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+ ma per la sua follia le fu sì presso, + che molto poco tempo a volger era. + + Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non lì era altra via + che questa per la quale i’ mi son messo. + + Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan sé sotto la tua balìa. + + Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; + de l’alto scende virtù che m’aiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + + Or ti piaccia gradir la sua venuta: + libertà va cercando, ch’è sì cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + + Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. + + Non son li editti etterni per noi guasti, + ché questi vive e Minòs me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + + di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + + Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riporterò di te a lei, + se d’esser mentovato là giù degni». + + «Marzïa piacque tanto a li occhi miei + mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora, + «che quante grazie volse da me, fei. + + Or che di là dal mal fiume dimora, + più muover non mi può, per quella legge + che fatta fu quando me n’usci’ fora. + + Ma se donna del ciel ti move e regge, + come tu di’, non c’è mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, + sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; + + ché non si converria, l’occhio sorpriso + d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch’è di quei di paradiso. + + Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + là giù colà dove la batte l’onda, + porta di giunchi sovra ’l molle limo: + + null’ altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + però ch’a le percosse non seconda. + + Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterrà, che surge omai, + prendere il monte a più lieve salita». + + Così sparì; e io sù mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + + El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, ché di qua dichina + questa pianura a’ suoi termini bassi». + + L’alba vinceva l’ora mattutina + che fuggia innanzi, sì che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + + Noi andavam per lo solingo piano + com’ om che torna a la perduta strada, + che ’nfino ad essa li pare ire in vano. + + Quando noi fummo là ’ve la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + + ambo le mani in su l’erbetta sparte + soavemente ’l mio maestro pose: + ond’ io, che fui accorto di sua arte, + + porsi ver’ lui le guance lagrimose; + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che l’inferno mi nascose. + + Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + + Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: + oh maraviglia! ché qual elli scelse + l’umile pianta, cotal si rinacque + + subitamente là onde l’avelse. + + + + Purgatorio • Canto II + + + Già era ’l sole a l’orizzonte giunto + lo cui meridïan cerchio coverchia + Ierusalèm col suo più alto punto; + + e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + + sì che le bianche e le vermiglie guance, + là dov’ i’ era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + + Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + giù nel ponente sovra ’l suol marino, + + cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir sì ratto, + che ’l muover suo nessun volar pareggia. + + Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto + l’occhio per domandar lo duca mio, + rividil più lucente e maggior fatto. + + Poi d’ogne lato ad esso m’appario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui uscìo. + + Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + + gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco l’angel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di sì fatti officiali. + + Vedi che sdegna li argomenti umani, + sì che remo non vuol, né altro velo + che l’ali sue, tra liti sì lontani. + + Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, + trattando l’aere con l’etterne penne, + che non si mutan come mortal pelo». + + Poi, come più e più verso noi venne + l’uccel divino, più chiaro appariva: + per che l’occhio da presso nol sostenne, + + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. + + Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e più di cento spirti entro sediero. + + ‘In exitu Isräel de Aegypto’ + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo è poscia scripto. + + Poi fece il segno lor di santa croce; + ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: + ed el sen gì, come venne, veloce. + + La turba che rimase lì, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + + Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, ch’avea con le saette conte + di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, + + quando la nova gente alzò la fronte + ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte». + + E Virgilio rispuose: «Voi credete + forse che siamo esperti d’esto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu sì aspra e forte, + che lo salire omai ne parrà gioco». + + L’anime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + + E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + + così al viso mio s’affisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi oblïando d’ire a farsi belle. + + Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con sì grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + + Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + + Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che l’ombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + + Soavemente disse ch’io posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. + + Rispuosemi: «Così com’ io t’amai + nel mortal corpo, così t’amo sciolta: + però m’arresto; ma tu perché vai?». + + «Casella mio, per tornar altra volta + là dov’ io son, fo io questo vïaggio», + diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». + + Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + più volte m’ha negato esto passaggio; + + ché di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + + Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto + dove l’acqua di Tevero s’insala, + benignamente fu’ da lui ricolto. + + A quella foce ha elli or dritta l’ala, + però che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala». + + E io: «Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a l’amoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + + di ciò ti piaccia consolare alquanto + l’anima mia, che, con la sua persona + venendo qui, è affannata tanto!». + + ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ + cominciò elli allor sì dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + + Lo mio maestro e io e quella gente + ch’eran con lui parevan sì contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + + Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? + + qual negligenza, quale stare è questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». + + Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, + + se cosa appare ond’ elli abbian paura, + subitamente lasciano star l’esca, + perch’ assaliti son da maggior cura; + + così vid’ io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, + com’ om che va, né sa dove rïesca; + + né la nostra partita fu men tosta. + + + + Purgatorio • Canto III + + + Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + + i’ mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare’ io sanza lui corso? + chi m’avria tratto su per la montagna? + + El mi parea da sé stesso rimorso: + o dignitosa coscïenza e netta, + come t’è picciol fallo amaro morso! + + Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + + lo ’ntento rallargò, sì come vaga, + e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio + che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. + + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto m’era dinanzi a la figura, + ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. + + Io mi volsi dallato con paura + d’essere abbandonato, quand’ io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + + e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», + a dir mi cominciò tutto rivolto; + «non credi tu me teco e ch’io ti guidi? + + Vespero è già colà dov’ è sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra; + Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. + + Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, + non ti maravigliar più che d’i cieli + che l’uno a l’altro raggio non ingombra. + + A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virtù dispone + che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. + + Matto è chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + + State contenti, umana gente, al quia; + ché, se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + + e disïar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + ch’etternalmente è dato lor per lutto: + + io dico d’Aristotile e di Plato + e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, + e più non disse, e rimase turbato. + + Noi divenimmo intanto a piè del monte; + quivi trovammo la roccia sì erta, + che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. + + Tra Lerice e Turbìa la più diserta, + la più rotta ruina è una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + + «Or chi sa da qual man la costa cala», + disse ’l maestro mio fermando ’l passo, + «sì che possa salir chi va sanz’ ala?». + + E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + + da man sinistra m’apparì una gente + d’anime, che movieno i piè ver’ noi, + e non pareva, sì venïan lente. + + «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne darà consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi». + + Guardò allora, e con libero piglio + rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio». + + Ancora era quel popol di lontano, + i’ dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + + quando si strinser tutti ai duri massi + de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti + com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. + + «O ben finiti, o già spiriti eletti», + Virgilio incominciò, «per quella pace + ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, + + ditene dove la montagna giace, + sì che possibil sia l’andare in suso; + ché perder tempo a chi più sa più spiace». + + Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e l’altre stanno + timidette atterrando l’occhio e ’l muso; + + e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, + addossandosi a lei, s’ella s’arresta, + semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; + + sì vid’ io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne l’andare onesta. + + Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + sì che l’ombra era da me a la grotta, + + restaro, e trasser sé in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. + + «Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo è corpo uman che voi vedete; + per che ’l lume del sole in terra è fesso. + + Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virtù che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete». + + Così ’l maestro; e quella gente degna + «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», + coi dossi de le man faccendo insegna. + + E un di loro incominciò: «Chiunque + tu se’, così andando, volgi ’l viso: + pon mente se di là mi vedesti unque». + + Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. + + Quand’ io mi fui umilmente disdetto + d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; + e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. + + Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond’ io ti priego che, quando tu riedi, + + vadi a mia bella figlia, genitrice + de l’onor di Cicilia e d’Aragona, + e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. + + Poscia ch’io ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + + Orribil furon li peccati miei; + ma la bontà infinita ha sì gran braccia, + che prende ciò che si rivolge a lei. + + Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + + l’ossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + + Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, + dov’ e’ le trasmutò a lume spento. + + Per lor maladizion sì non si perde, + che non possa tornar, l’etterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + + Vero è che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + + per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, + in sua presunzïon, se tal decreto + più corto per buon prieghi non diventa. + + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come m’hai visto, e anco esto divieto; + + ché qui per quei di là molto s’avanza». + + + + Purgatorio • Canto IV + + + Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virtù nostra comprenda, + l’anima bene ad essa si raccoglie, + + par ch’a nulla potenza più intenda; + e questo è contra quello error che crede + ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. + + E però, quando s’ode cosa o vede + che tegna forte a sé l’anima volta, + vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; + + ch’altra potenza è quella che l’ascolta, + e altra è quella c’ha l’anima intera: + questa è quasi legata e quella è sciolta. + + Di ciò ebb’ io esperïenza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + ché ben cinquanta gradi salito era + + lo sole, e io non m’era accorto, quando + venimmo ove quell’ anime ad una + gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». + + Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + l’uom de la villa quando l’uva imbruna, + + che non era la calla onde salìne + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partìne. + + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova e ’n Cacume + con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; + + dico con l’ale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + + Noi salavam per entro ’l sasso rotto, + e d’ogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + + Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo + de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, + «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». + + Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che n’appaia alcuna scorta saggia». + + Lo sommo er’ alto che vincea la vista, + e la costa superba più assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + + Io era lasso, quando cominciai: + «O dolce padre, volgiti, e rimira + com’ io rimango sol, se non restai». + + «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», + additandomi un balzo poco in sùe + che da quel lato il poggio tutto gira. + + Sì mi spronaron le parole sue, + ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. + + A seder ci ponemmo ivi ambedui + vòlti a levante ond’ eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + + Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra n’eravam feriti. + + Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + + Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che sù e giù del suo lume conduce, + + tu vedresti il Zodïaco rubecchio + ancora a l’Orse più stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + + Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sïòn + con questo monte in su la terra stare + + sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Fetòn, + + vedrai come a costui convien che vada + da l’un, quando a colui da l’altro fianco, + se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». + + «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco + non vid’ io chiaro sì com’ io discerno + là dove mio ingegno parea manco, + + che ’l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun’ arte, + e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, + + per la ragion che di’, quinci si parte + verso settentrïon, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + + Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale + più che salir non posson li occhi miei». + + Ed elli a me: «Questa montagna è tale, + che sempre al cominciar di sotto è grave; + e quant’ om più va sù, e men fa male. + + Però, quand’ ella ti parrà soave + tanto, che sù andar ti fia leggero + com’ a seconda giù andar per nave, + + allor sarai al fin d’esto sentiero; + quivi di riposar l’affanno aspetta. + Più non rispondo, e questo so per vero». + + E com’ elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso sonò: «Forse + che di sedere in pria avrai distretta!». + + Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual né io né ei prima s’accorse. + + Là ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a l’ombra dietro al sasso + come l’uom per negghienza a star si pone. + + E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo ’l viso giù tra esse basso. + + «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia + colui che mostra sé più negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia». + + Allor si volse a noi e puose mente, + movendo ’l viso pur su per la coscia, + e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». + + Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che m’avacciava un poco ancor la lena, + non m’impedì l’andare a lui; e poscia + + ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, + dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole + da l’omero sinistro il carro mena?». + + Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: «Belacqua, a me non dole + + di te omai; ma dimmi: perché assiso + quiritto se’? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». + + Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? + ché non mi lascerebbe ire a’ martìri + l’angel di Dio che siede in su la porta. + + Prima convien che tanto il ciel m’aggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, + + se orazïone in prima non m’aita + che surga sù di cuor che in grazia viva; + l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». + + E già il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco + meridïan dal sole e a la riva + + cuopre la notte già col piè Morrocco». + + + + Purgatorio • Canto V + + + Io era già da quell’ ombre partito, + e seguitava l’orme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando ’l dito, + + una gridò: «Ve’ che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!». + + Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. + + «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», + disse ’l maestro, «che l’andare allenti? + che ti fa ciò che quivi si pispiglia? + + Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + già mai la cima per soffiar di venti; + + ché sempre l’omo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da sé dilunga il segno, + perché la foga l’un de l’altro insolla». + + Che potea io ridir, se non «Io vegno»? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa l’uom di perdon talvolta degno. + + E ’ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando ‘Miserere’ a verso a verso. + + Quando s’accorser ch’i’ non dava loco + per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, + mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; + + e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr’ a noi e dimandarne: + «Di vostra condizion fatene saggi». + + E ’l mio maestro: «Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che ’l corpo di costui è vera carne. + + Se per veder la sua ombra restaro, + com’ io avviso, assai è lor risposto: + fàccianli onore, ed esser può lor caro». + + Vapori accesi non vid’ io sì tosto + di prima notte mai fender sereno, + né, sol calando, nuvole d’agosto, + + che color non tornasser suso in meno; + e, giunti là, con li altri a noi dier volta, + come schiera che scorre sanza freno. + + «Questa gente che preme a noi è molta, + e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: + «però pur va, e in andando ascolta». + + «O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti», + venian gridando, «un poco il passo queta. + + Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, + sì che di lui di là novella porti: + deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? + + Noi fummo tutti già per forza morti, + e peccatori infino a l’ultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + + sì che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di sé veder n’accora». + + E io: «Perché ne’ vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma s’a voi piace + cosa ch’io possa, spiriti ben nati, + + voi dite, e io farò per quella pace + che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, + di mondo in mondo cercar mi si face». + + E uno incominciò: «Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che ’l voler nonpossa non ricida. + + Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, sì che ben per me s’adori + pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. + + Quindi fu’ io; ma li profondi fóri + ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + + là dov’ io più sicuro esser credea: + quel da Esti il fé far, che m’avea in ira + assai più là che dritto non volea. + + Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, + quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, + ancor sarei di là dove si spira. + + Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco + m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io + de le mie vene farsi in terra laco». + + Poi disse un altro: «Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a l’alto monte, + con buona pïetate aiuta il mio! + + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per ch’io vo tra costor con bassa fronte». + + E io a lui: «Qual forza o qual ventura + ti travïò sì fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?». + + «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino + traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, + che sovra l’Ermo nasce in Apennino. + + Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, + arriva’ io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + + Quivi perdei la vista e la parola; + nel nome di Maria fini’, e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + + Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: + l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno + gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? + + Tu te ne porti di costui l’etterno + per una lagrimetta che ’l mi toglie; + ma io farò de l’altro altro governo!”. + + Ben sai come ne l’aere si raccoglie + quell’ umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove ’l freddo il coglie. + + Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento + per la virtù che sua natura diede. + + Indi la valle, come ’l dì fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, + + sì che ’l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde, e a’ fossati venne + di lei ciò che la terra non sofferse; + + e come ai rivi grandi si convenne, + ver’ lo fiume real tanto veloce + si ruinò, che nulla la ritenne. + + Lo corpo mio gelato in su la foce + trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse + ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce + + ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; + voltòmmi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse». + + «Deh, quando tu sarai tornato al mondo + e riposato de la lunga via», + seguitò ’l terzo spirito al secondo, + + «ricorditi di me, che son la Pia; + Siena mi fé, disfecemi Maremma: + salsi colui che ’nnanellata pria + + disposando m’avea con la sua gemma». + + + + Purgatorio • Canto VI + + + Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + + con l’altro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + + el non s’arresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, più non fa pressa; + e così da la calca si difende. + + Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e là, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + + Quiv’ era l’Aretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e l’altro ch’annegò correndo in caccia. + + Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che fé parer lo buon Marzucco forte. + + Vidi conte Orso e l’anima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com’ e’ dicea, non per colpa commisa; + + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr’ è di qua, la donna di Brabante, + sì che però non sia di peggior greggia. + + Come libero fui da tutte quante + quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, + sì che s’avacci lor divenir sante, + + io cominciai: «El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + + e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». + + Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + + ché cima di giudicio non s’avvalla + perché foco d’amor compia in un punto + ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; + + e là dov’ io fermai cotesto punto, + non s’ammendava, per pregar, difetto, + perché ’l priego da Dio era disgiunto. + + Veramente a così alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. + + Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice». + + E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, + ché già non m’affatico come dianzi, + e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». + + «Noi anderem con questo giorno innanzi», + rispuose, «quanto più potremo omai; + ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. + + Prima che sie là sù, tornar vedrai + colui che già si cuopre de la costa, + sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. + + Ma vedi là un’anima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne ’nsegnerà la via più tosta». + + Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + + Ella non ci dicëa alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + + ma di nostro paese e de la vita + ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava + «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita, + + surse ver’ lui del loco ove pria stava, + dicendo: «O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. + + Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + + Quell’ anima gentil fu così presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + + e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode + di quei ch’un muro e una fossa serra. + + Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + s’alcuna parte in te di pace gode. + + Che val perché ti racconciasse il freno + Iustinïano, se la sella è vòta? + Sanz’ esso fora la vergogna meno. + + Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi ciò che Dio ti nota, + + guarda come esta fiera è fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + + O Alberto tedesco ch’abbandoni + costei ch’è fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + + giusto giudicio da le stelle caggia + sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! + + Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, + per cupidigia di costà distretti, + che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. + + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color già tristi, e questi con sospetti! + + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com’ è oscura! + + Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e dì e notte chiama: + «Cesare mio, perché non m’accompagne?». + + Vieni a veder la gente quanto s’ama! + e se nulla di noi pietà ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + + E se licito m’è, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + + O è preparazion che ne l’abisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de l’accorger nostro scisso? + + Ché le città d’Italia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + mercé del popol tuo che si argomenta. + + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a l’arco; + ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. + + Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». + + Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace e tu con senno! + S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. + + Atene e Lacedemona, che fenno + l’antiche leggi e furon sì civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + + verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, ch’a mezzo novembre + non giugne quel che tu d’ottobre fili. + + Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato, e rinovate membre! + + E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non può trovar posa in su le piume, + + ma con dar volta suo dolore scherma. + + + + Purgatorio • Canto VII + + + Poscia che l’accoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». + + «Anzi che a questo monte fosser volte + l’anime degne di salire a Dio, + fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. + + Io son Virgilio; e per null’ altro rio + lo ciel perdei che per non aver fé». + Così rispuose allora il duca mio. + + Qual è colui che cosa innanzi sé + sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, + che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . », + + tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, + e umilmente ritornò ver’ lui, + e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. + + «O gloria di Latin», disse, «per cui + mostrò ciò che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond’ io fui, + + qual merito o qual grazia mi ti mostra? + S’io son d’udir le tue parole degno, + dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». + + «Per tutt’ i cerchi del dolente regno», + rispuose lui, «son io di qua venuto; + virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. + + Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder l’alto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + + Luogo è là giù non tristo di martìri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + + Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da l’umana colpa essenti; + + quivi sto io con quei che le tre sante + virtù non si vestiro, e sanza vizio + conobber l’altre e seguir tutte quante. + + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + dà noi per che venir possiam più tosto + là dove purgatorio ha dritto inizio». + + Rispuose: «Loco certo non c’è posto; + licito m’è andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. + + Ma vedi già come dichina il giorno, + e andar sù di notte non si puote; + però è buon pensar di bel soggiorno. + + Anime sono a destra qua remote; + se mi consenti, io ti merrò ad esse, + e non sanza diletto ti fier note». + + «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + d’altrui, o non sarria ché non potesse?». + + E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, + dicendo: «Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo ’l sol partito: + + non però ch’altra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + + Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». + + Allora il mio segnor, quasi ammirando, + «Menane», disse, «dunque là ’ve dici + ch’aver si può diletto dimorando». + + Poco allungati c’eravam di lici, + quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + + «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo + dove la costa face di sé grembo; + e là il novo giorno attenderemo». + + Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + là dove più ch’a mezzo muore il lembo. + + Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, + + da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore è vinto il meno. + + Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavità di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + + ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + + «Prima che ’l poco sole omai s’annidi», + cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, + «tra color non vogliate ch’io vi guidi. + + Di questo balzo meglio li atti e ’ volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama giù tra essi accolti. + + Colui che più siede alto e fa sembianti + d’aver negletto ciò che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + + Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe c’hanno Italia morta, + sì che tardi per altri si ricrea. + + L’altro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove l’acqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + + E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui c’ha sì benigno aspetto, + morì fuggendo e disfiorando il giglio: + + guardate là come si batte il petto! + L’altro vedete c’ha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + + Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che sì li lancia. + + Quel che par sì membruto e che s’accorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + d’ogne valor portò cinta la corda; + + e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + + che non si puote dir de l’altre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + + Rade volte risurge per li rami + l’umana probitate; e questo vole + quei che la dà, perché da lui si chiami. + + Anche al nasuto vanno mie parole + non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza già si dole. + + Tant’ è del seme suo minor la pianta, + quanto, più che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + + Vedete il re de la semplice vita + seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: + questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. + + Quel che più basso tra costor s’atterra, + guardando in suso, è Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + + fa pianger Monferrato e Canavese». + + + + Purgatorio • Canto VIII + + + Era già l’ora che volge il disio + ai navicanti e ’ntenerisce il core + lo dì c’han detto ai dolci amici addio; + + e che lo novo peregrin d’amore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + + quand’ io incominciai a render vano + l’udire e a mirare una de l’alme + surta, che l’ascoltar chiedea con mano. + + Ella giunse e levò ambo le palme, + ficcando li occhi verso l’orïente, + come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. + + ‘Te lucis ante’ sì devotamente + le uscìo di bocca e con sì dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + + e l’altre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto l’inno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + ché ’l velo è ora ben tanto sottile, + certo che ’l trapassar dentro è leggero. + + Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in sùe, + quasi aspettando, palido e umìle; + + e vidi uscir de l’alto e scender giùe + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + + Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + + L’un poco sovra noi a star si venne, + e l’altro scese in l’opposita sponda, + sì che la gente in mezzo si contenne. + + Ben discernëa in lor la testa bionda; + ma ne la faccia l’occhio si smarria, + come virtù ch’a troppo si confonda. + + «Ambo vegnon del grembo di Maria», + disse Sordello, «a guardia de la valle, + per lo serpente che verrà vie via». + + Ond’ io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto m’accostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + + E Sordello anco: «Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazïoso fia lor vedervi assai». + + Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + + Temp’ era già che l’aere s’annerava, + ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei + non dichiarisse ciò che pria serrava. + + Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra ’ rei! + + Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti + a piè del monte per le lontane acque?». + + «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che l’altra, sì andando, acquisti». + + E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di sùbito smarrita. + + L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse + che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse». + + Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado + che tu dei a colui che sì nasconde + lo suo primo perché, che non lì è guado, + + quando sarai di là da le larghe onde, + dì a Giovanna mia che per me chiami + là dove a li ’nnocenti si risponde. + + Non credo che la sua madre più m’ami, + poscia che trasmutò le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + + Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco d’amor dura, + se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. + + Non le farà sì bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com’ avria fatto il gallo di Gallura». + + Così dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur là dove le stelle son più tarde, + sì come rota più presso a lo stelo. + + E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». + E io a lui: «A quelle tre facelle + di che ’l polo di qua tutto quanto arde». + + Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di là basse, + e queste son salite ov’ eran quelle». + + Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse + dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; + e drizzò il dito perché ’n là guardasse. + + Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + + Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso + leccando come bestia che si liscia. + + Io non vidi, e però dicer non posso, + come mosser li astor celestïali; + ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. + + Sentendo fender l’aere a le verdi ali, + fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + + L’ombra che s’era al giudice raccolta + quando chiamò, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + + «Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant’ è mestiere infino al sommo smalto», + + cominciò ella, «se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che già grande là era. + + Fui chiamato Currado Malaspina; + non son l’antico, ma di lui discesi; + a’ miei portai l’amor che qui raffina». + + «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi + già mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa ch’ei non sien palesi? + + La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + sì che ne sa chi non vi fu ancora; + + e io vi giuro, s’io di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + + Uso e natura sì la privilegia, + che, perché il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». + + Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca + sette volte nel letto che ’l Montone + con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, + + che cotesta cortese oppinïone + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che d’altrui sermone, + + se corso di giudicio non s’arresta». + + + + Purgatorio • Canto IX + + + La concubina di Titone antico + già s’imbiancava al balco d’orïente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + + di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + + e la notte, de’ passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov’ eravamo, + e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; + + quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, + vinto dal sonno, in su l’erba inchinai + là ’ve già tutti e cinque sedavamo. + + Ne l’ora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de’ suo’ primi guai, + + e che la mente nostra, peregrina + più da la carne e men da’ pensier presa, + a le sue visïon quasi è divina, + + in sogno mi parea veder sospesa + un’aguglia nel ciel con penne d’oro, + con l’ali aperte e a calare intesa; + + ed esser mi parea là dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + + Fra me pensava: ‘Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse d’altro loco + disdegna di portarne suso in piede’. + + Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + + Ivi parea che ella e io ardesse; + e sì lo ’ncendio imaginato cosse, + che convenne che ’l sonno si rompesse. + + Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo là dove si fosse, + + quando la madre da Chirón a Schiro + trafuggò lui dormendo in le sue braccia, + là onde poi li Greci il dipartiro; + + che mi scoss’ io, sì come da la faccia + mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, + come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. + + Dallato m’era solo il mio conforto, + e ’l sole er’ alto già più che due ore, + e ’l viso m’era a la marina torto. + + «Non aver tema», disse il mio segnore; + «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + + Tu se’ omai al purgatorio giunto: + vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; + vedi l’entrata là ’ve par digiunto. + + Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, + quando l’anima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond’ è là giù addorno + + venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + sì l’agevolerò per la sua via”. + + Sordel rimase e l’altre genti forme; + ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + + Qui ti posò, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». + + A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verità li è discoperta, + + mi cambia’ io; e come sanza cura + vide me ’l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. + + Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo + la mia matera, e però con più arte + non ti maravigliar s’io la rincalzo. + + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte + che là dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + + vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier ch’ancor non facea motto. + + E come l’occhio più e più v’apersi, + vidil seder sovra ’l grado sovrano, + tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; + + e una spada nuda avëa in mano, + che reflettëa i raggi sì ver’ noi, + ch’io drizzava spesso il viso in vano. + + «Dite costinci: che volete voi?», + cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? + Guardate che ’l venir sù non vi nòi». + + «Donna del ciel, di queste cose accorta», + rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi + ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». + + «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», + ricominciò il cortese portinaio: + «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». + + Là ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era sì pulito e terso, + ch’io mi specchiai in esso qual io paio. + + Era il secondo tinto più che perso, + d’una petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + + Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, + porfido mi parea, sì fiammeggiante + come sangue che fuor di vena spiccia. + + Sovra questo tenëa ambo le piante + l’angel di Dio sedendo in su la soglia + che mi sembiava pietra di diamante. + + Per li tre gradi sù di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi + umilemente che ’l serrame scioglia». + + Divoto mi gittai a’ santi piedi; + misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + + Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e «Fa che lavi, + quando se’ dentro, queste piaghe» disse. + + Cenere, o terra che secca si cavi, + d’un color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + + L’una era d’oro e l’altra era d’argento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. + + «Quandunque l’una d’este chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa», + diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. + + Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa + d’arte e d’ingegno avanti che diserri, + perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. + + Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri + anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, + pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». + + Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, + dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi ’n dietro si guata». + + E quando fuor ne’ cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + + non rugghiò sì né si mostrò sì acra + Tarpëa, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + + Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e ‘Te Deum laudamus’ mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + + Tale imagine a punto mi rendea + ciò ch’io udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + + ch’or sì or no s’intendon le parole. + + + + Purgatorio • Canto X + + + Poi fummo dentro al soglio de la porta + che ’l mal amor de l’anime disusa, + perché fa parer dritta la via torta, + + sonando la senti’ esser richiusa; + e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + + Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e d’una e d’altra parte, + sì come l’onda che fugge e s’appressa. + + «Qui si conviene usare un poco d’arte», + cominciò ’l duca mio, «in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte». + + E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + + che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + sù dove il monte in dietro si rauna, + + ïo stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo più che strade per diserti. + + Da la sua sponda, ove confina il vano, + al piè de l’alta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + + e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + + Là sù non eran mossi i piè nostri anco, + quand’ io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + + esser di marmo candido e addorno + d’intagli sì, che non pur Policleto, + ma la natura lì avrebbe scorno. + + L’angel che venne in terra col decreto + de la molt’ anni lagrimata pace, + ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, + + dinanzi a noi pareva sì verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + + Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; + perché iv’ era imaginata quella + ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; + + e avea in atto impressa esta favella + ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente + come figura in cera si suggella. + + «Non tener pur ad un loco la mente», + disse ’l dolce maestro, che m’avea + da quella parte onde ’l cuore ha la gente. + + Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde m’era colui che mi movea, + + un’altra storia ne la roccia imposta; + per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, + acciò che fosse a li occhi miei disposta. + + Era intagliato lì nel marmo stesso + lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, + per che si teme officio non commesso. + + Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a’ due mie’ sensi + faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. + + Similemente al fummo de li ’ncensi + che v’era imaginato, li occhi e ’l naso + e al sì e al no discordi fensi. + + Lì precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, l’umile salmista, + e più e men che re era in quel caso. + + Di contra, effigïata ad una vista + d’un gran palazzo, Micòl ammirava + sì come donna dispettosa e trista. + + I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, + per avvisar da presso un’altra istoria, + che di dietro a Micòl mi biancheggiava. + + Quiv’ era storïata l’alta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + + i’ dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + + Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro + sovr’ essi in vista al vento si movieno. + + La miserella intra tutti costoro + pareva dir: «Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; + + ed elli a lei rispondere: «Or aspetta + tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», + come persona in cui dolor s’affretta, + + «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, + la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene + a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; + + ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene + ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: + giustizia vuole e pietà mi ritene». + + Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perché qui non si trova. + + Mentr’ io mi dilettava di guardare + l’imagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + + «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», + mormorava il poeta, «molte genti: + questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». + + Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti + per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, + volgendosi ver’ lui non furon lenti. + + Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che ’l debito si paghi. + + Non attender la forma del martìre: + pensa la succession; pensa ch’al peggio + oltre la gran sentenza non può ire. + + Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, sì nel veder vaneggio». + + Ed elli a me: «La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. + + Ma guarda fiso là, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + già scorger puoi come ciascun si picchia». + + O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne’ retrosi passi, + + non v’accorgete voi che noi siam vermi + nati a formar l’angelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + + Di che l’animo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + sì come vermo in cui formazion falla? + + Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + + la qual fa del non ver vera rancura + nascere ’n chi la vede; così fatti + vid’ io color, quando puosi ben cura. + + Vero è che più e meno eran contratti + secondo ch’avien più e meno a dosso; + e qual più pazïenza avea ne li atti, + + piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. + + + + Purgatorio • Canto XI + + + «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, + non circunscritto, ma per più amore + ch’ai primi effetti di là sù tu hai, + + laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore + da ogne creatura, com’ è degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + + Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, + ché noi ad essa non potem da noi, + s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. + + Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + così facciano li uomini de’ suoi. + + Dà oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi più di gir s’affanna. + + E come noi lo mal ch’avem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + + Nostra virtù che di legger s’adona, + non spermentar con l’antico avversaro, + ma libera da lui che sì la sprona. + + Quest’ ultima preghiera, segnor caro, + già non si fa per noi, ché non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro». + + Così a sé e noi buona ramogna + quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, + simile a quel che talvolta si sogna, + + disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + + Se di là sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei c’hanno al voler buona radice? + + Ben si de’ loro atar lavar le note + che portar quinci, sì che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + + «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi + tosto, sì che possiate muover l’ala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + + mostrate da qual mano inver’ la scala + si va più corto; e se c’è più d’un varco, + quel ne ’nsegnate che men erto cala; + + ché questi che vien meco, per lo ’ncarco + de la carne d’Adamo onde si veste, + al montar sù, contra sua voglia, è parco». + + Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu’ io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + + ma fu detto: «A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + + E s’io non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + + cotesti, ch’ancor vive e non si noma, + guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + + Io fui latino e nato d’un gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se ’l nome suo già mai fu vosco. + + L’antico sangue e l’opere leggiadre + d’i miei maggior mi fer sì arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + + ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, + ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, + e sallo in Campagnatico ogne fante. + + Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, ché tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + + E qui convien ch’io questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». + + Ascoltando chinai in giù la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li ’mpaccia, + + e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + + «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, + l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte + ch’alluminar chiamata è in Parisi?». + + «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + l’onore è tutto or suo, e mio in parte. + + Ben non sare’ io stato sì cortese + mentre ch’io vissi, per lo gran disio + de l’eccellenza ove mio core intese. + + Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + + Oh vana gloria de l’umane posse! + com’ poco verde in su la cima dura, + se non è giunta da l’etati grosse! + + Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + sì che la fama di colui è scura. + + Così ha tolto l’uno a l’altro Guido + la gloria de la lingua; e forse è nato + chi l’uno e l’altro caccerà del nido. + + Non è il mondan romore altro ch’un fiato + di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perché muta lato. + + Che voce avrai tu più, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, + + pria che passin mill’ anni? ch’è più corto + spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia + al cerchio che più tardi in cielo è torto. + + Colui che del cammin sì poco piglia + dinanzi a me, Toscana sonò tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + + ond’ era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo sì com’ ora è putta. + + La vostra nominanza è color d’erba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba». + + E io a lui: «Tuo vero dir m’incora + bona umiltà, e gran tumor m’appiani; + ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». + + «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; + ed è qui perché fu presuntüoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + + Ito è così e va, sanza riposo, + poi che morì; cotal moneta rende + a sodisfar chi è di là troppo oso». + + E io: «Se quello spirito ch’attende, + pria che si penta, l’orlo de la vita, + qua giù dimora e qua sù non ascende, + + se buona orazïon lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?». + + «Quando vivea più glorïoso», disse, + «liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, s’affisse; + + e lì, per trar l’amico suo di pena, + ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + + Più non dirò, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini + faranno sì che tu potrai chiosarlo. + + Quest’ opera li tolse quei confini». + + + + Purgatorio • Canto XII + + + Di pari, come buoi che vanno a giogo, + m’andava io con quell’ anima carca, + fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. + + Ma quando disse: «Lascia lui e varca; + ché qui è buono con l’ali e coi remi, + quantunque può, ciascun pinger sua barca»; + + dritto sì come andar vuolsi rife’mi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + + Io m’era mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + già mostravam com’ eravam leggeri; + + ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: + buon ti sarà, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue». + + Come, perché di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel ch’elli eran pria, + + onde lì molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a’ pïi dà de le calcagne; + + sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza + secondo l’artificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + + Vedea colui che fu nobil creato + più ch’altra creatura, giù dal cielo + folgoreggiando scender, da l’un lato. + + Vedëa Brïareo fitto dal telo + celestïal giacer, da l’altra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra d’i Giganti sparte. + + Vedea Nembròt a piè del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. + + O Nïobè, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + + O Saùl, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelboè, + che poi non sentì pioggia né rugiada! + + O folle Aragne, sì vedea io te + già mezza ragna, trista in su li stracci + de l’opera che mal per te si fé. + + O Roboàm, già non par che minacci + quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. + + Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre fé caro + parer lo sventurato addornamento. + + Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherìb dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + + Mostrava la ruina e ’l crudo scempio + che fé Tamiri, quando disse a Ciro: + «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». + + Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + + Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Ilïón, come te basso e vile + mostrava il segno che lì si discerne! + + Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + + Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant’ io calcai, fin che chinato givi. + + Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli d’Eva, e non chinate il volto + sì che veggiate il vostro mal sentero! + + Più era già per noi del monte vòlto + e del cammin del sole assai più speso + che non stimava l’animo non sciolto, + + quando colui che sempre innanzi atteso + andava, cominciò: «Drizza la testa; + non è più tempo di gir sì sospeso. + + Vedi colà un angel che s’appresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del dì l’ancella sesta. + + Di reverenza il viso e li atti addorna, + sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; + pensa che questo dì mai non raggiorna!». + + Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, sì che ’n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + + A noi venìa la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + + Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; + disse: «Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + + A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar sù nata, + perché a poco vento così cadi?». + + Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batté l’ali per la fronte; + poi mi promise sicura l’andata. + + Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + + si rompe del montar l’ardita foga + per le scalee che si fero ad etade + ch’era sicuro il quaderno e la doga; + + così s’allenta la ripa che cade + quivi ben ratta da l’altro girone; + ma quinci e quindi l’alta pietra rade. + + Noi volgendo ivi le nostre persone, + ‘Beati pauperes spiritu!’ voci + cantaron sì, che nol diria sermone. + + Ahi quanto son diverse quelle foci + da l’infernali! ché quivi per canti + s’entra, e là giù per lamenti feroci. + + Già montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo più lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + + Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve + levata s’è da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?». + + Rispuose: «Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, + + fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser sù pinti». + + Allor fec’ io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; + + per che la mano ad accertar s’aiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si può fornir per la veduta; + + e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che ’ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + + a che guardando, il mio duca sorrise. + + + + Purgatorio • Canto XIII + + + Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + + Ivi così una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che l’arco suo più tosto piega. + + Ombra non lì è né segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + + «Se qui per dimandar gente s’aspetta», + ragionava il poeta, «io temo forse + che troppo avrà d’indugio nostra eletta». + + Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di sé torse. + + «O dolce lume a cui fidanza i’ entro + per lo novo cammin, tu ne conduci», + dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. + + Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; + s’altra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci». + + Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di là eravam noi già iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + + e verso noi volar furon sentiti, + non però visti, spiriti parlando + a la mensa d’amor cortesi inviti. + + La prima voce che passò volando + ‘Vinum non habent’ altamente disse, + e dietro a noi l’andò reïterando. + + E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ + passò gridando, e anco non s’affisse. + + «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». + E com’ io domandai, ecco la terza + dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. + + E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e però sono + tratte d’amor le corde de la ferza. + + Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che l’udirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + + Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun è lungo la grotta assiso». + + Allora più che prima li occhi apersi; + guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + + E poi che fummo un poco più avanti, + udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: + gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. + + Non credo che per terra vada ancoi + omo sì duro, che non fosse punto + per compassion di quel ch’i’ vidi poi; + + ché, quando fui sì presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + + Di vil ciliccio mi parean coperti, + e l’un sofferia l’altro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + + Così li ciechi a cui la roba falla, + stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, + e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, + + perché ’n altrui pietà tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + + E come a li orbi non approda il sole, + così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, + luce del ciel di sé largir non vole; + + ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra + e cusce sì, come a sparvier selvaggio + si fa però che queto non dimora. + + A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. + + Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; + e però non attese mia dimanda, + ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». + + Virgilio mi venìa da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perché da nulla sponda s’inghirlanda; + + da l’altra parte m’eran le divote + ombre, che per l’orribile costura + premevan sì, che bagnavan le gote. + + Volsimi a loro e: «O gente sicura», + incominciai, «di veder l’alto lume + che ’l disio vostro solo ha in sua cura, + + se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscïenza sì che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + + ditemi, ché mi fia grazioso e caro, + s’anima è qui tra voi che sia latina; + e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». + + «O frate mio, ciascuna è cittadina + d’una vera città; ma tu vuo’ dire + che vivesse in Italia peregrina». + + Questo mi parve per risposta udire + più innanzi alquanto che là dov’ io stava, + ond’ io mi feci ancor più là sentire. + + Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava + in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, + lo mento a guisa d’orbo in sù levava. + + «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, + se tu se’ quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome». + + «Io fui sanese», rispuose, «e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che sé ne presti. + + Savia non fui, avvegna che Sapìa + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + più lieta assai che di ventura mia. + + E perché tu non creda ch’io t’inganni, + odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, + già discendendo l’arco d’i miei anni. + + Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co’ loro avversari, + e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. + + Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + + tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, + gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, + come fé ’l merlo per poca bonaccia. + + Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + + se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + + Ma tu chi se’, che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + sì com’ io credo, e spirando ragioni?». + + «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, ché poca è l’offesa + fatta per esser con invidia vòlti. + + Troppa è più la paura ond’ è sospesa + l’anima mia del tormento di sotto, + che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». + + Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto + qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». + E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. + + E vivo sono; e però mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova + di là per te ancor li mortai piedi». + + «Oh, questa è a udir sì cosa nuova», + rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; + però col priego tuo talor mi giova. + + E cheggioti, per quel che tu più brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. + + Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + più di speranza ch’a trovar la Diana; + + ma più vi perderanno li ammiragli». + + + + Purgatorio • Canto XIV + + + «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». + + «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; + domandal tu che più li t’avvicini, + e dolcemente, sì che parli, acco’lo». + + Così due spirti, l’uno a l’altro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + + e disse l’uno: «O anima che fitta + nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, + per carità ne consola e ne ditta + + onde vieni e chi se’; ché tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu più mai». + + E io: «Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + + Di sovr’ esso rech’ io questa persona: + dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, + ché ’l nome mio ancor molto non suona». + + «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno + con lo ’ntelletto», allora mi rispuose + quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». + + E l’altro disse lui: «Perché nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com’ om fa de l’orribili cose?». + + E l’ombra che di ciò domandata era, + si sdebitò così: «Non so; ma degno + ben è che ’l nome di tal valle pèra; + + ché dal principio suo, ov’ è sì pregno + l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, + che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, + + infin là ’ve si rende per ristoro + di quel che ’l ciel de la marina asciuga, + ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, + + vertù così per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + + ond’ hanno sì mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + + Tra brutti porci, più degni di galle + che d’altro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + + Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi più che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + + Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, + tanto più trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + + Discesa poi per più pelaghi cupi, + trova le volpi sì piene di froda, + che non temono ingegno che le occùpi. + + Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; + e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta + di ciò che vero spirto mi disnoda. + + Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + + Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e sé di pregio priva. + + Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva». + + Com’ a l’annunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui ch’ascolta, + da qual che parte il periglio l’assanni, + + così vid’ io l’altr’ anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. + + Lo dir de l’una e de l’altra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + + per che lo spirto che di pria parlòmi + ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca + nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. + + Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti sarò scarso; + però sappi ch’io fui Guido del Duca. + + Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto m’avresti di livore sparso. + + Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perché poni ’l core + là ’v’ è mestier di consorte divieto? + + Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s’è reda poi del suo valore. + + E non pur lo suo sangue è fatto brullo, + tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + + ché dentro a questi termini è ripieno + di venenosi sterpi, sì che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + + Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + + Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, + quando rimembro, con Guido da Prata, + Ugolin d’Azzo che vivette nosco, + + Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e l’una gente e l’altra è diretata), + + le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi + che ne ’nvogliava amore e cortesia + là dove i cuor son fatti sì malvagi. + + O Bretinoro, ché non fuggi via, + poi che gita se n’è la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti più s’impiglia. + + Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio + lor sen girà; ma non però che puro + già mai rimagna d’essi testimonio. + + O Ugolin de’ Fantolin, sicuro + è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + + Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta + troppo di pianger più che di parlare, + sì m’ha nostra ragion la mente stretta». + + Noi sapavam che quell’ anime care + ci sentivano andar; però, tacendo, + facëan noi del cammin confidare. + + Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando l’aere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + + ‘Anciderammi qualunque m’apprende’; + e fuggì come tuon che si dilegua, + se sùbito la nuvola scoscende. + + Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, + ed ecco l’altra con sì gran fracasso, + che somigliò tonar che tosto segua: + + «Io sono Aglauro che divenni sasso»; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci, e non innanzi, il passo. + + Già era l’aura d’ogne parte queta; + ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo + che dovria l’uom tener dentro a sua meta. + + Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo + de l’antico avversaro a sé vi tira; + e però poco val freno o richiamo. + + Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e l’occhio vostro pur a terra mira; + + onde vi batte chi tutto discerne». + + + + Purgatorio • Canto XV + + + Quanto tra l’ultimar de l’ora terza + e ’l principio del dì par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + + tanto pareva già inver’ la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero là, e qui mezza notte era. + + E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, + perché per noi girato era sì ’l monte, + che già dritti andavamo inver’ l’occaso, + + quand’ io senti’ a me gravar la fronte + a lo splendore assai più che di prima, + e stupor m’eran le cose non conte; + + ond’ io levai le mani inver’ la cima + de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + + Come quando da l’acqua o da lo specchio + salta lo raggio a l’opposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + + a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + sì come mostra esperïenza e arte; + + così mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + + «Che è quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia», + diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». + + «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia + la famiglia del cielo», a me rispuose: + «messo è che viene ad invitar ch’om saglia. + + Tosto sarà ch’a veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose». + + Poi giunti fummo a l’angel benedetto, + con lieta voce disse: «Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto». + + Noi montavam, già partiti di linci, + e ‘Beati misericordes!’ fue + cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. + + Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + + e dirizza’mi a lui sì dimandando: + «Che volse dir lo spirto di Romagna, + e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». + + Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna + conosce il danno; e però non s’ammiri + se ne riprende perché men si piagna. + + Perché s’appuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a’ sospiri. + + Ma se l’amor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + + ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, + tanto possiede più di ben ciascuno, + e più di caritate arde in quel chiostro». + + «Io son d’esser contento più digiuno», + diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, + e più di dubbio ne la mente aduno. + + Com’ esser puote ch’un ben, distributo + in più posseditor, faccia più ricchi + di sé che se da pochi è posseduto?». + + Ed elli a me: «Però che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + + Quello infinito e ineffabil bene + che là sù è, così corre ad amore + com’ a lucido corpo raggio vene. + + Tanto si dà quanto trova d’ardore; + sì che, quantunque carità si stende, + cresce sovr’ essa l’etterno valore. + + E quanta gente più là sù s’intende, + più v’è da bene amare, e più vi s’ama, + e come specchio l’uno a l’altro rende. + + E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torrà questa e ciascun’ altra brama. + + Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son già le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente». + + Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, + vidimi giunto in su l’altro girone, + sì che tacer mi fer le luci vaghe. + + Ivi mi parve in una visïone + estatica di sùbito esser tratto, + e vedere in un tempio più persone; + + e una donna, in su l’entrar, con atto + dolce di madre dicer: «Figliuol mio, + perché hai tu così verso noi fatto? + + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo». E come qui si tacque, + ciò che pareva prima, dispario. + + Indi m’apparve un’altra con quell’ acque + giù per le gote che ’l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + + e dir: «Se tu se’ sire de la villa + del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, + e onde ogne scïenza disfavilla, + + vendica te di quelle braccia ardite + ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». + E ’l segnor mi parea, benigno e mite, + + risponder lei con viso temperato: + «Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama è per noi condannato?», + + Poi vidi genti accese in foco d’ira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a sé pur: «Martira, martira!». + + E lui vedea chinarsi, per la morte + che l’aggravava già, inver’ la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + + orando a l’alto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a’ suoi persecutori, + con quello aspetto che pietà diserra. + + Quando l’anima mia tornò di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + + Lo duca mio, che mi potea vedere + far sì com’ om che dal sonno si slega, + disse: «Che hai che non ti puoi tenere, + + ma se’ venuto più che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?». + + «O dolce padre mio, se tu m’ascolte, + io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve + quando le gambe mi furon sì tolte». + + Ed ei: «Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + + Ciò che vedesti fu perché non scuse + d’aprir lo core a l’acque de la pace + che da l’etterno fonte son diffuse. + + Non dimandai “Che hai?” per quel che face + chi guarda pur con l’occhio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + + ma dimandai per darti forza al piede: + così frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede». + + Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + né da quello era loco da cansarsi. + + Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. + + + + Purgatorio • Canto XVI + + + Buio d’inferno e di notte privata + d’ogne pianeto, sotto pover cielo, + quant’ esser può di nuvol tenebrata, + + non fece al viso mio sì grosso velo + come quel fummo ch’ivi ci coperse, + né a sentir di così aspro pelo, + + che l’occhio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi s’accostò e l’omero m’offerse. + + Sì come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che ’l molesti, o forse ancida, + + m’andava io per l’aere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». + + Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + l’Agnel di Dio che le peccata leva. + + Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + sì che parea tra esse ogne concordia. + + «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», + diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, + e d’iracundia van solvendo il nodo». + + «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?». + + Così per una voce detto fue; + onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, + e domanda se quinci si va sùe». + + E io: «O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi». + + «Io ti seguiterò quanto mi lece», + rispuose; «e se veder fummo non lascia, + l’udir ci terrà giunti in quella vece». + + Allora incominciai: «Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per l’infernale ambascia. + + E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + + non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte». + + «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso l’arco. + + Per montar sù dirittamente vai». + Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego + che per me prieghi quando sù sarai». + + E io a lui: «Per fede mi ti lego + di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. + + Prima era scempio, e ora è fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. + + Lo mondo è ben così tutto diserto + d’ogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + + ma priego che m’addite la cagione, + sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; + ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». + + Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», + mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, + lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. + + Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + + Se così fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + + Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, + lume v’è dato a bene e a malizia, + + e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + + A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. + + Però, se ’l mondo presente disvia, + in voi è la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne sarò or vera spia. + + Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + + l’anima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a ciò che la trastulla. + + Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + + Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver, che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, però che ’l pastor che procede, + rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; + + per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, + di quel si pasce, e più oltre non chiede. + + Ben puoi veder che la mala condotta + è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, + e non natura che ’n voi sia corrotta. + + Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, + due soli aver, che l’una e l’altra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + + L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada + col pasturale, e l’un con l’altro insieme + per viva forza mal convien che vada; + + però che, giunti, l’un l’altro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. + + In sul paese ch’Adice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + + or può sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o d’appressarsi. + + Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna + l’antica età la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + + Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma, + francescamente, il semplice Lombardo. + + Dì oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in sé due reggimenti, + cade nel fango, e sé brutta e la soma». + + «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; + e or discerno perché dal retaggio + li figli di Levì furono essenti. + + Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio + di’ ch’è rimaso de la gente spenta, + in rimprovèro del secol selvaggio?». + + «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», + rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + + Per altro sopranome io nol conosco, + s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. + + Vedi l’albor che per lo fummo raia + già biancheggiare, e me convien partirmi + (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». + + Così tornò, e più non volle udirmi. + + + + Purgatorio • Canto XVII + + + Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + + come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + + e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com’ io rividi + lo sole in pria, che già nel corcar era. + + Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi + del mio maestro, usci’ fuor di tal nube + ai raggi morti già ne’ bassi lidi. + + O imaginativa che ne rube + talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge + perché dintorno suonin mille tube, + + chi move te, se ’l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel s’informa, + per sé o per voler che giù lo scorge. + + De l’empiezza di lei che mutò forma + ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, + ne l’imagine mia apparve l’orma; + + e qui fu la mia mente sì ristretta + dentro da sé, che di fuor non venìa + cosa che fosse allor da lei ricetta. + + Poi piovve dentro a l’alta fantasia + un crucifisso, dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + + intorno ad esso era il grande Assüero, + Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far così intero. + + E come questa imagine rompeo + sé per sé stessa, a guisa d’una bulla + cui manca l’acqua sotto qual si feo, + + surse in mia visïone una fanciulla + piangendo forte, e dicea: «O regina, + perché per ira hai voluto esser nulla? + + Ancisa t’hai per non perder Lavina; + or m’hai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». + + Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + + così l’imaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch’è in nostro uso. + + I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, + quando una voce disse «Qui si monta», + che da ogne altro intento mi rimosse; + + e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + + Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + così la mia virtù quivi mancava. + + «Questo è divino spirito, che ne la + via da ir sù ne drizza sanza prego, + e col suo lume sé medesmo cela. + + Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; + ché quale aspetta prego e l’uopo vede, + malignamente già si mette al nego. + + Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che s’abbui, + ché poi non si poria, se ’l dì non riede». + + Così disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto ch’io al primo grado fui, + + senti’mi presso quasi un muover d’ala + e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati + pacifici, che son sanz’ ira mala!’. + + Già eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da più lati. + + ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, + fra me stesso dicea, ché mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + + Noi eravam dove più non saliva + la scala sù, ed eravamo affissi, + pur come nave ch’a la piaggia arriva. + + E io attesi un poco, s’io udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + + «Dolce mio padre, dì, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». + + Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + + Ma perché più aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora». + + «Né creator né creatura mai», + cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, + o naturale o d’animo; e tu ’l sai. + + Lo naturale è sempre sanza errore, + ma l’altro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + + Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, + e ne’ secondi sé stesso misura, + esser non può cagion di mal diletto; + + ma quando al mal si torce, o con più cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra ’l fattore adovra sua fattura. + + Quinci comprender puoi ch’esser convene + amor sementa in voi d’ogne virtute + e d’ogne operazion che merta pene. + + Or, perché mai non può da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da l’odio proprio son le cose tute; + + e perché intender non si può diviso, + e per sé stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto è deciso. + + Resta, se dividendo bene stimo, + che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + + È chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + ch’el sia di sua grandezza in basso messo; + + è chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch’ altri sormonti, + onde s’attrista sì che ’l contrario ama; + + ed è chi per ingiuria par ch’aonti, + sì che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che ’l male altrui impronti. + + Questo triforme amor qua giù di sotto + si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + + Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti l’animo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + + Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + + Altro ben è che non fa l’uom felice; + non è felicità, non è la buona + essenza, d’ogne ben frutto e radice. + + L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, + di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + + tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». + + + + Purgatorio • Canto XVIII + + + Posto avea fine al suo ragionamento + l’alto dottore, e attento guardava + ne la mia vista s’io parea contento; + + e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse + lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. + + Ma quel padre verace, che s’accorse + del timido voler che non s’apriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + + Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva + sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + + Però ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e ’l suo contraro». + + «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci + de lo ’ntelletto, e fieti manifesto + l’error de’ ciechi che si fanno duci. + + L’animo, ch’è creato ad amar presto, + ad ogne cosa è mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto è desto. + + Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + sì che l’animo ad essa volger face; + + e se, rivolto, inver’ di lei si piega, + quel piegare è amor, quell’ è natura + che per piacer di novo in voi si lega. + + Poi, come ’l foco movesi in altura + per la sua forma ch’è nata a salire + là dove più in sua matera dura, + + così l’animo preso entra in disire, + ch’è moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + + Or ti puote apparer quant’ è nascosa + la veritate a la gente ch’avvera + ciascun amore in sé laudabil cosa; + + però che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + è buono, ancor che buona sia la cera». + + «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», + rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, + ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; + + ché, s’amore è di fuori a noi offerto + e l’anima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non è suo merto». + + Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, + dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta + pur a Beatrice, ch’è opra di fede. + + Ogne forma sustanzïal, che setta + è da matera ed è con lei unita, + specifica vertute ha in sé colletta, + + la qual sanza operar non è sentita, + né si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + + Però, là onde vegna lo ’ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de’ primi appetibili l’affetto, + + che sono in voi sì come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + + Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, + innata v’è la virtù che consiglia, + e de l’assenso de’ tener la soglia. + + Quest’ è ’l principio là onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + + Color che ragionando andaro al fondo, + s’accorser d’esta innata libertate; + però moralità lasciaro al mondo. + + Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi s’accende, + di ritenerlo è in voi la podestate. + + La nobile virtù Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e però guarda + che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». + + La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer più rade, + fatta com’ un secchion che tuttor arda; + + e correa contro ’l ciel per quelle strade + che ’l sole infiamma allor che quel da Roma + tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. + + E quell’ ombra gentil per cui si noma + Pietola più che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + + per ch’io, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com’ om che sonnolento vana. + + Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era già volta. + + E quale Ismeno già vide e Asopo + lungo di sè di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + + cotal per quel giron suo passo falca, + per quel ch’io vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + + Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + + «Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna». + + «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda + per poco amor», gridavan li altri appresso, + «che studio di ben far grazia rinverda». + + «O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + + questi che vive, e certo i’ non vi bugio, + vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; + però ne dite ond’ è presso il pertugio». + + Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: «Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + + Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, + che restar non potem; però perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + + Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + + E tale ha già l’un piè dentro la fossa, + che tosto piangerà quel monastero, + e tristo fia d’avere avuta possa; + + perché suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero». + + Io non so se più disse o s’ei si tacque, + tant’ era già di là da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + + E quei che m’era ad ogne uopo soccorso + disse: «Volgiti qua: vedine due + venir dando a l’accidïa di morso». + + Di retro a tutti dicean: «Prima fue + morta la gente a cui il mar s’aperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + + E quella che l’affanno non sofferse + fino a la fine col figlio d’Anchise, + sé stessa a vita sanza gloria offerse». + + Poi quando fuor da noi tanto divise + quell’ ombre, che veder più non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + + del qual più altri nacquero e diversi; + e tanto d’uno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + + e ’l pensamento in sogno trasmutai. + + + + Purgatorio • Canto XIX + + + Ne l’ora che non può ’l calor dïurno + intepidar più ’l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + + —quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in orïente, innanzi a l’alba, + surger per via che poco le sta bruna—, + + mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + + Io la mirava; e come ’l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + così lo sguardo mio le facea scorta + + la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco d’ora, e lo smarrito volto, + com’ amor vuol, così le colorava. + + Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, + cominciava a cantar sì, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + + «Io son», cantava, «io son dolce serena, + che ’ marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + + Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco s’ausa, + rado sen parte; sì tutto l’appago!». + + Ancor non era sua bocca richiusa, + quand’ una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + + «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», + fieramente dicea; ed el venìa + con li occhi fitti pur in quella onesta. + + L’altra prendea, e dinanzi l’apria + fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; + quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. + + Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre + voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; + troviam l’aperta per la qual tu entre». + + Sù mi levai, e tutti eran già pieni + de l’alto dì i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + + Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che l’ha di pensier carca, + che fa di sé un mezzo arco di ponte; + + quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + + Con l’ali aperte, che parean di cigno, + volseci in sù colui che sì parlonne + tra due pareti del duro macigno. + + Mosse le penne poi e ventilonne, + ‘Qui lugent’ affermando esser beati, + ch’avran di consolar l’anime donne. + + «Che hai che pur inver’ la terra guati?», + la guida mia incominciò a dirmi, + poco amendue da l’angel sormontati. + + E io: «Con tanta sospeccion fa irmi + novella visïon ch’a sé mi piega, + sì ch’io non posso dal pensar partirmi». + + «Vedesti», disse, «quell’antica strega + che sola sovr’ a noi omai si piagne; + vedesti come l’uom da lei si slega. + + Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne». + + Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che là il tira, + + tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. + + Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + + ‘Adhaesit pavimento anima mea’ + sentia dir lor con sì alti sospiri, + che la parola a pena s’intendea. + + «O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri». + + «Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via più tosto, + le vostre destre sien sempre di fori». + + Così pregò ’l poeta, e sì risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io + nel parlare avvisai l’altro nascosto, + + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond’ elli m’assentì con lieto cenno + ciò che chiedea la vista del disio. + + Poi ch’io potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + + dicendo: «Spirto in cui pianger matura + quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + + Chi fosti e perché vòlti avete i dossi + al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri + cosa di là ond’ io vivendo mossi». + + Ed elli a me: «Perché i nostri diretri + rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + + Intra Sïestri e Chiaveri s’adima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + + Un mese e poco più prova’ io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte l’altre some. + + La mia conversïone, omè!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + così scopersi la vita bugiarda. + + Vidi che lì non s’acquetava il core, + né più salir potiesi in quella vita; + per che di questa in me s’accese amore. + + Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + + Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de l’anime converse; + e nulla pena il monte ha più amara. + + Sì come l’occhio nostro non s’aderse + in alto, fisso a le cose terrene, + così giustizia qui a terra il merse. + + Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdési, + così giustizia qui stretti ne tene, + + ne’ piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi». + + Io m’era inginocchiato e volea dire; + ma com’ io cominciai ed el s’accorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + + «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». + E io a lui: «Per vostra dignitate + mia coscïenza dritto mi rimorse». + + «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», + rispuose; «non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + + Se mai quel santo evangelico suono + che dice ‘Neque nubent’ intendesti, + ben puoi veder perch’ io così ragiono. + + Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; + ché la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo ciò che tu dicesti. + + Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, + buona da sé, pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + + e questa sola di là m’è rimasa». + + + + Purgatorio • Canto XX + + + Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra ’l piacer mio, per piacerli, + trassi de l’acqua non sazia la spugna. + + Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a’ merli; + + ché la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, + da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. + + Maladetta sie tu, antica lupa, + che più che tutte l’altre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + + O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua giù trasmutarsi, + quando verrà per cui questa disceda? + + Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + + e per ventura udi’ «Dolce Maria!» + dinanzi a noi chiamar così nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + + e seguitar: «Povera fosti tanto, + quanto veder si può per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo». + + Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, + con povertà volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio». + + Queste parole m’eran sì piaciute, + ch’io mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + + Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccolò a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + + «O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola + tu queste degne lode rinovelle. + + Non fia sanza mercé la tua parola, + s’io ritorno a compiér lo cammin corto + di quella vita ch’al termine vola». + + Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto + ch’io attenda di là, ma perché tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + + Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + sì che buon frutto rado se ne schianta. + + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + + Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente è Francia retta. + + Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, + + trova’mi stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, + + ch’a la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + + Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + + Lì cominciò con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Pontì e Normandia prese e Guascogna. + + Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima fé di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + + Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. + + Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia + con la qual giostrò Giuda, e quella ponta + sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + + Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagnerà, per sé tanto più grave, + quanto più lieve simil danno conta. + + L’altro, che già uscì preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de l’altre schiave. + + O avarizia, che puoi tu più farne, + poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, + che non si cura de la propria carne? + + Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + + Veggiolo un’altra volta esser deriso; + veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + + Veggio il novo Pilato sì crudele, + che ciò nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + + O Segnor mio, quando sarò io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? + + Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + + tanto è risposto a tutte nostre prece + quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + + Noi repetiam Pigmalïon allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de l’oro ghiotta; + + e la miseria de l’avaro Mida, + che seguì a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + + Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, + come furò le spoglie, sì che l’ira + di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. + + Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; + e in infamia tutto ’l monte gira + + Polinestòr ch’ancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: “Crasso, + dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. + + Talor parla l’uno alto e l’altro basso, + secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + + però al ben che ’l dì ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona». + + Noi eravam partiti già da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder n’era permesso, + + quand’ io senti’, come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui ch’a morte vada. + + Certo non si scoteo sì forte Delo, + pria che Latona in lei facesse ’l nido + a parturir li due occhi del cielo. + + Poi cominciò da tutte parti un grido + tal, che ’l maestro inverso me si feo, + dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». + + ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ + dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + + No’ istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che ’l tremar cessò ed el compiési. + + Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando l’ombre che giacean per terra, + tornate già in su l’usato pianto. + + Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi fé desideroso di sapere, + se la memoria mia in ciò non erra, + + quanta pareami allor, pensando, avere; + né per la fretta dimandare er’ oso, + né per me lì potea cosa vedere: + + così m’andava timido e pensoso. + + + + Purgatorio • Canto XXI + + + La sete natural che mai non sazia + se non con l’acqua onde la femminetta + samaritana domandò la grazia, + + mi travagliava, e pungeami la fretta + per la ’mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + + Ed ecco, sì come ne scrive Luca + che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, + già surto fuor de la sepulcral buca, + + ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, + dal piè guardando la turba che giace; + né ci addemmo di lei, sì parlò pria, + + dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». + Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio + rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. + + Poi cominciò: «Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne l’etterno essilio». + + «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: + «se voi siete ombre che Dio sù non degni, + chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». + + E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni + che questi porta e che l’angel profila, + ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. + + Ma perché lei che dì e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + + l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, + venendo sù, non potea venir sola, + però ch’al nostro modo non adocchia. + + Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola + d’inferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. + + Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli + diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una + parve gridare infino a’ suoi piè molli». + + Sì mi diè, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + + Quei cominciò: «Cosa non è che sanza + ordine senta la religïone + de la montagna, o che sia fuor d’usanza. + + Libero è qui da ogne alterazione: + di quel che ’l ciel da sé in sé riceve + esser ci puote, e non d’altro, cagione. + + Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina più sù cade + che la scaletta di tre gradi breve; + + nuvole spesse non paion né rade, + né coruscar, né figlia di Taumante, + che di là cangia sovente contrade; + + secco vapor non surge più avante + ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, + dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. + + Trema forse più giù poco o assai; + ma per vento che ’n terra si nasconda, + non so come, qua sù non tremò mai. + + Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, sì che surga o che si mova + per salir sù; e tal grido seconda. + + De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + l’alma sorprende, e di voler le giova. + + Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + + E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent’ anni e più, pur mo sentii + libera volontà di miglior soglia: + + però sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». + + Così ne disse; e però ch’el si gode + tanto del ber quant’ è grande la sete, + non saprei dir quant’ el mi fece prode. + + E ’l savio duca: «Omai veggio la rete + che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, + perché ci trema e di che congaudete. + + Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, + e perché tanti secoli giaciuto + qui se’, ne le parole tue mi cappia». + + «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto + del sommo rege, vendicò le fóra + ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, + + col nome che più dura e più onora + era io di là», rispuose quello spirto, + «famoso assai, ma non con fede ancora. + + Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a sé mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + + Stazio la gente ancor di là mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + + Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati più di mille; + + de l’Eneïda dico, la qual mamma + fummi, e fummi nutrice, poetando: + sanz’ essa non fermai peso di dramma. + + E per esser vivuto di là quando + visse Virgilio, assentirei un sole + più che non deggio al mio uscir di bando». + + Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; + ma non può tutto la virtù che vuole; + + ché riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne’ più veraci. + + Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; + per che l’ombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; + + e «Se tanto labore in bene assommi», + disse, «perché la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?». + + Or son io d’una parte e d’altra preso: + l’una mi fa tacer, l’altra scongiura + ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso + + dal mio maestro, e «Non aver paura», + mi dice, «di parlar; ma parla e digli + quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». + + Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider ch’io fei; + ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. + + Questi che guida in alto li occhi miei, + è quel Virgilio dal qual tu togliesti + forte a cantar de li uomini e d’i dèi. + + Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti». + + Già s’inchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: «Frate, + non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». + + Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate + comprender de l’amor ch’a te mi scalda, + quand’ io dismento nostra vanitate, + + trattando l’ombre come cosa salda». + + + + Purgatorio • Canto XXII + + + Già era l’angel dietro a noi rimaso, + l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + + e quei c’hanno a giustizia lor disiro + detto n’avea beati, e le sue voci + con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. + + E io più lieve che per l’altre foci + m’andava, sì che sanz’ alcun labore + seguiva in sù li spiriti veloci; + + quando Virgilio incominciò: «Amore, + acceso di virtù, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + + onde da l’ora che tra noi discese + nel limbo de lo ’nferno Giovenale, + che la tua affezion mi fé palese, + + mia benvoglienza inverso te fu quale + più strinse mai di non vista persona, + sì ch’or mi parran corte queste scale. + + Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurtà m’allarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + + come poté trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?». + + Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. + + Veramente più volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + + La tua dimanda tuo creder m’avvera + esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, + forse per quella cerchia dov’ io era. + + Or sappi ch’avarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + + E se non fosse ch’io drizzai mia cura, + quand’ io intesi là dove tu chiame, + crucciato quasi a l’umana natura: + + ‘Per che non reggi tu, o sacra fame + de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, + voltando sentirei le giostre grame. + + Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali + potean le mani a spendere, e pente’mi + così di quel come de li altri mali. + + Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! + + E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + + però, s’io son tra quella gente stato + che piange l’avarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m’è incontrato». + + «Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta», + disse ’l cantor de’ buccolici carmi, + + «per quello che Clïò teco lì tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + + Se così è, qual sole o quai candele + ti stenebraron sì, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?». + + Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio m’alluminasti. + + Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e sé non giova, + ma dopo sé fa le persone dotte, + + quando dicesti: ‘Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progenïe scende da ciel nova’. + + Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, + a colorare stenderò la mano. + + Già era ’l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de l’etterno regno; + + e la parola tua sopra toccata + si consonava a’ nuovi predicanti; + ond’ io a visitarli presi usata. + + Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + + e mentre che di là per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + + E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi + di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fu’mi, + + lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. + + Tu dunque, che levato hai il coperchio + che m’ascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + + dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico». + + «Costoro e Persio e io e altri assai», + rispuose il duca mio, «siam con quel Greco + che le Muse lattar più ch’altri mai, + + nel primo cinghio del carcere cieco; + spesse fïate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + + Euripide v’è nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri piùe + Greci che già di lauro ornar la fronte. + + Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Deïfile e Argia, + e Ismene sì trista come fue. + + Védeisi quella che mostrò Langia; + èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, + e con le suore sue Deïdamia». + + Tacevansi ambedue già li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + + e già le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in sù l’ardente corno, + + quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo». + + Così l’usanza fu lì nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per l’assentir di quell’ anima degna. + + Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + ch’a poetar mi davano intelletto. + + Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + + e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, così quello in giuso, + cred’ io, perché persona sù non vada. + + Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, + cadea de l’alta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + + Li due poeti a l’alber s’appressaro; + e una voce per entro le fronde + gridò: «Di questo cibo avrete caro». + + Poi disse: «Più pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. + + E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon d’acqua; e Danïello + dispregiò cibo e acquistò savere. + + Lo secol primo, quant’ oro fu bello, + fé savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + + Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per ch’elli è glorïoso e tanto grande + + quanto per lo Vangelio v’è aperto». + + + + Purgatorio • Canto XXIII + + + Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava ïo sì come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + + lo più che padre mi dicea: «Figliuole, + vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto + più utilmente compartir si vuole». + + Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan sìe, + che l’andar mi facean di nullo costo. + + Ed ecco piangere e cantar s’udìe + ‘Labïa mëa, Domine’ per modo + tal, che diletto e doglia parturìe. + + «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», + comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo». + + Sì come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + + così di retro a noi, più tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + d’anime turba tacita e devota. + + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema + che da l’ossa la pelle s’informava. + + Non credo che così a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando più n’ebbe tema. + + Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco + la gente che perdé Ierusalemme, + quando Maria nel figlio diè di becco!’ + + Parean l’occhiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ + ben avria quivi conosciuta l’emme. + + Chi crederebbe che l’odor d’un pomo + sì governasse, generando brama, + e quel d’un’acqua, non sappiendo como? + + Già era in ammirar che sì li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + + ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; + poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». + + Mai non l’avrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. + + Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + + «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia + che mi scolora», pregava, «la pelle, + né a difetto di carne ch’io abbia; + + ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle + due anime che là ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!». + + «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, + mi dà di pianger mo non minor doglia», + rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. + + Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; + non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, + ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». + + Ed elli a me: «De l’etterno consiglio + cade vertù ne l’acqua e ne la pianta + rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. + + Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e ’n sete qui si rifà santa. + + Di bere e di mangiar n’accende cura + l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + + E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + + ché quella voglia a li alberi ci mena + che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, + quando ne liberò con la sua vena». + + E io a lui: «Forese, da quel dì + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. + + Se prima fu la possa in te finita + di peccar più, che sovvenisse l’ora + del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, + + come se’ tu qua sù venuto ancora? + Io ti credea trovar là giù di sotto, + dove tempo per tempo si ristora». + + Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto + a ber lo dolce assenzo d’i martìri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + + Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, + e liberato m’ha de li altri giri. + + Tanto è a Dio più cara e più diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare è più soletta; + + ché la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue più è pudica + che la Barbagia dov’ io la lasciai. + + O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? + Tempo futuro m’è già nel cospetto, + cui non sarà quest’ ora molto antica, + + nel qual sarà in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + l’andar mostrando con le poppe il petto. + + Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + + Ma se le svergognate fosser certe + di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, + già per urlare avrian le bocche aperte; + + ché, se l’antiveder qui non m’inganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + + Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira là dove ’l sol veli». + + Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + + Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda + vi si mostrò la suora di colui», + + e ’l sol mostrai; «costui per la profonda + notte menato m’ha d’i veri morti + con questa vera carne che ’l seconda. + + Indi m’han tratto sù li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che ’l mondo fece torti. + + Tanto dice di farmi sua compagna + che io sarò là dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + + Virgilio è questi che così mi dice», + e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra + per cuï scosse dianzi ogne pendice + + lo vostro regno, che da sé lo sgombra». + + + + Purgatorio • Canto XXIV + + + Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento + facea, ma ragionando andavam forte, + sì come nave pinta da buon vento; + + e l’ombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + + E io, continüando al mio sermone, + dissi: «Ella sen va sù forse più tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + + Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; + dimmi s’io veggio da notar persona + tra questa gente che sì mi riguarda». + + «La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse più, trïunfa lieta + ne l’alto Olimpo già di sua corona». + + Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch’è sì munta + nostra sembianza via per la dïeta. + + Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di là da lui più che l’altre trapunta + + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + l’anguille di Bolsena e la vernaccia». + + Molti altri mi nomò ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + sì ch’io però non vidi un atto bruno. + + Vidi per fame a vòto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pasturò col rocco molte genti. + + Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio + già di bere a Forlì con men secchezza, + e sì fu tal, che non si sentì sazio. + + Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza + più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, + che più parea di me aver contezza. + + El mormorava; e non so che «Gentucca» + sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga + de la giustizia che sì li pilucca. + + «O anima», diss’ io, «che par sì vaga + di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, + e te e me col tuo parlare appaga». + + «Femmina è nata, e non porta ancor benda», + cominciò el, «che ti farà piacere + la mia città, come ch’om la riprenda. + + Tu te n’andrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + + Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». + + E io a lui: «I’ mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + ch’e’ ditta dentro vo significando». + + «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo + che ’l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! + + Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + + e qual più a gradire oltre si mette, + non vede più da l’uno a l’altro stilo»; + e, quasi contentato, si tacette. + + Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan più a fretta e vanno in filo, + + così tutta la gente che lì era, + volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + + E come l’uom che di trottare è lasso, + lascia andar li compagni, e sì passeggia + fin che si sfoghi l’affollar del casso, + + sì lasciò trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». + + «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; + ma già non fïa il tornar mio tantosto, + ch’io non sia col voler prima a la riva; + + però che ’l loco u’ fui a viver posto, + di giorno in giorno più di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto». + + «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, + vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto + inver’ la valle ove mai non si scolpa. + + La bestia ad ogne passo va più ratto, + crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + + Non hanno molto a volger quelle ruote», + e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro + ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. + + Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro + in questo regno, sì ch’io perdo troppo + venendo teco sì a paro a paro». + + Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + + tal si partì da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo sì gran marescalchi. + + E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + + parvermi i rami gravidi e vivaci + d’un altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora vòlto in laci. + + Vidi gente sott’ esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani + + che pregano, e ’l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + + Poi si partì sì come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + + «Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno è più sù che fu morso da Eva, + e questa pianta si levò da esso». + + Sì tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + + «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Tesëo combatter co’ doppi petti; + + e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver’ Madïan discese i colli». + + Sì accostati a l’un d’i due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite già da miseri guadagni. + + Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e più ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + + «Che andate pensando sì voi sol tre?». + sùbita voce disse; ond’ io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + + Drizzai la testa per veder chi fossi; + e già mai non si videro in fornace + vetri o metalli sì lucenti e rossi, + + com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace + montare in sù, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace». + + L’aspetto suo m’avea la vista tolta; + per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, + com’ om che va secondo ch’elli ascolta. + + E quale, annunziatrice de li albori, + l’aura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; + + tal mi senti’ un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti’ mover la piuma, + che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. + + E senti’ dir: «Beati cui alluma + tanto di grazia, che l’amor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + + esurïendo sempre quanto è giusto!». + + + + Purgatorio • Canto XXV + + + Ora era onde ’l salir non volea storpio; + ché ’l sole avëa il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + + per che, come fa l’uom che non s’affigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + + così intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + + E quale il cicognin che leva l’ala + per voglia di volare, e non s’attenta + d’abbandonar lo nido, e giù la cala; + + tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a l’atto + che fa colui ch’a dicer s’argomenta. + + Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca + l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». + + Allor sicuramente apri’ la bocca + e cominciai: «Come si può far magro + là dove l’uopo di nodrir non tocca?». + + «Se t’ammentassi come Meleagro + si consumò al consumar d’un stizzo, + non fora», disse, «a te questo sì agro; + + e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + ciò che par duro ti parrebbe vizzo. + + Ma perché dentro a tuo voler t’adage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage». + + «Se la veduta etterna li dislego», + rispuose Stazio, «là dove tu sie, + discolpi me non potert’ io far nego». + + Poi cominciò: «Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + + Sangue perfetto, che poi non si beve + da l’assetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + + prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + ch’a farsi quelle per le vene vane. + + Ancor digesto, scende ov’ è più bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr’ altrui sangue in natural vasello. + + Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, + l’un disposto a patire, e l’altro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + + e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + ciò che per sua matera fé constare. + + Anima fatta la virtute attiva + qual d’una pianta, in tanto differente, + che questa è in via e quella è già a riva, + + tanto ovra poi, che già si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond’ è semente. + + Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virtù ch’è dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + + Ma come d’animal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, + che più savio di te fé già errante, + + sì che per sua dottrina fé disgiunto + da l’anima il possibile intelletto, + perché da lui non vide organo assunto. + + Apri a la verità che viene il petto; + e sappi che, sì tosto come al feto + l’articular del cerebro è perfetto, + + lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant’ arte di natura, e spira + spirito novo, di vertù repleto, + + che ciò che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, + che vive e sente e sé in sé rigira. + + E perché meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a l’omor che de la vite cola. + + Quando Làchesis non ha più del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e l’umano e ’l divino: + + l’altre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto più che prima agute. + + Sanza restarsi, per sé stessa cade + mirabilmente a l’una de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + + Tosto che loco lì la circunscrive, + la virtù formativa raggia intorno + così e quanto ne le membra vive. + + E come l’aere, quand’ è ben pïorno, + per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, + di diversi color diventa addorno; + + così l’aere vicin quivi si mette + e in quella forma ch’è in lui suggella + virtüalmente l’alma che ristette; + + e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco là ’vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + + Però che quindi ha poscia sua paruta, + è chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + + Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e ’ sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + + Secondo che ci affliggono i disiri + e li altri affetti, l’ombra si figura; + e quest’ è la cagion di che tu miri». + + E già venuto a l’ultima tortura + s’era per noi, e vòlto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + + ond’ ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io temëa ’l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + + Lo duca mio dicea: «Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + però ch’errar potrebbesi per poco». + + ‘Summae Deus clementïae’ nel seno + al grande ardore allora udi’ cantando, + che di volger mi fé caler non meno; + + e vidi spirti per la fiamma andando; + per ch’io guardava a loro e a’ miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + + Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, + gridavano alto: ‘Virum non cognosco’; + indi ricominciavan l’inno bassi. + + Finitolo, anco gridavano: «Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tòsco». + + Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + + E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + + che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + + Purgatorio • Canto XXVI + + + Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, + ce n’andavamo, e spesso il buon maestro + diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; + + feriami il sole in su l’omero destro, + che già, raggiando, tutto l’occidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + + e io facea con l’ombra più rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt’ ombre, andando, poner mente. + + Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: «Colui non par corpo fittizio»; + + poi verso me, quanto potëan farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + + «O tu che vai, non per esser più tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. + + Né solo a me la tua risposta è uopo; + ché tutti questi n’hanno maggior sete + che d’acqua fredda Indo o Etïopo. + + Dinne com’ è che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete». + + Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora + già manifesto, s’io non fossi atteso + ad altra novità ch’apparve allora; + + ché per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + + Lì veggio d’ogne parte farsi presta + ciascun’ ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + + così per entro loro schiera bruna + s’ammusa l’una con l’altra formica, + forse a spïar lor via e lor fortuna. + + Tosto che parton l’accoglienza amica, + prima che ’l primo passo lì trascorra, + sopragridar ciascuna s’affatica: + + la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; + e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, + perché ’l torello a sua lussuria corra». + + Poi, come grue ch’a le montagne Rife + volasser parte, e parte inver’ l’arene, + queste del gel, quelle del sole schife, + + l’una gente sen va, l’altra sen vene; + e tornan, lagrimando, a’ primi canti + e al gridar che più lor si convene; + + e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che m’avean pregato, + attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. + + Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: «O anime sicure + d’aver, quando che sia, di pace stato, + + non son rimase acerbe né mature + le membra mie di là, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + + Quinci sù vo per non esser più cieco; + donna è di sopra che m’acquista grazia, + per che ’l mortal per vostro mondo reco. + + Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi + ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, + + ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi è quella turba + che se ne va di retro a’ vostri terghi». + + Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico s’inurba, + + che ciascun’ ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, + + «Beato te, che de le nostre marche», + ricominciò colei che pria m’inchiese, + «per morir meglio, esperïenza imbarche! + + La gente che non vien con noi, offese + di ciò per che già Cesar, trïunfando, + “Regina” contra sé chiamar s’intese: + + però si parton “Soddoma” gridando, + rimproverando a sé com’ hai udito, + e aiutan l’arsura vergognando. + + Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perché non servammo umana legge, + seguendo come bestie l’appetito, + + in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. + + Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo’ saper chi semo, + tempo non è di dire, e non saprei. + + Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli, e già mi purgo + per ben dolermi prima ch’a lo stremo». + + Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, + + quand’ io odo nomar sé stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime d’amore usar dolci e leggiadre; + + e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fïata rimirando lui, + né, per lo foco, in là più m’appressai. + + Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto m’offersi pronto al suo servigio + con l’affermar che fa credere altrui. + + Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, + per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, + che Letè nol può tòrre né far bigio. + + Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che è cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar d’avermi caro». + + E io a lui: «Li dolci detti vostri, + che, quanto durerà l’uso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri». + + «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno + col dito», e additò un spirto innanzi, + «fu miglior fabbro del parlar materno. + + Versi d’amore e prose di romanzi + soverchiò tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemosì credon ch’avanzi. + + A voce più ch’al ver drizzan li volti, + e così ferman sua oppinïone + prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. + + Così fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che l’ha vinto il ver con più persone. + + Or se tu hai sì ampio privilegio, + che licito ti sia l’andare al chiostro + nel quale è Cristo abate del collegio, + + falli per me un dir d’un paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non è più nostro». + + Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per l’acqua il pesce andando al fondo. + + Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi ch’al suo nome il mio disire + apparecchiava grazïoso loco. + + El cominciò liberamente a dire: + «Tan m’abellis vostre cortes deman, + qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi qu’esper, denan. + + Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de l’escalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!». + + Poi s’ascose nel foco che li affina. + + + + Purgatorio • Canto XXVII + + + Sì come quando i primi raggi vibra + là dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto l’alta Libra, + + e l’onde in Gange da nona rïarse, + sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, + come l’angel di Dio lieto ci apparse. + + Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava ‘Beati mundo corde!’ + in voce assai più che la nostra viva. + + Poscia «Più non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di là non siate sorde», + + ci disse come noi li fummo presso; + per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, + qual è colui che ne la fossa è messo. + + In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi già veduti accesi. + + Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, + qui può esser tormento, ma non morte. + + Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Gerïon ti guidai salvo, + che farò ora presso più a Dio? + + Credi per certo che se dentro a l’alvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far d’un capel calvo. + + E se tu forse credi ch’io t’inganni, + fatti ver’ lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. + + Pon giù omai, pon giù ogne temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». + E io pur fermo e contra coscïenza. + + Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: + tra Bëatrice e te è questo muro». + + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che ’l gelso diventò vermiglio; + + così, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + + Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! + volenci star di qua?»; indi sorrise + come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. + + Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + + Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. + + Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». + + Guidavaci una voce che cantava + di là; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor là ove si montava. + + ‘Venite, benedicti Patris mei’, + sonò dentro a un lume che lì era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + + «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; + non v’arrestate, ma studiate il passo, + mentre che l’occidente non si annera». + + Dritta salia la via per entro ’l sasso + verso tal parte ch’io toglieva i raggi + dinanzi a me del sol ch’era già basso. + + E di pochi scaglion levammo i saggi, + che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + + E pria che ’n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + + ciascun di noi d’un grado fece letto; + ché la natura del monte ci affranse + la possa del salir più e ’l diletto. + + Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + + tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, + guardate dal pastor, che ’n su la verga + poggiato s’è e lor di posa serve; + + e quale il mandrïan che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perché fiera non lo sperga; + + tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi d’alta grotta. + + Poco parer potea lì del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e più chiare e maggiori. + + Sì ruminando e sì mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. + + Ne l’ora, credo, che de l’orïente + prima raggiò nel monte Citerea, + che di foco d’amor par sempre ardente, + + giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + + «Sappia qualunque il mio nome dimanda + ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + + Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + + Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga + com’ io de l’addornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». + + E già per li splendori antelucani, + che tanto a’ pellegrin surgon più grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + + le tenebre fuggian da tutti lati, + e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, + veggendo i gran maestri già levati. + + «Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de’ mortali, + oggi porrà in pace le tue fami». + + Virgilio inverso me queste cotali + parole usò; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + + Tanto voler sopra voler mi venne + de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + + Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su ’l grado superno, + in me ficcò Virgilio li occhi suoi, + + e disse: «Il temporal foco e l’etterno + veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte + dov’ io per me più oltre non discerno. + + Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. + + Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; + vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da sé produce. + + Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + + Non aspettar mio dir più né mio cenno; + libero, dritto e sano è tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + + per ch’io te sovra te corono e mitrio». + + + + Purgatorio • Canto XXVIII + + + Vago già di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + ch’a li occhi temperava il novo giorno, + + sanza più aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che d’ogne parte auliva. + + Un’aura dolce, sanza mutamento + avere in sé, mi feria per la fronte + non di più colpo che soave vento; + + per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; + + non però dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser d’operare ogne lor arte; + + ma con piena letizia l’ore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + + tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su ’l lito di Chiassi, + quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. + + Già m’avean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, ch’io + non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; + + ed ecco più andar mi tolse un rio, + che ’nver’ sinistra con sue picciole onde + piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. + + Tutte l’acque che son di qua più monde, + parrieno avere in sé mistura alcuna + verso di quella, che nulla nasconde, + + avvegna che si mova bruna bruna + sotto l’ombra perpetüa, che mai + raggiar non lascia sole ivi né luna. + + Coi piè ristetti e con li occhi passai + di là dal fiumicello, per mirare + la gran varïazion d’i freschi mai; + + e là m’apparve, sì com’ elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + + una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond’ era pinta tutta la sua via. + + «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore + ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti + che soglion esser testimon del core, + + vegnati in voglia di trarreti avanti», + diss’ io a lei, «verso questa rivera, + tanto ch’io possa intender che tu canti. + + Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera». + + Come si volge, con le piante strette + a terra e intra sé, donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + + volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + + e fece i prieghi miei esser contenti, + sì appressando sé, che ’l dolce suono + veniva a me co’ suoi intendimenti. + + Tosto che fu là dove l’erbe sono + bagnate già da l’onde del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + + Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + + Ella ridea da l’altra riva dritta, + trattando più color con le sue mani, + che l’alta terra sanza seme gitta. + + Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, là ’ve passò Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + + più odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch’ allor non s’aperse. + + «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», + cominciò ella, «in questo luogo eletto + a l’umana natura per suo nido, + + maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + + E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, + dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta + ad ogne tua question tanto che basti». + + «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa ch’io udi’ contraria a questa». + + Ond’ ella: «Io dicerò come procede + per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, + e purgherò la nebbia che ti fiede. + + Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, + fé l’uom buono e a bene, e questo loco + diede per arr’ a lui d’etterna pace. + + Per sua difalta qui dimorò poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambiò onesto riso e dolce gioco. + + Perché ’l turbar che sotto da sé fanno + l’essalazion de l’acqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + + a l’uomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salìo verso ’l ciel tanto, + e libero n’è d’indi ove si serra. + + Or perché in circuito tutto quanto + l’aere si volge con la prima volta, + se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, + + in questa altezza ch’è tutta disciolta + ne l’aere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch’ è folta; + + e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute l’aura impregna + e quella poi, girando, intorno scuote; + + e l’altra terra, secondo ch’è degna + per sé e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virtù diverse legna. + + Non parrebbe di là poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi s’appiglia. + + E saper dei che la campagna santa + dove tu se’, d’ogne semenza è piena, + e frutto ha in sé che di là non si schianta. + + L’acqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume ch’acquista e perde lena; + + ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant’ ella versa da due parti aperta. + + Da questa parte con virtù discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da l’altra d’ogne ben fatto la rende. + + Quinci Letè; così da l’altro lato + Eünoè si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non è gustato: + + a tutti altri sapori esto è di sopra. + E avvegna ch’assai possa esser sazia + la sete tua perch’ io più non ti scuopra, + + darotti un corollario ancor per grazia; + né credo che ’l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + + Quelli ch’anticamente poetaro + l’età de l’oro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + + Qui fu innocente l’umana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare è questo di che ciascun dice». + + Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto + a’ miei poeti, e vidi che con riso + udito avëan l’ultimo costrutto; + + poi a la bella donna torna’ il viso. + + + + Purgatorio • Canto XXIX + + + Cantando come donna innamorata, + continüò col fin di sue parole: + ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. + + E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disïando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + + allor si mosse contra ’l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + + Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo ch’a levante mi rendei. + + Né ancor fu così nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». + + Ed ecco un lustro sùbito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + + Ma perché ’l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, più e più splendeva, + nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. + + E una melodia dolce correva + per l’aere luminoso; onde buon zelo + mi fé riprender l’ardimento d’Eva, + + che là dove ubidia la terra e ’l cielo, + femmina, sola e pur testé formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + + sotto ’l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e più lunga fïata. + + Mentr’ io m’andava tra tante primizie + de l’etterno piacer tutto sospeso, + e disïoso ancora a più letizie, + + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si fé l’aere sotto i verdi rami; + e ’l dolce suon per canti era già inteso. + + O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. + + Or convien che Elicona per me versi, + e Uranìe m’aiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + + Poco più oltre, sette alberi d’oro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; + + ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, + che l’obietto comun, che ’l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + + la virtù ch’a ragion discorso ammanna, + sì com’ elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare ‘Osanna’. + + Di sopra fiammeggiava il bello arnese + più chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + + Io mi rivolsi d’ammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + + Indi rendei l’aspetto a l’alte cose + che si movieno incontr’ a noi sì tardi, + che foran vinte da novelle spose. + + La donna mi sgridò: «Perché pur ardi + sì ne l’affetto de le vive luci, + e ciò che vien di retro a lor non guardi?». + + Genti vid’ io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua già mai non fuci. + + L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + s’io riguardava in lei, come specchio anco. + + Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + + e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a sé l’aere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + + sì che lì sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. + + Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + + Sotto così bel ciel com’ io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + + Tutti cantavan: «Benedicta tue + ne le figlie d’Adamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!». + + Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette + a rimpetto di me da l’altra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + + sì come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + + Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + + A descriver lor forme più non spargo + rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, + tanto ch’a questa non posso esser largo; + + ma leggi Ezechïel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + + e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo ch’a le penne + Giovanni è meco e da lui si diparte. + + Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, trïunfale, + ch’al collo d’un grifon tirato venne. + + Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + sì ch’a nulla, fendendo, facea male. + + Tanto salivan che non eran viste; + le membra d’oro avea quant’ era uccello, + e bianche l’altre, di vermiglio miste. + + Non che Roma di carro così bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + + quel del Sol che, svïando, fu combusto + per l’orazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + + Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; l’una tanto rossa + ch’a pena fora dentro al foco nota; + + l’altr’ era come se le carni e l’ossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve testé mossa; + + e or parëan da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. + + Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. + + Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + + L’un si mostrava alcun de’ famigliari + di quel sommo Ipocràte che natura + a li animali fé ch’ell’ ha più cari; + + mostrava l’altro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi fé paura. + + Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + + E questi sette col primaio stuolo + erano abitüati, ma di gigli + dintorno al capo non facëan brolo, + + anzi di rose e d’altri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da’ cigli. + + E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon s’udì, e quelle genti degne + parvero aver l’andar più interdetto, + + fermandosi ivi con le prime insegne. + + + + Purgatorio • Canto XXX + + + Quando il settentrïon del primo cielo, + che né occaso mai seppe né orto + né d’altra nebbia che di colpa velo, + + e che faceva lì ciascun accorto + di suo dover, come ’l più basso face + qual temon gira per venire a porto, + + fermo s’affisse: la gente verace, + venuta prima tra ’l grifone ed esso, + al carro volse sé come a sua pace; + + e un di loro, quasi da ciel messo, + ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando + gridò tre volte, e tutti li altri appresso. + + Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + + cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + + Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, + e fior gittando e di sopra e dintorno, + ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. + + Io vidi già nel cominciar del giorno + la parte orïental tutta rosata, + e l’altro ciel di bel sereno addorno; + + e la faccia del sol nascere ombrata, + sì che per temperanza di vapori + l’occhio la sostenea lunga fïata: + + così dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in giù dentro e di fori, + + sovra candido vel cinta d’uliva + donna m’apparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + + E lo spirito mio, che già cotanto + tempo era stato ch’a la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + + sanza de li occhi aver più conoscenza, + per occulta virtù che da lei mosse, + d’antico amor sentì la gran potenza. + + Tosto che ne la vista mi percosse + l’alta virtù che già m’avea trafitto + prima ch’io fuor di püerizia fosse, + + volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli è afflitto, + + per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma + di sangue m’è rimaso che non tremi: + conosco i segni de l’antica fiamma’. + + Ma Virgilio n’avea lasciati scemi + di sé, Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute die’mi; + + né quantunque perdeo l’antica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + + «Dante, perché Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non piangere ancora; + ché pianger ti conven per altra spada». + + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far l’incora; + + in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessità qui si registra, + + vidi la donna che pria m’appario + velata sotto l’angelica festa, + drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. + + Tutto che ’l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + + regalmente ne l’atto ancor proterva + continüò come colui che dice + e ’l più caldo parlar dietro reserva: + + «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti d’accedere al monte? + non sapei tu che qui è l’uom felice?». + + Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, + tanta vergogna mi gravò la fronte. + + Così la madre al figlio par superba, + com’ ella parve a me; perché d’amaro + sente il sapor de la pietade acerba. + + Ella si tacque; e li angeli cantaro + di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; + ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. + + Sì come neve tra le vive travi + per lo dosso d’Italia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + + poi, liquefatta, in sé stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + sì che par foco fonder la candela; + + così fui sanza lagrime e sospiri + anzi ’l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + + ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, + + lo gel che m’era intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi uscì del petto. + + Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole così poscia: + + «Voi vigilate ne l’etterno die, + sì che notte né sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + + onde la mia risposta è con più cura + che m’intenda colui che di là piagne, + perché sia colpa e duol d’una misura. + + Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + + ma per larghezza di grazie divine, + che sì alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste là non van vicine, + + questi fu tal ne la sua vita nova + virtüalmente, ch’ogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + + Ma tanto più maligno e più silvestro + si fa ’l terren col mal seme e non cólto, + quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. + + Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte vòlto. + + Sì tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + + Quando di carne a spirto era salita, + e bellezza e virtù cresciuta m’era, + fu’ io a lui men cara e men gradita; + + e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + + Né l’impetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai: sì poco a lui ne calse! + + Tanto giù cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran già corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + + Per questo visitai l’uscio d’i morti, + e a colui che l’ha qua sù condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + + Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Letè si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + + di pentimento che lagrime spanda». + + + + Purgatorio • Canto XXXI + + + «O tu che se’ di là dal fiume sacro», + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio m’era paruto acro, + + ricominciò, seguendo sanza cunta, + «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta». + + Era la mia virtù tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + + Poco sofferse; poi disse: «Che pense? + Rispondi a me; ché le memorie triste + in te non sono ancor da l’acqua offense». + + Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + + Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa, la sua corda e l’arco, + e con men foga l’asta il segno tocca, + + sì scoppia’ io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allentò per lo suo varco. + + Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di là dal qual non è a che s’aspiri, + + quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti così spogliar la spene? + + E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?». + + Dopo la tratta d’un sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + + Piangendo dissi: «Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che ’l vostro viso si nascose». + + Ed ella: «Se tacessi o se negassi + ciò che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + + Ma quando scoppia de la propria gota + l’accusa del peccato, in nostra corte + rivolge sé contra ’l taglio la rota. + + Tuttavia, perché mo vergogna porte + del tuo errore, e perché altra volta, + udendo le serene, sie più forte, + + pon giù il seme del piangere e ascolta: + sì udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + + Mai non t’appresentò natura o arte + piacer, quanto le belle membra in ch’io + rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; + + e se ’l sommo piacer sì ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + + Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era più tale. + + Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar più colpo, o pargoletta + o altra novità con sì breve uso. + + Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi d’i pennuti + rete si spiega indarno o si saetta». + + Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e sé riconoscendo e ripentuti, + + tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando + per udir se’ dolente, alza la barba, + e prenderai più doglia riguardando». + + Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + + ch’io non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de l’argomento. + + E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro aspersïon l’occhio comprese; + + e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch’è sola una persona in due nature. + + Sotto ’l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi più sé stessa antica, + vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. + + Di penter sì mi punse ivi l’ortica, + che di tutte altre cose qual mi torse + più nel suo amor, più mi si fé nemica. + + Tanta riconoscenza il cor mi morse, + ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + + Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, + la donna ch’io avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». + + Tratto m’avea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso l’acqua lieve come scola. + + Quando fui presso a la beata riva, + ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. + + La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. + + Indi mi tolse, e bagnato m’offerse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + + «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di là, che miran più profondo». + + Così cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + + Disser: «Fa che le viste non risparmi; + posto t’avem dinanzi a li smeraldi + ond’ Amor già ti trasse le sue armi». + + Mille disiri più che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra ’l grifone stavan saldi. + + Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + + Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, + quando vedea la cosa in sé star queta, + e ne l’idolo suo si trasmutava. + + Mentre che piena di stupore e lieta + l’anima mia gustava di quel cibo + che, saziando di sé, di sé asseta, + + sé dimostrando di più alto tribo + ne li atti, l’altre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + + «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», + era la sua canzone, «al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + + Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, sì che discerna + la seconda bellezza che tu cele». + + O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto l’ombra + sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + + che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + là dove armonizzando il ciel t’adombra, + + quando ne l’aere aperto ti solvesti? + + + + Purgatorio • Canto XXXII + + + Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi m’eran tutti spenti. + + Ed essi quinci e quindi avien parete + di non caler—così lo santo riso + a sé traéli con l’antica rete!—; + + quando per forza mi fu vòlto il viso + ver’ la sinistra mia da quelle dee, + perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; + + e la disposizion ch’a veder èe + ne li occhi pur testé dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fée. + + Ma poi ch’al poco il viso riformossi + (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + + vidi ’n sul braccio destro esser rivolto + lo glorïoso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + + Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e sé gira col segno, + prima che possa tutta in sé mutarsi; + + quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + + Indi a le rote si tornar le donne, + e ’l grifon mosse il benedetto carco + sì, che però nulla penna crollonne. + + La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che fé l’orbita sua con minore arco. + + Sì passeggiando l’alta selva vòta, + colpa di quella ch’al serpente crese, + temprava i passi un’angelica nota. + + Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Bëatrice scese. + + Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. + + La coma sua, che tanto si dilata + più quanto più è sù, fora da l’Indi + ne’ boschi lor per altezza ammirata. + + «Beato se’, grifon, che non discindi + col becco d’esto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi». + + Così dintorno a l’albero robusto + gridaron li altri; e l’animal binato: + «Sì si conserva il seme d’ogne giusto». + + E vòlto al temo ch’elli avea tirato, + trasselo al piè de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lasciò legato. + + Come le nostre piante, quando casca + giù la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + + turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che ’l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + + men che di rose e più che di vïole + colore aprendo, s’innovò la pianta, + che prima avea le ramora sì sole. + + Io non lo ’ntesi, né qui non si canta + l’inno che quella gente allor cantaro, + né la nota soffersi tutta quanta. + + S’io potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; + + come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com’ io m’addormentai; + ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. + + Però trascorro a quando mi svegliai, + e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo + del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». + + Quali a veder de’ fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpetüe nozze fa nel cielo, + + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + + e videro scemata loro scuola + così di Moïsè come d’Elia, + e al maestro suo cangiata stola; + + tal torna’ io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. + + E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». + Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + + Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo ’l grifon sen vanno suso + con più dolce canzone e più profonda». + + E se più fu lo suo parlar diffuso, + non so, però che già ne li occhi m’era + quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. + + Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata lì del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + + In cerchio le facevan di sé claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. + + «Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo è romano. + + Però, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di là, fa che tu scrive». + + Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi + d’i suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. + + Non scese mai con sì veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che più va remoto, + + com’ io vidi calar l’uccel di Giove + per l’alber giù, rompendo de la scorza, + non che d’i fiori e de le foglie nove; + + e ferì ’l carro di tutta sua forza; + ond’ el piegò come nave in fortuna, + vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. + + Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del trïunfal veiculo una volpe + che d’ogne pasto buon parea digiuna; + + ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser l’ossa sanza polpe. + + Poscia per indi ond’ era pria venuta, + l’aguglia vidi scender giù ne l’arca + del carro e lasciar lei di sé pennuta; + + e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce uscì del cielo e cotal disse: + «O navicella mia, com’ mal se’ carca!». + + Poi parve a me che la terra s’aprisse + tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro sù la coda fisse; + + e come vespa che ritragge l’ago, + a sé traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + + Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + + si ricoperse, e funne ricoperta + e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto + che più tiene un sospir la bocca aperta. + + Trasformato così ’l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. + + Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + + Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + m’apparve con le ciglia intorno pronte; + + e come perché non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e basciavansi insieme alcuna volta. + + Ma perché l’occhio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagellò dal capo infin le piante; + + poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + + a la puttana e a la nova belva. + + + + Purgatorio • Canto XXXIII + + + ‘Deus, venerunt gentes’, alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + + e Bëatrice, sospirosa e pia, + quelle ascoltava sì fatta, che poco + più a la croce si cambiò Maria. + + Ma poi che l’altre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in pè, + rispuose, colorata come foco: + + ‘Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me’. + + Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo sé, solo accennando, mosse + me e la donna e ’l savio che ristette. + + Così sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + + e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», + mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto». + + Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, + dissemi: «Frate, perché non t’attenti + a domandarmi omai venendo meco?». + + Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti, + + avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: «Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». + + Ed ella a me: «Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + sì che non parli più com’ om che sogna. + + Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, + fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + + Non sarà tutto tempo sanza reda + l’aguglia che lasciò le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + + ch’io veggio certamente, e però il narro, + a darne tempo già stelle propinque, + secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, + + nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, anciderà la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + + E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; + + ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + + Tu nota; e sì come da me son porte, + così queste parole segna a’ vivi + del viver ch’è un correre a la morte. + + E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch’è or due volte dirubata quivi. + + Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a l’uso suo la creò santa. + + Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e più l’anima prima + bramò colui che ’l morso in sé punio. + + Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e sì travolta ne la cima. + + E se stati non fossero acqua d’Elsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, + + per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne l’interdetto, + conosceresti a l’arbor moralmente. + + Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + sì che t’abbaglia il lume del mio detto, + + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che ’l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto». + + E io: «Sì come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato è or da voi lo mio cervello. + + Ma perché tanto sovra mia veduta + vostra parola disïata vola, + che più la perde quanto più s’aiuta?». + + «Perché conoschi», disse, «quella scuola + c’hai seguitata, e veggi sua dottrina + come può seguitar la mia parola; + + e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che più alto festina». + + Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda + ch’i’ stranïasse me già mai da voi, + né honne coscïenza che rimorda». + + «E se tu ricordar non te ne puoi», + sorridendo rispuose, «or ti rammenta + come bevesti di Letè ancoi; + + e se dal fummo foco s’argomenta, + cotesta oblivïon chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + + Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude». + + E più corusco e con più lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e là, come li aspetti, fassi, + + quando s’affisser, sì come s’affigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + + le sette donne al fin d’un’ombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. + + Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri + veder mi parve uscir d’una fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + + «O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua è questa che qui si dispiega + da un principio e sé da sé lontana?». + + Per cotal priego detto mi fu: «Priega + Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + + la bella donna: «Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che l’acqua di Letè non gliel nascose». + + E Bëatrice: «Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. + + Ma vedi Eünoè che là diriva: + menalo ad esso, e come tu se’ usa, + la tramortita sua virtù ravviva». + + Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che è per segno fuor dischiusa; + + così, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: «Vien con lui». + + S’io avessi, lettor, più lungo spazio + da scrivere, i’ pur cantere’ in parte + lo dolce ber che mai non m’avria sazio; + + ma perché piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia più ir lo fren de l’arte. + + Io ritornai da la santissima onda + rifatto sì come piante novelle + rinovellate di novella fronda, + + puro e disposto a salire a le stelle. + + + + + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + à = a grave + è = e grave + ì = i grave + ò = o grave + ù = u grave + + é = e acute + ó = o acute + + ä = a uml + ë = e uml + ï = i uml + ö = o uml + ü = u uml + + È = E grave + Ë = E uml + Ï = I uml + + « = left angle quotation mark + » = right angle quotation mark + + “ = left double quotation mark + ” = right double quotation mark + + ‘ = left single quotation mark + ’ = right single quotation mark + + — = em dash + + • = middot + + . . . = ellipsis + + + + + + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by +Dante Alighieri + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 *** diff --git a/1010-h/1010-h.htm b/1010-h/1010-h.htm new file mode 100644 index 0000000..7052c65 --- /dev/null +++ b/1010-h/1010-h.htm @@ -0,0 +1,9997 @@ +<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" + "http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> + +<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="en"> + +<head> + +<meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=UTF-8" /> + +<title> +The Project Gutenberg E-text of La Divina Commedia de Dante: Purgatorio, +by Dante Alighieri +</title> + +<style type="text/css"> +body { color: black; + background: white; + margin-right: 10%; + margin-left: 10%; + font-family: "Times New Roman", serif; + text-align: justify } + +p {text-indent: 0% } + +p.noindent {text-indent: 0% } + +p.t1 {text-indent: 0% ; + font-size: 200%; + text-align: center } + +p.t2 {text-indent: 0% ; + font-size: 150%; + text-align: center } + +p.t3 {text-indent: 0% ; + font-size: 100%; + text-align: center } + +p.t3b {text-indent: 0% ; + font-size: 100%; + font-weight: bold; + text-align: center } + +p.t4 {text-indent: 0% ; + font-size: 80%; + text-align: center } + +p.t4b {text-indent: 0% ; + font-size: 80%; + font-weight: bold; + text-align: center } + 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+ +<h1> +<br /><br /><br /> + LA DIVINA COMMEDIA<br /> + di Dante Alighieri<br /> +</h1> + +<h2> +<br /><br /> + PURGATORIO<br /> +</h2> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap01"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto I +</h3> + +<p> + Per correr miglior acque alza le vele<br /> + omai la navicella del mio ingegno,<br /> + che lascia dietro a sé mar sì crudele;<br /> +</p> + +<p> + e canterò di quel secondo regno<br /> + dove lumano spirito si purga<br /> + e di salire al ciel diventa degno.<br /> +</p> + +<p> + Ma qui la morta poesì resurga,<br /> + o sante Muse, poi che vostro sono;<br /> + e qui Calïopè alquanto surga,<br /> +</p> + +<p> + seguitando il mio canto con quel suono<br /> + di cui le Piche misere sentiro<br /> + lo colpo tal, che disperar perdono.<br /> +</p> + +<p> + Dolce color dorïental zaffiro,<br /> + che saccoglieva nel sereno aspetto<br /> + del mezzo, puro infino al primo giro,<br /> +</p> + +<p> + a li occhi miei ricominciò diletto,<br /> + tosto chio usci fuor de laura morta<br /> + che mavea contristati li occhi e l petto.<br /> +</p> + +<p> + Lo bel pianeto che damar conforta<br /> + faceva tutto rider lorïente,<br /> + velando i Pesci cherano in sua scorta.<br /> +</p> + +<p> + I mi volsi a man destra, e puosi mente<br /> + a laltro polo, e vidi quattro stelle<br /> + non viste mai fuor cha la prima gente.<br /> +</p> + +<p> + Goder pareva l ciel di lor fiammelle:<br /> + oh settentrïonal vedovo sito,<br /> + poi che privato se di mirar quelle!<br /> +</p> + +<p> + Com io da loro sguardo fui partito,<br /> + un poco me volgendo a l altro polo,<br /> + là onde l Carro già era sparito,<br /> +</p> + +<p> + vidi presso di me un veglio solo,<br /> + degno di tanta reverenza in vista,<br /> + che più non dee a padre alcun figliuolo.<br /> +</p> + +<p> + Lunga la barba e di pel bianco mista<br /> + portava, a suoi capelli simigliante,<br /> + de quai cadeva al petto doppia lista.<br /> +</p> + +<p> + Li raggi de le quattro luci sante<br /> + fregiavan sì la sua faccia di lume,<br /> + chi l vedea come l sol fosse davante.<br /> +</p> + +<p> + «Chi siete voi che contro al cieco fiume<br /> + fuggita avete la pregione etterna?»,<br /> + diss el, movendo quelle oneste piume.<br /> +</p> + +<p> + «Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,<br /> + uscendo fuor de la profonda notte<br /> + che sempre nera fa la valle inferna?<br /> +</p> + +<p> + Son le leggi dabisso così rotte?<br /> + o è mutato in ciel novo consiglio,<br /> + che, dannati, venite a le mie grotte?».<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio allor mi diè di piglio,<br /> + e con parole e con mani e con cenni<br /> + reverenti mi fé le gambe e l ciglio.<br /> +</p> + +<p> + Poscia rispuose lui: «Da me non venni:<br /> + donna scese del ciel, per li cui prieghi<br /> + de la mia compagnia costui sovvenni.<br /> +</p> + +<p> + Ma da chè tuo voler che più si spieghi<br /> + di nostra condizion com ell è vera,<br /> + esser non puote il mio che a te si nieghi.<br /> +</p> + +<p> + Questi non vide mai lultima sera;<br /> + ma per la sua follia le fu sì presso,<br /> + che molto poco tempo a volger era.<br /> +</p> + +<p> + Sì com io dissi, fui mandato ad esso<br /> + per lui campare; e non lì era altra via<br /> + che questa per la quale i mi son messo.<br /> +</p> + +<p> + Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br /> + e ora intendo mostrar quelli spirti<br /> + che purgan sé sotto la tua balìa.<br /> +</p> + +<p> + Com io lho tratto, saria lungo a dirti;<br /> + de lalto scende virtù che maiuta<br /> + conducerlo a vederti e a udirti.<br /> +</p> + +<p> + Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br /> + libertà va cercando, chè sì cara,<br /> + come sa chi per lei vita rifiuta.<br /> +</p> + +<p> + Tu l sai, ché non ti fu per lei amara<br /> + in Utica la morte, ove lasciasti<br /> + la vesta chal gran dì sarà sì chiara.<br /> +</p> + +<p> + Non son li editti etterni per noi guasti,<br /> + ché questi vive e Minòs me non lega;<br /> + ma son del cerchio ove son li occhi casti<br /> +</p> + +<p> + di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,<br /> + o santo petto, che per tua la tegni:<br /> + per lo suo amore adunque a noi ti piega.<br /> +</p> + +<p> + Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br /> + grazie riporterò di te a lei,<br /> + se desser mentovato là giù degni».<br /> +</p> + +<p> + «Marzïa piacque tanto a li occhi miei<br /> + mentre chi fu di là», diss elli allora,<br /> + «che quante grazie volse da me, fei.<br /> +</p> + +<p> + Or che di là dal mal fiume dimora,<br /> + più muover non mi può, per quella legge<br /> + che fatta fu quando me nusci fora.<br /> +</p> + +<p> + Ma se donna del ciel ti move e regge,<br /> + come tu di, non cè mestier lusinghe:<br /> + bastisi ben che per lei mi richegge.<br /> +</p> + +<p> + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br /> + dun giunco schietto e che li lavi l viso,<br /> + sì chogne sucidume quindi stinghe;<br /> +</p> + +<p> + ché non si converria, locchio sorpriso<br /> + dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br /> + ministro, chè di quei di paradiso.<br /> +</p> + +<p> + Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br /> + là giù colà dove la batte londa,<br /> + porta di giunchi sovra l molle limo:<br /> +</p> + +<p> + null altra pianta che facesse fronda<br /> + o indurasse, vi puote aver vita,<br /> + però cha le percosse non seconda.<br /> +</p> + +<p> + Poscia non sia di qua vostra reddita;<br /> + lo sol vi mosterrà, che surge omai,<br /> + prendere il monte a più lieve salita».<br /> +</p> + +<p> + Così sparì; e io sù mi levai<br /> + sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br /> + al duca mio, e li occhi a lui drizzai.<br /> +</p> + +<p> + El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:<br /> + volgianci in dietro, ché di qua dichina<br /> + questa pianura a suoi termini bassi».<br /> +</p> + +<p> + Lalba vinceva lora mattutina<br /> + che fuggia innanzi, sì che di lontano<br /> + conobbi il tremolar de la marina.<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam per lo solingo piano<br /> + com om che torna a la perduta strada,<br /> + che nfino ad essa li pare ire in vano.<br /> +</p> + +<p> + Quando noi fummo là ve la rugiada<br /> + pugna col sole, per essere in parte<br /> + dove, ad orezza, poco si dirada,<br /> +</p> + +<p> + ambo le mani in su lerbetta sparte<br /> + soavemente l mio maestro pose:<br /> + ond io, che fui accorto di sua arte,<br /> +</p> + +<p> + porsi ver lui le guance lagrimose;<br /> + ivi mi fece tutto discoverto<br /> + quel color che linferno mi nascose.<br /> +</p> + +<p> + Venimmo poi in sul lito diserto,<br /> + che mai non vide navicar sue acque<br /> + omo, che di tornar sia poscia esperto.<br /> +</p> + +<p> + Quivi mi cinse sì com altrui piacque:<br /> + oh maraviglia! ché qual elli scelse<br /> + lumile pianta, cotal si rinacque<br /> +</p> + +<p> + subitamente là onde lavelse.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap02"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto II +</h3> + +<p> + Già era l sole a lorizzonte giunto<br /> + lo cui meridïan cerchio coverchia<br /> + Ierusalèm col suo più alto punto;<br /> +</p> + +<p> + e la notte, che opposita a lui cerchia,<br /> + uscia di Gange fuor con le Bilance,<br /> + che le caggion di man quando soverchia;<br /> +</p> + +<p> + sì che le bianche e le vermiglie guance,<br /> + là dov i era, de la bella Aurora<br /> + per troppa etate divenivan rance.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam lunghesso mare ancora,<br /> + come gente che pensa a suo cammino,<br /> + che va col cuore e col corpo dimora.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br /> + per li grossi vapor Marte rosseggia<br /> + giù nel ponente sovra l suol marino,<br /> +</p> + +<p> + cotal mapparve, sio ancor lo veggia,<br /> + un lume per lo mar venir sì ratto,<br /> + che l muover suo nessun volar pareggia.<br /> +</p> + +<p> + Dal qual com io un poco ebbi ritratto<br /> + locchio per domandar lo duca mio,<br /> + rividil più lucente e maggior fatto.<br /> +</p> + +<p> + Poi dogne lato ad esso mappario<br /> + un non sapeva che bianco, e di sotto<br /> + a poco a poco un altro a lui uscìo.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro ancor non facea motto,<br /> + mentre che i primi bianchi apparver ali;<br /> + allor che ben conobbe il galeotto,<br /> +</p> + +<p> + gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.<br /> + Ecco langel di Dio: piega le mani;<br /> + omai vedrai di sì fatti officiali.<br /> +</p> + +<p> + Vedi che sdegna li argomenti umani,<br /> + sì che remo non vuol, né altro velo<br /> + che lali sue, tra liti sì lontani.<br /> +</p> + +<p> + Vedi come lha dritte verso l cielo,<br /> + trattando laere con letterne penne,<br /> + che non si mutan come mortal pelo».<br /> +</p> + +<p> + Poi, come più e più verso noi venne<br /> + luccel divino, più chiaro appariva:<br /> + per che locchio da presso nol sostenne,<br /> +</p> + +<p> + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br /> + con un vasello snelletto e leggero,<br /> + tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.<br /> +</p> + +<p> + Da poppa stava il celestial nocchiero,<br /> + tal che faria beato pur descripto;<br /> + e più di cento spirti entro sediero.<br /> +</p> + +<p> + In exitu Isräel de Aegypto<br /> + cantavan tutti insieme ad una voce<br /> + con quanto di quel salmo è poscia scripto.<br /> +</p> + +<p> + Poi fece il segno lor di santa croce;<br /> + ond ei si gittar tutti in su la piaggia:<br /> + ed el sen gì, come venne, veloce.<br /> +</p> + +<p> + La turba che rimase lì, selvaggia<br /> + parea del loco, rimirando intorno<br /> + come colui che nove cose assaggia.<br /> +</p> + +<p> + Da tutte parti saettava il giorno<br /> + lo sol, chavea con le saette conte<br /> + di mezzo l ciel cacciato Capricorno,<br /> +</p> + +<p> + quando la nova gente alzò la fronte<br /> + ver noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,<br /> + mostratene la via di gire al monte».<br /> +</p> + +<p> + E Virgilio rispuose: «Voi credete<br /> + forse che siamo esperti desto loco;<br /> + ma noi siam peregrin come voi siete.<br /> +</p> + +<p> + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br /> + per altra via, che fu sì aspra e forte,<br /> + che lo salire omai ne parrà gioco».<br /> +</p> + +<p> + Lanime, che si fuor di me accorte,<br /> + per lo spirare, chi era ancor vivo,<br /> + maravigliando diventaro smorte.<br /> +</p> + +<p> + E come a messagger che porta ulivo<br /> + tragge la gente per udir novelle,<br /> + e di calcar nessun si mostra schivo,<br /> +</p> + +<p> + così al viso mio saffisar quelle<br /> + anime fortunate tutte quante,<br /> + quasi oblïando dire a farsi belle.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi una di lor trarresi avante<br /> + per abbracciarmi con sì grande affetto,<br /> + che mosse me a far lo somigliante.<br /> +</p> + +<p> + Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!<br /> + tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br /> + e tante mi tornai con esse al petto.<br /> +</p> + +<p> + Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br /> + per che lombra sorrise e si ritrasse,<br /> + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.<br /> +</p> + +<p> + Soavemente disse chio posasse;<br /> + allor conobbi chi era, e pregai<br /> + che, per parlarmi, un poco sarrestasse.<br /> +</p> + +<p> + Rispuosemi: «Così com io tamai<br /> + nel mortal corpo, così tamo sciolta:<br /> + però marresto; ma tu perché vai?».<br /> +</p> + +<p> + «Casella mio, per tornar altra volta<br /> + là dov io son, fo io questo vïaggio»,<br /> + diss io; «ma a te com è tanta ora tolta?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Nessun mè fatto oltraggio,<br /> + se quei che leva quando e cui li piace,<br /> + più volte mha negato esto passaggio;<br /> +</p> + +<p> + ché di giusto voler lo suo si face:<br /> + veramente da tre mesi elli ha tolto<br /> + chi ha voluto intrar, con tutta pace.<br /> +</p> + +<p> + Ond io, chera ora a la marina vòlto<br /> + dove lacqua di Tevero sinsala,<br /> + benignamente fu da lui ricolto.<br /> +</p> + +<p> + A quella foce ha elli or dritta lala,<br /> + però che sempre quivi si ricoglie<br /> + qual verso Acheronte non si cala».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Se nuova legge non ti toglie<br /> + memoria o uso a lamoroso canto<br /> + che mi solea quetar tutte mie doglie,<br /> +</p> + +<p> + di ciò ti piaccia consolare alquanto<br /> + lanima mia, che, con la sua persona<br /> + venendo qui, è affannata tanto!».<br /> +</p> + +<p> + Amor che ne la mente mi ragiona<br /> + cominciò elli allor sì dolcemente,<br /> + che la dolcezza ancor dentro mi suona.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro e io e quella gente<br /> + cheran con lui parevan sì contenti,<br /> + come a nessun toccasse altro la mente.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam tutti fissi e attenti<br /> + a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br /> + gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?<br /> +</p> + +<p> + qual negligenza, quale stare è questo?<br /> + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br /> + chesser non lascia a voi Dio manifesto».<br /> +</p> + +<p> + Come quando, cogliendo biado o loglio,<br /> + li colombi adunati a la pastura,<br /> + queti, sanza mostrar lusato orgoglio,<br /> +</p> + +<p> + se cosa appare ond elli abbian paura,<br /> + subitamente lasciano star lesca,<br /> + perch assaliti son da maggior cura;<br /> +</p> + +<p> + così vid io quella masnada fresca<br /> + lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,<br /> + com om che va, né sa dove rïesca;<br /> +</p> + +<p> + né la nostra partita fu men tosta.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap03"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto III +</h3> + +<p> + Avvegna che la subitana fuga<br /> + dispergesse color per la campagna,<br /> + rivolti al monte ove ragion ne fruga,<br /> +</p> + +<p> + i mi ristrinsi a la fida compagna:<br /> + e come sare io sanza lui corso?<br /> + chi mavria tratto su per la montagna?<br /> +</p> + +<p> + El mi parea da sé stesso rimorso:<br /> + o dignitosa coscïenza e netta,<br /> + come tè picciol fallo amaro morso!<br /> +</p> + +<p> + Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br /> + che lonestade ad ogn atto dismaga,<br /> + la mente mia, che prima era ristretta,<br /> +</p> + +<p> + lo ntento rallargò, sì come vaga,<br /> + e diedi l viso mio incontr al poggio<br /> + che nverso l ciel più alto si dislaga.<br /> +</p> + +<p> + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br /> + rotto mera dinanzi a la figura,<br /> + chavëa in me de suoi raggi lappoggio.<br /> +</p> + +<p> + Io mi volsi dallato con paura<br /> + dessere abbandonato, quand io vidi<br /> + solo dinanzi a me la terra oscura;<br /> +</p> + +<p> + e l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,<br /> + a dir mi cominciò tutto rivolto;<br /> + «non credi tu me teco e chio ti guidi?<br /> +</p> + +<p> + Vespero è già colà dov è sepolto<br /> + lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br /> + Napoli lha, e da Brandizio è tolto.<br /> +</p> + +<p> + Ora, se innanzi a me nulla saombra,<br /> + non ti maravigliar più che di cieli<br /> + che luno a laltro raggio non ingombra.<br /> +</p> + +<p> + A sofferir tormenti, caldi e geli<br /> + simili corpi la Virtù dispone<br /> + che, come fa, non vuol cha noi si sveli.<br /> +</p> + +<p> + Matto è chi spera che nostra ragione<br /> + possa trascorrer la infinita via<br /> + che tiene una sustanza in tre persone.<br /> +</p> + +<p> + State contenti, umana gente, al quia;<br /> + ché, se potuto aveste veder tutto,<br /> + mestier non era parturir Maria;<br /> +</p> + +<p> + e disïar vedeste sanza frutto<br /> + tai che sarebbe lor disio quetato,<br /> + chetternalmente è dato lor per lutto:<br /> +</p> + +<p> + io dico dAristotile e di Plato<br /> + e di molt altri»; e qui chinò la fronte,<br /> + e più non disse, e rimase turbato.<br /> +</p> + +<p> + Noi divenimmo intanto a piè del monte;<br /> + quivi trovammo la roccia sì erta,<br /> + che ndarno vi sarien le gambe pronte.<br /> +</p> + +<p> + Tra Lerice e Turbìa la più diserta,<br /> + la più rotta ruina è una scala,<br /> + verso di quella, agevole e aperta.<br /> +</p> + +<p> + «Or chi sa da qual man la costa cala»,<br /> + disse l maestro mio fermando l passo,<br /> + «sì che possa salir chi va sanz ala?».<br /> +</p> + +<p> + E mentre che tenendo l viso basso<br /> + essaminava del cammin la mente,<br /> + e io mirava suso intorno al sasso,<br /> +</p> + +<p> + da man sinistra mapparì una gente<br /> + danime, che movieno i piè ver noi,<br /> + e non pareva, sì venïan lente.<br /> +</p> + +<p> + «Leva», diss io, «maestro, li occhi tuoi:<br /> + ecco di qua chi ne darà consiglio,<br /> + se tu da te medesmo aver nol puoi».<br /> +</p> + +<p> + Guardò allora, e con libero piglio<br /> + rispuose: «Andiamo in là, chei vegnon piano;<br /> + e tu ferma la spene, dolce figlio».<br /> +</p> + +<p> + Ancora era quel popol di lontano,<br /> + i dico dopo i nostri mille passi,<br /> + quanto un buon gittator trarria con mano,<br /> +</p> + +<p> + quando si strinser tutti ai duri massi<br /> + de lalta ripa, e stetter fermi e stretti<br /> + com a guardar, chi va dubbiando, stassi.<br /> +</p> + +<p> + «O ben finiti, o già spiriti eletti»,<br /> + Virgilio incominciò, «per quella pace<br /> + chi credo che per voi tutti saspetti,<br /> +</p> + +<p> + ditene dove la montagna giace,<br /> + sì che possibil sia landare in suso;<br /> + ché perder tempo a chi più sa più spiace».<br /> +</p> + +<p> + Come le pecorelle escon del chiuso<br /> + a una, a due, a tre, e laltre stanno<br /> + timidette atterrando locchio e l muso;<br /> +</p> + +<p> + e ciò che fa la prima, e laltre fanno,<br /> + addossandosi a lei, sella sarresta,<br /> + semplici e quete, e lo mperché non sanno;<br /> +</p> + +<p> + sì vid io muovere a venir la testa<br /> + di quella mandra fortunata allotta,<br /> + pudica in faccia e ne landare onesta.<br /> +</p> + +<p> + Come color dinanzi vider rotta<br /> + la luce in terra dal mio destro canto,<br /> + sì che lombra era da me a la grotta,<br /> +</p> + +<p> + restaro, e trasser sé in dietro alquanto,<br /> + e tutti li altri che venieno appresso,<br /> + non sappiendo l perché, fenno altrettanto.<br /> +</p> + +<p> + «Sanza vostra domanda io vi confesso<br /> + che questo è corpo uman che voi vedete;<br /> + per che l lume del sole in terra è fesso.<br /> +</p> + +<p> + Non vi maravigliate, ma credete<br /> + che non sanza virtù che da ciel vegna<br /> + cerchi di soverchiar questa parete».<br /> +</p> + +<p> + Così l maestro; e quella gente degna<br /> + «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,<br /> + coi dossi de le man faccendo insegna.<br /> +</p> + +<p> + E un di loro incominciò: «Chiunque<br /> + tu se, così andando, volgi l viso:<br /> + pon mente se di là mi vedesti unque».<br /> +</p> + +<p> + Io mi volsi ver lui e guardail fiso:<br /> + biondo era e bello e di gentile aspetto,<br /> + ma lun de cigli un colpo avea diviso.<br /> +</p> + +<p> + Quand io mi fui umilmente disdetto<br /> + daverlo visto mai, el disse: «Or vedi»;<br /> + e mostrommi una piaga a sommo l petto.<br /> +</p> + +<p> + Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,<br /> + nepote di Costanza imperadrice;<br /> + ond io ti priego che, quando tu riedi,<br /> +</p> + +<p> + vadi a mia bella figlia, genitrice<br /> + de lonor di Cicilia e dAragona,<br /> + e dichi l vero a lei, saltro si dice.<br /> +</p> + +<p> + Poscia chio ebbi rotta la persona<br /> + di due punte mortali, io mi rendei,<br /> + piangendo, a quei che volontier perdona.<br /> +</p> + +<p> + Orribil furon li peccati miei;<br /> + ma la bontà infinita ha sì gran braccia,<br /> + che prende ciò che si rivolge a lei.<br /> +</p> + +<p> + Se l pastor di Cosenza, che a la caccia<br /> + di me fu messo per Clemente allora,<br /> + avesse in Dio ben letta questa faccia,<br /> +</p> + +<p> + lossa del corpo mio sarieno ancora<br /> + in co del ponte presso a Benevento,<br /> + sotto la guardia de la grave mora.<br /> +</p> + +<p> + Or le bagna la pioggia e move il vento<br /> + di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,<br /> + dov e le trasmutò a lume spento.<br /> +</p> + +<p> + Per lor maladizion sì non si perde,<br /> + che non possa tornar, letterno amore,<br /> + mentre che la speranza ha fior del verde.<br /> +</p> + +<p> + Vero è che quale in contumacia more<br /> + di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,<br /> + star li convien da questa ripa in fore,<br /> +</p> + +<p> + per ognun tempo chelli è stato, trenta,<br /> + in sua presunzïon, se tal decreto<br /> + più corto per buon prieghi non diventa.<br /> +</p> + +<p> + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br /> + revelando a la mia buona Costanza<br /> + come mhai visto, e anco esto divieto;<br /> +</p> + +<p> + ché qui per quei di là molto savanza».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap04"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto IV +</h3> + +<p> + Quando per dilettanze o ver per doglie,<br /> + che alcuna virtù nostra comprenda,<br /> + lanima bene ad essa si raccoglie,<br /> +</p> + +<p> + par cha nulla potenza più intenda;<br /> + e questo è contra quello error che crede<br /> + chunanima sovr altra in noi saccenda.<br /> +</p> + +<p> + E però, quando sode cosa o vede<br /> + che tegna forte a sé lanima volta,<br /> + vassene l tempo e luom non se navvede;<br /> +</p> + +<p> + chaltra potenza è quella che lascolta,<br /> + e altra è quella cha lanima intera:<br /> + questa è quasi legata e quella è sciolta.<br /> +</p> + +<p> + Di ciò ebb io esperïenza vera,<br /> + udendo quello spirto e ammirando;<br /> + ché ben cinquanta gradi salito era<br /> +</p> + +<p> + lo sole, e io non mera accorto, quando<br /> + venimmo ove quell anime ad una<br /> + gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».<br /> +</p> + +<p> + Maggiore aperta molte volte impruna<br /> + con una forcatella di sue spine<br /> + luom de la villa quando luva imbruna,<br /> +</p> + +<p> + che non era la calla onde salìne<br /> + lo duca mio, e io appresso, soli,<br /> + come da noi la schiera si partìne.<br /> +</p> + +<p> + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br /> + montasi su in Bismantova e n Cacume<br /> + con esso i piè; ma qui convien chom voli;<br /> +</p> + +<p> + dico con lale snelle e con le piume<br /> + del gran disio, di retro a quel condotto<br /> + che speranza mi dava e facea lume.<br /> +</p> + +<p> + Noi salavam per entro l sasso rotto,<br /> + e dogne lato ne stringea lo stremo,<br /> + e piedi e man volea il suol di sotto.<br /> +</p> + +<p> + Poi che noi fummo in su lorlo suppremo<br /> + de lalta ripa, a la scoperta piaggia,<br /> + «Maestro mio», diss io, «che via faremo?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;<br /> + pur su al monte dietro a me acquista,<br /> + fin che nappaia alcuna scorta saggia».<br /> +</p> + +<p> + Lo sommo er alto che vincea la vista,<br /> + e la costa superba più assai<br /> + che da mezzo quadrante a centro lista.<br /> +</p> + +<p> + Io era lasso, quando cominciai:<br /> + «O dolce padre, volgiti, e rimira<br /> + com io rimango sol, se non restai».<br /> +</p> + +<p> + «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,<br /> + additandomi un balzo poco in sùe<br /> + che da quel lato il poggio tutto gira.<br /> +</p> + +<p> + Sì mi spronaron le parole sue,<br /> + chi mi sforzai carpando appresso lui,<br /> + tanto che l cinghio sotto i piè mi fue.<br /> +</p> + +<p> + A seder ci ponemmo ivi ambedui<br /> + vòlti a levante ond eravam saliti,<br /> + che suole a riguardar giovare altrui.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br /> + poscia li alzai al sole, e ammirava<br /> + che da sinistra neravam feriti.<br /> +</p> + +<p> + Ben savvide il poeta chïo stava<br /> + stupido tutto al carro de la luce,<br /> + ove tra noi e Aquilone intrava.<br /> +</p> + +<p> + Ond elli a me: «Se Castore e Poluce<br /> + fossero in compagnia di quello specchio<br /> + che sù e giù del suo lume conduce,<br /> +</p> + +<p> + tu vedresti il Zodïaco rubecchio<br /> + ancora a lOrse più stretto rotare,<br /> + se non uscisse fuor del cammin vecchio.<br /> +</p> + +<p> + Come ciò sia, se l vuoi poter pensare,<br /> + dentro raccolto, imagina Sïòn<br /> + con questo monte in su la terra stare<br /> +</p> + +<p> + sì, chamendue hanno un solo orizzòn<br /> + e diversi emisperi; onde la strada<br /> + che mal non seppe carreggiar Fetòn,<br /> +</p> + +<p> + vedrai come a costui convien che vada<br /> + da lun, quando a colui da laltro fianco,<br /> + se lo ntelletto tuo ben chiaro bada».<br /> +</p> + +<p> + «Certo, maestro mio,» diss io, «unquanco<br /> + non vid io chiaro sì com io discerno<br /> + là dove mio ingegno parea manco,<br /> +</p> + +<p> + che l mezzo cerchio del moto superno,<br /> + che si chiama Equatore in alcun arte,<br /> + e che sempre riman tra l sole e l verno,<br /> +</p> + +<p> + per la ragion che di, quinci si parte<br /> + verso settentrïon, quanto li Ebrei<br /> + vedevan lui verso la calda parte.<br /> +</p> + +<p> + Ma se a te piace, volontier saprei<br /> + quanto avemo ad andar; ché l poggio sale<br /> + più che salir non posson li occhi miei».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Questa montagna è tale,<br /> + che sempre al cominciar di sotto è grave;<br /> + e quant om più va sù, e men fa male.<br /> +</p> + +<p> + Però, quand ella ti parrà soave<br /> + tanto, che sù andar ti fia leggero<br /> + com a seconda giù andar per nave,<br /> +</p> + +<p> + allor sarai al fin desto sentiero;<br /> + quivi di riposar laffanno aspetta.<br /> + Più non rispondo, e questo so per vero».<br /> +</p> + +<p> + E com elli ebbe sua parola detta,<br /> + una voce di presso sonò: «Forse<br /> + che di sedere in pria avrai distretta!».<br /> +</p> + +<p> + Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br /> + e vedemmo a mancina un gran petrone,<br /> + del qual né io né ei prima saccorse.<br /> +</p> + +<p> + Là ci traemmo; e ivi eran persone<br /> + che si stavano a lombra dietro al sasso<br /> + come luom per negghienza a star si pone.<br /> +</p> + +<p> + E un di lor, che mi sembiava lasso,<br /> + sedeva e abbracciava le ginocchia,<br /> + tenendo l viso giù tra esse basso.<br /> +</p> + +<p> + «O dolce segnor mio», diss io, «adocchia<br /> + colui che mostra sé più negligente<br /> + che se pigrizia fosse sua serocchia».<br /> +</p> + +<p> + Allor si volse a noi e puose mente,<br /> + movendo l viso pur su per la coscia,<br /> + e disse: «Or va tu sù, che se valente!».<br /> +</p> + +<p> + Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br /> + che mavacciava un poco ancor la lena,<br /> + non mimpedì landare a lui; e poscia<br /> +</p> + +<p> + cha lui fu giunto, alzò la testa a pena,<br /> + dicendo: «Hai ben veduto come l sole<br /> + da lomero sinistro il carro mena?».<br /> +</p> + +<p> + Li atti suoi pigri e le corte parole<br /> + mosser le labbra mie un poco a riso;<br /> + poi cominciai: «Belacqua, a me non dole<br /> +</p> + +<p> + di te omai; ma dimmi: perché assiso<br /> + quiritto se? attendi tu iscorta,<br /> + o pur lo modo usato tha ripriso?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?<br /> + ché non mi lascerebbe ire a martìri<br /> + langel di Dio che siede in su la porta.<br /> +</p> + +<p> + Prima convien che tanto il ciel maggiri<br /> + di fuor da essa, quanto fece in vita,<br /> + per chio ndugiai al fine i buon sospiri,<br /> +</p> + +<p> + se orazïone in prima non maita<br /> + che surga sù di cuor che in grazia viva;<br /> + laltra che val, che n ciel non è udita?».<br /> +</p> + +<p> + E già il poeta innanzi mi saliva,<br /> + e dicea: «Vienne omai; vedi chè tocco<br /> + meridïan dal sole e a la riva<br /> +</p> + +<p> + cuopre la notte già col piè Morrocco».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap05"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto V +</h3> + +<p> + Io era già da quell ombre partito,<br /> + e seguitava lorme del mio duca,<br /> + quando di retro a me, drizzando l dito,<br /> +</p> + +<p> + una gridò: «Ve che non par che luca<br /> + lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br /> + e come vivo par che si conduca!».<br /> +</p> + +<p> + Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br /> + e vidile guardar per maraviglia<br /> + pur me, pur me, e l lume chera rotto.<br /> +</p> + +<p> + «Perché lanimo tuo tanto simpiglia»,<br /> + disse l maestro, «che landare allenti?<br /> + che ti fa ciò che quivi si pispiglia?<br /> +</p> + +<p> + Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br /> + sta come torre ferma, che non crolla<br /> + già mai la cima per soffiar di venti;<br /> +</p> + +<p> + ché sempre lomo in cui pensier rampolla<br /> + sovra pensier, da sé dilunga il segno,<br /> + perché la foga lun de laltro insolla».<br /> +</p> + +<p> + Che potea io ridir, se non «Io vegno»?<br /> + Dissilo, alquanto del color consperso<br /> + che fa luom di perdon talvolta degno.<br /> +</p> + +<p> + E ntanto per la costa di traverso<br /> + venivan genti innanzi a noi un poco,<br /> + cantando Miserere a verso a verso.<br /> +</p> + +<p> + Quando saccorser chi non dava loco<br /> + per lo mio corpo al trapassar di raggi,<br /> + mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;<br /> +</p> + +<p> + e due di loro, in forma di messaggi,<br /> + corsero incontr a noi e dimandarne:<br /> + «Di vostra condizion fatene saggi».<br /> +</p> + +<p> + E l mio maestro: «Voi potete andarne<br /> + e ritrarre a color che vi mandaro<br /> + che l corpo di costui è vera carne.<br /> +</p> + +<p> + Se per veder la sua ombra restaro,<br /> + com io avviso, assai è lor risposto:<br /> + fàccianli onore, ed esser può lor caro».<br /> +</p> + +<p> + Vapori accesi non vid io sì tosto<br /> + di prima notte mai fender sereno,<br /> + né, sol calando, nuvole dagosto,<br /> +</p> + +<p> + che color non tornasser suso in meno;<br /> + e, giunti là, con li altri a noi dier volta,<br /> + come schiera che scorre sanza freno.<br /> +</p> + +<p> + «Questa gente che preme a noi è molta,<br /> + e vegnonti a pregar», disse l poeta:<br /> + «però pur va, e in andando ascolta».<br /> +</p> + +<p> + «O anima che vai per esser lieta<br /> + con quelle membra con le quai nascesti»,<br /> + venian gridando, «un poco il passo queta.<br /> +</p> + +<p> + Guarda salcun di noi unqua vedesti,<br /> + sì che di lui di là novella porti:<br /> + deh, perché vai? deh, perché non tarresti?<br /> +</p> + +<p> + Noi fummo tutti già per forza morti,<br /> + e peccatori infino a lultima ora;<br /> + quivi lume del ciel ne fece accorti,<br /> +</p> + +<p> + sì che, pentendo e perdonando, fora<br /> + di vita uscimmo a Dio pacificati,<br /> + che del disio di sé veder naccora».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Perché ne vostri visi guati,<br /> + non riconosco alcun; ma sa voi piace<br /> + cosa chio possa, spiriti ben nati,<br /> +</p> + +<p> + voi dite, e io farò per quella pace<br /> + che, dietro a piedi di sì fatta guida,<br /> + di mondo in mondo cercar mi si face».<br /> +</p> + +<p> + E uno incominciò: «Ciascun si fida<br /> + del beneficio tuo sanza giurarlo,<br /> + pur che l voler nonpossa non ricida.<br /> +</p> + +<p> + Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,<br /> + ti priego, se mai vedi quel paese<br /> + che siede tra Romagna e quel di Carlo,<br /> +</p> + +<p> + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br /> + in Fano, sì che ben per me sadori<br /> + pur chi possa purgar le gravi offese.<br /> +</p> + +<p> + Quindi fu io; ma li profondi fóri<br /> + ond uscì l sangue in sul quale io sedea,<br /> + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,<br /> +</p> + +<p> + là dov io più sicuro esser credea:<br /> + quel da Esti il fé far, che mavea in ira<br /> + assai più là che dritto non volea.<br /> +</p> + +<p> + Ma sio fosse fuggito inver la Mira,<br /> + quando fu sovragiunto ad Orïaco,<br /> + ancor sarei di là dove si spira.<br /> +</p> + +<p> + Corsi al palude, e le cannucce e l braco<br /> + mimpigliar sì chi caddi; e lì vid io<br /> + de le mie vene farsi in terra laco».<br /> +</p> + +<p> + Poi disse un altro: «Deh, se quel disio<br /> + si compia che ti tragge a lalto monte,<br /> + con buona pïetate aiuta il mio!<br /> +</p> + +<p> + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br /> + Giovanna o altri non ha di me cura;<br /> + per chio vo tra costor con bassa fronte».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Qual forza o qual ventura<br /> + ti travïò sì fuor di Campaldino,<br /> + che non si seppe mai tua sepultura?».<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», rispuos elli, «a piè del Casentino<br /> + traversa unacqua cha nome lArchiano,<br /> + che sovra lErmo nasce in Apennino.<br /> +</p> + +<p> + Là ve l vocabol suo diventa vano,<br /> + arriva io forato ne la gola,<br /> + fuggendo a piede e sanguinando il piano.<br /> +</p> + +<p> + Quivi perdei la vista e la parola;<br /> + nel nome di Maria fini, e quivi<br /> + caddi, e rimase la mia carne sola.<br /> +</p> + +<p> + Io dirò vero, e tu l ridì tra vivi:<br /> + langel di Dio mi prese, e quel dinferno<br /> + gridava: O tu del ciel, perché mi privi?<br /> +</p> + +<p> + Tu te ne porti di costui letterno<br /> + per una lagrimetta che l mi toglie;<br /> + ma io farò de laltro altro governo!.<br /> +</p> + +<p> + Ben sai come ne laere si raccoglie<br /> + quell umido vapor che in acqua riede,<br /> + tosto che sale dove l freddo il coglie.<br /> +</p> + +<p> + Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br /> + con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento<br /> + per la virtù che sua natura diede.<br /> +</p> + +<p> + Indi la valle, come l dì fu spento,<br /> + da Pratomagno al gran giogo coperse<br /> + di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,<br /> +</p> + +<p> + sì che l pregno aere in acqua si converse;<br /> + la pioggia cadde, e a fossati venne<br /> + di lei ciò che la terra non sofferse;<br /> +</p> + +<p> + e come ai rivi grandi si convenne,<br /> + ver lo fiume real tanto veloce<br /> + si ruinò, che nulla la ritenne.<br /> +</p> + +<p> + Lo corpo mio gelato in su la foce<br /> + trovò lArchian rubesto; e quel sospinse<br /> + ne lArno, e sciolse al mio petto la croce<br /> +</p> + +<p> + chi fe di me quando l dolor mi vinse;<br /> + voltòmmi per le ripe e per lo fondo,<br /> + poi di sua preda mi coperse e cinse».<br /> +</p> + +<p> + «Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br /> + e riposato de la lunga via»,<br /> + seguitò l terzo spirito al secondo,<br /> +</p> + +<p> + «ricorditi di me, che son la Pia;<br /> + Siena mi fé, disfecemi Maremma:<br /> + salsi colui che nnanellata pria<br /> +</p> + +<p> + disposando mavea con la sua gemma».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap06"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto VI +</h3> + +<p> + Quando si parte il gioco de la zara,<br /> + colui che perde si riman dolente,<br /> + repetendo le volte, e tristo impara;<br /> +</p> + +<p> + con laltro se ne va tutta la gente;<br /> + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br /> + e qual dallato li si reca a mente;<br /> +</p> + +<p> + el non sarresta, e questo e quello intende;<br /> + a cui porge la man, più non fa pressa;<br /> + e così da la calca si difende.<br /> +</p> + +<p> + Tal era io in quella turba spessa,<br /> + volgendo a loro, e qua e là, la faccia,<br /> + e promettendo mi sciogliea da essa.<br /> +</p> + +<p> + Quiv era lAretin che da le braccia<br /> + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br /> + e laltro channegò correndo in caccia.<br /> +</p> + +<p> + Quivi pregava con le mani sporte<br /> + Federigo Novello, e quel da Pisa<br /> + che fé parer lo buon Marzucco forte.<br /> +</p> + +<p> + Vidi conte Orso e lanima divisa<br /> + dal corpo suo per astio e per inveggia,<br /> + com e dicea, non per colpa commisa;<br /> +</p> + +<p> + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br /> + mentr è di qua, la donna di Brabante,<br /> + sì che però non sia di peggior greggia.<br /> +</p> + +<p> + Come libero fui da tutte quante<br /> + quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,<br /> + sì che savacci lor divenir sante,<br /> +</p> + +<p> + io cominciai: «El par che tu mi nieghi,<br /> + o luce mia, espresso in alcun testo<br /> + che decreto del cielo orazion pieghi;<br /> +</p> + +<p> + e questa gente prega pur di questo:<br /> + sarebbe dunque loro speme vana,<br /> + o non mè l detto tuo ben manifesto?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;<br /> + e la speranza di costor non falla,<br /> + se ben si guarda con la mente sana;<br /> +</p> + +<p> + ché cima di giudicio non savvalla<br /> + perché foco damor compia in un punto<br /> + ciò che de sodisfar chi qui sastalla;<br /> +</p> + +<p> + e là dov io fermai cotesto punto,<br /> + non sammendava, per pregar, difetto,<br /> + perché l priego da Dio era disgiunto.<br /> +</p> + +<p> + Veramente a così alto sospetto<br /> + non ti fermar, se quella nol ti dice<br /> + che lume fia tra l vero e lo ntelletto.<br /> +</p> + +<p> + Non so se ntendi: io dico di Beatrice;<br /> + tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br /> + di questo monte, ridere e felice».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,<br /> + ché già non maffatico come dianzi,<br /> + e vedi omai che l poggio lombra getta».<br /> +</p> + +<p> + «Noi anderem con questo giorno innanzi»,<br /> + rispuose, «quanto più potremo omai;<br /> + ma l fatto è daltra forma che non stanzi.<br /> +</p> + +<p> + Prima che sie là sù, tornar vedrai<br /> + colui che già si cuopre de la costa,<br /> + sì che suoi raggi tu romper non fai.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi là unanima che, posta<br /> + sola soletta, inverso noi riguarda:<br /> + quella ne nsegnerà la via più tosta».<br /> +</p> + +<p> + Venimmo a lei: o anima lombarda,<br /> + come ti stavi altera e disdegnosa<br /> + e nel mover de li occhi onesta e tarda!<br /> +</p> + +<p> + Ella non ci dicëa alcuna cosa,<br /> + ma lasciavane gir, solo sguardando<br /> + a guisa di leon quando si posa.<br /> +</p> + +<p> + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br /> + che ne mostrasse la miglior salita;<br /> + e quella non rispuose al suo dimando,<br /> +</p> + +<p> + ma di nostro paese e de la vita<br /> + ci nchiese; e l dolce duca incominciava<br /> + «Mantüa . . . », e lombra, tutta in sé romita,<br /> +</p> + +<p> + surse ver lui del loco ove pria stava,<br /> + dicendo: «O Mantoano, io son Sordello<br /> + de la tua terra!»; e lun laltro abbracciava.<br /> +</p> + +<p> + Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br /> + nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br /> + non donna di province, ma bordello!<br /> +</p> + +<p> + Quell anima gentil fu così presta,<br /> + sol per lo dolce suon de la sua terra,<br /> + di fare al cittadin suo quivi festa;<br /> +</p> + +<p> + e ora in te non stanno sanza guerra<br /> + li vivi tuoi, e lun laltro si rode<br /> + di quei chun muro e una fossa serra.<br /> +</p> + +<p> + Cerca, misera, intorno da le prode<br /> + le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br /> + salcuna parte in te di pace gode.<br /> +</p> + +<p> + Che val perché ti racconciasse il freno<br /> + Iustinïano, se la sella è vòta?<br /> + Sanz esso fora la vergogna meno.<br /> +</p> + +<p> + Ahi gente che dovresti esser devota,<br /> + e lasciar seder Cesare in la sella,<br /> + se bene intendi ciò che Dio ti nota,<br /> +</p> + +<p> + guarda come esta fiera è fatta fella<br /> + per non esser corretta da li sproni,<br /> + poi che ponesti mano a la predella.<br /> +</p> + +<p> + O Alberto tedesco chabbandoni<br /> + costei chè fatta indomita e selvaggia,<br /> + e dovresti inforcar li suoi arcioni,<br /> +</p> + +<p> + giusto giudicio da le stelle caggia<br /> + sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br /> + tal che l tuo successor temenza naggia!<br /> +</p> + +<p> + Chavete tu e l tuo padre sofferto,<br /> + per cupidigia di costà distretti,<br /> + che l giardin de lo mperio sia diserto.<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br /> + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br /> + color già tristi, e questi con sospetti!<br /> +</p> + +<p> + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br /> + di tuoi gentili, e cura lor magagne;<br /> + e vedrai Santafior com è oscura!<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder la tua Roma che piagne<br /> + vedova e sola, e dì e notte chiama:<br /> + «Cesare mio, perché non maccompagne?».<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder la gente quanto sama!<br /> + e se nulla di noi pietà ti move,<br /> + a vergognar ti vien de la tua fama.<br /> +</p> + +<p> + E se licito mè, o sommo Giove<br /> + che fosti in terra per noi crucifisso,<br /> + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?<br /> +</p> + +<p> + O è preparazion che ne labisso<br /> + del tuo consiglio fai per alcun bene<br /> + in tutto de laccorger nostro scisso?<br /> +</p> + +<p> + Ché le città dItalia tutte piene<br /> + son di tiranni, e un Marcel diventa<br /> + ogne villan che parteggiando viene.<br /> +</p> + +<p> + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br /> + di questa digression che non ti tocca,<br /> + mercé del popol tuo che si argomenta.<br /> +</p> + +<p> + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br /> + per non venir sanza consiglio a larco;<br /> + ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.<br /> +</p> + +<p> + Molti rifiutan lo comune incarco;<br /> + ma il popol tuo solicito risponde<br /> + sanza chiamare, e grida: «I mi sobbarco!».<br /> +</p> + +<p> + Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:<br /> + tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br /> + Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.<br /> +</p> + +<p> + Atene e Lacedemona, che fenno<br /> + lantiche leggi e furon sì civili,<br /> + fecero al viver bene un picciol cenno<br /> +</p> + +<p> + verso di te, che fai tanto sottili<br /> + provedimenti, cha mezzo novembre<br /> + non giugne quel che tu dottobre fili.<br /> +</p> + +<p> + Quante volte, del tempo che rimembre,<br /> + legge, moneta, officio e costume<br /> + hai tu mutato, e rinovate membre!<br /> +</p> + +<p> + E se ben ti ricordi e vedi lume,<br /> + vedrai te somigliante a quella inferma<br /> + che non può trovar posa in su le piume,<br /> +</p> + +<p> + ma con dar volta suo dolore scherma.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap07"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto VII +</h3> + +<p> + Poscia che laccoglienze oneste e liete<br /> + furo iterate tre e quattro volte,<br /> + Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».<br /> +</p> + +<p> + «Anzi che a questo monte fosser volte<br /> + lanime degne di salire a Dio,<br /> + fur lossa mie per Ottavian sepolte.<br /> +</p> + +<p> + Io son Virgilio; e per null altro rio<br /> + lo ciel perdei che per non aver fé».<br /> + Così rispuose allora il duca mio.<br /> +</p> + +<p> + Qual è colui che cosa innanzi sé<br /> + sùbita vede ond e si maraviglia,<br /> + che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,<br /> +</p> + +<p> + tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,<br /> + e umilmente ritornò ver lui,<br /> + e abbracciòl là ve l minor sappiglia.<br /> +</p> + +<p> + «O gloria di Latin», disse, «per cui<br /> + mostrò ciò che potea la lingua nostra,<br /> + o pregio etterno del loco ond io fui,<br /> +</p> + +<p> + qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br /> + Sio son dudir le tue parole degno,<br /> + dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra».<br /> +</p> + +<p> + «Per tutt i cerchi del dolente regno»,<br /> + rispuose lui, «son io di qua venuto;<br /> + virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.<br /> +</p> + +<p> + Non per far, ma per non fare ho perduto<br /> + a veder lalto Sol che tu disiri<br /> + e che fu tardi per me conosciuto.<br /> +</p> + +<p> + Luogo è là giù non tristo di martìri,<br /> + ma di tenebre solo, ove i lamenti<br /> + non suonan come guai, ma son sospiri.<br /> +</p> + +<p> + Quivi sto io coi pargoli innocenti<br /> + dai denti morsi de la morte avante<br /> + che fosser da lumana colpa essenti;<br /> +</p> + +<p> + quivi sto io con quei che le tre sante<br /> + virtù non si vestiro, e sanza vizio<br /> + conobber laltre e seguir tutte quante.<br /> +</p> + +<p> + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br /> + dà noi per che venir possiam più tosto<br /> + là dove purgatorio ha dritto inizio».<br /> +</p> + +<p> + Rispuose: «Loco certo non cè posto;<br /> + licito mè andar suso e intorno;<br /> + per quanto ir posso, a guida mi taccosto.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi già come dichina il giorno,<br /> + e andar sù di notte non si puote;<br /> + però è buon pensar di bel soggiorno.<br /> +</p> + +<p> + Anime sono a destra qua remote;<br /> + se mi consenti, io ti merrò ad esse,<br /> + e non sanza diletto ti fier note».<br /> +</p> + +<p> + «Com è ciò?», fu risposto. «Chi volesse<br /> + salir di notte, fora elli impedito<br /> + daltrui, o non sarria ché non potesse?».<br /> +</p> + +<p> + E l buon Sordello in terra fregò l dito,<br /> + dicendo: «Vedi? sola questa riga<br /> + non varcheresti dopo l sol partito:<br /> +</p> + +<p> + non però chaltra cosa desse briga,<br /> + che la notturna tenebra, ad ir suso;<br /> + quella col nonpoder la voglia intriga.<br /> +</p> + +<p> + Ben si poria con lei tornare in giuso<br /> + e passeggiar la costa intorno errando,<br /> + mentre che lorizzonte il dì tien chiuso».<br /> +</p> + +<p> + Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br /> + «Menane», disse, «dunque là ve dici<br /> + chaver si può diletto dimorando».<br /> +</p> + +<p> + Poco allungati ceravam di lici,<br /> + quand io maccorsi che l monte era scemo,<br /> + a guisa che i vallon li sceman quici.<br /> +</p> + +<p> + «Colà», disse quell ombra, «nanderemo<br /> + dove la costa face di sé grembo;<br /> + e là il novo giorno attenderemo».<br /> +</p> + +<p> + Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br /> + che ne condusse in fianco de la lacca,<br /> + là dove più cha mezzo muore il lembo.<br /> +</p> + +<p> + Oro e argento fine, cocco e biacca,<br /> + indaco, legno lucido e sereno,<br /> + fresco smeraldo in lora che si fiacca,<br /> +</p> + +<p> + da lerba e da li fior, dentr a quel seno<br /> + posti, ciascun saria di color vinto,<br /> + come dal suo maggiore è vinto il meno.<br /> +</p> + +<p> + Non avea pur natura ivi dipinto,<br /> + ma di soavità di mille odori<br /> + vi facea uno incognito e indistinto.<br /> +</p> + +<p> + Salve, Regina in sul verde e n su fiori<br /> + quindi seder cantando anime vidi,<br /> + che per la valle non parean di fuori.<br /> +</p> + +<p> + «Prima che l poco sole omai sannidi»,<br /> + cominciò l Mantoan che ci avea vòlti,<br /> + «tra color non vogliate chio vi guidi.<br /> +</p> + +<p> + Di questo balzo meglio li atti e volti<br /> + conoscerete voi di tutti quanti,<br /> + che ne la lama giù tra essi accolti.<br /> +</p> + +<p> + Colui che più siede alto e fa sembianti<br /> + daver negletto ciò che far dovea,<br /> + e che non move bocca a li altrui canti,<br /> +</p> + +<p> + Rodolfo imperador fu, che potea<br /> + sanar le piaghe channo Italia morta,<br /> + sì che tardi per altri si ricrea.<br /> +</p> + +<p> + Laltro che ne la vista lui conforta,<br /> + resse la terra dove lacqua nasce<br /> + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:<br /> +</p> + +<p> + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br /> + fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br /> + barbuto, cui lussuria e ozio pasce.<br /> +</p> + +<p> + E quel nasetto che stretto a consiglio<br /> + par con colui cha sì benigno aspetto,<br /> + morì fuggendo e disfiorando il giglio:<br /> +</p> + +<p> + guardate là come si batte il petto!<br /> + Laltro vedete cha fatto a la guancia<br /> + de la sua palma, sospirando, letto.<br /> +</p> + +<p> + Padre e suocero son del mal di Francia:<br /> + sanno la vita sua viziata e lorda,<br /> + e quindi viene il duol che sì li lancia.<br /> +</p> + +<p> + Quel che par sì membruto e che saccorda,<br /> + cantando, con colui dal maschio naso,<br /> + dogne valor portò cinta la corda;<br /> +</p> + +<p> + e se re dopo lui fosse rimaso<br /> + lo giovanetto che retro a lui siede,<br /> + ben andava il valor di vaso in vaso,<br /> +</p> + +<p> + che non si puote dir de laltre rede;<br /> + Iacomo e Federigo hanno i reami;<br /> + del retaggio miglior nessun possiede.<br /> +</p> + +<p> + Rade volte risurge per li rami<br /> + lumana probitate; e questo vole<br /> + quei che la dà, perché da lui si chiami.<br /> +</p> + +<p> + Anche al nasuto vanno mie parole<br /> + non men cha laltro, Pier, che con lui canta,<br /> + onde Puglia e Proenza già si dole.<br /> +</p> + +<p> + Tant è del seme suo minor la pianta,<br /> + quanto, più che Beatrice e Margherita,<br /> + Costanza di marito ancor si vanta.<br /> +</p> + +<p> + Vedete il re de la semplice vita<br /> + seder là solo, Arrigo dInghilterra:<br /> + questi ha ne rami suoi migliore uscita.<br /> +</p> + +<p> + Quel che più basso tra costor satterra,<br /> + guardando in suso, è Guiglielmo marchese,<br /> + per cui e Alessandria e la sua guerra<br /> +</p> + +<p> + fa pianger Monferrato e Canavese».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap08"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto VIII +</h3> + +<p> + Era già lora che volge il disio<br /> + ai navicanti e ntenerisce il core<br /> + lo dì chan detto ai dolci amici addio;<br /> +</p> + +<p> + e che lo novo peregrin damore<br /> + punge, se ode squilla di lontano<br /> + che paia il giorno pianger che si more;<br /> +</p> + +<p> + quand io incominciai a render vano<br /> + ludire e a mirare una de lalme<br /> + surta, che lascoltar chiedea con mano.<br /> +</p> + +<p> + Ella giunse e levò ambo le palme,<br /> + ficcando li occhi verso lorïente,<br /> + come dicesse a Dio: Daltro non calme.<br /> +</p> + +<p> + Te lucis ante sì devotamente<br /> + le uscìo di bocca e con sì dolci note,<br /> + che fece me a me uscir di mente;<br /> +</p> + +<p> + e laltre poi dolcemente e devote<br /> + seguitar lei per tutto linno intero,<br /> + avendo li occhi a le superne rote.<br /> +</p> + +<p> + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br /> + ché l velo è ora ben tanto sottile,<br /> + certo che l trapassar dentro è leggero.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi quello essercito gentile<br /> + tacito poscia riguardare in sùe,<br /> + quasi aspettando, palido e umìle;<br /> +</p> + +<p> + e vidi uscir de lalto e scender giùe<br /> + due angeli con due spade affocate,<br /> + tronche e private de le punte sue.<br /> +</p> + +<p> + Verdi come fogliette pur mo nate<br /> + erano in veste, che da verdi penne<br /> + percosse traean dietro e ventilate.<br /> +</p> + +<p> + Lun poco sovra noi a star si venne,<br /> + e laltro scese in lopposita sponda,<br /> + sì che la gente in mezzo si contenne.<br /> +</p> + +<p> + Ben discernëa in lor la testa bionda;<br /> + ma ne la faccia locchio si smarria,<br /> + come virtù cha troppo si confonda.<br /> +</p> + +<p> + «Ambo vegnon del grembo di Maria»,<br /> + disse Sordello, «a guardia de la valle,<br /> + per lo serpente che verrà vie via».<br /> +</p> + +<p> + Ond io, che non sapeva per qual calle,<br /> + mi volsi intorno, e stretto maccostai,<br /> + tutto gelato, a le fidate spalle.<br /> +</p> + +<p> + E Sordello anco: «Or avvalliamo omai<br /> + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br /> + grazïoso fia lor vedervi assai».<br /> +</p> + +<p> + Solo tre passi credo chi scendesse,<br /> + e fui di sotto, e vidi un che mirava<br /> + pur me, come conoscer mi volesse.<br /> +</p> + +<p> + Temp era già che laere sannerava,<br /> + ma non sì che tra li occhi suoi e miei<br /> + non dichiarisse ciò che pria serrava.<br /> +</p> + +<p> + Ver me si fece, e io ver lui mi fei:<br /> + giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br /> + quando ti vidi non esser tra rei!<br /> +</p> + +<p> + Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br /> + poi dimandò: «Quant è che tu venisti<br /> + a piè del monte per le lontane acque?».<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss io lui, «per entro i luoghi tristi<br /> + venni stamane, e sono in prima vita,<br /> + ancor che laltra, sì andando, acquisti».<br /> +</p> + +<p> + E come fu la mia risposta udita,<br /> + Sordello ed elli in dietro si raccolse<br /> + come gente di sùbito smarrita.<br /> +</p> + +<p> + Luno a Virgilio e laltro a un si volse<br /> + che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!<br /> + vieni a veder che Dio per grazia volse».<br /> +</p> + +<p> + Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado<br /> + che tu dei a colui che sì nasconde<br /> + lo suo primo perché, che non lì è guado,<br /> +</p> + +<p> + quando sarai di là da le larghe onde,<br /> + dì a Giovanna mia che per me chiami<br /> + là dove a li nnocenti si risponde.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che la sua madre più mami,<br /> + poscia che trasmutò le bianche bende,<br /> + le quai convien che, misera!, ancor brami.<br /> +</p> + +<p> + Per lei assai di lieve si comprende<br /> + quanto in femmina foco damor dura,<br /> + se locchio o l tatto spesso non laccende.<br /> +</p> + +<p> + Non le farà sì bella sepultura<br /> + la vipera che Melanesi accampa,<br /> + com avria fatto il gallo di Gallura».<br /> +</p> + +<p> + Così dicea, segnato de la stampa,<br /> + nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br /> + che misuratamente in core avvampa.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br /> + pur là dove le stelle son più tarde,<br /> + sì come rota più presso a lo stelo.<br /> +</p> + +<p> + E l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».<br /> + E io a lui: «A quelle tre facelle<br /> + di che l polo di qua tutto quanto arde».<br /> +</p> + +<p> + Ond elli a me: «Le quattro chiare stelle<br /> + che vedevi staman, son di là basse,<br /> + e queste son salite ov eran quelle».<br /> +</p> + +<p> + Com ei parlava, e Sordello a sé il trasse<br /> + dicendo: «Vedi là l nostro avversaro»;<br /> + e drizzò il dito perché n là guardasse.<br /> +</p> + +<p> + Da quella parte onde non ha riparo<br /> + la picciola vallea, era una biscia,<br /> + forse qual diede ad Eva il cibo amaro.<br /> +</p> + +<p> + Tra lerba e fior venìa la mala striscia,<br /> + volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso<br /> + leccando come bestia che si liscia.<br /> +</p> + +<p> + Io non vidi, e però dicer non posso,<br /> + come mosser li astor celestïali;<br /> + ma vidi bene e luno e laltro mosso.<br /> +</p> + +<p> + Sentendo fender laere a le verdi ali,<br /> + fuggì l serpente, e li angeli dier volta,<br /> + suso a le poste rivolando iguali.<br /> +</p> + +<p> + Lombra che sera al giudice raccolta<br /> + quando chiamò, per tutto quello assalto<br /> + punto non fu da me guardare sciolta.<br /> +</p> + +<p> + «Se la lucerna che ti mena in alto<br /> + truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br /> + quant è mestiere infino al sommo smalto»,<br /> +</p> + +<p> + cominciò ella, «se novella vera<br /> + di Val di Magra o di parte vicina<br /> + sai, dillo a me, che già grande là era.<br /> +</p> + +<p> + Fui chiamato Currado Malaspina;<br /> + non son lantico, ma di lui discesi;<br /> + a miei portai lamor che qui raffina».<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss io lui, «per li vostri paesi<br /> + già mai non fui; ma dove si dimora<br /> + per tutta Europa chei non sien palesi?<br /> +</p> + +<p> + La fama che la vostra casa onora,<br /> + grida i segnori e grida la contrada,<br /> + sì che ne sa chi non vi fu ancora;<br /> +</p> + +<p> + e io vi giuro, sio di sopra vada,<br /> + che vostra gente onrata non si sfregia<br /> + del pregio de la borsa e de la spada.<br /> +</p> + +<p> + Uso e natura sì la privilegia,<br /> + che, perché il capo reo il mondo torca,<br /> + sola va dritta e l mal cammin dispregia».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: «Or va; che l sol non si ricorca<br /> + sette volte nel letto che l Montone<br /> + con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,<br /> +</p> + +<p> + che cotesta cortese oppinïone<br /> + ti fia chiavata in mezzo de la testa<br /> + con maggior chiovi che daltrui sermone,<br /> +</p> + +<p> + se corso di giudicio non sarresta».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap09"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto IX +</h3> + +<p> + La concubina di Titone antico<br /> + già simbiancava al balco dorïente,<br /> + fuor de le braccia del suo dolce amico;<br /> +</p> + +<p> + di gemme la sua fronte era lucente,<br /> + poste in figura del freddo animale<br /> + che con la coda percuote la gente;<br /> +</p> + +<p> + e la notte, de passi con che sale,<br /> + fatti avea due nel loco ov eravamo,<br /> + e l terzo già chinava in giuso lale;<br /> +</p> + +<p> + quand io, che meco avea di quel dAdamo,<br /> + vinto dal sonno, in su lerba inchinai<br /> + là ve già tutti e cinque sedavamo.<br /> +</p> + +<p> + Ne lora che comincia i tristi lai<br /> + la rondinella presso a la mattina,<br /> + forse a memoria de suo primi guai,<br /> +</p> + +<p> + e che la mente nostra, peregrina<br /> + più da la carne e men da pensier presa,<br /> + a le sue visïon quasi è divina,<br /> +</p> + +<p> + in sogno mi parea veder sospesa<br /> + unaguglia nel ciel con penne doro,<br /> + con lali aperte e a calare intesa;<br /> +</p> + +<p> + ed esser mi parea là dove fuoro<br /> + abbandonati i suoi da Ganimede,<br /> + quando fu ratto al sommo consistoro.<br /> +</p> + +<p> + Fra me pensava: Forse questa fiede<br /> + pur qui per uso, e forse daltro loco<br /> + disdegna di portarne suso in piede.<br /> +</p> + +<p> + Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br /> + terribil come folgor discendesse,<br /> + e me rapisse suso infino al foco.<br /> +</p> + +<p> + Ivi parea che ella e io ardesse;<br /> + e sì lo ncendio imaginato cosse,<br /> + che convenne che l sonno si rompesse.<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti Achille si riscosse,<br /> + li occhi svegliati rivolgendo in giro<br /> + e non sappiendo là dove si fosse,<br /> +</p> + +<p> + quando la madre da Chirón a Schiro<br /> + trafuggò lui dormendo in le sue braccia,<br /> + là onde poi li Greci il dipartiro;<br /> +</p> + +<p> + che mi scoss io, sì come da la faccia<br /> + mi fuggì l sonno, e diventa ismorto,<br /> + come fa luom che, spaventato, agghiaccia.<br /> +</p> + +<p> + Dallato mera solo il mio conforto,<br /> + e l sole er alto già più che due ore,<br /> + e l viso mera a la marina torto.<br /> +</p> + +<p> + «Non aver tema», disse il mio segnore;<br /> + «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;<br /> + non stringer, ma rallarga ogne vigore.<br /> +</p> + +<p> + Tu se omai al purgatorio giunto:<br /> + vedi là il balzo che l chiude dintorno;<br /> + vedi lentrata là ve par digiunto.<br /> +</p> + +<p> + Dianzi, ne lalba che procede al giorno,<br /> + quando lanima tua dentro dormia,<br /> + sovra li fiori ond è là giù addorno<br /> +</p> + +<p> + venne una donna, e disse: I son Lucia;<br /> + lasciatemi pigliar costui che dorme;<br /> + sì lagevolerò per la sua via.<br /> +</p> + +<p> + Sordel rimase e laltre genti forme;<br /> + ella ti tolse, e come l dì fu chiaro,<br /> + sen venne suso; e io per le sue orme.<br /> +</p> + +<p> + Qui ti posò, ma pria mi dimostraro<br /> + li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br /> + poi ella e l sonno ad una se nandaro».<br /> +</p> + +<p> + A guisa duom che n dubbio si raccerta<br /> + e che muta in conforto sua paura,<br /> + poi che la verità li è discoperta,<br /> +</p> + +<p> + mi cambia io; e come sanza cura<br /> + vide me l duca mio, su per lo balzo<br /> + si mosse, e io di rietro inver laltura.<br /> +</p> + +<p> + Lettor, tu vedi ben com io innalzo<br /> + la mia matera, e però con più arte<br /> + non ti maravigliar sio la rincalzo.<br /> +</p> + +<p> + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br /> + che là dove pareami prima rotto,<br /> + pur come un fesso che muro diparte,<br /> +</p> + +<p> + vidi una porta, e tre gradi di sotto<br /> + per gire ad essa, di color diversi,<br /> + e un portier chancor non facea motto.<br /> +</p> + +<p> + E come locchio più e più vapersi,<br /> + vidil seder sovra l grado sovrano,<br /> + tal ne la faccia chio non lo soffersi;<br /> +</p> + +<p> + e una spada nuda avëa in mano,<br /> + che reflettëa i raggi sì ver noi,<br /> + chio drizzava spesso il viso in vano.<br /> +</p> + +<p> + «Dite costinci: che volete voi?»,<br /> + cominciò elli a dire, «ov è la scorta?<br /> + Guardate che l venir sù non vi nòi».<br /> +</p> + +<p> + «Donna del ciel, di queste cose accorta»,<br /> + rispuose l mio maestro a lui, «pur dianzi<br /> + ne disse: Andate là: quivi è la porta».<br /> +</p> + +<p> + «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,<br /> + ricominciò il cortese portinaio:<br /> + «Venite dunque a nostri gradi innanzi».<br /> +</p> + +<p> + Là ne venimmo; e lo scaglion primaio<br /> + bianco marmo era sì pulito e terso,<br /> + chio mi specchiai in esso qual io paio.<br /> +</p> + +<p> + Era il secondo tinto più che perso,<br /> + duna petrina ruvida e arsiccia,<br /> + crepata per lo lungo e per traverso.<br /> +</p> + +<p> + Lo terzo, che di sopra sammassiccia,<br /> + porfido mi parea, sì fiammeggiante<br /> + come sangue che fuor di vena spiccia.<br /> +</p> + +<p> + Sovra questo tenëa ambo le piante<br /> + langel di Dio sedendo in su la soglia<br /> + che mi sembiava pietra di diamante.<br /> +</p> + +<p> + Per li tre gradi sù di buona voglia<br /> + mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi<br /> + umilemente che l serrame scioglia».<br /> +</p> + +<p> + Divoto mi gittai a santi piedi;<br /> + misericordia chiesi e chel maprisse,<br /> + ma tre volte nel petto pria mi diedi.<br /> +</p> + +<p> + Sette P ne la fronte mi descrisse<br /> + col punton de la spada, e «Fa che lavi,<br /> + quando se dentro, queste piaghe» disse.<br /> +</p> + +<p> + Cenere, o terra che secca si cavi,<br /> + dun color fora col suo vestimento;<br /> + e di sotto da quel trasse due chiavi.<br /> +</p> + +<p> + Luna era doro e laltra era dargento;<br /> + pria con la bianca e poscia con la gialla<br /> + fece a la porta sì, chi fu contento.<br /> +</p> + +<p> + «Quandunque luna deste chiavi falla,<br /> + che non si volga dritta per la toppa»,<br /> + diss elli a noi, «non sapre questa calla.<br /> +</p> + +<p> + Più cara è luna; ma laltra vuol troppa<br /> + darte e dingegno avanti che diserri,<br /> + perch ella è quella che l nodo digroppa.<br /> +</p> + +<p> + Da Pier le tegno; e dissemi chi erri<br /> + anzi ad aprir cha tenerla serrata,<br /> + pur che la gente a piedi mi satterri».<br /> +</p> + +<p> + Poi pinse luscio a la porta sacrata,<br /> + dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti<br /> + che di fuor torna chi n dietro si guata».<br /> +</p> + +<p> + E quando fuor ne cardini distorti<br /> + li spigoli di quella regge sacra,<br /> + che di metallo son sonanti e forti,<br /> +</p> + +<p> + non rugghiò sì né si mostrò sì acra<br /> + Tarpëa, come tolto le fu il buono<br /> + Metello, per che poi rimase macra.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br /> + e Te Deum laudamus mi parea<br /> + udire in voce mista al dolce suono.<br /> +</p> + +<p> + Tale imagine a punto mi rendea<br /> + ciò chio udiva, qual prender si suole<br /> + quando a cantar con organi si stea;<br /> +</p> + +<p> + chor sì or no sintendon le parole.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap10"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto X +</h3> + +<p> + Poi fummo dentro al soglio de la porta<br /> + che l mal amor de lanime disusa,<br /> + perché fa parer dritta la via torta,<br /> +</p> + +<p> + sonando la senti esser richiusa;<br /> + e sio avesse li occhi vòlti ad essa,<br /> + qual fora stata al fallo degna scusa?<br /> +</p> + +<p> + Noi salavam per una pietra fessa,<br /> + che si moveva e duna e daltra parte,<br /> + sì come londa che fugge e sappressa.<br /> +</p> + +<p> + «Qui si conviene usare un poco darte»,<br /> + cominciò l duca mio, «in accostarsi<br /> + or quinci, or quindi al lato che si parte».<br /> +</p> + +<p> + E questo fece i nostri passi scarsi,<br /> + tanto che pria lo scemo de la luna<br /> + rigiunse al letto suo per ricorcarsi,<br /> +</p> + +<p> + che noi fossimo fuor di quella cruna;<br /> + ma quando fummo liberi e aperti<br /> + sù dove il monte in dietro si rauna,<br /> +</p> + +<p> + ïo stancato e amendue incerti<br /> + di nostra via, restammo in su un piano<br /> + solingo più che strade per diserti.<br /> +</p> + +<p> + Da la sua sponda, ove confina il vano,<br /> + al piè de lalta ripa che pur sale,<br /> + misurrebbe in tre volte un corpo umano;<br /> +</p> + +<p> + e quanto locchio mio potea trar dale,<br /> + or dal sinistro e or dal destro fianco,<br /> + questa cornice mi parea cotale.<br /> +</p> + +<p> + Là sù non eran mossi i piè nostri anco,<br /> + quand io conobbi quella ripa intorno<br /> + che dritto di salita aveva manco,<br /> +</p> + +<p> + esser di marmo candido e addorno<br /> + dintagli sì, che non pur Policleto,<br /> + ma la natura lì avrebbe scorno.<br /> +</p> + +<p> + Langel che venne in terra col decreto<br /> + de la molt anni lagrimata pace,<br /> + chaperse il ciel del suo lungo divieto,<br /> +</p> + +<p> + dinanzi a noi pareva sì verace<br /> + quivi intagliato in un atto soave,<br /> + che non sembiava imagine che tace.<br /> +</p> + +<p> + Giurato si saria chel dicesse Ave!;<br /> + perché iv era imaginata quella<br /> + chad aprir lalto amor volse la chiave;<br /> +</p> + +<p> + e avea in atto impressa esta favella<br /> + Ecce ancilla Deï, propriamente<br /> + come figura in cera si suggella.<br /> +</p> + +<p> + «Non tener pur ad un loco la mente»,<br /> + disse l dolce maestro, che mavea<br /> + da quella parte onde l cuore ha la gente.<br /> +</p> + +<p> + Per chi mi mossi col viso, e vedea<br /> + di retro da Maria, da quella costa<br /> + onde mera colui che mi movea,<br /> +</p> + +<p> + unaltra storia ne la roccia imposta;<br /> + per chio varcai Virgilio, e femi presso,<br /> + acciò che fosse a li occhi miei disposta.<br /> +</p> + +<p> + Era intagliato lì nel marmo stesso<br /> + lo carro e buoi, traendo larca santa,<br /> + per che si teme officio non commesso.<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br /> + partita in sette cori, a due mie sensi<br /> + faceva dir lun No, laltro Sì, canta.<br /> +</p> + +<p> + Similemente al fummo de li ncensi<br /> + che vera imaginato, li occhi e l naso<br /> + e al sì e al no discordi fensi.<br /> +</p> + +<p> + Lì precedeva al benedetto vaso,<br /> + trescando alzato, lumile salmista,<br /> + e più e men che re era in quel caso.<br /> +</p> + +<p> + Di contra, effigïata ad una vista<br /> + dun gran palazzo, Micòl ammirava<br /> + sì come donna dispettosa e trista.<br /> +</p> + +<p> + I mossi i piè del loco dov io stava,<br /> + per avvisar da presso unaltra istoria,<br /> + che di dietro a Micòl mi biancheggiava.<br /> +</p> + +<p> + Quiv era storïata lalta gloria<br /> + del roman principato, il cui valore<br /> + mosse Gregorio a la sua gran vittoria;<br /> +</p> + +<p> + i dico di Traiano imperadore;<br /> + e una vedovella li era al freno,<br /> + di lagrime atteggiata e di dolore.<br /> +</p> + +<p> + Intorno a lui parea calcato e pieno<br /> + di cavalieri, e laguglie ne loro<br /> + sovr essi in vista al vento si movieno.<br /> +</p> + +<p> + La miserella intra tutti costoro<br /> + pareva dir: «Segnor, fammi vendetta<br /> + di mio figliuol chè morto, ond io maccoro»;<br /> +</p> + +<p> + ed elli a lei rispondere: «Or aspetta<br /> + tanto chi torni»; e quella: «Segnor mio»,<br /> + come persona in cui dolor saffretta,<br /> +</p> + +<p> + «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov io,<br /> + la ti farà»; ed ella: «Laltrui bene<br /> + a te che fia, se l tuo metti in oblio?»;<br /> +</p> + +<p> + ond elli: «Or ti conforta; chei convene<br /> + chi solva il mio dovere anzi chi mova:<br /> + giustizia vuole e pietà mi ritene».<br /> +</p> + +<p> + Colui che mai non vide cosa nova<br /> + produsse esto visibile parlare,<br /> + novello a noi perché qui non si trova.<br /> +</p> + +<p> + Mentr io mi dilettava di guardare<br /> + limagini di tante umilitadi,<br /> + e per lo fabbro loro a veder care,<br /> +</p> + +<p> + «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,<br /> + mormorava il poeta, «molte genti:<br /> + questi ne nvïeranno a li alti gradi».<br /> +</p> + +<p> + Li occhi miei, cha mirare eran contenti<br /> + per veder novitadi ond e son vaghi,<br /> + volgendosi ver lui non furon lenti.<br /> +</p> + +<p> + Non vo però, lettor, che tu ti smaghi<br /> + di buon proponimento per udire<br /> + come Dio vuol che l debito si paghi.<br /> +</p> + +<p> + Non attender la forma del martìre:<br /> + pensa la succession; pensa chal peggio<br /> + oltre la gran sentenza non può ire.<br /> +</p> + +<p> + Io cominciai: «Maestro, quel chio veggio<br /> + muovere a noi, non mi sembian persone,<br /> + e non so che, sì nel veder vaneggio».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «La grave condizione<br /> + di lor tormento a terra li rannicchia,<br /> + sì che miei occhi pria nebber tencione.<br /> +</p> + +<p> + Ma guarda fiso là, e disviticchia<br /> + col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br /> + già scorger puoi come ciascun si picchia».<br /> +</p> + +<p> + O superbi cristian, miseri lassi,<br /> + che, de la vista de la mente infermi,<br /> + fidanza avete ne retrosi passi,<br /> +</p> + +<p> + non vaccorgete voi che noi siam vermi<br /> + nati a formar langelica farfalla,<br /> + che vola a la giustizia sanza schermi?<br /> +</p> + +<p> + Di che lanimo vostro in alto galla,<br /> + poi siete quasi antomata in difetto,<br /> + sì come vermo in cui formazion falla?<br /> +</p> + +<p> + Come per sostentar solaio o tetto,<br /> + per mensola talvolta una figura<br /> + si vede giugner le ginocchia al petto,<br /> +</p> + +<p> + la qual fa del non ver vera rancura<br /> + nascere n chi la vede; così fatti<br /> + vid io color, quando puosi ben cura.<br /> +</p> + +<p> + Vero è che più e meno eran contratti<br /> + secondo chavien più e meno a dosso;<br /> + e qual più pazïenza avea ne li atti,<br /> +</p> + +<p> + piangendo parea dicer: Più non posso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap11"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XI +</h3> + +<p> + «O Padre nostro, che ne cieli stai,<br /> + non circunscritto, ma per più amore<br /> + chai primi effetti di là sù tu hai,<br /> +</p> + +<p> + laudato sia l tuo nome e l tuo valore<br /> + da ogne creatura, com è degno<br /> + di render grazie al tuo dolce vapore.<br /> +</p> + +<p> + Vegna ver noi la pace del tuo regno,<br /> + ché noi ad essa non potem da noi,<br /> + sella non vien, con tutto nostro ingegno.<br /> +</p> + +<p> + Come del suo voler li angeli tuoi<br /> + fan sacrificio a te, cantando osanna,<br /> + così facciano li uomini de suoi.<br /> +</p> + +<p> + Dà oggi a noi la cotidiana manna,<br /> + sanza la qual per questo aspro diserto<br /> + a retro va chi più di gir saffanna.<br /> +</p> + +<p> + E come noi lo mal chavem sofferto<br /> + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br /> + benigno, e non guardar lo nostro merto.<br /> +</p> + +<p> + Nostra virtù che di legger sadona,<br /> + non spermentar con lantico avversaro,<br /> + ma libera da lui che sì la sprona.<br /> +</p> + +<p> + Quest ultima preghiera, segnor caro,<br /> + già non si fa per noi, ché non bisogna,<br /> + ma per color che dietro a noi restaro».<br /> +</p> + +<p> + Così a sé e noi buona ramogna<br /> + quell ombre orando, andavan sotto l pondo,<br /> + simile a quel che talvolta si sogna,<br /> +</p> + +<p> + disparmente angosciate tutte a tondo<br /> + e lasse su per la prima cornice,<br /> + purgando la caligine del mondo.<br /> +</p> + +<p> + Se di là sempre ben per noi si dice,<br /> + di qua che dire e far per lor si puote<br /> + da quei channo al voler buona radice?<br /> +</p> + +<p> + Ben si de loro atar lavar le note<br /> + che portar quinci, sì che, mondi e lievi,<br /> + possano uscire a le stellate ruote.<br /> +</p> + +<p> + «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi<br /> + tosto, sì che possiate muover lala,<br /> + che secondo il disio vostro vi lievi,<br /> +</p> + +<p> + mostrate da qual mano inver la scala<br /> + si va più corto; e se cè più dun varco,<br /> + quel ne nsegnate che men erto cala;<br /> +</p> + +<p> + ché questi che vien meco, per lo ncarco<br /> + de la carne dAdamo onde si veste,<br /> + al montar sù, contra sua voglia, è parco».<br /> +</p> + +<p> + Le lor parole, che rendero a queste<br /> + che dette avea colui cu io seguiva,<br /> + non fur da cui venisser manifeste;<br /> +</p> + +<p> + ma fu detto: «A man destra per la riva<br /> + con noi venite, e troverete il passo<br /> + possibile a salir persona viva.<br /> +</p> + +<p> + E sio non fossi impedito dal sasso<br /> + che la cervice mia superba doma,<br /> + onde portar convienmi il viso basso,<br /> +</p> + +<p> + cotesti, chancor vive e non si noma,<br /> + guardere io, per veder si l conosco,<br /> + e per farlo pietoso a questa soma.<br /> +</p> + +<p> + Io fui latino e nato dun gran Tosco:<br /> + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br /> + non so se l nome suo già mai fu vosco.<br /> +</p> + +<p> + Lantico sangue e lopere leggiadre<br /> + di miei maggior mi fer sì arrogante,<br /> + che, non pensando a la comune madre,<br /> +</p> + +<p> + ogn uomo ebbi in despetto tanto avante,<br /> + chio ne mori, come i Sanesi sanno,<br /> + e sallo in Campagnatico ogne fante.<br /> +</p> + +<p> + Io sono Omberto; e non pur a me danno<br /> + superbia fa, ché tutti miei consorti<br /> + ha ella tratti seco nel malanno.<br /> +</p> + +<p> + E qui convien chio questo peso porti<br /> + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br /> + poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti».<br /> +</p> + +<p> + Ascoltando chinai in giù la faccia;<br /> + e un di lor, non questi che parlava,<br /> + si torse sotto il peso che li mpaccia,<br /> +</p> + +<p> + e videmi e conobbemi e chiamava,<br /> + tenendo li occhi con fatica fisi<br /> + a me che tutto chin con loro andava.<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss io lui, «non se tu Oderisi,<br /> + lonor dAgobbio e lonor di quell arte<br /> + challuminar chiamata è in Parisi?».<br /> +</p> + +<p> + «Frate», diss elli, «più ridon le carte<br /> + che pennelleggia Franco Bolognese;<br /> + lonore è tutto or suo, e mio in parte.<br /> +</p> + +<p> + Ben non sare io stato sì cortese<br /> + mentre chio vissi, per lo gran disio<br /> + de leccellenza ove mio core intese.<br /> +</p> + +<p> + Di tal superbia qui si paga il fio;<br /> + e ancor non sarei qui, se non fosse<br /> + che, possendo peccar, mi volsi a Dio.<br /> +</p> + +<p> + Oh vana gloria de lumane posse!<br /> + com poco verde in su la cima dura,<br /> + se non è giunta da letati grosse!<br /> +</p> + +<p> + Credette Cimabue ne la pittura<br /> + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br /> + sì che la fama di colui è scura.<br /> +</p> + +<p> + Così ha tolto luno a laltro Guido<br /> + la gloria de la lingua; e forse è nato<br /> + chi luno e laltro caccerà del nido.<br /> +</p> + +<p> + Non è il mondan romore altro chun fiato<br /> + di vento, chor vien quinci e or vien quindi,<br /> + e muta nome perché muta lato.<br /> +</p> + +<p> + Che voce avrai tu più, se vecchia scindi<br /> + da te la carne, che se fossi morto<br /> + anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,<br /> +</p> + +<p> + pria che passin mill anni? chè più corto<br /> + spazio a letterno, chun muover di ciglia<br /> + al cerchio che più tardi in cielo è torto.<br /> +</p> + +<p> + Colui che del cammin sì poco piglia<br /> + dinanzi a me, Toscana sonò tutta;<br /> + e ora a pena in Siena sen pispiglia,<br /> +</p> + +<p> + ond era sire quando fu distrutta<br /> + la rabbia fiorentina, che superba<br /> + fu a quel tempo sì com ora è putta.<br /> +</p> + +<p> + La vostra nominanza è color derba,<br /> + che viene e va, e quei la discolora<br /> + per cui ella esce de la terra acerba».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Tuo vero dir mincora<br /> + bona umiltà, e gran tumor mappiani;<br /> + ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».<br /> +</p> + +<p> + «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;<br /> + ed è qui perché fu presuntüoso<br /> + a recar Siena tutta a le sue mani.<br /> +</p> + +<p> + Ito è così e va, sanza riposo,<br /> + poi che morì; cotal moneta rende<br /> + a sodisfar chi è di là troppo oso».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Se quello spirito chattende,<br /> + pria che si penta, lorlo de la vita,<br /> + qua giù dimora e qua sù non ascende,<br /> +</p> + +<p> + se buona orazïon lui non aita,<br /> + prima che passi tempo quanto visse,<br /> + come fu la venuta lui largita?».<br /> +</p> + +<p> + «Quando vivea più glorïoso», disse,<br /> + «liberamente nel Campo di Siena,<br /> + ogne vergogna diposta, saffisse;<br /> +</p> + +<p> + e lì, per trar lamico suo di pena,<br /> + che sostenea ne la prigion di Carlo,<br /> + si condusse a tremar per ogne vena.<br /> +</p> + +<p> + Più non dirò, e scuro so che parlo;<br /> + ma poco tempo andrà, che tuoi vicini<br /> + faranno sì che tu potrai chiosarlo.<br /> +</p> + +<p> + Quest opera li tolse quei confini».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap12"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XII +</h3> + +<p> + Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br /> + mandava io con quell anima carca,<br /> + fin che l sofferse il dolce pedagogo.<br /> +</p> + +<p> + Ma quando disse: «Lascia lui e varca;<br /> + ché qui è buono con lali e coi remi,<br /> + quantunque può, ciascun pinger sua barca»;<br /> +</p> + +<p> + dritto sì come andar vuolsi rifemi<br /> + con la persona, avvegna che i pensieri<br /> + mi rimanessero e chinati e scemi.<br /> +</p> + +<p> + Io mera mosso, e seguia volontieri<br /> + del mio maestro i passi, e amendue<br /> + già mostravam com eravam leggeri;<br /> +</p> + +<p> + ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:<br /> + buon ti sarà, per tranquillar la via,<br /> + veder lo letto de le piante tue».<br /> +</p> + +<p> + Come, perché di lor memoria sia,<br /> + sovra i sepolti le tombe terragne<br /> + portan segnato quel chelli eran pria,<br /> +</p> + +<p> + onde lì molte volte si ripiagne<br /> + per la puntura de la rimembranza,<br /> + che solo a pïi dà de le calcagne;<br /> +</p> + +<p> + sì vid io lì, ma di miglior sembianza<br /> + secondo lartificio, figurato<br /> + quanto per via di fuor del monte avanza.<br /> +</p> + +<p> + Vedea colui che fu nobil creato<br /> + più chaltra creatura, giù dal cielo<br /> + folgoreggiando scender, da lun lato.<br /> +</p> + +<p> + Vedëa Brïareo fitto dal telo<br /> + celestïal giacer, da laltra parte,<br /> + grave a la terra per lo mortal gelo.<br /> +</p> + +<p> + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br /> + armati ancora, intorno al padre loro,<br /> + mirar le membra di Giganti sparte.<br /> +</p> + +<p> + Vedea Nembròt a piè del gran lavoro<br /> + quasi smarrito, e riguardar le genti<br /> + che n Sennaàr con lui superbi fuoro.<br /> +</p> + +<p> + O Nïobè, con che occhi dolenti<br /> + vedea io te segnata in su la strada,<br /> + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!<br /> +</p> + +<p> + O Saùl, come in su la propria spada<br /> + quivi parevi morto in Gelboè,<br /> + che poi non sentì pioggia né rugiada!<br /> +</p> + +<p> + O folle Aragne, sì vedea io te<br /> + già mezza ragna, trista in su li stracci<br /> + de lopera che mal per te si fé.<br /> +</p> + +<p> + O Roboàm, già non par che minacci<br /> + quivi l tuo segno; ma pien di spavento<br /> + nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava ancor lo duro pavimento<br /> + come Almeon a sua madre fé caro<br /> + parer lo sventurato addornamento.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava come i figli si gittaro<br /> + sovra Sennacherìb dentro dal tempio,<br /> + e come, morto lui, quivi il lasciaro.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava la ruina e l crudo scempio<br /> + che fé Tamiri, quando disse a Ciro:<br /> + «Sangue sitisti, e io di sangue tempio».<br /> +</p> + +<p> + Mostrava come in rotta si fuggiro<br /> + li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br /> + e anche le reliquie del martiro.<br /> +</p> + +<p> + Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br /> + o Ilïón, come te basso e vile<br /> + mostrava il segno che lì si discerne!<br /> +</p> + +<p> + Qual di pennel fu maestro o di stile<br /> + che ritraesse lombre e tratti chivi<br /> + mirar farieno uno ingegno sottile?<br /> +</p> + +<p> + Morti li morti e i vivi parean vivi:<br /> + non vide mei di me chi vide il vero,<br /> + quant io calcai, fin che chinato givi.<br /> +</p> + +<p> + Or superbite, e via col viso altero,<br /> + figliuoli dEva, e non chinate il volto<br /> + sì che veggiate il vostro mal sentero!<br /> +</p> + +<p> + Più era già per noi del monte vòlto<br /> + e del cammin del sole assai più speso<br /> + che non stimava lanimo non sciolto,<br /> +</p> + +<p> + quando colui che sempre innanzi atteso<br /> + andava, cominciò: «Drizza la testa;<br /> + non è più tempo di gir sì sospeso.<br /> +</p> + +<p> + Vedi colà un angel che sappresta<br /> + per venir verso noi; vedi che torna<br /> + dal servigio del dì lancella sesta.<br /> +</p> + +<p> + Di reverenza il viso e li atti addorna,<br /> + sì che i diletti lo nvïarci in suso;<br /> + pensa che questo dì mai non raggiorna!».<br /> +</p> + +<p> + Io era ben del suo ammonir uso<br /> + pur di non perder tempo, sì che n quella<br /> + materia non potea parlarmi chiuso.<br /> +</p> + +<p> + A noi venìa la creatura bella,<br /> + biancovestito e ne la faccia quale<br /> + par tremolando mattutina stella.<br /> +</p> + +<p> + Le braccia aperse, e indi aperse lale;<br /> + disse: «Venite: qui son presso i gradi,<br /> + e agevolemente omai si sale.<br /> +</p> + +<p> + A questo invito vegnon molto radi:<br /> + o gente umana, per volar sù nata,<br /> + perché a poco vento così cadi?».<br /> +</p> + +<p> + Menocci ove la roccia era tagliata;<br /> + quivi mi batté lali per la fronte;<br /> + poi mi promise sicura landata.<br /> +</p> + +<p> + Come a man destra, per salire al monte<br /> + dove siede la chiesa che soggioga<br /> + la ben guidata sopra Rubaconte,<br /> +</p> + +<p> + si rompe del montar lardita foga<br /> + per le scalee che si fero ad etade<br /> + chera sicuro il quaderno e la doga;<br /> +</p> + +<p> + così sallenta la ripa che cade<br /> + quivi ben ratta da laltro girone;<br /> + ma quinci e quindi lalta pietra rade.<br /> +</p> + +<p> + Noi volgendo ivi le nostre persone,<br /> + Beati pauperes spiritu! voci<br /> + cantaron sì, che nol diria sermone.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quanto son diverse quelle foci<br /> + da linfernali! ché quivi per canti<br /> + sentra, e là giù per lamenti feroci.<br /> +</p> + +<p> + Già montavam su per li scaglion santi,<br /> + ed esser mi parea troppo più lieve<br /> + che per lo pian non mi parea davanti.<br /> +</p> + +<p> + Ond io: «Maestro, dì, qual cosa greve<br /> + levata sè da me, che nulla quasi<br /> + per me fatica, andando, si riceve?».<br /> +</p> + +<p> + Rispuose: «Quando i P che son rimasi<br /> + ancor nel volto tuo presso che stinti,<br /> + saranno, com è lun, del tutto rasi,<br /> +</p> + +<p> + fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,<br /> + che non pur non fatica sentiranno,<br /> + ma fia diletto loro esser sù pinti».<br /> +</p> + +<p> + Allor fec io come color che vanno<br /> + con cosa in capo non da lor saputa,<br /> + se non che cenni altrui sospecciar fanno;<br /> +</p> + +<p> + per che la mano ad accertar saiuta,<br /> + e cerca e truova e quello officio adempie<br /> + che non si può fornir per la veduta;<br /> +</p> + +<p> + e con le dita de la destra scempie<br /> + trovai pur sei le lettere che ncise<br /> + quel da le chiavi a me sovra le tempie:<br /> +</p> + +<p> + a che guardando, il mio duca sorrise.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap13"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XIII +</h3> + +<p> + Noi eravamo al sommo de la scala,<br /> + dove secondamente si risega<br /> + lo monte che salendo altrui dismala.<br /> +</p> + +<p> + Ivi così una cornice lega<br /> + dintorno il poggio, come la primaia;<br /> + se non che larco suo più tosto piega.<br /> +</p> + +<p> + Ombra non lì è né segno che si paia:<br /> + parsi la ripa e parsi la via schietta<br /> + col livido color de la petraia.<br /> +</p> + +<p> + «Se qui per dimandar gente saspetta»,<br /> + ragionava il poeta, «io temo forse<br /> + che troppo avrà dindugio nostra eletta».<br /> +</p> + +<p> + Poi fisamente al sole li occhi porse;<br /> + fece del destro lato a muover centro,<br /> + e la sinistra parte di sé torse.<br /> +</p> + +<p> + «O dolce lume a cui fidanza i entro<br /> + per lo novo cammin, tu ne conduci»,<br /> + dicea, «come condur si vuol quinc entro.<br /> +</p> + +<p> + Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci;<br /> + saltra ragione in contrario non ponta,<br /> + esser dien sempre li tuoi raggi duci».<br /> +</p> + +<p> + Quanto di qua per un migliaio si conta,<br /> + tanto di là eravam noi già iti,<br /> + con poco tempo, per la voglia pronta;<br /> +</p> + +<p> + e verso noi volar furon sentiti,<br /> + non però visti, spiriti parlando<br /> + a la mensa damor cortesi inviti.<br /> +</p> + +<p> + La prima voce che passò volando<br /> + Vinum non habent altamente disse,<br /> + e dietro a noi landò reïterando.<br /> +</p> + +<p> + E prima che del tutto non si udisse<br /> + per allungarsi, unaltra I sono Oreste<br /> + passò gridando, e anco non saffisse.<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss io, «padre, che voci son queste?».<br /> + E com io domandai, ecco la terza<br /> + dicendo: Amate da cui male aveste.<br /> +</p> + +<p> + E l buon maestro: «Questo cinghio sferza<br /> + la colpa de la invidia, e però sono<br /> + tratte damor le corde de la ferza.<br /> +</p> + +<p> + Lo fren vuol esser del contrario suono;<br /> + credo che ludirai, per mio avviso,<br /> + prima che giunghi al passo del perdono.<br /> +</p> + +<p> + Ma ficca li occhi per laere ben fiso,<br /> + e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br /> + e ciascun è lungo la grotta assiso».<br /> +</p> + +<p> + Allora più che prima li occhi apersi;<br /> + guardami innanzi, e vidi ombre con manti<br /> + al color de la pietra non diversi.<br /> +</p> + +<p> + E poi che fummo un poco più avanti,<br /> + udia gridar: Maria, òra per noi:<br /> + gridar Michele e Pietro e Tutti santi.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che per terra vada ancoi<br /> + omo sì duro, che non fosse punto<br /> + per compassion di quel chi vidi poi;<br /> +</p> + +<p> + ché, quando fui sì presso di lor giunto,<br /> + che li atti loro a me venivan certi,<br /> + per li occhi fui di grave dolor munto.<br /> +</p> + +<p> + Di vil ciliccio mi parean coperti,<br /> + e lun sofferia laltro con la spalla,<br /> + e tutti da la ripa eran sofferti.<br /> +</p> + +<p> + Così li ciechi a cui la roba falla,<br /> + stanno a perdoni a chieder lor bisogna,<br /> + e luno il capo sopra laltro avvalla,<br /> +</p> + +<p> + perché n altrui pietà tosto si pogna,<br /> + non pur per lo sonar de le parole,<br /> + ma per la vista che non meno agogna.<br /> +</p> + +<p> + E come a li orbi non approda il sole,<br /> + così a lombre quivi, ond io parlo ora,<br /> + luce del ciel di sé largir non vole;<br /> +</p> + +<p> + ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra<br /> + e cusce sì, come a sparvier selvaggio<br /> + si fa però che queto non dimora.<br /> +</p> + +<p> + A me pareva, andando, fare oltraggio,<br /> + veggendo altrui, non essendo veduto:<br /> + per chio mi volsi al mio consiglio saggio.<br /> +</p> + +<p> + Ben sapev ei che volea dir lo muto;<br /> + e però non attese mia dimanda,<br /> + ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».<br /> +</p> + +<p> + Virgilio mi venìa da quella banda<br /> + de la cornice onde cader si puote,<br /> + perché da nulla sponda singhirlanda;<br /> +</p> + +<p> + da laltra parte meran le divote<br /> + ombre, che per lorribile costura<br /> + premevan sì, che bagnavan le gote.<br /> +</p> + +<p> + Volsimi a loro e: «O gente sicura»,<br /> + incominciai, «di veder lalto lume<br /> + che l disio vostro solo ha in sua cura,<br /> +</p> + +<p> + se tosto grazia resolva le schiume<br /> + di vostra coscïenza sì che chiaro<br /> + per essa scenda de la mente il fiume,<br /> +</p> + +<p> + ditemi, ché mi fia grazioso e caro,<br /> + sanima è qui tra voi che sia latina;<br /> + e forse lei sarà buon si lapparo».<br /> +</p> + +<p> + «O frate mio, ciascuna è cittadina<br /> + duna vera città; ma tu vuo dire<br /> + che vivesse in Italia peregrina».<br /> +</p> + +<p> + Questo mi parve per risposta udire<br /> + più innanzi alquanto che là dov io stava,<br /> + ond io mi feci ancor più là sentire.<br /> +</p> + +<p> + Tra laltre vidi unombra chaspettava<br /> + in vista; e se volesse alcun dir Come?,<br /> + lo mento a guisa dorbo in sù levava.<br /> +</p> + +<p> + «Spirto», diss io, «che per salir ti dome,<br /> + se tu se quelli che mi rispondesti,<br /> + fammiti conto o per luogo o per nome».<br /> +</p> + +<p> + «Io fui sanese», rispuose, «e con questi<br /> + altri rimendo qui la vita ria,<br /> + lagrimando a colui che sé ne presti.<br /> +</p> + +<p> + Savia non fui, avvegna che Sapìa<br /> + fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br /> + più lieta assai che di ventura mia.<br /> +</p> + +<p> + E perché tu non creda chio tinganni,<br /> + odi si fui, com io ti dico, folle,<br /> + già discendendo larco di miei anni.<br /> +</p> + +<p> + Eran li cittadin miei presso a Colle<br /> + in campo giunti co loro avversari,<br /> + e io pregava Iddio di quel che volle.<br /> +</p> + +<p> + Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari<br /> + passi di fuga; e veggendo la caccia,<br /> + letizia presi a tutte altre dispari,<br /> +</p> + +<p> + tanto chio volsi in sù lardita faccia,<br /> + gridando a Dio: Omai più non ti temo!,<br /> + come fé l merlo per poca bonaccia.<br /> +</p> + +<p> + Pace volli con Dio in su lo stremo<br /> + de la mia vita; e ancor non sarebbe<br /> + lo mio dover per penitenza scemo,<br /> +</p> + +<p> + se ciò non fosse, cha memoria mebbe<br /> + Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br /> + a cui di me per caritate increbbe.<br /> +</p> + +<p> + Ma tu chi se, che nostre condizioni<br /> + vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br /> + sì com io credo, e spirando ragioni?».<br /> +</p> + +<p> + «Li occhi», diss io, «mi fieno ancor qui tolti,<br /> + ma picciol tempo, ché poca è loffesa<br /> + fatta per esser con invidia vòlti.<br /> +</p> + +<p> + Troppa è più la paura ond è sospesa<br /> + lanima mia del tormento di sotto,<br /> + che già lo ncarco di là giù mi pesa».<br /> +</p> + +<p> + Ed ella a me: «Chi tha dunque condotto<br /> + qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».<br /> + E io: «Costui chè meco e non fa motto.<br /> +</p> + +<p> + E vivo sono; e però mi richiedi,<br /> + spirito eletto, se tu vuo chi mova<br /> + di là per te ancor li mortai piedi».<br /> +</p> + +<p> + «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,<br /> + rispuose, «che gran segno è che Dio tami;<br /> + però col priego tuo talor mi giova.<br /> +</p> + +<p> + E cheggioti, per quel che tu più brami,<br /> + se mai calchi la terra di Toscana,<br /> + che a miei propinqui tu ben mi rinfami.<br /> +</p> + +<p> + Tu li vedrai tra quella gente vana<br /> + che spera in Talamone, e perderagli<br /> + più di speranza cha trovar la Diana;<br /> +</p> + +<p> + ma più vi perderanno li ammiragli».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap14"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XIV +</h3> + +<p> + «Chi è costui che l nostro monte cerchia<br /> + prima che morte li abbia dato il volo,<br /> + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».<br /> +</p> + +<p> + «Non so chi sia, ma so che non è solo;<br /> + domandal tu che più li tavvicini,<br /> + e dolcemente, sì che parli, accolo».<br /> +</p> + +<p> + Così due spirti, luno a laltro chini,<br /> + ragionavan di me ivi a man dritta;<br /> + poi fer li visi, per dirmi, supini;<br /> +</p> + +<p> + e disse luno: «O anima che fitta<br /> + nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,<br /> + per carità ne consola e ne ditta<br /> +</p> + +<p> + onde vieni e chi se; ché tu ne fai<br /> + tanto maravigliar de la tua grazia,<br /> + quanto vuol cosa che non fu più mai».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Per mezza Toscana si spazia<br /> + un fiumicel che nasce in Falterona,<br /> + e cento miglia di corso nol sazia.<br /> +</p> + +<p> + Di sovr esso rech io questa persona:<br /> + dirvi chi sia, saria parlare indarno,<br /> + ché l nome mio ancor molto non suona».<br /> +</p> + +<p> + «Se ben lo ntendimento tuo accarno<br /> + con lo ntelletto», allora mi rispuose<br /> + quei che diceva pria, «tu parli dArno».<br /> +</p> + +<p> + E laltro disse lui: «Perché nascose<br /> + questi il vocabol di quella riviera,<br /> + pur com om fa de lorribili cose?».<br /> +</p> + +<p> + E lombra che di ciò domandata era,<br /> + si sdebitò così: «Non so; ma degno<br /> + ben è che l nome di tal valle pèra;<br /> +</p> + +<p> + ché dal principio suo, ov è sì pregno<br /> + lalpestro monte ond è tronco Peloro,<br /> + che n pochi luoghi passa oltra quel segno,<br /> +</p> + +<p> + infin là ve si rende per ristoro<br /> + di quel che l ciel de la marina asciuga,<br /> + ond hanno i fiumi ciò che va con loro,<br /> +</p> + +<p> + vertù così per nimica si fuga<br /> + da tutti come biscia, o per sventura<br /> + del luogo, o per mal uso che li fruga:<br /> +</p> + +<p> + ond hanno sì mutata lor natura<br /> + li abitator de la misera valle,<br /> + che par che Circe li avesse in pastura.<br /> +</p> + +<p> + Tra brutti porci, più degni di galle<br /> + che daltro cibo fatto in uman uso,<br /> + dirizza prima il suo povero calle.<br /> +</p> + +<p> + Botoli trova poi, venendo giuso,<br /> + ringhiosi più che non chiede lor possa,<br /> + e da lor disdegnosa torce il muso.<br /> +</p> + +<p> + Vassi caggendo; e quant ella più ngrossa,<br /> + tanto più trova di can farsi lupi<br /> + la maladetta e sventurata fossa.<br /> +</p> + +<p> + Discesa poi per più pelaghi cupi,<br /> + trova le volpi sì piene di froda,<br /> + che non temono ingegno che le occùpi.<br /> +</p> + +<p> + Né lascerò di dir perch altri moda;<br /> + e buon sarà costui, sancor sammenta<br /> + di ciò che vero spirto mi disnoda.<br /> +</p> + +<p> + Io veggio tuo nepote che diventa<br /> + cacciator di quei lupi in su la riva<br /> + del fiero fiume, e tutti li sgomenta.<br /> +</p> + +<p> + Vende la carne loro essendo viva;<br /> + poscia li ancide come antica belva;<br /> + molti di vita e sé di pregio priva.<br /> +</p> + +<p> + Sanguinoso esce de la trista selva;<br /> + lasciala tal, che di qui a mille anni<br /> + ne lo stato primaio non si rinselva».<br /> +</p> + +<p> + Com a lannunzio di dogliosi danni<br /> + si turba il viso di colui chascolta,<br /> + da qual che parte il periglio lassanni,<br /> +</p> + +<p> + così vid io laltr anima, che volta<br /> + stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br /> + poi chebbe la parola a sé raccolta.<br /> +</p> + +<p> + Lo dir de luna e de laltra la vista<br /> + mi fer voglioso di saper lor nomi,<br /> + e dimanda ne fei con prieghi mista;<br /> +</p> + +<p> + per che lo spirto che di pria parlòmi<br /> + ricominciò: «Tu vuo chio mi deduca<br /> + nel fare a te ciò che tu far non vuomi.<br /> +</p> + +<p> + Ma da che Dio in te vuol che traluca<br /> + tanto sua grazia, non ti sarò scarso;<br /> + però sappi chio fui Guido del Duca.<br /> +</p> + +<p> + Fu il sangue mio dinvidia sì rïarso,<br /> + che se veduto avesse uom farsi lieto,<br /> + visto mavresti di livore sparso.<br /> +</p> + +<p> + Di mia semente cotal paglia mieto;<br /> + o gente umana, perché poni l core<br /> + là v è mestier di consorte divieto?<br /> +</p> + +<p> + Questi è Rinier; questi è l pregio e lonore<br /> + de la casa da Calboli, ove nullo<br /> + fatto sè reda poi del suo valore.<br /> +</p> + +<p> + E non pur lo suo sangue è fatto brullo,<br /> + tra l Po e l monte e la marina e l Reno,<br /> + del ben richesto al vero e al trastullo;<br /> +</p> + +<p> + ché dentro a questi termini è ripieno<br /> + di venenosi sterpi, sì che tardi<br /> + per coltivare omai verrebber meno.<br /> +</p> + +<p> + Ov è l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br /> + Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br /> + Oh Romagnuoli tornati in bastardi!<br /> +</p> + +<p> + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br /> + quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br /> + verga gentil di picciola gramigna?<br /> +</p> + +<p> + Non ti maravigliar sio piango, Tosco,<br /> + quando rimembro, con Guido da Prata,<br /> + Ugolin dAzzo che vivette nosco,<br /> +</p> + +<p> + Federigo Tignoso e sua brigata,<br /> + la casa Traversara e li Anastagi<br /> + (e luna gente e laltra è diretata),<br /> +</p> + +<p> + le donne e cavalier, li affanni e li agi<br /> + che ne nvogliava amore e cortesia<br /> + là dove i cuor son fatti sì malvagi.<br /> +</p> + +<p> + O Bretinoro, ché non fuggi via,<br /> + poi che gita se nè la tua famiglia<br /> + e molta gente per non esser ria?<br /> +</p> + +<p> + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br /> + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br /> + che di figliar tai conti più simpiglia.<br /> +</p> + +<p> + Ben faranno i Pagan, da che l demonio<br /> + lor sen girà; ma non però che puro<br /> + già mai rimagna dessi testimonio.<br /> +</p> + +<p> + O Ugolin de Fantolin, sicuro<br /> + è l nome tuo, da che più non saspetta<br /> + chi far lo possa, tralignando, scuro.<br /> +</p> + +<p> + Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta<br /> + troppo di pianger più che di parlare,<br /> + sì mha nostra ragion la mente stretta».<br /> +</p> + +<p> + Noi sapavam che quell anime care<br /> + ci sentivano andar; però, tacendo,<br /> + facëan noi del cammin confidare.<br /> +</p> + +<p> + Poi fummo fatti soli procedendo,<br /> + folgore parve quando laere fende,<br /> + voce che giunse di contra dicendo:<br /> +</p> + +<p> + Anciderammi qualunque mapprende;<br /> + e fuggì come tuon che si dilegua,<br /> + se sùbito la nuvola scoscende.<br /> +</p> + +<p> + Come da lei ludir nostro ebbe triegua,<br /> + ed ecco laltra con sì gran fracasso,<br /> + che somigliò tonar che tosto segua:<br /> +</p> + +<p> + «Io sono Aglauro che divenni sasso»;<br /> + e allor, per ristrignermi al poeta,<br /> + in destro feci, e non innanzi, il passo.<br /> +</p> + +<p> + Già era laura dogne parte queta;<br /> + ed el mi disse: «Quel fu l duro camo<br /> + che dovria luom tener dentro a sua meta.<br /> +</p> + +<p> + Ma voi prendete lesca, sì che lamo<br /> + de lantico avversaro a sé vi tira;<br /> + e però poco val freno o richiamo.<br /> +</p> + +<p> + Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira,<br /> + mostrandovi le sue bellezze etterne,<br /> + e locchio vostro pur a terra mira;<br /> +</p> + +<p> + onde vi batte chi tutto discerne».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap15"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XV +</h3> + +<p> + Quanto tra lultimar de lora terza<br /> + e l principio del dì par de la spera<br /> + che sempre a guisa di fanciullo scherza,<br /> +</p> + +<p> + tanto pareva già inver la sera<br /> + essere al sol del suo corso rimaso;<br /> + vespero là, e qui mezza notte era.<br /> +</p> + +<p> + E i raggi ne ferien per mezzo l naso,<br /> + perché per noi girato era sì l monte,<br /> + che già dritti andavamo inver loccaso,<br /> +</p> + +<p> + quand io senti a me gravar la fronte<br /> + a lo splendore assai più che di prima,<br /> + e stupor meran le cose non conte;<br /> +</p> + +<p> + ond io levai le mani inver la cima<br /> + de le mie ciglia, e fecimi l solecchio,<br /> + che del soverchio visibile lima.<br /> +</p> + +<p> + Come quando da lacqua o da lo specchio<br /> + salta lo raggio a lopposita parte,<br /> + salendo su per lo modo parecchio<br /> +</p> + +<p> + a quel che scende, e tanto si diparte<br /> + dal cader de la pietra in igual tratta,<br /> + sì come mostra esperïenza e arte;<br /> +</p> + +<p> + così mi parve da luce rifratta<br /> + quivi dinanzi a me esser percosso;<br /> + per che a fuggir la mia vista fu ratta.<br /> +</p> + +<p> + «Che è quel, dolce padre, a che non posso<br /> + schermar lo viso tanto che mi vaglia»,<br /> + diss io, «e pare inver noi esser mosso?».<br /> +</p> + +<p> + «Non ti maravigliar sancor tabbaglia<br /> + la famiglia del cielo», a me rispuose:<br /> + «messo è che viene ad invitar chom saglia.<br /> +</p> + +<p> + Tosto sarà cha veder queste cose<br /> + non ti fia grave, ma fieti diletto<br /> + quanto natura a sentir ti dispuose».<br /> +</p> + +<p> + Poi giunti fummo a langel benedetto,<br /> + con lieta voce disse: «Intrate quinci<br /> + ad un scaleo vie men che li altri eretto».<br /> +</p> + +<p> + Noi montavam, già partiti di linci,<br /> + e Beati misericordes! fue<br /> + cantato retro, e Godi tu che vinci!.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro e io soli amendue<br /> + suso andavamo; e io pensai, andando,<br /> + prode acquistar ne le parole sue;<br /> +</p> + +<p> + e dirizzami a lui sì dimandando:<br /> + «Che volse dir lo spirto di Romagna,<br /> + e divieto e consorte menzionando?».<br /> +</p> + +<p> + Per chelli a me: «Di sua maggior magagna<br /> + conosce il danno; e però non sammiri<br /> + se ne riprende perché men si piagna.<br /> +</p> + +<p> + Perché sappuntano i vostri disiri<br /> + dove per compagnia parte si scema,<br /> + invidia move il mantaco a sospiri.<br /> +</p> + +<p> + Ma se lamor de la spera supprema<br /> + torcesse in suso il disiderio vostro,<br /> + non vi sarebbe al petto quella tema;<br /> +</p> + +<p> + ché, per quanti si dice più lì nostro,<br /> + tanto possiede più di ben ciascuno,<br /> + e più di caritate arde in quel chiostro».<br /> +</p> + +<p> + «Io son desser contento più digiuno»,<br /> + diss io, «che se mi fosse pria taciuto,<br /> + e più di dubbio ne la mente aduno.<br /> +</p> + +<p> + Com esser puote chun ben, distributo<br /> + in più posseditor, faccia più ricchi<br /> + di sé che se da pochi è posseduto?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Però che tu rificchi<br /> + la mente pur a le cose terrene,<br /> + di vera luce tenebre dispicchi.<br /> +</p> + +<p> + Quello infinito e ineffabil bene<br /> + che là sù è, così corre ad amore<br /> + com a lucido corpo raggio vene.<br /> +</p> + +<p> + Tanto si dà quanto trova dardore;<br /> + sì che, quantunque carità si stende,<br /> + cresce sovr essa letterno valore.<br /> +</p> + +<p> + E quanta gente più là sù sintende,<br /> + più vè da bene amare, e più vi sama,<br /> + e come specchio luno a laltro rende.<br /> +</p> + +<p> + E se la mia ragion non ti disfama,<br /> + vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br /> + ti torrà questa e ciascun altra brama.<br /> +</p> + +<p> + Procaccia pur che tosto sieno spente,<br /> + come son già le due, le cinque piaghe,<br /> + che si richiudon per esser dolente».