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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 ***
+
+ LA DIVINA COMMEDIA
+ di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+ PURGATORIO
+
+
+
+
+ Purgatorio • Canto I
+
+
+ Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a sé mar sì crudele;
+
+ e canterò di quel secondo regno
+ dove l’umano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+ Ma qui la morta poesì resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Calïopè alquanto surga,
+
+ seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+ Dolce color d’orïental zaffiro,
+ che s’accoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+ a li occhi miei ricominciò diletto,
+ tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
+ che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
+
+ Lo bel pianeto che d’amar conforta
+ faceva tutto rider l’orïente,
+ velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
+
+ I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a l’altro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor ch’a la prima gente.
+
+ Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentrïonal vedovo sito,
+ poi che privato se’ di mirar quelle!
+
+ Com’ io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l ’altro polo,
+ là onde ’l Carro già era sparito,
+
+ vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che più non dee a padre alcun figliuolo.
+
+ Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a’ suoi capelli simigliante,
+ de’ quai cadeva al petto doppia lista.
+
+ Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan sì la sua faccia di lume,
+ ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
+
+ «Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?»,
+ diss’ el, movendo quelle oneste piume.
+
+ «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+ Son le leggi d’abisso così rotte?
+ o è mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?».
+
+ Lo duca mio allor mi diè di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
+
+ Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+ Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
+ di nostra condizion com’ ell’ è vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+ Questi non vide mai l’ultima sera;
+ ma per la sua follia le fu sì presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+ Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non lì era altra via
+ che questa per la quale i’ mi son messo.
+
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan sé sotto la tua balìa.
+
+ Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
+ de l’alto scende virtù che m’aiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ libertà va cercando, ch’è sì cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+ Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
+
+ Non son li editti etterni per noi guasti,
+ ché questi vive e Minòs me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+ di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riporterò di te a lei,
+ se d’esser mentovato là giù degni».
+
+ «Marzïa piacque tanto a li occhi miei
+ mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
+ «che quante grazie volse da me, fei.
+
+ Or che di là dal mal fiume dimora,
+ più muover non mi può, per quella legge
+ che fatta fu quando me n’usci’ fora.
+
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,
+ come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
+ sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
+
+ ché non si converria, l’occhio sorpriso
+ d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch’è di quei di paradiso.
+
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ là giù colà dove la batte l’onda,
+ porta di giunchi sovra ’l molle limo:
+
+ null’ altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ però ch’a le percosse non seconda.
+
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterrà, che surge omai,
+ prendere il monte a più lieve salita».
+
+ Così sparì; e io sù mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+ El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, ché di qua dichina
+ questa pianura a’ suoi termini bassi».
+
+ L’alba vinceva l’ora mattutina
+ che fuggia innanzi, sì che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+ Noi andavam per lo solingo piano
+ com’ om che torna a la perduta strada,
+ che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+ Quando noi fummo là ’ve la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ ambo le mani in su l’erbetta sparte
+ soavemente ’l mio maestro pose:
+ ond’ io, che fui accorto di sua arte,
+
+ porsi ver’ lui le guance lagrimose;
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che l’inferno mi nascose.
+
+ Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+ Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
+ oh maraviglia! ché qual elli scelse
+ l’umile pianta, cotal si rinacque
+
+ subitamente là onde l’avelse.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto II
+
+
+ Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
+ lo cui meridïan cerchio coverchia
+ Ierusalèm col suo più alto punto;
+
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+ sì che le bianche e le vermiglie guance,
+ là dov’ i’ era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ giù nel ponente sovra ’l suol marino,
+
+ cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir sì ratto,
+ che ’l muover suo nessun volar pareggia.
+
+ Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
+ l’occhio per domandar lo duca mio,
+ rividil più lucente e maggior fatto.
+
+ Poi d’ogne lato ad esso m’appario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui uscìo.
+
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+ gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di sì fatti officiali.
+
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ sì che remo non vuol, né altro velo
+ che l’ali sue, tra liti sì lontani.
+
+ Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
+ trattando l’aere con l’etterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo».
+
+ Poi, come più e più verso noi venne
+ l’uccel divino, più chiaro appariva:
+ per che l’occhio da presso nol sostenne,
+
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
+
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e più di cento spirti entro sediero.
+
+ ‘In exitu Isräel de Aegypto’
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo è poscia scripto.
+
+ Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ ed el sen gì, come venne, veloce.
+
+ La turba che rimase lì, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+ Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, ch’avea con le saette conte
+ di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
+
+ quando la nova gente alzò la fronte
+ ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte».
+
+ E Virgilio rispuose: «Voi credete
+ forse che siamo esperti d’esto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu sì aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parrà gioco».
+
+ L’anime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+ E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+ così al viso mio s’affisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi oblïando d’ire a farsi belle.
+
+ Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con sì grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+ Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+ Soavemente disse ch’io posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
+
+ Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
+ nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
+ però m’arresto; ma tu perché vai?».
+
+ «Casella mio, per tornar altra volta
+ là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
+ diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ più volte m’ha negato esto passaggio;
+
+ ché di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+ Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
+ dove l’acqua di Tevero s’insala,
+ benignamente fu’ da lui ricolto.
+
+ A quella foce ha elli or dritta l’ala,
+ però che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala».
+
+ E io: «Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a l’amoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+ di ciò ti piaccia consolare alquanto
+ l’anima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, è affannata tanto!».
+
+ ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
+ cominciò elli allor sì dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+ Lo mio maestro e io e quella gente
+ ch’eran con lui parevan sì contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+ Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
+
+ qual negligenza, quale stare è questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
+
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
+
+ se cosa appare ond’ elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star l’esca,
+ perch’ assaliti son da maggior cura;
+
+ così vid’ io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
+ com’ om che va, né sa dove rïesca;
+
+ né la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto III
+
+
+ Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+ i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare’ io sanza lui corso?
+ chi m’avria tratto su per la montagna?
+
+ El mi parea da sé stesso rimorso:
+ o dignitosa coscïenza e netta,
+ come t’è picciol fallo amaro morso!
+
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+ lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
+ e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
+ che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
+
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto m’era dinanzi a la figura,
+ ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
+
+ Io mi volsi dallato con paura
+ d’essere abbandonato, quand’ io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+ e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
+ a dir mi cominciò tutto rivolto;
+ «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
+
+ Vespero è già colà dov’ è sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+ Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
+
+ Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
+ non ti maravigliar più che d’i cieli
+ che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
+
+ A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virtù dispone
+ che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
+
+ Matto è chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+ State contenti, umana gente, al quia;
+ ché, se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+ e disïar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ ch’etternalmente è dato lor per lutto:
+
+ io dico d’Aristotile e di Plato
+ e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
+ e più non disse, e rimase turbato.
+
+ Noi divenimmo intanto a piè del monte;
+ quivi trovammo la roccia sì erta,
+ che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+ Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
+ la più rotta ruina è una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+ «Or chi sa da qual man la costa cala»,
+ disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
+ «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
+
+ E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+ da man sinistra m’apparì una gente
+ d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
+ e non pareva, sì venïan lente.
+
+ «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne darà consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi».
+
+ Guardò allora, e con libero piglio
+ rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio».
+
+ Ancora era quel popol di lontano,
+ i’ dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+ quando si strinser tutti ai duri massi
+ de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+ «O ben finiti, o già spiriti eletti»,
+ Virgilio incominciò, «per quella pace
+ ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
+
+ ditene dove la montagna giace,
+ sì che possibil sia l’andare in suso;
+ ché perder tempo a chi più sa più spiace».
+
+ Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e l’altre stanno
+ timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
+
+ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
+ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
+ semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
+
+ sì vid’ io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne l’andare onesta.
+
+ Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ sì che l’ombra era da me a la grotta,
+
+ restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
+
+ «Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo è corpo uman che voi vedete;
+ per che ’l lume del sole in terra è fesso.
+
+ Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virtù che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete».
+
+ Così ’l maestro; e quella gente degna
+ «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+ E un di loro incominciò: «Chiunque
+ tu se’, così andando, volgi ’l viso:
+ pon mente se di là mi vedesti unque».
+
+ Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
+
+ Quand’ io mi fui umilmente disdetto
+ d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
+ e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
+
+ Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
+
+ vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
+ e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
+
+ Poscia ch’io ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+ Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
+ che prende ciò che si rivolge a lei.
+
+ Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+ l’ossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+ Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
+ dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
+
+ Per lor maladizion sì non si perde,
+ che non possa tornar, l’etterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+ Vero è che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+ per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
+ in sua presunzïon, se tal decreto
+ più corto per buon prieghi non diventa.
+
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come m’hai visto, e anco esto divieto;
+
+ ché qui per quei di là molto s’avanza».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IV
+
+
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virtù nostra comprenda,
+ l’anima bene ad essa si raccoglie,
+
+ par ch’a nulla potenza più intenda;
+ e questo è contra quello error che crede
+ ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
+
+ E però, quando s’ode cosa o vede
+ che tegna forte a sé l’anima volta,
+ vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
+
+ ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
+ e altra è quella c’ha l’anima intera:
+ questa è quasi legata e quella è sciolta.
+
+ Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ ché ben cinquanta gradi salito era
+
+ lo sole, e io non m’era accorto, quando
+ venimmo ove quell’ anime ad una
+ gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
+
+ Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
+
+ che non era la calla onde salìne
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partìne.
+
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova e ’n Cacume
+ con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
+
+ dico con l’ale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+ Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
+ e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+ Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
+ de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
+ «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
+
+ Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
+ e la costa superba più assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+ Io era lasso, quando cominciai:
+ «O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com’ io rimango sol, se non restai».
+
+ «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
+ additandomi un balzo poco in sùe
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+ Sì mi spronaron le parole sue,
+ ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
+
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ vòlti a levante ond’ eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra n’eravam feriti.
+
+ Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+ Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che sù e giù del suo lume conduce,
+
+ tu vedresti il Zodïaco rubecchio
+ ancora a l’Orse più stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+ Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sïòn
+ con questo monte in su la terra stare
+
+ sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Fetòn,
+
+ vedrai come a costui convien che vada
+ da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
+ se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
+
+ «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
+ non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
+ là dove mio ingegno parea manco,
+
+ che ’l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun’ arte,
+ e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
+
+ per la ragion che di’, quinci si parte
+ verso settentrïon, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+ Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
+ più che salir non posson li occhi miei».
+
+ Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
+ che sempre al cominciar di sotto è grave;
+ e quant’ om più va sù, e men fa male.
+
+ Però, quand’ ella ti parrà soave
+ tanto, che sù andar ti fia leggero
+ com’ a seconda giù andar per nave,
+
+ allor sarai al fin d’esto sentiero;
+ quivi di riposar l’affanno aspetta.
+ Più non rispondo, e questo so per vero».
+
+ E com’ elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso sonò: «Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!».
+
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual né io né ei prima s’accorse.
+
+ Là ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a l’ombra dietro al sasso
+ come l’uom per negghienza a star si pone.
+
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo ’l viso giù tra esse basso.
+
+ «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
+ colui che mostra sé più negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia».
+
+ Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo ’l viso pur su per la coscia,
+ e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
+
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che m’avacciava un poco ancor la lena,
+ non m’impedì l’andare a lui; e poscia
+
+ ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
+ dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
+ da l’omero sinistro il carro mena?».
+
+ Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
+
+ di te omai; ma dimmi: perché assiso
+ quiritto se’? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
+
+ Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
+ ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
+ l’angel di Dio che siede in su la porta.
+
+ Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+ se orazïone in prima non m’aita
+ che surga sù di cuor che in grazia viva;
+ l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
+
+ E già il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
+ meridïan dal sole e a la riva
+
+ cuopre la notte già col piè Morrocco».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto V
+
+
+ Io era già da quell’ ombre partito,
+ e seguitava l’orme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando ’l dito,
+
+ una gridò: «Ve’ che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!».
+
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
+
+ «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
+ disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
+ che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
+
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ già mai la cima per soffiar di venti;
+
+ ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da sé dilunga il segno,
+ perché la foga l’un de l’altro insolla».
+
+ Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa l’uom di perdon talvolta degno.
+
+ E ’ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
+
+ Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
+ mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
+
+ e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr’ a noi e dimandarne:
+ «Di vostra condizion fatene saggi».
+
+ E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che ’l corpo di costui è vera carne.
+
+ Se per veder la sua ombra restaro,
+ com’ io avviso, assai è lor risposto:
+ fàccianli onore, ed esser può lor caro».
+
+ Vapori accesi non vid’ io sì tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ né, sol calando, nuvole d’agosto,
+
+ che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+ «Questa gente che preme a noi è molta,
+ e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
+ «però pur va, e in andando ascolta».
+
+ «O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti»,
+ venian gridando, «un poco il passo queta.
+
+ Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
+ sì che di lui di là novella porti:
+ deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
+
+ Noi fummo tutti già per forza morti,
+ e peccatori infino a l’ultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+ sì che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di sé veder n’accora».
+
+ E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma s’a voi piace
+ cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
+
+ voi dite, e io farò per quella pace
+ che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
+ di mondo in mondo cercar mi si face».
+
+ E uno incominciò: «Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che ’l voler nonpossa non ricida.
+
+ Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, sì che ben per me s’adori
+ pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
+
+ Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
+ ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+ là dov’ io più sicuro esser credea:
+ quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
+ assai più là che dritto non volea.
+
+ Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
+ quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
+ ancor sarei di là dove si spira.
+
+ Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
+ m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
+ de le mie vene farsi in terra laco».
+
+ Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a l’alto monte,
+ con buona pïetate aiuta il mio!
+
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
+
+ E io a lui: «Qual forza o qual ventura
+ ti travïò sì fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?».
+
+ «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
+ traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
+ che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
+
+ Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
+ arriva’ io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+ Quivi perdei la vista e la parola;
+ nel nome di Maria fini’, e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+ Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
+ l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
+ gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
+
+ Tu te ne porti di costui l’etterno
+ per una lagrimetta che ’l mi toglie;
+ ma io farò de l’altro altro governo!”.
+
+ Ben sai come ne l’aere si raccoglie
+ quell’ umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
+
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
+ per la virtù che sua natura diede.
+
+ Indi la valle, come ’l dì fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
+
+ sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde, e a’ fossati venne
+ di lei ciò che la terra non sofferse;
+
+ e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver’ lo fiume real tanto veloce
+ si ruinò, che nulla la ritenne.
+
+ Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
+ ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
+ voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse».
+
+ «Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+ e riposato de la lunga via»,
+ seguitò ’l terzo spirito al secondo,
+
+ «ricorditi di me, che son la Pia;
+ Siena mi fé, disfecemi Maremma:
+ salsi colui che ’nnanellata pria
+
+ disposando m’avea con la sua gemma».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VI
+
+
+ Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+ con l’altro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+ el non s’arresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, più non fa pressa;
+ e così da la calca si difende.
+
+ Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+ Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
+
+ Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che fé parer lo buon Marzucco forte.
+
+ Vidi conte Orso e l’anima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
+
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
+ sì che però non sia di peggior greggia.
+
+ Come libero fui da tutte quante
+ quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
+ sì che s’avacci lor divenir sante,
+
+ io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+ e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
+
+ Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+ ché cima di giudicio non s’avvalla
+ perché foco d’amor compia in un punto
+ ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
+
+ e là dov’ io fermai cotesto punto,
+ non s’ammendava, per pregar, difetto,
+ perché ’l priego da Dio era disgiunto.
+
+ Veramente a così alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
+
+ Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice».
+
+ E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ ché già non m’affatico come dianzi,
+ e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
+
+ «Noi anderem con questo giorno innanzi»,
+ rispuose, «quanto più potremo omai;
+ ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
+
+ Prima che sie là sù, tornar vedrai
+ colui che già si cuopre de la costa,
+ sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
+
+ Ma vedi là un’anima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
+
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+ Ella non ci dicëa alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ ma di nostro paese e de la vita
+ ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
+ «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
+
+ surse ver’ lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
+
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+ Quell’ anima gentil fu così presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+ e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
+ di quei ch’un muro e una fossa serra.
+
+ Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ s’alcuna parte in te di pace gode.
+
+ Che val perché ti racconciasse il freno
+ Iustinïano, se la sella è vòta?
+ Sanz’ esso fora la vergogna meno.
+
+ Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi ciò che Dio ti nota,
+
+ guarda come esta fiera è fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+ O Alberto tedesco ch’abbandoni
+ costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+ giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
+
+ Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di costà distretti,
+ che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
+
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color già tristi, e questi con sospetti!
+
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com’ è oscura!
+
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e dì e notte chiama:
+ «Cesare mio, perché non m’accompagne?».
+
+ Vieni a veder la gente quanto s’ama!
+ e se nulla di noi pietà ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+ E se licito m’è, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+ O è preparazion che ne l’abisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de l’accorger nostro scisso?
+
+ Ché le città d’Italia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ mercé del popol tuo che si argomenta.
+
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a l’arco;
+ ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
+
+ Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
+
+ Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+ S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
+
+ Atene e Lacedemona, che fenno
+ l’antiche leggi e furon sì civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+ verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, ch’a mezzo novembre
+ non giugne quel che tu d’ottobre fili.
+
+ Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non può trovar posa in su le piume,
+
+ ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VII
+
+
+ Poscia che l’accoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
+
+ «Anzi che a questo monte fosser volte
+ l’anime degne di salire a Dio,
+ fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+ Io son Virgilio; e per null’ altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver fé».
+ Così rispuose allora il duca mio.
+
+ Qual è colui che cosa innanzi sé
+ sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
+
+ tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
+ e umilmente ritornò ver’ lui,
+ e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
+
+ «O gloria di Latin», disse, «per cui
+ mostrò ciò che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond’ io fui,
+
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ S’io son d’udir le tue parole degno,
+ dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
+
+ «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
+ rispuose lui, «son io di qua venuto;
+ virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+ Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder l’alto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+ Luogo è là giù non tristo di martìri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da l’umana colpa essenti;
+
+ quivi sto io con quei che le tre sante
+ virtù non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber l’altre e seguir tutte quante.
+
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ dà noi per che venir possiam più tosto
+ là dove purgatorio ha dritto inizio».
+
+ Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
+ licito m’è andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
+
+ Ma vedi già come dichina il giorno,
+ e andar sù di notte non si puote;
+ però è buon pensar di bel soggiorno.
+
+ Anime sono a destra qua remote;
+ se mi consenti, io ti merrò ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note».
+
+ «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
+
+ E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
+ dicendo: «Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo ’l sol partito:
+
+ non però ch’altra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+ Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
+
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ «Menane», disse, «dunque là ’ve dici
+ ch’aver si può diletto dimorando».
+
+ Poco allungati c’eravam di lici,
+ quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+ «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
+ dove la costa face di sé grembo;
+ e là il novo giorno attenderemo».
+
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
+
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
+
+ da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore è vinto il meno.
+
+ Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavità di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+ ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+ «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
+ cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
+ «tra color non vogliate ch’io vi guidi.
+
+ Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama giù tra essi accolti.
+
+ Colui che più siede alto e fa sembianti
+ d’aver negletto ciò che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+ Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
+ sì che tardi per altri si ricrea.
+
+ L’altro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove l’acqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+ E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui c’ha sì benigno aspetto,
+ morì fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+ guardate là come si batte il petto!
+ L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+ Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che sì li lancia.
+
+ Quel che par sì membruto e che s’accorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ d’ogne valor portò cinta la corda;
+
+ e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+ che non si puote dir de l’altre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+ Rade volte risurge per li rami
+ l’umana probitate; e questo vole
+ quei che la dà, perché da lui si chiami.
+
+ Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza già si dole.
+
+ Tant’ è del seme suo minor la pianta,
+ quanto, più che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+ Vedete il re de la semplice vita
+ seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
+ questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
+
+ Quel che più basso tra costor s’atterra,
+ guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+ fa pianger Monferrato e Canavese».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VIII
+
+
+ Era già l’ora che volge il disio
+ ai navicanti e ’ntenerisce il core
+ lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
+
+ e che lo novo peregrin d’amore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+ quand’ io incominciai a render vano
+ l’udire e a mirare una de l’alme
+ surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
+
+ Ella giunse e levò ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso l’orïente,
+ come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
+
+ ‘Te lucis ante’ sì devotamente
+ le uscìo di bocca e con sì dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+ e l’altre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto l’inno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
+ certo che ’l trapassar dentro è leggero.
+
+ Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in sùe,
+ quasi aspettando, palido e umìle;
+
+ e vidi uscir de l’alto e scender giùe
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+ Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+ L’un poco sovra noi a star si venne,
+ e l’altro scese in l’opposita sponda,
+ sì che la gente in mezzo si contenne.
+
+ Ben discernëa in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia l’occhio si smarria,
+ come virtù ch’a troppo si confonda.
+
+ «Ambo vegnon del grembo di Maria»,
+ disse Sordello, «a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verrà vie via».
+
+ Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+ E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazïoso fia lor vedervi assai».
+
+ Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+ Temp’ era già che l’aere s’annerava,
+ ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
+ non dichiarisse ciò che pria serrava.
+
+ Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra ’ rei!
+
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
+ a piè del monte per le lontane acque?».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
+
+ E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di sùbito smarrita.
+
+ L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
+ che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse».
+
+ Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che sì nasconde
+ lo suo primo perché, che non lì è guado,
+
+ quando sarai di là da le larghe onde,
+ dì a Giovanna mia che per me chiami
+ là dove a li ’nnocenti si risponde.
+
+ Non credo che la sua madre più m’ami,
+ poscia che trasmutò le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+ Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco d’amor dura,
+ se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
+
+ Non le farà sì bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com’ avria fatto il gallo di Gallura».
+
+ Così dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur là dove le stelle son più tarde,
+ sì come rota più presso a lo stelo.
+
+ E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
+ E io a lui: «A quelle tre facelle
+ di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
+
+ Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di là basse,
+ e queste son salite ov’ eran quelle».
+
+ Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
+ dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
+ e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
+
+ Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+ Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+ Io non vidi, e però dicer non posso,
+ come mosser li astor celestïali;
+ ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
+
+ Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
+ fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+ L’ombra che s’era al giudice raccolta
+ quando chiamò, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+ «Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
+
+ cominciò ella, «se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che già grande là era.
+
+ Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son l’antico, ma di lui discesi;
+ a’ miei portai l’amor che qui raffina».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
+ già mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
+
+ La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ sì che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+ e io vi giuro, s’io di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+ Uso e natura sì la privilegia,
+ che, perché il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
+
+ Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che ’l Montone
+ con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
+
+ che cotesta cortese oppinïone
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che d’altrui sermone,
+
+ se corso di giudicio non s’arresta».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IX
+
+
+ La concubina di Titone antico
+ già s’imbiancava al balco d’orïente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+ di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+ e la notte, de’ passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
+ e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
+
+ quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
+ vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
+ là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
+
+ Ne l’ora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de’ suo’ primi guai,
+
+ e che la mente nostra, peregrina
+ più da la carne e men da’ pensier presa,
+ a le sue visïon quasi è divina,
+
+ in sogno mi parea veder sospesa
+ un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
+ con l’ali aperte e a calare intesa;
+
+ ed esser mi parea là dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+ Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse d’altro loco
+ disdegna di portarne suso in piede’.
+
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+ Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che ’l sonno si rompesse.
+
+ Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo là dove si fosse,
+
+ quando la madre da Chirón a Schiro
+ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
+ là onde poi li Greci il dipartiro;
+
+ che mi scoss’ io, sì come da la faccia
+ mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
+ come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+ Dallato m’era solo il mio conforto,
+ e ’l sole er’ alto già più che due ore,
+ e ’l viso m’era a la marina torto.
+
+ «Non aver tema», disse il mio segnore;
+ «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+ Tu se’ omai al purgatorio giunto:
+ vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
+ vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
+
+ Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
+ quando l’anima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond’ è là giù addorno
+
+ venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ sì l’agevolerò per la sua via”.
+
+ Sordel rimase e l’altre genti forme;
+ ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+ Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
+
+ A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verità li è discoperta,
+
+ mi cambia’ io; e come sanza cura
+ vide me ’l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
+
+ Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
+ la mia matera, e però con più arte
+ non ti maravigliar s’io la rincalzo.
+
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+ che là dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier ch’ancor non facea motto.
+
+ E come l’occhio più e più v’apersi,
+ vidil seder sovra ’l grado sovrano,
+ tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
+
+ e una spada nuda avëa in mano,
+ che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
+ ch’io drizzava spesso il viso in vano.
+
+ «Dite costinci: che volete voi?»,
+ cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
+ Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
+
+ «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
+ rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
+ ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
+
+ «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
+ ricominciò il cortese portinaio:
+ «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
+
+ Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era sì pulito e terso,
+ ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+ Era il secondo tinto più che perso,
+ d’una petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+ Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
+ porfido mi parea, sì fiammeggiante
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+ Sovra questo tenëa ambo le piante
+ l’angel di Dio sedendo in su la soglia
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+ Per li tre gradi sù di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
+ umilemente che ’l serrame scioglia».
+
+ Divoto mi gittai a’ santi piedi;
+ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+ Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e «Fa che lavi,
+ quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
+
+ Cenere, o terra che secca si cavi,
+ d’un color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+ L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
+
+ «Quandunque l’una d’este chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa»,
+ diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
+
+ Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
+ d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
+ perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
+
+ Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
+ anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
+ pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
+
+ Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
+ dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
+
+ E quando fuor ne’ cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+ non rugghiò sì né si mostrò sì acra
+ Tarpëa, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+ Tale imagine a punto mi rendea
+ ciò ch’io udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ ch’or sì or no s’intendon le parole.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto X
+
+
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che ’l mal amor de l’anime disusa,
+ perché fa parer dritta la via torta,
+
+ sonando la senti’ esser richiusa;
+ e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+ Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e d’una e d’altra parte,
+ sì come l’onda che fugge e s’appressa.
+
+ «Qui si conviene usare un poco d’arte»,
+ cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte».
+
+ E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ sù dove il monte in dietro si rauna,
+
+ ïo stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo più che strade per diserti.
+
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al piè de l’alta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+ e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+ Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
+ quand’ io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+ esser di marmo candido e addorno
+ d’intagli sì, che non pur Policleto,
+ ma la natura lì avrebbe scorno.
+
+ L’angel che venne in terra col decreto
+ de la molt’ anni lagrimata pace,
+ ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+ dinanzi a noi pareva sì verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+ Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
+ perché iv’ era imaginata quella
+ ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
+
+ e avea in atto impressa esta favella
+ ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+ «Non tener pur ad un loco la mente»,
+ disse ’l dolce maestro, che m’avea
+ da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
+
+ Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde m’era colui che mi movea,
+
+ un’altra storia ne la roccia imposta;
+ per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
+ acciò che fosse a li occhi miei disposta.
+
+ Era intagliato lì nel marmo stesso
+ lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
+ faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
+
+ Similemente al fummo de li ’ncensi
+ che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
+ e al sì e al no discordi fensi.
+
+ Lì precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, l’umile salmista,
+ e più e men che re era in quel caso.
+
+ Di contra, effigïata ad una vista
+ d’un gran palazzo, Micòl ammirava
+ sì come donna dispettosa e trista.
+
+ I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
+ per avvisar da presso un’altra istoria,
+ che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
+
+ Quiv’ era storïata l’alta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+ i’ dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+ Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
+ sovr’ essi in vista al vento si movieno.
+
+ La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
+
+ ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
+ tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
+ come persona in cui dolor s’affretta,
+
+ «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
+ la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
+ a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
+
+ ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
+ ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
+ giustizia vuole e pietà mi ritene».
+
+ Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perché qui non si trova.
+
+ Mentr’ io mi dilettava di guardare
+ l’imagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+ «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
+ mormorava il poeta, «molte genti:
+ questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
+
+ Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
+ volgendosi ver’ lui non furon lenti.
+
+ Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che ’l debito si paghi.
+
+ Non attender la forma del martìre:
+ pensa la succession; pensa ch’al peggio
+ oltre la gran sentenza non può ire.
+
+ Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, sì nel veder vaneggio».
+
+ Ed elli a me: «La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
+
+ Ma guarda fiso là, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ già scorger puoi come ciascun si picchia».
+
+ O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne’ retrosi passi,
+
+ non v’accorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar l’angelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+ Di che l’animo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ sì come vermo in cui formazion falla?
+
+ Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+ la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere ’n chi la vede; così fatti
+ vid’ io color, quando puosi ben cura.
+
+ Vero è che più e meno eran contratti
+ secondo ch’avien più e meno a dosso;
+ e qual più pazïenza avea ne li atti,
+
+ piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XI
+
+
+ «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
+ non circunscritto, ma per più amore
+ ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
+
+ laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
+ da ogne creatura, com’ è degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+ Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
+ ché noi ad essa non potem da noi,
+ s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+ Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ così facciano li uomini de’ suoi.
+
+ Dà oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi più di gir s’affanna.
+
+ E come noi lo mal ch’avem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+ Nostra virtù che di legger s’adona,
+ non spermentar con l’antico avversaro,
+ ma libera da lui che sì la sprona.
+
+ Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
+ già non si fa per noi, ché non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro».
+
+ Così a sé e noi buona ramogna
+ quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
+ simile a quel che talvolta si sogna,
+
+ disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+ Se di là sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei c’hanno al voler buona radice?
+
+ Ben si de’ loro atar lavar le note
+ che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+ «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
+ tosto, sì che possiate muover l’ala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+ mostrate da qual mano inver’ la scala
+ si va più corto; e se c’è più d’un varco,
+ quel ne ’nsegnate che men erto cala;
+
+ ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
+ de la carne d’Adamo onde si veste,
+ al montar sù, contra sua voglia, è parco».
+
+ Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu’ io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ ma fu detto: «A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+ E s’io non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+ cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
+ guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+ Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
+
+ L’antico sangue e l’opere leggiadre
+ d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, ché tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+ E qui convien ch’io questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
+
+ Ascoltando chinai in giù la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
+
+ e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
+ l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
+ ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
+
+ «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
+
+ Ben non sare’ io stato sì cortese
+ mentre ch’io vissi, per lo gran disio
+ de l’eccellenza ove mio core intese.
+
+ Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+ Oh vana gloria de l’umane posse!
+ com’ poco verde in su la cima dura,
+ se non è giunta da l’etati grosse!
+
+ Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ sì che la fama di colui è scura.
+
+ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse è nato
+ chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
+
+ Non è il mondan romore altro ch’un fiato
+ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perché muta lato.
+
+ Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
+
+ pria che passin mill’ anni? ch’è più corto
+ spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
+ al cerchio che più tardi in cielo è torto.
+
+ Colui che del cammin sì poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ ond’ era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
+
+ La vostra nominanza è color d’erba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba».
+
+ E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
+ bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
+ ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
+
+ «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
+ ed è qui perché fu presuntüoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+ Ito è così e va, sanza riposo,
+ poi che morì; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi è di là troppo oso».
+
+ E io: «Se quello spirito ch’attende,
+ pria che si penta, l’orlo de la vita,
+ qua giù dimora e qua sù non ascende,
+
+ se buona orazïon lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?».
+
+ «Quando vivea più glorïoso», disse,
+ «liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, s’affisse;
+
+ e lì, per trar l’amico suo di pena,
+ ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+ Più non dirò, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
+ faranno sì che tu potrai chiosarlo.
+
+ Quest’ opera li tolse quei confini».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XII
+
+
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ m’andava io con quell’ anima carca,
+ fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
+
+ Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
+ ché qui è buono con l’ali e coi remi,
+ quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
+
+ dritto sì come andar vuolsi rife’mi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+ Io m’era mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ già mostravam com’ eravam leggeri;
+
+ ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
+ buon ti sarà, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue».
+
+ Come, perché di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel ch’elli eran pria,
+
+ onde lì molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a’ pïi dà de le calcagne;
+
+ sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
+ secondo l’artificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+ Vedea colui che fu nobil creato
+ più ch’altra creatura, giù dal cielo
+ folgoreggiando scender, da l’un lato.
+
+ Vedëa Brïareo fitto dal telo
+ celestïal giacer, da l’altra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra d’i Giganti sparte.
+
+ Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
+
+ O Nïobè, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+ O Saùl, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelboè,
+ che poi non sentì pioggia né rugiada!
+
+ O folle Aragne, sì vedea io te
+ già mezza ragna, trista in su li stracci
+ de l’opera che mal per te si fé.
+
+ O Roboàm, già non par che minacci
+ quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
+
+ Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre fé caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+ Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+ Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
+ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
+ «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
+
+ Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Ilïón, come te basso e vile
+ mostrava il segno che lì si discerne!
+
+ Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant’ io calcai, fin che chinato givi.
+
+ Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
+ sì che veggiate il vostro mal sentero!
+
+ Più era già per noi del monte vòlto
+ e del cammin del sole assai più speso
+ che non stimava l’animo non sciolto,
+
+ quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, cominciò: «Drizza la testa;
+ non è più tempo di gir sì sospeso.
+
+ Vedi colà un angel che s’appresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del dì l’ancella sesta.
+
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
+ pensa che questo dì mai non raggiorna!».
+
+ Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, sì che ’n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+ A noi venìa la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+ Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
+ disse: «Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+ A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar sù nata,
+ perché a poco vento così cadi?».
+
+ Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batté l’ali per la fronte;
+ poi mi promise sicura l’andata.
+
+ Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+ si rompe del montar l’ardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ ch’era sicuro il quaderno e la doga;
+
+ così s’allenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da l’altro girone;
+ ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
+
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ ‘Beati pauperes spiritu!’ voci
+ cantaron sì, che nol diria sermone.
+
+ Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da l’infernali! ché quivi per canti
+ s’entra, e là giù per lamenti feroci.
+
+ Già montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo più lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+ Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
+ levata s’è da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?».
+
+ Rispuose: «Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
+
+ fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser sù pinti».
+
+ Allor fec’ io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
+
+ per che la mano ad accertar s’aiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si può fornir per la veduta;
+
+ e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che ’ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+ a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIII
+
+
+ Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+ Ivi così una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che l’arco suo più tosto piega.
+
+ Ombra non lì è né segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+ «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
+ ragionava il poeta, «io temo forse
+ che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
+
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di sé torse.
+
+ «O dolce lume a cui fidanza i’ entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci»,
+ dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
+
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
+ s’altra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci».
+
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di là eravam noi già iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+ e verso noi volar furon sentiti,
+ non però visti, spiriti parlando
+ a la mensa d’amor cortesi inviti.
+
+ La prima voce che passò volando
+ ‘Vinum non habent’ altamente disse,
+ e dietro a noi l’andò reïterando.
+
+ E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
+ passò gridando, e anco non s’affisse.
+
+ «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
+ E com’ io domandai, ecco la terza
+ dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
+
+ E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e però sono
+ tratte d’amor le corde de la ferza.
+
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che l’udirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+ Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun è lungo la grotta assiso».
+
+ Allora più che prima li occhi apersi;
+ guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+ E poi che fummo un poco più avanti,
+ udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
+ gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
+
+ Non credo che per terra vada ancoi
+ omo sì duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
+
+ ché, quando fui sì presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e l’un sofferia l’altro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+ Così li ciechi a cui la roba falla,
+ stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
+ e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
+
+ perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+ E come a li orbi non approda il sole,
+ così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
+ luce del ciel di sé largir non vole;
+
+ ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
+ e cusce sì, come a sparvier selvaggio
+ si fa però che queto non dimora.
+
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+ Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
+ e però non attese mia dimanda,
+ ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
+
+ Virgilio mi venìa da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perché da nulla sponda s’inghirlanda;
+
+ da l’altra parte m’eran le divote
+ ombre, che per l’orribile costura
+ premevan sì, che bagnavan le gote.
+
+ Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
+ incominciai, «di veder l’alto lume
+ che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+ se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscïenza sì che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
+ s’anima è qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
+
+ «O frate mio, ciascuna è cittadina
+ d’una vera città; ma tu vuo’ dire
+ che vivesse in Italia peregrina».
+
+ Questo mi parve per risposta udire
+ più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
+ ond’ io mi feci ancor più là sentire.
+
+ Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
+ lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
+
+ «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
+ se tu se’ quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome».
+
+ «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che sé ne presti.
+
+ Savia non fui, avvegna che Sapìa
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ più lieta assai che di ventura mia.
+
+ E perché tu non creda ch’io t’inganni,
+ odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
+ già discendendo l’arco d’i miei anni.
+
+ Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co’ loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
+
+ Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+ tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
+ gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
+ come fé ’l merlo per poca bonaccia.
+
+ Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+ se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+ Ma tu chi se’, che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
+
+ «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
+ fatta per esser con invidia vòlti.
+
+ Troppa è più la paura ond’ è sospesa
+ l’anima mia del tormento di sotto,
+ che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
+
+ Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
+ qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
+ E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
+
+ E vivo sono; e però mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
+ di là per te ancor li mortai piedi».
+
+ «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
+ rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
+ però col priego tuo talor mi giova.
+
+ E cheggioti, per quel che tu più brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+ Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ più di speranza ch’a trovar la Diana;
+
+ ma più vi perderanno li ammiragli».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIV
+
+
+ «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
+
+ «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
+ domandal tu che più li t’avvicini,
+ e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
+
+ Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+ e disse l’uno: «O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
+ per carità ne consola e ne ditta
+
+ onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu più mai».
+
+ E io: «Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+ Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
+ dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
+ ché ’l nome mio ancor molto non suona».
+
+ «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
+ con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
+
+ E l’altro disse lui: «Perché nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com’ om fa de l’orribili cose?».
+
+ E l’ombra che di ciò domandata era,
+ si sdebitò così: «Non so; ma degno
+ ben è che ’l nome di tal valle pèra;
+
+ ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
+ l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
+ che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+ infin là ’ve si rende per ristoro
+ di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
+ ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
+
+ vertù così per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ ond’ hanno sì mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+ Tra brutti porci, più degni di galle
+ che d’altro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+ Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi più che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+ Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
+ tanto più trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+ Discesa poi per più pelaghi cupi,
+ trova le volpi sì piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occùpi.
+
+ Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
+ e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
+ di ciò che vero spirto mi disnoda.
+
+ Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+ Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e sé di pregio priva.
+
+ Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva».
+
+ Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui ch’ascolta,
+ da qual che parte il periglio l’assanni,
+
+ così vid’ io l’altr’ anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
+
+ Lo dir de l’una e de l’altra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+ per che lo spirto che di pria parlòmi
+ ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
+ nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
+
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
+ però sappi ch’io fui Guido del Duca.
+
+ Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto m’avresti di livore sparso.
+
+ Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perché poni ’l core
+ là ’v’ è mestier di consorte divieto?
+
+ Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s’è reda poi del suo valore.
+
+ E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
+ tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ ché dentro a questi termini è ripieno
+ di venenosi sterpi, sì che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+ Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+ Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
+ quando rimembro, con Guido da Prata,
+ Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
+
+ Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e l’una gente e l’altra è diretata),
+
+ le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
+ che ne ’nvogliava amore e cortesia
+ là dove i cuor son fatti sì malvagi.
+
+ O Bretinoro, ché non fuggi via,
+ poi che gita se n’è la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti più s’impiglia.
+
+ Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
+ lor sen girà; ma non però che puro
+ già mai rimagna d’essi testimonio.
+
+ O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
+ è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+ Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
+ troppo di pianger più che di parlare,
+ sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
+
+ Noi sapavam che quell’ anime care
+ ci sentivano andar; però, tacendo,
+ facëan noi del cammin confidare.
+
+ Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando l’aere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+ ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
+ e fuggì come tuon che si dilegua,
+ se sùbito la nuvola scoscende.
+
+ Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
+ che somigliò tonar che tosto segua:
+
+ «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+ Già era l’aura d’ogne parte queta;
+ ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
+ che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
+
+ Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
+ de l’antico avversaro a sé vi tira;
+ e però poco val freno o richiamo.
+
+ Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e l’occhio vostro pur a terra mira;
+
+ onde vi batte chi tutto discerne».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XV
+
+
+ Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
+ e ’l principio del dì par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+ tanto pareva già inver’ la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero là, e qui mezza notte era.
+
+ E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
+ perché per noi girato era sì ’l monte,
+ che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
+
+ quand’ io senti’ a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai più che di prima,
+ e stupor m’eran le cose non conte;
+
+ ond’ io levai le mani inver’ la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+ Come quando da l’acqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a l’opposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+ a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ sì come mostra esperïenza e arte;
+
+ così mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+ «Che è quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
+ diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
+
+ «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
+ la famiglia del cielo», a me rispuose:
+ «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
+
+ Tosto sarà ch’a veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose».
+
+ Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
+ con lieta voce disse: «Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto».
+
+ Noi montavam, già partiti di linci,
+ e ‘Beati misericordes!’ fue
+ cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
+
+ Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+ e dirizza’mi a lui sì dimandando:
+ «Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
+
+ Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e però non s’ammiri
+ se ne riprende perché men si piagna.
+
+ Perché s’appuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a’ sospiri.
+
+ Ma se l’amor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
+ tanto possiede più di ben ciascuno,
+ e più di caritate arde in quel chiostro».
+
+ «Io son d’esser contento più digiuno»,
+ diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
+ e più di dubbio ne la mente aduno.
+
+ Com’ esser puote ch’un ben, distributo
+ in più posseditor, faccia più ricchi
+ di sé che se da pochi è posseduto?».
+
+ Ed elli a me: «Però che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+ Quello infinito e ineffabil bene
+ che là sù è, così corre ad amore
+ com’ a lucido corpo raggio vene.
+
+ Tanto si dà quanto trova d’ardore;
+ sì che, quantunque carità si stende,
+ cresce sovr’ essa l’etterno valore.
+
+ E quanta gente più là sù s’intende,
+ più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
+ e come specchio l’uno a l’altro rende.
+
+ E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
+
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son già le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente».
+
+ Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
+ vidimi giunto in su l’altro girone,
+ sì che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+ Ivi mi parve in una visïone
+ estatica di sùbito esser tratto,
+ e vedere in un tempio più persone;
+
+ e una donna, in su l’entrar, con atto
+ dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
+ perché hai tu così verso noi fatto?
+
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo». E come qui si tacque,
+ ciò che pareva prima, dispario.
+
+ Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
+ giù per le gote che ’l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+ e dir: «Se tu se’ sire de la villa
+ del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
+ e onde ogne scïenza disfavilla,
+
+ vendica te di quelle braccia ardite
+ ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
+ E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+ risponder lei con viso temperato:
+ «Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama è per noi condannato?»,
+
+ Poi vidi genti accese in foco d’ira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a sé pur: «Martira, martira!».
+
+ E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che l’aggravava già, inver’ la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+ orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a’ suoi persecutori,
+ con quello aspetto che pietà diserra.
+
+ Quando l’anima mia tornò di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+ Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far sì com’ om che dal sonno si slega,
+ disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ ma se’ venuto più che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?».
+
+ «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
+ io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
+ quando le gambe mi furon sì tolte».
+
+ Ed ei: «Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+ Ciò che vedesti fu perché non scuse
+ d’aprir lo core a l’acque de la pace
+ che da l’etterno fonte son diffuse.
+
+ Non dimandai “Che hai?” per quel che face
+ chi guarda pur con l’occhio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ ma dimandai per darti forza al piede:
+ così frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede».
+
+ Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ né da quello era loco da cansarsi.
+
+ Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVI
+
+
+ Buio d’inferno e di notte privata
+ d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant’ esser può di nuvol tenebrata,
+
+ non fece al viso mio sì grosso velo
+ come quel fummo ch’ivi ci coperse,
+ né a sentir di così aspro pelo,
+
+ che l’occhio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi s’accostò e l’omero m’offerse.
+
+ Sì come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
+
+ m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
+
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ l’Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+ Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ sì che parea tra esse ogne concordia.
+
+ «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
+ diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
+ e d’iracundia van solvendo il nodo».
+
+ «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?».
+
+ Così per una voce detto fue;
+ onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
+ e domanda se quinci si va sùe».
+
+ E io: «O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi».
+
+ «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
+ rispuose; «e se veder fummo non lascia,
+ l’udir ci terrà giunti in quella vece».
+
+ Allora incominciai: «Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per l’infernale ambascia.
+
+ E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte».
+
+ «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso l’arco.
+
+ Per montar sù dirittamente vai».
+ Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
+ che per me prieghi quando sù sarai».
+
+ E io a lui: «Per fede mi ti lego
+ di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
+
+ Prima era scempio, e ora è fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
+
+ Lo mondo è ben così tutto diserto
+ d’ogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ ma priego che m’addite la cagione,
+ sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
+ ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
+
+ Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
+ mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
+ lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
+
+ Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+ Se così fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
+ lume v’è dato a bene e a malizia,
+
+ e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+ A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
+
+ Però, se ’l mondo presente disvia,
+ in voi è la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne sarò or vera spia.
+
+ Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+ l’anima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a ciò che la trastulla.
+
+ Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+ Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver, che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, però che ’l pastor che procede,
+ rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
+
+ per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
+ di quel si pasce, e più oltre non chiede.
+
+ Ben puoi veder che la mala condotta
+ è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che ’n voi sia corrotta.
+
+ Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
+ due soli aver, che l’una e l’altra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+ L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
+ col pasturale, e l’un con l’altro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+ però che, giunti, l’un l’altro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
+
+ In sul paese ch’Adice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+ or può sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
+
+ Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
+ l’antica età la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+ Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma,
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+ Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in sé due reggimenti,
+ cade nel fango, e sé brutta e la soma».
+
+ «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
+ e or discerno perché dal retaggio
+ li figli di Levì furono essenti.
+
+ Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
+ di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovèro del secol selvaggio?».
+
+ «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
+ rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+ Per altro sopranome io nol conosco,
+ s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
+
+ Vedi l’albor che per lo fummo raia
+ già biancheggiare, e me convien partirmi
+ (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
+
+ Così tornò, e più non volle udirmi.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVII
+
+
+ Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+ come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+ e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com’ io rividi
+ lo sole in pria, che già nel corcar era.
+
+ Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
+ del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
+ ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
+
+ O imaginativa che ne rube
+ talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
+ perché dintorno suonin mille tube,
+
+ chi move te, se ’l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel s’informa,
+ per sé o per voler che giù lo scorge.
+
+ De l’empiezza di lei che mutò forma
+ ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
+ ne l’imagine mia apparve l’orma;
+
+ e qui fu la mia mente sì ristretta
+ dentro da sé, che di fuor non venìa
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+ Poi piovve dentro a l’alta fantasia
+ un crucifisso, dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+ intorno ad esso era il grande Assüero,
+ Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far così intero.
+
+ E come questa imagine rompeo
+ sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
+ cui manca l’acqua sotto qual si feo,
+
+ surse in mia visïone una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: «O regina,
+ perché per ira hai voluto esser nulla?
+
+ Ancisa t’hai per non perder Lavina;
+ or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
+
+ Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+ così l’imaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
+
+ I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
+ quando una voce disse «Qui si monta»,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+ e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+ Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ così la mia virtù quivi mancava.
+
+ «Questo è divino spirito, che ne la
+ via da ir sù ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume sé medesmo cela.
+
+ Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
+ ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
+ malignamente già si mette al nego.
+
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che s’abbui,
+ ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
+
+ Così disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto ch’io al primo grado fui,
+
+ senti’mi presso quasi un muover d’ala
+ e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
+ pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
+
+ Già eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da più lati.
+
+ ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
+ fra me stesso dicea, ché mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+ Noi eravam dove più non saliva
+ la scala sù, ed eravamo affissi,
+ pur come nave ch’a la piaggia arriva.
+
+ E io attesi un poco, s’io udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+ «Dolce mio padre, dì, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
+
+ Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+ Ma perché più aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora».
+
+ «Né creator né creatura mai»,
+ cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
+
+ Lo naturale è sempre sanza errore,
+ ma l’altro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+ Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
+ e ne’ secondi sé stesso misura,
+ esser non può cagion di mal diletto;
+
+ ma quando al mal si torce, o con più cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra ’l fattore adovra sua fattura.
+
+ Quinci comprender puoi ch’esser convene
+ amor sementa in voi d’ogne virtute
+ e d’ogne operazion che merta pene.
+
+ Or, perché mai non può da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da l’odio proprio son le cose tute;
+
+ e perché intender non si può diviso,
+ e per sé stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto è deciso.
+
+ Resta, se dividendo bene stimo,
+ che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+ È chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+ è chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch’ altri sormonti,
+ onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
+
+ ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
+ sì che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che ’l male altrui impronti.
+
+ Questo triforme amor qua giù di sotto
+ si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+ Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti l’animo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+ Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+ Altro ben è che non fa l’uom felice;
+ non è felicità, non è la buona
+ essenza, d’ogne ben frutto e radice.
+
+ L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
+ di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+ tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVIII
+
+
+ Posto avea fine al suo ragionamento
+ l’alto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista s’io parea contento;
+
+ e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
+ lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
+
+ Ma quel padre verace, che s’accorse
+ del timido voler che non s’apriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+ Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
+ sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+ Però ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e ’l suo contraro».
+
+ «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
+ de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
+ l’error de’ ciechi che si fanno duci.
+
+ L’animo, ch’è creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa è mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto è desto.
+
+ Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ sì che l’animo ad essa volger face;
+
+ e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
+ quel piegare è amor, quell’ è natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+ Poi, come ’l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch’è nata a salire
+ là dove più in sua matera dura,
+
+ così l’animo preso entra in disire,
+ ch’è moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+ Or ti puote apparer quant’ è nascosa
+ la veritate a la gente ch’avvera
+ ciascun amore in sé laudabil cosa;
+
+ però che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ è buono, ancor che buona sia la cera».
+
+ «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
+ rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
+ ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
+
+ ché, s’amore è di fuori a noi offerto
+ e l’anima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non è suo merto».
+
+ Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
+ pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
+
+ Ogne forma sustanzïal, che setta
+ è da matera ed è con lei unita,
+ specifica vertute ha in sé colletta,
+
+ la qual sanza operar non è sentita,
+ né si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+ Però, là onde vegna lo ’ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de’ primi appetibili l’affetto,
+
+ che sono in voi sì come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+ Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
+ innata v’è la virtù che consiglia,
+ e de l’assenso de’ tener la soglia.
+
+ Quest’ è ’l principio là onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+ Color che ragionando andaro al fondo,
+ s’accorser d’esta innata libertate;
+ però moralità lasciaro al mondo.
+
+ Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
+ di ritenerlo è in voi la podestate.
+
+ La nobile virtù Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e però guarda
+ che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
+
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer più rade,
+ fatta com’ un secchion che tuttor arda;
+
+ e correa contro ’l ciel per quelle strade
+ che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
+
+ E quell’ ombra gentil per cui si noma
+ Pietola più che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+ per ch’io, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com’ om che sonnolento vana.
+
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era già volta.
+
+ E quale Ismeno già vide e Asopo
+ lungo di sè di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+ cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel ch’io vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+ Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+ «Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
+
+ «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
+ per poco amor», gridavan li altri appresso,
+ «che studio di ben far grazia rinverda».
+
+ «O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+ questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
+ vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
+ però ne dite ond’ è presso il pertugio».
+
+ Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: «Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+ Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
+ che restar non potem; però perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+ Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+ E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
+ che tosto piangerà quel monastero,
+ e tristo fia d’avere avuta possa;
+
+ perché suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero».
+
+ Io non so se più disse o s’ei si tacque,
+ tant’ era già di là da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+ E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
+ disse: «Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a l’accidïa di morso».
+
+ Di retro a tutti dicean: «Prima fue
+ morta la gente a cui il mar s’aperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+ E quella che l’affanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio d’Anchise,
+ sé stessa a vita sanza gloria offerse».
+
+ Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell’ ombre, che veder più non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+ del qual più altri nacquero e diversi;
+ e tanto d’uno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+ e ’l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIX
+
+
+ Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
+ intepidar più ’l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+ —quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
+ surger per via che poco le sta bruna—,
+
+ mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+ Io la mirava; e come ’l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ così lo sguardo mio le facea scorta
+
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco d’ora, e lo smarrito volto,
+ com’ amor vuol, così le colorava.
+
+ Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
+ cominciava a cantar sì, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+ «Io son», cantava, «io son dolce serena,
+ che ’ marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco s’ausa,
+ rado sen parte; sì tutto l’appago!».
+
+ Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand’ una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+ «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
+ fieramente dicea; ed el venìa
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+ L’altra prendea, e dinanzi l’apria
+ fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
+ quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
+
+ Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
+ voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
+ troviam l’aperta per la qual tu entre».
+
+ Sù mi levai, e tutti eran già pieni
+ de l’alto dì i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+ Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che l’ha di pensier carca,
+ che fa di sé un mezzo arco di ponte;
+
+ quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+ Con l’ali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in sù colui che sì parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+ Mosse le penne poi e ventilonne,
+ ‘Qui lugent’ affermando esser beati,
+ ch’avran di consolar l’anime donne.
+
+ «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
+ la guida mia incominciò a dirmi,
+ poco amendue da l’angel sormontati.
+
+ E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella visïon ch’a sé mi piega,
+ sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
+
+ «Vedesti», disse, «quell’antica strega
+ che sola sovr’ a noi omai si piagne;
+ vedesti come l’uom da lei si slega.
+
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne».
+
+ Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che là il tira,
+
+ tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
+
+ Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+ ‘Adhaesit pavimento anima mea’
+ sentia dir lor con sì alti sospiri,
+ che la parola a pena s’intendea.
+
+ «O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri».
+
+ «Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via più tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori».
+
+ Così pregò ’l poeta, e sì risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
+ nel parlare avvisai l’altro nascosto,
+
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond’ elli m’assentì con lieto cenno
+ ciò che chiedea la vista del disio.
+
+ Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+ dicendo: «Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+ Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
+ al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
+ cosa di là ond’ io vivendo mossi».
+
+ Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
+ rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+ Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+ Un mese e poco più prova’ io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte l’altre some.
+
+ La mia conversïone, omè!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ così scopersi la vita bugiarda.
+
+ Vidi che lì non s’acquetava il core,
+ né più salir potiesi in quella vita;
+ per che di questa in me s’accese amore.
+
+ Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+ Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de l’anime converse;
+ e nulla pena il monte ha più amara.
+
+ Sì come l’occhio nostro non s’aderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ così giustizia qui a terra il merse.
+
+ Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdési,
+ così giustizia qui stretti ne tene,
+
+ ne’ piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi».
+
+ Io m’era inginocchiato e volea dire;
+ ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+ «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
+ E io a lui: «Per vostra dignitate
+ mia coscïenza dritto mi rimorse».
+
+ «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
+ rispuose; «non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+ Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
+ ben puoi veder perch’ io così ragiono.
+
+ Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
+ ché la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo ciò che tu dicesti.
+
+ Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
+ buona da sé, pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+ e questa sola di là m’è rimasa».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XX
+
+
+ Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de l’acqua non sazia la spugna.
+
+ Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a’ merli;
+
+ ché la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
+ da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
+
+ Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che più che tutte l’altre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+ O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua giù trasmutarsi,
+ quando verrà per cui questa disceda?
+
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+ e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
+ dinanzi a noi chiamar così nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+ e seguitar: «Povera fosti tanto,
+ quanto veder si può per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo».
+
+ Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
+ con povertà volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio».
+
+ Queste parole m’eran sì piaciute,
+ ch’io mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+ Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccolò a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+ «O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+ Non fia sanza mercé la tua parola,
+ s’io ritorno a compiér lo cammin corto
+ di quella vita ch’al termine vola».
+
+ Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
+ ch’io attenda di là, ma perché tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+ Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ sì che buon frutto rado se ne schianta.
+
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+ Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente è Francia retta.
+
+ Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
+
+ trova’mi stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
+
+ ch’a la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+ Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+ Lì cominciò con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Pontì e Normandia prese e Guascogna.
+
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima fé di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+ Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
+
+ Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
+ con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
+ sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+ Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagnerà, per sé tanto più grave,
+ quanto più lieve simil danno conta.
+
+ L’altro, che già uscì preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de l’altre schiave.
+
+ O avarizia, che puoi tu più farne,
+ poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+ Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+ Veggiolo un’altra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+ Veggio il novo Pilato sì crudele,
+ che ciò nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+ O Segnor mio, quando sarò io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
+
+ Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+ tanto è risposto a tutte nostre prece
+ quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+ Noi repetiam Pigmalïon allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
+
+ e la miseria de l’avaro Mida,
+ che seguì a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+ Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
+ come furò le spoglie, sì che l’ira
+ di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
+
+ Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
+ e in infamia tutto ’l monte gira
+
+ Polinestòr ch’ancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: “Crasso,
+ dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
+
+ Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
+ secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+ però al ben che ’l dì ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona».
+
+ Noi eravam partiti già da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder n’era permesso,
+
+ quand’ io senti’, come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui ch’a morte vada.
+
+ Certo non si scoteo sì forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse ’l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+ Poi cominciò da tutte parti un grido
+ tal, che ’l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
+
+ ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
+ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+ No’ istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
+
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando l’ombre che giacean per terra,
+ tornate già in su l’usato pianto.
+
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi fé desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in ciò non erra,
+
+ quanta pareami allor, pensando, avere;
+ né per la fretta dimandare er’ oso,
+ né per me lì potea cosa vedere:
+
+ così m’andava timido e pensoso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXI
+
+
+ La sete natural che mai non sazia
+ se non con l’acqua onde la femminetta
+ samaritana domandò la grazia,
+
+ mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+ Ed ecco, sì come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
+ già surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
+ dal piè guardando la turba che giace;
+ né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
+
+ dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
+ Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
+ rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
+
+ Poi cominciò: «Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne l’etterno essilio».
+
+ «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
+ «se voi siete ombre che Dio sù non degni,
+ chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
+
+ E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
+ che questi porta e che l’angel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
+
+ Ma perché lei che dì e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+ l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
+ venendo sù, non potea venir sola,
+ però ch’al nostro modo non adocchia.
+
+ Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
+ d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
+ diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
+ parve gridare infino a’ suoi piè molli».
+
+ Sì mi diè, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+ Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
+ ordine senta la religïone
+ de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
+
+ Libero è qui da ogne alterazione:
+ di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
+ esser ci puote, e non d’altro, cagione.
+
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina più sù cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+ nuvole spesse non paion né rade,
+ né coruscar, né figlia di Taumante,
+ che di là cangia sovente contrade;
+
+ secco vapor non surge più avante
+ ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
+ dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
+
+ Trema forse più giù poco o assai;
+ ma per vento che ’n terra si nasconda,
+ non so come, qua sù non tremò mai.
+
+ Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, sì che surga o che si mova
+ per salir sù; e tal grido seconda.
+
+ De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ l’alma sorprende, e di voler le giova.
+
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+ E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
+ libera volontà di miglior soglia:
+
+ però sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
+
+ Così ne disse; e però ch’el si gode
+ tanto del ber quant’ è grande la sete,
+ non saprei dir quant’ el mi fece prode.
+
+ E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
+ che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
+ perché ci trema e di che congaudete.
+
+ Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
+ e perché tanti secoli giaciuto
+ qui se’, ne le parole tue mi cappia».
+
+ «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
+ del sommo rege, vendicò le fóra
+ ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
+
+ col nome che più dura e più onora
+ era io di là», rispuose quello spirto,
+ «famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+ Stazio la gente ancor di là mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+ Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati più di mille;
+
+ de l’Eneïda dico, la qual mamma
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:
+ sanz’ essa non fermai peso di dramma.
+
+ E per esser vivuto di là quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ più che non deggio al mio uscir di bando».
+
+ Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
+ ma non può tutto la virtù che vuole;
+
+ ché riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne’ più veraci.
+
+ Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
+ per che l’ombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
+
+ e «Se tanto labore in bene assommi»,
+ disse, «perché la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?».
+
+ Or son io d’una parte e d’altra preso:
+ l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
+ ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
+
+ dal mio maestro, e «Non aver paura»,
+ mi dice, «di parlar; ma parla e digli
+ quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
+
+ Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider ch’io fei;
+ ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
+
+ Questi che guida in alto li occhi miei,
+ è quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
+
+ Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti».
+
+ Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
+ non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
+
+ Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
+ comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
+ quand’ io dismento nostra vanitate,
+
+ trattando l’ombre come cosa salda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXII
+
+
+ Già era l’angel dietro a noi rimaso,
+ l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+ e quei c’hanno a giustizia lor disiro
+ detto n’avea beati, e le sue voci
+ con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
+
+ E io più lieve che per l’altre foci
+ m’andava, sì che sanz’ alcun labore
+ seguiva in sù li spiriti veloci;
+
+ quando Virgilio incominciò: «Amore,
+ acceso di virtù, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+ onde da l’ora che tra noi discese
+ nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi fé palese,
+
+ mia benvoglienza inverso te fu quale
+ più strinse mai di non vista persona,
+ sì ch’or mi parran corte queste scale.
+
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurtà m’allarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+ come poté trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?».
+
+ Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
+
+ Veramente più volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+ La tua dimanda tuo creder m’avvera
+ esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
+ forse per quella cerchia dov’ io era.
+
+ Or sappi ch’avarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+ E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
+ quand’ io intesi là dove tu chiame,
+ crucciato quasi a l’umana natura:
+
+ ‘Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+ Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
+ potean le mani a spendere, e pente’mi
+ così di quel come de li altri mali.
+
+ Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
+
+ E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+ però, s’io son tra quella gente stato
+ che piange l’avarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m’è incontrato».
+
+ «Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta»,
+ disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
+
+ «per quello che Clïò teco lì tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+ Se così è, qual sole o quai candele
+ ti stenebraron sì, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?».
+
+ Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio m’alluminasti.
+
+ Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e sé non giova,
+ ma dopo sé fa le persone dotte,
+
+ quando dicesti: ‘Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progenïe scende da ciel nova’.
+
+ Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
+ a colorare stenderò la mano.
+
+ Già era ’l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de l’etterno regno;
+
+ e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a’ nuovi predicanti;
+ ond’ io a visitarli presi usata.
+
+ Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+ e mentre che di là per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+ E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
+ di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fu’mi,
+
+ lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
+
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che m’ascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+ dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico».
+
+ «Costoro e Persio e io e altri assai»,
+ rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
+ che le Muse lattar più ch’altri mai,
+
+ nel primo cinghio del carcere cieco;
+ spesse fïate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+ Euripide v’è nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri piùe
+ Greci che già di lauro ornar la fronte.
+
+ Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Deïfile e Argia,
+ e Ismene sì trista come fue.
+
+ Védeisi quella che mostrò Langia;
+ èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+ e con le suore sue Deïdamia».
+
+ Tacevansi ambedue già li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+ e già le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in sù l’ardente corno,
+
+ quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo».
+
+ Così l’usanza fu lì nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per l’assentir di quell’ anima degna.
+
+ Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ ch’a poetar mi davano intelletto.
+
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+ e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, così quello in giuso,
+ cred’ io, perché persona sù non vada.
+
+ Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+ Li due poeti a l’alber s’appressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ gridò: «Di questo cibo avrete caro».
+
+ Poi disse: «Più pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
+
+ E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon d’acqua; e Danïello
+ dispregiò cibo e acquistò savere.
+
+ Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
+ fé savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+ Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per ch’elli è glorïoso e tanto grande
+
+ quanto per lo Vangelio v’è aperto».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIII
+
+
+ Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava ïo sì come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+ lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
+ vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
+ più utilmente compartir si vuole».
+
+ Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan sìe,
+ che l’andar mi facean di nullo costo.
+
+ Ed ecco piangere e cantar s’udìe
+ ‘Labïa mëa, Domine’ per modo
+ tal, che diletto e doglia parturìe.
+
+ «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
+ comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo».
+
+ Sì come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+ così di retro a noi, più tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ d’anime turba tacita e devota.
+
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema
+ che da l’ossa la pelle s’informava.
+
+ Non credo che così a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando più n’ebbe tema.
+
+ Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
+ la gente che perdé Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio diè di becco!’
+
+ Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
+ ben avria quivi conosciuta l’emme.
+
+ Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
+ sì governasse, generando brama,
+ e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
+
+ Già era in ammirar che sì li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
+ poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
+
+ Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
+
+ Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+ «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
+ che mi scolora», pregava, «la pelle,
+ né a difetto di carne ch’io abbia;
+
+ ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
+ due anime che là ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!».
+
+ «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
+ mi dà di pianger mo non minor doglia»,
+ rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
+
+ Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
+ ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
+
+ Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
+ cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
+
+ Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e ’n sete qui si rifà santa.
+
+ Di bere e di mangiar n’accende cura
+ l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+ E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ ché quella voglia a li alberi ci mena
+ che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
+ quando ne liberò con la sua vena».
+
+ E io a lui: «Forese, da quel dì
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
+
+ Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar più, che sovvenisse l’ora
+ del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
+
+ come se’ tu qua sù venuto ancora?
+ Io ti credea trovar là giù di sotto,
+ dove tempo per tempo si ristora».
+
+ Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
+ a ber lo dolce assenzo d’i martìri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
+ e liberato m’ha de li altri giri.
+
+ Tanto è a Dio più cara e più diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare è più soletta;
+
+ ché la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue più è pudica
+ che la Barbagia dov’ io la lasciai.
+
+ O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
+ Tempo futuro m’è già nel cospetto,
+ cui non sarà quest’ ora molto antica,
+
+ nel qual sarà in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ l’andar mostrando con le poppe il petto.
+
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+ Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
+ già per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+ Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira là dove ’l sol veli».
+
+ Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+ Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
+ vi si mostrò la suora di colui»,
+
+ e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
+ notte menato m’ha d’i veri morti
+ con questa vera carne che ’l seconda.
+
+ Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che ’l mondo fece torti.
+
+ Tanto dice di farmi sua compagna
+ che io sarò là dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+ Virgilio è questi che così mi dice»,
+ e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
+ per cuï scosse dianzi ogne pendice
+
+ lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIV
+
+
+ Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ sì come nave pinta da buon vento;
+
+ e l’ombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+ E io, continüando al mio sermone,
+ dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
+ dimmi s’io veggio da notar persona
+ tra questa gente che sì mi riguarda».
+
+ «La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse più, trïunfa lieta
+ ne l’alto Olimpo già di sua corona».
+
+ Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch’è sì munta
+ nostra sembianza via per la dïeta.
+
+ Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di là da lui più che l’altre trapunta
+
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
+
+ Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ sì ch’io però non vidi un atto bruno.
+
+ Vidi per fame a vòto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pasturò col rocco molte genti.
+
+ Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
+ già di bere a Forlì con men secchezza,
+ e sì fu tal, che non si sentì sazio.
+
+ Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
+ più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
+ che più parea di me aver contezza.
+
+ El mormorava; e non so che «Gentucca»
+ sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
+ de la giustizia che sì li pilucca.
+
+ «O anima», diss’ io, «che par sì vaga
+ di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga».
+
+ «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
+ cominciò el, «che ti farà piacere
+ la mia città, come ch’om la riprenda.
+
+ Tu te n’andrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+ Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
+
+ E io a lui: «I’ mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ ch’e’ ditta dentro vo significando».
+
+ «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
+ che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
+
+ Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+ e qual più a gradire oltre si mette,
+ non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+ Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan più a fretta e vanno in filo,
+
+ così tutta la gente che lì era,
+ volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+ E come l’uom che di trottare è lasso,
+ lascia andar li compagni, e sì passeggia
+ fin che si sfoghi l’affollar del casso,
+
+ sì lasciò trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
+
+ «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
+ ma già non fïa il tornar mio tantosto,
+ ch’io non sia col voler prima a la riva;
+
+ però che ’l loco u’ fui a viver posto,
+ di giorno in giorno più di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto».
+
+ «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
+ vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
+ inver’ la valle ove mai non si scolpa.
+
+ La bestia ad ogne passo va più ratto,
+ crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+ Non hanno molto a volger quelle ruote»,
+ e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
+ ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
+
+ Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
+ in questo regno, sì ch’io perdo troppo
+ venendo teco sì a paro a paro».
+
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+ tal si partì da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo sì gran marescalchi.
+
+ E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+ parvermi i rami gravidi e vivaci
+ d’un altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora vòlto in laci.
+
+ Vidi gente sott’ esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani
+
+ che pregano, e ’l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+ Poi si partì sì come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+ «Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno è più sù che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si levò da esso».
+
+ Sì tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+ «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Tesëo combatter co’ doppi petti;
+
+ e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver’ Madïan discese i colli».
+
+ Sì accostati a l’un d’i due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite già da miseri guadagni.
+
+ Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e più ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+ «Che andate pensando sì voi sol tre?».
+ sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e già mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli sì lucenti e rossi,
+
+ com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
+ montare in sù, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace».
+
+ L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
+ per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
+ com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
+
+ E quale, annunziatrice de li albori,
+ l’aura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
+
+ tal mi senti’ un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
+ che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
+
+ E senti’ dir: «Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che l’amor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+ esurïendo sempre quanto è giusto!».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXV
+
+
+ Ora era onde ’l salir non volea storpio;
+ ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+ per che, come fa l’uom che non s’affigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+ così intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+ E quale il cicognin che leva l’ala
+ per voglia di volare, e non s’attenta
+ d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
+
+ tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a l’atto
+ che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
+
+ Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
+ l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
+
+ Allor sicuramente apri’ la bocca
+ e cominciai: «Come si può far magro
+ là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
+
+ «Se t’ammentassi come Meleagro
+ si consumò al consumar d’un stizzo,
+ non fora», disse, «a te questo sì agro;
+
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+ Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage».
+
+ «Se la veduta etterna li dislego»,
+ rispuose Stazio, «là dove tu sie,
+ discolpi me non potert’ io far nego».
+
+ Poi cominciò: «Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+ Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da l’assetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+ prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ ch’a farsi quelle per le vene vane.
+
+ Ancor digesto, scende ov’ è più bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr’ altrui sangue in natural vasello.
+
+ Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
+ l’un disposto a patire, e l’altro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+ e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ ciò che per sua matera fé constare.
+
+ Anima fatta la virtute attiva
+ qual d’una pianta, in tanto differente,
+ che questa è in via e quella è già a riva,
+
+ tanto ovra poi, che già si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond’ è semente.
+
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virtù ch’è dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+ Ma come d’animal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
+ che più savio di te fé già errante,
+
+ sì che per sua dottrina fé disgiunto
+ da l’anima il possibile intelletto,
+ perché da lui non vide organo assunto.
+
+ Apri a la verità che viene il petto;
+ e sappi che, sì tosto come al feto
+ l’articular del cerebro è perfetto,
+
+ lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant’ arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vertù repleto,
+
+ che ciò che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
+ che vive e sente e sé in sé rigira.
+
+ E perché meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a l’omor che de la vite cola.
+
+ Quando Làchesis non ha più del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e l’umano e ’l divino:
+
+ l’altre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto più che prima agute.
+
+ Sanza restarsi, per sé stessa cade
+ mirabilmente a l’una de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+ Tosto che loco lì la circunscrive,
+ la virtù formativa raggia intorno
+ così e quanto ne le membra vive.
+
+ E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
+ per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+ così l’aere vicin quivi si mette
+ e in quella forma ch’è in lui suggella
+ virtüalmente l’alma che ristette;
+
+ e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco là ’vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+ Però che quindi ha poscia sua paruta,
+ è chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+ Secondo che ci affliggono i disiri
+ e li altri affetti, l’ombra si figura;
+ e quest’ è la cagion di che tu miri».
+
+ E già venuto a l’ultima tortura
+ s’era per noi, e vòlto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+ Lo duca mio dicea: «Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ però ch’errar potrebbesi per poco».
+
+ ‘Summae Deus clementïae’ nel seno
+ al grande ardore allora udi’ cantando,
+ che di volger mi fé caler non meno;
+
+ e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+ Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
+ gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
+ indi ricominciavan l’inno bassi.
+
+ Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tòsco».
+
+ Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+ E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVI
+
+
+ Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
+ ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
+
+ feriami il sole in su l’omero destro,
+ che già, raggiando, tutto l’occidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+ e io facea con l’ombra più rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
+
+ Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
+
+ poi verso me, quanto potëan farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+ «O tu che vai, non per esser più tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
+
+ Né solo a me la tua risposta è uopo;
+ ché tutti questi n’hanno maggior sete
+ che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
+
+ Dinne com’ è che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete».
+
+ Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
+ già manifesto, s’io non fossi atteso
+ ad altra novità ch’apparve allora;
+
+ ché per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+ Lì veggio d’ogne parte farsi presta
+ ciascun’ ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+ così per entro loro schiera bruna
+ s’ammusa l’una con l’altra formica,
+ forse a spïar lor via e lor fortuna.
+
+ Tosto che parton l’accoglienza amica,
+ prima che ’l primo passo lì trascorra,
+ sopragridar ciascuna s’affatica:
+
+ la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
+ e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
+ perché ’l torello a sua lussuria corra».
+
+ Poi, come grue ch’a le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver’ l’arene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+ l’una gente sen va, l’altra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a’ primi canti
+ e al gridar che più lor si convene;
+
+ e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che m’avean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
+
+ Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: «O anime sicure
+ d’aver, quando che sia, di pace stato,
+
+ non son rimase acerbe né mature
+ le membra mie di là, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+ Quinci sù vo per non esser più cieco;
+ donna è di sopra che m’acquista grazia,
+ per che ’l mortal per vostro mondo reco.
+
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
+ ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
+
+ ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi è quella turba
+ che se ne va di retro a’ vostri terghi».
+
+ Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico s’inurba,
+
+ che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
+
+ «Beato te, che de le nostre marche»,
+ ricominciò colei che pria m’inchiese,
+ «per morir meglio, esperïenza imbarche!
+
+ La gente che non vien con noi, offese
+ di ciò per che già Cesar, trïunfando,
+ “Regina” contra sé chiamar s’intese:
+
+ però si parton “Soddoma” gridando,
+ rimproverando a sé com’ hai udito,
+ e aiutan l’arsura vergognando.
+
+ Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perché non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie l’appetito,
+
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
+
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo’ saper chi semo,
+ tempo non è di dire, e non saprei.
+
+ Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
+ per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
+
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
+
+ quand’ io odo nomar sé stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime d’amore usar dolci e leggiadre;
+
+ e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fïata rimirando lui,
+ né, per lo foco, in là più m’appressai.
+
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto m’offersi pronto al suo servigio
+ con l’affermar che fa credere altrui.
+
+ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
+ per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Letè nol può tòrre né far bigio.
+
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che è cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar d’avermi caro».
+
+ E io a lui: «Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durerà l’uso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri».
+
+ «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
+ col dito», e additò un spirto innanzi,
+ «fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+ Versi d’amore e prose di romanzi
+ soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
+
+ A voce più ch’al ver drizzan li volti,
+ e così ferman sua oppinïone
+ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
+
+ Così fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che l’ha vinto il ver con più persone.
+
+ Or se tu hai sì ampio privilegio,
+ che licito ti sia l’andare al chiostro
+ nel quale è Cristo abate del collegio,
+
+ falli per me un dir d’un paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non è più nostro».
+
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per l’acqua il pesce andando al fondo.
+
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi ch’al suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazïoso loco.
+
+ El cominciò liberamente a dire:
+ «Tan m’abellis vostre cortes deman,
+ qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
+
+ Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de l’escalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!».
+
+ Poi s’ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVII
+
+
+ Sì come quando i primi raggi vibra
+ là dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
+
+ e l’onde in Gange da nona rïarse,
+ sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
+ come l’angel di Dio lieto ci apparse.
+
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava ‘Beati mundo corde!’
+ in voce assai più che la nostra viva.
+
+ Poscia «Più non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di là non siate sorde»,
+
+ ci disse come noi li fummo presso;
+ per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
+ qual è colui che ne la fossa è messo.
+
+ In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi già veduti accesi.
+
+ Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
+ qui può esser tormento, ma non morte.
+
+ Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Gerïon ti guidai salvo,
+ che farò ora presso più a Dio?
+
+ Credi per certo che se dentro a l’alvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far d’un capel calvo.
+
+ E se tu forse credi ch’io t’inganni,
+ fatti ver’ lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
+
+ Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
+ E io pur fermo e contra coscïenza.
+
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
+ tra Bëatrice e te è questo muro».
+
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che ’l gelso diventò vermiglio;
+
+ così, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+ Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
+ volenci star di qua?»; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
+
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+ Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
+
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
+
+ Guidavaci una voce che cantava
+ di là; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor là ove si montava.
+
+ ‘Venite, benedicti Patris mei’,
+ sonò dentro a un lume che lì era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+ «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
+ non v’arrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che l’occidente non si annera».
+
+ Dritta salia la via per entro ’l sasso
+ verso tal parte ch’io toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol ch’era già basso.
+
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+ E pria che ’n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ ciascun di noi d’un grado fece letto;
+ ché la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir più e ’l diletto.
+
+ Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+ tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che ’n su la verga
+ poggiato s’è e lor di posa serve;
+
+ e quale il mandrïan che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perché fiera non lo sperga;
+
+ tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
+
+ Poco parer potea lì del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e più chiare e maggiori.
+
+ Sì ruminando e sì mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
+
+ Ne l’ora, credo, che de l’orïente
+ prima raggiò nel monte Citerea,
+ che di foco d’amor par sempre ardente,
+
+ giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+ «Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+ Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+ Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
+ com’ io de l’addornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
+
+ E già per li splendori antelucani,
+ che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+ le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
+ veggendo i gran maestri già levati.
+
+ «Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de’ mortali,
+ oggi porrà in pace le tue fami».
+
+ Virgilio inverso me queste cotali
+ parole usò; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+ Tanto voler sopra voler mi venne
+ de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+ Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
+ in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
+
+ e disse: «Il temporal foco e l’etterno
+ veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
+ dov’ io per me più oltre non discerno.
+
+ Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
+
+ Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
+ vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da sé produce.
+
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+ Non aspettar mio dir più né mio cenno;
+ libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+ per ch’io te sovra te corono e mitrio».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVIII
+
+
+ Vago già di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ ch’a li occhi temperava il novo giorno,
+
+ sanza più aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che d’ogne parte auliva.
+
+ Un’aura dolce, sanza mutamento
+ avere in sé, mi feria per la fronte
+ non di più colpo che soave vento;
+
+ per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
+
+ non però dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser d’operare ogne lor arte;
+
+ ma con piena letizia l’ore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
+ quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
+
+ Già m’avean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, ch’io
+ non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
+
+ ed ecco più andar mi tolse un rio,
+ che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
+ piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
+
+ Tutte l’acque che son di qua più monde,
+ parrieno avere in sé mistura alcuna
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+ avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto l’ombra perpetüa, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi né luna.
+
+ Coi piè ristetti e con li occhi passai
+ di là dal fiumicello, per mirare
+ la gran varïazion d’i freschi mai;
+
+ e là m’apparve, sì com’ elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+ una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond’ era pinta tutta la sua via.
+
+ «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
+ ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+ vegnati in voglia di trarreti avanti»,
+ diss’ io a lei, «verso questa rivera,
+ tanto ch’io possa intender che tu canti.
+
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera».
+
+ Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra sé, donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+ e fece i prieghi miei esser contenti,
+ sì appressando sé, che ’l dolce suono
+ veniva a me co’ suoi intendimenti.
+
+ Tosto che fu là dove l’erbe sono
+ bagnate già da l’onde del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+ Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+ Ella ridea da l’altra riva dritta,
+ trattando più color con le sue mani,
+ che l’alta terra sanza seme gitta.
+
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+ più odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch’ allor non s’aperse.
+
+ «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
+ cominciò ella, «in questo luogo eletto
+ a l’umana natura per suo nido,
+
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+ E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
+ dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti».
+
+ «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
+
+ Ond’ ella: «Io dicerò come procede
+ per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
+ e purgherò la nebbia che ti fiede.
+
+ Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
+ fé l’uom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr’ a lui d’etterna pace.
+
+ Per sua difalta qui dimorò poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambiò onesto riso e dolce gioco.
+
+ Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
+ l’essalazion de l’acqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+ a l’uomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
+ e libero n’è d’indi ove si serra.
+
+ Or perché in circuito tutto quanto
+ l’aere si volge con la prima volta,
+ se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
+
+ in questa altezza ch’è tutta disciolta
+ ne l’aere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch’ è folta;
+
+ e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute l’aura impregna
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+ e l’altra terra, secondo ch’è degna
+ per sé e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virtù diverse legna.
+
+ Non parrebbe di là poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi s’appiglia.
+
+ E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
+ e frutto ha in sé che di là non si schianta.
+
+ L’acqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume ch’acquista e perde lena;
+
+ ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant’ ella versa da due parti aperta.
+
+ Da questa parte con virtù discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
+
+ Quinci Letè; così da l’altro lato
+ Eünoè si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non è gustato:
+
+ a tutti altri sapori esto è di sopra.
+ E avvegna ch’assai possa esser sazia
+ la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
+
+ darotti un corollario ancor per grazia;
+ né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+ Quelli ch’anticamente poetaro
+ l’età de l’oro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+ Qui fu innocente l’umana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare è questo di che ciascun dice».
+
+ Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
+ a’ miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avëan l’ultimo costrutto;
+
+ poi a la bella donna torna’ il viso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIX
+
+
+ Cantando come donna innamorata,
+ continüò col fin di sue parole:
+ ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
+
+ E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disïando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+ allor si mosse contra ’l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+ Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo ch’a levante mi rendei.
+
+ Né ancor fu così nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
+
+ Ed ecco un lustro sùbito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+ Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, più e più splendeva,
+ nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
+
+ E una melodia dolce correva
+ per l’aere luminoso; onde buon zelo
+ mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
+
+ che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
+ femmina, sola e pur testé formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+ sotto ’l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e più lunga fïata.
+
+ Mentr’ io m’andava tra tante primizie
+ de l’etterno piacer tutto sospeso,
+ e disïoso ancora a più letizie,
+
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
+ e ’l dolce suon per canti era già inteso.
+
+ O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
+
+ Or convien che Elicona per me versi,
+ e Uranìe m’aiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+ Poco più oltre, sette alberi d’oro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
+
+ ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
+ che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+ la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
+ sì com’ elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
+
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ più chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+ Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+ Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
+ che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+ La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
+ sì ne l’affetto de le vive luci,
+ e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
+
+ Genti vid’ io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua già mai non fuci.
+
+ L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ s’io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+ Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+ e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+ sì che lì sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
+
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+ Sotto così bel ciel com’ io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+ Tutti cantavan: «Benedicta tue
+ ne le figlie d’Adamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!».
+
+ Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
+ a rimpetto di me da l’altra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+ sì come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+ Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+ A descriver lor forme più non spargo
+ rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
+ tanto ch’a questa non posso esser largo;
+
+ ma leggi Ezechïel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+ e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo ch’a le penne
+ Giovanni è meco e da lui si diparte.
+
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, trïunfale,
+ ch’al collo d’un grifon tirato venne.
+
+ Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
+
+ Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra d’oro avea quant’ era uccello,
+ e bianche l’altre, di vermiglio miste.
+
+ Non che Roma di carro così bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+ quel del Sol che, svïando, fu combusto
+ per l’orazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+ Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; l’una tanto rossa
+ ch’a pena fora dentro al foco nota;
+
+ l’altr’ era come se le carni e l’ossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve testé mossa;
+
+ e or parëan da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
+
+ Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
+
+ Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+ L’un si mostrava alcun de’ famigliari
+ di quel sommo Ipocràte che natura
+ a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
+
+ mostrava l’altro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi fé paura.
+
+ Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+ E questi sette col primaio stuolo
+ erano abitüati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facëan brolo,
+
+ anzi di rose e d’altri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
+
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon s’udì, e quelle genti degne
+ parvero aver l’andar più interdetto,
+
+ fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXX
+
+
+ Quando il settentrïon del primo cielo,
+ che né occaso mai seppe né orto
+ né d’altra nebbia che di colpa velo,
+
+ e che faceva lì ciascun accorto
+ di suo dover, come ’l più basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+ fermo s’affisse: la gente verace,
+ venuta prima tra ’l grifone ed esso,
+ al carro volse sé come a sua pace;
+
+ e un di loro, quasi da ciel messo,
+ ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
+ gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+ Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+ cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+ Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
+
+ Io vidi già nel cominciar del giorno
+ la parte orïental tutta rosata,
+ e l’altro ciel di bel sereno addorno;
+
+ e la faccia del sol nascere ombrata,
+ sì che per temperanza di vapori
+ l’occhio la sostenea lunga fïata:
+
+ così dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in giù dentro e di fori,
+
+ sovra candido vel cinta d’uliva
+ donna m’apparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+ E lo spirito mio, che già cotanto
+ tempo era stato ch’a la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+ sanza de li occhi aver più conoscenza,
+ per occulta virtù che da lei mosse,
+ d’antico amor sentì la gran potenza.
+
+ Tosto che ne la vista mi percosse
+ l’alta virtù che già m’avea trafitto
+ prima ch’io fuor di püerizia fosse,
+
+ volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli è afflitto,
+
+ per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
+ di sangue m’è rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de l’antica fiamma’.
+
+ Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
+ di sé, Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute die’mi;
+
+ né quantunque perdeo l’antica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+ «Dante, perché Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non piangere ancora;
+ ché pianger ti conven per altra spada».
+
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far l’incora;
+
+ in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessità qui si registra,
+
+ vidi la donna che pria m’appario
+ velata sotto l’angelica festa,
+ drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
+
+ Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+ regalmente ne l’atto ancor proterva
+ continüò come colui che dice
+ e ’l più caldo parlar dietro reserva:
+
+ «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti d’accedere al monte?
+ non sapei tu che qui è l’uom felice?».
+
+ Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
+ tanta vergogna mi gravò la fronte.
+
+ Così la madre al figlio par superba,
+ com’ ella parve a me; perché d’amaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
+ ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
+
+ Sì come neve tra le vive travi
+ per lo dosso d’Italia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+ poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ sì che par foco fonder la candela;
+
+ così fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi ’l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
+
+ lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi uscì del petto.
+
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole così poscia:
+
+ «Voi vigilate ne l’etterno die,
+ sì che notte né sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+ onde la mia risposta è con più cura
+ che m’intenda colui che di là piagne,
+ perché sia colpa e duol d’una misura.
+
+ Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ ma per larghezza di grazie divine,
+ che sì alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste là non van vicine,
+
+ questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtüalmente, ch’ogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+ Ma tanto più maligno e più silvestro
+ si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
+ quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
+
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte vòlto.
+
+ Sì tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+ Quando di carne a spirto era salita,
+ e bellezza e virtù cresciuta m’era,
+ fu’ io a lui men cara e men gradita;
+
+ e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+ Né l’impetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
+
+ Tanto giù cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran già corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+ Per questo visitai l’uscio d’i morti,
+ e a colui che l’ha qua sù condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Letè si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+ di pentimento che lagrime spanda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXI
+
+
+ «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio m’era paruto acro,
+
+ ricominciò, seguendo sanza cunta,
+ «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta».
+
+ Era la mia virtù tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+ Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
+ Rispondi a me; ché le memorie triste
+ in te non sono ancor da l’acqua offense».
+
+ Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+ Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
+ e con men foga l’asta il segno tocca,
+
+ sì scoppia’ io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allentò per lo suo varco.
+
+ Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di là dal qual non è a che s’aspiri,
+
+ quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti così spogliar la spene?
+
+ E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?».
+
+ Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+ Piangendo dissi: «Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che ’l vostro viso si nascose».
+
+ Ed ella: «Se tacessi o se negassi
+ ciò che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+ Ma quando scoppia de la propria gota
+ l’accusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge sé contra ’l taglio la rota.
+
+ Tuttavia, perché mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perché altra volta,
+ udendo le serene, sie più forte,
+
+ pon giù il seme del piangere e ascolta:
+ sì udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+ Mai non t’appresentò natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in ch’io
+ rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
+
+ e se ’l sommo piacer sì ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era più tale.
+
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar più colpo, o pargoletta
+ o altra novità con sì breve uso.
+
+ Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta».
+
+ Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e sé riconoscendo e ripentuti,
+
+ tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
+ per udir se’ dolente, alza la barba,
+ e prenderai più doglia riguardando».
+
+ Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ ch’io non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de l’argomento.
+
+ E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro aspersïon l’occhio comprese;
+
+ e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch’è sola una persona in due nature.
+
+ Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi più sé stessa antica,
+ vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
+
+ Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ più nel suo amor, più mi si fé nemica.
+
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+ Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
+ la donna ch’io avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
+
+ Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso l’acqua lieve come scola.
+
+ Quando fui presso a la beata riva,
+ ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
+
+ La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
+
+ Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+ «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di là, che miran più profondo».
+
+ Così cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+ Disser: «Fa che le viste non risparmi;
+ posto t’avem dinanzi a li smeraldi
+ ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
+
+ Mille disiri più che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
+
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+ Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in sé star queta,
+ e ne l’idolo suo si trasmutava.
+
+ Mentre che piena di stupore e lieta
+ l’anima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di sé, di sé asseta,
+
+ sé dimostrando di più alto tribo
+ ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+ «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
+ era la sua canzone, «al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+ Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, sì che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele».
+
+ O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto l’ombra
+ sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+ che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ là dove armonizzando il ciel t’adombra,
+
+ quando ne l’aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXII
+
+
+ Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi m’eran tutti spenti.
+
+ Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non caler—così lo santo riso
+ a sé traéli con l’antica rete!—;
+
+ quando per forza mi fu vòlto il viso
+ ver’ la sinistra mia da quelle dee,
+ perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
+
+ e la disposizion ch’a veder èe
+ ne li occhi pur testé dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fée.
+
+ Ma poi ch’al poco il viso riformossi
+ (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+ vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
+ lo glorïoso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+ Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e sé gira col segno,
+ prima che possa tutta in sé mutarsi;
+
+ quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+ Indi a le rote si tornar le donne,
+ e ’l grifon mosse il benedetto carco
+ sì, che però nulla penna crollonne.
+
+ La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che fé l’orbita sua con minore arco.
+
+ Sì passeggiando l’alta selva vòta,
+ colpa di quella ch’al serpente crese,
+ temprava i passi un’angelica nota.
+
+ Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Bëatrice scese.
+
+ Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
+
+ La coma sua, che tanto si dilata
+ più quanto più è sù, fora da l’Indi
+ ne’ boschi lor per altezza ammirata.
+
+ «Beato se’, grifon, che non discindi
+ col becco d’esto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi».
+
+ Così dintorno a l’albero robusto
+ gridaron li altri; e l’animal binato:
+ «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
+
+ E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
+ trasselo al piè de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lasciò legato.
+
+ Come le nostre piante, quando casca
+ giù la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+ turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che ’l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+ men che di rose e più che di vïole
+ colore aprendo, s’innovò la pianta,
+ che prima avea le ramora sì sole.
+
+ Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
+ l’inno che quella gente allor cantaro,
+ né la nota soffersi tutta quanta.
+
+ S’io potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
+
+ come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com’ io m’addormentai;
+ ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
+
+ Però trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
+ del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
+
+ Quali a veder de’ fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpetüe nozze fa nel cielo,
+
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+ e videro scemata loro scuola
+ così di Moïsè come d’Elia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+ tal torna’ io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
+
+ E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
+ Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+ Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
+ con più dolce canzone e più profonda».
+
+ E se più fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, però che già ne li occhi m’era
+ quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
+
+ Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata lì del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+ In cerchio le facevan di sé claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
+
+ «Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo è romano.
+
+ Però, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di là, fa che tu scrive».
+
+ Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ d’i suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
+
+ Non scese mai con sì veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che più va remoto,
+
+ com’ io vidi calar l’uccel di Giove
+ per l’alber giù, rompendo de la scorza,
+ non che d’i fiori e de le foglie nove;
+
+ e ferì ’l carro di tutta sua forza;
+ ond’ el piegò come nave in fortuna,
+ vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
+
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del trïunfal veiculo una volpe
+ che d’ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
+
+ Poscia per indi ond’ era pria venuta,
+ l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
+ del carro e lasciar lei di sé pennuta;
+
+ e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce uscì del cielo e cotal disse:
+ «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
+
+ Poi parve a me che la terra s’aprisse
+ tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro sù la coda fisse;
+
+ e come vespa che ritragge l’ago,
+ a sé traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+ Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+ si ricoperse, e funne ricoperta
+ e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
+ che più tiene un sospir la bocca aperta.
+
+ Trasformato così ’l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
+
+ Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ m’apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+ e come perché non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+ Ma perché l’occhio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagellò dal capo infin le piante;
+
+ poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+ a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXIII
+
+
+ ‘Deus, venerunt gentes’, alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+ e Bëatrice, sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava sì fatta, che poco
+ più a la croce si cambiò Maria.
+
+ Ma poi che l’altre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in pè,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+ ‘Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me’.
+
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo sé, solo accennando, mosse
+ me e la donna e ’l savio che ristette.
+
+ Così sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+ e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
+ mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
+
+ Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
+ dissemi: «Frate, perché non t’attenti
+ a domandarmi omai venendo meco?».
+
+ Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti,
+
+ avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: «Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
+
+ Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ sì che non parli più com’ om che sogna.
+
+ Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
+ fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+ Non sarà tutto tempo sanza reda
+ l’aguglia che lasciò le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ ch’io veggio certamente, e però il narro,
+ a darne tempo già stelle propinque,
+ secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
+
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, anciderà la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+ E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
+
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+ Tu nota; e sì come da me son porte,
+ così queste parole segna a’ vivi
+ del viver ch’è un correre a la morte.
+
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch’è or due volte dirubata quivi.
+
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a l’uso suo la creò santa.
+
+ Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e più l’anima prima
+ bramò colui che ’l morso in sé punio.
+
+ Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e sì travolta ne la cima.
+
+ E se stati non fossero acqua d’Elsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+ per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
+ conosceresti a l’arbor moralmente.
+
+ Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
+
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che ’l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto».
+
+ E io: «Sì come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato è or da voi lo mio cervello.
+
+ Ma perché tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disïata vola,
+ che più la perde quanto più s’aiuta?».
+
+ «Perché conoschi», disse, «quella scuola
+ c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come può seguitar la mia parola;
+
+ e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che più alto festina».
+
+ Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
+ ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
+ né honne coscïenza che rimorda».
+
+ «E se tu ricordar non te ne puoi»,
+ sorridendo rispuose, «or ti rammenta
+ come bevesti di Letè ancoi;
+
+ e se dal fummo foco s’argomenta,
+ cotesta oblivïon chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+ Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude».
+
+ E più corusco e con più lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e là, come li aspetti, fassi,
+
+ quando s’affisser, sì come s’affigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+ le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
+
+ Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
+ veder mi parve uscir d’una fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+ «O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua è questa che qui si dispiega
+ da un principio e sé da sé lontana?».
+
+ Per cotal priego detto mi fu: «Priega
+ Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+ la bella donna: «Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che l’acqua di Letè non gliel nascose».
+
+ E Bëatrice: «Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+ Ma vedi Eünoè che là diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se’ usa,
+ la tramortita sua virtù ravviva».
+
+ Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che è per segno fuor dischiusa;
+
+ così, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: «Vien con lui».
