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- La vita in Palermo cento e più anni fa, vol. 2
-
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost
-no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
-under the terms of the Project Gutenberg License included with this
-eBook or online at http://www.gutenberg.org/license.
-
-Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
-
-Author: Giuseppe Pitrè
-
-Release Date: October 11, 2011 [EBook #37720]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: ISO-8859-1
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO, VOLUME 2
-***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
-Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
-
-This file was produced from images generously made available by The
-Internet Archive.
-
- EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI
-
- GIUSEPPE PITRÈ
-
-
- OPERE COMPLETE
- DI
- GIUSEPPE PITRÈ
-
-
- XXVIII
-
- SCRITTI VARI
- EDITI ED INEDITI
-
- ----
-
- GIUSEPPE PITRÈ
-
- LA VITA
- IN PALERMO
-
- CENTO E PIÙ ANNI FA
-
- VOLUME SECONDO
-
-
- _G. BARBÈRA EDITORE_
- _FIRENZE_
-
- ----
-
- _Proprietà letteraria riservata_
-
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- 9-1950 -- Tipogr. G. Ramella e C. -- Firenze -- Via il Prato, 57-59 r.
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- ----
-
-
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- INDICE
-
-
- I. Feste sacre e profane, civili e religiose.
- II. Spettacoli e Passatempi.
- III. I Teatri e le Artiste; i partigiani di esse. Lotte tra il S.a
- Cecilia ed il S.a Lucia.
- IV. Il «Casotto delle Vastasate», ossia il teatro popolare.
- V. I Musici e la loro Unione. Musicate, Oratorii, Cantate, Dialoghi.
- VI. La Bolla della Crociata.
- VII. Quaresimali e Quaresimalisti. Esercizi spirituali.
- VIII. Frati, Monaci e Conventi.
- IX. La professione di una monaca.
- X. Le Monache e la loro vita nei Monasteri.
- XI. Di preminenze in giurisdizioni.
- XII. Impeti e ragazzate.
- XIII. Indelicatezze, fallimenti, malversazioni.
- XIV. Asilo sacro, o Immunità ecclesiastica.
- XV. Oziosi, vagabondi, accattoni, «cassariote». Carestia.
- XVI. Liti, Avvocati, foro.
- XVII. Carceri e carcerati.
- XVIII. Il boia e le esecuzioni di giustizia. Grazia di vita.
- Dolorosa statistica di giustiziati.
- XIX. I giornali e la pubblicità.
- XX. Il Conte Cagliostro.
- XXI. L'Ab. Vella e la sua famosa impostura.
- XXII. I Medici e la loro vita. Nobili esempi di carità. L'Accademia
- dei medici e la prima Condotta medica.
- XXIII. Accademie e accademici. Genus irritabile...
- XXIV. Patriottismo degli studiosi. L'Ab. Cannella. Dispute
- filosofiche e teologiche. Storici, letterati, poeti.
- XXV. L'Accademia (Università) degli studi e gli studenti.
- XXVI. Scuole inferiori pubbliche e private, maschili e femminili.
- Castighi, monellerie, usanze vecchie e pratiche nuove.
- Conclusione.
- Ragguaglio tra i pesi e le monete del secolo XVIII e i pesi e le
- monete d'oggi.
-
- ----
-
-
-
-
- CAP. I.
-
-
- FESTE SACRE E PROFANE, CIVILI E RELIGIOSE.
-
-Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une e gli altri si
-succedevano con inalterata puntualità. Titolati, civili, popolani vi
-prendevano parte e se le godevano in ragione del loro grado, della loro
-inclinazione e dell'uso tradizionale.
-
-La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste sarebbe essa sola
-materia d'un libro: tanti e così multiformi sono i gruppi nei quali, per
-funzioni civili e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene
-occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici, essa
-potrebbe scompartirsi e classificarsi.
-
-Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente, in questo e nel
-seguente capitolo il lettore potrà conoscere le principali feste delle
-varie specie.
-
-Procediamo con ordine.
-
-La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco le isole di Malta e
-del Gozzo e Tripoli, segna un fatto importante nella storia di Sicilia.
-Per compensare i Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell'isola di
-Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano imperatore, Carlo
-concedette loro Malta e Gozzo (1530). Per ciò dovevano i Cavalieri
-attestare la loro gratitudine e rinnovar la conferma della loro
-soggezione al Monarca di Sicilia con un formale tributo al suo
-rappresentante in Palermo.
-
-Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa funzione dal 1º
-novembre venne portata al 1º gennaio e verso la fine del secolo, per
-omaggio a Ferdinando, al 12, compleanno di lui.
-
-In che consistesse il tributo, è presto detto: nella presentazione di un
-falcone per mano del Gran Maestro della Religione di Malta. Egli,
-partendo da quell'isola, veniva ossequiosamente a compiere nella
-Cappella del R. Palazzo l'atto, non pur di devozione, ma anche di
-vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio e Ricevitore di Malta,
-così sovente la funzione veniva da esso compiuta in forma di ambasceria:
-e per lungo tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria
-rappresentò l'Ordine in faccia al Caramanico Vicerè ed al Lopez
-Presidente del Regno.
-
-La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta più clamorosa
-dall'assordante sparo dei cannoni del forte di Castellammare; ma nel
-1779 questo era già, per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per
-la Sicilia, autore della riforma, l'aveva così motivata: «Dovranno
-parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle occasioni di far portare
-rispetto e far temere la maestà del Principe»[1]: ragione più cortigiana
-che coraggiosa: e certo antipatriottica, come quella che volea far
-temere il Re a furia di cannonate!
-
- [1] _Villabianca_, _Diario palermitano_, in _Biblioteca Storica e
- Letteraria di Sicilia_, di _G. Di Marzo_, v. XXVI, p. 294.
-
-In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane dell'anno.
-
-Tra le ridde della _tubiana_ e le ebbrezze dei ridotti, tra lo
-scompiglio dei carri e le misurate movenze del _Mastro di campo_,
-correva sbrigliato, frenetico, il Carnevale. Un paio di tamburini,
-qualche piffero, uno, due uomini che battevan le castagnette,
-raccoglievano intorno a loro una folla disordinata di maschere popolari:
-re, regine, caprai, pulcinelli, orsi, mastini, inglesi ubbriachi,
-dottori e baroni imparruccati, turchi neri come pece, vecchie armate di
-fusi e di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori eccitavano
-a balli paesani, a salti mortali, a corse sfrenate ed a smorfie e
-sdilinquimenti. Con un arnese formato da una serie di regoli a X mobili
-di legno una maschera faceva giungere fino ai secondi piani lumie e
-fiori ad amiche ed a parenti: era lu _scalittaru_. Un'altra offriva in
-un elegante cartoccio confetti e in una nastrata boccettina sorsate di
-liquore delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera si
-affaticava a guadagnare i gradini d'una scaletta a piuoli, sostenuta da
-due compagni: e dopo mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava
-goffamente per terra: era il _pappiribella_. Quest'accolta di maschere,
-guidata dalla infernale orchestra, era appunto la _tubiana_; la quale
-per _lazzari, mammelucie, papere, ammucca-baddottuli_, e d'ogni strana
-maniera travestimenti accrescevasi all'infinito.
-
-Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia e in altre piazze:
-il _Castello_, parodia del Conte di Modica _Bernardo Cabrera_, che diede
-la scalata allo Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per
-impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della giovane e bella
-Regina Bianca di Navarra, vedova di Ferdinando: era il _Mastro di
-campo_[2].
-
- [2] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 26-27.
-
-Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell'Albergaria e della
-Loggia, di Siracaldi e della Kalsa, sontuosi carri salivano e scendevano
-pel Cassaro e per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere
-raffiguranti scene mitologiche, storiche od anche fantastiche. Il
-_Trionfo d'amore_, secondo Petrarca, meritò il plauso dell'unico
-giornale del tempo. Cosa non mai vista le _carrozzate_ del Principe di
-Pietraperzia e del Principe di Paternò, del Principe di Gangi
-Valguarnera e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca di Caccamo
-Amato e del Duca di Sperlinga Oneto. Precedute da strumentisti a piedi e
-da soldati a cavallo, lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui
-terrazzini (_balconi_) scatolette ed alberelli, ed a larghe mani sulla
-folla plaudente confetti gessati[3]. Appena principiato il secolo XIX,
-nel Martedì grasso del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una
-di cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente fattura, mentre
-gli altri che lo accompagnavano ne lanciavano finti[4].
-
- [3] _Novelle Miscellanee_, p. 19. -- _Villabianca_, _Diario_, in
- _Bibliot._, v. XXVI, pp. 8-12; _Diario_ ined., a. 1787, p. 58; a.
- 1793, p. 59; a. 1800, p. 399.
-
- [4] _Creuzé de Lesser_, _Voyage en Italie et en Sicile_, p. 107. A
- Paris, MDCCCVI.
-
-Altre maschere di altra levatura popolavano le case private con le
-eterne distinzioni di classi; chè, tra le nobili non erano ammesse le
-civili, e queste non avrebbero osato invitar quelle. Solo per eccezione
-il Principe di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata grandezza aveva
-slanci fuori la propria cerchia, ammise alcune volte maschere del medio
-ceto nel suo palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora di
-Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che ad esso, al ceto dei
-plebei: il che ci fa ricordare del Vicerè Colonna di Stigliano, che
-migliaia di maschere d'ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte
-volle servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli[5].
-
- [5] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 8, 12, 121-122.
-
-Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma eccezionalmente
-sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo, e la eccezionale sontuosità
-partiva appunto da loro.
-
-La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di
-Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da
-ballo al R. Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte di
-maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la quale sarebbe stato
-«lecito portare dei fiacchi», o _giamberghe_, aggiungeva uno di coloro
-che ricevettero la partecipazione.
-
-La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4
-dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada
-pel piano del Palazzo.
-
-Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di
-figure, l'una più bella, più curiosa dell'altra! L'occhio si confonde
-nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti,
-civettuoli. Questa che fa da _pacchiana_ di Ischia è la Contessa di
-Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con
-che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana![6] E
-con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son
-compagne altre _pacchiane_ di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe,
-Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina,
-Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre,
-attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di
-Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.
-
- [6] Dolci composti di pasta di mandorle, che prendono ancora nome dal
- monastero, dove particolarmente si manipolavano.
-
-Ecco i quattro Elementi della Natura: l'_Aria_ è la Duchessa di Ciminna,
-Grifeo; l'_Acqua_, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la _Terra_, la
-Marchesa delle Favare, Ugo; il _Fuoco_, la Principessa di Castelforte,
-Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia _Eolo_, il cav. D.
-Antonio Chacon; _Nettuno_, il Marchese Salines Chacon; _Titano_, il
-marito della Celestre; _Vulcano_, il Principe di Cattolica, Giuseppe
-Bonanno; il _Ciclope_ Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri
-ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro
-Stagioni dell'anno e tutte le deità dell'Olimpo pagano. Dove più fervon
-le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella
-deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima
-mascherina di _Cerere_, che non si riesce a indovinare, ed alla quale
-tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano
-note d'amore:
-
- Cerés vient de quitter ses riants campagnes,
- Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;
- La déesse des fleurs, et celle des jardins,
- Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.
- Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,
- Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
- Tous chantent de concert, par un élans d'amour[7].
-
- [7] _Villabianca_, Diario ined., a. 1800, pp. 94-100, 151-63.
-
-A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche
-delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei
-travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i
-sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri
-mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità
-inaccessibili.
-
-Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a
-una dozzina in una sola stagione. Molto prima del tramontare del secolo
-il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo
-Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la
-Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di
-tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un
-teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro
-comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi
-e fiorami d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano
-impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e
-giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con
-campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri
-tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e
-turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la
-veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non
-può darsi l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla
-Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch'egli raccolse
-dagli stranieri residenti allora a Palermo.
-
-L'intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla
-natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina
-Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico,
-recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava
-gl'introiti alla Villa Giulia[8]. Il Santa Cecilia godè anche per questo
-speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse
-maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di
-grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la
-sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da
-scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto e della recita
-degli artisti.
-
- [8] _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 198-99; v. XVIII, p. 244; v.
- XXVI, p. 157; v. XXVII, pp. 243-44.
-
-Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o
-parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro
-trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili
-emozioni in tutta la cittadinanza[9].
-
- [9] _Diario_ ined., a. 1793, p. 59 e così negli anni 1795 e 1796.
-
-Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione del _Nannu_
-nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato
-in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di
-popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali
-con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o
-prefiche[10].
-
-[10] Vedi in questo volume il cap. sulla _Giustizia_; e nel precedente
- il cap. XXIII.
-
-Scenate funebri simili, ma con particolari più strani, si perpetravano
-prima, a mezza Quaresima, nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio
-di una megera mostruosa, fetida. Era l'immagine della magra, uggiosa,
-insopportabile Quaresima, tiranna impositrice di sacrifizi corporali,
-motteggiata in satire, indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi
-contrasto! da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi vuoi
-pubblici, vuoi privati[11]. Imperciocchè nella Settimana santa
-inacerbivasi nelle penitenze, e battuti e disciplinanti si flagellavano
-dentro le rispettive congreghe; e per quarantott'ore continue si
-digiunava in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione
-dell'Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti, a quella dei
-cocchieri padronali in parrucche e gallonati, all'altra della Soledad
-tutta di militari della guarnigione: e giudei in antiche armature,
-terrore e ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda effigie
-del Cristo morto.
-
-[11] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 98 e 107.
-
-E poichè la secolare costumanza non consentiva, come non consente, il
-passaggio delle carrozze per la città, «le dame della più alta
-aristocrazia, mescolate alle _grisettes_ delle più umili classi,
-prendeansi lo spasso di correr le vie in grandi _manti_ neri», come de
-Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per le chiese e per le
-strade e visitando i così detti _Sepolcri_.
-
-La _Fiera dei crasti_ era sempre un lieto avvenimento pasquale, che dal
-piano di S. Erasmo con gran piacere del pubblico passava nel piano di
-S.a Oliva, lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso
-tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,
-
-Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per divozione
-gastronomica presso le urne d'acqua sotto la piramide commemorativa
-della Giostra (oggi imboccatura di via Paternostro, in via Villafranca).
-Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste fiere all'antico
-posto: e ne fece prova, anche alla Marina; ma nè la musica dei virtuosi,
-nè i giuochi d'antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini,
-valsero a mantenervela[12].
-
-[12] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 175, 285, 316;
- _Diario_ ined., a. 1797, pp. 109-110.
-
-Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei primi di maggio
-allegrava la ricorrenza annuale di S.a Cristina, ex-patrona di Palermo.
-
-Nel largo della Cattedrale, in forma d'anfiteatro, con il monumento di
-S.a Rosalia e, finchè non le tolse l'architetto Fuga, le fontane
-laterali nel mezzo, sorgevano durante alcuni giorni belle logge con
-botteghe di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di minuterie
-che prendeva nome di _Beneficiata di S.a Cristina_ e portava al Comune,
-per via di coloro che ne assumevano l'impresa, guadagni cospicui.
-Gradevolmente favorito ne rendevano il movimento le principali signore,
-come a proprio ritrovo recantivisi in tutto lo sfoggio delle vesti
-all'uso di Parigi. Da ciò quell'eccellente uomo che fu Jean Houel,
-visitatore con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città nella
-quale le donne godono della maggior libertà, nella quale esse son le
-meglio circondate da artisti, da amatori, da gente industriosa,
-dev'esser quella del tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle
-idee più sicure. Benchè naturalissima, l'arte di piacere ha come
-qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue leggi»[13].
-
-[13] _Houel_, _Voyage pittoresque des îles de Sicile, de Malte et de
- Lipari_, t. I, pp. 72-73. Paris, 1782.
-
-Accanto alla grande beneficiata per la _haute_ era la piccola pel
-popolino; ove per attirar gente ad acquistar polizze abbandonavasi a
-mille smorfie il _pestaceci_, maschera coperta di sonaglini da capo a
-piedi.
-
-Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia: e vi fece
-qualche volta prendere e mandare al carcere di sua giurisdizione
-ladruncoli e perturbatori dell'ordine pubblico, quantunque non riuscisse
-mai a scoprire gli autori d'un grosso furto nel 1793[14].
-
-[14] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1786, p. 493; a. 1792, p. 295; a.
- 1793, p. 37.
-
-Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?
-
-Nient'altro che il mercato degli animali ovini, bovini ed equini nel
-gran piano dei Porrazzi. S.a Rosalia andò a poco a poco soppiantando S.a
-Cristina e tutte le sante patrone della Città, confinandole con
-commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.
-
-Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l'immenso campo delle
-pratiche tradizionali dell'anno; e lo faremo rapidamente, guardando
-appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto
-scomparsi.
-
-Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle
-prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori,
-un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un
-mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si
-menavano (e l'uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che
-dovea renderli immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche, condotte
-in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di
-seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i
-pifferai li accompagnavano lietamente.
-
-La bizzarra costumanza[15] richiama quella della benedizione degli
-animali da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella
-chiesa di S. Antonio Abate.
-
-[15] _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 288, 313, 324, 339, 342 e segg.
-
-Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24
-giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29
-giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia
-ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle
-ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento,
-che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati
-disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il
-motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.
-
- 'Ntra festi e Ferragustu
- Nun cci jiri si si' 'n disgustu
-
-In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida nello scomparso
-medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4
-sett.), pretesto a chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed
-alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi
-veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal
-Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.
-
-Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa
-_mise en scène_, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria:
-consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole
-del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi della
-città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della
-Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.
-
-Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando
-III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella
-storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a
-Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del
-pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»[16]. Chi più
-contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del
-trono, il figlio di Francesco I?[17].
-
-[16] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 321-22; v. XIX,
- p. 35. -- _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 111. -- _Rezzonico_,
- op. cit., v. II, p. 106 e segg. -- _Raccolta di Notizie_, 9 Sett.
- 1801.
-
-[17] Nel 1835 la commemorazione era già ridotta ad una semplice
- scarrozzata lungo la via che conduce alla Rocca. Oggi nessuno
- ricorda più nè l'antichissima gita -- s'intende dell'8 settembre --
- a Monreale, nè la passeggiata alla Rocca.
-
-Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno,
-pel giorno sacro a S. Bartolomeo, apostolo, tenere una processione per
-compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due,
-quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche
-all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo
-la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle
-filacicche per le piaghe.
-
-Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di
-chirurgia pativano di mezzi di medicatura[18]: e dovette essere tanto
-celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto
-dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo
-promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro
-dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che
-volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall'amore
-all'ospedale non è molta la distanza?»[19] O non piuttosto, chiediamo
-noi, che si dovesse pensare operosamente agli infelici?
-
-[18] La frase interrogativa: _A lu Spitali veni pri pezzi?_ (tu vieni a
- cercare pezze all'ospedale?) a chi ci chieda cose delle quali
- abbiamo difetto, parla chiaro.
-
-[19] _Quattromani_, _Lettere su Messina e Palermo_, n. LVII, pp. 213-14.
- Palermo, 1836.
-
-Senza confronti, come funzione religiosa, era la processione del _Corpus
-Domini_ ai primi di giugno. Celebravasi di mattina, e si bruciava dal
-sole; un rescritto del Caracciolo la volle nelle ore pomeridiane (1782),
-e così fu fatto. Quanti soldati erano in Palermo, tutti in ordine di
-parata, stavano sotto le armi lungo le vie che il Divinissimo dovea
-percorrere. Dalla chiesa della Magione, dell'Ordine teutonico, alla
-Cattedrale, la soldatesca in doppia fila teneva in riga dietro di sè la
-folla nella via Porta di Termini, alla Fieravecchia, ai Cintorinai, alla
-Loggia, alla Bocceria, nel Cassaro, nella Strada Nuova. La cavalleria
-concorreva al buon ufficio di custodia, di ordine e di omaggio: ed avea
-appoggio nelle compagnie dei dragoni e dei granatieri. Il Generale,
-splendente di galloni e di armi, comandava tutti. Ov'era un balcone od
-una finestra, lì pendeva un arazzo, un drappo, un tappeto, un ornamento
-qualsiasi, e dietro o sopra erano donne ed uomini, attratti al consueto,
-immenso spettacolo, erano devoti o curiosi inginocchiati allo
-appressarsi dell'Ostia santa portata dal maggior dignitario del Duomo.
-La grande solennità esigeva l'intervento delle Autorità politiche e
-civili, e quindi della magistratura ufficiale. S. E. il Vicerè col Sacro
-Consiglio, il Senato con gli ufficiali nobili e la truppa pretoria,
-erano l'ammirazione di tutti; e di viva curiosità cittadina
-l'Eccellentissimo Pretore col suo giudice _a latere_ e col suo ambito
-bastone di comando; giacchè in questo giorno, come in quello della Fiera
-di S.a Cristina, egli rappresentava l'alto grado di Capitan d'armi,
-Vicario Generale viceregio. Figurarsi quindi l'interesse del pubblico
-nel vederlo dalle truppe salutato con gli onori di Maresciallo di campo!
-E, come militare e sacra era la festa, così due ultime scene, militare
-l'una, sacra l'altra, la coronavano: erano queste, nel piano del
-Palazzo, l'assembramento di tutti i corpi dell'esercito compiuto a
-marcia forzata lungo le vie, fino a comporsi a mezza luna in parata di
-battaglia, e nella Cattedrale provvisoria (a Casa Professa) la
-benedizione del popolo[20].
-
-[20] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 23-24; v. XXVII,
- pp. 299-300. Per la festa del 1800 si può vedere la descrizione nel
- _Diario_ ined., 12 giugno, pp. 296-301.
-
-La festa dell'Assunta non era più quella d'una volta; pure serbava
-avanzi stupendi, che la rendevano una delle principali del calendario
-cittadino.
-
-Il Marchese Caracciolo diede, come abbiam veduto, un colpo mortale alle
-Maestranze, che ne formavano la parte attiva: quindi dal 1783 in poi,
-ridotto il loro numero, ridotti si vedevano anche i loro _cilii_[21].
-
-[21] Vedi v. I, p. 128.
-
-Erano questi delle macchinette, rappresentanti scene della vita di
-santi, opere talvolta fini d'arte, portate a spalle da socî delle
-singole corporazioni; e prendevano il nome di _cilii_, dai colossali
-ceri che non solo esse ma anche le corporazioni maggiori dei farmacisti,
-dei medici, dei forensi, oltrechè il Clero ed il Senato, offerivano alla
-Madonna. La processione già di sera, fu imposta di giorno, ed anche per
-ciò perdette della sua gaiezza primitiva.
-
-Lasciando le cerimonie che la ricorrenza avea di comune con altre
-dell'anno, non è da trascurarne una che rimase nelle costumanze
-pubbliche ed ufficiali: vogliam dire la visita alle carceri pubbliche
-della Vicaria. Per lungo volger di anni, anzi per secoli, la fece il
-Vicerè in gala, con cavalcata della Nobiltà e del corpo del Ministero e
-del Sacro Consiglio, in carrozze parate di fiocchi e in pompa tutta
-sovrana. Giunto alle prigioni, liberava carcerati, rimetteva, riduceva
-condanne, pagava anche _per integrum_ debiti, faceva, insomma, tutto il
-bene che il cuore in armonia con le esigenze dello Stato gli
-consentissero. Ma appunto perchè ci andava spesso di mezzo la tasca, i
-Vicerè non erano sempre teneri di questa funzione: sicchè prendeva il
-loro posto il Capitan di Giustizia col Presidente della Gran Corte, e i
-rispettivi giudici e ministri fiscali delle loro corti, insieme con gli
-algozini armati di verghe e gli alabardieri di lance. Certo non era
-tutto: ma qualche cosa era, che nelle cause civili confortava di libertà
-molti infelici, graziati per virtù degli alti funzionarî.
-
-Altro spettacolo le regate, che partivano dalla Arenella e giungevano
-alla Cala: lunghissimo tratto di mare che dava la misura delle forze
-fisiche e dell'agilità dei pescatori.
-
-V'erano pure le corse dei cavalli, ripetizione di quelle di S.a Rosalia,
-per le quali il concorso della gente soperchiava qualunque spazio;
-v'erano cuccagne di mare e di terra per gare di giovani nel salire
-antenne verticalmente piantate, o nel percorrerne altre sporgenti sulla
-spiaggia, entrambe sparse di materia che le rendeva sdrucciolevoli. E
-v'erano altresì corse di fanciulli a piede libero, e corse di giovani
-insaccati o impastoiati, prove che suscitavano l'ilarità, ma che
-riuscivano talvolta pericolose.
-
-In un pensiero, in un affetto si confondevano i cittadini tutti per la
-solennità della Immacolata.
-
-Il 27 luglio del 1624, sotto l'incubo d'una pestilenza, il Pretore
-Vincenzo Del Bosco, Principe della Cattolica, avea convocato il popolo e
-proposto che riconoscesse Maria, pura del peccato originale, liberatrice
-della Città. Il popolo acclamò fervoroso, ed il Senato si obbligò ad
-un'annuale festa, la quale poi, sulla fine del secolo, assunse speciale
-carattere per il così detto _voto sanguinario_, giuramento formale del
-Senato medesimo di sostenere, anche a costo del proprio sangue, la
-verginità della Madre di Dio.
-
-Di questo voto molti si occuparono pro e contro fuori Sicilia, e non
-benevolmente il Muratori; ma il Senato ed il Clero anch'esso giurò,
-senza versare una goccia di sangue, per quanto lo sostenesse o lo
-facesse sostenere a furia d'inchiostro, e rinnovava ogni anno, con
-costante fervore, la promessa.
-
-Dopo un mese di pratiche divote, la sera del 7 dicembre, dentro le sue
-famose carrozze, circondato da paggi e da valletti con fiaccole accese,
-seguito dalle sue guardie, il Corpo senatorio si recava alla Chiesa di
-S. Francesco dei Chiodari, cioè di Assisi. La costumanza delle fiaccole,
-cominciata per necessità del tempo in cui la notturna illuminazione
-mancava, rimase come manifestazione di giubilo anche dopo gli eleganti
-fanali collocati nelle principali vie, e si associò a quella dei
-_mazzuna_, che anche noi abbiamo veduti fino a una trentina d'anni fa.
-Eran questi delle fascine di saracchio così colossali che a reggerne una
-ci volevano parecchi uomini: e tra le acclamazioni festose della folla
-si riducevano avanti la chiesa, vi stesse o no dentro la Rappresentanza
-della città. Allegri suoni di pifferi e di cornamuse, preludenti al
-prossimo Natale, e lancio di razzi, e sparo di moschetti riempivan di
-gioia i quartieri man mano che dai Cintorinai si riuscisse nel Cassaro e
-da questo, a destra ed a sinistra, s'imboccassero le vie più popolose.
-
-La funzione del Vespro cantato era occasione alla tradizionale offerta
-delle _cent'onze_ da parte del Magistrato civico. Sopra splendido
-vassoio il Pretore, salito sui gradini dell'altare, vuotava un sacco
-pieno di grosse monete d'argento, le quali rumorosamente cadendo
-suscitavano nei presenti un senso ineffabile di soddisfazione e di...
-desiderio: erano dugencinquanta scudi sonanti con le effigi di Carlo III
-e di Ferdinando IV, destinati al culto della chiesa.
-
-Straordinariamente drammatico, al domani, lo spettacolo. I Gesuiti una
-volta, finchè ci furono, gli ecclesiastici, i chierici, gli scolari poi,
-quando i Gesuiti non c'erano più (1768-1805), processionando con granate
-in mano, venivano spazzando il Cassaro che la Madonna dovea percorrere.
-
-Nella chiesa, con un cerimoniale che sarebbe stato delitto di leso
-privilegio il trascurare e che tutto studiavansi di osservare
-scrupolosamente, si passava al voto. Primo il Vicerè, genuflesso a piè
-dell'altare, confermava il giuramento; poi il Pretore ed il Senato: e
-l'uno dopo l'altro soscrivevano la formula del compiuto giuramento.
-
-Assiso con regale dignità sopra un soglio, di fronte al Senato, il
-Vicerè medesimo teneva Cappello reale: assisteva alla messa e coprivasi
-il capo nel momento che riceveva l'incenso: prerogativa del Legato
-apostolico in Sicilia rappresentato dal Re, e pel Re da lui. Quella
-messa, in virtù di un breve pontificio, che faceva parte dei privilegi
-della ricorrenza, poteva celebrarsi fuori le ore canoniche.
-
-E la processione si apriva coi soliti tamburi e si formava con le solite
-confraternite, con le solite corporazioni religiose, coi soliti corpi
-dei parroci, dei seminaristi dell'Arcivescovato, del Clero della
-Cattedrale: e, sul ferculo, l'artistico, prezioso simulacro d'argento
-della Madonna, coperto di gioielli, scintillante all'irreqieto tremolio
-delle fiammelle, lento nel muoversi, misurato nel fermarsi, raccoglieva
-la venerazione di centomila teste piegantisi riverenti, poichè ad
-inginocchiarsi ogni spazio mancava.
-
-Maestoso anche qui il Vicerè, che, coi grandi dignitarî dello Stato,
-alla sacra immagine teneva dietro; maestoso col suo invidiabile toson
-d'oro, il Pretore, circondato dai Senatori, ed il Giustiziere con la sua
-Corte capitaniale, ed i magistrati, ed i nobili e quanti avessero
-carattere ufficiale. Mazzieri e servitori in livree sontuose, guardie
-pretoriane in vivide uniformi, soldati dagli alti berretti, dalle corte
-giacchettine, dalle larghe strisce di cuoio incrociantisi loro sul
-petto, dai grossi archibugi, completavano l'accompagnamento, civile e
-religioso insieme, come quello del _Corpus Domini_[22].
-
-[22] _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 419-23.
-
-Ma la festa non finiva qui. Per otto sere e notti consecutive i devoti,
-uomini e donne, in peduli od anche, secondo il voto fatto, a piedi
-ignudi, dalla chiesa della Madonna si recavano alla metropolitana
-recitando di continuo orazioni e rosari. Questa pratica chiamavasi
-_viaggio_: e, quantunque compiuta dai singoli fedeli col maggior
-raccoglimento, pure riusciva delle più gradite per tutti. Il Cassaro
-rosseggiava di _mazzuna_ e di torce a vento; i pifferai coprivano col
-loro suono il mormorio indistinto dei recitanti le preci. Avvolti nei
-tradizionali mantelli o nelle grandi fasce di lana, i venditori
-ambulanti gridavano: _Mmiscu, petrafènnula e zammù!... Zammùu!..._
-liquori e dolci del mese di Natale, che mettevano a prova le più forti
-dentature e le digestioni più vigorose[23].
-
-[23] _Mmiscu_, era ed è un liquore a base di rosolio, alcol e erbe
- aromatiche. _Petrafènnula_, dolce duro, composto di cedro tritato,
- cotto nel miele e condito con aromi. _Zammù_, anice, fumetto.
-
-Torniamo ora un poco indietro nel calendario per sorprendere la maggior
-solennità dell'anno palermitano, vogliam dire il _Festino di S.a
-Rosalia_.
-
-Descrivere quella festività, è un far cosa superflua come il «raccontare
-i cinque giorni del Festino» secondo il notissimo adagio siciliano per
-esso nato.
-
-Chi non la conosce? Chi, pur non conoscendola per tradizione, non ne ha
-letto delle descrizioni di viaggiatori che la videro o ne sentirono a
-parlare? Brydone, il 21 maggio 1770, scriveva da Messina esser
-considerata a Palermo «lo spettacolo più bello d'Europa»; e quando la
-vide, ne scrisse con la massima accuratezza[24]. Houel nel 1776 ne diede
-le particolarità più minute ricordando che «per questa solennità si
-accorre a Palermo da ogni parte della Sicilia, del Regno di Napoli ed
-anche dell'Europa», e che «per lo meno la maggior parte dei forestieri
-che sono in Italia non lasciano di passare lo Stretto per godersela[25].
-L'ab. de Saint-Non ne riportò, per mezzo dei suoi artisti, disegni
-fedelissimi, degni «dell'entusiasmo devoto, unico anzichè raro che egli
-trovò nel luglio del 1785[26]; e Goethe, recatosi a visitare la madre e
-la sorella di Cagliostro nel quartiere dell'Albergaria, ebbe da esse
-raccomandato di tornare nei «giorni maravigliosi delle feste, non
-essendo possibile veder cosa più bella al mondo»[27].
-
-[24] _Brydone_, _A tour through Sicily a. Malta_, lett. XXV. London,
- 1773-76.
-
-[25] _Houel_, op. cit., t. I, p. 73 e segg.
-
-[26] _De Saint-Non_, _Voyage pittoresque ou Description des royaumes de
- Naples et de Sicile_, t. IV, pp. 144-48. Paris, 1784.
-
-[27] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. 13-14 Aprile 1787.
-
- Queste ed altre testimonianze e descrizioni particolareggiate di
- quelle feste vennero raccolte, tradotte ed annotate da _Maria
- Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia in Palermo e dell'Assunta in
- Messina_. Palermo, 1900; e nella _Appendice_, Pal. 1903.
-
-Lasciamo dunque gli spettacoli che le resero famose. Noi non ci
-fermeremo neanche a prendere una polizza d'un baiocco della Beneficiata
-che le precede e le segue. Noi non vedremo il carro trionfale salire
-dalla Marina a Porta Nuova, brillante ai raggi dall'ardente sole di
-luglio, e scendere da Porta Nuova alla Marina illuminato da mille torce
-sotto il cielo di quelle incantevoli sere. Noi non assisteremo alle
-emozionanti corse dei cavalli nel Cassaro, alla solenne Cappella reale
-nel Duomo, alla lunga processione delle cento confraternite, delle cento
-bare e cilii, degli ordini religiosi, e dell'urna con le reliquie della
-Patrona della Capitale. Lasciamola, quest'urna, a percorrere un anno
-l'una, un anno l'altra metà di Palermo; lasciamo che i monasteri aprano
-i loro parlatorî maggiori al Senato, o lo trattino di lauti rinfreschi e
-di dolci squisitissimi; che il Pretore dia nel Palazzo senatorio il
-consueto ricevimento, ed il Vicerè nel Palazzo reale e l'Arcivescovo
-nell'arcivescovile diano il loro. Il Principe Conte di S. Marco, il Duca
-di Cannizzaro, il Principe di Trabia, Pretori dei varî anni che si
-occupano, sanno bene come vadano trattati i nobili loro pari.
-Caramanico, da uomo di governo e di lettere, sa armonizzare la dignità
-di Vicerè con la squisitezza del cittadino colto, e Monsignor
-Sanseverino non dimentica che il primo prelato dell'Isola dev'essere
-anche perfetto cavaliere non pur coi cavalieri, ma anche con le dame
-recantisi nella sua residenza a godervi lo spettacolo del carro e del
-palio. Se per tre anni il suo successore, più fortunato di lui, e come
-Arcivescovo e come Presidente del Regno e Capitan generale delle armi,
-riceve tutt'altro che signorilmente, lasciamolo al giudizio severo che
-ne porta la città, la diocesi, il Regno, questo Don Filippo Lopez!
-
-Ciò che delle feste è poco noto si riduce a certe particolarità, minime,
-se si vuole, ma piccanti.
-
-E, per esempio, il Caracciolo non potè mai persuadersi che per
-festeggiare S.a Rosalia si dovessero impiegare cinque giorni; e se ne
-arrabbiava sempre, e all'appressarsi di luglio più che mai. Una volta,
-non potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni si riducessero a
-tre. Fu una scintilla scoccata sulla polveriera: la polvere, asciutta da
-un pezzo, scoppiò; Senato e cittadinanza conturbati, protestarono
-gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade minacciava:
-_o festa o testa!_ ma il Caracciolo rimase impassibile. Riuscito vano
-ogni tentativo, il Senato mandò al Re in Napoli un memoriale del
-Segretario del magistrato della città D. Emanuele La Placa, un vero
-prodigio di erudizione patria municipale. Le feste, diceva il memoriale,
-si son sempre fatte per cinque giorni; esse rispondono al sentimento
-religioso della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani,
-guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata da numero
-considerevole di regnicoli e di forestieri; errore il ridurle;
-necessario, invece, il mantenerle come pel passato.
-
-Frattanto la trepidazione dei Palermitani cresceva ogni giorno più.
-Caracciolo, benchè sicuro del fatto suo, non senza inquietudine
-aspettava le sovrane risoluzioni: e col suo indispensabile occhialino,
-da uno dei grandi balconi del palazzo non si stancava di lanciare
-sguardi di fuoco sui passanti nella Piazza, napolitanescamente
-mormorando parole di sprezzo contro questi incoscienti del progresso
-filosofico d'oltralpe, indegni de' tempi.
-
-Quando il suo decreto venne tacitamente abrogato, fu visto mordersi le
-labbra e giurare di farla costar cara al Pretore, ai Senatori, ai
-nobili, al Clero, ai commercianti, a tutte le classi di Palermo non
-risparmiando neppure Sua Maestà.
-
-Se non che, il tempo di costruire il carro non c'era più, ed egli si
-veniva fregando le mani pensando che non se ne sarebbe fatto di nulla.
-
-Vano pensiero! La festa si volle e si fece: si centuplicarono le
-braccia, si lavorò di giorno e di notte e nelle prime ore pomeridiane
-dell'11 luglio il carro saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava
-la sera del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante
-echeggiarono più alte, e l'autorità venne più arditamente bravata.
-
-Il lato comico delle feste patronali fu sempre il corteo de'
-Contestabili del Senato. I tamburini battevano un colpo a destra, un
-colpo a sinistra sui due tamburi che essi portavano a cavallo; e la loro
-battuta, comicamente nota, suscitava ilarità e motteggi. Siffatti
-Contestabili, dai cappelli a tegoli e dai lunghi ed ampî mantelli
-abbandonati sul dorso dei ronzinanti, erano lo zimbello del monellume,
-che avrebbe creduto di non passare allegramente lo spettacolo senza
-tirarsi dietro con le redini gli sbonzolati quadrupedi.
-
-Muli perquisiti per la città e le campagne tiravano la macchina
-gigantesca, ed alla loro bolsaggine ed allo scarso loro numero
-s'attribuivano sovente gl'insuccessi dell'andare e del ritornare di
-essa. Non fu mai mistero per nessuno che gl'impresarî del trasporto per
-guadagnare di più sulla somma convenuta _ad hoc_, accettassero qualunque
-mulo anche avariato, e ne impiegassero meno del necessario. Nel 1791 il
-Barone D. Giuseppe Malvica e varî ortolani imploravano da S. E. che non
-volesse obbligarli a prestare i loro animali per questo faticoso
-servizio[28].
-
-[28] _Provviste del Senato_, a. 1791, pp. 398 e 412.
-
-O per eccessiva sproporzione dello scafo, o pel pessimo lastricato del
-Cassaro, mal rispondevano i poveri animali alla solenne cerimonia. La
-macchina, sorpassante dalla cima le più alte terrazze della via, ora
-trasportava con sè una ringhiera, ora urtava contro il muro di un
-palazzo, ed ora sprofondava dall'un dei lati del mal basolato Corso. I
-ricordi di ruote sconquassate od uscite fuori dell'asse, di fermate
-d'interi giorni, abilmente poi superate per immani sforzi d'esperti
-marinai, son sempre vivi[29].
-
-[29] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 134.
-
-Presso il Carro in movimento era un pandemonio: facchini che non
-lasciavano un minuto di vuotare buglioli d'acqua sugli affusti delle
-ruote in pericolo di prender fuoco per l'intenso attrito; giovinastri
-schiamazzanti alle manovre d'innaffiamento ond'essi rimanevano bagnati
-fradici; alabardieri che con le culatte dei loro scopettoni scacciavano
-la ragazzaglia audace e molesta; musicanti che sonavano e perdifiato;
-fiori pioventi dai balconi, dalle finestre, dai tetti, e battimani
-scroscianti ed evviva prolungate fino ad assordare.
-
-Non men chiassose, nè men pericolose le corse, attrattiva magica,
-affascinante pel popolo specialmente delle campagne e dei comuni. Per
-quante precauzioni si prendessero ad evitar disgrazie, queste non
-mancavano mai. Lungo le catene del Cassaro, a destra ed a sinistra, per
-molto spazio, addossati a palazzi ed a botteghe sorgevano palchi per chi
-volesse sottrarsi agli urtoni della folla. Ai Quattro Canti, dal Palazzo
-Costantini al palazzo Jurato (Rudini), dal palazzo Guggino (Bordonaro) a
-S. Giuseppe dei Teatini, altri palchi ostruivano i due sbocchi della via
-Macqueda. A Porta Nuova i palchi si moltiplicavano sotto il bastione che
-è ora il quartiere de' Carabinieri, e la gente pullulava, formicolava
-sopra e di fronte a questo, in alto, sotto i portici, sulla terrazza,
-fin sopra il cupolino della Porta, dove bandiere ed orifiamme
-sventolavano.
-
-Nella interminabile, ma non continua processione dell'ultima sera, la
-curiosità veniva stuzzicata dalla corsa dei pescatori della Kalsa e
-dallo intervento dei caprai: ragione, questo, di burle, che con
-allusioni menelaiche, suscitate dal ricordo di bestie cornute,
-punzecchiavano la congrega, mal sofferente gli amari motti. Laonde il
-Pretore, per evitare disordini, dovette proibire che la confratria
-partecipasse alla festa; e così la statua del protettore San Pasquale fu
-alcuna volta messa da canto[30].
-
-[30] Ciò avvenne particolarmente l'a. 1768, come si rileva dal _Diario_
- del Villabianca, in _Bibl._, v. XIX, p. 124.
-
-Descrivendo la pericolosa corsa dei pescatori, Houel, che la vide,
-raccontava:
-
-«Ciò che fissa di più gli sguardi del forestiere è la coppia sacra dei
-Santi Cosimo e Damiano, entrambi al naturale, entrambi dorati da capo a
-piedi, l'uno a lato dell'altro... Sono piantati su di una specie di
-barella a quattro aste in croce, sotto ciascuna delle quali stanno otto
-persone. Se non che, i trentadue uomini non portano le due statue d'un
-passo grave e maestoso, ma corrono a tutta lena gettando grida
-spaventevoli. Una grossa e lunga fune legata alla macchina, è tenuta da
-quante persone possono, poichè con la prestezza che corrono, se per poco
-si urtassero, la macchina rovescerebbero. Giunti in mezzo al Cassaro,
-con una celerità incredibile staccano la fune e fanno girare la macchina
-fino a restare sudati e trafelati. Per sostenerli in questo pio
-esercizio e rinfrescarli, un numero straordinario di ragazze e di donne
-li accompagnano, girano con essi e, agitando in aria i bordi dei
-grembiuli, soffiano a perdibraccia sui loro visi. Il giro cessa quando i
-portatori sono del tutto spossati, e mentre girano, tutti lanciano per
-aria berretti, cappelli e pezzuole e saltano attorno ad essi e gridano a
-più non posso: _Viva i Santi Cosimo e Damiano!_ senza pensare che questi
-santi son morti da più secoli. Dopo un po' di sosta, riprendono i Santi,
-vi riattaccano la fune e si rimettono a correre come inseguiti»[31].
-
-[31] _Houel_, op. cit. -- _Maria Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia_ ecc.,
- p. 47.
-
-Tronchiamo senz'altro la rassegna ed usciamo un poco dalla città.
-
-La celebre festa monrealese di maggio avea di tanto in tanto
-un'appendice non meno celebre, nella prima quindicina di settembre, per
-la Esaltazione della S. Croce: era la _Dimostranza_.
-
-Che cosa fosse una _dimostranza_, nessuno vocabolario siciliano o
-italiano lo dice; ma nell'uso comune risponde ad una processione
-figurata, una sacra, simbolica rappresentazione muta. Essa percorreva le
-vie e le piazze principali d'una città o d'un comunello, fermandosi
-tutta o parte in dati posti a riprodurre con atti e gesti un fatto
-biblico o qualche episodio della vita di Gesù, e particolarmente la
-crocifissione; le vicende più drammatiche, più commoventi, d'un martire,
-d'un confessore, d'un santo, d'una santa patrona qualsiasi. Lo
-componevano centinaia di persone, attori da strapazzo, presi dalle più
-modeste classi del popolo, e soprattutto dai maestri e dai contadini,
-precedentemente addestrati da qualche ecclesiastico. Costui era insieme
-autore del dramma mimico da rappresentarsi, direttore della effimera
-compagnia, maestro e censore di tutte quelle teste, spesso tutt'altro
-che buone a _dimostrare_. Vestiva ciascuno il costume del personaggio
-che dovea raffigurare, altri da imperatore o da re, altri da sacerdote o
-da levita, altri da apostolo, da martire, da vergine; questi da
-centurione o da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi
-quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge antiche diverse da
-quelle d'oggidì. Procedevano a due, a quattro, alla spicciolata, a
-gruppi, fermandosi in luoghi designati a riprodurre scene del tale e
-tal'altro avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio, sia, in
-generale, del Leggendario dei Santi. Nessuno parlava, e da qui la
-qualificazione di _muta_, ed anche di _ideale_ (il popolo con un _qui
-pro quo_, che risponde alla grandezza e magnificenza della messa in
-iscena, pronunzia _reale_) applicata alla processione; dove però alcuni
-personaggi portavano scritti a lettere cubitali su cartelli, dei motti,
-titoli, nomi che servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero
-significare.
-
-Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del 1783: ne sappiamo
-qualche cosa perchè vi si recò un signore lombardo oramai noto ai nostri
-lettori, il Rezzonico, giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo
-la sua relazione.
-
-«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda (15) in compagnia
-della Principessa di Belvedere e dell'amabile sua figlia donna
-Giovannina [questa donna Giovannina è la _Giovannella_, la quale, uscita
-di recente da un monastero, si disponeva ad andare sposa al Principe di
-Paternò, Giovanni Luigi Moncada, e dovea poi far parlare tanto di sè nei
-circoli nobiliari palermitani], e della Duchessa di Montalto. Pranzammo
-in buona compagnia di circa 24 fra dame e cavalieri, nel palazzo del
-pubblico; ma il caldo era eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era
-infinita e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in la gran
-folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul monte, e formare vari
-gruppi intorno alle pubbliche fontane che ad ogni passo
-s'incontrano[32]. Chi a piè, chi a cavallo, chi sulle carrette, chi
-dentro le lettighe accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi
-raggi del sole e l'incomodo polverio da tanti piedi d'uomini e di
-animali eccitato. Le carrozze poi, le mute, i birocci, e le canestre
-s'affoltavano d'ogni intorno e discendevano in lunghissime file che
-dalle porte di Palermo a quella di Monreale non erano discontinuate;
-laonde conveniva aspettarne lo sviluppo pazientemente»[33].
-
-[32] Erano le fontane, oggi abbandonate, fatte eseguire dall'Arcivescovo
- dal Testa.
-
-[33] _Rezzonico_, _Viaggio della Sicilia e di Malta_, in _Opere raccolte
- e pubblicate dal prof._ _Fr. Mochetti_, t. V, pp. 106 e segg. Como,
- 1817.
-
-La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita, come altre
-simili, per edificazione e svago della folla, non ebbe il plauso
-dell'illustre gentiluomo: e non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a
-nobili e signori, e con principî severamente classici. Così il Rezzonico
-si lasciò andare a malinconiche riflessioni «sul bello dell'arte
-imitatrice e degli spettacoli, la cui perfezione indica più d'ogni altra
-cosa la cultura dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».
-
-Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e tanto basta.
-
-Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi alle tristi
-condizioni della Umanità pel peccato di Adamo, si passava a quelli del
-Nuovo, che mano mano conducevano alla Redenzione per opera del Dio-Uomo,
-venuto sulla terra a scontare la colpa del mondo. Il distacco tra gli
-uni e gli altri era notevole, e dove tra i primi, patriarchi e profeti
-si alternavano con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici e
-delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava in forma
-tragica l'opera. Il simbolismo prevaleva «con molte prosopopee bizzarre
-come il Tremuoto, che gonfiando le guance e tirando gran calci e
-vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare le desolazioni e
-i danni che reca ad incutere altrui spavento. La morte, la peste,
-l'idolatria, il peccato, la guerra altresì v'erano personificate».
-
-La crocifissione svolgevasi crudamente realistica, e alcune circostanze
-di essa dovettero concorrere alla sgradita impressione ricevutane dal
-dotto visitatore.
-
-Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì moltissimo della
-processione figurata del 4 maggio 1801, ripetuta nella medesima
-Monreale[34].
-
-[34] _Raccolta di Notizie_, n. 36, Palermo, 4 Maggio, 1801.
-
-
-
-
- CAP. II.
-
-
- SPETTACOLI E PASSATEMPI.
-
-Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli Montgolfier col
-loro pallone aerostatico giunsero in Palermo per mezzo delle gazzette: e
-fu un gran discorrerne per tutta la città.
-
-Un libro francese stampato a Losanna venne ad accrescere lo stupore non
-solo con le particolarità maravigliose che accompagnarono la riuscita
-dei varî preparativi dell'avvenimento, ma anche coi disegni che parvero
-fatti a posta per fomentare l'ansiosa curiosità dei Palermitani[35].
-
-[35] _Des Ballons aérostatiques, de la manière de les construire, de les
- faire élever ecc. Orné des planches en taille douce._ A Lausanne,
- chez J. P. Heubach, MDCCLXXXIV.
-
-«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi volanti,
-navigazioni celesti, aerei viaggiatori Tutti volevano riprodotto lo
-spettacolo, e non fu persona che non s'interessasse di quegli
-esperimenti, creduti utili alla riuscita della non mai tentata impresa.
-Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo salire in aria;
-perchè nessuno si sarebbe arrischiato se pure l'avesse saputo fare, a
-riprodurre la macchina con la relativa cesta o navicella e con un essere
-in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia era la curiosità
-di veder andare in alto un gran globo secondo le indicazioni dei
-giornali francesi, ed instancabile l'agitarsi di dotti e di indotti per
-l'attuazione del descritto disegno.
-
-Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo, si misero a parte del
-poco e del molto che si sapeva del meccanismo dell'opera e si fecero
-quanti più tentativi si poterono. E poichè le relazioni parlavano di
-taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese: «ed ecco il
-taffetevole pallone, il quale, messo a prova, arrossendo di poggiar alto
-e sceso umiliato al suolo, fece arrossirne ma non umiliarne gli autori.
-La gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol diametro, impedì
-che si innalzasse nell'aria atmosferica». Le prove si ripeterono col
-sussidio della chimica e della dinamica quali erano allora conosciute;
-ma i risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a larghe mani
-sopra gl'inesperti attori.
-
-Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità degli sforzi della
-scienza e della pratica del tempo; e andando più in là che non fossero
-andati i suoi concittadini, trovò modo di risolvere il problema del
-peso, della misura, della struttura del pallone in guisa da renderlo
-buono a sollevarsi da terra ed a prendere le vie aeree fino allora non
-tentate in Sicilia. Questo signore fu D. Ercole Michele Branciforti,
-Principe di Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di grande
-perspicacia e di non comune disposizione alla fisica, dei cui segreti,
-del resto, era affatto ignaro. Egli lavorò indefessamente per la
-riuscita dei suoi disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel
-paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo, e l'11 marzo del
-1784 fece le prime fortunate prove, preludio a quelle stupende del 14.
-Spettatori i nobili più riputati e le autorità civili e militari, egli
-presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse la bocca e
-quando gli parve buono ad affrontare la prova lo fece andar libero per
-mano del Vicerè. Il pallone si levò maestoso di mezzo all'ampia
-terrazza; e forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar di
-mani, l'applaudire degli astanti del palazzo, del popolo della Marina a
-così nuovo miracolo dello umano ingegno[36].
-
-[36] _Ragguaglio dei palloni aerostatici lavorati con felice successo da
- D. Ercole M. Branciforti e Pignatelli ecc._ In Palermo, MDCCXXXIV.
- Dalle Stampe del Bentivegna.
-
-Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua grande soddisfazione ed
-espresse il maggior compiacimento a D. Ercole; ma certamente vivo
-dovett'essere il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore di
-colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima, tenuto abusivamente
-in prigione: e quando si congedò per ritornare alla Reggia, tirò il più
-lungo dei sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione di
-aver dovuto festeggiare l'uomo che avea per tredici mesi soperchiato.
-
-I lettori ufficiali dell'Accademia degli studî (i professori della
-Università) riflettendo sopra gli splendidi risultati del Branciforti, e
-non sapendo rassegnarsi a passare in seconda linea di fronte ad una
-persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata là dove i
-maggiori di loro non avean sognato, pensarono di affermarsi ripetendo
-per proprio conto lo spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello
-stesso mese l'abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante di storia
-naturale e botanica nell'Accademia, volle mandar su un suo pallone dalla
-loggia della Casa degli studî (l'ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè!
-l'esito non poteva essere più disastroso: ed appena il pallone si alzò
-dal fabbricato, andò a cadere a pochi passi, nel giardino del monastero
-della Badia Nuova, sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le
-beffe[37].
-
-[37] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 213. --
- _Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 313.
-
-Da queste prove potè avere incremento, se non origine, l'uso dei palloni
-di carta velina che in estate si mandano in aria, specialmente in
-Palermo; il quale sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci
-documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti al biondeggiar
-delle messi nella Conca d'oro: dove il cadere di palloni accesi avrebbe
-potuto recare gravissimi incendî. E certo è da supporre che prima di
-quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse veduto in
-Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare, qual'è, ovvia e la più
-naturale di questo mondo.
-
-Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito aerostata lucchese,
-dopo varie ascensioni, incominciate con quelle di Edimburgo e di Glasgow
-(1784), immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783), pensionato
-da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano onorario, venne a
-rinnovare i miracoli Montgolfieriani tra noi. La cittadinanza vi si
-apprestò come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15 marzo la
-Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata di spettatori impazienti di
-una vista non mai da essi immaginata. Le terrazze, i balconi più alti
-delle case e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le cupole
-delle chiese si videro occupate da persone d'ogni condizione, e da
-monache, da preti, da frati, da militari. Si parlava del Lunardi come di
-essere soprannaturale, e la leggenda particolareggiava di opere e di
-atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue aeree escursioni.
-
-Aspetta, aspetta: l'ascensione non ebbe luogo. Il vento impetuoso non lo
-permise. Ma il popolo, stanco del lungo, penoso attendere, del digiuno e
-della sete nella Villa, nella campagna di S. Francesco di Paola, ne'
-dintorni del vecchio Cimitero, presso i baluardi, esplose in grida e
-minacce violente contro il Lunardi, bollandolo per giuntatore volgare,
-venuto in Palermo ad imbrogliare i cittadini. Il brav'uomo fu a un pelo
-di essere accoppato: e se sfuggì alla collera del pubblico, dovette
-andarne debitore al Vicerè ed alla Nobiltà, che lo protessero.
-
-Ma il Lunardi non era un giuntatore: ben tredici volte avea tentato le
-vie de' cieli in tutta Europa: e teneva molto alla sua reputazione,
-perchè la smentisse nella Capitale della Sicilia.
-
-Nei primi di luglio un avviso a stampa nelle Quattro Cantoniere e in
-varî posti del Cassaro e della Strada Nuova diceva che il capitano
-Lunardi avrebbe fatto la sua ascensione l'ultimo giorno del mese.
-Stavolta lo spettacolo sarebbe avvenuto a qualunque costo: dovesse
-andarci di mezzo anche la vita dell'attore.
-
-Il 31 luglio tutta la città fu lì a S. Francesco di Paola: e chi non vi
-fu di persona, vi tenne sopra gli occhi tutta la giornata, da tutti i
-luoghi donde lo spettacolo fosse possibile.
-
-Lunardi ascese col suo globo. Vicini e lontani sbalordirono, tremarono
-all'audacia di lui, il quale parve a chi un dio, a chi un demonio,
-sovrumano a tutti. Scomparso nello spazio, lo si rivide in capo ad
-alcune ore in trionfo per la città, lieto in mezzo al popolo
-tripudiante, acclamante; i nobili lo sovraccaricarono di doni, il Vicerè
-di danaro, le monache di dolci e di ghiottonerie. Onore supremo a quei
-tempi, il suo pallone venne disegnato; sparso per la città il suo
-ritratto, come quello di uno dei più grandi personaggi del tempo.
-
-E come da quattro mesi correvan feroci le invettive in verso e in prosa
-contro il supposto inganno di lui, così da quel giorno cominciarono gli
-inni; e nacque subito e corse dappoi e si sente ancora dopo più d'un
-secolo una entusiastica canzone sulla mirabile impresa e sulle
-particolarità che la resero celebre. La canzone principiava così:
-
- Nun si leggi 'ntra lunaria
- Jiri un omu mai 'ntra l'aria;
- Liunardu sulu ha statu
- Ca li nuvuli ha tuccatu;
- La sò forza a tantu arriva:
- Liunardu viva viva!
- Viva viva la sua virtù!
- Un omu di terra 'nta l'aria fu!
-
-e ripeteva questi due versi intercalari, strofa per istrofa, fino
-all'ultima:
-
- Stu prudigiu di munnu
- Pri 'n eternu 'un tocca funnu;
- Liunardu lo sò nnomu;
- Resta sempri di grann'omu;
- Liunardu sulu ha statu
- Ca li nuvuli ha tuccatu;
- La sò forza a tantu arriva.
- Liunardu viva viva!
- Viva viva la sua virtù!
- Un omu di terra 'nta l'aria fu!
-
-La figura del Lunardi corse ammirata e ricercata per la città tutta: e
-venne ritratta nella mobilia e nei quadri.
-
-Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega dell'orologiaio
-Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano dei Bologni, dove ora è il palazzo
-Riso, «un oriuolo colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un
-pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente agitata
-Lunardi ed il suo compagno. Suona le ore, i quarti, il mezzogiorno, la
-mezzanotte, lo svegliarino, la ripetizione, mostra li giorni del mese,
-ha il _sì_ e _nò_, e si carica pella parte del quadrante».
-
-Così diceva il n. 7 del _Giornale del Commercio_.
-
-Questo il più grande spettacolo _fin de siècle_. In faccia ad esso
-impallidirono i precedenti e quanti ne vennero in seguito. A che dunque
-dilungarsi in ricordi, anche interessanti, di altro genere?
-
-Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato, e rifacciamoci
-dal 1770.
-
-La mattina del 10 luglio di quell'anno Patrick Brydone scrivea da
-Palermo a Londra dover andare dopo colazione a giocare al pallone, al
-quale col suo compagno di viaggio Fullarton era stato invitato[38].
-
-[38] _Brydone_, op. cit., lett. XXIX.
-
-In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva del giuoco: «Si
-fa in campo aperto, con un pallone di cuoio che batte e ribatte in aria,
-da più giocatori robusti, armati di guantone di legno al braccio destro,
-punteggiato (il guantone) dell'istesso legno per balestrare più in alto
-il pallone. Si fa da persone civili, e vi accorre gran popolo anche per
-vedere gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata di
-strada suburbana, che sta sotto il baluardo dello Spasimo, e appo il
-popolo rendere un virtuoso trattenimento di divertimenti estivi. Vi
-giocano per bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili. Male
-a chi l'erra e per imperizia non ribatte il pallone e lo fa cadere in
-terra!»[39].
-
-[39] _Opuscoli palermitani_, n. 2, p. 53. Ms. Qq E 94 della Bibl. Com.
- di Palermo.
-
-Nello scorcio del settecento l'attrattiva divenne passione intensa: ed
-uno dei tanti che lo videro nel 1798 notava: «Si è quasi reso in furore
-il giuoco del pallone che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran
-concorso di popolo e gente civile e nobiltà»[40].
-
-[40] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario storico_, anno 1798. Ms.
- inedito della Biblioteca dell'on. Principe Pietro Lanza di Trabia e
- di Butera.
-
-Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori, ma pare altresì che
-non tutti fossero i robusti dei quali parla il Villabianca; perchè,
-proprio in quell'anno, D. Francesco Carì componeva il seguente pepato
-sonetto:
-
- -- «Chi son costor che a piè d'un baluardo
- Le nerborute man menan con arte?
- Forse quel legno acuto arma è di Marte?
- Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
- «Quel diavolo di globo che qual dardo
- Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
- E quei minchion, parte seduta e parte
- Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
- «Quei terminacci: _fallo_, _passa_, _caccia_,
- Quel ventoso cristero e quel lachino[41].
- Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
- Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» --
- Elpin ride e s'accosta, indi m'abbraccia:
- -- «Semplicetto _scioccon_, chiede a Gazzino.» --
-
-[41] Sarebbe forse D. Gioacchino Torre, a cui tra gli altri si rivolge
- con un brindisi il Meli? (vedi _Opere poetiche_, p. 286. Palermo
- 1894).
-
-Gazzino, chiamato in ballo da quest'ultimo verso, risponde per le rime
-(e qui la frase vuole intendersi in significato letterale); ma la sua
-risposta è troppo vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la
-conserva[42].
-
-[42] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._
-
-La fortuna del passatempo si tradusse in una specie di frenesia tanto
-negli attori quanto negli spettatori. V'era un certo Di Blasi, un certo
-Natoli, Fazello, Pampillonia, Agarbato, Spadaro, Mineo, Monteleone,
-Barone[43] e non so quanti altri, che volevano parere agili e gagliardi,
-ed erano invece o pieni di velleità di ardimento, o slombati e fiacchi.
-
-[43] Alcuni furono soscrittori del _Memoriale_ che segue.
-
-Anche su di essi si sbizzarrì la Musa: ed un anonimo dettò una lunga
-lettera in versi martelliani ad un ipotetico amico, nella quale,
-fingendosi straniero, conoscitore esperto del giuoco fuori Sicilia,
-metteva in canzonatura i guasta-giuoco di Palermo, de' quali dava brevi
-ma incisive notizie. Sentiamo un po' quel che egli scriveva:
-
- Per darvi, amico, al solito, nova di quel che miro
- In questo di Sicilia piccol'e grato giro,
- Vi dico che nel giungere in questa Capitale,
- Considerato avendola, non trovo tanto male.
- Vi scorgo il buono, il pessimo, il dotto, l'ignorante,
- L'onesto, il disonesto, il celibe, l'amante.
- A' pregi, a' mali insomma, a dirla come penso,
- In essa può abitarvi un uomo di buon senso.
- La sera sempre portomi in una compagnia,
- Ove ne godo al sommo di lecita allegria.
- Nel giorno, essendo libero, vado per divertirmi
- Al giuoco del pallone. Dovete qui soffrirmi.
- Dal darvi nuove serie, allontanar mi voglio:
- Queste ve le riservo scrivere in altro foglio,
- E conoscendo appieno qualunque giocatore
- Avendo quasi un mese passato in questo l'ore,
- L'aspetto, il nome, il vizio d'ognun vi scrivo in questo:
- Sarò nel mio rapporto veridico ed onesto.
- Gente la più bisbetica qui si raduna, amico:
- Il giuoco, non v'inganno, a me non piace un fico.
- Veduti i giocatori dell'altre nazioni
- In paragone, questi, mi sembran _cordoni_[44].
-
-[44] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._
-
-E fa la rassegna minuta, particolareggiata di essi, che sono appunto
-quelli dianzi ricordati.
-
-Nonostante, il giuoco proseguì con tale assiduità che al giungere di
-Ferdinando III in Palermo, i più appassionati pensarono di assicurarsi
-il possesso avvenire del terreno nel quale si divertivano tanto,
-presentando al Re un _Memoriale_, che dice assai più di quello che noi
-possiam dire:
-
-«Li giocatori e dilettanti di pallone di questa città di Palermo
-espongono che sin da tempi immemorabili il luogo pubblico ove si è
-sempre fatto esercizio del gioco del pallone è stato tutto il
-pianterreno, che corrisponde sotto il baluardo nominato dello Spasimo,
-vicino alla Marina, ed oggi rimpetto all'Orto Botanico. Questo gioco
-incontra tanto il piacere di questa popolazione quanto in tempo di gioco
-concorre in quel sito una strabocchevole quantità di cittadini d'ogni
-classe o per giocare o per essere spettatrice del gioco; a segno tale
-che li dilettanti fanno continuamente delle spese per mantenere il
-cennato sito adatto alle giocate: ed anni due addietro, quanto a dire
-nell'a. 1797 e 1798, vi erogavano la somma di onze settanta circa... Vi
-abbisognano intanto delle altre spese e per la decenza del luogo, e per
-renderlo più commodo ai giocatori. Ma siccome questo gioco non porta una
-pubblica istituzione, e temono i dilettanti che un giorno all'altro
-dovrebbero avere impedito l'uso del terreno al presente addetto al
-riferito gioco per impiegarlo ad altro destino, così per potere
-impiegare con sicurezza il loro denaro, pregano affinchè si degni
-ordinare, che atteso il tempo immemorabile in cui il pianterreno che
-corrisponde sotto il baluardo dello Spasimo, che porta la longitudine di
-tutto il baluardo e la larghezza di canne 10 circa, è stato lasciato per
-commodo dei giocatori del pallone, resti il luogo suddetto addetto a
-tale uso, e non possano li giocatori essere molestati per qualunque
-causa nell'uso del suddetto terreno.
-
-«Si tratta di un gioco di pubblico divertimento e di decoro per altro di
-questa città, che incontra l'approvazione d'ogni classe di cittadini, e
-quindi sperano i ricorrenti dalla Clemenza Vostra che loro sarà
-accordata tal grazia».
-
-Il Re, abituato ad altri divertimenti meno leciti, non capì questo: e,
-senza punto scomporsi, rimise per mezzo del suo ministro Principe del
-Cassaro la istanza al Senato perchè ne facesse «l'uso che conviene». Ed
-il Senato la mandò, come in linguaggio burocratico si dice, _agli atti_,
-e concesse invece all'Orto Botanico quello spazio di terreno che
-fronteggia l'Orto medesimo[45].
-
-[45] Vedi _Penes Acta_, nell'Archivio Comunale, an. 1799: _Memoriale dei
- dilettanti e giocatori del gioco del Pallone di questa città di
- Palermo al Re._
-
-Una cosa non potè impedire, cioè che la contrada nella quale «da tempo
-immemorabile» si era giocato, si chiamasse, come in quel tempo si
-chiamava ed oggi si chiama tuttavia, _Il Pallone_; al quale battesimo
-non ebbe nessuna parte.
-
-La lapide che non murò allora il Senato (perchè le prime lapidi state
-apposte son di poco anteriori all'anno 1802: e celebre fu quella del
-_Cassaro morto_, di fronte all'Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S.
-Spirito), l'ha murata testè il Consiglio Comunale.
-
-Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al pallone, adulti e
-giovani non lasciavano passare giorno senza giocare alle bocce.
-
-Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città, piaceva a tutti
-gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia; di che non si saprebbe
-nulla oggi se i viaggiatori non avessero deplorato l'abuso
-pericolosissimo pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali
-fiancheggianti la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più lontana la
-palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se il Capitan Giustiziere se
-ne occupasse, ed il Pretore vi mettesse gli occhi sopra, non appare
-dalle carte del tempo, perchè certe cose andavano allora un po'
-sommariamente, e ad alcuni inconvenienti, che ora metton sossopra la
-stampa giornaliera, non si guardava nè tanto nè quanto, quasi fossero le
-più naturali di questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto,
-occupava nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana gli
-ascritti alle congregazioni della Villa Filippina, della Villa de
-Fervore, della Villa di S. Luigi; ma lì era innocuo, e vorremmo dire
-disciplinato.
-
-La passione della caccia chiamava sul mare e lungo la spiaggia
-all'autunnale «passa delle allodole». Spettatore cotidiano di queste
-scene, Bartels, ne provava infinito piacere. In centinaia di barchette
-migliaia di cacciatori scorrevano il golfo. All'appressarsi d'uno stormo
-di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma seguiva improvvisa
-tempesta, scariche di schioppi, e concitato abbaiar di cani tuffantisi
-in acqua a raggiunger la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni[46].
-
-[46] _Bartels_, _Briefe über Kalabrien und Sizilien_, v. III p. 723.
-
-Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo in Palermo, Re
-Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore, ebbe da non pochi
-proprietari aperti i loro fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio
-e diletto. Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche
-un'astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti seccatori che per
-quel gusto si permettevano di scorrazzare in lungo e in largo le loro
-tenute; perchè, fatta la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi
-persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata al Re.
-
-I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si rivolsero con un
-indirizzo, supplicandola di voler loro concedere libertà di cacceggiare
-nelle private proprietà[47]: domanda, in apparenza molto semplice, ma in
-sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si avesse l'autorità
-regia, dalla quale si reclamava il disporre come di roba di nessuno
-della roba altrui bastando l'ordine del Re.
-
-[47] _Penes Acta_, nell'Arch. Comunale, a. 1799.
-
-
-
-
- CAP. III.
-
-
-I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.a CECILIA ED
- IL S.a LUCIA.
-
-Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura, costituirono
-sempre una delle passioni predominanti nei Palermitani; l'«_opera_ però
-era sempre la più favorita»[48] per la quale venivano sempre con
-periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.a Cecilia e di S.a Caterina,
-i maggiori del tempo.
-
-[48] _De Saint-Non_, op. cit., p. 143.
-
-S.a Cecilia era della Unione dei Musici: e vi aveano palchi di loro
-proprietà sontuosamente addobbati la Marchesa di Regalmici, Caterina La
-Grua Talamanca e la Principessa del Cassaro, Maria Cristina Gaetani.
-Dopo la riforma che ne fu fatta sotto il Vicerè Principe di Caramanico,
-non mancava ad esso nulla per esser degno di accogliere l'aristocrazia
-siciliana con opere musicali eroiche, di stile di cappa e spada e
-qualche volta comiche. I signori ne eran contentissimi, anche perchè ne
-era stato tolto il pericoloso ingombro del tamburo in legno, sostituito
-con altro in muratura[49].
-
-[49] _Provviste del Senato_, a. 1799-80; a. 1786, p. 135.
-
-Col S.a Cecilia, ma a certa rispettosa distanza, andava il S.a Caterina,
-o S.a Lucia; così chiamato per la vicinanza del Monastero di S.a
-Caterina e perchè apparteneva ai Marchesi di S.a Lucia Valguarnera, che
-vi aveano addossata la loro casa e da privato e domestico l'avean reso
-pubblico[50].
-
-[50] Per la storia da scriversi del nostro teatro è utile notare che
- qualche volta in questo teatro agivano dei filodrammatici. Abbiamo
- sott'occhio un _Argomento della Commedia del_ _Marchese di Liveri_
- _intitolata_ Il Solitario, _la quale si rappresenta nel domestico
- Teatro dei Signori Marchesi di S. Lucia, da una Brigata di Nobili,
- e Dilettanti_. In Palermo, MDCCLXVII. Nella Stamperia dei Santi
- Apostoli in Piazza Vigliena presso D. Gaetano M.a Bentivegna.
- In-4º, pp. 7.
-
-Come più piccolo, non potea esso pretenderla alla magnificenza del
-fratello maggiore, ed avea ricordi non alti nelle rappresentazioni
-comiche di antichi artisti buffi, giunti fino a noi col titolo di
-_Travaglini_; onde il nome che ne serbò lungamente. Ma a volte, la
-elevatezza degli spettatori veniva quasi indistintamente condivisa da
-entrambi i teatri, dei quali il S.a Caterina offriva d'ordinario opere
-comiche.
-
-Un giorno il Vicerè Caracciolo, scontento anche dei teatri, persuase i
-patrizî a costruirne di sana pianta uno nuovo fuori Porta Macqueda. Tra
-quei patrizî erano Senatori: e fu appunto il Senato l'interprete o
-esecutore dei desiderî di S. E. Si fece il disegno, si stabilì il luogo
-dell'edificio e fu anche detto più tardi che le somme occorrenti
-sarebbero state prese dai fondi amministrati dalla Deputazione per le
-strade di Sicilia[51]. Ma all'ultima ora, quando si trattò
-dell'attuazione, nessuno osò avventurare il Comune in una opera non
-creduta necessaria. Se non che, _quod non fecerunt barbari fecerunt
-Barberini_: ed i Barberini o barbarini furono gli allegri amministratori
-della città cent'anni dopo, quando demolirono quattro chiese e due
-monasteri per edificare un Teatro Massimo, proprio in quei medesimi
-paraggi nei quali fin gli spensierati signori del secolo XVIII non
-avevano avuto il coraggio di farlo.
-
-[51] Un uomo altolocato in Palermo diceva al Bartels queste gravi
- parole: «Si vocifera che il denaro esatto (per le strade) sarà
- forse impiegato per la fabbrica di un nuovo teatro in Palermo. Non
- è da credersi; ma il Governo di Sicilia fa vedere cose più
- mostruose». _Bartels_, _Briefe_, n. XXXIII, vol. II, p. 519.
-
-Vicende dei tempi! Megalomania degli uomini!
-
-Per Carnevale si aprivano non solo tutti e due i teatri, ma anche gli
-altri privati, permanenti ed occasionali, di Casa Abbate di Lungarini,
-del Marchese Roccaforte (a Mezzo Monreale), del Conservatorio degli
-Spersi turchini del Buompastore, del R. Convitto San Ferdinando, del
-Marchese di Salines Tommaso Chacon[52].
-
-[52] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 163; a. 1793, p. 59; a.
- 1798, pp. 25-26. -- _Santacolomba_, _L'Educazione della Gioventù_
- ecc. pp. 421-22. In Palermo, MDCCLXXV.
-
-Quell'uomo scrupoloso (!) che fu Ferdinando III un giorno s'accorse o
-venne informato che questi teatrini di famiglia non dovevano lasciarsi
-liberi di rappresentare quel che ai padroni piacesse: e con un dispaccio
-li volle sottoposti alla comune censura[53]: quasichè negli istituti di
-educazione si potessero rappresentare cose contro o il Governo, o la
-religione, o la morale!
-
-[53] Palermo, 4 febbr. 1800.
-
-Le più riputate compagnie d'Italia interpretavano drammi in musica e in
-prosa non prima qui uditi. Gustosissima la commedia musicale _Giannina e
-Bernardone_ del Cimarosa, della quale nel 1784 si interessò
-personalmente il Caracciolo[54], e che con grave errore si è detto
-essere stata la prima volta eseguita nel 1787 in Napoli[55].
-
-[54] _Reali Dispacci_, an. 1784, registro n. 1510, fogli 152-53
- dell'Archivio di Stato di Palermo.
-
-[55] _C. Dassori_, _Opere e Operisti, Dizionario lirico universale
- (1541-1902)_, p. 666. Genova, 1903.
-
-Per non dire degli anni anteriori alla ricostruzione del S.a Cecilia,
-costata tremila scudi, dal 1787 in poi, dame e cavalieri vi udirono,
-deliziandovisi, l'_Ariarate_ del Tarchi, l'_Arbace_ di Fr. Bianchi,
-l'_Alceste_ del Portogeloclo, l'_Amor contrastato_ (chi non ricorda
-questo celebre dramma in musica del Paisiello?), la _Didone
-abbandonata_, sul cui tema rivaleggiarono il palermitano Piticchio
-(1780), il massese Guglielmi (1785), il veneto Gazzaniga (1787), il
-pesarese Federici (1794), fino al Paisiello (1797); il _Fanatico
-burlato_ del Cimarosa, l'_Alzira_ di G. Niccolini[56]. E dame e
-cavalieri risero e lacrimarono (senza mai piangere) alle patetiche,
-attraentissime voci delle prime cantanti italiane e straniere Teresa
-Pogg (1789), Margherita Delicati e Marianna Vinci (1791), Anna Nara e
-Marianna Marioletti (1792 e 1794), Giuseppa Netlelet, Carolina Danti
-(1793), e Teresa Marioletti Blasi (1794) e Carolina Bassi e Caterina
-Fiorentino (1797) e Teresa Bertinotti e Carolina Miller (1799) e
-Carolina Scaramelli (1800)[57].
-
-[56] Anni 1787, 1788, 1798-99 ecc.
-
-[57] Nota presa nella Biblioteca del Principe di Trabia e nel _Giornale
- di Sicilia_ del 5 agosto 1794.
-
-Quando la musica veniva alternata con la prosa, e due compagnie si
-dividevano gli allori ed i quattrini del privilegiato teatro, la _Morte
-di Carlo XII re di Svezia_ con altre tragedie dell'Alfieri vi
-ricompariva con sempre nuova simpatia, ed è notevole che in mezzo a
-tanta mollezza di costumi e svenevolezza maliziosa di operette serie e
-buffe potesse questa simpatia farsi strada e mantenersi in aperto
-contrasto con la natura dei componimenti tragici del sommo astigiano.
-Perchè, mentre le operette erano tessute d'intrecci strani, a base di
-pensieri e di affetti leziosi con linguaggio misuratamente appassionato,
-le tragedie dell'Alfieri si svolgevano con la massima semplicità
-d'intreccio, con la forza di pensieri magnanimi, con la robustezza,
-anche retorica, del linguaggio, con la frequente durezza dei versi.
-
-La stagione classica era quella del Carnevale; ma vi erano anche altre
-stagioni dell'anno: e nel 1797 si principiò a gennaio e si finì a
-dicembre: un carnevale continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo
-memorabile per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti di
-cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni e per molte
-altre circostanze.
-
-Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore Emanuele Caruso la
-_Pietra simpatica_ del maestro di cappella palermitano D. Salvatore
-Palma[58]: e contemporaneamente, o quasi immediatamente dopo, parecchie
-opere musicali _non eroiche_, disimpegnate dalla Compagnia che dal primo
-suo buffo prendeva nome di Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima
-donna, già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d'arte, eguagliata
-qualche volta non superata mai dalla seconda donna Maddalena Menini.
-
-[58] _Dassori_, op. cit., p. 799, attribuisce a Silvestro Palma
- quest'opera, che dice primamente rappresentata in Napoli, nel 1792.
-
-Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori non erano ancor
-sazî di rappresentazioni. «Oh! pensavano essi, non sarebbe egli bello
-fare fermare, gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?». L'idea
-piacque e si espose all'Autorità politica ed ecclesiastica; la quale,
-poichè in assenza del Vicerè era accentrata nella persona
-dell'Arcivescovo Lopez, l'accolse benevolmente; ma sotto una condizione,
-cioè, che si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che _oratorio_
-dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani di una rappresentazione, lo
-spettatore dovesse andare a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei
-quali i nomi mal coonestavano le cose, e l'esercizio d'un atto religioso
-serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano.
-
-La _Giuditta_ era tra le opere più accette[59]; il teatro fu sempre
-pieno zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta o palco vuoto. Gli impresarî
-(Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi
-guadagnarono centinaia d'onze. Il teatro fu convertito in Oratorio e
-così chiamato, e chiesa e luogo sacro». L'esempio degli oratorî produsse
-effetto maraviglioso nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è
-stato convertito in chiesa -- dissero molti -- con sacri oratorî, perchè
-non si può andare anche a teatro per assistervi?... E poichè si assiste
-ad opere sacre, perchè non si può anche assistere ad opere profane?
-
-[59] Probabilmente è _Il trionfo di Giuditta, azione sacra_ di Pietro
- Guglielmi, stata eseguita più tardi nell'Oratorio di S. Filippo
- Neri. Se non che, una edizione se ne ha di «Palermo MDCCCVI, nella
- Stamperia del Solli».
-
-Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici d'ogni
-ordine accorrere al teatro. L'impresario, che non cercava di meglio,
-allargò la mano con opere musicali di giorno, per preti e regolari:
-«cosa, confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega», spiegabile
-solo con «la mutazione dei tempi»[60].
-
-[60] _Diario_ ined., a. 1798, pp. 25-26.
-
-Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione del teatro diventò
-febbre. Dopo il sacro venne il profano. Pel maggio apparecchiossi, con
-un'altra compagnia, _Il trionfo di Diana_ in costumi così scollacciati
-che la Nobiltà fuggì inorridita, e l'impresario, responsabile dello
-scandalo, fu mandato in carcere, donde potè uscire solo per
-intercessione di quei medesimi nobili che aveano ricorso contro di lui.
-Il dramma musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi[61].
-
-[61] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1797, p. 142.
-
-Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini si assisteva
-alla rappresentazione del _Pimmalione_ di Bonifazio Asioli o del Sirotti
-in luglio, della _Morte di Cleopatra_ del Nasolini in agosto: opera
-grandiosa, nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato da
-quattro cavalli; dei _Tre eredi_ in settembre. Assunta la impresa da
-Pietro e Bartolomeo D'Affronti, ritornava il sempre desiderato Giuseppe
-Trabalza con le sue lepidissime commedie per musica; ma la diva
-Andreozzi non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia Bolognesi, che
-nei _Puntigli per equivoco_ del Fioravanti[62] faceva le parti di
-Bettina figlia di D. Fronimo, mentre Ludovico Brizzi rappresentava D.
-Eugenio, amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi sino
-alla fine con l'_Astuto in amore_, che dopo due esecuzioni doveva
-mettersi da parte; con la _Donna sensibile_ di Giacomo Tritto e con
-altre opere, tutte a lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe
-Bracci, stato abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D. Filippo
-Ferreri, D. Vincenzo Vulturi e D. Baldassare Pace, ed anche un po' del
-vestiarista D. Gaspare Siragusa, che fu il Settimo Cane del secolo
-XVIII.
-
-[62] _I Puntigli per equivoco, commedia per musica da rappresentarsi nel
- R. Teatro S. Cecilia._ In Palermo, MDCCXCVII.
-
-Noi rivedremo tra poco l'Andreozzi nella _Vergine del_ Sole del
-Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra rapida descrizione.
-
-Al S.a Lucia non si faceva da meno: e dove negli anni anteriori le opere
-comiche in musica vi avevano attirato uditori e spettatori, amici
-incondizionati, o con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti
-(1794), o con l'Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era una sequela di
-opere comiche e tragiche nuove per esso. Il Carnevale di gennaio e
-febbraio aveva una ripresa in autunno col _Pirro re d'Epiro_ del
-Zingarelli, con _La Serva padrona_ e con gli _Zingari in fiera_ del
-Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso per gli applausi
-riscossi dalla prima donna Anna Davì o Davya piemontese, la quale,
-benchè attempatella, nella _Zenobia in Palmira_ di Pasquale Anfossi
-cantava con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello
-anche lui, improvvisava la odicina intitolata:
-
- _Li Grazj._
-
- Sai, bella Veneri,
- Sai tu pirchì
- Li Grazj currinu
- A la Davì?
-
- Pri fari vidiri
- Chi ad idda sta
- Rendiri amabili
- Qualunque età;
-
- E chi tu propria
- Tu stissa tu,
- S'iddi ti lassanu
- Nun cunti cchiù[63].
-
-[63] _Meli_, _Poesie_, p. 65.
-
-Lucrezia Nicodemi nell'anno successivo non ebbe per la _Finta amante_
-del Paisiello i versi di un Meli; ma portò via i regali di parecchi
-giovani ed il cuore di più d'un adoratore: storia vecchia, e pratica
-sempre nuova!
-
-Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali che si eseguivano
-tra noi; ma se per un momento potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto
-una siciliana o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori e
-per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e donde il passaggio a
-Palermo era come una tappa geografica naturale. A Palermo facevan capo,
-come una volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti
-lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le fresche ed
-eterne loro ispirazioni giocondavano una società che li comprendeva e li
-sentiva.
-
-Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi artificiosi, dai temi
-obbligati, dagl'intrecci unitipici, dalle situazioni imbarazzanti, dagli
-amori apparentemente divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di
-zucchero, dalle sinfonie solo buone a solleticare senza commuovere, a
-pungere senza penetrare, a vellicare senza premere, a muovere a
-sdilinquimenti senza eccitare ad un fremito.
-
-I partiti in teatro turbavano sovente la calma della rappresentazione,
-il godimento dello spettacolo, l'ordine della città.
-
-«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca, fiorirono al
-Travaglini... la Turcotta con la Manfrè. Queste due donne attrassero
-talmente alcuni nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a
-profondervi delle migliaia con molto danno delle loro famiglie.
-Profittando di queste gare, le due donne tornarono a casa con le tasche
-piene d'oro e argento palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che
-per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di partitarî,
-feronsi leciti pubblicamente di portare in petto pendenti, dei nastri
-_vermiglio e verde_, le amorose insegne del gelsomino e dell'ancora non
-altrimenti che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».
-
-Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due donne del S.a Cecilia,
-protette da due gruppi contrarî, accalorati nell'ammirazione della
-mimica di esse, le quali gareggiando si contendevano il primato
-nell'arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose ragazzate dei
-parteggiatori[64].
-
-[64] _Ms._ Qq E 88, p. 2, della Bibl. Comunale; e _Diario_, in _Bibl._,
- v. XIX, p. 141.
-
-In questo tempo (1778) era al S.a Cecilia la più grande artista
-d'Italia, madama la Gabriella, detta la Cochetta. Non si sa come anche
-lei fosse entrata nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato
-orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta che in una sera
-del Carnevale 1771, essendosi rifiutata di cantare, il Capitano di
-Giustizia, stimando metterla a dovere col mandarla in carcere, n'ebbe in
-risposta: _Piuttosto piangere mi posson fare che cantare_[65].
-
-[65] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 269. L'aneddoto, un
- po' travisato, con un'aggiunta senza base storica, è stato
- riportato dal giornale _L'Ora_, a. II, n. 231, da un recente libro
- di memorie di un artista ultimamente pubblicato a Parigi (1901).
-
-Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto più tardi con
-l'Andreozzi.
-
-Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del 1798. Il _partitario_
-(impresario) Toti fa andare sulle scene del S.a Cecilia la nuova opera
-_Vergine del Sole_ del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c'è in
-Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi, alla quale il Capitano
-della città Principe di Torremuzza ha assegnato il grado e le mansioni
-di seconda donna. Offesa nell'amor proprio, essa riesce per via di
-aderenze a prendere parte alla rappresentazione vestita da Alonso. È una
-vittoria, questa della Bolognesi, che però non basta a soddisfare gli
-amici di lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati i suoi
-partigiani. Le due artiste sono al colmo della rabbia, e i loro
-sostenitori, l'un contro l'altro armato, s'attendono al varco. La prima
-sera è sfavorevole all'Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti
-da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza ordina la
-sospensione dello spettacolo; il pubblico se ne impermalisce, e al
-riaprirsi del teatro, senza tanti complimenti, conferma la sua
-opposizione; onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un certo
-saluto retrospettivo che fa andare su tutte le furie lo spazientito
-pubblico. Dalle parole si passa ai fatti; dai fischi e dagli urli ai
-limoni ed ai gozzi di polli pieni d'acqua. Gli avversarî non la vogliono
-più sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla per lei; ed il
-Capitano, con indicibile risentimento della Nobiltà, che all'indecente
-saluto aspetta una ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe
-egli fare il Torremuzza? -- «Mandarla alla Carboniera!» gridano i più.
--- «Lasciarla stare!» dicono i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e
-non si trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli offesi.
-E se non fosse per l'alto ufficiale di giustizia Leone, che, capito il
-dietroscena di questa commedia, mostra i denti, chi sa dove si andrebbe
-a finire! Il paglietta ha ordinato l'esecuzione d'un'altra opera con la
-sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri, e, a capo di alcuni
-giorni, ha permesso, con pace di tutti, la rappresentazione della
-_Vergine del Sole_: pace ottenuta in una maniera semplicissima: facendo
-circondare il teatro da sbirraglia e da truppa sotto il comando del
-brigadiere svizzero Xiudi. L'impresario Toti, che pel danno che gli è
-venuto dalla chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità,
-tira un gran sospirone[66].
-
-[66] Gennaio 1798. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di Stato di Palermo.
-
-Ora chi sono essi questi parrucchieri, e perchè catturati?
-
-_Cherchez la femme_, se _la femme_ non si vede anche troppo.
-
-Perchè, è da sapere che la Andreozzi ha una certa amicizia col Pretore,
-ed il Pretore, che le vuole un gran bene, poco curante dalla sua alta
-dignità e del suo stato civile, la colma di regali, e le passa
-cinquant'onze al mese e la carrozza di casa sua ogni giorno, con quanto
-dolore della Pretoressa e scandalo de' Palermitani, si può immaginare...
-
-A proposito di che si richiama l'aperta protezione accordata dal Vicerè
-Caracciolo (febbraio del 1782) alla cantante Marina Balducci, che egli
-avea conosciuta a Parigi; e si rifà la storia dei suoi inviti a pranzo e
-dei mormorii che destò nei nobili la presenza di una commensale rotta
-alla facile vita delle scene[67].
-
-[67] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 243.
-
-L'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez potrebbe metter fine allo
-scandalo, ma non volendo guastarsi col Pretore, ha legate le mani al
-Capitano, lasciando per tal modo crescere in arroganza la turbolenta
-artista. Contro di lei, come contro la sua rivale, pare sia stata ordita
-una congiura tra la Principessa di Belvedere, Caterina Del Bosco e la
-Duchessa di Montalbo, Marianna Ramondetta: congiura alla quale non
-sarebbe stata estranea la Capitanessa Maria Castello, Principessa di
-Torremuzza, interessata la parte sua a favore del marito. Ed ecco come
-c'entrano i due arrestati. I parrucchieri delle prime due dame sarebbero
-stati gli intermediarî ad esse ed ai più accaniti partigiani delle due
-artiste, e la loro cattura è stata seguita da quella del nobilotto
-Ignazio Costantino, che presto rivedremo. Il Governo ha fatto ingiungere
-alle tre dame di astenersi dall'andare a teatro; ma alcuni dicono di
-averle viste tutte e tre insieme nei palchi; e Pasquino, seccato
-dell'imbroglio e della temporanea sospensione dello spettacolo, si
-lascia andare a questo debole sfogo:
-
- Montalbo, Ramondetta e Belvedere
- Han privato il teatro del piacere.