<br /> +</p> + +<p> + Com io voleva dicer Tu mappaghe,<br /> + vidimi giunto in su laltro girone,<br /> + sì che tacer mi fer le luci vaghe.<br /> +</p> + +<p> + Ivi mi parve in una visïone<br /> + estatica di sùbito esser tratto,<br /> + e vedere in un tempio più persone;<br /> +</p> + +<p> + e una donna, in su lentrar, con atto<br /> + dolce di madre dicer: «Figliuol mio,<br /> + perché hai tu così verso noi fatto?<br /> +</p> + +<p> + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br /> + ti cercavamo». E come qui si tacque,<br /> + ciò che pareva prima, dispario.<br /> +</p> + +<p> + Indi mapparve unaltra con quell acque<br /> + giù per le gote che l dolor distilla<br /> + quando di gran dispetto in altrui nacque,<br /> +</p> + +<p> + e dir: «Se tu se sire de la villa<br /> + del cui nome ne dèi fu tanta lite,<br /> + e onde ogne scïenza disfavilla,<br /> +</p> + +<p> + vendica te di quelle braccia ardite<br /> + chabbracciar nostra figlia, o Pisistràto».<br /> + E l segnor mi parea, benigno e mite,<br /> +</p> + +<p> + risponder lei con viso temperato:<br /> + «Che farem noi a chi mal ne disira,<br /> + se quei che ci ama è per noi condannato?»,<br /> +</p> + +<p> + Poi vidi genti accese in foco dira<br /> + con pietre un giovinetto ancider, forte<br /> + gridando a sé pur: «Martira, martira!».<br /> +</p> + +<p> + E lui vedea chinarsi, per la morte<br /> + che laggravava già, inver la terra,<br /> + ma de li occhi facea sempre al ciel porte,<br /> +</p> + +<p> + orando a lalto Sire, in tanta guerra,<br /> + che perdonasse a suoi persecutori,<br /> + con quello aspetto che pietà diserra.<br /> +</p> + +<p> + Quando lanima mia tornò di fori<br /> + a le cose che son fuor di lei vere,<br /> + io riconobbi i miei non falsi errori.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio, che mi potea vedere<br /> + far sì com om che dal sonno si slega,<br /> + disse: «Che hai che non ti puoi tenere,<br /> +</p> + +<p> + ma se venuto più che mezza lega<br /> + velando li occhi e con le gambe avvolte,<br /> + a guisa di cui vino o sonno piega?».<br /> +</p> + +<p> + «O dolce padre mio, se tu mascolte,<br /> + io ti dirò», diss io, «ciò che mapparve<br /> + quando le gambe mi furon sì tolte».<br /> +</p> + +<p> + Ed ei: «Se tu avessi cento larve<br /> + sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br /> + le tue cogitazion, quantunque parve.<br /> +</p> + +<p> + Ciò che vedesti fu perché non scuse<br /> + daprir lo core a lacque de la pace<br /> + che da letterno fonte son diffuse.<br /> +</p> + +<p> + Non dimandai Che hai? per quel che face<br /> + chi guarda pur con locchio che non vede,<br /> + quando disanimato il corpo giace;<br /> +</p> + +<p> + ma dimandai per darti forza al piede:<br /> + così frugar conviensi i pigri, lenti<br /> + ad usar lor vigilia quando riede».<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam per lo vespero, attenti<br /> + oltre quanto potean li occhi allungarsi<br /> + contra i raggi serotini e lucenti.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br /> + verso di noi come la notte oscuro;<br /> + né da quello era loco da cansarsi.<br /> +</p> + +<p> + Questo ne tolse li occhi e laere puro.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap16"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XVI +</h3> + +<p> + Buio dinferno e di notte privata<br /> + dogne pianeto, sotto pover cielo,<br /> + quant esser può di nuvol tenebrata,<br /> +</p> + +<p> + non fece al viso mio sì grosso velo<br /> + come quel fummo chivi ci coperse,<br /> + né a sentir di così aspro pelo,<br /> +</p> + +<p> + che locchio stare aperto non sofferse;<br /> + onde la scorta mia saputa e fida<br /> + mi saccostò e lomero mofferse.<br /> +</p> + +<p> + Sì come cieco va dietro a sua guida<br /> + per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br /> + in cosa che l molesti, o forse ancida,<br /> +</p> + +<p> + mandava io per laere amaro e sozzo,<br /> + ascoltando il mio duca che diceva<br /> + pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».<br /> +</p> + +<p> + Io sentia voci, e ciascuna pareva<br /> + pregar per pace e per misericordia<br /> + lAgnel di Dio che le peccata leva.<br /> +</p> + +<p> + Pur Agnus Dei eran le loro essordia;<br /> + una parola in tutte era e un modo,<br /> + sì che parea tra esse ogne concordia.<br /> +</p> + +<p> + «Quei sono spirti, maestro, chi odo?»,<br /> + diss io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,<br /> + e diracundia van solvendo il nodo».<br /> +</p> + +<p> + «Or tu chi se che l nostro fummo fendi,<br /> + e di noi parli pur come se tue<br /> + partissi ancor lo tempo per calendi?».<br /> +</p> + +<p> + Così per una voce detto fue;<br /> + onde l maestro mio disse: «Rispondi,<br /> + e domanda se quinci si va sùe».<br /> +</p> + +<p> + E io: «O creatura che ti mondi<br /> + per tornar bella a colui che ti fece,<br /> + maraviglia udirai, se mi secondi».<br /> +</p> + +<p> + «Io ti seguiterò quanto mi lece»,<br /> + rispuose; «e se veder fummo non lascia,<br /> + ludir ci terrà giunti in quella vece».<br /> +</p> + +<p> + Allora incominciai: «Con quella fascia<br /> + che la morte dissolve men vo suso,<br /> + e venni qui per linfernale ambascia.<br /> +</p> + +<p> + E se Dio mha in sua grazia rinchiuso,<br /> + tanto che vuol chi veggia la sua corte<br /> + per modo tutto fuor del moderno uso,<br /> +</p> + +<p> + non mi celar chi fosti anzi la morte,<br /> + ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco;<br /> + e tue parole fier le nostre scorte».<br /> +</p> + +<p> + «Lombardo fui, e fu chiamato Marco;<br /> + del mondo seppi, e quel valore amai<br /> + al quale ha or ciascun disteso larco.<br /> +</p> + +<p> + Per montar sù dirittamente vai».<br /> + Così rispuose, e soggiunse: «I ti prego<br /> + che per me prieghi quando sù sarai».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Per fede mi ti lego<br /> + di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio<br /> + dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.<br /> +</p> + +<p> + Prima era scempio, e ora è fatto doppio<br /> + ne la sentenza tua, che mi fa certo<br /> + qui, e altrove, quello ov io laccoppio.<br /> +</p> + +<p> + Lo mondo è ben così tutto diserto<br /> + dogne virtute, come tu mi sone,<br /> + e di malizia gravido e coverto;<br /> +</p> + +<p> + ma priego che maddite la cagione,<br /> + sì chi la veggia e chi la mostri altrui;<br /> + ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».<br /> +</p> + +<p> + Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,<br /> + mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,<br /> + lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.<br /> +</p> + +<p> + Voi che vivete ogne cagion recate<br /> + pur suso al cielo, pur come se tutto<br /> + movesse seco di necessitate.<br /> +</p> + +<p> + Se così fosse, in voi fora distrutto<br /> + libero arbitrio, e non fora giustizia<br /> + per ben letizia, e per male aver lutto.<br /> +</p> + +<p> + Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br /> + non dico tutti, ma, posto chi l dica,<br /> + lume vè dato a bene e a malizia,<br /> +</p> + +<p> + e libero voler; che, se fatica<br /> + ne le prime battaglie col ciel dura,<br /> + poi vince tutto, se ben si notrica.<br /> +</p> + +<p> + A maggior forza e a miglior natura<br /> + liberi soggiacete; e quella cria<br /> + la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.<br /> +</p> + +<p> + Però, se l mondo presente disvia,<br /> + in voi è la cagione, in voi si cheggia;<br /> + e io te ne sarò or vera spia.<br /> +</p> + +<p> + Esce di mano a lui che la vagheggia<br /> + prima che sia, a guisa di fanciulla<br /> + che piangendo e ridendo pargoleggia,<br /> +</p> + +<p> + lanima semplicetta che sa nulla,<br /> + salvo che, mossa da lieto fattore,<br /> + volontier torna a ciò che la trastulla.<br /> +</p> + +<p> + Di picciol bene in pria sente sapore;<br /> + quivi singanna, e dietro ad esso corre,<br /> + se guida o fren non torce suo amore.<br /> +</p> + +<p> + Onde convenne legge per fren porre;<br /> + convenne rege aver, che discernesse<br /> + de la vera cittade almen la torre.<br /> +</p> + +<p> + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br /> + Nullo, però che l pastor che procede,<br /> + rugumar può, ma non ha lunghie fesse;<br /> +</p> + +<p> + per che la gente, che sua guida vede<br /> + pur a quel ben fedire ond ella è ghiotta,<br /> + di quel si pasce, e più oltre non chiede.<br /> +</p> + +<p> + Ben puoi veder che la mala condotta<br /> + è la cagion che l mondo ha fatto reo,<br /> + e non natura che n voi sia corrotta.<br /> +</p> + +<p> + Soleva Roma, che l buon mondo feo,<br /> + due soli aver, che luna e laltra strada<br /> + facean vedere, e del mondo e di Deo.<br /> +</p> + +<p> + Lun laltro ha spento; ed è giunta la spada<br /> + col pasturale, e lun con laltro insieme<br /> + per viva forza mal convien che vada;<br /> +</p> + +<p> + però che, giunti, lun laltro non teme:<br /> + se non mi credi, pon mente a la spiga,<br /> + chogn erba si conosce per lo seme.<br /> +</p> + +<p> + In sul paese chAdice e Po riga,<br /> + solea valore e cortesia trovarsi,<br /> + prima che Federigo avesse briga;<br /> +</p> + +<p> + or può sicuramente indi passarsi<br /> + per qualunque lasciasse, per vergogna<br /> + di ragionar coi buoni o dappressarsi.<br /> +</p> + +<p> + Ben vèn tre vecchi ancora in cui rampogna<br /> + lantica età la nova, e par lor tardo<br /> + che Dio a miglior vita li ripogna:<br /> +</p> + +<p> + Currado da Palazzo e l buon Gherardo<br /> + e Guido da Castel, che mei si noma,<br /> + francescamente, il semplice Lombardo.<br /> +</p> + +<p> + Dì oggimai che la Chiesa di Roma,<br /> + per confondere in sé due reggimenti,<br /> + cade nel fango, e sé brutta e la soma».<br /> +</p> + +<p> + «O Marco mio», diss io, «bene argomenti;<br /> + e or discerno perché dal retaggio<br /> + li figli di Levì furono essenti.<br /> +</p> + +<p> + Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio<br /> + di chè rimaso de la gente spenta,<br /> + in rimprovèro del secol selvaggio?».<br /> +</p> + +<p> + «O tuo parlar minganna, o el mi tenta»,<br /> + rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,<br /> + par che del buon Gherardo nulla senta.<br /> +</p> + +<p> + Per altro sopranome io nol conosco,<br /> + sio nol togliessi da sua figlia Gaia.<br /> + Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.<br /> +</p> + +<p> + Vedi lalbor che per lo fummo raia<br /> + già biancheggiare, e me convien partirmi<br /> + (langelo è ivi) prima chio li paia».<br /> +</p> + +<p> + Così tornò, e più non volle udirmi.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap17"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XVII +</h3> + +<p> + Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe<br /> + ti colse nebbia per la qual vedessi<br /> + non altrimenti che per pelle talpe,<br /> +</p> + +<p> + come, quando i vapori umidi e spessi<br /> + a diradar cominciansi, la spera<br /> + del sol debilemente entra per essi;<br /> +</p> + +<p> + e fia la tua imagine leggera<br /> + in giugnere a veder com io rividi<br /> + lo sole in pria, che già nel corcar era.<br /> +</p> + +<p> + Sì, pareggiando i miei co passi fidi<br /> + del mio maestro, usci fuor di tal nube<br /> + ai raggi morti già ne bassi lidi.<br /> +</p> + +<p> + O imaginativa che ne rube<br /> + talvolta sì di fuor, chom non saccorge<br /> + perché dintorno suonin mille tube,<br /> +</p> + +<p> + chi move te, se l senso non ti porge?<br /> + Moveti lume che nel ciel sinforma,<br /> + per sé o per voler che giù lo scorge.<br /> +</p> + +<p> + De lempiezza di lei che mutò forma<br /> + ne luccel cha cantar più si diletta,<br /> + ne limagine mia apparve lorma;<br /> +</p> + +<p> + e qui fu la mia mente sì ristretta<br /> + dentro da sé, che di fuor non venìa<br /> + cosa che fosse allor da lei ricetta.<br /> +</p> + +<p> + Poi piovve dentro a lalta fantasia<br /> + un crucifisso, dispettoso e fero<br /> + ne la sua vista, e cotal si moria;<br /> +</p> + +<p> + intorno ad esso era il grande Assüero,<br /> + Estèr sua sposa e l giusto Mardoceo,<br /> + che fu al dire e al far così intero.<br /> +</p> + +<p> + E come questa imagine rompeo<br /> + sé per sé stessa, a guisa duna bulla<br /> + cui manca lacqua sotto qual si feo,<br /> +</p> + +<p> + surse in mia visïone una fanciulla<br /> + piangendo forte, e dicea: «O regina,<br /> + perché per ira hai voluto esser nulla?<br /> +</p> + +<p> + Ancisa thai per non perder Lavina;<br /> + or mhai perduta! Io son essa che lutto,<br /> + madre, a la tua pria cha laltrui ruina».<br /> +</p> + +<p> + Come si frange il sonno ove di butto<br /> + nova luce percuote il viso chiuso,<br /> + che fratto guizza pria che muoia tutto;<br /> +</p> + +<p> + così limaginar mio cadde giuso<br /> + tosto che lume il volto mi percosse,<br /> + maggior assai che quel chè in nostro uso.<br /> +</p> + +<p> + I mi volgea per veder ov io fosse,<br /> + quando una voce disse «Qui si monta»,<br /> + che da ogne altro intento mi rimosse;<br /> +</p> + +<p> + e fece la mia voglia tanto pronta<br /> + di riguardar chi era che parlava,<br /> + che mai non posa, se non si raffronta.<br /> +</p> + +<p> + Ma come al sol che nostra vista grava<br /> + e per soverchio sua figura vela,<br /> + così la mia virtù quivi mancava.<br /> +</p> + +<p> + «Questo è divino spirito, che ne la<br /> + via da ir sù ne drizza sanza prego,<br /> + e col suo lume sé medesmo cela.<br /> +</p> + +<p> + Sì fa con noi, come luom si fa sego;<br /> + ché quale aspetta prego e luopo vede,<br /> + malignamente già si mette al nego.<br /> +</p> + +<p> + Or accordiamo a tanto invito il piede;<br /> + procacciam di salir pria che sabbui,<br /> + ché poi non si poria, se l dì non riede».<br /> +</p> + +<p> + Così disse il mio duca, e io con lui<br /> + volgemmo i nostri passi ad una scala;<br /> + e tosto chio al primo grado fui,<br /> +</p> + +<p> + sentimi presso quasi un muover dala<br /> + e ventarmi nel viso e dir: Beati<br /> + pacifici, che son sanz ira mala!.<br /> +</p> + +<p> + Già eran sovra noi tanto levati<br /> + li ultimi raggi che la notte segue,<br /> + che le stelle apparivan da più lati.<br /> +</p> + +<p> + O virtù mia, perché sì ti dilegue?,<br /> + fra me stesso dicea, ché mi sentiva<br /> + la possa de le gambe posta in triegue.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam dove più non saliva<br /> + la scala sù, ed eravamo affissi,<br /> + pur come nave cha la piaggia arriva.<br /> +</p> + +<p> + E io attesi un poco, sio udissi<br /> + alcuna cosa nel novo girone;<br /> + poi mi volsi al maestro mio, e dissi:<br /> +</p> + +<p> + «Dolce mio padre, dì, quale offensione<br /> + si purga qui nel giro dove semo?<br /> + Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Lamor del bene, scemo<br /> + del suo dover, quiritta si ristora;<br /> + qui si ribatte il mal tardato remo.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché più aperto intendi ancora,<br /> + volgi la mente a me, e prenderai<br /> + alcun buon frutto di nostra dimora».<br /> +</p> + +<p> + «Né creator né creatura mai»,<br /> + cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,<br /> + o naturale o danimo; e tu l sai.<br /> +</p> + +<p> + Lo naturale è sempre sanza errore,<br /> + ma laltro puote errar per malo obietto<br /> + o per troppo o per poco di vigore.<br /> +</p> + +<p> + Mentre chelli è nel primo ben diretto,<br /> + e ne secondi sé stesso misura,<br /> + esser non può cagion di mal diletto;<br /> +</p> + +<p> + ma quando al mal si torce, o con più cura<br /> + o con men che non dee corre nel bene,<br /> + contra l fattore adovra sua fattura.<br /> +</p> + +<p> + Quinci comprender puoi chesser convene<br /> + amor sementa in voi dogne virtute<br /> + e dogne operazion che merta pene.<br /> +</p> + +<p> + Or, perché mai non può da la salute<br /> + amor del suo subietto volger viso,<br /> + da lodio proprio son le cose tute;<br /> +</p> + +<p> + e perché intender non si può diviso,<br /> + e per sé stante, alcuno esser dal primo,<br /> + da quello odiare ogne effetto è deciso.<br /> +</p> + +<p> + Resta, se dividendo bene stimo,<br /> + che l mal che sama è del prossimo; ed esso<br /> + amor nasce in tre modi in vostro limo.<br /> +</p> + +<p> + È chi, per esser suo vicin soppresso,<br /> + spera eccellenza, e sol per questo brama<br /> + chel sia di sua grandezza in basso messo;<br /> +</p> + +<p> + è chi podere, grazia, onore e fama<br /> + teme di perder perch altri sormonti,<br /> + onde sattrista sì che l contrario ama;<br /> +</p> + +<p> + ed è chi per ingiuria par chaonti,<br /> + sì che si fa de la vendetta ghiotto,<br /> + e tal convien che l male altrui impronti.<br /> +</p> + +<p> + Questo triforme amor qua giù di sotto<br /> + si piange: or vo che tu de laltro intende,<br /> + che corre al ben con ordine corrotto.<br /> +</p> + +<p> + Ciascun confusamente un bene apprende<br /> + nel qual si queti lanimo, e disira;<br /> + per che di giugner lui ciascun contende.<br /> +</p> + +<p> + Se lento amore a lui veder vi tira<br /> + o a lui acquistar, questa cornice,<br /> + dopo giusto penter, ve ne martira.<br /> +</p> + +<p> + Altro ben è che non fa luom felice;<br /> + non è felicità, non è la buona<br /> + essenza, dogne ben frutto e radice.<br /> +</p> + +<p> + Lamor chad esso troppo sabbandona,<br /> + di sovr a noi si piange per tre cerchi;<br /> + ma come tripartito si ragiona,<br /> +</p> + +<p> + tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap18"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XVIII +</h3> + +<p> + Posto avea fine al suo ragionamento<br /> + lalto dottore, e attento guardava<br /> + ne la mia vista sio parea contento;<br /> +</p> + +<p> + e io, cui nova sete ancor frugava,<br /> + di fuor tacea, e dentro dicea: Forse<br /> + lo troppo dimandar chio fo li grava.<br /> +</p> + +<p> + Ma quel padre verace, che saccorse<br /> + del timido voler che non sapriva,<br /> + parlando, di parlare ardir mi porse.<br /> +</p> + +<p> + Ond io: «Maestro, il mio veder savviva<br /> + sì nel tuo lume, chio discerno chiaro<br /> + quanto la tua ragion parta o descriva.<br /> +</p> + +<p> + Però ti prego, dolce padre caro,<br /> + che mi dimostri amore, a cui reduci<br /> + ogne buono operare e l suo contraro».<br /> +</p> + +<p> + «Drizza», disse, «ver me lagute luci<br /> + de lo ntelletto, e fieti manifesto<br /> + lerror de ciechi che si fanno duci.<br /> +</p> + +<p> + Lanimo, chè creato ad amar presto,<br /> + ad ogne cosa è mobile che piace,<br /> + tosto che dal piacere in atto è desto.<br /> +</p> + +<p> + Vostra apprensiva da esser verace<br /> + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br /> + sì che lanimo ad essa volger face;<br /> +</p> + +<p> + e se, rivolto, inver di lei si piega,<br /> + quel piegare è amor, quell è natura<br /> + che per piacer di novo in voi si lega.<br /> +</p> + +<p> + Poi, come l foco movesi in altura<br /> + per la sua forma chè nata a salire<br /> + là dove più in sua matera dura,<br /> +</p> + +<p> + così lanimo preso entra in disire,<br /> + chè moto spiritale, e mai non posa<br /> + fin che la cosa amata il fa gioire.<br /> +</p> + +<p> + Or ti puote apparer quant è nascosa<br /> + la veritate a la gente chavvera<br /> + ciascun amore in sé laudabil cosa;<br /> +</p> + +<p> + però che forse appar la sua matera<br /> + sempre esser buona, ma non ciascun segno<br /> + è buono, ancor che buona sia la cera».<br /> +</p> + +<p> + «Le tue parole e l mio seguace ingegno»,<br /> + rispuos io lui, «mhanno amor discoverto,<br /> + ma ciò mha fatto di dubbiar più pregno;<br /> +</p> + +<p> + ché, samore è di fuori a noi offerto<br /> + e lanima non va con altro piede,<br /> + se dritta o torta va, non è suo merto».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,<br /> + dir ti poss io; da indi in là taspetta<br /> + pur a Beatrice, chè opra di fede.<br /> +</p> + +<p> + Ogne forma sustanzïal, che setta<br /> + è da matera ed è con lei unita,<br /> + specifica vertute ha in sé colletta,<br /> +</p> + +<p> + la qual sanza operar non è sentita,<br /> + né si dimostra mai che per effetto,<br /> + come per verdi fronde in pianta vita.<br /> +</p> + +<p> + Però, là onde vegna lo ntelletto<br /> + de le prime notizie, omo non sape,<br /> + e de primi appetibili laffetto,<br /> +</p> + +<p> + che sono in voi sì come studio in ape<br /> + di far lo mele; e questa prima voglia<br /> + merto di lode o di biasmo non cape.<br /> +</p> + +<p> + Or perché a questa ogn altra si raccoglia,<br /> + innata vè la virtù che consiglia,<br /> + e de lassenso de tener la soglia.<br /> +</p> + +<p> + Quest è l principio là onde si piglia<br /> + ragion di meritare in voi, secondo<br /> + che buoni e rei amori accoglie e viglia.<br /> +</p> + +<p> + Color che ragionando andaro al fondo,<br /> + saccorser desta innata libertate;<br /> + però moralità lasciaro al mondo.<br /> +</p> + +<p> + Onde, poniam che di necessitate<br /> + surga ogne amor che dentro a voi saccende,<br /> + di ritenerlo è in voi la podestate.<br /> +</p> + +<p> + La nobile virtù Beatrice intende<br /> + per lo libero arbitrio, e però guarda<br /> + che labbi a mente, sa parlar ten prende».<br /> +</p> + +<p> + La luna, quasi a mezza notte tarda,<br /> + facea le stelle a noi parer più rade,<br /> + fatta com un secchion che tuttor arda;<br /> +</p> + +<p> + e correa contro l ciel per quelle strade<br /> + che l sole infiamma allor che quel da Roma<br /> + tra Sardi e Corsi il vede quando cade.<br /> +</p> + +<p> + E quell ombra gentil per cui si noma<br /> + Pietola più che villa mantoana,<br /> + del mio carcar diposta avea la soma;<br /> +</p> + +<p> + per chio, che la ragione aperta e piana<br /> + sovra le mie quistioni avea ricolta,<br /> + stava com om che sonnolento vana.<br /> +</p> + +<p> + Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br /> + subitamente da gente che dopo<br /> + le nostre spalle a noi era già volta.<br /> +</p> + +<p> + E quale Ismeno già vide e Asopo<br /> + lungo di sè di notte furia e calca,<br /> + pur che i Teban di Bacco avesser uopo,<br /> +</p> + +<p> + cotal per quel giron suo passo falca,<br /> + per quel chio vidi di color, venendo,<br /> + cui buon volere e giusto amor cavalca.<br /> +</p> + +<p> + Tosto fur sovr a noi, perché correndo<br /> + si movea tutta quella turba magna;<br /> + e due dinanzi gridavan piangendo:<br /> +</p> + +<p> + «Maria corse con fretta a la montagna;<br /> + e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br /> + punse Marsilia e poi corse in Ispagna».<br /> +</p> + +<p> + «Ratto, ratto, che l tempo non si perda<br /> + per poco amor», gridavan li altri appresso,<br /> + «che studio di ben far grazia rinverda».<br /> +</p> + +<p> + «O gente in cui fervore aguto adesso<br /> + ricompie forse negligenza e indugio<br /> + da voi per tepidezza in ben far messo,<br /> +</p> + +<p> + questi che vive, e certo i non vi bugio,<br /> + vuole andar sù, pur che l sol ne riluca;<br /> + però ne dite ond è presso il pertugio».<br /> +</p> + +<p> + Parole furon queste del mio duca;<br /> + e un di quelli spirti disse: «Vieni<br /> + di retro a noi, e troverai la buca.<br /> +</p> + +<p> + Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,<br /> + che restar non potem; però perdona,<br /> + se villania nostra giustizia tieni.<br /> +</p> + +<p> + Io fui abate in San Zeno a Verona<br /> + sotto lo mperio del buon Barbarossa,<br /> + di cui dolente ancor Milan ragiona.<br /> +</p> + +<p> + E tale ha già lun piè dentro la fossa,<br /> + che tosto piangerà quel monastero,<br /> + e tristo fia davere avuta possa;<br /> +</p> + +<p> + perché suo figlio, mal del corpo intero,<br /> + e de la mente peggio, e che mal nacque,<br /> + ha posto in loco di suo pastor vero».<br /> +</p> + +<p> + Io non so se più disse o sei si tacque,<br /> + tant era già di là da noi trascorso;<br /> + ma questo intesi, e ritener mi piacque.<br /> +</p> + +<p> + E quei che mera ad ogne uopo soccorso<br /> + disse: «Volgiti qua: vedine due<br /> + venir dando a laccidïa di morso».<br /> +</p> + +<p> + Di retro a tutti dicean: «Prima fue<br /> + morta la gente a cui il mar saperse,<br /> + che vedesse Iordan le rede sue.<br /> +</p> + +<p> + E quella che laffanno non sofferse<br /> + fino a la fine col figlio dAnchise,<br /> + sé stessa a vita sanza gloria offerse».<br /> +</p> + +<p> + Poi quando fuor da noi tanto divise<br /> + quell ombre, che veder più non potiersi,<br /> + novo pensiero dentro a me si mise,<br /> +</p> + +<p> + del qual più altri nacquero e diversi;<br /> + e tanto duno in altro vaneggiai,<br /> + che li occhi per vaghezza ricopersi,<br /> +</p> + +<p> + e l pensamento in sogno trasmutai.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap19"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XIX +</h3> + +<p> + Ne lora che non può l calor dïurno<br /> + intepidar più l freddo de la luna,<br /> + vinto da terra, e talor da Saturno<br /> +</p> + +<p> + quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br /> + veggiono in orïente, innanzi a lalba,<br /> + surger per via che poco le sta bruna,<br /> +</p> + +<p> + mi venne in sogno una femmina balba,<br /> + ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,<br /> + con le man monche, e di colore scialba.<br /> +</p> + +<p> + Io la mirava; e come l sol conforta<br /> + le fredde membra che la notte aggrava,<br /> + così lo sguardo mio le facea scorta<br /> +</p> + +<p> + la lingua, e poscia tutta la drizzava<br /> + in poco dora, e lo smarrito volto,<br /> + com amor vuol, così le colorava.<br /> +</p> + +<p> + Poi chell avea l parlar così disciolto,<br /> + cominciava a cantar sì, che con pena<br /> + da lei avrei mio intento rivolto.<br /> +</p> + +<p> + «Io son», cantava, «io son dolce serena,<br /> + che marinari in mezzo mar dismago;<br /> + tanto son di piacere a sentir piena!<br /> +</p> + +<p> + Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br /> + al canto mio; e qual meco sausa,<br /> + rado sen parte; sì tutto lappago!».<br /> +</p> + +<p> + Ancor non era sua bocca richiusa,<br /> + quand una donna apparve santa e presta<br /> + lunghesso me per far colei confusa.<br /> +</p> + +<p> + «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,<br /> + fieramente dicea; ed el venìa<br /> + con li occhi fitti pur in quella onesta.<br /> +</p> + +<p> + Laltra prendea, e dinanzi lapria<br /> + fendendo i drappi, e mostravami l ventre;<br /> + quel mi svegliò col puzzo che nuscia.<br /> +</p> + +<p> + Io mossi li occhi, e l buon maestro: «Almen tre<br /> + voci tho messe!», dicea, «Surgi e vieni;<br /> + troviam laperta per la qual tu entre».<br /> +</p> + +<p> + Sù mi levai, e tutti eran già pieni<br /> + de lalto dì i giron del sacro monte,<br /> + e andavam col sol novo a le reni.<br /> +</p> + +<p> + Seguendo lui, portava la mia fronte<br /> + come colui che lha di pensier carca,<br /> + che fa di sé un mezzo arco di ponte;<br /> +</p> + +<p> + quand io udi «Venite; qui si varca»<br /> + parlare in modo soave e benigno,<br /> + qual non si sente in questa mortal marca.<br /> +</p> + +<p> + Con lali aperte, che parean di cigno,<br /> + volseci in sù colui che sì parlonne<br /> + tra due pareti del duro macigno.<br /> +</p> + +<p> + Mosse le penne poi e ventilonne,<br /> + Qui lugent affermando esser beati,<br /> + chavran di consolar lanime donne.<br /> +</p> + +<p> + «Che hai che pur inver la terra guati?»,<br /> + la guida mia incominciò a dirmi,<br /> + poco amendue da langel sormontati.<br /> +</p> + +<p> + E io: «Con tanta sospeccion fa irmi<br /> + novella visïon cha sé mi piega,<br /> + sì chio non posso dal pensar partirmi».<br /> +</p> + +<p> + «Vedesti», disse, «quellantica strega<br /> + che sola sovr a noi omai si piagne;<br /> + vedesti come luom da lei si slega.<br /> +</p> + +<p> + Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br /> + li occhi rivolgi al logoro che gira<br /> + lo rege etterno con le rote magne».<br /> +</p> + +<p> + Quale l falcon, che prima a pié si mira,<br /> + indi si volge al grido e si protende<br /> + per lo disio del pasto che là il tira,<br /> +</p> + +<p> + tal mi fec io; e tal, quanto si fende<br /> + la roccia per dar via a chi va suso,<br /> + nandai infin dove l cerchiar si prende.<br /> +</p> + +<p> + Com io nel quinto giro fui dischiuso,<br /> + vidi gente per esso che piangea,<br /> + giacendo a terra tutta volta in giuso.<br /> +</p> + +<p> + Adhaesit pavimento anima mea<br /> + sentia dir lor con sì alti sospiri,<br /> + che la parola a pena sintendea.<br /> +</p> + +<p> + «O eletti di Dio, li cui soffriri<br /> + e giustizia e speranza fa men duri,<br /> + drizzate noi verso li alti saliri».<br /> +</p> + +<p> + «Se voi venite dal giacer sicuri,<br /> + e volete trovar la via più tosto,<br /> + le vostre destre sien sempre di fori».<br /> +</p> + +<p> + Così pregò l poeta, e sì risposto<br /> + poco dinanzi a noi ne fu; per chio<br /> + nel parlare avvisai laltro nascosto,<br /> +</p> + +<p> + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br /> + ond elli massentì con lieto cenno<br /> + ciò che chiedea la vista del disio.<br /> +</p> + +<p> + Poi chio potei di me fare a mio senno,<br /> + trassimi sovra quella creatura<br /> + le cui parole pria notar mi fenno,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: «Spirto in cui pianger matura<br /> + quel sanza l quale a Dio tornar non pòssi,<br /> + sosta un poco per me tua maggior cura.<br /> +</p> + +<p> + Chi fosti e perché vòlti avete i dossi<br /> + al sù, mi dì, e se vuo chio timpetri<br /> + cosa di là ond io vivendo mossi».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Perché i nostri diretri<br /> + rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima<br /> + scias quod ego fui successor Petri.<br /> +</p> + +<p> + Intra Sïestri e Chiaveri sadima<br /> + una fiumana bella, e del suo nome<br /> + lo titol del mio sangue fa sua cima.<br /> +</p> + +<p> + Un mese e poco più prova io come<br /> + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br /> + che piuma sembran tutte laltre some.<br /> +</p> + +<p> + La mia conversïone, omè!, fu tarda;<br /> + ma, come fatto fui roman pastore,<br /> + così scopersi la vita bugiarda.<br /> +</p> + +<p> + Vidi che lì non sacquetava il core,<br /> + né più salir potiesi in quella vita;<br /> + per che di questa in me saccese amore.<br /> +</p> + +<p> + Fino a quel punto misera e partita<br /> + da Dio anima fui, del tutto avara;<br /> + or, come vedi, qui ne son punita.<br /> +</p> + +<p> + Quel chavarizia fa, qui si dichiara<br /> + in purgazion de lanime converse;<br /> + e nulla pena il monte ha più amara.<br /> +</p> + +<p> + Sì come locchio nostro non saderse<br /> + in alto, fisso a le cose terrene,<br /> + così giustizia qui a terra il merse.<br /> +</p> + +<p> + Come avarizia spense a ciascun bene<br /> + lo nostro amore, onde operar perdési,<br /> + così giustizia qui stretti ne tene,<br /> +</p> + +<p> + ne piedi e ne le man legati e presi;<br /> + e quanto fia piacer del giusto Sire,<br /> + tanto staremo immobili e distesi».<br /> +</p> + +<p> + Io mera inginocchiato e volea dire;<br /> + ma com io cominciai ed el saccorse,<br /> + solo ascoltando, del mio reverire,<br /> +</p> + +<p> + «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».<br /> + E io a lui: «Per vostra dignitate<br /> + mia coscïenza dritto mi rimorse».<br /> +</p> + +<p> + «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,<br /> + rispuose; «non errar: conservo sono<br /> + teco e con li altri ad una podestate.<br /> +</p> + +<p> + Se mai quel santo evangelico suono<br /> + che dice Neque nubent intendesti,<br /> + ben puoi veder perch io così ragiono.<br /> +</p> + +<p> + Vattene omai: non vo che più tarresti;<br /> + ché la tua stanza mio pianger disagia,<br /> + col qual maturo ciò che tu dicesti.<br /> +</p> + +<p> + Nepote ho io di là cha nome Alagia,<br /> + buona da sé, pur che la nostra casa<br /> + non faccia lei per essempro malvagia;<br /> +</p> + +<p> + e questa sola di là mè rimasa».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap20"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XX +</h3> + +<p> + Contra miglior voler voler mal pugna;<br /> + onde contra l piacer mio, per piacerli,<br /> + trassi de lacqua non sazia la spugna.<br /> +</p> + +<p> + Mossimi; e l duca mio si mosse per li<br /> + luoghi spediti pur lungo la roccia,<br /> + come si va per muro stretto a merli;<br /> +</p> + +<p> + ché la gente che fonde a goccia a goccia<br /> + per li occhi il mal che tutto l mondo occupa,<br /> + da laltra parte in fuor troppo sapproccia.<br /> +</p> + +<p> + Maladetta sie tu, antica lupa,<br /> + che più che tutte laltre bestie hai preda<br /> + per la tua fame sanza fine cupa!<br /> +</p> + +<p> + O ciel, nel cui girar par che si creda<br /> + le condizion di qua giù trasmutarsi,<br /> + quando verrà per cui questa disceda?<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br /> + e io attento a lombre, chi sentia<br /> + pietosamente piangere e lagnarsi;<br /> +</p> + +<p> + e per ventura udi «Dolce Maria!»<br /> + dinanzi a noi chiamar così nel pianto<br /> + come fa donna che in parturir sia;<br /> +</p> + +<p> + e seguitar: «Povera fosti tanto,<br /> + quanto veder si può per quello ospizio<br /> + dove sponesti il tuo portato santo».<br /> +</p> + +<p> + Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,<br /> + con povertà volesti anzi virtute<br /> + che gran ricchezza posseder con vizio».<br /> +</p> + +<p> + Queste parole meran sì piaciute,<br /> + chio mi trassi oltre per aver contezza<br /> + di quello spirto onde parean venute.<br /> +</p> + +<p> + Esso parlava ancor de la larghezza<br /> + che fece Niccolò a le pulcelle,<br /> + per condurre ad onor lor giovinezza.<br /> +</p> + +<p> + «O anima che tanto ben favelle,<br /> + dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola<br /> + tu queste degne lode rinovelle.<br /> +</p> + +<p> + Non fia sanza mercé la tua parola,<br /> + sio ritorno a compiér lo cammin corto<br /> + di quella vita chal termine vola».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto<br /> + chio attenda di là, ma perché tanta<br /> + grazia in te luce prima che sie morto.<br /> +</p> + +<p> + Io fui radice de la mala pianta<br /> + che la terra cristiana tutta aduggia,<br /> + sì che buon frutto rado se ne schianta.<br /> +</p> + +<p> + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br /> + potesser, tosto ne saria vendetta;<br /> + e io la cheggio a lui che tutto giuggia.<br /> +</p> + +<p> + Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;<br /> + di me son nati i Filippi e i Luigi<br /> + per cui novellamente è Francia retta.<br /> +</p> + +<p> + Figliuol fu io dun beccaio di Parigi:<br /> + quando li regi antichi venner meno<br /> + tutti, fuor chun renduto in panni bigi,<br /> +</p> + +<p> + trovami stretto ne le mani il freno<br /> + del governo del regno, e tanta possa<br /> + di nuovo acquisto, e sì damici pieno,<br /> +</p> + +<p> + cha la corona vedova promossa<br /> + la testa di mio figlio fu, dal quale<br /> + cominciar di costor le sacrate ossa.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che la gran dota provenzale<br /> + al sangue mio non tolse la vergogna,<br /> + poco valea, ma pur non facea male.<br /> +</p> + +<p> + Lì cominciò con forza e con menzogna<br /> + la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br /> + Pontì e Normandia prese e Guascogna.<br /> +</p> + +<p> + Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br /> + vittima fé di Curradino; e poi<br /> + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.<br /> +</p> + +<p> + Tempo vegg io, non molto dopo ancoi,<br /> + che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br /> + per far conoscer meglio e sé e suoi.<br /> +</p> + +<p> + Sanz arme nesce e solo con la lancia<br /> + con la qual giostrò Giuda, e quella ponta<br /> + sì, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia.<br /> +</p> + +<p> + Quindi non terra, ma peccato e onta<br /> + guadagnerà, per sé tanto più grave,<br /> + quanto più lieve simil danno conta.<br /> +</p> + +<p> + Laltro, che già uscì preso di nave,<br /> + veggio vender sua figlia e patteggiarne<br /> + come fanno i corsar de laltre schiave.<br /> +</p> + +<p> + O avarizia, che puoi tu più farne,<br /> + poscia cha il mio sangue a te sì tratto,<br /> + che non si cura de la propria carne?<br /> +</p> + +<p> + Perché men paia il mal futuro e l fatto,<br /> + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br /> + e nel vicario suo Cristo esser catto.<br /> +</p> + +<p> + Veggiolo unaltra volta esser deriso;<br /> + veggio rinovellar laceto e l fiele,<br /> + e tra vivi ladroni esser anciso.<br /> +</p> + +<p> + Veggio il novo Pilato sì crudele,<br /> + che ciò nol sazia, ma sanza decreto<br /> + portar nel Tempio le cupide vele.<br /> +</p> + +<p> + O Segnor mio, quando sarò io lieto<br /> + a veder la vendetta che, nascosa,<br /> + fa dolce lira tua nel tuo secreto?<br /> +</p> + +<p> + Ciò chio dicea di quell unica sposa<br /> + de lo Spirito Santo e che ti fece<br /> + verso me volger per alcuna chiosa,<br /> +</p> + +<p> + tanto è risposto a tutte nostre prece<br /> + quanto l dì dura; ma com el sannotta,<br /> + contrario suon prendemo in quella vece.<br /> +</p> + +<p> + Noi repetiam Pigmalïon allotta,<br /> + cui traditore e ladro e paricida<br /> + fece la voglia sua de loro ghiotta;<br /> +</p> + +<p> + e la miseria de lavaro Mida,<br /> + che seguì a la sua dimanda gorda,<br /> + per la qual sempre convien che si rida.<br /> +</p> + +<p> + Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,<br /> + come furò le spoglie, sì che lira<br /> + di Iosüè qui par chancor lo morda.<br /> +</p> + +<p> + Indi accusiam col marito Saffira;<br /> + lodiam i calci chebbe Elïodoro;<br /> + e in infamia tutto l monte gira<br /> +</p> + +<p> + Polinestòr chancise Polidoro;<br /> + ultimamente ci si grida: Crasso,<br /> + dilci, che l sai: di che sapore è loro?.<br /> +</p> + +<p> + Talor parla luno alto e laltro basso,<br /> + secondo laffezion chad ir ci sprona<br /> + ora a maggiore e ora a minor passo:<br /> +</p> + +<p> + però al ben che l dì ci si ragiona,<br /> + dianzi non era io sol; ma qui da presso<br /> + non alzava la voce altra persona».<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam partiti già da esso,<br /> + e brigavam di soverchiar la strada<br /> + tanto quanto al poder nera permesso,<br /> +</p> + +<p> + quand io senti, come cosa che cada,<br /> + tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br /> + qual prender suol colui cha morte vada.<br /> +</p> + +<p> + Certo non si scoteo sì forte Delo,<br /> + pria che Latona in lei facesse l nido<br /> + a parturir li due occhi del cielo.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò da tutte parti un grido<br /> + tal, che l maestro inverso me si feo,<br /> + dicendo: «Non dubbiar, mentr io ti guido».<br /> +</p> + +<p> + Glorïa in excelsis tutti Deo<br /> + dicean, per quel chio da vicin compresi,<br /> + onde intender lo grido si poteo.<br /> +</p> + +<p> + No istavamo immobili e sospesi<br /> + come i pastor che prima udir quel canto,<br /> + fin che l tremar cessò ed el compiési.<br /> +</p> + +<p> + Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br /> + guardando lombre che giacean per terra,<br /> + tornate già in su lusato pianto.<br /> +</p> + +<p> + Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br /> + mi fé desideroso di sapere,<br /> + se la memoria mia in ciò non erra,<br /> +</p> + +<p> + quanta pareami allor, pensando, avere;<br /> + né per la fretta dimandare er oso,<br /> + né per me lì potea cosa vedere:<br /> +</p> + +<p> + così mandava timido e pensoso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap21"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXI +</h3> + +<p> + La sete natural che mai non sazia<br /> + se non con lacqua onde la femminetta<br /> + samaritana domandò la grazia,<br /> +</p> + +<p> + mi travagliava, e pungeami la fretta<br /> + per la mpacciata via dietro al mio duca,<br /> + e condoleami a la giusta vendetta.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco, sì come ne scrive Luca<br /> + che Cristo apparve a due cherano in via,<br /> + già surto fuor de la sepulcral buca,<br /> +</p> + +<p> + ci apparve unombra, e dietro a noi venìa,<br /> + dal piè guardando la turba che giace;<br /> + né ci addemmo di lei, sì parlò pria,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».<br /> + Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio<br /> + rendéli l cenno cha ciò si conface.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò: «Nel beato concilio<br /> + ti ponga in pace la verace corte<br /> + che me rilega ne letterno essilio».<br /> +</p> + +<p> + «Come!», diss elli, e parte andavam forte:<br /> + «se voi siete ombre che Dio sù non degni,<br /> + chi vha per la sua scala tanto scorte?».<br /> +</p> + +<p> + E l dottor mio: «Se tu riguardi a segni<br /> + che questi porta e che langel profila,<br /> + ben vedrai che coi buon convien che regni.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché lei che dì e notte fila<br /> + non li avea tratta ancora la conocchia<br /> + che Cloto impone a ciascuno e compila,<br /> +</p> + +<p> + lanima sua, chè tua e mia serocchia,<br /> + venendo sù, non potea venir sola,<br /> + però chal nostro modo non adocchia.<br /> +</p> + +<p> + Ond io fui tratto fuor de lampia gola<br /> + dinferno per mostrarli, e mosterrolli<br /> + oltre, quanto l potrà menar mia scola.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli<br /> + diè dianzi l monte, e perché tutto ad una<br /> + parve gridare infino a suoi piè molli».<br /> +</p> + +<p> + Sì mi diè, dimandando, per la cruna<br /> + del mio disio, che pur con la speranza<br /> + si fece la mia sete men digiuna.<br /> +</p> + +<p> + Quei cominciò: «Cosa non è che sanza<br /> + ordine senta la religïone<br /> + de la montagna, o che sia fuor dusanza.<br /> +</p> + +<p> + Libero è qui da ogne alterazione:<br /> + di quel che l ciel da sé in sé riceve<br /> + esser ci puote, e non daltro, cagione.<br /> +</p> + +<p> + Per che non pioggia, non grando, non neve,<br /> + non rugiada, non brina più sù cade<br /> + che la scaletta di tre gradi breve;<br /> +</p> + +<p> + nuvole spesse non paion né rade,<br /> + né coruscar, né figlia di Taumante,<br /> + che di là cangia sovente contrade;<br /> +</p> + +<p> + secco vapor non surge più avante<br /> + chal sommo di tre gradi chio parlai,<br /> + dov ha l vicario di Pietro le piante.<br /> +</p> + +<p> + Trema forse più giù poco o assai;<br /> + ma per vento che n terra si nasconda,<br /> + non so come, qua sù non tremò mai.<br /> +</p> + +<p> + Tremaci quando alcuna anima monda<br /> + sentesi, sì che surga o che si mova<br /> + per salir sù; e tal grido seconda.<br /> +</p> + +<p> + De la mondizia sol voler fa prova,<br /> + che, tutto libero a mutar convento,<br /> + lalma sorprende, e di voler le giova.<br /> +</p> + +<p> + Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br /> + che divina giustizia, contra voglia,<br /> + come fu al peccar, pone al tormento.<br /> +</p> + +<p> + E io, che son giaciuto a questa doglia<br /> + cinquecent anni e più, pur mo sentii<br /> + libera volontà di miglior soglia:<br /> +</p> + +<p> + però sentisti il tremoto e li pii<br /> + spiriti per lo monte render lode<br /> + a quel Segnor, che tosto sù li nvii».<br /> +</p> + +<p> + Così ne disse; e però chel si gode<br /> + tanto del ber quant è grande la sete,<br /> + non saprei dir quant el mi fece prode.<br /> +</p> + +<p> + E l savio duca: «Omai veggio la rete<br /> + che qui vi mpiglia e come si scalappia,<br /> + perché ci trema e di che congaudete.<br /> +</p> + +<p> + Ora chi fosti, piacciati chio sappia,<br /> + e perché tanti secoli giaciuto<br /> + qui se, ne le parole tue mi cappia».<br /> +</p> + +<p> + «Nel tempo che l buon Tito, con laiuto<br /> + del sommo rege, vendicò le fóra<br /> + ond uscì l sangue per Giuda venduto,<br /> +</p> + +<p> + col nome che più dura e più onora<br /> + era io di là», rispuose quello spirto,<br /> + «famoso assai, ma non con fede ancora.<br /> +</p> + +<p> + Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br /> + che, tolosano, a sé mi trasse Roma,<br /> + dove mertai le tempie ornar di mirto.<br /> +</p> + +<p> + Stazio la gente ancor di là mi noma:<br /> + cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br /> + ma caddi in via con la seconda soma.<br /> +</p> + +<p> + Al mio ardor fuor seme le faville,<br /> + che mi scaldar, de la divina fiamma<br /> + onde sono allumati più di mille;<br /> +</p> + +<p> + de lEneïda dico, la qual mamma<br /> + fummi, e fummi nutrice, poetando:<br /> + sanz essa non fermai peso di dramma.<br /> +</p> + +<p> + E per esser vivuto di là quando<br /> + visse Virgilio, assentirei un sole<br /> + più che non deggio al mio uscir di bando».<br /> +</p> + +<p> + Volser Virgilio a me queste parole<br /> + con viso che, tacendo, disse Taci;<br /> + ma non può tutto la virtù che vuole;<br /> +</p> + +<p> + ché riso e pianto son tanto seguaci<br /> + a la passion di che ciascun si spicca,<br /> + che men seguon voler ne più veraci.<br /> +</p> + +<p> + Io pur sorrisi come luom chammicca;<br /> + per che lombra si tacque, e riguardommi<br /> + ne li occhi ove l sembiante più si ficca;<br /> +</p> + +<p> + e «Se tanto labore in bene assommi»,<br /> + disse, «perché la tua faccia testeso<br /> + un lampeggiar di riso dimostrommi?».<br /> +</p> + +<p> + Or son io duna parte e daltra preso:<br /> + luna mi fa tacer, laltra scongiura<br /> + chio dica; ond io sospiro, e sono inteso<br /> +</p> + +<p> + dal mio maestro, e «Non aver paura»,<br /> + mi dice, «di parlar; ma parla e digli<br /> + quel che dimanda con cotanta cura».<br /> +</p> + +<p> + Ond io: «Forse che tu ti maravigli,<br /> + antico spirto, del rider chio fei;<br /> + ma più dammirazion vo che ti pigli.<br /> +</p> + +<p> + Questi che guida in alto li occhi miei,<br /> + è quel Virgilio dal qual tu togliesti<br /> + forte a cantar de li uomini e di dèi.<br /> +</p> + +<p> + Se cagion altra al mio rider credesti,<br /> + lasciala per non vera, ed esser credi<br /> + quelle parole che di lui dicesti».<br /> +</p> + +<p> + Già sinchinava ad abbracciar li piedi<br /> + al mio dottor, ma el li disse: «Frate,<br /> + non far, ché tu se ombra e ombra vedi».<br /> +</p> + +<p> + Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate<br /> + comprender de lamor cha te mi scalda,<br /> + quand io dismento nostra vanitate,<br /> +</p> + +<p> + trattando lombre come cosa salda».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap22"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXII +</h3> + +<p> + Già era langel dietro a noi rimaso,<br /> + langel che navea vòlti al sesto giro,<br /> + avendomi dal viso un colpo raso;<br /> +</p> + +<p> + e quei channo a giustizia lor disiro<br /> + detto navea beati, e le sue voci<br /> + con sitiunt, sanz altro, ciò forniro.<br /> +</p> + +<p> + E io più lieve che per laltre foci<br /> + mandava, sì che sanz alcun labore<br /> + seguiva in sù li spiriti veloci;<br /> +</p> + +<p> + quando Virgilio incominciò: «Amore,<br /> + acceso di virtù, sempre altro accese,<br /> + pur che la fiamma sua paresse fore;<br /> +</p> + +<p> + onde da lora che tra noi discese<br /> + nel limbo de lo nferno Giovenale,<br /> + che la tua affezion mi fé palese,<br /> +</p> + +<p> + mia benvoglienza inverso te fu quale<br /> + più strinse mai di non vista persona,<br /> + sì chor mi parran corte queste scale.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, e come amico mi perdona<br /> + se troppa sicurtà mallarga il freno,<br /> + e come amico omai meco ragiona:<br /> +</p> + +<p> + come poté trovar dentro al tuo seno<br /> + loco avarizia, tra cotanto senno<br /> + di quanto per tua cura fosti pieno?».<br /> +</p> + +<p> + Queste parole Stazio mover fenno<br /> + un poco a riso pria; poscia rispuose:<br /> + «Ogne tuo dir damor mè caro cenno.<br /> +</p> + +<p> + Veramente più volte appaion cose<br /> + che danno a dubitar falsa matera<br /> + per le vere ragion che son nascose.<br /> +</p> + +<p> + La tua dimanda tuo creder mavvera<br /> + esser chi fossi avaro in laltra vita,<br /> + forse per quella cerchia dov io era.<br /> +</p> + +<p> + Or sappi chavarizia fu partita<br /> + troppo da me, e questa dismisura<br /> + migliaia di lunari hanno punita.<br /> +</p> + +<p> + E se non fosse chio drizzai mia cura,<br /> + quand io intesi là dove tu chiame,<br /> + crucciato quasi a lumana natura:<br /> +</p> + +<p> + Per che non reggi tu, o sacra fame<br /> + de loro, lappetito de mortali?,<br /> + voltando sentirei le giostre grame.<br /> +</p> + +<p> + Allor maccorsi che troppo aprir lali<br /> + potean le mani a spendere, e pentemi<br /> + così di quel come de li altri mali.<br /> +</p> + +<p> + Quanti risurgeran coi crini scemi<br /> + per ignoranza, che di questa pecca<br /> + toglie l penter vivendo e ne li stremi!<br /> +</p> + +<p> + E sappie che la colpa che rimbecca<br /> + per dritta opposizione alcun peccato,<br /> + con esso insieme qui suo verde secca;<br /> +</p> + +<p> + però, sio son tra quella gente stato<br /> + che piange lavarizia, per purgarmi,<br /> + per lo contrario suo mè incontrato».<br /> +</p> + +<p> + «Or quando tu cantasti le crude armi<br /> + de la doppia trestizia di Giocasta»,<br /> + disse l cantor de buccolici carmi,<br /> +</p> + +<p> + «per quello che Clïò teco lì tasta,<br /> + non par che ti facesse ancor fedele<br /> + la fede, sanza qual ben far non basta.<br /> +</p> + +<p> + Se così è, qual sole o quai candele<br /> + ti stenebraron sì, che tu drizzasti<br /> + poscia di retro al pescator le vele?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a lui: «Tu prima minvïasti<br /> + verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br /> + e prima appresso Dio malluminasti.<br /> +</p> + +<p> + Facesti come quei che va di notte,<br /> + che porta il lume dietro e sé non giova,<br /> + ma dopo sé fa le persone dotte,<br /> +</p> + +<p> + quando dicesti: Secol si rinova;<br /> + torna giustizia e primo tempo umano,<br /> + e progenïe scende da ciel nova.<br /> +</p> + +<p> + Per te poeta fui, per te cristiano:<br /> + ma perché veggi mei ciò chio disegno,<br /> + a colorare stenderò la mano.<br /> +</p> + +<p> + Già era l mondo tutto quanto pregno<br /> + de la vera credenza, seminata<br /> + per li messaggi de letterno regno;<br /> +</p> + +<p> + e la parola tua sopra toccata<br /> + si consonava a nuovi predicanti;<br /> + ond io a visitarli presi usata.<br /> +</p> + +<p> + Vennermi poi parendo tanto santi,<br /> + che, quando Domizian li perseguette,<br /> + sanza mio lagrimar non fur lor pianti;<br /> +</p> + +<p> + e mentre che di là per me si stette,<br /> + io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br /> + fer dispregiare a me tutte altre sette.<br /> +</p> + +<p> + E pria chio conducessi i Greci a fiumi<br /> + di Tebe poetando, ebb io battesmo;<br /> + ma per paura chiuso cristian fumi,<br /> +</p> + +<p> + lungamente mostrando paganesmo;<br /> + e questa tepidezza il quarto cerchio<br /> + cerchiar mi fé più che l quarto centesmo.<br /> +</p> + +<p> + Tu dunque, che levato hai il coperchio<br /> + che mascondeva quanto bene io dico,<br /> + mentre che del salire avem soverchio,<br /> +</p> + +<p> + dimmi dov è Terrenzio nostro antico,<br /> + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br /> + dimmi se son dannati, e in qual vico».<br /> +</p> + +<p> + «Costoro e Persio e io e altri assai»,<br /> + rispuose il duca mio, «siam con quel Greco<br /> + che le Muse lattar più chaltri mai,<br /> +</p> + +<p> + nel primo cinghio del carcere cieco;<br /> + spesse fïate ragioniam del monte<br /> + che sempre ha le nutrice nostre seco.<br /> +</p> + +<p> + Euripide vè nosco e Antifonte,<br /> + Simonide, Agatone e altri piùe<br /> + Greci che già di lauro ornar la fronte.<br /> +</p> + +<p> + Quivi si veggion de le genti tue<br /> + Antigone, Deïfile e Argia,<br /> + e Ismene sì trista come fue.<br /> +</p> + +<p> + Védeisi quella che mostrò Langia;<br /> + èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br /> + e con le suore sue Deïdamia».<br /> +</p> + +<p> + Tacevansi ambedue già li poeti,<br /> + di novo attenti a riguardar dintorno,<br /> + liberi da saliri e da pareti;<br /> +</p> + +<p> + e già le quattro ancelle eran del giorno<br /> + rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br /> + drizzando pur in sù lardente corno,<br /> +</p> + +<p> + quando il mio duca: «Io credo cha lo stremo<br /> + le destre spalle volger ne convegna,<br /> + girando il monte come far solemo».<br /> +</p> + +<p> + Così lusanza fu lì nostra insegna,<br /> + e prendemmo la via con men sospetto<br /> + per lassentir di quell anima degna.<br /> +</p> + +<p> + Elli givan dinanzi, e io soletto<br /> + di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br /> + cha poetar mi davano intelletto.<br /> +</p> + +<p> + Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br /> + un alber che trovammo in mezza strada,<br /> + con pomi a odorar soavi e buoni;<br /> +</p> + +<p> + e come abete in alto si digrada<br /> + di ramo in ramo, così quello in giuso,<br /> + cred io, perché persona sù non vada.<br /> +</p> + +<p> + Dal lato onde l cammin nostro era chiuso,<br /> + cadea de lalta roccia un liquor chiaro<br /> + e si spandeva per le foglie suso.<br /> +</p> + +<p> + Li due poeti a lalber sappressaro;<br /> + e una voce per entro le fronde<br /> + gridò: «Di questo cibo avrete caro».<br /> +</p> + +<p> + Poi disse: «Più pensava Maria onde<br /> + fosser le nozze orrevoli e intere,<br /> + cha la sua bocca, chor per voi risponde.<br /> +</p> + +<p> + E le Romane antiche, per lor bere,<br /> + contente furon dacqua; e Danïello<br /> + dispregiò cibo e acquistò savere.<br /> +</p> + +<p> + Lo secol primo, quant oro fu bello,<br /> + fé savorose con fame le ghiande,<br /> + e nettare con sete ogne ruscello.<br /> +</p> + +<p> + Mele e locuste furon le vivande<br /> + che nodriro il Batista nel diserto;<br /> + per chelli è glorïoso e tanto grande<br /> +</p> + +<p> + quanto per lo Vangelio vè aperto».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap23"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXIII +</h3> + +<p> + Mentre che li occhi per la fronda verde<br /> + ficcava ïo sì come far suole<br /> + chi dietro a li uccellin sua vita perde,<br /> +</p> + +<p> + lo più che padre mi dicea: «Figliuole,<br /> + vienne oramai, ché l tempo che nè imposto<br /> + più utilmente compartir si vuole».<br /> +</p> + +<p> + Io volsi l viso, e l passo non men tosto,<br /> + appresso i savi, che parlavan sìe,<br /> + che landar mi facean di nullo costo.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco piangere e cantar sudìe<br /> + Labïa mëa, Domine per modo<br /> + tal, che diletto e doglia parturìe.<br /> +</p> + +<p> + «O dolce padre, che è quel chi odo?»,<br /> + comincia io; ed elli: «Ombre che vanno<br /> + forse di lor dover solvendo il nodo».<br /> +</p> + +<p> + Sì come i peregrin pensosi fanno,<br /> + giugnendo per cammin gente non nota,<br /> + che si volgono ad essa e non restanno,<br /> +</p> + +<p> + così di retro a noi, più tosto mota,<br /> + venendo e trapassando ci ammirava<br /> + danime turba tacita e devota.<br /> +</p> + +<p> + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br /> + palida ne la faccia, e tanto scema<br /> + che da lossa la pelle sinformava.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che così a buccia strema<br /> + Erisittone fosse fatto secco,<br /> + per digiunar, quando più nebbe tema.<br /> +</p> + +<p> + Io dicea fra me stesso pensando: Ecco<br /> + la gente che perdé Ierusalemme,<br /> + quando Maria nel figlio diè di becco!<br /> +</p> + +<p> + Parean locchiaie anella sanza gemme:<br /> + chi nel viso de li uomini legge omo<br /> + ben avria quivi conosciuta lemme.<br /> +</p> + +<p> + Chi crederebbe che lodor dun pomo<br /> + sì governasse, generando brama,<br /> + e quel dunacqua, non sappiendo como?<br /> +</p> + +<p> + Già era in ammirar che sì li affama,<br /> + per la cagione ancor non manifesta<br /> + di lor magrezza e di lor trista squama,<br /> +</p> + +<p> + ed ecco del profondo de la testa<br /> + volse a me li occhi unombra e guardò fiso;<br /> + poi gridò forte: «Qual grazia mè questa?».<br /> +</p> + +<p> + Mai non lavrei riconosciuto al viso;<br /> + ma ne la voce sua mi fu palese<br /> + ciò che laspetto in sé avea conquiso.<br /> +</p> + +<p> + Questa favilla tutta mi raccese<br /> + mia conoscenza a la cangiata labbia,<br /> + e ravvisai la faccia di Forese.<br /> +</p> + +<p> + «Deh, non contendere a lasciutta scabbia<br /> + che mi scolora», pregava, «la pelle,<br /> + né a difetto di carne chio abbia;<br /> +</p> + +<p> + ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle<br /> + due anime che là ti fanno scorta;<br /> + non rimaner che tu non mi favelle!».<br /> +</p> + +<p> + «La faccia tua, chio lagrimai già morta,<br /> + mi dà di pianger mo non minor doglia»,<br /> + rispuos io lui, «veggendola sì torta.<br /> +</p> + +<p> + Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;<br /> + non mi far dir mentr io mi maraviglio,<br /> + ché mal può dir chi è pien daltra voglia».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «De letterno consiglio<br /> + cade vertù ne lacqua e ne la pianta<br /> + rimasa dietro ond io sì massottiglio.<br /> +</p> + +<p> + Tutta esta gente che piangendo canta<br /> + per seguitar la gola oltra misura,<br /> + in fame e n sete qui si rifà santa.<br /> +</p> + +<p> + Di bere e di mangiar naccende cura<br /> + lodor chesce del pomo e de lo sprazzo<br /> + che si distende su per sua verdura.<br /> +</p> + +<p> + E non pur una volta, questo spazzo<br /> + girando, si rinfresca nostra pena:<br /> + io dico pena, e dovria dir sollazzo,<br /> +</p> + +<p> + ché quella voglia a li alberi ci mena<br /> + che menò Cristo lieto a dire Elì,<br /> + quando ne liberò con la sua vena».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Forese, da quel dì<br /> + nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br /> + cinqu anni non son vòlti infino a qui.<br /> +</p> + +<p> + Se prima fu la possa in te finita<br /> + di peccar più, che sovvenisse lora<br /> + del buon dolor cha Dio ne rimarita,<br /> +</p> + +<p> + come se tu qua sù venuto ancora?<br /> + Io ti credea trovar là giù di sotto,<br /> + dove tempo per tempo si ristora».<br /> +</p> + +<p> + Ond elli a me: «Sì tosto mha condotto<br /> + a ber lo dolce assenzo di martìri<br /> + la Nella mia con suo pianger dirotto.<br /> +</p> + +<p> + Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br /> + tratto mha de la costa ove saspetta,<br /> + e liberato mha de li altri giri.<br /> +</p> + +<p> + Tanto è a Dio più cara e più diletta<br /> + la vedovella mia, che molto amai,<br /> + quanto in bene operare è più soletta;<br /> +</p> + +<p> + ché la Barbagia di Sardigna assai<br /> + ne le femmine sue più è pudica<br /> + che la Barbagia dov io la lasciai.<br /> +</p> + +<p> + O dolce frate, che vuo tu chio dica?<br /> + Tempo futuro mè già nel cospetto,<br /> + cui non sarà quest ora molto antica,<br /> +</p> + +<p> + nel qual sarà in pergamo interdetto<br /> + a le sfacciate donne fiorentine<br /> + landar mostrando con le poppe il petto.<br /> +</p> + +<p> + Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br /> + cui bisognasse, per farle ir coperte,<br /> + o spiritali o altre discipline?<br /> +</p> + +<p> + Ma se le svergognate fosser certe<br /> + di quel che l ciel veloce loro ammanna,<br /> + già per urlare avrian le bocche aperte;<br /> +</p> + +<p> + ché, se lantiveder qui non minganna,<br /> + prima fien triste che le guance impeli<br /> + colui che mo si consola con nanna.<br /> +</p> + +<p> + Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!<br /> + vedi che non pur io, ma questa gente<br /> + tutta rimira là dove l sol veli».<br /> +</p> + +<p> + Per chio a lui: «Se tu riduci a mente<br /> + qual fosti meco, e qual io teco fui,<br /> + ancor fia grave il memorar presente.<br /> +</p> + +<p> + Di quella vita mi volse costui<br /> + che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda<br /> + vi si mostrò la suora di colui»,<br /> +</p> + +<p> + e l sol mostrai; «costui per la profonda<br /> + notte menato mha di veri morti<br /> + con questa vera carne che l seconda.<br /> +</p> + +<p> + Indi mhan tratto sù li suoi conforti,<br /> + salendo e rigirando la montagna<br /> + che drizza voi che l mondo fece torti.<br /> +</p> + +<p> + Tanto dice di farmi sua compagna<br /> + che io sarò là dove fia Beatrice;<br /> + quivi convien che sanza lui rimagna.<br /> +</p> + +<p> + Virgilio è questi che così mi dice»,<br /> + e additalo; «e quest altro è quell ombra<br /> + per cuï scosse dianzi ogne pendice<br /> +</p> + +<p> + lo vostro regno, che da sé lo sgombra».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap24"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXIV +</h3> + +<p> + Né l dir landar, né landar lui più lento<br /> + facea, ma ragionando andavam forte,<br /> + sì come nave pinta da buon vento;<br /> +</p> + +<p> + e lombre, che parean cose rimorte,<br /> + per le fosse de li occhi ammirazione<br /> + traean di me, di mio vivere accorte.<br /> +</p> + +<p> + E io, continüando al mio sermone,<br /> + dissi: «Ella sen va sù forse più tarda<br /> + che non farebbe, per altrui cagione.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, se tu sai, dov è Piccarda;<br /> + dimmi sio veggio da notar persona<br /> + tra questa gente che sì mi riguarda».<br /> +</p> + +<p> + «La mia sorella, che tra bella e buona<br /> + non so qual fosse più, trïunfa lieta<br /> + ne lalto Olimpo già di sua corona».<br /> +</p> + +<p> + Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta<br /> + di nominar ciascun, da chè sì munta<br /> + nostra sembianza via per la dïeta.<br /> +</p> + +<p> + Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,<br /> + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br /> + di là da lui più che laltre trapunta<br /> +</p> + +<p> + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br /> + dal Torso fu, e purga per digiuno<br /> + languille di Bolsena e la vernaccia».<br /> +</p> + +<p> + Molti altri mi nomò ad uno ad uno;<br /> + e del nomar parean tutti contenti,<br /> + sì chio però non vidi un atto bruno.<br /> +</p> + +<p> + Vidi per fame a vòto usar li denti<br /> + Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br /> + che pasturò col rocco molte genti.<br /> +</p> + +<p> + Vidi messer Marchese, chebbe spazio<br /> + già di bere a Forlì con men secchezza,<br /> + e sì fu tal, che non si sentì sazio.<br /> +</p> + +<p> + Ma come fa chi guarda e poi sapprezza<br /> + più dun che daltro, fei a quel da Lucca,<br /> + che più parea di me aver contezza.<br /> +</p> + +<p> + El mormorava; e non so che «Gentucca»<br /> + sentiv io là, ov el sentia la piaga<br /> + de la giustizia che sì li pilucca.<br /> +</p> + +<p> + «O anima», diss io, «che par sì vaga<br /> + di parlar meco, fa sì chio tintenda,<br /> + e te e me col tuo parlare appaga».<br /> +</p> + +<p> + «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,<br /> + cominciò el, «che ti farà piacere<br /> + la mia città, come chom la riprenda.<br /> +</p> + +<p> + Tu te nandrai con questo antivedere:<br /> + se nel mio mormorar prendesti errore,<br /> + dichiareranti ancor le cose vere.<br /> +</p> + +<p> + Ma dì si veggio qui colui che fore<br /> + trasse le nove rime, cominciando<br /> + Donne chavete intelletto damore».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «I mi son un che, quando<br /> + Amor mi spira, noto, e a quel modo<br /> + che ditta dentro vo significando».<br /> +</p> + +<p> + «O frate, issa vegg io», diss elli, «il nodo<br /> + che l Notaro e Guittone e me ritenne<br /> + di qua dal dolce stil novo chi odo!<br /> +</p> + +<p> + Io veggio ben come le vostre penne<br /> + di retro al dittator sen vanno strette,<br /> + che de le nostre certo non avvenne;<br /> +</p> + +<p> + e qual più a gradire oltre si mette,<br /> + non vede più da luno a laltro stilo»;<br /> + e, quasi contentato, si tacette.<br /> +</p> + +<p> + Come li augei che vernan lungo l Nilo,<br /> + alcuna volta in aere fanno schiera,<br /> + poi volan più a fretta e vanno in filo,<br /> +</p> + +<p> + così tutta la gente che lì era,<br /> + volgendo l viso, raffrettò suo passo,<br /> + e per magrezza e per voler leggera.<br /> +</p> + +<p> + E come luom che di trottare è lasso,<br /> + lascia andar li compagni, e sì passeggia<br /> + fin che si sfoghi laffollar del casso,<br /> +</p> + +<p> + sì lasciò trapassar la santa greggia<br /> + Forese, e dietro meco sen veniva,<br /> + dicendo: «Quando fia chio ti riveggia?».<br /> +</p> + +<p> + «Non so», rispuos io lui, «quant io mi viva;<br /> + ma già non fïa il tornar mio tantosto,<br /> + chio non sia col voler prima a la riva;<br /> +</p> + +<p> + però che l loco u fui a viver posto,<br /> + di giorno in giorno più di ben si spolpa,<br /> + e a trista ruina par disposto».<br /> +</p> + +<p> + «Or va», diss el; «che quei che più nha colpa,<br /> + vegg ïo a coda duna bestia tratto<br /> + inver la valle ove mai non si scolpa.<br /> +</p> + +<p> + La bestia ad ogne passo va più ratto,<br /> + crescendo sempre, fin chella il percuote,<br /> + e lascia il corpo vilmente disfatto.<br /> +</p> + +<p> + Non hanno molto a volger quelle ruote»,<br /> + e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro<br /> + ciò che l mio dir più dichiarar non puote.<br /> +</p> + +<p> + Tu ti rimani omai; ché l tempo è caro<br /> + in questo regno, sì chio perdo troppo<br /> + venendo teco sì a paro a paro».<br /> +</p> + +<p> + Qual esce alcuna volta di gualoppo<br /> + lo cavalier di schiera che cavalchi,<br /> + e va per farsi onor del primo intoppo,<br /> +</p> + +<p> + tal si partì da noi con maggior valchi;<br /> + e io rimasi in via con esso i due<br /> + che fuor del mondo sì gran marescalchi.<br /> +</p> + +<p> + E quando innanzi a noi intrato fue,<br /> + che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br /> + come la mente a le parole sue,<br /> +</p> + +<p> + parvermi i rami gravidi e vivaci<br /> + dun altro pomo, e non molto lontani<br /> + per esser pur allora vòlto in laci.<br /> +</p> + +<p> + Vidi gente sott esso alzar le mani<br /> + e gridar non so che verso le fronde,<br /> + quasi bramosi fantolini e vani<br /> +</p> + +<p> + che pregano, e l pregato non risponde,<br /> + ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br /> + tien alto lor disio e nol nasconde.<br /> +</p> + +<p> + Poi si partì sì come ricreduta;<br /> + e noi venimmo al grande arbore adesso,<br /> + che tanti prieghi e lagrime rifiuta.<br /> +</p> + +<p> + «Trapassate oltre sanza farvi presso:<br /> + legno è più sù che fu morso da Eva,<br /> + e questa pianta si levò da esso».<br /> +</p> + +<p> + Sì tra le frasche non so chi diceva;<br /> + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br /> + oltre andavam dal lato che si leva.<br /> +</p> + +<p> + «Ricordivi», dicea, «di maladetti<br /> + nei nuvoli formati, che, satolli,<br /> + Tesëo combatter co doppi petti;<br /> +</p> + +<p> + e de li Ebrei chal ber si mostrar molli,<br /> + per che no i volle Gedeon compagni,<br /> + quando inver Madïan discese i colli».<br /> +</p> + +<p> + Sì accostati a lun di due vivagni<br /> + passammo, udendo colpe de la gola<br /> + seguite già da miseri guadagni.<br /> +</p> + +<p> + Poi, rallargati per la strada sola,<br /> + ben mille passi e più ci portar oltre,<br /> + contemplando ciascun sanza parola.<br /> +</p> + +<p> + «Che andate pensando sì voi sol tre?».<br /> + sùbita voce disse; ond io mi scossi<br /> + come fan bestie spaventate e poltre.<br /> +</p> + +<p> + Drizzai la testa per veder chi fossi;<br /> + e già mai non si videro in fornace<br /> + vetri o metalli sì lucenti e rossi,<br /> +</p> + +<p> + com io vidi un che dicea: «Sa voi piace<br /> + montare in sù, qui si convien dar volta;<br /> + quinci si va chi vuole andar per pace».<br /> +</p> + +<p> + Laspetto suo mavea la vista tolta;<br /> + per chio mi volsi dietro a miei dottori,<br /> + com om che va secondo chelli ascolta.<br /> +</p> + +<p> + E quale, annunziatrice de li albori,<br /> + laura di maggio movesi e olezza,<br /> + tutta impregnata da lerba e da fiori;<br /> +</p> + +<p> + tal mi senti un vento dar per mezza<br /> + la fronte, e ben senti mover la piuma,<br /> + che fé sentir dambrosïa lorezza.<br /> +</p> + +<p> + E senti dir: «Beati cui alluma<br /> + tanto di grazia, che lamor del gusto<br /> + nel petto lor troppo disir non fuma,<br /> +</p> + +<p> + esurïendo sempre quanto è giusto!».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap25"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXV +</h3> + +<p> + Ora era onde l salir non volea storpio;<br /> + ché l sole avëa il cerchio di merigge<br /> + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:<br /> +</p> + +<p> + per che, come fa luom che non saffigge<br /> + ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br /> + se di bisogno stimolo il trafigge,<br /> +</p> + +<p> + così intrammo noi per la callaia,<br /> + uno innanzi altro prendendo la scala<br /> + che per artezza i salitor dispaia.<br /> +</p> + +<p> + E quale il cicognin che leva lala<br /> + per voglia di volare, e non sattenta<br /> + dabbandonar lo nido, e giù la cala;<br /> +</p> + +<p> + tal era io con voglia accesa e spenta<br /> + di dimandar, venendo infino a latto<br /> + che fa colui cha dicer sargomenta.<br /> +</p> + +<p> + Non lasciò, per landar che fosse ratto,<br /> + lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca<br /> + larco del dir, che nfino al ferro hai tratto».<br /> +</p> + +<p> + Allor sicuramente apri la bocca<br /> + e cominciai: «Come si può far magro<br /> + là dove luopo di nodrir non tocca?».<br /> +</p> + +<p> + «Se tammentassi come Meleagro<br /> + si consumò al consumar dun stizzo,<br /> + non fora», disse, «a te questo sì agro;<br /> +</p> + +<p> + e se pensassi come, al vostro guizzo,<br /> + guizza dentro a lo specchio vostra image,<br /> + ciò che par duro ti parrebbe vizzo.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché dentro a tuo voler tadage,<br /> + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br /> + che sia or sanator de le tue piage».<br /> +</p> + +<p> + «Se la veduta etterna li dislego»,<br /> + rispuose Stazio, «là dove tu sie,<br /> + discolpi me non potert io far nego».<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò: «Se le parole mie,<br /> + figlio, la mente tua guarda e riceve,<br /> + lume ti fiero al come che tu die.<br /> +</p> + +<p> + Sangue perfetto, che poi non si beve<br /> + da lassetate vene, e si rimane<br /> + quasi alimento che di mensa leve,<br /> +</p> + +<p> + prende nel core a tutte membra umane<br /> + virtute informativa, come quello<br /> + cha farsi quelle per le vene vane.<br /> +</p> + +<p> + Ancor digesto, scende ov è più bello<br /> + tacer che dire; e quindi poscia geme<br /> + sovr altrui sangue in natural vasello.<br /> +</p> + +<p> + Ivi saccoglie luno e laltro insieme,<br /> + lun disposto a patire, e laltro a fare<br /> + per lo perfetto loco onde si preme;<br /> +</p> + +<p> + e, giunto lui, comincia ad operare<br /> + coagulando prima, e poi avviva<br /> + ciò che per sua matera fé constare.<br /> +</p> + +<p> + Anima fatta la virtute attiva<br /> + qual duna pianta, in tanto differente,<br /> + che questa è in via e quella è già a riva,<br /> +</p> + +<p> + tanto ovra poi, che già si move e sente,<br /> + come spungo marino; e indi imprende<br /> + ad organar le posse ond è semente.<br /> +</p> + +<p> + Or si spiega, figliuolo, or si distende<br /> + la virtù chè dal cor del generante,<br /> + dove natura a tutte membra intende.<br /> +</p> + +<p> + Ma come danimal divegna fante,<br /> + non vedi tu ancor: quest è tal punto,<br /> + che più savio di te fé già errante,<br /> +</p> + +<p> + sì che per sua dottrina fé disgiunto<br /> + da lanima il possibile intelletto,<br /> + perché da lui non vide organo assunto.<br /> +</p> + +<p> + Apri a la verità che viene il petto;<br /> + e sappi che, sì tosto come al feto<br /> + larticular del cerebro è perfetto,<br /> +</p> + +<p> + lo motor primo a lui si volge lieto<br /> + sovra tant arte di natura, e spira<br /> + spirito novo, di vertù repleto,<br /> +</p> + +<p> + che ciò che trova attivo quivi, tira<br /> + in sua sustanzia, e fassi unalma sola,<br /> + che vive e sente e sé in sé rigira.<br /> +</p> + +<p> + E perché meno ammiri la parola,<br /> + guarda il calor del sole che si fa vino,<br /> + giunto a lomor che de la vite cola.<br /> +</p> + +<p> + Quando Làchesis non ha più del lino,<br /> + solvesi da la carne, e in virtute<br /> + ne porta seco e lumano e l divino:<br /> +</p> + +<p> + laltre potenze tutte quante mute;<br /> + memoria, intelligenza e volontade<br /> + in atto molto più che prima agute.<br /> +</p> + +<p> + Sanza restarsi, per sé stessa cade<br /> + mirabilmente a luna de le rive;<br /> + quivi conosce prima le sue strade.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che loco lì la circunscrive,<br /> + la virtù formativa raggia intorno<br /> + così e quanto ne le membra vive.<br /> +</p> + +<p> + E come laere, quand è ben pïorno,<br /> + per laltrui raggio che n sé si reflette,<br /> + di diversi color diventa addorno;<br /> +</p> + +<p> + così laere vicin quivi si mette<br /> + e in quella forma chè in lui suggella<br /> + virtüalmente lalma che ristette;<br /> +</p> + +<p> + e simigliante poi a la fiammella<br /> + che segue il foco là vunque si muta,<br /> + segue lo spirto sua forma novella.<br /> +</p> + +<p> + Però che quindi ha poscia sua paruta,<br /> + è chiamata ombra; e quindi organa poi<br /> + ciascun sentire infino a la veduta.<br /> +</p> + +<p> + Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br /> + quindi facciam le lagrime e sospiri<br /> + che per lo monte aver sentiti puoi.<br /> +</p> + +<p> + Secondo che ci affliggono i disiri<br /> + e li altri affetti, lombra si figura;<br /> + e quest è la cagion di che tu miri».<br /> +</p> + +<p> + E già venuto a lultima tortura<br /> + sera per noi, e vòlto a la man destra,<br /> + ed eravamo attenti ad altra cura.<br /> +</p> + +<p> + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br /> + e la cornice spira fiato in suso<br /> + che la reflette e via da lei sequestra;<br /> +</p> + +<p> + ond ir ne convenia dal lato schiuso<br /> + ad uno ad uno; e io temëa l foco<br /> + quinci, e quindi temeva cader giuso.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio dicea: «Per questo loco<br /> + si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br /> + però cherrar potrebbesi per poco».<br /> +</p> + +<p> + Summae Deus clementïae nel seno<br /> + al grande ardore allora udi cantando,<br /> + che di volger mi fé caler non meno;<br /> +</p> + +<p> + e vidi spirti per la fiamma andando;<br /> + per chio guardava a loro e a miei passi<br /> + compartendo la vista a quando a quando.<br /> +</p> + +<p> + Appresso il fine cha quell inno fassi,<br /> + gridavano alto: Virum non cognosco;<br /> + indi ricominciavan linno bassi.<br /> +</p> + +<p> + Finitolo, anco gridavano: «Al bosco<br /> + si tenne Diana, ed Elice caccionne<br /> + che di Venere avea sentito il tòsco».<br /> +</p> + +<p> + Indi al cantar tornavano; indi donne<br /> + gridavano e mariti che fuor casti<br /> + come virtute e matrimonio imponne.<br /> +</p> + +<p> + E questo modo credo che lor basti<br /> + per tutto il tempo che l foco li abbruscia:<br /> + con tal cura conviene e con tai pasti<br /> +</p> + +<p> + che la piaga da sezzo si ricuscia.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap26"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXVI +</h3> + +<p> + Mentre che sì per lorlo, uno innanzi altro,<br /> + ce nandavamo, e spesso il buon maestro<br /> + diceami: «Guarda: giovi chio ti scaltro»;<br /> +</p> + +<p> + feriami il sole in su lomero destro,<br /> + che già, raggiando, tutto loccidente<br /> + mutava in bianco aspetto di cilestro;<br /> +</p> + +<p> + e io facea con lombra più rovente<br /> + parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br /> + vidi molt ombre, andando, poner mente.<br /> +</p> + +<p> + Questa fu la cagion che diede inizio<br /> + loro a parlar di me; e cominciarsi<br /> + a dir: «Colui non par corpo fittizio»;<br /> +</p> + +<p> + poi verso me, quanto potëan farsi,<br /> + certi si fero, sempre con riguardo<br /> + di non uscir dove non fosser arsi.<br /> +</p> + +<p> + «O tu che vai, non per esser più tardo,<br /> + ma forse reverente, a li altri dopo,<br /> + rispondi a me che n sete e n foco ardo.<br /> +</p> + +<p> + Né solo a me la tua risposta è uopo;<br /> + ché tutti questi nhanno maggior sete<br /> + che dacqua fredda Indo o Etïopo.<br /> +</p> + +<p> + Dinne com è che fai di te parete<br /> + al sol, pur come tu non fossi ancora<br /> + di morte intrato dentro da la rete».<br /> +</p> + +<p> + Sì mi parlava un dessi; e io mi fora<br /> + già manifesto, sio non fossi atteso<br /> + ad altra novità chapparve allora;<br /> +</p> + +<p> + ché per lo mezzo del cammino acceso<br /> + venne gente col viso incontro a questa,<br /> + la qual mi fece a rimirar sospeso.<br /> +</p> + +<p> + Lì veggio dogne parte farsi presta<br /> + ciascun ombra e basciarsi una con una<br /> + sanza restar, contente a brieve festa;<br /> +</p> + +<p> + così per entro loro schiera bruna<br /> + sammusa luna con laltra formica,<br /> + forse a spïar lor via e lor fortuna.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che parton laccoglienza amica,<br /> + prima che l primo passo lì trascorra,<br /> + sopragridar ciascuna saffatica:<br /> +</p> + +<p> + la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;<br /> + e laltra: «Ne la vacca entra Pasife,<br /> + perché l torello a sua lussuria corra».<br /> +</p> + +<p> + Poi, come grue cha le montagne Rife<br /> + volasser parte, e parte inver larene,<br /> + queste del gel, quelle del sole schife,<br /> +</p> + +<p> + luna gente sen va, laltra sen vene;<br /> + e tornan, lagrimando, a primi canti<br /> + e al gridar che più lor si convene;<br /> +</p> + +<p> + e raccostansi a me, come davanti,<br /> + essi medesmi che mavean pregato,<br /> + attenti ad ascoltar ne lor sembianti.<br /> +</p> + +<p> + Io, che due volte avea visto lor grato,<br /> + incominciai: «O anime sicure<br /> + daver, quando che sia, di pace stato,<br /> +</p> + +<p> + non son rimase acerbe né mature<br /> + le membra mie di là, ma son qui meco<br /> + col sangue suo e con le sue giunture.<br /> +</p> + +<p> + Quinci sù vo per non esser più cieco;<br /> + donna è di sopra che macquista grazia,<br /> + per che l mortal per vostro mondo reco.<br /> +</p> + +<p> + Ma se la vostra maggior voglia sazia<br /> + tosto divegna, sì che l ciel valberghi<br /> + chè pien damore e più ampio si spazia,<br /> +</p> + +<p> + ditemi, acciò chancor carte ne verghi,<br /> + chi siete voi, e chi è quella turba<br /> + che se ne va di retro a vostri terghi».<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti stupido si turba<br /> + lo montanaro, e rimirando ammuta,<br /> + quando rozzo e salvatico sinurba,<br /> +</p> + +<p> + che ciascun ombra fece in sua paruta;<br /> + ma poi che furon di stupore scarche,<br /> + lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,<br /> +</p> + +<p> + «Beato te, che de le nostre marche»,<br /> + ricominciò colei che pria minchiese,<br /> + «per morir meglio, esperïenza imbarche!<br /> +</p> + +<p> + La gente che non vien con noi, offese<br /> + di ciò per che già Cesar, trïunfando,<br /> + Regina contra sé chiamar sintese:<br /> +</p> + +<p> + però si parton Soddoma gridando,<br /> + rimproverando a sé com hai udito,<br /> + e aiutan larsura vergognando.<br /> +</p> + +<p> + Nostro peccato fu ermafrodito;<br /> + ma perché non servammo umana legge,<br /> + seguendo come bestie lappetito,<br /> +</p> + +<p> + in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br /> + quando partinci, il nome di colei<br /> + che simbestiò ne le mbestiate schegge.<br /> +</p> + +<p> + Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br /> + se forse a nome vuo saper chi semo,<br /> + tempo non è di dire, e non saprei.<br /> +</p> + +<p> + Farotti ben di me volere scemo:<br /> + son Guido Guinizzelli, e già mi purgo<br /> + per ben dolermi prima cha lo stremo».<br /> +</p> + +<p> + Quali ne la tristizia di Ligurgo<br /> + si fer due figli a riveder la madre,<br /> + tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,<br /> +</p> + +<p> + quand io odo nomar sé stesso il padre<br /> + mio e de li altri miei miglior che mai<br /> + rime damore usar dolci e leggiadre;<br /> +</p> + +<p> + e sanza udire e dir pensoso andai<br /> + lunga fïata rimirando lui,<br /> + né, per lo foco, in là più mappressai.<br /> +</p> + +<p> + Poi che di riguardar pasciuto fui,<br /> + tutto moffersi pronto al suo servigio<br /> + con laffermar che fa credere altrui.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,<br /> + per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,<br /> + che Letè nol può tòrre né far bigio.<br /> +</p> + +<p> + Ma se le tue parole or ver giuraro,<br /> + dimmi che è cagion per che dimostri<br /> + nel dire e nel guardar davermi caro».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Li dolci detti vostri,<br /> + che, quanto durerà luso moderno,<br /> + faranno cari ancora i loro incostri».<br /> +</p> + +<p> + «O frate», disse, «questi chio ti cerno<br /> + col dito», e additò un spirto innanzi,<br /> + «fu miglior fabbro del parlar materno.<br /> +</p> + +<p> + Versi damore e prose di romanzi<br /> + soverchiò tutti; e lascia dir li stolti<br /> + che quel di Lemosì credon chavanzi.<br /> +</p> + +<p> + A voce più chal ver drizzan li volti,<br /> + e così ferman sua oppinïone<br /> + prima charte o ragion per lor sascolti.<br /> +</p> + +<p> + Così fer molti antichi di Guittone,<br /> + di grido in grido pur lui dando pregio,<br /> + fin che lha vinto il ver con più persone.<br /> +</p> + +<p> + Or se tu hai sì ampio privilegio,<br /> + che licito ti sia landare al chiostro<br /> + nel quale è Cristo abate del collegio,<br /> +</p> + +<p> + falli per me un dir dun paternostro,<br /> + quanto bisogna a noi di questo mondo,<br /> + dove poter peccar non è più nostro».<br /> +</p> + +<p> + Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br /> + che presso avea, disparve per lo foco,<br /> + come per lacqua il pesce andando al fondo.<br /> +</p> + +<p> + Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br /> + e dissi chal suo nome il mio disire<br /> + apparecchiava grazïoso loco.<br /> +</p> + +<p> + El cominciò liberamente a dire:<br /> + «Tan mabellis vostre cortes deman,<br /> + quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.<br /> +</p> + +<p> + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br /> + consiros vei la passada folor,<br /> + e vei jausen lo joi quesper, denan.<br /> +</p> + +<p> + Ara vos prec, per aquella valor<br /> + que vos guida al som de lescalina,<br /> + sovenha vos a temps de ma dolor!».<br /> +</p> + +<p> + Poi sascose nel foco che li affina.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap27"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXVII +</h3> + +<p> + Sì come quando i primi raggi vibra<br /> + là dove il suo fattor lo sangue sparse,<br /> + cadendo Ibero sotto lalta Libra,<br /> +</p> + +<p> + e londe in Gange da nona rïarse,<br /> + sì stava il sole; onde l giorno sen giva,<br /> + come langel di Dio lieto ci apparse.<br /> +</p> + +<p> + Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br /> + e cantava Beati mundo corde!<br /> + in voce assai più che la nostra viva.<br /> +</p> + +<p> + Poscia «Più non si va, se pria non morde,<br /> + anime sante, il foco: intrate in esso,<br /> + e al cantar di là non siate sorde»,<br /> +</p> + +<p> + ci disse come noi li fummo presso;<br /> + per chio divenni tal, quando lo ntesi,<br /> + qual è colui che ne la fossa è messo.<br /> +</p> + +<p> + In su le man commesse mi protesi,<br /> + guardando il foco e imaginando forte<br /> + umani corpi già veduti accesi.<br /> +</p> + +<p> + Volsersi verso me le buone scorte;<br /> + e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,<br /> + qui può esser tormento, ma non morte.<br /> +</p> + +<p> + Ricorditi, ricorditi! E se io<br /> + sovresso Gerïon ti guidai salvo,<br /> + che farò ora presso più a Dio?<br /> +</p> + +<p> + Credi per certo che se dentro a lalvo<br /> + di questa fiamma stessi ben mille anni,<br /> + non ti potrebbe far dun capel calvo.<br /> +</p> + +<p> + E se tu forse credi chio tinganni,<br /> + fatti ver lei, e fatti far credenza<br /> + con le tue mani al lembo di tuoi panni.<br /> +</p> + +<p> + Pon giù omai, pon giù ogne temenza;<br /> + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».<br /> + E io pur fermo e contra coscïenza.<br /> +</p> + +<p> + Quando mi vide star pur fermo e duro,<br /> + turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:<br /> + tra Bëatrice e te è questo muro».<br /> +</p> + +<p> + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br /> + Piramo in su la morte, e riguardolla,<br /> + allor che l gelso diventò vermiglio;<br /> +</p> + +<p> + così, la mia durezza fatta solla,<br /> + mi volsi al savio duca, udendo il nome<br /> + che ne la mente sempre mi rampolla.<br /> +</p> + +<p> + Ond ei crollò la fronte e disse: «Come!<br /> + volenci star di qua?»; indi sorrise<br /> + come al fanciul si fa chè vinto al pome.<br /> +</p> + +<p> + Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br /> + pregando Stazio che venisse retro,<br /> + che pria per lunga strada ci divise.<br /> +</p> + +<p> + Sì com fui dentro, in un bogliente vetro<br /> + gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br /> + tant era ivi lo ncendio sanza metro.<br /> +</p> + +<p> + Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br /> + pur di Beatrice ragionando andava,<br /> + dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».<br /> +</p> + +<p> + Guidavaci una voce che cantava<br /> + di là; e noi, attenti pur a lei,<br /> + venimmo fuor là ove si montava.<br /> +</p> + +<p> + Venite, benedicti Patris mei,<br /> + sonò dentro a un lume che lì era,<br /> + tal che mi vinse e guardar nol potei.<br /> +</p> + +<p> + «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;<br /> + non varrestate, ma studiate il passo,<br /> + mentre che loccidente non si annera».<br /> +</p> + +<p> + Dritta salia la via per entro l sasso<br /> + verso tal parte chio toglieva i raggi<br /> + dinanzi a me del sol chera già basso.<br /> +</p> + +<p> + E di pochi scaglion levammo i saggi,<br /> + che l sol corcar, per lombra che si spense,<br /> + sentimmo dietro e io e li miei saggi.<br /> +</p> + +<p> + E pria che n tutte le sue parti immense<br /> + fosse orizzonte fatto duno aspetto,<br /> + e notte avesse tutte sue dispense,<br /> +</p> + +<p> + ciascun di noi dun grado fece letto;<br /> + ché la natura del monte ci affranse<br /> + la possa del salir più e l diletto.<br /> +</p> + +<p> + Quali si stanno ruminando manse<br /> + le capre, state rapide e proterve<br /> + sovra le cime avante che sien pranse,<br /> +</p> + +<p> + tacite a lombra, mentre che l sol ferve,<br /> + guardate dal pastor, che n su la verga<br /> + poggiato sè e lor di posa serve;<br /> +</p> + +<p> + e quale il mandrïan che fori alberga,<br /> + lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br /> + guardando perché fiera non lo sperga;<br /> +</p> + +<p> + tali eravamo tutti e tre allotta,<br /> + io come capra, ed ei come pastori,<br /> + fasciati quinci e quindi dalta grotta.<br /> +</p> + +<p> + Poco parer potea lì del di fori;<br /> + ma, per quel poco, vedea io le stelle<br /> + di lor solere e più chiare e maggiori.<br /> +</p> + +<p> + Sì ruminando e sì mirando in quelle,<br /> + mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br /> + anzi che l fatto sia, sa le novelle.<br /> +</p> + +<p> + Ne lora, credo, che de lorïente<br /> + prima raggiò nel monte Citerea,<br /> + che di foco damor par sempre ardente,<br /> +</p> + +<p> + giovane e bella in sogno mi parea<br /> + donna vedere andar per una landa<br /> + cogliendo fiori; e cantando dicea:<br /> +</p> + +<p> + «Sappia qualunque il mio nome dimanda<br /> + chi mi son Lia, e vo movendo intorno<br /> + le belle mani a farmi una ghirlanda.<br /> +</p> + +<p> + Per piacermi a lo specchio, qui maddorno;<br /> + ma mia suora Rachel mai non si smaga<br /> + dal suo miraglio, e siede tutto giorno.<br /> +</p> + +<p> + Ell è di suoi belli occhi veder vaga<br /> + com io de laddornarmi con le mani;<br /> + lei lo vedere, e me lovrare appaga».<br /> +</p> + +<p> + E già per li splendori antelucani,<br /> + che tanto a pellegrin surgon più grati,<br /> + quanto, tornando, albergan men lontani,<br /> +</p> + +<p> + le tenebre fuggian da tutti lati,<br /> + e l sonno mio con esse; ond io levami,<br /> + veggendo i gran maestri già levati.<br /> +</p> + +<p> + «Quel dolce pome che per tanti rami<br /> + cercando va la cura de mortali,<br /> + oggi porrà in pace le tue fami».<br /> +</p> + +<p> + Virgilio inverso me queste cotali<br /> + parole usò; e mai non furo strenne<br /> + che fosser di piacere a queste iguali.<br /> +</p> + +<p> + Tanto voler sopra voler mi venne<br /> + de lesser sù, chad ogne passo poi<br /> + al volo mi sentia crescer le penne.<br /> +</p> + +<p> + Come la scala tutta sotto noi<br /> + fu corsa e fummo in su l grado superno,<br /> + in me ficcò Virgilio li occhi suoi,<br /> +</p> + +<p> + e disse: «Il temporal foco e letterno<br /> + veduto hai, figlio; e se venuto in parte<br /> + dov io per me più oltre non discerno.<br /> +</p> + +<p> + Tratto tho qui con ingegno e con arte;<br /> + lo tuo piacere omai prendi per duce;<br /> + fuor se de lerte vie, fuor se de larte.<br /> +</p> + +<p> + Vedi lo sol che n fronte ti riluce;<br /> + vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli<br /> + che qui la terra sol da sé produce.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br /> + che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br /> + seder ti puoi e puoi andar tra elli.<br /> +</p> + +<p> + Non aspettar mio dir più né mio cenno;<br /> + libero, dritto e sano è tuo arbitrio,<br /> + e fallo fora non fare a suo senno:<br /> +</p> + +<p> + per chio te sovra te corono e mitrio».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap28"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXVIII +</h3> + +<p> + Vago già di cercar dentro e dintorno<br /> + la divina foresta spessa e viva,<br /> + cha li occhi temperava il novo giorno,<br /> +</p> + +<p> + sanza più aspettar, lasciai la riva,<br /> + prendendo la campagna lento lento<br /> + su per lo suol che dogne parte auliva.<br /> +</p> + +<p> + Unaura dolce, sanza mutamento<br /> + avere in sé, mi feria per la fronte<br /> + non di più colpo che soave vento;<br /> +</p> + +<p> + per cui le fronde, tremolando, pronte<br /> + tutte quante piegavano a la parte<br /> + u la prim ombra gitta il santo monte;<br /> +</p> + +<p> + non però dal loro esser dritto sparte<br /> + tanto, che li augelletti per le cime<br /> + lasciasser doperare ogne lor arte;<br /> +</p> + +<p> + ma con piena letizia lore prime,<br /> + cantando, ricevieno intra le foglie,<br /> + che tenevan bordone a le sue rime,<br /> +</p> + +<p> + tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br /> + per la pineta in su l lito di Chiassi,<br /> + quand Ëolo scilocco fuor discioglie.<br /> +</p> + +<p> + Già mavean trasportato i lenti passi<br /> + dentro a la selva antica tanto, chio<br /> + non potea rivedere ond io mi ntrassi;<br /> +</p> + +<p> + ed ecco più andar mi tolse un rio,<br /> + che nver sinistra con sue picciole onde<br /> + piegava lerba che n sua ripa uscìo.<br /> +</p> + +<p> + Tutte lacque che son di qua più monde,<br /> + parrieno avere in sé mistura alcuna<br /> + verso di quella, che nulla nasconde,<br /> +</p> + +<p> + avvegna che si mova bruna bruna<br /> + sotto lombra perpetüa, che mai<br /> + raggiar non lascia sole ivi né luna.<br /> +</p> + +<p> + Coi piè ristetti e con li occhi passai<br /> + di là dal fiumicello, per mirare<br /> + la gran varïazion di freschi mai;<br /> +</p> + +<p> + e là mapparve, sì com elli appare<br /> + subitamente cosa che disvia<br /> + per maraviglia tutto altro pensare,<br /> +</p> + +<p> + una donna soletta che si gia<br /> + e cantando e scegliendo fior da fiore<br /> + ond era pinta tutta la sua via.<br /> +</p> + +<p> + «Deh, bella donna, che a raggi damore<br /> + ti scaldi, si vo credere a sembianti<br /> + che soglion esser testimon del core,<br /> +</p> + +<p> + vegnati in voglia di trarreti avanti»,<br /> + diss io a lei, «verso questa rivera,<br /> + tanto chio possa intender che tu canti.<br /> +</p> + +<p> + Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br /> + Proserpina nel tempo che perdette<br /> + la madre lei, ed ella primavera».<br /> +</p> + +<p> + Come si volge, con le piante strette<br /> + a terra e intra sé, donna che balli,<br /> + e piede innanzi piede a pena mette,<br /> +</p> + +<p> + volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br /> + fioretti verso me, non altrimenti<br /> + che vergine che li occhi onesti avvalli;<br /> +</p> + +<p> + e fece i prieghi miei esser contenti,<br /> + sì appressando sé, che l dolce suono<br /> + veniva a me co suoi intendimenti.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che fu là dove lerbe sono<br /> + bagnate già da londe del bel fiume,<br /> + di levar li occhi suoi mi fece dono.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che splendesse tanto lume<br /> + sotto le ciglia a Venere, trafitta<br /> + dal figlio fuor di tutto suo costume.<br /> +</p> + +<p> + Ella ridea da laltra riva dritta,<br /> + trattando più color con le sue mani,<br /> + che lalta terra sanza seme gitta.<br /> +</p> + +<p> + Tre passi ci facea il fiume lontani;<br /> + ma Elesponto, là ve passò Serse,<br /> + ancora freno a tutti orgogli umani,<br /> +</p> + +<p> + più odio da Leandro non sofferse<br /> + per mareggiare intra Sesto e Abido,<br /> + che quel da me perch allor non saperse.<br /> +</p> + +<p> + «Voi siete nuovi, e forse perch io rido»,<br /> + cominciò ella, «in questo luogo eletto<br /> + a lumana natura per suo nido,<br /> +</p> + +<p> + maravigliando tienvi alcun sospetto;<br /> + ma luce rende il salmo Delectasti,<br /> + che puote disnebbiar vostro intelletto.<br /> +</p> + +<p> + E tu che se dinanzi e mi pregasti,<br /> + dì saltro vuoli udir; chi venni presta<br /> + ad ogne tua question tanto che basti».<br /> +</p> + +<p> + «Lacqua», diss io, «e l suon de la foresta<br /> + impugnan dentro a me novella fede<br /> + di cosa chio udi contraria a questa».<br /> +</p> + +<p> + Ond ella: «Io dicerò come procede<br /> + per sua cagion ciò chammirar ti face,<br /> + e purgherò la nebbia che ti fiede.<br /> +</p> + +<p> + Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,<br /> + fé luom buono e a bene, e questo loco<br /> + diede per arr a lui detterna pace.<br /> +</p> + +<p> + Per sua difalta qui dimorò poco;<br /> + per sua difalta in pianto e in affanno<br /> + cambiò onesto riso e dolce gioco.<br /> +</p> + +<p> + Perché l turbar che sotto da sé fanno<br /> + lessalazion de lacqua e de la terra,<br /> + che quanto posson dietro al calor vanno,<br /> +</p> + +<p> + a luomo non facesse alcuna guerra,<br /> + questo monte salìo verso l ciel tanto,<br /> + e libero nè dindi ove si serra.<br /> +</p> + +<p> + Or perché in circuito tutto quanto<br /> + laere si volge con la prima volta,<br /> + se non li è rotto il cerchio dalcun canto,<br /> +</p> + +<p> + in questa altezza chè tutta disciolta<br /> + ne laere vivo, tal moto percuote,<br /> + e fa sonar la selva perch è folta;<br /> +</p> + +<p> + e la percossa pianta tanto puote,<br /> + che de la sua virtute laura impregna<br /> + e quella poi, girando, intorno scuote;<br /> +</p> + +<p> + e laltra terra, secondo chè degna<br /> + per sé e per suo ciel, concepe e figlia<br /> + di diverse virtù diverse legna.<br /> +</p> + +<p> + Non parrebbe di là poi maraviglia,<br /> + udito questo, quando alcuna pianta<br /> + sanza seme palese vi sappiglia.<br /> +</p> + +<p> + E saper dei che la campagna santa<br /> + dove tu se, dogne semenza è piena,<br /> + e frutto ha in sé che di là non si schianta.<br /> +</p> + +<p> + Lacqua che vedi non surge di vena<br /> + che ristori vapor che gel converta,<br /> + come fiume chacquista e perde lena;<br /> +</p> + +<p> + ma esce di fontana salda e certa,<br /> + che tanto dal voler di Dio riprende,<br /> + quant ella versa da due parti aperta.<br /> +</p> + +<p> + Da questa parte con virtù discende<br /> + che toglie altrui memoria del peccato;<br /> + da laltra dogne ben fatto la rende.<br /> +</p> + +<p> + Quinci Letè; così da laltro lato<br /> + Eünoè si chiama, e non adopra<br /> + se quinci e quindi pria non è gustato:<br /> +</p> + +<p> + a tutti altri sapori esto è di sopra.<br /> + E avvegna chassai possa esser sazia<br /> + la sete tua perch io più non ti scuopra,<br /> +</p> + +<p> + darotti un corollario ancor per grazia;<br /> + né credo che l mio dir ti sia men caro,<br /> + se oltre promession teco si spazia.<br /> +</p> + +<p> + Quelli chanticamente poetaro<br /> + letà de loro e suo stato felice,<br /> + forse in Parnaso esto loco sognaro.<br /> +</p> + +<p> + Qui fu innocente lumana radice;<br /> + qui primavera sempre e ogne frutto;<br /> + nettare è questo di che ciascun dice».<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi n dietro allora tutto<br /> + a miei poeti, e vidi che con riso<br /> + udito avëan lultimo costrutto;<br /> +</p> + +<p> + poi a la bella donna torna il viso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap29"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXIX +</h3> + +<p> + Cantando come donna innamorata,<br /> + continüò col fin di sue parole:<br /> + Beati quorum tecta sunt peccata!.<br /> +</p> + +<p> + E come ninfe che si givan sole<br /> + per le salvatiche ombre, disïando<br /> + qual di veder, qual di fuggir lo sole,<br /> +</p> + +<p> + allor si mosse contra l fiume, andando<br /> + su per la riva; e io pari di lei,<br /> + picciol passo con picciol seguitando.<br /> +</p> + +<p> + Non eran cento tra suoi passi e miei,<br /> + quando le ripe igualmente dier volta,<br /> + per modo cha levante mi rendei.<br /> +</p> + +<p> + Né ancor fu così nostra via molta,<br /> + quando la donna tutta a me si torse,<br /> + dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco un lustro sùbito trascorse<br /> + da tutte parti per la gran foresta,<br /> + tal che di balenar mi mise in forse.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché l balenar, come vien, resta,<br /> + e quel, durando, più e più splendeva,<br /> + nel mio pensier dicea: Che cosa è questa?.<br /> +</p> + +<p> + E una melodia dolce correva<br /> + per laere luminoso; onde buon zelo<br /> + mi fé riprender lardimento dEva,<br /> +</p> + +<p> + che là dove ubidia la terra e l cielo,<br /> + femmina, sola e pur testé formata,<br /> + non sofferse di star sotto alcun velo;<br /> +</p> + +<p> + sotto l qual se divota fosse stata,<br /> + avrei quelle ineffabili delizie<br /> + sentite prima e più lunga fïata.<br /> +</p> + +<p> + Mentr io mandava tra tante primizie<br /> + de letterno piacer tutto sospeso,<br /> + e disïoso ancora a più letizie,<br /> +</p> + +<p> + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br /> + ci si fé laere sotto i verdi rami;<br /> + e l dolce suon per canti era già inteso.<br /> +</p> + +<p> + O sacrosante Vergini, se fami,<br /> + freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br /> + cagion mi sprona chio mercé vi chiami.<br /> +</p> + +<p> + Or convien che Elicona per me versi,<br /> + e Uranìe maiuti col suo coro<br /> + forti cose a pensar mettere in versi.<br /> +</p> + +<p> + Poco più oltre, sette alberi doro<br /> + falsava nel parere il lungo tratto<br /> + del mezzo chera ancor tra noi e loro;<br /> +</p> + +<p> + ma quand i fui sì presso di lor fatto,<br /> + che lobietto comun, che l senso inganna,<br /> + non perdea per distanza alcun suo atto,<br /> +</p> + +<p> + la virtù cha ragion discorso ammanna,<br /> + sì com elli eran candelabri apprese,<br /> + e ne le voci del cantare Osanna.<br /> +</p> + +<p> + Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br /> + più chiaro assai che luna per sereno<br /> + di mezza notte nel suo mezzo mese.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi dammirazion pieno<br /> + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br /> + con vista carca di stupor non meno.<br /> +</p> + +<p> + Indi rendei laspetto a lalte cose<br /> + che si movieno incontr a noi sì tardi,<br /> + che foran vinte da novelle spose.<br /> +</p> + +<p> + La donna mi sgridò: «Perché pur ardi<br /> + sì ne laffetto de le vive luci,<br /> + e ciò che vien di retro a lor non guardi?».<br /> +</p> + +<p> + Genti vid io allor, come a lor duci,<br /> + venire appresso, vestite di bianco;<br /> + e tal candor di qua già mai non fuci.<br /> +</p> + +<p> + Lacqua imprendëa dal sinistro fianco,<br /> + e rendea me la mia sinistra costa,<br /> + sio riguardava in lei, come specchio anco.<br /> +</p> + +<p> + Quand io da la mia riva ebbi tal posta,<br /> + che solo il fiume mi facea distante,<br /> + per veder meglio ai passi diedi sosta,<br /> +</p> + +<p> + e vidi le fiammelle andar davante,<br /> + lasciando dietro a sé laere dipinto,<br /> + e di tratti pennelli avean sembiante;<br /> +</p> + +<p> + sì che lì sopra rimanea distinto<br /> + di sette liste, tutte in quei colori<br /> + onde fa larco il Sole e Delia il cinto.<br /> +</p> + +<p> + Questi ostendali in dietro eran maggiori<br /> + che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br /> + diece passi distavan quei di fori.<br /> +</p> + +<p> + Sotto così bel ciel com io diviso,<br /> + ventiquattro seniori, a due a due,<br /> + coronati venien di fiordaliso.<br /> +</p> + +<p> + Tutti cantavan: «Benedicta tue<br /> + ne le figlie dAdamo, e benedette<br /> + sieno in etterno le bellezze tue!».<br /> +</p> + +<p> + Poscia che i fiori e laltre fresche erbette<br /> + a rimpetto di me da laltra sponda<br /> + libere fuor da quelle genti elette,<br /> +</p> + +<p> + sì come luce luce in ciel seconda,<br /> + vennero appresso lor quattro animali,<br /> + coronati ciascun di verde fronda.<br /> +</p> + +<p> + Ognuno era pennuto di sei ali;<br /> + le penne piene docchi; e li occhi dArgo,<br /> + se fosser vivi, sarebber cotali.<br /> +</p> + +<p> + A descriver lor forme più non spargo<br /> + rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,<br /> + tanto cha questa non posso esser largo;<br /> +</p> + +<p> + ma leggi Ezechïel, che li dipigne<br /> + come li vide da la fredda parte<br /> + venir con vento e con nube e con igne;<br /> +</p> + +<p> + e quali i troverai ne le sue carte,<br /> + tali eran quivi, salvo cha le penne<br /> + Giovanni è meco e da lui si diparte.<br /> +</p> + +<p> + Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br /> + un carro, in su due rote, trïunfale,<br /> + chal collo dun grifon tirato venne.<br /> +</p> + +<p> + Esso tendeva in sù luna e laltra ale<br /> + tra la mezzana e le tre e tre liste,<br /> + sì cha nulla, fendendo, facea male.<br /> +</p> + +<p> + Tanto salivan che non eran viste;<br /> + le membra doro avea quant era uccello,<br /> + e bianche laltre, di vermiglio miste.<br /> +</p> + +<p> + Non che Roma di carro così bello<br /> + rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br /> + ma quel del Sol saria pover con ello;<br /> +</p> + +<p> + quel del Sol che, svïando, fu combusto<br /> + per lorazion de la Terra devota,<br /> + quando fu Giove arcanamente giusto.<br /> +</p> + +<p> + Tre donne in giro da la destra rota<br /> + venian danzando; luna tanto rossa<br /> + cha pena fora dentro al foco nota;<br /> +</p> + +<p> + laltr era come se le carni e lossa<br /> + fossero state di smeraldo fatte;<br /> + la terza parea neve testé mossa;<br /> +</p> + +<p> + e or parëan da la bianca tratte,<br /> + or da la rossa; e dal canto di questa<br /> + laltre toglien landare e tarde e ratte.<br /> +</p> + +<p> + Da la sinistra quattro facean festa,<br /> + in porpore vestite, dietro al modo<br /> + duna di lor chavea tre occhi in testa.<br /> +</p> + +<p> + Appresso tutto il pertrattato nodo<br /> + vidi due vecchi in abito dispari,<br /> + ma pari in atto e onesto e sodo.<br /> +</p> + +<p> + Lun si mostrava alcun de famigliari<br /> + di quel sommo Ipocràte che natura<br /> + a li animali fé chell ha più cari;<br /> +</p> + +<p> + mostrava laltro la contraria cura<br /> + con una spada lucida e aguta,<br /> + tal che di qua dal rio mi fé paura.<br /> +</p> + +<p> + Poi vidi quattro in umile paruta;<br /> + e di retro da tutti un vecchio solo<br /> + venir, dormendo, con la faccia arguta.<br /> +</p> + +<p> + E questi sette col primaio stuolo<br /> + erano abitüati, ma di gigli<br /> + dintorno al capo non facëan brolo,<br /> +</p> + +<p> + anzi di rose e daltri fior vermigli;<br /> + giurato avria poco lontano aspetto<br /> + che tutti ardesser di sopra da cigli.<br /> +</p> + +<p> + E quando il carro a me fu a rimpetto,<br /> + un tuon sudì, e quelle genti degne<br /> + parvero aver landar più interdetto,<br /> +</p> + +<p> + fermandosi ivi con le prime insegne.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap30"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXX +</h3> + +<p> + Quando il settentrïon del primo cielo,<br /> + che né occaso mai seppe né orto<br /> + né daltra nebbia che di colpa velo,<br /> +</p> + +<p> + e che faceva lì ciascun accorto<br /> + di suo dover, come l più basso face<br /> + qual temon gira per venire a porto,<br /> +</p> + +<p> + fermo saffisse: la gente verace,<br /> + venuta prima tra l grifone ed esso,<br /> + al carro volse sé come a sua pace;<br /> +</p> + +<p> + e un di loro, quasi da ciel messo,<br /> + Veni, sponsa, de Libano cantando<br /> + gridò tre volte, e tutti li altri appresso.<br /> +</p> + +<p> + Quali i beati al novissimo bando<br /> + surgeran presti ognun di sua caverna,<br /> + la revestita voce alleluiando,<br /> +</p> + +<p> + cotali in su la divina basterna<br /> + si levar cento, ad vocem tanti senis,<br /> + ministri e messaggier di vita etterna.<br /> +</p> + +<p> + Tutti dicean: Benedictus qui venis!,<br /> + e fior gittando e di sopra e dintorno,<br /> + Manibus, oh, date lilïa plenis!.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi già nel cominciar del giorno<br /> + la parte orïental tutta rosata,<br /> + e laltro ciel di bel sereno addorno;<br /> +</p> + +<p> + e la faccia del sol nascere ombrata,<br /> + sì che per temperanza di vapori<br /> + locchio la sostenea lunga fïata:<br /> +</p> + +<p> + così dentro una nuvola di fiori<br /> + che da le mani angeliche saliva<br /> + e ricadeva in giù dentro e di fori,<br /> +</p> + +<p> + sovra candido vel cinta duliva<br /> + donna mapparve, sotto verde manto<br /> + vestita di color di fiamma viva.<br /> +</p> + +<p> + E lo spirito mio, che già cotanto<br /> + tempo era stato cha la sua presenza<br /> + non era di stupor, tremando, affranto,<br /> +</p> + +<p> + sanza de li occhi aver più conoscenza,<br /> + per occulta virtù che da lei mosse,<br /> + dantico amor sentì la gran potenza.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che ne la vista mi percosse<br /> + lalta virtù che già mavea trafitto<br /> + prima chio fuor di püerizia fosse,<br /> +</p> + +<p> + volsimi a la sinistra col respitto<br /> + col quale il fantolin corre a la mamma<br /> + quando ha paura o quando elli è afflitto,<br /> +</p> + +<p> + per dicere a Virgilio: Men che dramma<br /> + di sangue mè rimaso che non tremi:<br /> + conosco i segni de lantica fiamma.<br /> +</p> + +<p> + Ma Virgilio navea lasciati scemi<br /> + di sé, Virgilio dolcissimo patre,<br /> + Virgilio a cui per mia salute diemi;<br /> +</p> + +<p> + né quantunque perdeo lantica matre,<br /> + valse a le guance nette di rugiada,<br /> + che, lagrimando, non tornasser atre.<br /> +</p> + +<p> + «Dante, perché Virgilio se ne vada,<br /> + non pianger anco, non piangere ancora;<br /> + ché pianger ti conven per altra spada».<br /> +</p> + +<p> + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br /> + viene a veder la gente che ministra<br /> + per li altri legni, e a ben far lincora;<br /> +</p> + +<p> + in su la sponda del carro sinistra,<br /> + quando mi volsi al suon del nome mio,<br /> + che di necessità qui si registra,<br /> +</p> + +<p> + vidi la donna che pria mappario<br /> + velata sotto langelica festa,<br /> + drizzar li occhi ver me di qua dal rio.<br /> +</p> + +<p> + Tutto che l vel che le scendea di testa,<br /> + cerchiato de le fronde di Minerva,<br /> + non la lasciasse parer manifesta,<br /> +</p> + +<p> + regalmente ne latto ancor proterva<br /> + continüò come colui che dice<br /> + e l più caldo parlar dietro reserva:<br /> +</p> + +<p> + «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br /> + Come degnasti daccedere al monte?<br /> + non sapei tu che qui è luom felice?».<br /> +</p> + +<p> + Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;<br /> + ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,<br /> + tanta vergogna mi gravò la fronte.<br /> +</p> + +<p> + Così la madre al figlio par superba,<br /> + com ella parve a me; perché damaro<br /> + sente il sapor de la pietade acerba.<br /> +</p> + +<p> + Ella si tacque; e li angeli cantaro<br /> + di sùbito In te, Domine, speravi;<br /> + ma oltre pedes meos non passaro.<br /> +</p> + +<p> + Sì come neve tra le vive travi<br /> + per lo dosso dItalia si congela,<br /> + soffiata e stretta da li venti schiavi,<br /> +</p> + +<p> + poi, liquefatta, in sé stessa trapela,<br /> + pur che la terra che perde ombra spiri,<br /> + sì che par foco fonder la candela;<br /> +</p> + +<p> + così fui sanza lagrime e sospiri<br /> + anzi l cantar di quei che notan sempre<br /> + dietro a le note de li etterni giri;<br /> +</p> + +<p> + ma poi che ntesi ne le dolci tempre<br /> + lor compatire a me, par che se detto<br /> + avesser: Donna, perché sì lo stempre?,<br /> +</p> + +<p> + lo gel che mera intorno al cor ristretto,<br /> + spirito e acqua fessi, e con angoscia<br /> + de la bocca e de li occhi uscì del petto.<br /> +</p> + +<p> + Ella, pur ferma in su la detta coscia<br /> + del carro stando, a le sustanze pie<br /> + volse le sue parole così poscia:<br /> +</p> + +<p> + «Voi vigilate ne letterno die,<br /> + sì che notte né sonno a voi non fura<br /> + passo che faccia il secol per sue vie;<br /> +</p> + +<p> + onde la mia risposta è con più cura<br /> + che mintenda colui che di là piagne,<br /> + perché sia colpa e duol duna misura.<br /> +</p> + +<p> + Non pur per ovra de le rote magne,<br /> + che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br /> + secondo che le stelle son compagne,<br /> +</p> + +<p> + ma per larghezza di grazie divine,<br /> + che sì alti vapori hanno a lor piova,<br /> + che nostre viste là non van vicine,<br /> +</p> + +<p> + questi fu tal ne la sua vita nova<br /> + virtüalmente, chogne abito destro<br /> + fatto averebbe in lui mirabil prova.<br /> +</p> + +<p> + Ma tanto più maligno e più silvestro<br /> + si fa l terren col mal seme e non cólto,<br /> + quant elli ha più di buon vigor terrestro.<br /> +</p> + +<p> + Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br /> + mostrando li occhi giovanetti a lui,<br /> + meco il menava in dritta parte vòlto.<br /> +</p> + +<p> + Sì tosto come in su la soglia fui<br /> + di mia seconda etade e mutai vita,<br /> + questi si tolse a me, e diessi altrui.<br /> +</p> + +<p> + Quando di carne a spirto era salita,<br /> + e bellezza e virtù cresciuta mera,<br /> + fu io a lui men cara e men gradita;<br /> +</p> + +<p> + e volse i passi suoi per via non vera,<br /> + imagini di ben seguendo false,<br /> + che nulla promession rendono intera.<br /> +</p> + +<p> + Né limpetrare ispirazion mi valse,<br /> + con le quali e in sogno e altrimenti<br /> + lo rivocai: sì poco a lui ne calse!<br /> +</p> + +<p> + Tanto giù cadde, che tutti argomenti<br /> + a la salute sua eran già corti,<br /> + fuor che mostrarli le perdute genti.<br /> +</p> + +<p> + Per questo visitai luscio di morti,<br /> + e a colui che lha qua sù condotto,<br /> + li prieghi miei, piangendo, furon porti.<br /> +</p> + +<p> + Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br /> + se Letè si passasse e tal vivanda<br /> + fosse gustata sanza alcuno scotto<br /> +</p> + +<p> + di pentimento che lagrime spanda».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap31"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXXI +</h3> + +<p> + «O tu che se di là dal fiume sacro»,<br /> + volgendo suo parlare a me per punta,<br /> + che pur per taglio mera paruto acro,<br /> +</p> + +<p> + ricominciò, seguendo sanza cunta,<br /> + «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa<br /> + tua confession conviene esser congiunta».<br /> +</p> + +<p> + Era la mia virtù tanto confusa,<br /> + che la voce si mosse, e pria si spense<br /> + che da li organi suoi fosse dischiusa.<br /> +</p> + +<p> + Poco sofferse; poi disse: «Che pense?<br /> + Rispondi a me; ché le memorie triste<br /> + in te non sono ancor da lacqua offense».<br /> +</p> + +<p> + Confusione e paura insieme miste<br /> + mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,<br /> + al quale intender fuor mestier le viste.<br /> +</p> + +<p> + Come balestro frange, quando scocca<br /> + da troppa tesa, la sua corda e larco,<br /> + e con men foga lasta il segno tocca,<br /> +</p> + +<p> + sì scoppia io sottesso grave carco,<br /> + fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br /> + e la voce allentò per lo suo varco.<br /> +</p> + +<p> + Ond ella a me: «Per entro i mie disiri,<br /> + che ti menavano ad amar lo bene<br /> + di là dal qual non è a che saspiri,<br /> +</p> + +<p> + quai fossi attraversati o quai catene<br /> + trovasti, per che del passare innanzi<br /> + dovessiti così spogliar la spene?<br /> +</p> + +<p> + E quali agevolezze o quali avanzi<br /> + ne la fronte de li altri si mostraro,<br /> + per che dovessi lor passeggiare anzi?».<br /> +</p> + +<p> + Dopo la tratta dun sospiro amaro,<br /> + a pena ebbi la voce che rispuose,<br /> + e le labbra a fatica la formaro.<br /> +</p> + +<p> + Piangendo dissi: «Le presenti cose<br /> + col falso lor piacer volser miei passi,<br /> + tosto che l vostro viso si nascose».<br /> +</p> + +<p> + Ed ella: «Se tacessi o se negassi<br /> + ciò che confessi, non fora men nota<br /> + la colpa tua: da tal giudice sassi!<br /> +</p> + +<p> + Ma quando scoppia de la propria gota<br /> + laccusa del peccato, in nostra corte<br /> + rivolge sé contra l taglio la rota.<br /> +</p> + +<p> + Tuttavia, perché mo vergogna porte<br /> + del tuo errore, e perché altra volta,<br /> + udendo le serene, sie più forte,<br /> +</p> + +<p> + pon giù il seme del piangere e ascolta:<br /> + sì udirai come in contraria parte<br /> + mover dovieti mia carne sepolta.<br /> +</p> + +<p> + Mai non tappresentò natura o arte<br /> + piacer, quanto le belle membra in chio<br /> + rinchiusa fui, e che so n terra sparte;<br /> +</p> + +<p> + e se l sommo piacer sì ti fallio<br /> + per la mia morte, qual cosa mortale<br /> + dovea poi trarre te nel suo disio?<br /> +</p> + +<p> + Ben ti dovevi, per lo primo strale<br /> + de le cose fallaci, levar suso<br /> + di retro a me che non era più tale.<br /> +</p> + +<p> + Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br /> + ad aspettar più colpo, o pargoletta<br /> + o altra novità con sì breve uso.<br /> +</p> + +<p> + Novo augelletto due o tre aspetta;<br /> + ma dinanzi da li occhi di pennuti<br /> + rete si spiega indarno o si saetta».<br /> +</p> + +<p> + Quali fanciulli, vergognando, muti<br /> + con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br /> + e sé riconoscendo e ripentuti,<br /> +</p> + +<p> + tal mi stav io; ed ella disse: «Quando<br /> + per udir se dolente, alza la barba,<br /> + e prenderai più doglia riguardando».<br /> +</p> + +<p> + Con men di resistenza si dibarba<br /> + robusto cerro, o vero al nostral vento<br /> + o vero a quel de la terra di Iarba,<br /> +</p> + +<p> + chio non levai al suo comando il mento;<br /> + e quando per la barba il viso chiese,<br /> + ben conobbi il velen de largomento.<br /> +</p> + +<p> + E come la mia faccia si distese,<br /> + posarsi quelle prime creature<br /> + da loro aspersïon locchio comprese;<br /> +</p> + +<p> + e le mie luci, ancor poco sicure,<br /> + vider Beatrice volta in su la fiera<br /> + chè sola una persona in due nature.<br /> +</p> + +<p> + Sotto l suo velo e oltre la rivera<br /> + vincer pariemi più sé stessa antica,<br /> + vincer che laltre qui, quand ella cera.<br /> +</p> + +<p> + Di penter sì mi punse ivi lortica,<br /> + che di tutte altre cose qual mi torse<br /> + più nel suo amor, più mi si fé nemica.<br /> +</p> + +<p> + Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br /> + chio caddi vinto; e quale allora femmi,<br /> + salsi colei che la cagion mi porse.<br /> +</p> + +<p> + Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,<br /> + la donna chio avea trovata sola<br /> + sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».<br /> +</p> + +<p> + Tratto mavea nel fiume infin la gola,<br /> + e tirandosi me dietro sen giva<br /> + sovresso lacqua lieve come scola.<br /> +</p> + +<p> + Quando fui presso a la beata riva,<br /> + Asperges me sì dolcemente udissi,<br /> + che nol so rimembrar, non chio lo scriva.<br /> +</p> + +<p> + La bella donna ne le braccia aprissi;<br /> + abbracciommi la testa e mi sommerse<br /> + ove convenne chio lacqua inghiottissi.<br /> +</p> + +<p> + Indi mi tolse, e bagnato mofferse<br /> + dentro a la danza de le quattro belle;<br /> + e ciascuna del braccio mi coperse.<br /> +</p> + +<p> + «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br /> + pria che Beatrice discendesse al mondo,<br /> + fummo ordinate a lei per sue ancelle.<br /> +</p> + +<p> + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br /> + lume chè dentro aguzzeranno i tuoi<br /> + le tre di là, che miran più profondo».<br /> +</p> + +<p> + Così cantando cominciaro; e poi<br /> + al petto del grifon seco menarmi,<br /> + ove Beatrice stava volta a noi.<br /> +</p> + +<p> + Disser: «Fa che le viste non risparmi;<br /> + posto tavem dinanzi a li smeraldi<br /> + ond Amor già ti trasse le sue armi».<br /> +</p> + +<p> + Mille disiri più che fiamma caldi<br /> + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br /> + che pur sopra l grifone stavan saldi.<br /> +</p> + +<p> + Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br /> + la doppia fiera dentro vi raggiava,<br /> + or con altri, or con altri reggimenti.<br /> +</p> + +<p> + Pensa, lettor, sio mi maravigliava,<br /> + quando vedea la cosa in sé star queta,<br /> + e ne lidolo suo si trasmutava.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che piena di stupore e lieta<br /> + lanima mia gustava di quel cibo<br /> + che, saziando di sé, di sé asseta,<br /> +</p> + +<p> + sé dimostrando di più alto tribo<br /> + ne li atti, laltre tre si fero avanti,<br /> + danzando al loro angelico caribo.<br /> +</p> + +<p> + «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,<br /> + era la sua canzone, «al tuo fedele<br /> + che, per vederti, ha mossi passi tanti!<br /> +</p> + +<p> + Per grazia fa noi grazia che disvele<br /> + a lui la bocca tua, sì che discerna<br /> + la seconda bellezza che tu cele».<br /> +</p> + +<p> + O isplendor di viva luce etterna,<br /> + chi palido si fece sotto lombra<br /> + sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,<br /> +</p> + +<p> + che non paresse aver la mente ingombra,<br /> + tentando a render te qual tu paresti<br /> + là dove armonizzando il ciel tadombra,<br /> +</p> + +<p> + quando ne laere aperto ti solvesti?<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap32"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXXII +</h3> + +<p> + Tant eran li occhi miei fissi e attenti<br /> + a disbramarsi la decenne sete,<br /> + che li altri sensi meran tutti spenti.<br /> +</p> + +<p> + Ed essi quinci e quindi avien parete<br /> + di non calercosì lo santo riso<br /> + a sé traéli con lantica rete!;<br /> +</p> + +<p> + quando per forza mi fu vòlto il viso<br /> + ver la sinistra mia da quelle dee,<br /> + perch io udi da loro un «Troppo fiso!»;<br /> +</p> + +<p> + e la disposizion cha veder èe<br /> + ne li occhi pur testé dal sol percossi,<br /> + sanza la vista alquanto esser mi fée.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi chal poco il viso riformossi<br /> + (e dico al poco per rispetto al molto<br /> + sensibile onde a forza mi rimossi),<br /> +</p> + +<p> + vidi n sul braccio destro esser rivolto<br /> + lo glorïoso essercito, e tornarsi<br /> + col sole e con le sette fiamme al volto.<br /> +</p> + +<p> + Come sotto li scudi per salvarsi<br /> + volgesi schiera, e sé gira col segno,<br /> + prima che possa tutta in sé mutarsi;<br /> +</p> + +<p> + quella milizia del celeste regno<br /> + che procedeva, tutta trapassonne<br /> + pria che piegasse il carro il primo legno.<br /> +</p> + +<p> + Indi a le rote si tornar le donne,<br /> + e l grifon mosse il benedetto carco<br /> + sì, che però nulla penna crollonne.<br /> +</p> + +<p> + La bella donna che mi trasse al varco<br /> + e Stazio e io seguitavam la rota<br /> + che fé lorbita sua con minore arco.<br /> +</p> + +<p> + Sì passeggiando lalta selva vòta,<br /> + colpa di quella chal serpente crese,<br /> + temprava i passi unangelica nota.<br /> +</p> + +<p> + Forse in tre voli tanto spazio prese<br /> + disfrenata saetta, quanto eramo<br /> + rimossi, quando Bëatrice scese.<br /> +</p> + +<p> + Io senti mormorare a tutti «Adamo»;<br /> + poi cerchiaro una pianta dispogliata<br /> + di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.<br /> +</p> + +<p> + La coma sua, che tanto si dilata<br /> + più quanto più è sù, fora da lIndi<br /> + ne boschi lor per altezza ammirata.<br /> +</p> + +<p> + «Beato se, grifon, che non discindi<br /> + col becco desto legno dolce al gusto,<br /> + poscia che mal si torce il ventre quindi».<br /> +</p> + +<p> + Così dintorno a lalbero robusto<br /> + gridaron li altri; e lanimal binato:<br /> + «Sì si conserva il seme dogne giusto».<br /> +</p> + +<p> + E vòlto al temo chelli avea tirato,<br /> + trasselo al piè de la vedova frasca,<br /> + e quel di lei a lei lasciò legato.<br /> +</p> + +<p> + Come le nostre piante, quando casca<br /> + giù la gran luce mischiata con quella<br /> + che raggia dietro a la celeste lasca,<br /> +</p> + +<p> + turgide fansi, e poi si rinovella<br /> + di suo color ciascuna, pria che l sole<br /> + giunga li suoi corsier sotto altra stella;<br /> +</p> + +<p> + men che di rose e più che di vïole<br /> + colore aprendo, sinnovò la pianta,<br /> + che prima avea le ramora sì sole.<br /> +</p> + +<p> + Io non lo ntesi, né qui non si canta<br /> + linno che quella gente allor cantaro,<br /> + né la nota soffersi tutta quanta.<br /> +</p> + +<p> + Sio potessi ritrar come assonnaro<br /> + li occhi spietati udendo di Siringa,<br /> + li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;<br /> +</p> + +<p> + come pintor che con essempro pinga,<br /> + disegnerei com io maddormentai;<br /> + ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.<br /> +</p> + +<p> + Però trascorro a quando mi svegliai,<br /> + e dico chun splendor mi squarciò l velo<br /> + del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».<br /> +</p> + +<p> + Quali a veder de fioretti del melo<br /> + che del suo pome li angeli fa ghiotti<br /> + e perpetüe nozze fa nel cielo,<br /> +</p> + +<p> + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br /> + e vinti, ritornaro a la parola<br /> + da la qual furon maggior sonni rotti,<br /> +</p> + +<p> + e videro scemata loro scuola<br /> + così di Moïsè come dElia,<br /> + e al maestro suo cangiata stola;<br /> +</p> + +<p> + tal torna io, e vidi quella pia<br /> + sovra me starsi che conducitrice<br /> + fu de miei passi lungo l fiume pria.<br /> +</p> + +<p> + E tutto in dubbio dissi: «Ov è Beatrice?».<br /> + Ond ella: «Vedi lei sotto la fronda<br /> + nova sedere in su la sua radice.<br /> +</p> + +<p> + Vedi la compagnia che la circonda:<br /> + li altri dopo l grifon sen vanno suso<br /> + con più dolce canzone e più profonda».<br /> +</p> + +<p> + E se più fu lo suo parlar diffuso,<br /> + non so, però che già ne li occhi mera<br /> + quella chad altro intender mavea chiuso.<br /> +</p> + +<p> + Sola sedeasi in su la terra vera,<br /> + come guardia lasciata lì del plaustro<br /> + che legar vidi a la biforme fera.<br /> +</p> + +<p> + In cerchio le facevan di sé claustro<br /> + le sette ninfe, con quei lumi in mano<br /> + che son sicuri dAquilone e dAustro.<br /> +</p> + +<p> + «Qui sarai tu poco tempo silvano;<br /> + e sarai meco sanza fine cive<br /> + di quella Roma onde Cristo è romano.<br /> +</p> + +<p> + Però, in pro del mondo che mal vive,<br /> + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br /> + ritornato di là, fa che tu scrive».<br /> +</p> + +<p> + Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br /> + di suoi comandamenti era divoto,<br /> + la mente e li occhi ov ella volle diedi.<br /> +</p> + +<p> + Non scese mai con sì veloce moto<br /> + foco di spessa nube, quando piove<br /> + da quel confine che più va remoto,<br /> +</p> + +<p> + com io vidi calar luccel di Giove<br /> + per lalber giù, rompendo de la scorza,<br /> + non che di fiori e de le foglie nove;<br /> +</p> + +<p> + e ferì l carro di tutta sua forza;<br /> + ond el piegò come nave in fortuna,<br /> + vinta da londa, or da poggia, or da orza.<br /> +</p> + +<p> + Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br /> + del trïunfal veiculo una volpe<br /> + che dogne pasto buon parea digiuna;<br /> +</p> + +<p> + ma, riprendendo lei di laide colpe,<br /> + la donna mia la volse in tanta futa<br /> + quanto sofferser lossa sanza polpe.<br /> +</p> + +<p> + Poscia per indi ond era pria venuta,<br /> + laguglia vidi scender giù ne larca<br /> + del carro e lasciar lei di sé pennuta;<br /> +</p> + +<p> + e qual esce di cuor che si rammarca,<br /> + tal voce uscì del cielo e cotal disse:<br /> + «O navicella mia, com mal se carca!».<br /> +</p> + +<p> + Poi parve a me che la terra saprisse<br /> + trambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br /> + che per lo carro sù la coda fisse;<br /> +</p> + +<p> + e come vespa che ritragge lago,<br /> + a sé traendo la coda maligna,<br /> + trasse del fondo, e gissen vago vago.<br /> +</p> + +<p> + Quel che rimase, come da gramigna<br /> + vivace terra, da la piuma, offerta<br /> + forse con intenzion sana e benigna,<br /> +</p> + +<p> + si ricoperse, e funne ricoperta<br /> + e luna e laltra rota e l temo, in tanto<br /> + che più tiene un sospir la bocca aperta.<br /> +</p> + +<p> + Trasformato così l dificio santo<br /> + mise fuor teste per le parti sue,<br /> + tre sovra l temo e una in ciascun canto.<br /> +</p> + +<p> + Le prime eran cornute come bue,<br /> + ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br /> + simile mostro visto ancor non fue.<br /> +</p> + +<p> + Sicura, quasi rocca in alto monte,<br /> + seder sovresso una puttana sciolta<br /> + mapparve con le ciglia intorno pronte;<br /> +</p> + +<p> + e come perché non li fosse tolta,<br /> + vidi di costa a lei dritto un gigante;<br /> + e basciavansi insieme alcuna volta.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché locchio cupido e vagante<br /> + a me rivolse, quel feroce drudo<br /> + la flagellò dal capo infin le piante;<br /> +</p> + +<p> + poi, di sospetto pieno e dira crudo,<br /> + disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br /> + tanto che sol di lei mi fece scudo<br /> +</p> + +<p> + a la puttana e a la nova belva.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap33"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXXIII +</h3> + +<p> + Deus, venerunt gentes, alternando<br /> + or tre or quattro dolce salmodia,<br /> + le donne incominciaro, e lagrimando;<br /> +</p> + +<p> + e Bëatrice, sospirosa e pia,<br /> + quelle ascoltava sì fatta, che poco<br /> + più a la croce si cambiò Maria.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi che laltre vergini dier loco<br /> + a lei di dir, levata dritta in pè,<br /> + rispuose, colorata come foco:<br /> +</p> + +<p> + Modicum, et non videbitis me;<br /> + et iterum, sorelle mie dilette,<br /> + modicum, et vos videbitis me.<br /> +</p> + +<p> + Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br /> + e dopo sé, solo accennando, mosse<br /> + me e la donna e l savio che ristette.<br /> +</p> + +<p> + Così sen giva; e non credo che fosse<br /> + lo decimo suo passo in terra posto,<br /> + quando con li occhi li occhi mi percosse;<br /> +</p> + +<p> + e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,<br /> + mi disse, «tanto che, sio parlo teco,<br /> + ad ascoltarmi tu sie ben disposto».<br /> +</p> + +<p> + Sì com io fui, com io dovëa, seco,<br /> + dissemi: «Frate, perché non tattenti<br /> + a domandarmi omai venendo meco?».<br /> +</p> + +<p> + Come a color che troppo reverenti<br /> + dinanzi a suo maggior parlando sono,<br /> + che non traggon la voce viva ai denti,<br /> +</p> + +<p> + avvenne a me, che sanza intero suono<br /> + incominciai: «Madonna, mia bisogna<br /> + voi conoscete, e ciò chad essa è buono».<br /> +</p> + +<p> + Ed ella a me: «Da tema e da vergogna<br /> + voglio che tu omai ti disviluppe,<br /> + sì che non parli più com om che sogna.<br /> +</p> + +<p> + Sappi che l vaso che l serpente ruppe,<br /> + fu e non è; ma chi nha colpa, creda<br /> + che vendetta di Dio non teme suppe.<br /> +</p> + +<p> + Non sarà tutto tempo sanza reda<br /> + laguglia che lasciò le penne al carro,<br /> + per che divenne mostro e poscia preda;<br /> +</p> + +<p> + chio veggio certamente, e però il narro,<br /> + a darne tempo già stelle propinque,<br /> + secure dogn intoppo e dogne sbarro,<br /> +</p> + +<p> + nel quale un cinquecento diece e cinque,<br /> + messo di Dio, anciderà la fuia<br /> + con quel gigante che con lei delinque.<br /> +</p> + +<p> + E forse che la mia narrazion buia,<br /> + qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br /> + perch a lor modo lo ntelletto attuia;<br /> +</p> + +<p> + ma tosto fier li fatti le Naiade,<br /> + che solveranno questo enigma forte<br /> + sanza danno di pecore o di biade.<br /> +</p> + +<p> + Tu nota; e sì come da me son porte,<br /> + così queste parole segna a vivi<br /> + del viver chè un correre a la morte.<br /> +</p> + +<p> + E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br /> + di non celar qual hai vista la pianta<br /> + chè or due volte dirubata quivi.<br /> +</p> + +<p> + Qualunque ruba quella o quella schianta,<br /> + con bestemmia di fatto offende a Dio,<br /> + che solo a luso suo la creò santa.<br /> +</p> + +<p> + Per morder quella, in pena e in disio<br /> + cinquemilia anni e più lanima prima<br /> + bramò colui che l morso in sé punio.<br /> +</p> + +<p> + Dorme lo ngegno tuo, se non estima<br /> + per singular cagione esser eccelsa<br /> + lei tanto e sì travolta ne la cima.<br /> +</p> + +<p> + E se stati non fossero acqua dElsa<br /> + li pensier vani intorno a la tua mente,<br /> + e l piacer loro un Piramo a la gelsa,<br /> +</p> + +<p> + per tante circostanze solamente<br /> + la giustizia di Dio, ne linterdetto,<br /> + conosceresti a larbor moralmente.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch io veggio te ne lo ntelletto<br /> + fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br /> + sì che tabbaglia il lume del mio detto,<br /> +</p> + +<p> + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br /> + che l te ne porti dentro a te per quello<br /> + che si reca il bordon di palma cinto».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Sì come cera da suggello,<br /> + che la figura impressa non trasmuta,<br /> + segnato è or da voi lo mio cervello.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché tanto sovra mia veduta<br /> + vostra parola disïata vola,<br /> + che più la perde quanto più saiuta?».<br /> +</p> + +<p> + «Perché conoschi», disse, «quella scuola<br /> + chai seguitata, e veggi sua dottrina<br /> + come può seguitar la mia parola;<br /> +</p> + +<p> + e veggi vostra via da la divina<br /> + distar cotanto, quanto si discorda<br /> + da terra il ciel che più alto festina».<br /> +</p> + +<p> + Ond io rispuosi lei: «Non mi ricorda<br /> + chi stranïasse me già mai da voi,<br /> + né honne coscïenza che rimorda».<br /> +</p> + +<p> + «E se tu ricordar non te ne puoi»,<br /> + sorridendo rispuose, «or ti rammenta<br /> + come bevesti di Letè ancoi;<br /> +</p> + +<p> + e se dal fummo foco sargomenta,<br /> + cotesta oblivïon chiaro conchiude<br /> + colpa ne la tua voglia altrove attenta.<br /> +</p> + +<p> + Veramente oramai saranno nude<br /> + le mie parole, quanto converrassi<br /> + quelle scovrire a la tua vista rude».<br /> +</p> + +<p> + E più corusco e con più lenti passi<br /> + teneva il sole il cerchio di merigge,<br /> + che qua e là, come li aspetti, fassi,<br /> +</p> + +<p> + quando saffisser, sì come saffigge<br /> + chi va dinanzi a gente per iscorta<br /> + se trova novitate o sue vestigge,<br /> +</p> + +<p> + le sette donne al fin dunombra smorta,<br /> + qual sotto foglie verdi e rami nigri<br /> + sovra suoi freddi rivi lalpe porta.<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri<br /> + veder mi parve uscir duna fontana,<br /> + e, quasi amici, dipartirsi pigri.<br /> +</p> + +<p> + «O luce, o gloria de la gente umana,<br /> + che acqua è questa che qui si dispiega<br /> + da un principio e sé da sé lontana?».<br /> +</p> + +<p> + Per cotal priego detto mi fu: «Priega<br /> + Matelda che l ti dica». E qui rispuose,<br /> + come fa chi da colpa si dislega,<br /> +</p> + +<p> + la bella donna: «Questo e altre cose<br /> + dette li son per me; e son sicura<br /> + che lacqua di Letè non gliel nascose».<br /> +</p> + +<p> + E Bëatrice: «Forse maggior cura,<br /> + che spesse volte la memoria priva,<br /> + fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi Eünoè che là diriva:<br /> + menalo ad esso, e come tu se usa,<br /> + la tramortita sua virtù ravviva».<br /> +</p> + +<p> + Come anima gentil, che non fa scusa,<br /> + ma fa sua voglia de la voglia altrui<br /> + tosto che è per segno fuor dischiusa;<br /> +</p> + +<p> + così, poi che da essa preso fui,<br /> + la bella donna mossesi, e a Stazio<br /> + donnescamente disse: «Vien con lui».<br /> +</p> + +<p> + Sio avessi, lettor, più lungo spazio<br /> + da scrivere, i pur cantere in parte<br /> + lo dolce ber che mai non mavria sazio;<br /> +</p> + +<p> + ma perché piene son tutte le carte<br /> + ordite a questa cantica seconda,<br /> + non mi lascia più ir lo fren de larte.<br /> +</p> + +<p> + Io ritornai da la santissima onda<br /> + rifatto sì come piante novelle<br /> + rinovellate di novella fronda,<br /> +</p> + +<p> + puro e disposto a salire a le stelle.