglia. - --- Ah! -- gridò egli; e fu l'ultimo grido. - -Ma la gaia brigata non lo intese; esso andò perduto in un lampo, in un -rombo, in un frastuono, in un polverio, che fecero balzare indietro e -cader tramortiti gli arcieri. - -Quando si riebbero, un gran vuoto era dinanzi a loro; i lampi, -rischiarando l'aria, mostrarono il vasto cielo nuvoloso. La torre del -Negromante s'era inabissata, e fra Gualdo, il malo consigliero di mastro -Benedicite, si era sprofondato con essa. - - - - - CAPITOLO XX. - - - Come espiasse il suo fallo la dama di Torrespina. - -Povera donna! Bene avea detto Ugo, la notte che fu di sua morte, -pensando ai dolori che le erano serbati. - -Povera donna! Tutto ciò che Helel avea presagito di lei, era pure -avvenuto. Il morir subito, dopo ciò che ella seppe, le sarebbe stato -ventura. - -Che cuore fu il suo, come rimase di sasso, allorquando Fiordaliso si -scusò a lei del non essere salito al ritrovo, il lettore potrà -indovinare, non io per fermo descrivere. E colui che aveva scalato il -verone? Non aveva egli il volto, la persona, i modi tutti del giovine -trovatore? Poteva ella forse ingannarsi? - -Ma il suo stupore divenne terrore, allorquando Fiordaliso, stretto dalle -sue dimande, soggiogato dalla sua ansietà, ebbe a narrarle dell'incontro -notturno, dello spirito malvagio e del cavaliero sconosciuto che gli -stava daccanto. Chi era costui? Se lo infausto pellegrino di Roccamàla -era tornato, il cavaliero sconosciuto non poteva esser altri che Ugo, -venuto ai suoi danni, orrenda visione, dal regno della morte. - -A mutare il dubbio in certezza, giunse due giorni di poi una paurosa -novella. Il fulmine aveva distrutto la torre del Negromante in -Roccamàla, facendola precipitar nel torrente. I messaggieri -raccontavano, coi capegli ritti sul fronte e colla voce tremante, i -particolari della luce rossastra che i famigli del castello avevano -veduta apparire dal luogo maledetto, e come fosse fatto uno scongiuro, e -come nella rovina della torre fosse perito fra Gualdo. I monaci del -vicino convento erano andati il giorno appresso a rovistar le macerie -per disseppellire il compagno. E l'avevano rinvenuto, orrendamente -sfracellato, per modo che soltanto dai brandelli della tonaca s'era -potuto chiarire chi egli fosse. Ma in quel mezzo (cosa da far -raccapriccio!) i pietosi cisterciensi avevano trovato altresì il corpo -d'un giovine cavaliero, che fu da tutti agevolmente riconosciuto per -Ugo, conte di Roccamàla, morto e sepolto sei anni innanzi, da un altro -lato del castello. Quel cadavere era fresco ed intatto; soltanto -mostrava una cicatrice, quasi un marchio rosso, nel mezzo della fronte. - -Cotesto aveva grandemente turbati gli animi dei vassalli della rocca. A -tutti allora era sovvenuto della notte del 29 novembre, di sei anni -innanzi, e della ospitalità concessa al maledetto romèo. Andati -incontanente alla tomba di Ugo, l'avevano scoperchiata: era vuota! -Impossibile il dubitare più oltre; quel cadavere fresco ed intatto era -del conte Ugo. Un nuovo arcano recava la spiegazione del primo. - -Ma dov'era stato per sei anni, e che cosa avea fatto il conte redivivo? -Questa era la dimanda che tutti facevano. Fu allora che Enrico -Corradengo venne fuori con una storia che mai fino a quel giorno aveva -ardito narrare. Ansaldo di Leuca era vissuto pochi istanti ancora, dopo -la partenza dei due vincitori dalla quercia di Marenda, ed egli aveva -raccolto le sue ultime parole, nelle quali il nome di Morello era -alternato col nome di Ugo di Roccamàla, come se il morente volesse dire -di aver ravvisato l'estinto Ugo nel volto del vincitore, quando s'era -inginocchiato su lui, per dargli il colpo della misericordia. Egli, -Corradengo, l'aveva creduta sempre una ubbìa di Ansaldo, l'effetto di -una allucinazione dell'agonìa, epperò non ne aveva mai fatto parola ad -alcuno. Ora intendeva ogni cosa; e come fosse stato ucciso Ansaldo, e -come egli, Corradengo, il forte Corradengo, avesse potuto esser vinto e -beffato da un Rambaldo di Verrùa. Quello era un giuoco infernale, la -vendetta di uno spirito. - -Dopo queste novelle, era venuta in campo la pazzia del vecchio -strozziere; la storia del cavaliero di Lamagna, che, comparso una volta, -non era più tornato a ripetere il suo; il falso frate che, dopo avere -straziato co' rimorsi il cuore di Benedicite, si era dileguato -ghignando, e simili altre novità che poco lume avrebbero potuto recare -da sole, ma che unite, disposte intorno ad un fatto, lo rischiaravano in -ogni sua parte e ne faceano balzar fuori il concetto recondito. - -Dolorosa, senza fine dolorosa, fu nella mente di quella povera donna la -ricostruzione del passato, operata a stento con tutti que' particolari -che giungeva tratto tratto a risapere. Che significavano tutte quelle -vendette? Perchè Ugo il felice aveva