-
-Alla Andreozzi, prima e dopo i tumulti, son piovuti dai palchi dei suoi
-ammiratori sonetti e canzoni: composizioni, come di consueto, al di
-sotto del mediocre. Tra tutte ve n'è una d'un benedettino cassinese, P.
-Bernardo Rossi, aio dei figli del Principe di Trabia, il quale nasconde
-la sua mondanità sotto il semi-anagramma di Luigi Dorisse: Egli «in atto
-di vero ossequio» così incomincia la sua ode:
-
- Ecco già canta: uditela
- Oh come alterna il fiato
- Seguito dalle Grazie
- A rapir l'alme usato!
-
- L'alata voce ed agile
- In mille giri ondeggia,
- Ora con volo rapido
- Quale usignol gorgheggia;
-
- Ora di luce eterea
- Cinta dall'alto scende,
- E con bell'arte insolita
- I cuor' di gioia accende[68].
-
-[68] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, pp. 28, 58, 68. --
- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 179. La stampa della poesia è
- senza indicazione tipografica.
-
-Contemporaneamente v'è chi canta le lodi di Maddalena Ammonini, prima
-donna assoluta del S.a Lucia; ed un tal Salvatore Pino ha il coraggio di
-offrirle un epigramma latino, che essa, s'intende, non avrà neanche
-guardato, ed un Giovanni Corifeo, pseudonimo, un sonetto, confortante
-nelle recenti lotte degli invidiosi, poi
-
- Che dalla ruota e dal martel cadente,
- Mentre soffre l'acciar colpi ed offese,
- E più fino diventa e più lucente[69].
-
-[69] Palermo, Gagliani, 1798.
-
-Ogni nuova compagnia di prosa o di musica che giungesse era un
-avvenimento che suscitava nuovi ardori nell'animo dei nostri giovanotti.
-Come prima, così dopo, essi non sapevano nascondere la loro passione: e
-comiche e cantanti e ballerine ricevevano gl'isolani adoratori come
-avevano ricevuto quelli, forse meno ardenti, perchè men privi di
-cosiffatti incontri, di Terraferma. Meli vide nella passeggiata della
-Marina questi ganzerini, che perdevano la testa appena incontrassero una
-sacerdotessa di Tersicore; e
-
- Beati primi
-
-esclamava in una meschina poesia,
-
- Ch'ànnu ddu brazzu!
- Cu quali sfrazzu!
- Si purtirà!
-
-E in un'altra migliore:
-
- Tutta la sò limosina
- Pri li cumidianti,
- Pirchì su boni e santi
- Nè sannu diri no[70]
-
-[70] _Poesie_, p. 374.
-
-Anche gli uomini serî e i grandi dignitarî di Stato non andavano esenti
-da cosiffatte debolezze. Nel 1799 l'Ambasciatore russo Puskin, alla
-Corte di Napoli in Palermo, marito della Contessa de Bruce, si accendeva
-per la bellissima cantante Miller, ed intrattenevasi volentieri con lei,
-alla cui abitazione si faceva precedere dal suo cacciatore: sistema non
-nuovo, perchè ordinariamente tenuto dal Re[71], cacciatore d'ogni genere
-anche dopo sgradevoli sorprese.
-
-[71] La notizia è accennata dal _Palmieri de Miccichè_, _Pensées et
- Souvenirs_, t. II, ch. XLII; ma per errore portata verso il
- 1792-93, quando la Corte era invece a Napoli.
-
-Le gelosie, che non eran troppo forti tra mariti e mogli, divenivano
-ardenti tra gli uomini e le artiste, e spingevano quelli a sconsigliati
-passi, che reclamavano l'intervento della polizia. Il nobile Diego
-Sansone guastavasi un po' clamorosamente con una ballerina, e veniva
-chiuso nella Colombaia di Trapani; Placido Bonanno dei Principi di
-Linguaglossa, cavaliere gerosolimitano, poco cavallerescamente correva
-dietro ad una donna della Compagnia comica, e commetteva per essa tante
-discolerie da essere relegato in Siracusa[72]. Più grosse quelle di un
-signore, il cui titolo marchionale oggi due casati si contendono, e di
-Filippo Cordova Marchesino della Giostra. Costoro, o ingelositi del
-primo ballerino di S.a Cecilia, o contrariati dalla sua opposizione e
-dalle sue pretese, per certi loro innamoramenti teatrali si decidevano
-ad una buona lezione. Di notte lo facevan sorprendere da lor gente e gli
-facevano aggiustare delle bastonate da orbo; in seguito alle quali per
-ordine immediato e _de mandato_ venivano chiusi, questi, il Marchesino,
-nel Castello di Siracusa; quegli, che alla fin fine, perchè trascinato
-dall'amico, avea sorbito a beneficio altrui l'amaro senza aver gustato
-il dolce, nel Castello di Milazzo.
-
-[72] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 97, 353.
-
-V'eran poi gli eterni disturbatori de' teatri, tanto cari a certi
-codiciai moderni, nati fatti per proteggere i birbanti; ma la polizia
-del tempo, senza permesso nè ordine di nessuno, metteva loro addosso le
-mani e li mandava al Castello. Il giovane Marchese Costantino, capo di
-codesti sconsigliati nel 1797, informi. Qualche volta la polizia non
-bastava, e doveva ricorrersi ad un buon nerbo di truppa, e non per una
-sera soltanto![73].
-
-[73] Vedi lettera del Vicerè Colonna al Maresciallo Don Gaetano Sances
- de Luna, in data del 15 agosto 1780, in _Reali Dispacci_, registro
- n. 210, foglio 20, dell'Archivio di Stato di Palermo.
-
-Ed ora passiamo ad altro ordine di cose teatrali.
-
-Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più brutto possa
-immaginarsi. Il S.a Cecilia tirava sempre a deprimere il S.a Lucia: ed
-il S.a Lucia, insidiato, colpito ad ogni istante, reagiva con vigile
-energia. Gli è che l'uno si vedeva leso dall'altro: e Governo e privati
-non sapevano dissimulare la loro predilezione pel S.a Cecilia, convegno
-favorito dell'alta cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle
-cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la buona Marchesa di
-S.a Lucia, Valguarnera Gentile, che era sola nell'amministrare il
-patrimonio della famiglia e quindi il suo teatro, e che non poteva
-contare sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai non si
-stancava di chiedere la denegata giustizia, di lamentare diritti
-conculcati, di sventare trame contro la sua esistenza economica.
-
-Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro quando era aperto
-quello di S.a Cecilia, e non si teneva conto del regio dispaccio del
-1746, che imponeva restassero «ambi li teatri senza distinzione aperti»
-correndo «egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi di distanza
-erasi dimenticata la precedente sentenza dell'autorità: che «ogni
-impresario è libero; niuno attenta sul diritto dell'altro, nè cerca, nè
-ottiene tampoco proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe
-Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo, presso il Sovrano, quella
-sentenza (21 ott. 1793).
-
-La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s'inaspriva volendosi al S.a
-Lucia vietare opere sacre e serie in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano
-rescritto del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere si
-prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi: la esecuzione
-degli oratorî; ma gli oratorî non si fanno altro che a S.a Cecilia;
-perciò il S.a Lucia non ha ragion di dolersi».
-
-Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14 febbr. 1797): e si
-mettevano in non cale esempî contrarî all'affermazione, come quello
-della concessione ad altra impresaria del S.a Lucia, Teresa Consoli (9
-febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva aver avuto mezzi più
-persuasivi della vecchia Marchesa.
-
-Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo impresario dianzi
-citato, Andrea Toti, forte delle alte protezioni ceciliane, chiedeva (20
-maggio 1797) la proibizione delle opere in musica al S.a Lucia. La
-Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere, il Conte S.
-Marco, il quale non poteva darle torto; ma tra il sì ed il no, era il
-parere contrario, cioè che due teatri in musica non potevano stare,
-tanto che uno di essi era stato per varî anni senza musica[74]: risposta
-che non dice nulla ed ha tutta l'aria di dar ragione alle due parti,
-mentre non ne dà a nessuna. Toti non s'acquetava, e rivolgendosi al Re,
-tesseva un po' di storia delle condizioni teatrali del tempo. «In S.a
-Lucia -- osservava -- si è sempre rappresentato la prosa (bugia smentita
-dalle notizie sopra riferite). A S.a Cecilia, dove io ho preso la
-impresa per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre
-rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le opere in musica, mi
-caricai di doppia compagnia, per opere serie e buffe. L'impresario non
-può calcolare sull'intervento dei forestieri, ma solamente deve
-sostenersi con quella poca nobiltà che rimane in Palermo, e con pochi
-individui del mezzo ceto, in guisa chè in tutte le sere non si vedono
-altri in teatro che le stesse persone. Se in un paese situato in questa
-maniera si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso che in
-quindici giorni serrarsi l'uno e l'altro con positivo svantaggio del
-pubblico, che resterebbe privo dell'onesto divertimento del teatro» (2
-giugno 1797).
-
-[74] Risposta del 26 maggio 1797.
-
-Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto proibitivo anche nelle
-opere da rappresentarsi; ma l'autorità locale, mortificata del ricorso,
-se la legava al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.
-
-Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare in iscena la nuova
-opera buffa: _Il Cartesiano fanatico_ del Tritto con la Nicodemi, prima
-donna. Il _cartello_ della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad
-un'ora di notte, consueta dell'opera. A quell'ora appunto il teatro ha
-principio. Il colto pubblico di dame e cavalieri manifesta il suo
-mal'animo verso la Nicodemi, e protesta che non vuol saperne, altro che
-per udire o riudire la _Semiramide_[75]. Al Capitan Giustiziere,
-Principe Carlo Gir. Castello, non par vero di cogliere la palla al
-balzo: e manda in carcere il messo ed il palchettiere. Ma come c'entrano
-questi disgraziati? chiede la Marchesa di S.a Lucia al Vicerè; ed il
-Capitan Giustiziere, che ha commesso un vero abuso di potere, posto tra
-l'uscio ed il muro, mendica per giustificarsi i più futili argomenti, e
-nasconde l'avversione al teatro di piazza S.a Caterina con questa
-magrissima scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie, di estate si
-suole aprire il teatro a un'ora di notte; ma d'inverno non è così: le
-sere, le notti son lunghe, ed il pubblico non vuol esser congedato dal
-teatro presto. «Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della gente dal
-teatro, tien desti i cittadini e rompe molti disegni nella città
-popolosa»[76]. Il messo ed il palchettiere -- aggiunge -- vennero subito
-rilasciati in libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere
-capo della Vicaria, uno spagnuolo con quattro o cinque nomi e cognomi.
-
-[75] Di _Semiramidi_, fino al 1800 se ne contavano 24, principiando da
- quella di M. A. Cesti (1667) e finendo all'altra del Cimarosa, la
- quale però venne la prima volta eseguita in Napoli nel 1799.
- Probabilmente si voleva quella, altre volte udita, del Paisiello,
- eseguita primamente in Roma nel 1773.
-
-[76] Il viaggiatore R. de Saint-Non lasciò scritto: «L'_opera_ comincia
- a un'ora di notte e finisce a mezzanotte e anche più tardi».
-
-Un'altra per suggello dei due pesi e delle due misure nei due teatri.
-
-Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti ai quali
-obbligavasi il S.a Cecilia, illimitato era invece quello imposto al S.a
-Lucia. Noi non ne sapremmo forse nulla se la stanca proprietaria non
-l'avesse rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente del Regno il
-tante volte ricordato Arcivescovo Lopez, la Marchesa ricorreva a lui
-implorando la riduzione dei posti ch'ella, in un teatro piccolo come il
-suo, doveva mettere a disposizione delle Autorità e del personale ai
-servigi di esse. Facciamone la lista:
-
- Palchettone di mezzo al Vicerè;
- Due palchi per la paggeria e servitù:
- Palco pel capitano della guardia;
- Palco per la servitù di lui:
- Palco pel capitano di Giustizia;
- Palco per la sua servitù.
-
-Posti in platea:
-
- Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;
- Sedia per l'Aiutante reale del Vicerè;
- Sedia pel primo portiere della R. Segreteria[77].
-
-[77] Lettera del 28 luglio 1795. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di
- Stato di Palermo.
-
-In mezzo a questo arruffio d'impresarî del S.a Cecilia e di impresarî e
-proprietarî del S.a Lucia, una cosa si vede chiara: che coloro i quali
-si occupavano di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze.
-La città era sempre la stessa, la popolazione sempre una, non
-accresciuta mai da forestieri, che sogliono portare un contingente di
-frequentatori dei pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti
-principali: il nobile ed il civile, e con essi a grande stento poteva
-riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le spese per parte di coloro
-che assumevano la impresa della stagione. I piati che abbiamo visti
-partire quando dal piano di S.a Cecilia, quando da quello di S.a
-Caterina, accusano insistentemente questo difetto. Avveniva, in
-conclusione, quel che avviene sempre: si voleva assicurata parte della
-spesa; e, non potendosi al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva
-all'aristocrazia dei titoli, che al far dei conti rappresentava sovente
-l'aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo dimenticare che se il S.a
-Lucia avea pesi gravi, non men gravi ne avea il S.a Cecilia; tra i quali
-per gl'impresarî quello di dovere per un anno dugent'onze all'Unione dei
-Musici, che solo a questa condizione poteva, secondo i vecchi
-_Capitoli_, cedere il teatro[78].
-
-[78] _Capitoli, o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto il titolo
- di S.a Cecilia_ ecc., cap. XVIII.
-
-Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo nell'esercizio
-delle sue funzioni di Capitan Giustiziere della Città[79], facea sapere
-che Cosimo Morelli nel dicembre dell'anno precedente aveva offerto per
-l'anno teatrale 1793-94 del S.a Cecilia spettacoli serî e buffi, balli e
-non so che altro, a patto che gli si assicurassero mille ducati di
-regalo e novemila altri ducati pei soli palchi. Il Principe da uomo
-liberale e generoso pagò di suo i mille ducati[80].
-
-[79] Vedi il cap. seguente.
-
-[80] R. Segreteria, n. 5290.
-
-Dieci anni prima (1782), con l'attrattiva dei successi ottenuti dalla
-Marina Balducci, avevano assunta l'impresa per le opere in musica della
-stagione, sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al tirar dei
-conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant'onze (L. 755) l'uno!
-
-A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî, e si giunse
-alla concessione, chiesta ed ottenuta dal Duca di Belmurgo, Capitan
-Giustiziere, al Re, di «una festa di ballo, o sia ridotto comunale per
-dare un divertimento al popolo e formare nell'istesso tempo un fondo da
-potersi sostenere con decenza l'anzidetto teatro», concessione forse
-unica in tutto il secolo[81], la quale dovette scandalizzare certuni,
-non abituati a veder l'infimo ceto profanare il tempio degli svaghi pei
-ceti superiori. Ma questo ed altri espedienti riuscirono infruttuosi.
-
-[81] Rescritto sovrano, datato da Napoli, 22 gennaio 1797. R.
- Segreteria, n. 3290. Arch. di Stato di Palermo.
-
-Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le altre miserie che
-abbiam dovuto purtroppo lamentare nei teatri della città, questi non
-sembravano indegni d'una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio
-che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda con quello
-datone poco dopo dall'inglese Galt, testimonio oculare anche lui pel
-corso di tre anni.
-
-«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati dalle compagnie che di
-anno in anno circolano per l'Italia con nuovi cantanti, ballerine ed
-attori. Nessun arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli
-elevati spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico italiano.
-Rappresentazioni estetiche han soppiantato i lazzi, e caratteri perfetti
-a poco a poco le burle dei tempi passati.
-
-«I prezzi d'entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra, decorazioni non
-sono, è vero, da mettere a paragone di quelli del Teatro nazionale di
-Vienna o delle scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse
-migliori che in altre città popolose e ricche d'Europa. Gli artisti
-medesimi mettono bene in caricatura le parti dei rigidi Inglesi, dei
-piacevoli Francesi e dei Tedeschi. Io vidi a Palermo, l'una dopo
-l'altra, quattro rappresentazioni: _Arianna di Nasso_, _Curzio_,
-_Coriolano innanzi la sua patria_, _l'Origine dello specchio_»[82].
-
-[82] _Hager_, _Gemälde von Palermo_, pp. 85, 91. Berlin, 1799.
-
-E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava agl'Inglesi che in
-Palermo gli spettatori più astuti portavano in tasca dei punteruoli,
-che, entrando in teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie
-innanzi a loro come per caviglie per appendervi i cappelli. A nessuna
-donna era permesso sedere in platea. I servitori della Impresa aveano
-cura di fornire, nei palchi, agli spettatori che ne richiedessero,
-sorbetti: e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!),
-sorbetti in platea. Nessun obbligo all'artista, ripetutamente, anche
-fragorosamente applaudito, di ripetere la canzone, la cabaletta, il
-duetto richiesto, salvo che il Capitan Giustiziere, credendolo
-conveniente, con un cenno all'attore od all'attrice non l'ordinasse.
-
-Per tal modo, tutto procedeva regolarmente[83].
-
-[83] _Galt_, _Voyages and Travels_, pp. 33-36.
-
-In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti alla soglia del
-secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci. Il varcarla ci
-obbligherebbe a seguire la fortuna dei due teatri anche nel nuovo
-secolo.
-
-Il tanto combattuto S.a Lucia, nel 1809, sotto gli auspici della non
-lieta Regina, si trasformava, e da essa prendeva il titolo di _Real
-Carolino_, e dopo il 1860 di _Bellini_, col quale, imperturbabile e
-tranquillo, accoglie artisti di alto valore e cittadini d'ogni ceto;
-mentre il S.a Cecilia non è più che un nome, un nome sopravvissuto ai
-disastri finanziarî tra i quali è stato trascinato e travolto. L'eco
-fragorosa dei suoi solenni trionfi è stata soffocata dai piati della
-Compagnia dei musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei
-palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della Nobiltà del
-Regno domina triste, malinconico il silenzio, rotto soltanto dallo
-stridìo di luridi rosicchianti e dal sordo rumore del tarlo, che lavora,
-lavora a compiere l'opera devastatrice del tempo e.... degli uomini.
-
-
-
-
- CAP. IV.
-
-
- IL «CASOTTO DELLE VASTASATE», OSSIA IL TEATRO POPOLARE.
-
-Deficienza di mezzi e umiltà di classe non consentivano al popolo di
-assistere alle rappresentazioni dei due teatri principali della città;
-necessarî quindi altri teatri ad esso confacenti, con rappresentazioni
-adatte alla sua intelligenza ed alle sue inclinazioni. Una volta c'era,
-come si è detto, quello dei _Travaglini_; ma, trasformato nel teatro di
-S.a Lucia (Bellini), il popolino non ebbe più un luogo di spettacoli pei
-suoi gusti e pei suoi limitati espedienti. Avea bensì, la parte infima
-di esso, quello che ha ora: i teatrini delle marionette per le leggende
-cavalleresche del ciclo carolingio (_opra di li pupi_), e solo da venti
-e più anni è scomparso di su la porta d'un magazzino di ferro attiguo al
-palazzo Partanna in Piazza Marina (magazzino che servì a
-rappresentazioni paladinesche) il titolo di _Teatro di burattini_. Un
-genere speciale di commedie era eseguito in modo divertente da
-pupattoli. Tofalo, che vi partecipava, parve ad uno straniero la
-personificazione dell'indole siciliana, come John Bull della inglese. Ma
-la parte più divertente dello spettacolo consisteva in certe scene nelle
-quali le marionette riproducevano esattamente i caratteri bizzarri della
-Città, in modo così sicuro che non isbagliava d'una linea la caricatura;
-il che non mancava mai di recare diletto indescrivibile ai Siciliani
-allegri e loquaci[84]. La città avea pure il suo pulcinella per
-rappresentare «la libera commedia pei passanti, col suo linguaggio
-abituale, che solo può imitarsi con un pezzetto di lamina sulla
-lingua»[85], vogliam dire quello che noi chiamiamo ancora _tutùi_, i
-Napoletani _guarrattelle_ ed i Toscani _castello_.
-
-[84] _Galt_, _Voyages and Travels_, p. 36.
-
-[85] _Hager_, loc. cit., p. 94.
-
-Siamo proprio nell'ultimo trentennio del settecento. Una brigata di
-popolani d'ingegno pronto, di facile e colorito linguaggio, si propone
-di mettere su un teatrino tutto siciliano.
-
-La letteratura non avea un repertorio comico dialettale da svecchiare, o
-sul quale metter le mani. Il carattere burlesco del _Travaglino_ di
-Palermo e del _Giovannello_ di Messina non facea più pei tempi; il servo
-siciliano Tiberio o Nardo era sciupato; bisognava modificarlo, rifarlo
-addirittura.
-
-La brigata trovò persona che facesse le prime spese, pronta ad
-avventurarsi a rappresentazioni della vita e dei costumi dell'Isola.
-
-Chi erano essi questi nuovi attori? Il portiere nella corte del Giudice
-di Monarchia, D. Giuseppe Marotta, il più piacevole, il più arguto
-spirito che Palermo avesse dato da oltre un secolo; Giovanni Pizzarrone,
-mastro Giuseppe D'Angelo, Giuseppe Sarcì, portiere anch'esso, ma del
-Lotto, Gaetano Catarinicchia, basso curiale, Ignazio Richichi, orefice,
-che è forse da identificare con quel Giovanni Richichi tiratore
-d'argento, il quale poi entrò nella Compagnia dialettale del R. Teatro
-S. Ferdinando; Mario Frontieri, sarto, Fr. Corpora, guardaporta nel
-Conservatorio del Buompastore, e parecchi altri maestri e bassi curiali,
-tutti, dal più al meno, analfabeti. Il teatrino sorse in forma di
-baracca di legno o, come si dice ancora, di _casotto_ (nome che poi
-rimase classico) nel piano della Marina, e diede quanto di strano, di
-triste, di lieto offrisse Palermo. Nel 1785 la popolana brigata era già
-famosa: e se dapprincipio improvvisava secondo un piano prestabilito dal
-capo di essa, che inventava la favola, la scompartiva, designava i
-personaggi, tracciava i dialoghi, lasciando alla facoltà ed abilità di
-ciascuno quel che dovessero dire e come dovessero dirlo, più tardi il
-capo di essa, D. Biagio Perez, anima intellettiva della Compagnia,
-ideava e scriveva le sue farse o commedie, le faceva imparare a memoria
-dagli indotti artisti e ne dirigeva la esecuzione. Fecondissimo
-compositore costui, che, aggirandosi di continuo per i cortili, i vicoli
-ed i luoghi dove l'elemento più modesto delle città, uomini e donne,
-viveva, chiacchierava, litigava, ad esso attingeva gli argomenti,
-gl'intrecci, le forme del suo teatro.
-
-Il segreto della fortuna era riposto nella caricatura del benestante
-provinciale, stravolto ed avaro, detto _Barone_, nel ridicolo, a piene
-mani gettato sul notaio messinese e nella somma abilità del celebre
-Marotta (celebre lo dicono i diaristi d'allora), che con impareggiabile
-_verve_ sosteneva le parti di _Nòfriu_, facchino sciocco e beone: tipo
-stupendo che, nella sua assoluta ignoranza, il Marotta, anche sarto a
-tempo perso, non cessava di perfezionare ogni giorno oziando presso la
-Posta dei facchini (_Posta di li vastasi_), all'angolo della via dei
-Chiavettieri, dove il nome di lui era in mal repressa avversione come
-quello che li metteva in continua berlina.
-
-Di questa avversione dà la misura un aneddoto non mai fin qui scritto.
-
-Era d'inverno. Piogge torrenziali aveano ingrossato la solita piena, che
-per la via Toledo correva al mare. Alla Piazza Vigliena, passaggi in
-legno molto primitivi attiravano uomini, che da un lato all'altro della
-catena (marciapiede) trasportassero gl'inabili a traversar la fiumana.
-Questi uomini erano dei facchini autentici[86].
-
-[86] Vedi v. I, cap. II, p. 26-27.
-
-Ed ecco farsi innanzi un robusto omaccione con un uomo a spalla. Toccava
-già a mezzo la piazza, e la corrente gli giungeva furiosa fin sopra le
-ginocchia. A un tratto una voce stentorea e minacciosa gli grida:
-_Infame! tu porti Marotta!_... e la voce non era cessata, che il volgare
-san Cristoforo, poco cristianamente buttava giù nell'acqua l'ingrato
-peso. Il riconosciuto artista si ballottò per un momento tra la piena
-limacciosa, e dovette ringraziare il cielo se potè cavarsela con quel
-bagno d'inverno e con i fischi assordanti dei facchini del Cassaro.
-
-Tornando ai personaggi, diremo che il _Japicu_, padre stupido, veniva a
-meraviglia disimpegnato dal Richichi, il quale vuolsi abbia sostenuto
-più tardi la parte di _Nòfriu_. Catarinicchia faceva da _Laura_, moglie
-di lui, vecchia ciarliera ma astuta. Altro giovane, che per la sua
-figura bionda e sbarbata e la voce muliebre figurava da donna (giacchè
-il sesso femminile era escluso dalla Compagnia) era il lepidissimo
-Sarcì, che a certo punto diè il nome alla Compagnia, e che ritraeva la
-nota _Lisa_, servetta scaltra e civettuola. Questo Sarcì, per la sua
-femminilità riuscì una volta ad innamorare un provinciale frequentatore
-del casotto, il quale però in una conversazione da lui sollecitata restò
-con un palmo di naso innanzi alla creduta e corteggiata donna. Mario
-Frontieri faceva da _Tòfalu_, facchino malizioso, degno riscontro di
-_Nòfriu_, dal quale non si scompagna mai nella tradizione. Corpora da
-_Calòriu_ era un servitore provinciale torto e baggeo e più comunemente
-il _ciancianisi_; da _Sabbedda_, seconda servetta e imprudente,
-camuffavasi il merciaio Carmelo Ganguzza, che doveva passare poi a
-sostituire il Sarcì nelle parti di _Lisa_, quando questi trasformatasi
-in caratterista; e sosteneva, come non si sarebbe potuto meglio,
-l'ufficio del notaio messinese _D. Litteriu_ Mario o Carlo Montera, a
-cui stava da presso altro servo accorto e raggiratore, Gaetano Gulotta,
-curiale.
-
-Così composta, la Compagnia agiva nel casotto: e la gente accorreva
-numerosa, assai più che ai due maggiori teatri[87], e si divertiva alle
-facezie, agli equivoci, ai frizzi che scoppiettavano in bocca a questi
-pittori del dialetto e, non ostante la parte loro prescritta,
-improvvisatori di dialoghi vivaci e sfolgoranti. Una recita il giorno
-non bastava più: e a quella, tanto comoda per coloro che avean finito di
-lavorare ed avevano libero l'intervallo tra la luce del giorno che
-declina ed il buio che comincia, se ne faceva seguire un'altra di sera.
-Venuta l'estate, il favore del non colto pubblico imponeva altro luogo
-più fresco, alla Marina, presso la Garita. Di questo modo il teatro
-popolaresco si continuava alternandosi per la estate fuori e per
-l'inverno dentro città.
-
-[87] «Commedie improntate burlesche dette bastasate, le quali però non
- ostante che ignobili sono le più frequentate». _Villabianca_,
- _Diario_ ined., a. 1794, p. 420.
-
-La _vastasata_, titolo della rappresentazione, è il nome col quale
-farse, commedie ed altri componimenti simili, detti anche _improntate_,
-corsero fin d'allora, su temi volgari, sovente piazzaiuoli, con
-personaggi della plebe, a prevalenza di _vastasi_ (facchini). Un esempio
-pratico e cortigianesco, ma ritraente del genere d'allora, a base di
-tipi consacrati dall'uso (_Nòfriu_, _Tòfalu_, _lu Baruni di li
-Cianciani_, _Donna Lisa_) ce lo diede il Meli (1799) nei _Palermitani in
-festa_, farsa che il sommo poeta chiamò _vastasata_ dal genere in voga
-da un pezzo[88].
-
-[88] Il parrocco G. Alessi ci lasciò questa nota, che non vien
- confermata da nessuno: «Oggi (1795) la voce _farsa_ è andata in
- disuso; chiamasi _zanni_ e suol farsi nel piano della Marina ed in
- quello dei Bologni.» _Aneddoti_, n. 35, Ms Qq H 43 della Biblioteca
- Comunale.
-
- Il Villabianca in uno dei dieci ricordi che nel suo _Diario_
- inedito fa, dal 1785 al 1800, dei _Casotti_, sotto la data del 1790
- scriveva: «In Piazza Marina, nel Casotto, commedie ordinarie, cioè
- improntate, fatte da nostrali comici, _bastasate_ in lingua
- siciliana, che sono opere buffe, nelle quali fa (_agisce_) il
- celebre Giuseppe Marotta». Ms. Qq D 111, p. 365.
-
-I costumi eran sempre i medesimi, come i caratteri; non soggetto a molte
-novità l'intreccio e l'azione. Solo ogni tanto, per nuove vicende e per
-avvenimenti clamorosi, al tema ordinario se ne sostituiva uno
-occasionale. Il 30 luglio del 1789 la famigerata Anna Bonanno veniva
-strangolata nelle più alte forche alle Quattro Cantoniere, ed il 5
-settembre seguente, in un casotto della Garita, si assisteva ad una
-rappresentazione sulla _Vecchia dell'aceto_, soprannome col quale dovea
-sinistramente passare alla posterità la infame propinatrice di aceto
-velenoso. Lo stesso era avvenuto della cattura e morte del famosissimo
-brigante Testalonga. Per la festa di S.a Rosalia poi era inibita
-qualunque rappresentazione d'argomento non sacro[89] vacanza era il
-venerdì e riposo assoluto si prendeva nei mesi di ottobre, novembre e
-dicembre[90].
-
-[89] _Reali Dispacci_, n. 1514, foglio 141 retro, nell'Archivio di Stato
- di Palermo.
-
-[90] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290, a. 1793-99.
-
-Accadeva talvolta che nelle commedie fossero brevi cantate a due o tre
-voci; e allora ecco trovato un poeta che le sapeva scrivere secondo il
-gusto degli spettatori: l'ab. Catinella, a cui le Muse sorridevano
-lietamente.
-
-Per mancanza di documenti un giudizio sulle _vastasate_ non è possibile,
-quantunque sia stato affermato conservarsi gli scenoni o scenarî di
-ventinove di esse, parte inventate, parte rifatte da commedie scritte e
-adattate dal Perez al nostro teatro dialettale. Checchè ne sia, bisogna
-contentarsi dei soli titoli, dove è malagevole riconoscere la
-provenienza letteraria[91]; ma dove non è difficile indovinare l'assenza
-della prima, originaria forma del genere, la quale non venne mai scritta
-appunto perchè primo il Marotta non sapeva scrivere. Gli eruditi del
-tempo si limitarono a qualificarle, per la loro autenticità, come «le
-vere bastasate che da più tempo fra noi introdotte in Palermo, riescono
-accette al popolo»[92]. Hager, che le vide alla Marina, notò gli uomini
-travestiti da donne, le parti burlesche eseguite da uno che raffigurava
-da facchino; scherzi principali, le percosse e gl'inganni; linguaggio,
-tutto siciliano[93]. Galt, dopo Hager, trovò tra gli attori «il più
-popolare, uno che rappresentava il carattere volgare isolano più
-accentuatamente di quello che si facesse per i caratteri irlandese e
-scozzese a Londra»[94].
-
-[91] 1. Onofrio ed Elisa, cavaliere e dama per forza, ossia il fanatismo
- dei facchini. -- 2. Onofrio ladro in campagna e galantuomo in
- città. -- 3. Onofrio disertore. -- 4. I due anelli magici. -- 5. I
- contratti rotti. -- 6. Testalonga e Guarnaccia. -- 7. La nascita di
- Onofrio dall'ovo. -- 8. Le metamorfosi di Onofrio. -- 9. Onofrio
- finto sordo e muto per non pagare i debiti. -- 10. L'equivoco del
- manto. -- 11. La pentola. -- 12. Le torce dei diavoli. -- 13. La
- magia di Corvastro e Fagiani. -- 14. Onofrio finto principessa. --
- 15. Lo spirito folletto di Elisa. -- 16. Il fuori fuori. -- 17.
- Onofrio servo sciocco. -- 18. I quattro rivali in duello. -- 19.
- Quattro Onofrii in un punto. -- 20. I vecchi burlati. -- 21. Il
- cortile degli Aragonesi. -- 22. La anatomia di Onofrio. -- 23.
- Onofrio re dormendo. -- 24. Onofrio marito geloso. -- 25. Le 99
- disgrazie di Onofrio. -- 26. Onofrio finto imperatore del gran
- Mogol. A questi bisogna aggiungere: 27. La Calata di Baida. -- 28.
- Lo Spedale dei pazzi. -- 29. La venuta dello sposo dalla tonnara.
- -- 30. Venuta di Lappanio da Cianciana.
-
- Vedi un articolo di _Ag. Gallo_ nell'_Indagatore siciliano_, a. I,
- v. I., fasc. I. Pal. 1834, e un altro di _P. Lanza_ nelle
- _Effemeridi scientifiche e letter._, t. X, a. III, p. 345-46, Pal.
- 1834. Cfr. _Caminneci_, _Brevi Cenni storici_, ecc. Pal. 1884.
-
-[92] _Villabianca_, _Diario_ ined., 1796, p. 282.
-
-[93] _Gemälde von Palermo_, pp. 93-94.
-
-[94] _Galt_, op. cit.
-
-Più espliciti i pubblici funzionarî. Pietro Lanza Principe di Trabia,
-Capitan Giustiziere nel 1793, le diceva «spettacoli di non troppo
-odorato buono, perchè, per lo più, piene di sentimenti vili [intendi
-plebei] e spesso indecenti, e che sicuramente non corrispondono al fine
-per cui si permette la buona commedia, che sarebbe quello di onorare la
-virtù e porre in disprezzo il vizio». Ma nel 1794 modificava in questo
-modo il suo parere: «Analizzandosi questa improntata siciliana, comunque
-sia stata definita per spettacolo di sentimento alquanto indecente, non
-racchiude nelli medesimi che uno scherzo passeggiero e niuna
-conseguenza. Il ricorso peraltro in queste improntate suol accadere di
-persone che si uniscono tali sentimenti. Non si sono mai fatti leciti
-gli altri in queste improntate di scherzare contro la religione. Le
-persone poi che dirigono tali improntate sono più che circospette».
-Concludeva perciò: «Il governo le ha sempre permesse»[95].
-
-[95] Risposta del 21 giugno 1793 in R. Segreteria, Incartamenti, n.
- 5290. Vedi anche _passim_ in questo volume.
-
-Giovanni Meli guardava di mal occhio, non già la classe sulla quale era
-gettato il disprezzo del genere di rappresentazione, ma lo spirito della
-rappresentazione medesima. Il sentimento delicato del poeta faceva di
-lui un essere di tempi più progrediti, di idee più elette che non
-fossero quelle dominanti allora, facilmente, clamorosamente accolte nei
-teatrini. In una sua nota egli rilevava: «Per comprendere in quanto
-dispregio sono al presente presso i cittadini gli abitanti dei villaggi
-delle campagne, basta portarci una o due volte ad ascoltar le commedie
-nazionali, dove si osserva costantemente che fra li ceti degli uomini,
-quelli nell'ultima derisione sono i facchini e i contadini»[96].
-
-[96] _Meli_, _Riflessioni_, p. 18.
-
-Il successo ottenuto dal Marotta e dal Perez fu così trionfale, e
-continuò così costante, che fece attecchire un genere fino ad essi forse
-non tentato, ma senza forse non portato al grado a cui essi lo
-portarono. Il successo fece gola a molti, e nuovi artisti da strapazzo,
-e nuovi impresarî da dozzina vollero gareggiare con rappresentazioni del
-tipo, dato, imposto per opera della così detta _coppia grande_, che era
-la compagnia Marotta-Perez. E qui ha principio una pioggia incessante di
-domande di questo o di quell'impresario per ottenere dall'autorità
-competente la licenza di teatrini per commedie popolari buone per far
-divertire il pubblico basso, impossibilitato di assistere ai teatri
-alti. Le carte della R. Segreteria di Stato del tempo son testimoni di
-questa gara per invidia di risultati, per avidità di lucri, i quali,
-dividendosi, doveano per necessaria conseguenza attenuarsi fino alla
-irrisione. Un casotto alla Marina chiese il permesso di alzare ed alzò
-nel 1793 mastro Giovanni Pedone; ma non potè, per la scarsezza
-dell'annata, pagare le 16 onze volute dalla Deputazione per le
-strade[97]. Uno «con palchi aperti a tenore dell'ordine reale, per
-improvvisate siciliane» ne volle pel seguente 1794 mastro Antonino
-Demma; e come lui, nel medesimo anno, per proprio conto altro ne chiese
-un certo Pignataro, «per bastasate improvvisate di dilettanti ed altre
-burlette». Questo stesso sollecitava un Barcellona. Richiesto del suo
-parere dal Vicerè, il citato Capitan Giustiziere Principe di Trabia non
-sapeva che fare: e per uscirne mostravasi non molto tenero del genere,
-«che avrebbe voluto sostituito e modificato con commedie o burlette
-decenti». Non propendeva per le vastasate, fin lì «con una certa
-restrizione, come di tre o quattro nel Carnevale e raramente nelle altre
-stagioni», accordate, e raccomandava il Barcellona, come il più pulito e
-reputato. Ciò nel giugno del 1793. La parzialità non piacque a nessuno.
-L'anno seguente, sei nuovi o vecchi impresarî si affollavano per licenze
-d'altri casotti in Piazza Marina. Stavolta il Capitan Giustiziere era
-come l'aio nell'imbarazzo. Chi preferire? E se tutti chiedono di
-eseguire bastasate, come dir male di tutti? L'anno scorso si era
-lasciato sfuggire quel giudizietto poco gradito; ed ora non avrebbe
-voluto ripeterlo. Aggiungi che tra i richiedenti c'era la compagnia
-autentica delle vere _bastasate_, che si faceva avanti fiduciosa, come
-sicura della preferenza al Pignataro, trascurato l'anno scorso. D.
-Giuseppe Marotta, D. G. Sarcì, D. Mario Montera, D. Gaetano Gulotta,
-mastro Giuseppe D'Angelo, mastro Fr. Corpora pregavano il Vicerè che
-rinnovasse al Pignataro il permesso al quale pei suoi precedenti aveva
-un certo diritto. «Alcuni sconsigliati -- essi scrivevano -- han chiesta
-simile permissione per loro; ma costoro non hanno la _coppia_, che ha
-solo il Marotta supplicante. Pignataro vanta per licenze ciò sin dalla
-Capitania del Marchese di Giarratana. Ecco perchè questi poveri padri di
-famiglia si ridussero a scritturarsi con Pignataro».
-
-[97] Nella domanda con la quale egli vuol rifarsi delle perdite
- sofferte, era detto press'a poco questo: L'annata è stata orribile;
- i caffettieri stessi, che nella Marina sogliono alzare baracche in
- estate per i sorbetti, a cagione del caro degli zuccheri
- abbandonarono il posto; io vi rimasi per divertire il pubblico.
- Concedetemi il casotto anche pel 1794 per farvi rappresentare «la
- coppia della bastasata».
-
- Ricordiamoci del resto della carestia, delle febbri e della moria
- di quell'anno, non solo in Palermo, ma anche in gran parte
- dell'Isola.
-
-Il Principe di Trabia, che era uomo di buon senso, prendeva, come suol
-dirsi, a quattro mani il suo coraggio, e da onesto Capitan Giustiziere
-favoriva la giustizia alla quale avea diritto questa brava gente,
-dicendo anche un po' di bene delle _bastasate_, non ostante il po' di
-male che ne avea detto innanzi. Marotta trionfava su tutta la linea, ma
-il trionfo era fortemente contrastato da emuli e da avversarî. Antonino
-Carini, esercitando un suo casotto nella Piazza Marina, faceva dei lagni
-contro gl'invidiosi attori della _coppia grande_, cioè contro il
-Marotta; ed era costretto a prendere la _coppia piccola_ per superare
-questi, che essi chiamavano creatori di cabale; e, ad accrescere
-attrattive, domandava di poter «fare intermezzi con balletti di gente
-siciliana per maggior godimento del pubblico» (7 gennaio 1795); inutile
-pretesa, ridotta solo alla concessione di «opere serie ed oneste», ossia
-di «tragedie sacre per la prossima quaresima» (27 gennaio), concessione
-del nuovo Capitan Giustiziere, Principe di Galati.
-
-Eppure anche questa riserva suscitava risentimenti. L'impresario del
-teatro di S.a Lucia, Giuseppe Azzalli, ci vedeva un disvio della sua
-clientela e richiamavasene all'autorità; ma non capiva o fingeva di non
-capire che l'uso dei casotti era inveterato, che il Governo li avea
-sempre favoriti, perchè la maestranza non avrebbe altrimenti avuto
-un'occupazione dilettevole spendendo pochissimo. «La gente che frequenta
-i casotti non frequenta il S.a Lucia, osservava giudiziosamente la
-medesima autorità. I casotti sono sforniti di tutti quei comodi che da
-per tutto vuol trovare la culta ed onesta gente; e in essi vengono dati
-degli spettacoli che quanto conciliansi l'immaginazione e soddisfano al
-gusto del popolo, altrettanto sono incapaci di trattenere le culte ed
-eleganti persone».
-
-E proseguivano le richieste per casotti da vastasate, di mastro Antonino
-Lamanna, di D. Fr. Simoncini, di D. Giuseppe Aloj e di non so quanti
-altri. Il Capitan Giustiziere esaminava e consentiva, e le licenze non
-mancavano; sicchè il piano della Marina d'inverno, quello della Garita
-di estate avrebbero dovuto essere ingombri di baracche. Eppure non lo
-erano se non in parte: perchè primeggiava sempre la vecchia e originaria
-Compagnia; ai danni della quale, o al miraggio di larghi guadagni, fin
-due grossi speculatori si fecero innanzi con l'offerta, apparentemente
-vantaggiosa al Fisco, sostanzialmente offensiva alla libertà, del
-pagamento di 30 onze annuali pel diritto proibitivo di alzar baracche
-per commedie popolari (1795 e 1796).
-
-E di che non si domandava monopolio, e quindi diritto proibitivo?
-
-Ma tra tanti casotti che sorgevano e sparivano, tra tante compagnie di
-comici con programmi rigorosamente siciliani tendenti a mettere in
-evidenza i costumi e la vita del popolo, quella del Marotta e del Perez
-era sempre favorita e coperta di applausi. Lì era il _genius loci_, il
-creatore e, se vuolsi meglio, il restauratore di un teatro che
-rispondeva al momento storico, e che ritraeva caratteri non mai fino
-allora con parola più incisiva, più colorita, più affascinante saputi
-cogliere ed incarnare. Questo _genius loci_, giova ripeterlo, era il
-Marotta.
-
-Ultimo e non indegno avanzo della vecchia Compagnia, Mario Montera
-proseguiva molto più tardi i miracoli artistici del suo bel tempo.
-Giovedì 25 dicembre del 1824, sui soliti luoghi di affissione di «Leggi
-ed Atti della pubblica Autorità» si leggeva il seguente:
-
- _Avviso teatrale_
-
-_Il genio, la tendenza naturale ai leciti ed onesti divertimenti, di
-questo cortese non meno che dotto pubblico hanno indotto il Capo comico
-Nazionale Mario Montera a riunire una compagnia di tutti nazionali atta
-ad esporre le solite burlette antiche in lingua nazionale, ossiano
-vastasate: e prevj i dovuti permessi, ha fatto erigere un teatrino nella
-via Bottari, il quale sarà titolato «Il Teatrino della Compagnia
-siciliana»._[98]
-
-[98] Palermo, Per De Luca. (Foglio volante).
-
-Il domani di Natale ebbe luogo la prima rappresentazione, alla quale
-altre ne seguirono negli anni dipoi quando Ferdinando II di Borbone,
-venuto a Palermo, ne intese parlare come di spettacolo tutto siciliano,
-che aveva pieno riscontro con quello di S. Carlino. Egli, che
-palermitano si ricordava di essere, e in Napoli era cresciuto e vissuto,
-non seppe resistere alla tentazione di vederlo: e lo vide. La commedia
-nazionale, la vastasata, era allora entrata (e forse fu distinzione d'un
-quarto d'ora) nel S.a Cecilia: ed il Re ci si divertì molto. Poca cosa
-parve l'intreccio; deficiente la catastrofe; «ma il dialogo,
-animatissimo; sorprendente l'attitudine dei comici, che in sostanza eran
-del volgo, e gli abiti ben il mostravano; e il dialetto talmente
-siciliano da rendersi difficile per gli stessi uditori siciliani, non
-che per un forestiero. Il Sovrano credette i comici più naturali di
-quelli che erano a S. Carlino, e ben credea»[99].
-
-[99] _Lettere su Messina e Palermo_, lett. XXXI, p. 129.
-
-Fu l'eco tarda ma pur sempre sonora e gradita di una voce che per lunghi
-anni avea tenuto desta l'attenzione del popolo palermitano nel secolo
-precedente, e che facetamente lo avea giocondato.
-
-Tre anni dopo, sotto la lettera V del _Nuovo Dizionario siciliano_ di V.
-Mortillaro si leggeva per la prima volta la voce _vastasata_ con questa
-spiegazione: «rappresentazione teatrale, che espone fatti popolari e
-ridicoli in lingua nazionale, sovente aggiungendo nel momento ciò che
-credono i recitanti a proposito, senza stare rigorosamente ai detti del
-suggeritore».
-
-Di questo teatro, nulla, proprio nulla ci resta: dolorosa constatazione,
-che non ha il conforto di una prova contraria.
-
-Che cosa è avvenuto delle due o tre dozzine di canevacci di commedie o
-anche delle commedie sceneggiate o scritte? Noi lo ignoriamo; ma se
-dobbiamo giudicare dall'unica che ci resta, il _Curtigghiu di Ragunisi_,
-quel teatro dovette rappresentare non solo il momento storico dianzi
-affermato, ma anche il momento sociale e letterario del nostro paese.
-
-Il momento passò, e nè la storia civile, nè la storia letteraria
-dell'Isola seppe fissarlo in un giudizio che a' ricercatori del passato
-desse ragione esatta di un titolo volgare, assurto alla importanza della
-commedia dell'arte tra noi.
-
-Non è guari la stampa palermitana, siciliana, italiana e financo estera
-a proposito d'un forte artista catanese e d'un valoroso scrittore di
-scene della vita del nostro popolo, diceva che noi non avevamo mai avuto
-un teatro dialettale: primo, anzi unico esempio, quello che si affermava
-sui teatri dell'Isola e del Continente col Grasso, coi suoi abili
-compagni e con l'esperto autore drammatico che dirigeva e presto tornerà
-a dirigere la comitiva. Quella stampa ignorava la storia di casa nostra,
-aggiungendo un altro ai cento errori ond'è purtroppo pregiudicata la
-conoscenza delle cose di Sicilia. No, non è vero che noi non avemmo mai
-un teatro popolare siciliano! Se poi il vecchio teatro siciliano si vuol
-paragonare col nuovo, probabilmente per trarne ragioni sfavorevoli al
-vecchio, allora si manca dei criterî elementari per giudicare che altro
-era il settecento, altro è il novecento, anzi manca addirittura uno
-degli elementi del giudizio. Un teatro dialettale, come abbiamo veduto,
-vi fu, e si credette così proprio e caratteristico della Sicilia che da
-tutti venne appellato _nazionale_: e _commedie nazionali_ furon dette le
-_vastasate_, sì perchè la Sicilia era pei Siciliani una nazione, e sì
-perchè pei dotti di essa, specialmente nel sec. XVIII, il dialetto
-voleva levarsi a dignità di lingua[100].
-
-[100] Cfr. il cap. _Accademie_ {p. 375}.
-
-E questa è storia!
-
-Spettacoli avventizî si vedevano nelle diverse stagioni dell'anno, e
-curiosi d'ogni classe vi godevano ora una mostra di dromedarî, di
-leopardi e di fiere africane ad essi ignote, ora macchinette automatiche
-e balli di orsi, ora giuochi atletici giammai visti, e stimati
-impossibili a forza umana, ed ora marionette d'una ingegnosa compagnia
-lombarda.[101]. Nel maggio del 1788 il patrizio palermitano Agostino
-Chacon dei duchi di Sorrentino esponeva statue parlanti, che sarebbero
-una meraviglia anche oggi non che al tempo che sorpresero V.
-Torremuzza[102]. Mentre Giustino Materangelis lucchese divertiva con
-fantocci curiosissimi, il napoletano Crispino Zampa eseguiva con altri
-fantocci di sua opera commedie, tragedie ed altre cose teatrali[103].
-V'era la riproduzione d'un bucintoro che chiamava gran numero di
-visitatori, e v'era un nano tedesco, che la madre presentava sotto il
-palazzo Cesarò, rimpetto il Salvatore, contro pagamenti diversi secondo
-che i visitatori fossero nobili, civili e di bassa gente.
-
-[101] _Villabianca_, _Diario_ edito ed inedito, anni 1773, 1777, 1789,
- 1790, 1794, 1797. Vedi anche i mss. di Casa Trabia.
-
-[102] _Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 450.
-
-[103] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.
-
-
-
-
- CAP. V.
-
-
- I MUSICI E LA LORO UNIONE. MUSICATE, ORATORII, CANTATE, DIALOGHI.
-
-La passione pel teatro derivava in parte dalla passione per la musica,
-come in tutta l'Isola così nella Capitale.
-
-Antica era in Palermo la Unione dei Musici (1679), fratellanza alla
-quale erano ascritti quanti «come strumentarii», o come cantanti, o come
-maestri, coltivassero l'arte dei suoni.
-
-La chiesetta di essi, dedicata a S.a Cecilia, loro patrona, scompariva
-al sorgere del teatro di questo nome (1693), destinato alle opere
-musicali. Da quella Unione si direbbe partito il movimento artistico di
-questo genere in Sicilia; ad essa mettevano capo le esecuzioni musicali
-profane e sacre, di camera e di chiesa, pubbliche e private, dalle più
-modeste alle più solenni. Nel settecento i migliori componenti della
-Unione venivano dal Conservatorio del Buompastore.
-
-In virtù di una bolla pontificia una metà dei fanciulli di questo
-Ospizio si consacravano alla musica vocale e strumentale, ed eran facili
-a distinguersi per una specie di lunga veste e per un mantello di panno
-turchino, che li copriva; onde il titolo di _turchini_.
-
-Ogni anno, la mattina dell'11 luglio, usava dagli alunni cantare pel
-Cassaro in onore di S.a Rosalia un inno composto da uno di loro, e con
-questo canoro spettacolo s'inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e
-Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo Giliberto (1788),
-Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora e Raffaele Russo (1795-1797),
-Ignazio Taranto (1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo
-musicarono codesti inni, ispirati da gentile sentimento di devozione e
-forse da un po' di vanità.
-
-Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale omaggio; e la lista
-è onorevole per l'arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto
-a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795);
-Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a
-Lucia, musicò un'opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di
-note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e
-quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia
-si affermò con l'arguta sua opera i _Tre Eugenj_. Il favore del pubblico
-accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della _pietra simpatica_.
-Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato,
-godeva non immeritata fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri
-ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l'_Ezio_ (1777), la
-_Semiramide_ (1785), la _Troja distrutta_ (1778), l'_Armida_ (1786) fece
-ammirare all'estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui
-Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli
-_Amanti alla prova_ (1784); con la _Didone abbandonata_ (1786), in
-Brunswick; con _Il Bertoldo_ (1787) qui pure passava ai servizî di S.
-M., mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore artistico,
-conseguiva l'invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton;
-onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno
-contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la
-facea grande l'amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.
-
-Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e
-di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate
-profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima
-degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi
-giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure
-mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei
-quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare;
-periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per
-celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le
-professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle
-confraternite vespri e messe cantate, funerali e _tedeum_. È stato
-rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell'anno
-erano feste patronali[104].
-
-[104] _Guerra_, _Stato presente della Città di Messina_, Napoli, 1781.
-
-Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne
-stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S.
-Filippo Neri c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a
-profitto a larghi intervalli[105]. Per tal modo, il vecchio, dopo il
-silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e _Il trionfo di
-Giuditta_ davasi la mano con _Il trionfo della Religione_; _La morte di
-Assalonne_ con _La morte di Saulle_ o con _La morte di Sansone_,
-_Sisara_ con _Sedecia_, _Abramo_ con _Giacobbe_, e l'uno e l'altro con
-_Atalia_. La _Passione di N. S. G. Cristo_, «poesia dell'Abbate Pietro
-Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello,
-Maestro di cappella napolitano»; _i Pellegrini del sepolcro di N. S._
-«del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig.
-D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il
-Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie
-del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano
-Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, non
-ostante l'alta sua posizione artistica ed economica, non negava l'opera
-sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell'Olivella facevano gola a
-chicchessia.
-
-[105] Possediamo un bel volume, contenente una trentina di queste sacre
- azioni. La collezione porta la data del 1806 e del 1807 (vi sono
- oratorî anche nel 1810); ma si tratta di ristampe. La sola Iª parte
- del _Trionfo della Religione_ è «per le stampe del Barravecchia,
- 1807».
-
-Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne
-legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano
-accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere
-ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la
-musica ad un oratorio sacro»[106]: delittuoso stratagemma non unico nè
-raro.
-
-[106] _La morte di Sansone, dramma per musica ecc. da cantarsi
- nell'Oratorio dei RR. PP. della Congregazione di S. Filippo Neri.
- Parte I._ In Palermo, nella stamperia del Solli.
-
-L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo
-rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito
-in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso
-con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale.
-Siamo alla vecchia _frottola_, nome che parrebbe non doversi intendere
-come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno
-all'uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione,
-scriveva: «12 luglio 1779. La _flotta_ dei musici andò a farsi la
-comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio
-1780: «_flotta_ dei musici della Unione di S. Cecilia per il
-Cassaro»[107]: donde il sospetto che non si tratti di una _frottola_
-poetica, ma di una _frotta_, di una moltitudine, di persone che andavano
-cantando un inno, una canzoncina. I _Capitoli_ della Unione però
-nell'indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi
-musici così cantanti come strumentarj di tasto, d'arco e di fiato e
-maestri di cappella abbiano da intervenire all'offerta... cantando e
-suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal
-Superiore»[108].
-
-[107] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 331; XXVIII, p.
- 30.
-
-[108] _Capitoli o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto titolo di
- Santa Cecilia, nuovamente raccolti ed ordinati, e dopo le conferme
- di molti Viceregnanti approvati dall'Ecc.mo Sig. Vicerè Giovanni
- Fogliani_, cap. XIX. In Palermo, MDCCLXII. Nella Stamperia dei SS.
- Apostoli presso P. Bentivenga.
-
-Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in conclusione potrebbe
-aver avuto due significati.
-
-Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella
-ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti
-gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor
-volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a
-sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di
-Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto
-prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra
-l'esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:
-
- Nell'ottangula piazza insemi accampa
- Di canora assemblea quattru parchetti
- Remora duci in cui cu' passa inciampa[109]
-
-[109] _G. Gargarosso_, _La fidilissima Sicilia e lu so invittu Munarca
- Filippu V_, p. 8. In Palermo, pri Filici Marinu, 1711.
-
-Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti, ma confermavano la
-inclinazione loro alla melodia ed il largo esercizio dei cultori di
-essa. Come poi il lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo,
-molti signori facevano della scelta musica di componimenti lirici e
-drammatici nelle loro ville e nei loro palazzi.
-
-Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da vivacchiare, il mestiere
-di virtuoso, messo in dubbia luce dal vieto motto: _musici et cantores
-miserrime vivunt_, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali erano
-un'irrisione; e basta dire che per le messe cantate di S. Rocco e di S.
-Sebastiano il Senato pagava tre onze e due tarì, e «per l'associo del
-Divinissimo il giorno del _Corpus Domini_» quattr'onze e dodici[110]; ma
-tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè i musicisti crescessero a
-dismisura.
-
-[110] _Riforma fatta dalla Regia Giunta_, p. 21. In Palermo MDCCXCI.
-
-Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva ogni giorno un
-caffè d'allora nella Piazza Vigliena, «frequentato soverchiamente da
-questi fertili professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero[111].
-
-[111] _Santacolomba_, _La Educazione della Gioventù_ ecc. p. 44.
-
-L'ultima riforma dei _Capitoli_ dell'Unione dei Musici (1762) si vede
-soscritta da 104 confrati, oltre dieci altri aggregati posteriormente.
-Un esemplare di questi _Capitoli_, appartenente alla Unione medesima, ha
-delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un momento[112]. Parecchi
-confrati erano sacerdoti, forse organisti, od anche cantanti di chiesa.
-Alcuni aveano lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d'Europa
-vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese, sonatore d'organo e di
-violino, bandito, andava ramingando fuori regno. Longevi non pochi di
-essi, morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad oltre 90 (D.
-Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe Biundo). Farà certo
-meraviglia il sapersi di quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli,
-probabilmente non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino Dulena, D.
-Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non nuova affatto per la Sicilia,
-viene da fonte ufficiale, e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di
-questi quattro, lo Scivoli, occupava l'alto ufficio di Unito maggiore,
-cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati consorti in spadoneria, non
-uno ebbe lunga vita, essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni
-di età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano delle voci
-femminili di sopranini e contralti, ci vuol poco a supporre la esistenza
-di quei disgraziati; i quali peraltro venivano ufficialmente ammessi
-dalle antiche _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore_[113], e
-rimasero in un motto di dispregio, divenuto oramai storico[114].
-
-[112] Vedi nota seguente.
-
-[113] Cap. XVII, p. 39.
-
-[114] Vedi il nostro opuscolo, _Modi Proverbiali ecc. di Palermo_, n. 13.
- Palermo, 1902.
-
-Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento della loro Unione
-da parte di tutti i Vicerè succedutisi dal 1679 alla fine del sec.
-XVIII, aveano obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni
-del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18 di entrata e tarì 3 il
-mese, ora, nello scorcio del secolo, per le comuni strettezze ne
-pagavano 9 di entrata e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie,
-argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli accompagnamenti
-funebri. Ammalati, se non eran debitori verso la Compagnia, avean
-diritto alla assistenza sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un
-sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare altri cadaveri
-fuori di quelli dei loro confrati, sotto la pena fortissima di 30 onze
-di multa. Alle spese occorrenti per l'annuale oratorio in onore della
-protettrice S.a Cecilia potevano far fronte con gli introiti del Teatro
-di loro proprietà, come a quelli per la offerta di S.a Rosalia con gli
-«introiti delli lucri d'organi ed orchestra»[115].
-
-[115] Si consulti l'esemplare dei _Capitoli_ cit., posseduto dall'Unione
- dei Musici, per dono fatto il dì 21 sett. 1894 da Giovanni Pitucco.
- Questo esemplare per le note a penna che contiene ha valore di
- documento originale.
-
-Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro proprio,
-rappresentato dall'Auditore generale, abilitato a decidere «così per
-l'osservanza dei Capitoli come per l'occorrenza di tutti i virtuosi
-musici accollati in detta Unione tanto _attive_ quanto _passive_»[116].
-
-[116] _Capitoli_ cit., p. 5.
-
-La _Calata dei Musici_, rimpetto la fontana Pretoria, sul Cassaro, luogo
-di convegno ordinario, era tuttodì piena di siffatti virtuosi. Vi
-avresti incontrato maestri valenti di musica e soprani, contralti,
-tenori, e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore specie, ai
-quali, dal più al meno, erano familiari l'oboe ed il violino, il fagotto
-e la tromba, il flauto ed il corno di caccia, la chitarra francese, il
-mandolino ed il contrabbasso, oltre l'immancabile organo ed il
-prediletto cembalo[117].
-
-[117] Un giornale del 1794 parla d'un cembalo di Grimaldi ad ottava
- stesa, che arriva nei cantini _al delasolrè_.
-
-Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk si videro per la
-prima volta i piattini di metallo, certi particolari tamburi e timpani e
-triangoli, e ne fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe
-di Resuttano (1769)[118]. Questi strumenti di recente introduzione
-aveano chi sapesse maestrevolmente maneggiarli ed ingrossavano la
-falange dei sonatori nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato non
-si risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci musici ordinarî della
-guardia pretoria, non fa nulla: altri istituti aveano di che vantarsi di
-nuovi strumentisti.
-
-[118] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 109.
-
-La musica del teatrino senatorio nella Marina dal giorno di S. Giovanni
-(24 giugno) alla Esaltazione della S.a Croce (14 settembre) per tutte le
-sere di estate ricreava ogni buon palermitano[119].
-
-[119] Per tutta l'estate questa musica costava al comune 130 onze
- (_Riforma_ cit., p. 23).
-
- Essa cominciò, nella medesima Marina, nel 1591, quando, aperta la
- strada Colonna, il Senato vi fece passare pei mesi di
- giugno-settembre, esclusi i venerdì, i virtuosi che solevano sonare
- nel palazzo pretorio nei giorni di lunedì o mercoledì. Ciascuno di
- essi godeva un salario di onze 30 e n'ebbe aggiunto un altro di
- onze 6. E qui giova notare che prima di quell'anno, fino al 1583,
- in cui rovinò, luogo di diporto e di svago estivo, specialmente o
- forse esclusivamente per le signore, era il terrapieno sulla Cala,
- rimpetto il Castello a mare, dalla parte settentrionale, dove ora è
- S. Spirito, chiamata la _Sala delle dame_. Vedi _A. Flandina_, _La
- Sala delle Dame in Palermo_ (Pal. 1879).
-
-Per alcuni anni tra una sonata e l'altra del teatrino, la Domenica, ve
-n'era sul mare, in un gozzo carico di sonatori da fiato, che con dolce
-lentezza solcava le acque d'argento come barca di fate in un lago
-incantato. La chiamavano _notturna_, e ne rendevano illimitata lode al
-senatore Barone Calvello, delegato per la musica cittadina[120]. Nella
-Villa Giulia altra banda musicale, già nota ai nostri lettori, per
-legato perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori appassionati,
-come nelle sere d'estate donne ed uomini non invitati da nessuno
-s'abbandonavano al canto di deliziose ariette[121].
-
-[120] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 172-173.
-
-[121] Vedi v. I, cap. XXV.
-
-E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori accrescevasi
-mano mano che si entrava e progrediva nel nuovo secolo. In poco volger
-d'anni eran già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî e
-del Piticchio non cessava di regalare ai sempre numerosi uditori. Più in
-qua, tra un pezzo e l'altro si canteranno, con accompagnamento di
-mandolini e di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente seria
-d'oggi rimarrà scandalizzata della profanazione del palchetto municipale
-per via di queste canzonette dialettali; ma i nostri nonni non ne
-rimanevano niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione
-naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche l'intervento di questa
-banda musicale sarà sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il
-quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso) nelle
-ricorrenze ecclesiastiche più solenni.
-
-Per questo beninteso amore all'arte dei suoni molte case signorili
-tenevano per propria ricreazione un'orchestra. La Resuttano era di
-queste: perchè il Principe nudriva un gusto squisito d'arte, come una
-intelligente predilezione per le lettere.
-
-Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano a titolo
-di lode Carlo Cottone di Castelnuovo, Girolamo Grifeo di Partanna, Gian
-Luigi di Paternò, Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della
-Nobiltà.
-
-Nei palazzi, continua era l'eco di dialoghi e di cantate, occupazione
-geniale di maestri abilissimi e di dilettanti esperti. I salotti della
-più eletta cittadinanza risonavano della miglior musica del tempo, canto
-e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli strumenti obbligati
-ad arco, disimpegnati anche dagli alunni del Conservatorio del
-Buompastore. Il signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le
-nostre chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre gli autori più
-illustri. Piticchio si alternava con Alessandro Scarlatti, Zingarelli
-con Guglielmi, Paisiello con Cimarosa. Via via che la musica piegava a
-forme nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad
-accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di arie e di
-madrigali, di canzonette e di romanze, produzione manoscritta che si
-diffondeva per copie, tenute poco men che originali. Le molteplici
-vicende delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio; ma
-sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella Biblioteca del R.
-Conservatorio di Musica.
-
-Non era artista di canto o di strumento che non trovasse ammiratori e
-protettori. Un violinista celebre, venuto di Terraferma, col pagamento
-di tre tarì a persona dentro il refettorio del convento della Gancia
-diede un'accademia e potè contare sopra un introito netto di trent'onze.
-Chi avrebbe sognato allora che per accademie simili si sarebbe pagato un
-giorno sette volte di più!
-
-Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.a Cecilia allietava con un
-trattenimento di arie, _rondeaux_, concerto di strumenti, duetti,
-ecc.[122]. Altri ed altri ancora trovavano accoglienze oneste e liete;
-sì che Antonio Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino per
-le corti d'Europa, negli ultimi anni di sua vita sceglieva Palermo come
-sua seconda patria, «non indegno di stare accanto al maggior sonatore
-d'arpone che si fosse mai sentito», il palermitano Michele Barbici, di
-cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli o altrove con gran plauso i trii
-ed i quartetti»[123].
-
-[122] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.
-
-[123] _Forno_, _Opuscoli_ cit., II, p. CCLVI.
-
-
-
-
- CAP. VI.
-
-
- LA BOLLA DELLA CROCIATA.
-
-«Nel 1556 i Sovrani di Sicilia ottennero dai pontefici il privilegio di
-vendere e distribuire le bolle di Pio IV nella occasione della guerra
-contro i Mori. Per gratitudine di questa concessione Filippo il Prudente
-fece un'annua assegnazione alla fabbrica di S. Pietro in Roma di scudi
-romani 1666».[124]
-
-[124] _Ortolani_, op. cit., p. 49.
-
-Sulla fine del sec. XVIII col pretesto che si dovesse dar la caccia alle
-galere turchesche, gl'introiti di questo privilegio li volle per sè Re
-Ferdinando, il quale sapeva bene quel che voleva, perchè quegl'introiti
-costituivano una bella sommetta.
-
-L'acre Giuseppe Gorani nel 1794 scriveva che la Sicilia pagava per
-questo quarantunmila ducati all'anno[125]. Se dicesse la verità, sel
-veda chi ha modo di approfondire questa forma, poco o niente finora
-studiata, di sfruttamento governativo dell'Isola. Più tardi, nel 1813,
-l'Ortolani affermava lo introito annuale delle bolle 45000 onze, pari a
-ducati 135 mila; e senza dubbio egli parlava della Bolla in tutta la
-Sicilia e non nella sola Palermo.
-
-[125] _Gorani_, op. cit., t. I, p. 47.
-
-Questa cifra, per chi vi si fermi sopra con attenzione, è molto
-interessante. Quarantacinque mila onze valevano mezzo milione di bolle;
-e mezzo milione di bolle rappresentavano cinquecentomila Siciliani
-sollecitanti la licenza dell'uso delle carni, delle uova, dei caci, del
-latte ecc. La popolazione d'allora, in tutta l'Isola, era di 2 milioni;
-sicchè una quarta parte di essa cercava di mettersi in regola con la
-chiesa, con la propria coscienza e anche col proprio stomaco per quanto
-poco fosse esigente. Poteva, è vero, partecipare alle ragioni
-dell'acquisto il timore di essere scoperti trasgressori d'un precetto
-chiesastico, che è quanto dire civile e magari politico; ma al religioso
-non prevaleva certamente il timore delle pene corporali dell'autorità
-civile e politica. Nessun credente, nessun suddito fedele di S. M.
-avrebbe sognato di sottrarsi al compimento dei più elementari doveri
-religiosi, nei quali pietà, devozione, culto si confondevano in un
-pensiero indefinito, in aspirazioni ataviche molto vagamente mantenute.
-Se poi questo pensiero fosse espressione fedele d'un sentimento
-schiettamente religioso, non è luogo opportuno d'indagare.
-
-Vicerè il Marchese Caracciolo, un real dispaccio del 15 febbraio 1783
-aboliva l'intervento senatorio alla solenne proclamazione della Bolla;
-ma un dispaccio posteriore lo ripristinava. Così, mentre si manteneva
-intatto il divieto precedente, della partecipazione del Magistrato
-civico alle quarantore del Monte Pellegrino (14 settembre), tornava ad
-imporsi quello della grande festa della Bolla[126], evidentemente perchè
-se ne accrescesse la pompa, e con la pompa le entrate a beneficio del
-Sovrano.
-
-[126] _Provviste del Senato_, a. 1783-84. p. 429.
-
-Ed ecco, come pel passato, questa cerimonia nelle domeniche di
-Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima, ripetersi con tutto
-l'apparato religioso, civile e militare, onde per lunghissimo volger
-d'anni era stata accompagnata.
-
-Trattavasi della pubblicazione d'un indulto pontificio a favore di chi
-per ragion di salute volesse in quaresima _cammaràrisi_, cioè mangiar di
-grasso. Ma questo indulto, che pur concedeva beneficî religiosi non
-comuni, portava con sè qualche obbligo materiale e spirituale in chi lo
-cercasse. Egli dovea per l'acquisto della Bolla, cioè della licenza, 52
-grani (L. 1,11) e compiere speciali pratiche devote, visitando in dati
-giorni, per un dato numero di volte, alcune chiese designate.
-
-Per ciò appunto l'opera del Senato era non che cercata ma voluta. Il
-gonfalone della SS. Crociata veniva sorretto da un prete, avente allato
-un tesoriere (_erario_) dell'Arcivescovo, il quale portava in mano una
-bara, entrambi, prete e tesoriere, eran preceduti da dodici chierici, o
-_jàconi_ rossi (_russuliddi_), in cotta.
-
-Non ostante che adusato a cosiffatti spettacoli, il pubblico grosso e
-minuto s'affollava innanzi al palazzo arcivescovile, ove la lieta
-novella dovea primamente darsi. Tamburini e trombetti senatorii, agli
-ordini del Cerimoniere del Senato, ad un cenno di lui sonavano: e D.
-Girolamo De Franchis con chiara e roboante voce leggeva: _Il Sommo
-Pontefice si è degnato concedere l'uso dei latticini e delle carni nella
-prossima Quaresima_. Ma perchè il Cerimoniere del Senato e non altri
-dell'Amministrazione della SS. Crociata? Perchè il Senato entrava in
-tutto e per tutto, ed il suo Cerimoniere stavolta era anche Banditore.
-
-La cavalcata (giacchè tutta questa gente andava su muli e cavalli che
-richiamavano a quello dell'Apocalisse) sfilava verso il Palazzo
-vicereale. Al corpo di guardia, Don Girolamo rileggeva, e tosto, per la
-piccola piazza (_Chiazzittedda_), via di Porta di Castro e Ponticello,
-fino al Palazzo Pretorio. Terza lettura e terza ripresa di via, stavolta
-per l'abitazione del Tesoriere della Crociata, donde, dopo una quarta ed
-ultima lettura, alla Cattedrale ordinaria o provvisoria. Allora le tre
-autorità principali potevano esser soddisfatte dell'omaggio reso loro;
-ma il Tesoriere lo era più di tutte, e per quei giorni non capiva nei
-panni.
-
-Così preannunziata, la Bolla veniva più tardi, in un gran foglio
-stampato, con ogni maniera di solennità, condotta in giro pel Cassaro.
-Il Senato in carrozza, e dietro ad esso, ufficiali nobili s'avviavano
-alla graziosa chiesa di S. Francesco d'Assisi. Quattro canonici lo
-ricevevano alla porta; il Cerimoniere gli esibiva l'acqua santa; i
-tamburi e lo stendardo col Crocifisso dipintovi sopra si mettevano in
-moto; gli Orfani dispersi, gli Orfani di S. Rocco, i frati Conventuali,
-i Chierici del Seminario, seguivano, e con essi il Capitolo col suo
-araldo, i tre vivandieri, uno dei quali in cappa magna con un quadretto
-della Madonna in mano. Penultimo gruppo: _jàconi_ rossi, paggi del
-Pretore e del Vicario, e in mezzo, con la tanto celebrata Bolla, in
-insegne canoniche, il Ciantro, fiancheggiato dall'Assessore e dal
-Maestro Notaro della Crociata.
-
-Ultimo gruppo: Mazzieri, Maestro di Cerimonie del Senato, Senatori coi
-loro ufficiali nobili e civili, contestabili e trombetti e sonatori di
-oboe e lunga tratta di gente.
-
-Entrati in chiesa, tutti erano al loro posto. Ad un lato il Vicario
-generale o il Ciantro; all'altro, il Senato. Inchini rispondevano ad
-inchini: e quando tutto era in ordine, e fin la Bolla appesa innanzi al
-Crocifisso, la cerimonia aveva il suo epilogo in una gran messa,
-intramezzata da un sermone, che celebrava i beneficî provenienti dallo
-indulto stato concesso.
-
-L'incarico di questo sermone era ambito e sollecitato anche da
-predicatori sommi. Il Senato, che soleva far sempre le spese, stavolta
-(rara eccezione) non ne faceva nessuna; bastandogli solo di metter di
-suo la pompa pretoria. Chi pagava invece era l'Amministrazione della
-Crociata, la quale compensava il panegirista dell'opera con quattr'onze
-d'argento (L. 51), una risma di carta bianca (di quella che oggi si dice
-_protocollo_), un mazzo di penne d'oca e cinque copie della Bolla: un
-bel regalo davvero!
-
-Una volta il predicatore designato non comparve. Era già l'ora della
-funzione, e tutti si guardavano in viso tra maravigliati del ritardo e
-contrariati che non si potesse udire la tanto attesa orazione
-panegirica. Ed ecco farsi innanzi verso il Commissario un sacerdote, ed
-offrirsi di supplire il ritardatario. L'offerta, manco a dirlo, è
-subito, ma non senza una tal quale diffidenza, accettata. Il ben
-arrivato ecclesiastico sale sul pergamo e fa una orazione del seguente
-tenore: «Sua Santità, inesauribile nelle sue grazie, ne ha concesso una,
-cristiani dilettissimi, che non ha l'eguale nel mondo universo: ha
-accordata la Bolla, per poter ogni fedele _cammàrarsi_, e con questo, ha
-pure mandata la indulgenza plenaria. Così egli ha aperto, ma che dico io
-aperto? spalancato il tesoro delle celesti grazie. Per questo tesoro non
-v'è prezzo. Eppure, se sapeste, uditori umanissimi, quanto poco si paga
-una parte di questo tesoro, la Bolla della SS. Crociata! Ditelo voi!...
-Forse cent'onze? No: figli miei; non si permette cotanto dispendio.
-Forse cinquanta?... Neanche. Lo pagherete venti, dieci onze? Neanche
-questo. Potreste allora pagarlo cinque; ma la inesauribile carità del
-Padre dei fedeli non può consentire a tanta spesa. E allora nè cento, nè
-cinquanta, nè venti nè dieci, nè cinque, si potrà pagare un'onza. Oibò,
-neanche la metà, fratelli dilettissimi, neanche un quarto d'onza!
-Sbalordite! Tanto tesoro, che vi consente di mangiar carne e latticinî
-durante la prossima Quaresima, tanto tesoro si paga solo cinquantadue
-grani!....»[127].
-
-[127] Storico anche questo; l'abbiamo raccolto dalla bocca di vecchi
- canonici della Cattedrale di Palermo, uno dei quali vive ancora.
-
-Contro l'ammonimento consacrato nel solito cartellino attaccato alla
-porta delle chiese:
-
- Se vuoi placar di Dio la maestate offesa,
- Sta con silenzio e riverenza in chiesa.
-
-uno scoppio d'ilarità risonò per le ampie volte del tempio. Il vecchio
-Arcivescovo Mons. Sanseverino strinse con forza le labbra; il giovane
-Pretore Duca di Cannizzaro sorrise con tutto l'Eccellentissimo Senato: e
-le quattr'onze in argento, e la risma di carta, e le penne d'oca, e le
-cinque bolle furono con inusitato piacere mandate fino a casa
-dell'arguto o semplice oratore. Egli se le era ben meritate!
-
-Abbiamo detto che il Senato faceva sempre le spese: e dobbiamo un
-chiarimento della nostra affermazione.
-
-Le funzioni non solo profane ma anche sacre erano senza numero, ed il
-Comune non poteva disinteressarsene. Lasciarne passare una senza
-concorrervi operosamente, che è quanto dire spendendo, era un'offesa
-alle tradizioni religiose della Città. Molte cose abbiam trovate in
-proposito rovistando vecchie carte d'archivio: e più volte ci è venuto
-sulle labbra l'antico motto: _Cappiddazzu paga tuttu!_ Senza uscir di
-sagrato, ricordiamo che per le processioni senatorie per quelle delle
-chiese secolari e regolari la sola cera impiegata ammontava a poco men
-che diciotto quintali (presso a chil. 1440), la quale al prezzo di tarì
-8, gr. 12 il rotolo (L. 365 il chil.) raggiungeva la cospicua cifra di
-circa milledugentotre onze (Lire 15.325,50), divenuta un terzo di più
-nel 1808 per l'aumento di prezzo del genere. Nè c'è da sospettare di
-arbitrî di senatori, o di compiacenze verso preti e frati, perchè quella
-dozzina e mezza di quintali di cera era stata, come _ultima ratio_,
-ritenuta spesa obbligatoria dalla famosa _Riforma_ governativa del
-1788[128].
-
-[128] _Riforma_ cit. (a p. 106 del v. I di quest'opera), p. 60. -- _I.
- Sala_, _Dimostrazione dello Stato del Patrimonio del Senato di
- Palermo, presentato alla Giunta eretta pella fissazione del detto
- Patrimonio_. Ms. dell'Archivio Comunale di Palermo.
-
-E lasciando altri particolari, torniamo alla Bolla.
-
-Al domani della funzione, questa veniva messa in vendita. Ogni buon
-padre di famiglia si affrettava a provvedersene, e ad apporvi il proprio
-nome, recitando a tempo e a luogo alcune orazioni, e pregando non solo
-pel Sommo Pontefice, ma anche pel Re, che, a conti fatti, era l'unico
-beneficato, come quello che si scroccava somme colossali, e benedizioni,
-non si sa quanto sincere, dei suoi sudditi.
-
-Il desiderio di mangiar di grasso stuzzicava sovente i cittadini a
-procurarsi in varie guise l'autorizzazione del cibo proibito.
-
-Abbiamo in proposito un documento abbastanza curioso e molto
-caratteristico. Gl'impiegati tutti, dal nobile Spedaliere al guattero
-della cucina, dell'Ospedale celtico di S. Bartolomeo (oggi Istituto dei
-Trovatelli) e di altri spedali e spedaletti della Città, il dì 6
-febbraio del 1799 si rivolgevano al Cardinale Arcivescovo di Napoli, a
-ciò delegato dalla S. Sede, perchè consentisse loro, mercè l'acquisto
-della Bolla, l'uso delle carni e dei grassi per la Quaresima e per ogni
-altro giorno proibito (vulgo _proìbitu_) dell'anno. Il documento è
-questo:
-
-«L'Ospedaleri, li Professori maggiori fisici e chirurgi, li Pratici
-fisici e chirurgi, l'Infermieri e Cappellani, li Ricordanti,
-l'Aromatarj, li Maggiordomi, li giovani di assento, li cuochi, li
-massari, li serventi dell'uno e dell'altro sesso, li lavandare, li P.P.
-Cappuccini e tutte le persone addette al servigio dell'Ospedale di S.
-Bartolomeo, l'Incurabili e dell'Ospedale dello Spirito Santo con suoi
-annessi e dipendenti ospedaletti della città di Palermo in Sicilia,
-umiliano alla E. V. che havendo supplicato al di loro Arcivescovo di
-accordargli (_sic_) _in perpetuum_ la grazia di poter mangiar carne in
-tutti i giorni proibiti dell'anno, come sono Venerdì, Sabati, vigilie,
-quattro tempi e quaresima, per essere li viveri di mezzo scarsissimi,
-per le laboriose fatighe che sono nelli detti ospedali col prossimo
-pericolo di perder la vita; per altro non spirano se non aere
-mercuriale, risposegli non aver tale facoltà. Supplicano pertanto V. E.
-affinchè quale special delegato di S.S. Pio VI gli facesse la grazia
-accordargli _in perpetuum_ la dispenza suddetta, di poter mangiar carne
-colle loro famiglie e rispettive commensali in tutti i giorni proibiti
-di sopra descritti coll'obbligo espresso però di doversi provvedere
-ogn'uno di essi della Bolla della SS. Crociata. Lo supplicano ecc.».
-
-Si rileva da qui che la grazia volevasi in perpetuo e per tutte le
-famiglie dei sanitarî, degli ecclesiastici e degli inservienti:
-privilegio che non aveva esempio nel genere. S. Eminenza esaminò la cosa
-e concesse[129] ma S. Maestà non dovette saperne nulla, altrimenti forse
-se ne sarebbe risentita come di concessione lesiva degl'interessi dello
-Stato o, meglio, suoi.
-
-[129] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1799., pp. 269-71.
-
-
-
-
- CAP. VII.
-
-
- QUARESIMALI E QUARESIMALISTI. ESERCIZI SPIRITUALI.
-
-Ed entrava la Quaresima col treno formidabile delle sue prediche.
-
-Il funebre _momento_ era il primo passo verso la reazione ai baccanali.
-Sulle fronti belle, forse fino a poche ore innanzi sfiorate da ardenti,
-furtivi baci, cadeva la grigia cenere ad iniziare un periodo di moleste
-resipiscenze, pausa per alcuni, eternità per altri, soliti a giocondarsi
-della vita allegra.
-
-Da cento pulpiti, per cento bocche, con pertinacia di sciupata rettorica
-si lanciavano sugli ascoltatori parole blande e voci roventi, a coprir
-l'eco tuttora indistinta degli urli dei passati giorni. E le mani si
-agitavano irrequiete, ora energiche nell'accusare, ora calme nel
-discutere, ora stringenti nel persuadere, sicure nel promettere e
-fiduciose nello sperare.
-
-La severità dei richiami poteva, è vero, determinare a rigori corporali;
-ai quali però la fiacchezza di perseveranza toglieva ogni carattere di
-profonda convinzione. Come soffocati, recenti ardori intiepidivano;
-desiderî indiscreti tacevano, ed un senso di misticismo nasceva talora
-nell'animo di chi meditava: e la meditazione era agitazione di spirito
-irrequieto, non lontana dal finire in vera, ma effimera contrizione.
-
-Ma noi viaggiamo per un campo fantastico, dal quale, per indole nostra e
-per la natura schiettamente oggettiva di questo lavoro, ci siam tenuti
-lontani. Proseguiamo invece per via di fatti la vita dei nostri
-bisnonni.
-
-Preoccupazione costante, ed insieme occupazione gradita, era quella del
-quaresimale nella chiesa madre, la quale, come il lettore sa,
-nell'ultimo ventennio del secolo era provvisoriamente a Casa Professa.
-
-Il Senato non trascurava mai di fare, con la intesa del Capitolo e
-dell'Arcivescovo, la nomina del quaresimalista, nomina ordinariamente
-anticipata di otto anni sulla data della recita del quaresimale. Nel
-1782 P. D. Felice Testa della Congregazione dei Celestini veniva eletto
-pel 1790; nel 1783, P. D. Pietro Rottigni somasco pel 1791; nel 1784, P.
-Alberto Tozzi dei Predicatori pel 1792, e via discorrendo.
-
-Gli è che Palermo, città di primo ordine, Capitale del Regno di Sicilia,
-dovea pensare bene a chi affidar così grave compito; e chi dovea
-disimpegnarlo non poteva essere il primo venuto, o l'ultimo arrivato.
-Palermo avea persone che intendevano, uditorio intelligente e di gusto,
-che non si contentava, nè poteva contentarsi di chicchessia. Nei suoi
-pergami eran saliti in ogni tempo i principali oratori d'Italia,
-chiamati dall'autorità del Senato, allettati dalla riputazione che ad
-essi veniva dall'eservi saliti, dicitori di merito incontestabile.
-
-V'era poi una ragione considerevole per la oculatezza da mettersi nella
-scelta: il paragone con i quaresimalisti di altre chiese, nelle quali
-usava ammirare veri campioni della sacra eloquenza. Il pubblico
-accorreva alle due chiese come a due teatri: e voleva giudicare _de
-auditu e de visu_ dell'uno e dell'altro.
-
-Certo non era il quaresimalista d'una parrocchia privilegiata che poteva
-imporre soggezione. Questo, nominato bensì dal Senato, era un oratore di
-secondo o di terz'ordine: e solo le deliberazioni del civico consesso ne
-serbano ricordo. Quelli che davan da fare erano invece i Domenicani ed i
-Filippini, i quali al predicatore ufficiale della metropolitana
-contrapponevano i migliori loro _soggetti_; e se non li avevano del
-proprio ordine, li facevan venire da altri del clero regolare e secolare
-pur di averli e di gareggiare. Tanto lusso obbligava a spese, ed i frati
-Domenicani ed i padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri le facevano per
-superarsi tra loro.
-
-Anche le monache si volevano mettere in evidenza, ed entravano nella
-gara: quelle della Martorana specialmente, alle quali tornava
-graditissimo il trionfo del loro quaresimalista sull'altro del Duomo,
-come qualche volta ai Teatini di S. Giuseppe dovevano tornare d'infinito
-piacere i trionfi oratorî della loro chiesa.
-
-Non ostante le mal celate velleità del primato nel genere, due chiese
-soltanto se lo palleggiavano contrastando anno per anno: la Cattedrale e
-l'Olivella!
-
-La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I devoti, gli _habitués_,
-accorrevano numerosissimi ad ascoltarli; volevano studiarne la mimica e
-la parola, la scienza e l'ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio
-veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni e nei caffè; e la
-curiosità, come nasceva negli assenti, così acuivasi in coloro che gli
-aveano uditi e non se n'erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed
-il contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi oratori, dei
-quali ben a ragione il proverbio siciliano: _Tinta dda matri c'havi lu
-figghiu pridicaturi!_ compiange le genitrici; giacchè non v'è persona
-che più dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da quelli che
-meno la intendono. Alla simpatia o all'antipatia del pubblico varie
-circostanze concorrevano tutte più o meno forti: la nazione del
-predicatore l'ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche
-reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche e più le
-esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo che agli artisti da
-teatro, fatti segno di calorosi applausi e di tacite disapprovazioni.
-Nel 1785 un genovese che predicava nella chiesa dell'Olivella
-soppiantava un napoletano al Duomo; dove anche l'anno seguente un altro
-soccombeva a quello della medesima Olivella. Nel 1787 la logomachia
-sostenevasi tra di valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi
-del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei. Il sac. Gaetano
-Burlò nella chiesa di S. Giuseppe superava di gran lunga i suoi emuli;
-di che fu un gran discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti
-tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle assemblee e
-nelle riunioni. Si era pensato in tempo debito (1791) a P. Pietro
-Rottigni dei padri Somaschi; ma all'ultima ora, dopo sette anni dalla
-nomina, egli mandava scusandosi di non poter venire. Fu una
-indelicatezza imperdonabile, che fece andare su tutte le furie il signor
-Pretore ed il nobile Senato. Che cosa poteva quindi fare P. Matteo
-Aceto, invitato improvvisamente, poco prima della Quaresima? Si erano
-messi gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n'era fatta la
-elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n'era andato all'altro mondo,
-e fu fortuna che P. Gaspare da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il
-tardivo e gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa lode.
-
-Al giunger dei Reali in Palermo, l'intervento loro alle sacre concioni
-assumeva carattere di pubblica dimostrazione a favore del P. Domenico
-Maria Sances dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al Gesù, Casa
-Professa, mentre all'Olivella predicava un nizzardo. Che pronunzia
-infranciosata quella del nizzardo! Ed era mai possibile che col vento
-fortunale spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?
-
-Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana a sentire il
-Sances. Maria Carolina ne era addirittura entusiasta, e per riflesso,
-tutte le dame di Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo e
-regalavagli una forte somma in monete d'oro ed una tabacchiera del
-valore di dugent'onze (L. 2550)!, poco più del doppio, quasi il triplo,
-del compenso solito a darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando
-egli era forestiere[130]. Lo spirito d'indifferenza religiosa
-dell'antico pupillo del Tanucci avea già subito l'influsso della
-politica e della sventura. La esperienza avea gettata molta acqua sul
-fuoco dei primi anni del suo regno: e corte e chiesa si erano in lui
-strette in amplesso assai più forte che non si potesse sospettare appena
-egli era uscito di minorità. Il giovine principe nel 1768 aveva
-arditamente espulso i Gesuiti, anche cadenti ed infermi; il vecchio Re
-nel 1805 doveva richiamarli: e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati
-sollecitamente atterrati, dovevano venir ricomposti e rimessi in onore.
-Laonde il cronista Villabianca, a chiudersi del sec. XVIII, per la
-Quaresima del 1800 poteva non senza una tal quale malizietta scrivere:
-«Li primi ad esercitare la religiosa osservanza di sentir la predica dei
-sani giorni furono li Sovrani con tutta la R. Famiglia; con che avendosi
-(_sic_) essi passato allegramente nello scorso baccanale, procurano ora
-far bene alle loro anime nei giorni di penitenza e fare insieme i lor
-doveri di principi nell'edificare i popoli col loro santo cristiano
-esempio»[131].