+
+ S’io avessi, lettor, più lungo spazio
+ da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
+ lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
+
+ ma perché piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
+
+ Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto sì come piante novelle
+ rinovellate di novella fronda,
+
+ puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ à = a grave
+ è = e grave
+ ì = i grave
+ ò = o grave
+ ù = u grave
+
+ é = e acute
+ ó = o acute
+
+ ä = a uml
+ ë = e uml
+ ï = i uml
+ ö = o uml
+ ü = u uml
+
+ È = E grave
+ Ë = E uml
+ Ï = I uml
+
+ « = left angle quotation mark
+ » = right angle quotation mark
+
+ “ = left double quotation mark
+ ” = right double quotation mark
+
+ ‘ = left single quotation mark
+ ’ = right single quotation mark
+
+ — = em dash
+
+ • = middot
+
+ . . . = ellipsis
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by
+Dante Alighieri
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 ***
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+
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+
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+
+</style>
+
+</head>
+
+<body>
+<div>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 ***</div>
+
+<h1>
+<br /><br /><br />
+ LA DIVINA COMMEDIA<br />
+ di Dante Alighieri<br />
+</h1>
+
+<h2>
+<br /><br />
+ PURGATORIO<br />
+</h2>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap01"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto I
+</h3>
+
+<p>
+ Per correr miglior acque alza le vele<br />
+ omai la navicella del mio ingegno,<br />
+ che lascia dietro a sé mar sì crudele;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e canterò di quel secondo regno<br />
+ dove l’umano spirito si purga<br />
+ e di salire al ciel diventa degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma qui la morta poesì resurga,<br />
+ o sante Muse, poi che vostro sono;<br />
+ e qui Calïopè alquanto surga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ seguitando il mio canto con quel suono<br />
+ di cui le Piche misere sentiro<br />
+ lo colpo tal, che disperar perdono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dolce color d’orïental zaffiro,<br />
+ che s’accoglieva nel sereno aspetto<br />
+ del mezzo, puro infino al primo giro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a li occhi miei ricominciò diletto,<br />
+ tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta<br />
+ che m’avea contristati li occhi e ’l petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo bel pianeto che d’amar conforta<br />
+ faceva tutto rider l’orïente,<br />
+ velando i Pesci ch’erano in sua scorta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ mi volsi a man destra, e puosi mente<br />
+ a l’altro polo, e vidi quattro stelle<br />
+ non viste mai fuor ch’a la prima gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:<br />
+ oh settentrïonal vedovo sito,<br />
+ poi che privato se’ di mirar quelle!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io da loro sguardo fui partito,<br />
+ un poco me volgendo a l ’altro polo,<br />
+ là onde ’l Carro già era sparito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi presso di me un veglio solo,<br />
+ degno di tanta reverenza in vista,<br />
+ che più non dee a padre alcun figliuolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lunga la barba e di pel bianco mista<br />
+ portava, a’ suoi capelli simigliante,<br />
+ de’ quai cadeva al petto doppia lista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li raggi de le quattro luci sante<br />
+ fregiavan sì la sua faccia di lume,<br />
+ ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Chi siete voi che contro al cieco fiume<br />
+ fuggita avete la pregione etterna?»,<br />
+ diss’ el, movendo quelle oneste piume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,<br />
+ uscendo fuor de la profonda notte<br />
+ che sempre nera fa la valle inferna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Son le leggi d’abisso così rotte?<br />
+ o è mutato in ciel novo consiglio,<br />
+ che, dannati, venite a le mie grotte?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio allor mi diè di piglio,<br />
+ e con parole e con mani e con cenni<br />
+ reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia rispuose lui: «Da me non venni:<br />
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi<br />
+ de la mia compagnia costui sovvenni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi<br />
+ di nostra condizion com’ ell’ è vera,<br />
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi non vide mai l’ultima sera;<br />
+ ma per la sua follia le fu sì presso,<br />
+ che molto poco tempo a volger era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso<br />
+ per lui campare; e non lì era altra via<br />
+ che questa per la quale i’ mi son messo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br />
+ e ora intendo mostrar quelli spirti<br />
+ che purgan sé sotto la tua balìa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;<br />
+ de l’alto scende virtù che m’aiuta<br />
+ conducerlo a vederti e a udirti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br />
+ libertà va cercando, ch’è sì cara,<br />
+ come sa chi per lei vita rifiuta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara<br />
+ in Utica la morte, ove lasciasti<br />
+ la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non son li editti etterni per noi guasti,<br />
+ ché questi vive e Minòs me non lega;<br />
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti<br />
+</p>
+
+<p>
+ di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,<br />
+ o santo petto, che per tua la tegni:<br />
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br />
+ grazie riporterò di te a lei,<br />
+ se d’esser mentovato là giù degni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Marzïa piacque tanto a li occhi miei<br />
+ mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,<br />
+ «che quante grazie volse da me, fei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or che di là dal mal fiume dimora,<br />
+ più muover non mi può, per quella legge<br />
+ che fatta fu quando me n’usci’ fora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,<br />
+ come tu di’, non c’è mestier lusinghe:<br />
+ bastisi ben che per lei mi richegge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br />
+ d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,<br />
+ sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché non si converria, l’occhio sorpriso<br />
+ d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br />
+ ministro, ch’è di quei di paradiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br />
+ là giù colà dove la batte l’onda,<br />
+ porta di giunchi sovra ’l molle limo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ null’ altra pianta che facesse fronda<br />
+ o indurasse, vi puote aver vita,<br />
+ però ch’a le percosse non seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;<br />
+ lo sol vi mosterrà, che surge omai,<br />
+ prendere il monte a più lieve salita».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così sparì; e io sù mi levai<br />
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br />
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:<br />
+ volgianci in dietro, ché di qua dichina<br />
+ questa pianura a’ suoi termini bassi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’alba vinceva l’ora mattutina<br />
+ che fuggia innanzi, sì che di lontano<br />
+ conobbi il tremolar de la marina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam per lo solingo piano<br />
+ com’ om che torna a la perduta strada,<br />
+ che ’nfino ad essa li pare ire in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando noi fummo là ’ve la rugiada<br />
+ pugna col sole, per essere in parte<br />
+ dove, ad orezza, poco si dirada,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ambo le mani in su l’erbetta sparte<br />
+ soavemente ’l mio maestro pose:<br />
+ ond’ io, che fui accorto di sua arte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ porsi ver’ lui le guance lagrimose;<br />
+ ivi mi fece tutto discoverto<br />
+ quel color che l’inferno mi nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo poi in sul lito diserto,<br />
+ che mai non vide navicar sue acque<br />
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:<br />
+ oh maraviglia! ché qual elli scelse<br />
+ l’umile pianta, cotal si rinacque<br />
+</p>
+
+<p>
+ subitamente là onde l’avelse.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap02"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto II
+</h3>
+
+<p>
+ Già era ’l sole a l’orizzonte giunto<br />
+ lo cui meridïan cerchio coverchia<br />
+ Ierusalèm col suo più alto punto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,<br />
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,<br />
+ che le caggion di man quando soverchia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che le bianche e le vermiglie guance,<br />
+ là dov’ i’ era, de la bella Aurora<br />
+ per troppa etate divenivan rance.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,<br />
+ come gente che pensa a suo cammino,<br />
+ che va col cuore e col corpo dimora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br />
+ per li grossi vapor Marte rosseggia<br />
+ giù nel ponente sovra ’l suol marino,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,<br />
+ un lume per lo mar venir sì ratto,<br />
+ che ’l muover suo nessun volar pareggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto<br />
+ l’occhio per domandar lo duca mio,<br />
+ rividil più lucente e maggior fatto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi d’ogne lato ad esso m’appario<br />
+ un non sapeva che bianco, e di sotto<br />
+ a poco a poco un altro a lui uscìo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,<br />
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;<br />
+ allor che ben conobbe il galeotto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.<br />
+ Ecco l’angel di Dio: piega le mani;<br />
+ omai vedrai di sì fatti officiali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,<br />
+ sì che remo non vuol, né altro velo<br />
+ che l’ali sue, tra liti sì lontani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,<br />
+ trattando l’aere con l’etterne penne,<br />
+ che non si mutan come mortal pelo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come più e più verso noi venne<br />
+ l’uccel divino, più chiaro appariva:<br />
+ per che l’occhio da presso nol sostenne,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br />
+ con un vasello snelletto e leggero,<br />
+ tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,<br />
+ tal che faria beato pur descripto;<br />
+ e più di cento spirti entro sediero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘In exitu Isräel de Aegypto’<br />
+ cantavan tutti insieme ad una voce<br />
+ con quanto di quel salmo è poscia scripto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fece il segno lor di santa croce;<br />
+ ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:<br />
+ ed el sen gì, come venne, veloce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La turba che rimase lì, selvaggia<br />
+ parea del loco, rimirando intorno<br />
+ come colui che nove cose assaggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da tutte parti saettava il giorno<br />
+ lo sol, ch’avea con le saette conte<br />
+ di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la nova gente alzò la fronte<br />
+ ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,<br />
+ mostratene la via di gire al monte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Virgilio rispuose: «Voi credete<br />
+ forse che siamo esperti d’esto loco;<br />
+ ma noi siam peregrin come voi siete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br />
+ per altra via, che fu sì aspra e forte,<br />
+ che lo salire omai ne parrà gioco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’anime, che si fuor di me accorte,<br />
+ per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,<br />
+ maravigliando diventaro smorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a messagger che porta ulivo<br />
+ tragge la gente per udir novelle,<br />
+ e di calcar nessun si mostra schivo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così al viso mio s’affisar quelle<br />
+ anime fortunate tutte quante,<br />
+ quasi oblïando d’ire a farsi belle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi una di lor trarresi avante<br />
+ per abbracciarmi con sì grande affetto,<br />
+ che mosse me a far lo somigliante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!<br />
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br />
+ e tante mi tornai con esse al petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br />
+ per che l’ombra sorrise e si ritrasse,<br />
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Soavemente disse ch’io posasse;<br />
+ allor conobbi chi era, e pregai<br />
+ che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuosemi: «Così com’ io t’amai<br />
+ nel mortal corpo, così t’amo sciolta:<br />
+ però m’arresto; ma tu perché vai?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Casella mio, per tornar altra volta<br />
+ là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,<br />
+ diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,<br />
+ se quei che leva quando e cui li piace,<br />
+ più volte m’ha negato esto passaggio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché di giusto voler lo suo si face:<br />
+ veramente da tre mesi elli ha tolto<br />
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto<br />
+ dove l’acqua di Tevero s’insala,<br />
+ benignamente fu’ da lui ricolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A quella foce ha elli or dritta l’ala,<br />
+ però che sempre quivi si ricoglie<br />
+ qual verso Acheronte non si cala».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Se nuova legge non ti toglie<br />
+ memoria o uso a l’amoroso canto<br />
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di ciò ti piaccia consolare alquanto<br />
+ l’anima mia, che, con la sua persona<br />
+ venendo qui, è affannata tanto!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Amor che ne la mente mi ragiona’<br />
+ cominciò elli allor sì dolcemente,<br />
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro e io e quella gente<br />
+ ch’eran con lui parevan sì contenti,<br />
+ come a nessun toccasse altro la mente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam tutti fissi e attenti<br />
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br />
+ gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual negligenza, quale stare è questo?<br />
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br />
+ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,<br />
+ li colombi adunati a la pastura,<br />
+ queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se cosa appare ond’ elli abbian paura,<br />
+ subitamente lasciano star l’esca,<br />
+ perch’ assaliti son da maggior cura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ io quella masnada fresca<br />
+ lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,<br />
+ com’ om che va, né sa dove rïesca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né la nostra partita fu men tosta.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap03"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto III
+</h3>
+
+<p>
+ Avvegna che la subitana fuga<br />
+ dispergesse color per la campagna,<br />
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ i’ mi ristrinsi a la fida compagna:<br />
+ e come sare’ io sanza lui corso?<br />
+ chi m’avria tratto su per la montagna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ El mi parea da sé stesso rimorso:<br />
+ o dignitosa coscïenza e netta,<br />
+ come t’è picciol fallo amaro morso!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br />
+ che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,<br />
+ la mente mia, che prima era ristretta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo ’ntento rallargò, sì come vaga,<br />
+ e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio<br />
+ che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br />
+ rotto m’era dinanzi a la figura,<br />
+ ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi volsi dallato con paura<br />
+ d’essere abbandonato, quand’ io vidi<br />
+ solo dinanzi a me la terra oscura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,<br />
+ a dir mi cominciò tutto rivolto;<br />
+ «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vespero è già colà dov’ è sepolto<br />
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br />
+ Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,<br />
+ non ti maravigliar più che d’i cieli<br />
+ che l’uno a l’altro raggio non ingombra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A sofferir tormenti, caldi e geli<br />
+ simili corpi la Virtù dispone<br />
+ che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Matto è chi spera che nostra ragione<br />
+ possa trascorrer la infinita via<br />
+ che tiene una sustanza in tre persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ State contenti, umana gente, al quia;<br />
+ ché, se potuto aveste veder tutto,<br />
+ mestier non era parturir Maria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disïar vedeste sanza frutto<br />
+ tai che sarebbe lor disio quetato,<br />
+ ch’etternalmente è dato lor per lutto:<br />
+</p>
+
+<p>
+ io dico d’Aristotile e di Plato<br />
+ e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,<br />
+ e più non disse, e rimase turbato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi divenimmo intanto a piè del monte;<br />
+ quivi trovammo la roccia sì erta,<br />
+ che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra Lerice e Turbìa la più diserta,<br />
+ la più rotta ruina è una scala,<br />
+ verso di quella, agevole e aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or chi sa da qual man la costa cala»,<br />
+ disse ’l maestro mio fermando ’l passo,<br />
+ «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso<br />
+ essaminava del cammin la mente,<br />
+ e io mirava suso intorno al sasso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da man sinistra m’apparì una gente<br />
+ d’anime, che movieno i piè ver’ noi,<br />
+ e non pareva, sì venïan lente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:<br />
+ ecco di qua chi ne darà consiglio,<br />
+ se tu da te medesmo aver nol puoi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guardò allora, e con libero piglio<br />
+ rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;<br />
+ e tu ferma la spene, dolce figlio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancora era quel popol di lontano,<br />
+ i’ dico dopo i nostri mille passi,<br />
+ quanto un buon gittator trarria con mano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando si strinser tutti ai duri massi<br />
+ de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti<br />
+ com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O ben finiti, o già spiriti eletti»,<br />
+ Virgilio incominciò, «per quella pace<br />
+ ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditene dove la montagna giace,<br />
+ sì che possibil sia l’andare in suso;<br />
+ ché perder tempo a chi più sa più spiace».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come le pecorelle escon del chiuso<br />
+ a una, a due, a tre, e l’altre stanno<br />
+ timidette atterrando l’occhio e ’l muso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,<br />
+ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,<br />
+ semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì vid’ io muovere a venir la testa<br />
+ di quella mandra fortunata allotta,<br />
+ pudica in faccia e ne l’andare onesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come color dinanzi vider rotta<br />
+ la luce in terra dal mio destro canto,<br />
+ sì che l’ombra era da me a la grotta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ restaro, e trasser sé in dietro alquanto,<br />
+ e tutti li altri che venieno appresso,<br />
+ non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Sanza vostra domanda io vi confesso<br />
+ che questo è corpo uman che voi vedete;<br />
+ per che ’l lume del sole in terra è fesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vi maravigliate, ma credete<br />
+ che non sanza virtù che da ciel vegna<br />
+ cerchi di soverchiar questa parete».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ’l maestro; e quella gente degna<br />
+ «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,<br />
+ coi dossi de le man faccendo insegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un di loro incominciò: «Chiunque<br />
+ tu se’, così andando, volgi ’l viso:<br />
+ pon mente se di là mi vedesti unque».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:<br />
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,<br />
+ ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ io mi fui umilmente disdetto<br />
+ d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;<br />
+ e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,<br />
+ nepote di Costanza imperadrice;<br />
+ ond’ io ti priego che, quando tu riedi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vadi a mia bella figlia, genitrice<br />
+ de l’onor di Cicilia e d’Aragona,<br />
+ e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia ch’io ebbi rotta la persona<br />
+ di due punte mortali, io mi rendei,<br />
+ piangendo, a quei che volontier perdona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Orribil furon li peccati miei;<br />
+ ma la bontà infinita ha sì gran braccia,<br />
+ che prende ciò che si rivolge a lei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia<br />
+ di me fu messo per Clemente allora,<br />
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’ossa del corpo mio sarieno ancora<br />
+ in co del ponte presso a Benevento,<br />
+ sotto la guardia de la grave mora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or le bagna la pioggia e move il vento<br />
+ di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,<br />
+ dov’ e’ le trasmutò a lume spento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per lor maladizion sì non si perde,<br />
+ che non possa tornar, l’etterno amore,<br />
+ mentre che la speranza ha fior del verde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero è che quale in contumacia more<br />
+ di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,<br />
+ star li convien da questa ripa in fore,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,<br />
+ in sua presunzïon, se tal decreto<br />
+ più corto per buon prieghi non diventa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br />
+ revelando a la mia buona Costanza<br />
+ come m’hai visto, e anco esto divieto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché qui per quei di là molto s’avanza».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap04"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto IV
+</h3>
+
+<p>
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,<br />
+ che alcuna virtù nostra comprenda,<br />
+ l’anima bene ad essa si raccoglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ par ch’a nulla potenza più intenda;<br />
+ e questo è contra quello error che crede<br />
+ ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E però, quando s’ode cosa o vede<br />
+ che tegna forte a sé l’anima volta,<br />
+ vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’altra potenza è quella che l’ascolta,<br />
+ e altra è quella c’ha l’anima intera:<br />
+ questa è quasi legata e quella è sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di ciò ebb’ io esperïenza vera,<br />
+ udendo quello spirto e ammirando;<br />
+ ché ben cinquanta gradi salito era<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo sole, e io non m’era accorto, quando<br />
+ venimmo ove quell’ anime ad una<br />
+ gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maggiore aperta molte volte impruna<br />
+ con una forcatella di sue spine<br />
+ l’uom de la villa quando l’uva imbruna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non era la calla onde salìne<br />
+ lo duca mio, e io appresso, soli,<br />
+ come da noi la schiera si partìne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br />
+ montasi su in Bismantova e ’n Cacume<br />
+ con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ dico con l’ale snelle e con le piume<br />
+ del gran disio, di retro a quel condotto<br />
+ che speranza mi dava e facea lume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi salavam per entro ’l sasso rotto,<br />
+ e d’ogne lato ne stringea lo stremo,<br />
+ e piedi e man volea il suol di sotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo<br />
+ de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,<br />
+ «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;<br />
+ pur su al monte dietro a me acquista,<br />
+ fin che n’appaia alcuna scorta saggia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sommo er’ alto che vincea la vista,<br />
+ e la costa superba più assai<br />
+ che da mezzo quadrante a centro lista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era lasso, quando cominciai:<br />
+ «O dolce padre, volgiti, e rimira<br />
+ com’ io rimango sol, se non restai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,<br />
+ additandomi un balzo poco in sùe<br />
+ che da quel lato il poggio tutto gira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi spronaron le parole sue,<br />
+ ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,<br />
+ tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui<br />
+ vòlti a levante ond’ eravam saliti,<br />
+ che suole a riguardar giovare altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br />
+ poscia li alzai al sole, e ammirava<br />
+ che da sinistra n’eravam feriti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava<br />
+ stupido tutto al carro de la luce,<br />
+ ove tra noi e Aquilone intrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce<br />
+ fossero in compagnia di quello specchio<br />
+ che sù e giù del suo lume conduce,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu vedresti il Zodïaco rubecchio<br />
+ ancora a l’Orse più stretto rotare,<br />
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,<br />
+ dentro raccolto, imagina Sïòn<br />
+ con questo monte in su la terra stare<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn<br />
+ e diversi emisperi; onde la strada<br />
+ che mal non seppe carreggiar Fetòn,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vedrai come a costui convien che vada<br />
+ da l’un, quando a colui da l’altro fianco,<br />
+ se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco<br />
+ non vid’ io chiaro sì com’ io discerno<br />
+ là dove mio ingegno parea manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ’l mezzo cerchio del moto superno,<br />
+ che si chiama Equatore in alcun’ arte,<br />
+ e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per la ragion che di’, quinci si parte<br />
+ verso settentrïon, quanto li Ebrei<br />
+ vedevan lui verso la calda parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se a te piace, volontier saprei<br />
+ quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale<br />
+ più che salir non posson li occhi miei».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Questa montagna è tale,<br />
+ che sempre al cominciar di sotto è grave;<br />
+ e quant’ om più va sù, e men fa male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, quand’ ella ti parrà soave<br />
+ tanto, che sù andar ti fia leggero<br />
+ com’ a seconda giù andar per nave,<br />
+</p>
+
+<p>
+ allor sarai al fin d’esto sentiero;<br />
+ quivi di riposar l’affanno aspetta.<br />
+ Più non rispondo, e questo so per vero».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E com’ elli ebbe sua parola detta,<br />
+ una voce di presso sonò: «Forse<br />
+ che di sedere in pria avrai distretta!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br />
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,<br />
+ del qual né io né ei prima s’accorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là ci traemmo; e ivi eran persone<br />
+ che si stavano a l’ombra dietro al sasso<br />
+ come l’uom per negghienza a star si pone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,<br />
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,<br />
+ tenendo ’l viso giù tra esse basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia<br />
+ colui che mostra sé più negligente<br />
+ che se pigrizia fosse sua serocchia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor si volse a noi e puose mente,<br />
+ movendo ’l viso pur su per la coscia,<br />
+ e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br />
+ che m’avacciava un poco ancor la lena,<br />
+ non m’impedì l’andare a lui; e poscia<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,<br />
+ dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole<br />
+ da l’omero sinistro il carro mena?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li atti suoi pigri e le corte parole<br />
+ mosser le labbra mie un poco a riso;<br />
+ poi cominciai: «Belacqua, a me non dole<br />
+</p>
+
+<p>
+ di te omai; ma dimmi: perché assiso<br />
+ quiritto se’? attendi tu iscorta,<br />
+ o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?<br />
+ ché non mi lascerebbe ire a’ martìri<br />
+ l’angel di Dio che siede in su la porta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima convien che tanto il ciel m’aggiri<br />
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,<br />
+ per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se orazïone in prima non m’aita<br />
+ che surga sù di cuor che in grazia viva;<br />
+ l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già il poeta innanzi mi saliva,<br />
+ e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco<br />
+ meridïan dal sole e a la riva<br />
+</p>
+
+<p>
+ cuopre la notte già col piè Morrocco».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap05"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto V
+</h3>
+
+<p>
+ Io era già da quell’ ombre partito,<br />
+ e seguitava l’orme del mio duca,<br />
+ quando di retro a me, drizzando ’l dito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ una gridò: «Ve’ che non par che luca<br />
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br />
+ e come vivo par che si conduca!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br />
+ e vidile guardar per maraviglia<br />
+ pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,<br />
+ disse ’l maestro, «che l’andare allenti?<br />
+ che ti fa ciò che quivi si pispiglia?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br />
+ sta come torre ferma, che non crolla<br />
+ già mai la cima per soffiar di venti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché sempre l’omo in cui pensier rampolla<br />
+ sovra pensier, da sé dilunga il segno,<br />
+ perché la foga l’un de l’altro insolla».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che potea io ridir, se non «Io vegno»?<br />
+ Dissilo, alquanto del color consperso<br />
+ che fa l’uom di perdon talvolta degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’ntanto per la costa di traverso<br />
+ venivan genti innanzi a noi un poco,<br />
+ cantando ‘Miserere’ a verso a verso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando s’accorser ch’i’ non dava loco<br />
+ per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,<br />
+ mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e due di loro, in forma di messaggi,<br />
+ corsero incontr’ a noi e dimandarne:<br />
+ «Di vostra condizion fatene saggi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l mio maestro: «Voi potete andarne<br />
+ e ritrarre a color che vi mandaro<br />
+ che ’l corpo di costui è vera carne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se per veder la sua ombra restaro,<br />
+ com’ io avviso, assai è lor risposto:<br />
+ fàccianli onore, ed esser può lor caro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vapori accesi non vid’ io sì tosto<br />
+ di prima notte mai fender sereno,<br />
+ né, sol calando, nuvole d’agosto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che color non tornasser suso in meno;<br />
+ e, giunti là, con li altri a noi dier volta,<br />
+ come schiera che scorre sanza freno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Questa gente che preme a noi è molta,<br />
+ e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:<br />
+ «però pur va, e in andando ascolta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O anima che vai per esser lieta<br />
+ con quelle membra con le quai nascesti»,<br />
+ venian gridando, «un poco il passo queta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,<br />
+ sì che di lui di là novella porti:<br />
+ deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi fummo tutti già per forza morti,<br />
+ e peccatori infino a l’ultima ora;<br />
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che, pentendo e perdonando, fora<br />
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,<br />
+ che del disio di sé veder n’accora».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Perché ne’ vostri visi guati,<br />
+ non riconosco alcun; ma s’a voi piace<br />
+ cosa ch’io possa, spiriti ben nati,<br />
+</p>
+
+<p>
+ voi dite, e io farò per quella pace<br />
+ che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,<br />
+ di mondo in mondo cercar mi si face».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E uno incominciò: «Ciascun si fida<br />
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,<br />
+ pur che ’l voler nonpossa non ricida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,<br />
+ ti priego, se mai vedi quel paese<br />
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br />
+ in Fano, sì che ben per me s’adori<br />
+ pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi fu’ io; ma li profondi fóri<br />
+ ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,<br />
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ là dov’ io più sicuro esser credea:<br />
+ quel da Esti il fé far, che m’avea in ira<br />
+ assai più là che dritto non volea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,<br />
+ quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,<br />
+ ancor sarei di là dove si spira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco<br />
+ m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io<br />
+ de le mie vene farsi in terra laco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse un altro: «Deh, se quel disio<br />
+ si compia che ti tragge a l’alto monte,<br />
+ con buona pïetate aiuta il mio!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br />
+ Giovanna o altri non ha di me cura;<br />
+ per ch’io vo tra costor con bassa fronte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Qual forza o qual ventura<br />
+ ti travïò sì fuor di Campaldino,<br />
+ che non si seppe mai tua sepultura?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino<br />
+ traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,<br />
+ che sovra l’Ermo nasce in Apennino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,<br />
+ arriva’ io forato ne la gola,<br />
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi perdei la vista e la parola;<br />
+ nel nome di Maria fini’, e quivi<br />
+ caddi, e rimase la mia carne sola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:<br />
+ l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno<br />
+ gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu te ne porti di costui l’etterno<br />
+ per una lagrimetta che ’l mi toglie;<br />
+ ma io farò de l’altro altro governo!”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben sai come ne l’aere si raccoglie<br />
+ quell’ umido vapor che in acqua riede,<br />
+ tosto che sale dove ’l freddo il coglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br />
+ con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento<br />
+ per la virtù che sua natura diede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi la valle, come ’l dì fu spento,<br />
+ da Pratomagno al gran giogo coperse<br />
+ di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che ’l pregno aere in acqua si converse;<br />
+ la pioggia cadde, e a’ fossati venne<br />
+ di lei ciò che la terra non sofferse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come ai rivi grandi si convenne,<br />
+ ver’ lo fiume real tanto veloce<br />
+ si ruinò, che nulla la ritenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo corpo mio gelato in su la foce<br />
+ trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse<br />
+ ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;<br />
+ voltòmmi per le ripe e per lo fondo,<br />
+ poi di sua preda mi coperse e cinse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br />
+ e riposato de la lunga via»,<br />
+ seguitò ’l terzo spirito al secondo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «ricorditi di me, che son la Pia;<br />
+ Siena mi fé, disfecemi Maremma:<br />
+ salsi colui che ’nnanellata pria<br />
+</p>
+
+<p>
+ disposando m’avea con la sua gemma».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap06"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto VI
+</h3>
+
+<p>
+ Quando si parte il gioco de la zara,<br />
+ colui che perde si riman dolente,<br />
+ repetendo le volte, e tristo impara;<br />
+</p>
+
+<p>
+ con l’altro se ne va tutta la gente;<br />
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br />
+ e qual dallato li si reca a mente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ el non s’arresta, e questo e quello intende;<br />
+ a cui porge la man, più non fa pressa;<br />
+ e così da la calca si difende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tal era io in quella turba spessa,<br />
+ volgendo a loro, e qua e là, la faccia,<br />
+ e promettendo mi sciogliea da essa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quiv’ era l’Aretin che da le braccia<br />
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br />
+ e l’altro ch’annegò correndo in caccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi pregava con le mani sporte<br />
+ Federigo Novello, e quel da Pisa<br />
+ che fé parer lo buon Marzucco forte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi conte Orso e l’anima divisa<br />
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,<br />
+ com’ e’ dicea, non per colpa commisa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br />
+ mentr’ è di qua, la donna di Brabante,<br />
+ sì che però non sia di peggior greggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come libero fui da tutte quante<br />
+ quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,<br />
+ sì che s’avacci lor divenir sante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ io cominciai: «El par che tu mi nieghi,<br />
+ o luce mia, espresso in alcun testo<br />
+ che decreto del cielo orazion pieghi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questa gente prega pur di questo:<br />
+ sarebbe dunque loro speme vana,<br />
+ o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;<br />
+ e la speranza di costor non falla,<br />
+ se ben si guarda con la mente sana;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché cima di giudicio non s’avvalla<br />
+ perché foco d’amor compia in un punto<br />
+ ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e là dov’ io fermai cotesto punto,<br />
+ non s’ammendava, per pregar, difetto,<br />
+ perché ’l priego da Dio era disgiunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente a così alto sospetto<br />
+ non ti fermar, se quella nol ti dice<br />
+ che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;<br />
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br />
+ di questo monte, ridere e felice».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,<br />
+ ché già non m’affatico come dianzi,<br />
+ e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Noi anderem con questo giorno innanzi»,<br />
+ rispuose, «quanto più potremo omai;<br />
+ ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima che sie là sù, tornar vedrai<br />
+ colui che già si cuopre de la costa,<br />
+ sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi là un’anima che, posta<br />
+ sola soletta, inverso noi riguarda:<br />
+ quella ne ’nsegnerà la via più tosta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,<br />
+ come ti stavi altera e disdegnosa<br />
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella non ci dicëa alcuna cosa,<br />
+ ma lasciavane gir, solo sguardando<br />
+ a guisa di leon quando si posa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br />
+ che ne mostrasse la miglior salita;<br />
+ e quella non rispuose al suo dimando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma di nostro paese e de la vita<br />
+ ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava<br />
+ «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ surse ver’ lui del loco ove pria stava,<br />
+ dicendo: «O Mantoano, io son Sordello<br />
+ de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br />
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br />
+ non donna di province, ma bordello!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quell’ anima gentil fu così presta,<br />
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,<br />
+ di fare al cittadin suo quivi festa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ora in te non stanno sanza guerra<br />
+ li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode<br />
+ di quei ch’un muro e una fossa serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cerca, misera, intorno da le prode<br />
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br />
+ s’alcuna parte in te di pace gode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che val perché ti racconciasse il freno<br />
+ Iustinïano, se la sella è vòta?<br />
+ Sanz’ esso fora la vergogna meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi gente che dovresti esser devota,<br />
+ e lasciar seder Cesare in la sella,<br />
+ se bene intendi ciò che Dio ti nota,<br />
+</p>
+
+<p>
+ guarda come esta fiera è fatta fella<br />
+ per non esser corretta da li sproni,<br />
+ poi che ponesti mano a la predella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Alberto tedesco ch’abbandoni<br />
+ costei ch’è fatta indomita e selvaggia,<br />
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ giusto giudicio da le stelle caggia<br />
+ sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br />
+ tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,<br />
+ per cupidigia di costà distretti,<br />
+ che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br />
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br />
+ color già tristi, e questi con sospetti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br />
+ d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;<br />
+ e vedrai Santafior com’ è oscura!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne<br />
+ vedova e sola, e dì e notte chiama:<br />
+ «Cesare mio, perché non m’accompagne?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder la gente quanto s’ama!<br />
+ e se nulla di noi pietà ti move,<br />
+ a vergognar ti vien de la tua fama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se licito m’è, o sommo Giove<br />
+ che fosti in terra per noi crucifisso,<br />
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?<br />
+</p>
+
+<p>
+ O è preparazion che ne l’abisso<br />
+ del tuo consiglio fai per alcun bene<br />
+ in tutto de l’accorger nostro scisso?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ché le città d’Italia tutte piene<br />
+ son di tiranni, e un Marcel diventa<br />
+ ogne villan che parteggiando viene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br />
+ di questa digression che non ti tocca,<br />
+ mercé del popol tuo che si argomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br />
+ per non venir sanza consiglio a l’arco;<br />
+ ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti rifiutan lo comune incarco;<br />
+ ma il popol tuo solicito risponde<br />
+ sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:<br />
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br />
+ S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Atene e Lacedemona, che fenno<br />
+ l’antiche leggi e furon sì civili,<br />
+ fecero al viver bene un picciol cenno<br />
+</p>
+
+<p>
+ verso di te, che fai tanto sottili<br />
+ provedimenti, ch’a mezzo novembre<br />
+ non giugne quel che tu d’ottobre fili.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quante volte, del tempo che rimembre,<br />
+ legge, moneta, officio e costume<br />
+ hai tu mutato, e rinovate membre!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,<br />
+ vedrai te somigliante a quella inferma<br />
+ che non può trovar posa in su le piume,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma con dar volta suo dolore scherma.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap07"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto VII
+</h3>
+
+<p>
+ Poscia che l’accoglienze oneste e liete<br />
+ furo iterate tre e quattro volte,<br />
+ Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Anzi che a questo monte fosser volte<br />
+ l’anime degne di salire a Dio,<br />
+ fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son Virgilio; e per null’ altro rio<br />
+ lo ciel perdei che per non aver fé».<br />
+ Così rispuose allora il duca mio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colui che cosa innanzi sé<br />
+ sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,<br />
+ che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,<br />
+ e umilmente ritornò ver’ lui,<br />
+ e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O gloria di Latin», disse, «per cui<br />
+ mostrò ciò che potea la lingua nostra,<br />
+ o pregio etterno del loco ond’ io fui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br />
+ S’io son d’udir le tue parole degno,<br />
+ dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,<br />
+ rispuose lui, «son io di qua venuto;<br />
+ virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non per far, ma per non fare ho perduto<br />
+ a veder l’alto Sol che tu disiri<br />
+ e che fu tardi per me conosciuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Luogo è là giù non tristo di martìri,<br />
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti<br />
+ non suonan come guai, ma son sospiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti<br />
+ dai denti morsi de la morte avante<br />
+ che fosser da l’umana colpa essenti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quivi sto io con quei che le tre sante<br />
+ virtù non si vestiro, e sanza vizio<br />
+ conobber l’altre e seguir tutte quante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br />
+ dà noi per che venir possiam più tosto<br />
+ là dove purgatorio ha dritto inizio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose: «Loco certo non c’è posto;<br />
+ licito m’è andar suso e intorno;<br />
+ per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi già come dichina il giorno,<br />
+ e andar sù di notte non si puote;<br />
+ però è buon pensar di bel soggiorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anime sono a destra qua remote;<br />
+ se mi consenti, io ti merrò ad esse,<br />
+ e non sanza diletto ti fier note».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse<br />
+ salir di notte, fora elli impedito<br />
+ d’altrui, o non sarria ché non potesse?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,<br />
+ dicendo: «Vedi? sola questa riga<br />
+ non varcheresti dopo ’l sol partito:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non però ch’altra cosa desse briga,<br />
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;<br />
+ quella col nonpoder la voglia intriga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben si poria con lei tornare in giuso<br />
+ e passeggiar la costa intorno errando,<br />
+ mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br />
+ «Menane», disse, «dunque là ’ve dici<br />
+ ch’aver si può diletto dimorando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco allungati c’eravam di lici,<br />
+ quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,<br />
+ a guisa che i vallon li sceman quici.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo<br />
+ dove la costa face di sé grembo;<br />
+ e là il novo giorno attenderemo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br />
+ che ne condusse in fianco de la lacca,<br />
+ là dove più ch’a mezzo muore il lembo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,<br />
+ indaco, legno lucido e sereno,<br />
+ fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno<br />
+ posti, ciascun saria di color vinto,<br />
+ come dal suo maggiore è vinto il meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non avea pur natura ivi dipinto,<br />
+ ma di soavità di mille odori<br />
+ vi facea uno incognito e indistinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori<br />
+ quindi seder cantando anime vidi,<br />
+ che per la valle non parean di fuori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,<br />
+ cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,<br />
+ «tra color non vogliate ch’io vi guidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di questo balzo meglio li atti e ’ volti<br />
+ conoscerete voi di tutti quanti,<br />
+ che ne la lama giù tra essi accolti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che più siede alto e fa sembianti<br />
+ d’aver negletto ciò che far dovea,<br />
+ e che non move bocca a li altrui canti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rodolfo imperador fu, che potea<br />
+ sanar le piaghe c’hanno Italia morta,<br />
+ sì che tardi per altri si ricrea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro che ne la vista lui conforta,<br />
+ resse la terra dove l’acqua nasce<br />
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br />
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br />
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel nasetto che stretto a consiglio<br />
+ par con colui c’ha sì benigno aspetto,<br />
+ morì fuggendo e disfiorando il giglio:<br />
+</p>
+
+<p>
+ guardate là come si batte il petto!<br />
+ L’altro vedete c’ha fatto a la guancia<br />
+ de la sua palma, sospirando, letto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Padre e suocero son del mal di Francia:<br />
+ sanno la vita sua viziata e lorda,<br />
+ e quindi viene il duol che sì li lancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che par sì membruto e che s’accorda,<br />
+ cantando, con colui dal maschio naso,<br />
+ d’ogne valor portò cinta la corda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se re dopo lui fosse rimaso<br />
+ lo giovanetto che retro a lui siede,<br />
+ ben andava il valor di vaso in vaso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non si puote dir de l’altre rede;<br />
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;<br />
+ del retaggio miglior nessun possiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rade volte risurge per li rami<br />
+ l’umana probitate; e questo vole<br />
+ quei che la dà, perché da lui si chiami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anche al nasuto vanno mie parole<br />
+ non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,<br />
+ onde Puglia e Proenza già si dole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tant’ è del seme suo minor la pianta,<br />
+ quanto, più che Beatrice e Margherita,<br />
+ Costanza di marito ancor si vanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedete il re de la semplice vita<br />
+ seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:<br />
+ questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che più basso tra costor s’atterra,<br />
+ guardando in suso, è Guiglielmo marchese,<br />
+ per cui e Alessandria e la sua guerra<br />
+</p>
+
+<p>
+ fa pianger Monferrato e Canavese».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap08"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto VIII
+</h3>
+
+<p>
+ Era già l’ora che volge il disio<br />
+ ai navicanti e ’ntenerisce il core<br />
+ lo dì c’han detto ai dolci amici addio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che lo novo peregrin d’amore<br />
+ punge, se ode squilla di lontano<br />
+ che paia il giorno pianger che si more;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io incominciai a render vano<br />
+ l’udire e a mirare una de l’alme<br />
+ surta, che l’ascoltar chiedea con mano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella giunse e levò ambo le palme,<br />
+ ficcando li occhi verso l’orïente,<br />
+ come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Te lucis ante’ sì devotamente<br />
+ le uscìo di bocca e con sì dolci note,<br />
+ che fece me a me uscir di mente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’altre poi dolcemente e devote<br />
+ seguitar lei per tutto l’inno intero,<br />
+ avendo li occhi a le superne rote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br />
+ ché ’l velo è ora ben tanto sottile,<br />
+ certo che ’l trapassar dentro è leggero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi quello essercito gentile<br />
+ tacito poscia riguardare in sùe,<br />
+ quasi aspettando, palido e umìle;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi uscir de l’alto e scender giùe<br />
+ due angeli con due spade affocate,<br />
+ tronche e private de le punte sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Verdi come fogliette pur mo nate<br />
+ erano in veste, che da verdi penne<br />
+ percosse traean dietro e ventilate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un poco sovra noi a star si venne,<br />
+ e l’altro scese in l’opposita sponda,<br />
+ sì che la gente in mezzo si contenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben discernëa in lor la testa bionda;<br />
+ ma ne la faccia l’occhio si smarria,<br />
+ come virtù ch’a troppo si confonda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ambo vegnon del grembo di Maria»,<br />
+ disse Sordello, «a guardia de la valle,<br />
+ per lo serpente che verrà vie via».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io, che non sapeva per qual calle,<br />
+ mi volsi intorno, e stretto m’accostai,<br />
+ tutto gelato, a le fidate spalle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Sordello anco: «Or avvalliamo omai<br />
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br />
+ grazïoso fia lor vedervi assai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,<br />
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava<br />
+ pur me, come conoscer mi volesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Temp’ era già che l’aere s’annerava,<br />
+ ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei<br />
+ non dichiarisse ciò che pria serrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:<br />
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br />
+ quando ti vidi non esser tra ’ rei!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br />
+ poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti<br />
+ a piè del monte per le lontane acque?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi<br />
+ venni stamane, e sono in prima vita,<br />
+ ancor che l’altra, sì andando, acquisti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come fu la mia risposta udita,<br />
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse<br />
+ come gente di sùbito smarrita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse<br />
+ che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!<br />
+ vieni a veder che Dio per grazia volse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado<br />
+ che tu dei a colui che sì nasconde<br />
+ lo suo primo perché, che non lì è guado,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando sarai di là da le larghe onde,<br />
+ dì a Giovanna mia che per me chiami<br />
+ là dove a li ’nnocenti si risponde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che la sua madre più m’ami,<br />
+ poscia che trasmutò le bianche bende,<br />
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per lei assai di lieve si comprende<br />
+ quanto in femmina foco d’amor dura,<br />
+ se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non le farà sì bella sepultura<br />
+ la vipera che Melanesi accampa,<br />
+ com’ avria fatto il gallo di Gallura».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così dicea, segnato de la stampa,<br />
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br />
+ che misuratamente in core avvampa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br />
+ pur là dove le stelle son più tarde,<br />
+ sì come rota più presso a lo stelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».<br />
+ E io a lui: «A quelle tre facelle<br />
+ di che ’l polo di qua tutto quanto arde».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle<br />
+ che vedevi staman, son di là basse,<br />
+ e queste son salite ov’ eran quelle».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse<br />
+ dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;<br />
+ e drizzò il dito perché ’n là guardasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da quella parte onde non ha riparo<br />
+ la picciola vallea, era una biscia,<br />
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,<br />
+ volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso<br />
+ leccando come bestia che si liscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non vidi, e però dicer non posso,<br />
+ come mosser li astor celestïali;<br />
+ ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sentendo fender l’aere a le verdi ali,<br />
+ fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,<br />
+ suso a le poste rivolando iguali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’ombra che s’era al giudice raccolta<br />
+ quando chiamò, per tutto quello assalto<br />
+ punto non fu da me guardare sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se la lucerna che ti mena in alto<br />
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br />
+ quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cominciò ella, «se novella vera<br />
+ di Val di Magra o di parte vicina<br />
+ sai, dillo a me, che già grande là era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fui chiamato Currado Malaspina;<br />
+ non son l’antico, ma di lui discesi;<br />
+ a’ miei portai l’amor che qui raffina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi<br />
+ già mai non fui; ma dove si dimora<br />
+ per tutta Europa ch’ei non sien palesi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ La fama che la vostra casa onora,<br />
+ grida i segnori e grida la contrada,<br />
+ sì che ne sa chi non vi fu ancora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io vi giuro, s’io di sopra vada,<br />
+ che vostra gente onrata non si sfregia<br />
+ del pregio de la borsa e de la spada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Uso e natura sì la privilegia,<br />
+ che, perché il capo reo il mondo torca,<br />
+ sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca<br />
+ sette volte nel letto che ’l Montone<br />
+ con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che cotesta cortese oppinïone<br />
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa<br />
+ con maggior chiovi che d’altrui sermone,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se corso di giudicio non s’arresta».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap09"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto IX
+</h3>
+
+<p>
+ La concubina di Titone antico<br />
+ già s’imbiancava al balco d’orïente,<br />
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;<br />
+</p>
+
+<p>
+ di gemme la sua fronte era lucente,<br />
+ poste in figura del freddo animale<br />
+ che con la coda percuote la gente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la notte, de’ passi con che sale,<br />
+ fatti avea due nel loco ov’ eravamo,<br />
+ e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,<br />
+ vinto dal sonno, in su l’erba inchinai<br />
+ là ’ve già tutti e cinque sedavamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne l’ora che comincia i tristi lai<br />
+ la rondinella presso a la mattina,<br />
+ forse a memoria de’ suo’ primi guai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che la mente nostra, peregrina<br />
+ più da la carne e men da’ pensier presa,<br />
+ a le sue visïon quasi è divina,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in sogno mi parea veder sospesa<br />
+ un’aguglia nel ciel con penne d’oro,<br />
+ con l’ali aperte e a calare intesa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed esser mi parea là dove fuoro<br />
+ abbandonati i suoi da Ganimede,<br />
+ quando fu ratto al sommo consistoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fra me pensava: ‘Forse questa fiede<br />
+ pur qui per uso, e forse d’altro loco<br />
+ disdegna di portarne suso in piede’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br />
+ terribil come folgor discendesse,<br />
+ e me rapisse suso infino al foco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi parea che ella e io ardesse;<br />
+ e sì lo ’ncendio imaginato cosse,<br />
+ che convenne che ’l sonno si rompesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti Achille si riscosse,<br />
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro<br />
+ e non sappiendo là dove si fosse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la madre da Chirón a Schiro<br />
+ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,<br />
+ là onde poi li Greci il dipartiro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ che mi scoss’ io, sì come da la faccia<br />
+ mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,<br />
+ come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dallato m’era solo il mio conforto,<br />
+ e ’l sole er’ alto già più che due ore,<br />
+ e ’l viso m’era a la marina torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non aver tema», disse il mio segnore;<br />
+ «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;<br />
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu se’ omai al purgatorio giunto:<br />
+ vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;<br />
+ vedi l’entrata là ’ve par digiunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,<br />
+ quando l’anima tua dentro dormia,<br />
+ sovra li fiori ond’ è là giù addorno<br />
+</p>
+
+<p>
+ venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;<br />
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;<br />
+ sì l’agevolerò per la sua via”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sordel rimase e l’altre genti forme;<br />
+ ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,<br />
+ sen venne suso; e io per le sue orme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui ti posò, ma pria mi dimostraro<br />
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br />
+ poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta<br />
+ e che muta in conforto sua paura,<br />
+ poi che la verità li è discoperta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi cambia’ io; e come sanza cura<br />
+ vide me ’l duca mio, su per lo balzo<br />
+ si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo<br />
+ la mia matera, e però con più arte<br />
+ non ti maravigliar s’io la rincalzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br />
+ che là dove pareami prima rotto,<br />
+ pur come un fesso che muro diparte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto<br />
+ per gire ad essa, di color diversi,<br />
+ e un portier ch’ancor non facea motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’occhio più e più v’apersi,<br />
+ vidil seder sovra ’l grado sovrano,<br />
+ tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e una spada nuda avëa in mano,<br />
+ che reflettëa i raggi sì ver’ noi,<br />
+ ch’io drizzava spesso il viso in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dite costinci: che volete voi?»,<br />
+ cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?<br />
+ Guardate che ’l venir sù non vi nòi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Donna del ciel, di queste cose accorta»,<br />
+ rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi<br />
+ ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,<br />
+ ricominciò il cortese portinaio:<br />
+ «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là ne venimmo; e lo scaglion primaio<br />
+ bianco marmo era sì pulito e terso,<br />
+ ch’io mi specchiai in esso qual io paio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era il secondo tinto più che perso,<br />
+ d’una petrina ruvida e arsiccia,<br />
+ crepata per lo lungo e per traverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,<br />
+ porfido mi parea, sì fiammeggiante<br />
+ come sangue che fuor di vena spiccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sovra questo tenëa ambo le piante<br />
+ l’angel di Dio sedendo in su la soglia<br />
+ che mi sembiava pietra di diamante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per li tre gradi sù di buona voglia<br />
+ mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi<br />
+ umilemente che ’l serrame scioglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Divoto mi gittai a’ santi piedi;<br />
+ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,<br />
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sette P ne la fronte mi descrisse<br />
+ col punton de la spada, e «Fa che lavi,<br />
+ quando se’ dentro, queste piaghe» disse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cenere, o terra che secca si cavi,<br />
+ d’un color fora col suo vestimento;<br />
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’una era d’oro e l’altra era d’argento;<br />
+ pria con la bianca e poscia con la gialla<br />
+ fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quandunque l’una d’este chiavi falla,<br />
+ che non si volga dritta per la toppa»,<br />
+ diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa<br />
+ d’arte e d’ingegno avanti che diserri,<br />
+ perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri<br />
+ anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,<br />
+ pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,<br />
+ dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti<br />
+ che di fuor torna chi ’n dietro si guata».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando fuor ne’ cardini distorti<br />
+ li spigoli di quella regge sacra,<br />
+ che di metallo son sonanti e forti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non rugghiò sì né si mostrò sì acra<br />
+ Tarpëa, come tolto le fu il buono<br />
+ Metello, per che poi rimase macra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br />
+ e ‘Te Deum laudamus’ mi parea<br />
+ udire in voce mista al dolce suono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tale imagine a punto mi rendea<br />
+ ciò ch’io udiva, qual prender si suole<br />
+ quando a cantar con organi si stea;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’or sì or no s’intendon le parole.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap10"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto X
+</h3>
+
+<p>
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta<br />
+ che ’l mal amor de l’anime disusa,<br />
+ perché fa parer dritta la via torta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sonando la senti’ esser richiusa;<br />
+ e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,<br />
+ qual fora stata al fallo degna scusa?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi salavam per una pietra fessa,<br />
+ che si moveva e d’una e d’altra parte,<br />
+ sì come l’onda che fugge e s’appressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Qui si conviene usare un poco d’arte»,<br />
+ cominciò ’l duca mio, «in accostarsi<br />
+ or quinci, or quindi al lato che si parte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questo fece i nostri passi scarsi,<br />
+ tanto che pria lo scemo de la luna<br />
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;<br />
+ ma quando fummo liberi e aperti<br />
+ sù dove il monte in dietro si rauna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ïo stancato e amendue incerti<br />
+ di nostra via, restammo in su un piano<br />
+ solingo più che strade per diserti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,<br />
+ al piè de l’alta ripa che pur sale,<br />
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,<br />
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,<br />
+ questa cornice mi parea cotale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là sù non eran mossi i piè nostri anco,<br />
+ quand’ io conobbi quella ripa intorno<br />
+ che dritto di salita aveva manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ esser di marmo candido e addorno<br />
+ d’intagli sì, che non pur Policleto,<br />
+ ma la natura lì avrebbe scorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’angel che venne in terra col decreto<br />
+ de la molt’ anni lagrimata pace,<br />
+ ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dinanzi a noi pareva sì verace<br />
+ quivi intagliato in un atto soave,<br />
+ che non sembiava imagine che tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;<br />
+ perché iv’ era imaginata quella<br />
+ ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e avea in atto impressa esta favella<br />
+ ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente<br />
+ come figura in cera si suggella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non tener pur ad un loco la mente»,<br />
+ disse ’l dolce maestro, che m’avea<br />
+ da quella parte onde ’l cuore ha la gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea<br />
+ di retro da Maria, da quella costa<br />
+ onde m’era colui che mi movea,<br />
+</p>
+
+<p>
+ un’altra storia ne la roccia imposta;<br />
+ per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,<br />
+ acciò che fosse a li occhi miei disposta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era intagliato lì nel marmo stesso<br />
+ lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,<br />
+ per che si teme officio non commesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br />
+ partita in sette cori, a’ due mie’ sensi<br />
+ faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Similemente al fummo de li ’ncensi<br />
+ che v’era imaginato, li occhi e ’l naso<br />
+ e al sì e al no discordi fensi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì precedeva al benedetto vaso,<br />
+ trescando alzato, l’umile salmista,<br />
+ e più e men che re era in quel caso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di contra, effigïata ad una vista<br />
+ d’un gran palazzo, Micòl ammirava<br />
+ sì come donna dispettosa e trista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,<br />
+ per avvisar da presso un’altra istoria,<br />
+ che di dietro a Micòl mi biancheggiava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quiv’ era storïata l’alta gloria<br />
+ del roman principato, il cui valore<br />
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ i’ dico di Traiano imperadore;<br />
+ e una vedovella li era al freno,<br />
+ di lagrime atteggiata e di dolore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intorno a lui parea calcato e pieno<br />
+ di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro<br />
+ sovr’ essi in vista al vento si movieno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La miserella intra tutti costoro<br />
+ pareva dir: «Segnor, fammi vendetta<br />
+ di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed elli a lei rispondere: «Or aspetta<br />
+ tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,<br />
+ come persona in cui dolor s’affretta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,<br />
+ la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene<br />
+ a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene<br />
+ ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:<br />
+ giustizia vuole e pietà mi ritene».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che mai non vide cosa nova<br />
+ produsse esto visibile parlare,<br />
+ novello a noi perché qui non si trova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr’ io mi dilettava di guardare<br />
+ l’imagini di tante umilitadi,<br />
+ e per lo fabbro loro a veder care,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,<br />
+ mormorava il poeta, «molte genti:<br />
+ questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti<br />
+ per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,<br />
+ volgendosi ver’ lui non furon lenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi<br />
+ di buon proponimento per udire<br />
+ come Dio vuol che ’l debito si paghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non attender la forma del martìre:<br />
+ pensa la succession; pensa ch’al peggio<br />
+ oltre la gran sentenza non può ire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio<br />
+ muovere a noi, non mi sembian persone,<br />
+ e non so che, sì nel veder vaneggio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «La grave condizione<br />
+ di lor tormento a terra li rannicchia,<br />
+ sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma guarda fiso là, e disviticchia<br />
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br />
+ già scorger puoi come ciascun si picchia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ O superbi cristian, miseri lassi,<br />
+ che, de la vista de la mente infermi,<br />
+ fidanza avete ne’ retrosi passi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non v’accorgete voi che noi siam vermi<br />
+ nati a formar l’angelica farfalla,<br />
+ che vola a la giustizia sanza schermi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di che l’animo vostro in alto galla,<br />
+ poi siete quasi antomata in difetto,<br />
+ sì come vermo in cui formazion falla?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come per sostentar solaio o tetto,<br />
+ per mensola talvolta una figura<br />
+ si vede giugner le ginocchia al petto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la qual fa del non ver vera rancura<br />
+ nascere ’n chi la vede; così fatti<br />
+ vid’ io color, quando puosi ben cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero è che più e meno eran contratti<br />
+ secondo ch’avien più e meno a dosso;<br />
+ e qual più pazïenza avea ne li atti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap11"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XI
+</h3>
+
+<p>
+ «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,<br />
+ non circunscritto, ma per più amore<br />
+ ch’ai primi effetti di là sù tu hai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore<br />
+ da ogne creatura, com’ è degno<br />
+ di render grazie al tuo dolce vapore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,<br />
+ ché noi ad essa non potem da noi,<br />
+ s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come del suo voler li angeli tuoi<br />
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,<br />
+ così facciano li uomini de’ suoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dà oggi a noi la cotidiana manna,<br />
+ sanza la qual per questo aspro diserto<br />
+ a retro va chi più di gir s’affanna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come noi lo mal ch’avem sofferto<br />
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br />
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nostra virtù che di legger s’adona,<br />
+ non spermentar con l’antico avversaro,<br />
+ ma libera da lui che sì la sprona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ ultima preghiera, segnor caro,<br />
+ già non si fa per noi, ché non bisogna,<br />
+ ma per color che dietro a noi restaro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così a sé e noi buona ramogna<br />
+ quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,<br />
+ simile a quel che talvolta si sogna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ disparmente angosciate tutte a tondo<br />
+ e lasse su per la prima cornice,<br />
+ purgando la caligine del mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se di là sempre ben per noi si dice,<br />
+ di qua che dire e far per lor si puote<br />
+ da quei c’hanno al voler buona radice?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben si de’ loro atar lavar le note<br />
+ che portar quinci, sì che, mondi e lievi,<br />
+ possano uscire a le stellate ruote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi<br />
+ tosto, sì che possiate muover l’ala,<br />
+ che secondo il disio vostro vi lievi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mostrate da qual mano inver’ la scala<br />
+ si va più corto; e se c’è più d’un varco,<br />
+ quel ne ’nsegnate che men erto cala;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché questi che vien meco, per lo ’ncarco<br />
+ de la carne d’Adamo onde si veste,<br />
+ al montar sù, contra sua voglia, è parco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le lor parole, che rendero a queste<br />
+ che dette avea colui cu’ io seguiva,<br />
+ non fur da cui venisser manifeste;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma fu detto: «A man destra per la riva<br />
+ con noi venite, e troverete il passo<br />
+ possibile a salir persona viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E s’io non fossi impedito dal sasso<br />
+ che la cervice mia superba doma,<br />
+ onde portar convienmi il viso basso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotesti, ch’ancor vive e non si noma,<br />
+ guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,<br />
+ e per farlo pietoso a questa soma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui latino e nato d’un gran Tosco:<br />
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br />
+ non so se ’l nome suo già mai fu vosco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’antico sangue e l’opere leggiadre<br />
+ d’i miei maggior mi fer sì arrogante,<br />
+ che, non pensando a la comune madre,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,<br />
+ ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,<br />
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno<br />
+ superbia fa, ché tutti miei consorti<br />
+ ha ella tratti seco nel malanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qui convien ch’io questo peso porti<br />
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br />
+ poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ascoltando chinai in giù la faccia;<br />
+ e un di lor, non questi che parlava,<br />
+ si torse sotto il peso che li ’mpaccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e videmi e conobbemi e chiamava,<br />
+ tenendo li occhi con fatica fisi<br />
+ a me che tutto chin con loro andava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,<br />
+ l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte<br />
+ ch’alluminar chiamata è in Parisi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte<br />
+ che pennelleggia Franco Bolognese;<br />
+ l’onore è tutto or suo, e mio in parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben non sare’ io stato sì cortese<br />
+ mentre ch’io vissi, per lo gran disio<br />
+ de l’eccellenza ove mio core intese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di tal superbia qui si paga il fio;<br />
+ e ancor non sarei qui, se non fosse<br />
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh vana gloria de l’umane posse!<br />
+ com’ poco verde in su la cima dura,<br />
+ se non è giunta da l’etati grosse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Credette Cimabue ne la pittura<br />
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br />
+ sì che la fama di colui è scura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido<br />
+ la gloria de la lingua; e forse è nato<br />
+ chi l’uno e l’altro caccerà del nido.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non è il mondan romore altro ch’un fiato<br />
+ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,<br />
+ e muta nome perché muta lato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che voce avrai tu più, se vecchia scindi<br />
+ da te la carne, che se fossi morto<br />
+ anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,<br />
+</p>
+
+<p>
+ pria che passin mill’ anni? ch’è più corto<br />
+ spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia<br />
+ al cerchio che più tardi in cielo è torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che del cammin sì poco piglia<br />
+ dinanzi a me, Toscana sonò tutta;<br />
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ era sire quando fu distrutta<br />
+ la rabbia fiorentina, che superba<br />
+ fu a quel tempo sì com’ ora è putta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La vostra nominanza è color d’erba,<br />
+ che viene e va, e quei la discolora<br />
+ per cui ella esce de la terra acerba».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Tuo vero dir m’incora<br />
+ bona umiltà, e gran tumor m’appiani;<br />
+ ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;<br />
+ ed è qui perché fu presuntüoso<br />
+ a recar Siena tutta a le sue mani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ito è così e va, sanza riposo,<br />
+ poi che morì; cotal moneta rende<br />
+ a sodisfar chi è di là troppo oso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Se quello spirito ch’attende,<br />
+ pria che si penta, l’orlo de la vita,<br />
+ qua giù dimora e qua sù non ascende,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se buona orazïon lui non aita,<br />
+ prima che passi tempo quanto visse,<br />
+ come fu la venuta lui largita?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quando vivea più glorïoso», disse,<br />
+ «liberamente nel Campo di Siena,<br />
+ ogne vergogna diposta, s’affisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e lì, per trar l’amico suo di pena,<br />
+ ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,<br />
+ si condusse a tremar per ogne vena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più non dirò, e scuro so che parlo;<br />
+ ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini<br />
+ faranno sì che tu potrai chiosarlo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ opera li tolse quei confini».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap12"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XII
+</h3>
+
+<p>
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br />
+ m’andava io con quell’ anima carca,<br />
+ fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quando disse: «Lascia lui e varca;<br />
+ ché qui è buono con l’ali e coi remi,<br />
+ quantunque può, ciascun pinger sua barca»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ dritto sì come andar vuolsi rife’mi<br />
+ con la persona, avvegna che i pensieri<br />
+ mi rimanessero e chinati e scemi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io m’era mosso, e seguia volontieri<br />
+ del mio maestro i passi, e amendue<br />
+ già mostravam com’ eravam leggeri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:<br />
+ buon ti sarà, per tranquillar la via,<br />
+ veder lo letto de le piante tue».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come, perché di lor memoria sia,<br />
+ sovra i sepolti le tombe terragne<br />
+ portan segnato quel ch’elli eran pria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde lì molte volte si ripiagne<br />
+ per la puntura de la rimembranza,<br />
+ che solo a’ pïi dà de le calcagne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza<br />
+ secondo l’artificio, figurato<br />
+ quanto per via di fuor del monte avanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea colui che fu nobil creato<br />
+ più ch’altra creatura, giù dal cielo<br />
+ folgoreggiando scender, da l’un lato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedëa Brïareo fitto dal telo<br />
+ celestïal giacer, da l’altra parte,<br />
+ grave a la terra per lo mortal gelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br />
+ armati ancora, intorno al padre loro,<br />
+ mirar le membra d’i Giganti sparte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea Nembròt a piè del gran lavoro<br />
+ quasi smarrito, e riguardar le genti<br />
+ che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Nïobè, con che occhi dolenti<br />
+ vedea io te segnata in su la strada,<br />
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Saùl, come in su la propria spada<br />
+ quivi parevi morto in Gelboè,<br />
+ che poi non sentì pioggia né rugiada!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O folle Aragne, sì vedea io te<br />
+ già mezza ragna, trista in su li stracci<br />
+ de l’opera che mal per te si fé.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Roboàm, già non par che minacci<br />
+ quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento<br />
+ nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava ancor lo duro pavimento<br />
+ come Almeon a sua madre fé caro<br />
+ parer lo sventurato addornamento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava come i figli si gittaro<br />
+ sovra Sennacherìb dentro dal tempio,<br />
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava la ruina e ’l crudo scempio<br />
+ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:<br />
+ «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava come in rotta si fuggiro<br />
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br />
+ e anche le reliquie del martiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br />
+ o Ilïón, come te basso e vile<br />
+ mostrava il segno che lì si discerne!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual di pennel fu maestro o di stile<br />
+ che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi<br />
+ mirar farieno uno ingegno sottile?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:<br />
+ non vide mei di me chi vide il vero,<br />
+ quant’ io calcai, fin che chinato givi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or superbite, e via col viso altero,<br />
+ figliuoli d’Eva, e non chinate il volto<br />
+ sì che veggiate il vostro mal sentero!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più era già per noi del monte vòlto<br />
+ e del cammin del sole assai più speso<br />
+ che non stimava l’animo non sciolto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando colui che sempre innanzi atteso<br />
+ andava, cominciò: «Drizza la testa;<br />
+ non è più tempo di gir sì sospeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi colà un angel che s’appresta<br />
+ per venir verso noi; vedi che torna<br />
+ dal servigio del dì l’ancella sesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,<br />
+ sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;<br />
+ pensa che questo dì mai non raggiorna!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era ben del suo ammonir uso<br />
+ pur di non perder tempo, sì che ’n quella<br />
+ materia non potea parlarmi chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A noi venìa la creatura bella,<br />
+ biancovestito e ne la faccia quale<br />
+ par tremolando mattutina stella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;<br />
+ disse: «Venite: qui son presso i gradi,<br />
+ e agevolemente omai si sale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A questo invito vegnon molto radi:<br />
+ o gente umana, per volar sù nata,<br />
+ perché a poco vento così cadi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Menocci ove la roccia era tagliata;<br />
+ quivi mi batté l’ali per la fronte;<br />
+ poi mi promise sicura l’andata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a man destra, per salire al monte<br />
+ dove siede la chiesa che soggioga<br />
+ la ben guidata sopra Rubaconte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si rompe del montar l’ardita foga<br />
+ per le scalee che si fero ad etade<br />
+ ch’era sicuro il quaderno e la doga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così s’allenta la ripa che cade<br />
+ quivi ben ratta da l’altro girone;<br />
+ ma quinci e quindi l’alta pietra rade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,<br />
+ ‘Beati pauperes spiritu!’ voci<br />
+ cantaron sì, che nol diria sermone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quanto son diverse quelle foci<br />
+ da l’infernali! ché quivi per canti<br />
+ s’entra, e là giù per lamenti feroci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già montavam su per li scaglion santi,<br />
+ ed esser mi parea troppo più lieve<br />
+ che per lo pian non mi parea davanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve<br />
+ levata s’è da me, che nulla quasi<br />
+ per me fatica, andando, si riceve?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose: «Quando i P che son rimasi<br />
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,<br />
+ saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,<br />
+ che non pur non fatica sentiranno,<br />
+ ma fia diletto loro esser sù pinti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor fec’ io come color che vanno<br />
+ con cosa in capo non da lor saputa,<br />
+ se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che la mano ad accertar s’aiuta,<br />
+ e cerca e truova e quello officio adempie<br />
+ che non si può fornir per la veduta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e con le dita de la destra scempie<br />
+ trovai pur sei le lettere che ’ncise<br />
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:<br />
+</p>
+
+<p>
+ a che guardando, il mio duca sorrise.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap13"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XIII
+</h3>
+
+<p>
+ Noi eravamo al sommo de la scala,<br />
+ dove secondamente si risega<br />
+ lo monte che salendo altrui dismala.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi così una cornice lega<br />
+ dintorno il poggio, come la primaia;<br />
+ se non che l’arco suo più tosto piega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ombra non lì è né segno che si paia:<br />
+ parsi la ripa e parsi la via schietta<br />
+ col livido color de la petraia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,<br />
+ ragionava il poeta, «io temo forse<br />
+ che troppo avrà d’indugio nostra eletta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;<br />
+ fece del destro lato a muover centro,<br />
+ e la sinistra parte di sé torse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce lume a cui fidanza i’ entro<br />
+ per lo novo cammin, tu ne conduci»,<br />
+ dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;<br />
+ s’altra ragione in contrario non ponta,<br />
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,<br />
+ tanto di là eravam noi già iti,<br />
+ con poco tempo, per la voglia pronta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e verso noi volar furon sentiti,<br />
+ non però visti, spiriti parlando<br />
+ a la mensa d’amor cortesi inviti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La prima voce che passò volando<br />
+ ‘Vinum non habent’ altamente disse,<br />
+ e dietro a noi l’andò reïterando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E prima che del tutto non si udisse<br />
+ per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’<br />
+ passò gridando, e anco non s’affisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».<br />
+ E com’ io domandai, ecco la terza<br />
+ dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza<br />
+ la colpa de la invidia, e però sono<br />
+ tratte d’amor le corde de la ferza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;<br />
+ credo che l’udirai, per mio avviso,<br />
+ prima che giunghi al passo del perdono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,<br />
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br />
+ e ciascun è lungo la grotta assiso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora più che prima li occhi apersi;<br />
+ guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti<br />
+ al color de la pietra non diversi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi che fummo un poco più avanti,<br />
+ udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:<br />
+ gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che per terra vada ancoi<br />
+ omo sì duro, che non fosse punto<br />
+ per compassion di quel ch’i’ vidi poi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, quando fui sì presso di lor giunto,<br />
+ che li atti loro a me venivan certi,<br />
+ per li occhi fui di grave dolor munto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,<br />
+ e l’un sofferia l’altro con la spalla,<br />
+ e tutti da la ripa eran sofferti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così li ciechi a cui la roba falla,<br />
+ stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,<br />
+ e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché ’n altrui pietà tosto si pogna,<br />
+ non pur per lo sonar de le parole,<br />
+ ma per la vista che non meno agogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a li orbi non approda il sole,<br />
+ così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,<br />
+ luce del ciel di sé largir non vole;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra<br />
+ e cusce sì, come a sparvier selvaggio<br />
+ si fa però che queto non dimora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,<br />
+ veggendo altrui, non essendo veduto:<br />
+ per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;<br />
+ e però non attese mia dimanda,<br />
+ ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio mi venìa da quella banda<br />
+ de la cornice onde cader si puote,<br />
+ perché da nulla sponda s’inghirlanda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ da l’altra parte m’eran le divote<br />
+ ombre, che per l’orribile costura<br />
+ premevan sì, che bagnavan le gote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volsimi a loro e: «O gente sicura»,<br />
+ incominciai, «di veder l’alto lume<br />
+ che ’l disio vostro solo ha in sua cura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se tosto grazia resolva le schiume<br />
+ di vostra coscïenza sì che chiaro<br />
+ per essa scenda de la mente il fiume,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi, ché mi fia grazioso e caro,<br />
+ s’anima è qui tra voi che sia latina;<br />
+ e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O frate mio, ciascuna è cittadina<br />
+ d’una vera città; ma tu vuo’ dire<br />
+ che vivesse in Italia peregrina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo mi parve per risposta udire<br />
+ più innanzi alquanto che là dov’ io stava,<br />
+ ond’ io mi feci ancor più là sentire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava<br />
+ in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,<br />
+ lo mento a guisa d’orbo in sù levava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,<br />
+ se tu se’ quelli che mi rispondesti,<br />
+ fammiti conto o per luogo o per nome».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io fui sanese», rispuose, «e con questi<br />
+ altri rimendo qui la vita ria,<br />
+ lagrimando a colui che sé ne presti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Savia non fui, avvegna che Sapìa<br />
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br />
+ più lieta assai che di ventura mia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perché tu non creda ch’io t’inganni,<br />
+ odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,<br />
+ già discendendo l’arco d’i miei anni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Eran li cittadin miei presso a Colle<br />
+ in campo giunti co’ loro avversari,<br />
+ e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari<br />
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,<br />
+ letizia presi a tutte altre dispari,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,<br />
+ gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,<br />
+ come fé ’l merlo per poca bonaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pace volli con Dio in su lo stremo<br />
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe<br />
+ lo mio dover per penitenza scemo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe<br />
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br />
+ a cui di me per caritate increbbe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tu chi se’, che nostre condizioni<br />
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br />
+ sì com’ io credo, e spirando ragioni?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,<br />
+ ma picciol tempo, ché poca è l’offesa<br />
+ fatta per esser con invidia vòlti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Troppa è più la paura ond’ è sospesa<br />
+ l’anima mia del tormento di sotto,<br />
+ che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto<br />
+ qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».<br />
+ E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vivo sono; e però mi richiedi,<br />
+ spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova<br />
+ di là per te ancor li mortai piedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,<br />
+ rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;<br />
+ però col priego tuo talor mi giova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E cheggioti, per quel che tu più brami,<br />
+ se mai calchi la terra di Toscana,<br />
+ che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu li vedrai tra quella gente vana<br />
+ che spera in Talamone, e perderagli<br />
+ più di speranza ch’a trovar la Diana;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma più vi perderanno li ammiragli».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap14"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XIV
+</h3>
+
+<p>
+ «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia<br />
+ prima che morte li abbia dato il volo,<br />
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;<br />
+ domandal tu che più li t’avvicini,<br />
+ e dolcemente, sì che parli, acco’lo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così due spirti, l’uno a l’altro chini,<br />
+ ragionavan di me ivi a man dritta;<br />
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse l’uno: «O anima che fitta<br />
+ nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,<br />
+ per carità ne consola e ne ditta<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde vieni e chi se’; ché tu ne fai<br />
+ tanto maravigliar de la tua grazia,<br />
+ quanto vuol cosa che non fu più mai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Per mezza Toscana si spazia<br />
+ un fiumicel che nasce in Falterona,<br />
+ e cento miglia di corso nol sazia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sovr’ esso rech’ io questa persona:<br />
+ dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,<br />
+ ché ’l nome mio ancor molto non suona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno<br />
+ con lo ’ntelletto», allora mi rispuose<br />
+ quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’altro disse lui: «Perché nascose<br />
+ questi il vocabol di quella riviera,<br />
+ pur com’ om fa de l’orribili cose?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’ombra che di ciò domandata era,<br />
+ si sdebitò così: «Non so; ma degno<br />
+ ben è che ’l nome di tal valle pèra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché dal principio suo, ov’ è sì pregno<br />
+ l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,<br />
+ che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ infin là ’ve si rende per ristoro<br />
+ di quel che ’l ciel de la marina asciuga,<br />
+ ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vertù così per nimica si fuga<br />
+ da tutti come biscia, o per sventura<br />
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ hanno sì mutata lor natura<br />
+ li abitator de la misera valle,<br />
+ che par che Circe li avesse in pastura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra brutti porci, più degni di galle<br />
+ che d’altro cibo fatto in uman uso,<br />
+ dirizza prima il suo povero calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Botoli trova poi, venendo giuso,<br />
+ ringhiosi più che non chiede lor possa,<br />
+ e da lor disdegnosa torce il muso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,<br />
+ tanto più trova di can farsi lupi<br />
+ la maladetta e sventurata fossa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Discesa poi per più pelaghi cupi,<br />
+ trova le volpi sì piene di froda,<br />
+ che non temono ingegno che le occùpi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;<br />
+ e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta<br />
+ di ciò che vero spirto mi disnoda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio tuo nepote che diventa<br />
+ cacciator di quei lupi in su la riva<br />
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vende la carne loro essendo viva;<br />
+ poscia li ancide come antica belva;<br />
+ molti di vita e sé di pregio priva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanguinoso esce de la trista selva;<br />
+ lasciala tal, che di qui a mille anni<br />
+ ne lo stato primaio non si rinselva».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ a l’annunzio di dogliosi danni<br />
+ si turba il viso di colui ch’ascolta,<br />
+ da qual che parte il periglio l’assanni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ io l’altr’ anima, che volta<br />
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br />
+ poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo dir de l’una e de l’altra la vista<br />
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,<br />
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che lo spirto che di pria parlòmi<br />
+ ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca<br />
+ nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca<br />
+ tanto sua grazia, non ti sarò scarso;<br />
+ però sappi ch’io fui Guido del Duca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,<br />
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,<br />
+ visto m’avresti di livore sparso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di mia semente cotal paglia mieto;<br />
+ o gente umana, perché poni ’l core<br />
+ là ’v’ è mestier di consorte divieto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore<br />
+ de la casa da Calboli, ove nullo<br />
+ fatto s’è reda poi del suo valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur lo suo sangue è fatto brullo,<br />
+ tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,<br />
+ del ben richesto al vero e al trastullo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché dentro a questi termini è ripieno<br />
+ di venenosi sterpi, sì che tardi<br />
+ per coltivare omai verrebber meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br />
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br />
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br />
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br />
+ verga gentil di picciola gramigna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,<br />
+ quando rimembro, con Guido da Prata,<br />
+ Ugolin d’Azzo che vivette nosco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Federigo Tignoso e sua brigata,<br />
+ la casa Traversara e li Anastagi<br />
+ (e l’una gente e l’altra è diretata),<br />
+</p>
+
+<p>
+ le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi<br />
+ che ne ’nvogliava amore e cortesia<br />
+ là dove i cuor son fatti sì malvagi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Bretinoro, ché non fuggi via,<br />
+ poi che gita se n’è la tua famiglia<br />
+ e molta gente per non esser ria?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br />
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br />
+ che di figliar tai conti più s’impiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio<br />
+ lor sen girà; ma non però che puro<br />
+ già mai rimagna d’essi testimonio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Ugolin de’ Fantolin, sicuro<br />
+ è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta<br />
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta<br />
+ troppo di pianger più che di parlare,<br />
+ sì m’ha nostra ragion la mente stretta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi sapavam che quell’ anime care<br />
+ ci sentivano andar; però, tacendo,<br />
+ facëan noi del cammin confidare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fummo fatti soli procedendo,<br />
+ folgore parve quando l’aere fende,<br />
+ voce che giunse di contra dicendo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;<br />
+ e fuggì come tuon che si dilegua,<br />
+ se sùbito la nuvola scoscende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,<br />
+ ed ecco l’altra con sì gran fracasso,<br />
+ che somigliò tonar che tosto segua:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io sono Aglauro che divenni sasso»;<br />
+ e allor, per ristrignermi al poeta,<br />
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era l’aura d’ogne parte queta;<br />
+ ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo<br />
+ che dovria l’uom tener dentro a sua meta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo<br />
+ de l’antico avversaro a sé vi tira;<br />
+ e però poco val freno o richiamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,<br />
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,<br />
+ e l’occhio vostro pur a terra mira;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde vi batte chi tutto discerne».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap15"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XV
+</h3>
+
+<p>
+ Quanto tra l’ultimar de l’ora terza<br />
+ e ’l principio del dì par de la spera<br />
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto pareva già inver’ la sera<br />
+ essere al sol del suo corso rimaso;<br />
+ vespero là, e qui mezza notte era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,<br />
+ perché per noi girato era sì ’l monte,<br />
+ che già dritti andavamo inver’ l’occaso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io senti’ a me gravar la fronte<br />
+ a lo splendore assai più che di prima,<br />
+ e stupor m’eran le cose non conte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ io levai le mani inver’ la cima<br />
+ de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,<br />
+ che del soverchio visibile lima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando da l’acqua o da lo specchio<br />
+ salta lo raggio a l’opposita parte,<br />
+ salendo su per lo modo parecchio<br />
+</p>
+
+<p>
+ a quel che scende, e tanto si diparte<br />
+ dal cader de la pietra in igual tratta,<br />
+ sì come mostra esperïenza e arte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così mi parve da luce rifratta<br />
+ quivi dinanzi a me esser percosso;<br />
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Che è quel, dolce padre, a che non posso<br />
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia»,<br />
+ diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia<br />
+ la famiglia del cielo», a me rispuose:<br />
+ «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto sarà ch’a veder queste cose<br />
+ non ti fia grave, ma fieti diletto<br />
+ quanto natura a sentir ti dispuose».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi giunti fummo a l’angel benedetto,<br />
+ con lieta voce disse: «Intrate quinci<br />
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi montavam, già partiti di linci,<br />
+ e ‘Beati misericordes!’ fue<br />
+ cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro e io soli amendue<br />
+ suso andavamo; e io pensai, andando,<br />
+ prode acquistar ne le parole sue;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dirizza’mi a lui sì dimandando:<br />
+ «Che volse dir lo spirto di Romagna,<br />
+ e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna<br />
+ conosce il danno; e però non s’ammiri<br />
+ se ne riprende perché men si piagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perché s’appuntano i vostri disiri<br />
+ dove per compagnia parte si scema,<br />
+ invidia move il mantaco a’ sospiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se l’amor de la spera supprema<br />
+ torcesse in suso il disiderio vostro,<br />
+ non vi sarebbe al petto quella tema;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,<br />
+ tanto possiede più di ben ciascuno,<br />
+ e più di caritate arde in quel chiostro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io son d’esser contento più digiuno»,<br />
+ diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,<br />
+ e più di dubbio ne la mente aduno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ esser puote ch’un ben, distributo<br />
+ in più posseditor, faccia più ricchi<br />
+ di sé che se da pochi è posseduto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Però che tu rificchi<br />
+ la mente pur a le cose terrene,<br />
+ di vera luce tenebre dispicchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quello infinito e ineffabil bene<br />
+ che là sù è, così corre ad amore<br />
+ com’ a lucido corpo raggio vene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto si dà quanto trova d’ardore;<br />
+ sì che, quantunque carità si stende,<br />
+ cresce sovr’ essa l’etterno valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quanta gente più là sù s’intende,<br />
+ più v’è da bene amare, e più vi s’ama,<br />
+ e come specchio l’uno a l’altro rende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se la mia ragion non ti disfama,<br />
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br />
+ ti torrà questa e ciascun’ altra brama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,<br />
+ come son già le due, le cinque piaghe,<br />
+ che si richiudon per esser dolente».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,<br />
+ vidimi giunto in su l’altro girone,<br />
+ sì che tacer mi fer le luci vaghe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi mi parve in una visïone<br />
+ estatica di sùbito esser tratto,<br />
+ e vedere in un tempio più persone;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e una donna, in su l’entrar, con atto<br />
+ dolce di madre dicer: «Figliuol mio,<br />
+ perché hai tu così verso noi fatto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br />
+ ti cercavamo». E come qui si tacque,<br />
+ ciò che pareva prima, dispario.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi m’apparve un’altra con quell’ acque<br />
+ giù per le gote che ’l dolor distilla<br />
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dir: «Se tu se’ sire de la villa<br />
+ del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,<br />
+ e onde ogne scïenza disfavilla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vendica te di quelle braccia ardite<br />
+ ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».<br />
+ E ’l segnor mi parea, benigno e mite,<br />
+</p>
+
+<p>
+ risponder lei con viso temperato:<br />
+ «Che farem noi a chi mal ne disira,<br />
+ se quei che ci ama è per noi condannato?»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi vidi genti accese in foco d’ira<br />
+ con pietre un giovinetto ancider, forte<br />
+ gridando a sé pur: «Martira, martira!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E lui vedea chinarsi, per la morte<br />
+ che l’aggravava già, inver’ la terra,<br />
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ orando a l’alto Sire, in tanta guerra,<br />
+ che perdonasse a’ suoi persecutori,<br />
+ con quello aspetto che pietà diserra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando l’anima mia tornò di fori<br />
+ a le cose che son fuor di lei vere,<br />
+ io riconobbi i miei non falsi errori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio, che mi potea vedere<br />
+ far sì com’ om che dal sonno si slega,<br />
+ disse: «Che hai che non ti puoi tenere,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma se’ venuto più che mezza lega<br />
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,<br />
+ a guisa di cui vino o sonno piega?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,<br />
+ io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve<br />
+ quando le gambe mi furon sì tolte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ei: «Se tu avessi cento larve<br />
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br />
+ le tue cogitazion, quantunque parve.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò che vedesti fu perché non scuse<br />
+ d’aprir lo core a l’acque de la pace<br />
+ che da l’etterno fonte son diffuse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non dimandai “Che hai?” per quel che face<br />
+ chi guarda pur con l’occhio che non vede,<br />
+ quando disanimato il corpo giace;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dimandai per darti forza al piede:<br />
+ così frugar conviensi i pigri, lenti<br />
+ ad usar lor vigilia quando riede».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam per lo vespero, attenti<br />
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi<br />
+ contra i raggi serotini e lucenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br />
+ verso di noi come la notte oscuro;<br />
+ né da quello era loco da cansarsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap16"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XVI
+</h3>
+
+<p>
+ Buio d’inferno e di notte privata<br />
+ d’ogne pianeto, sotto pover cielo,<br />
+ quant’ esser può di nuvol tenebrata,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non fece al viso mio sì grosso velo<br />
+ come quel fummo ch’ivi ci coperse,<br />
+ né a sentir di così aspro pelo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l’occhio stare aperto non sofferse;<br />
+ onde la scorta mia saputa e fida<br />
+ mi s’accostò e l’omero m’offerse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come cieco va dietro a sua guida<br />
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br />
+ in cosa che ’l molesti, o forse ancida,<br />
+</p>
+
+<p>
+ m’andava io per l’aere amaro e sozzo,<br />
+ ascoltando il mio duca che diceva<br />
+ pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva<br />
+ pregar per pace e per misericordia<br />
+ l’Agnel di Dio che le peccata leva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;<br />
+ una parola in tutte era e un modo,<br />
+ sì che parea tra esse ogne concordia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,<br />
+ diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,<br />
+ e d’iracundia van solvendo il nodo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,<br />
+ e di noi parli pur come se tue<br />
+ partissi ancor lo tempo per calendi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così per una voce detto fue;<br />
+ onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,<br />
+ e domanda se quinci si va sùe».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «O creatura che ti mondi<br />
+ per tornar bella a colui che ti fece,<br />
+ maraviglia udirai, se mi secondi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io ti seguiterò quanto mi lece»,<br />
+ rispuose; «e se veder fummo non lascia,<br />
+ l’udir ci terrà giunti in quella vece».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora incominciai: «Con quella fascia<br />
+ che la morte dissolve men vo suso,<br />
+ e venni qui per l’infernale ambascia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,<br />
+ tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte<br />
+ per modo tutto fuor del moderno uso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,<br />
+ ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;<br />
+ e tue parole fier le nostre scorte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;<br />
+ del mondo seppi, e quel valore amai<br />
+ al quale ha or ciascun disteso l’arco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per montar sù dirittamente vai».<br />
+ Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego<br />
+ che per me prieghi quando sù sarai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Per fede mi ti lego<br />
+ di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio<br />
+ dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima era scempio, e ora è fatto doppio<br />
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo<br />
+ qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mondo è ben così tutto diserto<br />
+ d’ogne virtute, come tu mi sone,<br />
+ e di malizia gravido e coverto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma priego che m’addite la cagione,<br />
+ sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;<br />
+ ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,<br />
+ mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,<br />
+ lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voi che vivete ogne cagion recate<br />
+ pur suso al cielo, pur come se tutto<br />
+ movesse seco di necessitate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se così fosse, in voi fora distrutto<br />
+ libero arbitrio, e non fora giustizia<br />
+ per ben letizia, e per male aver lutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br />
+ non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,<br />
+ lume v’è dato a bene e a malizia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e libero voler; che, se fatica<br />
+ ne le prime battaglie col ciel dura,<br />
+ poi vince tutto, se ben si notrica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A maggior forza e a miglior natura<br />
+ liberi soggiacete; e quella cria<br />
+ la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, se ’l mondo presente disvia,<br />
+ in voi è la cagione, in voi si cheggia;<br />
+ e io te ne sarò or vera spia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esce di mano a lui che la vagheggia<br />
+ prima che sia, a guisa di fanciulla<br />
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’anima semplicetta che sa nulla,<br />
+ salvo che, mossa da lieto fattore,<br />
+ volontier torna a ciò che la trastulla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di picciol bene in pria sente sapore;<br />
+ quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,<br />
+ se guida o fren non torce suo amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde convenne legge per fren porre;<br />
+ convenne rege aver, che discernesse<br />
+ de la vera cittade almen la torre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br />
+ Nullo, però che ’l pastor che procede,<br />
+ rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che la gente, che sua guida vede<br />
+ pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,<br />
+ di quel si pasce, e più oltre non chiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben puoi veder che la mala condotta<br />
+ è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,<br />
+ e non natura che ’n voi sia corrotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,<br />
+ due soli aver, che l’una e l’altra strada<br />
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada<br />
+ col pasturale, e l’un con l’altro insieme<br />
+ per viva forza mal convien che vada;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che, giunti, l’un l’altro non teme:<br />
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,<br />
+ ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In sul paese ch’Adice e Po riga,<br />
+ solea valore e cortesia trovarsi,<br />
+ prima che Federigo avesse briga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ or può sicuramente indi passarsi<br />
+ per qualunque lasciasse, per vergogna<br />
+ di ragionar coi buoni o d’appressarsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna<br />
+ l’antica età la nova, e par lor tardo<br />
+ che Dio a miglior vita li ripogna:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo<br />
+ e Guido da Castel, che mei si noma,<br />
+ francescamente, il semplice Lombardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dì oggimai che la Chiesa di Roma,<br />
+ per confondere in sé due reggimenti,<br />
+ cade nel fango, e sé brutta e la soma».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;<br />
+ e or discerno perché dal retaggio<br />
+ li figli di Levì furono essenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio<br />
+ di’ ch’è rimaso de la gente spenta,<br />
+ in rimprovèro del secol selvaggio?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,<br />
+ rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,<br />
+ par che del buon Gherardo nulla senta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per altro sopranome io nol conosco,<br />
+ s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.<br />
+ Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi l’albor che per lo fummo raia<br />
+ già biancheggiare, e me convien partirmi<br />
+ (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così tornò, e più non volle udirmi.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap17"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XVII
+</h3>
+
+<p>
+ Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe<br />
+ ti colse nebbia per la qual vedessi<br />
+ non altrimenti che per pelle talpe,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come, quando i vapori umidi e spessi<br />
+ a diradar cominciansi, la spera<br />
+ del sol debilemente entra per essi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fia la tua imagine leggera<br />
+ in giugnere a veder com’ io rividi<br />
+ lo sole in pria, che già nel corcar era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi<br />
+ del mio maestro, usci’ fuor di tal nube<br />
+ ai raggi morti già ne’ bassi lidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O imaginativa che ne rube<br />
+ talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge<br />
+ perché dintorno suonin mille tube,<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi move te, se ’l senso non ti porge?<br />
+ Moveti lume che nel ciel s’informa,<br />
+ per sé o per voler che giù lo scorge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De l’empiezza di lei che mutò forma<br />
+ ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,<br />
+ ne l’imagine mia apparve l’orma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qui fu la mia mente sì ristretta<br />
+ dentro da sé, che di fuor non venìa<br />
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi piovve dentro a l’alta fantasia<br />
+ un crucifisso, dispettoso e fero<br />
+ ne la sua vista, e cotal si moria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ intorno ad esso era il grande Assüero,<br />
+ Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,<br />
+ che fu al dire e al far così intero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come questa imagine rompeo<br />
+ sé per sé stessa, a guisa d’una bulla<br />
+ cui manca l’acqua sotto qual si feo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ surse in mia visïone una fanciulla<br />
+ piangendo forte, e dicea: «O regina,<br />
+ perché per ira hai voluto esser nulla?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancisa t’hai per non perder Lavina;<br />
+ or m’hai perduta! Io son essa che lutto,<br />
+ madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si frange il sonno ove di butto<br />
+ nova luce percuote il viso chiuso,<br />
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’imaginar mio cadde giuso<br />
+ tosto che lume il volto mi percosse,<br />
+ maggior assai che quel ch’è in nostro uso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,<br />
+ quando una voce disse «Qui si monta»,<br />
+ che da ogne altro intento mi rimosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fece la mia voglia tanto pronta<br />
+ di riguardar chi era che parlava,<br />
+ che mai non posa, se non si raffronta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come al sol che nostra vista grava<br />
+ e per soverchio sua figura vela,<br />
+ così la mia virtù quivi mancava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Questo è divino spirito, che ne la<br />
+ via da ir sù ne drizza sanza prego,<br />
+ e col suo lume sé medesmo cela.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;<br />
+ ché quale aspetta prego e l’uopo vede,<br />
+ malignamente già si mette al nego.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;<br />
+ procacciam di salir pria che s’abbui,<br />
+ ché poi non si poria, se ’l dì non riede».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così disse il mio duca, e io con lui<br />
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;<br />
+ e tosto ch’io al primo grado fui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ senti’mi presso quasi un muover d’ala<br />
+ e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati<br />
+ pacifici, che son sanz’ ira mala!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eran sovra noi tanto levati<br />
+ li ultimi raggi che la notte segue,<br />
+ che le stelle apparivan da più lati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,<br />
+ fra me stesso dicea, ché mi sentiva<br />
+ la possa de le gambe posta in triegue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam dove più non saliva<br />
+ la scala sù, ed eravamo affissi,<br />
+ pur come nave ch’a la piaggia arriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io attesi un poco, s’io udissi<br />
+ alcuna cosa nel novo girone;<br />
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dolce mio padre, dì, quale offensione<br />
+ si purga qui nel giro dove semo?<br />
+ Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo<br />
+ del suo dover, quiritta si ristora;<br />
+ qui si ribatte il mal tardato remo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché più aperto intendi ancora,<br />
+ volgi la mente a me, e prenderai<br />
+ alcun buon frutto di nostra dimora».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Né creator né creatura mai»,<br />
+ cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,<br />
+ o naturale o d’animo; e tu ’l sai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo naturale è sempre sanza errore,<br />
+ ma l’altro puote errar per malo obietto<br />
+ o per troppo o per poco di vigore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,<br />
+ e ne’ secondi sé stesso misura,<br />
+ esser non può cagion di mal diletto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma quando al mal si torce, o con più cura<br />
+ o con men che non dee corre nel bene,<br />
+ contra ’l fattore adovra sua fattura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci comprender puoi ch’esser convene<br />
+ amor sementa in voi d’ogne virtute<br />
+ e d’ogne operazion che merta pene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or, perché mai non può da la salute<br />
+ amor del suo subietto volger viso,<br />
+ da l’odio proprio son le cose tute;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e perché intender non si può diviso,<br />
+ e per sé stante, alcuno esser dal primo,<br />
+ da quello odiare ogne effetto è deciso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Resta, se dividendo bene stimo,<br />
+ che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso<br />
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ È chi, per esser suo vicin soppresso,<br />
+ spera eccellenza, e sol per questo brama<br />
+ ch’el sia di sua grandezza in basso messo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ è chi podere, grazia, onore e fama<br />
+ teme di perder perch’ altri sormonti,<br />
+ onde s’attrista sì che ’l contrario ama;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed è chi per ingiuria par ch’aonti,<br />
+ sì che si fa de la vendetta ghiotto,<br />
+ e tal convien che ’l male altrui impronti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo triforme amor qua giù di sotto<br />
+ si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,<br />
+ che corre al ben con ordine corrotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciascun confusamente un bene apprende<br />
+ nel qual si queti l’animo, e disira;<br />
+ per che di giugner lui ciascun contende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se lento amore a lui veder vi tira<br />
+ o a lui acquistar, questa cornice,<br />
+ dopo giusto penter, ve ne martira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Altro ben è che non fa l’uom felice;<br />
+ non è felicità, non è la buona<br />
+ essenza, d’ogne ben frutto e radice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,<br />
+ di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;<br />
+ ma come tripartito si ragiona,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap18"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Posto avea fine al suo ragionamento<br />
+ l’alto dottore, e attento guardava<br />
+ ne la mia vista s’io parea contento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io, cui nova sete ancor frugava,<br />
+ di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse<br />
+ lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quel padre verace, che s’accorse<br />
+ del timido voler che non s’apriva,<br />
+ parlando, di parlare ardir mi porse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva<br />
+ sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro<br />
+ quanto la tua ragion parta o descriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però ti prego, dolce padre caro,<br />
+ che mi dimostri amore, a cui reduci<br />
+ ogne buono operare e ’l suo contraro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci<br />
+ de lo ’ntelletto, e fieti manifesto<br />
+ l’error de’ ciechi che si fanno duci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’animo, ch’è creato ad amar presto,<br />
+ ad ogne cosa è mobile che piace,<br />
+ tosto che dal piacere in atto è desto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vostra apprensiva da esser verace<br />
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br />
+ sì che l’animo ad essa volger face;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se, rivolto, inver’ di lei si piega,<br />
+ quel piegare è amor, quell’ è natura<br />
+ che per piacer di novo in voi si lega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come ’l foco movesi in altura<br />
+ per la sua forma ch’è nata a salire<br />
+ là dove più in sua matera dura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’animo preso entra in disire,<br />
+ ch’è moto spiritale, e mai non posa<br />
+ fin che la cosa amata il fa gioire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti puote apparer quant’ è nascosa<br />
+ la veritate a la gente ch’avvera<br />
+ ciascun amore in sé laudabil cosa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che forse appar la sua matera<br />
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno<br />
+ è buono, ancor che buona sia la cera».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,<br />
+ rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,<br />
+ ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, s’amore è di fuori a noi offerto<br />
+ e l’anima non va con altro piede,<br />
+ se dritta o torta va, non è suo merto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,<br />
+ dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta<br />
+ pur a Beatrice, ch’è opra di fede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ogne forma sustanzïal, che setta<br />
+ è da matera ed è con lei unita,<br />
+ specifica vertute ha in sé colletta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la qual sanza operar non è sentita,<br />
+ né si dimostra mai che per effetto,<br />
+ come per verdi fronde in pianta vita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, là onde vegna lo ’ntelletto<br />
+ de le prime notizie, omo non sape,<br />
+ e de’ primi appetibili l’affetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che sono in voi sì come studio in ape<br />
+ di far lo mele; e questa prima voglia<br />
+ merto di lode o di biasmo non cape.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,<br />
+ innata v’è la virtù che consiglia,<br />
+ e de l’assenso de’ tener la soglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ è ’l principio là onde si piglia<br />
+ ragion di meritare in voi, secondo<br />
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Color che ragionando andaro al fondo,<br />
+ s’accorser d’esta innata libertate;<br />
+ però moralità lasciaro al mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde, poniam che di necessitate<br />
+ surga ogne amor che dentro a voi s’accende,<br />
+ di ritenerlo è in voi la podestate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La nobile virtù Beatrice intende<br />
+ per lo libero arbitrio, e però guarda<br />
+ che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».<br />
+</p>
+
+<p>
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,<br />
+ facea le stelle a noi parer più rade,<br />
+ fatta com’ un secchion che tuttor arda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e correa contro ’l ciel per quelle strade<br />
+ che ’l sole infiamma allor che quel da Roma<br />
+ tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quell’ ombra gentil per cui si noma<br />
+ Pietola più che villa mantoana,<br />
+ del mio carcar diposta avea la soma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’io, che la ragione aperta e piana<br />
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,<br />
+ stava com’ om che sonnolento vana.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br />
+ subitamente da gente che dopo<br />
+ le nostre spalle a noi era già volta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale Ismeno già vide e Asopo<br />
+ lungo di sè di notte furia e calca,<br />
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal per quel giron suo passo falca,<br />
+ per quel ch’io vidi di color, venendo,<br />
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo<br />
+ si movea tutta quella turba magna;<br />
+ e due dinanzi gridavan piangendo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Maria corse con fretta a la montagna;<br />
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br />
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda<br />
+ per poco amor», gridavan li altri appresso,<br />
+ «che studio di ben far grazia rinverda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O gente in cui fervore aguto adesso<br />
+ ricompie forse negligenza e indugio<br />
+ da voi per tepidezza in ben far messo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questi che vive, e certo i’ non vi bugio,<br />
+ vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;<br />
+ però ne dite ond’ è presso il pertugio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parole furon queste del mio duca;<br />
+ e un di quelli spirti disse: «Vieni<br />
+ di retro a noi, e troverai la buca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,<br />
+ che restar non potem; però perdona,<br />
+ se villania nostra giustizia tieni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui abate in San Zeno a Verona<br />
+ sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,<br />
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tale ha già l’un piè dentro la fossa,<br />
+ che tosto piangerà quel monastero,<br />
+ e tristo fia d’avere avuta possa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché suo figlio, mal del corpo intero,<br />
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,<br />
+ ha posto in loco di suo pastor vero».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non so se più disse o s’ei si tacque,<br />
+ tant’ era già di là da noi trascorso;<br />
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quei che m’era ad ogne uopo soccorso<br />
+ disse: «Volgiti qua: vedine due<br />
+ venir dando a l’accidïa di morso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di retro a tutti dicean: «Prima fue<br />
+ morta la gente a cui il mar s’aperse,<br />
+ che vedesse Iordan le rede sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella che l’affanno non sofferse<br />
+ fino a la fine col figlio d’Anchise,<br />
+ sé stessa a vita sanza gloria offerse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi quando fuor da noi tanto divise<br />
+ quell’ ombre, che veder più non potiersi,<br />
+ novo pensiero dentro a me si mise,<br />
+</p>
+
+<p>
+ del qual più altri nacquero e diversi;<br />
+ e tanto d’uno in altro vaneggiai,<br />
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l pensamento in sogno trasmutai.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap19"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XIX
+</h3>
+
+<p>
+ Ne l’ora che non può ’l calor dïurno<br />
+ intepidar più ’l freddo de la luna,<br />
+ vinto da terra, e talor da Saturno<br />
+</p>
+
+<p>
+ —quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br />
+ veggiono in orïente, innanzi a l’alba,<br />
+ surger per via che poco le sta bruna—,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi venne in sogno una femmina balba,<br />
+ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,<br />
+ con le man monche, e di colore scialba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io la mirava; e come ’l sol conforta<br />
+ le fredde membra che la notte aggrava,<br />
+ così lo sguardo mio le facea scorta<br />
+</p>
+
+<p>
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava<br />
+ in poco d’ora, e lo smarrito volto,<br />
+ com’ amor vuol, così le colorava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,<br />
+ cominciava a cantar sì, che con pena<br />
+ da lei avrei mio intento rivolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io son», cantava, «io son dolce serena,<br />
+ che ’ marinari in mezzo mar dismago;<br />
+ tanto son di piacere a sentir piena!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br />
+ al canto mio; e qual meco s’ausa,<br />
+ rado sen parte; sì tutto l’appago!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor non era sua bocca richiusa,<br />
+ quand’ una donna apparve santa e presta<br />
+ lunghesso me per far colei confusa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,<br />
+ fieramente dicea; ed el venìa<br />
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra prendea, e dinanzi l’apria<br />
+ fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;<br />
+ quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre<br />
+ voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;<br />
+ troviam l’aperta per la qual tu entre».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sù mi levai, e tutti eran già pieni<br />
+ de l’alto dì i giron del sacro monte,<br />
+ e andavam col sol novo a le reni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Seguendo lui, portava la mia fronte<br />
+ come colui che l’ha di pensier carca,<br />
+ che fa di sé un mezzo arco di ponte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»<br />
+ parlare in modo soave e benigno,<br />
+ qual non si sente in questa mortal marca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con l’ali aperte, che parean di cigno,<br />
+ volseci in sù colui che sì parlonne<br />
+ tra due pareti del duro macigno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mosse le penne poi e ventilonne,<br />
+ ‘Qui lugent’ affermando esser beati,<br />
+ ch’avran di consolar l’anime donne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,<br />
+ la guida mia incominciò a dirmi,<br />
+ poco amendue da l’angel sormontati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Con tanta sospeccion fa irmi<br />
+ novella visïon ch’a sé mi piega,<br />
+ sì ch’io non posso dal pensar partirmi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Vedesti», disse, «quell’antica strega<br />
+ che sola sovr’ a noi omai si piagne;<br />
+ vedesti come l’uom da lei si slega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br />
+ li occhi rivolgi al logoro che gira<br />
+ lo rege etterno con le rote magne».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,<br />
+ indi si volge al grido e si protende<br />
+ per lo disio del pasto che là il tira,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende<br />
+ la roccia per dar via a chi va suso,<br />
+ n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,<br />
+ vidi gente per esso che piangea,<br />
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Adhaesit pavimento anima mea’<br />
+ sentia dir lor con sì alti sospiri,<br />
+ che la parola a pena s’intendea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O eletti di Dio, li cui soffriri<br />
+ e giustizia e speranza fa men duri,<br />
+ drizzate noi verso li alti saliri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se voi venite dal giacer sicuri,<br />
+ e volete trovar la via più tosto,<br />
+ le vostre destre sien sempre di fori».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così pregò ’l poeta, e sì risposto<br />
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io<br />
+ nel parlare avvisai l’altro nascosto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br />
+ ond’ elli m’assentì con lieto cenno<br />
+ ciò che chiedea la vista del disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ch’io potei di me fare a mio senno,<br />
+ trassimi sovra quella creatura<br />
+ le cui parole pria notar mi fenno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: «Spirto in cui pianger matura<br />
+ quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,<br />
+ sosta un poco per me tua maggior cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi fosti e perché vòlti avete i dossi<br />
+ al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri<br />
+ cosa di là ond’ io vivendo mossi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Perché i nostri diretri<br />
+ rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima<br />
+ scias quod ego fui successor Petri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intra Sïestri e Chiaveri s’adima<br />
+ una fiumana bella, e del suo nome<br />
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un mese e poco più prova’ io come<br />
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br />
+ che piuma sembran tutte l’altre some.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La mia conversïone, omè!, fu tarda;<br />
+ ma, come fatto fui roman pastore,<br />
+ così scopersi la vita bugiarda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi che lì non s’acquetava il core,<br />
+ né più salir potiesi in quella vita;<br />
+ per che di questa in me s’accese amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fino a quel punto misera e partita<br />
+ da Dio anima fui, del tutto avara;<br />
+ or, come vedi, qui ne son punita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara<br />
+ in purgazion de l’anime converse;<br />
+ e nulla pena il monte ha più amara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come l’occhio nostro non s’aderse<br />
+ in alto, fisso a le cose terrene,<br />
+ così giustizia qui a terra il merse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come avarizia spense a ciascun bene<br />
+ lo nostro amore, onde operar perdési,<br />
+ così giustizia qui stretti ne tene,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ne’ piedi e ne le man legati e presi;<br />
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,<br />
+ tanto staremo immobili e distesi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io m’era inginocchiato e volea dire;<br />
+ ma com’ io cominciai ed el s’accorse,<br />
+ solo ascoltando, del mio reverire,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».<br />
+ E io a lui: «Per vostra dignitate<br />
+ mia coscïenza dritto mi rimorse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,<br />
+ rispuose; «non errar: conservo sono<br />
+ teco e con li altri ad una podestate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se mai quel santo evangelico suono<br />
+ che dice ‘Neque nubent’ intendesti,<br />
+ ben puoi veder perch’ io così ragiono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;<br />
+ ché la tua stanza mio pianger disagia,<br />
+ col qual maturo ciò che tu dicesti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,<br />
+ buona da sé, pur che la nostra casa<br />
+ non faccia lei per essempro malvagia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questa sola di là m’è rimasa».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap20"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XX
+</h3>
+
+<p>
+ Contra miglior voler voler mal pugna;<br />
+ onde contra ’l piacer mio, per piacerli,<br />
+ trassi de l’acqua non sazia la spugna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li<br />
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,<br />
+ come si va per muro stretto a’ merli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la gente che fonde a goccia a goccia<br />
+ per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,<br />
+ da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maladetta sie tu, antica lupa,<br />
+ che più che tutte l’altre bestie hai preda<br />
+ per la tua fame sanza fine cupa!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O ciel, nel cui girar par che si creda<br />
+ le condizion di qua giù trasmutarsi,<br />
+ quando verrà per cui questa disceda?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br />
+ e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia<br />
+ pietosamente piangere e lagnarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e per ventura udi’ «Dolce Maria!»<br />
+ dinanzi a noi chiamar così nel pianto<br />
+ come fa donna che in parturir sia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e seguitar: «Povera fosti tanto,<br />
+ quanto veder si può per quello ospizio<br />
+ dove sponesti il tuo portato santo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,<br />
+ con povertà volesti anzi virtute<br />
+ che gran ricchezza posseder con vizio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole m’eran sì piaciute,<br />
+ ch’io mi trassi oltre per aver contezza<br />
+ di quello spirto onde parean venute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esso parlava ancor de la larghezza<br />
+ che fece Niccolò a le pulcelle,<br />
+ per condurre ad onor lor giovinezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O anima che tanto ben favelle,<br />
+ dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola<br />
+ tu queste degne lode rinovelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fia sanza mercé la tua parola,<br />
+ s’io ritorno a compiér lo cammin corto<br />
+ di quella vita ch’al termine vola».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto<br />
+ ch’io attenda di là, ma perché tanta<br />
+ grazia in te luce prima che sie morto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui radice de la mala pianta<br />
+ che la terra cristiana tutta aduggia,<br />
+ sì che buon frutto rado se ne schianta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br />
+ potesser, tosto ne saria vendetta;<br />
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;<br />
+ di me son nati i Filippi e i Luigi<br />
+ per cui novellamente è Francia retta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:<br />
+ quando li regi antichi venner meno<br />
+ tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ trova’mi stretto ne le mani il freno<br />
+ del governo del regno, e tanta possa<br />
+ di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’a la corona vedova promossa<br />
+ la testa di mio figlio fu, dal quale<br />
+ cominciar di costor le sacrate ossa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che la gran dota provenzale<br />
+ al sangue mio non tolse la vergogna,<br />
+ poco valea, ma pur non facea male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì cominciò con forza e con menzogna<br />
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br />
+ Pontì e Normandia prese e Guascogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br />
+ vittima fé di Curradino; e poi<br />
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,<br />
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br />
+ per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia<br />
+ con la qual giostrò Giuda, e quella ponta<br />
+ sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi non terra, ma peccato e onta<br />
+ guadagnerà, per sé tanto più grave,<br />
+ quanto più lieve simil danno conta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro, che già uscì preso di nave,<br />
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne<br />
+ come fanno i corsar de l’altre schiave.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O avarizia, che puoi tu più farne,<br />
+ poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,<br />
+ che non si cura de la propria carne?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,<br />
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br />
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veggiolo un’altra volta esser deriso;<br />
+ veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,<br />
+ e tra vivi ladroni esser anciso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veggio il novo Pilato sì crudele,<br />
+ che ciò nol sazia, ma sanza decreto<br />
+ portar nel Tempio le cupide vele.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Segnor mio, quando sarò io lieto<br />
+ a veder la vendetta che, nascosa,<br />
+ fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa<br />
+ de lo Spirito Santo e che ti fece<br />
+ verso me volger per alcuna chiosa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto è risposto a tutte nostre prece<br />
+ quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,<br />
+ contrario suon prendemo in quella vece.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi repetiam Pigmalïon allotta,<br />
+ cui traditore e ladro e paricida<br />
+ fece la voglia sua de l’oro ghiotta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la miseria de l’avaro Mida,<br />
+ che seguì a la sua dimanda gorda,<br />
+ per la qual sempre convien che si rida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,<br />
+ come furò le spoglie, sì che l’ira<br />
+ di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi accusiam col marito Saffira;<br />
+ lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;<br />
+ e in infamia tutto ’l monte gira<br />
+</p>
+
+<p>
+ Polinestòr ch’ancise Polidoro;<br />
+ ultimamente ci si grida: “Crasso,<br />
+ dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Talor parla l’uno alto e l’altro basso,<br />
+ secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona<br />
+ ora a maggiore e ora a minor passo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però al ben che ’l dì ci si ragiona,<br />
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso<br />
+ non alzava la voce altra persona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam partiti già da esso,<br />
+ e brigavam di soverchiar la strada<br />
+ tanto quanto al poder n’era permesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io senti’, come cosa che cada,<br />
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br />
+ qual prender suol colui ch’a morte vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Certo non si scoteo sì forte Delo,<br />
+ pria che Latona in lei facesse ’l nido<br />
+ a parturir li due occhi del cielo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò da tutte parti un grido<br />
+ tal, che ’l maestro inverso me si feo,<br />
+ dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’<br />
+ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,<br />
+ onde intender lo grido si poteo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ No’ istavamo immobili e sospesi<br />
+ come i pastor che prima udir quel canto,<br />
+ fin che ’l tremar cessò ed el compiési.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br />
+ guardando l’ombre che giacean per terra,<br />
+ tornate già in su l’usato pianto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br />
+ mi fé desideroso di sapere,<br />
+ se la memoria mia in ciò non erra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanta pareami allor, pensando, avere;<br />
+ né per la fretta dimandare er’ oso,<br />
+ né per me lì potea cosa vedere:<br />
+</p>
+
+<p>
+ così m’andava timido e pensoso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap21"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXI
+</h3>
+
+<p>
+ La sete natural che mai non sazia<br />
+ se non con l’acqua onde la femminetta<br />
+ samaritana domandò la grazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi travagliava, e pungeami la fretta<br />
+ per la ’mpacciata via dietro al mio duca,<br />
+ e condoleami a la giusta vendetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco, sì come ne scrive Luca<br />
+ che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,<br />
+ già surto fuor de la sepulcral buca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,<br />
+ dal piè guardando la turba che giace;<br />
+ né ci addemmo di lei, sì parlò pria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».<br />
+ Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio<br />
+ rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò: «Nel beato concilio<br />
+ ti ponga in pace la verace corte<br />
+ che me rilega ne l’etterno essilio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:<br />
+ «se voi siete ombre che Dio sù non degni,<br />
+ chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni<br />
+ che questi porta e che l’angel profila,<br />
+ ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché lei che dì e notte fila<br />
+ non li avea tratta ancora la conocchia<br />
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,<br />
+ venendo sù, non potea venir sola,<br />
+ però ch’al nostro modo non adocchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola<br />
+ d’inferno per mostrarli, e mosterrolli<br />
+ oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli<br />
+ diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una<br />
+ parve gridare infino a’ suoi piè molli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi diè, dimandando, per la cruna<br />
+ del mio disio, che pur con la speranza<br />
+ si fece la mia sete men digiuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei cominciò: «Cosa non è che sanza<br />
+ ordine senta la religïone<br />
+ de la montagna, o che sia fuor d’usanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Libero è qui da ogne alterazione:<br />
+ di quel che ’l ciel da sé in sé riceve<br />
+ esser ci puote, e non d’altro, cagione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,<br />
+ non rugiada, non brina più sù cade<br />
+ che la scaletta di tre gradi breve;<br />
+</p>
+
+<p>
+ nuvole spesse non paion né rade,<br />
+ né coruscar, né figlia di Taumante,<br />
+ che di là cangia sovente contrade;<br />
+</p>
+
+<p>
+ secco vapor non surge più avante<br />
+ ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,<br />
+ dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trema forse più giù poco o assai;<br />
+ ma per vento che ’n terra si nasconda,<br />
+ non so come, qua sù non tremò mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tremaci quando alcuna anima monda<br />
+ sentesi, sì che surga o che si mova<br />
+ per salir sù; e tal grido seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De la mondizia sol voler fa prova,<br />
+ che, tutto libero a mutar convento,<br />
+ l’alma sorprende, e di voler le giova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br />
+ che divina giustizia, contra voglia,<br />
+ come fu al peccar, pone al tormento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che son giaciuto a questa doglia<br />
+ cinquecent’ anni e più, pur mo sentii<br />
+ libera volontà di miglior soglia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però sentisti il tremoto e li pii<br />
+ spiriti per lo monte render lode<br />
+ a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ne disse; e però ch’el si gode<br />
+ tanto del ber quant’ è grande la sete,<br />
+ non saprei dir quant’ el mi fece prode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l savio duca: «Omai veggio la rete<br />
+ che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,<br />
+ perché ci trema e di che congaudete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,<br />
+ e perché tanti secoli giaciuto<br />
+ qui se’, ne le parole tue mi cappia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto<br />
+ del sommo rege, vendicò le fóra<br />
+ ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ col nome che più dura e più onora<br />
+ era io di là», rispuose quello spirto,<br />
+ «famoso assai, ma non con fede ancora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br />
+ che, tolosano, a sé mi trasse Roma,<br />
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Stazio la gente ancor di là mi noma:<br />
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br />
+ ma caddi in via con la seconda soma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Al mio ardor fuor seme le faville,<br />
+ che mi scaldar, de la divina fiamma<br />
+ onde sono allumati più di mille;<br />
+</p>
+
+<p>
+ de l’Eneïda dico, la qual mamma<br />
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:<br />
+ sanz’ essa non fermai peso di dramma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E per esser vivuto di là quando<br />
+ visse Virgilio, assentirei un sole<br />
+ più che non deggio al mio uscir di bando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volser Virgilio a me queste parole<br />
+ con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;<br />
+ ma non può tutto la virtù che vuole;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché riso e pianto son tanto seguaci<br />
+ a la passion di che ciascun si spicca,<br />
+ che men seguon voler ne’ più veraci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;<br />
+ per che l’ombra si tacque, e riguardommi<br />
+ ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e «Se tanto labore in bene assommi»,<br />
+ disse, «perché la tua faccia testeso<br />
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or son io d’una parte e d’altra preso:<br />
+ l’una mi fa tacer, l’altra scongiura<br />
+ ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso<br />
+</p>
+
+<p>
+ dal mio maestro, e «Non aver paura»,<br />
+ mi dice, «di parlar; ma parla e digli<br />
+ quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,<br />
+ antico spirto, del rider ch’io fei;<br />
+ ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi che guida in alto li occhi miei,<br />
+ è quel Virgilio dal qual tu togliesti<br />
+ forte a cantar de li uomini e d’i dèi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se cagion altra al mio rider credesti,<br />
+ lasciala per non vera, ed esser credi<br />
+ quelle parole che di lui dicesti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già s’inchinava ad abbracciar li piedi<br />
+ al mio dottor, ma el li disse: «Frate,<br />
+ non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate<br />
+ comprender de l’amor ch’a te mi scalda,<br />
+ quand’ io dismento nostra vanitate,<br />
+</p>
+
+<p>
+ trattando l’ombre come cosa salda».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap22"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXII
+</h3>
+
+<p>
+ Già era l’angel dietro a noi rimaso,<br />
+ l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,<br />
+ avendomi dal viso un colpo raso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quei c’hanno a giustizia lor disiro<br />
+ detto n’avea beati, e le sue voci<br />
+ con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io più lieve che per l’altre foci<br />
+ m’andava, sì che sanz’ alcun labore<br />
+ seguiva in sù li spiriti veloci;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando Virgilio incominciò: «Amore,<br />
+ acceso di virtù, sempre altro accese,<br />
+ pur che la fiamma sua paresse fore;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde da l’ora che tra noi discese<br />
+ nel limbo de lo ’nferno Giovenale,<br />
+ che la tua affezion mi fé palese,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mia benvoglienza inverso te fu quale<br />
+ più strinse mai di non vista persona,<br />
+ sì ch’or mi parran corte queste scale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona<br />
+ se troppa sicurtà m’allarga il freno,<br />
+ e come amico omai meco ragiona:<br />
+</p>
+
+<p>
+ come poté trovar dentro al tuo seno<br />
+ loco avarizia, tra cotanto senno<br />
+ di quanto per tua cura fosti pieno?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole Stazio mover fenno<br />
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:<br />
+ «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente più volte appaion cose<br />
+ che danno a dubitar falsa matera<br />
+ per le vere ragion che son nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua dimanda tuo creder m’avvera<br />
+ esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,<br />
+ forse per quella cerchia dov’ io era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sappi ch’avarizia fu partita<br />
+ troppo da me, e questa dismisura<br />
+ migliaia di lunari hanno punita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se non fosse ch’io drizzai mia cura,<br />
+ quand’ io intesi là dove tu chiame,<br />
+ crucciato quasi a l’umana natura:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Per che non reggi tu, o sacra fame<br />
+ de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,<br />
+ voltando sentirei le giostre grame.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali<br />
+ potean le mani a spendere, e pente’mi<br />
+ così di quel come de li altri mali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quanti risurgeran coi crini scemi<br />
+ per ignoranza, che di questa pecca<br />
+ toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sappie che la colpa che rimbecca<br />
+ per dritta opposizione alcun peccato,<br />
+ con esso insieme qui suo verde secca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però, s’io son tra quella gente stato<br />
+ che piange l’avarizia, per purgarmi,<br />
+ per lo contrario suo m’è incontrato».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or quando tu cantasti le crude armi<br />
+ de la doppia trestizia di Giocasta»,<br />
+ disse ’l cantor de’ buccolici carmi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «per quello che Clïò teco lì tasta,<br />
+ non par che ti facesse ancor fedele<br />
+ la fede, sanza qual ben far non basta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se così è, qual sole o quai candele<br />
+ ti stenebraron sì, che tu drizzasti<br />
+ poscia di retro al pescator le vele?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti<br />
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br />
+ e prima appresso Dio m’alluminasti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Facesti come quei che va di notte,<br />
+ che porta il lume dietro e sé non giova,<br />
+ ma dopo sé fa le persone dotte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando dicesti: ‘Secol si rinova;<br />
+ torna giustizia e primo tempo umano,<br />
+ e progenïe scende da ciel nova’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per te poeta fui, per te cristiano:<br />
+ ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,<br />
+ a colorare stenderò la mano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era ’l mondo tutto quanto pregno<br />
+ de la vera credenza, seminata<br />
+ per li messaggi de l’etterno regno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la parola tua sopra toccata<br />
+ si consonava a’ nuovi predicanti;<br />
+ ond’ io a visitarli presi usata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vennermi poi parendo tanto santi,<br />
+ che, quando Domizian li perseguette,<br />
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e mentre che di là per me si stette,<br />
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br />
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi<br />
+ di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;<br />
+ ma per paura chiuso cristian fu’mi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lungamente mostrando paganesmo;<br />
+ e questa tepidezza il quarto cerchio<br />
+ cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio<br />
+ che m’ascondeva quanto bene io dico,<br />
+ mentre che del salire avem soverchio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,<br />
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br />
+ dimmi se son dannati, e in qual vico».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Costoro e Persio e io e altri assai»,<br />
+ rispuose il duca mio, «siam con quel Greco<br />
+ che le Muse lattar più ch’altri mai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel primo cinghio del carcere cieco;<br />
+ spesse fïate ragioniam del monte<br />
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Euripide v’è nosco e Antifonte,<br />
+ Simonide, Agatone e altri piùe<br />
+ Greci che già di lauro ornar la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi si veggion de le genti tue<br />
+ Antigone, Deïfile e Argia,<br />
+ e Ismene sì trista come fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Védeisi quella che mostrò Langia;<br />
+ èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br />
+ e con le suore sue Deïdamia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tacevansi ambedue già li poeti,<br />
+ di novo attenti a riguardar dintorno,<br />
+ liberi da saliri e da pareti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e già le quattro ancelle eran del giorno<br />
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br />
+ drizzando pur in sù l’ardente corno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo<br />
+ le destre spalle volger ne convegna,<br />
+ girando il monte come far solemo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così l’usanza fu lì nostra insegna,<br />
+ e prendemmo la via con men sospetto<br />
+ per l’assentir di quell’ anima degna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elli givan dinanzi, e io soletto<br />
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br />
+ ch’a poetar mi davano intelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br />
+ un alber che trovammo in mezza strada,<br />
+ con pomi a odorar soavi e buoni;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come abete in alto si digrada<br />
+ di ramo in ramo, così quello in giuso,<br />
+ cred’ io, perché persona sù non vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,<br />
+ cadea de l’alta roccia un liquor chiaro<br />
+ e si spandeva per le foglie suso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li due poeti a l’alber s’appressaro;<br />
+ e una voce per entro le fronde<br />
+ gridò: «Di questo cibo avrete caro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse: «Più pensava Maria onde<br />
+ fosser le nozze orrevoli e intere,<br />
+ ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E le Romane antiche, per lor bere,<br />
+ contente furon d’acqua; e Danïello<br />
+ dispregiò cibo e acquistò savere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo secol primo, quant’ oro fu bello,<br />
+ fé savorose con fame le ghiande,<br />
+ e nettare con sete ogne ruscello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mele e locuste furon le vivande<br />
+ che nodriro il Batista nel diserto;<br />
+ per ch’elli è glorïoso e tanto grande<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanto per lo Vangelio v’è aperto».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap23"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXIII
+</h3>
+
+<p>
+ Mentre che li occhi per la fronda verde<br />
+ ficcava ïo sì come far suole<br />
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo più che padre mi dicea: «Figliuole,<br />
+ vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto<br />
+ più utilmente compartir si vuole».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,<br />
+ appresso i savi, che parlavan sìe,<br />
+ che l’andar mi facean di nullo costo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco piangere e cantar s’udìe<br />
+ ‘Labïa mëa, Domine’ per modo<br />
+ tal, che diletto e doglia parturìe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,<br />
+ comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno<br />
+ forse di lor dover solvendo il nodo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come i peregrin pensosi fanno,<br />
+ giugnendo per cammin gente non nota,<br />
+ che si volgono ad essa e non restanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così di retro a noi, più tosto mota,<br />
+ venendo e trapassando ci ammirava<br />
+ d’anime turba tacita e devota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br />
+ palida ne la faccia, e tanto scema<br />
+ che da l’ossa la pelle s’informava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che così a buccia strema<br />
+ Erisittone fosse fatto secco,<br />
+ per digiunar, quando più n’ebbe tema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco<br />
+ la gente che perdé Ierusalemme,<br />
+ quando Maria nel figlio diè di becco!’<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parean l’occhiaie anella sanza gemme:<br />