eletto di finire a quel modo? La -leggenda di Roccamàla, da lui reputata uno spauracchio d'anime volgari, -era dunque vera? Lo spirito familiare del Negromante era venuto, e gli -aveva fatto scorgere la vanità d'ogni cosa? Tutti coloro che la sua -collera avea colpiti, tutti avevano obliato l'estinto. Ella stessa!... -Il falso Morello.... Il falso Fiordaliso.... Già col primo infedele, -sebbene nel pensiero, alla memoria dell'estinto, ella aveva ceduto al -secondo!... Lo spirito esacerbato era stato mai sempre daccanto a lei; -aveva vuotata a lenti sorsi la coppa del suo disinganno. - -Così guidata da un tenue filo, ella avea indovinato, quantunque -imperfettamente, ogni cosa. E ricordava allora le amare voluttà di una -notte d'amore, certi sospiri, certe occhiate malinconiche -dell'innamorato, che parea sopraffatto dalla sua medesima felicità; -com'egli la stringesse forte nelle sue braccia, quasi volesse -soffocarla, come si dimostrasse tenero, come tremasse all'avvicinarsi -dell'alba. Ah, ma se ad Ansaldo di Leuca, all'amico traditore, egli si -era fatto scorgere nell'ultima stretta, perchè a lei pure non s'era -mostrato? Perchè non l'aveva uccisa allora, nel suo ultimo amplesso? -Qual pietà era mai quella, che la condannava a struggersi lentamente di -terrore, di rimorso e di vergogna? - -Povera donna! povera donna! Sentirsi morire, e dover dissimulare la sua -agonia al cospetto della sua gente, del marito e degli ospiti! Sapersi -colpevole verso due, scorgersi involta in una trama mezzo umana e mezzo -infernale, era un supplizio orribile ch'ella non potea a lungo durare. - -Versò la piena delle sue angoscie a' piedi d'un santo monaco. Frate -Alberto era santo perchè umile; la sua mente non era ricca d'ingegno, ma -il suo cuore aveva tesori di pietà, e le sue labbra spandevano sulle -ferite i balsami del perdono. Il povero vecchio udì quel lungo e -doloroso racconto, tremò tutto e vide a quante orribili prove fosse -dannata la creatura; levò gli occhi al cielo, adorò l'ignoto, -l'incomprensibile, e assolse quella donna, a gran pezza più infelice che -rea. - -Quasi sarebbe inutile il dire che il biondo Fiordaliso, fallita la prima -occasione, non ottenne più il farmaco invocato al suo male d'amore. E' -lo portò altrove, farfalla vagabonda, il suo male, e parve aver trovato -un farmaco in Provenza, alla corte del Poggio. Ma il suo risanamento non -piacque al marito della gentil medichessa; il volto del biondo trovatore -fu orridamente sfregiato, e insieme con la bellezza andò la fortuna. Il -paggio infedele di Ugo, diventato un vile borsiere, morì di mala morte, -dopo aver trascinata una lunga ed ignominiosa vita, non di castello in -castello, ma di tugurio in tugurio. - -Madonna Giovanna rimase in vita, ma peggio che morta. Ella aveva -apparenza di spettro, anziché di creatura vivente. La morte di messer -Corrado, avvenuta qualche anno di poi, la sollevò del peso di mentire e -le diede agio a struggersi in pace. Era tempo! - -Ella comperò da Anselmo, rimasto erede di Benedicite che s'era spento in -silenzio, la signoria di Roccamàla, e colà si ridusse a vivere, dopo -aver ceduto il manièro e le ville di Torrespina ad un congiunto del -marito. Aveva i capegli bianchi come neve; la persona pareva una statua -di cera, che si muovesse per sottile artifizio d'ordigni nascosti. Per -tutti i paesi circonvicini, nei quali ella spendeva ogni suo avere in -limosine ai poverelli ed alle più bisognose famiglie, era chiamata la -Santa di Roccamàla. - -La sera del 29 novembre dell'anno 1295 aveva termine il suo martirio -sulla terra. La notte innanzi ella aveva avuto una visione, la prima -dopo cinque anni che recasse qualche sollievo alla sua anima -travagliata. Ugo, il diletto Ugo, le era apparso, le avea perdonato, e -la chiamava con sè. Svegliatasi, le parve di sentirsi meglio; passeggiò -a lungo per la collina; sorrise e diè la mano da baciare a tutti i -vassalli che s'abbattevano in lei e si ponevano ginocchioni sul -passaggio della santa. La sera si recò a pregare presso la tomba di Ugo; -la mattina vegnente vi fu trovata morta, distesa supina, le mani giunte, -come esemplare all'artefice che doveva effigiarla sul sarcofago a lei -preparato sotto la medesima vôlta. - -Roccamàla, per suo testamento, convertita in monastero, durò ancora tre -secoli; poi cadde, come tutto cade quaggiù, sotto i colpi del tempo e -delle umane vicende. Di presente ell'è un ammasso di rovine, neppur -visitato da' viaggiatori eruditi, poichè non si trova sulla via consueta -di Firenze, o di Roma, e gli italiani conoscono a menadito i castelli -del Reno, sanno ogni leggenda delle montagne svizzere, ma non si danno -un pensiero al mondo delle antichità, nè delle memorie paesane. - -Cotesto è forse pel loro meglio; imperocchè, fatti più dimestici con le -antiche storie e con le forti