-
-[130] «Il Predicatore quaresimale della Madrice Chiesa di questa città
- per le prediche della Quaresima e panegirici e viene tenuto a fare,
- onze 80; e ciò in seguito di ordine di S. E., per via del Tribunale
- del R. Patrimonio, li 13 maggio 1692, colla condizione che il detto
- Predicatore essendo regnicolo abbia da conseguire onze 60; ed
- essendo forestiero onze 80, come dalla Riforma del 1788.» _I.
- Sala_, _Dimostrazione_ cit. _dello Stato del Patrimonio del Senato
- di Palermo_ p. 213.
-
-[131] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1800, p. 66.
-
-Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di scettico e di
-bigotto, di ridancione e di geremiaco, questo degenerato figlio di Carlo
-III, che divertivasi e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca
-lecita e non lecita alternava con le noiose cure dello Stato; e che,
-mentre per non dare ombra alla Regina si asteneva dal visitare i
-monasteri, dove con le attraenti bellezze muliebri della Capitale si
-sarebbe potuto guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa Fasone;
-la quale poi, in un giorno di malumore, per un inatteso regalo di
-cattivo genere, dovea egli disterrare e mandare a domicilio forzato in
-Castelvetrano!
-
-Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di prediche di cui si
-occupasse il Senato. Ad altri cicli consimili e a non pochi panegirici
-doveva annualmente questo pensare tanto per la metropolitana quanto per
-le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha diritto di
-patronato. Per le tre Rogazioni precedenti l'Ascensione invitava
-_soggetti_ di valore indiscutibile. Le Rogazioni erano le processioni
-alle quali nessuna corporazione monastica doveva mancare; sicchè le
-prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi ai monaci ed
-ai frati della città ed agli ecclesiastici più in onore, facevano
-«tremar le vene e i polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P.
-Reggente Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno
-dell'ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu lui uno degli oratori;
-e con lui in varî anni D. Fr. Ruffo, dottore in sacra teologia, i
-cappuccini P. Giuseppe Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero
-P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto, il carmelitano P. Lettore
-Niccolò Aiello, lo scolopio P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio,
-Barresi, Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia, Giunta e D.
-Giuseppe Trofolino.
-
-Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un buon predicatore, ma
-anche un fervoroso operaio della chiesa. Se il lettore non ne sa altro,
-si ricordi almeno essere egli stato l'autore della giaculatoria che dopo
-la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle chiese.
-
-Fa mestieri di trascriverla?
-
-Eccola quale egli la compose e l'Arcivescovo del tempo l'approvò (1779):
-
- Adoramu umiliati
- La santissima Trinitati;
- Adoramu ogni momentu
- Lu santissimu Sacramentu;
- E lodata sempre sia
- La purissima Maria!
-
-Adesso il pietoso lettore sa che questa canzonetta conta la bellezza di
-centoventicinque anni di età.
-
-Il fiore dei panegiristi del tempo era adibito anch'esso a celebrare,
-oltre le tre Rogazioni, S. Sebastiano e S. Agata, per conto del Comune,
-che dal 1575 avea fatto voto di festeggiarli come protettori e patroni
-della Città, e S.a Rosalia, la graziosa verginella palermitana, il genio
-tutelare a cui la Città medesima come ad àncora di speranza, a tavola di
-naufragio, a porto di salute ricorse sempre con fede nei giorni più
-tristi per essa.
-
-Poco meno che mezzo secolo addietro, fra il 1850 ed il 1860, le
-Rogazioni aveano già perduto l'antico lustro, e S. Sebastiano le
-simpatie che lo avean
-
- . . . . . . . . fatto degno
- Di tanto onore . . . . . .
-
-Chi scrive queste pagine ricorda le ultime processioni commemorative
-delle due ricorrenze, dove non più gli ordini monastici tutti, ma solo
-pochi loro rappresentanti con gonfalone e croce intervenivano, _rari
-nantes in gurgite vasto_, scarsi componenti una breve fila di frati,
-appena notabili nelle grandi vie da percorrere, non sai se mortificati
-di essere in sì poco numero, o infastiditi dell'ora dello spettacolo,
-che li distraeva dalle consuete occupazioni.
-
-Il quaresimale prosegue sempre lo stesso a cura del Municipio e col
-favore inalterato del pubblico, che ora si rivolge a quello
-dell'Olivella,[132] ora si accentra tutto sull'altro, secondo il
-giudizio degl'intendenti, le relazioni degli amici, la mimica degli
-uditori più autorevoli, i quali coi più lievi movimenti del capo, o con
-l'aggrottar delle ciglia, o col contrarre delle labbra, talora decidono
-del merito dell'oratore e formano presso il _servum pecus_ degli
-ascoltatori la così detta pubblica opinione.
-
-[132] Da pochi anni l'Olivella tace; riparlerà forse, e ricominceranno i
- termini di paragone.
-
-Nella Quaresima erano di obbligo alcuni giorni di meditazione in
-esercizî spirituali. Tutte le chiese di secolari e di regolari
-accoglievan fedeli d'ambo i sessi; ma v'era un luogo esclusivamente
-destinato a questo devoto ufficio, la «Casa degli esercizî», fondata dai
-preti di S. Carlo Borromeo; e v'era anche la congrega del Fervore
-(1765), promossa ed aiutata da quell'uomo di santa vita che fu Mons. D.
-Isidoro del Castillo dei marchesi di S. Isidoro, provvidenza del
-quartiere dell'Albergaria, del quale fu parroco attivissimo. Lì, nella
-Casa, erano lunghi corridoi con camerette da una parte e dall'altra per
-coloro che vi si recassero, una magnifica cappella, un ampio e lungo
-refettorio e qualcos'altro per la pace dello spirito. Per nove giorni di
-seguito, nobili e civili vi si ritiravano per attendere alla riforma del
-loro costume ed all'acquisto della cristiana virtù[133]. Favorito da
-clausura volontaria (e sovente involontaria) era il raccoglimento di
-coloro i quali, per devozione sincera o, come non di rado accadeva, per
-ostentazione, vi entravano. La Curia arcivescovile li conosceva uno per
-uno, e rilasciava loro un attestato di questo compiuto dovere, come
-tutte le parrocchie rilasciavano quello del precetto pasquale. Li
-conosceva la Polizia e sapeva tenerli in conto come di buoni cattolici
-così di sudditi fedeli. Li conosceva anche il Senato, nei cui archivi se
-ne conservavano alcune volte i nomi e i documenti, perchè l'autorità
-comunale consentisse la costruzione di certi ripari necessarî ad
-impedire ai passanti di turbare il religioso ritiro[134].
-
-[133] _G. Palermo_, _Guida istruttiva per Palermo_, 2ª edizione p. 698.
-
-[134] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, pp. 135 e 226.
-
-Luogo consimile pel conforto dell'anima sua aveva una volta scelto il
-Vicerè Fogliani (1767): la Quinta Casa al Molo, con la predicazione del
-gesuita P. Sansone; ma non avea voluto esser solo, e «di casa in casa
-con un suo creato avea mandato invitando tutti i nobili della città.»
-Ecco il suo _nodiglio_:
-
-«_Il Vicerè la riverisce, e avendo risoluto di andare a fare li Esercizj
-di S. Ignazio nella quinta Casa, la esorta e prega a volere con la sua
-pietà tenergli compagnia in questo santo ritiramento, e gliene averà
-obligazione, oltre il merito che ella si farà col signore Iddio. Questa
-fatta di esercizj, composta di soli nobili, comincierà la sera del
-lunedì 23 corrente marzo, e terminerà la mattina del giorno primo di
-aprile._
-
-_Ve ne sarà in appresso una seconda, composta di nobili e mercadanti, la
-quale comincierà la sera del lunedì 6 aprile, e terminerà la mattina del
-mercoledì santo. Si compiaccia però avvisar per tempo con suo biglietto
-in risposta a quale delle due potrà intervenire, non dubitandosi che per
-questi pochi giorni lascerà ogni altro affare per occuparsi di quello
-solo, che tanto importa all'anima sua»._
-
-Il tono della chiusura non ammetteva dubbio sull'accettazione. «Fatevi
-gli esercizj spirituali (diceva con belle parole il Vicerè): e
-dichiarate se volete farli coi nobili ora, o coi nobili e coi mercanti
-più tardi.».
-
-Non si ha il numero dei signori invitati con questa circolare; ma si sa
-che in compagnia di S. E. furono quaranta persone probabilmente
-dell'alta aristocrazia[135].
-
-[135] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 8.
-
-Vicende della vita!... Questa Quinta Casa dovea vent'anni dopo (1786)
-convertirsi in R. Casa di correzione pei figli discoli e per le mogli
-scorrette!
-
-Nel 1799, nel medesimo mese di marzo del suo antico Vicerè, Ferdinando
-III con Carolina e tutta la Corte, assisteva dentro la Cappella Palatina
-ad esercizî simili a quelli che abbiamo cennati[136]: e furono giorni di
-grande sacrificio pel Sovrano, che non uscì, non fiatò e, tanto per
-parere, tenne silenzio da certosino.
-
-[136] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 329.
-
-Quello che per gli uomini alla Quinta Casa, avveniva per le donne nel
-Ritiro delle figlie della Carità sotto nome di Filippone. «Nel corso
-quaresimale si ricevevano per nove giorni dame e donne civili e zitelle
-e povere per farvi gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Lojola in
-santo ritiro, delle quali le prime pagavano una certa somma per lo
-trattamento del pranzo, della cena e di quanto altro bisognava».
-
-Così diceva un articolo del _Ragguaglio_ del pio luogo: «e da questo
-santo Stabilimento non è stato poco il vantaggio che in questa città se
-ne è riportato,» aggiungeva un erudito[137].
-
-[137] _Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie
- della Carità_, ecc. n. 12, p. XXXIV. In Pal., Felicella, MDCCLXXII.
- -- _G. Palermo_, _Guida_ cit., p. 537.
-
-E come non v'era chiesa (e la pratica è sempre in pieno vigore anche
-oggi, specialmente nelle parrocchie, negli oratorî, nei monasteri, nelle
-case di educazione, ecc.) nella quale, per età e quasi per classe
-sociale, gli esercizî di Quaresima non si ripetessero per gli uomini,
-così non v'era e non v'è chiesa nella quale dove per nobili dame, dove
-per modeste signore e dove per umili donnicciuole, e per ragazze e madri
-di famiglia, quattro giorni almeno non venissero a questo consacrati. Le
-diverse partite di esercizî supponevano ed ammettevano uditori diversi:
-e nessun altro di sesso, di età, di condizione differente. Cominciavano
-(ripetiamo, che l'uso è sempre vivo) nelle ultime ore del giorno e
-finivano di sera. _Istruzione e Meditazione_ impartivasi quando da un
-solo, quando da due sacerdoti. Quasi sempre amena la _istruzione_: e se
-per poco si scorre l'_Utile col Dolce_ del P. Casalicchio, al quale i
-predicatori ordinariamente attingevano[138], si comprende bene perchè
-uomini e donne, vecchi e fanciulli, vi si divertissero; ma la
-_meditazione_ era una vera penitenza; quella sul purgatorio e, peggio
-ancora, l'altra sull'inferno, un supplizio. Una di queste prediche pel
-rumore che fece, dovea restar proverbiale, e merita un ricordo.
-
-[138] _L'Utile col Dolce, ovvero quattro Centurie di argutissimi detti e
- fatti di saviissimi uomini del p._ _Carlo Casalicchio_ _d. C. d.
- G._ In Napoli, MDCCLXIV.
-
- Dal 1671 a 1764 in Napoli e Venezia se ne fecero undici edizioni.
-
-Era appunto di Quaresima, e nella chiesa di S. Maria delle Grazie, detta
-della Gància, alla quale è attaccato il relativo convento dei frati
-Osservanti, si compievano i soliti esercizî per le popolane della Kalsa.
-Toccava oramai la meditazione sull'inferno: e si era voluto renderla
-efficacissima rappresentando al vivo le pene dei dannati. Nel meglio,
-quando cioè il predicatore si accalorava nel descriverle, si sente un
-orrendo scroscio di catene, e pietosi lamenti di uomini, e
-raccapriccianti urli di demonî, e fracassi assordanti, e bagliori
-sinistri di fiammate, che rompeano, rendendola più penosa, la oscurità
-della chiesa. Immaginiamo il terrore delle donne! Quale più, quale meno,
-tutte si misero a piangere, a singhiozzare implorando pietà e
-misericordia, a gridare come ossesse; le più pronte si precipitarono
-verso la porta fuggendo; molte si svennero, alcune tramortirono. A tanto
-scompiglio accorsero i vicini, e con essi la Polizia: e sentendo la
-cosa, non poterono trattenere le più matte risate.
-
-La frase popolare _Finiri a 'nfernu di Gància_ attesta il tragicomico
-aneddoto[139].
-
-[139] Vedi i nostri _Spettacoli_ e _Feste_, p. 206, e _Modi proverbiali_
- cit., n. 44.
-
- Sulle nomine dei predicatori per opera del magistrato municipale,
- vedi _Provviste del Senato_, a. 1791, p. 6; 1794, pp. 16 e 67;
- 1795, p. 127; 1796, p. 155; 1797, p. 42; 1799, p. 32.
-
-
-
-
- CAP. VIII
-
-
- FRATI, MONACI E CONVENTI.
-
-Non era ordine religioso che non fosse più o meno largamente
-rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia, vogliamo intendere Palermo,
-centro anche della vita ecclesiastica dell'Isola. Basiliani e
-Benedettini, Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani
-ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano in città e fuori i loro
-monasteri ed i loro conventi[140].
-
-[140] Convento in Sicilia vale abitazione di frati.
-
-Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto, di S. Francesco
-d'Assisi e di S. Agostino, e le sotto-regole di S. Domenico e di S.
-Francesco di Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari, del
-terz'ordine di S. Francesco e via discorrendo. V'erano poi anche preti
-secolari e regolari, che partecipavano delle fraterie, ma ne differivano
-quasi radicalmente, perchè, congregazioni particolari, aveano per
-proprio istituto determinati scopi, come quello d'istruire la gioventù
-(Scolopî), di educarla (Filippini), di assistere i moribondi
-(Crociferi), di meditare e di elemosinare (Teatini) ecc. Di Gesuiti non
-si parlava più da un pezzo.
-
-I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo supremo di ciascuna
-era appunto un Provinciale con giurisdizione assoluta sopra un dato
-numero di conventi. Era preposto al convento un Guardiano, col nome di
-Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di Correttore tra i Minimi, di
-Nostro Hermano tra i Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il
-Correttore moderava o dirigeva la famiglia del suo convento, come il
-Provinciale o l'Abate (se tra Benedettini, Basiliani ecc.) quelle di
-tutti i conventi a lui sottoposti. Egli, il Guardiano, amministrava,
-disciplinava i suoi confrati, ma non così indipendentemente che non
-dovesse darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi passava
-qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta ogni spesa, come
-qualsiasi disposizione relativa al governo materiale e spirituale della
-comunità.
-
-Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che gli abiti dei
-Regolari eran tanti e così diversi che ci sarebbe stato da farne una
-gaia collezione di quadri e da riempirne le più cospicue gallerie del
-mondo.
-
-L'espressione ha un fondo di vero, in quanto gli abiti, a ragione della
-necessaria distinzione di ordini, erano molti e molteplici, sì per la
-stoffa ond'eran composti, sì pei colori e sì per la forma. Come dai
-frati Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai monaci
-Benedettini, così dal ruvido albagio (_abbràciu_) si giungeva al morbido
-fior di lana; e dal nero perfetto di questi ultimi, al castagno dei
-Mendicanti, al latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle
-amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci, dalla saccata dei
-Minimi, si scendeva alla stretta ed angusta degli Antoniniani. I rozzi
-sandali, per via di modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati
-calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a capo nudo, non
-pochi si coprivano, quali d'un nicchio e quali d'un cappello a tegoli.
-
-La chierica _unius mediocris palmae_ dei Minimi allargavasi fino a
-limitare, nei Minori Conventuali, una corona di corti capelli, simbolo
-della corona di spine di G. C., e si riduceva alla misura d'una moneta
-di scudo d'argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.
-
-Ciascun ordine professava un voto proprio oltre quelli di Povertà,
-Castità, Obbedienza, obbligatorî per tutte le fraterie; e dove uno
-s'astringeva a perpetua vita quaresimale (Minimi), un altro a quella
-della predicazione (Domenicani), gli altri, alla istruzione, alla
-redenzione degli schiavi, alla elemosina, alle missioni nei Luoghi santi
-ecc.[141].
-
-[141] Erano i Riformati, presso i quali è ancora nel convento della
- Gància un posto col titolo di _Terra Santa_. Costoro andavano in
- giro pei comuni dell'Isola portando le _bolle dei Luoghi Santi_,
- composte e stampate dentro il Commissariato di _Terra Santa_ in
- Palermo, dove i tipografi si chiudevano, e stampavano
- scrupolosamente il numero prestabilito di bolle: non una di più.
- Codeste bolle contenevano privilegi e indulgenze agli acquisitori,
- e si portavano addosso, preservativi di assalti di ladri, di
- naufragi in fiumi, infortunî d'ogni genere nei viaggi per la
- Sicilia.
-
-Poveri avrebbero dovuto esser tutti in quanto che a nessuno era
-individualmente lecito di possedere: e se qualche cosa aveano, questa
-non poteva essere se non del convento; ma tali non erano se si guardi
-agli stabili ed alle larghe entrate della comunità. I viaggiatori del
-tempo si palleggiavano le cifre di codeste entrate, e le facevano
-ascendere a somme favolose[142].
-
-[142] Il solo _Gorani_, _Mémoires_, I, 471, nel 1793, scriveva: «I
- conventi dell'Isola possiedono beni incalcolabili. Palermo ha
- monasteri con annuali rendite di 100,000 ducati d'argento» (L.
- 425,000).
-
-Checchè ne sia, nella Capitale ciascun frate (non parliamo neppure di
-monaci), di qualsivoglia corporazione, mangiava, beveva e vestiva
-decentemente. In provincia però s'intristiva sovente nei disagi; e
-v'eran conventi nei quali la tanto gradita campana del refettorio sonava
-solo _pro forma_.
-
-Il Governo, che si occupò anche un poco di monasteri e di conventi
-poveri, provvide a tutti in generale con la legge dell'ammortizzazione;
-ed ai disagiati, con l'abolizione di quei _conventini_ che per difetto
-di patrimonio, o per iscarsezza di numero, o per degenerazione dal
-primitivo istituto, non fossero più in grado di reggersi o non avessero
-più ragione di esistere.
-
-Codesto concetto, vogliam dire embrionale, del Governo sulle
-corporazioni religiose, doveva in tempi posteriori, due terzi di secolo
-dopo, dar luogo a provvedimenti tanto improvvisi quanto immaturi. Gli
-scomposti tumulti palermitani del settembre 1866, fin qui non ricercati
-abbastanza nella loro finalità, vennero seguiti dallo scioglimento delle
-corporazioni medesime e dall'incameramento dei loro beni a pro dello
-Stato, o meglio a pro di accorti speculatori. Costoro, aiutati da
-inconsci, o da inesperti, o da disonesti, seppero trarne profitto a
-scapito dei poveri, ai quali il dilapidato patrimonio venne
-indebitamente sottratto.
-
-Della morale dei frati si è sempre discusso: e le opinioni unilaterali
-ci son giunte in proverbi poco benevoli ad essa. Se ne raccontano tante,
-da poterne venir fuori un nuovo _Decamerone_; ma si dimentica che la
-fragilità è umana, e non poteva esigersi virtù soprannaturale in mezzo
-alle tentazioni pertinaci della vita in chi a 16 anni avea professato un
-voto, del quale non era in grado di valutare le conseguenze avvenire.
-
-Ferdinando III volle ovviare al danno della inconsapevolezza dei
-giovanetti che si legavano con voti perpetui a quella età, e dispose che
-le professioni non dovessero farsi innanzi il ventunesimo anno:
-disposizione savia, ma non priva di difetto in quanto il professando,
-chierico dapprima, novizio poi, non avea avuto fino a vent'anni agio di
-conoscere il mondo per decidersi ad abbandonarlo per una vita del tutto
-diversa.
-
-E frattanto, vedi incoerenza dello spirito umano! Una volta che Re
-Ferdinando recossi a visitare il chiostro di Monreale, quei monaci, dopo
-avergli chiesto la mitra come l'avevano i canonici della Collegiata del
-Crocifisso, altra grazia non seppero domandargli se non quella di poter
-pronunziare voti solenni prima del ventunesimo anno! Il Re avrà pensato:
-«Oh guarda! io l'avevo fatto per essi, ed essi non se ne contentano:
-...fate il comodo vostro!», e da Legato Apostolico concesse il
-privilegio, che la incauta comunità si affrettò a consacrare in una
-lapide nello scalone del monastero.
-
-L'obbedienza era il voto forse più rigorosamente osservato, o fatto
-osservare. Il semplice frate, ed anche in dignità di Definitore, di
-Maestro, di Reggente, vi si sobbarcava o rassegnato o a denti stretti.
-Il Provinciale, emanazione dell'autorità _generalizia_, ordinava a suo
-arbitrio la residenza del frate. Codesta residenza egli partecipava
-all'interessato con un foglio di carta in latino, chiamato _obbedienza_;
-la quale poteva essere imposta dalla esigenza del culto in una chiesa di
-provincia, ma poteva anche rappresentare, come di frequente avveniva, un
-provvedimento disciplinare. In questo secondo caso la faccenda era
-grave: e la _obbedienza_ sonava castigo o punizione.
-
-L'_obbedienza_ era un'arma terribile. Per essa, dicono le male lingue,
-avevano sfogo le antipatie di persona, gli odii di parte monastica; in
-essa si epilogavano le vendette personali. I peggiori conventi della
-provincia eran destinati ad ospitare i paria delle fraterie. Quando poi
-l'avea fatta grossa od era un recidivo incorregibile, previa
-l'autorizzazione del Generale dell'ordine, il frate veniva confinato in
-un convento di «stretta osservanza» non solo fuori provincia, ma anche
-fuori ordine. Era un domicilio coatto in tutto il significato della
-parola, al quale, in caso di riluttanza di renitenza, andavasi con la
-sgradita scorta della forza pubblica, rimanendosi sotto la scomoda
-sorveglianza della Polizia. Gibilmanna, tra Cefalù e Castelbuono, suona
-triste anche oggi pei frati che vi tribolavano; e Polistena era la
-Gibilmanna della Calabria.
-
-Le Costituzioni siciliane però offrivano la guarentigia di un tribunale
-d'appello al religioso che si credesse ingiustamente castigato: vogliam
-dire il Giudice della R. Monarchia, che ordinariamente era un alto
-prelato, e, perchè rappresentante del Governo, indipendente. A questo
-Giudice il povero bersagliato richiedeva fremente e fiducioso una
-riparazione, che allo spesso otteneva completa: la revoca
-d'un'obbedienza che eccedesse i limiti dell'ordinario e prendesse
-carattere di punizione immeritata anche in rapporto alla salute del
-frate. Era l'autorità sovrana del Re che si contrapponeva alla
-monastica, la quale da Roma, da un Generale, da un Cardinal protettore
-dell'ordine, dal Papa stesso attingeva forza ed autorità.
-
-Or parendo questa esorbitante in alcuni ordini e come una inframettenza
-a scapito della potestà regia, un giorno si pensò a diminuirla, anzi a
-distruggerla senz'altro in alcuni ordini monastici: ed eccola colpita in
-pieno petto. Un decreto reale, la mattina del 4 novembre 1788,
-improvvisamente aboliva i Generalati dei Domenicani e dei Francescani in
-Sicilia. Fu una bomba che scoppiò con ispaventevole fracasso, accolta
-dove con fragorosi applausi, dove con penosa sorpresa; di che l'eco
-giunse disastrosa a Roma. In Palermo frati e chierici regolari non
-compresi nel sovrano editto si chiedevano perchè non lo si estendesse
-anche ai loro ordini, sottraendoli così alla supremazia d'un Generale o
-d'un Procuratore Generale, che quasi nessuno di essi aveva mai veduto,
-ed al quale dovevano ciecamente ubbidire.
-
-Espressione dei sentimenti d'allora son tre sonetti anonimi, corsi
-manoscritti appena promulgato alle Quattro Cantoniere il real decreto.
-Chi li compose? Nessuno lo seppe; solo più tardi se ne attribuì la
-paternità ad un prete, professore di Teologia dommatica nell'Accademia
-degli Studî, il celebre sac. Carì, che con olimpica serenità se ne
-rimaneva dietro le quinte.
-
-I sonetti son così liberi che noi non sappiamo farli di pubblica
-ragione; e perciò li lasciamo manoscritti[143].
-
-[143] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788, pp. 677-78.
-
-Com'essi, i frati, passassero il loro tempo, è stato detto e ripetuto. A
-quanti si sono occupati delle fraterie, rincrescevole è parso il saperle
-sovente disoccupate senza utile alcuno per la società. I viaggiatori che
-lasciavano la Sicilia, scagliavano contro queste tutti i sassi che
-incontravano per via. Gorani nel 1791 mettendo in combutta preti, monaci
-e frati, ne faceva sessantatremila poltroni, oltre a «centomila persone
-votate al celibato e perdute per la società»[144]. Chi abbia per poco
-guardato l'opera del «citoyen françois», sa che mangiatore di
-ecclesiastici egli fosse. Hager dolevasi che andando a cercare qualche
-frate in convento, non ne trovasse mai uno. Dov'erano? «Nelle botteghe o
-per le strade, a sciupar un tempo prezioso, a ciarlare, ad oziare,
-mentre non pur l'agricoltura, ma anche le manifatture e le fabbriche per
-manco di braccia perivano». E voleva senz'altro che si mandassero a
-zappare o far da manuali[145].
-
-[144] _Mémoires_, t. I, p. 471.
-
-[145] _Gemälde von Palermo_....
-
-Fin quell'uomo mite del Marchese Villabianca deplorava questo stato di
-cose, che tornava «a molto discapito della popolazione». Quando nel
-1779, sulla politica del Tanucci, il Sovrano, «stante il continuo,
-smisurato moltiplicarsi di frati mendicanti di S. Francesco», ordinava
-per dieci anni la chiusura dei noviziati e fissava per le province
-siciliane il numero dei Cappuccini in 900, degli Osservanti in 450, e
-dei Riformati in altri 450, lo stesso nobiluomo compiacevasi che S. M.
-volesse «uomini utili allo Stato pel maneggio delle armi e per la
-coltura di campi»[146]. Nè men severo in siffatti giudizî era nella sua
-malandata vecchiaia.
-
-[146] _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 350; _Diario_ ined., 28 febbraio
- 1799; 22....
-
-Non pertanto, Bartels, per indole, per professione evangelica e per la
-evoluzione e rivoluzione dei tempi, avverso alle fraterie, faceva
-un'osservazione di ben altro genere a favore delle fraterie medesime.
-Mentre l'aristocrazia del censo tormentava nelle lontane terre i
-vassalli e, forse senza saperlo o volerlo, ne succhiava per mezzo di
-avidi procuratori il sangue, gli ordini religiosi erano umani verso la
-povera gente che ne lavorava la terra e ne riceveva pane; il quale se
-era bagnato di sudore, non grondava di lacrime.
-
-L'osservazione trova appoggio nei fatti.
-
-È bensì vero che guardando ai diversi istituti monastici non fosse da
-rimanere edificati della scrupolosa osservanza dei voti; ma è ugualmente
-vero che, come per compenso, larga era nei frati la beneficenza. La
-povertà pudibonda trovava sempre nelle case monastiche una minestra ed
-un pane, che sovente bastava a sfamare sventurati non usi a stender la
-mano. La miseria, che per lunga abitudine di chiedere andava a battere a
-quelle porte, non tornava indietro senza un sussidio. Differenti le ore
-per quella come per questa; diverse le mense. Houel, pur esso non amico
-dei frati, rimaneva commosso nel vedere, dentro il convento dei
-Cappuccini, «in un refettorio particolare e recondito, accolti ogni
-giorno a desinare nobili poveri e vergognosi, con grande onestà serviti.
-Nessuno si accorgeva della ragione del loro andare, giacchè infinito era
-il concorso dei poveri a quel convento. Ed osservava: «Quest'opera di
-carità fa degni di considerazione quei frati, ai quali ricchi e non
-ricchi fanno elemosina per sopperire alle spese a tanto bene necessarie.
-Essi meritano di esser benedetti, giacchè non posson fare dei loro beni
-uso migliore»[147].
-
-[147] _Voyage pittoresque_, v. I, p. 71.
-
-Come nei monasteri femminili era la stretta clausura pei due sessi e per
-qualunque persona, meno che per le autorità ecclesiastiche, pel medico e
-per gli operai addetti a lavori materiali; nei conventi la clausura era
-solo limitata alle donne. Gli uomini potevano entrare; le donne, invece
-no. A nessun militare era fatto lecito sorpassare armato la porta, la
-sua sciabola o spada dovea rimanere giù, in essa. Quando i Reali ebbero
-vaghezza di fare una visita al monastero dei Benedettini di S. Martino,
-e con loro erano anche donne, avvenne una strana scenetta, nella quale
-le dame di compagnia, col pretesto di far parte della comitiva, presero
-per loro le facoltà della Regina e delle principesse reali di penetrare
-nelle monastiche mura maschili; il che fu ragione di gravi risentimenti
-dei superiori.
-
-Ed è giusto avvertire che alcuni anni innanzi era stata perpetrata una
-comica frode, per ragione della quale la sorveglianza era divenuta più
-del solito oculata. Una signora inglese, desiderosa di conoscere _de
-visu_ l'interno del monastero, travestita da uomo, era entrata con altri
-uomini, visitatori del grande edificio. Nessuno se ne accorse, nessuno
-ne seppe nulla; ma quando l'Abate n'ebbe conoscenza, ordinò che nessun
-forestiere quind'innanzi vi mettesse più piede[148]. _In dubiis pro
-anima._
-
-[148] _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 658.
-
-Gibbon lasciò scritto: «Un solo convento dei Benedettini rese alla
-scienza forse maggiori servizî che le due università di Oxford e di
-Cambridge.».
-
-Questa opinione, in Sicilia, nel secolo XVIII, deve aver credito, perchè
-nei monasteri di S. Martino e di Monreale erano uomini eminenti per
-dottrina, pietà e senso squisito d'arte. Il gusto che dominava fin nei
-particolari delle opere antiche e moderne dei due monasteri, non meno
-che in quelli di S.a Maria del Bosco e di S. Nicolò l'Arena, prova che
-quelle non eran persone volgari, ma che invece si ispiravano ai più
-elevati sentimenti del bello. Dopo un secolo e più che il Governo
-Vicereale fece vandalici saccheggi a S.a Maria del Bosco; dopo
-trentott'anni che la Legge sulle corporazioni religiose è venuta a
-scompaginare quanto avea saputo comporvi il monachismo intelligente,
-musei, pinacoteche, librerie, attestano una civiltà di pensiero che la
-beffarda società d'oggi non riuscirà a cancellare giammai.
-
-Eppure nel secolo XVIII il pubblico non era pienamente persuaso della
-pietà e della sapienza dei Benedettini. Padri dotti e buoni come i
-fratelli Salvatore e G. E. Di Blasi, come D. Ambrogio Mira e D. Raffaele
-Drago, D. Gaspare Rivarola e D. Carlo Ant. Paternò, e come D. Gioacchino
-Monroy ed altri tali, si contavano a dito: e i non contati si prestavano
-a giudizî sfavorevoli, che tutti li mettevano in combutta. La loro
-mondanità li teneva con un piede nel chiostro ed uno nelle dorate sale
-degli aviti palazzi, alternando così la monotona recitazione del
-breviario con la variata lettura di certi libri giunti in contrabbando
-dalla Francia, e l'aperta contemplazione delle sacre immagini nella
-chiesa e dei severi ritratti nei dormitorî con quella furtiva delle
-_Provvigioni pel chiostro_, stampe di costumi e di scene illustrate, che
-con deplorevole leggerezza qualcuno tra essi mostrava a visitatori
-stranieri[149].
-
-[149] _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 657.
-
-Poesie siciliane e italiane del tempo e di prima avvalorano siffatti
-giudizî, certo non temerarî. Di una di esse diremo che un benedettino
-raccomandava in poveri versi ai suoi correligiosi di rimanere al loro
-posto, di serbar silenzio a rifettorio, di non andar bighellonando pel
-monastero, di stare in ritiro, di non cercare più di tre pietanze e, nel
-sollievo di gennaio, di non pensare all'antica usanza[150]. Che cosa
-fosse questo «sollievo» e questa «usanza», non si riesce di capire:
-salvo che per quello non voglia intendersi un po' di svago a Palermo,
-dentro il monastero dello Spirito Santo (caserma dei pompieri), nei
-giorni freddi d'inverno in S. Martino; e per questa, qualche vecchio
-abuso. Altri componimenti ribattono sul medesimo chiodo; ma son colpi
-delicati che si riducono a biasimare, indirettamente rafforzandolo, lo
-sfarzo dei nobili figli di S. Benedetto, sfarzo rimasto proverbiale
-quanto il letto dei Predicatori e le mense dei Cappuccini:
-
-[150] _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_, n. LXXXIII. Ms. Qq H 158
- della Biblioteca Comunale.
-
- Lettu di Duminicani,
- Lussu di Binidittini,
- Tavula di Cappuccini.
-
-Se i Benedettini per la loro nascita e quindi per una cert'aria
-d'altezzosità venivano sfavorevolmente segnalati dai religiosi d'altri
-ordini, questi non potevano andar lieti di cordiali rapporti tra loro.
-Gelosie sempre rinascenti per dottrine teologiche, per preminenze di
-regole, li tenevan divisi l'un l'altro, ed erompevano in motteggi in
-pubblici ritrovi principiando nei refettorî e finendo nelle sagrestie
-dei proprî conventi.
-
-Dal dì ch'erano andati via i Gesuiti, i Domenicani erano restati quasi i
-primi a rappresentare la più soda cultura, essi nel sito dei quali era
-stato fiorentissimo lo Studio, protetto dal Magistrato del Comune. Per
-questo eran tenuti in alta estimazione. Ma i Domenicani non sapevano
-perdonare ai Francescani la immensa colonna alzata in onore della
-Concezione in mezzo della piazza della lor grande chiesa; colonna che
-ricordava un trionfo dei frati Conventuali, sostenitori arditi della
-verginità di Maria, da essi posta in dubbio.
-
-Quella colonna era un dispetto permanente per ciascun domenicano, il cui
-ordine vide sempre di malocchio il giuramento del sangue del Senato di
-Palermo[151], e serbò una certa simpatia pel Muratori, che lo biasimò
-non essendo giustificabile la difesa, a costo del proprio sangue, di una
-credenza cattolica non proclamata mai come domma dai sovrani pontefici.
-Ma i Francescani se ne impipavano, perchè avevano dalla loro il
-Magistrato Civico e sapevano che tutte le simpatie dei Domenicani non
-sarebbero valse un briciolo nella protezione di questo, specialmente
-dopo che la potenza dell'ordine di S. Domenico era stata depressa per
-l'abolizione del S. Uffizio.
-
-[151] Cfr. in questo vol. il cap. I, p. 24.
-
-Non contro un altro ordine, ma contro la confraternità dei falegnami, i
-Teatini sbraitavano per la statua di S. Giuseppe, che quelli,
-proprietarî del terreno della chiesa, aveano voluto piantare sulla
-porta. E che non fecero per impedire questa preferenza di fronte al
-fondatore del loro ordine, S. Gaetano! Ogni anno, per la festa di S.
-Giuseppe, quando i maestri dentro il maestoso tempio distribuivano la
-immagine del S. Patriarca, inghiottivano bocconi amari nel sentire i
-monelli a gridare sotto la loro Casa, nella vicina piazza Vigliena e per
-le vie: _Viva S. Giuseppe, e non S. Gaetano!_[152].
-
-[152] _De Borch_, _Lettres_, lett. XV, pp. 71-72.
-
-Ragione di scatti e di ostilità erano le processioni sacre, alle quali
-era d'obbligo l'intervento delle comunità religiose. La precedenza di
-queste dava luogo a liti non sempre definibili dall'autorità
-ecclesiastica secolare (la quale, del resto, ben poco poteva sugli
-ordini regolari), ed era occasione frequente di clamorosi ricorsi presso
-l'Apostolica Legazia. Frati Conventuali, Osservanti, Riformati
-scendevano in lizza tra loro, e poi, alla lor volta, in lizza contro
-altre comunità per il posto che loro spettava nelle pubbliche funzioni.
-
-Nel 1778 il Re in persona, come Legato Apostolico, stabiliva le norme
-regolatrici di siffatta bisogna; ma quelle norme a nulla valsero, e lo
-spettacolo dei dissidî proseguì poco edificante.
-
-Tre anni dopo un Ministro siciliano, a nome del Re scriveva: «Per darsi
-fine alla controversia agitata con eccessivo calore degli animi tra i
-pp. Conventuali ed i pp. Osservanti e Riformati in materia di precedenza
-nelle processioni ed in altre pubbliche funzioni,.... S. M. ha avuto
-presente la sovrana sua reale risoluzione del 1778, con cui per punto
-fisso e generale fu determinato che la precedenza dei frati nelle
-pubbliche funzioni regolar si debba dall'antichità dell'approvazione del
-rispettivo loro Istituto». E partecipava questa volontà acciò venisse
-comunicata ai superiori di quegli ordini, non solo «per comune notizia»,
-ma anche «per l'osservanza, ad oggetto di evitarsi in avvenire le
-scandalose brighe che sovente per tal piato sono avvenute».
-
-Sarebbe una vera ingenuità il credere che le brighe cessassero. Nelle
-processioni e nell'associazione dei cadaveri si combatteva pel diritto
-di priorità; come nella festa di S. Antonio per quello della
-celebrazione di essa, reclamato per conto proprio ed esclusivo da
-ciascuno dei tre ordini. Si giunse a tale che il Re dovette incaricare
-il Tribunale della Legazia e specialmente la R. Camera di S. Chiara del
-più rigoroso esame, in giudizio contraddittorio, «delle bolle pontificie
-invocate dai provocatori della lite e dei giudizî degli scrittori di
-cronache, annali ecc. dei documenti tutti che si potettero avere nelle
-mani dai componenti quel Tribunale, fornito sempre d'uomini notissimi
-per onestà, ricchi di erudizione storica, come di scienza canonica. Più
-anni andavan per la scrupolosa ricerca, che dovea fornire la base della
-sentenza; solo nel 1794 il R. Dispaccio pose fine alla questione»[153].
-Il Sovrano, che avea ben altro pel capo che i puntigli dei frati per
-siffatte piccolezze, conchiudeva in questi termini perentorî: «Che
-s'imponga perpetuo silenzio a controversie di questo genere, le quali
-per lungo tempo han turbata la pace dei frati col distrarli dagli
-esercizî di religione, ai quali son chiamati»[154].
-
-[153] _L. Palomes_, _Dei Frati Minori e delle loro denominazioni.
- Illustrazioni e Documenti_. 2ª ediz., lib. III, pp. 269-70.
- Palermo, 1798.
-
-[154] Dispacci di S. M. Ferdinando III. In Pal., per il Solli MDCCXCVII.
-
-Gli era come dicesse: Andate a farvi benedire: e non mi state più a
-rompere la devozione!...
-
-
-
-
- CAP. IX.
-
-
- LA PROFESSIONE DI UNA MONACA.
-
-Il dì 11 gennaio del 1797 S. E. Rev.ma Mons. D. Filippo Lopez y Royo,
-Arcivescovo della Diocesi di Palermo, riceveva la seguente
-partecipazione:
-
-«_Io Donna Maria Buglio, Abbadessa del Ven. Monastero di S. Maria
-dell'Ammiraglio detto della Martorana di questa città di Palermo,
-dell'ordine del Padre S. Benedetto, faccio fede come avendo con buona
-licenza di S. E. Rev.ma nostro Arcivescovo fatto capitolo, nel quale
-sono intervenute tutte le monache c'hanno voto, e proposto, che la
-Novizia Donna Luisa Valguarnera, doppo aver finito l'anno intiero del
-suo noviziato, e compiti li anni ventuno di sua età, richiede umilmente
-di essere ammessa per amor di Dio alla professione solenne delli tre
-voti monastici di Povertà, Castità, Obedienza, e di perpetua clausura in
-questo monastero, e di esser accettata nel numero delle monache velate
-con la solita dote di scudi 1000, è stata accettata con l'intiero
-consenso della nostra Congregazione, avendo con voti secreti, e non a
-viva voce, in quantità sopra due terzi come richiede la nostra santa
-Regola. Di più faccio fede di mia coscienza, e ne chiamo in testimonio
-Dio benedetto e che mi ha da giudicare, che la suddetta Donna Luisa
-Novizia, per quel, che io giudico, ed ho potuto vedere, e intendere
-dalla Madre Maestra, e da tutte le Superiore, e monache, sa leggere
-bene, ed è degna per virtù di essere gratificata, ed abile per il
-servizio di Dio in questo Monastero._
-
-«_In fede di che ho fatto la presente sottoscritta di mia mano,
-sigillata col nostro solito sigillo._
-
-«_Dato nel nostro Monastero di S. Maria dell'Ammiraglio in Palermo, oggi
-li 9 del mese di gennaio dell'anno 1797._
-
- _Donna Maria Buglio, Abbadessa_
- _Donna Teresa Agraz, Cancelliera._
-
-Dopo otto giorni Mons. Serio, Vicario generale della Diocesi, si recava
-alla Martorana ad interrogare un'ultima volta, e ad esplorare l'animo di
-D.a Luisa, e n'avea la conferma letterale delle dichiarazioni precedenti
-della Madre Abbadessa: e con questo la rinunzia formale dei suoi beni,
-«acciò più libera e sciolta applicar si possa a servire Sua Divina
-Maestà».
-
-Siamo al giorno 23 gennaio. Dalla via Alloro, dal Cassaro, dalla Strada
-Nuova portantine e mute elegantissime vengono a fermarsi nella piazzetta
-di S.a Caterina. Dame e cavalieri in abiti inappuntabili ne scendono
-posatamente, e con istudiata gravità infilano la porta della chiesa. Il
-Principe di Valguarnera li ha tutti invitati per la solenne professione
-della sua terza figliuola, la quale, compiuto, come abbiam visto, l'anno
-del noviziato, intende appartarsi per sempre dal mondo.
-
-I musaici del sublime monumento di Giorgio Antiocheno brillano
-all'agitarsi delle mille fiammelle accese nelle tre absidi e nelle
-cappelle laterali. Otto o nove altari sono ininterrottamente occupati da
-celebranti, stati «pregati di accrescere vieppiù la pompa colla presenza
-di loro messa». A traverso le lucenti grate si profilano le esili
-figurine delle nobili monache; dalle quali, a rispettosa distanza quelle
-delle converse, e più in là ancora, o in una stanza a parte, invisibili,
-le cameriere, pronte ad ogni cenno delle rispettive loro signore.
-
-Tutto è pronto per la cerimonia. Al corno dell'epistola dell'altare
-maggiore sono le vesti monacali della candidata: lo scapolare largo e
-lungo, la cocolla manicata e talare, il velo nero, il breviario, che
-devono essere incensati e benedetti. Esce la messa solenne. I musici dal
-letterino[155] intuonano il _Kyrie_. All'offertorio, il celebrante va a
-sedere sotto un dossello. Di dentro, nella parte interna, sotto altro
-dossello, col suo baculo d'argento in mano, circondata dalle monache
-tutte in cocolla, ergesi maestosa la Badessa. Ed ecco, preceduta dalle
-educande e dalle novizie compagne, inginocchiarsele innanzi in abito di
-novizia, Maria-Luisa Valguarnera (giacchè è questo il nome di religione
-che dovrà prendere) e chiederle la grazia di Dio e la sua. Un breve
-dialogo latino si svolge tra l'una e l'altra; la quale, interrogata,
-risponde di rinunziare al diavolo ed alle opere di esso, di volere
-assumere la conversazione dei costumi monacali, abbandonare quella dei
-genitori, abdicare alla propria volontà.
-
-[155] Letterino (fr. _luterin_) dicesi la tribuna, la cantoria dei musici
- nelle chiese. È anche il palco nel quale sta l'organo, o si
- affacciano persone per vedere e non esser vedute.
-
-Gl'invitati si mettono in punta di piedi, allungando il collo per vedere
-o sentire, e la novizia con voce flebile e tremante legge la sua
-petizione. Le compagne palpitano; la giovinetta, accostatasi al corno
-dell'epistola dell'altare dell'oratorio, lo bacia, e presa la penna
-soscrive col segno della croce invece che col proprio nome la domanda. E
-mentre il sacerdote prega, la novizia si alza e con le braccia aperte in
-atto di volare e col viso al cielo ripete per tre volte,
-inginocchiandosi in ciascuna: _Suscipe me, Domine, secundum eloquium
-tuum, et vivam: et non confundas me ab expectatione mea_ (Prendimi, o
-Signore, secondo la tua parola, ed io vivrò: e non volermi fare sperare
-invano).
-
-La funzione segue a svolgersi dal celebrante della chiesa, che recita
-orazioni e benedice gli abiti, li incensa e li manda dentro l'oratorio.
-La curiosità negli spettatori cresce. La Badessa senza scomporsi toglie
-l'abito noviziale alla neo-religiosa che le sta prostrata innanzi, la
-veste dello scapolare grande, della cocolla, del velo nero, le porge il
-breviario, recitando mano mano una preghiera, finchè la professata
-intuona: _Regnum mundi_, versetto che le monache tristamente ed il coro
-dei musici allegramente proseguono ed avvicendano con crescente
-commozione di tutti. Il sacerdote torna a benedire, e la Madre Badessa
-riceve _in oscolo_ di pace suor Maria-Luisa, mentre il medesimo fa la
-Madre Priora, e l'una dopo l'altra le monache tutte.
-
-Le campane suonano a festa: gli astanti mormorano, i cocchieri di fuori
-schioccano le fruste, e lacchè e lettighieri torno torno alla Fontana
-Pretoria gridacchiano e sorridono. In uno istante muta la scena. In
-mezzo all'oratorio, sopra un tappeto ed un cuscino suor Maria si prostra
-per terra: e le suore la coprono tutta con coltre nera come cadavere che
-resti chiuso entro una cassa: e le converse le adattano dal capo e dai
-piedi due candelieri accesi. A un dato segno, le campane dall'alto
-rintoccano a mortorio: e come un tremito invade tutti i circostanti; e
-le monache singhiozzano, e i circostanti lacrimano, impotenti a reprimer
-lo schianto del cuore alla improvvisa morte morale di colei che è così
-piena di vita. Dentro e fuori, la commozione è al colmo: ma si mitiga
-non sì tosto che il celebrante inviti la docile vittima ad alzarsi:
-_Surge quae dormis, et exurge a mortuis et illuminabit te Christus_ (O
-tu che dormi, levati, e sorgi di mezzo ai morti, e Cristo
-t'illuminerà)[156]. Ed essa si leva, e con gli occhi rossi s'accosta
-alla grata del comunichino[157], e tra la impazienza degli invitati
-riceve l'ostia benedetta: e nuove benedizioni e nuove incensate e nuove
-orazioni porgono a tutti agio di osservarla, di studiarla, di scrutarne
-il cuore profondamente agitato.
-
-[156] Le particolarità tutte di questa funzione concordano pienamente con
- quelle del _Ceremoniale e le Costituzioni benedettine_ del Padre
- Tornamira e Gotho. In Palermo, Dell'Isola, MDCLXXVI.
-
-[157] _Comunichino_, è nelle chiese dei monasteri il luogo pel quale
- dalla chiesa si amministra alle monache interne la comunione.
-
-Il sacrificio è compiuto. Oggi suor Maria-Luisa nel refettorio sederà la
-prima tra le novizie, domani l'ultima tra le professe. La maestra avrà
-una ragazza di meno da sorvegliare; la Badessa, una subalterna di più
-alla quale imporre; le suore una novella compagna alla quale confidarsi;
-le celle monacali, una nuova ospite.
-
-Intanto nel parlatorio riserbato è un apparato di altro genere. La
-Nobiltà e gl'invitati tutti, dimenticando lo stridente taglio delle
-chiome dell'anno precedente ed il triste tumulo di pochi momenti
-innanzi, vi passa lietamente chiacchierando e motteggiando. Lì per mano
-di servitori gallonati ed imparruccati corrono incessanti, ed a
-profusione quasi incredibile, fenomenale, gelati di tutte le essenze, e
-amarene e limonate e _carapegne_ e cioccolata e paste e pasticcini
-quanti può averne inventati la monacale industria e favoriti la
-capricciosa golosità dei consumatori[158]. La signora Badessa D.a Maria
-Buglio, benchè non ispetti a lei lo indirizzo di tante cortesie, si
-moltiplica per far onore agli ospiti, i quali tutti, dalla più attempata
-matrona alla più svelta ragazza, dal vecchio più costumato al giovane
-più libertino, felicitano la nuova sposa del Signore: alla quale, come
-ai genitori di lei, ripetono a coro la trita frase d'occasione: «Beata
-lei che s'è messa in salvo, lasciando a noi i guai di questo
-mondaccio!...».
-
-[158] Ben altro che questo troviamo nel medesimo anno e, per documento
- storico irrefragabile, nella seconda metà del secolo XVIII. Di una
- professione celebrata nel settembre del 1755, un cavaliere
- palermitano (che potè anche essere un ecclesiastico) scriveva:
- «Preceduto prima l'invito stampato, si fece con sì sontuosa e
- dissoluta profanità, che tutti restammo scandalizzati. Fu sino
- piantata avanti la porta del parlatorio una baracca di tavole,
- dalla quale, come si fa nei teatri, si dispensavano pubblicamente i
- rinfreschi; e durò questa profana solennità per tre giorni
- continui, fino alle cinque passate della notte. Il giuoco e il
- ballo, per non dir altro, vi mancarono solamente, perchè si potesse
- dire di stare in un festino carnale.»
-
- Altro che cuccagna! E non parliamo delle ore favorite per
- cosiffatte funzioni, le quali erano pomeridiane e sovente notturne!
- (_Ragguaglio_, pp. 30-31, citato più oltre, nelle pp. 175-176 {p.
- 166} del presente volume.)
-
-Eppure, chi potesse penetrare nell'animo di questa beata, quale tempesta
-di affetti e di aspirazioni non vi scoprirebbe! E che crucciamento e
-dolore e dispetto in quello delle giovini compagne! Astrazione facendo
-dalle professe per vero, profondo sentimento religioso, le quali
-potevano dirsi soddisfatte, anche felici del loro stato, quante di
-queste non eran tormentate dal pensiero di aver troppo facilmente
-abbandonata la società nella quale avrebbero potuto brillare! Quante non
-rimpiangevano l'annuenza al chiostro, destramente strappata dai
-genitori, che dovevano ad ogni modo sbarazzarsi dei cadetti e delle
-figliuole per conservare ai primogeniti o all'unica erede le
-ricchezze![159] Anch'esso, il chiostro, aveva le sue attrattive; ma
-quanto non concorrevano queste a rendere talvolta angosciosa la vita di
-privazioni del mondo! Come resistere alle tentazioni incessanti quando
-le monache, affacciate alle logge sul Cassaro, vedevano uomini e donne
-d'ogni ceto, andare spensieratamente? E non era ragione d'ingrati
-confronti lo scorgere il fratello, la sorella, la cognata, l'amica, in
-carrozza, a piedi, bevendo fino all'ultima goccia l'ambrosia della
-felicità, o il saperli pompeggiare in passeggiate, in teatri, in
-ricevimenti, in spettacoli, in pranzi, in tutte le ricreazioni della
-vita!
-
-[159] «Gli sforzi dei genitori tendono ad arricchire il solo primogenito,
- motore precipuo l'interesse. Le povere ragazze, prendendo il velo,
- son costrette a rinunziare a tutti i loro beni a favore del padre,
- il quale alla loro morte li trasmette intatti al maggiore della
- famiglia.» _M. Palmieri de Micciché_, _Pensées et Souvenirs_, t. I,
- ch. XX.
-
-Ciò non pertanto, non una parola di risentimento era dato sorprendere
-sulle loro bocche. A traverso la calma imperturbabile e la devota
-rassegnazione, nessuno mai sarebbe riuscito a scoprire la interna lotta
-di tanti cuori. Alcuni di questi cuori forse sanguinavano; ma chi ne
-udiva i gemiti? Solo qualche anima gentile li avrà in segreto raccolti,
-compatiti, disacerbati col balsamo di lacrime pietose.
-
-La festa è finita. La famiglia della neo-professa, rientrando in casa,
-ha riandato mestamente le grandi spese sostenute dal dì che la figliuola
-entrò educanda, a questo della professione: e la dote, e il _livello_
-(vitalizio), e il corredo, e i varî _trattamenti_, e gli ornati ed i
-parati della chiesa, ed altri particolari a base di centinaia d'onze. E
-non di meno può dirsi contenta di esserna uscita senza il pericolo non
-infrequente della rinunzia al chiostro, proprio all'ultimo istante, poco
-prima del solenne giuramento dei voti, dopo che per la educanda, per la
-novizia si sono sperperate somme ingenti in tutte le funzioni che
-precedono e conducono a questa, or ora compiuta.
-
-Perchè è da sapere che le spese di professione erano le ultime di una
-serie del genere, che partiva dalla prima entrata della ragazza in
-monastero e giungeva dove l'abbiam vista. Il Governo le proibiva; ma a
-che valevano le sue proibizioni se fatta la legge è trovato l'inganno?
-La circolare della Gran Corte (1775) per la riforma di siffatte spese
-veniva sempre elusa.
-
-Facciamo un po' di conto in famiglia e vediamo come andassero le cose.
-
-Per chi nol sappia, varie erano le funzioni per le quali la fanciulla
-dovea passare per giungere a professarsi.
-
-Qualunque fosse l'età nella quale una bambina veniva ricevuta in
-monastero (e si cominciava anche a quattro, cinque anni! giacchè di
-buon'ora voleva crearsi alla futura monachella un ambiente che facesse
-dimenticare quello di famiglia), al settimo anno essa faceva la
-ufficiale entrata di educanda. Era quella una funzioncina tra seria ed
-infantile, alla quale parenti ed amici intervenivano, soddisfatti quanto
-le monache, con le quali ricevevano in comune dolci e rinfreschi, pur
-non avendone i regali e le galanterie.
-
-Da educanda passava a novizia vestendo l'abito religioso: funzione che
-esigeva l'offerta dell'abito, della _manta_, oppur della tovaglia, o
-d'altro al monastero, di un cero da mezzo rotolo (gr. 400) a ciascuna
-religiosa, di non so quanti ceri per gli altari, e poi di dolciumi a
-tutto andare, così dentro come fuori il monastero, e di ori e argenti e
-moneta sonante.
-
-Veramente questa entrata in noviziato dovrebbe avere lunghi particolari.
-Il lettore potrebbe a passo a passo seguire la giovinetta educanda nei
-sei mesi di _perseveranza_ precedenti il noviziato medesimo, fuori del
-monastero; vederla a distrarsi o in noiosi passatempi, o in graditi
-ritrovi, in città e in campagna: occupazioni tutte preparate con tal
-fine astuzia da non far nascere simpatia per la vita fuori chiostro;
-studiarla nelle settimane di _probazione_; ammirarla finalmente nel
-giorno della _monacazione_. Giammai ragazza al mondo s'avviò a giurar
-fede di sposa con festa e lusso pari a quello di lei nel momento di
-questo primo drammatico atto della vita claustrale. Sciolte sulle spalle
-le lunghe, lucentissime chiome; candide, ampiamente strascicanti per
-terra le vesti nuziali, verso il palpitante seno stracariche di ricchi
-ornamenti; coperto di gemme, di pietre e di ori preziosi il collo
-delicato, le orecchie, le dita, ella s'appressa ad abbandonar tanta
-pompa per divenire la sposa del Signore. Ad una ad una tutte quelle
-forme mondane ella viene smettendo, fino all'ultima, (che è terribile
-sacrificio per una donna!): le chiome, sulle quali, forbici inesorabili
-s'accostano crudelmente recidendo, e che la genitrice reclamerà per la
-famiglia, doloroso testimonio d'una bellezza scomparsa. Il saio monacale
-copre subito la gentile figura, ohimè! così improvvisamente
-trasfigurata!
-
-Abbiam vista la seconda delle funzioni, e potremmo tornarvi per fermarci
-sui parati e sulle macchine che si costruivano in chiesa, sulla grande
-musicata per la messa cantata, sui ceri accesi a tutti gli altari, sulle
-lumiere pendenti dalla volta, sulle torce spettanti alle monache e sulla
-profusione di dolci tra i presenti e gli assenti, tra i funzionanti e
-gl'impiegati, i protettori, i familiari, i clienti del monastero, non
-escluse le converse, le cameriere, le donne esterne di servizio. Ma
-nossignore: più tardi verranno i primi ufficî e lo insediamento in essi.
-Vanitosa come figlia di Eva, orgogliosa quanto una nobile del
-settecento, la giovane religiosa non vorrà restare indietro alle
-consuore che l'han preceduta. Che si direbbe di lei, che della sua casa,
-se la infermiera o la refettoriera non impiegasse qualche somma in
-ornamenti, apparati, utensili del rispettivo ufficio? Ci vada di mezzo
-il _livello_ riserbatosi, si contraggono pure debiti, la generosità va
-fatta!
-
-Molte e non liete son le riflessioni alle quali potremmo abbandonarci
-per tanto sperpero; ma a che giovano esse se non giovarono i continui
-ricorsi dei congiunti delle moniali al domani d'una professione?
-Limitiamoci a deplorare con una vittima del tempo, certo Lombardo, la
-elusione delle leggi, e solamente confermiamo il baratro che nelle case
-aprivano le pompe monacali; donde «una delle più dure concause della
-decadenza delle famiglie nobili di questa Capitale e di tutto il Regno e
-le scandalose dispiacenze tra padri e figlie»: i padri nel vedere, come
-abbiam detto, le figlie mutar di volontà dopo tanti anni di vita di
-educande; le figlie per la conseguente riduzione della dote[160].
-
-[160] Vedi circolare del 22 genn. 1782 del Vicerè Caracciolo, che
- richiamava il real ordine relativo alla esatta esecuzione della
- circolare del 6 luglio 1775 sull'argomento. _Villabianca_,
- _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 231-37 e v. XXVI, pp. 329-31.
- Mons. Michele Schiavo, giudice per modo di provvisione della R.
- Monarchia, nel 1763 lasciava una memoria: _Per la Deputazione del
- Regno affin di limitarsi le doti, e le enormi spese che si
- verificano nei monacati delle figliuole_. Ms. Qq D 146. n. 8, della
- Bibl. Comunale di Palermo.
-
-
-
-
- CAP. X.
-
-
- LE MONACHE E LA LORO VITA NEI MONASTERI.
-
-Tornando alla nostra monachella, eccola entrata, come morta al mondo,
-nel numero dei più; ma pur tale, ella può rimaner paga del suo nuovo
-stato. Da qui a tre anni le saranno schiuse le porte degli impieghi del
-monastero: ella
-
- Sarrà fatta sagristana,
- Purtunara, cucinerà,
- Spiziala ed infirmerà,
- Cillarària sarrà,
-
-come dice il buon Meli. Potrà anche salire al grado di _borsaria_, di
-_rotaria_, di maestra delle educande o delle novizie, di Priora, di
-Badessa[161].
-
-[161] _Poesie_, p. 368. _Sagristana_, impiegata agli uffici interni della
- sagrestia della chiesa; _purtunara_, portiera del monastero,
- incaricata di aprire e far accompagnare chi entri nel monastero: il
- medico, i fornitori di generi alimentari ecc.; _cucinera_, addetta
- a sovraintendere ai servigi della cucina; _spiziala_, dolciera;
- _cillarària_, economa per la cibaria; _bursaria_, cassiera interna;
- _rutara_, che sta in portineria, pronta alle chiamate delle persone
- che vengono alla ruota.
-
- Ad alcuni di questi _impieghi_ le monache eran chiamate ad una
- certa età.
-
-Intanto comincia a disporre di qualche scudo delle sue entrate per certi
-bisogni e doveri che non son quelli della cibaria, del vestiario, del
-bucato, del culto, ai quali provvede il monastero. Di una cameriera e
-magari di due non potrà fare a meno, abituata com'ella è ad esser
-servita. Un confessore non le si potrà negare: l'ha ogni monaca, vuole
-averlo anche lei: un confessore tutto suo, esclusivamente, unicamente
-suo, che ella non permette, o solo per rara eccezione permette, che
-abbia altre penitenti[162] nel medesimo monastero[163]. Lui direttore
-dello spirito, consigliere, amico, padre essa guarda con premurosa
-riverenza; a lui i suoi pensieri, le sue attenzioni. Non v'è solennità
-ch'ella lasci scorrere senza una di codeste attenzioni. Per la Pasqua
-gli manda i più squisiti _pupi cu l'ova_; per S. Martino, i più teneri
-_biscotti pieni_; per Natale le più dure _mostacciole_; anzi, perchè di
-grado superiore nella famiglia numerosa dei dolci, i più pesanti
-_pantofali_[164]. Nella ricorrenza dell'onomastico o del compleanno di
-lui, essa non sa, nè può rinunziare al piacere, fors'anche al dovere, di
-mandargli un grande vassoio (_'nguantiera_) con dolci speciali del
-monastero, o conserva di scorzanera (_scursunera_), e sopra o intorno
-una mezza dozzina di fazzoletti di seta rosso-gialla, o di posate, o di
-cucchiaini da caffè d'argento. La domestica esterna (_mamma_), portando
-questi doni, o un'ambasciata chiedente della salute di lui, sa di dovere
-studiare tutte le mosse del _padre_ (confessore), imprimersi nella
-memoria le parole tutte da lui pronunziate, con la mimica che le
-associa, per poterle subito ridire e ripetere alla signora.
-
-[162] _Penitente_, colui o colei che abitualmente si confessa con un
- sacerdote.
-
-[163] «Contro la determinazione del Concilio di Trento avea quasi ogni
- monaca un particolare e perpetuo confessore, origine delle continue
- dissensioni, le quali pur troppo si sentono spesso in questi
- monasteri.» _Ragguaglio_ che citeremo innanzi, pp. 175-76 {p. 166}.
-
-[164] _Pupu cu l'ova_, nei monasteri e nell'alta pasticceria siciliana,
- specie di colombina, fatta di pasta dolce con un rialzo ad un lato,
- con isquisita conserva. -- _Viscottu chinu_, biscotto molle in
- forma convessa ed a ghirigori di sopra, e piano sotto, ripieno di
- conserva o crema. -- _Mustazzola_, dolce molto duro, di farina,
- zucchero ed altri ingredienti, a forma di focaccia irregolarmente
- schiacciata, ed a ghirigori biancastri su fondo color mogano. --
- _Pantofalu_, specie di _mustazzola_ vuota e piena di conserva di
- pistacchio o d'altro.
-
-Or com'è che una monaca, pur avendo professata povertà, poteva
-permettersi tanto lusso di regali?
-
-Il come è semplicissimo. La monaca si rivolgeva con una lunga lettera, a
-forma prestabilita, alla sua superiora e le chiedeva le licenze di
-disporre del peculio, ossia del proprio vitalizio per i bisogni
-personali o per fare delle piccole offerte. La formula di questa lettera
-è un capolavoro di educazione, di rassegnazione alla volontà della
-Badessa, suprema moderatrice del monastero, vigile custode della regola
-di esso. Perchè, dopo la più larga professione di santa obbedienza alla
-materna carità ed autorità di lei, la supplicante chiedeva il permesso
-di potere col vitalizio «compire qualche atto di gratitudine così coi
-parenti che con qualche altra persona cui ella avesse obbligazione;
-potersi servire di tarì dodici, tenerli in suo potere e spenderli per
-sua soddisfazione..., fare qualche elemosina, far celebrare qualche
-messa, pagare qualche persona di servizio..., imprestare o imprestarsi
-qualche cosa secondo le occorrenze del tempo, disporre di tutto quello
-che teneva in cella, servirsi di alcune cose d'argento, ricevere tutto
-quello che sarebbe stato dato dal monastero, dai parenti o da altra
-persona, e che se ne potesse servire e disporre a suo arbitrio e poter
-fare qualche cosa dolce così per sè stessa che dei parenti e persone cui
-avesse obbligo...» _Excusez du peu!_
-
-Aveva la Badessa, senza intesa del Vescovo, facoltà di concedere queste
-ed altre licenze?
-
--- «Sì», rispondeva un canonista, al quale ne veniva mosso quesito;
-«perchè la Badessa ha le medesime facoltà dell'Abate».
-
-E quanto poteva, con licenza della Badessa, spendere la monaca?
-
--- «In ragione del vitalizio», si rispondeva, e, secondo le varie
-opinioni, da uno a quindici scudi[165], fino a cinque dei quali solo pel
-confessore.
-
-[165] _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_. Ms. Qq. H 158 cit., n.
- XIV, della Biblioteca Comunale di Palermo.
-
-Ecco giustificati i regali delle monache. Ma la faccenda non era così
-semplice come si presentava. Una volta (1755) l'Arcivescovo Cusani,
-fungendo da Vicerè e da Capitan General di Sicilia, volle portarvi
-rimedio, ed ordinò «a tutte le monache particolari e converse di ogni
-monastero, senz'alcuna eccezione, sotto pena di scomunica maggiore _ipso
-facto incurrenda_, che non potessero nè molto nè poco, nè direttamente
-nè indirettamente, nè per qualsivoglia pretesto dare, o regalare ai loro
-confessori ordinarj, o straordinarj, regolari o secolari; e questi
-all'incontro, sotto pena di sospensione _ipso facto incurrenda_ non
-potessero nè per sè, nè per altri, ne per qualunque formalità, che
-potrebbe pensarsi, anche per titolo di elemosina, ricevere cosa alcuna
-dalle medesime»[166].
-
-[166] Editto di D. M. P. Cusani ecc. in data dell'11 ottobre 1755. In
- Palermo MDCCLV, Stamperia Valenza.
-
-L'editto del Cusani suscitò un pandemonio. Ecclesiastici insigni furon
-chiamati a dare il loro avviso. Un parere teologico diede P. Benedetto
-Piazza; uno canonico, P. Francesco Burgio: un altro, mezzo teologo,
-mezzo canonico, il molto Reverendo P. Giuseppe Gravina: tre scrittori di
-primo ordine. L'Arcivescovo con tutta la sua autorità ne uscì malconcio.
-Un anonimo ne prese le parti, e in un libro che si finse stampato a
-Lucca ed uscì invece dai torchi di Palermo, furon messe carte in tavola
-e, a difesa del Cusani, raccontate cose dell'altro mondo.
-
-Ecco il titolo intero di questo prezioso libro: _Ragguaglio delle
-contraddizioni sostenute dalla pastorale vigilanza di Mons. D. Marcello
-Papiniano Cusani Arciv. di Palermo per occasione di un Editto da lui
-pubblicato agli 11 di Ottobre del 1755: per cui si vietano i regali
-delle monache ai confessori: gli abusi intollerabili nelle occasioni de'
-Monacati e Professioni delle medesime: e l'accesso dei Regolari ai loro
-monisteri senza la licenza dell'Ordinario: che serve di confutazione ai
-voti de' PP. B. Piazza, Fr. Burgio e G. Gravina d. C. de G. contro
-l'Editto stesso e_ l'Ordinaria, _e la_ delegata giurisdizione dei
-Vescovi. In Lucca 1759. (In-8º, pp. 407).
-
-Altri bisogni, non personali, imponeva la Comunità per officiature,
-servizio divino, ricorrenze civili, restauri edilizi del monastero.
-Questi bisogni non eran pochi, nè facili a soddisfare con le rendite del
-religioso istituto, e con lo scarso assegno personale delle suore. E
-frattanto le famiglie erano di continuo importunate per sovvenzioni
-straordinarie, che provocavano clamorosi ricorsi al Sovrano. Laonde nel
-1779 Ferdinando ingiungeva ai monasteri «di addossarsi le spese di
-qualunque genere senza ombra di gravare per le moniali. Per tal modo,
-diceva, i padri di famiglia si rilevano dal peso di soccorrere con
-straordinarie spese le loro figlie e congiunte, mentre le singole
-monache non si angustiano più di spendere quel che quasi angaricamente
-spendevano»; e faceva obbligo espresso ai vescovi di sorvegliare la
-esecuzione dei suoi ordini. I vescovi peraltro, impotenti a ciò,
-vedevano la loro azione frustrata dalle comunità religiose, refrattarie
-a qualsivoglia provvedimento in proprio favore.
-
-Lesi nei loro personali interessi, i parenti tornavano a gridare: ed il
-Re, seccato, emanava nuovi ordini e passava alle minacce, non intendendo
-più oltre sopportare che si pagasse di proprio dalle monache quello che
-avrebbe dovuto pagarsi dalla cassa del monastero. Le monache, diceva il
-Re, fecero i loro conti e videro che non potevano arrivarci, avendo
-bisogno dell'aiuto di costa, cioè di denaro delle famiglie: e ne
-mormoravano. E sdegnato, nuovi richiami faceva ai Vescovi, affinchè
-sotto pena di peccato mortale vietassero alle monache qualunque spesa
-individuale per ricreazioni, dovute solo ed assolutamente dal patrimonio
-del monastero (1782)[167].
-
-[167] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 350.
-
-Ma di chi si dolevano queste benedette monache se esse medesime eran
-causa dei loro mali? Il 1º gennaio del 1796 moriva suora Emanuela
-Cordova, Badessa di S.a M.a delle Vergini, e seppellivasi in
-monastero[168]. La buona donna sapendo a quali dispendî sarebbe andata
-incontro la comunità, pei funerali a lei dovuti, tre giorni prima si
-dimetteva da superiora. Le suore avrebbero potuto uscirne bene,
-accettando la rinunzia: ma senza discussione la respinsero[169]: il che
-fa onore al loro sentimento di devozione per la loro venerata madre. Ma
-allora perchè tornare alle solite querimonie pel gravame che loro veniva
-da siffatta sventura? Oh non sapevano esse che alla Badessa toccavano
-gli onori dei capi religiosi? e che per tre giorni consecutivi sarebbe
-occorso l'intervento del Capitolo e del clero della Cattedrale: i
-canonici, i prebendati? _Cujus culpa_ delle 70 onze che ci volevano per
-tutta questa funzione, alla quale peraltro era in loro facoltà di
-sottrarsi?
-
-[168] Alle severe inibizioni dei seppellimenti in città (1783-8) i Vicerè
- non cessavano di contravvenire essi medesimi. Le chiese di Suor
- Vincenza, della Magione ecc. erano aperte ai cadaveri. È poi
- ricordo di chi scrive, come di qualsivoglia persona nata nella
- prima metà del sec. XIX, la inumazione nelle sepolture private o
- sociali di chiese appartenenti a monasteri, collegi di Maria,
- reclusorî, conventi, confraternite. Rinomata fra tutte,
- specialmente per la Nobiltà femminile, la sepoltura delle
- Cappuccinelle presso il Papireto. Vedi v. I cap. XXIII.
-
-[169] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 346-47.
-
-Ma v'è anche di più, e questo conferma la responsabilità tutta monacale
-dello sperpero inconsiderato che nei monasteri si faceva[170].
-
-[170] A giudicare con piena conoscenza in proposito si legga la
- _Descrizione di ciò che operarono le monache del vener. monastero
- dell'Immacolata Concezione di questa città di Palermo sotto il
- governo della Reverenda Madre suora Rosa Felice Ventimiglia
- normanna e sveva, Abbatessa la terza volta, per la venuta di Carlo
- III in Palermo_. In Palermo, Amato, 1735.
-
- E sì che la Concezione non era il primo dei monasteri di Palermo!
-
-Poche settimane dopo giunta in Palermo la Corte di Napoli, volle la
-Regina Carolina fare un giro pei monasteri. Primo visitò (1 aprile 1799)
-quello di Sales, fuori Porta Nuova, al quale era annesso il R.
-Educatorio delle nobili donzelle che prendevano nome da lei.
-L'accompagnarono dame e cavalieri, e le furono resi omaggi singolari; e
-regali di fiori di smalto e ceste di dolci furono offerti ai principini:
-somma complessiva di questa bazzecola, settant'onze (Lire 892,50)! Di
-questo un po' male rimase la Regina, non per offesa che venisse al suo
-orgoglio di sovrana, ma pel costo di tanti regali. Laonde, rientrata
-nella Reggia, emanò ordini severi che nelle seguenti visite, offerte
-simili non si ripetessero, pena la sua indignazione.
-
-Vera o no che fosse la collera, bisognava prenderla nella sua
-espressione e non pensare a nuovi _trattamenti_ per lo appresso.
-
-Eppure la prima a dimenticarsene fu l'augusta incollerita.
-
-Tre mesi e diciotto giorni durarono le sue visite, e in ventun monasteri
-da lei visitati, non una ma due feste da ciascuno si lasciò ella fare e
-si godette, l'una più dispendiosa dell'altra. Se il Sales buttò via
-quelle settant'onze, il Salvatore, per non restare ad esso indietro ne
-buttò cento (L. 1275). Carolina avrebbe dovuto senz'altro smettere; ma
-non ismise, e la minaccia della sua indignazione fu una _scena appesa_:
-appesa, come per far comprendere che le acque dolci diacce, i sorbetti,
-le _carapegne_ non eran poi roba da rifiutare; e che se la visita si
-prolungava troppo, a certa ora, tanto lei quanto gli augusti marmocchi
-avrebbero avuto bisogno di un ristoro, che con parola propria chiameremo
-cena. Difatti non vuolsi dimenticare che la Corte, secondo l'uso
-d'allora, pranzava poco dopo mezzogiorno.
-
-Ecco dunque una cena regale con pietanze in caldo e in freddo degne
-della figlia di Maria Teresa e della moglie di Ferdinando III.
-
-I monasteri facevano a gara per superarsi, anzi per sopraffarsi a
-proprio danno. Non avean danaro e lo toglievano precipitosamente in
-prestito, senza speranza di poterlo prontamente restituire. Parati,
-illuminazioni, musicate, _Pange-lingua_ in chiesa, illuminazioni a cera
-di Venezia dentro, in tutti i corridoi, nelle sale del Capitolo, in
-refettorio, nel quartiere della Superiora, gramolate di tutte le
-essenze, ponci di caffè e schiume di latte, dolci sopra dolci, torte
-grasse, arrosti di pollanche (talora chieste alla cucina del Principe di
-Trabia), conserve ed altra roba da _dessert_; e poi doni di altri dolci,
-di argenteria, di oreficeria e fin di telerie: ecco ciò che presentarono
-queste monachelle, che per la vanità di comparire più di quel che erano
-toglievano alla loro sussistenza il necessario ai piccoli comodi.
-
-Al tirar delle somme, per la follia di poche ore, ciascuno dei monasteri
-visitati s'indebitava per la cifra tonda di trecent'onze (3825), e
-quello delle Vergini, di seicento (7650)!
-
-Al domani di tanta ebbrezza, le recriminazioni delle singole religiose
-contro le loro superiore e delle superiore contro le singole religiose
-esplodevano violente. -- «Fu la Badessa che volle spender tanto!»
-esclamavano le une. -- «Furon le suore che s'imposero, perchè le monache
-di Sett'Angeli, e financo quelle di S.a Chiara, fecero cose da pazzi!»
-rimbeccavano le altre. -- «La colpa è tutta delle Teresiane, le quali
-senza un accordo regalarono una cornice d'oro massiccio», aggiungevasi,
-mentre in alcuni circoli monastici si gettava la colpa di tanta jattura
-«su quelle superbacce, dicevasi, di S.a Caterina, che per la loro
-rendita di 20.000 scudi all'anno, spendono e spandono come se tutti i
-monasteri possedessero banchi di danari!».
-
-E frattanto angustie o querimonie eran pascolo giornaliero di più che
-millecinquecento moniali, ed i cantastorie di piazza sotto le loro
-finestre e presso i parlatorî le venivano frizzando col canto della
-«Storia nuova delle monache indebitate», e ripetendo ad ogni strofa
-l'intercalare, che faceva ridere il non colto pubblico:
-
- Dijuna, o monaca, fa' pinitenza:
- Scutta li sfrazzi fatti a cridenza![171].
-
-[171] Digiuna, o monaca, fa' penitenza; sconta il lusso che tu sei
- procurato facendo debiti!
-
-E poichè era risaputo che la Superiora delle Repentite non avea voluto
-partecipare al comune sperpero, ed alla dama della Regina avea fatto
-intendere che non avrebbe potuto procurarsi l'onore della regale visita,
-un ultimo verso della canzone esclamava:
-
- Viva la monaca d' 'i Repentiti!
-
-Quale fosse la istruzione nei monasteri non è facile vedere; certo,
-però, non dev'essere stata gran che, se nel vecchio _Ceremoniale_ del P.
-Tornamira, che era il vangelo delle monache benedettine, si ammetteva
-che la monacanda non sapesse scrivere pur avendo imparato a leggere
-correttamente nell'anno del noviziato o in due anni di esso, ove uno non
-fosse bastato[172].
-
-[172] _Tornamira e Gotho_, op. cit., p. 50.
-
-Supporla però inferiore a quella dei Collegi di Maria sarebbe errore,
-almeno in alcune materie di cultura femminile. Il più antico di questi
-Collegi, quello dell'Olivella (1791) e, meglio ancora, l'altro di S.a
-Maria alla medesima Olivella (1740), nel primo articolo del suo Statuto
-prescriveva «il gratuito insegnamento alle ragazze nei lavori donneschi,
-nell'istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè della
-educazione morale della cristiana religione»: il che non è poco, data la
-scarsissima istruzione popolare. Potevano le monache non essere nel
-grado d'istruzione delle donzelle del Carolino; ma non è a presumerle da
-meno delle Collegine, anche in considerazione della inferiorità di
-queste al ceto nobile, e talvolta forse al civile. A ragione, peraltro,
-dell'ordine al quale appartenevano le monache erano obbligate a leggere
-gli ufficî divini.
-
-Una prova indiretta della loro cultura nelle Arti belle e geniali
-l'abbiamo come nel maneggio degli strumenti musicali che si avea
-occasione di ammirare in molte religiose, così negli stupendi lavori di
-ricamo, di cera, di smalto con disegni che si eseguivano dentro gli
-stessi monasteri. Corridoi, sale da Capitoli, cappelle interne, cori,
-celle, erano ingombri di bacheche e di scarabattoli con immagini di
-cera, in abitini delicatissimi, ornati di drappi a fiocchettini, a
-frangette, a fiorellini, a foglie, ad erbe, che erano e, a chi li veda
-anche ora, sono una maraviglia. V'erano intere sacre rappresentazioni,
-scene plastiche della Bibbia, e del Leggendario dei Santi, le quali
-aveano assorbito lunghi anni di paziente lavoro d'ignorate artiste del
-chiostro, inconscie del loro valore, solo infiammate all'attuazione d'un
-ideale intensamente carezzato.
-
-Quando (26 luglio 1775) la Principessa Giulia d'Avalos, moglie del
-Vicerè Marcantonio Colonna di Stigliano, visitò il Monastero di S.a M.a
-delle Vergini, Badessa la veneranda Marianna Notarbartolo dei Principi
-di Sciara, e si fece (giova avvertire che questa donna non era la prima
-del suo casato in quel pio luogo, perchè, per tradizione, le famiglie
-facevano di generazione in generazione entrare le loro figliuole sempre
-nei medesimi monasteri), come dicevasi fin d'allora, «della scelta
-musica», tre riscossero sinceri applausi: suor M.a Fede, suor M.a Carità
-e suor Marianna Emanuele de' marchesi di Villabianca, dilettanti, la
-prima di canto e cembalo, la seconda di canto, cembalo e salterio, la
-terza di violetta d'amore e violino[173]. E ci volle coraggio ed abilità
-per esporsi innanzi alla moglie di un Vicerè ed a 180 dame di Palermo
-che in quella occasione furono visitatrici e spettatrici.
-
-[173] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI. p. 334.
-
-In quei tempi le audizioni di questo genere non si pagavano.
-
-Houel, che in qualche città dell'Isola stupì alla limitatissima
-istruzione delle donne anche dell'alta Società, in Palermo raccolse con
-piacere la notizia che una monaca, figlia del Principe di Campofranco,
-avesse scritto di morale[174]; ma se si fosse fermato un poco più
-sull'argomento, avrebbe saputo che altra moniale, Anna M. Li Guastelli,
-avea composto due poemi, uno su S.a Rosalia, un altro su Palermo.
-
-[174] _Houel_, v. I. p. 67. Vedi il cap. _Dame e Cavalieri_.
-
-Ma di essa, a tempo e a luogo.
-
-Se poi la maggior parte delle monache erano di scarsa istruzione, non ne
-mancavano altre mediocremente istruite, le quali rappresentavano lo
-elemento culto d'un monastero. Queste, o alcune di queste, non
-eccellevano per floride condizioni economiche di famiglia, pur essendo
-nobili o civili; ma erano accettate come _soggetti_. Soggetto nel
-linguaggio monastico voleva dire persona di tali qualità intellettive
-che giovava prendere nel monastero (ed anche nel convento, se uomo)
-senza quell'appannaggio di corredo, di dote e vitalizio che era uno dei
-requisiti per l'ammissione e l'accettazione da parte delle comunità.
-
-La _soggetta_ occupava poi le cariche più delicate di scrittura: e se
-non la _razionala_ interna, era sempre la scrivana del monastero o la
-segretaria della Badessa, col permesso della quale poteva tenere nella
-sua cella penne e calamaio; mentre le altre, al bisogno, dovevano andare
-a chiedere le une e le altre.
-
-Molti e diversi i monasteri, superbi per moli, immensi per estensione,
-con due, tre atrii, e con avanzi, sovente ignoti alle gentili
-commoranti, ignorati anche dai dotti di fuori. L'ampiezza di essi era
-tale da consentire più d'un quartiere, e per servirci del linguaggio
-monastico, più d'una cella ad una medesima religiosa, e offriva persino
-un edificio interno di villeggiatura a tutta o a parte della comunità.
-Questa villeggiatura era ben diversa da quella che si faceva fuori.
-
-Hager che volle conoscerli e n'ebbe permissione dall'Ordinario, ne
-visitò fino a ventidue, non tutti della medesima importanza, benchè
-tutti più o meno rinomati. Eran divisi fra i quattro rioni, dentro la
-città; ma quello di Sales, di recente costruzione, sorgeva fuori, nella
-via di Monreale (Corso Calatafimi). Più antico tra tutti il monastero
-del SS. Salvatore nel Cassaro. Per pingui patrimonî e per grande decoro
-aveano rinomanza i monasteri delle Benedettine del Cancelliere, delle
-Francescane di S.a Chiara, della Badia Nuova, delle Stimmate, di S.
-Vito, delle Domenicane della Pietà, delle Carmelitane di Valverde, delle
-Carmelitane scalze di S. Teresa, delle Minime dei Sett'Angeli, delle
-Teatine di S. Giuliano ed altri con sott'ordini e sottoregole di Santi e
-di Sante.
-
-Le Badesse e le Priore, elette dal suffragio delle comunità, vi duravano
-anni ed anni in carica confermate dalla fiducia, o dal rispetto, o dalla
-convenienza, o fors'anche dal tornaconto dei partiti interni. Il fiore
-della Nobiltà palermitana eravi costantemente rappresentato; e negli
-ultimi del secolo (diciamo una data precisa: tra gli anni 1798-1800),
-suora Migliaccio, figlia del Principe di Malvagna e di Baucina (già
-Capitan Giustiziere e Pretore) al Salvatore, suora Gabriella Crescimanno
-al Cancelliere, suor Maria Buglio, che abbiam vista alla Martorana, suor
-Maria-Francesca Giacona o Chacon a S.a Chiara, suor Calderone dei Baroni
-di Baucina alla Badia Nuova, suor Maria Lucchese dei Duchi Lucchesi a
-Montevergine. Contemporaneamente reggevan le sorti di S.a Caterina la
-Rosalia Migliaccio dei Principi di Baucina, sorella della Badessa del
-Salvatore: della Pietà, suora Burgio dei Duchi di Villafiorita; di
-Valverde, suora Vannucci dei Marchesi Vannucci. L'ideale dei monasteri
-secondo i canti infantili dell'Isola, l'Origlione[175], riposava
-lietamente all'ombra di suor Maria Diana dei Duchi di Cefalà.
-
-[175] Cfr. i nostri _Canti pop. sic._, 2ª ediz., v. II, n. 749.
-
-Il monastero dei Sett'Angeli, convertito un secolo dopo in iscuola del
-Comune, dove taccheggiava una ignorantissima femina, onoravasi di suora
-Naselli dei Principi di questo nome; le Stimmate di suora Barletta dei
-Principi di S. Giuseppe; le Vergini, di suora Maria-Fede dei Marchesi di
-Villabianca, nostra vecchia conoscenza. Troneggiava Badessa di S.a
-Teresa la Settimo, sorella del Marchese di Giarratana, e del Sales
-Dorotea Lanzirotti.
-
-Non di nobili, ma di elette famiglie borghesi menavano vanto altri
-monasteri che mal sopportavano di non potere stare in prima linea con
-quelli delle alte sfere religiose da noi serenamente e da esse
-dispettosamente guardate. La figlia del razionale D. Gaspare Scicli
-governava, è vero, la Concezione, suora Gerardi S.a Elisabetta, suora
-Concetta Gasparito S.a Rosalia, Suora Tomasino S. Giuliano, suora
-Maria-Anna di Guastelli l'Assunta, suora Rosa Lo Monaco le Repentite; ma
-non potevano, ahimè! esse, madri Guardiane e madri Priore, aspirare
-all'ambito titolo di Badesse.
-
-Sugli ultimi piani dei palazzi del Cassaro, sotto i tetti, sporgevano, a
-brevi distanze, logge coperte. Quivi ad ogni pubblico spettacolo sacro o
-profano, religioso o civile, centinaia di testoline avvolte in candide
-bende si movevano irrequiete occhieggiando sulla fluttuante folla del
-corso. Erano le nobili suore dei Sett'Angeli e dell'Origlione, di S.a
-Chiara e di Montevergine e del Cancelliere, eran quelle delle Vergini e
-della Martorana e di S.a Caterina, le quali vi giungevano per lunghi,
-tortuosi cavalcavia, come quello stranamente maraviglioso di S.a Chiara,
-che andava di fronte al Palazzo Geraci, o per meati sotterranei, come
-quello che dalla Martorana riusciva sul Palazzo Gugino (Bordonaro) alle
-Quattro Cantoniere. Il capriccio femminile sposato all'audacia
-spensierata aveano con ingente spesa costruito questa specie di _tunnel_
-che a Maria Carolina parve (15 aprile 1799) opera romana. Un secolo
-dopo, livellandosi la via Macqueda, tra la Università e Piazza Vigliena,
-i retori della edilizia e della topografia della Città, alla vista di
-quest'opera sotterranea, si abbandonavano a fantastiche supposizioni,
-creandovi sopra leggende da medio evo, che solo la ignoranza e la
-malafede poteva far concepire.
-
-Altri monasteri illustri (Pietà, S.a Teresa, Valverde), eran luoghi di
-raccoglimento e di delizia insieme, dove della stretta osservanza le
-monachelle aveano ragione di compensarsi con giardini e verzieri,
-laghetti e fontane, viali pensili e logge altissime, che esse si
-deliziavano a percorrere in barchette, in sedie portatili, in
-carrozzelle, alternandole con ufficî religiosi e domestiche incombenze.
-Chi vide prima della loro trasformazione S. Vito, le Vergini, la
-Concezione, e prima della loro delittuosa demolizione le Stimmate, potè
-formarsi una idea della ossequenza monacale e signorile al davidico
-precetto: _Servite Domino in laetitia_. Eppure
-
- Pri la monaca racchiusa,
- Ch'avi sempri ostruzioni,
- Facci pallida e giarnusa
- Isterii, convulsioni[176],
-
-[176] _Meli_, _Poesie: Sarudda_, ditirambo.
-
-questi conforti del corpo e dello spirito non bastavano: ci voleva la
-villeggiatura, la quale, salvo rare eccezioni, non poteva farsi se non
-in campagna. La previdenza delle passate comunità o delle antiche
-benefattrici avea pensato anche a questo. Valverde possedeva una
-bellissima villa a Mezzomorreale, i Sett'Angeli una alle Petrazze, il
-Cancelliere a Sampolo, la Martorana a Scannaserpi. Quivi ed in altri
-siti ridentissimi passavano giorni spensierati intere comunità, senza
-preoccuparsi della lor sicurezza personale, alla quale provvedevano le
-alte e solide mura di cinta di clausura, ed i fattori che, di padre in
-figlio succedendosi, ne avean cura.
-
-Ed anche questo non bastava.
-
-Per breve pontificio esecutoriato nel Regno ed approvato
-dall'Arcivescovo del tempo, le monache di S. Caterina avevano il
-permesso di uscire di monastero quattro volte all'anno[177]. Era un
-privilegio speciale, che si ricordava sempre con invidia dagli altri
-monasteri. Pure non rappresentava una eccezione, se nelle monache era
-bisogno di un mutamento d'aria. L'architetto Houel intrattenendosi di
-questo argomento col Marchese Natale, apprese «che una monaca malandata
-in salute poteva uscire dal chiostro e andare dai suoi parenti, in città
-o in campagna», rimedio che a lui parve il più efficace a dissipare il
-languore, la noia, il disgusto del chiostro[178]. I medici erano in ciò
-d'una compiacenza fenomenale, e non si facevano pregare per iscrivere i
-loro certificati con la formula voluta: _affermo con giuramento_, senza
-la quale non si sarebbero questi riconosciuti validi.
