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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 ***
+
+ LA DIVINA COMMEDIA
+ di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+ PURGATORIO
+
+
+
+
+ Purgatorio • Canto I
+
+
+ Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a sé mar sì crudele;
+
+ e canterò di quel secondo regno
+ dove l’umano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+ Ma qui la morta poesì resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Calïopè alquanto surga,
+
+ seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+ Dolce color d’orïental zaffiro,
+ che s’accoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+ a li occhi miei ricominciò diletto,
+ tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
+ che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
+
+ Lo bel pianeto che d’amar conforta
+ faceva tutto rider l’orïente,
+ velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
+
+ I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a l’altro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor ch’a la prima gente.
+
+ Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentrïonal vedovo sito,
+ poi che privato se’ di mirar quelle!
+
+ Com’ io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l ’altro polo,
+ là onde ’l Carro già era sparito,
+
+ vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che più non dee a padre alcun figliuolo.
+
+ Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a’ suoi capelli simigliante,
+ de’ quai cadeva al petto doppia lista.
+
+ Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan sì la sua faccia di lume,
+ ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
+
+ «Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?»,
+ diss’ el, movendo quelle oneste piume.
+
+ «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+ Son le leggi d’abisso così rotte?
+ o è mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?».
+
+ Lo duca mio allor mi diè di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
+
+ Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+ Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
+ di nostra condizion com’ ell’ è vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+ Questi non vide mai l’ultima sera;
+ ma per la sua follia le fu sì presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+ Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non lì era altra via
+ che questa per la quale i’ mi son messo.
+
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan sé sotto la tua balìa.
+
+ Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
+ de l’alto scende virtù che m’aiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ libertà va cercando, ch’è sì cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+ Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
+
+ Non son li editti etterni per noi guasti,
+ ché questi vive e Minòs me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+ di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riporterò di te a lei,
+ se d’esser mentovato là giù degni».
+
+ «Marzïa piacque tanto a li occhi miei
+ mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
+ «che quante grazie volse da me, fei.
+
+ Or che di là dal mal fiume dimora,
+ più muover non mi può, per quella legge
+ che fatta fu quando me n’usci’ fora.
+
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,
+ come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
+ sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
+
+ ché non si converria, l’occhio sorpriso
+ d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch’è di quei di paradiso.
+
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ là giù colà dove la batte l’onda,
+ porta di giunchi sovra ’l molle limo:
+
+ null’ altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ però ch’a le percosse non seconda.
+
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterrà, che surge omai,
+ prendere il monte a più lieve salita».
+
+ Così sparì; e io sù mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+ El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, ché di qua dichina
+ questa pianura a’ suoi termini bassi».
+
+ L’alba vinceva l’ora mattutina
+ che fuggia innanzi, sì che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+ Noi andavam per lo solingo piano
+ com’ om che torna a la perduta strada,
+ che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+ Quando noi fummo là ’ve la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ ambo le mani in su l’erbetta sparte
+ soavemente ’l mio maestro pose:
+ ond’ io, che fui accorto di sua arte,
+
+ porsi ver’ lui le guance lagrimose;
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che l’inferno mi nascose.
+
+ Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+ Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
+ oh maraviglia! ché qual elli scelse
+ l’umile pianta, cotal si rinacque
+
+ subitamente là onde l’avelse.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto II
+
+
+ Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
+ lo cui meridïan cerchio coverchia
+ Ierusalèm col suo più alto punto;
+
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+ sì che le bianche e le vermiglie guance,
+ là dov’ i’ era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ giù nel ponente sovra ’l suol marino,
+
+ cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir sì ratto,
+ che ’l muover suo nessun volar pareggia.
+
+ Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
+ l’occhio per domandar lo duca mio,
+ rividil più lucente e maggior fatto.
+
+ Poi d’ogne lato ad esso m’appario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui uscìo.
+
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+ gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di sì fatti officiali.
+
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ sì che remo non vuol, né altro velo
+ che l’ali sue, tra liti sì lontani.
+
+ Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
+ trattando l’aere con l’etterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo».
+
+ Poi, come più e più verso noi venne
+ l’uccel divino, più chiaro appariva:
+ per che l’occhio da presso nol sostenne,
+
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
+
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e più di cento spirti entro sediero.
+
+ ‘In exitu Isräel de Aegypto’
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo è poscia scripto.
+
+ Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ ed el sen gì, come venne, veloce.
+
+ La turba che rimase lì, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+ Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, ch’avea con le saette conte
+ di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
+
+ quando la nova gente alzò la fronte
+ ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte».
+
+ E Virgilio rispuose: «Voi credete
+ forse che siamo esperti d’esto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu sì aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parrà gioco».
+
+ L’anime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+ E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+ così al viso mio s’affisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi oblïando d’ire a farsi belle.
+
+ Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con sì grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+ Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+ Soavemente disse ch’io posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
+
+ Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
+ nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
+ però m’arresto; ma tu perché vai?».
+
+ «Casella mio, per tornar altra volta
+ là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
+ diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ più volte m’ha negato esto passaggio;
+
+ ché di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+ Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
+ dove l’acqua di Tevero s’insala,
+ benignamente fu’ da lui ricolto.
+
+ A quella foce ha elli or dritta l’ala,
+ però che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala».
+
+ E io: «Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a l’amoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+ di ciò ti piaccia consolare alquanto
+ l’anima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, è affannata tanto!».
+
+ ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
+ cominciò elli allor sì dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+ Lo mio maestro e io e quella gente
+ ch’eran con lui parevan sì contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+ Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
+
+ qual negligenza, quale stare è questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
+
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
+
+ se cosa appare ond’ elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star l’esca,
+ perch’ assaliti son da maggior cura;
+
+ così vid’ io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
+ com’ om che va, né sa dove rïesca;
+
+ né la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto III
+
+
+ Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+ i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare’ io sanza lui corso?
+ chi m’avria tratto su per la montagna?
+
+ El mi parea da sé stesso rimorso:
+ o dignitosa coscïenza e netta,
+ come t’è picciol fallo amaro morso!
+
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+ lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
+ e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
+ che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
+
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto m’era dinanzi a la figura,
+ ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
+
+ Io mi volsi dallato con paura
+ d’essere abbandonato, quand’ io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+ e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
+ a dir mi cominciò tutto rivolto;
+ «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
+
+ Vespero è già colà dov’ è sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+ Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
+
+ Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
+ non ti maravigliar più che d’i cieli
+ che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
+
+ A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virtù dispone
+ che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
+
+ Matto è chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+ State contenti, umana gente, al quia;
+ ché, se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+ e disïar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ ch’etternalmente è dato lor per lutto:
+
+ io dico d’Aristotile e di Plato
+ e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
+ e più non disse, e rimase turbato.
+
+ Noi divenimmo intanto a piè del monte;
+ quivi trovammo la roccia sì erta,
+ che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+ Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
+ la più rotta ruina è una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+ «Or chi sa da qual man la costa cala»,
+ disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
+ «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
+
+ E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+ da man sinistra m’apparì una gente
+ d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
+ e non pareva, sì venïan lente.
+
+ «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne darà consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi».
+
+ Guardò allora, e con libero piglio
+ rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio».
+
+ Ancora era quel popol di lontano,
+ i’ dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+ quando si strinser tutti ai duri massi
+ de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+ «O ben finiti, o già spiriti eletti»,
+ Virgilio incominciò, «per quella pace
+ ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
+
+ ditene dove la montagna giace,
+ sì che possibil sia l’andare in suso;
+ ché perder tempo a chi più sa più spiace».
+
+ Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e l’altre stanno
+ timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
+
+ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
+ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
+ semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
+
+ sì vid’ io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne l’andare onesta.
+
+ Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ sì che l’ombra era da me a la grotta,
+
+ restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
+
+ «Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo è corpo uman che voi vedete;
+ per che ’l lume del sole in terra è fesso.
+
+ Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virtù che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete».
+
+ Così ’l maestro; e quella gente degna
+ «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+ E un di loro incominciò: «Chiunque
+ tu se’, così andando, volgi ’l viso:
+ pon mente se di là mi vedesti unque».
+
+ Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
+
+ Quand’ io mi fui umilmente disdetto
+ d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
+ e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
+
+ Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
+
+ vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
+ e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
+
+ Poscia ch’io ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+ Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
+ che prende ciò che si rivolge a lei.
+
+ Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+ l’ossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+ Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
+ dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
+
+ Per lor maladizion sì non si perde,
+ che non possa tornar, l’etterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+ Vero è che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+ per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
+ in sua presunzïon, se tal decreto
+ più corto per buon prieghi non diventa.
+
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come m’hai visto, e anco esto divieto;
+
+ ché qui per quei di là molto s’avanza».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IV
+
+
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virtù nostra comprenda,
+ l’anima bene ad essa si raccoglie,
+
+ par ch’a nulla potenza più intenda;
+ e questo è contra quello error che crede
+ ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
+
+ E però, quando s’ode cosa o vede
+ che tegna forte a sé l’anima volta,
+ vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
+
+ ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
+ e altra è quella c’ha l’anima intera:
+ questa è quasi legata e quella è sciolta.
+
+ Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ ché ben cinquanta gradi salito era
+
+ lo sole, e io non m’era accorto, quando
+ venimmo ove quell’ anime ad una
+ gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
+
+ Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
+
+ che non era la calla onde salìne
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partìne.
+
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova e ’n Cacume
+ con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
+
+ dico con l’ale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+ Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
+ e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+ Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
+ de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
+ «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
+
+ Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
+ e la costa superba più assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+ Io era lasso, quando cominciai:
+ «O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com’ io rimango sol, se non restai».
+
+ «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
+ additandomi un balzo poco in sùe
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+ Sì mi spronaron le parole sue,
+ ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
+
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ vòlti a levante ond’ eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra n’eravam feriti.
+
+ Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+ Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che sù e giù del suo lume conduce,
+
+ tu vedresti il Zodïaco rubecchio
+ ancora a l’Orse più stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+ Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sïòn
+ con questo monte in su la terra stare
+
+ sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Fetòn,
+
+ vedrai come a costui convien che vada
+ da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
+ se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
+
+ «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
+ non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
+ là dove mio ingegno parea manco,
+
+ che ’l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun’ arte,
+ e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
+
+ per la ragion che di’, quinci si parte
+ verso settentrïon, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+ Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
+ più che salir non posson li occhi miei».
+
+ Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
+ che sempre al cominciar di sotto è grave;
+ e quant’ om più va sù, e men fa male.
+
+ Però, quand’ ella ti parrà soave
+ tanto, che sù andar ti fia leggero
+ com’ a seconda giù andar per nave,
+
+ allor sarai al fin d’esto sentiero;
+ quivi di riposar l’affanno aspetta.
+ Più non rispondo, e questo so per vero».
+
+ E com’ elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso sonò: «Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!».
+
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual né io né ei prima s’accorse.
+
+ Là ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a l’ombra dietro al sasso
+ come l’uom per negghienza a star si pone.
+
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo ’l viso giù tra esse basso.
+
+ «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
+ colui che mostra sé più negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia».
+
+ Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo ’l viso pur su per la coscia,
+ e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
+
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che m’avacciava un poco ancor la lena,
+ non m’impedì l’andare a lui; e poscia
+
+ ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
+ dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
+ da l’omero sinistro il carro mena?».
+
+ Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
+
+ di te omai; ma dimmi: perché assiso
+ quiritto se’? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
+
+ Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
+ ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
+ l’angel di Dio che siede in su la porta.
+
+ Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+ se orazïone in prima non m’aita
+ che surga sù di cuor che in grazia viva;
+ l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
+
+ E già il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
+ meridïan dal sole e a la riva
+
+ cuopre la notte già col piè Morrocco».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto V
+
+
+ Io era già da quell’ ombre partito,
+ e seguitava l’orme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando ’l dito,
+
+ una gridò: «Ve’ che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!».
+
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
+
+ «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
+ disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
+ che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
+
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ già mai la cima per soffiar di venti;
+
+ ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da sé dilunga il segno,
+ perché la foga l’un de l’altro insolla».
+
+ Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa l’uom di perdon talvolta degno.
+
+ E ’ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
+
+ Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
+ mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
+
+ e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr’ a noi e dimandarne:
+ «Di vostra condizion fatene saggi».