schiatte vissute prima di loro, avrebbero -troppa ragione di arrossire. - -Me i casi della giovinezza, più che curiosità d'antiquario, condussero a -quelle, come a tant'altre rovine di castelli vicini. Il signore di que' -luoghi, che è il marchese di Ponzone (non si dolga l'ottimo gentiluomo -che io scriva il suo nome e paghi un tributo di lode alla sua cortesia -co' vivi ed al suo rispetto pei trapassati), ha con imitabile esempio -fatto restaurare quanto più si poteva dell'antico manièro, dando onorato -luogo alle lapidi sparse, e facendo un ossario di tutte le umane -reliquie male sepolte qua e là sotto le macerie. - -Ho letto, non tutte bene, poiché ve n'ha di assai guaste, le iscrizioni -sepolcrali di Roccamàla. Eccovi questa, che era la più grande tra tutte, -scolpita in caratteri gotici, la quale fa fede della barbara latinità -monastica del secolo XIII: - - _Postquam lux abiit vigesima nona novembris,_ - _Mille ducentis quinque et nonaginta peractis_ - _Annis a Christo, tumulo requiescit in isto_ - _Mente pia cunctis praestans comitissa Joanna_ - _Quae potuit dici tamquam sine labe Susanna._ - _Praeteriit sed non obiit; Deus ille deorum_ - _Hanc rapuit simul et statuit super astra polorum._ - - - FINE. - - ---- - - - - - DELLO STESSO AUTORE - - (_Edizioni in-16_). - - Capitan Dodero (1865). _Settima edizione_ L. 2 -- - Santa Cecilia (1866). _Quinta edizione_ » 2 -- - L'olmo e l'edera (1867). _Settima edizione_ » 2 50 - I Rossi e i Neri (1870). _Seconda edizione_ » 6 -- - Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ » - 3 -- - Val d'Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 -- - Semiramide, racconto babilonese (1873). _Seconda ediz._ » 3 -- - La legge Oppia, commedia (1874). » 1 -- - Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50 - Come un sogno (1875). _Quarta edizione_ » 2 -- - La notte del commendatore (1875). » 4 -- - Tizio Caio Sempronio (1877). _Seconda edizione_ » 3 -- - Diana degli Embriaci (1877). » 3 -- - Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 -- - Lutezia (1878). _Seconda edizione_ » 2 -- - La conquista d'Alessandro (1879). » 4 -- - Il tesoro di Golconda (1879). » 3 50 - La donna di picche (1880). » 4 -- - L'undecimo comandamento (1881). » 3 -- - O tutto o nulla (1881). » 3 50 - - D'IMMINENTE PUBBLICAZIONE - - Il ritratto del diavolo. - - ---- - - - - - PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: L. 2. - - - ROMANZI ITALIANI - *Archinti* (_Luigi_). *D'Aste* (_I. T._). - - Per pigliar sonno, Ermanzia L. 1 -- - racconti L. 2 -- - - *Barrili* (_A. G._). *Castelnuovo* (_Enrico_) - - Capitan Dodero L. 2 -- Alla finestra. Novelle - L. 3 -- - - Santa Cecilia L. 2 -- Nella lotta L. 3 -- - - L'olmo e l'edera L. La contessina L. 3 -- - 2 50 - - I Rossi e i Neri. 2 *Cordelia.* - volumi L. 6 -- - - Val d' Olivi L. 2 -- Il Regno della Donna L. - 2 -- - - Fra Gualberto L. 2 -- Prime Battaglie L. 2 -- - - Come un Sogno L. 2 -- Vita Intima L. 2 -- - - Castel Gavone L. 2 50 Dopo le nozze. (_Sotto i - torchi_). - - Semiramide L. 3 -- *De Amicis* (_Edmondo_). - - Diana degli Embriaci L. Novelle L. 4 -- - 3 -- - - Cuor di ferro e cuor Vita militare L. 4 -- - d'oro L. 5 -- - - La notte del *Donati* (_Cesare_). - Commendatore L. 4 -- - - Tizio Caio Sempronio L. Flora Marzia L. 2 -- - 3 50 - - Lutezia L. 1 -- *Edoardo*. - - La Conquista La moglie nera L. 2 -- - d'Alessandro L. 4 -- - - Il tesoro di Golconda *Gualdo* (_Luigi_). - L. 3 50 - - La donna di picche L. La gran rivale L. 1 -- - 4 -- - - L'XI comandamento L. Costanza Gerardi L. 1 -- - 3 -- - - O tutto o nulla L. 3 50 *Guerrazzi* (_F. D._). - - *Bersezio* L'assedio di Firenze. 2 - (_Vittorio_). vol. L. 2 -- - - Povera Giovanna L. 1 -- Il Destino L. 2 -- - - La carità del Prossimo *Marchesa Colombi.* - L. 1 -- - - Il debito paterno L. In risaia L. 2 -- - 1 -- - - La Vendetta di Zoe L. *Melmenti* (_P. G._). - 4 -- - - Il segreto di Matteo Clara-Dolor! L. 1 -- - Arpione L. 4 -- - - *Bettòli* (_Parmenio_). *Petruccelli della - Gattina.* - - Carmelita L. 1 -- Memorie di Giuda L. 5 -- - - Il processo Duranti L. Notti degli emigrati a - 1 -- Londra L. 3 -- - - La favorita del duca di Il sorbetto della regina - Parma L. 1 -- L. 1 -- - - Giacomo Locampo L. 1 50 Il re prega L. 3 -- - - *Boito* (_Camillo_). *Sara.* - - Storielle vane L. 3 -- Farfalla L. 1 -- - - *Capranica* (_Luigi_). Maritata sì e no L. 2 -- - - Papa Sisto. 2 volumi L. I peccati degli avi L. - 7 -- 1 50 - - Donna Olimpia Pamfili Il primo dolore L. 1 -- - L. 1 -- - - La congiura di Brescia *Serra-Greci.* - L. 2 -- - - Maschere Sante L. 1 -- Adelgisa L. 1 -- - - Giovanni delle Bande La fidanzata di Palermo - Nere L. 2 -- L. 2 -- - - Fra Paolo Sarpi. 