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+ ma per la sua follia le fu sì presso, + che molto poco tempo a volger era. + + Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non lì era altra via + che questa per la quale i’ mi son messo. + + Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan sé sotto la tua balìa. + + Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; + de l’alto scende virtù che m’aiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + + Or ti piaccia gradir la sua venuta: + libertà va cercando, ch’è sì cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + + Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. + + Non son li editti etterni per noi guasti, + ché questi vive e Minòs me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + + di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + + Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riporterò di te a lei, + se d’esser mentovato là giù degni». + + «Marzïa piacque tanto a li occhi miei + mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora, + «che quante grazie volse da me, fei. + + Or che di là dal mal fiume dimora, + più muover non mi può, per quella legge + che fatta fu quando me n’usci’ fora. + + Ma se donna del ciel ti move e regge, + come tu di’, non c’è mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, + sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; + + ché non si converria, l’occhio sorpriso + d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch’è di quei di paradiso. + + Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + là giù colà dove la batte l’onda, + porta di giunchi sovra ’l molle limo: + + null’ altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + però ch’a le percosse non seconda. + + Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterrà, che surge omai, + prendere il monte a più lieve salita». + + Così sparì; e io sù mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + + El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, ché di qua dichina + questa pianura a’ suoi termini bassi». + + L’alba vinceva l’ora mattutina + che fuggia innanzi, sì che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + + Noi andavam per lo solingo piano + com’ om che torna a la perduta strada, + che ’nfino ad essa li pare ire in vano. + + Quando noi fummo là ’ve la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + + ambo le mani in su l’erbetta sparte + soavemente ’l mio maestro pose: + ond’ io, che fui accorto di sua arte, + + porsi ver’ lui le guance lagrimose; + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che l’inferno mi nascose. + + Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + + Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: + oh maraviglia! ché qual elli scelse + l’umile pianta, cotal si rinacque + + subitamente là onde l’avelse. + + + + Purgatorio • Canto II + + + Già era ’l sole a l’orizzonte giunto + lo cui meridïan cerchio coverchia + Ierusalèm col suo più alto punto; + + e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + + sì che le bianche e le vermiglie guance, + là dov’ i’ era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + + Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + giù nel ponente sovra ’l suol marino, + + cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir sì ratto, + che ’l muover suo nessun volar pareggia. + + Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto + l’occhio per domandar lo duca mio, + rividil più lucente e maggior fatto. + + Poi d’ogne lato ad esso m’appario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui uscìo. + + Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + + gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco l’angel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di sì fatti officiali. + + Vedi che sdegna li argomenti umani, + sì che remo non vuol, né altro velo + che l’ali sue, tra liti sì lontani. + + Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, + trattando l’aere con l’etterne penne, + che non si mutan come mortal pelo». + + Poi, come più e più verso noi venne + l’uccel divino, più chiaro appariva: + per che l’occhio da presso nol sostenne, + + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. + + Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e più di cento spirti entro sediero. + + ‘In exitu Isräel de Aegypto’ + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo è poscia scripto. + + Poi fece il segno lor di santa croce; + ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: + ed el sen gì, come venne, veloce. + + La turba che rimase lì, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + + Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, ch’avea con le saette conte + di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, + + quando la nova gente alzò la fronte + ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte». + + E Virgilio rispuose: «Voi credete + forse che siamo esperti d’esto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu sì aspra e forte, + che lo salire omai ne parrà gioco». + + L’anime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + + E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + + così al viso mio s’affisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi oblïando d’ire a farsi belle. + + Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con sì grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + + Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + + Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che l’ombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + + Soavemente disse ch’io posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. + + Rispuosemi: «Così com’ io t’amai + nel mortal corpo, così t’amo sciolta: + però m’arresto; ma tu perché vai?». + + «Casella mio, per tornar altra volta + là dov’ io son, fo io questo vïaggio», + diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». + + Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + più volte m’ha negato esto passaggio; + + ché di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + + Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto + dove l’acqua di Tevero s’insala, + benignamente fu’ da lui ricolto. + + A quella foce ha elli or dritta l’ala, + però che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala». + + E io: «Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a l’amoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + + di ciò ti piaccia consolare alquanto + l’anima mia, che, con la sua persona + venendo qui, è affannata tanto!». + + ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ + cominciò elli allor sì dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + + Lo mio maestro e io e quella gente + ch’eran con lui parevan sì contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + + Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? + + qual negligenza, quale stare è questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». + + Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, + + se cosa appare ond’ elli abbian paura, + subitamente lasciano star l’esca, + perch’ assaliti son da maggior cura; + + così vid’ io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, + com’ om che va, né sa dove rïesca; + + né la nostra partita fu men tosta. + + + + Purgatorio • Canto III + + + Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + + i’ mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare’ io sanza lui corso? + chi m’avria tratto su per la montagna? + + El mi parea da sé stesso rimorso: + o dignitosa coscïenza e netta, + come t’è picciol fallo amaro morso! + + Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + + lo ’ntento rallargò, sì come vaga, + e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio + che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. + + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto m’era dinanzi a la figura, + ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. + + Io mi volsi dallato con paura + d’essere abbandonato, quand’ io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + + e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», + a dir mi cominciò tutto rivolto; + «non credi tu me teco e ch’io ti guidi? + + Vespero è già colà dov’ è sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra; + Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. + + Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, + non ti maravigliar più che d’i cieli + che l’uno a l’altro raggio non ingombra. + + A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virtù dispone + che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. + + Matto è chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + + State contenti, umana gente, al quia; + ché, se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + + e disïar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + ch’etternalmente è dato lor per lutto: + + io dico d’Aristotile e di Plato + e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, + e più non disse, e rimase turbato. + + Noi divenimmo intanto a piè del monte; + quivi trovammo la roccia sì erta, + che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. + + Tra Lerice e Turbìa la più diserta, + la più rotta ruina è una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + + «Or chi sa da qual man la costa cala», + disse ’l maestro mio fermando ’l passo, + «sì che possa salir chi va sanz’ ala?». + + E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + + da man sinistra m’apparì una gente + d’anime, che movieno i piè ver’ noi, + e non pareva, sì venïan lente. + + «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne darà consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi». + + Guardò allora, e con libero piglio + rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio». + + Ancora era quel popol di lontano, + i’ dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + + quando si strinser tutti ai duri massi + de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti + com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. + + «O ben finiti, o già spiriti eletti», + Virgilio incominciò, «per quella pace + ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, + + ditene dove la montagna giace, + sì che possibil sia l’andare in suso; + ché perder tempo a chi più sa più spiace». + + Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e l’altre stanno + timidette atterrando l’occhio e ’l muso; + + e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, + addossandosi a lei, s’ella s’arresta, + semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; + + sì vid’ io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne l’andare onesta. + + Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + sì che l’ombra era da me a la grotta, + + restaro, e trasser sé in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. + + «Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo è corpo uman che voi vedete; + per che ’l lume del sole in terra è fesso. + + Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virtù che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete». + + Così ’l maestro; e quella gente degna + «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», + coi dossi de le man faccendo insegna. + + E un di loro incominciò: «Chiunque + tu se’, così andando, volgi ’l viso: + pon mente se di là mi vedesti unque». + + Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. + + Quand’ io mi fui umilmente disdetto + d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; + e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. + + Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond’ io ti priego che, quando tu riedi, + + vadi a mia bella figlia, genitrice + de l’onor di Cicilia e d’Aragona, + e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. + + Poscia ch’io ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + + Orribil furon li peccati miei; + ma la bontà infinita ha sì gran braccia, + che prende ciò che si rivolge a lei. + + Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + + l’ossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + + Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, + dov’ e’ le trasmutò a lume spento. + + Per lor maladizion sì non si perde, + che non possa tornar, l’etterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + + Vero è che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + + per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, + in sua presunzïon, se tal decreto + più corto per buon prieghi non diventa. + + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come m’hai visto, e anco esto divieto; + + ché qui per quei di là molto s’avanza». + + + + Purgatorio • Canto IV + + + Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virtù nostra comprenda, + l’anima bene ad essa si raccoglie, + + par ch’a nulla potenza più intenda; + e questo è contra quello error che crede + ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. + + E però, quando s’ode cosa o vede + che tegna forte a sé l’anima volta, + vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; + + ch’altra potenza è quella che l’ascolta, + e altra è quella c’ha l’anima intera: + questa è quasi legata e quella è sciolta. + + Di ciò ebb’ io esperïenza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + ché ben cinquanta gradi salito era + + lo sole, e io non m’era accorto, quando + venimmo ove quell’ anime ad una + gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». + + Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + l’uom de la villa quando l’uva imbruna, + + che non era la calla onde salìne + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partìne. + + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova e ’n Cacume + con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; + + dico con l’ale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + + Noi salavam per entro ’l sasso rotto, + e d’ogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + + Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo + de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, + «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». + + Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che n’appaia alcuna scorta saggia». + + Lo sommo er’ alto che vincea la vista, + e la costa superba più assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + + Io era lasso, quando cominciai: + «O dolce padre, volgiti, e rimira + com’ io rimango sol, se non restai». + + «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», + additandomi un balzo poco in sùe + che da quel lato il poggio tutto gira. + + Sì mi spronaron le parole sue, + ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. + + A seder ci ponemmo ivi ambedui + vòlti a levante ond’ eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + + Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra n’eravam feriti. + + Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + + Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che sù e giù del suo lume conduce, + + tu vedresti il Zodïaco rubecchio + ancora a l’Orse più stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + + Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sïòn + con questo monte in su la terra stare + + sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Fetòn, + + vedrai come a costui convien che vada + da l’un, quando a colui da l’altro fianco, + se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». + + «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco + non vid’ io chiaro sì com’ io discerno + là dove mio ingegno parea manco, + + che ’l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun’ arte, + e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, + + per la ragion che di’, quinci si parte + verso settentrïon, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + + Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale + più che salir non posson li occhi miei». + + Ed elli a me: «Questa montagna è tale, + che sempre al cominciar di sotto è grave; + e quant’ om più va sù, e men fa male. + + Però, quand’ ella ti parrà soave + tanto, che sù andar ti fia leggero + com’ a seconda giù andar per nave, + + allor sarai al fin d’esto sentiero; + quivi di riposar l’affanno aspetta. + Più non rispondo, e questo so per vero». + + E com’ elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso sonò: «Forse + che di sedere in pria avrai distretta!». + + Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual né io né ei prima s’accorse. + + Là ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a l’ombra dietro al sasso + come l’uom per negghienza a star si pone. + + E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo ’l viso giù tra esse basso. + + «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia + colui che mostra sé più negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia». + + Allor si volse a noi e puose mente, + movendo ’l viso pur su per la coscia, + e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». + + Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che m’avacciava un poco ancor la lena, + non m’impedì l’andare a lui; e poscia + + ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, + dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole + da l’omero sinistro il carro mena?». + + Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: «Belacqua, a me non dole + + di te omai; ma dimmi: perché assiso + quiritto se’? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». + + Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? + ché non mi lascerebbe ire a’ martìri + l’angel di Dio che siede in su la porta. + + Prima convien che tanto il ciel m’aggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, + + se orazïone in prima non m’aita + che surga sù di cuor che in grazia viva; + l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». + + E già il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco + meridïan dal sole e a la riva + + cuopre la notte già col piè Morrocco». + + + + Purgatorio • Canto V + + + Io era già da quell’ ombre partito, + e seguitava l’orme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando ’l dito, + + una gridò: «Ve’ che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!». + + Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. + + «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», + disse ’l maestro, «che l’andare allenti? + che ti fa ciò che quivi si pispiglia? + + Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + già mai la cima per soffiar di venti; + + ché sempre l’omo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da sé dilunga il segno, + perché la foga l’un de l’altro insolla». + + Che potea io ridir, se non «Io vegno»? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa l’uom di perdon talvolta degno. + + E ’ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando ‘Miserere’ a verso a verso. + + Quando s’accorser ch’i’ non dava loco + per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, + mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; + + e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr’ a noi e dimandarne: + «Di vostra condizion fatene saggi». + + E ’l mio maestro: «Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che ’l corpo di costui è vera carne. + + Se per veder la sua ombra restaro, + com’ io avviso, assai è lor risposto: + fàccianli onore, ed esser può lor caro». + + Vapori accesi non vid’ io sì tosto + di prima notte mai fender sereno, + né, sol calando, nuvole d’agosto, + + che color non tornasser suso in meno; + e, giunti là, con li altri a noi dier volta, + come schiera che scorre sanza freno. + + «Questa gente che preme a noi è molta, + e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: + «però pur va, e in andando ascolta». + + «O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti», + venian gridando, «un poco il passo queta. + + Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, + sì che di lui di là novella porti: + deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? + + Noi fummo tutti già per forza morti, + e peccatori infino a l’ultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + + sì che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di sé veder n’accora». + + E io: «Perché ne’ vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma s’a voi piace + cosa ch’io possa, spiriti ben nati, + + voi dite, e io farò per quella pace + che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, + di mondo in mondo cercar mi si face». + + E uno incominciò: «Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che ’l voler nonpossa non ricida. + + Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, sì che ben per me s’adori + pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. + + Quindi fu’ io; ma li profondi fóri + ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + + là dov’ io più sicuro esser credea: + quel da Esti il fé far, che m’avea in ira + assai più là che dritto non volea. + + Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, + quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, + ancor sarei di là dove si spira. + + Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco + m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io + de le mie vene farsi in terra laco». + + Poi disse un altro: «Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a l’alto monte, + con buona pïetate aiuta il mio! + + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per ch’io vo tra costor con bassa fronte». + + E io a lui: «Qual forza o qual ventura + ti travïò sì fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?». + + «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino + traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, + che sovra l’Ermo nasce in Apennino. + + Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, + arriva’ io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + + Quivi perdei la vista e la parola; + nel nome di Maria fini’, e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + + Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: + l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno + gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? + + Tu te ne porti di costui l’etterno + per una lagrimetta che ’l mi toglie; + ma io farò de l’altro altro governo!”