+
+ E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che ’l corpo di costui è vera carne.
+
+ Se per veder la sua ombra restaro,
+ com’ io avviso, assai è lor risposto:
+ fàccianli onore, ed esser può lor caro».
+
+ Vapori accesi non vid’ io sì tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ né, sol calando, nuvole d’agosto,
+
+ che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+ «Questa gente che preme a noi è molta,
+ e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
+ «però pur va, e in andando ascolta».
+
+ «O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti»,
+ venian gridando, «un poco il passo queta.
+
+ Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
+ sì che di lui di là novella porti:
+ deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
+
+ Noi fummo tutti già per forza morti,
+ e peccatori infino a l’ultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+ sì che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di sé veder n’accora».
+
+ E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma s’a voi piace
+ cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
+
+ voi dite, e io farò per quella pace
+ che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
+ di mondo in mondo cercar mi si face».
+
+ E uno incominciò: «Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che ’l voler nonpossa non ricida.
+
+ Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, sì che ben per me s’adori
+ pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
+
+ Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
+ ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+ là dov’ io più sicuro esser credea:
+ quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
+ assai più là che dritto non volea.
+
+ Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
+ quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
+ ancor sarei di là dove si spira.
+
+ Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
+ m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
+ de le mie vene farsi in terra laco».
+
+ Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a l’alto monte,
+ con buona pïetate aiuta il mio!
+
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
+
+ E io a lui: «Qual forza o qual ventura
+ ti travïò sì fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?».
+
+ «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
+ traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
+ che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
+
+ Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
+ arriva’ io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+ Quivi perdei la vista e la parola;
+ nel nome di Maria fini’, e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+ Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
+ l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
+ gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
+
+ Tu te ne porti di costui l’etterno
+ per una lagrimetta che ’l mi toglie;
+ ma io farò de l’altro altro governo!”.
+
+ Ben sai come ne l’aere si raccoglie
+ quell’ umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
+
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
+ per la virtù che sua natura diede.
+
+ Indi la valle, come ’l dì fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
+
+ sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde, e a’ fossati venne
+ di lei ciò che la terra non sofferse;
+
+ e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver’ lo fiume real tanto veloce
+ si ruinò, che nulla la ritenne.
+
+ Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
+ ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
+ voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse».
+
+ «Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+ e riposato de la lunga via»,
+ seguitò ’l terzo spirito al secondo,
+
+ «ricorditi di me, che son la Pia;
+ Siena mi fé, disfecemi Maremma:
+ salsi colui che ’nnanellata pria
+
+ disposando m’avea con la sua gemma».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VI
+
+
+ Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+ con l’altro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+ el non s’arresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, più non fa pressa;
+ e così da la calca si difende.
+
+ Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+ Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
+
+ Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che fé parer lo buon Marzucco forte.
+
+ Vidi conte Orso e l’anima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
+
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
+ sì che però non sia di peggior greggia.
+
+ Come libero fui da tutte quante
+ quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
+ sì che s’avacci lor divenir sante,
+
+ io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+ e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
+
+ Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+ ché cima di giudicio non s’avvalla
+ perché foco d’amor compia in un punto
+ ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
+
+ e là dov’ io fermai cotesto punto,
+ non s’ammendava, per pregar, difetto,
+ perché ’l priego da Dio era disgiunto.
+
+ Veramente a così alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
+
+ Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice».
+
+ E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ ché già non m’affatico come dianzi,
+ e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
+
+ «Noi anderem con questo giorno innanzi»,
+ rispuose, «quanto più potremo omai;
+ ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
+
+ Prima che sie là sù, tornar vedrai
+ colui che già si cuopre de la costa,
+ sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
+
+ Ma vedi là un’anima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
+
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+ Ella non ci dicëa alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ ma di nostro paese e de la vita
+ ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
+ «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
+
+ surse ver’ lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
+
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+ Quell’ anima gentil fu così presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+ e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
+ di quei ch’un muro e una fossa serra.
+
+ Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ s’alcuna parte in te di pace gode.
+
+ Che val perché ti racconciasse il freno
+ Iustinïano, se la sella è vòta?
+ Sanz’ esso fora la vergogna meno.
+
+ Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi ciò che Dio ti nota,
+
+ guarda come esta fiera è fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+ O Alberto tedesco ch’abbandoni
+ costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+ giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
+
+ Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di costà distretti,
+ che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
+
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color già tristi, e questi con sospetti!
+
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com’ è oscura!
+
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e dì e notte chiama:
+ «Cesare mio, perché non m’accompagne?».
+
+ Vieni a veder la gente quanto s’ama!
+ e se nulla di noi pietà ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+ E se licito m’è, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+ O è preparazion che ne l’abisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de l’accorger nostro scisso?
+
+ Ché le città d’Italia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ mercé del popol tuo che si argomenta.
+
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a l’arco;
+ ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
+
+ Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
+
+ Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+ S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
+
+ Atene e Lacedemona, che fenno
+ l’antiche leggi e furon sì civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+ verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, ch’a mezzo novembre
+ non giugne quel che tu d’ottobre fili.
+
+ Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non può trovar posa in su le piume,
+
+ ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VII
+
+
+ Poscia che l’accoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
+
+ «Anzi che a questo monte fosser volte
+ l’anime degne di salire a Dio,
+ fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+ Io son Virgilio; e per null’ altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver fé».
+ Così rispuose allora il duca mio.
+
+ Qual è colui che cosa innanzi sé
+ sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
+
+ tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
+ e umilmente ritornò ver’ lui,
+ e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
+
+ «O gloria di Latin», disse, «per cui
+ mostrò ciò che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond’ io fui,
+
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ S’io son d’udir le tue parole degno,
+ dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
+
+ «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
+ rispuose lui, «son io di qua venuto;
+ virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+ Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder l’alto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+ Luogo è là giù non tristo di martìri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da l’umana colpa essenti;
+
+ quivi sto io con quei che le tre sante
+ virtù non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber l’altre e seguir tutte quante.
+
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ dà noi per che venir possiam più tosto
+ là dove purgatorio ha dritto inizio».
+
+ Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
+ licito m’è andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
+
+ Ma vedi già come dichina il giorno,
+ e andar sù di notte non si puote;
+ però è buon pensar di bel soggiorno.
+
+ Anime sono a destra qua remote;
+ se mi consenti, io ti merrò ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note».
+
+ «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
+
+ E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
+ dicendo: «Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo ’l sol partito:
+
+ non però ch’altra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+ Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
+
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ «Menane», disse, «dunque là ’ve dici
+ ch’aver si può diletto dimorando».
+
+ Poco allungati c’eravam di lici,
+ quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+ «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
+ dove la costa face di sé grembo;
+ e là il novo giorno attenderemo».
+
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
+
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
+
+ da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore è vinto il meno.
+
+ Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavità di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+ ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+ «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
+ cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
+ «tra color non vogliate ch’io vi guidi.
+
+ Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama giù tra essi accolti.
+
+ Colui che più siede alto e fa sembianti
+ d’aver negletto ciò che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+ Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
+ sì che tardi per altri si ricrea.
+
+ L’altro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove l’acqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+ E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui c’ha sì benigno aspetto,
+ morì fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+ guardate là come si batte il petto!
+ L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+ Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che sì li lancia.
+
+ Quel che par sì membruto e che s’accorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ d’ogne valor portò cinta la corda;
+
+ e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+ che non si puote dir de l’altre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+ Rade volte risurge per li rami
+ l’umana probitate; e questo vole
+ quei che la dà, perché da lui si chiami.
+
+ Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza già si dole.
+
+ Tant’ è del seme suo minor la pianta,
+ quanto, più che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+ Vedete il re de la semplice vita
+ seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
+ questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
+
+ Quel che più basso tra costor s’atterra,
+ guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+ fa pianger Monferrato e Canavese».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VIII
+
+
+ Era già l’ora che volge il disio
+ ai navicanti e ’ntenerisce il core
+ lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
+
+ e che lo novo peregrin d’amore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+ quand’ io incominciai a render vano
+ l’udire e a mirare una de l’alme
+ surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
+
+ Ella giunse e levò ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso l’orïente,
+ come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
+
+ ‘Te lucis ante’ sì devotamente
+ le uscìo di bocca e con sì dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+ e l’altre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto l’inno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
+ certo che ’l trapassar dentro è leggero.
+
+ Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in sùe,
+ quasi aspettando, palido e umìle;
+
+ e vidi uscir de l’alto e scender giùe
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+ Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+ L’un poco sovra noi a star si venne,
+ e l’altro scese in l’opposita sponda,
+ sì che la gente in mezzo si contenne.
+
+ Ben discernëa in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia l’occhio si smarria,
+ come virtù ch’a troppo si confonda.
+
+ «Ambo vegnon del grembo di Maria»,
+ disse Sordello, «a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verrà vie via».
+
+ Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+ E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazïoso fia lor vedervi assai».
+
+ Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+ Temp’ era già che l’aere s’annerava,
+ ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
+ non dichiarisse ciò che pria serrava.
+
+ Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra ’ rei!
+
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
+ a piè del monte per le lontane acque?».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
+
+ E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di sùbito smarrita.
+
+ L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
+ che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse».
+
+ Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che sì nasconde
+ lo suo primo perché, che non lì è guado,
+
+ quando sarai di là da le larghe onde,
+ dì a Giovanna mia che per me chiami
+ là dove a li ’nnocenti si risponde.
+
+ Non credo che la sua madre più m’ami,
+ poscia che trasmutò le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+ Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco d’amor dura,
+ se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
+
+ Non le farà sì bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com’ avria fatto il gallo di Gallura».
+
+ Così dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur là dove le stelle son più tarde,
+ sì come rota più presso a lo stelo.
+
+ E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
+ E io a lui: «A quelle tre facelle
+ di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
+
+ Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di là basse,
+ e queste son salite ov’ eran quelle».
+
+ Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
+ dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
+ e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
+
+ Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+ Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+ Io non vidi, e però dicer non posso,
+ come mosser li astor celestïali;
+ ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
+
+ Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
+ fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+ L’ombra che s’era al giudice raccolta
+ quando chiamò, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+ «Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
+
+ cominciò ella, «se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che già grande là era.
+
+ Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son l’antico, ma di lui discesi;
+ a’ miei portai l’amor che qui raffina».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
+ già mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
+
+ La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ sì che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+ e io vi giuro, s’io di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+ Uso e natura sì la privilegia,
+ che, perché il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
+
+ Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che ’l Montone
+ con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
+
+ che cotesta cortese oppinïone
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che d’altrui sermone,
+
+ se corso di giudicio non s’arresta».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IX
+
+
+ La concubina di Titone antico
+ già s’imbiancava al balco d’orïente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+ di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+ e la notte, de’ passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
+ e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
+
+ quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
+ vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
+ là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
+
+ Ne l’ora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de’ suo’ primi guai,
+
+ e che la mente nostra, peregrina
+ più da la carne e men da’ pensier presa,
+ a le sue visïon quasi è divina,
+
+ in sogno mi parea veder sospesa
+ un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
+ con l’ali aperte e a calare intesa;
+
+ ed esser mi parea là dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+ Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse d’altro loco
+ disdegna di portarne suso in piede’.
+
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+ Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che ’l sonno si rompesse.
+
+ Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo là dove si fosse,
+
+ quando la madre da Chirón a Schiro
+ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
+ là onde poi li Greci il dipartiro;
+
+ che mi scoss’ io, sì come da la faccia
+ mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
+ come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+ Dallato m’era solo il mio conforto,
+ e ’l sole er’ alto già più che due ore,
+ e ’l viso m’era a la marina torto.
+
+ «Non aver tema», disse il mio segnore;
+ «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+ Tu se’ omai al purgatorio giunto:
+ vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
+ vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
+
+ Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
+ quando l’anima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond’ è là giù addorno
+
+ venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ sì l’agevolerò per la sua via”.
+
+ Sordel rimase e l’altre genti forme;
+ ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+ Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
+
+ A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verità li è discoperta,
+
+ mi cambia’ io; e come sanza cura
+ vide me ’l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
+
+ Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
+ la mia matera, e però con più arte
+ non ti maravigliar s’io la rincalzo.