+ chi nel viso de li uomini legge ‘omo’<br />
+ ben avria quivi conosciuta l’emme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi crederebbe che l’odor d’un pomo<br />
+ sì governasse, generando brama,<br />
+ e quel d’un’acqua, non sappiendo como?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era in ammirar che sì li affama,<br />
+ per la cagione ancor non manifesta<br />
+ di lor magrezza e di lor trista squama,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed ecco del profondo de la testa<br />
+ volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;<br />
+ poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mai non l’avrei riconosciuto al viso;<br />
+ ma ne la voce sua mi fu palese<br />
+ ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa favilla tutta mi raccese<br />
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,<br />
+ e ravvisai la faccia di Forese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia<br />
+ che mi scolora», pregava, «la pelle,<br />
+ né a difetto di carne ch’io abbia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle<br />
+ due anime che là ti fanno scorta;<br />
+ non rimaner che tu non mi favelle!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,<br />
+ mi dà di pianger mo non minor doglia»,<br />
+ rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;<br />
+ non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,<br />
+ ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «De l’etterno consiglio<br />
+ cade vertù ne l’acqua e ne la pianta<br />
+ rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutta esta gente che piangendo canta<br />
+ per seguitar la gola oltra misura,<br />
+ in fame e ’n sete qui si rifà santa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di bere e di mangiar n’accende cura<br />
+ l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo<br />
+ che si distende su per sua verdura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur una volta, questo spazzo<br />
+ girando, si rinfresca nostra pena:<br />
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché quella voglia a li alberi ci mena<br />
+ che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,<br />
+ quando ne liberò con la sua vena».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Forese, da quel dì<br />
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br />
+ cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se prima fu la possa in te finita<br />
+ di peccar più, che sovvenisse l’ora<br />
+ del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come se’ tu qua sù venuto ancora?<br />
+ Io ti credea trovar là giù di sotto,<br />
+ dove tempo per tempo si ristora».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto<br />
+ a ber lo dolce assenzo d’i martìri<br />
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br />
+ tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,<br />
+ e liberato m’ha de li altri giri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto è a Dio più cara e più diletta<br />
+ la vedovella mia, che molto amai,<br />
+ quanto in bene operare è più soletta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la Barbagia di Sardigna assai<br />
+ ne le femmine sue più è pudica<br />
+ che la Barbagia dov’ io la lasciai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?<br />
+ Tempo futuro m’è già nel cospetto,<br />
+ cui non sarà quest’ ora molto antica,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel qual sarà in pergamo interdetto<br />
+ a le sfacciate donne fiorentine<br />
+ l’andar mostrando con le poppe il petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br />
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,<br />
+ o spiritali o altre discipline?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se le svergognate fosser certe<br />
+ di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,<br />
+ già per urlare avrian le bocche aperte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, se l’antiveder qui non m’inganna,<br />
+ prima fien triste che le guance impeli<br />
+ colui che mo si consola con nanna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!<br />
+ vedi che non pur io, ma questa gente<br />
+ tutta rimira là dove ’l sol veli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente<br />
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,<br />
+ ancor fia grave il memorar presente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quella vita mi volse costui<br />
+ che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda<br />
+ vi si mostrò la suora di colui»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l sol mostrai; «costui per la profonda<br />
+ notte menato m’ha d’i veri morti<br />
+ con questa vera carne che ’l seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi m’han tratto sù li suoi conforti,<br />
+ salendo e rigirando la montagna<br />
+ che drizza voi che ’l mondo fece torti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto dice di farmi sua compagna<br />
+ che io sarò là dove fia Beatrice;<br />
+ quivi convien che sanza lui rimagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio è questi che così mi dice»,<br />
+ e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra<br />
+ per cuï scosse dianzi ogne pendice<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo vostro regno, che da sé lo sgombra».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap24"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXIV
+</h3>
+
+<p>
+ Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento<br />
+ facea, ma ragionando andavam forte,<br />
+ sì come nave pinta da buon vento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’ombre, che parean cose rimorte,<br />
+ per le fosse de li occhi ammirazione<br />
+ traean di me, di mio vivere accorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, continüando al mio sermone,<br />
+ dissi: «Ella sen va sù forse più tarda<br />
+ che non farebbe, per altrui cagione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;<br />
+ dimmi s’io veggio da notar persona<br />
+ tra questa gente che sì mi riguarda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La mia sorella, che tra bella e buona<br />
+ non so qual fosse più, trïunfa lieta<br />
+ ne l’alto Olimpo già di sua corona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta<br />
+ di nominar ciascun, da ch’è sì munta<br />
+ nostra sembianza via per la dïeta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,<br />
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br />
+ di là da lui più che l’altre trapunta<br />
+</p>
+
+<p>
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br />
+ dal Torso fu, e purga per digiuno<br />
+ l’anguille di Bolsena e la vernaccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti altri mi nomò ad uno ad uno;<br />
+ e del nomar parean tutti contenti,<br />
+ sì ch’io però non vidi un atto bruno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi per fame a vòto usar li denti<br />
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br />
+ che pasturò col rocco molte genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio<br />
+ già di bere a Forlì con men secchezza,<br />
+ e sì fu tal, che non si sentì sazio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza<br />
+ più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,<br />
+ che più parea di me aver contezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El mormorava; e non so che «Gentucca»<br />
+ sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga<br />
+ de la giustizia che sì li pilucca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O anima», diss’ io, «che par sì vaga<br />
+ di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,<br />
+ e te e me col tuo parlare appaga».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,<br />
+ cominciò el, «che ti farà piacere<br />
+ la mia città, come ch’om la riprenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu te n’andrai con questo antivedere:<br />
+ se nel mio mormorar prendesti errore,<br />
+ dichiareranti ancor le cose vere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore<br />
+ trasse le nove rime, cominciando<br />
+ ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «I’ mi son un che, quando<br />
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo<br />
+ ch’e’ ditta dentro vo significando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo<br />
+ che ’l Notaro e Guittone e me ritenne<br />
+ di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio ben come le vostre penne<br />
+ di retro al dittator sen vanno strette,<br />
+ che de le nostre certo non avvenne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qual più a gradire oltre si mette,<br />
+ non vede più da l’uno a l’altro stilo»;<br />
+ e, quasi contentato, si tacette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,<br />
+ alcuna volta in aere fanno schiera,<br />
+ poi volan più a fretta e vanno in filo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così tutta la gente che lì era,<br />
+ volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,<br />
+ e per magrezza e per voler leggera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’uom che di trottare è lasso,<br />
+ lascia andar li compagni, e sì passeggia<br />
+ fin che si sfoghi l’affollar del casso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì lasciò trapassar la santa greggia<br />
+ Forese, e dietro meco sen veniva,<br />
+ dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;<br />
+ ma già non fïa il tornar mio tantosto,<br />
+ ch’io non sia col voler prima a la riva;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che ’l loco u’ fui a viver posto,<br />
+ di giorno in giorno più di ben si spolpa,<br />
+ e a trista ruina par disposto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,<br />
+ vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto<br />
+ inver’ la valle ove mai non si scolpa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bestia ad ogne passo va più ratto,<br />
+ crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,<br />
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non hanno molto a volger quelle ruote»,<br />
+ e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro<br />
+ ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro<br />
+ in questo regno, sì ch’io perdo troppo<br />
+ venendo teco sì a paro a paro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo<br />
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,<br />
+ e va per farsi onor del primo intoppo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal si partì da noi con maggior valchi;<br />
+ e io rimasi in via con esso i due<br />
+ che fuor del mondo sì gran marescalchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando innanzi a noi intrato fue,<br />
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br />
+ come la mente a le parole sue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ parvermi i rami gravidi e vivaci<br />
+ d’un altro pomo, e non molto lontani<br />
+ per esser pur allora vòlto in laci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi gente sott’ esso alzar le mani<br />
+ e gridar non so che verso le fronde,<br />
+ quasi bramosi fantolini e vani<br />
+</p>
+
+<p>
+ che pregano, e ’l pregato non risponde,<br />
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br />
+ tien alto lor disio e nol nasconde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si partì sì come ricreduta;<br />
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,<br />
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Trapassate oltre sanza farvi presso:<br />
+ legno è più sù che fu morso da Eva,<br />
+ e questa pianta si levò da esso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì tra le frasche non so chi diceva;<br />
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br />
+ oltre andavam dal lato che si leva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti<br />
+ nei nuvoli formati, che, satolli,<br />
+ Tesëo combatter co’ doppi petti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,<br />
+ per che no i volle Gedeon compagni,<br />
+ quando inver’ Madïan discese i colli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì accostati a l’un d’i due vivagni<br />
+ passammo, udendo colpe de la gola<br />
+ seguite già da miseri guadagni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, rallargati per la strada sola,<br />
+ ben mille passi e più ci portar oltre,<br />
+ contemplando ciascun sanza parola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Che andate pensando sì voi sol tre?».<br />
+ sùbita voce disse; ond’ io mi scossi<br />
+ come fan bestie spaventate e poltre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;<br />
+ e già mai non si videro in fornace<br />
+ vetri o metalli sì lucenti e rossi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace<br />
+ montare in sù, qui si convien dar volta;<br />
+ quinci si va chi vuole andar per pace».<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’aspetto suo m’avea la vista tolta;<br />
+ per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,<br />
+ com’ om che va secondo ch’elli ascolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale, annunziatrice de li albori,<br />
+ l’aura di maggio movesi e olezza,<br />
+ tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi senti’ un vento dar per mezza<br />
+ la fronte, e ben senti’ mover la piuma,<br />
+ che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E senti’ dir: «Beati cui alluma<br />
+ tanto di grazia, che l’amor del gusto<br />
+ nel petto lor troppo disir non fuma,<br />
+</p>
+
+<p>
+ esurïendo sempre quanto è giusto!».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap25"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXV
+</h3>
+
+<p>
+ Ora era onde ’l salir non volea storpio;<br />
+ ché ’l sole avëa il cerchio di merigge<br />
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che, come fa l’uom che non s’affigge<br />
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br />
+ se di bisogno stimolo il trafigge,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così intrammo noi per la callaia,<br />
+ uno innanzi altro prendendo la scala<br />
+ che per artezza i salitor dispaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale il cicognin che leva l’ala<br />
+ per voglia di volare, e non s’attenta<br />
+ d’abbandonar lo nido, e giù la cala;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal era io con voglia accesa e spenta<br />
+ di dimandar, venendo infino a l’atto<br />
+ che fa colui ch’a dicer s’argomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,<br />
+ lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca<br />
+ l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor sicuramente apri’ la bocca<br />
+ e cominciai: «Come si può far magro<br />
+ là dove l’uopo di nodrir non tocca?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se t’ammentassi come Meleagro<br />
+ si consumò al consumar d’un stizzo,<br />
+ non fora», disse, «a te questo sì agro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,<br />
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,<br />
+ ciò che par duro ti parrebbe vizzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché dentro a tuo voler t’adage,<br />
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br />
+ che sia or sanator de le tue piage».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se la veduta etterna li dislego»,<br />
+ rispuose Stazio, «là dove tu sie,<br />
+ discolpi me non potert’ io far nego».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò: «Se le parole mie,<br />
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,<br />
+ lume ti fiero al come che tu die.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sangue perfetto, che poi non si beve<br />
+ da l’assetate vene, e si rimane<br />
+ quasi alimento che di mensa leve,<br />
+</p>
+
+<p>
+ prende nel core a tutte membra umane<br />
+ virtute informativa, come quello<br />
+ ch’a farsi quelle per le vene vane.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor digesto, scende ov’ è più bello<br />
+ tacer che dire; e quindi poscia geme<br />
+ sovr’ altrui sangue in natural vasello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,<br />
+ l’un disposto a patire, e l’altro a fare<br />
+ per lo perfetto loco onde si preme;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e, giunto lui, comincia ad operare<br />
+ coagulando prima, e poi avviva<br />
+ ciò che per sua matera fé constare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anima fatta la virtute attiva<br />
+ qual d’una pianta, in tanto differente,<br />
+ che questa è in via e quella è già a riva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto ovra poi, che già si move e sente,<br />
+ come spungo marino; e indi imprende<br />
+ ad organar le posse ond’ è semente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende<br />
+ la virtù ch’è dal cor del generante,<br />
+ dove natura a tutte membra intende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come d’animal divegna fante,<br />
+ non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,<br />
+ che più savio di te fé già errante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che per sua dottrina fé disgiunto<br />
+ da l’anima il possibile intelletto,<br />
+ perché da lui non vide organo assunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Apri a la verità che viene il petto;<br />
+ e sappi che, sì tosto come al feto<br />
+ l’articular del cerebro è perfetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo motor primo a lui si volge lieto<br />
+ sovra tant’ arte di natura, e spira<br />
+ spirito novo, di vertù repleto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ciò che trova attivo quivi, tira<br />
+ in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,<br />
+ che vive e sente e sé in sé rigira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perché meno ammiri la parola,<br />
+ guarda il calor del sole che si fa vino,<br />
+ giunto a l’omor che de la vite cola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando Làchesis non ha più del lino,<br />
+ solvesi da la carne, e in virtute<br />
+ ne porta seco e l’umano e ’l divino:<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’altre potenze tutte quante mute;<br />
+ memoria, intelligenza e volontade<br />
+ in atto molto più che prima agute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanza restarsi, per sé stessa cade<br />
+ mirabilmente a l’una de le rive;<br />
+ quivi conosce prima le sue strade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che loco lì la circunscrive,<br />
+ la virtù formativa raggia intorno<br />
+ così e quanto ne le membra vive.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’aere, quand’ è ben pïorno,<br />
+ per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,<br />
+ di diversi color diventa addorno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’aere vicin quivi si mette<br />
+ e in quella forma ch’è in lui suggella<br />
+ virtüalmente l’alma che ristette;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e simigliante poi a la fiammella<br />
+ che segue il foco là ’vunque si muta,<br />
+ segue lo spirto sua forma novella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però che quindi ha poscia sua paruta,<br />
+ è chiamata ombra; e quindi organa poi<br />
+ ciascun sentire infino a la veduta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br />
+ quindi facciam le lagrime e ’ sospiri<br />
+ che per lo monte aver sentiti puoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Secondo che ci affliggono i disiri<br />
+ e li altri affetti, l’ombra si figura;<br />
+ e quest’ è la cagion di che tu miri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già venuto a l’ultima tortura<br />
+ s’era per noi, e vòlto a la man destra,<br />
+ ed eravamo attenti ad altra cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br />
+ e la cornice spira fiato in suso<br />
+ che la reflette e via da lei sequestra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ ir ne convenia dal lato schiuso<br />
+ ad uno ad uno; e io temëa ’l foco<br />
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio dicea: «Per questo loco<br />
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br />
+ però ch’errar potrebbesi per poco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Summae Deus clementïae’ nel seno<br />
+ al grande ardore allora udi’ cantando,<br />
+ che di volger mi fé caler non meno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi spirti per la fiamma andando;<br />
+ per ch’io guardava a loro e a’ miei passi<br />
+ compartendo la vista a quando a quando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,<br />
+ gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;<br />
+ indi ricominciavan l’inno bassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Finitolo, anco gridavano: «Al bosco<br />
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne<br />
+ che di Venere avea sentito il tòsco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi al cantar tornavano; indi donne<br />
+ gridavano e mariti che fuor casti<br />
+ come virtute e matrimonio imponne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questo modo credo che lor basti<br />
+ per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:<br />
+ con tal cura conviene e con tai pasti<br />
+</p>
+
+<p>
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap26"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXVI
+</h3>
+
+<p>
+ Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,<br />
+ ce n’andavamo, e spesso il buon maestro<br />
+ diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ feriami il sole in su l’omero destro,<br />
+ che già, raggiando, tutto l’occidente<br />
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io facea con l’ombra più rovente<br />
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br />
+ vidi molt’ ombre, andando, poner mente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa fu la cagion che diede inizio<br />
+ loro a parlar di me; e cominciarsi<br />
+ a dir: «Colui non par corpo fittizio»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi verso me, quanto potëan farsi,<br />
+ certi si fero, sempre con riguardo<br />
+ di non uscir dove non fosser arsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu che vai, non per esser più tardo,<br />
+ ma forse reverente, a li altri dopo,<br />
+ rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né solo a me la tua risposta è uopo;<br />
+ ché tutti questi n’hanno maggior sete<br />
+ che d’acqua fredda Indo o Etïopo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinne com’ è che fai di te parete<br />
+ al sol, pur come tu non fossi ancora<br />
+ di morte intrato dentro da la rete».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora<br />
+ già manifesto, s’io non fossi atteso<br />
+ ad altra novità ch’apparve allora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché per lo mezzo del cammino acceso<br />
+ venne gente col viso incontro a questa,<br />
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì veggio d’ogne parte farsi presta<br />
+ ciascun’ ombra e basciarsi una con una<br />
+ sanza restar, contente a brieve festa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così per entro loro schiera bruna<br />
+ s’ammusa l’una con l’altra formica,<br />
+ forse a spïar lor via e lor fortuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che parton l’accoglienza amica,<br />
+ prima che ’l primo passo lì trascorra,<br />
+ sopragridar ciascuna s’affatica:<br />
+</p>
+
+<p>
+ la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;<br />
+ e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,<br />
+ perché ’l torello a sua lussuria corra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come grue ch’a le montagne Rife<br />
+ volasser parte, e parte inver’ l’arene,<br />
+ queste del gel, quelle del sole schife,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’una gente sen va, l’altra sen vene;<br />
+ e tornan, lagrimando, a’ primi canti<br />
+ e al gridar che più lor si convene;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e raccostansi a me, come davanti,<br />
+ essi medesmi che m’avean pregato,<br />
+ attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io, che due volte avea visto lor grato,<br />
+ incominciai: «O anime sicure<br />
+ d’aver, quando che sia, di pace stato,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non son rimase acerbe né mature<br />
+ le membra mie di là, ma son qui meco<br />
+ col sangue suo e con le sue giunture.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci sù vo per non esser più cieco;<br />
+ donna è di sopra che m’acquista grazia,<br />
+ per che ’l mortal per vostro mondo reco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia<br />
+ tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi<br />
+ ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,<br />
+ chi siete voi, e chi è quella turba<br />
+ che se ne va di retro a’ vostri terghi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti stupido si turba<br />
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,<br />
+ quando rozzo e salvatico s’inurba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ciascun’ ombra fece in sua paruta;<br />
+ ma poi che furon di stupore scarche,<br />
+ lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Beato te, che de le nostre marche»,<br />
+ ricominciò colei che pria m’inchiese,<br />
+ «per morir meglio, esperïenza imbarche!<br />
+</p>
+
+<p>
+ La gente che non vien con noi, offese<br />
+ di ciò per che già Cesar, trïunfando,<br />
+ “Regina” contra sé chiamar s’intese:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però si parton “Soddoma” gridando,<br />
+ rimproverando a sé com’ hai udito,<br />
+ e aiutan l’arsura vergognando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nostro peccato fu ermafrodito;<br />
+ ma perché non servammo umana legge,<br />
+ seguendo come bestie l’appetito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br />
+ quando partinci, il nome di colei<br />
+ che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br />
+ se forse a nome vuo’ saper chi semo,<br />
+ tempo non è di dire, e non saprei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Farotti ben di me volere scemo:<br />
+ son Guido Guinizzelli, e già mi purgo<br />
+ per ben dolermi prima ch’a lo stremo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo<br />
+ si fer due figli a riveder la madre,<br />
+ tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io odo nomar sé stesso il padre<br />
+ mio e de li altri miei miglior che mai<br />
+ rime d’amore usar dolci e leggiadre;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sanza udire e dir pensoso andai<br />
+ lunga fïata rimirando lui,<br />
+ né, per lo foco, in là più m’appressai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,<br />
+ tutto m’offersi pronto al suo servigio<br />
+ con l’affermar che fa credere altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,<br />
+ per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,<br />
+ che Letè nol può tòrre né far bigio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,<br />
+ dimmi che è cagion per che dimostri<br />
+ nel dire e nel guardar d’avermi caro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Li dolci detti vostri,<br />
+ che, quanto durerà l’uso moderno,<br />
+ faranno cari ancora i loro incostri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno<br />
+ col dito», e additò un spirto innanzi,<br />
+ «fu miglior fabbro del parlar materno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Versi d’amore e prose di romanzi<br />
+ soverchiò tutti; e lascia dir li stolti<br />
+ che quel di Lemosì credon ch’avanzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A voce più ch’al ver drizzan li volti,<br />
+ e così ferman sua oppinïone<br />
+ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così fer molti antichi di Guittone,<br />
+ di grido in grido pur lui dando pregio,<br />
+ fin che l’ha vinto il ver con più persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or se tu hai sì ampio privilegio,<br />
+ che licito ti sia l’andare al chiostro<br />
+ nel quale è Cristo abate del collegio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ falli per me un dir d’un paternostro,<br />
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,<br />
+ dove poter peccar non è più nostro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br />
+ che presso avea, disparve per lo foco,<br />
+ come per l’acqua il pesce andando al fondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br />
+ e dissi ch’al suo nome il mio disire<br />
+ apparecchiava grazïoso loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominciò liberamente a dire:<br />
+ «Tan m’abellis vostre cortes deman,<br />
+ qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br />
+ consiros vei la passada folor,<br />
+ e vei jausen lo joi qu’esper, denan.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ara vos prec, per aquella valor<br />
+ que vos guida al som de l’escalina,<br />
+ sovenha vos a temps de ma dolor!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi s’ascose nel foco che li affina.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap27"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXVII
+</h3>
+
+<p>
+ Sì come quando i primi raggi vibra<br />
+ là dove il suo fattor lo sangue sparse,<br />
+ cadendo Ibero sotto l’alta Libra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’onde in Gange da nona rïarse,<br />
+ sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,<br />
+ come l’angel di Dio lieto ci apparse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br />
+ e cantava ‘Beati mundo corde!’<br />
+ in voce assai più che la nostra viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia «Più non si va, se pria non morde,<br />
+ anime sante, il foco: intrate in esso,<br />
+ e al cantar di là non siate sorde»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ci disse come noi li fummo presso;<br />
+ per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,<br />
+ qual è colui che ne la fossa è messo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In su le man commesse mi protesi,<br />
+ guardando il foco e imaginando forte<br />
+ umani corpi già veduti accesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volsersi verso me le buone scorte;<br />
+ e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,<br />
+ qui può esser tormento, ma non morte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ricorditi, ricorditi! E se io<br />
+ sovresso Gerïon ti guidai salvo,<br />
+ che farò ora presso più a Dio?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Credi per certo che se dentro a l’alvo<br />
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,<br />
+ non ti potrebbe far d’un capel calvo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se tu forse credi ch’io t’inganni,<br />
+ fatti ver’ lei, e fatti far credenza<br />
+ con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pon giù omai, pon giù ogne temenza;<br />
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».<br />
+ E io pur fermo e contra coscïenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,<br />
+ turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:<br />
+ tra Bëatrice e te è questo muro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br />
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,<br />
+ allor che ’l gelso diventò vermiglio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, la mia durezza fatta solla,<br />
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome<br />
+ che ne la mente sempre mi rampolla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!<br />
+ volenci star di qua?»; indi sorrise<br />
+ come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br />
+ pregando Stazio che venisse retro,<br />
+ che pria per lunga strada ci divise.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro<br />
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br />
+ tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br />
+ pur di Beatrice ragionando andava,<br />
+ dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guidavaci una voce che cantava<br />
+ di là; e noi, attenti pur a lei,<br />
+ venimmo fuor là ove si montava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Venite, benedicti Patris mei’,<br />
+ sonò dentro a un lume che lì era,<br />
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;<br />
+ non v’arrestate, ma studiate il passo,<br />
+ mentre che l’occidente non si annera».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dritta salia la via per entro ’l sasso<br />
+ verso tal parte ch’io toglieva i raggi<br />
+ dinanzi a me del sol ch’era già basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,<br />
+ che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,<br />
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E pria che ’n tutte le sue parti immense<br />
+ fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,<br />
+ e notte avesse tutte sue dispense,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciascun di noi d’un grado fece letto;<br />
+ ché la natura del monte ci affranse<br />
+ la possa del salir più e ’l diletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali si stanno ruminando manse<br />
+ le capre, state rapide e proterve<br />
+ sovra le cime avante che sien pranse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,<br />
+ guardate dal pastor, che ’n su la verga<br />
+ poggiato s’è e lor di posa serve;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quale il mandrïan che fori alberga,<br />
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br />
+ guardando perché fiera non lo sperga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tali eravamo tutti e tre allotta,<br />
+ io come capra, ed ei come pastori,<br />
+ fasciati quinci e quindi d’alta grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco parer potea lì del di fori;<br />
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle<br />
+ di lor solere e più chiare e maggiori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì ruminando e sì mirando in quelle,<br />
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br />
+ anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne l’ora, credo, che de l’orïente<br />
+ prima raggiò nel monte Citerea,<br />
+ che di foco d’amor par sempre ardente,<br />
+</p>
+
+<p>
+ giovane e bella in sogno mi parea<br />
+ donna vedere andar per una landa<br />
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Sappia qualunque il mio nome dimanda<br />
+ ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno<br />
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;<br />
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga<br />
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga<br />
+ com’ io de l’addornarmi con le mani;<br />
+ lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già per li splendori antelucani,<br />
+ che tanto a’ pellegrin surgon più grati,<br />
+ quanto, tornando, albergan men lontani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ le tenebre fuggian da tutti lati,<br />
+ e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,<br />
+ veggendo i gran maestri già levati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quel dolce pome che per tanti rami<br />
+ cercando va la cura de’ mortali,<br />
+ oggi porrà in pace le tue fami».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio inverso me queste cotali<br />
+ parole usò; e mai non furo strenne<br />
+ che fosser di piacere a queste iguali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto voler sopra voler mi venne<br />
+ de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi<br />
+ al volo mi sentia crescer le penne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come la scala tutta sotto noi<br />
+ fu corsa e fummo in su ’l grado superno,<br />
+ in me ficcò Virgilio li occhi suoi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: «Il temporal foco e l’etterno<br />
+ veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte<br />
+ dov’ io per me più oltre non discerno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;<br />
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;<br />
+ fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;<br />
+ vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli<br />
+ che qui la terra sol da sé produce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br />
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br />
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non aspettar mio dir più né mio cenno;<br />
+ libero, dritto e sano è tuo arbitrio,<br />
+ e fallo fora non fare a suo senno:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’io te sovra te corono e mitrio».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap28"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Vago già di cercar dentro e dintorno<br />
+ la divina foresta spessa e viva,<br />
+ ch’a li occhi temperava il novo giorno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza più aspettar, lasciai la riva,<br />
+ prendendo la campagna lento lento<br />
+ su per lo suol che d’ogne parte auliva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un’aura dolce, sanza mutamento<br />
+ avere in sé, mi feria per la fronte<br />
+ non di più colpo che soave vento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per cui le fronde, tremolando, pronte<br />
+ tutte quante piegavano a la parte<br />
+ u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ non però dal loro esser dritto sparte<br />
+ tanto, che li augelletti per le cime<br />
+ lasciasser d’operare ogne lor arte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma con piena letizia l’ore prime,<br />
+ cantando, ricevieno intra le foglie,<br />
+ che tenevan bordone a le sue rime,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br />
+ per la pineta in su ’l lito di Chiassi,<br />
+ quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già m’avean trasportato i lenti passi<br />
+ dentro a la selva antica tanto, ch’io<br />
+ non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed ecco più andar mi tolse un rio,<br />
+ che ’nver’ sinistra con sue picciole onde<br />
+ piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutte l’acque che son di qua più monde,<br />
+ parrieno avere in sé mistura alcuna<br />
+ verso di quella, che nulla nasconde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ avvegna che si mova bruna bruna<br />
+ sotto l’ombra perpetüa, che mai<br />
+ raggiar non lascia sole ivi né luna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Coi piè ristetti e con li occhi passai<br />
+ di là dal fiumicello, per mirare<br />
+ la gran varïazion d’i freschi mai;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e là m’apparve, sì com’ elli appare<br />
+ subitamente cosa che disvia<br />
+ per maraviglia tutto altro pensare,<br />
+</p>
+
+<p>
+ una donna soletta che si gia<br />
+ e cantando e scegliendo fior da fiore<br />
+ ond’ era pinta tutta la sua via.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore<br />
+ ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti<br />
+ che soglion esser testimon del core,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vegnati in voglia di trarreti avanti»,<br />
+ diss’ io a lei, «verso questa rivera,<br />
+ tanto ch’io possa intender che tu canti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br />
+ Proserpina nel tempo che perdette<br />
+ la madre lei, ed ella primavera».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si volge, con le piante strette<br />
+ a terra e intra sé, donna che balli,<br />
+ e piede innanzi piede a pena mette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br />
+ fioretti verso me, non altrimenti<br />
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fece i prieghi miei esser contenti,<br />
+ sì appressando sé, che ’l dolce suono<br />
+ veniva a me co’ suoi intendimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che fu là dove l’erbe sono<br />
+ bagnate già da l’onde del bel fiume,<br />
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che splendesse tanto lume<br />
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta<br />
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella ridea da l’altra riva dritta,<br />
+ trattando più color con le sue mani,<br />
+ che l’alta terra sanza seme gitta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;<br />
+ ma Elesponto, là ’ve passò Serse,<br />
+ ancora freno a tutti orgogli umani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ più odio da Leandro non sofferse<br />
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,<br />
+ che quel da me perch’ allor non s’aperse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,<br />
+ cominciò ella, «in questo luogo eletto<br />
+ a l’umana natura per suo nido,<br />
+</p>
+
+<p>
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;<br />
+ ma luce rende il salmo Delectasti,<br />
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,<br />
+ dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta<br />
+ ad ogne tua question tanto che basti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta<br />
+ impugnan dentro a me novella fede<br />
+ di cosa ch’io udi’ contraria a questa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ella: «Io dicerò come procede<br />
+ per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,<br />
+ e purgherò la nebbia che ti fiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,<br />
+ fé l’uom buono e a bene, e questo loco<br />
+ diede per arr’ a lui d’etterna pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per sua difalta qui dimorò poco;<br />
+ per sua difalta in pianto e in affanno<br />
+ cambiò onesto riso e dolce gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perché ’l turbar che sotto da sé fanno<br />
+ l’essalazion de l’acqua e de la terra,<br />
+ che quanto posson dietro al calor vanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a l’uomo non facesse alcuna guerra,<br />
+ questo monte salìo verso ’l ciel tanto,<br />
+ e libero n’è d’indi ove si serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or perché in circuito tutto quanto<br />
+ l’aere si volge con la prima volta,<br />
+ se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in questa altezza ch’è tutta disciolta<br />
+ ne l’aere vivo, tal moto percuote,<br />
+ e fa sonar la selva perch’ è folta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la percossa pianta tanto puote,<br />
+ che de la sua virtute l’aura impregna<br />
+ e quella poi, girando, intorno scuote;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’altra terra, secondo ch’è degna<br />
+ per sé e per suo ciel, concepe e figlia<br />
+ di diverse virtù diverse legna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non parrebbe di là poi maraviglia,<br />
+ udito questo, quando alcuna pianta<br />
+ sanza seme palese vi s’appiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E saper dei che la campagna santa<br />
+ dove tu se’, d’ogne semenza è piena,<br />
+ e frutto ha in sé che di là non si schianta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’acqua che vedi non surge di vena<br />
+ che ristori vapor che gel converta,<br />
+ come fiume ch’acquista e perde lena;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma esce di fontana salda e certa,<br />
+ che tanto dal voler di Dio riprende,<br />
+ quant’ ella versa da due parti aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questa parte con virtù discende<br />
+ che toglie altrui memoria del peccato;<br />
+ da l’altra d’ogne ben fatto la rende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci Letè; così da l’altro lato<br />
+ Eünoè si chiama, e non adopra<br />
+ se quinci e quindi pria non è gustato:<br />
+</p>
+
+<p>
+ a tutti altri sapori esto è di sopra.<br />
+ E avvegna ch’assai possa esser sazia<br />
+ la sete tua perch’ io più non ti scuopra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ darotti un corollario ancor per grazia;<br />
+ né credo che ’l mio dir ti sia men caro,<br />
+ se oltre promession teco si spazia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelli ch’anticamente poetaro<br />
+ l’età de l’oro e suo stato felice,<br />
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui fu innocente l’umana radice;<br />
+ qui primavera sempre e ogne frutto;<br />
+ nettare è questo di che ciascun dice».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto<br />
+ a’ miei poeti, e vidi che con riso<br />
+ udito avëan l’ultimo costrutto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi a la bella donna torna’ il viso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap29"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXIX
+</h3>
+
+<p>
+ Cantando come donna innamorata,<br />
+ continüò col fin di sue parole:<br />
+ ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come ninfe che si givan sole<br />
+ per le salvatiche ombre, disïando<br />
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,<br />
+</p>
+
+<p>
+ allor si mosse contra ’l fiume, andando<br />
+ su per la riva; e io pari di lei,<br />
+ picciol passo con picciol seguitando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,<br />
+ quando le ripe igualmente dier volta,<br />
+ per modo ch’a levante mi rendei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né ancor fu così nostra via molta,<br />
+ quando la donna tutta a me si torse,<br />
+ dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco un lustro sùbito trascorse<br />
+ da tutte parti per la gran foresta,<br />
+ tal che di balenar mi mise in forse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché ’l balenar, come vien, resta,<br />
+ e quel, durando, più e più splendeva,<br />
+ nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E una melodia dolce correva<br />
+ per l’aere luminoso; onde buon zelo<br />
+ mi fé riprender l’ardimento d’Eva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che là dove ubidia la terra e ’l cielo,<br />
+ femmina, sola e pur testé formata,<br />
+ non sofferse di star sotto alcun velo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sotto ’l qual se divota fosse stata,<br />
+ avrei quelle ineffabili delizie<br />
+ sentite prima e più lunga fïata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr’ io m’andava tra tante primizie<br />
+ de l’etterno piacer tutto sospeso,<br />
+ e disïoso ancora a più letizie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br />
+ ci si fé l’aere sotto i verdi rami;<br />
+ e ’l dolce suon per canti era già inteso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O sacrosante Vergini, se fami,<br />
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br />
+ cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or convien che Elicona per me versi,<br />
+ e Uranìe m’aiuti col suo coro<br />
+ forti cose a pensar mettere in versi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco più oltre, sette alberi d’oro<br />
+ falsava nel parere il lungo tratto<br />
+ del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,<br />
+ che l’obietto comun, che ’l senso inganna,<br />
+ non perdea per distanza alcun suo atto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la virtù ch’a ragion discorso ammanna,<br />
+ sì com’ elli eran candelabri apprese,<br />
+ e ne le voci del cantare ‘Osanna’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br />
+ più chiaro assai che luna per sereno<br />
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi d’ammirazion pieno<br />
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br />
+ con vista carca di stupor non meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi rendei l’aspetto a l’alte cose<br />
+ che si movieno incontr’ a noi sì tardi,<br />
+ che foran vinte da novelle spose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La donna mi sgridò: «Perché pur ardi<br />
+ sì ne l’affetto de le vive luci,<br />
+ e ciò che vien di retro a lor non guardi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Genti vid’ io allor, come a lor duci,<br />
+ venire appresso, vestite di bianco;<br />
+ e tal candor di qua già mai non fuci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,<br />
+ e rendea me la mia sinistra costa,<br />
+ s’io riguardava in lei, come specchio anco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,<br />
+ che solo il fiume mi facea distante,<br />
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi le fiammelle andar davante,<br />
+ lasciando dietro a sé l’aere dipinto,<br />
+ e di tratti pennelli avean sembiante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che lì sopra rimanea distinto<br />
+ di sette liste, tutte in quei colori<br />
+ onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori<br />
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br />
+ diece passi distavan quei di fori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sotto così bel ciel com’ io diviso,<br />
+ ventiquattro seniori, a due a due,<br />
+ coronati venien di fiordaliso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti cantavan: «Benedicta tue<br />
+ ne le figlie d’Adamo, e benedette<br />
+ sieno in etterno le bellezze tue!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette<br />
+ a rimpetto di me da l’altra sponda<br />
+ libere fuor da quelle genti elette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì come luce luce in ciel seconda,<br />
+ vennero appresso lor quattro animali,<br />
+ coronati ciascun di verde fronda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ognuno era pennuto di sei ali;<br />
+ le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,<br />
+ se fosser vivi, sarebber cotali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A descriver lor forme più non spargo<br />
+ rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,<br />
+ tanto ch’a questa non posso esser largo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma leggi Ezechïel, che li dipigne<br />
+ come li vide da la fredda parte<br />
+ venir con vento e con nube e con igne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quali i troverai ne le sue carte,<br />
+ tali eran quivi, salvo ch’a le penne<br />
+ Giovanni è meco e da lui si diparte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br />
+ un carro, in su due rote, trïunfale,<br />
+ ch’al collo d’un grifon tirato venne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale<br />
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,<br />
+ sì ch’a nulla, fendendo, facea male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto salivan che non eran viste;<br />
+ le membra d’oro avea quant’ era uccello,<br />
+ e bianche l’altre, di vermiglio miste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non che Roma di carro così bello<br />
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br />
+ ma quel del Sol saria pover con ello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quel del Sol che, svïando, fu combusto<br />
+ per l’orazion de la Terra devota,<br />
+ quando fu Giove arcanamente giusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre donne in giro da la destra rota<br />
+ venian danzando; l’una tanto rossa<br />
+ ch’a pena fora dentro al foco nota;<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’altr’ era come se le carni e l’ossa<br />
+ fossero state di smeraldo fatte;<br />
+ la terza parea neve testé mossa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e or parëan da la bianca tratte,<br />
+ or da la rossa; e dal canto di questa<br />
+ l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da la sinistra quattro facean festa,<br />
+ in porpore vestite, dietro al modo<br />
+ d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso tutto il pertrattato nodo<br />
+ vidi due vecchi in abito dispari,<br />
+ ma pari in atto e onesto e sodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un si mostrava alcun de’ famigliari<br />
+ di quel sommo Ipocràte che natura<br />
+ a li animali fé ch’ell’ ha più cari;<br />
+</p>
+
+<p>
+ mostrava l’altro la contraria cura<br />
+ con una spada lucida e aguta,<br />
+ tal che di qua dal rio mi fé paura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi vidi quattro in umile paruta;<br />
+ e di retro da tutti un vecchio solo<br />
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questi sette col primaio stuolo<br />
+ erano abitüati, ma di gigli<br />
+ dintorno al capo non facëan brolo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ anzi di rose e d’altri fior vermigli;<br />
+ giurato avria poco lontano aspetto<br />
+ che tutti ardesser di sopra da’ cigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,<br />
+ un tuon s’udì, e quelle genti degne<br />
+ parvero aver l’andar più interdetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fermandosi ivi con le prime insegne.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap30"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXX
+</h3>
+
+<p>
+ Quando il settentrïon del primo cielo,<br />
+ che né occaso mai seppe né orto<br />
+ né d’altra nebbia che di colpa velo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che faceva lì ciascun accorto<br />
+ di suo dover, come ’l più basso face<br />
+ qual temon gira per venire a porto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fermo s’affisse: la gente verace,<br />
+ venuta prima tra ’l grifone ed esso,<br />
+ al carro volse sé come a sua pace;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e un di loro, quasi da ciel messo,<br />
+ ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando<br />
+ gridò tre volte, e tutti li altri appresso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali i beati al novissimo bando<br />
+ surgeran presti ognun di sua caverna,<br />
+ la revestita voce alleluiando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotali in su la divina basterna<br />
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,<br />
+ ministri e messaggier di vita etterna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,<br />
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,<br />
+ ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi già nel cominciar del giorno<br />
+ la parte orïental tutta rosata,<br />
+ e l’altro ciel di bel sereno addorno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la faccia del sol nascere ombrata,<br />
+ sì che per temperanza di vapori<br />
+ l’occhio la sostenea lunga fïata:<br />
+</p>
+
+<p>
+ così dentro una nuvola di fiori<br />
+ che da le mani angeliche saliva<br />
+ e ricadeva in giù dentro e di fori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sovra candido vel cinta d’uliva<br />
+ donna m’apparve, sotto verde manto<br />
+ vestita di color di fiamma viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E lo spirito mio, che già cotanto<br />
+ tempo era stato ch’a la sua presenza<br />
+ non era di stupor, tremando, affranto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza de li occhi aver più conoscenza,<br />
+ per occulta virtù che da lei mosse,<br />
+ d’antico amor sentì la gran potenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che ne la vista mi percosse<br />
+ l’alta virtù che già m’avea trafitto<br />
+ prima ch’io fuor di püerizia fosse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volsimi a la sinistra col respitto<br />
+ col quale il fantolin corre a la mamma<br />
+ quando ha paura o quando elli è afflitto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma<br />
+ di sangue m’è rimaso che non tremi:<br />
+ conosco i segni de l’antica fiamma’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma Virgilio n’avea lasciati scemi<br />
+ di sé, Virgilio dolcissimo patre,<br />
+ Virgilio a cui per mia salute die’mi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né quantunque perdeo l’antica matre,<br />
+ valse a le guance nette di rugiada,<br />
+ che, lagrimando, non tornasser atre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dante, perché Virgilio se ne vada,<br />
+ non pianger anco, non piangere ancora;<br />
+ ché pianger ti conven per altra spada».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br />
+ viene a veder la gente che ministra<br />
+ per li altri legni, e a ben far l’incora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ in su la sponda del carro sinistra,<br />
+ quando mi volsi al suon del nome mio,<br />
+ che di necessità qui si registra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi la donna che pria m’appario<br />
+ velata sotto l’angelica festa,<br />
+ drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutto che ’l vel che le scendea di testa,<br />
+ cerchiato de le fronde di Minerva,<br />
+ non la lasciasse parer manifesta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ regalmente ne l’atto ancor proterva<br />
+ continüò come colui che dice<br />
+ e ’l più caldo parlar dietro reserva:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br />
+ Come degnasti d’accedere al monte?<br />
+ non sapei tu che qui è l’uom felice?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;<br />
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,<br />
+ tanta vergogna mi gravò la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così la madre al figlio par superba,<br />
+ com’ ella parve a me; perché d’amaro<br />
+ sente il sapor de la pietade acerba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro<br />
+ di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;<br />
+ ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come neve tra le vive travi<br />
+ per lo dosso d’Italia si congela,<br />
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi, liquefatta, in sé stessa trapela,<br />
+ pur che la terra che perde ombra spiri,<br />
+ sì che par foco fonder la candela;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così fui sanza lagrime e sospiri<br />
+ anzi ’l cantar di quei che notan sempre<br />
+ dietro a le note de li etterni giri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre<br />
+ lor compatire a me, par che se detto<br />
+ avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo gel che m’era intorno al cor ristretto,<br />
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia<br />
+ de la bocca e de li occhi uscì del petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia<br />
+ del carro stando, a le sustanze pie<br />
+ volse le sue parole così poscia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Voi vigilate ne l’etterno die,<br />
+ sì che notte né sonno a voi non fura<br />
+ passo che faccia il secol per sue vie;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde la mia risposta è con più cura<br />
+ che m’intenda colui che di là piagne,<br />
+ perché sia colpa e duol d’una misura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non pur per ovra de le rote magne,<br />
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br />
+ secondo che le stelle son compagne,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per larghezza di grazie divine,<br />
+ che sì alti vapori hanno a lor piova,<br />
+ che nostre viste là non van vicine,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questi fu tal ne la sua vita nova<br />
+ virtüalmente, ch’ogne abito destro<br />
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tanto più maligno e più silvestro<br />
+ si fa ’l terren col mal seme e non cólto,<br />
+ quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br />
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,<br />
+ meco il menava in dritta parte vòlto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì tosto come in su la soglia fui<br />
+ di mia seconda etade e mutai vita,<br />
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando di carne a spirto era salita,<br />
+ e bellezza e virtù cresciuta m’era,<br />
+ fu’ io a lui men cara e men gradita;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volse i passi suoi per via non vera,<br />
+ imagini di ben seguendo false,<br />
+ che nulla promession rendono intera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né l’impetrare ispirazion mi valse,<br />
+ con le quali e in sogno e altrimenti<br />
+ lo rivocai: sì poco a lui ne calse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto giù cadde, che tutti argomenti<br />
+ a la salute sua eran già corti,<br />
+ fuor che mostrarli le perdute genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per questo visitai l’uscio d’i morti,<br />
+ e a colui che l’ha qua sù condotto,<br />
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br />
+ se Letè si passasse e tal vivanda<br />
+ fosse gustata sanza alcuno scotto<br />
+</p>
+
+<p>
+ di pentimento che lagrime spanda».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap31"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXXI
+</h3>
+
+<p>
+ «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,<br />
+ volgendo suo parlare a me per punta,<br />
+ che pur per taglio m’era paruto acro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ricominciò, seguendo sanza cunta,<br />
+ «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa<br />
+ tua confession conviene esser congiunta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era la mia virtù tanto confusa,<br />
+ che la voce si mosse, e pria si spense<br />
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco sofferse; poi disse: «Che pense?<br />
+ Rispondi a me; ché le memorie triste<br />
+ in te non sono ancor da l’acqua offense».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Confusione e paura insieme miste<br />
+ mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,<br />
+ al quale intender fuor mestier le viste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come balestro frange, quando scocca<br />
+ da troppa tesa, la sua corda e l’arco,<br />
+ e con men foga l’asta il segno tocca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì scoppia’ io sottesso grave carco,<br />
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br />
+ e la voce allentò per lo suo varco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,<br />
+ che ti menavano ad amar lo bene<br />
+ di là dal qual non è a che s’aspiri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quai fossi attraversati o quai catene<br />
+ trovasti, per che del passare innanzi<br />
+ dovessiti così spogliar la spene?<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quali agevolezze o quali avanzi<br />
+ ne la fronte de li altri si mostraro,<br />
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dopo la tratta d’un sospiro amaro,<br />
+ a pena ebbi la voce che rispuose,<br />
+ e le labbra a fatica la formaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Piangendo dissi: «Le presenti cose<br />
+ col falso lor piacer volser miei passi,<br />
+ tosto che ’l vostro viso si nascose».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella: «Se tacessi o se negassi<br />
+ ciò che confessi, non fora men nota<br />
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quando scoppia de la propria gota<br />
+ l’accusa del peccato, in nostra corte<br />
+ rivolge sé contra ’l taglio la rota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tuttavia, perché mo vergogna porte<br />
+ del tuo errore, e perché altra volta,<br />
+ udendo le serene, sie più forte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ pon giù il seme del piangere e ascolta:<br />
+ sì udirai come in contraria parte<br />
+ mover dovieti mia carne sepolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mai non t’appresentò natura o arte<br />
+ piacer, quanto le belle membra in ch’io<br />
+ rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se ’l sommo piacer sì ti fallio<br />
+ per la mia morte, qual cosa mortale<br />
+ dovea poi trarre te nel suo disio?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale<br />
+ de le cose fallaci, levar suso<br />
+ di retro a me che non era più tale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br />
+ ad aspettar più colpo, o pargoletta<br />
+ o altra novità con sì breve uso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Novo augelletto due o tre aspetta;<br />
+ ma dinanzi da li occhi d’i pennuti<br />
+ rete si spiega indarno o si saetta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali fanciulli, vergognando, muti<br />
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br />
+ e sé riconoscendo e ripentuti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando<br />
+ per udir se’ dolente, alza la barba,<br />
+ e prenderai più doglia riguardando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con men di resistenza si dibarba<br />
+ robusto cerro, o vero al nostral vento<br />
+ o vero a quel de la terra di Iarba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’io non levai al suo comando il mento;<br />
+ e quando per la barba il viso chiese,<br />
+ ben conobbi il velen de l’argomento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come la mia faccia si distese,<br />
+ posarsi quelle prime creature<br />
+ da loro aspersïon l’occhio comprese;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e le mie luci, ancor poco sicure,<br />
+ vider Beatrice volta in su la fiera<br />
+ ch’è sola una persona in due nature.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sotto ’l suo velo e oltre la rivera<br />
+ vincer pariemi più sé stessa antica,<br />
+ vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di penter sì mi punse ivi l’ortica,<br />
+ che di tutte altre cose qual mi torse<br />
+ più nel suo amor, più mi si fé nemica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br />
+ ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,<br />
+ salsi colei che la cagion mi porse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,<br />
+ la donna ch’io avea trovata sola<br />
+ sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tratto m’avea nel fiume infin la gola,<br />
+ e tirandosi me dietro sen giva<br />
+ sovresso l’acqua lieve come scola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando fui presso a la beata riva,<br />
+ ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,<br />
+ che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bella donna ne le braccia aprissi;<br />
+ abbracciommi la testa e mi sommerse<br />
+ ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi mi tolse, e bagnato m’offerse<br />
+ dentro a la danza de le quattro belle;<br />
+ e ciascuna del braccio mi coperse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br />
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,<br />
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br />
+ lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi<br />
+ le tre di là, che miran più profondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così cantando cominciaro; e poi<br />
+ al petto del grifon seco menarmi,<br />
+ ove Beatrice stava volta a noi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Disser: «Fa che le viste non risparmi;<br />
+ posto t’avem dinanzi a li smeraldi<br />
+ ond’ Amor già ti trasse le sue armi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mille disiri più che fiamma caldi<br />
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br />
+ che pur sopra ’l grifone stavan saldi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br />
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,<br />
+ or con altri, or con altri reggimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,<br />
+ quando vedea la cosa in sé star queta,<br />
+ e ne l’idolo suo si trasmutava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che piena di stupore e lieta<br />
+ l’anima mia gustava di quel cibo<br />
+ che, saziando di sé, di sé asseta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sé dimostrando di più alto tribo<br />
+ ne li atti, l’altre tre si fero avanti,<br />
+ danzando al loro angelico caribo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,<br />
+ era la sua canzone, «al tuo fedele<br />
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per grazia fa noi grazia che disvele<br />
+ a lui la bocca tua, sì che discerna<br />
+ la seconda bellezza che tu cele».<br />
+</p>
+
+<p>
+ O isplendor di viva luce etterna,<br />
+ chi palido si fece sotto l’ombra<br />
+ sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non paresse aver la mente ingombra,<br />
+ tentando a render te qual tu paresti<br />
+ là dove armonizzando il ciel t’adombra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando ne l’aere aperto ti solvesti?<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap32"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXXII
+</h3>
+
+<p>
+ Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti<br />
+ a disbramarsi la decenne sete,<br />
+ che li altri sensi m’eran tutti spenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed essi quinci e quindi avien parete<br />
+ di non caler—così lo santo riso<br />
+ a sé traéli con l’antica rete!—;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando per forza mi fu vòlto il viso<br />
+ ver’ la sinistra mia da quelle dee,<br />
+ perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la disposizion ch’a veder èe<br />
+ ne li occhi pur testé dal sol percossi,<br />
+ sanza la vista alquanto esser mi fée.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi ch’al poco il viso riformossi<br />
+ (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto<br />
+ sensibile onde a forza mi rimossi),<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi ’n sul braccio destro esser rivolto<br />
+ lo glorïoso essercito, e tornarsi<br />
+ col sole e con le sette fiamme al volto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come sotto li scudi per salvarsi<br />
+ volgesi schiera, e sé gira col segno,<br />
+ prima che possa tutta in sé mutarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quella milizia del celeste regno<br />
+ che procedeva, tutta trapassonne<br />
+ pria che piegasse il carro il primo legno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi a le rote si tornar le donne,<br />
+ e ’l grifon mosse il benedetto carco<br />
+ sì, che però nulla penna crollonne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bella donna che mi trasse al varco<br />
+ e Stazio e io seguitavam la rota<br />
+ che fé l’orbita sua con minore arco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì passeggiando l’alta selva vòta,<br />
+ colpa di quella ch’al serpente crese,<br />
+ temprava i passi un’angelica nota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forse in tre voli tanto spazio prese<br />
+ disfrenata saetta, quanto eramo<br />
+ rimossi, quando Bëatrice scese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;<br />
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata<br />
+ di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La coma sua, che tanto si dilata<br />
+ più quanto più è sù, fora da l’Indi<br />
+ ne’ boschi lor per altezza ammirata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Beato se’, grifon, che non discindi<br />
+ col becco d’esto legno dolce al gusto,<br />
+ poscia che mal si torce il ventre quindi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così dintorno a l’albero robusto<br />
+ gridaron li altri; e l’animal binato:<br />
+ «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vòlto al temo ch’elli avea tirato,<br />
+ trasselo al piè de la vedova frasca,<br />
+ e quel di lei a lei lasciò legato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come le nostre piante, quando casca<br />
+ giù la gran luce mischiata con quella<br />
+ che raggia dietro a la celeste lasca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ turgide fansi, e poi si rinovella<br />
+ di suo color ciascuna, pria che ’l sole<br />
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;<br />
+</p>
+
+<p>
+ men che di rose e più che di vïole<br />
+ colore aprendo, s’innovò la pianta,<br />
+ che prima avea le ramora sì sole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non lo ’ntesi, né qui non si canta<br />
+ l’inno che quella gente allor cantaro,<br />
+ né la nota soffersi tutta quanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io potessi ritrar come assonnaro<br />
+ li occhi spietati udendo di Siringa,<br />
+ li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ come pintor che con essempro pinga,<br />
+ disegnerei com’ io m’addormentai;<br />
+ ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però trascorro a quando mi svegliai,<br />
+ e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo<br />
+ del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali a veder de’ fioretti del melo<br />
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti<br />
+ e perpetüe nozze fa nel cielo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br />
+ e vinti, ritornaro a la parola<br />
+ da la qual furon maggior sonni rotti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e videro scemata loro scuola<br />
+ così di Moïsè come d’Elia,<br />
+ e al maestro suo cangiata stola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal torna’ io, e vidi quella pia<br />
+ sovra me starsi che conducitrice<br />
+ fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».<br />
+ Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda<br />
+ nova sedere in su la sua radice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi la compagnia che la circonda:<br />
+ li altri dopo ’l grifon sen vanno suso<br />
+ con più dolce canzone e più profonda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se più fu lo suo parlar diffuso,<br />
+ non so, però che già ne li occhi m’era<br />
+ quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sola sedeasi in su la terra vera,<br />
+ come guardia lasciata lì del plaustro<br />
+ che legar vidi a la biforme fera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In cerchio le facevan di sé claustro<br />
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano<br />
+ che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Qui sarai tu poco tempo silvano;<br />
+ e sarai meco sanza fine cive<br />
+ di quella Roma onde Cristo è romano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, in pro del mondo che mal vive,<br />
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br />
+ ritornato di là, fa che tu scrive».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br />
+ d’i suoi comandamenti era divoto,<br />
+ la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non scese mai con sì veloce moto<br />
+ foco di spessa nube, quando piove<br />
+ da quel confine che più va remoto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com’ io vidi calar l’uccel di Giove<br />
+ per l’alber giù, rompendo de la scorza,<br />
+ non che d’i fiori e de le foglie nove;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ferì ’l carro di tutta sua forza;<br />
+ ond’ el piegò come nave in fortuna,<br />
+ vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br />
+ del trïunfal veiculo una volpe<br />
+ che d’ogne pasto buon parea digiuna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,<br />
+ la donna mia la volse in tanta futa<br />
+ quanto sofferser l’ossa sanza polpe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia per indi ond’ era pria venuta,<br />
+ l’aguglia vidi scender giù ne l’arca<br />
+ del carro e lasciar lei di sé pennuta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qual esce di cuor che si rammarca,<br />
+ tal voce uscì del cielo e cotal disse:<br />
+ «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi parve a me che la terra s’aprisse<br />
+ tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br />
+ che per lo carro sù la coda fisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come vespa che ritragge l’ago,<br />
+ a sé traendo la coda maligna,<br />
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che rimase, come da gramigna<br />
+ vivace terra, da la piuma, offerta<br />
+ forse con intenzion sana e benigna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si ricoperse, e funne ricoperta<br />
+ e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto<br />
+ che più tiene un sospir la bocca aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trasformato così ’l dificio santo<br />
+ mise fuor teste per le parti sue,<br />
+ tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le prime eran cornute come bue,<br />
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br />
+ simile mostro visto ancor non fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,<br />
+ seder sovresso una puttana sciolta<br />
+ m’apparve con le ciglia intorno pronte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come perché non li fosse tolta,<br />
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;<br />
+ e basciavansi insieme alcuna volta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché l’occhio cupido e vagante<br />
+ a me rivolse, quel feroce drudo<br />
+ la flagellò dal capo infin le piante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,<br />
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br />
+ tanto che sol di lei mi fece scudo<br />
+</p>
+
+<p>
+ a la puttana e a la nova belva.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap33"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXXIII
+</h3>
+
+<p>
+ ‘Deus, venerunt gentes’, alternando<br />
+ or tre or quattro dolce salmodia,<br />
+ le donne incominciaro, e lagrimando;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Bëatrice, sospirosa e pia,<br />
+ quelle ascoltava sì fatta, che poco<br />
+ più a la croce si cambiò Maria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi che l’altre vergini dier loco<br />
+ a lei di dir, levata dritta in pè,<br />
+ rispuose, colorata come foco:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Modicum, et non videbitis me;<br />
+ et iterum, sorelle mie dilette,<br />
+ modicum, et vos videbitis me’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br />
+ e dopo sé, solo accennando, mosse<br />
+ me e la donna e ’l savio che ristette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così sen giva; e non credo che fosse<br />
+ lo decimo suo passo in terra posto,<br />
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,<br />
+ mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,<br />
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,<br />
+ dissemi: «Frate, perché non t’attenti<br />
+ a domandarmi omai venendo meco?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a color che troppo reverenti<br />
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,<br />
+ che non traggon la voce viva ai denti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ avvenne a me, che sanza intero suono<br />
+ incominciai: «Madonna, mia bisogna<br />
+ voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella a me: «Da tema e da vergogna<br />
+ voglio che tu omai ti disviluppe,<br />
+ sì che non parli più com’ om che sogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,<br />
+ fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda<br />
+ che vendetta di Dio non teme suppe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non sarà tutto tempo sanza reda<br />
+ l’aguglia che lasciò le penne al carro,<br />
+ per che divenne mostro e poscia preda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’io veggio certamente, e però il narro,<br />
+ a darne tempo già stelle propinque,<br />
+ secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,<br />
+ messo di Dio, anciderà la fuia<br />
+ con quel gigante che con lei delinque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E forse che la mia narrazion buia,<br />
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br />
+ perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,<br />
+ che solveranno questo enigma forte<br />
+ sanza danno di pecore o di biade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu nota; e sì come da me son porte,<br />
+ così queste parole segna a’ vivi<br />
+ del viver ch’è un correre a la morte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br />
+ di non celar qual hai vista la pianta<br />
+ ch’è or due volte dirubata quivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,<br />
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,<br />
+ che solo a l’uso suo la creò santa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per morder quella, in pena e in disio<br />
+ cinquemilia anni e più l’anima prima<br />
+ bramò colui che ’l morso in sé punio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima<br />
+ per singular cagione esser eccelsa<br />
+ lei tanto e sì travolta ne la cima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se stati non fossero acqua d’Elsa<br />
+ li pensier vani intorno a la tua mente,<br />
+ e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per tante circostanze solamente<br />
+ la giustizia di Dio, ne l’interdetto,<br />
+ conosceresti a l’arbor moralmente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto<br />
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br />
+ sì che t’abbaglia il lume del mio detto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br />
+ che ’l te ne porti dentro a te per quello<br />
+ che si reca il bordon di palma cinto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Sì come cera da suggello,<br />
+ che la figura impressa non trasmuta,<br />
+ segnato è or da voi lo mio cervello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché tanto sovra mia veduta<br />
+ vostra parola disïata vola,<br />
+ che più la perde quanto più s’aiuta?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Perché conoschi», disse, «quella scuola<br />
+ c’hai seguitata, e veggi sua dottrina<br />
+ come può seguitar la mia parola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e veggi vostra via da la divina<br />
+ distar cotanto, quanto si discorda<br />
+ da terra il ciel che più alto festina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda<br />
+ ch’i’ stranïasse me già mai da voi,<br />
+ né honne coscïenza che rimorda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «E se tu ricordar non te ne puoi»,<br />
+ sorridendo rispuose, «or ti rammenta<br />
+ come bevesti di Letè ancoi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se dal fummo foco s’argomenta,<br />
+ cotesta oblivïon chiaro conchiude<br />
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente oramai saranno nude<br />
+ le mie parole, quanto converrassi<br />
+ quelle scovrire a la tua vista rude».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E più corusco e con più lenti passi<br />
+ teneva il sole il cerchio di merigge,<br />
+ che qua e là, come li aspetti, fassi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando s’affisser, sì come s’affigge<br />
+ chi va dinanzi a gente per iscorta<br />
+ se trova novitate o sue vestigge,<br />
+</p>
+
+<p>
+ le sette donne al fin d’un’ombra smorta,<br />
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri<br />
+ sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri<br />
+ veder mi parve uscir d’una fontana,<br />
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O luce, o gloria de la gente umana,<br />
+ che acqua è questa che qui si dispiega<br />
+ da un principio e sé da sé lontana?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per cotal priego detto mi fu: «Priega<br />
+ Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,<br />
+ come fa chi da colpa si dislega,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la bella donna: «Questo e altre cose<br />
+ dette li son per me; e son sicura<br />
+ che l’acqua di Letè non gliel nascose».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Bëatrice: «Forse maggior cura,<br />
+ che spesse volte la memoria priva,<br />
+ fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi Eünoè che là diriva:<br />
+ menalo ad esso, e come tu se’ usa,<br />
+ la tramortita sua virtù ravviva».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come anima gentil, che non fa scusa,<br />
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui<br />
+ tosto che è per segno fuor dischiusa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, poi che da essa preso fui,<br />
+ la bella donna mossesi, e a Stazio<br />
+ donnescamente disse: «Vien con lui».<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io avessi, lettor, più lungo spazio<br />
+ da scrivere, i’ pur cantere’ in parte<br />
+ lo dolce ber che mai non m’avria sazio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma perché piene son tutte le carte<br />
+ ordite a questa cantica seconda,<br />
+ non mi lascia più ir lo fren de l’arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io ritornai da la santissima onda<br />
+ rifatto sì come piante novelle<br />
+ rinovellate di novella fronda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ puro e disposto a salire a le stelle.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p>
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -<br />
+</p>
+
+<p>
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI<br />
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS<br />
+</p>
+
+<p>
+ à = a grave<br />
+ è = e grave<br />
+ ì = i grave<br />
+ ò = o grave<br />
+ ù = u grave<br />
+</p>
+
+<p>
+ é = e acute<br />
+ ó = o acute<br />
+</p>
+
+<p>
+ ä = a uml<br />
+ ë = e uml<br />
+ ï = i uml<br />
+ ö = o uml<br />
+ ü = u uml<br />
+</p>
+
+<p>
+ È = E grave<br />
+ Ë = E uml<br />
+ Ï = I uml<br />
+</p>
+
+<p>
+ « = left angle quotation mark<br />
+ » = right angle quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ “ = left double quotation mark<br />
+ ” = right double quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘ = left single quotation mark<br />
+ ’ = right single quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ — = em dash<br />
+</p>
+
+<p>
+ • = middot<br />
+</p>
+
+<p>
+ . . . = ellipsis<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /><br /></p>
+
+<div>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 ***</div>
+</body>
+
+</html>
+
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+The Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by
+Dante Alighieri
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+
+Title: La Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Posting Date: December 8, 2014 [EBook #1010]
+Release Date: August, 1997
+First Posted: September 4, 1998
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO ***
+
+
+
+
+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
+version by Al Haines.
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+ LA DIVINA COMMEDIA
+ di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+ PURGATORIO
+
+
+
+
+ Purgatorio Canto I
+
+
+ Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a s mar s crudele;
+
+ e canter di quel secondo regno
+ dove lumano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+ Ma qui la morta poes resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Calop alquanto surga,
+
+ seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+ Dolce color dorental zaffiro,
+ che saccoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+ a li occhi miei ricominci diletto,
+ tosto chio usci fuor de laura morta
+ che mavea contristati li occhi e l petto.
+
+ Lo bel pianeto che damar conforta
+ faceva tutto rider lorente,
+ velando i Pesci cherano in sua scorta.
+
+ I mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a laltro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor cha la prima gente.
+
+ Goder pareva l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentronal vedovo sito,
+ poi che privato se di mirar quelle!
+
+ Com io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l altro polo,
+ l onde l Carro gi era sparito,
+
+ vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che pi non dee a padre alcun figliuolo.
+
+ Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a suoi capelli simigliante,
+ de quai cadeva al petto doppia lista.
+
+ Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan s la sua faccia di lume,
+ chi l vedea come l sol fosse davante.
+
+ Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?,
+ diss el, movendo quelle oneste piume.
+
+ Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+ Son le leggi dabisso cos rotte?
+ o mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?.
+
+ Lo duca mio allor mi di di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi f le gambe e l ciglio.
+
+ Poscia rispuose lui: Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+ Ma da ch tuo voler che pi si spieghi
+ di nostra condizion com ell vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+ Questi non vide mai lultima sera;
+ ma per la sua follia le fu s presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+ S com io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non l era altra via
+ che questa per la quale i mi son messo.
+
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan s sotto la tua bala.
+
+ Com io lho tratto, saria lungo a dirti;
+ de lalto scende virt che maiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ libert va cercando, ch s cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+ Tu l sai, ch non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta chal gran d sar s chiara.
+
+ Non son li editti etterni per noi guasti,
+ ch questi vive e Mins me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+ di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riporter di te a lei,
+ se desser mentovato l gi degni.
+
+ Marza piacque tanto a li occhi miei
+ mentre chi fu di l, diss elli allora,
+ che quante grazie volse da me, fei.
+
+ Or che di l dal mal fiume dimora,
+ pi muover non mi pu, per quella legge
+ che fatta fu quando me nusci fora.
+
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,
+ come tu di, non c mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ dun giunco schietto e che li lavi l viso,
+ s chogne sucidume quindi stinghe;
+
+ ch non si converria, locchio sorpriso
+ dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch di quei di paradiso.
+
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ l gi col dove la batte londa,
+ porta di giunchi sovra l molle limo:
+
+ null altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ per cha le percosse non seconda.
+
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterr, che surge omai,
+ prendere il monte a pi lieve salita.
+
+ Cos spar; e io s mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+ El cominci: Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, ch di qua dichina
+ questa pianura a suoi termini bassi.
+
+ Lalba vinceva lora mattutina
+ che fuggia innanzi, s che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+ Noi andavam per lo solingo piano
+ com om che torna a la perduta strada,
+ che nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+ Quando noi fummo l ve la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ ambo le mani in su lerbetta sparte
+ soavemente l mio maestro pose:
+ ond io, che fui accorto di sua arte,
+
+ porsi ver lui le guance lagrimose;
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che linferno mi nascose.
+
+ Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+ Quivi mi cinse s com altrui piacque:
+ oh maraviglia! ch qual elli scelse
+ lumile pianta, cotal si rinacque
+
+ subitamente l onde lavelse.
+
+
+
+ Purgatorio Canto II
+
+
+ Gi era l sole a lorizzonte giunto
+ lo cui meridan cerchio coverchia
+ Ierusalm col suo pi alto punto;
+
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+ s che le bianche e le vermiglie guance,
+ l dov i era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ gi nel ponente sovra l suol marino,
+
+ cotal mapparve, sio ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir s ratto,
+ che l muover suo nessun volar pareggia.
+
+ Dal qual com io un poco ebbi ritratto
+ locchio per domandar lo duca mio,
+ rividil pi lucente e maggior fatto.
+
+ Poi dogne lato ad esso mappario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui usco.
+
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+ grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco langel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di s fatti officiali.
+
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ s che remo non vuol, n altro velo
+ che lali sue, tra liti s lontani.
+
+ Vedi come lha dritte verso l cielo,
+ trattando laere con letterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo.
+
+ Poi, come pi e pi verso noi venne
+ luccel divino, pi chiaro appariva:
+ per che locchio da presso nol sostenne,
+
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.
+
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e pi di cento spirti entro sediero.
+
+ In exitu Isrel de Aegypto
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo poscia scripto.
+
+ Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ ed el sen g, come venne, veloce.
+
+ La turba che rimase l, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+ Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, chavea con le saette conte
+ di mezzo l ciel cacciato Capricorno,
+
+ quando la nova gente alz la fronte
+ ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte.
+
+ E Virgilio rispuose: Voi credete
+ forse che siamo esperti desto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu s aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parr gioco.
+
+ Lanime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, chi era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+ E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+ cos al viso mio saffisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi oblando dire a farsi belle.
+
+ Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con s grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+ Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che lombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+ Soavemente disse chio posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco sarrestasse.
+
+ Rispuosemi: Cos com io tamai
+ nel mortal corpo, cos tamo sciolta:
+ per marresto; ma tu perch vai?.
+
+ Casella mio, per tornar altra volta
+ l dov io son, fo io questo vaggio,
+ diss io; ma a te com tanta ora tolta?.
+
+ Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ pi volte mha negato esto passaggio;
+
+ ch di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+ Ond io, chera ora a la marina vlto
+ dove lacqua di Tevero sinsala,
+ benignamente fu da lui ricolto.
+
+ A quella foce ha elli or dritta lala,
+ per che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala.
+
+ E io: Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a lamoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+ di ci ti piaccia consolare alquanto
+ lanima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, affannata tanto!.
+
+ Amor che ne la mente mi ragiona
+ cominci elli allor s dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+ Lo mio maestro e io e quella gente
+ cheran con lui parevan s contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+ Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: Che ci, spiriti lenti?
+
+ qual negligenza, quale stare questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ chesser non lascia a voi Dio manifesto.
+
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar lusato orgoglio,
+
+ se cosa appare ond elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star lesca,
+ perch assaliti son da maggior cura;
+
+ cos vid io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,
+ com om che va, n sa dove resca;
+
+ n la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+ Purgatorio Canto III
+
+
+ Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+ i mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare io sanza lui corso?
+ chi mavria tratto su per la montagna?
+
+ El mi parea da s stesso rimorso:
+ o dignitosa coscenza e netta,
+ come t picciol fallo amaro morso!
+
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che lonestade ad ogn atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+ lo ntento rallarg, s come vaga,
+ e diedi l viso mio incontr al poggio
+ che nverso l ciel pi alto si dislaga.
+
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto mera dinanzi a la figura,
+ chava in me de suoi raggi lappoggio.
+
+ Io mi volsi dallato con paura
+ dessere abbandonato, quand io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+ e l mio conforto: Perch pur diffidi?,
+ a dir mi cominci tutto rivolto;
+ non credi tu me teco e chio ti guidi?
+
+ Vespero gi col dov sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+ Napoli lha, e da Brandizio tolto.
+
+ Ora, se innanzi a me nulla saombra,
+ non ti maravigliar pi che di cieli
+ che luno a laltro raggio non ingombra.
+
+ A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virt dispone
+ che, come fa, non vuol cha noi si sveli.
+
+ Matto chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+ State contenti, umana gente, al quia;
+ ch, se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+ e disar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ chetternalmente dato lor per lutto:
+
+ io dico dAristotile e di Plato
+ e di molt altri; e qui chin la fronte,
+ e pi non disse, e rimase turbato.
+
+ Noi divenimmo intanto a pi del monte;
+ quivi trovammo la roccia s erta,
+ che ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+ Tra Lerice e Turba la pi diserta,
+ la pi rotta ruina una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+ Or chi sa da qual man la costa cala,
+ disse l maestro mio fermando l passo,
+ s che possa salir chi va sanz ala?.
+
+ E mentre che tenendo l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+ da man sinistra mappar una gente
+ danime, che movieno i pi ver noi,
+ e non pareva, s venan lente.
+
+ Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne dar consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi.
+
+ Guard allora, e con libero piglio
+ rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio.
+
+ Ancora era quel popol di lontano,
+ i dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+ quando si strinser tutti ai duri massi
+ de lalta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+ O ben finiti, o gi spiriti eletti,
+ Virgilio incominci, per quella pace
+ chi credo che per voi tutti saspetti,
+
+ ditene dove la montagna giace,
+ s che possibil sia landare in suso;
+ ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.
+
+ Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e laltre stanno
+ timidette atterrando locchio e l muso;
+
+ e ci che fa la prima, e laltre fanno,
+ addossandosi a lei, sella sarresta,
+ semplici e quete, e lo mperch non sanno;
+
+ s vid io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne landare onesta.
+
+ Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ s che lombra era da me a la grotta,
+
+ restaro, e trasser s in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo l perch, fenno altrettanto.
+
+ Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo corpo uman che voi vedete;
+ per che l lume del sole in terra fesso.
+
+ Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virt che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete.
+
+ Cos l maestro; e quella gente degna
+ Tornate, disse, intrate innanzi dunque,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+ E un di loro incominci: Chiunque
+ tu se, cos andando, volgi l viso:
+ pon mente se di l mi vedesti unque.
+
+ Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma lun de cigli un colpo avea diviso.
+
+ Quand io mi fui umilmente disdetto
+ daverlo visto mai, el disse: Or vedi;
+ e mostrommi una piaga a sommo l petto.
+
+ Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond io ti priego che, quando tu riedi,
+
+ vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de lonor di Cicilia e dAragona,
+ e dichi l vero a lei, saltro si dice.
+
+ Poscia chio ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+ Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bont infinita ha s gran braccia,
+ che prende ci che si rivolge a lei.
+
+ Se l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+ lossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+ Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,
+ dov e le trasmut a lume spento.
+
+ Per lor maladizion s non si perde,
+ che non possa tornar, letterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+ Vero che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+ per ognun tempo chelli stato, trenta,
+ in sua presunzon, se tal decreto
+ pi corto per buon prieghi non diventa.
+
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come mhai visto, e anco esto divieto;
+
+ ch qui per quei di l molto savanza.
+
+
+
+ Purgatorio Canto IV
+
+
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virt nostra comprenda,
+ lanima bene ad essa si raccoglie,
+
+ par cha nulla potenza pi intenda;
+ e questo contra quello error che crede
+ chunanima sovr altra in noi saccenda.
+
+ E per, quando sode cosa o vede
+ che tegna forte a s lanima volta,
+ vassene l tempo e luom non se navvede;
+
+ chaltra potenza quella che lascolta,
+ e altra quella cha lanima intera:
+ questa quasi legata e quella sciolta.
+
+ Di ci ebb io esperenza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ ch ben cinquanta gradi salito era
+
+ lo sole, e io non mera accorto, quando
+ venimmo ove quell anime ad una
+ gridaro a noi: Qui vostro dimando.
+
+ Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ luom de la villa quando luva imbruna,
+
+ che non era la calla onde salne
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partne.
+
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova e n Cacume
+ con esso i pi; ma qui convien chom voli;
+
+ dico con lale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+ Noi salavam per entro l sasso rotto,
+ e dogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+ Poi che noi fummo in su lorlo suppremo
+ de lalta ripa, a la scoperta piaggia,
+ Maestro mio, diss io, che via faremo?.
+
+ Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che nappaia alcuna scorta saggia.
+
+ Lo sommo er alto che vincea la vista,
+ e la costa superba pi assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+ Io era lasso, quando cominciai:
+ O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com io rimango sol, se non restai.
+
+ Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,
+ additandomi un balzo poco in se
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+ S mi spronaron le parole sue,
+ chi mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che l cinghio sotto i pi mi fue.
+
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ vlti a levante ond eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra neravam feriti.
+
+ Ben savvide il poeta cho stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+ Ond elli a me: Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che s e gi del suo lume conduce,
+
+ tu vedresti il Zodaco rubecchio
+ ancora a lOrse pi stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+ Come ci sia, se l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sn
+ con questo monte in su la terra stare
+
+ s, chamendue hanno un solo orizzn
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Fetn,
+
+ vedrai come a costui convien che vada
+ da lun, quando a colui da laltro fianco,
+ se lo ntelletto tuo ben chiaro bada.
+
+ Certo, maestro mio, diss io, unquanco
+ non vid io chiaro s com io discerno
+ l dove mio ingegno parea manco,
+
+ che l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun arte,
+ e che sempre riman tra l sole e l verno,
+
+ per la ragion che di, quinci si parte
+ verso settentron, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+ Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; ch l poggio sale
+ pi che salir non posson li occhi miei.
+
+ Ed elli a me: Questa montagna tale,
+ che sempre al cominciar di sotto grave;
+ e quant om pi va s, e men fa male.
+
+ Per, quand ella ti parr soave
+ tanto, che s andar ti fia leggero
+ com a seconda gi andar per nave,
+
+ allor sarai al fin desto sentiero;
+ quivi di riposar laffanno aspetta.
+ Pi non rispondo, e questo so per vero.
+
+ E com elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso son: Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!.
+
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual n io n ei prima saccorse.
+
+ L ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a lombra dietro al sasso
+ come luom per negghienza a star si pone.
+
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo l viso gi tra esse basso.
+
+ O dolce segnor mio, diss io, adocchia
+ colui che mostra s pi negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia.
+
+ Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo l viso pur su per la coscia,
+ e disse: Or va tu s, che se valente!.
+
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che mavacciava un poco ancor la lena,
+ non mimped landare a lui; e poscia
+
+ cha lui fu giunto, alz la testa a pena,
+ dicendo: Hai ben veduto come l sole
+ da lomero sinistro il carro mena?.
+
+ Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: Belacqua, a me non dole
+
+ di te omai; ma dimmi: perch assiso
+ quiritto se? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato tha ripriso?.
+
+ Ed elli: O frate, andar in s che porta?
+ ch non mi lascerebbe ire a martri
+ langel di Dio che siede in su la porta.
+
+ Prima convien che tanto il ciel maggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ per chio ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+ se orazone in prima non maita
+ che surga s di cuor che in grazia viva;
+ laltra che val, che n ciel non udita?.
+
+ E gi il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco
+ meridan dal sole e a la riva
+
+ cuopre la notte gi col pi Morrocco.
+
+
+
+ Purgatorio Canto V
+
+
+ Io era gi da quell ombre partito,
+ e seguitava lorme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando l dito,
+
+ una grid: Ve che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!.
+
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e l lume chera rotto.
+
+ Perch lanimo tuo tanto simpiglia,
+ disse l maestro, che landare allenti?
+ che ti fa ci che quivi si pispiglia?
+
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ gi mai la cima per soffiar di venti;
+
+ ch sempre lomo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da s dilunga il segno,
+ perch la foga lun de laltro insolla.
+
+ Che potea io ridir, se non Io vegno?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa luom di perdon talvolta degno.
+
+ E ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando Miserere a verso a verso.
+
+ Quando saccorser chi non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar di raggi,
+ mutar lor canto in un oh! lungo e roco;
+
+ e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr a noi e dimandarne:
+ Di vostra condizion fatene saggi.
+
+ E l mio maestro: Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che l corpo di costui vera carne.
+
+ Se per veder la sua ombra restaro,
+ com io avviso, assai lor risposto:
+ fccianli onore, ed esser pu lor caro.
+
+ Vapori accesi non vid io s tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ n, sol calando, nuvole dagosto,
+
+ che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti l, con li altri a noi dier volta,
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+ Questa gente che preme a noi molta,
+ e vegnonti a pregar, disse l poeta:
+ per pur va, e in andando ascolta.
+
+ O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti,
+ venian gridando, un poco il passo queta.
+
+ Guarda salcun di noi unqua vedesti,
+ s che di lui di l novella porti:
+ deh, perch vai? deh, perch non tarresti?
+
+ Noi fummo tutti gi per forza morti,
+ e peccatori infino a lultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+ s che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di s veder naccora.
+
+ E io: Perch ne vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma sa voi piace
+ cosa chio possa, spiriti ben nati,
+
+ voi dite, e io far per quella pace
+ che, dietro a piedi di s fatta guida,
+ di mondo in mondo cercar mi si face.
+
+ E uno incominci: Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che l voler nonpossa non ricida.
+
+ Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, s che ben per me sadori
+ pur chi possa purgar le gravi offese.
+
+ Quindi fu io; ma li profondi fri
+ ond usc l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+ l dov io pi sicuro esser credea:
+ quel da Esti il f far, che mavea in ira
+ assai pi l che dritto non volea.
+
+ Ma sio fosse fuggito inver la Mira,
+ quando fu sovragiunto ad Oraco,
+ ancor sarei di l dove si spira.
+
+ Corsi al palude, e le cannucce e l braco
+ mimpigliar s chi caddi; e l vid io
+ de le mie vene farsi in terra laco.
+
+ Poi disse un altro: Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a lalto monte,
+ con buona petate aiuta il mio!
+
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per chio vo tra costor con bassa fronte.
+
+ E io a lui: Qual forza o qual ventura
+ ti trav s fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?.
+
+ Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino
+ traversa unacqua cha nome lArchiano,
+ che sovra lErmo nasce in Apennino.
+
+ L ve l vocabol suo diventa vano,
+ arriva io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+ Quivi perdei la vista e la parola;
+ nel nome di Maria fini, e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+ Io dir vero, e tu l rid tra vivi:
+ langel di Dio mi prese, e quel dinferno
+ gridava: O tu del ciel, perch mi privi?
+
+ Tu te ne porti di costui letterno
+ per una lagrimetta che l mi toglie;
+ ma io far de laltro altro governo!.
+
+ Ben sai come ne laere si raccoglie
+ quell umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove l freddo il coglie.
+
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento
+ per la virt che sua natura diede.
+
+ Indi la valle, come l d fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,
+
+ s che l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde, e a fossati venne
+ di lei ci che la terra non sofferse;
+
+ e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver lo fiume real tanto veloce
+ si ruin, che nulla la ritenne.
+
+ Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trov lArchian rubesto; e quel sospinse
+ ne lArno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ chi fe di me quando l dolor mi vinse;
+ voltmmi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse.
+
+ Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+ e riposato de la lunga via,
+ seguit l terzo spirito al secondo,
+
+ ricorditi di me, che son la Pia;
+ Siena mi f, disfecemi Maremma:
+ salsi colui che nnanellata pria
+
+ disposando mavea con la sua gemma.
+
+
+
+ Purgatorio Canto VI
+
+
+ Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+ con laltro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+ el non sarresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, pi non fa pressa;
+ e cos da la calca si difende.
+
+ Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e l, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+ Quiv era lAretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e laltro channeg correndo in caccia.
+
+ Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che f parer lo buon Marzucco forte.
+
+ Vidi conte Orso e lanima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com e dicea, non per colpa commisa;
+
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr di qua, la donna di Brabante,
+ s che per non sia di peggior greggia.
+
+ Come libero fui da tutte quante
+ quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,
+ s che savacci lor divenir sante,
+
+ io cominciai: El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+ e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m l detto tuo ben manifesto?.
+
+ Ed elli a me: La mia scrittura piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+ ch cima di giudicio non savvalla
+ perch foco damor compia in un punto
+ ci che de sodisfar chi qui sastalla;
+
+ e l dov io fermai cotesto punto,
+ non sammendava, per pregar, difetto,
+ perch l priego da Dio era disgiunto.
+
+ Veramente a cos alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra l vero e lo ntelletto.
+
+ Non so se ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice.
+
+ E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ ch gi non maffatico come dianzi,
+ e vedi omai che l poggio lombra getta.
+
+ Noi anderem con questo giorno innanzi,
+ rispuose, quanto pi potremo omai;
+ ma l fatto daltra forma che non stanzi.
+
+ Prima che sie l s, tornar vedrai
+ colui che gi si cuopre de la costa,
+ s che suoi raggi tu romper non fai.
+
+ Ma vedi l unanima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne nsegner la via pi tosta.
+
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+ Ella non ci dica alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ ma di nostro paese e de la vita
+ ci nchiese; e l dolce duca incominciava
+ Manta . . . , e lombra, tutta in s romita,
+
+ surse ver lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!; e lun laltro abbracciava.
+
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+ Quell anima gentil fu cos presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+ e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e lun laltro si rode
+ di quei chun muro e una fossa serra.
+
+ Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ salcuna parte in te di pace gode.
+
+ Che val perch ti racconciasse il freno
+ Iustinano, se la sella vta?
+ Sanz esso fora la vergogna meno.
+
+ Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi ci che Dio ti nota,
+
+ guarda come esta fiera fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+ O Alberto tedesco chabbandoni
+ costei ch fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+ giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che l tuo successor temenza naggia!
+
+ Chavete tu e l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di cost distretti,
+ che l giardin de lo mperio sia diserto.
+
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color gi tristi, e questi con sospetti!
+
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ di tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com oscura!
+
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e d e notte chiama:
+ Cesare mio, perch non maccompagne?.
+
+ Vieni a veder la gente quanto sama!
+ e se nulla di noi piet ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+ E se licito m, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+ O preparazion che ne labisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de laccorger nostro scisso?
+
+ Ch le citt dItalia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ merc del popol tuo che si argomenta.
+
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a larco;
+ ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.
+
+ Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!.
+
+ Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+ Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.
+
+ Atene e Lacedemona, che fenno
+ lantiche leggi e furon s civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+ verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, cha mezzo novembre
+ non giugne quel che tu dottobre fili.
+
+ Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non pu trovar posa in su le piume,
+
+ ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+ Purgatorio Canto VII
+
+
+ Poscia che laccoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.
+
+ Anzi che a questo monte fosser volte
+ lanime degne di salire a Dio,
+ fur lossa mie per Ottavian sepolte.
+
+ Io son Virgilio; e per null altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver f.
+ Cos rispuose allora il duca mio.
+
+ Qual colui che cosa innanzi s
+ sbita vede ond e si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . ,
+
+ tal parve quelli; e poi chin le ciglia,
+ e umilmente ritorn ver lui,
+ e abbraccil l ve l minor sappiglia.
+
+ O gloria di Latin, disse, per cui
+ mostr ci che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond io fui,
+
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ Sio son dudir le tue parole degno,
+ dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra.
+
+ Per tutt i cerchi del dolente regno,
+ rispuose lui, son io di qua venuto;
+ virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+ Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder lalto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+ Luogo l gi non tristo di martri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da lumana colpa essenti;
+
+ quivi sto io con quei che le tre sante
+ virt non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber laltre e seguir tutte quante.
+
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ d noi per che venir possiam pi tosto
+ l dove purgatorio ha dritto inizio.
+
+ Rispuose: Loco certo non c posto;
+ licito m andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi taccosto.
+
+ Ma vedi gi come dichina il giorno,
+ e andar s di notte non si puote;
+ per buon pensar di bel soggiorno.
+
+ Anime sono a destra qua remote;
+ se mi consenti, io ti merr ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note.
+
+ Com ci?, fu risposto. Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ daltrui, o non sarria ch non potesse?.
+
+ E l buon Sordello in terra freg l dito,
+ dicendo: Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo l sol partito:
+
+ non per chaltra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+ Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che lorizzonte il d tien chiuso.
+
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ Menane, disse, dunque l ve dici
+ chaver si pu diletto dimorando.
+
+ Poco allungati ceravam di lici,
+ quand io maccorsi che l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+ Col, disse quell ombra, nanderemo
+ dove la costa face di s grembo;
+ e l il novo giorno attenderemo.
+
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ l dove pi cha mezzo muore il lembo.
+
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in lora che si fiacca,
+
+ da lerba e da li fior, dentr a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore vinto il meno.
+
+ Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavit di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+ Salve, Regina in sul verde e n su fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+ Prima che l poco sole omai sannidi,
+ cominci l Mantoan che ci avea vlti,
+ tra color non vogliate chio vi guidi.
+
+ Di questo balzo meglio li atti e volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama gi tra essi accolti.
+
+ Colui che pi siede alto e fa sembianti
+ daver negletto ci che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+ Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe channo Italia morta,
+ s che tardi per altri si ricrea.
+
+ Laltro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove lacqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+ E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui cha s benigno aspetto,
+ mor fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+ guardate l come si batte il petto!
+ Laltro vedete cha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+ Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che s li lancia.
+
+ Quel che par s membruto e che saccorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ dogne valor port cinta la corda;
+
+ e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+ che non si puote dir de laltre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+ Rade volte risurge per li rami
+ lumana probitate; e questo vole
+ quei che la d, perch da lui si chiami.
+
+ Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men cha laltro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza gi si dole.
+
+ Tant del seme suo minor la pianta,
+ quanto, pi che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+ Vedete il re de la semplice vita
+ seder l solo, Arrigo dInghilterra:
+ questi ha ne rami suoi migliore uscita.
+
+ Quel che pi basso tra costor satterra,
+ guardando in suso, Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+ fa pianger Monferrato e Canavese.
+
+
+
+ Purgatorio Canto VIII
+
+
+ Era gi lora che volge il disio
+ ai navicanti e ntenerisce il core
+ lo d chan detto ai dolci amici addio;
+
+ e che lo novo peregrin damore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+ quand io incominciai a render vano
+ ludire e a mirare una de lalme
+ surta, che lascoltar chiedea con mano.
+
+ Ella giunse e lev ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso lorente,
+ come dicesse a Dio: Daltro non calme.
+
+ Te lucis ante s devotamente
+ le usco di bocca e con s dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+ e laltre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto linno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ ch l velo ora ben tanto sottile,
+ certo che l trapassar dentro leggero.
+
+ Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in se,
+ quasi aspettando, palido e umle;
+
+ e vidi uscir de lalto e scender gie
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+ Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+ Lun poco sovra noi a star si venne,
+ e laltro scese in lopposita sponda,
+ s che la gente in mezzo si contenne.
+
+ Ben discerna in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia locchio si smarria,
+ come virt cha troppo si confonda.
+
+ Ambo vegnon del grembo di Maria,
+ disse Sordello, a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verr vie via.
+
+ Ond io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto maccostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+ E Sordello anco: Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazoso fia lor vedervi assai.
+
+ Solo tre passi credo chi scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+ Temp era gi che laere sannerava,
+ ma non s che tra li occhi suoi e miei
+ non dichiarisse ci che pria serrava.
+
+ Ver me si fece, e io ver lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra rei!
+
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimand: Quant che tu venisti
+ a pi del monte per le lontane acque?.
+
+ Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che laltra, s andando, acquisti.
+
+ E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di sbito smarrita.
+
+ Luno a Virgilio e laltro a un si volse
+ che sedea l, gridando: S, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse.
+
+ Poi, vlto a me: Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che s nasconde
+ lo suo primo perch, che non l guado,
+
+ quando sarai di l da le larghe onde,
+ d a Giovanna mia che per me chiami
+ l dove a li nnocenti si risponde.
+
+ Non credo che la sua madre pi mami,
+ poscia che trasmut le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+ Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco damor dura,
+ se locchio o l tatto spesso non laccende.
+
+ Non le far s bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com avria fatto il gallo di Gallura.
+
+ Cos dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur l dove le stelle son pi tarde,
+ s come rota pi presso a lo stelo.
+
+ E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.
+ E io a lui: A quelle tre facelle
+ di che l polo di qua tutto quanto arde.
+
+ Ond elli a me: Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di l basse,
+ e queste son salite ov eran quelle.
+
+ Com ei parlava, e Sordello a s il trasse
+ dicendo: Vedi l l nostro avversaro;
+ e drizz il dito perch n l guardasse.
+
+ Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+ Tra lerba e fior vena la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+ Io non vidi, e per dicer non posso,
+ come mosser li astor celestali;
+ ma vidi bene e luno e laltro mosso.
+
+ Sentendo fender laere a le verdi ali,
+ fugg l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+ Lombra che sera al giudice raccolta
+ quando chiam, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+ Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant mestiere infino al sommo smalto,
+
+ cominci ella, se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che gi grande l era.
+
+ Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son lantico, ma di lui discesi;
+ a miei portai lamor che qui raffina.
+
+ Oh!, diss io lui, per li vostri paesi
+ gi mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa chei non sien palesi?
+
+ La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ s che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+ e io vi giuro, sio di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+ Uso e natura s la privilegia,
+ che, perch il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e l mal cammin dispregia.
+
+ Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che l Montone
+ con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,
+
+ che cotesta cortese oppinone
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che daltrui sermone,
+
+ se corso di giudicio non sarresta.
+
+
+
+ Purgatorio Canto IX
+
+
+ La concubina di Titone antico
+ gi simbiancava al balco dorente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+ di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+ e la notte, de passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov eravamo,
+ e l terzo gi chinava in giuso lale;
+
+ quand io, che meco avea di quel dAdamo,
+ vinto dal sonno, in su lerba inchinai
+ l ve gi tutti e cinque sedavamo.
+
+ Ne lora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de suo primi guai,
+
+ e che la mente nostra, peregrina
+ pi da la carne e men da pensier presa,
+ a le sue vison quasi divina,
+
+ in sogno mi parea veder sospesa
+ unaguglia nel ciel con penne doro,
+ con lali aperte e a calare intesa;
+
+ ed esser mi parea l dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+ Fra me pensava: Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse daltro loco
+ disdegna di portarne suso in piede.
+
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+ Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e s lo ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che l sonno si rompesse.
+
+ Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo l dove si fosse,
+
+ quando la madre da Chirn a Schiro
+ trafugg lui dormendo in le sue braccia,
+ l onde poi li Greci il dipartiro;
+
+ che mi scoss io, s come da la faccia
+ mi fugg l sonno, e diventa ismorto,
+ come fa luom che, spaventato, agghiaccia.
+
+ Dallato mera solo il mio conforto,
+ e l sole er alto gi pi che due ore,
+ e l viso mera a la marina torto.
+
+ Non aver tema, disse il mio segnore;
+ fatti sicur, ch noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+ Tu se omai al purgatorio giunto:
+ vedi l il balzo che l chiude dintorno;
+ vedi lentrata l ve par digiunto.
+
+ Dianzi, ne lalba che procede al giorno,
+ quando lanima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond l gi addorno
+
+ venne una donna, e disse: I son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ s lagevoler per la sua via.
+
+ Sordel rimase e laltre genti forme;
+ ella ti tolse, e come l d fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+ Qui ti pos, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e l sonno ad una se nandaro.
+
+ A guisa duom che n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verit li discoperta,
+
+ mi cambia io; e come sanza cura
+ vide me l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver laltura.
+
+ Lettor, tu vedi ben com io innalzo
+ la mia matera, e per con pi arte
+ non ti maravigliar sio la rincalzo.
+
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+ che l dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier chancor non facea motto.
+
+ E come locchio pi e pi vapersi,
+ vidil seder sovra l grado sovrano,
+ tal ne la faccia chio non lo soffersi;
+
+ e una spada nuda ava in mano,
+ che refletta i raggi s ver noi,
+ chio drizzava spesso il viso in vano.
+
+ Dite costinci: che volete voi?,
+ cominci elli a dire, ov la scorta?
+ Guardate che l venir s non vi ni.
+
+ Donna del ciel, di queste cose accorta,
+ rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi
+ ne disse: Andate l: quivi la porta.
+
+ Ed ella i passi vostri in bene avanzi,
+ ricominci il cortese portinaio:
+ Venite dunque a nostri gradi innanzi.
+
+ L ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era s pulito e terso,
+ chio mi specchiai in esso qual io paio.
+
+ Era il secondo tinto pi che perso,
+ duna petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+ Lo terzo, che di sopra sammassiccia,
+ porfido mi parea, s fiammeggiante
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+ Sovra questo tena ambo le piante
+ langel di Dio sedendo in su la soglia
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+ Per li tre gradi s di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi
+ umilemente che l serrame scioglia.
+
+ Divoto mi gittai a santi piedi;
+ misericordia chiesi e chel maprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+ Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e Fa che lavi,
+ quando se dentro, queste piaghe disse.
+
+ Cenere, o terra che secca si cavi,
+ dun color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+ Luna era doro e laltra era dargento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta s, chi fu contento.
+
+ Quandunque luna deste chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa,
+ diss elli a noi, non sapre questa calla.
+
+ Pi cara luna; ma laltra vuol troppa
+ darte e dingegno avanti che diserri,
+ perch ella quella che l nodo digroppa.
+
+ Da Pier le tegno; e dissemi chi erri
+ anzi ad aprir cha tenerla serrata,
+ pur che la gente a piedi mi satterri.
+
+ Poi pinse luscio a la porta sacrata,
+ dicendo: Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi n dietro si guata.
+
+ E quando fuor ne cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+ non rugghi s n si mostr s acra
+ Tarpa, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e Te Deum laudamus mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+ Tale imagine a punto mi rendea
+ ci chio udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ chor s or no sintendon le parole.
+
+
+
+ Purgatorio Canto X
+
+
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che l mal amor de lanime disusa,
+ perch fa parer dritta la via torta,
+
+ sonando la senti esser richiusa;
+ e sio avesse li occhi vlti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+ Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e duna e daltra parte,
+ s come londa che fugge e sappressa.
+
+ Qui si conviene usare un poco darte,
+ cominci l duca mio, in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte.
+
+ E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ s dove il monte in dietro si rauna,
+
+ o stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo pi che strade per diserti.
+
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al pi de lalta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+ e quanto locchio mio potea trar dale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+ L s non eran mossi i pi nostri anco,
+ quand io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+ esser di marmo candido e addorno
+ dintagli s, che non pur Policleto,
+ ma la natura l avrebbe scorno.
+
+ Langel che venne in terra col decreto
+ de la molt anni lagrimata pace,
+ chaperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+ dinanzi a noi pareva s verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+ Giurato si saria chel dicesse Ave!;
+ perch iv era imaginata quella
+ chad aprir lalto amor volse la chiave;
+
+ e avea in atto impressa esta favella
+ Ecce ancilla De, propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+ Non tener pur ad un loco la mente,
+ disse l dolce maestro, che mavea
+ da quella parte onde l cuore ha la gente.
+
+ Per chi mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde mera colui che mi movea,
+
+ unaltra storia ne la roccia imposta;
+ per chio varcai Virgilio, e femi presso,
+ acci che fosse a li occhi miei disposta.
+
+ Era intagliato l nel marmo stesso
+ lo carro e buoi, traendo larca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a due mie sensi
+ faceva dir lun No, laltro S, canta.
+
+ Similemente al fummo de li ncensi
+ che vera imaginato, li occhi e l naso
+ e al s e al no discordi fensi.
+
+ L precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, lumile salmista,
+ e pi e men che re era in quel caso.
+
+ Di contra, effigata ad una vista
+ dun gran palazzo, Micl ammirava
+ s come donna dispettosa e trista.
+
+ I mossi i pi del loco dov io stava,
+ per avvisar da presso unaltra istoria,
+ che di dietro a Micl mi biancheggiava.
+
+ Quiv era storata lalta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+ i dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+ Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e laguglie ne loro
+ sovr essi in vista al vento si movieno.
+
+ La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch morto, ond io maccoro;
+
+ ed elli a lei rispondere: Or aspetta
+ tanto chi torni; e quella: Segnor mio,
+ come persona in cui dolor saffretta,
+
+ se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io,
+ la ti far; ed ella: Laltrui bene
+ a te che fia, se l tuo metti in oblio?;
+
+ ond elli: Or ti conforta; chei convene
+ chi solva il mio dovere anzi chi mova:
+ giustizia vuole e piet mi ritene.
+
+ Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perch qui non si trova.
+
+ Mentr io mi dilettava di guardare
+ limagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+ Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
+ mormorava il poeta, molte genti:
+ questi ne nveranno a li alti gradi.
+
+ Li occhi miei, cha mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond e son vaghi,
+ volgendosi ver lui non furon lenti.
+
+ Non vo per, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che l debito si paghi.
+
+ Non attender la forma del martre:
+ pensa la succession; pensa chal peggio
+ oltre la gran sentenza non pu ire.
+
+ Io cominciai: Maestro, quel chio veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, s nel veder vaneggio.
+
+ Ed elli a me: La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ s che miei occhi pria nebber tencione.
+
+ Ma guarda fiso l, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ gi scorger puoi come ciascun si picchia.
+
+ O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne retrosi passi,
+
+ non vaccorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar langelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+ Di che lanimo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ s come vermo in cui formazion falla?
+
+ Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+ la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere n chi la vede; cos fatti
+ vid io color, quando puosi ben cura.
+
+ Vero che pi e meno eran contratti
+ secondo chavien pi e meno a dosso;
+ e qual pi pazenza avea ne li atti,
+
+ piangendo parea dicer: Pi non posso.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XI
+
+
+ O Padre nostro, che ne cieli stai,
+ non circunscritto, ma per pi amore
+ chai primi effetti di l s tu hai,
+
+ laudato sia l tuo nome e l tuo valore
+ da ogne creatura, com degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+ Vegna ver noi la pace del tuo regno,
+ ch noi ad essa non potem da noi,
+ sella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+ Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ cos facciano li uomini de suoi.
+
+ D oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi pi di gir saffanna.
+
+ E come noi lo mal chavem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+ Nostra virt che di legger sadona,
+ non spermentar con lantico avversaro,
+ ma libera da lui che s la sprona.
+
+ Quest ultima preghiera, segnor caro,
+ gi non si fa per noi, ch non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro.
+
+ Cos a s e noi buona ramogna
+ quell ombre orando, andavan sotto l pondo,
+ simile a quel che talvolta si sogna,
+
+ disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+ Se di l sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei channo al voler buona radice?
+
+ Ben si de loro atar lavar le note
+ che portar quinci, s che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+ Deh, se giustizia e piet vi disgrievi
+ tosto, s che possiate muover lala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+ mostrate da qual mano inver la scala
+ si va pi corto; e se c pi dun varco,
+ quel ne nsegnate che men erto cala;
+
+ ch questi che vien meco, per lo ncarco
+ de la carne dAdamo onde si veste,
+ al montar s, contra sua voglia, parco.
+
+ Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ ma fu detto: A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+ E sio non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+ cotesti, chancor vive e non si noma,
+ guardere io, per veder si l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+ Io fui latino e nato dun gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se l nome suo gi mai fu vosco.
+
+ Lantico sangue e lopere leggiadre
+ di miei maggior mi fer s arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ ogn uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ chio ne mori, come i Sanesi sanno,
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, ch tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+ E qui convien chio questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti.
+
+ Ascoltando chinai in gi la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li mpaccia,
+
+ e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+ Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi,
+ lonor dAgobbio e lonor di quell arte
+ challuminar chiamata in Parisi?.
+
+ Frate, diss elli, pi ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ lonore tutto or suo, e mio in parte.
+
+ Ben non sare io stato s cortese
+ mentre chio vissi, per lo gran disio
+ de leccellenza ove mio core intese.
+
+ Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+ Oh vana gloria de lumane posse!
+ com poco verde in su la cima dura,
+ se non giunta da letati grosse!
+
+ Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ s che la fama di colui scura.
+
+ Cos ha tolto luno a laltro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse nato
+ chi luno e laltro caccer del nido.
+
+ Non il mondan romore altro chun fiato
+ di vento, chor vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perch muta lato.
+
+ Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,
+
+ pria che passin mill anni? ch pi corto
+ spazio a letterno, chun muover di ciglia
+ al cerchio che pi tardi in cielo torto.
+
+ Colui che del cammin s poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana son tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ ond era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo s com ora putta.
+
+ La vostra nominanza color derba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba.
+
+ E io a lui: Tuo vero dir mincora
+ bona umilt, e gran tumor mappiani;
+ ma chi quei di cui tu parlavi ora?.
+
+ Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;
+ ed qui perch fu presuntoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+ Ito cos e va, sanza riposo,
+ poi che mor; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi di l troppo oso.
+
+ E io: Se quello spirito chattende,
+ pria che si penta, lorlo de la vita,
+ qua gi dimora e qua s non ascende,
+
+ se buona orazon lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?.
+
+ Quando vivea pi gloroso, disse,
+ liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, saffisse;
+
+ e l, per trar lamico suo di pena,
+ che sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+ Pi non dir, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andr, che tuoi vicini
+ faranno s che tu potrai chiosarlo.
+
+ Quest opera li tolse quei confini.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XII
+
+
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ mandava io con quell anima carca,
+ fin che l sofferse il dolce pedagogo.
+
+ Ma quando disse: Lascia lui e varca;
+ ch qui buono con lali e coi remi,
+ quantunque pu, ciascun pinger sua barca;
+
+ dritto s come andar vuolsi rifemi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+ Io mera mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ gi mostravam com eravam leggeri;
+
+ ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:
+ buon ti sar, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue.
+
+ Come, perch di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel chelli eran pria,
+
+ onde l molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a pi d de le calcagne;
+
+ s vid io l, ma di miglior sembianza
+ secondo lartificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+ Vedea colui che fu nobil creato
+ pi chaltra creatura, gi dal cielo
+ folgoreggiando scender, da lun lato.
+
+ Veda Brareo fitto dal telo
+ celestal giacer, da laltra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra di Giganti sparte.
+
+ Vedea Nembrt a pi del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che n Sennar con lui superbi fuoro.
+
+ O Nob, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+ O Sal, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelbo,
+ che poi non sent pioggia n rugiada!
+
+ O folle Aragne, s vedea io te
+ gi mezza ragna, trista in su li stracci
+ de lopera che mal per te si f.
+
+ O Robom, gi non par che minacci
+ quivi l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.
+
+ Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre f caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+ Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherb dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+ Mostrava la ruina e l crudo scempio
+ che f Tamiri, quando disse a Ciro:
+ Sangue sitisti, e io di sangue tempio.
+
+ Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Iln, come te basso e vile
+ mostrava il segno che l si discerne!
+
+ Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse lombre e tratti chivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant io calcai, fin che chinato givi.
+
+ Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli dEva, e non chinate il volto
+ s che veggiate il vostro mal sentero!
+
+ Pi era gi per noi del monte vlto
+ e del cammin del sole assai pi speso
+ che non stimava lanimo non sciolto,
+
+ quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, cominci: Drizza la testa;
+ non pi tempo di gir s sospeso.
+
+ Vedi col un angel che sappresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del d lancella sesta.
+
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ s che i diletti lo nvarci in suso;
+ pensa che questo d mai non raggiorna!.
+
+ Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, s che n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+ A noi vena la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+ Le braccia aperse, e indi aperse lale;
+ disse: Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+ A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar s nata,
+ perch a poco vento cos cadi?.
+
+ Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batt lali per la fronte;
+ poi mi promise sicura landata.
+
+ Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+ si rompe del montar lardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ chera sicuro il quaderno e la doga;
+
+ cos sallenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da laltro girone;
+ ma quinci e quindi lalta pietra rade.
+
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ Beati pauperes spiritu! voci
+ cantaron s, che nol diria sermone.
+
+ Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da linfernali! ch quivi per canti
+ sentra, e l gi per lamenti feroci.
+
+ Gi montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo pi lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+ Ond io: Maestro, d, qual cosa greve
+ levata s da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?.
+
+ Rispuose: Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com lun, del tutto rasi,
+
+ fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser s pinti.
+
+ Allor fec io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che cenni altrui sospecciar fanno;
+
+ per che la mano ad accertar saiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si pu fornir per la veduta;
+
+ e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+ a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XIII
+
+
+ Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+ Ivi cos una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che larco suo pi tosto piega.
+
+ Ombra non l n segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+ Se qui per dimandar gente saspetta,
+ ragionava il poeta, io temo forse
+ che troppo avr dindugio nostra eletta.
+
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di s torse.
+
+ O dolce lume a cui fidanza i entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci,
+ dicea, come condur si vuol quinc entro.
+
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci;
+ saltra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci.
+
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di l eravam noi gi iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+ e verso noi volar furon sentiti,
+ non per visti, spiriti parlando
+ a la mensa damor cortesi inviti.
+
+ La prima voce che pass volando
+ Vinum non habent altamente disse,
+ e dietro a noi land reterando.
+
+ E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, unaltra I sono Oreste
+ pass gridando, e anco non saffisse.
+
+ Oh!, diss io, padre, che voci son queste?.
+ E com io domandai, ecco la terza
+ dicendo: Amate da cui male aveste.
+
+ E l buon maestro: Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e per sono
+ tratte damor le corde de la ferza.
+
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che ludirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+ Ma ficca li occhi per laere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun lungo la grotta assiso.
+
+ Allora pi che prima li occhi apersi;
+ guardami innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+ E poi che fummo un poco pi avanti,
+ udia gridar: Maria, ra per noi:
+ gridar Michele e Pietro e Tutti santi.
+
+ Non credo che per terra vada ancoi
+ omo s duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel chi vidi poi;
+
+ ch, quando fui s presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e lun sofferia laltro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+ Cos li ciechi a cui la roba falla,
+ stanno a perdoni a chieder lor bisogna,
+ e luno il capo sopra laltro avvalla,
+
+ perch n altrui piet tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+ E come a li orbi non approda il sole,
+ cos a lombre quivi, ond io parlo ora,
+ luce del ciel di s largir non vole;
+
+ ch a tutti un fil di ferro i cigli fra
+ e cusce s, come a sparvier selvaggio
+ si fa per che queto non dimora.
+
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per chio mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+ Ben sapev ei che volea dir lo muto;
+ e per non attese mia dimanda,
+ ma disse: Parla, e sie breve e arguto.
+
+ Virgilio mi vena da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perch da nulla sponda singhirlanda;
+
+ da laltra parte meran le divote
+ ombre, che per lorribile costura
+ premevan s, che bagnavan le gote.
+
+ Volsimi a loro e: O gente sicura,
+ incominciai, di veder lalto lume
+ che l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+ se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscenza s che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ ditemi, ch mi fia grazioso e caro,
+ sanima qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sar buon si lapparo.
+
+ O frate mio, ciascuna cittadina
+ duna vera citt; ma tu vuo dire
+ che vivesse in Italia peregrina.
+
+ Questo mi parve per risposta udire
+ pi innanzi alquanto che l dov io stava,
+ ond io mi feci ancor pi l sentire.
+
+ Tra laltre vidi unombra chaspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir Come?,
+ lo mento a guisa dorbo in s levava.
+
+ Spirto, diss io, che per salir ti dome,
+ se tu se quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome.
+
+ Io fui sanese, rispuose, e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che s ne presti.
+
+ Savia non fui, avvegna che Sapa
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ pi lieta assai che di ventura mia.
+
+ E perch tu non creda chio tinganni,
+ odi si fui, com io ti dico, folle,
+ gi discendendo larco di miei anni.
+
+ Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel che volle.
+
+ Rotti fuor quivi e vlti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+ tanto chio volsi in s lardita faccia,
+ gridando a Dio: Omai pi non ti temo!,
+ come f l merlo per poca bonaccia.
+
+ Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+ se ci non fosse, cha memoria mebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+ Ma tu chi se, che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ s com io credo, e spirando ragioni?.
+
+ Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, ch poca loffesa
+ fatta per esser con invidia vlti.
+
+ Troppa pi la paura ond sospesa
+ lanima mia del tormento di sotto,
+ che gi lo ncarco di l gi mi pesa.
+
+ Ed ella a me: Chi tha dunque condotto
+ qua s tra noi, se gi ritornar credi?.
+ E io: Costui ch meco e non fa motto.
+
+ E vivo sono; e per mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo chi mova
+ di l per te ancor li mortai piedi.
+
+ Oh, questa a udir s cosa nuova,
+ rispuose, che gran segno che Dio tami;
+ per col priego tuo talor mi giova.
+
+ E cheggioti, per quel che tu pi brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+ Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ pi di speranza cha trovar la Diana;
+
+ ma pi vi perderanno li ammiragli.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XIV
+
+
+ Chi costui che l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.
+
+ Non so chi sia, ma so che non solo;
+ domandal tu che pi li tavvicini,
+ e dolcemente, s che parli, accolo.
+
+ Cos due spirti, luno a laltro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+ e disse luno: O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,
+ per carit ne consola e ne ditta
+
+ onde vieni e chi se; ch tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu pi mai.
+
+ E io: Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+ Di sovr esso rech io questa persona:
+ dirvi chi sia, saria parlare indarno,
+ ch l nome mio ancor molto non suona.
+
+ Se ben lo ntendimento tuo accarno
+ con lo ntelletto, allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, tu parli dArno.
+
+ E laltro disse lui: Perch nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com om fa de lorribili cose?.
+
+ E lombra che di ci domandata era,
+ si sdebit cos: Non so; ma degno
+ ben che l nome di tal valle pra;
+
+ ch dal principio suo, ov s pregno
+ lalpestro monte ond tronco Peloro,
+ che n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+ infin l ve si rende per ristoro
+ di quel che l ciel de la marina asciuga,
+ ond hanno i fiumi ci che va con loro,
+
+ vert cos per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ ond hanno s mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+ Tra brutti porci, pi degni di galle
+ che daltro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+ Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi pi che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+ Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa,
+ tanto pi trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+ Discesa poi per pi pelaghi cupi,
+ trova le volpi s piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occpi.
+
+ N lascer di dir perch altri moda;
+ e buon sar costui, sancor sammenta
+ di ci che vero spirto mi disnoda.
+
+ Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+ Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e s di pregio priva.
+
+ Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva.
+
+ Com a lannunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui chascolta,
+ da qual che parte il periglio lassanni,
+
+ cos vid io laltr anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi chebbe la parola a s raccolta.
+
+ Lo dir de luna e de laltra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+ per che lo spirto che di pria parlmi
+ ricominci: Tu vuo chio mi deduca
+ nel fare a te ci che tu far non vuomi.
+
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti sar scarso;
+ per sappi chio fui Guido del Duca.
+
+ Fu il sangue mio dinvidia s rarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto mavresti di livore sparso.
+
+ Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perch poni l core
+ l v mestier di consorte divieto?
+
+ Questi Rinier; questi l pregio e lonore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s reda poi del suo valore.
+
+ E non pur lo suo sangue fatto brullo,
+ tra l Po e l monte e la marina e l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ ch dentro a questi termini ripieno
+ di venenosi sterpi, s che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+ Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+ Non ti maravigliar sio piango, Tosco,
+ quando rimembro, con Guido da Prata,
+ Ugolin dAzzo che vivette nosco,
+
+ Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e luna gente e laltra diretata),
+
+ le donne e cavalier, li affanni e li agi
+ che ne nvogliava amore e cortesia
+ l dove i cuor son fatti s malvagi.
+
+ O Bretinoro, ch non fuggi via,
+ poi che gita se n la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti pi simpiglia.
+
+ Ben faranno i Pagan, da che l demonio
+ lor sen gir; ma non per che puro
+ gi mai rimagna dessi testimonio.
+
+ O Ugolin de Fantolin, sicuro
+ l nome tuo, da che pi non saspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+ Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta
+ troppo di pianger pi che di parlare,
+ s mha nostra ragion la mente stretta.
+
+ Noi sapavam che quell anime care
+ ci sentivano andar; per, tacendo,
+ facan noi del cammin confidare.
+
+ Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando laere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+ Anciderammi qualunque mapprende;
+ e fugg come tuon che si dilegua,
+ se sbito la nuvola scoscende.
+
+ Come da lei ludir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco laltra con s gran fracasso,
+ che somigli tonar che tosto segua:
+
+ Io sono Aglauro che divenni sasso;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+ Gi era laura dogne parte queta;
+ ed el mi disse: Quel fu l duro camo
+ che dovria luom tener dentro a sua meta.
+
+ Ma voi prendete lesca, s che lamo
+ de lantico avversaro a s vi tira;
+ e per poco val freno o richiamo.
+
+ Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e locchio vostro pur a terra mira;
+
+ onde vi batte chi tutto discerne.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XV
+
+
+ Quanto tra lultimar de lora terza
+ e l principio del d par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+ tanto pareva gi inver la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero l, e qui mezza notte era.
+
+ E i raggi ne ferien per mezzo l naso,
+ perch per noi girato era s l monte,
+ che gi dritti andavamo inver loccaso,
+
+ quand io senti a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai pi che di prima,
+ e stupor meran le cose non conte;
+
+ ond io levai le mani inver la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+ Come quando da lacqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a lopposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+ a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ s come mostra esperenza e arte;
+
+ cos mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+ Che quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia,
+ diss io, e pare inver noi esser mosso?.
+
+ Non ti maravigliar sancor tabbaglia
+ la famiglia del cielo, a me rispuose:
+ messo che viene ad invitar chom saglia.
+
+ Tosto sar cha veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose.
+
+ Poi giunti fummo a langel benedetto,
+ con lieta voce disse: Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto.
+
+ Noi montavam, gi partiti di linci,
+ e Beati misericordes! fue
+ cantato retro, e Godi tu che vinci!.
+
+ Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+ e dirizzami a lui s dimandando:
+ Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e divieto e consorte menzionando?.
+
+ Per chelli a me: Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e per non sammiri
+ se ne riprende perch men si piagna.
+
+ Perch sappuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a sospiri.
+
+ Ma se lamor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ ch, per quanti si dice pi l nostro,
+ tanto possiede pi di ben ciascuno,
+ e pi di caritate arde in quel chiostro.
+
+ Io son desser contento pi digiuno,
+ diss io, che se mi fosse pria taciuto,
+ e pi di dubbio ne la mente aduno.
+
+ Com esser puote chun ben, distributo
+ in pi posseditor, faccia pi ricchi
+ di s che se da pochi posseduto?.
+
+ Ed elli a me: Per che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+ Quello infinito e ineffabil bene
+ che l s , cos corre ad amore
+ com a lucido corpo raggio vene.
+
+ Tanto si d quanto trova dardore;
+ s che, quantunque carit si stende,
+ cresce sovr essa letterno valore.
+
+ E quanta gente pi l s sintende,
+ pi v da bene amare, e pi vi sama,
+ e come specchio luno a laltro rende.
+
+ E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torr questa e ciascun altra brama.
+
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son gi le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente.
+
+ Com io voleva dicer Tu mappaghe,
+ vidimi giunto in su laltro girone,
+ s che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+ Ivi mi parve in una visone
+ estatica di sbito esser tratto,
+ e vedere in un tempio pi persone;
+
+ e una donna, in su lentrar, con atto
+ dolce di madre dicer: Figliuol mio,
+ perch hai tu cos verso noi fatto?
+
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo. E come qui si tacque,
+ ci che pareva prima, dispario.
+
+ Indi mapparve unaltra con quell acque
+ gi per le gote che l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+ e dir: Se tu se sire de la villa
+ del cui nome ne di fu tanta lite,
+ e onde ogne scenza disfavilla,
+
+ vendica te di quelle braccia ardite
+ chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto.
+ E l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+ risponder lei con viso temperato:
+ Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama per noi condannato?,
+
+ Poi vidi genti accese in foco dira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a s pur: Martira, martira!.
+
+ E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che laggravava gi, inver la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+ orando a lalto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a suoi persecutori,
+ con quello aspetto che piet diserra.
+
+ Quando lanima mia torn di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+ Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far s com om che dal sonno si slega,
+ disse: Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ ma se venuto pi che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?.
+
+ O dolce padre mio, se tu mascolte,
+ io ti dir, diss io, ci che mapparve
+ quando le gambe mi furon s tolte.
+
+ Ed ei: Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+ Ci che vedesti fu perch non scuse
+ daprir lo core a lacque de la pace
+ che da letterno fonte son diffuse.
+
+ Non dimandai Che hai? per quel che face
+ chi guarda pur con locchio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ ma dimandai per darti forza al piede:
+ cos frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede.
+
+ Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ n da quello era loco da cansarsi.
+
+ Questo ne tolse li occhi e laere puro.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XVI
+
+
+ Buio dinferno e di notte privata
+ dogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant esser pu di nuvol tenebrata,
+
+ non fece al viso mio s grosso velo
+ come quel fummo chivi ci coperse,
+ n a sentir di cos aspro pelo,
+
+ che locchio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi saccost e lomero mofferse.
+
+ S come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che l molesti, o forse ancida,
+
+ mandava io per laere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.
+
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ lAgnel di Dio che le peccata leva.
+
+ Pur Agnus Dei eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ s che parea tra esse ogne concordia.
+
+ Quei sono spirti, maestro, chi odo?,
+ diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,
+ e diracundia van solvendo il nodo.
+
+ Or tu chi se che l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?.
+
+ Cos per una voce detto fue;
+ onde l maestro mio disse: Rispondi,
+ e domanda se quinci si va se.
+
+ E io: O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi.
+
+ Io ti seguiter quanto mi lece,
+ rispuose; e se veder fummo non lascia,
+ ludir ci terr giunti in quella vece.
+
+ Allora incominciai: Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per linfernale ambascia.
+
+ E se Dio mha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol chi veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte.
+
+ Lombardo fui, e fu chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso larco.
+
+ Per montar s dirittamente vai.
+ Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego
+ che per me prieghi quando s sarai.
+
+ E io a lui: Per fede mi ti lego
+ di far ci che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.
+
+ Prima era scempio, e ora fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov io laccoppio.
+
+ Lo mondo ben cos tutto diserto
+ dogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ ma priego che maddite la cagione,
+ s chi la veggia e chi la mostri altrui;
+ ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.
+
+ Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,
+ mise fuor prima; e poi cominci: Frate,
+ lo mondo cieco, e tu vien ben da lui.
+
+ Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+ Se cos fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto chi l dica,
+ lume v dato a bene e a malizia,
+
+ e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+ A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.
+
+ Per, se l mondo presente disvia,
+ in voi la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne sar or vera spia.
+
+ Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+ lanima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a ci che la trastulla.
+
+ Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi singanna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+ Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver, che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, per che l pastor che procede,
+ rugumar pu, ma non ha lunghie fesse;
+
+ per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond ella ghiotta,
+ di quel si pasce, e pi oltre non chiede.
+
+ Ben puoi veder che la mala condotta
+ la cagion che l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che n voi sia corrotta.
+
+ Soleva Roma, che l buon mondo feo,
+ due soli aver, che luna e laltra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+ Lun laltro ha spento; ed giunta la spada
+ col pasturale, e lun con laltro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+ per che, giunti, lun laltro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ chogn erba si conosce per lo seme.
+
+ In sul paese chAdice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+ or pu sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o dappressarsi.
+
+ Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna
+ lantica et la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+ Currado da Palazzo e l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma,
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+ D oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in s due reggimenti,
+ cade nel fango, e s brutta e la soma.
+
+ O Marco mio, diss io, bene argomenti;
+ e or discerno perch dal retaggio
+ li figli di Lev furono essenti.
+
+ Ma qual Gherardo quel che tu per saggio
+ di ch rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovro del secol selvaggio?.
+
+ O tuo parlar minganna, o el mi tenta,
+ rispuose a me; ch, parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+ Per altro sopranome io nol conosco,
+ sio nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.
+
+ Vedi lalbor che per lo fummo raia
+ gi biancheggiare, e me convien partirmi
+ (langelo ivi) prima chio li paia.
+
+ Cos torn, e pi non volle udirmi.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XVII
+
+
+ Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+ come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+ e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com io rividi
+ lo sole in pria, che gi nel corcar era.
+
+ S, pareggiando i miei co passi fidi
+ del mio maestro, usci fuor di tal nube
+ ai raggi morti gi ne bassi lidi.
+
+ O imaginativa che ne rube
+ talvolta s di fuor, chom non saccorge
+ perch dintorno suonin mille tube,
+
+ chi move te, se l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel sinforma,
+ per s o per voler che gi lo scorge.
+
+ De lempiezza di lei che mut forma
+ ne luccel cha cantar pi si diletta,
+ ne limagine mia apparve lorma;
+
+ e qui fu la mia mente s ristretta
+ dentro da s, che di fuor non vena
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+ Poi piovve dentro a lalta fantasia
+ un crucifisso, dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+ intorno ad esso era il grande Assero,
+ Estr sua sposa e l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far cos intero.
+
+ E come questa imagine rompeo
+ s per s stessa, a guisa duna bulla
+ cui manca lacqua sotto qual si feo,
+
+ surse in mia visone una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: O regina,
+ perch per ira hai voluto esser nulla?
+
+ Ancisa thai per non perder Lavina;
+ or mhai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria cha laltrui ruina.
+
+ Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+ cos limaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch in nostro uso.
+
+ I mi volgea per veder ov io fosse,
+ quando una voce disse Qui si monta,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+ e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+ Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ cos la mia virt quivi mancava.
+
+ Questo divino spirito, che ne la
+ via da ir s ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume s medesmo cela.
+
+ S fa con noi, come luom si fa sego;
+ ch quale aspetta prego e luopo vede,
+ malignamente gi si mette al nego.
+
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che sabbui,
+ ch poi non si poria, se l d non riede.
+
+ Cos disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto chio al primo grado fui,
+
+ sentimi presso quasi un muover dala
+ e ventarmi nel viso e dir: Beati
+ pacifici, che son sanz ira mala!.
+
+ Gi eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da pi lati.
+
+ O virt mia, perch s ti dilegue?,
+ fra me stesso dicea, ch mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+ Noi eravam dove pi non saliva
+ la scala s, ed eravamo affissi,
+ pur come nave cha la piaggia arriva.
+
+ E io attesi un poco, sio udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+ Dolce mio padre, d, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.
+
+ Ed elli a me: Lamor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+ Ma perch pi aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora.
+
+ N creator n creatura mai,
+ cominci el, figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o danimo; e tu l sai.
+
+ Lo naturale sempre sanza errore,
+ ma laltro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+ Mentre chelli nel primo ben diretto,
+ e ne secondi s stesso misura,
+ esser non pu cagion di mal diletto;
+
+ ma quando al mal si torce, o con pi cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra l fattore adovra sua fattura.
+
+ Quinci comprender puoi chesser convene
+ amor sementa in voi dogne virtute
+ e dogne operazion che merta pene.
+
+ Or, perch mai non pu da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da lodio proprio son le cose tute;
+
+ e perch intender non si pu diviso,
+ e per s stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto deciso.
+
+ Resta, se dividendo bene stimo,
+ che l mal che sama del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+ chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ chel sia di sua grandezza in basso messo;
+
+ chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch altri sormonti,
+ onde sattrista s che l contrario ama;
+
+ ed chi per ingiuria par chaonti,
+ s che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che l male altrui impronti.
+
+ Questo triforme amor qua gi di sotto
+ si piange: or vo che tu de laltro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+ Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti lanimo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+ Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+ Altro ben che non fa luom felice;
+ non felicit, non la buona
+ essenza, dogne ben frutto e radice.
+
+ Lamor chad esso troppo sabbandona,
+ di sovr a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+ tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XVIII
+
+
+ Posto avea fine al suo ragionamento
+ lalto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista sio parea contento;
+
+ e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: Forse
+ lo troppo dimandar chio fo li grava.
+
+ Ma quel padre verace, che saccorse
+ del timido voler che non sapriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+ Ond io: Maestro, il mio veder savviva
+ s nel tuo lume, chio discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+ Per ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e l suo contraro.
+
+ Drizza, disse, ver me lagute luci
+ de lo ntelletto, e fieti manifesto
+ lerror de ciechi che si fanno duci.
+
+ Lanimo, ch creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto desto.