. + + Ben sai come ne l’aere si raccoglie + quell’ umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove ’l freddo il coglie. + + Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento + per la virtù che sua natura diede. + + Indi la valle, come ’l dì fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, + + sì che ’l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde, e a’ fossati venne + di lei ciò che la terra non sofferse; + + e come ai rivi grandi si convenne, + ver’ lo fiume real tanto veloce + si ruinò, che nulla la ritenne. + + Lo corpo mio gelato in su la foce + trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse + ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce + + ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; + voltòmmi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse». + + «Deh, quando tu sarai tornato al mondo + e riposato de la lunga via», + seguitò ’l terzo spirito al secondo, + + «ricorditi di me, che son la Pia; + Siena mi fé, disfecemi Maremma: + salsi colui che ’nnanellata pria + + disposando m’avea con la sua gemma». + + + + Purgatorio • Canto VI + + + Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + + con l’altro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + + el non s’arresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, più non fa pressa; + e così da la calca si difende. + + Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e là, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + + Quiv’ era l’Aretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e l’altro ch’annegò correndo in caccia. + + Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che fé parer lo buon Marzucco forte. + + Vidi conte Orso e l’anima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com’ e’ dicea, non per colpa commisa; + + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr’ è di qua, la donna di Brabante, + sì che però non sia di peggior greggia. + + Come libero fui da tutte quante + quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, + sì che s’avacci lor divenir sante, + + io cominciai: «El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + + e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». + + Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + + ché cima di giudicio non s’avvalla + perché foco d’amor compia in un punto + ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; + + e là dov’ io fermai cotesto punto, + non s’ammendava, per pregar, difetto, + perché ’l priego da Dio era disgiunto. + + Veramente a così alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. + + Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice». + + E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, + ché già non m’affatico come dianzi, + e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». + + «Noi anderem con questo giorno innanzi», + rispuose, «quanto più potremo omai; + ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. + + Prima che sie là sù, tornar vedrai + colui che già si cuopre de la costa, + sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. + + Ma vedi là un’anima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne ’nsegnerà la via più tosta». + + Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + + Ella non ci dicëa alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + + ma di nostro paese e de la vita + ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava + «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita, + + surse ver’ lui del loco ove pria stava, + dicendo: «O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. + + Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + + Quell’ anima gentil fu così presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + + e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode + di quei ch’un muro e una fossa serra. + + Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + s’alcuna parte in te di pace gode. + + Che val perché ti racconciasse il freno + Iustinïano, se la sella è vòta? + Sanz’ esso fora la vergogna meno. + + Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi ciò che Dio ti nota, + + guarda come esta fiera è fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + + O Alberto tedesco ch’abbandoni + costei ch’è fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + + giusto giudicio da le stelle caggia + sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! + + Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, + per cupidigia di costà distretti, + che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. + + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color già tristi, e questi con sospetti! + + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com’ è oscura! + + Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e dì e notte chiama: + «Cesare mio, perché non m’accompagne?». + + Vieni a veder la gente quanto s’ama! + e se nulla di noi pietà ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + + E se licito m’è, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + + O è preparazion che ne l’abisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de l’accorger nostro scisso? + + Ché le città d’Italia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + mercé del popol tuo che si argomenta. + + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a l’arco; + ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. + + Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». + + Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace e tu con senno! + S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. + + Atene e Lacedemona, che fenno + l’antiche leggi e furon sì civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + + verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, ch’a mezzo novembre + non giugne quel che tu d’ottobre fili. + + Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato, e rinovate membre! + + E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non può trovar posa in su le piume, + + ma con dar volta suo dolore scherma. + + + + Purgatorio • Canto VII + + + Poscia che l’accoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». + + «Anzi che a questo monte fosser volte + l’anime degne di salire a Dio, + fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. + + Io son Virgilio; e per null’ altro rio + lo ciel perdei che per non aver fé». + Così rispuose allora il duca mio. + + Qual è colui che cosa innanzi sé + sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, + che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . », + + tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, + e umilmente ritornò ver’ lui, + e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. + + «O gloria di Latin», disse, «per cui + mostrò ciò che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond’ io fui, + + qual merito o qual grazia mi ti mostra? + S’io son d’udir le tue parole degno, + dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». + + «Per tutt’ i cerchi del dolente regno», + rispuose lui, «son io di qua venuto; + virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. + + Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder l’alto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + + Luogo è là giù non tristo di martìri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + + Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da l’umana colpa essenti; + + quivi sto io con quei che le tre sante + virtù non si vestiro, e sanza vizio + conobber l’altre e seguir tutte quante. + + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + dà noi per che venir possiam più tosto + là dove purgatorio ha dritto inizio». + + Rispuose: «Loco certo non c’è posto; + licito m’è andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. + + Ma vedi già come dichina il giorno, + e andar sù di notte non si puote; + però è buon pensar di bel soggiorno. + + Anime sono a destra qua remote; + se mi consenti, io ti merrò ad esse, + e non sanza diletto ti fier note». + + «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + d’altrui, o non sarria ché non potesse?». + + E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, + dicendo: «Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo ’l sol partito: + + non però ch’altra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + + Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». + + Allora il mio segnor, quasi ammirando, + «Menane», disse, «dunque là ’ve dici + ch’aver si può diletto dimorando». + + Poco allungati c’eravam di lici, + quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + + «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo + dove la costa face di sé grembo; + e là il novo giorno attenderemo». + + Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + là dove più ch’a mezzo muore il lembo. + + Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, + + da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore è vinto il meno. + + Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavità di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + + ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + + «Prima che ’l poco sole omai s’annidi», + cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, + «tra color non vogliate ch’io vi guidi. + + Di questo balzo meglio li atti e ’ volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama giù tra essi accolti. + + Colui che più siede alto e fa sembianti + d’aver negletto ciò che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + + Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe c’hanno Italia morta, + sì che tardi per altri si ricrea. + + L’altro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove l’acqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + + E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui c’ha sì benigno aspetto, + morì fuggendo e disfiorando il giglio: + + guardate là come si batte il petto! + L’altro vedete c’ha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + + Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che sì li lancia. + + Quel che par sì membruto e che s’accorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + d’ogne valor portò cinta la corda; + + e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + + che non si puote dir de l’altre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + + Rade volte risurge per li rami + l’umana probitate; e questo vole + quei che la dà, perché da lui si chiami. + + Anche al nasuto vanno mie parole + non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza già si dole. + + Tant’ è del seme suo minor la pianta, + quanto, più che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + + Vedete il re de la semplice vita + seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: + questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. + + Quel che più basso tra costor s’atterra, + guardando in suso, è Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + + fa pianger Monferrato e Canavese». + + + + Purgatorio • Canto VIII + + + Era già l’ora che volge il disio + ai navicanti e ’ntenerisce il core + lo dì c’han detto ai dolci amici addio; + + e che lo novo peregrin d’amore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + + quand’ io incominciai a render vano + l’udire e a mirare una de l’alme + surta, che l’ascoltar chiedea con mano. + + Ella giunse e levò ambo le palme, + ficcando li occhi verso l’orïente, + come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. + + ‘Te lucis ante’ sì devotamente + le uscìo di bocca e con sì dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + + e l’altre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto l’inno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + ché ’l velo è ora ben tanto sottile, + certo che ’l trapassar dentro è leggero. + + Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in sùe, + quasi aspettando, palido e umìle; + + e vidi uscir de l’alto e scender giùe + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + + Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + + L’un poco sovra noi a star si venne, + e l’altro scese in l’opposita sponda, + sì che la gente in mezzo si contenne. + + Ben discernëa in lor la testa bionda; + ma ne la faccia l’occhio si smarria, + come virtù ch’a troppo si confonda. + + «Ambo vegnon del grembo di Maria», + disse Sordello, «a guardia de la valle, + per lo serpente che verrà vie via». + + Ond’ io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto m’accostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + + E Sordello anco: «Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazïoso fia lor vedervi assai». + + Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + + Temp’ era già che l’aere s’annerava, + ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei + non dichiarisse ciò che pria serrava. + + Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra ’ rei! + + Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti + a piè del monte per le lontane acque?». + + «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che l’altra, sì andando, acquisti». + + E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di sùbito smarrita. + + L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse + che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse». + + Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado + che tu dei a colui che sì nasconde + lo suo primo perché, che non lì è guado, + + quando sarai di là da le larghe onde, + dì a Giovanna mia che per me chiami + là dove a li ’nnocenti si risponde. + + Non credo che la sua madre più m’ami, + poscia che trasmutò le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + + Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco d’amor dura, + se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. + + Non le farà sì bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com’ avria fatto il gallo di Gallura». + + Così dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur là dove le stelle son più tarde, + sì come rota più presso a lo stelo. + + E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». + E io a lui: «A quelle tre facelle + di che ’l polo di qua tutto quanto arde». + + Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di là basse, + e queste son salite ov’ eran quelle». + + Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse + dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; + e drizzò il dito perché ’n là guardasse. + + Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + + Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso + leccando come bestia che si liscia. + + Io non vidi, e però dicer non posso, + come mosser li astor celestïali; + ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. + + Sentendo fender l’aere a le verdi ali, + fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + + L’ombra che s’era al giudice raccolta + quando chiamò, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + + «Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant’ è mestiere infino al sommo smalto», + + cominciò ella, «se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che già grande là era. + + Fui chiamato Currado Malaspina; + non son l’antico, ma di lui discesi; + a’ miei portai l’amor che qui raffina». + + «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi + già mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa ch’ei non sien palesi? + + La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + sì che ne sa chi non vi fu ancora; + + e io vi giuro, s’io di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + + Uso e natura sì la privilegia, + che, perché il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». + + Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca + sette volte nel letto che ’l Montone + con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, + + che cotesta cortese oppinïone + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che d’altrui sermone, + + se corso di giudicio non s’arresta». + + + + Purgatorio • Canto IX + + + La concubina di Titone antico + già s’imbiancava al balco d’orïente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + + di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + + e la notte, de’ passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov’ eravamo, + e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; + + quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, + vinto dal sonno, in su l’erba inchinai + là ’ve già tutti e cinque sedavamo. + + Ne l’ora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de’ suo’ primi guai, + + e che la mente nostra, peregrina + più da la carne e men da’ pensier presa, + a le sue visïon quasi è divina, + + in sogno mi parea veder sospesa + un’aguglia nel ciel con penne d’oro, + con l’ali aperte e a calare intesa; + + ed esser mi parea là dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + + Fra me pensava: ‘Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse d’altro loco + disdegna di portarne suso in piede’. + + Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + + Ivi parea che ella e io ardesse; + e sì lo ’ncendio imaginato cosse, + che convenne che ’l sonno si rompesse. + + Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo là dove si fosse, + + quando la madre da Chirón a Schiro + trafuggò lui dormendo in le sue braccia, + là onde poi li Greci il dipartiro; + + che mi scoss’ io, sì come da la faccia + mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, + come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. + + Dallato m’era solo il mio conforto, + e ’l sole er’ alto già più che due ore, + e ’l viso m’era a la marina torto. + + «Non aver tema», disse il mio segnore; + «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + + Tu se’ omai al purgatorio giunto: + vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; + vedi l’entrata là ’ve par digiunto. + + Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, + quando l’anima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond’ è là giù addorno + + venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + sì l’agevolerò per la sua via”. + + Sordel rimase e l’altre genti forme; + ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + + Qui ti posò, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». + + A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verità li è discoperta, + + mi cambia’ io; e come sanza cura + vide me ’l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. + + Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo + la mia matera, e però con più arte + non ti maravigliar s’io la rincalzo. + + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte + che là dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + + vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier ch’ancor non facea motto. + + E come l’occhio più e più v’apersi, + vidil seder sovra ’l grado sovrano, + tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; + + e una spada nuda avëa in mano, + che reflettëa i raggi sì ver’ noi, + ch’io drizzava spesso il viso in vano. + + «Dite costinci: che volete voi?», + cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? + Guardate che ’l venir sù non vi nòi». + + «Donna del ciel, di queste cose accorta», + rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi + ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». + + «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», + ricominciò il cortese portinaio: + «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». + + Là ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era sì pulito e terso, + ch’io mi specchiai in esso qual io paio. + + Era il secondo tinto più che perso, + d’una petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + + Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, + porfido mi parea, sì fiammeggiante + come sangue che fuor di vena spiccia. + + Sovra questo tenëa ambo le piante + l’angel di Dio sedendo in su la soglia + che mi sembiava pietra di diamante. + + Per li tre