+
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+ che là dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier ch’ancor non facea motto.
+
+ E come l’occhio più e più v’apersi,
+ vidil seder sovra ’l grado sovrano,
+ tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
+
+ e una spada nuda avëa in mano,
+ che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
+ ch’io drizzava spesso il viso in vano.
+
+ «Dite costinci: che volete voi?»,
+ cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
+ Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
+
+ «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
+ rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
+ ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
+
+ «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
+ ricominciò il cortese portinaio:
+ «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
+
+ Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era sì pulito e terso,
+ ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+ Era il secondo tinto più che perso,
+ d’una petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+ Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
+ porfido mi parea, sì fiammeggiante
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+ Sovra questo tenëa ambo le piante
+ l’angel di Dio sedendo in su la soglia
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+ Per li tre gradi sù di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
+ umilemente che ’l serrame scioglia».
+
+ Divoto mi gittai a’ santi piedi;
+ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+ Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e «Fa che lavi,
+ quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
+
+ Cenere, o terra che secca si cavi,
+ d’un color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+ L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
+
+ «Quandunque l’una d’este chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa»,
+ diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
+
+ Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
+ d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
+ perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
+
+ Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
+ anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
+ pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
+
+ Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
+ dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
+
+ E quando fuor ne’ cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+ non rugghiò sì né si mostrò sì acra
+ Tarpëa, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+ Tale imagine a punto mi rendea
+ ciò ch’io udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ ch’or sì or no s’intendon le parole.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto X
+
+
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che ’l mal amor de l’anime disusa,
+ perché fa parer dritta la via torta,
+
+ sonando la senti’ esser richiusa;
+ e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+ Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e d’una e d’altra parte,
+ sì come l’onda che fugge e s’appressa.
+
+ «Qui si conviene usare un poco d’arte»,
+ cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte».
+
+ E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ sù dove il monte in dietro si rauna,
+
+ ïo stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo più che strade per diserti.
+
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al piè de l’alta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+ e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+ Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
+ quand’ io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+ esser di marmo candido e addorno
+ d’intagli sì, che non pur Policleto,
+ ma la natura lì avrebbe scorno.
+
+ L’angel che venne in terra col decreto
+ de la molt’ anni lagrimata pace,
+ ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+ dinanzi a noi pareva sì verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+ Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
+ perché iv’ era imaginata quella
+ ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
+
+ e avea in atto impressa esta favella
+ ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+ «Non tener pur ad un loco la mente»,
+ disse ’l dolce maestro, che m’avea
+ da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
+
+ Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde m’era colui che mi movea,
+
+ un’altra storia ne la roccia imposta;
+ per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
+ acciò che fosse a li occhi miei disposta.
+
+ Era intagliato lì nel marmo stesso
+ lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
+ faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
+
+ Similemente al fummo de li ’ncensi
+ che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
+ e al sì e al no discordi fensi.
+
+ Lì precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, l’umile salmista,
+ e più e men che re era in quel caso.
+
+ Di contra, effigïata ad una vista
+ d’un gran palazzo, Micòl ammirava
+ sì come donna dispettosa e trista.
+
+ I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
+ per avvisar da presso un’altra istoria,
+ che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
+
+ Quiv’ era storïata l’alta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+ i’ dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+ Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
+ sovr’ essi in vista al vento si movieno.
+
+ La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
+
+ ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
+ tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
+ come persona in cui dolor s’affretta,
+
+ «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
+ la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
+ a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
+
+ ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
+ ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
+ giustizia vuole e pietà mi ritene».
+
+ Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perché qui non si trova.
+
+ Mentr’ io mi dilettava di guardare
+ l’imagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+ «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
+ mormorava il poeta, «molte genti:
+ questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
+
+ Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
+ volgendosi ver’ lui non furon lenti.
+
+ Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che ’l debito si paghi.
+
+ Non attender la forma del martìre:
+ pensa la succession; pensa ch’al peggio
+ oltre la gran sentenza non può ire.
+
+ Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, sì nel veder vaneggio».
+
+ Ed elli a me: «La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
+
+ Ma guarda fiso là, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ già scorger puoi come ciascun si picchia».
+
+ O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne’ retrosi passi,
+
+ non v’accorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar l’angelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+ Di che l’animo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ sì come vermo in cui formazion falla?
+
+ Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+ la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere ’n chi la vede; così fatti
+ vid’ io color, quando puosi ben cura.
+
+ Vero è che più e meno eran contratti
+ secondo ch’avien più e meno a dosso;
+ e qual più pazïenza avea ne li atti,
+
+ piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XI
+
+
+ «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
+ non circunscritto, ma per più amore
+ ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
+
+ laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
+ da ogne creatura, com’ è degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+ Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
+ ché noi ad essa non potem da noi,
+ s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+ Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ così facciano li uomini de’ suoi.
+
+ Dà oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi più di gir s’affanna.
+
+ E come noi lo mal ch’avem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+ Nostra virtù che di legger s’adona,
+ non spermentar con l’antico avversaro,
+ ma libera da lui che sì la sprona.
+
+ Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
+ già non si fa per noi, ché non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro».
+
+ Così a sé e noi buona ramogna
+ quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
+ simile a quel che talvolta si sogna,
+
+ disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+ Se di là sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei c’hanno al voler buona radice?
+
+ Ben si de’ loro atar lavar le note
+ che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+ «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
+ tosto, sì che possiate muover l’ala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+ mostrate da qual mano inver’ la scala
+ si va più corto; e se c’è più d’un varco,
+ quel ne ’nsegnate che men erto cala;
+
+ ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
+ de la carne d’Adamo onde si veste,
+ al montar sù, contra sua voglia, è parco».
+
+ Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu’ io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ ma fu detto: «A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+ E s’io non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+ cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
+ guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+ Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
+
+ L’antico sangue e l’opere leggiadre
+ d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, ché tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+ E qui convien ch’io questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
+
+ Ascoltando chinai in giù la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
+
+ e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
+ l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
+ ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
+
+ «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
+
+ Ben non sare’ io stato sì cortese
+ mentre ch’io vissi, per lo gran disio
+ de l’eccellenza ove mio core intese.
+
+ Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+ Oh vana gloria de l’umane posse!
+ com’ poco verde in su la cima dura,
+ se non è giunta da l’etati grosse!
+
+ Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ sì che la fama di colui è scura.
+
+ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse è nato
+ chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
+
+ Non è il mondan romore altro ch’un fiato
+ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perché muta lato.
+
+ Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
+
+ pria che passin mill’ anni? ch’è più corto
+ spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
+ al cerchio che più tardi in cielo è torto.
+
+ Colui che del cammin sì poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ ond’ era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
+
+ La vostra nominanza è color d’erba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba».
+
+ E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
+ bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
+ ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
+
+ «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
+ ed è qui perché fu presuntüoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+ Ito è così e va, sanza riposo,
+ poi che morì; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi è di là troppo oso».
+
+ E io: «Se quello spirito ch’attende,
+ pria che si penta, l’orlo de la vita,
+ qua giù dimora e qua sù non ascende,
+
+ se buona orazïon lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?».
+
+ «Quando vivea più glorïoso», disse,
+ «liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, s’affisse;
+
+ e lì, per trar l’amico suo di pena,
+ ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+ Più non dirò, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
+ faranno sì che tu potrai chiosarlo.
+
+ Quest’ opera li tolse quei confini».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XII
+
+
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ m’andava io con quell’ anima carca,
+ fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
+
+ Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
+ ché qui è buono con l’ali e coi remi,
+ quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
+
+ dritto sì come andar vuolsi rife’mi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+ Io m’era mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ già mostravam com’ eravam leggeri;
+
+ ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
+ buon ti sarà, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue».
+
+ Come, perché di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel ch’elli eran pria,
+
+ onde lì molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a’ pïi dà de le calcagne;
+
+ sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
+ secondo l’artificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+ Vedea colui che fu nobil creato
+ più ch’altra creatura, giù dal cielo
+ folgoreggiando scender, da l’un lato.
+
+ Vedëa Brïareo fitto dal telo
+ celestïal giacer, da l’altra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra d’i Giganti sparte.
+
+ Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
+
+ O Nïobè, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+ O Saùl, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelboè,
+ che poi non sentì pioggia né rugiada!
+
+ O folle Aragne, sì vedea io te
+ già mezza ragna, trista in su li stracci
+ de l’opera che mal per te si fé.
+
+ O Roboàm, già non par che minacci
+ quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
+
+ Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre fé caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+ Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+ Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
+ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
+ «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
+
+ Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Ilïón, come te basso e vile
+ mostrava il segno che lì si discerne!
+
+ Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant’ io calcai, fin che chinato givi.
+
+ Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
+ sì che veggiate il vostro mal sentero!
+
+ Più era già per noi del monte vòlto
+ e del cammin del sole assai più speso
+ che non stimava l’animo non sciolto,
+
+ quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, cominciò: «Drizza la testa;
+ non è più tempo di gir sì sospeso.
+
+ Vedi colà un angel che s’appresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del dì l’ancella sesta.
+
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
+ pensa che questo dì mai non raggiorna!».
+
+ Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, sì che ’n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+ A noi venìa la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+ Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
+ disse: «Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+ A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar sù nata,
+ perché a poco vento così cadi?».
+
+ Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batté l’ali per la fronte;
+ poi mi promise sicura l’andata.
+
+ Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+ si rompe del montar l’ardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ ch’era sicuro il quaderno e la doga;
+
+ così s’allenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da l’altro girone;
+ ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
+
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ ‘Beati pauperes spiritu!’ voci
+ cantaron sì, che nol diria sermone.
+
+ Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da l’infernali! ché quivi per canti
+ s’entra, e là giù per lamenti feroci.
+
+ Già montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo più lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+ Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
+ levata s’è da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?».
+
+ Rispuose: «Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
+
+ fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser sù pinti».
+
+ Allor fec’ io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
+
+ per che la mano ad accertar s’aiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si può fornir per la veduta;
+
+ e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che ’ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+ a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIII
+
+
+ Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+ Ivi così una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che l’arco suo più tosto piega.
+
+ Ombra non lì è né segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+ «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
+ ragionava il poeta, «io temo forse
+ che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
+
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di sé torse.
+
+ «O dolce lume a cui fidanza i’ entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci»,
+ dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
+
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
+ s’altra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci».
+
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di là eravam noi già iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+ e verso noi volar furon sentiti,
+ non però visti, spiriti parlando
+ a la mensa d’amor cortesi inviti.
+
+ La prima voce che passò volando
+ ‘Vinum non habent’ altamente disse,
+ e dietro a noi l’andò reïterando.
+
+ E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
+ passò gridando, e anco non s’affisse.
+
+ «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
+ E com’ io domandai, ecco la terza
+ dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
+
+ E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e però sono
+ tratte d’amor le corde de la ferza.
+
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che l’udirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+ Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun è lungo la grotta assiso».
+
+ Allora più che prima li occhi apersi;
+ guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+ E poi che fummo un poco più avanti,
+ udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
+ gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
+
+ Non credo che per terra vada ancoi
+ omo sì duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
+
+ ché, quando fui sì presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e l’un sofferia l’altro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+ Così li ciechi a cui la roba falla,
+ stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
+ e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
+
+ perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+ E come a li orbi non approda il sole,
+ così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
+ luce del ciel di sé largir non vole;
+
+ ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
+ e cusce sì, come a sparvier selvaggio
+ si fa però che queto non dimora.
+
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+ Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
+ e però non attese mia dimanda,
+ ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
+
+ Virgilio mi venìa da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perché da nulla sponda s’inghirlanda;
+
+ da l’altra parte m’eran le divote
+ ombre, che per l’orribile costura
+ premevan sì, che bagnavan le gote.
+
+ Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
+ incominciai, «di veder l’alto lume
+ che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+ se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscïenza sì che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
+ s’anima è qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
+
+ «O frate mio, ciascuna è cittadina
+ d’una vera città; ma tu vuo’ dire
+ che vivesse in Italia peregrina».
+
+ Questo mi parve per risposta udire
+ più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
+ ond’ io mi feci ancor più là sentire.