2 *Verga* (_G._). - volumi L. 2 -- - - Racconti L. 2 50 I Malavoglia L. 5 -- - - *Caccianiga* Eva L. 2 -- - (_Antonio_). - - Villa Ortensia L. 3 -- Storia di una capinera - L. 2 -- - - Il bacio della Cont. Novelle L. 2 50 - Savina L. 1 -- - - Il Roccolo di Vita dei Campi L. 3 -- - Sant'Alipio L. 3 50 - - Sotto i ligustri L. Il marito di Elena. - 3 50 (_Sotto i torchi_). - --------------------------------------------------- - - - _Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves editori in Milano._ - - ---- - - - - - Nota del Trascrittore - - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le -grafie alternative (contea/contèa, maniero/manièro, rocca/rôcca e -simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono -stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale): - - 6 -- mi costringe a prendere [prendare] una viottola - 20 -- con vostra licenza [liconza], messer lo Conte - 30 -- soggiunse [seggiunse] il paggio - 39 -- dalla marchesina [marchesana] di Monferrato - 41 -- Ugo era sopra pensieri [ponsieri] - 112 -- tra i singhiozzi [singhozzi] a sfogare - 139 -- ufficio [ufflicio] di successore - 164 -- Soventi volte dissimuliamo [dissimuliano] - 190 -- la finestra del Negromante illuminata [illumiminata] - 198 -- le parve [darve] di sentirsi meglio - - - - - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO NERO *** - - - - - A Word from Project Gutenberg - - -We will update this book if we find any errors. - -This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/38082 - -Creating the works from public domain print editions means that no one -owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and -you!) can copy and distribute it in the United States without permission -and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the -General Terms of Use part of this license, apply to copying and -distributing Project Gutenberg(tm) electronic works to protect the -Project Gutenberg(tm) concept and trademark. Project Gutenberg is a -registered trademark, and may not be used if you charge for the eBooks, -unless you receive specific permission. If you do not charge anything -for copies of this eBook, complying with the rules is very easy. You may -use this eBook for nearly any purpose such as creation of derivative -works, reports, performances and research. They may be modified and -printed and given away - you may do practically _anything_ with public -domain eBooks. Redistribution is subject to the trademark license, -especially commercial redistribution. - - - - The Full Project Gutenberg License - - -_Please read this before you distribute or use this work._ - -To protect the Project Gutenberg(tm) mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work (or -any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg(tm) License available with this file or online at -http://www.gutenberg.org/license. - - - Section 1. General Terms of Use & Redistributing Project Gutenberg(tm) - electronic works - - -*1.A.* By reading or using any part of this Project Gutenberg(tm) -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all the -terms of this agreement, you must cease using and return or destroy all -copies of Project Gutenberg(tm) electronic works in your possession. If -you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project -Gutenberg(tm) electronic work and you do not agree to be bound by the -terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or -entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. - -*1.B.* "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few things -that you can do with most Project Gutenberg(tm) electronic works even -without complying with the full terms of this agreement. See paragraph -1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg(tm) electronic works if you follow the terms of this agreement -and help preserve free future access to Project Gutenberg(tm) electronic -works. See paragraph 1.E below. - -*1.C.* The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of -Project Gutenberg(tm) electronic works. Nearly all the individual works -in the collection are in the public domain in the United States. If an -individual work is in the public domain in the United States and you are -located in the United States, we do not claim a right to prevent you -from copying, distributing, performing, displaying or creating -derivative works based on the work as long as all references to Project -Gutenberg are removed. Of course, we hope that you will support the -Project Gutenberg(tm) mission of promoting free access to electronic -works by freely sharing Project Gutenberg(tm) works in compliance with -the terms of this agreement for keeping the Project Gutenberg(tm) name -associated with the work. You can easily comply with the terms of this -agreement by keeping this work in the same format with its attached full -Project Gutenberg(tm) License when you share it without charge with -others. - -*1.D.