gradi sù di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi + umilemente che ’l serrame scioglia». + + Divoto mi gittai a’ santi piedi; + misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + + Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e «Fa che lavi, + quando se’ dentro, queste piaghe» disse. + + Cenere, o terra che secca si cavi, + d’un color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + + L’una era d’oro e l’altra era d’argento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. + + «Quandunque l’una d’este chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa», + diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. + + Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa + d’arte e d’ingegno avanti che diserri, + perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. + + Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri + anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, + pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». + + Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, + dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi ’n dietro si guata». + + E quando fuor ne’ cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + + non rugghiò sì né si mostrò sì acra + Tarpëa, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + + Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e ‘Te Deum laudamus’ mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + + Tale imagine a punto mi rendea + ciò ch’io udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + + ch’or sì or no s’intendon le parole. + + + + Purgatorio • Canto X + + + Poi fummo dentro al soglio de la porta + che ’l mal amor de l’anime disusa, + perché fa parer dritta la via torta, + + sonando la senti’ esser richiusa; + e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + + Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e d’una e d’altra parte, + sì come l’onda che fugge e s’appressa. + + «Qui si conviene usare un poco d’arte», + cominciò ’l duca mio, «in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte». + + E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + + che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + sù dove il monte in dietro si rauna, + + ïo stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo più che strade per diserti. + + Da la sua sponda, ove confina il vano, + al piè de l’alta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + + e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + + Là sù non eran mossi i piè nostri anco, + quand’ io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + + esser di marmo candido e addorno + d’intagli sì, che non pur Policleto, + ma la natura lì avrebbe scorno. + + L’angel che venne in terra col decreto + de la molt’ anni lagrimata pace, + ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, + + dinanzi a noi pareva sì verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + + Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; + perché iv’ era imaginata quella + ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; + + e avea in atto impressa esta favella + ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente + come figura in cera si suggella. + + «Non tener pur ad un loco la mente», + disse ’l dolce maestro, che m’avea + da quella parte onde ’l cuore ha la gente. + + Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde m’era colui che mi movea, + + un’altra storia ne la roccia imposta; + per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, + acciò che fosse a li occhi miei disposta. + + Era intagliato lì nel marmo stesso + lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, + per che si teme officio non commesso. + + Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a’ due mie’ sensi + faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. + + Similemente al fummo de li ’ncensi + che v’era imaginato, li occhi e ’l naso + e al sì e al no discordi fensi. + + Lì precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, l’umile salmista, + e più e men che re era in quel caso. + + Di contra, effigïata ad una vista + d’un gran palazzo, Micòl ammirava + sì come donna dispettosa e trista. + + I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, + per avvisar da presso un’altra istoria, + che di dietro a Micòl mi biancheggiava. + + Quiv’ era storïata l’alta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + + i’ dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + + Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro + sovr’ essi in vista al vento si movieno. + + La miserella intra tutti costoro + pareva dir: «Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; + + ed elli a lei rispondere: «Or aspetta + tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», + come persona in cui dolor s’affretta, + + «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, + la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene + a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; + + ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene + ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: + giustizia vuole e pietà mi ritene». + + Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perché qui non si trova. + + Mentr’ io mi dilettava di guardare + l’imagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + + «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», + mormorava il poeta, «molte genti: + questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». + + Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti + per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, + volgendosi ver’ lui non furon lenti. + + Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che ’l debito si paghi. + + Non attender la forma del martìre: + pensa la succession; pensa ch’al peggio + oltre la gran sentenza non può ire. + + Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, sì nel veder vaneggio». + + Ed elli a me: «La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. + + Ma guarda fiso là, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + già scorger puoi come ciascun si picchia». + + O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne’ retrosi passi, + + non v’accorgete voi che noi siam vermi + nati a formar l’angelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + + Di che l’animo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + sì come vermo in cui formazion falla? + + Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + + la qual fa del non ver vera rancura + nascere ’n chi la vede; così fatti + vid’ io color, quando puosi ben cura. + + Vero è che più e meno eran contratti + secondo ch’avien più e meno a dosso; + e qual più pazïenza avea ne li atti, + + piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. + + + + Purgatorio • Canto XI + + + «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, + non circunscritto, ma per più amore + ch’ai primi effetti di là sù tu hai, + + laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore + da ogne creatura, com’ è degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + + Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, + ché noi ad essa non potem da noi, + s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. + + Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + così facciano li uomini de’ suoi. + + Dà oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi più di gir s’affanna. + + E come noi lo mal ch’avem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + + Nostra virtù che di legger s’adona, + non spermentar con l’antico avversaro, + ma libera da lui che sì la sprona. + + Quest’ ultima preghiera, segnor caro, + già non si fa per noi, ché non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro». + + Così a sé e noi buona ramogna + quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, + simile a quel che talvolta si sogna, + + disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + + Se di là sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei c’hanno al voler buona radice? + + Ben si de’ loro atar lavar le note + che portar quinci, sì che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + + «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi + tosto, sì che possiate muover l’ala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + + mostrate da qual mano inver’ la scala + si va più corto; e se c’è più d’un varco, + quel ne ’nsegnate che men erto cala; + + ché questi che vien meco, per lo ’ncarco + de la carne d’Adamo onde si veste, + al montar sù, contra sua voglia, è parco». + + Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu’ io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + + ma fu detto: «A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + + E s’io non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + + cotesti, ch’ancor vive e non si noma, + guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + + Io fui latino e nato d’un gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se ’l nome suo già mai fu vosco. + + L’antico sangue e l’opere leggiadre + d’i miei maggior mi fer sì arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + + ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, + ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, + e sallo in Campagnatico ogne fante. + + Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, ché tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + + E qui convien ch’io questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». + + Ascoltando chinai in giù la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li ’mpaccia, + + e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + + «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, + l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte + ch’alluminar chiamata è in Parisi?». + + «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + l’onore è tutto or suo, e mio in parte. + + Ben non sare’ io stato sì cortese + mentre ch’io vissi, per lo gran disio + de l’eccellenza ove mio core intese. + + Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + + Oh vana gloria de l’umane posse! + com’ poco verde in su la cima dura, + se non è giunta da l’etati grosse! + + Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + sì che la fama di colui è scura. + + Così ha tolto l’uno a l’altro Guido + la gloria de la lingua; e forse è nato + chi l’uno e l’altro caccerà del nido. + + Non è il mondan romore altro ch’un fiato + di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perché muta lato. + + Che voce avrai tu più, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, + + pria che passin mill’ anni? ch’è più corto + spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia + al cerchio che più tardi in cielo è torto. + + Colui che del cammin sì poco piglia + dinanzi a me, Toscana sonò tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + + ond’ era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo sì com’ ora è putta. + + La vostra nominanza è color d’erba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba». + + E io a lui: «Tuo vero dir m’incora + bona umiltà, e gran tumor m’appiani; + ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». + + «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; + ed è qui perché fu presuntüoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + + Ito è così e va, sanza riposo, + poi che morì; cotal moneta rende + a sodisfar chi è di là troppo oso». + + E io: «Se quello spirito ch’attende, + pria che si penta, l’orlo de la vita, + qua giù dimora e qua sù non ascende, + + se buona orazïon lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?». + + «Quando vivea più glorïoso», disse, + «liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, s’affisse; + + e lì, per trar l’amico suo di pena, + ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + + Più non dirò, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini + faranno sì che tu potrai chiosarlo. + + Quest’ opera li tolse quei confini». + + + + Purgatorio • Canto XII + + + Di pari, come buoi che vanno a giogo, + m’andava io con quell’ anima carca, + fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. + + Ma quando disse: «Lascia lui e varca; + ché qui è buono con l’ali e coi remi, + quantunque può, ciascun pinger sua barca»; + + dritto sì come andar vuolsi rife’mi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + + Io m’era mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + già mostravam com’ eravam leggeri; + + ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: + buon ti sarà, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue». + + Come, perché di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel ch’elli eran pria, + + onde lì molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a’ pïi dà de le calcagne; + + sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza + secondo l’artificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + + Vedea colui che fu nobil creato + più ch’altra creatura, giù dal cielo + folgoreggiando scender, da l’un lato. + + Vedëa Brïareo fitto dal telo + celestïal giacer, da l’altra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra d’i Giganti sparte. + + Vedea Nembròt a piè del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. + + O Nïobè, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + + O Saùl, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelboè, + che poi non sentì pioggia né rugiada! + + O folle Aragne, sì vedea io te + già mezza ragna, trista in su li stracci + de l’opera che mal per te si fé. + + O Roboàm, già non par che minacci + quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. + + Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre fé caro + parer lo sventurato addornamento. + + Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherìb dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + + Mostrava la ruina e ’l crudo scempio + che fé Tamiri, quando disse a Ciro: + «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». + + Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + + Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Ilïón, come te basso e vile + mostrava il segno che lì si discerne! + + Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + + Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant’ io calcai, fin che chinato givi. + + Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli d’Eva, e non chinate il volto + sì che veggiate il vostro mal sentero! + + Più era già per noi del monte vòlto + e del cammin del sole assai più speso + che non stimava l’animo non sciolto, + + quando colui che sempre innanzi atteso + andava, cominciò: «Drizza la testa; + non è più tempo di gir sì sospeso. + + Vedi colà un angel che s’appresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del dì l’ancella sesta. + + Di reverenza il viso e li atti addorna, + sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; + pensa che questo dì mai non raggiorna!». + + Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, sì che ’n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + + A noi venìa la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + + Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; + disse: «Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + + A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar sù nata, + perché a poco vento così cadi?». + + Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batté l’ali per la fronte; + poi mi promise sicura l’andata. + + Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + + si rompe del montar l’ardita foga + per le scalee che si fero ad etade + ch’era sicuro il quaderno e la doga; + + così s’allenta la ripa che cade + quivi ben ratta da l’altro girone; + ma quinci e quindi l’alta pietra rade. + + Noi volgendo ivi le nostre persone, + ‘Beati pauperes spiritu!’ voci + cantaron sì, che nol diria sermone. + + Ahi quanto son diverse quelle foci + da l’infernali! ché quivi per canti + s’entra, e là giù per lamenti feroci. + + Già montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo più lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + + Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve + levata s’è da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?». + + Rispuose: «Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, + + fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser sù pinti». + + Allor fec’ io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; + + per che la mano ad accertar s’aiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si può fornir per la veduta; + + e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che ’ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + + a che guardando, il mio duca sorrise. + + + + Purgatorio • Canto XIII + + + Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + + Ivi così una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che l’arco suo più tosto piega. + + Ombra non lì è né segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + + «Se qui per dimandar gente s’aspetta», + ragionava il poeta, «io temo forse + che troppo avrà d’indugio nostra eletta». + + Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di sé torse. + + «O dolce lume a cui fidanza i’ entro + per lo novo cammin, tu ne conduci», + dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. + + Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; + s’altra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci». + + Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di là eravam noi già iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + + e verso noi volar furon sentiti, + non però visti, spiriti parlando + a la mensa d’amor cortesi inviti. + + La prima voce che passò volando + ‘Vinum non habent’ altamente disse, + e dietro a noi l’andò reïterando. + + E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ + passò gridando, e anco non s’affisse. + + «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». + E com’ io domandai, ecco la terza + dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. + + E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e però sono + tratte d’amor le corde de la ferza. + + Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che l’udirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + + Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun è lungo la grotta assiso». + + Allora più che prima li occhi apersi; + guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + + E poi che fummo un poco più avanti, + udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: + gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. + + Non credo che per terra vada ancoi + omo sì duro, che non fosse punto + per compassion di quel ch’i’ vidi poi; + + ché, quando fui sì presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + + Di vil ciliccio mi parean coperti, + e l’un sofferia l’altro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + + Così li ciechi a cui la roba falla, + stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, + e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, + + perché ’n altrui pietà tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + + E come a li orbi non approda il sole, + così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, + luce del ciel di sé largir non vole; + + ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra + e cusce sì, come a sparvier selvaggio + si fa però che queto non dimora. + + A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. + + Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; + e però non attese mia dimanda, + ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». + + Virgilio mi venìa da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perché da nulla sponda s’inghirlanda; + + da l’altra parte m’eran le divote + ombre, che per l’orribile costura + premevan sì, che bagnavan le gote. + + Volsimi a loro e: «O gente sicura», + incominciai, «di veder l’alto lume + che ’l disio vostro solo ha in sua cura, + + se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscïenza sì che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + + ditemi, ché mi fia grazioso e caro, + s’anima è qui tra voi che sia latina; + e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». + + «O frate mio, ciascuna è cittadina + d’una vera città; ma tu vuo’ dire + che vivesse in Italia peregrina». + + Questo mi parve per risposta udire + più innanzi alquanto che là dov’ io stava, + ond’ io mi feci ancor più là sentire. + + Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava + in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, + lo mento a guisa d’orbo in sù levava. + + «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, + se tu se’ quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome». + + «Io fui sanese», rispuose, «e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che sé ne presti. + + Savia non fui, avvegna che Sapìa + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + più lieta assai che di ventura mia. + + E perché tu non creda ch’io t’inganni, + odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, + già discendendo l’arco d’i miei anni. + + Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co’ loro avversari, + e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. + + Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + + tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, + gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, + come fé ’l merlo per poca bonaccia. + + Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + + se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + + Ma tu chi se’, che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + sì com’ io credo, e spirando ragioni?». + + «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, ché poca è l’offesa + fatta per esser con invidia vòlti. + + Troppa è più la paura ond’ è sospesa + l’anima mia del tormento di sotto, + che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». + + Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto + qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». + E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. + + E vivo sono; e però mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova + di là per te ancor li mortai piedi». + + «Oh, questa è a udir sì cosa nuova», + rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; + però col priego tuo talor mi giova. + + E cheggioti, per quel che tu più brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. + + Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + più di speranza ch’a trovar la Diana; + + ma più vi perderanno li ammiragli». + + + + Purgatorio • Canto XIV + + + «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». + + «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; + domandal tu che più li t’avvicini, + e dolcemente, sì che parli, acco’lo». + + Così due spirti, l’uno a l’altro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + + e disse l’uno: «O anima che fitta + nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, + per carità ne consola e ne ditta + + onde vieni e chi se’; ché tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu più mai». + + E io: «Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + + Di sovr’ esso rech’ io questa persona: + dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, + ché ’l nome mio ancor molto non suona». + + «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno + con lo ’ntelletto», allora mi rispuose + quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». + + E l’altro disse lui: «Perché nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com’ om fa de l’orribili cose?». + + E l’ombra che di ciò domandata era, + si sdebitò così: «Non so; ma degno + ben è che ’l nome di tal valle pèra; + + ché dal principio suo, ov’ è sì pregno + l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, + che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, + + infin là ’ve si rende per ristoro + di quel che ’l ciel de la marina asciuga, + ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, + + vertù così per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + + ond’ hanno sì mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + + Tra brutti porci, più degni di galle + che d’altro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + + Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi più che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + + Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, + tanto più trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + + Discesa poi per più pelaghi cupi, + trova le volpi sì piene di froda, + che non temono ingegno che le occùpi. + + Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; + e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta + di ciò che vero spirto mi disnoda. + + Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + + Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e sé di pregio priva. + + Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva». + + Com’ a l’annunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui ch’ascolta, + da qual che parte il periglio l’assanni, + + così vid’ io l’altr’ anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. + + Lo dir de l’una e de l’altra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + + per che lo spirto che di pria parlòmi + ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca + nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. + + Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti sarò scarso; + però sappi ch’io fui Guido del Duca. + + Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto m’avresti di livore sparso. + + Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perché poni ’l core + là ’v’ è mestier di consorte divieto? + + Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s’è reda poi del suo valore. + + E non pur lo suo sangue è fatto brullo, + tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + + ché dentro a questi termini è ripieno + di venenosi sterpi, sì che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + + Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + + Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, + quando rimembro, con Guido da Prata, + Ugolin d’Azzo che vivette nosco, + + Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e l’una gente e l’altra è diretata), + + le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi + che ne ’nvogliava amore e cortesia + là dove i cuor son fatti sì malvagi. + + O Bretinoro, ché non fuggi via, + poi che gita se n’è la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti più s’impiglia. + + Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio + lor sen girà; ma non però che puro + già mai rimagna d’essi testimonio. + + O Ugolin de’ Fantolin, sicuro + è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + + Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta + troppo di pianger più che di parlare, + sì m’ha nostra ragion la mente stretta». + + Noi sapavam che quell’ anime care + ci sentivano andar; però, tacendo, + facëan noi del cammin confidare. + + Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando l’aere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + + ‘Anciderammi qualunque m’apprende’; + e fuggì come tuon che si dilegua, + se sùbito la nuvola scoscende. + + Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, + ed ecco l’altra con sì gran fracasso, + che somigliò tonar che tosto segua: + + «Io sono Aglauro che divenni sasso»; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci, e non innanzi, il passo. + + Già era l’aura d’ogne parte queta; + ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo + che dovria l’uom tener dentro a sua meta. + + Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo + de l’antico avversaro a sé vi tira; + e però poco val freno o richiamo. + + Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e l’occhio vostro pur a terra mira; + + onde vi batte chi tutto discerne». + + + + Purgatorio • Canto XV + + + Quanto tra l’ultimar de l’ora terza + e ’l principio del dì par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + + tanto pareva già inver’ la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero là, e qui mezza notte era. + + E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, + perché per noi girato era sì ’l monte, + che già dritti andavamo inver’ l’occaso, + + quand’ io senti’ a me gravar la fronte + a lo splendore assai più che di prima, + e stupor m’eran le cose non conte; + + ond’ io levai le mani inver’ la cima + de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + + Come quando da l’acqua o da lo specchio + salta lo raggio a l’opposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + + a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + sì come mostra esperïenza e arte; + + così mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + + «Che è quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia», + diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». + + «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia + la famiglia del cielo», a me rispuose: + «messo è che viene ad invitar ch’om saglia. + + Tosto sarà ch’a veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose». + + Poi giunti fummo a l’angel benedetto, + con lieta voce disse: «Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto». + + Noi montavam, già partiti di linci, + e ‘Beati misericordes!’ fue + cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. + + Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + + e dirizza’mi a lui sì dimandando: + «Che volse dir lo spirto di Romagna, + e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». + + Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna + conosce il danno; e però non s’ammiri + se ne riprende perché men si piagna. + + Perché s’appuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a’ sospiri. + + Ma se l’amor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + + ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, + tanto possiede più di ben ciascuno, + e più di caritate arde in quel chiostro». + + «Io son d’esser contento più digiuno», + diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, + e più di dubbio ne la mente aduno. + + Com’ esser puote ch’un ben, distributo + in più posseditor, faccia più ricchi + di sé che se da pochi è posseduto?». + + Ed elli a me: «Però che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + + Quello infinito e ineffabil bene + che là sù è, così corre ad amore + com’ a lucido corpo raggio vene. + + Tanto si dà quanto trova d’ardore; + sì che, quantunque carità si stende, + cresce sovr’ essa l’etterno valore. + + E quanta gente più là sù s’intende, + più v’è da bene amare, e più vi s’ama, + e come specchio l’uno a l’altro rende. + + E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torrà questa e ciascun’ altra brama. + + Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son già le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente». + + Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, + vidimi giunto in su l’altro girone, + sì che tacer mi fer le luci vaghe. + + Ivi mi parve in una visïone + estatica di sùbito esser tratto, + e vedere in un tempio più persone; + + e una donna, in su l’entrar, con atto + dolce di madre dicer: «Figliuol mio, + perché hai tu così verso noi fatto? + + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo». E come qui si tacque, + ciò che pareva prima, dispario. + + Indi m’apparve un’altra con quell’ acque + giù per le gote che ’l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + + e dir: «Se tu se’ sire de la villa + del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, + e onde ogne scïenza disfavilla, + + vendica te di quelle braccia ardite + ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». + E ’l segnor mi parea, benigno e mite, + + risponder lei con viso temperato: + «Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama è per noi condannato?», + + Poi vidi genti accese in foco d’ira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a sé pur: «Martira, martira!». + + E lui vedea chinarsi, per la morte + che l’aggravava già, inver’ la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + + orando a l’alto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a’ suoi persecutori, + con quello aspetto che pietà diserra. + + Quando l’anima mia tornò di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + + Lo duca mio, che mi potea vedere + far sì com’ om che dal sonno si slega, + disse: «Che hai che non ti puoi tenere, + + ma se’ venuto più che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?». + + «O dolce padre mio, se tu m’ascolte, + io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve + quando le gambe mi furon sì tolte». + + Ed ei: «Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + + Ciò che vedesti fu perché non scuse + d’aprir lo core a l’acque de la pace + che da l’etterno fonte son diffuse. + + Non dimandai “Che hai?” per quel che face + chi guarda pur con l’occhio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + + ma dimandai per darti forza al piede: + così frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede». + + Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + né da quello era loco da cansarsi. + + Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. + + + + Purgatorio • Canto XVI + + + Buio d’inferno e di notte privata + d’ogne pianeto, sotto pover cielo, + quant’ esser può di nuvol tenebrata, + + non fece al viso mio sì grosso velo + come quel fummo ch’ivi ci coperse, + né a sentir di così aspro pelo, + + che l’occhio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi s’accostò e l’omero m’offerse. + + Sì come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che ’l molesti, o forse ancida, + + m’andava io per l’aere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». + + Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + l’Agnel di Dio che le peccata leva. + + Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + sì che parea tra esse ogne concordia. + + «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», + diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, + e d’iracundia van solvendo il nodo». + + «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?». + + Così per una voce detto fue; + onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, + e domanda se quinci si va sùe». + + E io: «O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi». + + «Io ti seguiterò quanto mi lece», + rispuose; «e se veder fummo non lascia, + l’udir ci terrà giunti in quella vece». + + Allora incominciai: «Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per l’infernale ambascia. + + E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + + non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte». + + «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso l’arco. + + Per montar sù dirittamente vai». + Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego + che per me prieghi quando sù sarai». + + E io a lui: «Per fede mi ti lego + di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. + + Prima era scempio, e ora è fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. + + Lo mondo è ben così tutto diserto + d’ogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + + ma priego che m’addite la cagione, + sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; + ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». + + Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», + mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, + lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. + + Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + + Se così fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + + Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, + lume v’è dato a bene e a malizia, + + e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + + A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. + + Però, se ’l mondo presente disvia, + in voi è la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne sarò or vera spia. + + Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + + l’anima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a ciò che la trastulla. + + Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + + Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver, che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, però che ’l pastor che procede, + rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; + + per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, + di quel si pasce, e più oltre non chiede. + + Ben puoi veder che la mala condotta + è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, + e non natura che ’n voi sia corrotta. + + Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, + due soli aver, che l’una e l’altra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + + L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada + col pasturale, e l’un con l’altro insieme + per viva forza mal convien che vada; + + però che, giunti, l’un l’altro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. + + In sul paese ch’Adice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + + or può sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o d’appressarsi. + + Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna + l’antica età la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + + Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma, + francescamente, il semplice Lombardo. + + Dì oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in sé due reggimenti, + cade nel fango, e sé brutta e la soma». + + «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; + e or discerno perché dal retaggio + li figli di Levì furono essenti. + + Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio + di’ ch’è rimaso de la gente spenta, + in rimprovèro del secol selvaggio?». + + «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», + rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + + Per altro sopranome io nol conosco, + s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. + + Vedi l’albor che per lo fummo raia + già biancheggiare, e me convien partirmi + (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». + + Così tornò, e più non volle udirmi. + + + + Purgatorio • Canto XVII + + + Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + + come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + + e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com’ io rividi + lo sole in pria, che già nel corcar era. + + Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi + del mio maestro, usci’ fuor di tal nube + ai raggi morti già ne’ bassi lidi. + + O imaginativa che ne rube + talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge + perché dintorno suonin mille tube, + + chi move te, se ’l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel s’informa, + per sé o per voler che giù lo scorge. + + De l’empiezza di lei che mutò forma + ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, + ne l’imagine mia apparve l’orma; + + e qui fu la mia mente sì ristretta + dentro da sé, che di fuor non venìa + cosa che fosse allor da lei ricetta. + + Poi piovve dentro a l’alta fantasia + un crucifisso, dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + + intorno ad esso era il grande Assüero, + Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far così intero. + + E come questa imagine rompeo + sé per sé stessa, a guisa d’una bulla + cui manca l’acqua sotto qual si feo, + + surse in mia visïone una fanciulla + piangendo forte, e dicea: «O regina, + perché per ira hai voluto esser nulla? + + Ancisa t’hai per non perder Lavina; + or m’hai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». + + Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + + così l’imaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch’è in nostro uso. + + I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, + quando una voce disse «Qui si monta», + che da ogne altro intento mi rimosse; + + e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + + Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + così la mia virtù quivi mancava. + + «Questo è divino spirito, che ne la + via da ir sù ne drizza sanza prego, + e col suo lume sé medesmo cela. + + Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; + ché quale aspetta prego e l’uopo vede, + malignamente già si mette al nego. + + Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che s’abbui, + ché poi non si poria, se ’l dì non riede». + + Così disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto ch’io al primo grado fui, + + senti’mi presso quasi un muover d’ala + e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati + pacifici, che son sanz’ ira mala!’