+
+ Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
+ lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
+
+ «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
+ se tu se’ quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome».
+
+ «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che sé ne presti.
+
+ Savia non fui, avvegna che Sapìa
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ più lieta assai che di ventura mia.
+
+ E perché tu non creda ch’io t’inganni,
+ odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
+ già discendendo l’arco d’i miei anni.
+
+ Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co’ loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
+
+ Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+ tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
+ gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
+ come fé ’l merlo per poca bonaccia.
+
+ Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+ se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+ Ma tu chi se’, che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
+
+ «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
+ fatta per esser con invidia vòlti.
+
+ Troppa è più la paura ond’ è sospesa
+ l’anima mia del tormento di sotto,
+ che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
+
+ Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
+ qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
+ E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
+
+ E vivo sono; e però mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
+ di là per te ancor li mortai piedi».
+
+ «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
+ rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
+ però col priego tuo talor mi giova.
+
+ E cheggioti, per quel che tu più brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+ Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ più di speranza ch’a trovar la Diana;
+
+ ma più vi perderanno li ammiragli».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIV
+
+
+ «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
+
+ «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
+ domandal tu che più li t’avvicini,
+ e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
+
+ Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+ e disse l’uno: «O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
+ per carità ne consola e ne ditta
+
+ onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu più mai».
+
+ E io: «Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+ Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
+ dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
+ ché ’l nome mio ancor molto non suona».
+
+ «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
+ con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
+
+ E l’altro disse lui: «Perché nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com’ om fa de l’orribili cose?».
+
+ E l’ombra che di ciò domandata era,
+ si sdebitò così: «Non so; ma degno
+ ben è che ’l nome di tal valle pèra;
+
+ ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
+ l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
+ che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+ infin là ’ve si rende per ristoro
+ di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
+ ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
+
+ vertù così per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ ond’ hanno sì mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+ Tra brutti porci, più degni di galle
+ che d’altro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+ Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi più che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+ Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
+ tanto più trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+ Discesa poi per più pelaghi cupi,
+ trova le volpi sì piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occùpi.
+
+ Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
+ e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
+ di ciò che vero spirto mi disnoda.
+
+ Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+ Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e sé di pregio priva.
+
+ Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva».
+
+ Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui ch’ascolta,
+ da qual che parte il periglio l’assanni,
+
+ così vid’ io l’altr’ anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
+
+ Lo dir de l’una e de l’altra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+ per che lo spirto che di pria parlòmi
+ ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
+ nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
+
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
+ però sappi ch’io fui Guido del Duca.
+
+ Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto m’avresti di livore sparso.
+
+ Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perché poni ’l core
+ là ’v’ è mestier di consorte divieto?
+
+ Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s’è reda poi del suo valore.
+
+ E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
+ tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ ché dentro a questi termini è ripieno
+ di venenosi sterpi, sì che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+ Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+ Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
+ quando rimembro, con Guido da Prata,
+ Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
+
+ Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e l’una gente e l’altra è diretata),
+
+ le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
+ che ne ’nvogliava amore e cortesia
+ là dove i cuor son fatti sì malvagi.
+
+ O Bretinoro, ché non fuggi via,
+ poi che gita se n’è la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti più s’impiglia.
+
+ Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
+ lor sen girà; ma non però che puro
+ già mai rimagna d’essi testimonio.
+
+ O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
+ è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+ Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
+ troppo di pianger più che di parlare,
+ sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
+
+ Noi sapavam che quell’ anime care
+ ci sentivano andar; però, tacendo,
+ facëan noi del cammin confidare.
+
+ Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando l’aere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+ ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
+ e fuggì come tuon che si dilegua,
+ se sùbito la nuvola scoscende.
+
+ Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
+ che somigliò tonar che tosto segua:
+
+ «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+ Già era l’aura d’ogne parte queta;
+ ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
+ che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
+
+ Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
+ de l’antico avversaro a sé vi tira;
+ e però poco val freno o richiamo.
+
+ Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e l’occhio vostro pur a terra mira;
+
+ onde vi batte chi tutto discerne».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XV
+
+
+ Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
+ e ’l principio del dì par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+ tanto pareva già inver’ la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero là, e qui mezza notte era.
+
+ E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
+ perché per noi girato era sì ’l monte,
+ che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
+
+ quand’ io senti’ a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai più che di prima,
+ e stupor m’eran le cose non conte;
+
+ ond’ io levai le mani inver’ la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+ Come quando da l’acqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a l’opposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+ a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ sì come mostra esperïenza e arte;
+
+ così mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+ «Che è quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
+ diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
+
+ «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
+ la famiglia del cielo», a me rispuose:
+ «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
+
+ Tosto sarà ch’a veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose».
+
+ Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
+ con lieta voce disse: «Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto».
+
+ Noi montavam, già partiti di linci,
+ e ‘Beati misericordes!’ fue
+ cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
+
+ Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+ e dirizza’mi a lui sì dimandando:
+ «Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
+
+ Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e però non s’ammiri
+ se ne riprende perché men si piagna.
+
+ Perché s’appuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a’ sospiri.
+
+ Ma se l’amor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
+ tanto possiede più di ben ciascuno,
+ e più di caritate arde in quel chiostro».
+
+ «Io son d’esser contento più digiuno»,
+ diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
+ e più di dubbio ne la mente aduno.
+
+ Com’ esser puote ch’un ben, distributo
+ in più posseditor, faccia più ricchi
+ di sé che se da pochi è posseduto?».
+
+ Ed elli a me: «Però che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+ Quello infinito e ineffabil bene
+ che là sù è, così corre ad amore
+ com’ a lucido corpo raggio vene.
+
+ Tanto si dà quanto trova d’ardore;
+ sì che, quantunque carità si stende,
+ cresce sovr’ essa l’etterno valore.
+
+ E quanta gente più là sù s’intende,
+ più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
+ e come specchio l’uno a l’altro rende.
+
+ E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
+
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son già le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente».
+
+ Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
+ vidimi giunto in su l’altro girone,
+ sì che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+ Ivi mi parve in una visïone
+ estatica di sùbito esser tratto,
+ e vedere in un tempio più persone;
+
+ e una donna, in su l’entrar, con atto
+ dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
+ perché hai tu così verso noi fatto?
+
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo». E come qui si tacque,
+ ciò che pareva prima, dispario.
+
+ Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
+ giù per le gote che ’l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+ e dir: «Se tu se’ sire de la villa
+ del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
+ e onde ogne scïenza disfavilla,
+
+ vendica te di quelle braccia ardite
+ ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
+ E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+ risponder lei con viso temperato:
+ «Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama è per noi condannato?»,
+
+ Poi vidi genti accese in foco d’ira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a sé pur: «Martira, martira!».
+
+ E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che l’aggravava già, inver’ la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+ orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a’ suoi persecutori,
+ con quello aspetto che pietà diserra.
+
+ Quando l’anima mia tornò di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+ Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far sì com’ om che dal sonno si slega,
+ disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ ma se’ venuto più che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?».
+
+ «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
+ io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
+ quando le gambe mi furon sì tolte».
+
+ Ed ei: «Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+ Ciò che vedesti fu perché non scuse
+ d’aprir lo core a l’acque de la pace
+ che da l’etterno fonte son diffuse.
+
+ Non dimandai “Che hai?” per quel che face
+ chi guarda pur con l’occhio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ ma dimandai per darti forza al piede:
+ così frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede».
+
+ Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ né da quello era loco da cansarsi.
+
+ Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVI
+
+
+ Buio d’inferno e di notte privata
+ d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant’ esser può di nuvol tenebrata,
+
+ non fece al viso mio sì grosso velo
+ come quel fummo ch’ivi ci coperse,
+ né a sentir di così aspro pelo,
+
+ che l’occhio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi s’accostò e l’omero m’offerse.
+
+ Sì come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
+
+ m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
+
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ l’Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+ Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ sì che parea tra esse ogne concordia.
+
+ «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
+ diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
+ e d’iracundia van solvendo il nodo».
+
+ «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?».
+
+ Così per una voce detto fue;
+ onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
+ e domanda se quinci si va sùe».
+
+ E io: «O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi».
+
+ «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
+ rispuose; «e se veder fummo non lascia,
+ l’udir ci terrà giunti in quella vece».
+
+ Allora incominciai: «Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per l’infernale ambascia.
+
+ E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte».
+
+ «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso l’arco.
+
+ Per montar sù dirittamente vai».
+ Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
+ che per me prieghi quando sù sarai».
+
+ E io a lui: «Per fede mi ti lego
+ di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
+
+ Prima era scempio, e ora è fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
+
+ Lo mondo è ben così tutto diserto
+ d’ogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ ma priego che m’addite la cagione,
+ sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
+ ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
+
+ Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
+ mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
+ lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
+
+ Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+ Se così fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
+ lume v’è dato a bene e a malizia,
+
+ e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+ A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
+
+ Però, se ’l mondo presente disvia,
+ in voi è la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne sarò or vera spia.
+
+ Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+ l’anima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a ciò che la trastulla.
+
+ Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+ Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver, che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, però che ’l pastor che procede,
+ rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
+
+ per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
+ di quel si pasce, e più oltre non chiede.
+
+ Ben puoi veder che la mala condotta
+ è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che ’n voi sia corrotta.
+
+ Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
+ due soli aver, che l’una e l’altra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+ L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
+ col pasturale, e l’un con l’altro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+ però che, giunti, l’un l’altro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
+
+ In sul paese ch’Adice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+ or può sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
+
+ Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
+ l’antica età la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+ Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma,
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+ Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in sé due reggimenti,
+ cade nel fango, e sé brutta e la soma».
+
+ «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
+ e or discerno perché dal retaggio
+ li figli di Levì furono essenti.
+
+ Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
+ di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovèro del secol selvaggio?».
+
+ «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
+ rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+ Per altro sopranome io nol conosco,
+ s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
+
+ Vedi l’albor che per lo fummo raia
+ già biancheggiare, e me convien partirmi
+ (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
+
+ Così tornò, e più non volle udirmi.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVII
+
+
+ Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+ come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+ e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com’ io rividi
+ lo sole in pria, che già nel corcar era.
+
+ Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
+ del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
+ ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
+
+ O imaginativa che ne rube
+ talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
+ perché dintorno suonin mille tube,
+
+ chi move te, se ’l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel s’informa,
+ per sé o per voler che giù lo scorge.
+
+ De l’empiezza di lei che mutò forma
+ ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
+ ne l’imagine mia apparve l’orma;
+
+ e qui fu la mia mente sì ristretta
+ dentro da sé, che di fuor non venìa
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+ Poi piovve dentro a l’alta fantasia
+ un crucifisso, dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+ intorno ad esso era il grande Assüero,
+ Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far così intero.
+
+ E come questa imagine rompeo
+ sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
+ cui manca l’acqua sotto qual si feo,
+
+ surse in mia visïone una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: «O regina,
+ perché per ira hai voluto esser nulla?
+
+ Ancisa t’hai per non perder Lavina;
+ or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
+
+ Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+ così l’imaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
+
+ I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
+ quando una voce disse «Qui si monta»,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+ e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+ Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ così la mia virtù quivi mancava.
+
+ «Questo è divino spirito, che ne la
+ via da ir sù ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume sé medesmo cela.
+
+ Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
+ ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
+ malignamente già si mette al nego.
+
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che s’abbui,
+ ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
+
+ Così disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto ch’io al primo grado fui,
+
+ senti’mi presso quasi un muover d’ala
+ e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
+ pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
+
+ Già eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da più lati.
+
+ ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
+ fra me stesso dicea, ché mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+ Noi eravam dove più non saliva
+ la scala sù, ed eravamo affissi,
+ pur come nave ch’a la piaggia arriva.
+
+ E io attesi un poco, s’io udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+ «Dolce mio padre, dì, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
+
+ Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+ Ma perché più aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora».
+
+ «Né creator né creatura mai»,
+ cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
+
+ Lo naturale è sempre sanza errore,
+ ma l’altro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+ Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
+ e ne’ secondi sé stesso misura,
+ esser non può cagion di mal diletto;
+
+ ma quando al mal si torce, o con più cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra ’l fattore adovra sua fattura.
+
+ Quinci comprender puoi ch’esser convene
+ amor sementa in voi d’ogne virtute
+ e d’ogne operazion che merta pene.