+
+ Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ s che lanimo ad essa volger face;
+
+ e se, rivolto, inver di lei si piega,
+ quel piegare amor, quell natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+ Poi, come l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch nata a salire
+ l dove pi in sua matera dura,
+
+ cos lanimo preso entra in disire,
+ ch moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+ Or ti puote apparer quant nascosa
+ la veritate a la gente chavvera
+ ciascun amore in s laudabil cosa;
+
+ per che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ buono, ancor che buona sia la cera.
+
+ Le tue parole e l mio seguace ingegno,
+ rispuos io lui, mhanno amor discoverto,
+ ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno;
+
+ ch, samore di fuori a noi offerto
+ e lanima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non suo merto.
+
+ Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss io; da indi in l taspetta
+ pur a Beatrice, ch opra di fede.
+
+ Ogne forma sustanzal, che setta
+ da matera ed con lei unita,
+ specifica vertute ha in s colletta,
+
+ la qual sanza operar non sentita,
+ n si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+ Per, l onde vegna lo ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de primi appetibili laffetto,
+
+ che sono in voi s come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+ Or perch a questa ogn altra si raccoglia,
+ innata v la virt che consiglia,
+ e de lassenso de tener la soglia.
+
+ Quest l principio l onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+ Color che ragionando andaro al fondo,
+ saccorser desta innata libertate;
+ per moralit lasciaro al mondo.
+
+ Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi saccende,
+ di ritenerlo in voi la podestate.
+
+ La nobile virt Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e per guarda
+ che labbi a mente, sa parlar ten prende.
+
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer pi rade,
+ fatta com un secchion che tuttor arda;
+
+ e correa contro l ciel per quelle strade
+ che l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra Sardi e Corsi il vede quando cade.
+
+ E quell ombra gentil per cui si noma
+ Pietola pi che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+ per chio, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com om che sonnolento vana.
+
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era gi volta.
+
+ E quale Ismeno gi vide e Asopo
+ lungo di s di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+ cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel chio vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+ Tosto fur sovr a noi, perch correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+ Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna.
+
+ Ratto, ratto, che l tempo non si perda
+ per poco amor, gridavan li altri appresso,
+ che studio di ben far grazia rinverda.
+
+ O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+ questi che vive, e certo i non vi bugio,
+ vuole andar s, pur che l sol ne riluca;
+ per ne dite ond presso il pertugio.
+
+ Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+ Noi siam di voglia a muoverci s pieni,
+ che restar non potem; per perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+ Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+ E tale ha gi lun pi dentro la fossa,
+ che tosto pianger quel monastero,
+ e tristo fia davere avuta possa;
+
+ perch suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero.
+
+ Io non so se pi disse o sei si tacque,
+ tant era gi di l da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+ E quei che mera ad ogne uopo soccorso
+ disse: Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a laccida di morso.
+
+ Di retro a tutti dicean: Prima fue
+ morta la gente a cui il mar saperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+ E quella che laffanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio dAnchise,
+ s stessa a vita sanza gloria offerse.
+
+ Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell ombre, che veder pi non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+ del qual pi altri nacquero e diversi;
+ e tanto duno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+ e l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XIX
+
+
+ Ne lora che non pu l calor durno
+ intepidar pi l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+ quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in orente, innanzi a lalba,
+ surger per via che poco le sta bruna,
+
+ mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+ Io la mirava; e come l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ cos lo sguardo mio le facea scorta
+
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco dora, e lo smarrito volto,
+ com amor vuol, cos le colorava.
+
+ Poi chell avea l parlar cos disciolto,
+ cominciava a cantar s, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+ Io son, cantava, io son dolce serena,
+ che marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco sausa,
+ rado sen parte; s tutto lappago!.
+
+ Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+ O Virgilio, Virgilio, chi questa?,
+ fieramente dicea; ed el vena
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+ Laltra prendea, e dinanzi lapria
+ fendendo i drappi, e mostravami l ventre;
+ quel mi svegli col puzzo che nuscia.
+
+ Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre
+ voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni;
+ troviam laperta per la qual tu entre.
+
+ S mi levai, e tutti eran gi pieni
+ de lalto d i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+ Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che lha di pensier carca,
+ che fa di s un mezzo arco di ponte;
+
+ quand io udi Venite; qui si varca
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+ Con lali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in s colui che s parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+ Mosse le penne poi e ventilonne,
+ Qui lugent affermando esser beati,
+ chavran di consolar lanime donne.
+
+ Che hai che pur inver la terra guati?,
+ la guida mia incominci a dirmi,
+ poco amendue da langel sormontati.
+
+ E io: Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella vison cha s mi piega,
+ s chio non posso dal pensar partirmi.
+
+ Vedesti, disse, quellantica strega
+ che sola sovr a noi omai si piagne;
+ vedesti come luom da lei si slega.
+
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne.
+
+ Quale l falcon, che prima a pi si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che l il tira,
+
+ tal mi fec io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ nandai infin dove l cerchiar si prende.
+
+ Com io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+ Adhaesit pavimento anima mea
+ sentia dir lor con s alti sospiri,
+ che la parola a pena sintendea.
+
+ O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri.
+
+ Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via pi tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori.
+
+ Cos preg l poeta, e s risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per chio
+ nel parlare avvisai laltro nascosto,
+
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond elli massent con lieto cenno
+ ci che chiedea la vista del disio.
+
+ Poi chio potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+ dicendo: Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza l quale a Dio tornar non pssi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+ Chi fosti e perch vlti avete i dossi
+ al s, mi d, e se vuo chio timpetri
+ cosa di l ond io vivendo mossi.
+
+ Ed elli a me: Perch i nostri diretri
+ rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+ Intra Sestri e Chiaveri sadima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+ Un mese e poco pi prova io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte laltre some.
+
+ La mia conversone, om!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ cos scopersi la vita bugiarda.
+
+ Vidi che l non sacquetava il core,
+ n pi salir potiesi in quella vita;
+ per che di questa in me saccese amore.
+
+ Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+ Quel chavarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de lanime converse;
+ e nulla pena il monte ha pi amara.
+
+ S come locchio nostro non saderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ cos giustizia qui a terra il merse.
+
+ Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdsi,
+ cos giustizia qui stretti ne tene,
+
+ ne piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi.
+
+ Io mera inginocchiato e volea dire;
+ ma com io cominciai ed el saccorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+ Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.
+ E io a lui: Per vostra dignitate
+ mia coscenza dritto mi rimorse.
+
+ Drizza le gambe, lvati s, frate!,
+ rispuose; non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+ Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice Neque nubent intendesti,
+ ben puoi veder perch io cos ragiono.
+
+ Vattene omai: non vo che pi tarresti;
+ ch la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo ci che tu dicesti.
+
+ Nepote ho io di l cha nome Alagia,
+ buona da s, pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+ e questa sola di l m rimasa.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XX
+
+
+ Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de lacqua non sazia la spugna.
+
+ Mossimi; e l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a merli;
+
+ ch la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto l mondo occupa,
+ da laltra parte in fuor troppo sapproccia.
+
+ Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che pi che tutte laltre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+ O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua gi trasmutarsi,
+ quando verr per cui questa disceda?
+
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a lombre, chi sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+ e per ventura udi Dolce Maria!
+ dinanzi a noi chiamar cos nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+ e seguitar: Povera fosti tanto,
+ quanto veder si pu per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo.
+
+ Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
+ con povert volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio.
+
+ Queste parole meran s piaciute,
+ chio mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+ Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccol a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+ O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti, dissi, e perch sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+ Non fia sanza merc la tua parola,
+ sio ritorno a compir lo cammin corto
+ di quella vita chal termine vola.
+
+ Ed elli: Io ti dir, non per conforto
+ chio attenda di l, ma perch tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+ Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ s che buon frutto rado se ne schianta.
+
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+ Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente Francia retta.
+
+ Figliuol fu io dun beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor chun renduto in panni bigi,
+
+ trovami stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e s damici pieno,
+
+ cha la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+ Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+ L cominci con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Pont e Normandia prese e Guascogna.
+
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima f di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+ Tempo vegg io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e s e suoi.
+
+ Sanz arme nesce e solo con la lancia
+ con la qual giostr Giuda, e quella ponta
+ s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+ Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagner, per s tanto pi grave,
+ quanto pi lieve simil danno conta.
+
+ Laltro, che gi usc preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de laltre schiave.
+
+ O avarizia, che puoi tu pi farne,
+ poscia cha il mio sangue a te s tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+ Perch men paia il mal futuro e l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+ Veggiolo unaltra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar laceto e l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+ Veggio il novo Pilato s crudele,
+ che ci nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+ O Segnor mio, quando sar io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce lira tua nel tuo secreto?
+
+ Ci chio dicea di quell unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+ tanto risposto a tutte nostre prece
+ quanto l d dura; ma com el sannotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+ Noi repetiam Pigmalon allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de loro ghiotta;
+
+ e la miseria de lavaro Mida,
+ che segu a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+ Del folle Acn ciascun poi si ricorda,
+ come fur le spoglie, s che lira
+ di Ios qui par chancor lo morda.
+
+ Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci chebbe Elodoro;
+ e in infamia tutto l monte gira
+
+ Polinestr chancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: Crasso,
+ dilci, che l sai: di che sapore loro?.
+
+ Talor parla luno alto e laltro basso,
+ secondo laffezion chad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+ per al ben che l d ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona.
+
+ Noi eravam partiti gi da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder nera permesso,
+
+ quand io senti, come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui cha morte vada.
+
+ Certo non si scoteo s forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+ Poi cominci da tutte parti un grido
+ tal, che l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido.
+
+ Glora in excelsis tutti Deo
+ dicean, per quel chio da vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+ No istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che l tremar cess ed el compisi.
+
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando lombre che giacean per terra,
+ tornate gi in su lusato pianto.
+
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi f desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in ci non erra,
+
+ quanta pareami allor, pensando, avere;
+ n per la fretta dimandare er oso,
+ n per me l potea cosa vedere:
+
+ cos mandava timido e pensoso.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXI
+
+
+ La sete natural che mai non sazia
+ se non con lacqua onde la femminetta
+ samaritana domand la grazia,
+
+ mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+ Ed ecco, s come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a due cherano in via,
+ gi surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ ci apparve unombra, e dietro a noi vena,
+ dal pi guardando la turba che giace;
+ n ci addemmo di lei, s parl pria,
+
+ dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace.
+ Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio
+ rendli l cenno cha ci si conface.
+
+ Poi cominci: Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne letterno essilio.
+
+ Come!, diss elli, e parte andavam forte:
+ se voi siete ombre che Dio s non degni,
+ chi vha per la sua scala tanto scorte?.
+
+ E l dottor mio: Se tu riguardi a segni
+ che questi porta e che langel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien che regni.
+
+ Ma perch lei che d e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+ lanima sua, ch tua e mia serocchia,
+ venendo s, non potea venir sola,
+ per chal nostro modo non adocchia.
+
+ Ond io fui tratto fuor de lampia gola
+ dinferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto l potr menar mia scola.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli
+ di dianzi l monte, e perch tutto ad una
+ parve gridare infino a suoi pi molli.
+
+ S mi di, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+ Quei cominci: Cosa non che sanza
+ ordine senta la religone
+ de la montagna, o che sia fuor dusanza.
+
+ Libero qui da ogne alterazione:
+ di quel che l ciel da s in s riceve
+ esser ci puote, e non daltro, cagione.
+
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina pi s cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+ nuvole spesse non paion n rade,
+ n coruscar, n figlia di Taumante,
+ che di l cangia sovente contrade;
+
+ secco vapor non surge pi avante
+ chal sommo di tre gradi chio parlai,
+ dov ha l vicario di Pietro le piante.
+
+ Trema forse pi gi poco o assai;
+ ma per vento che n terra si nasconda,
+ non so come, qua s non trem mai.
+
+ Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, s che surga o che si mova
+ per salir s; e tal grido seconda.
+
+ De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ lalma sorprende, e di voler le giova.
+
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+ E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent anni e pi, pur mo sentii
+ libera volont di miglior soglia:
+
+ per sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto s li nvii.
+
+ Cos ne disse; e per chel si gode
+ tanto del ber quant grande la sete,
+ non saprei dir quant el mi fece prode.
+
+ E l savio duca: Omai veggio la rete
+ che qui vi mpiglia e come si scalappia,
+ perch ci trema e di che congaudete.
+
+ Ora chi fosti, piacciati chio sappia,
+ e perch tanti secoli giaciuto
+ qui se, ne le parole tue mi cappia.
+
+ Nel tempo che l buon Tito, con laiuto
+ del sommo rege, vendic le fra
+ ond usc l sangue per Giuda venduto,
+
+ col nome che pi dura e pi onora
+ era io di l, rispuose quello spirto,
+ famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a s mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+ Stazio la gente ancor di l mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+ Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati pi di mille;
+
+ de lEneda dico, la qual mamma
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:
+ sanz essa non fermai peso di dramma.
+
+ E per esser vivuto di l quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ pi che non deggio al mio uscir di bando.
+
+ Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse Taci;
+ ma non pu tutto la virt che vuole;
+
+ ch riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne pi veraci.
+
+ Io pur sorrisi come luom chammicca;
+ per che lombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove l sembiante pi si ficca;
+
+ e Se tanto labore in bene assommi,
+ disse, perch la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?.
+
+ Or son io duna parte e daltra preso:
+ luna mi fa tacer, laltra scongiura
+ chio dica; ond io sospiro, e sono inteso
+
+ dal mio maestro, e Non aver paura,
+ mi dice, di parlar; ma parla e digli
+ quel che dimanda con cotanta cura.
+
+ Ond io: Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider chio fei;
+ ma pi dammirazion vo che ti pigli.
+
+ Questi che guida in alto li occhi miei,
+ quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forte a cantar de li uomini e di di.
+
+ Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti.
+
+ Gi sinchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: Frate,
+ non far, ch tu se ombra e ombra vedi.
+
+ Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate
+ comprender de lamor cha te mi scalda,
+ quand io dismento nostra vanitate,
+
+ trattando lombre come cosa salda.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXII
+
+
+ Gi era langel dietro a noi rimaso,
+ langel che navea vlti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+ e quei channo a giustizia lor disiro
+ detto navea beati, e le sue voci
+ con sitiunt, sanz altro, ci forniro.
+
+ E io pi lieve che per laltre foci
+ mandava, s che sanz alcun labore
+ seguiva in s li spiriti veloci;
+
+ quando Virgilio incominci: Amore,
+ acceso di virt, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+ onde da lora che tra noi discese
+ nel limbo de lo nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi f palese,
+
+ mia benvoglienza inverso te fu quale
+ pi strinse mai di non vista persona,
+ s chor mi parran corte queste scale.
+
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurt mallarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+ come pot trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?.
+
+ Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ Ogne tuo dir damor m caro cenno.
+
+ Veramente pi volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+ La tua dimanda tuo creder mavvera
+ esser chi fossi avaro in laltra vita,
+ forse per quella cerchia dov io era.
+
+ Or sappi chavarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+ E se non fosse chio drizzai mia cura,
+ quand io intesi l dove tu chiame,
+ crucciato quasi a lumana natura:
+
+ Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de loro, lappetito de mortali?,
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+ Allor maccorsi che troppo aprir lali
+ potean le mani a spendere, e pentemi
+ cos di quel come de li altri mali.
+
+ Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie l penter vivendo e ne li stremi!
+
+ E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+ per, sio son tra quella gente stato
+ che piange lavarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m incontrato.
+
+ Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta,
+ disse l cantor de buccolici carmi,
+
+ per quello che Cl teco l tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+ Se cos , qual sole o quai candele
+ ti stenebraron s, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?.
+
+ Ed elli a lui: Tu prima minvasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio malluminasti.
+
+ Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e s non giova,
+ ma dopo s fa le persone dotte,
+
+ quando dicesti: Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progene scende da ciel nova.
+
+ Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perch veggi mei ci chio disegno,
+ a colorare stender la mano.
+
+ Gi era l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de letterno regno;
+
+ e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a nuovi predicanti;
+ ond io a visitarli presi usata.
+
+ Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+ e mentre che di l per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+ E pria chio conducessi i Greci a fiumi
+ di Tebe poetando, ebb io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fumi,
+
+ lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi f pi che l quarto centesmo.
+
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che mascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+ dimmi dov Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico.
+
+ Costoro e Persio e io e altri assai,
+ rispuose il duca mio, siam con quel Greco
+ che le Muse lattar pi chaltri mai,
+
+ nel primo cinghio del carcere cieco;
+ spesse fate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+ Euripide v nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri pie
+ Greci che gi di lauro ornar la fronte.
+
+ Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Defile e Argia,
+ e Ismene s trista come fue.
+
+ Vdeisi quella che mostr Langia;
+ vvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+ e con le suore sue Dedamia.
+
+ Tacevansi ambedue gi li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+ e gi le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in s lardente corno,
+
+ quando il mio duca: Io credo cha lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo.
+
+ Cos lusanza fu l nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per lassentir di quell anima degna.
+
+ Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ cha poetar mi davano intelletto.
+
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+ e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, cos quello in giuso,
+ cred io, perch persona s non vada.
+
+ Dal lato onde l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de lalta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+ Li due poeti a lalber sappressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ grid: Di questo cibo avrete caro.
+
+ Poi disse: Pi pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ cha la sua bocca, chor per voi risponde.
+
+ E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon dacqua; e Danello
+ dispregi cibo e acquist savere.
+
+ Lo secol primo, quant oro fu bello,
+ f savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+ Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per chelli gloroso e tanto grande
+
+ quanto per lo Vangelio v aperto.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXIII
+
+
+ Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava o s come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+ lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
+ vienne oramai, ch l tempo che n imposto
+ pi utilmente compartir si vuole.
+
+ Io volsi l viso, e l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan se,
+ che landar mi facean di nullo costo.
+
+ Ed ecco piangere e cantar sude
+ Laba ma, Domine per modo
+ tal, che diletto e doglia parture.
+
+ O dolce padre, che quel chi odo?,
+ comincia io; ed elli: Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo.
+
+ S come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+ cos di retro a noi, pi tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ danime turba tacita e devota.
+
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema
+ che da lossa la pelle sinformava.
+
+ Non credo che cos a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando pi nebbe tema.
+
+ Io dicea fra me stesso pensando: Ecco
+ la gente che perd Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio di di becco!
+
+ Parean locchiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge omo
+ ben avria quivi conosciuta lemme.
+
+ Chi crederebbe che lodor dun pomo
+ s governasse, generando brama,
+ e quel dunacqua, non sappiendo como?
+
+ Gi era in ammirar che s li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi unombra e guard fiso;
+ poi grid forte: Qual grazia m questa?.
+
+ Mai non lavrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ ci che laspetto in s avea conquiso.
+
+ Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+ Deh, non contendere a lasciutta scabbia
+ che mi scolora, pregava, la pelle,
+ n a difetto di carne chio abbia;
+
+ ma dimmi il ver di te, d chi son quelle
+ due anime che l ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!.
+
+ La faccia tua, chio lagrimai gi morta,
+ mi d di pianger mo non minor doglia,
+ rispuos io lui, veggendola s torta.
+
+ Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr io mi maraviglio,
+ ch mal pu dir chi pien daltra voglia.
+
+ Ed elli a me: De letterno consiglio
+ cade vert ne lacqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond io s massottiglio.
+
+ Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e n sete qui si rif santa.
+
+ Di bere e di mangiar naccende cura
+ lodor chesce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+ E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ ch quella voglia a li alberi ci mena
+ che men Cristo lieto a dire El,
+ quando ne liber con la sua vena.
+
+ E io a lui: Forese, da quel d
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinqu anni non son vlti infino a qui.
+
+ Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar pi, che sovvenisse lora
+ del buon dolor cha Dio ne rimarita,
+
+ come se tu qua s venuto ancora?
+ Io ti credea trovar l gi di sotto,
+ dove tempo per tempo si ristora.
+
+ Ond elli a me: S tosto mha condotto
+ a ber lo dolce assenzo di martri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto mha de la costa ove saspetta,
+ e liberato mha de li altri giri.
+
+ Tanto a Dio pi cara e pi diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare pi soletta;
+
+ ch la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue pi pudica
+ che la Barbagia dov io la lasciai.
+
+ O dolce frate, che vuo tu chio dica?
+ Tempo futuro m gi nel cospetto,
+ cui non sar quest ora molto antica,
+
+ nel qual sar in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ landar mostrando con le poppe il petto.
+
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+ Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che l ciel veloce loro ammanna,
+ gi per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ ch, se lantiveder qui non minganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+ Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira l dove l sol veli.
+
+ Per chio a lui: Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+ Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda
+ vi si mostr la suora di colui,
+
+ e l sol mostrai; costui per la profonda
+ notte menato mha di veri morti
+ con questa vera carne che l seconda.
+
+ Indi mhan tratto s li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che l mondo fece torti.
+
+ Tanto dice di farmi sua compagna
+ che io sar l dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+ Virgilio questi che cos mi dice,
+ e additalo; e quest altro quell ombra
+ per cu scosse dianzi ogne pendice
+
+ lo vostro regno, che da s lo sgombra.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXIV
+
+
+ N l dir landar, n landar lui pi lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ s come nave pinta da buon vento;
+
+ e lombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+ E io, continando al mio sermone,
+ dissi: Ella sen va s forse pi tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda;
+ dimmi sio veggio da notar persona
+ tra questa gente che s mi riguarda.
+
+ La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse pi, trunfa lieta
+ ne lalto Olimpo gi di sua corona.
+
+ S disse prima; e poi: Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch s munta
+ nostra sembianza via per la deta.
+
+ Questi, e mostr col dito, Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di l da lui pi che laltre trapunta
+
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ languille di Bolsena e la vernaccia.
+
+ Molti altri mi nom ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ s chio per non vidi un atto bruno.
+
+ Vidi per fame a vto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pastur col rocco molte genti.
+
+ Vidi messer Marchese, chebbe spazio
+ gi di bere a Forl con men secchezza,
+ e s fu tal, che non si sent sazio.
+
+ Ma come fa chi guarda e poi sapprezza
+ pi dun che daltro, fei a quel da Lucca,
+ che pi parea di me aver contezza.
+
+ El mormorava; e non so che Gentucca
+ sentiv io l, ov el sentia la piaga
+ de la giustizia che s li pilucca.
+
+ O anima, diss io, che par s vaga
+ di parlar meco, fa s chio tintenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga.
+
+ Femmina nata, e non porta ancor benda,
+ cominci el, che ti far piacere
+ la mia citt, come chom la riprenda.
+
+ Tu te nandrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+ Ma d si veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ Donne chavete intelletto damore.
+
+ E io a lui: I mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ che ditta dentro vo significando.
+
+ O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo
+ che l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo chi odo!
+
+ Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+ e qual pi a gradire oltre si mette,
+ non vede pi da luno a laltro stilo;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+ Come li augei che vernan lungo l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan pi a fretta e vanno in filo,
+
+ cos tutta la gente che l era,
+ volgendo l viso, raffrett suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+ E come luom che di trottare lasso,
+ lascia andar li compagni, e s passeggia
+ fin che si sfoghi laffollar del casso,
+
+ s lasci trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: Quando fia chio ti riveggia?.
+
+ Non so, rispuos io lui, quant io mi viva;
+ ma gi non fa il tornar mio tantosto,
+ chio non sia col voler prima a la riva;
+
+ per che l loco u fui a viver posto,
+ di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto.
+
+ Or va, diss el; che quei che pi nha colpa,
+ vegg o a coda duna bestia tratto
+ inver la valle ove mai non si scolpa.
+
+ La bestia ad ogne passo va pi ratto,
+ crescendo sempre, fin chella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+ Non hanno molto a volger quelle ruote,
+ e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro
+ ci che l mio dir pi dichiarar non puote.
+
+ Tu ti rimani omai; ch l tempo caro
+ in questo regno, s chio perdo troppo
+ venendo teco s a paro a paro.
+
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+ tal si part da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo s gran marescalchi.
+
+ E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+ parvermi i rami gravidi e vivaci
+ dun altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora vlto in laci.
+
+ Vidi gente sott esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani
+
+ che pregano, e l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+ Poi si part s come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+ Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno pi s che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si lev da esso.
+
+ S tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+ Ricordivi, dicea, di maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Teso combatter co doppi petti;
+
+ e de li Ebrei chal ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver Madan discese i colli.
+
+ S accostati a lun di due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite gi da miseri guadagni.
+
+ Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e pi ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+ Che andate pensando s voi sol tre?.
+ sbita voce disse; ond io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e gi mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli s lucenti e rossi,
+
+ com io vidi un che dicea: Sa voi piace
+ montare in s, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace.
+
+ Laspetto suo mavea la vista tolta;
+ per chio mi volsi dietro a miei dottori,
+ com om che va secondo chelli ascolta.
+
+ E quale, annunziatrice de li albori,
+ laura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da lerba e da fiori;
+
+ tal mi senti un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti mover la piuma,
+ che f sentir dambrosa lorezza.
+
+ E senti dir: Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che lamor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+ esurendo sempre quanto giusto!.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXV
+
+
+ Ora era onde l salir non volea storpio;
+ ch l sole ava il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+ per che, come fa luom che non saffigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+ cos intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+ E quale il cicognin che leva lala
+ per voglia di volare, e non sattenta
+ dabbandonar lo nido, e gi la cala;
+
+ tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a latto
+ che fa colui cha dicer sargomenta.
+
+ Non lasci, per landar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: Scocca
+ larco del dir, che nfino al ferro hai tratto.
+
+ Allor sicuramente apri la bocca
+ e cominciai: Come si pu far magro
+ l dove luopo di nodrir non tocca?.
+
+ Se tammentassi come Meleagro
+ si consum al consumar dun stizzo,
+ non fora, disse, a te questo s agro;
+
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ ci che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+ Ma perch dentro a tuo voler tadage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage.
+
+ Se la veduta etterna li dislego,
+ rispuose Stazio, l dove tu sie,
+ discolpi me non potert io far nego.
+
+ Poi cominci: Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+ Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da lassetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+ prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ cha farsi quelle per le vene vane.
+
+ Ancor digesto, scende ov pi bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr altrui sangue in natural vasello.
+
+ Ivi saccoglie luno e laltro insieme,
+ lun disposto a patire, e laltro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+ e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ ci che per sua matera f constare.
+
+ Anima fatta la virtute attiva
+ qual duna pianta, in tanto differente,
+ che questa in via e quella gi a riva,
+
+ tanto ovra poi, che gi si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond semente.
+
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virt ch dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+ Ma come danimal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest tal punto,
+ che pi savio di te f gi errante,
+
+ s che per sua dottrina f disgiunto
+ da lanima il possibile intelletto,
+ perch da lui non vide organo assunto.
+
+ Apri a la verit che viene il petto;
+ e sappi che, s tosto come al feto
+ larticular del cerebro perfetto,
+
+ lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vert repleto,
+
+ che ci che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi unalma sola,
+ che vive e sente e s in s rigira.
+
+ E perch meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a lomor che de la vite cola.
+
+ Quando Lchesis non ha pi del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e lumano e l divino:
+
+ laltre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto pi che prima agute.
+
+ Sanza restarsi, per s stessa cade
+ mirabilmente a luna de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+ Tosto che loco l la circunscrive,
+ la virt formativa raggia intorno
+ cos e quanto ne le membra vive.
+
+ E come laere, quand ben porno,
+ per laltrui raggio che n s si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+ cos laere vicin quivi si mette
+ e in quella forma ch in lui suggella
+ virtalmente lalma che ristette;
+
+ e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco l vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+ Per che quindi ha poscia sua paruta,
+ chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+ Secondo che ci affliggono i disiri
+ e li altri affetti, lombra si figura;
+ e quest la cagion di che tu miri.
+
+ E gi venuto a lultima tortura
+ sera per noi, e vlto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ ond ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io tema l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+ Lo duca mio dicea: Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ per cherrar potrebbesi per poco.
+
+ Summae Deus clementae nel seno
+ al grande ardore allora udi cantando,
+ che di volger mi f caler non meno;
+
+ e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per chio guardava a loro e a miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+ Appresso il fine cha quell inno fassi,
+ gridavano alto: Virum non cognosco;
+ indi ricominciavan linno bassi.
+
+ Finitolo, anco gridavano: Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tsco.
+
+ Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+ E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXVI
+
+
+ Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro,
+ ce nandavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro;
+
+ feriami il sole in su lomero destro,
+ che gi, raggiando, tutto loccidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+ e io facea con lombra pi rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt ombre, andando, poner mente.
+
+ Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: Colui non par corpo fittizio;
+
+ poi verso me, quanto potan farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+ O tu che vai, non per esser pi tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che n sete e n foco ardo.
+
+ N solo a me la tua risposta uopo;
+ ch tutti questi nhanno maggior sete
+ che dacqua fredda Indo o Etopo.
+
+ Dinne com che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete.
+
+ S mi parlava un dessi; e io mi fora
+ gi manifesto, sio non fossi atteso
+ ad altra novit chapparve allora;
+
+ ch per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+ L veggio dogne parte farsi presta
+ ciascun ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+ cos per entro loro schiera bruna
+ sammusa luna con laltra formica,
+ forse a spar lor via e lor fortuna.
+
+ Tosto che parton laccoglienza amica,
+ prima che l primo passo l trascorra,
+ sopragridar ciascuna saffatica:
+
+ la nova gente: Soddoma e Gomorra;
+ e laltra: Ne la vacca entra Pasife,
+ perch l torello a sua lussuria corra.
+
+ Poi, come grue cha le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver larene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+ luna gente sen va, laltra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a primi canti
+ e al gridar che pi lor si convene;
+
+ e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che mavean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne lor sembianti.
+
+ Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: O anime sicure
+ daver, quando che sia, di pace stato,
+
+ non son rimase acerbe n mature
+ le membra mie di l, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+ Quinci s vo per non esser pi cieco;
+ donna di sopra che macquista grazia,
+ per che l mortal per vostro mondo reco.
+
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, s che l ciel valberghi
+ ch pien damore e pi ampio si spazia,
+
+ ditemi, acci chancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi quella turba
+ che se ne va di retro a vostri terghi.
+
+ Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico sinurba,
+
+ che ciascun ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,
+
+ Beato te, che de le nostre marche,
+ ricominci colei che pria minchiese,
+ per morir meglio, esperenza imbarche!
+
+ La gente che non vien con noi, offese
+ di ci per che gi Cesar, trunfando,
+ Regina contra s chiamar sintese:
+
+ per si parton Soddoma gridando,
+ rimproverando a s com hai udito,
+ e aiutan larsura vergognando.
+
+ Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perch non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie lappetito,
+
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che simbesti ne le mbestiate schegge.
+
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo saper chi semo,
+ tempo non di dire, e non saprei.
+
+ Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo
+ per ben dolermi prima cha lo stremo.
+
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,
+
+ quand io odo nomar s stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime damore usar dolci e leggiadre;
+
+ e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fata rimirando lui,
+ n, per lo foco, in l pi mappressai.
+
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto moffersi pronto al suo servigio
+ con laffermar che fa credere altrui.
+
+ Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,
+ per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Let nol pu trre n far bigio.
+
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar davermi caro.
+
+ E io a lui: Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durer luso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri.
+
+ O frate, disse, questi chio ti cerno
+ col dito, e addit un spirto innanzi,
+ fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+ Versi damore e prose di romanzi
+ soverchi tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemos credon chavanzi.
+
+ A voce pi chal ver drizzan li volti,
+ e cos ferman sua oppinone
+ prima charte o ragion per lor sascolti.
+
+ Cos fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che lha vinto il ver con pi persone.
+
+ Or se tu hai s ampio privilegio,
+ che licito ti sia landare al chiostro
+ nel quale Cristo abate del collegio,
+
+ falli per me un dir dun paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non pi nostro.
+
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per lacqua il pesce andando al fondo.
+
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi chal suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazoso loco.
+
+ El cominci liberamente a dire:
+ Tan mabellis vostre cortes deman,
+ quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi quesper, denan.
+
+ Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de lescalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!.
+
+ Poi sascose nel foco che li affina.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXVII
+
+
+ S come quando i primi raggi vibra
+ l dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto lalta Libra,
+
+ e londe in Gange da nona rarse,
+ s stava il sole; onde l giorno sen giva,
+ come langel di Dio lieto ci apparse.
+
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava Beati mundo corde!
+ in voce assai pi che la nostra viva.
+
+ Poscia Pi non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di l non siate sorde,
+
+ ci disse come noi li fummo presso;
+ per chio divenni tal, quando lo ntesi,
+ qual colui che ne la fossa messo.
+
+ In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi gi veduti accesi.
+
+ Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: Figliuol mio,
+ qui pu esser tormento, ma non morte.
+
+ Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Geron ti guidai salvo,
+ che far ora presso pi a Dio?
+
+ Credi per certo che se dentro a lalvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far dun capel calvo.
+
+ E se tu forse credi chio tinganni,
+ fatti ver lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo di tuoi panni.
+
+ Pon gi omai, pon gi ogne temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.
+ E io pur fermo e contra coscenza.
+
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: Or vedi, figlio:
+ tra Batrice e te questo muro.
+
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che l gelso divent vermiglio;
+
+ cos, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+ Ond ei croll la fronte e disse: Come!
+ volenci star di qua?; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch vinto al pome.
+
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+ S com fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant era ivi lo ncendio sanza metro.
+
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.
+
+ Guidavaci una voce che cantava
+ di l; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor l ove si montava.
+
+ Venite, benedicti Patris mei,
+ son dentro a un lume che l era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+ Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;
+ non varrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che loccidente non si annera.
+
+ Dritta salia la via per entro l sasso
+ verso tal parte chio toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol chera gi basso.
+
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che l sol corcar, per lombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+ E pria che n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto duno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ ciascun di noi dun grado fece letto;
+ ch la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir pi e l diletto.
+
+ Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+ tacite a lombra, mentre che l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che n su la verga
+ poggiato s e lor di posa serve;
+
+ e quale il mandran che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perch fiera non lo sperga;
+
+ tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi dalta grotta.
+
+ Poco parer potea l del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e pi chiare e maggiori.
+
+ S ruminando e s mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che l fatto sia, sa le novelle.
+
+ Ne lora, credo, che de lorente
+ prima raggi nel monte Citerea,
+ che di foco damor par sempre ardente,
+
+ giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+ Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ chi mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+ Per piacermi a lo specchio, qui maddorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+ Ell di suoi belli occhi veder vaga
+ com io de laddornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me lovrare appaga.
+
+ E gi per li splendori antelucani,
+ che tanto a pellegrin surgon pi grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+ le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e l sonno mio con esse; ond io levami,
+ veggendo i gran maestri gi levati.
+
+ Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de mortali,
+ oggi porr in pace le tue fami.
+
+ Virgilio inverso me queste cotali
+ parole us; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+ Tanto voler sopra voler mi venne
+ de lesser s, chad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+ Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su l grado superno,
+ in me ficc Virgilio li occhi suoi,
+
+ e disse: Il temporal foco e letterno
+ veduto hai, figlio; e se venuto in parte
+ dov io per me pi oltre non discerno.
+
+ Tratto tho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se de lerte vie, fuor se de larte.
+
+ Vedi lo sol che n fronte ti riluce;
+ vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da s produce.
+
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+ Non aspettar mio dir pi n mio cenno;
+ libero, dritto e sano tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+ per chio te sovra te corono e mitrio.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXVIII
+
+
+ Vago gi di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ cha li occhi temperava il novo giorno,
+
+ sanza pi aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che dogne parte auliva.
+
+ Unaura dolce, sanza mutamento
+ avere in s, mi feria per la fronte
+ non di pi colpo che soave vento;
+
+ per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u la prim ombra gitta il santo monte;
+
+ non per dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser doperare ogne lor arte;
+
+ ma con piena letizia lore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su l lito di Chiassi,
+ quand olo scilocco fuor discioglie.
+
+ Gi mavean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, chio
+ non potea rivedere ond io mi ntrassi;
+
+ ed ecco pi andar mi tolse un rio,
+ che nver sinistra con sue picciole onde
+ piegava lerba che n sua ripa usco.
+
+ Tutte lacque che son di qua pi monde,
+ parrieno avere in s mistura alcuna
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+ avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto lombra perpeta, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi n luna.
+
+ Coi pi ristetti e con li occhi passai
+ di l dal fiumicello, per mirare
+ la gran varazion di freschi mai;
+
+ e l mapparve, s com elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+ una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond era pinta tutta la sua via.
+
+ Deh, bella donna, che a raggi damore
+ ti scaldi, si vo credere a sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+ vegnati in voglia di trarreti avanti,
+ diss io a lei, verso questa rivera,
+ tanto chio possa intender che tu canti.
+
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera.
+
+ Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra s, donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+ e fece i prieghi miei esser contenti,
+ s appressando s, che l dolce suono
+ veniva a me co suoi intendimenti.
+
+ Tosto che fu l dove lerbe sono
+ bagnate gi da londe del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+ Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+ Ella ridea da laltra riva dritta,
+ trattando pi color con le sue mani,
+ che lalta terra sanza seme gitta.
+
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, l ve pass Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+ pi odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch allor non saperse.
+
+ Voi siete nuovi, e forse perch io rido,
+ cominci ella, in questo luogo eletto
+ a lumana natura per suo nido,
+
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+ E tu che se dinanzi e mi pregasti,
+ d saltro vuoli udir; chi venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti.
+
+ Lacqua, diss io, e l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa chio udi contraria a questa.
+
+ Ond ella: Io dicer come procede
+ per sua cagion ci chammirar ti face,
+ e purgher la nebbia che ti fiede.
+
+ Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,
+ f luom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr a lui detterna pace.
+
+ Per sua difalta qui dimor poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambi onesto riso e dolce gioco.
+
+ Perch l turbar che sotto da s fanno
+ lessalazion de lacqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+ a luomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salo verso l ciel tanto,
+ e libero n dindi ove si serra.
+
+ Or perch in circuito tutto quanto
+ laere si volge con la prima volta,
+ se non li rotto il cerchio dalcun canto,
+
+ in questa altezza ch tutta disciolta
+ ne laere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch folta;
+
+ e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute laura impregna
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+ e laltra terra, secondo ch degna
+ per s e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virt diverse legna.
+
+ Non parrebbe di l poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi sappiglia.
+
+ E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se, dogne semenza piena,
+ e frutto ha in s che di l non si schianta.
+
+ Lacqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume chacquista e perde lena;
+
+ ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant ella versa da due parti aperta.
+
+ Da questa parte con virt discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da laltra dogne ben fatto la rende.
+
+ Quinci Let; cos da laltro lato
+ Eno si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non gustato:
+
+ a tutti altri sapori esto di sopra.
+ E avvegna chassai possa esser sazia
+ la sete tua perch io pi non ti scuopra,
+
+ darotti un corollario ancor per grazia;
+ n credo che l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+ Quelli chanticamente poetaro
+ let de loro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+ Qui fu innocente lumana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare questo di che ciascun dice.
+
+ Io mi rivolsi n dietro allora tutto
+ a miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avan lultimo costrutto;
+
+ poi a la bella donna torna il viso.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXIX
+
+
+ Cantando come donna innamorata,
+ contin col fin di sue parole:
+ Beati quorum tecta sunt peccata!.
+
+ E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+ allor si mosse contra l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+ Non eran cento tra suoi passi e miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo cha levante mi rendei.
+
+ N ancor fu cos nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.
+
+ Ed ecco un lustro sbito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+ Ma perch l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, pi e pi splendeva,
+ nel mio pensier dicea: Che cosa questa?.
+
+ E una melodia dolce correva
+ per laere luminoso; onde buon zelo
+ mi f riprender lardimento dEva,
+
+ che l dove ubidia la terra e l cielo,
+ femmina, sola e pur test formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+ sotto l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e pi lunga fata.
+
+ Mentr io mandava tra tante primizie
+ de letterno piacer tutto sospeso,
+ e disoso ancora a pi letizie,
+
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si f laere sotto i verdi rami;
+ e l dolce suon per canti era gi inteso.
+
+ O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona chio merc vi chiami.
+
+ Or convien che Elicona per me versi,
+ e Urane maiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+ Poco pi oltre, sette alberi doro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo chera ancor tra noi e loro;
+
+ ma quand i fui s presso di lor fatto,
+ che lobietto comun, che l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+ la virt cha ragion discorso ammanna,
+ s com elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare Osanna.
+
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ pi chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+ Io mi rivolsi dammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+ Indi rendei laspetto a lalte cose
+ che si movieno incontr a noi s tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+ La donna mi sgrid: Perch pur ardi
+ s ne laffetto de le vive luci,
+ e ci che vien di retro a lor non guardi?.
+
+ Genti vid io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua gi mai non fuci.
+
+ Lacqua imprenda dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ sio riguardava in lei, come specchio anco.
+
+ Quand io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+ e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a s laere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+ s che l sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa larco il Sole e Delia il cinto.
+
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+ Sotto cos bel ciel com io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+ Tutti cantavan: Benedicta tue
+ ne le figlie dAdamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!.
+
+ Poscia che i fiori e laltre fresche erbette
+ a rimpetto di me da laltra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+ s come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+ Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene docchi; e li occhi dArgo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+ A descriver lor forme pi non spargo
+ rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,
+ tanto cha questa non posso esser largo;
+
+ ma leggi Ezechel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+ e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo cha le penne
+ Giovanni meco e da lui si diparte.
+
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, trunfale,
+ chal collo dun grifon tirato venne.
+
+ Esso tendeva in s luna e laltra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ s cha nulla, fendendo, facea male.
+
+ Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra doro avea quant era uccello,
+ e bianche laltre, di vermiglio miste.
+
+ Non che Roma di carro cos bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+ quel del Sol che, svando, fu combusto
+ per lorazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+ Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; luna tanto rossa
+ cha pena fora dentro al foco nota;
+
+ laltr era come se le carni e lossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve test mossa;
+
+ e or paran da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ laltre toglien landare e tarde e ratte.
+
+ Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ duna di lor chavea tre occhi in testa.
+
+ Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+ Lun si mostrava alcun de famigliari
+ di quel sommo Ipocrte che natura
+ a li animali f chell ha pi cari;
+
+ mostrava laltro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi f paura.
+
+ Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+ E questi sette col primaio stuolo
+ erano abitati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facan brolo,
+
+ anzi di rose e daltri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da cigli.
+
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon sud, e quelle genti degne
+ parvero aver landar pi interdetto,
+
+ fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXX
+
+
+ Quando il settentron del primo cielo,
+ che n occaso mai seppe n orto
+ n daltra nebbia che di colpa velo,
+
+ e che faceva l ciascun accorto
+ di suo dover, come l pi basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+ fermo saffisse: la gente verace,
+ venuta prima tra l grifone ed esso,
+ al carro volse s come a sua pace;
+
+ e un di loro, quasi da ciel messo,
+ Veni, sponsa, de Libano cantando
+ grid tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+ Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+ cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+ Tutti dicean: Benedictus qui venis!,
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ Manibus, oh, date lila plenis!.
+
+ Io vidi gi nel cominciar del giorno
+ la parte orental tutta rosata,
+ e laltro ciel di bel sereno addorno;
+
+ e la faccia del sol nascere ombrata,
+ s che per temperanza di vapori
+ locchio la sostenea lunga fata:
+
+ cos dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in gi dentro e di fori,
+
+ sovra candido vel cinta duliva
+ donna mapparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+ E lo spirito mio, che gi cotanto
+ tempo era stato cha la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+ sanza de li occhi aver pi conoscenza,
+ per occulta virt che da lei mosse,
+ dantico amor sent la gran potenza.
+
+ Tosto che ne la vista mi percosse
+ lalta virt che gi mavea trafitto
+ prima chio fuor di perizia fosse,
+
+ volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli afflitto,
+
+ per dicere a Virgilio: Men che dramma
+ di sangue m rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de lantica fiamma.
+
+ Ma Virgilio navea lasciati scemi
+ di s, Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute diemi;
+
+ n quantunque perdeo lantica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+ Dante, perch Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non piangere ancora;
+ ch pianger ti conven per altra spada.
+
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far lincora;
+
+ in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessit qui si registra,
+
+ vidi la donna che pria mappario
+ velata sotto langelica festa,
+ drizzar li occhi ver me di qua dal rio.
+
+ Tutto che l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+ regalmente ne latto ancor proterva
+ contin come colui che dice
+ e l pi caldo parlar dietro reserva:
+
+ Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti daccedere al monte?
+ non sapei tu che qui luom felice?.
+
+ Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,
+ tanta vergogna mi grav la fronte.
+
+ Cos la madre al figlio par superba,
+ com ella parve a me; perch damaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di sbito In te, Domine, speravi;
+ ma oltre pedes meos non passaro.
+
+ S come neve tra le vive travi
+ per lo dosso dItalia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+ poi, liquefatta, in s stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ s che par foco fonder la candela;
+
+ cos fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ ma poi che ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: Donna, perch s lo stempre?,
+
+ lo gel che mera intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi usc del petto.
+
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole cos poscia:
+
+ Voi vigilate ne letterno die,
+ s che notte n sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+ onde la mia risposta con pi cura
+ che mintenda colui che di l piagne,
+ perch sia colpa e duol duna misura.
+
+ Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ ma per larghezza di grazie divine,
+ che s alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste l non van vicine,
+
+ questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtalmente, chogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+ Ma tanto pi maligno e pi silvestro
+ si fa l terren col mal seme e non clto,
+ quant elli ha pi di buon vigor terrestro.
+
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte vlto.
+
+ S tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+ Quando di carne a spirto era salita,
+ e bellezza e virt cresciuta mera,
+ fu io a lui men cara e men gradita;
+
+ e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+ N limpetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai: s poco a lui ne calse!
+
+ Tanto gi cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran gi corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+ Per questo visitai luscio di morti,
+ e a colui che lha qua s condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Let si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+ di pentimento che lagrime spanda.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXXI
+
+
+ O tu che se di l dal fiume sacro,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio mera paruto acro,
+
+ ricominci, seguendo sanza cunta,
+ d, d se questo vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta.
+
+ Era la mia virt tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+ Poco sofferse; poi disse: Che pense?
+ Rispondi a me; ch le memorie triste
+ in te non sono ancor da lacqua offense.
+
+ Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal s fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+ Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa, la sua corda e larco,
+ e con men foga lasta il segno tocca,
+
+ s scoppia io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allent per lo suo varco.
+
+ Ond ella a me: Per entro i mie disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di l dal qual non a che saspiri,
+
+ quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti cos spogliar la spene?
+
+ E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?.
+
+ Dopo la tratta dun sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+ Piangendo dissi: Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che l vostro viso si nascose.
+
+ Ed ella: Se tacessi o se negassi
+ ci che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+ Ma quando scoppia de la propria gota
+ laccusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge s contra l taglio la rota.
+
+ Tuttavia, perch mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perch altra volta,
+ udendo le serene, sie pi forte,
+
+ pon gi il seme del piangere e ascolta:
+ s udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+ Mai non tappresent natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in chio
+ rinchiusa fui, e che so n terra sparte;
+
+ e se l sommo piacer s ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era pi tale.
+
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar pi colpo, o pargoletta
+ o altra novit con s breve uso.
+
+ Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi di pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta.
+
+ Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e s riconoscendo e ripentuti,
+
+ tal mi stav io; ed ella disse: Quando
+ per udir se dolente, alza la barba,
+ e prenderai pi doglia riguardando.
+
+ Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ chio non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de largomento.
+
+ E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro asperson locchio comprese;
+
+ e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch sola una persona in due nature.
+
+ Sotto l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi pi s stessa antica,
+ vincer che laltre qui, quand ella cera.
+
+ Di penter s mi punse ivi lortica,
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ pi nel suo amor, pi mi si f nemica.
+
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ chio caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+ Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,
+ la donna chio avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.
+
+ Tratto mavea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso lacqua lieve come scola.
+
+ Quando fui presso a la beata riva,
+ Asperges me s dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non chio lo scriva.
+
+ La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne chio lacqua inghiottissi.
+
+ Indi mi tolse, e bagnato mofferse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+ Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di l, che miran pi profondo.
+
+ Cos cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+ Disser: Fa che le viste non risparmi;
+ posto tavem dinanzi a li smeraldi
+ ond Amor gi ti trasse le sue armi.
+
+ Mille disiri pi che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra l grifone stavan saldi.
+
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+ Pensa, lettor, sio mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in s star queta,
+ e ne lidolo suo si trasmutava.
+
+ Mentre che piena di stupore e lieta
+ lanima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di s, di s asseta,
+
+ s dimostrando di pi alto tribo
+ ne li atti, laltre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+ Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,
+ era la sua canzone, al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+ Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, s che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele.
+
+ O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto lombra
+ s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+ che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ l dove armonizzando il ciel tadombra,
+
+ quando ne laere aperto ti solvesti?
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXXII
+
+
+ Tant eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi meran tutti spenti.
+
+ Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non calercos lo santo riso
+ a s trali con lantica rete!;
+
+ quando per forza mi fu vlto il viso
+ ver la sinistra mia da quelle dee,
+ perch io udi da loro un Troppo fiso!;
+
+ e la disposizion cha veder e
+ ne li occhi pur test dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fe.
+
+ Ma poi chal poco il viso riformossi
+ (e dico al poco per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+ vidi n sul braccio destro esser rivolto
+ lo gloroso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+ Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e s gira col segno,
+ prima che possa tutta in s mutarsi;
+
+ quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+ Indi a le rote si tornar le donne,
+ e l grifon mosse il benedetto carco
+ s, che per nulla penna crollonne.
+
+ La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che f lorbita sua con minore arco.
+
+ S passeggiando lalta selva vta,
+ colpa di quella chal serpente crese,
+ temprava i passi unangelica nota.
+
+ Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Batrice scese.
+
+ Io senti mormorare a tutti Adamo;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.
+
+ La coma sua, che tanto si dilata
+ pi quanto pi s, fora da lIndi
+ ne boschi lor per altezza ammirata.
+
+ Beato se, grifon, che non discindi
+ col becco desto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi.
+
+ Cos dintorno a lalbero robusto
+ gridaron li altri; e lanimal binato:
+ S si conserva il seme dogne giusto.
+
+ E vlto al temo chelli avea tirato,
+ trasselo al pi de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lasci legato.
+
+ Come le nostre piante, quando casca
+ gi la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+ turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+ men che di rose e pi che di vole
+ colore aprendo, sinnov la pianta,
+ che prima avea le ramora s sole.
+
+ Io non lo ntesi, n qui non si canta
+ linno che quella gente allor cantaro,
+ n la nota soffersi tutta quanta.
+
+ Sio potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;
+
+ come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com io maddormentai;
+ ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.
+
+ Per trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico chun splendor mi squarci l velo
+ del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?.
+
+ Quali a veder de fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpete nozze fa nel cielo,
+
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+ e videro scemata loro scuola
+ cos di Mos come dElia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+ tal torna io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de miei passi lungo l fiume pria.
+
+ E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?.
+ Ond ella: Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+ Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo l grifon sen vanno suso
+ con pi dolce canzone e pi profonda.
+
+ E se pi fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, per che gi ne li occhi mera
+ quella chad altro intender mavea chiuso.
+
+ Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata l del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+ In cerchio le facevan di s claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri dAquilone e dAustro.
+
+ Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo romano.
+
+ Per, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di l, fa che tu scrive.
+
+ Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ di suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov ella volle diedi.
+
+ Non scese mai con s veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che pi va remoto,
+
+ com io vidi calar luccel di Giove
+ per lalber gi, rompendo de la scorza,
+ non che di fiori e de le foglie nove;
+
+ e fer l carro di tutta sua forza;
+ ond el pieg come nave in fortuna,
+ vinta da londa, or da poggia, or da orza.
+
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del trunfal veiculo una volpe
+ che dogne pasto buon parea digiuna;
+
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser lossa sanza polpe.
+
+ Poscia per indi ond era pria venuta,
+ laguglia vidi scender gi ne larca
+ del carro e lasciar lei di s pennuta;
+
+ e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce usc del cielo e cotal disse:
+ O navicella mia, com mal se carca!.
+
+ Poi parve a me che la terra saprisse
+ trambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro s la coda fisse;
+
+ e come vespa che ritragge lago,
+ a s traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+ Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+ si ricoperse, e funne ricoperta
+ e luna e laltra rota e l temo, in tanto
+ che pi tiene un sospir la bocca aperta.
+
+ Trasformato cos l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra l temo e una in ciascun canto.
+
+ Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ mapparve con le ciglia intorno pronte;
+
+ e come perch non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+ Ma perch locchio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagell dal capo infin le piante;
+
+ poi, di sospetto pieno e dira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+ a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+ Purgatorio Canto XXXIII
+
+
+ Deus, venerunt gentes, alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+ e Batrice, sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava s fatta, che poco
+ pi a la croce si cambi Maria.
+
+ Ma poi che laltre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in p,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+ Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me.
+
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo s, solo accennando, mosse
+ me e la donna e l savio che ristette.
+
+ Cos sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+ e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,
+ mi disse, tanto che, sio parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto.
+
+ S com io fui, com io dova, seco,
+ dissemi: Frate, perch non tattenti
+ a domandarmi omai venendo meco?.
+
+ Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti,
+
+ avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e ci chad essa buono.
+
+ Ed ella a me: Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ s che non parli pi com om che sogna.
+
+ Sappi che l vaso che l serpente ruppe,
+ fu e non ; ma chi nha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+ Non sar tutto tempo sanza reda
+ laguglia che lasci le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ chio veggio certamente, e per il narro,
+ a darne tempo gi stelle propinque,
+ secure dogn intoppo e dogne sbarro,
+
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, ancider la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+ E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch a lor modo lo ntelletto attuia;
+
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+ Tu nota; e s come da me son porte,
+ cos queste parole segna a vivi
+ del viver ch un correre a la morte.
+
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch or due volte dirubata quivi.
+
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a luso suo la cre santa.
+
+ Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e pi lanima prima
+ bram colui che l morso in s punio.
+
+ Dorme lo ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e s travolta ne la cima.
+
+ E se stati non fossero acqua dElsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+ per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne linterdetto,
+ conosceresti a larbor moralmente.
+
+ Ma perch io veggio te ne lo ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ s che tabbaglia il lume del mio detto,
+
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto.
+
+ E io: S come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato or da voi lo mio cervello.
+
+ Ma perch tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disata vola,
+ che pi la perde quanto pi saiuta?.
+
+ Perch conoschi, disse, quella scuola
+ chai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come pu seguitar la mia parola;
+
+ e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che pi alto festina.
+
+ Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda
+ chi stranasse me gi mai da voi,
+ n honne coscenza che rimorda.
+
+ E se tu ricordar non te ne puoi,
+ sorridendo rispuose, or ti rammenta
+ come bevesti di Let ancoi;
+
+ e se dal fummo foco sargomenta,
+ cotesta oblivon chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+ Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude.
+
+ E pi corusco e con pi lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e l, come li aspetti, fassi,
+
+ quando saffisser, s come saffigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+ le sette donne al fin dunombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi lalpe porta.
+
+ Dinanzi ad esse ufrats e Tigri
+ veder mi parve uscir duna fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+ O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua questa che qui si dispiega
+ da un principio e s da s lontana?.
+
+ Per cotal priego detto mi fu: Priega
+ Matelda che l ti dica. E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+ la bella donna: Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che lacqua di Let non gliel nascose.
+
+ E Batrice: Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+ Ma vedi Eno che l diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se usa,
+ la tramortita sua virt ravviva.
+
+ Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che per segno fuor dischiusa;
+
+ cos, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: Vien con lui.
+
+ Sio avessi, lettor, pi lungo spazio
+ da scrivere, i pur cantere in parte
+ lo dolce ber che mai non mavria sazio;
+
+ ma perch piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia pi ir lo fren de larte.
+
+ Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto s come piante novelle
+ rinovellate di novella fronda,
+
+ puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ = a grave
+ = e grave
+ = i grave
+ = o grave
+ = u grave
+
+ = e acute
+ = o acute
+
+ = a uml
+ = e uml
+ = i uml
+ = o uml
+ = u uml
+
+ = E grave
+ = E uml
+ = I uml
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+ = right angle quotation mark
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+ . . . = ellipsis
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+
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+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by
+Dante Alighieri
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO ***
+
+***** This file should be named 1010-8.txt or 1010-8.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ http://www.gutenberg.org/1/0/1/1010/
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+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
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+be renamed.
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+Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
+law means that no one owns a United States copyright in these works,
+so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
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+of this license, apply to copying and distributing Project
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+for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports,
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+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
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+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
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+of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
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+States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
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+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
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+
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+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
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+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
+Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
+www.gutenberg.org
+
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
+U.S. federal laws and your state's laws.
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+The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
+mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
+volunteers and employees are scattered throughout numerous
+locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
+Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
+date contact information can be found at the Foundation's web site and
+official page at www.gutenberg.org/contact
+
+For additional contact information:
+
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
+DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
+state visit www.gutenberg.org/donate
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
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+The Project Gutenberg E-text of La Divina Commedia de Dante: Purgatorio,
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+The Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by
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+Title: La Divina Commedia di Dante: Purgatorio
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+Author: Dante Alighieri
+
+Posting Date: December 8, 2014 [EBook #1010]
+Release Date: August, 1997
+First Posted: September 4, 1998
+
+Language: Italian
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+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO ***
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+
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+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
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+
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+
+
+<h1>
+<br /><br /><br />
+ LA DIVINA COMMEDIA<br />
+ di Dante Alighieri<br />
+</h1>
+
+<h2>
+<br /><br />
+ PURGATORIO<br />
+</h2>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap01"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto I
+</h3>
+
+<p>
+ Per correr miglior acque alza le vele<br />
+ omai la navicella del mio ingegno,<br />
+ che lascia dietro a s mar s crudele;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e canter di quel secondo regno<br />
+ dove lumano spirito si purga<br />
+ e di salire al ciel diventa degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma qui la morta poes resurga,<br />
+ o sante Muse, poi che vostro sono;<br />
+ e qui Calop alquanto surga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ seguitando il mio canto con quel suono<br />
+ di cui le Piche misere sentiro<br />
+ lo colpo tal, che disperar perdono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dolce color dorental zaffiro,<br />
+ che saccoglieva nel sereno aspetto<br />
+ del mezzo, puro infino al primo giro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a li occhi miei ricominci diletto,<br />
+ tosto chio usci fuor de laura morta<br />
+ che mavea contristati li occhi e l petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo bel pianeto che damar conforta<br />
+ faceva tutto rider lorente,<br />
+ velando i Pesci cherano in sua scorta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I mi volsi a man destra, e puosi mente<br />
+ a laltro polo, e vidi quattro stelle<br />
+ non viste mai fuor cha la prima gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Goder pareva l ciel di lor fiammelle:<br />
+ oh settentronal vedovo sito,<br />
+ poi che privato se di mirar quelle!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com io da loro sguardo fui partito,<br />
+ un poco me volgendo a l altro polo,<br />
+ l onde l Carro gi era sparito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi presso di me un veglio solo,<br />
+ degno di tanta reverenza in vista,<br />
+ che pi non dee a padre alcun figliuolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lunga la barba e di pel bianco mista<br />
+ portava, a suoi capelli simigliante,<br />
+ de quai cadeva al petto doppia lista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li raggi de le quattro luci sante<br />
+ fregiavan s la sua faccia di lume,<br />
+ chi l vedea come l sol fosse davante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi siete voi che contro al cieco fiume<br />
+ fuggita avete la pregione etterna?,<br />
+ diss el, movendo quelle oneste piume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,<br />
+ uscendo fuor de la profonda notte<br />
+ che sempre nera fa la valle inferna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Son le leggi dabisso cos rotte?<br />
+ o mutato in ciel novo consiglio,<br />
+ che, dannati, venite a le mie grotte?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio allor mi di di piglio,<br />
+ e con parole e con mani e con cenni<br />
+ reverenti mi f le gambe e l ciglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia rispuose lui: Da me non venni:<br />
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi<br />
+ de la mia compagnia costui sovvenni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma da ch tuo voler che pi si spieghi<br />
+ di nostra condizion com ell vera,<br />
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi non vide mai lultima sera;<br />
+ ma per la sua follia le fu s presso,<br />
+ che molto poco tempo a volger era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S com io dissi, fui mandato ad esso<br />
+ per lui campare; e non l era altra via<br />
+ che questa per la quale i mi son messo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br />
+ e ora intendo mostrar quelli spirti<br />
+ che purgan s sotto la tua bala.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com io lho tratto, saria lungo a dirti;<br />
+ de lalto scende virt che maiuta<br />
+ conducerlo a vederti e a udirti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br />
+ libert va cercando, ch s cara,<br />
+ come sa chi per lei vita rifiuta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu l sai, ch non ti fu per lei amara<br />
+ in Utica la morte, ove lasciasti<br />
+ la vesta chal gran d sar s chiara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non son li editti etterni per noi guasti,<br />
+ ch questi vive e Mins me non lega;<br />
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti<br />
+</p>
+
+<p>
+ di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,<br />
+ o santo petto, che per tua la tegni:<br />
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br />
+ grazie riporter di te a lei,<br />
+ se desser mentovato l gi degni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Marza piacque tanto a li occhi miei<br />
+ mentre chi fu di l, diss elli allora,<br />
+ che quante grazie volse da me, fei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or che di l dal mal fiume dimora,<br />
+ pi muover non mi pu, per quella legge<br />
+ che fatta fu quando me nusci fora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,<br />
+ come tu di, non c mestier lusinghe:<br />
+ bastisi ben che per lei mi richegge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br />
+ dun giunco schietto e che li lavi l viso,<br />
+ s chogne sucidume quindi stinghe;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch non si converria, locchio sorpriso<br />
+ dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br />
+ ministro, ch di quei di paradiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br />
+ l gi col dove la batte londa,<br />
+ porta di giunchi sovra l molle limo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ null altra pianta che facesse fronda<br />
+ o indurasse, vi puote aver vita,<br />
+ per cha le percosse non seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;<br />
+ lo sol vi mosterr, che surge omai,<br />
+ prendere il monte a pi lieve salita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos spar; e io s mi levai<br />
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br />
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominci: Figliuol, segui i miei passi:<br />
+ volgianci in dietro, ch di qua dichina<br />
+ questa pianura a suoi termini bassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lalba vinceva lora mattutina<br />
+ che fuggia innanzi, s che di lontano<br />
+ conobbi il tremolar de la marina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam per lo solingo piano<br />
+ com om che torna a la perduta strada,<br />
+ che nfino ad essa li pare ire in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando noi fummo l ve la rugiada<br />
+ pugna col sole, per essere in parte<br />
+ dove, ad orezza, poco si dirada,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ambo le mani in su lerbetta sparte<br />
+ soavemente l mio maestro pose:<br />
+ ond io, che fui accorto di sua arte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ porsi ver lui le guance lagrimose;<br />
+ ivi mi fece tutto discoverto<br />
+ quel color che linferno mi nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo poi in sul lito diserto,<br />
+ che mai non vide navicar sue acque<br />
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi mi cinse s com altrui piacque:<br />
+ oh maraviglia! ch qual elli scelse<br />
+ lumile pianta, cotal si rinacque<br />
+</p>
+
+<p>
+ subitamente l onde lavelse.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap02"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto II
+</h3>
+
+<p>
+ Gi era l sole a lorizzonte giunto<br />
+ lo cui meridan cerchio coverchia<br />
+ Ierusalm col suo pi alto punto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,<br />
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,<br />
+ che le caggion di man quando soverchia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ s che le bianche e le vermiglie guance,<br />
+ l dov i era, de la bella Aurora<br />
+ per troppa etate divenivan rance.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,<br />
+ come gente che pensa a suo cammino,<br />
+ che va col cuore e col corpo dimora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br />
+ per li grossi vapor Marte rosseggia<br />
+ gi nel ponente sovra l suol marino,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal mapparve, sio ancor lo veggia,<br />
+ un lume per lo mar venir s ratto,<br />
+ che l muover suo nessun volar pareggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal qual com io un poco ebbi ritratto<br />
+ locchio per domandar lo duca mio,<br />
+ rividil pi lucente e maggior fatto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi dogne lato ad esso mappario<br />
+ un non sapeva che bianco, e di sotto<br />
+ a poco a poco un altro a lui usco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,<br />
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;<br />
+ allor che ben conobbe il galeotto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ grid: Fa, fa che le ginocchia cali.<br />
+ Ecco langel di Dio: piega le mani;<br />
+ omai vedrai di s fatti officiali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,<br />
+ s che remo non vuol, n altro velo<br />
+ che lali sue, tra liti s lontani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi come lha dritte verso l cielo,<br />
+ trattando laere con letterne penne,<br />
+ che non si mutan come mortal pelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come pi e pi verso noi venne<br />
+ luccel divino, pi chiaro appariva:<br />
+ per che locchio da presso nol sostenne,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br />
+ con un vasello snelletto e leggero,<br />
+ tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,<br />
+ tal che faria beato pur descripto;<br />
+ e pi di cento spirti entro sediero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In exitu Isrel de Aegypto<br />
+ cantavan tutti insieme ad una voce<br />
+ con quanto di quel salmo poscia scripto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fece il segno lor di santa croce;<br />
+ ond ei si gittar tutti in su la piaggia:<br />
+ ed el sen g, come venne, veloce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La turba che rimase l, selvaggia<br />
+ parea del loco, rimirando intorno<br />
+ come colui che nove cose assaggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da tutte parti saettava il giorno<br />
+ lo sol, chavea con le saette conte<br />
+ di mezzo l ciel cacciato Capricorno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la nova gente alz la fronte<br />
+ ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete,<br />
+ mostratene la via di gire al monte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Virgilio rispuose: Voi credete<br />
+ forse che siamo esperti desto loco;<br />
+ ma noi siam peregrin come voi siete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br />
+ per altra via, che fu s aspra e forte,<br />
+ che lo salire omai ne parr gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lanime, che si fuor di me accorte,<br />
+ per lo spirare, chi era ancor vivo,<br />
+ maravigliando diventaro smorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a messagger che porta ulivo<br />
+ tragge la gente per udir novelle,<br />
+ e di calcar nessun si mostra schivo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos al viso mio saffisar quelle<br />
+ anime fortunate tutte quante,<br />
+ quasi oblando dire a farsi belle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi una di lor trarresi avante<br />
+ per abbracciarmi con s grande affetto,<br />
+ che mosse me a far lo somigliante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!<br />
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br />
+ e tante mi tornai con esse al petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br />
+ per che lombra sorrise e si ritrasse,<br />
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Soavemente disse chio posasse;<br />
+ allor conobbi chi era, e pregai<br />
+ che, per parlarmi, un poco sarrestasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuosemi: Cos com io tamai<br />
+ nel mortal corpo, cos tamo sciolta:<br />
+ per marresto; ma tu perch vai?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Casella mio, per tornar altra volta<br />
+ l dov io son, fo io questo vaggio,<br />
+ diss io; ma a te com tanta ora tolta?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio,<br />
+ se quei che leva quando e cui li piace,<br />
+ pi volte mha negato esto passaggio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch di giusto voler lo suo si face:<br />
+ veramente da tre mesi elli ha tolto<br />
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io, chera ora a la marina vlto<br />
+ dove lacqua di Tevero sinsala,<br />
+ benignamente fu da lui ricolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A quella foce ha elli or dritta lala,<br />
+ per che sempre quivi si ricoglie<br />
+ qual verso Acheronte non si cala.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: Se nuova legge non ti toglie<br />
+ memoria o uso a lamoroso canto<br />
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di ci ti piaccia consolare alquanto<br />
+ lanima mia, che, con la sua persona<br />
+ venendo qui, affannata tanto!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Amor che ne la mente mi ragiona<br />
+ cominci elli allor s dolcemente,<br />
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro e io e quella gente<br />
+ cheran con lui parevan s contenti,<br />
+ come a nessun toccasse altro la mente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam tutti fissi e attenti<br />
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br />
+ gridando: Che ci, spiriti lenti?<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual negligenza, quale stare questo?<br />
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br />
+ chesser non lascia a voi Dio manifesto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,<br />
+ li colombi adunati a la pastura,<br />
+ queti, sanza mostrar lusato orgoglio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se cosa appare ond elli abbian paura,<br />
+ subitamente lasciano star lesca,<br />
+ perch assaliti son da maggior cura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos vid io quella masnada fresca<br />
+ lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,<br />
+ com om che va, n sa dove resca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ n la nostra partita fu men tosta.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap03"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto III
+</h3>
+
+<p>
+ Avvegna che la subitana fuga<br />
+ dispergesse color per la campagna,<br />
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ i mi ristrinsi a la fida compagna:<br />
+ e come sare io sanza lui corso?<br />
+ chi mavria tratto su per la montagna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ El mi parea da s stesso rimorso:<br />
+ o dignitosa coscenza e netta,<br />
+ come t picciol fallo amaro morso!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br />
+ che lonestade ad ogn atto dismaga,<br />
+ la mente mia, che prima era ristretta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo ntento rallarg, s come vaga,<br />
+ e diedi l viso mio incontr al poggio<br />
+ che nverso l ciel pi alto si dislaga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br />
+ rotto mera dinanzi a la figura,<br />
+ chava in me de suoi raggi lappoggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi volsi dallato con paura<br />
+ dessere abbandonato, quand io vidi<br />
+ solo dinanzi a me la terra oscura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l mio conforto: Perch pur diffidi?,<br />
+ a dir mi cominci tutto rivolto;<br />
+ non credi tu me teco e chio ti guidi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vespero gi col dov sepolto<br />
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br />
+ Napoli lha, e da Brandizio tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora, se innanzi a me nulla saombra,<br />
+ non ti maravigliar pi che di cieli<br />
+ che luno a laltro raggio non ingombra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A sofferir tormenti, caldi e geli<br />
+ simili corpi la Virt dispone<br />
+ che, come fa, non vuol cha noi si sveli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Matto chi spera che nostra ragione<br />
+ possa trascorrer la infinita via<br />
+ che tiene una sustanza in tre persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ State contenti, umana gente, al quia;<br />
+ ch, se potuto aveste veder tutto,<br />
+ mestier non era parturir Maria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disar vedeste sanza frutto<br />
+ tai che sarebbe lor disio quetato,<br />
+ chetternalmente dato lor per lutto:<br />
+</p>
+
+<p>
+ io dico dAristotile e di Plato<br />
+ e di molt altri; e qui chin la fronte,<br />
+ e pi non disse, e rimase turbato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi divenimmo intanto a pi del monte;<br />
+ quivi trovammo la roccia s erta,<br />
+ che ndarno vi sarien le gambe pronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra Lerice e Turba la pi diserta,<br />
+ la pi rotta ruina una scala,<br />
+ verso di quella, agevole e aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or chi sa da qual man la costa cala,<br />
+ disse l maestro mio fermando l passo,<br />
+ s che possa salir chi va sanz ala?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E mentre che tenendo l viso basso<br />
+ essaminava del cammin la mente,<br />
+ e io mirava suso intorno al sasso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da man sinistra mappar una gente<br />
+ danime, che movieno i pi ver noi,<br />
+ e non pareva, s venan lente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi:<br />
+ ecco di qua chi ne dar consiglio,<br />
+ se tu da te medesmo aver nol puoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guard allora, e con libero piglio<br />
+ rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano;<br />
+ e tu ferma la spene, dolce figlio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancora era quel popol di lontano,<br />
+ i dico dopo i nostri mille passi,<br />
+ quanto un buon gittator trarria con mano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando si strinser tutti ai duri massi<br />
+ de lalta ripa, e stetter fermi e stretti<br />
+ com a guardar, chi va dubbiando, stassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O ben finiti, o gi spiriti eletti,<br />
+ Virgilio incominci, per quella pace<br />
+ chi credo che per voi tutti saspetti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditene dove la montagna giace,<br />
+ s che possibil sia landare in suso;<br />
+ ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come le pecorelle escon del chiuso<br />
+ a una, a due, a tre, e laltre stanno<br />
+ timidette atterrando locchio e l muso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ci che fa la prima, e laltre fanno,<br />
+ addossandosi a lei, sella sarresta,<br />
+ semplici e quete, e lo mperch non sanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ s vid io muovere a venir la testa<br />
+ di quella mandra fortunata allotta,<br />
+ pudica in faccia e ne landare onesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come color dinanzi vider rotta<br />
+ la luce in terra dal mio destro canto,<br />
+ s che lombra era da me a la grotta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ restaro, e trasser s in dietro alquanto,<br />
+ e tutti li altri che venieno appresso,<br />
+ non sappiendo l perch, fenno altrettanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanza vostra domanda io vi confesso<br />
+ che questo corpo uman che voi vedete;<br />
+ per che l lume del sole in terra fesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vi maravigliate, ma credete<br />
+ che non sanza virt che da ciel vegna<br />
+ cerchi di soverchiar questa parete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos l maestro; e quella gente degna<br />
+ Tornate, disse, intrate innanzi dunque,<br />
+ coi dossi de le man faccendo insegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un di loro incominci: Chiunque<br />
+ tu se, cos andando, volgi l viso:<br />
+ pon mente se di l mi vedesti unque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi volsi ver lui e guardail fiso:<br />
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,<br />
+ ma lun de cigli un colpo avea diviso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand io mi fui umilmente disdetto<br />
+ daverlo visto mai, el disse: Or vedi;<br />
+ e mostrommi una piaga a sommo l petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,<br />
+ nepote di Costanza imperadrice;<br />
+ ond io ti priego che, quando tu riedi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vadi a mia bella figlia, genitrice<br />
+ de lonor di Cicilia e dAragona,<br />
+ e dichi l vero a lei, saltro si dice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia chio ebbi rotta la persona<br />
+ di due punte mortali, io mi rendei,<br />
+ piangendo, a quei che volontier perdona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Orribil furon li peccati miei;<br />
+ ma la bont infinita ha s gran braccia,<br />
+ che prende ci che si rivolge a lei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se l pastor di Cosenza, che a la caccia<br />
+ di me fu messo per Clemente allora,<br />
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lossa del corpo mio sarieno ancora<br />
+ in co del ponte presso a Benevento,<br />
+ sotto la guardia de la grave mora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or le bagna la pioggia e move il vento<br />
+ di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,<br />
+ dov e le trasmut a lume spento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per lor maladizion s non si perde,<br />
+ che non possa tornar, letterno amore,<br />
+ mentre che la speranza ha fior del verde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero che quale in contumacia more<br />
+ di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,<br />
+ star li convien da questa ripa in fore,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ognun tempo chelli stato, trenta,<br />
+ in sua presunzon, se tal decreto<br />
+ pi corto per buon prieghi non diventa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br />
+ revelando a la mia buona Costanza<br />
+ come mhai visto, e anco esto divieto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch qui per quei di l molto savanza.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap04"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto IV
+</h3>
+
+<p>
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,<br />
+ che alcuna virt nostra comprenda,<br />
+ lanima bene ad essa si raccoglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ par cha nulla potenza pi intenda;<br />
+ e questo contra quello error che crede<br />
+ chunanima sovr altra in noi saccenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E per, quando sode cosa o vede<br />
+ che tegna forte a s lanima volta,<br />
+ vassene l tempo e luom non se navvede;<br />
+</p>
+
+<p>
+ chaltra potenza quella che lascolta,<br />
+ e altra quella cha lanima intera:<br />
+ questa quasi legata e quella sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di ci ebb io esperenza vera,<br />
+ udendo quello spirto e ammirando;<br />
+ ch ben cinquanta gradi salito era<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo sole, e io non mera accorto, quando<br />
+ venimmo ove quell anime ad una<br />
+ gridaro a noi: Qui vostro dimando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maggiore aperta molte volte impruna<br />
+ con una forcatella di sue spine<br />
+ luom de la villa quando luva imbruna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non era la calla onde salne<br />
+ lo duca mio, e io appresso, soli,<br />
+ come da noi la schiera si partne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br />
+ montasi su in Bismantova e n Cacume<br />
+ con esso i pi; ma qui convien chom voli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ dico con lale snelle e con le piume<br />
+ del gran disio, di retro a quel condotto<br />
+ che speranza mi dava e facea lume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi salavam per entro l sasso rotto,<br />
+ e dogne lato ne stringea lo stremo,<br />
+ e piedi e man volea il suol di sotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che noi fummo in su lorlo suppremo<br />
+ de lalta ripa, a la scoperta piaggia,<br />
+ Maestro mio, diss io, che via faremo?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;<br />
+ pur su al monte dietro a me acquista,<br />
+ fin che nappaia alcuna scorta saggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sommo er alto che vincea la vista,<br />
+ e la costa superba pi assai<br />
+ che da mezzo quadrante a centro lista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era lasso, quando cominciai:<br />
+ O dolce padre, volgiti, e rimira<br />
+ com io rimango sol, se non restai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,<br />
+ additandomi un balzo poco in se<br />
+ che da quel lato il poggio tutto gira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S mi spronaron le parole sue,<br />
+ chi mi sforzai carpando appresso lui,<br />
+ tanto che l cinghio sotto i pi mi fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui<br />
+ vlti a levante ond eravam saliti,<br />
+ che suole a riguardar giovare altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br />
+ poscia li alzai al sole, e ammirava<br />
+ che da sinistra neravam feriti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben savvide il poeta cho stava<br />
+ stupido tutto al carro de la luce,<br />
+ ove tra noi e Aquilone intrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond elli a me: Se Castore e Poluce<br />
+ fossero in compagnia di quello specchio<br />
+ che s e gi del suo lume conduce,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu vedresti il Zodaco rubecchio<br />
+ ancora a lOrse pi stretto rotare,<br />
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ci sia, se l vuoi poter pensare,<br />
+ dentro raccolto, imagina Sn<br />
+ con questo monte in su la terra stare<br />
+</p>
+
+<p>
+ s, chamendue hanno un solo orizzn<br />
+ e diversi emisperi; onde la strada<br />
+ che mal non seppe carreggiar Fetn,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vedrai come a costui convien che vada<br />
+ da lun, quando a colui da laltro fianco,<br />
+ se lo ntelletto tuo ben chiaro bada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Certo, maestro mio, diss io, unquanco<br />
+ non vid io chiaro s com io discerno<br />
+ l dove mio ingegno parea manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l mezzo cerchio del moto superno,<br />
+ che si chiama Equatore in alcun arte,<br />
+ e che sempre riman tra l sole e l verno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per la ragion che di, quinci si parte<br />
+ verso settentron, quanto li Ebrei<br />
+ vedevan lui verso la calda parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se a te piace, volontier saprei<br />
+ quanto avemo ad andar; ch l poggio sale<br />
+ pi che salir non posson li occhi miei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Questa montagna tale,<br />
+ che sempre al cominciar di sotto grave;<br />
+ e quant om pi va s, e men fa male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per, quand ella ti parr soave<br />
+ tanto, che s andar ti fia leggero<br />
+ com a seconda gi andar per nave,<br />
+</p>
+
+<p>
+ allor sarai al fin desto sentiero;<br />
+ quivi di riposar laffanno aspetta.<br />
+ Pi non rispondo, e questo so per vero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E com elli ebbe sua parola detta,<br />
+ una voce di presso son: Forse<br />
+ che di sedere in pria avrai distretta!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br />
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,<br />
+ del qual n io n ei prima saccorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L ci traemmo; e ivi eran persone<br />
+ che si stavano a lombra dietro al sasso<br />
+ come luom per negghienza a star si pone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,<br />
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,<br />
+ tenendo l viso gi tra esse basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce segnor mio, diss io, adocchia<br />
+ colui che mostra s pi negligente<br />
+ che se pigrizia fosse sua serocchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor si volse a noi e puose mente,<br />
+ movendo l viso pur su per la coscia,<br />
+ e disse: Or va tu s, che se valente!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br />
+ che mavacciava un poco ancor la lena,<br />
+ non mimped landare a lui; e poscia<br />
+</p>
+
+<p>
+ cha lui fu giunto, alz la testa a pena,<br />
+ dicendo: Hai ben veduto come l sole<br />
+ da lomero sinistro il carro mena?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li atti suoi pigri e le corte parole<br />
+ mosser le labbra mie un poco a riso;<br />
+ poi cominciai: Belacqua, a me non dole<br />
+</p>
+
+<p>
+ di te omai; ma dimmi: perch assiso<br />
+ quiritto se? attendi tu iscorta,<br />
+ o pur lo modo usato tha ripriso?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: O frate, andar in s che porta?<br />
+ ch non mi lascerebbe ire a martri<br />
+ langel di Dio che siede in su la porta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima convien che tanto il ciel maggiri<br />
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,<br />
+ per chio ndugiai al fine i buon sospiri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se orazone in prima non maita<br />
+ che surga s di cuor che in grazia viva;<br />
+ laltra che val, che n ciel non udita?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E gi il poeta innanzi mi saliva,<br />
+ e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco<br />
+ meridan dal sole e a la riva<br />
+</p>
+
+<p>
+ cuopre la notte gi col pi Morrocco.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap05"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto V
+</h3>
+
+<p>
+ Io era gi da quell ombre partito,<br />
+ e seguitava lorme del mio duca,<br />
+ quando di retro a me, drizzando l dito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ una grid: Ve che non par che luca<br />
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br />
+ e come vivo par che si conduca!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br />
+ e vidile guardar per maraviglia<br />
+ pur me, pur me, e l lume chera rotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perch lanimo tuo tanto simpiglia,<br />
+ disse l maestro, che landare allenti?<br />
+ che ti fa ci che quivi si pispiglia?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br />
+ sta come torre ferma, che non crolla<br />
+ gi mai la cima per soffiar di venti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch sempre lomo in cui pensier rampolla<br />
+ sovra pensier, da s dilunga il segno,<br />
+ perch la foga lun de laltro insolla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che potea io ridir, se non Io vegno?<br />
+ Dissilo, alquanto del color consperso<br />
+ che fa luom di perdon talvolta degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ntanto per la costa di traverso<br />
+ venivan genti innanzi a noi un poco,<br />
+ cantando Miserere a verso a verso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando saccorser chi non dava loco<br />
+ per lo mio corpo al trapassar di raggi,<br />
+ mutar lor canto in un oh! lungo e roco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e due di loro, in forma di messaggi,<br />
+ corsero incontr a noi e dimandarne:<br />
+ Di vostra condizion fatene saggi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l mio maestro: Voi potete andarne<br />
+ e ritrarre a color che vi mandaro<br />
+ che l corpo di costui vera carne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se per veder la sua ombra restaro,<br />
+ com io avviso, assai lor risposto:<br />
+ fccianli onore, ed esser pu lor caro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vapori accesi non vid io s tosto<br />
+ di prima notte mai fender sereno,<br />
+ n, sol calando, nuvole dagosto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che color non tornasser suso in meno;<br />
+ e, giunti l, con li altri a noi dier volta,<br />
+ come schiera che scorre sanza freno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa gente che preme a noi molta,<br />
+ e vegnonti a pregar, disse l poeta:<br />
+ per pur va, e in andando ascolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O anima che vai per esser lieta<br />
+ con quelle membra con le quai nascesti,<br />
+ venian gridando, un poco il passo queta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guarda salcun di noi unqua vedesti,<br />
+ s che di lui di l novella porti:<br />
+ deh, perch vai? deh, perch non tarresti?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi fummo tutti gi per forza morti,<br />
+ e peccatori infino a lultima ora;<br />
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ s che, pentendo e perdonando, fora<br />
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,<br />
+ che del disio di s veder naccora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: Perch ne vostri visi guati,<br />
+ non riconosco alcun; ma sa voi piace<br />
+ cosa chio possa, spiriti ben nati,<br />
+</p>
+
+<p>
+ voi dite, e io far per quella pace<br />
+ che, dietro a piedi di s fatta guida,<br />
+ di mondo in mondo cercar mi si face.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E uno incominci: Ciascun si fida<br />
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,<br />
+ pur che l voler nonpossa non ricida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,<br />
+ ti priego, se mai vedi quel paese<br />
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br />
+ in Fano, s che ben per me sadori<br />
+ pur chi possa purgar le gravi offese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi fu io; ma li profondi fri<br />
+ ond usc l sangue in sul quale io sedea,<br />
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l dov io pi sicuro esser credea:<br />
+ quel da Esti il f far, che mavea in ira<br />
+ assai pi l che dritto non volea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma sio fosse fuggito inver la Mira,<br />
+ quando fu sovragiunto ad Oraco,<br />
+ ancor sarei di l dove si spira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Corsi al palude, e le cannucce e l braco<br />
+ mimpigliar s chi caddi; e l vid io<br />
+ de le mie vene farsi in terra laco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse un altro: Deh, se quel disio<br />
+ si compia che ti tragge a lalto monte,<br />
+ con buona petate aiuta il mio!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br />
+ Giovanna o altri non ha di me cura;<br />
+ per chio vo tra costor con bassa fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: Qual forza o qual ventura<br />
+ ti trav s fuor di Campaldino,<br />
+ che non si seppe mai tua sepultura?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino<br />
+ traversa unacqua cha nome lArchiano,<br />
+ che sovra lErmo nasce in Apennino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L ve l vocabol suo diventa vano,<br />
+ arriva io forato ne la gola,<br />
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi perdei la vista e la parola;<br />
+ nel nome di Maria fini, e quivi<br />
+ caddi, e rimase la mia carne sola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dir vero, e tu l rid tra vivi:<br />
+ langel di Dio mi prese, e quel dinferno<br />
+ gridava: O tu del ciel, perch mi privi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu te ne porti di costui letterno<br />
+ per una lagrimetta che l mi toglie;<br />
+ ma io far de laltro altro governo!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben sai come ne laere si raccoglie<br />
+ quell umido vapor che in acqua riede,<br />
+ tosto che sale dove l freddo il coglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br />
+ con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento<br />
+ per la virt che sua natura diede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi la valle, come l d fu spento,<br />
+ da Pratomagno al gran giogo coperse<br />
+ di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,<br />
+</p>
+
+<p>
+ s che l pregno aere in acqua si converse;<br />
+ la pioggia cadde, e a fossati venne<br />
+ di lei ci che la terra non sofferse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come ai rivi grandi si convenne,<br />
+ ver lo fiume real tanto veloce<br />
+ si ruin, che nulla la ritenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo corpo mio gelato in su la foce<br />
+ trov lArchian rubesto; e quel sospinse<br />
+ ne lArno, e sciolse al mio petto la croce<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi fe di me quando l dolor mi vinse;<br />
+ voltmmi per le ripe e per lo fondo,<br />
+ poi di sua preda mi coperse e cinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br />
+ e riposato de la lunga via,<br />
+ seguit l terzo spirito al secondo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ricorditi di me, che son la Pia;<br />
+ Siena mi f, disfecemi Maremma:<br />
+ salsi colui che nnanellata pria<br />
+</p>
+
+<p>
+ disposando mavea con la sua gemma.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap06"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto VI
+</h3>
+
+<p>
+ Quando si parte il gioco de la zara,<br />
+ colui che perde si riman dolente,<br />
+ repetendo le volte, e tristo impara;<br />
+</p>
+
+<p>
+ con laltro se ne va tutta la gente;<br />
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br />
+ e qual dallato li si reca a mente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ el non sarresta, e questo e quello intende;<br />
+ a cui porge la man, pi non fa pressa;<br />
+ e cos da la calca si difende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tal era io in quella turba spessa,<br />
+ volgendo a loro, e qua e l, la faccia,<br />
+ e promettendo mi sciogliea da essa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quiv era lAretin che da le braccia<br />
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br />
+ e laltro channeg correndo in caccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi pregava con le mani sporte<br />
+ Federigo Novello, e quel da Pisa<br />
+ che f parer lo buon Marzucco forte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi conte Orso e lanima divisa<br />
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,<br />
+ com e dicea, non per colpa commisa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br />
+ mentr di qua, la donna di Brabante,<br />
+ s che per non sia di peggior greggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come libero fui da tutte quante<br />
+ quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,<br />
+ s che savacci lor divenir sante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ io cominciai: El par che tu mi nieghi,<br />
+ o luce mia, espresso in alcun testo<br />
+ che decreto del cielo orazion pieghi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questa gente prega pur di questo:<br />
+ sarebbe dunque loro speme vana,<br />
+ o non m l detto tuo ben manifesto?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: La mia scrittura piana;<br />
+ e la speranza di costor non falla,<br />
+ se ben si guarda con la mente sana;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch cima di giudicio non savvalla<br />
+ perch foco damor compia in un punto<br />
+ ci che de sodisfar chi qui sastalla;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l dov io fermai cotesto punto,<br />
+ non sammendava, per pregar, difetto,<br />
+ perch l priego da Dio era disgiunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente a cos alto sospetto<br />
+ non ti fermar, se quella nol ti dice<br />
+ che lume fia tra l vero e lo ntelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non so se ntendi: io dico di Beatrice;<br />
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br />
+ di questo monte, ridere e felice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,<br />
+ ch gi non maffatico come dianzi,<br />
+ e vedi omai che l poggio lombra getta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi anderem con questo giorno innanzi,<br />
+ rispuose, quanto pi potremo omai;<br />
+ ma l fatto daltra forma che non stanzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima che sie l s, tornar vedrai<br />
+ colui che gi si cuopre de la costa,<br />
+ s che suoi raggi tu romper non fai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi l unanima che, posta<br />
+ sola soletta, inverso noi riguarda:<br />
+ quella ne nsegner la via pi tosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,<br />
+ come ti stavi altera e disdegnosa<br />
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella non ci dica alcuna cosa,<br />
+ ma lasciavane gir, solo sguardando<br />
+ a guisa di leon quando si posa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br />
+ che ne mostrasse la miglior salita;<br />
+ e quella non rispuose al suo dimando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma di nostro paese e de la vita<br />
+ ci nchiese; e l dolce duca incominciava<br />
+ Manta . . . , e lombra, tutta in s romita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ surse ver lui del loco ove pria stava,<br />
+ dicendo: O Mantoano, io son Sordello<br />
+ de la tua terra!; e lun laltro abbracciava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br />
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br />
+ non donna di province, ma bordello!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quell anima gentil fu cos presta,<br />
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,<br />
+ di fare al cittadin suo quivi festa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ora in te non stanno sanza guerra<br />
+ li vivi tuoi, e lun laltro si rode<br />
+ di quei chun muro e una fossa serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cerca, misera, intorno da le prode<br />
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br />
+ salcuna parte in te di pace gode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che val perch ti racconciasse il freno<br />
+ Iustinano, se la sella vta?<br />
+ Sanz esso fora la vergogna meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi gente che dovresti esser devota,<br />
+ e lasciar seder Cesare in la sella,<br />
+ se bene intendi ci che Dio ti nota,<br />
+</p>
+
+<p>
+ guarda come esta fiera fatta fella<br />
+ per non esser corretta da li sproni,<br />
+ poi che ponesti mano a la predella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Alberto tedesco chabbandoni<br />
+ costei ch fatta indomita e selvaggia,<br />
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ giusto giudicio da le stelle caggia<br />
+ sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br />
+ tal che l tuo successor temenza naggia!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chavete tu e l tuo padre sofferto,<br />
+ per cupidigia di cost distretti,<br />
+ che l giardin de lo mperio sia diserto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br />
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br />
+ color gi tristi, e questi con sospetti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br />
+ di tuoi gentili, e cura lor magagne;<br />
+ e vedrai Santafior com oscura!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne<br />
+ vedova e sola, e d e notte chiama:<br />
+ Cesare mio, perch non maccompagne?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder la gente quanto sama!<br />
+ e se nulla di noi piet ti move,<br />
+ a vergognar ti vien de la tua fama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se licito m, o sommo Giove<br />
+ che fosti in terra per noi crucifisso,<br />
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?<br />
+</p>
+
+<p>
+ O preparazion che ne labisso<br />
+ del tuo consiglio fai per alcun bene<br />
+ in tutto de laccorger nostro scisso?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ch le citt dItalia tutte piene<br />
+ son di tiranni, e un Marcel diventa<br />
+ ogne villan che parteggiando viene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br />
+ di questa digression che non ti tocca,<br />
+ merc del popol tuo che si argomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br />
+ per non venir sanza consiglio a larco;<br />
+ ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti rifiutan lo comune incarco;<br />
+ ma il popol tuo solicito risponde<br />
+ sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:<br />
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br />
+ Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Atene e Lacedemona, che fenno<br />
+ lantiche leggi e furon s civili,<br />
+ fecero al viver bene un picciol cenno<br />
+</p>
+
+<p>
+ verso di te, che fai tanto sottili<br />
+ provedimenti, cha mezzo novembre<br />
+ non giugne quel che tu dottobre fili.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quante volte, del tempo che rimembre,<br />
+ legge, moneta, officio e costume<br />
+ hai tu mutato, e rinovate membre!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,<br />
+ vedrai te somigliante a quella inferma<br />
+ che non pu trovar posa in su le piume,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma con dar volta suo dolore scherma.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap07"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto VII
+</h3>
+
+<p>
+ Poscia che laccoglienze oneste e liete<br />
+ furo iterate tre e quattro volte,<br />
+ Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anzi che a questo monte fosser volte<br />
+ lanime degne di salire a Dio,<br />
+ fur lossa mie per Ottavian sepolte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son Virgilio; e per null altro rio<br />
+ lo ciel perdei che per non aver f.<br />
+ Cos rispuose allora il duca mio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual colui che cosa innanzi s<br />
+ sbita vede ond e si maraviglia,<br />
+ che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . ,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal parve quelli; e poi chin le ciglia,<br />
+ e umilmente ritorn ver lui,<br />
+ e abbraccil l ve l minor sappiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O gloria di Latin, disse, per cui<br />
+ mostr ci che potea la lingua nostra,<br />
+ o pregio etterno del loco ond io fui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br />
+ Sio son dudir le tue parole degno,<br />
+ dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per tutt i cerchi del dolente regno,<br />
+ rispuose lui, son io di qua venuto;<br />
+ virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non per far, ma per non fare ho perduto<br />
+ a veder lalto Sol che tu disiri<br />
+ e che fu tardi per me conosciuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Luogo l gi non tristo di martri,<br />
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti<br />
+ non suonan come guai, ma son sospiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti<br />
+ dai denti morsi de la morte avante<br />
+ che fosser da lumana colpa essenti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quivi sto io con quei che le tre sante<br />
+ virt non si vestiro, e sanza vizio<br />
+ conobber laltre e seguir tutte quante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br />
+ d noi per che venir possiam pi tosto<br />
+ l dove purgatorio ha dritto inizio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose: Loco certo non c posto;<br />
+ licito m andar suso e intorno;<br />
+ per quanto ir posso, a guida mi taccosto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi gi come dichina il giorno,<br />
+ e andar s di notte non si puote;<br />
+ per buon pensar di bel soggiorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anime sono a destra qua remote;<br />
+ se mi consenti, io ti merr ad esse,<br />
+ e non sanza diletto ti fier note.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com ci?, fu risposto. Chi volesse<br />
+ salir di notte, fora elli impedito<br />
+ daltrui, o non sarria ch non potesse?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l buon Sordello in terra freg l dito,<br />
+ dicendo: Vedi? sola questa riga<br />
+ non varcheresti dopo l sol partito:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non per chaltra cosa desse briga,<br />
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;<br />
+ quella col nonpoder la voglia intriga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben si poria con lei tornare in giuso<br />
+ e passeggiar la costa intorno errando,<br />
+ mentre che lorizzonte il d tien chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br />
+ Menane, disse, dunque l ve dici<br />
+ chaver si pu diletto dimorando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco allungati ceravam di lici,<br />
+ quand io maccorsi che l monte era scemo,<br />
+ a guisa che i vallon li sceman quici.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Col, disse quell ombra, nanderemo<br />
+ dove la costa face di s grembo;<br />
+ e l il novo giorno attenderemo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br />
+ che ne condusse in fianco de la lacca,<br />
+ l dove pi cha mezzo muore il lembo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,<br />
+ indaco, legno lucido e sereno,<br />
+ fresco smeraldo in lora che si fiacca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da lerba e da li fior, dentr a quel seno<br />
+ posti, ciascun saria di color vinto,<br />
+ come dal suo maggiore vinto il meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non avea pur natura ivi dipinto,<br />
+ ma di soavit di mille odori<br />
+ vi facea uno incognito e indistinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Salve, Regina in sul verde e n su fiori<br />
+ quindi seder cantando anime vidi,<br />
+ che per la valle non parean di fuori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima che l poco sole omai sannidi,<br />
+ cominci l Mantoan che ci avea vlti,<br />
+ tra color non vogliate chio vi guidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di questo balzo meglio li atti e volti<br />
+ conoscerete voi di tutti quanti,<br />
+ che ne la lama gi tra essi accolti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che pi siede alto e fa sembianti<br />
+ daver negletto ci che far dovea,<br />
+ e che non move bocca a li altrui canti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rodolfo imperador fu, che potea<br />
+ sanar le piaghe channo Italia morta,<br />
+ s che tardi per altri si ricrea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Laltro che ne la vista lui conforta,<br />
+ resse la terra dove lacqua nasce<br />
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br />
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br />
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel nasetto che stretto a consiglio<br />
+ par con colui cha s benigno aspetto,<br />
+ mor fuggendo e disfiorando il giglio:<br />
+</p>
+
+<p>
+ guardate l come si batte il petto!<br />
+ Laltro vedete cha fatto a la guancia<br />
+ de la sua palma, sospirando, letto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Padre e suocero son del mal di Francia:<br />
+ sanno la vita sua viziata e lorda,<br />
+ e quindi viene il duol che s li lancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che par s membruto e che saccorda,<br />
+ cantando, con colui dal maschio naso,<br />
+ dogne valor port cinta la corda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se re dopo lui fosse rimaso<br />
+ lo giovanetto che retro a lui siede,<br />
+ ben andava il valor di vaso in vaso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non si puote dir de laltre rede;<br />
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;<br />
+ del retaggio miglior nessun possiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rade volte risurge per li rami<br />
+ lumana probitate; e questo vole<br />
+ quei che la d, perch da lui si chiami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anche al nasuto vanno mie parole<br />
+ non men cha laltro, Pier, che con lui canta,<br />
+ onde Puglia e Proenza gi si dole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tant del seme suo minor la pianta,<br />
+ quanto, pi che Beatrice e Margherita,<br />
+ Costanza di marito ancor si vanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedete il re de la semplice vita<br />
+ seder l solo, Arrigo dInghilterra:<br />
+ questi ha ne rami suoi migliore uscita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che pi basso tra costor satterra,<br />
+ guardando in suso, Guiglielmo marchese,<br />
+ per cui e Alessandria e la sua guerra<br />
+</p>
+
+<p>
+ fa pianger Monferrato e Canavese.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap08"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto VIII
+</h3>
+
+<p>
+ Era gi lora che volge il disio<br />
+ ai navicanti e ntenerisce il core<br />
+ lo d chan detto ai dolci amici addio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che lo novo peregrin damore<br />
+ punge, se ode squilla di lontano<br />
+ che paia il giorno pianger che si more;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand io incominciai a render vano<br />
+ ludire e a mirare una de lalme<br />
+ surta, che lascoltar chiedea con mano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella giunse e lev ambo le palme,<br />
+ ficcando li occhi verso lorente,<br />
+ come dicesse a Dio: Daltro non calme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Te lucis ante s devotamente<br />
+ le usco di bocca e con s dolci note,<br />
+ che fece me a me uscir di mente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e laltre poi dolcemente e devote<br />
+ seguitar lei per tutto linno intero,<br />
+ avendo li occhi a le superne rote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br />
+ ch l velo ora ben tanto sottile,<br />
+ certo che l trapassar dentro leggero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi quello essercito gentile<br />
+ tacito poscia riguardare in se,<br />
+ quasi aspettando, palido e umle;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi uscir de lalto e scender gie<br />
+ due angeli con due spade affocate,<br />
+ tronche e private de le punte sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Verdi come fogliette pur mo nate<br />
+ erano in veste, che da verdi penne<br />
+ percosse traean dietro e ventilate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lun poco sovra noi a star si venne,<br />
+ e laltro scese in lopposita sponda,<br />
+ s che la gente in mezzo si contenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben discerna in lor la testa bionda;<br />
+ ma ne la faccia locchio si smarria,<br />
+ come virt cha troppo si confonda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ambo vegnon del grembo di Maria,<br />
+ disse Sordello, a guardia de la valle,<br />
+ per lo serpente che verr vie via.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io, che non sapeva per qual calle,<br />
+ mi volsi intorno, e stretto maccostai,<br />
+ tutto gelato, a le fidate spalle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Sordello anco: Or avvalliamo omai<br />
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br />
+ grazoso fia lor vedervi assai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Solo tre passi credo chi scendesse,<br />
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava<br />
+ pur me, come conoscer mi volesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Temp era gi che laere sannerava,<br />
+ ma non s che tra li occhi suoi e miei<br />
+ non dichiarisse ci che pria serrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ver me si fece, e io ver lui mi fei:<br />
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br />
+ quando ti vidi non esser tra rei!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br />
+ poi dimand: Quant che tu venisti<br />
+ a pi del monte per le lontane acque?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi<br />
+ venni stamane, e sono in prima vita,<br />
+ ancor che laltra, s andando, acquisti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come fu la mia risposta udita,<br />
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse<br />
+ come gente di sbito smarrita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Luno a Virgilio e laltro a un si volse<br />
+ che sedea l, gridando: S, Currado!<br />
+ vieni a veder che Dio per grazia volse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, vlto a me: Per quel singular grado<br />
+ che tu dei a colui che s nasconde<br />
+ lo suo primo perch, che non l guado,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando sarai di l da le larghe onde,<br />
+ d a Giovanna mia che per me chiami<br />
+ l dove a li nnocenti si risponde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che la sua madre pi mami,<br />
+ poscia che trasmut le bianche bende,<br />
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per lei assai di lieve si comprende<br />
+ quanto in femmina foco damor dura,<br />
+ se locchio o l tatto spesso non laccende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non le far s bella sepultura<br />
+ la vipera che Melanesi accampa,<br />
+ com avria fatto il gallo di Gallura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos dicea, segnato de la stampa,<br />
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br />
+ che misuratamente in core avvampa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br />
+ pur l dove le stelle son pi tarde,<br />
+ s come rota pi presso a lo stelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.<br />
+ E io a lui: A quelle tre facelle<br />
+ di che l polo di qua tutto quanto arde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond elli a me: Le quattro chiare stelle<br />
+ che vedevi staman, son di l basse,<br />
+ e queste son salite ov eran quelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com ei parlava, e Sordello a s il trasse<br />
+ dicendo: Vedi l l nostro avversaro;<br />
+ e drizz il dito perch n l guardasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da quella parte onde non ha riparo<br />
+ la picciola vallea, era una biscia,<br />
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra lerba e fior vena la mala striscia,<br />
+ volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso<br />
+ leccando come bestia che si liscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non vidi, e per dicer non posso,<br />
+ come mosser li astor celestali;<br />
+ ma vidi bene e luno e laltro mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sentendo fender laere a le verdi ali,<br />
+ fugg l serpente, e li angeli dier volta,<br />
+ suso a le poste rivolando iguali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lombra che sera al giudice raccolta<br />
+ quando chiam, per tutto quello assalto<br />
+ punto non fu da me guardare sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se la lucerna che ti mena in alto<br />
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br />
+ quant mestiere infino al sommo smalto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cominci ella, se novella vera<br />
+ di Val di Magra o di parte vicina<br />
+ sai, dillo a me, che gi grande l era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fui chiamato Currado Malaspina;<br />
+ non son lantico, ma di lui discesi;<br />
+ a miei portai lamor che qui raffina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh!, diss io lui, per li vostri paesi<br />
+ gi mai non fui; ma dove si dimora<br />
+ per tutta Europa chei non sien palesi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ La fama che la vostra casa onora,<br />
+ grida i segnori e grida la contrada,<br />
+ s che ne sa chi non vi fu ancora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io vi giuro, sio di sopra vada,<br />
+ che vostra gente onrata non si sfregia<br />
+ del pregio de la borsa e de la spada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Uso e natura s la privilegia,<br />
+ che, perch il capo reo il mondo torca,<br />
+ sola va dritta e l mal cammin dispregia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca<br />
+ sette volte nel letto che l Montone<br />
+ con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che cotesta cortese oppinone<br />
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa<br />
+ con maggior chiovi che daltrui sermone,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se corso di giudicio non sarresta.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap09"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto IX
+</h3>
+
+<p>
+ La concubina di Titone antico<br />
+ gi simbiancava al balco dorente,<br />
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;<br />
+</p>
+
+<p>
+ di gemme la sua fronte era lucente,<br />
+ poste in figura del freddo animale<br />
+ che con la coda percuote la gente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la notte, de passi con che sale,<br />
+ fatti avea due nel loco ov eravamo,<br />
+ e l terzo gi chinava in giuso lale;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand io, che meco avea di quel dAdamo,<br />
+ vinto dal sonno, in su lerba inchinai<br />
+ l ve gi tutti e cinque sedavamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne lora che comincia i tristi lai<br />
+ la rondinella presso a la mattina,<br />
+ forse a memoria de suo primi guai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che la mente nostra, peregrina<br />
+ pi da la carne e men da pensier presa,<br />
+ a le sue vison quasi divina,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in sogno mi parea veder sospesa<br />
+ unaguglia nel ciel con penne doro,<br />
+ con lali aperte e a calare intesa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed esser mi parea l dove fuoro<br />
+ abbandonati i suoi da Ganimede,<br />
+ quando fu ratto al sommo consistoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fra me pensava: Forse questa fiede<br />
+ pur qui per uso, e forse daltro loco<br />
+ disdegna di portarne suso in piede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br />
+ terribil come folgor discendesse,<br />
+ e me rapisse suso infino al foco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi parea che ella e io ardesse;<br />
+ e s lo ncendio imaginato cosse,<br />
+ che convenne che l sonno si rompesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti Achille si riscosse,<br />
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro<br />
+ e non sappiendo l dove si fosse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la madre da Chirn a Schiro<br />
+ trafugg lui dormendo in le sue braccia,<br />
+ l onde poi li Greci il dipartiro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ che mi scoss io, s come da la faccia<br />
+ mi fugg l sonno, e diventa ismorto,<br />
+ come fa luom che, spaventato, agghiaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dallato mera solo il mio conforto,<br />
+ e l sole er alto gi pi che due ore,<br />
+ e l viso mera a la marina torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non aver tema, disse il mio segnore;<br />
+ fatti sicur, ch noi semo a buon punto;<br />
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu se omai al purgatorio giunto:<br />
+ vedi l il balzo che l chiude dintorno;<br />
+ vedi lentrata l ve par digiunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dianzi, ne lalba che procede al giorno,<br />
+ quando lanima tua dentro dormia,<br />
+ sovra li fiori ond l gi addorno<br />
+</p>
+
+<p>
+ venne una donna, e disse: I son Lucia;<br />
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;<br />
+ s lagevoler per la sua via.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sordel rimase e laltre genti forme;<br />
+ ella ti tolse, e come l d fu chiaro,<br />
+ sen venne suso; e io per le sue orme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui ti pos, ma pria mi dimostraro<br />
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br />
+ poi ella e l sonno ad una se nandaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A guisa duom che n dubbio si raccerta<br />
+ e che muta in conforto sua paura,<br />
+ poi che la verit li discoperta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi cambia io; e come sanza cura<br />
+ vide me l duca mio, su per lo balzo<br />
+ si mosse, e io di rietro inver laltura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lettor, tu vedi ben com io innalzo<br />
+ la mia matera, e per con pi arte<br />
+ non ti maravigliar sio la rincalzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br />
+ che l dove pareami prima rotto,<br />
+ pur come un fesso che muro diparte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto<br />
+ per gire ad essa, di color diversi,<br />
+ e un portier chancor non facea motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come locchio pi e pi vapersi,<br />
+ vidil seder sovra l grado sovrano,<br />
+ tal ne la faccia chio non lo soffersi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e una spada nuda ava in mano,<br />
+ che refletta i raggi s ver noi,<br />
+ chio drizzava spesso il viso in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dite costinci: che volete voi?,<br />
+ cominci elli a dire, ov la scorta?<br />
+ Guardate che l venir s non vi ni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Donna del ciel, di queste cose accorta,<br />
+ rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi<br />
+ ne disse: Andate l: quivi la porta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella i passi vostri in bene avanzi,<br />
+ ricominci il cortese portinaio:<br />
+ Venite dunque a nostri gradi innanzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L ne venimmo; e lo scaglion primaio<br />
+ bianco marmo era s pulito e terso,<br />
+ chio mi specchiai in esso qual io paio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era il secondo tinto pi che perso,<br />
+ duna petrina ruvida e arsiccia,<br />
+ crepata per lo lungo e per traverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo terzo, che di sopra sammassiccia,<br />
+ porfido mi parea, s fiammeggiante<br />
+ come sangue che fuor di vena spiccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sovra questo tena ambo le piante<br />
+ langel di Dio sedendo in su la soglia<br />
+ che mi sembiava pietra di diamante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per li tre gradi s di buona voglia<br />
+ mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi<br />
+ umilemente che l serrame scioglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Divoto mi gittai a santi piedi;<br />
+ misericordia chiesi e chel maprisse,<br />
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sette P ne la fronte mi descrisse<br />
+ col punton de la spada, e Fa che lavi,<br />
+ quando se dentro, queste piaghe disse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cenere, o terra che secca si cavi,<br />
+ dun color fora col suo vestimento;<br />
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Luna era doro e laltra era dargento;<br />
+ pria con la bianca e poscia con la gialla<br />
+ fece a la porta s, chi fu contento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quandunque luna deste chiavi falla,<br />
+ che non si volga dritta per la toppa,<br />
+ diss elli a noi, non sapre questa calla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pi cara luna; ma laltra vuol troppa<br />
+ darte e dingegno avanti che diserri,<br />
+ perch ella quella che l nodo digroppa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da Pier le tegno; e dissemi chi erri<br />
+ anzi ad aprir cha tenerla serrata,<br />
+ pur che la gente a piedi mi satterri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi pinse luscio a la porta sacrata,<br />
+ dicendo: Intrate; ma facciovi accorti<br />
+ che di fuor torna chi n dietro si guata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando fuor ne cardini distorti<br />
+ li spigoli di quella regge sacra,<br />
+ che di metallo son sonanti e forti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non rugghi s n si mostr s acra<br />
+ Tarpa, come tolto le fu il buono<br />
+ Metello, per che poi rimase macra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br />
+ e Te Deum laudamus mi parea<br />
+ udire in voce mista al dolce suono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tale imagine a punto mi rendea<br />
+ ci chio udiva, qual prender si suole<br />
+ quando a cantar con organi si stea;<br />
+</p>
+
+<p>
+ chor s or no sintendon le parole.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap10"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto X
+</h3>
+
+<p>
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta<br />
+ che l mal amor de lanime disusa,<br />
+ perch fa parer dritta la via torta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sonando la senti esser richiusa;<br />
+ e sio avesse li occhi vlti ad essa,<br />
+ qual fora stata al fallo degna scusa?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi salavam per una pietra fessa,<br />
+ che si moveva e duna e daltra parte,<br />
+ s come londa che fugge e sappressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui si conviene usare un poco darte,<br />
+ cominci l duca mio, in accostarsi<br />
+ or quinci, or quindi al lato che si parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questo fece i nostri passi scarsi,<br />
+ tanto che pria lo scemo de la luna<br />
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;<br />
+ ma quando fummo liberi e aperti<br />
+ s dove il monte in dietro si rauna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ o stancato e amendue incerti<br />
+ di nostra via, restammo in su un piano<br />
+ solingo pi che strade per diserti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,<br />
+ al pi de lalta ripa che pur sale,<br />
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quanto locchio mio potea trar dale,<br />
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,<br />
+ questa cornice mi parea cotale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L s non eran mossi i pi nostri anco,<br />
+ quand io conobbi quella ripa intorno<br />
+ che dritto di salita aveva manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ esser di marmo candido e addorno<br />
+ dintagli s, che non pur Policleto,<br />
+ ma la natura l avrebbe scorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Langel che venne in terra col decreto<br />
+ de la molt anni lagrimata pace,<br />
+ chaperse il ciel del suo lungo divieto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dinanzi a noi pareva s verace<br />
+ quivi intagliato in un atto soave,<br />
+ che non sembiava imagine che tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giurato si saria chel dicesse Ave!;<br />
+ perch iv era imaginata quella<br />
+ chad aprir lalto amor volse la chiave;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e avea in atto impressa esta favella<br />
+ Ecce ancilla De, propriamente<br />
+ come figura in cera si suggella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non tener pur ad un loco la mente,<br />
+ disse l dolce maestro, che mavea<br />
+ da quella parte onde l cuore ha la gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per chi mi mossi col viso, e vedea<br />
+ di retro da Maria, da quella costa<br />
+ onde mera colui che mi movea,<br />
+</p>
+
+<p>
+ unaltra storia ne la roccia imposta;<br />
+ per chio varcai Virgilio, e femi presso,<br />
+ acci che fosse a li occhi miei disposta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era intagliato l nel marmo stesso<br />
+ lo carro e buoi, traendo larca santa,<br />
+ per che si teme officio non commesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br />
+ partita in sette cori, a due mie sensi<br />
+ faceva dir lun No, laltro S, canta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Similemente al fummo de li ncensi<br />
+ che vera imaginato, li occhi e l naso<br />
+ e al s e al no discordi fensi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L precedeva al benedetto vaso,<br />
+ trescando alzato, lumile salmista,<br />
+ e pi e men che re era in quel caso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di contra, effigata ad una vista<br />
+ dun gran palazzo, Micl ammirava<br />
+ s come donna dispettosa e trista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I mossi i pi del loco dov io stava,<br />
+ per avvisar da presso unaltra istoria,<br />
+ che di dietro a Micl mi biancheggiava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quiv era storata lalta gloria<br />
+ del roman principato, il cui valore<br />
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ i dico di Traiano imperadore;<br />
+ e una vedovella li era al freno,<br />
+ di lagrime atteggiata e di dolore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intorno a lui parea calcato e pieno<br />
+ di cavalieri, e laguglie ne loro<br />
+ sovr essi in vista al vento si movieno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La miserella intra tutti costoro<br />
+ pareva dir: Segnor, fammi vendetta<br />
+ di mio figliuol ch morto, ond io maccoro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed elli a lei rispondere: Or aspetta<br />
+ tanto chi torni; e quella: Segnor mio,<br />
+ come persona in cui dolor saffretta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io,<br />
+ la ti far; ed ella: Laltrui bene<br />
+ a te che fia, se l tuo metti in oblio?;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond elli: Or ti conforta; chei convene<br />
+ chi solva il mio dovere anzi chi mova:<br />
+ giustizia vuole e piet mi ritene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che mai non vide cosa nova<br />
+ produsse esto visibile parlare,<br />
+ novello a noi perch qui non si trova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr io mi dilettava di guardare<br />
+ limagini di tante umilitadi,<br />
+ e per lo fabbro loro a veder care,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ecco di qua, ma fanno i passi radi,<br />
+ mormorava il poeta, molte genti:<br />
+ questi ne nveranno a li alti gradi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi miei, cha mirare eran contenti<br />
+ per veder novitadi ond e son vaghi,<br />
+ volgendosi ver lui non furon lenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vo per, lettor, che tu ti smaghi<br />
+ di buon proponimento per udire<br />
+ come Dio vuol che l debito si paghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non attender la forma del martre:<br />
+ pensa la succession; pensa chal peggio<br />
+ oltre la gran sentenza non pu ire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io cominciai: Maestro, quel chio veggio<br />
+ muovere a noi, non mi sembian persone,<br />
+ e non so che, s nel veder vaneggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: La grave condizione<br />
+ di lor tormento a terra li rannicchia,<br />
+ s che miei occhi pria nebber tencione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma guarda fiso l, e disviticchia<br />
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br />
+ gi scorger puoi come ciascun si picchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O superbi cristian, miseri lassi,<br />
+ che, de la vista de la mente infermi,<br />
+ fidanza avete ne retrosi passi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non vaccorgete voi che noi siam vermi<br />
+ nati a formar langelica farfalla,<br />
+ che vola a la giustizia sanza schermi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di che lanimo vostro in alto galla,<br />
+ poi siete quasi antomata in difetto,<br />
+ s come vermo in cui formazion falla?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come per sostentar solaio o tetto,<br />
+ per mensola talvolta una figura<br />
+ si vede giugner le ginocchia al petto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la qual fa del non ver vera rancura<br />
+ nascere n chi la vede; cos fatti<br />
+ vid io color, quando puosi ben cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero che pi e meno eran contratti<br />
+ secondo chavien pi e meno a dosso;<br />
+ e qual pi pazenza avea ne li atti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ piangendo parea dicer: Pi non posso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap11"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XI
+</h3>
+
+<p>
+ O Padre nostro, che ne cieli stai,<br />
+ non circunscritto, ma per pi amore<br />
+ chai primi effetti di l s tu hai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ laudato sia l tuo nome e l tuo valore<br />
+ da ogne creatura, com degno<br />
+ di render grazie al tuo dolce vapore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vegna ver noi la pace del tuo regno,<br />
+ ch noi ad essa non potem da noi,<br />
+ sella non vien, con tutto nostro ingegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come del suo voler li angeli tuoi<br />
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,<br />
+ cos facciano li uomini de suoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ D oggi a noi la cotidiana manna,<br />
+ sanza la qual per questo aspro diserto<br />
+ a retro va chi pi di gir saffanna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come noi lo mal chavem sofferto<br />
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br />
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nostra virt che di legger sadona,<br />
+ non spermentar con lantico avversaro,<br />
+ ma libera da lui che s la sprona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest ultima preghiera, segnor caro,<br />
+ gi non si fa per noi, ch non bisogna,<br />
+ ma per color che dietro a noi restaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos a s e noi buona ramogna<br />
+ quell ombre orando, andavan sotto l pondo,<br />
+ simile a quel che talvolta si sogna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ disparmente angosciate tutte a tondo<br />
+ e lasse su per la prima cornice,<br />
+ purgando la caligine del mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se di l sempre ben per noi si dice,<br />
+ di qua che dire e far per lor si puote<br />
+ da quei channo al voler buona radice?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben si de loro atar lavar le note<br />
+ che portar quinci, s che, mondi e lievi,<br />
+ possano uscire a le stellate ruote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Deh, se giustizia e piet vi disgrievi<br />
+ tosto, s che possiate muover lala,<br />
+ che secondo il disio vostro vi lievi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mostrate da qual mano inver la scala<br />
+ si va pi corto; e se c pi dun varco,<br />
+ quel ne nsegnate che men erto cala;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch questi che vien meco, per lo ncarco<br />
+ de la carne dAdamo onde si veste,<br />
+ al montar s, contra sua voglia, parco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le lor parole, che rendero a queste<br />
+ che dette avea colui cu io seguiva,<br />
+ non fur da cui venisser manifeste;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma fu detto: A man destra per la riva<br />
+ con noi venite, e troverete il passo<br />
+ possibile a salir persona viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sio non fossi impedito dal sasso<br />
+ che la cervice mia superba doma,<br />
+ onde portar convienmi il viso basso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotesti, chancor vive e non si noma,<br />
+ guardere io, per veder si l conosco,<br />
+ e per farlo pietoso a questa soma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui latino e nato dun gran Tosco:<br />
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br />
+ non so se l nome suo gi mai fu vosco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lantico sangue e lopere leggiadre<br />
+ di miei maggior mi fer s arrogante,<br />
+ che, non pensando a la comune madre,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ogn uomo ebbi in despetto tanto avante,<br />
+ chio ne mori, come i Sanesi sanno,<br />
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno<br />
+ superbia fa, ch tutti miei consorti<br />
+ ha ella tratti seco nel malanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qui convien chio questo peso porti<br />
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br />
+ poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ascoltando chinai in gi la faccia;<br />
+ e un di lor, non questi che parlava,<br />
+ si torse sotto il peso che li mpaccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e videmi e conobbemi e chiamava,<br />
+ tenendo li occhi con fatica fisi<br />
+ a me che tutto chin con loro andava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi,<br />
+ lonor dAgobbio e lonor di quell arte<br />
+ challuminar chiamata in Parisi?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Frate, diss elli, pi ridon le carte<br />
+ che pennelleggia Franco Bolognese;<br />
+ lonore tutto or suo, e mio in parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben non sare io stato s cortese<br />
+ mentre chio vissi, per lo gran disio<br />
+ de leccellenza ove mio core intese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di tal superbia qui si paga il fio;<br />
+ e ancor non sarei qui, se non fosse<br />
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh vana gloria de lumane posse!<br />
+ com poco verde in su la cima dura,<br />
+ se non giunta da letati grosse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Credette Cimabue ne la pittura<br />
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br />
+ s che la fama di colui scura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos ha tolto luno a laltro Guido<br />
+ la gloria de la lingua; e forse nato<br />
+ chi luno e laltro caccer del nido.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non il mondan romore altro chun fiato<br />
+ di vento, chor vien quinci e or vien quindi,<br />
+ e muta nome perch muta lato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi<br />
+ da te la carne, che se fossi morto<br />
+ anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ pria che passin mill anni? ch pi corto<br />
+ spazio a letterno, chun muover di ciglia<br />
+ al cerchio che pi tardi in cielo torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che del cammin s poco piglia<br />
+ dinanzi a me, Toscana son tutta;<br />
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond era sire quando fu distrutta<br />
+ la rabbia fiorentina, che superba<br />
+ fu a quel tempo s com ora putta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La vostra nominanza color derba,<br />
+ che viene e va, e quei la discolora<br />
+ per cui ella esce de la terra acerba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: Tuo vero dir mincora<br />
+ bona umilt, e gran tumor mappiani;<br />
+ ma chi quei di cui tu parlavi ora?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;<br />
+ ed qui perch fu presuntoso<br />
+ a recar Siena tutta a le sue mani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ito cos e va, sanza riposo,<br />
+ poi che mor; cotal moneta rende<br />
+ a sodisfar chi di l troppo oso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: Se quello spirito chattende,<br />
+ pria che si penta, lorlo de la vita,<br />
+ qua gi dimora e qua s non ascende,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se buona orazon lui non aita,<br />
+ prima che passi tempo quanto visse,<br />
+ come fu la venuta lui largita?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando vivea pi gloroso, disse,<br />
+ liberamente nel Campo di Siena,<br />
+ ogne vergogna diposta, saffisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l, per trar lamico suo di pena,<br />
+ che sostenea ne la prigion di Carlo,<br />
+ si condusse a tremar per ogne vena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pi non dir, e scuro so che parlo;<br />
+ ma poco tempo andr, che tuoi vicini<br />
+ faranno s che tu potrai chiosarlo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest opera li tolse quei confini.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap12"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XII
+</h3>
+
+<p>
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br />
+ mandava io con quell anima carca,<br />
+ fin che l sofferse il dolce pedagogo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quando disse: Lascia lui e varca;<br />
+ ch qui buono con lali e coi remi,<br />
+ quantunque pu, ciascun pinger sua barca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ dritto s come andar vuolsi rifemi<br />
+ con la persona, avvegna che i pensieri<br />
+ mi rimanessero e chinati e scemi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mera mosso, e seguia volontieri<br />
+ del mio maestro i passi, e amendue<br />
+ gi mostravam com eravam leggeri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:<br />
+ buon ti sar, per tranquillar la via,<br />
+ veder lo letto de le piante tue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come, perch di lor memoria sia,<br />
+ sovra i sepolti le tombe terragne<br />
+ portan segnato quel chelli eran pria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde l molte volte si ripiagne<br />
+ per la puntura de la rimembranza,<br />
+ che solo a pi d de le calcagne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ s vid io l, ma di miglior sembianza<br />
+ secondo lartificio, figurato<br />
+ quanto per via di fuor del monte avanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea colui che fu nobil creato<br />
+ pi chaltra creatura, gi dal cielo<br />
+ folgoreggiando scender, da lun lato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veda Brareo fitto dal telo<br />
+ celestal giacer, da laltra parte,<br />
+ grave a la terra per lo mortal gelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br />
+ armati ancora, intorno al padre loro,<br />
+ mirar le membra di Giganti sparte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea Nembrt a pi del gran lavoro<br />
+ quasi smarrito, e riguardar le genti<br />
+ che n Sennar con lui superbi fuoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Nob, con che occhi dolenti<br />
+ vedea io te segnata in su la strada,<br />
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Sal, come in su la propria spada<br />
+ quivi parevi morto in Gelbo,<br />
+ che poi non sent pioggia n rugiada!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O folle Aragne, s vedea io te<br />
+ gi mezza ragna, trista in su li stracci<br />
+ de lopera che mal per te si f.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Robom, gi non par che minacci<br />
+ quivi l tuo segno; ma pien di spavento<br />
+ nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava ancor lo duro pavimento<br />
+ come Almeon a sua madre f caro<br />
+ parer lo sventurato addornamento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava come i figli si gittaro<br />
+ sovra Sennacherb dentro dal tempio,<br />
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava la ruina e l crudo scempio<br />
+ che f Tamiri, quando disse a Ciro:<br />
+ Sangue sitisti, e io di sangue tempio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava come in rotta si fuggiro<br />
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br />
+ e anche le reliquie del martiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br />
+ o Iln, come te basso e vile<br />
+ mostrava il segno che l si discerne!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual di pennel fu maestro o di stile<br />
+ che ritraesse lombre e tratti chivi<br />
+ mirar farieno uno ingegno sottile?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:<br />
+ non vide mei di me chi vide il vero,<br />
+ quant io calcai, fin che chinato givi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or superbite, e via col viso altero,<br />
+ figliuoli dEva, e non chinate il volto<br />
+ s che veggiate il vostro mal sentero!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pi era gi per noi del monte vlto<br />
+ e del cammin del sole assai pi speso<br />
+ che non stimava lanimo non sciolto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando colui che sempre innanzi atteso<br />
+ andava, cominci: Drizza la testa;<br />
+ non pi tempo di gir s sospeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi col un angel che sappresta<br />
+ per venir verso noi; vedi che torna<br />
+ dal servigio del d lancella sesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,<br />
+ s che i diletti lo nvarci in suso;<br />
+ pensa che questo d mai non raggiorna!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era ben del suo ammonir uso<br />
+ pur di non perder tempo, s che n quella<br />
+ materia non potea parlarmi chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A noi vena la creatura bella,<br />
+ biancovestito e ne la faccia quale<br />
+ par tremolando mattutina stella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le braccia aperse, e indi aperse lale;<br />
+ disse: Venite: qui son presso i gradi,<br />