. + + Già eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da più lati. + + ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, + fra me stesso dicea, ché mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + + Noi eravam dove più non saliva + la scala sù, ed eravamo affissi, + pur come nave ch’a la piaggia arriva. + + E io attesi un poco, s’io udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + + «Dolce mio padre, dì, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». + + Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + + Ma perché più aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora». + + «Né creator né creatura mai», + cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, + o naturale o d’animo; e tu ’l sai. + + Lo naturale è sempre sanza errore, + ma l’altro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + + Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, + e ne’ secondi sé stesso misura, + esser non può cagion di mal diletto; + + ma quando al mal si torce, o con più cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra ’l fattore adovra sua fattura. + + Quinci comprender puoi ch’esser convene + amor sementa in voi d’ogne virtute + e d’ogne operazion che merta pene. + + Or, perché mai non può da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da l’odio proprio son le cose tute; + + e perché intender non si può diviso, + e per sé stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto è deciso. + + Resta, se dividendo bene stimo, + che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + + È chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + ch’el sia di sua grandezza in basso messo; + + è chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch’ altri sormonti, + onde s’attrista sì che ’l contrario ama; + + ed è chi per ingiuria par ch’aonti, + sì che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che ’l male altrui impronti. + + Questo triforme amor qua giù di sotto + si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + + Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti l’animo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + + Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + + Altro ben è che non fa l’uom felice; + non è felicità, non è la buona + essenza, d’ogne ben frutto e radice. + + L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, + di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + + tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». + + + + Purgatorio • Canto XVIII + + + Posto avea fine al suo ragionamento + l’alto dottore, e attento guardava + ne la mia vista s’io parea contento; + + e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse + lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. + + Ma quel padre verace, che s’accorse + del timido voler che non s’apriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + + Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva + sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + + Però ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e ’l suo contraro». + + «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci + de lo ’ntelletto, e fieti manifesto + l’error de’ ciechi che si fanno duci. + + L’animo, ch’è creato ad amar presto, + ad ogne cosa è mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto è desto. + + Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + sì che l’animo ad essa volger face; + + e se, rivolto, inver’ di lei si piega, + quel piegare è amor, quell’ è natura + che per piacer di novo in voi si lega. + + Poi, come ’l foco movesi in altura + per la sua forma ch’è nata a salire + là dove più in sua matera dura, + + così l’animo preso entra in disire, + ch’è moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + + Or ti puote apparer quant’ è nascosa + la veritate a la gente ch’avvera + ciascun amore in sé laudabil cosa; + + però che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + è buono, ancor che buona sia la cera». + + «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», + rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, + ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; + + ché, s’amore è di fuori a noi offerto + e l’anima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non è suo merto». + + Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, + dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta + pur a Beatrice, ch’è opra di fede. + + Ogne forma sustanzïal, che setta + è da matera ed è con lei unita, + specifica vertute ha in sé colletta, + + la qual sanza operar non è sentita, + né si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + + Però, là onde vegna lo ’ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de’ primi appetibili l’affetto, + + che sono in voi sì come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + + Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, + innata v’è la virtù che consiglia, + e de l’assenso de’ tener la soglia. + + Quest’ è ’l principio là onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + + Color che ragionando andaro al fondo, + s’accorser d’esta innata libertate; + però moralità lasciaro al mondo. + + Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi s’accende, + di ritenerlo è in voi la podestate. + + La nobile virtù Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e però guarda + che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». + + La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer più rade, + fatta com’ un secchion che tuttor arda; + + e correa contro ’l ciel per quelle strade + che ’l sole infiamma allor che quel da Roma + tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. + + E quell’ ombra gentil per cui si noma + Pietola più che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + + per ch’io, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com’ om che sonnolento vana. + + Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era già volta. + + E quale Ismeno già vide e Asopo + lungo di sè di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + + cotal per quel giron suo passo falca, + per quel ch’io vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + + Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + + «Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna». + + «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda + per poco amor», gridavan li altri appresso, + «che studio di ben far grazia rinverda». + + «O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + + questi che vive, e certo i’ non vi bugio, + vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; + però ne dite ond’ è presso il pertugio». + + Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: «Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + + Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, + che restar non potem; però perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + + Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + + E tale ha già l’un piè dentro la fossa, + che tosto piangerà quel monastero, + e tristo fia d’avere avuta possa; + + perché suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero». + + Io non so se più disse o s’ei si tacque, + tant’ era già di là da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + + E quei che m’era ad ogne uopo soccorso + disse: «Volgiti qua: vedine due + venir dando a l’accidïa di morso». + + Di retro a tutti dicean: «Prima fue + morta la gente a cui il mar s’aperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + + E quella che l’affanno non sofferse + fino a la fine col figlio d’Anchise, + sé stessa a vita sanza gloria offerse». + + Poi quando fuor da noi tanto divise + quell’ ombre, che veder più non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + + del qual più altri nacquero e diversi; + e tanto d’uno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + + e ’l pensamento in sogno trasmutai. + + + + Purgatorio • Canto XIX + + + Ne l’ora che non può ’l calor dïurno + intepidar più ’l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + + —quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in orïente, innanzi a l’alba, + surger per via che poco le sta bruna—, + + mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + + Io la mirava; e come ’l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + così lo sguardo mio le facea scorta + + la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco d’ora, e lo smarrito volto, + com’ amor vuol, così le colorava. + + Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, + cominciava a cantar sì, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + + «Io son», cantava, «io son dolce serena, + che ’ marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + + Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco s’ausa, + rado sen parte; sì tutto l’appago!». + + Ancor non era sua bocca richiusa, + quand’ una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + + «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», + fieramente dicea; ed el venìa + con li occhi fitti pur in quella onesta. + + L’altra prendea, e dinanzi l’apria + fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; + quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. + + Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre + voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; + troviam l’aperta per la qual tu entre». + + Sù mi levai, e tutti eran già pieni + de l’alto dì i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + + Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che l’ha di pensier carca, + che fa di sé un mezzo arco di ponte; + + quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + + Con l’ali aperte, che parean di cigno, + volseci in sù colui che sì parlonne + tra due pareti del duro macigno. + + Mosse le penne poi e ventilonne, + ‘Qui lugent’ affermando esser beati, + ch’avran di consolar l’anime donne. + + «Che hai che pur inver’ la terra guati?», + la guida mia incominciò a dirmi, + poco amendue da l’angel sormontati. + + E io: «Con tanta sospeccion fa irmi + novella visïon ch’a sé mi piega, + sì ch’io non posso dal pensar partirmi». + + «Vedesti», disse, «quell’antica strega + che sola sovr’ a noi omai si piagne; + vedesti come l’uom da lei si slega. + + Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne». + + Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che là il tira, + + tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. + + Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + + ‘Adhaesit pavimento anima mea’ + sentia dir lor con sì alti sospiri, + che la parola a pena s’intendea. + + «O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri». + + «Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via più tosto, + le vostre destre sien sempre di fori». + + Così pregò ’l poeta, e sì risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io + nel parlare avvisai l’altro nascosto, + + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond’ elli m’assentì con lieto cenno + ciò che chiedea la vista del disio. + + Poi ch’io potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + + dicendo: «Spirto in cui pianger matura + quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + + Chi fosti e perché vòlti avete i dossi + al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri + cosa di là ond’ io vivendo mossi». + + Ed elli a me: «Perché i nostri diretri + rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + + Intra Sïestri e Chiaveri s’adima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + + Un mese e poco più prova’ io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte l’altre some. + + La mia conversïone, omè!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + così scopersi la vita bugiarda. + + Vidi che lì non s’acquetava il core, + né più salir potiesi in quella vita; + per che di questa in me s’accese amore. + + Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + + Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de l’anime converse; + e nulla pena il monte ha più amara. + + Sì come l’occhio nostro non s’aderse + in alto, fisso a le cose terrene, + così giustizia qui a terra il merse. + + Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdési, + così giustizia qui stretti ne tene, + + ne’ piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi». + + Io m’era inginocchiato e volea dire; + ma com’ io cominciai ed el s’accorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + + «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». + E io a lui: «Per vostra dignitate + mia coscïenza dritto mi rimorse». + + «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», + rispuose; «non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + + Se mai quel santo evangelico suono + che dice ‘Neque nubent’ intendesti, + ben puoi veder perch’ io così ragiono. + + Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; + ché la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo ciò che tu dicesti. + + Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, + buona da sé, pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + + e questa sola di là m’è rimasa». + + + + Purgatorio • Canto XX + + + Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra ’l piacer mio, per piacerli, + trassi de l’acqua non sazia la spugna. + + Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a’ merli; + + ché la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, + da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. + + Maladetta sie tu, antica lupa, + che più che tutte l’altre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + + O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua giù trasmutarsi, + quando verrà per cui questa disceda? + + Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + + e per ventura udi’ «Dolce Maria!» + dinanzi a noi chiamar così nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + + e seguitar: «Povera fosti tanto, + quanto veder si può per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo». + + Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, + con povertà volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio». + + Queste parole m’eran sì piaciute, + ch’io mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + + Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccolò a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + + «O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola + tu queste degne lode rinovelle. + + Non fia sanza mercé la tua parola, + s’io ritorno a compiér lo cammin corto + di quella vita ch’al termine vola». + + Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto + ch’io attenda di là, ma perché tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + + Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + sì che buon frutto rado se ne schianta. + + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + + Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente è Francia retta. + + Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, + + trova’mi stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, + + ch’a la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + + Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + + Lì cominciò con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Pontì e Normandia prese e Guascogna. + + Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima fé di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + + Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. + + Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia + con la qual giostrò Giuda, e quella ponta + sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + + Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagnerà, per sé tanto più grave, + quanto più lieve simil danno conta. + + L’altro, che già uscì preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de l’altre schiave. + + O avarizia, che puoi tu più farne, + poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, + che non si cura de la propria carne? + + Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + + Veggiolo un’altra volta esser deriso; + veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + + Veggio il novo Pilato sì crudele, + che ciò nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + + O Segnor mio, quando sarò io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? + + Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + + tanto è risposto a tutte nostre prece + quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + + Noi repetiam Pigmalïon allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de l’oro ghiotta; + + e la miseria de l’avaro Mida, + che seguì a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + + Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, + come furò le spoglie, sì che l’ira + di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. + + Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; + e in infamia tutto ’l monte gira + + Polinestòr ch’ancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: “Crasso, + dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. + + Talor parla l’uno alto e l’altro basso, + secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + + però al ben che ’l dì ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona». + + Noi eravam partiti già da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder n’era permesso, + + quand’ io senti’, come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui ch’a morte vada. + + Certo non si scoteo sì forte Delo, + pria che Latona in lei facesse ’l nido + a parturir li due occhi del cielo. + + Poi cominciò da tutte parti un grido + tal, che ’l maestro inverso me si feo, + dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». + + ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ + dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + + No’ istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che ’l tremar cessò ed el compiési. + + Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando l’ombre che giacean per terra, + tornate già in su l’usato pianto. + + Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi fé desideroso di sapere, + se la memoria mia in ciò non erra, + + quanta pareami allor, pensando, avere; + né per la fretta dimandare er’ oso, + né per me lì potea cosa vedere: + + così m’andava timido e pensoso. + + + + Purgatorio • Canto XXI + + + La sete natural che mai non sazia + se non con l’acqua onde la femminetta + samaritana domandò la grazia, + + mi travagliava, e pungeami la fretta + per la ’mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + + Ed ecco, sì come ne scrive Luca + che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, + già surto fuor de la sepulcral buca, + + ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, + dal piè guardando la turba che giace; + né ci addemmo di lei, sì parlò pria, + + dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». + Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio + rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. + + Poi cominciò: «Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne l’etterno essilio». + + «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: + «se voi siete ombre che Dio sù non degni, + chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». + + E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni + che questi porta e che l’angel profila, + ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. + + Ma perché lei che dì e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + + l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, + venendo sù, non potea venir sola, + però ch’al nostro modo non adocchia. + + Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola + d’inferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. + + Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli + diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una + parve gridare infino a’ suoi piè molli». + + Sì mi diè, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + + Quei cominciò: «Cosa non è che sanza + ordine senta la religïone + de la montagna, o che sia fuor d’usanza. + + Libero è qui da ogne alterazione: + di quel che ’l ciel da sé in sé riceve + esser ci puote, e non d’altro, cagione. + + Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina più sù cade + che la scaletta di tre gradi breve; + + nuvole spesse non paion né rade, + né coruscar, né figlia di Taumante, + che di là cangia sovente contrade; + + secco vapor non surge più avante + ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, + dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. + + Trema forse più giù poco o assai; + ma per vento che ’n terra si nasconda, + non so come, qua sù non tremò mai. + + Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, sì che surga o che si mova + per salir sù; e tal grido seconda. + + De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + l’alma sorprende, e di voler le giova. + + Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + + E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent’ anni e più, pur mo sentii + libera volontà di miglior soglia: + + però sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». + + Così ne disse; e però ch’el si gode + tanto del ber quant’ è grande la sete, + non saprei dir quant’ el mi fece prode. + + E ’l savio duca: «Omai veggio la rete + che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, + perché ci trema e di che congaudete. + + Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, + e perché tanti secoli giaciuto + qui se’, ne le parole tue mi cappia». + + «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto + del sommo rege, vendicò le fóra + ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, + + col nome che più dura e più onora + era io di là», rispuose quello spirto, + «famoso assai, ma non con fede ancora. + + Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a sé mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + + Stazio la gente ancor di là mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + + Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati più di mille; + + de l’Eneïda dico, la qual mamma + fummi, e fummi nutrice, poetando: + sanz’ essa non fermai peso di dramma. + + E per esser vivuto di là quando + visse Virgilio, assentirei un sole + più che non deggio al mio uscir di bando». + + Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; + ma non può tutto la virtù che vuole; + + ché riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne’ più veraci. + + Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; + per che l’ombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; + + e «Se tanto labore in bene assommi», + disse, «perché