-
-[177] _Vedi_: _Biglietto viceregio per cui a nome di S. M. si partecipava
- alla Rev. Madre Priora del ven. monastero di S. Caterina l'ordine
- dato ecc._, Palermo, 7 luglio 1764.
-
-[178] _Meli_, _Poesie: Sarudda_.
-
-La Curia arcivescovile un po' severa non impediva, ma forse concorreva a
-diminuire il numero delle monachelle girovaganti per la città. Quelle
-che Hager dice di aver viste a sfarfallare per le strade in carrozza, o
-a rimanersene fuori chiostro in casa dei parenti, col pretesto di
-malanni fisici, saranno state religiose professe, ma potevano anche
-essere educande, nei giorni di probazione, alla vigilia di monacarsi.
-Altrimenti non si riescirebbe a spiegare come, «vestite dei loro abiti,
-se ne stessero (son parole di Hager) nei terrazzi (balconi) a
-chiacchierare amorosamente, finchè non venisse il tempo di smetterli».
-Se s'incontravano in Palermo «molte dame maritate, che avean lasciata la
-tonaca»[179], il nostro pensiero ricorre senza altro a quelle che
-decisero Re Ferdinando a portare a un anno le professioni (1790), ed a
-proibire le eccessive spese di monacazione. Gli annullamenti di voti
-monastici, infatti, nella seconda metà del settecento eran frequenti non
-solo per donne, ma anche per uomini: ed una ricerca all'uopo tornerebbe
-utile alla storia del costume anche sotto questo non mai guardato
-aspetto. La ricerca dovrebbe farsi nell'Archivio della curia
-arcivescovile e nelle carte del Giudice della Monarchia: qualche cosa ne
-dicono quelle del Vicario Capitolare Mons. Michele Schiavo[180].
-
-[179] _Hager_, _Gemälde_, p. 117.
-
-[180] Mss. della Biblioteca Comunale di Palermo, segnati Qq 44, nn. 6, 7,
- 8; v. 136, n. 1, pp. 1, 58; v. 148, n. 4; v. 150, ecc.
-
-Agli annullamenti di voti femminili seguivano a quando a quando, anzi
-non di rado, i matrimonî d'amore. La monachella del Meli, stanca della
-vita che le tocca a trascinare nel chiostro, spiattella chiaro e tondo
-che ha fatto la sua brava petizione di nullità dei voti, e che non sì
-tosto riuscirà allo scopo, sposerà il suo attivo difensore legale:
-
- L'avvocatu miu alliganti
- Già cumprènniri m'ha fattu
- Chi pri mia ni nesci mattu:
- Spusa sua certu sarrò[181].
-
-[181] _Meli_, _Poesie: La Monaca dispirata_.
-
-Nè questa è poesia. Assistita dall'abile avvocato Don Onofrio Paternò,
-suor M.a Antonia Trigona vinceva la sua lunga causa di svestizione.
-Ella, col titolo di Baronessa di Spedalotto, Cugno, ecc., ereditava
-feudi considerevoli. Ed eccole a ronzarle attorno vagheggini e
-pretendenti. Vogliono essi dar la scalata al bell'edificio dei
-trentasett'anni di lei, ovvero al suo blasone? Probabilmente no: ella ha
-seimila scudi annui, e quei seimila fan gola a giovani e ad uomini
-maturi. Donna Maria-Antonia però
-
- Sta come torre ferma che non crolla,
-
-perchè è innamorata pazza del suo avvocato, il quale, dimenticando i
-begli occhi della Marchesa Flavia Mina-Drago, ne tiene ambe le chiavi,
-quella cioè del cuore e quindi della bella persona: e quella del tesoro
-d'argento. La seguente canzone siciliana, attribuita alla poetessa
-vedova D'Angelo, fece (1784) il giro degli eleganti salotti:
-
- Middi livreri supra 'na cunigghia,
- Quali s'era a Diana dedicata,
- Cci currevanu appressu a parapigghia,
- Ed idda intantu si stava ammacchiata.
- Ma un guzzareddu (oh chi gran maravigghia!)
- Cu tuttu chi 'na lebbra avia appustata,
- Lassa la lebbra e c'un sàutu la pigghia,
- E fici a tutti 'na _cutuliata_[182].
-
-[182] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 309-10.
- Versione italiana: Mille levrieri sopra una _coniglia_ (coniglio
- femina), che s'era dedicata a Diana, correvano a parapiglia dietro
- ad essa, la quale però se ne stava ammacchiata (chiusa in
- _monastero_). Ma un cagnolino (oh gran maraviglia!), non ostante
- che tenesse la posta ad una lepre, lascia la lepre e con un salto
- prende la _coniglia_, e fa a tutti una canzonatura (lascia tutti
- con un palmo di naso).
-
-Non dissimile il caso di suor Giuseppa Teresa, quale dopo di essere
-stata vent'anni col ruvido saio all'Assunta a sbisoriare ufficî divini,
-alla medesima età della Trigona, per sentenza dei tribunali competenti
-tornava al mondo muliebre Donna Giovanna Moncada, sorella, nientemeno,
-di S. E. il Principe di Paternò. Poteva mancarle un marito? Ed ella se
-l'ebbe infatti pel Natale del 1789 nel Marchese di Castania D.
-Bartolomeo Avarna[183].
-
-[183] _G. Alessi_, _Prontuario_ (cit. a p. 223 {p. 211} del presente
- vol.) pag. 9.
-
-La prospettiva della svestizione sorrideva lietamente a quelle tra le
-moniali che non si sentivano di durarla in mezzo alle miserie, alle
-piccinerie del chiostro. «Oh se le cose mi vanno a seconda, esclamava la
-povera _Monaca dispirata_ del finissimo Meli, come sarò felice! Ho tutta
-la speranza di vedermi sciolta della professione, perchè varî ne sono i
-motivi:
-
- E d'allura in poi, in avanti,
- Nun saròggiu cchiù 'nfelici;
- Di lu munnu chi Diu fici
- Comu l'autri gudirò.»
-
-E che erano mai codeste miserie e piccinerie del chiostro? Ce lo dice
-appunto il poeta nel citato componimento, che nel genere è l'unica
-fedele pittura di quella vita.
-
-La monaca messa in iscena è, a quanto pare, di famiglia civile, e
-lamenta la perduta libertà, la pace, la gaiezza della gioventù. I
-genitori la fecero entrare in monastero bambina; cresciutella, le
-dipinsero come un serpe velenoso il mondo, come una schiavitù il
-matrimonio, come un boia il marito. Spaventata, non volle più uscire dal
-chiostro; ma dovette accorgersi d'essere stata ingannata: senza di che,
-non si troverebbe ora chiusa fra quattro mura, vestita di nero, col capo
-raso come quello dei forzati, e con le
-
- ... scarpi grossi e chiani,
- Cu buttuna e lazzitedda,
- Senza fibbii a l'oricchiedda,
- Cà s'apprenni a vanità[184].
-
-[184] Scarpe grosse e senza tacchi, con bottoni e laccetti, senza fibbie
- all'orecchiolo, perchè (le fibbie) si considerano come (segno di)
- vanità (mondana).
-
-Al domani della riscossione del vitalizio, tra spese grosse e minute non
-le resta un quattrino. Il vitalizio
-
- Si nni va pri cumprimenti
- A lu patri cunfissuri,
- Chi a li gradi tutti l'uri
- La stravïa[185] quantu pò.
-
-[185] La distrae.
-
-Ella torna dispettosa alle insidie lusinghiere dei genitori e dei
-parenti, e prosegue numerando le male arti di tutti per sorprendere la
-sua buona fede, e la maniera capziosa ond'essa fu costretta a dare il
-suo assenso, e le finzioni dello zio, che vedendo non potersi arrivare a
-coprire le spese necessarie per lei, aggiunse qualche cosa del suo, e
-l'intervento dell'avvocato, del _professore_ (procuratore legale) e del
-notaio, che la crucifissero come Cristo. Circondata in tal guisa da
-persone tutte interessate a sacrificarla, la inesperta e debole ragazza
-rinunziò al mondo e fino al nome di battesimo. Ed ora, ahimè! è una
-infelice tra infelici.
-
- Cuminciannu ccà di mia,
- Quantu monachi cci sunnu
- Vurrian'essiri a lu munnu
- 'Ntra li spassi chi cci sù.
-
-E la vita sua scorre in continui tuppertù, fra sospetti e gelosie, in
-mezzo a compagne disperate, tra sorveglianze e sorprese, in superbia ed
-invidia: affettate, schifiltose, malaticce e scontente di tutto e tutto
-pubblicamente lodando. Le sue consorelle son la curiosità in persona, e
-mentre non si occupano di nessuno, sanno i fatti di tutti, e ostentano
-virtù e santimonia[186].
-
-[186] _Meli_, _Poesie_, pp. 361-71. Si cfr. anche un frammento soppresso
- dalla censura del tempo alla canzonetta: _Nun chiù a porta filici_
- (p. 89), e testè esumato e pubblicato (p. 396).
-
-Differenza di ceti, e tra questa, divisione di un medesimo principale
-ordine religioso, suscitavano e mantenevano gare tra un monastero e
-l'altro. I monasteri di primissimo ordine guardavano dall'alto al basso
-quelli che accoglievano monache di famiglie semplicemente civili.
-Questi, d'altro lato, mettevano in ridicolo il fare pretenzioso di
-quelli, e perchè non potevano eguagliarli, tenevan le ciglia in
-cagnesco. La visita dianzi ricordata della Vice-regina Colonna di
-Stigliano ne è un saggio: quella della Regina Carolina, una conferma.
-
-Le moniali di S.a Caterina e le moniali della Pietà erano domenicane: ma
-quelle si vantavano, o eran dette figlie di _Don Domenico_, e queste
-strillavano a sentirsi dire figlie di _Mastro Domenico_. San Domenico
-aveva il _Don_ in un monastero aristocratico, e contava per _mastro_,
-che è quanto dire operaio, manuale, in un monastero di media levatura.
-
-Codesti dispetti affilavan le armi della maldicenza: nessuno monastero
-poteva sottrarvisi, neanche quelli che meno la pretendevano a ricchi, a
-nobili, ad antichi. E se per poco uno simpatizzava con l'altro, e in una
-solenne occasione entrambi si scambiavano cortesie, la simpatia costava
-loro cara pei commenti che vi facevano sopra le altre comunità. Un
-invito delle monache di S. Chiara a quelle della vicina Martorana nella
-visita di Maria Carolina (18 aprile 1799) informi.
-
-A cosiffatti dispetti pigliavan parte con largo contributo di burlette e
-di aneddoti i reclusori ed i ritiri, che raccoglievano umili donne, o
-fatte collocare dalle famiglie, o reiette dalla società e dalla fortuna.
-Era anche qui una delle molte, sgradevoli manifestazioni di chi non ha
-contro chi ha, di chi non è contro chi è. La non favorevole corrente si
-tramandava col volger dei tempi. Dal giorno della tempestosa
-soppressione del 1866 ad oggi, per ragioni diverse e non tutte
-ponderate, varî monasteri, come molti conventi, sono stati o demoliti o
-destinati a servizî pubblici e non publici; le comunità, ridotte di
-numero, si son fatte passare in monasteri tuttavia ospitanti la vecchia
-primitiva e propria comunità, stremata di morte e non più impinguata da
-nuove giovani esistenze. Un monastero, ad esempio, per ineluttabile
-fatalità di eventi e per volere della suprema autorità ecclesiastica,
-accoglie le nobili moniali delle Stimmate e dei Sett'Angeli; ma le tre
-comunità vivono ciascuna a sè, con la propria regola e con le proprie
-gerarchie, in posti diversi del medesimo edificio, isolate, senza
-cercarsi, pure incontrandosi. Dove finisce il recinto d'una parrebbe di
-dover leggere il famoso: _Nec plus ultra_ delle colonne d'Ercole. La
-buona educazione le avvicina, le assorella nelle malattie, nei giorni
-del dolore; ma la tradizione le tiene autonome. Ognuna per sè e Dio per
-tutte.
-
-Una delle ragioni di dispetto, o per lo meno, di noncuranza di monache a
-monache era la differenza d'istituti nei quali esse convivevano. Le
-nobili comunità potevano essere animate dai più sinceri sentimenti
-religiosi, ma non potevano dimenticare la loro origine, che di loro
-faceva un corpo distinto, superiore ad altri che pretendevano alle
-medesime entità religiose. L'argomento pare frivolo, ma per esse non lo
-era. Nei monasteri si professavano voti di povertà, castità, obbedienza
-secondo le varie regole dei fondatori. Questi voti eran _solenni_ e
-_perpetui_: nè c'era Ordinario che potesse sospenderli o annullarli, Ora
-da un secolo e più, per graduale modificazione di vita e di idee, non
-poche opere pie laicali femminili si eran venute trasformando fino ad
-assumere carattere religioso interamente diverso dall'originario. Il
-primo istituto di emenda della città, quello delle ree pentite dello
-Scavuzzo, a poco a poco venne escludendo le donne di mala vita ed
-accettando le sole vergini. Nello scorcio del secolo, lo Scavuzzo era
-già una badia in tutta forma e in tutto tono. Il ritiro delle donne
-peccatrici sotto titolo di S.a Maria Maddalena a S. Agata la Guilla non
-voleva più sentire a parlare di male femmine; e benchè contrariato in
-questo dalla Sacra Congregazione di Roma, si atteggiava a vita monastica
-con abito carmelitano e con superiora avente il pomposo titolo di
-Badessa. Questo tramutamento di un ricovero di beneficenza in un luogo
-claustrale avveniva in altri istituti, come, del resto, avveniva anche
-fuori Sicilia. L'autorità ecclesiastica per far entrare tutto sotto la
-sua giurisdizione non si opponeva, anzi favoriva la tendenza; l'autorità
-civile rimaneva indifferente[187]. Aggiungasi le velleità delle
-collegine, le quali con voti _semplici_ e temporanei si atteggiavano a
-professe di voti solenni, ed esercenti pratiche e doveri da monache
-professe: e si avrà la chiave della tacita avversione delle monache
-autentiche a quelle che non lo erano.
-
-[187] _L. Sampolo_, _La Casa d'Istruzione e d'Emenda di Palermo_, 2ª
- ediz., p. 21. Palermo, 1892.
-
-Forti della loro onestà, alla quale e da donne siciliane e da moniali
-tenevano come alla cosa più sacra di questo mondo, molte
-scrupoleggiavano intorno alla clausura imposta dai canoni. A questo
-concetto ragionevole ma sommario vuolsi attribuire la esagerata
-osservanza di regole e prescrizioni rigidissime, rigidamente osservate.
-Nella visita dianzi ricordata della Regina Carolina (1º apr. 1799) alla
-badia di Sales, la nota discordante fu l'intervento dei cavalieri di
-seguito della regale visitatrice: e lo sdegno della superiora, anzi
-della comunità tutta esplose in un accentuato ricorso al Vicario
-generale dei monasteri Mons. Lodovico del Castillo[188]. Se
-l'arcivescovo Lopez, pensavano, fosse stato in Palermo, questa
-trasgressione dei sacri canoni non sarebbe avvenuta, anche perchè,
-venendo egli sovente all'Albergo delle povere, guardava con occhio
-benevolo il monastero.
-
-[188] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1899, p. 32.
-
-La cronaca del tempo ha in proposito un fatto gravissimo, che poco mancò
-non finisse in una terribile tragedia.
-
-Il Capitano di Giustizia Tommaso Celestre, Marchese di S.a Croce, aveva
-una cugina nello Scavuzzo, la Duchessa di Reitano, Caterina Colonna. Un
-giorno che la seppe malata, volle andarla a visitare. Ma lo Scavuzzo era
-già divenuto badia, e la badia aveva clausura. La superiora nega il
-permesso di entrata. Il Celestre minaccia misure violente; la superiora
-tiene fermo: e allora il Celestre (nel quale tu non sai se devi
-riconoscere un privato, a cui non era fatto lecito varcare le caste
-soglie d'una badia, o un magistrato di giustizia) fa atterrare a colpi
-di scure la porta di entrata. Le monache, più morte che vive, son pronte
-a respingere con la violenza la violenza, si asserragliano in alto
-dietro le finestre, e combattono disperatamente contro maestri e
-sbirraglia lanciando loro addosso pietre e acqua bollente. A battaglia
-finita, la superiora ci prendeva una carcerazione allo Spedaletto; ma si
-dichiarava soddisfatta di aver ceduto solo alla forza.
-
-Questa scenata, è bene si sappia, avveniva il 10 gennaio del 1782,
-quando il Vicerè Caracciolo percorreva in lungo e in largo la via delle
-riforme in Sicilia e nella vecchia Capitale.
-
-Un'ultima tra le curiosità della vita monastica.
-
-Possiamo noi chiudere questa lunga esposizione di costumi, senza
-ricordare il più notabile di essi nel campo culinario?
-
-Ciascun monastero aveva una _piatta_, un manicaretto, ch'era come il suo
-distintivo. Giacchè, non pur l'emblema in marmo o in legno sulla porta
-del monastero (le braccia incrociate per le francescane, il _Charitas_
-per le paoline, il cane che porta in bocca una fiaccola accesa per le
-domenicane ecc.) formava il blasone di esso, ma anche il dolce speciale
-solito a farsi nel monastero medesimo. Tutti i pasticcieri della città
-gareggiavano nel comporre d'ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai
-raggiungere la squisitezza delle _feddi_ (fette) del Cancelliere, dei
-_frutti_ di pasta dolce di mandorle della Martorana, del _riso dolce_
-del Salvatore? Tutti preparavano _conserva di scursunera_ (scorzanera):
-ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a
-quella della _cucuzzata_ (zucca condita) e del _bianco mangiare_ (specie
-di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del
-loro _pane di Spagna_ ma in confronto a quello della Pietà, qualunque
-dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse
-il primato con lo Stimmate nella bellezza delle _sfinci ammilati_, che
-pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile
-nella forma delle sfinci _fradici_, composte di uova e panna.
-
-La lista di tante golose specialità ci offre altresì le _caponate_ dei
-Sant'Angeli, le _ravazzate_ di ricotta di S.a Elisabetta, le
-_impanatiglie_ di conserva dell'Origlione, le quali accrescevano lustro
-e voluttà alle mense dei signori non meno che le bibite diacce d'amarena
-giulebbata nei giorni estivi. Centinaia di _cassate_ si riversavan fuori
-di Valverde per la festa di Pasqua, e settimane prima, pel Carnevale,
-migliaia di cannoli di vera ricotta con relative _teste di turco_ e
-_cassatelle_ della Badia Nuova, alla quale nessuno poteva negare la
-palma nella inaugurazione del calendario dei rituali dolciumi. Se S.
-Vito pompeggiava con i suoi _agnelli pasquili_, la Concezione con le sue
-_muscardini_ pel festino di S.a Rosalia, i _Sett'Angeli_ con le loro
-_mustazzoli_, e S.a Elisabetta con le sue _nucàtuli_ per Natale, in
-tutto l'anno tenevansi in alta fama le Vergini con le impareggiabili
-loro _mussameli_ e, meglio, con certi pasticci, il nome dei quali si
-presta anche oggi ad un poco decente _qui pro quo_. Grandeggiavan da
-ultimo S.a Teresa con le _cassate in freddo_, e S. Vito, _mirabile
-dictu!_ col suo _sfinciuni_, un vero poema per i più autorevoli maestri
-di gusto, come la _pasta con le sarde_, complesso piatto nazionale della
-felicissima non che golosissima Capitale dell'Isola.
-
-Certo, non si poteva andare più in là nella raffinatezza del mentovato
-quinto peccato mortale[189].
-
-[189] Le spese che i monasteri facevano pei dolci, possono in parte
- vedersi dalla _Relazione delli coacervi decennali delli zuccheri
- presi dalli monasterj di questa città dall'a. 1771 a tutto 1780_,
- nell'Archivio Comunale di Palermo. _Atti del Senato_, p. 118.
-
- Nel _Raziocinio_ (bilancio consuntivo) del triennio della Badessa
- del Salvatore S. M. Vittoria Arezzi, oltre 124 onze per
- «pietanzelle solite nell'anno», 267 per frutte, 200 per la «fiera
- alle religiose», sono 425 onze per «ricreazioni di zucchero ed
- altri dolci», non contandosene 171 di «spese di speciaria». Vedi
- Ms. Qq D 136, n. 12 della Biblioteca Comunale di Palermo.
-
-Ma v'erano monasteri d'origine inferiore, che tanto lusso non potevano
-permettersi: ed anch'essi, nelle loro modeste sfere, godevano rinomanza,
-quale per lo _scàcciu_: ceci, mandorle, fave, avellane abbrustolite
-(Cappuccinelle), quale per le _olive piene_ (Assunta), quale per
-altro[190].
-
-[190] Della prima metà del sec. XIX abbiamo a stampa un _Poemettu in lodi
- di li Vener. Monasterj di Palermo pri li durci squisiti chi
- travagghianu, cumpostu di un dilittanti di durci._ In-8º, pp. 16.
-
-E come a lato del male sta il bene, così quasi a rimedio delle
-inevitabili indigestioni per tanti pasticci, _cassate_, _cannoli_,
-frutti, ravazzate, creme, zuccate, _sfinci_, _sfincioni_, olive e
-mandorle, la badia di S.a Rosalia compieva il pietoso ufficio di
-preparare un antacido medicinale, di sicurissimo effetto.
-
-
-
-
- CAP. XI.
-
-
- DI PREMINENZE IN GIURISDIZIONI.
-
-Una mezza dozzina di secoli aveano apportato tante divisioni di poteri,
-tante distinzioni di diritti, e perciò tale cumulo di giurisdizioni e di
-preminenze che solo i più colti eruditi possono oggi raccapezzarvisi.
-
-Meno la bassa gente, come nel sec. XVIII anche ufficialmente chiamavasi
-l'infimo ceto, tutti accampavano qualche diritto all'ombra del quale
-confortarsi. Patrizî, ecclesiastici, militari, civili, maestri e, fino
-al 1782, ufficiali della Inquisizione, componevano vere e proprie caste
-con privilegi, prerogative, immunità che a nessuno era lecito non che di
-toccare, neanche di discutere. A toccarli c'era da incontrare infiniti
-fastidî, e forse da buscarsi qualche processo. Ad ogni passo una
-costituzione che concedeva, una prammatica che limitava, un rescritto
-che inibiva, un bando che distingueva, un canone che tassativamente
-prescriveva. Per lievi trasgressioni, talora per semplici dimenticanze,
-magari per nulla, si lanciavano ricorsi al Pretore ed al Senato, alla
-Giunta dei Presidenti e del Consultore, al Capitan Giustiziere, al
-Presidente della R. Gran Corte, all'Arcivescovo, al Giudice della
-Monarchia, al Vicerè, al Sovrano. Gli è che non volevansi pregiudicate
-competenze e prerogative di qualunque genere, fossero anche di nessun
-valore.
-
-Meglio di qualsiasi parola sull'argomento gioveranno i fatti che verremo
-brevemente esponendo. La cronaca è malauguratamente ricca e ne fornisce
-per tutti i ceti e per tutte le giurisdizioni: il difficile sta nella
-scelta.
-
-Un giorno (17 luglio 1774) tre degli otto commissarî della Corte
-Capitaniale venivano catturati da una ronda delle Maestranze per un
-furto qualificato nel quartiere della Conceria (mandamento
-Castellammare) e condotti nella Carboniera, noto carcere dentro il
-palazzo del Comune. Il Duca di Villarosa, Capitano Giustiziere, se ne
-risente come di offesa alla sua persona; ed energicamente li reclama.
-Alla sua il capo ronda ne chiede giustizia sommaria. Il Pretore,
-Principe di Scordia, è in grave imbarazzo, e per gettare un po' d'acqua
-sul fuoco e contentare il Villarosa fa trasportare in sedie volanti alle
-segrete del Castello i tre rei e li mette a disposizione del capo della
-Giustizia; ma per non dispiacere alle Maestranze li invia accompagnati
-dalle ronde di esse. Così dà un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma
-poichè le Maestranze insistono presso il Pretore, lor capo diretto, e
-presso l'Arcivescovo, funzionante da Vicerè, acciò la causa venga tolta
-alla autorità regia, che vuol mandare a casa i rei, e data alla
-comunale, al Pretore cioè, questi _illico et immediate_ si fa condurre
-innanzi gl'imputati, e senza tanti discorsi te li condanna ad una
-solenne bastonatura. E non basta. Il Vice-Capitano, che ha sostenuta la
-competenza della Corte Capitaniale, solo per questo vien destituito; ed
-il Re, tuttavia impressionato dei recenti tumulti contro il Fogliani,
-conferma alle Maestranze la facoltà di rondare di notte, salvo a
-ritoglierla loro in capo ad un mese per affidarla agli ufficiali regi di
-giustizia[191].
-
-[191] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 212-213, 218, 224,
- 231.
-
-L'ultima scena del piccolo dramma stupisce per la pena inflitta al
-funzionario giustiziere: e forse potrebbe avere una spiegazione pel
-tempo in cui essa si compiva. Eppure, diciott'anni dopo, quando si era
-alla vigilia del novantatre, accadeva qualche cosa di peggio.
-
-D. Giuseppe Bracco, ufficiale della R. Segreteria, a cagione di debiti
-veniva inviato innanzi al Giudice pretoriano, cui copriva d'ingiurie.
-Questi un po' pei debiti, un po' per le ingiurie, ne ordinava il carcere
-nella Vicaria; ma la Vicaria era pei plebei: e Bracco non era un plebeo.
-Gli ufficiali di Corte Senatoria offesi nella dignità del loro compagno
-e del loro ceto, facevano contro il Giudice un ricorso a Fr. Carelli,
-Segretario interno del Regno di Sicilia. Risultato ultimo (18 sett.
-1791): Sebastiano Procopio, che era al termine della sua onorata
-carriera giudiziaria, veniva chiuso in prigione[192]!
-
-[192] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 462.
-
-Proprio è il caso di esclamare: Da carceriere a carcerato!
-
-Per recente abuso il Maestro Razionale del Senato arbitrava di sedere
-insieme col Pretore, coi Senatori, col Sindaco, negli stalli d'onore.
-L'abuso non si volle più tollerare; il Senato, senz'altro, lo proibì.
-Offeso pur esso nella sua dignità, il Maestro Razionale se la legava al
-dito aspettando un'occasione per prendersi la rivincita. I Senatori si
-tenevano di un ceto superiore o diverso da quello di lui, che vantava
-pure i suoi quarti secolari di nobiltà: senza di che non avrebbe potuto
-occupar la carica che occupava. Il 14 settembre del 1792 ricorreva la
-festa di S.a Rosalia. Il Senato in tutta pompa recavasi nelle sue
-pittoresche carrozze alla Cattedrale; ma non s'accorgeva che la carrozza
-ultima degli ufficiali nobili, tra i quali doveva essere il Maestro
-Razionale, seguiva vuota, sì che al giungere alla chiesa degli Espulsi
-(come allora pure si chiamava Casa Professa) si trovava solo. Gli
-ufficiali, offesi, se ne erano rimasti come Achille nelle loro tende.
-Una congiura, astrazion facendo dal signor Razionale, era stata ordita:
-attori, quegli ufficiali, impermaliti della recente ordinanza senatoria,
-la quale prescriveva dover essi «intervenire a tutte le funzioni del
-Senato: vespri, messe solenni, processioni, occupando solamente il luogo
-dopo il postergale del Senato ai stalli dei RR. Canonici»; ed al Maestro
-Cerimoniere inculcava l'osservanza dell'atto[193].
-
-[193] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 467. -- _Atti del Senato_, a.
- 1792-93, p. 11.
-
-Essi strillarono, ma stavolta il Magistrato non volle piegarsi.
-
-Chi crede siffatti risentimenti, nel palazzo delle aquile, nuovi e
-limitati agli ufficiali di alto casato, si inganna. Essi erano periodici
-scatti di vecchi malumori, suscitati dal desiderio di non far credere
-che si dovesse dagli ufficiali medesimi stare in seconda linea, e dalla
-vanità di primeggiare. Il difetto partiva dalle sfere superiori e, per
-le medie, scendeva sotto forme diverse nelle infime. Fu osservato allora
-che già un secolo innanzi (1687) il Principe di Valguarnera Pretore
-avea, per causa di giurisdizione, litigato col proprio figliuolo, Conte
-d'Assoro, Capitan giustiziere. Si discuteva la soverchia circospezione
-di D. Scipione Di Blasi, che, essendo infermo il Pretore Conte S. Marco,
-(1720), da Sindaco avea guardato bene a ciò che dovesse fare nella
-processione di S.a Rosalia affin di non incorrere nel biasimo di avere
-invaso un campo di giurisdizione rigorosamente circoscritto dal
-Cerimoniale senatorio. Ma questo esempio fu riconosciuto degno
-d'imitazione allorchè essendo il Principe di Trabia, nelle feste
-patronali del 1767, obbligato a guardare per podagra il letto, ne
-compieva le funzioni il Maestro Notaro D. Vincenzo Giovenco, e ne
-riportava lode di correttezza nello aver saputo armonizzare la
-rappresentanza che gli era possibile con quella della quale il Pretore
-effettivo era investito[194].
-
-[194] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX. pp. 20 e 26-27.
-
-Chi poi sorride a codeste piccolezze ne ha ben donde, ma consideri che
-queste ed altre formalità consimili pigliavan carattere di somma
-importanza, e provocavano dispacci reali e vicereali. Se così non fosse
-stato, non avrebbe dovuto S. E. il Vicerè Principe di Caramanico pensare
-in tempo ad ordinare con tanto di decreto che nella processione del
-_Corpus Domini_, essendo anche stavolta malato il Pretore (1788),
-funzionasse il _Priolo_ tra i Senatori (come a dire l'Assessore anziano
-o delegato, o il prosindacato d'oggi): e che il solo Avvocato fiscale
-della Corte Pretoria dovesse, dopo il seguito dei nobili, separatamente
-intervenire[195].
-
-[195] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 310.
-
-Già più innanzi, nel corso di quell'opera, abbiam veduto quanto il
-Senato tenesse al titolo di _Eccellenza_, ed a quali accordi addivenisse
-pel retto uso di esso.[196] Accade ora avvertire quanto vi tenessero
-anche altri senati nell'Isola, i quali se ad alti personaggi del Governo
-lo attribuivano, non intendevano esserne come per contraccambio da essi
-privati. Ricordiamo in proposito il seguente aneddoto, non singolare
-certamente, ma caratteristico.
-
-[196] Vedi v. I, cap. IV, p. 89.
-
-Era il marzo del 1793, e la Sicilia trascinavasi negli orrori della
-carestia. A renderli men gravi due commissarî generali vennero dal
-Governo con pieni poteri inviati separatamente in Sicilia. Uno di essi,
-il Barone Gioacchino Ferreri, ex-giudice della Gran Corte, giunto a
-Caltagirone, si rivolgeva, per fornire la sua missione, al Senato:
-questo fu sollecito agli ordini di lui trattandolo dell'_Eccellenza_.
-Ferreri avrebbe dovuto rispondere dell'_Eccellenza_, titolo al quale
-quel Senato aveva o credeva di aver diritto; ma rispose invece
-dell'_Illustrissimo_. Il Senato se ne adontò e, rendendogli lì per lì la
-pariglia, lo trattò del medesimo titolo. L'offeso se ne richiamò subito
-ai ministri di Palermo. Il Senato di Caltagirone, reo non sai se di
-crimenlese o di una frivolezza, fu fatto venire innanzi al Vicerè a dar
-conto del non dato titolo: ed il più giovane dei Senatori, D. Giuseppe
-Aprile, senza neppure salutare i suoi, corse a Palermo, e dopo un forte
-rimprovero del Caramanico, dovette andare da S. Eccellenza il Ferri a
-dargli soddisfazione del mancato riguardo[197]. Ma il nobile giovane
-fremendo dentro di sè per la immeritata ammenda, deve fra i denti aver
-mormorato: Paglietta d'un giudice!... _non tibi, sed Petro!_
-
-[197] _Villabianca_, _Opuscoli_. Ms Qq E 94, n. 3, p. 107 della
- Biblioteca Comunale di Palermo.
-
-Anche quel buon uomo di D. Ippolito De Franchis risentivasi della comune
-vanità. E come, del resto, non risentirsene stando egli tutta la santa
-giornata nel Palazzo senatorio?
-
-D. Ippolito -- il lettore lo conosce bene -- era Maestro di Cerimonie e
-Banditore della Città: ma era anche mazziere. Questo terzo ufficio non
-doveva parere all'altezza degli altri due, dato pure che fosse con
-quelli compatibile; sicchè egli chiese una volta di esserne dispensato
-affidandosi a persona sua ed a sue spese. E poichè si trovava a
-domandare, pregava «gli si concedesse la manica di gala ed il banco da
-sedere al principio della predella del Senato, prossimo al Pretore nelle
-funzioni particolari; ed in quella della Cattedrale, il primo stallo dei
-beneficiati».
-
-Gli esempî son sempre contagiosi. L'agente del Senato, piacendogli
-infinitamente il favore concesso a D. Ippolito, ne sollecitò uno per sè,
-quello «di far la referenda degli affari litigiosi stando a sedere
-vicino al Maestro Notaro o del Razionale del Senato»[198].
-
-[198] _Provviste del Senato_, a. 1780-81, pp. 639 e 1004.
-
-Dal palazzo del Comune passando alle varie sedi di giurisdizioni
-ecclesiastiche e religiose bisogna aprir bene gli occhi. Il terreno è
-irto di rovi e non si sa dove mettere i piedi. Dal parroco Mendietta
-della Kalsa, che per la processione infra ottava del _Corpus Domini_
-chiedeva di poter trattare con l'offerta dell'acqua santa nella sua
-chiesa di Niccolò Anita la nobile Deputazione del Monte di S.a Venera,
-filiale del Senato, al Parroco dell'Albergaria D. Giuseppe Rivarola, che
-durante i restauri della sua chiesa doveva ingozzar tutte le restrizioni
-e tutti i _veto_ degli officianti di Casa Professa, provvisoria
-cattedrale e parrocchia ad un tempo, era un laberinto, nel quale riserve
-e proibizioni si guardavan di continuo senza accordarsi mai, pronti a
-venire a conflitto se per poco si credessero toccati nei loro
-interessati.
-
-I monasteri eran quelli che in ciò davan molto da fare alle autorità. Le
-benedettine di S.a Rosalia, forti di non so che breve, non intendevano
-rassegnarsi alla giurisdizione del parroco di S. Giovanni dei Tartari
-quando ad una loro consuora doveva somministrarsi il viatico e la
-estrema unzione.
-
-Una monaca paolina dei Sett'Angeli otteneva dal Papa di professare nel
-monastero della Pietà i voti domenicani. Quel che seguì all'annunzio del
-breve pontificio non è credibile. I due monasteri venivano a conflitto
-tra loro e volevano tirarvi, anzi vi tiravan dentro, S. Francesco di
-Paola e S. Domenico. «Il Papa, gridavano, non ha questa facoltà; e se
-l'ha, doveva prima sentire la Correttrice dei Sett'Angeli e la
-Provinciale della Pietà, o per lo meno il parere degli Ordinarî». Si
-ricorse al Giudice della Monarchia: l'Arcivescovo sosteneva le parti del
-Papa; il Vicerè quelle del Giudice[199], e dopo una lite fastidiosamente
-lunga, a dispetti e mormorazioni dovette ottemperarsi ai voleri del
-Papa.
-
-[199] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 16-20.
-
-A Mons. Airoldi, nominato vescovo _in partibus_, sarebbe piaciuto
-consacrarsi nella chiesa del Salvatore, nel cui monastero vivea una
-sorella di lui: ma non volendo esporsi al biasimo di esser venuto meno a
-non so che competenza, _pro pacis amore_ egli doveva rinunziarvi, e
-sostituire al Salvatore la privata cappella del Seminario
-arcivescovile[200].
-
-[200] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 351.
-
-Moriva l'Arcivescovo Sanseverino (1793), ed al palazzo si disponeva il
-grande corteo funebre. La Compagnia del SS. Sacramento della Cattedrale
-voleva prendervi parte, ma le Compagnie della Pace e della Carità si
-opponevano, toccando ad esse, del ceto nobile, il posto. Frattanto i
-Canonici avrebbero voluto che la loro confraternita andasse
-immediatamente innanzi a loro; ma i Domenicani alla lor volta tenevan
-fermo perchè immediatamente innanzi al Capitolo non poteva, non doveva
-andar altro che l'Ordine dei Predicatori: e _gloriam meam_, esclamava il
-Provinciale di esso _alteri non dabo!_
-
-Il sac. D'Angelo, presente alla incresciosa discussione, sdegnato della
-inevitabile sconfitta del Capitolo al quale apparteneva, dolevasi che
-anche nel suo «secolo illuminato la superbia e la frateria facessero
-andare avanti i loro pregiudizî e cantassero vittoria».[201]
-
-[201] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 473.
-
-L'intervento del Senato alle chiesastiche funzioni imponeva doveri
-estremamente delicati negli officianti. Guai se durante una di esse
-nella Cattedrale il Magistrato civico non ricevesse le incensate in
-perfetta regola! Nelle messe solenni, dopo l'offertorio e la
-incensazione dell'altare, il Cerimoniere del Comune s'avviava all'altare
-a prender l'incenso pel Senato. Un terminatore ed un canonico, diacono
-assistente, partiva con lui; un terminatore e un diacono assistente
-partiva pel Capitolo. Contemporanee, quasi isocrone, dovevano essere le
-incensazioni. Più e più volte s'era dovuto occupare non solo il Senato,
-ma anche l'autorità ecclesiastica di questa faccenda gravissima, già
-stata portata in tribunale del Vicario generale in sede vacante della
-diocesi[202]. Al canto dell'_Agnus Dei_ il Cerimoniere saliva all'altare
-a prender la _pace_: un suddiacono e un terminatore movevano da soli pel
-Capitolo. Senato e Capitolo dovevano ricever l'abbraccio della pace
-_eodem tempore_: e guai un indugio offendesse la maestà dell'uno, la
-dignità dell'altro! D. Girolamo de Franchis, allontanandosi per una
-cerimonia qualsiasi dal Magistrato pretorio, o ritornandovi, sapeva
-delle riverenze di rito da fare. E se non lo sapeva lui, consumato in
-codesto galateo obbligatorio, chi doveva saperlo?
-
-[202] _Allegazioni nella sede vacante_ ecc., _Vicario Mons. M. Schiavo_.
- Ms Qq D 135. pp. 305 e 207 della Bibl. Com. di Palermo.
-
-Guai ancora se in una sacra funzione per festa o per lutto, al Senato,
-al Capitan Giustiziere non venisse esibita una torcia del peso e delle
-dimensioni loro dovute: un rotolo e mezzo per uno (gr. 1200)! Il Vicerè
-stesso, che come prima autorità avea il diritto di riceverla di due
-rotoli (gr. 1600), avrebbe chiamato al dovere i negligenti ed i
-colpevoli.
-
-Queste ed altre formalità aveva in dispetto il Marchese Caracciolo e
-cercava ogni occasione, ora per riporle, ora per isvilirle, o se
-possibile sopprimerle, anche a scapito della real dignità ch'egli
-impersonava. L'aneddoto che diremo fu pei rigidi osservatori delle
-etichette il colmo dello scandalo.
-
-Nelle cappelle reali il Vicerè rappresentando pel Re il delegato
-apostolico, avea facoltà di stare, durante la incensazione, a capo
-coperto. Diciamo facoltà e diciamo poco; giacchè si trattava d'un
-privilegio d'ordine superiore: e gli spettatori, al momento supremo, in
-punta di piedi, sulle sedie, si godevano la straordinaria particolarità
-della scena. Or nella cappella reale tenutasi per le feste di S.a
-Rosalia del 1782 (quelle appunto che il Caracciolo voleva più tardi
-ridurre a soli tre giorni), il Vicerè in onta della vecchia consuetudine
-si argomentò di scoprirsi. Conoscendosi l'uomo, bisogna metter fuori
-campo la sua riverenza all'incensatore; il Caracciolo si scoprì appunto
-perchè poteva stare, per privilegio, coperto. Allora un mormorio
-d'indignazione accolse l'atto: e per tutta la città fu con generale
-risentimento raccontato che s'era tenuta _una cappella senza
-cappello_[203].
-
-[203] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 325.
-
-Un vero scandalo!
-
-Questa è storia; ma la tradizione racconta aneddoti molto più curiosi.
-
-Un canonico non essendo riuscito ad aver giustizia per la via ordinaria
-di giurisdizione, un giorno chiedeva ed otteneva udienza dal Caracciolo.
-Giunto alla presenza di lui, con la maggior serietà del mondo gli
-esponeva come qualmente in una funzione pubblica di chiesa, egli,
-canonico, non avesse ricevuto le incensate alle quali avea diritto. --
-«E quante ve ne spettavano?» chiese bruscamente il Caracciolo. -- «Tre,
-Eccellenza.» -- «E quante ve ne dettero?» -- «Due soltanto» rispose
-incorato il canonico. -- «Eccovi il resto!» esclama concitato il Vicerè;
-il quale levandosi improvvisamente da sedere, pieno di rabbia, imitando
-con le braccia e le mani l'atto dello incensare, lo spinge indietro a
-furia di cazzotti e di pugni sul muso, fino allo scalone.
-
-Abbiamo sfiorato appena l'argomento, quanto altro mai fecondo di comici
-aneddoti. Qua e là, del resto, nel corso di quest'opera, molti se ne
-possono riscontrare, documenti della vita pubblica del tempo. Laonde nel
-medesimo anno che il Caracciolo lasciava lo ingrato viceregno dell'Isola
-(1785), un prete di buona famiglia e di egregio casato non poteva tacere
-questa dolorosa verità:
-
-«È degna di ammirazione e di lode la costanza sacerdotale nella difesa
-dei proprj diritti; ma è biasimevole nell'affare dei giusti diritti
-della Corona: guai a quelle società cristiane in cui si sostengono
-queste pugne! La nostra Isola ne soffrì profonde nel 1713, in tempo che
-passò dal dominio di Filippo V a quello di Vittorio Amedeo. E perchè?
-per un pugno di ceci negato da un bottegaio di Lipari al Maestro di
-Piazza di quel paese; perchè essendo del vescovo (il celeberrimo Mr.
-Tedeschi), veniva a ledersi l'Ecclesiastico Foro.
-
-«Che inquietitudini per un sedile? che voci per un luogo di
-confraternite! che pugna per la destra e la man sinistra! che risse per
-una grippa sotto la croce! che contrasti per darsi a un cadavere
-l'ultima voce!»[204].
-
-[204] _Santacolomba_, _L'Educazione_, pp. 194 e 360.
-
-
-
-
- CAP. XII.
-
-
- IMPETI E RAGAZZATE.
-
-I diaristi palermitani si danno molta cura di raccogliere certi fatti di
-cronaca, che con singolare efficacia illustrano il tempo del quale ci
-occupiamo.
-
-Sarebbe grossolano errore trarre da quei fatti conseguenze e quindi
-giudizî generali sulla gente del paese. In tutti i ceti -- è superfluo
-il dirlo -- si riscontrano violazioni di Legge: e forse le violazioni
-dello scorcio del secolo XVIII furono relativamente men numerose di
-quelle di tempi detti o creduti più civili. Pure non vanno esse
-trascurate, e concorrono se non altro a far comprendere in che maniera
-s'intendesse da taluni la posizione nella quale società e istituzioni
-collocavano e guardavano certi uomini.
-
-Se si analizzano i racconti che abbiamo avuto occasione di leggere, si
-vedrà che essi derivavano dall'esagerato, anzi dal falso concetto che
-alcuni giovani aveano della propria origine. Ad ogni passo s'invocavano
-diritti e distinzioni: e per gli uni e le altre cercavasi appoggio alle
-granitiche muraglie dei privilegi di casta.
-
-Per quanto c'incresca, noi non possiamo passarci da una breve rassegna
-nel campo apertoci anche stavolta dalle scritture inedite del
-settecento: breve rassegna delle molte cose onde è malauguratamente
-piena la cronaca paesana.
-
-Il lettore si armi di santa pazienza, e guardi con un po' di stoicismo
-le figure che gli sfileranno innanzi. Cominciamo con una donna.
-
-Girolama Caldarera, Baronessa di Baucina, non conosceva limiti alla sua
-potenza. Sostenendo nei tribunali certa sua causa, un giorno usciva in
-male parole all'indirizzo del Giudice della G. C. Criminale. Quali
-fossero le parole, nessun testimonio ci sa dire: e forse non vi furon
-testimonî. Il carcere l'attendeva in un monastero, e vi sarebbe stata
-senz'altro condotta se la Regina Carolina non avesse dato alla luce uno
-dei soliti principini cosicchè la Calderara se la cavò con un po' di
-paura e di dispetto.
-
-Il lieto evento era anche fortunato per un giovane Marchese (1787).
-Teneva costui, come oggi si direbbe, in sofferenza al Monte di Pietà
-alcuni pegni. I Governatori del pio Istituto aveano avuta molta, fin
-troppa longanimità rimandando di mese in mese la vendita degli oggetti
-pegnorati; ma, attendere più oltre non potevano quando a' poveri
-bisognosi facevano ben diverso trattamento: sicchè ordinavano la vendita
-degli oggetti nella Loggia. Il Marchese se l'ebbe a male e, recatosi al
-Monte, copriva d'insulti il governatore Giuseppe Ugo delle Favare.
-Questi si tenne dignitoso: e lì per lì gli fece infliggere due giorni di
-prigione: pochini, invero, e non per piacenteria o per timore del
-Capitan Giustiziere, ma, come abbiam detto, per la improvvisa notizia
-della nascita d'un principe reale[205].
-
-[205] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 239.
-
-Se per esigenze di pubblici servizî il Pretore vietava il passaggio
-delle carrozze nel Cassaro nei giorni delle feste di S.a Rosalia, e le
-guardie di Marina stavano pel buon ordine, v'era chi si permettesse di
-contravvenire all'ordinanza. Nella lista dei contravventori è Andrea
-Reggio, che avanzavasi baldanzosetto con la sua carrozza. Ben glielo
-impediva un soldato comunale; ma egli bravando la consegna, lo copriva
-d'ingiurie e minacciavalo persino di vita.
-
-Il Reggio contava 16 anni appena!
-
-Qui è la prepotenza: e di prepotenze era ad ogni piè sospinto una triste
-fioritura. Reagire a chi si opponesse al libero esercizio delle loro
-facoltà, le quali non erano se non aperti abusi: ecco la massima di
-alcuni giovani, indocili a superiori e ad eguali.
-
-A coteste massime informato, un certo ragazzo in una pubblica via,
-fremeva al pensiero di non potere col suo biroccio raggiungere e
-lasciarsi addietro un civile di Ponza, che pei fatti suoi lo precedeva.
-Corri, corri, lo raggiunge, e quando gli è allato, furibondo che non si
-sia sottomesso a lui rallentando il passo, lo prende a frustate.
-
-Egli non avea più di 17 anni!
-
-Siffatto spirito di superiorità rendeva poco cavallereschi fin con le
-donne coloro che più tenevano ad esser cavalieri. Niccolò Inveges
-sciacchitano, di pieno giorno, in via popolata, bastonava due ragazze di
-Pietro Imperiale Pastore. Come il Natoli, egli veniva relegato nella
-Colombaia di Trapani, ma è a deplorare che lo fosse per breve tempo: ben
-altra pena meritando sì volgare soperchiatore!
-
-Un signore, insignito del titolo di Abate della SS. Trinità della Delia,
-incontravasi in Via Alloro con la carrozza del Dottore in legge Bernardo
-Denti, occupata dalla moglie e dalla figlia di costui. Elementare dovere
-consigliava la precedenza alle due donne: ma il signor Abate non se la
-intese, e picchia e ripicchia, faceva rotolare per terra il cocchiere,
-che, o sgomento o sbalordito, non osava reagire.
-
-Quanto meglio allorchè incontri così malaugurati si risolvevano in un
-duello[206]! Almeno, la cavalleria, manomessa al primo istante, veniva
-da ultimo rispettata.
-
-[206] _Villabianca_, _Diario_ ined., 18 sett. 1786, p. 666; settembre
- 1793, pp. 56 e 242; 7 agosto 1799, p. 188.
-
-Di duelli peraltro se ne faceva così di frequente che era bazza se in un
-mese non se n'avesse a sentire uno o due, spesso per frivolezze che è
-miseria parlarne. Se ne ricorda sinanco per un servitore che si mandasse
-via, o per uno che se ne prendesse. Il Marchese di Roccaforte ne
-intimava al Conte di Aceto per un _volante_, che egli diceva essergli
-stato tolto[207]. Quasichè esistesse una legge che vietasse di assumere
-ai proprî servigi un uomo stato una volta ai servigi altrui, ecco un
-grave fatto di sangue!
-
-[207] _G. Lanza e Branciforti_, _Diario storico_.
-
-Un giovane Cavaliere, che chiameremo D. Michele, licenziava un suo
-_schiavo_. Rimasto libero, costui trovava collocamento in casa Oneto,
-Duca di Sperlinga. C'era egli nulla di male? Secondo D. Michele sì;
-ond'egli avutane notizia, si partiva ad imporre allo Sperlinga una
-partita d'onore. E poichè entrambi mancavano di armi eguali, e si
-trovavano a pochi passi dalla casa della vedova Montevago Pellagra
-Grifeo, che ne possedeva delle buone, prendevano in prestito due
-sciabole. Lo Sperlinga desiderava chiarire come fosse andata la cosa,
-dar soddisfazione all'amico impermalito; ma D. Michele, dandogli del
-vile, improvvisamente colpivalo nel viso con una terribile frustinata.
-Accecato all'inatteso colpo, lo Sperlinga traeva lo sciabolotto e
-piantavalo in ventre al provocatore, che ne moriva quasi all'istante,
-avendo appena potuto balbettare il suo torto e ricevere l'assoluzione da
-un padre Crocifero che a caso era lì di passaggio. L'uccisore riparava
-in una chiesa; ma indi a non guari, forte delle sue ragioni,
-costituivasi al Castello. Avrebbe potuto, dopo i primi giorni, esser
-liberato; e lo fu, ma tardi, perchè i parenti dell'ucciso erano, per
-grandi aderenze, potenti. Alcuni mesi stette egli chiuso, e la offesa
-famiglia potè vantare una riparazione. E fu argomento di lunghe
-discussioni tra gli accademici da salotto se lo Sperlinga, Duca, avesse
-fatto bene ad accettare una sfida da un semplice cavaliere, che è quanto
-dire da un cadetto; ed i sapienti furon di avviso che egli non avrebbe
-dovuto accettare «mentre non era obbligato a rispondere trovandosi
-insignito della chiave d'oro come gentiluomo di Camera ed investito del
-grado militare di colonnello di fanteria del corpo dei miliziotti»[208].
-
-[208] _Villabianca_, _Diario_ ined., 12 dic. 1799, pp. 667-670. _Alessi_,
- _Prontuario di alcune noterelle, ammassate brevemente alla rinfusa,
- concernenti alcuni fatti ed occorsi nella nostra Capitale._ Ms. Qq
- 15 7. p. 18. della Bibl. Com. di Palermo.
-
-Per questo, il codice cavalleresco non avea riposo. I politici (eran
-chiamati così anche coloro che discorrevano con competenza di
-cavalleria) lo sfogliavano pei frequenti casi di dubbia soluzione. Chi
-non lo lesse e discusse per le offese che nella passeggiata della Marina
-si scambiarono il Duca Lucchesi, primogenito del Principe di
-Campofranco, ed il Duca di Villafiorita Gioacchino Burgio? L'uno,
-risentitosi di non so quali parole, avea dato all'altro una violenta
-percossa; il Villafiorita avea tratta la spada ed aggiustata al
-percussore una piattonata; di che il Campofranco buttavalo a mare,
-incurante degli scogli che avrebbero potuto sfracellargli il cranio.
-
-Alla passeggiata era D. Vincenzo Capozzo, Giudice della G. C. Criminale,
-che subito, _de mandato principis_, condannava alla Cittadella di
-Messina per dieci anni il provocatore. La Corte di Napoli avrebbe voluto
-rappattumare le parti ugualmente cospicue del baronaggio, parenti tra
-loro: ma non voleva farsi scorgere. Si sceglievano due alti personaggi
-per venire a proposte plausibili, tanto, il focoso Vicerè Caracciolo non
-era alieno dallo accogliere un componimento amichevole. I due ex-Pretori
-Principe di Resuttano pel Campofranco, e Marchese di Regalmici pel
-Villafiorita (come si vede, duo grandi e rispettabili signori del
-tempo), sudano nello studio della intrigata quistione; «svolgono libri
-di cavalleria anche oltramontani e protestanti, e cercano di
-accordarsi»; ma non vi riescono, perchè ciascuno tira acqua al suo
-mulino; ed il Regalmici ha per sè il Governo ed esige pel suo primo
-(diciamolo così per farci intendere) che venga riparata con una pubblica
-soddisfazione la pubblica offesa al Villafiorita. Oh che si scherza!...
-Il Villafiorita è stato bastonato, buttato a mare a rischio di perderci
-la vita, e si discute se debba o no avere una soddisfazione?!...
-
-Ogni tentativo di conciliazione è pertanto abbandonato; e allora il Re,
-contro la buona volontà del Vicerè, ne fa una che non pare sua: ordina
-il passaggio del Campofranco dalla Cittadella di Messina alla Colombaia
-di Trapani. È una doccia fredda sulle riscaldate teste dei partigiani
-del Campofranco; il quale, visto e considerato che stavolta col Governo
-non ci si vince, nè ci s'impatta, si rassegna a dar piena soddisfazione
-al Villafiorita. E così il processo si mette a dormire[209].
-
-[209] _Villabianca_, _Diario_, in Bibl., a. 1781, v. XXVII, pp. 154-56.
-
-L'altezzosità della prepotenza toglieva la lucida visione dei proprî
-doveri di fronte alla Legge ed ai rappresentanti di essa.
-
-Anche qui gli esempî abbondano; ma anche qui dobbiamo limitarne la
-rassegna.
-
-Un Marchese, incontratosi una notte (certa gente andava di notte come i
-lupi) in un passaggio di strada, urta, o è accidentalmente urtato da un
-ministro di giustizia. Le son cose di ogni giorno, codeste; ma il
-Marchese non può permettere che càpitino a lui: e alla testa dei suoi
-creati assalisce l'imprudente e lo picchia di santa ragione.
-
-Debitore moroso ed impossibilitato a sottrarsi ad un pegnoramento
-sentenziato dal Tribunale del Concistoro, altro Marchese non fa
-diversamente: accoglie, cioè, a legnate gli ufficiali che vengono ad
-eseguire in sua casa la sentenza: atto tutt'altro che imitabile, ma pure
-imitato da quell'Alessandro La Torre e Fernandez de Valdes, che al
-cameriere del Giudice pretoriano, intimantegli la imbasciata giudiziaria
-per debiti insoddisfatti, faceva il regalo d'un fiacco di
-bastonate[210].
-
-[210] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; _Diario_
- ined., 12 Giugno 1785, p. 183; a. 1795, p. 239.
-
-Noi lo rivedremo questo giovane manesco, e sapremo quanto longanime sia
-stata con lui la Giustizia.
-
-Antonino Calvello, del resto, non gli rimaneva addietro quando prendeva
-pel colletto e minacciava gravemente il Giudice della G. C. Civile
-Pietro Feruggia. Nè gli rimaneva addietro il Barone Diego Sansone
-allorchè andava ad assalire la casa del Duca di Vatticani chiamandolo a
-duello per litigi corsi tra il proprio figliuolo Alfio ed il Duchino
-medesimo, e gratificava di contumelie il Capitano della Gr. C. Torretta,
-andato da lui per tradurlo in carcere[211].
-
-[211] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 147 e 328-29.
-
-Anche qui ricompariscono le velleità di duello, le quali anche qui fan
-pensare all'indole rissosa, ed insieme cavalleresca del siciliano. Un
-antico costume, ora del tutto dimenticato, ci offre in ciò una pratica
-singolare. Nel giorno di S. Valentino (14 febbraio) alcuni vecchi,
-nobili o ignobili, si salassavano, perchè questo buon santo rendesse
-_valenti_ nelle zuffe e nei contrasti i suoi devoti[212]. Sta a vedere
-che il vincitore in un duello o in una zuffa debba esser colui che si
-sia cavato più sangue!
-
-[212] _Alessi_, _Notizie della Sicilia_, n. 74. Ms. Qq H 44 della
- Biblioteca Comunale di Palermo. -- _Pitrè_, _Spettacoli e Feste
- pop. sic._, p. 198.
-
-Altro ribelle alle autorità giudiziarie fu un Gioeni, che per un
-nonnulla penetrava a viva forza in casa Gaetano Greco, Giudice del
-Concistoro, nel momento che egli se ne stava a desinare, e con male
-parole apostrofavalo. Imprudente uomo costui, che, dimentico di esser
-figlio di quella gentile e culta dama, che fu Anna Bonanno, si ricordava
-d'esser marito di Giuseppa Cavaniglia dei marchesi di S. Maria, la
-quale, come ricettatrice di ladri nella sua villa dei Colli, veniva
-severamente chiusa nelle prigioni di Gesù (2 ott. 1800); e teneva bene
-alla memoria di esser padre di una donna tristamente celebre in Napoli,
-condotta qui ad accrescere il numero delle signore o raccolte o
-raccoglientisi nel ritiro di Suor Vincenza[213].
-
-[213] _Villabianca_, _Diario_ ined., 14 agosto 1797, p. 50; 28 agosto
- 1798, p. 413; 7 agosto 1799. p. 188; 23 ott. 1800, p. 389.
-
-A proposito di violenze non va dimenticata quella d'un tale, che con
-inaudito arbitrio imprigionava non solo un pubblico corriere, ma anche
-il Capitano di Giustizia della terra di Gaggi; nè va trascurata l'altra
-di due fratelli del Fiumesalato, i quali per non so quali fisime, con le
-spade in mano inveivano contro un cappellano delle galere di Malta[214].
-
-[214] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, gennaio 1784, p.
- 190; v. XXVI, 14 aprile 1778, p. 174.
-
-«Ragazzate!» si dirà; ed è vero; ma ragazzate che eran pure capestrerie,
-le quali offuscavano il decoro del casato onde tanti ragazzi provenivano
-suscitando lo sdegno dei saggi, l'ira repressa degli umili, la reazione
-brutale delle vittime. Capestreria quella del figlio del Barone
-Jannello, che si divertiva a scagliar sassi sopra le persone che
-passavano in via Lampionelli, ferendone non lievemente qualcuna: ferito,
-poi alla sua volta, egli stesso, ai Ficarazzi da un Vincenzo Giardina,
-secondogenito del signore di quel luogo. Capestreria la spacconata del
-già detto La Torre, il quale a tarda sera, nella entrata del Principe di
-S.a Flavia, all'ora del solito settimanale ricevimento di dame e
-cavalieri, faceva richiamare a basso il figlio del Barone Antonio
-Morfino; ed avendolo tra le mani, ordinava ai suoi creati di prenderlo
-per iscorno a cavallo e di contargli parecchie dozzine di sferzate. La
-quale violenza d'un giovane sopra un fanciullo (il Morfino non
-oltrepassava i 16 anni!) in tutti suscitava disgusto infinito; ma più
-che in altri nel Villabianca, il quale non sapendo rassegnarsi alla
-notizia d'un nuovo ospite della prigione di Porta S. Giorgio, pensava
-che «il Castello non leva bastonate, anzi serve per li polledri
-giovinastri per luogo piuttosto di divertimento che di pena»[215].
-
-[215] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 218; v. XXVII, p.
- 22; _Diario_ ined., a. 1794, pp. 344-45.
-
-Di fatti, il Castello era la parodia del carcere. La libertà personale
-vi si godeva in mezzo al rispetto dei carcerieri e degli ufficiali di
-guardia. Con pochi tarì di spesa vi si avea un bel desinare quando
-questo non venisse fornito succulento e gustoso dai parenti, e bastevole
-ad allegri conviti tra le varie persone che vi stavan raccolte. Vi si
-giocava e conversava spensieratamente come continuando in luogo di
-villeggiatura le dissipazioni di fuori. Nelle _Pensées et Souvenirs_ il
-Palmieri de Miccichè ritrasse con rosei colori questa prigione distinta,
-donde si poteva financo uscire a diporto di sera impegnando la propria
-parola d'onore che si sarebbe ritornati: e la parola veniva
-scrupolosamente mantenuta come quella dei perditori al giuoco[216], o
-come quella dei militari prigionieri di guerra.
-
-[216] Cfr. v. I, cap. XIV, p. 267.
-
-I dissidî tra mariti e mogli eran pabulo alla cronaca d'alcova. Il
-pubblico grosso e minuto ci si divertiva parecchio, perchè all'umana
-natura torna sovente gradito quello che agli altri è disgradevole. In
-vero molto piccanti riuscirebbero queste pagine se tutte si potessero
-narrare le circostanze che accompagnavano le visite improvvise, intimi
-conversari, fatali sorprese, brusche divisioni, ritiri volontarî e
-relegazioni forzate. Tiriamo un velo su queste scenacce, moltiplicate
-dai costumi e dal _bon ton_ della dilagante corruzione d'allora. Forse i
-tempi nostri sono più brutti di quelli, più fecondi di drammi lardellati
-di scandali; anzi vogliamo senz'altro ritenerli bruttissimi; ma non per
-ciò dobbiamo predicare che la morale d'una parte dei nostri bisnonni
-d'un secolo fa fosse integerrima ed irreprensibile.
-
-Tuttavia non dobbiamo passarci da qualche fattarello di questo genere di
-vita siciliana: e lo faremo di volo.
-
-Uno è quello della superba ed ostinata condotta di una dama di casa
-Reggio, dama che da ultimo persuase il Governo a chiuderla nel monastero
-di S.a Elisabetta (1777); un altro, quasi contemporaneo, quello di
-Nicoletta d'Avalos, fatta entrare a forza in S.a Caterina.
-
-Drammatica la cattura di Margherita Lo Faso e Pietrasanta, Duchessa di
-Serradifalco. Il Duca suo consorte, scontento di lei, chiese per essa la
-clausura, non già in uno degli ordinarî monasteri, ma nella Casa (vera e
-propria prigione) delle _Malmaritate_ alla Vetriera. La cattura doveva
-eseguirsi da un giudice di patente reale e con accompagnamento di dame,
-come soleva praticarsi in simili circostanze: ma fu eseguita invece da
-un semplice ufficiale dell'ordine dei berrobieri. Più severi non poteva
-essersi. «A due ore e mezza di sera la Duchessa nella sua casa fuori
-Porta Nuova venne arrestata da un capitano reale e condotta nella
-carcere Carolina delle nobili del Cuore di Gesù». Ci vuol poco ad
-indovinare chi fosse il Vicerè: non il pacifico Fogliani, non il
-festaiolo Marcantonio Colonna di Stigliano, non il mellifluo Caramanico,
-ma il Caracciolo, che, Marchese, era un mangia-nobili. Il rigore della
-procedura, veramente indebito in affari di famiglia, fu da lui seguito
-per la disubbidienza della Duchessa all'autorità vicereale.
-
-La Margherita era figlia del defunto Egidio, Principe S. Pietro e,
-nientemeno, Presidente e Capitan Generale del Regno di Sicilia in
-assenza del Fogliani!
-
-E la cronaca prosegue.
-
-Nei primi di luglio 1779 le famiglie più elette della città ricevevano
-un foglietto a stampa, sormontato da magnifici stemmi principeschi e
-ducali, con questa partecipazione:
-
-«_Il Principe Trabia e il Duca di Sperlinga si danno l'onore di
-parteciparle che nel giorno mercoledì sera 7 Luglio si sposeranno la
-signora D. Aloisia Lanza e D. Saverio Oneto, loro rispettivi figli, ed
-ossequiosamente si rassegnano, riserbandosi i loro favori a nuovo
-avvìso_»[217].
-
-[217] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; v. XXVII, p.
- 356; e nel vol. edito del 1779 (ms. Qq D 102) p. 86.
-
-Nozze meglio auspicate poche volte si videro; ma haimè! la Aloisia,
-fanciullina ancora, dovette subito dividersi dal marito, che contava
-appena diciassette anni! La sera del 27 marzo 1799, lo spensierato
-Saverio si recava al palazzo Butera, dal suo cognato Principe di Trabia.
-Quivi incontrava la moglie. Vederla e scaricarle a bruciapelo una
-pistolettata fu tutt'uno. La Aloisia scampò per mero caso; e mentre egli
-veniva condotto all'inevitabile castello, essa volontariamente andava a
-chiudersi -- fatalità di vicinato e d'incontro! -- a Suor Vincenza[218],
-dove, martire del più snaturato tra i mariti, mestamente trascorreva la
-sua gioventù, Palmira Sirignano Duchessa della Verdura. In proposito,
-rifletteva un testimonio: «Tanto avviene alle povere dame che hanno
-mariti bruti. Al tempo stesso però è bene dire che ne' presenti corrotti
-tempi le femine si prendono gran libertà: ed è cosa invero detestabile,
-cagione e origine de' gran disordini».
-
-[218] G. _Alessi_, _Prontuario di alcune noterelle ecc._, p. 2. n. 14. Il
- Duca moriva molto più tardi, nel 1811, a 49 anni, di diabete, nella
- sua villa Sperlinga (attuale Ricovero Palagonia); la Duchessa nel
- 1816. Vedi L. M. _Majorca Mortillaro_, _La Cappella Sperlinga_, pp.
- 78 e segg. Palermo 1892.
-
-L'allusione alla libertà che si prendevan le dame è molto vaga: e ad
-onore della Aloisia e della Palmira non va diretta nè all'una, nè
-all'altra. Le nostre indagini nulla ci han dato di men che lodevole
-sulle egregie dame.
-
-Francesco Landolina, Duca della Verdura, aveva un figlio perdutamente
-innamorato d'una bella ragazza. Alle nozze da lui vivamente e
-replicatamente sollecitate l'accorto padre non volle mai consentire,
-così bene ne conosceva l'indole; chè anzi una volta dovette chiedere la
-carcerazione di esso. L'esperto uomo prevedeva i guai che Michele
-avrebbe fatti passare all'amata ragazza. Se non che, egli cessava di
-vivere, e l'innamorato Michele, reso indipendente, il 14 gennaio del
-1787 sposava la Palmira Sirignano e Gajanos, più giovane di lui, che
-contava 25 anni. Dopo tanto contrasto di passione, che cosa c'era da
-sperare se non gioie oneste, godimenti sublimi? Niente affatto! Fin
-dalla prima sera Michele rivelò l'indole sua perversa. La tradizione
-racconta che egli chiuse e tenne tutta la prima notte, fra le vetrate e
-gli scuri di una imposta della stanza nuziale, la sposa come indegna di
-lui.
-
-«Sprezzò, si aggiunge, la sposa e la bastonò con modi barbari e crudeli.
-La povera Palmira dovette andarsi a chiudere a Suor Vincenza. Egli fu
-relegato al Castello di S.a Caterina a Favignana; poi, per grazia, al
-Castello di Trapani», ove trovavasi ancora nel maggio di quell'anno, che
-avrebbe dovuto essere il più dolce e fu il più amaro per la bella
-giovinetta. Nel dicembre moriva a lei il padre: e la Duchessa vedova,
-suocera della Palmira, si adoperava col parentado per una conciliazione
-tra gli sposi, dai quali si sarebbero voluti dei figli. Nel gennaio del
-1788 si rinnovava la mancata luna di miele: e «Dio la mandi buona alla
-detta povera dama! secondo vuole la opinione generale», esclamava il
-Villabianca; ma fu luna di fiele, fortunatamente breve. Dietro a Palmira
-tornava a chiudersi la porta di Suor Vincenza; dietro a Michele alzavasi
-il ponte levatoio del Castello. Che irrisione di vicinato! Se non che,
-dopo uscito di carcere il violento Michele, un giorno, non sapendo
-resistere allo scampanio festivo della chiesa del monastero del
-Cancelliere, che, come si sa, è presso il Palazzo Verdura in via
-Montevergini, salito più che di corsa alla terrazza, sparava lo schioppo
-sulla suora campanaia, che per miracolo rimaneva illesa.
-
-Non così egli più tardi, allorchè, trovandosi in Termini in propria
-casa, veniva nottetempo aggredito e ferito a morte da ignota mano. Si
-sospettò allora di persona la quale volesse riparare all'onore offeso
-della moglie o della sorella, e fu invece del bandito Giuseppe Ruffino;
-la cui testa la mattina del 17 settembre vedevasi trionfalmente condotta
-per la città.
-
-La vera luna di miele apparve finalmente per la Sirignano, quando,
-rimasta libera, sposò altro uomo che la rese felice; e, vissuta
-lungamente, nella sua tarda vecchiezza, non cessava scherzevolmente di
-ripetere: «Son tanto sdegnata _della verdura_, che dal 1787 non mangiò
-più insalata»[219].
-
-[219] Parte di queste circostanze sono mss. in _Villabianca_, _Diario_
- ined., a. 1787, pp. 4, 136-37, e a. 1800, p. 443; parte le abbiamo
- raccolte dalla bocca del Senatore Duca Giulio Benzo della Verdura,
- che ci ha autorizzati a pubblicarle.
-
-Degno riscontro del Landolina, col quale avrebbe potuto comporre una
-coppia bene assortita, fu la già nota Cavaniglia, bizzarro soggetto di
-conversazione pei salotti d'allora.
-
-Tipo di dama aristocratica, essa avea portata a Palermo la grandigia del
-casato onde veniva, e vi aggiungeva quella del nuovo nel quale era
-entrata. Ma con l'orgoglio del doppio titolo ebbe sfrenata la passione
-per tutto ciò che non fosse bello. Il mal corrisposto marito si divise
-clamorosamente da lei: e chi ne seppe le ragioni non potè non dare
-ragione a lui, che pure non era un santo. La infedeltà di moglie degradò
-presto in infedeltà di amante: e questa infedeltà, ripetuta per malsana
-tendenza, dovea da ultimo costarle cara. Il 23 agosto 1798, nella via
-Alloro, sconosciuti sicari fermano la carrozza nella quale è la
-Giuseppina, ed uno di essi imprime sul volto di lei una scomposta
-ferita. Non rasoio, non coltello l'arme, ma un ferro da pistola,
-stavolta preferito per produrre uno sfregio. Uno sfregio a donna
-significa vendetta di feritore: e F. P. Colonna Romano, secondogenito
-del Duca Mario, si era voluto per siffatto modo vendicare di essere
-stato dalla volubile donna defraudato nei diritti acquistati di amante
-riamato. Fu detta gelosia la sua, ma fu anche odio mortale[220].
-
-[220] _Villabianca_, _Diario_ ined., agosto 1798, pp. 412-13.
-
-E lasciamo altri fattacci che vanno dal trascorso giovanile al delitto
-più maturatamente pensato: dalle bastonature del cav. Giuseppe
-Ventimiglia de' Conti di Pradres al suo _volante_, che però, non
-potendone più, finiva col freddare il padrone (aprile 1798), e dalle
-stoccate di Saverio Oneto allo zio paterno in pubblico Cassaro sino agli
-assassini _fin de siècle_ perpetrati da un certo signore di Catania.
-Lasciamoli dove sono questi fattacci, che nelle spesse maglie della rete
-della umana debolezza raccolgono pure fughe di perseguitati dalla Corte
-Capitaniale di Palermo, appropriazioni indebite di gioie ricevute in
-deposito, scassinazioni notturne di porte di gentildonne, e via
-discorrendo[221].
-
-[221] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 377-78; XXVIII,
- pp. 322-23, 181, 227 e segg., 208. -- _Alessi_, _Prontuario_ cit.,
- p. 13.
-
-Gli animi fremevano ad ogni passo, ed invocavano giustizia severa di
-tanti che abusavano della lor posizione disonorando i buoni che
-degnamente portavano titoli aviti.
-
-«Oh gran virtù dei cavalieri antichi!» viene da esclamare alla
-stupefacente notizia che un giovinetto di Casa Ventimiglia (Giovanni
-Luigi), solo perchè dei Marchesi Geraci, rifiutava la nomina viceregia
-di Senatore. -- Rifiutava quel che altri ambiva? -- Sì, perchè egli non
-tenevasi della comunanza dei signori siciliani. I predecessori di lui
-avevan trattato da pari a pari coi re di Sicilia, usato la formola reale
-_Dei gratia_, vantato di poter coniare moneta e d'esser dispensati dagli
-uffici, relativamente a loro, modesti, di Senatori[222].
-
-[222] Leggere nella Biblioteca Commun. di Palermo il ms Qq F 67, n. 12;
- _Consulta della Giunta dei Presidenti e Consultore ne' titoli dei
- Marchesi di Geraci_ (Pal., 30 Apr. 1700) e l'altro Qq F 82, n. 8,
- p. 168: _Consulta su i titoli che godono i Marchesi di Geraci_.
- Cfr. pure in quest'opera il v. I, cap. IV, p. 87.
-
-E veniva anche da fremere considerandosi che mentre nell'aula del
-tribunale della G. C. Civile il magistrato sedeva a capo scoperto, egli,
-questo degenerato che alteramente entrava, osasse rimanere a capo
-coperto (2 febbr. 1792); e, passando dalla Vicaria, esigesse il saluto
-militare come quello che il picchetto di guardia rendeva al proprio
-superiore, Principe di Paceco Niccolò Sanseverino (26 luglio 1792)[223].
-
-[223] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1792, pp. 271-72. -- _D'Angelo_,
- _Giornale_ ined., pp. 23 e 33.
-
-Che importa che i rei (le geste dei quali abbiam dovuto per brevità
-lasciare nel dimenticatoio) venissero relegati quale alla Colombaja di
-Trapani, quale in Termini, quale in Favignana e in Messina! Questo c'è
-di fatto: che a capo di pochi mesi, di pochi giorni magari, essi
-tornavano allegramente come da un premio conseguito. E quando i loro
-compagni in trascorsi, discolerie, crimini uscivano dal Castello di
-Palermo, e tra i sorrisi e le strette di mano di certi amici riandavano
-i particolari delle loro spavalderie ed i passatempi goduti nella così
-detta prigione, il senno antico degli attempati signori ne soffriva oh
-quanto! Nella severità del volto, nell'abbassare degli occhi pareva
-declinassero costoro qualunque solidarietà di ceto con siffatta genìa,
-se il ceto poteva determinare ad abusi di tanta sfrenata prepotenza; ed
-allora con D. Giovanni Meli si udivano a mormorare:
-
- Oh seculi, oh custumi!...
- Seculi cchiù birbuni
- Di chisti nun cci nn'è!
-
-Ma dimenticavano che l'umana tristezza è immensa quanto il mare, e che
-se in tante e così brutte maniere si manifestava in Sicilia, con più
-raffinata violenza percorreva fuori di essa la scala della criminalità.
-
-
-
-
- CAP. XIII.
-
-
- INDELICATEZZE, FALLIMENTI, MALVERSAZIONI.
-
-Oggi è un gran dire su pei giornali, un gran mormorare tra i crocchi e
-le conversazioni, di _indelicatezze_ e di _appropriazioni indebite_,
-come con la ipocrisia del nuovo linguaggio si chiamano gl'illeciti
-guadagni e le grosse ladrerie di certi uomini pubblici; ma un soldo di
-pane che un povero affamato porti via illecitamente è chiamato sempre
-_furto_. In passato però non era diversamente, perchè la pianta-uomo è
-sempre una, e là dov'essa cresce e si muove, le virtù vanno coi vizi, e
-gli esempi di onestà intemerata hanno il contrappeso di ributtanti
-brutture. Dignità ed onori non impedivano che persone anche in conto di
-integerrime prevaricassero a danno delle amministrazioni alle quali eran
-preposte e delle quali avrebbero dovuto esser custodi scrupolosi e
-zelanti.
-
-Il Meli, che non va mai trascurato quando si parli dei vecchi costumi,
-rispecchiando il pensiero dei suoi concittadini sull'apparente
-prosperità dei suoi tempi, lanciava in una ottava una terribile
-frecciata sul magistrato del Comune e sul capo supremo dello Stato in
-Sicilia. La freccia però rimaneva nascosta in casa del poeta, e solo da
-poco è stata messa in evidenza nell'epigramma _A Palermu_, che è
-anteriore al 1800[224].
-
-[224] _Meli_, _Poesie_, p. 391, n. XLIX.
-
-L'ardita accusa non determinava fatti speciali; ma la cronaca
-spicciolata d'allora deve averne raccontato qualcuno: il che può aver
-prestato argomento ai soliti _pour-parlers_ a base di maldicenza. Si
-parla infatti della moglie d'un pezzo grosso del Senato, la quale
-avrebbe tratto profitto dalla posizione del marito, oscurando, con doni
-che riceveva in compenso di favori, la fama del casato[225]. Si parla
-d'altri pezzi egualmente grossi del medesimo Senato che avrebbero preso
-«denari e sborsi di buoni capitali dai loro subalterni eliggendoli
-uffiziali, che era poi in sostanza lo stesso di vendersi il _jus
-furandi_ perchè si soddisfacessero dell'impieghi che vi avevano fatti
-perchè vi campassero sopra».
-
-[225] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 135.
-
-Ma son voci vaghe, che non hanno maggior valore dei soliti _si dice_
-della giornata. Si parla altresì di un Senatore, che col nome di persone
-di sua fiducia avrebbe assunta la impresa della beneficiata di S.a
-Cristina traendone larghi lucri. La qual cosa il Villabianca rivela,
-fieramente tonando contro le turpitudini del presente in così aperto
-contrasto con l'onestà del passato. Di quel passato egli stesso, a
-proposito della terza elezione di Ercole Branciforti, Principe di
-Scordia, a Pretore di Palermo, avea potuto scrivere che la nettezza
-delle sue mani «lo metteva sommamente in pregio, e lo rendeva
-venerando»[226].
-
-[226] _Diario_ ined., a. 1793, p. 22; _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p.
- 181.
-
-Erano nel palazzo pretorio sette Contestabili: uno del Pretore, sei de'
-Senatori. In palazzo e fuori si diceva di loro _plagas_; e ciò
-persuadeva il Senato a destituirli, benchè nominati a vita. Ricorrevano
-costoro all'autorità competente; ma ne uscivano col danno e le beffe,
-perchè la loro reità restava luminosamente confermata da fatti e
-testimonianze; e l'autorità in persona, che era il Vicerè Caramanico,
-ordinava e comandava: «Che il Senato cacci via i sei Contestabili che
-assistono i Senatori ed il Contabile maggiore che assiste il Pretore per
-affari di annona; ne eliga, in vece loro, altri tanti in pieno congresso
-per un bienno, da scegliersi dal ceto delle maestranze le più
-circospette e cittadini onorati, amovibili _ad nutum etiam sine causa_»
-ecc.[227].
-
-[227] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 35.
-
-A titolo di onore ecco i nomi dei coraggiosi che ruppero contro questa
-malnata associazione di malfattori: 1. Bald. Platamone, Duca di
-Belmurgo, Pretore; 2. Ignazio Branciforti; 3. Fr. Parisi, Principe di
-Torrebruna; 4. Carlo Cottone, Principe di Villarmosa; 5. Gius. Amato,
-Principe di Galati; 6. Ignazio Migliaccio, Principe di Malvagna; 7.
-Pietro Ascenzo, Principe di Alcanà.
-
-E giacchè la risoluzione assodava responsabili di gravi negligenze i
-«maestri d'immondezza», che mangiavano il pane a tradimento, con un
-tratto di penna venivano destituiti anch'essi, e soppresso il loro
-ufficio; il quale dalla Deputazione dei Nobili per la pulitezza delle
-strade veniva affidato ad uffiziali addetti a consimili incumbenze[228].
-
-[228] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, p. 23.
-
-Lasciamo il processo che, proprio al chiudersi del secolo, si andava
-compilando contro i Deputati di piazza[229], frodatori del pubblico e
-del Comune quanto coloro che nel 1796 avean prestato braccio a quel
-ladro di Giovanni Cane, di cui è parola nel cap. _dell'Asilo sacro_.
-Questo processo finirà come molti altri: col «non luogo a procedere»
-d'oggi.
-
-[229] _Atti del Senato_, a. 1800-1801, p. 158.
-
-Quello però che accadeva al Pretore Regalmici è mostruoso.
-
-Richiesto dal Governo di Napoli, il Talamanca La Grua nel 1779 spediva
-nel corso di venti giorni duemila salme di farina. Chi poteva
-sospettarla adulterata? Eppure lo era: e la spiacevole notizia egli la
-apprese per una gran lavata di capo venutagli dalla Corte di Napoli,
-egli primo magistrato della città, pieno di energia e di zelo per tutto
-ciò che fosse pubblico bene. Ah no, il Regalmici non meritava quel
-rimprovero! E quando la Corte di Napoli e quella di Palermo se ne
-accorsero, bandirono il taglione contro il colpevole, Giuseppe di Maggio
-di Cristoforo, il quale pensò a salvarsi in tempo[230].
-
-[230] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 370-71.
-
-Non del tutto dissimili procedevano sovente le sorti di alcuni istituti
-filiali del Senato. La grotta di S.a Rosalia sul Pellegrino e la
-Cappella di S.a Rosalia nel Duomo, la Cappella della Immacolata a S.
-Francesco e la chiesa di S. Rocco, la Deputazione per le quarant'ore e
-quella per la Casa di S.a Caterina da Siena, con l'altra della Casa e
-Rifugio delle malmaritate, la Suprema generale Deputazione di salute e
-la Deputazione del Molo, delle torri, delle strade, quelle della
-Biblioteca, della Villa Giulia, della Fontana Pretoria, delle Nuove
-Gabelle, dei Corsi d'acqua, del Monte di Pietà, della Tavola,
-dell'Ospedale grande e nuovo, dell'Ospedale S. Bartolomeo, del Pantano
-di Mondello; e poi le altre per la terra della Bagheria, pel feudo della
-Baronia di Solanto, per la Terra di Partinico, e per la Sicciara
-(Balestrate), tutte avevano amministratori proprî, dipendenti però dai
-centrali del Comune (1784-85).
-
-I più eran modello di rigidi amministratori; alcuni però per vecchi
-abusi d'ufficiali, per fiacchezza od inesperienza erano da meno, pur non
-potendosi incolpare di opere disoneste; ma ve ne erano degni del carcere
-e della corda.
-
-La indelicatezza dalle basse sfere montava alle alte.
-
-Il rigore che vuole apportarsi oggi nelle amministrazioni pubbliche leva
-al cielo i passati tempi vantati avversi a gratificazioni e compensi di
-qualunque maniera. È un richiamo che tradisce la ignoranza storica. Le
-gratificazioni, i compensi, anche per servigi privati, v'erano anche
-allora: ma portavano altro nome, e alcuni, quello di «toghe
-d'allegrezza». Nel capitolo sopra il _Senato_ ed i _Senatori_ ne abbiamo
-detto qualche cosa, anzi più che qualche cosa: il che ci dispensa da
-nuove spiacevoli indicazioni.
-
-La Tavola (Banco) poi ne offriva il peggiore esempio col pretesto di
-nuove nomine di alti rappresentanti dello Stato: e l'esempio partiva _ab
-alto_, dai Governatori. Nel 1780 si adunavano essi pel conseguimento di
-siffatta toga all'arrivo del Presidente del Regno D. Antonio de Cortada
-y Bru: e credevano di non venir meno ai doveri di convenienza, di
-dignità, di rispetto alla qualità loro, attribuendosi quei favori. Il
-Cancelliere della Città, che ne veniva a conoscenza, «faceva sentire la
-sua voce acciò si dessero pure a lui, segretario del Banco, le toghe
-d'allegrezza e di lutto [anche pel lutto se ne aveano!] ogni qual volta
-si ripartivano ai Governatori ed agli alti ufficiali». Di più ancora:
-nel 1784 si deliberava di chiedere il permesso che si spedisse il
-pagamento non di una ma di due toghe, cioè di allegrezza e di lutto a
-favore del Principe di Mezzojuso, Sindaco: e nel 1785, per un nuovo
-parto della Regina, altre toghe si distribuissero fra loro i
-Governatori[231].
-
-[231] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, pp. 387 e 679; a. 1783-84, p.
- 451; a. 1784-85, p. 281.
-
-Le severe proibizioni ai Governatori del Monte ad ammettere nella
-Conservatoria di S.a Lucia ragazze che avessero oltrepassata l'età
-voluta dai regolamenti e che non fossero orfane rompevano contro il
-capriccio o il _favoritismo_ dei Governatori medesimi. Quante volte non
-si passava sopra questa ultima e radicale condizione di ammissione, con
-pregiudizio di orfanelle povere ed abbandonate! Nel solo anno 1780 e in
-una sola consulta si fecero entrare fino a sette fanciulle, i genitori
-delle quali eran vivi e sani. Vivo e sano il padre della ragazza Gerfo,
-ammessa nel 1781; vivo e sano il padre di Rosa Sabatino nel 1782; vivo e
-sano quello di Marianna Ciminello nel 1783[232] e, scandalo forse unico
-nel genere, che disonora tutta una amministrazione, fu lo iniquo voto
-che ammetteva al sorteggio di un secondo legato di maritaggio Maria Anna
-Noto (1787), la cui sorella poco prima di lei altro ne avea
-conseguito[233].
-
-[232] _Provviste del Senato_ a. 1779-80, p. 643; a. 1781-82, pp. 63 e
- 918; a. 1783-84, p. 741.
-
-[233] _Provviste del Senato_ a. 1787-88, p. 411.
-
-Di parzialità in parzialità il Senato confermava in carica Governatori
-scaduti, per virtù di capitoli, non rieleggibili; ed i Governatori
-eleggevano avvocati soprannumerarî del Monte Salv. Coglitore e Girolamo
-Maurici, Francesco Ardizzone e Giuseppe Eschero: un collegio di forensi,
-al quale tutto poteva abbondare fuori che cause e litigi, e nominavano
-altresì avvocato straordinario con dispensa di un atto necessario e
-quindi indebitamente Domenico Candia.
-
-Era tuttavia sonora l'eco delle tremilaseicento onze dai Governatori del
-Monte di Pietà spese per la copertura dell'edificio (1776); si parlava
-delle regalie che questi avean prodigate ai sopraintendenti delle
-imprese, e delle gratificazioni più che vergognose che si erano essi
-attribuite[234]; e già nel 1785 veniva in luce un nuovo gravissimo
-fatto, che gettava la desolazione nei poveri, lo sgomento nel paese: il
-fallimento dell'istituto. Gregorio Spadafora, «Amministratore e
-Razionale del ripartimento del Prèstamo», presentava un ammanco di
-60,000 scudi circa. Alcuni ufficiali gli avean tenuto il sacco, e si
-eran salvati con la fuga. Della reità dello Spadafora nessuno dubitava:
-un lungo capitolo in versi accusava, amaramente scherzando, il reo, che
-a giustificare le agiatezze alle quali si era abbandonato dava a credere
-il rinvenimento d'un tesoro[235].
-
-[234] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 60.
-
-[235] _Torremuzza_, _Giornale Istorico_ ined., p. 217 _retro_.
- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.
-
-Disastro così grave ne metteva in luce un altro meno generale, ma non
-meno grave. Ignazio Mustica, cassiere del civico Banco, falliva d'una
-ingentissima somma: chi facevala ammontare a cinquanta, chi a
-settantamila scudi. Come avea potuto egli trascinare a così inattesa
-iattura il paese? Con la connivenza e la cooperazione di alcuni ribaldi:
-il _libreri_ (ragioniere) Giuseppe La Rosa e lo scritturale Salvatore
-del Carretto; coi quali, appena scoperto, prendeva il largo, più destro
-e fortunato degli autori delle frodi e falsità commesse contro la fede
-pubblica pel Caricatore di Sciacca (1772)[236]. Caracciolo,
-irritatissimo, bandiva una taglia di cento onze (L. 1275) a chi li
-trovasse. La gente, indignata dei Governatori, ne reclamava la
-punizione: e la Corte pretoria mandava per mezzo dei suoi soldati di
-marina a catturar costoro, i quali non si sa quanto ci entrassero. Erano
-essi il mercante Innocenzo Lugaro e gli ex-Senatori nobili Corrado
-Romagnolo (quello da cui prende ora nome la deliziosa contrada oltre la
-Villa Giulia) e Vincenzo Parisi: che però, infermo, rimaneva carcerato
-in casa sotto mallevaria del Duca di Cefalà: tutti e tre issofatto
-deposti dal Senato e sostituiti con altri più coscienti dei doveri
-elementari di giustizia e di onestà.
-
-[236] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 111-12.
-
-Un erudito, testimonio del fermento dei Palermitani a tanta frode, se ne
-addolorava non solo pel danno economico che alla Città ne derivava, e
-pel discredito della nazione presso il mondo, ma anche perchè c'era di
-mezzo un Vicerè napoletano, il Caracciolo, il quale detestava i
-Siciliani.