+
+ Or, perché mai non può da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da l’odio proprio son le cose tute;
+
+ e perché intender non si può diviso,
+ e per sé stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto è deciso.
+
+ Resta, se dividendo bene stimo,
+ che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+ È chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+ è chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch’ altri sormonti,
+ onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
+
+ ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
+ sì che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che ’l male altrui impronti.
+
+ Questo triforme amor qua giù di sotto
+ si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+ Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti l’animo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+ Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+ Altro ben è che non fa l’uom felice;
+ non è felicità, non è la buona
+ essenza, d’ogne ben frutto e radice.
+
+ L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
+ di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+ tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVIII
+
+
+ Posto avea fine al suo ragionamento
+ l’alto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista s’io parea contento;
+
+ e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
+ lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
+
+ Ma quel padre verace, che s’accorse
+ del timido voler che non s’apriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+ Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
+ sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+ Però ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e ’l suo contraro».
+
+ «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
+ de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
+ l’error de’ ciechi che si fanno duci.
+
+ L’animo, ch’è creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa è mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto è desto.
+
+ Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ sì che l’animo ad essa volger face;
+
+ e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
+ quel piegare è amor, quell’ è natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+ Poi, come ’l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch’è nata a salire
+ là dove più in sua matera dura,
+
+ così l’animo preso entra in disire,
+ ch’è moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+ Or ti puote apparer quant’ è nascosa
+ la veritate a la gente ch’avvera
+ ciascun amore in sé laudabil cosa;
+
+ però che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ è buono, ancor che buona sia la cera».
+
+ «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
+ rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
+ ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
+
+ ché, s’amore è di fuori a noi offerto
+ e l’anima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non è suo merto».
+
+ Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
+ pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
+
+ Ogne forma sustanzïal, che setta
+ è da matera ed è con lei unita,
+ specifica vertute ha in sé colletta,
+
+ la qual sanza operar non è sentita,
+ né si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+ Però, là onde vegna lo ’ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de’ primi appetibili l’affetto,
+
+ che sono in voi sì come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+ Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
+ innata v’è la virtù che consiglia,
+ e de l’assenso de’ tener la soglia.
+
+ Quest’ è ’l principio là onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+ Color che ragionando andaro al fondo,
+ s’accorser d’esta innata libertate;
+ però moralità lasciaro al mondo.
+
+ Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
+ di ritenerlo è in voi la podestate.
+
+ La nobile virtù Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e però guarda
+ che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
+
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer più rade,
+ fatta com’ un secchion che tuttor arda;
+
+ e correa contro ’l ciel per quelle strade
+ che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
+
+ E quell’ ombra gentil per cui si noma
+ Pietola più che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+ per ch’io, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com’ om che sonnolento vana.
+
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era già volta.
+
+ E quale Ismeno già vide e Asopo
+ lungo di sè di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+ cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel ch’io vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+ Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+ «Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
+
+ «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
+ per poco amor», gridavan li altri appresso,
+ «che studio di ben far grazia rinverda».
+
+ «O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+ questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
+ vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
+ però ne dite ond’ è presso il pertugio».
+
+ Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: «Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+ Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
+ che restar non potem; però perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+ Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+ E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
+ che tosto piangerà quel monastero,
+ e tristo fia d’avere avuta possa;
+
+ perché suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero».
+
+ Io non so se più disse o s’ei si tacque,
+ tant’ era già di là da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+ E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
+ disse: «Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a l’accidïa di morso».
+
+ Di retro a tutti dicean: «Prima fue
+ morta la gente a cui il mar s’aperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+ E quella che l’affanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio d’Anchise,
+ sé stessa a vita sanza gloria offerse».
+
+ Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell’ ombre, che veder più non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+ del qual più altri nacquero e diversi;
+ e tanto d’uno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+ e ’l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIX
+
+
+ Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
+ intepidar più ’l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+ —quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
+ surger per via che poco le sta bruna—,
+
+ mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+ Io la mirava; e come ’l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ così lo sguardo mio le facea scorta
+
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco d’ora, e lo smarrito volto,
+ com’ amor vuol, così le colorava.
+
+ Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
+ cominciava a cantar sì, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+ «Io son», cantava, «io son dolce serena,
+ che ’ marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco s’ausa,
+ rado sen parte; sì tutto l’appago!».
+
+ Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand’ una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+ «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
+ fieramente dicea; ed el venìa
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+ L’altra prendea, e dinanzi l’apria
+ fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
+ quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
+
+ Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
+ voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
+ troviam l’aperta per la qual tu entre».
+
+ Sù mi levai, e tutti eran già pieni
+ de l’alto dì i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+ Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che l’ha di pensier carca,
+ che fa di sé un mezzo arco di ponte;
+
+ quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+ Con l’ali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in sù colui che sì parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+ Mosse le penne poi e ventilonne,
+ ‘Qui lugent’ affermando esser beati,
+ ch’avran di consolar l’anime donne.
+
+ «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
+ la guida mia incominciò a dirmi,
+ poco amendue da l’angel sormontati.
+
+ E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella visïon ch’a sé mi piega,
+ sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
+
+ «Vedesti», disse, «quell’antica strega
+ che sola sovr’ a noi omai si piagne;
+ vedesti come l’uom da lei si slega.
+
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne».
+
+ Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che là il tira,
+
+ tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
+
+ Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+ ‘Adhaesit pavimento anima mea’
+ sentia dir lor con sì alti sospiri,
+ che la parola a pena s’intendea.
+
+ «O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri».
+
+ «Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via più tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori».
+
+ Così pregò ’l poeta, e sì risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
+ nel parlare avvisai l’altro nascosto,
+
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond’ elli m’assentì con lieto cenno
+ ciò che chiedea la vista del disio.
+
+ Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+ dicendo: «Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+ Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
+ al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
+ cosa di là ond’ io vivendo mossi».
+
+ Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
+ rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+ Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+ Un mese e poco più prova’ io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte l’altre some.
+
+ La mia conversïone, omè!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ così scopersi la vita bugiarda.
+
+ Vidi che lì non s’acquetava il core,
+ né più salir potiesi in quella vita;
+ per che di questa in me s’accese amore.
+
+ Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+ Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de l’anime converse;
+ e nulla pena il monte ha più amara.
+
+ Sì come l’occhio nostro non s’aderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ così giustizia qui a terra il merse.
+
+ Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdési,
+ così giustizia qui stretti ne tene,
+
+ ne’ piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi».
+
+ Io m’era inginocchiato e volea dire;
+ ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+ «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
+ E io a lui: «Per vostra dignitate
+ mia coscïenza dritto mi rimorse».
+
+ «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
+ rispuose; «non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+ Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
+ ben puoi veder perch’ io così ragiono.
+
+ Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
+ ché la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo ciò che tu dicesti.
+
+ Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
+ buona da sé, pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+ e questa sola di là m’è rimasa».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XX
+
+
+ Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de l’acqua non sazia la spugna.
+
+ Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a’ merli;
+
+ ché la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
+ da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
+
+ Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che più che tutte l’altre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+ O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua giù trasmutarsi,
+ quando verrà per cui questa disceda?
+
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+ e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
+ dinanzi a noi chiamar così nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+ e seguitar: «Povera fosti tanto,
+ quanto veder si può per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo».
+
+ Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
+ con povertà volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio».
+
+ Queste parole m’eran sì piaciute,
+ ch’io mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+ Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccolò a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+ «O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+ Non fia sanza mercé la tua parola,
+ s’io ritorno a compiér lo cammin corto
+ di quella vita ch’al termine vola».
+
+ Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
+ ch’io attenda di là, ma perché tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+ Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ sì che buon frutto rado se ne schianta.
+
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+ Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente è Francia retta.
+
+ Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
+
+ trova’mi stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
+
+ ch’a la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+ Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+ Lì cominciò con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Pontì e Normandia prese e Guascogna.
+
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima fé di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+ Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
+
+ Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
+ con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
+ sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+ Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagnerà, per sé tanto più grave,
+ quanto più lieve simil danno conta.
+
+ L’altro, che già uscì preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de l’altre schiave.
+
+ O avarizia, che puoi tu più farne,
+ poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+ Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+ Veggiolo un’altra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+ Veggio il novo Pilato sì crudele,
+ che ciò nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+ O Segnor mio, quando sarò io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
+
+ Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+ tanto è risposto a tutte nostre prece
+ quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+ Noi repetiam Pigmalïon allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
+
+ e la miseria de l’avaro Mida,
+ che seguì a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+ Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
+ come furò le spoglie, sì che l’ira
+ di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
+
+ Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
+ e in infamia tutto ’l monte gira
+
+ Polinestòr ch’ancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: “Crasso,
+ dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
+
+ Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
+ secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+ però al ben che ’l dì ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona».
+
+ Noi eravam partiti già da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder n’era permesso,
+
+ quand’ io senti’, come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui ch’a morte vada.
+
+ Certo non si scoteo sì forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse ’l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+ Poi cominciò da tutte parti un grido
+ tal, che ’l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
+
+ ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
+ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+ No’ istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
+
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando l’ombre che giacean per terra,
+ tornate già in su l’usato pianto.
+
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi fé desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in ciò non erra,
+
+ quanta pareami allor, pensando, avere;
+ né per la fretta dimandare er’ oso,
+ né per me lì potea cosa vedere:
+
+ così m’andava timido e pensoso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXI
+
+
+ La sete natural che mai non sazia
+ se non con l’acqua onde la femminetta
+ samaritana domandò la grazia,
+
+ mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+ Ed ecco, sì come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
+ già surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
+ dal piè guardando la turba che giace;
+ né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
+
+ dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
+ Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
+ rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
+
+ Poi cominciò: «Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne l’etterno essilio».
+
+ «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
+ «se voi siete ombre che Dio sù non degni,
+ chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
+
+ E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
+ che questi porta e che l’angel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
+
+ Ma perché lei che dì e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+ l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
+ venendo sù, non potea venir sola,
+ però ch’al nostro modo non adocchia.
+
+ Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
+ d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
+ diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
+ parve gridare infino a’ suoi piè molli».
+
+ Sì mi diè, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+ Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
+ ordine senta la religïone
+ de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
+
+ Libero è qui da ogne alterazione:
+ di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
+ esser ci puote, e non d’altro, cagione.
+
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina più sù cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+ nuvole spesse non paion né rade,
+ né coruscar, né figlia di Taumante,
+ che di là cangia sovente contrade;
+
+ secco vapor non surge più avante
+ ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
+ dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
+
+ Trema forse più giù poco o assai;
+ ma per vento che ’n terra si nasconda,
+ non so come, qua sù non tremò mai.
+
+ Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, sì che surga o che si mova
+ per salir sù; e tal grido seconda.
+
+ De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ l’alma sorprende, e di voler le giova.
+
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+ E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
+ libera volontà di miglior soglia:
+
+ però sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
+
+ Così ne disse; e però ch’el si gode
+ tanto del ber quant’ è grande la sete,
+ non saprei dir quant’ el mi fece prode.
+
+ E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
+ che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
+ perché ci trema e di che congaudete.
+
+ Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
+ e perché tanti secoli giaciuto
+ qui se’, ne le parole tue mi cappia».
+
+ «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
+ del sommo rege, vendicò le fóra
+ ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
+
+ col nome che più dura e più onora
+ era io di là», rispuose quello spirto,
+ «famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+ Stazio la gente ancor di là mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+ Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati più di mille;
+
+ de l’Eneïda dico, la qual mamma
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:
+ sanz’ essa non fermai peso di dramma.
+
+ E per esser vivuto di là quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ più che non deggio al mio uscir di bando».
+
+ Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
+ ma non può tutto la virtù che vuole;
+
+ ché riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne’ più veraci.
+
+ Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
+ per che l’ombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
+
+ e «Se tanto labore in bene assommi»,
+ disse, «perché la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?».
+
+ Or son io d’una parte e d’altra preso:
+ l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
+ ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
+
+ dal mio maestro, e «Non aver paura»,
+ mi dice, «di parlar; ma parla e digli
+ quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
+
+ Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider ch’io fei;
+ ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
+
+ Questi che guida in alto li occhi miei,
+ è quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
+
+ Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti».