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p> + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -<br /> +</p> + +<p> + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI<br /> + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS<br /> +</p> + +<p> + à = a grave<br /> + è = e grave<br /> + ì = i grave<br /> + ò = o grave<br /> + ù = u grave<br /> +</p> + +<p> + é = e acute<br /> + ó = o acute<br /> +</p> + +<p> + ä = a uml<br /> + ë = e uml<br /> + ï = i uml<br /> + ö = o uml<br /> + ü = u uml<br /> +</p> + +<p> + È = E grave<br /> + Ë = E uml<br /> + Ï = I uml<br /> +</p> + +<p> + « = left angle quotation mark<br /> + » = right angle quotation mark<br /> +</p> + +<p> + = left double quotation mark<br /> + = right double quotation mark<br /> +</p> + +<p> + = left single quotation mark<br /> + = right single quotation mark<br /> +</p> + +<p> + = em dash<br /> +</p> + +<p> + = middot<br /> +</p> + +<p> + . . . = ellipsis<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /><br /></p> + +<div>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1010 ***</div> +</body> + +</html> + diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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If you are not located in the United States, you'll have +to check the laws of the country where you are located before using this ebook. + +Title: La Divina Commedia di Dante: Purgatorio + +Author: Dante Alighieri + +Posting Date: December 8, 2014 [EBook #1010] +Release Date: August, 1997 +First Posted: September 4, 1998 + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO *** + + + + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + + + + + + + + + + + LA DIVINA COMMEDIA + di Dante Alighieri + + + + + + PURGATORIO + + + + + Purgatorio Canto I + + + Per correr miglior acque alza le vele + omai la navicella del mio ingegno, + che lascia dietro a s mar s crudele; + + e canter di quel secondo regno + dove lumano spirito si purga + e di salire al ciel diventa degno. + + Ma qui la morta poes resurga, + o sante Muse, poi che vostro sono; + e qui Calop alquanto surga, + + seguitando il mio canto con quel suono + di cui le Piche misere sentiro + lo colpo tal, che disperar perdono. + + Dolce color dorental zaffiro, + che saccoglieva nel sereno aspetto + del mezzo, puro infino al primo giro, + + a li occhi miei ricominci diletto, + tosto chio usci fuor de laura morta + che mavea contristati li occhi e l petto. + + Lo bel pianeto che damar conforta + faceva tutto rider lorente, + velando i Pesci cherano in sua scorta. + + I mi volsi a man destra, e puosi mente + a laltro polo, e vidi quattro stelle + non viste mai fuor cha la prima gente. + + Goder pareva l ciel di lor fiammelle: + oh settentronal vedovo sito, + poi che privato se di mirar quelle! + + Com io da loro sguardo fui partito, + un poco me volgendo a l altro polo, + l onde l Carro gi era sparito, + + vidi presso di me un veglio solo, + degno di tanta reverenza in vista, + che pi non dee a padre alcun figliuolo. + + Lunga la barba e di pel bianco mista + portava, a suoi capelli simigliante, + de quai cadeva al petto doppia lista. + + Li raggi de le quattro luci sante + fregiavan s la sua faccia di lume, + chi l vedea come l sol fosse davante. + + Chi siete voi che contro al cieco fiume + fuggita avete la pregione etterna?, + diss el, movendo quelle oneste piume. + + Chi vha guidati, o che vi fu lucerna, + uscendo fuor de la profonda notte + che sempre nera fa la valle inferna? + + Son le leggi dabisso cos rotte? + o mutato in ciel novo consiglio, + che, dannati, venite a le mie grotte?. + + Lo duca mio allor mi di di piglio, + e con parole e con mani e con cenni + reverenti mi f le gambe e l ciglio. + + Poscia rispuose lui: Da me non venni: + donna scese del ciel, per li cui prieghi + de la mia compagnia costui sovvenni. + + Ma da ch tuo voler che pi si spieghi + di nostra condizion com ell vera, + esser non puote il mio che a te si nieghi. + + Questi non vide mai lultima sera; + ma per la sua follia le fu s presso, + che molto poco tempo a volger era. + + S com io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non l era altra via + che questa per la quale i mi son messo. + + Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan s sotto la tua bala. + + Com io lho tratto, saria lungo a dirti; + de lalto scende virt che maiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + + Or ti piaccia gradir la sua venuta: + libert va cercando, ch s cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + + Tu l sai, ch non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta chal gran d sar s chiara. + + Non son li editti etterni per noi guasti, + ch questi vive e Mins me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + + di Marzia tua, che n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + + Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riporter di te a lei, + se desser mentovato l gi degni. + + Marza piacque tanto a li occhi miei + mentre chi fu di l, diss elli allora, + che quante grazie volse da me, fei. + + Or che di l dal mal fiume dimora, + pi muover non mi pu, per quella legge + che fatta fu quando me nusci fora. + + Ma se donna del ciel ti move e regge, + come tu di, non c mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + dun giunco schietto e che li lavi l viso, + s chogne sucidume quindi stinghe; + + ch non si converria, locchio sorpriso + dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch di quei di paradiso. + + Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + l gi col dove la batte londa, + porta di giunchi sovra l molle limo: + + null altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + per cha le percosse non seconda. + + Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterr, che surge omai, + prendere il monte a pi lieve salita. + + Cos spar; e io s mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + + El cominci: Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, ch di qua dichina + questa pianura a suoi termini bassi. + + Lalba vinceva lora mattutina + che fuggia innanzi, s che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + + Noi andavam per lo solingo piano + com om che torna a la perduta strada, + che nfino ad essa li pare ire in vano. + + Quando noi fummo l ve la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + + ambo le mani in su lerbetta sparte + soavemente l mio maestro pose: + ond io, che fui accorto di sua arte, + + porsi ver lui le guance lagrimose; + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che linferno mi nascose. + + Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + + Quivi mi cinse s com altrui piacque: + oh maraviglia! ch qual elli scelse + lumile pianta, cotal si rinacque + + subitamente l onde lavelse. + + + + Purgatorio Canto II + + + Gi era l sole a lorizzonte giunto + lo cui meridan cerchio coverchia + Ierusalm col suo pi alto punto; + + e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + + s che le bianche e le vermiglie guance, + l dov i era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + + Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + gi nel ponente sovra l suol marino, + + cotal mapparve, sio ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir s ratto, + che l muover suo nessun volar pareggia. + + Dal qual com io un poco ebbi ritratto + locchio per domandar lo duca mio, + rividil pi lucente e maggior fatto. + + Poi dogne lato ad esso mappario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui usco. + + Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + + grid: Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco langel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di s fatti officiali. + + Vedi che sdegna li argomenti umani, + s che remo non vuol, n altro velo + che lali sue, tra liti s lontani. + + Vedi come lha dritte verso l cielo, + trattando laere con letterne penne, + che non si mutan come mortal pelo. + + Poi, come pi e pi verso noi venne + luccel divino, pi chiaro appariva: + per che locchio da presso nol sostenne, + + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che lacqua nulla ne nghiottiva. + + Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e pi di cento spirti entro sediero. + + In exitu Isrel de Aegypto + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo poscia scripto. + + Poi fece il segno lor di santa croce; + ond ei si gittar tutti in su la piaggia: + ed el sen g, come venne, veloce. + + La turba che rimase l, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + + Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, chavea con le saette conte + di mezzo l ciel cacciato Capricorno, + + quando la nova gente alz la fronte + ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte. + + E Virgilio rispuose: Voi credete + forse che siamo esperti desto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu s aspra e forte, + che lo salire omai ne parr gioco. + + Lanime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, chi era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + + E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + + cos al viso mio saffisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi oblando dire a farsi belle. + + Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con s grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + + Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + + Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che lombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + + Soavemente disse chio posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco sarrestasse. + + Rispuosemi: Cos com io tamai + nel mortal corpo, cos tamo sciolta: + per marresto; ma tu perch vai?. + + Casella mio, per tornar altra volta + l dov io son, fo io questo vaggio, + diss io; ma a te com tanta ora tolta?. + + Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + pi volte mha negato esto passaggio; + + ch di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + + Ond io, chera ora a la marina vlto + dove lacqua di Tevero sinsala, + benignamente fu da lui ricolto. + + A quella foce ha elli or dritta lala, + per che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala. + + E io: Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a lamoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + + di ci ti piaccia consolare alquanto + lanima mia, che, con la sua persona + venendo qui, affannata tanto!. + + Amor che ne la mente mi ragiona + cominci elli allor s dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + + Lo mio maestro e io e quella gente + cheran con lui parevan s contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + + Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: Che ci, spiriti lenti? + + qual negligenza, quale stare questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + chesser non lascia a voi Dio manifesto. + + Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar lusato orgoglio, + + se cosa appare ond elli abbian paura, + subitamente lasciano star lesca, + perch assaliti son da maggior cura; + + cos vid io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver la costa, + com om che va, n sa dove resca; + + n la nostra partita fu men tosta. + + + + Purgatorio Canto III + + + Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + + i mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare io sanza lui corso? + chi mavria tratto su per la montagna? + + El mi parea da s stesso rimorso: + o dignitosa coscenza e netta, + come t picciol fallo amaro morso! + + Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che lonestade ad ogn atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + + lo ntento rallarg, s come vaga, + e diedi l viso mio incontr al poggio + che nverso l ciel pi alto si dislaga. + + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto mera dinanzi a la figura, + chava in me de suoi raggi lappoggio. + + Io mi volsi dallato con paura + dessere abbandonato, quand io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + + e l mio conforto: Perch pur diffidi?, + a dir mi cominci tutto rivolto; + non credi tu me teco e chio ti guidi? + + Vespero gi col dov sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra; + Napoli lha, e da Brandizio tolto. + + Ora, se innanzi a me nulla saombra, + non ti maravigliar pi che di cieli + che luno a laltro raggio non ingombra. + + A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virt dispone + che, come fa, non vuol cha noi si sveli. + + Matto chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + + State contenti, umana gente, al quia; + ch, se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + + e disar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + chetternalmente dato lor per lutto: + + io dico dAristotile e di Plato + e di molt altri; e qui chin la fronte, + e pi non disse, e rimase turbato. + + Noi divenimmo intanto a pi del monte; + quivi trovammo la roccia s erta, + che ndarno vi sarien le gambe pronte. + + Tra Lerice e Turba la pi diserta, + la pi rotta ruina una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + + Or chi sa da qual man la costa cala, + disse l maestro mio fermando l passo, + s che possa salir chi va sanz ala?. + + E mentre che tenendo l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + + da man sinistra mappar una gente + danime, che movieno i pi ver noi, + e non pareva, s venan lente. + + Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne dar consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi. + + Guard allora, e con libero piglio + rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio. + + Ancora era quel popol di lontano, + i dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + + quando si strinser tutti ai duri massi + de lalta ripa, e stetter fermi e stretti + com a guardar, chi va dubbiando, stassi. + + O ben finiti, o gi spiriti eletti, + Virgilio incominci, per quella pace + chi credo che per voi tutti saspetti, + + ditene dove la montagna giace, + s che possibil sia landare in suso; + ch perder tempo a chi pi sa pi spiace. + + Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e laltre stanno + timidette atterrando locchio e l muso; + + e ci che fa la prima, e laltre fanno, + addossandosi a lei, sella sarresta, + semplici e quete, e lo mperch non sanno; + + s vid io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne landare onesta. + + Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + s che lombra era da me a la grotta, + + restaro, e trasser s in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo l perch, fenno altrettanto. + + Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo corpo uman che voi vedete; + per che l lume del sole in terra fesso. + + Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virt che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete. + + Cos l maestro; e quella gente degna + Tornate, disse, intrate innanzi dunque, + coi dossi de le man faccendo insegna. + + E un di loro incominci: Chiunque + tu se, cos andando, volgi l viso: + pon mente se di l mi vedesti unque. + + Io mi volsi ver lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma lun de cigli un colpo avea diviso. + + Quand io mi fui umilmente disdetto + daverlo visto mai, el disse: Or vedi; + e mostrommi una piaga a sommo l petto. + + Poi sorridendo disse: Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond io ti priego che, quando tu riedi, + + vadi a mia bella figlia, genitrice + de lonor di Cicilia e dAragona, + e dichi l vero a lei, saltro si dice. + + Poscia chio ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + + Orribil furon li peccati miei; + ma la bont infinita ha s gran braccia, + che prende ci che si rivolge a lei. + + Se l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + + lossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + + Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo l Verde, + dov e le trasmut a lume spento. + + Per lor maladizion s non si perde, + che non possa tornar, letterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + + Vero che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + + per ognun tempo chelli stato, trenta, + in sua presunzon, se tal decreto + pi corto per buon prieghi non diventa. + + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come mhai visto, e anco esto divieto; + + ch qui per quei di l molto savanza. + + + + Purgatorio Canto IV + + + Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virt nostra comprenda, + lanima bene ad essa si raccoglie, + + par cha nulla potenza pi intenda; + e questo contra quello error che crede + chunanima sovr altra in noi saccenda. + + E per, quando sode cosa o vede + che tegna forte a s lanima volta, + vassene l tempo e luom non se navvede; + + chaltra potenza quella che lascolta, + e altra quella cha lanima intera: + questa quasi legata e quella sciolta. + + Di ci ebb io esperenza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + ch ben cinquanta gradi salito era + + lo sole, e io non mera accorto, quando + venimmo ove quell anime ad una + gridaro a noi: Qui vostro dimando. + + Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + luom de la villa quando luva imbruna, + + che non era la calla onde salne + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partne. + + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova e n Cacume + con esso i pi; ma qui convien chom voli; + + dico con lale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + + Noi salavam per entro l sasso rotto, + e dogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + + Poi che noi fummo in su lorlo suppremo + de lalta ripa, a la scoperta piaggia, + Maestro mio, diss io, che via faremo?. + + Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che nappaia alcuna scorta saggia. + + Lo sommo er alto che vincea la vista, + e la costa superba pi assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + + Io era lasso, quando cominciai: + O dolce padre, volgiti, e rimira + com io rimango sol, se non restai. + + Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira, + additandomi un balzo poco in se + che da quel lato il poggio tutto gira. + + S mi spronaron le parole sue, + chi mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che l cinghio sotto i pi mi fue. + + A seder ci ponemmo ivi ambedui + vlti a levante ond eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + + Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra neravam feriti. + + Ben savvide il poeta cho stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + + Ond elli a me: Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che s e gi del suo lume conduce, + + tu vedresti il Zodaco rubecchio + ancora a lOrse pi stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + + Come ci sia, se l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sn + con questo monte in su la terra stare + + s, chamendue hanno un solo orizzn + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Fetn, + + vedrai come a costui convien che vada + da lun, quando a colui da laltro fianco, + se lo ntelletto tuo ben chiaro bada. + + Certo, maestro mio, diss io, unquanco + non vid io chiaro s com io discerno + l dove mio ingegno parea manco, + + che l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun arte, + e che sempre riman tra l sole e l verno, + + per la ragion che di, quinci si parte + verso settentron, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + + Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; ch l poggio sale + pi che salir non posson li occhi miei. + + Ed elli a me: Questa montagna tale, + che sempre al cominciar di sotto grave; + e quant om pi va s, e men fa male. + + Per, quand ella ti parr soave + tanto, che s andar ti fia leggero + com a seconda gi andar per nave, + + allor sarai al fin desto sentiero; + quivi di riposar laffanno aspetta. + Pi non rispondo, e questo so per vero. + + E com elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso son: Forse + che di sedere in pria avrai distretta!. + + Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual n io n ei prima saccorse. + + L ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a lombra dietro al sasso + come luom per negghienza a star si pone. + + E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo l viso gi tra esse basso. + + O dolce segnor mio, diss io, adocchia + colui che mostra s pi negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia. + + Allor si volse a noi e puose mente, + movendo l viso pur su per la coscia, + e disse: Or va tu s, che se valente!. + + Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che mavacciava un poco ancor la lena, + non mimped landare a lui; e poscia + + cha lui fu giunto, alz la testa a pena, + dicendo: Hai ben veduto come l sole + da lomero sinistro il carro mena?. + + Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: Belacqua, a me non dole + + di te omai; ma dimmi: perch assiso + quiritto se? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato tha ripriso?. + + Ed elli: O frate, andar in s che porta? + ch non mi lascerebbe ire a martri + langel di Dio che siede in su la porta. + + Prima convien che tanto il ciel maggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + per chio ndugiai al fine i buon sospiri, + + se orazone in prima non maita + che surga s di cuor che in grazia viva; + laltra che val, che n ciel non udita?. + + E gi il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco + meridan dal sole e a la riva + + cuopre la notte gi col pi Morrocco. + + + + Purgatorio Canto V + + + Io era gi da quell ombre partito, + e seguitava lorme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando l dito, + + una grid: Ve che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!. + + Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e l lume chera rotto. + + Perch lanimo tuo tanto simpiglia, + disse l maestro, che landare allenti? + che ti fa ci che quivi si pispiglia? + + Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + gi mai la cima per soffiar di venti; + + ch sempre lomo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da s dilunga il segno, + perch la foga lun de laltro insolla. + + Che potea io ridir, se non Io vegno? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa luom di perdon talvolta degno. + + E ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando Miserere a verso a verso. + + Quando saccorser chi non dava loco + per lo mio corpo al trapassar di raggi, + mutar lor canto in un oh! lungo e roco; + + e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr a noi e dimandarne: + Di vostra condizion fatene saggi. + + E l mio maestro: Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che l corpo di costui vera carne. + + Se per veder la sua ombra restaro, + com io avviso, assai lor risposto: + fccianli onore, ed esser pu lor caro. + + Vapori accesi non vid io s tosto + di prima notte mai fender sereno, + n, sol calando, nuvole dagosto, + + che color non tornasser suso in meno; + e, giunti l, con li altri a noi dier volta, + come schiera che scorre sanza freno. + + Questa gente che preme a noi molta, + e vegnonti a pregar, disse l poeta: + per pur va, e in andando ascolta. + + O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti, + venian gridando, un poco il passo queta. + + Guarda salcun di noi unqua vedesti, + s che di lui di l novella porti: + deh, perch vai? deh, perch non tarresti? + + Noi fummo tutti gi per forza morti, + e peccatori infino a lultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + + s che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di s veder naccora. + + E io: Perch ne vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma sa voi piace + cosa chio possa, spiriti ben nati, + + voi dite, e io far per quella pace + che, dietro a piedi di s fatta guida, + di mondo in mondo cercar mi si face. + + E uno incominci: Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che l voler nonpossa non ricida. + + Ond io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, s che ben per me sadori + pur chi possa purgar le gravi offese. + + Quindi fu io; ma li profondi fri + ond usc l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + + l dov io pi sicuro esser credea: + quel da Esti il f far, che mavea in ira + assai pi l che dritto non volea. + + Ma sio fosse fuggito inver la Mira, + quando fu sovragiunto ad Oraco, + ancor sarei di l dove si spira. + + Corsi al palude, e le cannucce e l braco + mimpigliar s chi caddi; e l vid io + de le mie vene farsi in terra laco. + + Poi disse un altro: Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a lalto monte, + con buona petate aiuta il mio! + + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per chio vo tra costor con bassa fronte. + + E io a lui: Qual forza o qual ventura + ti trav s fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?. + + Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino + traversa unacqua cha nome lArchiano, + che sovra lErmo nasce in Apennino. + + L ve l vocabol suo diventa vano, + arriva io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + + Quivi perdei la vista e la parola; + nel nome di Maria fini, e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + + Io dir vero, e tu l rid tra vivi: + langel di Dio mi prese, e quel dinferno + gridava: O tu del ciel, perch mi privi? + + Tu te ne porti di costui letterno + per una lagrimetta che l mi toglie; + ma io far de laltro altro governo!. + + Ben sai come ne laere si raccoglie + quell umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove l freddo il coglie. + + Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento + per la virt che sua natura diede. + + Indi la valle, come l d fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e l ciel di sopra fece intento, + + s che l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde, e a fossati venne + di lei ci che la terra non sofferse; + + e come ai rivi grandi si convenne, + ver lo fiume real tanto veloce + si ruin, che nulla la ritenne. + + Lo corpo mio gelato in su la foce + trov lArchian rubesto; e quel sospinse + ne lArno, e sciolse al mio petto la croce + + chi fe di me quando l dolor mi vinse; + voltmmi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse. + + Deh, quando tu sarai tornato al mondo + e riposato de la lunga via, + seguit l terzo spirito al secondo, + + ricorditi di me, che son la Pia; + Siena mi f, disfecemi Maremma: + salsi colui che nnanellata pria + + disposando mavea con la sua gemma. + + + + Purgatorio Canto VI + + + Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + + con laltro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + + el non sarresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, pi non fa pressa; + e cos da la calca si difende. + + Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e l, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + + Quiv era lAretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e laltro channeg correndo in caccia. + + Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che f parer lo buon Marzucco forte. + + Vidi conte Orso e lanima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com e dicea, non per colpa commisa; + + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr di qua, la donna di Brabante, + s che per non sia di peggior greggia. + + Come libero fui da tutte quante + quell ombre che pregar pur chaltri prieghi, + s che savacci lor divenir sante, + + io cominciai: El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + + e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m l detto tuo ben manifesto?. + + Ed elli a me: La mia scrittura piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + + ch cima di giudicio non savvalla + perch foco damor compia in un punto + ci che de sodisfar chi qui sastalla; + + e l dov io fermai cotesto punto, + non sammendava, per pregar, difetto, + perch l priego da Dio era disgiunto. + + Veramente a cos alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra l vero e lo ntelletto. + + Non so se ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice. + + E io: Segnore, andiamo a maggior fretta, + ch gi non maffatico come dianzi, + e vedi omai che l poggio lombra getta. + + Noi anderem con questo giorno innanzi, + rispuose, quanto pi potremo omai; + ma l fatto daltra forma che non stanzi. + + Prima che sie l s, tornar vedrai + colui che gi si cuopre de la costa, + s che suoi raggi tu romper non fai. + + Ma vedi l unanima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne nsegner la via pi tosta. + + Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + + Ella non ci dica alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + + ma di nostro paese e de la vita + ci nchiese; e l dolce duca incominciava + Manta . . . , e lombra, tutta in s romita, + + surse ver lui del loco ove pria stava, + dicendo: O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!; e lun laltro abbracciava. + + Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + + Quell anima gentil fu cos presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + + e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e lun laltro si rode + di quei chun muro e una fossa serra. + + Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + salcuna parte in te di pace gode. + + Che val perch ti racconciasse il freno + Iustinano, se la sella vta? + Sanz esso fora la vergogna meno. + + Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi ci che Dio ti nota, + + guarda come esta fiera fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + + O Alberto tedesco chabbandoni + costei ch fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + + giusto giudicio da le stelle caggia + sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che l tuo successor temenza naggia! + + Chavete tu e l tuo padre sofferto, + per cupidigia di cost distretti, + che l giardin de lo mperio sia diserto. + + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color gi tristi, e questi con sospetti! + + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + di tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com oscura! + + Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e d e notte chiama: + Cesare mio, perch non maccompagne?. + + Vieni a veder la gente quanto sama! + e se nulla di noi piet ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + + E se licito m, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + + O preparazion che ne labisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de laccorger nostro scisso? + + Ch le citt dItalia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + merc del popol tuo che si argomenta. + + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a larco; + ma il popol tuo lha in sommo de la bocca. + + Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!. + + Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace e tu con senno! + Sio dico l ver, leffetto nol nasconde. + + Atene e Lacedemona, che fenno + lantiche leggi e furon s civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + + verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, cha mezzo novembre + non giugne quel che tu dottobre fili. + + Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato, e rinovate membre! + + E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non pu trovar posa in su le piume, + + ma con dar volta suo dolore scherma. + + + + Purgatorio Canto VII + + + Poscia che laccoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?. + + Anzi che a questo monte fosser volte + lanime degne di salire a Dio, + fur lossa mie per Ottavian sepolte. + + Io son Virgilio; e per null altro rio + lo ciel perdei che per non aver f. + Cos rispuose allora il duca mio. + + Qual colui che cosa innanzi s + sbita vede ond e si maraviglia, + che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . , + + tal parve quelli; e poi chin le ciglia, + e umilmente ritorn ver lui, + e abbraccil l ve l minor sappiglia. + + O gloria di Latin, disse, per cui + mostr ci che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond io fui, + + qual merito o qual grazia mi ti mostra? + Sio son dudir le tue parole degno, + dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra. + + Per tutt i cerchi del dolente regno, + rispuose lui, son io di qua venuto; + virt del ciel mi mosse, e con lei vegno. + + Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder lalto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + + Luogo l gi non tristo di martri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + + Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da lumana colpa essenti; + + quivi sto io con quei che le tre sante + virt non si vestiro, e sanza vizio + conobber laltre e seguir tutte quante. + + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + d noi per che venir possiam pi tosto + l dove purgatorio ha dritto inizio. + + Rispuose: Loco certo non c posto; + licito m andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi taccosto. + + Ma vedi gi come dichina il giorno, + e andar s di notte non si puote; + per buon pensar di bel soggiorno. + + Anime sono a destra qua remote; + se mi consenti, io ti merr ad esse, + e non sanza diletto ti fier note. + + Com ci?, fu risposto. Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + daltrui, o non sarria ch non potesse?. + + E l buon Sordello in terra freg l dito, + dicendo: Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo l sol partito: + + non per chaltra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + + Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che lorizzonte il d tien chiuso. + + Allora il mio segnor, quasi ammirando, + Menane, disse, dunque l ve dici + chaver si pu diletto dimorando. + + Poco allungati ceravam di lici, + quand io maccorsi che l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + + Col, disse quell ombra, nanderemo + dove la costa face di s grembo; + e l il novo giorno attenderemo. + + Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + l dove pi cha mezzo muore il lembo. + + Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in lora che si fiacca, + + da lerba e da li fior, dentr a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore vinto il meno. + + Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavit di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + + Salve, Regina in sul verde e n su fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + + Prima che l poco sole omai sannidi, + cominci l Mantoan che ci avea vlti, + tra color non vogliate chio vi guidi. + + Di questo balzo meglio li atti e volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama gi tra essi accolti. + + Colui che pi siede alto e fa sembianti + daver negletto ci che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + + Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe channo Italia morta, + s che tardi per altri si ricrea. + + Laltro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove lacqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + + E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui cha s benigno aspetto, + mor fuggendo e disfiorando il giglio: + + guardate l come si batte il petto! + Laltro vedete cha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + + Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che s li lancia. + + Quel che par s membruto e che saccorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + dogne valor port cinta la corda; + + e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + + che non si puote dir de laltre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + + Rade volte risurge per li rami + lumana probitate; e questo vole + quei che la d, perch da lui si chiami. + + Anche al nasuto vanno mie parole + non men cha laltro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza gi si dole. + + Tant del seme suo minor la pianta, + quanto, pi che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + + Vedete il re de la semplice vita + seder l solo, Arrigo dInghilterra: + questi ha ne rami suoi migliore uscita. + + Quel che pi basso tra costor satterra, + guardando in suso, Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + + fa pianger Monferrato e Canavese. + + + + Purgatorio Canto VIII + + + Era gi lora che volge il disio + ai navicanti e ntenerisce il core + lo d chan detto ai dolci amici addio; + + e che lo novo peregrin damore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + + quand io incominciai a render vano + ludire e a mirare una de lalme + surta, che lascoltar chiedea con mano. + + Ella giunse e lev ambo le palme, + ficcando li occhi verso lorente, + come dicesse a Dio: Daltro non calme. + + Te lucis ante s devotamente + le usco di bocca e con s dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + + e laltre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto linno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + ch l velo ora ben tanto sottile, + certo che l trapassar dentro leggero. + + Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in se, + quasi aspettando, palido e umle; + + e vidi uscir de lalto e scender gie + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + + Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + + Lun poco sovra noi a star si venne, + e laltro scese in lopposita sponda, + s che la gente in mezzo si contenne. + + Ben discerna in lor la testa bionda; + ma ne la faccia locchio si smarria, + come virt cha troppo si confonda. + + Ambo vegnon del grembo di Maria, + disse Sordello, a guardia de la valle, + per lo serpente che verr vie via. + + Ond io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto maccostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + + E Sordello anco: Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazoso fia lor vedervi assai. + + Solo tre passi credo chi scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + + Temp era gi che laere sannerava, + ma non s che tra li occhi suoi e miei + non dichiarisse ci che pria serrava. + + Ver me si fece, e io ver lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra rei! + + Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimand: Quant che tu venisti + a pi del monte per le lontane acque?. + + Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che laltra, s andando, acquisti. + + E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di sbito smarrita. + + Luno a Virgilio e laltro a un si volse + che sedea l, gridando: S, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse. + + Poi, vlto a me: Per quel singular grado + che tu dei a colui che s nasconde + lo suo primo perch, che non l guado, + + quando sarai di l da le larghe onde, + d a Giovanna mia che per me chiami + l dove a li nnocenti si risponde. + + Non credo che la sua madre pi mami, + poscia che trasmut le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + + Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco damor dura, + se locchio o l tatto spesso non laccende. + + Non le far s bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com avria fatto il gallo di Gallura. + + Cos dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur l dove le stelle son pi tarde, + s come rota pi presso a lo stelo. + + E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?. + E io a lui: A quelle tre facelle + di che l polo di qua tutto quanto arde. + + Ond elli a me: Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di l basse, + e queste son salite ov eran quelle. + + Com ei parlava, e Sordello a s il trasse + dicendo: Vedi l l nostro avversaro; + e drizz il dito perch n l guardasse. + + Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + + Tra lerba e fior vena la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso + leccando come bestia che si liscia. + + Io non vidi, e per dicer non posso, + come mosser li astor celestali; + ma vidi bene e luno e laltro mosso. + + Sentendo fender laere a le verdi ali, + fugg l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + + Lombra che sera al giudice raccolta + quando chiam, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + + Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant mestiere infino al sommo smalto, + + cominci ella, se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che gi grande l era. + + Fui chiamato Currado Malaspina; + non son lantico, ma di lui discesi; + a miei portai lamor che qui raffina. + + Oh!, diss io lui, per li vostri paesi + gi mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa chei non sien palesi? + + La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + s che ne sa chi non vi fu ancora; + + e io vi giuro, sio di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + + Uso e natura s la privilegia, + che, perch il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e l mal cammin dispregia. + + Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca + sette volte nel letto che l Montone + con tutti e quattro i pi cuopre e inforca, + + che cotesta cortese oppinone + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che daltrui sermone, + + se corso di giudicio non sarresta. + + + + Purgatorio Canto IX + + + La concubina di Titone antico + gi simbiancava al balco dorente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + + di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + + e la notte, de passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov eravamo, + e l terzo gi chinava in giuso lale; + + quand io, che meco avea di quel dAdamo, + vinto dal sonno, in su lerba inchinai + l ve gi tutti e cinque sedavamo. + + Ne lora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de suo primi guai, + + e che la mente nostra, peregrina + pi da la carne e men da pensier presa, + a le sue vison quasi divina, + + in sogno mi parea veder sospesa + unaguglia nel ciel con penne doro, + con lali aperte e a calare intesa; + + ed esser mi parea l dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + + Fra me pensava: Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse daltro loco + disdegna di portarne suso in piede. + + Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + + Ivi parea che ella e io ardesse; + e s lo ncendio imaginato cosse, + che convenne che l sonno si rompesse. + + Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo l dove si fosse, + + quando la madre da Chirn a Schiro + trafugg lui dormendo in le sue braccia, + l onde poi li Greci il dipartiro; + + che mi scoss io, s come da la faccia + mi fugg l sonno, e diventa ismorto, + come fa luom che, spaventato, agghiaccia. + + Dallato mera solo il mio conforto, + e l sole er alto gi pi che due ore, + e l viso mera a la marina torto. + + Non aver tema, disse il mio segnore; + fatti sicur, ch noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + + Tu se omai al purgatorio giunto: + vedi l il balzo che l chiude dintorno; + vedi lentrata l ve par digiunto. + + Dianzi, ne lalba che procede al giorno, + quando lanima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond l gi addorno + + venne una donna, e disse: I son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + s lagevoler per la sua via. + + Sordel rimase e laltre genti forme; + ella ti tolse, e come l d fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + + Qui ti pos, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e l sonno ad una se nandaro. + + A guisa duom che n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verit li discoperta, + + mi cambia io; e come sanza cura + vide me l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver laltura. + + Lettor, tu vedi ben com io innalzo + la mia matera, e per con pi arte + non ti maravigliar sio la rincalzo. + + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte + che l dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + + vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier chancor non facea motto. + + E come locchio pi e pi vapersi, + vidil seder sovra l grado sovrano, + tal ne la faccia chio non lo soffersi; + + e una spada nuda ava in mano, + che refletta i raggi s ver noi, + chio drizzava spesso il viso in vano. + + Dite costinci: che volete voi?, + cominci elli a dire, ov la scorta? + Guardate che l venir s non vi ni. + + Donna del ciel, di queste cose accorta, + rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi + ne disse: Andate l: quivi la porta. + + Ed ella i passi vostri in bene avanzi, + ricominci il cortese portinaio: + Venite dunque a nostri gradi innanzi. + + L ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era s pulito e terso, + chio mi specchiai in esso qual io paio. + + Era il secondo tinto pi che perso, + duna petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + + Lo terzo, che di sopra sammassiccia, + porfido mi parea, s fiammeggiante + come sangue che fuor di vena spiccia. + + Sovra questo tena ambo le piante + langel di Dio sedendo in su la soglia + che mi sembiava pietra di diamante. + + Per li tre gradi s di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi + umilemente che l serrame scioglia. + + Divoto mi gittai a santi piedi; + misericordia chiesi e chel maprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + + Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e Fa che lavi, + quando se dentro, queste piaghe disse. + + Cenere, o terra che secca si cavi, + dun color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + + Luna era doro e laltra era dargento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta s, chi fu contento. + + Quandunque luna deste chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa, + diss elli a noi, non sapre questa calla. + + Pi cara luna; ma laltra vuol troppa + darte e dingegno avanti che diserri, + perch ella quella che l nodo digroppa. + + Da Pier le tegno; e dissemi chi erri + anzi ad aprir cha tenerla serrata, + pur che la gente a piedi mi satterri. + + Poi pinse luscio a la porta sacrata, + dicendo: Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi n dietro si guata. + + E quando fuor ne cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + + non rugghi s n si mostr s acra + Tarpa, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + + Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e Te Deum laudamus mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + + Tale imagine a punto mi rendea + ci chio udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + + chor s or no sintendon le parole. + + + + Purgatorio Canto X + + + Poi fummo dentro al soglio de la porta + che l mal amor de lanime disusa, + perch fa parer dritta la via torta, + + sonando la senti esser richiusa; + e sio avesse li occhi vlti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + + Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e duna e daltra parte, + s come londa che fugge e sappressa. + + Qui si conviene usare un poco darte, + cominci l duca mio, in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte. + + E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + + che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + s dove il monte in dietro si rauna, + + o stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo pi che strade per diserti. + + Da la sua sponda, ove confina il vano, + al pi de lalta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + + e quanto locchio mio potea trar dale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + + L s non eran mossi i pi nostri anco, + quand io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + + esser di marmo candido e addorno + dintagli s, che non pur Policleto, + ma la natura l avrebbe scorno. + + Langel che venne in terra col decreto + de la molt anni lagrimata pace, + chaperse il ciel del suo lungo divieto, + + dinanzi a noi pareva s verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + + Giurato si saria chel dicesse Ave!; + perch iv era imaginata quella + chad aprir lalto amor volse la chiave; + + e avea in atto impressa esta favella + Ecce ancilla De, propriamente + come figura in cera si suggella. + + Non tener pur ad un loco la mente, + disse l dolce maestro, che mavea + da quella parte onde l cuore ha la gente. + + Per chi mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde mera colui che mi movea, + + unaltra storia ne la roccia imposta; + per chio varcai Virgilio, e femi presso, + acci che fosse a li occhi miei disposta. + + Era intagliato l nel marmo stesso + lo carro e buoi, traendo larca santa, + per che si teme officio non commesso. + + Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a due mie sensi + faceva dir lun No, laltro S, canta. + + Similemente al fummo de li ncensi + che vera imaginato, li occhi e l naso + e al s e al no discordi fensi. + + L precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, lumile salmista, + e pi e men che re era in quel caso. + + Di contra, effigata ad una vista + dun gran palazzo, Micl ammirava + s come donna dispettosa e trista. + + I mossi i pi del loco dov io stava, + per avvisar da presso unaltra istoria, + che di dietro a Micl mi biancheggiava. + + Quiv era storata lalta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + + i dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + + Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e laguglie ne loro + sovr essi in vista al vento si movieno. + + La miserella intra tutti costoro + pareva dir: Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch morto, ond io maccoro; + + ed elli a lei rispondere: Or aspetta + tanto chi torni; e quella: Segnor mio, + come persona in cui dolor saffretta, + + se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io, + la ti far; ed ella: Laltrui bene + a te che fia, se l tuo metti in oblio?; + + ond elli: Or ti conforta; chei convene + chi solva il mio dovere anzi chi mova: + giustizia vuole e piet mi ritene. + + Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perch qui non si trova. + + Mentr io mi dilettava di guardare + limagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + + Ecco di qua, ma fanno i passi radi, + mormorava il poeta, molte genti: + questi ne nveranno a li alti gradi. + + Li occhi miei, cha mirare eran contenti + per veder novitadi ond e son vaghi, + volgendosi ver lui non furon lenti. + + Non vo per, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che l debito si paghi. + + Non attender la forma del martre: + pensa la succession; pensa chal peggio + oltre la gran sentenza non pu ire. + + Io cominciai: Maestro, quel chio veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, s nel veder vaneggio. + + Ed elli a me: La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + s che miei occhi pria nebber tencione. + + Ma guarda fiso l, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + gi scorger puoi come ciascun si picchia. + + O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne retrosi passi, + + non vaccorgete voi che noi siam vermi + nati a formar langelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + + Di che lanimo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + s come vermo in cui formazion falla? + + Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + + la qual fa del non ver vera rancura + nascere n chi la vede; cos fatti + vid io color, quando puosi ben cura. + + Vero che pi e meno eran contratti + secondo chavien pi e meno a dosso; + e qual pi pazenza avea ne li atti, + + piangendo parea dicer: Pi non posso. + + + + Purgatorio Canto XI + + + O Padre nostro, che ne cieli stai, + non circunscritto, ma per pi amore + chai primi effetti di l s tu hai, + + laudato sia l tuo nome e l tuo valore + da ogne creatura, com degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + + Vegna ver noi la pace del tuo regno, + ch noi ad essa non potem da noi, + sella non vien, con tutto nostro ingegno. + + Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + cos facciano li uomini de suoi. + + D oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi pi di gir saffanna. + + E come noi lo mal chavem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + + Nostra virt che di legger sadona, + non spermentar con lantico avversaro, + ma libera da lui che s la sprona. + + Quest ultima preghiera, segnor caro, + gi non si fa per noi, ch non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro. + + Cos a s e noi buona ramogna + quell ombre orando, andavan sotto l pondo, + simile a quel che talvolta si sogna, + + disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + + Se di l sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei channo al voler buona radice? + + Ben si de loro atar lavar le note + che portar quinci, s che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + + Deh, se giustizia e piet vi disgrievi + tosto, s che possiate muover lala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + + mostrate da qual mano inver la scala + si va pi corto; e se c pi dun varco, + quel ne nsegnate che men erto cala; + + ch questi che vien meco, per lo ncarco + de la carne dAdamo onde si veste, + al montar s, contra sua voglia, parco. + + Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + + ma fu detto: A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + + E sio non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + + cotesti, chancor vive e non si noma, + guardere io, per veder si l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + + Io fui latino e nato dun gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se l nome suo gi mai fu vosco. + + Lantico sangue e lopere leggiadre + di miei maggior mi fer s arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + + ogn uomo ebbi in despetto tanto avante, + chio ne mori, come i Sanesi sanno, + e sallo in Campagnatico ogne fante. + + Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, ch tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + + E qui convien chio questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti. + + Ascoltando chinai in gi la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li mpaccia, + + e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + + Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi, + lonor dAgobbio e lonor di quell arte + challuminar chiamata in Parisi?. + + Frate, diss elli, pi ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + lonore tutto or suo, e mio in parte. + + Ben non sare io stato s cortese + mentre chio vissi, per lo gran disio + de leccellenza ove mio core intese. + + Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + + Oh vana gloria de lumane posse! + com poco verde in su la cima dura, + se non giunta da letati grosse! + + Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + s che la fama di colui scura. + + Cos ha tolto luno a laltro Guido + la gloria de la lingua; e forse nato + chi luno e laltro caccer del nido. + + Non il mondan romore altro chun fiato + di vento, chor vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perch muta lato. + + Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi, + + pria che passin mill anni? ch pi corto + spazio a letterno, chun muover di ciglia + al cerchio che pi tardi in cielo torto. + + Colui che del cammin s poco piglia + dinanzi a me, Toscana son tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + + ond era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo s com ora putta. + + La vostra nominanza color derba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba. + + E io a lui: Tuo vero dir mincora + bona umilt, e gran tumor mappiani; + ma chi quei di cui tu parlavi ora?. + + Quelli , rispuose, Provenzan Salvani; + ed qui perch fu presuntoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + + Ito cos e va, sanza riposo, + poi che mor; cotal moneta rende + a sodisfar chi di l troppo oso. + + E io: Se quello spirito chattende, + pria che si penta, lorlo de la vita, + qua gi dimora e qua s non ascende, + + se buona orazon lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?. + + Quando vivea pi gloroso, disse, + liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, saffisse; + + e l, per trar lamico suo di pena, + che sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + + Pi non dir, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andr, che tuoi vicini + faranno s che tu potrai chiosarlo. + + Quest opera li tolse quei confini. + + + + Purgatorio Canto XII + + + Di pari, come buoi che vanno a giogo, + mandava io con quell anima carca, + fin che l sofferse il dolce pedagogo. + + Ma quando disse: Lascia lui e varca; + ch qui buono con lali e coi remi, + quantunque pu, ciascun pinger sua barca; + + dritto s come andar vuolsi rifemi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + + Io mera mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + gi mostravam com eravam leggeri; + + ed el mi disse: Volgi li occhi in gie: + buon ti sar, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue. + + Come, perch di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel chelli eran pria, + + onde l molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a pi d de le calcagne; + + s vid io l, ma di miglior sembianza + secondo lartificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + + Vedea colui che fu nobil creato + pi chaltra creatura, gi dal cielo + folgoreggiando scender, da lun lato. + + Veda Brareo fitto dal telo + celestal giacer, da laltra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra di Giganti sparte. + + Vedea Nembrt a pi del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che n Sennar con lui superbi fuoro. + + O Nob, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + + O Sal, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelbo, + che poi non sent pioggia n rugiada! + + O folle Aragne, s vedea io te + gi mezza ragna, trista in su li stracci + de lopera che mal per te si f. + + O Robom, gi non par che minacci + quivi l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza chaltri il cacci. + + Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre f caro + parer lo sventurato addornamento. + + Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherb dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + + Mostrava la ruina e l crudo scempio + che f Tamiri, quando disse a Ciro: + Sangue sitisti, e io di sangue tempio. + + Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + + Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Iln, come te basso e vile + mostrava il segno che l si discerne! + + Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse lombre e tratti chivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + + Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant io calcai, fin che chinato givi. + + Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli dEva, e non chinate il volto + s che veggiate il vostro mal sentero! + + Pi era gi per noi del monte vlto + e del cammin del sole assai pi speso + che non stimava lanimo non sciolto, + + quando colui che sempre innanzi atteso + andava, cominci: Drizza la testa; + non pi tempo di gir s sospeso. + + Vedi col un angel che sappresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del d lancella sesta. + + Di reverenza il viso e li atti addorna, + s che i diletti lo nvarci in suso; + pensa che questo d mai non raggiorna!. + + Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, s che n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + + A noi vena la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + + Le braccia aperse, e indi aperse lale; + disse: Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + + A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar s nata, + perch a poco vento cos cadi?. + + Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batt lali per la fronte; + poi mi promise sicura landata. + + Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + + si rompe del montar lardita foga + per le scalee che si fero ad etade + chera sicuro il quaderno e la doga; + + cos sallenta la ripa che cade + quivi ben ratta da laltro girone; + ma quinci e quindi lalta pietra rade. + + Noi volgendo ivi le nostre persone, + Beati pauperes spiritu! voci + cantaron s, che nol diria sermone. + + Ahi quanto son diverse quelle foci + da linfernali! ch quivi per canti + sentra, e l gi per lamenti feroci. + + Gi montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo pi lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + + Ond io: Maestro, d, qual cosa greve + levata s da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?. + + Rispuose: Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com lun, del tutto rasi, + + fier li tuoi pi dal buon voler s vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser s pinti. + + Allor fec io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che cenni altrui sospecciar fanno; + + per che la mano ad accertar saiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si pu fornir per la veduta; + + e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + + a che guardando, il mio duca sorrise. + + + + Purgatorio Canto XIII + + + Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + + Ivi cos una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che larco suo pi tosto piega. + + Ombra non l n segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + + Se qui per dimandar gente saspetta, + ragionava il poeta, io temo forse + che troppo avr dindugio nostra eletta. + + Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di s torse. + + O dolce lume a cui fidanza i entro + per lo novo cammin, tu ne conduci, + dicea, come condur si vuol quinc entro. + + Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci; + saltra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci. + + Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di l eravam noi gi iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + + e verso noi volar furon sentiti, + non per visti, spiriti parlando + a la mensa damor cortesi inviti. + + La prima voce che pass volando + Vinum non habent altamente disse, + e dietro a noi land reterando. + + E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, unaltra I sono Oreste + pass gridando, e anco non saffisse. + + Oh!, diss io, padre, che voci son queste?. + E com io domandai, ecco la terza + dicendo: Amate da cui male aveste. + + E l buon maestro: Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e per sono + tratte damor le corde de la ferza. + + Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che ludirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + + Ma ficca li occhi per laere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun lungo la grotta assiso. + + Allora pi che prima li occhi apersi; + guardami innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + + E poi che fummo un poco pi avanti, + udia gridar: Maria, ra per noi: + gridar Michele e Pietro e Tutti santi. + + Non credo che per terra vada ancoi + omo s duro, che non fosse punto + per compassion di quel chi vidi poi; + + ch, quando fui s presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + + Di vil ciliccio mi parean coperti, + e lun sofferia laltro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + + Cos li ciechi a cui la roba falla, + stanno a perdoni a chieder lor bisogna, + e luno il capo sopra laltro avvalla, + + perch n altrui piet tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + + E come a li orbi non approda il sole, + cos a lombre quivi, ond io parlo ora, + luce del ciel di s largir non vole; + + ch a tutti un fil di ferro i cigli fra + e cusce s, come a sparvier selvaggio + si fa per che queto non dimora. + + A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per chio mi volsi al mio consiglio saggio. + + Ben sapev ei che volea dir lo muto; + e per non attese mia dimanda, + ma disse: Parla, e sie breve e arguto. + + Virgilio mi vena da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perch da nulla sponda singhirlanda; + + da laltra parte meran le divote + ombre, che per lorribile costura + premevan s, che bagnavan le gote. + + Volsimi a loro e: O gente sicura, + incominciai, di veder lalto lume + che l disio vostro solo ha in sua cura, + + se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscenza s che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + + ditemi, ch mi fia grazioso e caro, + sanima qui tra voi che sia latina; + e forse lei sar buon si lapparo. + + O frate mio, ciascuna cittadina + duna vera citt; ma tu vuo dire + che vivesse in Italia peregrina. + + Questo mi parve per risposta udire + pi innanzi alquanto che l dov io stava, + ond io mi feci ancor pi l sentire. + + Tra laltre vidi unombra chaspettava + in vista; e se volesse alcun dir Come?, + lo mento a guisa dorbo in s levava. + + Spirto, diss io, che per salir ti dome, + se tu se quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome. + + Io fui sanese, rispuose, e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che s ne presti. + + Savia non fui, avvegna che Sapa + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + pi lieta assai che di ventura mia. + + E perch tu non creda chio tinganni, + odi si fui, com io ti dico, folle, + gi discendendo larco di miei anni. + + Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co loro avversari, + e io pregava Iddio di quel che volle. + + Rotti fuor quivi e vlti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + + tanto chio volsi in s lardita faccia, + gridando a Dio: Omai pi non ti temo!, + come f l merlo per poca bonaccia. + + Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + + se ci non fosse, cha memoria mebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + + Ma tu chi se, che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + s com io credo, e spirando ragioni?. + + Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, ch poca loffesa + fatta per esser con invidia vlti. + + Troppa pi la paura ond sospesa + lanima mia del tormento di sotto, + che gi lo ncarco di l gi mi pesa. + + Ed ella a me: Chi tha dunque condotto + qua s tra noi, se gi ritornar credi?. + E io: Costui ch meco e non fa motto. + + E vivo sono; e per mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo chi mova + di l per te ancor li mortai piedi. + + Oh, questa a udir s cosa nuova, + rispuose, che gran segno che Dio tami; + per col priego tuo talor mi giova. + + E cheggioti, per quel che tu pi brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a miei propinqui tu ben mi rinfami. + + Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + pi di speranza cha trovar la Diana; + + ma pi vi perderanno li ammiragli. + + + + Purgatorio Canto XIV + + + Chi costui che l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?. + + Non so chi sia, ma so che non solo; + domandal tu che pi li tavvicini, + e dolcemente, s che parli, accolo. + + Cos due spirti, luno a laltro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + + e disse luno: O anima che fitta + nel corpo ancora inver lo ciel ten vai, + per carit ne consola e ne ditta + + onde vieni e chi se; ch tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu pi mai. + + E io: Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + + Di sovr esso rech io questa persona: + dirvi chi sia, saria parlare indarno, + ch l nome mio ancor molto non suona. + + Se ben lo ntendimento tuo accarno + con lo ntelletto, allora mi rispuose + quei che diceva pria, tu parli dArno. + + E laltro disse lui: Perch nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com om fa de lorribili cose?. + + E lombra che di ci domandata era, + si sdebit cos: Non so; ma degno + ben che l nome di tal valle pra; + + ch dal principio suo, ov s pregno + lalpestro monte ond tronco Peloro, + che n pochi luoghi passa oltra quel segno, + + infin l ve si rende per ristoro + di quel che l ciel de la marina asciuga, + ond hanno i fiumi ci che va con loro, + + vert cos per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + + ond hanno s mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + + Tra brutti porci, pi degni di galle + che daltro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + + Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi pi che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + + Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa, + tanto pi trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + + Discesa poi per pi pelaghi cupi, + trova le volpi s piene di froda, + che non temono ingegno che le occpi. + + N lascer di dir perch altri moda; + e buon sar costui, sancor sammenta + di ci che vero spirto mi disnoda. + + Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + + Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e s di pregio priva. + + Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva. + + Com a lannunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui chascolta, + da qual che parte il periglio lassanni, + + cos vid io laltr anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi chebbe la parola a s raccolta. + + Lo dir de luna e de laltra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + + per che lo spirto che di pria parlmi + ricominci: Tu vuo chio mi deduca + nel fare a te ci che tu far non vuomi. + + Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti sar scarso; + per sappi chio fui Guido del Duca. + + Fu il sangue mio dinvidia s rarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto mavresti di livore sparso. + + Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perch poni l core + l v mestier di consorte divieto? + + Questi Rinier; questi l pregio e lonore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s reda poi del suo valore. + + E non pur lo suo sangue fatto brullo, + tra l Po e l monte e la marina e l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + + ch dentro a questi termini ripieno + di venenosi sterpi, s che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + + Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + + Non ti maravigliar sio piango, Tosco, + quando rimembro, con Guido da Prata, + Ugolin dAzzo che vivette nosco, + + Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e luna gente e laltra diretata), + + le donne e cavalier, li affanni e li agi + che ne nvogliava amore e cortesia + l dove i cuor son fatti s malvagi. + + O Bretinoro, ch non fuggi via, + poi che gita se n la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti pi simpiglia. + + Ben faranno i Pagan, da che l demonio + lor sen gir; ma non per che puro + gi mai rimagna dessi testimonio. + + O Ugolin de Fantolin, sicuro + l nome tuo, da che pi non saspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + + Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta + troppo di pianger pi che di parlare, + s mha nostra ragion la mente stretta. + + Noi sapavam che quell anime care + ci sentivano andar; per, tacendo, + facan noi del cammin confidare. + + Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando laere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + + Anciderammi qualunque mapprende; + e fugg come tuon che si dilegua, + se sbito la nuvola scoscende. + + Come da lei ludir nostro ebbe triegua, + ed ecco laltra con s gran fracasso, + che somigli tonar che tosto segua: + + Io sono Aglauro che divenni sasso; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci, e non innanzi, il passo. + + Gi era laura dogne parte queta; + ed el mi disse: Quel fu l duro camo + che dovria luom tener dentro a sua meta. + + Ma voi prendete lesca, s che lamo + de lantico avversaro a s vi tira; + e per poco val freno o richiamo. + + Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e locchio vostro pur a terra mira; + + onde vi batte chi tutto discerne. + + + + Purgatorio Canto XV + + + Quanto tra lultimar de lora terza + e l principio del d par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + + tanto pareva gi inver la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero l, e qui mezza notte era. + + E i raggi ne ferien per mezzo l naso, + perch per noi girato era s l monte, + che gi dritti andavamo inver loccaso, + + quand io senti a me gravar la fronte + a lo splendore assai pi che di prima, + e stupor meran le cose non conte; + + ond io levai le mani inver la cima + de le mie ciglia, e fecimi l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + + Come quando da lacqua o da lo specchio + salta lo raggio a lopposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + + a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + s come mostra esperenza e arte; + + cos mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + + Che quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia, + diss io, e pare inver noi esser mosso?. + + Non ti maravigliar sancor tabbaglia + la famiglia del cielo, a me rispuose: + messo che viene ad invitar chom saglia. + + Tosto sar cha veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose. + + Poi giunti fummo a langel benedetto, + con lieta voce disse: Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto. + + Noi montavam, gi partiti di linci, + e Beati misericordes! fue + cantato retro, e Godi tu che vinci!. + + Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + + e dirizzami a lui s dimandando: + Che volse dir lo spirto di Romagna, + e divieto e consorte menzionando?. + + Per chelli a me: Di sua maggior magagna + conosce il danno; e per non sammiri + se ne riprende perch men si piagna. + + Perch sappuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a sospiri. + + Ma se lamor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + + ch, per quanti si dice pi l nostro, + tanto possiede pi di ben ciascuno, + e pi di caritate arde in quel chiostro. + + Io son desser contento pi digiuno, + diss io, che se mi fosse pria taciuto, + e pi di dubbio ne la mente aduno. + + Com esser puote chun ben, distributo + in pi posseditor, faccia pi ricchi + di s che se da pochi posseduto?. + + Ed elli a me: Per che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + + Quello infinito e ineffabil bene + che l s , cos corre ad amore + com a lucido corpo raggio vene. + + Tanto si d quanto trova dardore; + s che, quantunque carit si stende, + cresce sovr essa letterno valore. + + E quanta gente pi l s sintende, + pi v da bene amare, e pi vi sama, + e come specchio luno a laltro rende. + + E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torr questa e ciascun altra brama. + + Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son gi le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente. + + Com io voleva dicer Tu mappaghe, + vidimi giunto in su laltro girone, + s che tacer mi fer le luci vaghe. + + Ivi mi parve in una visone + estatica di sbito esser tratto, + e vedere in un tempio pi persone; + + e una donna, in su lentrar, con atto + dolce di madre dicer: Figliuol mio, + perch hai tu cos verso noi fatto? + + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo. E come qui si tacque, + ci che pareva prima, dispario. + + Indi mapparve unaltra con quell acque + gi per le gote che l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + + e dir: Se tu se sire de la villa + del cui nome ne di fu tanta lite, + e onde ogne scenza disfavilla, + + vendica te di quelle braccia ardite + chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto. + E l segnor mi parea, benigno e mite, + + risponder lei con viso temperato: + Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama per noi condannato?, + + Poi vidi genti accese in foco dira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a s pur: Martira, martira!. + + E lui vedea chinarsi, per la morte + che laggravava gi, inver la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + + orando a lalto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a suoi persecutori, + con quello aspetto che piet diserra. + + Quando lanima mia torn di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + + Lo duca mio, che mi potea vedere + far s com om che dal sonno si slega, + disse: Che hai che non ti puoi tenere, + + ma se venuto pi che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?. + + O dolce padre mio, se tu mascolte, + io ti dir, diss io, ci che mapparve + quando le gambe mi furon s tolte. + + Ed ei: Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + + Ci che vedesti fu perch non scuse + daprir lo core a lacque de la pace + che da letterno fonte son diffuse. + + Non dimandai Che hai? per quel che face + chi guarda pur con locchio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + + ma dimandai per darti forza al piede: + cos frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede. + + Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + n da quello era loco da cansarsi. + + Questo ne tolse li occhi e laere puro. + + + + Purgatorio Canto XVI + + + Buio dinferno e di notte privata + dogne pianeto, sotto pover cielo, + quant esser pu di nuvol tenebrata, + + non fece al viso mio s grosso velo + come quel fummo chivi ci coperse, + n a sentir di cos aspro pelo, + + che locchio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi saccost e lomero mofferse. + + S come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che l molesti, o forse ancida, + + mandava io per laere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: Guarda che da me tu non sia mozzo. + + Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + lAgnel di Dio che le peccata leva. + + Pur Agnus Dei eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + s che parea tra esse ogne concordia. + + Quei sono spirti, maestro, chi odo?, + diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi, + e diracundia van solvendo il nodo. + + Or tu chi se che l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?. + + Cos per una voce detto fue; + onde l maestro mio disse: Rispondi, + e domanda se quinci si va se. + + E io: O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi. + + Io ti seguiter quanto mi lece, + rispuose; e se veder fummo non lascia, + ludir ci terr giunti in quella vece. + + Allora incominciai: Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per linfernale ambascia. + + E se Dio mha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol chi veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + + non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte. + + Lombardo fui, e fu chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso larco. + + Per montar s dirittamente vai. + Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego + che per me prieghi quando s sarai. + + E io a lui: Per fede mi ti lego + di far ci che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego. + + Prima era scempio, e ora fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov io laccoppio. + + Lo mondo ben cos tutto diserto + dogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + + ma priego che maddite la cagione, + s chi la veggia e chi la mostri altrui; + ch nel cielo uno, e un qua gi la pone. + + Alto sospir, che duolo strinse in uhi!, + mise fuor prima; e poi cominci: Frate, + lo mondo cieco, e tu vien ben da lui. + + Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + + Se cos fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + + Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto chi l dica, + lume v dato a bene e a malizia, + + e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + + A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura. + + Per, se l mondo presente disvia, + in voi la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne sar or vera spia. + + Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + + lanima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a ci che la trastulla. + + Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi singanna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + + Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver, che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, per che l pastor che procede, + rugumar pu, ma non ha lunghie fesse; + + per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond ella ghiotta, + di quel si pasce, e pi oltre non chiede. + + Ben puoi veder che la mala condotta + la cagion che l mondo ha fatto reo, + e non natura che n voi sia corrotta. + + Soleva Roma, che l buon mondo feo, + due soli aver, che luna e laltra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + + Lun laltro ha spento; ed giunta la spada + col pasturale, e lun con laltro insieme + per viva forza mal convien che vada; + + per che, giunti, lun laltro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + chogn erba si conosce per lo seme. + + In sul paese chAdice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + + or pu sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o dappressarsi. + + Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna + lantica et la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + + Currado da Palazzo e l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma, + francescamente, il semplice Lombardo. + + D oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in s due reggimenti, + cade nel fango, e s brutta e la soma. + + O Marco mio, diss io, bene argomenti; + e or discerno perch dal retaggio + li figli di Lev furono essenti. + + Ma qual Gherardo quel che tu per saggio + di ch rimaso de la gente spenta, + in rimprovro del secol selvaggio?. + + O tuo parlar minganna, o el mi tenta, + rispuose a me; ch, parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + + Per altro sopranome io nol conosco, + sio nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco. + + Vedi lalbor che per lo fummo raia + gi biancheggiare, e me convien partirmi + (langelo ivi) prima chio li paia. + + Cos torn, e pi non volle udirmi. + + + + Purgatorio Canto XVII + + + Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + + come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + + e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com io rividi + lo sole in pria, che gi nel corcar era. + + S, pareggiando i miei co passi fidi + del mio maestro, usci fuor di tal nube + ai raggi morti gi ne bassi lidi. + + O imaginativa che ne rube + talvolta s di fuor, chom non saccorge + perch dintorno suonin mille tube, + + chi move te, se l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel sinforma, + per s o per voler che gi lo scorge. + + De lempiezza di lei che mut forma + ne luccel cha cantar pi si diletta, + ne limagine mia apparve lorma; + + e qui fu la mia mente s ristretta + dentro da s, che di fuor non vena + cosa che fosse allor da lei ricetta. + + Poi piovve dentro a lalta fantasia + un crucifisso, dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + + intorno ad esso era il grande Assero, + Estr sua sposa e l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far cos intero. + + E come questa imagine rompeo + s per s stessa, a guisa duna bulla + cui manca lacqua sotto qual si feo, + + surse in mia visone una fanciulla + piangendo forte, e dicea: O regina, + perch per ira hai voluto esser nulla? + + Ancisa thai per non perder Lavina; + or mhai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria cha laltrui ruina. + + Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + + cos limaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch in nostro uso. + + I mi volgea per veder ov io fosse, + quando una voce disse Qui si monta, + che da ogne altro intento mi rimosse; + + e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + + Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + cos la mia virt quivi mancava. + + Questo divino spirito, che ne la + via da ir s ne drizza sanza prego, + e col suo lume s medesmo cela. + + S fa con noi, come luom si fa sego; + ch quale aspetta prego e luopo vede, + malignamente gi si mette al nego. + + Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che sabbui, + ch poi non si poria, se l d non riede. + + Cos disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto chio al primo grado fui, + + sentimi presso quasi un muover dala + e ventarmi nel viso e dir: Beati + pacifici, che son sanz ira mala!. + + Gi eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da pi lati. + + O virt mia, perch s ti dilegue?, + fra me stesso dicea, ch mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + + Noi eravam dove pi non saliva + la scala s, ed eravamo affissi, + pur come nave cha la piaggia arriva. + + E io attesi un poco, sio udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + + Dolce mio padre, d, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i pi si stanno, non stea tuo sermone. + + Ed elli a me: Lamor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + + Ma perch pi aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora. + + N creator n creatura mai, + cominci el, figliuol, fu sanza amore, + o naturale o danimo; e tu l sai. + + Lo naturale sempre sanza errore, + ma laltro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + + Mentre chelli nel primo ben diretto, + e ne secondi s stesso misura, + esser non pu cagion di mal diletto; + + ma quando al mal si torce, o con pi cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra l fattore adovra sua fattura. + + Quinci comprender puoi chesser convene + amor sementa in voi dogne virtute + e dogne operazion che merta pene. + + Or, perch mai non pu da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da lodio proprio son le cose tute; + + e perch intender non si pu diviso, + e per s stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto deciso. + + Resta, se dividendo bene stimo, + che l mal che sama del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + + chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + chel sia di sua grandezza in basso messo; + + chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch altri sormonti, + onde sattrista s che l contrario ama; + + ed chi per ingiuria par chaonti, + s che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che l male altrui impronti. + + Questo triforme amor qua gi di sotto + si piange: or vo che tu de laltro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + + Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti lanimo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + + Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + + Altro ben che non fa luom felice; + non felicit, non la buona + essenza, dogne ben frutto e radice. + + Lamor chad esso troppo sabbandona, + di sovr a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + + tacciolo, acci che tu per te ne cerchi. + + + + Purgatorio Canto XVIII + + + Posto avea fine al suo ragionamento + lalto dottore, e attento guardava + ne la mia vista sio parea contento; + + e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: Forse + lo troppo dimandar chio fo li grava. + + Ma quel padre verace, che saccorse + del timido voler che non sapriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + + Ond io: Maestro, il mio veder savviva + s nel tuo lume, chio discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + + Per ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e l suo contraro. + + Drizza, disse, ver me lagute luci + de lo ntelletto, e fieti manifesto + lerror de ciechi che si fanno duci. + + Lanimo, ch creato ad amar presto, + ad ogne cosa mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto desto. + + Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + s che lanimo ad essa volger face; + + e se, rivolto, inver di lei si piega, + quel piegare amor, quell natura + che per piacer di novo in voi si lega. + + Poi, come l foco movesi in altura + per la sua forma ch nata a salire + l dove pi in sua matera dura, + + cos lanimo preso entra in disire, + ch moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + + Or ti puote apparer quant nascosa + la veritate a la gente chavvera + ciascun amore in s laudabil cosa; + + per che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + buono, ancor che buona sia la cera. + + Le tue parole e l mio seguace ingegno, + rispuos io lui, mhanno amor discoverto, + ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno; + + ch, samore di fuori a noi offerto + e lanima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non suo merto. + + Ed elli a me: Quanto ragion qui vede, + dir ti poss io; da indi in l taspetta + pur a Beatrice, ch opra di fede. + + Ogne forma sustanzal, che setta + da matera ed con lei unita, + specifica vertute ha in s colletta, + + la qual sanza operar non sentita, + n si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + + Per, l onde vegna lo ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de primi appetibili laffetto, + + che sono in voi s come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + + Or perch a questa ogn altra si raccoglia, + innata v la virt che consiglia, + e de lassenso de tener la soglia. + + Quest l principio l onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + + Color che ragionando andaro al fondo, + saccorser desta innata libertate; + per moralit lasciaro al mondo. + + Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi saccende, + di ritenerlo in voi la podestate. + + La nobile virt Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e per guarda + che labbi a mente, sa parlar ten prende. + + La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer pi rade, + fatta com un secchion che tuttor arda; + + e correa contro l ciel per quelle strade + che l sole infiamma allor che quel da Roma + tra Sardi e Corsi il vede quando cade. + + E quell ombra gentil per cui si noma + Pietola pi che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + + per chio, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com om che sonnolento vana. + + Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era gi volta. + + E quale Ismeno gi vide e Asopo + lungo di s di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + + cotal per quel giron suo passo falca, + per quel chio vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + + Tosto fur sovr a noi, perch correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + + Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna. + + Ratto, ratto, che l tempo non si perda + per poco amor, gridavan li altri appresso, + che studio di ben far grazia rinverda. + + O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + + questi che vive, e certo i non vi bugio, + vuole andar s, pur che l sol ne riluca; + per ne dite ond presso il pertugio. + + Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + + Noi siam di voglia a muoverci s pieni, + che restar non potem; per perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + + Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + + E tale ha gi lun pi dentro la fossa, + che tosto pianger quel monastero, + e tristo fia davere avuta possa; + + perch suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero. + + Io non so se pi disse o sei si tacque, + tant era gi di l da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + + E quei che mera ad ogne uopo soccorso + disse: Volgiti qua: vedine due + venir dando a laccida di morso. + + Di retro a tutti dicean: Prima fue + morta la gente a cui il mar saperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + + E quella che laffanno non sofferse + fino a la fine col figlio dAnchise, + s stessa a vita sanza gloria offerse. + + Poi quando fuor da noi tanto divise + quell ombre, che veder pi non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + + del qual pi altri nacquero e diversi; + e tanto duno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + + e l pensamento in sogno trasmutai. + + + + Purgatorio Canto XIX + + + Ne lora che non pu l calor durno + intepidar pi l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + + quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in orente, innanzi a lalba, + surger per via che poco le sta bruna, + + mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + + Io la mirava; e come l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + cos lo sguardo mio le facea scorta + + la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco dora, e lo smarrito volto, + com amor vuol, cos le colorava. + + Poi chell avea l parlar cos disciolto, + cominciava a cantar s, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + + Io son, cantava, io son dolce serena, + che marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + + Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco sausa, + rado sen parte; s tutto lappago!. + + Ancor non era sua bocca richiusa, + quand una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + + O Virgilio, Virgilio, chi questa?, + fieramente dicea; ed el vena + con li occhi fitti pur in quella onesta. + + Laltra prendea, e dinanzi lapria + fendendo i drappi, e mostravami l ventre; + quel mi svegli col puzzo che nuscia. + + Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre + voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni; + troviam laperta per la qual tu entre. + + S mi levai, e tutti eran gi pieni + de lalto d i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + + Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che lha di pensier carca, + che fa di s un mezzo arco di ponte; + + quand io udi Venite; qui si varca + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + + Con lali aperte, che parean di cigno, + volseci in s colui che s parlonne + tra due pareti del duro macigno. + + Mosse le penne poi e ventilonne, + Qui lugent affermando esser beati, + chavran di consolar lanime donne. + + Che hai che pur inver la terra guati?, + la guida mia incominci a dirmi, + poco amendue da langel sormontati. + + E io: Con tanta sospeccion fa irmi + novella vison cha s mi piega, + s chio non posso dal pensar partirmi. + + Vedesti, disse, quellantica strega + che sola sovr a noi omai si piagne; + vedesti come luom da lei si slega. + + Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne. + + Quale l falcon, che prima a pi si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che l il tira, + + tal mi fec io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + nandai infin dove l cerchiar si prende. + + Com io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + + Adhaesit pavimento anima mea + sentia dir lor con s alti sospiri, + che la parola a pena sintendea. + + O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri. + + Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via pi tosto, + le vostre destre sien sempre di fori. + + Cos preg l poeta, e s risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per chio + nel parlare avvisai laltro nascosto, + + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond elli massent con lieto cenno + ci che chiedea la vista del disio. + + Poi chio potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + + dicendo: Spirto in cui pianger matura + quel sanza l quale a Dio tornar non pssi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + + Chi fosti e perch vlti avete i dossi + al s, mi d, e se vuo chio timpetri + cosa di l ond io vivendo mossi. + + Ed elli a me: Perch i nostri diretri + rivolga il cielo a s, saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + + Intra Sestri e Chiaveri sadima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + + Un mese e poco pi prova io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte laltre some. + + La mia conversone, om!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + cos scopersi la vita bugiarda. + + Vidi che l non sacquetava il core, + n pi salir potiesi in quella vita; + per che di questa in me saccese amore. + + Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + + Quel chavarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de lanime converse; + e nulla pena il monte ha pi amara. + + S come locchio nostro non saderse + in alto, fisso a le cose terrene, + cos giustizia qui a terra il merse. + + Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdsi, + cos giustizia qui stretti ne tene, + + ne piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi. + + Io mera inginocchiato e volea dire; + ma com io cominciai ed el saccorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + + Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?. + E io a lui: Per vostra dignitate + mia coscenza dritto mi rimorse. + + Drizza le gambe, lvati s, frate!, + rispuose; non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + + Se mai quel santo evangelico suono + che dice Neque nubent intendesti, + ben puoi veder perch io cos ragiono. + + Vattene omai: non vo che pi tarresti; + ch la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo ci che tu dicesti. + + Nepote ho io di l cha nome Alagia, + buona da s, pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + + e questa sola di l m rimasa. + + + + Purgatorio Canto XX + + + Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra l piacer mio, per piacerli, + trassi de lacqua non sazia la spugna. + + Mossimi; e l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a merli; + + ch la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto l mondo occupa, + da laltra parte in fuor troppo sapproccia. + + Maladetta sie tu, antica lupa, + che pi che tutte laltre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + + O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua gi trasmutarsi, + quando verr per cui questa disceda? + + Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a lombre, chi sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + + e per ventura udi Dolce Maria! + dinanzi a noi chiamar cos nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + + e seguitar: Povera fosti tanto, + quanto veder si pu per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo. + + Seguentemente intesi: O buon Fabrizio, + con povert volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio. + + Queste parole meran s piaciute, + chio mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + + Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccol a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + + O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti, dissi, e perch sola + tu queste degne lode rinovelle. + + Non fia sanza merc la tua parola, + sio ritorno a compir lo cammin corto + di quella vita chal termine vola. + + Ed elli: Io ti dir, non per conforto + chio attenda di l, ma perch tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + + Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + s che buon frutto rado se ne schianta. + + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + + Chiamato fui di l Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente Francia retta. + + Figliuol fu io dun beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor chun renduto in panni bigi, + + trovami stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e s damici pieno, + + cha la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + + Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + + L cominci con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Pont e Normandia prese e Guascogna. + + Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima f di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + + Tempo vegg io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e s e suoi. + + Sanz arme nesce e solo con la lancia + con la qual giostr Giuda, e quella ponta + s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia. + + Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagner, per s tanto pi grave, + quanto pi lieve simil danno conta. + + Laltro, che gi usc preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de laltre schiave. + + O avarizia, che puoi tu pi farne, + poscia cha il mio sangue a te s tratto, + che non si cura de la propria carne? + + Perch men paia il mal futuro e l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + + Veggiolo unaltra volta esser deriso; + veggio rinovellar laceto e l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + + Veggio il novo Pilato s crudele, + che ci nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + + O Segnor mio, quando sar io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce lira tua nel tuo secreto? + + Ci chio dicea di quell unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + + tanto risposto a tutte nostre prece + quanto l d dura; ma com el sannotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + + Noi repetiam Pigmalon allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de loro ghiotta; + + e la miseria de lavaro Mida, + che segu a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + + Del folle Acn ciascun poi si ricorda, + come fur le spoglie, s che lira + di Ios qui par chancor lo morda. + + Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci chebbe Elodoro; + e in infamia tutto l monte gira + + Polinestr chancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: Crasso, + dilci, che l sai: di che sapore loro?. + + Talor parla luno alto e laltro basso, + secondo laffezion chad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + + per al ben che l d ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona. + + Noi eravam partiti gi da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder nera permesso, + + quand io senti, come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui cha morte vada. + + Certo non si scoteo s forte Delo, + pria che Latona in lei facesse l nido + a parturir li due occhi del cielo. + + Poi cominci da tutte parti un grido + tal, che l maestro inverso me si feo, + dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido. + + Glora in excelsis tutti Deo + dicean, per quel chio da vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + + No istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che l tremar cess ed el compisi. + + Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando lombre che giacean per terra, + tornate gi in su lusato pianto. + + Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi f desideroso di sapere, + se la memoria mia in ci non erra, + + quanta pareami allor, pensando, avere; + n per la fretta dimandare er oso, + n per me l potea cosa vedere: + + cos mandava timido e pensoso. + + + + Purgatorio Canto XXI + + + La sete natural che mai non sazia + se non con lacqua onde la femminetta + samaritana domand la grazia, + + mi travagliava, e pungeami la fretta + per la mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + + Ed ecco, s come ne scrive Luca + che Cristo apparve a due cherano in via, + gi surto fuor de la sepulcral buca, + + ci apparve unombra, e dietro a noi vena, + dal pi guardando la turba che giace; + n ci addemmo di lei, s parl pria, + + dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace. + Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio + rendli l cenno cha ci si conface. + + Poi cominci: Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne letterno essilio. + + Come!, diss elli, e parte andavam forte: + se voi siete ombre che Dio s non degni, + chi vha per la sua scala tanto scorte?. + + E l dottor mio: Se tu riguardi a segni + che questi porta e che langel profila, + ben vedrai che coi buon convien che regni. + + Ma perch lei che d e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + + lanima sua, ch tua e mia serocchia, + venendo s, non potea venir sola, + per chal nostro modo non adocchia. + + Ond io fui tratto fuor de lampia gola + dinferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto l potr menar mia scola. + + Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli + di dianzi l monte, e perch tutto ad una + parve gridare infino a suoi pi molli. + + S mi di, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + + Quei cominci: Cosa non che sanza + ordine senta la religone + de la montagna, o che sia fuor dusanza. + + Libero qui da ogne alterazione: + di quel che l ciel da s in s riceve + esser ci puote, e non daltro, cagione. + + Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina pi s cade + che la scaletta di tre gradi breve; + + nuvole spesse non paion n rade, + n coruscar, n figlia di Taumante, + che di l cangia sovente contrade; + + secco vapor non surge pi avante + chal sommo di tre gradi chio parlai, + dov ha l vicario di Pietro le piante. + + Trema forse pi gi poco o assai; + ma per vento che n terra si nasconda, + non so come, qua s non trem mai. + + Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, s che surga o che si mova + per salir s; e tal grido seconda. + + De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + lalma sorprende, e di voler le giova. + + Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + + E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent anni e pi, pur mo sentii + libera volont di miglior soglia: + + per sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto s li nvii. + + Cos ne disse; e per chel si gode + tanto del ber quant grande la sete, + non saprei dir quant el mi fece prode. + + E l savio duca: Omai veggio la rete + che qui vi mpiglia e come si scalappia, + perch ci trema e di che congaudete. + + Ora chi fosti, piacciati chio sappia, + e perch tanti secoli giaciuto + qui se, ne le parole tue mi cappia. + + Nel tempo che l buon Tito, con laiuto + del sommo rege, vendic le fra + ond usc l sangue per Giuda venduto, + + col nome che pi dura e pi onora + era io di l, rispuose quello spirto, + famoso assai, ma non con fede ancora. + + Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a s mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + + Stazio la gente ancor di l mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + + Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati pi di mille; + + de lEneda dico, la qual mamma + fummi, e fummi nutrice, poetando: + sanz essa non fermai peso di dramma. + + E per esser vivuto di l quando + visse Virgilio, assentirei un sole + pi che non deggio al mio uscir di bando. + + Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse Taci; + ma non pu tutto la virt che vuole; + + ch riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne pi veraci. + + Io pur sorrisi come luom chammicca; + per che lombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove l sembiante pi si ficca; + + e Se tanto labore in bene assommi, + disse, perch la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?. + + Or son io duna parte e daltra preso: + luna mi fa tacer, laltra scongiura + chio dica; ond io sospiro, e sono inteso + + dal mio maestro, e Non aver paura, + mi dice, di parlar; ma parla e digli + quel che dimanda con cotanta cura. + + Ond io: Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider chio fei; + ma pi dammirazion vo che ti pigli. + + Questi che guida in alto li occhi miei, + quel Virgilio dal qual tu togliesti + forte a cantar de li uomini e di di. + + Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti. + + Gi sinchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: Frate, + non far, ch tu se ombra e ombra vedi. + + Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate + comprender de lamor cha te mi scalda, + quand io dismento nostra vanitate, + + trattando lombre come cosa salda. + + + + Purgatorio Canto XXII + + + Gi era langel dietro a noi rimaso, + langel che navea vlti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + + e quei channo a giustizia lor disiro + detto navea beati, e le sue voci + con sitiunt, sanz altro, ci forniro. + + E io pi lieve che per laltre foci + mandava, s che sanz alcun labore + seguiva in s li spiriti veloci; + + quando Virgilio incominci: Amore, + acceso di virt, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + + onde da lora che tra noi discese + nel limbo de lo nferno Giovenale, + che la tua affezion mi f palese, + + mia benvoglienza inverso te fu quale + pi strinse mai di non vista persona, + s chor mi parran corte queste scale. + + Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurt mallarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + + come pot trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?. + + Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + Ogne tuo dir damor m caro cenno. + + Veramente pi volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + + La tua dimanda tuo creder mavvera + esser chi fossi avaro in laltra vita, + forse per quella cerchia dov io era. + + Or sappi chavarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + + E se non fosse chio drizzai mia cura, + quand io intesi l dove tu chiame, + crucciato quasi a lumana natura: + + Per che non reggi tu, o sacra fame + de loro, lappetito de mortali?, + voltando sentirei le giostre grame. + + Allor maccorsi che troppo aprir lali + potean le mani a spendere, e pentemi + cos di quel come de li altri mali. + + Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie l penter vivendo e ne li stremi! + + E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + + per, sio son tra quella gente stato + che piange lavarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m incontrato. + + Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta, + disse l cantor de buccolici carmi, + + per quello che Cl teco l tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + + Se cos , qual sole o quai candele + ti stenebraron s, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?. + + Ed elli a lui: Tu prima minvasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio malluminasti. + + Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e s non giova, + ma dopo s fa le persone dotte, + + quando dicesti: Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progene scende da ciel nova. + + Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perch veggi mei ci chio disegno, + a colorare stender la mano. + + Gi era l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de letterno regno; + + e la parola tua sopra toccata + si consonava a nuovi predicanti; + ond io a visitarli presi usata. + + Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + + e mentre che di l per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + + E pria chio conducessi i Greci a fiumi + di Tebe poetando, ebb io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fumi, + + lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi f pi che l quarto centesmo. + + Tu dunque, che levato hai il coperchio + che mascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + + dimmi dov Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico. + + Costoro e Persio e io e altri assai, + rispuose il duca mio, siam con quel Greco + che le Muse lattar pi chaltri mai, + + nel primo cinghio del carcere cieco; + spesse fate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + + Euripide v nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri pie + Greci che gi di lauro ornar la fronte. + + Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Defile e Argia, + e Ismene s trista come fue. + + Vdeisi quella che mostr Langia; + vvi la figlia di Tiresia, e Teti, + e con le suore sue Dedamia. + + Tacevansi ambedue gi li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + + e gi le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in s lardente corno, + + quando il mio duca: Io credo cha lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo. + + Cos lusanza fu l nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per lassentir di quell anima degna. + + Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + cha poetar mi davano intelletto. + + Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + + e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, cos quello in giuso, + cred io, perch persona s non vada. + + Dal lato onde l cammin nostro era chiuso, + cadea de lalta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + + Li due poeti a lalber sappressaro; + e una voce per entro le fronde + grid: Di questo cibo avrete caro. + + Poi disse: Pi pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + cha la sua bocca, chor per voi risponde. + + E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon dacqua; e Danello + dispregi cibo e acquist savere. + + Lo secol primo, quant oro fu bello, + f savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + + Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per chelli gloroso e tanto grande + + quanto per lo Vangelio v aperto. + + + + Purgatorio Canto XXIII + + + Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava o s come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + + lo pi che padre mi dicea: Figliuole, + vienne oramai, ch l tempo che n imposto + pi utilmente compartir si vuole. + + Io volsi l viso, e l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan se, + che landar mi facean di nullo costo. + + Ed ecco piangere e cantar sude + Laba ma, Domine per modo + tal, che diletto e doglia parture. + + O dolce padre, che quel chi odo?, + comincia io; ed elli: Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo. + + S come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + + cos di retro a noi, pi tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + danime turba tacita e devota. + + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema + che da lossa la pelle sinformava. + + Non credo che cos a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando pi nebbe tema. + + Io dicea fra me stesso pensando: Ecco + la gente che perd Ierusalemme, + quando Maria nel figlio di di becco! + + Parean locchiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge omo + ben avria quivi conosciuta lemme. + + Chi crederebbe che lodor dun pomo + s governasse, generando brama, + e quel dunacqua, non sappiendo como? + + Gi era in ammirar che s li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + + ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi unombra e guard fiso; + poi grid forte: Qual grazia m questa?. + + Mai non lavrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + ci che laspetto in s avea conquiso. + + Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + + Deh, non contendere a lasciutta scabbia + che mi scolora, pregava, la pelle, + n a difetto di carne chio abbia; + + ma dimmi il ver di te, d chi son quelle + due anime che l ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!. + + La faccia tua, chio lagrimai gi morta, + mi d di pianger mo non minor doglia, + rispuos io lui, veggendola s torta. + + Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia; + non mi far dir mentr io mi maraviglio, + ch mal pu dir chi pien daltra voglia. + + Ed elli a me: De letterno consiglio + cade vert ne lacqua e ne la pianta + rimasa dietro ond io s massottiglio. + + Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e n sete qui si rif santa. + + Di bere e di mangiar naccende cura + lodor chesce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + + E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + + ch quella voglia a li alberi ci mena + che men Cristo lieto a dire El, + quando ne liber con la sua vena. + + E io a lui: Forese, da quel d + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinqu anni non son vlti infino a qui. + + Se prima fu la possa in te finita + di peccar pi, che sovvenisse lora + del buon dolor cha Dio ne rimarita, + + come se tu qua s venuto ancora? + Io ti credea trovar l gi di sotto, + dove tempo per tempo si ristora. + + Ond elli a me: S tosto mha condotto + a ber lo dolce assenzo di martri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + + Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto mha de la costa ove saspetta, + e liberato mha de li altri giri. + + Tanto a Dio pi cara e pi diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare pi soletta; + + ch la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue pi pudica + che la Barbagia dov io la lasciai. + + O dolce frate, che vuo tu chio dica? + Tempo futuro m gi nel cospetto, + cui non sar quest ora molto antica, + + nel qual sar in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + landar mostrando con le poppe il petto. + + Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + + Ma se le svergognate fosser certe + di quel che l ciel veloce loro ammanna, + gi per urlare avrian le bocche aperte; + + ch, se lantiveder qui non minganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + + Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira l dove l sol veli. + + Per chio a lui: Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + + Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda + vi si mostr la suora di colui, + + e l sol mostrai; costui per la profonda + notte menato mha di veri morti + con questa vera carne che l seconda. + + Indi mhan tratto s li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che l mondo fece torti. + + Tanto dice di farmi sua compagna + che io sar l dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + + Virgilio questi che cos mi dice, + e additalo; e quest altro quell ombra + per cu scosse dianzi ogne pendice + + lo vostro regno, che da s lo sgombra. + + + + Purgatorio Canto XXIV + + + N l dir landar, n landar lui pi lento + facea, ma ragionando andavam forte, + s come nave pinta da buon vento; + + e lombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + + E io, continando al mio sermone, + dissi: Ella sen va s forse pi tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + + Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda; + dimmi sio veggio da notar persona + tra questa gente che s mi riguarda. + + La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse pi, trunfa lieta + ne lalto Olimpo gi di sua corona. + + S disse prima; e poi: Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch s munta + nostra sembianza via per la deta. + + Questi, e mostr col dito, Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di l da lui pi che laltre trapunta + + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + languille di Bolsena e la vernaccia. + + Molti altri mi nom ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + s chio per non vidi un atto bruno. + + Vidi per fame a vto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pastur col rocco molte genti. + + Vidi messer Marchese, chebbe spazio + gi di bere a Forl con men secchezza, + e s fu tal, che non si sent sazio. + + Ma come fa chi guarda e poi sapprezza + pi dun che daltro, fei a quel da Lucca, + che pi parea di me aver contezza. + + El mormorava; e non so che Gentucca + sentiv io l, ov el sentia la piaga + de la giustizia che s li pilucca. + + O anima, diss io, che par s vaga + di parlar meco, fa s chio tintenda, + e te e me col tuo parlare appaga. + + Femmina nata, e non porta ancor benda, + cominci el, che ti far piacere + la mia citt, come chom la riprenda. + + Tu te nandrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + + Ma d si veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + Donne chavete intelletto damore. + + E io a lui: I mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + che ditta dentro vo significando. + + O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo + che l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo chi odo! + + Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + + e qual pi a gradire oltre si mette, + non vede pi da luno a laltro stilo; + e, quasi contentato, si tacette. + + Come li augei che vernan lungo l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan pi a fretta e vanno in filo, + + cos tutta la gente che l era, + volgendo l viso, raffrett suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + + E come luom che di trottare lasso, + lascia andar li compagni, e s passeggia + fin che si sfoghi laffollar del casso, + + s lasci trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: Quando fia chio ti riveggia?. + + Non so, rispuos io lui, quant io mi viva; + ma gi non fa il tornar mio tantosto, + chio non sia col voler prima a la riva; + + per che l loco u fui a viver posto, + di giorno in giorno pi di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto. + + Or va, diss el; che quei che pi nha colpa, + vegg o a coda duna bestia tratto + inver la valle ove mai non si scolpa. + + La bestia ad ogne passo va pi ratto, + crescendo sempre, fin chella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + + Non hanno molto a volger quelle ruote, + e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro + ci che l mio dir pi dichiarar non puote. + + Tu ti rimani omai; ch l tempo caro + in questo regno, s chio perdo troppo + venendo teco s a paro a paro. + + Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + + tal si part da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo s gran marescalchi. + + E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + + parvermi i rami gravidi e vivaci + dun altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora vlto in laci. + + Vidi gente sott esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani + + che pregano, e l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + + Poi si part s come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + + Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno pi s che fu morso da Eva, + e questa pianta si lev da esso. + + S tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + + Ricordivi, dicea, di maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Teso combatter co doppi petti; + + e de li Ebrei chal ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver Madan discese i colli. + + S accostati a lun di due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite gi da miseri guadagni. + + Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e pi ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + + Che andate pensando s voi sol tre?. + sbita voce disse; ond io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + + Drizzai la testa per veder chi fossi; + e gi mai non si videro in fornace + vetri o metalli s lucenti e rossi, + + com io vidi un che dicea: Sa voi piace + montare in s, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace. + + Laspetto suo mavea la vista tolta; + per chio mi volsi dietro a miei dottori, + com om che va secondo chelli ascolta. + + E quale, annunziatrice de li albori, + laura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da lerba e da fiori; + + tal mi senti un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti mover la piuma, + che f sentir dambrosa lorezza. + + E senti dir: Beati cui alluma + tanto di grazia, che lamor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + + esurendo sempre quanto giusto!. + + + + Purgatorio Canto XXV + + + Ora era onde l salir non volea storpio; + ch l sole ava il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + + per che, come fa luom che non saffigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + + cos intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + + E quale il cicognin che leva lala + per voglia di volare, e non sattenta + dabbandonar lo nido, e gi la cala; + + tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a latto + che fa colui cha dicer sargomenta. + + Non lasci, per landar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: Scocca + larco del dir, che nfino al ferro hai tratto. + + Allor sicuramente apri la bocca + e cominciai: Come si pu far magro + l dove luopo di nodrir non tocca?. + + Se tammentassi come Meleagro + si consum al consumar dun stizzo, + non fora, disse, a te questo s agro; + + e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + ci che par duro ti parrebbe vizzo. + + Ma perch dentro a tuo voler tadage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage. + + Se la veduta etterna li dislego, + rispuose Stazio, l dove tu sie, + discolpi me non potert io far nego. + + Poi cominci: Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + + Sangue perfetto, che poi non si beve + da lassetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + + prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + cha farsi quelle per le vene vane. + + Ancor digesto, scende ov pi bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr altrui sangue in natural vasello. + + Ivi saccoglie luno e laltro insieme, + lun disposto a patire, e laltro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + + e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + ci che per sua matera f constare. + + Anima fatta la virtute attiva + qual duna pianta, in tanto differente, + che questa in via e quella gi a riva, + + tanto ovra poi, che gi si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond semente. + + Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virt ch dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + + Ma come danimal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest tal punto, + che pi savio di te f gi errante, + + s che per sua dottrina f disgiunto + da lanima il possibile intelletto, + perch da lui non vide organo assunto. + + Apri a la verit che viene il petto; + e sappi che, s tosto come al feto + larticular del cerebro perfetto, + + lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant arte di natura, e spira + spirito novo, di vert repleto, + + che ci che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi unalma sola, + che vive e sente e s in s rigira. + + E perch meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a lomor che de la vite cola. + + Quando Lchesis non ha pi del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e lumano e l divino: + + laltre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto pi che prima agute. + + Sanza restarsi, per s stessa cade + mirabilmente a luna de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + + Tosto che loco l la circunscrive, + la virt formativa raggia intorno + cos e quanto ne le membra vive. + + E come laere, quand ben porno, + per laltrui raggio che n s si reflette, + di diversi color diventa addorno; + + cos laere vicin quivi si mette + e in quella forma ch in lui suggella + virtalmente lalma che ristette; + + e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco l vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + + Per che quindi ha poscia sua paruta, + chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + + Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + + Secondo che ci affliggono i disiri + e li altri affetti, lombra si figura; + e quest la cagion di che tu miri. + + E gi venuto a lultima tortura + sera per noi, e vlto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + + ond ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io tema l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + + Lo duca mio dicea: Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + per cherrar potrebbesi per poco. + + Summae Deus clementae nel seno + al grande ardore allora udi cantando, + che di volger mi f caler non meno; + + e vidi spirti per la fiamma andando; + per chio guardava a loro e a miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + + Appresso il fine cha quell inno fassi, + gridavano alto: Virum non cognosco; + indi ricominciavan linno bassi. + + Finitolo, anco gridavano: Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tsco. + + Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + + E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + + che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + + Purgatorio Canto XXVI + + + Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro, + ce nandavamo, e spesso il buon maestro + diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro; + + feriami il sole in su lomero destro, + che gi, raggiando, tutto loccidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + + e io facea con lombra pi rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt ombre, andando, poner mente. + + Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: Colui non par corpo fittizio; + + poi verso me, quanto potan farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + + O tu che vai, non per esser pi tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che n sete e n foco ardo. + + N solo a me la tua risposta uopo; + ch tutti questi nhanno maggior sete + che dacqua fredda Indo o Etopo. + + Dinne com che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete. + + S mi parlava un dessi; e io mi fora + gi manifesto, sio non fossi atteso + ad altra novit chapparve allora; + + ch per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + + L veggio dogne parte farsi presta + ciascun ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + + cos per entro loro schiera bruna + sammusa luna con laltra formica, + forse a spar lor via e lor fortuna. + + Tosto che parton laccoglienza amica, + prima che l primo passo l trascorra, + sopragridar ciascuna saffatica: + + la nova gente: Soddoma e Gomorra; + e laltra: Ne la vacca entra Pasife, + perch l torello a sua lussuria corra. + + Poi, come grue cha le montagne Rife + volasser parte, e parte inver larene, + queste del gel, quelle del sole schife, + + luna gente sen va, laltra sen vene; + e tornan, lagrimando, a primi canti + e al gridar che pi lor si convene; + + e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che mavean pregato, + attenti ad ascoltar ne lor sembianti. + + Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: O anime sicure + daver, quando che sia, di pace stato, + + non son rimase acerbe n mature + le membra mie di l, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + + Quinci s vo per non esser pi cieco; + donna di sopra che macquista grazia, + per che l mortal per vostro mondo reco. + + Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, s che l ciel valberghi + ch pien damore e pi ampio si spazia, + + ditemi, acci chancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi quella turba + che se ne va di retro a vostri terghi. + + Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico sinurba, + + che ciascun ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto sattuta, + + Beato te, che de le nostre marche, + ricominci colei che pria minchiese, + per morir meglio, esperenza imbarche! + + La gente che non vien con noi, offese + di ci per che gi Cesar, trunfando, + Regina contra s chiamar sintese: + + per si parton Soddoma gridando, + rimproverando a s com hai udito, + e aiutan larsura vergognando. + + Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perch non servammo umana legge, + seguendo come bestie lappetito, + + in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che simbesti ne le mbestiate schegge. + + Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo saper chi semo, + tempo non di dire, e non saprei. + + Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo + per ben dolermi prima cha lo stremo. + + Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec io, ma non a tanto insurgo, + + quand io odo nomar s stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime damore usar dolci e leggiadre; + + e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fata rimirando lui, + n, per lo foco, in l pi mappressai. + + Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto moffersi pronto al suo servigio + con laffermar che fa credere altrui. + + Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio, + per quel chi odo, in me, e tanto chiaro, + che Let nol pu trre n far bigio. + + Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar davermi caro. + + E io a lui: Li dolci detti vostri, + che, quanto durer luso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri. + + O frate, disse, questi chio ti cerno + col dito, e addit un spirto innanzi, + fu miglior fabbro del parlar materno. + + Versi damore e prose di romanzi + soverchi tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemos credon chavanzi. + + A voce pi chal ver drizzan li volti, + e cos ferman sua oppinone + prima charte o ragion per lor sascolti. + + Cos fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che lha vinto il ver con pi persone. + + Or se tu hai s ampio privilegio, + che licito ti sia landare al chiostro + nel quale Cristo abate del collegio, + + falli per me un dir dun paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non pi nostro. + + Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per lacqua il pesce andando al fondo. + + Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi chal suo nome il mio disire + apparecchiava grazoso loco. + + El cominci liberamente a dire: + Tan mabellis vostre cortes deman, + quieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi quesper, denan. + + Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de lescalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!. + + Poi sascose nel foco che li affina. + + + + Purgatorio Canto XXVII + + + S come quando i primi raggi vibra + l dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto lalta Libra, + + e londe in Gange da nona rarse, + s stava il sole; onde l giorno sen giva, + come langel di Dio lieto ci apparse. + + Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava Beati mundo corde! + in voce assai pi che la nostra viva. + + Poscia Pi non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di l non siate sorde, + + ci disse come noi li fummo presso; + per chio divenni tal, quando lo ntesi, + qual colui che ne la fossa messo. + + In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi gi veduti accesi. + + Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: Figliuol mio, + qui pu esser tormento, ma non morte. + + Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Geron ti guidai salvo, + che far ora presso pi a Dio? + + Credi per certo che se dentro a lalvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far dun capel calvo. + + E se tu forse credi chio tinganni, + fatti ver lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo di tuoi panni. + + Pon gi omai, pon gi ogne temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!. + E io pur fermo e contra coscenza. + + Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: Or vedi, figlio: + tra Batrice e te questo muro. + + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che l gelso divent vermiglio; + + cos, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + + Ond ei croll la fronte e disse: Come! + volenci star di qua?; indi sorrise + come al fanciul si fa ch vinto al pome. + + Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + + S com fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant era ivi lo ncendio sanza metro. + + Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi. + + Guidavaci una voce che cantava + di l; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor l ove si montava. + + Venite, benedicti Patris mei, + son dentro a un lume che l era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + + Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera; + non varrestate, ma studiate il passo, + mentre che loccidente non si annera. + + Dritta salia la via per entro l sasso + verso tal parte chio toglieva i raggi + dinanzi a me del sol chera gi basso. + + E di pochi scaglion levammo i saggi, + che l sol corcar, per lombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + + E pria che n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto duno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + + ciascun di noi dun grado fece letto; + ch la natura del monte ci affranse + la possa del salir pi e l diletto. + + Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + + tacite a lombra, mentre che l sol ferve, + guardate dal pastor, che n su la verga + poggiato s e lor di posa serve; + + e quale il mandran che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perch fiera non lo sperga; + + tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi dalta grotta. + + Poco parer potea l del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e pi chiare e maggiori. + + S ruminando e s mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che l fatto sia, sa le novelle. + + Ne lora, credo, che de lorente + prima raggi nel monte Citerea, + che di foco damor par sempre ardente, + + giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + + Sappia qualunque il mio nome dimanda + chi mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + + Per piacermi a lo specchio, qui maddorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + + Ell di suoi belli occhi veder vaga + com io de laddornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me lovrare appaga. + + E gi per li splendori antelucani, + che tanto a pellegrin surgon pi grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + + le tenebre fuggian da tutti lati, + e l sonno mio con esse; ond io levami, + veggendo i gran maestri gi levati. + + Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de mortali, + oggi porr in pace le tue fami. + + Virgilio inverso me queste cotali + parole us; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + + Tanto voler sopra voler mi venne + de lesser s, chad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + + Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su l grado superno, + in me ficc Virgilio li occhi suoi, + + e disse: Il temporal foco e letterno + veduto hai, figlio; e se venuto in parte + dov io per me pi oltre non discerno. + + Tratto tho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se de lerte vie, fuor se de larte. + + Vedi lo sol che n fronte ti riluce; + vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da s produce. + + Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + + Non aspettar mio dir pi n mio cenno; + libero, dritto e sano tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + + per chio te sovra te corono e mitrio. + + + + Purgatorio Canto XXVIII + + + Vago gi di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + cha li occhi temperava il novo giorno, + + sanza pi aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che dogne parte auliva. + + Unaura dolce, sanza mutamento + avere in s, mi feria per la fronte + non di pi colpo che soave vento; + + per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u la prim ombra gitta il santo monte; + + non per dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser doperare ogne lor arte; + + ma con piena letizia lore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + + tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su l lito di Chiassi, + quand olo scilocco fuor discioglie. + + Gi mavean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, chio + non potea rivedere ond io mi ntrassi; + + ed ecco pi andar mi tolse un rio, + che nver sinistra con sue picciole onde + piegava lerba che n sua ripa usco. + + Tutte lacque che son di qua pi monde, + parrieno avere in s mistura alcuna + verso di quella, che nulla nasconde, + + avvegna che si mova bruna bruna + sotto lombra perpeta, che mai + raggiar non lascia sole ivi n luna. + + Coi pi ristetti e con li occhi passai + di l dal fiumicello, per mirare + la gran varazion di freschi mai; + + e l mapparve, s com elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + + una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond era pinta tutta la sua via. + + Deh, bella donna, che a raggi damore + ti scaldi, si vo credere a sembianti + che soglion esser testimon del core, + + vegnati in voglia di trarreti avanti, + diss io a lei, verso questa rivera, + tanto chio possa intender che tu canti. + + Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera. + + Come si volge, con le piante strette + a terra e intra s, donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + + volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + + e fece i prieghi miei esser contenti, + s appressando s, che l dolce suono + veniva a me co suoi intendimenti. + + Tosto che fu l dove lerbe sono + bagnate gi da londe del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + + Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + + Ella ridea da laltra riva dritta, + trattando pi color con le sue mani, + che lalta terra sanza seme gitta. + + Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, l ve pass Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + + pi odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch allor non saperse. + + Voi siete nuovi, e forse perch io rido, + cominci ella, in questo luogo eletto + a lumana natura per suo nido, + + maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + + E tu che se dinanzi e mi pregasti, + d saltro vuoli udir; chi venni presta + ad ogne tua question tanto che basti. + + Lacqua, diss io, e l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa chio udi contraria a questa. + + Ond ella: Io dicer come procede + per sua cagion ci chammirar ti face, + e purgher la nebbia che ti fiede. + + Lo sommo Ben, che solo esso a s piace, + f