-
-Egli, peraltro, ordinava una inchiesta sulle opere filiali del Senato e
-sulle regie[237]. Evidentemente, le inchieste dopo un disastro, non sono
-provvedimenti o lustre recentissime!
-
-[237] _Torremuzza_, _Giorn. Ist._ ined., p. 217 _retro_. --
- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.
-
-Delitti, se non identici, simili a questi due, ripetevansi quasi
-contemporaneamente (incredibile!) negli anni 1798 e 1799 tanto nel Monte
-di Pietà quanto nel Banco. Furti ed imbrogli nell'uno, furti ed imbrogli
-nell'altro: e noi lasceremo al Sindaco ed ai Governatori, venuti a capo
-delle frodi commesse dai loro ufficiali, la briga d'istruirne il
-processo, ed al Governo, l'ordine di una nuova inchiesta. Così
-l'avessero fatta per le duemila onze state spese per la costruzione del
-portico del Monte di Pietà nel 1790![238].
-
-[238] _Atti del Senato_ a. 1798-99, p. 245. -- _Villabianca_, _Diario_
- ined. a. 1798, pp. 541-45; a. 1799, pp. 466, 473, 493; a. 1790, pp.
- 327 e 470.
-
-Non irragionevoli sospetti sulle amministrazioni dei due spedali Grande
-e di S. Bartolomeo lasciavasi sfuggire il Villabianca. Gli spedalieri,
-egli diceva, son perpetui, ed «è facile assai e assai [più] di una volta
-prevaricare. Non vi è più dannoso nelle opere pubbliche, e sopra tutto
-opere pie, che la perpetuità di officio nei loro rettori»: e lo diceva
-lamentando le cattive condizioni di entrambi gl'istituti di carità.
-
-Altra maniera di frodi era quella della usurpazione di suolo pubblico
-per parte di alti personaggi del Governo d'allora, e perchè alti,
-lasciati in pace a godersi l'altrui. Data dal 1767, e quindi lontano dal
-tempo del quale ci occupiamo, il complemento della casa Asmundo Paternò
-di fronte alla Cattedrale. L'Asmundo, padre di quel G. Battista
-palermitano, che fu Presidente del Concistoro e del Supremo Magistrato
-del Commercio, e più tardi (1803-6) Presidente del Regno, ne decorò
-sontuosamente il prospetto, e vi fece alzare pilastri di grandi
-dimensioni che uscirono fuori i limiti del palazzo, sporgendo sul corso.
-Ma il Paternò era Presidente del real Patrimonio, e nessuno ardì
-richiamarlo al dovere. Ben lo richiamò invece, ma senza frutto, perchè
-l'abuso passò senza una parola del Senato, le seguente canzonetta:
-
-_Mentri si fabbricava la casa di lu sù Presidenti Paternò._
-
- Avanti c'era un muttu cu sta frasa:
- Lu Prisidenti è un cunigghiu di ddisa;
- Ma ora chi crisciu cu la sò casa,
- Si chiama la tartuca catanisa.
- Lu Cassaru strinciu cu la sò spasa:
- Omu putenti pigghiau chista 'mprisa,
- Pirchì la giustizia è vastasa
- E a cui c'incumbi si la pigghia a risa.
- Pri civiltà la manu si ci vasa:
- Ma 'un si ci loda sta spasa e sta spisa.
- Un palmu e menzu si ritiri e trasa,
- E a cui nun voli ci vegna la scisa[239]!
-
-[239] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 23-24.
-
-Non ostante che lontano da noi, questo abuso concorre a lumeggiare
-l'ambiente, e giova a farci capire come potessero avvenire certe cose
-anche fuori la città murata.
-
-Andando verso i Colli, presso la Favorita, è una villa, che fu già
-superba di marmi, busti, mobili e vasellame. Il denaro vi fu profuso con
-larghezza principesca. Innanzi ha una ampia piazza, chiusa da
-inferriata, che ingombra la strada, e solo da pochi anni fatta rientrare
-dall'Autorità municipale per rendere estetico il luogo. Dietro è un
-parco che potrebbe dirsi reale. Quel terreno fu affermato proprietà del
-Comune, ed un signore aver potuto farlo suo, perchè Presidente del
-Tribunale della Gran Corte e Luogotenente di Maestro Giustiziere. I
-contemporanei ebbero per lui parole più che severe, l'eco delle quali
-ripercotevasi in accuse ben determinate alla Corte di Napoli; donde il 6
-febbraio 1786 come fulmine a ciel sereno giungeva un decreto di
-destituzione. Quella villa, già delizia ed orgoglio, fu baratro del
-possessore: e quando il potente di ieri non ebbe più modo di rialzarsi,
-lo si chiamò responsabile di sentenze inique contro il Principe di
-Belvedere, di basse compiacenze al Caracciolo a carico del patrimonio di
-S. Orsola, di rovina del commercio esterno: giudizî che vuolsi esser
-cauti ad accogliere, giacchè molto può avervi concorso la leggerezza dei
-facili novellieri, l'invidia dei non favoriti, le ire di parte
-lungamente represse.
-
-
-
-
- CAP. XIV.
-
-
- ASILO SACRO, O IMMUNITÀ ECCLESIASTICA.
-
-Avanzo odioso di Medio evo, al quale i venturi stenteranno a credere se
-non ci fosse il conforto della storia, è quello dell'asilo sacro, sia
-altrimenti detto immunità ecclesiastica, reclamato dalla chiesa,
-conceduto dai governi.
-
-In forza di esso un reo che voleva sfuggire ai rigori della giustizia,
-senza discorrer sopra la natura della reità commessa, poteva -- e qui
-sta bene mutare il presente in passato -- correre come a luogo
-intangibile verso una chiesa. Una volta bastava ch'egli mettesse piede
-in un circuito di 40 passi se la chiesa fosse maggiore, di 30 se
-minore[240]: poi, giudicata anche dagli stessi canoni troppo severamente
-tanta larghezza d'interpretazione, venne da una bolla pontificia
-ridotta. Pure bastava sempre che il reo raggiungesse un gradino del
-recinto, o toccasse con le mani una porta o le mura, o si appoggiasse
-con le spalle al fabbricato della chiesa, perchè potesse ritenersi
-uscito dalla competenza della giustizia ordinaria e passato a quella
-ecclesiastica. Sotto di essa allora godeva la immunità, salvo a doversi
-poi accertare fino a qual punto potesse egli accamparsi sotto le grandi
-ale dell'Ordinario della sua diocesi o, dove fosse sede vacante,
-dell'Ordinario della diocesi più vicina.
-
-[240] La misura partiva dalle mura della chiesa. Un passo costava di
- cinque piedi; un _piede_ di quindici dita. Vedi _Fr. Gastone_, _De
- spatio asyli ecclesiastici: Canonica Dissertatio in causa
- immunitatis edita_, art. II. Panormi, ex Typographia A. Epiri.
- 1699.
-
-Fatto sociale, politico, giuridico di tanta gravità fu tema di lunghe e
-non sempre calme controversie sul vecchio privilegio, divenuto abuso di
-delinquenti, ostacolo al libero esercizio della giustizia, ribellione
-aperta alle leggi divine, ai diritti della ragione, che vogliono punito
-chi abbia fatto del male con la coscienza e la volontà di farlo.
-
-L'esistenza di una _Congregazione della Immunità_ in Roma fa supporre
-con che ardore si dovessero guardare le liti di questo genere, sulle
-quali non si arrestavano recriminazioni di vescovi, risoluzioni di
-cardinali, bolle di pontefici e, che è più, minacce di censure ai
-violatori dei luoghi immuni. Siffatte bolle non sempre si volevan
-ricevere dai principi, perchè essi vi vedevano menomata la loro
-autorità, lesi i diritti dello Stato a beneficio dell'individuo «di
-bassa estrazione», ed a pericolo della sicurezza pubblica.
-
-In Sicilia entrarono nello spinoso campo del contrastato diritto
-Francesco Gastone, P. Gambacurta, M. Cutelli ed altri giureconsulti
-d'incontestabile valore[241]: e se non fosse intervenuta l'opera
-moderatrice di Benedetto XIV, forse omicidî, fallimenti fraudolenti,
-debiti al fisco o al pubblico ed altri delitti contro la retta ragione
-si sarebbero anche tra noi a lungo accresciuti con la larva della
-legalità di asilo. Le restrizioni del sapiente pontefice ridussero la
-immunità, ed in Palermo fu concessione di lui il divieto di rifugio
-privilegiato nelle due chiese di S. Sebastiano e di S. Paolo dentro il
-quartiere militare degli Spagnuoli (oggi S. Giacomo). Ma la immunità fu
-pur sempre un privilegio, che certi nemici di essa o accettarono senza
-discussione, o subirono a favore di chi senza sua volontà o per puro
-accidente trascorresse ad eccessi anche gravi contro le persone.
-L'accettarono o si rassegnarono a subirla «per una cosa ragionevole e
-legittima, com'è quella dell'offesa commessa nel calor dell'ira o della
-rissa, se l'offensore sia stato provocato acerbamente, e in guisa tale
-che il delitto possa dirsi quasi involontario ed estorto dall'umana
-fragilità più che dal consiglio ed animo deliberato di nuocere
-altrui»[242].
-
-[241] P. _Gambacurta_, _De Immunitate Ecclesiarum in constitutionem
- Gregorii XIV, P.M., Libri octo._ Lugduni, 1622. -- _M. Cutelli_,
- _De prisca et recenti Immunitate Ecclesiae et ecclesiasticorum
- libertate generales controversiae._ Matriti, ex Typographia regia
- 1647.
-
-[242] _Discorso sopra l'Asilo ecclesiastico_, p. I.ª, § XX, XXIII, in
- Firenze, MDCCLXV.
-
-Altri invece non si seppero rassegnare, e tra essi un ecclesiastico e
-nobile palermitano, il quale nel 1775 scriveva:
-
-«Lascio di far parola del danno che fa alla Republica l'abuso del
-diritto d'asilo, che nei suoi limiti è venerabile e sagrosanto, ma nei
-suoi eccessi è la maggior onta che possa darsi a' malfattori, ladri,
-assassini, omicidi per devastare con sicurezza i beni e la vita dei
-cittadini, e per turbare la pubblica tranquillità».
-
-E venendo a quelli che della veste talare si giovavano per la impunità
-dei loro reati aggiungeva:
-
-«Chierici di ordini minori vogliono approfittarsi soverchiamente
-dell'immunità personale in oltraggio della Repubblica, e secondo loro
-torna a grado fan cadere e fan crescere i capelli della loro cherica,
-tolgono e rimettono al loro collo l'azzurro lenzuolino per aver largo di
-commettere impunemente i maggiori delitti»[243].
-
-[243] _Santacolomba_, _L'Educazione_, pp. 361-62.
-
-Lasciamo a chi voglia di proposito occuparsi di questo strano fenomeno
-legalizzato, che offre curiosi documenti delle conseguenze alle quali
-può condurre l'applicazione d'un diritto e d'un privilegio di siffatta
-natura. Certo, la storia della legislazione penale avrà molto da dire
-sul proposito anche in Sicilia. Cronache e pubblici strumenti ci
-ricordano quel Carlo Cento, «locatario della gabella del pesce», che nel
-1784 fallì per debito di una grossa somma, e «non potendo pagare, prese
-il rifugio della chiesa in compagnia di suo genero e fidejussore per
-esimersi di persona dalle coercizioni giudiziarie fattegli dal
-magistrato.»[244]. Ci ricordano quel Vincenzo Stroncone, carcerato a
-nome della chiesa nella Vicaria, pel quale con una disposizione pari a
-quella relativa al celebre Ab. Vella, si ordinava dal Vicerè la
-scarcerazione dalla Vicaria e la detenzione in casa in luogo di
-chiesa[245] (povera chiesa, pigliata anche qui a prestito dalle autorità
-politiche per coonestare infrazioni di leggi, come più tardi, la
-mondanità degli spettacoli teatrali![246]). Ci ricordano la fuga del
-Duca di Sperlinga Saverio Oneto nella chiesa dei Cocchieri,
-immediatamente dopo ucciso il provocante D. Michele.
-
-[244] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 266.
-
-[245] _Provviste del Senato_, a. 1785-86, pp. 548 e 588.
-
-[246] Vedi il cap. _Teatro_.
-
-E poichè la immunità era il _salva nos_ dei frodatori del denaro
-pubblico e privato, ecco nel 1794 il fallimento per migliaia e migliaia
-di scudi a danno del Senato da parte «dei gabellotti del partito della
-neve di provvista della città». Giusto allora un certo Principe,
-«amministratore generale della neve, si cautelò sopra la chiesa dei PP.
-Mercedarî del Molo alli Cartara», (chiesa demolita non è guari), e
-«Girolamo Tagliavia ed Adamo se ne scappò da Palermo», anche per
-fallimento a danno di parecchi altri negozianti.
-
-Giovanni Cane, «carbonaio di estrazione nell'arredamento della
-provvisione del carbone a male per la città», per molti mesi vendette a
-14 o 15 tarì la salma il carbone che avrebbe dovuto per accordo ed
-ordine del Senato vendere solo a 12 tarì (L. 5,10). Guarentito dai suoi
-amici, scampava il carcere; ma il ribaldo lasciava nelle peste i suoi
-benefattori col solito rifugio sacro; come a breve distanza di tempo
-facevano nella chiesa di S. Domenico certi rei di tumulto[247].
-
-[247] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1794, p. 619; ed a. 1796, p. 379.
-
-Ecco G. B. Salerno, per mancata fidejussione, sottrarsi in una chiesa ai
-rigori della legge e dopo cinque anni di perduta libertà, stando sempre
-dentro o innanzi la chiesa, impetrar grazia al Re che volesse
-condonargli la pena in considerazione d'una paralisi ond'era stato
-colpito durante lo asilo e della estrema miseria alla quale e lui e la
-sua famiglia si eran ridotti[248].
-
-[248] _Penes Acto_ del 1799, nello Archivio Comunale di Palermo.
-
-Ma nel privilegio erano tante condizioni, eccezioni, riserbe che
-l'osservanza di esso rendeva eccessivamente complicata la procedura
-ecclesiastica e, peggio, la criminale e civile ordinaria, quando ci
-fosse stato mezzo di afferrarsi ad un addentellato qualsiasi. Vi sono
-esempî di salvaguardia accordata dall'autorità ecclesiastica per ragioni
-del tutto frivole: ed un Conte, dopo d'essere stato per due mesi nel
-convento di S. Francesco li Chiodari, volendosi costituire alla
-giustizia civile, otteneva una salvaguardia della sua persona nel
-convento medesimo[249].
-
-[249] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, p. 70.
-
-E non pur complicata, ma anche elastica era quella procedura. Nelle
-chiese nelle quali mancavano luoghi comodi, il reo era facoltato ad
-uscire ogni volta che un bisogno lo imponesse. La immunità
-accompagnavalo anche per questo: e nessuno, in quel prosaico quarto
-d'ora, o per condizioni speciali patologiche, le quali potevano
-prolungarsi o ripetersi più volte al giorno, avea diritto di coglierlo
-in infrazione di legge d'asilo[250]. Guai allora, o nel momento della
-funzione fisiologica, o stando egli comodamente in chiesa, a mettergli
-le mani addosso!
-
-[250] _Gastone_, _De spatio_, art. II.
-
-Il 4 ottobre 1785 tre soldati della Compagnia rusticana di Capitan reale
-di Palermo strappavano violentemente dalla chiesa del convento
-francescano degli Scalzi un secolare testè rifugiatovisi per non so
-quale delitto audacemente commesso. Quei poveri soldati dovevano averne
-le tasche piene: sicchè, ghermitolo appena, lo bastonavano di santa
-ragione e lo graziavano d'una coltellata. Ne nasceva un putiferio, ed il
-Governo si affrettava a punire quanto più severamente potesse i suoi
-agenti infliggendo loro anche la condanna di farsi assolvere della
-scomunica nella quale erano incorsi.
-
-Se vogliamo saperne qualche cosa, chiediamone al Villabianca il quale fu
-presente e descrisse la scena.
-
-«L'assoluzione, egli racconta, fu data da uno dei canonici della
-Metropolitana, Orazio la Torre dei Principi la Torre. Vestito
-pontificalmente con mitra in testa e con cappa magna di color violaceo,
-costui si postò a sedere in sedia privata sopra di un talamo di tavole,
-apparato di tela azzurra, e senza coltra, che fu innalzato innanzi la
-porta falsa della chiesa di Porto Salvo nel Largo della Marina. Due
-vivandieri, o sian prebendati del Duomo, furono ad assisterlo, sedendo
-su due banchetti coperti di panni neri assieme con parecchi rossolilli,
-che son li ragazzi sagrestani della maggior chiesa. E qui facendosi
-salire li scomunicati, si denudarono ad essi le spalle. In questa
-situazione di cose gridò tosto il Canonico una erudita ed elegante
-concione al popolo che vi stava di sotto, concorsovi innumerabile, a
-portar rispetto alla chiesa, e battendo più volte i rei nelle spalle con
-verga di granato, s'ascoltò in tale atto la intonazione del _Miserere_
-dei defunti _ad petendam Dei misericordiam_ fattavi dai suoi assistenti.
-Passò alla fine all'assoluzione pubblica, che a quelli concesse in ampia
-forma, giusta il rito di Santa Chiesa, con che prese termine il tetro,
-triste spettacolo»[251].
-
-[251] _Diario_ ined., a. 1785, p. 286.
-
-E pensare che era Vicerè D. Domenico Caracciolo.
-
-Guardando con serenità agli effetti dell'abusiva interpretazione del
-diritto d'asilo sacro, il Vicerè Principe di Caramanico nel 1787 evocava
-le antiche discipline in proposito, ed ordinava:
-
-«Quando gl'inquisiti prendono l'asilo della chiesa, deve da tutte le
-Corti capitaniali osservarsi la seguente regola: se sono rei di omicidio
-o di grave ferizione, che possa cagionare la morte, o pure fossero
-pubblici ladroni e stradarj, o rei di lesa Maestà divina ed umana, in
-_primo vel secundo capite_, o di dolosa decozione o di altro qualunque
-delitto, escluso dall'immunità ecclesiastica per l'ultima bolla di
-Benedetto XIV, esecutoriata in Regno, in tali casi, chiesto il braccio
-ecclesiastico, si prendano e si carcerino per la chiesa coll'avvertenza
-dello spettabile Avvocato fiscale. Tali carcerati non si possono citare,
-nè subire, nè restringere sino alla sentenza dell'esclusione
-dell'immunità, ma si devono cautelosamente custodire. Proferita quindi
-la sentenza esclusiva dell'immunità locali, si devono ripetere i
-testimonj _citato reo_. Se dal Vicario locale del Vescovo si niegasse il
-braccio, o pur si ritardasse al segno che potesse temersi la fuga del
-reo, si prenda dalla chiesa e si carceri senza il braccio ecclesiastico
-e se ne dia subito conto allo spettabile Avvocato fiscale con
-mandarglisi la relazione degli officiali, a' quali venne negato il
-braccio ecclesiastico».
-
-Come si vede, qualche restrizione, un po' timidamente se si vuole, ma
-con una certa precisione, è fatta. Pure la preoccupazione per le
-conseguenze d'un passo falso, d'un abuso anche piccolo a danno dei
-godenti il diritto d'immunità, si tradisce in ogni parola, ed è evidente
-nel seguito dell'articolo:
-
-«I rei di tutti gli altri delitti non esclusi dal sacro asilo, si
-lascino sopra chiesa, e sia della cura del Capitano e degli altri
-officiali il coglierli fuori chiesa. Se però facessero abuso del sacro
-asilo in qualunque maniera o con uscir fuori, o con commettere nella
-chiesa medesima delle enormità e tresche scandalose, o con ripostare in
-chiesa i furti da altri commessi: col braccio ecclesiastico, nella
-maniera sovra espressata, si prendano e si carcerino per la chiesa colla
-suddetta avvertenza; e per non incorrere nelle conseguenze di così grave
-partito, si compili colla maggior sollecitudine il processicolo del
-fatto abuso, e si mandi al Tribunale o allo spettabile Avvocato
-fiscale».
-
-E per gli ecclesiastici?
-
-«Se un prete o un chierico _in minoribus_, regolare e secolare, commette
-un atroce delitto, a norma del reale rescritto del 1777, la Corte
-Capitaniale ne compila il processo, e, finitolo, col braccio del Vicario
-ecclesiastico, deve arrestarlo. Se non che, pel chierico importa
-assicurarsi se, giusta i due requisiti del Concilio di Trento,
-prescritti pel godimento del foro ecclesiastico, egli abbia portato
-l'abito e sia andato a tonsura»[252].
-
-[252] _Istruzioni per l'Amministrazione della Giustizia nelle occorrenze
- delle cause e materie criminali_, nn. XXXIV e XXXV. Vedi _Pratica
- per la formazione dei processi criminali composta dal_ Dr. D.
- _Zenobio Russo_ e _Diana_. Nuova edizione, pp. 294-96. In Palermo,
- Felicella.
-
-E già prima del Caramanico altre disposizioni particolari volevano che
-quelli «che sono rifugiati in chiesa, non potendo star in giudizio, non
-possano essere intesi se non si presentano nelle forze della Giustizia»
-ordinaria; e che se «il reo trovasi rifugiato sopra la chiesa, la
-citazione o sia per affissione o per pubblico proclama sarebbe
-nulla»[253].
-
-[253] _Istruzioni_, n. XXII, p. 121.
-
-Di quest'ordinamento, che costituisce tutta una legislazione, come
-abbiam detto, complicata, ed una procedura più complicata ancora, che
-cosa rimane oggi?
-
-Null'altro che vaghi ricordi tradizionali. Una frase del dialetto
-parlato accenna all'ultima forma nella quale pare essersi ridotto il
-privilegio. Chi _spinte o sponte_ faccia delle spese eccessive o
-superiori alle proprie forze, e sia o si presuma o voglia farsi credere
-nella via della rovina finanziaria, dolendosi di chi o con chi sia causa
-continua del minacciato disastro che lo porterà a fallire, esclama:
-_Jennu di sta manera, vaju a pigghiu la chiesa di pettu_ (andando di
-questo passo, io sarò costretto a correre verso la chiesa). _Pigghiari
-la chiesa di pettu_ significa: ridursi al verde, fallire: frase, in
-questo senso, non interpretata da nessun vocabolarista del dialetto!
-
-Nei giuochi siciliani ve n'è uno, solito a farsi specialmente di sera,
-nel quale una frotta di fanciulli raffiguranti ladri si appiatta in un
-dato posto; un'altra, di birri, va in cerca di quella per catturarla.
-Vedendosi scoperti, i ladri si danno a precipitosa fuga; e i birri ad
-inseguirli fino alla sbarra, o meta, che in una delle molte varianti del
-giuoco si chiama _chiesa_. Se gl'inseguiti vengon presi innanzi di
-giungere alla meta o _chiesa_, vanno sotto, e pagano la pena; se no,
-appena toccano chiesa, luogo immune, non possono più esser molestati e
-rimangono intangibili.
-
-Chi avrebbe mai detto che un privilegio che diede tanti grattacapi a
-Vicerè, che turbò tanti sogni di Capitani giustizieri, che fece tremare
-tanti giudici, dovesse un giorno andarsi a confinare tra i divertimenti
-dei monelli![254].
-
-[254] _Pitrè_, _Giuochi fanciulleschi sic._, nn. 144, 188, 192; e p.
- LXIII. Palermo, 1883.
-
-_Tout passe, tout casse, tout lasse!_
-
-
-
-
- CAP. XV.
-
-
- OZIOSI, VAGABONDI, ACCATTONI, «CASSARIOTE», CARESTIA.
-
-All'ozio d'alcuni della società partecipava con altra forma, e in
-maniera non sai se più riprovevole o disgustosa, l'infima classe del
-popolo, e, in minore intensità e numero, la mezzana.
-
-Il lavoro difettava; troppi i maestri perchè tutti potessero trovarne;
-scarsi gli espedienti a campare la vita, per naturale ignavia, per
-suggestivo esempio di chi poltriva, resa talora inetta.
-
-Al primo giunger tra noi i forestieri rimanevano sorpresi nel vedere «il
-turbine di popolaglia che, dopo di aver esaurita la campagna,
-rigurgitava in città, dove dietro un'abbondanza indolente, si
-moltiplicava come gl'insetti, sui quali non è dato conoscere le vedute
-della natura, e che pur sembrano nati per consumare. Codesta gente,
-difatti, si vedeva abitualmente formicolare, ronzare nei mercati,
-attorno a' commestibili»[255].
-
-[255] Un voyageur italien, _Lettres sur la Sicile_, pp. 5-6.
-
-Gli stessi paesani ne rimanevano sconcertati. «Basta passeggiare, diceva
-uno di essi, una sera d'està alla Marina, o entrare in una chiesa, ove
-sieno le quarant'ore, per veder l'abbondanza di questi allegri pezzenti.
-L'Italia in verità n'è troppo ripiena, e gli oltramontani che approdano
-ai nostri lidi, gli osservano con maraviglia. Or non si dubita che tutti
-questi vilissimi sfaccendati sieno la feccia, il capo morto, anzi la
-peste della repubblica: il saggio braccio del Governo tante volte ha
-cercato darvi riparo, ma l'erba selvaggia per germogliare in un campo
-non ha bisogno di agricoltore». E conchiudeva: «Questa gente è
-detestabile: chi non ha talento per gli studi, vada alle arti; chi non è
-abile alle arti, faccia il facchino, piuttosto che l'ozioso»[256].
-
-[256] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 376. Vedi anche _Bartels_,
- _Briefe_, v. III, pp. 579-80.
-
-Altro siciliano, assai più autorevole, il Meli:
-
-«Migliaia d'infingardi datisi al commodo mestiere d'accattoni, vanno
-trascinandosi per la città, infingendosi ciechi o storpi, e studiando
-con comico artifizio assalir da tutti i lati la commiserazione della pia
-gente, soffocando con lamentevoli strida la fioca voce de' veri poveri,
-perchè inabili alla fatica, sottraendo e perciò rubando loro le
-necessarie elemosine»[257].
-
-[257] _Meli_, _Riflessioni_, p. 5.
-
-Sul far della sera codesti lazzaroni gridavano a perdifiato fino a
-mezzanotte cercando d'impietosire e di scroccare qualche poco di
-limosina. Hager li sentiva gridare: «_La divina Pruvidenza!....
-Puvireddu mortu di fami!... O boni servi di Diu, faciti la carità!_» Ma
-non si commoveva nè punto nè poco, come «nessuno si commoveva alla loro
-povertà esteriore. Il loro aspetto era così orribile che io, dice Hager,
-non vidi l'eguale in altra città; ed è paragonabile solo a quello dei
-fakiri dell'India»[258].
-
-[258] _Hager_, _Gemälde_, p. 121.
-
-Se poi di giorno guardavasi la turba degli accattoni, poteva studiarsene
-la natura e la provenienza. Molti di essi erano d'un ordine
-relativamente agiato, i quali «col solito merito della poltroneria si
-divorano la mattina due pagnotte calde, ben condite con lardo e
-salsicce; poi verso il mezzodì si comprano in un parlatoio di monastero
-un buon piatto di maccheroni ben incaciati, e dopo di aver trincato del
-vino in una taverna, si sdraiano su di una panca a dormire
-spensierati»[259].
-
-[259] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 10-11.
-
-Noi li abbiam veduti fino a quarant'anni fa questi comodi neghittosi,
-mangiare a due palmenti le pietanze che uscivano dai monasteri.
-
-Il Governo li conosceva uno per uno, e sapeva chi di essi fosse
-vagabondo, chi _ceraolo_[260], chi romito, addestrati tutti alle male
-arti di spillar danaro con false apparenze. Contro i quali il 20 giugno
-del 1789 richiamava le antiche leggi, intese ad impedire il propagarsi
-della faziosa turba, che sotto colore di domandare per Dio, entrava
-nelle chiese elemosinando, e sotto forma di esercitare qualche mestiere,
-si dava a quello molto facile di commetter truffe[261].
-
-[260] _Ciraulu_, cantambanco, cerretano.
-
-[261] Bando del Vicerè d'Aquino, Principe di Caramanico, 20 giugno 1789.
-
-Ma il bando riusciva inefficace a spazzare il terreno da tanti malvagi
-parassiti. I forestieri che si trovavano in Palermo ne vedevano sempre
-un gran numero assediare importuni i frati nei chiostri, i devoti nelle
-chiese, i civili nei pubblici uffici, i signori innanzi ai loro palazzi
-con parole lamentevoli molto acconce alle circostanze[262]; sicchè alla
-distanza di quattro anni, il bando era seguito da un altro più
-particolareggiato e più severo:
-
-[262] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 582.
-
-«Oziosi son coloro che abili a qualunque fatica, robusti, accattano la
-limosina innanzi o dentro la chiesa, in istrada, nei caffè, affettando
-piaghe e sconciature nella persona; coloro che conversano nelle taverne
-e si ubbriacano, che vivono frequentando bagordi, compagnie diffamate, i
-ladri di sacchetta, i giocatori di vantaggio, i camorristi, ecc.» Tutti
-«costoro saranno condannati con le catene ai piedi»[263].
-
-[263] Bando cit. del Vicerè Caramanico, 27 maggio 1793.
-
-Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi, componevano altra
-malnata genìa che adescava al giuoco i semplicioni e gl'ingenui. Ed
-eccola in una buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla
-qua e là «di varie ruote di giocatori di carte o di dadi con molte frodi
-del giuoco stesso e con l'intonazione musicale di orrenda bestemmia.
-Infelice il vincitore di oggi; sarà il perditore di domani, e, se mai la
-sorte seguirà a favorirlo, sarà tosto beccato dagli avidi rostri dei
-malandrini suoi pari; porzione taglia da sicario, da brigante, da
-sgherro, e fa il guardaspalle la notte a qualche ricco licenzioso; ed in
-questa s'inchiude la gente di servizio basso, che per lo più costa di
-araldi rei d'illecite voluttà e di guappi custodi di contrabbandi
-notturni; porzione è necessitata a fare all'amore coll'altrui roba, e si
-dispone a visitar le carceri, le galee e forse anche le forche; e
-porzione, la più inocente, sceglie il mestiere comodo di limosinar per
-la città»[264].
-
-[264] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 375.
-
-Particolarità degna di ricordo è quella di certe oscene canzoni che
-questi pericolosi vagabondi cantavano nei luoghi più riposti della
-città, dove essi si riducevano a consumare il frutto della illecita loro
-giornata. Tra siffatte canzoni una ve n'era che tutte le avanzava di
-scostumatezza: _Fra Giunipero_, contro la quale invano avean tonato
-bandi vicereali, editti arcivescovili, ed ultimi, sovrani rescritti,
-determinati specialmente da un richiamo fatto dai parrocci in una
-rappresentanza al Re in Palermo[265].
-
-[265] Avviso della R. Segreteria di Giustizia e di Alta Polizia in data
- del 21 Ottobre 1799.
-
-A più increscioso argomento conducono le donne reclutate nel vasto campo
-di Citera; le quali molto da fare davano alla polizia e ne rendevano
-inutile la vigilanza, inefficaci i rigori. Il Governo, nelle sue
-disposizioni, le accomunava sempre agli oziosi: e nel bando viceregio
-del 29 maggio 1793 rivelava le abitudini, i fautori ed i posti loro.
-Quel bando è una pagina di storia della più amara evidenza. Leggiamolo:
-
-«Poichè è giunto alla notizia di S. E. di esser troppo avanzato il
-numero delle donne impudiche, che passeggiano di notte le strade e
-luoghi pubblici di questa Capitale insidiando colle loro lusinghe troppo
-scandalose i cittadini di bassa condizione per indurli a commettere
-disonestà in mezzo alle strade, d'onde poi ne deriva notabilissimo
-pregiudizio a questo pubblico e fino alla salute della gioventù; perciò
-volendo S. E. assolutamente ovviare simili disordini e pubblici
-scandali, che recano giornalmente gravissimo nocumento a questa città e
-suoi abitanti, ordina, provvede e comanda che da oggi innanti, suonata
-che sarà ora una di notte, le suddette donne impudiche, che
-pubblicamente e notoriamente costerà di esser tali, non possano andar
-camminando per le strade di questa città, o sedere sopra li scalini
-delle chiese e cemeterj, anco sotto il pretesto di domandar la limosina,
-nè restar sotto le pennate[266], tanto fuori le porte della città e
-della Marina e Cala di questa città; quanto nella Bocceria della Foglia,
-della Carne, Ballarò, Feravecchia, Cassaro e in diverse altre piazze e
-parti dentro e fuori di questa città, per quale cosa sogliono accadere i
-suddetti inconvenienti, sotto pene alle suddette donne di mal affare
-della frusta con otto azzottate (_frustate_), e di rader loro i capelli
-la prima volta, e con venti se saranno recidive, e di rader loro le
-ciglia»[267].
-
-[266] _Pinnata_, tettoia.
-
-[267] Bando cit. del Vicerè Caramanico.
-
-Tanto scandalo non ha bisogna di comenti; bensì è da osservare che esso
-continuò ancora dell'altro senza speranza di fine: prova il rescritto
-sovrano dianzi citato, nel quale si rileva «che le donne di pubblico
-commercio trovansi indistintamente ad abitare ne' luoghi più frequentati
-della città, e col loro cattivo esempio avvelenano le innocenti e
-rovinano la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte girar
-per le strade ed ardiscono di penetrare financo dietro le porte delle
-chiese»[268].
-
-[268] Avviso cit. della R. Segreteria di Giustizia ed Alta polizia.
- Sull'argomento vedi pure il vol. I, cap. II di quest'opera, e
- _Cutrera_, _Storia della prost. in Sicilia_. Palermo, Sandron,
- 1903.
-
-Qui una osservazione cade opportuna. Quel che si è detto sopra le
-_cassariote_ potrebbe far sospettare nel basso popolo una corruzione che
-assolutamente non esiste. Giacchè bisogna distinguere donne perdute (e
-queste rappresentano sempre un numero sparuto di fronte alla gran massa
-della popolazione, ed uno stato di delinquenza) da donne che si serbano
-quali nacquero e non tentennano nè all'aura dell'ambiente, nè al vento
-che spira dalla terraferma. Il popolo si mantiene come si manteneva
-refrattario a qualsivoglia esterna influenza di corruttela, legato
-sempre alle sue tradizioni di rispetto a se stesso, di devozione alla
-morale, checchè possa esser venuto da fuori, o essersi fecondato dentro,
-e qualunque sia l'esempio altrui.
-
-Questo nei tempi ordinari; che dire poi degli straordinarî?
-
-Nel 1793 le condizioni della città erano lagrimevoli, desolanti. A
-cagione della precedente siccità e di una serie di errori economici del
-Governo e del Senato, il paese, privo di frumenti, era in piena
-carestia.
-
-Gl'indigenti, uomini e donne, brulicavano come vermi. Furon viste in
-alcune contrade di Palermo persone cibarsi di erbe selvatiche, altre
-raccogliere fichi immaturi e cuocerli in aceto, altre strappare il pane
-che i padroni avean gettato ai cani, altre morire[269].
-
-[269] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 45-46.
-
-Il Meli vide che
-
- L'erbi cchiù vivi e inutili,
- Li radichi nocivi
- Cu l'animali spartinu
- L'omini appena vivi.
-
-E senza uscire da Palermo osservò pure che
-
- 'Mmenzu li strati pubblici
- Lu passaggeri abbucca
- Cu facci smunta e pallida
- Cu pocu d'erba in bucca[270].
-
-[270] _Poesie: Ode a S. E. Signor D. Francisco d'Aquinu Principi di
- Caramanica e Vicerè di Sicilia._
-
-La salute pubblica per conseguenza ne soffrì tanto che le febbri putride
-furon cagione di grande moria.
-
-Il Monte di Pietà chiude gli sportelli. Le case dei popolani mancano
-delle suppellettili necessarie. Scarseggiano i letti, perchè, venduti
-gli stramazzi, la maggior parte dei cavalletti erano stati portati come
-ferro vecchio a Napoli. Appena le coperte bastano di notte a tutelare i
-corpi[271].
-
-[271] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 196-200. Di ciò vedi
- pure vol. I. cap. VII.
-
-Allo spettacolo di tanta desolazione Vicerè, Arcivescovo, signori,
-benestanti, aprono i loro forzieri. Il Senato acquista quanto più può di
-grano, e lo distribuisce a grandi forni, che mettono in vendita pane a
-dodici grani il rotolo: un rotolo quindi ed ott'once, ed anche due
-rotoli, un tarì la forma volgarmente detta _guastidduni_[272]. Tutte le
-case religiose regolari largheggiano di minestra e di pane ai bisognosi,
-che a quelle dei Cappuccini si presentano a decine di centinaia.
-
-[272] «_A dodici grani_», ecc. cioè a cent. 25 di lira grammi 800 di
- pane; cosicchè una forma di _guastidduni_, del peso di chilogr. 1 e
- gr. 400, od anche di 1 e 600, veniva a costare cent. 42 di lira.
-
-Allora il bisogno di rimandare fuori la città, nei loro paesi di
-nascita, i poveri, che sempre, in ogni grande calamità, affluiscono alla
-Capitale, come a luogo di rifugio e di salvezza. Il Principe di
-Caramanico a sue spese provvede per alcuni giorni del necessario alla
-vita quanti ve ne sono: e su carriaggi, col sussidio di quattro tarì per
-uno, li fa accompagnare da soldati di marina fino a Termini. Ma più ne
-manda e più ne vengono, finchè sopraffatto dal numero li raccoglie in un
-sito a Mezzomorreale.
-
-Solo con questo mezzo e per pochi mesi la desolata città si libera del
-lurido vermicaio, e per esso dalle _cassariote_, cresciute all'infinito
-per la infinita miseria[273].
-
-[273] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 70-71, 82-84.
-
-Certo il Caramanico non fu solo in tante opere di carità.
-
-La storie del Val di Mazzara, come di tutta la Sicilia, chè la Sicilia
-tutta fu vittima della epidemia della Capitale, è piena di nobili slanci
-di abnegazione.
-
-Nella sola Cefalù il vescovo Francesco Vanni fece miracoli di
-beneficenza. Una iscrizione del 1797, murata da quel Senato, lo addita
-ai posteri: ed un'altra al Barone Giuseppe Agnello, ricorda la compra da
-lui fatta di 20.000 scudi di frumento per salvare il paese dalla
-carestia e dalla fame[274]. Ma in Palermo il Caramanico fu la vera
-provvidenza.
-
-[274] _A. Candiloro_, _Historia medico-practica cephaludensis epidemicae
- constitutionis et morborum intercurrentium anni 1793, 94 et 95_.
- ecc. Panormi, apud Solli, M.DCC.XCVII. pars IIª, paragrafo XXII.
-
-Tanto spettacolo di dolore non era nuovo. Quante volte la Sicilia fu
-travagliata da carestia, Palermo venne invaso dalla poveraglia dei
-paesi. La attrattiva delle grandi città, ove i mezzi di vivere si
-presumevano abbondanti, la nomea della Capitale, e, più che altro, la
-notizia certa che in essa il pane non facesse difetto, (giacchè il
-Senato non guardava a spese per tener largamente provvista di grani la
-città medesima pur quando dovesse perdervi metà della spesa) cacciavano
-come lupi affamati verso di essa quanti eran regnicoli miserabili o
-bisognosi. Le scene del 1793 richiamavano agli attempati quelle non
-lontane del 1764, di triste memoria per una epidemia gravissima. Branchi
-di poveri giungevano ogni dì cercando pane: raccogliendole il Senato nei
-suoi magazzini dello Spasimo.
-
-Eran centinaia, migliaia di uomini, di donne, di fanciulli, nei quali la
-macilenza, il sudiciume, il difetto assoluto di aria sviluppava
-esalazioni putride ed il _morbo castrense_. La cittadinanza, sgomenta,
-atterrita, chiedeva per quelli e per sè pronti rimedî; e se non fosse
-stato per la Deputazione di salute, la quale ricacciava nelle rispettive
-terre di provenienza gli ospiti pericolosi[275], si sarebbero visti
-rinnovati gli orrori del 1624.
-
-[275] _Teixejra_, _Origine_, cap. XV, paragrafo 236, p. 263.
-
-Il disagio economico nei tempi ordinarî non dà luogo a dubitare della
-ressa dei mendicanti della Città. Una pagina d'un anonimo francese nel
-1778 è una fiera requisitoria contro coloro che non se ne
-curavano...[276]. Trent'anni dopo, richiamandosi alla fine del secolo,
-Galt traeva ragione del rincrudirsi della piaga dal concorso dei
-pezzenti alle porterie dei frati. «L'effetto di questo concorso,
-attrista. La povertà diviene ogni giorno peggiore, ed in Palermo il
-numero dei limosinanti è visibilmente cresciuto negli ultimi
-vent'anni»[277].
-
-[276] _L'Italia tradotta dal francese_, p. 231, 1778.
-
-[277] _Galt_, _Voyages_, p. 26.
-
-Tutto questo nella Capitale; uscendo però da essa ed affacciandosi
-nell'interno dell'Isola, la miseria, vera o simulata, appariva nella
-crudezza più ributtante. Vediamo come ce la descrive il Meli:
-
-«Il primo aspetto della maggior parte dei paesi, e dei casali del nostro
-Regno annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare nè
-carne nè caci, nè tampoco del pane; perchè, tolto qualche benestante,
-che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù dei villani
-bifolchi si nutrono d'erbe e di legumi, e nell'autunno di alcuni frutti,
-spesso selvatici e di fichi d'India.
-
-«Non s'incontrano che faccie squallide sopra corpi macilenti, coperti di
-lane sudicie e cenciose. Negli occhi e nelle gote dei giovani e delle
-zitelle, invece di brillarvi il natural fuoco d'amore, vi alberga la
-mestizia, e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare per un pezzetto
-di pane, ch'essi apprezzano per il massimo dei beni della loro vita.
-
-«I padri di queste infelici si reputano fortunati se al Natale di N. S.
-o alla Pasqua possono giungere a divider con la loro famiglia il piacere
-di assaggiare un po' di carne. Il pane istesso (se pur merita questo
-nome un masso di creta) loro non si accorda che nelle giornate di somme
-fatiche, nelle quali, oltre [che del]le zuppe di fave e fagiuoli,
-vengono ancora gratificati di un vinetto detto acquarello»[278].
-
-[278] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 9-10.
-
-I visitatori italiani e stranieri non riuscivano a vincere il senso di
-sdegno e di ripugnanza che in loro nasceva nel vedersi qua e là assaliti
-dalla turba di sempre nuovi accattoni. Il lombardo Rezzonico della Torre
-raccontava: «Ai belli Frati (_Villafrate_) ragazzi ignudi o coperti di
-cenci, che nè di dietro nè d'avanti nulla celavano, assediano i
-viaggiatori, e chiedono importunamente l'elemosina; ed io dovei dividere
-con esso loro il pane e l'uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le
-spolpate ossa, e le reliquie del tumultuario desinare, che ai cani si
-destinavano ed ai porci, di cui qui sono numerose le greggi.»
-
-In Alcamo, «con le sue merlate mura e le torri, ora quadre, ora rotonde
-del suo castello... regna la miseria e lo squallore, avvegnachè vi siano
-alcuni ricchi cittadini e qualche bella casa di magnifica apparenza.»
-Anche quivi il Rezzonico veniva sopraffatto «da miserabile volgo di
-storpj, di muti, di cenciosi... gravissimo flagello dell'umanità, dal
-quale la Sicilia non si vedrà mai liberata»[279].
-
-[279] _Rezzonico_, _Viaggio_, pp. 133 e 139.
-
-In Cefalù l'inglese Galt trovava «un tempio senza pari e una miseria
-senza nome»[280].
-
-[280] _Galt_, _Voyages_, p. 77.
-
-Potrebbe chiedersi: Ma nessuno del paese levava la voce contro così
-ributtante piaga morale? Oh sì! Uno scrittore di Palermo, stomacato più
-d'ogni altro a tanta indegnità, pubblicava nel _Giornale di Sicilia_ del
-1795 un articolo sugli oziosi. Costui esaminando le varie leggi e
-costumanze antiche e moderne contro la «infesta genia», diceva che dove
-i governi sono stati provvidi ed attenti nel farle osservare «si vede
-che bandita la mendicità e la scostumatezza fioriscono le arti.» E
-finiva così: «Ciò che si è fatto e si fa altrove potrebbe ancora farsi
-tra noi. A questo effetto basta che si esamini e si calcoli il danno
-cessante ed il lucro emergente. Basta che si rifletta che in vece di
-questa povertà importuna, oziosa e libertina, ugualmente perniciosa ed
-alli buoni costumi ed allo stato, si vedrebbe rinascere la povertà dei
-primi tempi, umile, modesta, frugale, robusta, industriosa, e che questa
-medesima povertà diverrebbe la madre fertile dell'agricoltura, la madre
-ingegnosa delle belle arti e di tutte le manifatture»[281].
-
-[281] Vedi i nn. 29 e 30. Palermo, 17 e 24 febbraio.
-
-Inchiostro perduto! Il Governo avea tutt'altro pel capo che il saggio
-consiglio dell'articolista palermitano. Proprio nel 1795 la caccia ai
-Giacobini era una delle sue occupazioni ordinarie.
-
-
-
-
- CAP. XVI.
-
-
- LITI, AVVOCATI, FORO.
-
-I tempi, le leggi, i costumi mantenevano un esercito di persone che
-vivevano di liti. La parola esercito non è iperbolica. A centinaia si
-contavano gli avvocati, i patrocinatori, i causidici, i curiali che
-assiepavano i tribunali, e dalle lagrime dei litiganti ritraevano chi
-pane e chi agiatezza.
-
-E che cosa poteva farsi in un paese dove gli espedienti del vivere erano
-scarsi? e dove, quando si apriva sbocco alla gioventù disoccupata la
-milizia, «nell'esercito di fanteria e di cavalleria non vi eran
-promozioni, e quelle che v'erano andavano a beneficio dei
-cadetti?»[282].
-
-[282] _Hager_, _Gemälde_, p. 223.
-
-Si guardi all'indole siciliana e alla sua avversione a qualsivoglia
-prepotenza, alla naturale inclinazione a litigare anche per un nonnulla
-(_Pri un granu si fa causa_, dice un proverbio), all'indomabile passione
-di stravincere vincendo: si tenga presente l'amore che il palermitano
-nutre per i processi, ed il carattere suo inconciliabile[283]: quella
-specie di rassegnazione di ogni isolano a perdere, non per pacifico
-accordo, ma per sentenza del magistrato. D'altra parte, si pensi alle
-malfondate promesse di certi accattabrighe, che facevan vedere di facile
-vittoria quel che le leggi non potevano consentire, e il trionfo venale
-di una causa cui la giustizia onesta non favoriva, o piuttosto
-comprometteva: e si giudichi se non dovessero moltiplicarsi a vista
-d'occhio i parassiti della società di Palermo. Il poeta siracusano Gomes
-scrisse tutto un poema sopra _La vita delli amari litiganti_, ed i
-proverbî sentenziano che _Cui litica e vinci, nenti vinci_, che _Di 'na
-liti nni nàscinu centu_; che _La vurza trema avanti la porta_, con ciò
-che segue[284].
-
-[283] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 586.
-
-[284] _Proverbi siciliani_, v. II, cap. XLV.
-
-Il lettore conosce, per quel che ne abbiamo detto[285], le due antiche
-statue in marmo del Palazzo pretorio, rappresentanti, secondo la volgare
-interpretazione, due fratelli, a furia di litigare tra loro, ridotti
-ignudi come vermi e senza un tozzo di pane. Or la presenza di quelle
-statue era una lezione continua a quanti fossero tentati di cercare
-giustizia per via giudiziaria, e la leggenda in proposito metteva in
-guardia contro espediente cotanto pericoloso:
-
- Cu' acchiana 'n Tribunali a fari liti
- Sciuni a la nuda comu li du' frati.
-
-[285] Vedi vol. I, cap. II, pp. 22-23.
-
-Ma i processi di successione all'infinito per leggi feudali in vigore,
-«e fondatamente sostituiti al primogenito e sostituiti liberi d'ogni
-altro gravame che non fosse quello delle pensioni dei cadetti o delle
-doti delle ragazze»[286] erano miniere inesauribili per una falange di
-sfruttatori, i quali -- eccezione fatta di una pleiade di onorati
-ingegni, gloria del Foro siciliano -- dal paglietta scendevano
-all'infimo scribacchino, uso a copiare, a carattere grande per
-guadagnare nello spazio della copiatura, citazioni, memorie, istanze e
-notifiche, e dal dottore in legge andavano al chierico; a cui, per
-lungo, invecchiato abuso, era libito l'esercizio di agente e procuratore
-nei tribunali[287].
-
-[286] _De Saint-Non_, _Voyage_. IVme vol., Ire partie, p. 156.
-
-[287] L'abuso, mal tollerato sempre, fu per ordine sovrano tolto il 16
- maggio 1799.
-
-«E così, dice l'Ab. de Saint Non, si arricchisce un popolo di persone di
-affari delle quali Palermo è piena. Il diritto deve penare sovente a
-trovar appoggi e difensori; e la Giustizia vi è divenuta un ramo di
-commercio che fa colare tutto il denaro del Regno in questa città
-entrando pel canale dei tribunali e riversandolo in seguito nel pubblico
-col lusso dei membri di essi. Così Palermo non si risente per nulla
-della povertà e della miseria che si vede in quasi tutta la
-Sicilia»[288]. Oh avea ben ragione quel signore a noi ignoto, che
-conversando col Bartels in Siracusa sfogava il suo dolore per le
-condizioni miserrime del tempo!
-
-[288] _De Saint-Non_, op. e loc. cit.
-
-«I tribunali che restano quasi tutti in Palermo, gli diceva, chiamano
-tutti i negozî giudiziali del Regno in quella Capitale, dove a spese dei
-litiganti vivono più di ventimila persone, le quali mantengono oziosi i
-rispettivi servitori, che sono altrettante braccia che mancano alla
-campagna in un'isola spopolata»[289].
-
-[289] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 160.
-
-Noi abbiamo visto innanzi quanto fosse di vero in quest'ultima
-proposizione, come in quella dell'Ab. de Saint-Non. Infatti «non v'era
-casa in Palermo che non avesse un processo; e talune ne avean fino a
-cinque o sei». Questo afferma il Dr. Hager che dovette saperlo con
-fondamento[290].
-
-[290] _Gemälde_, p. 229.
-
-In ragione delle cause, i difensori legali. Il Duca di Terranova, in
-condizioni normali, teneva non meno di otto avvocati e quattro
-patrocinatori, retribuiti con annuali salarî fissi di diciott'onze i
-primi, di dodici i secondi; ed erano tra gli avvocati i più valorosi
-d'allora: Costantino M.a Costantini, in letteratura conosciuto per un
-buon poema didascalico sopra _Il Colombajo_, Antonio Vaginelli, Michele
-Perramuto, Agostino Cardino, Antonio di Napoli[291].
-
-[291] A. _Guarnieri_, _Alcune notizie sovra la gestione d'una casa
- baronale ecc., verso la fine del sec. XVIII_. in Arch. stor. sic.,
- c. XVII, pp. 121 e 143. Pal. 1892.
-
-Nessuno meglio dell'Ab. Meli ritrasse questa condizione di uomini e di
-cose tra noi, del Meli diciamo che mise a nudo una piaga, incronichita
-dai secoli inciprignita da circostanze. Nelle _Riflessioni sullo stato
-presente del regno di Sicilia intorno alla agricoltura e alla
-pastorizia_ da noi più e più volte citate, il poeta, anticipando di un
-secolo le teorie che doveano agitare le società civili del novecento,
-cauterizzava quella piaga col ferro rovente. Le _Riflessioni_, delle
-quali nessuno si è accorto finora, son pagine eloquentissime, e lo
-storico dovrà ricorrervi come a documento di singolare importanza.
-
-Sentiamo quel che esse ci dicono.
-
-L'autore la piglia molto larga aprendo un limbo, anzi una bolgia
-generale.
-
-«Che dirò di tante migliaia di uomini sparsi e perduti per la società,
-come se nati fossero a far numero soltanto, e peso alla medesima, e a
-consumar dei viveri inutilmente? Tali sono, a mio avviso, quelli, che
-traggono tutta la loro pingue sussistenza dal cicalio del foro, dalla
-cabala e dallo intrico: quelli, che sussistono per le sole ciarlerie:
-quelli, che vivono lautamente professando soltanto il ladroneccio, il
-giuoco ed altri vergognosi mestieri: dell'immenso numero di uomini
-destinato allo strabocchevole lusso dei ricchi: quelli che vivono
-agiatamente con alcuni speciosi pretesti di rubare, colorati col titolo
-onorifico d'impieghi, tutto il superfluo seguito della Curia decorati
-coi titoli di Maestri d'atti, algozzini, uffiziali, portieri etc., dei
-quali la centesima parte basterebbe per servizio dei tribunali, qualora
-questi s'appagassero di un discreto vassallaggio. Insomma, io intendo
-parlare di tutto quell'immenso numero di parassiti, di cui abbondano le
-città del Regno, e specialmente la Capitale che, a guisa di mignatte,
-succhiano e si nutrono del sangue e dei sudori degli uomini onesti,
-utili ed industriosi.»
-
-Venendo però ai particolari, eccolo fermarsi sopra i legulei, gli
-attuarî, i sollecitatori, pei quali già da tempo egli avea composta la
-epigrammatica ricetta morale:
-
- Recipe un chiveddu raggirusu,
- 'Na facci tosta e chiacchiari a bon cuntu;
- Misce a curialata fatta all'usu,
- Spisi di liti ed item 'ntra lu cuntu;
- Pista scorci d'onuri e fa in cunfusu
- Pinnulli 'mpanniddati cu l'affruntu[292],
- Chistu sarrà un rimediu purtintusu
- Pri arricchiri 'ntra quantu ti lu cuntu[293].
-
-[292] Pillole coperte di patina di vergogna.
-
-[293] _Meli_, _Poesie_, p. 102.
-
-I possessori di fondi campestri, che avrebbero voluto raccogliersi a
-godere un po' di pace, nol potevano, «costretti a starsene lungi per
-difendere il loro feudo, il loro podere nei tribunali, e per reclamare
-il bestiame... stato loro derubato, o i limiti usurpati, o per impetrar
-equità all'esorbitanza degli oneri, o per ottenere giustizia contro
-l'abuso dell'autorità dei giurati e degli uffiziali, delegati per la
-erezione delle tende e delle gabelle.»
-
-Se un contadino con l'industria ed il sudor della fronte era riuscito a
-rendere il poderuccio fertile e ubertoso, per l'avidità del vicino
-prepotente, che avea mandato i suoi figli, o fratelli, o nepoti agli
-studî pei tribunali, si vedeva subito tagliata la strada. I figli, i
-fratelli, i nipoti eran baluardi a custodia dei beni del vicino, baliste
-e catapulte all'assalto dei beni del contadino, costretto per ciò a
-sostenere le sue ragioni.
-
-Ed eccolo nella Capitale, ove il Meli lo vede e descrive, ed ove con le
-sue parole lo descriviamo anche noi.
-
-«Le mance per i servitori, e per gli uscieri, le spese per le portantine
-dei professori che marciano a piedi o con le lor carrozze[294], quelle
-per le citazioni e per i libelli, i terzi dell'onorario per gli
-avvocati, per i compatroni, per i causidici, per i curiali, per gli
-agenti etc., etc.; ed ecco consumato in questi primi passi il profitto
-di dieci, dodici anni delle sue penose fatiche! Se azzarda
-quest'infelice di aprir la bocca per somministrar le sue ragioni, i
-termini tecnici del suo rustico mestiere e l'accento particolare del suo
-villaggio muovono a riso tutti gli astanti; egli insomma appena è
-ascoltato, niente è capito, come dal suo lato niente capisce del nuovo
-gergo legale che sente risonare in bocca dei suoi professori. Nonostante
-questa confusione di lingue, in virtù dei terzi sborsati e dei
-complimenti, viene distesa una lunga allegazione, della quale se ne
-formano infinite copie a costo della borza del litigante; si mandano, e
-si ritornano con un circolo vizioso le liturgiche citazioni; si fissano
-i giorni delle comparse. Indi si postergano: si tornano a fissare: si
-scusano: sopravvengono frattanto le ferie, le villeggiature, indi le
-festività di Natale di N. S., indi li lieti giorni di Carnevale, poi la
-Pasqua etc., ed ecco le parentesi di mesi ed anni intieri.
-
-[294] Scorrendo da alcuni anni gli archivi del «Nobile e Salutifero
- Collegio degli Aromatari» di Palermo, troviamo larghe prove di
- queste affermazioni dolorose. Nel solo a. 1785, per violazione di
- diritti, il Collegio, a ragion di liti, e per sole mance pagava di
- continuo i servi dei causidici Orlando, Ferraloro, Denti, Ardizzone
- e lo staffiere di Nicolò Schiavo, e i creati del Pretore, del
- Vicerè, del Presidente Leone, del Presidente Paternò, del
- Presidente Airoldi, e i seggettieri del Protomedico e perfino
- quelli del Procuratore del Collegio.
-
-«Si maturano intanto i nuovi terzi dell'onorario: si tornano a pagare, e
-così scorrono successivamente le serie degli anni, di maniera che
-quest'infelice resta inviluppato nell'inestricabile laberinto del foro,
-d'onde non ha più speranza di uscire, se non vi lascia financo la pelle
-istessa.»
-
-Questo dolorosamente osservava il Meli, il quale tornava a battere sul
-medesimo chiodo:
-
-«L'istesso succede quando ad un contadino viene derubato il bue,
-l'asino, o il mulo. Quante cure, quante sollecitudini non gli costano le
-ricerche! E quanti pericoli ancora non incontra per rintracciarne i
-vestigi! Se non giunge a trovarlo, piange la sua disgrazia. Ma se
-riesce, la piange doppiamente: imperciocchè le spese per le spie, per la
-ricognizione della bestia e del legittimo possessore della medesima, per
-la recezione dei testimoni, per gli offiziali e per le legali formalità,
-unite all'infinita perdita di tempo, e perciò del lavoro, oltrepassano
-di gran lunga l'importo della bestia dirubata; di maniera che il miglior
-partito che gli resta ad eligere è quello di mai più ricercarla, nè più
-ripeterla dalle mani della così detta Giustizia. Ne siegue da ciò, che i
-furti non si curano, o s'ignorano; ed i ladri, allettati dall'impunità,
-si moltiplicano a dismisura.
-
-«Se i coloni sono così scherniti e scorticati dai cittadini e dalla
-gente del Foro, non minore è la disgrazia che incontrano presso i
-medesimi li fondi rusticani. Per convincersi di questa verità, basta
-gettare un colpo d'occhio a quei poderi caduti nelle mani del fisco o di
-altro magistrato cui s'è affidata la cura dell'amministrazione, e si
-vedrà, che uno o due anni di siffatta amministrazione equivalgono ad un
-grande incendio»[295].
-
-[295] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 6, 13, 15.
-
-Idee non dissimili aveva il Meli espresse nel suo poema eroicomico _Don
-Chisciotti e Sanciu Panza_: ed i seguenti versi su Giove ne sono la
-sintesi:
-
- Avirrà multu assai forsi chi diri
- Di l'avvocati e di li professuri,
- Genti chi a liti, sciarri e dispariri
- Ci ànnu attaccatu l'utili e l'onuri;
- La società fratantu àvi a nutriri
- Sti tali a costa di li soi suduri;
- L'apa cogghi lu meli in ciuri e in frutti,
- Ma ciarmulìa l'apuni, e si l'agghiutti[296].
-
-[296] Ma l'apone ronza e lo manda giù (il miele raccolto dall'ape).
- _Meli_, _Poesie: Don Chisciotti_, c. VI, ott. 34.
-
-L'organamento di questa vasta associazione per interessi personali era
-come una immensa rete che niente lasciava sfuggire e a nulla rinunziava
-per raccogliere i cercatori di giustizia. Il Vicerè Fogliani in una
-prammatica che è «un novello e stabile regolamento alle sospensioni che
-si voglion de' giudici da parte de' litiganti dietro alle clientele e
-avvocazioni che ne hanno quelli tenuto prima dell'atto di vestir la toga
-di loro giudicatura», ha questo paragrafo che è una rivelazione: «I
-litiganti sogliono tener salariati alcuni avvocati occulti, i quali non
-vanno a patrocinare la lite nel pubblico tribunale, ove il giudizio è
-pendente, ma solo assistono presso qualche giudice che deve decidere la
-causa»[297].
-
-[297] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 18.
-
-Avvocati e professori erano pertanto legati da cause comuni. Il
-professore, persona pratica, riceveva i clienti, la causa dei quali
-diventava faccenda tutta sua. Egli sceglieva e suggeriva l'avvocato, che
-perciò avea per lui la considerazione imposta dalla importanza della
-causa.
-
-I larghi guadagni erano incentivo a spese non solo di necessità, ma
-anche di lusso. Le famiglie dei forensi non rinunziavano a quello che
-potevano, e si permettevano anche quel che non potevano: spese per
-vivere, spese per vestire, spese per agi, che consumavano le più pingui
-entrate. In poche classi del ceto civile si spendeva più che in questa
-dei forensi, tanto spensieratamente facile a buttare nella follia d'un
-divertimento, nella vanità d'una villeggiatura una somma pari alla dote
-d'un modesto artigiano. V'è da maravigliarsi di cosiffatto sperpero,
-sovente non consentito dagli stessi introiti.
-
-Il dì 21 luglio del 1778 per i soliti luoghi della Città si leggeva un
-lungo avviso a stampa, che principiava con queste parole:
-
-«La estrema indigenza in cui sovente si son vedute cadere le vedove ed i
-figli non che dei curiali, dei procuratori causidici, degli avvocati, ma
-talvolta dei defunti ministri, perchè rimasti dopo la morte dei loro
-capi sprovveduti di tutti gli umani soccorsi per vivere e sostenersi; e
-i tristi deplorevoli effetti che quindi ne sono succeduti, i quali, con
-non poco rossore de' ceti così rispettabili, li han trascinati alla
-mendicità, o dati in braccio al vizio ed alla scostumatezza, indusse
-l'animo del Procurator causidico D. Stefano Tortorici a promuovere il
-plausibile mezzo della erezione di un Monte di vedove, con cui accorrere
-al riparo di così gravi disordini ed al sovvenimento e sussidio delle
-povere desolate famiglie»[298]. Condizioni per partecipare alla nuova
-istituzione: un contributo annuale. «Arrolandosi in esso tutti coloro
-che saranno avvocati causidici, curiali e professori qualunque siansi di
-curia, godranno del mantenimento delle lor vedove e parenti alla ragione
-di tarì tre o tarì sei al giorno pagando ogni anno onze tre od onze sei
-al Monte».
-
-[298] _Capitoli delle costituzioni del pio Monte delle vedove dei
- Ministri, Avvocati, Procuratori causidici e di tutti quei che
- vivono nel Foro. Approvato (sic) da S. M. con R. Dispaccio de' 17
- Maggio 1777_. In Palermo, MDCCLXXVIII.
-
-Ma che erano essi i tre, i sei tarì al giorno per una famiglia che ne
-sciupava cinque, sei volte tanti in feste di città e di villa, in
-ricevimenti e addobbi?
-
-Checchè se ne pensi, il disegno tradotto ad atto dal previggente
-Tortorici era degno del valore di lui di procuratore criminalista, e
-meritò il plauso dei buoni.
-
-Qui agli occhi del lettore si delinea un punto interrogativo.
-
-Come si moveva l'amministrazione della Giustizia in mezzo all'ambiente
-non del tutto sano del tempo?
-
-Ci affrettiamo a cancellare questo punto interrogativo affermando che la
-integrità della vecchia magistratura siciliana metteva i membri di essa
-fuori qualunque sospetto e discussione. Se non ci fossero altri esempî,
-basterebbe quello solo della sentenza di morte profferita dalla G. C.
-Criminale in persona di Emanuele Caniggia palermitano, paggio amatissimo
-del Principe di Caramanico, con vero strazio del vicereale padrone
-decapitato nella Piazza Marina (10 ott. 1789)[299].
-
-[299] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1789, p. 631.
-
-Se poi casi contrarî possono trovarsi, sarebbe ingiustizia farne ragione
-di giudizio generale men che favorevole. Le eccezioni, abbiam detto
-altrove e ripetiamo qui, non fanno regola; e tra queste eccezioni, per
-dir tutto, rileviamo una incomprensibile.
-
-Nei conti della già cennata Casa del Duca di Terranova si riscontrano
-spese per distribuzione di carbone a grandi dignitarî politici e
-giudiziarî del Regno. Queste distribuzioni son chiamate _regalie solite_
-e ve n'è di 200 quintali (chil. 16000) al Vicerè, di 50 al Segretario,
-di 50 al Consultore, di 20 per uno (il lettore faccia attenzione!) ai
-Presidenti della R. G. Corte, del Patrimonio e del Concistoro; e di 12
-per uno al Maestro Razionale del Patrimonio, all'Avvocato fiscale della
-R. G. Corte e a quello del Patrimonio.
-
-La diciamo incomprensibile perchè ordinaria, e come tale, alle illustri
-autorità che la ricevevano non dovea parere lesiva della loro onestà e
-della loro indipendenza.
-
-Ma si trova anche qualche regalia straordinaria a giudici, proprio nel
-momento che liti della eccellentissima ducale amministrazione pendevano
-in tribunali. Ecco in proposito un modesto appunto: «Pagate per prezzo
-di carbone, regalato straordinariamente a D. Emmanuele Bottari, giudice
-della R. G. Corte Criminale, e D. Luigi Mattias, primo officiale della
-Segreteria di S. E. Sig. Vicerè, ed altri ministri di questi Tribunali,
-per le cause del nostro Ecc.mo Duca, vertenti nei medesimi, onze 24,20
-(L. 314,50) prezzo di poco più che cento quintali (kil. 8000) di
-carbone.
-
-Forse la pentola della giustizia, no: ma certo quella dei giudicanti
-deve aver bollito abbastanza rigogliosa col carbone di un litigante come
-il potente Duca di Terranova.
-
-Ma v'è ancora di più, che non è bello, nè buono.
-
-Un altro appunto dice così: «Pagate a D. Giuseppe... giudice della R. G.
-Corte Criminale, per mani di D. Ingarsia ed alla presenza di D. Giuseppe
-Prado, agente, e di D. Giov. Batt. Pedino, per decidere l'articolo
-contro il Sac. D. Vincenzo Insinga, che si agitava nel detto Tribunale
-di R. G. Corte, onze 32».
-
-Copriamoci gli occhi per non leggere altro. No, non si tratta più,
-osserva giustamente un egregio uomo, di un gentile dono di carbone che
-il ricco produttore e proprietario delle carbonaie di Caronia facea ai
-magistrati che doveano decidere delle sue liti; «ma bensì di un donativo
-in denaro corrente, nella cifra ragguardevole per tempi di onze 32, pari
-a L. 408, che un potente litigante facea ad un giudice decidente; e che
-colui che pagava (ch'era il curiale della Casa), onde non si potesse
-dubitare di un suo abuso di fiducia, eseguiva alla presenza di due
-testimoni, che egli avea la prudenza d'indicare; dei quali l'uno (il
-Prado o Prades) era l'Agente generale della Casa; sicchè tutto potrebbe
-far sospettare che si trattasse di un vero e proprio peculato»[300].
-
-[300] _A. Guarnieri_, loc. cit., pp. 122-23.
-
-Con la maggior semplicità del mondo troviamo notato un pagamento analogo
-nelle carte del nobile Collegio degli Aromatari di Palermo. Sullo
-sdrucciolo delle protezioni, Governo e Senato dispensavano indebite
-licenze. Il Collegio faceva opposizioni e rimostranze. L'opera degli
-avvocati e procuratori era quindi necessaria, e non è a dire con che
-scapito del patrimonio sociale. Giunte (consulti) si succedevano a
-giunte; ed era un continuo spendere per liti che non finivano mai.
-
-Il 17 dicembre del 1785 il Segretario del Senato La Placa intascava un
-regalo in moneta corrente di tre onze per una consulta favorevole da lui
-presentata al Pretore sopra un memoriale del Collegio[301]. Il La Placa,
-uomo saputo nelle patrie istituzioni, riceveva egli il premio d'una
-giustizia dovuta o d'una ingiustizia indegnamente provocata? Se d'una
-giustizia, fa nascere il sospetto d'una vendita; se d'una ingiustizia, è
-addirittura un traditore della fiducia che il Senato riponeva in lui e
-commetteva un crimine da codice penale.
-
-[301] Vedi Archivio del Nob. e Salutifero Collegio degli Aromatari in
- Palermo, a. 1785 e segg.
-
-
-
-
- CAP. XVII.
-
-
- CARCERI E CARCERATI.
-
-Di carceri non era scarsezza in Palermo: e tanti ce n'erano quante le
-giurisdizioni, i ceti, i sessi. Fino al 1782 facevano tremare quelle del
-Sant'Uffizio, specialmente le cosiddette _filippine_; ma vi erano pure
-le _ecclesiastiche_ sotto il Palazzo arcivescovile; le _senatoriali_
-dentro il Palazzo pretorio e presso di esso e di S.a Caterina; donde,
-già tempo, si passava a quelle di fuori Porta di Carini ed alle altre
-della Vetriera per le donne. Più famose tra tutte, le carceri della
-Vicaria (dopo il 1840 divenute palazzo delle Finanze) pei plebei, e del
-Castello pei nobili e pei civili.
-
-Strane le vicende della Vicaria!
-
-Nata come fondaco della Dogana e come sede dei tribunali fra il 1578 ed
-il 1593 sotto tre Vicerè: Marcantonio Colonna, il Conte d'Albadelista
-(il famoso _jettatore_ del ponte di Piedigrotta alla Cala) e Arrigo de
-Gusman, a spese del Senato, l'eterno banchiere che vi erogò centinaia di
-migliaia di scudi; essa stette sotto la giurisdizione dell'autorità
-municipale, la quale ne fece pubbliche prigioni.
-
-Come per irrisione, ai lati della ferrata d'ingresso rumoreggiavano
-gaiamente le argentee acque di due fontane. All'angolo destro sporgeva
-la grande trave della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale
-e torno torno all'edificio, correvano finestre a grosse spranghe, che
-dalle prime ore della sera alle prime ore del mattino venivano
-incessantemente martellate da vigili guardie. I vicini non si sapevano
-assuefare a questo molesto rumore notturno, che col sonno toglieva loro
-la quiete, e molto meno ai «sospiri, pianti ed alti lai» che dal
-tenebroso luogo uscivano. Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia
-della Principessa Carlotta di Wales, nei pochi giorni che vi stette
-vicino (gennaio 1799) udiva tutta la notte «i gemiti ed i lamenti delle
-povere creature» chiusevi dentro[302].
-
-[302] _Autobiography of_ Miss _Cornelia Knight_, Lady companion to the
- M.e Princess Charlotte of Wales ecc., second edition, v. I, p. 132.
- London, 1861. (Dobbiamo questa indicazione alla cultissima signora
- Contessa Jeanne Saint-Amour di Chanaz).
-
-Dopo la prima entrata nel doloroso luogo ve n'era un secondo conducente
-all'atrio, abitazione del carnefice. Nell'atrio, sinistri arnesi di
-dolore, spiccavano i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per
-gli atti di giustizia. I tumulti del settembre 1773[303] spinsero una
-turba di efferati fra le più scure tane di questo carcere; ruppero
-inferriate, sbrandellarono le divise del boia, ridussero in frantumi i
-ferali strumenti, e portaron via il più odioso ricordo del triste
-albergo, una pila in pietra, che ogni siciliano nominava con terrore,
-oggetto della più brutta imprecazione: _Chi putissi vidiri la pila!_
-come per dire: Che tu possa andare in galera![304].
-
-[303] Com'essi fossero stati puniti ed in persona di chi e con quale
- affluenza racconta il _Villabianca_ nel suo _Diario_, in _Bibl._,
- v. XXI, pp. 72-76. Nel v. XX, p. 255, è la notizia della pila
- ricordata in questa nostra pagina.
-
-[304] _Pitrè_, _Modi proverbiali e motti storici di Palermo_, n. 17.
- Palermo, 1902.
-
-In questo carcere, nello spirare del settecento, se la tradizione non
-falla, avrebbe avuto origine altro motto, erroneamente riportato
-all'epoca del Vespro siciliano. Perchè, essendo stati per certe loro
-discolerie arrestati in Palermo e chiusi in uno stanzone della Vicaria,
-in attenzione di risoluzioni, o a disposizione di un console estero
-interessato, non so quali marinai stranieri, appartenenti ad un legno
-francese, dimenticati da tutti, mal ridotti in arnese, passarono in
-proverbio sotto il nome di _francesi_: e _camerone dei Francesi_ fu
-detta da quel giorno la lor notevole dimora, e _francese_ cominciò a
-significare persona senza un quattrino[305].
-
-[305] Lo stesso, _Il Vespro siciliano_, p. 85. Palermo, 1882.
-
-I carcerati eran tenuti malissimo in Palermo; orrendamente nelle terre
-feudali. Il Caracciolo, impietositosene, emanò un bando a loro favore.
-Questo il 25 aprile 1785. Dopo 10 anni il bando attendeva dell'altro la
-sua attuazione. Il 12 agosto del 1794 il Caramanico, impressionato delle
-frequenti fughe di detenuti, pigliava provvedimenti acconci ad
-impedirle; ma non presumeva che il trattamento sarebbe continuato
-com'era stato fin allora.
-
-Qualche cosa di nuovo frattanto si ora cominciata: separate le donne
-dagli uomini, i giovanetti dagli adulti; le male femine, condotte alla
-Vicaria, non vi si fermavano che per esser mandate al loro carcere della
-Vetriera; i minorenni delinquenti allontanati dagli uomini induriti nel
-vizio e nei delitti, ed isolati nella Quinta Casa, al Molo (29 maggio
-1787). Prima marcivano nell'ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo
-istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano, i maschi a fabbricare
-ceste e funicelle, le fanciulle a filare. Avean sofferto il digiuno, la
-sete, il freddo: ed ebbero pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto,
-vesti, quanto insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure qualche
-cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri, ed un _firraloru_, che
-a sferzate li metteva a dovere[306]. I delinquenti del Molo perciò
-potevano dirsi felici a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti
-per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori coi ladri, i
-falsari coi violenti. Fosse, _dammusi_, «segrete», eran sottoterra,
-buie, grondanti umidità, sudice, muffite, angustissime[307]. Codesto
-carcere, già sin dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di
-quell'anno. Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate di legno,
-impiccolite le celle, divennero per difetto di aria e di luce sepolture
-di vivi. I canti popolari sull'argomento sono d'una evidenza
-spaventevole.
-
-[306] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p 142.
-
-[307] Un Vincenzo Pisanti nell'agosto del 1797 pregava il Pretore che
- volesse liberarlo dal carcere, dove l'aria era puzzolente e fetida.
- _Penes Acta: Memoriali_ del 1797 nello Archivio Comunale di
- Palermo.
-
-Lì languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in angosciosi palpiti
-disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi talvolta, centinaia e
-centinaia d'imputati in attesa di un giudizio che non veniva mai[308].
-Salvo i rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali
-venivano giudicati in forma direttissima e con giustizia esemplare,
-tarde le istruzioni, lente le procedure, eterna l'aspettativa dei
-giustiziandi; e quando non ci si pensava più, ecco la esecuzione!
-
-[308] Il _Meli_, _Riflessioni_ cit., p. 6, nel 1800 compiangeva: «Quanti
- miserabili marciscono nelle carceri per non venire abilitati
- dall'inesorabile creditore ad una razionale dilazione del loro
- debito? O pure per essersi il loro processo, per la frequente
- trascuraggine di chi doveva conservarlo, o per la calca degli
- affari, scordato o smarrito? O per esser poveri e non aver perciò i
- mezzi da scuotere l'indolente pigrizia de' giudici e de' fiscali»?
-
- _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 69, ricordando il
- taglione dato ad un giovane uxoricida di origine civile, dice che
- il Barone Andrea Inguaggiato gli dovette fare di suo il vestito,
- perchè «nella Vicaria era egli quasi ignudo».
-
-Diego Colombo da Messina, omicida del 1783, catturato nel 1793, veniva
-condannato a morte nel 1796. Allorchè gli si fece la grazia di vita,
-egli era più morto che vivo. Se non fosse stato pel procuratore dei
-carcerati poveri D. Stefano Tortorici (1788-93) e per D. Antonino
-Igheras (1794)[309], se non ci fosse stata l'opera della nobile
-Deputazione della Vicaria, che con carità senza pari si occupava di
-questi disgraziati, amministrandone lo scarso assegno, chiedendone con
-viva insistenza ed ottenendone dal Re l'aumento, e convertendo questo in
-pane[310], che essa ogni mattina andava pietosamente a distribuire,
-quanti di questi infelici non sarebbero morti di fame!
-
-[309] _Atti del Senato_ a. 1788-89, p. 63.
-
-[310] Ne aveva 4 grani il giorno. Il Re accrebbe di altre 240 onze
- all'anno l'assegno, e le quattro furon portate a sei grana (cent.
- 13).
-
-E sì che le carceri ogni anno venivano sfollate di un centinaio di
-reclusi, o per grazia di libertà, o per riduzione di pena, o per condono
-di debiti, loro concesso dal Vicerè nella festa di Natale, e dal Capitan
-Giustiziere in quella dell'Assunta[311].
-
-[311] Leggesi nel _Giornale di Sicilia_ del 19 agosto 1794 (n. 3): 13 ag.
- 1794. «Il Principe della Trabia Cap. Giustiziere si condusse in
- gran pompa coll'intera sua corte alle pubbliche carceri, ove, com'è
- il costume, fece la visita per liberare alcuni di quei delinquenti
- in occasione della festa dell'Assunzione di M. V. Furono 26 quei
- che goderono di tal grazia, perlochè erogò egli la somma di onze 23
- oltre di aver regalato gli Uffiziali di essa Corte.»
-
-Macerati dall'ozio i carcerati in comune cercavano romperne la
-insopportabile monotonia con passatempi pei quali non occorreva loro
-altro che una moneta e ciò che il sudiciume purtroppo non fa mancare in
-tanta miseria: gli insetti[312]. Il _pediculus capitis_ e la mosca erano
-i preferiti; e da essi prendeva nome il passatempo, quanto schifoso
-altrettanto alieno da inganni. «I carcerati, dice Villabianca, son quasi
-ignudi; prendono una moneta e vi fanno volare le mosche della camera.
-Vince quello sulla cui moneta viene a posarsi la mosca, detto perciò
-_Jocu di pidocchiu_, o _di la musca_, o _di carcerati_[313].
-
-[312] Triste documento il proverbio: _Fa limosina la Vicaria: jetta..._,
- con quel che segue. Di data anteriore, ma pur comunissima nel sec.
- XVIII, era la canzone:
-
- Amici, amici, quadari quadari
- Purtatemi un quadaru di liscia...
-
-[313] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_, Ms. Qq H 94, n. 2, p. 85,
- della Bibl. Comun. di Palermo.
-
-Ora a sì lento logorio di corpo e di spirito non erano da preferire le
-malattie, per le quali potevasi sperare o la fine di tanti strazî o un
-temporaneo trattamento umano?
-
-E le malattie si facevano purtroppo vedere.
-
-«O quante migliaia di questi miserabili muoiono lì dentro d'angosce, di
-miserie e di febbre contagiosa, detta dai medici di _carcere_ o
-_castrense_!» esclamava quell'anima onesta di Giovanni Meli. Così almeno
-poteva l'infermo vedere il viso di un medico umano, e all'Ospedale
-grande e nuovo prima, alla infermeria del carcere poi, ricevere un po'
-di conforto[314].
-
-[314] La Vicaria mancava di spedale, e gli ammalati da curarsi venivano
- portati all'Ospedale grande in sedia volante e fiancheggiati da
- birri. Nello scorcio del secolo ad essa venne unita una infermeria.
- Fino al 1790 era medico maggiore della Vicaria, D. Giuseppe
- Catanese; dal 1791 in poi, per certo tempo, il celebre D. Francesco
- Berna.
-
-Al Castello si stava non molto disagiatamente, ma i _cammarotti_, dove
-agli imputati di crimenlese, con le più strette ed insidiose subizioni
-si cercava di strappar di bocca confessioni di fatti, erano quanto di
-più formidabilmente feroce avesse ideato l'umana nequizie. Un infelice,
-certo Mosca, giovane a 26 anni, confessava tra i tormenti un delitto _de
-nefando_, del quale era in sospetto. La penna si rifiuta a descrivere il
-suo supplizio, incominciato col trascinamento del corpo a coda di
-cavallo e finito col vivicomburio: ma la penna scrive a lettere di
-sangue che dopo sei anni bruciato, il Mosca veniva riconosciuto
-innocente!
-
-Prima di chiudere l'argomento di questo capitolo giova richiamarsi ad un
-documento uscito dalle mani del Vicerè Caramanico: _Istruzioni per
-l'amministrazione della Giustizia nelle occorrenze delle cause e materie
-criminali_. Esso ci rivela che il rigore delle leggi contro i rei e gli
-imputati tendeva un cotal poco a rimettersi da quel che era stato. Ci si
-sente l'aura dei tempi che mutano, e vi alita sopra come uno spirito,
-non vogliam dire umanitario, ma meno duro che pel passato. La crudeltà
-delle leggi vi si spunta per via di interpretazioni a favore degli
-imputati e dei testimonî: e si giunge fino a vietare l'uso dei ceppi se
-mai per caso le gambe del reo diano indizio di piaga, ed a consentire
-che si mandino in carcere a casa sua, previa guarentigia, il reo
-gravemente infermo[315].
-
-[315] _Istruzioni_, n. XXXVI.
-
-Tutto questo è progresso. Eppure resta tanto e tanto di brutto e di
-crudele che l'animo anche più indurito ne rabbrividisce.
-
-Lasciamo alla _Pratica_ di D. Zenobio Russo[316] tutto l'arsenale delle
-vecchie e delle nuove leggi, e spigoliamo nelle _Istruzioni_ provocate
-dall'Avvocato fiscale della Gran Corte D. Giuseppe Guggino qualche
-novità processuale.
-
-[316] _Pratica per la formazione dei processi criminali composta dal_ Dr.
- D. _Zenobio Russo e Diana_. _Nuova Edizione_ ecc. _coll'aggiunta
- delle Istruzioni criminali ordinate dalla M. S. in relazione del
- signor_ D. _Giuseppe Guggino_ ecc. In Palermo, Felicella.
-
-Eccone una:
-
-«Li testimoni che, carcerati o ristretti nei dammusi, non depongono o
-che depongono quanto dissero nel primo esame avanti al Giudice; non
-devono pagare spesa alcuna di carcere nè diritto alcuno alla Corte e
-subalterni sotto qualsivoglia pretesto: salvochè tarì uno (cent. 42) al
-carceriero se sia stato in dammuso, per il servizio prestatogli».
-
-Eccone un'altra:
-
-«Al reo o testimonio ristretto nei dammusi non si possa negare il pane
-in grana sei al giorno allorchè se gli somministra dai suoi congiunti o
-amici; se però il pane per la sua povertà se gli somministra dal Barone
-o dall'Università, non possano l'una e l'altra esser obbligati che a
-grana quattro (cent. 8) al giorno, come si prescrive nelle circolari;
-eccetto il caso di una insolita penuria, per cui il pane fosse meno di
-once sei (gr. 400) per ogni quattro grani, poichè allora il Barone o
-l'Università gliene deve contribuire grana 6 al giorno. L'acqua deve
-somministrarsi senza limitazione.... Deve il dammuso essere provveduto
-del vaso necessario alle corporali necessità...»
-
-Un'altra ancora:
-
-«Tormenti straordinari son lo manette, i ceppi, le catene, i grilletti.
-
-«Si possono apporre ai rei al più due paia di ferri alle gambe, che non
-devono essere più di rotoli dodici di peso per ognuno di essi[317]. Si
-proibisce però generalmente che i ristretti in dammuso, o rei, o
-testimonî renitenti che siano, per qualunque delitto si spogliassero
-delle vestimenta, ed ignudi, o in camicia si obbligassero stare in
-dammuso: dovendo essi restar vestiti secondo la stagione che corre; e
-deve altresì permettersi a' medesimi una covertura ne' tempi
-d'inverno»[318].
-
-[317] Ciò significa che il reo dovea trascinare due catene pel peso
- complessivo di chilogr. 19 e gr. 200.
-
-[318] _Istruzione_, nn. XXVI, XIII, XII.
-
-Non passava anno che qualche bandito, o ladro, o scorridore di campagna
-non capitasse nelle ugne della Giustizia. Allora lo conducevano alla
-Capitale, quando a cavallo la compagnia che lo avea catturato, ai
-servizî o col nome di un comune o di un gran signore del Vallo (ed eran
-celebri le compagnie del Principe di Butera, di Randazzo, del Duca di
-Terranova, di Monreale), quando a piedi i birri della Gran Corte.
-
-Nel solo 1797, di queste condotte ne avvenivano tre: a maggio, a luglio,
-a dicembre.
-
-Il bandito procedeva strettamente legato in mezzo a coloro che l'avean
-preso, il capo inghirlandato di erba, di fiori, di oleandro; il collo
-cinto da una _gàrbula_, o cassino, cerchio sottile di asse da crivelli e
-tamburi. S'egli andava a cavallo, le redini della mula erano
-raccomandate al boia, il quale chiamava allo spettacolo a suon di tromba
-e indicava il cartello che il reo portava addosso. Era un vero trionfo
-della Giustizia rivendicata, o piuttosto degli uomini che erano riusciti
-al gran colpo. Sommo perciò il giubilo degli interessati, reso più
-intenso da frequenti squilli di tromba e da non men frequenti spari di
-archibusi, da ultimo ripetuti con una scarica generale innanzi le case
-dei ministri di Giustizia[319].
-
-[319] _Villabianca_, _Diario_ ined., 22 febbr. 1798, p. 92; 14 giugno
- 1790, p. 467; 11 maggio 1797, pp. 151-52.
-
-Quando il bandito era stato ucciso nello scontro, la festa si facea
-medesimamente, ed il suo capo, pur esso coronato di fiori, veniva
-infisso ad un'asta sorretta come trofeo dal boia o da uno della squadra.
-
-Particolarità raccapricciante: quando il dì 11 maggio 1797 si menarono
-in giro tre teste, ed un giovane con esse veniva trascinato a ludibrio
-della folla, una di quelle teste era del padre suo!
-
-
-
-
- CAP. XVIII.
-
-
- IL BOIA E LE ESECUZIONI DI GIUSTIZIA. GRAZIA DI VITA. DOLOROSA
- STATISTICA DI GIUSTIZIATI.
-
-Il boia era, come il porta-lanterna, l'essere più abbietto della
-Giustizia.
-
-Vestiva sempre casacca, calzoni, berretto e calze di panno, metà rosso,
-metà giallo, sì che da un lato aveva il colore del sangue e dall'altro
-quello della morte: livrea ufficiale, non creata ma riprodotta sulle
-fogge italiane del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla; ed al
-bisogno la copriva con un cappotto d'albagio nero, dietro il quale era
-disegnata una forca[320].
-
-[320] Questa divisa fu ordinata dal Presidente Airoldi, nel 1773, per
- distinguere il carnefice da qualunque altra persona di giustizia.
-
-La provenienza del boia era degna del suo mestiere. Egli era stato un
-condannato a morte o alle catene perpetue; ma avea ricevuta la grazia
-della vita a condizione che la togliesse agli altri con tutte le forme
-legali della giustizia: orribile baratto, che fa tremare di ribrezzo!
-
-Un giorno uno dei due boia (giacchè non ne occorrevano meno)[321],
-nell'apparecchiare a S.a Teresa le forche pei compagni di F. P. Di
-Blasi, va giù per terra e si rompe le noce del piede. Rimasto inabile a
-giustiziare, si pensa ad un altro, anche interino. Si crederebbe? tra
-condannati e liberi, ben venti si offrirono all'infame ufficio, nuovo
-genere di caccia all'impiego, che dava appena venticinque grani il
-giorno (cent. 53) contro i trentacinque che ne avea il boia maggiore. Se
-non che, questo avea dei _procacci_, gl'incerti del mestiere, che po'
-poi eran certi, in quanto di giustiziandi non era mai penuria, e le
-fruste coi relativi emolumenti erano frequentissime. La pubblica voce
-poi gli attribuiva altri guadagni, provenienti dai risparmî sulle mule
-che trascinavano il carro dei rei; mule stecchite, bolse, veri
-ronzinanti, pagati a poche grana (centesimi) dal carnefice, ad onze
-dalla Giustizia[322].
-
-[321] Opera pietosa nella sua ferocia era quella del boia maggiore, che
- dopo aver passato il laccio al collo del reo, si precipitava
- istantaneamente sopra costui, per abbreviarne gli spasimi ed
- affrettarne la morte. Di che pare si compiacesse il Villabianca, il
- quale sapeva che in Inghilterra i giustiziandi appena afforcati, si
- abbandonavano penduli nello spazio a strangolarsi da loro. _Diario_
- inedito, a. 1793, 12 ott., p. 251.
-
-[322] _Villabianca_, _Diario_ ined., 24 sett. 1794, p. 613.