+
+ Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
+ non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
+
+ Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
+ comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
+ quand’ io dismento nostra vanitate,
+
+ trattando l’ombre come cosa salda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXII
+
+
+ Già era l’angel dietro a noi rimaso,
+ l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+ e quei c’hanno a giustizia lor disiro
+ detto n’avea beati, e le sue voci
+ con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
+
+ E io più lieve che per l’altre foci
+ m’andava, sì che sanz’ alcun labore
+ seguiva in sù li spiriti veloci;
+
+ quando Virgilio incominciò: «Amore,
+ acceso di virtù, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+ onde da l’ora che tra noi discese
+ nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi fé palese,
+
+ mia benvoglienza inverso te fu quale
+ più strinse mai di non vista persona,
+ sì ch’or mi parran corte queste scale.
+
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurtà m’allarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+ come poté trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?».
+
+ Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
+
+ Veramente più volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+ La tua dimanda tuo creder m’avvera
+ esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
+ forse per quella cerchia dov’ io era.
+
+ Or sappi ch’avarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+ E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
+ quand’ io intesi là dove tu chiame,
+ crucciato quasi a l’umana natura:
+
+ ‘Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+ Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
+ potean le mani a spendere, e pente’mi
+ così di quel come de li altri mali.
+
+ Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
+
+ E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+ però, s’io son tra quella gente stato
+ che piange l’avarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m’è incontrato».
+
+ «Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta»,
+ disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
+
+ «per quello che Clïò teco lì tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+ Se così è, qual sole o quai candele
+ ti stenebraron sì, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?».
+
+ Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio m’alluminasti.
+
+ Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e sé non giova,
+ ma dopo sé fa le persone dotte,
+
+ quando dicesti: ‘Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progenïe scende da ciel nova’.
+
+ Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
+ a colorare stenderò la mano.
+
+ Già era ’l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de l’etterno regno;
+
+ e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a’ nuovi predicanti;
+ ond’ io a visitarli presi usata.
+
+ Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+ e mentre che di là per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+ E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
+ di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fu’mi,
+
+ lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
+
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che m’ascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+ dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico».
+
+ «Costoro e Persio e io e altri assai»,
+ rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
+ che le Muse lattar più ch’altri mai,
+
+ nel primo cinghio del carcere cieco;
+ spesse fïate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+ Euripide v’è nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri piùe
+ Greci che già di lauro ornar la fronte.
+
+ Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Deïfile e Argia,
+ e Ismene sì trista come fue.
+
+ Védeisi quella che mostrò Langia;
+ èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+ e con le suore sue Deïdamia».
+
+ Tacevansi ambedue già li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+ e già le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in sù l’ardente corno,
+
+ quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo».
+
+ Così l’usanza fu lì nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per l’assentir di quell’ anima degna.
+
+ Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ ch’a poetar mi davano intelletto.
+
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+ e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, così quello in giuso,
+ cred’ io, perché persona sù non vada.
+
+ Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+ Li due poeti a l’alber s’appressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ gridò: «Di questo cibo avrete caro».
+
+ Poi disse: «Più pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
+
+ E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon d’acqua; e Danïello
+ dispregiò cibo e acquistò savere.
+
+ Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
+ fé savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+ Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per ch’elli è glorïoso e tanto grande
+
+ quanto per lo Vangelio v’è aperto».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIII
+
+
+ Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava ïo sì come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+ lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
+ vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
+ più utilmente compartir si vuole».
+
+ Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan sìe,
+ che l’andar mi facean di nullo costo.
+
+ Ed ecco piangere e cantar s’udìe
+ ‘Labïa mëa, Domine’ per modo
+ tal, che diletto e doglia parturìe.
+
+ «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
+ comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo».
+
+ Sì come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+ così di retro a noi, più tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ d’anime turba tacita e devota.
+
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema
+ che da l’ossa la pelle s’informava.
+
+ Non credo che così a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando più n’ebbe tema.
+
+ Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
+ la gente che perdé Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio diè di becco!’
+
+ Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
+ ben avria quivi conosciuta l’emme.
+
+ Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
+ sì governasse, generando brama,
+ e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
+
+ Già era in ammirar che sì li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
+ poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
+
+ Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
+
+ Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+ «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
+ che mi scolora», pregava, «la pelle,
+ né a difetto di carne ch’io abbia;
+
+ ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
+ due anime che là ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!».
+
+ «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
+ mi dà di pianger mo non minor doglia»,
+ rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
+
+ Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
+ ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
+
+ Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
+ cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
+
+ Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e ’n sete qui si rifà santa.
+
+ Di bere e di mangiar n’accende cura
+ l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+ E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ ché quella voglia a li alberi ci mena
+ che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
+ quando ne liberò con la sua vena».
+
+ E io a lui: «Forese, da quel dì
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
+
+ Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar più, che sovvenisse l’ora
+ del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
+
+ come se’ tu qua sù venuto ancora?
+ Io ti credea trovar là giù di sotto,
+ dove tempo per tempo si ristora».
+
+ Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
+ a ber lo dolce assenzo d’i martìri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
+ e liberato m’ha de li altri giri.
+
+ Tanto è a Dio più cara e più diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare è più soletta;
+
+ ché la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue più è pudica
+ che la Barbagia dov’ io la lasciai.
+
+ O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
+ Tempo futuro m’è già nel cospetto,
+ cui non sarà quest’ ora molto antica,
+
+ nel qual sarà in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ l’andar mostrando con le poppe il petto.
+
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+ Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
+ già per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+ Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira là dove ’l sol veli».
+
+ Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+ Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
+ vi si mostrò la suora di colui»,
+
+ e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
+ notte menato m’ha d’i veri morti
+ con questa vera carne che ’l seconda.
+
+ Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che ’l mondo fece torti.
+
+ Tanto dice di farmi sua compagna
+ che io sarò là dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+ Virgilio è questi che così mi dice»,
+ e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
+ per cuï scosse dianzi ogne pendice
+
+ lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIV
+
+
+ Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ sì come nave pinta da buon vento;
+
+ e l’ombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+ E io, continüando al mio sermone,
+ dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
+ dimmi s’io veggio da notar persona
+ tra questa gente che sì mi riguarda».
+
+ «La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse più, trïunfa lieta
+ ne l’alto Olimpo già di sua corona».
+
+ Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch’è sì munta
+ nostra sembianza via per la dïeta.
+
+ Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di là da lui più che l’altre trapunta
+
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
+
+ Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ sì ch’io però non vidi un atto bruno.
+
+ Vidi per fame a vòto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pasturò col rocco molte genti.
+
+ Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
+ già di bere a Forlì con men secchezza,
+ e sì fu tal, che non si sentì sazio.
+
+ Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
+ più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
+ che più parea di me aver contezza.
+
+ El mormorava; e non so che «Gentucca»
+ sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
+ de la giustizia che sì li pilucca.
+
+ «O anima», diss’ io, «che par sì vaga
+ di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga».
+
+ «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
+ cominciò el, «che ti farà piacere
+ la mia città, come ch’om la riprenda.
+
+ Tu te n’andrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+ Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
+
+ E io a lui: «I’ mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ ch’e’ ditta dentro vo significando».
+
+ «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
+ che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
+
+ Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+ e qual più a gradire oltre si mette,
+ non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+ Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan più a fretta e vanno in filo,
+
+ così tutta la gente che lì era,
+ volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+ E come l’uom che di trottare è lasso,
+ lascia andar li compagni, e sì passeggia
+ fin che si sfoghi l’affollar del casso,
+
+ sì lasciò trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
+
+ «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
+ ma già non fïa il tornar mio tantosto,
+ ch’io non sia col voler prima a la riva;
+
+ però che ’l loco u’ fui a viver posto,
+ di giorno in giorno più di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto».
+
+ «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
+ vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
+ inver’ la valle ove mai non si scolpa.
+
+ La bestia ad ogne passo va più ratto,
+ crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+ Non hanno molto a volger quelle ruote»,
+ e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
+ ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
+
+ Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
+ in questo regno, sì ch’io perdo troppo
+ venendo teco sì a paro a paro».
+
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+ tal si partì da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo sì gran marescalchi.
+
+ E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+ parvermi i rami gravidi e vivaci
+ d’un altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora vòlto in laci.
+
+ Vidi gente sott’ esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani
+
+ che pregano, e ’l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+ Poi si partì sì come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+ «Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno è più sù che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si levò da esso».
+
+ Sì tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+ «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Tesëo combatter co’ doppi petti;
+
+ e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver’ Madïan discese i colli».
+
+ Sì accostati a l’un d’i due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite già da miseri guadagni.
+
+ Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e più ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+ «Che andate pensando sì voi sol tre?».
+ sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e già mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli sì lucenti e rossi,
+
+ com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
+ montare in sù, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace».
+
+ L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
+ per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
+ com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
+
+ E quale, annunziatrice de li albori,
+ l’aura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
+
+ tal mi senti’ un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
+ che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
+
+ E senti’ dir: «Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che l’amor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+ esurïendo sempre quanto è giusto!».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXV
+
+
+ Ora era onde ’l salir non volea storpio;
+ ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+ per che, come fa l’uom che non s’affigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+ così intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+ E quale il cicognin che leva l’ala
+ per voglia di volare, e non s’attenta
+ d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
+
+ tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a l’atto
+ che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
+
+ Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
+ l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
+
+ Allor sicuramente apri’ la bocca
+ e cominciai: «Come si può far magro
+ là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
+
+ «Se t’ammentassi come Meleagro
+ si consumò al consumar d’un stizzo,
+ non fora», disse, «a te questo sì agro;
+
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+ Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage».
+
+ «Se la veduta etterna li dislego»,
+ rispuose Stazio, «là dove tu sie,
+ discolpi me non potert’ io far nego».
+
+ Poi cominciò: «Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+ Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da l’assetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+ prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ ch’a farsi quelle per le vene vane.
+
+ Ancor digesto, scende ov’ è più bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr’ altrui sangue in natural vasello.
+
+ Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
+ l’un disposto a patire, e l’altro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+ e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ ciò che per sua matera fé constare.
+
+ Anima fatta la virtute attiva
+ qual d’una pianta, in tanto differente,
+ che questa è in via e quella è già a riva,
+
+ tanto ovra poi, che già si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond’ è semente.
+
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virtù ch’è dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+ Ma come d’animal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
+ che più savio di te fé già errante,
+
+ sì che per sua dottrina fé disgiunto
+ da l’anima il possibile intelletto,
+ perché da lui non vide organo assunto.
+
+ Apri a la verità che viene il petto;
+ e sappi che, sì tosto come al feto
+ l’articular del cerebro è perfetto,
+
+ lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant’ arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vertù repleto,
+
+ che ciò che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
+ che vive e sente e sé in sé rigira.
+
+ E perché meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a l’omor che de la vite cola.
+
+ Quando Làchesis non ha più del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e l’umano e ’l divino:
+
+ l’altre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto più che prima agute.
+
+ Sanza restarsi, per sé stessa cade
+ mirabilmente a l’una de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+ Tosto che loco lì la circunscrive,
+ la virtù formativa raggia intorno
+ così e quanto ne le membra vive.
+
+ E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
+ per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+ così l’aere vicin quivi si mette
+ e in quella forma ch’è in lui suggella
+ virtüalmente l’alma che ristette;
+
+ e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco là ’vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+ Però che quindi ha poscia sua paruta,
+ è chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+ Secondo che ci affliggono i disiri
+ e li altri affetti, l’ombra si figura;
+ e quest’ è la cagion di che tu miri».
+
+ E già venuto a l’ultima tortura
+ s’era per noi, e vòlto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+ Lo duca mio dicea: «Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ però ch’errar potrebbesi per poco».
+
+ ‘Summae Deus clementïae’ nel seno
+ al grande ardore allora udi’ cantando,
+ che di volger mi fé caler non meno;
+
+ e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+ Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
+ gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
+ indi ricominciavan l’inno bassi.
+
+ Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tòsco».
+
+ Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+ E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVI
+
+
+ Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
+ ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
+
+ feriami il sole in su l’omero destro,
+ che già, raggiando, tutto l’occidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+ e io facea con l’ombra più rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
+
+ Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
+
+ poi verso me, quanto potëan farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+ «O tu che vai, non per esser più tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
+
+ Né solo a me la tua risposta è uopo;
+ ché tutti questi n’hanno maggior sete
+ che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
+
+ Dinne com’ è che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete».