la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?». + + Or son io d’una parte e d’altra preso: + l’una mi fa tacer, l’altra scongiura + ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso + + dal mio maestro, e «Non aver paura», + mi dice, «di parlar; ma parla e digli + quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». + + Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider ch’io fei; + ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. + + Questi che guida in alto li occhi miei, + è quel Virgilio dal qual tu togliesti + forte a cantar de li uomini e d’i dèi. + + Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti». + + Già s’inchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: «Frate, + non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». + + Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate + comprender de l’amor ch’a te mi scalda, + quand’ io dismento nostra vanitate, + + trattando l’ombre come cosa salda». + + + + Purgatorio • Canto XXII + + + Già era l’angel dietro a noi rimaso, + l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + + e quei c’hanno a giustizia lor disiro + detto n’avea beati, e le sue voci + con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. + + E io più lieve che per l’altre foci + m’andava, sì che sanz’ alcun labore + seguiva in sù li spiriti veloci; + + quando Virgilio incominciò: «Amore, + acceso di virtù, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + + onde da l’ora che tra noi discese + nel limbo de lo ’nferno Giovenale, + che la tua affezion mi fé palese, + + mia benvoglienza inverso te fu quale + più strinse mai di non vista persona, + sì ch’or mi parran corte queste scale. + + Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurtà m’allarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + + come poté trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?». + + Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. + + Veramente più volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + + La tua dimanda tuo creder m’avvera + esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, + forse per quella cerchia dov’ io era. + + Or sappi ch’avarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + + E se non fosse ch’io drizzai mia cura, + quand’ io intesi là dove tu chiame, + crucciato quasi a l’umana natura: + + ‘Per che non reggi tu, o sacra fame + de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, + voltando sentirei le giostre grame. + + Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali + potean le mani a spendere, e pente’mi + così di quel come de li altri mali. + + Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! + + E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + + però, s’io son tra quella gente stato + che piange l’avarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m’è incontrato». + + «Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta», + disse ’l cantor de’ buccolici carmi, + + «per quello che Clïò teco lì tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + + Se così è, qual sole o quai candele + ti stenebraron sì, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?». + + Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio m’alluminasti. + + Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e sé non giova, + ma dopo sé fa le persone dotte, + + quando dicesti: ‘Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progenïe scende da ciel nova’. + + Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, + a colorare stenderò la mano. + + Già era ’l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de l’etterno regno; + + e la parola tua sopra toccata + si consonava a’ nuovi predicanti; + ond’ io a visitarli presi usata. + + Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + + e mentre che di là per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + + E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi + di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fu’mi, + + lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. + + Tu dunque, che levato hai il coperchio + che m’ascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + + dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico». + + «Costoro e Persio e io e altri assai», + rispuose il duca mio, «siam con quel Greco + che le Muse lattar più ch’altri mai, + + nel primo cinghio del carcere cieco; + spesse fïate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + + Euripide v’è nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri piùe + Greci che già di lauro ornar la fronte. + + Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Deïfile e Argia, + e Ismene sì trista come fue. + + Védeisi quella che mostrò Langia; + èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, + e con le suore sue Deïdamia». + + Tacevansi ambedue già li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + + e già le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in sù l’ardente corno, + + quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo». + + Così l’usanza fu lì nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per l’assentir di quell’ anima degna. + + Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + ch’a poetar mi davano intelletto. + + Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + + e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, così quello in giuso, + cred’ io, perché persona sù non vada. + + Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, + cadea de l’alta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + + Li due poeti a l’alber s’appressaro; + e una voce per entro le fronde + gridò: «Di questo cibo avrete caro». + + Poi disse: «Più pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. + + E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon d’acqua; e Danïello + dispregiò cibo e acquistò savere. + + Lo secol primo, quant’ oro fu bello, + fé savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + + Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per ch’elli è glorïoso e tanto grande + + quanto per lo Vangelio v’è aperto». + + + + Purgatorio • Canto XXIII + + + Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava ïo sì come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + + lo più che padre mi dicea: «Figliuole, + vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto + più utilmente compartir si vuole». + + Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan sìe, + che l’andar mi facean di nullo costo. + + Ed ecco piangere e cantar s’udìe + ‘Labïa mëa, Domine’ per modo + tal, che diletto e doglia parturìe. + + «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», + comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo». + + Sì come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + + così di retro a noi, più tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + d’anime turba tacita e devota. + + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema + che da l’ossa la pelle s’informava. + + Non credo che così a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando più n’ebbe tema. + + Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco + la gente che perdé Ierusalemme, + quando Maria nel figlio diè di becco!’ + + Parean l’occhiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ + ben avria quivi conosciuta l’emme. + + Chi crederebbe che l’odor d’un pomo + sì governasse, generando brama, + e quel d’un’acqua, non sappiendo como? + + Già era in ammirar che sì li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + + ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; + poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». + + Mai non l’avrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. + + Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + + «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia + che mi scolora», pregava, «la pelle, + né a difetto di carne ch’io abbia; + + ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle + due anime che là ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!». + + «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, + mi dà di pianger mo non minor doglia», + rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. + + Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; + non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, + ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». + + Ed elli a me: «De l’etterno consiglio + cade vertù ne l’acqua e ne la pianta + rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. + + Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e ’n sete qui si rifà santa. + + Di bere e di mangiar n’accende cura + l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + + E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + + ché quella voglia a li alberi ci mena + che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, + quando ne liberò con la sua vena». + + E io a lui: «Forese, da quel dì + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. + + Se prima fu la possa in te finita + di peccar più, che sovvenisse l’ora + del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, + + come se’ tu qua sù venuto ancora? + Io ti credea trovar là giù di sotto, + dove tempo per tempo si ristora». + + Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto + a ber lo dolce assenzo d’i martìri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + + Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, + e liberato m’ha de li altri giri. + + Tanto è a Dio più cara e più diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare è più soletta; + + ché la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue più è pudica + che la Barbagia dov’ io la lasciai. + + O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? + Tempo futuro m’è già nel cospetto, + cui non sarà quest’ ora molto antica, + + nel qual sarà in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + l’andar mostrando con le poppe il petto. + + Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + + Ma se le svergognate fosser certe + di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, + già per urlare avrian le bocche aperte; + + ché, se l’antiveder qui non m’inganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + + Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira là dove ’l sol veli». + + Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + + Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda + vi si mostrò la suora di colui», + + e ’l sol mostrai; «costui per la profonda + notte menato m’ha d’i veri morti + con questa vera carne che ’l seconda. + + Indi m’han tratto sù li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che ’l mondo fece torti. + + Tanto dice di farmi sua compagna + che io sarò là dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + + Virgilio è questi che così mi dice», + e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra + per cuï scosse dianzi ogne pendice + + lo vostro regno, che da sé lo sgombra». + + + + Purgatorio • Canto XXIV + + + Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento + facea, ma ragionando andavam forte, + sì come nave pinta da buon vento; + + e l’ombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + + E io, continüando al mio sermone, + dissi: «Ella sen va sù forse più tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + + Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; + dimmi s’io veggio da notar persona + tra questa gente che sì mi riguarda». + + «La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse più, trïunfa lieta + ne l’alto Olimpo già di sua corona». + + Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch’è sì munta + nostra sembianza via per la dïeta. + + Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di là da lui più che l’altre trapunta + + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + l’anguille di Bolsena e la vernaccia». + + Molti altri mi nomò ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + sì ch’io però non vidi un atto bruno. + + Vidi per fame a vòto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pasturò col rocco molte genti. + + Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio + già di bere a Forlì con men secchezza, + e sì fu tal, che non si sentì sazio. + + Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza + più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, + che più parea di me aver contezza. + + El mormorava; e non so che «Gentucca» + sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga + de la giustizia che sì li pilucca. + + «O anima», diss’ io, «che par sì vaga + di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, + e te e me col tuo parlare appaga». + + «Femmina è nata, e non porta ancor benda», + cominciò el, «che ti farà piacere + la mia città, come ch’om la riprenda. + + Tu te n’andrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + + Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». + + E io a lui: «I’ mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + ch’e’ ditta dentro vo significando». + + «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo + che ’l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! + + Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + + e qual più a gradire oltre si mette, + non vede più da l’uno a l’altro stilo»; + e, quasi contentato, si tacette. + + Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan più a fretta e vanno in filo, + + così tutta la gente che lì era, + volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + + E come l’uom che di trottare è lasso, + lascia andar li compagni, e sì passeggia + fin che si sfoghi l’affollar del casso, + + sì lasciò trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». + + «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; + ma già non fïa il tornar mio tantosto, + ch’io non sia col voler prima a la riva; + + però che ’l loco u’ fui a viver posto, + di giorno in giorno più di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto». + + «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, + vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto + inver’ la valle ove mai non si scolpa. + + La bestia ad ogne passo va più ratto, + crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + + Non hanno molto a volger quelle ruote», + e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro + ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. + + Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro + in questo regno, sì ch’io perdo troppo + venendo teco sì a paro a paro». + + Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + + tal si partì da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo sì gran marescalchi. + + E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + + parvermi i rami gravidi e vivaci + d’un altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora vòlto in laci. + + Vidi gente sott’ esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani + + che pregano, e ’l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + + Poi si partì sì come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + + «Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno è più sù che fu morso da Eva, + e questa pianta si levò da esso». + + Sì tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + + «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Tesëo combatter co’ doppi petti; + + e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver’ Madïan discese i colli». + + Sì accostati a l’un d’i due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite già da miseri guadagni. + + Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e più ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + + «Che andate pensando sì voi sol tre?». + sùbita voce disse; ond’ io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + + Drizzai la testa per veder chi fossi; + e già mai non si videro in fornace + vetri o metalli sì lucenti e rossi, + + com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace + montare in sù, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace». + + L’aspetto suo m’avea la vista tolta; + per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, + com’ om che va secondo ch’elli ascolta. + + E quale, annunziatrice de li albori, + l’aura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; + + tal mi senti’ un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti’ mover la piuma, + che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. + + E senti’ dir: «Beati cui alluma + tanto di grazia, che l’amor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + + esurïendo sempre quanto è giusto!». + + + + Purgatorio • Canto XXV + + + Ora era onde ’l salir non volea storpio; + ché ’l sole avëa il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + + per che, come fa l’uom che non s’affigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + + così intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + + E quale il cicognin che leva l’ala + per voglia di volare, e non s’attenta + d’abbandonar lo nido, e giù la cala; + + tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a l’atto + che fa colui ch’a dicer s’argomenta. + + Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca + l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». + + Allor sicuramente apri’ la bocca + e cominciai: «Come si può far magro + là dove l’uopo di nodrir non tocca?». + + «Se t’ammentassi come Meleagro + si consumò al consumar d’un stizzo, + non fora», disse, «a te questo sì agro; + + e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + ciò che par duro ti parrebbe vizzo. + + Ma perché dentro a tuo voler t’adage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage». + + «Se la veduta etterna li dislego», + rispuose Stazio, «là dove tu sie, + discolpi me non potert’ io far nego». + + Poi cominciò: «Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + + Sangue perfetto, che poi non si beve + da l’assetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + + prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + ch’a farsi quelle per le vene vane. + + Ancor digesto, scende ov’ è più bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr’ altrui sangue in natural vasello. + + Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, + l’un disposto a patire, e l’altro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + + e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + ciò che per sua matera fé constare. + + Anima fatta la virtute attiva + qual d’una pianta, in tanto differente, + che questa è in via e quella è già a riva, + + tanto ovra poi, che già si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond’ è semente. + + Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virtù ch’è dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + + Ma come d’animal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, + che più savio di te fé già errante, + + sì che per sua dottrina fé disgiunto + da l’anima il possibile intelletto, + perché da lui non vide organo assunto. + + Apri a la verità che viene il petto; + e sappi che, sì tosto come al feto + l’articular del cerebro è perfetto, + + lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant’ arte di natura, e spira + spirito novo, di vertù repleto, + + che ciò che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, + che vive e sente e sé in sé rigira. + + E perché meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a l’omor che de la vite cola. + + Quando Làchesis non ha più del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e l’umano e ’l divino: + + l’altre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto più che prima agute. + + Sanza restarsi, per sé stessa cade + mirabilmente a l’una de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + + Tosto che loco lì la circunscrive, + la virtù formativa raggia intorno + così e quanto ne le membra vive. + + E come l’aere, quand’ è ben pïorno, + per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, + di diversi color diventa addorno; + + così l’aere vicin quivi si mette + e in quella forma ch’è in lui suggella + virtüalmente l’alma che ristette; + + e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco là ’vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + + Però che quindi ha poscia sua paruta, + è chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + + Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e ’ sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + + Secondo che ci affliggono i disiri + e li altri affetti, l’ombra si figura; + e quest’ è la cagion di che tu miri». + + E già venuto a l’ultima tortura + s’era per noi, e vòlto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + + ond’ ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io temëa ’l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + + Lo duca mio dicea: «Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + però ch’errar potrebbesi per poco». + + ‘Summae Deus clementïae’ nel seno + al grande ardore allora udi’ cantando, + che di volger mi fé caler non meno; + + e vidi spirti per la fiamma andando; + per ch’io guardava a loro e a’ miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + + Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, + gridavano