* The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in -a constant state of change. If you are outside the United States, check -the laws of your country in addition to the terms of this agreement -before downloading, copying, displaying, performing, distributing or -creating derivative works based on this work or any other Project -Gutenberg(tm) work. The Foundation makes no representations concerning -the copyright status of any work in any country outside the United -States. - -*1.E.* Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -*1.E.1.* The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg(tm) License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg(tm) work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with - almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away - or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License - included with this eBook or online at http://www.gutenberg.org - -*1.E.2.* If an individual Project Gutenberg(tm) electronic work is -derived from the public domain (does not contain a notice indicating -that it is posted with permission of the copyright holder), the work can -be copied and distributed to anyone in the United States without paying -any fees or charges. If you are redistributing or providing access to a -work with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on -the work, you must comply either with the requirements of paragraphs -1.E.1 through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the -Project Gutenberg(tm) trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or -1.E.9. - -*1.E.3.* If an individual Project Gutenberg(tm) electronic work is -posted with the permission of the copyright holder, your use and -distribution must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and -any additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg(tm) License for all works posted -with the permission of the copyright holder found at the beginning of -this work. - -*1.E.4.* Do not unlink or detach or remove the full Project -Gutenberg(tm) License terms from this work, or any files containing a -part of this work or any other work associated with Project -Gutenberg(tm). - -*1.E.5.* Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg(tm) License. - -*1.E.6.* You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any -word processing or hypertext form. However, if you provide access to or -distribute copies of a Project Gutenberg(tm) work in a format other than -"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version -posted on the official Project Gutenberg(tm) web site -(http://www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or -expense to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a -means of obtaining a copy upon request, of the work in its original -"Plain Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include -the full Project Gutenberg(tm) License as specified in paragraph 1.E.1. - -*1.E.7.* Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg(tm) works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -*1.E.8.* You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg(tm) electronic works -provided that - - - You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg(tm) works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg(tm) trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - - - You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg(tm) - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg(tm) - works. - - - You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - - - You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg(tm) works. - - -*1.E.9.* If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg(tm) electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael -Hart, the owner of the Project Gutenberg(tm) trademark. Contact the -Foundation as set forth in Section 3. below. - -*1.F.* - -*1.F.1.* Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -public domain works in creating the Project Gutenberg(tm) collection. -Despite these efforts, Project Gutenberg(tm) electronic works, and the -medium on which they may be stored, may contain "Defects," such as, but -not limited to, incomplete, inaccurate or corrupt data, transcription -errors, a copyright or other intellectual property infringement, a -defective or damaged disk or other medium, a computer virus, or computer -codes that damage or cannot be read by your equipment. - -*1.F.2.* LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg(tm) trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg(tm) electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal fees. -YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT LIABILITY, -BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE PROVIDED IN -PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE TRADEMARK OWNER, AND -ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE LIABLE TO YOU FOR -ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR INCIDENTAL DAMAGES -EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH DAMAGE. - -*1.F.3.* LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium with -your written explanation. The person or entity that provided you with -the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a -refund. If you received the work electronically, the person or entity -providing it to you may choose to give you a second opportunity to -receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy -is also defective, you may demand a refund in writing without further -opportunities to fix the problem. - -*1.F.4.* Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS,' WITH NO OTHER -WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO -WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -*1.F.5.* Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. -If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the -law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be -interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by -the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any -provision of this agreement shall not void the remaining provisions. - -*1.F.6.* INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg(tm) electronic works in accordance -with this agreement, and any volunteers associated with the production, -promotion and distribution of Project Gutenberg(tm) electronic works, -harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, -that arise directly or indirectly from any of the following which you do -or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg(tm) -work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any -Project Gutenberg(tm) work, and (c) any Defect you cause. - - - Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg(tm) - - -Project Gutenberg(tm) is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of computers -including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg(tm)'s -goals and ensuring that the Project Gutenberg(tm) collection will remain -freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation was created to provide a secure and -permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To -learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and -how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the -Foundation web page at http://www.pglaf.org . - - - Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive - Foundation - - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state -of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue -Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is -64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the -Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the -full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. -S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at 809 -North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official page -at http://www.pglaf.org - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary - Archive Foundation - - -Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations where -we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state -visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make any -statements concerning tax treatment of donations received from outside -the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways -including checks, online payments and credit card donations. To donate, -please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate - - - Section 5. General Information About Project Gutenberg(tm) electronic - works. - - -Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm) -concept of a library of electronic works that could be freely shared -with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project -Gutenberg(tm) eBooks with only a loose network of volunteer support. - -Project Gutenberg(tm) eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. unless -a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks -in compliance with any particular paper edition. - -Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's eBook -number, often in several formats including plain vanilla ASCII, -compressed (zipped), HTML and others. - -Corrected _editions_ of our eBooks replace the old file and take over -the old filename and etext number. The replaced older file is renamed. -_Versions_ based on separate sources are treated as new eBooks receiving -new filenames and etext numbers. - -Most people start at our Web site which has the main PG search facility: - - http://www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg(tm), -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. |