-
-Il boia stava pronto a tutte le chiamate. _Nun manca pri lu boja_,
-diceva il proverbio; e chi passava dalla Vicaria vedevalo sempre seduto
-sopra una pancaccia, quando dentro, quando fuori del portone. Se gli
-occorreva di andare in un sito, di toccare qualche cosa, non poteva
-farlo altrimenti che con una verga, non dovendo egli posare le mani
-nefande su nulla. Era sempre accompagnato.
-
-Varie e diverse le pene, varie e diverse le funzioni del boia. Come in
-segno del mero e misto impero e della giurisdizione feudale all'ingresso
-delle terre dei baroni fuori Palermo eran piantate in permanenza le
-forche, così alle Quattro Cantoniere era un cavalletto pei ladruncoli ed
-altri delinquenti del giorno. Legato mano e piedi su quello, a carni
-nude, il reo riceveva sulle parti posteriori del corpo le nerbate
-ordinate dal Giudice, e veniva, senza più, condotto al carcere o alla
-galera; se ragazzo, era trattato con sonore sferzate.
-
-Non men grave la berlina, che variava in ragione dei delitti, delle
-giurisdizioni e del capriccio del giudice. Ordinariamente però il boia
-conduceva a mano la mula e di tanto in tanto chiamava il pubblico con
-isquilli stridenti di tromba. I birri gli davano braccio forte, e dove
-un tempo, per la divisa comune, si confondevano con gli artigiani, dal
-1774 destavano un senso di timore con quel giamberghino rosso, e quella
-loro giamberga turchina, sul cui petto splendeva minacciosa l'aquila
-inargentata. Un _lordone_, ossia uno della nazione lombarda, di S.
-Orsola, veniva condotto in giro sopra un asino per mercimonio di moneta
-spicciola, e portava legato al collo un sacco di cosiffatta moneta
-(1773). Ma egli era più fortunato di quel _cancello_ (vetturale), a cui
-per essere andato a cavallo in città veniva inflitta la pena della
-vendita del mulo che gli dava da mangiare!
-
-Per ragioni di furti soggetti alla giurisdizione pretoriana alcuni
-giovani, d'ordine del Pretore, eran messi (1774) sopra altre bestie di
-vetturali e portati alla berlina pel Cassaro fino alla Vicaria. Malgrado
-che ai lati camminassero i soldati di Marina, il boia non mancava; e
-perchè non faceva sentire abbastanza il suono della sua tromba,
-redarguito vi metteva maggior forza. Una canzone relativa allo
-spettacolo ha questa strofe:
-
- E ddu scintinu boja
- La mula chi arrinava:
- La trummetta sunava,
- E spiavanu chi fu.
-
-Per furti soggetti alla giurisdizione ordinaria il delinquente andava
-soggetto ad un segno di conoscimento ed anche d'infamia sopra una
-spalla, segno che era la lettera _F._ colla data del delitto. Così era
-facile leggerglisi, p. es.: _F._ 93 (Furto, 1793). Gli studiosi di
-criminologia moderna gradiranno sapere che queste marche eran tatuaggi,
-segni fatti a punta d'ago sulla viva carne[323].
-
-[323] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 167; v. XXI, pp.
- 114, 140, 214.
-
-Un facchino di piazza coperto d'uno straccio simboleggiante la toga
-senatoriale, camuffato da Senatore per le grasce, camminava per Ballarò.
-Lazzari e monelli in frotta, gridando e sghignazzando, lo seguivano,
-pronti a svignarsela non sì tosto comparissero i soldati di Marina. Al
-giunger di questi, si chiama il _massaro_ dell'Ospedale dei matti, e gli
-si affida con le catene ai piedi il malcreato, il quale stavolta senza
-boia, da Ballarò, pel Cassaro, Porta Felice, la Marina, viene condotto
-in carcere a S. Giovanni dei Leprosi, manicomio e spedale delle malattie
-di pelle.
-
-Analogo a questo, altro delitto, che prende forma di profanazione o di
-sacrilegio; e analoga alla pena del facchino è quella toccata al sartore
-e sagrestano Ignazio Gulotta, reo d'essersi finto sacerdote celebrando
-non so quante messe e confessando.
-
-Vestito da pazzo con robone di tela bianca, cingolo di corda e collare
-di cartapesta, in piedi, viene appoggiato ad una tavola, sopra un alto
-sgabello dietro la fontana raffigurante l'Inverno alle Quattro
-Cantoniere. Lo scartafaccio che tiene in petto pubblica il suo delitto,
-e la condanna inflittagli dal tribunale per la R. Gran Corte criminale,
-cioè la relegazione alla Pantelleria per sette anni di penitenza. I boia
-colle loro divise gli stanno ai fianchi, toccando ogni quarto d'ora la
-tromba, finchè, durato per tre ore in tale vergogna, viene ricondotto
-alle regie carceri... Il concorso del popolo è così straordinario che la
-folla ferma il passo.
-
-Ciò accadeva il 22 luglio 1784.
-
-Le berline si moltiplicavano all'infinito e con forme che tutti
-conoscevano ed alle quali tutti erano abituati.
-
-Proprio due mesi dopo di questa, altra se ne vedeva nel piano del Monte
-di Pietà. Il cappellaio Stefano La Manna, vecchio portiere di quello, ne
-avea fatte tante che la misura era colma. Ultima, avea preso dal Tesoro
-certi oggetti pegnorati, e come nuovi era andato a pegnorarli per suoi.
-Una però le paga tutte: e, catturato, veniva esposto alla berlina sopra
-uno steccato innanzi al palazzo del Monte. Ma avesse, o affettasse
-indifferenza, egli se la rideva non già sotto i baffi, perchè baffi
-allora non se ne portava, ma sotto il naso; e quando i due boia, uno di
-destra e l'altro di sinistra, toccavano a sua marcia vergogna la tromba,
-egli se la sbirbava chiedendo e sorbendo rinfreschi[324].
-
-[324] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 300-301; Diario
- ined., a. 1798, p. 537.
-
-Altro degli uffici sinistri del carnefice, e questo il più esilarante
-pel popolo grosso, il bruciamento d'un libro, d'un oggetto, sentenziato
-contrario alla religione, alla morale, ai ministri, al re. Il più
-celebre di questi spettacoli fu insieme il più vandalico: lo incendio
-dei registri dell'Inquisizione, durato tre giorni, nel Piano della
-Marina per ordine del Caracciolo, gongolante della abolizione.
-
-Ma a quando a quando scenette consimili nel mezzo della Piazza Vigliena,
-sopra un fonte, o una impalcatura, o sul nudo basolato offrivano
-divertimento ai monelli con piccole ma vivide fiammate di opere
-proibite, di ventagli con figure oscene, di legni medicinali sia
-avariati, sia ritenuti dannosi alla salute.
-
-Poco dopo dei registri del S. Uffizio, sotto il medesimo Caracciolo,
-seguì l'arsione (1783) di due trattati del celebre giureconsulto
-messinese Pietro De Gregorio, solo per certi paragrafi contro la regalia
-ed a favore della potestà baronale in Sicilia[325]. Condanne come queste
-partivano sempre dal palazzo vicereale, dove, compiacenti custodi dei
-regi diritti, i Vicerè asserviti alla Corte di Napoli tonavano contro i
-diritti del baronaggio, dagli autori siciliani sostenuti e in certi casi
-interpretati superiori ai regî.
-
-[325] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 59-61. Questi
- trattati furono: _De judiciis causarum feudalium_ (Panormi, 1596),
- e _De Concessione feudi_ (1578). La medesima sorte aveano
- incontrato nel 1766 le _Aureae Decisiones R. Curiae Regni Siciliae_
- di Fr. Milanese da Catania (Venetiis, 1595).
-
-Non meno ridicolo quello d'un opuscolo del canonico catanese Malerba
-contro i ministri del Governo, venditori di giustizia, e contro i loro
-assecli, bollati come solenni truffatori; ma più ridicola ancora la pena
-a lui inflitta, nelle carceri dell'Arcivescovo (5 nov. 1791), quella dei
-ceppi; laonde il March. Villabianca esclamava indignato: «Questi
-ministri non si vergognano di esser disonesti, e somigliano a quelle
-donnacce che si danno, e poi si ribellano quando per poco si dica loro
-baldracche!»[326].
-
-[326] _Diario_ ined., 5 nov. 1791, pp. 184-85.
-
-Sullo spirare del secolo, l'a. 1798, una cassa di libri giunti da
-Venezia con carte giacobinesche, dopo maturo esame del P. Sterzinger
-incontravano la solita sorte[327]; ed il 6 aprile 1799, una scena di
-codesto genere assumeva tutta la pompa del soppresso S. Uffizio. C'era
-presente P. D'Angelo, il quale, tornando a casa, prendeva quest'appunto:
-«Si son portati molti libri venuti di fuori Regno, e per ordine del
-Governo, impediti ad entrare in dogana, son portati alla Piazza
-Vigliena, ed ivi si son dati alla fiamme a suon di tromba del boia; dopo
-di che il sac. Arcieri (prete rimasto proverbiale) fece in quel luogo un
-sermone in cui dimostrò la vanità e la pazzia del secolo creduto
-illuminato»[328].
-
-[327] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 197-98.
-
-[328] _Giornale_ ined., p. 456. Questo P. Arceri passò in proverbio, come
- può vedersi nei nostri _Modi_, n. 63.
-
-Trattamento non meno indegno, a ricordo dei nostri vecchi curiali, fu
-fatto al _Codice di Napoleone_, del quale Pietro Colletta ebbe ad
-attestare che «per comodo del Re, fu nella piazza di Palermo [proprio ai
-Quattro Cantoni] qual sacrilego libro dalla mano del boja lacerato e
-bruciato»[329].
-
-[329] _Storia del Reame di Napoli_, l. IX, cap. 13. -- F. G. _La Mantia_,
- _Sui libri legali bruciati in Palermo_, in _Archivio storico
- siciliano_, N. S., a. XII, pp. 458-464. Pal. 1888.
-
-Esecuzioni di giustizia contristavano con frequenza incredibile l'animo
-dei buoni. Il S. Uffizio diede pure il suo contingente allo spettacolo
-della morte; ma che cosa fu esso a fronte degli altri tribunali quando
-l'ultimo auto-da-fè portava la data del 1724? Abolito che fu, la potestà
-regia, ossia il tribunale di giustizia, rimaneva unico e solo esercente
-del diritto di opporre la violenza della pena alla violenza del delitto.
-
-Appena fissato il giorno della esecuzione l'Avvocato fiscale (oggi
-Procuratore del Re) nella G. C. Criminale, o il Capitan Giustiziere
-nella Corte Capitaniale, ne dava partecipazione al nobile Governatore
-della Compagnia dei Bianchi e gli rimetteva le chiavi del _dammusu_, ove
-stava il condannato. Da quel momento la Compagnia entrava in possesso di
-lui, e ne avea per tre giorni il governo materiale e spirituale. Nessuna
-giurisdizione alterava od attenuava la sua; ed il Governatore la
-esercitava piena, scrupolosa fino nei minimi particolari.
-
-Dall'oscura segreta il reo era dal pietoso Capo di Cappella fatto salire
-nell'anti-oratorio, ove con tre altri suoi confrati gli apprestava i
-possibili soccorsi del corpo e dello spirito. Per tre giorni i buoni
-signori si moltiplicavano per assisterlo a ben morire: e non era in lui
-desiderio che essi nei limiti della loro facoltà non si affrettassero a
-soddisfare. A tutto provvedeva di suo quel funzionante Capo, e non solo
-pel reo, ma anche pei nobili assistenti. I quali, se prima si davano tra
-loro poche ore di scambio recandosi per brevi riposi fuori la Vicaria, e
-la sera, finiti gli esercizî spirituali, andavano a svestirsi nella loro
-Compagnia alla Kalsa, dal 1770, dopo cioè che alcune stanze nuove furono
-quivi costruite, essi non si staccavano un minuto dal paziente[330].
-
-[330] _Torremuzza_, _Giornale Istorico_, 13 genn. 1781, p. 200.
-
-La prima sera che questi entrava in cappella, a due ore di notte (due
-ore dopo l'Avemmaria) la campana della chiesa degli Agonizzanti dava
-tanti rintocchi quanti erano i rei da giustiziare; il suono si ripeteva
-anche la vigilia: ed a quei rintocchi, a quell'ora, specie nelle sere
-crude d'inverno, ogni persona si faceva il segno della croce, e pensava
-chi mai potesse essere il disgraziato e per quale delitto condannato. I
-confrati della congregazione con voce lamentevole andavano questuando
-per la elemosina delle messe da celebrarsi per l'_arma di stu
-puvireddu_.
-
-I tre giorni di preparazione a ben morire sono proverbiali (_Li tri
-ghiorna di cappella_, ed anche: _Li tri ghiorna di lu 'mpisu_) e
-passavano in continui esercizî di pietà, di preghiera e di religione:
-lì, nella cappella del Crocifisso, un sacerdote del sodalizio
-amministrava giorno per giorno i sacramenti: ed il Capo di Cappella
-scrupolosamente riceveva le confidenze e le dichiarazioni che a sgravio
-dell'anima sua il reo gli faceva, e che egli religiosamente notava in un
-registro della Compagnia, il quale va appunto sotto il titolo di
-_Scarichi di coscienza_. Nessun occhio profano si posa ora su quel
-libro, nessuna indiscrezione consente rivelazioni che servano a pascolo
-di curiosi. Quei registri sono storia di grandi delinquenti, di omicidi
-forse involontarî, forse di imputati di delitti non commessi. Al momento
-di presentarsi al tribunale di Dio costoro vollero aprirsi tutti a chi
-paternamente, amorosamente li assisteva e li consolava, a chi ne
-condivideva gli affanni e ne tergeva le lagrime[331].
-
-[331] Il cav. Eduardo Rivarola di Roccella, Archivario della Nob.
- Compagnia dei Bianchi, promette una pubblicazione in proposito.
-
-E che avranno essi voluto tacere quando non avevano più nulla da
-sperare, nulla da temere dalla Giustizia umana? Perchè non dire in qual
-maniera procedettero le cose, e non rivelare circostanze che forse
-servono di lenimento ai lor cuori esulcerati?
-
-Son le 22½ (un'ora e mezzo prima dell'Avemmaria), ed ogni persona non ha
-più niente da fare. Il fatale momento è giunto. Un fabbroferraio si
-affatica a schiodare i ferri dai piedi dell'_afflitto_, come lo chiamano
-i Bianchi; il quale si dispone a lasciare il troppo lugubre albergo, la
-Vicaria, dove non ritornerà mai più.
-
-Domani il vecchio «D. Alfonzo Ruiz de Castro, Alcaide, seu Castellano
-delle pubbliche carceri del nuovo Edificio di questa Felice e
-Fedelissima Città di Palermo, del quale è proprietario il Tribunale
-della R. G. C. Criminale», manderà la solita _bolletta_ di discarico
-d'un detenuto.
-
-Il vasto Piano della Marina è il posto ordinario, ma non unico, del
-truce spettacolo, già teatro di raccapriccianti auto-da-fè e di
-brillanti mostre d'armi, della decapitazione di Andrea Chiaramonte sotto
-gli occhi di Martino II, e della barbara luminaria dei registri del S.
-Uffizio, e alla presenza del gongolante Caracciolo, di corse di tori e
-di splendidi tornei, ed ora di marionette, di carrozze, di oziosi d'ogni
-genere[332].
-
-[332] Vedi vol. I, cap. II: _Su e giù per Palermo_, p. 18.
-
-Sullo Steri (palazzo del S. Uffizio), sventola la bandiera rossa col
-motto: _Discite justitiam, populi_. I prigionieri aggrappati alle
-spranghe della Vicaria, gli ammalati della Infermeria specialmente,
-fissano atterriti il mare di teste che fluttua irrequieto. Dalle
-finestre, dalle terrazze, dai tetti, dai cornicioni si affacciano, si
-protendono, penzolano come grappoli di corpi umani migliaia di persone.
-I venditori di semi di zucca e di acqua fresca a grande stento si
-muovono in mezzo alla calca non cessando dal gridare a squarciagola la
-loro merce.
-
-La inferriata del carcere stride sui cardini e si rinchiude subito alle
-spalle d'un lugubre corteo. Un improvviso mormorìo generale cresce in
-frastuono assordante. Algoziri e ministri di giustizia a cavallo, con
-verghe nelle mani, seguono lentamente, misuratamente il regio stendardo
-rosso, e precedono la Compagnia dei Bianchi associante il reo, legato
-sopra un carro. Granatieri con baionetta in canna, o, secondo i tempi,
-alabardieri e soldati a cavallo, formano steccato e controsteccato
-impenetrabile alla folla sterminata, che pallida, allibita, ma sempre
-curiosa, non rinunzia al vecchio spettacolo. Le forche si levano alte in
-ragione della gravità del delitto. _In altioribus furcis_, nelle più
-alte forche, secondo la sentenza, vengono appiccati gli _stradarii_, i
-grandi assassini. _In altioribus furcis_ venne strangolata il 5
-settembre 1789 la più fredda avvelenatrice del secolo, Anna Bonanno,
-soprannominata la _Vecchia di l'acitu_, alle Quattro Cantoniere; in
-_altioribus furcis_ il parrucchiere Giuseppe Mantelletti, a 19 anni
-uccisore d'un sacerdote.
-
-L'afflitto ascende la scala del supplizio, e lontano lontano si odono i
-lenti rintocchi cella chiesa degli Agonizzanti, e vicino vicino quelli
-della campana maggiore della chiesa di S. Francesco li Chiovara: e
-tutti, vicini e lontani, invocano la Madonna della Buona Morte, perchè
-voglia concedere _buon passaggio_ all'anima dello sventurato.
-
-Tamburi e trombe rumoreggiano improvvisamente, incessantemente. Un
-fremito convulso invade ogni astante: l'umana giustizia è fatta! I
-Bianchi ginocchioni pregano pel trapassato; il cappellano ne benedice il
-cadavere, che, non più come per lo addietro, rimane fino a tarda sera,
-per una giornata, penzoloni, ma vien presto rimosso, e se i delitti non
-esigano altro, trasportato entro una cassa alla chiesa dei decollati,
-nel vicolo S. Antoninello lo Sicco, sepoltura ordinaria dei rei di
-Stato; intanto che la folla superstiziosa si precipita verso la forca,
-affamata d'un brincello della sozza fune, già diventava prezioso
-amuleto.
-
-Ben altro però ha da fare il carnefice se il giustiziato è stato un
-ladrone di campagna.
-
-Per questo malvagio non v'è quartiere d'inverno. L'arbitrio dei giudici
-tien luogo di legge, sentenziando caso per caso la esemplarità della
-punizione. Questo solo è certo: che per siffatta gente non vi è pietà: e
-la sicurezza dello Stato esige le forme anche più disumane di giustizia.
-
-La loro impiccagione ha luogo in varî punti della città, così dentro
-come fuori, al Piano del Carmine, a quello del Monte, a Porta di Vicari
-(S. Antonino), a quella di Termini (Garibaldi), a quella di S. Giorgio,
-fuori Porta Nuova, fuori Porta Montalto: siti di loro nefande geste e
-quindi di espiazione. Ma tra tutti hanno triste preferenza le Quattro
-Cantoniere.
-
-I diari palermitani hanno pagine orrende di codesti spettacoli: ma chi
-scrive quelle pagine rimane impassibile come di cose ordinarie della
-vita, delle quali non sia quasi da maravigliare. Già si sa: chi ha
-ucciso in campagna, chi ha assassinato in un posto qualunque, deve esser
-condotto al supplizio sopra un carro con le mani legate alla coda della
-mula. Ma fino alla metà del secolo, peggio: veniva sopra una tavola
-trascinato per terra a coda di cavallo. I suoi avanzi rimanevano
-pubblico esempio nei luoghi nei quali i suoi misfatti avevano
-terrorizzato cittadini e campagniuoli. Mani e testa, mozzate alla vista
-del popolo, chiuse entro gabbie di ferro, venivano attaccate -- macabri
-trofei -- agli archi, alle porte della città, ad un bastione, ad un
-palazzo, alla porta della Vicaria e financo dentro di essa sotto gli
-occhi dei carcerati. Il corpo, se così voleva la sentenza, squartato e
-distribuito ai varî paesi che ne reclamavano la triste eredità, poichè
-ne avean sofferto le geste feroci. I _canceddi_, _bordonari_
-(mulattieri), dentro sacchi trasportavano le infami membra, che andavano
-a pendere da un albero, da un muro in campagna, a Gibellina, presso il
-convento di S. Spirito in Palermo, e quasi sempre nel famoso Sperone
-all'Acqua dei Corsari, ove andavano a compiere la tragedia.
-
-Questa contrada prende nome dai ganci d'una forca in muratura quivi
-piantata. Il 19 gennaio 1770, venendo per terra da Messina, Brydone, nel
-vederla scrivea: «Presso alla città (Palermo) passammo per un sito di
-supplizio, nel quale le membra squartate di un gran numero di ladroni
-erano appese ad uncini come tanti prosciutti. Ve n'erano di recente
-suppliziati e offrivano un aspetto molto ributtante. A Palermo, ci fu
-detto che un uomo con tre altri era stato pochi giorni innanzi
-catturato, dopo una ostinata resistenza, durante la quale parecchi dei
-suoi e della giustizia eran caduti, e che egli piuttosto che arrendersi,
-si era piantata la spada nel petto morendo in sull'istante; gli altri,
-arresi erano stati impiccati[333]».
-
-[333] _Brydone_, op. cit., lett. XXI.
-
-Una ventina d'anni dopo lo scellerato arnese veniva demolito, ed il
-Villabianca scriveva (maggio, 1798): «La forca fatta di fabbrica per
-_pianca_ (beccheria) di carne umana è nella via pubblica di mare
-conducente a Bagheria. Viene spiantata in questo maggio: alzata nel
-1500, mostra di vendetta, di giustizia, terrore dei malviventi del
-Regno. Ma poichè le giustizie oggi si eseguono nei luoghi dei delitti,
-restando così noto a tutti l'atto capitale che per l'avanti era ignoto a
-moltissimi, questo segno mortifero venne tolto. La vista di cosce, di
-braccia ecc., pendenti dagli uncini, le ossa ammucchiate nel pozzanghero
-di essa _pianca_ recava[no] orrore ai passeggieri, specialmente alla
-Nobiltà, che si recava a Bagheria. Di notte la mente funestata da quelle
-viste, provava pene indicibili. Fin dal 1604 con lo sperone era una
-piramidetta con iscrizione oggi scomparsa»[334].
-
-[334] _Diario_ ined., a. 1788, e disegno dell'una e dell'altra a p. 496.
- Il medesimo _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 226,
- aggiunge:
-
- Questa forca (lo Sperone) «nel 1788 fu in questo luogo spiantata
- per non più recare in appresso il disgusto di vederli appesi a quei
- ferri, fatti in pezzi, i cadaveri di quei feroci montanari ch'erano
- stati giustiziati come assassini di strada.
-
-Se col secolo volgente alla sua fine lo Sperone veniva demolito, le cose
-rimanevano le stesse. Al 5 maggio del 1791 a Porta S. Giorgio eran
-rizzate le forche: e due _aridarii in campis_ vi eran trasportati mezzo
-ignudi su carri tirati da buoi. Strangolati, ai loro corpi venivano
-spiccate mani e teste e appese all'arco della porta, ove rimanevano
-ingabbiate fin dopo la rivoluzione del 1848; e le membra squartate, a
-Sampolo, ai Colli, a Porta di ferro sotto Bagheria, alle Torri di
-Termini, terrore dei passeggieri.
-
-Scene orribili come questa si ripetevano per altri simili delinquenti
-anche allo spirare del secolo. I giudici, in ciò inesorabili, facevan
-pagare occhio per occhio, dente per dente. Il 27 settembre del 1798
-Raffaele Grillo da Racalmuto, legato come di consueto sopra un
-carrozzone da buoi, seminudo, veniva senz'altro afforcato; indi
-trasportato dai boia alla casa della Vicaria, tagliato in sei pezzi,
-fatti appendere qua e là alle cime degli alberi nei passi delle
-_portelle_ e nelle gole dei monti[335].
-
-[335] _Villabianca_, _Diario_ ined., 27 sett. 1798, pp. 493-95.
-
-Dai capi attaccati a ragione di esempio prende nome il Ponte delle Teste
-sul fiume Oreto, ove, crani spolpati e bianchi, fino a mezzo il secolo
-XIX, si vedevan sospesi ad una piramide[336]. E ve n'erano, come abbiam
-detto[337], anche al Palazzo pretorio, avanzo di casieri ladri, i quali
-pagarono sul patibolo il danaro mal tolto in un tempo, in cui i
-fallimenti dolosi non si chiamavano apropriazioni indebite, ed i furti
-del pubblico erario venivano puniti non con pochi anni di carcere, a
-pasticcini, ma con la condanna nelle galere dello Stato a vogare per
-tutta la vita.
-
-[336] Nel marzo del 1778 eran trasportate nella chiesetta della Madonna
- del Fiume, ossia delle Grazie, o del Ponte, le teste dei decapitati
- del serbatoio della piramide nel Piano di S. Erasmo. _Villabianca_,
- _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 285.
-
-[337] Vedi v. I, p. 20.
-
-Nè ancor pago, a perpetua infamia dei rei, o a trofeo della famiglia,
-Andreotto Abbate faceva murare sulla facciata della casa sua, che fu poi
-di G. C. Imperatore, rimpetto a Porta Felice, due maschere in tufo
-calcare dei felloni chiaramontani, non essendosi potuto conservare le
-teste di carne e di ossa per lungo tempo quivi esposte. Fasti non
-invidiabili, questi, che il Marchese Villabianca nel 1777 consacrava
-nella sua palazzina di Piedigrotta col mascherone di Mariano Rubbioni,
-capo popolo nella sollevazione di G. D'Alessi, ucciso da un antenato di
-esso Villabianca.
-
-La pena di Morte variava nella forma secondo che il delinquente fosse
-plebeo, nobile o civile. La forca era per la bassa gente, e perciò
-l'odioso motto: _La furca è pi lu poviru_; pel nobile, la decapitazione,
-che era molto rara, _more nobilium_; e quando la sentenza voleva essere
-più che severa, non potendosi togliere il privilegio della
-decapitazione, toglievasi quello dei distintivi. _Decapitetur absque
-pompa_, decretava la Gran Corte il 2 settembre del 1771, dopo 82 anni di
-una pena simile (1689), nel condannare a morte Francesco Paolo Carnazza
-dei baroni Piscopo, da Castrogiovanni, giovane non ancora diciannovenne,
-imparentato con molte famiglie patrizie di Palermo; perchè la pompa era
-un distintivo al quale non si rinunziava dai parenti. E non era egli un
-distintivo quello di mangiare in un servizio d'argento? di dormire sopra
-un materassino invece che sulla nuda _jittena_, giacitoio di pietra? di
-uscire dal Castello invece che dalla Vicaria? di portare agli occhi la
-benda di seta bianca invece che quella di cotone? Il suo costume
-peraltro era un distintivo esso stesso: giamberga, calzoni, scarpe nè
-più nè meno che usava l'alto ceto: costume lì per lì improvvisato
-appositamente da un sarto; la sola differenza, il nero imposto dal caso.
-
-La distinzione si estendeva anche al palco, addobbato con panni neri
-trinati d'oro, messo in iscena con vasi d'argento e servitori in livree
-di lutto. Essi, non il boia, potevano raccogliere la testa rotolante nel
-tinozzo; ma le loro mani dovevano esser coperte di guanti: distinzione
-eccezionalmente concessa (1789) al benamato paggio del Vicerè
-Caramanico. La quale provocò mormorazioni di coloro che sostenevano non
-potersi applicare il taglione a chi pei suoi natali meritava il
-capestro; e, data pure la piacenteria dei giudici, non doversi
-permettere un paggio inguantato preso alle Quattro Cantoniere, ma il
-boia comune con le mani nude e sordide[338].
-
-[338] La condanna e la esecuzione di questo paggio, Em. Caniggia (ottobre
- 1789), fu un colpo fatale pel Vicerè Principe di Caramanico, che
- l'avrebbe voluto assolto dai giudici e, condannato, proposto per la
- grazia dai Bianchi. In suffragio del giustiziato fece egli
- celebrare funerali _more nobilium_ e 200 messe (11 ott.). Indignato
- della condotta dei Bianchi, abolì la secolare loro prerogativa; che
- però in forma di proposta fu mantenuta ed accettata dal Governo
- fino al 1819.
-
-Ultime distinzioni: la sepoltura _ad libitum_ dei parenti ed i pubblici
-funerali.
-
-Gli è vero che tutto questo cerimoniale, diciamolo così, imponeva regali
-a destra ed a sinistra ai carcerieri, ai carnefici, ai paggi, in ragione
-del grado nobiliare e delle condizioni economiche del condannato: ma la
-spesa d'un migliaio di scudi soddisfaceva l'amor proprio della famiglia,
-che sapeva non esser andato il suo caro a morte come un volgare
-malfattore.
-
-Altra forma di supplizio, la fucilazione; ma non ne troviamo se non un
-solo esempio, l'anno 1796, in persona di due militari, e non più. Il
-militare, napoletano o straniero, andava accomunato all'ordinario
-delinquente nella pena infamante della forca. Una volta un soldato del
-Reggimento estero sassone, reo d'omicidio, non si poteva giustiziare
-senza il boia pratico; ma questo avea dei conti da fare col Tribunale ed
-era sotto processo. E allora lo si prese entro sedia volante e,
-accompagnato alla sua volta dai birri, si portò a compiere il suo
-ufficio nel piano di S.a Teresa e quindi si riportò in carcere[339].
-
-[339] _Lanza_ e _Branciforti_, _Diario_, a. 1797.
-
-La stranezza delle contraddizioni non potrebbe raggiungere colmo
-maggiore.
-
-Ciò avveniva il 5 gennaio 1797: e l'anno, aperto in così triste maniera
-nella milizia estera, si chiudeva peggio nella nostrale. Il 14 dicembre
-due soldati palermitani del Reggimento reale di Palermo, venivano
-impiccati fuori Porta S. Giorgio concedendosi un premio speciale agli
-esecutori.
-
-Passiamo ora alla liberazione da morte.
-
-Il privilegio di grazia era dalla nobile Compagnia dei Bianchi
-esercitato con alto sentimento di umanità e con piena coscienza d'un
-diritto devoluto al Capo supremo dello Stato.
-
-Il Governatore del pio istituto all'appressarsi della Settimana Santa
-mandava al Vicerè il nome del condannato da graziarsi. Il Vicerè
-approvava, e la grazia era fatta.
-
-Accadeva che i condannati fossero più d'uno e talora tanti che la
-Compagnia restava imbarazzata nella scelta. Le preghiere, le suppliche,
-gli scongiuri, le alte e le basse influenze si moltiplicarono, si
-milliplicavano. Trattavasi di vita: e nessun mezzo si lasciava intentato
-per salvarla a chi era in pericolo di averla troncata.
-
-L'anno 1777 i condannati a morte eran dieci, ed il graziando doveva
-essere uno. Per uscire di impaccio e liberarsi dalla persecuzione dei
-supplicanti il Governatore dei Bianchi che fa? imbussola i dieci
-condannati e ne estrae a sorte uno: questo fortunato era un uxoricida:
-Giovanni Di Pietro palermitano[340]. Ordinariamente però la Compagnia
-presentava una terna di nomi: ed il Vicerè decideva; ma nè la Compagnia
-poteva chiedere secondo la primitiva concessione del privilegio di
-Filippo II (1580), nè il Vicerè si permetteva concedere la grazia ad uno
-scorridore di campagna.
-
-[340] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 71.
-
-Il Caracciolo infirmava nel 1782 il secolare privilegio: la grazia
-pasquale non avea luogo, ritenuta abolita pel Caracciolo, sospesa pei
-Bianchi, i quali se ne richiamavano al Re. In agosto una donna da
-giustiziarsi veniva graziata in virtù del contrastato privilegio.
-Giungeva il Venerdì Santo, ed il pubblico correva come a festa allo
-spettacolo. Tra il sì ed il no, passarono quasi vent'anni senza che un
-rescritto sovrano troncasse la grave questione. Finalmente il 16 aprile
-del 1800 il Re con grande soddisfazione di tutti reintegrava nell'antico
-privilegio la Compagnia[341].
-
-[341] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 792-793.
-
-Se al lettore non rincresce, noi passiamo a descrivere la pietosa
-funzione della grazia.
-
-Il condannato a cui era toccata la sorte della vita veniva estratto di
-buon'ora dalle segrete; dai nobili a ciò designati gli si lavavano i
-piedi, gli si indossava un camice bianco; lo si preparava alla comparsa.
-
- Siccome tra gentili alme si suole,
-
-la Compagnia dei Bianchi era in buone relazioni di vicinato con quelle
-della Pace e della Carità, nobili entrambe. I confrati di queste erano
-in parte confrati di quella. In omaggio a cosiffatte relazioni, esse
-coglievano qualche solenne occasione per darsi pubblici attestati di
-stima. Quale occasione più acconcia di questa a fare onore a sodalizî
-che s'intitolavano dalla Pace e dalla Carità e che l'esercizio dell'una
-e dell'altra avevano per loro istituto? Ed i Bianchi invitavano i nobili
-confrati a condividere con loro la vestizione del graziando: e l'invito
-veniva cortesemente e con soddisfazione tenuto.
-
-Giunta l'ora solita della giustizia, la Compagnia moveva dal carcere
-conducendo il reo, facile a conoscersi pel suo speciale costume e per la
-gran torcia che recava in mano. _Recto tramite_ tutti si avviavano al
-luogo del supplizio, dove il Governatore faceva girare al graziato il
-palco della mannaia, o facevalo passare sotto le forche, baciandole,
-secondo che egli fosse condannato a questa o a quella maniera di
-supplizio. Quale impressione dovesse provare costui, immagini il
-lettore; certo però che «poco è più morte».
-
-Nel Piano della Marina fermavasi la immancabile popolazione; e quando il
-graziato, come di frequente accadeva, era delle classi superiori,
-giacchè il giustiziando del ceto elevato era sempre preferito da questo,
-signori e civili prevalevano tra gli spettatori. Il 23 marzo del 1769
-(citiamo un fatto caratteristico, benchè non vicino alla fine del
-secolo) «comparì -- dice il Villabianca -- l'aggraziato Guzzardi vestito
-di bianco in drappi di seta con una veste e mantellina bianca
-regalatagli dal Superiore Chacon».
-
-Il lettore comprende subito la distinzione del costume in seta da quello
-in cotone onde apparisce il plebeo; e ricorderà la benda, egualmente di
-seta bianca, con la quale i Bianchi coprivano gli occhi dell'uomo da
-decapitarsi diversa da quella di cotone o di lino del plebeo da
-impiccarsi.
-
-«La folla del popolo fu straordinaria, e vi fu anche folla di dame e
-cavalieri per la curiosità di vedere un nobile lor parente sotto il peso
-di questa disgrazia»[342].
-
-[342] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 155-56, 216. Vedi
- pure v. XX, p. 142; v. XXI, p. 185; v. XXVI, pp. 71, 15-16; v.
- XXVII, pp. 356-57.
-
-Guardando da una finestra dell'albergo di Madama Montaigne, W. Goethe
-vide il dì 13 aprile del 1787 uno di questi graziati. La impressione che
-ne riportò non fu favorevole. Ott'anni dopo, il 20 maggio del 1795,
-passando dal Piano di S.a Teresa, Hager vide per caso decapitare F. P.
-Di Blasi: e ne restò penosamente colpito. Il futuro autore del _Faust_
-parve sorridere della toletta del graziato; il giudice dell'impostore
-Vella si rammaricò del giustiziato: entrambi visitatori della Città e in
-molte cose di un medesimo parere. Ma il secondo era ignaro delle
-impressioni del primo, la cui _Italianische Reise_, venuta in luce solo
-nel 1816[343], egli, spigliato scrittore dei _Gemälde von Palermo_, non
-potea conoscere, pure incontrandosi in molti punti con essa.
-
-[343] _Italianische_ (sic) _Reise_. Stuttgart u. Tübingen, 1816, weiter
- Theil, 1817.
-
-Pazienti ricerche sopra un manoscritto che fu del celebre Gabriele
-Castelli Principe di Torremuzza e sopra un altro della Compagnia dei
-Bianchi[344]; notizie attinte a diarî e cronache mss. ed a pubblicazioni
-del tempo e sul tempo, ci mettono in grado di fornire la dolorosa
-statistica delle esecuzioni capitali di Palermo in meno di mezzo secolo.
-
-[344] Il primo, posseduto dal Cav. Carlo Crispo-Moncada; il secondo,
- custodito dal Cav. Rivarola nell'Archivio dei Bianchi, entrambi
- messi dagli egregi amici a nostra disposizione.
-
-Dal 1752 al 1800, raggiungono la cifra di 160. E non son tutte!
-
-La Compagnia dei Bianchi fin dal 1580 godeva, come abbiam detto, il
-privilegio di una grazia annuale; privilegio che per 48 anni salvò
-quarantotto condannati. In uno dei dodici parti della fecondissima Maria
-Carolina, quello cioè del 1773 (Maria Luisa, che poi fu moglie di
-Ferdinando Granduca di Toscana) veniva graziato il giustiziando più
-vicino. Il dì 27 settembre 1800 il Re tornando da una gita in Bagheria e
-sboccando con la sua carrozza nel Piano della Marina, trovava, senza
-aspettarselo, un reo in procinto di essere afforcato. Beato sovrano, che
-poteva dimenticare una sentenza di morte da lui soscritta, e godersi una
-partita di caccia mentre un suo suddito agonizzava all'imminente
-supplizio!... La folla grida ad alte voci: _Grazia, Maestà!_ ed egli
-sorpreso, assordato, confuso, con un cenno della mano concede, e pel
-Cassaro si affretta verso il Palazzo.
-
-Queste cinquanta mancate esecuzioni, aggiunte alle 160, portano la somma
-spaventevole di 210 condanne capitali, che per 48 anni costituiscono una
-media biennale di nove circa, poco più che quattro all'anno.
-
-Riducendo di quasi un terzo, cioè a trentuno, i quarant'otto anni, dal
-1753 al 1783, e non contando le condanne, del resto scarse, di militari,
-abbiamo, peggio ancora, 147 esecuzioni con 32 grazie (una pel ricordato
-parto della Regina, 31 per la consueta annuale grazia dei Bianchi) e
-quindi 178 giustizie tra eseguite e graziate, con una media di 6
-all'anno.
-
-Nè pel viceregno del Caracciolo mutavan le cose, poichè con lui,
-abolitore della Inquisizione, le scene di sangue in tutte le forme
-legali proseguirono come prima: e se mancarono nel 1784, mancarono anche
-negli anni posteriori alla sua partenza ed erano mancate anche prima. Da
-quell'anno al 1800 la media delle esecuzioni scese: e vi furono anni che
-si sottrassero alle ordinarie ferali contribuzioni.
-
-Ma ahimè! Quel che mancò pei delitti comuni venne qualche volta dato dai
-delitti politici e militari. Mentre le tabelle di assistenza dei Bianchi
-son vuote per gli anni 1787, 1793, 1796, 1799, si dibattevano sulle
-forche ora due soldati francesi (1787-1793), ora un soldato veneziano
-(1796), ora il portabandiera del Duca Oneto, Salv. Rubino; ed il tenente
-napoletano de Losa assiste per la prima ed unica volta in un secolo alla
-fucilazione di due militari stranieri ai servizi del Re (1796)[345].
-
-[345] Vedi _Villabianca_, _Diario_ ined., 15 giugno 1793, p. 189; 4
- giugno e 6 dicembre 1796, pp. 461 e 659; 14 dic. 1797, pp. 142-43;
- 8 luglio e 2 dic. 1799, pp. 294 e 582. -- _D'Angelo_, _Giornale_
- ined., 2 dic. 1799, p. 733.
-
-Il terrore del Giacobinismo prende luogo di salvatore delle istituzioni!
-
-Dopo ciò, quali malinconiche riflessioni vengono a turbare il nostro
-spirito! Tanti rigori di carceri correggevano essi i delinquenti che
-n'eran vittima?
-
-Risponda per noi l'amaro canto popolare del dolore:
-
- Cu' dici mali di la Vicaria,
- Cci facissi la facci feddi feddi;
- Cu' dici ca la càrzara castia,
- Comu vi nni 'ngannati, puvireddi!
- La càrzara è violu chi vi 'nvia,
- Chi vi 'nsigna li strati e li _purteddi_[346].
-
-[346] Versione letterale: (A) chi dice male del carcere -- io darei
- coltellate sul viso; -- chi dice che il carcere gastiga, -- povero
- a lui, come s'inganna! -- Il carcere è viottolo che vi avvia -- e
- che vi conduce alle strade ed alle _purteddi_ (luoghi nei quali i
- ladri attendono i passeggieri).
-
-Tanta efferatezza di sentenze e di esecuzioni diminuì essa il numero dei
-delitti più atroci di sangue?
-
-Il Marchese Villabianca in un momento di resipiscenza disse che «con
-questo patibolo, cioè colla morte di capestro, si ci hanno accomunato i
-popoli e appena ci hanno avversione», e precorreva all'aguzzino
-mangia-liberali del _Congresso de' birri_ del Giusti: osservando che «vi
-muoiono specialmente i plebei ben sazii, bene assistiti nell'anima a
-segno che tali ignoranti vengono a sospirarne le pene»; ma egli
-scantonava come un avversario di Cesare Beccaria, e non se la intendeva
-col suo amico Tommaso Natale, quando affermava che le giustizie a base
-di sangue «fanno oh quanto più impressione che non fa la forca!»[347].
-
-[347] _Diario_ ined., a. 1792, p. 420.
-
-Proprio il contrario di quello che insegna il diritto penale moderno!
-
-
-
-
- CAP. XIX.
-
-
- I GIORNALI E LA PUBBLICITÀ.
-
-Il giornale politico quale lo intendiamo oggi non esisteva[348], ed è
-tale la differenza che corre tra questo e quello, che ad un paragone
-manca qualunque termine, salvo che quello del nome: nome, com'è facile
-comprendere, generico, perchè qualunque titolo esso portasse era sempre
-e comunemente inteso _gazzetta_ o _foglio_[349]. Gazzettieri erano
-chiamati i giornalisti: e spesso _filosofi_ e _politici_ quelli che vi
-discutevan sopra o ne professavano le opinioni e le idee.
-
-[348] Sopra _I Giornali e la Pubblicità in Palermo nella seconda metà del
- sec. XVIII_ fu da noi inserito uno studio nell'Archivio storico
- siciliano, a. XXVII, pp. 300-319.
-
-[349] _Gazzetta_ poi significava anche notizia, talvolta strepitosa o
- strana. Il Meli nel _Viaggiu in Sicilia di un antiquariu_ parla di
- gazzette che venivano da Fuligno e da Firenze. La Gazzetta
- fulignate era settimanale a fogli da 4 pp. a due colonne, della
- dimensione un terzo più grande del nostri giornali d'allora, e con
- la testata, p. e., così: _Num 38 Fuligno_, _18 settembre 1767_. (In
- Fuligno: Per Feliciano, e Filippo Campitelli, Stamp. Vesc.).
-
-Forma e sostanza non avevano nulla di simile. Il giornale era in ottavo
-a due colonne con una testata di piccoli tipi, a forma di libro. A
-vederne uno oggi, si crederebbe ad un foglio di stampa di un'opera;
-mentre l'amatore ha di fronte una ghiotta curiosità bibliografica.
-
-Nel contenuto poi era un semplice notiziario generale notizie stantie di
-un mese, due, secondo le contrade e le distanze, sì che quando esse
-giungevano, le cose potevano aver mutato aspetto; perchè, degno di
-attenzione, le notizie erano più di fuori che di dentro la Sicilia.
-
-Di titoli suggestivi, piccanti, come quelli che la partigianeria, la
-scrocconeria, la malvagità dovea inventare un secolo dopo, neppur
-l'ombra. La gazzetta poteva sostenere, anzi sosteneva, le parti del
-Governo, ma non era fatta per solleticare col minaccioso nome i
-cercatori di scandali, per intimorire chi dalle rivelazioni d'un foglio
-potesse veder gettata fosca luce sulle proprie opere, o perpetrati
-ricatti. Gli uomini non eran da ciò, e la legge non avea ancora trovato
-ragione di colpire così raffinata maniera di corruzione.
-
-Dei fogli usciti nella seconda metà del settecento, nessuno era
-giornaliero. Uno solo eccettuato, il quale usciva due volte la settimana
-e visse oltre una dozzina d'anni; tutti gli altri erano eddomadarî e non
-superarono i tre anni di vita.
-
-Il più notevole, anche per un po' d'interesse che prendeva delle cose
-della Capitale, fu quello delle _Novelle Miscellanee di Sicilia_,
-cominciato il 20 luglio de 1764 e cessato il 28 agosto del 1767. Esso
-però è fuori del periodo delle nostre ricerche, ed è da metter da parte
-come _Il Nuovo Postiglione_ degli anni 1771-72, il quale farebbe
-supporre un _Postiglione_ precedente, da non confondersi con
-l'epistolario di S. Francesco di Paola.
-
-Per un ventennio infatti non si parlò più di giornali.
-
-Ed ecco la _Raccolta di notizie_, gazzetta lungamente e vigorosamente
-vissuta, e forse la sola sopravvissuta ad altre che con essa e prima e
-poi poterono esistere.
-
-Stampata da D. Pietro Solli, per tredici anni (1793-1805) se non più,
-apparve ogni Martedì e Venerdì con uniformità e inalterabilità
-impassibile. Interi anni l'Isola nostra non esistette per essa. A ben
-altro che alla Sicilia essa guardava. C'era Livorno, centro di corrieri;
-c'era Napoli, con Ferdinando; Madrid, con Carlo III; Vienna, alla quale
-pensava sempre la figliuola di Maria Teresa, Carolina; c'era
-Francoforte, Londra, e quella Parigi che figurava come oggetto di
-curiosità timorosa e di non celata avversione. Nessuno dell'infima
-classe sociale sapeva della gazzetta, ma molto la nobile e un poco la
-civile e molti partecipavano all'odio pei Francesi dell'89 e del 93, le
-geste dei quali, per vie dirette e indirette, giungevano col marchio
-della ribellione a Dio e al Re. Attraverso ai cento e più numeri annuali
-della _Raccolta_, si potevan seguire le evoluzioni degli stati, le
-vicende delle corti d'Europa, ma non trovarvi una parola ch'escisse
-dalla misura, un'aspirazione anche tacita a principî di libertà. Man
-mano che ci allontaniamo dal 1793, il giacobinismo è per la _Raccolta_
-il nome più triste, l'associazione più pericolosa. La umana miseria non
-tangeva la _Raccolta_: e se in essa la Sicilia cominciava a figurare per
-qualche ricordino, ciò era solo quando, fuggiaschi da Napoli (26
-dicembre 1798), giungevano i sovrani, quando essi recavansi a S.
-Francesco, o tenevano cappella reale a Casa Professa (Cattedrale
-provvisoria) e baciamano al regio Palazzo, o quando assistevano ad una
-processione, ovvero quando la Regina visitava i monasteri ed il Re
-andava a fare una partita di caccia o di pesca. Ma la casa nostra non
-c'entrava mai. Per poco men che tre lustri quel giornale rimase
-cristallizzato, e lo si vide tale nel morire quale sul nascere, assiso
-tra due secoli, senza un fremito di gioia allo spuntare del nuovo, senza
-un rimpianto per lo sparire del vecchio.
-
-Pure ad una osservazione del tutto moderna si presta questo tredicenne
-arcavolo di centinaia e centinaia di pronipoti, nati nel sec. XIX e
-vissuti chi la vita di uno o più anni, e chi la vita di un giorno solo:
-la pubblicità. Se la _réclame_ è un avviso, spesso ciarlatanesco, per
-chiamar l'attenzione della gente su cose commerciali, per farsi nome o
-per altro, la _Raccolta di notizie_ ne porta la prima radice in Sicilia.
-Alla fine di qualche numero, era ogni tanto un annunzio. Ora chiamavano
-avventori alle loro botteghe i librai; ora i mercanti partecipavano
-l'arrivo da Marsiglia di una partita di eccellenti bastoni di tabacco di
-nuova fabbrica ad onza una il bastone del peso di rotoli due e mezzo
-l'uno, e cristallame, e frumento.
-
-Originale questo avviso del 26 marzo: «Si è perduta una borsa con monete
-d'argento, cinque once, un gigliato fiorentino, altro simile da tre, e
-un'ottava di doppia di Spagna. Chi l'avesse trovata, la porti al p.
-Preposito del Monastero dei Teatini della Catena (attuale R. Archivio di
-Stato), che gli saranno regalati quaranta tarì.» Avviso ingenuo, perchè
-della _Raccolta_ pochi sapevano, e chi avea trovata la borsa poteva bene
-serbarla pei suoi bisogni.
-
-La _réclame_ è in embrione, modesta, misurata, nè spropositata come
-quella strepitosa _fin de siècle_ di Bisleri, che il suo ferro-china
-digestivo stomachico, annunzia _stomatico_, che è quanto dire _di
-bocca_.
-
-Ma la vera _réclame_ si ha nel _Giornale di Commercio_. Principiato il
-dì 7 aprile, questo periodico continuò di Lunedì in Lunedì fino al 28
-luglio 1794, che fu il 17º numero. Costava, come di consueto, 5 grani il
-numero, un tarì il mese per gli associati. Avea il solito formato in-4º
-a due colonne, ma la pagina non era più grande dell'ottavo ordinario.
-
-Primo e forse unico modello di giornale locale, diverso da quanti
-n'erano sorti prima e dalla contemporanea _Raccolta di notizie_, questo
-foglio aprì diciassette rubriche, sotto le quali apprestava «le novità
-confacenti».
-
-Date le difficoltà d'allora, non si poteva compilare diario più
-rispondente allo scopo pel quale esso era venuto fuori. Vero cimelio
-giornalistico, esso andrebbe attentamente svolto.
-
-Avete bisogno di persone di servizio? c'è «un giovane che vorrebbe
-impiegarsi per cameriere e sa far la barba e pettinare da uomo e da
-donna». La pettinatura era uno degli affari più gravi della vita ed i
-peli rappresentavano travi. «Mariano Tusa, nella Piazza Bologni, sopra
-la bottega del parrucchiere collaterale alla chiesa del Carmine (Posta
-d'oggi), vende due segreti di due semplici erbe per far crescere capelli
-e per far cadere peli» (n. 1).
-
-«Una persona di abilità e che sa pettinare e far la barba vorrebbe
-impiegarsi come cameriere in qualche nobile casa» (n. 4).
-
-«Un prete palermitano cerca d'impiegarsi come ajo» (n. 2). E s'impiega.
-
-Avete denaro da spendere? Tenete a mente le offerte di portantine, di
-carrozze, di mobili, di _montres_ d'oro alla francese.
-
-Un giorno se ne smarrisce una di sommo valore e per ricuperarla vien
-fuori il seguente avviso: «S'è perduta una mostra d'oro montata alla
-francese, a quattro quadranti; dei quali quello che denota li giorni del
-mese, ha li numeri scritti in oro sopra una striscia blò: come lo sono
-quelli dell'altro quadrante che mostra le ore ed i minuti, e che ha
-tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel
-di cui centro è dipinto un bastimento in un ovale che comparisce da
-ambedue le parti sotto cristallo, e vi è pure appesa la chiave d'oro. A
-chi la porterà, anche per via di confessione, all'oriuolajo sotto la
-casa del Sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia».
-
-Di siffatte preziosità, che ora farebbero perdere la testa ai
-commercianti di cose antiche, se ne vendeva spesso. Ora una
-«scarabattola (_scaffarrata_) di tartaruga rappresentante la nascita di
-N. S. Le figurine son di cera ed è fornita di diversi pezzi di argento
-filato, il di cui peso sormonta la valuta di onze 7». Ora quadri sopra
-pietra, sopra rame, con cornici di tartaruga e di argento, ed uno «di
-Matteo Stoma (= Stomer) rappresentante la negazione di S. Pietro a lume
-di notte, offerto dal pittore D. Giuseppe Velasques». Ora crocifissi di
-corallo rosso delicatamente scolpiti e smaltati, e scatole di
-lapislazzoli legate in oro, e diamanti, e pietre preziose, e perle
-orientali del peso complessivo di oncia una e mezza circa, e due lumiere
-di cristallo ad otto braccia della Casa Monteleone, e un fornimento
-guernito di rame per una muta ad otto cavalli. Merce speciosa: «un libro
-di tavole numeriche relative al giuoco del Lotto», il quale, passato già
-nel Palazzo della Inquisizione (1786) e poi (1799) all'Università degli
-studî, dentro il Collegio degli espulsi Gesuiti, era in grande
-favore[350].
-
-[350] Una notizia preziosa pei poveri malati di Lotto: Questo giuoco, la
- cui officina era ed è sempre detta _Impresa_, chiamavasi prima di
- _Napoli_, poi di _Palermo_.
-
- _D'Angelo_, _Giorn._ ined., p. 257, scriveva: «26 gennaio 1799
- nella Loggia della R. Accademia dei pubblici studi si fece la prima
- estrazione del Lotto con gran concorso di popolo, dei ministri a
- ciò destinati. Numeri sortiti: 35, 2, 34, 48, 71.» Cfr. _Alessi_,
- _Prontuario_ ms., n. 90, p. 17.
-
-Il _Giorn. di Commercio_ finì per _extinctionem caloris_, cioè per
-mancanza di annunzî; talchè negli ultimi numeri le rubriche erano
-ridotte a sei, sette, e la materia non bastava più a riempire le
-quattro, od anche le tre pagine. Che cosa era avvenuto? era avvenuto
-questo: il paese non adusato a giornali, non ne prendeva l'associazione,
-anche perchè il _G. di Commercio_ era troppo speciale, e non si occupava
-per nulla del mondo come avrebbe dovuto ogni foglio, e come purtroppo
-faceva la _Raccolta di notizie_. Laonde il Direttore trasformavalo in
-_Giornale di Sicilia_, e nel medesimo formato e carattere lo continuava
-con idee più larghe e con vedute più pratiche.
-
-Fino al n. 36, corrispondente al 7 aprile 1795, il _Giorn. di Sicilia_
-continuava apprestando volta per volta articoli quasi sempre senza
-titoli, spesso in forma epistolare, di letteratura, di archeologia, di
-agricoltura, di argomento siciliano o con applicazioni alla Sicilia, e
-di chirurgia ed astronomia. Questi articoli erano la maggior parte
-anonimi e della brevità di una, due colonnette, sovente per mancanza di
-spazio interrotti da un brusco: _sarà continuato_. Vi collaboravano i
-migliori scrittori del tempo: P. Balsamo, G. Piazzi, F. Chiarelli. A
-questi articoli si accompagnavano e seguivano ora sì ora no brevi
-appunti su pubblicazioni recenti, avvisi di adunanze dell'Accademia del
-Buon Gusto, della Accademia di Storia siciliana, notizie di alte o nuove
-operazioni chirurgiche in Città, della Amministrazione della Giustizia,
-del Comune ecc. Quando il Vicerè Caramanico guariva della grave malattia
-onde era stato travagliato, gli faceva una gran festa; quando, l'anno
-seguente, nel 1795, moriva, un gran corrotto.
-
-Nel n. 26, sotto la data del 27 gennaio 1795, il _Giornale_,
-scarseggiando di notizie all'uopo e volendo allargare i confini di esse,
-faceva alcuni quesiti, pregando di risposta i corrispondenti. Chiedeva
-da loro, almeno ogni mese, una lettera, nella quale fosse un ragguaglio:
-«1º Dell'apparenza e quantità dei seminati di quel territorio e delle
-vicine campagne. -- 2º Dei prezzi correnti del grano, dell'orzo, delle
-fave, del cacio, dell'olio, del vino e di ogni altra mercantevole
-derrata. -- 3º Delle principali e più interessanti circostanze della
-stagione, avvisando, se dentro il mese il tempo sia stato notabilmente
-piovoso, o asciutto, freddo, o caldo, nebbioso, nevoso, accompagnato da
-forti venti, o da violenti tempeste, della cui natura ed effetto»
-avrebbe gradito «una minuta descrizione, come delle alluvioni e dei
-traboccamenti di fiumi e torrenti.»
-
-Chiedeva, inoltre, appunti intorno la «Storia naturale, le varie e
-singolari terre, o crete, o pietre, i varj bitumi, le varie acque
-minerali ecc., piante rare; quali le maniere di coltivare le terre che
-con particolare e considerevole profitto in quel territorio si
-praticassero». In altro ordine di vita, domandava «avviso degli omicidj,
-dei furti strepitosi, o altri gravi delitti, che accadessero in quello e
-nei vicini paesi. Altresì di ogni altro avvenimento che credesse il sig.
-Corrispondente interessare la pubblica curiosità ed utilità: sia che
-esso riguardi le lettere, l'agricoltura, le arti, il commercio ed i
-costumi di quella e delle finitime popolazioni.»
-
-E conchiudeva imponendosi ogni riserbo sui nomi dei corrispondenti.
-
-Questa circolare confermava ed allargava il programma del giornale:
-programma pratico e veramente utile al pubblico. Rilievo poi del quale i
-giornali moderni dovrebbero per debito di giustizia far ragione a questo
-che è dei più antichi, è la _Cronaca siciliana_, entrata nei principali
-giornali di oggi, solo dopo un secolo dalla comparsa del diario del
-quale diciamo.
-
-Questo _Giornale di Sicilia_, a chi potesse oggi esaminarlo, parrà o una
-gran cosa o un'assai piccola e meschina cosa, secondo che si guardi con
-la conoscenza dei tempi e del paese o con le idee dei giorni nostri.
-Gran cosa, giacchè nulla di simile s'era tentato fino allora, che si
-occupasse della cultura dell'Isola. V'era bensì, come diremo, qualche
-periodico letterario; ma questo sapeva troppo di erudizione perchè si
-dedicasse alla letteratura spicciola, e troppo grave perchè potesse
-andare per le mani di molti; e poi costava tre, quattro volte il
-_Giornale di Sicilia_, che si pagava nove tarì (L. 3,82).
-
-La stampa non era quindi solo politica e commerciale. Lettere, arti,
-discipline ecclesiastiche offrivano argomento di disquisizioni e di
-ricerche illustrative, non anonime come i giornali politici, ma
-soscritte dai più lodati uomini del tempo. E qui, dove apparvero le
-_Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia_ e le _Notizie
-de' Letterati_, e fino al 1778 venti volumi di _Opuscoli di autori
-siciliani_; ad imitazione o continuazione di questi, dal 1778 al 1797,
-si arricchì il tesoro degli studî storici con altri nove, oltre che di
-una _Nuova Raccolta di Opuscoli di autori siciliani_.
-
-Ad una serie di _Notizie de' letterati_, con estratti e giudizi delle
-opere più pregevoli del tempo (1772) si eran prestate le stampe del
-Rapetti; ma dopo un anno non c'eran più. La medesima sorte incontrò il
-_Giornale Ecclesiastico_ di Salv. M. Di Blasi, il quale venne
-componendovi una «Scelta di vari opuscoli appartenenti agli studi
-sacri», estratti dal giornale dell'abate Dinouart. La materia fu
-composta in due tomi e lasciò di sè ricordo buono nel clero, ma non
-efficace tanto da determinare alcuno ad imitarlo e seguirlo. E se
-vent'anni dopo, nel 1793, il parroco Giuseppe Logoteta da Siracusa volle
-farlo rivivere, se lo vide morir subito fra le mani, al primo tomo,
-senza gloria e senza pianto.
-
-La _Conversazione Istruttiva, foglio interessante_, fu il più piccolo
-formato dei suoi confratelli vecchi e nuovi, uscito tra il 7 gennaio ed
-il 7 aprile 1792.
-
-Semplicissima la compilazione: un dialogo tra «Dama, Cavaliere, Medico,
-Avvocato, Filosofo, Abbate»: sei personaggi per sei tipi del tempo.
-Quattordici i numeri del periodico, quattordici i dialoghi, occupanti
-sempre o quasi sempre tutte le otto paginette, all'ultima delle quali
-era fatta la grazia d'una breve notizia di agricoltura, un appunto, o un
-consiglio di medicina. Se non che, gli apparenti quattordici dialoghi si
-riducevano a un solo, interrotto alla fine d'un numero e ripreso in
-principio d'un altro: dialogo lunghissimo, che solo gl'intervalli di una
-settimana potevano far digerire.
-
-La dama era il perno della conversazione, nella cui casa questa si
-svolgeva: una dama che leggeva Fontenelle ed Algarotti, e cercava di
-coltivare la mente come facevano alcune del suo grado. Il cavaliere era
-un partigiano accanito del patriziato; il medico, un conoscitore del
-magnetismo in voga, uno spregiudicato giudice di Mesmer e di Cagliostro,
-un fanatico nemico dei sistemi che i clinici dotti ed i mediconzoli
-ignoranti si palleggiavano, un medico di una certa cultura, che di tutto
-discorreva un poco: di fisio-chimica, di anatomia, di malattie correnti
-e fin di quelle febbri putride che dominavano in Sicilia mentre egli
-settimanalmente chiacchierava, e che dominarono ancora dell'altro ed
-infierirono nell'anno seguente. Il filosofo, un severo censore della
-vita e dell'educazione contemporanea, mezzo scettico, mezzo platonico,
-panegirista della morale e della virtù. L'avvocato scodellava le sue
-cognizioni di giurisprudenza con le medesime lungherie del filosofo e
-del medico: e l'abate, un sacerdote poco untuoso, anzi un poco fervoroso
-ecclesiastico. Larghe e particolareggiate le notizie di Cagliostro (nn.
-5-6).
-
-Giungevano gli ultimi giorni di Carnevale e la _Conversazione_ lasciava
-per la storia del Carnevale il famoso massone, che ripigliava in
-quaresima (n. 8) con una sfuriata contro tutti i cagliostri e le
-cagliostrate della società.
-
-Gli ultimi due numeri alludevano alla Regina, additata come modello di
-madre!
-
-Tra' consigli medici, ameno questo: «In gennaro senza necessità assoluta
-non si deve cavar sangue. Si deve usare vino bianco e delicato. Non si
-devono mangiare cose salse, non lavare il capo; usare spesso il miele
-rosato, i pomi freschi, e le mattine a digiuno si può pratticare il pepe
-pesto. Si dee guardare di andare fuor di casa e stare al più che si può
-lungi dal medico, e vicino ai cuochi» (n. 4).
-
-
-
-
- CAP. XX.
-
-
- IL CONTE CAGLIOSTRO.
-
-Mentre questi fatti di vita ordinaria si svolgevano tra noi, altri
-straordinarî e clamorosi ne avvenivano fuori per opera ed in persona
-d'un siciliano: Giuseppe Balsamo, che delle sue strepitose geste
-riempiva l'Europa tutta.
-
-«Giuseppe Balsamo!... chi era costui?» potrebbe chiedersi con D.
-Abbondio del Manzoni il lettore non bene informato: e noi lo toglieremo
-di dubbio aggiungendo che Giuseppe Balsamo era il _Conte Cagliostro_.
-
-La celebrità del personaggio ci dispensa da una presentazione in regola;
-ma il lettore, che forse anzi senza forse lo conosce con questo nome di
-guerra all'Estero, non saprà ciò che egli da semplice Balsamo fece in
-Palermo: e se così è, qualche cosa giova pur dirne, se non altro perchè
-dal fanciullo si giudichi il giovane e dal giovane l'uomo.
-
-Quando le prime vaghe notizie del futuro Cagliostro cominciarono a
-giungere nell'Isola, tutti sapevano delle prime capestrerie di Peppino
-Balsamo. E come ignorarle se la madre di lui, D.a Felice Bracconeri, in
-compagnia della figliuola Giovanna, nella recondita via della Perciata a
-Ballarò, era di continuo commiserata dalle comari del vicinato, e nota
-agli abitanti dell'Albergaria?
-
-La fuga dal Seminario di S. Rocco, nel quale avealo collocato lo zio
-materno Matteo, non era un mistero per nessuno. Bisognava chiudere gli
-occhi per non vedere le sue monellerie, turarsi le orecchie per non
-sentire le sgridate giornaliere della povera mamma.
-
-Affidato poi al P. Generale dei Benfratelli e condotto da lui a
-Caltagirone, Peppino vi avea vestito l'abito di novizio (ricordiamoci
-che si era al tempo in cui i voti monastici si professavano a 16 anni);
-ma buttato poco dopo il collare sopra un fico, se n'era tornato bel
-bello a casa come se nulla fosse stato. -- «Che hai fatto?...» gli aveva
-chiesto dolorosamente sorpresa la madre. -- «Oh che volete che facessi?!
-rispondeva; se tutta la giornata lavoravo come un cane ad aiutare
-l'aromatario, ad assistere gli ammalati, ad imparar la medicina?... E vi
-par piccola pena quella di leggere sempre a refettorio la vita dei
-santi?...» Ma i padri Benfratelli, la Casa dei quali era di fronte alla
-Perciata, raccontavano cose d'inferno del tristanzuolo, e fra le altre
-questa: che leggendo appunto, secondo le regole dei religiosi, il
-leggendario dei santi, ai nomi delle sante vergini avea più volte in
-pieno refettorio sostituito nomi di donne pubbliche di Palermo!
-
-Tant'è: ritornato in patria, qualche occupazione doveva egli
-procurarsela: e se la procurava accompagnandosi coi monelli di Ballarò o
-buttandosi a capofitto in mezzo a tutte le brighe degli scavezzacolli
-suoi pari. Quando incontrava birri a condurre carcerati, era per lui una
-vera festa lo slanciarsi loro addosso per liberare la preda. Gli atti di
-ribellione alla forza pubblica avevano in lui la maggiore attrattiva, in
-lui, nato e cresciuto nel quartiere più rissoso della Città, ed alle
-risse per indole inclinato.
-
-Lo zio Matteo Bracconeri cercava tirarlo a buona strada: ma tutt'altro
-che rallegrarsi poteva dell'opera sua educativa, assediato da ricorsi e
-da recriminazioni per la riprovevole condotta del nipote: e quando un
-brutto giorno ebbe la ingrata sorpresa d'un furto di roba e di danaro a
-suo danno, attore il suo beneficiato, non è a dire come ne rimanesse
-deluso. Tuttavia, non sapeva abbandonarlo: ne vedeva l'ingegno pronto e
-versatile, la rapida intuizione, la percezione piuttosto unica che rara,
-la copia degli espedienti e la parola arguta e suggestiva, e deplorava
-che tante qualità cospirassero ad opere malvage. All'arte del disegno
-parendogli più che disposto, pensò avviarvelo, e trarne ragione di
-mutamento delle malsane inclinazioni. Peppino vi fece progressi; ed
-acquistò in essa tanta valentia che un giorno visto in casa della zia un
-ventaglio, vi ritrasse con sì fine naturalezza due mosche, che mai
-persona l'ebbe a trovare spiegato che non allungasse la mano per
-iscacciarle.
-
-Ma ahimè! della buona arte si servì a perfide prove, ora contraffacendo
-biglietti d'entrata al teatro S.a Cecilia ed ora falsificando un
-testamento a favore d'un Marchese Maurigi ed a scapito d'un pio
-istituto: il che non gli fu disagevole insinuandosi nell'animo d'un
-notaio suo congiunto.
-
-Il bisogno ogni dì crescente di denaro e le difficoltà di procurarsene,
-acuivano in lui l'ingegno esuberante di trovati sempre nuovi e sempre
-audaci. Un tale s'era innamorato d'una giovane, cugina del Balsamo; il
-Balsamo se ne accorse e ne prese argomento per iscroccargli danaro:
-guadagnossi la fiducia del malcapitato, e combinò una corrispondenza in
-regola tra lui e lei, che non sapeva nulla, e che per nulla al mondo
-avrebbe osato scrivere un biglietto. Il carteggio procedeva attivo,
-caloroso, e quando il momento parve alla ragazza, o meglio al Balsamo,
-opportuno, la innamorata chiese del danaro, che lo innamorato
-affrettossi a mandare; sicchè non pochi furono gli scudi che l'abile
-autore di siffatta commedia cavò di tasca al cieco amante, il quale
-nulla negava a lei, neanche un orologio ed altre minuterie.
-
-E non basta.
-
-Scopertosi l'inganno, egli proseguiva per la sdrucciolevole via. Il
-superiore d'una comunità religiosa avea bisogno d'assentarsi dal
-convento. Conoscendo il Balsamo buono ad ottenergli una licenza,
-interpose l'opera di lui: e la ottenne. La licenza era falsa ed il
-povero baggeo l'avea pagata profumatamente.
-
-Questa ed altrettali bricconerie non passavano sempre inosservate, nè
-sempre impunite. Più volte D. Peppino cadde nelle grinfe della polizia,
-più volte venne sottoposto a processo; ma o che le prove difettassero, o
-che la furberia in lui fosse maggiore dell'avvedutezza della Corte
-Capitaniale, o che valide aderenze di congiunti neutralizzassero il
-rigore delle leggi, egli ne usciva sempre impunito, e forse innocente.
-Una però dovea riuscirgli fatale; e a ben darsene ragione, bisogna
-premettere una notizia che più tardi acquistò credito in Palermo, cioè
-che il Balsamo fosse uno stregone.
-
-Si raccontava che un giorno essendo egli con alcuni suoi compagni, e
-volendo essi mettere ad esperimento codesta sua facoltà, gli avessero
-chiesto che cosa facesse in quell'istante una nota dama della Città.
-Egli, segnato senz'altro un quadrato per terra, vi passava nel centro le
-mani, e tosto, mirabile a dirsi! appariva nettamente delineata la figura
-della dama nell'attitudine di giocare a tresetti con tre suoi amici.
-Stupefatti ed increduli, i compagni mandano sull'istante a verificare la
-cosa al palazzo di lei, e trovano la dama nè più nè meno che aveano
-visto nell'inesplicabile quadrato.
-
-Con questa fama, non è da maravigliare della dabbenaggine di un
-argentiere d'allora, certo Marano, i cui discendenti esercitano ancora
-l'arte della oreficeria. Costui aggiustando fede alla occulta scienza
-del giovane si lasciò per inganno carpire la somma di sessant'onze (L.
-765). Assicuravalo il Balsamo di un tesoro da scoprirsi, un gran tesoro,
-nelle vicinanze di Palermo; difficile, ma sicuro esserne il possesso e,
-conseguitolo, immense le ricchezze. Entrambi si recano sul luogo
-indicato; Balsamo comincia le operazioni: tira linee, recita parole
-_nere_, invoca spiriti e dopo lunghe misteriose pratiche vede apparire
-molti diavoli (amici suoi tutti, camuffati da demonî) che prendono a
-bastonate l'ingenuo argentiere. È un momento difficile per costui, a
-tutt'altro preparato che a questo trattamento; il quale però, vistosi in
-così grossolana maniera ingannato, si affretta a richiamarsene
-all'autorità, e giura sanguinosa vendetta del volgare giuntatore.
-
-Palermo non faceva più pel Balsamo, e Balsamo partiva a rotta di collo.
-
-Queste ed altre furfanterie, delle quali devono serbare ricordo gli
-archivi della Corte Capitaniale e della Corte Criminale del tempo,
-bastano a far presumere quel che D. Peppino fosse per diventare.
-L'isolamento del paese e le difficoltà di moderarne gli effetti facevano
-perdere le tracce dirette di lui; ma le indirette, vaghe, anche labili,
-non mancavano, e forse potevano comporre i fili del grande ordito di
-menzogne per le quali resterà memorabile la vita di sì famoso
-imbroglione.
-
-Il romanzo (giacchè si tratta d'una specie di romanzo, quasi
-incredibile) si apriva a Messina e si chiudeva a Roma: a Messina, con
-l'amicizia d'un poliglotta ed alchimista greco o spagnuolo, Altotas, che
-riusciva a formar drappi a mo' di seta con la canapa ed il lino; a Roma,
-con l'arresto e la carcerazione in S. Leo, ove, ultima di sue geste, era
-il tentato strangolamento d'un confessore, da lui, reo convinto e
-apparentemente pentito dei suoi misfatti, richiesto, col perfido
-intendimento di evadere vestendone la tonaca. In questa trentina d'anni,
-quanti ne correvano dal precipitoso abbandono di Palermo alla morte, fu
-una successione tumultuosa, convulsa di avventure, che sfuggono anche al
-più diligente indagatore.
-
-Da Messina ad Alessandria d'Egitto, a Rodi, a Malta, a Napoli (bisogna
-vedere che cosa fece lì con due siciliani, l'uno più triste
-dell'altro!), a Roma, a Bergamo, a Genova, ad Antibo, a Barcellona, a
-Madrid, a Lisbona, a Londra, ogni genere di frodi e di ciurmerie egli
-perpetrava, cooperatrice non sempre volontaria Lorenza Feliciani,
-ragazza da lui sposata a Roma e con raffinato lenocinio da lui resa
-complice di sua spudorata condotta.
-
-Da tutto egli traeva danaro: dalle conoscenze che procuravasi, dalle
-commendatizie di alti personaggi, da amicizie che improvvisava, da
-un'acqua da lui composta per ridar la freschezza della pelle alle donne,
-da una bevanda per far ringiovanire, da un segreto per la produzione
-dell'oro; e poi dagli studiati abbandoni della moglie e dalle concordate
-sorprese. Eppure, spendereccio com'egli era per indole e per calcolo,
-non avea danaro che gli bastasse. Nel volger di due o tre anni dicesi
-avesse consumato non meno di centomila scudi, entrati per illeciti
-guadagni nella sua borsa. Sua caratteristica, la improntitudine, sia che
-egli spacciasse rimedî empirici, sia che assumesse titoli nobiliari, sia
-che si circondasse del fastigio di gran signore pompeggiando di mode, di
-parrucchieri, di maestri da ballo.
-
-Lasciato che la Lorenza diventasse in Parigi Madama Duplesir, se ne
-richiamava all'autorità personale del Re; e mentre Luigi XV ordinava la
-cattura, in S.a Pelagia, della infedele -- artificiosamente infedele --
-donna, egli, il Balsamo, in uno dei tanti processi a suo carico
-sosteneva non esser mai dimorato in Parigi. Arrestato un po'
-dappertutto, tante ragioni trovava, spesso sacrilegamente giurate sul
-Vangelo o sul Crocifisso, e così valide, da trarsi d'impiccio: ed avea
-il coraggio di tornare nei medesimi luoghi ond'era sfuggito rasentando
-la galera.
-
-La truffa all'argentiere Marano nol trattenne dal rivenire a Palermo
-(1773): ma il Marano, implacabile contro di lui, avutone sentore, e
-denunziatolo, lo fece mandare alla Vicaria. Allora si volle esumare il
-processo pel testamento Maurigi: e buon per lui che un alto signore
-intervenne in modo violento; se no, gli sarebbe finita molto
-tragicamente.
-
-Questo signore, amico intimo del Balsamo e più che intimo della Lorenza,
-prese sotto la sua protezione il catturato. Riuscitigli infruttuosi gli
-espedienti per liberarlo, nell'anticamera del Presidente del tribunale
-aggrediva il pratocinatore dell'avversario del Balsamo, e, forte
-com'egli era e manesco e sfrenato di volontà e potente e ricco, lo buttò
-per terra, lo calpestò, e forse l'avrebbe finito senza l'interposizione
-del Presidente. Il quale, debole e pauroso, non seppe punire il
-colpevole e, per la pusillanimità delle parti contrarie, mandò libero
-l'imputato[351].
-
-[351] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. dei 13 e 14 apr. 1787.
-
-Diedegli però lo sfratto: e madre e sorella, non si sa più se sorprese
-del nuovo esser di lui e delle vecchie abitudini loro, lo videro
-stavolta per sempre, partire non senza avergli prima la Giovanna
-prestato quattordici onze (L. 178,50), frutto di risparmî, che ahimè!
-non le furono più restituite!
-
-Notizie di alternative incessanti di scrocconerie e di accuse, di
-ricchezze e di miserie, di trionfi e di cadute, di truffe e di guadagni,
-giungevano per via dei giornali esteri e di qualche viaggiatore in
-Palermo. Si raccontava dell'arte sua di convertire il mercurio in
-argento, d'indovinare i numeri del lotto, di possedere il _lapis
-philosophorum_. Si parlava dei suoi titoli, ora di Marchese Pellegrini
-(da lui già assunto prima del ritorno a Palermo), ora di Marchese
-d'Anna, ora di Marchese Balsam, ora di Conte Fenix, e finalmente e
-definitivamente di Conte Cagliostro. Con questo specioso nome la fama di
-lui corse per tutto e vinse le barriere degli stati d'Europa. Entrato
-nella Società dei Liberi Muratori, ne divenne maestro e riformatore.
-Molti, infiniti i seguaci e gli adepti, ciechi nel credere a prodigi che
-non vedevano e che nelle esaltate loro immaginazioni ingigantivano.
-Giammai una verità fu dato di sorprendere in bocca di lui; tutto
-menzogna, tutto finzione, tutto mistero: ed in questo avvolgendosi, non
-mai fece sapere dell'esser suo, della sua nascita, della sua patria,
-della sua età, dei suoi parenti.
-
-Viaggiava quasi sempre in posta anche col seguito di più legni: servito
-da corrieri, camerieri, lacchè, in isplendide livree, pagate fino a 20
-luigi l'una. Quartieri addobbati con fasto principesco, laute mense,
-vesti magnifiche per sè e la moglie, audacia di presenza, sussiego
-d'andamento gli crescevan credito di uomo straordinario, sì che il
-ritratto di lui spargevasi a migliaia di copie pertutto, e ventagli, ed
-anelli, e medaglioni, e bracciali lo rappresentavano in disegno, in
-pittura, in rilievo, in ismalto; e bronzi con la iscrizione _Divo
-Cagliostro_ servivano di ornamento ai salotti signorili. Si disse che i
-suoi occhi di fuoco leggessero in fondo all'anima, e lo si ritenne
-padrone della scienza e di tutte le lingue d'Europa e d'Asia!
-
-E questo è poco.
-
-Spargendo a larghe mani favori e beneficî, operando per via d'imposture
-e per fortuna di caso guarigioni, parve dove angelo di beneficenza, dove
-iniziatore d'una religione rinnovatrice dei corpi e delle anime, dove un
-intermedio all'uomo ed a Dio. In mezza Europa, ignoranti e dotti, plebei
-e nobili, popoli e principi se ne contendevano la vista, la parola, il
-tocco, l'amicizia, l'opera; ma andando però o fermandosi successivamente
-in Lisbona, Cadice, Malta, Pietroburgo, La Aia, Bruxelles, Venezia,
-Varsavia, Francoforte, Strasburgo, Napoli, Bordeaux, Passy, Basilea,
-Brienne, Aix, Torino, Roveredo, Trento, lasciava dietro di sè come una
-striscia di imbrogli, di cabale, d'inganni, di furti. Non solo l'indole
-irrequieta ed avventuriera lo spingevano di città in città; ma anche le
-conseguenze delle sue perfide arti di tutto falsificare, spillando,
-rullando a man salva somme talvolta favolose. E diciamo a man salva,
-perchè arrestato una ventina di volte, ebbe sempre la singolare abilità
-di salvarsi, ora corrompendo carcerieri, ora giurando il falso, come
-quando, imputato d'aver preso parte all'inganno d'una collana di
-brillanti fatto alla Regina Maria Antonietta, e chiuso nella Bastiglia,
-veniva dal Parlamento per mancanza di prove liberato; fatto del quale
-son piene le gazzette del tempo e libri usciti sotto i nostri
-occhi[352].
-
-[352] _Frantz Funck-Brentano_, _L'affaire du collier d'après de nouveaux
- documents recueillis en partie par_ A. Régis. Cinquième édition.
- Paris, Hachette, 1903.
-
-Sembra di assistere a scene fantastiche, e si è invece a fronte della
-più ributtante realtà: e si chiede stupefatti come mai tanto potesse
-avvenire con le restrizioni dei governi e sotto gli occhi di Argo delle
-diverse polizie d'allora.
-
-Gli è che ovunque egli andasse l'opera sua veniva sempre diversamente
-giudicata dai diversi personaggi e ceti, quali sbalorditi alle sue
-inesplicabili guarigioni, quali incerti se in quella figura dozzinale
-albergasse un genio incompreso o lo spirito d'un basso ciurmadore, se un
-taumaturgo sommo o un cabalista volgare, un pensatore profondo o uno
-scaltrito improvvisatore di favole, se un grande riformatore del secolo
-o un essere esaltato dei successi fortuiti della sua vita vagabonda.
-
-Quando all'aprile del 1787 il Goethe metteva piede in Palermo era fresca
-la _Lettera al popolo francese_ del Cagliostro (Londra, 20 giugno 1786):
-e faceva il giro d'Europa la polemica tra questo e Monsieur Morand, che
-nel _Corriere d'Europa_ strappava la maschera al sedicente Conte. E però
-una delle prime cose che fece fu la ricerca dei parenti dell'audace
-impostore. Quella ricerca fu la prima seriamente e spassionatamente
-condotta.
-
-La buona e dolce madre di Giuseppe Balsamo con la figliuola Giovanna,
-vedove entrambe, avevano abbandonata la via della Perciata e si erano
-ritirate in via Terra delle Mosche vicino il Cassaro[353]. Quivi
-accompagnato da uno scritturale di un valente avvocato, le trovò Goethe,
-modeste, ignare della sorte dell'amato congiunto, impazienti di notizie
-di lui, che per sentita dire sapevan già divenuto un gran personaggio,
-segno a gravi persecuzioni ed a culto presso che divino: e la Giovanna,
-nelle sue grandi miserie, si rammaricava che Giuseppe, nel mar di
-ricchezze nel quale nuotava, si fosse dimenticato delle 14 onze da lei
-prestategli nell'ultima sua venuta a Palermo[354].
-
-[353] Ci richiamiamo alla pag. 45 del vol. I, per togliere con questa
- l'equivoco nel quale eravamo caduti a proposito della visita di
- Goethe.
-
-[354] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. 13-14 aprile citata. È strano
- che _J. R. Haarhaus_, _Auf Goethes Spuren in Italien, III Theil:
- Unter-Italien_, proponendosi di seguire il sommo scrittore nelle
- sue peregrinazioni anche in Sicilia, non abbia avuto una parola
- nuova, neanche per far conoscere la casa nella quale stavano i
- Balsamo (cfr. p. 117).
-
-Avea ragione!
-
-Cagliostro avea truffato centinaia di migliaia di scudi, senza mandarne
-uno alla santa vecchiarella della madre, alla sventurata sorella
-creditrice, che intristiva nella inopia con tre poveri figliuoli ed una
-disgraziata malaticcia che per carità teneva in casa.
-
-Meno di tre anni dopo, il matricolato furfante, il Casanova della
-Sicilia, tentato dalla Lorenza, desiderosa di ritiro e di pace,
-rientrava in Roma. Fosse in lei stanchezza o paura, fosse debolezza o,
-come parrebbe, perfidia[355], egli veniva arrestato e condotto nelle
-carceri del S. Uffizio al Castello S. Angelo. Molti conti avea da
-aggiustare col famoso Tribunale specialmente in materia di fede e di
-logge massoniche, ed il Tribunale, dopo un lungo processo, glieli fece
-pagare tutti fino all'ultimo.
-
-[355] Questa circostanza nuova, non è guari acquisita dalla storia del
- Balsamo, risulta dal Codice Vaticano, n. 10192: _Avvenimenti sotto
- il pontificato di Pio VI dall'a. 1775 al 1800 raccolti da_ _Fr.
- Fortunati_, carta 107. Cfr. _Archivio stor. sic._ N. S., a. XV, p.
- 154. Palermo, 1900.
-
-Il processo fu reso di pubblica ragione a Roma, nella stamperia della
-Rev. Camera Apostolica, e tosto, a soddisfazione dei curiosi timorati,
-riprodotto in Palermo[356]. La _Conversazione istruttiva_ ne dispensò
-per un buon mese ai suoi lettori.
-
-[356] _Compendio della vita, e delle gesta di G. Balsamo denominato il
- Conte Cagliostro, che si è estratto dal Processo contro di lui
- formato in Roma l'anno 1790_, ecc. In Roma MDCCXCI ed in Palermo,
- MDCCXCI. Nella stamperia di D. Rosario Abbate.
-
-L'anno 1795, «l'eroe degli scellerati», come lo chiamarono gli avvocati
-di Madame la Mothe, moriva, come abbiam detto, d'accidente[357]: proprio
-cent'anni dopo (1695) che nella medesima fortezza, pei medesimi misfatti
-di lui e per opera della medesima Inquisizione esalava il suo maligno
-spirito il celebre impostore Giuseppe Borri![358].
-
-[357] _Testamento di Cagliostro, morto ultimamente di apoplessia nella
- fortezza di S. Leo_; 4 sett. 1795.
-
-[358] Notizie più o meno conosciute del Cagliostro han fornite: _Cantù_,
- _Italiani Illustri_, v. II, pp. 1-29, che pure cita (p. 29) alcune
- pubblicazioni in proposito; _Henri d'Almeras_, _Cagliostro_ (Paris,
- Société d'Imprimerie 1903); _L. Tommasi_, _Il Conte Cagliostro a
- Trento_, in _Tridentium_, IV, 8; _F. Pasini_, _Ancora del
- Cagliostro nel Trentino_, 1788-89, in _Tridentum_, V, 1, 1902. --
- A. Dumas e Franco Mistrali ne fecero argomento dei loro romanzi:
- l'uno, _Giuseppe Balsamo_; l'altro _Frammassoni e Gesuiti, ovvero
- il Conte Cagliostro e Fra Lorenzo Ganganelli_ (Milano, Terzaghi,
- 1862): una delle più solenni sconciature.
-
-
-
-
- CAP. XXI.
-
-
- L'AB. VELLA E LA SUA FAMOSA IMPOSTURA.
-
-Non era ancora scomparso dalla scena del mondo tanto colosso di
-giunteria che un altro, meno famoso, faceva la sua apparizione a
-Palermo.
-
-Stavolta la leggenda è più ristretta: ed il triste eroe ne è un prete.
-Giuseppe Balsamo da Palermo sceglieva a teatro delle sue brutte imprese
-l'Europa tutta; Giuseppe Vella da Malta svolgeva l'opra sua di
-falsificatore di codici e di creatore di favole nella sola Palermo:
-strana coincidenza di malvagità in un medesimo tempo e in un medesimo
-paese, tanto più strana in un periodo di non comune risveglio
-intellettuale.
-
-Un giorno si vede a passeggiare per la città un sacerdote non prima
-conosciuto. Grave l'andare, studiati gli atti, affettata la pronunzia,
-bastardamente toscana la parola. Indi a non molto giunge da Napoli,
-sospinto da fortuna di venti, un Ambasciatore marocchino (17 dic. 1782).
-I due stranieri si avvicinano e s'intendono; e il sac. Giuseppe Vella
-(giacchè l'ignoto ecclesiastico si chiamava così) che col suo maltese
-riesce ad intendere ed a farsi intendere, si fa interprete di quello; e
-per incarico del Vicerè lo accompagna nella visita e nelle conversazioni
-per la Città. L'oscuro pretonzolo diventa subito illustre, e lo si
-comincia a credere un dotto arabista; ed egli, che neppur sa l'alfabeto
-arabo, s'atteggia a genio di quella lingua.
-
-In una barca di corsari arenata nella spiaggia di Cefalù veniva trovato
-non so che libro turco. Vella in tutto sussiego lo esamina e lo dichiara
-un libro di tesori nascosti nei dintorni di quella città. Il codice
-invece parlava di sepolcri dei primi Califfi! Più tardi, all'apice della
-sua gloria e della sua lingua, i Canonici della Cappella Palatina lo
-pregavano d'un parere sopra un cofano con iscrizioni cufiche; ed il
-Vella lo sentenziava già ad uso di viatico, coi primi versi del _Pange
-lingua_ in arabo. Ma poichè i Canonici gli facevano osservare il _Pange
-lingua_ essere stato composto da S. Tommaso (sec. XIII) egli,
-correggendosi, lo affermava già consacrato alle reliquie dei Santi
-Apostoli. Il cofano invece era servito ad altri e ben diversi usi.
-
-Mons. Airoldi, Giudice della Monarchia, amantissimo di cose sicule e
-delle vicende dei Mussulmani in Sicilia ricercatore premuroso, ma,
-perchè ignaro di Arabo, non fortunato, gli faceva allora domandare se si
-fosse mai imbattuto in alcun codice che portasse nome a quella
-dominazione tra noi: ed il Vella rispondeva uno averne veduto con
-l'Ambasciatore nella Biblioteca dei Benedettini di S. Martino, che
-narrava appunto della conquista musulmana dell'Isola; difficilissima
-però esserne la lettura, non che la intelligenza.
-
-Alla insperata notizia l'Airoldi esulta, e sotto la sua personale
-responsabilità, ottiene in prestito dai monaci Benedettini il prezioso
-cimelio. Vella, eccitato a lavorarvi sopra, con l'obiettivo d'un largo
-premio, che per lui sarebbe l'Abbazia di S. Pancrazio, vi si consacra,
-com'egli dice, con ardore; ma in sostanza, con la flemma di chi perfidia
-a danno della verità.
-
-E presenta le prime pagine. L'Airoldi va in visibilio; perchè vi trova
-nientemeno «un registro di tutte le lettere che dal principio della
-invasione araba in Sicilia aveano scritto di mano in mano gli Emiri
-prima a' Mulei dell'Africa Aglabiti e poi ai Sultani di Egitto Fatimiti,
-colle risposte di costoro. Per lo che queste lettere portavano in sè la
-fede della loro autenticità, e dimostrando l'amministrazione, le
-imprese, i politici regolamenti degli Arabi, formavano il diritto
-pubblico di quei tempi, ed erano secondo l'apparenza il più prezioso
-monumento della storia degli Arabi in Sicilia.»