+
+ Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
+ già manifesto, s’io non fossi atteso
+ ad altra novità ch’apparve allora;
+
+ ché per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+ Lì veggio d’ogne parte farsi presta
+ ciascun’ ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+ così per entro loro schiera bruna
+ s’ammusa l’una con l’altra formica,
+ forse a spïar lor via e lor fortuna.
+
+ Tosto che parton l’accoglienza amica,
+ prima che ’l primo passo lì trascorra,
+ sopragridar ciascuna s’affatica:
+
+ la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
+ e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
+ perché ’l torello a sua lussuria corra».
+
+ Poi, come grue ch’a le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver’ l’arene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+ l’una gente sen va, l’altra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a’ primi canti
+ e al gridar che più lor si convene;
+
+ e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che m’avean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
+
+ Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: «O anime sicure
+ d’aver, quando che sia, di pace stato,
+
+ non son rimase acerbe né mature
+ le membra mie di là, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+ Quinci sù vo per non esser più cieco;
+ donna è di sopra che m’acquista grazia,
+ per che ’l mortal per vostro mondo reco.
+
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
+ ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
+
+ ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi è quella turba
+ che se ne va di retro a’ vostri terghi».
+
+ Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico s’inurba,
+
+ che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
+
+ «Beato te, che de le nostre marche»,
+ ricominciò colei che pria m’inchiese,
+ «per morir meglio, esperïenza imbarche!
+
+ La gente che non vien con noi, offese
+ di ciò per che già Cesar, trïunfando,
+ “Regina” contra sé chiamar s’intese:
+
+ però si parton “Soddoma” gridando,
+ rimproverando a sé com’ hai udito,
+ e aiutan l’arsura vergognando.
+
+ Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perché non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie l’appetito,
+
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
+
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo’ saper chi semo,
+ tempo non è di dire, e non saprei.
+
+ Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
+ per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
+
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
+
+ quand’ io odo nomar sé stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime d’amore usar dolci e leggiadre;
+
+ e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fïata rimirando lui,
+ né, per lo foco, in là più m’appressai.
+
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto m’offersi pronto al suo servigio
+ con l’affermar che fa credere altrui.
+
+ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
+ per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Letè nol può tòrre né far bigio.
+
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che è cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar d’avermi caro».
+
+ E io a lui: «Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durerà l’uso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri».
+
+ «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
+ col dito», e additò un spirto innanzi,
+ «fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+ Versi d’amore e prose di romanzi
+ soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
+
+ A voce più ch’al ver drizzan li volti,
+ e così ferman sua oppinïone
+ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
+
+ Così fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che l’ha vinto il ver con più persone.
+
+ Or se tu hai sì ampio privilegio,
+ che licito ti sia l’andare al chiostro
+ nel quale è Cristo abate del collegio,
+
+ falli per me un dir d’un paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non è più nostro».
+
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per l’acqua il pesce andando al fondo.
+
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi ch’al suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazïoso loco.
+
+ El cominciò liberamente a dire:
+ «Tan m’abellis vostre cortes deman,
+ qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
+
+ Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de l’escalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!».
+
+ Poi s’ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVII
+
+
+ Sì come quando i primi raggi vibra
+ là dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
+
+ e l’onde in Gange da nona rïarse,
+ sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
+ come l’angel di Dio lieto ci apparse.
+
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava ‘Beati mundo corde!’
+ in voce assai più che la nostra viva.
+
+ Poscia «Più non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di là non siate sorde»,
+
+ ci disse come noi li fummo presso;
+ per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
+ qual è colui che ne la fossa è messo.
+
+ In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi già veduti accesi.
+
+ Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
+ qui può esser tormento, ma non morte.
+
+ Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Gerïon ti guidai salvo,
+ che farò ora presso più a Dio?
+
+ Credi per certo che se dentro a l’alvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far d’un capel calvo.
+
+ E se tu forse credi ch’io t’inganni,
+ fatti ver’ lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
+
+ Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
+ E io pur fermo e contra coscïenza.
+
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
+ tra Bëatrice e te è questo muro».
+
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che ’l gelso diventò vermiglio;
+
+ così, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+ Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
+ volenci star di qua?»; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
+
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+ Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
+
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
+
+ Guidavaci una voce che cantava
+ di là; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor là ove si montava.
+
+ ‘Venite, benedicti Patris mei’,
+ sonò dentro a un lume che lì era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+ «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
+ non v’arrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che l’occidente non si annera».
+
+ Dritta salia la via per entro ’l sasso
+ verso tal parte ch’io toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol ch’era già basso.
+
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+ E pria che ’n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ ciascun di noi d’un grado fece letto;
+ ché la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir più e ’l diletto.
+
+ Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+ tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che ’n su la verga
+ poggiato s’è e lor di posa serve;
+
+ e quale il mandrïan che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perché fiera non lo sperga;
+
+ tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
+
+ Poco parer potea lì del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e più chiare e maggiori.
+
+ Sì ruminando e sì mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
+
+ Ne l’ora, credo, che de l’orïente
+ prima raggiò nel monte Citerea,
+ che di foco d’amor par sempre ardente,
+
+ giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+ «Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+ Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+ Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
+ com’ io de l’addornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
+
+ E già per li splendori antelucani,
+ che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+ le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
+ veggendo i gran maestri già levati.
+
+ «Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de’ mortali,
+ oggi porrà in pace le tue fami».
+
+ Virgilio inverso me queste cotali
+ parole usò; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+ Tanto voler sopra voler mi venne
+ de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+ Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
+ in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
+
+ e disse: «Il temporal foco e l’etterno
+ veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
+ dov’ io per me più oltre non discerno.
+
+ Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
+
+ Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
+ vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da sé produce.
+
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+ Non aspettar mio dir più né mio cenno;
+ libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+ per ch’io te sovra te corono e mitrio».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVIII
+
+
+ Vago già di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ ch’a li occhi temperava il novo giorno,
+
+ sanza più aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che d’ogne parte auliva.
+
+ Un’aura dolce, sanza mutamento
+ avere in sé, mi feria per la fronte
+ non di più colpo che soave vento;
+
+ per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
+
+ non però dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser d’operare ogne lor arte;
+
+ ma con piena letizia l’ore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
+ quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
+
+ Già m’avean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, ch’io
+ non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
+
+ ed ecco più andar mi tolse un rio,
+ che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
+ piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
+
+ Tutte l’acque che son di qua più monde,
+ parrieno avere in sé mistura alcuna
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+ avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto l’ombra perpetüa, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi né luna.
+
+ Coi piè ristetti e con li occhi passai
+ di là dal fiumicello, per mirare
+ la gran varïazion d’i freschi mai;
+
+ e là m’apparve, sì com’ elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+ una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond’ era pinta tutta la sua via.
+
+ «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
+ ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+ vegnati in voglia di trarreti avanti»,
+ diss’ io a lei, «verso questa rivera,
+ tanto ch’io possa intender che tu canti.
+
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera».
+
+ Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra sé, donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+ e fece i prieghi miei esser contenti,
+ sì appressando sé, che ’l dolce suono
+ veniva a me co’ suoi intendimenti.
+
+ Tosto che fu là dove l’erbe sono
+ bagnate già da l’onde del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+ Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+ Ella ridea da l’altra riva dritta,
+ trattando più color con le sue mani,
+ che l’alta terra sanza seme gitta.
+
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+ più odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch’ allor non s’aperse.
+
+ «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
+ cominciò ella, «in questo luogo eletto
+ a l’umana natura per suo nido,
+
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+ E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
+ dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti».
+
+ «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
+
+ Ond’ ella: «Io dicerò come procede
+ per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
+ e purgherò la nebbia che ti fiede.
+
+ Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
+ fé l’uom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr’ a lui d’etterna pace.
+
+ Per sua difalta qui dimorò poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambiò onesto riso e dolce gioco.
+
+ Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
+ l’essalazion de l’acqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+ a l’uomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
+ e libero n’è d’indi ove si serra.
+
+ Or perché in circuito tutto quanto
+ l’aere si volge con la prima volta,
+ se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
+
+ in questa altezza ch’è tutta disciolta
+ ne l’aere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch’ è folta;
+
+ e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute l’aura impregna
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+ e l’altra terra, secondo ch’è degna
+ per sé e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virtù diverse legna.
+
+ Non parrebbe di là poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi s’appiglia.
+
+ E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
+ e frutto ha in sé che di là non si schianta.
+
+ L’acqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume ch’acquista e perde lena;
+
+ ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant’ ella versa da due parti aperta.
+
+ Da questa parte con virtù discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
+
+ Quinci Letè; così da l’altro lato
+ Eünoè si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non è gustato:
+
+ a tutti altri sapori esto è di sopra.
+ E avvegna ch’assai possa esser sazia
+ la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
+
+ darotti un corollario ancor per grazia;
+ né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+ Quelli ch’anticamente poetaro
+ l’età de l’oro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+ Qui fu innocente l’umana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare è questo di che ciascun dice».
+
+ Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
+ a’ miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avëan l’ultimo costrutto;
+
+ poi a la bella donna torna’ il viso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIX
+
+
+ Cantando come donna innamorata,
+ continüò col fin di sue parole:
+ ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
+
+ E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disïando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+ allor si mosse contra ’l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+ Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo ch’a levante mi rendei.
+
+ Né ancor fu così nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
+
+ Ed ecco un lustro sùbito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+ Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, più e più splendeva,
+ nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
+
+ E una melodia dolce correva
+ per l’aere luminoso; onde buon zelo
+ mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
+
+ che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
+ femmina, sola e pur testé formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+ sotto ’l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e più lunga fïata.
+
+ Mentr’ io m’andava tra tante primizie
+ de l’etterno piacer tutto sospeso,
+ e disïoso ancora a più letizie,
+
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
+ e ’l dolce suon per canti era già inteso.
+
+ O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
+
+ Or convien che Elicona per me versi,
+ e Uranìe m’aiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+ Poco più oltre, sette alberi d’oro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
+
+ ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
+ che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+ la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
+ sì com’ elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
+
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ più chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+ Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+ Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
+ che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+ La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
+ sì ne l’affetto de le vive luci,
+ e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
+
+ Genti vid’ io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua già mai non fuci.
+
+ L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ s’io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+ Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+ e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+ sì che lì sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
+
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+ Sotto così bel ciel com’ io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+ Tutti cantavan: «Benedicta tue
+ ne le figlie d’Adamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!».
+
+ Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
+ a rimpetto di me da l’altra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+ sì come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+ Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+ A descriver lor forme più non spargo
+ rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
+ tanto ch’a questa non posso esser largo;
+
+ ma leggi Ezechïel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+ e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo ch’a le penne
+ Giovanni è meco e da lui si diparte.
+
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, trïunfale,
+ ch’al collo d’un grifon tirato venne.
+
+ Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
+
+ Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra d’oro avea quant’ era uccello,
+ e bianche l’altre, di vermiglio miste.
+
+ Non che Roma di carro così bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+ quel del Sol che, svïando, fu combusto
+ per l’orazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+ Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; l’una tanto rossa
+ ch’a pena fora dentro al foco nota;
+
+ l’altr’ era come se le carni e l’ossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve testé mossa;
+
+ e or parëan da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
+
+ Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
+
+ Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+ L’un si mostrava alcun de’ famigliari
+ di quel sommo Ipocràte che natura
+ a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
+
+ mostrava l’altro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi fé paura.