+ e agevolemente omai si sale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A questo invito vegnon molto radi:<br />
+ o gente umana, per volar s nata,<br />
+ perch a poco vento cos cadi?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Menocci ove la roccia era tagliata;<br />
+ quivi mi batt lali per la fronte;<br />
+ poi mi promise sicura landata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a man destra, per salire al monte<br />
+ dove siede la chiesa che soggioga<br />
+ la ben guidata sopra Rubaconte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si rompe del montar lardita foga<br />
+ per le scalee che si fero ad etade<br />
+ chera sicuro il quaderno e la doga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos sallenta la ripa che cade<br />
+ quivi ben ratta da laltro girone;<br />
+ ma quinci e quindi lalta pietra rade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,<br />
+ Beati pauperes spiritu! voci<br />
+ cantaron s, che nol diria sermone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quanto son diverse quelle foci<br />
+ da linfernali! ch quivi per canti<br />
+ sentra, e l gi per lamenti feroci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gi montavam su per li scaglion santi,<br />
+ ed esser mi parea troppo pi lieve<br />
+ che per lo pian non mi parea davanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io: Maestro, d, qual cosa greve<br />
+ levata s da me, che nulla quasi<br />
+ per me fatica, andando, si riceve?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose: Quando i P che son rimasi<br />
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,<br />
+ saranno, com lun, del tutto rasi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,<br />
+ che non pur non fatica sentiranno,<br />
+ ma fia diletto loro esser s pinti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor fec io come color che vanno<br />
+ con cosa in capo non da lor saputa,<br />
+ se non che cenni altrui sospecciar fanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che la mano ad accertar saiuta,<br />
+ e cerca e truova e quello officio adempie<br />
+ che non si pu fornir per la veduta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e con le dita de la destra scempie<br />
+ trovai pur sei le lettere che ncise<br />
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:<br />
+</p>
+
+<p>
+ a che guardando, il mio duca sorrise.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap13"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XIII
+</h3>
+
+<p>
+ Noi eravamo al sommo de la scala,<br />
+ dove secondamente si risega<br />
+ lo monte che salendo altrui dismala.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi cos una cornice lega<br />
+ dintorno il poggio, come la primaia;<br />
+ se non che larco suo pi tosto piega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ombra non l n segno che si paia:<br />
+ parsi la ripa e parsi la via schietta<br />
+ col livido color de la petraia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se qui per dimandar gente saspetta,<br />
+ ragionava il poeta, io temo forse<br />
+ che troppo avr dindugio nostra eletta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;<br />
+ fece del destro lato a muover centro,<br />
+ e la sinistra parte di s torse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce lume a cui fidanza i entro<br />
+ per lo novo cammin, tu ne conduci,<br />
+ dicea, come condur si vuol quinc entro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci;<br />
+ saltra ragione in contrario non ponta,<br />
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,<br />
+ tanto di l eravam noi gi iti,<br />
+ con poco tempo, per la voglia pronta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e verso noi volar furon sentiti,<br />
+ non per visti, spiriti parlando<br />
+ a la mensa damor cortesi inviti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La prima voce che pass volando<br />
+ Vinum non habent altamente disse,<br />
+ e dietro a noi land reterando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E prima che del tutto non si udisse<br />
+ per allungarsi, unaltra I sono Oreste<br />
+ pass gridando, e anco non saffisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh!, diss io, padre, che voci son queste?.<br />
+ E com io domandai, ecco la terza<br />
+ dicendo: Amate da cui male aveste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l buon maestro: Questo cinghio sferza<br />
+ la colpa de la invidia, e per sono<br />
+ tratte damor le corde de la ferza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;<br />
+ credo che ludirai, per mio avviso,<br />
+ prima che giunghi al passo del perdono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ficca li occhi per laere ben fiso,<br />
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br />
+ e ciascun lungo la grotta assiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora pi che prima li occhi apersi;<br />
+ guardami innanzi, e vidi ombre con manti<br />
+ al color de la pietra non diversi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi che fummo un poco pi avanti,<br />
+ udia gridar: Maria, ra per noi:<br />
+ gridar Michele e Pietro e Tutti santi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che per terra vada ancoi<br />
+ omo s duro, che non fosse punto<br />
+ per compassion di quel chi vidi poi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch, quando fui s presso di lor giunto,<br />
+ che li atti loro a me venivan certi,<br />
+ per li occhi fui di grave dolor munto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,<br />
+ e lun sofferia laltro con la spalla,<br />
+ e tutti da la ripa eran sofferti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos li ciechi a cui la roba falla,<br />
+ stanno a perdoni a chieder lor bisogna,<br />
+ e luno il capo sopra laltro avvalla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perch n altrui piet tosto si pogna,<br />
+ non pur per lo sonar de le parole,<br />
+ ma per la vista che non meno agogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a li orbi non approda il sole,<br />
+ cos a lombre quivi, ond io parlo ora,<br />
+ luce del ciel di s largir non vole;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch a tutti un fil di ferro i cigli fra<br />
+ e cusce s, come a sparvier selvaggio<br />
+ si fa per che queto non dimora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,<br />
+ veggendo altrui, non essendo veduto:<br />
+ per chio mi volsi al mio consiglio saggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben sapev ei che volea dir lo muto;<br />
+ e per non attese mia dimanda,<br />
+ ma disse: Parla, e sie breve e arguto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio mi vena da quella banda<br />
+ de la cornice onde cader si puote,<br />
+ perch da nulla sponda singhirlanda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ da laltra parte meran le divote<br />
+ ombre, che per lorribile costura<br />
+ premevan s, che bagnavan le gote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volsimi a loro e: O gente sicura,<br />
+ incominciai, di veder lalto lume<br />
+ che l disio vostro solo ha in sua cura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se tosto grazia resolva le schiume<br />
+ di vostra coscenza s che chiaro<br />
+ per essa scenda de la mente il fiume,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi, ch mi fia grazioso e caro,<br />
+ sanima qui tra voi che sia latina;<br />
+ e forse lei sar buon si lapparo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O frate mio, ciascuna cittadina<br />
+ duna vera citt; ma tu vuo dire<br />
+ che vivesse in Italia peregrina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo mi parve per risposta udire<br />
+ pi innanzi alquanto che l dov io stava,<br />
+ ond io mi feci ancor pi l sentire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra laltre vidi unombra chaspettava<br />
+ in vista; e se volesse alcun dir Come?,<br />
+ lo mento a guisa dorbo in s levava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Spirto, diss io, che per salir ti dome,<br />
+ se tu se quelli che mi rispondesti,<br />
+ fammiti conto o per luogo o per nome.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui sanese, rispuose, e con questi<br />
+ altri rimendo qui la vita ria,<br />
+ lagrimando a colui che s ne presti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Savia non fui, avvegna che Sapa<br />
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br />
+ pi lieta assai che di ventura mia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perch tu non creda chio tinganni,<br />
+ odi si fui, com io ti dico, folle,<br />
+ gi discendendo larco di miei anni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Eran li cittadin miei presso a Colle<br />
+ in campo giunti co loro avversari,<br />
+ e io pregava Iddio di quel che volle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rotti fuor quivi e vlti ne li amari<br />
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,<br />
+ letizia presi a tutte altre dispari,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto chio volsi in s lardita faccia,<br />
+ gridando a Dio: Omai pi non ti temo!,<br />
+ come f l merlo per poca bonaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pace volli con Dio in su lo stremo<br />
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe<br />
+ lo mio dover per penitenza scemo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se ci non fosse, cha memoria mebbe<br />
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br />
+ a cui di me per caritate increbbe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tu chi se, che nostre condizioni<br />
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br />
+ s com io credo, e spirando ragioni?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti,<br />
+ ma picciol tempo, ch poca loffesa<br />
+ fatta per esser con invidia vlti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Troppa pi la paura ond sospesa<br />
+ lanima mia del tormento di sotto,<br />
+ che gi lo ncarco di l gi mi pesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella a me: Chi tha dunque condotto<br />
+ qua s tra noi, se gi ritornar credi?.<br />
+ E io: Costui ch meco e non fa motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vivo sono; e per mi richiedi,<br />
+ spirito eletto, se tu vuo chi mova<br />
+ di l per te ancor li mortai piedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh, questa a udir s cosa nuova,<br />
+ rispuose, che gran segno che Dio tami;<br />
+ per col priego tuo talor mi giova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E cheggioti, per quel che tu pi brami,<br />
+ se mai calchi la terra di Toscana,<br />
+ che a miei propinqui tu ben mi rinfami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu li vedrai tra quella gente vana<br />
+ che spera in Talamone, e perderagli<br />
+ pi di speranza cha trovar la Diana;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma pi vi perderanno li ammiragli.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap14"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XIV
+</h3>
+
+<p>
+ Chi costui che l nostro monte cerchia<br />
+ prima che morte li abbia dato il volo,<br />
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non so chi sia, ma so che non solo;<br />
+ domandal tu che pi li tavvicini,<br />
+ e dolcemente, s che parli, accolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos due spirti, luno a laltro chini,<br />
+ ragionavan di me ivi a man dritta;<br />
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse luno: O anima che fitta<br />
+ nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,<br />
+ per carit ne consola e ne ditta<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde vieni e chi se; ch tu ne fai<br />
+ tanto maravigliar de la tua grazia,<br />
+ quanto vuol cosa che non fu pi mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: Per mezza Toscana si spazia<br />
+ un fiumicel che nasce in Falterona,<br />
+ e cento miglia di corso nol sazia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sovr esso rech io questa persona:<br />
+ dirvi chi sia, saria parlare indarno,<br />
+ ch l nome mio ancor molto non suona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se ben lo ntendimento tuo accarno<br />
+ con lo ntelletto, allora mi rispuose<br />
+ quei che diceva pria, tu parli dArno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E laltro disse lui: Perch nascose<br />
+ questi il vocabol di quella riviera,<br />
+ pur com om fa de lorribili cose?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E lombra che di ci domandata era,<br />
+ si sdebit cos: Non so; ma degno<br />
+ ben che l nome di tal valle pra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch dal principio suo, ov s pregno<br />
+ lalpestro monte ond tronco Peloro,<br />
+ che n pochi luoghi passa oltra quel segno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ infin l ve si rende per ristoro<br />
+ di quel che l ciel de la marina asciuga,<br />
+ ond hanno i fiumi ci che va con loro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vert cos per nimica si fuga<br />
+ da tutti come biscia, o per sventura<br />
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond hanno s mutata lor natura<br />
+ li abitator de la misera valle,<br />
+ che par che Circe li avesse in pastura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra brutti porci, pi degni di galle<br />
+ che daltro cibo fatto in uman uso,<br />
+ dirizza prima il suo povero calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Botoli trova poi, venendo giuso,<br />
+ ringhiosi pi che non chiede lor possa,<br />
+ e da lor disdegnosa torce il muso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa,<br />
+ tanto pi trova di can farsi lupi<br />
+ la maladetta e sventurata fossa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Discesa poi per pi pelaghi cupi,<br />
+ trova le volpi s piene di froda,<br />
+ che non temono ingegno che le occpi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ N lascer di dir perch altri moda;<br />
+ e buon sar costui, sancor sammenta<br />
+ di ci che vero spirto mi disnoda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio tuo nepote che diventa<br />
+ cacciator di quei lupi in su la riva<br />
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vende la carne loro essendo viva;<br />
+ poscia li ancide come antica belva;<br />
+ molti di vita e s di pregio priva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanguinoso esce de la trista selva;<br />
+ lasciala tal, che di qui a mille anni<br />
+ ne lo stato primaio non si rinselva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com a lannunzio di dogliosi danni<br />
+ si turba il viso di colui chascolta,<br />
+ da qual che parte il periglio lassanni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos vid io laltr anima, che volta<br />
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br />
+ poi chebbe la parola a s raccolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo dir de luna e de laltra la vista<br />
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,<br />
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che lo spirto che di pria parlmi<br />
+ ricominci: Tu vuo chio mi deduca<br />
+ nel fare a te ci che tu far non vuomi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca<br />
+ tanto sua grazia, non ti sar scarso;<br />
+ per sappi chio fui Guido del Duca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fu il sangue mio dinvidia s rarso,<br />
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,<br />
+ visto mavresti di livore sparso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di mia semente cotal paglia mieto;<br />
+ o gente umana, perch poni l core<br />
+ l v mestier di consorte divieto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi Rinier; questi l pregio e lonore<br />
+ de la casa da Calboli, ove nullo<br />
+ fatto s reda poi del suo valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur lo suo sangue fatto brullo,<br />
+ tra l Po e l monte e la marina e l Reno,<br />
+ del ben richesto al vero e al trastullo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch dentro a questi termini ripieno<br />
+ di venenosi sterpi, s che tardi<br />
+ per coltivare omai verrebber meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br />
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br />
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br />
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br />
+ verga gentil di picciola gramigna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti maravigliar sio piango, Tosco,<br />
+ quando rimembro, con Guido da Prata,<br />
+ Ugolin dAzzo che vivette nosco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Federigo Tignoso e sua brigata,<br />
+ la casa Traversara e li Anastagi<br />
+ (e luna gente e laltra diretata),<br />
+</p>
+
+<p>
+ le donne e cavalier, li affanni e li agi<br />
+ che ne nvogliava amore e cortesia<br />
+ l dove i cuor son fatti s malvagi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Bretinoro, ch non fuggi via,<br />
+ poi che gita se n la tua famiglia<br />
+ e molta gente per non esser ria?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br />
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br />
+ che di figliar tai conti pi simpiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben faranno i Pagan, da che l demonio<br />
+ lor sen gir; ma non per che puro<br />
+ gi mai rimagna dessi testimonio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Ugolin de Fantolin, sicuro<br />
+ l nome tuo, da che pi non saspetta<br />
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta<br />
+ troppo di pianger pi che di parlare,<br />
+ s mha nostra ragion la mente stretta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi sapavam che quell anime care<br />
+ ci sentivano andar; per, tacendo,<br />
+ facan noi del cammin confidare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fummo fatti soli procedendo,<br />
+ folgore parve quando laere fende,<br />
+ voce che giunse di contra dicendo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anciderammi qualunque mapprende;<br />
+ e fugg come tuon che si dilegua,<br />
+ se sbito la nuvola scoscende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come da lei ludir nostro ebbe triegua,<br />
+ ed ecco laltra con s gran fracasso,<br />
+ che somigli tonar che tosto segua:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sono Aglauro che divenni sasso;<br />
+ e allor, per ristrignermi al poeta,<br />
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gi era laura dogne parte queta;<br />
+ ed el mi disse: Quel fu l duro camo<br />
+ che dovria luom tener dentro a sua meta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma voi prendete lesca, s che lamo<br />
+ de lantico avversaro a s vi tira;<br />
+ e per poco val freno o richiamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira,<br />
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,<br />
+ e locchio vostro pur a terra mira;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde vi batte chi tutto discerne.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap15"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XV
+</h3>
+
+<p>
+ Quanto tra lultimar de lora terza<br />
+ e l principio del d par de la spera<br />
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto pareva gi inver la sera<br />
+ essere al sol del suo corso rimaso;<br />
+ vespero l, e qui mezza notte era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E i raggi ne ferien per mezzo l naso,<br />
+ perch per noi girato era s l monte,<br />
+ che gi dritti andavamo inver loccaso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand io senti a me gravar la fronte<br />
+ a lo splendore assai pi che di prima,<br />
+ e stupor meran le cose non conte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond io levai le mani inver la cima<br />
+ de le mie ciglia, e fecimi l solecchio,<br />
+ che del soverchio visibile lima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando da lacqua o da lo specchio<br />
+ salta lo raggio a lopposita parte,<br />
+ salendo su per lo modo parecchio<br />
+</p>
+
+<p>
+ a quel che scende, e tanto si diparte<br />
+ dal cader de la pietra in igual tratta,<br />
+ s come mostra esperenza e arte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos mi parve da luce rifratta<br />
+ quivi dinanzi a me esser percosso;<br />
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che quel, dolce padre, a che non posso<br />
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia,<br />
+ diss io, e pare inver noi esser mosso?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti maravigliar sancor tabbaglia<br />
+ la famiglia del cielo, a me rispuose:<br />
+ messo che viene ad invitar chom saglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto sar cha veder queste cose<br />
+ non ti fia grave, ma fieti diletto<br />
+ quanto natura a sentir ti dispuose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi giunti fummo a langel benedetto,<br />
+ con lieta voce disse: Intrate quinci<br />
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi montavam, gi partiti di linci,<br />
+ e Beati misericordes! fue<br />
+ cantato retro, e Godi tu che vinci!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro e io soli amendue<br />
+ suso andavamo; e io pensai, andando,<br />
+ prode acquistar ne le parole sue;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dirizzami a lui s dimandando:<br />
+ Che volse dir lo spirto di Romagna,<br />
+ e divieto e consorte menzionando?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per chelli a me: Di sua maggior magagna<br />
+ conosce il danno; e per non sammiri<br />
+ se ne riprende perch men si piagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perch sappuntano i vostri disiri<br />
+ dove per compagnia parte si scema,<br />
+ invidia move il mantaco a sospiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se lamor de la spera supprema<br />
+ torcesse in suso il disiderio vostro,<br />
+ non vi sarebbe al petto quella tema;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch, per quanti si dice pi l nostro,<br />
+ tanto possiede pi di ben ciascuno,<br />
+ e pi di caritate arde in quel chiostro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son desser contento pi digiuno,<br />
+ diss io, che se mi fosse pria taciuto,<br />
+ e pi di dubbio ne la mente aduno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com esser puote chun ben, distributo<br />
+ in pi posseditor, faccia pi ricchi<br />
+ di s che se da pochi posseduto?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Per che tu rificchi<br />
+ la mente pur a le cose terrene,<br />
+ di vera luce tenebre dispicchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quello infinito e ineffabil bene<br />
+ che l s , cos corre ad amore<br />
+ com a lucido corpo raggio vene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto si d quanto trova dardore;<br />
+ s che, quantunque carit si stende,<br />
+ cresce sovr essa letterno valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quanta gente pi l s sintende,<br />
+ pi v da bene amare, e pi vi sama,<br />
+ e come specchio luno a laltro rende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se la mia ragion non ti disfama,<br />
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br />
+ ti torr questa e ciascun altra brama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,<br />
+ come son gi le due, le cinque piaghe,<br />
+ che si richiudon per esser dolente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com io voleva dicer Tu mappaghe,<br />
+ vidimi giunto in su laltro girone,<br />
+ s che tacer mi fer le luci vaghe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi mi parve in una visone<br />
+ estatica di sbito esser tratto,<br />
+ e vedere in un tempio pi persone;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e una donna, in su lentrar, con atto<br />
+ dolce di madre dicer: Figliuol mio,<br />
+ perch hai tu cos verso noi fatto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br />
+ ti cercavamo. E come qui si tacque,<br />
+ ci che pareva prima, dispario.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi mapparve unaltra con quell acque<br />
+ gi per le gote che l dolor distilla<br />
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dir: Se tu se sire de la villa<br />
+ del cui nome ne di fu tanta lite,<br />
+ e onde ogne scenza disfavilla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vendica te di quelle braccia ardite<br />
+ chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto.<br />
+ E l segnor mi parea, benigno e mite,<br />
+</p>
+
+<p>
+ risponder lei con viso temperato:<br />
+ Che farem noi a chi mal ne disira,<br />
+ se quei che ci ama per noi condannato?,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi vidi genti accese in foco dira<br />
+ con pietre un giovinetto ancider, forte<br />
+ gridando a s pur: Martira, martira!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E lui vedea chinarsi, per la morte<br />
+ che laggravava gi, inver la terra,<br />
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ orando a lalto Sire, in tanta guerra,<br />
+ che perdonasse a suoi persecutori,<br />
+ con quello aspetto che piet diserra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando lanima mia torn di fori<br />
+ a le cose che son fuor di lei vere,<br />
+ io riconobbi i miei non falsi errori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio, che mi potea vedere<br />
+ far s com om che dal sonno si slega,<br />
+ disse: Che hai che non ti puoi tenere,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma se venuto pi che mezza lega<br />
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,<br />
+ a guisa di cui vino o sonno piega?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce padre mio, se tu mascolte,<br />
+ io ti dir, diss io, ci che mapparve<br />
+ quando le gambe mi furon s tolte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ei: Se tu avessi cento larve<br />
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br />
+ le tue cogitazion, quantunque parve.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ci che vedesti fu perch non scuse<br />
+ daprir lo core a lacque de la pace<br />
+ che da letterno fonte son diffuse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non dimandai Che hai? per quel che face<br />
+ chi guarda pur con locchio che non vede,<br />
+ quando disanimato il corpo giace;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dimandai per darti forza al piede:<br />
+ cos frugar conviensi i pigri, lenti<br />
+ ad usar lor vigilia quando riede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam per lo vespero, attenti<br />
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi<br />
+ contra i raggi serotini e lucenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br />
+ verso di noi come la notte oscuro;<br />
+ n da quello era loco da cansarsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo ne tolse li occhi e laere puro.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap16"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XVI
+</h3>
+
+<p>
+ Buio dinferno e di notte privata<br />
+ dogne pianeto, sotto pover cielo,<br />
+ quant esser pu di nuvol tenebrata,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non fece al viso mio s grosso velo<br />
+ come quel fummo chivi ci coperse,<br />
+ n a sentir di cos aspro pelo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che locchio stare aperto non sofferse;<br />
+ onde la scorta mia saputa e fida<br />
+ mi saccost e lomero mofferse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S come cieco va dietro a sua guida<br />
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br />
+ in cosa che l molesti, o forse ancida,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mandava io per laere amaro e sozzo,<br />
+ ascoltando il mio duca che diceva<br />
+ pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva<br />
+ pregar per pace e per misericordia<br />
+ lAgnel di Dio che le peccata leva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur Agnus Dei eran le loro essordia;<br />
+ una parola in tutte era e un modo,<br />
+ s che parea tra esse ogne concordia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei sono spirti, maestro, chi odo?,<br />
+ diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,<br />
+ e diracundia van solvendo il nodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or tu chi se che l nostro fummo fendi,<br />
+ e di noi parli pur come se tue<br />
+ partissi ancor lo tempo per calendi?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos per una voce detto fue;<br />
+ onde l maestro mio disse: Rispondi,<br />
+ e domanda se quinci si va se.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: O creatura che ti mondi<br />
+ per tornar bella a colui che ti fece,<br />
+ maraviglia udirai, se mi secondi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io ti seguiter quanto mi lece,<br />
+ rispuose; e se veder fummo non lascia,<br />
+ ludir ci terr giunti in quella vece.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora incominciai: Con quella fascia<br />
+ che la morte dissolve men vo suso,<br />
+ e venni qui per linfernale ambascia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se Dio mha in sua grazia rinchiuso,<br />
+ tanto che vuol chi veggia la sua corte<br />
+ per modo tutto fuor del moderno uso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,<br />
+ ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco;<br />
+ e tue parole fier le nostre scorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lombardo fui, e fu chiamato Marco;<br />
+ del mondo seppi, e quel valore amai<br />
+ al quale ha or ciascun disteso larco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per montar s dirittamente vai.<br />
+ Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego<br />
+ che per me prieghi quando s sarai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: Per fede mi ti lego<br />
+ di far ci che mi chiedi; ma io scoppio<br />
+ dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima era scempio, e ora fatto doppio<br />
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo<br />
+ qui, e altrove, quello ov io laccoppio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mondo ben cos tutto diserto<br />
+ dogne virtute, come tu mi sone,<br />
+ e di malizia gravido e coverto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma priego che maddite la cagione,<br />
+ s chi la veggia e chi la mostri altrui;<br />
+ ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,<br />
+ mise fuor prima; e poi cominci: Frate,<br />
+ lo mondo cieco, e tu vien ben da lui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voi che vivete ogne cagion recate<br />
+ pur suso al cielo, pur come se tutto<br />
+ movesse seco di necessitate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se cos fosse, in voi fora distrutto<br />
+ libero arbitrio, e non fora giustizia<br />
+ per ben letizia, e per male aver lutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br />
+ non dico tutti, ma, posto chi l dica,<br />
+ lume v dato a bene e a malizia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e libero voler; che, se fatica<br />
+ ne le prime battaglie col ciel dura,<br />
+ poi vince tutto, se ben si notrica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A maggior forza e a miglior natura<br />
+ liberi soggiacete; e quella cria<br />
+ la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per, se l mondo presente disvia,<br />
+ in voi la cagione, in voi si cheggia;<br />
+ e io te ne sar or vera spia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esce di mano a lui che la vagheggia<br />
+ prima che sia, a guisa di fanciulla<br />
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lanima semplicetta che sa nulla,<br />
+ salvo che, mossa da lieto fattore,<br />
+ volontier torna a ci che la trastulla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di picciol bene in pria sente sapore;<br />
+ quivi singanna, e dietro ad esso corre,<br />
+ se guida o fren non torce suo amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde convenne legge per fren porre;<br />
+ convenne rege aver, che discernesse<br />
+ de la vera cittade almen la torre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br />
+ Nullo, per che l pastor che procede,<br />
+ rugumar pu, ma non ha lunghie fesse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che la gente, che sua guida vede<br />
+ pur a quel ben fedire ond ella ghiotta,<br />
+ di quel si pasce, e pi oltre non chiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben puoi veder che la mala condotta<br />
+ la cagion che l mondo ha fatto reo,<br />
+ e non natura che n voi sia corrotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Soleva Roma, che l buon mondo feo,<br />
+ due soli aver, che luna e laltra strada<br />
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lun laltro ha spento; ed giunta la spada<br />
+ col pasturale, e lun con laltro insieme<br />
+ per viva forza mal convien che vada;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che, giunti, lun laltro non teme:<br />
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,<br />
+ chogn erba si conosce per lo seme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In sul paese chAdice e Po riga,<br />
+ solea valore e cortesia trovarsi,<br />
+ prima che Federigo avesse briga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ or pu sicuramente indi passarsi<br />
+ per qualunque lasciasse, per vergogna<br />
+ di ragionar coi buoni o dappressarsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna<br />
+ lantica et la nova, e par lor tardo<br />
+ che Dio a miglior vita li ripogna:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Currado da Palazzo e l buon Gherardo<br />
+ e Guido da Castel, che mei si noma,<br />
+ francescamente, il semplice Lombardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ D oggimai che la Chiesa di Roma,<br />
+ per confondere in s due reggimenti,<br />
+ cade nel fango, e s brutta e la soma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Marco mio, diss io, bene argomenti;<br />
+ e or discerno perch dal retaggio<br />
+ li figli di Lev furono essenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma qual Gherardo quel che tu per saggio<br />
+ di ch rimaso de la gente spenta,<br />
+ in rimprovro del secol selvaggio?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O tuo parlar minganna, o el mi tenta,<br />
+ rispuose a me; ch, parlandomi tosco,<br />
+ par che del buon Gherardo nulla senta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per altro sopranome io nol conosco,<br />
+ sio nol togliessi da sua figlia Gaia.<br />
+ Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi lalbor che per lo fummo raia<br />
+ gi biancheggiare, e me convien partirmi<br />
+ (langelo ivi) prima chio li paia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos torn, e pi non volle udirmi.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap17"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XVII
+</h3>
+
+<p>
+ Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe<br />
+ ti colse nebbia per la qual vedessi<br />
+ non altrimenti che per pelle talpe,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come, quando i vapori umidi e spessi<br />
+ a diradar cominciansi, la spera<br />
+ del sol debilemente entra per essi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fia la tua imagine leggera<br />
+ in giugnere a veder com io rividi<br />
+ lo sole in pria, che gi nel corcar era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S, pareggiando i miei co passi fidi<br />
+ del mio maestro, usci fuor di tal nube<br />
+ ai raggi morti gi ne bassi lidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O imaginativa che ne rube<br />
+ talvolta s di fuor, chom non saccorge<br />
+ perch dintorno suonin mille tube,<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi move te, se l senso non ti porge?<br />
+ Moveti lume che nel ciel sinforma,<br />
+ per s o per voler che gi lo scorge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De lempiezza di lei che mut forma<br />
+ ne luccel cha cantar pi si diletta,<br />
+ ne limagine mia apparve lorma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qui fu la mia mente s ristretta<br />
+ dentro da s, che di fuor non vena<br />
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi piovve dentro a lalta fantasia<br />
+ un crucifisso, dispettoso e fero<br />
+ ne la sua vista, e cotal si moria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ intorno ad esso era il grande Assero,<br />
+ Estr sua sposa e l giusto Mardoceo,<br />
+ che fu al dire e al far cos intero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come questa imagine rompeo<br />
+ s per s stessa, a guisa duna bulla<br />
+ cui manca lacqua sotto qual si feo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ surse in mia visone una fanciulla<br />
+ piangendo forte, e dicea: O regina,<br />
+ perch per ira hai voluto esser nulla?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancisa thai per non perder Lavina;<br />
+ or mhai perduta! Io son essa che lutto,<br />
+ madre, a la tua pria cha laltrui ruina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si frange il sonno ove di butto<br />
+ nova luce percuote il viso chiuso,<br />
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos limaginar mio cadde giuso<br />
+ tosto che lume il volto mi percosse,<br />
+ maggior assai che quel ch in nostro uso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I mi volgea per veder ov io fosse,<br />
+ quando una voce disse Qui si monta,<br />
+ che da ogne altro intento mi rimosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fece la mia voglia tanto pronta<br />
+ di riguardar chi era che parlava,<br />
+ che mai non posa, se non si raffronta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come al sol che nostra vista grava<br />
+ e per soverchio sua figura vela,<br />
+ cos la mia virt quivi mancava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo divino spirito, che ne la<br />
+ via da ir s ne drizza sanza prego,<br />
+ e col suo lume s medesmo cela.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S fa con noi, come luom si fa sego;<br />
+ ch quale aspetta prego e luopo vede,<br />
+ malignamente gi si mette al nego.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;<br />
+ procacciam di salir pria che sabbui,<br />
+ ch poi non si poria, se l d non riede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos disse il mio duca, e io con lui<br />
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;<br />
+ e tosto chio al primo grado fui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sentimi presso quasi un muover dala<br />
+ e ventarmi nel viso e dir: Beati<br />
+ pacifici, che son sanz ira mala!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gi eran sovra noi tanto levati<br />
+ li ultimi raggi che la notte segue,<br />
+ che le stelle apparivan da pi lati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O virt mia, perch s ti dilegue?,<br />
+ fra me stesso dicea, ch mi sentiva<br />
+ la possa de le gambe posta in triegue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam dove pi non saliva<br />
+ la scala s, ed eravamo affissi,<br />
+ pur come nave cha la piaggia arriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io attesi un poco, sio udissi<br />
+ alcuna cosa nel novo girone;<br />
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dolce mio padre, d, quale offensione<br />
+ si purga qui nel giro dove semo?<br />
+ Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Lamor del bene, scemo<br />
+ del suo dover, quiritta si ristora;<br />
+ qui si ribatte il mal tardato remo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch pi aperto intendi ancora,<br />
+ volgi la mente a me, e prenderai<br />
+ alcun buon frutto di nostra dimora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ N creator n creatura mai,<br />
+ cominci el, figliuol, fu sanza amore,<br />
+ o naturale o danimo; e tu l sai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo naturale sempre sanza errore,<br />
+ ma laltro puote errar per malo obietto<br />
+ o per troppo o per poco di vigore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre chelli nel primo ben diretto,<br />
+ e ne secondi s stesso misura,<br />
+ esser non pu cagion di mal diletto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma quando al mal si torce, o con pi cura<br />
+ o con men che non dee corre nel bene,<br />
+ contra l fattore adovra sua fattura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci comprender puoi chesser convene<br />
+ amor sementa in voi dogne virtute<br />
+ e dogne operazion che merta pene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or, perch mai non pu da la salute<br />
+ amor del suo subietto volger viso,<br />
+ da lodio proprio son le cose tute;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e perch intender non si pu diviso,<br />
+ e per s stante, alcuno esser dal primo,<br />
+ da quello odiare ogne effetto deciso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Resta, se dividendo bene stimo,<br />
+ che l mal che sama del prossimo; ed esso<br />
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi, per esser suo vicin soppresso,<br />
+ spera eccellenza, e sol per questo brama<br />
+ chel sia di sua grandezza in basso messo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi podere, grazia, onore e fama<br />
+ teme di perder perch altri sormonti,<br />
+ onde sattrista s che l contrario ama;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed chi per ingiuria par chaonti,<br />
+ s che si fa de la vendetta ghiotto,<br />
+ e tal convien che l male altrui impronti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo triforme amor qua gi di sotto<br />
+ si piange: or vo che tu de laltro intende,<br />
+ che corre al ben con ordine corrotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciascun confusamente un bene apprende<br />
+ nel qual si queti lanimo, e disira;<br />
+ per che di giugner lui ciascun contende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se lento amore a lui veder vi tira<br />
+ o a lui acquistar, questa cornice,<br />
+ dopo giusto penter, ve ne martira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Altro ben che non fa luom felice;<br />
+ non felicit, non la buona<br />
+ essenza, dogne ben frutto e radice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lamor chad esso troppo sabbandona,<br />
+ di sovr a noi si piange per tre cerchi;<br />
+ ma come tripartito si ragiona,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap18"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Posto avea fine al suo ragionamento<br />
+ lalto dottore, e attento guardava<br />
+ ne la mia vista sio parea contento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io, cui nova sete ancor frugava,<br />
+ di fuor tacea, e dentro dicea: Forse<br />
+ lo troppo dimandar chio fo li grava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quel padre verace, che saccorse<br />
+ del timido voler che non sapriva,<br />
+ parlando, di parlare ardir mi porse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io: Maestro, il mio veder savviva<br />
+ s nel tuo lume, chio discerno chiaro<br />
+ quanto la tua ragion parta o descriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ti prego, dolce padre caro,<br />
+ che mi dimostri amore, a cui reduci<br />
+ ogne buono operare e l suo contraro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Drizza, disse, ver me lagute luci<br />
+ de lo ntelletto, e fieti manifesto<br />
+ lerror de ciechi che si fanno duci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lanimo, ch creato ad amar presto,<br />
+ ad ogne cosa mobile che piace,<br />
+ tosto che dal piacere in atto desto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vostra apprensiva da esser verace<br />
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br />
+ s che lanimo ad essa volger face;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se, rivolto, inver di lei si piega,<br />
+ quel piegare amor, quell natura<br />
+ che per piacer di novo in voi si lega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come l foco movesi in altura<br />
+ per la sua forma ch nata a salire<br />
+ l dove pi in sua matera dura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos lanimo preso entra in disire,<br />
+ ch moto spiritale, e mai non posa<br />
+ fin che la cosa amata il fa gioire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti puote apparer quant nascosa<br />
+ la veritate a la gente chavvera<br />
+ ciascun amore in s laudabil cosa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che forse appar la sua matera<br />
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno<br />
+ buono, ancor che buona sia la cera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le tue parole e l mio seguace ingegno,<br />
+ rispuos io lui, mhanno amor discoverto,<br />
+ ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch, samore di fuori a noi offerto<br />
+ e lanima non va con altro piede,<br />
+ se dritta o torta va, non suo merto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,<br />
+ dir ti poss io; da indi in l taspetta<br />
+ pur a Beatrice, ch opra di fede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ogne forma sustanzal, che setta<br />
+ da matera ed con lei unita,<br />
+ specifica vertute ha in s colletta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la qual sanza operar non sentita,<br />
+ n si dimostra mai che per effetto,<br />
+ come per verdi fronde in pianta vita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per, l onde vegna lo ntelletto<br />
+ de le prime notizie, omo non sape,<br />
+ e de primi appetibili laffetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che sono in voi s come studio in ape<br />
+ di far lo mele; e questa prima voglia<br />
+ merto di lode o di biasmo non cape.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or perch a questa ogn altra si raccoglia,<br />
+ innata v la virt che consiglia,<br />
+ e de lassenso de tener la soglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest l principio l onde si piglia<br />
+ ragion di meritare in voi, secondo<br />
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Color che ragionando andaro al fondo,<br />
+ saccorser desta innata libertate;<br />
+ per moralit lasciaro al mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde, poniam che di necessitate<br />
+ surga ogne amor che dentro a voi saccende,<br />
+ di ritenerlo in voi la podestate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La nobile virt Beatrice intende<br />
+ per lo libero arbitrio, e per guarda<br />
+ che labbi a mente, sa parlar ten prende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,<br />
+ facea le stelle a noi parer pi rade,<br />
+ fatta com un secchion che tuttor arda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e correa contro l ciel per quelle strade<br />
+ che l sole infiamma allor che quel da Roma<br />
+ tra Sardi e Corsi il vede quando cade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quell ombra gentil per cui si noma<br />
+ Pietola pi che villa mantoana,<br />
+ del mio carcar diposta avea la soma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per chio, che la ragione aperta e piana<br />
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,<br />
+ stava com om che sonnolento vana.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br />
+ subitamente da gente che dopo<br />
+ le nostre spalle a noi era gi volta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale Ismeno gi vide e Asopo<br />
+ lungo di s di notte furia e calca,<br />
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal per quel giron suo passo falca,<br />
+ per quel chio vidi di color, venendo,<br />
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto fur sovr a noi, perch correndo<br />
+ si movea tutta quella turba magna;<br />
+ e due dinanzi gridavan piangendo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maria corse con fretta a la montagna;<br />
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br />
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ratto, ratto, che l tempo non si perda<br />
+ per poco amor, gridavan li altri appresso,<br />
+ che studio di ben far grazia rinverda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O gente in cui fervore aguto adesso<br />
+ ricompie forse negligenza e indugio<br />
+ da voi per tepidezza in ben far messo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questi che vive, e certo i non vi bugio,<br />
+ vuole andar s, pur che l sol ne riluca;<br />
+ per ne dite ond presso il pertugio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parole furon queste del mio duca;<br />
+ e un di quelli spirti disse: Vieni<br />
+ di retro a noi, e troverai la buca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi siam di voglia a muoverci s pieni,<br />
+ che restar non potem; per perdona,<br />
+ se villania nostra giustizia tieni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui abate in San Zeno a Verona<br />
+ sotto lo mperio del buon Barbarossa,<br />
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tale ha gi lun pi dentro la fossa,<br />
+ che tosto pianger quel monastero,<br />
+ e tristo fia davere avuta possa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ perch suo figlio, mal del corpo intero,<br />
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,<br />
+ ha posto in loco di suo pastor vero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non so se pi disse o sei si tacque,<br />
+ tant era gi di l da noi trascorso;<br />
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quei che mera ad ogne uopo soccorso<br />
+ disse: Volgiti qua: vedine due<br />
+ venir dando a laccida di morso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di retro a tutti dicean: Prima fue<br />
+ morta la gente a cui il mar saperse,<br />
+ che vedesse Iordan le rede sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella che laffanno non sofferse<br />
+ fino a la fine col figlio dAnchise,<br />
+ s stessa a vita sanza gloria offerse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi quando fuor da noi tanto divise<br />
+ quell ombre, che veder pi non potiersi,<br />
+ novo pensiero dentro a me si mise,<br />
+</p>
+
+<p>
+ del qual pi altri nacquero e diversi;<br />
+ e tanto duno in altro vaneggiai,<br />
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l pensamento in sogno trasmutai.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap19"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XIX
+</h3>
+
+<p>
+ Ne lora che non pu l calor durno<br />
+ intepidar pi l freddo de la luna,<br />
+ vinto da terra, e talor da Saturno<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br />
+ veggiono in orente, innanzi a lalba,<br />
+ surger per via che poco le sta bruna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi venne in sogno una femmina balba,<br />
+ ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,<br />
+ con le man monche, e di colore scialba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io la mirava; e come l sol conforta<br />
+ le fredde membra che la notte aggrava,<br />
+ cos lo sguardo mio le facea scorta<br />
+</p>
+
+<p>
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava<br />
+ in poco dora, e lo smarrito volto,<br />
+ com amor vuol, cos le colorava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi chell avea l parlar cos disciolto,<br />
+ cominciava a cantar s, che con pena<br />
+ da lei avrei mio intento rivolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son, cantava, io son dolce serena,<br />
+ che marinari in mezzo mar dismago;<br />
+ tanto son di piacere a sentir piena!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br />
+ al canto mio; e qual meco sausa,<br />
+ rado sen parte; s tutto lappago!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor non era sua bocca richiusa,<br />
+ quand una donna apparve santa e presta<br />
+ lunghesso me per far colei confusa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Virgilio, Virgilio, chi questa?,<br />
+ fieramente dicea; ed el vena<br />
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Laltra prendea, e dinanzi lapria<br />
+ fendendo i drappi, e mostravami l ventre;<br />
+ quel mi svegli col puzzo che nuscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre<br />
+ voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni;<br />
+ troviam laperta per la qual tu entre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S mi levai, e tutti eran gi pieni<br />
+ de lalto d i giron del sacro monte,<br />
+ e andavam col sol novo a le reni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Seguendo lui, portava la mia fronte<br />
+ come colui che lha di pensier carca,<br />
+ che fa di s un mezzo arco di ponte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand io udi Venite; qui si varca<br />
+ parlare in modo soave e benigno,<br />
+ qual non si sente in questa mortal marca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con lali aperte, che parean di cigno,<br />
+ volseci in s colui che s parlonne<br />
+ tra due pareti del duro macigno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mosse le penne poi e ventilonne,<br />
+ Qui lugent affermando esser beati,<br />
+ chavran di consolar lanime donne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che hai che pur inver la terra guati?,<br />
+ la guida mia incominci a dirmi,<br />
+ poco amendue da langel sormontati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: Con tanta sospeccion fa irmi<br />
+ novella vison cha s mi piega,<br />
+ s chio non posso dal pensar partirmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedesti, disse, quellantica strega<br />
+ che sola sovr a noi omai si piagne;<br />
+ vedesti come luom da lei si slega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br />
+ li occhi rivolgi al logoro che gira<br />
+ lo rege etterno con le rote magne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale l falcon, che prima a pi si mira,<br />
+ indi si volge al grido e si protende<br />
+ per lo disio del pasto che l il tira,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fec io; e tal, quanto si fende<br />
+ la roccia per dar via a chi va suso,<br />
+ nandai infin dove l cerchiar si prende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com io nel quinto giro fui dischiuso,<br />
+ vidi gente per esso che piangea,<br />
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Adhaesit pavimento anima mea<br />
+ sentia dir lor con s alti sospiri,<br />
+ che la parola a pena sintendea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O eletti di Dio, li cui soffriri<br />
+ e giustizia e speranza fa men duri,<br />
+ drizzate noi verso li alti saliri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se voi venite dal giacer sicuri,<br />
+ e volete trovar la via pi tosto,<br />
+ le vostre destre sien sempre di fori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos preg l poeta, e s risposto<br />
+ poco dinanzi a noi ne fu; per chio<br />
+ nel parlare avvisai laltro nascosto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br />
+ ond elli massent con lieto cenno<br />
+ ci che chiedea la vista del disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi chio potei di me fare a mio senno,<br />
+ trassimi sovra quella creatura<br />
+ le cui parole pria notar mi fenno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: Spirto in cui pianger matura<br />
+ quel sanza l quale a Dio tornar non pssi,<br />
+ sosta un poco per me tua maggior cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi fosti e perch vlti avete i dossi<br />
+ al s, mi d, e se vuo chio timpetri<br />
+ cosa di l ond io vivendo mossi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Perch i nostri diretri<br />
+ rivolga il cielo a s, saprai; ma prima<br />
+ scias quod ego fui successor Petri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intra Sestri e Chiaveri sadima<br />
+ una fiumana bella, e del suo nome<br />
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un mese e poco pi prova io come<br />
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br />
+ che piuma sembran tutte laltre some.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La mia conversone, om!, fu tarda;<br />
+ ma, come fatto fui roman pastore,<br />
+ cos scopersi la vita bugiarda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi che l non sacquetava il core,<br />
+ n pi salir potiesi in quella vita;<br />
+ per che di questa in me saccese amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fino a quel punto misera e partita<br />
+ da Dio anima fui, del tutto avara;<br />
+ or, come vedi, qui ne son punita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel chavarizia fa, qui si dichiara<br />
+ in purgazion de lanime converse;<br />
+ e nulla pena il monte ha pi amara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S come locchio nostro non saderse<br />
+ in alto, fisso a le cose terrene,<br />
+ cos giustizia qui a terra il merse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come avarizia spense a ciascun bene<br />
+ lo nostro amore, onde operar perdsi,<br />
+ cos giustizia qui stretti ne tene,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ne piedi e ne le man legati e presi;<br />
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,<br />
+ tanto staremo immobili e distesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mera inginocchiato e volea dire;<br />
+ ma com io cominciai ed el saccorse,<br />
+ solo ascoltando, del mio reverire,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.<br />
+ E io a lui: Per vostra dignitate<br />
+ mia coscenza dritto mi rimorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Drizza le gambe, lvati s, frate!,<br />
+ rispuose; non errar: conservo sono<br />
+ teco e con li altri ad una podestate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se mai quel santo evangelico suono<br />
+ che dice Neque nubent intendesti,<br />
+ ben puoi veder perch io cos ragiono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vattene omai: non vo che pi tarresti;<br />
+ ch la tua stanza mio pianger disagia,<br />
+ col qual maturo ci che tu dicesti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nepote ho io di l cha nome Alagia,<br />
+ buona da s, pur che la nostra casa<br />
+ non faccia lei per essempro malvagia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questa sola di l m rimasa.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap20"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XX
+</h3>
+
+<p>
+ Contra miglior voler voler mal pugna;<br />
+ onde contra l piacer mio, per piacerli,<br />
+ trassi de lacqua non sazia la spugna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mossimi; e l duca mio si mosse per li<br />
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,<br />
+ come si va per muro stretto a merli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch la gente che fonde a goccia a goccia<br />
+ per li occhi il mal che tutto l mondo occupa,<br />
+ da laltra parte in fuor troppo sapproccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maladetta sie tu, antica lupa,<br />
+ che pi che tutte laltre bestie hai preda<br />
+ per la tua fame sanza fine cupa!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O ciel, nel cui girar par che si creda<br />
+ le condizion di qua gi trasmutarsi,<br />
+ quando verr per cui questa disceda?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br />
+ e io attento a lombre, chi sentia<br />
+ pietosamente piangere e lagnarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e per ventura udi Dolce Maria!<br />
+ dinanzi a noi chiamar cos nel pianto<br />
+ come fa donna che in parturir sia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e seguitar: Povera fosti tanto,<br />
+ quanto veder si pu per quello ospizio<br />
+ dove sponesti il tuo portato santo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,<br />
+ con povert volesti anzi virtute<br />
+ che gran ricchezza posseder con vizio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole meran s piaciute,<br />
+ chio mi trassi oltre per aver contezza<br />
+ di quello spirto onde parean venute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esso parlava ancor de la larghezza<br />
+ che fece Niccol a le pulcelle,<br />
+ per condurre ad onor lor giovinezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O anima che tanto ben favelle,<br />
+ dimmi chi fosti, dissi, e perch sola<br />
+ tu queste degne lode rinovelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fia sanza merc la tua parola,<br />
+ sio ritorno a compir lo cammin corto<br />
+ di quella vita chal termine vola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: Io ti dir, non per conforto<br />
+ chio attenda di l, ma perch tanta<br />
+ grazia in te luce prima che sie morto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui radice de la mala pianta<br />
+ che la terra cristiana tutta aduggia,<br />
+ s che buon frutto rado se ne schianta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br />
+ potesser, tosto ne saria vendetta;<br />
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;<br />
+ di me son nati i Filippi e i Luigi<br />
+ per cui novellamente Francia retta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Figliuol fu io dun beccaio di Parigi:<br />
+ quando li regi antichi venner meno<br />
+ tutti, fuor chun renduto in panni bigi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ trovami stretto ne le mani il freno<br />
+ del governo del regno, e tanta possa<br />
+ di nuovo acquisto, e s damici pieno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cha la corona vedova promossa<br />
+ la testa di mio figlio fu, dal quale<br />
+ cominciar di costor le sacrate ossa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che la gran dota provenzale<br />
+ al sangue mio non tolse la vergogna,<br />
+ poco valea, ma pur non facea male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L cominci con forza e con menzogna<br />
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br />
+ Pont e Normandia prese e Guascogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br />
+ vittima f di Curradino; e poi<br />
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tempo vegg io, non molto dopo ancoi,<br />
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br />
+ per far conoscer meglio e s e suoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanz arme nesce e solo con la lancia<br />
+ con la qual giostr Giuda, e quella ponta<br />
+ s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi non terra, ma peccato e onta<br />
+ guadagner, per s tanto pi grave,<br />
+ quanto pi lieve simil danno conta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Laltro, che gi usc preso di nave,<br />
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne<br />
+ come fanno i corsar de laltre schiave.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O avarizia, che puoi tu pi farne,<br />
+ poscia cha il mio sangue a te s tratto,<br />
+ che non si cura de la propria carne?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perch men paia il mal futuro e l fatto,<br />
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br />
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veggiolo unaltra volta esser deriso;<br />
+ veggio rinovellar laceto e l fiele,<br />
+ e tra vivi ladroni esser anciso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veggio il novo Pilato s crudele,<br />
+ che ci nol sazia, ma sanza decreto<br />
+ portar nel Tempio le cupide vele.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Segnor mio, quando sar io lieto<br />
+ a veder la vendetta che, nascosa,<br />
+ fa dolce lira tua nel tuo secreto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ci chio dicea di quell unica sposa<br />
+ de lo Spirito Santo e che ti fece<br />
+ verso me volger per alcuna chiosa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto risposto a tutte nostre prece<br />
+ quanto l d dura; ma com el sannotta,<br />
+ contrario suon prendemo in quella vece.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi repetiam Pigmalon allotta,<br />
+ cui traditore e ladro e paricida<br />
+ fece la voglia sua de loro ghiotta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la miseria de lavaro Mida,<br />
+ che segu a la sua dimanda gorda,<br />
+ per la qual sempre convien che si rida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Del folle Acn ciascun poi si ricorda,<br />
+ come fur le spoglie, s che lira<br />
+ di Ios qui par chancor lo morda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi accusiam col marito Saffira;<br />
+ lodiam i calci chebbe Elodoro;<br />
+ e in infamia tutto l monte gira<br />
+</p>
+
+<p>
+ Polinestr chancise Polidoro;<br />
+ ultimamente ci si grida: Crasso,<br />
+ dilci, che l sai: di che sapore loro?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Talor parla luno alto e laltro basso,<br />
+ secondo laffezion chad ir ci sprona<br />
+ ora a maggiore e ora a minor passo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per al ben che l d ci si ragiona,<br />
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso<br />
+ non alzava la voce altra persona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam partiti gi da esso,<br />
+ e brigavam di soverchiar la strada<br />
+ tanto quanto al poder nera permesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand io senti, come cosa che cada,<br />
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br />
+ qual prender suol colui cha morte vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Certo non si scoteo s forte Delo,<br />
+ pria che Latona in lei facesse l nido<br />
+ a parturir li due occhi del cielo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominci da tutte parti un grido<br />
+ tal, che l maestro inverso me si feo,<br />
+ dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Glora in excelsis tutti Deo<br />
+ dicean, per quel chio da vicin compresi,<br />
+ onde intender lo grido si poteo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ No istavamo immobili e sospesi<br />
+ come i pastor che prima udir quel canto,<br />
+ fin che l tremar cess ed el compisi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br />
+ guardando lombre che giacean per terra,<br />
+ tornate gi in su lusato pianto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br />
+ mi f desideroso di sapere,<br />
+ se la memoria mia in ci non erra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanta pareami allor, pensando, avere;<br />
+ n per la fretta dimandare er oso,<br />
+ n per me l potea cosa vedere:<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos mandava timido e pensoso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap21"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXI
+</h3>
+
+<p>
+ La sete natural che mai non sazia<br />
+ se non con lacqua onde la femminetta<br />
+ samaritana domand la grazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi travagliava, e pungeami la fretta<br />
+ per la mpacciata via dietro al mio duca,<br />
+ e condoleami a la giusta vendetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco, s come ne scrive Luca<br />
+ che Cristo apparve a due cherano in via,<br />
+ gi surto fuor de la sepulcral buca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ci apparve unombra, e dietro a noi vena,<br />
+ dal pi guardando la turba che giace;<br />
+ n ci addemmo di lei, s parl pria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace.<br />
+ Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio<br />
+ rendli l cenno cha ci si conface.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominci: Nel beato concilio<br />
+ ti ponga in pace la verace corte<br />
+ che me rilega ne letterno essilio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come!, diss elli, e parte andavam forte:<br />
+ se voi siete ombre che Dio s non degni,<br />
+ chi vha per la sua scala tanto scorte?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l dottor mio: Se tu riguardi a segni<br />
+ che questi porta e che langel profila,<br />
+ ben vedrai che coi buon convien che regni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch lei che d e notte fila<br />
+ non li avea tratta ancora la conocchia<br />
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lanima sua, ch tua e mia serocchia,<br />
+ venendo s, non potea venir sola,<br />
+ per chal nostro modo non adocchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io fui tratto fuor de lampia gola<br />
+ dinferno per mostrarli, e mosterrolli<br />
+ oltre, quanto l potr menar mia scola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli<br />
+ di dianzi l monte, e perch tutto ad una<br />
+ parve gridare infino a suoi pi molli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S mi di, dimandando, per la cruna<br />
+ del mio disio, che pur con la speranza<br />
+ si fece la mia sete men digiuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei cominci: Cosa non che sanza<br />
+ ordine senta la religone<br />
+ de la montagna, o che sia fuor dusanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Libero qui da ogne alterazione:<br />
+ di quel che l ciel da s in s riceve<br />
+ esser ci puote, e non daltro, cagione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,<br />
+ non rugiada, non brina pi s cade<br />
+ che la scaletta di tre gradi breve;<br />
+</p>
+
+<p>
+ nuvole spesse non paion n rade,<br />
+ n coruscar, n figlia di Taumante,<br />
+ che di l cangia sovente contrade;<br />
+</p>
+
+<p>
+ secco vapor non surge pi avante<br />
+ chal sommo di tre gradi chio parlai,<br />
+ dov ha l vicario di Pietro le piante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trema forse pi gi poco o assai;<br />
+ ma per vento che n terra si nasconda,<br />
+ non so come, qua s non trem mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tremaci quando alcuna anima monda<br />
+ sentesi, s che surga o che si mova<br />
+ per salir s; e tal grido seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De la mondizia sol voler fa prova,<br />
+ che, tutto libero a mutar convento,<br />
+ lalma sorprende, e di voler le giova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br />
+ che divina giustizia, contra voglia,<br />
+ come fu al peccar, pone al tormento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che son giaciuto a questa doglia<br />
+ cinquecent anni e pi, pur mo sentii<br />
+ libera volont di miglior soglia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per sentisti il tremoto e li pii<br />
+ spiriti per lo monte render lode<br />
+ a quel Segnor, che tosto s li nvii.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos ne disse; e per chel si gode<br />
+ tanto del ber quant grande la sete,<br />
+ non saprei dir quant el mi fece prode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l savio duca: Omai veggio la rete<br />
+ che qui vi mpiglia e come si scalappia,<br />
+ perch ci trema e di che congaudete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora chi fosti, piacciati chio sappia,<br />
+ e perch tanti secoli giaciuto<br />
+ qui se, ne le parole tue mi cappia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel tempo che l buon Tito, con laiuto<br />
+ del sommo rege, vendic le fra<br />
+ ond usc l sangue per Giuda venduto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ col nome che pi dura e pi onora<br />
+ era io di l, rispuose quello spirto,<br />
+ famoso assai, ma non con fede ancora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br />
+ che, tolosano, a s mi trasse Roma,<br />
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Stazio la gente ancor di l mi noma:<br />
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br />
+ ma caddi in via con la seconda soma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Al mio ardor fuor seme le faville,<br />
+ che mi scaldar, de la divina fiamma<br />
+ onde sono allumati pi di mille;<br />
+</p>
+
+<p>
+ de lEneda dico, la qual mamma<br />
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:<br />
+ sanz essa non fermai peso di dramma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E per esser vivuto di l quando<br />
+ visse Virgilio, assentirei un sole<br />
+ pi che non deggio al mio uscir di bando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volser Virgilio a me queste parole<br />
+ con viso che, tacendo, disse Taci;<br />
+ ma non pu tutto la virt che vuole;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch riso e pianto son tanto seguaci<br />
+ a la passion di che ciascun si spicca,<br />
+ che men seguon voler ne pi veraci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io pur sorrisi come luom chammicca;<br />
+ per che lombra si tacque, e riguardommi<br />
+ ne li occhi ove l sembiante pi si ficca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Se tanto labore in bene assommi,<br />
+ disse, perch la tua faccia testeso<br />
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or son io duna parte e daltra preso:<br />
+ luna mi fa tacer, laltra scongiura<br />
+ chio dica; ond io sospiro, e sono inteso<br />
+</p>
+
+<p>
+ dal mio maestro, e Non aver paura,<br />
+ mi dice, di parlar; ma parla e digli<br />
+ quel che dimanda con cotanta cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io: Forse che tu ti maravigli,<br />
+ antico spirto, del rider chio fei;<br />
+ ma pi dammirazion vo che ti pigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi che guida in alto li occhi miei,<br />
+ quel Virgilio dal qual tu togliesti<br />
+ forte a cantar de li uomini e di di.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se cagion altra al mio rider credesti,<br />
+ lasciala per non vera, ed esser credi<br />
+ quelle parole che di lui dicesti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gi sinchinava ad abbracciar li piedi<br />
+ al mio dottor, ma el li disse: Frate,<br />
+ non far, ch tu se ombra e ombra vedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate<br />
+ comprender de lamor cha te mi scalda,<br />
+ quand io dismento nostra vanitate,<br />
+</p>
+
+<p>
+ trattando lombre come cosa salda.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap22"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXII
+</h3>
+
+<p>
+ Gi era langel dietro a noi rimaso,<br />
+ langel che navea vlti al sesto giro,<br />
+ avendomi dal viso un colpo raso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quei channo a giustizia lor disiro<br />
+ detto navea beati, e le sue voci<br />
+ con sitiunt, sanz altro, ci forniro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io pi lieve che per laltre foci<br />
+ mandava, s che sanz alcun labore<br />
+ seguiva in s li spiriti veloci;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando Virgilio incominci: Amore,<br />
+ acceso di virt, sempre altro accese,<br />
+ pur che la fiamma sua paresse fore;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde da lora che tra noi discese<br />
+ nel limbo de lo nferno Giovenale,<br />
+ che la tua affezion mi f palese,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mia benvoglienza inverso te fu quale<br />
+ pi strinse mai di non vista persona,<br />
+ s chor mi parran corte queste scale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona<br />
+ se troppa sicurt mallarga il freno,<br />
+ e come amico omai meco ragiona:<br />
+</p>
+
+<p>
+ come pot trovar dentro al tuo seno<br />
+ loco avarizia, tra cotanto senno<br />
+ di quanto per tua cura fosti pieno?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole Stazio mover fenno<br />
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:<br />
+ Ogne tuo dir damor m caro cenno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente pi volte appaion cose<br />
+ che danno a dubitar falsa matera<br />
+ per le vere ragion che son nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua dimanda tuo creder mavvera<br />
+ esser chi fossi avaro in laltra vita,<br />
+ forse per quella cerchia dov io era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sappi chavarizia fu partita<br />
+ troppo da me, e questa dismisura<br />
+ migliaia di lunari hanno punita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se non fosse chio drizzai mia cura,<br />
+ quand io intesi l dove tu chiame,<br />
+ crucciato quasi a lumana natura:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che non reggi tu, o sacra fame<br />
+ de loro, lappetito de mortali?,<br />
+ voltando sentirei le giostre grame.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor maccorsi che troppo aprir lali<br />
+ potean le mani a spendere, e pentemi<br />
+ cos di quel come de li altri mali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quanti risurgeran coi crini scemi<br />
+ per ignoranza, che di questa pecca<br />
+ toglie l penter vivendo e ne li stremi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sappie che la colpa che rimbecca<br />
+ per dritta opposizione alcun peccato,<br />
+ con esso insieme qui suo verde secca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per, sio son tra quella gente stato<br />
+ che piange lavarizia, per purgarmi,<br />
+ per lo contrario suo m incontrato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or quando tu cantasti le crude armi<br />
+ de la doppia trestizia di Giocasta,<br />
+ disse l cantor de buccolici carmi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per quello che Cl teco l tasta,<br />
+ non par che ti facesse ancor fedele<br />
+ la fede, sanza qual ben far non basta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se cos , qual sole o quai candele<br />
+ ti stenebraron s, che tu drizzasti<br />
+ poscia di retro al pescator le vele?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a lui: Tu prima minvasti<br />
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br />
+ e prima appresso Dio malluminasti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Facesti come quei che va di notte,<br />
+ che porta il lume dietro e s non giova,<br />
+ ma dopo s fa le persone dotte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando dicesti: Secol si rinova;<br />
+ torna giustizia e primo tempo umano,<br />
+ e progene scende da ciel nova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per te poeta fui, per te cristiano:<br />
+ ma perch veggi mei ci chio disegno,<br />
+ a colorare stender la mano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gi era l mondo tutto quanto pregno<br />
+ de la vera credenza, seminata<br />
+ per li messaggi de letterno regno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la parola tua sopra toccata<br />
+ si consonava a nuovi predicanti;<br />
+ ond io a visitarli presi usata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vennermi poi parendo tanto santi,<br />
+ che, quando Domizian li perseguette,<br />
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e mentre che di l per me si stette,<br />
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br />
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E pria chio conducessi i Greci a fiumi<br />
+ di Tebe poetando, ebb io battesmo;<br />
+ ma per paura chiuso cristian fumi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lungamente mostrando paganesmo;<br />
+ e questa tepidezza il quarto cerchio<br />
+ cerchiar mi f pi che l quarto centesmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio<br />
+ che mascondeva quanto bene io dico,<br />
+ mentre che del salire avem soverchio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dimmi dov Terrenzio nostro antico,<br />
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br />
+ dimmi se son dannati, e in qual vico.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Costoro e Persio e io e altri assai,<br />
+ rispuose il duca mio, siam con quel Greco<br />
+ che le Muse lattar pi chaltri mai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel primo cinghio del carcere cieco;<br />
+ spesse fate ragioniam del monte<br />
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Euripide v nosco e Antifonte,<br />
+ Simonide, Agatone e altri pie<br />
+ Greci che gi di lauro ornar la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi si veggion de le genti tue<br />
+ Antigone, Defile e Argia,<br />
+ e Ismene s trista come fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vdeisi quella che mostr Langia;<br />
+ vvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br />
+ e con le suore sue Dedamia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tacevansi ambedue gi li poeti,<br />
+ di novo attenti a riguardar dintorno,<br />
+ liberi da saliri e da pareti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e gi le quattro ancelle eran del giorno<br />
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br />
+ drizzando pur in s lardente corno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando il mio duca: Io credo cha lo stremo<br />
+ le destre spalle volger ne convegna,<br />
+ girando il monte come far solemo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos lusanza fu l nostra insegna,<br />
+ e prendemmo la via con men sospetto<br />
+ per lassentir di quell anima degna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elli givan dinanzi, e io soletto<br />
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br />
+ cha poetar mi davano intelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br />
+ un alber che trovammo in mezza strada,<br />
+ con pomi a odorar soavi e buoni;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come abete in alto si digrada<br />
+ di ramo in ramo, cos quello in giuso,<br />
+ cred io, perch persona s non vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal lato onde l cammin nostro era chiuso,<br />
+ cadea de lalta roccia un liquor chiaro<br />
+ e si spandeva per le foglie suso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li due poeti a lalber sappressaro;<br />
+ e una voce per entro le fronde<br />
+ grid: Di questo cibo avrete caro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse: Pi pensava Maria onde<br />
+ fosser le nozze orrevoli e intere,<br />
+ cha la sua bocca, chor per voi risponde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E le Romane antiche, per lor bere,<br />
+ contente furon dacqua; e Danello<br />
+ dispregi cibo e acquist savere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo secol primo, quant oro fu bello,<br />
+ f savorose con fame le ghiande,<br />
+ e nettare con sete ogne ruscello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mele e locuste furon le vivande<br />
+ che nodriro il Batista nel diserto;<br />
+ per chelli gloroso e tanto grande<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanto per lo Vangelio v aperto.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap23"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXIII
+</h3>
+
+<p>
+ Mentre che li occhi per la fronda verde<br />
+ ficcava o s come far suole<br />
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo pi che padre mi dicea: Figliuole,<br />
+ vienne oramai, ch l tempo che n imposto<br />
+ pi utilmente compartir si vuole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io volsi l viso, e l passo non men tosto,<br />
+ appresso i savi, che parlavan se,<br />
+ che landar mi facean di nullo costo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco piangere e cantar sude<br />
+ Laba ma, Domine per modo<br />
+ tal, che diletto e doglia parture.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce padre, che quel chi odo?,<br />
+ comincia io; ed elli: Ombre che vanno<br />
+ forse di lor dover solvendo il nodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S come i peregrin pensosi fanno,<br />
+ giugnendo per cammin gente non nota,<br />
+ che si volgono ad essa e non restanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos di retro a noi, pi tosto mota,<br />
+ venendo e trapassando ci ammirava<br />
+ danime turba tacita e devota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br />
+ palida ne la faccia, e tanto scema<br />
+ che da lossa la pelle sinformava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che cos a buccia strema<br />
+ Erisittone fosse fatto secco,<br />
+ per digiunar, quando pi nebbe tema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dicea fra me stesso pensando: Ecco<br />
+ la gente che perd Ierusalemme,<br />
+ quando Maria nel figlio di di becco!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parean locchiaie anella sanza gemme:<br />
+ chi nel viso de li uomini legge omo<br />
+ ben avria quivi conosciuta lemme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi crederebbe che lodor dun pomo<br />
+ s governasse, generando brama,<br />
+ e quel dunacqua, non sappiendo como?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gi era in ammirar che s li affama,<br />
+ per la cagione ancor non manifesta<br />
+ di lor magrezza e di lor trista squama,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed ecco del profondo de la testa<br />
+ volse a me li occhi unombra e guard fiso;<br />
+ poi grid forte: Qual grazia m questa?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mai non lavrei riconosciuto al viso;<br />
+ ma ne la voce sua mi fu palese<br />
+ ci che laspetto in s avea conquiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa favilla tutta mi raccese<br />
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,<br />
+ e ravvisai la faccia di Forese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Deh, non contendere a lasciutta scabbia<br />
+ che mi scolora, pregava, la pelle,<br />
+ n a difetto di carne chio abbia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dimmi il ver di te, d chi son quelle<br />
+ due anime che l ti fanno scorta;<br />
+ non rimaner che tu non mi favelle!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La faccia tua, chio lagrimai gi morta,<br />
+ mi d di pianger mo non minor doglia,<br />
+ rispuos io lui, veggendola s torta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;<br />
+ non mi far dir mentr io mi maraviglio,<br />
+ ch mal pu dir chi pien daltra voglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: De letterno consiglio<br />
+ cade vert ne lacqua e ne la pianta<br />
+ rimasa dietro ond io s massottiglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutta esta gente che piangendo canta<br />
+ per seguitar la gola oltra misura,<br />
+ in fame e n sete qui si rif santa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di bere e di mangiar naccende cura<br />
+ lodor chesce del pomo e de lo sprazzo<br />
+ che si distende su per sua verdura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur una volta, questo spazzo<br />
+ girando, si rinfresca nostra pena:<br />
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch quella voglia a li alberi ci mena<br />
+ che men Cristo lieto a dire El,<br />
+ quando ne liber con la sua vena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: Forese, da quel d<br />
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br />
+ cinqu anni non son vlti infino a qui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se prima fu la possa in te finita<br />
+ di peccar pi, che sovvenisse lora<br />
+ del buon dolor cha Dio ne rimarita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come se tu qua s venuto ancora?<br />
+ Io ti credea trovar l gi di sotto,<br />
+ dove tempo per tempo si ristora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond elli a me: S tosto mha condotto<br />
+ a ber lo dolce assenzo di martri<br />
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br />
+ tratto mha de la costa ove saspetta,<br />
+ e liberato mha de li altri giri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto a Dio pi cara e pi diletta<br />
+ la vedovella mia, che molto amai,<br />
+ quanto in bene operare pi soletta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch la Barbagia di Sardigna assai<br />
+ ne le femmine sue pi pudica<br />
+ che la Barbagia dov io la lasciai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce frate, che vuo tu chio dica?<br />
+ Tempo futuro m gi nel cospetto,<br />
+ cui non sar quest ora molto antica,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel qual sar in pergamo interdetto<br />
+ a le sfacciate donne fiorentine<br />
+ landar mostrando con le poppe il petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br />
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,<br />
+ o spiritali o altre discipline?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se le svergognate fosser certe<br />
+ di quel che l ciel veloce loro ammanna,<br />
+ gi per urlare avrian le bocche aperte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch, se lantiveder qui non minganna,<br />
+ prima fien triste che le guance impeli<br />
+ colui che mo si consola con nanna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!<br />
+ vedi che non pur io, ma questa gente<br />
+ tutta rimira l dove l sol veli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per chio a lui: Se tu riduci a mente<br />
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,<br />
+ ancor fia grave il memorar presente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quella vita mi volse costui<br />
+ che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda<br />
+ vi si mostr la suora di colui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l sol mostrai; costui per la profonda<br />
+ notte menato mha di veri morti<br />
+ con questa vera carne che l seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi mhan tratto s li suoi conforti,<br />
+ salendo e rigirando la montagna<br />
+ che drizza voi che l mondo fece torti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto dice di farmi sua compagna<br />
+ che io sar l dove fia Beatrice;<br />
+ quivi convien che sanza lui rimagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio questi che cos mi dice,<br />
+ e additalo; e quest altro quell ombra<br />
+ per cu scosse dianzi ogne pendice<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo vostro regno, che da s lo sgombra.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap24"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXIV
+</h3>
+
+<p>
+ N l dir landar, n landar lui pi lento<br />
+ facea, ma ragionando andavam forte,<br />
+ s come nave pinta da buon vento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e lombre, che parean cose rimorte,<br />
+ per le fosse de li occhi ammirazione<br />
+ traean di me, di mio vivere accorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, continando al mio sermone,<br />
+ dissi: Ella sen va s forse pi tarda<br />
+ che non farebbe, per altrui cagione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda;<br />
+ dimmi sio veggio da notar persona<br />
+ tra questa gente che s mi riguarda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La mia sorella, che tra bella e buona<br />
+ non so qual fosse pi, trunfa lieta<br />
+ ne lalto Olimpo gi di sua corona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S disse prima; e poi: Qui non si vieta<br />
+ di nominar ciascun, da ch s munta<br />
+ nostra sembianza via per la deta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi, e mostr col dito, Bonagiunta,<br />
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br />
+ di l da lui pi che laltre trapunta<br />
+</p>
+
+<p>
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br />
+ dal Torso fu, e purga per digiuno<br />
+ languille di Bolsena e la vernaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti altri mi nom ad uno ad uno;<br />
+ e del nomar parean tutti contenti,<br />
+ s chio per non vidi un atto bruno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi per fame a vto usar li denti<br />
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br />
+ che pastur col rocco molte genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi messer Marchese, chebbe spazio<br />
+ gi di bere a Forl con men secchezza,<br />
+ e s fu tal, che non si sent sazio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come fa chi guarda e poi sapprezza<br />
+ pi dun che daltro, fei a quel da Lucca,<br />
+ che pi parea di me aver contezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El mormorava; e non so che Gentucca<br />
+ sentiv io l, ov el sentia la piaga<br />
+ de la giustizia che s li pilucca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O anima, diss io, che par s vaga<br />
+ di parlar meco, fa s chio tintenda,<br />
+ e te e me col tuo parlare appaga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Femmina nata, e non porta ancor benda,<br />
+ cominci el, che ti far piacere<br />
+ la mia citt, come chom la riprenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu te nandrai con questo antivedere:<br />
+ se nel mio mormorar prendesti errore,<br />
+ dichiareranti ancor le cose vere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma d si veggio qui colui che fore<br />
+ trasse le nove rime, cominciando<br />
+ Donne chavete intelletto damore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: I mi son un che, quando<br />
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo<br />
+ che ditta dentro vo significando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo<br />
+ che l Notaro e Guittone e me ritenne<br />
+ di qua dal dolce stil novo chi odo!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio ben come le vostre penne<br />
+ di retro al dittator sen vanno strette,<br />
+ che de le nostre certo non avvenne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qual pi a gradire oltre si mette,<br />
+ non vede pi da luno a laltro stilo;<br />
+ e, quasi contentato, si tacette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come li augei che vernan lungo l Nilo,<br />
+ alcuna volta in aere fanno schiera,<br />
+ poi volan pi a fretta e vanno in filo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos tutta la gente che l era,<br />
+ volgendo l viso, raffrett suo passo,<br />
+ e per magrezza e per voler leggera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come luom che di trottare lasso,<br />
+ lascia andar li compagni, e s passeggia<br />
+ fin che si sfoghi laffollar del casso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ s lasci trapassar la santa greggia<br />
+ Forese, e dietro meco sen veniva,<br />
+ dicendo: Quando fia chio ti riveggia?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non so, rispuos io lui, quant io mi viva;<br />
+ ma gi non fa il tornar mio tantosto,<br />
+ chio non sia col voler prima a la riva;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che l loco u fui a viver posto,<br />
+ di giorno in giorno pi di ben si spolpa,<br />
+ e a trista ruina par disposto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or va, diss el; che quei che pi nha colpa,<br />
+ vegg o a coda duna bestia tratto<br />
+ inver la valle ove mai non si scolpa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bestia ad ogne passo va pi ratto,<br />
+ crescendo sempre, fin chella il percuote,<br />
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non hanno molto a volger quelle ruote,<br />
+ e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro<br />
+ ci che l mio dir pi dichiarar non puote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu ti rimani omai; ch l tempo caro<br />
+ in questo regno, s chio perdo troppo<br />
+ venendo teco s a paro a paro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo<br />
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,<br />
+ e va per farsi onor del primo intoppo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal si part da noi con maggior valchi;<br />
+ e io rimasi in via con esso i due<br />
+ che fuor del mondo s gran marescalchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando innanzi a noi intrato fue,<br />
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br />
+ come la mente a le parole sue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ parvermi i rami gravidi e vivaci<br />
+ dun altro pomo, e non molto lontani<br />
+ per esser pur allora vlto in laci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi gente sott esso alzar le mani<br />
+ e gridar non so che verso le fronde,<br />
+ quasi bramosi fantolini e vani<br />
+</p>
+
+<p>
+ che pregano, e l pregato non risponde,<br />
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br />
+ tien alto lor disio e nol nasconde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si part s come ricreduta;<br />
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,<br />
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trapassate oltre sanza farvi presso:<br />
+ legno pi s che fu morso da Eva,<br />
+ e questa pianta si lev da esso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S tra le frasche non so chi diceva;<br />
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br />
+ oltre andavam dal lato che si leva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ricordivi, dicea, di maladetti<br />
+ nei nuvoli formati, che, satolli,<br />
+ Teso combatter co doppi petti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e de li Ebrei chal ber si mostrar molli,<br />
+ per che no i volle Gedeon compagni,<br />
+ quando inver Madan discese i colli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S accostati a lun di due vivagni<br />
+ passammo, udendo colpe de la gola<br />
+ seguite gi da miseri guadagni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, rallargati per la strada sola,<br />
+ ben mille passi e pi ci portar oltre,<br />
+ contemplando ciascun sanza parola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che andate pensando s voi sol tre?.<br />
+ sbita voce disse; ond io mi scossi<br />
+ come fan bestie spaventate e poltre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;<br />
+ e gi mai non si videro in fornace<br />
+ vetri o metalli s lucenti e rossi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com io vidi un che dicea: Sa voi piace<br />
+ montare in s, qui si convien dar volta;<br />
+ quinci si va chi vuole andar per pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Laspetto suo mavea la vista tolta;<br />
+ per chio mi volsi dietro a miei dottori,<br />
+ com om che va secondo chelli ascolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale, annunziatrice de li albori,<br />
+ laura di maggio movesi e olezza,<br />
+ tutta impregnata da lerba e da fiori;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi senti un vento dar per mezza<br />
+ la fronte, e ben senti mover la piuma,<br />
+ che f sentir dambrosa lorezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E senti dir: Beati cui alluma<br />
+ tanto di grazia, che lamor del gusto<br />
+ nel petto lor troppo disir non fuma,<br />
+</p>
+
+<p>
+ esurendo sempre quanto giusto!.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap25"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXV
+</h3>
+
+<p>
+ Ora era onde l salir non volea storpio;<br />
+ ch l sole ava il cerchio di merigge<br />
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che, come fa luom che non saffigge<br />
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br />
+ se di bisogno stimolo il trafigge,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos intrammo noi per la callaia,<br />
+ uno innanzi altro prendendo la scala<br />
+ che per artezza i salitor dispaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale il cicognin che leva lala<br />
+ per voglia di volare, e non sattenta<br />
+ dabbandonar lo nido, e gi la cala;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal era io con voglia accesa e spenta<br />
+ di dimandar, venendo infino a latto<br />
+ che fa colui cha dicer sargomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non lasci, per landar che fosse ratto,<br />
+ lo dolce padre mio, ma disse: Scocca<br />
+ larco del dir, che nfino al ferro hai tratto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor sicuramente apri la bocca<br />
+ e cominciai: Come si pu far magro<br />
+ l dove luopo di nodrir non tocca?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se tammentassi come Meleagro<br />
+ si consum al consumar dun stizzo,<br />
+ non fora, disse, a te questo s agro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,<br />
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,<br />
+ ci che par duro ti parrebbe vizzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch dentro a tuo voler tadage,<br />
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br />
+ che sia or sanator de le tue piage.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se la veduta etterna li dislego,<br />
+ rispuose Stazio, l dove tu sie,<br />
+ discolpi me non potert io far nego.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominci: Se le parole mie,<br />
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,<br />
+ lume ti fiero al come che tu die.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sangue perfetto, che poi non si beve<br />
+ da lassetate vene, e si rimane<br />
+ quasi alimento che di mensa leve,<br />
+</p>
+
+<p>
+ prende nel core a tutte membra umane<br />
+ virtute informativa, come quello<br />
+ cha farsi quelle per le vene vane.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor digesto, scende ov pi bello<br />
+ tacer che dire; e quindi poscia geme<br />
+ sovr altrui sangue in natural vasello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi saccoglie luno e laltro insieme,<br />
+ lun disposto a patire, e laltro a fare<br />
+ per lo perfetto loco onde si preme;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e, giunto lui, comincia ad operare<br />
+ coagulando prima, e poi avviva<br />
+ ci che per sua matera f constare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anima fatta la virtute attiva<br />
+ qual duna pianta, in tanto differente,<br />
+ che questa in via e quella gi a riva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto ovra poi, che gi si move e sente,<br />
+ come spungo marino; e indi imprende<br />
+ ad organar le posse ond semente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende<br />
+ la virt ch dal cor del generante,<br />
+ dove natura a tutte membra intende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come danimal divegna fante,<br />
+ non vedi tu ancor: quest tal punto,<br />
+ che pi savio di te f gi errante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ s che per sua dottrina f disgiunto<br />
+ da lanima il possibile intelletto,<br />
+ perch da lui non vide organo assunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Apri a la verit che viene il petto;<br />
+ e sappi che, s tosto come al feto<br />
+ larticular del cerebro perfetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo motor primo a lui si volge lieto<br />
+ sovra tant arte di natura, e spira<br />
+ spirito novo, di vert repleto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ci che trova attivo quivi, tira<br />
+ in sua sustanzia, e fassi unalma sola,<br />
+ che vive e sente e s in s rigira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perch meno ammiri la parola,<br />
+ guarda il calor del sole che si fa vino,<br />
+ giunto a lomor che de la vite cola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando Lchesis non ha pi del lino,<br />
+ solvesi da la carne, e in virtute<br />
+ ne porta seco e lumano e l divino:<br />
+</p>
+
+<p>
+ laltre potenze tutte quante mute;<br />
+ memoria, intelligenza e volontade<br />
+ in atto molto pi che prima agute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanza restarsi, per s stessa cade<br />
+ mirabilmente a luna de le rive;<br />
+ quivi conosce prima le sue strade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che loco l la circunscrive,<br />
+ la virt formativa raggia intorno<br />
+ cos e quanto ne le membra vive.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come laere, quand ben porno,<br />
+ per laltrui raggio che n s si reflette,<br />
+ di diversi color diventa addorno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos laere vicin quivi si mette<br />
+ e in quella forma ch in lui suggella<br />
+ virtalmente lalma che ristette;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e simigliante poi a la fiammella<br />
+ che segue il foco l vunque si muta,<br />
+ segue lo spirto sua forma novella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che quindi ha poscia sua paruta,<br />
+ chiamata ombra; e quindi organa poi<br />
+ ciascun sentire infino a la veduta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br />
+ quindi facciam le lagrime e sospiri<br />
+ che per lo monte aver sentiti puoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Secondo che ci affliggono i disiri<br />
+ e li altri affetti, lombra si figura;<br />
+ e quest la cagion di che tu miri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E gi venuto a lultima tortura<br />
+ sera per noi, e vlto a la man destra,<br />
+ ed eravamo attenti ad altra cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br />
+ e la cornice spira fiato in suso<br />
+ che la reflette e via da lei sequestra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond ir ne convenia dal lato schiuso<br />
+ ad uno ad uno; e io tema l foco<br />
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio dicea: Per questo loco<br />
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br />
+ per cherrar potrebbesi per poco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Summae Deus clementae nel seno<br />
+ al grande ardore allora udi cantando,<br />
+ che di volger mi f caler non meno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi spirti per la fiamma andando;<br />
+ per chio guardava a loro e a miei passi<br />
+ compartendo la vista a quando a quando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso il fine cha quell inno fassi,<br />
+ gridavano alto: Virum non cognosco;<br />
+ indi ricominciavan linno bassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Finitolo, anco gridavano: Al bosco<br />
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne<br />
+ che di Venere avea sentito il tsco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi al cantar tornavano; indi donne<br />
+ gridavano e mariti che fuor casti<br />
+ come virtute e matrimonio imponne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questo modo credo che lor basti<br />
+ per tutto il tempo che l foco li abbruscia:<br />
+ con tal cura conviene e con tai pasti<br />
+</p>
+
+<p>
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap26"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXVI
+</h3>
+
+<p>
+ Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro,<br />
+ ce nandavamo, e spesso il buon maestro<br />
+ diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ feriami il sole in su lomero destro,<br />
+ che gi, raggiando, tutto loccidente<br />
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io facea con lombra pi rovente<br />
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br />
+ vidi molt ombre, andando, poner mente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa fu la cagion che diede inizio<br />
+ loro a parlar di me; e cominciarsi<br />
+ a dir: Colui non par corpo fittizio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi verso me, quanto potan farsi,<br />
+ certi si fero, sempre con riguardo<br />
+ di non uscir dove non fosser arsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O tu che vai, non per esser pi tardo,<br />
+ ma forse reverente, a li altri dopo,<br />
+ rispondi a me che n sete e n foco ardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ N solo a me la tua risposta uopo;<br />
+ ch tutti questi nhanno maggior sete<br />
+ che dacqua fredda Indo o Etopo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinne com che fai di te parete<br />
+ al sol, pur come tu non fossi ancora<br />
+ di morte intrato dentro da la rete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S mi parlava un dessi; e io mi fora<br />
+ gi manifesto, sio non fossi atteso<br />
+ ad altra novit chapparve allora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch per lo mezzo del cammino acceso<br />
+ venne gente col viso incontro a questa,<br />
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L veggio dogne parte farsi presta<br />
+ ciascun ombra e basciarsi una con una<br />
+ sanza restar, contente a brieve festa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos per entro loro schiera bruna<br />
+ sammusa luna con laltra formica,<br />
+ forse a spar lor via e lor fortuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che parton laccoglienza amica,<br />
+ prima che l primo passo l trascorra,<br />
+ sopragridar ciascuna saffatica:<br />
+</p>
+
+<p>
+ la nova gente: Soddoma e Gomorra;<br />
+ e laltra: Ne la vacca entra Pasife,<br />
+ perch l torello a sua lussuria corra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come grue cha le montagne Rife<br />
+ volasser parte, e parte inver larene,<br />
+ queste del gel, quelle del sole schife,<br />
+</p>
+
+<p>
+ luna gente sen va, laltra sen vene;<br />
+ e tornan, lagrimando, a primi canti<br />
+ e al gridar che pi lor si convene;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e raccostansi a me, come davanti,<br />
+ essi medesmi che mavean pregato,<br />
+ attenti ad ascoltar ne lor sembianti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io, che due volte avea visto lor grato,<br />
+ incominciai: O anime sicure<br />
+ daver, quando che sia, di pace stato,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non son rimase acerbe n mature<br />
+ le membra mie di l, ma son qui meco<br />
+ col sangue suo e con le sue giunture.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci s vo per non esser pi cieco;<br />
+ donna di sopra che macquista grazia,<br />
+ per che l mortal per vostro mondo reco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia<br />
+ tosto divegna, s che l ciel valberghi<br />
+ ch pien damore e pi ampio si spazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi, acci chancor carte ne verghi,<br />
+ chi siete voi, e chi quella turba<br />
+ che se ne va di retro a vostri terghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti stupido si turba<br />
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,<br />
+ quando rozzo e salvatico sinurba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ciascun ombra fece in sua paruta;<br />
+ ma poi che furon di stupore scarche,<br />
+ lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Beato te, che de le nostre marche,<br />
+ ricominci colei che pria minchiese,<br />
+ per morir meglio, esperenza imbarche!<br />
+</p>
+
+<p>
+ La gente che non vien con noi, offese<br />
+ di ci per che gi Cesar, trunfando,<br />
+ Regina contra s chiamar sintese:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per si parton Soddoma gridando,<br />
+ rimproverando a s com hai udito,<br />
+ e aiutan larsura vergognando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nostro peccato fu ermafrodito;<br />
+ ma perch non servammo umana legge,<br />
+ seguendo come bestie lappetito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br />
+ quando partinci, il nome di colei<br />
+ che simbesti ne le mbestiate schegge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br />
+ se forse a nome vuo saper chi semo,<br />
+ tempo non di dire, e non saprei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Farotti ben di me volere scemo:<br />
+ son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo<br />
+ per ben dolermi prima cha lo stremo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo<br />
+ si fer due figli a riveder la madre,<br />
+ tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand io odo nomar s stesso il padre<br />
+ mio e de li altri miei miglior che mai<br />
+ rime damore usar dolci e leggiadre;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sanza udire e dir pensoso andai<br />
+ lunga fata rimirando lui,<br />
+ n, per lo foco, in l pi mappressai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,<br />
+ tutto moffersi pronto al suo servigio<br />
+ con laffermar che fa credere altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,<br />
+ per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,<br />
+ che Let nol pu trre n far bigio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,<br />
+ dimmi che cagion per che dimostri<br />
+ nel dire e nel guardar davermi caro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: Li dolci detti vostri,<br />
+ che, quanto durer luso moderno,<br />
+ faranno cari ancora i loro incostri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O frate, disse, questi chio ti cerno<br />
+ col dito, e addit un spirto innanzi,<br />
+ fu miglior fabbro del parlar materno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Versi damore e prose di romanzi<br />
+ soverchi tutti; e lascia dir li stolti<br />
+ che quel di Lemos credon chavanzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A voce pi chal ver drizzan li volti,<br />
+ e cos ferman sua oppinone<br />
+ prima charte o ragion per lor sascolti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos fer molti antichi di Guittone,<br />
+ di grido in grido pur lui dando pregio,<br />
+ fin che lha vinto il ver con pi persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or se tu hai s ampio privilegio,<br />
+ che licito ti sia landare al chiostro<br />
+ nel quale Cristo abate del collegio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ falli per me un dir dun paternostro,<br />
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,<br />
+ dove poter peccar non pi nostro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br />
+ che presso avea, disparve per lo foco,<br />
+ come per lacqua il pesce andando al fondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br />
+ e dissi chal suo nome il mio disire<br />
+ apparecchiava grazoso loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominci liberamente a dire:<br />
+ Tan mabellis vostre cortes deman,<br />
+ quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br />
+ consiros vei la passada folor,<br />
+ e vei jausen lo joi quesper, denan.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ara vos prec, per aquella valor<br />
+ que vos guida al som de lescalina,<br />
+ sovenha vos a temps de ma dolor!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi sascose nel foco che li affina.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap27"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXVII
+</h3>
+
+<p>
+ S come quando i primi raggi vibra<br />
+ l dove il suo fattor lo sangue sparse,<br />
+ cadendo Ibero sotto lalta Libra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e londe in Gange da nona rarse,<br />
+ s stava il sole; onde l giorno sen giva,<br />
+ come langel di Dio lieto ci apparse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br />
+ e cantava Beati mundo corde!<br />
+ in voce assai pi che la nostra viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia Pi non si va, se pria non morde,<br />
+ anime sante, il foco: intrate in esso,<br />
+ e al cantar di l non siate sorde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ci disse come noi li fummo presso;<br />
+ per chio divenni tal, quando lo ntesi,<br />
+ qual colui che ne la fossa messo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In su le man commesse mi protesi,<br />
+ guardando il foco e imaginando forte<br />
+ umani corpi gi veduti accesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volsersi verso me le buone scorte;<br />
+ e Virgilio mi disse: Figliuol mio,<br />
+ qui pu esser tormento, ma non morte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ricorditi, ricorditi! E se io<br />
+ sovresso Geron ti guidai salvo,<br />
+ che far ora presso pi a Dio?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Credi per certo che se dentro a lalvo<br />
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,<br />
+ non ti potrebbe far dun capel calvo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se tu forse credi chio tinganni,<br />
+ fatti ver lei, e fatti far credenza<br />
+ con le tue mani al lembo di tuoi panni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pon gi omai, pon gi ogne temenza;<br />
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.<br />
+ E io pur fermo e contra coscenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,<br />
+ turbato un poco disse: Or vedi, figlio:<br />
+ tra Batrice e te questo muro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br />
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,<br />
+ allor che l gelso divent vermiglio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos, la mia durezza fatta solla,<br />
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome<br />
+ che ne la mente sempre mi rampolla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond ei croll la fronte e disse: Come!<br />
+ volenci star di qua?; indi sorrise<br />
+ come al fanciul si fa ch vinto al pome.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br />
+ pregando Stazio che venisse retro,<br />
+ che pria per lunga strada ci divise.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S com fui dentro, in un bogliente vetro<br />
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br />
+ tant era ivi lo ncendio sanza metro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br />
+ pur di Beatrice ragionando andava,<br />
+ dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guidavaci una voce che cantava<br />
+ di l; e noi, attenti pur a lei,<br />
+ venimmo fuor l ove si montava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venite, benedicti Patris mei,<br />
+ son dentro a un lume che l era,<br />
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;<br />
+ non varrestate, ma studiate il passo,<br />
+ mentre che loccidente non si annera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dritta salia la via per entro l sasso<br />
+ verso tal parte chio toglieva i raggi<br />
+ dinanzi a me del sol chera gi basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,<br />
+ che l sol corcar, per lombra che si spense,<br />
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E pria che n tutte le sue parti immense<br />
+ fosse orizzonte fatto duno aspetto,<br />
+ e notte avesse tutte sue dispense,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciascun di noi dun grado fece letto;<br />
+ ch la natura del monte ci affranse<br />
+ la possa del salir pi e l diletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali si stanno ruminando manse<br />
+ le capre, state rapide e proterve<br />
+ sovra le cime avante che sien pranse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tacite a lombra, mentre che l sol ferve,<br />
+ guardate dal pastor, che n su la verga<br />
+ poggiato s e lor di posa serve;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quale il mandran che fori alberga,<br />
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br />
+ guardando perch fiera non lo sperga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tali eravamo tutti e tre allotta,<br />
+ io come capra, ed ei come pastori,<br />
+ fasciati quinci e quindi dalta grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco parer potea l del di fori;<br />
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle<br />
+ di lor solere e pi chiare e maggiori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S ruminando e s mirando in quelle,<br />
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br />
+ anzi che l fatto sia, sa le novelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne lora, credo, che de lorente<br />
+ prima raggi nel monte Citerea,<br />
+ che di foco damor par sempre ardente,<br />
+</p>
+
+<p>
+ giovane e bella in sogno mi parea<br />
+ donna vedere andar per una landa<br />
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sappia qualunque il mio nome dimanda<br />
+ chi mi son Lia, e vo movendo intorno<br />
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per piacermi a lo specchio, qui maddorno;<br />
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga<br />
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ell di suoi belli occhi veder vaga<br />
+ com io de laddornarmi con le mani;<br />
+ lei lo vedere, e me lovrare appaga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E gi per li splendori antelucani,<br />
+ che tanto a pellegrin surgon pi grati,<br />
+ quanto, tornando, albergan men lontani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ le tenebre fuggian da tutti lati,<br />
+ e l sonno mio con esse; ond io levami,<br />
+ veggendo i gran maestri gi levati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel dolce pome che per tanti rami<br />
+ cercando va la cura de mortali,<br />
+ oggi porr in pace le tue fami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio inverso me queste cotali<br />
+ parole us; e mai non furo strenne<br />
+ che fosser di piacere a queste iguali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto voler sopra voler mi venne<br />
+ de lesser s, chad ogne passo poi<br />
+ al volo mi sentia crescer le penne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come la scala tutta sotto noi<br />
+ fu corsa e fummo in su l grado superno,<br />
+ in me ficc Virgilio li occhi suoi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: Il temporal foco e letterno<br />
+ veduto hai, figlio; e se venuto in parte<br />
+ dov io per me pi oltre non discerno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tratto tho qui con ingegno e con arte;<br />
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;<br />
+ fuor se de lerte vie, fuor se de larte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi lo sol che n fronte ti riluce;<br />
+ vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli<br />
+ che qui la terra sol da s produce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br />
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br />
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non aspettar mio dir pi n mio cenno;<br />
+ libero, dritto e sano tuo arbitrio,<br />
+ e fallo fora non fare a suo senno:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per chio te sovra te corono e mitrio.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap28"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Vago gi di cercar dentro e dintorno<br />
+ la divina foresta spessa e viva,<br />
+ cha li occhi temperava il novo giorno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza pi aspettar, lasciai la riva,<br />
+ prendendo la campagna lento lento<br />
+ su per lo suol che dogne parte auliva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Unaura dolce, sanza mutamento<br />
+ avere in s, mi feria per la fronte<br />
+ non di pi colpo che soave vento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per cui le fronde, tremolando, pronte<br />
+ tutte quante piegavano a la parte<br />
+ u la prim ombra gitta il santo monte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ non per dal loro esser dritto sparte<br />
+ tanto, che li augelletti per le cime<br />
+ lasciasser doperare ogne lor arte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma con piena letizia lore prime,<br />
+ cantando, ricevieno intra le foglie,<br />
+ che tenevan bordone a le sue rime,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br />
+ per la pineta in su l lito di Chiassi,<br />
+ quand olo scilocco fuor discioglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gi mavean trasportato i lenti passi<br />
+ dentro a la selva antica tanto, chio<br />
+ non potea rivedere ond io mi ntrassi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed ecco pi andar mi tolse un rio,<br />
+ che nver sinistra con sue picciole onde<br />
+ piegava lerba che n sua ripa usco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutte lacque che son di qua pi monde,<br />
+ parrieno avere in s mistura alcuna<br />
+ verso di quella, che nulla nasconde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ avvegna che si mova bruna bruna<br />
+ sotto lombra perpeta, che mai<br />
+ raggiar non lascia sole ivi n luna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Coi pi ristetti e con li occhi passai<br />
+ di l dal fiumicello, per mirare<br />
+ la gran varazion di freschi mai;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l mapparve, s com elli appare<br />
+ subitamente cosa che disvia<br />
+ per maraviglia tutto altro pensare,<br />
+</p>
+
+<p>
+ una donna soletta che si gia<br />
+ e cantando e scegliendo fior da fiore<br />
+ ond era pinta tutta la sua via.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Deh, bella donna, che a raggi damore<br />
+ ti scaldi, si vo credere a sembianti<br />
+ che soglion esser testimon del core,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vegnati in voglia di trarreti avanti,<br />
+ diss io a lei, verso questa rivera,<br />
+ tanto chio possa intender che tu canti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br />
+ Proserpina nel tempo che perdette<br />
+ la madre lei, ed ella primavera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si volge, con le piante strette<br />
+ a terra e intra s, donna che balli,<br />
+ e piede innanzi piede a pena mette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br />
+ fioretti verso me, non altrimenti<br />
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fece i prieghi miei esser contenti,<br />
+ s appressando s, che l dolce suono<br />
+ veniva a me co suoi intendimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che fu l dove lerbe sono<br />
+ bagnate gi da londe del bel fiume,<br />
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che splendesse tanto lume<br />
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta<br />
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella ridea da laltra riva dritta,<br />
+ trattando pi color con le sue mani,<br />
+ che lalta terra sanza seme gitta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;<br />
+ ma Elesponto, l ve pass Serse,<br />
+ ancora freno a tutti orgogli umani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ pi odio da Leandro non sofferse<br />
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,<br />
+ che quel da me perch allor non saperse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voi siete nuovi, e forse perch io rido,<br />
+ cominci ella, in questo luogo eletto<br />
+ a lumana natura per suo nido,<br />
+</p>
+
+<p>
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;<br />
+ ma luce rende il salmo Delectasti,<br />
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tu che se dinanzi e mi pregasti,<br />
+ d saltro vuoli udir; chi venni presta<br />
+ ad ogne tua question tanto che basti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lacqua, diss io, e l suon de la foresta<br />
+ impugnan dentro a me novella fede<br />
+ di cosa chio udi contraria a questa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond ella: Io dicer come procede<br />
+ per sua cagion ci chammirar ti face,<br />
+ e purgher la nebbia che ti fiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,<br />
+ f luom buono e a bene, e questo loco<br />
+ diede per arr a lui detterna pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per sua difalta qui dimor poco;<br />
+ per sua difalta in pianto e in affanno<br />
+ cambi onesto riso e dolce gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perch l turbar che sotto da s fanno<br />
+ lessalazion de lacqua e de la terra,<br />
+ che quanto posson dietro al calor vanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a luomo non facesse alcuna guerra,<br />
+ questo monte salo verso l ciel tanto,<br />
+ e libero n dindi ove si serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or perch in circuito tutto quanto<br />
+ laere si volge con la prima volta,<br />
+ se non li rotto il cerchio dalcun canto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in questa altezza ch tutta disciolta<br />
+ ne laere vivo, tal moto percuote,<br />
+ e fa sonar la selva perch folta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la percossa pianta tanto puote,<br />
+ che de la sua virtute laura impregna<br />
+ e quella poi, girando, intorno scuote;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e laltra terra, secondo ch degna<br />
+ per s e per suo ciel, concepe e figlia<br />
+ di diverse virt diverse legna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non parrebbe di l poi maraviglia,<br />
+ udito questo, quando alcuna pianta<br />
+ sanza seme palese vi sappiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E saper dei che la campagna santa<br />
+ dove tu se, dogne semenza piena,<br />
+ e frutto ha in s che di l non si schianta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lacqua che vedi non surge di vena<br />
+ che ristori vapor che gel converta,<br />
+ come fiume chacquista e perde lena;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma esce di fontana salda e certa,<br />
+ che tanto dal voler di Dio riprende,<br />
+ quant ella versa da due parti aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questa parte con virt discende<br />
+ che toglie altrui memoria del peccato;<br />
+ da laltra dogne ben fatto la rende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci Let; cos da laltro lato<br />
+ Eno si chiama, e non adopra<br />
+ se quinci e quindi pria non gustato:<br />
+</p>
+
+<p>
+ a tutti altri sapori esto di sopra.<br />
+ E avvegna chassai possa esser sazia<br />
+ la sete tua perch io pi non ti scuopra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ darotti un corollario ancor per grazia;<br />
+ n credo che l mio dir ti sia men caro,<br />
+ se oltre promession teco si spazia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelli chanticamente poetaro<br />
+ let de loro e suo stato felice,<br />
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui fu innocente lumana radice;<br />
+ qui primavera sempre e ogne frutto;<br />
+ nettare questo di che ciascun dice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi n dietro allora tutto<br />
+ a miei poeti, e vidi che con riso<br />
+ udito avan lultimo costrutto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi a la bella donna torna il viso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap29"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXIX
+</h3>
+
+<p>
+ Cantando come donna innamorata,<br />
+ contin col fin di sue parole:<br />
+ Beati quorum tecta sunt peccata!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come ninfe che si givan sole<br />
+ per le salvatiche ombre, disando<br />
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,<br />
+</p>
+
+<p>
+ allor si mosse contra l fiume, andando<br />
+ su per la riva; e io pari di lei,<br />
+ picciol passo con picciol seguitando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non eran cento tra suoi passi e miei,<br />
+ quando le ripe igualmente dier volta,<br />
+ per modo cha levante mi rendei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ N ancor fu cos nostra via molta,<br />
+ quando la donna tutta a me si torse,<br />
+ dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco un lustro sbito trascorse<br />
+ da tutte parti per la gran foresta,<br />
+ tal che di balenar mi mise in forse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch l balenar, come vien, resta,<br />
+ e quel, durando, pi e pi splendeva,<br />
+ nel mio pensier dicea: Che cosa questa?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E una melodia dolce correva<br />
+ per laere luminoso; onde buon zelo<br />
+ mi f riprender lardimento dEva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l dove ubidia la terra e l cielo,<br />
+ femmina, sola e pur test formata,<br />
+ non sofferse di star sotto alcun velo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sotto l qual se divota fosse stata,<br />
+ avrei quelle ineffabili delizie<br />
+ sentite prima e pi lunga fata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr io mandava tra tante primizie<br />
+ de letterno piacer tutto sospeso,<br />
+ e disoso ancora a pi letizie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br />
+ ci si f laere sotto i verdi rami;<br />
+ e l dolce suon per canti era gi inteso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O sacrosante Vergini, se fami,<br />
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br />
+ cagion mi sprona chio merc vi chiami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or convien che Elicona per me versi,<br />
+ e Urane maiuti col suo coro<br />
+ forti cose a pensar mettere in versi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco pi oltre, sette alberi doro<br />
+ falsava nel parere il lungo tratto<br />
+ del mezzo chera ancor tra noi e loro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma quand i fui s presso di lor fatto,<br />
+ che lobietto comun, che l senso inganna,<br />
+ non perdea per distanza alcun suo atto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la virt cha ragion discorso ammanna,<br />
+ s com elli eran candelabri apprese,<br />
+ e ne le voci del cantare Osanna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br />
+ pi chiaro assai che luna per sereno<br />
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi dammirazion pieno<br />
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br />
+ con vista carca di stupor non meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi rendei laspetto a lalte cose<br />
+ che si movieno incontr a noi s tardi,<br />
+ che foran vinte da novelle spose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La donna mi sgrid: Perch pur ardi<br />
+ s ne laffetto de le vive luci,<br />
+ e ci che vien di retro a lor non guardi?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Genti vid io allor, come a lor duci,<br />
+ venire appresso, vestite di bianco;<br />
+ e tal candor di qua gi mai non fuci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lacqua imprenda dal sinistro fianco,<br />
+ e rendea me la mia sinistra costa,<br />
+ sio riguardava in lei, come specchio anco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand io da la mia riva ebbi tal posta,<br />
+ che solo il fiume mi facea distante,<br />
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi le fiammelle andar davante,<br />
+ lasciando dietro a s laere dipinto,<br />
+ e di tratti pennelli avean sembiante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ s che l sopra rimanea distinto<br />
+ di sette liste, tutte in quei colori<br />
+ onde fa larco il Sole e Delia il cinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori<br />
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br />
+ diece passi distavan quei di fori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sotto cos bel ciel com io diviso,<br />
+ ventiquattro seniori, a due a due,<br />
+ coronati venien di fiordaliso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti cantavan: Benedicta tue<br />
+ ne le figlie dAdamo, e benedette<br />
+ sieno in etterno le bellezze tue!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che i fiori e laltre fresche erbette<br />
+ a rimpetto di me da laltra sponda<br />
+ libere fuor da quelle genti elette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ s come luce luce in ciel seconda,<br />
+ vennero appresso lor quattro animali,<br />
+ coronati ciascun di verde fronda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ognuno era pennuto di sei ali;<br />
+ le penne piene docchi; e li occhi dArgo,<br />
+ se fosser vivi, sarebber cotali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A descriver lor forme pi non spargo<br />
+ rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,<br />
+ tanto cha questa non posso esser largo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma leggi Ezechel, che li dipigne<br />
+ come li vide da la fredda parte<br />
+ venir con vento e con nube e con igne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quali i troverai ne le sue carte,<br />
+ tali eran quivi, salvo cha le penne<br />
+ Giovanni meco e da lui si diparte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br />
+ un carro, in su due rote, trunfale,<br />
+ chal collo dun grifon tirato venne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esso tendeva in s luna e laltra ale<br />
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,<br />
+ s cha nulla, fendendo, facea male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto salivan che non eran viste;<br />
+ le membra doro avea quant era uccello,<br />
+ e bianche laltre, di vermiglio miste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non che Roma di carro cos bello<br />
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br />
+ ma quel del Sol saria pover con ello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quel del Sol che, svando, fu combusto<br />
+ per lorazion de la Terra devota,<br />
+ quando fu Giove arcanamente giusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre donne in giro da la destra rota<br />
+ venian danzando; luna tanto rossa<br />
+ cha pena fora dentro al foco nota;<br />
+</p>
+
+<p>
+ laltr era come se le carni e lossa<br />
+ fossero state di smeraldo fatte;<br />
+ la terza parea neve test mossa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e or paran da la bianca tratte,<br />
+ or da la rossa; e dal canto di questa<br />
+ laltre toglien landare e tarde e ratte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da la sinistra quattro facean festa,<br />
+ in porpore vestite, dietro al modo<br />
+ duna di lor chavea tre occhi in testa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso tutto il pertrattato nodo<br />
+ vidi due vecchi in abito dispari,<br />
+ ma pari in atto e onesto e sodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lun si mostrava alcun de famigliari<br />
+ di quel sommo Ipocrte che natura<br />
+ a li animali f chell ha pi cari;<br />
+</p>
+
+<p>
+ mostrava laltro la contraria cura<br />
+ con una spada lucida e aguta,<br />
+ tal che di qua dal rio mi f paura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi vidi quattro in umile paruta;<br />
+ e di retro da tutti un vecchio solo<br />
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questi sette col primaio stuolo<br />
+ erano abitati, ma di gigli<br />
+ dintorno al capo non facan brolo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ anzi di rose e daltri fior vermigli;<br />
+ giurato avria poco lontano aspetto<br />
+ che tutti ardesser di sopra da cigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,<br />
+ un tuon sud, e quelle genti degne<br />
+ parvero aver landar pi interdetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fermandosi ivi con le prime insegne.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap30"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXX
+</h3>
+
+<p>
+ Quando il settentron del primo cielo,<br />
+ che n occaso mai seppe n orto<br />
+ n daltra nebbia che di colpa velo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che faceva l ciascun accorto<br />
+ di suo dover, come l pi basso face<br />
+ qual temon gira per venire a porto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fermo saffisse: la gente verace,<br />
+ venuta prima tra l grifone ed esso,<br />
+ al carro volse s come a sua pace;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e un di loro, quasi da ciel messo,<br />
+ Veni, sponsa, de Libano cantando<br />
+ grid tre volte, e tutti li altri appresso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali i beati al novissimo bando<br />
+ surgeran presti ognun di sua caverna,<br />
+ la revestita voce alleluiando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotali in su la divina basterna<br />
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,<br />
+ ministri e messaggier di vita etterna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti dicean: Benedictus qui venis!,<br />
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,<br />
+ Manibus, oh, date lila plenis!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi gi nel cominciar del giorno<br />
+ la parte orental tutta rosata,<br />
+ e laltro ciel di bel sereno addorno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la faccia del sol nascere ombrata,<br />
+ s che per temperanza di vapori<br />
+ locchio la sostenea lunga fata:<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos dentro una nuvola di fiori<br />
+ che da le mani angeliche saliva<br />
+ e ricadeva in gi dentro e di fori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sovra candido vel cinta duliva<br />
+ donna mapparve, sotto verde manto<br />
+ vestita di color di fiamma viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E lo spirito mio, che gi cotanto<br />
+ tempo era stato cha la sua presenza<br />
+ non era di stupor, tremando, affranto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza de li occhi aver pi conoscenza,<br />
+ per occulta virt che da lei mosse,<br />
+ dantico amor sent la gran potenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che ne la vista mi percosse<br />
+ lalta virt che gi mavea trafitto<br />
+ prima chio fuor di perizia fosse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volsimi a la sinistra col respitto<br />
+ col quale il fantolin corre a la mamma<br />
+ quando ha paura o quando elli afflitto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per dicere a Virgilio: Men che dramma<br />
+ di sangue m rimaso che non tremi:<br />
+ conosco i segni de lantica fiamma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma Virgilio navea lasciati scemi<br />
+ di s, Virgilio dolcissimo patre,<br />
+ Virgilio a cui per mia salute diemi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ n quantunque perdeo lantica matre,<br />
+ valse a le guance nette di rugiada,<br />
+ che, lagrimando, non tornasser atre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dante, perch Virgilio se ne vada,<br />
+ non pianger anco, non piangere ancora;<br />
+ ch pianger ti conven per altra spada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br />
+ viene a veder la gente che ministra<br />
+ per li altri legni, e a ben far lincora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ in su la sponda del carro sinistra,<br />
+ quando mi volsi al suon del nome mio,<br />
+ che di necessit qui si registra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi la donna che pria mappario<br />
+ velata sotto langelica festa,<br />
+ drizzar li occhi ver me di qua dal rio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutto che l vel che le scendea di testa,<br />
+ cerchiato de le fronde di Minerva,<br />
+ non la lasciasse parer manifesta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ regalmente ne latto ancor proterva<br />
+ contin come colui che dice<br />
+ e l pi caldo parlar dietro reserva:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br />
+ Come degnasti daccedere al monte?<br />
+ non sapei tu che qui luom felice?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;<br />
+ ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,<br />
+ tanta vergogna mi grav la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos la madre al figlio par superba,<br />
+ com ella parve a me; perch damaro<br />
+ sente il sapor de la pietade acerba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro<br />
+ di sbito In te, Domine, speravi;<br />
+ ma oltre pedes meos non passaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S come neve tra le vive travi<br />
+ per lo dosso dItalia si congela,<br />
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi, liquefatta, in s stessa trapela,<br />
+ pur che la terra che perde ombra spiri,<br />
+ s che par foco fonder la candela;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos fui sanza lagrime e sospiri<br />
+ anzi l cantar di quei che notan sempre<br />
+ dietro a le note de li etterni giri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma poi che ntesi ne le dolci tempre<br />
+ lor compatire a me, par che se detto<br />
+ avesser: Donna, perch s lo stempre?,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo gel che mera intorno al cor ristretto,<br />
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia<br />
+ de la bocca e de li occhi usc del petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia<br />
+ del carro stando, a le sustanze pie<br />
+ volse le sue parole cos poscia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voi vigilate ne letterno die,<br />
+ s che notte n sonno a voi non fura<br />
+ passo che faccia il secol per sue vie;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde la mia risposta con pi cura<br />
+ che mintenda colui che di l piagne,<br />
+ perch sia colpa e duol duna misura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non pur per ovra de le rote magne,<br />
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br />
+ secondo che le stelle son compagne,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per larghezza di grazie divine,<br />
+ che s alti vapori hanno a lor piova,<br />
+ che nostre viste l non van vicine,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questi fu tal ne la sua vita nova<br />
+ virtalmente, chogne abito destro<br />
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tanto pi maligno e pi silvestro<br />
+ si fa l terren col mal seme e non clto,<br />
+ quant elli ha pi di buon vigor terrestro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br />
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,<br />
+ meco il menava in dritta parte vlto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S tosto come in su la soglia fui<br />
+ di mia seconda etade e mutai vita,<br />
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando di carne a spirto era salita,<br />
+ e bellezza e virt cresciuta mera,<br />
+ fu io a lui men cara e men gradita;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volse i passi suoi per via non vera,<br />
+ imagini di ben seguendo false,<br />
+ che nulla promession rendono intera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ N limpetrare ispirazion mi valse,<br />
+ con le quali e in sogno e altrimenti<br />
+ lo rivocai: s poco a lui ne calse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto gi cadde, che tutti argomenti<br />
+ a la salute sua eran gi corti,<br />
+ fuor che mostrarli le perdute genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per questo visitai luscio di morti,<br />
+ e a colui che lha qua s condotto,<br />
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br />
+ se Let si passasse e tal vivanda<br />
+ fosse gustata sanza alcuno scotto<br />
+</p>
+
+<p>
+ di pentimento che lagrime spanda.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap31"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXXI
+</h3>
+
+<p>
+ O tu che se di l dal fiume sacro,<br />
+ volgendo suo parlare a me per punta,<br />
+ che pur per taglio mera paruto acro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ricominci, seguendo sanza cunta,<br />
+ d, d se questo vero: a tanta accusa<br />
+ tua confession conviene esser congiunta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era la mia virt tanto confusa,<br />
+ che la voce si mosse, e pria si spense<br />
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco sofferse; poi disse: Che pense?<br />
+ Rispondi a me; ch le memorie triste<br />
+ in te non sono ancor da lacqua offense.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Confusione e paura insieme miste<br />
+ mi pinsero un tal s fuor de la bocca,<br />
+ al quale intender fuor mestier le viste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come balestro frange, quando scocca<br />
+ da troppa tesa, la sua corda e larco,<br />
+ e con men foga lasta il segno tocca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ s scoppia io sottesso grave carco,<br />
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br />
+ e la voce allent per lo suo varco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond ella a me: Per entro i mie disiri,<br />
+ che ti menavano ad amar lo bene<br />
+ di l dal qual non a che saspiri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quai fossi attraversati o quai catene<br />
+ trovasti, per che del passare innanzi<br />
+ dovessiti cos spogliar la spene?<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quali agevolezze o quali avanzi<br />
+ ne la fronte de li altri si mostraro,<br />
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dopo la tratta dun sospiro amaro,<br />
+ a pena ebbi la voce che rispuose,<br />
+ e le labbra a fatica la formaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Piangendo dissi: Le presenti cose<br />
+ col falso lor piacer volser miei passi,<br />
+ tosto che l vostro viso si nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella: Se tacessi o se negassi<br />
+ ci che confessi, non fora men nota<br />
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quando scoppia de la propria gota<br />
+ laccusa del peccato, in nostra corte<br />
+ rivolge s contra l taglio la rota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tuttavia, perch mo vergogna porte<br />
+ del tuo errore, e perch altra volta,<br />
+ udendo le serene, sie pi forte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ pon gi il seme del piangere e ascolta:<br />
+ s udirai come in contraria parte<br />
+ mover dovieti mia carne sepolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mai non tappresent natura o arte<br />
+ piacer, quanto le belle membra in chio<br />
+ rinchiusa fui, e che so n terra sparte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se l sommo piacer s ti fallio<br />
+ per la mia morte, qual cosa mortale<br />
+ dovea poi trarre te nel suo disio?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale<br />
+ de le cose fallaci, levar suso<br />
+ di retro a me che non era pi tale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br />
+ ad aspettar pi colpo, o pargoletta<br />
+ o altra novit con s breve uso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Novo augelletto due o tre aspetta;<br />
+ ma dinanzi da li occhi di pennuti<br />
+ rete si spiega indarno o si saetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali fanciulli, vergognando, muti<br />
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br />
+ e s riconoscendo e ripentuti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi stav io; ed ella disse: Quando<br />
+ per udir se dolente, alza la barba,<br />
+ e prenderai pi doglia riguardando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con men di resistenza si dibarba<br />
+ robusto cerro, o vero al nostral vento<br />
+ o vero a quel de la terra di Iarba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ chio non levai al suo comando il mento;<br />
+ e quando per la barba il viso chiese,<br />
+ ben conobbi il velen de largomento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come la mia faccia si distese,<br />
+ posarsi quelle prime creature<br />
+ da loro asperson locchio comprese;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e le mie luci, ancor poco sicure,<br />
+ vider Beatrice volta in su la fiera<br />
+ ch sola una persona in due nature.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sotto l suo velo e oltre la rivera<br />
+ vincer pariemi pi s stessa antica,<br />
+ vincer che laltre qui, quand ella cera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di penter s mi punse ivi lortica,<br />
+ che di tutte altre cose qual mi torse<br />
+ pi nel suo amor, pi mi si f nemica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br />
+ chio caddi vinto; e quale allora femmi,<br />
+ salsi colei che la cagion mi porse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,<br />
+ la donna chio avea trovata sola<br />
+ sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tratto mavea nel fiume infin la gola,<br />
+ e tirandosi me dietro sen giva<br />
+ sovresso lacqua lieve come scola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando fui presso a la beata riva,<br />
+ Asperges me s dolcemente udissi,<br />
+ che nol so rimembrar, non chio lo scriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bella donna ne le braccia aprissi;<br />
+ abbracciommi la testa e mi sommerse<br />
+ ove convenne chio lacqua inghiottissi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi mi tolse, e bagnato mofferse<br />
+ dentro a la danza de le quattro belle;<br />
+ e ciascuna del braccio mi coperse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br />
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,<br />
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br />
+ lume ch dentro aguzzeranno i tuoi<br />
+ le tre di l, che miran pi profondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos cantando cominciaro; e poi<br />
+ al petto del grifon seco menarmi,<br />
+ ove Beatrice stava volta a noi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Disser: Fa che le viste non risparmi;<br />
+ posto tavem dinanzi a li smeraldi<br />
+ ond Amor gi ti trasse le sue armi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mille disiri pi che fiamma caldi<br />
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br />
+ che pur sopra l grifone stavan saldi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br />
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,<br />
+ or con altri, or con altri reggimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pensa, lettor, sio mi maravigliava,<br />
+ quando vedea la cosa in s star queta,<br />
+ e ne lidolo suo si trasmutava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che piena di stupore e lieta<br />
+ lanima mia gustava di quel cibo<br />
+ che, saziando di s, di s asseta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ s dimostrando di pi alto tribo<br />
+ ne li atti, laltre tre si fero avanti,<br />
+ danzando al loro angelico caribo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,<br />
+ era la sua canzone, al tuo fedele<br />
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per grazia fa noi grazia che disvele<br />
+ a lui la bocca tua, s che discerna<br />
+ la seconda bellezza che tu cele.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O isplendor di viva luce etterna,<br />
+ chi palido si fece sotto lombra<br />
+ s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non paresse aver la mente ingombra,<br />
+ tentando a render te qual tu paresti<br />
+ l dove armonizzando il ciel tadombra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando ne laere aperto ti solvesti?<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap32"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXXII
+</h3>
+
+<p>
+ Tant eran li occhi miei fissi e attenti<br />
+ a disbramarsi la decenne sete,<br />
+ che li altri sensi meran tutti spenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed essi quinci e quindi avien parete<br />
+ di non calercos lo santo riso<br />
+ a s trali con lantica rete!;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando per forza mi fu vlto il viso<br />
+ ver la sinistra mia da quelle dee,<br />
+ perch io udi da loro un Troppo fiso!;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la disposizion cha veder e<br />
+ ne li occhi pur test dal sol percossi,<br />
+ sanza la vista alquanto esser mi fe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi chal poco il viso riformossi<br />
+ (e dico al poco per rispetto al molto<br />
+ sensibile onde a forza mi rimossi),<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi n sul braccio destro esser rivolto<br />
+ lo gloroso essercito, e tornarsi<br />
+ col sole e con le sette fiamme al volto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come sotto li scudi per salvarsi<br />
+ volgesi schiera, e s gira col segno,<br />
+ prima che possa tutta in s mutarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quella milizia del celeste regno<br />
+ che procedeva, tutta trapassonne<br />
+ pria che piegasse il carro il primo legno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi a le rote si tornar le donne,<br />
+ e l grifon mosse il benedetto carco<br />
+ s, che per nulla penna crollonne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bella donna che mi trasse al varco<br />
+ e Stazio e io seguitavam la rota<br />
+ che f lorbita sua con minore arco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S passeggiando lalta selva vta,<br />
+ colpa di quella chal serpente crese,<br />
+ temprava i passi unangelica nota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forse in tre voli tanto spazio prese<br />
+ disfrenata saetta, quanto eramo<br />
+ rimossi, quando Batrice scese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io senti mormorare a tutti Adamo;<br />
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata<br />
+ di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La coma sua, che tanto si dilata<br />
+ pi quanto pi s, fora da lIndi<br />
+ ne boschi lor per altezza ammirata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Beato se, grifon, che non discindi<br />
+ col becco desto legno dolce al gusto,<br />
+ poscia che mal si torce il ventre quindi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos dintorno a lalbero robusto<br />
+ gridaron li altri; e lanimal binato:<br />
+ S si conserva il seme dogne giusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vlto al temo chelli avea tirato,<br />
+ trasselo al pi de la vedova frasca,<br />
+ e quel di lei a lei lasci legato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come le nostre piante, quando casca<br />
+ gi la gran luce mischiata con quella<br />
+ che raggia dietro a la celeste lasca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ turgide fansi, e poi si rinovella<br />
+ di suo color ciascuna, pria che l sole<br />
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;<br />
+</p>
+
+<p>
+ men che di rose e pi che di vole<br />
+ colore aprendo, sinnov la pianta,<br />
+ che prima avea le ramora s sole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non lo ntesi, n qui non si canta<br />
+ linno che quella gente allor cantaro,<br />
+ n la nota soffersi tutta quanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sio potessi ritrar come assonnaro<br />
+ li occhi spietati udendo di Siringa,<br />
+ li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ come pintor che con essempro pinga,<br />
+ disegnerei com io maddormentai;<br />
+ ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per trascorro a quando mi svegliai,<br />
+ e dico chun splendor mi squarci l velo<br />
+ del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali a veder de fioretti del melo<br />
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti<br />
+ e perpete nozze fa nel cielo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br />
+ e vinti, ritornaro a la parola<br />
+ da la qual furon maggior sonni rotti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e videro scemata loro scuola<br />
+ cos di Mos come dElia,<br />
+ e al maestro suo cangiata stola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal torna io, e vidi quella pia<br />
+ sovra me starsi che conducitrice<br />
+ fu de miei passi lungo l fiume pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?.<br />
+ Ond ella: Vedi lei sotto la fronda<br />
+ nova sedere in su la sua radice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi la compagnia che la circonda:<br />
+ li altri dopo l grifon sen vanno suso<br />
+ con pi dolce canzone e pi profonda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se pi fu lo suo parlar diffuso,<br />
+ non so, per che gi ne li occhi mera<br />
+ quella chad altro intender mavea chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sola sedeasi in su la terra vera,<br />
+ come guardia lasciata l del plaustro<br />
+ che legar vidi a la biforme fera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In cerchio le facevan di s claustro<br />
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano<br />
+ che son sicuri dAquilone e dAustro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui sarai tu poco tempo silvano;<br />
+ e sarai meco sanza fine cive<br />
+ di quella Roma onde Cristo romano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per, in pro del mondo che mal vive,<br />
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br />
+ ritornato di l, fa che tu scrive.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br />
+ di suoi comandamenti era divoto,<br />
+ la mente e li occhi ov ella volle diedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non scese mai con s veloce moto<br />
+ foco di spessa nube, quando piove<br />
+ da quel confine che pi va remoto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com io vidi calar luccel di Giove<br />
+ per lalber gi, rompendo de la scorza,<br />
+ non che di fiori e de le foglie nove;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fer l carro di tutta sua forza;<br />
+ ond el pieg come nave in fortuna,<br />
+ vinta da londa, or da poggia, or da orza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br />
+ del trunfal veiculo una volpe<br />
+ che dogne pasto buon parea digiuna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,<br />
+ la donna mia la volse in tanta futa<br />
+ quanto sofferser lossa sanza polpe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia per indi ond era pria venuta,<br />
+ laguglia vidi scender gi ne larca<br />
+ del carro e lasciar lei di s pennuta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qual esce di cuor che si rammarca,<br />
+ tal voce usc del cielo e cotal disse:<br />
+ O navicella mia, com mal se carca!.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi parve a me che la terra saprisse<br />
+ trambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br />
+ che per lo carro s la coda fisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come vespa che ritragge lago,<br />
+ a s traendo la coda maligna,<br />
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che rimase, come da gramigna<br />
+ vivace terra, da la piuma, offerta<br />
+ forse con intenzion sana e benigna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si ricoperse, e funne ricoperta<br />
+ e luna e laltra rota e l temo, in tanto<br />
+ che pi tiene un sospir la bocca aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trasformato cos l dificio santo<br />
+ mise fuor teste per le parti sue,<br />
+ tre sovra l temo e una in ciascun canto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le prime eran cornute come bue,<br />
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br />
+ simile mostro visto ancor non fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,<br />
+ seder sovresso una puttana sciolta<br />
+ mapparve con le ciglia intorno pronte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come perch non li fosse tolta,<br />
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;<br />
+ e basciavansi insieme alcuna volta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch locchio cupido e vagante<br />
+ a me rivolse, quel feroce drudo<br />
+ la flagell dal capo infin le piante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi, di sospetto pieno e dira crudo,<br />
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br />
+ tanto che sol di lei mi fece scudo<br />
+</p>
+
+<p>
+ a la puttana e a la nova belva.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap33"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio Canto XXXIII
+</h3>
+
+<p>
+ Deus, venerunt gentes, alternando<br />
+ or tre or quattro dolce salmodia,<br />
+ le donne incominciaro, e lagrimando;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Batrice, sospirosa e pia,<br />
+ quelle ascoltava s fatta, che poco<br />
+ pi a la croce si cambi Maria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi che laltre vergini dier loco<br />
+ a lei di dir, levata dritta in p,<br />
+ rispuose, colorata come foco:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Modicum, et non videbitis me;<br />
+ et iterum, sorelle mie dilette,<br />
+ modicum, et vos videbitis me.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br />
+ e dopo s, solo accennando, mosse<br />
+ me e la donna e l savio che ristette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cos sen giva; e non credo che fosse<br />
+ lo decimo suo passo in terra posto,<br />
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,<br />
+ mi disse, tanto che, sio parlo teco,<br />
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S com io fui, com io dova, seco,<br />
+ dissemi: Frate, perch non tattenti<br />
+ a domandarmi omai venendo meco?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a color che troppo reverenti<br />
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,<br />
+ che non traggon la voce viva ai denti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ avvenne a me, che sanza intero suono<br />
+ incominciai: Madonna, mia bisogna<br />
+ voi conoscete, e ci chad essa buono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella a me: Da tema e da vergogna<br />
+ voglio che tu omai ti disviluppe,<br />
+ s che non parli pi com om che sogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sappi che l vaso che l serpente ruppe,<br />
+ fu e non ; ma chi nha colpa, creda<br />
+ che vendetta di Dio non teme suppe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non sar tutto tempo sanza reda<br />
+ laguglia che lasci le penne al carro,<br />
+ per che divenne mostro e poscia preda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ chio veggio certamente, e per il narro,<br />
+ a darne tempo gi stelle propinque,<br />
+ secure dogn intoppo e dogne sbarro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,<br />
+ messo di Dio, ancider la fuia<br />
+ con quel gigante che con lei delinque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E forse che la mia narrazion buia,<br />
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br />
+ perch a lor modo lo ntelletto attuia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,<br />
+ che solveranno questo enigma forte<br />
+ sanza danno di pecore o di biade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu nota; e s come da me son porte,<br />
+ cos queste parole segna a vivi<br />
+ del viver ch un correre a la morte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br />
+ di non celar qual hai vista la pianta<br />
+ ch or due volte dirubata quivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,<br />
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,<br />
+ che solo a luso suo la cre santa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per morder quella, in pena e in disio<br />
+ cinquemilia anni e pi lanima prima<br />
+ bram colui che l morso in s punio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dorme lo ngegno tuo, se non estima<br />
+ per singular cagione esser eccelsa<br />
+ lei tanto e s travolta ne la cima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se stati non fossero acqua dElsa<br />
+ li pensier vani intorno a la tua mente,<br />
+ e l piacer loro un Piramo a la gelsa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per tante circostanze solamente<br />
+ la giustizia di Dio, ne linterdetto,<br />
+ conosceresti a larbor moralmente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch io veggio te ne lo ntelletto<br />
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br />
+ s che tabbaglia il lume del mio detto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br />
+ che l te ne porti dentro a te per quello<br />
+ che si reca il bordon di palma cinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: S come cera da suggello,<br />
+ che la figura impressa non trasmuta,<br />
+ segnato or da voi lo mio cervello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch tanto sovra mia veduta<br />
+ vostra parola disata vola,<br />
+ che pi la perde quanto pi saiuta?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perch conoschi, disse, quella scuola<br />
+ chai seguitata, e veggi sua dottrina<br />
+ come pu seguitar la mia parola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e veggi vostra via da la divina<br />
+ distar cotanto, quanto si discorda<br />
+ da terra il ciel che pi alto festina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda<br />
+ chi stranasse me gi mai da voi,<br />
+ n honne coscenza che rimorda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se tu ricordar non te ne puoi,<br />
+ sorridendo rispuose, or ti rammenta<br />
+ come bevesti di Let ancoi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se dal fummo foco sargomenta,<br />
+ cotesta oblivon chiaro conchiude<br />
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente oramai saranno nude<br />
+ le mie parole, quanto converrassi<br />
+ quelle scovrire a la tua vista rude.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E pi corusco e con pi lenti passi<br />
+ teneva il sole il cerchio di merigge,<br />
+ che qua e l, come li aspetti, fassi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando saffisser, s come saffigge<br />
+ chi va dinanzi a gente per iscorta<br />
+ se trova novitate o sue vestigge,<br />
+</p>
+
+<p>
+ le sette donne al fin dunombra smorta,<br />
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri<br />
+ sovra suoi freddi rivi lalpe porta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi ad esse ufrats e Tigri<br />
+ veder mi parve uscir duna fontana,<br />
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O luce, o gloria de la gente umana,<br />
+ che acqua questa che qui si dispiega<br />
+ da un principio e s da s lontana?.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per cotal priego detto mi fu: Priega<br />
+ Matelda che l ti dica. E qui rispuose,<br />
+ come fa chi da colpa si dislega,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la bella donna: Questo e altre cose<br />
+ dette li son per me; e son sicura<br />
+ che lacqua di Let non gliel nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Batrice: Forse maggior cura,<br />
+ che spesse volte la memoria priva,<br />
+ fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi Eno che l diriva:<br />
+ menalo ad esso, e come tu se usa,<br />
+ la tramortita sua virt ravviva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come anima gentil, che non fa scusa,<br />
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui<br />
+ tosto che per segno fuor dischiusa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cos, poi che da essa preso fui,<br />
+ la bella donna mossesi, e a Stazio<br />
+ donnescamente disse: Vien con lui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sio avessi, lettor, pi lungo spazio<br />
+ da scrivere, i pur cantere in parte<br />
+ lo dolce ber che mai non mavria sazio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma perch piene son tutte le carte<br />
+ ordite a questa cantica seconda,<br />
+ non mi lascia pi ir lo fren de larte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io ritornai da la santissima onda<br />
+ rifatto s come piante novelle<br />
+ rinovellate di novella fronda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ puro e disposto a salire a le stelle.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p>
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -<br />
+</p>
+
+<p>
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI<br />
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS<br />
+</p>
+
+<p>
+ = a grave<br />
+ = e grave<br />
+ = i grave<br />
+ = o grave<br />
+ = u grave<br />
+</p>
+
+<p>
+ = e acute<br />
+ = o acute<br />
+</p>
+
+<p>
+ = a uml<br />
+ = e uml<br />
+ = i uml<br />
+ = o uml<br />
+ = u uml<br />
+</p>
+
+<p>
+ = E grave<br />
+ = E uml<br />
+ = I uml<br />
+</p>
+
+<p>
+ = left angle quotation mark<br />
+ = right angle quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ = left double quotation mark<br />
+ = right double quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ = left single quotation mark<br />
+ = right single quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ = em dash<br />
+</p>
+
+<p>
+ = middot<br />
+</p>
+
+<p>
+ . . . = ellipsis<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /><br /></p>
+
+
+
+
+
+
+
+
+<pre>
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by
+Dante Alighieri
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO ***
+
+***** This file should be named 1010-h.htm or 1010-h.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ http://www.gutenberg.org/1/0/1/1010/
+
+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
+version by Al Haines.