luom buono e a bene, e questo loco + diede per arr a lui detterna pace. + + Per sua difalta qui dimor poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambi onesto riso e dolce gioco. + + Perch l turbar che sotto da s fanno + lessalazion de lacqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + + a luomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salo verso l ciel tanto, + e libero n dindi ove si serra. + + Or perch in circuito tutto quanto + laere si volge con la prima volta, + se non li rotto il cerchio dalcun canto, + + in questa altezza ch tutta disciolta + ne laere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch folta; + + e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute laura impregna + e quella poi, girando, intorno scuote; + + e laltra terra, secondo ch degna + per s e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virt diverse legna. + + Non parrebbe di l poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi sappiglia. + + E saper dei che la campagna santa + dove tu se, dogne semenza piena, + e frutto ha in s che di l non si schianta. + + Lacqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume chacquista e perde lena; + + ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant ella versa da due parti aperta. + + Da questa parte con virt discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da laltra dogne ben fatto la rende. + + Quinci Let; cos da laltro lato + Eno si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non gustato: + + a tutti altri sapori esto di sopra. + E avvegna chassai possa esser sazia + la sete tua perch io pi non ti scuopra, + + darotti un corollario ancor per grazia; + n credo che l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + + Quelli chanticamente poetaro + let de loro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + + Qui fu innocente lumana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare questo di che ciascun dice. + + Io mi rivolsi n dietro allora tutto + a miei poeti, e vidi che con riso + udito avan lultimo costrutto; + + poi a la bella donna torna il viso. + + + + Purgatorio Canto XXIX + + + Cantando come donna innamorata, + contin col fin di sue parole: + Beati quorum tecta sunt peccata!. + + E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + + allor si mosse contra l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + + Non eran cento tra suoi passi e miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo cha levante mi rendei. + + N ancor fu cos nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: Frate mio, guarda e ascolta. + + Ed ecco un lustro sbito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + + Ma perch l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, pi e pi splendeva, + nel mio pensier dicea: Che cosa questa?. + + E una melodia dolce correva + per laere luminoso; onde buon zelo + mi f riprender lardimento dEva, + + che l dove ubidia la terra e l cielo, + femmina, sola e pur test formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + + sotto l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e pi lunga fata. + + Mentr io mandava tra tante primizie + de letterno piacer tutto sospeso, + e disoso ancora a pi letizie, + + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si f laere sotto i verdi rami; + e l dolce suon per canti era gi inteso. + + O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona chio merc vi chiami. + + Or convien che Elicona per me versi, + e Urane maiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + + Poco pi oltre, sette alberi doro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo chera ancor tra noi e loro; + + ma quand i fui s presso di lor fatto, + che lobietto comun, che l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + + la virt cha ragion discorso ammanna, + s com elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare Osanna. + + Di sopra fiammeggiava il bello arnese + pi chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + + Io mi rivolsi dammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + + Indi rendei laspetto a lalte cose + che si movieno incontr a noi s tardi, + che foran vinte da novelle spose. + + La donna mi sgrid: Perch pur ardi + s ne laffetto de le vive luci, + e ci che vien di retro a lor non guardi?. + + Genti vid io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua gi mai non fuci. + + Lacqua imprenda dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + sio riguardava in lei, come specchio anco. + + Quand io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + + e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a s laere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + + s che l sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa larco il Sole e Delia il cinto. + + Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + + Sotto cos bel ciel com io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + + Tutti cantavan: Benedicta tue + ne le figlie dAdamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!. + + Poscia che i fiori e laltre fresche erbette + a rimpetto di me da laltra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + + s come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + + Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene docchi; e li occhi dArgo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + + A descriver lor forme pi non spargo + rime, lettor; chaltra spesa mi strigne, + tanto cha questa non posso esser largo; + + ma leggi Ezechel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + + e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo cha le penne + Giovanni meco e da lui si diparte. + + Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, trunfale, + chal collo dun grifon tirato venne. + + Esso tendeva in s luna e laltra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + s cha nulla, fendendo, facea male. + + Tanto salivan che non eran viste; + le membra doro avea quant era uccello, + e bianche laltre, di vermiglio miste. + + Non che Roma di carro cos bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + + quel del Sol che, svando, fu combusto + per lorazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + + Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; luna tanto rossa + cha pena fora dentro al foco nota; + + laltr era come se le carni e lossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve test mossa; + + e or paran da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + laltre toglien landare e tarde e ratte. + + Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + duna di lor chavea tre occhi in testa. + + Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + + Lun si mostrava alcun de famigliari + di quel sommo Ipocrte che natura + a li animali f chell ha pi cari; + + mostrava laltro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi f paura. + + Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + + E questi sette col primaio stuolo + erano abitati, ma di gigli + dintorno al capo non facan brolo, + + anzi di rose e daltri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da cigli. + + E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon sud, e quelle genti degne + parvero aver landar pi interdetto, + + fermandosi ivi con le prime insegne. + + + + Purgatorio Canto XXX + + + Quando il settentron del primo cielo, + che n occaso mai seppe n orto + n daltra nebbia che di colpa velo, + + e che faceva l ciascun accorto + di suo dover, come l pi basso face + qual temon gira per venire a porto, + + fermo saffisse: la gente verace, + venuta prima tra l grifone ed esso, + al carro volse s come a sua pace; + + e un di loro, quasi da ciel messo, + Veni, sponsa, de Libano cantando + grid tre volte, e tutti li altri appresso. + + Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + + cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + + Tutti dicean: Benedictus qui venis!, + e fior gittando e di sopra e dintorno, + Manibus, oh, date lila plenis!. + + Io vidi gi nel cominciar del giorno + la parte orental tutta rosata, + e laltro ciel di bel sereno addorno; + + e la faccia del sol nascere ombrata, + s che per temperanza di vapori + locchio la sostenea lunga fata: + + cos dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in gi dentro e di fori, + + sovra candido vel cinta duliva + donna mapparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + + E lo spirito mio, che gi cotanto + tempo era stato cha la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + + sanza de li occhi aver pi conoscenza, + per occulta virt che da lei mosse, + dantico amor sent la gran potenza. + + Tosto che ne la vista mi percosse + lalta virt che gi mavea trafitto + prima chio fuor di perizia fosse, + + volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli afflitto, + + per dicere a Virgilio: Men che dramma + di sangue m rimaso che non tremi: + conosco i segni de lantica fiamma. + + Ma Virgilio navea lasciati scemi + di s, Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute diemi; + + n quantunque perdeo lantica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + + Dante, perch Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non piangere ancora; + ch pianger ti conven per altra spada. + + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far lincora; + + in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessit qui si registra, + + vidi la donna che pria mappario + velata sotto langelica festa, + drizzar li occhi ver me di qua dal rio. + + Tutto che l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + + regalmente ne latto ancor proterva + contin come colui che dice + e l pi caldo parlar dietro reserva: + + Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti daccedere al monte? + non sapei tu che qui luom felice?. + + Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a lerba, + tanta vergogna mi grav la fronte. + + Cos la madre al figlio par superba, + com ella parve a me; perch damaro + sente il sapor de la pietade acerba. + + Ella si tacque; e li angeli cantaro + di sbito In te, Domine, speravi; + ma oltre pedes meos non passaro. + + S come neve tra le vive travi + per lo dosso dItalia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + + poi, liquefatta, in s stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + s che par foco fonder la candela; + + cos fui sanza lagrime e sospiri + anzi l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + + ma poi che ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: Donna, perch s lo stempre?, + + lo gel che mera intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi usc del petto. + + Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole cos poscia: + + Voi vigilate ne letterno die, + s che notte n sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + + onde la mia risposta con pi cura + che mintenda colui che di l piagne, + perch sia colpa e duol duna misura. + + Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + + ma per larghezza di grazie divine, + che s alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste l non van vicine, + + questi fu tal ne la sua vita nova + virtalmente, chogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + + Ma tanto pi maligno e pi silvestro + si fa l terren col mal seme e non clto, + quant elli ha pi di buon vigor terrestro. + + Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte vlto. + + S tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + + Quando di carne a spirto era salita, + e bellezza e virt cresciuta mera, + fu io a lui men cara e men gradita; + + e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + + N limpetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai: s poco a lui ne calse! + + Tanto gi cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran gi corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + + Per questo visitai luscio di morti, + e a colui che lha qua s condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + + Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Let si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + + di pentimento che lagrime spanda. + + + + Purgatorio Canto XXXI + + + O tu che se di l dal fiume sacro, + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio mera paruto acro, + + ricominci, seguendo sanza cunta, + d, d se questo vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta. + + Era la mia virt tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + + Poco sofferse; poi disse: Che pense? + Rispondi a me; ch le memorie triste + in te non sono ancor da lacqua offense. + + Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal s fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + + Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa, la sua corda e larco, + e con men foga lasta il segno tocca, + + s scoppia io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allent per lo suo varco. + + Ond ella a me: Per entro i mie disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di l dal qual non a che saspiri, + + quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti cos spogliar la spene? + + E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?. + + Dopo la tratta dun sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + + Piangendo dissi: Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che l vostro viso si nascose. + + Ed ella: Se tacessi o se negassi + ci che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + + Ma quando scoppia de la propria gota + laccusa del peccato, in nostra corte + rivolge s contra l taglio la rota. + + Tuttavia, perch mo vergogna porte + del tuo errore, e perch altra volta, + udendo le serene, sie pi forte, + + pon gi il seme del piangere e ascolta: + s udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + + Mai non tappresent natura o arte + piacer, quanto le belle membra in chio + rinchiusa fui, e che so n terra sparte; + + e se l sommo piacer s ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + + Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era pi tale. + + Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar pi colpo, o pargoletta + o altra novit con s breve uso. + + Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi di pennuti + rete si spiega indarno o si saetta. + + Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e s riconoscendo e ripentuti, + + tal mi stav io; ed ella disse: Quando + per udir se dolente, alza la barba, + e prenderai pi doglia riguardando. + + Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + + chio non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de largomento. + + E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro asperson locchio comprese; + + e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch sola una persona in due nature. + + Sotto l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi pi s stessa antica, + vincer che laltre qui, quand ella cera. + + Di penter s mi punse ivi lortica, + che di tutte altre cose qual mi torse + pi nel suo amor, pi mi si f nemica. + + Tanta riconoscenza il cor mi morse, + chio caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + + Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi, + la donna chio avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!. + + Tratto mavea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso lacqua lieve come scola. + + Quando fui presso a la beata riva, + Asperges me s dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non chio lo scriva. + + La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne chio lacqua inghiottissi. + + Indi mi tolse, e bagnato mofferse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + + Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di l, che miran pi profondo. + + Cos cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + + Disser: Fa che le viste non risparmi; + posto tavem dinanzi a li smeraldi + ond Amor gi ti trasse le sue armi. + + Mille disiri pi che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra l grifone stavan saldi. + + Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + + Pensa, lettor, sio mi maravigliava, + quando vedea la cosa in s star queta, + e ne lidolo suo si trasmutava. + + Mentre che piena di stupore e lieta + lanima mia gustava di quel cibo + che, saziando di s, di s asseta, + + s dimostrando di pi alto tribo + ne li atti, laltre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + + Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi, + era la sua canzone, al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + + Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, s che discerna + la seconda bellezza che tu cele. + + O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto lombra + s di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + + che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + l dove armonizzando il ciel tadombra, + + quando ne laere aperto ti solvesti? + + + + Purgatorio Canto XXXII + + + Tant eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi meran tutti spenti. + + Ed essi quinci e quindi avien parete + di non calercos lo santo riso + a s trali con lantica rete!; + + quando per forza mi fu vlto il viso + ver la sinistra mia da quelle dee, + perch io udi da loro un Troppo fiso!; + + e la disposizion cha veder e + ne li occhi pur test dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fe. + + Ma poi chal poco il viso riformossi + (e dico al poco per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + + vidi n sul braccio destro esser rivolto + lo gloroso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + + Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e s gira col segno, + prima che possa tutta in s mutarsi; + + quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + + Indi a le rote si tornar le donne, + e l grifon mosse il benedetto carco + s, che per nulla penna crollonne. + + La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che f lorbita sua con minore arco. + + S passeggiando lalta selva vta, + colpa di quella chal serpente crese, + temprava i passi unangelica nota. + + Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Batrice scese. + + Io senti mormorare a tutti Adamo; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e daltra fronda in ciascun ramo. + + La coma sua, che tanto si dilata + pi quanto pi s, fora da lIndi + ne boschi lor per altezza ammirata. + + Beato se, grifon, che non discindi + col becco desto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi. + + Cos dintorno a lalbero robusto + gridaron li altri; e lanimal binato: + S si conserva il seme dogne giusto. + + E vlto al temo chelli avea tirato, + trasselo al pi de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lasci legato. + + Come le nostre piante, quando casca + gi la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + + turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + + men che di rose e pi che di vole + colore aprendo, sinnov la pianta, + che prima avea le ramora s sole. + + Io non lo ntesi, n qui non si canta + linno che quella gente allor cantaro, + n la nota soffersi tutta quanta. + + Sio potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar cost s caro; + + come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com io maddormentai; + ma qual vuol sia che lassonnar ben finga. + + Per trascorro a quando mi svegliai, + e dico chun splendor mi squarci l velo + del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?. + + Quali a veder de fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpete nozze fa nel cielo, + + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + + e videro scemata loro scuola + cos di Mos come dElia, + e al maestro suo cangiata stola; + + tal torna io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de miei passi lungo l fiume pria. + + E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?. + Ond ella: Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + + Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo l grifon sen vanno suso + con pi dolce canzone e pi profonda. + + E se pi fu lo suo parlar diffuso, + non so, per che gi ne li occhi mera + quella chad altro intender mavea chiuso. + + Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata l del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + + In cerchio le facevan di s claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri dAquilone e dAustro. + + Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo romano. + + Per, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di l, fa che tu scrive. + + Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi + di suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov ella volle diedi. + + Non scese mai con s veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che pi va remoto, + + com io vidi calar luccel di Giove + per lalber gi, rompendo de la scorza, + non che di fiori e de le foglie nove; + + e fer l carro di tutta sua forza; + ond el pieg come nave in fortuna, + vinta da londa, or da poggia, or da orza. + + Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del trunfal veiculo una volpe + che dogne pasto buon parea digiuna; + + ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser lossa sanza polpe. + + Poscia per indi ond era pria venuta, + laguglia vidi scender gi ne larca + del carro e lasciar lei di s pennuta; + + e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce usc del cielo e cotal disse: + O navicella mia, com mal se carca!. + + Poi parve a me che la terra saprisse + trambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro s la coda fisse; + + e come vespa che ritragge lago, + a s traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + + Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + + si ricoperse, e funne ricoperta + e luna e laltra rota e l temo, in tanto + che pi tiene un sospir la bocca aperta. + + Trasformato cos l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra l temo e una in ciascun canto. + + Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + + Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + mapparve con le ciglia intorno pronte; + + e come perch non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e basciavansi insieme alcuna volta. + + Ma perch locchio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagell dal capo infin le piante; + + poi, di sospetto pieno e dira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + + a la puttana e a la nova belva. + + + + Purgatorio Canto XXXIII + + + Deus, venerunt gentes, alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + + e Batrice, sospirosa e pia, + quelle ascoltava s fatta, che poco + pi a la croce si cambi Maria. + + Ma poi che laltre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in p, + rispuose, colorata come foco: + + Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me. + + Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo s, solo accennando, mosse + me e la donna e l savio che ristette. + + Cos sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + + e con tranquillo aspetto Vien pi tosto, + mi disse, tanto che, sio parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto. + + S com io fui, com io dova, seco, + dissemi: Frate, perch non tattenti + a domandarmi omai venendo meco?. + + Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti, + + avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e ci chad essa buono. + + Ed ella a me: Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + s che non parli pi com om che sogna. + + Sappi che l vaso che l serpente ruppe, + fu e non ; ma chi nha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + + Non sar tutto tempo sanza reda + laguglia che lasci le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + + chio veggio certamente, e per il narro, + a darne tempo gi stelle propinque, + secure dogn intoppo e dogne sbarro, + + nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, ancider la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + + E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch a lor modo lo ntelletto attuia; + + ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + + Tu nota; e s come da me son porte, + cos queste parole segna a vivi + del viver ch un correre a la morte. + + E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch or due volte dirubata quivi. + + Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a luso suo la cre santa. + + Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e pi lanima prima + bram colui che l morso in s punio. + + Dorme lo ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e s travolta ne la cima. + + E se stati non fossero acqua dElsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e l piacer loro un Piramo a la gelsa, + + per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne linterdetto, + conosceresti a larbor moralmente. + + Ma perch io veggio te ne lo ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + s che tabbaglia il lume del mio detto, + + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto. + + E io: S come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato or da voi lo mio cervello. + + Ma perch tanto sovra mia veduta + vostra parola disata vola, + che pi la perde quanto pi saiuta?. + + Perch conoschi, disse, quella scuola + chai seguitata, e veggi sua dottrina + come pu seguitar la mia parola; + + e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che pi alto festina. + + Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda + chi stranasse me gi mai da voi, + n honne coscenza che rimorda. + + E se tu ricordar non te ne puoi, + sorridendo rispuose, or ti rammenta + come bevesti di Let ancoi; + + e se dal fummo foco sargomenta, + cotesta oblivon chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + + Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude. + + E pi corusco e con pi lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e l, come li aspetti, fassi, + + quando saffisser, s come saffigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + + le sette donne al fin dunombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi lalpe porta. + + Dinanzi ad esse ufrats e Tigri + veder mi parve uscir duna fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + + O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua questa che qui si dispiega + da un principio e s da s lontana?. + + Per cotal priego detto mi fu: Priega + Matelda che l ti dica. E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + + la bella donna: Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che lacqua di Let non gliel nascose. + + E Batrice: Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt ha la mente sua ne li occhi oscura. + + Ma vedi Eno che l diriva: + menalo ad esso, e come tu se usa, + la tramortita sua virt ravviva. + + Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che per segno fuor dischiusa; + + cos, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: Vien con lui. + + Sio avessi, lettor, pi lungo spazio + da scrivere, i pur cantere in parte + lo dolce ber che mai non mavria sazio; + + ma perch piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia pi ir lo fren de larte. + + Io ritornai da la santissima onda + rifatto s come piante novelle + rinovellate di novella fronda, + + puro e disposto a salire a le stelle. + + + + + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + = a grave + = e grave + = i grave + = o grave + = u grave + + = e acute + = o acute + + = a uml + = e uml + = i uml + = o uml + = u uml + + = E grave + = E uml + = I uml + + = left angle quotation mark + = right angle quotation mark + + = left double quotation mark + = right double quotation mark + + = left single quotation mark + = right single quotation mark + + = em dash + + = middot + + . . . = ellipsis + + + + + + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by +Dante Alighieri + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO *** + +***** This file should be named 1010-8.txt or 1010-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/1/0/1/1010/ + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + +Updated editions will replace the previous one--the old editions will +be renamed. + +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United +States without permission and without paying copyright +royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part +of this license, apply to copying and distributing Project +Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm +concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, +and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive +specific permission. If you do not charge anything for copies of this +eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook +for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, +performances and research. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of +the Project Gutenberg License included with this eBook or online at +www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have +to check the laws of the country where you are located before using this ebook. + +Title: La Divina Commedia di Dante: Purgatorio + +Author: Dante Alighieri + +Posting Date: December 8, 2014 [EBook #1010] +Release Date: August, 1997 +First Posted: September 4, 1998 + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO *** + + + + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + + + + + + +</pre> + + +<h1> +<br /><br /><br /> + LA DIVINA COMMEDIA<br /> + di Dante Alighieri<br /> +</h1> + +<h2> +<br /><br /> + PURGATORIO<br /> +</h2> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap01"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto I +</h3> + +<p> + Per correr miglior acque alza le vele<br /> + omai la navicella del mio ingegno,<br /> + che lascia dietro a s mar s crudele;<br /> +</p> + +<p> + e canter di quel secondo regno<br /> + dove lumano spirito si purga<br /> + e di salire al ciel diventa degno.<br /> +</p> + +<p> + Ma qui la morta poes resurga,<br /> + o sante Muse, poi che vostro sono;<br /> + e qui Calop alquanto surga,<br /> +</p> + +<p> + seguitando il mio canto con quel suono<br /> + di cui le Piche misere sentiro<br /> + lo colpo tal, che disperar perdono.<br /> +</p> + +<p> + Dolce color dorental zaffiro,<br /> + che saccoglieva nel sereno aspetto<br /> + del mezzo, puro infino al primo giro,<br /> +</p> + +<p> + a li occhi miei ricominci diletto,<br /> + tosto chio usci fuor de laura morta<br /> + che mavea contristati li occhi e l petto.<br /> +</p> + +<p> + Lo bel pianeto che damar conforta<br /> + faceva tutto rider lorente,<br /> + velando i Pesci cherano in sua scorta.<br /> +</p> + +<p> + I mi volsi a man destra, e puosi mente<br /> + a laltro polo, e vidi quattro stelle<br /> + non viste mai fuor cha la prima gente.<br /> +</p> + +<p> + Goder pareva l ciel di lor fiammelle:<br /> + oh settentronal vedovo sito,<br /> + poi che privato se di mirar quelle!<br /> +</p> + +<p> + Com io da loro sguardo fui partito,<br /> + un poco me volgendo a l altro polo,<br /> + l onde l Carro gi era sparito,<br /> +</p> + +<p> + vidi presso di me un veglio solo,<br /> + degno di tanta reverenza in vista,<br /> + che pi non dee a padre alcun figliuolo.<br /> +</p> + +<p> + Lunga la barba e di pel bianco mista<br /> + portava, a suoi capelli simigliante,<br /> + de quai cadeva al petto doppia lista.<br /> +</p> + +<p> + Li raggi de le quattro luci sante<br /> + fregiavan s la sua faccia di lume,<br /> + chi l vedea come l sol fosse davante.<br /> +</p> + +<p> + Chi siete voi che contro al cieco fiume<br /> + fuggita avete la pregione etterna?,<br /> + diss el, movendo quelle oneste piume.<br /> +</p> + +<p> + Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,<br /> + uscendo fuor de la profonda notte<br /> + che sempre nera fa la valle inferna?<br /> +</p> + +<p> + Son le leggi dabisso cos rotte?<br /> + o mutato in ciel novo consiglio,<br /> + che, dannati, venite a le mie grotte?.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio allor mi di di piglio,<br /> + e con parole e con mani e con cenni<br /> + reverenti mi f le gambe e l ciglio.<br /> +</p> + +<p> + Poscia rispuose lui: Da me non venni:<br /> + donna scese del ciel, per li cui prieghi<br /> + de la mia compagnia costui sovvenni.<br /> +</p> + +<p> + Ma da ch tuo voler che pi si spieghi<br /> + di nostra condizion com ell vera,<br /> + esser non puote il mio che a te si nieghi.<br /> +</p> + +<p> + Questi non vide mai lultima sera;<br /> + ma per la sua follia le fu s presso,<br /> + che molto poco tempo a volger era.<br /> +</p> + +<p> + S com io dissi, fui mandato ad esso<br /> + per lui campare; e non l era altra via<br /> + che questa per la quale i mi son messo.<br /> +</p> + +<p> + Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br /> + e ora intendo mostrar quelli spirti<br /> + che purgan s sotto la tua bala.<br /> +</p> + +<p> + Com io lho tratto, saria lungo a dirti;<br /> + de lalto scende virt che maiuta<br /> + conducerlo a vederti e a udirti.<br /> +</p> + +<p> + Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br /> + libert va cercando, ch s cara,<br /> + come sa chi per lei vita rifiuta.<br /> +</p> + +<p> + Tu l sai, ch non ti fu per lei amara<br /> + in Utica la morte, ove lasciasti<br /> + la vesta chal gran d sar s chiara.<br /> +</p> + +<p> + Non son li editti etterni per noi guasti,<br /> + ch questi vive e Mins me non lega;<br /> + ma son del cerchio ove son li occhi casti<br /> +</p> + +<p> + di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,<br /> + o santo petto, che per tua la tegni:<br /> + per lo suo amore adunque a noi ti piega.<br /> +</p> + +<p> + Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br /> + grazie riporter di te a lei,<br /> + se desser mentovato l gi degni.<br /> +</p> + +<p> + Marza piacque tanto a li occhi miei<br /> + mentre chi fu di l, diss elli allora,<br /> + che quante grazie volse da me, fei.<br /> +</p> + +<p> + Or che di l dal mal fiume dimora,<br /> + pi muover non mi pu, per quella legge<br /> + che fatta fu quando me nusci fora.<br /> +</p> + +<p> + Ma se donna del ciel ti move e regge,<br /> + come tu di, non c mestier lusinghe:<br /> + bastisi ben che per lei mi richegge.<br /> +</p> + +<p> + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br /> + dun giunco schietto e che li lavi l viso,<br /> + s chogne sucidume quindi stinghe;<br /> +</p> + +<p> + ch non si converria, locchio sorpriso<br /> + dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br /> + ministro, ch di quei di paradiso.<br /> +</p> + +<p> + Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br /> + l gi col dove la batte londa,<br /> + porta di giunchi sovra l molle limo:<br /> +</p> + +<p> + null altra pianta che facesse fronda<br /> + o indurasse, vi puote aver vita,<br /> + per cha le percosse non seconda.<br /> +</p> + +<p> + Poscia non sia di qua vostra reddita;<br /> + lo sol vi mosterr, che surge omai,<br /> + prendere il monte a pi lieve salita.<br /> +</p> + +<p> + Cos spar; e io s mi levai<br /> + sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br /> + al duca mio, e li occhi a lui drizzai.<br /> +</p> + +<p> + El cominci: Figliuol, segui i miei passi:<br /> + volgianci in dietro, ch di qua dichina<br /> + questa pianura a suoi termini bassi.<br /> +</p> + +<p> + Lalba vinceva lora mattutina<br /> + che fuggia innanzi, s che di lontano<br /> + conobbi il tremolar de la marina.<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam per lo solingo piano<br /> + com om che torna a la perduta strada,<br /> + che nfino ad essa li pare ire in vano.<br /> +</p> + +<p> + Quando noi fummo l ve la rugiada<br /> + pugna col sole, per essere in parte<br /> + dove, ad orezza, poco si dirada,<br /> +</p> + +<p> + ambo le mani in su lerbetta sparte<br /> + soavemente l mio maestro pose:<br /> + ond io, che fui accorto di sua arte,<br /> +</p> + +<p> + porsi ver lui le guance lagrimose;<br /> + ivi mi fece tutto discoverto<br /> + quel color che linferno mi nascose.<br /> +</p> + +<p> + Venimmo poi in sul lito diserto,<br /> + che mai non vide navicar sue acque<br /> + omo, che di tornar sia poscia esperto.<br /> +</p> + +<p> + Quivi mi cinse s com altrui piacque:<br /> + oh maraviglia! ch qual elli scelse<br /> + lumile pianta, cotal si rinacque<br /> +</p> + +<p> + subitamente l onde lavelse.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap02"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto II +</h3> + +<p> + Gi era l sole a lorizzonte giunto<br /> + lo cui meridan cerchio coverchia<br /> + Ierusalm col suo pi alto punto;<br /> +</p> + +<p> + e la notte, che opposita a lui cerchia,<br /> + uscia di Gange fuor con le Bilance,<br /> + che le caggion di man quando soverchia;<br /> +</p> + +<p> + s che le bianche e le vermiglie guance,<br /> + l dov i era, de la bella Aurora<br /> + per troppa etate divenivan rance.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam lunghesso mare ancora,<br /> + come gente che pensa a suo cammino,<br /> + che va col cuore e col corpo dimora.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br /> + per li grossi vapor Marte rosseggia<br /> + gi nel ponente sovra l suol marino,<br /> +</p> + +<p> + cotal mapparve, sio ancor lo veggia,<br /> + un lume per lo mar venir s ratto,<br /> + che l muover suo nessun volar pareggia.<br /> +</p> + +<p> + Dal qual com io un poco ebbi ritratto<br /> + locchio per domandar lo duca mio,<br /> + rividil pi lucente e maggior fatto.<br /> +</p> + +<p> + Poi dogne lato ad esso mappario<br /> + un non sapeva che bianco, e di sotto<br /> + a poco a poco un altro a lui usco.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro ancor non facea motto,<br /> + mentre che i primi bianchi apparver ali;<br /> + allor che ben conobbe il galeotto,<br /> +</p> + +<p> + grid: Fa, fa che le ginocchia cali.<br /> + Ecco langel di Dio: piega le mani;<br /> + omai vedrai di s fatti officiali.<br /> +</p> + +<p> + Vedi che sdegna li argomenti umani,<br /> + s che remo non vuol, n altro velo<br /> + che lali sue, tra liti s lontani.<br /> +</p> + +<p> + Vedi come lha dritte verso l cielo,<br /> + trattando laere con letterne penne,<br /> + che non si mutan come mortal pelo.<br /> +</p> + +<p> + Poi, come pi e pi verso noi venne<br /> + luccel divino, pi chiaro appariva:<br /> + per che locchio da presso nol sostenne,<br /> +</p> + +<p> + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br /> + con un vasello snelletto e leggero,<br /> + tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.<br /> +</p> + +<p> + Da poppa stava il celestial nocchiero,<br /> + tal che faria beato pur descripto;<br /> + e pi di cento spirti entro sediero.<br /> +</p> + +<p> + In exitu Isrel de Aegypto<br /> + cantavan tutti insieme ad una voce<br /> + con quanto di quel salmo poscia scripto.<br /> +</p> + +<p> + Poi fece il segno lor di santa croce;<br /> + ond ei si gittar tutti in su la piaggia:<br /> + ed el sen g, come venne, veloce.<br /> +</p> + +<p> + La turba che rimase l, selvaggia<br /> + parea del loco, rimirando intorno<br /> + come colui che nove cose assaggia.<br /> +</p> + +<p> + Da tutte parti saettava il giorno<br /> + lo sol, chavea con le saette conte<br /> + di mezzo l ciel cacciato Capricorno,<br /> +</p> + +<p> + quando la nova gente alz la fronte<br /> + ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete,<br /> + mostratene la via di gire al monte.<br /> +</p> + +<p> + E Virgilio rispuose: Voi credete<br /> + forse che siamo esperti desto loco;<br /> + ma noi siam peregrin come voi siete.<br /> +</p> + +<p> + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br /> + per altra via, che fu s aspra e forte,<br /> + che lo salire omai ne parr gioco.<br /> +</p> + +<p> + Lanime, che si fuor di me accorte,<br /> + per lo spirare, chi era ancor vivo,<br /> + maravigliando diventaro smorte.<br /> +</p> + +<p> + E come a messagger che porta ulivo<br /> + tragge la gente per udir novelle,<br /> + e di calcar nessun si mostra schivo,<br /> +</p> + +<p> + cos al viso mio saffisar quelle<br /> + anime fortunate tutte quante,<br /> + quasi oblando dire a farsi belle.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi una di lor trarresi avante<br /> + per abbracciarmi con s grande affetto,<br /> + che mosse me a far lo somigliante.<br /> +</p> + +<p> + Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!<br /> + tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br /> + e tante mi tornai con esse al petto.<br /> +</p> + +<p> + Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br /> + per che lombra sorrise e si ritrasse,<br /> + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.<br /> +</p> + +<p> + Soavemente disse chio posasse;<br /> + allor conobbi chi era, e pregai<br /> + che, per parlarmi, un poco sarrestasse.<br /> +</p> + +<p> + Rispuosemi: Cos com io tamai<br /> + nel mortal corpo, cos tamo sciolta:<br /> + per marresto; ma tu perch vai?.<br /> +</p> + +<p> + Casella mio, per tornar altra volta<br /> + l dov io son, fo io questo vaggio,<br /> + diss io; ma a te com tanta ora tolta?.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio,<br /> + se quei che leva quando e cui li piace,<br /> + pi volte mha negato esto passaggio;<br /> +</p> + +<p> + ch di giusto voler lo suo si face:<br /> + veramente da tre mesi elli ha tolto<br /> + chi ha voluto intrar, con tutta pace.<br /> +</p> + +<p> + Ond io, chera ora a la marina vlto<br /> + dove lacqua di Tevero sinsala,<br /> + benignamente fu da lui ricolto.<br /> +</p> + +<p> + A quella foce ha elli or dritta lala,<br /> + per che sempre quivi si ricoglie<br /> + qual verso Acheronte non si cala.<br /> +</p> + +<p> + E io: Se nuova legge non ti toglie<br /> + memoria o uso a lamoroso canto<br /> + che mi solea quetar tutte mie doglie,<br /> +</p> + +<p> + di ci ti piaccia consolare alquanto<br /> + lanima mia, che, con la sua persona<br /> + venendo qui, affannata tanto!.<br /> +</p> + +<p> + Amor che ne la mente mi ragiona<br /> + cominci elli allor s dolcemente,<br /> + che la dolcezza ancor dentro mi suona.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro e io e quella gente<br /> + cheran con lui parevan s contenti,<br /> + come a nessun toccasse altro la mente.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam tutti fissi e attenti<br /> + a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br /> + gridando: Che ci, spiriti lenti?<br /> +</p> + +<p> + qual negligenza, quale stare questo?<br /> + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br /> + chesser non lascia a voi Dio manifesto.<br /> +</p> + +<p> + Come quando, cogliendo biado o loglio,<br /> + li colombi adunati a la pastura,<br /> + queti, sanza mostrar lusato orgoglio,<br /> +</p> + +<p> + se cosa appare ond elli abbian paura,<br /> + subitamente lasciano star lesca,<br /> + perch assaliti son da maggior cura;<br /> +</p> + +<p> + cos vid io quella masnada fresca<br /> + lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,<br /> + com om che va, n sa dove resca;<br /> +</p> + +<p> + n la nostra partita fu men tosta.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap03"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto III +</h3> + +<p> + Avvegna che la subitana fuga<br /> + dispergesse color per la campagna,<br /> + rivolti al monte ove ragion ne fruga,<br /> +</p> + +<p> + i mi ristrinsi a la fida compagna:<br /> + e come sare io sanza lui corso?<br /> + chi mavria tratto su per la montagna?<br /> +</p> + +<p> + El mi parea da s stesso rimorso:<br /> + o dignitosa coscenza e netta,<br /> + come t picciol fallo amaro morso!<br /> +</p> + +<p> + Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br /> + che lonestade ad ogn atto dismaga,<br /> + la mente mia, che prima era ristretta,<br /> +</p> + +<p> + lo ntento rallarg, s come vaga,<br /> + e diedi l viso mio incontr al poggio<br /> + che nverso l ciel pi alto si dislaga.<br /> +</p> + +<p> + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br /> + rotto mera dinanzi a la figura,<br /> + chava in me de suoi raggi lappoggio.<br /> +</p> + +<p> + Io mi volsi dallato con paura<br /> + dessere abbandonato, quand io vidi<br /> + solo dinanzi a me la terra oscura;<br /> +</p> + +<p> + e l mio conforto: Perch pur diffidi?,<br /> + a dir mi cominci tutto rivolto;<br /> + non credi tu me teco e chio ti guidi?<br /> +</p> + +<p> + Vespero gi col dov sepolto<br /> + lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br /> + Napoli lha, e da Brandizio tolto.<br /> +</p> + +<p> + Ora, se innanzi a me nulla saombra,<br /> + non ti maravigliar pi che di cieli<br /> + che luno a laltro raggio non ingombra.<br /> +</p> + +<p> + A sofferir tormenti, caldi e geli<br /> + simili corpi la Virt dispone<br /> + che, come fa, non vuol cha noi si sveli.<br /> +</p> + +<p> + Matto chi spera che nostra ragione<br /> + possa trascorrer la infinita via<br /> + che tiene una sustanza in tre persone.<br /> +</p> + +<p> + State contenti, umana gente, al quia;<br /> + ch, se potuto aveste veder tutto,<br /> + mestier non era parturir Maria;<br /> +</p> + +<p> + e disar vedeste sanza frutto<br /> + tai che sarebbe lor disio quetato,<br /> + chetternalmente dato lor per lutto:<br /> +</p> + +<p> + io dico dAristotile e di Plato<br /> + e di molt altri; e qui chin la fronte,<br /> + e pi non disse, e rimase turbato.<br /> +</p> + +<p> + Noi divenimmo intanto a pi del monte;<br /> + quivi trovammo la roccia s erta,<br /> + che ndarno vi sarien le gambe pronte.<br /> +</p> + +<p> + Tra Lerice e Turba la pi diserta,<br /> + la pi rotta ruina una scala,<br /> + verso di quella, agevole e aperta.<br /> +</p> + +<p> + Or chi sa da qual man la costa cala,<br /> + disse l maestro mio fermando l passo,<br /> + s che possa salir chi va sanz ala?.<br /> +</p> + +<p> + E mentre che tenendo l viso basso<br /> + essaminava del cammin la mente,<br /> + e io mirava suso intorno al sasso,<br /> +</p> + +<p> + da man sinistra mappar una gente<br /> + danime, che movieno i pi ver noi,<br /> + e non pareva, s venan lente.<br /> +</p> + +<p> + Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi:<br /> + ecco di qua chi ne dar consiglio,<br /> + se tu da te medesmo aver nol puoi.<br /> +</p> + +<p> + Guard allora, e con libero piglio<br /> + rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano;<br /> + e tu ferma la spene, dolce figlio.<br /> +</p> + +<p> + Ancora era quel popol di lontano,<br /> + i dico dopo i nostri mille passi,<br /> + quanto un buon gittator trarria con mano,<br /> +</p> + +<p> + quando si strinser tutti ai duri massi<br /> + de lalta ripa, e stetter fermi e stretti<br /> + com a guardar, chi va dubbiando, stassi.<br /> +</p> + +<p> + O ben finiti, o gi spiriti eletti,<br /> + Virgilio incominci, per quella pace<br /> + chi credo che per voi tutti saspetti,<br /> +</p> + +<p> + ditene dove la montagna giace,<br /> + s che possibil sia landare in suso;<br /> + ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.<br /> +</p> + +<p> + Come le pecorelle escon del chiuso<br /> + a una, a due, a tre, e laltre stanno<br /> + timidette atterrando locchio e l muso;<br /> +</p> + +<p> + e ci che fa la prima, e laltre fanno,<br /> + addossandosi a lei, sella sarresta,<br /> + semplici e quete, e lo mperch non sanno;<br /> +</p> + +<p> + s vid io muovere a venir la testa<br /> + di quella mandra fortunata allotta,<br /> + pudica in faccia e ne landare onesta.<br /> +</p> + +<p> + Come color dinanzi vider rotta<br /> + la luce in terra dal mio destro canto,<br /> + s che lombra era da me a la grotta,<br /> +</p> + +<p> + restaro, e trasser s in dietro alquanto,<br /> + e tutti li altri che venieno appresso,<br /> + non sappiendo l perch, fenno altrettanto.<br /> +</p> + +<p> + Sanza vostra domanda io vi confesso<br /> + che questo corpo uman che voi vedete;<br /> + per che l lume del sole in terra fesso.<br /> +</p> + +<p> + Non vi maravigliate, ma credete<br /> + che non sanza virt che da ciel vegna<br /> + cerchi di soverchiar questa parete.<br /> +</p> + +<p> + Cos l maestro; e quella gente degna<br /> + Tornate, disse, intrate innanzi dunque,<br /> + coi dossi de le man faccendo insegna.<br /> +</p> + +<p> + E un di loro incominci: Chiunque<br /> + tu se, cos andando, volgi l viso:<br /> + pon mente se di l mi vedesti unque.<br /> +</p> + +<p> + Io mi volsi ver lui e guardail fiso:<br /> + biondo era e bello e di gentile aspetto,<br /> + ma lun de cigli un colpo avea diviso.<br /> +</p> + +<p> + Quand io mi fui umilmente disdetto<br /> + daverlo visto mai, el disse: Or vedi;<br /> + e mostrommi una piaga a sommo l petto.<br /> +</p> + +<p> + Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,<br /> + nepote di Costanza imperadrice;<br /> + ond io ti priego che, quando tu riedi,<br /> +</p> + +<p> + vadi a mia bella figlia, genitrice<br /> + de lonor di Cicilia e dAragona,<br /> + e dichi l vero a lei, saltro si dice.<br /> +</p> + +<p> + Poscia chio ebbi rotta la persona<br /> + di due punte mortali, io mi rendei,<br /> + piangendo, a quei che volontier perdona.<br /> +</p> + +<p> + Orribil furon li peccati miei;<br /> + ma la bont infinita ha s gran braccia,<br /> + che prende ci che si rivolge a lei.<br /> +</p> + +<p> + Se l pastor di Cosenza, che a la caccia<br /> + di me fu messo per Clemente allora,<br /> + avesse in Dio ben letta questa faccia,<br /> +</p> + +<p> + lossa del corpo mio sarieno ancora<br /> + in co del ponte presso a Benevento,<br /> + sotto la guardia de la grave mora.<br /> +</p> + +<p> + Or le bagna la pioggia e move il vento<br /> + di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,<br /> + dov e le trasmut a lume spento.<br /> +</p> + +<p> + Per lor maladizion s non si perde,<br /> + che non possa tornar, letterno amore,<br /> + mentre che la speranza ha fior del verde.<br /> +</p> + +<p> + Vero che quale in contumacia more<br /> + di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,<br /> + star li convien da questa ripa in fore,<br /> +</p> + +<p> + per ognun tempo chelli stato, trenta,<br /> + in sua presunzon, se tal decreto<br /> + pi corto per buon prieghi non diventa.<br /> +</p> + +<p> + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br /> + revelando a la mia buona Costanza<br /> + come mhai visto, e anco esto divieto;<br /> +</p> + +<p> + ch qui per quei di l molto savanza.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap04"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto IV +</h3> + +<p> + Quando per dilettanze o ver per doglie,<br /> + che alcuna virt nostra comprenda,<br /> + lanima bene ad essa si raccoglie,<br /> +</p> + +<p> + par cha nulla potenza pi intenda;<br /> + e questo contra quello error che crede<br /> + chunanima sovr altra in noi saccenda.<br /> +</p> + +<p> + E per, quando sode cosa o vede<br /> + che tegna forte a s lanima volta,<br /> + vassene l tempo e luom non se navvede;<br /> +</p> + +<p> + chaltra potenza quella che lascolta,<br /> + e altra quella cha lanima intera:<br /> + questa quasi legata e quella sciolta.<br /> +</p> + +<p> + Di ci ebb io esperenza vera,<br /> + udendo quello spirto e ammirando;<br /> + ch ben cinquanta gradi salito era<br /> +</p> + +<p> + lo sole, e io non mera accorto, quando<br /> + venimmo ove quell anime ad una<br /> + gridaro a noi: Qui vostro dimando.<br /> +</p> + +<p> + Maggiore aperta molte volte impruna<br /> + con una forcatella di sue spine<br /> + luom de la villa quando luva imbruna,<br /> +</p> + +<p> + che non era la calla onde salne<br /> + lo duca mio, e io appresso, soli,<br /> + come da noi la schiera si partne.<br /> +</p> + +<p> + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br /> + montasi su in Bismantova e n Cacume<br /> + con esso i pi; ma qui convien chom voli;<br /> +</p> + +<p> + dico con lale snelle e con le piume<br /> + del gran disio, di retro a quel condotto<br /> + che speranza mi dava e facea lume.<br /> +</p> + +<p> + Noi salavam per entro l sasso rotto,<br /> + e dogne lato ne stringea lo stremo,<br /> + e piedi e man volea il suol di sotto.<br /> +</p> + +<p> + Poi che noi fummo in su lorlo suppremo<br /> + de lalta ripa, a la scoperta piaggia,<br /> + Maestro mio, diss io, che via faremo?.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;<br /> + pur su al monte dietro a me acquista,<br /> + fin che nappaia alcuna scorta saggia.<br /> +</p> + +<p> + Lo sommo er alto che vincea la vista,<br /> + e la costa superba pi assai<br /> + che da mezzo quadrante a centro lista.<br /> +</p> + +<p> + Io era lasso, quando cominciai:<br /> + O dolce padre, volgiti, e rimira<br /> + com io rimango sol, se non restai.<br /> +</p> + +<p> + Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,<br /> + additandomi un balzo poco in se<br /> + che da quel lato il poggio tutto gira.<br /> +</p> + +<p> + S mi spronaron le parole sue,<br /> + chi mi sforzai carpando appresso lui,<br /> + tanto che l cinghio sotto i pi mi fue.<br /> +</p> + +<p> + A seder ci ponemmo ivi ambedui<br /> + vlti a levante ond eravam saliti,<br /> + che suole a riguardar giovare altrui.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br /> + poscia li alzai al sole, e ammirava<br /> + che da sinistra neravam feriti.<br /> +</p> + +<p> + Ben savvide il poeta cho stava<br /> + stupido tutto al carro de la luce,<br /> + ove tra noi e Aquilone intrava.<br /> +</p> + +<p> + Ond elli a me: Se Castore e Poluce<br /> + fossero in compagnia di quello specchio<br /> + che s e gi del suo lume conduce,<br /> +</p> + +<p> + tu vedresti il Zodaco rubecchio<br /> + ancora a lOrse pi stretto rotare,<br /> + se non uscisse fuor del cammin vecchio.<br /> +</p> + +<p> + Come ci sia, se l vuoi poter pensare,<br /> + dentro raccolto, imagina Sn<br /> + con questo monte in su la terra stare<br /> +</p> + +<p> + s, chamendue hanno un solo orizzn<br /> + e diversi emisperi; onde la strada<br /> + che mal non seppe carreggiar Fetn,<br /> +</p> + +<p> + vedrai come a costui convien che vada<br /> + da lun, quando a colui da laltro fianco,<br /> + se lo ntelletto tuo ben chiaro bada.<br /> +</p> + +<p> + Certo, maestro mio, diss io, unquanco<br /> + non vid io chiaro s com io discerno<br /> + l dove mio ingegno parea manco,<br /> +</p> + +<p> + che l mezzo cerchio del moto superno,<br /> + che si chiama Equatore in alcun arte,<br /> + e che sempre riman tra l sole e l verno,<br /> +</p> + +<p> + per la ragion che di, quinci si parte<br /> + verso settentron, quanto li Ebrei<br /> + vedevan lui verso la calda parte.<br /> +</p> + +<p> + Ma se a te piace, volontier saprei<br /> + quanto avemo ad andar; ch l poggio sale<br /> + pi che salir non posson li occhi miei.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Questa montagna tale,<br /> + che sempre al cominciar di sotto grave;<br /> + e quant om pi va s, e men fa male.<br /> +</p> + +<p> + Per, quand ella ti parr soave<br /> + tanto, che s andar ti fia leggero<br /> + com a seconda gi andar per nave,<br /> +</p> + +<p> + allor sarai al fin desto sentiero;<br /> + quivi di riposar laffanno aspetta.<br /> + Pi non rispondo, e questo so per vero.<br /> +</p> + +<p> + E com elli ebbe sua parola detta,<br /> + una voce di presso son: Forse<br /> + che di sedere in pria avrai distretta!.<br /> +</p> + +<p> + Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br /> + e vedemmo a mancina un gran petrone,<br /> + del qual n io n ei prima saccorse.<br /> +</p> + +<p> + L ci traemmo; e ivi eran persone<br /> + che si stavano a lombra dietro al sasso<br /> + come luom per negghienza a star si pone.<br /> +</p> + +<p> + E un di lor, che mi sembiava lasso,<br /> + sedeva e abbracciava le ginocchia,<br /> + tenendo l viso gi tra esse basso.<br /> +</p> + +<p> + O dolce segnor mio, diss io, adocchia<br /> + colui che mostra s pi negligente<br /> + che se pigrizia fosse sua serocchia.<br /> +</p> + +<p> + Allor si volse a noi e puose mente,<br /> + movendo l viso pur su per la coscia,<br /> + e disse: Or va tu s, che se valente!.<br /> +</p> + +<p> + Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br /> + che mavacciava un poco ancor la lena,<br /> + non mimped landare a lui; e poscia<br /> +</p> + +<p> + cha lui fu giunto, alz la testa a pena,<br /> + dicendo: Hai ben veduto come l sole<br /> + da lomero sinistro il carro mena?.<br /> +</p> + +<p> + Li atti suoi pigri e le corte parole<br /> + mosser le labbra mie un poco a riso;<br /> + poi cominciai: Belacqua, a me non dole<br /> +</p> + +<p> + di te omai; ma dimmi: perch assiso<br /> + quiritto se? attendi tu iscorta,<br /> + o pur lo modo usato tha ripriso?.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: O frate, andar in s che porta?<br /> + ch non mi lascerebbe ire a martri<br /> + langel di Dio che siede in su la porta.<br /> +</p> + +<p> + Prima convien che tanto il ciel maggiri<br /> + di fuor da essa, quanto fece in vita,<br /> + per chio ndugiai al fine i buon sospiri,<br /> +</p> + +<p> + se orazone in prima non maita<br /> + che surga s di cuor che in grazia viva;<br /> + laltra che val, che n ciel non udita?.<br /> +</p> + +<p> + E gi il poeta innanzi mi saliva,<br /> + e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco<br /> + meridan dal sole e a la riva<br /> +</p> + +<p> + cuopre la notte gi col pi Morrocco.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap05"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto V +</h3> + +<p> + Io era gi da quell ombre partito,<br /> + e seguitava lorme del mio duca,<br /> + quando di retro a me, drizzando l dito,<br /> +</p> + +<p> + una grid: Ve che non par che luca<br /> + lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br /> + e come vivo par che si conduca!.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br /> + e vidile guardar per maraviglia<br /> + pur me, pur me, e l lume chera rotto.<br /> +</p> + +<p> + Perch lanimo tuo tanto simpiglia,<br /> + disse l maestro, che landare allenti?<br /> + che ti fa ci che quivi si pispiglia?<br /> +</p> + +<p> + Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br /> + sta come torre ferma, che non crolla<br /> + gi mai la cima per soffiar di venti;<br /> +</p> + +<p> + ch sempre lomo in cui pensier rampolla<br /> + sovra pensier, da s dilunga il segno,<br /> + perch la foga lun de laltro insolla.<br /> +</p> + +<p> + Che potea io ridir, se non Io vegno?<br /> + Dissilo, alquanto del color consperso<br /> + che fa luom di perdon talvolta degno.<br /> +</p> + +<p> + E ntanto per la costa di traverso<br /> + venivan genti innanzi a noi un poco,<br /> + cantando Miserere a verso a verso.<br /> +</p> + +<p> + Quando saccorser chi non dava loco<br /> + per lo mio corpo al trapassar di raggi,<br /> + mutar lor canto in un oh! lungo e roco;<br /> +</p> + +<p> + e due di loro, in forma di messaggi,<br /> + corsero incontr a noi e dimandarne:<br /> + Di vostra condizion fatene saggi.<br /> +</p> + +<p> + E l mio maestro: Voi potete andarne<br /> + e ritrarre a color che vi mandaro<br /> + che l corpo di costui vera carne.<br /> +</p> + +<p> + Se per veder la sua ombra restaro,<br /> + com io avviso, assai lor risposto:<br /> + fccianli onore, ed esser pu lor caro.<br /> +</p> + +<p> + Vapori accesi non vid io s tosto<br /> + di prima notte mai fender sereno,<br /> + n, sol calando, nuvole dagosto,<br /> +</p> + +<p> + che color non tornasser suso in meno;<br /> + e, giunti l, con li altri a noi dier volta,<br /> + come schiera che scorre sanza freno.<br /> +</p> + +<p> + Questa gente che preme a noi molta,<br /> + e vegnonti a pregar, disse l poeta:<br /> + per pur va, e in andando ascolta.<br /> +</p> + +<p> + O anima che vai per esser lieta<br /> + con quelle membra con le quai nascesti,<br /> + venian gridando, un poco il passo queta.<br /> +</p> + +<p> + Guarda salcun di noi unqua vedesti,<br /> + s che di lui di l novella porti:<br /> + deh, perch vai? deh, perch non tarresti?<br /> +</p> + +<p> + Noi fummo tutti gi per forza morti,<br /> + e peccatori infino a lultima ora;<br /> + quivi lume del ciel ne fece accorti,<br /> +</p> + +<p> + s che, pentendo e perdonando, fora<br /> + di vita uscimmo a Dio pacificati,<br /> + che del disio di s veder naccora.<br /> +</p> + +<p> + E io: Perch ne vostri visi guati,<br /> + non riconosco alcun; ma sa voi piace<br /> + cosa chio possa, spiriti ben nati,<br /> +</p> + +<p> + voi dite, e io far per quella pace<br /> + che, dietro a piedi di s fatta guida,<br /> + di mondo in mondo cercar mi si face.<br /> +</p> + +<p> + E uno incominci: Ciascun si fida<br /> + del beneficio tuo sanza giurarlo,<br /> + pur che l voler nonpossa non ricida.<br /> +</p> + +<p> + Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,<br /> + ti priego, se mai vedi quel paese<br /> + che siede tra Romagna e quel di Carlo,<br /> +</p> + +<p> + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br /> + in Fano, s che ben per me sadori<br /> + pur chi possa purgar le gravi offese.<br /> +</p> + +<p> + Quindi fu io; ma li profondi fri<br /> + ond usc l sangue in sul quale io sedea,<br /> + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,<br /> +</p> + +<p> + l dov io pi sicuro esser credea:<br /> + quel da Esti il f far, che mavea in ira<br /> + assai pi l che dritto non volea.<br /> +</p> + +<p> + Ma sio fosse fuggito inver la Mira,<br /> + quando fu sovragiunto ad Oraco,<br /> + ancor sarei di l dove si spira.<br /> +</p> + +<p> + Corsi al palude, e le cannucce e l braco<br /> + mimpigliar s chi caddi; e l vid io<br /> + de le mie vene farsi in terra laco.<br /> +</p> + +<p> + Poi disse un altro: Deh, se quel disio<br /> + si compia che ti tragge a lalto monte,<br /> + con buona petate aiuta il mio!<br /> +</p> + +<p> + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br /> + Giovanna o altri non ha di me cura;<br /> + per chio vo tra costor con bassa fronte.<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: Qual forza o qual ventura<br /> + ti trav s fuor di Campaldino,<br /> + che non si seppe mai tua sepultura?.<br /> +</p> + +<p> + Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino<br /> + traversa unacqua cha nome lArchiano,<br /> + che sovra lErmo nasce in Apennino.<br /> +</p> + +<p> + L ve l vocabol suo diventa vano,<br /> + arriva io forato ne la gola,<br /> + fuggendo a piede e sanguinando il piano.<br /> +</p> + +<p> + Quivi perdei la vista e la parola;<br /> + nel nome di Maria fini, e quivi<br /> + caddi, e rimase la mia carne sola.<br /> +</p> + +<p> + Io dir vero, e tu l rid tra vivi:<br /> + langel di Dio mi prese, e quel dinferno<br /> + gridava: O tu del ciel, perch mi privi?<br /> +</p> + +<p> + Tu te ne porti di costui letterno<br /> + per una lagrimetta che l mi toglie;<br /> + ma io far de laltro altro governo!.<br /> +</p> + +<p> + Ben sai come ne laere si raccoglie<br /> + quell umido vapor che in acqua riede,<br /> + tosto che sale dove l freddo il coglie.<br /> +</p> + +<p> + Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br /> + con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento<br /> + per la virt che sua natura diede.<br /> +</p> + +<p> + Indi la valle, come l d fu spento,<br /> + da Pratomagno al gran giogo coperse<br /> + di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,<br /> +</p> + +<p> + s che l pregno aere in acqua si converse;<br /> + la pioggia cadde, e a fossati venne<br /> + di lei ci che la terra non sofferse;<br /> +</p> + +<p> + e come ai rivi grandi si convenne,<br /> + ver lo fiume real tanto veloce<br /> + si ruin, che nulla la ritenne.<br /> +</p> + +<p> + Lo corpo mio gelato in su la foce<br /> + trov lArchian rubesto; e quel sospinse<br /> + ne lArno, e sciolse al mio petto la croce<br /> +</p> + +<p> + chi fe di me quando l dolor mi vinse;<br /> + voltmmi per le ripe e per lo fondo,<br /> + poi di sua preda mi coperse e cinse.<br /> +</p> + +<p> + Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br /> + e riposato de la lunga via,<br /> + seguit l terzo spirito al secondo,<br /> +</p> + +<p> + ricorditi di me, che son la Pia;<br /> + Siena mi f, disfecemi Maremma:<br /> + salsi colui che nnanellata pria<br /> +</p> + +<p> + disposando mavea con la sua gemma.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap06"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto VI +</h3> + +<p> + Quando si parte il gioco de la zara,<br /> + colui che perde si riman dolente,<br /> + repetendo le volte, e tristo impara;<br /> +</p> + +<p> + con laltro se ne va tutta la gente;<br /> + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br /> + e qual dallato li si reca a mente;<br /> +</p> + +<p> + el non sarresta, e questo e quello intende;<br /> + a cui porge la man, pi non fa pressa;<br /> + e cos da la calca si difende.<br /> +</p> + +<p> + Tal era io in quella turba spessa,<br /> + volgendo a loro, e qua e l, la faccia,<br /> + e promettendo mi sciogliea da essa.<br /> +</p> + +<p> + Quiv era lAretin che da le braccia<br /> + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br /> + e laltro channeg correndo in caccia.<br /> +</p> + +<p> + Quivi pregava con le mani sporte<br /> + Federigo Novello, e quel da Pisa<br /> + che f parer lo buon Marzucco forte.<br /> +</p> + +<p> + Vidi conte Orso e lanima divisa<br /> + dal corpo suo per astio e per inveggia,<br /> + com e dicea, non per colpa commisa;<br /> +</p> + +<p> + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br /> + mentr di qua, la donna di Brabante,<br /> + s che per non sia di peggior greggia.<br /> +</p> + +<p> + Come libero fui da tutte quante<br /> + quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,<br /> + s che savacci lor divenir sante,<br /> +</p> + +<p> + io cominciai: El par che tu mi nieghi,<br /> + o luce mia, espresso in alcun testo<br /> + che decreto del cielo orazion pieghi;<br /> +</p> + +<p> + e questa gente prega pur di questo:<br /> + sarebbe dunque loro speme vana,<br /> + o non m l detto tuo ben manifesto?.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: La mia scrittura piana;<br /> + e la speranza di costor non falla,<br /> + se ben si guarda con la mente sana;<br /> +</p> + +<p> + ch cima di giudicio non savvalla<br /> + perch foco damor compia in un punto<br /> + ci che de sodisfar chi qui sastalla;<br /> +</p> + +<p> + e l dov io fermai cotesto punto,<br /> + non sammendava, per pregar, difetto,<br /> + perch l priego da Dio era disgiunto.<br /> +</p> + +<p> + Veramente a cos alto sospetto<br /> + non ti fermar, se quella nol ti dice<br /> + che lume fia tra l vero e lo ntelletto.<br /> +</p> + +<p> + Non so se ntendi: io dico di Beatrice;<br /> + tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br /> + di questo monte, ridere e felice.<br /> +</p> + +<p> + E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,<br /> + ch gi non maffatico come dianzi,<br /> + e vedi omai che l poggio lombra getta.<br /> +</p> + +<p> + Noi anderem con questo giorno innanzi,<br /> + rispuose, quanto pi potremo omai;<br /> + ma l fatto daltra forma che non stanzi.<br /> +</p> + +<p> + Prima che sie l s, tornar vedrai<br /> + colui che gi si cuopre de la costa,<br /> + s che suoi raggi tu romper non fai.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi l unanima che, posta<br /> + sola soletta, inverso noi riguarda:<br /> + quella ne nsegner la via pi tosta.<br /> +</p> + +<p> + Venimmo a lei: o anima lombarda,<br /> + come ti stavi altera e disdegnosa<br /> + e nel mover de li occhi onesta e tarda!<br /> +</p> + +<p> + Ella non ci dica alcuna cosa,<br /> + ma lasciavane gir, solo sguardando<br /> + a guisa di leon quando si posa.<br /> +</p> + +<p> + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br /> + che ne mostrasse la miglior salita;<br /> + e quella non rispuose al suo dimando,<br /> +</p> + +<p> + ma di nostro paese e de la vita<br /> + ci nchiese; e l dolce duca incominciava<br /> + Manta . . . , e lombra, tutta in s romita,<br /> +</p> + +<p> + surse ver lui del loco ove pria stava,<br /> + dicendo: O Mantoano, io son Sordello<br /> + de la tua terra!; e lun laltro abbracciava.<br /> +</p> + +<p> + Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br /> + nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br /> + non donna di province, ma bordello!<br /> +</p> + +<p> + Quell anima gentil fu cos presta,<br /> + sol per lo dolce suon de la sua terra,<br /> + di fare al cittadin suo quivi festa;<br /> +</p> + +<p> + e ora in te non stanno sanza guerra<br /> + li vivi tuoi, e lun laltro si rode<br /> + di quei chun muro e una fossa serra.<br /> +</p> + +<p> + Cerca, misera, intorno da le prode<br /> + le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br /> + salcuna parte in te di pace gode.<br /> +</p> + +<p> + Che val perch ti racconciasse il freno<br /> + Iustinano, se la sella vta?<br /> + Sanz esso fora la vergogna meno.<br /> +</p> + +<p> + Ahi gente che dovresti esser devota,<br /> + e lasciar seder Cesare in la sella,<br /> + se bene intendi ci che Dio ti nota,<br /> +</p> + +<p> + guarda come esta fiera fatta fella<br /> + per non esser corretta da li sproni,<br /> + poi che ponesti mano a la predella.<br /> +</p> + +<p> + O Alberto tedesco chabbandoni<br /> + costei ch fatta indomita e selvaggia,<br /> + e dovresti inforcar li suoi arcioni,<br /> +</p> + +<p> + giusto giudicio da le stelle caggia<br /> + sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br /> + tal che l tuo successor temenza naggia!<br /> +</p> + +<p> + Chavete tu e l tuo padre sofferto,<br /> + per cupidigia di cost distretti,<br /> + che l giardin de lo mperio sia diserto.<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br /> + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br /> + color gi tristi, e questi con sospetti!<br /> +</p> + +<p> + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br /> + di tuoi gentili, e cura lor magagne;<br /> + e vedrai Santafior com oscura!<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder la tua Roma che piagne<br /> + vedova e sola, e d e notte chiama:<br /> + Cesare mio, perch non maccompagne?.<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder la gente quanto sama!<br /> + e se nulla di noi piet ti move,<br /> + a vergognar ti vien de la tua fama.<br /> +</p> + +<p> + E se licito m, o sommo Giove<br /> + che fosti in terra per noi crucifisso,<br /> + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?<br /> +</p> + +<p> + O preparazion che ne labisso<br /> + del tuo consiglio fai per alcun bene<br /> + in tutto de laccorger nostro scisso?<br /> +</p> + +<p> + Ch le citt dItalia tutte piene<br /> + son di tiranni, e un Marcel diventa<br /> + ogne villan che parteggiando viene.<br /> +</p> + +<p> + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br /> + di questa digression che non ti tocca,<br /> + merc del popol tuo che si argomenta.<br /> +</p> + +<p> + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br /> + per non venir sanza consiglio a larco;<br /> + ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.<br /> +</p> + +<p> + Molti rifiutan lo comune incarco;<br /> + ma il popol tuo solicito risponde<br /> + sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!.<br /> +</p> + +<p> + Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:<br /> + tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br /> + Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.<br /> +</p> + +<p> + Atene e Lacedemona, che fenno<br /> + lantiche leggi e furon s civili,<br /> + fecero al viver bene un picciol cenno<br /> +</p> + +<p> + verso di te, che fai tanto sottili<br /> + provedimenti, cha mezzo novembre<br /> + non giugne quel che tu dottobre fili.<br /> +</p> + +<p> + Quante volte, del tempo che rimembre,<br /> + legge, moneta, officio e costume<br /> + hai tu mutato, e rinovate membre!<br /> +</p> + +<p> + E se ben ti ricordi e vedi lume,<br /> + vedrai te somigliante a quella inferma<br /> + che non pu trovar posa in su le piume,<br /> +</p> + +<p> + ma con dar volta suo dolore scherma.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap07"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto VII +</h3> + +<p> + Poscia che laccoglienze oneste e liete<br /> + furo iterate tre e quattro volte,<br /> + Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.<br /> +</p> + +<p> + Anzi che a questo monte fosser volte<br /> + lanime degne di salire a Dio,<br /> + fur lossa mie per Ottavian sepolte.<br /> +</p> + +<p> + Io son Virgilio; e per null altro rio<br /> + lo ciel perdei che per non aver f.<br /> + Cos rispuose allora il duca mio.<br /> +</p> + +<p> + Qual colui che cosa innanzi s<br /> + sbita vede ond e si maraviglia,<br /> + che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . ,<br /> +</p> + +<p> + tal parve quelli; e poi chin le ciglia,<br /> + e umilmente ritorn ver lui,<br /> + e abbraccil l ve l minor sappiglia.<br /> +</p> + +<p> + O gloria di Latin, disse, per cui<br /> + mostr ci che potea la lingua nostra,<br /> + o pregio etterno del loco ond io fui,<br /> +</p> + +<p> + qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br /> + Sio son dudir le tue parole degno,<br /> + dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra.<br /> +</p> + +<p> + Per tutt i cerchi del dolente regno,<br /> + rispuose lui, son io di qua venuto;<br /> + virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.<br /> +</p> + +<p> + Non per far, ma per non fare ho perduto<br /> + a veder lalto Sol che tu disiri<br /> + e che fu tardi per me conosciuto.<br /> +</p> + +<p> + Luogo l gi non tristo di martri,<br /> + ma di tenebre solo, ove i lamenti<br /> + non suonan come guai, ma son sospiri.<br /> +</p> + +<p> + Quivi sto io coi pargoli innocenti<br /> + dai denti morsi de la morte avante<br /> + che fosser da lumana colpa essenti;<br /> +</p> + +<p> + quivi sto io con quei che le tre sante<br /> + virt non si vestiro, e sanza vizio<br /> + conobber laltre e seguir tutte quante.<br /> +</p> + +<p> + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br /> + d noi per che venir possiam pi tosto<br /> + l dove purgatorio ha dritto inizio.<br /> +</p> + +<p> + Rispuose: Loco certo non c posto;<br /> + licito m andar suso e intorno;<br /> + per quanto ir posso, a guida mi taccosto.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi gi come dichina il giorno,<br /> + e andar s di notte non si puote;<br /> + per buon pensar di bel soggiorno.<br /> +</p> + +<p> + Anime sono a destra qua remote;<br /> + se mi consenti, io ti merr ad esse,<br /> + e non sanza diletto ti fier note.<br /> +</p> + +<p> + Com ci?, fu risposto. Chi volesse<br /> + salir di notte, fora elli impedito<br /> + daltrui, o non sarria ch non potesse?.<br /> +</p> + +<p> + E l buon Sordello in terra freg l dito,<br /> + dicendo: Vedi? sola questa riga<br /> + non varcheresti dopo l sol partito:<br /> +</p> + +<p> + non per chaltra cosa desse briga,<br /> + che la notturna tenebra, ad ir suso;<br /> + quella col nonpoder la voglia intriga.<br /> +</p> + +<p> + Ben si poria con lei tornare in giuso<br /> + e passeggiar la costa intorno errando,<br /> + mentre che lorizzonte il d tien chiuso.<br /> +</p> + +<p> + Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br /> + Menane, disse, dunque l ve dici<br /> + chaver si pu diletto dimorando.<br /> +</p> + +<p> + Poco allungati ceravam di lici,<br /> + quand io maccorsi che l monte era scemo,<br /> + a guisa che i vallon li sceman quici.<br /> +</p> + +<p> + Col, disse quell ombra, nanderemo<br /> + dove la costa face di s grembo;<br /> + e l il novo giorno attenderemo.<br /> +</p> + +<p> + Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br /> + che ne condusse in fianco de la lacca,<br /> + l dove pi cha mezzo muore il lembo.<br /> +</p> + +<p> + Oro e argento fine, cocco e biacca,<br /> + indaco, legno lucido e sereno,<br /> + fresco smeraldo in lora che si fiacca,<br /> +</p> + +<p> + da lerba e da li fior, dentr a quel seno<br /> + posti, ciascun saria di color vinto,<br /> + come dal suo maggiore vinto il meno.<br /> +</p> + +<p> + Non avea pur natura ivi dipinto,<br /> + ma di soavit di mille odori<br /> + vi facea uno incognito e indistinto.<br /> +</p> + +<p> + Salve, Regina in sul verde e n su fiori<br /> + quindi seder cantando anime vidi,<br /> + che per la valle non parean di fuori.<br /> +</p> + +<p> + Prima che l poco sole omai sannidi,<br /> + cominci l Mantoan che ci avea vlti,<br /> + tra color non vogliate chio vi guidi.<br /> +</p> + +<p> + Di questo balzo meglio li atti e volti<br /> + conoscerete voi di tutti quanti,<br /> + che ne la lama gi tra essi accolti.<br /> +</p> + +<p> + Colui che pi siede alto e fa sembianti<br /> + daver negletto ci che far dovea,<br /> + e che non move bocca a li altrui canti,<br /> +</p> + +<p> + Rodolfo imperador fu, che potea<br /> + sanar le piaghe channo Italia morta,<br /> + s che tardi per altri si ricrea.<br /> +</p> + +<p> + Laltro che ne la vista lui conforta,<br /> + resse la terra dove lacqua nasce<br /> + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:<br /> +</p> + +<p> + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br /> + fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br /> + barbuto, cui lussuria e ozio pasce.<br /> +</p> + +<p> + E quel nasetto che stretto a consiglio<br /> + par con colui cha s benigno aspetto,<br /> + mor fuggendo e disfiorando il giglio:<br /> +</p> + +<p> + guardate l come si batte il petto!<br /> + Laltro vedete cha fatto a la guancia<br /> + de la sua palma, sospirando, letto.<br /> +</p> + +<p> + Padre e suocero son del mal di Francia:<br /> + sanno la vita sua viziata e lorda,<br /> + e quindi viene il duol che s li lancia.<br /> +</p> + +<p> + Quel che par s membruto e che saccorda,<br /> + cantando, con colui dal maschio naso,<br /> + dogne valor port cinta la corda;<br /> +</p> + +<p> + e se re dopo lui fosse rimaso<br /> + lo giovanetto che retro a lui siede,<br /> + ben andava il valor di vaso in vaso,<br /> +</p> + +<p> + che non si puote dir de laltre rede;<br /> + Iacomo e Federigo hanno i reami;<br /> + del retaggio miglior nessun possiede.<br /> +</p> + +<p> + Rade volte risurge per li rami<br /> + lumana probitate; e questo vole<br /> + quei che la d, perch da lui si chiami.<br /> +</p> + +<p> + Anche al nasuto vanno mie parole<br /> + non men cha laltro, Pier, che con lui canta,<br /> + onde Puglia e Proenza gi si dole.<br /> +</p> + +<p> + Tant del seme suo minor la pianta,<br /> + quanto, pi che Beatrice e Margherita,<br /> + Costanza di marito ancor si vanta.<br /> +</p> + +<p> + Vedete il re de la semplice vita<br /> + seder l solo, Arrigo dInghilterra:<br /> + questi ha ne rami suoi migliore uscita.<br /> +</p> + +<p> + Quel che pi basso tra costor satterra,<br /> + guardando in suso, Guiglielmo marchese,<br /> + per cui e Alessandria e la sua guerra<br /> +</p> + +<p> + fa pianger Monferrato e Canavese.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap08"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto VIII +</h3> + +<p> + Era gi lora che volge il disio<br /> + ai navicanti e ntenerisce il core<br /> + lo d chan detto ai dolci amici addio;<br /> +</p> + +<p> + e che lo novo peregrin damore<br /> + punge, se ode squilla di lontano<br /> + che paia il giorno pianger che si more;<br /> +</p> + +<p> + quand io incominciai a render vano<br /> + ludire e a mirare una de lalme<br /> + surta, che lascoltar chiedea con mano.<br /> +</p> + +<p> + Ella giunse e lev ambo le palme,<br /> + ficcando li occhi verso lorente,<br /> + come dicesse a Dio: Daltro non calme.<br /> +</p> + +<p> + Te lucis ante s devotamente<br /> + le usco di bocca e con s dolci note,<br /> + che fece me a me uscir di mente;<br /> +</p> + +<p> + e laltre poi dolcemente e devote<br /> + seguitar lei per tutto linno intero,<br /> + avendo li occhi a le superne rote.<br /> +</p> + +<p> + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br /> + ch l velo ora ben tanto sottile,<br /> + certo che l trapassar dentro leggero.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi quello essercito gentile<br /> + tacito poscia riguardare in se,<br /> + quasi aspettando, palido e umle;<br /> +</p> + +<p> + e vidi uscir de lalto e scender gie<br /> + due angeli con due spade affocate,<br /> + tronche e private de le punte sue.<br /> +</p> + +<p> + Verdi come fogliette pur mo nate<br /> + erano in veste, che da verdi penne<br /> + percosse traean dietro e ventilate.<br /> +</p> + +<p> + Lun poco sovra noi a star si venne,<br /> + e laltro scese in lopposita sponda,<br /> + s che la gente in mezzo si contenne.<br /> +</p> + +<p> + Ben discerna in lor la testa bionda;<br /> + ma ne la faccia locchio si smarria,<br /> + come virt cha troppo si confonda.<br /> +</p> + +<p> + Ambo vegnon del grembo di Maria,<br /> + disse Sordello, a guardia de la valle,<br /> + per lo serpente che verr vie via.<br /> +</p> + +<p> + Ond io, che non sapeva per qual calle,<br /> + mi volsi intorno, e stretto maccostai,<br /> + tutto gelato, a le fidate spalle.<br /> +</p> + +<p> + E Sordello anco: Or avvalliamo omai<br /> + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br /> + grazoso fia lor vedervi assai.<br /> +</p> + +<p> + Solo tre passi credo chi scendesse,<br /> + e fui di sotto, e vidi un che mirava<br /> + pur me, come conoscer mi volesse.<br /> +</p> + +<p> + Temp era gi che laere sannerava,<br /> + ma non s che tra li occhi suoi e miei<br /> + non dichiarisse ci che pria serrava.<br /> +</p> + +<p> + Ver me si fece, e io ver lui mi fei:<br /> + giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br /> + quando ti vidi non esser tra rei!<br /> +</p> + +<p> + Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br /> + poi dimand: Quant che tu venisti<br /> + a pi del monte per le lontane acque?.<br /> +</p> + +<p> + Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi<br /> + venni stamane, e sono in prima vita,<br /> + ancor che laltra, s andando, acquisti.<br /> +</p> + +<p> + E come fu la mia risposta udita,<br /> + Sordello ed elli in dietro si raccolse<br /> + come gente di sbito smarrita.<br /> +</p> + +<p> + Luno a Virgilio e laltro a un si volse<br /> + che sedea l, gridando: S, Currado!<br /> + vieni a veder che Dio per grazia volse.<br /> +</p> + +<p> + Poi, vlto a me: Per quel singular grado<br /> + che tu dei a colui che s nasconde<br /> + lo suo primo perch, che non l guado,<br /> +</p> + +<p> + quando sarai di l da le larghe onde,<br /> + d a Giovanna mia che per me chiami<br /> + l dove a li nnocenti si risponde.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che la sua madre pi mami,<br /> + poscia che trasmut le bianche bende,<br /> + le quai convien che, misera!, ancor brami.<br /> +</p> + +<p> + Per lei assai di lieve si comprende<br /> + quanto in femmina foco damor dura,<br /> + se locchio o l tatto spesso non laccende.<br /> +</p> + +<p> + Non le far s bella sepultura<br /> + la vipera che Melanesi accampa,<br /> + com avria fatto il gallo di Gallura.<br /> +</p> + +<p> + Cos dicea, segnato de la stampa,<br /> + nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br /> + che misuratamente in core avvampa.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br /> + pur l dove le stelle son pi tarde,<br /> + s come rota pi presso a lo stelo.<br /> +</p> + +<p> + E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.<br /> + E io a lui: A quelle tre facelle<br /> + di che l polo di qua tutto quanto arde.<br /> +</p> + +<p> + Ond elli a me: Le quattro chiare stelle<br /> + che vedevi staman, son di l basse,<br /> + e queste son salite ov eran quelle.<br /> +</p> + +<p> + Com ei parlava, e Sordello a s il trasse<br /> + dicendo: Vedi l l nostro avversaro;<br /> + e drizz il dito perch n l guardasse.<br /> +</p> + +<p> + Da quella parte onde non ha riparo<br /> + la picciola vallea, era una biscia,<br /> + forse qual diede ad Eva il cibo amaro.<br /> +</p> + +<p> + Tra lerba e fior vena la mala striscia,<br /> + volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso<br /> + leccando come bestia che si liscia.<br /> +</p> + +<p> + Io non vidi, e per dicer non posso,<br /> + come mosser li astor celestali;<br /> + ma vidi bene e luno e laltro mosso.<br /> +</p> + +<p> + Sentendo fender laere a le verdi ali,<br /> + fugg l serpente, e li angeli dier volta,<br /> + suso a le poste rivolando iguali.<br /> +</p> + +<p> + Lombra che sera al giudice raccolta<br /> + quando chiam, per tutto quello assalto<br /> + punto non fu da me guardare sciolta.<br /> +</p> + +<p> + Se la lucerna che ti mena in alto<br /> + truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br /> + quant mestiere infino al sommo smalto,<br /> +</p> + +<p> + cominci ella, se novella vera<br /> + di Val di Magra o di parte vicina<br /> + sai, dillo a me, che gi grande l era.<br /> +</p> + +<p> + Fui chiamato Currado Malaspina;<br /> + non son lantico, ma di lui discesi;<br /> + a miei portai lamor che qui raffina.<br /> +</p> + +<p> + Oh!, diss io lui, per li vostri paesi<br /> + gi mai non fui; ma dove si dimora<br /> + per tutta Europa chei non sien palesi?<br /> +</p> + +<p> + La fama che la vostra casa onora,<br /> + grida i segnori e grida la contrada,<br /> + s che ne sa chi non vi fu ancora;<br /> +</p> + +<p> + e io vi giuro, sio di sopra vada,<br /> + che vostra gente onrata non si sfregia<br /> + del pregio de la borsa e de la spada.<br /> +</p> + +<p> + Uso e natura s la privilegia,<br /> + che, perch il capo reo il mondo torca,<br /> + sola va dritta e l mal cammin dispregia.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca<br /> + sette volte nel letto che l Montone<br /> + con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,<br /> +</p> + +<p> + che cotesta cortese oppinone<br /> + ti fia chiavata in mezzo de la testa<br /> + con maggior chiovi che daltrui sermone,<br /> +</p> + +<p> + se corso di giudicio non sarresta.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap09"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto IX +</h3> + +<p> + La concubina di Titone antico<br /> + gi simbiancava al balco dorente,<br /> + fuor de le braccia del suo dolce amico;<br /> +</p> + +<p> + di gemme la sua fronte era lucente,<br /> + poste in figura del freddo animale<br /> + che con la coda percuote la gente;<br /> +</p> + +<p> + e la notte, de passi con che sale,<br /> + fatti avea due nel loco ov eravamo,<br /> + e l terzo gi chinava in giuso lale;<br /> +</p> + +<p> + quand io, che meco avea di quel dAdamo,<br /> + vinto dal sonno, in su lerba inchinai<br /> + l ve gi tutti e cinque sedavamo.<br /> +</p> + +<p> + Ne lora che comincia i tristi lai<br /> + la rondinella presso a la mattina,<br /> + forse a memoria de suo primi guai,<br /> +</p> + +<p> + e che la mente nostra, peregrina<br /> + pi da la carne e men da pensier presa,<br /> + a le sue vison quasi divina,<br /> +</p> + +<p> + in sogno mi parea veder sospesa<br /> + unaguglia nel ciel con penne doro,<br /> + con lali aperte e a calare intesa;<br /> +</p> + +<p> + ed esser mi parea l dove fuoro<br /> + abbandonati i suoi da Ganimede,<br /> + quando fu ratto al sommo consistoro.<br /> +</p> + +<p> + Fra me pensava: Forse questa fiede<br /> + pur qui per uso, e forse daltro loco<br /> + disdegna di portarne suso in piede.<br /> +</p> + +<p> + Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br /> + terribil come folgor discendesse,<br /> + e me rapisse suso infino al foco.<br /> +</p> + +<p> + Ivi parea che ella e io ardesse;<br /> + e s lo ncendio imaginato cosse,<br /> + che convenne che l sonno si rompesse.<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti Achille si riscosse,<br /> + li occhi svegliati rivolgendo in giro<br /> + e non sappiendo l dove si fosse,<br /> +</p> + +<p> + quando la madre da Chirn a Schiro<br /> + trafugg lui dormendo in le sue braccia,<br /> + l onde poi li Greci il dipartiro;<br /> +</p> + +<p> + che mi scoss io, s come da la faccia<br /> + mi fugg l sonno, e diventa ismorto,<br /> + come fa luom che, spaventato, agghiaccia.<br /> +</p> + +<p> + Dallato mera solo il mio conforto,<br /> + e l sole er alto gi pi che due ore,<br /> + e l viso mera a la marina torto.<br /> +</p> + +<p> + Non aver tema, disse il mio segnore;<br /> + fatti sicur, ch noi semo a buon punto;<br /> + non stringer, ma rallarga ogne vigore.<br /> +</p> + +<p> + Tu se omai al purgatorio giunto:<br /> + vedi l il balzo che l chiude dintorno;<br /> + vedi lentrata l ve par digiunto.<br /> +</p> + +<p> + Dianzi, ne lalba che procede al giorno,<br /> + quando lanima tua dentro dormia,<br /> + sovra li fiori ond l gi addorno<br /> +</p> + +<p> + venne una donna, e disse: I son Lucia;<br /> + lasciatemi pigliar costui che dorme;<br /> + s lagevoler per la sua via.<br /> +</p> + +<p> + Sordel rimase e laltre genti forme;<br /> + ella ti tolse, e come l d fu chiaro,<br /> + sen venne suso; e io per le sue orme.<br /> +</p> + +<p> + Qui ti pos, ma pria mi dimostraro<br /> + li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br /> + poi ella e l sonno ad una se nandaro.<br /> +</p> + +<p> + A guisa duom che n dubbio si raccerta<br /> + e che muta in conforto sua paura,<br /> + poi che la verit li discoperta,<br /> +</p> + +<p> + mi cambia io; e come sanza cura<br /> + vide me l duca mio, su per lo balzo<br /> + si mosse, e io di rietro inver laltura.<br /> +</p> + +<p> + Lettor, tu vedi ben com io innalzo<br /> + la mia matera, e per con pi arte<br /> + non ti maravigliar sio la rincalzo.<br /> +</p> + +<p> + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br /> + che l dove pareami prima rotto,<br /> + pur come un fesso che muro diparte,<br /> +</p> + +<p> + vidi una porta, e tre gradi di sotto<br /> + per gire ad essa, di color diversi,<br /> + e un portier chancor non facea motto.<br /> +</p> + +<p> + E come locchio pi e pi vapersi,<br /> + vidil seder sovra l grado sovrano,<br /> + tal ne la faccia chio non lo soffersi;<br /> +</p> + +<p> + e una spada nuda ava in mano,<br /> + che refletta i raggi s ver noi,<br /> + chio drizzava spesso il viso in vano.<br /> +</p> + +<p> + Dite costinci: che volete voi?,<br /> + cominci elli a dire, ov la scorta?<br /> + Guardate che l venir s non vi ni.<br /> +</p> + +<p> + Donna del ciel, di queste cose accorta,<br /> + rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi<br /> + ne disse: Andate l: quivi la porta.<br /> +</p> + +<p> + Ed ella i passi vostri in bene avanzi,<br /> + ricominci il cortese portinaio:<br /> + Venite dunque a nostri gradi innanzi.<br /> +</p> + +<p> + L ne venimmo; e lo scaglion primaio<br /> + bianco marmo era s pulito e terso,<br /> + chio mi specchiai in esso qual io paio.<br /> +</p> + +<p> + Era il secondo tinto pi che perso,<br /> + duna petrina ruvida e arsiccia,<br /> + crepata per lo lungo e per traverso.<br /> +</p> + +<p> + Lo terzo, che di sopra sammassiccia,<br /> + porfido mi parea, s fiammeggiante<br /> + come sangue che fuor di vena spiccia.<br /> +</p> + +<p> + Sovra questo tena ambo le piante<br /> + langel di Dio sedendo in su la soglia<br /> + che mi sembiava pietra di diamante.<br /> +</p> + +<p> + Per li tre gradi s di buona voglia<br /> + mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi<br /> + umilemente che l serrame scioglia.<br /> +</p> + +<p> + Divoto mi gittai a santi piedi;<br /> + misericordia chiesi e chel maprisse,<br /> + ma tre volte nel petto pria mi diedi.<br /> +</p> + +<p> + Sette P ne la fronte mi descrisse<br /> + col punton de la spada, e Fa che lavi,<br /> + quando se dentro, queste piaghe disse.<br /> +</p> + +<p> + Cenere, o terra che secca si cavi,<br /> + dun color fora col suo vestimento;<br /> + e di sotto da quel trasse due chiavi.<br /> +</p> + +<p> + Luna era doro e laltra era dargento;<br /> + pria con la bianca e poscia con la gialla<br /> + fece a la porta s, chi fu contento.<br /> +</p> + +<p> + Quandunque luna deste chiavi falla,<br /> + che non si volga dritta per la toppa,<br /> + diss elli a noi, non sapre questa calla.<br /> +</p> + +<p> + Pi cara luna; ma laltra vuol troppa<br /> + darte e dingegno avanti che diserri,<br /> + perch ella quella che l nodo digroppa.<br /> +</p> + +<p> + Da Pier le tegno; e dissemi chi erri<br /> + anzi ad aprir cha tenerla serrata,<br /> + pur che la gente a piedi mi satterri.<br /> +</p> + +<p> + Poi pinse luscio a la porta sacrata,<br /> + dicendo: Intrate; ma facciovi accorti<br /> + che di fuor torna chi n dietro si guata.<br /> +</p> + +<p> + E quando fuor ne cardini distorti<br /> + li spigoli di quella regge sacra,<br /> + che di metallo son sonanti e forti,<br /> +</p> + +<p> + non rugghi s n si mostr s acra<br /> + Tarpa, come tolto le fu il buono<br /> + Metello, per che poi rimase macra.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br /> + e Te Deum laudamus mi parea<br /> + udire in voce mista al dolce suono.<br /> +</p> + +<p> + Tale imagine a punto mi rendea<br /> + ci chio udiva, qual prender si suole<br /> + quando a cantar con organi si stea;<br /> +</p> + +<p> + chor s or no sintendon le parole.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap10"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto X +</h3> + +<p> + Poi fummo dentro al soglio de la porta<br /> + che l mal amor de lanime disusa,<br /> + perch fa parer dritta la via torta,<br /> +</p> + +<p> + sonando la senti esser richiusa;<br /> + e sio avesse li occhi vlti ad essa,<br /> + qual fora stata al fallo degna scusa?<br /> +</p> + +<p> + Noi salavam per una pietra fessa,<br /> + che si moveva e duna e daltra parte,<br /> + s come londa che fugge e sappressa.<br /> +</p> + +<p> + Qui si conviene usare un poco darte,<br /> + cominci l duca mio, in accostarsi<br /> + or quinci, or quindi al lato che si parte.<br /> +</p> + +<p> + E questo fece i nostri passi scarsi,<br /> + tanto che pria lo scemo de la luna<br /> + rigiunse al letto suo per ricorcarsi,<br /> +</p> + +<p> + che noi fossimo fuor di quella cruna;<br /> + ma quando fummo liberi e aperti<br /> + s dove il monte in dietro si rauna,<br /> +</p> + +<p> + o stancato e amendue incerti<br /> + di nostra via, restammo in su un piano<br /> + solingo pi che strade per diserti.<br /> +</p> + +<p> + Da la sua sponda, ove confina il vano,<br /> + al pi de lalta ripa che pur sale,<br /> + misurrebbe in tre volte un corpo umano;<br /> +</p> + +<p> + e quanto locchio mio potea trar dale,<br /> + or dal sinistro e or dal destro fianco,<br /> + questa cornice mi parea cotale.<br /> +</p> + +<p> + L s non eran mossi i pi nostri anco,<br /> + quand io conobbi quella ripa intorno<br /> + che dritto di salita aveva manco,<br /> +</p> + +<p> + esser di marmo candido e addorno<br /> + dintagli s, che non pur Policleto,<br /> + ma la natura l avrebbe scorno.<br /> +</p> + +<p> + Langel che venne in terra col decreto<br /> + de la molt anni lagrimata pace,<br /> + chaperse il ciel del suo lungo divieto,<br /> +</p> + +<p> + dinanzi a noi pareva s verace<br /> + quivi intagliato in un atto soave,<br /> + che non sembiava imagine che tace.<br /> +</p> + +<p> + Giurato si saria chel dicesse Ave!;<br /> + perch iv era imaginata quella<br /> + chad aprir lalto amor volse la chiave;<br /> +</p> + +<p> + e avea in atto impressa esta favella<br /> + Ecce ancilla De, propriamente<br /> + come figura in cera si suggella.<br /> +</p> + +<p> + Non tener pur ad un loco la mente,<br /> + disse l dolce maestro, che mavea<br /> + da quella parte onde l cuore ha la gente.<br /> +</p> + +<p> + Per chi mi mossi col viso, e vedea<br /> + di retro da Maria, da quella costa<br /> + onde mera colui che mi movea,<br /> +</p> + +<p> + unaltra storia ne la roccia imposta;<br /> + per chio varcai Virgilio, e femi presso,<br /> + acci che fosse a li occhi miei disposta.<br /> +</p> + +<p> + Era intagliato l nel marmo stesso<br /> + lo carro e buoi, traendo larca santa,<br /> + per che si teme officio non commesso.<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br /> + partita in sette cori, a due mie sensi<br /> + faceva dir lun No, laltro S, canta.<br /> +</p> + +<p> + Similemente al fummo de li ncensi<br /> + che vera imaginato, li occhi e l naso<br /> + e al s e al no discordi fensi.<br /> +</p> + +<p> + L precedeva al benedetto vaso,<br /> + trescando alzato, lumile salmista,<br /> + e pi e men che re era in quel caso.<br /> +</p> + +<p> + Di contra, effigata ad una vista<br /> + dun gran palazzo, Micl ammirava<br /> + s come donna dispettosa e trista.<br /> +</p> + +<p> + I mossi i pi del loco dov io stava,<br /> + per avvisar da presso unaltra istoria,<br /> + che di dietro a Micl mi biancheggiava.<br /> +</p> + +<p> + Quiv era storata lalta gloria<br /> + del roman principato, il cui valore<br /> + mosse Gregorio a la sua gran vittoria;<br /> +</p> + +<p> + i dico di Traiano imperadore;<br /> + e una vedovella li era al freno,<br /> + di lagrime atteggiata e di dolore.<br /> +</p> + +<p> + Intorno a lui parea calcato e pieno<br /> + di cavalieri, e laguglie ne loro<br /> + sovr essi in vista al vento si movieno.<br /> +</p> + +<p> + La miserella intra tutti costoro<br /> + pareva dir: Segnor, fammi vendetta<br /> + di mio figliuol ch morto, ond io maccoro;<br /> +</p> + +<p> + ed elli a lei rispondere: Or aspetta<br /> + tanto chi torni; e quella: Segnor mio,<br /> + come persona in cui dolor saffretta,<br /> +</p> + +<p> + se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io,<br /> + la ti far; ed ella: Laltrui bene<br /> + a te che fia, se l tuo metti in oblio?;<br /> +</p> + +<p> + ond elli: Or ti conforta; chei convene<br /> + chi solva il mio dovere anzi chi mova:<br /> + giustizia vuole e piet mi ritene.<br /> +</p> + +<p> + Colui che mai non vide cosa nova<br /> + produsse esto visibile parlare,<br /> + novello a noi perch qui non si trova.<br /> +</p> + +<p> + Mentr io mi dilettava di guardare<br /> + limagini di tante umilitadi,<br /> + e per lo fabbro loro a veder care,<br /> +</p> + +<p> + Ecco di qua, ma fanno i passi radi,<br /> + mormorava il poeta, molte genti:<br /> + questi ne nveranno a li alti gradi.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi miei, cha mirare eran contenti<br /> + per veder novitadi ond e son vaghi,<br /> + volgendosi ver lui non furon lenti.<br /> +</p> + +<p> + Non vo per, lettor, che tu ti smaghi<br /> + di buon proponimento per udire<br /> + come Dio vuol che l debito si paghi.<br /> +</p> + +<p> + Non attender la forma del martre:<br /> + pensa la succession; pensa chal peggio<br /> + oltre la gran sentenza non pu ire.<br /> +</p> + +<p> + Io cominciai: Maestro, quel chio veggio<br /> + muovere a noi, non mi sembian persone,<br /> + e non so che, s nel veder vaneggio.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: La grave condizione<br /> + di lor tormento a terra li rannicchia,<br /> + s che miei occhi pria nebber tencione.<br /> +</p> + +<p> + Ma guarda fiso l, e disviticchia<br /> + col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br /> + gi scorger puoi come ciascun si picchia.<br /> +</p> + +<p> + O superbi cristian, miseri lassi,<br /> + che, de la vista de la mente infermi,<br /> + fidanza avete ne retrosi passi,<br /> +</p> + +<p> + non vaccorgete voi che noi siam vermi<br /> + nati a formar langelica farfalla,<br /> + che vola a la giustizia sanza schermi?<br /> +</p> + +<p> + Di che lanimo vostro in alto galla,<br /> + poi siete quasi antomata in difetto,<br /> + s come vermo in cui formazion falla?<br /> +</p> + +<p> + Come per sostentar solaio o tetto,<br /> + per mensola talvolta una figura<br /> + si vede giugner le ginocchia al petto,<br /> +</p> + +<p> + la qual fa del non ver vera rancura<br /> + nascere n chi la vede; cos fatti<br /> + vid io color, quando puosi ben cura.<br /> +</p> + +<p> + Vero che pi e meno eran contratti<br /> + secondo chavien pi e meno a dosso;<br /> + e qual pi pazenza avea ne li atti,<br /> +</p> + +<p> + piangendo parea dicer: Pi non posso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap11"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XI +</h3> + +<p> + O Padre nostro, che ne cieli stai,<br /> + non circunscritto, ma per pi amore<br /> + chai primi effetti di l s tu hai,<br /> +</p> + +<p> + laudato sia l tuo nome e l tuo valore<br /> + da ogne creatura, com degno<br /> + di render grazie al tuo dolce vapore.<br /> +</p> + +<p> + Vegna ver noi la pace del tuo regno,<br /> + ch noi ad essa non potem da noi,<br /> + sella non vien, con tutto nostro ingegno.<br /> +</p> + +<p> + Come del suo voler li angeli tuoi<br /> + fan sacrificio a te, cantando osanna,<br /> + cos facciano li uomini de suoi.<br /> +</p> + +<p> + D oggi a noi la cotidiana manna,<br /> + sanza la qual per questo aspro diserto<br /> + a retro va chi pi di gir saffanna.<br /> +</p> + +<p> + E come noi lo mal chavem sofferto<br /> + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br /> + benigno, e non guardar lo nostro merto.<br /> +</p> + +<p> + Nostra virt che di legger sadona,<br /> + non spermentar con lantico avversaro,<br /> + ma libera da lui che s la sprona.<br /> +</p> + +<p> + Quest ultima preghiera, segnor caro,<br /> + gi non si fa per noi, ch non bisogna,<br /> + ma per color che dietro a noi restaro.<br /> +</p> + +<p> + Cos a s e noi buona ramogna<br /> + quell ombre orando, andavan sotto l pondo,<br /> + simile a quel che talvolta si sogna,<br /> +</p> + +<p> + disparmente angosciate tutte a tondo<br /> + e lasse su per la prima cornice,<br /> + purgando la caligine del mondo.<br /> +</p> + +<p> + Se di l sempre ben per noi si dice,<br /> + di qua che dire e far per lor si puote<br /> + da quei channo al voler buona radice?<br /> +</p> + +<p> + Ben si de loro atar lavar le note<br /> + che portar quinci, s che, mondi e lievi,<br /> + possano uscire a le stellate ruote.<br /> +</p> + +<p> + Deh, se giustizia e piet vi disgrievi<br /> + tosto, s che possiate muover lala,<br /> + che secondo il disio vostro vi lievi,<br /> +</p> + +<p> + mostrate da qual mano inver la scala<br /> + si va pi corto; e se c pi dun varco,<br /> + quel ne nsegnate che men erto cala;<br /> +</p> + +<p> + ch questi che vien meco, per lo ncarco<br /> + de la carne dAdamo onde si veste,<br /> + al montar s, contra sua voglia, parco.<br /> +</p> + +<p> + Le lor parole, che rendero a queste<br /> + che dette avea colui cu io seguiva,<br /> + non fur da cui venisser manifeste;<br /> +</p> + +<p> + ma fu detto: A man destra per la riva<br /> + con noi venite, e troverete il passo<br /> + possibile a salir persona viva.<br /> +</p> + +<p> + E sio non fossi impedito dal sasso<br /> + che la cervice mia superba doma,<br /> + onde portar convienmi il viso basso,<br /> +</p> + +<p> + cotesti, chancor vive e non si noma,<br /> + guardere io, per veder si l conosco,<br /> + e per farlo pietoso a questa soma.<br /> +</p> + +<p> + Io fui latino e nato dun gran Tosco:<br /> + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br /> + non so se l nome suo gi mai fu vosco.<br /> +</p> + +<p> + Lantico sangue e lopere leggiadre<br /> + di miei maggior mi fer s arrogante,<br /> + che, non pensando a la comune madre,<br /> +</p> + +<p> + ogn uomo ebbi in despetto tanto avante,<br /> + chio ne mori, come i Sanesi sanno,<br /> + e sallo in Campagnatico ogne fante.<br /> +</p> + +<p> + Io sono Omberto; e non pur a me danno<br /> + superbia fa, ch tutti miei consorti<br /> + ha ella tratti seco nel malanno.<br /> +</p> + +<p> + E qui convien chio questo peso porti<br /> + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br /> + poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti.<br /> +</p> + +<p> + Ascoltando chinai in gi la faccia;<br /> + e un di lor, non questi che parlava,<br /> + si torse sotto il peso che li mpaccia,<br /> +</p> + +<p> + e videmi e conobbemi e chiamava,<br /> + tenendo li occhi con fatica fisi<br /> + a me che tutto chin con loro andava.<br /> +</p> + +<p> + Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi,<br /> + lonor dAgobbio e lonor di quell arte<br /> + challuminar chiamata in Parisi?.<br /> +</p> + +<p> + Frate, diss elli, pi ridon le carte<br /> + che pennelleggia Franco Bolognese;<br /> + lonore tutto or suo, e mio in parte.<br /> +</p> + +<p> + Ben non sare io stato s cortese<br /> + mentre chio vissi, per lo gran disio<br /> + de leccellenza ove mio core intese.<br /> +</p> + +<p> + Di tal superbia qui si paga il fio;<br /> + e ancor non sarei qui, se non fosse<br /> + che, possendo peccar, mi volsi a Dio.<br /> +</p> + +<p> + Oh vana gloria de lumane posse!<br /> + com poco verde in su la cima dura,<br /> + se non giunta da letati grosse!<br /> +</p> + +<p> + Credette Cimabue ne la pittura<br /> + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br /> + s che la fama di colui scura.<br /> +</p> + +<p> + Cos ha tolto luno a laltro Guido<br /> + la gloria de la lingua; e forse nato<br /> + chi luno e laltro caccer del nido.<br /> +</p> + +<p> + Non il mondan romore altro chun fiato<br /> + di vento, chor vien quinci e or vien quindi,<br /> + e muta nome perch muta lato.<br /> +</p> + +<p> + Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi<br /> + da te la carne, che se fossi morto<br /> + anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,<br /> +</p> + +<p> + pria che passin mill anni? ch pi corto<br /> + spazio a letterno, chun muover di ciglia<br /> + al cerchio che pi tardi in cielo torto.<br /> +</p> + +<p> + Colui che del cammin s poco piglia<br /> + dinanzi a me, Toscana son tutta;<br /> + e ora a pena in Siena sen pispiglia,<br /> +</p> + +<p> + ond era sire quando fu distrutta<br /> + la rabbia fiorentina, che superba<br /> + fu a quel tempo s com ora putta.<br /> +</p> + +<p> + La vostra nominanza color derba,<br /> + che viene e va, e quei la discolora<br /> + per cui ella esce de la terra acerba.<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: Tuo vero dir mincora<br /> + bona umilt, e gran tumor mappiani;<br /> + ma chi quei di cui tu parlavi ora?.<br /> +</p> + +<p> + Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;<br /> + ed qui perch fu presuntoso<br /> + a recar Siena tutta a le sue mani.<br /> +</p> + +<p> + Ito cos e va, sanza riposo,<br /> + poi che mor; cotal moneta rende<br /> + a sodisfar chi di l troppo oso.<br /> +</p> + +<p> + E io: Se quello spirito chattende,<br /> + pria che si penta, lorlo de la vita,<br /> + qua gi dimora e qua s non ascende,<br /> +</p> + +<p> + se buona orazon lui non aita,<br /> + prima che passi tempo quanto visse,<br /> + come fu la venuta lui largita?.<br /> +</p> + +<p> + Quando vivea pi gloroso, disse,<br /> + liberamente nel Campo di Siena,<br /> + ogne vergogna diposta, saffisse;<br /> +</p> + +<p> + e l, per trar lamico suo di pena,<br /> + che sostenea ne la prigion di Carlo,<br /> + si condusse a tremar per ogne vena.<br /> +</p> + +<p> + Pi non dir, e scuro so che parlo;<br /> + ma poco tempo andr, che tuoi vicini<br /> + faranno s che tu potrai chiosarlo.<br /> +</p> + +<p> + Quest opera li tolse quei confini.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap12"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XII +</h3> + +<p> + Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br /> + mandava io con quell anima carca,<br /> + fin che l sofferse il dolce pedagogo.<br /> +</p> + +<p> + Ma quando disse: Lascia lui e varca;<br /> + ch qui buono con lali e coi remi,<br /> + quantunque pu, ciascun pinger sua barca;<br /> +</p> + +<p> + dritto s come andar vuolsi rifemi<br /> + con la persona, avvegna che i pensieri<br /> + mi rimanessero e chinati e scemi.<br /> +</p> + +<p> + Io mera mosso, e seguia volontieri<br /> + del mio maestro i passi, e amendue<br /> + gi mostravam com eravam leggeri;<br /> +</p> + +<p> + ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:<br /> + buon ti sar, per tranquillar la via,<br /> + veder lo letto de le piante tue.<br /> +</p> + +<p> + Come, perch di lor memoria sia,<br /> + sovra i sepolti le tombe terragne<br /> + portan segnato quel chelli eran pria,<br /> +</p> + +<p> + onde l molte volte si ripiagne<br /> + per la puntura de la rimembranza,<br /> + che solo a pi d de le calcagne;<br /> +</p> + +<p> + s vid io l, ma di miglior sembianza<br /> + secondo lartificio, figurato<br /> + quanto per via di fuor del monte avanza.<br /> +</p> + +<p> + Vedea colui che fu nobil creato<br /> + pi chaltra creatura, gi dal cielo<br /> + folgoreggiando scender, da lun lato.<br /> +</p> + +<p> + Veda Brareo fitto dal telo<br /> + celestal giacer, da laltra parte,<br /> + grave a la terra per lo mortal gelo.<br /> +</p> + +<p> + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br /> + armati ancora, intorno al padre loro,<br /> + mirar le membra di Giganti sparte.<br /> +</p> + +<p> + Vedea Nembrt a pi del gran lavoro<br /> + quasi smarrito, e riguardar le genti<br /> + che n Sennar con lui superbi fuoro.<br /> +</p> + +<p> + O Nob, con che occhi dolenti<br /> + vedea io te segnata in su la strada,<br /> + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!<br /> +</p> + +<p> + O Sal, come in su la propria spada<br /> + quivi parevi morto in Gelbo,<br /> + che poi non sent pioggia n rugiada!<br /> +</p> + +<p> + O folle Aragne, s vedea io te<br /> + gi mezza ragna, trista in su li stracci<br /> + de lopera che mal per te si f.<br /> +</p> + +<p> + O Robom, gi non par che minacci<br /> + quivi l tuo segno; ma pien di spavento<br /> + nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava ancor lo duro pavimento<br /> + come Almeon a sua madre f caro<br /> + parer lo sventurato addornamento.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava come i figli si gittaro<br /> + sovra Sennacherb dentro dal tempio,<br /> + e come, morto lui, quivi il lasciaro.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava la ruina e l crudo scempio<br /> + che f Tamiri, quando disse a Ciro:<br /> + Sangue sitisti, e io di sangue tempio.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava come in rotta si fuggiro<br /> + li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br /> + e anche le reliquie del martiro.<br /> +</p> + +<p> + Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br /> + o Iln, come te basso e vile<br /> + mostrava il segno che l si discerne!<br /> +</p> + +<p> + Qual di pennel fu maestro o di stile<br /> + che ritraesse lombre e tratti chivi<br /> + mirar farieno uno ingegno sottile?<br /> +</p> + +<p> + Morti li morti e i vivi parean vivi:<br /> + non vide mei di me chi vide il vero,<br /> + quant io calcai, fin che chinato givi.<br /> +</p> + +<p> + Or superbite, e via col viso altero,<br /> + figliuoli dEva, e non chinate il volto<br /> + s che veggiate il vostro mal sentero!<br /> +</p> + +<p> + Pi era gi per noi del monte vlto<br /> + e del cammin del sole assai pi speso<br /> + che non stimava lanimo non sciolto,<br /> +</p> + +<p> + quando colui che sempre innanzi atteso<br /> + andava, cominci: Drizza la testa;<br /> + non pi tempo di gir s sospeso.<br /> +</p> + +<p> + Vedi col un angel che sappresta<br /> + per venir verso noi; vedi che torna<br /> + dal servigio del d lancella sesta.<br /> +</p> + +<p> + Di reverenza il viso e li atti addorna,<br /> + s che i diletti lo nvarci in suso;<br /> + pensa che questo d mai non raggiorna!.<br /> +</p> + +<p> + Io era ben del suo ammonir uso<br /> + pur di non perder tempo, s che n quella<br /> + materia non potea parlarmi chiuso.<br /> +</p> + +<p> + A noi vena la creatura bella,<br /> + biancovestito e ne la faccia quale<br /> + par tremolando mattutina stella.<br /> +</p> + +<p> + Le braccia aperse, e indi aperse lale;<br /> + disse: Venite: qui son presso i gradi,<br /> + e agevolemente omai si sale.<br /> +</p> + +<p> + A questo invito vegnon molto radi:<br /> + o gente umana, per volar s nata,<br /> + perch a poco vento cos cadi?.<br /> +</p> + +<p> + Menocci ove la roccia era tagliata;<br /> + quivi mi batt lali per la fronte;<br /> + poi mi promise sicura landata.<br /> +</p> + +<p> + Come a man destra, per salire al monte<br /> + dove siede la chiesa che soggioga<br /> + la ben guidata sopra Rubaconte,<br /> +</p> + +<p> + si rompe del montar lardita foga<br /> + per le scalee che si fero ad etade<br /> + chera sicuro il quaderno e la doga;<br /> +</p> + +<p> + cos sallenta la ripa che cade<br /> + quivi ben ratta da laltro girone;<br /> + ma quinci e quindi lalta pietra rade.<br /> +</p> + +<p> + Noi volgendo ivi le nostre persone,<br /> + Beati pauperes spiritu! voci<br /> + cantaron s, che nol diria sermone.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quanto son diverse quelle foci<br /> + da linfernali! ch quivi per canti<br /> + sentra, e l gi per lamenti feroci.<br /> +</p> + +<p> + Gi montavam su per li scaglion santi,<br /> + ed esser mi parea troppo pi lieve<br /> + che per lo pian non mi parea davanti.<br /> +</p> + +<p> + Ond io: Maestro, d, qual cosa greve<br /> + levata s da me, che nulla quasi<br /> + per me fatica, andando, si riceve?.<br /> +</p> + +<p> + Rispuose: Quando i P che son rimasi<br /> + ancor nel volto tuo presso che stinti,<br /> + saranno, com lun, del tutto rasi,<br /> +</p> + +<p> + fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,<br /> + che non pur non fatica sentiranno,<br /> + ma fia diletto loro esser s pinti.<br /> +</p> + +<p> + Allor fec io come color che vanno<br /> + con cosa in capo non da lor saputa,<br /> + se non che cenni altrui sospecciar fanno;<br /> +</p> + +<p> + per che la mano ad accertar saiuta,<br /> + e cerca e truova e quello officio adempie<br /> + che non si pu fornir per la veduta;<br /> +</p> + +<p> + e con le dita de la destra scempie<br /> + trovai pur sei le lettere che ncise<br /> + quel da le chiavi a me sovra le tempie:<br /> +</p> + +<p> + a che guardando, il mio duca sorrise.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap13"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XIII +</h3> + +<p> + Noi eravamo al sommo de la scala,<br /> + dove secondamente si risega<br /> + lo monte che salendo altrui dismala.<br /> +</p> + +<p> + Ivi cos una cornice lega<br /> + dintorno il poggio, come la primaia;<br /> + se non che larco suo pi tosto piega.<br /> +</p> + +<p> + Ombra non l n segno che si paia:<br /> + parsi la ripa e parsi la via schietta<br /> + col livido color de la petraia.<br /> +</p> + +<p> + Se qui per dimandar gente saspetta,<br /> + ragionava il poeta, io temo forse<br /> + che troppo avr dindugio nostra eletta.<br /> +</p> + +<p> + Poi fisamente al sole li occhi porse;<br /> + fece del destro lato a muover centro,<br /> + e la sinistra parte di s torse.<br /> +</p> + +<p> + O dolce lume a cui fidanza i entro<br /> + per lo novo cammin, tu ne conduci,<br /> + dicea, come condur si vuol quinc entro.<br /> +</p> + +<p> + Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci;<br /> + saltra ragione in contrario non ponta,<br /> + esser dien sempre li tuoi raggi duci.<br /> +</p> + +<p> + Quanto di qua per un migliaio si conta,<br /> + tanto di l eravam noi gi iti,<br /> + con poco tempo, per la voglia pronta;<br /> +</p> + +<p> + e verso noi volar furon sentiti,<br /> + non per visti, spiriti parlando<br /> + a la mensa damor cortesi inviti.<br /> +</p> + +<p> + La prima voce che pass volando<br /> + Vinum non habent altamente disse,<br /> + e dietro a noi land reterando.<br /> +</p> + +<p> + E prima che del tutto non si udisse<br /> + per allungarsi, unaltra I sono Oreste<br /> + pass gridando, e anco non saffisse.<br /> +</p> + +<p> + Oh!, diss io, padre, che voci son queste?.<br /> + E com io domandai, ecco la terza<br /> + dicendo: Amate da cui male aveste.<br /> +</p> + +<p> + E l buon maestro: Questo cinghio sferza<br /> + la colpa de la invidia, e per sono<br /> + tratte damor le corde de la ferza.<br /> +</p> + +<p> + Lo fren vuol esser del contrario suono;<br /> + credo che ludirai, per mio avviso,<br /> + prima che giunghi al passo del perdono.<br /> +</p> + +<p> + Ma ficca li occhi per laere ben fiso,<br /> + e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br /> + e ciascun lungo la grotta assiso.<br /> +</p> + +<p> + Allora pi che prima li occhi apersi;<br /> + guardami innanzi, e vidi ombre con manti<br /> + al color de la pietra non diversi.<br /> +</p> + +<p> + E poi che fummo un poco pi avanti,<br /> + udia gridar: Maria, ra per noi:<br /> + gridar Michele e Pietro e Tutti santi.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che per terra vada ancoi<br /> + omo s duro, che non fosse punto<br /> + per compassion di quel chi vidi poi;<br /> +</p> + +<p> + ch, quando fui s presso di lor giunto,<br /> + che li atti loro a me venivan certi,<br /> + per li occhi fui di grave dolor munto.<br /> +</p> + +<p> + Di vil ciliccio mi parean coperti,<br /> + e lun sofferia laltro con la spalla,<br /> + e tutti da la ripa eran sofferti.<br /> +</p> + +<p> + Cos li ciechi a cui la roba falla,<br /> + stanno a perdoni a chieder lor bisogna,<br /> + e luno il capo sopra laltro avvalla,<br /> +</p> + +<p> + perch n altrui piet tosto si pogna,<br /> + non pur per lo sonar de le parole,<br /> + ma per la vista che non meno agogna.<br /> +</p> + +<p> + E come a li orbi non approda il sole,<br /> + cos a lombre quivi, ond io parlo ora,<br /> + luce del ciel di s largir non vole;<br /> +</p> + +<p> + ch a tutti un fil di ferro i cigli fra<br /> + e cusce s, come a sparvier selvaggio<br /> + si fa per che queto non dimora.<br /> +</p> + +<p> + A me pareva, andando, fare oltraggio,<br /> + veggendo altrui, non essendo veduto:<br /> + per chio mi volsi al mio consiglio saggio.<br /> +</p> + +<p> + Ben sapev ei che volea dir lo muto;<br /> + e per non attese mia dimanda,<br /> + ma disse: Parla, e sie breve e arguto.<br /> +</p> + +<p> + Virgilio mi vena da quella banda<br /> + de la cornice onde cader si puote,<br /> + perch da nulla sponda singhirlanda;<br /> +</p> + +<p> + da laltra parte meran le divote<br /> + ombre, che per lorribile costura<br /> + premevan s, che bagnavan le gote.<br /> +</p> + +<p> + Volsimi a loro e: O gente sicura,<br /> + incominciai, di veder lalto lume<br /> + che l disio vostro solo ha in sua cura,<br /> +</p> + +<p> + se tosto grazia resolva le schiume<br /> + di vostra coscenza s che chiaro<br /> + per essa scenda de la mente il fiume,<br /> +</p> + +<p> + ditemi, ch mi fia grazioso e caro,<br /> + sanima qui tra voi che sia latina;<br /> + e forse lei sar buon si lapparo.<br /> +</p> + +<p> + O frate mio, ciascuna cittadina<br /> + duna vera citt; ma tu vuo dire<br /> + che vivesse in Italia peregrina.<br /> +</p> + +<p> + Questo mi parve per risposta udire<br /> + pi innanzi alquanto che l dov io stava,<br /> + ond io mi feci ancor pi l sentire.<br /> +</p> + +<p> + Tra laltre vidi unombra chaspettava<br /> + in vista; e se volesse alcun dir Come?,<br /> + lo mento a guisa dorbo in s levava.<br /> +</p> + +<p> + Spirto, diss io, che per salir ti dome,<br /> + se tu se quelli che mi rispondesti,<br /> + fammiti conto o per luogo o per nome.<br /> +</p> + +<p> + Io fui sanese, rispuose, e con questi<br /> + altri rimendo qui la vita ria,<br /> + lagrimando a colui che s ne presti.<br /> +</p> + +<p> + Savia non fui, avvegna che Sapa<br /> + fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br /> + pi lieta assai che di ventura mia.<br /> +</p> + +<p> + E perch tu non creda chio tinganni,<br /> + odi si fui, com io ti dico, folle,<br /> + gi discendendo larco di miei anni.<br /> +</p> + +<p> + Eran li cittadin miei presso a Colle<br /> + in campo giunti co loro avversari,<br /> + e io pregava Iddio di quel che volle.<br /> +</p> + +<p> + Rotti fuor quivi e vlti ne li amari<br /> + passi di fuga; e veggendo la caccia,<br /> + letizia presi a tutte altre dispari,<br /> +</p> + +<p> + tanto chio volsi in s lardita faccia,<br /> + gridando a Dio: Omai pi non ti temo!,<br /> + come f l merlo per poca bonaccia.<br /> +</p> + +<p> + Pace volli con Dio in su lo stremo<br /> + de la mia vita; e ancor non sarebbe<br /> + lo mio dover per penitenza scemo,<br /> +</p> + +<p> + se ci non fosse, cha memoria mebbe<br /> + Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br /> + a cui di me per caritate increbbe.<br /> +</p> + +<p> + Ma tu chi se, che nostre condizioni<br /> + vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br /> + s com io credo, e spirando ragioni?.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti,<br /> + ma picciol tempo, ch poca loffesa<br /> + fatta per esser con invidia vlti.<br /> +</p> + +<p> + Troppa pi la paura ond sospesa<br /> + lanima mia del tormento di sotto,<br /> + che gi lo ncarco di l gi mi pesa.<br /> +</p> + +<p> + Ed ella a me: Chi tha dunque condotto<br /> + qua s tra noi, se gi ritornar credi?.<br /> + E io: Costui ch meco e non fa motto.<br /> +</p> + +<p> + E vivo sono; e per mi richiedi,<br /> + spirito eletto, se tu vuo chi mova<br /> + di l per te ancor li mortai piedi.<br /> +</p> + +<p> + Oh, questa a udir s cosa nuova,<br /> + rispuose, che gran segno che Dio tami;<br /> + per col priego tuo talor mi giova.<br /> +</p> + +<p> + E cheggioti, per quel che tu pi brami,<br /> + se mai calchi la terra di Toscana,<br /> + che a miei propinqui tu ben mi rinfami.<br /> +</p> + +<p> + Tu li vedrai tra quella gente vana<br /> + che spera in Talamone, e perderagli<br /> + pi di speranza cha trovar la Diana;<br /> +</p> + +<p> + ma pi vi perderanno li ammiragli.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap14"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XIV +</h3> + +<p> + Chi costui che l nostro monte cerchia<br /> + prima che morte li abbia dato il volo,<br /> + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.<br /> +</p> + +<p> + Non so chi sia, ma so che non solo;<br /> + domandal tu che pi li tavvicini,<br /> + e dolcemente, s che parli, accolo.<br /> +</p> + +<p> + Cos due spirti, luno a laltro chini,<br /> + ragionavan di me ivi a man dritta;<br /> + poi fer li visi, per dirmi, supini;<br /> +</p> + +<p> + e disse luno: O anima che fitta<br /> + nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,<br /> + per carit ne consola e ne ditta<br /> +</p> + +<p> + onde vieni e chi se; ch tu ne fai<br /> + tanto maravigliar de la tua grazia,<br /> + quanto vuol cosa che non fu pi mai.<br /> +</p> + +<p> + E io: Per mezza Toscana si spazia<br /> + un fiumicel che nasce in Falterona,<br /> + e cento miglia di corso nol sazia.<br /> +</p> + +<p> + Di sovr esso rech io questa persona:<br /> + dirvi chi sia, saria parlare indarno,<br /> + ch l nome mio ancor molto non suona.<br /> +</p> + +<p> + Se ben lo ntendimento tuo accarno<br /> + con lo ntelletto, allora mi rispuose<br /> + quei che diceva pria, tu parli dArno.<br /> +</p> + +<p> + E laltro disse lui: Perch nascose<br /> + questi il vocabol di quella riviera,<br /> + pur com om fa de lorribili cose?.<br /> +</p> + +<p> + E lombra che di ci domandata era,<br /> + si sdebit cos: Non so; ma degno<br /> + ben che l nome di tal valle pra;<br /> +</p> + +<p> + ch dal principio suo, ov s pregno<br /> + lalpestro monte ond tronco Peloro,<br /> + che n pochi luoghi passa oltra quel segno,<br /> +</p> + +<p> + infin l ve si rende per ristoro<br /> + di quel che l ciel de la marina asciuga,<br /> + ond hanno i fiumi ci che va con loro,<br /> +</p> + +<p> + vert cos per nimica si fuga<br /> + da tutti come biscia, o per sventura<br /> + del luogo, o per mal uso che li fruga:<br /> +</p> + +<p> + ond hanno s mutata lor natura<br /> + li abitator de la misera valle,<br /> + che par che Circe li avesse in pastura.<br /> +</p> + +<p> + Tra brutti porci, pi degni di galle<br /> + che daltro cibo fatto in uman uso,<br /> + dirizza prima il suo povero calle.<br /> +</p> + +<p> + Botoli trova poi, venendo giuso,<br /> + ringhiosi pi che non chiede lor possa,<br /> + e da lor disdegnosa torce il muso.<br /> +</p> + +<p> + Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa,<br /> + tanto pi trova di can farsi lupi<br /> + la maladetta e sventurata fossa.<br /> +</p> + +<p> + Discesa poi per pi pelaghi cupi,<br /> + trova le volpi s piene di froda,<br /> + che non temono ingegno che le occpi.<br /> +</p> + +<p> + N lascer di dir perch altri moda;<br /> + e buon sar costui, sancor sammenta<br /> + di ci che vero spirto mi disnoda.<br /> +</p> + +<p> + Io veggio tuo nepote che diventa<br /> + cacciator di quei lupi in su la riva<br /> + del fiero fiume, e tutti li sgomenta.<br /> +</p> + +<p> + Vende la carne loro essendo viva;<br /> + poscia li ancide come antica belva;<br /> + molti di vita e s di pregio priva.<br /> +</p> + +<p> + Sanguinoso esce de la trista selva;<br /> + lasciala tal, che di qui a mille anni<br /> + ne lo stato primaio non si rinselva.<br /> +</p> + +<p> + Com a lannunzio di dogliosi danni<br /> + si turba il viso di colui chascolta,<br /> + da qual che parte il periglio lassanni,<br /> +</p> + +<p> + cos vid io laltr anima, che volta<br /> + stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br /> + poi chebbe la parola a s raccolta.<br /> +</p> + +<p> + Lo dir de luna e de laltra la vista<br /> + mi fer voglioso di saper lor nomi,<br /> + e dimanda ne fei con prieghi mista;<br /> +</p> + +<p> + per che lo spirto che di pria parlmi<br /> + ricominci: Tu vuo chio mi deduca<br /> + nel fare a te ci che tu far non vuomi.<br /> +</p> + +<p> + Ma da che Dio in te vuol che traluca<br /> + tanto sua grazia, non ti sar scarso;<br /> + per sappi chio fui Guido del Duca.<br /> +</p> + +<p> + Fu il sangue mio dinvidia s rarso,<br /> + che se veduto avesse uom farsi lieto,<br /> + visto mavresti di livore sparso.<br /> +</p> + +<p> + Di mia semente cotal paglia mieto;<br /> + o gente umana, perch poni l core<br /> + l v mestier di consorte divieto?<br /> +</p> + +<p> + Questi Rinier; questi l pregio e lonore<br /> + de la casa da Calboli, ove nullo<br /> + fatto s reda poi del suo valore.<br /> +</p> + +<p> + E non pur lo suo sangue fatto brullo,<br /> + tra l Po e l monte e la marina e l Reno,<br /> + del ben richesto al vero e al trastullo;<br /> +</p> + +<p> + ch dentro a questi termini ripieno<br /> + di venenosi sterpi, s che tardi<br /> + per coltivare omai verrebber meno.<br /> +</p> + +<p> + Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br /> + Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br /> + Oh Romagnuoli tornati in bastardi!<br /> +</p> + +<p> + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br /> + quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br /> + verga gentil di picciola gramigna?<br /> +</p> + +<p> + Non ti maravigliar sio piango, Tosco,<br /> + quando rimembro, con Guido da Prata,<br /> + Ugolin dAzzo che vivette nosco,<br /> +</p> + +<p> + Federigo Tignoso e sua brigata,<br /> + la casa Traversara e li Anastagi<br /> + (e luna gente e laltra diretata),<br /> +</p> + +<p> + le donne e cavalier, li affanni e li agi<br /> + che ne nvogliava amore e cortesia<br /> + l dove i cuor son fatti s malvagi.<br /> +</p> + +<p> + O Bretinoro, ch non fuggi via,<br /> + poi che gita se n la tua famiglia<br /> + e molta gente per non esser ria?<br /> +</p> + +<p> + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br /> + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br /> + che di figliar tai conti pi simpiglia.<br /> +</p> + +<p> + Ben faranno i Pagan, da che l demonio<br /> + lor sen gir; ma non per che puro<br /> + gi mai rimagna dessi testimonio.<br /> +</p> + +<p> + O Ugolin de Fantolin, sicuro<br /> + l nome tuo, da che pi non saspetta<br /> + chi far lo possa, tralignando, scuro.<br /> +</p> + +<p> + Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta<br /> + troppo di pianger pi che di parlare,<br /> + s mha nostra ragion la mente stretta.<br /> +</p> + +<p> + Noi sapavam che quell anime care<br /> + ci sentivano andar; per, tacendo,<br /> + facan noi del cammin confidare.<br /> +</p> + +<p> + Poi fummo fatti soli procedendo,<br /> + folgore parve quando laere fende,<br /> + voce che giunse di contra dicendo:<br /> +</p> + +<p> + Anciderammi qualunque mapprende;<br /> + e fugg come tuon che si dilegua,<br /> + se sbito la nuvola scoscende.<br /> +</p> + +<p> + Come da lei ludir nostro ebbe triegua,<br /> + ed ecco laltra con s gran fracasso,<br /> + che somigli tonar che tosto segua:<br /> +</p> + +<p> + Io sono Aglauro che divenni sasso;<br /> + e allor, per ristrignermi al poeta,<br /> + in destro feci, e non innanzi, il passo.<br /> +</p> + +<p> + Gi era laura dogne parte queta;<br /> + ed el mi disse: Quel fu l duro camo<br /> + che dovria luom tener dentro a sua meta.<br /> +</p> + +<p> + Ma voi prendete lesca, s che lamo<br /> + de lantico avversaro a s vi tira;<br /> + e per poco val freno o richiamo.<br /> +</p> + +<p> + Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira,<br /> + mostrandovi le sue bellezze etterne,<br /> + e locchio vostro pur a terra mira;<br /> +</p> + +<p> + onde vi batte chi tutto discerne.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap15"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XV +</h3> + +<p> + Quanto tra lultimar de lora terza<br /> + e l principio del d par de la spera<br /> + che sempre a guisa di fanciullo scherza,<br /> +</p> + +<p> + tanto pareva gi inver la sera<br /> + essere al sol del suo corso rimaso;<br /> + vespero l, e qui mezza notte era.<br /> +</p> + +<p> + E i raggi ne ferien per mezzo l naso,<br /> + perch per noi girato era s l monte,<br /> + che gi dritti andavamo inver loccaso,<br /> +</p> + +<p> + quand io senti a me gravar la fronte<br /> + a lo splendore assai pi che di prima,<br /> + e stupor meran le cose non conte;<br /> +</p> + +<p> + ond io levai le mani inver la cima<br /> + de le mie ciglia, e fecimi l solecchio,<br /> + che del soverchio visibile lima.<br /> +</p> + +<p> + Come quando da lacqua o da lo specchio<br /> + salta lo raggio a lopposita parte,<br /> + salendo su per lo modo parecchio<br /> +</p> + +<p> + a quel che scende, e tanto si diparte<br /> + dal cader de la pietra in igual tratta,<br /> + s come mostra esperenza e arte;<br /> +</p> + +<p> + cos mi parve da luce rifratta<br /> + quivi dinanzi a me esser percosso;<br /> + per che a fuggir la mia vista fu ratta.<br /> +</p> + +<p> + Che quel, dolce padre, a che non posso<br /> + schermar lo viso tanto che mi vaglia,<br /> + diss io, e pare inver noi esser mosso?.<br /> +</p> + +<p> + Non ti maravigliar sancor tabbaglia<br /> + la famiglia del cielo, a me rispuose:<br /> + messo che viene ad invitar chom saglia.<br /> +</p> + +<p> + Tosto sar cha veder queste cose<br /> + non ti fia grave, ma fieti diletto<br /> + quanto natura a sentir ti dispuose.<br /> +</p> + +<p> + Poi giunti fummo a langel benedetto,<br /> + con lieta voce disse: Intrate quinci<br /> + ad un scaleo vie men che li altri eretto.<br /> +</p> + +<p> + Noi montavam, gi partiti di linci,<br /> + e Beati misericordes! fue<br /> + cantato retro, e Godi tu che vinci!.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro e io soli amendue<br /> + suso andavamo; e io pensai, andando,<br /> + prode acquistar ne le parole sue;<br /> +</p> + +<p> + e dirizzami a lui s dimandando:<br /> + Che volse dir lo spirto di Romagna,<br /> + e divieto e consorte menzionando?.<br /> +</p> + +<p> + Per chelli a me: Di sua maggior magagna<br /> + conosce il danno; e per non sammiri<br /> + se ne riprende perch men si piagna.<br /> +</p> + +<p> + Perch sappuntano i vostri disiri<br /> + dove per compagnia parte si scema,<br /> + invidia move il mantaco a sospiri.<br /> +</p> + +<p> + Ma se lamor de la spera supprema<br /> + torcesse in suso il disiderio vostro,<br /> + non vi sarebbe al petto quella tema;<br /> +</p> + +<p> + ch, per quanti si dice pi l nostro,<br /> + tanto possiede pi di ben ciascuno,<br /> + e pi di caritate arde in quel chiostro.<br /> +</p> + +<p> + Io son desser contento pi digiuno,<br /> + diss io, che se mi fosse pria taciuto,<br /> + e pi di dubbio ne la mente aduno.<br /> +</p> + +<p> + Com esser puote chun ben, distributo<br /> + in pi posseditor, faccia pi ricchi<br /> + di s che se da pochi posseduto?.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Per che tu rificchi<br /> + la mente pur a le cose terrene,<br /> + di vera luce tenebre dispicchi.<br /> +</p> + +<p> + Quello infinito e ineffabil bene<br /> + che l s , cos corre ad amore<br /> + com a lucido corpo raggio vene.<br /> +</p> + +<p> + Tanto si d quanto trova dardore;<br /> + s che, quantunque carit si stende,<br /> + cresce sovr essa letterno valore.<br /> +</p> + +<p> + E quanta gente pi l s sintende,<br /> + pi v da bene amare, e pi vi sama,<br /> + e come specchio luno a laltro rende.<br /> +</p> + +<p> + E se la mia ragion non ti disfama,<br /> + vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br /> + ti torr questa e ciascun altra brama.<br /> +</p> + +<p> + Procaccia pur che tosto sieno spente,<br /> + come son gi le due, le cinque piaghe,<br /> + che si richiudon per esser dolente.<br /> +</p> + +<p> + Com io voleva dicer Tu mappaghe,<br /> + vidimi giunto in su laltro girone,<br /> + s che tacer mi fer le luci vaghe.<br /> +</p> + +<p> + Ivi mi parve in una visone<br /> + estatica di sbito esser tratto,<br /> + e vedere in un tempio pi persone;<br /> +</p> + +<p> + e una donna, in su lentrar, con atto<br /> + dolce di madre dicer: Figliuol mio,<br /> + perch hai tu cos verso noi fatto?<br /> +</p> + +<p> + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br /> + ti cercavamo. E come qui si tacque,<br /> + ci che pareva prima, dispario.<br /> +</p> + +<p> + Indi mapparve unaltra con quell acque<br /> + gi per le gote che l dolor distilla<br /> + quando di gran dispetto in altrui nacque,<br /> +</p> + +<p> + e dir: Se tu se sire de la villa<br /> + del cui nome ne di fu tanta lite,<br /> + e onde ogne scenza disfavilla,<br /> +</p> + +<p> + vendica te di quelle braccia ardite<br /> + chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto.<br /> + E l segnor mi parea, benigno e mite,<br /> +</p> + +<p> + risponder lei con viso temperato:<br /> + Che farem noi a chi mal ne disira,<br /> + se quei che ci ama per noi condannato?,<br /> +</p> + +<p> + Poi vidi genti accese in foco dira<br /> + con pietre un giovinetto ancider, forte<br /> + gridando a s pur: Martira, martira!.<br /> +</p> + +<p> + E lui vedea chinarsi, per la morte<br /> + che laggravava gi, inver la terra,<br /> + ma de li occhi facea sempre al ciel porte,<br /> +</p> + +<p> + orando a lalto Sire, in tanta guerra,<br /> + che perdonasse a suoi persecutori,<br /> + con quello aspetto che piet diserra.<br /> +</p> + +<p> + Quando lanima mia torn di fori<br /> + a le cose che son fuor di lei vere,<br /> + io riconobbi i miei non falsi errori.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio, che mi potea vedere<br /> + far s com om che dal sonno si slega,<br /> + disse: Che hai che non ti puoi tenere,<br /> +</p> + +<p> + ma se venuto pi che mezza lega<br /> + velando li occhi e con le gambe avvolte,<br /> + a guisa di cui vino o sonno piega?.<br /> +</p> + +<p> + O dolce padre mio, se tu mascolte,<br /> + io ti dir, diss io, ci che mapparve<br /> + quando le gambe mi furon s tolte.<br /> +</p> + +<p> + Ed ei: Se tu avessi cento larve<br /> + sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br /> + le tue cogitazion, quantunque parve.<br /> +</p> + +<p> + Ci che vedesti fu perch non scuse<br /> + daprir lo core a lacque de la pace<br /> + che da letterno fonte son diffuse.<br /> +</p> + +<p> + Non dimandai Che hai? per quel che face<br /> + chi guarda pur con locchio che non vede,<br /> + quando disanimato il corpo giace;<br /> +</p> + +<p> + ma dimandai per darti forza al piede:<br /> + cos frugar conviensi i pigri, lenti<br /> + ad usar lor vigilia quando riede.<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam per lo vespero, attenti<br /> + oltre quanto potean li occhi allungarsi<br /> + contra i raggi serotini e lucenti.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br /> + verso di noi come la notte oscuro;<br /> + n da quello era loco da cansarsi.<br /> +</p> + +<p> + Questo ne tolse li occhi e laere puro.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap16"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XVI +</h3> + +<p> + Buio dinferno e di notte privata<br /> + dogne pianeto, sotto pover cielo,<br /> + quant esser pu di nuvol tenebrata,<br /> +</p> + +<p> + non fece al viso mio s grosso velo<br /> + come quel fummo chivi ci coperse,<br /> + n a sentir di cos aspro pelo,<br /> +</p> + +<p> + che locchio stare aperto non sofferse;<br /> + onde la scorta mia saputa e fida<br /> + mi saccost e lomero mofferse.<br /> +</p> + +<p> + S come cieco va dietro a sua guida<br /> + per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br /> + in cosa che l molesti, o forse ancida,<br /> +</p> + +<p> + mandava io per laere amaro e sozzo,<br /> + ascoltando il mio duca che diceva<br /> + pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.<br /> +</p> + +<p> + Io sentia voci, e ciascuna pareva<br /> + pregar per pace e per misericordia<br /> + lAgnel di Dio che le peccata leva.<br /> +</p> + +<p> + Pur Agnus Dei eran le loro essordia;<br /> + una parola in tutte era e un modo,<br /> + s che parea tra esse ogne concordia.<br /> +</p> + +<p> + Quei sono spirti, maestro, chi odo?,<br /> + diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,<br /> + e diracundia van solvendo il nodo.<br /> +</p> + +<p> + Or tu chi se che l nostro fummo fendi,<br /> + e di noi parli pur come se tue<br /> + partissi ancor lo tempo per calendi?.<br /> +</p> + +<p> + Cos per una voce detto fue;<br /> + onde l maestro mio disse: Rispondi,<br /> + e domanda se quinci si va se.<br /> +</p> + +<p> + E io: O creatura che ti mondi<br /> + per tornar bella a colui che ti fece,<br /> + maraviglia udirai, se mi secondi.<br /> +</p> + +<p> + Io ti seguiter quanto mi lece,<br /> + rispuose; e se veder fummo non lascia,<br /> + ludir ci terr giunti in quella vece.<br /> +</p> + +<p> + Allora incominciai: Con quella fascia<br /> + che la morte dissolve men vo suso,<br /> + e venni qui per linfernale ambascia.