+
+ Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+ E questi sette col primaio stuolo
+ erano abitüati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facëan brolo,
+
+ anzi di rose e d’altri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
+
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon s’udì, e quelle genti degne
+ parvero aver l’andar più interdetto,
+
+ fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXX
+
+
+ Quando il settentrïon del primo cielo,
+ che né occaso mai seppe né orto
+ né d’altra nebbia che di colpa velo,
+
+ e che faceva lì ciascun accorto
+ di suo dover, come ’l più basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+ fermo s’affisse: la gente verace,
+ venuta prima tra ’l grifone ed esso,
+ al carro volse sé come a sua pace;
+
+ e un di loro, quasi da ciel messo,
+ ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
+ gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+ Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+ cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+ Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
+
+ Io vidi già nel cominciar del giorno
+ la parte orïental tutta rosata,
+ e l’altro ciel di bel sereno addorno;
+
+ e la faccia del sol nascere ombrata,
+ sì che per temperanza di vapori
+ l’occhio la sostenea lunga fïata:
+
+ così dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in giù dentro e di fori,
+
+ sovra candido vel cinta d’uliva
+ donna m’apparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+ E lo spirito mio, che già cotanto
+ tempo era stato ch’a la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+ sanza de li occhi aver più conoscenza,
+ per occulta virtù che da lei mosse,
+ d’antico amor sentì la gran potenza.
+
+ Tosto che ne la vista mi percosse
+ l’alta virtù che già m’avea trafitto
+ prima ch’io fuor di püerizia fosse,
+
+ volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli è afflitto,
+
+ per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
+ di sangue m’è rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de l’antica fiamma’.
+
+ Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
+ di sé, Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute die’mi;
+
+ né quantunque perdeo l’antica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+ «Dante, perché Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non piangere ancora;
+ ché pianger ti conven per altra spada».
+
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far l’incora;
+
+ in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessità qui si registra,
+
+ vidi la donna che pria m’appario
+ velata sotto l’angelica festa,
+ drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
+
+ Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+ regalmente ne l’atto ancor proterva
+ continüò come colui che dice
+ e ’l più caldo parlar dietro reserva:
+
+ «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti d’accedere al monte?
+ non sapei tu che qui è l’uom felice?».
+
+ Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
+ tanta vergogna mi gravò la fronte.
+
+ Così la madre al figlio par superba,
+ com’ ella parve a me; perché d’amaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
+ ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
+
+ Sì come neve tra le vive travi
+ per lo dosso d’Italia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+ poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ sì che par foco fonder la candela;
+
+ così fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi ’l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
+
+ lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi uscì del petto.
+
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole così poscia:
+
+ «Voi vigilate ne l’etterno die,
+ sì che notte né sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+ onde la mia risposta è con più cura
+ che m’intenda colui che di là piagne,
+ perché sia colpa e duol d’una misura.
+
+ Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ ma per larghezza di grazie divine,
+ che sì alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste là non van vicine,
+
+ questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtüalmente, ch’ogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+ Ma tanto più maligno e più silvestro
+ si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
+ quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
+
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte vòlto.
+
+ Sì tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+ Quando di carne a spirto era salita,
+ e bellezza e virtù cresciuta m’era,
+ fu’ io a lui men cara e men gradita;
+
+ e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+ Né l’impetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
+
+ Tanto giù cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran già corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+ Per questo visitai l’uscio d’i morti,
+ e a colui che l’ha qua sù condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Letè si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+ di pentimento che lagrime spanda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXI
+
+
+ «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio m’era paruto acro,
+
+ ricominciò, seguendo sanza cunta,
+ «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta».
+
+ Era la mia virtù tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+ Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
+ Rispondi a me; ché le memorie triste
+ in te non sono ancor da l’acqua offense».
+
+ Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+ Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
+ e con men foga l’asta il segno tocca,
+
+ sì scoppia’ io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allentò per lo suo varco.
+
+ Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di là dal qual non è a che s’aspiri,
+
+ quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti così spogliar la spene?
+
+ E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?».
+
+ Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+ Piangendo dissi: «Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che ’l vostro viso si nascose».
+
+ Ed ella: «Se tacessi o se negassi
+ ciò che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+ Ma quando scoppia de la propria gota
+ l’accusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge sé contra ’l taglio la rota.
+
+ Tuttavia, perché mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perché altra volta,
+ udendo le serene, sie più forte,
+
+ pon giù il seme del piangere e ascolta:
+ sì udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+ Mai non t’appresentò natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in ch’io
+ rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
+
+ e se ’l sommo piacer sì ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era più tale.
+
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar più colpo, o pargoletta
+ o altra novità con sì breve uso.
+
+ Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta».
+
+ Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e sé riconoscendo e ripentuti,
+
+ tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
+ per udir se’ dolente, alza la barba,
+ e prenderai più doglia riguardando».
+
+ Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ ch’io non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de l’argomento.
+
+ E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro aspersïon l’occhio comprese;
+
+ e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch’è sola una persona in due nature.
+
+ Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi più sé stessa antica,
+ vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
+
+ Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ più nel suo amor, più mi si fé nemica.
+
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+ Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
+ la donna ch’io avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
+
+ Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso l’acqua lieve come scola.
+
+ Quando fui presso a la beata riva,
+ ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
+
+ La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
+
+ Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+ «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di là, che miran più profondo».
+
+ Così cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+ Disser: «Fa che le viste non risparmi;
+ posto t’avem dinanzi a li smeraldi
+ ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
+
+ Mille disiri più che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
+
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+ Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in sé star queta,
+ e ne l’idolo suo si trasmutava.
+
+ Mentre che piena di stupore e lieta
+ l’anima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di sé, di sé asseta,
+
+ sé dimostrando di più alto tribo
+ ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+ «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
+ era la sua canzone, «al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+ Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, sì che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele».
+
+ O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto l’ombra
+ sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+ che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ là dove armonizzando il ciel t’adombra,
+
+ quando ne l’aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXII
+
+
+ Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi m’eran tutti spenti.
+
+ Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non caler—così lo santo riso
+ a sé traéli con l’antica rete!—;
+
+ quando per forza mi fu vòlto il viso
+ ver’ la sinistra mia da quelle dee,
+ perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
+
+ e la disposizion ch’a veder èe
+ ne li occhi pur testé dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fée.
+
+ Ma poi ch’al poco il viso riformossi
+ (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+ vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
+ lo glorïoso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+ Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e sé gira col segno,
+ prima che possa tutta in sé mutarsi;
+
+ quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+ Indi a le rote si tornar le donne,
+ e ’l grifon mosse il benedetto carco
+ sì, che però nulla penna crollonne.
+
+ La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che fé l’orbita sua con minore arco.
+
+ Sì passeggiando l’alta selva vòta,
+ colpa di quella ch’al serpente crese,
+ temprava i passi un’angelica nota.
+
+ Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Bëatrice scese.
+
+ Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
+
+ La coma sua, che tanto si dilata
+ più quanto più è sù, fora da l’Indi
+ ne’ boschi lor per altezza ammirata.
+
+ «Beato se’, grifon, che non discindi
+ col becco d’esto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi».
+
+ Così dintorno a l’albero robusto
+ gridaron li altri; e l’animal binato:
+ «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
+
+ E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
+ trasselo al piè de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lasciò legato.
+
+ Come le nostre piante, quando casca
+ giù la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+ turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che ’l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+ men che di rose e più che di vïole
+ colore aprendo, s’innovò la pianta,
+ che prima avea le ramora sì sole.
+
+ Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
+ l’inno che quella gente allor cantaro,
+ né la nota soffersi tutta quanta.
+
+ S’io potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
+
+ come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com’ io m’addormentai;
+ ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
+
+ Però trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
+ del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
+
+ Quali a veder de’ fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpetüe nozze fa nel cielo,
+
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+ e videro scemata loro scuola
+ così di Moïsè come d’Elia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+ tal torna’ io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
+
+ E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
+ Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+ Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
+ con più dolce canzone e più profonda».
+
+ E se più fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, però che già ne li occhi m’era
+ quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
+
+ Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata lì del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+ In cerchio le facevan di sé claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
+
+ «Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo è romano.
+
+ Però, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di là, fa che tu scrive».
+
+ Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ d’i suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
+
+ Non scese mai con sì veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che più va remoto,
+
+ com’ io vidi calar l’uccel di Giove
+ per l’alber giù, rompendo de la scorza,
+ non che d’i fiori e de le foglie nove;
+
+ e ferì ’l carro di tutta sua forza;
+ ond’ el piegò come nave in fortuna,
+ vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
+
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del trïunfal veiculo una volpe
+ che d’ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
+
+ Poscia per indi ond’ era pria venuta,
+ l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
+ del carro e lasciar lei di sé pennuta;
+
+ e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce uscì del cielo e cotal disse:
+ «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
+
+ Poi parve a me che la terra s’aprisse
+ tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro sù la coda fisse;
+
+ e come vespa che ritragge l’ago,
+ a sé traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+ Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+ si ricoperse, e funne ricoperta
+ e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
+ che più tiene un sospir la bocca aperta.
+
+ Trasformato così ’l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
+
+ Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ m’apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+ e come perché non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+ Ma perché l’occhio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagellò dal capo infin le piante;
+
+ poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+ a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXIII
+
+
+ ‘Deus, venerunt gentes’, alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+ e Bëatrice, sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava sì fatta, che poco
+ più a la croce si cambiò Maria.
+
+ Ma poi che l’altre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in pè,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+ ‘Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me’.
+
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo sé, solo accennando, mosse
+ me e la donna e ’l savio che ristette.
+
+ Così sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+ e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
+ mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
+
+ Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
+ dissemi: «Frate, perché non t’attenti
+ a domandarmi omai venendo meco?».
+
+ Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti,
+
+ avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: «Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
+
+ Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ sì che non parli più com’ om che sogna.
+
+ Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
+ fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+ Non sarà tutto tempo sanza reda
+ l’aguglia che lasciò le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ ch’io veggio certamente, e però il narro,
+ a darne tempo già stelle propinque,
+ secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
+
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, anciderà la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+ E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
+
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+ Tu nota; e sì come da me son porte,
+ così queste parole segna a’ vivi
+ del viver ch’è un correre a la morte.
+
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch’è or due volte dirubata quivi.
+
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a l’uso suo la creò santa.
+
+ Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e più l’anima prima
+ bramò colui che ’l morso in sé punio.
+
+ Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e sì travolta ne la cima.
+
+ E se stati non fossero acqua d’Elsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+ per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
+ conosceresti a l’arbor moralmente.
+
+ Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
+
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che ’l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto».
+
+ E io: «Sì come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato è or da voi lo mio cervello.
+
+ Ma perché tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disïata vola,
+ che più la perde quanto più s’aiuta?».
+
+ «Perché conoschi», disse, «quella scuola
+ c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come può seguitar la mia parola;
+
+ e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che più alto festina».
+
+ Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
+ ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
+ né honne coscïenza che rimorda».
+
+ «E se tu ricordar non te ne puoi»,
+ sorridendo rispuose, «or ti rammenta
+ come bevesti di Letè ancoi;
+
+ e se dal fummo foco s’argomenta,
+ cotesta oblivïon chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+ Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude».
+
+ E più corusco e con più lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e là, come li aspetti, fassi,
+
+ quando s’affisser, sì come s’affigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+ le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
+
+ Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
+ veder mi parve uscir d’una fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+ «O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua è questa che qui si dispiega
+ da un principio e sé da sé lontana?».
+
+ Per cotal priego detto mi fu: «Priega
+ Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+ la bella donna: «Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che l’acqua di Letè non gliel nascose».
+
+ E Bëatrice: «Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+ Ma vedi Eünoè che là diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se’ usa,
+ la tramortita sua virtù ravviva».
+
+ Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che è per segno fuor dischiusa;
+
+ così, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: «Vien con lui».
+
+ S’io avessi, lettor, più lungo spazio
+ da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
+ lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
+
+ ma perché piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
+
+ Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto sì come piante novelle
+ rinovellate di novella fronda,
+
+ puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ à = a grave
+ è = e grave
+ ì = i grave
+ ò = o grave
+ ù = u grave
+
+ é = e acute
+ ó = o acute
+
+ ä = a uml
+ ë = e uml
+ ï = i uml
+ ö = o uml
+ ü = u uml
+
+ È = E grave
+ Ë = E uml
+ Ï = I uml
+
+ « = left angle quotation mark
+ » = right angle quotation mark
+
+ “ = left double quotation mark
+ ” = right double quotation mark
+
+ ‘ = left single quotation mark
+ ’ = right single quotation mark
+
+ — = em dash
+
+ • = middot
+
+ . . . = ellipsis
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by
+Dante Alighieri
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 ***