+
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+be renamed.
+
+Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
+law means that no one owns a United States copyright in these works,
+so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
+States without permission and without paying copyright
+royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
+of this license, apply to copying and distributing Project
+Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
+concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
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+specific permission. If you do not charge anything for copies of this
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+for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports,
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+START: FULL LICENSE
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+by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
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+Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
+of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
+works in the collection are in the public domain in the United
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+claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
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+Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
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+ Literary Archive Foundation."
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+the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
+without further opportunities to fix the problem.
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+agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
+limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
+unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
+remaining provisions.
+
+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
+accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
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+electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
+including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
+the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
+or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
+additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
+Defect you cause.
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of
+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
+from people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
+Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
+www.gutenberg.org
+
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
+U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
+mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
+volunteers and employees are scattered throughout numerous
+locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
+Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
+date contact information can be found at the Foundation's web site and
+official page at www.gutenberg.org/contact
+
+For additional contact information:
+
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
+DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
+state visit www.gutenberg.org/donate
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
+
+
+
+</pre>
+
+</body>
+
+</html>
+
diff --git a/old/old/2ddc809a.txt b/old/old/2ddc809a.txt
new file mode 100644
index 0000000..10349b7
--- /dev/null
+++ b/old/old/2ddc809a.txt
@@ -0,0 +1,6905 @@
+Project Gutenberg's Etext "Divina Commedia di Dante: Purgatorio"
+In Italian with accents [8-bit text]
+Please see my notes about various versions beneath this header.
+
+
+Copyright laws are changing all over the world, be sure to check
+the copyright laws for your country before posting these files!!
+
+Please take a look at the important information in this header.
+We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an
+electronic path open for the next readers. Do not remove this.
+
+
+**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts**
+
+**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971**
+
+*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations*
+
+Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and
+further information is included below. We need your donations.
+
+
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+
+by Dante Alighieri
+
+August, 1997 [Etext #1010]
+
+
+Project Gutenberg's Etext "Divina Commedia di Dante: Purgatorio"
+*****This file should be named 2ddc809a.txt or 2ddc809a.zip*****
+
+Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 2ddc810.txt.
+VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 2ddc810a.txt.
+
+
+We are now trying to release all our books one month in advance
+of the official release dates, for time for better editing.
+
+Please note: neither this list nor its contents are final till
+midnight of the last day of the month of any such announcement.
+The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at
+Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A
+preliminary version may often be posted for suggestion, comment
+and editing by those who wish to do so. To be sure you have an
+up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes
+in the first week of the next month. Since our ftp program has
+a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a
+look at the file size will have to do, but we will try to see a
+new copy has at least one byte more or less.
+
+
+Information about Project Gutenberg (one page)
+
+We produce about two million dollars for each hour we work. The
+fifty hours is one conservative estimate for how long it we take
+to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright
+searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This
+projected audience is one hundred million readers. If our value
+per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2
+million dollars per hour this year as we release thirty-two text
+files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800.
+If these reach just 10% of the computerized population, then the
+total should reach 80 billion Etexts.
+
+The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext
+Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion]
+This is ten thousand titles each to one hundred million readers,
+which is only 10% of the present number of computer users. 2001
+should have at least twice as many computer users as that, so it
+will require us reaching less than 5% of the users in 2001.
+
+
+We need your donations more than ever!
+
+
+All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are
+tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie-
+Mellon University).
+
+For these and other matters, please mail to:
+
+Project Gutenberg
+P. O. Box 2782
+Champaign, IL 61825
+
+When all other email fails try our Executive Director:
+Michael S. Hart <hart@pobox.com>
+
+We would prefer to send you this information by email
+(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail).
+
+******
+If you have an FTP program (or emulator), please
+FTP directly to the Project Gutenberg archives:
+[Mac users, do NOT point and click. . .type]
+
+ftp uiarchive.cso.uiuc.edu
+login: anonymous
+password: your@login
+cd etext/etext90 through /etext96
+or cd etext/articles [get suggest gut for more information]
+dir [to see files]
+get or mget [to get files. . .set bin for zip files]
+GET INDEX?00.GUT
+for a list of books
+and
+GET NEW GUT for general information
+and
+MGET GUT* for newsletters.
+
+**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor**
+(Three Pages)
+
+
+***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START***
+Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers.
+They tell us you might sue us if there is something wrong with
+your copy of this etext, even if you got it for free from
+someone other than us, and even if what's wrong is not our
+fault. So, among other things, this "Small Print!" statement
+disclaims most of our liability to you. It also tells you how
+you can distribute copies of this etext if you want to.
+
+*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT
+By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm
+etext, you indicate that you understand, agree to and accept
+this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive
+a refund of the money (if any) you paid for this etext by
+sending a request within 30 days of receiving it to the person
+you got it from. If you received this etext on a physical
+medium (such as a disk), you must return it with your request.
+
+ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS
+This PROJECT GUTENBERG-tm etext, like most PROJECT GUTENBERG-
+tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor
+Michael S. Hart through the Project Gutenberg Association at
+Carnegie-Mellon University (the "Project"). Among other
+things, this means that no one owns a United States copyright
+on or for this work, so the Project (and you!) can copy and
+distribute it in the United States without permission and
+without paying copyright royalties. Special rules, set forth
+below, apply if you wish to copy and distribute this etext
+under the Project's "PROJECT GUTENBERG" trademark.
+
+To create these etexts, the Project expends considerable
+efforts to identify, transcribe and proofread public domain
+works. Despite these efforts, the Project's etexts and any
+medium they may be on may contain "Defects". Among other
+things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged
+disk or other etext medium, a computer virus, or computer
+codes that damage or cannot be read by your equipment.
+
+LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES
+But for the "Right of Replacement or Refund" described below,
+[1] the Project (and any other party you may receive this
+etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all
+liability to you for damages, costs and expenses, including
+legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR
+UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT,
+INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE
+OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE
+POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES.
+
+If you discover a Defect in this etext within 90 days of
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+We will be presenting this work in a wide variety of formats, in
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+and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents.
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+WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES!
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+Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
+think we may have enough proofers for a first run at the Cary.
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+We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997
+
+Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*
+
+Also because they are so preliminary, I have not placed the names
+of the persons working on the files in them as I take my complete
+repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit
+will be completely given when we have the final version ready.
+
+Michael S. Hart
+July 31, 1997
+
+The Italian files with no accents appear as follows:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
+Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 997
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998
+Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 999
+
+followed by:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
+Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1009
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
+Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1011
+
+and
+
+H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008
+H. F. Cary's Translation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1005
+H. F. Cary's Translation of Dante, Puragtory [2ddccxxx.xxx]1006
+H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1007
+
+and
+
+Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004
+Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1001
+Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002
+Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1003
+
+in what I hope will be a timely manner.
+
+Thank you so much for your cooperation and your patience.
+This will be a LONG month of preparation.
+
+Michael S. Hart
+[hart@pobox.com]
+Project Gutenberg
+Executive Director
+
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+PURGATORIO
+
+
+
+
+Purgatorio Canto I
+
+
+Per correr miglior acque alza le vele
+omai la navicella del mio ingegno,
+che lascia dietro a s mar s crudele;
+
+e canter di quel secondo regno
+dove lumano spirito si purga
+e di salire al ciel diventa degno.
+
+Ma qui la morta poes resurga,
+o sante Muse, poi che vostro sono;
+e qui Calop alquanto surga,
+
+seguitando il mio canto con quel suono
+di cui le Piche misere sentiro
+lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+Dolce color dorental zaffiro,
+che saccoglieva nel sereno aspetto
+del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+a li occhi miei ricominci diletto,
+tosto chio usci fuor de laura morta
+che mavea contristati li occhi e l petto.
+
+Lo bel pianeto che damar conforta
+faceva tutto rider lorente,
+velando i Pesci cherano in sua scorta.
+
+I mi volsi a man destra, e puosi mente
+a laltro polo, e vidi quattro stelle
+non viste mai fuor cha la prima gente.
+
+Goder pareva l ciel di lor fiammelle:
+oh settentronal vedovo sito,
+poi che privato se di mirar quelle!
+
+Com io da loro sguardo fui partito,
+un poco me volgendo a l altro polo,
+l onde l Carro gi era sparito,
+
+vidi presso di me un veglio solo,
+degno di tanta reverenza in vista,
+che pi non dee a padre alcun figliuolo.
+
+Lunga la barba e di pel bianco mista
+portava, a suoi capelli simigliante,
+de quai cadeva al petto doppia lista.
+
+Li raggi de le quattro luci sante
+fregiavan s la sua faccia di lume,
+chi l vedea come l sol fosse davante.
+
+Chi siete voi che contro al cieco fiume
+fuggita avete la pregione etterna?,
+diss el, movendo quelle oneste piume.
+
+Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,
+uscendo fuor de la profonda notte
+che sempre nera fa la valle inferna?
+
+Son le leggi dabisso cos rotte?
+o mutato in ciel novo consiglio,
+che, dannati, venite a le mie grotte?.
+
+Lo duca mio allor mi di di piglio,
+e con parole e con mani e con cenni
+reverenti mi f le gambe e l ciglio.
+
+Poscia rispuose lui: Da me non venni:
+donna scese del ciel, per li cui prieghi
+de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+Ma da ch tuo voler che pi si spieghi
+di nostra condizion com ell vera,
+esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+Questi non vide mai lultima sera;
+ma per la sua follia le fu s presso,
+che molto poco tempo a volger era.
+
+S com io dissi, fui mandato ad esso
+per lui campare; e non l era altra via
+che questa per la quale i mi son messo.
+
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+e ora intendo mostrar quelli spirti
+che purgan s sotto la tua bala.
+
+Com io lho tratto, saria lungo a dirti;
+de lalto scende virt che maiuta
+conducerlo a vederti e a udirti.
+
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+libert va cercando, ch s cara,
+come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+Tu l sai, ch non ti fu per lei amara
+in Utica la morte, ove lasciasti
+la vesta chal gran d sar s chiara.
+
+Non son li editti etterni per noi guasti,
+ch questi vive e Mins me non lega;
+ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,
+o santo petto, che per tua la tegni:
+per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+grazie riporter di te a lei,
+se desser mentovato l gi degni.
+
+Marza piacque tanto a li occhi miei
+mentre chi fu di l, diss elli allora,
+che quante grazie volse da me, fei.
+
+Or che di l dal mal fiume dimora,
+pi muover non mi pu, per quella legge
+che fatta fu quando me nusci fora.
+
+Ma se donna del ciel ti move e regge,
+come tu di, non c mestier lusinghe:
+bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+dun giunco schietto e che li lavi l viso,
+s chogne sucidume quindi stinghe;
+
+ch non si converria, locchio sorpriso
+dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ministro, ch di quei di paradiso.
+
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+l gi col dove la batte londa,
+porta di giunchi sovra l molle limo:
+
+null altra pianta che facesse fronda
+o indurasse, vi puote aver vita,
+per cha le percosse non seconda.
+
+Poscia non sia di qua vostra reddita;
+lo sol vi mosterr, che surge omai,
+prendere il monte a pi lieve salita.
+
+Cos spar; e io s mi levai
+sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+El cominci: Figliuol, segui i miei passi:
+volgianci in dietro, ch di qua dichina
+questa pianura a suoi termini bassi.
+
+Lalba vinceva lora mattutina
+che fuggia innanzi, s che di lontano
+conobbi il tremolar de la marina.
+
+Noi andavam per lo solingo piano
+com om che torna a la perduta strada,
+che nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+Quando noi fummo l ve la rugiada
+pugna col sole, per essere in parte
+dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ambo le mani in su lerbetta sparte
+soavemente l mio maestro pose:
+ond io, che fui accorto di sua arte,
+
+porsi ver lui le guance lagrimose;
+ivi mi fece tutto discoverto
+quel color che linferno mi nascose.
+
+Venimmo poi in sul lito diserto,
+che mai non vide navicar sue acque
+omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+Quivi mi cinse s com altrui piacque:
+oh maraviglia! ch qual elli scelse
+lumile pianta, cotal si rinacque
+
+subitamente l onde lavelse.
+
+
+
+Purgatorio Canto II
+
+
+Gi era l sole a lorizzonte giunto
+lo cui meridan cerchio coverchia
+Ierusalm col suo pi alto punto;
+
+e la notte, che opposita a lui cerchia,
+uscia di Gange fuor con le Bilance,
+che le caggion di man quando soverchia;
+
+s che le bianche e le vermiglie guance,
+l dov i era, de la bella Aurora
+per troppa etate divenivan rance.
+
+Noi eravam lunghesso mare ancora,
+come gente che pensa a suo cammino,
+che va col cuore e col corpo dimora.
+
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+per li grossi vapor Marte rosseggia
+gi nel ponente sovra l suol marino,
+
+cotal mapparve, sio ancor lo veggia,
+un lume per lo mar venir s ratto,
+che l muover suo nessun volar pareggia.
+
+Dal qual com io un poco ebbi ritratto
+locchio per domandar lo duca mio,
+rividil pi lucente e maggior fatto.
+
+Poi dogne lato ad esso mappario
+un non sapeva che bianco, e di sotto
+a poco a poco un altro a lui usco.
+
+Lo mio maestro ancor non facea motto,
+mentre che i primi bianchi apparver ali;
+allor che ben conobbe il galeotto,
+
+grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
+Ecco langel di Dio: piega le mani;
+omai vedrai di s fatti officiali.
+
+Vedi che sdegna li argomenti umani,
+s che remo non vuol, n altro velo
+che lali sue, tra liti s lontani.
+
+Vedi come lha dritte verso l cielo,
+trattando laere con letterne penne,
+che non si mutan come mortal pelo.
+
+Poi, come pi e pi verso noi venne
+luccel divino, pi chiaro appariva:
+per che locchio da presso nol sostenne,
+
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+con un vasello snelletto e leggero,
+tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.
+
+Da poppa stava il celestial nocchiero,
+tal che faria beato pur descripto;
+e pi di cento spirti entro sediero.
+
+In exitu Isrel de Aegypto
+cantavan tutti insieme ad una voce
+con quanto di quel salmo poscia scripto.
+
+Poi fece il segno lor di santa croce;
+ond ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ed el sen g, come venne, veloce.
+
+La turba che rimase l, selvaggia
+parea del loco, rimirando intorno
+come colui che nove cose assaggia.
+
+Da tutte parti saettava il giorno
+lo sol, chavea con le saette conte
+di mezzo l ciel cacciato Capricorno,
+
+quando la nova gente alz la fronte
+ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
+mostratene la via di gire al monte.
+
+E Virgilio rispuose: Voi credete
+forse che siamo esperti desto loco;
+ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+per altra via, che fu s aspra e forte,
+che lo salire omai ne parr gioco.
+
+Lanime, che si fuor di me accorte,
+per lo spirare, chi era ancor vivo,
+maravigliando diventaro smorte.
+
+E come a messagger che porta ulivo
+tragge la gente per udir novelle,
+e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+cos al viso mio saffisar quelle
+anime fortunate tutte quante,
+quasi oblando dire a farsi belle.
+
+Io vidi una di lor trarresi avante
+per abbracciarmi con s grande affetto,
+che mosse me a far lo somigliante.
+
+Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!
+tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+e tante mi tornai con esse al petto.
+
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+per che lombra sorrise e si ritrasse,
+e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+Soavemente disse chio posasse;
+allor conobbi chi era, e pregai
+che, per parlarmi, un poco sarrestasse.
+
+Rispuosemi: Cos com io tamai
+nel mortal corpo, cos tamo sciolta:
+per marresto; ma tu perch vai?.
+
+Casella mio, per tornar altra volta
+l dov io son, fo io questo vaggio,
+diss io; ma a te com tanta ora tolta?.
+
+Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio,
+se quei che leva quando e cui li piace,
+pi volte mha negato esto passaggio;
+
+ch di giusto voler lo suo si face:
+veramente da tre mesi elli ha tolto
+chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+Ond io, chera ora a la marina vlto
+dove lacqua di Tevero sinsala,
+benignamente fu da lui ricolto.
+
+A quella foce ha elli or dritta lala,
+per che sempre quivi si ricoglie
+qual verso Acheronte non si cala.
+
+E io: Se nuova legge non ti toglie
+memoria o uso a lamoroso canto
+che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+di ci ti piaccia consolare alquanto
+lanima mia, che, con la sua persona
+venendo qui, affannata tanto!.
+
+Amor che ne la mente mi ragiona
+cominci elli allor s dolcemente,
+che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+Lo mio maestro e io e quella gente
+cheran con lui parevan s contenti,
+come a nessun toccasse altro la mente.
+
+Noi eravam tutti fissi e attenti
+a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+gridando: Che ci, spiriti lenti?
+
+qual negligenza, quale stare questo?
+Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+chesser non lascia a voi Dio manifesto.
+
+Come quando, cogliendo biado o loglio,
+li colombi adunati a la pastura,
+queti, sanza mostrar lusato orgoglio,
+
+se cosa appare ond elli abbian paura,
+subitamente lasciano star lesca,
+perch assaliti son da maggior cura;
+
+cos vid io quella masnada fresca
+lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,
+com om che va, n sa dove resca;
+
+n la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+Purgatorio Canto III
+
+
+Avvegna che la subitana fuga
+dispergesse color per la campagna,
+rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+i mi ristrinsi a la fida compagna:
+e come sare io sanza lui corso?
+chi mavria tratto su per la montagna?
+
+El mi parea da s stesso rimorso:
+o dignitosa coscenza e netta,
+come t picciol fallo amaro morso!
+
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+che lonestade ad ogn atto dismaga,
+la mente mia, che prima era ristretta,
+
+lo ntento rallarg, s come vaga,
+e diedi l viso mio incontr al poggio
+che nverso l ciel pi alto si dislaga.
+
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+rotto mera dinanzi a la figura,
+chava in me de suoi raggi lappoggio.
+
+Io mi volsi dallato con paura
+dessere abbandonato, quand io vidi
+solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+e l mio conforto: Perch pur diffidi?,
+a dir mi cominci tutto rivolto;
+non credi tu me teco e chio ti guidi?
+
+Vespero gi col dov sepolto
+lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+Napoli lha, e da Brandizio tolto.
+
+Ora, se innanzi a me nulla saombra,
+non ti maravigliar pi che di cieli
+che luno a laltro raggio non ingombra.
+
+A sofferir tormenti, caldi e geli
+simili corpi la Virt dispone
+che, come fa, non vuol cha noi si sveli.
+
+Matto chi spera che nostra ragione
+possa trascorrer la infinita via
+che tiene una sustanza in tre persone.
+
+State contenti, umana gente, al quia;
+ch, se potuto aveste veder tutto,
+mestier non era parturir Maria;
+
+e disar vedeste sanza frutto
+tai che sarebbe lor disio quetato,
+chetternalmente dato lor per lutto:
+
+io dico dAristotile e di Plato
+e di molt altri; e qui chin la fronte,
+e pi non disse, e rimase turbato.
+
+Noi divenimmo intanto a pi del monte;
+quivi trovammo la roccia s erta,
+che ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+Tra Lerice e Turba la pi diserta,
+la pi rotta ruina una scala,
+verso di quella, agevole e aperta.
+
+Or chi sa da qual man la costa cala,
+disse l maestro mio fermando l passo,
+s che possa salir chi va sanz ala?.
+
+E mentre che tenendo l viso basso
+essaminava del cammin la mente,
+e io mirava suso intorno al sasso,
+
+da man sinistra mappar una gente
+danime, che movieno i pi ver noi,
+e non pareva, s venan lente.
+
+Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi:
+ecco di qua chi ne dar consiglio,
+se tu da te medesmo aver nol puoi.
+
+Guard allora, e con libero piglio
+rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano;
+e tu ferma la spene, dolce figlio.
+
+Ancora era quel popol di lontano,
+i dico dopo i nostri mille passi,
+quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+quando si strinser tutti ai duri massi
+de lalta ripa, e stetter fermi e stretti
+com a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+O ben finiti, o gi spiriti eletti,
+Virgilio incominci, per quella pace
+chi credo che per voi tutti saspetti,
+
+ditene dove la montagna giace,
+s che possibil sia landare in suso;
+ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.
+
+Come le pecorelle escon del chiuso
+a una, a due, a tre, e laltre stanno
+timidette atterrando locchio e l muso;
+
+e ci che fa la prima, e laltre fanno,
+addossandosi a lei, sella sarresta,
+semplici e quete, e lo mperch non sanno;
+
+s vid io muovere a venir la testa
+di quella mandra fortunata allotta,
+pudica in faccia e ne landare onesta.
+
+Come color dinanzi vider rotta
+la luce in terra dal mio destro canto,
+s che lombra era da me a la grotta,
+
+restaro, e trasser s in dietro alquanto,
+e tutti li altri che venieno appresso,
+non sappiendo l perch, fenno altrettanto.
+
+Sanza vostra domanda io vi confesso
+che questo corpo uman che voi vedete;
+per che l lume del sole in terra fesso.
+
+Non vi maravigliate, ma credete
+che non sanza virt che da ciel vegna
+cerchi di soverchiar questa parete.
+
+Cos l maestro; e quella gente degna
+Tornate, disse, intrate innanzi dunque,
+coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+E un di loro incominci: Chiunque
+tu se, cos andando, volgi l viso:
+pon mente se di l mi vedesti unque.
+
+Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
+biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ma lun de cigli un colpo avea diviso.
+
+Quand io mi fui umilmente disdetto
+daverlo visto mai, el disse: Or vedi;
+e mostrommi una piaga a sommo l petto.
+
+Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
+nepote di Costanza imperadrice;
+ond io ti priego che, quando tu riedi,
+
+vadi a mia bella figlia, genitrice
+de lonor di Cicilia e dAragona,
+e dichi l vero a lei, saltro si dice.
+
+Poscia chio ebbi rotta la persona
+di due punte mortali, io mi rendei,
+piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+Orribil furon li peccati miei;
+ma la bont infinita ha s gran braccia,
+che prende ci che si rivolge a lei.
+
+Se l pastor di Cosenza, che a la caccia
+di me fu messo per Clemente allora,
+avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+lossa del corpo mio sarieno ancora
+in co del ponte presso a Benevento,
+sotto la guardia de la grave mora.
+
+Or le bagna la pioggia e move il vento
+di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,
+dov e le trasmut a lume spento.
+
+Per lor maladizion s non si perde,
+che non possa tornar, letterno amore,
+mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+Vero che quale in contumacia more
+di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,
+star li convien da questa ripa in fore,
+
+per ognun tempo chelli stato, trenta,
+in sua presunzon, se tal decreto
+pi corto per buon prieghi non diventa.
+
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+revelando a la mia buona Costanza
+come mhai visto, e anco esto divieto;
+
+ch qui per quei di l molto savanza.
+
+
+
+Purgatorio Canto IV
+
+
+Quando per dilettanze o ver per doglie,
+che alcuna virt nostra comprenda,
+lanima bene ad essa si raccoglie,
+
+par cha nulla potenza pi intenda;
+e questo contra quello error che crede
+chunanima sovr altra in noi saccenda.
+
+E per, quando sode cosa o vede
+che tegna forte a s lanima volta,
+vassene l tempo e luom non se navvede;
+
+chaltra potenza quella che lascolta,
+e altra quella cha lanima intera:
+questa quasi legata e quella sciolta.
+
+Di ci ebb io esperenza vera,
+udendo quello spirto e ammirando;
+ch ben cinquanta gradi salito era
+
+lo sole, e io non mera accorto, quando
+venimmo ove quell anime ad una
+gridaro a noi: Qui vostro dimando.
+
+Maggiore aperta molte volte impruna
+con una forcatella di sue spine
+luom de la villa quando luva imbruna,
+
+che non era la calla onde salne
+lo duca mio, e io appresso, soli,
+come da noi la schiera si partne.
+
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+montasi su in Bismantova e n Cacume
+con esso i pi; ma qui convien chom voli;
+
+dico con lale snelle e con le piume
+del gran disio, di retro a quel condotto
+che speranza mi dava e facea lume.
+
+Noi salavam per entro l sasso rotto,
+e dogne lato ne stringea lo stremo,
+e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+Poi che noi fummo in su lorlo suppremo
+de lalta ripa, a la scoperta piaggia,
+Maestro mio, diss io, che via faremo?.
+
+Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;
+pur su al monte dietro a me acquista,
+fin che nappaia alcuna scorta saggia.
+
+Lo sommo er alto che vincea la vista,
+e la costa superba pi assai
+che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+Io era lasso, quando cominciai:
+O dolce padre, volgiti, e rimira
+com io rimango sol, se non restai.
+
+Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,
+additandomi un balzo poco in se
+che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+S mi spronaron le parole sue,
+chi mi sforzai carpando appresso lui,
+tanto che l cinghio sotto i pi mi fue.
+
+A seder ci ponemmo ivi ambedui
+vlti a levante ond eravam saliti,
+che suole a riguardar giovare altrui.
+
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+poscia li alzai al sole, e ammirava
+che da sinistra neravam feriti.
+
+Ben savvide il poeta cho stava
+stupido tutto al carro de la luce,
+ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+Ond elli a me: Se Castore e Poluce
+fossero in compagnia di quello specchio
+che s e gi del suo lume conduce,
+
+tu vedresti il Zodaco rubecchio
+ancora a lOrse pi stretto rotare,
+se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+Come ci sia, se l vuoi poter pensare,
+dentro raccolto, imagina Sn
+con questo monte in su la terra stare
+
+s, chamendue hanno un solo orizzn
+e diversi emisperi; onde la strada
+che mal non seppe carreggiar Fetn,
+
+vedrai come a costui convien che vada
+da lun, quando a colui da laltro fianco,
+se lo ntelletto tuo ben chiaro bada.
+
+Certo, maestro mio, diss io, unquanco
+non vid io chiaro s com io discerno
+l dove mio ingegno parea manco,
+
+che l mezzo cerchio del moto superno,
+che si chiama Equatore in alcun arte,
+e che sempre riman tra l sole e l verno,
+
+per la ragion che di, quinci si parte
+verso settentron, quanto li Ebrei
+vedevan lui verso la calda parte.
+
+Ma se a te piace, volontier saprei
+quanto avemo ad andar; ch l poggio sale
+pi che salir non posson li occhi miei.
+
+Ed elli a me: Questa montagna tale,
+che sempre al cominciar di sotto grave;
+e quant om pi va s, e men fa male.
+
+Per, quand ella ti parr soave
+tanto, che s andar ti fia leggero
+com a seconda gi andar per nave,
+
+allor sarai al fin desto sentiero;
+quivi di riposar laffanno aspetta.
+Pi non rispondo, e questo so per vero.
+
+E com elli ebbe sua parola detta,
+una voce di presso son: Forse
+che di sedere in pria avrai distretta!.
+
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+e vedemmo a mancina un gran petrone,
+del qual n io n ei prima saccorse.
+
+L ci traemmo; e ivi eran persone
+che si stavano a lombra dietro al sasso
+come luom per negghienza a star si pone.
+
+E un di lor, che mi sembiava lasso,
+sedeva e abbracciava le ginocchia,
+tenendo l viso gi tra esse basso.
+
+O dolce segnor mio, diss io, adocchia
+colui che mostra s pi negligente
+che se pigrizia fosse sua serocchia.
+
+Allor si volse a noi e puose mente,
+movendo l viso pur su per la coscia,
+e disse: Or va tu s, che se valente!.
+
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+che mavacciava un poco ancor la lena,
+non mimped landare a lui; e poscia
+
+cha lui fu giunto, alz la testa a pena,
+dicendo: Hai ben veduto come l sole
+da lomero sinistro il carro mena?.
+
+Li atti suoi pigri e le corte parole
+mosser le labbra mie un poco a riso;
+poi cominciai: Belacqua, a me non dole
+
+di te omai; ma dimmi: perch assiso
+quiritto se? attendi tu iscorta,
+o pur lo modo usato tha ripriso?.
+
+Ed elli: O frate, andar in s che porta?
+ch non mi lascerebbe ire a martri
+langel di Dio che siede in su la porta.
+
+Prima convien che tanto il ciel maggiri
+di fuor da essa, quanto fece in vita,
+per chio ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+se orazone in prima non maita
+che surga s di cuor che in grazia viva;
+laltra che val, che n ciel non udita?.
+
+E gi il poeta innanzi mi saliva,
+e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco
+meridan dal sole e a la riva
+
+cuopre la notte gi col pi Morrocco.
+
+
+
+Purgatorio Canto V
+
+
+Io era gi da quell ombre partito,
+e seguitava lorme del mio duca,
+quando di retro a me, drizzando l dito,
+
+una grid: Ve che non par che luca
+lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+e come vivo par che si conduca!.
+
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+e vidile guardar per maraviglia
+pur me, pur me, e l lume chera rotto.
+
+Perch lanimo tuo tanto simpiglia,
+disse l maestro, che landare allenti?
+che ti fa ci che quivi si pispiglia?
+
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+sta come torre ferma, che non crolla
+gi mai la cima per soffiar di venti;
+
+ch sempre lomo in cui pensier rampolla
+sovra pensier, da s dilunga il segno,
+perch la foga lun de laltro insolla.
+
+Che potea io ridir, se non Io vegno?
+Dissilo, alquanto del color consperso
+che fa luom di perdon talvolta degno.
+
+E ntanto per la costa di traverso
+venivan genti innanzi a noi un poco,
+cantando Miserere a verso a verso.
+
+Quando saccorser chi non dava loco
+per lo mio corpo al trapassar di raggi,
+mutar lor canto in un oh! lungo e roco;
+
+e due di loro, in forma di messaggi,
+corsero incontr a noi e dimandarne:
+Di vostra condizion fatene saggi.
+
+E l mio maestro: Voi potete andarne
+e ritrarre a color che vi mandaro
+che l corpo di costui vera carne.
+
+Se per veder la sua ombra restaro,
+com io avviso, assai lor risposto:
+fccianli onore, ed esser pu lor caro.
+
+Vapori accesi non vid io s tosto
+di prima notte mai fender sereno,
+n, sol calando, nuvole dagosto,
+
+che color non tornasser suso in meno;
+e, giunti l, con li altri a noi dier volta,
+come schiera che scorre sanza freno.
+
+Questa gente che preme a noi molta,
+e vegnonti a pregar, disse l poeta:
+per pur va, e in andando ascolta.
+
+O anima che vai per esser lieta
+con quelle membra con le quai nascesti,
+venian gridando, un poco il passo queta.
+
+Guarda salcun di noi unqua vedesti,
+s che di lui di l novella porti:
+deh, perch vai? deh, perch non tarresti?
+
+Noi fummo tutti gi per forza morti,
+e peccatori infino a lultima ora;
+quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+s che, pentendo e perdonando, fora
+di vita uscimmo a Dio pacificati,
+che del disio di s veder naccora.
+
+E io: Perch ne vostri visi guati,
+non riconosco alcun; ma sa voi piace
+cosa chio possa, spiriti ben nati,
+
+voi dite, e io far per quella pace
+che, dietro a piedi di s fatta guida,
+di mondo in mondo cercar mi si face.
+
+E uno incominci: Ciascun si fida
+del beneficio tuo sanza giurarlo,
+pur che l voler nonpossa non ricida.
+
+Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ti priego, se mai vedi quel paese
+che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+in Fano, s che ben per me sadori
+pur chi possa purgar le gravi offese.
+
+Quindi fu io; ma li profondi fri
+ond usc l sangue in sul quale io sedea,
+fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+l dov io pi sicuro esser credea:
+quel da Esti il f far, che mavea in ira
+assai pi l che dritto non volea.
+
+Ma sio fosse fuggito inver la Mira,
+quando fu sovragiunto ad Oraco,
+ancor sarei di l dove si spira.
+
+Corsi al palude, e le cannucce e l braco
+mimpigliar s chi caddi; e l vid io
+de le mie vene farsi in terra laco.
+
+Poi disse un altro: Deh, se quel disio
+si compia che ti tragge a lalto monte,
+con buona petate aiuta il mio!
+
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+Giovanna o altri non ha di me cura;
+per chio vo tra costor con bassa fronte.
+
+E io a lui: Qual forza o qual ventura
+ti trav s fuor di Campaldino,
+che non si seppe mai tua sepultura?.
+
+Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino
+traversa unacqua cha nome lArchiano,
+che sovra lErmo nasce in Apennino.
+
+L ve l vocabol suo diventa vano,
+arriva io forato ne la gola,
+fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+Quivi perdei la vista e la parola;
+nel nome di Maria fini, e quivi
+caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+Io dir vero, e tu l rid tra vivi:
+langel di Dio mi prese, e quel dinferno
+gridava: O tu del ciel, perch mi privi?
+
+Tu te ne porti di costui letterno
+per una lagrimetta che l mi toglie;
+ma io far de laltro altro governo!.
+
+Ben sai come ne laere si raccoglie
+quell umido vapor che in acqua riede,
+tosto che sale dove l freddo il coglie.
+
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento
+per la virt che sua natura diede.
+
+Indi la valle, come l d fu spento,
+da Pratomagno al gran giogo coperse
+di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,
+
+s che l pregno aere in acqua si converse;
+la pioggia cadde, e a fossati venne
+di lei ci che la terra non sofferse;
+
+e come ai rivi grandi si convenne,
+ver lo fiume real tanto veloce
+si ruin, che nulla la ritenne.
+
+Lo corpo mio gelato in su la foce
+trov lArchian rubesto; e quel sospinse
+ne lArno, e sciolse al mio petto la croce
+
+chi fe di me quando l dolor mi vinse;
+voltmmi per le ripe e per lo fondo,
+poi di sua preda mi coperse e cinse.
+
+Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+e riposato de la lunga via,
+seguit l terzo spirito al secondo,
+
+ricorditi di me, che son la Pia;
+Siena mi f, disfecemi Maremma:
+salsi colui che nnanellata pria
+
+disposando mavea con la sua gemma.
+
+
+
+Purgatorio Canto VI
+
+
+Quando si parte il gioco de la zara,
+colui che perde si riman dolente,
+repetendo le volte, e tristo impara;
+
+con laltro se ne va tutta la gente;
+qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+e qual dallato li si reca a mente;
+
+el non sarresta, e questo e quello intende;
+a cui porge la man, pi non fa pressa;
+e cos da la calca si difende.
+
+Tal era io in quella turba spessa,
+volgendo a loro, e qua e l, la faccia,
+e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+Quiv era lAretin che da le braccia
+fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+e laltro channeg correndo in caccia.
+
+Quivi pregava con le mani sporte
+Federigo Novello, e quel da Pisa
+che f parer lo buon Marzucco forte.
+
+Vidi conte Orso e lanima divisa
+dal corpo suo per astio e per inveggia,
+com e dicea, non per colpa commisa;
+
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+mentr di qua, la donna di Brabante,
+s che per non sia di peggior greggia.
+
+Come libero fui da tutte quante
+quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,
+s che savacci lor divenir sante,
+
+io cominciai: El par che tu mi nieghi,
+o luce mia, espresso in alcun testo
+che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+e questa gente prega pur di questo:
+sarebbe dunque loro speme vana,
+o non m l detto tuo ben manifesto?.
+
+Ed elli a me: La mia scrittura piana;
+e la speranza di costor non falla,
+se ben si guarda con la mente sana;
+
+ch cima di giudicio non savvalla
+perch foco damor compia in un punto
+ci che de sodisfar chi qui sastalla;
+
+e l dov io fermai cotesto punto,
+non sammendava, per pregar, difetto,
+perch l priego da Dio era disgiunto.
+
+Veramente a cos alto sospetto
+non ti fermar, se quella nol ti dice
+che lume fia tra l vero e lo ntelletto.
+
+Non so se ntendi: io dico di Beatrice;
+tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+di questo monte, ridere e felice.
+
+E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ch gi non maffatico come dianzi,
+e vedi omai che l poggio lombra getta.
+
+Noi anderem con questo giorno innanzi,
+rispuose, quanto pi potremo omai;
+ma l fatto daltra forma che non stanzi.
+
+Prima che sie l s, tornar vedrai
+colui che gi si cuopre de la costa,
+s che suoi raggi tu romper non fai.
+
+Ma vedi l unanima che, posta
+sola soletta, inverso noi riguarda:
+quella ne nsegner la via pi tosta.
+
+Venimmo a lei: o anima lombarda,
+come ti stavi altera e disdegnosa
+e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+Ella non ci dica alcuna cosa,
+ma lasciavane gir, solo sguardando
+a guisa di leon quando si posa.
+
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+che ne mostrasse la miglior salita;
+e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ma di nostro paese e de la vita
+ci nchiese; e l dolce duca incominciava
+Manta . . . , e lombra, tutta in s romita,
+
+surse ver lui del loco ove pria stava,
+dicendo: O Mantoano, io son Sordello
+de la tua terra!; e lun laltro abbracciava.
+
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+non donna di province, ma bordello!
+
+Quell anima gentil fu cos presta,
+sol per lo dolce suon de la sua terra,
+di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+e ora in te non stanno sanza guerra
+li vivi tuoi, e lun laltro si rode
+di quei chun muro e una fossa serra.
+
+Cerca, misera, intorno da le prode
+le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+salcuna parte in te di pace gode.
+
+Che val perch ti racconciasse il freno
+Iustinano, se la sella vta?
+Sanz esso fora la vergogna meno.
+
+Ahi gente che dovresti esser devota,
+e lasciar seder Cesare in la sella,
+se bene intendi ci che Dio ti nota,
+
+guarda come esta fiera fatta fella
+per non esser corretta da li sproni,
+poi che ponesti mano a la predella.
+
+O Alberto tedesco chabbandoni
+costei ch fatta indomita e selvaggia,
+e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+giusto giudicio da le stelle caggia
+sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+tal che l tuo successor temenza naggia!
+
+Chavete tu e l tuo padre sofferto,
+per cupidigia di cost distretti,
+che l giardin de lo mperio sia diserto.
+
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+color gi tristi, e questi con sospetti!
+
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+di tuoi gentili, e cura lor magagne;
+e vedrai Santafior com oscura!
+
+Vieni a veder la tua Roma che piagne
+vedova e sola, e d e notte chiama:
+Cesare mio, perch non maccompagne?.
+
+Vieni a veder la gente quanto sama!
+e se nulla di noi piet ti move,
+a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+E se licito m, o sommo Giove
+che fosti in terra per noi crucifisso,
+son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+O preparazion che ne labisso
+del tuo consiglio fai per alcun bene
+in tutto de laccorger nostro scisso?
+
+Ch le citt dItalia tutte piene
+son di tiranni, e un Marcel diventa
+ogne villan che parteggiando viene.
+
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+di questa digression che non ti tocca,
+merc del popol tuo che si argomenta.
+
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+per non venir sanza consiglio a larco;
+ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.
+
+Molti rifiutan lo comune incarco;
+ma il popol tuo solicito risponde
+sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!.
+
+Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
+tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.
+
+Atene e Lacedemona, che fenno
+lantiche leggi e furon s civili,
+fecero al viver bene un picciol cenno
+
+verso di te, che fai tanto sottili
+provedimenti, cha mezzo novembre
+non giugne quel che tu dottobre fili.
+
+Quante volte, del tempo che rimembre,
+legge, moneta, officio e costume
+hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+E se ben ti ricordi e vedi lume,
+vedrai te somigliante a quella inferma
+che non pu trovar posa in su le piume,
+
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+Purgatorio Canto VII
+
+
+Poscia che laccoglienze oneste e liete
+furo iterate tre e quattro volte,
+Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.
+
+Anzi che a questo monte fosser volte
+lanime degne di salire a Dio,
+fur lossa mie per Ottavian sepolte.
+
+Io son Virgilio; e per null altro rio
+lo ciel perdei che per non aver f.
+Cos rispuose allora il duca mio.
+
+Qual colui che cosa innanzi s
+sbita vede ond e si maraviglia,
+che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . ,
+
+tal parve quelli; e poi chin le ciglia,
+e umilmente ritorn ver lui,
+e abbraccil l ve l minor sappiglia.
+
+O gloria di Latin, disse, per cui
+mostr ci che potea la lingua nostra,
+o pregio etterno del loco ond io fui,
+
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+Sio son dudir le tue parole degno,
+dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra.
+
+Per tutt i cerchi del dolente regno,
+rispuose lui, son io di qua venuto;
+virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+Non per far, ma per non fare ho perduto
+a veder lalto Sol che tu disiri
+e che fu tardi per me conosciuto.
+
+Luogo l gi non tristo di martri,
+ma di tenebre solo, ove i lamenti
+non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+Quivi sto io coi pargoli innocenti
+dai denti morsi de la morte avante
+che fosser da lumana colpa essenti;
+
+quivi sto io con quei che le tre sante
+virt non si vestiro, e sanza vizio
+conobber laltre e seguir tutte quante.
+
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+d noi per che venir possiam pi tosto
+l dove purgatorio ha dritto inizio.
+
+Rispuose: Loco certo non c posto;
+licito m andar suso e intorno;
+per quanto ir posso, a guida mi taccosto.
+
+Ma vedi gi come dichina il giorno,
+e andar s di notte non si puote;
+per buon pensar di bel soggiorno.
+
+Anime sono a destra qua remote;
+se mi consenti, io ti merr ad esse,
+e non sanza diletto ti fier note.
+
+Com ci?, fu risposto. Chi volesse
+salir di notte, fora elli impedito
+daltrui, o non sarria ch non potesse?.
+
+E l buon Sordello in terra freg l dito,
+dicendo: Vedi? sola questa riga
+non varcheresti dopo l sol partito:
+
+non per chaltra cosa desse briga,
+che la notturna tenebra, ad ir suso;
+quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+Ben si poria con lei tornare in giuso
+e passeggiar la costa intorno errando,
+mentre che lorizzonte il d tien chiuso.
+
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+Menane, disse, dunque l ve dici
+chaver si pu diletto dimorando.
+
+Poco allungati ceravam di lici,
+quand io maccorsi che l monte era scemo,
+a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+Col, disse quell ombra, nanderemo
+dove la costa face di s grembo;
+e l il novo giorno attenderemo.
+
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+che ne condusse in fianco de la lacca,
+l dove pi cha mezzo muore il lembo.
+
+Oro e argento fine, cocco e biacca,
+indaco, legno lucido e sereno,
+fresco smeraldo in lora che si fiacca,
+
+da lerba e da li fior, dentr a quel seno
+posti, ciascun saria di color vinto,
+come dal suo maggiore vinto il meno.
+
+Non avea pur natura ivi dipinto,
+ma di soavit di mille odori
+vi facea uno incognito e indistinto.
+
+Salve, Regina in sul verde e n su fiori
+quindi seder cantando anime vidi,
+che per la valle non parean di fuori.
+
+Prima che l poco sole omai sannidi,
+cominci l Mantoan che ci avea vlti,
+tra color non vogliate chio vi guidi.
+
+Di questo balzo meglio li atti e volti
+conoscerete voi di tutti quanti,
+che ne la lama gi tra essi accolti.
+
+Colui che pi siede alto e fa sembianti
+daver negletto ci che far dovea,
+e che non move bocca a li altrui canti,
+
+Rodolfo imperador fu, che potea
+sanar le piaghe channo Italia morta,
+s che tardi per altri si ricrea.
+
+Laltro che ne la vista lui conforta,
+resse la terra dove lacqua nasce
+che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+E quel nasetto che stretto a consiglio
+par con colui cha s benigno aspetto,
+mor fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+guardate l come si batte il petto!
+Laltro vedete cha fatto a la guancia
+de la sua palma, sospirando, letto.
+
+Padre e suocero son del mal di Francia:
+sanno la vita sua viziata e lorda,
+e quindi viene il duol che s li lancia.
+
+Quel che par s membruto e che saccorda,
+cantando, con colui dal maschio naso,
+dogne valor port cinta la corda;
+
+e se re dopo lui fosse rimaso
+lo giovanetto che retro a lui siede,
+ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+che non si puote dir de laltre rede;
+Iacomo e Federigo hanno i reami;
+del retaggio miglior nessun possiede.
+
+Rade volte risurge per li rami
+lumana probitate; e questo vole
+quei che la d, perch da lui si chiami.
+
+Anche al nasuto vanno mie parole
+non men cha laltro, Pier, che con lui canta,
+onde Puglia e Proenza gi si dole.
+
+Tant del seme suo minor la pianta,
+quanto, pi che Beatrice e Margherita,
+Costanza di marito ancor si vanta.
+
+Vedete il re de la semplice vita
+seder l solo, Arrigo dInghilterra:
+questi ha ne rami suoi migliore uscita.
+
+Quel che pi basso tra costor satterra,
+guardando in suso, Guiglielmo marchese,
+per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+fa pianger Monferrato e Canavese.
+
+
+
+Purgatorio Canto VIII
+
+
+Era gi lora che volge il disio
+ai navicanti e ntenerisce il core
+lo d chan detto ai dolci amici addio;
+
+e che lo novo peregrin damore
+punge, se ode squilla di lontano
+che paia il giorno pianger che si more;
+
+quand io incominciai a render vano
+ludire e a mirare una de lalme
+surta, che lascoltar chiedea con mano.
+
+Ella giunse e lev ambo le palme,
+ficcando li occhi verso lorente,
+come dicesse a Dio: Daltro non calme.
+
+Te lucis ante s devotamente
+le usco di bocca e con s dolci note,
+che fece me a me uscir di mente;
+
+e laltre poi dolcemente e devote
+seguitar lei per tutto linno intero,
+avendo li occhi a le superne rote.
+
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ch l velo ora ben tanto sottile,
+certo che l trapassar dentro leggero.
+
+Io vidi quello essercito gentile
+tacito poscia riguardare in se,
+quasi aspettando, palido e umle;
+
+e vidi uscir de lalto e scender gie
+due angeli con due spade affocate,
+tronche e private de le punte sue.
+
+Verdi come fogliette pur mo nate
+erano in veste, che da verdi penne
+percosse traean dietro e ventilate.
+
+Lun poco sovra noi a star si venne,
+e laltro scese in lopposita sponda,
+s che la gente in mezzo si contenne.
+
+Ben discerna in lor la testa bionda;
+ma ne la faccia locchio si smarria,
+come virt cha troppo si confonda.
+
+Ambo vegnon del grembo di Maria,
+disse Sordello, a guardia de la valle,
+per lo serpente che verr vie via.
+
+Ond io, che non sapeva per qual calle,
+mi volsi intorno, e stretto maccostai,
+tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+E Sordello anco: Or avvalliamo omai
+tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+grazoso fia lor vedervi assai.
+
+Solo tre passi credo chi scendesse,
+e fui di sotto, e vidi un che mirava
+pur me, come conoscer mi volesse.
+
+Temp era gi che laere sannerava,
+ma non s che tra li occhi suoi e miei
+non dichiarisse ci che pria serrava.
+
+Ver me si fece, e io ver lui mi fei:
+giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+quando ti vidi non esser tra rei!
+
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+poi dimand: Quant che tu venisti
+a pi del monte per le lontane acque?.
+
+Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi
+venni stamane, e sono in prima vita,
+ancor che laltra, s andando, acquisti.
+
+E come fu la mia risposta udita,
+Sordello ed elli in dietro si raccolse
+come gente di sbito smarrita.
+
+Luno a Virgilio e laltro a un si volse
+che sedea l, gridando: S, Currado!
+vieni a veder che Dio per grazia volse.
+
+Poi, vlto a me: Per quel singular grado
+che tu dei a colui che s nasconde
+lo suo primo perch, che non l guado,
+
+quando sarai di l da le larghe onde,
+d a Giovanna mia che per me chiami
+l dove a li nnocenti si risponde.
+
+Non credo che la sua madre pi mami,
+poscia che trasmut le bianche bende,
+le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+Per lei assai di lieve si comprende
+quanto in femmina foco damor dura,
+se locchio o l tatto spesso non laccende.
+
+Non le far s bella sepultura
+la vipera che Melanesi accampa,
+com avria fatto il gallo di Gallura.
+
+Cos dicea, segnato de la stampa,
+nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+che misuratamente in core avvampa.
+
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+pur l dove le stelle son pi tarde,
+s come rota pi presso a lo stelo.
+
+E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.
+E io a lui: A quelle tre facelle
+di che l polo di qua tutto quanto arde.
+
+Ond elli a me: Le quattro chiare stelle
+che vedevi staman, son di l basse,
+e queste son salite ov eran quelle.
+
+Com ei parlava, e Sordello a s il trasse
+dicendo: Vedi l l nostro avversaro;
+e drizz il dito perch n l guardasse.
+
+Da quella parte onde non ha riparo
+la picciola vallea, era una biscia,
+forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+Tra lerba e fior vena la mala striscia,
+volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso
+leccando come bestia che si liscia.
+
+Io non vidi, e per dicer non posso,
+come mosser li astor celestali;
+ma vidi bene e luno e laltro mosso.
+
+Sentendo fender laere a le verdi ali,
+fugg l serpente, e li angeli dier volta,
+suso a le poste rivolando iguali.
+
+Lombra che sera al giudice raccolta
+quando chiam, per tutto quello assalto
+punto non fu da me guardare sciolta.
+
+Se la lucerna che ti mena in alto
+truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+quant mestiere infino al sommo smalto,
+
+cominci ella, se novella vera
+di Val di Magra o di parte vicina
+sai, dillo a me, che gi grande l era.
+
+Fui chiamato Currado Malaspina;
+non son lantico, ma di lui discesi;
+a miei portai lamor che qui raffina.
+
+Oh!, diss io lui, per li vostri paesi
+gi mai non fui; ma dove si dimora
+per tutta Europa chei non sien palesi?
+
+La fama che la vostra casa onora,
+grida i segnori e grida la contrada,
+s che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+e io vi giuro, sio di sopra vada,
+che vostra gente onrata non si sfregia
+del pregio de la borsa e de la spada.
+
+Uso e natura s la privilegia,
+che, perch il capo reo il mondo torca,
+sola va dritta e l mal cammin dispregia.
+
+Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca
+sette volte nel letto che l Montone
+con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,
+
+che cotesta cortese oppinone
+ti fia chiavata in mezzo de la testa
+con maggior chiovi che daltrui sermone,
+
+se corso di giudicio non sarresta.
+
+
+
+Purgatorio Canto IX
+
+
+La concubina di Titone antico
+gi simbiancava al balco dorente,
+fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+di gemme la sua fronte era lucente,
+poste in figura del freddo animale
+che con la coda percuote la gente;
+
+e la notte, de passi con che sale,
+fatti avea due nel loco ov eravamo,
+e l terzo gi chinava in giuso lale;
+
+quand io, che meco avea di quel dAdamo,
+vinto dal sonno, in su lerba inchinai
+l ve gi tutti e cinque sedavamo.
+
+Ne lora che comincia i tristi lai
+la rondinella presso a la mattina,
+forse a memoria de suo primi guai,
+
+e che la mente nostra, peregrina
+pi da la carne e men da pensier presa,
+a le sue vison quasi divina,
+
+in sogno mi parea veder sospesa
+unaguglia nel ciel con penne doro,
+con lali aperte e a calare intesa;
+
+ed esser mi parea l dove fuoro
+abbandonati i suoi da Ganimede,
+quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+Fra me pensava: Forse questa fiede
+pur qui per uso, e forse daltro loco
+disdegna di portarne suso in piede.
+
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+terribil come folgor discendesse,
+e me rapisse suso infino al foco.
+
+Ivi parea che ella e io ardesse;
+e s lo ncendio imaginato cosse,
+che convenne che l sonno si rompesse.
+
+Non altrimenti Achille si riscosse,
+li occhi svegliati rivolgendo in giro
+e non sappiendo l dove si fosse,
+
+quando la madre da Chirn a Schiro
+trafugg lui dormendo in le sue braccia,
+l onde poi li Greci il dipartiro;
+
+che mi scoss io, s come da la faccia
+mi fugg l sonno, e diventa ismorto,
+come fa luom che, spaventato, agghiaccia.
+
+Dallato mera solo il mio conforto,
+e l sole er alto gi pi che due ore,
+e l viso mera a la marina torto.
+
+Non aver tema, disse il mio segnore;
+fatti sicur, ch noi semo a buon punto;
+non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+Tu se omai al purgatorio giunto:
+vedi l il balzo che l chiude dintorno;
+vedi lentrata l ve par digiunto.
+
+Dianzi, ne lalba che procede al giorno,
+quando lanima tua dentro dormia,
+sovra li fiori ond l gi addorno
+
+venne una donna, e disse: I son Lucia;
+lasciatemi pigliar costui che dorme;
+s lagevoler per la sua via.
+
+Sordel rimase e laltre genti forme;
+ella ti tolse, e come l d fu chiaro,
+sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+Qui ti pos, ma pria mi dimostraro
+li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+poi ella e l sonno ad una se nandaro.
+
+A guisa duom che n dubbio si raccerta
+e che muta in conforto sua paura,
+poi che la verit li discoperta,
+
+mi cambia io; e come sanza cura
+vide me l duca mio, su per lo balzo
+si mosse, e io di rietro inver laltura.
+
+Lettor, tu vedi ben com io innalzo
+la mia matera, e per con pi arte
+non ti maravigliar sio la rincalzo.
+
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+che l dove pareami prima rotto,
+pur come un fesso che muro diparte,
+
+vidi una porta, e tre gradi di sotto
+per gire ad essa, di color diversi,
+e un portier chancor non facea motto.
+
+E come locchio pi e pi vapersi,
+vidil seder sovra l grado sovrano,
+tal ne la faccia chio non lo soffersi;
+
+e una spada nuda ava in mano,
+che refletta i raggi s ver noi,
+chio drizzava spesso il viso in vano.
+
+Dite costinci: che volete voi?,
+cominci elli a dire, ov la scorta?
+Guardate che l venir s non vi ni.
+
+Donna del ciel, di queste cose accorta,
+rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi
+ne disse: Andate l: quivi la porta.
+
+Ed ella i passi vostri in bene avanzi,
+ricominci il cortese portinaio:
+Venite dunque a nostri gradi innanzi.
+
+L ne venimmo; e lo scaglion primaio
+bianco marmo era s pulito e terso,
+chio mi specchiai in esso qual io paio.
+
+Era il secondo tinto pi che perso,
+duna petrina ruvida e arsiccia,
+crepata per lo lungo e per traverso.
+
+Lo terzo, che di sopra sammassiccia,
+porfido mi parea, s fiammeggiante
+come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+Sovra questo tena ambo le piante
+langel di Dio sedendo in su la soglia
+che mi sembiava pietra di diamante.
+
+Per li tre gradi s di buona voglia
+mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi
+umilemente che l serrame scioglia.
+
+Divoto mi gittai a santi piedi;
+misericordia chiesi e chel maprisse,
+ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+Sette P ne la fronte mi descrisse
+col punton de la spada, e Fa che lavi,
+quando se dentro, queste piaghe disse.
+
+Cenere, o terra che secca si cavi,
+dun color fora col suo vestimento;
+e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+Luna era doro e laltra era dargento;
+pria con la bianca e poscia con la gialla
+fece a la porta s, chi fu contento.
+
+Quandunque luna deste chiavi falla,
+che non si volga dritta per la toppa,
+diss elli a noi, non sapre questa calla.
+
+Pi cara luna; ma laltra vuol troppa
+darte e dingegno avanti che diserri,
+perch ella quella che l nodo digroppa.
+
+Da Pier le tegno; e dissemi chi erri
+anzi ad aprir cha tenerla serrata,
+pur che la gente a piedi mi satterri.
+
+Poi pinse luscio a la porta sacrata,
+dicendo: Intrate; ma facciovi accorti
+che di fuor torna chi n dietro si guata.
+
+E quando fuor ne cardini distorti
+li spigoli di quella regge sacra,
+che di metallo son sonanti e forti,
+
+non rugghi s n si mostr s acra
+Tarpa, come tolto le fu il buono
+Metello, per che poi rimase macra.
+
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+e Te Deum laudamus mi parea
+udire in voce mista al dolce suono.
+
+Tale imagine a punto mi rendea
+ci chio udiva, qual prender si suole
+quando a cantar con organi si stea;
+
+chor s or no sintendon le parole.
+
+
+
+Purgatorio Canto X
+
+
+Poi fummo dentro al soglio de la porta
+che l mal amor de lanime disusa,
+perch fa parer dritta la via torta,
+
+sonando la senti esser richiusa;
+e sio avesse li occhi vlti ad essa,
+qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+Noi salavam per una pietra fessa,
+che si moveva e duna e daltra parte,
+s come londa che fugge e sappressa.
+
+Qui si conviene usare un poco darte,
+cominci l duca mio, in accostarsi
+or quinci, or quindi al lato che si parte.
+
+E questo fece i nostri passi scarsi,
+tanto che pria lo scemo de la luna
+rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ma quando fummo liberi e aperti
+s dove il monte in dietro si rauna,
+
+o stancato e amendue incerti
+di nostra via, restammo in su un piano
+solingo pi che strade per diserti.
+
+Da la sua sponda, ove confina il vano,
+al pi de lalta ripa che pur sale,
+misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+e quanto locchio mio potea trar dale,
+or dal sinistro e or dal destro fianco,
+questa cornice mi parea cotale.
+
+L s non eran mossi i pi nostri anco,
+quand io conobbi quella ripa intorno
+che dritto di salita aveva manco,
+
+esser di marmo candido e addorno
+dintagli s, che non pur Policleto,
+ma la natura l avrebbe scorno.
+
+Langel che venne in terra col decreto
+de la molt anni lagrimata pace,
+chaperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+dinanzi a noi pareva s verace
+quivi intagliato in un atto soave,
+che non sembiava imagine che tace.
+
+Giurato si saria chel dicesse Ave!;
+perch iv era imaginata quella
+chad aprir lalto amor volse la chiave;
+
+e avea in atto impressa esta favella
+Ecce ancilla De, propriamente
+come figura in cera si suggella.
+
+Non tener pur ad un loco la mente,
+disse l dolce maestro, che mavea
+da quella parte onde l cuore ha la gente.
+
+Per chi mi mossi col viso, e vedea
+di retro da Maria, da quella costa
+onde mera colui che mi movea,
+
+unaltra storia ne la roccia imposta;
+per chio varcai Virgilio, e femi presso,
+acci che fosse a li occhi miei disposta.
+
+Era intagliato l nel marmo stesso
+lo carro e buoi, traendo larca santa,
+per che si teme officio non commesso.
+
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+partita in sette cori, a due mie sensi
+faceva dir lun No, laltro S, canta.
+
+Similemente al fummo de li ncensi
+che vera imaginato, li occhi e l naso
+e al s e al no discordi fensi.
+
+L precedeva al benedetto vaso,
+trescando alzato, lumile salmista,
+e pi e men che re era in quel caso.
+
+Di contra, effigata ad una vista
+dun gran palazzo, Micl ammirava
+s come donna dispettosa e trista.
+
+I mossi i pi del loco dov io stava,
+per avvisar da presso unaltra istoria,
+che di dietro a Micl mi biancheggiava.
+
+Quiv era storata lalta gloria
+del roman principato, il cui valore
+mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+i dico di Traiano imperadore;
+e una vedovella li era al freno,
+di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+Intorno a lui parea calcato e pieno
+di cavalieri, e laguglie ne loro
+sovr essi in vista al vento si movieno.
+
+La miserella intra tutti costoro
+pareva dir: Segnor, fammi vendetta
+di mio figliuol ch morto, ond io maccoro;
+
+ed elli a lei rispondere: Or aspetta
+tanto chi torni; e quella: Segnor mio,
+come persona in cui dolor saffretta,
+
+se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io,
+la ti far; ed ella: Laltrui bene
+a te che fia, se l tuo metti in oblio?;
+
+ond elli: Or ti conforta; chei convene
+chi solva il mio dovere anzi chi mova:
+giustizia vuole e piet mi ritene.
+
+Colui che mai non vide cosa nova
+produsse esto visibile parlare,
+novello a noi perch qui non si trova.
+
+Mentr io mi dilettava di guardare
+limagini di tante umilitadi,
+e per lo fabbro loro a veder care,
+
+Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
+mormorava il poeta, molte genti:
+questi ne nveranno a li alti gradi.
+
+Li occhi miei, cha mirare eran contenti
+per veder novitadi ond e son vaghi,
+volgendosi ver lui non furon lenti.
+
+Non vo per, lettor, che tu ti smaghi
+di buon proponimento per udire
+come Dio vuol che l debito si paghi.
+
+Non attender la forma del martre:
+pensa la succession; pensa chal peggio
+oltre la gran sentenza non pu ire.
+
+Io cominciai: Maestro, quel chio veggio
+muovere a noi, non mi sembian persone,
+e non so che, s nel veder vaneggio.
+
+Ed elli a me: La grave condizione
+di lor tormento a terra li rannicchia,
+s che miei occhi pria nebber tencione.
+
+Ma guarda fiso l, e disviticchia
+col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+gi scorger puoi come ciascun si picchia.
+
+O superbi cristian, miseri lassi,
+che, de la vista de la mente infermi,
+fidanza avete ne retrosi passi,
+
+non vaccorgete voi che noi siam vermi
+nati a formar langelica farfalla,
+che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+Di che lanimo vostro in alto galla,
+poi siete quasi antomata in difetto,
+s come vermo in cui formazion falla?
+
+Come per sostentar solaio o tetto,
+per mensola talvolta una figura
+si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+la qual fa del non ver vera rancura
+nascere n chi la vede; cos fatti
+vid io color, quando puosi ben cura.
+
+Vero che pi e meno eran contratti
+secondo chavien pi e meno a dosso;
+e qual pi pazenza avea ne li atti,
+
+piangendo parea dicer: Pi non posso.
+
+
+
+Purgatorio Canto XI
+
+
+O Padre nostro, che ne cieli stai,
+non circunscritto, ma per pi amore
+chai primi effetti di l s tu hai,
+
+laudato sia l tuo nome e l tuo valore
+da ogne creatura, com degno
+di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+Vegna ver noi la pace del tuo regno,
+ch noi ad essa non potem da noi,
+sella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+Come del suo voler li angeli tuoi
+fan sacrificio a te, cantando osanna,
+cos facciano li uomini de suoi.
+
+D oggi a noi la cotidiana manna,
+sanza la qual per questo aspro diserto
+a retro va chi pi di gir saffanna.
+
+E come noi lo mal chavem sofferto
+perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+Nostra virt che di legger sadona,
+non spermentar con lantico avversaro,
+ma libera da lui che s la sprona.
+
+Quest ultima preghiera, segnor caro,
+gi non si fa per noi, ch non bisogna,
+ma per color che dietro a noi restaro.
+
+Cos a s e noi buona ramogna
+quell ombre orando, andavan sotto l pondo,
+simile a quel che talvolta si sogna,
+
+disparmente angosciate tutte a tondo
+e lasse su per la prima cornice,
+purgando la caligine del mondo.
+
+Se di l sempre ben per noi si dice,
+di qua che dire e far per lor si puote
+da quei channo al voler buona radice?
+
+Ben si de loro atar lavar le note
+che portar quinci, s che, mondi e lievi,
+possano uscire a le stellate ruote.
+
+Deh, se giustizia e piet vi disgrievi
+tosto, s che possiate muover lala,
+che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+mostrate da qual mano inver la scala
+si va pi corto; e se c pi dun varco,
+quel ne nsegnate che men erto cala;
+
+ch questi che vien meco, per lo ncarco
+de la carne dAdamo onde si veste,
+al montar s, contra sua voglia, parco.
+
+Le lor parole, che rendero a queste
+che dette avea colui cu io seguiva,
+non fur da cui venisser manifeste;
+
+ma fu detto: A man destra per la riva
+con noi venite, e troverete il passo
+possibile a salir persona viva.
+
+E sio non fossi impedito dal sasso
+che la cervice mia superba doma,
+onde portar convienmi il viso basso,
+
+cotesti, chancor vive e non si noma,
+guardere io, per veder si l conosco,
+e per farlo pietoso a questa soma.
+
+Io fui latino e nato dun gran Tosco:
+Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+non so se l nome suo gi mai fu vosco.
+
+Lantico sangue e lopere leggiadre
+di miei maggior mi fer s arrogante,
+che, non pensando a la comune madre,
+
+ogn uomo ebbi in despetto tanto avante,
+chio ne mori, come i Sanesi sanno,
+e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+Io sono Omberto; e non pur a me danno
+superbia fa, ch tutti miei consorti
+ha ella tratti seco nel malanno.
+
+E qui convien chio questo peso porti
+per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti.
+
+Ascoltando chinai in gi la faccia;
+e un di lor, non questi che parlava,
+si torse sotto il peso che li mpaccia,
+
+e videmi e conobbemi e chiamava,
+tenendo li occhi con fatica fisi
+a me che tutto chin con loro andava.
+
+Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi,
+lonor dAgobbio e lonor di quell arte
+challuminar chiamata in Parisi?.
+
+Frate, diss elli, pi ridon le carte
+che pennelleggia Franco Bolognese;
+lonore tutto or suo, e mio in parte.
+
+Ben non sare io stato s cortese
+mentre chio vissi, per lo gran disio
+de leccellenza ove mio core intese.
+
+Di tal superbia qui si paga il fio;
+e ancor non sarei qui, se non fosse
+che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+Oh vana gloria de lumane posse!
+com poco verde in su la cima dura,
+se non giunta da letati grosse!
+
+Credette Cimabue ne la pittura
+tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+s che la fama di colui scura.
+
+Cos ha tolto luno a laltro Guido
+la gloria de la lingua; e forse nato
+chi luno e laltro caccer del nido.
+
+Non il mondan romore altro chun fiato
+di vento, chor vien quinci e or vien quindi,
+e muta nome perch muta lato.
+
+Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi
+da te la carne, che se fossi morto
+anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,
+
+pria che passin mill anni? ch pi corto
+spazio a letterno, chun muover di ciglia
+al cerchio che pi tardi in cielo torto.
+
+Colui che del cammin s poco piglia
+dinanzi a me, Toscana son tutta;
+e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ond era sire quando fu distrutta
+la rabbia fiorentina, che superba
+fu a quel tempo s com ora putta.
+
+La vostra nominanza color derba,
+che viene e va, e quei la discolora
+per cui ella esce de la terra acerba.
+
+E io a lui: Tuo vero dir mincora
+bona umilt, e gran tumor mappiani;
+ma chi quei di cui tu parlavi ora?.
+
+Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;
+ed qui perch fu presuntoso
+a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+Ito cos e va, sanza riposo,
+poi che mor; cotal moneta rende
+a sodisfar chi di l troppo oso.
+
+E io: Se quello spirito chattende,
+pria che si penta, lorlo de la vita,
+qua gi dimora e qua s non ascende,
+
+se buona orazon lui non aita,
+prima che passi tempo quanto visse,
+come fu la venuta lui largita?.
+
+Quando vivea pi gloroso, disse,
+liberamente nel Campo di Siena,
+ogne vergogna diposta, saffisse;
+
+e l, per trar lamico suo di pena,
+che sostenea ne la prigion di Carlo,
+si condusse a tremar per ogne vena.
+
+Pi non dir, e scuro so che parlo;
+ma poco tempo andr, che tuoi vicini
+faranno s che tu potrai chiosarlo.
+
+Quest opera li tolse quei confini.
+
+
+
+Purgatorio Canto XII
+
+
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+mandava io con quell anima carca,
+fin che l sofferse il dolce pedagogo.
+
+Ma quando disse: Lascia lui e varca;
+ch qui buono con lali e coi remi,
+quantunque pu, ciascun pinger sua barca;
+
+dritto s come andar vuolsi rifemi
+con la persona, avvegna che i pensieri
+mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+Io mera mosso, e seguia volontieri
+del mio maestro i passi, e amendue
+gi mostravam com eravam leggeri;
+
+ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:
+buon ti sar, per tranquillar la via,
+veder lo letto de le piante tue.
+
+Come, perch di lor memoria sia,
+sovra i sepolti le tombe terragne
+portan segnato quel chelli eran pria,
+
+onde l molte volte si ripiagne
+per la puntura de la rimembranza,
+che solo a pi d de le calcagne;
+
+s vid io l, ma di miglior sembianza
+secondo lartificio, figurato
+quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+Vedea colui che fu nobil creato
+pi chaltra creatura, gi dal cielo
+folgoreggiando scender, da lun lato.
+
+Veda Brareo fitto dal telo
+celestal giacer, da laltra parte,
+grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+armati ancora, intorno al padre loro,
+mirar le membra di Giganti sparte.
+
+Vedea Nembrt a pi del gran lavoro
+quasi smarrito, e riguardar le genti
+che n Sennar con lui superbi fuoro.
+
+O Nob, con che occhi dolenti
+vedea io te segnata in su la strada,
+tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+O Sal, come in su la propria spada
+quivi parevi morto in Gelbo,
+che poi non sent pioggia n rugiada!
+
+O folle Aragne, s vedea io te
+gi mezza ragna, trista in su li stracci
+de lopera che mal per te si f.
+
+O Robom, gi non par che minacci
+quivi l tuo segno; ma pien di spavento
+nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.
+
+Mostrava ancor lo duro pavimento
+come Almeon a sua madre f caro
+parer lo sventurato addornamento.
+
+Mostrava come i figli si gittaro
+sovra Sennacherb dentro dal tempio,
+e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+Mostrava la ruina e l crudo scempio
+che f Tamiri, quando disse a Ciro:
+Sangue sitisti, e io di sangue tempio.
+
+Mostrava come in rotta si fuggiro
+li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+e anche le reliquie del martiro.
+
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+o Iln, come te basso e vile
+mostrava il segno che l si discerne!
+
+Qual di pennel fu maestro o di stile
+che ritraesse lombre e tratti chivi
+mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+Morti li morti e i vivi parean vivi:
+non vide mei di me chi vide il vero,
+quant io calcai, fin che chinato givi.
+
+Or superbite, e via col viso altero,
+figliuoli dEva, e non chinate il volto
+s che veggiate il vostro mal sentero!
+
+Pi era gi per noi del monte vlto
+e del cammin del sole assai pi speso
+che non stimava lanimo non sciolto,
+
+quando colui che sempre innanzi atteso
+andava, cominci: Drizza la testa;
+non pi tempo di gir s sospeso.
+
+Vedi col un angel che sappresta
+per venir verso noi; vedi che torna
+dal servigio del d lancella sesta.
+
+Di reverenza il viso e li atti addorna,
+s che i diletti lo nvarci in suso;
+pensa che questo d mai non raggiorna!.
+
+Io era ben del suo ammonir uso
+pur di non perder tempo, s che n quella
+materia non potea parlarmi chiuso.
+
+A noi vena la creatura bella,
+biancovestito e ne la faccia quale
+par tremolando mattutina stella.
+
+Le braccia aperse, e indi aperse lale;
+disse: Venite: qui son presso i gradi,
+e agevolemente omai si sale.
+
+A questo invito vegnon molto radi:
+o gente umana, per volar s nata,
+perch a poco vento cos cadi?.
+
+Menocci ove la roccia era tagliata;
+quivi mi batt lali per la fronte;
+poi mi promise sicura landata.
+
+Come a man destra, per salire al monte
+dove siede la chiesa che soggioga
+la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+si rompe del montar lardita foga
+per le scalee che si fero ad etade
+chera sicuro il quaderno e la doga;
+
+cos sallenta la ripa che cade
+quivi ben ratta da laltro girone;
+ma quinci e quindi lalta pietra rade.
+
+Noi volgendo ivi le nostre persone,
+Beati pauperes spiritu! voci
+cantaron s, che nol diria sermone.
+
+Ahi quanto son diverse quelle foci
+da linfernali! ch quivi per canti
+sentra, e l gi per lamenti feroci.
+
+Gi montavam su per li scaglion santi,
+ed esser mi parea troppo pi lieve
+che per lo pian non mi parea davanti.
+
+Ond io: Maestro, d, qual cosa greve
+levata s da me, che nulla quasi
+per me fatica, andando, si riceve?.
+
+Rispuose: Quando i P che son rimasi
+ancor nel volto tuo presso che stinti,
+saranno, com lun, del tutto rasi,
+
+fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,
+che non pur non fatica sentiranno,
+ma fia diletto loro esser s pinti.
+
+Allor fec io come color che vanno
+con cosa in capo non da lor saputa,
+se non che cenni altrui sospecciar fanno;
+
+per che la mano ad accertar saiuta,
+e cerca e truova e quello officio adempie
+che non si pu fornir per la veduta;
+
+e con le dita de la destra scempie
+trovai pur sei le lettere che ncise
+quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+Purgatorio Canto XIII
+
+
+Noi eravamo al sommo de la scala,
+dove secondamente si risega
+lo monte che salendo altrui dismala.
+
+Ivi cos una cornice lega
+dintorno il poggio, come la primaia;
+se non che larco suo pi tosto piega.
+
+Ombra non l n segno che si paia:
+parsi la ripa e parsi la via schietta
+col livido color de la petraia.
+
+Se qui per dimandar gente saspetta,
+ragionava il poeta, io temo forse
+che troppo avr dindugio nostra eletta.
+
+Poi fisamente al sole li occhi porse;
+fece del destro lato a muover centro,
+e la sinistra parte di s torse.
+
+O dolce lume a cui fidanza i entro
+per lo novo cammin, tu ne conduci,
+dicea, come condur si vuol quinc entro.
+
+Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci;
+saltra ragione in contrario non ponta,
+esser dien sempre li tuoi raggi duci.
+
+Quanto di qua per un migliaio si conta,
+tanto di l eravam noi gi iti,
+con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+e verso noi volar furon sentiti,
+non per visti, spiriti parlando
+a la mensa damor cortesi inviti.
+
+La prima voce che pass volando
+Vinum non habent altamente disse,
+e dietro a noi land reterando.
+
+E prima che del tutto non si udisse
+per allungarsi, unaltra I sono Oreste
+pass gridando, e anco non saffisse.
+
+Oh!, diss io, padre, che voci son queste?.
+E com io domandai, ecco la terza
+dicendo: Amate da cui male aveste.
+
+E l buon maestro: Questo cinghio sferza
+la colpa de la invidia, e per sono
+tratte damor le corde de la ferza.
+
+Lo fren vuol esser del contrario suono;
+credo che ludirai, per mio avviso,
+prima che giunghi al passo del perdono.
+
+Ma ficca li occhi per laere ben fiso,
+e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+e ciascun lungo la grotta assiso.
+
+Allora pi che prima li occhi apersi;
+guardami innanzi, e vidi ombre con manti
+al color de la pietra non diversi.
+
+E poi che fummo un poco pi avanti,
+udia gridar: Maria, ra per noi:
+gridar Michele e Pietro e Tutti santi.
+
+Non credo che per terra vada ancoi
+omo s duro, che non fosse punto
+per compassion di quel chi vidi poi;
+
+ch, quando fui s presso di lor giunto,
+che li atti loro a me venivan certi,
+per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+Di vil ciliccio mi parean coperti,
+e lun sofferia laltro con la spalla,
+e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+Cos li ciechi a cui la roba falla,
+stanno a perdoni a chieder lor bisogna,
+e luno il capo sopra laltro avvalla,
+
+perch n altrui piet tosto si pogna,
+non pur per lo sonar de le parole,
+ma per la vista che non meno agogna.
+
+E come a li orbi non approda il sole,
+cos a lombre quivi, ond io parlo ora,
+luce del ciel di s largir non vole;
+
+ch a tutti un fil di ferro i cigli fra
+e cusce s, come a sparvier selvaggio
+si fa per che queto non dimora.
+
+A me pareva, andando, fare oltraggio,
+veggendo altrui, non essendo veduto:
+per chio mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+Ben sapev ei che volea dir lo muto;
+e per non attese mia dimanda,
+ma disse: Parla, e sie breve e arguto.
+
+Virgilio mi vena da quella banda
+de la cornice onde cader si puote,
+perch da nulla sponda singhirlanda;
+
+da laltra parte meran le divote
+ombre, che per lorribile costura
+premevan s, che bagnavan le gote.
+
+Volsimi a loro e: O gente sicura,
+incominciai, di veder lalto lume
+che l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+se tosto grazia resolva le schiume
+di vostra coscenza s che chiaro
+per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ditemi, ch mi fia grazioso e caro,
+sanima qui tra voi che sia latina;
+e forse lei sar buon si lapparo.
+
+O frate mio, ciascuna cittadina
+duna vera citt; ma tu vuo dire
+che vivesse in Italia peregrina.
+
+Questo mi parve per risposta udire
+pi innanzi alquanto che l dov io stava,
+ond io mi feci ancor pi l sentire.
+
+Tra laltre vidi unombra chaspettava
+in vista; e se volesse alcun dir Come?,
+lo mento a guisa dorbo in s levava.
+
+Spirto, diss io, che per salir ti dome,
+se tu se quelli che mi rispondesti,
+fammiti conto o per luogo o per nome.
+
+Io fui sanese, rispuose, e con questi
+altri rimendo qui la vita ria,
+lagrimando a colui che s ne presti.
+
+Savia non fui, avvegna che Sapa
+fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+pi lieta assai che di ventura mia.
+
+E perch tu non creda chio tinganni,
+odi si fui, com io ti dico, folle,
+gi discendendo larco di miei anni.
+
+Eran li cittadin miei presso a Colle
+in campo giunti co loro avversari,
+e io pregava Iddio di quel che volle.
+
+Rotti fuor quivi e vlti ne li amari
+passi di fuga; e veggendo la caccia,
+letizia presi a tutte altre dispari,
+
+tanto chio volsi in s lardita faccia,
+gridando a Dio: Omai pi non ti temo!,
+come f l merlo per poca bonaccia.
+
+Pace volli con Dio in su lo stremo
+de la mia vita; e ancor non sarebbe
+lo mio dover per penitenza scemo,
+
+se ci non fosse, cha memoria mebbe
+Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+a cui di me per caritate increbbe.
+
+Ma tu chi se, che nostre condizioni
+vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+s com io credo, e spirando ragioni?.
+
+Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti,
+ma picciol tempo, ch poca loffesa
+fatta per esser con invidia vlti.
+
+Troppa pi la paura ond sospesa
+lanima mia del tormento di sotto,
+che gi lo ncarco di l gi mi pesa.
+
+Ed ella a me: Chi tha dunque condotto
+qua s tra noi, se gi ritornar credi?.
+E io: Costui ch meco e non fa motto.
+
+E vivo sono; e per mi richiedi,
+spirito eletto, se tu vuo chi mova
+di l per te ancor li mortai piedi.
+
+Oh, questa a udir s cosa nuova,
+rispuose, che gran segno che Dio tami;
+per col priego tuo talor mi giova.
+
+E cheggioti, per quel che tu pi brami,
+se mai calchi la terra di Toscana,
+che a miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+Tu li vedrai tra quella gente vana
+che spera in Talamone, e perderagli
+pi di speranza cha trovar la Diana;
+
+ma pi vi perderanno li ammiragli.
+
+
+
+Purgatorio Canto XIV
+
+
+Chi costui che l nostro monte cerchia
+prima che morte li abbia dato il volo,
+e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.
+
+Non so chi sia, ma so che non solo;
+domandal tu che pi li tavvicini,
+e dolcemente, s che parli, accolo.
+
+Cos due spirti, luno a laltro chini,
+ragionavan di me ivi a man dritta;
+poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+e disse luno: O anima che fitta
+nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,
+per carit ne consola e ne ditta
+
+onde vieni e chi se; ch tu ne fai
+tanto maravigliar de la tua grazia,
+quanto vuol cosa che non fu pi mai.
+
+E io: Per mezza Toscana si spazia
+un fiumicel che nasce in Falterona,
+e cento miglia di corso nol sazia.
+
+Di sovr esso rech io questa persona:
+dirvi chi sia, saria parlare indarno,
+ch l nome mio ancor molto non suona.
+
+Se ben lo ntendimento tuo accarno
+con lo ntelletto, allora mi rispuose
+quei che diceva pria, tu parli dArno.
+
+E laltro disse lui: Perch nascose
+questi il vocabol di quella riviera,
+pur com om fa de lorribili cose?.
+
+E lombra che di ci domandata era,
+si sdebit cos: Non so; ma degno
+ben che l nome di tal valle pra;
+
+ch dal principio suo, ov s pregno
+lalpestro monte ond tronco Peloro,
+che n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+infin l ve si rende per ristoro
+di quel che l ciel de la marina asciuga,
+ond hanno i fiumi ci che va con loro,
+
+vert cos per nimica si fuga
+da tutti come biscia, o per sventura
+del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ond hanno s mutata lor natura
+li abitator de la misera valle,
+che par che Circe li avesse in pastura.
+
+Tra brutti porci, pi degni di galle
+che daltro cibo fatto in uman uso,
+dirizza prima il suo povero calle.
+
+Botoli trova poi, venendo giuso,
+ringhiosi pi che non chiede lor possa,
+e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa,
+tanto pi trova di can farsi lupi
+la maladetta e sventurata fossa.
+
+Discesa poi per pi pelaghi cupi,
+trova le volpi s piene di froda,
+che non temono ingegno che le occpi.
+
+N lascer di dir perch altri moda;
+e buon sar costui, sancor sammenta
+di ci che vero spirto mi disnoda.
+
+Io veggio tuo nepote che diventa
+cacciator di quei lupi in su la riva
+del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+Vende la carne loro essendo viva;
+poscia li ancide come antica belva;
+molti di vita e s di pregio priva.
+
+Sanguinoso esce de la trista selva;
+lasciala tal, che di qui a mille anni
+ne lo stato primaio non si rinselva.
+
+Com a lannunzio di dogliosi danni
+si turba il viso di colui chascolta,
+da qual che parte il periglio lassanni,
+
+cos vid io laltr anima, che volta
+stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+poi chebbe la parola a s raccolta.
+
+Lo dir de luna e de laltra la vista
+mi fer voglioso di saper lor nomi,
+e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+per che lo spirto che di pria parlmi
+ricominci: Tu vuo chio mi deduca
+nel fare a te ci che tu far non vuomi.
+
+Ma da che Dio in te vuol che traluca
+tanto sua grazia, non ti sar scarso;
+per sappi chio fui Guido del Duca.
+
+Fu il sangue mio dinvidia s rarso,
+che se veduto avesse uom farsi lieto,
+visto mavresti di livore sparso.
+
+Di mia semente cotal paglia mieto;
+o gente umana, perch poni l core
+l v mestier di consorte divieto?
+
+Questi Rinier; questi l pregio e lonore
+de la casa da Calboli, ove nullo
+fatto s reda poi del suo valore.
+
+E non pur lo suo sangue fatto brullo,
+tra l Po e l monte e la marina e l Reno,
+del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ch dentro a questi termini ripieno
+di venenosi sterpi, s che tardi
+per coltivare omai verrebber meno.
+
+Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+verga gentil di picciola gramigna?
+
+Non ti maravigliar sio piango, Tosco,
+quando rimembro, con Guido da Prata,
+Ugolin dAzzo che vivette nosco,
+
+Federigo Tignoso e sua brigata,
+la casa Traversara e li Anastagi
+(e luna gente e laltra diretata),
+
+le donne e cavalier, li affanni e li agi
+che ne nvogliava amore e cortesia
+l dove i cuor son fatti s malvagi.
+
+O Bretinoro, ch non fuggi via,
+poi che gita se n la tua famiglia
+e molta gente per non esser ria?
+
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+che di figliar tai conti pi simpiglia.
+
+Ben faranno i Pagan, da che l demonio
+lor sen gir; ma non per che puro
+gi mai rimagna dessi testimonio.
+
+O Ugolin de Fantolin, sicuro
+ l nome tuo, da che pi non saspetta
+chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta
+troppo di pianger pi che di parlare,
+s mha nostra ragion la mente stretta.
+
+Noi sapavam che quell anime care
+ci sentivano andar; per, tacendo,
+facan noi del cammin confidare.
+
+Poi fummo fatti soli procedendo,
+folgore parve quando laere fende,
+voce che giunse di contra dicendo:
+
+Anciderammi qualunque mapprende;
+e fugg come tuon che si dilegua,
+se sbito la nuvola scoscende.
+
+Come da lei ludir nostro ebbe triegua,
+ed ecco laltra con s gran fracasso,
+che somigli tonar che tosto segua:
+
+Io sono Aglauro che divenni sasso;
+e allor, per ristrignermi al poeta,
+in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+Gi era laura dogne parte queta;
+ed el mi disse: Quel fu l duro camo
+che dovria luom tener dentro a sua meta.
+
+Ma voi prendete lesca, s che lamo
+de lantico avversaro a s vi tira;
+e per poco val freno o richiamo.
+
+Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira,
+mostrandovi le sue bellezze etterne,
+e locchio vostro pur a terra mira;
+
+onde vi batte chi tutto discerne.
+
+
+
+Purgatorio Canto XV
+
+
+Quanto tra lultimar de lora terza
+e l principio del d par de la spera
+che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+tanto pareva gi inver la sera
+essere al sol del suo corso rimaso;
+vespero l, e qui mezza notte era.
+
+E i raggi ne ferien per mezzo l naso,
+perch per noi girato era s l monte,
+che gi dritti andavamo inver loccaso,
+
+quand io senti a me gravar la fronte
+a lo splendore assai pi che di prima,
+e stupor meran le cose non conte;
+
+ond io levai le mani inver la cima
+de le mie ciglia, e fecimi l solecchio,
+che del soverchio visibile lima.