<br /> +</p> + +<p> + E se Dio mha in sua grazia rinchiuso,<br /> + tanto che vuol chi veggia la sua corte<br /> + per modo tutto fuor del moderno uso,<br /> +</p> + +<p> + non mi celar chi fosti anzi la morte,<br /> + ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco;<br /> + e tue parole fier le nostre scorte.<br /> +</p> + +<p> + Lombardo fui, e fu chiamato Marco;<br /> + del mondo seppi, e quel valore amai<br /> + al quale ha or ciascun disteso larco.<br /> +</p> + +<p> + Per montar s dirittamente vai.<br /> + Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego<br /> + che per me prieghi quando s sarai.<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: Per fede mi ti lego<br /> + di far ci che mi chiedi; ma io scoppio<br /> + dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.<br /> +</p> + +<p> + Prima era scempio, e ora fatto doppio<br /> + ne la sentenza tua, che mi fa certo<br /> + qui, e altrove, quello ov io laccoppio.<br /> +</p> + +<p> + Lo mondo ben cos tutto diserto<br /> + dogne virtute, come tu mi sone,<br /> + e di malizia gravido e coverto;<br /> +</p> + +<p> + ma priego che maddite la cagione,<br /> + s chi la veggia e chi la mostri altrui;<br /> + ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.<br /> +</p> + +<p> + Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,<br /> + mise fuor prima; e poi cominci: Frate,<br /> + lo mondo cieco, e tu vien ben da lui.<br /> +</p> + +<p> + Voi che vivete ogne cagion recate<br /> + pur suso al cielo, pur come se tutto<br /> + movesse seco di necessitate.<br /> +</p> + +<p> + Se cos fosse, in voi fora distrutto<br /> + libero arbitrio, e non fora giustizia<br /> + per ben letizia, e per male aver lutto.<br /> +</p> + +<p> + Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br /> + non dico tutti, ma, posto chi l dica,<br /> + lume v dato a bene e a malizia,<br /> +</p> + +<p> + e libero voler; che, se fatica<br /> + ne le prime battaglie col ciel dura,<br /> + poi vince tutto, se ben si notrica.<br /> +</p> + +<p> + A maggior forza e a miglior natura<br /> + liberi soggiacete; e quella cria<br /> + la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.<br /> +</p> + +<p> + Per, se l mondo presente disvia,<br /> + in voi la cagione, in voi si cheggia;<br /> + e io te ne sar or vera spia.<br /> +</p> + +<p> + Esce di mano a lui che la vagheggia<br /> + prima che sia, a guisa di fanciulla<br /> + che piangendo e ridendo pargoleggia,<br /> +</p> + +<p> + lanima semplicetta che sa nulla,<br /> + salvo che, mossa da lieto fattore,<br /> + volontier torna a ci che la trastulla.<br /> +</p> + +<p> + Di picciol bene in pria sente sapore;<br /> + quivi singanna, e dietro ad esso corre,<br /> + se guida o fren non torce suo amore.<br /> +</p> + +<p> + Onde convenne legge per fren porre;<br /> + convenne rege aver, che discernesse<br /> + de la vera cittade almen la torre.<br /> +</p> + +<p> + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br /> + Nullo, per che l pastor che procede,<br /> + rugumar pu, ma non ha lunghie fesse;<br /> +</p> + +<p> + per che la gente, che sua guida vede<br /> + pur a quel ben fedire ond ella ghiotta,<br /> + di quel si pasce, e pi oltre non chiede.<br /> +</p> + +<p> + Ben puoi veder che la mala condotta<br /> + la cagion che l mondo ha fatto reo,<br /> + e non natura che n voi sia corrotta.<br /> +</p> + +<p> + Soleva Roma, che l buon mondo feo,<br /> + due soli aver, che luna e laltra strada<br /> + facean vedere, e del mondo e di Deo.<br /> +</p> + +<p> + Lun laltro ha spento; ed giunta la spada<br /> + col pasturale, e lun con laltro insieme<br /> + per viva forza mal convien che vada;<br /> +</p> + +<p> + per che, giunti, lun laltro non teme:<br /> + se non mi credi, pon mente a la spiga,<br /> + chogn erba si conosce per lo seme.<br /> +</p> + +<p> + In sul paese chAdice e Po riga,<br /> + solea valore e cortesia trovarsi,<br /> + prima che Federigo avesse briga;<br /> +</p> + +<p> + or pu sicuramente indi passarsi<br /> + per qualunque lasciasse, per vergogna<br /> + di ragionar coi buoni o dappressarsi.<br /> +</p> + +<p> + Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna<br /> + lantica et la nova, e par lor tardo<br /> + che Dio a miglior vita li ripogna:<br /> +</p> + +<p> + Currado da Palazzo e l buon Gherardo<br /> + e Guido da Castel, che mei si noma,<br /> + francescamente, il semplice Lombardo.<br /> +</p> + +<p> + D oggimai che la Chiesa di Roma,<br /> + per confondere in s due reggimenti,<br /> + cade nel fango, e s brutta e la soma.<br /> +</p> + +<p> + O Marco mio, diss io, bene argomenti;<br /> + e or discerno perch dal retaggio<br /> + li figli di Lev furono essenti.<br /> +</p> + +<p> + Ma qual Gherardo quel che tu per saggio<br /> + di ch rimaso de la gente spenta,<br /> + in rimprovro del secol selvaggio?.<br /> +</p> + +<p> + O tuo parlar minganna, o el mi tenta,<br /> + rispuose a me; ch, parlandomi tosco,<br /> + par che del buon Gherardo nulla senta.<br /> +</p> + +<p> + Per altro sopranome io nol conosco,<br /> + sio nol togliessi da sua figlia Gaia.<br /> + Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.<br /> +</p> + +<p> + Vedi lalbor che per lo fummo raia<br /> + gi biancheggiare, e me convien partirmi<br /> + (langelo ivi) prima chio li paia.<br /> +</p> + +<p> + Cos torn, e pi non volle udirmi.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap17"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XVII +</h3> + +<p> + Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe<br /> + ti colse nebbia per la qual vedessi<br /> + non altrimenti che per pelle talpe,<br /> +</p> + +<p> + come, quando i vapori umidi e spessi<br /> + a diradar cominciansi, la spera<br /> + del sol debilemente entra per essi;<br /> +</p> + +<p> + e fia la tua imagine leggera<br /> + in giugnere a veder com io rividi<br /> + lo sole in pria, che gi nel corcar era.<br /> +</p> + +<p> + S, pareggiando i miei co passi fidi<br /> + del mio maestro, usci fuor di tal nube<br /> + ai raggi morti gi ne bassi lidi.<br /> +</p> + +<p> + O imaginativa che ne rube<br /> + talvolta s di fuor, chom non saccorge<br /> + perch dintorno suonin mille tube,<br /> +</p> + +<p> + chi move te, se l senso non ti porge?<br /> + Moveti lume che nel ciel sinforma,<br /> + per s o per voler che gi lo scorge.<br /> +</p> + +<p> + De lempiezza di lei che mut forma<br /> + ne luccel cha cantar pi si diletta,<br /> + ne limagine mia apparve lorma;<br /> +</p> + +<p> + e qui fu la mia mente s ristretta<br /> + dentro da s, che di fuor non vena<br /> + cosa che fosse allor da lei ricetta.<br /> +</p> + +<p> + Poi piovve dentro a lalta fantasia<br /> + un crucifisso, dispettoso e fero<br /> + ne la sua vista, e cotal si moria;<br /> +</p> + +<p> + intorno ad esso era il grande Assero,<br /> + Estr sua sposa e l giusto Mardoceo,<br /> + che fu al dire e al far cos intero.<br /> +</p> + +<p> + E come questa imagine rompeo<br /> + s per s stessa, a guisa duna bulla<br /> + cui manca lacqua sotto qual si feo,<br /> +</p> + +<p> + surse in mia visone una fanciulla<br /> + piangendo forte, e dicea: O regina,<br /> + perch per ira hai voluto esser nulla?<br /> +</p> + +<p> + Ancisa thai per non perder Lavina;<br /> + or mhai perduta! Io son essa che lutto,<br /> + madre, a la tua pria cha laltrui ruina.<br /> +</p> + +<p> + Come si frange il sonno ove di butto<br /> + nova luce percuote il viso chiuso,<br /> + che fratto guizza pria che muoia tutto;<br /> +</p> + +<p> + cos limaginar mio cadde giuso<br /> + tosto che lume il volto mi percosse,<br /> + maggior assai che quel ch in nostro uso.<br /> +</p> + +<p> + I mi volgea per veder ov io fosse,<br /> + quando una voce disse Qui si monta,<br /> + che da ogne altro intento mi rimosse;<br /> +</p> + +<p> + e fece la mia voglia tanto pronta<br /> + di riguardar chi era che parlava,<br /> + che mai non posa, se non si raffronta.<br /> +</p> + +<p> + Ma come al sol che nostra vista grava<br /> + e per soverchio sua figura vela,<br /> + cos la mia virt quivi mancava.<br /> +</p> + +<p> + Questo divino spirito, che ne la<br /> + via da ir s ne drizza sanza prego,<br /> + e col suo lume s medesmo cela.<br /> +</p> + +<p> + S fa con noi, come luom si fa sego;<br /> + ch quale aspetta prego e luopo vede,<br /> + malignamente gi si mette al nego.<br /> +</p> + +<p> + Or accordiamo a tanto invito il piede;<br /> + procacciam di salir pria che sabbui,<br /> + ch poi non si poria, se l d non riede.<br /> +</p> + +<p> + Cos disse il mio duca, e io con lui<br /> + volgemmo i nostri passi ad una scala;<br /> + e tosto chio al primo grado fui,<br /> +</p> + +<p> + sentimi presso quasi un muover dala<br /> + e ventarmi nel viso e dir: Beati<br /> + pacifici, che son sanz ira mala!.<br /> +</p> + +<p> + Gi eran sovra noi tanto levati<br /> + li ultimi raggi che la notte segue,<br /> + che le stelle apparivan da pi lati.<br /> +</p> + +<p> + O virt mia, perch s ti dilegue?,<br /> + fra me stesso dicea, ch mi sentiva<br /> + la possa de le gambe posta in triegue.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam dove pi non saliva<br /> + la scala s, ed eravamo affissi,<br /> + pur come nave cha la piaggia arriva.<br /> +</p> + +<p> + E io attesi un poco, sio udissi<br /> + alcuna cosa nel novo girone;<br /> + poi mi volsi al maestro mio, e dissi:<br /> +</p> + +<p> + Dolce mio padre, d, quale offensione<br /> + si purga qui nel giro dove semo?<br /> + Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Lamor del bene, scemo<br /> + del suo dover, quiritta si ristora;<br /> + qui si ribatte il mal tardato remo.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch pi aperto intendi ancora,<br /> + volgi la mente a me, e prenderai<br /> + alcun buon frutto di nostra dimora.<br /> +</p> + +<p> + N creator n creatura mai,<br /> + cominci el, figliuol, fu sanza amore,<br /> + o naturale o danimo; e tu l sai.<br /> +</p> + +<p> + Lo naturale sempre sanza errore,<br /> + ma laltro puote errar per malo obietto<br /> + o per troppo o per poco di vigore.<br /> +</p> + +<p> + Mentre chelli nel primo ben diretto,<br /> + e ne secondi s stesso misura,<br /> + esser non pu cagion di mal diletto;<br /> +</p> + +<p> + ma quando al mal si torce, o con pi cura<br /> + o con men che non dee corre nel bene,<br /> + contra l fattore adovra sua fattura.<br /> +</p> + +<p> + Quinci comprender puoi chesser convene<br /> + amor sementa in voi dogne virtute<br /> + e dogne operazion che merta pene.<br /> +</p> + +<p> + Or, perch mai non pu da la salute<br /> + amor del suo subietto volger viso,<br /> + da lodio proprio son le cose tute;<br /> +</p> + +<p> + e perch intender non si pu diviso,<br /> + e per s stante, alcuno esser dal primo,<br /> + da quello odiare ogne effetto deciso.<br /> +</p> + +<p> + Resta, se dividendo bene stimo,<br /> + che l mal che sama del prossimo; ed esso<br /> + amor nasce in tre modi in vostro limo.<br /> +</p> + +<p> + chi, per esser suo vicin soppresso,<br /> + spera eccellenza, e sol per questo brama<br /> + chel sia di sua grandezza in basso messo;<br /> +</p> + +<p> + chi podere, grazia, onore e fama<br /> + teme di perder perch altri sormonti,<br /> + onde sattrista s che l contrario ama;<br /> +</p> + +<p> + ed chi per ingiuria par chaonti,<br /> + s che si fa de la vendetta ghiotto,<br /> + e tal convien che l male altrui impronti.<br /> +</p> + +<p> + Questo triforme amor qua gi di sotto<br /> + si piange: or vo che tu de laltro intende,<br /> + che corre al ben con ordine corrotto.<br /> +</p> + +<p> + Ciascun confusamente un bene apprende<br /> + nel qual si queti lanimo, e disira;<br /> + per che di giugner lui ciascun contende.<br /> +</p> + +<p> + Se lento amore a lui veder vi tira<br /> + o a lui acquistar, questa cornice,<br /> + dopo giusto penter, ve ne martira.<br /> +</p> + +<p> + Altro ben che non fa luom felice;<br /> + non felicit, non la buona<br /> + essenza, dogne ben frutto e radice.<br /> +</p> + +<p> + Lamor chad esso troppo sabbandona,<br /> + di sovr a noi si piange per tre cerchi;<br /> + ma come tripartito si ragiona,<br /> +</p> + +<p> + tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap18"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XVIII +</h3> + +<p> + Posto avea fine al suo ragionamento<br /> + lalto dottore, e attento guardava<br /> + ne la mia vista sio parea contento;<br /> +</p> + +<p> + e io, cui nova sete ancor frugava,<br /> + di fuor tacea, e dentro dicea: Forse<br /> + lo troppo dimandar chio fo li grava.<br /> +</p> + +<p> + Ma quel padre verace, che saccorse<br /> + del timido voler che non sapriva,<br /> + parlando, di parlare ardir mi porse.<br /> +</p> + +<p> + Ond io: Maestro, il mio veder savviva<br /> + s nel tuo lume, chio discerno chiaro<br /> + quanto la tua ragion parta o descriva.<br /> +</p> + +<p> + Per ti prego, dolce padre caro,<br /> + che mi dimostri amore, a cui reduci<br /> + ogne buono operare e l suo contraro.<br /> +</p> + +<p> + Drizza, disse, ver me lagute luci<br /> + de lo ntelletto, e fieti manifesto<br /> + lerror de ciechi che si fanno duci.<br /> +</p> + +<p> + Lanimo, ch creato ad amar presto,<br /> + ad ogne cosa mobile che piace,<br /> + tosto che dal piacere in atto desto.<br /> +</p> + +<p> + Vostra apprensiva da esser verace<br /> + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br /> + s che lanimo ad essa volger face;<br /> +</p> + +<p> + e se, rivolto, inver di lei si piega,<br /> + quel piegare amor, quell natura<br /> + che per piacer di novo in voi si lega.<br /> +</p> + +<p> + Poi, come l foco movesi in altura<br /> + per la sua forma ch nata a salire<br /> + l dove pi in sua matera dura,<br /> +</p> + +<p> + cos lanimo preso entra in disire,<br /> + ch moto spiritale, e mai non posa<br /> + fin che la cosa amata il fa gioire.<br /> +</p> + +<p> + Or ti puote apparer quant nascosa<br /> + la veritate a la gente chavvera<br /> + ciascun amore in s laudabil cosa;<br /> +</p> + +<p> + per che forse appar la sua matera<br /> + sempre esser buona, ma non ciascun segno<br /> + buono, ancor che buona sia la cera.<br /> +</p> + +<p> + Le tue parole e l mio seguace ingegno,<br /> + rispuos io lui, mhanno amor discoverto,<br /> + ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno;<br /> +</p> + +<p> + ch, samore di fuori a noi offerto<br /> + e lanima non va con altro piede,<br /> + se dritta o torta va, non suo merto.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,<br /> + dir ti poss io; da indi in l taspetta<br /> + pur a Beatrice, ch opra di fede.<br /> +</p> + +<p> + Ogne forma sustanzal, che setta<br /> + da matera ed con lei unita,<br /> + specifica vertute ha in s colletta,<br /> +</p> + +<p> + la qual sanza operar non sentita,<br /> + n si dimostra mai che per effetto,<br /> + come per verdi fronde in pianta vita.<br /> +</p> + +<p> + Per, l onde vegna lo ntelletto<br /> + de le prime notizie, omo non sape,<br /> + e de primi appetibili laffetto,<br /> +</p> + +<p> + che sono in voi s come studio in ape<br /> + di far lo mele; e questa prima voglia<br /> + merto di lode o di biasmo non cape.<br /> +</p> + +<p> + Or perch a questa ogn altra si raccoglia,<br /> + innata v la virt che consiglia,<br /> + e de lassenso de tener la soglia.<br /> +</p> + +<p> + Quest l principio l onde si piglia<br /> + ragion di meritare in voi, secondo<br /> + che buoni e rei amori accoglie e viglia.<br /> +</p> + +<p> + Color che ragionando andaro al fondo,<br /> + saccorser desta innata libertate;<br /> + per moralit lasciaro al mondo.<br /> +</p> + +<p> + Onde, poniam che di necessitate<br /> + surga ogne amor che dentro a voi saccende,<br /> + di ritenerlo in voi la podestate.<br /> +</p> + +<p> + La nobile virt Beatrice intende<br /> + per lo libero arbitrio, e per guarda<br /> + che labbi a mente, sa parlar ten prende.<br /> +</p> + +<p> + La luna, quasi a mezza notte tarda,<br /> + facea le stelle a noi parer pi rade,<br /> + fatta com un secchion che tuttor arda;<br /> +</p> + +<p> + e correa contro l ciel per quelle strade<br /> + che l sole infiamma allor che quel da Roma<br /> + tra Sardi e Corsi il vede quando cade.<br /> +</p> + +<p> + E quell ombra gentil per cui si noma<br /> + Pietola pi che villa mantoana,<br /> + del mio carcar diposta avea la soma;<br /> +</p> + +<p> + per chio, che la ragione aperta e piana<br /> + sovra le mie quistioni avea ricolta,<br /> + stava com om che sonnolento vana.<br /> +</p> + +<p> + Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br /> + subitamente da gente che dopo<br /> + le nostre spalle a noi era gi volta.<br /> +</p> + +<p> + E quale Ismeno gi vide e Asopo<br /> + lungo di s di notte furia e calca,<br /> + pur che i Teban di Bacco avesser uopo,<br /> +</p> + +<p> + cotal per quel giron suo passo falca,<br /> + per quel chio vidi di color, venendo,<br /> + cui buon volere e giusto amor cavalca.<br /> +</p> + +<p> + Tosto fur sovr a noi, perch correndo<br /> + si movea tutta quella turba magna;<br /> + e due dinanzi gridavan piangendo:<br /> +</p> + +<p> + Maria corse con fretta a la montagna;<br /> + e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br /> + punse Marsilia e poi corse in Ispagna.<br /> +</p> + +<p> + Ratto, ratto, che l tempo non si perda<br /> + per poco amor, gridavan li altri appresso,<br /> + che studio di ben far grazia rinverda.<br /> +</p> + +<p> + O gente in cui fervore aguto adesso<br /> + ricompie forse negligenza e indugio<br /> + da voi per tepidezza in ben far messo,<br /> +</p> + +<p> + questi che vive, e certo i non vi bugio,<br /> + vuole andar s, pur che l sol ne riluca;<br /> + per ne dite ond presso il pertugio.<br /> +</p> + +<p> + Parole furon queste del mio duca;<br /> + e un di quelli spirti disse: Vieni<br /> + di retro a noi, e troverai la buca.<br /> +</p> + +<p> + Noi siam di voglia a muoverci s pieni,<br /> + che restar non potem; per perdona,<br /> + se villania nostra giustizia tieni.<br /> +</p> + +<p> + Io fui abate in San Zeno a Verona<br /> + sotto lo mperio del buon Barbarossa,<br /> + di cui dolente ancor Milan ragiona.<br /> +</p> + +<p> + E tale ha gi lun pi dentro la fossa,<br /> + che tosto pianger quel monastero,<br /> + e tristo fia davere avuta possa;<br /> +</p> + +<p> + perch suo figlio, mal del corpo intero,<br /> + e de la mente peggio, e che mal nacque,<br /> + ha posto in loco di suo pastor vero.<br /> +</p> + +<p> + Io non so se pi disse o sei si tacque,<br /> + tant era gi di l da noi trascorso;<br /> + ma questo intesi, e ritener mi piacque.<br /> +</p> + +<p> + E quei che mera ad ogne uopo soccorso<br /> + disse: Volgiti qua: vedine due<br /> + venir dando a laccida di morso.<br /> +</p> + +<p> + Di retro a tutti dicean: Prima fue<br /> + morta la gente a cui il mar saperse,<br /> + che vedesse Iordan le rede sue.<br /> +</p> + +<p> + E quella che laffanno non sofferse<br /> + fino a la fine col figlio dAnchise,<br /> + s stessa a vita sanza gloria offerse.<br /> +</p> + +<p> + Poi quando fuor da noi tanto divise<br /> + quell ombre, che veder pi non potiersi,<br /> + novo pensiero dentro a me si mise,<br /> +</p> + +<p> + del qual pi altri nacquero e diversi;<br /> + e tanto duno in altro vaneggiai,<br /> + che li occhi per vaghezza ricopersi,<br /> +</p> + +<p> + e l pensamento in sogno trasmutai.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap19"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XIX +</h3> + +<p> + Ne lora che non pu l calor durno<br /> + intepidar pi l freddo de la luna,<br /> + vinto da terra, e talor da Saturno<br /> +</p> + +<p> + quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br /> + veggiono in orente, innanzi a lalba,<br /> + surger per via che poco le sta bruna,<br /> +</p> + +<p> + mi venne in sogno una femmina balba,<br /> + ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,<br /> + con le man monche, e di colore scialba.<br /> +</p> + +<p> + Io la mirava; e come l sol conforta<br /> + le fredde membra che la notte aggrava,<br /> + cos lo sguardo mio le facea scorta<br /> +</p> + +<p> + la lingua, e poscia tutta la drizzava<br /> + in poco dora, e lo smarrito volto,<br /> + com amor vuol, cos le colorava.<br /> +</p> + +<p> + Poi chell avea l parlar cos disciolto,<br /> + cominciava a cantar s, che con pena<br /> + da lei avrei mio intento rivolto.<br /> +</p> + +<p> + Io son, cantava, io son dolce serena,<br /> + che marinari in mezzo mar dismago;<br /> + tanto son di piacere a sentir piena!<br /> +</p> + +<p> + Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br /> + al canto mio; e qual meco sausa,<br /> + rado sen parte; s tutto lappago!.<br /> +</p> + +<p> + Ancor non era sua bocca richiusa,<br /> + quand una donna apparve santa e presta<br /> + lunghesso me per far colei confusa.<br /> +</p> + +<p> + O Virgilio, Virgilio, chi questa?,<br /> + fieramente dicea; ed el vena<br /> + con li occhi fitti pur in quella onesta.<br /> +</p> + +<p> + Laltra prendea, e dinanzi lapria<br /> + fendendo i drappi, e mostravami l ventre;<br /> + quel mi svegli col puzzo che nuscia.<br /> +</p> + +<p> + Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre<br /> + voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni;<br /> + troviam laperta per la qual tu entre.<br /> +</p> + +<p> + S mi levai, e tutti eran gi pieni<br /> + de lalto d i giron del sacro monte,<br /> + e andavam col sol novo a le reni.<br /> +</p> + +<p> + Seguendo lui, portava la mia fronte<br /> + come colui che lha di pensier carca,<br /> + che fa di s un mezzo arco di ponte;<br /> +</p> + +<p> + quand io udi Venite; qui si varca<br /> + parlare in modo soave e benigno,<br /> + qual non si sente in questa mortal marca.<br /> +</p> + +<p> + Con lali aperte, che parean di cigno,<br /> + volseci in s colui che s parlonne<br /> + tra due pareti del duro macigno.<br /> +</p> + +<p> + Mosse le penne poi e ventilonne,<br /> + Qui lugent affermando esser beati,<br /> + chavran di consolar lanime donne.<br /> +</p> + +<p> + Che hai che pur inver la terra guati?,<br /> + la guida mia incominci a dirmi,<br /> + poco amendue da langel sormontati.<br /> +</p> + +<p> + E io: Con tanta sospeccion fa irmi<br /> + novella vison cha s mi piega,<br /> + s chio non posso dal pensar partirmi.<br /> +</p> + +<p> + Vedesti, disse, quellantica strega<br /> + che sola sovr a noi omai si piagne;<br /> + vedesti come luom da lei si slega.<br /> +</p> + +<p> + Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br /> + li occhi rivolgi al logoro che gira<br /> + lo rege etterno con le rote magne.<br /> +</p> + +<p> + Quale l falcon, che prima a pi si mira,<br /> + indi si volge al grido e si protende<br /> + per lo disio del pasto che l il tira,<br /> +</p> + +<p> + tal mi fec io; e tal, quanto si fende<br /> + la roccia per dar via a chi va suso,<br /> + nandai infin dove l cerchiar si prende.<br /> +</p> + +<p> + Com io nel quinto giro fui dischiuso,<br /> + vidi gente per esso che piangea,<br /> + giacendo a terra tutta volta in giuso.<br /> +</p> + +<p> + Adhaesit pavimento anima mea<br /> + sentia dir lor con s alti sospiri,<br /> + che la parola a pena sintendea.<br /> +</p> + +<p> + O eletti di Dio, li cui soffriri<br /> + e giustizia e speranza fa men duri,<br /> + drizzate noi verso li alti saliri.<br /> +</p> + +<p> + Se voi venite dal giacer sicuri,<br /> + e volete trovar la via pi tosto,<br /> + le vostre destre sien sempre di fori.<br /> +</p> + +<p> + Cos preg l poeta, e s risposto<br /> + poco dinanzi a noi ne fu; per chio<br /> + nel parlare avvisai laltro nascosto,<br /> +</p> + +<p> + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br /> + ond elli massent con lieto cenno<br /> + ci che chiedea la vista del disio.<br /> +</p> + +<p> + Poi chio potei di me fare a mio senno,<br /> + trassimi sovra quella creatura<br /> + le cui parole pria notar mi fenno,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: Spirto in cui pianger matura<br /> + quel sanza l quale a Dio tornar non pssi,<br /> + sosta un poco per me tua maggior cura.<br /> +</p> + +<p> + Chi fosti e perch vlti avete i dossi<br /> + al s, mi d, e se vuo chio timpetri<br /> + cosa di l ond io vivendo mossi.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Perch i nostri diretri<br /> + rivolga il cielo a s, saprai; ma prima<br /> + scias quod ego fui successor Petri.<br /> +</p> + +<p> + Intra Sestri e Chiaveri sadima<br /> + una fiumana bella, e del suo nome<br /> + lo titol del mio sangue fa sua cima.<br /> +</p> + +<p> + Un mese e poco pi prova io come<br /> + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br /> + che piuma sembran tutte laltre some.<br /> +</p> + +<p> + La mia conversone, om!, fu tarda;<br /> + ma, come fatto fui roman pastore,<br /> + cos scopersi la vita bugiarda.<br /> +</p> + +<p> + Vidi che l non sacquetava il core,<br /> + n pi salir potiesi in quella vita;<br /> + per che di questa in me saccese amore.<br /> +</p> + +<p> + Fino a quel punto misera e partita<br /> + da Dio anima fui, del tutto avara;<br /> + or, come vedi, qui ne son punita.<br /> +</p> + +<p> + Quel chavarizia fa, qui si dichiara<br /> + in purgazion de lanime converse;<br /> + e nulla pena il monte ha pi amara.<br /> +</p> + +<p> + S come locchio nostro non saderse<br /> + in alto, fisso a le cose terrene,<br /> + cos giustizia qui a terra il merse.<br /> +</p> + +<p> + Come avarizia spense a ciascun bene<br /> + lo nostro amore, onde operar perdsi,<br /> + cos giustizia qui stretti ne tene,<br /> +</p> + +<p> + ne piedi e ne le man legati e presi;<br /> + e quanto fia piacer del giusto Sire,<br /> + tanto staremo immobili e distesi.<br /> +</p> + +<p> + Io mera inginocchiato e volea dire;<br /> + ma com io cominciai ed el saccorse,<br /> + solo ascoltando, del mio reverire,<br /> +</p> + +<p> + Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.<br /> + E io a lui: Per vostra dignitate<br /> + mia coscenza dritto mi rimorse.<br /> +</p> + +<p> + Drizza le gambe, lvati s, frate!,<br /> + rispuose; non errar: conservo sono<br /> + teco e con li altri ad una podestate.<br /> +</p> + +<p> + Se mai quel santo evangelico suono<br /> + che dice Neque nubent intendesti,<br /> + ben puoi veder perch io cos ragiono.<br /> +</p> + +<p> + Vattene omai: non vo che pi tarresti;<br /> + ch la tua stanza mio pianger disagia,<br /> + col qual maturo ci che tu dicesti.<br /> +</p> + +<p> + Nepote ho io di l cha nome Alagia,<br /> + buona da s, pur che la nostra casa<br /> + non faccia lei per essempro malvagia;<br /> +</p> + +<p> + e questa sola di l m rimasa.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap20"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XX +</h3> + +<p> + Contra miglior voler voler mal pugna;<br /> + onde contra l piacer mio, per piacerli,<br /> + trassi de lacqua non sazia la spugna.<br /> +</p> + +<p> + Mossimi; e l duca mio si mosse per li<br /> + luoghi spediti pur lungo la roccia,<br /> + come si va per muro stretto a merli;<br /> +</p> + +<p> + ch la gente che fonde a goccia a goccia<br /> + per li occhi il mal che tutto l mondo occupa,<br /> + da laltra parte in fuor troppo sapproccia.<br /> +</p> + +<p> + Maladetta sie tu, antica lupa,<br /> + che pi che tutte laltre bestie hai preda<br /> + per la tua fame sanza fine cupa!<br /> +</p> + +<p> + O ciel, nel cui girar par che si creda<br /> + le condizion di qua gi trasmutarsi,<br /> + quando verr per cui questa disceda?<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br /> + e io attento a lombre, chi sentia<br /> + pietosamente piangere e lagnarsi;<br /> +</p> + +<p> + e per ventura udi Dolce Maria!<br /> + dinanzi a noi chiamar cos nel pianto<br /> + come fa donna che in parturir sia;<br /> +</p> + +<p> + e seguitar: Povera fosti tanto,<br /> + quanto veder si pu per quello ospizio<br /> + dove sponesti il tuo portato santo.<br /> +</p> + +<p> + Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,<br /> + con povert volesti anzi virtute<br /> + che gran ricchezza posseder con vizio.<br /> +</p> + +<p> + Queste parole meran s piaciute,<br /> + chio mi trassi oltre per aver contezza<br /> + di quello spirto onde parean venute.<br /> +</p> + +<p> + Esso parlava ancor de la larghezza<br /> + che fece Niccol a le pulcelle,<br /> + per condurre ad onor lor giovinezza.<br /> +</p> + +<p> + O anima che tanto ben favelle,<br /> + dimmi chi fosti, dissi, e perch sola<br /> + tu queste degne lode rinovelle.<br /> +</p> + +<p> + Non fia sanza merc la tua parola,<br /> + sio ritorno a compir lo cammin corto<br /> + di quella vita chal termine vola.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: Io ti dir, non per conforto<br /> + chio attenda di l, ma perch tanta<br /> + grazia in te luce prima che sie morto.<br /> +</p> + +<p> + Io fui radice de la mala pianta<br /> + che la terra cristiana tutta aduggia,<br /> + s che buon frutto rado se ne schianta.<br /> +</p> + +<p> + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br /> + potesser, tosto ne saria vendetta;<br /> + e io la cheggio a lui che tutto giuggia.<br /> +</p> + +<p> + Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;<br /> + di me son nati i Filippi e i Luigi<br /> + per cui novellamente Francia retta.<br /> +</p> + +<p> + Figliuol fu io dun beccaio di Parigi:<br /> + quando li regi antichi venner meno<br /> + tutti, fuor chun renduto in panni bigi,<br /> +</p> + +<p> + trovami stretto ne le mani il freno<br /> + del governo del regno, e tanta possa<br /> + di nuovo acquisto, e s damici pieno,<br /> +</p> + +<p> + cha la corona vedova promossa<br /> + la testa di mio figlio fu, dal quale<br /> + cominciar di costor le sacrate ossa.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che la gran dota provenzale<br /> + al sangue mio non tolse la vergogna,<br /> + poco valea, ma pur non facea male.<br /> +</p> + +<p> + L cominci con forza e con menzogna<br /> + la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br /> + Pont e Normandia prese e Guascogna.<br /> +</p> + +<p> + Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br /> + vittima f di Curradino; e poi<br /> + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.<br /> +</p> + +<p> + Tempo vegg io, non molto dopo ancoi,<br /> + che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br /> + per far conoscer meglio e s e suoi.<br /> +</p> + +<p> + Sanz arme nesce e solo con la lancia<br /> + con la qual giostr Giuda, e quella ponta<br /> + s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia.<br /> +</p> + +<p> + Quindi non terra, ma peccato e onta<br /> + guadagner, per s tanto pi grave,<br /> + quanto pi lieve simil danno conta.<br /> +</p> + +<p> + Laltro, che gi usc preso di nave,<br /> + veggio vender sua figlia e patteggiarne<br /> + come fanno i corsar de laltre schiave.<br /> +</p> + +<p> + O avarizia, che puoi tu pi farne,<br /> + poscia cha il mio sangue a te s tratto,<br /> + che non si cura de la propria carne?<br /> +</p> + +<p> + Perch men paia il mal futuro e l fatto,<br /> + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br /> + e nel vicario suo Cristo esser catto.<br /> +</p> + +<p> + Veggiolo unaltra volta esser deriso;<br /> + veggio rinovellar laceto e l fiele,<br /> + e tra vivi ladroni esser anciso.<br /> +</p> + +<p> + Veggio il novo Pilato s crudele,<br /> + che ci nol sazia, ma sanza decreto<br /> + portar nel Tempio le cupide vele.<br /> +</p> + +<p> + O Segnor mio, quando sar io lieto<br /> + a veder la vendetta che, nascosa,<br /> + fa dolce lira tua nel tuo secreto?<br /> +</p> + +<p> + Ci chio dicea di quell unica sposa<br /> + de lo Spirito Santo e che ti fece<br /> + verso me volger per alcuna chiosa,<br /> +</p> + +<p> + tanto risposto a tutte nostre prece<br /> + quanto l d dura; ma com el sannotta,<br /> + contrario suon prendemo in quella vece.<br /> +</p> + +<p> + Noi repetiam Pigmalon allotta,<br /> + cui traditore e ladro e paricida<br /> + fece la voglia sua de loro ghiotta;<br /> +</p> + +<p> + e la miseria de lavaro Mida,<br /> + che segu a la sua dimanda gorda,<br /> + per la qual sempre convien che si rida.<br /> +</p> + +<p> + Del folle Acn ciascun poi si ricorda,<br /> + come fur le spoglie, s che lira<br /> + di Ios qui par chancor lo morda.<br /> +</p> + +<p> + Indi accusiam col marito Saffira;<br /> + lodiam i calci chebbe Elodoro;<br /> + e in infamia tutto l monte gira<br /> +</p> + +<p> + Polinestr chancise Polidoro;<br /> + ultimamente ci si grida: Crasso,<br /> + dilci, che l sai: di che sapore loro?.<br /> +</p> + +<p> + Talor parla luno alto e laltro basso,<br /> + secondo laffezion chad ir ci sprona<br /> + ora a maggiore e ora a minor passo:<br /> +</p> + +<p> + per al ben che l d ci si ragiona,<br /> + dianzi non era io sol; ma qui da presso<br /> + non alzava la voce altra persona.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam partiti gi da esso,<br /> + e brigavam di soverchiar la strada<br /> + tanto quanto al poder nera permesso,<br /> +</p> + +<p> + quand io senti, come cosa che cada,<br /> + tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br /> + qual prender suol colui cha morte vada.<br /> +</p> + +<p> + Certo non si scoteo s forte Delo,<br /> + pria che Latona in lei facesse l nido<br /> + a parturir li due occhi del cielo.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominci da tutte parti un grido<br /> + tal, che l maestro inverso me si feo,<br /> + dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido.<br /> +</p> + +<p> + Glora in excelsis tutti Deo<br /> + dicean, per quel chio da vicin compresi,<br /> + onde intender lo grido si poteo.<br /> +</p> + +<p> + No istavamo immobili e sospesi<br /> + come i pastor che prima udir quel canto,<br /> + fin che l tremar cess ed el compisi.<br /> +</p> + +<p> + Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br /> + guardando lombre che giacean per terra,<br /> + tornate gi in su lusato pianto.<br /> +</p> + +<p> + Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br /> + mi f desideroso di sapere,<br /> + se la memoria mia in ci non erra,<br /> +</p> + +<p> + quanta pareami allor, pensando, avere;<br /> + n per la fretta dimandare er oso,<br /> + n per me l potea cosa vedere:<br /> +</p> + +<p> + cos mandava timido e pensoso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap21"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXI +</h3> + +<p> + La sete natural che mai non sazia<br /> + se non con lacqua onde la femminetta<br /> + samaritana domand la grazia,<br /> +</p> + +<p> + mi travagliava, e pungeami la fretta<br /> + per la mpacciata via dietro al mio duca,<br /> + e condoleami a la giusta vendetta.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco, s come ne scrive Luca<br /> + che Cristo apparve a due cherano in via,<br /> + gi surto fuor de la sepulcral buca,<br /> +</p> + +<p> + ci apparve unombra, e dietro a noi vena,<br /> + dal pi guardando la turba che giace;<br /> + n ci addemmo di lei, s parl pria,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace.<br /> + Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio<br /> + rendli l cenno cha ci si conface.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominci: Nel beato concilio<br /> + ti ponga in pace la verace corte<br /> + che me rilega ne letterno essilio.<br /> +</p> + +<p> + Come!, diss elli, e parte andavam forte:<br /> + se voi siete ombre che Dio s non degni,<br /> + chi vha per la sua scala tanto scorte?.<br /> +</p> + +<p> + E l dottor mio: Se tu riguardi a segni<br /> + che questi porta e che langel profila,<br /> + ben vedrai che coi buon convien che regni.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch lei che d e notte fila<br /> + non li avea tratta ancora la conocchia<br /> + che Cloto impone a ciascuno e compila,<br /> +</p> + +<p> + lanima sua, ch tua e mia serocchia,<br /> + venendo s, non potea venir sola,<br /> + per chal nostro modo non adocchia.<br /> +</p> + +<p> + Ond io fui tratto fuor de lampia gola<br /> + dinferno per mostrarli, e mosterrolli<br /> + oltre, quanto l potr menar mia scola.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli<br /> + di dianzi l monte, e perch tutto ad una<br /> + parve gridare infino a suoi pi molli.<br /> +</p> + +<p> + S mi di, dimandando, per la cruna<br /> + del mio disio, che pur con la speranza<br /> + si fece la mia sete men digiuna.<br /> +</p> + +<p> + Quei cominci: Cosa non che sanza<br /> + ordine senta la religone<br /> + de la montagna, o che sia fuor dusanza.<br /> +</p> + +<p> + Libero qui da ogne alterazione:<br /> + di quel che l ciel da s in s riceve<br /> + esser ci puote, e non daltro, cagione.<br /> +</p> + +<p> + Per che non pioggia, non grando, non neve,<br /> + non rugiada, non brina pi s cade<br /> + che la scaletta di tre gradi breve;<br /> +</p> + +<p> + nuvole spesse non paion n rade,<br /> + n coruscar, n figlia di Taumante,<br /> + che di l cangia sovente contrade;<br /> +</p> + +<p> + secco vapor non surge pi avante<br /> + chal sommo di tre gradi chio parlai,<br /> + dov ha l vicario di Pietro le piante.<br /> +</p> + +<p> + Trema forse pi gi poco o assai;<br /> + ma per vento che n terra si nasconda,<br /> + non so come, qua s non trem mai.<br /> +</p> + +<p> + Tremaci quando alcuna anima monda<br /> + sentesi, s che surga o che si mova<br /> + per salir s; e tal grido seconda.<br /> +</p> + +<p> + De la mondizia sol voler fa prova,<br /> + che, tutto libero a mutar convento,<br /> + lalma sorprende, e di voler le giova.<br /> +</p> + +<p> + Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br /> + che divina giustizia, contra voglia,<br /> + come fu al peccar, pone al tormento.<br /> +</p> + +<p> + E io, che son giaciuto a questa doglia<br /> + cinquecent anni e pi, pur mo sentii<br /> + libera volont di miglior soglia:<br /> +</p> + +<p> + per sentisti il tremoto e li pii<br /> + spiriti per lo monte render lode<br /> + a quel Segnor, che tosto s li nvii.<br /> +</p> + +<p> + Cos ne disse; e per chel si gode<br /> + tanto del ber quant grande la sete,<br /> + non saprei dir quant el mi fece prode.<br /> +</p> + +<p> + E l savio duca: Omai veggio la rete<br /> + che qui vi mpiglia e come si scalappia,<br /> + perch ci trema e di che congaudete.<br /> +</p> + +<p> + Ora chi fosti, piacciati chio sappia,<br /> + e perch tanti secoli giaciuto<br /> + qui se, ne le parole tue mi cappia.<br /> +</p> + +<p> + Nel tempo che l buon Tito, con laiuto<br /> + del sommo rege, vendic le fra<br /> + ond usc l sangue per Giuda venduto,<br /> +</p> + +<p> + col nome che pi dura e pi onora<br /> + era io di l, rispuose quello spirto,<br /> + famoso assai, ma non con fede ancora.<br /> +</p> + +<p> + Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br /> + che, tolosano, a s mi trasse Roma,<br /> + dove mertai le tempie ornar di mirto.<br /> +</p> + +<p> + Stazio la gente ancor di l mi noma:<br /> + cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br /> + ma caddi in via con la seconda soma.<br /> +</p> + +<p> + Al mio ardor fuor seme le faville,<br /> + che mi scaldar, de la divina fiamma<br /> + onde sono allumati pi di mille;<br /> +</p> + +<p> + de lEneda dico, la qual mamma<br /> + fummi, e fummi nutrice, poetando:<br /> + sanz essa non fermai peso di dramma.<br /> +</p> + +<p> + E per esser vivuto di l quando<br /> + visse Virgilio, assentirei un sole<br /> + pi che non deggio al mio uscir di bando.<br /> +</p> + +<p> + Volser Virgilio a me queste parole<br /> + con viso che, tacendo, disse Taci;<br /> + ma non pu tutto la virt che vuole;<br /> +</p> + +<p> + ch riso e pianto son tanto seguaci<br /> + a la passion di che ciascun si spicca,<br /> + che men seguon voler ne pi veraci.<br /> +</p> + +<p> + Io pur sorrisi come luom chammicca;<br /> + per che lombra si tacque, e riguardommi<br /> + ne li occhi ove l sembiante pi si ficca;<br /> +</p> + +<p> + e Se tanto labore in bene assommi,<br /> + disse, perch la tua faccia testeso<br /> + un lampeggiar di riso dimostrommi?.<br /> +</p> + +<p> + Or son io duna parte e daltra preso:<br /> + luna mi fa tacer, laltra scongiura<br /> + chio dica; ond io sospiro, e sono inteso<br /> +</p> + +<p> + dal mio maestro, e Non aver paura,<br /> + mi dice, di parlar; ma parla e digli<br /> + quel che dimanda con cotanta cura.<br /> +</p> + +<p> + Ond io: Forse che tu ti maravigli,<br /> + antico spirto, del rider chio fei;<br /> + ma pi dammirazion vo che ti pigli.<br /> +</p> + +<p> + Questi che guida in alto li occhi miei,<br /> + quel Virgilio dal qual tu togliesti<br /> + forte a cantar de li uomini e di di.<br /> +</p> + +<p> + Se cagion altra al mio rider credesti,<br /> + lasciala per non vera, ed esser credi<br /> + quelle parole che di lui dicesti.<br /> +</p> + +<p> + Gi sinchinava ad abbracciar li piedi<br /> + al mio dottor, ma el li disse: Frate,<br /> + non far, ch tu se ombra e ombra vedi.<br /> +</p> + +<p> + Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate<br /> + comprender de lamor cha te mi scalda,<br /> + quand io dismento nostra vanitate,<br /> +</p> + +<p> + trattando lombre come cosa salda.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap22"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXII +</h3> + +<p> + Gi era langel dietro a noi rimaso,<br /> + langel che navea vlti al sesto giro,<br /> + avendomi dal viso un colpo raso;<br /> +</p> + +<p> + e quei channo a giustizia lor disiro<br /> + detto navea beati, e le sue voci<br /> + con sitiunt, sanz altro, ci forniro.<br /> +</p> + +<p> + E io pi lieve che per laltre foci<br /> + mandava, s che sanz alcun labore<br /> + seguiva in s li spiriti veloci;<br /> +</p> + +<p> + quando Virgilio incominci: Amore,<br /> + acceso di virt, sempre altro accese,<br /> + pur che la fiamma sua paresse fore;<br /> +</p> + +<p> + onde da lora che tra noi discese<br /> + nel limbo de lo nferno Giovenale,<br /> + che la tua affezion mi f palese,<br /> +</p> + +<p> + mia benvoglienza inverso te fu quale<br /> + pi strinse mai di non vista persona,<br /> + s chor mi parran corte queste scale.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, e come amico mi perdona<br /> + se troppa sicurt mallarga il freno,<br /> + e come amico omai meco ragiona:<br /> +</p> + +<p> + come pot trovar dentro al tuo seno<br /> + loco avarizia, tra cotanto senno<br /> + di quanto per tua cura fosti pieno?.<br /> +</p> + +<p> + Queste parole Stazio mover fenno<br /> + un poco a riso pria; poscia rispuose:<br /> + Ogne tuo dir damor m caro cenno.<br /> +</p> + +<p> + Veramente pi volte appaion cose<br /> + che danno a dubitar falsa matera<br /> + per le vere ragion che son nascose.<br /> +</p> + +<p> + La tua dimanda tuo creder mavvera<br /> + esser chi fossi avaro in laltra vita,<br /> + forse per quella cerchia dov io era.<br /> +</p> + +<p> + Or sappi chavarizia fu partita<br /> + troppo da me, e questa dismisura<br /> + migliaia di lunari hanno punita.<br /> +</p> + +<p> + E se non fosse chio drizzai mia cura,<br /> + quand io intesi l dove tu chiame,<br /> + crucciato quasi a lumana natura:<br /> +</p> + +<p> + Per che non reggi tu, o sacra fame<br /> + de loro, lappetito de mortali?,<br /> + voltando sentirei le giostre grame.<br /> +</p> + +<p> + Allor maccorsi che troppo aprir lali<br /> + potean le mani a spendere, e pentemi<br /> + cos di quel come de li altri mali.<br /> +</p> + +<p> + Quanti risurgeran coi crini scemi<br /> + per ignoranza, che di questa pecca<br /> + toglie l penter vivendo e ne li stremi!<br /> +</p> + +<p> + E sappie che la colpa che rimbecca<br /> + per dritta opposizione alcun peccato,<br /> + con esso insieme qui suo verde secca;<br /> +</p> + +<p> + per, sio son tra quella gente stato<br /> + che piange lavarizia, per purgarmi,<br /> + per lo contrario suo m incontrato.<br /> +</p> + +<p> + Or quando tu cantasti le crude armi<br /> + de la doppia trestizia di Giocasta,<br /> + disse l cantor de buccolici carmi,<br /> +</p> + +<p> + per quello che Cl teco l tasta,<br /> + non par che ti facesse ancor fedele<br /> + la fede, sanza qual ben far non basta.<br /> +</p> + +<p> + Se cos , qual sole o quai candele<br /> + ti stenebraron s, che tu drizzasti<br /> + poscia di retro al pescator le vele?.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a lui: Tu prima minvasti<br /> + verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br /> + e prima appresso Dio malluminasti.<br /> +</p> + +<p> + Facesti come quei che va di notte,<br /> + che porta il lume dietro e s non giova,<br /> + ma dopo s fa le persone dotte,<br /> +</p> + +<p> + quando dicesti: Secol si rinova;<br /> + torna giustizia e primo tempo umano,<br /> + e progene scende da ciel nova.<br /> +</p> + +<p> + Per te poeta fui, per te cristiano:<br /> + ma perch veggi mei ci chio disegno,<br /> + a colorare stender la mano.<br /> +</p> + +<p> + Gi era l mondo tutto quanto pregno<br /> + de la vera credenza, seminata<br /> + per li messaggi de letterno regno;<br /> +</p> + +<p> + e la parola tua sopra toccata<br /> + si consonava a nuovi predicanti;<br /> + ond io a visitarli presi usata.<br /> +</p> + +<p> + Vennermi poi parendo tanto santi,<br /> + che, quando Domizian li perseguette,<br /> + sanza mio lagrimar non fur lor pianti;<br /> +</p> + +<p> + e mentre che di l per me si stette,<br /> + io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br /> + fer dispregiare a me tutte altre sette.<br /> +</p> + +<p> + E pria chio conducessi i Greci a fiumi<br /> + di Tebe poetando, ebb io battesmo;<br /> + ma per paura chiuso cristian fumi,<br /> +</p> + +<p> + lungamente mostrando paganesmo;<br /> + e questa tepidezza il quarto cerchio<br /> + cerchiar mi f pi che l quarto centesmo.<br /> +</p> + +<p> + Tu dunque, che levato hai il coperchio<br /> + che mascondeva quanto bene io dico,<br /> + mentre che del salire avem soverchio,<br /> +</p> + +<p> + dimmi dov Terrenzio nostro antico,<br /> + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br /> + dimmi se son dannati, e in qual vico.<br /> +</p> + +<p> + Costoro e Persio e io e altri assai,<br /> + rispuose il duca mio, siam con quel Greco<br /> + che le Muse lattar pi chaltri mai,<br /> +</p> + +<p> + nel primo cinghio del carcere cieco;<br /> + spesse fate ragioniam del monte<br /> + che sempre ha le nutrice nostre seco.<br /> +</p> + +<p> + Euripide v nosco e Antifonte,<br /> + Simonide, Agatone e altri pie<br /> + Greci che gi di lauro ornar la fronte.<br /> +</p> + +<p> + Quivi si veggion de le genti tue<br /> + Antigone, Defile e Argia,<br /> + e Ismene s trista come fue.<br /> +</p> + +<p> + Vdeisi quella che mostr Langia;<br /> + vvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br /> + e con le suore sue Dedamia.<br /> +</p> + +<p> + Tacevansi ambedue gi li poeti,<br /> + di novo attenti a riguardar dintorno,<br /> + liberi da saliri e da pareti;<br /> +</p> + +<p> + e gi le quattro ancelle eran del giorno<br /> + rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br /> + drizzando pur in s lardente corno,<br /> +</p> + +<p> + quando il mio duca: Io credo cha lo stremo<br /> + le destre spalle volger ne convegna,<br /> + girando il monte come far solemo.<br /> +</p> + +<p> + Cos lusanza fu l nostra insegna,<br /> + e prendemmo la via con men sospetto<br /> + per lassentir di quell anima degna.<br /> +</p> + +<p> + Elli givan dinanzi, e io soletto<br /> + di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br /> + cha poetar mi davano intelletto.<br /> +</p> + +<p> + Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br /> + un alber che trovammo in mezza strada,<br /> + con pomi a odorar soavi e buoni;<br /> +</p> + +<p> + e come abete in alto si digrada<br /> + di ramo in ramo, cos quello in giuso,<br /> + cred io, perch persona s non vada.<br /> +</p> + +<p> + Dal lato onde l cammin nostro era chiuso,<br /> + cadea de lalta roccia un liquor chiaro<br /> + e si spandeva per le foglie suso.<br /> +</p> + +<p> + Li due poeti a lalber sappressaro;<br /> + e una voce per entro le fronde<br /> + grid: Di questo cibo avrete caro.<br /> +</p> + +<p> + Poi disse: Pi pensava Maria onde<br /> + fosser le nozze orrevoli e intere,<br /> + cha la sua bocca, chor per voi risponde.<br /> +</p> + +<p> + E le Romane antiche, per lor bere,<br /> + contente furon dacqua; e Danello<br /> + dispregi cibo e acquist savere.<br /> +</p> + +<p> + Lo secol primo, quant oro fu bello,<br /> + f savorose con fame le ghiande,<br /> + e nettare con sete ogne ruscello.<br /> +</p> + +<p> + Mele e locuste furon le vivande<br /> + che nodriro il Batista nel diserto;<br /> + per chelli gloroso e tanto grande<br /> +</p> + +<p> + quanto per lo Vangelio v aperto.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap23"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXIII +</h3> + +<p> + Mentre che li occhi per la fronda verde<br /> + ficcava o s come far suole<br /> + chi dietro a li uccellin sua vita perde,<br /> +</p> + +<p> + lo pi che padre mi dicea: Figliuole,<br /> + vienne oramai, ch l tempo che n imposto<br /> + pi utilmente compartir si vuole.<br /> +</p> + +<p> + Io volsi l viso, e l passo non men tosto,<br /> + appresso i savi, che parlavan se,<br /> + che landar mi facean di nullo costo.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco piangere e cantar sude<br /> + Laba ma, Domine per modo<br /> + tal, che diletto e doglia parture.<br /> +</p> + +<p> + O dolce padre, che quel chi odo?,<br /> + comincia io; ed elli: Ombre che vanno<br /> + forse di lor dover solvendo il nodo.<br /> +</p> + +<p> + S come i peregrin pensosi fanno,<br /> + giugnendo per cammin gente non nota,<br /> + che si volgono ad essa e non restanno,<br /> +</p> + +<p> + cos di retro a noi, pi tosto mota,<br /> + venendo e trapassando ci ammirava<br /> + danime turba tacita e devota.<br /> +</p> + +<p> + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br /> + palida ne la faccia, e tanto scema<br /> + che da lossa la pelle sinformava.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che cos a buccia strema<br /> + Erisittone fosse fatto secco,<br /> + per digiunar, quando pi nebbe tema.<br /> +</p> + +<p> + Io dicea fra me stesso pensando: Ecco<br /> + la gente che perd Ierusalemme,<br /> + quando Maria nel figlio di di becco!<br /> +</p> + +<p> + Parean locchiaie anella sanza gemme:<br /> + chi nel viso de li uomini legge omo<br /> + ben avria quivi conosciuta lemme.<br /> +</p> + +<p> + Chi crederebbe che lodor dun pomo<br /> + s governasse, generando brama,<br /> + e quel dunacqua, non sappiendo como?<br /> +</p> + +<p> + Gi era in ammirar che s li affama,<br /> + per la cagione ancor non manifesta<br /> + di lor magrezza e di lor trista squama,<br /> +</p> + +<p> + ed ecco del profondo de la testa<br /> + volse a me li occhi unombra e guard fiso;<br /> + poi grid forte: Qual grazia m questa?.<br /> +</p> + +<p> + Mai non lavrei riconosciuto al viso;<br /> + ma ne la voce sua mi fu palese<br /> + ci che laspetto in s avea conquiso.<br /> +</p> + +<p> + Questa favilla tutta mi raccese<br /> + mia conoscenza a la cangiata labbia,<br /> + e ravvisai la faccia di Forese.<br /> +</p> + +<p> + Deh, non contendere a lasciutta scabbia<br /> + che mi scolora, pregava, la pelle,<br /> + n a difetto di carne chio abbia;<br /> +</p> + +<p> + ma dimmi il ver di te, d chi son quelle<br /> + due anime che l ti fanno scorta;<br /> + non rimaner che tu non mi favelle!.<br /> +</p> + +<p> + La faccia tua, chio lagrimai gi morta,<br /> + mi d di pianger mo non minor doglia,<br /> + rispuos io lui, veggendola s torta.<br /> +</p> + +<p> + Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;<br /> + non mi far dir mentr io mi maraviglio,<br /> + ch mal pu dir chi pien daltra voglia.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: De letterno consiglio<br /> + cade vert ne lacqua e ne la pianta<br /> + rimasa dietro ond io s massottiglio.<br /> +</p> + +<p> + Tutta esta gente che piangendo canta<br /> + per seguitar la gola oltra misura,<br /> + in fame e n sete qui si rif santa.<br /> +</p> + +<p> + Di bere e di mangiar naccende cura<br /> + lodor chesce del pomo e de lo sprazzo<br /> + che si distende su per sua verdura.<br /> +</p> + +<p> + E non pur una volta, questo spazzo<br /> + girando, si rinfresca nostra pena:<br /> + io dico pena, e dovria dir sollazzo,<br /> +</p> + +<p> + ch quella voglia a li alberi ci mena<br /> + che men Cristo lieto a dire El,<br /> + quando ne liber con la sua vena.<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: Forese, da quel d<br /> + nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br /> + cinqu anni non son vlti infino a qui.<br /> +</p> + +<p> + Se prima fu la possa in te finita<br /> + di peccar pi, che sovvenisse lora<br /> + del buon dolor cha Dio ne rimarita,<br /> +</p> + +<p> + come se tu qua s venuto ancora?<br /> + Io ti credea trovar l gi di sotto,<br /> + dove tempo per tempo si ristora.<br /> +</p> + +<p> + Ond elli a me: S tosto mha condotto<br /> + a ber lo dolce assenzo di martri<br /> + la Nella mia con suo pianger dirotto.<br /> +</p> + +<p> + Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br /> + tratto mha de la costa ove saspetta,<br /> + e liberato mha de li altri giri.<br /> +</p> + +<p> + Tanto a Dio pi cara e pi diletta<br /> + la vedovella mia, che molto amai,<br /> + quanto in bene operare pi soletta;<br /> +</p> + +<p> + ch la Barbagia di Sardigna assai<br /> + ne le femmine sue pi pudica<br /> + che la Barbagia dov io la lasciai.<br /> +</p> + +<p> + O dolce frate, che vuo tu chio dica?<br /> + Tempo futuro m gi nel cospetto,<br /> + cui non sar quest ora molto antica,<br /> +</p> + +<p> + nel qual sar in pergamo interdetto<br /> + a le sfacciate donne fiorentine<br /> + landar mostrando con le poppe il petto.<br /> +</p> + +<p> + Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br /> + cui bisognasse, per farle ir coperte,<br /> + o spiritali o altre discipline?<br /> +</p> + +<p> + Ma se le svergognate fosser certe<br /> + di quel che l ciel veloce loro ammanna,<br /> + gi per urlare avrian le bocche aperte;<br /> +</p> + +<p> + ch, se lantiveder qui non minganna,<br /> + prima fien triste che le guance impeli<br /> + colui che mo si consola con nanna.<br /> +</p> + +<p> + Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!<br /> + vedi che non pur io, ma questa gente<br /> + tutta rimira l dove l sol veli.<br /> +</p> + +<p> + Per chio a lui: Se tu riduci a mente<br /> + qual fosti meco, e qual io teco fui,<br /> + ancor fia grave il memorar presente.<br /> +</p> + +<p> + Di quella vita mi volse costui<br /> + che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda<br /> + vi si mostr la suora di colui,<br /> +</p> + +<p> + e l sol mostrai; costui per la profonda<br /> + notte menato mha di veri morti<br /> + con questa vera carne che l seconda.<br /> +</p> + +<p> + Indi mhan tratto s li suoi conforti,<br /> + salendo e rigirando la montagna<br /> + che drizza voi che l mondo fece torti.<br /> +</p> + +<p> + Tanto dice di farmi sua compagna<br /> + che io sar l dove fia Beatrice;<br /> + quivi convien che sanza lui rimagna.<br /> +</p> + +<p> + Virgilio questi che cos mi dice,<br /> + e additalo; e quest altro quell ombra<br /> + per cu scosse dianzi ogne pendice<br /> +</p> + +<p> + lo vostro regno, che da s lo sgombra.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap24"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXIV +</h3> + +<p> + N l dir landar, n landar lui pi lento<br /> + facea, ma ragionando andavam forte,<br /> + s come nave pinta da buon vento;<br /> +</p> + +<p> + e lombre, che parean cose rimorte,<br /> + per le fosse de li occhi ammirazione<br /> + traean di me, di mio vivere accorte.<br /> +</p> + +<p> + E io, continando al mio sermone,<br /> + dissi: Ella sen va s forse pi tarda<br /> + che non farebbe, per altrui cagione.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda;<br /> + dimmi sio veggio da notar persona<br /> + tra questa gente che s mi riguarda.<br /> +</p> + +<p> + La mia sorella, che tra bella e buona<br /> + non so qual fosse pi, trunfa lieta<br /> + ne lalto Olimpo gi di sua corona.<br /> +</p> + +<p> + S disse prima; e poi: Qui non si vieta<br /> + di nominar ciascun, da ch s munta<br /> + nostra sembianza via per la deta.<br /> +</p> + +<p> + Questi, e mostr col dito, Bonagiunta,<br /> + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br /> + di l da lui pi che laltre trapunta<br /> +</p> + +<p> + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br /> + dal Torso fu, e purga per digiuno<br /> + languille di Bolsena e la vernaccia.<br /> +</p> + +<p> + Molti altri mi nom ad uno ad uno;<br /> + e del nomar parean tutti contenti,<br /> + s chio per non vidi un atto bruno.<br /> +</p> + +<p> + Vidi per fame a vto usar li denti<br /> + Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br /> + che pastur col rocco molte genti.<br /> +</p> + +<p> + Vidi messer Marchese, chebbe spazio<br /> + gi di bere a Forl con men secchezza,<br /> + e s fu tal, che non si sent sazio.<br /> +</p> + +<p> + Ma come fa chi guarda e poi sapprezza<br /> + pi dun che daltro, fei a quel da Lucca,<br /> + che pi parea di me aver contezza.<br /> +</p> + +<p> + El mormorava; e non so che Gentucca<br /> + sentiv io l, ov el sentia la piaga<br /> + de la giustizia che s li pilucca.<br /> +</p> + +<p> + O anima, diss io, che par s vaga<br /> + di parlar meco, fa s chio tintenda,<br /> + e te e me col tuo parlare appaga.<br /> +</p> + +<p> + Femmina nata, e non porta ancor benda,<br /> + cominci el, che ti far piacere<br /> + la mia citt, come chom la riprenda.<br /> +</p> + +<p> + Tu te nandrai con questo antivedere:<br /> + se nel mio mormorar prendesti errore,<br /> + dichiareranti ancor le cose vere.<br /> +</p> + +<p> + Ma d si veggio qui colui che fore<br /> + trasse le nove rime, cominciando<br /> + Donne chavete intelletto damore.<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: I mi son un che, quando<br /> + Amor mi spira, noto, e a quel modo<br /> + che ditta dentro vo significando.<br /> +</p> + +<p> + O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo<br /> + che l Notaro e Guittone e me ritenne<br /> + di qua dal dolce stil novo chi odo!<br /> +</p> + +<p> + Io veggio ben come le vostre penne<br /> + di retro al dittator sen vanno strette,<br /> + che de le nostre certo non avvenne;<br /> +</p> + +<p> + e qual pi a gradire oltre si mette,<br /> + non vede pi da luno a laltro stilo;<br /> + e, quasi contentato, si tacette.<br /> +</p> + +<p> + Come li augei che vernan lungo l Nilo,<br /> + alcuna volta in aere fanno schiera,<br /> + poi volan pi a fretta e vanno in filo,<br /> +</p> + +<p> + cos tutta la gente che l era,<br /> + volgendo l viso, raffrett suo passo,<br /> + e per magrezza e per voler leggera.<br /> +</p> + +<p> + E come luom che di trottare lasso,<br /> + lascia andar li compagni, e s passeggia<br /> + fin che si sfoghi laffollar del casso,<br /> +</p> + +<p> + s lasci trapassar la santa greggia<br /> + Forese, e dietro meco sen veniva,<br /> + dicendo: Quando fia chio ti riveggia?.<br /> +</p> + +<p> + Non so, rispuos io lui, quant io mi viva;<br /> + ma gi non fa il tornar mio tantosto,<br /> + chio non sia col voler prima a la riva;<br /> +</p> + +<p> + per che l loco u fui a viver posto,<br /> + di giorno in giorno pi di ben si spolpa,<br /> + e a trista ruina par disposto.<br /> +</p> + +<p> + Or va, diss el; che quei che pi nha colpa,<br /> + vegg o a coda duna bestia tratto<br /> + inver la valle ove mai non si scolpa.<br /> +</p> + +<p> + La bestia ad ogne passo va pi ratto,<br /> + crescendo sempre, fin chella il percuote,<br /> + e lascia il corpo vilmente disfatto.<br /> +</p> + +<p> + Non hanno molto a volger quelle ruote,<br /> + e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro<br /> + ci che l mio dir pi dichiarar non puote.<br /> +</p> + +<p> + Tu ti rimani omai; ch l tempo caro<br /> + in questo regno, s chio perdo troppo<br /> + venendo teco s a paro a paro.<br /> +</p> + +<p> + Qual esce alcuna volta di gualoppo<br /> + lo cavalier di schiera che cavalchi,<br /> + e va per farsi onor del primo intoppo,<br /> +</p> + +<p> + tal si part da noi con maggior valchi;<br /> + e io rimasi in via con esso i due<br /> + che fuor del mondo s gran marescalchi.<br /> +</p> + +<p> + E quando innanzi a noi intrato fue,<br /> + che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br /> + come la mente a le parole sue,<br /> +</p> + +<p> + parvermi i rami gravidi e vivaci<br /> + dun altro pomo, e non molto lontani<br /> + per esser pur allora vlto in laci.<br /> +</p> + +<p> + Vidi gente sott esso alzar le mani<br /> + e gridar non so che verso le fronde,<br /> + quasi bramosi fantolini e vani<br /> +</p> + +<p> + che pregano, e l pregato non risponde,<br /> + ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br /> + tien alto lor disio e nol nasconde.<br /> +</p> + +<p> + Poi si part s come ricreduta;<br /> + e noi venimmo al grande arbore adesso,<br /> + che tanti prieghi e lagrime rifiuta.<br /> +</p> + +<p> + Trapassate oltre sanza farvi presso:<br /> + legno pi s che fu morso da Eva,<br /> + e questa pianta si lev da esso.<br /> +</p> + +<p> + S tra le frasche non so chi diceva;<br /> + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br /> + oltre andavam dal lato che si leva.<br /> +</p> + +<p> + Ricordivi, dicea, di maladetti<br /> + nei nuvoli formati, che, satolli,<br /> + Teso combatter co doppi petti;<br /> +</p> + +<p> + e de li Ebrei chal ber si mostrar molli,<br /> + per che no i volle Gedeon compagni,<br /> + quando inver Madan discese i colli.<br /> +</p> + +<p> + S accostati a lun di due vivagni<br /> + passammo, udendo colpe de la gola<br /> + seguite gi da miseri guadagni.<br /> +</p> + +<p> + Poi, rallargati per la strada sola,<br /> + ben mille passi e pi ci portar oltre,<br /> + contemplando ciascun sanza parola.<br /> +</p> + +<p> + Che andate pensando s voi sol tre?.<br /> + sbita voce disse; ond io mi scossi<br /> + come fan bestie spaventate e poltre.<br /> +</p> + +<p> + Drizzai la testa per veder chi fossi;<br /> + e gi mai non si videro in fornace<br /> + vetri o metalli s lucenti e rossi,<br /> +</p> + +<p> + com io vidi un che dicea: Sa voi piace<br /> + montare in s, qui si convien dar volta;<br /> + quinci si va chi vuole andar per pace.<br /> +</p> + +<p> + Laspetto suo mavea la vista tolta;<br /> + per chio mi volsi dietro a miei dottori,<br /> + com om che va secondo chelli ascolta.<br /> +</p> + +<p> + E quale, annunziatrice de li albori,<br /> + laura di maggio movesi e olezza,<br /> + tutta impregnata da lerba e da fiori;<br /> +</p> + +<p> + tal mi senti un vento dar per mezza<br /> + la fronte, e ben senti mover la piuma,<br /> + che f sentir dambrosa lorezza.<br /> +</p> + +<p> + E senti dir: Beati cui alluma<br /> + tanto di grazia, che lamor del gusto<br /> + nel petto lor troppo disir non fuma,<br /> +</p> + +<p> + esurendo sempre quanto giusto!.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap25"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXV +</h3> + +<p> + Ora era onde l salir non volea storpio;<br /> + ch l sole ava il cerchio di merigge<br /> + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:<br /> +</p> + +<p> + per che, come fa luom che non saffigge<br /> + ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br /> + se di bisogno stimolo il trafigge,<br /> +</p> + +<p> + cos intrammo noi per la callaia,<br /> + uno innanzi altro prendendo la scala<br /> + che per artezza i salitor dispaia.<br /> +</p> + +<p> + E quale il cicognin che leva lala<br /> + per voglia di volare, e non sattenta<br /> + dabbandonar lo nido, e gi la cala;<br /> +</p> + +<p> + tal era io con voglia accesa e spenta<br /> + di dimandar, venendo infino a latto<br /> + che fa colui cha dicer sargomenta.<br /> +</p> + +<p> + Non lasci, per landar che fosse ratto,<br /> + lo dolce padre mio, ma disse: Scocca<br /> + larco del dir, che nfino al ferro hai tratto.<br /> +</p> + +<p> + Allor sicuramente apri la bocca<br /> + e cominciai: Come si pu far magro<br /> + l dove luopo di nodrir non tocca?.<br /> +</p> + +<p> + Se tammentassi come Meleagro<br /> + si consum al consumar dun stizzo,<br /> + non fora, disse, a te questo s agro;<br /> +</p> + +<p> + e se pensassi come, al vostro guizzo,<br /> + guizza dentro a lo specchio vostra image,<br /> + ci che par duro ti parrebbe vizzo.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch dentro a tuo voler tadage,<br /> + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br /> + che sia or sanator de le tue piage.<br /> +</p> + +<p> + Se la veduta etterna li dislego,<br /> + rispuose Stazio, l dove tu sie,<br /> + discolpi me non potert io far nego.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominci: Se le parole mie,<br /> + figlio, la mente tua guarda e riceve,<br /> + lume ti fiero al come che tu die.<br /> +</p> + +<p> + Sangue perfetto, che poi non si beve<br /> + da lassetate vene, e si rimane<br /> + quasi alimento che di mensa leve,<br /> +</p> + +<p> + prende nel core a tutte membra umane<br /> + virtute informativa, come quello<br /> + cha farsi quelle per le vene vane.<br /> +</p> + +<p> + Ancor digesto, scende ov pi bello<br /> + tacer che dire; e quindi poscia geme<br /> + sovr altrui sangue in natural vasello.<br /> +</p> + +<p> + Ivi saccoglie luno e laltro insieme,<br /> + lun disposto a patire, e laltro a fare<br /> + per lo perfetto loco onde si preme;<br /> +</p> + +<p> + e, giunto lui, comincia ad operare<br /> + coagulando prima, e poi avviva<br /> + ci che per sua matera f constare.<br /> +</p> + +<p> + Anima fatta la virtute attiva<br /> + qual duna pianta, in tanto differente,<br /> + che questa in via e quella gi a riva,<br /> +</p> + +<p> + tanto ovra poi, che gi si move e sente,<br /> + come spungo marino; e indi imprende<br /> + ad organar le posse ond semente.<br /> +</p> + +<p> + Or si spiega, figliuolo, or si distende<br /> + la virt ch dal cor del generante,<br /> + dove natura a tutte membra intende.<br /> +</p> + +<p> + Ma come danimal divegna fante,<br /> + non vedi tu ancor: quest tal punto,<br /> + che pi savio di te f gi errante,<br /> +</p> + +<p> + s che per sua dottrina f disgiunto<br /> + da lanima il possibile intelletto,<br /> + perch da lui non vide organo assunto.<br /> +</p> + +<p> + Apri a la verit che viene il petto;<br /> + e sappi che, s tosto come al feto<br /> + larticular del cerebro perfetto,<br /> +</p> + +<p> + lo motor primo a lui si volge lieto<br /> + sovra tant arte di natura, e spira<br /> + spirito novo, di vert repleto,<br /> +</p> + +<p> + che ci che trova attivo quivi, tira<br /> + in sua sustanzia, e fassi unalma sola,<br /> + che vive e sente e s in s rigira.<br /> +</p> + +<p> + E perch meno ammiri la parola,<br /> + guarda il calor del sole che si fa vino,<br /> + giunto a lomor che de la vite cola.<br /> +</p> + +<p> + Quando Lchesis non ha pi del lino,<br /> + solvesi da la carne, e in virtute<br /> + ne porta seco e lumano e l divino:<br /> +</p> + +<p> + laltre potenze tutte quante mute;<br /> + memoria, intelligenza e volontade<br /> + in atto molto pi che prima agute.<br /> +</p> + +<p> + Sanza restarsi, per s stessa cade<br /> + mirabilmente a luna de le rive;<br /> + quivi conosce prima le sue strade.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che loco l la circunscrive,<br /> + la virt formativa raggia intorno<br /> + cos e quanto ne le membra vive.<br /> +</p> + +<p> + E come laere, quand ben porno,<br /> + per laltrui raggio che n s si reflette,<br /> + di diversi color diventa addorno;<br /> +</p> + +<p> + cos laere vicin quivi si mette<br /> + e in quella forma ch in lui suggella<br /> + virtalmente lalma che ristette;<br /> +</p> + +<p> + e simigliante poi a la fiammella<br /> + che segue il foco l vunque si muta,<br /> + segue lo spirto sua forma novella.<br /> +</p> + +<p> + Per che quindi ha poscia sua paruta,<br /> + chiamata ombra; e quindi organa poi<br /> + ciascun sentire infino a la veduta.<br /> +</p> + +<p> + Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br /> + quindi facciam le lagrime e sospiri<br /> + che per lo monte aver sentiti puoi.<br /> +</p> + +<p> + Secondo che ci affliggono i disiri<br /> + e li altri affetti, lombra si figura;<br /> + e quest la cagion di che tu miri.<br /> +</p> + +<p> + E gi venuto a lultima tortura<br /> + sera per noi, e vlto a la man destra,<br /> + ed eravamo attenti ad altra cura.<br /> +</p> + +<p> + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br /> + e la cornice spira fiato in suso<br /> + che la reflette e via da lei sequestra;<br /> +</p> + +<p> + ond ir ne convenia dal lato schiuso<br /> + ad uno ad uno; e io tema l foco<br /> + quinci, e quindi temeva cader giuso.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio dicea: Per questo loco<br /> + si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br /> + per cherrar potrebbesi per poco.<br /> +</p> + +<p> + Summae Deus clementae nel seno<br /> + al grande ardore allora udi cantando,<br /> + che di volger mi f caler non meno;<br /> +</p> + +<p> + e vidi spirti per la fiamma andando;<br /> + per chio guardava a loro e a miei passi<br /> + compartendo la vista a quando a quando.<br /> +</p> + +<p> + Appresso il fine cha quell inno fassi,<br /> + gridavano alto: Virum non cognosco;<br /> + indi ricominciavan linno bassi.<br /> +</p> + +<p> + Finitolo, anco gridavano: Al bosco<br /> + si tenne Diana, ed Elice caccionne<br /> + che di Venere avea sentito il tsco.<br /> +</p> + +<p> + Indi al cantar tornavano; indi donne<br /> + gridavano e mariti che fuor casti<br /> + come virtute e matrimonio imponne.<br /> +</p> + +<p> + E questo modo credo che lor basti<br /> + per tutto il tempo che l foco li abbruscia:<br /> + con tal cura conviene e con tai pasti<br /> +</p> + +<p> + che la piaga da sezzo si ricuscia.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap26"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXVI +</h3> + +<p> + Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro,<br /> + ce nandavamo, e spesso il buon maestro<br /> + diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro;<br /> +</p> + +<p> + feriami il sole in su lomero destro,<br /> + che gi, raggiando, tutto loccidente<br /> + mutava in bianco aspetto di cilestro;<br /> +</p> + +<p> + e io facea con lombra pi rovente<br /> + parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br /> + vidi molt ombre, andando, poner mente.<br /> +</p> + +<p> + Questa fu la cagion che diede inizio<br /> + loro a parlar di me; e cominciarsi<br /> + a dir: Colui non par corpo fittizio;<br /> +</p> + +<p> + poi verso me, quanto potan farsi,<br /> + certi si fero, sempre con riguardo<br /> + di non uscir dove non fosser arsi.<br /> +</p> + +<p> + O tu che vai, non per esser pi tardo,<br /> + ma forse reverente, a li altri dopo,<br /> + rispondi a me che n sete e n foco ardo.<br /> +</p> + +<p> + N solo a me la tua risposta uopo;<br /> + ch tutti questi nhanno maggior sete<br /> + che dacqua fredda Indo o Etopo.<br /> +</p> + +<p> + Dinne com che fai di te parete<br /> + al sol, pur come tu non fossi ancora<br /> + di morte intrato dentro da la rete.<br /> +</p> + +<p> + S mi parlava un dessi; e io mi fora<br /> + gi manifesto, sio non fossi atteso<br /> + ad altra novit chapparve allora;<br /> +</p> + +<p> + ch per lo mezzo del cammino acceso<br /> + venne gente col viso incontro a questa,<br /> + la qual mi fece a rimirar sospeso.<br /> +</p> + +<p> + L veggio dogne parte farsi presta<br /> + ciascun ombra e basciarsi una con una<br /> + sanza restar, contente a brieve festa;<br /> +</p> + +<p> + cos per entro loro schiera bruna<br /> + sammusa luna con laltra formica,<br /> + forse a spar lor via e lor fortuna.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che parton laccoglienza amica,<br /> + prima che l primo passo l trascorra,<br /> + sopragridar ciascuna saffatica:<br /> +</p> + +<p> + la nova gente: Soddoma e Gomorra;<br /> + e laltra: Ne la vacca entra Pasife,<br /> + perch l torello a sua lussuria corra.<br /> +</p> + +<p> + Poi, come grue cha le montagne Rife<br /> + volasser parte, e parte inver larene,<br /> + queste del gel, quelle del sole schife,<br /> +</p> + +<p> + luna gente sen va, laltra sen vene;<br /> + e tornan, lagrimando, a primi canti<br /> + e al gridar che pi lor si convene;<br /> +</p> + +<p> + e raccostansi a me, come davanti,<br /> + essi medesmi che mavean pregato,<br /> + attenti ad ascoltar ne lor sembianti.<br /> +</p> + +<p> + Io, che due volte avea visto lor grato,<br /> + incominciai: O anime sicure<br /> + daver, quando che sia, di pace stato,<br /> +</p> + +<p> + non son rimase acerbe n mature<br /> + le membra mie di l, ma son qui meco<br /> + col sangue suo e con le sue giunture.<br /> +</p> + +<p> + Quinci s vo per non esser pi cieco;<br /> + donna di sopra che macquista grazia,<br /> + per che l mortal per vostro mondo reco.<br /> +</p> + +<p> + Ma se la vostra maggior voglia sazia<br /> + tosto divegna, s che l ciel valberghi<br /> + ch pien damore e pi ampio si spazia,<br /> +</p> + +<p> + ditemi, acci chancor carte ne verghi,<br /> + chi siete voi, e chi quella turba<br /> + che se ne va di retro a vostri terghi.<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti stupido si turba<br /> + lo montanaro, e rimirando ammuta,<br /> + quando rozzo e salvatico sinurba,<br /> +</p> + +<p> + che ciascun ombra fece in sua paruta;<br /> + ma poi che furon di stupore scarche,<br /> + lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,<br /> +</p> + +<p> + Beato te, che de le nostre marche,<br /> + ricominci colei che pria minchiese,<br /> + per morir meglio, esperenza imbarche!<br /> +</p> + +<p> + La gente che non vien con noi, offese<br /> + di ci per che gi Cesar, trunfando,<br /> + Regina contra s chiamar sintese:<br /> +</p> + +<p> + per si parton Soddoma gridando,<br /> + rimproverando a s com hai udito,<br /> + e aiutan larsura vergognando.<br /> +</p> + +<p> + Nostro peccato fu ermafrodito;<br /> + ma perch non servammo umana legge,<br /> + seguendo come bestie lappetito,<br /> +</p> + +<p> + in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br /> + quando partinci, il nome di colei<br /> + che simbesti ne le mbestiate schegge.<br /> +</p> + +<p> + Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br /> + se forse a nome vuo saper chi semo,<br /> + tempo non di dire, e non saprei.<br /> +</p> + +<p> + Farotti ben di me volere scemo:<br /> + son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo<br /> + per ben dolermi prima cha lo stremo.<br /> +</p> + +<p> + Quali ne la tristizia di Ligurgo<br /> + si fer due figli a riveder la madre,<br /> + tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,<br /> +</p> + +<p> + quand io odo nomar s stesso il padre<br /> + mio e de li altri miei miglior che mai<br /> + rime damore usar dolci e leggiadre;<br /> +</p> + +<p> + e sanza udire e dir pensoso andai<br /> + lunga fata rimirando lui,<br /> + n, per lo foco, in l pi mappressai.<br /> +</p> + +<p> + Poi che di riguardar pasciuto fui,<br /> + tutto moffersi pronto al suo servigio<br /> + con laffermar che fa credere altrui.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,<br /> + per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,<br /> + che Let nol pu trre n far bigio.<br /> +</p> + +<p> + Ma se le tue parole or ver giuraro,<br /> + dimmi che cagion per che dimostri<br /> + nel dire e nel guardar davermi caro.<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: Li dolci detti vostri,<br /> + che, quanto durer luso moderno,<br /> + faranno cari ancora i loro incostri.<br /> +</p> + +<p> + O frate, disse, questi chio ti cerno<br /> + col dito, e addit un spirto innanzi,<br /> + fu miglior fabbro del parlar materno.<br /> +</p> + +<p> + Versi damore e prose di romanzi<br /> + soverchi tutti; e lascia dir li stolti<br /> + che quel di Lemos credon chavanzi.<br /> +</p> + +<p> + A voce pi chal ver drizzan li volti,<br /> + e cos ferman sua oppinone<br /> + prima charte o ragion per lor sascolti.<br /> +</p> + +<p> + Cos fer molti antichi di Guittone,<br /> + di grido in grido pur lui dando pregio,<br /> + fin che lha vinto il ver con pi persone.<br /> +</p> + +<p> + Or se tu hai s ampio privilegio,<br /> + che licito ti sia landare al chiostro<br /> + nel quale Cristo abate del collegio,<br /> +</p> + +<p> + falli per me un dir dun paternostro,<br /> + quanto bisogna a noi di questo mondo,<br /> + dove poter peccar non pi nostro.<br /> +</p> + +<p> + Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br /> + che presso avea, disparve per lo foco,<br /> + come per lacqua il pesce andando al fondo.<br /> +</p> + +<p> + Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br /> + e dissi chal suo nome il mio disire<br /> + apparecchiava grazoso loco.<br /> +</p> + +<p> + El cominci liberamente a dire:<br /> + Tan mabellis vostre cortes deman,<br /> + quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.<br /> +</p> + +<p> + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br /> + consiros vei la passada folor,<br /> + e vei jausen lo joi quesper, denan.<br /> +</p> + +<p> + Ara vos prec, per aquella valor<br /> + que vos guida al som de lescalina,<br /> + sovenha vos a temps de ma dolor!.<br /> +</p> + +<p> + Poi sascose nel foco che li affina.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap27"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXVII +</h3> + +<p> + S come quando i primi raggi vibra<br /> + l dove il suo fattor lo sangue sparse,<br /> + cadendo Ibero sotto lalta Libra,<br /> +</p> + +<p> + e londe in Gange da nona rarse,<br /> + s stava il sole; onde l giorno sen giva,<br /> + come langel di Dio lieto ci apparse.<br /> +</p> + +<p> + Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br /> + e cantava Beati mundo corde!<br /> + in voce assai pi che la nostra viva.<br /> +</p> + +<p> + Poscia Pi non si va, se pria non morde,<br /> + anime sante, il foco: intrate in esso,<br /> + e al cantar di l non siate sorde,<br /> +</p> + +<p> + ci disse come noi li fummo presso;<br /> + per chio divenni tal, quando lo ntesi,<br /> + qual colui che ne la fossa messo.<br /> +</p> + +<p> + In su le man commesse mi protesi,<br /> + guardando il foco e imaginando forte<br /> + umani corpi gi veduti accesi.<br /> +</p> + +<p> + Volsersi verso me le buone scorte;<br /> + e Virgilio mi disse: Figliuol mio,<br /> + qui pu esser tormento, ma non morte.<br /> +</p> + +<p> + Ricorditi, ricorditi! E se io<br /> + sovresso Geron ti guidai salvo,<br /> + che far ora presso pi a Dio?<br /> +</p> + +<p> + Credi per certo che se dentro a lalvo<br /> + di questa fiamma stessi ben mille anni,<br /> + non ti potrebbe far dun capel calvo.<br /> +</p> + +<p> + E se tu forse credi chio tinganni,<br /> + fatti ver lei, e fatti far credenza<br /> + con le tue mani al lembo di tuoi panni.<br /> +</p> + +<p> + Pon gi omai, pon gi ogne temenza;<br /> + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.<br /> + E io pur fermo e contra coscenza.<br /> +</p> + +<p> + Quando mi vide star pur fermo e duro,<br /> + turbato un poco disse: Or vedi, figlio:<br /> + tra Batrice e te questo muro.<br /> +</p> + +<p> + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br /> + Piramo in su la morte, e riguardolla,<br /> + allor che l gelso divent vermiglio;<br /> +</p> + +<p> + cos, la mia durezza fatta solla,<br /> + mi volsi al savio duca, udendo il nome<br /> + che ne la mente sempre mi rampolla.<br /> +</p> + +<p> + Ond ei croll la fronte e disse: Come!<br /> + volenci star di qua?; indi sorrise<br /> + come al fanciul si fa ch vinto al pome.<br /> +</p> + +<p> + Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br /> + pregando Stazio che venisse retro,<br /> + che pria per lunga strada ci divise.<br /> +</p> + +<p> + S com fui dentro, in un bogliente vetro<br /> + gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br /> + tant era ivi lo ncendio sanza metro.<br /> +</p> + +<p> + Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br /> + pur di Beatrice ragionando andava,<br /> + dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.<br /> +</p> + +<p> + Guidavaci una voce che cantava<br /> + di l; e noi, attenti pur a lei,<br /> + venimmo fuor l ove si montava.<br /> +</p> + +<p> + Venite, benedicti Patris mei,<br /> + son dentro a un lume che l era,<br /> + tal che mi vinse e guardar nol potei.<br /> +</p> + +<p> + Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;<br /> + non varrestate, ma studiate il passo,<br /> + mentre che loccidente non si annera.<br /> +</p> + +<p> + Dritta salia la via per entro l sasso<br /> + verso tal parte chio toglieva i raggi<br /> + dinanzi a me del sol chera gi basso.<br /> +</p> + +<p> + E di pochi scaglion levammo i saggi,<br /> + che l sol corcar, per lombra che si spense,<br /> + sentimmo dietro e io e li miei saggi.<br /> +</p> + +<p> + E pria che n tutte le sue parti immense<br /> + fosse orizzonte fatto duno aspetto,<br /> + e notte avesse tutte sue dispense,<br /> +</p> + +<p> + ciascun di noi dun grado fece letto;<br /> + ch la natura del monte ci affranse<br /> + la possa del salir pi e l diletto.<br /> +</p> + +<p> + Quali si stanno ruminando manse<br /> + le capre, state rapide e proterve<br /> + sovra le cime avante che sien pranse,<br /> +</p> + +<p> + tacite a lombra, mentre che l sol ferve,<br /> + guardate dal pastor, che n su la verga<br /> + poggiato s e lor di posa serve;<br /> +</p> + +<p> + e quale il mandran che fori alberga,<br /> + lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br /> + guardando perch fiera non lo sperga;<br /> +</p> + +<p> + tali eravamo tutti e tre allotta,<br /> + io come capra, ed ei come pastori,<br /> + fasciati quinci e quindi dalta grotta.<br /> +</p> + +<p> + Poco parer potea l del di fori;<br /> + ma, per quel poco, vedea io le stelle<br /> + di lor solere e pi chiare e maggiori.<br /> +</p> + +<p> + S ruminando e s mirando in quelle,<br /> + mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br /> + anzi che l fatto sia, sa le novelle.<br /> +</p> + +<p> + Ne lora, credo, che de lorente<br /> + prima raggi nel monte Citerea,<br /> + che di foco damor par sempre ardente,<br /> +</p> + +<p> + giovane e bella in sogno mi parea<br /> + donna vedere andar per una landa<br /> + cogliendo fiori; e cantando dicea:<br /> +</p> + +<p> + Sappia qualunque il mio nome dimanda<br /> + chi mi son Lia, e vo movendo intorno<br /> + le belle mani a farmi una ghirlanda.<br /> +</p> + +<p> + Per piacermi a lo specchio, qui maddorno;<br /> + ma mia suora Rachel mai non si smaga<br /> + dal suo miraglio, e siede tutto giorno.<br /> +</p> + +<p> + Ell di suoi belli occhi veder vaga<br /> + com io de laddornarmi con le mani;<br /> + lei lo vedere, e me lovrare appaga.<br /> +</p> + +<p> + E gi per li splendori antelucani,<br /> + che tanto a pellegrin surgon pi grati,<br /> + quanto, tornando, albergan men lontani,<br /> +</p> + +<p> + le tenebre fuggian da tutti lati,<br /> + e l sonno mio con esse; ond io levami,<br /> + veggendo i gran maestri gi levati.<br /> +</p> + +<p> + Quel dolce pome che per tanti rami<br /> + cercando va la cura de mortali,<br /> + oggi porr in pace le tue fami.<br /> +</p> + +<p> + Virgilio inverso me queste cotali<br /> + parole us; e mai non furo strenne<br /> + che fosser di piacere a queste iguali.<br /> +</p> + +<p> + Tanto voler sopra voler mi venne<br /> + de lesser s, chad ogne passo poi<br /> + al volo mi sentia crescer le penne.<br /> +</p> + +<p> + Come la scala tutta sotto noi<br /> + fu corsa e fummo in su l grado superno,<br /> + in me ficc Virgilio li occhi suoi,<br /> +</p> + +<p> + e disse: Il temporal foco e letterno<br /> + veduto hai, figlio; e se venuto in parte<br /> + dov io per me pi oltre non discerno.<br /> +</p> + +<p> + Tratto tho qui con ingegno e con arte;<br /> + lo tuo piacere omai prendi per duce;<br /> + fuor se de lerte vie, fuor se de larte.<br /> +</p> + +<p> + Vedi lo sol che n fronte ti riluce;<br /> + vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli<br /> + che qui la terra sol da s produce.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br /> + che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br /> + seder ti puoi e puoi andar tra elli.<br /> +</p> + +<p> + Non aspettar mio dir pi n mio cenno;<br /> + libero, dritto e sano tuo arbitrio,<br /> + e fallo fora non fare a suo senno:<br /> +</p> + +<p> + per chio te sovra te corono e mitrio.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap28"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXVIII +</h3> + +<p> + Vago gi di cercar dentro e dintorno<br /> + la divina foresta spessa e viva,<br /> + cha li occhi temperava il novo giorno,<br /> +</p> + +<p> + sanza pi aspettar, lasciai la riva,<br /> + prendendo la campagna lento lento<br /> + su per lo suol che dogne parte auliva.<br /> +</p> + +<p> + Unaura dolce, sanza mutamento<br /> + avere in s, mi feria per la fronte<br /> + non di pi colpo che soave vento;<br /> +</p> + +<p> + per cui le fronde, tremolando, pronte<br /> + tutte quante piegavano a la parte<br /> + u la prim ombra gitta il santo monte;<br /> +</p> + +<p> + non per dal loro esser dritto sparte<br /> + tanto, che li augelletti per le cime<br /> + lasciasser doperare ogne lor arte;<br /> +</p> + +<p> + ma con piena letizia lore prime,<br /> + cantando, ricevieno intra le foglie,<br /> + che tenevan bordone a le sue rime,<br /> +</p> + +<p> + tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br /> + per la pineta in su l lito di Chiassi,<br /> + quand olo scilocco fuor discioglie.<br /> +</p> + +<p> + Gi mavean trasportato i lenti passi<br /> + dentro a la selva antica tanto, chio<br /> + non potea rivedere ond io mi ntrassi;<br /> +</p> + +<p> + ed ecco pi andar mi tolse un rio,<br /> + che nver sinistra con sue picciole onde<br /> + piegava lerba che n sua ripa usco.<br /> +</p> + +<p> + Tutte lacque che son di qua pi monde,<br /> + parrieno avere in s mistura alcuna<br /> + verso di quella, che nulla nasconde,<br /> +</p> + +<p> + avvegna che si mova bruna bruna<br /> + sotto lombra perpeta, che mai<br /> + raggiar non lascia sole ivi n luna.<br /> +</p> + +<p> + Coi pi ristetti e con li occhi passai<br /> + di l dal fiumicello, per mirare<br /> + la gran varazion di freschi mai;<br /> +</p> + +<p> + e l mapparve, s com elli appare<br /> + subitamente cosa che disvia<br /> + per maraviglia tutto altro pensare,<br /> +</p> + +<p> + una donna soletta che si gia<br /> + e cantando e scegliendo fior da fiore<br /> + ond era pinta tutta la sua via.<br /> +</p> + +<p> + Deh, bella donna, che a raggi damore<br /> + ti scaldi, si vo credere a sembianti<br /> + che soglion esser testimon del core,<br /> +</p> + +<p> + vegnati in voglia di trarreti avanti,<br /> + diss io a lei, verso questa rivera,<br /> + tanto chio possa intender che tu canti.<br /> +</p> + +<p> + Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br /> + Proserpina nel tempo che perdette<br /> + la madre lei, ed ella primavera.<br /> +</p> + +<p> + Come si volge, con le piante strette<br /> + a terra e intra s, donna che balli,<br /> + e piede innanzi piede a pena mette,<br /> +</p> + +<p> + volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br /> + fioretti verso me, non altrimenti<br /> + che vergine che li occhi onesti avvalli;<br /> +</p> + +<p> + e fece i prieghi miei esser contenti,<br /> + s appressando s, che l dolce suono<br /> + veniva a me co suoi intendimenti.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che fu l dove lerbe sono<br /> + bagnate gi da londe del bel fiume,<br /> + di levar li occhi suoi mi fece dono.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che splendesse tanto lume<br /> + sotto le ciglia a Venere, trafitta<br /> + dal figlio fuor di tutto suo costume.<br /> +</p> + +<p> + Ella ridea da laltra riva dritta,<br /> + trattando pi color con le sue mani,<br /> + che lalta terra sanza seme gitta.<br /> +</p> + +<p> + Tre passi ci facea il fiume lontani;<br /> + ma Elesponto, l ve pass Serse,<br /> + ancora freno a tutti orgogli umani,<br /> +</p> + +<p> + pi odio da Leandro non sofferse<br /> + per mareggiare intra Sesto e Abido,<br /> + che quel da me perch allor non saperse.<br /> +</p> + +<p> + Voi siete nuovi, e forse perch io rido,<br /> + cominci ella, in questo luogo eletto<br /> + a lumana natura per suo nido,<br /> +</p> + +<p> + maravigliando tienvi alcun sospetto;<br /> + ma luce rende il salmo Delectasti,<br /> + che puote disnebbiar vostro intelletto.<br /> +</p> + +<p> + E tu che se dinanzi e mi pregasti,<br /> + d saltro vuoli udir; chi venni presta<br /> + ad ogne tua question tanto che basti.<br /> +</p> + +<p> + Lacqua, diss io, e l suon de la foresta<br /> + impugnan dentro a me novella fede<br /> + di cosa chio udi contraria a questa.<br /> +</p> + +<p> + Ond ella: Io dicer come procede<br /> + per sua cagion ci chammirar ti face,<br /> + e purgher la nebbia che ti fiede.<br /> +</p> + +<p> + Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,<br /> + f luom buono e a bene, e questo loco<br /> + diede per arr a lui detterna pace.<br /> +</p> + +<p> + Per sua difalta qui dimor poco;<br /> + per sua difalta in pianto e in affanno<br /> + cambi onesto riso e dolce gioco.<br /> +</p> + +<p> + Perch l turbar che sotto da s fanno<br /> + lessalazion de lacqua e de la terra,<br /> + che quanto posson dietro al calor vanno,<br /> +</p> + +<p> + a luomo non facesse alcuna guerra,<br /> + questo monte salo verso l ciel tanto,<br /> + e libero n dindi ove si serra.<br /> +</p> + +<p> + Or perch in circuito tutto quanto<br /> + laere si volge con la prima volta,<br /> + se non li rotto il cerchio dalcun canto,<br /> +</p> + +<p> + in questa altezza ch tutta disciolta<br /> + ne laere vivo, tal moto percuote,<br /> + e fa sonar la selva perch folta;<br /> +</p> + +<p> + e la percossa pianta tanto puote,<br /> + che de la sua virtute laura impregna<br /> + e quella poi, girando, intorno scuote;<br /> +</p> + +<p> + e laltra terra, secondo ch degna<br /> + per s e per suo ciel, concepe e figlia<br /> + di diverse virt diverse legna.<br /> +</p> + +<p> + Non parrebbe di l poi maraviglia,<br /> + udito questo, quando alcuna pianta<br /> + sanza seme palese vi sappiglia.<br /> +</p> + +<p> + E saper dei che la campagna santa<br /> + dove tu se, dogne semenza piena,<br /> + e frutto ha in s che di l non si schianta.<br /> +</p> + +<p> + Lacqua che vedi non surge di vena<br /> + che ristori vapor che gel converta,<br /> + come fiume chacquista e perde lena;<br /> +</p> + +<p> + ma esce di fontana salda e certa,<br /> + che tanto dal voler di Dio riprende,<br /> + quant ella versa da due parti aperta.<br /> +</p> + +<p> + Da questa parte con virt discende<br /> + che toglie altrui memoria del peccato;<br /> + da laltra dogne ben fatto la rende.<br /> +</p> + +<p> + Quinci Let; cos da laltro lato<br /> + Eno si chiama, e non adopra<br /> + se quinci e quindi pria non gustato:<br /> +</p> + +<p> + a tutti altri sapori esto di sopra.<br /> + E avvegna chassai possa esser sazia<br /> + la sete tua perch io pi non ti scuopra,<br /> +</p> + +<p> + darotti un corollario ancor per grazia;<br /> + n credo che l mio dir ti sia men caro,<br /> + se oltre promession teco si spazia.<br /> +</p> + +<p> + Quelli chanticamente poetaro<br /> + let de loro e suo stato felice,<br /> + forse in Parnaso esto loco sognaro.<br /> +</p> + +<p> + Qui fu innocente lumana radice;<br /> + qui primavera sempre e ogne frutto;<br /> + nettare questo di che ciascun dice.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi n dietro allora tutto<br /> + a miei poeti, e vidi che con riso<br /> + udito avan lultimo costrutto;<br /> +</p> + +<p> + poi a la bella donna torna il viso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap29"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXIX +</h3> + +<p> + Cantando come donna innamorata,<br /> + contin col fin di sue parole:<br /> + Beati quorum tecta sunt peccata!.<br /> +</p> + +<p> + E come ninfe che si givan sole<br /> + per le salvatiche ombre, disando<br /> + qual di veder, qual di fuggir lo sole,<br /> +</p> + +<p> + allor si mosse contra l fiume, andando<br /> + su per la riva; e io pari di lei,<br /> + picciol passo con picciol seguitando.<br /> +</p> + +<p> + Non eran cento tra suoi passi e miei,<br /> + quando le ripe igualmente dier volta,<br /> + per modo cha levante mi rendei.<br /> +</p> + +<p> + N ancor fu cos nostra via molta,<br /> + quando la donna tutta a me si torse,<br /> + dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco un lustro sbito trascorse<br /> + da tutte parti per la gran foresta,<br /> + tal che di balenar mi mise in forse.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch l balenar, come vien, resta,<br /> + e quel, durando, pi e pi splendeva,<br /> + nel mio pensier dicea: Che cosa questa?.<br /> +</p> + +<p> + E una melodia dolce correva<br /> + per laere luminoso; onde buon zelo<br /> + mi f riprender lardimento dEva,<br /> +</p> + +<p> + che l dove ubidia la terra e l cielo,<br /> + femmina, sola e pur test formata,<br /> + non sofferse di star sotto alcun velo;<br /> +</p> + +<p> + sotto l qual se divota fosse stata,<br /> + avrei quelle ineffabili delizie<br /> + sentite prima e pi lunga fata.<br /> +</p> + +<p> + Mentr io mandava tra tante primizie<br /> + de letterno piacer tutto sospeso,<br /> + e disoso ancora a pi letizie,<br /> +</p> + +<p> + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br /> + ci si f laere sotto i verdi rami;<br /> + e l dolce suon per canti era gi inteso.<br /> +</p> + +<p> + O sacrosante Vergini, se fami,<br /> + freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br /> + cagion mi sprona chio merc vi chiami.<br /> +</p> + +<p> + Or convien che Elicona per me versi,<br /> + e Urane maiuti col suo coro<br /> + forti cose a pensar mettere in versi.<br /> +</p> + +<p> + Poco pi oltre, sette alberi doro<br /> + falsava nel parere il lungo tratto<br /> + del mezzo chera ancor tra noi e loro;<br /> +</p> + +<p> + ma quand i fui s presso di lor fatto,<br /> + che lobietto comun, che l senso inganna,<br /> + non perdea per distanza alcun suo atto,<br /> +</p> + +<p> + la virt cha ragion discorso ammanna,<br /> + s com elli eran candelabri apprese,<br /> + e ne le voci del cantare Osanna.<br /> +</p> + +<p> + Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br /> + pi chiaro assai che luna per sereno<br /> + di mezza notte nel suo mezzo mese.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi dammirazion pieno<br /> + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br /> + con vista carca di stupor non meno.<br /> +</p> + +<p> + Indi rendei laspetto a lalte cose<br /> + che si movieno incontr a noi s tardi,<br /> + che foran vinte da novelle spose.<br /> +</p> + +<p> + La donna mi sgrid: Perch pur ardi<br /> + s ne laffetto de le vive luci,<br /> + e ci che vien di retro a lor non guardi?.<br /> +</p> + +<p> + Genti vid io allor, come a lor duci,<br /> + venire appresso, vestite di bianco;<br /> + e tal candor di qua gi mai non fuci.<br /> +</p> + +<p> + Lacqua imprenda dal sinistro fianco,<br /> + e rendea me la mia sinistra costa,<br /> + sio riguardava in lei, come specchio anco.<br /> +</p> + +<p> + Quand io da la mia riva ebbi tal posta,<br /> + che solo il fiume mi facea distante,<br /> + per veder meglio ai passi diedi sosta,<br /> +</p> + +<p> + e vidi le fiammelle andar davante,<br /> + lasciando dietro a s laere dipinto,<br /> + e di tratti pennelli avean sembiante;<br /> +</p> + +<p> + s che l sopra rimanea distinto<br /> + di sette liste, tutte in quei colori<br /> + onde fa larco il Sole e Delia il cinto.<br /> +</p> + +<p> + Questi ostendali in dietro eran maggiori<br /> + che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br /> + diece passi distavan quei di fori.<br /> +</p> + +<p> + Sotto cos bel ciel com io diviso,<br /> + ventiquattro seniori, a due a due,<br /> + coronati venien di fiordaliso.<br /> +</p> + +<p> + Tutti cantavan: Benedicta tue<br /> + ne le figlie dAdamo, e benedette<br /> + sieno in etterno le bellezze tue!.<br /> +</p> + +<p> + Poscia che i fiori e laltre fresche erbette<br /> + a rimpetto di me da laltra sponda<br /> + libere fuor da quelle genti elette,<br /> +</p> + +<p> + s come luce luce in ciel seconda,<br /> + vennero appresso lor quattro animali,<br /> + coronati ciascun di verde fronda.<br /> +</p> + +<p> + Ognuno era pennuto di sei ali;<br /> + le penne piene docchi; e li occhi dArgo,<br /> + se fosser vivi, sarebber cotali.<br /> +</p> + +<p> + A descriver lor forme pi non spargo<br /> + rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,<br /> + tanto cha questa non posso esser largo;<br /> +</p> + +<p> + ma leggi Ezechel, che li dipigne<br /> + come li vide da la fredda parte<br /> + venir con vento e con nube e con igne;<br /> +</p> + +<p> + e quali i troverai ne le sue carte,<br /> + tali eran quivi, salvo cha le penne<br /> + Giovanni meco e da lui si diparte.<br /> +</p> + +<p> + Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br /> + un carro, in su due rote, trunfale,<br /> + chal collo dun grifon tirato venne.<br /> +</p> + +<p> + Esso tendeva in s luna e laltra ale<br /> + tra la mezzana e le tre e tre liste,<br /> + s cha nulla, fendendo, facea male.<br /> +</p> + +<p> + Tanto salivan che non eran viste;<br /> + le membra doro avea quant era uccello,<br /> + e bianche laltre, di vermiglio miste.<br /> +</p> + +<p> + Non che Roma di carro cos bello<br /> + rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br /> + ma quel del Sol saria pover con ello;<br /> +</p> + +<p> + quel del Sol che, svando, fu combusto<br /> + per lorazion de la Terra devota,<br /> + quando fu Giove arcanamente giusto.<br /> +</p> + +<p> + Tre donne in giro da la destra rota<br /> + venian danzando; luna tanto rossa<br /> + cha pena fora dentro al foco nota;<br /> +</p> + +<p> + laltr era come se le carni e lossa<br /> + fossero state di smeraldo fatte;<br /> + la terza parea neve test mossa;<br /> +</p> + +<p> + e or paran da la bianca tratte,<br /> + or da la rossa; e dal canto di questa<br /> + laltre toglien landare e tarde e ratte.<br /> +</p> + +<p> + Da la sinistra quattro facean festa,<br /> + in porpore vestite, dietro al modo<br /> + duna di lor chavea tre occhi in testa.<br /> +</p> + +<p> + Appresso tutto il pertrattato nodo<br /> + vidi due vecchi in abito dispari,<br /> + ma pari in atto e onesto e sodo.<br /> +</p> + +<p> + Lun si mostrava alcun de famigliari<br /> + di quel sommo Ipocrte che natura<br /> + a li animali f chell ha pi cari;<br /> +</p> + +<p> + mostrava laltro la contraria cura<br /> + con una spada lucida e aguta,<br /> + tal che di qua dal rio mi f paura.<br /> +</p> + +<p> + Poi vidi quattro in umile paruta;<br /> + e di retro da tutti un vecchio solo<br /> + venir, dormendo, con la faccia arguta.<br /> +</p> + +<p> + E questi sette col primaio stuolo<br /> + erano abitati, ma di gigli<br /> + dintorno al capo non facan brolo,<br /> +</p> + +<p> + anzi di rose e daltri fior vermigli;<br /> + giurato avria poco lontano aspetto<br /> + che tutti ardesser di sopra da cigli.<br /> +</p> + +<p> + E quando il carro a me fu a rimpetto,<br /> + un tuon sud, e quelle genti degne<br /> + parvero aver landar pi interdetto,<br /> +</p> + +<p> + fermandosi ivi con le prime insegne.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap30"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXX +</h3> + +<p> + Quando il settentron del primo cielo,<br /> + che n occaso mai seppe n orto<br /> + n daltra nebbia che di colpa velo,<br /> +</p> + +<p> + e che faceva l ciascun accorto<br /> + di suo dover, come l pi basso face<br /> + qual temon gira per venire a porto,<br /> +</p> + +<p> + fermo saffisse: la gente verace,<br /> + venuta prima tra l grifone ed esso,<br /> + al carro volse s come a sua pace;<br /> +</p> + +<p> + e un di loro, quasi da ciel messo,<br /> + Veni, sponsa, de Libano cantando<br /> + grid tre volte, e tutti li altri appresso.<br /> +</p> + +<p> + Quali i beati al novissimo bando<br /> + surgeran presti ognun di sua caverna,<br /> + la revestita voce alleluiando,<br /> +</p> + +<p> + cotali in su la divina basterna<br /> + si levar cento, ad vocem tanti senis,<br /> + ministri e messaggier di vita etterna.<br /> +</p> + +<p> + Tutti dicean: Benedictus qui venis!,<br /> + e fior gittando e di sopra e dintorno,<br /> + Manibus, oh, date lila plenis!.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi gi nel cominciar del giorno<br /> + la parte orental tutta rosata,<br /> + e laltro ciel di bel sereno addorno;<br /> +</p> + +<p> + e la faccia del sol nascere ombrata,<br /> + s che per temperanza di vapori<br /> + locchio la sostenea lunga fata:<br /> +</p> + +<p> + cos dentro una nuvola di fiori<br /> + che da le mani angeliche saliva<br /> + e ricadeva in gi dentro e di fori,<br /> +</p> + +<p> + sovra candido vel cinta duliva<br /> + donna mapparve, sotto verde manto<br /> + vestita di color di fiamma viva.<br /> +</p> + +<p> + E lo spirito mio, che gi cotanto<br /> + tempo era stato cha la sua presenza<br /> + non era di stupor, tremando, affranto,<br /> +</p> + +<p> + sanza de li occhi aver pi conoscenza,<br /> + per occulta virt che da lei mosse,<br /> + dantico amor sent la gran potenza.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che ne la vista mi percosse<br /> + lalta virt che gi mavea trafitto<br /> + prima chio fuor di perizia fosse,<br /> +</p> + +<p> + volsimi a la sinistra col respitto<br /> + col quale il fantolin corre a la mamma<br /> + quando ha paura o quando elli afflitto,<br /> +</p> + +<p> + per dicere a Virgilio: Men che dramma<br /> + di sangue m rimaso che non tremi:<br /> + conosco i segni de lantica fiamma.<br /> +</p> + +<p> + Ma Virgilio navea lasciati scemi<br /> + di s, Virgilio dolcissimo patre,<br /> + Virgilio a cui per mia salute diemi;<br /> +</p> + +<p> + n quantunque perdeo lantica matre,<br /> + valse a le guance nette di rugiada,<br /> + che, lagrimando, non tornasser atre.<br /> +</p> + +<p> + Dante, perch Virgilio se ne vada,<br /> + non pianger anco, non piangere ancora;<br /> + ch pianger ti conven per altra spada.<br /> +</p> + +<p> + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br /> + viene a veder la gente che ministra<br /> + per li altri legni, e a ben far lincora;<br /> +</p> + +<p> + in su la sponda del carro sinistra,<br /> + quando mi volsi al suon del nome mio,<br /> + che di necessit qui si registra,<br /> +</p> + +<p> + vidi la donna che pria mappario<br /> + velata sotto langelica festa,<br /> + drizzar li occhi ver me di qua dal rio.<br /> +</p> + +<p> + Tutto che l vel che le scendea di testa,<br /> + cerchiato de le fronde di Minerva,<br /> + non la lasciasse parer manifesta,<br /> +</p> + +<p> + regalmente ne latto ancor proterva<br /> + contin come colui che dice<br /> + e l pi caldo parlar dietro reserva:<br /> +</p> + +<p> + Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br /> + Come degnasti daccedere al monte?<br /> + non sapei tu che qui luom felice?.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;<br /> + ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,<br /> + tanta vergogna mi grav la fronte.<br /> +</p> + +<p> + Cos la madre al figlio par superba,<br /> + com ella parve a me; perch damaro<br /> + sente il sapor de la pietade acerba.<br /> +</p> + +<p> + Ella si tacque; e li angeli cantaro<br /> + di sbito In te, Domine, speravi;<br /> + ma oltre pedes meos non passaro.<br /> +</p> + +<p> + S come neve tra le vive travi<br /> + per lo dosso dItalia si congela,<br /> + soffiata e stretta da li venti schiavi,<br /> +</p> + +<p> + poi, liquefatta, in s stessa trapela,<br /> + pur che la terra che perde ombra spiri,<br /> + s che par foco fonder la candela;<br /> +</p> + +<p> + cos fui sanza lagrime e sospiri<br /> + anzi l cantar di quei che notan sempre<br /> + dietro a le note de li etterni giri;<br /> +</p> + +<p> + ma poi che ntesi ne le dolci tempre<br /> + lor compatire a me, par che se detto<br /> + avesser: Donna, perch s lo stempre?,<br /> +</p> + +<p> + lo gel che mera intorno al cor ristretto,<br /> + spirito e acqua fessi, e con angoscia<br /> + de la bocca e de li occhi usc del petto.<br /> +</p> + +<p> + Ella, pur ferma in su la detta coscia<br /> + del carro stando, a le sustanze pie<br /> + volse le sue parole cos poscia:<br /> +</p> + +<p> + Voi vigilate ne letterno die,<br /> + s che notte n sonno a voi non fura<br /> + passo che faccia il secol per sue vie;<br /> +</p> + +<p> + onde la mia risposta con pi cura<br /> + che mintenda colui che di l piagne,<br /> + perch sia colpa e duol duna misura.<br /> +</p> + +<p> + Non pur per ovra de le rote magne,<br /> + che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br /> + secondo che le stelle son compagne,<br /> +</p> + +<p> + ma per larghezza di grazie divine,<br /> + che s alti vapori hanno a lor piova,<br /> + che nostre viste l non van vicine,<br /> +</p> + +<p> + questi fu tal ne la sua vita nova<br /> + virtalmente, chogne abito destro<br /> + fatto averebbe in lui mirabil prova.<br /> +</p> + +<p> + Ma tanto pi maligno e pi silvestro<br /> + si fa l terren col mal seme e non clto,<br /> + quant elli ha pi di buon vigor terrestro.<br /> +</p> + +<p> + Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br /> + mostrando li occhi giovanetti a lui,<br /> + meco il menava in dritta parte vlto.<br /> +</p> + +<p> + S tosto come in su la soglia fui<br /> + di mia seconda etade e mutai vita,<br /> + questi si tolse a me, e diessi altrui.<br /> +</p> + +<p> + Quando di carne a spirto era salita,<br /> + e bellezza e virt cresciuta mera,<br /> + fu io a lui men cara e men gradita;<br /> +</p> + +<p> + e volse i passi suoi per via non vera,<br /> + imagini di ben seguendo false,<br /> + che nulla promession rendono intera.<br /> +</p> + +<p> + N limpetrare ispirazion mi valse,<br /> + con le quali e in sogno e altrimenti<br /> + lo rivocai: s poco a lui ne calse!<br /> +</p> + +<p> + Tanto gi cadde, che tutti argomenti<br /> + a la salute sua eran gi corti,<br /> + fuor che mostrarli le perdute genti.<br /> +</p> + +<p> + Per questo visitai luscio di morti,<br /> + e a colui che lha qua s condotto,<br /> + li prieghi miei, piangendo, furon porti.<br /> +</p> + +<p> + Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br /> + se Let si passasse e tal vivanda<br /> + fosse gustata sanza alcuno scotto<br /> +</p> + +<p> + di pentimento che lagrime spanda.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap31"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXXI +</h3> + +<p> + O tu che se di l dal fiume sacro,<br /> + volgendo suo parlare a me per punta,<br /> + che pur per taglio mera paruto acro,<br /> +</p> + +<p> + ricominci, seguendo sanza cunta,<br /> + d, d se questo vero: a tanta accusa<br /> + tua confession conviene esser congiunta.<br /> +</p> + +<p> + Era la mia virt tanto confusa,<br /> + che la voce si mosse, e pria si spense<br /> + che da li organi suoi fosse dischiusa.<br /> +</p> + +<p> + Poco sofferse; poi disse: Che pense?<br /> + Rispondi a me; ch le memorie triste<br /> + in te non sono ancor da lacqua offense.<br /> +</p> + +<p> + Confusione e paura insieme miste<br /> + mi pinsero un tal s fuor de la bocca,<br /> + al quale intender fuor mestier le viste.<br /> +</p> + +<p> + Come balestro frange, quando scocca<br /> + da troppa tesa, la sua corda e larco,<br /> + e con men foga lasta il segno tocca,<br /> +</p> + +<p> + s scoppia io sottesso grave carco,<br /> + fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br /> + e la voce allent per lo suo varco.<br /> +</p> + +<p> + Ond ella a me: Per entro i mie disiri,<br /> + che ti menavano ad amar lo bene<br /> + di l dal qual non a che saspiri,<br /> +</p> + +<p> + quai fossi attraversati o quai catene<br /> + trovasti, per che del passare innanzi<br /> + dovessiti cos spogliar la spene?<br /> +</p> + +<p> + E quali agevolezze o quali avanzi<br /> + ne la fronte de li altri si mostraro,<br /> + per che dovessi lor passeggiare anzi?.<br /> +</p> + +<p> + Dopo la tratta dun sospiro amaro,<br /> + a pena ebbi la voce che rispuose,<br /> + e le labbra a fatica la formaro.<br /> +</p> + +<p> + Piangendo dissi: Le presenti cose<br /> + col falso lor piacer volser miei passi,<br /> + tosto che l vostro viso si nascose.<br /> +</p> + +<p> + Ed ella: Se tacessi o se negassi<br /> + ci che confessi, non fora men nota<br /> + la colpa tua: da tal giudice sassi!<br /> +</p> + +<p> + Ma quando scoppia de la propria gota<br /> + laccusa del peccato, in nostra corte<br /> + rivolge s contra l taglio la rota.<br /> +</p> + +<p> + Tuttavia, perch mo vergogna porte<br /> + del tuo errore, e perch altra volta,<br /> + udendo le serene, sie pi forte,<br /> +</p> + +<p> + pon gi il seme del piangere e ascolta:<br /> + s udirai come in contraria parte<br /> + mover dovieti mia carne sepolta.<br /> +</p> + +<p> + Mai non tappresent natura o arte<br /> + piacer, quanto le belle membra in chio<br /> + rinchiusa fui, e che so n terra sparte;<br /> +</p> + +<p> + e se l sommo piacer s ti fallio<br /> + per la mia morte, qual cosa mortale<br /> + dovea poi trarre te nel suo disio?<br /> +</p> + +<p> + Ben ti dovevi, per lo primo strale<br /> + de le cose fallaci, levar suso<br /> + di retro a me che non era pi tale.<br /> +</p> + +<p> + Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br /> + ad aspettar pi colpo, o pargoletta<br /> + o altra novit con s breve uso.<br /> +</p> + +<p> + Novo augelletto due o tre aspetta;<br /> + ma dinanzi da li occhi di pennuti<br /> + rete si spiega indarno o si saetta.<br /> +</p> + +<p> + Quali fanciulli, vergognando, muti<br /> + con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br /> + e s riconoscendo e ripentuti,<br /> +</p> + +<p> + tal mi stav io; ed ella disse: Quando<br /> + per udir se dolente, alza la barba,<br /> + e prenderai pi doglia riguardando.<br /> +</p> + +<p> + Con men di resistenza si dibarba<br /> + robusto cerro, o vero al nostral vento<br /> + o vero a quel de la terra di Iarba,<br /> +</p> + +<p> + chio non levai al suo comando il mento;<br /> + e quando per la barba il viso chiese,<br /> + ben conobbi il velen de largomento.<br /> +</p> + +<p> + E come la mia faccia si distese,<br /> + posarsi quelle prime creature<br /> + da loro asperson locchio comprese;<br /> +</p> + +<p> + e le mie luci, ancor poco sicure,<br /> + vider Beatrice volta in su la fiera<br /> + ch sola una persona in due nature.<br /> +</p> + +<p> + Sotto l suo velo e oltre la rivera<br /> + vincer pariemi pi s stessa antica,<br /> + vincer che laltre qui, quand ella cera.<br /> +</p> + +<p> + Di penter s mi punse ivi lortica,<br /> + che di tutte altre cose qual mi torse<br /> + pi nel suo amor, pi mi si f nemica.<br /> +</p> + +<p> + Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br /> + chio caddi vinto; e quale allora femmi,<br /> + salsi colei che la cagion mi porse.<br /> +</p> + +<p> + Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,<br /> + la donna chio avea trovata sola<br /> + sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.<br /> +</p> + +<p> + Tratto mavea nel fiume infin la gola,<br /> + e tirandosi me dietro sen giva<br /> + sovresso lacqua lieve come scola.<br /> +</p> + +<p> + Quando fui presso a la beata riva,<br /> + Asperges me s dolcemente udissi,<br /> + che nol so rimembrar, non chio lo scriva.<br /> +</p> + +<p> + La bella donna ne le braccia aprissi;<br /> + abbracciommi la testa e mi sommerse<br /> + ove convenne chio lacqua inghiottissi.<br /> +</p> + +<p> + Indi mi tolse, e bagnato mofferse<br /> + dentro a la danza de le quattro belle;<br /> + e ciascuna del braccio mi coperse.<br /> +</p> + +<p> + Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br /> + pria che Beatrice discendesse al mondo,<br /> + fummo ordinate a lei per sue ancelle.<br /> +</p> + +<p> + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br /> + lume ch dentro aguzzeranno i tuoi<br /> + le tre di l, che miran pi profondo.<br /> +</p> + +<p> + Cos cantando cominciaro; e poi<br /> + al petto del grifon seco menarmi,<br /> + ove Beatrice stava volta a noi.<br /> +</p> + +<p> + Disser: Fa che le viste non risparmi;<br /> + posto tavem dinanzi a li smeraldi<br /> + ond Amor gi ti trasse le sue armi.<br /> +</p> + +<p> + Mille disiri pi che fiamma caldi<br /> + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br /> + che pur sopra l grifone stavan saldi.<br /> +</p> + +<p> + Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br /> + la doppia fiera dentro vi raggiava,<br /> + or con altri, or con altri reggimenti.<br /> +</p> + +<p> + Pensa, lettor, sio mi maravigliava,<br /> + quando vedea la cosa in s star queta,<br /> + e ne lidolo suo si trasmutava.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che piena di stupore e lieta<br /> + lanima mia gustava di quel cibo<br /> + che, saziando di s, di s asseta,<br /> +</p> + +<p> + s dimostrando di pi alto tribo<br /> + ne li atti, laltre tre si fero avanti,<br /> + danzando al loro angelico caribo.<br /> +</p> + +<p> + Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,<br /> + era la sua canzone, al tuo fedele<br /> + che, per vederti, ha mossi passi tanti!<br /> +</p> + +<p> + Per grazia fa noi grazia che disvele<br /> + a lui la bocca tua, s che discerna<br /> + la seconda bellezza che tu cele.<br /> +</p> + +<p> + O isplendor di viva luce etterna,<br /> + chi palido si fece sotto lombra<br /> + s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,<br /> +</p> + +<p> + che non paresse aver la mente ingombra,<br /> + tentando a render te qual tu paresti<br /> + l dove armonizzando il ciel tadombra,<br /> +</p> + +<p> + quando ne laere aperto ti solvesti?<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap32"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXXII +</h3> + +<p> + Tant eran li occhi miei fissi e attenti<br /> + a disbramarsi la decenne sete,<br /> + che li altri sensi meran tutti spenti.<br /> +</p> + +<p> + Ed essi quinci e quindi avien parete<br /> + di non calercos lo santo riso<br /> + a s trali con lantica rete!;<br /> +</p> + +<p> + quando per forza mi fu vlto il viso<br /> + ver la sinistra mia da quelle dee,<br /> + perch io udi da loro un Troppo fiso!;<br /> +</p> + +<p> + e la disposizion cha veder e<br /> + ne li occhi pur test dal sol percossi,<br /> + sanza la vista alquanto esser mi fe.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi chal poco il viso riformossi<br /> + (e dico al poco per rispetto al molto<br /> + sensibile onde a forza mi rimossi),<br /> +</p> + +<p> + vidi n sul braccio destro esser rivolto<br /> + lo gloroso essercito, e tornarsi<br /> + col sole e con le sette fiamme al volto.<br /> +</p> + +<p> + Come sotto li scudi per salvarsi<br /> + volgesi schiera, e s gira col segno,<br /> + prima che possa tutta in s mutarsi;<br /> +</p> + +<p> + quella milizia del celeste regno<br /> + che procedeva, tutta trapassonne<br /> + pria che piegasse il carro il primo legno.<br /> +</p> + +<p> + Indi a le rote si tornar le donne,<br /> + e l grifon mosse il benedetto carco<br /> + s, che per nulla penna crollonne.<br /> +</p> + +<p> + La bella donna che mi trasse al varco<br /> + e Stazio e io seguitavam la rota<br /> + che f lorbita sua con minore arco.<br /> +</p> + +<p> + S passeggiando lalta selva vta,<br /> + colpa di quella chal serpente crese,<br /> + temprava i passi unangelica nota.<br /> +</p> + +<p> + Forse in tre voli tanto spazio prese<br /> + disfrenata saetta, quanto eramo<br /> + rimossi, quando Batrice scese.<br /> +</p> + +<p> + Io senti mormorare a tutti Adamo;<br /> + poi cerchiaro una pianta dispogliata<br /> + di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.<br /> +</p> + +<p> + La coma sua, che tanto si dilata<br /> + pi quanto pi s, fora da lIndi<br /> + ne boschi lor per altezza ammirata.<br /> +</p> + +<p> + Beato se, grifon, che non discindi<br /> + col becco desto legno dolce al gusto,<br /> + poscia che mal si torce il ventre quindi.<br /> +</p> + +<p> + Cos dintorno a lalbero robusto<br /> + gridaron li altri; e lanimal binato:<br /> + S si conserva il seme dogne giusto.<br /> +</p> + +<p> + E vlto al temo chelli avea tirato,<br /> + trasselo al pi de la vedova frasca,<br /> + e quel di lei a lei lasci legato.<br /> +</p> + +<p> + Come le nostre piante, quando casca<br /> + gi la gran luce mischiata con quella<br /> + che raggia dietro a la celeste lasca,<br /> +</p> + +<p> + turgide fansi, e poi si rinovella<br /> + di suo color ciascuna, pria che l sole<br /> + giunga li suoi corsier sotto altra stella;<br /> +</p> + +<p> + men che di rose e pi che di vole<br /> + colore aprendo, sinnov la pianta,<br /> + che prima avea le ramora s sole.<br /> +</p> + +<p> + Io non lo ntesi, n qui non si canta<br /> + linno che quella gente allor cantaro,<br /> + n la nota soffersi tutta quanta.<br /> +</p> + +<p> + Sio potessi ritrar come assonnaro<br /> + li occhi spietati udendo di Siringa,<br /> + li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;<br /> +</p> + +<p> + come pintor che con essempro pinga,<br /> + disegnerei com io maddormentai;<br /> + ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.<br /> +</p> + +<p> + Per trascorro a quando mi svegliai,<br /> + e dico chun splendor mi squarci l velo<br /> + del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?.<br /> +</p> + +<p> + Quali a veder de fioretti del melo<br /> + che del suo pome li angeli fa ghiotti<br /> + e perpete nozze fa nel cielo,<br /> +</p> + +<p> + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br /> + e vinti, ritornaro a la parola<br /> + da la qual furon maggior sonni rotti,<br /> +</p> + +<p> + e videro scemata loro scuola<br /> + cos di Mos come dElia,<br /> + e al maestro suo cangiata stola;<br /> +</p> + +<p> + tal torna io, e vidi quella pia<br /> + sovra me starsi che conducitrice<br /> + fu de miei passi lungo l fiume pria.<br /> +</p> + +<p> + E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?.<br /> + Ond ella: Vedi lei sotto la fronda<br /> + nova sedere in su la sua radice.<br /> +</p> + +<p> + Vedi la compagnia che la circonda:<br /> + li altri dopo l grifon sen vanno suso<br /> + con pi dolce canzone e pi profonda.<br /> +</p> + +<p> + E se pi fu lo suo parlar diffuso,<br /> + non so, per che gi ne li occhi mera<br /> + quella chad altro intender mavea chiuso.<br /> +</p> + +<p> + Sola sedeasi in su la terra vera,<br /> + come guardia lasciata l del plaustro<br /> + che legar vidi a la biforme fera.<br /> +</p> + +<p> + In cerchio le facevan di s claustro<br /> + le sette ninfe, con quei lumi in mano<br /> + che son sicuri dAquilone e dAustro.<br /> +</p> + +<p> + Qui sarai tu poco tempo silvano;<br /> + e sarai meco sanza fine cive<br /> + di quella Roma onde Cristo romano.<br /> +</p> + +<p> + Per, in pro del mondo che mal vive,<br /> + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br /> + ritornato di l, fa che tu scrive.<br /> +</p> + +<p> + Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br /> + di suoi comandamenti era divoto,<br /> + la mente e li occhi ov ella volle diedi.<br /> +</p> + +<p> + Non scese mai con s veloce moto<br /> + foco di spessa nube, quando piove<br /> + da quel confine che pi va remoto,<br /> +</p> + +<p> + com io vidi calar luccel di Giove<br /> + per lalber gi, rompendo de la scorza,<br /> + non che di fiori e de le foglie nove;<br /> +</p> + +<p> + e fer l carro di tutta sua forza;<br /> + ond el pieg come nave in fortuna,<br /> + vinta da londa, or da poggia, or da orza.<br /> +</p> + +<p> + Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br /> + del trunfal veiculo una volpe<br /> + che dogne pasto buon parea digiuna;<br /> +</p> + +<p> + ma, riprendendo lei di laide colpe,<br /> + la donna mia la volse in tanta futa<br /> + quanto sofferser lossa sanza polpe.<br /> +</p> + +<p> + Poscia per indi ond era pria venuta,<br /> + laguglia vidi scender gi ne larca<br /> + del carro e lasciar lei di s pennuta;<br /> +</p> + +<p> + e qual esce di cuor che si rammarca,<br /> + tal voce usc del cielo e cotal disse:<br /> + O navicella mia, com mal se carca!.<br /> +</p> + +<p> + Poi parve a me che la terra saprisse<br /> + trambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br /> + che per lo carro s la coda fisse;<br /> +</p> + +<p> + e come vespa che ritragge lago,<br /> + a s traendo la coda maligna,<br /> + trasse del fondo, e gissen vago vago.<br /> +</p> + +<p> + Quel che rimase, come da gramigna<br /> + vivace terra, da la piuma, offerta<br /> + forse con intenzion sana e benigna,<br /> +</p> + +<p> + si ricoperse, e funne ricoperta<br /> + e luna e laltra rota e l temo, in tanto<br /> + che pi tiene un sospir la bocca aperta.<br /> +</p> + +<p> + Trasformato cos l dificio santo<br /> + mise fuor teste per le parti sue,<br /> + tre sovra l temo e una in ciascun canto.<br /> +</p> + +<p> + Le prime eran cornute come bue,<br /> + ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br /> + simile mostro visto ancor non fue.<br /> +</p> + +<p> + Sicura, quasi rocca in alto monte,<br /> + seder sovresso una puttana sciolta<br /> + mapparve con le ciglia intorno pronte;<br /> +</p> + +<p> + e come perch non li fosse tolta,<br /> + vidi di costa a lei dritto un gigante;<br /> + e basciavansi insieme alcuna volta.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch locchio cupido e vagante<br /> + a me rivolse, quel feroce drudo<br /> + la flagell dal capo infin le piante;<br /> +</p> + +<p> + poi, di sospetto pieno e dira crudo,<br /> + disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br /> + tanto che sol di lei mi fece scudo<br /> +</p> + +<p> + a la puttana e a la nova belva.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap33"></a></p> +<h3> +Purgatorio Canto XXXIII +</h3> + +<p> + Deus, venerunt gentes, alternando<br /> + or tre or quattro dolce salmodia,<br /> + le donne incominciaro, e lagrimando;<br /> +</p> + +<p> + e Batrice, sospirosa e pia,<br /> + quelle ascoltava s fatta, che poco<br /> + pi a la croce si cambi Maria.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi che laltre vergini dier loco<br /> + a lei di dir, levata dritta in p,<br /> + rispuose, colorata come foco:<br /> +</p> + +<p> + Modicum, et non videbitis me;<br /> + et iterum, sorelle mie dilette,<br /> + modicum, et vos videbitis me.<br /> +</p> + +<p> + Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br /> + e dopo s, solo accennando, mosse<br /> + me e la donna e l savio che ristette.<br /> +</p> + +<p> + Cos sen giva; e non credo che fosse<br /> + lo decimo suo passo in terra posto,<br /> + quando con li occhi li occhi mi percosse;<br /> +</p> + +<p> + e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,<br /> + mi disse, tanto che, sio parlo teco,<br /> + ad ascoltarmi tu sie ben disposto.<br /> +</p> + +<p> + S com io fui, com io dova, seco,<br /> + dissemi: Frate, perch non tattenti<br /> + a domandarmi omai venendo meco?.<br /> +</p> + +<p> + Come a color che troppo reverenti<br /> + dinanzi a suo maggior parlando sono,<br /> + che non traggon la voce viva ai denti,<br /> +</p> + +<p> + avvenne a me, che sanza intero suono<br /> + incominciai: Madonna, mia bisogna<br /> + voi conoscete, e ci chad essa buono.<br /> +</p> + +<p> + Ed ella a me: Da tema e da vergogna<br /> + voglio che tu omai ti disviluppe,<br /> + s che non parli pi com om che sogna.<br /> +</p> + +<p> + Sappi che l vaso che l serpente ruppe,<br /> + fu e non ; ma chi nha colpa, creda<br /> + che vendetta di Dio non teme suppe.<br /> +</p> + +<p> + Non sar tutto tempo sanza reda<br /> + laguglia che lasci le penne al carro,<br /> + per che divenne mostro e poscia preda;<br /> +</p> + +<p> + chio veggio certamente, e per il narro,<br /> + a darne tempo gi stelle propinque,<br /> + secure dogn intoppo e dogne sbarro,<br /> +</p> + +<p> + nel quale un cinquecento diece e cinque,<br /> + messo di Dio, ancider la fuia<br /> + con quel gigante che con lei delinque.<br /> +</p> + +<p> + E forse che la mia narrazion buia,<br /> + qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br /> + perch a lor modo lo ntelletto attuia;<br /> +</p> + +<p> + ma tosto fier li fatti le Naiade,<br /> + che solveranno questo enigma forte<br /> + sanza danno di pecore o di biade.<br /> +</p> + +<p> + Tu nota; e s come da me son porte,<br /> + cos queste parole segna a vivi<br /> + del viver ch un correre a la morte.<br /> +</p> + +<p> + E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br /> + di non celar qual hai vista la pianta<br /> + ch or due volte dirubata quivi.<br /> +</p> + +<p> + Qualunque ruba quella o quella schianta,<br /> + con bestemmia di fatto offende a Dio,<br /> + che solo a luso suo la cre santa.<br /> +</p> + +<p> + Per morder quella, in pena e in disio<br /> + cinquemilia anni e pi lanima prima<br /> + bram colui che l morso in s punio.<br /> +</p> + +<p> + Dorme lo ngegno tuo, se non estima<br /> + per singular cagione esser eccelsa<br /> + lei tanto e s travolta ne la cima.<br /> +</p> + +<p> + E se stati non fossero acqua dElsa<br /> + li pensier vani intorno a la tua mente,<br /> + e l piacer loro un Piramo a la gelsa,<br /> +</p> + +<p> + per tante circostanze solamente<br /> + la giustizia di Dio, ne linterdetto,<br /> + conosceresti a larbor moralmente.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch io veggio te ne lo ntelletto<br /> + fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br /> + s che tabbaglia il lume del mio detto,<br /> +</p> + +<p> + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br /> + che l te ne porti dentro a te per quello<br /> + che si reca il bordon di palma cinto.<br /> +</p> + +<p> + E io: S come cera da suggello,<br /> + che la figura impressa non trasmuta,<br /> + segnato or da voi lo mio cervello.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch tanto sovra mia veduta<br /> + vostra parola disata vola,<br /> + che pi la perde quanto pi saiuta?.<br /> +</p> + +<p> + Perch conoschi, disse, quella scuola<br /> + chai seguitata, e veggi sua dottrina<br /> + come pu seguitar la mia parola;<br /> +</p> + +<p> + e veggi vostra via da la divina<br /> + distar cotanto, quanto si discorda<br /> + da terra il ciel che pi alto festina.<br /> +</p> + +<p> + Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda<br /> + chi stranasse me gi mai da voi,<br /> + n honne coscenza che rimorda.<br /> +</p> + +<p> + E se tu ricordar non te ne puoi,<br /> + sorridendo rispuose, or ti rammenta<br /> + come bevesti di Let ancoi;<br /> +</p> + +<p> + e se dal fummo foco sargomenta,<br /> + cotesta oblivon chiaro conchiude<br /> + colpa ne la tua voglia altrove attenta.<br /> +</p> + +<p> + Veramente oramai saranno nude<br /> + le mie parole, quanto converrassi<br /> + quelle scovrire a la tua vista rude.<br /> +</p> + +<p> + E pi corusco e con pi lenti passi<br /> + teneva il sole il cerchio di merigge,<br /> + che qua e l, come li aspetti, fassi,<br /> +</p> + +<p> + quando saffisser, s come saffigge<br /> + chi va dinanzi a gente per iscorta<br /> + se trova novitate o sue vestigge,<br /> +</p> + +<p> + le sette donne al fin dunombra smorta,<br /> + qual sotto foglie verdi e rami nigri<br /> + sovra suoi freddi rivi lalpe porta.<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi ad esse ufrats e Tigri<br /> + veder mi parve uscir duna fontana,<br /> + e, quasi amici, dipartirsi pigri.<br /> +</p> + +<p> + O luce, o gloria de la gente umana,<br /> + che acqua questa che qui si dispiega<br /> + da un principio e s da s lontana?.<br /> +</p> + +<p> + Per cotal priego detto mi fu: Priega<br /> + Matelda che l ti dica. E qui rispuose,<br /> + come fa chi da colpa si dislega,<br /> +</p> + +<p> + la bella donna: Questo e altre cose<br /> + dette li son per me; e son sicura<br /> + che lacqua di Let non gliel nascose.<br /> +</p> + +<p> + E Batrice: Forse maggior cura,<br /> + che spesse volte la memoria priva,<br /> + fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi Eno che l diriva:<br /> + menalo ad esso, e come tu se usa,<br /> + la tramortita sua virt ravviva.<br /> +</p> + +<p> + Come anima gentil, che non fa scusa,<br /> + ma fa sua voglia de la voglia altrui<br /> + tosto che per segno fuor dischiusa;<br /> +</p> + +<p> + cos, poi che da essa preso fui,<br /> + la bella donna mossesi, e a Stazio<br /> + donnescamente disse: Vien con lui.<br /> +</p> + +<p> + Sio avessi, lettor, pi lungo spazio<br /> + da scrivere, i pur cantere in parte<br /> + lo dolce ber che mai non mavria sazio;<br /> +</p> + +<p> + ma perch piene son tutte le carte<br /> + ordite a questa cantica seconda,<br /> + non mi lascia pi ir lo fren de larte.<br /> +</p> + +<p> + Io ritornai da la santissima onda<br /> + rifatto s come piante novelle<br /> + rinovellate di novella fronda,<br /> +</p> + +<p> + puro e disposto a salire a le stelle.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p> + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -<br /> +</p> + +<p> + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI<br /> + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS<br /> +</p> + +<p> + = a grave<br /> + = e grave<br /> + = i grave<br /> + = o grave<br /> + = u grave<br /> +</p> + +<p> + = e acute<br /> + = o acute<br /> +</p> + +<p> + = a uml<br /> + = e uml<br /> + = i uml<br /> + = o uml<br /> + = u uml<br /> +</p> + +<p> + = E grave<br /> + = E uml<br /> + = I uml<br /> +</p> + +<p> + = left angle quotation mark<br /> + = right angle quotation mark<br /> +</p> + +<p> + = left double quotation mark<br /> + = right double quotation mark<br /> +</p> + +<p> + = left single quotation mark<br /> + = right single quotation mark<br /> +</p> + +<p> + = em dash<br /> +</p> + +<p> + = middot<br /> +</p> + +<p> + . . . = ellipsis<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /><br /></p> + + + + + + + + +<pre> + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by +Dante Alighieri + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINA COMMEDIA DI DANTE: PURGATORIO *** + +***** This file should be named 1010-h.htm or 1010-h.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/1/0/1/1010/ + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + +Updated editions will replace the previous one--the old editions will +be renamed. + +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United +States without permission and without paying copyright +royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part +of this license, apply to copying and distributing Project +Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm +concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, +and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive +specific permission. If you do not charge anything for copies of this +eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook +for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, +performances and research. 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We need your donations. + + +Divina Commedia di Dante: Purgatorio + +by Dante Alighieri + +August, 1997 [Etext #1010] + + +Project Gutenberg's Etext "Divina Commedia di Dante: Purgatorio" +*****This file should be named 2ddc809a.txt or 2ddc809a.zip***** + +Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 2ddc810.txt. +VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 2ddc810a.txt. + + +We are now trying to release all our books one month in advance +of the official release dates, for time for better editing. + +Please note: neither this list nor its contents are final till +midnight of the last day of the month of any such announcement. +The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at +Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A +preliminary version may often be posted for suggestion, comment +and editing by those who wish to do so. To be sure you have an +up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes +in the first week of the next month. Since our ftp program has +a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a +look at the file size will have to do, but we will try to see a +new copy has at least one byte more or less. + + +Information about Project Gutenberg (one page) + +We produce about two million dollars for each hour we work. The +fifty hours is one conservative estimate for how long it we take +to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright +searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This +projected audience is one hundred million readers. If our value +per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2 +million dollars per hour this year as we release thirty-two text +files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800. +If these reach just 10% of the computerized population, then the +total should reach 80 billion Etexts. + +The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext +Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion] +This is ten thousand titles each to one hundred million readers, +which is only 10% of the present number of computer users. 2001 +should have at least twice as many computer users as that, so it +will require us reaching less than 5% of the users in 2001. + + +We need your donations more than ever! + + +All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are +tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie- +Mellon University). + +For these and other matters, please mail to: + +Project Gutenberg +P. O. 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FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END* + + + + + +Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext. +We will be presenting this work in a wide variety of formats, in +both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary +and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents. + +WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES! + +Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I +think we may have enough proofers for a first run at the Cary. + +We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997 + +Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.