-
-Rozza quale l'uomo che la maneggiava la forma della traduzione: e questo
-grandemente concorreva ad accreditare l'autenticità del codice; giacchè
-il Vella, privo affatto di coltura, nessun sospettava capace di
-sofisticar l'originale, che nella traduzione orribilmente spropositata
-offeriva, secondo l'Airoldi, anzi secondo la comune opinione, una
-impronta nuova, la quale agli ignari di cose orientali poteva sembrare
-propria degli scrittori di quella razza.
-
-L'Airoldi correggeva le sgrammaticature e prendeva per oro di coppella
-il contenuto del manoscritto. Aveva sognato una civiltà araba: e già la
-trovava nella nuova inattesa scoperta velliana. Le idee, le aspirazioni
-su quell'epoca, da lui espresse nei giornalieri conversari coi dotti
-frequentatori della sua casa, avevano nei nuovi testi addentellato e
-conferma. E non poteva essere diversamente se il Vella, partecipe ai
-geniali convegni, conosceva ormai i desiderî del buon Prelato, e creava
-a soddisfazione di lui un romanzo tutto immaginario.
-
-E pensare che appunto per questa creazione il Vella veniva chiamato ad
-insegnare arabo nell'Accademia (Università) degli studî! e che, non
-conoscendone egli, come abbiam detto, neppure l'alfabeto, insegnava ai
-giovani i rudimenti della lingua maltese! E non è tutto: raccomandato
-dal March. Caracciolo, il neo professore otteneva dal monarca 1000 onze
-(L. 12750) per una missione scientifica nel Marocco, per la quale,
-accompagnato da tre suoi scolari, potesse raccogliere i materiali per la
-storia di Sicilia sotto i Musulmani.
-
-Di tanto in tanto qualche nuvoletta sorgeva ad offuscare il sereno
-dell'anima di Mons. Airoldi. Quel nome, quella data, non sarebbero un
-errore di lettura? Ma il Vella, invitato a rileggere il testo di quel
-nome e di quella data, non avea nulla da rettificare, e sugli ordini
-sacri giurava che le cose erano proprio come avea detto lui. Avvalorava
-poi la lezione con nuovi codici arabi e con monete e lettere che egli
-con sempre nuove menzogne affermava ricevere da Fez, da quel medesimo
-Ambasciatore Marocchino Mohammed Ben Osman che egli avea accompagnato
-per Palermo, e che per lui era il provvido fornitore di carte e di
-documenti, il consigliere, l'amico, il fratello.
-
-La traduzione, plaudenti i dotti che ne sentivano a parlare e gongolante
-di gioa l'Airoldi, procedeva a vele gonfie.
-
-Ma ecco, quando nessuno se lo aspetta, un uomo di forte ingegno e di
-larga cultura levarsi a turbare tanta armonia di cuori e di voci.
-Rosario Gregorio sospetta la falsità del codice e la impostura del
-Vella: e con documenti e ragioni irrefragabili dimostra quanto dal vero
-siasi discostato il sedicente traduttore inventando date, fatti, luoghi,
-persone. L'Airoldi, che nel lavoro del Vella vede assicurato il suo
-monumento storico, ne rimane contrariato; sconcertato, ma non confuso nè
-vinto, il Vella. Il quale a nuovo suo titolo di gloria si affretta a
-metter fuori la sorprendente notizia della scoperta dei libri smarriti
-di Tito Livio, in uno di questi codici: scoperta che sa circondare di
-tanto mistero, da lasciare inquieti i letterati.
-
-Allora l'Airoldi annunzia la stampa del primo foglio della traduzione:
-col quale si propone di render giudici del lavoro del Vella gli
-orientalisti oltramontani. Vella si vede perduto, e ricorre ad uno
-stratagemma tutto cagliostriano: mette le mani sul codice di S. Martino
-e lo interpola, lo altera, lo corrompe in guisa da non potersene più
-cavare costrutto di sorta. Il maggiore strazio è nelle prime pagine; e
-perchè non si possa scoprir la differenza dell'inchiostro recente della
-manomissione sull'inchiostro antico del testo originale, e le difficoltà
-portino la impossibilità di lettura, attacca sulle singole pagine una
-sottile pelle di battiloro. Così si tiene al sicuro. S'incide la prima
-facciata, che è una vera lettera del diavolo di Girgenti. I dotti
-convengono che testo e traduzione son barbari; e mentre alcuni ne
-mettono in dubbio l'autenticità, altri, e sono i più, dai difetti
-traggono fondamento alla sincerità del codice e del traduttore. Tychsen
-è di questi, e contro tutti sorge paladino del Vella. Sono col Gregorio,
-Simone Assemani, De Guignes, Barthélemy, Adler. All'Airoldi, manco a
-dirlo, va molto a sangue la opinione del Tychsen, che leva a cielo la
-perizia linguistica del Vella, battezzata per «incomparabile e quasi
-divina» (1787). Sotto il pseudonimo di de Veillant, nel quale sembra
-nascosto il Gregorio, esce in cattivo francese un'arditissima carica
-contro il saggio venuto in luce; tutti o quasi son contro il critico, e
-l'ambiente è saturo dello spirito arabico velliano. De Veillant è
-ritenuto un invidioso ignorante, e tra una velenosa risposta dello
-storico Di Blasi inneggiante al Vella, due lettere laudative del Tychsen
-al Torremuzza ed al Vella medesimo, pubblicate in Palermo (1788) e le
-deboli ma giudiziose controrisposte, le cose vanno tant'altre, che,
-prevalendo il giudizio dell'autorevole professore di Rostock, la
-impostura trionfa con la pubblicazione del primo volume del Codice
-diplomatico arabo di S. Martino delle Scale, e poi, mano mano di altri
-cinque, coi quali l'opera attinge alla sua fine[359]. Il Iº vol. porta
-una dedica a Ferdinando: il IIº, una a Maria Carolina; e in tutti e sei
-il verso di Lucrezio:
-
- E tenebris tantis tam clarum extollere lumen.
-
-[359] _Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi
- pubblicato per opera e studio di_ _Alfonso Airoldi_ _Arcivescovo di
- Eraclea, Giudice dell'Apostolica Legazia e della R. Monarchia del
- Regno di Sicilia_. Palermo, nella R. Stamperia 1789-92. In 4.,
- voll. III in parti 6.
-
-Tychsen accoglie nel suo _Elementare arabicum_, come saggio di dialetto
-volgare mauro-siculo, l'apocrifa prefazione; Wahl ne prende ragione
-d'una storia e statistica degli Arabi in Sicilia; il Vescovo irlandese
-Woodward lo riassume in inglese, Sachard in francese. Canciani a
-Venezia, Carli a Milano riportano brani del _Codice_ come reliquie
-preziose del medio evo; Rossi se ne serve a documento del suo diritto
-pubblico della Sicilia, Napoli Signorelli per fissare il grado di
-cultura siciliana ai tempi arabi. In Sicilia l'ab. Ferrara ne cava
-notizie di eruzioni etnee... non mai esistite, ed il sac. D'Angelo ne fa
-un estratto per un seminario di Messina. Ce n'è d'avanzo per cominciarne
-una traduzione latina; ma questa, col titolo di _Codex diplomaticus
-Siciliae_, arena al solo primo tomo.
-
-L'Airoldi, soddisfatto di sè e del suo arabista, si riposa sui
-travagliati allori; e non si accorge di essere stato grossolanamente
-_turlupinato_!
-
-Frattanto nessun premio giunge da Napoli al traduttore: non l'ambita
-abbazia, non la cantoria della Cappella Palatina, non la più volte
-implorata raccomandazione del Re al Gran Maestro dell'Ordine
-gerosolimitano per una Commenda di quell'ordine lungamente richiesta e
-sollecitata. Bisogna pur dire che gli uomini sono ingrati verso l'autore
-di un'opera così insigne!
-
-Allora, vedendo fallire ogni vecchia e nuova speranza, egli volge la
-versatile mente al disegno d'un edificio, che tutta chiamerà a favor suo
-la Reggia di Napoli. Non ha egli felicemente compiuto un _Consiglio di
-Sicilia_ per l'epoca araba, gloria dell'Airoldi e sua? Ora egli condurrà
-innanzi, a sua gloria esclusiva, un _Consiglio di Egitto_ per l'epoca
-normanna. La materia è stata trovata: il mitico Ambasciatore del Marocco
-fornisce codici e documenti quanti ce ne vogliono. La forma è la solita
-epistolare, simile a quella del codice martiniano. L'argomento di vera,
-irrefutabile attualità: le prerogative e i diritti della Corona di
-Sicilia, tanto discussi nelle Corti di Napoli e di Palermo e nelle case
-signorili, e sostenuti a tutta oltranza nelle conversazioni del Circolo
-Airoldi.
-
-Il nuovo codice, che dicesi arabo, è invece maltese; e mentre si spaccia
-copiato sull'originale di Fez, viene invece dall'attiva fabbrica del
-Vella. Nel _Consiglio di Egitto_ sono largamente attribuite immense
-prerogative alla Corona nei tempi arabi; ed il traduttore nella sua
-dedicatoria al Re osserva che «i supremi diritti della regalia, non
-altrove quanto in questo codice ampiamente rilucono. Nè v'è dubbiezza
-storica che egli con le sue lettere ed in brevi parole non decida e
-richiari.» Nulla vi manca per solleticare la vanità di un sovrano e
-l'avidità di Ferdinando di Borbone; e quando l'audace imbroglione parte
-per Napoli ad umiliarlo ai piedi del trono, orientalmente prosternandosi
-con la fronte per terra ed offerendo a S. M. Siciliana un anello con
-lettere cufiche, che egli dice del Conte Ruggieri[360], Ferdinando gli
-concede tutto quanto all'emulo del Casanova e di Cagliostro piace.
-
-[360] Ben diversamente racconta questo e l'altro aneddoto di Cefalù,
- _Hager_, _Nachrichten_, pp. 30-31.
-
-La pubblicazione del primo volume del _Consiglio_ rivela che dieci anni
-di falsità e d'inganni non sono andati perduti: egli è già Abate di S.
-Pancrazio[361].
-
-[361] _Libro del Consiglio di Egitto tradotto da_ _Giuseppe Vella_.
- _Cappellano del Sacro Ordine gerosolimitano, Abate di S.
- Pancrazio_. Palermo, dalla R. Stamperia, 1793, T. I. in folio.
-
-Il Gregorio, fattosi già molto innanzi negli studî arabici, mostrava con
-l'ampia collezione _Rerum arabicarum_ quanto valesse. Eppure alla sua
-solida scienza pochi prestavano omaggio, infanatichiti di quella
-bugiarda dell'Abate. Per poco che nel pomeriggio si andasse pel Cassaro,
-e si uscisse fuori Città, lo s'incontrava, il fortunato ciurmadore,
-nella sua nuova carrozza acquistata coi lauti beneficî reali, ricrearsi
-alla Marina ed alla Villa Giulia; e chi avea entratura nei palazzi
-magnatizî, lo vedea sedere a pranzi luculliani: molla dai nobili creduta
-potente per salvarsi da possibili deplorevoli conseguenze della
-pubblicazione del _Consiglio di Egitto_, demolitore dei diritti feudali
-a beneficio della regalità. E qua e là lo sentivano a vantarsi di una
-lettera del Pontefice, che gli raccomandava di aver cura della sua vista
-tanto compromessa dalle gravi fatiche sostenute.
-
-Ma vengono presto i giorni neri!
-
-Già il Conte di Stolberg al suo primo giungere a Palermo s'era stupito
-al racconto di tanta audacia; ma nello stupore avea confessato che solo
-un uomo di altissimo ingegno avrebbe potuto esser capace di tanto[362].
-Ed avea ragione!
-
-[362] _Reise_ cit., III, pp. 322-23.
-
-Richiamato dalla Corte a Palermo, dove per semplice diporto era stato
-nella scorsa primavera, il prof. Giuseppe Hager ritornava nella Capitale
-il 21 dicembre 1794. A spese del Re il bravo sinologo riceveva
-particolare incarico di studiare la questione dei due codici e di darne
-parere. Vella, che avea bravato per tanti anni gli avversarî, perdeva il
-coraggio e chiudevasi come smarrito in casa.
-
-Hager chiede documenti all'uopo della sua missione: codici, stampe,
-manoscritti; ma Vella fa orecchie da mercante: e, datosi per infermo,
-crede giustificare il suo silenzio. Stretto dalle domande insistenti del
-perito, simula (8-9 genn. 1795) un furto di carte donde la sua rovina.
-Finge di ammalare dalla paura, di sputar sangue per tre giorni; prende
-il Viatico e si raccomanda per morto a Dio.
-
-La misura è colma!
-
-Il Vicerè caramanico è morto; succede Lopez Presidente del Regno: il
-teatro politico e morale si è improvvisamente mutato. Il Presidente
-Grassellini con un colpo di mano fa nottetempo assalire la casa del
-Vella, sequestrare le carte di lui, assicurare alla Giustizia la sua
-persona, a vista di due guardie. E qui si viene a sapere, un frate
-francescano maltese aver copiato mercè il compenso di 16 onze (L. 204)
-(e la copia, incredibile la grossolanità della impostura! in carta
-Fabiani di Genova) il presunto Codice del _Consiglio di Egitto_; avere
-il Vella da alcuni giorni bruciate carte e carte; una cassa piena averne
-messa al sicuro nell'abitazione di sua sorella, moglie di un certo
-Cutrera: simulazioni tutte il furto, la malattia, i gravi pericoli
-corsi; pretesto il Viatico.
-
-Per un momento il turbine così foscamente addensatosi sul suo capo si
-arresta: e secondo alcuni minaccia, secondo altri promette di
-dileguarsi; giacchè un dispaccio del Segretario di Stato Simonetti
-chiama in Napoli il Vella: il che rianima i partigiani di costui. Ma un
-nuovo dispaccio di Acton toglie ogni speranza, e rincora gli avversarî.
-In una adunanza di cinque letterati, presieduta dal Marchese Dragonetti,
-Hager e Vella discutono dei due codici e della traduzione: e, siccome è
-partito preso che si debba schiacciare Hager ed esaltare il Vella, si
-conchiude luminosamente a favore di costui. Eppure tutti e cinque sono
-analfabeti in arabo!
-
-Tornato a Napoli, il dotto orientalista dà il suo parere, che è una
-ragionata, incalzante, perentoria conferma della solennissima impostura.
-
-Tutto questo raccontavano alla distanza di 28 anni il Dr. Hager e con
-minutezza di particolari Domenico Scinà, testimoni oculari, credibili in
-tutte le loro affermazioni[363]. Là dove questi dice che della
-traduzione si voleva tentarne una versione tedesca, egli mostra di non
-sapere che appunto quella versione fu fatta e che vide in parte la
-luce[364]: tanto si era lontani dal sospettare la misura della
-straordinaria furfanteria; e quando aggiunge che tutta la Città si
-divise in partiti; che «nelle conversazioni ed ovunque si parlava del
-Vella e dei codici arabici»; che «in ogni parte si altercava»; che
-«anche le signore vi pigliavan parte, e vi aveano tra noi Guelfi e
-Ghibellini», afferma cose più che vere.
-
-[363] _Hager_, _Nachrichten_, più oltre citati. -- _Scinà_, _Prospetto
- della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo XVIII_, t. III, cap.
- IV. Palermo, Dato, 1827.
-
-[364] _Geschichte der Araber in Sicilien_ ecc. _Aus dem Italienischen_.
- _Von_ _Ph. W. Hausleutner_. Königsberg, 1791-92. Voll. 4 in 8º.
-
-Hager, infatti, raccontava che in Palermo, «per ben sei mesi l'argomento
-della conversazione giornaliera erano gl'inganni del Vella. Si sentivano
-donne a ragionare di codici normanni, di manoscritti martiniani e di
-lettere cufiche come se fossero tante diplomatiche. Quantunque non ne
-capissero sillaba, pure volevano parlarne e, quel che è più, darne
-giudizio. Presto si formarono due partiti; alcune sostenevano che Vella
-fosse innocente e che l'ingannatore fossi io; altri invece difendevano
-calorosamente me, ed in segreto mi dichiaravano di credere a tutto ciò
-che avevo detto io». E finiva con questa confessione un po' mondana: «Io
-mi curavo di tirare dalla mia le più giovani e le più belle, e non mi
-preoccupavo del malumore delle altre»[365].
-
-[365] _Hager_, _Gemälde_, p. 198.
-
-Dopo il severo verdetto di Hager, l'Ab. Vella affin di scampare dai
-rigori della Corte di Napoli, scriveva lettere giustificative della sua
-riprovevole condotta: parte scusando, parte confermando quel che di
-colpevole era nell'opera sua. Eppure, anche quelle lettere erano nuove
-menzogne e nuovi raggiri. La Corte si disponeva a dare all'Europa
-notizia di ciò che avea fatto per l'ingrato argomento; ma l'Airoldi, a
-cui, spettatrice l'Europa, veniva a crollare il grande edificio storico,
-chiedeva, non persuaso ancora, di appellarsi a giudice più competente di
-Hager.
-
-Monsignor Germano Adami, Arcivescovo di Aleppo, greco melchita, col suo
-segretario Dakur, arabo autentico, veniva invitato ad un'ultima perizia
-in Palermo. A farla breve, il suo giudizio si compendiava nelle seguenti
-parole:
-
-«Si rileva evidentemente essere questo codice (di S. Martino)
-interpolato e corrotto maliziosamente con linee e punti soprapposti di
-mano recente ed estera, specialmente sulla prima pagina, e col cassare
-totalmente le chiamate solite delle pagine per renderlo illegibile e
-così covrire l'impostura e la finzione della pretesa traduzione. Da
-varii periodi o parole sparse in questo codice, che sono sfuggite dalla
-maliziosa corruzione, si conosce evidentemente essere questo codice una
-collezione di varii autori musulmani contenente la nascita del loro
-profeta Maometto!...».
-
-Del _Consiglio di Egitto_ dice: «Essere una traduzione dalla lingua
-italiana in una lingua araba corrottissima, ed essere più gli errori
-grammaticali che le medesime parole, non essendovi alcuna concordanza di
-casi, di generi, di tempi e di persone». La materia tutta di sana pianta
-presa, manipolata, accomodata, inventata dall'Autore.
-
-«La tela -- esclama Hager -- cadde e la lunga commedia ebbe fine!»
-
-Sottoposto a processo, il Vella veniva condannato (1 febbr. 1796) a
-quindici anni di carcere ed alla confisca dei beni: pena adeguata a
-tanta tracotanza. Partigiani e adoratori dell'idolo dai piè di creta
-ammutolirono, incerti se egli fosse un reo o una vittima innocente della
-umana perfidia. Degli illustri contemporanei trionfava Gregorio Meli,
-che avea per tanti anni fatto all'amore con l'Abbazia di S. Pancrazio,
-dettava un'ingegnosa lirica ridendo della _minzogna saracina_[366].
-L'Ab. Carì scaricava cinque corrosivi sonetti addosso al Vella ed alla
-Commissione anarabica giudicatrice di lingua araba. Villabianca,
-sdegnatissimo, voleva mandato il Vella alla forca, della quale
-apprestava egli medesimo il disegno[367]. Più tardi (1799) Hager
-rivelava tutto al mondo intero in una memoria uscita contemporaneamente,
-in due lingue[368].
-
-[366] _Meli_, _Poesie_, p. 97.
-
-[367] _Diario_ ined., a. 1795, pp. 164-90. Vedi pure un volume
- miscellaneo di mss. e stampe pro e contro Vella, XLVI, F 53 e XLVI,
- G 87 della Biblioteca Comunale di Palermo.
-
-[368] _Hager_, _Nachrichten von einer merkwürdigen literarischen
- Betrügerei auf einer Reise nach Sicilien im Jahre 1794. Erlangen_,
- Palm. 1799. -- _Relation d'une insigne Imposture Littéraire
- découverte dans un Voyage fait en Sicile en 1794. Traduit de
- l'Allemand_, à Erlang. Palm. 1799.
-
-Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare alla Sicilia. Gli
-studî di arabo quasi sconosciuti o molto negletti tra noi, diventavano
-un corredo degli studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si
-sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del suo scolaro,
-Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si sarebbe ritardato per noi la
-conoscenza di monumenti, codici, lapidi, monete di quella dominazione
-che è tanta parte della storia di Sicilia dovuta all'Amari.
-
-La tradizione della scuola araba tra noi ha ora resa possibile la tarda
-ma sicura e definitiva deciferazione del genuino testo del codice
-martiniano, reso astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione
-del famigerato falsario[369]; il quale non aveva vergogna di caricare
-sul Monastero di S. Martino trent'onze (L. 382,50) di spesa per la pelle
-da battiloro![370].
-
-[369] _B. Lagumina_, _Il falso Codice arabo-siculo_, in _Archivio stor.
- sic._, N. S., a. V, fasc. III-IV, pp. 233-314. Pal. 1881.
-
-[370] Sull'argomento vedi pure _V. Di Giovanni_, _Filologia e Letteratura
- sic._, p. I, pp. 354-57. Pal. 1871. -- _G. Di Giovanni_, _La vita e
- le opere di G. A. De Cosmi_, pp. 195-97. Pal. 1888.
-
- Il Codice arabo di S. Martino è esposto in una delle vetrine del R.
- Archivio di Stato; il ms. originale del così detto _Consiglio di
- Egitto_, presso l'avv. Pietro Varvaro. Il grande romanzo edito come
- versione del _Codice diplomatico_ arabo dal buon Airoldi, consta di
- quasi 4000 pagine e se ne ha un esemplare nella Biblioteca
- Comunale.
-
-
-
-
- CAP. XXII.
-
-
-I MEDICI E LA LORO VITA. NOBILI ESEMPI DI CARITÀ. L'ACCADEMIA DEI MEDICI
- E LA PRIMA CONDOTTA MEDICA.
-
-L'esercizio medico era distintamente diviso tra la medicina e la
-chirurgia. Il medico non era chirurgo; per la sua dignità, egli
-v'inclinava poco o punto, perchè il chirurgo stava al disotto del medico
-e ne dipendeva nelle prescrizioni, ch'egli talora eseguiva come il
-barbiere; il quale negli spedali teneva dietro, a rispettosa distanza,
-al medico fisico nella visita cotidiana delle corsie.
-
-Molti dei fisici più conosciuti eran preti; e la medicina era in mano di
-non pochi tra essi, per istituto canonico non abilitati a maneggiar
-ferite nè a farne. _Ecclesia a sanguine abhorret_. Preti furono D.
-Andrea Gallina, D. Giuseppe Biundo, D. G. B. Meo, Fr. Cottonaro, medico
-del Vicerè Colonna, dal quale venne eletto Abate di S. Giacomo di
-Altopasso in Naro (1778), e D. Giuseppe Salerno: preti D. Raffaele
-Stancampiano e D. Giuseppe Serra, entrambi fisici maggiori degli
-spedali; prete quell'Ignazio Salemi che scrisse della _Educazione
-medica_[371].
-
-[371] D. _Ignazio Salemi_, _Educazione medica_, t. I. Palermo, 1812.
-
-Nell'Ospedale grande e nuovo, sopra diciannove sanitarî, soltanto 6 eran
-chirurgi[372], pagati Dio sa come!
-
-[372] _Provviste del Senato_, a. 1790-91, p. 373; a. 1787, p. 178.
-
-A conseguire la laurea medica occorrevano tre anni di studio nella
-pubblica Università di Catania, e, pei Palermitani, nella R. Accademia
-degli studî di Palermo, alla quale per sovrana benignità venne esteso
-(1780) il privilegio di dottorato in medicina, limitato già a quella di
-Catania.
-
-In una lettera intima ad un suo vecchio amico l'Ab. Meli (non sacerdote,
-ma semplice chierico) così pennelleggiava la sua professione: «La
-medicina vien giudicata in persona di un medico non altrimenti che coi
-sensi materiali, cioè dalla mole, peso, tono di voce, maniera di vestire
-e di marciare, dal salir le scale dei grandi, dalla spessa citazione di
-autori in lingue esotiche ed altre cose simili. Coloro cui mancano
-questi naturali requisiti ricorrono ai corteggi, agl'intrighi ed ai
-maneggi poco decenti, per cui questa nobile professione è oggi caduta
-nell'ultimo discredito ed avvilimento»[373].
-
-[373] _Lettere inedite_, nn. XXVIII e VI, in _Nuove Effemeridi
- siciliane_, serie III, v. XI. Pal. 1881.
-
-Il medico di grido conduceva seco uno o più praticanti. Codesto giovava
-alla istruzione dei giovani, ma giovava anche a lui, che, come dalla
-elegante gualdrappa era una volta giudicato dotto, così da questa
-compagnia traeva vantaggio alla sua buona riputazione.
-
-A letto dell'infermo, l'uno, il medico curante, osservava; l'altro, il
-praticante (o i praticanti), riosservava: e l'ammalato dovea contare a
-due, tre, e sentire ripetere ad altri le sofferenze che gli sarebbe
-parso conveniente comunicare ad un solo.
-
-Stando in compagnia di praticanti, il medico dettava ad uno di essi;
-solo, scriveva da sè la ricetta. Cifre e parole latine tecniche,
-dimezzate, abbreviate, fino alle sole lettere iniziali, ne eran la
-forma, che nessuno sapeva leggere, e che appena riuscivano ad
-interpretare gli aromatarî provetti, dai quali i giovani dovevano
-apprenderle. Ghirigori, arabeschi, accenni di linee, puntini: ecco la
-ricetta, che si stendeva in un pezzetto di carta in formole lunghe,
-misteriose, ritraenti dal caos del Gervasi. Un proverbio è rimasto
-documento di codesti geroglifici: _Tri cosi 'un si ponnucapiri: ricetti
-di medici, pòlisi di 'mpignaturi e discursi di minchiuni_. Di ciò anche
-il Filangeri si dolse nella sua _Legislazione_, rilevando che questo
-gergo, «questo linguaggio simbolico, che costa tanta fatica a medici per
-apprenderlo ed a farmaceuti per capirlo e che cagiona tanti equivoci,
-dovrebbe essere abolito»[374].
-
-[374] _Filangeri_, _La Scienza della Legislazione_, l. IV, c. XXX, Nota.
-
-Quello che sovente rafforzava il mistero era la espressione: _R. aqu. ad
-nostram intentionem_, sotto la quale con impostura non isventata mai da
-nessuno s'intendeva l'acqua da bere, che si spacciava a prezzo di
-medicina. Espressivo questo aneddoto: Un figlio di speziale nullatenente
-faceva all'amore con una ragazza civile ed agiata: quando il padre
-credette opportuno d'intervenire, andò a chiedere la mano di essa. --
-«Ma che posizione ha vostro figlio?» chiese il padre della ragazza. --
-«Farà lo speziale come me,» risponde il padre del giovane. -- «E voi che
-cosa gli darete?» -- «Un sacco di zucchero ed un pozzo d'acqua!»
-alludendo alla fonte dei guadagni dell'arte: lo zucchero per i cento
-sciroppi, l'acqua per tutte le tisane, gl'infusi, le emulsioni, le
-limonate, le soluzioni onde straboccava la farmacopea, guadagni che in
-parte, con una morale molto sommaria, andavano al medico, amico del
-farmacista, presso il quale, in ore libere, andava a sedere e
-conversare[375].
-
-[375] Cfr. _Scimonelli_, _Poesie: L'aromatario degli andati tempi_. --
- _Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 23-25.
-
-Lento ma sicuro, benchè non sempre fruttuoso, il rinnovamento
-scientifico.
-
-L'uso della idroterapia appassionava tutta una schiera di medici
-capeggiata da Giacomo Todaro. Ai gretti pregiudizi dell'influsso degli
-astri sulle funzioni fisiologiche contrapponeva ragioni fisiche
-Gregorio-Russo. La chemiatria, nata dall'ibrido connubio delle massime
-di Galeno e dei dommi di Paracelso, cadeva sfatata agli attacchi di
-Buonafede Vitale; e sotto i vigorosi, intelligenti colpi del catanese
-Agostino Giuffrida e del palermitano Andrea Gallina, plaudente
-l'Accademia dei Jatrofisici, crollava lo strano edificio del meccanismo
-flogistico di Boerahawe la cui autorità mal resisteva a quella di Van
-Helmont, di Stahl e di Hoffmann. Poi il sistema di Brown dominò sovrano:
-e dove prima si tenevano gli ammalati a rigorosa dieta, in seguito poi
-si vollero sostenere in forze con alimenti solidi e con eccitanti
-diversi. Contro il nuovo abuso gridavano i vecchi esperti: e Meli,
-pratico e temperato, dettava il sonetto: _Di la sua vita all'ultimi
-simani_, che è tutto un trattato sulle teorie dei medici novellini,
-facili seguaci del capo-scuola scozzese.
-
-Questo volere e disvolere dei partigiani dei sistemi più celebrati
-facevano perdere la fede dei medici stessi nella scienza, incerti da
-qual parte stesse la verità e la salute: e fu scritto (1792) che «tolta
-qualche dottrina chimico-botanica, e qualche operazione chirurgica come
-la litotomia, l'innesto del vaiuolo ecc.», eran da preferire «gli
-antichi ai moderni, perocchè questi pativano molto di vertigini e di
-pletora»[376].
-
-[376] _Conversazione Istruttiva_ cit., n. 1, p. 3.
-
-Nel tumulto della vita mondana, in mezzo alle molte, spesso malintese
-manifestazioni d'una religione non sempre capita, si aveano pratiche non
-facili a comprendersi nell'ambiente in che ora viviamo. Una delle più
-importanti era quella della confessione per gli ammalati dopo tre giorni
-di febbre. Pramatiche viceregie e sinodi diocesani imponevano al medico
-curante il dovere di prescriverla, e gli minacciavano, contravvenendo,
-multe e carcere[377]. L'uso era comune e del frequente scampanio delle
-parrocchie come annunzio ed invito al Viatico, e del tintinnio pel
-procedere di esso nelle strade, nessuno si allarmava. Il medico Salemi
-ne disse qualche cosa anche lui, e ne fece un articolo di polizia
-medica, allargando (egli che scrivea nei primi dell'ottocento) un
-pochino le maniche per i fatali giorni rituali.
-
-[377] Rimandiamo, per le citazioni in proposito, ai nostri _Usi e
- Costumi_, v. II; _Il Viatico_. Pal. 1889.
-
-«A tre giorni di malattia, egli osservava, si facci eseguire la
-confessione, ed in più inoltrata malattia ordinare il viatico e
-l'oleazione sacra». E poichè questo era voluto dalle sanzioni canoniche
-come dalle leggi dello Stato, il medico «dovea notare il giorno in
-fronte alla poliza del Viatico sacramentale per potere in qualunque caso
-giustificare la sua condotta»[378].
-
-[378] _Salemi_, op. cit., t. I, art. XVI.
-
-Negli spedali era ordine imprescrittibile che non si ricoverasse infermo
-non prima confessato. Lo afferma il Cangiamila, medico e sacerdote, il
-quale poteva saperlo[379]. Si vede che su questo punto non c'era da
-scherzare: ed i medici non volevano buscarsi il carcere di S. Eccellenza
-il Vicerè e la scomunica _ipso facto_ di S. E. R.ma l'Arcivescovo.
-
-[379] _F. E. Cangiamila_, _Medicina sacra_, v. II, p. 43 e seg. In
- Palermo, Solli, 1802.
-
-Qui non è inopportuno un breve cenno di alcune malattie che nello studio
-del tempo si vedono ricordate da eruditi e da poeti. Lo facciamo come
-per una curiosità di patologia speciale.
-
-Dalla tradizione e da rare erudizioni sappiamo che in numero
-straordinario erano le persone affette da malattie cutanee. La
-Deputazione dell'Albergo generale dei poveri lamentava che tra 400
-ricoverati non pochi fossero scabbiosi[380]. Il Senato della Città se ne
-preoccupava: ed il Vicerè riceveva sollecitazioni delle cure ad essi
-dovute sul finire della primavera[381]. Un peritissimo speziale, il
-quale abitava presso la Madonna la Bella, nella via Macqueda, avea sì
-gran concorso nello spaccio di un suo specifico contro la scabbia, che a
-fin d'anno metteva in serbo guadagni favolosi.
-
-[380] Vedi un opuscolo che comincia: _Beatus vir_ ecc. In Palermo,
- MDCCLVIII. Nella stamp. della Divina Provvidenza presso l'Erede
- d'Accardi. In fol., pp. 6.
-
-[381] _Reali Dispacci_, n. 1506, fogli 31-82, nell'Archivio di Stato.
-
-Al facile e largo diffondersi di questa e di altre malattie di pelle
-concorreva l'erroneo concetto della natura di esse, i mezzi talvolta
-barbari, tal'altra banali di cura, il difetto di pulitezza personale, la
-assoluta trascuranza d'ogni elementare principio di igiene e, più che
-tutto questo, la superstiziosa ignoranza del volgo.
-
-Un «Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie
-della Carità, serve delle povere donne inferme, nella loro pubblica Casa
-di protezione di S. Vincenzo de' Paoli, disposta da D. Ignazio
-Filippone»[382] ci appresta le seguenti notizie, le quali se attristano
-per lo stato miserevole del paese, confortano con lo esempio delle opere
-buone praticate da anime gentili.
-
-[382] In Palermo, Felicella MDCCLXII.
-
-La Casa Filippone era ad un tempo spedale, infermeria, ambulatorio
-femminile. Gettiamo uno sguardo sulle ammalate che vi si ricevevano e
-sugli uomini che vi si medicavano. Quelle erano povere donne che non
-avevano dove andare, e le quali perchè non febbricitanti non venivano
-ricoverate negli spedali; eran civili, anche dame, vergognose di farsi
-visitare dagli uomini, e riluttanti a manovre chirurgiche. Nei pubblici
-spedali, dice il _Ragguaglio_, «non cadon sotto la cura moltissime
-infermità come sono la cecità, la sordezza, la itterizia, il salso, lo
-scorbutico, le impetigini, la tigna». Ebbene, al Filippone andavano le
-affette non meno da questi mali che da scrofolosi, da scottature e da
-altre esterne lesioni. «Istruite da uomini d'arte competentissimi, le
-suore curavano senza ferri; medicavano cagionando il minor dolore
-possibile, e distribuivano farmaci da loro stesse, addestrate in
-aromataria, preparati. Venti medici tra i più accreditati attestavano i
-vantaggi delle loro cure. Nella sola città facevano da undici a
-dodicimila indicazioni annuali, e davano da mangiare a tremilatrecento
-povere, e sussidî in danaro a più di millecinquecento persone. Nella
-loro Casa succursale di Mezzo Monreale, non solo apprestavano in
-parlatorio ad uomini infermi cure e denaro, ma anche ricevevano
-annualmente duemila donne in media[383].
-
-[383] _Breve Ragguaglio_, pp. VII, XL, nn. 5 e 13.
-
-Concorrenza più formidabile di questa ai chirurgi non fu mai fatta al
-mondo: ma poche volte la storia della beneficenza scrisse pagine più
-sublimi di carità. Peccato che si perpetrassero da otto a novecento
-salassi all'anno!
-
-Oltre a ciò compiangendo il gran numero di fanciulle affette da tigna,
-contro la quale non vedevano adoperar medicina che non fosse di
-tormento; onde «tante donzelle anco di riguardo rimanevano mezzo fra
-morte e vive, abborrite e escluse affatto dall'umano commercio»; le
-suore senza strappar capelli «(tormento replicato talora fino a 24
-volte, ma inutilmente) avean trovato la dolce maniera di sanare
-felicemente, e senza prevalersi della pece. Così erano restituite agli
-ufizi tutti della civile società, da cui primo si vedevano escluse, e
-già molte passate a marito, ed abilitate altre ad un onesto maritaggio;
-oltre delle tante sottratte dall'ozio e dalla sfrontata mendicità che
-funestavano il paese ed infestavano le private famiglie»[384].
-
-[384] _Breve Ragguaglio_, pp. 19-20.
-
-In quest'ultima citazione si accenna ad una pratica, forse la più
-crudele che sia esistita per la cura della tigna, la cuffia di pece.
-
-Questa cuffia fu comunissima nei secoli passati, e lo fu ancora nel
-XVIII. Il motto proverbiale: _Lu santu chi fa la tigna, fa la pici_, ne
-è un ricordo storico, eloquente per attestare, nessun rimedio essere più
-sicuro pel male ribelle e deformante. Una vecchia canzone popolare
-deplora il rincaro della pece a causa dei troppi tignosi.
-
-Cooperatore delle epidemie era il vaiuolo, inesorabile sformatore di
-bellezze quanto funesto mietitore di vite specialmente infantili. I visi
-butterati, così rari oggi, erano ordinarî una volta. Quando ad una madre
-si lodavano le fattezze della sua creatura, ella, che aveva sempre
-l'incubo dello scellerato flagello, rispondeva malinconicamente e,
-purtroppo, con la esperienza dei fatti:
-
- Nun si pò diri bedda
- S' 'un cci passa la pustedda;
-
-e _la pustedda_ era appunto la pustola del vaiuolo[385].
-
-[385] _Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 238-41 e 250.
-
-La scoperta di Samuel Jenner tenne per un momento perplesso il Governo;
-ma finalmente venne accettata. S. Maestà Siciliana si decideva a farsi
-vaccinare, ed il Regno tutto, che n'ebbe conoscenza, pubbliche preghiere
-ebbe imposta e fece in centomila chiese per la salute di essa.
-L'operazione veniva coronata da splendidi risultati, e le chiese
-echeggiarono di ringraziamenti perchè tutto era andato bene; ma più
-tardi S. M., il figlio di Carlo III, come l'ultimo dei mortali, perdeva
-due bambini di vaiuolo!
-
-Il 10 ottobre 1787 il Vicerè Caramanico ordinava allo Spedaliere dello
-Spedale grande che affidasse la vaccinazione al medico chimico Dr.
-Berna, bene istruito di essa dal cav. Gatti. Così egli avrebbe vinto i
-timori delle madri e scongiurati pericoli avvenire[386]. L'anno
-appresso, il Re consentiva che si chiamassero dalle principali città
-dell'Isola a Palermo, nella primavera e nell'autunno, volta per volta,
-otto barbieri ed otto levatrici, perchè venissero ad addestrarsi nel
-nuovo metodo preservativo del male[387].
-
-[386] Stampa annessa al _Diario_ inedito del Villabianca, an. 1787, p.
- 371.
-
-[387] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788-89 agosto, p. 437.
-
-L'Accademia dei medici, già dei Jatrofisici, era secolare: ed aveva un
-attivo di benemerenze che la rendeva degna di distinzioni e di
-prerogative da parte del Senato. Benemerenze: l'aver contribuito
-all'abolizione del seppellimento dei cadaveri dentro le chiese e, in
-generale, dentro la città; la istruzione dei giovani medici; la
-discussione di tutto ciò che fosse materia di scienza. Distinzioni e
-prerogative: la benevolenza e la fiducia illimitata dell'Autorità
-municipale, che chiamava l'Accademia giudice dei posti da provvedersi
-negli Spedali; il titolo di _Magistrato_ concesso ai reggitori di essa,
-quello di _Principe_ al suo Presidente, ed un annuale assegno (concesso
-pure all'Accademia del Buon Gusto), un arazzo ed un'artisticaca mazza di
-argento, emblema non dubbio di riconosciuta autorità.
-
-Il maggior titolo di benemerenza dei componenti quest'Accademia è però
-rimasto finora all'ombra: una specie di Condotta medica gratuita sorta
-per iniziativa loro nel 1770 e in seguito rinnovata. Trentasei medici
-fisici, divisi per otto parrocchie, spontaneamente si dedicavano alla
-cura degl'infermi poveri: guida e direzione, il Magistrato Accademico.
-Potrebbe non benevolmente pensarsi che questo essi facessero a sola
-ragione di pubblicità; ma quando si sappia che tra essi erano nientemeno
-il Cottonaro, il Fasulo, il Serra, il Gianconte, il Pizzoli, chiarissimi
-e di larghe clientele, ogni sospetto cade. Un piccolissimo cartellino a
-stampa è oggi il solo ricordo di questa istituzione: la quale quando non
-si sognavano ancora le multicolori croci di soccorso per gl'infermi a
-domicilio ed erano pio desiderio le condotte mediche comunali,
-provvedeva col sentimento della carità a disacerbare i dolori dei
-sofferenti privi di cure. Innanzi le porte delle chiese, questi
-cartellini, quasi invisibili nella loro forma, chiarissimi nel loro
-significato, indicavano i nomi dei medici pronti a qualunque chiamata di
-soccorso[388].
-
-[388] _Villabianca_, _Diario_, a. 1771. Ms Qq D 97, p. 423 della
- Biblioteca Comunale di Palermo.
-
-Esisteva ab antico in Palermo e, contro il malvolere del Governo,
-prosperava un'_Associazione_ detta _del grano_. Pagando un grano la
-settimana, quattro il mese (in moneta d'oggi, otto cent. di Lira), una
-famiglia godeva il beneficio dei medici per le malattie, della sepoltura
-per la morte. Che razza di medici dovessero aversi a questo patto, è
-facile immaginare! La celebre Giunta dei Presidenti e Consultore, il 5
-marzo 1783 scrivea esser più d'una le opere del _grano_, per le quali
-gli ascritti «talvolta sono assistiti da imperiti medici che servono a
-rendere perpetue e più micidiali le malattie del popolo»[389]. Da
-siffatta istituzione volle trarre partito il Governo per un'assistenza
-medica ai poveri mettendo a profitto l'opera disinteressata
-dell'Accademia di medicina. La contribuzione del grano fu lasciata
-volontaria; si chiamarono per ciascuno dei quattro quartieri due bravi
-fisici ed un cerusico, retribuiti, quelli con 60 onze l'uno, questi con
-20. Agl'indigenti furono concessi sussidî anche in danaro; ed ai morti,
-esequie e sepoltura. Semplice la burocrazia: un razionale ed un
-esattore; ben praticamente composta una deputazione di vigilanza per
-quartiere: il parroco, un cavaliere, un mercante, un forense, il qual
-ultimo ebbe la direzione del servizio, che per siffatto organamento
-procedeva pronto ed attivo. Basta vedere il programma viceregio del 21
-aprile 1783 per comprendere come i nostri vecchi intendessero la
-beneficenza pubblica, la quale era nobile gara di carità.
-
-[389] _Fundatio publici Coemeterii_, p. 83. Anno 1783.
-
-L'Accademia attendeva allo studio del corpo umano. Dodici volte
-all'anno, nella sua sede di S.a Lucia, vecchi maestri in mezzo a giovani
-laureati, con premurosa attenzione assistevano alle dissezioni
-anatomiche. S.a Lucia era la casa che prendeva nome dalla vicina chiesa
-presso lo Spedale grande (palazzo Sclafani). Oggi essa è una semplice
-memoria; ma chi s'indirizzi per la via dei Biscottai e, giunto sotto
-l'arco dello Spedale, volti a sinistra verso la turpe via del Fondaco,
-scoprirà due basi di pilastri con due aquile palermitane nel mezzo.
-Quelle aquile, già ripetute anche dentro l'aula, guardano fermamente un
-sole con la leggenda: _Altera felicitas_. Era la felicità della
-protezione senatoria che i medici vantavano? Era l'aspirazione loro a
-levarsi arditamente a regioni altissime?
-
-Non facciamo ipotesi di simbolismo: e fermiamoci un momento a veder
-passare qualche accademico che vi si reca per la riunione del mese
-(novembre 1794).
-
-Questo è D. Paolo Sgroi, che prepara studî sul mal caduco; quest'altro è
-D. Antonino Bettoni che presto conquisterà la presidenza dell'Accademia,
-e diverrà medico di S. A. R. in Napoli. Il venerando D. Stefano Pizzoli,
-sorretto dai giovani Filippo Sidoti e Salvatore di Gregorio, chirurgo
-l'uno, medico l'altro, viene lamentando i suoi acciacchi senili, e
-richiamando la sua vita passata. D. Francesco Berna, astro che si leva
-sull'orizzonte professionale, è circondato da scolari e da amici. D.
-Carmelo Manzella, discendente da una famiglia di chirurgi, si avanza con
-D. Giuseppe Tineo, lieto di alte protezioni per meriti non suoi.
-
-A S.a Lucia discutono animatamente. Della epidemia ond'è stato
-recentemente afflitto il paese (1793) indagano le cause probabili e la
-mortalità numerosa: ma non riescono ad esser d'accordo. Dopo tanta
-siccità c'era da aspettarselo che i vapori della terra dovessero
-infettare l'aria e produrre esalazioni pestilenziali. Il Dr. G. B. Meo,
-che vi ha stampato sopra una memoria[390], non ha dato nel segno;
-qualche cosa invece ha indovinato D. Gius. Logoteta, medico siracusano,
-e D. Salvatore Fallica, catanese; perchè in conclusione le febbri
-putride di Siracusa e di Catania[391] sono le medesime di quelle di
-Palermo, di Cefalù[392] e di tutta l'Isola.
-
-[390] _Delle febbri che travagliaron la città di Palermo nel 1793._ Pal.
- 1793.
-
-[391] _G. Logoteta_, _Dissertazione fisico-medico-politica sulle febbri
- putride presenti_. Siracusa 1793. -- _S. Fallica_, _Descrizione
- delle febbri epidemiche accadute in questa città di Catania l'a.
- 1792 e 1793_. In Catania, MDCCXCIV.
-
-[392] Vedi _Candiloro_, p. 272 del presente volume.
-
-Due tra i medici più illustri non si vedono comparire: l'Ab. Meli ed il
-sac. Salerno.
-
-L'Ab. Meli non è dei più attivi frequentatori dell'Accademia; ma i suoi
-colleghi ricordano una lettera di lui sopra _Gli effetti straordinarii
-del veleno d'un ragnatelo_[393]. Da alcuni anni il Meli divide il suo
-tempo tra le visite mediche, le lezioni di chimica e gli antichi e
-sempre caldi amori delle muse.
-
-[393] _Opuscoli di autori siciliani_, t. XII. Palermo, 1771.
-
-Il sac. Dr. Salerno posa come... un principe; e principe fu,
-dell'Accademia s'intende, e ne volle serbato il ricordo in una lapide a
-S. Lucia, la quale ora si conserva nella sede dell'Accademia (Posta
-vecchia), e dice:
-
- REGIA JATROPHYSICORUM ACCADEMIA
- SUB
- SENATUS AUSPICIIS
- ANNO 1649.
- PRINCIPE SAC. JOSEPH SALERNO
- 1788.
-
-Perdoniamogli la vanità, non unica nè rara nel tempo suo. Altro che
-questo offriva la seconda metà del settecento!
-
-Il Salerno, che andava per la maggiore, cercava qualche cosa di più che
-l'intervento modesto dei suoi colleghi nella recondita casa di S.a
-Lucia. Egli voleva la pubblicità: e dove gli mancasse creavasela.
-
-Nel 1789 volle fare una dimostrazione anatomica come non se n'era mai
-fatta. Ed eccolo in moto per ottenerla nel Palazzo Pretorio. Il Senato
-non si rifiutò, perchè volentieri coglieva le occasioni per fare atto di
-presenza.
-
-La «messa in iscena» non poteva essere più solenne per un'accademia! La
-formavano non solo tutti i medici, non solo tutti i letterati, ma anche
-i nobili, i Senatori e, solennità straordinaria, S. E. il Vicerè! Se ci
-fossero stati giornali, che bell'argomento questo per un capo-cronaca!
-Ci fu però un cronista dei più fedeli, D. Girolamo De Franchis, il quale
-ne prese nota pel suo _Ceremoniale_.
-
-Siamo in sul finire del 1789: ed il Capo della Città dirama il seguente
-_nodiglio_ (circolare d'invito):
-
-_Il Conte di S. Marco Pretore la priega volerlo onorare di sua presenza
-per il 19 del corrente dicembre ad ore 22 nel Palazzo Senatorio in
-occasione di una dimostrazione angiologica sopra due corpi di uomo e di
-donna con il di lei feto_[394] _con varie riflessioni che dovrà fare il
-Principe della Real Accademia dei medici D. Giuseppe Salerno alla
-presenza del Signor Vicerè, e pieno di ossequio si rassegna._
-
-[394] Speciosa la forma grammaticale: _con il di lei feto!_
-
--- «Dimostrazione angiologica!... Oh che vuol significare questo?» si
-chiedono inarcando le ciglia novantanove su cento profani, nel ricevere
-questo _nodiglio_; e nessuno degli invitati manca a questa
-_dimostrazione_, tanto stranamente per quanto grecamente aggettivata;
-altronde l'ora è comoda per tutti: e due ore prima dell'Avemmaria il più
-stentato chilo è già compiuto.
-
-Ciascuno è al suo posto. S. E. il Vicerè Caramanico siede sopra un'alta
-predella; Pretore e Senatori, a destra e a sinistra, in semicerchio;
-dietro nel centro, la Nobiltà del sangue; ai lati del conferente, i
-medici ed i letterati (e letterati non soltanto erano i cultori di
-Lettere, ma anche coloro che avevano una certa cultura); nessuno si
-duole del posto che gli tocca. Di signore, neppure una, perchè il sesso
-femminile non usa a cosiffatte adunate, e questa poi è angiologica.
-
-Il Principe dell'Accademia, salito sulla cattedra, legge e dimostra su
-due corpi artisticamente eseguiti il sistema circolatorio. Tutti
-guardano ammirati quella rete maravigliosa di arterie e di vene; ma
-qualche medico mormora: «Dopo trent'anni, tanto chiasso...!» E quando la
-_perorazione_ (la chiama così il De Franchis) è finita, il Senato coi
-suoi paggi viene accompagnando giù per le scale fino alla carrozza S.
-E., mentre alcuni medici vanno facendo: «Oh state a vedere che i lavori
-anatomici di Paolo Graffeo, conservati fin dal 1758 a S.a Lucia, ce li
-vuol gabellare per novità!...».
-
--- «Sempre lo stesso! esclama spazientito uno di essi. Non dimentichiamo
-che l'Ab. Salerno è quello che bandì un concorso a premi; distribuì in
-pubblica adunanza le medaglie ai vincitori, e poi, tornato a casa, se le
-fece restituire, secondo l'accordo che avea precedentemente preso con
-essi... Ecco l'uomo nato fatto per gettar polvere negli occhi e vivere
-in mezzo al fumo!».
-
-I più prudenti tra i professori di medicina sorridono maliziosamente; ma
-D. Stefano Pizzoli, che oramai non ha più nulla da temere, nulla da
-sperare da nessuno, conclude: «Colleghi cari, volete il ritratto del D.r
-Salerno? Leggete Cornelio Gallo:
-
- Laudat praeteritos, praesentes despicit annos.
- Hoc tantum rectum quod facit ipse putat.
-
-
-
-
- CAP. XXIII.
-
-
- ACCADEMIE E ACCADEMICI GENUS IRRITABILE...
-
-Lasciata la casa dei Principi di S.a Flavia, nella quale era stata
-tenuta a battesimo (1718) dal March. di Giarratana, Girolamo Settimo, e
-da G. B. Caruso, e dove era cresciuta a correzione del brutto andazzo
-letterario dei tempi, l'Accademia del Buon Gusto nel 1791 veniva
-accolta, ospitata, sussidiata dal Senato, che ne diveniva così mecenate
-naturale. Gli osanna degli accademici al Vicerè Principe di Caramanico
-ed al Pretore Ferd. Monroy di Pandolfina, si confusero coi risentimenti
-contro il S.a Flavia, che col pretesto di doversi ritirare in Bagheria,
-avea chiuso loro la sua casa ospitale. Vicerè e Pretore furono generosi
-nello infondere nuovo vigore all'Accademia; il S.a Flavia parve smentire
-tutto il suo passato.
-
-Eppure chi dice che qualche grave fatto non possa aver concorso alla
-risoluzione di lui? La condotta posteriore di alcuni socî non
-escluderebbe questo sospetto.
-
-Il sodalizio venne riformato di sana pianta, pur tenendosi a base gli
-antichi statuti. L'aquila senatoria palermitana con uno sciame d'api nel
-petto ed il motto: _Libant et probant_, e la leggenda: _Accademia
-palermitana del Buon Gusto. Sub auspiciis S. P. Q. P._, ne divenne la
-insegna. Una lapide fu inaugurata nel Palazzo a memoria della larga
-ospitalità e dei nuovi auspicî[395]. Il Principe Gaetano Cottone di
-Castelnuovo, Presidente, col Direttore, D. Salvatore Di Blasi, il Duca
-di Vatticani, elogista di Cock, Camillo Gallo, M. Antonio Arena, D.
-Raffaele Drago cassinese, D. Diego Muzio, D. Vincenzo Torremuzza, l'ab.
-Meli e quanto di eletto vantasse allora la Capitale, ne furono le
-colonne più solide; e con essi il cav. Gaspare Palermo, che, carezzato
-dal Caramanico, non dimenticò, anche vecchio, di essere stato dal
-predecessore di esso, Caracciolo, chiuso al Castello, perchè creduto
-autore d'una pasquinata contro di lui.
-
-[395] Sull'argomento, che lasciamo intatto, dell'Accademia del Buon Gusto
- potranno leggersi, oltre quello che ne scrisse Scinà nel suo
- _Prospetto_, le memorie di V. Di Giovanni e di Luigi Sampolo negli
- _Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di
- Palermo_, serie III, a. 1891, v. I (Palermo 1891), a proposito del
- centenario di essa Accademia del Buon Gusto. Il Sampolo tornò
- sull'argomento nel _Bullettino_ della medesima Accademia, a.
- 1894-99, pp. 6-9.
-
-Le loro letture rappresentavano gli studî in voga. Ad un passo fuori la
-via che tutti percorrevano nessuno pensava. La via, libera all'estero,
-era in Palermo ingombra di rovi e di sterpi. Solo ogni tanto qualcuno la
-batteva con un certo coraggio, e riusciva alla meta senza essersi fatto
-del male, anzi con la soddisfazione di aver potuto fare un po' di bene.
-Antonino Fulgo guardava i caratteri del secolo che si avvicinava alla
-sua fine, e Sergio affrontava il grave problema dell'aumento che avrebbe
-potuto prendere la rendita generale dello Stato dall'utile impiego delle
-braccia delle donne[396]: corsa ardita, che meriterebbe d'essere
-ricordata agli studiosi dell'attuale mondo economico.
-
-[396] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 317.
-
-Con le leggi che la governavano, con un prestabilito genere di argomenti
-per le materie scientifiche e per le letterarie, l'Accademia procedeva
-tranquilla a furia di dissertazioni su cose ecclesiastiche e discorsi
-eruditi e letterarî.
-
-Nel regolamento del 1801 erano prescritte riunioni eccezionali con
-l'intervento del Senato e dei nobili: ma queste erano ripetizioni di
-altre consacrate nei regolamenti precedenti. La cicalata per l'ultimo
-sabato di Carnevale non poteva esser nuova se nella Peloritana di
-Messina essa assurgeva ad un avvenimento mondano di prim'ordine con D.
-Pippo Romeo. Di cicalate accademiche in poesia parecchie ne recitò il
-Meli dentro e fuori città, cioè nel Palazzo senatoriale e nel monastero
-di S. Martino[397]. Vi erano pure speciali adunanze per la Passione di
-G. C. e per S.a Rosalia, e vi si invitava non solo, come d'ordinario, il
-Senato, ma anche la Nobiltà. Una solenne se ne teneva in onore di S.
-Tommaso d'Aquino, nel convento dei PP. Domenicani, come omaggio degli
-Accademici al grande teologo di quell'Ordine; ma è curioso che nel
-riordinamento degli studî superiori della Università la morale venisse
-prescritta senza il testo di S. Tommaso.
-
-[397] _Meli_, _Poesie_, p. 127: _In lodi di lu purci_; p. 129: _In lodi
- di la musca_; p. 143: _Contra li cirimonii e lu Galateu_.
-
-Ora in queste adunanze la partecipazione dei poeti, cercata o profferta,
-era inevitabile. Questa partecipazione vuol essere intesa per tutte le
-ordinarie riunioni; e con l'andare degli anni, verso il declinare del
-secolo, prese il più strano indirizzo.
-
-Come abbiam detto, pubbliche erano le riunioni, con largo intervento di
-signori nelle sale pretorie. Pel passato quelle sale echeggiavano di
-lodi a pretori ed a senatori: e molte ne furono dispensate a Regalmici
-ed ai Trabia. Niente di nuovo perciò che si rendessero ringraziamenti al
-Senato, emanazione della Nobiltà: ovvero alla Nobiltà medesima, onde il
-Senato emanava. Il Senato ospitava, il Senato trattava, il Pretore
-largheggiava di sorbetti verso gl'invitati[398]. Eppure, o che la misura
-fosse colma, o che avversioni latenti serpeggiassero, o che i tempi
-andassero maturando, avveniva tutto il contrario. Il 18 dicembre del
-1796 l'ab. Angelo Vinciprova di Nicosia leggeva intorno agli ostacoli
-che si opponevano ai progressi della letteratura in Sicilia; e nella
-foga del dire usciva in «una dipintura della nostra Nobiltà la più
-mortificante, facendo vedere che nessuna sollecitudine si prendeva essa
-di proteggere i letterati, essendo data perdutamente ai vizî ed al
-lusso.»
-
-[398] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., 22 nov. 1791, p. 1.
-
-Poche volte furon espresse opinioni con tanta violenza ed inopportunità,
-quanto stavolta. I feriti si contorcevano sui seggioloni in attesa
-impaziente che la impreveduta tempesta cessasse; ma ebbero un
-bell'attendere, chè appena essa accennava a finire che ricominciava più
-violenta che mai. L'uno dopo l'altro si levano in piedi non so quanti
-poeti, i quali «snodano le loro voci con sentimenti più satirici di
-quelli del discorrente, dimostrando coi loro versi che i nostri nobili
-solamente son dati all'ozio, al sonno e...»
-
-Queste parole con la reticenza finale sono di uno ch'era presente alla
-scena, Vice-Segretario dell'Accademia, il sac. D'Angelo, che doveva
-farne e non ne fece verbale, contentandosi di prenderne nota nel suo
-diario ms. Aggiungeva egli che «un cavaliere era lì pronto a rispondere,
-ma che ne fu distolto da lui[399].»
-
-[399] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 116-17, 126-27.
-
-La notizia di tanto scandalo scende dal Palazzo nelle vie della città,
-nei caffè, nelle conversazioni, e mentre lo si commenta sfavorevolmente
-per i bersagliati, si biasima l'atto scortese. Si può esser severi, ma
-non oltre la misura; l'amore della verità non dispensa dall'ossequio
-alla buona creanza, specialmente in casa altrui, nel palazzo
-dell'Autorità cittadina.
-
-Presto la Nobiltà, per mezzo del Pretore, prenderà le sue vendette
-impedendo la lettura d'un altro discorso, che fa presumere cose poco
-benevoli per essa. L'avv. Gaetano La Loggia si prepara a nuovi assalti,
-ma non vuol farsi scorgere; e se non riesce al suo intento, gli è che lo
-si è invitato a far leggere ad un altro il suo scritto, e poi ad un
-altro: e ad entrambe le ingiunzioni egli si è rifiutato di obbedire non
-volendo nè sopprimere nè modificar pensieri e frasi che pure non istà
-bene ripetere dopo quello che è avvenuto[400].
-
-[400] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 136-38.
-
-Gli animi sono eccitati, anche da parte del Senato, ed il galateo non è
-il forte del _genus irritabile vatum_. L'11 settembre del 1797 ricorre
-una delle ordinarie sedute. Il Pretore, invitato, non interviene; anzi
-fa sapere al Presidente che nè ora nè mai, durante il suo pretorato,
-interverrà più. Lo avviso addolora, ma non istupisce dopo quello che è
-accaduto; stupisce sì che le sedie della sala siano scarse e che
-sull'imbrunire non si accendano ancora i lumi. La mancanza del solito
-trattamento di sorbetti è la necessaria conseguenza. Gli accademici
-vanno via pieni non meno di disgusto che di scandalo; e ci pensano sopra
-non sapendosi dar ragione di tanto mutamento per un torto che non è da
-attribuire a loro. Finalmente uno di essi viene a sapere, e lo confida
-ad un collega, che lo dice all'orecchio d'un altro, finchè lo sanno
-tutti in gran segreto: che il malumore del Pretore deriva da un fatto
-semplicissimo, a cui nessuno avea badato: il Segretario dell'Accademia
-non ha fatto il regalo che suol fare al Maestro di Casa del Pretore!...
--- «Sia lodato Dio! esclama come cascando dalle nuvole il Segretario. E
-non poteva dirlo prima!...» Il regalo fu subito fatto, e le sale
-pretorie vennero spalancate, le sedie accresciute di numero; il Pretore
-non mancò più, ed i sorbetti rinfrescarono gli scaldati accademici,
-lieti della soluzione dello equivoco, che però nessuno, per non recare
-offesa al Pretore, dovea mostrar di sapere.
-
-L'anno non era ancora finito che altro grave incidente avveniva. Il 10
-dicembre il messinese Dr. Giuseppe Palazzo Andronico dissertava sulla
-necessità della sfigmica in medicina. I soliti nobili non mancavano, non
-già perchè col sospetto di nuovi scandali a danno loro, volessero
-respingerli con la forza, ma perchè volevano vedere come andassero a
-finire queste bizzarre adunate accademiche, oramai avviate con sì
-cattivo gusto. Per eccezione, vi erano molti medici. Andronico legge;
-complemento della sua lettura è la recita di versi di poeti (chiamiamoli
-così per intenderci) presenti. Quasi si tratti della cosa più naturale
-di questo mondo, essi lanciano a bruciapelo contro la medicina e
-l'Andronico una filatessa di contumelie; e quando Onofrio Jerico, sempre
-inappuntabile nel suo giambergone verde, nel suo parrucchino, nel suo
-splendido anello dottorale, conchiude con una ultima brutale carica
-contro i medici, tutti rimangono come interdetti e non sanno che
-fare[401].
-
-[401] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 172-74, 179.
-
-Oh perchè questa piazzata?
-
-C'è un certo dietroscena, che vuol esser messo in luce.
-
-Questo Dottor Andronico nel 1795 chiese alla Deputazione degli studî la
-istituzione d'un insegnamento di Sfigmica come parte di quello più largo
-di Medicina interna. Era troppo anche allora, che si mancava di ben più
-utili insegnamenti: e la Deputazione si rifiutò. L'Andronico trovò chi
-si adoperasse a favore della sua Sfigmica: ed il Vicerè concesse, a
-titolo di esperimento, la sollecitata specialità[402]. Il neo-professore
-voleva persuadere della necessità di essa; ma del suo avviso non erano
-gli studenti, i quali molto studentescamente e poco studiosamente non
-sapevano rassegnarsi a distinguere settanta maniere di battiti del
-polso, quanti ne voleva ammettere od infliggere l'Andronico. Altronde,
-egli non era palermitano. E com'era supponibile, col vento che ancora
-spirava contro Messina, che un messinese venisse ad insegnare una
-scienza ai Palermitani? _Inde irae_. Un anno dopo della chiassata,
-l'Andronico veniva esonerato.
-
-[402] Un R. Dispaccio del 22 febbraio 1796 lo chiamava a leggere nella R.
- Accademia «il sistema di Sfigmica da lui formato», e gli assegnava
- onze tre il mese di stipendio. _Commissione Suprema della
- Istruzione ed Educazione in Sicilia, Repertorio amministrativo_,
- vol. n. 4, a. 1795-96, foglio 8, dell'Archivio di Stato.
-
-Passiamo ad un'altra Accademia.
-
-_Nella libreria pubblica, dove si fanno i Congressi Letterarii di storia
-siciliana, il dì 5 aprile 1793 ad ore 22, reciterà un discorso sopra le
-chiese di Palermo il sac. D. Giovanni d'Angelo._
-
-Questo invito stampato e ms. ricevevano pochi giorni prima della data
-indicatavi i membri della Società per la Storia di Sicilia[403]: e tutti
-lo tenevano. Ad essa erano ascritti i più colti studiosi dell'Isola, i
-quali vi portavano fervore di patriottismo e pazienza di ricerca.
-
-[403] Si era costituita nel luglio del 1777 col titolo: _Nuova Società di
- Letterati per la Storia del Regno di Sicilia_.
-
-Alla lettura del D'Angelo furono presenti, oltre un buon numero di
-amatori, i due Di Blasi, il Gregorio, l'Angelini, Bibliotecario della
-senatoriale, il Barone Forno, il Morso, il Di Chiara, l'arcidiacono
-Dini, D. Camillo Genoese di Caltanissetta, il Conte D. Vincenzo
-Castello, figlio di Gabriele, il sac. D. Francesco Polizzi, Decano della
-Magione, ed il giovanetto Duchino di Camastra, assidui frequentatori
-della Società.
-
-La erudizione del bravo letterato palermitano può ora ammirarsi nella
-Biblioteca, della quale egli fu per lunghi anni attivo impiegato e, come
-l'Angelini, consigliere sapiente di quanti la frequentassero. Quel che
-risulta dai verbali delle riunioni è questo: che per ventisei anni
-(1777-1803), meno brevi intervalli, essa attese ad illustrare le vicende
-della chiesa in Sicilia e delle chiese siciliane, e quelle delle
-lettere: punto di partenza per aggiunte e correzioni alla _Sicilia
-sacra_ del Pirri e alla _Biblioteca sicula_ del Mongitore. Perciò, quasi
-tutti ecclesiastici i cooperatori. Lunghe le loro memorie, inesauribili
-in una sola seduta, alcune protraentisi per cinque, sei, non sappiamo se
-tra la fissa attenzione di tutto l'uditorio, ma certamente con utilità
-della storia ecclesiastica e letteraria dell'Isola. Alla specialità
-degli argomenti, alla non sempre ornata trattazione di essi, come al non
-facile intervento del gran pubblico, devesi lo svolgimento sereno degli
-studî e delle adunanze, non turbate mai dalla presenza di volgari
-poetastri e di saputelli aggiusta-mondi. E chi volete che andasse a
-mescolarsi tra tanti ricercatori di vecchie carte? i quali dopo di avere
-sgobbato sopra registri di parrocchie, pergamene di conventi e
-monasteri, cartabelli di confraternite, marmi, iscrizioni, monumenti,
-portavano il frutto delle loro investigazioni, forse non sempre aliene
-da preconcetti e da illusioni, ad un paio di dozzine di ascoltatori?
-
-Eppure essi se ne contentavano; amavano gli studî per gli studî, il bene
-per il bene; non cercavano plauso di nessuno, non sognavano gioie di
-pubblicità; e dopo di essersi tanto affannati in induzioni
-pericolosissime lasciavano inediti in mano dell'Angelini i loro
-manoscritti, paghi di averli compiuti e partecipati ai pochi che
-potevano comprenderli e tenerne conto. Zelanti cercatori del passato,
-che non guardavano alla miseria del presente, se interrompevano il corso
-dei loro congressi lo facevano solo perchè avvenimenti impreveduti e
-straordinari li impedivano, come la epidemia del 1793, i timori di
-pubblici disordini dopo la sventata congiura del Di Blasi; la notizia
-del trattato tra S. M. Siciliana e la Repubblica francese, la tristezza
-della raccolta forzosa dell'oro e dell'argento per le spese della guerra
-nel Napoletano (1796-98), e perfino i rigori invernali[404].
-
-[404] _V. Di Giovanni_, _La prima Società di Storia patria in Palermo,
- nell'Archivio storico sic._, N. S. a. VIII, pp. 491-510. Palermo,
- 1884.
-
-L'ardore col quale si attendeva agli studî di storia di Sicilia saliva
-al parossismo per quella del dialetto.
-
-Altra società di cultura l'_Accademia siciliana_ sorgeva nel 1790 sotto
-gli auspicî del Meli e per iniziativa del giovane giureconsulto F. P. Di
-Blasi.
-
-Il titolo non dice tutto. L'Accademia sosteneva non doversi scrivere nè
-parlare altrimenti che in siciliano: siciliane le poesie, siciliane le
-prose, siciliane -- è tutto dire -- le leggi dell'istituto; le quali
-venivano dettate dal Meli in persona. Il Principe di Trabia, il Conte di
-Torremuzza, il Marchese di Roccaforte, il Principe di Furnari, nei
-ventott'anni di fortunosa esistenza di essa vi presero parte attiva, e
-l'accolsero nei loro palazzi; giacchè sempre nuovo godimento era pei
-patrizî intelligenti trovarsi in mezzo a dotti, e riceverli nelle loro
-case.
-
-Un cronista d'oggi farebbe sapere che questi bravi signori, volta per
-volta facevano servire di lauti rinfreschi gl'illustri intervenuti; noi,
-che non siamo cronisti e non iscriviamo per giornali, non ne diremo
-nulla. Peraltro è risaputo che a quei tempi non si riceveva mai dai
-nobili senza splendidi trattamenti eseguiti da servitori in livree
-fiammeggianti; non supporlo poi nelle sale di quei fiori di ospitalità e
-di dovizia, sarebbe un'offesa alla generosità loro.
-
-Gueli ed Alcozer, Scimonelli e Francesco Sampolo, La Manna e Calì,
-Catinella e Mondino furono i campioni della nuova Società. Meli,
-Presidente, vi lesse a riprese varî sonetti, che rappresentavano le
-vicende non liete del sodalizio. Il seguente è l'indice di quel che
-pensassero i socî; tra i quali, per altro, ve n'erano, come il p.
-Michelangelo Monti, non isolani.
-
-Il giovane Sampolo, in un discorso, s'intende, tutto dialettale, avea
-recitato le lodi della _lingua siciliana_; ed il Meli, entusiasta,
-recitava:
-
- Viva la nostra lingua, Iddiu la guardi!
- Amàtila, e 'un circati 'na matrigna:
- Sia cura e triddu di muli bastardi
- Lu zappari di l'esteri la vigna.
-
- L'istintu di natura anchi a li pardi,
- Anchi a li tigri stu duviri insigna;
- Urla lu lupu quannu à fami o s'ardi,
- Nè s'impresta lu gergu di la signa.
-
- Lu sulu pappagaddu 'nfurgicata
- S'avi 'na lingua pri parrari a matti,
- Facennu d'acedd'omu capriata.
-
- Multi Accademj eu sacciu accusì fatti,
- Grec'-itali-latini. Allurtimata
- Chi aviti 'ntisu? 'Na sciarra di gatti[405].
-
-[405] _Meli_, _Poesie_, p. 106.
-
-Il lettore che sa di storia letteraria di Sicilia può farci qui un
-appunto cronologico. Il sonetto del Meli è del 1805, e l'Accademia era
-nata quindici anni prima.
-
-Accettiamo il disappunto, e torniamo indietro. Noi facevamo quella
-citazione solo per mostrare quali fossero gl'intendimenti dei
-«sicilianisti» di allora. Ma tornando indietro, non troviamo meno
-siciliana l'Accademia. Bambina di due anni, il 18 ottobre 1793, essa per
-bocca del più forte poeta del tempo dopo il Meli, benchè del Meli non
-entusiasta, non balbettava, ma con franca parola esprimeva i sentimenti
-che l'animavano. Questi sentimenti sono d'una profondità impareggiabile.
-In un'ode saffica Ignazio Scimonelli cantava:
-
- Nun mettu peccu a Grecu o Germanisi,
- Nè a Turcu o Francu, a Latinu o Spagnolu,
- Ma bedda carta mi cunta in cannolu:
- Lingua e paisi.
-
- E pri sta lingua sugnu tantu vanu,
- Chi mortu, e prima d'essiri urricatu
- Lu _miserere_ lu vogghiu cantatu
- 'n sicilianu.
-
- Sarrà in latinu ben fattu, ben dittu,
- Ma un _miserere_ in lingua nostra misu
- L'arma mi la fa jiri 'n paradisu
- drittu pi drittu.
-
-Si vede subito che qui neanche di straforo ci entra la politica e la
-teologia; perchè, anche per semplici allusioni nè il Re nè Dio dovevano
-esser nominati: qualche cosa di meno del _parum de principe, nihil de
-Deo_.
-
-Nel medesimo tono rimanevano altri poeti. Il sac. Catinella, che abbiamo
-incontrato in altre occasioni, sfolgoreggiava di motti vivacissimi. Tra
-i più felici son quelli nei quali egli voleva dimostrare la superiorità
-della siciliana su qualunque altra lingua. In un sonetto mandato al sac.
-Giovanni Luisi, poeta anche lui, si sbizzarriva sulla ricchezza dei modi
-proprî e figurati onde può esprimersi il verbo _fujiri_ = fuggire, in
-questi termini:
-
- Li cani si chiamau; si la sbignau;
- Si la sulau; lu stigghiu si cugghiu;
- Già pruvuli di bottu addivintau;
- Santi pedi, ajutatimi; spiriu.
-
- Sticchia e vassinni; a curriri appizzau;
- Si l'allippau; marciau; si la battiu;
- Si la filau; la coffa si pigghiau;
- Addivintau diavulu; partiu.
-
- Sti modi ed autri lu Sicilianu
- Li 'mpasta, li rimpasta, e cancia e scancia,
- Eh! chi lu diri nostru è supra umanu.
-
- L'havi sti cosi la Spagna, la Francia?
- L'havi lu 'Nglisi? l'havi la Tuscanu?
- Ch' hann'aviri! la pesta chi li mancia!
-
-L'amico Luisi non si maravigliava affatto dei diciassette sinonimi
-cuciti dal Catinella; si maravigliava invece che egli ne avesse
-dimenticati parecchi altri: e in sonetto responsivo li enumerava a
-gloria della «sicula lingua»[406].
-
-[406] _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racc. pop. sic._, v. I, pp. 186-87.
-
-Altri esempî non occorrono a confermare la piena convinzione di questi
-bravi accademici; i quali -- per dir tutto -- erano tra i più illustri
-letterati del tempo. Aggiungeremo non pertanto un fatto molto acconcio a
-confermare il culto singolare che si professava pel dialetto.
-
-Nel _Giornale di Sicilia_ del 9 dicembre 1794 un anonimo scriveva
-lodando il parlar materno (il siciliano), e raccomandando il toscano
-come lingua per tutti. Questa osservazione semplicissima provocava una
-violenta risposta nel medesimo giornale. Altro anonimo prendeva per
-nemico della patria il lodatore del toscano, e questo era costretto a
-scagionarsi dall'accusa[407].
-
-[407] _Giornale di Sicilia_, n. 23, Pal., 6 genn. 1795.
-
-Non era argomento da pigliare a gabbo.
-
-I componenti dell'Accademia siciliana non per nulla erano accademici.
-Essi avevano tutte le miserie della loro razza. Noi li abbiam visti a
-fare il chiasso, anche per un nonnulla, nel Palazzo senatorio. Ebbene:
-se non peggio, lo stesso facevano all'Accademia. Il bello è che i
-principali agitatori eran quelli che catoneggiavano per mettere il
-bavaglio ai tribuni. La è sempre così: quelli che si atteggiano a
-vindici delle violenze altrui sono i più violenti; così avviene che
-parlano sempre di onestà molti di coloro che della onestà non sono i
-migliori amici.
-
-Quando, dopo la decapitazione del Di Blasi, la Società venne soppressa,
-di lei non si parlò più altro che per vederla ricostituita. Il March. di
-Roccaforte l'ebbe nella sua casa, ed il Meli ne trasse lieta ragione a
-prospero avvenire. Le sedute si ripresero; ma in qualcuna di esse si
-sicilianizzò troppo di allusioni e di equivoci[408].
-
-[408] _Meli_, _Poesie_, p. 107. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 93.
-
-Questi accademici un giorno vennero fuori con una proposta
-letterariamente liberticida: qualunque componimento poetico da leggersi
-in pubblica adunanza doveva prima sottoporsi alla censura preventiva
-d'una commissione. Non bastava quella del Governo per la stampa, se ne
-voleva creare un'altra per la lettura!
-
-Con questo colpo di stato anche i grandi dovevano passare sotto le
-forche caudine dei piccoli. Gli stessi Meli e Scimonelli non avrebbero
-potuto sottrarvisi. Meli, Presidente perpetuo, ne sorrise; altri vi si
-acconciarono. Gli screzî, già alle viste, entrarono in campo; le bizze
-degenerarono in liti da partito; e l'Accademia corse il pericolo di
-andare a monte. Il venerando Meli interponeva la sua autorità: e a
-questi raccomandava la calma, a quelli il rispetto: non esser possibile
-procedere di questo passo; andarci di mezzo la serietà degli studî,
-l'interesse della patria lingua; grande lo scandalo di tante pretese;
-necessaria la buona volontà in tutti per un accordo che cementasse la
-pace. Ma il buon vecchio avea da fare con gente irritabile, anche perchè
-composta di poeti novellini e presuntuosi, e non riusciva a
-riconciliarli nè a farsi sentire. Allora, perduta la pazienza, li manda
-a carte quarantotto con un ultimo sonetto intitolato al Conte di
-Torremuzza «contro alcuni poeti siciliani», i quali, irrequieti e
-villani, non sapevano stare in pace tra loro nè con gli altri:
-
- Scuvai di puddicini 'na ciuccata;
- E allura li sintii ciuciuliari
- Cu la scorcia a li frinzi 'mpiccicata,
- Mi lusingai chi mi nn'avia a prigari.
-
- Ma ora ch'ànnu la cricchia già spuntata
- Si mettinu 'ntra d'iddi ad aggaddari,
- Nè trovu a cuntintarli nudda strata,
- Nè 'nsemmula, nè suli vonnu stari.
-
- Cerca ognunu cumpagni a sulu oggettu
- Di putiricci dari pizzuluni;
- Dicinu chisti: Appara tu, ch'eu mettu.
-
- Cui s'arrisica starici in comuni,
- Si a mia chi pri accurdarli m'intromettu,
- Pri la facci mi tiranu a sautuni?
- O Conti miu patruni.
-
- La Censura, pri quantu iu viu e sentu,
- È di pizzuliari lu strumentu.
- Da chistu iu ni argumentu
-
- Chi pri cuitari sti sautampizzi
- Lu menzu è ditagghiaricci li pizzi[409].
-
-[409] _Meli_, _Poesie_, p. 112. -- Sull'argomento, vedi _L'Accademia sic.
- di Pal._ In Pal. MDCCCXCIV; e _Sampolo_, _L'Accademia sic. Nuove
- ricerche_. Pal. 1896.
-
-Gli studiosi di _calembours_ troveranno stupendo l'ultimo verso.
-
-
-
-
- CAP. XXIV.
-
-
- PATRIOTTISMO DEGLI STUDIOSI. L'AB. CANNELLA. DISPUTE FILOSOFICHE E
- TEOLOGICHE. STORICI, LETTERATI, POETI.
-
-La vita ristretta che le condizioni d'allora imponevano non poteva non
-creare cultori di discipline di argomento siciliano. La Sicilia stava in
-cima ai pensieri, agli affetti d'ogni studioso; era la nazione e la
-patria. Al di là del suo mare, altre nazioni, altri popoli: il regno di
-Napoli, la repubblica di Genova, quella di Venezia, lo stato di Milano
-ecc., rappresentati nella Capitale, nella _urbe_, dalla nazione
-napoletana, dalla genovese, dalla veneziana, dalla milanese e da altre
-che mettevano capo ai rispettivi consoli, e con essi alle chiese di lor
-proprietà ed esercizio. C'era S. Giovanni pei Napoletani, S. Giorgio pei
-Genovesi, S. Marco pei Veneziani, S. Carlo Borromeo pei Lombardi, la
-confraternita dei quali avea sede nella parrocchia di S. Giacomo la
-Marina.
-
-Carattere spiccato quindi la sicilianità della cultura storica, tanto
-nella sostanza, quanto nella forma.
-
-Nel precedente capitolo abbiam veduta questa sicilianità spinta
-all'eccesso sul finire del secolo. Possiamo frattanto gli occhi sopra un
-libro qualsiasi di erudizione, di antiquaria, di storia propriamente
-detta, del tempo. Vi troveremo sempre la Sicilia nella sua geografia,
-nelle sue vicende passate e nel suo presente. I suoi monumenti pagani
-come le sue reliquie cristiane, i suoi castelli come le sue chiese, gli
-avvenimenti di tutta l'Isola come i fatti di una religione di essa,
-delle sue grandi città non meno che dei suoi piccoli comuni, delle sue
-istituzioni, delle sue leggi, dei suoi uomini insigni per carità, per
-ingegno, per valore: tutto era argomento di ricerche per un buon
-patriota.
-
-Noti il lettore che il patriota d'allora non era il patriota d'oggi; il
-quale, se falso, vanta servigi non mai resi alla patria, o incombenze
-non mai ricevute o disimpegnate: vanti e lustre onde si sale ad alti e
-ben rimunerati ufficî. Era bensì patriota chi amava operosamente la
-terra natale, chi ne amministrava disinteressatamente gli istituti, chi
-beneficava i poveri, chi celebrava i fasti della sua terra, e chi di
-essa procurava in ogni maniera lo ornamento ed il lustro.
-
-In questo significato giunsero a noi come patrioti di fama illibata un
-Monsignor Ventimiglia, che i suoi libri donava alla città di Catania, ed
-in Catania istituiva un ospizio pei poverelli; il Principe di S.
-Vincenzo Alessandro Vanni, che efficacemente cooperava alla fondazione
-della Biblioteca Comunale di Palermo; Mons. Gioeni dei Duchi di Angiò,
-che liberalmente fondava il Collegio nautico, assegnava quattordicimila
-onze (L. 178,500) all'Albergo dei poveri, ed istituiva una scuola di
-Filosofia morale e civile legando premî annuali ai giovani che in essa
-si segnalassero, ed un catechismo faceva scrivere e largamente e
-gratuitamente diffondere ad istruzione del popolo, ed i suoi libri
-donava alla Città (vedremo più oltre il lato debole di questo patriota).
-Patriota quel Pietro Lanza Principe di Trabia, che, come abbiamo veduto,
-primo concepiva (1786) una scuola di agricoltura con un campo agrario
-nell'ex-podere gesuitico della Vignicella: proposta tutta moderna, che
-poi con le proprie sostanze traduceva ad atto il Principe di Castelnuovo
-con l'Istituto agrario che prende nome da lui[410]. Patriota infine, per
-non perderci in una rassegna fortunatamente larga, il Marchese di
-Villabianca, che solo raccoglieva ed illustrava tanta e così diversa e
-svariata materia di erudizione siciliana quanta non ne poterono mai, se
-ne togli il Mongitore, parecchi studiosi, e che da tanto tesoro
-staccavasi in vita, facendone dono alla sua terra diletta.
-
-[410] Cfr. v. I, pp. 227-28.
-
-La storia nostrana pertanto avea grande attrattiva per gli uomini più
-eletti. Ad essa come raggi che convergano al centro inclinava chi non
-preferisse coltivare una scienza, o chi non amasse perdersi dietro le
-evanescenze della fantasia. Anche poeti come lo Scaduto vi trovavano
-ispirazione a poemi epici ed a canti lirici. Le tradizioni del Fazello,
-del Barbieri, dell'Inveges, del Paruta, dei due Di Giovanni (Vincenzo e
-Giovanni); gli esempî degli Amico (Antonino e Vito), di G. B. Caruso,
-del Mongitore, erano stimolo a chi inclinasse a continuarli. In un
-medesimo tempo fiorivano, nella sola Palermo, col citato Villabianca il
-Testa, i fratelli Di Blasi, Gabriele Castello di Torremuzza e R.
-Gregorio: sei tra una pleiade di benemeriti delle sicule memorie.
-
-Il Testa, premorto a tutti (1775), scriveva di Guglielmo il Buono e di
-Federico IIº d'Aragona, ed ordinava i _Capitoli_ del Regno. Il
-Villabianca consacrava la sua attività giornaliera al suo _Diario
-palermitano_, che si chiudeva il mese della sua onorata esistenza
-(1802): e lasciava il _Palermo d'oggigiorno_, la _Sicilia nobile_ e
-centinaia d'opuscoli siciliani, dove la pazienza delle investigazioni fa
-perdonare il difetto della critica e la vanità puerile.
-
-G. Evangelista Di Blasi con la _Storia dei Vicerè di Sicilia_, preludeva
-alla ponderosa e troppo diffusa _Storia_ di Sicilia (1811). Il periodico
-di _Opuscoli_ di erudizione, in venti volumi, durato fino al 1778 a cura
-di Salvatore Di Blasi, veniva seguito dall'altro congenere di _Nuova
-Raccolta_.
-
-Dalla teologia e dalla letteratura il Gregorio passava alla storia ed
-alla diplomatica, e nel tranquillo presbiterio di S. Matteo nel Cassaro,
-solo e senza maestri, sudava ad imparare la lingua araba, nella quale si
-levava maestro così esperto e sicuro da strappare la maschera all'Ab.
-Vella. Dai tempi del Caracciolo in poi, nell'annuale _Notiziario di
-Corte_ scriveva di geografia e di storia naturale, di tasse e di
-traffichi, di derrate e di commerci, di monumenti e di artisti
-dell'Isola. Nessuno prima, nessuno dopo di lui seppe meglio adombrare il
-perfetto modello di una storia civile. Componendo in sè il giurista e lo
-storico, il letterato ed il filosofo, si preparava a dar fuori un'opera
-sul _Diritto pubblico siciliano_; ma come parlare di questo in un paese
-ove ministri servili trepidavano per tutto ciò che nella esaltata loro
-fantasia apparisse sospetto alla regia prerogativa? onde il censore del
-manoscritto ne mutava il titolo originale nell'altro di _Considerazioni
-sulla storia di Sicilia_, come se il titolo mutasse la sostanza! E non
-si guardava all'alto concetto di «una delle più profonde opere che in
-questi ultimi tempi fosse stata scritta in Italia»[411].
-
-[411] _Leo_, _Storia d'Italia nel medio evo_, lib. X. c. L, IV.
-
-Il Principe Gabriele Castello di Torremuzza dopo indagini pertinaci
-metteva fuori la sua _Sicilia Numismatica_ e le monete delle isole
-adiacenti alla nostra. Ovunque egli passasse, lasciava traccia di sè:
-presso Porta d'Ossuna, nell'Orto del Barone Quaranta, dove scopriva
-antiche catacombe a tutti ignote; all'Ospedale grande, all'Accademia
-degli studî, al Tribunale del Commercio, tre istituti che l'ebbero
-deputato e giudice; a Segesta, dove restaurava il tempio; a Girgenti,
-ove disgombrava sovrapposizioni cristiane al tempio della Concordia e
-faceva restauri a quello di Giunone Lucina.
-
-Questi ed altri dotti, tipi di cavalieri antichi, modelli perfetti di
-sacerdoti e di amministratori, noi li abbiam visti nei sodalizî
-intellettuali attendere alla illustrazione delle cose patrie, al
-progresso delle scienze e delle terre, allo studio del natio idioma. Noi
-siamo stati presenti a qualche loro adunanza, e abbiamo visto che
-anch'essi, ahimè! questi uomini egregi, aveano le loro debolezze. Ma
-anche fuori sodalizio, essi non erano esenti dai difettucci che un
-arguto scrittore sardo del sec. XIX, Giuseppe Manno, dovea battezzare:
-_Vizi dei letterati_. Il minore dei Di Blasi, regio storiografo, non
-seppe perdonare a Mariano Scasso la pubblicazione d'una versione
-italiana del de Burigny. L'opera per manco di sussidio di monumenti e di
-documenti, per errori di fatti che la scoprivano al critico più modesto,
-era a dir vero difettosissima; ma il Di Blasi oltrepassò il segno. Il
-suo altezzoso giudizio scese alle minuzie e trascese in biasimo astioso.
-
-Quello spirito irrequieto che fu l'ab. Salvatore Cannella, tornando
-dalla Francia, dove l'arditezza delle opinioni avealo sbalestrato, in
-una opericciuola di _Portraits_ espresse certi suoi giudizî sopra i
-maggiori scrittori siciliani della fine del secolo[412]. Quei giudizî
-sono un misto di buono e di cattivo; e lo Scinà, pur non nascondendo la
-sua simpatia per l'autore, ebbe a dire: «In questi ritratti il Cannella
-diede di mano alla metemsicosi e fece delle trasformazioni. Mise in Meli
-l'anima di Anacreonte e di Teocrito, e nel Gregorio quella
-dell'Algarotti; mutò il cieco Marini, professore di rettorica, in
-Suderson, Scasso in Montaigne, Fleres in Malebranche e Carì nel
-Fontanelle della Teologia»[413].
-
-[412] _Lettre de M. l'Abbé_ _Cannella_ _à M. le Baron N. N. sur la
- Littérature de Palerme, c'est à dire des Portraits des Savans
- Palermitains de nos Jours_. A Naples, Russo, 1794.
-
-[413] _Scinà_, _Prospetto_, t. III, c. II.
-
-Come venisse accolta la galleria di ritratti del Cannella non sappiamo.