+
+Come quando da lacqua o da lo specchio
+salta lo raggio a lopposita parte,
+salendo su per lo modo parecchio
+
+a quel che scende, e tanto si diparte
+dal cader de la pietra in igual tratta,
+s come mostra esperenza e arte;
+
+cos mi parve da luce rifratta
+quivi dinanzi a me esser percosso;
+per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+Che quel, dolce padre, a che non posso
+schermar lo viso tanto che mi vaglia,
+diss io, e pare inver noi esser mosso?.
+
+Non ti maravigliar sancor tabbaglia
+la famiglia del cielo, a me rispuose:
+messo che viene ad invitar chom saglia.
+
+Tosto sar cha veder queste cose
+non ti fia grave, ma fieti diletto
+quanto natura a sentir ti dispuose.
+
+Poi giunti fummo a langel benedetto,
+con lieta voce disse: Intrate quinci
+ad un scaleo vie men che li altri eretto.
+
+Noi montavam, gi partiti di linci,
+e Beati misericordes! fue
+cantato retro, e Godi tu che vinci!.
+
+Lo mio maestro e io soli amendue
+suso andavamo; e io pensai, andando,
+prode acquistar ne le parole sue;
+
+e dirizzami a lui s dimandando:
+Che volse dir lo spirto di Romagna,
+e divieto e consorte menzionando?.
+
+Per chelli a me: Di sua maggior magagna
+conosce il danno; e per non sammiri
+se ne riprende perch men si piagna.
+
+Perch sappuntano i vostri disiri
+dove per compagnia parte si scema,
+invidia move il mantaco a sospiri.
+
+Ma se lamor de la spera supprema
+torcesse in suso il disiderio vostro,
+non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ch, per quanti si dice pi l nostro,
+tanto possiede pi di ben ciascuno,
+e pi di caritate arde in quel chiostro.
+
+Io son desser contento pi digiuno,
+diss io, che se mi fosse pria taciuto,
+e pi di dubbio ne la mente aduno.
+
+Com esser puote chun ben, distributo
+in pi posseditor, faccia pi ricchi
+di s che se da pochi posseduto?.
+
+Ed elli a me: Per che tu rificchi
+la mente pur a le cose terrene,
+di vera luce tenebre dispicchi.
+
+Quello infinito e ineffabil bene
+che l s , cos corre ad amore
+com a lucido corpo raggio vene.
+
+Tanto si d quanto trova dardore;
+s che, quantunque carit si stende,
+cresce sovr essa letterno valore.
+
+E quanta gente pi l s sintende,
+pi v da bene amare, e pi vi sama,
+e come specchio luno a laltro rende.
+
+E se la mia ragion non ti disfama,
+vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ti torr questa e ciascun altra brama.
+
+Procaccia pur che tosto sieno spente,
+come son gi le due, le cinque piaghe,
+che si richiudon per esser dolente.
+
+Com io voleva dicer Tu mappaghe,
+vidimi giunto in su laltro girone,
+s che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+Ivi mi parve in una visone
+estatica di sbito esser tratto,
+e vedere in un tempio pi persone;
+
+e una donna, in su lentrar, con atto
+dolce di madre dicer: Figliuol mio,
+perch hai tu cos verso noi fatto?
+
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ti cercavamo. E come qui si tacque,
+ci che pareva prima, dispario.
+
+Indi mapparve unaltra con quell acque
+gi per le gote che l dolor distilla
+quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+e dir: Se tu se sire de la villa
+del cui nome ne di fu tanta lite,
+e onde ogne scenza disfavilla,
+
+vendica te di quelle braccia ardite
+chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto.
+E l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+risponder lei con viso temperato:
+Che farem noi a chi mal ne disira,
+se quei che ci ama per noi condannato?,
+
+Poi vidi genti accese in foco dira
+con pietre un giovinetto ancider, forte
+gridando a s pur: Martira, martira!.
+
+E lui vedea chinarsi, per la morte
+che laggravava gi, inver la terra,
+ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+orando a lalto Sire, in tanta guerra,
+che perdonasse a suoi persecutori,
+con quello aspetto che piet diserra.
+
+Quando lanima mia torn di fori
+a le cose che son fuor di lei vere,
+io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+Lo duca mio, che mi potea vedere
+far s com om che dal sonno si slega,
+disse: Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ma se venuto pi che mezza lega
+velando li occhi e con le gambe avvolte,
+a guisa di cui vino o sonno piega?.
+
+O dolce padre mio, se tu mascolte,
+io ti dir, diss io, ci che mapparve
+quando le gambe mi furon s tolte.
+
+Ed ei: Se tu avessi cento larve
+sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+Ci che vedesti fu perch non scuse
+daprir lo core a lacque de la pace
+che da letterno fonte son diffuse.
+
+Non dimandai Che hai? per quel che face
+chi guarda pur con locchio che non vede,
+quando disanimato il corpo giace;
+
+ma dimandai per darti forza al piede:
+cos frugar conviensi i pigri, lenti
+ad usar lor vigilia quando riede.
+
+Noi andavam per lo vespero, attenti
+oltre quanto potean li occhi allungarsi
+contra i raggi serotini e lucenti.
+
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+verso di noi come la notte oscuro;
+n da quello era loco da cansarsi.
+
+Questo ne tolse li occhi e laere puro.
+
+
+
+Purgatorio Canto XVI
+
+
+Buio dinferno e di notte privata
+dogne pianeto, sotto pover cielo,
+quant esser pu di nuvol tenebrata,
+
+non fece al viso mio s grosso velo
+come quel fummo chivi ci coperse,
+n a sentir di cos aspro pelo,
+
+che locchio stare aperto non sofferse;
+onde la scorta mia saputa e fida
+mi saccost e lomero mofferse.
+
+S come cieco va dietro a sua guida
+per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+in cosa che l molesti, o forse ancida,
+
+mandava io per laere amaro e sozzo,
+ascoltando il mio duca che diceva
+pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.
+
+Io sentia voci, e ciascuna pareva
+pregar per pace e per misericordia
+lAgnel di Dio che le peccata leva.
+
+Pur Agnus Dei eran le loro essordia;
+una parola in tutte era e un modo,
+s che parea tra esse ogne concordia.
+
+Quei sono spirti, maestro, chi odo?,
+diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,
+e diracundia van solvendo il nodo.
+
+Or tu chi se che l nostro fummo fendi,
+e di noi parli pur come se tue
+partissi ancor lo tempo per calendi?.
+
+Cos per una voce detto fue;
+onde l maestro mio disse: Rispondi,
+e domanda se quinci si va se.
+
+E io: O creatura che ti mondi
+per tornar bella a colui che ti fece,
+maraviglia udirai, se mi secondi.
+
+Io ti seguiter quanto mi lece,
+rispuose; e se veder fummo non lascia,
+ludir ci terr giunti in quella vece.
+
+Allora incominciai: Con quella fascia
+che la morte dissolve men vo suso,
+e venni qui per linfernale ambascia.
+
+E se Dio mha in sua grazia rinchiuso,
+tanto che vuol chi veggia la sua corte
+per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco;
+e tue parole fier le nostre scorte.
+
+Lombardo fui, e fu chiamato Marco;
+del mondo seppi, e quel valore amai
+al quale ha or ciascun disteso larco.
+
+Per montar s dirittamente vai.
+Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego
+che per me prieghi quando s sarai.
+
+E io a lui: Per fede mi ti lego
+di far ci che mi chiedi; ma io scoppio
+dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.
+
+Prima era scempio, e ora fatto doppio
+ne la sentenza tua, che mi fa certo
+qui, e altrove, quello ov io laccoppio.
+
+Lo mondo ben cos tutto diserto
+dogne virtute, come tu mi sone,
+e di malizia gravido e coverto;
+
+ma priego che maddite la cagione,
+s chi la veggia e chi la mostri altrui;
+ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.
+
+Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,
+mise fuor prima; e poi cominci: Frate,
+lo mondo cieco, e tu vien ben da lui.
+
+Voi che vivete ogne cagion recate
+pur suso al cielo, pur come se tutto
+movesse seco di necessitate.
+
+Se cos fosse, in voi fora distrutto
+libero arbitrio, e non fora giustizia
+per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+non dico tutti, ma, posto chi l dica,
+lume v dato a bene e a malizia,
+
+e libero voler; che, se fatica
+ne le prime battaglie col ciel dura,
+poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+A maggior forza e a miglior natura
+liberi soggiacete; e quella cria
+la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.
+
+Per, se l mondo presente disvia,
+in voi la cagione, in voi si cheggia;
+e io te ne sar or vera spia.
+
+Esce di mano a lui che la vagheggia
+prima che sia, a guisa di fanciulla
+che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+lanima semplicetta che sa nulla,
+salvo che, mossa da lieto fattore,
+volontier torna a ci che la trastulla.
+
+Di picciol bene in pria sente sapore;
+quivi singanna, e dietro ad esso corre,
+se guida o fren non torce suo amore.
+
+Onde convenne legge per fren porre;
+convenne rege aver, che discernesse
+de la vera cittade almen la torre.
+
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+Nullo, per che l pastor che procede,
+rugumar pu, ma non ha lunghie fesse;
+
+per che la gente, che sua guida vede
+pur a quel ben fedire ond ella ghiotta,
+di quel si pasce, e pi oltre non chiede.
+
+Ben puoi veder che la mala condotta
+ la cagion che l mondo ha fatto reo,
+e non natura che n voi sia corrotta.
+
+Soleva Roma, che l buon mondo feo,
+due soli aver, che luna e laltra strada
+facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+Lun laltro ha spento; ed giunta la spada
+col pasturale, e lun con laltro insieme
+per viva forza mal convien che vada;
+
+per che, giunti, lun laltro non teme:
+se non mi credi, pon mente a la spiga,
+chogn erba si conosce per lo seme.
+
+In sul paese chAdice e Po riga,
+solea valore e cortesia trovarsi,
+prima che Federigo avesse briga;
+
+or pu sicuramente indi passarsi
+per qualunque lasciasse, per vergogna
+di ragionar coi buoni o dappressarsi.
+
+Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna
+lantica et la nova, e par lor tardo
+che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+Currado da Palazzo e l buon Gherardo
+e Guido da Castel, che mei si noma,
+francescamente, il semplice Lombardo.
+
+D oggimai che la Chiesa di Roma,
+per confondere in s due reggimenti,
+cade nel fango, e s brutta e la soma.
+
+O Marco mio, diss io, bene argomenti;
+e or discerno perch dal retaggio
+li figli di Lev furono essenti.
+
+Ma qual Gherardo quel che tu per saggio
+di ch rimaso de la gente spenta,
+in rimprovro del secol selvaggio?.
+
+O tuo parlar minganna, o el mi tenta,
+rispuose a me; ch, parlandomi tosco,
+par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+Per altro sopranome io nol conosco,
+sio nol togliessi da sua figlia Gaia.
+Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.
+
+Vedi lalbor che per lo fummo raia
+gi biancheggiare, e me convien partirmi
+(langelo ivi) prima chio li paia.
+
+Cos torn, e pi non volle udirmi.
+
+
+
+Purgatorio Canto XVII
+
+
+Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe
+ti colse nebbia per la qual vedessi
+non altrimenti che per pelle talpe,
+
+come, quando i vapori umidi e spessi
+a diradar cominciansi, la spera
+del sol debilemente entra per essi;
+
+e fia la tua imagine leggera
+in giugnere a veder com io rividi
+lo sole in pria, che gi nel corcar era.
+
+S, pareggiando i miei co passi fidi
+del mio maestro, usci fuor di tal nube
+ai raggi morti gi ne bassi lidi.
+
+O imaginativa che ne rube
+talvolta s di fuor, chom non saccorge
+perch dintorno suonin mille tube,
+
+chi move te, se l senso non ti porge?
+Moveti lume che nel ciel sinforma,
+per s o per voler che gi lo scorge.
+
+De lempiezza di lei che mut forma
+ne luccel cha cantar pi si diletta,
+ne limagine mia apparve lorma;
+
+e qui fu la mia mente s ristretta
+dentro da s, che di fuor non vena
+cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+Poi piovve dentro a lalta fantasia
+un crucifisso, dispettoso e fero
+ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+intorno ad esso era il grande Assero,
+Estr sua sposa e l giusto Mardoceo,
+che fu al dire e al far cos intero.
+
+E come questa imagine rompeo
+s per s stessa, a guisa duna bulla
+cui manca lacqua sotto qual si feo,
+
+surse in mia visone una fanciulla
+piangendo forte, e dicea: O regina,
+perch per ira hai voluto esser nulla?
+
+Ancisa thai per non perder Lavina;
+or mhai perduta! Io son essa che lutto,
+madre, a la tua pria cha laltrui ruina.
+
+Come si frange il sonno ove di butto
+nova luce percuote il viso chiuso,
+che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+cos limaginar mio cadde giuso
+tosto che lume il volto mi percosse,
+maggior assai che quel ch in nostro uso.
+
+I mi volgea per veder ov io fosse,
+quando una voce disse Qui si monta,
+che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+e fece la mia voglia tanto pronta
+di riguardar chi era che parlava,
+che mai non posa, se non si raffronta.
+
+Ma come al sol che nostra vista grava
+e per soverchio sua figura vela,
+cos la mia virt quivi mancava.
+
+Questo divino spirito, che ne la
+via da ir s ne drizza sanza prego,
+e col suo lume s medesmo cela.
+
+S fa con noi, come luom si fa sego;
+ch quale aspetta prego e luopo vede,
+malignamente gi si mette al nego.
+
+Or accordiamo a tanto invito il piede;
+procacciam di salir pria che sabbui,
+ch poi non si poria, se l d non riede.
+
+Cos disse il mio duca, e io con lui
+volgemmo i nostri passi ad una scala;
+e tosto chio al primo grado fui,
+
+sentimi presso quasi un muover dala
+e ventarmi nel viso e dir: Beati
+pacifici, che son sanz ira mala!.
+
+Gi eran sovra noi tanto levati
+li ultimi raggi che la notte segue,
+che le stelle apparivan da pi lati.
+
+O virt mia, perch s ti dilegue?,
+fra me stesso dicea, ch mi sentiva
+la possa de le gambe posta in triegue.
+
+Noi eravam dove pi non saliva
+la scala s, ed eravamo affissi,
+pur come nave cha la piaggia arriva.
+
+E io attesi un poco, sio udissi
+alcuna cosa nel novo girone;
+poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+Dolce mio padre, d, quale offensione
+si purga qui nel giro dove semo?
+Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.
+
+Ed elli a me: Lamor del bene, scemo
+del suo dover, quiritta si ristora;
+qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+Ma perch pi aperto intendi ancora,
+volgi la mente a me, e prenderai
+alcun buon frutto di nostra dimora.
+
+N creator n creatura mai,
+cominci el, figliuol, fu sanza amore,
+o naturale o danimo; e tu l sai.
+
+Lo naturale sempre sanza errore,
+ma laltro puote errar per malo obietto
+o per troppo o per poco di vigore.
+
+Mentre chelli nel primo ben diretto,
+e ne secondi s stesso misura,
+esser non pu cagion di mal diletto;
+
+ma quando al mal si torce, o con pi cura
+o con men che non dee corre nel bene,
+contra l fattore adovra sua fattura.
+
+Quinci comprender puoi chesser convene
+amor sementa in voi dogne virtute
+e dogne operazion che merta pene.
+
+Or, perch mai non pu da la salute
+amor del suo subietto volger viso,
+da lodio proprio son le cose tute;
+
+e perch intender non si pu diviso,
+e per s stante, alcuno esser dal primo,
+da quello odiare ogne effetto deciso.
+
+Resta, se dividendo bene stimo,
+che l mal che sama del prossimo; ed esso
+amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+ chi, per esser suo vicin soppresso,
+spera eccellenza, e sol per questo brama
+chel sia di sua grandezza in basso messo;
+
+ chi podere, grazia, onore e fama
+teme di perder perch altri sormonti,
+onde sattrista s che l contrario ama;
+
+ed chi per ingiuria par chaonti,
+s che si fa de la vendetta ghiotto,
+e tal convien che l male altrui impronti.
+
+Questo triforme amor qua gi di sotto
+si piange: or vo che tu de laltro intende,
+che corre al ben con ordine corrotto.
+
+Ciascun confusamente un bene apprende
+nel qual si queti lanimo, e disira;
+per che di giugner lui ciascun contende.
+
+Se lento amore a lui veder vi tira
+o a lui acquistar, questa cornice,
+dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+Altro ben che non fa luom felice;
+non felicit, non la buona
+essenza, dogne ben frutto e radice.
+
+Lamor chad esso troppo sabbandona,
+di sovr a noi si piange per tre cerchi;
+ma come tripartito si ragiona,
+
+tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.
+
+
+
+Purgatorio Canto XVIII
+
+
+Posto avea fine al suo ragionamento
+lalto dottore, e attento guardava
+ne la mia vista sio parea contento;
+
+e io, cui nova sete ancor frugava,
+di fuor tacea, e dentro dicea: Forse
+lo troppo dimandar chio fo li grava.
+
+Ma quel padre verace, che saccorse
+del timido voler che non sapriva,
+parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+Ond io: Maestro, il mio veder savviva
+s nel tuo lume, chio discerno chiaro
+quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+Per ti prego, dolce padre caro,
+che mi dimostri amore, a cui reduci
+ogne buono operare e l suo contraro.
+
+Drizza, disse, ver me lagute luci
+de lo ntelletto, e fieti manifesto
+lerror de ciechi che si fanno duci.
+
+Lanimo, ch creato ad amar presto,
+ad ogne cosa mobile che piace,
+tosto che dal piacere in atto desto.
+
+Vostra apprensiva da esser verace
+tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+s che lanimo ad essa volger face;
+
+e se, rivolto, inver di lei si piega,
+quel piegare amor, quell natura
+che per piacer di novo in voi si lega.
+
+Poi, come l foco movesi in altura
+per la sua forma ch nata a salire
+l dove pi in sua matera dura,
+
+cos lanimo preso entra in disire,
+ch moto spiritale, e mai non posa
+fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+Or ti puote apparer quant nascosa
+la veritate a la gente chavvera
+ciascun amore in s laudabil cosa;
+
+per che forse appar la sua matera
+sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ buono, ancor che buona sia la cera.
+
+Le tue parole e l mio seguace ingegno,
+rispuos io lui, mhanno amor discoverto,
+ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno;
+
+ch, samore di fuori a noi offerto
+e lanima non va con altro piede,
+se dritta o torta va, non suo merto.
+
+Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
+dir ti poss io; da indi in l taspetta
+pur a Beatrice, ch opra di fede.
+
+Ogne forma sustanzal, che setta
+ da matera ed con lei unita,
+specifica vertute ha in s colletta,
+
+la qual sanza operar non sentita,
+n si dimostra mai che per effetto,
+come per verdi fronde in pianta vita.
+
+Per, l onde vegna lo ntelletto
+de le prime notizie, omo non sape,
+e de primi appetibili laffetto,
+
+che sono in voi s come studio in ape
+di far lo mele; e questa prima voglia
+merto di lode o di biasmo non cape.
+
+Or perch a questa ogn altra si raccoglia,
+innata v la virt che consiglia,
+e de lassenso de tener la soglia.
+
+Quest l principio l onde si piglia
+ragion di meritare in voi, secondo
+che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+Color che ragionando andaro al fondo,
+saccorser desta innata libertate;
+per moralit lasciaro al mondo.
+
+Onde, poniam che di necessitate
+surga ogne amor che dentro a voi saccende,
+di ritenerlo in voi la podestate.
+
+La nobile virt Beatrice intende
+per lo libero arbitrio, e per guarda
+che labbi a mente, sa parlar ten prende.
+
+La luna, quasi a mezza notte tarda,
+facea le stelle a noi parer pi rade,
+fatta com un secchion che tuttor arda;
+
+e correa contro l ciel per quelle strade
+che l sole infiamma allor che quel da Roma
+tra Sardi e Corsi il vede quando cade.
+
+E quell ombra gentil per cui si noma
+Pietola pi che villa mantoana,
+del mio carcar diposta avea la soma;
+
+per chio, che la ragione aperta e piana
+sovra le mie quistioni avea ricolta,
+stava com om che sonnolento vana.
+
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+subitamente da gente che dopo
+le nostre spalle a noi era gi volta.
+
+E quale Ismeno gi vide e Asopo
+lungo di s di notte furia e calca,
+pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+cotal per quel giron suo passo falca,
+per quel chio vidi di color, venendo,
+cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+Tosto fur sovr a noi, perch correndo
+si movea tutta quella turba magna;
+e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+Maria corse con fretta a la montagna;
+e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+punse Marsilia e poi corse in Ispagna.
+
+Ratto, ratto, che l tempo non si perda
+per poco amor, gridavan li altri appresso,
+che studio di ben far grazia rinverda.
+
+O gente in cui fervore aguto adesso
+ricompie forse negligenza e indugio
+da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+questi che vive, e certo i non vi bugio,
+vuole andar s, pur che l sol ne riluca;
+per ne dite ond presso il pertugio.
+
+Parole furon queste del mio duca;
+e un di quelli spirti disse: Vieni
+di retro a noi, e troverai la buca.
+
+Noi siam di voglia a muoverci s pieni,
+che restar non potem; per perdona,
+se villania nostra giustizia tieni.
+
+Io fui abate in San Zeno a Verona
+sotto lo mperio del buon Barbarossa,
+di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+E tale ha gi lun pi dentro la fossa,
+che tosto pianger quel monastero,
+e tristo fia davere avuta possa;
+
+perch suo figlio, mal del corpo intero,
+e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ha posto in loco di suo pastor vero.
+
+Io non so se pi disse o sei si tacque,
+tant era gi di l da noi trascorso;
+ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+E quei che mera ad ogne uopo soccorso
+disse: Volgiti qua: vedine due
+venir dando a laccida di morso.
+
+Di retro a tutti dicean: Prima fue
+morta la gente a cui il mar saperse,
+che vedesse Iordan le rede sue.
+
+E quella che laffanno non sofferse
+fino a la fine col figlio dAnchise,
+s stessa a vita sanza gloria offerse.
+
+Poi quando fuor da noi tanto divise
+quell ombre, che veder pi non potiersi,
+novo pensiero dentro a me si mise,
+
+del qual pi altri nacquero e diversi;
+e tanto duno in altro vaneggiai,
+che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+e l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+Purgatorio Canto XIX
+
+
+Ne lora che non pu l calor durno
+intepidar pi l freddo de la luna,
+vinto da terra, e talor da Saturno
+
+quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+veggiono in orente, innanzi a lalba,
+surger per via che poco le sta bruna,
+
+mi venne in sogno una femmina balba,
+ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,
+con le man monche, e di colore scialba.
+
+Io la mirava; e come l sol conforta
+le fredde membra che la notte aggrava,
+cos lo sguardo mio le facea scorta
+
+la lingua, e poscia tutta la drizzava
+in poco dora, e lo smarrito volto,
+com amor vuol, cos le colorava.
+
+Poi chell avea l parlar cos disciolto,
+cominciava a cantar s, che con pena
+da lei avrei mio intento rivolto.
+
+Io son, cantava, io son dolce serena,
+che marinari in mezzo mar dismago;
+tanto son di piacere a sentir piena!
+
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+al canto mio; e qual meco sausa,
+rado sen parte; s tutto lappago!.
+
+Ancor non era sua bocca richiusa,
+quand una donna apparve santa e presta
+lunghesso me per far colei confusa.
+
+O Virgilio, Virgilio, chi questa?,
+fieramente dicea; ed el vena
+con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+Laltra prendea, e dinanzi lapria
+fendendo i drappi, e mostravami l ventre;
+quel mi svegli col puzzo che nuscia.
+
+Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre
+voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni;
+troviam laperta per la qual tu entre.
+
+S mi levai, e tutti eran gi pieni
+de lalto d i giron del sacro monte,
+e andavam col sol novo a le reni.
+
+Seguendo lui, portava la mia fronte
+come colui che lha di pensier carca,
+che fa di s un mezzo arco di ponte;
+
+quand io udi Venite; qui si varca
+parlare in modo soave e benigno,
+qual non si sente in questa mortal marca.
+
+Con lali aperte, che parean di cigno,
+volseci in s colui che s parlonne
+tra due pareti del duro macigno.
+
+Mosse le penne poi e ventilonne,
+Qui lugent affermando esser beati,
+chavran di consolar lanime donne.
+
+Che hai che pur inver la terra guati?,
+la guida mia incominci a dirmi,
+poco amendue da langel sormontati.
+
+E io: Con tanta sospeccion fa irmi
+novella vison cha s mi piega,
+s chio non posso dal pensar partirmi.
+
+Vedesti, disse, quellantica strega
+che sola sovr a noi omai si piagne;
+vedesti come luom da lei si slega.
+
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+li occhi rivolgi al logoro che gira
+lo rege etterno con le rote magne.
+
+Quale l falcon, che prima a pi si mira,
+indi si volge al grido e si protende
+per lo disio del pasto che l il tira,
+
+tal mi fec io; e tal, quanto si fende
+la roccia per dar via a chi va suso,
+nandai infin dove l cerchiar si prende.
+
+Com io nel quinto giro fui dischiuso,
+vidi gente per esso che piangea,
+giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+Adhaesit pavimento anima mea
+sentia dir lor con s alti sospiri,
+che la parola a pena sintendea.
+
+O eletti di Dio, li cui soffriri
+e giustizia e speranza fa men duri,
+drizzate noi verso li alti saliri.
+
+Se voi venite dal giacer sicuri,
+e volete trovar la via pi tosto,
+le vostre destre sien sempre di fori.
+
+Cos preg l poeta, e s risposto
+poco dinanzi a noi ne fu; per chio
+nel parlare avvisai laltro nascosto,
+
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ond elli massent con lieto cenno
+ci che chiedea la vista del disio.
+
+Poi chio potei di me fare a mio senno,
+trassimi sovra quella creatura
+le cui parole pria notar mi fenno,
+
+dicendo: Spirto in cui pianger matura
+quel sanza l quale a Dio tornar non pssi,
+sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+Chi fosti e perch vlti avete i dossi
+al s, mi d, e se vuo chio timpetri
+cosa di l ond io vivendo mossi.
+
+Ed elli a me: Perch i nostri diretri
+rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
+scias quod ego fui successor Petri.
+
+Intra Sestri e Chiaveri sadima
+una fiumana bella, e del suo nome
+lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+Un mese e poco pi prova io come
+pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+che piuma sembran tutte laltre some.
+
+La mia conversone, om!, fu tarda;
+ma, come fatto fui roman pastore,
+cos scopersi la vita bugiarda.
+
+Vidi che l non sacquetava il core,
+n pi salir potiesi in quella vita;
+per che di questa in me saccese amore.
+
+Fino a quel punto misera e partita
+da Dio anima fui, del tutto avara;
+or, come vedi, qui ne son punita.
+
+Quel chavarizia fa, qui si dichiara
+in purgazion de lanime converse;
+e nulla pena il monte ha pi amara.
+
+S come locchio nostro non saderse
+in alto, fisso a le cose terrene,
+cos giustizia qui a terra il merse.
+
+Come avarizia spense a ciascun bene
+lo nostro amore, onde operar perdsi,
+cos giustizia qui stretti ne tene,
+
+ne piedi e ne le man legati e presi;
+e quanto fia piacer del giusto Sire,
+tanto staremo immobili e distesi.
+
+Io mera inginocchiato e volea dire;
+ma com io cominciai ed el saccorse,
+solo ascoltando, del mio reverire,
+
+Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.
+E io a lui: Per vostra dignitate
+mia coscenza dritto mi rimorse.
+
+Drizza le gambe, lvati s, frate!,
+rispuose; non errar: conservo sono
+teco e con li altri ad una podestate.
+
+Se mai quel santo evangelico suono
+che dice Neque nubent intendesti,
+ben puoi veder perch io cos ragiono.
+
+Vattene omai: non vo che pi tarresti;
+ch la tua stanza mio pianger disagia,
+col qual maturo ci che tu dicesti.
+
+Nepote ho io di l cha nome Alagia,
+buona da s, pur che la nostra casa
+non faccia lei per essempro malvagia;
+
+e questa sola di l m rimasa.
+
+
+
+Purgatorio Canto XX
+
+
+Contra miglior voler voler mal pugna;
+onde contra l piacer mio, per piacerli,
+trassi de lacqua non sazia la spugna.
+
+Mossimi; e l duca mio si mosse per li
+luoghi spediti pur lungo la roccia,
+come si va per muro stretto a merli;
+
+ch la gente che fonde a goccia a goccia
+per li occhi il mal che tutto l mondo occupa,
+da laltra parte in fuor troppo sapproccia.
+
+Maladetta sie tu, antica lupa,
+che pi che tutte laltre bestie hai preda
+per la tua fame sanza fine cupa!
+
+O ciel, nel cui girar par che si creda
+le condizion di qua gi trasmutarsi,
+quando verr per cui questa disceda?
+
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+e io attento a lombre, chi sentia
+pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+e per ventura udi Dolce Maria!
+dinanzi a noi chiamar cos nel pianto
+come fa donna che in parturir sia;
+
+e seguitar: Povera fosti tanto,
+quanto veder si pu per quello ospizio
+dove sponesti il tuo portato santo.
+
+Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
+con povert volesti anzi virtute
+che gran ricchezza posseder con vizio.
+
+Queste parole meran s piaciute,
+chio mi trassi oltre per aver contezza
+di quello spirto onde parean venute.
+
+Esso parlava ancor de la larghezza
+che fece Niccol a le pulcelle,
+per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+O anima che tanto ben favelle,
+dimmi chi fosti, dissi, e perch sola
+tu queste degne lode rinovelle.
+
+Non fia sanza merc la tua parola,
+sio ritorno a compir lo cammin corto
+di quella vita chal termine vola.
+
+Ed elli: Io ti dir, non per conforto
+chio attenda di l, ma perch tanta
+grazia in te luce prima che sie morto.
+
+Io fui radice de la mala pianta
+che la terra cristiana tutta aduggia,
+s che buon frutto rado se ne schianta.
+
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+potesser, tosto ne saria vendetta;
+e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;
+di me son nati i Filippi e i Luigi
+per cui novellamente Francia retta.
+
+Figliuol fu io dun beccaio di Parigi:
+quando li regi antichi venner meno
+tutti, fuor chun renduto in panni bigi,
+
+trovami stretto ne le mani il freno
+del governo del regno, e tanta possa
+di nuovo acquisto, e s damici pieno,
+
+cha la corona vedova promossa
+la testa di mio figlio fu, dal quale
+cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+Mentre che la gran dota provenzale
+al sangue mio non tolse la vergogna,
+poco valea, ma pur non facea male.
+
+L cominci con forza e con menzogna
+la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+Pont e Normandia prese e Guascogna.
+
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+vittima f di Curradino; e poi
+ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+Tempo vegg io, non molto dopo ancoi,
+che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+per far conoscer meglio e s e suoi.
+
+Sanz arme nesce e solo con la lancia
+con la qual giostr Giuda, e quella ponta
+s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+Quindi non terra, ma peccato e onta
+guadagner, per s tanto pi grave,
+quanto pi lieve simil danno conta.
+
+Laltro, che gi usc preso di nave,
+veggio vender sua figlia e patteggiarne
+come fanno i corsar de laltre schiave.
+
+O avarizia, che puoi tu pi farne,
+poscia cha il mio sangue a te s tratto,
+che non si cura de la propria carne?
+
+Perch men paia il mal futuro e l fatto,
+veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+Veggiolo unaltra volta esser deriso;
+veggio rinovellar laceto e l fiele,
+e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+Veggio il novo Pilato s crudele,
+che ci nol sazia, ma sanza decreto
+portar nel Tempio le cupide vele.
+
+O Segnor mio, quando sar io lieto
+a veder la vendetta che, nascosa,
+fa dolce lira tua nel tuo secreto?
+
+Ci chio dicea di quell unica sposa
+de lo Spirito Santo e che ti fece
+verso me volger per alcuna chiosa,
+
+tanto risposto a tutte nostre prece
+quanto l d dura; ma com el sannotta,
+contrario suon prendemo in quella vece.
+
+Noi repetiam Pigmalon allotta,
+cui traditore e ladro e paricida
+fece la voglia sua de loro ghiotta;
+
+e la miseria de lavaro Mida,
+che segu a la sua dimanda gorda,
+per la qual sempre convien che si rida.
+
+Del folle Acn ciascun poi si ricorda,
+come fur le spoglie, s che lira
+di Ios qui par chancor lo morda.
+
+Indi accusiam col marito Saffira;
+lodiam i calci chebbe Elodoro;
+e in infamia tutto l monte gira
+
+Polinestr chancise Polidoro;
+ultimamente ci si grida: Crasso,
+dilci, che l sai: di che sapore loro?.
+
+Talor parla luno alto e laltro basso,
+secondo laffezion chad ir ci sprona
+ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+per al ben che l d ci si ragiona,
+dianzi non era io sol; ma qui da presso
+non alzava la voce altra persona.
+
+Noi eravam partiti gi da esso,
+e brigavam di soverchiar la strada
+tanto quanto al poder nera permesso,
+
+quand io senti, come cosa che cada,
+tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+qual prender suol colui cha morte vada.
+
+Certo non si scoteo s forte Delo,
+pria che Latona in lei facesse l nido
+a parturir li due occhi del cielo.
+
+Poi cominci da tutte parti un grido
+tal, che l maestro inverso me si feo,
+dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido.
+
+Glora in excelsis tutti Deo
+dicean, per quel chio da vicin compresi,
+onde intender lo grido si poteo.
+
+No istavamo immobili e sospesi
+come i pastor che prima udir quel canto,
+fin che l tremar cess ed el compisi.
+
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+guardando lombre che giacean per terra,
+tornate gi in su lusato pianto.
+
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+mi f desideroso di sapere,
+se la memoria mia in ci non erra,
+
+quanta pareami allor, pensando, avere;
+n per la fretta dimandare er oso,
+n per me l potea cosa vedere:
+
+cos mandava timido e pensoso.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXI
+
+
+La sete natural che mai non sazia
+se non con lacqua onde la femminetta
+samaritana domand la grazia,
+
+mi travagliava, e pungeami la fretta
+per la mpacciata via dietro al mio duca,
+e condoleami a la giusta vendetta.
+
+Ed ecco, s come ne scrive Luca
+che Cristo apparve a due cherano in via,
+gi surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ci apparve unombra, e dietro a noi vena,
+dal pi guardando la turba che giace;
+n ci addemmo di lei, s parl pria,
+
+dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace.
+Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio
+rendli l cenno cha ci si conface.
+
+Poi cominci: Nel beato concilio
+ti ponga in pace la verace corte
+che me rilega ne letterno essilio.
+
+Come!, diss elli, e parte andavam forte:
+se voi siete ombre che Dio s non degni,
+chi vha per la sua scala tanto scorte?.
+
+E l dottor mio: Se tu riguardi a segni
+che questi porta e che langel profila,
+ben vedrai che coi buon convien che regni.
+
+Ma perch lei che d e notte fila
+non li avea tratta ancora la conocchia
+che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+lanima sua, ch tua e mia serocchia,
+venendo s, non potea venir sola,
+per chal nostro modo non adocchia.
+
+Ond io fui tratto fuor de lampia gola
+dinferno per mostrarli, e mosterrolli
+oltre, quanto l potr menar mia scola.
+
+Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli
+di dianzi l monte, e perch tutto ad una
+parve gridare infino a suoi pi molli.
+
+S mi di, dimandando, per la cruna
+del mio disio, che pur con la speranza
+si fece la mia sete men digiuna.
+
+Quei cominci: Cosa non che sanza
+ordine senta la religone
+de la montagna, o che sia fuor dusanza.
+
+Libero qui da ogne alterazione:
+di quel che l ciel da s in s riceve
+esser ci puote, e non daltro, cagione.
+
+Per che non pioggia, non grando, non neve,
+non rugiada, non brina pi s cade
+che la scaletta di tre gradi breve;
+
+nuvole spesse non paion n rade,
+n coruscar, n figlia di Taumante,
+che di l cangia sovente contrade;
+
+secco vapor non surge pi avante
+chal sommo di tre gradi chio parlai,
+dov ha l vicario di Pietro le piante.
+
+Trema forse pi gi poco o assai;
+ma per vento che n terra si nasconda,
+non so come, qua s non trem mai.
+
+Tremaci quando alcuna anima monda
+sentesi, s che surga o che si mova
+per salir s; e tal grido seconda.
+
+De la mondizia sol voler fa prova,
+che, tutto libero a mutar convento,
+lalma sorprende, e di voler le giova.
+
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+che divina giustizia, contra voglia,
+come fu al peccar, pone al tormento.
+
+E io, che son giaciuto a questa doglia
+cinquecent anni e pi, pur mo sentii
+libera volont di miglior soglia:
+
+per sentisti il tremoto e li pii
+spiriti per lo monte render lode
+a quel Segnor, che tosto s li nvii.
+
+Cos ne disse; e per chel si gode
+tanto del ber quant grande la sete,
+non saprei dir quant el mi fece prode.
+
+E l savio duca: Omai veggio la rete
+che qui vi mpiglia e come si scalappia,
+perch ci trema e di che congaudete.
+
+Ora chi fosti, piacciati chio sappia,
+e perch tanti secoli giaciuto
+qui se, ne le parole tue mi cappia.
+
+Nel tempo che l buon Tito, con laiuto
+del sommo rege, vendic le fra
+ond usc l sangue per Giuda venduto,
+
+col nome che pi dura e pi onora
+era io di l, rispuose quello spirto,
+famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+che, tolosano, a s mi trasse Roma,
+dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+Stazio la gente ancor di l mi noma:
+cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ma caddi in via con la seconda soma.
+
+Al mio ardor fuor seme le faville,
+che mi scaldar, de la divina fiamma
+onde sono allumati pi di mille;
+
+de lEneda dico, la qual mamma
+fummi, e fummi nutrice, poetando:
+sanz essa non fermai peso di dramma.
+
+E per esser vivuto di l quando
+visse Virgilio, assentirei un sole
+pi che non deggio al mio uscir di bando.
+
+Volser Virgilio a me queste parole
+con viso che, tacendo, disse Taci;
+ma non pu tutto la virt che vuole;
+
+ch riso e pianto son tanto seguaci
+a la passion di che ciascun si spicca,
+che men seguon voler ne pi veraci.
+
+Io pur sorrisi come luom chammicca;
+per che lombra si tacque, e riguardommi
+ne li occhi ove l sembiante pi si ficca;
+
+e Se tanto labore in bene assommi,
+disse, perch la tua faccia testeso
+un lampeggiar di riso dimostrommi?.
+
+Or son io duna parte e daltra preso:
+luna mi fa tacer, laltra scongiura
+chio dica; ond io sospiro, e sono inteso
+
+dal mio maestro, e Non aver paura,
+mi dice, di parlar; ma parla e digli
+quel che dimanda con cotanta cura.
+
+Ond io: Forse che tu ti maravigli,
+antico spirto, del rider chio fei;
+ma pi dammirazion vo che ti pigli.
+
+Questi che guida in alto li occhi miei,
+ quel Virgilio dal qual tu togliesti
+forte a cantar de li uomini e di di.
+
+Se cagion altra al mio rider credesti,
+lasciala per non vera, ed esser credi
+quelle parole che di lui dicesti.
+
+Gi sinchinava ad abbracciar li piedi
+al mio dottor, ma el li disse: Frate,
+non far, ch tu se ombra e ombra vedi.
+
+Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate
+comprender de lamor cha te mi scalda,
+quand io dismento nostra vanitate,
+
+trattando lombre come cosa salda.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXII
+
+
+Gi era langel dietro a noi rimaso,
+langel che navea vlti al sesto giro,
+avendomi dal viso un colpo raso;
+
+e quei channo a giustizia lor disiro
+detto navea beati, e le sue voci
+con sitiunt, sanz altro, ci forniro.
+
+E io pi lieve che per laltre foci
+mandava, s che sanz alcun labore
+seguiva in s li spiriti veloci;
+
+quando Virgilio incominci: Amore,
+acceso di virt, sempre altro accese,
+pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+onde da lora che tra noi discese
+nel limbo de lo nferno Giovenale,
+che la tua affezion mi f palese,
+
+mia benvoglienza inverso te fu quale
+pi strinse mai di non vista persona,
+s chor mi parran corte queste scale.
+
+Ma dimmi, e come amico mi perdona
+se troppa sicurt mallarga il freno,
+e come amico omai meco ragiona:
+
+come pot trovar dentro al tuo seno
+loco avarizia, tra cotanto senno
+di quanto per tua cura fosti pieno?.
+
+Queste parole Stazio mover fenno
+un poco a riso pria; poscia rispuose:
+Ogne tuo dir damor m caro cenno.
+
+Veramente pi volte appaion cose
+che danno a dubitar falsa matera
+per le vere ragion che son nascose.
+
+La tua dimanda tuo creder mavvera
+esser chi fossi avaro in laltra vita,
+forse per quella cerchia dov io era.
+
+Or sappi chavarizia fu partita
+troppo da me, e questa dismisura
+migliaia di lunari hanno punita.
+
+E se non fosse chio drizzai mia cura,
+quand io intesi l dove tu chiame,
+crucciato quasi a lumana natura:
+
+Per che non reggi tu, o sacra fame
+de loro, lappetito de mortali?,
+voltando sentirei le giostre grame.
+
+Allor maccorsi che troppo aprir lali
+potean le mani a spendere, e pentemi
+cos di quel come de li altri mali.
+
+Quanti risurgeran coi crini scemi
+per ignoranza, che di questa pecca
+toglie l penter vivendo e ne li stremi!
+
+E sappie che la colpa che rimbecca
+per dritta opposizione alcun peccato,
+con esso insieme qui suo verde secca;
+
+per, sio son tra quella gente stato
+che piange lavarizia, per purgarmi,
+per lo contrario suo m incontrato.
+
+Or quando tu cantasti le crude armi
+de la doppia trestizia di Giocasta,
+disse l cantor de buccolici carmi,
+
+per quello che Cl teco l tasta,
+non par che ti facesse ancor fedele
+la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+Se cos , qual sole o quai candele
+ti stenebraron s, che tu drizzasti
+poscia di retro al pescator le vele?.
+
+Ed elli a lui: Tu prima minvasti
+verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+e prima appresso Dio malluminasti.
+
+Facesti come quei che va di notte,
+che porta il lume dietro e s non giova,
+ma dopo s fa le persone dotte,
+
+quando dicesti: Secol si rinova;
+torna giustizia e primo tempo umano,
+e progene scende da ciel nova.
+
+Per te poeta fui, per te cristiano:
+ma perch veggi mei ci chio disegno,
+a colorare stender la mano.
+
+Gi era l mondo tutto quanto pregno
+de la vera credenza, seminata
+per li messaggi de letterno regno;
+
+e la parola tua sopra toccata
+si consonava a nuovi predicanti;
+ond io a visitarli presi usata.
+
+Vennermi poi parendo tanto santi,
+che, quando Domizian li perseguette,
+sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+e mentre che di l per me si stette,
+io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+E pria chio conducessi i Greci a fiumi
+di Tebe poetando, ebb io battesmo;
+ma per paura chiuso cristian fumi,
+
+lungamente mostrando paganesmo;
+e questa tepidezza il quarto cerchio
+cerchiar mi f pi che l quarto centesmo.
+
+Tu dunque, che levato hai il coperchio
+che mascondeva quanto bene io dico,
+mentre che del salire avem soverchio,
+
+dimmi dov Terrenzio nostro antico,
+Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+dimmi se son dannati, e in qual vico.
+
+Costoro e Persio e io e altri assai,
+rispuose il duca mio, siam con quel Greco
+che le Muse lattar pi chaltri mai,
+
+nel primo cinghio del carcere cieco;
+spesse fate ragioniam del monte
+che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+Euripide v nosco e Antifonte,
+Simonide, Agatone e altri pie
+Greci che gi di lauro ornar la fronte.
+
+Quivi si veggion de le genti tue
+Antigone, Defile e Argia,
+e Ismene s trista come fue.
+
+Vdeisi quella che mostr Langia;
+vvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+e con le suore sue Dedamia.
+
+Tacevansi ambedue gi li poeti,
+di novo attenti a riguardar dintorno,
+liberi da saliri e da pareti;
+
+e gi le quattro ancelle eran del giorno
+rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+drizzando pur in s lardente corno,
+
+quando il mio duca: Io credo cha lo stremo
+le destre spalle volger ne convegna,
+girando il monte come far solemo.
+
+Cos lusanza fu l nostra insegna,
+e prendemmo la via con men sospetto
+per lassentir di quell anima degna.
+
+Elli givan dinanzi, e io soletto
+di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+cha poetar mi davano intelletto.
+
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+un alber che trovammo in mezza strada,
+con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+e come abete in alto si digrada
+di ramo in ramo, cos quello in giuso,
+cred io, perch persona s non vada.
+
+Dal lato onde l cammin nostro era chiuso,
+cadea de lalta roccia un liquor chiaro
+e si spandeva per le foglie suso.
+
+Li due poeti a lalber sappressaro;
+e una voce per entro le fronde
+grid: Di questo cibo avrete caro.
+
+Poi disse: Pi pensava Maria onde
+fosser le nozze orrevoli e intere,
+cha la sua bocca, chor per voi risponde.
+
+E le Romane antiche, per lor bere,
+contente furon dacqua; e Danello
+dispregi cibo e acquist savere.
+
+Lo secol primo, quant oro fu bello,
+f savorose con fame le ghiande,
+e nettare con sete ogne ruscello.
+
+Mele e locuste furon le vivande
+che nodriro il Batista nel diserto;
+per chelli gloroso e tanto grande
+
+quanto per lo Vangelio v aperto.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXIII
+
+
+Mentre che li occhi per la fronda verde
+ficcava o s come far suole
+chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
+vienne oramai, ch l tempo che n imposto
+pi utilmente compartir si vuole.
+
+Io volsi l viso, e l passo non men tosto,
+appresso i savi, che parlavan se,
+che landar mi facean di nullo costo.
+
+Ed ecco piangere e cantar sude
+Laba ma, Domine per modo
+tal, che diletto e doglia parture.
+
+O dolce padre, che quel chi odo?,
+comincia io; ed elli: Ombre che vanno
+forse di lor dover solvendo il nodo.
+
+S come i peregrin pensosi fanno,
+giugnendo per cammin gente non nota,
+che si volgono ad essa e non restanno,
+
+cos di retro a noi, pi tosto mota,
+venendo e trapassando ci ammirava
+danime turba tacita e devota.
+
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+palida ne la faccia, e tanto scema
+che da lossa la pelle sinformava.
+
+Non credo che cos a buccia strema
+Erisittone fosse fatto secco,
+per digiunar, quando pi nebbe tema.
+
+Io dicea fra me stesso pensando: Ecco
+la gente che perd Ierusalemme,
+quando Maria nel figlio di di becco!
+
+Parean locchiaie anella sanza gemme:
+chi nel viso de li uomini legge omo
+ben avria quivi conosciuta lemme.
+
+Chi crederebbe che lodor dun pomo
+s governasse, generando brama,
+e quel dunacqua, non sappiendo como?
+
+Gi era in ammirar che s li affama,
+per la cagione ancor non manifesta
+di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ed ecco del profondo de la testa
+volse a me li occhi unombra e guard fiso;
+poi grid forte: Qual grazia m questa?.
+
+Mai non lavrei riconosciuto al viso;
+ma ne la voce sua mi fu palese
+ci che laspetto in s avea conquiso.
+
+Questa favilla tutta mi raccese
+mia conoscenza a la cangiata labbia,
+e ravvisai la faccia di Forese.
+
+Deh, non contendere a lasciutta scabbia
+che mi scolora, pregava, la pelle,
+n a difetto di carne chio abbia;
+
+ma dimmi il ver di te, d chi son quelle
+due anime che l ti fanno scorta;
+non rimaner che tu non mi favelle!.
+
+La faccia tua, chio lagrimai gi morta,
+mi d di pianger mo non minor doglia,
+rispuos io lui, veggendola s torta.
+
+Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;
+non mi far dir mentr io mi maraviglio,
+ch mal pu dir chi pien daltra voglia.
+
+Ed elli a me: De letterno consiglio
+cade vert ne lacqua e ne la pianta
+rimasa dietro ond io s massottiglio.
+
+Tutta esta gente che piangendo canta
+per seguitar la gola oltra misura,
+in fame e n sete qui si rif santa.
+
+Di bere e di mangiar naccende cura
+lodor chesce del pomo e de lo sprazzo
+che si distende su per sua verdura.
+
+E non pur una volta, questo spazzo
+girando, si rinfresca nostra pena:
+io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ch quella voglia a li alberi ci mena
+che men Cristo lieto a dire El,
+quando ne liber con la sua vena.
+
+E io a lui: Forese, da quel d
+nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+cinqu anni non son vlti infino a qui.
+
+Se prima fu la possa in te finita
+di peccar pi, che sovvenisse lora
+del buon dolor cha Dio ne rimarita,
+
+come se tu qua s venuto ancora?
+Io ti credea trovar l gi di sotto,
+dove tempo per tempo si ristora.
+
+Ond elli a me: S tosto mha condotto
+a ber lo dolce assenzo di martri
+la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+tratto mha de la costa ove saspetta,
+e liberato mha de li altri giri.
+
+Tanto a Dio pi cara e pi diletta
+la vedovella mia, che molto amai,
+quanto in bene operare pi soletta;
+
+ch la Barbagia di Sardigna assai
+ne le femmine sue pi pudica
+che la Barbagia dov io la lasciai.
+
+O dolce frate, che vuo tu chio dica?
+Tempo futuro m gi nel cospetto,
+cui non sar quest ora molto antica,
+
+nel qual sar in pergamo interdetto
+a le sfacciate donne fiorentine
+landar mostrando con le poppe il petto.
+
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+cui bisognasse, per farle ir coperte,
+o spiritali o altre discipline?
+
+Ma se le svergognate fosser certe
+di quel che l ciel veloce loro ammanna,
+gi per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ch, se lantiveder qui non minganna,
+prima fien triste che le guance impeli
+colui che mo si consola con nanna.
+
+Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!
+vedi che non pur io, ma questa gente
+tutta rimira l dove l sol veli.
+
+Per chio a lui: Se tu riduci a mente
+qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ancor fia grave il memorar presente.
+
+Di quella vita mi volse costui
+che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda
+vi si mostr la suora di colui,
+
+e l sol mostrai; costui per la profonda
+notte menato mha di veri morti
+con questa vera carne che l seconda.
+
+Indi mhan tratto s li suoi conforti,
+salendo e rigirando la montagna
+che drizza voi che l mondo fece torti.
+
+Tanto dice di farmi sua compagna
+che io sar l dove fia Beatrice;
+quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+Virgilio questi che cos mi dice,
+e additalo; e quest altro quell ombra
+per cu scosse dianzi ogne pendice
+
+lo vostro regno, che da s lo sgombra.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXIV
+
+
+N l dir landar, n landar lui pi lento
+facea, ma ragionando andavam forte,
+s come nave pinta da buon vento;
+
+e lombre, che parean cose rimorte,
+per le fosse de li occhi ammirazione
+traean di me, di mio vivere accorte.
+
+E io, continando al mio sermone,
+dissi: Ella sen va s forse pi tarda
+che non farebbe, per altrui cagione.
+
+Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda;
+dimmi sio veggio da notar persona
+tra questa gente che s mi riguarda.
+
+La mia sorella, che tra bella e buona
+non so qual fosse pi, trunfa lieta
+ne lalto Olimpo gi di sua corona.
+
+S disse prima; e poi: Qui non si vieta
+di nominar ciascun, da ch s munta
+nostra sembianza via per la deta.
+
+Questi, e mostr col dito, Bonagiunta,
+Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+di l da lui pi che laltre trapunta
+
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+dal Torso fu, e purga per digiuno
+languille di Bolsena e la vernaccia.
+
+Molti altri mi nom ad uno ad uno;
+e del nomar parean tutti contenti,
+s chio per non vidi un atto bruno.
+
+Vidi per fame a vto usar li denti
+Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+che pastur col rocco molte genti.
+
+Vidi messer Marchese, chebbe spazio
+gi di bere a Forl con men secchezza,
+e s fu tal, che non si sent sazio.
+
+Ma come fa chi guarda e poi sapprezza
+pi dun che daltro, fei a quel da Lucca,
+che pi parea di me aver contezza.
+
+El mormorava; e non so che Gentucca
+sentiv io l, ov el sentia la piaga
+de la giustizia che s li pilucca.
+
+O anima, diss io, che par s vaga
+di parlar meco, fa s chio tintenda,
+e te e me col tuo parlare appaga.
+
+Femmina nata, e non porta ancor benda,
+cominci el, che ti far piacere
+la mia citt, come chom la riprenda.
+
+Tu te nandrai con questo antivedere:
+se nel mio mormorar prendesti errore,
+dichiareranti ancor le cose vere.
+
+Ma d si veggio qui colui che fore
+trasse le nove rime, cominciando
+Donne chavete intelletto damore.
+
+E io a lui: I mi son un che, quando
+Amor mi spira, noto, e a quel modo
+che ditta dentro vo significando.
+
+O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo
+che l Notaro e Guittone e me ritenne
+di qua dal dolce stil novo chi odo!
+
+Io veggio ben come le vostre penne
+di retro al dittator sen vanno strette,
+che de le nostre certo non avvenne;
+
+e qual pi a gradire oltre si mette,
+non vede pi da luno a laltro stilo;
+e, quasi contentato, si tacette.
+
+Come li augei che vernan lungo l Nilo,
+alcuna volta in aere fanno schiera,
+poi volan pi a fretta e vanno in filo,
+
+cos tutta la gente che l era,
+volgendo l viso, raffrett suo passo,
+e per magrezza e per voler leggera.
+
+E come luom che di trottare lasso,
+lascia andar li compagni, e s passeggia
+fin che si sfoghi laffollar del casso,
+
+s lasci trapassar la santa greggia
+Forese, e dietro meco sen veniva,
+dicendo: Quando fia chio ti riveggia?.
+
+Non so, rispuos io lui, quant io mi viva;
+ma gi non fa il tornar mio tantosto,
+chio non sia col voler prima a la riva;
+
+per che l loco u fui a viver posto,
+di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
+e a trista ruina par disposto.
+
+Or va, diss el; che quei che pi nha colpa,
+vegg o a coda duna bestia tratto
+inver la valle ove mai non si scolpa.
+
+La bestia ad ogne passo va pi ratto,
+crescendo sempre, fin chella il percuote,
+e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+Non hanno molto a volger quelle ruote,
+e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro
+ci che l mio dir pi dichiarar non puote.
+
+Tu ti rimani omai; ch l tempo caro
+in questo regno, s chio perdo troppo
+venendo teco s a paro a paro.
+
+Qual esce alcuna volta di gualoppo
+lo cavalier di schiera che cavalchi,
+e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+tal si part da noi con maggior valchi;
+e io rimasi in via con esso i due
+che fuor del mondo s gran marescalchi.
+
+E quando innanzi a noi intrato fue,
+che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+come la mente a le parole sue,
+
+parvermi i rami gravidi e vivaci
+dun altro pomo, e non molto lontani
+per esser pur allora vlto in laci.
+
+Vidi gente sott esso alzar le mani
+e gridar non so che verso le fronde,
+quasi bramosi fantolini e vani
+
+che pregano, e l pregato non risponde,
+ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+Poi si part s come ricreduta;
+e noi venimmo al grande arbore adesso,
+che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+Trapassate oltre sanza farvi presso:
+legno pi s che fu morso da Eva,
+e questa pianta si lev da esso.
+
+S tra le frasche non so chi diceva;
+per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+oltre andavam dal lato che si leva.
+
+Ricordivi, dicea, di maladetti
+nei nuvoli formati, che, satolli,
+Teso combatter co doppi petti;
+
+e de li Ebrei chal ber si mostrar molli,
+per che no i volle Gedeon compagni,
+quando inver Madan discese i colli.
+
+S accostati a lun di due vivagni
+passammo, udendo colpe de la gola
+seguite gi da miseri guadagni.
+
+Poi, rallargati per la strada sola,
+ben mille passi e pi ci portar oltre,
+contemplando ciascun sanza parola.
+
+Che andate pensando s voi sol tre?.
+sbita voce disse; ond io mi scossi
+come fan bestie spaventate e poltre.
+
+Drizzai la testa per veder chi fossi;
+e gi mai non si videro in fornace
+vetri o metalli s lucenti e rossi,
+
+com io vidi un che dicea: Sa voi piace
+montare in s, qui si convien dar volta;
+quinci si va chi vuole andar per pace.
+
+Laspetto suo mavea la vista tolta;
+per chio mi volsi dietro a miei dottori,
+com om che va secondo chelli ascolta.
+
+E quale, annunziatrice de li albori,
+laura di maggio movesi e olezza,
+tutta impregnata da lerba e da fiori;
+
+tal mi senti un vento dar per mezza
+la fronte, e ben senti mover la piuma,
+che f sentir dambrosa lorezza.
+
+E senti dir: Beati cui alluma
+tanto di grazia, che lamor del gusto
+nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+esurendo sempre quanto giusto!.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXV
+
+
+Ora era onde l salir non volea storpio;
+ch l sole ava il cerchio di merigge
+lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+per che, come fa luom che non saffigge
+ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+cos intrammo noi per la callaia,
+uno innanzi altro prendendo la scala
+che per artezza i salitor dispaia.
+
+E quale il cicognin che leva lala
+per voglia di volare, e non sattenta
+dabbandonar lo nido, e gi la cala;
+
+tal era io con voglia accesa e spenta
+di dimandar, venendo infino a latto
+che fa colui cha dicer sargomenta.
+
+Non lasci, per landar che fosse ratto,
+lo dolce padre mio, ma disse: Scocca
+larco del dir, che nfino al ferro hai tratto.
+
+Allor sicuramente apri la bocca
+e cominciai: Come si pu far magro
+l dove luopo di nodrir non tocca?.
+
+Se tammentassi come Meleagro
+si consum al consumar dun stizzo,
+non fora, disse, a te questo s agro;
+
+e se pensassi come, al vostro guizzo,
+guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ci che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+Ma perch dentro a tuo voler tadage,
+ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+che sia or sanator de le tue piage.
+
+Se la veduta etterna li dislego,
+rispuose Stazio, l dove tu sie,
+discolpi me non potert io far nego.
+
+Poi cominci: Se le parole mie,
+figlio, la mente tua guarda e riceve,
+lume ti fiero al come che tu die.
+
+Sangue perfetto, che poi non si beve
+da lassetate vene, e si rimane
+quasi alimento che di mensa leve,
+
+prende nel core a tutte membra umane
+virtute informativa, come quello
+cha farsi quelle per le vene vane.
+
+Ancor digesto, scende ov pi bello
+tacer che dire; e quindi poscia geme
+sovr altrui sangue in natural vasello.
+
+Ivi saccoglie luno e laltro insieme,
+lun disposto a patire, e laltro a fare
+per lo perfetto loco onde si preme;
+
+e, giunto lui, comincia ad operare
+coagulando prima, e poi avviva
+ci che per sua matera f constare.
+
+Anima fatta la virtute attiva
+qual duna pianta, in tanto differente,
+che questa in via e quella gi a riva,
+
+tanto ovra poi, che gi si move e sente,
+come spungo marino; e indi imprende
+ad organar le posse ond semente.
+
+Or si spiega, figliuolo, or si distende
+la virt ch dal cor del generante,
+dove natura a tutte membra intende.
+
+Ma come danimal divegna fante,
+non vedi tu ancor: quest tal punto,
+che pi savio di te f gi errante,
+
+s che per sua dottrina f disgiunto
+da lanima il possibile intelletto,
+perch da lui non vide organo assunto.
+
+Apri a la verit che viene il petto;
+e sappi che, s tosto come al feto
+larticular del cerebro perfetto,
+
+lo motor primo a lui si volge lieto
+sovra tant arte di natura, e spira
+spirito novo, di vert repleto,
+
+che ci che trova attivo quivi, tira
+in sua sustanzia, e fassi unalma sola,
+che vive e sente e s in s rigira.
+
+E perch meno ammiri la parola,
+guarda il calor del sole che si fa vino,
+giunto a lomor che de la vite cola.
+
+Quando Lchesis non ha pi del lino,
+solvesi da la carne, e in virtute
+ne porta seco e lumano e l divino:
+
+laltre potenze tutte quante mute;
+memoria, intelligenza e volontade
+in atto molto pi che prima agute.
+
+Sanza restarsi, per s stessa cade
+mirabilmente a luna de le rive;
+quivi conosce prima le sue strade.
+
+Tosto che loco l la circunscrive,
+la virt formativa raggia intorno
+cos e quanto ne le membra vive.
+
+E come laere, quand ben porno,
+per laltrui raggio che n s si reflette,
+di diversi color diventa addorno;
+
+cos laere vicin quivi si mette
+e in quella forma ch in lui suggella
+virtalmente lalma che ristette;
+
+e simigliante poi a la fiammella
+che segue il foco l vunque si muta,
+segue lo spirto sua forma novella.
+
+Per che quindi ha poscia sua paruta,
+ chiamata ombra; e quindi organa poi
+ciascun sentire infino a la veduta.
+
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+quindi facciam le lagrime e sospiri
+che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+Secondo che ci affliggono i disiri
+e li altri affetti, lombra si figura;
+e quest la cagion di che tu miri.
+
+E gi venuto a lultima tortura
+sera per noi, e vlto a la man destra,
+ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+e la cornice spira fiato in suso
+che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ond ir ne convenia dal lato schiuso
+ad uno ad uno; e io tema l foco
+quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+Lo duca mio dicea: Per questo loco
+si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+per cherrar potrebbesi per poco.
+
+Summae Deus clementae nel seno
+al grande ardore allora udi cantando,
+che di volger mi f caler non meno;
+
+e vidi spirti per la fiamma andando;
+per chio guardava a loro e a miei passi
+compartendo la vista a quando a quando.
+
+Appresso il fine cha quell inno fassi,
+gridavano alto: Virum non cognosco;
+indi ricominciavan linno bassi.
+
+Finitolo, anco gridavano: Al bosco
+si tenne Diana, ed Elice caccionne
+che di Venere avea sentito il tsco.
+
+Indi al cantar tornavano; indi donne
+gridavano e mariti che fuor casti
+come virtute e matrimonio imponne.
+
+E questo modo credo che lor basti
+per tutto il tempo che l foco li abbruscia:
+con tal cura conviene e con tai pasti
+
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXVI
+
+
+Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro,
+ce nandavamo, e spesso il buon maestro
+diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro;
+
+feriami il sole in su lomero destro,
+che gi, raggiando, tutto loccidente
+mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+e io facea con lombra pi rovente
+parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+vidi molt ombre, andando, poner mente.
+
+Questa fu la cagion che diede inizio
+loro a parlar di me; e cominciarsi
+a dir: Colui non par corpo fittizio;
+
+poi verso me, quanto potan farsi,
+certi si fero, sempre con riguardo
+di non uscir dove non fosser arsi.
+
+O tu che vai, non per esser pi tardo,
+ma forse reverente, a li altri dopo,
+rispondi a me che n sete e n foco ardo.
+
+N solo a me la tua risposta uopo;
+ch tutti questi nhanno maggior sete
+che dacqua fredda Indo o Etopo.
+
+Dinne com che fai di te parete
+al sol, pur come tu non fossi ancora
+di morte intrato dentro da la rete.
+
+S mi parlava un dessi; e io mi fora
+gi manifesto, sio non fossi atteso
+ad altra novit chapparve allora;
+
+ch per lo mezzo del cammino acceso
+venne gente col viso incontro a questa,
+la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+L veggio dogne parte farsi presta
+ciascun ombra e basciarsi una con una
+sanza restar, contente a brieve festa;
+
+cos per entro loro schiera bruna
+sammusa luna con laltra formica,
+forse a spar lor via e lor fortuna.
+
+Tosto che parton laccoglienza amica,
+prima che l primo passo l trascorra,
+sopragridar ciascuna saffatica:
+
+la nova gente: Soddoma e Gomorra;
+e laltra: Ne la vacca entra Pasife,
+perch l torello a sua lussuria corra.
+
+Poi, come grue cha le montagne Rife
+volasser parte, e parte inver larene,
+queste del gel, quelle del sole schife,
+
+luna gente sen va, laltra sen vene;
+e tornan, lagrimando, a primi canti
+e al gridar che pi lor si convene;
+
+e raccostansi a me, come davanti,
+essi medesmi che mavean pregato,
+attenti ad ascoltar ne lor sembianti.
+
+Io, che due volte avea visto lor grato,
+incominciai: O anime sicure
+daver, quando che sia, di pace stato,
+
+non son rimase acerbe n mature
+le membra mie di l, ma son qui meco
+col sangue suo e con le sue giunture.
+
+Quinci s vo per non esser pi cieco;
+donna di sopra che macquista grazia,
+per che l mortal per vostro mondo reco.
+
+Ma se la vostra maggior voglia sazia
+tosto divegna, s che l ciel valberghi
+ch pien damore e pi ampio si spazia,
+
+ditemi, acci chancor carte ne verghi,
+chi siete voi, e chi quella turba
+che se ne va di retro a vostri terghi.
+
+Non altrimenti stupido si turba
+lo montanaro, e rimirando ammuta,
+quando rozzo e salvatico sinurba,
+
+che ciascun ombra fece in sua paruta;
+ma poi che furon di stupore scarche,
+lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,
+
+Beato te, che de le nostre marche,
+ricominci colei che pria minchiese,
+per morir meglio, esperenza imbarche!
+
+La gente che non vien con noi, offese
+di ci per che gi Cesar, trunfando,
+Regina contra s chiamar sintese:
+
+per si parton Soddoma gridando,
+rimproverando a s com hai udito,
+e aiutan larsura vergognando.
+
+Nostro peccato fu ermafrodito;
+ma perch non servammo umana legge,
+seguendo come bestie lappetito,
+
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+quando partinci, il nome di colei
+che simbesti ne le mbestiate schegge.
+
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+se forse a nome vuo saper chi semo,
+tempo non di dire, e non saprei.
+
+Farotti ben di me volere scemo:
+son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo
+per ben dolermi prima cha lo stremo.
+
+Quali ne la tristizia di Ligurgo
+si fer due figli a riveder la madre,
+tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,
+
+quand io odo nomar s stesso il padre
+mio e de li altri miei miglior che mai
+rime damore usar dolci e leggiadre;
+
+e sanza udire e dir pensoso andai
+lunga fata rimirando lui,
+n, per lo foco, in l pi mappressai.
+
+Poi che di riguardar pasciuto fui,
+tutto moffersi pronto al suo servigio
+con laffermar che fa credere altrui.
+
+Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,
+per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,
+che Let nol pu trre n far bigio.
+
+Ma se le tue parole or ver giuraro,
+dimmi che cagion per che dimostri
+nel dire e nel guardar davermi caro.
+
+E io a lui: Li dolci detti vostri,
+che, quanto durer luso moderno,
+faranno cari ancora i loro incostri.
+
+O frate, disse, questi chio ti cerno
+col dito, e addit un spirto innanzi,
+fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+Versi damore e prose di romanzi
+soverchi tutti; e lascia dir li stolti
+che quel di Lemos credon chavanzi.
+
+A voce pi chal ver drizzan li volti,
+e cos ferman sua oppinone
+prima charte o ragion per lor sascolti.
+
+Cos fer molti antichi di Guittone,
+di grido in grido pur lui dando pregio,
+fin che lha vinto il ver con pi persone.
+
+Or se tu hai s ampio privilegio,
+che licito ti sia landare al chiostro
+nel quale Cristo abate del collegio,
+
+falli per me un dir dun paternostro,
+quanto bisogna a noi di questo mondo,
+dove poter peccar non pi nostro.
+
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+che presso avea, disparve per lo foco,
+come per lacqua il pesce andando al fondo.
+
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+e dissi chal suo nome il mio disire
+apparecchiava grazoso loco.
+
+El cominci liberamente a dire:
+Tan mabellis vostre cortes deman,
+quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+consiros vei la passada folor,
+e vei jausen lo joi quesper, denan.
+
+Ara vos prec, per aquella valor
+que vos guida al som de lescalina,
+sovenha vos a temps de ma dolor!.
+
+Poi sascose nel foco che li affina.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXVII
+
+
+S come quando i primi raggi vibra
+l dove il suo fattor lo sangue sparse,
+cadendo Ibero sotto lalta Libra,
+
+e londe in Gange da nona rarse,
+s stava il sole; onde l giorno sen giva,
+come langel di Dio lieto ci apparse.
+
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+e cantava Beati mundo corde!
+in voce assai pi che la nostra viva.
+
+Poscia Pi non si va, se pria non morde,
+anime sante, il foco: intrate in esso,
+e al cantar di l non siate sorde,
+
+ci disse come noi li fummo presso;
+per chio divenni tal, quando lo ntesi,
+qual colui che ne la fossa messo.
+
+In su le man commesse mi protesi,
+guardando il foco e imaginando forte
+umani corpi gi veduti accesi.
+
+Volsersi verso me le buone scorte;
+e Virgilio mi disse: Figliuol mio,
+qui pu esser tormento, ma non morte.
+
+Ricorditi, ricorditi! E se io
+sovresso Geron ti guidai salvo,
+che far ora presso pi a Dio?
+
+Credi per certo che se dentro a lalvo
+di questa fiamma stessi ben mille anni,
+non ti potrebbe far dun capel calvo.
+
+E se tu forse credi chio tinganni,
+fatti ver lei, e fatti far credenza
+con le tue mani al lembo di tuoi panni.
+
+Pon gi omai, pon gi ogne temenza;
+volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.
+E io pur fermo e contra coscenza.
+
+Quando mi vide star pur fermo e duro,
+turbato un poco disse: Or vedi, figlio:
+tra Batrice e te questo muro.
+
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+Piramo in su la morte, e riguardolla,
+allor che l gelso divent vermiglio;
+
+cos, la mia durezza fatta solla,
+mi volsi al savio duca, udendo il nome
+che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+Ond ei croll la fronte e disse: Come!
+volenci star di qua?; indi sorrise
+come al fanciul si fa ch vinto al pome.
+
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+pregando Stazio che venisse retro,
+che pria per lunga strada ci divise.
+
+S com fui dentro, in un bogliente vetro
+gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+tant era ivi lo ncendio sanza metro.
+
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+pur di Beatrice ragionando andava,
+dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.
+
+Guidavaci una voce che cantava
+di l; e noi, attenti pur a lei,
+venimmo fuor l ove si montava.
+
+Venite, benedicti Patris mei,
+son dentro a un lume che l era,
+tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;
+non varrestate, ma studiate il passo,
+mentre che loccidente non si annera.
+
+Dritta salia la via per entro l sasso
+verso tal parte chio toglieva i raggi
+dinanzi a me del sol chera gi basso.
+
+E di pochi scaglion levammo i saggi,
+che l sol corcar, per lombra che si spense,
+sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+E pria che n tutte le sue parti immense
+fosse orizzonte fatto duno aspetto,
+e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ciascun di noi dun grado fece letto;
+ch la natura del monte ci affranse
+la possa del salir pi e l diletto.
+
+Quali si stanno ruminando manse
+le capre, state rapide e proterve
+sovra le cime avante che sien pranse,
+
+tacite a lombra, mentre che l sol ferve,
+guardate dal pastor, che n su la verga
+poggiato s e lor di posa serve;
+
+e quale il mandran che fori alberga,
+lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+guardando perch fiera non lo sperga;
+
+tali eravamo tutti e tre allotta,
+io come capra, ed ei come pastori,
+fasciati quinci e quindi dalta grotta.
+
+Poco parer potea l del di fori;
+ma, per quel poco, vedea io le stelle
+di lor solere e pi chiare e maggiori.
+
+S ruminando e s mirando in quelle,
+mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+anzi che l fatto sia, sa le novelle.
+
+Ne lora, credo, che de lorente
+prima raggi nel monte Citerea,
+che di foco damor par sempre ardente,
+
+giovane e bella in sogno mi parea
+donna vedere andar per una landa
+cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+Sappia qualunque il mio nome dimanda
+chi mi son Lia, e vo movendo intorno
+le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+Per piacermi a lo specchio, qui maddorno;
+ma mia suora Rachel mai non si smaga
+dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+Ell di suoi belli occhi veder vaga
+com io de laddornarmi con le mani;
+lei lo vedere, e me lovrare appaga.
+
+E gi per li splendori antelucani,
+che tanto a pellegrin surgon pi grati,
+quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+le tenebre fuggian da tutti lati,
+e l sonno mio con esse; ond io levami,
+veggendo i gran maestri gi levati.
+
+Quel dolce pome che per tanti rami
+cercando va la cura de mortali,
+oggi porr in pace le tue fami.
+
+Virgilio inverso me queste cotali
+parole us; e mai non furo strenne
+che fosser di piacere a queste iguali.
+
+Tanto voler sopra voler mi venne
+de lesser s, chad ogne passo poi
+al volo mi sentia crescer le penne.
+
+Come la scala tutta sotto noi
+fu corsa e fummo in su l grado superno,
+in me ficc Virgilio li occhi suoi,
+
+e disse: Il temporal foco e letterno
+veduto hai, figlio; e se venuto in parte
+dov io per me pi oltre non discerno.
+
+Tratto tho qui con ingegno e con arte;
+lo tuo piacere omai prendi per duce;
+fuor se de lerte vie, fuor se de larte.
+
+Vedi lo sol che n fronte ti riluce;
+vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli
+che qui la terra sol da s produce.
+
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+Non aspettar mio dir pi n mio cenno;
+libero, dritto e sano tuo arbitrio,
+e fallo fora non fare a suo senno:
+
+per chio te sovra te corono e mitrio.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXVIII
+
+
+Vago gi di cercar dentro e dintorno
+la divina foresta spessa e viva,
+cha li occhi temperava il novo giorno,
+
+sanza pi aspettar, lasciai la riva,
+prendendo la campagna lento lento
+su per lo suol che dogne parte auliva.
+
+Unaura dolce, sanza mutamento
+avere in s, mi feria per la fronte
+non di pi colpo che soave vento;
+
+per cui le fronde, tremolando, pronte
+tutte quante piegavano a la parte
+u la prim ombra gitta il santo monte;
+
+non per dal loro esser dritto sparte
+tanto, che li augelletti per le cime
+lasciasser doperare ogne lor arte;
+
+ma con piena letizia lore prime,
+cantando, ricevieno intra le foglie,
+che tenevan bordone a le sue rime,
+
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+per la pineta in su l lito di Chiassi,
+quand olo scilocco fuor discioglie.
+
+Gi mavean trasportato i lenti passi
+dentro a la selva antica tanto, chio
+non potea rivedere ond io mi ntrassi;
+
+ed ecco pi andar mi tolse un rio,
+che nver sinistra con sue picciole onde
+piegava lerba che n sua ripa usco.
+
+Tutte lacque che son di qua pi monde,
+parrieno avere in s mistura alcuna
+verso di quella, che nulla nasconde,
+
+avvegna che si mova bruna bruna
+sotto lombra perpeta, che mai
+raggiar non lascia sole ivi n luna.
+
+Coi pi ristetti e con li occhi passai
+di l dal fiumicello, per mirare
+la gran varazion di freschi mai;
+
+e l mapparve, s com elli appare
+subitamente cosa che disvia
+per maraviglia tutto altro pensare,
+
+una donna soletta che si gia
+e cantando e scegliendo fior da fiore
+ond era pinta tutta la sua via.
+
+Deh, bella donna, che a raggi damore
+ti scaldi, si vo credere a sembianti
+che soglion esser testimon del core,
+
+vegnati in voglia di trarreti avanti,
+diss io a lei, verso questa rivera,
+tanto chio possa intender che tu canti.
+
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+Proserpina nel tempo che perdette
+la madre lei, ed ella primavera.
+
+Come si volge, con le piante strette
+a terra e intra s, donna che balli,
+e piede innanzi piede a pena mette,
+
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+fioretti verso me, non altrimenti
+che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+e fece i prieghi miei esser contenti,
+s appressando s, che l dolce suono
+veniva a me co suoi intendimenti.
+
+Tosto che fu l dove lerbe sono
+bagnate gi da londe del bel fiume,
+di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+Non credo che splendesse tanto lume
+sotto le ciglia a Venere, trafitta
+dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+Ella ridea da laltra riva dritta,
+trattando pi color con le sue mani,
+che lalta terra sanza seme gitta.
+
+Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ma Elesponto, l ve pass Serse,
+ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+pi odio da Leandro non sofferse
+per mareggiare intra Sesto e Abido,
+che quel da me perch allor non saperse.
+
+Voi siete nuovi, e forse perch io rido,
+cominci ella, in questo luogo eletto
+a lumana natura per suo nido,
+
+maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ma luce rende il salmo Delectasti,
+che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+E tu che se dinanzi e mi pregasti,
+d saltro vuoli udir; chi venni presta
+ad ogne tua question tanto che basti.
+
+Lacqua, diss io, e l suon de la foresta
+impugnan dentro a me novella fede
+di cosa chio udi contraria a questa.
+
+Ond ella: Io dicer come procede
+per sua cagion ci chammirar ti face,
+e purgher la nebbia che ti fiede.
+
+Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,
+f luom buono e a bene, e questo loco
+diede per arr a lui detterna pace.
+
+Per sua difalta qui dimor poco;
+per sua difalta in pianto e in affanno
+cambi onesto riso e dolce gioco.
+
+Perch l turbar che sotto da s fanno
+lessalazion de lacqua e de la terra,
+che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+a luomo non facesse alcuna guerra,
+questo monte salo verso l ciel tanto,
+e libero n dindi ove si serra.
+
+Or perch in circuito tutto quanto
+laere si volge con la prima volta,
+se non li rotto il cerchio dalcun canto,
+
+in questa altezza ch tutta disciolta
+ne laere vivo, tal moto percuote,
+e fa sonar la selva perch folta;
+
+e la percossa pianta tanto puote,
+che de la sua virtute laura impregna
+e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+e laltra terra, secondo ch degna
+per s e per suo ciel, concepe e figlia
+di diverse virt diverse legna.
+
+Non parrebbe di l poi maraviglia,
+udito questo, quando alcuna pianta
+sanza seme palese vi sappiglia.
+
+E saper dei che la campagna santa
+dove tu se, dogne semenza piena,
+e frutto ha in s che di l non si schianta.
+
+Lacqua che vedi non surge di vena
+che ristori vapor che gel converta,
+come fiume chacquista e perde lena;
+
+ma esce di fontana salda e certa,
+che tanto dal voler di Dio riprende,
+quant ella versa da due parti aperta.
+
+Da questa parte con virt discende
+che toglie altrui memoria del peccato;
+da laltra dogne ben fatto la rende.
+
+Quinci Let; cos da laltro lato
+Eno si chiama, e non adopra
+se quinci e quindi pria non gustato:
+
+a tutti altri sapori esto di sopra.
+E avvegna chassai possa esser sazia
+la sete tua perch io pi non ti scuopra,
+
+darotti un corollario ancor per grazia;
+n credo che l mio dir ti sia men caro,
+se oltre promession teco si spazia.
+
+Quelli chanticamente poetaro
+let de loro e suo stato felice,
+forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+Qui fu innocente lumana radice;
+qui primavera sempre e ogne frutto;
+nettare questo di che ciascun dice.
+
+Io mi rivolsi n dietro allora tutto
+a miei poeti, e vidi che con riso
+udito avan lultimo costrutto;
+
+poi a la bella donna torna il viso.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXIX
+
+
+Cantando come donna innamorata,
+contin col fin di sue parole:
+Beati quorum tecta sunt peccata!.
+
+E come ninfe che si givan sole
+per le salvatiche ombre, disando
+qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+allor si mosse contra l fiume, andando
+su per la riva; e io pari di lei,
+picciol passo con picciol seguitando.
+
+Non eran cento tra suoi passi e miei,
+quando le ripe igualmente dier volta,
+per modo cha levante mi rendei.
+
+N ancor fu cos nostra via molta,
+quando la donna tutta a me si torse,
+dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.
+
+Ed ecco un lustro sbito trascorse
+da tutte parti per la gran foresta,
+tal che di balenar mi mise in forse.
+
+Ma perch l balenar, come vien, resta,
+e quel, durando, pi e pi splendeva,
+nel mio pensier dicea: Che cosa questa?.
+
+E una melodia dolce correva
+per laere luminoso; onde buon zelo
+mi f riprender lardimento dEva,
+
+che l dove ubidia la terra e l cielo,
+femmina, sola e pur test formata,
+non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+sotto l qual se divota fosse stata,
+avrei quelle ineffabili delizie
+sentite prima e pi lunga fata.
+
+Mentr io mandava tra tante primizie
+de letterno piacer tutto sospeso,
+e disoso ancora a pi letizie,
+
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ci si f laere sotto i verdi rami;
+e l dolce suon per canti era gi inteso.
+
+O sacrosante Vergini, se fami,
+freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+cagion mi sprona chio merc vi chiami.
+
+Or convien che Elicona per me versi,
+e Urane maiuti col suo coro
+forti cose a pensar mettere in versi.
+
+Poco pi oltre, sette alberi doro
+falsava nel parere il lungo tratto
+del mezzo chera ancor tra noi e loro;
+
+ma quand i fui s presso di lor fatto,
+che lobietto comun, che l senso inganna,
+non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+la virt cha ragion discorso ammanna,
+s com elli eran candelabri apprese,
+e ne le voci del cantare Osanna.
+
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+pi chiaro assai che luna per sereno
+di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+Io mi rivolsi dammirazion pieno
+al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+con vista carca di stupor non meno.
+
+Indi rendei laspetto a lalte cose
+che si movieno incontr a noi s tardi,
+che foran vinte da novelle spose.
+
+La donna mi sgrid: Perch pur ardi
+s ne laffetto de le vive luci,
+e ci che vien di retro a lor non guardi?.
+
+Genti vid io allor, come a lor duci,
+venire appresso, vestite di bianco;
+e tal candor di qua gi mai non fuci.
+
+Lacqua imprenda dal sinistro fianco,
+e rendea me la mia sinistra costa,
+sio riguardava in lei, come specchio anco.
+
+Quand io da la mia riva ebbi tal posta,
+che solo il fiume mi facea distante,
+per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+e vidi le fiammelle andar davante,
+lasciando dietro a s laere dipinto,
+e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+s che l sopra rimanea distinto
+di sette liste, tutte in quei colori
+onde fa larco il Sole e Delia il cinto.
+
+Questi ostendali in dietro eran maggiori
+che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+diece passi distavan quei di fori.
+
+Sotto cos bel ciel com io diviso,
+ventiquattro seniori, a due a due,
+coronati venien di fiordaliso.
+
+Tutti cantavan: Benedicta tue
+ne le figlie dAdamo, e benedette
+sieno in etterno le bellezze tue!.
+
+Poscia che i fiori e laltre fresche erbette
+a rimpetto di me da laltra sponda
+libere fuor da quelle genti elette,
+
+s come luce luce in ciel seconda,
+vennero appresso lor quattro animali,
+coronati ciascun di verde fronda.
+
+Ognuno era pennuto di sei ali;
+le penne piene docchi; e li occhi dArgo,
+se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+A descriver lor forme pi non spargo
+rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,
+tanto cha questa non posso esser largo;
+
+ma leggi Ezechel, che li dipigne
+come li vide da la fredda parte
+venir con vento e con nube e con igne;
+
+e quali i troverai ne le sue carte,
+tali eran quivi, salvo cha le penne
+Giovanni meco e da lui si diparte.
+
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+un carro, in su due rote, trunfale,
+chal collo dun grifon tirato venne.
+
+Esso tendeva in s luna e laltra ale
+tra la mezzana e le tre e tre liste,
+s cha nulla, fendendo, facea male.
+
+Tanto salivan che non eran viste;
+le membra doro avea quant era uccello,
+e bianche laltre, di vermiglio miste.
+
+Non che Roma di carro cos bello
+rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+quel del Sol che, svando, fu combusto
+per lorazion de la Terra devota,
+quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+Tre donne in giro da la destra rota
+venian danzando; luna tanto rossa
+cha pena fora dentro al foco nota;
+
+laltr era come se le carni e lossa
+fossero state di smeraldo fatte;
+la terza parea neve test mossa;
+
+e or paran da la bianca tratte,
+or da la rossa; e dal canto di questa
+laltre toglien landare e tarde e ratte.
+
+Da la sinistra quattro facean festa,
+in porpore vestite, dietro al modo
+duna di lor chavea tre occhi in testa.
+
+Appresso tutto il pertrattato nodo
+vidi due vecchi in abito dispari,
+ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+Lun si mostrava alcun de famigliari
+di quel sommo Ipocrte che natura
+a li animali f chell ha pi cari;
+
+mostrava laltro la contraria cura
+con una spada lucida e aguta,
+tal che di qua dal rio mi f paura.
+
+Poi vidi quattro in umile paruta;
+e di retro da tutti un vecchio solo
+venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+E questi sette col primaio stuolo
+erano abitati, ma di gigli
+dintorno al capo non facan brolo,
+
+anzi di rose e daltri fior vermigli;
+giurato avria poco lontano aspetto
+che tutti ardesser di sopra da cigli.
+
+E quando il carro a me fu a rimpetto,
+un tuon sud, e quelle genti degne
+parvero aver landar pi interdetto,
+
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXX
+
+
+Quando il settentron del primo cielo,
+che n occaso mai seppe n orto
+n daltra nebbia che di colpa velo,
+
+e che faceva l ciascun accorto
+di suo dover, come l pi basso face
+qual temon gira per venire a porto,
+
+fermo saffisse: la gente verace,
+venuta prima tra l grifone ed esso,
+al carro volse s come a sua pace;
+
+e un di loro, quasi da ciel messo,
+Veni, sponsa, de Libano cantando
+grid tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+Quali i beati al novissimo bando
+surgeran presti ognun di sua caverna,
+la revestita voce alleluiando,
+
+cotali in su la divina basterna
+si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ministri e messaggier di vita etterna.
+
+Tutti dicean: Benedictus qui venis!,
+e fior gittando e di sopra e dintorno,
+Manibus, oh, date lila plenis!.
+
+Io vidi gi nel cominciar del giorno
+la parte orental tutta rosata,
+e laltro ciel di bel sereno addorno;
+
+e la faccia del sol nascere ombrata,
+s che per temperanza di vapori
+locchio la sostenea lunga fata:
+
+cos dentro una nuvola di fiori
+che da le mani angeliche saliva
+e ricadeva in gi dentro e di fori,
+
+sovra candido vel cinta duliva
+donna mapparve, sotto verde manto
+vestita di color di fiamma viva.
+
+E lo spirito mio, che gi cotanto
+tempo era stato cha la sua presenza
+non era di stupor, tremando, affranto,
+
+sanza de li occhi aver pi conoscenza,
+per occulta virt che da lei mosse,
+dantico amor sent la gran potenza.
+
+Tosto che ne la vista mi percosse
+lalta virt che gi mavea trafitto
+prima chio fuor di perizia fosse,
+
+volsimi a la sinistra col respitto
+col quale il fantolin corre a la mamma
+quando ha paura o quando elli afflitto,
+
+per dicere a Virgilio: Men che dramma
+di sangue m rimaso che non tremi:
+conosco i segni de lantica fiamma.
+
+Ma Virgilio navea lasciati scemi
+di s, Virgilio dolcissimo patre,
+Virgilio a cui per mia salute diemi;
+
+n quantunque perdeo lantica matre,
+valse a le guance nette di rugiada,
+che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+Dante, perch Virgilio se ne vada,
+non pianger anco, non piangere ancora;
+ch pianger ti conven per altra spada.
+
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+viene a veder la gente che ministra
+per li altri legni, e a ben far lincora;
+
+in su la sponda del carro sinistra,
+quando mi volsi al suon del nome mio,
+che di necessit qui si registra,
+
+vidi la donna che pria mappario
+velata sotto langelica festa,
+drizzar li occhi ver me di qua dal rio.
+
+Tutto che l vel che le scendea di testa,
+cerchiato de le fronde di Minerva,
+non la lasciasse parer manifesta,
+
+regalmente ne latto ancor proterva
+contin come colui che dice
+e l pi caldo parlar dietro reserva:
+
+Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+Come degnasti daccedere al monte?
+non sapei tu che qui luom felice?.
+
+Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
+ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,
+tanta vergogna mi grav la fronte.
+
+Cos la madre al figlio par superba,
+com ella parve a me; perch damaro
+sente il sapor de la pietade acerba.
+
+Ella si tacque; e li angeli cantaro
+di sbito In te, Domine, speravi;
+ma oltre pedes meos non passaro.
+
+S come neve tra le vive travi
+per lo dosso dItalia si congela,
+soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+poi, liquefatta, in s stessa trapela,
+pur che la terra che perde ombra spiri,
+s che par foco fonder la candela;
+
+cos fui sanza lagrime e sospiri
+anzi l cantar di quei che notan sempre
+dietro a le note de li etterni giri;
+
+ma poi che ntesi ne le dolci tempre
+lor compatire a me, par che se detto
+avesser: Donna, perch s lo stempre?,
+
+lo gel che mera intorno al cor ristretto,
+spirito e acqua fessi, e con angoscia
+de la bocca e de li occhi usc del petto.
+
+Ella, pur ferma in su la detta coscia
+del carro stando, a le sustanze pie
+volse le sue parole cos poscia:
+
+Voi vigilate ne letterno die,
+s che notte n sonno a voi non fura
+passo che faccia il secol per sue vie;
+
+onde la mia risposta con pi cura
+che mintenda colui che di l piagne,
+perch sia colpa e duol duna misura.
+
+Non pur per ovra de le rote magne,
+che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+secondo che le stelle son compagne,
+
+ma per larghezza di grazie divine,
+che s alti vapori hanno a lor piova,
+che nostre viste l non van vicine,
+
+questi fu tal ne la sua vita nova
+virtalmente, chogne abito destro
+fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+Ma tanto pi maligno e pi silvestro
+si fa l terren col mal seme e non clto,
+quant elli ha pi di buon vigor terrestro.
+
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+mostrando li occhi giovanetti a lui,
+meco il menava in dritta parte vlto.
+
+S tosto come in su la soglia fui
+di mia seconda etade e mutai vita,
+questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+Quando di carne a spirto era salita,
+e bellezza e virt cresciuta mera,
+fu io a lui men cara e men gradita;
+
+e volse i passi suoi per via non vera,
+imagini di ben seguendo false,
+che nulla promession rendono intera.
+
+N limpetrare ispirazion mi valse,
+con le quali e in sogno e altrimenti
+lo rivocai: s poco a lui ne calse!
+
+Tanto gi cadde, che tutti argomenti
+a la salute sua eran gi corti,
+fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+Per questo visitai luscio di morti,
+e a colui che lha qua s condotto,
+li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+se Let si passasse e tal vivanda
+fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+di pentimento che lagrime spanda.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXXI
+
+
+O tu che se di l dal fiume sacro,
+volgendo suo parlare a me per punta,
+che pur per taglio mera paruto acro,
+
+ricominci, seguendo sanza cunta,
+d, d se questo vero: a tanta accusa
+tua confession conviene esser congiunta.
+
+Era la mia virt tanto confusa,
+che la voce si mosse, e pria si spense
+che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+Poco sofferse; poi disse: Che pense?
+Rispondi a me; ch le memorie triste
+in te non sono ancor da lacqua offense.
+
+Confusione e paura insieme miste
+mi pinsero un tal s fuor de la bocca,
+al quale intender fuor mestier le viste.
+
+Come balestro frange, quando scocca
+da troppa tesa, la sua corda e larco,
+e con men foga lasta il segno tocca,
+
+s scoppia io sottesso grave carco,
+fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+e la voce allent per lo suo varco.
+
+Ond ella a me: Per entro i mie disiri,
+che ti menavano ad amar lo bene
+di l dal qual non a che saspiri,
+
+quai fossi attraversati o quai catene
+trovasti, per che del passare innanzi
+dovessiti cos spogliar la spene?
+
+E quali agevolezze o quali avanzi
+ne la fronte de li altri si mostraro,
+per che dovessi lor passeggiare anzi?.
+
+Dopo la tratta dun sospiro amaro,
+a pena ebbi la voce che rispuose,
+e le labbra a fatica la formaro.
+
+Piangendo dissi: Le presenti cose
+col falso lor piacer volser miei passi,
+tosto che l vostro viso si nascose.
+
+Ed ella: Se tacessi o se negassi
+ci che confessi, non fora men nota
+la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+Ma quando scoppia de la propria gota
+laccusa del peccato, in nostra corte
+rivolge s contra l taglio la rota.
+
+Tuttavia, perch mo vergogna porte
+del tuo errore, e perch altra volta,
+udendo le serene, sie pi forte,
+
+pon gi il seme del piangere e ascolta:
+s udirai come in contraria parte
+mover dovieti mia carne sepolta.
+
+Mai non tappresent natura o arte
+piacer, quanto le belle membra in chio
+rinchiusa fui, e che so n terra sparte;
+
+e se l sommo piacer s ti fallio
+per la mia morte, qual cosa mortale
+dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+Ben ti dovevi, per lo primo strale
+de le cose fallaci, levar suso
+di retro a me che non era pi tale.
+
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ad aspettar pi colpo, o pargoletta
+o altra novit con s breve uso.
+
+Novo augelletto due o tre aspetta;
+ma dinanzi da li occhi di pennuti
+rete si spiega indarno o si saetta.
+
+Quali fanciulli, vergognando, muti
+con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+e s riconoscendo e ripentuti,
+
+tal mi stav io; ed ella disse: Quando
+per udir se dolente, alza la barba,
+e prenderai pi doglia riguardando.
+
+Con men di resistenza si dibarba
+robusto cerro, o vero al nostral vento
+o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+chio non levai al suo comando il mento;
+e quando per la barba il viso chiese,
+ben conobbi il velen de largomento.
+
+E come la mia faccia si distese,
+posarsi quelle prime creature
+da loro asperson locchio comprese;
+
+e le mie luci, ancor poco sicure,
+vider Beatrice volta in su la fiera
+ch sola una persona in due nature.
+
+Sotto l suo velo e oltre la rivera
+vincer pariemi pi s stessa antica,
+vincer che laltre qui, quand ella cera.
+
+Di penter s mi punse ivi lortica,
+che di tutte altre cose qual mi torse
+pi nel suo amor, pi mi si f nemica.
+
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+chio caddi vinto; e quale allora femmi,
+salsi colei che la cagion mi porse.
+
+Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,
+la donna chio avea trovata sola
+sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.
+
+Tratto mavea nel fiume infin la gola,
+e tirandosi me dietro sen giva
+sovresso lacqua lieve come scola.
+
+Quando fui presso a la beata riva,
+Asperges me s dolcemente udissi,
+che nol so rimembrar, non chio lo scriva.
+
+La bella donna ne le braccia aprissi;
+abbracciommi la testa e mi sommerse
+ove convenne chio lacqua inghiottissi.
+
+Indi mi tolse, e bagnato mofferse
+dentro a la danza de le quattro belle;
+e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+pria che Beatrice discendesse al mondo,
+fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+lume ch dentro aguzzeranno i tuoi
+le tre di l, che miran pi profondo.
+
+Cos cantando cominciaro; e poi
+al petto del grifon seco menarmi,
+ove Beatrice stava volta a noi.
+
+Disser: Fa che le viste non risparmi;
+posto tavem dinanzi a li smeraldi
+ond Amor gi ti trasse le sue armi.
+
+Mille disiri pi che fiamma caldi
+strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+che pur sopra l grifone stavan saldi.
+
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+la doppia fiera dentro vi raggiava,
+or con altri, or con altri reggimenti.
+
+Pensa, lettor, sio mi maravigliava,
+quando vedea la cosa in s star queta,
+e ne lidolo suo si trasmutava.
+
+Mentre che piena di stupore e lieta
+lanima mia gustava di quel cibo
+che, saziando di s, di s asseta,
+
+s dimostrando di pi alto tribo
+ne li atti, laltre tre si fero avanti,
+danzando al loro angelico caribo.
+
+Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,
+era la sua canzone, al tuo fedele
+che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+Per grazia fa noi grazia che disvele
+a lui la bocca tua, s che discerna
+la seconda bellezza che tu cele.
+
+O isplendor di viva luce etterna,
+chi palido si fece sotto lombra
+s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+che non paresse aver la mente ingombra,
+tentando a render te qual tu paresti
+l dove armonizzando il ciel tadombra,
+
+quando ne laere aperto ti solvesti?
+
+
+
+Purgatorio Canto XXXII
+
+
+Tant eran li occhi miei fissi e attenti
+a disbramarsi la decenne sete,
+che li altri sensi meran tutti spenti.
+
+Ed essi quinci e quindi avien parete
+di non calercos lo santo riso
+a s trali con lantica rete!;
+
+quando per forza mi fu vlto il viso
+ver la sinistra mia da quelle dee,
+perch io udi da loro un Troppo fiso!;
+
+e la disposizion cha veder e
+ne li occhi pur test dal sol percossi,
+sanza la vista alquanto esser mi fe.
+
+Ma poi chal poco il viso riformossi
+(e dico al poco per rispetto al molto
+sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+vidi n sul braccio destro esser rivolto
+lo gloroso essercito, e tornarsi
+col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+Come sotto li scudi per salvarsi
+volgesi schiera, e s gira col segno,
+prima che possa tutta in s mutarsi;
+
+quella milizia del celeste regno
+che procedeva, tutta trapassonne
+pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+Indi a le rote si tornar le donne,
+e l grifon mosse il benedetto carco
+s, che per nulla penna crollonne.
+
+La bella donna che mi trasse al varco
+e Stazio e io seguitavam la rota
+che f lorbita sua con minore arco.
+
+S passeggiando lalta selva vta,
+colpa di quella chal serpente crese,
+temprava i passi unangelica nota.
+
+Forse in tre voli tanto spazio prese
+disfrenata saetta, quanto eramo
+rimossi, quando Batrice scese.
+
+Io senti mormorare a tutti Adamo;
+poi cerchiaro una pianta dispogliata
+di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.
+
+La coma sua, che tanto si dilata
+pi quanto pi s, fora da lIndi
+ne boschi lor per altezza ammirata.
+
+Beato se, grifon, che non discindi
+col becco desto legno dolce al gusto,
+poscia che mal si torce il ventre quindi.
+
+Cos dintorno a lalbero robusto
+gridaron li altri; e lanimal binato:
+S si conserva il seme dogne giusto.
+
+E vlto al temo chelli avea tirato,
+trasselo al pi de la vedova frasca,
+e quel di lei a lei lasci legato.
+
+Come le nostre piante, quando casca
+gi la gran luce mischiata con quella
+che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+turgide fansi, e poi si rinovella
+di suo color ciascuna, pria che l sole
+giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+men che di rose e pi che di vole
+colore aprendo, sinnov la pianta,
+che prima avea le ramora s sole.
+
+Io non lo ntesi, n qui non si canta
+linno che quella gente allor cantaro,
+n la nota soffersi tutta quanta.
+
+Sio potessi ritrar come assonnaro
+li occhi spietati udendo di Siringa,
+li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;
+
+come pintor che con essempro pinga,
+disegnerei com io maddormentai;
+ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.
+
+Per trascorro a quando mi svegliai,
+e dico chun splendor mi squarci l velo
+del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?.
+
+Quali a veder de fioretti del melo
+che del suo pome li angeli fa ghiotti
+e perpete nozze fa nel cielo,
+
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+e vinti, ritornaro a la parola
+da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+e videro scemata loro scuola
+cos di Mos come dElia,
+e al maestro suo cangiata stola;
+
+tal torna io, e vidi quella pia
+sovra me starsi che conducitrice
+fu de miei passi lungo l fiume pria.
+
+E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?.
+Ond ella: Vedi lei sotto la fronda
+nova sedere in su la sua radice.
+
+Vedi la compagnia che la circonda:
+li altri dopo l grifon sen vanno suso
+con pi dolce canzone e pi profonda.
+
+E se pi fu lo suo parlar diffuso,
+non so, per che gi ne li occhi mera
+quella chad altro intender mavea chiuso.
+
+Sola sedeasi in su la terra vera,
+come guardia lasciata l del plaustro
+che legar vidi a la biforme fera.
+
+In cerchio le facevan di s claustro
+le sette ninfe, con quei lumi in mano
+che son sicuri dAquilone e dAustro.
+
+Qui sarai tu poco tempo silvano;
+e sarai meco sanza fine cive
+di quella Roma onde Cristo romano.
+
+Per, in pro del mondo che mal vive,
+al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ritornato di l, fa che tu scrive.
+
+Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+di suoi comandamenti era divoto,
+la mente e li occhi ov ella volle diedi.
+
+Non scese mai con s veloce moto
+foco di spessa nube, quando piove
+da quel confine che pi va remoto,
+
+com io vidi calar luccel di Giove
+per lalber gi, rompendo de la scorza,
+non che di fiori e de le foglie nove;
+
+e fer l carro di tutta sua forza;
+ond el pieg come nave in fortuna,
+vinta da londa, or da poggia, or da orza.
+
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+del trunfal veiculo una volpe
+che dogne pasto buon parea digiuna;
+
+ma, riprendendo lei di laide colpe,
+la donna mia la volse in tanta futa
+quanto sofferser lossa sanza polpe.
+
+Poscia per indi ond era pria venuta,
+laguglia vidi scender gi ne larca
+del carro e lasciar lei di s pennuta;
+
+e qual esce di cuor che si rammarca,
+tal voce usc del cielo e cotal disse:
+O navicella mia, com mal se carca!.
+
+Poi parve a me che la terra saprisse
+trambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+che per lo carro s la coda fisse;
+
+e come vespa che ritragge lago,
+a s traendo la coda maligna,
+trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+Quel che rimase, come da gramigna
+vivace terra, da la piuma, offerta
+forse con intenzion sana e benigna,
+
+si ricoperse, e funne ricoperta
+e luna e laltra rota e l temo, in tanto
+che pi tiene un sospir la bocca aperta.
+
+Trasformato cos l dificio santo
+mise fuor teste per le parti sue,
+tre sovra l temo e una in ciascun canto.
+
+Le prime eran cornute come bue,
+ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+simile mostro visto ancor non fue.
+
+Sicura, quasi rocca in alto monte,
+seder sovresso una puttana sciolta
+mapparve con le ciglia intorno pronte;
+
+e come perch non li fosse tolta,
+vidi di costa a lei dritto un gigante;
+e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+Ma perch locchio cupido e vagante
+a me rivolse, quel feroce drudo
+la flagell dal capo infin le piante;
+
+poi, di sospetto pieno e dira crudo,
+disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXXIII
+
+
+Deus, venerunt gentes, alternando
+or tre or quattro dolce salmodia,
+le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+e Batrice, sospirosa e pia,
+quelle ascoltava s fatta, che poco
+pi a la croce si cambi Maria.
+
+Ma poi che laltre vergini dier loco
+a lei di dir, levata dritta in p,
+rispuose, colorata come foco:
+
+Modicum, et non videbitis me;
+et iterum, sorelle mie dilette,
+modicum, et vos videbitis me.
+
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+e dopo s, solo accennando, mosse
+me e la donna e l savio che ristette.
+
+Cos sen giva; e non credo che fosse
+lo decimo suo passo in terra posto,
+quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,
+mi disse, tanto che, sio parlo teco,
+ad ascoltarmi tu sie ben disposto.
+
+S com io fui, com io dova, seco,
+dissemi: Frate, perch non tattenti
+a domandarmi omai venendo meco?.
+
+Come a color che troppo reverenti
+dinanzi a suo maggior parlando sono,
+che non traggon la voce viva ai denti,
+
+avvenne a me, che sanza intero suono
+incominciai: Madonna, mia bisogna
+voi conoscete, e ci chad essa buono.
+
+Ed ella a me: Da tema e da vergogna
+voglio che tu omai ti disviluppe,
+s che non parli pi com om che sogna.
+
+Sappi che l vaso che l serpente ruppe,
+fu e non ; ma chi nha colpa, creda
+che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+Non sar tutto tempo sanza reda
+laguglia che lasci le penne al carro,
+per che divenne mostro e poscia preda;
+
+chio veggio certamente, e per il narro,
+a darne tempo gi stelle propinque,
+secure dogn intoppo e dogne sbarro,
+
+nel quale un cinquecento diece e cinque,
+messo di Dio, ancider la fuia
+con quel gigante che con lei delinque.
+
+E forse che la mia narrazion buia,
+qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+perch a lor modo lo ntelletto attuia;
+
+ma tosto fier li fatti le Naiade,
+che solveranno questo enigma forte
+sanza danno di pecore o di biade.
+
+Tu nota; e s come da me son porte,
+cos queste parole segna a vivi
+del viver ch un correre a la morte.
+
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+di non celar qual hai vista la pianta
+ch or due volte dirubata quivi.
+
+Qualunque ruba quella o quella schianta,
+con bestemmia di fatto offende a Dio,
+che solo a luso suo la cre santa.
+
+Per morder quella, in pena e in disio
+cinquemilia anni e pi lanima prima
+bram colui che l morso in s punio.
+
+Dorme lo ngegno tuo, se non estima
+per singular cagione esser eccelsa
+lei tanto e s travolta ne la cima.
+
+E se stati non fossero acqua dElsa
+li pensier vani intorno a la tua mente,
+e l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+per tante circostanze solamente
+la giustizia di Dio, ne linterdetto,
+conosceresti a larbor moralmente.
+
+Ma perch io veggio te ne lo ntelletto
+fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+s che tabbaglia il lume del mio detto,
+
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+che l te ne porti dentro a te per quello
+che si reca il bordon di palma cinto.
+
+E io: S come cera da suggello,
+che la figura impressa non trasmuta,
+segnato or da voi lo mio cervello.
+
+Ma perch tanto sovra mia veduta
+vostra parola disata vola,
+che pi la perde quanto pi saiuta?.
+
+Perch conoschi, disse, quella scuola
+chai seguitata, e veggi sua dottrina
+come pu seguitar la mia parola;
+
+e veggi vostra via da la divina
+distar cotanto, quanto si discorda
+da terra il ciel che pi alto festina.
+
+Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda
+chi stranasse me gi mai da voi,
+n honne coscenza che rimorda.
+
+E se tu ricordar non te ne puoi,
+sorridendo rispuose, or ti rammenta
+come bevesti di Let ancoi;
+
+e se dal fummo foco sargomenta,
+cotesta oblivon chiaro conchiude
+colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+Veramente oramai saranno nude
+le mie parole, quanto converrassi
+quelle scovrire a la tua vista rude.
+
+E pi corusco e con pi lenti passi
+teneva il sole il cerchio di merigge,
+che qua e l, come li aspetti, fassi,
+
+quando saffisser, s come saffigge
+chi va dinanzi a gente per iscorta
+se trova novitate o sue vestigge,
+
+le sette donne al fin dunombra smorta,
+qual sotto foglie verdi e rami nigri
+sovra suoi freddi rivi lalpe porta.
+
+Dinanzi ad esse ufrats e Tigri
+veder mi parve uscir duna fontana,
+e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+O luce, o gloria de la gente umana,
+che acqua questa che qui si dispiega
+da un principio e s da s lontana?.
+
+Per cotal priego detto mi fu: Priega
+Matelda che l ti dica. E qui rispuose,
+come fa chi da colpa si dislega,
+
+la bella donna: Questo e altre cose
+dette li son per me; e son sicura
+che lacqua di Let non gliel nascose.
+
+E Batrice: Forse maggior cura,
+che spesse volte la memoria priva,
+fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+Ma vedi Eno che l diriva:
+menalo ad esso, e come tu se usa,
+la tramortita sua virt ravviva.
+
+Come anima gentil, che non fa scusa,
+ma fa sua voglia de la voglia altrui
+tosto che per segno fuor dischiusa;
+
+cos, poi che da essa preso fui,
+la bella donna mossesi, e a Stazio
+donnescamente disse: Vien con lui.
+
+Sio avessi, lettor, pi lungo spazio
+da scrivere, i pur cantere in parte
+lo dolce ber che mai non mavria sazio;
+
+ma perch piene son tutte le carte
+ordite a questa cantica seconda,
+non mi lascia pi ir lo fren de larte.
+
+Io ritornai da la santissima onda
+rifatto s come piante novelle
+rinovellate di novella fronda,
+
+puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ = a grave
+ = e grave
+ = i grave
+ = o grave
+ = u grave
+
+ = e acute
+ = o acute
+
+ = a uml
+ = e uml
+ = i uml
+ = o uml
+ = u uml
+
+ = E grave
+ = E uml
+ = I uml
+
+ = left angle quotation mark
+ = right angle quotation mark
+
+ = left double quotation mark
+ = right double quotation mark
+
+ = left single quotation mark
+ = right single quotation mark
+
+ = em dash
+
+ = middot
+
+. . . = ellipsis
+
+
+
+
+
+End of Project Gutenberg's Etext "Divina Commedia di Dante: Purgatorio"
+In Italian with accents [8-bit text]
+
diff --git a/old/old/2ddc809a.zip b/old/old/2ddc809a.zip
new file mode 100644
index 0000000..d6529f2
--- /dev/null
+++ b/old/old/2ddc809a.zip
Binary files differ
diff --git a/old/old/2ddcd09.txt b/old/old/2ddcd09.txt
new file mode 100644
index 0000000..b0b5a77
--- /dev/null
+++ b/old/old/2ddcd09.txt
@@ -0,0 +1,6870 @@
+The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+In Italian with no accents[7-bit text]
+Please see my notes about various versions beneath this header.
+
+Copyright laws are changing all over the world, be sure to check
+the copyright laws for your country before posting these files!!
+
+Please take a look at the important information in this header.
+We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an
+electronic path open for the next readers. Do not remove this.
+
+
+**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts**
+
+**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971**
+
+*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations*
+
+Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and
+further information is included below. We need your donations.
+
+
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+
+by Dante Alighieri
+
+August, 1997 [Etext #998]
+
+
+The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+*****This file should be named 2ddcd09.txt or 2ddcd09.zip*****
+
+Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 2ddcd10.txt.
+VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 2ddcd10a.txt.
+
+We are now trying to release all our books one month in advance
+of the official release dates, for time for better editing.
+
+Please note: neither this list nor its contents are final till
+midnight of the last day of the month of any such announcement.
+The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at
+Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A
+preliminary version may often be posted for suggestion, comment
+and editing by those who wish to do so. To be sure you have an
+up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes
+in the first week of the next month. Since our ftp program has
+a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a
+look at the file size will have to do, but we will try to see a
+new copy has at least one byte more or less.
+
+
+Information about Project Gutenberg (one page)
+
+We produce about two million dollars for each hour we work. The
+fifty hours is one conservative estimate for how long it we take
+to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright
+searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This
+projected audience is one hundred million readers. If our value
+per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2
+million dollars per hour this year as we release thirty-two text
+files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800.
+If these reach just 10% of the computerized population, then the
+total should reach 80 billion Etexts.
+
+The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext
+Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion]
+This is ten thousand titles each to one hundred million readers,
+which is only 10% of the present number of computer users. 2001
+should have at least twice as many computer users as that, so it
+will require us reaching less than 5% of the users in 2001.
+
+
+We need your donations more than ever!
+
+
+All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are
+tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie-
+Mellon University).
+
+For these and other matters, please mail to:
+
+Project Gutenberg
+P. O. Box 2782
+Champaign, IL 61825
+
+When all other email fails try our Executive Director:
+Michael S. Hart <hart@pobox.com>
+
+We would prefer to send you this information by email
+(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail).
+
+******
+If you have an FTP program (or emulator), please
+FTP directly to the Project Gutenberg archives:
+[Mac users, do NOT point and click. . .type]
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+or cd etext/articles [get suggest gut for more information]
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+get or mget [to get files. . .set bin for zip files]
+GET INDEX?00.GUT
+for a list of books
+and
+GET NEW GUT for general information
+and
+MGET GUT* for newsletters.
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+(Three Pages)
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+*END*THE SMALL PRINT! FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END*
+
+
+
+
+
+Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext.
+We will be presenting this work in a wide variety of formats, in
+both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary
+and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents.
+
+WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES!
+
+Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
+think we may have enough proofers for a first run at the Cary.
+
+We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997
+
+Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*
+
+Also because they are so preliminary, I have not placed the names
+of the person working on the files in them, as I take my complete
+repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit
+will be completely given when we have the final version ready.
+
+Michael S. Hart
+July 31, 1997
+
+The Italian files with no accents appear as follows:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
+Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 999
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998
+Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997
+
+followed by:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
+Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
+Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009
+
+and
+
+H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008
+H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1007
+H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty [2ddccxxx.xxx]1006
+H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1005
+
+and
+
+Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004
+Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1003
+Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002
+Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1001
+
+in what I hope will be a timely manner.
+
+Thank you so much for your cooperation and your patience.
+This will be a LONG month of preparation.
+
+Michael S. Hart
+[hart@pobox.com]
+Project Gutenberg
+Executive Director
+
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+
+
+DI DANTE ALIGHIERI
+
+
+CANTICA II: PURGATORIO
+
+
+
+
+La Divina Commedia
+di Dante Alighieri
+
+
+
+
+PURGATORIO
+
+
+
+Purgatorio: Canto I
+
+
+Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a se' mar si` crudele;
+
+e cantero` di quel secondo regno
+ dove l'umano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+Ma qui la morta poesi` resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Caliope` alquanto surga,
+
+seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+Dolce color d'oriental zaffiro,
+ che s'accoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+a li occhi miei ricomincio` diletto,
+ tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
+ che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
+
+Lo bel pianeto che d'amar conforta
+ faceva tutto rider l'oriente,
+ velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
+
+I' mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a l'altro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor ch'a la prima gente.
+
+Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentrional vedovo sito,
+ poi che privato se' di mirar quelle!
+
+Com'io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l 'altro polo,
+ la` onde il Carro gia` era sparito,
+
+vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che piu` non dee a padre alcun figliuolo.
+
+Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a' suoi capelli simigliante,
+ de' quai cadeva al petto doppia lista.
+
+Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan si` la sua faccia di lume,
+ ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
+
+<<Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?>>,
+ diss'el, movendo quelle oneste piume.
+
+<<Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+Son le leggi d'abisso cosi` rotte?
+ o e` mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?>>.
+
+Lo duca mio allor mi die` di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio.
+
+Poscia rispuose lui: <<Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi
+ di nostra condizion com'ell'e` vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+Questi non vide mai l'ultima sera;
+ ma per la sua follia le fu si` presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+Si` com'io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non li` era altra via
+ che questa per la quale i' mi son messo.
+
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan se' sotto la tua balia.
+
+Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
+ de l'alto scende virtu` che m'aiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ liberta` va cercando, ch'e` si` cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara.
+
+Non son li editti etterni per noi guasti,
+ che' questi vive, e Minos me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riportero` di te a lei,
+ se d'esser mentovato la` giu` degni>>.