* + +Also because they are so preliminary, I have not placed the names +of the persons working on the files in them as I take my complete +repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit +will be completely given when we have the final version ready. + +Michael S. Hart +July 31, 1997 + +The Italian files with no accents appear as follows: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000 +Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 997 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998 +Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 999 + +followed by: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012 +Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1009 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010 +Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1011 + +and + +H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008 +H. F. Cary's Translation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1005 +H. F. Cary's Translation of Dante, Puragtory [2ddccxxx.xxx]1006 +H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1007 + +and + +Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004 +Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1001 +Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002 +Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1003 + +in what I hope will be a timely manner. + +Thank you so much for your cooperation and your patience. +This will be a LONG month of preparation. + +Michael S. Hart +[hart@pobox.com] +Project Gutenberg +Executive Director + + + + + +LA DIVINA COMMEDIA +di Dante Alighieri + + + + + +PURGATORIO + + + + +Purgatorio Canto I + + +Per correr miglior acque alza le vele +omai la navicella del mio ingegno, +che lascia dietro a s mar s crudele; + +e canter di quel secondo regno +dove lumano spirito si purga +e di salire al ciel diventa degno. + +Ma qui la morta poes resurga, +o sante Muse, poi che vostro sono; +e qui Calop alquanto surga, + +seguitando il mio canto con quel suono +di cui le Piche misere sentiro +lo colpo tal, che disperar perdono. + +Dolce color dorental zaffiro, +che saccoglieva nel sereno aspetto +del mezzo, puro infino al primo giro, + +a li occhi miei ricominci diletto, +tosto chio usci fuor de laura morta +che mavea contristati li occhi e l petto. + +Lo bel pianeto che damar conforta +faceva tutto rider lorente, +velando i Pesci cherano in sua scorta. + +I mi volsi a man destra, e puosi mente +a laltro polo, e vidi quattro stelle +non viste mai fuor cha la prima gente. + +Goder pareva l ciel di lor fiammelle: +oh settentronal vedovo sito, +poi che privato se di mirar quelle! + +Com io da loro sguardo fui partito, +un poco me volgendo a l altro polo, +l onde l Carro gi era sparito, + +vidi presso di me un veglio solo, +degno di tanta reverenza in vista, +che pi non dee a padre alcun figliuolo. + +Lunga la barba e di pel bianco mista +portava, a suoi capelli simigliante, +de quai cadeva al petto doppia lista. + +Li raggi de le quattro luci sante +fregiavan s la sua faccia di lume, +chi l vedea come l sol fosse davante. + +Chi siete voi che contro al cieco fiume +fuggita avete la pregione etterna?, +diss el, movendo quelle oneste piume. + +Chi vha guidati, o che vi fu lucerna, +uscendo fuor de la profonda notte +che sempre nera fa la valle inferna? + +Son le leggi dabisso cos rotte? +o mutato in ciel novo consiglio, +che, dannati, venite a le mie grotte?. + +Lo duca mio allor mi di di piglio, +e con parole e con mani e con cenni +reverenti mi f le gambe e l ciglio. + +Poscia rispuose lui: Da me non venni: +donna scese del ciel, per li cui prieghi +de la mia compagnia costui sovvenni. + +Ma da ch tuo voler che pi si spieghi +di nostra condizion com ell vera, +esser non puote il mio che a te si nieghi. + +Questi non vide mai lultima sera; +ma per la sua follia le fu s presso, +che molto poco tempo a volger era. + +S com io dissi, fui mandato ad esso +per lui campare; e non l era altra via +che questa per la quale i mi son messo. + +Mostrata ho lui tutta la gente ria; +e ora intendo mostrar quelli spirti +che purgan s sotto la tua bala. + +Com io lho tratto, saria lungo a dirti; +de lalto scende virt che maiuta +conducerlo a vederti e a udirti. + +Or ti piaccia gradir la sua venuta: +libert va cercando, ch s cara, +come sa chi per lei vita rifiuta. + +Tu l sai, ch non ti fu per lei amara +in Utica la morte, ove lasciasti +la vesta chal gran d sar s chiara. + +Non son li editti etterni per noi guasti, +ch questi vive e Mins me non lega; +ma son del cerchio ove son li occhi casti + +di Marzia tua, che n vista ancor ti priega, +o santo petto, che per tua la tegni: +per lo suo amore adunque a noi ti piega. + +Lasciane andar per li tuoi sette regni; +grazie riporter di te a lei, +se desser mentovato l gi degni. + +Marza piacque tanto a li occhi miei +mentre chi fu di l, diss elli allora, +che quante grazie volse da me, fei. + +Or che di l dal mal fiume dimora, +pi muover non mi pu, per quella legge +che fatta fu quando me nusci fora. + +Ma se donna del ciel ti move e regge, +come tu di, non c mestier lusinghe: +bastisi ben che per lei mi richegge. + +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe +dun giunco schietto e che li lavi l viso, +s chogne sucidume quindi stinghe; + +ch non si converria, locchio sorpriso +dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo +ministro, ch di quei di paradiso. + +Questa isoletta intorno ad imo ad imo, +l gi col dove la batte londa, +porta di giunchi sovra l molle limo: + +null altra pianta che facesse fronda +o indurasse, vi puote aver vita, +per cha le percosse non seconda. + +Poscia non sia di qua vostra reddita; +lo sol vi mosterr, che surge omai, +prendere il monte a pi lieve salita. + +Cos spar; e io s mi levai +sanza parlare, e tutto mi ritrassi +al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + +El cominci: Figliuol, segui i miei passi: +volgianci in dietro, ch di qua dichina +questa pianura a suoi termini bassi. + +Lalba vinceva lora mattutina +che fuggia innanzi, s che di lontano +conobbi il tremolar de la marina. + +Noi andavam per lo solingo piano +com om che torna a la perduta strada, +che nfino ad essa li pare ire in vano. + +Quando noi fummo l ve la rugiada +pugna col sole, per essere in parte +dove, ad orezza, poco si dirada, + +ambo le mani in su lerbetta sparte +soavemente l mio maestro pose: +ond io, che fui accorto di sua arte, + +porsi ver lui le guance lagrimose; +ivi mi fece tutto discoverto +quel color che linferno mi nascose. + +Venimmo poi in sul lito diserto, +che mai non vide navicar sue acque +omo, che di tornar sia poscia esperto. + +Quivi mi cinse s com altrui piacque: +oh maraviglia! ch qual elli scelse +lumile pianta, cotal si rinacque + +subitamente l onde lavelse. + + + +Purgatorio Canto II + + +Gi era l sole a lorizzonte giunto +lo cui meridan cerchio coverchia +Ierusalm col suo pi alto punto; + +e la notte, che opposita a lui cerchia, +uscia di Gange fuor con le Bilance, +che le caggion di man quando soverchia; + +s che le bianche e le vermiglie guance, +l dov i era, de la bella Aurora +per troppa etate divenivan rance. + +Noi eravam lunghesso mare ancora, +come gente che pensa a suo cammino, +che va col cuore e col corpo dimora. + +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, +per li grossi vapor Marte rosseggia +gi nel ponente sovra l suol marino, + +cotal mapparve, sio ancor lo veggia, +un lume per lo mar venir s ratto, +che l muover suo nessun volar pareggia. + +Dal qual com io un poco ebbi ritratto +locchio per domandar lo duca mio, +rividil pi lucente e maggior fatto. + +Poi dogne lato ad esso mappario +un non sapeva che bianco, e di sotto +a poco a poco un altro a lui usco. + +Lo mio maestro ancor non facea motto, +mentre che i primi bianchi apparver ali; +allor che ben conobbe il galeotto, + +grid: Fa, fa che le ginocchia cali. +Ecco langel di Dio: piega le mani; +omai vedrai di s fatti officiali. + +Vedi che sdegna li argomenti umani, +s che remo non vuol, n altro velo +che lali sue, tra liti s lontani. + +Vedi come lha dritte verso l cielo, +trattando laere con letterne penne, +che non si mutan come mortal pelo. + +Poi, come pi e pi verso noi venne +luccel divino, pi chiaro appariva: +per che locchio da presso nol sostenne, + +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva +con un vasello snelletto e leggero, +tanto che lacqua nulla ne nghiottiva. + +Da poppa stava il celestial nocchiero, +tal che faria beato pur descripto; +e pi di cento spirti entro sediero. + +In exitu Isrel de Aegypto +cantavan tutti insieme ad una voce +con quanto di quel salmo poscia scripto. + +Poi fece il segno lor di santa croce; +ond ei si gittar tutti in su la piaggia: +ed el sen g, come venne, veloce. + +La turba che rimase l, selvaggia +parea del loco, rimirando intorno +come colui che nove cose assaggia. + +Da tutte parti saettava il giorno +lo sol, chavea con le saette conte +di mezzo l ciel cacciato Capricorno, + +quando la nova gente alz la fronte +ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete, +mostratene la via di gire al monte. + +E Virgilio rispuose: Voi credete +forse che siamo esperti desto loco; +ma noi siam peregrin come voi siete. + +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, +per altra via, che fu s aspra e forte, +che lo salire omai ne parr gioco. + +Lanime, che si fuor di me accorte, +per lo spirare, chi era ancor vivo, +maravigliando diventaro smorte. + +E come a messagger che porta ulivo +tragge la gente per udir novelle, +e di calcar nessun si mostra schivo, + +cos al viso mio saffisar quelle +anime fortunate tutte quante, +quasi oblando dire a farsi belle. + +Io vidi una di lor trarresi avante +per abbracciarmi con s grande affetto, +che mosse me a far lo somigliante. + +Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto! +tre volte dietro a lei le mani avvinsi, +e tante mi tornai con esse al petto. + +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; +per che lombra sorrise e si ritrasse, +e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + +Soavemente disse chio posasse; +allor conobbi chi era, e pregai +che, per parlarmi, un poco sarrestasse. + +Rispuosemi: Cos com io tamai +nel mortal corpo, cos tamo sciolta: +per marresto; ma tu perch vai?. + +Casella mio, per tornar altra volta +l dov io son, fo io questo vaggio, +diss io; ma a te com tanta ora tolta?. + +Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio, +se quei che leva quando e cui li piace, +pi volte mha negato esto passaggio; + +ch di giusto voler lo suo si face: +veramente da tre mesi elli ha tolto +chi ha voluto intrar, con tutta pace. + +Ond io, chera ora a la marina vlto +dove lacqua di Tevero sinsala, +benignamente fu da lui ricolto. + +A quella foce ha elli or dritta lala, +per che sempre quivi si ricoglie +qual verso Acheronte non si cala. + +E io: Se nuova legge non ti toglie +memoria o uso a lamoroso canto +che mi solea quetar tutte mie doglie, + +di ci ti piaccia consolare alquanto +lanima mia, che, con la sua persona +venendo qui, affannata tanto!. + +Amor che ne la mente mi ragiona +cominci elli allor s dolcemente, +che la dolcezza ancor dentro mi suona. + +Lo mio maestro e io e quella gente +cheran con lui parevan s contenti, +come a nessun toccasse altro la mente. + +Noi eravam tutti fissi e attenti +a le sue note; ed ecco il veglio onesto +gridando: Che ci, spiriti lenti? + +qual negligenza, quale stare questo? +Correte al monte a spogliarvi lo scoglio +chesser non lascia a voi Dio manifesto. + +Come quando, cogliendo biado o loglio, +li colombi adunati a la pastura, +queti, sanza mostrar lusato orgoglio, + +se cosa appare ond elli abbian paura, +subitamente lasciano star lesca, +perch assaliti son da maggior cura; + +cos vid io quella masnada fresca +lasciar lo canto, e fuggir ver la costa, +com om che va, n sa dove resca; + +n la nostra partita fu men tosta. + + + +Purgatorio Canto III + + +Avvegna che la subitana fuga +dispergesse color per la campagna, +rivolti al monte ove ragion ne fruga, + +i mi ristrinsi a la fida compagna: +e come sare io sanza lui corso? +chi mavria tratto su per la montagna? + +El mi parea da s stesso rimorso: +o dignitosa coscenza e netta, +come t picciol fallo amaro morso! + +Quando li piedi suoi lasciar la fretta, +che lonestade ad ogn atto dismaga, +la mente mia, che prima era ristretta, + +lo ntento rallarg, s come vaga, +e diedi l viso mio incontr al poggio +che nverso l ciel pi alto si dislaga. + +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, +rotto mera dinanzi a la figura, +chava in me de suoi raggi lappoggio. + +Io mi volsi dallato con paura +dessere abbandonato, quand io vidi +solo dinanzi a me la terra oscura; + +e l mio conforto: Perch pur diffidi?, +a dir mi cominci tutto rivolto; +non credi tu me teco e chio ti guidi? + +Vespero gi col dov sepolto +lo corpo dentro al quale io facea ombra; +Napoli lha, e da Brandizio tolto. + +Ora, se innanzi a me nulla saombra, +non ti maravigliar pi che di cieli +che luno a laltro raggio non ingombra. + +A sofferir tormenti, caldi e geli +simili corpi la Virt dispone +che, come fa, non vuol cha noi si sveli. + +Matto chi spera che nostra ragione +possa trascorrer la infinita via +che tiene una sustanza in tre persone. + +State contenti, umana gente, al quia; +ch, se potuto aveste veder tutto, +mestier non era parturir Maria; + +e disar vedeste sanza frutto +tai che sarebbe lor disio quetato, +chetternalmente dato lor per lutto: + +io dico dAristotile e di Plato +e di molt altri; e qui chin la fronte, +e pi non disse, e rimase turbato. + +Noi divenimmo intanto a pi del monte; +quivi trovammo la roccia s erta, +che ndarno vi sarien le gambe pronte. + +Tra Lerice e Turba la pi diserta, +la pi rotta ruina una scala, +verso di quella, agevole e aperta. + +Or chi sa da qual man la costa cala, +disse l maestro mio fermando l passo, +s che possa salir chi va sanz ala?. + +E mentre che tenendo l viso basso +essaminava del cammin la mente, +e io mirava suso intorno al sasso, + +da man sinistra mappar una gente +danime, che movieno i pi ver noi, +e non pareva, s venan lente. + +Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi: +ecco di qua chi ne dar consiglio, +se tu da te medesmo aver nol puoi. + +Guard allora, e con libero piglio +rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano; +e tu ferma la spene, dolce figlio. + +Ancora era quel popol di lontano, +i dico dopo i nostri mille passi, +quanto un buon gittator trarria con mano, + +quando si strinser tutti ai duri massi +de lalta ripa, e stetter fermi e stretti +com a guardar, chi va dubbiando, stassi. + +O ben finiti, o gi spiriti eletti, +Virgilio incominci, per quella pace +chi credo che per voi tutti saspetti, + +ditene dove la montagna giace, +s che possibil sia landare in suso; +ch perder tempo a chi pi sa pi spiace. + +Come le pecorelle escon del chiuso +a una, a due, a tre, e laltre stanno +timidette atterrando locchio e l muso; + +e ci che fa la prima, e laltre fanno, +addossandosi a lei, sella sarresta, +semplici e quete, e lo mperch non sanno; + +s vid io muovere a venir la testa +di quella mandra fortunata allotta, +pudica in faccia e ne landare onesta. + +Come color dinanzi vider rotta +la luce in terra dal mio destro canto, +s che lombra era da me a la grotta, + +restaro, e trasser s in dietro alquanto, +e tutti li altri che venieno appresso, +non sappiendo l perch, fenno altrettanto. + +Sanza vostra domanda io vi confesso +che questo corpo uman che voi vedete; +per che l lume del sole in terra fesso. + +Non vi maravigliate, ma credete +che non sanza virt che da ciel vegna +cerchi di soverchiar questa parete. + +Cos l maestro; e quella gente degna +Tornate, disse, intrate innanzi dunque, +coi dossi de le man faccendo insegna. + +E un di loro incominci: Chiunque +tu se, cos andando, volgi l viso: +pon mente se di l mi vedesti unque. + +Io mi volsi ver lui e guardail fiso: +biondo era e bello e di gentile aspetto, +ma lun de cigli un colpo avea diviso. + +Quand io mi fui umilmente disdetto +daverlo visto mai, el disse: Or vedi; +e mostrommi una piaga a sommo l petto. + +Poi sorridendo disse: Io son Manfredi, +nepote di Costanza imperadrice; +ond io ti priego che, quando tu riedi, + +vadi a mia bella figlia, genitrice +de lonor di Cicilia e dAragona, +e dichi l vero a lei, saltro si dice. + +Poscia chio ebbi rotta la persona +di due punte mortali, io mi rendei, +piangendo, a quei che volontier perdona. + +Orribil furon li peccati miei; +ma la bont infinita ha s gran braccia, +che prende ci che si rivolge a lei. + +Se l pastor di Cosenza, che a la caccia +di me fu messo per Clemente allora, +avesse in Dio ben letta questa faccia, + +lossa del corpo mio sarieno ancora +in co del ponte presso a Benevento, +sotto la guardia de la grave mora. + +Or le bagna la pioggia e move il vento +di fuor dal regno, quasi lungo l Verde, +dov e le trasmut a lume spento. + +Per lor maladizion s non si perde, +che non possa tornar, letterno amore, +mentre che la speranza ha fior del verde. + +Vero che quale in contumacia more +di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta, +star li convien da questa ripa in fore, + +per ognun tempo chelli stato, trenta, +in sua presunzon, se tal decreto +pi corto per buon prieghi non diventa. + +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, +revelando a la mia buona Costanza +come mhai visto, e anco esto divieto; + +ch qui per quei di l molto savanza. + + + +Purgatorio Canto IV + + +Quando per dilettanze o ver per doglie, +che alcuna virt nostra comprenda, +lanima bene ad essa si raccoglie, + +par cha nulla potenza pi intenda; +e questo contra quello error che crede +chunanima sovr altra in noi saccenda. + +E per, quando sode cosa o vede +che tegna forte a s lanima volta, +vassene l tempo e luom non se navvede; + +chaltra potenza quella che lascolta, +e altra quella cha lanima intera: +questa quasi legata e quella sciolta. + +Di ci ebb io esperenza vera, +udendo quello spirto e ammirando; +ch ben cinquanta gradi salito era + +lo sole, e io non mera accorto, quando +venimmo ove quell anime ad una +gridaro a noi: Qui vostro dimando. + +Maggiore aperta molte volte impruna +con una forcatella di sue spine +luom de la villa quando luva imbruna, + +che non era la calla onde salne +lo duca mio, e io appresso, soli, +come da noi la schiera si partne. + +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, +montasi su in Bismantova e n Cacume +con esso i pi; ma qui convien chom voli; + +dico con lale snelle e con le piume +del gran disio, di retro a quel condotto +che speranza mi dava e facea lume. + +Noi salavam per entro l sasso rotto, +e dogne lato ne stringea lo stremo, +e piedi e man volea il suol di sotto. + +Poi che noi fummo in su lorlo suppremo +de lalta ripa, a la scoperta piaggia, +Maestro mio, diss io, che via faremo?. + +Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia; +pur su al monte dietro a me acquista, +fin che nappaia alcuna scorta saggia. + +Lo sommo er alto che vincea la vista, +e la costa superba pi assai +che da mezzo quadrante a centro lista. + +Io era lasso, quando cominciai: +O dolce padre, volgiti, e rimira +com io rimango sol, se non restai. + +Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira, +additandomi un balzo poco in se +che da quel lato il poggio tutto gira. + +S mi spronaron le parole sue, +chi mi sforzai carpando appresso lui, +tanto che l cinghio sotto i pi mi fue. + +A seder ci ponemmo ivi ambedui +vlti a levante ond eravam saliti, +che suole a riguardar giovare altrui. + +Li occhi prima drizzai ai bassi liti; +poscia li alzai al sole, e ammirava +che da sinistra neravam feriti. + +Ben savvide il poeta cho stava +stupido tutto al carro de la luce, +ove tra noi e Aquilone intrava. + +Ond elli a me: Se Castore e Poluce +fossero in compagnia di quello specchio +che s e gi del suo lume conduce, + +tu vedresti il Zodaco rubecchio +ancora a lOrse pi stretto rotare, +se non uscisse fuor del cammin vecchio. + +Come ci sia, se l vuoi poter pensare, +dentro raccolto, imagina Sn +con questo monte in su la terra stare + +s, chamendue hanno un solo orizzn +e diversi emisperi; onde la strada +che mal non seppe carreggiar Fetn, + +vedrai come a costui convien che vada +da lun, quando a colui da laltro fianco, +se lo ntelletto tuo ben chiaro bada. + +Certo, maestro mio, diss io, unquanco +non vid io chiaro s com io discerno +l dove mio ingegno parea manco, + +che l mezzo cerchio del moto superno, +che si chiama Equatore in alcun arte, +e che sempre riman tra l sole e l verno, + +per la ragion che di, quinci si parte +verso settentron, quanto li Ebrei +vedevan lui verso la calda parte. + +Ma se a te piace, volontier saprei +quanto avemo ad andar; ch l poggio sale +pi che salir non posson li occhi miei. + +Ed elli a me: Questa montagna tale, +che sempre al cominciar di sotto grave; +e quant om pi va s, e men fa male. + +Per, quand ella ti parr soave +tanto, che s andar ti fia leggero +com a seconda gi andar per nave, + +allor sarai al fin desto sentiero; +quivi di riposar laffanno aspetta. +Pi non rispondo, e questo so per vero. + +E com elli ebbe sua parola detta, +una voce di presso son: Forse +che di sedere in pria avrai distretta!. + +Al suon di lei ciascun di noi si torse, +e vedemmo a mancina un gran petrone, +del qual n io n ei prima saccorse. + +L ci traemmo; e ivi eran persone +che si stavano a lombra dietro al sasso +come luom per negghienza a star si pone. + +E un di lor, che mi sembiava lasso, +sedeva e abbracciava le ginocchia, +tenendo l viso gi tra esse basso. + +O dolce segnor mio, diss io, adocchia +colui che mostra s pi negligente +che se pigrizia fosse sua serocchia. + +Allor si volse a noi e puose mente, +movendo l viso pur su per la coscia, +e disse: Or va tu s, che se valente!. + +Conobbi allor chi era, e quella angoscia +che mavacciava un poco ancor la lena, +non mimped landare a lui; e poscia + +cha lui fu giunto, alz la testa a pena, +dicendo: Hai ben veduto come l sole +da lomero sinistro il carro mena?. + +Li atti suoi pigri e le corte parole +mosser le labbra mie un poco a riso; +poi cominciai: Belacqua, a me non dole + +di te omai; ma dimmi: perch assiso +quiritto se? attendi tu iscorta, +o pur lo modo usato tha ripriso?. + +Ed elli: O frate, andar in s che porta? +ch non mi lascerebbe ire a martri +langel di Dio che siede in su la porta. + +Prima convien che tanto il ciel maggiri +di fuor da essa, quanto fece in vita, +per chio ndugiai al fine i buon sospiri, + +se orazone in prima non maita +che surga s di cuor che in grazia viva; +laltra che val, che n ciel non udita?. + +E gi il poeta innanzi mi saliva, +e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco +meridan dal sole e a la riva + +cuopre la notte gi col pi Morrocco. + + + +Purgatorio Canto V + + +Io era gi da quell ombre partito, +e seguitava lorme del mio duca, +quando di retro a me, drizzando l dito, + +una grid: Ve che non par che luca +lo raggio da sinistra a quel di sotto, +e come vivo par che si conduca!. + +Li occhi rivolsi al suon di questo motto, +e vidile guardar per maraviglia +pur me, pur me, e l lume chera rotto. + +Perch lanimo tuo tanto simpiglia, +disse l maestro, che landare allenti? +che ti fa ci che quivi si pispiglia? + +Vien dietro a me, e lascia dir le genti: +sta come torre ferma, che non crolla +gi mai la cima per soffiar di venti; + +ch sempre lomo in cui pensier rampolla +sovra pensier, da s dilunga il segno, +perch la foga lun de laltro insolla. + +Che potea io ridir, se non Io vegno? +Dissilo, alquanto del color consperso +che fa luom di perdon talvolta degno. + +E ntanto per la costa di traverso +venivan genti innanzi a noi un poco, +cantando Miserere a verso a verso. + +Quando saccorser chi non dava loco +per lo mio corpo al trapassar di raggi, +mutar lor canto in un oh! lungo e roco; + +e due di loro, in forma di messaggi, +corsero incontr a noi e dimandarne: +Di vostra condizion fatene saggi. + +E l mio maestro: Voi potete andarne +e ritrarre a color che vi mandaro +che l corpo di costui vera carne. + +Se per veder la sua ombra restaro, +com io avviso, assai lor risposto: +fccianli onore, ed esser pu lor caro. + +Vapori accesi non vid io s tosto +di prima notte mai fender sereno, +n, sol calando, nuvole dagosto, + +che color non tornasser suso in meno; +e, giunti l, con li altri a noi dier volta, +come schiera che scorre sanza freno. + +Questa gente che preme a noi molta, +e vegnonti a pregar, disse l poeta: +per pur va, e in andando ascolta. + +O anima che vai per esser lieta +con quelle membra con le quai nascesti, +venian gridando, un poco il passo queta. + +Guarda salcun di noi unqua vedesti, +s che di lui di l novella porti: +deh, perch vai? deh, perch non tarresti? + +Noi fummo tutti gi per forza morti, +e peccatori infino a lultima ora; +quivi lume del ciel ne fece accorti, + +s che, pentendo e perdonando, fora +di vita uscimmo a Dio pacificati, +che del disio di s veder naccora. + +E io: Perch ne vostri visi guati, +non riconosco alcun; ma sa voi piace +cosa chio possa, spiriti ben nati, + +voi dite, e io far per quella pace +che, dietro a piedi di s fatta guida, +di mondo in mondo cercar mi si face. + +E uno incominci: Ciascun si fida +del beneficio tuo sanza giurarlo, +pur che l voler nonpossa non ricida. + +Ond io, che solo innanzi a li altri parlo, +ti priego, se mai vedi quel paese +che siede tra Romagna e quel di Carlo, + +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese +in Fano, s che ben per me sadori +pur chi possa purgar le gravi offese. + +Quindi fu io; ma li profondi fri +ond usc l sangue in sul quale io sedea, +fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + +l dov io pi sicuro esser credea: +quel da Esti il f far, che mavea in ira +assai pi l che dritto non volea. + +Ma sio fosse fuggito inver la Mira, +quando fu sovragiunto ad Oraco, +ancor sarei di l dove si spira. + +Corsi al palude, e le cannucce e l braco +mimpigliar s chi caddi; e l vid io +de le mie vene farsi in terra laco. + +Poi disse un altro: Deh, se quel disio +si compia che ti tragge a lalto monte, +con buona petate aiuta il mio! + +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; +Giovanna o altri non ha di me cura; +per chio vo tra costor con bassa fronte. + +E io a lui: Qual forza o qual ventura +ti trav s fuor di Campaldino, +che non si seppe mai tua sepultura?. + +Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino +traversa unacqua cha nome lArchiano, +che sovra lErmo nasce in Apennino. + +L ve l vocabol suo diventa vano, +arriva io forato ne la gola, +fuggendo a piede e sanguinando il piano. + +Quivi perdei la vista e la parola; +nel nome di Maria fini, e quivi +caddi, e rimase la mia carne sola. + +Io dir vero, e tu l rid tra vivi: +langel di Dio mi prese, e quel dinferno +gridava: O tu del ciel, perch mi privi? + +Tu te ne porti di costui letterno +per una lagrimetta che l mi toglie; +ma io far de laltro altro governo!. + +Ben sai come ne laere si raccoglie +quell umido vapor che in acqua riede, +tosto che sale dove l freddo il coglie. + +Giunse quel mal voler che pur mal chiede +con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento +per la virt che sua natura diede. + +Indi la valle, come l d fu spento, +da Pratomagno al gran giogo coperse +di nebbia; e l ciel di sopra fece intento, + +s che l pregno aere in acqua si converse; +la pioggia cadde, e a fossati venne +di lei ci che la terra non sofferse; + +e come ai rivi grandi si convenne, +ver lo fiume real tanto veloce +si ruin, che nulla la ritenne. + +Lo corpo mio gelato in su la foce +trov lArchian rubesto; e quel sospinse +ne lArno, e sciolse al mio petto la croce + +chi fe di me quando l dolor mi vinse; +voltmmi per le ripe e per lo fondo, +poi di sua preda mi coperse e cinse. + +Deh, quando tu sarai tornato al mondo +e riposato de la lunga via, +seguit l terzo spirito al secondo, + +ricorditi di me, che son la Pia; +Siena mi f, disfecemi Maremma: +salsi colui che nnanellata pria + +disposando mavea con la sua gemma. + + + +Purgatorio Canto VI + + +Quando si parte il gioco de la zara, +colui che perde si riman dolente, +repetendo le volte, e tristo impara; + +con laltro se ne va tutta la gente; +qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, +e qual dallato li si reca a mente; + +el non sarresta, e questo e quello intende; +a cui porge la man, pi non fa pressa; +e cos da la calca si difende. + +Tal era io in quella turba spessa, +volgendo a loro, e qua e l, la faccia, +e promettendo mi sciogliea da essa. + +Quiv era lAretin che da le braccia +fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, +e laltro channeg correndo in caccia. + +Quivi pregava con le mani sporte +Federigo Novello, e quel da Pisa +che f parer lo buon Marzucco forte. + +Vidi conte Orso e lanima divisa +dal corpo suo per astio e per inveggia, +com e dicea, non per colpa commisa; + +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, +mentr di qua, la donna di Brabante, +s che per non sia di peggior greggia. + +Come libero fui da tutte quante +quell ombre che pregar pur chaltri prieghi, +s che savacci lor divenir sante, + +io cominciai: El par che tu mi nieghi, +o luce mia, espresso in alcun testo +che decreto del cielo orazion pieghi; + +e questa gente prega pur di questo: +sarebbe dunque loro speme vana, +o non m l detto tuo ben manifesto?. + +Ed elli a me: La mia scrittura piana; +e la speranza di costor non falla, +se ben si guarda con la mente sana; + +ch cima di giudicio non savvalla +perch foco damor compia in un punto +ci che de sodisfar chi qui sastalla; + +e l dov io fermai cotesto punto, +non sammendava, per pregar, difetto, +perch l priego da Dio era disgiunto. + +Veramente a cos alto sospetto +non ti fermar, se quella nol ti dice +che lume fia tra l vero e lo ntelletto. + +Non so se ntendi: io dico di Beatrice; +tu la vedrai di sopra, in su la vetta +di questo monte, ridere e felice. + +E io: Segnore, andiamo a maggior fretta, +ch gi non maffatico come dianzi, +e vedi omai che l poggio lombra getta. + +Noi anderem con questo giorno innanzi, +rispuose, quanto pi potremo omai; +ma l fatto daltra forma che non stanzi. + +Prima che sie l s, tornar vedrai +colui che gi si cuopre de la costa, +s che suoi raggi tu romper non fai. + +Ma vedi l unanima che, posta +sola soletta, inverso noi riguarda: +quella ne nsegner la via pi tosta. + +Venimmo a lei: o anima lombarda, +come ti stavi altera e disdegnosa +e nel mover de li occhi onesta e tarda! + +Ella non ci dica alcuna cosa, +ma lasciavane gir, solo sguardando +a guisa di leon quando si posa. + +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando +che ne mostrasse la miglior salita; +e quella non rispuose al suo dimando, + +ma di nostro paese e de la vita +ci nchiese; e l dolce duca incominciava +Manta . . . , e lombra, tutta in s romita, + +surse ver lui del loco ove pria stava, +dicendo: O Mantoano, io son Sordello +de la tua terra!; e lun laltro abbracciava. + +Ahi serva Italia, di dolore ostello, +nave sanza nocchiere in gran tempesta, +non donna di province, ma bordello! + +Quell anima gentil fu cos presta, +sol per lo dolce suon de la sua terra, +di fare al cittadin suo quivi festa; + +e ora in te non stanno sanza guerra +li vivi tuoi, e lun laltro si rode +di quei chun muro e una fossa serra. + +Cerca, misera, intorno da le prode +le tue marine, e poi ti guarda in seno, +salcuna parte in te di pace gode. + +Che val perch ti racconciasse il freno +Iustinano, se la sella vta? +Sanz esso fora la vergogna meno. + +Ahi gente che dovresti esser devota, +e lasciar seder Cesare in la sella, +se bene intendi ci che Dio ti nota, + +guarda come esta fiera fatta fella +per non esser corretta da li sproni, +poi che ponesti mano a la predella. + +O Alberto tedesco chabbandoni +costei ch fatta indomita e selvaggia, +e dovresti inforcar li suoi arcioni, + +giusto giudicio da le stelle caggia +sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto, +tal che l tuo successor temenza naggia! + +Chavete tu e l tuo padre sofferto, +per cupidigia di cost distretti, +che l giardin de lo mperio sia diserto. + +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, +Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: +color gi tristi, e questi con sospetti! + +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura +di tuoi gentili, e cura lor magagne; +e vedrai Santafior com oscura! + +Vieni a veder la tua Roma che piagne +vedova e sola, e d e notte chiama: +Cesare mio, perch non maccompagne?. + +Vieni a veder la gente quanto sama! +e se nulla di noi piet ti move, +a vergognar ti vien de la tua fama. + +E se licito m, o sommo Giove +che fosti in terra per noi crucifisso, +son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + +O preparazion che ne labisso +del tuo consiglio fai per alcun bene +in tutto de laccorger nostro scisso? + +Ch le citt dItalia tutte piene +son di tiranni, e un Marcel diventa +ogne villan che parteggiando viene. + +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta +di questa digression che non ti tocca, +merc del popol tuo che si argomenta. + +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca +per non venir sanza consiglio a larco; +ma il popol tuo lha in sommo de la bocca. + +Molti rifiutan lo comune incarco; +ma il popol tuo solicito risponde +sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!. + +Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde: +tu ricca, tu con pace e tu con senno! +Sio dico l ver, leffetto nol nasconde. + +Atene e Lacedemona, che fenno +lantiche leggi e furon s civili, +fecero al viver bene un picciol cenno + +verso di te, che fai tanto sottili +provedimenti, cha mezzo novembre +non giugne quel che tu dottobre fili. + +Quante volte, del tempo che rimembre, +legge, moneta, officio e costume +hai tu mutato, e rinovate membre! + +E se ben ti ricordi e vedi lume, +vedrai te somigliante a quella inferma +che non pu trovar posa in su le piume, + +ma con dar volta suo dolore scherma. + + + +Purgatorio Canto VII + + +Poscia che laccoglienze oneste e liete +furo iterate tre e quattro volte, +Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?. + +Anzi che a questo monte fosser volte +lanime degne di salire a Dio, +fur lossa mie per Ottavian sepolte. + +Io son Virgilio; e per null altro rio +lo ciel perdei che per non aver f. +Cos rispuose allora il duca mio. + +Qual colui che cosa innanzi s +sbita vede ond e si maraviglia, +che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . , + +tal parve quelli; e poi chin le ciglia, +e umilmente ritorn ver lui, +e abbraccil l ve l minor sappiglia. + +O gloria di Latin, disse, per cui +mostr ci che potea la lingua nostra, +o pregio etterno del loco ond io fui, + +qual merito o qual grazia mi ti mostra? +Sio son dudir le tue parole degno, +dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra. + +Per tutt i cerchi del dolente regno, +rispuose lui, son io di qua venuto; +virt del ciel mi mosse, e con lei vegno. + +Non per far, ma per non fare ho perduto +a veder lalto Sol che tu disiri +e che fu tardi per me conosciuto. + +Luogo l gi non tristo di martri, +ma di tenebre solo, ove i lamenti +non suonan come guai, ma son sospiri. + +Quivi sto io coi pargoli innocenti +dai denti morsi de la morte avante +che fosser da lumana colpa essenti; + +quivi sto io con quei che le tre sante +virt non si vestiro, e sanza vizio +conobber laltre e seguir tutte quante. + +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio +d noi per che venir possiam pi tosto +l dove purgatorio ha dritto inizio. + +Rispuose: Loco certo non c posto; +licito m andar suso e intorno; +per quanto ir posso, a guida mi taccosto. + +Ma vedi gi come dichina il giorno, +e andar s di notte non si puote; +per buon pensar di bel soggiorno. + +Anime sono a destra qua remote; +se mi consenti, io ti merr ad esse, +e non sanza diletto ti fier note. + +Com ci?, fu risposto. Chi volesse +salir di notte, fora elli impedito +daltrui, o non sarria ch non potesse?. + +E l buon Sordello in terra freg l dito, +dicendo: Vedi? sola questa riga +non varcheresti dopo l sol partito: + +non per chaltra cosa desse briga, +che la notturna tenebra, ad ir suso; +quella col nonpoder la voglia intriga. + +Ben si poria con lei tornare in giuso +e passeggiar la costa intorno errando, +mentre che lorizzonte il d tien chiuso. + +Allora il mio segnor, quasi ammirando, +Menane, disse, dunque l ve dici +chaver si pu diletto dimorando. + +Poco allungati ceravam di lici, +quand io maccorsi che l monte era scemo, +a guisa che i vallon li sceman quici. + +Col, disse quell ombra, nanderemo +dove la costa face di s grembo; +e l il novo giorno attenderemo. + +Tra erto e piano era un sentiero schembo, +che ne condusse in fianco de la lacca, +l dove pi cha mezzo muore il lembo. + +Oro e argento fine, cocco e biacca, +indaco, legno lucido e sereno, +fresco smeraldo in lora che si fiacca, + +da lerba e da li fior, dentr a quel seno +posti, ciascun saria di color vinto, +come dal suo maggiore vinto il meno. + +Non avea pur natura ivi dipinto, +ma di soavit di mille odori +vi facea uno incognito e indistinto. + +Salve, Regina in sul verde e n su fiori +quindi seder cantando anime vidi, +che per la valle non parean di fuori. + +Prima che l poco sole omai sannidi, +cominci l Mantoan che ci avea vlti, +tra color non vogliate chio vi guidi. + +Di questo balzo meglio li atti e volti +conoscerete voi di tutti quanti, +che ne la lama gi tra essi accolti. + +Colui che pi siede alto e fa sembianti +daver negletto ci che far dovea, +e che non move bocca a li altrui canti, + +Rodolfo imperador fu, che potea +sanar le piaghe channo Italia morta, +s che tardi per altri si ricrea. + +Laltro che ne la vista lui conforta, +resse la terra dove lacqua nasce +che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce +fu meglio assai che Vincislao suo figlio +barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + +E quel nasetto che stretto a consiglio +par con colui cha s benigno aspetto, +mor fuggendo e disfiorando il giglio: + +guardate l come si batte il petto! +Laltro vedete cha fatto a la guancia +de la sua palma, sospirando, letto. + +Padre e suocero son del mal di Francia: +sanno la vita sua viziata e lorda, +e quindi viene il duol che s li lancia. + +Quel che par s membruto e che saccorda, +cantando, con colui dal maschio naso, +dogne valor port cinta la corda; + +e se re dopo lui fosse rimaso +lo giovanetto che retro a lui siede, +ben andava il valor di vaso in vaso, + +che non si puote dir de laltre rede; +Iacomo e Federigo hanno i reami; +del retaggio miglior nessun possiede. + +Rade volte risurge per li rami +lumana probitate; e questo vole +quei che la d, perch da lui si chiami. + +Anche al nasuto vanno mie parole +non men cha laltro, Pier, che con lui canta, +onde Puglia e Proenza gi si dole. + +Tant del seme suo minor la pianta, +quanto, pi che Beatrice e Margherita, +Costanza di marito ancor si vanta. + +Vedete il re de la semplice vita +seder l solo, Arrigo dInghilterra: +questi ha ne rami suoi migliore uscita. + +Quel che pi basso tra costor satterra, +guardando in suso, Guiglielmo marchese, +per cui e Alessandria e la sua guerra + +fa pianger Monferrato e Canavese. + + + +Purgatorio Canto VIII + + +Era gi lora che volge il disio +ai navicanti e ntenerisce il core +lo d chan detto ai dolci amici addio; + +e che lo novo peregrin damore +punge, se ode squilla di lontano +che paia il giorno pianger che si more; + +quand io incominciai a render vano +ludire e a mirare una de lalme +surta, che lascoltar chiedea con mano. + +Ella giunse e lev ambo le palme, +ficcando li occhi verso lorente, +come dicesse a Dio: Daltro non calme. + +Te lucis ante s devotamente +le usco di bocca e con s dolci note, +che fece me a me uscir di mente; + +e laltre poi dolcemente e devote +seguitar lei per tutto linno intero, +avendo li occhi a le superne rote. + +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, +ch l velo ora ben tanto sottile, +certo che l trapassar dentro leggero. + +Io vidi quello essercito gentile +tacito poscia riguardare in se, +quasi aspettando, palido e umle; + +e vidi uscir de lalto e scender gie +due angeli con due spade affocate, +tronche e private de le punte sue. + +Verdi come fogliette pur mo nate +erano in veste, che da verdi penne +percosse traean dietro e ventilate. + +Lun poco sovra noi a star si venne, +e laltro scese in lopposita sponda, +s che la gente in mezzo si contenne. + +Ben discerna in lor la testa bionda; +ma ne la faccia locchio si smarria, +come virt cha troppo si confonda. + +Ambo vegnon del grembo di Maria, +disse Sordello, a guardia de la valle, +per lo serpente che verr vie via. + +Ond io, che non sapeva per qual calle, +mi volsi intorno, e stretto maccostai, +tutto gelato, a le fidate spalle. + +E Sordello anco: Or avvalliamo omai +tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; +grazoso fia lor vedervi assai. + +Solo tre passi credo chi scendesse, +e fui di sotto, e vidi un che mirava +pur me, come conoscer mi volesse. + +Temp era gi che laere sannerava, +ma non s che tra li occhi suoi e miei +non dichiarisse ci che pria serrava. + +Ver me si fece, e io ver lui mi fei: +giudice Nin gentil, quanto mi piacque +quando ti vidi non esser tra rei! + +Nullo bel salutar tra noi si tacque; +poi dimand: Quant che tu venisti +a pi del monte per le lontane acque?. + +Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi +venni stamane, e sono in prima vita, +ancor che laltra, s andando, acquisti. + +E come fu la mia risposta udita, +Sordello ed elli in dietro si raccolse +come gente di sbito smarrita. + +Luno a Virgilio e laltro a un si volse +che sedea l, gridando: S, Currado! +vieni a veder che Dio per grazia volse. + +Poi, vlto a me: Per quel singular grado +che tu dei a colui che s nasconde +lo suo primo perch, che non l guado, + +quando sarai di l da le larghe onde, +d a Giovanna mia che per me chiami +l dove a li nnocenti si risponde. + +Non credo che la sua madre pi mami, +poscia che trasmut le bianche bende, +le quai convien che, misera!, ancor brami. + +Per lei assai di lieve si comprende +quanto in femmina foco damor dura, +se locchio o l tatto spesso non laccende. + +Non le far s bella sepultura +la vipera che Melanesi accampa, +com avria fatto il gallo di Gallura. + +Cos dicea, segnato de la stampa, +nel suo aspetto, di quel dritto zelo +che misuratamente in core avvampa. + +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, +pur l dove le stelle son pi tarde, +s come rota pi presso a lo stelo. + +E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?. +E io a lui: A quelle tre facelle +di che l polo di qua tutto quanto arde. + +Ond elli a me: Le quattro chiare stelle +che vedevi staman, son di l basse, +e queste son salite ov eran quelle. + +Com ei parlava, e Sordello a s il trasse +dicendo: Vedi l l nostro avversaro; +e drizz il dito perch n l guardasse. + +Da quella parte onde non ha riparo +la picciola vallea, era una biscia, +forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + +Tra lerba e fior vena la mala striscia, +volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso +leccando come bestia che si liscia. + +Io non vidi, e per dicer non posso, +come mosser li astor celestali; +ma vidi bene e luno e laltro mosso. + +Sentendo fender laere a le verdi ali, +fugg l serpente, e li angeli dier volta, +suso a le poste rivolando iguali. + +Lombra che sera al giudice raccolta +quando chiam, per tutto quello assalto +punto non fu da me guardare sciolta. + +Se la lucerna che ti mena in alto +truovi nel tuo arbitrio tanta cera +quant mestiere infino al sommo smalto, + +cominci ella, se novella vera +di Val di Magra o di parte vicina +sai, dillo a me, che gi grande l era. + +Fui chiamato Currado Malaspina; +non son lantico, ma di lui discesi; +a miei portai lamor che qui raffina. + +Oh!, diss io lui, per li vostri paesi +gi mai non fui; ma dove si dimora +per tutta Europa chei non sien palesi? + +La fama che la vostra casa onora, +grida i segnori e grida la contrada, +s che ne sa chi non vi fu ancora; + +e io vi giuro, sio di sopra vada, +che vostra gente onrata non si sfregia +del pregio de la borsa e de la spada. + +Uso e natura s la privilegia, +che, perch il capo reo il mondo torca, +sola va dritta e l mal cammin dispregia. + +Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca +sette volte nel letto che l Montone +con tutti e quattro i pi cuopre e inforca, + +che cotesta cortese oppinone +ti fia chiavata in mezzo de la testa +con maggior chiovi che daltrui sermone, + +se corso di giudicio non sarresta. + + + +Purgatorio Canto IX + + +La concubina di Titone antico +gi simbiancava al balco dorente, +fuor de le braccia del suo dolce amico; + +di gemme la sua fronte era lucente, +poste in figura del freddo animale +che con la coda percuote la gente; + +e la notte, de passi con che sale, +fatti avea due nel loco ov eravamo, +e l terzo gi chinava in giuso lale; + +quand io, che meco avea di quel dAdamo, +vinto dal sonno, in su lerba inchinai +l ve gi tutti e cinque sedavamo. + +Ne lora che comincia i tristi lai +la rondinella presso a la mattina, +forse a memoria de suo primi guai, + +e che la mente nostra, peregrina +pi da la carne e men da pensier presa, +a le sue vison quasi divina, + +in sogno mi parea veder sospesa +unaguglia nel ciel con penne doro, +con lali aperte e a calare intesa; + +ed esser mi parea l dove fuoro +abbandonati i suoi da Ganimede, +quando fu ratto al sommo consistoro. + +Fra me pensava: Forse questa fiede +pur qui per uso, e forse daltro loco +disdegna di portarne suso in piede. + +Poi mi parea che, poi rotata un poco, +terribil come folgor discendesse, +e me rapisse suso infino al foco. + +Ivi parea che ella e io ardesse; +e s lo ncendio imaginato cosse, +che convenne che l sonno si rompesse. + +Non altrimenti Achille si riscosse, +li occhi svegliati rivolgendo in giro +e non sappiendo l dove si fosse, + +quando la madre da Chirn a Schiro +trafugg lui dormendo in le sue braccia, +l onde poi li Greci il dipartiro; + +che mi scoss io, s come da la faccia +mi fugg l sonno, e diventa ismorto, +come fa luom che, spaventato, agghiaccia. + +Dallato mera solo il mio conforto, +e l sole er alto gi pi che due ore, +e l viso mera a la marina torto. + +Non aver tema, disse il mio segnore; +fatti sicur, ch noi semo a buon punto; +non stringer, ma rallarga ogne vigore. + +Tu se omai al purgatorio giunto: +vedi l il balzo che l chiude dintorno; +vedi lentrata l ve par digiunto. + +Dianzi, ne lalba che procede al giorno, +quando lanima tua dentro dormia, +sovra li fiori ond l gi addorno + +venne una donna, e disse: I son Lucia; +lasciatemi pigliar costui che dorme; +s lagevoler per la sua via. + +Sordel rimase e laltre genti forme; +ella ti tolse, e come l d fu chiaro, +sen venne suso; e io per le sue orme. + +Qui ti pos, ma pria mi dimostraro +li occhi suoi belli quella intrata aperta; +poi ella e l sonno ad una se nandaro. + +A guisa duom che n dubbio si raccerta +e che muta in conforto sua paura, +poi che la verit li discoperta, + +mi cambia io; e come sanza cura +vide me l duca mio, su per lo balzo +si mosse, e io di rietro inver laltura. + +Lettor, tu vedi ben com io innalzo +la mia matera, e per con pi arte +non ti maravigliar sio la rincalzo. + +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte +che l dove pareami prima rotto, +pur come un fesso che muro diparte, + +vidi una porta, e tre gradi di sotto +per gire ad essa, di color diversi, +e un portier chancor non facea motto. + +E come locchio pi e pi vapersi, +vidil seder sovra l grado sovrano, +tal ne la faccia chio non lo soffersi; + +e una spada nuda ava in mano, +che refletta i raggi s ver noi, +chio drizzava spesso il viso in vano. + +Dite costinci: che volete voi?, +cominci elli a dire, ov la scorta? +Guardate che l venir s non vi ni. + +Donna del ciel, di queste cose accorta, +rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi +ne disse: Andate l: quivi la porta. + +Ed ella i passi vostri in bene avanzi, +ricominci il cortese portinaio: +Venite dunque a nostri gradi innanzi. + +L ne venimmo; e lo scaglion primaio +bianco marmo era s pulito e terso, +chio mi specchiai in esso qual io paio. + +Era il secondo tinto pi che perso, +duna petrina ruvida e arsiccia, +crepata per lo lungo e per traverso. + +Lo terzo, che di sopra sammassiccia, +porfido mi parea, s fiammeggiante +come sangue che fuor di vena spiccia. + +Sovra questo tena ambo le piante +langel di Dio sedendo in su la soglia +che mi sembiava pietra di diamante. + +Per li tre gradi s di buona voglia +mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi +umilemente che l serrame scioglia. + +Divoto mi gittai a santi piedi; +misericordia chiesi e chel maprisse, +ma tre volte nel petto pria mi diedi. + +Sette P ne la fronte mi descrisse +col punton de la spada, e Fa che lavi, +quando se dentro, queste piaghe disse. + +Cenere, o terra che secca si cavi, +dun color fora col suo vestimento; +e di sotto da quel trasse due chiavi. + +Luna era doro e laltra era dargento; +pria con la bianca e poscia con la gialla +fece a la porta s, chi fu contento. + +Quandunque luna deste chiavi falla, +che non si volga dritta per la toppa, +diss elli a noi, non sapre questa calla. + +Pi cara luna; ma laltra vuol troppa +darte e dingegno avanti che diserri, +perch ella quella che l nodo digroppa. + +Da Pier le tegno; e dissemi chi erri +anzi ad aprir cha tenerla serrata, +pur che la gente a piedi mi satterri. + +Poi pinse luscio a la porta sacrata, +dicendo: Intrate; ma facciovi accorti +che di fuor torna chi n dietro si guata. + +E quando fuor ne cardini distorti +li spigoli di quella regge sacra, +che di metallo son sonanti e forti, + +non rugghi s n si mostr s acra +Tarpa, come tolto le fu il buono +Metello, per che poi rimase macra. + +Io mi rivolsi attento al primo tuono, +e Te Deum laudamus mi parea +udire in voce mista al dolce suono. + +Tale imagine a punto mi rendea +ci chio udiva, qual prender si suole +quando a cantar con organi si stea; + +chor s or no sintendon le parole. + + + +Purgatorio Canto X + + +Poi fummo dentro al soglio de la porta +che l mal amor de lanime disusa, +perch fa parer dritta la via torta, + +sonando la senti esser richiusa; +e sio avesse li occhi vlti ad essa, +qual fora stata al fallo degna scusa? + +Noi salavam per una pietra fessa, +che si moveva e duna e daltra parte, +s come londa che fugge e sappressa. + +Qui si conviene usare un poco darte, +cominci l duca mio, in accostarsi +or quinci, or quindi al lato che si parte. + +E questo fece i nostri passi scarsi, +tanto che pria lo scemo de la luna +rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + +che noi fossimo fuor di quella cruna; +ma quando fummo liberi e aperti +s dove il monte in dietro si rauna, + +o stancato e amendue incerti +di nostra via, restammo in su un piano +solingo pi che strade per diserti. + +Da la sua sponda, ove confina il vano, +al pi de lalta ripa che pur sale, +misurrebbe in tre volte un corpo umano; + +e quanto locchio mio potea trar dale, +or dal sinistro e or dal destro fianco, +questa cornice mi parea cotale. + +L s non eran mossi i pi nostri anco, +quand io conobbi quella ripa intorno +che dritto di salita aveva manco, + +esser di marmo candido e addorno +dintagli s, che non pur Policleto, +ma la natura l avrebbe scorno. + +Langel che venne in terra col decreto +de la molt anni lagrimata pace, +chaperse il ciel del suo lungo divieto, + +dinanzi a noi pareva s verace +quivi intagliato in un atto soave, +che non sembiava imagine che tace. + +Giurato si saria chel dicesse Ave!; +perch iv era imaginata quella +chad aprir lalto amor volse la chiave; + +e avea in atto impressa esta favella +Ecce ancilla De, propriamente +come figura in cera si suggella. + +Non tener pur ad un loco la mente, +disse l dolce maestro, che mavea +da quella parte onde l cuore ha la gente. + +Per chi mi mossi col viso, e vedea +di retro da Maria, da quella costa +onde mera colui che mi movea, + +unaltra storia ne la roccia imposta; +per chio varcai Virgilio, e femi presso, +acci che fosse a li occhi miei disposta. + +Era intagliato l nel marmo stesso +lo carro e buoi, traendo larca santa, +per che si teme officio non commesso. + +Dinanzi parea gente; e tutta quanta, +partita in sette cori, a due mie sensi +faceva dir lun No, laltro S, canta. + +Similemente al fummo de li ncensi +che vera imaginato, li occhi e l naso +e al s e al no discordi fensi. + +L precedeva al benedetto vaso, +trescando alzato, lumile salmista, +e pi e men che re era in quel caso. + +Di contra, effigata ad una vista +dun gran palazzo, Micl ammirava +s come donna dispettosa e trista. + +I mossi i pi del loco dov io stava, +per avvisar da presso unaltra istoria, +che di dietro a Micl mi biancheggiava. + +Quiv era storata lalta gloria +del roman principato, il cui valore +mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + +i dico di Traiano imperadore; +e una vedovella li era al freno, +di lagrime atteggiata e di dolore. + +Intorno a lui parea calcato e pieno +di cavalieri, e laguglie ne loro +sovr essi in vista al vento si movieno. + +La miserella intra tutti costoro +pareva dir: Segnor, fammi vendetta +di mio figliuol ch morto, ond io maccoro; + +ed elli a lei rispondere: Or aspetta +tanto chi torni; e quella: Segnor mio, +come persona in cui dolor saffretta, + +se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io, +la ti far; ed ella: Laltrui bene +a te che fia, se l tuo metti in oblio?; + +ond elli: Or ti conforta; chei convene +chi solva il mio dovere anzi chi mova: +giustizia vuole e piet mi ritene. + +Colui che mai non vide cosa nova +produsse esto visibile parlare, +novello a noi perch qui non si trova. + +Mentr io mi dilettava di guardare +limagini di tante umilitadi, +e per lo fabbro loro a veder care, + +Ecco di qua, ma fanno i passi radi, +mormorava il poeta, molte genti: +questi ne nveranno a li alti gradi. + +Li occhi miei, cha mirare eran contenti +per veder novitadi ond e son vaghi, +volgendosi ver lui non furon lenti. + +Non vo per, lettor, che tu ti smaghi +di buon proponimento per udire +come Dio vuol che l debito si paghi. + +Non attender la forma del martre: +pensa la succession; pensa chal peggio +oltre la gran sentenza non pu ire. + +Io cominciai: Maestro, quel chio veggio +muovere a noi, non mi sembian persone, +e non so che, s nel veder vaneggio. + +Ed elli a me: La grave condizione +di lor tormento a terra li rannicchia, +s che miei occhi pria nebber tencione. + +Ma guarda fiso l, e disviticchia +col viso quel che vien sotto a quei sassi: +gi scorger puoi come ciascun si picchia. + +O superbi cristian, miseri lassi, +che, de la vista de la mente infermi, +fidanza avete ne retrosi passi, + +non vaccorgete voi che noi siam vermi +nati a formar langelica farfalla, +che vola a la giustizia sanza schermi? + +Di che lanimo vostro in alto galla, +poi siete quasi antomata in difetto, +s come vermo in cui formazion falla? + +Come per sostentar solaio o tetto, +per mensola talvolta una figura +si vede giugner le ginocchia al petto, + +la qual fa del non ver vera rancura +nascere n chi la vede; cos fatti +vid io color, quando puosi ben cura. + +Vero che pi e meno eran contratti +secondo chavien pi e meno a dosso; +e qual pi pazenza avea ne li atti, + +piangendo parea dicer: Pi non posso. + + + +Purgatorio Canto XI + + +O Padre nostro, che ne cieli stai, +non circunscritto, ma per pi amore +chai primi effetti di l s tu hai, + +laudato sia l tuo nome e l tuo valore +da ogne creatura, com degno +di render grazie al tuo dolce vapore. + +Vegna ver noi la pace del tuo regno, +ch noi ad essa non potem da noi, +sella non vien, con tutto nostro ingegno. + +Come del suo voler li angeli tuoi +fan sacrificio a te, cantando osanna, +cos facciano li uomini de suoi. + +D oggi a noi la cotidiana manna, +sanza la qual per questo aspro diserto +a retro va chi pi di gir saffanna. + +E come noi lo mal chavem sofferto +perdoniamo a ciascuno, e tu perdona +benigno, e non guardar lo nostro merto. + +Nostra virt che di legger sadona, +non spermentar con lantico avversaro, +ma libera da lui che s la sprona. + +Quest ultima preghiera, segnor caro, +gi non si fa per noi, ch non bisogna, +ma per color che dietro a noi restaro. + +Cos a s e noi buona ramogna +quell ombre orando, andavan sotto l pondo, +simile a quel che talvolta si sogna, + +disparmente angosciate tutte a tondo +e lasse su per la prima cornice, +purgando la caligine del mondo. + +Se di l sempre ben per noi si dice, +di qua che dire e far per lor si puote +da quei channo al voler buona radice? + +Ben si de loro atar lavar le note +che portar quinci, s che, mondi e lievi, +possano uscire a le stellate ruote. + +Deh, se giustizia e piet vi disgrievi +tosto, s che possiate muover lala, +che secondo il disio vostro vi lievi, + +mostrate da qual mano inver la scala +si va pi corto; e se c pi dun varco, +quel ne nsegnate che men erto cala; + +ch questi che vien meco, per lo ncarco +de la carne dAdamo onde si veste, +al montar s, contra sua voglia, parco. + +Le lor parole, che rendero a queste +che dette avea colui cu io seguiva, +non fur da cui venisser manifeste; + +ma fu detto: A man destra per la riva +con noi venite, e troverete il passo +possibile a salir persona viva. + +E sio non fossi impedito dal sasso +che la cervice mia superba doma, +onde portar convienmi il viso basso, + +cotesti, chancor vive e non si noma, +guardere io, per veder si l conosco, +e per farlo pietoso a questa soma. + +Io fui latino e nato dun gran Tosco: +Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; +non so se l nome suo gi mai fu vosco. + +Lantico sangue e lopere leggiadre +di miei maggior mi fer s arrogante, +che, non pensando a la comune madre, + +ogn uomo ebbi in despetto tanto avante, +chio ne mori, come i Sanesi sanno, +e sallo in Campagnatico ogne fante. + +Io sono Omberto; e non pur a me danno +superbia fa, ch tutti miei consorti +ha ella tratti seco nel malanno. + +E qui convien chio questo peso porti +per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, +poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti. + +Ascoltando chinai in gi la faccia; +e un di lor, non questi che parlava, +si torse sotto il peso che li mpaccia, + +e videmi e conobbemi e chiamava, +tenendo li occhi con fatica fisi +a me che tutto chin con loro andava. + +Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi, +lonor dAgobbio e lonor di quell arte +challuminar chiamata in Parisi?. + +Frate, diss elli, pi ridon le carte +che pennelleggia Franco Bolognese; +lonore tutto or suo, e mio in parte. + +Ben non sare io stato s cortese +mentre chio vissi, per lo gran disio +de leccellenza ove mio core intese. + +Di tal superbia qui si paga il fio; +e ancor non sarei qui, se non fosse +che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + +Oh vana gloria de lumane posse! +com poco verde in su la cima dura, +se non giunta da letati grosse! + +Credette Cimabue ne la pittura +tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, +s che la fama di colui scura. + +Cos ha tolto luno a laltro Guido +la gloria de la lingua; e forse nato +chi luno e laltro caccer del nido. + +Non il mondan romore altro chun fiato +di vento, chor vien quinci e or vien quindi, +e muta nome perch muta lato. + +Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi +da te la carne, che se fossi morto +anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi, + +pria che passin mill anni? ch pi corto +spazio a letterno, chun muover di ciglia +al cerchio che pi tardi in cielo torto. + +Colui che del cammin s poco piglia +dinanzi a me, Toscana son tutta; +e ora a pena in Siena sen pispiglia, + +ond era sire quando fu distrutta +la rabbia fiorentina, che superba +fu a quel tempo s com ora putta. + +La vostra nominanza color derba, +che viene e va, e quei la discolora +per cui ella esce de la terra acerba. + +E io a lui: Tuo vero dir mincora +bona umilt, e gran tumor mappiani; +ma chi quei di cui tu parlavi ora?. + +Quelli , rispuose, Provenzan Salvani; +ed qui perch fu presuntoso +a recar Siena tutta a le sue mani. + +Ito cos e va, sanza riposo, +poi che mor; cotal moneta rende +a sodisfar chi di l troppo oso. + +E io: Se quello spirito chattende, +pria che si penta, lorlo de la vita, +qua gi dimora e qua s non ascende, + +se buona orazon lui non aita, +prima che passi tempo quanto visse, +come fu la venuta lui largita?. + +Quando vivea pi gloroso, disse, +liberamente nel Campo di Siena, +ogne vergogna diposta, saffisse; + +e l, per trar lamico suo di pena, +che sostenea ne la prigion di Carlo, +si condusse a tremar per ogne vena. + +Pi non dir, e scuro so che parlo; +ma poco tempo andr, che tuoi vicini +faranno s che tu potrai chiosarlo. + +Quest opera li tolse quei confini. + + + +Purgatorio Canto XII + + +Di pari, come buoi che vanno a giogo, +mandava io con quell anima carca, +fin che l sofferse il dolce pedagogo. + +Ma quando disse: Lascia lui e varca; +ch qui buono con lali e coi remi, +quantunque pu, ciascun pinger sua barca; + +dritto s come andar vuolsi rifemi +con la persona, avvegna che i pensieri +mi rimanessero e chinati e scemi. + +Io mera mosso, e seguia volontieri +del mio maestro i passi, e amendue +gi mostravam com eravam leggeri; + +ed el mi disse: Volgi li occhi in gie: +buon ti sar, per tranquillar la via, +veder lo letto de le piante tue. + +Come, perch di lor memoria sia, +sovra i sepolti le tombe terragne +portan segnato quel chelli eran pria, + +onde l molte volte si ripiagne +per la puntura de la rimembranza, +che solo a pi d de le calcagne; + +s vid io l, ma di miglior sembianza +secondo lartificio, figurato +quanto per via di fuor del monte avanza. + +Vedea colui che fu nobil creato +pi chaltra creatura, gi dal cielo +folgoreggiando scender, da lun lato. + +Veda Brareo fitto dal telo +celestal giacer, da laltra parte, +grave a la terra per lo mortal gelo. + +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, +armati ancora, intorno al padre loro, +mirar le membra di Giganti sparte. + +Vedea Nembrt a pi del gran lavoro +quasi smarrito, e riguardar le genti +che n Sennar con lui superbi fuoro. + +O Nob, con che occhi dolenti +vedea io te segnata in su la strada, +tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + +O Sal, come in su la propria spada +quivi parevi morto in Gelbo, +che poi non sent pioggia n rugiada! + +O folle Aragne, s vedea io te +gi mezza ragna, trista in su li stracci +de lopera che mal per te si f. + +O Robom, gi non par che minacci +quivi l tuo segno; ma pien di spavento +nel porta un carro, sanza chaltri il cacci. + +Mostrava ancor lo duro pavimento +come Almeon a sua madre f caro +parer lo sventurato addornamento. + +Mostrava come i figli si gittaro +sovra Sennacherb dentro dal tempio, +e come, morto lui, quivi il lasciaro. + +Mostrava la ruina e l crudo scempio +che f Tamiri, quando disse a Ciro: +Sangue sitisti, e io di sangue tempio. + +Mostrava come in rotta si fuggiro +li Assiri, poi che fu morto Oloferne, +e anche le reliquie del martiro. + +Vedeva Troia in cenere e in caverne; +o Iln, come te basso e vile +mostrava il segno che l si discerne! + +Qual di pennel fu maestro o di stile +che ritraesse lombre e tratti chivi +mirar farieno uno ingegno sottile? + +Morti li morti e i vivi parean vivi: +non vide mei di me chi vide il vero, +quant io calcai, fin che chinato givi. + +Or superbite, e via col viso altero, +figliuoli dEva, e non chinate il volto +s che veggiate il vostro mal sentero! + +Pi era gi per noi del monte vlto +e del cammin del sole assai pi speso +che non stimava lanimo non sciolto, + +quando colui che sempre innanzi atteso +andava, cominci: Drizza la testa; +non pi tempo di gir s sospeso. + +Vedi col un angel che sappresta +per venir verso noi; vedi che torna +dal servigio del d lancella sesta. + +Di reverenza il viso e li atti addorna, +s che i diletti lo nvarci in suso; +pensa che questo d mai non raggiorna!. + +Io era ben del suo ammonir uso +pur di non perder tempo, s che n quella +materia non potea parlarmi chiuso. + +A noi vena la creatura bella, +biancovestito e ne la faccia quale +par tremolando mattutina stella. + +Le braccia aperse, e indi aperse lale; +disse: Venite: qui son presso i gradi, +e agevolemente omai si sale. + +A questo invito vegnon molto radi: +o gente umana, per volar s nata, +perch a poco vento cos cadi?. + +Menocci ove la roccia era tagliata; +quivi mi batt lali per la fronte; +poi mi promise sicura landata. + +Come a man destra, per salire al monte +dove siede la chiesa che soggioga +la ben guidata sopra Rubaconte, + +si rompe del montar lardita foga +per le scalee che si fero ad etade +chera sicuro il quaderno e la doga; + +cos sallenta la ripa che cade +quivi ben ratta da laltro girone; +ma quinci e quindi lalta pietra rade. + +Noi volgendo ivi le nostre persone, +Beati pauperes spiritu! voci +cantaron s, che nol diria sermone. + +Ahi quanto son diverse quelle foci +da linfernali! ch quivi per canti +sentra, e l gi per lamenti feroci. + +Gi montavam su per li scaglion santi, +ed esser mi parea troppo pi lieve +che per lo pian non mi parea davanti. + +Ond io: Maestro, d, qual cosa greve +levata s da me, che nulla quasi +per me fatica, andando, si riceve?. + +Rispuose: Quando i P che son rimasi +ancor nel volto tuo presso che stinti, +saranno, com lun, del tutto rasi, + +fier li tuoi pi dal buon voler s vinti, +che non pur non fatica sentiranno, +ma fia diletto loro esser s pinti. + +Allor fec io come color che vanno +con cosa in capo non da lor saputa, +se non che cenni altrui sospecciar fanno; + +per che la mano ad accertar saiuta, +e cerca e truova e quello officio adempie +che non si pu fornir per la veduta; + +e con le dita de la destra scempie +trovai pur sei le lettere che ncise +quel da le chiavi a me sovra le tempie: + +a che guardando, il mio duca sorrise. + + + +Purgatorio Canto XIII + + +Noi eravamo al sommo de la scala, +dove secondamente si risega +lo monte che salendo altrui dismala. + +Ivi cos una cornice lega +dintorno il poggio, come la primaia; +se non che larco suo pi tosto piega. + +Ombra non l n segno che si paia: +parsi la ripa e parsi la via schietta +col livido color de la petraia. + +Se qui per dimandar gente saspetta, +ragionava il poeta, io temo forse +che troppo avr dindugio nostra eletta. + +Poi fisamente al sole li occhi porse; +fece del destro lato a muover centro, +e la sinistra parte di s torse. + +O dolce lume a cui fidanza i entro +per lo novo cammin, tu ne conduci, +dicea, come condur si vuol quinc entro. + +Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci; +saltra ragione in contrario non ponta, +esser dien sempre li tuoi raggi duci. + +Quanto di qua per un migliaio si conta, +tanto di l eravam noi gi iti, +con poco tempo, per la voglia pronta; + +e verso noi volar furon sentiti, +non per visti, spiriti parlando +a la mensa damor cortesi inviti. + +La prima voce che pass volando +Vinum non habent altamente disse, +e dietro a noi land reterando. + +E prima che del tutto non si udisse +per allungarsi, unaltra I sono Oreste +pass gridando, e anco non saffisse. + +Oh!, diss io, padre, che voci son queste?. +E com io domandai, ecco la terza +dicendo: Amate da cui male aveste. + +E l buon maestro: Questo cinghio sferza +la colpa de la invidia, e per sono +tratte damor le corde de la ferza. + +Lo fren vuol esser del contrario suono; +credo che ludirai, per mio avviso, +prima che giunghi al passo del perdono. + +Ma ficca li occhi per laere ben fiso, +e vedrai gente innanzi a noi sedersi, +e ciascun lungo la grotta assiso. + +Allora pi che prima li occhi apersi; +guardami innanzi, e vidi ombre con manti +al color de la pietra non diversi. + +E poi che fummo un poco pi avanti, +udia gridar: Maria, ra per noi: +gridar Michele e Pietro e Tutti santi. + +Non credo che per terra vada ancoi +omo s duro, che non fosse punto +per compassion di quel chi vidi poi; + +ch, quando fui s presso di lor giunto, +che li atti loro a me venivan certi, +per li occhi fui di grave dolor munto. + +Di vil ciliccio mi parean coperti, +e lun sofferia laltro con la spalla, +e tutti da la ripa eran sofferti. + +Cos li ciechi a cui la roba falla, +stanno a perdoni a chieder lor bisogna, +e luno il capo sopra laltro avvalla, + +perch n altrui piet tosto si pogna, +non pur per lo sonar de le parole, +ma per la vista che non meno agogna. + +E come a li orbi non approda il sole, +cos a lombre quivi, ond io parlo ora, +luce del ciel di s largir non vole; + +ch a tutti un fil di ferro i cigli fra +e cusce s, come a sparvier selvaggio +si fa per che queto non dimora. + +A me pareva, andando, fare oltraggio, +veggendo altrui, non essendo veduto: +per chio mi volsi al mio consiglio saggio. + +Ben sapev ei che volea dir lo muto; +e per non attese mia dimanda, +ma disse: Parla, e sie breve e arguto. + +Virgilio mi vena da quella banda +de la cornice onde cader si puote, +perch da nulla sponda singhirlanda; + +da laltra parte meran le divote +ombre, che per lorribile costura +premevan s, che bagnavan le gote. + +Volsimi a loro e: O gente sicura, +incominciai, di veder lalto lume +che l disio vostro solo ha in sua cura, + +se tosto grazia resolva le schiume +di vostra coscenza s che chiaro +per essa scenda de la mente il fiume, + +ditemi, ch mi fia grazioso e caro, +sanima qui tra voi che sia latina; +e forse lei sar buon si lapparo. + +O frate mio, ciascuna cittadina +duna vera citt; ma tu vuo dire +che vivesse in Italia peregrina. + +Questo mi parve per risposta udire +pi innanzi alquanto che l dov io stava, +ond io mi feci ancor pi l sentire. + +Tra laltre vidi unombra chaspettava +in vista; e se volesse alcun dir Come?, +lo mento a guisa dorbo in s levava. + +Spirto, diss io, che per salir ti dome, +se tu se quelli che mi rispondesti, +fammiti conto o per luogo o per nome. + +Io fui sanese, rispuose, e con questi +altri rimendo qui la vita ria, +lagrimando a colui che s ne presti. + +Savia non fui, avvegna che Sapa +fossi chiamata, e fui de li altrui danni +pi lieta assai che di ventura mia. + +E perch tu non creda chio tinganni, +odi si fui, com io ti dico, folle, +gi discendendo larco di miei anni. + +Eran li cittadin miei presso a Colle +in campo giunti co loro avversari, +e io pregava Iddio di quel che volle. + +Rotti fuor quivi e vlti ne li amari +passi di fuga; e veggendo la caccia, +letizia presi a tutte altre dispari, + +tanto chio volsi in s lardita faccia, +gridando a Dio: Omai pi non ti temo!, +come f l merlo per poca bonaccia. + +Pace volli con Dio in su lo stremo +de la mia vita; e ancor non sarebbe +lo mio dover per penitenza scemo, + +se ci non fosse, cha memoria mebbe +Pier Pettinaio in sue sante orazioni, +a cui di me per caritate increbbe. + +Ma tu chi se, che nostre condizioni +vai dimandando, e porti li occhi sciolti, +s com io credo, e spirando ragioni?. + +Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti, +ma picciol tempo, ch poca loffesa +fatta per esser con invidia vlti. + +Troppa pi la paura ond sospesa +lanima mia del tormento di sotto, +che gi lo ncarco di l gi mi pesa. + +Ed ella a me: Chi tha dunque condotto +qua s tra noi, se gi ritornar credi?. +E io: Costui ch meco e non fa motto. + +E vivo sono; e per mi richiedi, +spirito eletto, se tu vuo chi mova +di l per te ancor li mortai piedi. + +Oh, questa a udir s cosa nuova, +rispuose, che gran segno che Dio tami; +per col priego tuo talor mi giova. + +E cheggioti, per quel che tu pi brami, +se mai calchi la terra di Toscana, +che a miei propinqui tu ben mi rinfami. + +Tu li vedrai tra quella gente vana +che spera in Talamone, e perderagli +pi di speranza cha trovar la Diana; + +ma pi vi perderanno li ammiragli. + + + +Purgatorio Canto XIV + + +Chi costui che l nostro monte cerchia +prima che morte li abbia dato il volo, +e apre li occhi a sua voglia e coverchia?. + +Non so chi sia, ma so che non solo; +domandal tu che pi li tavvicini, +e dolcemente, s che parli, accolo. + +Cos due spirti, luno a laltro chini, +ragionavan di me ivi a man dritta; +poi fer li visi, per dirmi, supini; + +e disse luno: O anima che fitta +nel corpo ancora inver lo ciel ten vai, +per carit ne consola e ne ditta + +onde vieni e chi se; ch tu ne fai +tanto maravigliar de la tua grazia, +quanto vuol cosa che non fu pi mai. + +E io: Per mezza Toscana si spazia +un fiumicel che nasce in Falterona, +e cento miglia di corso nol sazia. + +Di sovr esso rech io questa persona: +dirvi chi sia, saria parlare indarno, +ch l nome mio ancor molto non suona. + +Se ben lo ntendimento tuo accarno +con lo ntelletto, allora mi rispuose +quei che diceva pria, tu parli dArno. + +E laltro disse lui: Perch nascose +questi il vocabol di quella riviera, +pur com om fa de lorribili cose?. + +E lombra che di ci domandata era, +si sdebit cos: Non so; ma degno +ben che l nome di tal valle pra; + +ch dal principio suo, ov s pregno +lalpestro monte ond tronco Peloro, +che n pochi luoghi passa oltra quel segno, + +infin l ve si rende per ristoro +di quel che l ciel de la marina asciuga, +ond hanno i fiumi ci che va con loro, + +vert cos per nimica si fuga +da tutti come biscia, o per sventura +del luogo, o per mal uso che li fruga: + +ond hanno s mutata lor natura +li abitator de la misera valle, +che par che Circe li avesse in pastura. + +Tra brutti porci, pi degni di galle +che daltro cibo fatto in uman uso, +dirizza prima il suo povero calle. + +Botoli trova poi, venendo giuso, +ringhiosi pi che non chiede lor possa, +e da lor disdegnosa torce il muso. + +Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa, +tanto pi trova di can farsi lupi +la maladetta e sventurata fossa. + +Discesa poi per pi pelaghi cupi, +trova le volpi s piene di froda, +che non temono ingegno che le occpi. + +N lascer di dir perch altri moda; +e buon sar costui, sancor sammenta +di ci che vero spirto mi disnoda. + +Io veggio tuo nepote che diventa +cacciator di quei lupi in su la riva +del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + +Vende la carne loro essendo viva; +poscia li ancide come antica belva; +molti di vita e s di pregio priva. + +Sanguinoso esce de la trista selva; +lasciala tal, che di qui a mille anni +ne lo stato primaio non si rinselva. + +Com a lannunzio di dogliosi danni +si turba il viso di colui chascolta, +da qual che parte il periglio lassanni, + +cos vid io laltr anima, che volta +stava a udir, turbarsi e farsi trista, +poi chebbe la parola a s raccolta. + +Lo dir de luna e de laltra la vista +mi fer voglioso di saper lor nomi, +e dimanda ne fei con prieghi mista; + +per che lo spirto che di pria parlmi +ricominci: Tu vuo chio mi deduca +nel fare a te ci che tu far non vuomi. + +Ma da che Dio in te vuol che traluca +tanto sua grazia, non ti sar scarso; +per sappi chio fui Guido del Duca. + +Fu il sangue mio dinvidia s rarso, +che se veduto avesse uom farsi lieto, +visto mavresti di livore sparso. + +Di mia semente cotal paglia mieto; +o gente umana, perch poni l core +l v mestier di consorte divieto? + +Questi Rinier; questi l pregio e lonore +de la casa da Calboli, ove nullo +fatto s reda poi del suo valore. + +E non pur lo suo sangue fatto brullo, +tra l Po e l monte e la marina e l Reno, +del ben richesto al vero e al trastullo; + +ch dentro a questi termini ripieno +di venenosi sterpi, s che tardi +per coltivare omai verrebber meno. + +Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi? +Pier Traversaro e Guido di Carpigna? +Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? +quando in Faenza un Bernardin di Fosco, +verga gentil di picciola gramigna? + +Non ti maravigliar sio piango, Tosco, +quando rimembro, con Guido da Prata, +Ugolin dAzzo che vivette nosco, + +Federigo Tignoso e sua brigata, +la casa Traversara e li Anastagi +(e luna gente e laltra diretata), + +le donne e cavalier, li affanni e li agi +che ne nvogliava amore e cortesia +l dove i cuor son fatti s malvagi. + +O Bretinoro, ch non fuggi via, +poi che gita se n la tua famiglia +e molta gente per non esser ria? + +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; +e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, +che di figliar tai conti pi simpiglia. + +Ben faranno i Pagan, da che l demonio +lor sen gir; ma non per che puro +gi mai rimagna dessi testimonio. + +O Ugolin de Fantolin, sicuro + l nome tuo, da che pi non saspetta +chi far lo possa, tralignando, scuro. + +Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta +troppo di pianger pi che di parlare, +s mha nostra ragion la mente stretta. + +Noi sapavam che quell anime care +ci sentivano andar; per, tacendo, +facan noi del cammin confidare. + +Poi fummo fatti soli procedendo, +folgore parve quando laere fende, +voce che giunse di contra dicendo: + +Anciderammi qualunque mapprende; +e fugg come tuon che si dilegua, +se sbito la nuvola scoscende. + +Come da lei ludir nostro ebbe triegua, +ed ecco laltra con s gran fracasso, +che somigli tonar che tosto segua: + +Io sono Aglauro che divenni sasso; +e allor, per ristrignermi al poeta, +in destro feci, e non innanzi, il passo. + +Gi era laura dogne parte queta; +ed el mi disse: Quel fu l duro camo +che dovria luom tener dentro a sua meta. + +Ma voi prendete lesca, s che lamo +de lantico avversaro a s vi tira; +e per poco val freno o richiamo. + +Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira, +mostrandovi le sue bellezze etterne, +e locchio vostro pur a terra mira; + +onde vi batte chi tutto discerne. + + + +Purgatorio Canto XV + + +Quanto tra lultimar de lora terza +e l principio del d par de la spera +che sempre a guisa di fanciullo scherza, + +tanto pareva gi inver la sera +essere al sol del suo corso rimaso; +vespero l, e qui mezza notte era. + +E i raggi ne ferien per mezzo l naso, +perch per noi girato era s l monte, +che gi dritti andavamo inver loccaso, + +quand io senti a me gravar la fronte +a lo splendore assai pi che di prima, +e stupor meran le cose non conte; + +ond io levai le mani inver la cima +de le mie ciglia, e fecimi l solecchio, +che del soverchio visibile lima. + +Come quando da lacqua o da lo specchio +salta lo raggio a lopposita parte, +salendo su per lo modo parecchio + +a quel che scende, e tanto si diparte +dal cader de la pietra in igual tratta, +s come mostra esperenza e arte; + +cos mi parve da luce rifratta +quivi dinanzi a me esser percosso; +per che a fuggir la mia vista fu ratta. + +Che quel, dolce padre, a che non posso +schermar lo viso tanto che mi vaglia, +diss io, e pare inver noi esser mosso?. + +Non ti maravigliar sancor tabbaglia +la famiglia del cielo, a me rispuose: +messo che viene ad invitar chom saglia. + +Tosto sar cha veder queste cose +non ti fia grave, ma fieti diletto +quanto natura a sentir ti dispuose. + +Poi giunti fummo a langel benedetto, +con lieta voce disse: Intrate quinci +ad un scaleo vie men che li altri eretto. + +Noi montavam, gi partiti di linci, +e Beati misericordes! fue +cantato retro, e Godi tu che vinci!. + +Lo mio maestro e io soli amendue +suso andavamo; e io pensai, andando, +prode acquistar ne le parole sue; + +e dirizzami a lui s dimandando: +Che volse dir lo spirto di Romagna, +e divieto e consorte menzionando?. + +Per chelli a me: Di sua maggior magagna +conosce il danno; e per non sammiri +se ne riprende perch men si piagna. + +Perch sappuntano i vostri disiri +dove per compagnia parte si scema, +invidia move il mantaco a sospiri. + +Ma se lamor de la spera supprema +torcesse in suso il disiderio vostro, +non vi sarebbe al petto quella tema; + +ch, per quanti si dice pi l nostro, +tanto possiede pi di ben ciascuno, +e pi di caritate arde in quel chiostro. + +Io son desser contento pi digiuno, +diss io, che se mi fosse pria taciuto, +e pi di dubbio ne la mente aduno. + +Com esser puote chun ben, distributo +in pi posseditor, faccia pi ricchi +di s che se da pochi posseduto?. + +Ed elli a me: Per che tu rificchi +la mente pur a le cose terrene, +di vera luce tenebre dispicchi. + +Quello infinito e ineffabil bene +che l s , cos corre ad amore +com a lucido corpo raggio vene. + +Tanto si d quanto trova dardore; +s che, quantunque carit si stende, +cresce sovr essa letterno valore. + +E quanta gente pi l s sintende, +pi v da bene amare, e pi vi sama, +e come specchio luno a laltro rende. + +E se la mia ragion non ti disfama, +vedrai Beatrice, ed ella pienamente +ti torr questa e ciascun altra brama. + +Procaccia pur che tosto sieno spente, +come son gi le due, le cinque piaghe, +che si richiudon per esser dolente. + +Com io voleva dicer Tu mappaghe, +vidimi giunto in su laltro girone, +s che tacer mi fer le luci vaghe. + +Ivi mi parve in una visone +estatica di sbito esser tratto, +e vedere in un tempio pi persone; + +e una donna, in su lentrar, con atto +dolce di madre dicer: Figliuol mio, +perch hai tu cos verso noi fatto? + +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io +ti cercavamo. E come qui si tacque, +ci che pareva prima, dispario. + +Indi mapparve unaltra con quell acque +gi per le gote che l dolor distilla +quando di gran dispetto in altrui nacque, + +e dir: Se tu se sire de la villa +del cui nome ne di fu tanta lite, +e onde ogne scenza disfavilla, + +vendica te di quelle braccia ardite +chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto. +E l segnor mi parea, benigno e mite, + +risponder lei con viso temperato: +Che farem noi a chi mal ne disira, +se quei che ci ama per noi condannato?, + +Poi vidi genti accese in foco dira +con pietre un giovinetto ancider, forte +gridando a s pur: Martira, martira!. + +E lui vedea chinarsi, per la morte +che laggravava gi, inver la terra, +ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + +orando a lalto Sire, in tanta guerra, +che perdonasse a suoi persecutori, +con quello aspetto che piet diserra. + +Quando lanima mia torn di fori +a le cose che son fuor di lei vere, +io riconobbi i miei non falsi errori. + +Lo duca mio, che mi potea vedere +far s com om che dal sonno si slega, +disse: Che hai che non ti puoi tenere, + +ma se venuto pi che mezza lega +velando li occhi e con le gambe avvolte, +a guisa di cui vino o sonno piega?. + +O dolce padre mio, se tu mascolte, +io ti dir, diss io, ci che mapparve +quando le gambe mi furon s tolte. + +Ed ei: Se tu avessi cento larve +sovra la faccia, non mi sarian chiuse +le tue cogitazion, quantunque parve. + +Ci che vedesti fu perch non scuse +daprir lo core a lacque de la pace +che da letterno fonte son diffuse. + +Non dimandai Che hai? per quel che face +chi guarda pur con locchio che non vede, +quando disanimato il corpo giace; + +ma dimandai per darti forza al piede: +cos frugar conviensi i pigri, lenti +ad usar lor vigilia quando riede. + +Noi andavam per lo vespero, attenti +oltre quanto potean li occhi allungarsi +contra i raggi serotini e lucenti. + +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi +verso di noi come la notte oscuro; +n da quello era loco da cansarsi. + +Questo ne tolse li occhi e laere puro. + + + +Purgatorio Canto XVI + + +Buio dinferno e di notte privata +dogne pianeto, sotto pover cielo, +quant esser pu di nuvol tenebrata, + +non fece al viso mio s grosso velo +come quel fummo chivi ci coperse, +n a sentir di cos aspro pelo, + +che locchio stare aperto non sofferse; +onde la scorta mia saputa e fida +mi saccost e lomero mofferse. + +S come cieco va dietro a sua guida +per non smarrirsi e per non dar di cozzo +in cosa che l molesti, o forse ancida, + +mandava io per laere amaro e sozzo, +ascoltando il mio duca che diceva +pur: Guarda che da me tu non sia mozzo. + +Io sentia voci, e ciascuna pareva +pregar per pace e per misericordia +lAgnel di Dio che le peccata leva. + +Pur Agnus Dei eran le loro essordia; +una parola in tutte era e un modo, +s che parea tra esse ogne concordia. + +Quei sono spirti, maestro, chi odo?, +diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi, +e diracundia van solvendo il nodo. + +Or tu chi se che l nostro fummo fendi, +e di noi parli pur come se tue +partissi ancor lo tempo per calendi?. + +Cos per una voce detto fue; +onde l maestro mio disse: Rispondi, +e domanda se quinci si va se. + +E io: O creatura che ti mondi +per tornar bella a colui che ti fece, +maraviglia udirai, se mi secondi. + +Io ti seguiter quanto mi lece, +rispuose; e se veder fummo non lascia, +ludir ci terr giunti in quella vece. + +Allora incominciai: Con quella fascia +che la morte dissolve men vo suso, +e venni qui per linfernale ambascia. + +E se Dio mha in sua grazia rinchiuso, +tanto che vuol chi veggia la sua corte +per modo tutto fuor del moderno uso, + +non mi celar chi fosti anzi la morte, +ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco; +e tue parole fier le nostre scorte. + +Lombardo fui, e fu chiamato Marco; +del mondo seppi, e quel valore amai +al quale ha or ciascun disteso larco. + +Per montar s dirittamente vai. +Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego +che per me prieghi quando s sarai. + +E io a lui: Per fede mi ti lego +di far ci che mi chiedi; ma io scoppio +dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego. + +Prima era scempio, e ora fatto doppio +ne la sentenza tua, che mi fa certo +qui, e altrove, quello ov io laccoppio. + +Lo mondo ben cos tutto diserto +dogne virtute, come tu mi sone, +e di malizia gravido e coverto; + +ma priego che maddite la cagione, +s chi la veggia e chi la mostri altrui; +ch nel cielo uno, e un qua gi la pone. + +Alto sospir, che duolo strinse in uhi!, +mise fuor prima; e poi cominci: Frate, +lo mondo cieco, e tu vien ben da lui. + +Voi che vivete ogne cagion recate +pur suso al cielo, pur come se tutto +movesse seco di necessitate. + +Se cos fosse, in voi fora distrutto +libero arbitrio, e non fora giustizia +per ben letizia, e per male aver lutto. + +Lo cielo i vostri movimenti inizia; +non dico tutti, ma, posto chi l dica, +lume v dato a bene e a malizia, + +e libero voler; che, se fatica +ne le prime battaglie col ciel dura, +poi vince tutto, se ben si notrica. + +A maggior forza e a miglior natura +liberi soggiacete; e quella cria +la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura. + +Per, se l mondo presente disvia, +in voi la cagione, in voi si cheggia; +e io te ne sar or vera spia. + +Esce di mano a lui che la vagheggia +prima che sia, a guisa di fanciulla +che piangendo e ridendo pargoleggia, + +lanima semplicetta che sa nulla, +salvo che, mossa da lieto fattore, +volontier torna a ci che la trastulla. + +Di picciol bene in pria sente sapore; +quivi singanna, e dietro ad esso corre, +se guida o fren non torce suo amore. + +Onde convenne legge per fren porre; +convenne rege aver, che discernesse +de la vera cittade almen la torre. + +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? +Nullo, per che l pastor che procede, +rugumar pu, ma non ha lunghie fesse; + +per che la gente, che sua guida vede +pur a quel ben fedire ond ella ghiotta, +di quel si pasce, e pi oltre non chiede. + +Ben puoi veder che la mala condotta + la cagion che l mondo ha fatto reo, +e non natura che n voi sia corrotta. + +Soleva Roma, che l buon mondo feo, +due soli aver, che luna e laltra strada +facean vedere, e del mondo e di Deo. + +Lun laltro ha spento; ed giunta la spada +col pasturale, e lun con laltro insieme +per viva forza mal convien che vada; + +per che, giunti, lun laltro non teme: +se non mi credi, pon mente a la spiga, +chogn erba si conosce per lo seme. + +In sul paese chAdice e Po riga, +solea valore e cortesia trovarsi, +prima che Federigo avesse briga; + +or pu sicuramente indi passarsi +per qualunque lasciasse, per vergogna +di ragionar coi buoni o dappressarsi. + +Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna +lantica et la nova, e par lor tardo +che Dio a miglior vita li ripogna: + +Currado da Palazzo e l buon Gherardo +e Guido da Castel, che mei si noma, +francescamente, il semplice Lombardo. + +D oggimai che la Chiesa di Roma, +per confondere in s due reggimenti, +cade nel fango, e s brutta e la soma. + +O Marco mio, diss io, bene argomenti; +e or discerno perch dal retaggio +li figli di Lev furono essenti. + +Ma qual Gherardo quel che tu per saggio +di ch rimaso de la gente spenta, +in rimprovro del secol selvaggio?. + +O tuo parlar minganna, o el mi tenta, +rispuose a me; ch, parlandomi tosco, +par che del buon Gherardo nulla senta. + +Per altro sopranome io nol conosco, +sio nol togliessi da sua figlia Gaia. +Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco. + +Vedi lalbor che per lo fummo raia +gi biancheggiare, e me convien partirmi +(langelo ivi) prima chio li paia. + +Cos torn, e pi non volle udirmi. + + + +Purgatorio Canto XVII + + +Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe +ti colse nebbia per la qual vedessi +non altrimenti che per pelle talpe, + +come, quando i vapori umidi e spessi +a diradar cominciansi, la spera +del sol debilemente entra per essi; + +e fia la tua imagine leggera +in giugnere a veder com io rividi +lo sole in pria, che gi nel corcar era. + +S, pareggiando i miei co passi fidi +del mio maestro, usci fuor di tal nube +ai raggi morti gi ne bassi lidi. + +O imaginativa che ne rube +talvolta s di fuor, chom non saccorge +perch dintorno suonin mille tube, + +chi move te, se l senso non ti porge? +Moveti lume che nel ciel sinforma, +per s o per voler che gi lo scorge. + +De lempiezza di lei che mut forma +ne luccel cha cantar pi si diletta, +ne limagine mia apparve lorma; + +e qui fu la mia mente s ristretta +dentro da s, che di fuor non vena +cosa che fosse allor da lei ricetta. + +Poi piovve dentro a lalta fantasia +un crucifisso, dispettoso e fero +ne la sua vista, e cotal si moria; + +intorno ad esso era il grande Assero, +Estr sua sposa e l giusto Mardoceo, +che fu al dire e al far cos intero. + +E come questa imagine rompeo +s per s stessa, a guisa duna bulla +cui manca lacqua sotto qual si feo, + +surse in mia visone una fanciulla +piangendo forte, e dicea: O regina, +perch per ira hai voluto esser nulla? + +Ancisa thai per non perder Lavina; +or mhai perduta! Io son essa che lutto, +madre, a la tua pria cha laltrui ruina. + +Come si frange il sonno ove di butto +nova luce percuote il viso chiuso, +che fratto guizza pria che muoia tutto; + +cos limaginar mio cadde giuso +tosto che lume il volto mi percosse, +maggior assai che quel ch in nostro uso. + +I mi volgea per veder ov io fosse, +quando una voce disse Qui si monta, +che da ogne altro intento mi rimosse; + +e fece la mia voglia tanto pronta +di riguardar chi era che parlava, +che mai non posa, se non si raffronta. + +Ma come al sol che nostra vista grava +e per soverchio sua figura vela, +cos la mia virt quivi mancava. + +Questo divino spirito, che ne la +via da ir s ne drizza sanza prego, +e col suo lume s medesmo cela. + +S fa con noi, come luom si fa sego; +ch quale aspetta prego e luopo vede, +malignamente gi si mette al nego. + +Or accordiamo a tanto invito il piede; +procacciam di salir pria che sabbui, +ch poi non si poria, se l d non riede. + +Cos disse il mio duca, e io con lui +volgemmo i nostri passi ad una scala; +e tosto chio al primo grado fui, + +sentimi presso quasi un muover dala +e ventarmi nel viso e dir: Beati +pacifici, che son sanz ira mala!. + +Gi eran sovra noi tanto levati +li ultimi raggi che la notte segue, +che le stelle apparivan da pi lati. + +O virt mia, perch s ti dilegue?, +fra me stesso dicea, ch mi sentiva +la possa de le gambe posta in triegue. + +Noi eravam dove pi non saliva +la scala s, ed eravamo affissi, +pur come nave cha la piaggia arriva. + +E io attesi un poco, sio udissi +alcuna cosa nel novo girone; +poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + +Dolce mio padre, d, quale offensione +si purga qui nel giro dove semo? +Se i pi si stanno, non stea tuo sermone. + +Ed elli a me: Lamor del bene, scemo +del suo dover, quiritta si ristora; +qui si ribatte il mal tardato remo. + +Ma perch pi aperto intendi ancora, +volgi la mente a me, e prenderai +alcun buon frutto di nostra dimora. + +N creator n creatura mai, +cominci el, figliuol, fu sanza amore, +o naturale o danimo; e tu l sai. + +Lo naturale sempre sanza errore, +ma laltro puote errar per malo obietto +o per troppo o per poco di vigore. + +Mentre chelli nel primo ben diretto, +e ne secondi s stesso misura, +esser non pu cagion di mal diletto; + +ma quando al mal si torce, o con pi cura +o con men che non dee corre nel bene, +contra l fattore adovra sua fattura. + +Quinci comprender puoi chesser convene +amor sementa in voi dogne virtute +e dogne operazion che merta pene. + +Or, perch mai non pu da la salute +amor del suo subietto volger viso, +da lodio proprio son le cose tute; + +e perch intender non si pu diviso, +e per s stante, alcuno esser dal primo, +da quello odiare ogne effetto deciso. + +Resta, se dividendo bene stimo, +che l mal che sama del prossimo; ed esso +amor nasce in tre modi in vostro limo. + + chi, per esser suo vicin soppresso, +spera eccellenza, e sol per questo brama +chel sia di sua grandezza in basso messo; + + chi podere, grazia, onore e fama +teme di perder perch altri sormonti, +onde sattrista s che l contrario ama; + +ed chi per ingiuria par chaonti, +s che si fa de la vendetta ghiotto, +e tal convien che l male altrui impronti. + +Questo triforme amor qua gi di sotto +si piange: or vo che tu de laltro intende, +che corre al ben con ordine corrotto. + +Ciascun confusamente un bene apprende +nel qual si queti lanimo, e disira; +per che di giugner lui ciascun contende. + +Se lento amore a lui veder vi tira +o a lui acquistar, questa cornice, +dopo giusto penter, ve ne martira. + +Altro ben che non fa luom felice; +non felicit, non la buona +essenza, dogne ben frutto e radice. + +Lamor chad esso troppo sabbandona, +di sovr a noi si piange per tre cerchi; +ma come tripartito si ragiona, + +tacciolo, acci che tu per te ne cerchi. + + + +Purgatorio Canto XVIII + + +Posto avea fine al suo ragionamento +lalto dottore, e attento guardava +ne la mia vista sio parea contento; + +e io, cui nova sete ancor frugava, +di fuor tacea, e dentro dicea: Forse +lo troppo dimandar chio fo li grava. + +Ma quel padre verace, che saccorse +del timido voler che non sapriva, +parlando, di parlare ardir mi porse. + +Ond io: Maestro, il mio veder savviva +s nel tuo lume, chio discerno chiaro +quanto la tua ragion parta o descriva. + +Per ti prego, dolce padre caro, +che mi dimostri amore, a cui reduci +ogne buono operare e l suo contraro. + +Drizza, disse, ver me lagute luci +de lo ntelletto, e fieti manifesto +lerror de ciechi che si fanno duci. + +Lanimo, ch creato ad amar presto, +ad ogne cosa mobile che piace, +tosto che dal piacere in atto desto. + +Vostra apprensiva da esser verace +tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, +s che lanimo ad essa volger face; + +e se, rivolto, inver di lei si piega, +quel piegare amor, quell natura +che per piacer di novo in voi si lega. + +Poi, come l foco movesi in altura +per la sua forma ch nata a salire +l dove pi in sua matera dura, + +cos lanimo preso entra in disire, +ch moto spiritale, e mai non posa +fin che la cosa amata il fa gioire. + +Or ti puote apparer quant nascosa +la veritate a la gente chavvera +ciascun amore in s laudabil cosa; + +per che forse appar la sua matera +sempre esser buona, ma non ciascun segno + buono, ancor che buona sia la cera. + +Le tue parole e l mio seguace ingegno, +rispuos io lui, mhanno amor discoverto, +ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno; + +ch, samore di fuori a noi offerto +e lanima non va con altro piede, +se dritta o torta va, non suo merto. + +Ed elli a me: Quanto ragion qui vede, +dir ti poss io; da indi in l taspetta +pur a Beatrice, ch opra di fede. + +Ogne forma sustanzal, che setta + da matera ed con lei unita, +specifica vertute ha in s colletta, + +la qual sanza operar non sentita, +n si dimostra mai che per effetto, +come per verdi fronde in pianta vita. + +Per, l onde vegna lo ntelletto +de le prime notizie, omo non sape, +e de primi appetibili laffetto, + +che sono in voi s come studio in ape +di far lo mele; e questa prima voglia +merto di lode o di biasmo non cape. + +Or perch a questa ogn altra si raccoglia, +innata v la virt che consiglia, +e de lassenso de tener la soglia. + +Quest l principio l onde si piglia +ragion di meritare in voi, secondo +che buoni e rei amori accoglie e viglia. + +Color che ragionando andaro al fondo, +saccorser desta innata libertate; +per moralit lasciaro al mondo. + +Onde, poniam che di necessitate +surga ogne amor che dentro a voi saccende, +di ritenerlo in voi la podestate. + +La nobile virt Beatrice intende +per lo libero arbitrio, e per guarda +che labbi a mente, sa parlar ten prende. + +La luna, quasi a mezza notte tarda, +facea le stelle a noi parer pi rade, +fatta com un secchion che tuttor arda; + +e correa contro l ciel per quelle strade +che l sole infiamma allor che quel da Roma +tra Sardi e Corsi il vede quando cade. + +E quell ombra gentil per cui si noma +Pietola pi che villa mantoana, +del mio carcar diposta avea la soma; + +per chio, che la ragione aperta e piana +sovra le mie quistioni avea ricolta, +stava com om che sonnolento vana. + +Ma questa sonnolenza mi fu tolta +subitamente da gente che dopo +le nostre spalle a noi era gi volta. + +E quale Ismeno gi vide e Asopo +lungo di s di notte furia e calca, +pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + +cotal per quel giron suo passo falca, +per quel chio vidi di color, venendo, +cui buon volere e giusto amor cavalca. + +Tosto fur sovr a noi, perch correndo +si movea tutta quella turba magna; +e due dinanzi gridavan piangendo: + +Maria corse con fretta a la montagna; +e Cesare, per soggiogare Ilerda, +punse Marsilia e poi corse in Ispagna. + +Ratto, ratto, che l tempo non si perda +per poco amor, gridavan li altri appresso, +che studio di ben far grazia rinverda. + +O gente in cui fervore aguto adesso +ricompie forse negligenza e indugio +da voi per tepidezza in ben far messo, + +questi che vive, e certo i non vi bugio, +vuole andar s, pur che l sol ne riluca; +per ne dite ond presso il pertugio. + +Parole furon queste del mio duca; +e un di quelli spirti disse: Vieni +di retro a noi, e troverai la buca. + +Noi siam di voglia a muoverci s pieni, +che restar non potem; per perdona, +se villania nostra giustizia tieni. + +Io fui abate in San Zeno a Verona +sotto lo mperio del buon Barbarossa, +di cui dolente ancor Milan ragiona. + +E tale ha gi lun pi dentro la fossa, +che tosto pianger quel monastero, +e tristo fia davere avuta possa; + +perch suo figlio, mal del corpo intero, +e de la mente peggio, e che mal nacque, +ha posto in loco di suo pastor vero. + +Io non so se pi disse o sei si tacque, +tant era gi di l da noi trascorso; +ma questo intesi, e ritener mi piacque. + +E quei che mera ad ogne uopo soccorso +disse: Volgiti qua: vedine due +venir dando a laccida di morso. + +Di retro a tutti dicean: Prima fue +morta la gente a cui il mar saperse, +che vedesse Iordan le rede sue. + +E quella che laffanno non sofferse +fino a la fine col figlio dAnchise, +s stessa a vita sanza gloria offerse. + +Poi quando fuor da noi tanto divise +quell ombre, che veder pi non potiersi, +novo pensiero dentro a me si mise, + +del qual pi altri nacquero e diversi; +e tanto duno in altro vaneggiai, +che li occhi per vaghezza ricopersi, + +e l pensamento in sogno trasmutai. + + + +Purgatorio Canto XIX + + +Ne lora che non pu l calor durno +intepidar pi l freddo de la luna, +vinto da terra, e talor da Saturno + +quando i geomanti lor Maggior Fortuna +veggiono in orente, innanzi a lalba, +surger per via che poco le sta bruna, + +mi venne in sogno una femmina balba, +ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta, +con le man monche, e di colore scialba. + +Io la mirava; e come l sol conforta +le fredde membra che la notte aggrava, +cos lo sguardo mio le facea scorta + +la lingua, e poscia tutta la drizzava +in poco dora, e lo smarrito volto, +com amor vuol, cos le colorava. + +Poi chell avea l parlar cos disciolto, +cominciava a cantar s, che con pena +da lei avrei mio intento rivolto. + +Io son, cantava, io son dolce serena, +che marinari in mezzo mar dismago; +tanto son di piacere a sentir piena! + +Io volsi Ulisse del suo cammin vago +al canto mio; e qual meco sausa, +rado sen parte; s tutto lappago!. + +Ancor non era sua bocca richiusa, +quand una donna apparve santa e presta +lunghesso me per far colei confusa. + +O Virgilio, Virgilio, chi questa?, +fieramente dicea; ed el vena +con li occhi fitti pur in quella onesta. + +Laltra prendea, e dinanzi lapria +fendendo i drappi, e mostravami l ventre; +quel mi svegli col puzzo che nuscia. + +Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre +voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni; +troviam laperta per la qual tu entre. + +S mi levai, e tutti eran gi pieni +de lalto d i giron del sacro monte, +e andavam col sol novo a le reni. + +Seguendo lui, portava la mia fronte +come colui che lha di pensier carca, +che fa di s un mezzo arco di ponte; + +quand io udi Venite; qui si varca +parlare in modo soave e benigno, +qual non si sente in questa mortal marca. + +Con lali aperte, che parean di cigno, +volseci in s colui che s parlonne +tra due pareti del duro macigno. + +Mosse le penne poi e ventilonne, +Qui lugent affermando esser beati, +chavran di consolar lanime donne. + +Che hai che pur inver la terra guati?, +la guida mia incominci a dirmi, +poco amendue da langel sormontati. + +E io: Con tanta sospeccion fa irmi +novella vison cha s mi piega, +s chio non posso dal pensar partirmi. + +Vedesti, disse, quellantica strega +che sola sovr a noi omai si piagne; +vedesti come luom da lei si slega. + +Bastiti, e batti a terra le calcagne; +li occhi rivolgi al logoro che gira +lo rege etterno con le rote magne. + +Quale l falcon, che prima a pi si mira, +indi si volge al grido e si protende +per lo disio del pasto che l il tira, + +tal mi fec io; e tal, quanto si fende +la roccia per dar via a chi va suso, +nandai infin dove l cerchiar si prende. + +Com io nel quinto giro fui dischiuso, +vidi gente per esso che piangea, +giacendo a terra tutta volta in giuso. + +Adhaesit pavimento anima mea +sentia dir lor con s alti sospiri, +che la parola a pena sintendea. + +O eletti di Dio, li cui soffriri +e giustizia e speranza fa men duri, +drizzate noi verso li alti saliri. + +Se voi venite dal giacer sicuri, +e volete trovar la via pi tosto, +le vostre destre sien sempre di fori. + +Cos preg l poeta, e s risposto +poco dinanzi a noi ne fu; per chio +nel parlare avvisai laltro nascosto, + +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: +ond elli massent con lieto cenno +ci che chiedea la vista del disio. + +Poi chio potei di me fare a mio senno, +trassimi sovra quella creatura +le cui parole pria notar mi fenno, + +dicendo: Spirto in cui pianger matura +quel sanza l quale a Dio tornar non pssi, +sosta un poco per me tua maggior cura. + +Chi fosti e perch vlti avete i dossi +al s, mi d, e se vuo chio timpetri +cosa di l ond io vivendo mossi. + +Ed elli a me: Perch i nostri diretri +rivolga il cielo a s, saprai; ma prima +scias quod ego fui successor Petri. + +Intra Sestri e Chiaveri sadima +una fiumana bella, e del suo nome +lo titol del mio sangue fa sua cima. + +Un mese e poco pi prova io come +pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, +che piuma sembran tutte laltre some. + +La mia conversone, om!, fu tarda; +ma, come fatto fui roman pastore, +cos scopersi la vita bugiarda. + +Vidi che l non sacquetava il core, +n pi salir potiesi in quella vita; +per che di questa in me saccese amore. + +Fino a quel punto misera e partita +da Dio anima fui, del tutto avara; +or, come vedi, qui ne son punita. + +Quel chavarizia fa, qui si dichiara +in purgazion de lanime converse; +e nulla pena il monte ha pi amara. + +S come locchio nostro non saderse +in alto, fisso a le cose terrene, +cos giustizia qui a terra il merse. + +Come avarizia spense a ciascun bene +lo nostro amore, onde operar perdsi, +cos giustizia qui stretti ne tene, + +ne piedi e ne le man legati e presi; +e quanto fia piacer del giusto Sire, +tanto staremo immobili e distesi. + +Io mera inginocchiato e volea dire; +ma com io cominciai ed el saccorse, +solo ascoltando, del mio reverire, + +Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?. +E io a lui: Per vostra dignitate +mia coscenza dritto mi rimorse. + +Drizza le gambe, lvati s, frate!, +rispuose; non errar: conservo sono +teco e con li altri ad una podestate. + +Se mai quel santo evangelico suono +che dice Neque nubent intendesti, +ben puoi veder perch io cos ragiono. + +Vattene omai: non vo che pi tarresti; +ch la tua stanza mio pianger disagia, +col qual maturo ci che tu dicesti. + +Nepote ho io di l cha nome Alagia, +buona da s, pur che la nostra casa +non faccia lei per essempro malvagia; + +e questa sola di l m rimasa. + + + +Purgatorio Canto XX + + +Contra miglior voler voler mal pugna; +onde contra l piacer mio, per piacerli, +trassi de lacqua non sazia la spugna. + +Mossimi; e l duca mio si mosse per li +luoghi spediti pur lungo la roccia, +come si va per muro stretto a merli; + +ch la gente che fonde a goccia a goccia +per li occhi il mal che tutto l mondo occupa, +da laltra parte in fuor troppo sapproccia. + +Maladetta sie tu, antica lupa, +che pi che tutte laltre bestie hai preda +per la tua fame sanza fine cupa! + +O ciel, nel cui girar par che si creda +le condizion di qua gi trasmutarsi, +quando verr per cui questa disceda? + +Noi andavam con passi lenti e scarsi, +e io attento a lombre, chi sentia +pietosamente piangere e lagnarsi; + +e per ventura udi Dolce Maria! +dinanzi a noi chiamar cos nel pianto +come fa donna che in parturir sia; + +e seguitar: Povera fosti tanto, +quanto veder si pu per quello ospizio +dove sponesti il tuo portato santo. + +Seguentemente intesi: O buon Fabrizio, +con povert volesti anzi virtute +che gran ricchezza posseder con vizio. + +Queste parole meran s piaciute, +chio mi trassi oltre per aver contezza +di quello spirto onde parean venute. + +Esso parlava ancor de la larghezza +che fece Niccol a le pulcelle, +per condurre ad onor lor giovinezza. + +O anima che tanto ben favelle, +dimmi chi fosti, dissi, e perch sola +tu queste degne lode rinovelle. + +Non fia sanza merc la tua parola, +sio ritorno a compir lo cammin corto +di quella vita chal termine vola. + +Ed elli: Io ti dir, non per conforto +chio attenda di l, ma perch tanta +grazia in te luce prima che sie morto. + +Io fui radice de la mala pianta +che la terra cristiana tutta aduggia, +s che buon frutto rado se ne schianta. + +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia +potesser, tosto ne saria vendetta; +e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + +Chiamato fui di l Ugo Ciappetta; +di me son nati i Filippi e i Luigi +per cui novellamente Francia retta. + +Figliuol fu io dun beccaio di Parigi: +quando li regi antichi venner meno +tutti, fuor chun renduto in panni bigi, + +trovami stretto ne le mani il freno +del governo del regno, e tanta possa +di nuovo acquisto, e s damici pieno, + +cha la corona vedova promossa +la testa di mio figlio fu, dal quale +cominciar di costor le sacrate ossa. + +Mentre che la gran dota provenzale +al sangue mio non tolse la vergogna, +poco valea, ma pur non facea male. + +L cominci con forza e con menzogna +la sua rapina; e poscia, per ammenda, +Pont e Normandia prese e Guascogna. + +Carlo venne in Italia e, per ammenda, +vittima f di Curradino; e poi +ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + +Tempo vegg io, non molto dopo ancoi, +che tragge un altro Carlo fuor di Francia, +per far conoscer meglio e s e suoi. + +Sanz arme nesce e solo con la lancia +con la qual giostr Giuda, e quella ponta +s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia. + +Quindi non terra, ma peccato e onta +guadagner, per s tanto pi grave, +quanto pi lieve simil danno conta. + +Laltro, che gi usc preso di nave, +veggio vender sua figlia e patteggiarne +come fanno i corsar de laltre schiave. + +O avarizia, che puoi tu pi farne, +poscia cha il mio sangue a te s tratto, +che non si cura de la propria carne? + +Perch men paia il mal futuro e l fatto, +veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, +e nel vicario suo Cristo esser catto. + +Veggiolo unaltra volta esser deriso; +veggio rinovellar laceto e l fiele, +e tra vivi ladroni esser anciso. + +Veggio il novo Pilato s crudele, +che ci nol sazia, ma sanza decreto +portar nel Tempio le cupide vele. + +O Segnor mio, quando sar io lieto +a veder la vendetta che, nascosa, +fa dolce lira tua nel tuo secreto? + +Ci chio dicea di quell unica sposa +de lo Spirito Santo e che ti fece +verso me volger per alcuna chiosa, + +tanto risposto a tutte nostre prece +quanto l d dura; ma com el sannotta, +contrario suon prendemo in quella vece. + +Noi repetiam Pigmalon allotta, +cui traditore e ladro e paricida +fece la voglia sua de loro ghiotta; + +e la miseria de lavaro Mida, +che segu a la sua dimanda gorda, +per la qual sempre convien che si rida. + +Del folle Acn ciascun poi si ricorda, +come fur le spoglie, s che lira +di Ios qui par chancor lo morda. + +Indi accusiam col marito Saffira; +lodiam i calci chebbe Elodoro; +e in infamia tutto l monte gira + +Polinestr chancise Polidoro; +ultimamente ci si grida: Crasso, +dilci, che l sai: di che sapore loro?. + +Talor parla luno alto e laltro basso, +secondo laffezion chad ir ci sprona +ora a maggiore e ora a minor passo: + +per al ben che l d ci si ragiona, +dianzi non era io sol; ma qui da presso +non alzava la voce altra persona. + +Noi eravam partiti gi da esso, +e brigavam di soverchiar la strada +tanto quanto al poder nera permesso, + +quand io senti, come cosa che cada, +tremar lo monte; onde mi prese un gelo +qual prender suol colui cha morte vada. + +Certo non si scoteo s forte Delo, +pria che Latona in lei facesse l nido +a parturir li due occhi del cielo. + +Poi cominci da tutte parti un grido +tal, che l maestro inverso me si feo, +dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido. + +Glora in excelsis tutti Deo +dicean, per quel chio da vicin compresi, +onde intender lo grido si poteo. + +No istavamo immobili e sospesi +come i pastor che prima udir quel canto, +fin che l tremar cess ed el compisi. + +Poi ripigliammo nostro cammin santo, +guardando lombre che giacean per terra, +tornate gi in su lusato pianto. + +Nulla ignoranza mai con tanta guerra +mi f desideroso di sapere, +se la memoria mia in ci non erra, + +quanta pareami allor, pensando, avere; +n per la fretta dimandare er oso, +n per me l potea cosa vedere: + +cos mandava timido e pensoso. + + + +Purgatorio Canto XXI + + +La sete natural che mai non sazia +se non con lacqua onde la femminetta +samaritana domand la grazia, + +mi travagliava, e pungeami la fretta +per la mpacciata via dietro al mio duca, +e condoleami a la giusta vendetta. + +Ed ecco, s come ne scrive Luca +che Cristo apparve a due cherano in via, +gi surto fuor de la sepulcral buca, + +ci apparve unombra, e dietro a noi vena, +dal pi guardando la turba che giace; +n ci addemmo di lei, s parl pria, + +dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace. +Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio +rendli l cenno cha ci si conface. + +Poi cominci: Nel beato concilio +ti ponga in pace la verace corte +che me rilega ne letterno essilio. + +Come!, diss elli, e parte andavam forte: +se voi siete ombre che Dio s non degni, +chi vha per la sua scala tanto scorte?. + +E l dottor mio: Se tu riguardi a segni +che questi porta e che langel profila, +ben vedrai che coi buon convien che regni. + +Ma perch lei che d e notte fila +non li avea tratta ancora la conocchia +che Cloto impone a ciascuno e compila, + +lanima sua, ch tua e mia serocchia, +venendo s, non potea venir sola, +per chal nostro modo non adocchia. + +Ond io fui tratto fuor de lampia gola +dinferno per mostrarli, e mosterrolli +oltre, quanto l potr menar mia scola. + +Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli +di dianzi l monte, e perch tutto ad una +parve gridare infino a suoi pi molli. + +S mi di, dimandando, per la cruna +del mio disio, che pur con la speranza +si fece la mia sete men digiuna. + +Quei cominci: Cosa non che sanza +ordine senta la religone +de la montagna, o che sia fuor dusanza. + +Libero qui da ogne alterazione: +di quel che l ciel da s in s riceve +esser ci puote, e non daltro, cagione. + +Per che non pioggia, non grando, non neve, +non rugiada, non brina pi s cade +che la scaletta di tre gradi breve; + +nuvole spesse non paion n rade, +n coruscar, n figlia di Taumante, +che di l cangia sovente contrade; + +secco vapor non surge pi avante +chal sommo di tre gradi chio parlai, +dov ha l vicario di Pietro le piante. + +Trema forse pi gi poco o assai; +ma per vento che n terra si nasconda, +non so come, qua s non trem mai. + +Tremaci quando alcuna anima monda +sentesi, s che surga o che si mova +per salir s; e tal grido seconda. + +De la mondizia sol voler fa prova, +che, tutto libero a mutar convento, +lalma sorprende, e di voler le giova. + +Prima vuol ben, ma non lascia il talento +che divina giustizia, contra voglia, +come fu al peccar, pone al tormento. + +E io, che son giaciuto a questa doglia +cinquecent anni e pi, pur mo sentii +libera volont di miglior soglia: + +per sentisti il tremoto e li pii +spiriti per lo monte render lode +a quel Segnor, che tosto s li nvii. + +Cos ne disse; e per chel si gode +tanto del ber quant grande la sete, +non saprei dir quant el mi fece prode. + +E l savio duca: Omai veggio la rete +che qui vi mpiglia e come si scalappia, +perch ci trema e di che congaudete. + +Ora chi fosti, piacciati chio sappia, +e perch tanti secoli giaciuto +qui se, ne le parole tue mi cappia. + +Nel tempo che l buon Tito, con laiuto +del sommo rege, vendic le fra +ond usc l sangue per Giuda venduto, + +col nome che pi dura e pi onora +era io di l, rispuose quello spirto, +famoso assai, ma non con fede ancora. + +Tanto fu dolce mio vocale spirto, +che, tolosano, a s mi trasse Roma, +dove mertai le tempie ornar di mirto. + +Stazio la gente ancor di l mi noma: +cantai di Tebe, e poi del grande Achille; +ma caddi in via con la seconda soma. + +Al mio ardor fuor seme le faville, +che mi scaldar, de la divina fiamma +onde sono allumati pi di mille; + +de lEneda dico, la qual mamma +fummi, e fummi nutrice, poetando: +sanz essa non fermai peso di dramma. + +E per esser vivuto di l quando +visse Virgilio, assentirei un sole +pi che non deggio al mio uscir di bando. + +Volser Virgilio a me queste parole +con viso che, tacendo, disse Taci; +ma non pu tutto la virt che vuole; + +ch riso e pianto son tanto seguaci +a la passion di che ciascun si spicca, +che men seguon voler ne pi veraci. + +Io pur sorrisi come luom chammicca; +per che lombra si tacque, e riguardommi +ne li occhi ove l sembiante pi si ficca; + +e Se tanto labore in bene assommi, +disse, perch la tua faccia testeso +un lampeggiar di riso dimostrommi?. + +Or son io duna parte e daltra preso: +luna mi fa tacer, laltra scongiura +chio dica; ond io sospiro, e sono inteso + +dal mio maestro, e Non aver paura, +mi dice, di parlar; ma parla e digli +quel che dimanda con cotanta cura. + +Ond io: Forse che tu ti maravigli, +antico spirto, del rider chio fei; +ma pi dammirazion vo che ti pigli. + +Questi che guida in alto li occhi miei, + quel Virgilio dal qual tu togliesti +forte a cantar de li uomini e di di. + +Se cagion altra al mio rider credesti, +lasciala per non vera, ed esser credi +quelle parole che di lui dicesti. + +Gi sinchinava ad abbracciar li piedi +al mio dottor, ma el li disse: Frate, +non far, ch tu se ombra e ombra vedi. + +Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate +comprender de lamor cha te mi scalda, +quand io dismento nostra vanitate, + +trattando lombre come cosa salda. + + + +Purgatorio Canto XXII + + +Gi era langel dietro a noi rimaso, +langel che navea vlti al sesto giro, +avendomi dal viso un colpo raso; + +e quei channo a giustizia lor disiro +detto navea beati, e le sue voci +con sitiunt, sanz altro, ci forniro. + +E io pi lieve che per laltre foci +mandava, s che sanz alcun labore +seguiva in s li spiriti veloci; + +quando Virgilio incominci: Amore, +acceso di virt, sempre altro accese, +pur che la fiamma sua paresse fore; + +onde da lora che tra noi discese +nel limbo de lo nferno Giovenale, +che la tua affezion mi f palese, + +mia benvoglienza inverso te fu quale +pi strinse mai di non vista persona, +s chor mi parran corte queste scale. + +Ma dimmi, e come amico mi perdona +se troppa sicurt mallarga il freno, +e come amico omai meco ragiona: + +come pot trovar dentro al tuo seno +loco avarizia, tra cotanto senno +di quanto per tua cura fosti pieno?. + +Queste parole Stazio mover fenno +un poco a riso pria; poscia rispuose: +Ogne tuo dir damor m caro cenno. + +Veramente pi volte appaion cose +che danno a dubitar falsa matera +per le vere ragion che son nascose. + +La tua dimanda tuo creder mavvera +esser chi fossi avaro in laltra vita, +forse per quella cerchia dov io era. + +Or sappi chavarizia fu partita +troppo da me, e questa dismisura +migliaia di lunari hanno punita. + +E se non fosse chio drizzai mia cura, +quand io intesi l dove tu chiame, +crucciato quasi a lumana natura: + +Per che non reggi tu, o sacra fame +de loro, lappetito de mortali?, +voltando sentirei le giostre grame. + +Allor maccorsi che troppo aprir lali +potean le mani a spendere, e pentemi +cos di quel come de li altri mali. + +Quanti risurgeran coi crini scemi +per ignoranza, che di questa pecca +toglie l penter vivendo e ne li stremi! + +E sappie che la colpa che rimbecca +per dritta opposizione alcun peccato, +con esso insieme qui suo verde secca; + +per, sio son tra quella gente stato +che piange lavarizia, per purgarmi, +per lo contrario suo m incontrato. + +Or quando tu cantasti le crude armi +de la doppia trestizia di Giocasta, +disse l cantor de buccolici carmi, + +per quello che Cl teco l tasta, +non par che ti facesse ancor fedele +la fede, sanza qual ben far non basta. + +Se cos , qual sole o quai candele +ti stenebraron s, che tu drizzasti +poscia di retro al pescator le vele?. + +Ed elli a lui: Tu prima minvasti +verso Parnaso a ber ne le sue grotte, +e prima appresso Dio malluminasti. + +Facesti come quei che va di notte, +che porta il lume dietro e s non giova, +ma dopo s fa le persone dotte, + +quando dicesti: Secol si rinova; +torna giustizia e primo tempo umano, +e progene scende da ciel nova. + +Per te poeta fui, per te cristiano: +ma perch veggi mei ci chio disegno, +a colorare stender la mano. + +Gi era l mondo tutto quanto pregno +de la vera credenza, seminata +per li messaggi de letterno regno; + +e la parola tua sopra toccata +si consonava a nuovi predicanti; +ond io a visitarli presi usata. + +Vennermi poi parendo tanto santi, +che, quando Domizian li perseguette, +sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + +e mentre che di l per me si stette, +io li sovvenni, e i lor dritti costumi +fer dispregiare a me tutte altre sette. + +E pria chio conducessi i Greci a fiumi +di Tebe poetando, ebb io battesmo; +ma per paura chiuso cristian fumi, + +lungamente mostrando paganesmo; +e questa tepidezza il quarto cerchio +cerchiar mi f pi che l quarto centesmo. + +Tu dunque, che levato hai il coperchio +che mascondeva quanto bene io dico, +mentre che del salire avem soverchio, + +dimmi dov Terrenzio nostro antico, +Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: +dimmi se son dannati, e in qual vico. + +Costoro e Persio e io e altri assai, +rispuose il duca mio, siam con quel Greco +che le Muse lattar pi chaltri mai, + +nel primo cinghio del carcere cieco; +spesse fate ragioniam del monte +che sempre ha le nutrice nostre seco. + +Euripide v nosco e Antifonte, +Simonide, Agatone e altri pie +Greci che gi di lauro ornar la fronte. + +Quivi si veggion de le genti tue +Antigone, Defile e Argia, +e Ismene s trista come fue. + +Vdeisi quella che mostr Langia; +vvi la figlia di Tiresia, e Teti, +e con le suore sue Dedamia. + +Tacevansi ambedue gi li poeti, +di novo attenti a riguardar dintorno, +liberi da saliri e da pareti; + +e gi le quattro ancelle eran del giorno +rimase a dietro, e la quinta era al temo, +drizzando pur in s lardente corno, + +quando il mio duca: Io credo cha lo stremo +le destre spalle volger ne convegna, +girando il monte come far solemo. + +Cos lusanza fu l nostra insegna, +e prendemmo la via con men sospetto +per lassentir di quell anima degna. + +Elli givan dinanzi, e io soletto +di retro, e ascoltava i lor sermoni, +cha poetar mi davano intelletto. + +Ma tosto ruppe le dolci ragioni +un alber che trovammo in mezza strada, +con pomi a odorar soavi e buoni; + +e come abete in alto si digrada +di ramo in ramo, cos quello in giuso, +cred io, perch persona s non vada. + +Dal lato onde l cammin nostro era chiuso, +cadea de lalta roccia un liquor chiaro +e si spandeva per le foglie suso. + +Li due poeti a lalber sappressaro; +e una voce per entro le fronde +grid: Di questo cibo avrete caro. + +Poi disse: Pi pensava Maria onde +fosser le nozze orrevoli e intere, +cha la sua bocca, chor per voi risponde. + +E le Romane antiche, per lor bere, +contente furon dacqua; e Danello +dispregi cibo e acquist savere. + +Lo secol primo, quant oro fu bello, +f savorose con fame le ghiande, +e nettare con sete ogne ruscello. + +Mele e locuste furon le vivande +che nodriro il Batista nel diserto; +per chelli gloroso e tanto grande + +quanto per lo Vangelio v aperto. + + + +Purgatorio Canto XXIII + + +Mentre che li occhi per la fronda verde +ficcava o s come far suole +chi dietro a li uccellin sua vita perde, + +lo pi che padre mi dicea: Figliuole, +vienne oramai, ch l tempo che n imposto +pi utilmente compartir si vuole. + +Io volsi l viso, e l passo non men tosto, +appresso i savi, che parlavan se, +che landar mi facean di nullo costo. + +Ed ecco piangere e cantar sude +Laba ma, Domine per modo +tal, che diletto e doglia parture. + +O dolce padre, che quel chi odo?, +comincia io; ed elli: Ombre che vanno +forse di lor dover solvendo il nodo. + +S come i peregrin pensosi fanno, +giugnendo per cammin gente non nota, +che si volgono ad essa e non restanno, + +cos di retro a noi, pi tosto mota, +venendo e trapassando ci ammirava +danime turba tacita e devota. + +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, +palida ne la faccia, e tanto scema +che da lossa la pelle sinformava. + +Non credo che cos a buccia strema +Erisittone fosse fatto secco, +per digiunar, quando pi nebbe tema. + +Io dicea fra me stesso pensando: Ecco +la gente che perd Ierusalemme, +quando Maria nel figlio di di becco! + +Parean locchiaie anella sanza gemme: +chi nel viso de li uomini legge omo +ben avria quivi conosciuta lemme. + +Chi crederebbe che lodor dun pomo +s governasse, generando brama, +e quel dunacqua, non sappiendo como? + +Gi era in ammirar che s li affama, +per la cagione ancor non manifesta +di lor magrezza e di lor trista squama, + +ed ecco del profondo de la testa +volse a me li occhi unombra e guard fiso; +poi grid forte: Qual grazia m questa?. + +Mai non lavrei riconosciuto al viso; +ma ne la voce sua mi fu palese +ci che laspetto in s avea conquiso. + +Questa favilla tutta mi raccese +mia conoscenza a la cangiata labbia, +e ravvisai la faccia di Forese. + +Deh, non contendere a lasciutta scabbia +che mi scolora, pregava, la pelle, +n a difetto di carne chio abbia; + +ma dimmi il ver di te, d chi son quelle +due anime che l ti fanno scorta; +non rimaner che tu non mi favelle!. + +La faccia tua, chio lagrimai gi morta, +mi d di pianger mo non minor doglia, +rispuos io lui, veggendola s torta. + +Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia; +non mi far dir mentr io mi maraviglio, +ch mal pu dir chi pien daltra voglia. + +Ed elli a me: De letterno consiglio +cade vert ne lacqua e ne la pianta +rimasa dietro ond io s massottiglio. + +Tutta esta gente che piangendo canta +per seguitar la gola oltra misura, +in fame e n sete qui si rif santa. + +Di bere e di mangiar naccende cura +lodor chesce del pomo e de lo sprazzo +che si distende su per sua verdura. + +E non pur una volta, questo spazzo +girando, si rinfresca nostra pena: +io dico pena, e dovria dir sollazzo, + +ch quella voglia a li alberi ci mena +che men Cristo lieto a dire El, +quando ne liber con la sua vena. + +E io a lui: Forese, da quel d +nel qual mutasti mondo a miglior vita, +cinqu anni non son vlti infino a qui. + +Se prima fu la possa in te finita +di peccar pi, che sovvenisse lora +del buon dolor cha Dio ne rimarita, + +come se tu qua s venuto ancora? +Io ti credea trovar l gi di sotto, +dove tempo per tempo si ristora. + +Ond elli a me: S tosto mha condotto +a ber lo dolce assenzo di martri +la Nella mia con suo pianger dirotto. + +Con suoi prieghi devoti e con sospiri +tratto mha de la costa ove saspetta, +e liberato mha de li altri giri. + +Tanto a Dio pi cara e pi diletta +la vedovella mia, che molto amai, +quanto in bene operare pi soletta; + +ch la Barbagia di Sardigna assai +ne le femmine sue pi pudica +che la Barbagia dov io la lasciai. + +O dolce frate, che vuo tu chio dica? +Tempo futuro m gi nel cospetto, +cui non sar quest ora molto antica, + +nel qual sar in pergamo interdetto +a le sfacciate donne fiorentine +landar mostrando con le poppe il petto. + +Quai barbare fuor mai, quai saracine, +cui bisognasse, per farle ir coperte, +o spiritali o altre discipline? + +Ma se le svergognate fosser certe +di quel che l ciel veloce loro ammanna, +gi per urlare avrian le bocche aperte; + +ch, se lantiveder qui non minganna, +prima fien triste che le guance impeli +colui che mo si consola con nanna. + +Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi! +vedi che non pur io, ma questa gente +tutta rimira l dove l sol veli. + +Per chio a lui: Se tu riduci a mente +qual fosti meco, e qual io teco fui, +ancor fia grave il memorar presente. + +Di quella vita mi volse costui +che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda +vi si mostr la suora di colui, + +e l sol mostrai; costui per la profonda +notte menato mha di veri morti +con questa vera carne che l seconda. + +Indi mhan tratto s li suoi conforti, +salendo e rigirando la montagna +che drizza voi che l mondo fece torti. + +Tanto dice di farmi sua compagna +che io sar l dove fia Beatrice; +quivi convien che sanza lui rimagna. + +Virgilio questi che cos mi dice, +e additalo; e quest altro quell ombra +per cu scosse dianzi ogne pendice + +lo vostro regno, che da s lo sgombra. + + + +Purgatorio Canto XXIV + + +N l dir landar, n landar lui pi lento +facea, ma ragionando andavam forte, +s come nave pinta da buon vento; + +e lombre, che parean cose rimorte, +per le fosse de li occhi ammirazione +traean di me, di mio vivere accorte. + +E io, continando al mio sermone, +dissi: Ella sen va s forse pi tarda +che non farebbe, per altrui cagione. + +Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda; +dimmi sio veggio da notar persona +tra questa gente che s mi riguarda. + +La mia sorella, che tra bella e buona +non so qual fosse pi, trunfa lieta +ne lalto Olimpo gi di sua corona. + +S disse prima; e poi: Qui non si vieta +di nominar ciascun, da ch s munta +nostra sembianza via per la deta. + +Questi, e mostr col dito, Bonagiunta, +Bonagiunta da Lucca; e quella faccia +di l da lui pi che laltre trapunta + +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: +dal Torso fu, e purga per digiuno +languille di Bolsena e la vernaccia. + +Molti altri mi nom ad uno ad uno; +e del nomar parean tutti contenti, +s chio per non vidi un atto bruno. + +Vidi per fame a vto usar li denti +Ubaldin da la Pila e Bonifazio +che pastur col rocco molte genti. + +Vidi messer Marchese, chebbe spazio +gi di bere a Forl con men secchezza, +e s fu tal, che non si sent sazio. + +Ma come fa chi guarda e poi sapprezza +pi dun che daltro, fei a quel da Lucca, +che pi parea di me aver contezza. + +El mormorava; e non so che Gentucca +sentiv io l, ov el sentia la piaga +de la giustizia che s li pilucca. + +O anima, diss io, che par s vaga +di parlar meco, fa s chio tintenda, +e te e me col tuo parlare appaga. + +Femmina nata, e non porta ancor benda, +cominci el, che ti far piacere +la mia citt, come chom la riprenda. + +Tu te nandrai con questo antivedere: +se nel mio mormorar prendesti errore, +dichiareranti ancor le cose vere. + +Ma d si veggio qui colui che fore +trasse le nove rime, cominciando +Donne chavete intelletto damore. + +E io a lui: I mi son un che, quando +Amor mi spira, noto, e a quel modo +che ditta dentro vo significando. + +O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo +che l Notaro e Guittone e me ritenne +di qua dal dolce stil novo chi odo! + +Io veggio ben come le vostre penne +di retro al dittator sen vanno strette, +che de le nostre certo non avvenne; + +e qual pi a gradire oltre si mette, +non vede pi da luno a laltro stilo; +e, quasi contentato, si tacette. + +Come li augei che vernan lungo l Nilo, +alcuna volta in aere fanno schiera, +poi volan pi a fretta e vanno in filo, + +cos tutta la gente che l era, +volgendo l viso, raffrett suo passo, +e per magrezza e per voler leggera. + +E come luom che di trottare lasso, +lascia andar li compagni, e s passeggia +fin che si sfoghi laffollar del casso, + +s lasci trapassar la santa greggia +Forese, e dietro meco sen veniva, +dicendo: Quando fia chio ti riveggia?. + +Non so, rispuos io lui, quant io mi viva; +ma gi non fa il tornar mio tantosto, +chio non sia col voler prima a la riva; + +per che l loco u fui a viver posto, +di giorno in giorno pi di ben si spolpa, +e a trista ruina par disposto. + +Or va, diss el; che quei che pi nha colpa, +vegg o a coda duna bestia tratto +inver la valle ove mai non si scolpa. + +La bestia ad ogne passo va pi ratto, +crescendo sempre, fin chella il percuote, +e lascia il corpo vilmente disfatto. + +Non hanno molto a volger quelle ruote, +e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro +ci che l mio dir pi dichiarar non puote. + +Tu ti rimani omai; ch l tempo caro +in questo regno, s chio perdo troppo +venendo teco s a paro a paro. + +Qual esce alcuna volta di gualoppo +lo cavalier di schiera che cavalchi, +e va per farsi onor del primo intoppo, + +tal si part da noi con maggior valchi; +e io rimasi in via con esso i due +che fuor del mondo s gran marescalchi. + +E quando innanzi a noi intrato fue, +che li occhi miei si fero a lui seguaci, +come la mente a le parole sue, + +parvermi i rami gravidi e vivaci +dun altro pomo, e non molto lontani +per esser pur allora vlto in laci. + +Vidi gente sott esso alzar le mani +e gridar non so che verso le fronde, +quasi bramosi fantolini e vani + +che pregano, e l pregato non risponde, +ma, per fare esser ben la voglia acuta, +tien alto lor disio e nol nasconde. + +Poi si part s come ricreduta; +e noi venimmo al grande arbore adesso, +che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + +Trapassate oltre sanza farvi presso: +legno pi s che fu morso da Eva, +e questa pianta si lev da esso. + +S tra le frasche non so chi diceva; +per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, +oltre andavam dal lato che si leva. + +Ricordivi, dicea, di maladetti +nei nuvoli formati, che, satolli, +Teso combatter co doppi petti; + +e de li Ebrei chal ber si mostrar molli, +per che no i volle Gedeon compagni, +quando inver Madan discese i colli. + +S accostati a lun di due vivagni +passammo, udendo colpe de la gola +seguite gi da miseri guadagni. + +Poi, rallargati per la strada sola, +ben mille passi e pi ci portar oltre, +contemplando ciascun sanza parola. + +Che andate pensando s voi sol tre?. +sbita voce disse; ond io mi scossi +come fan bestie spaventate e poltre. + +Drizzai la testa per veder chi fossi; +e gi mai non si videro in fornace +vetri o metalli s lucenti e rossi, + +com io vidi un che dicea: Sa voi piace +montare in s, qui si convien dar volta; +quinci si va chi vuole andar per pace. + +Laspetto suo mavea la vista tolta; +per chio mi volsi dietro a miei dottori, +com om che va secondo chelli ascolta. + +E quale, annunziatrice de li albori, +laura di maggio movesi e olezza, +tutta impregnata da lerba e da fiori; + +tal mi senti un vento dar per mezza +la fronte, e ben senti mover la piuma, +che f sentir dambrosa lorezza. + +E senti dir: Beati cui alluma +tanto di grazia, che lamor del gusto +nel petto lor troppo disir non fuma, + +esurendo sempre quanto giusto!. + + + +Purgatorio Canto XXV + + +Ora era onde l salir non volea storpio; +ch l sole ava il cerchio di merigge +lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + +per che, come fa luom che non saffigge +ma vassi a la via sua, che che li appaia, +se di bisogno stimolo il trafigge, + +cos intrammo noi per la callaia, +uno innanzi altro prendendo la scala +che per artezza i salitor dispaia. + +E quale il cicognin che leva lala +per voglia di volare, e non sattenta +dabbandonar lo nido, e gi la cala; + +tal era io con voglia accesa e spenta +di dimandar, venendo infino a latto +che fa colui cha dicer sargomenta. + +Non lasci, per landar che fosse ratto, +lo dolce padre mio, ma disse: Scocca +larco del dir, che nfino al ferro hai tratto. + +Allor sicuramente apri la bocca +e cominciai: Come si pu far magro +l dove luopo di nodrir non tocca?. + +Se tammentassi come Meleagro +si consum al consumar dun stizzo, +non fora, disse, a te questo s agro; + +e se pensassi come, al vostro guizzo, +guizza dentro a lo specchio vostra image, +ci che par duro ti parrebbe vizzo. + +Ma perch dentro a tuo voler tadage, +ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego +che sia or sanator de le tue piage. + +Se la veduta etterna li dislego, +rispuose Stazio, l dove tu sie, +discolpi me non potert io far nego. + +Poi cominci: Se le parole mie, +figlio, la mente tua guarda e riceve, +lume ti fiero al come che tu die. + +Sangue perfetto, che poi non si beve +da lassetate vene, e si rimane +quasi alimento che di mensa leve, + +prende nel core a tutte membra umane +virtute informativa, come quello +cha farsi quelle per le vene vane. + +Ancor digesto, scende ov pi bello +tacer che dire; e quindi poscia geme +sovr altrui sangue in natural vasello. + +Ivi saccoglie luno e laltro insieme, +lun disposto a patire, e laltro a fare +per lo perfetto loco onde si preme; + +e, giunto lui, comincia ad operare +coagulando prima, e poi avviva +ci che per sua matera f constare. + +Anima fatta la virtute attiva +qual duna pianta, in tanto differente, +che questa in via e quella gi a riva, + +tanto ovra poi, che gi si move e sente, +come spungo marino; e indi imprende +ad organar le posse ond semente. + +Or si spiega, figliuolo, or si distende +la virt ch dal cor del generante, +dove natura a tutte membra intende. + +Ma come danimal divegna fante, +non vedi tu ancor: quest tal punto, +che pi savio di te f gi errante, + +s che per sua dottrina f disgiunto +da lanima il possibile intelletto, +perch da lui non vide organo assunto. + +Apri a la verit che viene il petto; +e sappi che, s tosto come al feto +larticular del cerebro perfetto, + +lo motor primo a lui si volge lieto +sovra tant arte di natura, e spira +spirito novo, di vert repleto, + +che ci che trova attivo quivi, tira +in sua sustanzia, e fassi unalma sola, +che vive e sente e s in s rigira. + +E perch meno ammiri la parola, +guarda il calor del sole che si fa vino, +giunto a lomor che de la vite cola. + +Quando Lchesis non ha pi del lino, +solvesi da la carne, e in virtute +ne porta seco e lumano e l divino: + +laltre potenze tutte quante mute; +memoria, intelligenza e volontade +in atto molto pi che prima agute. + +Sanza restarsi, per s stessa cade +mirabilmente a luna de le rive; +quivi conosce prima le sue strade. + +Tosto che loco l la circunscrive, +la virt formativa raggia intorno +cos e quanto ne le membra vive. + +E come laere, quand ben porno, +per laltrui raggio che n s si reflette, +di diversi color diventa addorno; + +cos laere vicin quivi si mette +e in quella forma ch in lui suggella +virtalmente lalma che ristette; + +e simigliante poi a la fiammella +che segue il foco l vunque si muta, +segue lo spirto sua forma novella. + +Per che quindi ha poscia sua paruta, + chiamata ombra; e quindi organa poi +ciascun sentire infino a la veduta. + +Quindi parliamo e quindi ridiam noi; +quindi facciam le lagrime e sospiri +che per lo monte aver sentiti puoi. + +Secondo che ci affliggono i disiri +e li altri affetti, lombra si figura; +e quest la cagion di che tu miri. + +E gi venuto a lultima tortura +sera per noi, e vlto a la man destra, +ed eravamo attenti ad altra cura. + +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, +e la cornice spira fiato in suso +che la reflette e via da lei sequestra; + +ond ir ne convenia dal lato schiuso +ad uno ad uno; e io tema l foco +quinci, e quindi temeva cader giuso. + +Lo duca mio dicea: Per questo loco +si vuol tenere a li occhi stretto il freno, +per cherrar potrebbesi per poco. + +Summae Deus clementae nel seno +al grande ardore allora udi cantando, +che di volger mi f caler non meno; + +e vidi spirti per la fiamma andando; +per chio guardava a loro e a miei passi +compartendo la vista a quando a quando. + +Appresso il fine cha quell inno fassi, +gridavano alto: Virum non cognosco; +indi ricominciavan linno bassi. + +Finitolo, anco gridavano: Al bosco +si tenne Diana, ed Elice caccionne +che di Venere avea sentito il tsco. + +Indi al cantar tornavano; indi donne +gridavano e mariti che fuor casti +come virtute e matrimonio imponne. + +E questo modo credo che lor basti +per tutto il tempo che l foco li abbruscia: +con tal cura conviene e con tai pasti + +che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + +Purgatorio Canto XXVI + + +Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro, +ce nandavamo, e spesso il buon maestro +diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro; + +feriami il sole in su lomero destro, +che gi, raggiando, tutto loccidente +mutava in bianco aspetto di cilestro; + +e io facea con lombra pi rovente +parer la fiamma; e pur a tanto indizio +vidi molt ombre, andando, poner mente. + +Questa fu la cagion che diede inizio +loro a parlar di me; e cominciarsi +a dir: Colui non par corpo fittizio; + +poi verso me, quanto potan farsi, +certi si fero, sempre con riguardo +di non uscir dove non fosser arsi. + +O tu che vai, non per esser pi tardo, +ma forse reverente, a li altri dopo, +rispondi a me che n sete e n foco ardo. + +N solo a me la tua risposta uopo; +ch tutti questi nhanno maggior sete +che dacqua fredda Indo o Etopo. + +Dinne com che fai di te parete +al sol, pur come tu non fossi ancora +di morte intrato dentro da la rete. + +S mi parlava un dessi; e io mi fora +gi manifesto, sio non fossi atteso +ad altra novit chapparve allora; + +ch per lo mezzo del cammino acceso +venne gente col viso incontro a questa, +la qual mi fece a rimirar sospeso. + +L veggio dogne parte farsi presta +ciascun ombra e basciarsi una con una +sanza restar, contente a brieve festa; + +cos per entro loro schiera bruna +sammusa luna con laltra formica, +forse a spar lor via e lor fortuna. + +Tosto che parton laccoglienza amica, +prima che l primo passo l trascorra, +sopragridar ciascuna saffatica: + +la nova gente: Soddoma e Gomorra; +e laltra: Ne la vacca entra Pasife, +perch l torello a sua lussuria corra. + +Poi, come grue cha le montagne Rife +volasser parte, e parte inver larene, +queste del gel, quelle del sole schife, + +luna gente sen va, laltra sen vene; +e tornan, lagrimando, a primi canti +e al gridar che pi lor si convene; + +e raccostansi a me, come davanti, +essi medesmi che mavean pregato, +attenti ad ascoltar ne lor sembianti. + +Io, che due volte avea visto lor grato, +incominciai: O anime sicure +daver, quando che sia, di pace stato, + +non son rimase acerbe n mature +le membra mie di l, ma son qui meco +col sangue suo e con le sue giunture. + +Quinci s vo per non esser pi cieco; +donna di sopra che macquista grazia, +per che l mortal per vostro mondo reco. + +Ma se la vostra maggior voglia sazia +tosto divegna, s che l ciel valberghi +ch pien damore e pi ampio si spazia, + +ditemi, acci chancor carte ne verghi, +chi siete voi, e chi quella turba +che se ne va di retro a vostri terghi. + +Non altrimenti stupido si turba +lo montanaro, e rimirando ammuta, +quando rozzo e salvatico sinurba, + +che ciascun ombra fece in sua paruta; +ma poi che furon di stupore scarche, +lo qual ne li alti cuor tosto sattuta, + +Beato te, che de le nostre marche, +ricominci colei che pria minchiese, +per morir meglio, esperenza imbarche! + +La gente che non vien con noi, offese +di ci per che gi Cesar, trunfando, +Regina contra s chiamar sintese: + +per si parton Soddoma gridando, +rimproverando a s com hai udito, +e aiutan larsura vergognando. + +Nostro peccato fu ermafrodito; +ma perch non servammo umana legge, +seguendo come bestie lappetito, + +in obbrobrio di noi, per noi si legge, +quando partinci, il nome di colei +che simbesti ne le mbestiate schegge. + +Or sai nostri atti e di che fummo rei: +se forse a nome vuo saper chi semo, +tempo non di dire, e non saprei. + +Farotti ben di me volere scemo: +son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo +per ben dolermi prima cha lo stremo. + +Quali ne la tristizia di Ligurgo +si fer due figli a riveder la madre, +tal mi fec io, ma non a tanto insurgo, + +quand io odo nomar s stesso il padre +mio e de li altri miei miglior che mai +rime damore usar dolci e leggiadre; + +e sanza udire e dir pensoso andai +lunga fata rimirando lui, +n, per lo foco, in l pi mappressai. + +Poi che di riguardar pasciuto fui, +tutto moffersi pronto al suo servigio +con laffermar che fa credere altrui. + +Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio, +per quel chi odo, in me, e tanto chiaro, +che Let nol pu trre n far bigio. + +Ma se le tue parole or ver giuraro, +dimmi che cagion per che dimostri +nel dire e nel guardar davermi caro. + +E io a lui: Li dolci detti vostri, +che, quanto durer luso moderno, +faranno cari ancora i loro incostri. + +O