-Certo, i contemporanei non ne parlarono quanto i posteri; i quali, a
-corto di notizie personali di certi uomini grandi e piccoli, presero i
-_Portraits_ come documento di storia letteraria; però nè Meli, nè
-Fleres, nè Scasso, nè Carì, solo per quella apoteosi di persone,
-credettero toccare il cielo col dito: ed il Cannella rimase quel che
-era: guardato in cagnesco dall'autorità chiesastica (la quale non poteva
-dimenticare certo suo ardito discorso contro il celibato, fortemente
-combattuto dal p. Leone) e sospettosamente dalla governativa, che ne
-seguì la fuga in Francia; con diffidenza dal pubblico grosso e dai
-dotti, i quali videro in lui un corruttore della gioventù, un novatore
-infranciosato, un mal dissimulato volterriano. Ai dì nostri egli sarebbe
-stato un grand'uomo per la facilità dell'ingegno ed i principî avanzati,
-che son solida chiave ad aprire le porte d'un giornale, specie se il
-Cannella si fosse deciso a smettere l'abito talare, e più ancora a far
-pompa d'una moglie presa in barba al celibato. Tale però non fu di lui.
-L'avversa fortuna gli tolse di conseguire un bene qualsiasi; e quando
-egli si affissava speranzoso in essa; una trave dello steccato dei
-fuochi artificiali della Marina, per le feste di S.a Rosalia, gli troncò
-la vita. Un epigramma corse allora in bocca di lui:
-
- Non fu la trave no che mi ferì:
- Fu la mano di Dio che mi colpì.
-
-E fu ripetuto che Pio VI, infastidito delle bricconate di Cagliostro (G.
-Balsamo) e della fuga dello Ab. Cannella dalle mani dei gendarmi
-pontifici, usasse dire: _La Sicilia mi ha regalato il balsamo e la
-cannella!_
-
-Ora qualche pagina di quel libriccino è una sicura sintesi delle
-condizioni letterarie del tempo; e l'ultima vuol essere riportata:
-
-«La nostra _piazza_ non è ancora accreditata: e da noi non si trova un
-libraio che voglia spendere. In Sicilia le Lettere non sono un mestiere
-come altrove. La Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina assorbono
-tutto. I nostri accademici ci opprimono a furia di sonetti. Premî
-pubblici mancano: e noi ci occupiamo di bazzecole e di dispute
-scolastiche. Il giansenismo ed il molinismo ci han divisi in due fazioni
-e mentre fuori si ride dei due sistemi, qui diamo loro una grande
-importanza. Altra setta, quella dei _Miceliani_, ci faceva girare la
-testa: sicchè noi non c'intendiamo più; ed intanto che il Cento ed il
-Natale, sostenitori di Copernico e di Leibnizio, eran proscritti, ed il
-Carì tremava per avere scherzato sulla scienza moderna, il furore
-gesuitico lo perseguitava dovunque»[414].
-
-[414] _Cannella_, _Lettre_, pp. 43-44.
-
-Per quanto breve e leggiera, questa pagina può servire a punto di
-partenza per comprendere l'ambiente letterario d'allora.
-
-E anzitutto: è innegabile che in Sicilia non si conoscesse neanche di
-nome l'ufficio di editore nel senso moderno della parola e in quello che
-in Francia avealo trovato l'Abate Cannella. Uno studioso che avesse
-consumata la miglior parte della sua vita nella composizione d'un'opera,
-tutto poteva sperare fuori che questa gli venisse stampata da un
-libraio. Poteva bensì sperare, e trovava talvolta un protettore che
-generosamente ne pigliasse sopra di sè la spesa: ed allora era ben
-naturale che la dedica fosse fatta al mecenate; anzi è da credere che la
-dedica fosse leva della operosa benevolenza, o che la benevolenza
-preludesse alla dedica. Molti dei libri che nel frontespizio portano
-anche in caratteri modestissimi col nome dell'autore quello d'una
-persona alla quale il libro è dedicato con titoloni e lodi
-straordinarie, possono ritenersi fatti a spese di costui.
-
-Giova però avvertire che non di rado interveniva il Governo e che libri
-d'indiscutibile valore, d'indole strettamente siciliana, o che facessero
-agli interessi del pubblico, vedevano la luce per sola ed efficace opera
-del Governo, nella Stamperia reale.
-
-Vedevan la luce; ma viaggiavano? Ecco il punto che dovea disarmare gli
-autori. Giacchè, per quanto essi si adoperassero a far conoscere i
-proprî lavori fuori Sicilia, in Italia, non riuscivano se non a
-risultati molto meschini. Occorrevano larghe conoscenze e aderenze
-forti; le une e le altre, anche se conseguibili, frustrate
-dall'isolamento del paese, dalla lontananza dai grandi centri
-intellettuali, dalla poca inclinazione del gran pubblico alla cultura,
-dagli ostacoli che ad ogni passo sorgevano, mano mano che uomini e cose
-avvicinavansi alle barriere degli staterelli ond'era divisa l'Italia, e,
-nel finire dei secolo, dalle vertiginose vicende politiche.
-
-Il tempo dei Vicerè spagnuoli era passato, ma anche in quello dei Vicerè
-italiani, del Fogliani p. e., di quanto si avvantaggiarono in proposito
-le condizioni letterarie? Solo sotto il Caracciolo le cose cominciarono
-a mutare aspetto, ed il Caramanico stimava gli uomini d'ingegno ed amava
-circondarsene. Non pochi poterono venire in fama per protezione del suo
-predecessore e di lui, che veramente faceva anche in letteratura, come
-gli altri Vicerè in politica e in amministrazione, la pioggia ed il buon
-tempo. Accennando al po' di bene che agli studî apportava il Caramanico,
-studioso tra studiosi, il Bartels però osservava: Se il Vicerè non
-riconosce la dignità delle opere dei dotti, se non cerca di mettere
-questi in relazione con quelli di altre nazioni, se non aiuta il
-commercio dei libri e non rende agevole la loro pubblicità, non ci sarà
-nulla da sperare. Aggiungeva poi una osservazione, che, presa
-assolutamente, è falsa; ma che può esser vera solo in parte, e con certe
-riserve. I baroni del Regno, diceva, temono le conoscenze filosofiche e
-storiche e cercano di distruggerle[415].
-
-[415] _Bartels_, _Briefe_, v. III, pp. 706-707.
-
-Con la mancanza assoluta di editori, con la difficoltà di trovar favore
-presso il Governo, con la censura preventiva e le lungherie per
-l'approvazione di stampa, faceva contrasto il numero dei librai, che
-neanche oggi si hanno. Nicola Volpe presso la chiesa di S. Nicolò
-Tolentino; sotto il palazzo Comitini, la U. Stamperia, che avea un fondo
-di libri in vendita; i fratelli Martinon sotto il palazzo del Marchese
-Drago; poco discosto, presso il Monastero del Salvatore, D. Tommaso
-Graffeo; più in alto, di faccia al Collegio Massimo, il Rini; poi la
-Nuova Libreria all'Insegna della Verità, e quella del Giaccio ai
-Cartari, e quella di Filippo Perrotta ai Cintorinai, viveano di siffatto
-commercio (1794).
-
-Interminabili le dispute filosofiche e teologiche, nelle scuole
-superiori di scienze umane e divine: le accademie, i seminari
-ecclesiastici, i conventi battagliavano in sostegno d'uno o d'un altro
-sistema. Le antiche ire suscitate tra i Gesuiti per la difesa di quello
-di Leibnizio, svolto in versi italiani dal March. Natale[416], più
-presto che avversari avea tra gli studiosi creato amici alla trionfante
-scuola Wolfiana. Il colpo mortale dato dal giovane pensatore alla
-scolastica era stato improvvidamente riparato dal S. Uffizio con le
-vessazioni al poeta e con la condanna del libro di lui. Per dirne una
-sola: i Cassinesi di S. Martino nella loro chiesa di S. Spirito in
-Palermo aveano pubblicamente, solennemente affermato le loro opinioni
-leibniziane nei giorni appunto che il famoso Tribunale venivale
-riprovando. La lotta tra il vecchio ed il nuovo proseguivasi forte,
-anche dopo lo allontanamento della Compagnia di Gesù, e non pure in
-Palermo ma anche in Catania. Leonardo Gambino leibniziano, protetto da
-Mons. Ventimiglia, soppiantava il medico-filosofo Agostino Giuffrida,
-nemico implacabile di Leibnizio, del quale si facean campioni arditi
-nella Capitale Niccolò Cento, Vincenzo Fleres e Simone Judica.
-
-[416] _La Filosofia Leibniziana esposta in versi toscani_, t. I, l. I. In
- Firenze (Palermo) 1758.
-
-La soppressione del S. Uffizio infondeva vigore novello alle menti di
-questi e di altri pensatori. Gli esemplari della _Filosofia Leibniziana_
-del Natale, sfuggiti fino allora agli occhi lincei degli Inquisitori,
-ricomparivano, non più timidamente, alla luce, ridestando assopiti
-entusiasmi, e con essi inveterati rancori; ma questi venivano da quelli
-soverchiati, ed il nome del già reprobo Natale, nei chiostri, nelle
-accademie, nei ministeri del Governo correva per le bocche di tutti.
-
-Frattanto, mentre in Terraferma, smarritesi le tradizioni della
-filosofia italiana, si correva dietro al sensismo francese, in Monreale
-si facevano strada le dottrine di Vincenzo Miceli, condivise da compagni
-e da scolari devoti di lui. Ma quelle dottrine incontravano pure
-energica, gagliarda opposizione. Miceli, che in patria era un novello
-Pitagora, si confondeva in Palermo con Spinoza; Miceliani e Spinosisti,
-messi dagli avversarî in combutta, venivano, siccome nemici d'ogni
-principio morale, assaliti. L'accusa si estendeva anche a Niccolò
-Spedalieri, il quale come maestro di sacra Teologia in un seminario
-cattolico (Monreale) era posto in mala voce; il che dovea al futuro
-scrittore dei _Diritti dell'uomo_ dar occasione della sua partenza per
-Roma. Preti e frati dentro Monreale e Palermo si arrogavano il diritto
-di privativa di sistemi con la relativa infallibilità di giudizî,
-convertendo così il campo sereno della discussione in arena di lotte
-infeconde. A S. Martino lo storico Evangelista Di Blasi si accaniva
-contro le teorie miceliane; le quali, d'altro lato, a Monreale il
-benedettino Gaspare Rivarola sosteneva _totis viribus_ anche a pericolo
-di comparire ribelle ad una delle maggiori autorità. Tesi teologiche
-dibattute favorevolmente alla presenza di due Arcivescovi dagli scolari
-dello Spedalieri, vietate in Palermo, potevano stamparsi in Roma:
-contraddizione evidente, che faceva dubitare delle ragioni della verità.
-In Toscana, secondo gli umori dei critici, il Di Blasi era seguito o
-abbandonato: più d'uno appassionavasi alle polemiche vivaci; e coronava
-l'opera in Palermo l'Ab. Meli con un epigramma, divenuto celebre, il
-quale gettava il ridicolo sopra le file dei partigiani del forte
-pensatore, dopo la cui immatura morte essi avevano divulgato un ritratto
-col semplice cognome _Micelius_.
-
-L'epigramma era una ricetta per la composizione del sistema miceliano:
-
- Recipe di Miceli la sustanza
- Modificata beni cu l'essenza;
- Poi l'essenza, li modi e la sustanza
- Li cummini, e n'estrai 'na quinta essenza;
- Poi 'mbrogghia arreri l'essenza e sustanza,
- Riduci la sostanza ad un'essenza;
- Cussì 'ntra modi, 'ntra essenza e sustanza
- Truvirai d'ogni scibili l'essenza[417].
-
-[417] _Meli_, _Poesie_, p. 102.
-
-Contemporanee a queste velleità nella ricerca del Vero son quelle della
-cultura del Bello. Non per un solo decennio (1770-1780), come porta la
-fama, ma per un periodo più lungo ancora, si fecero vive, per impulso
-del Principe di Campofranco, certe tendenze ad una letteratura leggiera,
-francesizzante. Avea essa carattere di galanteria e manifeste
-inclinazioni all'untume enciclopedico, buono a far comparire dotto chi
-non lo era, o molto istruito chi lo era poco.
-
-Lo Scinà si mostra costantemente avverso a questa evoluzione letteraria;
-tuttavia non nega che l'allettamento della nuova maniera onde si
-presentavano scienze e lettere, dovea per la sua inusitata piacevolezza
-invogliare agli studî spargendo una superficiale cultura, che ripuliva
-ed ingentiliva la nazione[418]. Si sarebbe potuto occupare di cose
-serie, è vero, ma fu un bene che di qualche cosa si fosse occupato e
-qualche elemento d'istruzione e di cultura avesse cercato di far
-gradire.
-
-[418] _Scinà_, _Prospetto_, t. II, cap. II.
-
-Ma non perdiamo di vista i _Portraits_ del Cannella.
-
-Col Sergio e col Balsamo, con frate Bernardino da Ucria e col Chiarelli,
-col Controsceri e con lo Spedalieri troviamo da lui ammirati il
-Giarrizzo, il Sarri, il Piazzi ed un'altra dozzina di personaggi, non
-tutti egualmente illustri. Meli, degli altri poeti onore e lume, vola
-come aquila sui contemporanei: e gli vien dietro l'ab. Carì. Il teatino
-Sterzinger è onore della bibliografia; De Cosmi, dello insegnamento e
-della sacra oratoria.
-
-Mentre da tutti si guardava come mestiere il commercio, Sergio lo
-studiava come scienza, e primo avea il coraggio di proclamare i pregi
-dell'agricoltura, e di parlare del lusso moderato delle nazioni, della
-necessità delle pubbliche strade, della polizia della marina di Sicilia,
-del modo di tirar la seta dai bozzoli del filugello con piccole ruote; e
-raccomandava ai magistrati le nuove arti da introdurre tra noi. Amico
-del Genovesi, scriveva a lui del vantaggio che le scienze esatte
-potevano trarre dal commercio. Bartels che lo conobbe ne lodava la mente
-aperta ed attiva, ma preoccupata: segno forse della coscienza che egli
-avea del suo valore, non da tutti compreso, da pochissimi
-eguagliato[419].
-
-[419] _Bartels_, _Briefe_, v. III. p. 703. -- _Cannella_, _Lettre_, pp.
- 36-37.
-
-Caratteristica la figura di Mariano Scasso, sulla quale piacquesi di
-barzellettare anche il Meli. Ingenuo nel credere, inabile a combattere
-le altrui opinioni, D. Mariano dava ragione all'ultima da lui udita,
-quando non cercava di conciliarle tutte senza accorgersi che non ne
-accordava nessuna; e cedea alla mobilità fantastica del suo spirito
-secondo l'ambiente nel quale si trovava; sicchè,
-
- Sulu lu movìnu
- L'oggetti intornu:
- 'Na donna, un cavulu,
- Un servu, un cornu.
-
-Godeva fama di molto sapere e se ne invaniva come di merito eccezionale:
-il che nol privava di amici, che di lui stimavano la sincerità del
-cuore. Merito, che tutti discussero, fu la sua versione italiana,
-affogata in un mare di note (per l'epoca araba prese, nientemeno, dal
-_Codice diplomatico_ Airoldi-Vella!) della _Histoire générale de Sicile_
-di de Burigny; versione che lo Scasso avrebbe fatta anche del Corano se,
-come osservava il Cannella, ne avesse conosciuta la lingua[420].
-
-[420] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 699. -- _Meli_, _Poesie_, p. 50. --
- _Cannella_, _Lettre_, pp. 35-36. -- _Scinà_, _Prospetto_, t. III,
- c. III.
-
-Di Monsignor Gioeni può pensarsi ch'egli avesse la passione di
-fabbricare. Non prima, infatti, erano principiati o condotti innanzi i
-suoi edifici, ch'egli per pentimenti sopravvenuti voleva riformarli:
-lusso consentitogli dalle non comuni e quasi sempre ben impiegate
-ricchezze. Con la passione delle opere edilizie procedeva in lui quella
-della gloria; poichè se pochi lo somigliarono nello esercizio incessante
-della virtù, egualmente pochi si piacquero quanto lui di raccomandare la
-propria fama alle opere che da quell'esercizio traevano vita e calore in
-iscrizioni non prive di lunghezza e di ampollosità.
-
-Pure bisogna esser giusti. Questo difetto di modestia non va preso come
-una specialità del Gioeni. Altri con lui lo ebbero, ma in lui era
-sopravvanzato da un patriottismo senza pari.
-
-Ed in vero: gli ultimi decennî del secolo accusano nei nostri reggitori
-ed amministratori una febbre intensa di gloria. Non si compiva un
-monumento, una fabbrica, un ornamento che non lo si volesse raccomandato
-ai posteri; sì che le iscrizioni onorarie e commemorative si
-moltiplicavano a vista d'occhio, specialmente, quando per la
-trasformazione degli edificî, per lo sviluppo della città e per la
-modificazione dei vecchi istituti la edilizia veniva subendo frequenti
-riforme.
-
-Regnava Ferdinando III, e le iscrizioni auspicavano da lui e dal Vicerè,
-e s'impinguavano con la lista dei nomi e dei titoli, non sempre
-classicamente latinizzati, dei Pretori e dei Senatori. Più d'una era pel
-Marchese di Regalmici, al quale le incessanti cure dell'ammiranda opera
-di abbellimento della città non toglievano il tempo di assistere a
-solenni accademie in onor suo, nel Palazzo Pretorio e in palazzi
-privati.
-
-Coi tempi nuovi (1860) fu fatta man bassa sopra alcune di queste
-iscrizioni: e quando la resipiscenza degli amministratori le volle
-conservate al Municipio, e soprattutto in quella che è ora _Sala delle
-Lapidi_, un gran numero vi mancarono, perchè state rotte, smarrite, o
-invertite a vilissimi usi.
-
-Il richiamo alla vanità dei passati ci condurrebbe a malinconiche
-considerazioni sui presenti, affetti più di quelli da vanità e da
-megalomania. Il secolo XIX si è chiuso con una specie di morbosità
-monumentale, non per sincero sentimento di ammirazione ai morti, ma per
-mal dissimulata bramosia dei vivi di attaccarsi alla fama di celebri e
-non celebri morti e vivi.
-
-E passiamo oltre.
-
-Tra tanto senno il Cannella fa sedere Carlo Santacolomba pel suo libro
-sopra la _Educazione degli alunni del Buon Pastore_; ma lo Scinà, che
-esercitò dittatura letteraria incontestata, lo ritenne una vacuità
-illustre, che riuscì a strappare la gradita Abbazia di S.a Lucia del
-Mela (prov. di Messina). Questa ed altre abbazie, pingui canonicati,
-erano l'aspirazione incessante, la caccia perpetua di centinaia di
-persone. Ebbe quella di S. Angelo lo Scopello in Trapani il cattedratico
-Giovanni Gianconte, medico del Vicerè; ma se volle conservarsela,
-dovette vestire sempre l'abito chiericale non ostante avesse un bel
-tocco di donna dopo un matrimonio in perfetta regola a tutti noto, meno
-che al Governo. Ebbe il maltese Vella e si godette fino al giorno della
-sua condanna l'Abbazia di S. Pancrazio, che il sommo Meli chiese sempre
-invano; ed il Gregorio potè conseguire quella di S.a Maria di Roccadia
-alla vigilia di scendere nel sepolcro.
-
-Eccezione ammirevole le donne colte, e perchè tali, lodate da colti
-uomini. Lieto ricordo è nelle scienze morali la Principessa di
-Campofranco, sulla quale non ebbero mai presa le lodi smaccate degli
-adoratori. Valente era, ma non quanto i contemporanei, perchè donna,
-nobile e ricca, la proclamarono. Il turbinio della Corte di Napoli la
-condusse fuori del campo delle lettere. Il matrimonio distrasse dagli
-studî Anna Gentile, cui il padre avea educata a studî forti e della
-quale la bizzarria del Principe di Campofranco diede in luce certe
-_Lettere filosofiche_[421]. Pure nè l'una, nè l'altra di queste donne
-superaron la Principessa di Villafranca in quelli di Educazione: e di
-tutte e tre nessuno partecipò agli studî di Donn'Anna Maria li
-Guastelli, monaca dell'Assunta, che in due poemetti cantò di _S.a
-Rosalia_ e di _Palermo liberato dalla peste del 1625_, e venne allietata
-o conquisa da una pioggia di sonetti; ma non lasciò cogliersi dalla
-epidemia poetica, allora più che mai insidiosa: il che fa supporre in
-lei virtù non comune in mezzo alla comune debolezza dei verseggiatori.
-
-[421] Vedi v. I, cap. XVIII.
-
-Siamo proprio al tempo in cui, infastidito delle continue richieste di
-odi e di canzoni per le più frivole cose, Parini esclamava:
-
- Possibil che un dottor non s'incoroni,
- Non si faccia una monaca od un frate
- Senza i sonetti e senza le canzoni!
-
-E se questo in Milano, non altrimenti era in Palermo. I migliori poeti
-non sapevano resistere alla pertinacia delle richieste come alla vanità
-d'infilar versi. Non facciamo il nome del Meli, perchè non vogliamo
-profanarlo; e non vorremmo fare neppure quello del Carì se di lui
-dovessero rispettarsi solo le improvvisazioni, aliene da tutte le
-convenzioni ufficiali. Ma anch'egli, il Carì fu vittima non sappiamo se
-della corrente di allora o di sua particolare inclinazione. Se per poco
-gli andremo dietro, lo vedremo poeta di tutte le ricorrenze, dalla morte
-d'un amico, al giuoco del pallone, dall'ascensione aerea del capitano
-Lunardi alla effimera guarigione del Vicerè Caramico, ed alla improvvisa
-morte di lui. Qualche volta però, anzi sovente, come ardito, libero
-padrone del campo poetico, meschinamente, forse bassamente, popolato di
-adulatori senza pudore e di scribacchini senza coscienza, nelle sue non
-misurate corse, talora ricalcitra alle regole del Galateo ed al freno
-dell'arte, tanto dal trascender nel lubrico; e pare confonda la
-franchezza con la licenza. Per questo il suo nome, Cireneo di cento
-croci, veniva preso come etichetta di merci avariate o di contrabbando;
-giacchè non v'era sonetto, non epigramma, non satira mordace della quale
-non si attribuisse a lui la paternità. Questo, se non è sempre onorevole
-per la sua fama, dimostra che nessuno si riteneva più franco di lui nel
-dire il fatto suo sui peggiori arnesi e sulle più brutte cose del
-secolo. La sua musa sorrideva e fremeva, sogghignava e plaudiva, quando
-velata e quando scoperta, attorno al card. Lorenzo Ganganelli che
-diventava Papa Clemente XIV (1769); a Voltaire che moriva (1778); ai
-frati Domenicani e Francescani che perdevano il privilegio del
-Generalato (1788); a Francesco Carelli, che partiva, esacrato ministro
-napoletano, da Palermo (1795); all'Ab. Vella che veniva condannato
-(1796). Uno scatto di questa musa contro il neo-eletto avvocato fiscale
-del R. Patrimonio, Monroy, bastava a trattenere il Re dal concedere il
-possesso dell'alto ufficio. Allorchè nel 1798 Carì cessava di vivere, il
-Meli lo piangeva a calde lacrime e cantava:
-
- Mortu è Carì, lu granni, lu sublimi
- Principi di la lira e di li canti[422].
-
-[422] _Meli_, _Poesie_, p. 148.
-
-Che fosse stato tale, lo dissero tutti i contemporanei; ma dell'opera
-poetica di lui labili ricordi restano, più che per le poche poesie
-edite, per le molte manoscritte, a ragione o a torto a lui attribuite;
-della oratoria scarsi, mediocri documenti; e della teologica, per quanto
-lodata, dissertazioni per le quali pochi ebbero ragione di annoverarlo
-fra i grandi maestri della scienza di Dio.
-
-Questo il Carì, Nestore dei letterati del tempo che fu suo. Scolari,
-imitatori ed emuli di lui in Pindo: una turba di verseggiatori,
-argomentandosi di seguirlo, facevano mostra di sè in accademie, case
-private, solennità religiose, nuziali, onomastiche. Dozzine di
-ecclesiastici e di forensi, volendo grandeggiare, bamboleggiavano; e,
-sia detto per onore del vero, tutto poteva loro far difetto meno che la
-imperturbabilità nel corteggiare le muse; le quali non troppo benevole
-con essi, infastidite di tanti importuni, ora all'uno, ora all'altro
-voltavan le spalle, senza che nessuno degli accesi spiriti se ne
-accorgesse. Che anzi, nella beata illusione di lor valentìa, tutti
-s'infiammavano a celebrare avvenimenti pubblici, fatti di famiglia,
-cuccagne di popolo, nascite di bambini, morti di adulti, professioni di
-monache, feste di santi, arrivi di alti personaggi, elezioni di
-senatori, promozioni di beneficiali e di magistrati, trionfi di
-cantanti, senza un pensiero alla patria gemente, senza un motto che
-rivelasse coscienza dell'ufficio civile della poesia, o aspirazione a un
-ideale altissimo. L'eco dei placidi belati del sac. Urso e di Domenico
-Perdicaro, di Luigi Graffeo e di Benedetto Jerico, di Giuseppe Spinosa e
-di Domenico Cavarretta, di Salv. Di Liberto e di Gaspare Mangione si
-ripercoteva per intere settimane nei salotti, nei refettorî dei monaci e
-dei frati, nelle scuole dell'Accademia (Università) degli Studî, nei
-caffè; e si levavano a cielo quelli dell'Ab. Mancusi e dell'Ab. La
-Manna, nomi che ora appena si trovano in mezzo agli altri di canori
-pastorelli, ai quali se non ci fu un'Arcadia che li facesse suoi, non
-mancarono certamente sorrisi e plausi tra
-
- Il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo.
-
-Non ci fu, è vero, un'Arcadia ufficiale; ma ne dominò un riflesso e più
-che un'eco: e quando (1773) Suora li Guastelli, figlia dell'ex-Senatore
-G. Battista, volle dare alle stampe il _Palermo liberato_, dovette
-chiederne l'autorizzazione al Preside ed ai Censori dell'Accademia degli
-Ereini, alla quale era ascritta. L'alto magistrato tenne consiglio, e,
-dopo maturo esame, deliberò di concedere la invocata autorizzazione. Il
-suo decreto, non ostante la comicità dei nomi accademici, olimpicamente
-solenne, chiudevasi con la seguente formola: «_Dato in Collegio dei
-nostri Monti_ (Erei), _nel giorno 4 della Luna di Munichione, Olimpiade
-738, anno 1 a P. C. Olimpiade 11 a 4_»: formola che ha tutta l'aria di
-certi problemi onde qualche moderno autore di aritmetica per le scuole
-si crogiola a tormento dei poveri fanciulli.
-
-Gareggiavano poi coi migliori siciliani i poeti del Continente
-domiciliati in Palermo, chi tra le Comunità religiose dei Teatini e
-degli Scolopi, chi nelle case signorili a educare giovanetti. Per tale
-compagnia la produzione poetica paesana veniva accresciuta da quella
-toscana dello scolopio Carlo Lenzi, dell'Ab. Griggioni, del _Dorisse_
-(de Rossi) e degli illustri padre Salvagnini e p. Michelangelo Monti. I
-versi di questi ultimi, tenuti in molta estimazione, non prima venivano
-letti o uditi che erano imparati a memoria e recitati dappertutto. Tempi
-beati, nei quali un'ode faceva il giro trionfale della città!
-
-Di incidenti ed aneddoti personali utili alla conoscenza di questa
-brava, ma spesso fastidiosa gente, ve n'è quanti se ne vogliono. Ne
-sceglieremo per la sua amenità uno soltanto.
-
-Una mattina l'Ab. Carì dopo di aver celebrato messa nella chiesa di S.
-Matteo, si stava spogliando degli abiti sacerdotali nella sagrestia. Nel
-frattempo gli si presenta un uomo, che lo prega di volere udire due suoi
-sonetti, o di dirgli quale gli sembri degno di vedere la luce. L'ab.
-Carì china benevolmente il capo ad ascoltare. Mentre lo sconosciuto
-legge il primo sonetto, il Carì si fa brutto in faccia. Finita la
-lettura, gli dice secco secco: «Stampate l'altro». -- «Ma come! risponde
-quello; se Vostra Reverenza non l'ha sentito ancora?» -- «Sicuro:
-aggiunge l'Ab. Carì, perchè peggiore di questo primo, il secondo non può
-essere».
-
-
-
-
- CAP. XXV.
-
-
- L'ACCADEMIA (UNIVERSITÀ) DEGLI STUDI E GLI STUDENTI.
-
-Dopo la soppressione dei Gesuiti la istruzione non ebbe quel
-rinnovamento che era da impromettersi. Come suole avvenire nelle
-improvvise rivoluzioni d'ordine politico civile, morale o religioso, non
-si era preparati al da fare, e si credette di aver provveduto alle prime
-e più urgenti bisogne abbattendo in fretta e in furia gli emblemi della
-espulsa Compagnia e supplendo alla meglio qualche istituzione buona alla
-gioventù maschile e femminile.
-
-Dieci e più anni passarono senza un piano prestabilito di riforme, senza
-un concetto sicuro di ciò che convenisse sostituir proficuamente
-all'insegnamento che era venuto a mancare. Si sapeva quel che si era
-lasciato; non si sapeva quel che si dovesse prendere.
-
-Discipline neglette per le condizioni d'allora, impotenti aspirazioni al
-progresso si trascinavano in mezzo a fiacche velleità di riforme.
-
-Nelle mani dei Gesuiti erano state le scuole che ora si direbbero
-classiche secondarie e le superiori. Nel loro Collegio Massimo si erano
-conferite lauree in alcune facoltà. Col loro allontanamento quel
-privilegio era venuto meno; quindi non più dottorato in Teologia, meta
-suprema degli studî ecclesiastici; non più laurea in Filosofia, materia
-comune alla Giurisprudenza ed alla Medicina.
-
-Eppure ben altri erano stati i voti della Città nei secoli passati!
-Quando nella rivoluzione del 1647 il popolo palermitano, adunato nella
-chiesa di S. Giuseppe, avea presentato i Capitoli che per opera del
-Senato voleva concessi dal Vicerè, non avea dimenticato quello a favore
-della istruzione, inteso ad ottenere che «studi pubblici di tutte le
-professioni in loco ben visto alla città» si aprissero, e la città ne
-scegliesse i maestri[423].
-
-[423] _La Lumia_, _Giuseppe d'Alesi e la Rivoluzione di Palermo del
- 1647_, Documenti, n. 3. -- _I. Carini_, _L'Università di Palermo
- nell'a. primo del corrente secolo_, in _Arch. stor. sicil._, a. II,
- p 235. Pal. 1874.
-
-Ora il Senato, vigile custode del decoro della Capitale, implorò dal Re
-il privilegio dei Gesuiti; ed al suo voto si unì più tardi, dissenziente
-il Braccio militare, il Parlamento. S'invocò a favore del Diritto Civile
-e Canonico e della Medicina e Chirurgia il privilegio per secolari
-concessioni goduto, a scapito di Palermo, dalla città di Catania. Lunghi
-i tentennamenti: ripetute le ripulse, dovute a difficoltà di erario ed a
-malinteso rispetto a vieti diritti e, che è più, ad apatia del Governo
-di Napoli. Si temeva che una concessione in questo senso a Palermo
-potesse nuocere a Catania, facendo nascere in essa malumori contro i
-ministri: e frattanto alla istruzione di Catania nocevasi, come vedremo,
-assai più che concedendo il chiesto privilegio.
-
-Imperciocchè è da sapere che se Catania aveva la prerogativa
-dell'insegnamento superiore e delle lauree, Palermo avea l'incarico dei
-concorsi alle cattedre di quella città: e di questo le sue commissioni
-esaminatrici con sottile astuzia si giovavano per regalare alla
-privilegiata Università i men degni maestri. La notizia è nuova, ma ci
-viene da un uomo degno di fede, indispettito del brutto giuoco a danno
-della città a lui cara.
-
-«Palermo, dice il De Cosmi, ha riguardato sempre con gelosia questa
-Università, e sempre e per tutte le vie ha procurato di fiaccarla
-coll'erezione di nuove scuole, con dispense dal triennio, col procurare
-che i professori di Catania fossero sempre persone di poco sapere, come
-si vede dagli attuali (1801) professori interinarj provveduti dal
-Ministero di Palermo, che, senza esagerazione, furono la spazzatura di
-tutta la gente inutile di Palermo: sordi, vecchi decrepiti, attratti,
-per non parlare delle qualità dello spirito e del costume, e che in otto
-anni hanno finito di discreditare le scuole di quella infelice
-Università»[424].
-
-[424] _G. Di Giovanni_, _La vita e le opere di G. A. De Cosmi_, pp.
- 152-53.
-
-Fatta la legge, del resto, è trovato l'inganno: e molti giovani
-dell'Accademia degli studî in Palermo maliziosamente si sottraevano al
-triennio di Catania mercè dispense che con futili pretesti facilmente
-ottenevano.
-
-Pure i tempi maturavano.
-
-L'ultimo ventennio del secolo si svolgeva a vantaggio della cultura
-scientifica della maggiore città dell'Isola. Sotto l'impulso di eletti
-ingegni, con un po' di buona volontà del Governo locale, alle aure di un
-rinnovamento intellettivo da tutti sentito, si cominciava a respirare in
-campi meno angusti di quelli nei quali era stata o si era trincerata la
-istruzione superiore. Un piano venne presentato per raddoppiarne le
-materie; nuove discipline vennero ad assorellarsi con le antiche
-rafforzandone la efficacia. Il modesto titolo di «Accademia degli Studî»
-prese a rappresentare una vera e propria Università, che poi, nel 1805,
-potè sorgere incontrastata a fronte di quella di Catania. Trenta
-cattedre avea proposte (1779) la Deputazione degli Studî, e solo venti
-ne ottenne: tre per la Teologia, quattro pel Giure, sei per la Medicina,
-sette per la Filosofia: concessione irrisoria, se si guardi ai tempi
-nostri; non priva d'importanza allora, che poco o punto si era riusciti
-ad avere.
-
-Alla laurea teologica si potè aspirare frequentando per cinque anni (era
-il corso più lungo) le lezioni di Storia ecclesiastica, Teologia
-Dommatica e Morale non tomistica; alla legale, quelle di Istituzioni
-canoniche e civili, di Diritto naturale e pubblico, di Economia,
-Agricoltura, Commercio. Si conseguiva la laurea in Medicina per corsi di
-Anatomia, dissezioni anatomiche, Chirurgia pratica, Chirurgia ed
-Ostetricia, Chimica e Farmaceutica, Medicina teoretica e pratica. Questi
-corsi superava la laurea filosofica, la quale in un amalgama che oggi
-deve parere indigesto componeva Logica e Metafisica con Botanica e
-Storia naturale, Fisica sperimentale con Lingue greca ed ebraica,
-associandovi Geometria ed Algebra, Matematiche, Idraulica ed
-Architettura civile! Di Pandette, Diritto feudale e criminale, Storia
-civile, Antichità e Diplomatica non si parlava neppure, benchè la
-Deputazione, ispirandosi a quel che s'insegnava a Catania, ne avesse
-fatto proposta.
-
-A questi, altri insegnamenti vennero aggiungendosi più tardi; sì che ai
-primi del nuovo secolo poteva ben contarsi sul numero dei trenta della
-Deputazione medesima, pure essendovene diversi da quelli da essa
-vagheggiati. _Lettori_ furon detti coloro che oggi chiamiamo
-_professori_, titolo che assumono modesti insegnanti elementari come
-titoli nobiliari si arrogano vanitosi audaci che non vi han diritto.
-Agli antichi venne conservato il salario annuale di cent'onze (L. 1275);
-ai nuovi quello di sessanta ad ottanta (L. 1070), che al settecento
-valeva qualche cosa.
-
-In tutto questo tempo l'Accademia ebbe maestri rinomati: l'Ab. Carì per
-la Dommatica, G. Venanzio Marvuglia per l'Architettura, Controsceri per
-l'Etica, Sergio per la Economia pubblica, R. Scuderi per la Patologia.
-Meli tribolava insegnando Chimica senza gabinetto; Garajo chiedeva
-invano di dettare il suo corso di Istituzioni civili e di rito civile in
-casa; Frate Bernardino da Ucria, condannato al modesto ufficio di
-dimostratore, faceva per la Botanica assai più del lettore Giuseppe
-Tineo. Man mano che altre cattedre si fondavano, maestri valorosi
-venivan chiamati ad occuparle: l'Ab. Balsamo l'Agricoltura, il can.
-Gregorio il Diritto siculo. Con larghe offerte si fecero pratiche per
-avere allo insegnamento della Letteratura il Marmontel, delle
-Matematiche il Lagrange, della Fisica lo Spallanzani, dell'Astronomia
-l'Oriani: più oltre non poteva andarsi, ed il Caracciolo vi si spinse
-con lo ardore di un riformatore; ma le pratiche riuscirono infruttuose;
-e fu somma fortuna che il Piazzi si decidesse a lasciar la sua
-Valtellina per la Sicilia, ove fu compagno ad altri ecclesiastici del
-Continente italiano quali il Salvagnini da Padova e P. Michelangelo
-Monti da Genova.
-
-Tra essi, circondato della falsa aureola di sapienza arabica, si assise
-superbo il più gran ciarlatano del secolo dopo Cagliostro in Sicilia,
-l'Abate Vella, le cui sfacciate creazioni storiche ci siamo provati a
-riassumere in un precedente capitolo.
-
-Tolto in siffatta maniera ogni impedimento alla laurea, il numero degli
-studenti si accrebbe, e con essi il bisogno di un regolamento di
-disciplina. Verso la fine del secolo questo numero rappresentava una
-media di 850; nel 1800 preciso era di 896, cioè: 84 nella Facoltà
-teologica, 152 nella medica, 324 nella filosofica, 336 nella
-legale[425].
-
-[425] _Carini_, op. e loc. cit., pp. 236-38.
-
-Dalle carte dell'Accademia non si rileva se tutti facessero il loro
-dovere; si rileva bensì che era molto attiva la sorveglianza del Rettore
-del cortile sullo studio e sulla condotta loro. Si prendeva nota
-dell'intervento degli scolari alle lezioni, del buon costume, degli atti
-di pietà ai quali essi erano tenuti: ed atti obbligatorî di pietà erano
-la messa ogni Domenica nell'Oratorio, il catechismo, le preghiere e via
-dicendo. I giovani leggitori di questo libro -- se tant'è che esso ne
-avrà -- sorrideranno a queste notizie: ma la cosa era proprio così. Gli
-spiriti che oggi compiangono i poveri di spirito di ieri, maestri e
-discepoli, devono pur pensare che essi hanno risoluto il grave problema
-della credenza nella peggior maniera: non credendo nulla.
-
-Le vecchie insegne dottorali rivennero dal Governo autorizzate: fu
-permesso l'anello e l'uso della cintura sopra gli abiti civili ed il
-fiocco al cappello; la toga ed il fiocco color cremisi per la Teologia:
-color verde per la Filosofia[426].
-
-[426] _L. Sampolo_, _La R. Accademia degli Studi di Palermo_, cap. VI e
- segg. Palermo, 1888. -- _Scinà_, _Prospetto_, t. III.
-
-Pure di scappatelle ne facevano anche allora gli studenti: se no, perchè
-certi articoli disciplinari? Pei disubbidienti e pei protervi non v'era
-solo la ammonizione e la espulsione, ma anche qualche argomento
-convincente della polizia. Bisognava arare diritto, e non permettersi
-atti di ribellione di sorta. Come più tardi, fino al 1860, dentro la
-Università attuale, così allora dentro l'Accademia, cioè
-nell'ex-Collegio dei Gesuiti, era una stanza per ufficio di un
-funzionario incaricato di reprimere con la forza qualunque tentativo di
-eccesso. Quando per la morte di D. Stefano Pizzoli, Lettore di Medicina
-Pratica, venne chiamato il modicano D. Baldassare Cannata (16 ott.
-1797), gli studenti di Medicina si prepararono ad ostile accoglienza.
-Cannata, non palermitano, non di alta levatura, poco buon parlatore,
-faceva sentire la perdita del venerando Maestro palermitano, sapiente
-nella pratica, carezzevole nella parola. Il Cannata inoltre aveva un
-difetto grave pel momento (il che è curioso per la storia dei sistemi
-medici tra noi): non campeggiava a favore della dottrina di Brown, per
-la quale gli studenti, probabilmente perchè nuova, parteggiavano. Erano
-cencinquanta, e tirarono dalla loro tutti gli altri compagni delle varie
-Facoltà. Il Cannata venne fischiato; ma la Deputazione degli studî tenne
-fermo. Il Presidente Asmundo Paternò non era uomo da lasciarsi imporre
-dagli schiamazzi; e Mons. Airoldi, Giudice della R. Monarchia, e Tommaso
-Natale, sapevano bene il Fatto loro: e non cedettero. I fischi si
-ripeterono, e la Deputazione fece entrare nella scuola del Cannata un
-buon nerbo di birri. Ancor, altri fischi: ed i tumultuanti furono
-arrestati. «Così -- conchiude soddisfatto un testimone -- l'ordine venne
-ristabilito»[427].
-
-[427] _D'Angelo_, _Giornale_ ined. pp. 170-79.
-
-Le Facoltà di Patologia, di Medicina e di Filosofia rappresentavano
-l'insegnamento superiore; l'inferiore comprendeva le scuole di
-Rettorica, di Umanità di prima, seconda e terza classe: e poteva dirsi
-quello che oggi è in parte il liceo, in parte il ginnasio, senza essere
-(«fortunati scolari d'allora!» ci par di sentire esclamare gli scolari
-di oggi) nè liceo, nè ginnasio.
-
-Si era quindi in pieni studî classici italiani e latini.
-
-A centinaia vi accorrevano gli alunni; pei quali era vanto l'apprendere
-dalla bocca del P. Gaspare Pecoraro e di Mich. Monti le lezioni d'infima
-latinità e di alta italianità. Così grande ne era il numero che di
-ciascuna classe doveano farsene due: e le cinque classi ne contavano
-oltre a mezzo migliaio. L'anno 1800 dianzi citato essi ammontavano a
-660.
-
-I saggi pubblici degli alunni del Monti facevano inarcare le ciglia e p.
-Vesco, dotto, ma privo di gusto e di slancio, che vedeva disertare la
-sua scuola ed affollare quella del Monti, si sfogava in insipidi
-epigrammi, ai quali il buon genovese opponeva dignitoso silenzio[428].
-
-[428] _A. Gallo_, _in Poesie scelte_ di M. _Monti_, p. X, Palermo, 1839.
-
-
-
-
- CAP. XXVI.
-
-
- SCUOLE INFERIORI PUBBLICHE E PRIVATE, MASCHILI E FEMMINILI. CASTIGHI.
- MONELLERIE. USANZE VECCHIE E PRATICHE NUOVE.
-
-D'altro ordine e con espedienti diversi l'insegnamento medio e
-inferiore.
-
-Oggi si fanno distinzioni e sotto-distinzioni di scuole classiche e
-tecniche, professionali e normali. Allora non se ne facevan punto.
-
-Le scuole che si dicevano _normali_, corrispondevano alle elementari; le
-altre, alle classiche. Non difficile, benchè non sempre comunemente
-accetto, il potere frequentare gl'insegnamenti; i quali per vecchio e
-nuovo istituto venivano, come vedremo, impartiti dai frati.
-
-In ragione dei sessi e dei ceti, differenti fra loro erano le scuole,
-tanto pei ricchi quanto pei poveri, provvedendosi alla istruzione ed al
-mantenimento di esse coi beni dell'abolita Compagnia. Giammai in tempi
-di libertà furono impiegate più sapientemente e provvidamente le
-ricchezze: esempio che si sarebbe dovuto tener presente quando i beni
-provenienti dalle soppresse corporazioni religiose andarono quasi
-perduti per l'erario, non messi a profitto per centinaia di migliaia di
-Siciliani bisognosi.
-
-Un decreto reale del 1779 aveva ordinato l'apertura di scuole pubbliche
-in tutte le case monastiche della Capitale. A questo decreto fu
-ottemperato nei principali conventi. Vi furono ricevuti i fanciulli
-della bassa gente, i quali vi imparavano a leggere, scrivere, far di
-conto, grammatica latina, catechismo: tutto gratuitamente. Ogni scuola
-avea due classi, l'una di lettura, scrittura e aritmetica volgare;
-l'altra di elementi grammaticali latini da non potersi spingere al di là
-delle prime regole di sintassi secondo l'unico _Limen grammaticum_.
-Spedita si voleva la lettura, chiara e grande la calligrafia, precise le
-regole, buoni gli esemplari dello scrivere; preferite le operazioni
-aritmetiche «più facili e brevi e più necessarie agli usi del popolo e
-degli artisti», cioè degli operai.
-
-Con questo fu intendimento del Governo offrire ai frati i mezzi di
-uscire dall'ozio degradante che li consumava e di sollevarli a dignità
-di maestri.
-
-Le lezioni duravano due ore la mattina, due ore dopo desinare. Un solo
-mese le vacanze, dal 4 ottobre al 4 novembre; vacanze settimanali, il
-mercoledì e tutte le feste di chiesa. Questo volevano le istruzioni di
-Mons. Airoldi, che sulle fraterie aveva la giurisdizione.
-
-Secondo la diligenza ed il merito, i gradi e gli onori tra gli scolari.
-
-Severamente proibiti i regali dei parenti ai maestri: vietato ai maestri
-il riceverne alcuno, chè menomata ne sarebbe potuta uscire la libertà
-loro con parzialità verso gli alunni. Nessuna lezione doveasi
-incominciare senza la invocazione del divino aiuto; nessuna finire senza
-un ringraziamento a Dio[429].
-
-[429] _Istruzioni preliminari emanate da Mons. Airoldi, il 17 gennaio
- 1779._ Pal. 1779.
-
-Dieci anni dopo (1788) venivano introdotte in Palermo per opera di G. A.
-De Cosmi, ch'era andato a studiarle a Napoli presso i Celestini di
-Germania, le scuole normali. Le prime tre ebbero posto ai Crociferi, al
-Palazzo reale ed alla parrocchia di S. Antonio. Dicevasi la nuova
-istituzione di non esser proprio la tedesca; il De Cosmi avervi
-apportate tali modificazioni da mutarne lo stampo originale, anzi averne
-senz'altro snaturato lo scopo, ch'era quello di dirozzare ed istruire il
-popolo. Malgrado queste ed altrettanti dicerie, le scuole vennero prese
-d'assalto. Nei soli Crociferi si contarono fino a cento e più alunni.
-Quaranta frati siciliani, che col De Cosmi erano andati ad istruirsi nel
-nuovo metodo a Napoli, furono tutti collocati nell'Isola, paghi del
-modico loro salario: e De Cosmi ne tenne la Direzione generale in
-Palermo, così come la Deputazione superiore teneva quella
-dell'insegnamento alto: due direzioni indipendenti l'una dall'altra,
-dipendenti solo dal Governo[430]. Il solito leggere, scrivere, far di
-conto e l'indispensabile catechismo ne era la base. Il latino, ritenuto
-allora indispensabile a qualunque studente, e che per una assurdità non
-altrimenti s'insegnava che in lingua latina, era bandito; ma, sicuro del
-fatto suo, il De Cosmi volle fare esperimento del metodo anche con esso.
-Sorprendenti ne parvero i risultati, perchè in un solo anno poterono gli
-scolari spiegare le _Favole_ di Fedro e le _Vite_ di Cornelio e darne le
-ragioni grammaticali.
-
-[430] _La Favilla_, appendice al n. 21. Palermo, giugno 1858.
-
-Si comprendono perciò i diversi pareri del momento intorno alle scuole
-normali, prese dove con sincero favore, dove con manifesta antipatia. I
-partigiani del vecchio, le videro come una ridicola novità, buone solo a
-gettar polvere agli occhi e fare spender denaro. Tra questi fu il
-Villabianca, che avendone voluto visitare una, quella del p. Caravecchia
-ai Crociferi, trovò i ragazzi a far la birba (23 sett. 1789); e non ci
-fu verso che si volesse ricredere, neanche dopo una visita che andò a
-fargli in casa il De Cosmi (1800)[431].
-
-[431] _Diario_ ined., a. 1799, pp. 64-65; a. 1800, p. 528.
-
-D'altro lato gl'insegnanti privati videro per esse disertate le loro
-scolette: e doveva esser così se contro le loro a pagamento, le normali
-eran gratuite. La scuola d'un certo sac. Quattrocchi è l'esempio degli
-immediati effetti economici della nuova istituzione.
-
-I Baroni, obbligati dal Governo ad istituirne a proprie spese nelle loro
-terre vassalle, fecero una opposizione così gagliarda, che il Re ne
-mosse loro, a mezzo del Vicerè, acerbo rimprovero.
-
-Ci si consenta di tornare un poco indietro per osservare che la
-soppressione dei Gesuiti aiutò lo sviluppo dello insegnamento privato.
-Tra le scuole più note d'allora ce n'era una nel quartiere di Ballarò.
-Nel giorno che inaugurossi la nuova Biblioteca senatoriale (25 apr.
-1775), il Vicerè volle entrare nella vicina chiesa di S. Michele
-Arcangelo per ricevere la benedizione. «Quivi fecero una vaga, deliziosa
-mostra li scolarelli di G. B. Romano, pedante, prete, che teneva scuola
-presso la detta chiesa, quali vestiti da soldati con armi e bandiere,
-formando uno squadrone di battaglia, fecero corte ed onore al Principe:
-e la banda degli strumentisti di questa truppa di ragazzetti accrebbe il
-brio e lo spirito di questa festa»[432]. Immaginiamo la gioia del p.
-Romano a questa funzione militare, e come dev'essere stato felice quando
-il Vicerè Marcantonio Colonna gli avrà sorriso e forse lo avrà ammesso a
-baciargli la mano. Certo i padri degli alunni ne piansero di tenerezza.
-
-[432] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p. 324.
-
-Di grado più elevato e più serio fu un'altra scuola del rione della
-Pietà, tenuta da un altro ecclesiastico e protetta dal Principe di
-Villabianca. Per molti e molti anni essa chiamò a grande concorso i
-fanciulli della classe civile, e fu in singolar favore della nobile. Del
-profitto degli alunni era dato pubblico, solenne saggio annuale, che si
-protraeva per due giorni interi. Vecchie carte di famiglia ci han
-conservato i programmi di questi saggi. In un angolo della piazza
-Vigliena veniva affisso un cartellone a penna corrispondente agli
-attuali _placards_ a stampa. Quello dell'ottobre 1796 diceva così:
-
- TRATTENIMENTO LETTERARIO
- NELLA CASA DEL
- SIG.R PRINCIPE DI
- VILLAFRANCA.
-
-Il programma invece era stampato e portava il titolo:
-
-_Prospetto di quanto si praticherà nell'esercizio letterario solito in
-ogni anno tenersi al fine degli studj dagli scolari del sacerdote D.
-Michele Castiglione, che ha la scuola dirimpetto il Convento di S.
-Agostino, dedicato all'Ill.mo sig. Duca Lucchesi distribuito in due
-giorni_[433].
-
-[433] In Palermo MDCCXCVI. Per le stampe del Gagliani. In fol., pp. IV.
-
-Queste mostre erano dei veri avvenimenti pubblici. La parte più eletta
-della città v'interveniva e se ne piaceva, prodigando lodi al Precettore
-Castiglione, i cui alunni tanto profitto ricavavano. Interprete del
-comun plauso facevasi poeticamente P. Catinella[434].
-
-[434] _Miscellanee diverse di Sicilia_ presso il Principe di Trabia, vv.
- 9 e 10.
-
-Se non che, una brutta occasione venne a togliere alla città questa tra
-le migliori, se non la migliore scuola privata. Perseguitato dai timori
-della recente rivoluzione di Francia e dagli effetti delle novità, Re
-Ferdinando in persona proibiva in Palermo negli istituti privati lo
-insegnamento delle scienze. Era per lui un partito efficace ad impedire
-la introduzione di teorie pericolose in iscuole che, fino a certo punto,
-si sottraevano al controllo governativo ed eran tenute, perchè
-frequentate dalla classe civile, le più facilmente inchinevoli alle
-fecondatrici dottrine dei novatori. P. Castiglione disubbidì: ed il
-Governo ne chiuse la scuola (27 marzo 1799)[435] con sensibile danno
-della gioventù, che da quella ritraeva solido profitto.
-
-[435] _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in
- Sicilia. Ripartimento amministrativo, a. 1799_, vol. 4. Nel R.
- Archivio di Stato di Palermo.
-
-L'argomento del quale ci occupiamo non è molto allettevole: e noi ci
-permettiamo d'interromperlo con un aneddoto un po' ameno.
-
-Un maestro di scuola in Palermo, gran chiacchierone, ci vien presentato
-dall'ab. Antonino Galfo, siracusano, amico intimo del Metastasio, nel
-seguente arguto sonetto:
-
- Un panormita Precettor, che spesso
- Il pranzo, per ciarlar, lascia e la cena,
- Sfogava nel ginnastico consesso
- La sua loquace, inesiccabil vena.
-
- Il segno alfin sonò, per cui concesso
- È al misero fanciullo uscir di pena,
- Nè si avvedea, che da le ciarle oppresso
- Chi grattavasi il capo, e chi la schiena.
-
- Manca intanto col sol, che ormai s'invola
- Al dì la luce; ma non pria, che manchi
- A quello o la materia, o la parola.
-
- I putti allor di più ascoltarlo stanchi
- L'un dopo l'altro uscirono di scuola,
- Ed ei fu inteso a ragionar coi banchi.
-
-L'Ab. Galfo -- lo diciamo a proposito del suo sonetto -- non si rifiutò
-di pagare un tributo all'Arcadia del tempo, ed uno di questi pagamenti
-fu la descrizione della maniera onde «Nice invita Filano a bever seco la
-cioccolata»[436], occasione eccellente per un'altra descrizione: la
-preparazione della deliziosa bevanda, che d'inverno e nelle ore nelle
-quali non era dalla moda consentito il sorbetto, veniva servita presso
-le migliori famiglie.
-
-[436] _Saggio poetico del sig._ ab. D. _Ant. Galfo_. T. I. p. 184. Roma,
- MDCCLXXXIX.
-
-Sicchè la musa del tempo avea anche delle benemerenze culinarie.
-
-Un seminario di nobili giovanetti avea prosperato in Monreale per opera
-di F. Murena. Questo seminario passò a Palermo, presso i padri Scolopi,
-che però dovettero cederlo al Governo e contentarsi di trasformarlo in
-istituto di ragazzi civili, ricevendo in compenso un annuo assegno di
-seicent'onze (Lire 7650).
-
-Sorse così il «Collegio Real Ferdinando», tutto di aristocrazia provata
-con cent'anni almeno di nobiltà, sia di feudi, sia di nobili ufficî. Il
-Governo vi volle a sua disposizione venti posti, ma più generosamente
-del solito concedette sui beni gesuitici cinquemila scudi ogni anno. Se
-la retta annuale pei civili era di 24 onze, qui pei nobili fu di
-40[437]. La istruzione loro impartita non poteva essere più larga e
-completa. Oggi stesso non si ha per la parte cavalleresca nulla di
-simile. Dalla grammatica inferiore e superiore si giungeva alle umane
-Lettere ed alla Rettorica: l'Aritmetica volgare si alternava con i primi
-rudimenti delle scienze. Per lungo volger d'anni v'insegnò francese un
-francese autentico, Mr. l'abbé Jacques Richard; disegno, Fr. Sozzi. La
-scherma, impartita da un San Malato d'allora, il Maestro Trombetta, si
-variava col maneggio dei cavalli, ed il violino con gli strumenti da
-fiato e col ballo[438]. Fino a sessanta ragazzi fornivano così la loro
-educazione: ma quanti uscivano educati a retti principî? I casati onde
-provenivano, quella convivenza, giovevole ad impregnar di fumi
-l'ambiente, le periodiche visite di certe famiglie, non sempre
-concorrevano a preparar bene giovanotti che nella vita privata e nella
-pubblica doveano portare la impronta della elevata loro origine e della
-insigne cultura avuta. I buoni esempî non difettavano, nei quali la
-nobiltà del sangue veniva confermata dalla nobiltà delle opere; ma non
-iscarse erano le riuscite infelici: e questo libro malauguratamente ne
-offre esempî dolorosi.
-
-[437] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 331-34; v. XXI, p.
- 139; v. XXVI, pp. 232, 278-79.
-
-[438] _Stato della Deputazione de' Regj Studj del Regno di Sicilia, e del
- Convitto Real Ferdinando ecc. per l'a. MDCCLX-XXI._ Palermo, R.
- Stamperia. Questo Stato si pubblicava ogni anno, ed era quindi un
- Annuario della Pubblica Istruzione di Sicilia.
-
-Oggi per opera di benemerite persone nostrane e forestiere prospera in
-Palermo una caritatevole «Società siciliana umanitaria per la Infanzia
-abbandonata». Questa istituzione non è nuova. Nell'agosto del 1781 una
-«Casa d'Educazione per la gente bassa» veniva aperta proprio ai
-fanciulli poveri, abbandonati dai loro genitori ed agli orfani. Quella
-benemerita Casa venne in parte costruita, in parte accomodata ad
-ospizio. Per provvedimento sovrano, sopra i beni dei Gesuiti non meno di
-ottanta fanciulli vi furono raccolti, vestiti, nudriti, ammaestrati alla
-lettura, alla scrittura, all'abaco, al disegno. Più tardi questa casa si
-aprì a quanti potessero pagare vent'onze all'anno. Quando si pensi che
-il piano di questa istituzione fu concepito e proposto dal Sergio, non
-si ha ragione di maravigliare dei buoni risultati di esso[439].
-
-[439] _V. E. Sergio_, _Memoria per servire ad un piano di una nuova casa
- di educazione per la gente bassa_. Palermo, Bentivenga, 1779.
-
-Frattanto, antichi istituti beneficavano i fanciulli dispersi, che,
-distinti in _bianchi_ e in _turchini_, venivano ospitati ed istruiti nel
-seminario di S. Rocco e in quello del Buon Pastore. Ma coi dispersi
-erano anche i figli delle persone civili, che pagavano una annuale
-retta.
-
-Qualche notizia degli istituti femminili e della istruzione ed
-educazione che in essi impartivasi è necessaria.
-
-I soliti tre quarti di nobiltà si esigevano per le donzelle del recente
-R. Educandario Carolino: e nei primi del sec. XIX fu grave scandalo
-l'ammissione d'una fanciulla alla cui famiglia mancava uno o due di quei
-quarti. Che importava che potessero pagare cinquant'onze (L. 637) e
-magari il doppio della retta quando non c'era quel titolo essenziale? Nè
-importava che le cinquant'onze non si potessero pagare, perchè alle
-ristrette fortune provvedevano posti di regia erezione.
-
-Completa eravi la istruzione, e tale da non restare molto addietro alla
-presente. Lì erano «tutte le scuole di leggere, di ben formare il
-carattere (calligrafia), di aritmetica, di lingua latina, di lingua
-francese, di geografia, di storia e di musica». Lì «maestre fisse di
-lavorar calzette (che scandalo ai dì nostri l'insegnar la calzetta ad
-una ragazza!), di cucire alla francese, di ricamare e in bianco e in oro
-o argento, ed in colorito a fiori, di travagliar merletto o di filo o di
-seta o d'oro ed argento, e di tutte insomma le manifatture femminili».
-Monsieur Bernard era il modello della più fine pronunzia del francese
-che insegnava; pronunzia tenuta sempre di conto, e perfezionata per la
-viva voce delle suore salesiane (governatrice, suora Lionetti) e di tre
-cameriere francesi, addette con un'altra del paese alle venti educande
-ordinarie. Severi i divieti di oggetti di lusso e di moda, chè
-irresistibile era per questi la inclinazione delle fanciulle. Ma, al
-contrario, non adatti alla buona educazione del corpo e dello spirito i
-lauti pasti giornalieri[440]; i quali preludevano a quelli che ad
-istruzione finita sarebbero esse andate a trovare nelle loro case.
-
-[440] _Avviso ai signori nobili che vorranno collocare le loro figliuole
- nel R. Educandario Carolino._ In Pal., MDCCLXXXIII. -- _Stato della
- Deputazione de' Regj Studj_ ecc. (anno 1785). -- _Villabianca_,
- _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 261.
-
-Buone le istituzioni dei collegi di Maria, intesi, secondo la Regola del
-Card. Corradini, «al gratuito insegnamento delle ragazze nei lavori
-donneschi, nella istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica,
-nonchè nella educazione morale, nella cristiana religione», come diceva
-il Iº articolo del Collegio della Sapienza (1740), modellato su quello
-della Carità all'Olivella (1721).
-
-E non si cerchi altro dopo il molto che davano questi eccellenti
-seminari di educazione femminile. Ovunque si andasse per la città, in
-qualsivoglia ritiro o reclusorio femminile volesse penetrarsi per
-osservarvi la istruzione che vi s'impartiva -- dove se ne impartiva, --
-non si sarebbe trovato se non una parte appena di quello onde i Collegi
-di Maria largheggiavano.
-
-Houel trovò caratteristica la trascuranza, sovente volontaria, della
-istruzione delle fanciulle anche più elette nei piccoli paesi di
-provincia, e racconta un aneddoto del quale fu testimonio in Girgenti.
-
-«Io, dice Houel, andavo spesso in casa del Barone.... dove intervenivano
-molti titolati. Un giorno sorse un dubbio circa la maniera di scrivere
-una parola italiana: e poichè nessuno si trovava in grado di
-scioglierlo, ne fu chiesto a due distintissime signorine della
-compagnia; le quali con aria di gran soddisfazione risposero che non
-sapevano leggere. E perchè? perchè altrimenti avrebbero potuto
-comunicare con gli uomini. Un canonico, sopravvenuto, giustificò l'uso,
-bastando solo che le donne sapessero recitare le loro preghiere col
-rosario. Tutti mi parvero dell'avviso del canonico»[441].
-
-[441] _Houel_, _Voyage_, t. IV, p. 54.
-
-Certo non si andava tant'oltre da coloro che volevano intendere alla
-educazione delle figliuole: ma chi scrive queste pagine conobbe prima
-del 1860 signore egregie, le quali sapevano leggere ma non sapevano
-scrivere, perchè il leggere soltanto era stato consentito dai loro
-genitori: e potremmo fare i nomi di tre di esse, le quali furtivamente
-avevano imparato a scribacchiare sogguardando una loro sorella destinata
-ad un Collegio di Maria, nelle ore che un maestro di scuola veniva a
-darle lezioni in casa.
-
-Non sempre la istruzione andava in armonia con la educazione, la quale a
-cagione dei difetti del tempo difettava anch'essa. T. Natale osservò che
-tra noi non si conosceva «il vero e retto metodo di educare i nostri
-figliuoli onde divenissero buoni ed utili membri della Società»: ed
-attribuì il male alla insufficienza delle persone che educavano e al non
-proporzionare l'educazione loro alla condizione delle persone in
-particolare, e in generale a quella del paese[442].
-
-[442] _Natale_, _Riflessioni politiche_. Palermo, 1772.
-
-Siamo sempre alle solite recriminazioni ed ai soliti rimpianti!
-
-Quando si guarda ai castighi che allora s'infliggevano a coloro che
-venivano meno ai doveri di studio e di disciplina, non si ha diritto di
-dubitare di questa osservazione.
-
-Parecchi assiomi popolari giunti a noi fanno fede delle teorie educative
-d'una volta. Si diceva che i fanciulli imparano a leggere non per il
-maestro, ma per via delle sferzate[443]; e ripetevasi per sentita dire
-il verso del Veneziano:
-
- La ferla 'nsigna littri, nomi e verbi.
-
-[443] _Pitrè_, _Proverbi siciliani_, v. I, cap. XXII.
-
-La sferza era il dio della istruzione, e fuori di essa impossibile
-sperar bene.
-
-Certo queste teorie non nacquero nel settecento; ma nel settecento
-correvano, formando, diremo così, il catechismo di certi maestri e di
-certe famiglie.
-
-Comuni i castighi di obbrobrio pei negligenti: la solita mitra di
-cartone con un somaro dipintovi sopra pei fanciulli delle scuole
-inferiori; un cencio rosso buttato sulle spalle ed una canna in mano per
-quelli delle superiori, dalla Umanità in poi. Ci era, come al tempo dei
-Gesuiti, la gridata d'un giovane di bella voce, ordinata dal maestro
-perchè tutti sapessero che il tal dei tali non voleva studiare, e perchè
-egli cangiasse vita. Questa gridata cominciava e finiva con
-l'intercalare: _Studeat! Studeat!_ e tutte le classi facevano silenzio
-per sentire di chi si parlasse.
-
-Non meno comuni le spalmate, inflitte quando dal maestro, quando, per
-non iscomodarsi lui, da un uomo _ad hoc_, che si diceva bidello, ed era
-un vero aguzzino: due, quattro, sei, otto, sempre in numero pari
-alternando nel paziente i colpi sulla mano destra e sulla sinistra.
-C'erano i cavalli. Uno scolare aitante e vigoroso della persona, o un
-aiuto del bidello, era chiamato a caricarsi addosso il gastigando, ed il
-maestro, o chi per lui, gli appioppava su quel di Roma delle sferzate,
-per le quali il miserello scalciava e gridava a perdifiato (se era un
-bel tomo, taceva): ed il _cavallo_ tentennava alle scosse.
-
-Quando la colpa esigeva maggior pena, c'era il pubblico esempio: tutti
-gli scolari di tutte le classi, in un atrio, messi in quadrato,
-assistevano al cavallo come i soldati d'oggi alla degradazione d'un loro
-camerata indegno.
-
-Il Buon Pastore era l'istituto scolastico dove la mitezza era bandita; i
-regolamenti, in tutto il significato, eran disumani. Nelle
-trasgressioni, dalle palmate e dai cavalli si andava al digiuno in pane
-ed acqua, dal digiuno al carcere, dal carcere ai ceppi. I ceppi peraltro
-erano l'argomento più comunemente usato nei seminari, negli istituti di
-educazione e perfino nei conventi. Ad un alunno orfano che fuggisse dal
-Buon Pastore, appena ripreso, veniva applicata la pena di quindici
-giorni di ergastolo e di venti sferzate al giorno; alla prima recidiva
-era aggiunto il digiuno; alla seconda, l'esilio con l'imbarco sul primo
-bastimento che facesse vela dal nostro porto[444].
-
-[444] _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli
- dispersi di questa Capitale_, cap. XXII, pp. 44-45. In Palermo,
- MDCCXLVIII.
-
-Ed il Cielo non avea fulmini per l'inventore di pena così
-scellerata?!...
-
-Allorchè vi andò Rettore il Santacolomba, e vi trovò quelle tradizioni
-tiranniche, ne rimase tanto disgustato che non volle più saperne. Diceva
-egli: «Quando un ragazzo arrossisce, per me è punito. Quella tinta che
-si estende sul di lui volto, mostra il colore della virtù, e come questa
-non può far lega col vizio, così non ho alcun dubbio che rossore e
-ravvedimento camminano sempre in ottima compagnia: l'impegno del Rettore
-non dovrà esser quello di rendere infelice il figliuolo (del Buon
-Pastore), ma di ricuperarlo dolcemente emendato»[445]. E proscrisse quei
-crudeli trattamenti. Tuttavia nel 1832 i ceppi erano ancora parte della
-educazione cotidiana.
-
-[445] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 482.
-
-Anime gentili come il Santacolomba molte ne vantava il paese. L'Airoldi,
-p. e., nell'impartire le istruzioni ai superiori dei conventi per le
-scuole da aprirsi, facevasi eco di quelle anime raccomandando «fosse la
-disciplina scolastica mantenuta meglio per via della ragione, dell'amore
-e della vergogna che per quella dei castighi e delle sferzate, con che
-si suole l'animo abbassare e fare un abito vilissimo di durezza e di
-servitù». Una massima siciliana poi, che vale tant'oro, sentenziava:
-
- Lu suverchiu castigari
- Fa spissu 'mpijurari (_peggiorare_).
-
-La disciplina, com'è da credere, con questi castighi non era sempre la
-migliore. Dove sono fanciulli sono anche monellerie: e le monellerie di
-quelle generazioni ci fanno ricordare non pur le birichinate sorprese
-dal Villabianca a' Crociferi, non pur le solite pallottole di carta e le
-burle alle spalle del maestro; ma altresì il chiasso e gli schiamazzi.
-Le scenate universitarie innanzi descritte danno una lontana idea dei
-non infrequenti disordini di certe scuole o di certe classi.
-
-Di questo nessun cronista fa cenno, perchè sono appunto le cose
-ordinarie quelle che sfuggono a chi rileva le straordinarie. Ma gli
-archivî del Governo ne serbano documento e, che è notevole, anche fuori
-la Capitale. Nelle regie scuole di Trapani la Commissione suprema della
-Istruzione ed Educazione in Sicilia dovette occuparsi seriamente della
-indisciplinatezza di alunni divenuti assolutamente incorreggibili. Un
-rapporto ufficiale li dipinge insolenti, insubordinati. A capriccio
-salavano la scuola (_facevanu Sicilia_), a piacere stabilivano vacanze.
-Invitati a far circolo, sistema allora molto in voga per la ripetizione
-che precedeva la entrata in classe, sotto la direzione d'un compagno
-detto _centurione_, si rifiutavano; di esercizî letterarî non volevan
-sapere; e rimbaldendosi l'un l'altro scioperavano passeggiando per
-l'atrio e cantando canzoni[446].
-
-[446] _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in
- Sicilia, anno 1782-1788_, v. II, p. 31 _retro_. Nel R. Archivio di
- Stato di Palermo.
-
-Affermare quindi che tutti studiassero, è menzogna. Come sempre e
-dappertutto, c'era chi studiava molto e chi non istudiava nè molto nè
-poco; ma, indizio notevole, i _pochi_ libri da studio, anche
-sciupacchiati, religiosamente si conservavano. Sottolineiamo la parola
-_pochi_, perchè dai molti che ora s'infliggono a scolari ed a genitori
-dipende una parte dei mali dell'istruzione presente. In quei pochi
-libri, nella prima e nell'ultima pagina, gli alunni si affrettavano a
-scrivere di propria mano formole tradizionali che rivelavano
-l'attaccamento loro alla piccola proprietà[447].
-
-[447] Una, la più comune, diceva:
-
- Se questo libro si perdesse
- E qualcuno lo trovasse,
- A mani di (_il nome del possessore_) lo portasse;
- E se non lo porterà,
- All'inferno se ne andrà.
-
- _G. Pitrè_, _Una formola scolaresca, nell'Archivio delle tradiz.
- pop._, v. VIII, pp. 377 e segg. Palermo, 1889.
-
-Mutati i tempi, con la guadagnata libertà, le cose radicalmente
-mutarono. Per interessi di autori e di editori, con grave danno delle
-famiglie di ristretta fortuna, i libri scolastici si cangiarono di anno
-in anno, con ingiustificabili sostituzioni.
-
-Dove una volta si studiava per imparare, e dell'imparato dar pubbliche
-prove, venuto il 1860 si cominciò a sbadigliare sulle tesi che dovean
-servire agli esami, niente importando se si fosse appreso o no. Superati
-i quali, e lasciatasi la scuola, si barattano ora con pochi soldi i
-libri che dovrebbero costituire i cari ricordi dell'adolescenza. Con
-pochi soldi, diciamo, non perchè questi possano servire a bisogni della
-vita a soddisfazione di capricci di gioventù, ma per dispetto della
-ingrata materia e per avversione alla scuola, ragione di lunghi,
-angosciosi palpiti. Laonde si assiste allo scandaloso spettacolo di
-botteghe di _compra-vendita_ di libri scolastici, rifiuto di stanchi
-vincitori di licenze tecniche, ginnasiali, liceali, o di bocciati, che
-non sapendo fare altro, poichè ad altro non sarebbero buoni, si danno al
-facile mestiere di giornalisti, insolentendo audacissimi contro
-gl'insegnanti che li han riprovati.
-
- Nè lascerò di dir, perch'altri m'oda,
-
-che le antiche sferzate di maestri irritabili e maneschi a scolari
-indisciplinati o riottosi vengono sostituite, poco dopo una bocciatura,
-con revolverate agli esaminatori, o violenti attentati alla propria
-vita: manifestazione morbosa, della quale tutti debbono ritenersi
-egualmente responsabili: governanti, insegnanti, famiglie e scolari. Che
-per malintesa avversione al passato, tutto di quello volle mettersi in
-bando, il cattivo ed il buono, rinunciandosi alla esperienza più volte
-secolare. Non si guardò alle condizioni speciali delle singole regioni,
-nè alla storia locale; e si fecero, disfecero, rifecero, per tornarsi a
-disfare, non sempre migliorando, leggi, regolamenti, programmi, la
-osservanza dei quali ridusse i maestri ad uomini senza libertà
-d'iniziativa, in lotta continua con la propria coscienza, agitata dalla
-severità di certe leggi, dallo stato d'animo di chi le applica e dagli
-effetti perniciosi di applicazioni inconsulte. Così fanciulli e giovani
-presero a odiare gli studî, e nei maestri videro, non già padri
-affettuosi e consiglieri sapienti, ma nemici senza cuore. Dall'esempio
-cristiano dei loro genitori di rado trassero ragione di rassegnarsi alle
-piccole contrarietà della vita, o di levarsi a considerazioni di morale
-evangelica; giacchè come non la udirono sempre dai loro educatori, così
-non sempre la trovarono in famiglia. E quando dopo di aver sorpreso in
-un loro maestro un gesto, un motto imprudente, legato ad una inconsulta
-allusione religiosa, tornarono in casa, e nei loro genitori, nei loro
-nonni trovarono gesti e motti ben diversi da quello, non seppero
-comprendere se la ragione fosse di costoro o del maestro medesimo, il
-quale, appunto perchè preposto ad istruire e ad educare, dovea saperne
-più dei genitori e dei nonni.
-
- Di più direi, ma di men dir bisogna!
-
-
-
-
- CONCLUSIONE.
-
-
-Nella lunga corsa per la vecchia Palermo abbiam dovuto lasciare
-argomenti di molta importanza economica, civile, ecclesiastica: lo
-scarso commercio e le ingegnose manifatture, il movimento del porto ed i
-pubblici mercati, il sentimento religioso ed il culto esteriore, le
-opere di carità e gl'istituti di beneficenza. Ragione di particolare
-attenzione apparivano agli occhi nostri le condizioni della Chiesa, le
-quali trovammo descritte in una ardita lettera fin qui inedita dell'Ab.
-Cannella. Se non che, preoccupati del faticoso cammino fatto e della
-possibile stanchezza del lettore, non meno che delle esigenze
-tipografiche, dovemmo rinunziare anche a questo, così come ai banditi
-del tipo classico, risorgenti, come la mitica fenice, dalle loro ceneri
-anche dopo la cattura e la impiccagione del famigerato Testalonga.
-
-Eppure codesti argomenti, non poco utili alla conoscenza del sec. XVIII,
-ci offrivano materia curiosa e, nella sua curiosità, istruttiva.
-
-La incerta morale del Clero avea le sue radici nella fiacca disciplina
-che la moderava; le velleità profane dei preti e dei frati ritraevano
-dal libero costume dell'alto ceto. Il sentimento religioso, vivo,
-intenso, benchè nelle sue manifestazioni alle volte scomposto,
-dell'umile gente, intiepidiva nei chierici, si offuscava in alcuni del
-ceto medio più intelligente, e pompeggiava con funzioni solenni nel
-superiore. Qualche idea volteriana, che in questo mai o quasi mai osava
-entrare, a quando a quando incontrava timide simpatie tra i civili, ed
-affacciavasi alle celle dei frati non tutti inchinevoli ad ascetiche
-contemplazioni e a devoti ragionari.
-
-Mentre nella sola chiesa di Casa Professa, in un solo giorno, si
-comunicavano (stupefacente, ma vero!) ben trentamila persone, e per
-un'aurora boreale si correva all'impazzata in cerca di confessori, i
-letterati si bisticciavano sonettando chi pro, chi contro Voltaire[448].
-Le anime timorate spendevano per l'acquisto dell'annuale Bolla della SS.
-Crociata; ma nessuna di esse stava a guardare chi mangiasse carne in
-giorni non permessi dalla Chiesa: ed alla mensa di due Arcivescovi
-(Lopez e Adami), proprio nei giorni di magro, venivano servite anguille
-di Messina e vitella di Sorrento. Attiva la caccia ai libri proibiti, ma
-frustrata dalle inclinazioni di molti, sì che ad un forestiere,
-commensale dei due prelati, offerivasi la celebre _Lettre de Trasibule_
-e _l'Examen important_[449]; ed in quella che ogni luogo echeggiava di
-severe censure alle nuove fogge di vestire, molti sacerdoti, quasi
-frustini sfaccendati, andavano bighellonando per la città in abiti
-borghesi a colore, stivaloni e capelli incipriati[450].
-
-[448] Vedi sonetto siciliano inedito nel ms. segnato 2 Qq D 30 della
- Biblioteca Comunale di Palermo, e _Villabianca_, _Diario_, in
- _Bibl._, v. XXVII, p. 4, e v. XXVI, pp. 198-200.
-
-[449] _Hager_, _Gemälde_, p. 192.
-
-[450] Avviso a stampa in data del 18 marzo 1796, a firma del Vicario
- generale della Diocesi di Palermo.
-
-Gli è che alla santità della fede talora riusciva inefficace la
-disciplina ecclesiastica; e sommamente dannosa fu la gestione
-dell'ultimo Arcivescovo del secolo (Lopez y Royo), più delle apparenze
-curante che della sostanza, più dei suoi personali interessi che di
-quelli ben più gravi della religione. Non uno slancio da mente
-illuminata in costui, non un impeto che rivelasse la genialità di
-sentimenti generosi ond'egli primo avrebbe dovuto farsi banditore. La
-mondanità delle forme era in esso pari alla mal celata ambizione; e se
-Palermo non degradò dal culto sincero delle cose divine, si dovette alle
-convinzioni profondamente radicate nelle coscienze, e neppure sfiorate
-dal soffio degli enciclopedisti.
-
-Ma fra tanti e sì stridenti contrasti la carità non difettava mai.
-Numerose opere pie componevano il tesoro dei poveri e dei derelitti. Se
-a tutte le miserie non riuscivano a provvedere, perchè immense quanto il
-mare son le sventure, a molte recavan sollievo, e più ancora ne
-avrebbero recato se alcuni beneficî fossero stati informati a principî
-diversi da quelli dominanti nel tempo in cui nacquero.
-
-La Società moderna rimane impassibile o sorpresa a certi scopi di legati
-d'allora; ma ha torto nel giudicarli coi criterî che si son venuti
-formando da mezzo secolo in qua. Bisogna ricordarsi che una delle grandi
-preoccupazioni, se non la più grande, era l'anima, nella cui salute si
-erogavano sostanze, la legittimità delle quali nessuno metteva in
-discussione. Quindi i legati a favore di ordini religiosi e di cappelle,
-dove come in propria casa i confrati si adunavano. Le cosiddette
-_congregazioni_ o compagnie erano un completamento della famiglia;
-famiglia più larga, intesa a considerazioni sull'ultimo fine; e tra i
-legati ve ne avea così per esse come per le chiese, tanto per
-consanguinei poveri quante per orfane estranee. Nel solo anno 1790 si
-ebbero fino a nove istituzioni di cosiffatti legati.
-
-La ricerca del nuovo patrimonio dovuto alla divozione ed alla carità
-nelle ultime decadi del settecento a confronto del patrimonio dei secoli
-precedenti darebbe oggi sorprese confortevoli alle anime bennate; ma,
-checchè ne sia, mentre in codeste maniere si affermavano le supreme
-volontà dei benefattori, centinaia di beneficî vigoreggiavano.
-
-La lista delle opere pie palermitane parla dolcemente al cuore, e
-conferma come nulla si trascurasse per venire in soccorso degli
-infelici: donne traviate, fanciulle pericolanti, infermi mancanti di
-cure, bambini senza sostegno, carcerati privi di pane, condannati laceri
-e scalzi. Carità sublime quella, alla quale nessun giornale profondeva
-lodi smaccate a scapito della verecondia dei benefattori. La bramosia di
-rumore intorno al proprio nome poteva forse, perchè umana, affacciarsi
-all'animo loro; ma non lasciava svaporare la fragranza del fiore gentile
-della carità, olezzante perenne e benedetto. Non si sognava la
-teatralità delle opere buone, non il compenso materiale del bene
-spontaneamente concepito e santamente condotto; unico movente, unico
-compenso del bene, il bene stesso.
-
-E frattanto, per lunga inerzia, sonnacchioso il paese trascinava la vita
-alla quale era stato abituato da Vicerè stranieri, avidi di pompe e di
-danaro, e da ministri, ciechi o avveduti strumenti di quei Vicerè.
-
-Tra molli ozii intorpidivano i ricchi, d'altro non curanti se non di ciò
-che meglio assicurasse il quieto lor vivere col godimento, per chi ne
-avesse, di titoli e di fasti. Carezzavali il Governo e, come per
-compenso, ne ricavava forza, che alla sua volta su di essi rispecchiava
-e profondeva. Del ceto civile, gl'impiegati sbarcavano placidamente il
-lunario guardandosi dal far cosa che potesse dispiacere ai superiori o
-compromettere l'ordine interno; ed i professionisti grossi e piccini
-dalle dovizie delle case nobili, dai piati dei litiganti e dalle
-amministrazioni delle comunità religiose ritraevano chi sussistenza, chi
-agiatezza.
-
-La innata passione di gareggiare in lusso con la classe elevata imponeva
-loro spese che consumavano le ordinarie entrate: gara che per imitazione
-ne tirava dietro un'altra: quella degli operai.
-
-La grande massa del popolo, purchè il pane costasse poco (ed il Senato
-lo dava a buon mercato, anche a scapito dell'erario del Comune) e le
-feste non mancassero, si sfamava e restava contenta.
-
-Potente come la Nobiltà il Clero secolare e regolare, rispettato se alto
-e dotto, tollerato se basso; ma pur sempre tenuto di conto, se non altro
-pel numero.
-
-Non una parola di fuoco che accendesse gli spiriti; non un atto che
-sorreggesse le fedi vacillanti, che sollevasse alla visione d'una
-Sicilia forte, libera e indipendente. Il tentativo del Di Blasi fu
-un'allucinazione generosa al miraggio della libertà francese, tirannide
-di folle boccheggianti attorno agli alberi della libertà, in Italia
-grottescamente parodiati.
-
-Qualche anno dell'ottocento dovea passare perchè si uscisse dall'eterno
-torpore. La Società incominciava una lenta, insensibile evoluzione. La
-forza di volontà dei maggiorenni, già viva e gagliarda in tutte le sue
-esteriorità, svigorita pel prolungato consumo dell'organismo sociale e
-pei continui ritagli di privilegi e preminenze operati dagli ultimi
-Vicerè, volgeva a completo esaurimento.
-
-Il patriziato era caduto in istanchezza: e quando con l'atto memorando
-del 20 luglio 1812 il Braccio baronale del Parlamento siciliano faceva
-spontaneo sacrificio di quei privilegi e di quelle preminenze, esso
-compieva sì un nobile atto di patriottismo, ma rinunziava ufficialmente
-al resto di ciò che avea parte perduto, parte dimenticato. Le energie
-d'una volta, spossate, si trasformavano in nuove energie come per
-prepararsi a combattere il dominio del passato ed a sostenere le lotte
-dell'avvenire.
-
-Nei primi sessant'anni del secolo XIX, in mezzo a turbinose vicende, la
-storica Capitale seguì una via ascendente di progresso: debole
-progresso, è vero, ma reale e palpabile. Tra giuramenti di principi
-fedifraghi ed aspirazioni e sommosse di popoli, tra violente repressioni
-di governanti e fremiti sdegnosi di vittime, tra concessioni
-coraggiosamente reclamate e riforme ineluttabilmente imposte dal fatale
-incalzare degli eventi, il paese con la coscienza dell'esser suo e con
-la forza della sua storia acquistava dignità novella.
-
-L'asservimento forzato al Governo di Napoli, l'antigeografico titolo di
-_Regno delle due Sicilie_ al quale l'Isola dovette sottostare, non
-impedirono il rinnovamento della Città.
-
-Il 1860 trovò Palermo pronta ad immolare sull'altare della Unità
-d'Italia la sua autonomia. Pur di conseguire la libertà, che, ben intesa
-e mantenuta, è base e guarentigia di civile floridezza, unì
-incondizionatamente le sue sorti a quella degli altri Stati della
-Penisola e diventò provincia del nuovo Regno.
-
-Abolite da mezzo secolo ma non dimenticate le antonomastiche
-_Costituzioni_, la storia di Palermo, che è storia di Sicilia, si
-confuse e si perdette nella storia d'Italia; ma Palermo si fece più
-grande, più bella, degna in tutto e per tutto delle principali città
-sorelle di Terraferma.
-
-Le sue mura di città crollarono; i suoi bastioni di giorno in giorno
-cedettero il posto ad infinite abitazioni private e pubbliche; le sue
-porte restarono solo di nome. L'antica Capitale si triplicò fuori di se
-stessa: e le quattro miglia di suo circuito divennero tre volte tanto, e
-sulla immensa pianura di orti, giardini, oliveti e spiagge gli abitanti
-si riversarono in cerca di aria, di luce, di verde, di cielo, di mare.
-
-Ogni giorno che passa è una casa, un edificio che cade sotto il piccone
-inesorabile del muratore, e con esso un ricordo che si dilegua dalla
-memoria di chi resta. E non pure il passato, ma anche il presente cade a
-brandelli. I fatti avvenuti ieri s'involano agli occhi nostri
-precipitando nel baratro delle memorie irrevocabili. Nel tempo che fugge
-s'incalzano con rapidità fulminea uomini e cose. Solo resta immutato,
-vecchio e perennemente giovane, il popolo; sul quale due, tre secoli non
-son per altro passati che per modificare vestiti non più compatibili col
-continuo rinnovamento della moda. I suoi _catodî_, minacciati da
-periodiche velleità di trasformazioni edilizie, son sempre lì, per
-naturale inclinazione della genterella che li abita, uniformi, puliti,
-ma angusti, sovente scarsi più sovente privi di luce; e si legano e
-stringono, o si dividono e discostano per formare vicoli tortuosi,
-gradinate sostituite a rampe di antichi dislivelli, piazzuole
-irregolari, cortili ciechi, reconditi, sinistri, ignoti perfino ai
-popolani del quartiere. Quivi formicolano parecchie centinaia di
-migliaia di uomini, donne, fanciulli con tradizionali usanze e leggende
-che richiamano a consuetudini scomparse.
-
-Ma il ceto medio e l'alto, non del tutto smorbati dal tradizionale
-spagnolesimo, con mirabile prontezza si sono assimilati quanto di nuovo
-offre la vita moderna del continente: il grande, il bello, che non può
-sfuggire agli ammiratori delle cose grandi e belle.
-
-Possa tu, o Palermo, vanto della Sicilia, con l'Italia forte, avanzare
-in prosperità! Possano le più miti aure carezzarti di dolci baci, ed il
-cielo giocondarti di perenne sorriso! Possano i tuoi figli renderti
-beata di domestiche e civili virtù!
-
-Ecco l'augurio, che l'ultimo dei tuoi devoti fa per te, vecchia Palermo
-ringiovanita,
-
- Patria, diva, santa genitrice!
-
-
-
-
- RAGGUAGLIO
-
-
- _tra i pesi e le monete del secolo XVIII_
- _e i pesi e le monete d'oggi._
-
- Una salma = ad ettolitri 2, 74.
- Un quintale (rotoli 100) = chilogr. 80.
- Un rotolo = ettogr. 7, 9 decagr.
- Un'oncia = decagr. 7.
- Un'onza = lire 12, 75.
- Un tarì = lire 0,42.
- Un grano = lire 0,02.
- Uno scudo = lire 5,10.
- Un ducato = lire 4,25.
-
- ----
-
-
-
-
- FINE DEL VOLUME SECONDO
-
- ----
-
-
-
-
- Nota del Trascrittore
-
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
-grafie alternative (Arcieri/Arceri, sotto-regole/sottoregole,
-avversari/avversarî, mormorio/mormorìo e simili), correggendo senza
-annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura sono
-stati inseriti nelle note, dove non presenti o errati, i numeri di
-pagina relativi al testo richiamato nelle note stesse, nella forma {p.
-_nn_}. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo
-originale):
-
- 47 -- Il giuoco [guoco], non v'inganno, a me
- 67 -- Che [Cre] dalla ruota e dal martel cadente
- 205 -- e di egregio [egrerio] casato
- 218 -- non il mellifluo [mellifuo] Caramanico
- 271 -- Per convincersi [convircersi] di questa verità
- 279 -- Principessa Carlotta di Wales [Walls]
- 347 -- la opinione [opione] del Tychsen
- 358 -- non sacerdote [sacedote], ma semplice chierico
- 361 -- e qualche operazione chirurgica [chirurigica]
- 447 -- si ebbero fino a nove [nuove] istituzioni
-
-
-
-
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO, VOLUME 2 ***
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-
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-freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
-permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To
-learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
-how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
-Foundation web page at http://www.pglaf.org .
-
-
- Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
- Foundation
-
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
-of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
-Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is
-64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
-http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
-Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the
-full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
-S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at 809
-North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
-information can be found at the Foundation's web site and official page
-at http://www.pglaf.org
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary
- Archive Foundation
-
-
-Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations where
-we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
-visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make any
-statements concerning tax treatment of donations received from outside
-the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways
-including checks, online payments and credit card donations. To donate,
-please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate
-
-
- Section 5. General Information About Project Gutenberg(tm) electronic
- works.
-
-
-Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
-with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
-Gutenberg(tm) eBooks with only a loose network of volunteer support.
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