+
+<<Marzia piacque tanto a li occhi miei
+ mentre ch'i' fu' di la`>>, diss'elli allora,
+ <<che quante grazie volse da me, fei.
+
+Or che di la` dal mal fiume dimora,
+ piu` muover non mi puo`, per quella legge
+ che fatta fu quando me n'usci' fora.
+
+Ma se donna del ciel ti muove e regge,
+ come tu di', non c'e` mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
+ si` ch'ogne sucidume quindi stinghe;
+
+che' non si converria, l'occhio sorpriso
+ d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch'e` di quei di paradiso.
+
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ la` giu` cola` dove la batte l'onda,
+ porta di giunchi sovra 'l molle limo;
+
+null'altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ pero` ch'a le percosse non seconda.
+
+Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterra`, che surge omai,
+ prendere il monte a piu` lieve salita>>.
+
+Cosi` spari`; e io su` mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+El comincio`: <<Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, che' di qua dichina
+ questa pianura a' suoi termini bassi>>.
+
+L'alba vinceva l'ora mattutina
+ che fuggia innanzi, si` che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+Noi andavam per lo solingo piano
+ com'om che torna a la perduta strada,
+ che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+Quando noi fummo la` 've la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ambo le mani in su l'erbetta sparte
+ soavemente 'l mio maestro pose:
+ ond'io, che fui accorto di sua arte,
+
+porsi ver' lui le guance lagrimose:
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che l'inferno mi nascose.
+
+Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+Quivi mi cinse si` com'altrui piacque:
+ oh maraviglia! che' qual elli scelse
+ l'umile pianta, cotal si rinacque
+
+subitamente la` onde l'avelse.
+
+
+
+Purgatorio: Canto II
+
+
+Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto
+ lo cui meridian cerchio coverchia
+ Ierusalem col suo piu` alto punto;
+
+e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+si` che le bianche e le vermiglie guance,
+ la` dov'i' era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ giu` nel ponente sovra 'l suol marino,
+
+cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir si` ratto,
+ che 'l muover suo nessun volar pareggia.
+
+Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
+ l'occhio per domandar lo duca mio,
+ rividil piu` lucente e maggior fatto.
+
+Poi d'ogne lato ad esso m'appario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui uscio.
+
+Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+grido`: <<Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di si` fatti officiali.
+
+Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ si` che remo non vuol, ne' altro velo
+ che l'ali sue, tra liti si` lontani.
+
+Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
+ trattando l'aere con l'etterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo>>.
+
+Poi, come piu` e piu` verso noi venne
+ l'uccel divino, piu` chiaro appariva:
+ per che l'occhio da presso nol sostenne,
+
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
+
+Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e piu` di cento spirti entro sediero.
+
+'In exitu Israel de Aegypto'
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo e` poscia scripto.
+
+Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
+ ed el sen gi`, come venne, veloce.
+
+La turba che rimase li`, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, ch'avea con le saette conte
+ di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
+
+quando la nova gente alzo` la fronte
+ ver' noi, dicendo a noi: <<Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte>>.
+
+E Virgilio rispuose: <<Voi credete
+ forse che siamo esperti d'esto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu si` aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parra` gioco>>.
+
+L'anime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+cosi` al viso mio s'affisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi obliando d'ire a farsi belle.
+
+Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con si` grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+Soavemente disse ch'io posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
+
+Rispuosemi: <<Cosi` com'io t'amai
+ nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta:
+ pero` m'arresto; ma tu perche' vai?>>.
+
+<<Casella mio, per tornar altra volta
+ la` dov'io son, fo io questo viaggio>>,
+ diss'io; <<ma a te com'e` tanta ora tolta?>>.
+
+Ed elli a me: <<Nessun m'e` fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ piu` volte m'ha negato esto passaggio;
+
+che' di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+Ond'io, ch'era ora a la marina volto
+ dove l'acqua di Tevero s'insala,
+ benignamente fu' da lui ricolto.
+
+A quella foce ha elli or dritta l'ala,
+ pero` che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala>>.
+
+E io: <<Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a l'amoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+di cio` ti piaccia consolare alquanto
+ l'anima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, e` affannata tanto!>>.
+
+'Amor che ne la mente mi ragiona'
+ comincio` elli allor si` dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+Lo mio maestro e io e quella gente
+ ch'eran con lui parevan si` contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: <<Che e` cio`, spiriti lenti?
+
+qual negligenza, quale stare e` questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ ch'esser non lascia a voi Dio manifesto>>.
+
+Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
+
+se cosa appare ond'elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star l'esca,
+ perch'assaliti son da maggior cura;
+
+cosi` vid'io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
+ com'om che va, ne' sa dove riesca:
+
+ne' la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+Purgatorio: Canto III
+
+
+Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+i' mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare' io sanza lui corso?
+ chi m'avria tratto su per la montagna?
+
+El mi parea da se' stesso rimorso:
+ o dignitosa coscienza e netta,
+ come t'e` picciol fallo amaro morso!
+
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+lo 'ntento rallargo`, si` come vaga,
+ e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
+ che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga.
+
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto m'era dinanzi a la figura,
+ ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
+
+Io mi volsi dallato con paura
+ d'essere abbandonato, quand'io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+e 'l mio conforto: <<Perche' pur diffidi?>>,
+ a dir mi comincio` tutto rivolto;
+ <<non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
+
+Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra:
+ Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto.
+
+Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
+ non ti maravigliar piu` che d'i cieli
+ che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
+
+A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virtu` dispone
+ che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
+
+Matto e` chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+State contenti, umana gente, al quia;
+ che' se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+e disiar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ ch'etternalmente e` dato lor per lutto:
+
+io dico d'Aristotile e di Plato
+ e di molt'altri>>; e qui chino` la fronte,
+ e piu` non disse, e rimase turbato.
+
+Noi divenimmo intanto a pie` del monte;
+ quivi trovammo la roccia si` erta,
+ che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+Tra Lerice e Turbia la piu` diserta,
+ la piu` rotta ruina e` una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+<<Or chi sa da qual man la costa cala>>,
+ disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
+ <<si` che possa salir chi va sanz'ala?>>.
+
+E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+da man sinistra m'appari` una gente
+ d'anime, che movieno i pie` ver' noi,
+ e non pareva, si` venian lente.
+
+<<Leva>>, diss'io, <<maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne dara` consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi>>.
+
+Guardo` allora, e con libero piglio
+ rispuose: <<Andiamo in la`, ch'ei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio>>.
+
+Ancora era quel popol di lontano,
+ i' dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+quando si strinser tutti ai duri massi
+ de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+<<O ben finiti, o gia` spiriti eletti>>,
+ Virgilio incomincio`, <<per quella pace
+ ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
+
+ditene dove la montagna giace
+ si` che possibil sia l'andare in suso;
+ che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>.
+
+Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e l'altre stanno
+ timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
+
+e cio` che fa la prima, e l'altre fanno,
+ addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
+ semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno;
+
+si` vid'io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne l'andare onesta.
+
+Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ si` che l'ombra era da me a la grotta,
+
+restaro, e trasser se' in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto.
+
+<<Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo e` corpo uman che voi vedete;
+ per che 'l lume del sole in terra e` fesso.
+
+Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virtu` che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete>>.
+
+Cosi` 'l maestro; e quella gente degna
+ <<Tornate>>, disse, <<intrate innanzi dunque>>,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+E un di loro incomincio`: <<Chiunque
+ tu se', cosi` andando, volgi 'l viso:
+ pon mente se di la` mi vedesti unque>>.
+
+Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
+
+Quand'io mi fui umilmente disdetto
+ d'averlo visto mai, el disse: <<Or vedi>>;
+ e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
+
+Poi sorridendo disse: <<Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond'io ti priego che, quando tu riedi,
+
+vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
+ e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
+
+Poscia ch'io ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bonta` infinita ha si` gran braccia,
+ che prende cio` che si rivolge a lei.
+
+Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+l'ossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
+ dov'e' le trasmuto` a lume spento.
+
+Per lor maladizion si` non si perde,
+ che non possa tornar, l'etterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+Vero e` che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta,
+ in sua presunzion, se tal decreto
+ piu` corto per buon prieghi non diventa.
+
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come m'hai visto, e anco esto divieto;
+
+che' qui per quei di la` molto s'avanza>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto IV
+
+
+Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virtu` nostra comprenda
+ l'anima bene ad essa si raccoglie,
+
+par ch'a nulla potenza piu` intenda;
+ e questo e` contra quello error che crede
+ ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
+
+E pero`, quando s'ode cosa o vede
+ che tegna forte a se' l'anima volta,
+ vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
+
+ch'altra potenza e` quella che l'ascolta,
+ e altra e` quella c'ha l'anima intera:
+ questa e` quasi legata, e quella e` sciolta.
+
+Di cio` ebb'io esperienza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ che' ben cinquanta gradi salito era
+
+lo sole, e io non m'era accorto, quando
+ venimmo ove quell'anime ad una
+ gridaro a noi: <<Qui e` vostro dimando>>.
+
+Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
+
+che non era la calla onde saline
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partine.
+
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova 'n Cacume
+ con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli;
+
+dico con l'ale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
+ e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
+ de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
+ <<Maestro mio>>, diss'io, <<che via faremo?>>.
+
+Ed elli a me: <<Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che n'appaia alcuna scorta saggia>>.
+
+Lo sommo er'alto che vincea la vista,
+ e la costa superba piu` assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+Io era lasso, quando cominciai:
+ <<O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com'io rimango sol, se non restai>>.
+
+<<Figliuol mio>>, disse, <<infin quivi ti tira>>,
+ additandomi un balzo poco in sue
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+Si` mi spronaron le parole sue,
+ ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue.
+
+A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ volti a levante ond'eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra n'eravam feriti.
+
+Ben s'avvide il poeta ch'io stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+Ond'elli a me: <<Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che su` e giu` del suo lume conduce,
+
+tu vedresti il Zodiaco rubecchio
+ ancora a l'Orse piu` stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sion
+ con questo monte in su la terra stare
+
+si`, ch'amendue hanno un solo orizzon
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Feton,
+
+vedrai come a costui convien che vada
+ da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
+ se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada>>.
+
+<<Certo, maestro mio,>> diss'io, <<unquanco
+ non vid'io chiaro si` com'io discerno
+ la` dove mio ingegno parea manco,
+
+che 'l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun'arte,
+ e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
+
+per la ragion che di', quinci si parte
+ verso settentrion, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale
+ piu` che salir non posson li occhi miei>>.
+
+Ed elli a me: <<Questa montagna e` tale,
+ che sempre al cominciar di sotto e` grave;
+ e quant'om piu` va su`, e men fa male.
+
+Pero`, quand'ella ti parra` soave
+ tanto, che su` andar ti fia leggero
+ com'a seconda giu` andar per nave,
+
+allor sarai al fin d'esto sentiero;
+ quivi di riposar l'affanno aspetta.
+ Piu` non rispondo, e questo so per vero>>.
+
+E com'elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso sono`: <<Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!>>.
+
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual ne' io ne' ei prima s'accorse.
+
+La` ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a l'ombra dietro al sasso
+ come l'uom per negghienza a star si pone.
+
+E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo 'l viso giu` tra esse basso.
+
+<<O dolce segnor mio>>, diss'io, <<adocchia
+ colui che mostra se' piu` negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia>>.
+
+Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo 'l viso pur su per la coscia,
+ e disse: <<Or va tu su`, che se' valente!>>.
+
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che m'avacciava un poco ancor la lena,
+ non m'impedi` l'andare a lui; e poscia
+
+ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena,
+ dicendo: <<Hai ben veduto come 'l sole
+ da l'omero sinistro il carro mena?>>.
+
+Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole
+
+di te omai; ma dimmi: perche' assiso
+ quiritto se'? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato t'ha' ripriso?>>.
+
+Ed elli: <<O frate, andar in su` che porta?
+ che' non mi lascerebbe ire a' martiri
+ l'angel di Dio che siede in su la porta.
+
+Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+se orazione in prima non m'aita
+ che surga su` di cuor che in grazia viva;
+ l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?>>.
+
+E gia` il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: <<Vienne omai; vedi ch'e` tocco
+ meridian dal sole e a la riva
+
+cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto V
+
+
+Io era gia` da quell'ombre partito,
+ e seguitava l'orme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando 'l dito,
+
+una grido`: <<Ve' che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!>>.
+
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
+
+<<Perche' l'animo tuo tanto s'impiglia>>,
+ disse 'l maestro, <<che l'andare allenti?
+ che ti fa cio` che quivi si pispiglia?
+
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ gia` mai la cima per soffiar di venti;
+
+che' sempre l'omo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da se' dilunga il segno,
+ perche' la foga l'un de l'altro insolla>>.
+
+Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa l'uom di perdon talvolta degno.
+
+E 'ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando 'Miserere' a verso a verso.
+
+Quando s'accorser ch'i' non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
+ mutar lor canto in un <<oh!>> lungo e roco;
+
+e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr'a noi e dimandarne:
+ <<Di vostra condizion fatene saggi>>.
+
+E 'l mio maestro: <<Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che 'l corpo di costui e` vera carne.
+
+Se per veder la sua ombra restaro,
+ com'io avviso, assai e` lor risposto:
+ faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>.
+
+Vapori accesi non vid'io si` tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ ne', sol calando, nuvole d'agosto,
+
+che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti la`, con li altri a noi dier volta
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+<<Questa gente che preme a noi e` molta,
+ e vegnonti a pregar>>, disse 'l poeta:
+ <<pero` pur va, e in andando ascolta>>.
+
+<<O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti>>,
+ venian gridando, <<un poco il passo queta.
+
+Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
+ si` che di lui di la` novella porti:
+ deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti?
+
+Noi fummo tutti gia` per forza morti,
+ e peccatori infino a l'ultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+si` che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di se' veder n'accora>>.
+
+E io: <<Perche' ne' vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma s'a voi piace
+ cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
+
+voi dite, e io faro` per quella pace
+ che, dietro a' piedi di si` fatta guida
+ di mondo in mondo cercar mi si face>>.
+
+E uno incomincio`: <<Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che 'l voler nonpossa non ricida.
+
+Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, si` che ben per me s'adori
+ pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
+
+Quindi fu' io; ma li profondi fori
+ ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+la` dov'io piu` sicuro esser credea:
+ quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira
+ assai piu` la` che dritto non volea.
+
+Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
+ quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
+ ancor sarei di la` dove si spira.
+
+Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
+ m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io
+ de le mie vene farsi in terra laco>>.
+
+Poi disse un altro: <<Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a l'alto monte,
+ con buona pietate aiuta il mio!
+
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per ch'io vo tra costor con bassa fronte>>.
+
+E io a lui: <<Qual forza o qual ventura
+ ti travio` si` fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?>>.
+
+<<Oh!>>, rispuos'elli, <<a pie` del Casentino
+ traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
+ che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
+
+La` 've 'l vocabol suo diventa vano,
+ arriva' io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+Quivi perdei la vista e la parola
+ nel nome di Maria fini', e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi:
+ l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
+ gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi?
+
+Tu te ne porti di costui l'etterno
+ per una lagrimetta che 'l mi toglie;
+ ma io faro` de l'altro altro governo!".
+
+Ben sai come ne l'aere si raccoglie
+ quell'umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
+
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
+ per la virtu` che sua natura diede.
+
+Indi la valle, come 'l di` fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
+
+si` che 'l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde e a' fossati venne
+ di lei cio` che la terra non sofferse;
+
+e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver' lo fiume real tanto veloce
+ si ruino`, che nulla la ritenne.
+
+Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse
+ ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
+ voltommi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse>>.
+
+<<Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
+ e riposato de la lunga via>>,
+ seguito` 'l terzo spirito al secondo,
+
+<<ricorditi di me, che son la Pia:
+ Siena mi fe', disfecemi Maremma:
+ salsi colui che 'nnanellata pria
+
+disposando m'avea con la sua gemma>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VI
+
+
+Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+con l'altro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+el non s'arresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, piu` non fa pressa;
+ e cosi` da la calca si difende.
+
+Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e la`, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+Quiv'era l'Aretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e l'altro ch'annego` correndo in caccia.
+
+Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che fe' parer lo buon Marzucco forte.
+
+Vidi conte Orso e l'anima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com'e' dicea, non per colpa commisa;
+
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr'e` di qua, la donna di Brabante,
+ si` che pero` non sia di peggior greggia.
+
+Come libero fui da tutte quante
+ quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
+ si` che s'avacci lor divenir sante,
+
+io cominciai: <<El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?>>.
+
+Ed elli a me: <<La mia scrittura e` piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+che' cima di giudicio non s'avvalla
+ perche' foco d'amor compia in un punto
+ cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla;
+
+e la` dov'io fermai cotesto punto,
+ non s'ammendava, per pregar, difetto,
+ perche' 'l priego da Dio era disgiunto.
+
+Veramente a cosi` alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
+
+Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice>>.
+
+E io: <<Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ che' gia` non m'affatico come dianzi,
+ e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta>>.
+
+<<Noi anderem con questo giorno innanzi>>,
+ rispuose, <<quanto piu` potremo omai;
+ ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi.
+
+Prima che sie la` su`, tornar vedrai
+ colui che gia` si cuopre de la costa,
+ si` che ' suoi raggi tu romper non fai.
+
+Ma vedi la` un'anima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta>>.
+
+Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+Ella non ci dicea alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ma di nostro paese e de la vita
+ ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
+ <<Mantua...>>, e l'ombra, tutta in se' romita,
+
+surse ver' lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: <<O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!>>; e l'un l'altro abbracciava.
+
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+Quell'anima gentil fu cosi` presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
+ di quei ch'un muro e una fossa serra.
+
+Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ s'alcuna parte in te di pace gode.
+
+Che val perche' ti racconciasse il freno
+ Iustiniano, se la sella e` vota?
+ Sanz'esso fora la vergogna meno.
+
+Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi cio` che Dio ti nota,
+
+guarda come esta fiera e` fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+O Alberto tedesco ch'abbandoni
+ costei ch'e` fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
+
+Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di costa` distretti,
+ che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
+
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color gia` tristi, e questi con sospetti!
+
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com'e` oscura!
+
+Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e di` e notte chiama:
+ <<Cesare mio, perche' non m'accompagne?>>.
+
+Vieni a veder la gente quanto s'ama!
+ e se nulla di noi pieta` ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+E se licito m'e`, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+O e` preparazion che ne l'abisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de l'accorger nostro scisso?
+
+Che' le citta` d'Italia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ merce' del popol tuo che si argomenta.
+
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a l'arco;
+ ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
+
+Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: <<I' mi sobbarco!>>.
+
+Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
+ S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
+
+Atene e Lacedemona, che fenno
+ l'antiche leggi e furon si` civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, ch'a mezzo novembre
+ non giugne quel che tu d'ottobre fili.
+
+Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato e rinovate membre!
+
+E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non puo` trovar posa in su le piume,
+
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VII
+
+
+Poscia che l'accoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: <<Voi, chi siete?>>.
+
+<<Anzi che a questo monte fosser volte
+ l'anime degne di salire a Dio,
+ fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+Io son Virgilio; e per null'altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver fe'>>.
+ Cosi` rispuose allora il duca mio.
+
+Qual e` colui che cosa innanzi se'
+ subita vede ond'e' si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo <<Ella e`... non e`...>>,
+
+tal parve quelli; e poi chino` le ciglia,
+ e umilmente ritorno` ver' lui,
+ e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia.
+
+<<O gloria di Latin>>, disse, <<per cui
+ mostro` cio` che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond'io fui,
+
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ S'io son d'udir le tue parole degno,
+ dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra>>.
+
+<<Per tutt'i cerchi del dolente regno>>,
+ rispuose lui, <<son io di qua venuto;
+ virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder l'alto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+Luogo e` la` giu` non tristo di martiri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da l'umana colpa essenti;
+
+quivi sto io con quei che le tre sante
+ virtu` non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber l'altre e seguir tutte quante.
+
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ da` noi per che venir possiam piu` tosto
+ la` dove purgatorio ha dritto inizio>>.
+
+Rispuose: <<Loco certo non c'e` posto;
+ licito m'e` andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
+
+Ma vedi gia` come dichina il giorno,
+ e andar su` di notte non si puote;
+ pero` e` buon pensar di bel soggiorno.
+
+Anime sono a destra qua remote:
+ se mi consenti, io ti merro` ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note>>.
+
+<<Com'e` cio`?>>, fu risposto. <<Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ d'altrui, o non sarria che' non potesse?>>.
+
+E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito,
+ dicendo: <<Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo 'l sol partito:
+
+non pero` ch'altra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso>>.
+
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ <<Menane>>, disse, <<dunque la` 've dici
+ ch'aver si puo` diletto dimorando>>.
+
+Poco allungati c'eravam di lici,
+ quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+<<Cola`>>, disse quell'ombra, <<n'anderemo
+ dove la costa face di se' grembo;
+ e la` il novo giorno attenderemo>>.
+
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo.
+
+Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
+
+da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore e` vinto il meno.
+
+Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavita` di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+<<Prima che 'l poco sole omai s'annidi>>,
+ comincio` 'l Mantoan che ci avea volti,
+ <<tra color non vogliate ch'io vi guidi.
+
+Di questo balzo meglio li atti e ' volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama giu` tra essi accolti.
+
+Colui che piu` siede alto e fa sembianti
+ d'aver negletto cio` che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
+ si` che tardi per altri si ricrea.
+
+L'altro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove l'acqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui c'ha si` benigno aspetto,
+ mori` fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+guardate la` come si batte il petto!
+ L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che si` li lancia.
+
+Quel che par si` membruto e che s'accorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ d'ogne valor porto` cinta la corda;
+
+e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+che non si puote dir de l'altre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+Rade volte risurge per li rami
+ l'umana probitate; e questo vole
+ quei che la da`, perche' da lui si chiami.
+
+Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza gia` si dole.
+
+Tant'e` del seme suo minor la pianta,
+ quanto piu` che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+Vedete il re de la semplice vita
+ seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra:
+ questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
+
+Quel che piu` basso tra costor s'atterra,
+ guardando in suso, e` Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+fa pianger Monferrato e Canavese>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VIII
+
+
+Era gia` l'ora che volge il disio
+ ai navicanti e 'ntenerisce il core
+ lo di` c'han detto ai dolci amici addio;
+
+e che lo novo peregrin d'amore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+quand'io incominciai a render vano
+ l'udire e a mirare una de l'alme
+ surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
+
+Ella giunse e levo` ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso l'oriente,
+ come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
+
+'Te lucis ante' si` devotamente
+ le uscio di bocca e con si` dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+e l'altre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto l'inno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ che' 'l velo e` ora ben tanto sottile,
+ certo che 'l trapassar dentro e` leggero.
+
+Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in sue
+ quasi aspettando, palido e umile;
+
+e vidi uscir de l'alto e scender giue
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+L'un poco sovra noi a star si venne,
+ e l'altro scese in l'opposita sponda,
+ si` che la gente in mezzo si contenne.
+
+Ben discernea in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia l'occhio si smarria,
+ come virtu` ch'a troppo si confonda.
+
+<<Ambo vegnon del grembo di Maria>>,
+ disse Sordello, <<a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verra` vie via>>.
+
+Ond'io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+E Sordello anco: <<Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazioso fia lor vedervi assai>>.
+
+Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+Temp'era gia` che l'aere s'annerava,
+ ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei
+ non dichiarisse cio` che pria serrava.
+
+Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra ' rei!
+
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimando`: <<Quant'e` che tu venisti
+ a pie` del monte per le lontane acque?>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che l'altra, si` andando, acquisti>>.
+
+E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di subito smarrita.
+
+L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
+ che sedea li`, gridando: <<Su`, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse>>.
+
+Poi, volto a me: <<Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che si` nasconde
+ lo suo primo perche', che non li` e` guado,
+
+quando sarai di la` da le larghe onde,
+ di` a Giovanna mia che per me chiami
+ la` dove a li 'nnocenti si risponde.
+
+Non credo che la sua madre piu` m'ami,
+ poscia che trasmuto` le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco d'amor dura,
+ se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
+
+Non le fara` si` bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com'avria fatto il gallo di Gallura>>.
+
+Cosi` dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur la` dove le stelle son piu` tarde,
+ si` come rota piu` presso a lo stelo.
+
+E 'l duca mio: <<Figliuol, che la` su` guarde?>>.
+ E io a lui: <<A quelle tre facelle
+ di che 'l polo di qua tutto quanto arde>>.
+
+Ond'elli a me: <<Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di la` basse,
+ e queste son salite ov'eran quelle>>.
+
+Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse
+ dicendo: <<Vedi la` 'l nostro avversaro>>;
+ e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse.
+
+Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+Io non vidi, e pero` dicer non posso,
+ come mosser li astor celestiali;
+ ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
+
+Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
+ fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+L'ombra che s'era al giudice raccolta
+ quando chiamo`, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+<<Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant'e` mestiere infino al sommo smalto>>,
+
+comincio` ella, <<se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che gia` grande la` era.
+
+Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son l'antico, ma di lui discesi;
+ a' miei portai l'amor che qui raffina>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<per li vostri paesi
+ gia` mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
+
+La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ si` che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+e io vi giuro, s'io di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+Uso e natura si` la privilegia,
+ che, perche' il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e 'l mal cammin dispregia>>.
+
+Ed elli: <<Or va; che 'l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che 'l Montone
+ con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca,
+
+che cotesta cortese oppinione
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che d'altrui sermone,
+
+se corso di giudicio non s'arresta>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto IX
+
+
+La concubina di Titone antico
+ gia` s'imbiancava al balco d'oriente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+e la notte, de' passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov'eravamo,
+ e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale;
+
+quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
+ vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
+ la` 've gia` tutti e cinque sedavamo.
+
+Ne l'ora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de' suo' primi guai,
+
+e che la mente nostra, peregrina
+ piu` da la carne e men da' pensier presa,
+ a le sue vision quasi e` divina,
+
+in sogno mi parea veder sospesa
+ un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
+ con l'ali aperte e a calare intesa;
+
+ed esser mi parea la` dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+Fra me pensava: 'Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse d'altro loco
+ disdegna di portarne suso in piede'.
+
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e si` lo 'ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che 'l sonno si rompesse.
+
+Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo la` dove si fosse,
+
+quando la madre da Chiron a Schiro
+ trafuggo` lui dormendo in le sue braccia,
+ la` onde poi li Greci il dipartiro;
+
+che mi scoss'io, si` come da la faccia
+ mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto,
+ come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+Dallato m'era solo il mio conforto,
+ e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore,
+ e 'l viso m'era a la marina torto.
+
+<<Non aver tema>>, disse il mio segnore;
+ <<fatti sicur, che' noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+Tu se' omai al purgatorio giunto:
+ vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno;
+ vedi l'entrata la` 've par digiunto.
+
+Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
+ quando l'anima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno
+
+venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ si` l'agevolero` per la sua via".
+
+Sordel rimase e l'altre genti forme;
+ ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro>>.
+
+A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verita` li e` discoperta,
+
+mi cambia' io; e come sanza cura
+ vide me 'l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
+
+Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
+ la mia matera, e pero` con piu` arte
+ non ti maravigliar s'io la rincalzo.
+
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
+ che la` dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier ch'ancor non facea motto.
+
+E come l'occhio piu` e piu` v'apersi,
+ vidil seder sovra 'l grado sovrano,
+ tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
+
+e una spada nuda avea in mano,
+ che reflettea i raggi si` ver' noi,
+ ch'io drizzava spesso il viso in vano.
+
+<<Dite costinci: che volete voi?>>,
+ comincio` elli a dire, <<ov'e` la scorta?
+ Guardate che 'l venir su` non vi noi>>.
+
+<<Donna del ciel, di queste cose accorta>>,
+ rispuose 'l mio maestro a lui, <<pur dianzi
+ ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta">>.
+
+<<Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>,
+ ricomincio` il cortese portinaio:
+ <<Venite dunque a' nostri gradi innanzi>>.
+
+La` ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era si` pulito e terso,
+ ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+Era il secondo tinto piu` che perso,
+ d'una petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
+ porfido mi parea, si` fiammeggiante,
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+Sovra questo tenea ambo le piante
+ l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+Per li tre gradi su` di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: <<Chiedi
+ umilemente che 'l serrame scioglia>>.
+
+Divoto mi gittai a' santi piedi;
+ misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e <<Fa che lavi,
+ quando se' dentro, queste piaghe>>, disse.
+
+Cenere, o terra che secca si cavi,
+ d'un color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta si`, ch'i' fu' contento.
+
+<<Quandunque l'una d'este chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa>>,
+ diss'elli a noi, <<non s'apre questa calla.
+
+Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa
+ d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
+ perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa.
+
+Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
+ anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
+ pur che la gente a' piedi mi s'atterri>>.
+
+Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
+ dicendo: <<Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi 'n dietro si guata>>.
+
+E quando fuor ne' cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra
+ Tarpea, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e 'Te Deum laudamus' mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+Tale imagine a punto mi rendea
+ cio` ch'io udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ch'or si` or no s'intendon le parole.
+
+
+
+Purgatorio: Canto X
+
+
+Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che 'l mal amor de l'anime disusa,
+ perche' fa parer dritta la via torta,
+
+sonando la senti' esser richiusa;
+ e s'io avesse li occhi volti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e d'una e d'altra parte,
+ si` come l'onda che fugge e s'appressa.
+
+<<Qui si conviene usare un poco d'arte>>,
+ comincio` 'l duca mio, <<in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte>>.
+
+E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ su` dove il monte in dietro si rauna,
+
+io stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo piu` che strade per diserti.
+
+Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al pie` de l'alta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+La` su` non eran mossi i pie` nostri anco,
+ quand'io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+esser di marmo candido e addorno
+ d'intagli si`, che non pur Policleto,
+ ma la natura li` avrebbe scorno.
+
+L'angel che venne in terra col decreto
+ de la molt'anni lagrimata pace,
+ ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+dinanzi a noi pareva si` verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
+ perche' iv'era imaginata quella
+ ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
+
+e avea in atto impressa esta favella
+ 'Ecce ancilla Dei', propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+<<Non tener pur ad un loco la mente>>,
+ disse 'l dolce maestro, che m'avea
+ da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
+
+Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde m'era colui che mi movea,
+
+un'altra storia ne la roccia imposta;
+ per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
+ accio` che fosse a li occhi miei disposta.
+
+Era intagliato li` nel marmo stesso
+ lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a' due mie' sensi
+ faceva dir l'un <<No>>, l'altro <<Si`, canta>>.
+
+Similemente al fummo de li 'ncensi
+ che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
+ e al si` e al no discordi fensi.
+
+Li` precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, l'umile salmista,
+ e piu` e men che re era in quel caso.
+
+Di contra, effigiata ad una vista
+ d'un gran palazzo, Micol ammirava
+ si` come donna dispettosa e trista.
+
+I' mossi i pie` del loco dov'io stava,
+ per avvisar da presso un'altra istoria,
+ che di dietro a Micol mi biancheggiava.
+
+Quiv'era storiata l'alta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+i' dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
+ sovr'essi in vista al vento si movieno.
+
+La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: <<Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro>>;
+
+ed elli a lei rispondere: <<Or aspetta
+ tanto ch'i' torni>>; e quella: <<Segnor mio>>,
+ come persona in cui dolor s'affretta,
+
+<<se tu non torni?>>; ed ei: <<Chi fia dov'io,
+ la ti fara`>>; ed ella: <<L'altrui bene
+ a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?>>;
+
+ond'elli: <<Or ti conforta; ch'ei convene
+ ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
+ giustizia vuole e pieta` mi ritene>>.
+
+Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perche' qui non si trova.
+
+Mentr'io mi dilettava di guardare
+ l'imagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+<<Ecco di qua, ma fanno i passi radi>>,
+ mormorava il poeta, <<molte genti:
+ questi ne 'nvieranno a li alti gradi>>.
+
+Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond'e' son vaghi,
+ volgendosi ver' lui non furon lenti.
+
+Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che 'l debito si paghi.
+
+Non attender la forma del martire:
+ pensa la succession; pensa ch'al peggio,
+ oltre la gran sentenza non puo` ire.
+
+Io cominciai: <<Maestro, quel ch'io veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, si` nel veder vaneggio>>.
+
+Ed elli a me: <<La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
+
+Ma guarda fiso la`, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>.
+
+O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne' retrosi passi,
+
+non v'accorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar l'angelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+Di che l'animo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ si` come vermo in cui formazion falla?
+
+Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere 'n chi la vede; cosi` fatti
+ vid'io color, quando puosi ben cura.
+
+Vero e` che piu` e meno eran contratti
+ secondo ch'avien piu` e meno a dosso;
+ e qual piu` pazienza avea ne li atti,
+
+piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XI
+
+
+<<O Padre nostro, che ne' cieli stai,
+ non circunscritto, ma per piu` amore
+ ch'ai primi effetti di la` su` tu hai,
+
+laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
+ da ogni creatura, com'e` degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
+ che' noi ad essa non potem da noi,
+ s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ cosi` facciano li uomini de' suoi.
+
+Da` oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi piu` di gir s'affanna.
+
+E come noi lo mal ch'avem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+Nostra virtu` che di legger s'adona,
+ non spermentar con l'antico avversaro,
+ ma libera da lui che si` la sprona.
+
+Quest'ultima preghiera, segnor caro,
+ gia` non si fa per noi, che' non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro>>.
+
+Cosi` a se' e noi buona ramogna
+ quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
+ simile a quel che tal volta si sogna,
+
+disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+Se di la` sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei ch'hanno al voler buona radice?
+
+Ben si de' loro atar lavar le note
+ che portar quinci, si` che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+<<Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi
+ tosto, si` che possiate muover l'ala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+mostrate da qual mano inver' la scala
+ si va piu` corto; e se c'e` piu` d'un varco,
+ quel ne 'nsegnate che men erto cala;
+
+che' questi che vien meco, per lo 'ncarco
+ de la carne d'Adamo onde si veste,
+ al montar su`, contra sua voglia, e` parco>>.
+
+Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu' io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ma fu detto: <<A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+E s'io non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
+ guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se 'l nome suo gia` mai fu vosco.
+
+L'antico sangue e l'opere leggiadre
+ d'i miei maggior mi fer si` arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, che' tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+E qui convien ch'io questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti>>.
+
+Ascoltando chinai in giu` la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
+
+e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<non se' tu Oderisi,
+ l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
+ ch'alluminar chiamata e` in Parisi?>>.
+
+<<Frate>>, diss'elli, <<piu` ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ l'onore e` tutto or suo, e mio in parte.
+
+Ben non sare' io stato si` cortese
+ mentre ch'io vissi, per lo gran disio
+ de l'eccellenza ove mio core intese.
+
+Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+Oh vana gloria de l'umane posse!
+ com'poco verde in su la cima dura,
+ se non e` giunta da l'etati grosse!
+
+Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ si` che la fama di colui e` scura:
+
+cosi` ha tolto l'uno a l'altro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse e` nato
+ chi l'uno e l'altro caccera` del nido.
+
+Non e` il mondan romore altro ch'un fiato
+ di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perche' muta lato.
+
+Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
+
+pria che passin mill'anni? ch'e` piu` corto
+ spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
+ al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto.
+
+Colui che del cammin si` poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana sono` tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ond'era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo si` com'ora e` putta.
+
+La vostra nominanza e` color d'erba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba>>.
+
+E io a lui: <<Tuo vero dir m'incora
+ bona umilta`, e gran tumor m'appiani;
+ ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?>>.
+
+<<Quelli e`>>, rispuose, <<Provenzan Salvani;
+ ed e` qui perche' fu presuntuoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+Ito e` cosi` e va, sanza riposo,
+ poi che mori`; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi e` di la` troppo oso>>.
+
+E io: <<Se quello spirito ch'attende,
+ pria che si penta, l'orlo de la vita,
+ qua giu` dimora e qua su` non ascende,
+
+se buona orazion lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?>>.
+
+<<Quando vivea piu` glorioso>>, disse,
+ <<liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, s'affisse;
+
+e li`, per trar l'amico suo di pena
+ ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+Piu` non diro`, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andra`, che ' tuoi vicini
+ faranno si` che tu potrai chiosarlo.
+
+Quest'opera li tolse quei confini>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XII
+
+
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ m'andava io con quell'anima carca,
+ fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
+
+Ma quando disse: <<Lascia lui e varca;
+ che' qui e` buono con l'ali e coi remi,
+ quantunque puo`, ciascun pinger sua barca>>;
+
+dritto si` come andar vuolsi rife'mi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+Io m'era mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ gia` mostravam com'eravam leggeri;
+
+ed el mi disse: <<Volgi li occhi in giue:
+ buon ti sara`, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue>>.
+
+Come, perche' di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel ch'elli eran pria,
+
+onde li` molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a' pii da` de le calcagne;
+
+si` vid'io li`, ma di miglior sembianza
+ secondo l'artificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+Vedea colui che fu nobil creato
+ piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo
+ folgoreggiando scender, da l'un lato.
+
+Vedea Briareo, fitto dal telo
+ celestial giacer, da l'altra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra d'i Giganti sparte.
+
+Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che 'n Sennaar con lui superbi fuoro.
+
+O Niobe`, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+O Saul, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelboe`,
+ che poi non senti` pioggia ne' rugiada!
+
+O folle Aragne, si` vedea io te
+ gia` mezza ragna, trista in su li stracci
+ de l'opera che mal per te si fe'.
+
+O Roboam, gia` non par che minacci
+ quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
+
+Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre fe' caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherib dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
+ che fe' Tamiri, quando disse a Ciro:
+ <<Sangue sitisti, e io di sangue t'empio>>.
+
+Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Ilion, come te basso e vile
+ mostrava il segno che li` si discerne!
+
+Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant'io calcai, fin che chinato givi.
+
+Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
+ si` che veggiate il vostro mal sentero!
+
+Piu` era gia` per noi del monte volto
+ e del cammin del sole assai piu` speso
+ che non stimava l'animo non sciolto,
+
+quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, comincio`: <<Drizza la testa;
+ non e` piu` tempo di gir si` sospeso.
+
+Vedi cola` un angel che s'appresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del di` l'ancella sesta.
+
+Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ si` che i diletti lo 'nviarci in suso;
+ pensa che questo di` mai non raggiorna!>>.
+
+Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, si` che 'n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+A noi venia la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
+ disse: <<Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar su` nata,
+ perche' a poco vento cosi` cadi?>>.
+
+Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batte' l'ali per la fronte;
+ poi mi promise sicura l'andata.
+
+Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+si rompe del montar l'ardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ ch'era sicuro il quaderno e la doga;
+
+cosi` s'allenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da l'altro girone;
+ ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
+
+Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ 'Beati pauperes spiritu!' voci
+ cantaron si`, che nol diria sermone.
+
+Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da l'infernali! che' quivi per canti
+ s'entra, e la` giu` per lamenti feroci.
+
+Gia` montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo piu` lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+Ond'io: <<Maestro, di`, qual cosa greve
+ levata s'e` da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?>>.
+
+Rispuose: <<Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com'e` l'un, del tutto rasi,
+
+fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser su` pinti>>.
+
+Allor fec'io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
+
+per che la mano ad accertar s'aiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si puo` fornir per la veduta;
+
+e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che 'ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIII
+
+
+Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+Ivi cosi` una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che l'arco suo piu` tosto piega.
+
+Ombra non li` e` ne' segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+<<Se qui per dimandar gente s'aspetta>>,
+ ragionava il poeta, <<io temo forse
+ che troppo avra` d'indugio nostra eletta>>.
+
+Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di se' torse.
+
+<<O dolce lume a cui fidanza i' entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci>>,
+ dicea, <<come condur si vuol quinc'entro.
+
+Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
+ s'altra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci>>.
+
+Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di la` eravam noi gia` iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+e verso noi volar furon sentiti,
+ non pero` visti, spiriti parlando
+ a la mensa d'amor cortesi inviti.
+
+La prima voce che passo` volando
+ 'Vinum non habent' altamente disse,
+ e dietro a noi l'ando` reiterando.
+
+E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
+ passo` gridando, e anco non s'affisse.
+
+<<Oh!>>, diss'io, <<padre, che voci son queste?>>.
+ E com'io domandai, ecco la terza
+ dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
+
+E 'l buon maestro: <<Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e pero` sono
+ tratte d'amor le corde de la ferza.
+
+Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che l'udirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun e` lungo la grotta assiso>>.
+
+Allora piu` che prima li occhi apersi;
+ guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+E poi che fummo un poco piu` avanti,
+ udia gridar: 'Maria, ora per noi':
+ gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
+
+Non credo che per terra vada ancoi
+ omo si` duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel ch'i' vidi poi;
+
+che', quando fui si` presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e l'un sofferia l'altro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+Cosi` li ciechi a cui la roba falla
+ stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
+ e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
+
+perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+E come a li orbi non approda il sole,
+ cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
+ luce del ciel di se' largir non vole;
+
+che' a tutti un fil di ferro i cigli fora
+ e cusce si`, come a sparvier selvaggio
+ si fa pero` che queto non dimora.
+
+A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
+ e pero` non attese mia dimanda,
+ ma disse: <<Parla, e sie breve e arguto>>.
+
+Virgilio mi venia da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perche' da nulla sponda s'inghirlanda;
+
+da l'altra parte m'eran le divote
+ ombre, che per l'orribile costura
+ premevan si`, che bagnavan le gote.
+
+Volsimi a loro e <<O gente sicura>>,
+ incominciai, <<di veder l'alto lume
+ che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscienza si` che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ditemi, che' mi fia grazioso e caro,
+ s'anima e` qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sara` buon s'i' l'apparo>>.
+
+<<O frate mio, ciascuna e` cittadina
+ d'una vera citta`; ma tu vuo' dire
+ che vivesse in Italia peregrina>>.
+
+Questo mi parve per risposta udire
+ piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava,
+ ond'io mi feci ancor piu` la` sentire.
+
+Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
+ lo mento a guisa d'orbo in su` levava.
+
+<<Spirto>>, diss'io, <<che per salir ti dome,
+ se tu se' quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome>>.
+
+<<Io fui sanese>>, rispuose, <<e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che se' ne presti.
+
+Savia non fui, avvegna che Sapia
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ piu` lieta assai che di ventura mia.
+
+E perche' tu non creda ch'io t'inganni,
+ odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
+ gia` discendendo l'arco d'i miei anni.
+
+Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co' loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
+
+Rotti fuor quivi e volti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+tanto ch'io volsi in su` l'ardita faccia,
+ gridando a Dio: "Omai piu` non ti temo!",
+ come fe' 'l merlo per poca bonaccia.
+
+Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+se cio` non fosse, ch'a memoria m'ebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+Ma tu chi se', che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ si` com'io credo, e spirando ragioni?>>.
+
+<<Li occhi>>, diss'io, <<mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, che' poca e` l'offesa
+ fatta per esser con invidia volti.
+
+Troppa e` piu` la paura ond'e` sospesa
+ l'anima mia del tormento di sotto,
+ che gia` lo 'ncarco di la` giu` mi pesa>>.
+
+Ed ella a me: <<Chi t'ha dunque condotto
+ qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?>>.
+ E io: <<Costui ch'e` meco e non fa motto.
+
+E vivo sono; e pero` mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
+ di la` per te ancor li mortai piedi>>.
+
+<<Oh, questa e` a udir si` cosa nuova>>,
+ rispuose, <<che gran segno e` che Dio t'ami;
+ pero` col priego tuo talor mi giova.
+
+E cheggioti, per quel che tu piu` brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ piu` di speranza ch'a trovar la Diana;
+
+ma piu` vi perderanno li ammiragli>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIV
+
+
+<<Chi e` costui che 'l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?>>.
+
+<<Non so chi sia, ma so ch'e' non e` solo:
+ domandal tu che piu` li t'avvicini,
+ e dolcemente, si` che parli, acco'lo>>.
+
+Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+e disse l'uno: <<O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
+ per carita` ne consola e ne ditta
+
+onde vieni e chi se'; che' tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu piu` mai>>.
+
+E io: <<Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+Di sovr'esso rech'io questa persona:
+ dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
+ che' 'l nome mio ancor molto non suona>>.
+
+<<Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
+ con lo 'ntelletto>>, allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, <<tu parli d'Arno>>.
+
+E l'altro disse lui: <<Perche' nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com'om fa de l'orribili cose?>>.
+
+E l'ombra che di cio` domandata era,
+ si sdebito` cosi`: <<Non so; ma degno
+ ben e` che 'l nome di tal valle pera;
+
+che' dal principio suo, ov'e` si` pregno
+ l'alpestro monte ond'e` tronco Peloro,
+ che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+infin la` 've si rende per ristoro
+ di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
+ ond'hanno i fiumi cio` che va con loro,
+
+vertu` cosi` per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ond'hanno si` mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+Tra brutti porci, piu` degni di galle
+ che d'altro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi piu` che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+Vassi caggendo; e quant'ella piu` 'ngrossa,
+ tanto piu` trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+Discesa poi per piu` pelaghi cupi,
+ trova le volpi si` piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occupi.
+
+Ne' lascero` di dir perch'altri m'oda;
+ e buon sara` costui, s'ancor s'ammenta
+ di cio` che vero spirto mi disnoda.
+
+Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e se' di pregio priva.
+
+Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva>>.
+
+Com'a l'annunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui ch'ascolta,
+ da qual che parte il periglio l'assanni,
+
+cosi` vid'io l'altr'anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi ch'ebbe la parola a se' raccolta.
+
+Lo dir de l'una e de l'altra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+per che lo spirto che di pria parlomi
+ ricomincio`: <<Tu vuo' ch'io mi deduca
+ nel fare a te cio` che tu far non vuo'mi.
+
+Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti saro` scarso;
+ pero` sappi ch'io fui Guido del Duca.
+
+Fu il sangue mio d'invidia si` riarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto m'avresti di livore sparso.
+
+Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perche' poni 'l core
+ la` 'v'e` mestier di consorte divieto?
+
+Questi e` Rinier; questi e` 'l pregio e l'onore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s'e` reda poi del suo valore.
+
+E non pur lo suo sangue e` fatto brullo,
+ tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+che' dentro a questi termini e` ripieno
+ di venenosi sterpi, si` che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+Ov'e` 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
+ quando rimembro con Guido da Prata,
+ Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
+
+Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e l'una gente e l'altra e` diretata),
+
+le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
+ che ne 'nvogliava amore e cortesia
+ la` dove i cuor son fatti si` malvagi.
+
+O Bretinoro, che' non fuggi via,
+ poi che gita se n'e` la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti piu` s'impiglia.
+
+Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
+ lor sen gira`; ma non pero` che puro
+ gia` mai rimagna d'essi testimonio.
+
+O Ugolin de' Fantolin, sicuro
+ e` il nome tuo, da che piu` non s'aspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
+ troppo di pianger piu` che di parlare,
+ si` m'ha nostra ragion la mente stretta>>.
+
+Noi sapavam che quell'anime care
+ ci sentivano andar; pero`, tacendo,
+ facean noi del cammin confidare.
+
+Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando l'aere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+'Anciderammi qualunque m'apprende';
+ e fuggi` come tuon che si dilegua,
+ se subito la nuvola scoscende.
+
+Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco l'altra con si` gran fracasso,
+ che somiglio` tonar che tosto segua:
+
+<<Io sono Aglauro che divenni sasso>>;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci e non innanzi il passo.
+
+Gia` era l'aura d'ogne parte queta;
+ ed el mi disse: <<Quel fu 'l duro camo
+ che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
+
+Ma voi prendete l'esca, si` che l'amo
+ de l'antico avversaro a se' vi tira;
+ e pero` poco val freno o richiamo.
+
+Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e l'occhio vostro pur a terra mira;
+
+onde vi batte chi tutto discerne>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XV
+
+
+Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
+ e 'l principio del di` par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+tanto pareva gia` inver' la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero la`, e qui mezza notte era.
+
+E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
+ perche' per noi girato era si` 'l monte,
+ che gia` dritti andavamo inver' l'occaso,
+
+quand'io senti' a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai piu` che di prima,
+ e stupor m'eran le cose non conte;
+
+ond'io levai le mani inver' la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+Come quando da l'acqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a l'opposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ si` come mostra esperienza e arte;
+
+cosi` mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+<<Che e` quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia>>,
+ diss'io, <<e pare inver' noi esser mosso?>>.
+
+<<Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
+ la famiglia del cielo>>, a me rispuose:
+ <<messo e` che viene ad invitar ch'om saglia.
+
+Tosto sara` ch'a veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose>>.
+
+Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
+ con lieta voce disse: <<Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto>>.
+
+Noi montavam, gia` partiti di linci,
+ e 'Beati misericordes!' fue
+ cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.
+
+Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+e dirizza'mi a lui si` dimandando:
+ <<Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e 'divieto' e 'consorte' menzionando?>>.
+
+Per ch'elli a me: <<Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e pero` non s'ammiri
+ se ne riprende perche' men si piagna.
+
+Perche' s'appuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a' sospiri.
+
+Ma se l'amor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+che', per quanti si dice piu` li` 'nostro',
+ tanto possiede piu` di ben ciascuno,
+ e piu` di caritate arde in quel chiostro>>.
+
+<<Io son d'esser contento piu` digiuno>>,
+ diss'io, <<che se mi fosse pria taciuto,
+ e piu` di dubbio ne la mente aduno.
+
+Com'esser puote ch'un ben, distributo
+ in piu` posseditor, faccia piu` ricchi
+ di se', che se da pochi e` posseduto?>>.
+
+Ed elli a me: <<Pero` che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+Quello infinito e ineffabil bene
+ che la` su` e`, cosi` corre ad amore
+ com'a lucido corpo raggio vene.
+
+Tanto si da` quanto trova d'ardore;
+ si` che, quantunque carita` si stende,
+ cresce sovr'essa l'etterno valore.
+
+E quanta gente piu` la` su` s'intende,
+ piu` v'e` da bene amare, e piu` vi s'ama,
+ e come specchio l'uno a l'altro rende.
+
+E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torra` questa e ciascun'altra brama.
+
+Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son gia` le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente>>.
+
+Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
+ vidimi giunto in su l'altro girone,
+ si` che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+Ivi mi parve in una visione
+ estatica di subito esser tratto,
+ e vedere in un tempio piu` persone;
+
+e una donna, in su l'entrar, con atto
+ dolce di madre dicer: <<Figliuol mio
+ perche' hai tu cosi` verso noi fatto?
+
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo>>. E come qui si tacque,
+ cio` che pareva prima, dispario.
+
+Indi m'apparve un'altra con quell'acque
+ giu` per le gote che 'l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+e dir: <<Se tu se' sire de la villa
+ del cui nome ne' dei fu tanta lite,
+ e onde ogni scienza disfavilla,
+
+vendica te di quelle braccia ardite
+ ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato>>.
+ E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+risponder lei con viso temperato:
+ <<Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama e` per noi condannato?>>,
+
+Poi vidi genti accese in foco d'ira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a se' pur: <<Martira, martira!>>.
+
+E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che l'aggravava gia`, inver' la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a' suoi persecutori,
+ con quello aspetto che pieta` diserra.
+
+Quando l'anima mia torno` di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far si` com'om che dal sonno si slega,
+ disse: <<Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ma se' venuto piu` che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?>>.
+
+<<O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
+ io ti diro`>>, diss'io, <<cio` che m'apparve
+ quando le gambe mi furon si` tolte>>.
+
+Ed ei: <<Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+Cio` che vedesti fu perche' non scuse
+ d'aprir lo core a l'acque de la pace
+ che da l'etterno fonte son diffuse.
+
+Non dimandai "Che hai?" per quel che face
+ chi guarda pur con l'occhio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ma dimandai per darti forza al piede:
+ cosi` frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede>>.
+
+Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ ne' da quello era loco da cansarsi.
+
+Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVI
+
+
+Buio d'inferno e di notte privata
+ d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant'esser puo` di nuvol tenebrata,
+
+non fece al viso mio si` grosso velo
+ come quel fummo ch'ivi ci coperse,
+ ne' a sentir di cosi` aspro pelo,
+
+che l'occhio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi s'accosto` e l'omero m'offerse.
+
+Si` come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
+
+m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: <<Guarda che da me tu non sia mozzo>>.
+
+Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ l'Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ si` che parea tra esse ogne concordia.
+
+<<Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?>>,
+ diss'io. Ed elli a me: <<Tu vero apprendi,
+ e d'iracundia van solvendo il nodo>>.
+
+<<Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?>>.
+
+Cosi` per una voce detto fue;
+ onde 'l maestro mio disse: <<Rispondi,
+ e domanda se quinci si va sue>>.
+
+E io: <<O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi>>.
+
+<<Io ti seguitero` quanto mi lece>>,
+ rispuose; <<e se veder fummo non lascia,
+ l'udir ci terra` giunti in quella vece>>.
+
+Allora incominciai: <<Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per l'infernale ambascia.
+
+E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte>>.
+
+<<Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso l'arco.
+
+Per montar su` dirittamente vai>>.
+ Cosi` rispuose, e soggiunse: <<I' ti prego
+ che per me prieghi quando su` sarai>>.
+
+E io a lui: <<Per fede mi ti lego
+ di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
+
+Prima era scempio, e ora e` fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.
+
+Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto
+ d'ogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ma priego che m'addite la cagione,
+ si` ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
+ che' nel cielo uno, e un qua giu` la pone>>.
+
+Alto sospir, che duolo strinse in <<uhi!>>,
+ mise fuor prima; e poi comincio`: <<Frate,
+ lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui.
+
+Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+Se cosi` fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
+ lume v'e` dato a bene e a malizia,
+
+e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
+
+Pero`, se 'l mondo presente disvia,
+ in voi e` la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne saro` or vera spia.
+
+Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+l'anima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a cio` che la trastulla.
+
+Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, pero` che 'l pastor che procede,
+ rugumar puo`, ma non ha l'unghie fesse;
+
+per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond'ella e` ghiotta,
+ di quel si pasce, e piu` oltre non chiede.
+
+Ben puoi veder che la mala condotta
+ e` la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che 'n voi sia corrotta.
+
+Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
+ due soli aver, che l'una e l'altra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+L'un l'altro ha spento; ed e` giunta la spada
+ col pasturale, e l'un con l'altro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+pero` che, giunti, l'un l'altro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
+
+In sul paese ch'Adice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+or puo` sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
+
+Ben v'en tre vecchi ancora in cui rampogna
+ l'antica eta` la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+Di` oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in se' due reggimenti,
+ cade nel fango e se' brutta e la soma>>.
+
+<<O Marco mio>>, diss'io, <<bene argomenti;
+ e or discerno perche' dal retaggio
+ li figli di Levi` furono essenti.
+
+Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio
+ di' ch'e` rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovero del secol selvaggio?>>.
+
+<<O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta>>,
+ rispuose a me; <<che', parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+Per altro sopranome io nol conosco,
+ s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, che' piu` non vegno vosco.
+
+Vedi l'albor che per lo fummo raia
+ gia` biancheggiare, e me convien partirmi
+ (l'angelo e` ivi) prima ch'io li paia>>.
+
+Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVII
+
+
+Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com'io rividi
+ lo sole in pria, che gia` nel corcar era.
+
+Si`, pareggiando i miei co' passi fidi
+ del mio maestro, usci' fuor di tal nube
+ ai raggi morti gia` ne' bassi lidi.
+
+O imaginativa che ne rube
+ talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge
+ perche' dintorno suonin mille tube,
+
+chi move te, se 'l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel s'informa,
+ per se' o per voler che giu` lo scorge.
+
+De l'empiezza di lei che muto` forma
+ ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta,
+ ne l'imagine mia apparve l'orma;
+
+e qui fu la mia mente si` ristretta
+ dentro da se', che di fuor non venia
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+Poi piovve dentro a l'alta fantasia
+ un crucifisso dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+intorno ad esso era il grande Assuero,
+ Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far cosi` intero.
+
+E come questa imagine rompeo
+ se' per se' stessa, a guisa d'una bulla
+ cui manca l'acqua sotto qual si feo,
+
+surse in mia visione una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: <<O regina,
+ perche' per ira hai voluto esser nulla?
+
+Ancisa t'hai per non perder Lavina;
+ or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina>>.
+
+Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+cosi` l'imaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch'e` in nostro uso.
+
+I' mi volgea per veder ov'io fosse,
+ quando una voce disse <<Qui si monta>>,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ cosi` la mia virtu` quivi mancava.
+
+<<Questo e` divino spirito, che ne la
+ via da ir su` ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume se' medesmo cela.
+
+Si` fa con noi, come l'uom si fa sego;
+ che' quale aspetta prego e l'uopo vede,
+ malignamente gia` si mette al nego.
+
+Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che s'abbui,
+ che' poi non si poria, se 'l di` non riede>>.
+
+Cosi` disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto ch'io al primo grado fui,
+
+senti'mi presso quasi un muover d'ala
+ e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
+ pacifici, che son sanz'ira mala!'.
+
+Gia` eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da piu` lati.
+
+'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?',
+ fra me stesso dicea, che' mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+Noi eravam dove piu` non saliva
+ la scala su`, ed eravamo affissi,
+ pur come nave ch'a la piaggia arriva.
+
+E io attesi un poco, s'io udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+<<Dolce mio padre, di`, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone>>.
+
+Ed elli a me: <<L'amor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+Ma perche' piu` aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora>>.
+
+<<Ne' creator ne' creatura mai>>,
+ comincio` el, <<figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
+
+Lo naturale e` sempre sanza errore,
+ ma l'altro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+Mentre ch'elli e` nel primo ben diretto,
+ e ne' secondi se' stesso misura,
+ esser non puo` cagion di mal diletto;
+
+ma quando al mal si torce, o con piu` cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra 'l fattore adovra sua fattura.
+
+Quinci comprender puoi ch'esser convene
+ amor sementa in voi d'ogne virtute
+ e d'ogne operazion che merta pene.
+
+Or, perche' mai non puo` da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da l'odio proprio son le cose tute;
+
+e perche' intender non si puo` diviso,
+ e per se' stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto e` deciso.
+
+Resta, se dividendo bene stimo,
+ che 'l mal che s'ama e` del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+E' chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+e` chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch'altri sormonti,
+ onde s'attrista si` che 'l contrario ama;
+
+ed e` chi per ingiuria par ch'aonti,
+ si` che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che 'l male altrui impronti.
+
+Questo triforme amor qua giu` di sotto
+ si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti l'animo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+Altro ben e` che non fa l'uom felice;
+ non e` felicita`, non e` la buona
+ essenza, d'ogne ben frutto e radice.
+
+L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
+ di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVIII
+
+
+Posto avea fine al suo ragionamento
+ l'alto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista s'io parea contento;
+
+e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
+ lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
+
+Ma quel padre verace, che s'accorse
+ del timido voler che non s'apriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+Ond'io: <<Maestro, il mio veder s'avviva
+ si` nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+Pero` ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e 'l suo contraro>>.
+
+<<Drizza>>, disse, <<ver' me l'agute luci
+ de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
+ l'error de' ciechi che si fanno duci.
+
+L'animo, ch'e` creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa e` mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto e` desto.
+
+Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ si` che l'animo ad essa volger face;
+
+e se, rivolto, inver' di lei si piega,
+ quel piegare e` amor, quell'e` natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+Poi, come 'l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch'e` nata a salire
+ la` dove piu` in sua matera dura,
+
+cosi` l'animo preso entra in disire,
+ ch'e` moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+Or ti puote apparer quant'e` nascosa
+ la veritate a la gente ch'avvera
+ ciascun amore in se' laudabil cosa;
+
+pero` che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ e` buono, ancor che buona sia la cera>>.
+
+<<Le tue parole e 'l mio seguace ingegno>>,
+ rispuos'io lui, <<m'hanno amor discoverto,
+ ma cio` m'ha fatto di dubbiar piu` pregno;
+
+che', s'amore e` di fuori a noi offerto,
+ e l'anima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non e` suo merto>>.
+
+Ed elli a me: <<Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss'io; da indi in la` t'aspetta
+ pur a Beatrice, ch'e` opra di fede.
+
+Ogne forma sustanzial, che setta
+ e` da matera ed e` con lei unita,
+ specifica vertute ha in se' colletta,
+
+la qual sanza operar non e` sentita,
+ ne' si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+Pero`, la` onde vegna lo 'ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de' primi appetibili l'affetto,
+
+che sono in voi si` come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+Or perche' a questa ogn'altra si raccoglia,
+ innata v'e` la virtu` che consiglia,
+ e de l'assenso de' tener la soglia.
+
+Quest'e` 'l principio la` onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+Color che ragionando andaro al fondo,
+ s'accorser d'esta innata libertate;
+ pero` moralita` lasciaro al mondo.
+
+Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
+ di ritenerlo e` in voi la podestate.
+
+La nobile virtu` Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e pero` guarda
+ che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende>>.
+
+La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer piu` rade,
+ fatta com'un secchion che tuttor arda;
+
+e correa contro 'l ciel per quelle strade
+ che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
+
+E quell'ombra gentil per cui si noma
+ Pietola piu` che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+per ch'io, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com'om che sonnolento vana.
+
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era gia` volta.
+
+E quale Ismeno gia` vide e Asopo
+ lungo di se` di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel ch'io vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+<<Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna>>.
+
+<<Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
+ per poco amor>>, gridavan li altri appresso,
+ <<che studio di ben far grazia rinverda>>.
+
+<<O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+questi che vive, e certo i' non vi bugio,
+ vuole andar su`, pur che 'l sol ne riluca;
+ pero` ne dite ond'e` presso il pertugio>>.
+
+Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: <<Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+Noi siam di voglia a muoverci si` pieni,
+ che restar non potem; pero` perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+E tale ha gia` l'un pie` dentro la fossa,
+ che tosto piangera` quel monastero,
+ e tristo fia d'avere avuta possa;
+
+perche' suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero>>.
+
+Io non so se piu` disse o s'ei si tacque,
+ tant'era gia` di la` da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
+ disse: <<Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a l'accidia di morso>>.
+
+Di retro a tutti dicean: <<Prima fue
+ morta la gente a cui il mar s'aperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+E quella che l'affanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio d'Anchise,
+ se' stessa a vita sanza gloria offerse>>.
+
+Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell'ombre, che veder piu` non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+del qual piu` altri nacquero e diversi;
+ e tanto d'uno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+e 'l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIX
+
+
+Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno
+ intepidar piu` 'l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+- quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in oriiente, innanzi a l'alba,
+ surger per via che poco le sta bruna -,
+
+mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+Io la mirava; e come 'l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ cosi` lo sguardo mio le facea scorta
+
+la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco d'ora, e lo smarrito volto,
+ com' amor vuol, cosi` le colorava.
+
+Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto,
+ cominciava a cantar si`, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+<<Io son>>, cantava, <<io son dolce serena,
+ che' marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco s'ausa,
+ rado sen parte; si` tutto l'appago!>>.
+
+Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand' una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+<<O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?>>,
+ fieramente dicea; ed el venia
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+L'altra prendea, e dinanzi l'apria
+ fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
+ quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia.
+
+Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <<Almen tre
+ voci t'ho messe!>>, dicea, <<Surgi e vieni;
+ troviam l'aperta per la qual tu entre>>.
+
+Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni
+ de l'alto di` i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che l'ha di pensier carca,
+ che fa di se' un mezzo arco di ponte;
+
+quand' io udi' <<Venite; qui si varca>>
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+Con l'ali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in su` colui che si` parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+Mosse le penne poi e ventilonne,
+ 'Qui lugent' affermando esser beati,
+ ch'avran di consolar l'anime donne.
+
+<<Che hai che pur inver' la terra guati?>>,
+ la guida mia incomincio` a dirmi,
+ poco amendue da l'angel sormontati.
+
+E io: <<Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella visiion ch'a se' mi piega,
+ si` ch'io non posso dal pensar partirmi>>.
+
+<<Vedesti>>, disse, <<quell'antica strega
+ che sola sovr' a noi omai si piagne;
+ vedesti come l'uom da lei si slega.
+
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne>>.
+
+Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che la` il tira,
+
+tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
+
+Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+'Adhaesit pavimento anima mea'
+ sentia dir lor con si` alti sospiri,
+ che la parola a pena s'intendea.
+
+<<O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri>>.
+
+<<Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via piu` tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori>>.
+
+Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
+ nel parlare avvisai l'altro nascosto,
+
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond' elli m'assenti` con lieto cenno
+ cio` che chiedea la vista del disio.
+
+Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+dicendo: <<Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza 'l quale a Dio tornar non possi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+Chi fosti e perche' volti avete i dossi
+ al su`, mi di`, e se vuo' ch'io t'impetri
+ cosa di la` ond' io vivendo mossi>>.
+
+Ed elli a me: <<Perche' i nostri diretri
+ rivolga il cielo a se', saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+Intra Siiestri e Chiaveri s'adima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+Un mese e` poco piu` prova' io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte l'altre some.
+
+La mia conversiione, ome`!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ cosi` scopersi la vita bugiarda.
+
+Vidi che li` non s'acquetava il core,
+ ne' piu` salir potiesi in quella vita;
+ er che di questa in me s'accese amore.
+
+Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de l'anime converse;
+ e nulla pena il monte ha piu` amara.
+
+Si` come l'occhio nostro non s'aderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ cosi` giustizia qui a terra il merse.
+
+Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdesi,
+ cosi` giustizia qui stretti ne tene,
+
+ne' piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi>>.
+
+Io m'era inginocchiato e volea dire;
+ ma com' io cominciai ed el s'accorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+<<Qual cagion>>, disse, <<in giu` cosi` ti torse?>>.
+ E io a lui: <<Per vostra dignitate
+ mia cosciienza dritto mi rimorse>>.
+
+<<Drizza le gambe, levati su`, frate!>>,
+ rispuose; <<non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice 'Neque nubent' intendesti,
+ ben puoi veder perch'io cosi` ragiono.
+
+Vattene omai: non vo' che piu` t'arresti;
+ che' la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo cio` che tu dicesti.
+
+Nepote ho io di la` c'ha nome Alagia,
+ buona da se', pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+e questa sola di la` m'e` rimasa>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XX
+
+
+Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de l'acqua non sazia la spugna.
+
+Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a' merli;
+
+che' la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
+ da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
+
+Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che piu` che tutte l'altre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua giu` trasmutarsi,
+ quando verra` per cui questa disceda?
+
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+e per ventura udi' <<Dolce Maria!>>
+ dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+e seguitar: <<Povera fosti tanto,
+ quanto veder si puo` per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo>>.
+
+Seguentemente intesi: <<O buon Fabrizio,
+ con poverta` volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio>>.
+
+Queste parole m'eran si` piaciute,
+ ch'io mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccolo` a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+<<O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti>>, dissi, <<e perche' sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+Non fia sanza merce' la tua parola,
+ s'io ritorno a compier lo cammin corto
+ di quella vita ch'al termine vola>>.
+
+Ed elli: <<Io ti diro`, non per conforto
+ ch'io attenda di la`, ma perche' tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ si` che buon frutto rado se ne schianta.
+
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente e` Francia retta.
+
+Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
+
+trova'mi stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e si` d'amici pieno,
+
+ch'a la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+Li` comincio` con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Ponti` e Normandia prese e Guascogna.
+
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima fe' di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e se' e ' suoi.
+
+Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
+ con la qual giostro` Giuda, e quella ponta
+ si` ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagnera`, per se' tanto piu` grave,
+ quanto piu` lieve simil danno conta.
+
+L'altro, che gia` usci` preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de l'altre schiave.
+
+O avarizia, che puoi tu piu` farne,
+ poscia c'ha' il mio sangue a te si` tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+Perche' men paia il mal futuro e 'l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+Veggiolo un'altra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+Veggio il novo Pilato si` crudele,
+ che cio` nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+O Segnor mio, quando saro` io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
+
+Cio` ch'io dicea di quell'unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+tanto e` risposto a tutte nostre prece
+ quanto 'l di` dura; ma com'el s'annotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+Noi repetiam Pigmalion allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
+
+e la miseria de l'avaro Mida,
+ che segui` a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+Del folle Acan ciascun poi si ricorda,
+ come furo` le spoglie, si` che l'ira
+ di Iosue` qui par ch'ancor lo morda.
+
+Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;
+ e in infamia tutto 'l monte gira
+
+Polinestor ch'ancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: "Crasso,
+ dilci, che 'l sai: di che sapore e` l'oro?".
+
+Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
+ secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+pero` al ben che 'l di` ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona>>.
+
+Noi eravam partiti gia` da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder n'era permesso,
+
+quand'io senti', come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui ch'a morte vada.
+
+Certo non si scoteo si` forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse 'l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+Poi comincio` da tutte parti un grido
+ tal, che 'l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: <<Non dubbiar, mentr'io ti guido>>.
+
+'Gloria in excelsis' tutti 'Deo'
+ dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+No' istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi.
+
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando l'ombre che giacean per terra,
+ tornate gia` in su l'usato pianto.
+
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi fe' desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in cio` non erra,
+
+quanta pareami allor, pensando, avere;
+ ne' per la fretta dimandare er'oso,
+ ne' per me li` potea cosa vedere:
+
+cosi` m'andava timido e pensoso.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXI
+
+
+a sete natural che mai non sazia
+ se non con l'acqua onde la femminetta
+ samaritana domando` la grazia,
+
+mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+Ed ecco, si` come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
+ gia` surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia,
+ dal pie` guardando la turba che giace;
+ ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria,
+
+dicendo; <<O frati miei, Dio vi dea pace>>.
+ Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio
+ rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface.
+
+Poi comincio`: <<Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne l'etterno essilio>>.
+
+<<Come!>>, diss'elli, e parte andavam forte:
+ <<se voi siete ombre che Dio su` non degni,
+ chi v'ha per la sua scala tanto scorte?>>.
+
+E 'l dottor mio: <<Se tu riguardi a' segni
+ che questi porta e che l'angel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
+
+Ma perche' lei che di` e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+l'anima sua, ch'e` tua e mia serocchia,
+ venendo su`, non potea venir sola,
+ pero` ch'al nostro modo non adocchia.
+
+Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
+ d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto 'l potra` menar mia scola.
+
+Ma dimmi, se tu sai, perche' tai crolli
+ die` dianzi 'l monte, e perche' tutto ad una
+ parve gridare infino a' suoi pie` molli>>.
+
+Si` mi die`, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+Quei comincio`: <<Cosa non e` che sanza
+ ordine senta la religione
+ de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
+
+Libero e` qui da ogne alterazione:
+ di quel che 'l ciel da se' in se' riceve
+ esser ci puote, e non d'altro, cagione.
+
+Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina piu` su` cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+nuvole spesse non paion ne' rade,
+ ne' coruscar, ne' figlia di Taumante,
+ che di la` cangia sovente contrade;
+
+secco vapor non surge piu` avante
+ ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
+ dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
+
+Trema forse piu` giu` poco o assai;
+ ma per vento che 'n terra si nasconda,
+ non so come, qua su` non tremo` mai.
+
+Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, si` che surga o che si mova
+ per salir su`; e tal grido seconda.
+
+De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ l'alma sorprende, e di voler le giova.
+
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent'anni e piu`, pur mo sentii
+ libera volonta` di miglior soglia:
+
+pero` sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto su` li 'nvii>>.
+
+Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode
+ tanto del ber quant'e` grande la sete.
+ non saprei dir quant'el mi fece prode.
+
+E 'l savio duca: <<Omai veggio la rete
+ che qui v'impiglia e come si scalappia,
+ perche' ci trema e di che congaudete.
+
+Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
+ e perche' tanti secoli giaciuto
+ qui se', ne le parole tue mi cappia>>.
+
+<<Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
+ del sommo rege, vendico` le fora
+ ond'usci` 'l sangue per Giuda venduto,
+
+col nome che piu` dura e piu` onora
+ era io di la`>>, rispuose quello spirto,
+ <<famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a se' mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+Stazio la gente ancor di la` mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati piu` di mille;
+
+de l'Eneida dico, la qual mamma
+ fummi e fummi nutrice poetando:
+ sanz'essa non fermai peso di dramma.
+
+E per esser vivuto di la` quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ piu` che non deggio al mio uscir di bando>>.
+
+Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse 'Taci';
+ ma non puo` tutto la virtu` che vuole;
+
+che' riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne' piu` veraci.
+
+Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
+ per che l'ombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca;
+
+e <<Se tanto labore in bene assommi>>,
+ disse, <<perche' la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?>>.
+
+Or son io d'una parte e d'altra preso:
+ l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
+ ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
+
+dal mio maestro, e <<Non aver paura>>,
+ mi dice, <<di parlar; ma parla e digli
+ quel ch'e' dimanda con cotanta cura>>.
+
+Ond'io: <<Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider ch'io fei;
+ ma piu` d'ammirazion vo' che ti pigli.
+
+Questi che guida in alto li occhi miei,
+ e` quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forza a cantar de li uomini e d'i dei.
+
+Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti>>.
+
+Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: <<Frate,
+ non far, che' tu se' ombra e ombra vedi>>.
+
+Ed ei surgendo: <<Or puoi la quantitate
+ comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
+ quand'io dismento nostra vanitate,
+
+trattando l'ombre come cosa salda>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXII
+
+
+Gia` era l'angel dietro a noi rimaso,
+ l'angel che n'avea volti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+e quei c'hanno a giustizia lor disiro
+ detto n'avea beati, e le sue voci
+ con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro.
+
+E io piu` lieve che per l'altre foci
+ m'andava, si` che sanz'alcun labore
+ seguiva in su` li spiriti veloci;
+
+quando Virgilio incomincio`: <<Amore,
+ acceso di virtu`, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+onde da l'ora che tra noi discese
+ nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi fe' palese,
+
+mia benvoglienza inverso te fu quale
+ piu` strinse mai di non vista persona,
+ si` ch'or mi parran corte queste scale.
+
+Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurta` m'allarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+come pote' trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?>>.
+
+Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ <<Ogne tuo dir d'amor m'e` caro cenno.
+
+Veramente piu` volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+La tua dimanda tuo creder m'avvera
+ esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
+ forse per quella cerchia dov'io era.
+
+Or sappi ch'avarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
+ quand'io intesi la` dove tu chiame,
+ crucciato quasi a l'umana natura:
+
+'Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de l'oro, l'appetito de' mortali?',
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
+ potean le mani a spendere, e pente'mi
+ cosi` di quel come de li altri mali.
+
+Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
+
+E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+pero`, s'io son tra quella gente stato
+ che piange l'avarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m'e` incontrato>>.
+
+<<Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta>>,
+ disse 'l cantor de' buccolici carmi,
+
+<<per quello che Clio` teco li` tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+Se cosi` e`, qual sole o quai candele
+ ti stenebraron si`, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?>>.
+
+Ed elli a lui: <<Tu prima m'inviasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio m'alluminasti.
+
+Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e se' non giova,
+ ma dopo se' fa le persone dotte,
+
+quando dicesti: 'Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progenie scende da ciel nova'.
+
+Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perche' veggi mei cio` ch'io disegno,
+ a colorare stendero` la mano:
+
+Gia` era 'l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de l'etterno regno;
+
+e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a' nuovi predicanti;
+ ond'io a visitarli presi usata.
+
+Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+e mentre che di la` per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
+ di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fu'mi,
+
+lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi fe' piu` che 'l quarto centesmo.
+
+Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che m'ascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+dimmi dov'e` Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico>>.
+
+<<Costoro e Persio e io e altri assai>>,
+ rispuose il duca mio, <<siam con quel Greco
+ che le Muse lattar piu` ch'altri mai,
+
+nel primo cinghio del carcere cieco:
+ spesse fiate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+Euripide v'e` nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri piue
+ Greci che gia` di lauro ornar la fronte.
+
+Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Deifile e Argia,
+ e Ismene si` trista come fue.
+
+Vedeisi quella che mostro` Langia;
+ evvi la figlia di Tiresia, e Teti
+ e con le suore sue Deidamia>>.
+
+Tacevansi ambedue gia` li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+e gia` le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in su` l'ardente corno,
+
+quando il mio duca: <<Io credo ch'a lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo>>.
+
+Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per l'assentir di quell'anima degna.
+
+Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ ch'a poetar mi davano intelletto.
+
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, cosi` quello in giuso,
+ cred'io, perche' persona su` non vada.
+
+Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+Li due poeti a l'alber s'appressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ grido`: <<Di questo cibo avrete caro>>.
+
+Poi disse: <<Piu` pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
+
+E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon d'acqua; e Daniello
+ dispregio` cibo e acquisto` savere.
+
+Lo secol primo, quant'oro fu bello,
+ fe' savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per ch'elli e` glorioso e tanto grande
+
+quanto per lo Vangelio v'e` aperto>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIII
+
+
+Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava io si` come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+lo piu` che padre mi dicea: <<Figliuole,
+ vienne oramai, che' 'l tempo che n'e` imposto
+ piu` utilmente compartir si vuole>>.
+
+Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan sie,
+ che l'andar mi facean di nullo costo.
+
+Ed ecco piangere e cantar s'udie
+ 'Labia mea, Domine' per modo
+ tal, che diletto e doglia parturie.
+
+<<O dolce padre, che e` quel ch'i' odo?>>,
+ comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo>>.
+
+Si` come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+cosi` di retro a noi, piu` tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ d'anime turba tacita e devota.
+
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema,
+ che da l'ossa la pelle s'informava.
+
+Non credo che cosi` a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando piu` n'ebbe tema.
+
+Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
+ la gente che perde' Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio die` di becco!'
+
+Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge 'omo'
+ ben avria quivi conosciuta l'emme.
+
+Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
+ si` governasse, generando brama,
+ e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
+
+Gia` era in ammirar che si` li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso;
+ poi grido` forte: <<Qual grazia m'e` questa?>>.
+
+Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ cio` che l'aspetto in se' avea conquiso.
+
+Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
+ che mi scolora>>, pregava, <<la pelle,
+ ne' a difetto di carne ch'io abbia;
+
+ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
+ due anime che la` ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!>>.
+
+<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia` morta,
+ mi da` di pianger mo non minor doglia>>,
+ rispuos'io lui, <<veggendola si` torta.
+
+Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
+ che' mal puo` dir chi e` pien d'altra voglia>>.
+
+Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio
+ cade vertu` ne l'acqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond'io si` m'assottiglio.
+
+Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e 'n sete qui si rifa` santa.
+
+Di bere e di mangiar n'accende cura
+ l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+che' quella voglia a li alberi ci mena
+ che meno` Cristo lieto a dire 'Eli`',
+ quando ne libero` con la sua vena>>.
+
+E io a lui: <<Forese, da quel di`
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinq'anni non son volti infino a qui.
+
+Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar piu`, che sovvenisse l'ora
+ del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
+
+come se' tu qua su` venuto ancora?
+ Io ti credea trovar la` giu` di sotto
+ dove tempo per tempo si ristora>>.
+
+Ond'elli a me: <<Si` tosto m'ha condotto
+ a ber lo dolce assenzo d'i martiri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
+ e liberato m'ha de li altri giri.
+
+Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare e` piu` soletta;
+
+che' la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue piu` e` pudica
+ che la Barbagia dov'io la lasciai.
+
+O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
+ Tempo futuro m'e` gia` nel cospetto,
+ cui non sara` quest'ora molto antica,
+
+nel qual sara` in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ l'andar mostrando con le poppe il petto.
+
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
+ gia` per urlare avrian le bocche aperte;
+
+che' se l'antiveder qui non m'inganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira la` dove 'l sol veli>>.
+
+Per ch'io a lui: <<Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
+ vi si mostro` la suora di colui>>,
+
+e 'l sol mostrai; <<costui per la profonda
+ notte menato m'ha d'i veri morti
+ con questa vera carne che 'l seconda.
+
+Indi m'han tratto su` li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che 'l mondo fece torti.
+
+Tanto dice di farmi sua compagna,
+ che io saro` la` dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+Virgilio e` questi che cosi` mi dice>>,
+ e addita'lo; <<e quest'altro e` quell'ombra
+ per cui scosse dianzi ogne pendice
+
+lo vostro regno, che da se' lo sgombra>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIV
+
+
+Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ si` come nave pinta da buon vento;
+
+e l'ombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+E io, continuando al mio sermone,
+ dissi: <<Ella sen va su` forse piu` tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+Ma dimmi, se tu sai, dov'e` Piccarda;
+ dimmi s'io veggio da notar persona
+ tra questa gente che si` mi riguarda>>.
+
+<<La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse piu`, triunfa lieta
+ ne l'alto Olimpo gia` di sua corona>>.
+
+Si` disse prima; e poi: <<Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch'e` si` munta
+ nostra sembianza via per la dieta.
+
+Questi>>, e mostro` col dito, <<e` Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di la` da lui piu` che l'altre trapunta
+
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ l'anguille di Bolsena e la vernaccia>>.
+
+Molti altri mi nomo` ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ si` ch'io pero` non vidi un atto bruno.
+
+Vidi per fame a voto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pasturo` col rocco molte genti.
+
+Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
+ gia` di bere a Forli` con men secchezza,
+ e si` fu tal, che non si senti` sazio.
+
+Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
+ piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
+ che piu` parea di me aver contezza.
+
+El mormorava; e non so che <<Gentucca>>
+ sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga
+ de la giustizia che si` li pilucca.
+
+<<O anima>>, diss'io, <<che par si` vaga
+ di parlar meco, fa si` ch'io t'intenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga>>.
+
+<<Femmina e` nata, e non porta ancor benda>>,
+ comincio` el, <<che ti fara` piacere
+ la mia citta`, come ch'om la riprenda.
+
+Tu te n'andrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+Ma di` s'i' veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ 'Donne ch'avete intelletto d'amore'>>.
+
+E io a lui: <<I' mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ ch'e' ditta dentro vo significando>>.
+
+<<O frate, issa vegg'io>>, diss'elli, <<il nodo
+ che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
+
+Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+e qual piu` a gradire oltre si mette,
+ non vede piu` da l'uno a l'altro stilo>>;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan piu` a fretta e vanno in filo,
+
+cosi` tutta la gente che li` era,
+ volgendo 'l viso, raffretto` suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+E come l'uom che di trottare e` lasso,
+ lascia andar li compagni, e si` passeggia
+ fin che si sfoghi l'affollar del casso,
+
+si` lascio` trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: <<Quando fia ch'io ti riveggia?>>.
+
+<<Non so>>, rispuos'io lui, <<quant'io mi viva;
+ ma gia` non fia il tornar mio tantosto,
+ ch'io non sia col voler prima a la riva;
+
+pero` che 'l loco u' fui a viver posto,
+ di giorno in giorno piu` di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto>>.
+
+<<Or va>>, diss'el; <<che quei che piu` n'ha colpa,
+ vegg'io a coda d'una bestia tratto
+ inver' la valle ove mai non si scolpa.
+
+La bestia ad ogne passo va piu` ratto,
+ crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+Non hanno molto a volger quelle ruote>>,
+ e drizzo` li ochi al ciel, <<che ti fia chiaro
+ cio` che 'l mio dir piu` dichiarar non puote.
+
+Tu ti rimani omai; che' 'l tempo e` caro
+ in questo regno, si` ch'io perdo troppo
+ venendo teco si` a paro a paro>>.
+
+Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+tal si parti` da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo si` gran marescalchi.
+
+E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+parvermi i rami gravidi e vivaci
+ d'un altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora volto in laci.
+
+Vidi gente sott'esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani,
+
+che pregano, e 'l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+Poi si parti` si` come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+<<Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno e` piu` su` che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si levo` da esso>>.
+
+Si` tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+<<Ricordivi>>, dicea, <<d'i maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Teseo combatter co' doppi petti;
+
+e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver' Madian discese i colli>>.
+
+Si` accostati a l'un d'i due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite gia` da miseri guadagni.
+
+Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e piu` ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+<<Che andate pensando si` voi sol tre?>>.
+ subita voce disse; ond'io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e gia` mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli si` lucenti e rossi,
+
+com'io vidi un che dicea: <<S'a voi piace
+ montare in su`, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace>>.
+
+L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
+ per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
+ com'om che va secondo ch'elli ascolta.
+
+E quale, annunziatrice de li albori,
+ l'aura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
+
+tal mi senti' un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti' mover la piuma,
+ che fe' sentir d'ambrosia l'orezza.
+
+E senti' dir: <<Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che l'amor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+esuriendo sempre quanto e` giusto!>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXV
+
+
+Ora era onde 'l salir non volea storpio;
+ che' 'l sole avea il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+per che, come fa l'uom che non s'affigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+cosi` intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+E quale il cicognin che leva l'ala
+ per voglia di volare, e non s'attenta
+ d'abbandonar lo nido, e giu` la cala;
+
+tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a l'atto
+ che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
+
+Non lascio`, per l'andar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: <<Scocca
+ l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto>>.
+
+Allor sicuramente apri' la bocca
+ e cominciai: <<Come si puo` far magro
+ la` dove l'uopo di nodrir non tocca?>>.
+
+<<Se t'ammentassi come Meleagro
+ si consumo` al consumar d'un stizzo,
+ non fora>>, disse, <<a te questo si` agro;
+
+e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ cio` che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+Ma perche' dentro a tuo voler t'adage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage>>.
+
+<<Se la veduta etterna li dislego>>,
+ rispuose Stazio, <<la` dove tu sie,
+ discolpi me non potert'io far nego>>.
+
+Poi comincio`: <<Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da l'assetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ ch'a farsi quelle per le vene vane.
+
+Ancor digesto, scende ov'e` piu` bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr'altrui sangue in natural vasello.
+
+Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
+ l'un disposto a patire, e l'altro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ cio` che per sua matera fe' constare.
+
+Anima fatta la virtute attiva
+ qual d'una pianta, in tanto differente,
+ che questa e` in via e quella e` gia` a riva,
+
+tanto ovra poi, che gia` si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond'e` semente.
+
+Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virtu` ch'e` dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+Ma come d'animal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest'e` tal punto,
+ che piu` savio di te fe' gia` errante,
+
+si` che per sua dottrina fe' disgiunto
+ da l'anima il possibile intelletto,
+ perche' da lui non vide organo assunto.
+
+Apri a la verita` che viene il petto;
+ e sappi che, si` tosto come al feto
+ l'articular del cerebro e` perfetto,
+
+lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant'arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vertu` repleto,
+
+che cio` che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
+ che vive e sente e se' in se' rigira.
+
+E perche' meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a l'omor che de la vite cola.
+
+Quando Lachesis non ha piu` del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e l'umano e 'l divino:
+
+l'altre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto piu` che prima agute.
+
+Sanza restarsi per se' stessa cade
+ mirabilmente a l'una de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+Tosto che loco li` la circunscrive,
+ la virtu` formativa raggia intorno
+ cosi` e quanto ne le membra vive.
+
+E come l'aere, quand'e` ben piorno,
+ per l'altrui raggio che 'n se' si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+cosi` l'aere vicin quivi si mette
+ in quella forma ch'e` in lui suggella
+ virtualmente l'alma che ristette;
+
+e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco la` 'vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+Pero` che quindi ha poscia sua paruta,
+ e` chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e ' sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+Secondo che ci affiggono i disiri
+ e li altri affetti, l'ombra si figura;
+ e quest'e` la cagion di che tu miri>>.
+
+E gia` venuto a l'ultima tortura
+ s'era per noi, e volto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ond'ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io temea 'l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+Lo duca mio dicea: <<Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ pero` ch'errar potrebbesi per poco>>.
+
+'Summae Deus clementiae' nel seno
+ al grande ardore allora udi' cantando,
+ che di volger mi fe' caler non meno;
+
+e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per ch'io guardava a loro e a' miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,
+ gridavano alto: 'Virum non cognosco';
+ indi ricominciavan l'inno bassi.
+
+Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tosco>>.
+
+Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVI
+
+
+Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro,
+ ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: <<Guarda: giovi ch'io ti scaltro>>;
+
+feriami il sole in su l'omero destro,
+ che gia`, raggiando, tutto l'occidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+e io facea con l'ombra piu` rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt'ombre, andando, poner mente.
+
+Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>;
+
+poi verso me, quanto potean farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+<<O tu che vai, non per esser piu` tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
+
+Ne' solo a me la tua risposta e` uopo;
+ che' tutti questi n'hanno maggior sete
+ che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
+
+Dinne com'e` che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete>>.
+
+Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora
+ gia` manifesto, s'io non fossi atteso
+ ad altra novita` ch'apparve allora;
+
+che' per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+Li` veggio d'ogne parte farsi presta
+ ciascun'ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+cosi` per entro loro schiera bruna
+ s'ammusa l'una con l'altra formica,
+ forse a spiar lor via e lor fortuna.
+
+Tosto che parton l'accoglienza amica,
+ prima che 'l primo passo li` trascorra,
+ sopragridar ciascuna s'affatica:
+
+la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>;
+ e l'altra: <<Ne la vacca entra Pasife,
+ perche' 'l torello a sua lussuria corra>>.
+
+Poi, come grue ch'a le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver' l'arene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+l'una gente sen va, l'altra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a' primi canti
+ e al gridar che piu` lor si convene;
+
+e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che m'avean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
+
+Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: <<O anime sicure
+ d'aver, quando che sia, di pace stato,
+
+non son rimase acerbe ne' mature
+ le membra mie di la`, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+Quinci su` vo per non esser piu` cieco;
+ donna e` di sopra che m'acquista grazia,
+ per che 'l mortal per vostro mondo reco.
+
+Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, si` che 'l ciel v'alberghi
+ ch'e` pien d'amore e piu` ampio si spazia,
+
+ditemi, accio` ch'ancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi e` quella turba
+ che se ne va di retro a' vostri terghi>>.
+
+Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico s'inurba,
+
+che ciascun'ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
+
+<<Beato te, che de le nostre marche>>,
+ ricomincio` colei che pria m'inchiese,
+ <<per morir meglio, esperienza imbarche!
+
+La gente che non vien con noi, offese
+ di cio` per che gia` Cesar, triunfando,
+ "Regina" contra se' chiamar s'intese:
+
+pero` si parton 'Soddoma' gridando,
+ rimproverando a se', com'hai udito,
+ e aiutan l'arsura vergognando.
+
+Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perche' non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie l'appetito,
+
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che s'imbestio` ne le 'mbestiate schegge.
+
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo' saper chi semo,
+ tempo non e` di dire, e non saprei.
+
+Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo
+ per ben dolermi prima ch'a lo stremo>>.
+
+Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,
+
+quand'io odo nomar se' stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime d'amore usar dolci e leggiadre;
+
+e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fiata rimirando lui,
+ ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai.
+
+Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto m'offersi pronto al suo servigio
+ con l'affermar che fa credere altrui.
+
+Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio,
+ per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Lete' nol puo` torre ne' far bigio.
+
+Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che e` cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar d'avermi caro>>.
+
+E io a lui: <<Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durera` l'uso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri>>.
+
+<<O frate>>, disse, <<questi ch'io ti cerno
+ col dito>>, e addito` un spirto innanzi,
+ <<fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+Versi d'amore e prose di romanzi
+ soverchio` tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemosi` credon ch'avanzi.
+
+A voce piu` ch'al ver drizzan li volti,
+ e cosi` ferman sua oppinione
+ prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
+
+Cosi` fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che l'ha vinto il ver con piu` persone.
+
+Or se tu hai si` ampio privilegio,
+ che licito ti sia l'andare al chiostro
+ nel quale e` Cristo abate del collegio,
+
+falli per me un dir d'un paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non e` piu` nostro>>.
+
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per l'acqua il pesce andando al fondo.
+
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi ch'al suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazioso loco.
+
+El comincio` liberamente a dire:
+ <<Tan m'abellis vostre cortes deman,
+ qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
+
+Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de l'escalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!>>.
+
+Poi s'ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVII
+
+
+Si` come quando i primi raggi vibra
+ la` dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
+
+e l'onde in Gange da nona riarse,
+ si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
+ come l'angel di Dio lieto ci apparse.
+
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava 'Beati mundo corde!'.
+ in voce assai piu` che la nostra viva.
+
+Poscia <<Piu` non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di la` non siate sorde>>,
+
+ci disse come noi li fummo presso;
+ per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
+ qual e` colui che ne la fossa e` messo.
+
+In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi gia` veduti accesi.
+
+Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: <<Figliuol mio,
+ qui puo` esser tormento, ma non morte.
+
+Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Gerion ti guidai salvo,
+ che faro` ora presso piu` a Dio?
+
+Credi per certo che se dentro a l'alvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far d'un capel calvo.
+
+E se tu forse credi ch'io t'inganni,
+ fatti ver lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
+
+Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!>>.
+ E io pur fermo e contra coscienza.
+
+Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: <<Or vedi, figlio:
+ tra Beatrice e te e` questo muro>>.
+
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che 'l gelso divento` vermiglio;
+
+cosi`, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+Ond'ei crollo` la fronte e disse: <<Come!
+ volenci star di qua?>>; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome.
+
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
+
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: <<Li occhi suoi gia` veder parmi>>.
+
+Guidavaci una voce che cantava
+ di la`; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor la` ove si montava.
+
+'Venite, benedicti Patris mei',
+ sono` dentro a un lume che li` era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+<<Lo sol sen va>>, soggiunse, <<e vien la sera;
+ non v'arrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che l'occidente non si annera>>.
+
+Dritta salia la via per entro 'l sasso
+ verso tal parte ch'io toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol ch'era gia` basso.
+
+E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+E pria che 'n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ciascun di noi d'un grado fece letto;
+ che' la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir piu` e 'l diletto.
+
+Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che 'n su la verga
+ poggiato s'e` e lor di posa serve;
+
+e quale il mandrian che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perche' fiera non lo sperga;
+
+tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
+
+Poco parer potea li` del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e piu` chiare e maggiori.
+
+Si` ruminando e si` mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
+
+Ne l'ora, credo, che de l'oriente,
+ prima raggio` nel monte Citerea,
+ che di foco d'amor par sempre ardente,
+
+giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+<<Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+Ell'e` d'i suoi belli occhi veder vaga
+ com'io de l'addornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me l'ovrare appaga>>.
+
+E gia` per li splendori antelucani,
+ che tanto a' pellegrin surgon piu` grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,
+ veggendo i gran maestri gia` levati.
+
+<<Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de' mortali,
+ oggi porra` in pace le tue fami>>.
+
+Virgilio inverso me queste cotali
+ parole uso`; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+Tanto voler sopra voler mi venne
+ de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
+ in me ficco` Virgilio li occhi suoi,
+
+e disse: <<Il temporal foco e l'etterno
+ veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
+ dov'io per me piu` oltre non discerno.
+
+Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
+
+Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
+ vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da se' produce.
+
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+Non aspettar mio dir piu` ne' mio cenno;
+ libero, dritto e sano e` tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+per ch'io te sovra te corono e mitrio>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVIII
+
+
+Vago gia` di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ ch'a li occhi temperava il novo giorno,
+
+sanza piu` aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che d'ogne parte auliva.
+
+Un'aura dolce, sanza mutamento
+ avere in se', mi feria per la fronte
+ non di piu` colpo che soave vento;
+
+per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u' la prim'ombra gitta il santo monte;
+
+non pero` dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser d'operare ogne lor arte;
+
+ma con piena letizia l'ore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
+ quand'Eolo scilocco fuor discioglie.
+
+Gia` m'avean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, ch'io
+ non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;
+
+ed ecco piu` andar mi tolse un rio,
+ che 'nver' sinistra con sue picciole onde
+ piegava l'erba che 'n sua ripa uscio.
+
+Tutte l'acque che son di qua piu` monde,
+ parrieno avere in se' mistura alcuna,
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto l'ombra perpetua, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi ne' luna.
+
+Coi pie` ristretti e con li occhi passai
+ di la` dal fiumicello, per mirare
+ la gran variazion d'i freschi mai;
+
+e la` m'apparve, si` com'elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond'era pinta tutta la sua via.
+
+<<Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
+ ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+vegnati in voglia di trarreti avanti>>,
+ diss'io a lei, <<verso questa rivera,
+ tanto ch'io possa intender che tu canti.
+
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera>>.
+
+Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra se', donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+e fece i prieghi miei esser contenti,
+ si` appressando se', che 'l dolce suono
+ veniva a me co' suoi intendimenti.
+
+Tosto che fu la` dove l'erbe sono
+ bagnate gia` da l'onde del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+Ella ridea da l'altra riva dritta,
+ trattando piu` color con le sue mani,
+ che l'alta terra sanza seme gitta.
+
+Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, la` 've passo` Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+piu` odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch'allor non s'aperse.
+
+<<Voi siete nuovi, e forse perch'io rido>>,
+ comincio` ella, <<in questo luogo eletto
+ a l'umana natura per suo nido,
+
+maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
+ di` s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti>>.
+
+<<L'acqua>>, diss'io, <<e 'l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa ch'io udi' contraria a questa>>.
+
+Ond'ella: <<Io dicero` come procede
+ per sua cagion cio` ch'ammirar ti face,
+ e purghero` la nebbia che ti fiede.
+
+Lo sommo Ben, che solo esso a se' piace,
+ fe' l'uom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr'a lui d'etterna pace.
+
+Per sua difalta qui dimoro` poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambio` onesto riso e dolce gioco.
+
+Perche' 'l turbar che sotto da se' fanno
+ l'essalazion de l'acqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+a l'uomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salio verso 'l ciel tanto,
+ e libero n'e` d'indi ove si serra.
+
+Or perche' in circuito tutto quanto
+ l'aere si volge con la prima volta,
+ se non li e` rotto il cerchio d'alcun canto,
+
+in questa altezza ch'e` tutta disciolta
+ ne l'aere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch'e` folta;
+
+e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute l'aura impregna,
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+e l'altra terra, secondo ch'e` degna
+ per se' e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virtu` diverse legna.
+
+Non parrebbe di la` poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi s'appiglia.
+
+E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se', d'ogne semenza e` piena,
+ e frutto ha in se' che di la` non si schianta.
+
+L'acqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume ch'acquista e perde lena;
+
+ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant'ella versa da due parti aperta.
+
+Da questa parte con virtu` discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
+
+Quinci Lete`; cosi` da l'altro lato
+ Eunoe` si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non e` gustato:
+
+a tutti altri sapori esto e` di sopra.
+ E avvegna ch'assai possa esser sazia
+ la sete tua perch'io piu` non ti scuopra,
+
+darotti un corollario ancor per grazia;
+ ne' credo che 'l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+Quelli ch'anticamente poetaro
+ l'eta` de l'oro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+Qui fu innocente l'umana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare e` questo di che ciascun dice>>.
+
+Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
+ a' miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avean l'ultimo costrutto;
+
+poi a la bella donna torna' il viso.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIX
+
+
+Cantando come donna innamorata,
+ continuo` col fin di sue parole:
+ 'Beati quorum tecta sunt peccata!'.
+
+E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disiando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+allor si mosse contra 'l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo ch'a levante mi rendei.
+
+Ne' ancor fu cosi` nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: <<Frate mio, guarda e ascolta>>.
+
+Ed ecco un lustro subito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+Ma perche' 'l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, piu` e piu` splendeva,
+ nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'.
+
+E una melodia dolce correva
+ per l'aere luminoso; onde buon zelo
+ mi fe' riprender l'ardimento d'Eva,
+
+che la` dove ubidia la terra e 'l cielo,
+ femmina, sola e pur teste' formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+sotto 'l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e piu` lunga fiata.
+
+Mentr'io m'andava tra tante primizie
+ de l'etterno piacer tutto sospeso,
+ e disioso ancora a piu` letizie,
+
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si fe' l'aere sotto i verdi rami;
+ e 'l dolce suon per canti era gia` inteso.
+
+O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami.
+
+Or convien che Elicona per me versi,
+ e Uranie m'aiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+Poco piu` oltre, sette alberi d'oro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
+
+ma quand'i' fui si` presso di lor fatto,
+ che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+la virtu` ch'a ragion discorso ammanna,
+ si` com'elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare 'Osanna'.
+
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ piu` chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
+ che si movieno incontr'a noi si` tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+La donna mi sgrido`: <<Perche' pur ardi
+ si` ne l'affetto de le vive luci,
+ e cio` che vien di retro a lor non guardi?>>.
+
+Genti vid'io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua gia` mai non fuci.
+
+L'acqua imprendea dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ s'io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a se' l'aere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+si` che li` sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
+
+Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+Sotto cosi` bel ciel com'io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+Tutti cantavan: <<Benedicta tue
+ ne le figlie d'Adamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!>>.
+
+Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
+ a rimpetto di me da l'altra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+si` come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+A descriver lor forme piu` non spargo
+ rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
+ tanto ch'a questa non posso esser largo;
+
+ma leggi Ezechiel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo ch'a le penne
+ Giovanni e` meco e da lui si diparte.
+
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, triunfale,
+ ch'al collo d'un grifon tirato venne.
+
+Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ si` ch'a nulla, fendendo, facea male.
+
+Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra d'oro avea quant'era uccello,
+ e bianche l'altre, di vermiglio miste.
+
+Non che Roma di carro cosi` bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+quel del Sol che, sviando, fu combusto
+ per l'orazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; l'una tanto rossa
+ ch'a pena fora dentro al foco nota;
+
+l'altr'era come se le carni e l'ossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve teste' mossa;
+
+e or parean da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
+
+Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
+
+Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+L'un si mostrava alcun de' famigliari
+ di quel sommo Ipocrate che natura
+ a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari;
+
+mostrava l'altro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi fe' paura.
+
+Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+E questi sette col primaio stuolo
+ erano abituati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facean brolo,
+
+anzi di rose e d'altri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da' cigli.
+
+E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon s'udi`, e quelle genti degne
+ parvero aver l'andar piu` interdetto,
+
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXX
+
+
+Quando il settentrion del primo cielo,
+ che ne' occaso mai seppe ne' orto
+ ne' d'altra nebbia che di colpa velo,
+
+e che faceva li` ciascun accorto
+ di suo dover, come 'l piu` basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+fermo s'affisse: la gente verace,
+ venuta prima tra 'l grifone ed esso,
+ al carro volse se' come a sua pace;
+
+e un di loro, quasi da ciel messo,
+ 'Veni, sponsa, de Libano' cantando
+ grido` tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!',
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ 'Manibus, oh, date lilia plenis!'.
+
+Io vidi gia` nel cominciar del giorno
+ la parte oriental tutta rosata,
+ e l'altro ciel di bel sereno addorno;
+
+e la faccia del sol nascere ombrata,
+ si` che per temperanza di vapori
+ l'occhio la sostenea lunga fiata:
+
+cosi` dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in giu` dentro e di fori,
+
+sovra candido vel cinta d'uliva
+ donna m'apparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+E lo spirito mio, che gia` cotanto
+ tempo era stato ch'a la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+sanza de li occhi aver piu` conoscenza,
+ per occulta virtu` che da lei mosse,
+ d'antico amor senti` la gran potenza.
+
+Tosto che ne la vista mi percosse
+ l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto
+ prima ch'io fuor di puerizia fosse,
+
+volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli e` afflitto,
+
+per dicere a Virgilio: 'Men che dramma
+ di sangue m'e` rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de l'antica fiamma'.
+
+Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
+ di se', Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute die'mi;
+
+ne' quantunque perdeo l'antica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+<<Dante, perche' Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non pianger ancora;
+ che' pianger ti conven per altra spada>>.
+
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far l'incora;
+
+in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessita` qui si registra,
+
+vidi la donna che pria m'appario
+ velata sotto l'angelica festa,
+ drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
+
+Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+regalmente ne l'atto ancor proterva
+ continuo` come colui che dice
+ e 'l piu` caldo parlar dietro reserva:
+
+<<Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti d'accedere al monte?
+ non sapei tu che qui e` l'uom felice?>>.
+
+Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
+ tanta vergogna mi gravo` la fronte.
+
+Cosi` la madre al figlio par superba,
+ com'ella parve a me; perche' d'amaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di subito 'In te, Domine, speravi';
+ ma oltre 'pedes meos' non passaro.
+
+Si` come neve tra le vive travi
+ per lo dosso d'Italia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+poi, liquefatta, in se' stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ si` che par foco fonder la candela;
+
+cosi` fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi 'l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?',
+
+lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi usci` del petto.
+
+Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole cosi` poscia:
+
+<<Voi vigilate ne l'etterno die,
+ si` che notte ne' sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+onde la mia risposta e` con piu` cura
+ che m'intenda colui che di la` piagne,
+ perche' sia colpa e duol d'una misura.
+
+Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ma per larghezza di grazie divine,
+ che si` alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste la` non van vicine,
+
+questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtualmente, ch'ogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro
+ si fa 'l terren col mal seme e non colto,
+ quant'elli ha piu` di buon vigor terrestro.
+
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte volto.
+
+Si` tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+Quando di carne a spirto era salita
+ e bellezza e virtu` cresciuta m'era,
+ fu' io a lui men cara e men gradita;
+
+e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+Ne' l'impetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai; si` poco a lui ne calse!
+
+Tanto giu` cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran gia` corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+Per questo visitai l'uscio d'i morti
+ e a colui che l'ha qua su` condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Lete' si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+di pentimento che lagrime spanda>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXI
+
+
+<<O tu che se' di la` dal fiume sacro>>,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio m'era paruto acro,
+
+ricomincio`, seguendo sanza cunta,
+ <<di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta>>.
+
+Era la mia virtu` tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+Poco sofferse; poi disse: <<Che pense?
+ Rispondi a me; che' le memorie triste
+ in te non sono ancor da l'acqua offense>>.
+
+Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal <<si`>> fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa la sua corda e l'arco,
+ e con men foga l'asta il segno tocca,
+
+si` scoppia' io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allento` per lo suo varco.
+
+Ond'ella a me: <<Per entro i mie' disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di la` dal qual non e` a che s'aspiri,
+
+quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti cosi` spogliar la spene?
+
+E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?>>.
+
+Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+Piangendo dissi: <<Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che 'l vostro viso si nascose>>.
+
+Ed ella: <<Se tacessi o se negassi
+ cio` che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+Ma quando scoppia de la propria gota
+ l'accusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge se' contra 'l taglio la rota.
+
+Tuttavia, perche' mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perche' altra volta,
+ udendo le serene, sie piu` forte,
+
+pon giu` il seme del piangere e ascolta:
+ si` udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+Mai non t'appresento` natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in ch'io
+ rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
+
+e se 'l sommo piacer si` ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era piu` tale.
+
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar piu` colpo, o pargoletta
+ o altra vanita` con si` breve uso.
+
+Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta>>.
+
+Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e se' riconoscendo e ripentuti,
+
+tal mi stav'io; ed ella disse: <<Quando
+ per udir se' dolente, alza la barba,
+ e prenderai piu` doglia riguardando>>.
+
+Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ch'io non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de l'argomento.
+
+E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro aspersion l'occhio comprese;
+
+e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch'e` sola una persona in due nature.
+
+Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi piu` se' stessa antica,
+ vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.
+
+Di penter si` mi punse ivi l'ortica
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica.
+
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi,
+ la donna ch'io avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: <<Tiemmi, tiemmi!>>.
+
+Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso l'acqua lieve come scola.
+
+Quando fui presso a la beata riva,
+ 'Asperges me' si` dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
+
+La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
+
+Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+<<Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch'e` dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di la`, che miran piu` profondo>>.
+
+Cosi` cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+Disser: <<Fa che le viste non risparmi;
+ posto t'avem dinanzi a li smeraldi
+ ond'Amor gia` ti trasse le sue armi>>.
+
+Mille disiri piu` che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
+
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in se' star queta,
+ e ne l'idolo suo si trasmutava.
+
+Mentre che piena di stupore e lieta
+ l'anima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di se', di se' asseta,
+
+se' dimostrando di piu` alto tribo
+ ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+<<Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi>>,
+ era la sua canzone, <<al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, si` che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele>>.
+
+O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto l'ombra
+ si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ la` dove armonizzando il ciel t'adombra,
+
+quando ne l'aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXII
+
+
+Tant'eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi m'eran tutti spenti.
+
+Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non caler - cosi` lo santo riso
+ a se' traeli con l'antica rete! -;
+
+quando per forza mi fu volto il viso
+ ver' la sinistra mia da quelle dee,
+ perch'io udi' da loro un <<Troppo fiso!>>;
+
+e la disposizion ch'a veder ee
+ ne li occhi pur teste' dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fee.
+
+Ma poi ch'al poco il viso riformossi
+ (e dico 'al poco' per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
+ lo glorioso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e se' gira col segno,
+ prima che possa tutta in se' mutarsi;
+
+quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+Indi a le rote si tornar le donne,
+ e 'l grifon mosse il benedetto carco
+ si`, che pero` nulla penna crollonne.
+
+La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che fe' l'orbita sua con minore arco.
+
+Si` passeggiando l'alta selva vota,
+ colpa di quella ch'al serpente crese,
+ temprava i passi un'angelica nota.
+
+Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Beatrice scese.
+
+Io senti' mormorare a tutti <<Adamo>>;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
+
+La coma sua, che tanto si dilata
+ piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi
+ ne' boschi lor per altezza ammirata.
+
+<<Beato se', grifon, che non discindi
+ col becco d'esto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi>>.
+
+Cosi` dintorno a l'albero robusto
+ gridaron li altri; e l'animal binato:
+ <<Si` si conserva il seme d'ogne giusto>>.
+
+E volto al temo ch'elli avea tirato,
+ trasselo al pie` de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lascio` legato.
+
+Come le nostre piante, quando casca
+ giu` la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che 'l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+men che di rose e piu` che di viole
+ colore aprendo, s'innovo` la pianta,
+ che prima avea le ramora si` sole.
+
+Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta
+ l'inno che quella gente allor cantaro,
+ ne' la nota soffersi tutta quanta.
+
+S'io potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro;
+
+come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com'io m'addormentai;
+ ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
+
+Pero` trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo
+ del sonno e un chiamar: <<Surgi: che fai?>>.
+
+Quali a veder de' fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpetue nozze fa nel cielo,
+
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+e videro scemata loro scuola
+ cosi` di Moise` come d'Elia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+tal torna' io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
+
+E tutto in dubbio dissi: <<Ov'e` Beatrice?>>.
+ Ond'ella: <<Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
+ con piu` dolce canzone e piu` profonda>>.
+
+E se piu` fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, pero` che gia` ne li occhi m'era
+ quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
+
+Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata li` del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+In cerchio le facean di se' claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
+
+<<Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo e` romano.
+
+Pero`, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di la`, fa che tu scrive>>.
+
+Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ d'i suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov'ella volle diedi.
+
+Non scese mai con si` veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che piu` va remoto,
+
+com'io vidi calar l'uccel di Giove
+ per l'alber giu`, rompendo de la scorza,
+ non che d'i fiori e de le foglie nove;
+
+e feri` 'l carro di tutta sua forza;
+ ond'el piego` come nave in fortuna,
+ vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
+
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del triunfal veiculo una volpe
+ che d'ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
+
+Poscia per indi ond'era pria venuta,
+ l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca
+ del carro e lasciar lei di se' pennuta;
+
+e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce usci` del cielo e cotal disse:
+ <<O navicella mia, com'mal se' carca!>>.
+
+Poi parve a me che la terra s'aprisse
+ tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro su` la coda fisse;
+
+e come vespa che ritragge l'ago,
+ a se' traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+si ricoperse, e funne ricoperta
+ e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
+ che piu` tiene un sospir la bocca aperta.
+
+Trasformato cosi` 'l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
+
+Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ m'apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+e come perche' non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e baciavansi insieme alcuna volta.
+
+Ma perche' l'occhio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagello` dal capo infin le piante;
+
+poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXIII
+
+
+'Deus, venerunt gentes', alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+e Beatrice sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava si` fatta, che poco
+ piu` a la croce si cambio` Maria.
+
+Ma poi che l'altre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in pe`,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+'Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me'.
+
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo se', solo accennando, mosse
+ me e la donna e 'l savio che ristette.
+
+Cosi` sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+e con tranquillo aspetto <<Vien piu` tosto>>,
+ mi disse, <<tanto che, s'io parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto>>.
+
+Si` com'io fui, com'io dovea, seco,
+ dissemi: <<Frate, perche' non t'attenti
+ a domandarmi omai venendo meco?>>.
+
+Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti.
+
+avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: <<Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e cio` ch'ad essa e` buono>>.
+
+Ed ella a me: <<Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ si` che non parli piu` com'om che sogna.
+
+Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe
+ fu e non e`; ma chi n'ha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+Non sara` tutto tempo sanza reda
+ l'aguglia che lascio` le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ch'io veggio certamente, e pero` il narro,
+ a darne tempo gia` stelle propinque,
+ secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
+
+nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, ancidera` la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
+
+ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+Tu nota; e si` come da me son porte,
+ cosi` queste parole segna a' vivi
+ del viver ch'e` un correre a la morte.
+
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch'e` or due volte dirubata quivi.
+
+Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a l'uso suo la creo` santa.
+
+Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e piu` l'anima prima
+ bramo` colui che 'l morso in se' punio.
+
+Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e si` travolta ne la cima.
+
+E se stati non fossero acqua d'Elsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
+ conosceresti a l'arbor moralmente.
+
+Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ si` che t'abbaglia il lume del mio detto,
+
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che 'l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto>>.
+
+E io: <<Si` come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato e` or da voi lo mio cervello.
+
+Ma perche' tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disiata vola,
+ che piu` la perde quanto piu` s'aiuta?>>.
+
+<<Perche' conoschi>>, disse, <<quella scuola
+ c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come puo` seguitar la mia parola;
+
+e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che piu` alto festina>>.
+
+Ond'io rispuosi lei: <<Non mi ricorda
+ ch'i' straniasse me gia` mai da voi,
+ ne' honne coscienza che rimorda>>.
+
+<<E se tu ricordar non te ne puoi>>,
+ sorridendo rispuose, <<or ti rammenta
+ come bevesti di Lete` ancoi;
+
+e se dal fummo foco s'argomenta,
+ cotesta oblivion chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude>>.
+
+E piu` corusco e con piu` lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e la`, come li aspetti, fassi
+
+quando s'affisser, si` come s'affigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.
+
+Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri
+ veder mi parve uscir d'una fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+<<O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua e` questa che qui si dispiega
+ da un principio e se' da se' lontana?>>.
+
+Per cotal priego detto mi fu: <<Priega
+ Matelda che 'l ti dica>>. E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+la bella donna: <<Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che l'acqua di Lete` non gliel nascose>>.
+
+E Beatrice: <<Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+Ma vedi Eunoe` che la` diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se' usa,
+ la tramortita sua virtu` ravviva>>.
+
+Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che e` per segno fuor dischiusa;
+
+cosi`, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: <<Vien con lui>>.
+
+S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio
+ da scrivere, i' pur cantere' in parte
+ lo dolce ber che mai non m'avria sazio;
+
+ma perche' piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte.
+
+Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto si` come piante novelle
+ rinnovellate di novella fronda,
+
+puro e disposto a salire alle stelle.
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+End of this Project Gutenberg E-text of
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [7-bit text]
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index 0000000..dc1d400
--- /dev/null
+++ b/old/old/2ddcd09.zip
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