alto: ‘Virum non cognosco’; + indi ricominciavan l’inno bassi. + + Finitolo, anco gridavano: «Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tòsco». + + Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + + E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + + che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + + Purgatorio • Canto XXVI + + + Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, + ce n’andavamo, e spesso il buon maestro + diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; + + feriami il sole in su l’omero destro, + che già, raggiando, tutto l’occidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + + e io facea con l’ombra più rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt’ ombre, andando, poner mente. + + Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: «Colui non par corpo fittizio»; + + poi verso me, quanto potëan farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + + «O tu che vai, non per esser più tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. + + Né solo a me la tua risposta è uopo; + ché tutti questi n’hanno maggior sete + che d’acqua fredda Indo o Etïopo. + + Dinne com’ è che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete». + + Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora + già manifesto, s’io non fossi atteso + ad altra novità ch’apparve allora; + + ché per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + + Lì veggio d’ogne parte farsi presta + ciascun’ ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + + così per entro loro schiera bruna + s’ammusa l’una con l’altra formica, + forse a spïar lor via e lor fortuna. + + Tosto che parton l’accoglienza amica, + prima che ’l primo passo lì trascorra, + sopragridar ciascuna s’affatica: + + la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; + e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, + perché ’l torello a sua lussuria corra». + + Poi, come grue ch’a le montagne Rife + volasser parte, e parte inver’ l’arene, + queste del gel, quelle del sole schife, + + l’una gente sen va, l’altra sen vene; + e tornan, lagrimando, a’ primi canti + e al gridar che più lor si convene; + + e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che m’avean pregato, + attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. + + Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: «O anime sicure + d’aver, quando che sia, di pace stato, + + non son rimase acerbe né mature + le membra mie di là, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + + Quinci sù vo per non esser più cieco; + donna è di sopra che m’acquista grazia, + per che ’l mortal per vostro mondo reco. + + Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi + ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, + + ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi è quella turba + che se ne va di retro a’ vostri terghi». + + Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico s’inurba, + + che ciascun’ ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, + + «Beato te, che de le nostre marche», + ricominciò colei che pria m’inchiese, + «per morir meglio, esperïenza imbarche! + + La gente che non vien con noi, offese + di ciò per che già Cesar, trïunfando, + “Regina” contra sé chiamar s’intese: + + però si parton “Soddoma” gridando, + rimproverando a sé com’ hai udito, + e aiutan l’arsura vergognando. + + Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perché non servammo umana legge, + seguendo come bestie l’appetito, + + in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. + + Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo’ saper chi semo, + tempo non è di dire, e non saprei. + + Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli, e già mi purgo + per ben dolermi prima ch’a lo stremo». + + Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, + + quand’ io odo nomar sé stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime d’amore usar dolci e leggiadre; + + e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fïata rimirando lui, + né, per lo foco, in là più m’appressai. + + Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto m’offersi pronto al suo servigio + con l’affermar che fa credere altrui. + + Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, + per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, + che Letè nol può tòrre né far bigio. + + Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che è cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar d’avermi caro». + + E io a lui: «Li dolci detti vostri, + che, quanto durerà l’uso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri». + + «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno + col dito», e additò un spirto innanzi, + «fu miglior fabbro del parlar materno. + + Versi d’amore e prose di romanzi + soverchiò tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemosì credon ch’avanzi. + + A voce più ch’al ver drizzan li volti, + e così ferman sua oppinïone + prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. + + Così fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che l’ha vinto il ver con più persone. + + Or se tu hai sì ampio privilegio, + che licito ti sia l’andare al chiostro + nel quale è Cristo abate del collegio, + + falli per me un dir d’un paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non è più nostro». + + Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per l’acqua il pesce andando al fondo. + + Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi ch’al suo nome il mio disire + apparecchiava grazïoso loco. + + El cominciò liberamente a dire: + «Tan m’abellis vostre cortes deman, + qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi qu’esper, denan. + + Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de l’escalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!». + + Poi s’ascose nel foco che li affina. + + + + Purgatorio • Canto XXVII + + + Sì come quando i primi raggi vibra + là dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto l’alta Libra, + + e l’onde in Gange da nona rïarse, + sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, + come l’angel di Dio lieto ci apparse. + + Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava ‘Beati mundo corde!’ + in voce assai più che la nostra viva. + + Poscia «Più non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di là non siate sorde», + + ci disse come noi li fummo presso; + per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, + qual è colui che ne la fossa è messo. + + In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi già veduti accesi. + + Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, + qui può esser tormento, ma non morte. + + Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Gerïon ti guidai salvo, + che farò ora presso più a Dio? + + Credi per certo che se dentro a l’alvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far d’un capel calvo. + + E se tu forse credi ch’io t’inganni, + fatti ver’ lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. + + Pon giù omai, pon giù ogne temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». + E io pur fermo e contra coscïenza. + + Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: + tra Bëatrice e te è questo muro». + + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che ’l gelso diventò vermiglio; + + così, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + + Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! + volenci star di qua?»; indi sorrise + come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. + + Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + + Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. + + Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». + + Guidavaci una voce che cantava + di là; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor là ove si montava. + + ‘Venite, benedicti Patris mei’, + sonò dentro a un lume che lì era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + + «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; + non v’arrestate, ma studiate il passo, + mentre che l’occidente non si annera». + + Dritta salia la via per entro ’l sasso + verso tal parte ch’io toglieva i raggi + dinanzi a me del sol ch’era già basso. + + E di pochi scaglion levammo i saggi, + che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + + E pria che ’n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + + ciascun di noi d’un grado fece letto; + ché la natura del monte ci affranse + la possa del salir più e ’l diletto. + + Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + + tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, + guardate dal pastor, che ’n su la verga + poggiato s’è e lor di posa serve; + + e quale il mandrïan che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perché fiera non lo sperga; + + tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi d’alta grotta. + + Poco parer potea lì del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e più chiare e maggiori. + + Sì ruminando e sì mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. + + Ne l’ora, credo, che de l’orïente + prima raggiò nel monte Citerea, + che di foco d’amor par sempre ardente, + + giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + + «Sappia qualunque il mio nome dimanda + ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + + Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + + Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga + com’ io de l’addornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». + + E già per li splendori antelucani, + che tanto a’ pellegrin surgon più grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + + le tenebre fuggian da tutti lati, + e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, + veggendo i gran maestri già levati. + + «Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de’ mortali, + oggi porrà in pace le tue fami». + + Virgilio inverso me queste cotali + parole usò; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + + Tanto voler sopra voler mi venne + de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + + Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su ’l grado superno, + in me ficcò Virgilio li occhi suoi, + + e disse: «Il temporal foco e l’etterno + veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte + dov’ io per me più oltre non discerno. + + Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. + + Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; + vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da sé produce. + + Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + + Non aspettar mio dir più né mio cenno; + libero, dritto e sano è tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + + per ch’io te sovra te corono e mitrio». + + + + Purgatorio • Canto XXVIII + + + Vago già di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + ch’a li occhi temperava il novo giorno, + + sanza più aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che d’ogne parte auliva. + + Un’aura dolce, sanza mutamento + avere in sé, mi feria per la fronte + non di più colpo che soave vento; + + per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; + + non però dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser d’operare ogne lor arte; + + ma con piena letizia l’ore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + + tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su ’l lito di Chiassi, + quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. + + Già m’avean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, ch’io + non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; + + ed ecco più andar mi tolse un rio, + che ’nver’ sinistra con sue picciole onde + piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. + + Tutte l’acque che son di qua più monde, + parrieno avere in sé mistura alcuna + verso di quella, che nulla nasconde, + + avvegna che si mova bruna bruna + sotto l’ombra perpetüa, che mai + raggiar non lascia sole ivi né luna. + + Coi piè ristetti e con li occhi passai + di là dal fiumicello, per mirare + la gran varïazion d’i freschi mai; + + e là m’apparve, sì com’ elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + + una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond’ era pinta tutta la sua via. + + «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore + ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti + che soglion esser testimon del core, + + vegnati in voglia di trarreti avanti», + diss’ io a lei, «verso questa rivera, + tanto ch’io possa intender che tu canti. + + Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera». + + Come si volge, con le piante strette + a terra e intra sé, donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + + volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + + e fece i prieghi miei esser contenti, + sì appressando sé, che ’l dolce suono + veniva a me co’ suoi intendimenti. + + Tosto che fu là dove l’erbe sono + bagnate già da l’onde del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + + Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + + Ella ridea da l’altra riva dritta, + trattando più color con le sue mani, + che l’alta terra sanza seme gitta. + + Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, là ’ve passò Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + + più odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch’ allor non s’aperse. + + «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», + cominciò ella, «in questo luogo eletto + a l’umana natura per suo nido, + + maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + + E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, + dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta + ad ogne tua question tanto che basti». + + «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa ch’io udi’ contraria a questa». + + Ond’ ella: «Io dicerò come procede + per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, + e purgherò la nebbia che ti fiede. + + Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, + fé l’uom buono e a bene, e questo loco + diede per arr’ a lui d’etterna pace. + + Per sua difalta qui dimorò poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambiò onesto riso e dolce gioco. + + Perché ’l turbar che sotto da sé fanno + l’essalazion de l’acqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + + a l’uomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salìo verso ’l ciel tanto, + e libero n’è d’indi ove si serra. + + Or perché in circuito tutto quanto + l’aere si volge con la prima volta, + se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, + + in questa altezza ch’è tutta disciolta + ne l’aere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch’ è folta; + + e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute l’aura impregna + e quella poi, girando, intorno scuote; + + e l’altra terra, secondo ch’è degna + per sé e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virtù diverse legna. + + Non parrebbe di là poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi s’appiglia. + + E saper dei che la campagna santa + dove tu se’, d’ogne semenza è piena, + e frutto ha in sé che di là non si schianta. + + L’acqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume ch’acquista e perde lena; + + ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant’ ella versa da due parti aperta. + + Da questa parte con virtù discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da l’altra d’ogne ben fatto la rende. + + Quinci Letè; così da l’altro lato + Eünoè si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non è gustato: + + a tutti altri sapori esto è di sopra. + E avvegna ch’assai possa esser sazia + la sete tua perch’ io più non ti scuopra, + + darotti un corollario ancor per grazia; + né credo che ’l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + + Quelli ch’anticamente poetaro + l’età de l’oro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + + Qui fu innocente l’umana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare è questo di che ciascun dice». + + Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto + a’ miei poeti, e vidi che con riso + udito avëan l’ultimo costrutto; + + poi a la bella donna torna’ il viso. + + + + Purgatorio • Canto XXIX + + + Cantando come donna innamorata, + continüò col fin di sue parole: + ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. + + E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disïando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + + allor si mosse contra ’l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + + Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo ch’a levante mi rendei. + + Né ancor fu così nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». + + Ed ecco un lustro sùbito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + + Ma perché ’l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, più e più splendeva, + nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. + + E una melodia dolce correva + per l’aere luminoso; onde buon zelo + mi fé riprender l’ardimento d’Eva, + + che là dove ubidia la terra e ’l cielo, + femmina, sola e pur testé formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + + sotto ’l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e più lunga fïata. + + Mentr’ io m’andava tra tante primizie + de l’etterno piacer tutto sospeso, + e disïoso ancora a più letizie, + + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si fé l’aere sotto i verdi rami; + e ’l dolce suon per canti era già inteso. + + O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. + + Or convien che Elicona per me versi, + e Uranìe m’aiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + + Poco più oltre, sette alberi d’oro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; + + ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, + che l’obietto comun, che ’l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + + la virtù ch’a ragion discorso ammanna, + sì com’ elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare ‘Osanna’. + + Di sopra fiammeggiava il bello arnese + più chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + + Io mi rivolsi d’ammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + + Indi rendei l’aspetto a l’alte cose + che si movieno incontr’ a noi sì tardi, + che foran vinte da novelle spose. + + La donna mi sgridò: «Perché pur ardi + sì ne l’affetto de le vive luci, + e ciò che vien di retro a lor non guardi?». + + Genti vid’ io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua già mai non fuci. + + L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + s’io riguardava in lei, come specchio anco. + + Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + + e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a sé l’aere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + + sì che lì sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. + + Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + + Sotto così bel ciel com’ io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + + Tutti cantavan: «Benedicta tue + ne le figlie d’Adamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!». + + Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette + a rimpetto di me da l’altra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + + sì come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + + Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + + A descriver lor forme più non spargo + rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, + tanto ch’a questa non posso esser largo; + + ma leggi Ezechïel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + + e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo ch’a le penne + Giovanni è meco e da lui si diparte. + + Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, trïunfale, + ch’al collo d’un grifon tirato venne. + + Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + sì ch’a nulla, fendendo, facea male. + + Tanto salivan che non eran viste; + le membra d’oro avea quant’ era uccello, + e bianche l’altre, di vermiglio miste. + + Non che Roma di carro così bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + + quel del Sol che, svïando, fu combusto + per l’orazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + + Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; l’una tanto rossa + ch’a pena fora dentro al foco nota; + + l’altr’ era come se le carni e l’ossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve testé mossa; + + e or parëan da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. + + Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. + + Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + + L’un si mostrava alcun de’ famigliari + di quel sommo Ipocràte che natura + a li animali fé ch’ell’ ha più cari; + + mostrava l’altro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi fé paura. + + Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + + E questi sette col primaio stuolo + erano abitüati, ma di gigli + dintorno al capo non facëan brolo, + + anzi di rose e d’altri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da’ cigli. + + E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon s’udì, e quelle genti degne + parvero aver l’andar più interdetto, + + fermandosi ivi con le prime insegne. + + + + Purgatorio • Canto XXX + + + Quando il settentrïon del primo cielo, + che né occaso mai seppe né orto + né d’altra nebbia che di colpa velo, + + e che faceva lì ciascun accorto + di suo dover, come ’l più basso face + qual temon gira per venire a porto, + + fermo s’affisse: la gente verace, + venuta prima tra ’l grifone ed esso, + al carro volse sé come a sua pace; + + e un di loro, quasi da ciel messo, + ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando + gridò tre volte, e tutti li altri appresso. + + Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + + cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + + Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, + e fior gittando e di sopra e dintorno, + ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. + + Io vidi già nel cominciar del giorno + la parte orïental tutta rosata, + e l’altro ciel di bel sereno addorno; + + e la faccia del sol nascere ombrata, + sì che per temperanza di vapori + l’occhio la sostenea lunga fïata: + + così dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in giù dentro e di fori, + + sovra candido vel cinta d’uliva + donna m’apparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + + E lo spirito mio, che già cotanto + tempo era stato ch’a la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + + sanza de li occhi aver più conoscenza, + per occulta virtù che da lei mosse, + d’antico amor sentì la gran potenza. + + Tosto che ne la vista mi percosse + l’alta virtù che già m’avea trafitto + prima ch’io fuor di püerizia fosse, + + volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli è afflitto, + + per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma + di sangue m’è rimaso che non tremi: + conosco i segni de l’antica fiamma’. + + Ma Virgilio n’avea lasciati scemi + di sé, Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute die’mi; + + né quantunque perdeo l’antica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + + «Dante, perché Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non piangere ancora; + ché pianger ti conven per altra spada». + + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far l’incora; + + in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessità qui si registra, + + vidi la donna che pria m’appario + velata sotto l’angelica festa, + drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. + + Tutto che ’l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + + regalmente ne l’atto ancor proterva + continüò come colui che dice + e ’l più caldo parlar dietro reserva: + + «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti d’accedere al monte? + non sapei tu che qui è l’uom felice?». + + Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, + tanta vergogna mi gravò la fronte. + + Così la madre al figlio par superba, + com’ ella parve a me; perché d’amaro + sente il sapor de la pietade acerba. + + Ella si tacque; e li angeli cantaro + di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; + ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. + + Sì come neve tra le vive travi + per lo dosso d’Italia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + + poi, liquefatta, in sé stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + sì che par foco fonder la candela; + + così fui sanza lagrime e sospiri + anzi ’l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + + ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, + + lo gel che m’era intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi uscì del petto. + + Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole così poscia: + + «Voi vigilate ne l’etterno die, + sì che notte né sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + + onde la mia risposta è con più cura + che m’intenda colui che di là piagne, + perché sia colpa e duol d’una misura. + + Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + + ma per larghezza di grazie divine, + che sì alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste là non van vicine, + + questi fu tal ne la sua vita nova + virtüalmente, ch’ogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + + Ma tanto più maligno e più silvestro + si fa ’l terren col mal seme e non cólto, + quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. + + Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte vòlto. + + Sì tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + + Quando di carne a spirto era salita, + e bellezza e virtù cresciuta m’era, + fu’ io a lui men cara e men gradita; + + e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + + Né l’impetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai: sì poco a lui ne calse! + + Tanto giù cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran già corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + + Per questo visitai l’uscio d’i morti, + e a colui che l’ha qua sù condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + + Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Letè si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + + di pentimento che lagrime spanda». + + + + Purgatorio • Canto XXXI + + + «O tu che se’ di là dal fiume sacro», + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio m’era paruto acro, + + ricominciò, seguendo sanza cunta, + «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta». + + Era la mia virtù tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + + Poco sofferse; poi disse: «Che pense? + Rispondi a me; ché le memorie triste + in te non sono ancor da l’acqua offense». + + Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + + Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa, la sua corda e l’arco, + e con men foga l’asta il segno tocca, + + sì scoppia’ io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allentò per lo suo varco. + + Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di là dal qual non è a che s’aspiri, + + quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti così spogliar la spene? + + E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?». + + Dopo la tratta d’un sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + + Piangendo dissi: «Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che ’l vostro viso si nascose». + + Ed ella: «Se tacessi o se negassi + ciò che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + + Ma quando scoppia de la propria gota + l’accusa del peccato, in nostra corte + rivolge sé contra ’l taglio la rota. + + Tuttavia, perché mo vergogna porte + del tuo errore, e perché altra volta, + udendo le serene, sie più forte, + + pon giù il seme del piangere e ascolta: + sì udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + + Mai non t’appresentò natura o arte + piacer, quanto le belle membra in ch’io + rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; + + e se ’l sommo piacer sì ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + + Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era più tale. + + Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar più colpo, o pargoletta + o altra novità con sì breve uso. + + Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi d’i pennuti + rete si spiega indarno o si saetta». + + Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e sé riconoscendo e ripentuti, + + tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando + per udir se’ dolente, alza la barba, + e prenderai più doglia riguardando». + + Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + + ch’io non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de l’argomento. + + E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro aspersïon l’occhio comprese; + + e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch’è sola una persona in due nature. + + Sotto ’l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi più sé stessa antica, + vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. + + Di penter sì mi punse ivi l’ortica, + che di tutte altre cose qual mi torse + più nel suo amor, più mi si fé nemica. + + Tanta riconoscenza il cor mi morse, + ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + + Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, + la donna ch’io avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». + + Tratto m’avea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso l’acqua lieve come scola. + + Quando fui presso a la beata riva, + ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. + + La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. + + Indi mi tolse, e bagnato m’offerse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + + «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di là, che miran più profondo». + + Così cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + + Disser: «Fa che le viste non risparmi; + posto t’avem dinanzi a li smeraldi + ond’ Amor già ti trasse le sue armi». + + Mille disiri più che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra ’l grifone stavan saldi. + + Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + + Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, + quando vedea la cosa in sé star queta, + e ne l’idolo suo si trasmutava. + + Mentre che piena di stupore e lieta + l’anima mia gustava di quel cibo + che, saziando di sé, di sé asseta, + + sé dimostrando di più alto tribo + ne li atti, l’altre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + + «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», + era la sua canzone, «al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + + Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, sì che discerna + la seconda bellezza che tu cele». + + O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto l’ombra + sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + + che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + là dove armonizzando il ciel t’adombra, + + quando ne l’aere aperto ti solvesti? + + + + Purgatorio • Canto XXXII + + + Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi m’eran tutti spenti. + + Ed essi quinci e quindi avien parete + di non caler—così lo santo riso + a sé traéli con l’antica rete!—; + + quando per forza mi fu vòlto il viso + ver’ la sinistra mia da quelle dee, + perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; + + e la disposizion ch’a veder èe + ne li occhi pur testé dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fée. + + Ma poi ch’al poco il viso riformossi + (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + + vidi ’n sul braccio destro esser rivolto + lo glorïoso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + + Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e sé gira col segno, + prima che possa tutta in sé mutarsi; + + quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + + Indi a le rote si tornar le donne, + e ’l grifon mosse il benedetto carco + sì, che però nulla penna crollonne. + + La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che fé l’orbita sua con minore arco. + + Sì passeggiando l’alta selva vòta, + colpa di quella ch’al serpente crese, + temprava i passi un’angelica nota. + + Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Bëatrice scese. + + Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. + + La coma sua, che tanto si dilata + più quanto più è sù, fora da l’Indi + ne’ boschi lor per altezza ammirata. + + «Beato se’, grifon, che non discindi + col becco d’esto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi». + + Così dintorno a l’albero robusto + gridaron li altri; e l’animal binato: + «Sì si conserva il seme d’ogne giusto». + + E vòlto al temo ch’elli avea tirato, + trasselo al piè de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lasciò legato. + + Come le nostre piante, quando casca + giù la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + + turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che ’l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + + men che di rose e più che di vïole + colore aprendo, s’innovò la pianta, + che prima avea le ramora sì sole. + + Io non lo ’ntesi, né qui non si canta + l’inno che quella gente allor cantaro, + né la nota soffersi tutta quanta. + + S’io potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; + + come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com’ io m’addormentai; + ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. + + Però trascorro a quando mi svegliai, + e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo + del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». + + Quali a veder de’ fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpetüe nozze fa nel cielo, + + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + + e videro scemata loro scuola + così di Moïsè come d’Elia, + e al maestro suo cangiata stola; + + tal torna’ io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. + + E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». + Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + + Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo ’l grifon sen vanno suso + con più dolce canzone e più profonda». + + E se più fu lo suo parlar diffuso, + non so, però che già ne li occhi m’era + quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. + + Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata lì del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + + In cerchio le facevan di sé claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. + + «Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo è romano. + + Però, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di là, fa che tu scrive». + + Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi + d’i suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. + + Non scese mai con sì veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che più va remoto, + + com’ io vidi calar l’uccel di Giove + per l’alber giù, rompendo de la scorza, + non che d’i fiori e de le foglie nove; + + e ferì ’l carro di tutta sua forza; + ond’ el piegò come nave in fortuna, + vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. + + Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del trïunfal veiculo una volpe + che d’ogne pasto buon parea digiuna; + + ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser l’ossa sanza polpe. + + Poscia per indi ond’ era pria venuta, + l’aguglia vidi scender giù ne l’arca + del carro e lasciar lei di sé pennuta; + + e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce uscì del cielo e cotal disse: + «O navicella mia, com’ mal se’ carca!». + + Poi parve a me che la terra s’aprisse + tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro sù la coda fisse; + + e come vespa che ritragge l’ago, + a sé traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + + Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + + si ricoperse, e funne ricoperta + e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto + che più tiene un sospir la bocca aperta. + + Trasformato così ’l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. + + Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + + Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + m’apparve con le ciglia intorno pronte; + + e come perché non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e basciavansi insieme alcuna volta. + + Ma perché l’occhio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagellò dal capo infin le piante; + + poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + + a la puttana e a la nova belva. + + + + Purgatorio • Canto XXXIII + + + ‘Deus, venerunt gentes’, alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + + e Bëatrice, sospirosa e pia, + quelle ascoltava sì fatta, che poco + più a la croce si cambiò Maria. + + Ma poi che l’altre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in pè, + rispuose, colorata come foco: + + ‘Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me’. + + Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo sé, solo accennando, mosse + me e la donna e ’l savio che ristette. + + Così sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + + e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», + mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto». + + Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, + dissemi: «Frate, perché non t’attenti + a domandarmi omai venendo meco?». + + Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti, + + avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: «Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». + + Ed ella a me: «Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + sì che non parli più com’ om che sogna. + + Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, + fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + + Non sarà tutto tempo sanza reda + l’aguglia che lasciò le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + + ch’io veggio certamente, e però il narro, + a darne tempo già stelle propinque, + secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, + + nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, anciderà la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + + E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; + + ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + + Tu nota; e sì come da me son porte, + così queste parole segna a’ vivi + del viver ch’è un correre a la morte. + + E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch’è or due volte dirubata quivi. + + Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a l’uso suo la creò santa. + + Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e più l’anima prima + bramò colui che ’l morso in sé punio. + + Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e sì travolta ne la cima. + + E se stati non fossero acqua d’Elsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, + + per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne l’interdetto, + conosceresti a l’arbor moralmente. + + Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + sì che t’abbaglia il lume del mio detto, + + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che ’l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto». + + E io: «Sì come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato è or da voi lo mio cervello. + + Ma perché tanto sovra mia veduta + vostra parola disïata vola, + che più la perde quanto più s’aiuta?». + + «Perché conoschi», disse, «quella scuola + c’hai seguitata, e veggi sua dottrina + come può seguitar la mia parola; + + e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che più alto festina». + + Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda + ch’i’ stranïasse me già mai da voi, + né honne coscïenza che rimorda». + + «E se tu ricordar non te ne puoi», + sorridendo rispuose, «or ti rammenta + come bevesti di Letè ancoi; + + e se dal fummo foco s’argomenta, + cotesta oblivïon chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + + Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude». + + E più corusco e con più lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e là, come li aspetti, fassi, + + quando s’affisser, sì come s’affigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + + le sette donne al fin d’un’ombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. + + Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri + veder mi parve uscir d’una fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + + «O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua è questa che qui si dispiega + da un principio e sé da sé lontana?». + + Per cotal priego detto mi fu: «Priega + Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + + la bella donna: «Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che l’acqua di Letè non gliel nascose». + + E Bëatrice: «Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. + + Ma vedi Eünoè che là diriva: + menalo ad esso, e come tu se’ usa, + la tramortita sua virtù ravviva». + + Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che è per segno fuor dischiusa; + + così, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: «Vien con lui». + + S’io avessi, lettor, più lungo spazio + da scrivere, i’ pur cantere’ in parte + lo dolce ber che mai non m’avria sazio; + + ma perché piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia più ir lo fren de l’arte. + + Io ritornai da la santissima onda + rifatto sì come piante novelle + rinovellate di novella fronda, + + puro e disposto a salire a le stelle. + + + + + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + à = a grave + è = e grave + ì = i grave + ò = o grave + ù = u grave + + é = e acute + ó = o acute + + ä = a uml + ë = e uml + ï = i uml + ö = o uml + ü = u uml + + È = E grave + Ë = E uml + Ï = I uml + + « = left angle quotation mark + » = right angle quotation mark + + “ = left double quotation mark + ” = right double quotation mark + + ‘ = left single quotation mark + ’ = right single quotation mark + + — = em dash + + • = middot + + . . . = ellipsis + + + + + + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by +Dante Alighieri + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 *** |