frate, disse, questi chio ti cerno +col dito, e addit un spirto innanzi, +fu miglior fabbro del parlar materno. + +Versi damore e prose di romanzi +soverchi tutti; e lascia dir li stolti +che quel di Lemos credon chavanzi. + +A voce pi chal ver drizzan li volti, +e cos ferman sua oppinone +prima charte o ragion per lor sascolti. + +Cos fer molti antichi di Guittone, +di grido in grido pur lui dando pregio, +fin che lha vinto il ver con pi persone. + +Or se tu hai s ampio privilegio, +che licito ti sia landare al chiostro +nel quale Cristo abate del collegio, + +falli per me un dir dun paternostro, +quanto bisogna a noi di questo mondo, +dove poter peccar non pi nostro. + +Poi, forse per dar luogo altrui secondo +che presso avea, disparve per lo foco, +come per lacqua il pesce andando al fondo. + +Io mi fei al mostrato innanzi un poco, +e dissi chal suo nome il mio disire +apparecchiava grazoso loco. + +El cominci liberamente a dire: +Tan mabellis vostre cortes deman, +quieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; +consiros vei la passada folor, +e vei jausen lo joi quesper, denan. + +Ara vos prec, per aquella valor +que vos guida al som de lescalina, +sovenha vos a temps de ma dolor!. + +Poi sascose nel foco che li affina. + + + +Purgatorio Canto XXVII + + +S come quando i primi raggi vibra +l dove il suo fattor lo sangue sparse, +cadendo Ibero sotto lalta Libra, + +e londe in Gange da nona rarse, +s stava il sole; onde l giorno sen giva, +come langel di Dio lieto ci apparse. + +Fuor de la fiamma stava in su la riva, +e cantava Beati mundo corde! +in voce assai pi che la nostra viva. + +Poscia Pi non si va, se pria non morde, +anime sante, il foco: intrate in esso, +e al cantar di l non siate sorde, + +ci disse come noi li fummo presso; +per chio divenni tal, quando lo ntesi, +qual colui che ne la fossa messo. + +In su le man commesse mi protesi, +guardando il foco e imaginando forte +umani corpi gi veduti accesi. + +Volsersi verso me le buone scorte; +e Virgilio mi disse: Figliuol mio, +qui pu esser tormento, ma non morte. + +Ricorditi, ricorditi! E se io +sovresso Geron ti guidai salvo, +che far ora presso pi a Dio? + +Credi per certo che se dentro a lalvo +di questa fiamma stessi ben mille anni, +non ti potrebbe far dun capel calvo. + +E se tu forse credi chio tinganni, +fatti ver lei, e fatti far credenza +con le tue mani al lembo di tuoi panni. + +Pon gi omai, pon gi ogne temenza; +volgiti in qua e vieni: entra sicuro!. +E io pur fermo e contra coscenza. + +Quando mi vide star pur fermo e duro, +turbato un poco disse: Or vedi, figlio: +tra Batrice e te questo muro. + +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio +Piramo in su la morte, e riguardolla, +allor che l gelso divent vermiglio; + +cos, la mia durezza fatta solla, +mi volsi al savio duca, udendo il nome +che ne la mente sempre mi rampolla. + +Ond ei croll la fronte e disse: Come! +volenci star di qua?; indi sorrise +come al fanciul si fa ch vinto al pome. + +Poi dentro al foco innanzi mi si mise, +pregando Stazio che venisse retro, +che pria per lunga strada ci divise. + +S com fui dentro, in un bogliente vetro +gittato mi sarei per rinfrescarmi, +tant era ivi lo ncendio sanza metro. + +Lo dolce padre mio, per confortarmi, +pur di Beatrice ragionando andava, +dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi. + +Guidavaci una voce che cantava +di l; e noi, attenti pur a lei, +venimmo fuor l ove si montava. + +Venite, benedicti Patris mei, +son dentro a un lume che l era, +tal che mi vinse e guardar nol potei. + +Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera; +non varrestate, ma studiate il passo, +mentre che loccidente non si annera. + +Dritta salia la via per entro l sasso +verso tal parte chio toglieva i raggi +dinanzi a me del sol chera gi basso. + +E di pochi scaglion levammo i saggi, +che l sol corcar, per lombra che si spense, +sentimmo dietro e io e li miei saggi. + +E pria che n tutte le sue parti immense +fosse orizzonte fatto duno aspetto, +e notte avesse tutte sue dispense, + +ciascun di noi dun grado fece letto; +ch la natura del monte ci affranse +la possa del salir pi e l diletto. + +Quali si stanno ruminando manse +le capre, state rapide e proterve +sovra le cime avante che sien pranse, + +tacite a lombra, mentre che l sol ferve, +guardate dal pastor, che n su la verga +poggiato s e lor di posa serve; + +e quale il mandran che fori alberga, +lungo il pecuglio suo queto pernotta, +guardando perch fiera non lo sperga; + +tali eravamo tutti e tre allotta, +io come capra, ed ei come pastori, +fasciati quinci e quindi dalta grotta. + +Poco parer potea l del di fori; +ma, per quel poco, vedea io le stelle +di lor solere e pi chiare e maggiori. + +S ruminando e s mirando in quelle, +mi prese il sonno; il sonno che sovente, +anzi che l fatto sia, sa le novelle. + +Ne lora, credo, che de lorente +prima raggi nel monte Citerea, +che di foco damor par sempre ardente, + +giovane e bella in sogno mi parea +donna vedere andar per una landa +cogliendo fiori; e cantando dicea: + +Sappia qualunque il mio nome dimanda +chi mi son Lia, e vo movendo intorno +le belle mani a farmi una ghirlanda. + +Per piacermi a lo specchio, qui maddorno; +ma mia suora Rachel mai non si smaga +dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + +Ell di suoi belli occhi veder vaga +com io de laddornarmi con le mani; +lei lo vedere, e me lovrare appaga. + +E gi per li splendori antelucani, +che tanto a pellegrin surgon pi grati, +quanto, tornando, albergan men lontani, + +le tenebre fuggian da tutti lati, +e l sonno mio con esse; ond io levami, +veggendo i gran maestri gi levati. + +Quel dolce pome che per tanti rami +cercando va la cura de mortali, +oggi porr in pace le tue fami. + +Virgilio inverso me queste cotali +parole us; e mai non furo strenne +che fosser di piacere a queste iguali. + +Tanto voler sopra voler mi venne +de lesser s, chad ogne passo poi +al volo mi sentia crescer le penne. + +Come la scala tutta sotto noi +fu corsa e fummo in su l grado superno, +in me ficc Virgilio li occhi suoi, + +e disse: Il temporal foco e letterno +veduto hai, figlio; e se venuto in parte +dov io per me pi oltre non discerno. + +Tratto tho qui con ingegno e con arte; +lo tuo piacere omai prendi per duce; +fuor se de lerte vie, fuor se de larte. + +Vedi lo sol che n fronte ti riluce; +vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli +che qui la terra sol da s produce. + +Mentre che vegnan lieti li occhi belli +che, lagrimando, a te venir mi fenno, +seder ti puoi e puoi andar tra elli. + +Non aspettar mio dir pi n mio cenno; +libero, dritto e sano tuo arbitrio, +e fallo fora non fare a suo senno: + +per chio te sovra te corono e mitrio. + + + +Purgatorio Canto XXVIII + + +Vago gi di cercar dentro e dintorno +la divina foresta spessa e viva, +cha li occhi temperava il novo giorno, + +sanza pi aspettar, lasciai la riva, +prendendo la campagna lento lento +su per lo suol che dogne parte auliva. + +Unaura dolce, sanza mutamento +avere in s, mi feria per la fronte +non di pi colpo che soave vento; + +per cui le fronde, tremolando, pronte +tutte quante piegavano a la parte +u la prim ombra gitta il santo monte; + +non per dal loro esser dritto sparte +tanto, che li augelletti per le cime +lasciasser doperare ogne lor arte; + +ma con piena letizia lore prime, +cantando, ricevieno intra le foglie, +che tenevan bordone a le sue rime, + +tal qual di ramo in ramo si raccoglie +per la pineta in su l lito di Chiassi, +quand olo scilocco fuor discioglie. + +Gi mavean trasportato i lenti passi +dentro a la selva antica tanto, chio +non potea rivedere ond io mi ntrassi; + +ed ecco pi andar mi tolse un rio, +che nver sinistra con sue picciole onde +piegava lerba che n sua ripa usco. + +Tutte lacque che son di qua pi monde, +parrieno avere in s mistura alcuna +verso di quella, che nulla nasconde, + +avvegna che si mova bruna bruna +sotto lombra perpeta, che mai +raggiar non lascia sole ivi n luna. + +Coi pi ristetti e con li occhi passai +di l dal fiumicello, per mirare +la gran varazion di freschi mai; + +e l mapparve, s com elli appare +subitamente cosa che disvia +per maraviglia tutto altro pensare, + +una donna soletta che si gia +e cantando e scegliendo fior da fiore +ond era pinta tutta la sua via. + +Deh, bella donna, che a raggi damore +ti scaldi, si vo credere a sembianti +che soglion esser testimon del core, + +vegnati in voglia di trarreti avanti, +diss io a lei, verso questa rivera, +tanto chio possa intender che tu canti. + +Tu mi fai rimembrar dove e qual era +Proserpina nel tempo che perdette +la madre lei, ed ella primavera. + +Come si volge, con le piante strette +a terra e intra s, donna che balli, +e piede innanzi piede a pena mette, + +volsesi in su i vermigli e in su i gialli +fioretti verso me, non altrimenti +che vergine che li occhi onesti avvalli; + +e fece i prieghi miei esser contenti, +s appressando s, che l dolce suono +veniva a me co suoi intendimenti. + +Tosto che fu l dove lerbe sono +bagnate gi da londe del bel fiume, +di levar li occhi suoi mi fece dono. + +Non credo che splendesse tanto lume +sotto le ciglia a Venere, trafitta +dal figlio fuor di tutto suo costume. + +Ella ridea da laltra riva dritta, +trattando pi color con le sue mani, +che lalta terra sanza seme gitta. + +Tre passi ci facea il fiume lontani; +ma Elesponto, l ve pass Serse, +ancora freno a tutti orgogli umani, + +pi odio da Leandro non sofferse +per mareggiare intra Sesto e Abido, +che quel da me perch allor non saperse. + +Voi siete nuovi, e forse perch io rido, +cominci ella, in questo luogo eletto +a lumana natura per suo nido, + +maravigliando tienvi alcun sospetto; +ma luce rende il salmo Delectasti, +che puote disnebbiar vostro intelletto. + +E tu che se dinanzi e mi pregasti, +d saltro vuoli udir; chi venni presta +ad ogne tua question tanto che basti. + +Lacqua, diss io, e l suon de la foresta +impugnan dentro a me novella fede +di cosa chio udi contraria a questa. + +Ond ella: Io dicer come procede +per sua cagion ci chammirar ti face, +e purgher la nebbia che ti fiede. + +Lo sommo Ben, che solo esso a s piace, +f luom buono e a bene, e questo loco +diede per arr a lui detterna pace. + +Per sua difalta qui dimor poco; +per sua difalta in pianto e in affanno +cambi onesto riso e dolce gioco. + +Perch l turbar che sotto da s fanno +lessalazion de lacqua e de la terra, +che quanto posson dietro al calor vanno, + +a luomo non facesse alcuna guerra, +questo monte salo verso l ciel tanto, +e libero n dindi ove si serra. + +Or perch in circuito tutto quanto +laere si volge con la prima volta, +se non li rotto il cerchio dalcun canto, + +in questa altezza ch tutta disciolta +ne laere vivo, tal moto percuote, +e fa sonar la selva perch folta; + +e la percossa pianta tanto puote, +che de la sua virtute laura impregna +e quella poi, girando, intorno scuote; + +e laltra terra, secondo ch degna +per s e per suo ciel, concepe e figlia +di diverse virt diverse legna. + +Non parrebbe di l poi maraviglia, +udito questo, quando alcuna pianta +sanza seme palese vi sappiglia. + +E saper dei che la campagna santa +dove tu se, dogne semenza piena, +e frutto ha in s che di l non si schianta. + +Lacqua che vedi non surge di vena +che ristori vapor che gel converta, +come fiume chacquista e perde lena; + +ma esce di fontana salda e certa, +che tanto dal voler di Dio riprende, +quant ella versa da due parti aperta. + +Da questa parte con virt discende +che toglie altrui memoria del peccato; +da laltra dogne ben fatto la rende. + +Quinci Let; cos da laltro lato +Eno si chiama, e non adopra +se quinci e quindi pria non gustato: + +a tutti altri sapori esto di sopra. +E avvegna chassai possa esser sazia +la sete tua perch io pi non ti scuopra, + +darotti un corollario ancor per grazia; +n credo che l mio dir ti sia men caro, +se oltre promession teco si spazia. + +Quelli chanticamente poetaro +let de loro e suo stato felice, +forse in Parnaso esto loco sognaro. + +Qui fu innocente lumana radice; +qui primavera sempre e ogne frutto; +nettare questo di che ciascun dice. + +Io mi rivolsi n dietro allora tutto +a miei poeti, e vidi che con riso +udito avan lultimo costrutto; + +poi a la bella donna torna il viso. + + + +Purgatorio Canto XXIX + + +Cantando come donna innamorata, +contin col fin di sue parole: +Beati quorum tecta sunt peccata!. + +E come ninfe che si givan sole +per le salvatiche ombre, disando +qual di veder, qual di fuggir lo sole, + +allor si mosse contra l fiume, andando +su per la riva; e io pari di lei, +picciol passo con picciol seguitando. + +Non eran cento tra suoi passi e miei, +quando le ripe igualmente dier volta, +per modo cha levante mi rendei. + +N ancor fu cos nostra via molta, +quando la donna tutta a me si torse, +dicendo: Frate mio, guarda e ascolta. + +Ed ecco un lustro sbito trascorse +da tutte parti per la gran foresta, +tal che di balenar mi mise in forse. + +Ma perch l balenar, come vien, resta, +e quel, durando, pi e pi splendeva, +nel mio pensier dicea: Che cosa questa?. + +E una melodia dolce correva +per laere luminoso; onde buon zelo +mi f riprender lardimento dEva, + +che l dove ubidia la terra e l cielo, +femmina, sola e pur test formata, +non sofferse di star sotto alcun velo; + +sotto l qual se divota fosse stata, +avrei quelle ineffabili delizie +sentite prima e pi lunga fata. + +Mentr io mandava tra tante primizie +de letterno piacer tutto sospeso, +e disoso ancora a pi letizie, + +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, +ci si f laere sotto i verdi rami; +e l dolce suon per canti era gi inteso. + +O sacrosante Vergini, se fami, +freddi o vigilie mai per voi soffersi, +cagion mi sprona chio merc vi chiami. + +Or convien che Elicona per me versi, +e Urane maiuti col suo coro +forti cose a pensar mettere in versi. + +Poco pi oltre, sette alberi doro +falsava nel parere il lungo tratto +del mezzo chera ancor tra noi e loro; + +ma quand i fui s presso di lor fatto, +che lobietto comun, che l senso inganna, +non perdea per distanza alcun suo atto, + +la virt cha ragion discorso ammanna, +s com elli eran candelabri apprese, +e ne le voci del cantare Osanna. + +Di sopra fiammeggiava il bello arnese +pi chiaro assai che luna per sereno +di mezza notte nel suo mezzo mese. + +Io mi rivolsi dammirazion pieno +al buon Virgilio, ed esso mi rispuose +con vista carca di stupor non meno. + +Indi rendei laspetto a lalte cose +che si movieno incontr a noi s tardi, +che foran vinte da novelle spose. + +La donna mi sgrid: Perch pur ardi +s ne laffetto de le vive luci, +e ci che vien di retro a lor non guardi?. + +Genti vid io allor, come a lor duci, +venire appresso, vestite di bianco; +e tal candor di qua gi mai non fuci. + +Lacqua imprenda dal sinistro fianco, +e rendea me la mia sinistra costa, +sio riguardava in lei, come specchio anco. + +Quand io da la mia riva ebbi tal posta, +che solo il fiume mi facea distante, +per veder meglio ai passi diedi sosta, + +e vidi le fiammelle andar davante, +lasciando dietro a s laere dipinto, +e di tratti pennelli avean sembiante; + +s che l sopra rimanea distinto +di sette liste, tutte in quei colori +onde fa larco il Sole e Delia il cinto. + +Questi ostendali in dietro eran maggiori +che la mia vista; e, quanto a mio avviso, +diece passi distavan quei di fori. + +Sotto cos bel ciel com io diviso, +ventiquattro seniori, a due a due, +coronati venien di fiordaliso. + +Tutti cantavan: Benedicta tue +ne le figlie dAdamo, e benedette +sieno in etterno le bellezze tue!. + +Poscia che i fiori e laltre fresche erbette +a rimpetto di me da laltra sponda +libere fuor da quelle genti elette, + +s come luce luce in ciel seconda, +vennero appresso lor quattro animali, +coronati ciascun di verde fronda. + +Ognuno era pennuto di sei ali; +le penne piene docchi; e li occhi dArgo, +se fosser vivi, sarebber cotali. + +A descriver lor forme pi non spargo +rime, lettor; chaltra spesa mi strigne, +tanto cha questa non posso esser largo; + +ma leggi Ezechel, che li dipigne +come li vide da la fredda parte +venir con vento e con nube e con igne; + +e quali i troverai ne le sue carte, +tali eran quivi, salvo cha le penne +Giovanni meco e da lui si diparte. + +Lo spazio dentro a lor quattro contenne +un carro, in su due rote, trunfale, +chal collo dun grifon tirato venne. + +Esso tendeva in s luna e laltra ale +tra la mezzana e le tre e tre liste, +s cha nulla, fendendo, facea male. + +Tanto salivan che non eran viste; +le membra doro avea quant era uccello, +e bianche laltre, di vermiglio miste. + +Non che Roma di carro cos bello +rallegrasse Affricano, o vero Augusto, +ma quel del Sol saria pover con ello; + +quel del Sol che, svando, fu combusto +per lorazion de la Terra devota, +quando fu Giove arcanamente giusto. + +Tre donne in giro da la destra rota +venian danzando; luna tanto rossa +cha pena fora dentro al foco nota; + +laltr era come se le carni e lossa +fossero state di smeraldo fatte; +la terza parea neve test mossa; + +e or paran da la bianca tratte, +or da la rossa; e dal canto di questa +laltre toglien landare e tarde e ratte. + +Da la sinistra quattro facean festa, +in porpore vestite, dietro al modo +duna di lor chavea tre occhi in testa. + +Appresso tutto il pertrattato nodo +vidi due vecchi in abito dispari, +ma pari in atto e onesto e sodo. + +Lun si mostrava alcun de famigliari +di quel sommo Ipocrte che natura +a li animali f chell ha pi cari; + +mostrava laltro la contraria cura +con una spada lucida e aguta, +tal che di qua dal rio mi f paura. + +Poi vidi quattro in umile paruta; +e di retro da tutti un vecchio solo +venir, dormendo, con la faccia arguta. + +E questi sette col primaio stuolo +erano abitati, ma di gigli +dintorno al capo non facan brolo, + +anzi di rose e daltri fior vermigli; +giurato avria poco lontano aspetto +che tutti ardesser di sopra da cigli. + +E quando il carro a me fu a rimpetto, +un tuon sud, e quelle genti degne +parvero aver landar pi interdetto, + +fermandosi ivi con le prime insegne. + + + +Purgatorio Canto XXX + + +Quando il settentron del primo cielo, +che n occaso mai seppe n orto +n daltra nebbia che di colpa velo, + +e che faceva l ciascun accorto +di suo dover, come l pi basso face +qual temon gira per venire a porto, + +fermo saffisse: la gente verace, +venuta prima tra l grifone ed esso, +al carro volse s come a sua pace; + +e un di loro, quasi da ciel messo, +Veni, sponsa, de Libano cantando +grid tre volte, e tutti li altri appresso. + +Quali i beati al novissimo bando +surgeran presti ognun di sua caverna, +la revestita voce alleluiando, + +cotali in su la divina basterna +si levar cento, ad vocem tanti senis, +ministri e messaggier di vita etterna. + +Tutti dicean: Benedictus qui venis!, +e fior gittando e di sopra e dintorno, +Manibus, oh, date lila plenis!. + +Io vidi gi nel cominciar del giorno +la parte orental tutta rosata, +e laltro ciel di bel sereno addorno; + +e la faccia del sol nascere ombrata, +s che per temperanza di vapori +locchio la sostenea lunga fata: + +cos dentro una nuvola di fiori +che da le mani angeliche saliva +e ricadeva in gi dentro e di fori, + +sovra candido vel cinta duliva +donna mapparve, sotto verde manto +vestita di color di fiamma viva. + +E lo spirito mio, che gi cotanto +tempo era stato cha la sua presenza +non era di stupor, tremando, affranto, + +sanza de li occhi aver pi conoscenza, +per occulta virt che da lei mosse, +dantico amor sent la gran potenza. + +Tosto che ne la vista mi percosse +lalta virt che gi mavea trafitto +prima chio fuor di perizia fosse, + +volsimi a la sinistra col respitto +col quale il fantolin corre a la mamma +quando ha paura o quando elli afflitto, + +per dicere a Virgilio: Men che dramma +di sangue m rimaso che non tremi: +conosco i segni de lantica fiamma. + +Ma Virgilio navea lasciati scemi +di s, Virgilio dolcissimo patre, +Virgilio a cui per mia salute diemi; + +n quantunque perdeo lantica matre, +valse a le guance nette di rugiada, +che, lagrimando, non tornasser atre. + +Dante, perch Virgilio se ne vada, +non pianger anco, non piangere ancora; +ch pianger ti conven per altra spada. + +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora +viene a veder la gente che ministra +per li altri legni, e a ben far lincora; + +in su la sponda del carro sinistra, +quando mi volsi al suon del nome mio, +che di necessit qui si registra, + +vidi la donna che pria mappario +velata sotto langelica festa, +drizzar li occhi ver me di qua dal rio. + +Tutto che l vel che le scendea di testa, +cerchiato de le fronde di Minerva, +non la lasciasse parer manifesta, + +regalmente ne latto ancor proterva +contin come colui che dice +e l pi caldo parlar dietro reserva: + +Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. +Come degnasti daccedere al monte? +non sapei tu che qui luom felice?. + +Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte; +ma veggendomi in esso, i trassi a lerba, +tanta vergogna mi grav la fronte. + +Cos la madre al figlio par superba, +com ella parve a me; perch damaro +sente il sapor de la pietade acerba. + +Ella si tacque; e li angeli cantaro +di sbito In te, Domine, speravi; +ma oltre pedes meos non passaro. + +S come neve tra le vive travi +per lo dosso dItalia si congela, +soffiata e stretta da li venti schiavi, + +poi, liquefatta, in s stessa trapela, +pur che la terra che perde ombra spiri, +s che par foco fonder la candela; + +cos fui sanza lagrime e sospiri +anzi l cantar di quei che notan sempre +dietro a le note de li etterni giri; + +ma poi che ntesi ne le dolci tempre +lor compatire a me, par che se detto +avesser: Donna, perch s lo stempre?, + +lo gel che mera intorno al cor ristretto, +spirito e acqua fessi, e con angoscia +de la bocca e de li occhi usc del petto. + +Ella, pur ferma in su la detta coscia +del carro stando, a le sustanze pie +volse le sue parole cos poscia: + +Voi vigilate ne letterno die, +s che notte n sonno a voi non fura +passo che faccia il secol per sue vie; + +onde la mia risposta con pi cura +che mintenda colui che di l piagne, +perch sia colpa e duol duna misura. + +Non pur per ovra de le rote magne, +che drizzan ciascun seme ad alcun fine +secondo che le stelle son compagne, + +ma per larghezza di grazie divine, +che s alti vapori hanno a lor piova, +che nostre viste l non van vicine, + +questi fu tal ne la sua vita nova +virtalmente, chogne abito destro +fatto averebbe in lui mirabil prova. + +Ma tanto pi maligno e pi silvestro +si fa l terren col mal seme e non clto, +quant elli ha pi di buon vigor terrestro. + +Alcun tempo il sostenni col mio volto: +mostrando li occhi giovanetti a lui, +meco il menava in dritta parte vlto. + +S tosto come in su la soglia fui +di mia seconda etade e mutai vita, +questi si tolse a me, e diessi altrui. + +Quando di carne a spirto era salita, +e bellezza e virt cresciuta mera, +fu io a lui men cara e men gradita; + +e volse i passi suoi per via non vera, +imagini di ben seguendo false, +che nulla promession rendono intera. + +N limpetrare ispirazion mi valse, +con le quali e in sogno e altrimenti +lo rivocai: s poco a lui ne calse! + +Tanto gi cadde, che tutti argomenti +a la salute sua eran gi corti, +fuor che mostrarli le perdute genti. + +Per questo visitai luscio di morti, +e a colui che lha qua s condotto, +li prieghi miei, piangendo, furon porti. + +Alto fato di Dio sarebbe rotto, +se Let si passasse e tal vivanda +fosse gustata sanza alcuno scotto + +di pentimento che lagrime spanda. + + + +Purgatorio Canto XXXI + + +O tu che se di l dal fiume sacro, +volgendo suo parlare a me per punta, +che pur per taglio mera paruto acro, + +ricominci, seguendo sanza cunta, +d, d se questo vero: a tanta accusa +tua confession conviene esser congiunta. + +Era la mia virt tanto confusa, +che la voce si mosse, e pria si spense +che da li organi suoi fosse dischiusa. + +Poco sofferse; poi disse: Che pense? +Rispondi a me; ch le memorie triste +in te non sono ancor da lacqua offense. + +Confusione e paura insieme miste +mi pinsero un tal s fuor de la bocca, +al quale intender fuor mestier le viste. + +Come balestro frange, quando scocca +da troppa tesa, la sua corda e larco, +e con men foga lasta il segno tocca, + +s scoppia io sottesso grave carco, +fuori sgorgando lagrime e sospiri, +e la voce allent per lo suo varco. + +Ond ella a me: Per entro i mie disiri, +che ti menavano ad amar lo bene +di l dal qual non a che saspiri, + +quai fossi attraversati o quai catene +trovasti, per che del passare innanzi +dovessiti cos spogliar la spene? + +E quali agevolezze o quali avanzi +ne la fronte de li altri si mostraro, +per che dovessi lor passeggiare anzi?. + +Dopo la tratta dun sospiro amaro, +a pena ebbi la voce che rispuose, +e le labbra a fatica la formaro. + +Piangendo dissi: Le presenti cose +col falso lor piacer volser miei passi, +tosto che l vostro viso si nascose. + +Ed ella: Se tacessi o se negassi +ci che confessi, non fora men nota +la colpa tua: da tal giudice sassi! + +Ma quando scoppia de la propria gota +laccusa del peccato, in nostra corte +rivolge s contra l taglio la rota. + +Tuttavia, perch mo vergogna porte +del tuo errore, e perch altra volta, +udendo le serene, sie pi forte, + +pon gi il seme del piangere e ascolta: +s udirai come in contraria parte +mover dovieti mia carne sepolta. + +Mai non tappresent natura o arte +piacer, quanto le belle membra in chio +rinchiusa fui, e che so n terra sparte; + +e se l sommo piacer s ti fallio +per la mia morte, qual cosa mortale +dovea poi trarre te nel suo disio? + +Ben ti dovevi, per lo primo strale +de le cose fallaci, levar suso +di retro a me che non era pi tale. + +Non ti dovea gravar le penne in giuso, +ad aspettar pi colpo, o pargoletta +o altra novit con s breve uso. + +Novo augelletto due o tre aspetta; +ma dinanzi da li occhi di pennuti +rete si spiega indarno o si saetta. + +Quali fanciulli, vergognando, muti +con li occhi a terra stannosi, ascoltando +e s riconoscendo e ripentuti, + +tal mi stav io; ed ella disse: Quando +per udir se dolente, alza la barba, +e prenderai pi doglia riguardando. + +Con men di resistenza si dibarba +robusto cerro, o vero al nostral vento +o vero a quel de la terra di Iarba, + +chio non levai al suo comando il mento; +e quando per la barba il viso chiese, +ben conobbi il velen de largomento. + +E come la mia faccia si distese, +posarsi quelle prime creature +da loro asperson locchio comprese; + +e le mie luci, ancor poco sicure, +vider Beatrice volta in su la fiera +ch sola una persona in due nature. + +Sotto l suo velo e oltre la rivera +vincer pariemi pi s stessa antica, +vincer che laltre qui, quand ella cera. + +Di penter s mi punse ivi lortica, +che di tutte altre cose qual mi torse +pi nel suo amor, pi mi si f nemica. + +Tanta riconoscenza il cor mi morse, +chio caddi vinto; e quale allora femmi, +salsi colei che la cagion mi porse. + +Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi, +la donna chio avea trovata sola +sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!. + +Tratto mavea nel fiume infin la gola, +e tirandosi me dietro sen giva +sovresso lacqua lieve come scola. + +Quando fui presso a la beata riva, +Asperges me s dolcemente udissi, +che nol so rimembrar, non chio lo scriva. + +La bella donna ne le braccia aprissi; +abbracciommi la testa e mi sommerse +ove convenne chio lacqua inghiottissi. + +Indi mi tolse, e bagnato mofferse +dentro a la danza de le quattro belle; +e ciascuna del braccio mi coperse. + +Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; +pria che Beatrice discendesse al mondo, +fummo ordinate a lei per sue ancelle. + +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo +lume ch dentro aguzzeranno i tuoi +le tre di l, che miran pi profondo. + +Cos cantando cominciaro; e poi +al petto del grifon seco menarmi, +ove Beatrice stava volta a noi. + +Disser: Fa che le viste non risparmi; +posto tavem dinanzi a li smeraldi +ond Amor gi ti trasse le sue armi. + +Mille disiri pi che fiamma caldi +strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, +che pur sopra l grifone stavan saldi. + +Come in lo specchio il sol, non altrimenti +la doppia fiera dentro vi raggiava, +or con altri, or con altri reggimenti. + +Pensa, lettor, sio mi maravigliava, +quando vedea la cosa in s star queta, +e ne lidolo suo si trasmutava. + +Mentre che piena di stupore e lieta +lanima mia gustava di quel cibo +che, saziando di s, di s asseta, + +s dimostrando di pi alto tribo +ne li atti, laltre tre si fero avanti, +danzando al loro angelico caribo. + +Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi, +era la sua canzone, al tuo fedele +che, per vederti, ha mossi passi tanti! + +Per grazia fa noi grazia che disvele +a lui la bocca tua, s che discerna +la seconda bellezza che tu cele. + +O isplendor di viva luce etterna, +chi palido si fece sotto lombra +s di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + +che non paresse aver la mente ingombra, +tentando a render te qual tu paresti +l dove armonizzando il ciel tadombra, + +quando ne laere aperto ti solvesti? + + + +Purgatorio Canto XXXII + + +Tant eran li occhi miei fissi e attenti +a disbramarsi la decenne sete, +che li altri sensi meran tutti spenti. + +Ed essi quinci e quindi avien parete +di non calercos lo santo riso +a s trali con lantica rete!; + +quando per forza mi fu vlto il viso +ver la sinistra mia da quelle dee, +perch io udi da loro un Troppo fiso!; + +e la disposizion cha veder e +ne li occhi pur test dal sol percossi, +sanza la vista alquanto esser mi fe. + +Ma poi chal poco il viso riformossi +(e dico al poco per rispetto al molto +sensibile onde a forza mi rimossi), + +vidi n sul braccio destro esser rivolto +lo gloroso essercito, e tornarsi +col sole e con le sette fiamme al volto. + +Come sotto li scudi per salvarsi +volgesi schiera, e s gira col segno, +prima che possa tutta in s mutarsi; + +quella milizia del celeste regno +che procedeva, tutta trapassonne +pria che piegasse il carro il primo legno. + +Indi a le rote si tornar le donne, +e l grifon mosse il benedetto carco +s, che per nulla penna crollonne. + +La bella donna che mi trasse al varco +e Stazio e io seguitavam la rota +che f lorbita sua con minore arco. + +S passeggiando lalta selva vta, +colpa di quella chal serpente crese, +temprava i passi unangelica nota. + +Forse in tre voli tanto spazio prese +disfrenata saetta, quanto eramo +rimossi, quando Batrice scese. + +Io senti mormorare a tutti Adamo; +poi cerchiaro una pianta dispogliata +di foglie e daltra fronda in ciascun ramo. + +La coma sua, che tanto si dilata +pi quanto pi s, fora da lIndi +ne boschi lor per altezza ammirata. + +Beato se, grifon, che non discindi +col becco desto legno dolce al gusto, +poscia che mal si torce il ventre quindi. + +Cos dintorno a lalbero robusto +gridaron li altri; e lanimal binato: +S si conserva il seme dogne giusto. + +E vlto al temo chelli avea tirato, +trasselo al pi de la vedova frasca, +e quel di lei a lei lasci legato. + +Come le nostre piante, quando casca +gi la gran luce mischiata con quella +che raggia dietro a la celeste lasca, + +turgide fansi, e poi si rinovella +di suo color ciascuna, pria che l sole +giunga li suoi corsier sotto altra stella; + +men che di rose e pi che di vole +colore aprendo, sinnov la pianta, +che prima avea le ramora s sole. + +Io non lo ntesi, n qui non si canta +linno che quella gente allor cantaro, +n la nota soffersi tutta quanta. + +Sio potessi ritrar come assonnaro +li occhi spietati udendo di Siringa, +li occhi a cui pur vegghiar cost s caro; + +come pintor che con essempro pinga, +disegnerei com io maddormentai; +ma qual vuol sia che lassonnar ben finga. + +Per trascorro a quando mi svegliai, +e dico chun splendor mi squarci l velo +del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?. + +Quali a veder de fioretti del melo +che del suo pome li angeli fa ghiotti +e perpete nozze fa nel cielo, + +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti +e vinti, ritornaro a la parola +da la qual furon maggior sonni rotti, + +e videro scemata loro scuola +cos di Mos come dElia, +e al maestro suo cangiata stola; + +tal torna io, e vidi quella pia +sovra me starsi che conducitrice +fu de miei passi lungo l fiume pria. + +E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?. +Ond ella: Vedi lei sotto la fronda +nova sedere in su la sua radice. + +Vedi la compagnia che la circonda: +li altri dopo l grifon sen vanno suso +con pi dolce canzone e pi profonda. + +E se pi fu lo suo parlar diffuso, +non so, per che gi ne li occhi mera +quella chad altro intender mavea chiuso. + +Sola sedeasi in su la terra vera, +come guardia lasciata l del plaustro +che legar vidi a la biforme fera. + +In cerchio le facevan di s claustro +le sette ninfe, con quei lumi in mano +che son sicuri dAquilone e dAustro. + +Qui sarai tu poco tempo silvano; +e sarai meco sanza fine cive +di quella Roma onde Cristo romano. + +Per, in pro del mondo che mal vive, +al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, +ritornato di l, fa che tu scrive. + +Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi +di suoi comandamenti era divoto, +la mente e li occhi ov ella volle diedi. + +Non scese mai con s veloce moto +foco di spessa nube, quando piove +da quel confine che pi va remoto, + +com io vidi calar luccel di Giove +per lalber gi, rompendo de la scorza, +non che di fiori e de le foglie nove; + +e fer l carro di tutta sua forza; +ond el pieg come nave in fortuna, +vinta da londa, or da poggia, or da orza. + +Poscia vidi avventarsi ne la cuna +del trunfal veiculo una volpe +che dogne pasto buon parea digiuna; + +ma, riprendendo lei di laide colpe, +la donna mia la volse in tanta futa +quanto sofferser lossa sanza polpe. + +Poscia per indi ond era pria venuta, +laguglia vidi scender gi ne larca +del carro e lasciar lei di s pennuta; + +e qual esce di cuor che si rammarca, +tal voce usc del cielo e cotal disse: +O navicella mia, com mal se carca!. + +Poi parve a me che la terra saprisse +trambo le ruote, e vidi uscirne un drago +che per lo carro s la coda fisse; + +e come vespa che ritragge lago, +a s traendo la coda maligna, +trasse del fondo, e gissen vago vago. + +Quel che rimase, come da gramigna +vivace terra, da la piuma, offerta +forse con intenzion sana e benigna, + +si ricoperse, e funne ricoperta +e luna e laltra rota e l temo, in tanto +che pi tiene un sospir la bocca aperta. + +Trasformato cos l dificio santo +mise fuor teste per le parti sue, +tre sovra l temo e una in ciascun canto. + +Le prime eran cornute come bue, +ma le quattro un sol corno avean per fronte: +simile mostro visto ancor non fue. + +Sicura, quasi rocca in alto monte, +seder sovresso una puttana sciolta +mapparve con le ciglia intorno pronte; + +e come perch non li fosse tolta, +vidi di costa a lei dritto un gigante; +e basciavansi insieme alcuna volta. + +Ma perch locchio cupido e vagante +a me rivolse, quel feroce drudo +la flagell dal capo infin le piante; + +poi, di sospetto pieno e dira crudo, +disciolse il mostro, e trassel per la selva, +tanto che sol di lei mi fece scudo + +a la puttana e a la nova belva. + + + +Purgatorio Canto XXXIII + + +Deus, venerunt gentes, alternando +or tre or quattro dolce salmodia, +le donne incominciaro, e lagrimando; + +e Batrice, sospirosa e pia, +quelle ascoltava s fatta, che poco +pi a la croce si cambi Maria. + +Ma poi che laltre vergini dier loco +a lei di dir, levata dritta in p, +rispuose, colorata come foco: + +Modicum, et non videbitis me; +et iterum, sorelle mie dilette, +modicum, et vos videbitis me. + +Poi le si mise innanzi tutte e sette, +e dopo s, solo accennando, mosse +me e la donna e l savio che ristette. + +Cos sen giva; e non credo che fosse +lo decimo suo passo in terra posto, +quando con li occhi li occhi mi percosse; + +e con tranquillo aspetto Vien pi tosto, +mi disse, tanto che, sio parlo teco, +ad ascoltarmi tu sie ben disposto. + +S com io fui, com io dova, seco, +dissemi: Frate, perch non tattenti +a domandarmi omai venendo meco?. + +Come a color che troppo reverenti +dinanzi a suo maggior parlando sono, +che non traggon la voce viva ai denti, + +avvenne a me, che sanza intero suono +incominciai: Madonna, mia bisogna +voi conoscete, e ci chad essa buono. + +Ed ella a me: Da tema e da vergogna +voglio che tu omai ti disviluppe, +s che non parli pi com om che sogna. + +Sappi che l vaso che l serpente ruppe, +fu e non ; ma chi nha colpa, creda +che vendetta di Dio non teme suppe. + +Non sar tutto tempo sanza reda +laguglia che lasci le penne al carro, +per che divenne mostro e poscia preda; + +chio veggio certamente, e per il narro, +a darne tempo gi stelle propinque, +secure dogn intoppo e dogne sbarro, + +nel quale un cinquecento diece e cinque, +messo di Dio, ancider la fuia +con quel gigante che con lei delinque. + +E forse che la mia narrazion buia, +qual Temi e Sfinge, men ti persuade, +perch a lor modo lo ntelletto attuia; + +ma tosto fier li fatti le Naiade, +che solveranno questo enigma forte +sanza danno di pecore o di biade. + +Tu nota; e s come da me son porte, +cos queste parole segna a vivi +del viver ch un correre a la morte. + +E aggi a mente, quando tu le scrivi, +di non celar qual hai vista la pianta +ch or due volte dirubata quivi. + +Qualunque ruba quella o quella schianta, +con bestemmia di fatto offende a Dio, +che solo a luso suo la cre santa. + +Per morder quella, in pena e in disio +cinquemilia anni e pi lanima prima +bram colui che l morso in s punio. + +Dorme lo ngegno tuo, se non estima +per singular cagione esser eccelsa +lei tanto e s travolta ne la cima. + +E se stati non fossero acqua dElsa +li pensier vani intorno a la tua mente, +e l piacer loro un Piramo a la gelsa, + +per tante circostanze solamente +la giustizia di Dio, ne linterdetto, +conosceresti a larbor moralmente. + +Ma perch io veggio te ne lo ntelletto +fatto di pietra e, impetrato, tinto, +s che tabbaglia il lume del mio detto, + +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, +che l te ne porti dentro a te per quello +che si reca il bordon di palma cinto. + +E io: S come cera da suggello, +che la figura impressa non trasmuta, +segnato or da voi lo mio cervello. + +Ma perch tanto sovra mia veduta +vostra parola disata vola, +che pi la perde quanto pi saiuta?. + +Perch conoschi, disse, quella scuola +chai seguitata, e veggi sua dottrina +come pu seguitar la mia parola; + +e veggi vostra via da la divina +distar cotanto, quanto si discorda +da terra il ciel che pi alto festina. + +Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda +chi stranasse me gi mai da voi, +n honne coscenza che rimorda. + +E se tu ricordar non te ne puoi, +sorridendo rispuose, or ti rammenta +come bevesti di Let ancoi; + +e se dal fummo foco sargomenta, +cotesta oblivon chiaro conchiude +colpa ne la tua voglia altrove attenta. + +Veramente oramai saranno nude +le mie parole, quanto converrassi +quelle scovrire a la tua vista rude. + +E pi corusco e con pi lenti passi +teneva il sole il cerchio di merigge, +che qua e l, come li aspetti, fassi, + +quando saffisser, s come saffigge +chi va dinanzi a gente per iscorta +se trova novitate o sue vestigge, + +le sette donne al fin dunombra smorta, +qual sotto foglie verdi e rami nigri +sovra suoi freddi rivi lalpe porta. + +Dinanzi ad esse ufrats e Tigri +veder mi parve uscir duna fontana, +e, quasi amici, dipartirsi pigri. + +O luce, o gloria de la gente umana, +che acqua questa che qui si dispiega +da un principio e s da s lontana?. + +Per cotal priego detto mi fu: Priega +Matelda che l ti dica. E qui rispuose, +come fa chi da colpa si dislega, + +la bella donna: Questo e altre cose +dette li son per me; e son sicura +che lacqua di Let non gliel nascose. + +E Batrice: Forse maggior cura, +che spesse volte la memoria priva, +fatt ha la mente sua ne li occhi oscura. + +Ma vedi Eno che l diriva: +menalo ad esso, e come tu se usa, +la tramortita sua virt ravviva. + +Come anima gentil, che non fa scusa, +ma fa sua voglia de la voglia altrui +tosto che per segno fuor dischiusa; + +cos, poi che da essa preso fui, +la bella donna mossesi, e a Stazio +donnescamente disse: Vien con lui. + +Sio avessi, lettor, pi lungo spazio +da scrivere, i pur cantere in parte +lo dolce ber che mai non mavria sazio; + +ma perch piene son tutte le carte +ordite a questa cantica seconda, +non mi lascia pi ir lo fren de larte. + +Io ritornai da la santissima onda +rifatto s come piante novelle +rinovellate di novella fronda, + +puro e disposto a salire a le stelle. + + + + +- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + +TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI +TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + = a grave + = e grave + = i grave + = o grave + = u grave + + = e acute + = o acute + + = a uml + = e uml + = i uml + = o uml + = u uml + + = E grave + = E uml + = I uml + + = left angle quotation mark + = right angle quotation mark + + = left double quotation mark + = right double quotation mark + + = left single quotation mark + = right single quotation mark + + = em dash + + = middot + +. . . = ellipsis + + + + + +End of Project Gutenberg's Etext "Divina Commedia di Dante: Purgatorio" +In Italian with accents [8-bit text] + diff --git a/old/old/2ddc809a.zip b/old/old/2ddc809a.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..d6529f2 --- /dev/null +++ b/old/old/2ddc809a.zip diff --git a/old/old/2ddcd09.txt b/old/old/2ddcd09.txt new file mode 100644 index 0000000..b0b5a77 --- /dev/null +++ b/old/old/2ddcd09.txt @@ -0,0 +1,6870 @@ +The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio +In Italian with no accents[7-bit text] +Please see my notes about various versions beneath this header. + +Copyright laws are changing all over the world, be sure to check +the copyright laws for your country before posting these files!! + +Please take a look at the important information in this header. +We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an +electronic path open for the next readers. Do not remove this. + + +**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts** + +**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971** + +*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations* + +Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and +further information is included below. We need your donations. + + +Divina Commedia di Dante: Purgatorio + +by Dante Alighieri + +August, 1997 [Etext #998] + + +The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio +*****This file should be named 2ddcd09.txt or 2ddcd09.zip***** + +Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 2ddcd10.txt. +VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 2ddcd10a.txt. + +We are now trying to release all our books one month in advance +of the official release dates, for time for better editing. + +Please note: neither this list nor its contents are final till +midnight of the last day of the month of any such announcement. +The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at +Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A +preliminary version may often be posted for suggestion, comment +and editing by those who wish to do so. To be sure you have an +up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes +in the first week of the next month. Since our ftp program has +a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a +look at the file size will have to do, but we will try to see a +new copy has at least one byte more or less. + + +Information about Project Gutenberg (one page) + +We produce about two million dollars for each hour we work. The +fifty hours is one conservative estimate for how long it we take +to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright +searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This +projected audience is one hundred million readers. If our value +per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2 +million dollars per hour this year as we release thirty-two text +files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800. +If these reach just 10% of the computerized population, then the +total should reach 80 billion Etexts. + +The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext +Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion] +This is ten thousand titles each to one hundred million readers, +which is only 10% of the present number of computer users. 2001 +should have at least twice as many computer users as that, so it +will require us reaching less than 5% of the users in 2001. + + +We need your donations more than ever! + + +All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are +tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie- +Mellon University). + +For these and other matters, please mail to: + +Project Gutenberg +P. O. Box 2782 +Champaign, IL 61825 + +When all other email fails try our Executive Director: +Michael S. Hart <hart@pobox.com> + +We would prefer to send you this information by email +(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail). + +****** +If you have an FTP program (or emulator), please +FTP directly to the Project Gutenberg archives: +[Mac users, do NOT point and click. . .type] + +ftp uiarchive.cso.uiuc.edu +login: anonymous +password: your@login +cd etext/etext90 through /etext96 +or cd etext/articles [get suggest gut for more information] +dir [to see files] +get or mget [to get files. . .set bin for zip files] +GET INDEX?00.GUT +for a list of books +and +GET NEW GUT for general information +and +MGET GUT* for newsletters. + +**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor** +(Three Pages) + + +***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START*** +Why is this "Small Print!" statement here? 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FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END* + + + + + +Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext. +We will be presenting this work in a wide variety of formats, in +both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary +and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents. + +WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES! + +Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I +think we may have enough proofers for a first run at the Cary. + +We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997 + +Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.* + +Also because they are so preliminary, I have not placed the names +of the person working on the files in them, as I take my complete +repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit +will be completely given when we have the final version ready. + +Michael S. Hart +July 31, 1997 + +The Italian files with no accents appear as follows: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000 +Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 999 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998 +Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997 + +followed by: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012 +Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010 +Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009 + +and + +H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008 +H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1007 +H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty [2ddccxxx.xxx]1006 +H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1005 + +and + +Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004 +Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1003 +Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002 +Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1001 + +in what I hope will be a timely manner. + +Thank you so much for your cooperation and your patience. +This will be a LONG month of preparation. + +Michael S. Hart +[hart@pobox.com] +Project Gutenberg +Executive Director + + + + + +LA DIVINA COMMEDIA + + +DI DANTE ALIGHIERI + + +CANTICA II: PURGATORIO + + + + +La Divina Commedia +di Dante Alighieri + + + + +PURGATORIO + + + +Purgatorio: Canto I + + +Per correr miglior acque alza le vele + omai la navicella del mio ingegno, + che lascia dietro a se' mar si` crudele; + +e cantero` di quel secondo regno + dove l'umano spirito si purga + e di salire al ciel diventa degno. + +Ma qui la morta poesi` resurga, + o sante Muse, poi che vostro sono; + e qui Caliope` alquanto surga, + +seguitando il mio canto con quel suono + di cui le Piche misere sentiro + lo colpo tal, che disperar perdono. + +Dolce color d'oriental zaffiro, + che s'accoglieva nel sereno aspetto + del mezzo, puro infino al primo giro, + +a li occhi miei ricomincio` diletto, + tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta + che m'avea contristati li occhi e 'l petto. + +Lo bel pianeto che d'amar conforta + faceva tutto rider l'oriente, + velando i Pesci ch'erano in sua scorta. + +I' mi volsi a man destra, e puosi mente + a l'altro polo, e vidi quattro stelle + non viste mai fuor ch'a la prima gente. + +Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: + oh settentrional vedovo sito, + poi che privato se' di mirar quelle! + +Com'io da loro sguardo fui partito, + un poco me volgendo a l 'altro polo, + la` onde il Carro gia` era sparito, + +vidi presso di me un veglio solo, + degno di tanta reverenza in vista, + che piu` non dee a padre alcun figliuolo. + +Lunga la barba e di pel bianco mista + portava, a' suoi capelli simigliante, + de' quai cadeva al petto doppia lista. + +Li raggi de le quattro luci sante + fregiavan si` la sua faccia di lume, + ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. + +<<Chi siete voi che contro al cieco fiume + fuggita avete la pregione etterna?>>, + diss'el, movendo quelle oneste piume. + +<<Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna, + uscendo fuor de la profonda notte + che sempre nera fa la valle inferna? + +Son le leggi d'abisso cosi` rotte? + o e` mutato in ciel novo consiglio, + che, dannati, venite a le mie grotte?>>. + +Lo duca mio allor mi die` di piglio, + e con parole e con mani e con cenni + reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio. + +Poscia rispuose lui: <<Da me non venni: + donna scese del ciel, per li cui prieghi + de la mia compagnia costui sovvenni. + +Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi + di nostra condizion com'ell'e` vera, + esser non puote il mio che a te si nieghi. + +Questi non vide mai l'ultima sera; + ma per la sua follia le fu si` presso, + che molto poco tempo a volger era. + +Si` com'io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non li` era altra via + che questa per la quale i' mi son messo. + +Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan se' sotto la tua balia. + +Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti; + de l'alto scende virtu` che m'aiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + +Or ti piaccia gradir la sua venuta: + liberta` va cercando, ch'e` si` cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + +Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara. + +Non son li editti etterni per noi guasti, + che' questi vive, e Minos me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + +di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + +Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riportero` di te a lei, + se d'esser mentovato la` giu` degni>>. + +<<Marzia piacque tanto a li occhi miei + mentre ch'i' fu' di la`>>, diss'elli allora, + <<che quante grazie volse da me, fei. + +Or che di la` dal mal fiume dimora, + piu` muover non mi puo`, per quella legge + che fatta fu quando me n'usci' fora. + +Ma se donna del ciel ti muove e regge, + come tu di', non c'e` mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso, + si` ch'ogne sucidume quindi stinghe; + +che' non si converria, l'occhio sorpriso + d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch'e` di quei di paradiso. + +Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + la` giu` cola` dove la batte l'onda, + porta di giunchi sovra 'l molle limo; + +null'altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + pero` ch'a le percosse non seconda. + +Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterra`, che surge omai, + prendere il monte a piu` lieve salita>>. + +Cosi` spari`; e io su` mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + +El comincio`: <<Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, che' di qua dichina + questa pianura a' suoi termini bassi>>. + +L'alba vinceva l'ora mattutina + che fuggia innanzi, si` che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + +Noi andavam per lo solingo piano + com'om che torna a la perduta strada, + che 'nfino ad essa li pare ire in vano. + +Quando noi fummo la` 've la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + +ambo le mani in su l'erbetta sparte + soavemente 'l mio maestro pose: + ond'io, che fui accorto di sua arte, + +porsi ver' lui le guance lagrimose: + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che l'inferno mi nascose. + +Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + +Quivi mi cinse si` com'altrui piacque: + oh maraviglia! che' qual elli scelse + l'umile pianta, cotal si rinacque + +subitamente la` onde l'avelse. + + + +Purgatorio: Canto II + + +Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto + lo cui meridian cerchio coverchia + Ierusalem col suo piu` alto punto; + +e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + +si` che le bianche e le vermiglie guance, + la` dov'i' era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + +Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + giu` nel ponente sovra 'l suol marino, + +cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir si` ratto, + che 'l muover suo nessun volar pareggia. + +Dal qual com'io un poco ebbi ritratto + l'occhio per domandar lo duca mio, + rividil piu` lucente e maggior fatto. + +Poi d'ogne lato ad esso m'appario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui uscio. + +Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + +grido`: <<Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco l'angel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di si` fatti officiali. + +Vedi che sdegna li argomenti umani, + si` che remo non vuol, ne' altro velo + che l'ali sue, tra liti si` lontani. + +Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo, + trattando l'aere con l'etterne penne, + che non si mutan come mortal pelo>>. + +Poi, come piu` e piu` verso noi venne + l'uccel divino, piu` chiaro appariva: + per che l'occhio da presso nol sostenne, + +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva. + +Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e piu` di cento spirti entro sediero. + +'In exitu Israel de Aegypto' + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo e` poscia scripto. + +Poi fece il segno lor di santa croce; + ond'ei si gittar tutti in su la piaggia; + ed el sen gi`, come venne, veloce. + +La turba che rimase li`, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + +Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, ch'avea con le saette conte + di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno, + +quando la nova gente alzo` la fronte + ver' noi, dicendo a noi: <<Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte>>. + +E Virgilio rispuose: <<Voi credete + forse che siamo esperti d'esto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu si` aspra e forte, + che lo salire omai ne parra` gioco>>. + +L'anime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, ch'i' era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + +E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + +cosi` al viso mio s'affisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi obliando d'ire a farsi belle. + +Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con si` grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + +Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che l'ombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + +Soavemente disse ch'io posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco s'arrestasse. + +Rispuosemi: <<Cosi` com'io t'amai + nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta: + pero` m'arresto; ma tu perche' vai?>>. + +<<Casella mio, per tornar altra volta + la` dov'io son, fo io questo viaggio>>, + diss'io; <<ma a te com'e` tanta ora tolta?>>. + +Ed elli a me: <<Nessun m'e` fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + piu` volte m'ha negato esto passaggio; + +che' di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + +Ond'io, ch'era ora a la marina volto + dove l'acqua di Tevero s'insala, + benignamente fu' da lui ricolto. + +A quella foce ha elli or dritta l'ala, + pero` che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala>>. + +E io: <<Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a l'amoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + +di cio` ti piaccia consolare alquanto + l'anima mia, che, con la sua persona + venendo qui, e` affannata tanto!>>. + +'Amor che ne la mente mi ragiona' + comincio` elli allor si` dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + +Lo mio maestro e io e quella gente + ch'eran con lui parevan si` contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + +Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: <<Che e` cio`, spiriti lenti? + +qual negligenza, quale stare e` questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + ch'esser non lascia a voi Dio manifesto>>. + +Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar l'usato orgoglio, + +se cosa appare ond'elli abbian paura, + subitamente lasciano star l'esca, + perch'assaliti son da maggior cura; + +cosi` vid'io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa, + com'om che va, ne' sa dove riesca: + +ne' la nostra partita fu men tosta. + + + +Purgatorio: Canto III + + +Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + +i' mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare' io sanza lui corso? + chi m'avria tratto su per la montagna? + +El mi parea da se' stesso rimorso: + o dignitosa coscienza e netta, + come t'e` picciol fallo amaro morso! + +Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che l'onestade ad ogn'atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + +lo 'ntento rallargo`, si` come vaga, + e diedi 'l viso mio incontr'al poggio + che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga. + +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto m'era dinanzi a la figura, + ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio. + +Io mi volsi dallato con paura + d'essere abbandonato, quand'io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + +e 'l mio conforto: <<Perche' pur diffidi?>>, + a dir mi comincio` tutto rivolto; + <<non credi tu me teco e ch'io ti guidi? + +Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra: + Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto. + +Ora, se innanzi a me nulla s'aombra, + non ti maravigliar piu` che d'i cieli + che l'uno a l'altro raggio non ingombra. + +A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virtu` dispone + che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli. + +Matto e` chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + +State contenti, umana gente, al quia; + che' se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + +e disiar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + ch'etternalmente e` dato lor per lutto: + +io dico d'Aristotile e di Plato + e di molt'altri>>; e qui chino` la fronte, + e piu` non disse, e rimase turbato. + +Noi divenimmo intanto a pie` del monte; + quivi trovammo la roccia si` erta, + che 'ndarno vi sarien le gambe pronte. + +Tra Lerice e Turbia la piu` diserta, + la piu` rotta ruina e` una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + +<<Or chi sa da qual man la costa cala>>, + disse 'l maestro mio fermando 'l passo, + <<si` che possa salir chi va sanz'ala?>>. + +E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + +da man sinistra m'appari` una gente + d'anime, che movieno i pie` ver' noi, + e non pareva, si` venian lente. + +<<Leva>>, diss'io, <<maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne dara` consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi>>. + +Guardo` allora, e con libero piglio + rispuose: <<Andiamo in la`, ch'ei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio>>. + +Ancora era quel popol di lontano, + i' dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + +quando si strinser tutti ai duri massi + de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti + com'a guardar, chi va dubbiando, stassi. + +<<O ben finiti, o gia` spiriti eletti>>, + Virgilio incomincio`, <<per quella pace + ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti, + +ditene dove la montagna giace + si` che possibil sia l'andare in suso; + che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>. + +Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e l'altre stanno + timidette atterrando l'occhio e 'l muso; + +e cio` che fa la prima, e l'altre fanno, + addossandosi a lei, s'ella s'arresta, + semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno; + +si` vid'io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne l'andare onesta. + +Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + si` che l'ombra era da me a la grotta, + +restaro, e trasser se' in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto. + +<<Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo e` corpo uman che voi vedete; + per che 'l lume del sole in terra e` fesso. + +Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virtu` che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete>>. + +Cosi` 'l maestro; e quella gente degna + <<Tornate>>, disse, <<intrate innanzi dunque>>, + coi dossi de le man faccendo insegna. + +E un di loro incomincio`: <<Chiunque + tu se', cosi` andando, volgi 'l viso: + pon mente se di la` mi vedesti unque>>. + +Io mi volsi ver lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. + +Quand'io mi fui umilmente disdetto + d'averlo visto mai, el disse: <<Or vedi>>; + e mostrommi una piaga a sommo 'l petto. + +Poi sorridendo disse: <<Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond'io ti priego che, quando tu riedi, + +vadi a mia bella figlia, genitrice + de l'onor di Cicilia e d'Aragona, + e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice. + +Poscia ch'io ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + +Orribil furon li peccati miei; + ma la bonta` infinita ha si` gran braccia, + che prende cio` che si rivolge a lei. + +Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + +l'ossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + +Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde, + dov'e' le trasmuto` a lume spento. + +Per lor maladizion si` non si perde, + che non possa tornar, l'etterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + +Vero e` che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + +per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta, + in sua presunzion, se tal decreto + piu` corto per buon prieghi non diventa. + +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come m'hai visto, e anco esto divieto; + +che' qui per quei di la` molto s'avanza>>. + + + +Purgatorio: Canto IV + + +Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virtu` nostra comprenda + l'anima bene ad essa si raccoglie, + +par ch'a nulla potenza piu` intenda; + e questo e` contra quello error che crede + ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda. + +E pero`, quando s'ode cosa o vede + che tegna forte a se' l'anima volta, + vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede; + +ch'altra potenza e` quella che l'ascolta, + e altra e` quella c'ha l'anima intera: + questa e` quasi legata, e quella e` sciolta. + +Di cio` ebb'io esperienza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + che' ben cinquanta gradi salito era + +lo sole, e io non m'era accorto, quando + venimmo ove quell'anime ad una + gridaro a noi: <<Qui e` vostro dimando>>. + +Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + l'uom de la villa quando l'uva imbruna, + +che non era la calla onde saline + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partine. + +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova 'n Cacume + con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli; + +dico con l'ale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + +Noi salavam per entro 'l sasso rotto, + e d'ogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + +Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo + de l'alta ripa, a la scoperta piaggia, + <<Maestro mio>>, diss'io, <<che via faremo?>>. + +Ed elli a me: <<Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che n'appaia alcuna scorta saggia>>. + +Lo sommo er'alto che vincea la vista, + e la costa superba piu` assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + +Io era lasso, quando cominciai: + <<O dolce padre, volgiti, e rimira + com'io rimango sol, se non restai>>. + +<<Figliuol mio>>, disse, <<infin quivi ti tira>>, + additandomi un balzo poco in sue + che da quel lato il poggio tutto gira. + +Si` mi spronaron le parole sue, + ch'i' mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue. + +A seder ci ponemmo ivi ambedui + volti a levante ond'eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + +Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra n'eravam feriti. + +Ben s'avvide il poeta ch'io stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + +Ond'elli a me: <<Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che su` e giu` del suo lume conduce, + +tu vedresti il Zodiaco rubecchio + ancora a l'Orse piu` stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + +Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sion + con questo monte in su la terra stare + +si`, ch'amendue hanno un solo orizzon + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Feton, + +vedrai come a costui convien che vada + da l'un, quando a colui da l'altro fianco, + se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada>>. + +<<Certo, maestro mio,>> diss'io, <<unquanco + non vid'io chiaro si` com'io discerno + la` dove mio ingegno parea manco, + +che 'l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun'arte, + e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno, + +per la ragion che di', quinci si parte + verso settentrion, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + +Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale + piu` che salir non posson li occhi miei>>. + +Ed elli a me: <<Questa montagna e` tale, + che sempre al cominciar di sotto e` grave; + e quant'om piu` va su`, e men fa male. + +Pero`, quand'ella ti parra` soave + tanto, che su` andar ti fia leggero + com'a seconda giu` andar per nave, + +allor sarai al fin d'esto sentiero; + quivi di riposar l'affanno aspetta. + Piu` non rispondo, e questo so per vero>>. + +E com'elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso sono`: <<Forse + che di sedere in pria avrai distretta!>>. + +Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual ne' io ne' ei prima s'accorse. + +La` ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a l'ombra dietro al sasso + come l'uom per negghienza a star si pone. + +E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo 'l viso giu` tra esse basso. + +<<O dolce segnor mio>>, diss'io, <<adocchia + colui che mostra se' piu` negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia>>. + +Allor si volse a noi e puose mente, + movendo 'l viso pur su per la coscia, + e disse: <<Or va tu su`, che se' valente!>>. + +Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che m'avacciava un poco ancor la lena, + non m'impedi` l'andare a lui; e poscia + +ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena, + dicendo: <<Hai ben veduto come 'l sole + da l'omero sinistro il carro mena?>>. + +Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole + +di te omai; ma dimmi: perche' assiso + quiritto se'? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato t'ha' ripriso?>>. + +Ed elli: <<O frate, andar in su` che porta? + che' non mi lascerebbe ire a' martiri + l'angel di Dio che siede in su la porta. + +Prima convien che tanto il ciel m'aggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri, + +se orazione in prima non m'aita + che surga su` di cuor che in grazia viva; + l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?>>. + +E gia` il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: <<Vienne omai; vedi ch'e` tocco + meridian dal sole e a la riva + +cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>. + + + +Purgatorio: Canto V + + +Io era gia` da quell'ombre partito, + e seguitava l'orme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando 'l dito, + +una grido`: <<Ve' che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!>>. + +Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto. + +<<Perche' l'animo tuo tanto s'impiglia>>, + disse 'l maestro, <<che l'andare allenti? + che ti fa cio` che quivi si pispiglia? + +Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + gia` mai la cima per soffiar di venti; + +che' sempre l'omo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da se' dilunga il segno, + perche' la foga l'un de l'altro insolla>>. + +Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa l'uom di perdon talvolta degno. + +E 'ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando 'Miserere' a verso a verso. + +Quando s'accorser ch'i' non dava loco + per lo mio corpo al trapassar d'i raggi, + mutar lor canto in un <<oh!>> lungo e roco; + +e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr'a noi e dimandarne: + <<Di vostra condizion fatene saggi>>. + +E 'l mio maestro: <<Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che 'l corpo di costui e` vera carne. + +Se per veder la sua ombra restaro, + com'io avviso, assai e` lor risposto: + faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>. + +Vapori accesi non vid'io si` tosto + di prima notte mai fender sereno, + ne', sol calando, nuvole d'agosto, + +che color non tornasser suso in meno; + e, giunti la`, con li altri a noi dier volta + come schiera che scorre sanza freno. + +<<Questa gente che preme a noi e` molta, + e vegnonti a pregar>>, disse 'l poeta: + <<pero` pur va, e in andando ascolta>>. + +<<O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti>>, + venian gridando, <<un poco il passo queta. + +Guarda s'alcun di noi unqua vedesti, + si` che di lui di la` novella porti: + deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti? + +Noi fummo tutti gia` per forza morti, + e peccatori infino a l'ultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + +si` che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di se' veder n'accora>>. + +E io: <<Perche' ne' vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma s'a voi piace + cosa ch'io possa, spiriti ben nati, + +voi dite, e io faro` per quella pace + che, dietro a' piedi di si` fatta guida + di mondo in mondo cercar mi si face>>. + +E uno incomincio`: <<Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che 'l voler nonpossa non ricida. + +Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, si` che ben per me s'adori + pur ch'i' possa purgar le gravi offese. + +Quindi fu' io; ma li profondi fori + ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + +la` dov'io piu` sicuro esser credea: + quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira + assai piu` la` che dritto non volea. + +Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira, + quando fu' sovragiunto ad Oriaco, + ancor sarei di la` dove si spira. + +Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco + m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io + de le mie vene farsi in terra laco>>. + +Poi disse un altro: <<Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a l'alto monte, + con buona pietate aiuta il mio! + +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per ch'io vo tra costor con bassa fronte>>. + +E io a lui: <<Qual forza o qual ventura + ti travio` si` fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?>>. + +<<Oh!>>, rispuos'elli, <<a pie` del Casentino + traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano, + che sovra l'Ermo nasce in Apennino. + +La` 've 'l vocabol suo diventa vano, + arriva' io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + +Quivi perdei la vista e la parola + nel nome di Maria fini', e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + +Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi: + l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno + gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi? + +Tu te ne porti di costui l'etterno + per una lagrimetta che 'l mi toglie; + ma io faro` de l'altro altro governo!". + +Ben sai come ne l'aere si raccoglie + quell'umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove 'l freddo il coglie. + +Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento + per la virtu` che sua natura diede. + +Indi la valle, come 'l di` fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento, + +si` che 'l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde e a' fossati venne + di lei cio` che la terra non sofferse; + +e come ai rivi grandi si convenne, + ver' lo fiume real tanto veloce + si ruino`, che nulla la ritenne. + +Lo corpo mio gelato in su la foce + trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse + ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce + +ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse; + voltommi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse>>. + +<<Deh, quando tu sarai tornato al mondo, + e riposato de la lunga via>>, + seguito` 'l terzo spirito al secondo, + +<<ricorditi di me, che son la Pia: + Siena mi fe', disfecemi Maremma: + salsi colui che 'nnanellata pria + +disposando m'avea con la sua gemma>>. + + + +Purgatorio: Canto VI + + +Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + +con l'altro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + +el non s'arresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, piu` non fa pressa; + e cosi` da la calca si difende. + +Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e la`, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + +Quiv'era l'Aretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e l'altro ch'annego` correndo in caccia. + +Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che fe' parer lo buon Marzucco forte. + +Vidi conte Orso e l'anima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com'e' dicea, non per colpa commisa; + +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr'e` di qua, la donna di Brabante, + si` che pero` non sia di peggior greggia. + +Come libero fui da tutte quante + quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi, + si` che s'avacci lor divenir sante, + +io cominciai: <<El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + +e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?>>. + +Ed elli a me: <<La mia scrittura e` piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + +che' cima di giudicio non s'avvalla + perche' foco d'amor compia in un punto + cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla; + +e la` dov'io fermai cotesto punto, + non s'ammendava, per pregar, difetto, + perche' 'l priego da Dio era disgiunto. + +Veramente a cosi` alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto. + +Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice>>. + +E io: <<Segnore, andiamo a maggior fretta, + che' gia` non m'affatico come dianzi, + e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta>>. + +<<Noi anderem con questo giorno innanzi>>, + rispuose, <<quanto piu` potremo omai; + ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi. + +Prima che sie la` su`, tornar vedrai + colui che gia` si cuopre de la costa, + si` che ' suoi raggi tu romper non fai. + +Ma vedi la` un'anima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta>>. + +Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + +Ella non ci dicea alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + +ma di nostro paese e de la vita + ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava + <<Mantua...>>, e l'ombra, tutta in se' romita, + +surse ver' lui del loco ove pria stava, + dicendo: <<O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!>>; e l'un l'altro abbracciava. + +Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + +Quell'anima gentil fu cosi` presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + +e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode + di quei ch'un muro e una fossa serra. + +Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + s'alcuna parte in te di pace gode. + +Che val perche' ti racconciasse il freno + Iustiniano, se la sella e` vota? + Sanz'esso fora la vergogna meno. + +Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi cio` che Dio ti nota, + +guarda come esta fiera e` fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + +O Alberto tedesco ch'abbandoni + costei ch'e` fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + +giusto giudicio da le stelle caggia + sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! + +Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, + per cupidigia di costa` distretti, + che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto. + +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color gia` tristi, e questi con sospetti! + +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com'e` oscura! + +Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e di` e notte chiama: + <<Cesare mio, perche' non m'accompagne?>>. + +Vieni a veder la gente quanto s'ama! + e se nulla di noi pieta` ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + +E se licito m'e`, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + +O e` preparazion che ne l'abisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de l'accorger nostro scisso? + +Che' le citta` d'Italia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + merce' del popol tuo che si argomenta. + +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a l'arco; + ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca. + +Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: <<I' mi sobbarco!>>. + +Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace, e tu con senno! + S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde. + +Atene e Lacedemona, che fenno + l'antiche leggi e furon si` civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + +verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, ch'a mezzo novembre + non giugne quel che tu d'ottobre fili. + +Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato e rinovate membre! + +E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non puo` trovar posa in su le piume, + +ma con dar volta suo dolore scherma. + + + +Purgatorio: Canto VII + + +Poscia che l'accoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: <<Voi, chi siete?>>. + +<<Anzi che a questo monte fosser volte + l'anime degne di salire a Dio, + fur l'ossa mie per Ottavian sepolte. + +Io son Virgilio; e per null'altro rio + lo ciel perdei che per non aver fe'>>. + Cosi` rispuose allora il duca mio. + +Qual e` colui che cosa innanzi se' + subita vede ond'e' si maraviglia, + che crede e non, dicendo <<Ella e`... non e`...>>, + +tal parve quelli; e poi chino` le ciglia, + e umilmente ritorno` ver' lui, + e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia. + +<<O gloria di Latin>>, disse, <<per cui + mostro` cio` che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond'io fui, + +qual merito o qual grazia mi ti mostra? + S'io son d'udir le tue parole degno, + dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra>>. + +<<Per tutt'i cerchi del dolente regno>>, + rispuose lui, <<son io di qua venuto; + virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno. + +Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder l'alto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + +Luogo e` la` giu` non tristo di martiri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + +Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da l'umana colpa essenti; + +quivi sto io con quei che le tre sante + virtu` non si vestiro, e sanza vizio + conobber l'altre e seguir tutte quante. + +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + da` noi per che venir possiam piu` tosto + la` dove purgatorio ha dritto inizio>>. + +Rispuose: <<Loco certo non c'e` posto; + licito m'e` andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi t'accosto. + +Ma vedi gia` come dichina il giorno, + e andar su` di notte non si puote; + pero` e` buon pensar di bel soggiorno. + +Anime sono a destra qua remote: + se mi consenti, io ti merro` ad esse, + e non sanza diletto ti fier note>>. + +<<Com'e` cio`?>>, fu risposto. <<Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + d'altrui, o non sarria che' non potesse?>>. + +E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito, + dicendo: <<Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo 'l sol partito: + +non pero` ch'altra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + +Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso>>. + +Allora il mio segnor, quasi ammirando, + <<Menane>>, disse, <<dunque la` 've dici + ch'aver si puo` diletto dimorando>>. + +Poco allungati c'eravam di lici, + quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + +<<Cola`>>, disse quell'ombra, <<n'anderemo + dove la costa face di se' grembo; + e la` il novo giorno attenderemo>>. + +Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo. + +Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in l'ora che si fiacca, + +da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore e` vinto il meno. + +Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavita` di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + +'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + +<<Prima che 'l poco sole omai s'annidi>>, + comincio` 'l Mantoan che ci avea volti, + <<tra color non vogliate ch'io vi guidi. + +Di questo balzo meglio li atti e ' volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama giu` tra essi accolti. + +Colui che piu` siede alto e fa sembianti + d'aver negletto cio` che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + +Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe c'hanno Italia morta, + si` che tardi per altri si ricrea. + +L'altro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove l'acqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + +E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui c'ha si` benigno aspetto, + mori` fuggendo e disfiorando il giglio: + +guardate la` come si batte il petto! + L'altro vedete c'ha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + +Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che si` li lancia. + +Quel che par si` membruto e che s'accorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + d'ogne valor porto` cinta la corda; + +e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + +che non si puote dir de l'altre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + +Rade volte risurge per li rami + l'umana probitate; e questo vole + quei che la da`, perche' da lui si chiami. + +Anche al nasuto vanno mie parole + non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza gia` si dole. + +Tant'e` del seme suo minor la pianta, + quanto piu` che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + +Vedete il re de la semplice vita + seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra: + questi ha ne' rami suoi migliore uscita. + +Quel che piu` basso tra costor s'atterra, + guardando in suso, e` Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + +fa pianger Monferrato e Canavese>>. + + + +Purgatorio: Canto VIII + + +Era gia` l'ora che volge il disio + ai navicanti e 'ntenerisce il core + lo di` c'han detto ai dolci amici addio; + +e che lo novo peregrin d'amore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + +quand'io incominciai a render vano + l'udire e a mirare una de l'alme + surta, che l'ascoltar chiedea con mano. + +Ella giunse e levo` ambo le palme, + ficcando li occhi verso l'oriente, + come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'. + +'Te lucis ante' si` devotamente + le uscio di bocca e con si` dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + +e l'altre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto l'inno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + che' 'l velo e` ora ben tanto sottile, + certo che 'l trapassar dentro e` leggero. + +Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in sue + quasi aspettando, palido e umile; + +e vidi uscir de l'alto e scender giue + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + +Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + +L'un poco sovra noi a star si venne, + e l'altro scese in l'opposita sponda, + si` che la gente in mezzo si contenne. + +Ben discernea in lor la testa bionda; + ma ne la faccia l'occhio si smarria, + come virtu` ch'a troppo si confonda. + +<<Ambo vegnon del grembo di Maria>>, + disse Sordello, <<a guardia de la valle, + per lo serpente che verra` vie via>>. + +Ond'io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto m'accostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + +E Sordello anco: <<Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazioso fia lor vedervi assai>>. + +Solo tre passi credo ch'i' scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + +Temp'era gia` che l'aere s'annerava, + ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei + non dichiarisse cio` che pria serrava. + +Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra ' rei! + +Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimando`: <<Quant'e` che tu venisti + a pie` del monte per le lontane acque?>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che l'altra, si` andando, acquisti>>. + +E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di subito smarrita. + +L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse + che sedea li`, gridando: <<Su`, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse>>. + +Poi, volto a me: <<Per quel singular grado + che tu dei a colui che si` nasconde + lo suo primo perche', che non li` e` guado, + +quando sarai di la` da le larghe onde, + di` a Giovanna mia che per me chiami + la` dove a li 'nnocenti si risponde. + +Non credo che la sua madre piu` m'ami, + poscia che trasmuto` le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + +Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco d'amor dura, + se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende. + +Non le fara` si` bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com'avria fatto il gallo di Gallura>>. + +Cosi` dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur la` dove le stelle son piu` tarde, + si` come rota piu` presso a lo stelo. + +E 'l duca mio: <<Figliuol, che la` su` guarde?>>. + E io a lui: <<A quelle tre facelle + di che 'l polo di qua tutto quanto arde>>. + +Ond'elli a me: <<Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di la` basse, + e queste son salite ov'eran quelle>>. + +Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse + dicendo: <<Vedi la` 'l nostro avversaro>>; + e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse. + +Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + +Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso + leccando come bestia che si liscia. + +Io non vidi, e pero` dicer non posso, + come mosser li astor celestiali; + ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso. + +Sentendo fender l'aere a le verdi ali, + fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + +L'ombra che s'era al giudice raccolta + quando chiamo`, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + +<<Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant'e` mestiere infino al sommo smalto>>, + +comincio` ella, <<se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che gia` grande la` era. + +Fui chiamato Currado Malaspina; + non son l'antico, ma di lui discesi; + a' miei portai l'amor che qui raffina>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<per li vostri paesi + gia` mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa ch'ei non sien palesi? + +La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + si` che ne sa chi non vi fu ancora; + +e io vi giuro, s'io di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + +Uso e natura si` la privilegia, + che, perche' il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e 'l mal cammin dispregia>>. + +Ed elli: <<Or va; che 'l sol non si ricorca + sette volte nel letto che 'l Montone + con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca, + +che cotesta cortese oppinione + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che d'altrui sermone, + +se corso di giudicio non s'arresta>>. + + + +Purgatorio: Canto IX + + +La concubina di Titone antico + gia` s'imbiancava al balco d'oriente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + +di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + +e la notte, de' passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov'eravamo, + e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale; + +quand'io, che meco avea di quel d'Adamo, + vinto dal sonno, in su l'erba inchinai + la` 've gia` tutti e cinque sedavamo. + +Ne l'ora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de' suo' primi guai, + +e che la mente nostra, peregrina + piu` da la carne e men da' pensier presa, + a le sue vision quasi e` divina, + +in sogno mi parea veder sospesa + un'aguglia nel ciel con penne d'oro, + con l'ali aperte e a calare intesa; + +ed esser mi parea la` dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + +Fra me pensava: 'Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse d'altro loco + disdegna di portarne suso in piede'. + +Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + +Ivi parea che ella e io ardesse; + e si` lo 'ncendio imaginato cosse, + che convenne che 'l sonno si rompesse. + +Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo la` dove si fosse, + +quando la madre da Chiron a Schiro + trafuggo` lui dormendo in le sue braccia, + la` onde poi li Greci il dipartiro; + +che mi scoss'io, si` come da la faccia + mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto, + come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia. + +Dallato m'era solo il mio conforto, + e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore, + e 'l viso m'era a la marina torto. + +<<Non aver tema>>, disse il mio segnore; + <<fatti sicur, che' noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + +Tu se' omai al purgatorio giunto: + vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno; + vedi l'entrata la` 've par digiunto. + +Dianzi, ne l'alba che procede al giorno, + quando l'anima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno + +venne una donna, e disse: "I' son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + si` l'agevolero` per la sua via". + +Sordel rimase e l'altre genti forme; + ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + +Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro>>. + +A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verita` li e` discoperta, + +mi cambia' io; e come sanza cura + vide me 'l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver' l'altura. + +Lettor, tu vedi ben com'io innalzo + la mia matera, e pero` con piu` arte + non ti maravigliar s'io la rincalzo. + +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte, + che la` dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + +vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier ch'ancor non facea motto. + +E come l'occhio piu` e piu` v'apersi, + vidil seder sovra 'l grado sovrano, + tal ne la faccia ch'io non lo soffersi; + +e una spada nuda avea in mano, + che reflettea i raggi si` ver' noi, + ch'io drizzava spesso il viso in vano. + +<<Dite costinci: che volete voi?>>, + comincio` elli a dire, <<ov'e` la scorta? + Guardate che 'l venir su` non vi noi>>. + +<<Donna del ciel, di queste cose accorta>>, + rispuose 'l mio maestro a lui, <<pur dianzi + ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta">>. + +<<Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>, + ricomincio` il cortese portinaio: + <<Venite dunque a' nostri gradi innanzi>>. + +La` ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era si` pulito e terso, + ch'io mi specchiai in esso qual io paio. + +Era il secondo tinto piu` che perso, + d'una petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + +Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia, + porfido mi parea, si` fiammeggiante, + come sangue che fuor di vena spiccia. + +Sovra questo tenea ambo le piante + l'angel di Dio, sedendo in su la soglia, + che mi sembiava pietra di diamante. + +Per li tre gradi su` di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: <<Chiedi + umilemente che 'l serrame scioglia>>. + +Divoto mi gittai a' santi piedi; + misericordia chiesi e ch'el m'aprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + +Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e <<Fa che lavi, + quando se' dentro, queste piaghe>>, disse. + +Cenere, o terra che secca si cavi, + d'un color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + +L'una era d'oro e l'altra era d'argento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta si`, ch'i' fu' contento. + +<<Quandunque l'una d'este chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa>>, + diss'elli a noi, <<non s'apre questa calla. + +Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa + d'arte e d'ingegno avanti che diserri, + perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa. + +Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri + anzi ad aprir ch'a tenerla serrata, + pur che la gente a' piedi mi s'atterri>>. + +Poi pinse l'uscio a la porta sacrata, + dicendo: <<Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi 'n dietro si guata>>. + +E quando fuor ne' cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + +non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra + Tarpea, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + +Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e 'Te Deum laudamus' mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + +Tale imagine a punto mi rendea + cio` ch'io udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + +ch'or si` or no s'intendon le parole. + + + +Purgatorio: Canto X + + +Poi fummo dentro al soglio de la porta + che 'l mal amor de l'anime disusa, + perche' fa parer dritta la via torta, + +sonando la senti' esser richiusa; + e s'io avesse li occhi volti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + +Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e d'una e d'altra parte, + si` come l'onda che fugge e s'appressa. + +<<Qui si conviene usare un poco d'arte>>, + comincio` 'l duca mio, <<in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte>>. + +E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + +che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + su` dove il monte in dietro si rauna, + +io stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo piu` che strade per diserti. + +Da la sua sponda, ove confina il vano, + al pie` de l'alta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + +e quanto l'occhio mio potea trar d'ale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + +La` su` non eran mossi i pie` nostri anco, + quand'io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + +esser di marmo candido e addorno + d'intagli si`, che non pur Policleto, + ma la natura li` avrebbe scorno. + +L'angel che venne in terra col decreto + de la molt'anni lagrimata pace, + ch'aperse il ciel del suo lungo divieto, + +dinanzi a noi pareva si` verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + +Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!'; + perche' iv'era imaginata quella + ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave; + +e avea in atto impressa esta favella + 'Ecce ancilla Dei', propriamente + come figura in cera si suggella. + +<<Non tener pur ad un loco la mente>>, + disse 'l dolce maestro, che m'avea + da quella parte onde 'l cuore ha la gente. + +Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde m'era colui che mi movea, + +un'altra storia ne la roccia imposta; + per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso, + accio` che fosse a li occhi miei disposta. + +Era intagliato li` nel marmo stesso + lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa, + per che si teme officio non commesso. + +Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a' due mie' sensi + faceva dir l'un <<No>>, l'altro <<Si`, canta>>. + +Similemente al fummo de li 'ncensi + che v'era imaginato, li occhi e 'l naso + e al si` e al no discordi fensi. + +Li` precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, l'umile salmista, + e piu` e men che re era in quel caso. + +Di contra, effigiata ad una vista + d'un gran palazzo, Micol ammirava + si` come donna dispettosa e trista. + +I' mossi i pie` del loco dov'io stava, + per avvisar da presso un'altra istoria, + che di dietro a Micol mi biancheggiava. + +Quiv'era storiata l'alta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + +i' dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + +Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro + sovr'essi in vista al vento si movieno. + +La miserella intra tutti costoro + pareva dir: <<Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro>>; + +ed elli a lei rispondere: <<Or aspetta + tanto ch'i' torni>>; e quella: <<Segnor mio>>, + come persona in cui dolor s'affretta, + +<<se tu non torni?>>; ed ei: <<Chi fia dov'io, + la ti fara`>>; ed ella: <<L'altrui bene + a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?>>; + +ond'elli: <<Or ti conforta; ch'ei convene + ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova: + giustizia vuole e pieta` mi ritene>>. + +Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perche' qui non si trova. + +Mentr'io mi dilettava di guardare + l'imagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + +<<Ecco di qua, ma fanno i passi radi>>, + mormorava il poeta, <<molte genti: + questi ne 'nvieranno a li alti gradi>>. + +Li occhi miei ch'a mirare eran contenti + per veder novitadi ond'e' son vaghi, + volgendosi ver' lui non furon lenti. + +Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che 'l debito si paghi. + +Non attender la forma del martire: + pensa la succession; pensa ch'al peggio, + oltre la gran sentenza non puo` ire. + +Io cominciai: <<Maestro, quel ch'io veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, si` nel veder vaneggio>>. + +Ed elli a me: <<La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione. + +Ma guarda fiso la`, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>. + +O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne' retrosi passi, + +non v'accorgete voi che noi siam vermi + nati a formar l'angelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + +Di che l'animo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + si` come vermo in cui formazion falla? + +Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + +la qual fa del non ver vera rancura + nascere 'n chi la vede; cosi` fatti + vid'io color, quando puosi ben cura. + +Vero e` che piu` e meno eran contratti + secondo ch'avien piu` e meno a dosso; + e qual piu` pazienza avea ne li atti, + +piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'. + + + +Purgatorio: Canto XI + + +<<O Padre nostro, che ne' cieli stai, + non circunscritto, ma per piu` amore + ch'ai primi effetti di la` su` tu hai, + +laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore + da ogni creatura, com'e` degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + +Vegna ver' noi la pace del tuo regno, + che' noi ad essa non potem da noi, + s'ella non vien, con tutto nostro ingegno. + +Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + cosi` facciano li uomini de' suoi. + +Da` oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi piu` di gir s'affanna. + +E come noi lo mal ch'avem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + +Nostra virtu` che di legger s'adona, + non spermentar con l'antico avversaro, + ma libera da lui che si` la sprona. + +Quest'ultima preghiera, segnor caro, + gia` non si fa per noi, che' non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro>>. + +Cosi` a se' e noi buona ramogna + quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo, + simile a quel che tal volta si sogna, + +disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + +Se di la` sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei ch'hanno al voler buona radice? + +Ben si de' loro atar lavar le note + che portar quinci, si` che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + +<<Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi + tosto, si` che possiate muover l'ala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + +mostrate da qual mano inver' la scala + si va piu` corto; e se c'e` piu` d'un varco, + quel ne 'nsegnate che men erto cala; + +che' questi che vien meco, per lo 'ncarco + de la carne d'Adamo onde si veste, + al montar su`, contra sua voglia, e` parco>>. + +Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu' io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + +ma fu detto: <<A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + +E s'io non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + +cotesti, ch'ancor vive e non si noma, + guardere' io, per veder s'i' 'l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + +Io fui latino e nato d'un gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se 'l nome suo gia` mai fu vosco. + +L'antico sangue e l'opere leggiadre + d'i miei maggior mi fer si` arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + +ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante, + ch'io ne mori', come i Sanesi sanno + e sallo in Campagnatico ogne fante. + +Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, che' tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + +E qui convien ch'io questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti>>. + +Ascoltando chinai in giu` la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li 'mpaccia, + +e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<non se' tu Oderisi, + l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte + ch'alluminar chiamata e` in Parisi?>>. + +<<Frate>>, diss'elli, <<piu` ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + l'onore e` tutto or suo, e mio in parte. + +Ben non sare' io stato si` cortese + mentre ch'io vissi, per lo gran disio + de l'eccellenza ove mio core intese. + +Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + +Oh vana gloria de l'umane posse! + com'poco verde in su la cima dura, + se non e` giunta da l'etati grosse! + +Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + si` che la fama di colui e` scura: + +cosi` ha tolto l'uno a l'altro Guido + la gloria de la lingua; e forse e` nato + chi l'uno e l'altro caccera` del nido. + +Non e` il mondan romore altro ch'un fiato + di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perche' muta lato. + +Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi', + +pria che passin mill'anni? ch'e` piu` corto + spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia + al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto. + +Colui che del cammin si` poco piglia + dinanzi a me, Toscana sono` tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + +ond'era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo si` com'ora e` putta. + +La vostra nominanza e` color d'erba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba>>. + +E io a lui: <<Tuo vero dir m'incora + bona umilta`, e gran tumor m'appiani; + ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?>>. + +<<Quelli e`>>, rispuose, <<Provenzan Salvani; + ed e` qui perche' fu presuntuoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + +Ito e` cosi` e va, sanza riposo, + poi che mori`; cotal moneta rende + a sodisfar chi e` di la` troppo oso>>. + +E io: <<Se quello spirito ch'attende, + pria che si penta, l'orlo de la vita, + qua giu` dimora e qua su` non ascende, + +se buona orazion lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?>>. + +<<Quando vivea piu` glorioso>>, disse, + <<liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, s'affisse; + +e li`, per trar l'amico suo di pena + ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + +Piu` non diro`, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andra`, che ' tuoi vicini + faranno si` che tu potrai chiosarlo. + +Quest'opera li tolse quei confini>>. + + + +Purgatorio: Canto XII + + +Di pari, come buoi che vanno a giogo, + m'andava io con quell'anima carca, + fin che 'l sofferse il dolce pedagogo. + +Ma quando disse: <<Lascia lui e varca; + che' qui e` buono con l'ali e coi remi, + quantunque puo`, ciascun pinger sua barca>>; + +dritto si` come andar vuolsi rife'mi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + +Io m'era mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + gia` mostravam com'eravam leggeri; + +ed el mi disse: <<Volgi li occhi in giue: + buon ti sara`, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue>>. + +Come, perche' di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel ch'elli eran pria, + +onde li` molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a' pii da` de le calcagne; + +si` vid'io li`, ma di miglior sembianza + secondo l'artificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + +Vedea colui che fu nobil creato + piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo + folgoreggiando scender, da l'un lato. + +Vedea Briareo, fitto dal telo + celestial giacer, da l'altra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra d'i Giganti sparte. + +Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che 'n Sennaar con lui superbi fuoro. + +O Niobe`, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + +O Saul, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelboe`, + che poi non senti` pioggia ne' rugiada! + +O folle Aragne, si` vedea io te + gia` mezza ragna, trista in su li stracci + de l'opera che mal per te si fe'. + +O Roboam, gia` non par che minacci + quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci. + +Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre fe' caro + parer lo sventurato addornamento. + +Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherib dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + +Mostrava la ruina e 'l crudo scempio + che fe' Tamiri, quando disse a Ciro: + <<Sangue sitisti, e io di sangue t'empio>>. + +Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + +Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Ilion, come te basso e vile + mostrava il segno che li` si discerne! + +Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + +Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant'io calcai, fin che chinato givi. + +Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli d'Eva, e non chinate il volto + si` che veggiate il vostro mal sentero! + +Piu` era gia` per noi del monte volto + e del cammin del sole assai piu` speso + che non stimava l'animo non sciolto, + +quando colui che sempre innanzi atteso + andava, comincio`: <<Drizza la testa; + non e` piu` tempo di gir si` sospeso. + +Vedi cola` un angel che s'appresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del di` l'ancella sesta. + +Di reverenza il viso e li atti addorna, + si` che i diletti lo 'nviarci in suso; + pensa che questo di` mai non raggiorna!>>. + +Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, si` che 'n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + +A noi venia la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + +Le braccia aperse, e indi aperse l'ale; + disse: <<Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + +A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar su` nata, + perche' a poco vento cosi` cadi?>>. + +Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batte' l'ali per la fronte; + poi mi promise sicura l'andata. + +Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + +si rompe del montar l'ardita foga + per le scalee che si fero ad etade + ch'era sicuro il quaderno e la doga; + +cosi` s'allenta la ripa che cade + quivi ben ratta da l'altro girone; + ma quinci e quindi l'alta pietra rade. + +Noi volgendo ivi le nostre persone, + 'Beati pauperes spiritu!' voci + cantaron si`, che nol diria sermone. + +Ahi quanto son diverse quelle foci + da l'infernali! che' quivi per canti + s'entra, e la` giu` per lamenti feroci. + +Gia` montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo piu` lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + +Ond'io: <<Maestro, di`, qual cosa greve + levata s'e` da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?>>. + +Rispuose: <<Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com'e` l'un, del tutto rasi, + +fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser su` pinti>>. + +Allor fec'io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che ' cenni altrui sospecciar fanno; + +per che la mano ad accertar s'aiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si puo` fornir per la veduta; + +e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che 'ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + +a che guardando, il mio duca sorrise. + + + +Purgatorio: Canto XIII + + +Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + +Ivi cosi` una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che l'arco suo piu` tosto piega. + +Ombra non li` e` ne' segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + +<<Se qui per dimandar gente s'aspetta>>, + ragionava il poeta, <<io temo forse + che troppo avra` d'indugio nostra eletta>>. + +Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di se' torse. + +<<O dolce lume a cui fidanza i' entro + per lo novo cammin, tu ne conduci>>, + dicea, <<come condur si vuol quinc'entro. + +Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci; + s'altra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci>>. + +Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di la` eravam noi gia` iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + +e verso noi volar furon sentiti, + non pero` visti, spiriti parlando + a la mensa d'amor cortesi inviti. + +La prima voce che passo` volando + 'Vinum non habent' altamente disse, + e dietro a noi l'ando` reiterando. + +E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste' + passo` gridando, e anco non s'affisse. + +<<Oh!>>, diss'io, <<padre, che voci son queste?>>. + E com'io domandai, ecco la terza + dicendo: 'Amate da cui male aveste'. + +E 'l buon maestro: <<Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e pero` sono + tratte d'amor le corde de la ferza. + +Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che l'udirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + +Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun e` lungo la grotta assiso>>. + +Allora piu` che prima li occhi apersi; + guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + +E poi che fummo un poco piu` avanti, + udia gridar: 'Maria, ora per noi': + gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'. + +Non credo che per terra vada ancoi + omo si` duro, che non fosse punto + per compassion di quel ch'i' vidi poi; + +che', quando fui si` presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + +Di vil ciliccio mi parean coperti, + e l'un sofferia l'altro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + +Cosi` li ciechi a cui la roba falla + stanno a' perdoni a chieder lor bisogna, + e l'uno il capo sopra l'altro avvalla, + +perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + +E come a li orbi non approda il sole, + cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora, + luce del ciel di se' largir non vole; + +che' a tutti un fil di ferro i cigli fora + e cusce si`, come a sparvier selvaggio + si fa pero` che queto non dimora. + +A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio. + +Ben sapev'ei che volea dir lo muto; + e pero` non attese mia dimanda, + ma disse: <<Parla, e sie breve e arguto>>. + +Virgilio mi venia da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perche' da nulla sponda s'inghirlanda; + +da l'altra parte m'eran le divote + ombre, che per l'orribile costura + premevan si`, che bagnavan le gote. + +Volsimi a loro e <<O gente sicura>>, + incominciai, <<di veder l'alto lume + che 'l disio vostro solo ha in sua cura, + +se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscienza si` che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + +ditemi, che' mi fia grazioso e caro, + s'anima e` qui tra voi che sia latina; + e forse lei sara` buon s'i' l'apparo>>. + +<<O frate mio, ciascuna e` cittadina + d'una vera citta`; ma tu vuo' dire + che vivesse in Italia peregrina>>. + +Questo mi parve per risposta udire + piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava, + ond'io mi feci ancor piu` la` sentire. + +Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava + in vista; e se volesse alcun dir 'Come?', + lo mento a guisa d'orbo in su` levava. + +<<Spirto>>, diss'io, <<che per salir ti dome, + se tu se' quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome>>. + +<<Io fui sanese>>, rispuose, <<e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che se' ne presti. + +Savia non fui, avvegna che Sapia + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + piu` lieta assai che di ventura mia. + +E perche' tu non creda ch'io t'inganni, + odi s'i' fui, com'io ti dico, folle, + gia` discendendo l'arco d'i miei anni. + +Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co' loro avversari, + e io pregava Iddio di quel ch'e' volle. + +Rotti fuor quivi e volti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + +tanto ch'io volsi in su` l'ardita faccia, + gridando a Dio: "Omai piu` non ti temo!", + come fe' 'l merlo per poca bonaccia. + +Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + +se cio` non fosse, ch'a memoria m'ebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + +Ma tu chi se', che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + si` com'io credo, e spirando ragioni?>>. + +<<Li occhi>>, diss'io, <<mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, che' poca e` l'offesa + fatta per esser con invidia volti. + +Troppa e` piu` la paura ond'e` sospesa + l'anima mia del tormento di sotto, + che gia` lo 'ncarco di la` giu` mi pesa>>. + +Ed ella a me: <<Chi t'ha dunque condotto + qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?>>. + E io: <<Costui ch'e` meco e non fa motto. + +E vivo sono; e pero` mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova + di la` per te ancor li mortai piedi>>. + +<<Oh, questa e` a udir si` cosa nuova>>, + rispuose, <<che gran segno e` che Dio t'ami; + pero` col priego tuo talor mi giova. + +E cheggioti, per quel che tu piu` brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a' miei propinqui tu ben mi rinfami. + +Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + piu` di speranza ch'a trovar la Diana; + +ma piu` vi perderanno li ammiragli>>. + + + +Purgatorio: Canto XIV + + +<<Chi e` costui che 'l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?>>. + +<<Non so chi sia, ma so ch'e' non e` solo: + domandal tu che piu` li t'avvicini, + e dolcemente, si` che parli, acco'lo>>. + +Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + +e disse l'uno: <<O anima che fitta + nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai, + per carita` ne consola e ne ditta + +onde vieni e chi se'; che' tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu piu` mai>>. + +E io: <<Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + +Di sovr'esso rech'io questa persona: + dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno, + che' 'l nome mio ancor molto non suona>>. + +<<Se ben lo 'ntendimento tuo accarno + con lo 'ntelletto>>, allora mi rispuose + quei che diceva pria, <<tu parli d'Arno>>. + +E l'altro disse lui: <<Perche' nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com'om fa de l'orribili cose?>>. + +E l'ombra che di cio` domandata era, + si sdebito` cosi`: <<Non so; ma degno + ben e` che 'l nome di tal valle pera; + +che' dal principio suo, ov'e` si` pregno + l'alpestro monte ond'e` tronco Peloro, + che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno, + +infin la` 've si rende per ristoro + di quel che 'l ciel de la marina asciuga, + ond'hanno i fiumi cio` che va con loro, + +vertu` cosi` per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + +ond'hanno si` mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + +Tra brutti porci, piu` degni di galle + che d'altro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + +Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi piu` che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + +Vassi caggendo; e quant'ella piu` 'ngrossa, + tanto piu` trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + +Discesa poi per piu` pelaghi cupi, + trova le volpi si` piene di froda, + che non temono ingegno che le occupi. + +Ne' lascero` di dir perch'altri m'oda; + e buon sara` costui, s'ancor s'ammenta + di cio` che vero spirto mi disnoda. + +Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + +Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e se' di pregio priva. + +Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva>>. + +Com'a l'annunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui ch'ascolta, + da qual che parte il periglio l'assanni, + +cosi` vid'io l'altr'anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi ch'ebbe la parola a se' raccolta. + +Lo dir de l'una e de l'altra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + +per che lo spirto che di pria parlomi + ricomincio`: <<Tu vuo' ch'io mi deduca + nel fare a te cio` che tu far non vuo'mi. + +Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti saro` scarso; + pero` sappi ch'io fui Guido del Duca. + +Fu il sangue mio d'invidia si` riarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto m'avresti di livore sparso. + +Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perche' poni 'l core + la` 'v'e` mestier di consorte divieto? + +Questi e` Rinier; questi e` 'l pregio e l'onore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s'e` reda poi del suo valore. + +E non pur lo suo sangue e` fatto brullo, + tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + +che' dentro a questi termini e` ripieno + di venenosi sterpi, si` che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + +Ov'e` 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + +Non ti maravigliar s'io piango, Tosco, + quando rimembro con Guido da Prata, + Ugolin d'Azzo che vivette nosco, + +Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e l'una gente e l'altra e` diretata), + +le donne e ' cavalier, li affanni e li agi + che ne 'nvogliava amore e cortesia + la` dove i cuor son fatti si` malvagi. + +O Bretinoro, che' non fuggi via, + poi che gita se n'e` la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti piu` s'impiglia. + +Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio + lor sen gira`; ma non pero` che puro + gia` mai rimagna d'essi testimonio. + +O Ugolin de' Fantolin, sicuro + e` il nome tuo, da che piu` non s'aspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + +Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta + troppo di pianger piu` che di parlare, + si` m'ha nostra ragion la mente stretta>>. + +Noi sapavam che quell'anime care + ci sentivano andar; pero`, tacendo, + facean noi del cammin confidare. + +Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando l'aere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + +'Anciderammi qualunque m'apprende'; + e fuggi` come tuon che si dilegua, + se subito la nuvola scoscende. + +Come da lei l'udir nostro ebbe triegua, + ed ecco l'altra con si` gran fracasso, + che somiglio` tonar che tosto segua: + +<<Io sono Aglauro che divenni sasso>>; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci e non innanzi il passo. + +Gia` era l'aura d'ogne parte queta; + ed el mi disse: <<Quel fu 'l duro camo + che dovria l'uom tener dentro a sua meta. + +Ma voi prendete l'esca, si` che l'amo + de l'antico avversaro a se' vi tira; + e pero` poco val freno o richiamo. + +Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e l'occhio vostro pur a terra mira; + +onde vi batte chi tutto discerne>>. + + + +Purgatorio: Canto XV + + +Quanto tra l'ultimar de l'ora terza + e 'l principio del di` par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + +tanto pareva gia` inver' la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero la`, e qui mezza notte era. + +E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso, + perche' per noi girato era si` 'l monte, + che gia` dritti andavamo inver' l'occaso, + +quand'io senti' a me gravar la fronte + a lo splendore assai piu` che di prima, + e stupor m'eran le cose non conte; + +ond'io levai le mani inver' la cima + de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + +Come quando da l'acqua o da lo specchio + salta lo raggio a l'opposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + +a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + si` come mostra esperienza e arte; + +cosi` mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + +<<Che e` quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia>>, + diss'io, <<e pare inver' noi esser mosso?>>. + +<<Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia + la famiglia del cielo>>, a me rispuose: + <<messo e` che viene ad invitar ch'om saglia. + +Tosto sara` ch'a veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose>>. + +Poi giunti fummo a l'angel benedetto, + con lieta voce disse: <<Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto>>. + +Noi montavam, gia` partiti di linci, + e 'Beati misericordes!' fue + cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'. + +Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + +e dirizza'mi a lui si` dimandando: + <<Che volse dir lo spirto di Romagna, + e 'divieto' e 'consorte' menzionando?>>. + +Per ch'elli a me: <<Di sua maggior magagna + conosce il danno; e pero` non s'ammiri + se ne riprende perche' men si piagna. + +Perche' s'appuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a' sospiri. + +Ma se l'amor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + +che', per quanti si dice piu` li` 'nostro', + tanto possiede piu` di ben ciascuno, + e piu` di caritate arde in quel chiostro>>. + +<<Io son d'esser contento piu` digiuno>>, + diss'io, <<che se mi fosse pria taciuto, + e piu` di dubbio ne la mente aduno. + +Com'esser puote ch'un ben, distributo + in piu` posseditor, faccia piu` ricchi + di se', che se da pochi e` posseduto?>>. + +Ed elli a me: <<Pero` che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + +Quello infinito e ineffabil bene + che la` su` e`, cosi` corre ad amore + com'a lucido corpo raggio vene. + +Tanto si da` quanto trova d'ardore; + si` che, quantunque carita` si stende, + cresce sovr'essa l'etterno valore. + +E quanta gente piu` la` su` s'intende, + piu` v'e` da bene amare, e piu` vi s'ama, + e come specchio l'uno a l'altro rende. + +E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torra` questa e ciascun'altra brama. + +Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son gia` le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente>>. + +Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe', + vidimi giunto in su l'altro girone, + si` che tacer mi fer le luci vaghe. + +Ivi mi parve in una visione + estatica di subito esser tratto, + e vedere in un tempio piu` persone; + +e una donna, in su l'entrar, con atto + dolce di madre dicer: <<Figliuol mio + perche' hai tu cosi` verso noi fatto? + +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo>>. E come qui si tacque, + cio` che pareva prima, dispario. + +Indi m'apparve un'altra con quell'acque + giu` per le gote che 'l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + +e dir: <<Se tu se' sire de la villa + del cui nome ne' dei fu tanta lite, + e onde ogni scienza disfavilla, + +vendica te di quelle braccia ardite + ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato>>. + E 'l segnor mi parea, benigno e mite, + +risponder lei con viso temperato: + <<Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama e` per noi condannato?>>, + +Poi vidi genti accese in foco d'ira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a se' pur: <<Martira, martira!>>. + +E lui vedea chinarsi, per la morte + che l'aggravava gia`, inver' la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + +orando a l'alto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a' suoi persecutori, + con quello aspetto che pieta` diserra. + +Quando l'anima mia torno` di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + +Lo duca mio, che mi potea vedere + far si` com'om che dal sonno si slega, + disse: <<Che hai che non ti puoi tenere, + +ma se' venuto piu` che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?>>. + +<<O dolce padre mio, se tu m'ascolte, + io ti diro`>>, diss'io, <<cio` che m'apparve + quando le gambe mi furon si` tolte>>. + +Ed ei: <<Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + +Cio` che vedesti fu perche' non scuse + d'aprir lo core a l'acque de la pace + che da l'etterno fonte son diffuse. + +Non dimandai "Che hai?" per quel che face + chi guarda pur con l'occhio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + +ma dimandai per darti forza al piede: + cosi` frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede>>. + +Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + ne' da quello era loco da cansarsi. + +Questo ne tolse li occhi e l'aere puro. + + + +Purgatorio: Canto XVI + + +Buio d'inferno e di notte privata + d'ogne pianeto, sotto pover cielo, + quant'esser puo` di nuvol tenebrata, + +non fece al viso mio si` grosso velo + come quel fummo ch'ivi ci coperse, + ne' a sentir di cosi` aspro pelo, + +che l'occhio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi s'accosto` e l'omero m'offerse. + +Si` come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che 'l molesti, o forse ancida, + +m'andava io per l'aere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: <<Guarda che da me tu non sia mozzo>>. + +Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + l'Agnel di Dio che le peccata leva. + +Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + si` che parea tra esse ogne concordia. + +<<Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?>>, + diss'io. Ed elli a me: <<Tu vero apprendi, + e d'iracundia van solvendo il nodo>>. + +<<Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?>>. + +Cosi` per una voce detto fue; + onde 'l maestro mio disse: <<Rispondi, + e domanda se quinci si va sue>>. + +E io: <<O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi>>. + +<<Io ti seguitero` quanto mi lece>>, + rispuose; <<e se veder fummo non lascia, + l'udir ci terra` giunti in quella vece>>. + +Allora incominciai: <<Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per l'infernale ambascia. + +E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + +non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte>>. + +<<Lombardo fui, e fu' chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso l'arco. + +Per montar su` dirittamente vai>>. + Cosi` rispuose, e soggiunse: <<I' ti prego + che per me prieghi quando su` sarai>>. + +E io a lui: <<Per fede mi ti lego + di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego. + +Prima era scempio, e ora e` fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio. + +Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto + d'ogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + +ma priego che m'addite la cagione, + si` ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui; + che' nel cielo uno, e un qua giu` la pone>>. + +Alto sospir, che duolo strinse in <<uhi!>>, + mise fuor prima; e poi comincio`: <<Frate, + lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui. + +Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + +Se cosi` fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + +Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica, + lume v'e` dato a bene e a malizia, + +e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + +A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura. + +Pero`, se 'l mondo presente disvia, + in voi e` la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne saro` or vera spia. + +Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + +l'anima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a cio` che la trastulla. + +Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi s'inganna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + +Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, pero` che 'l pastor che procede, + rugumar puo`, ma non ha l'unghie fesse; + +per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond'ella e` ghiotta, + di quel si pasce, e piu` oltre non chiede. + +Ben puoi veder che la mala condotta + e` la cagion che 'l mondo ha fatto reo, + e non natura che 'n voi sia corrotta. + +Soleva Roma, che 'l buon mondo feo, + due soli aver, che l'una e l'altra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + +L'un l'altro ha spento; ed e` giunta la spada + col pasturale, e l'un con l'altro insieme + per viva forza mal convien che vada; + +pero` che, giunti, l'un l'altro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + ch'ogn'erba si conosce per lo seme. + +In sul paese ch'Adice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + +or puo` sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o d'appressarsi. + +Ben v'en tre vecchi ancora in cui rampogna + l'antica eta` la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + +Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma + francescamente, il semplice Lombardo. + +Di` oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in se' due reggimenti, + cade nel fango e se' brutta e la soma>>. + +<<O Marco mio>>, diss'io, <<bene argomenti; + e or discerno perche' dal retaggio + li figli di Levi` furono essenti. + +Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio + di' ch'e` rimaso de la gente spenta, + in rimprovero del secol selvaggio?>>. + +<<O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta>>, + rispuose a me; <<che', parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + +Per altro sopranome io nol conosco, + s'io nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, che' piu` non vegno vosco. + +Vedi l'albor che per lo fummo raia + gia` biancheggiare, e me convien partirmi + (l'angelo e` ivi) prima ch'io li paia>>. + +Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi. + + + +Purgatorio: Canto XVII + + +Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + +come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + +e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com'io rividi + lo sole in pria, che gia` nel corcar era. + +Si`, pareggiando i miei co' passi fidi + del mio maestro, usci' fuor di tal nube + ai raggi morti gia` ne' bassi lidi. + +O imaginativa che ne rube + talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge + perche' dintorno suonin mille tube, + +chi move te, se 'l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel s'informa, + per se' o per voler che giu` lo scorge. + +De l'empiezza di lei che muto` forma + ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta, + ne l'imagine mia apparve l'orma; + +e qui fu la mia mente si` ristretta + dentro da se', che di fuor non venia + cosa che fosse allor da lei ricetta. + +Poi piovve dentro a l'alta fantasia + un crucifisso dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + +intorno ad esso era il grande Assuero, + Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far cosi` intero. + +E come questa imagine rompeo + se' per se' stessa, a guisa d'una bulla + cui manca l'acqua sotto qual si feo, + +surse in mia visione una fanciulla + piangendo forte, e dicea: <<O regina, + perche' per ira hai voluto esser nulla? + +Ancisa t'hai per non perder Lavina; + or m'hai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina>>. + +Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + +cosi` l'imaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch'e` in nostro uso. + +I' mi volgea per veder ov'io fosse, + quando una voce disse <<Qui si monta>>, + che da ogne altro intento mi rimosse; + +e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + +Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + cosi` la mia virtu` quivi mancava. + +<<Questo e` divino spirito, che ne la + via da ir su` ne drizza sanza prego, + e col suo lume se' medesmo cela. + +Si` fa con noi, come l'uom si fa sego; + che' quale aspetta prego e l'uopo vede, + malignamente gia` si mette al nego. + +Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che s'abbui, + che' poi non si poria, se 'l di` non riede>>. + +Cosi` disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto ch'io al primo grado fui, + +senti'mi presso quasi un muover d'ala + e ventarmi nel viso e dir: 'Beati + pacifici, che son sanz'ira mala!'. + +Gia` eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da piu` lati. + +'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?', + fra me stesso dicea, che' mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + +Noi eravam dove piu` non saliva + la scala su`, ed eravamo affissi, + pur come nave ch'a la piaggia arriva. + +E io attesi un poco, s'io udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + +<<Dolce mio padre, di`, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone>>. + +Ed elli a me: <<L'amor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + +Ma perche' piu` aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora>>. + +<<Ne' creator ne' creatura mai>>, + comincio` el, <<figliuol, fu sanza amore, + o naturale o d'animo; e tu 'l sai. + +Lo naturale e` sempre sanza errore, + ma l'altro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + +Mentre ch'elli e` nel primo ben diretto, + e ne' secondi se' stesso misura, + esser non puo` cagion di mal diletto; + +ma quando al mal si torce, o con piu` cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra 'l fattore adovra sua fattura. + +Quinci comprender puoi ch'esser convene + amor sementa in voi d'ogne virtute + e d'ogne operazion che merta pene. + +Or, perche' mai non puo` da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da l'odio proprio son le cose tute; + +e perche' intender non si puo` diviso, + e per se' stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto e` deciso. + +Resta, se dividendo bene stimo, + che 'l mal che s'ama e` del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + +E' chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + ch'el sia di sua grandezza in basso messo; + +e` chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch'altri sormonti, + onde s'attrista si` che 'l contrario ama; + +ed e` chi per ingiuria par ch'aonti, + si` che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che 'l male altrui impronti. + +Questo triforme amor qua giu` di sotto + si piange; or vo' che tu de l'altro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + +Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti l'animo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + +Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + +Altro ben e` che non fa l'uom felice; + non e` felicita`, non e` la buona + essenza, d'ogne ben frutto e radice. + +L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona, + di sovr'a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + +tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi>>. + + + +Purgatorio: Canto XVIII + + +Posto avea fine al suo ragionamento + l'alto dottore, e attento guardava + ne la mia vista s'io parea contento; + +e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse + lo troppo dimandar ch'io fo li grava'. + +Ma quel padre verace, che s'accorse + del timido voler che non s'apriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + +Ond'io: <<Maestro, il mio veder s'avviva + si` nel tuo lume, ch'io discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + +Pero` ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e 'l suo contraro>>. + +<<Drizza>>, disse, <<ver' me l'agute luci + de lo 'ntelletto, e fieti manifesto + l'error de' ciechi che si fanno duci. + +L'animo, ch'e` creato ad amar presto, + ad ogne cosa e` mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto e` desto. + +Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + si` che l'animo ad essa volger face; + +e se, rivolto, inver' di lei si piega, + quel piegare e` amor, quell'e` natura + che per piacer di novo in voi si lega. + +Poi, come 'l foco movesi in altura + per la sua forma ch'e` nata a salire + la` dove piu` in sua matera dura, + +cosi` l'animo preso entra in disire, + ch'e` moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + +Or ti puote apparer quant'e` nascosa + la veritate a la gente ch'avvera + ciascun amore in se' laudabil cosa; + +pero` che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + e` buono, ancor che buona sia la cera>>. + +<<Le tue parole e 'l mio seguace ingegno>>, + rispuos'io lui, <<m'hanno amor discoverto, + ma cio` m'ha fatto di dubbiar piu` pregno; + +che', s'amore e` di fuori a noi offerto, + e l'anima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non e` suo merto>>. + +Ed elli a me: <<Quanto ragion qui vede, + dir ti poss'io; da indi in la` t'aspetta + pur a Beatrice, ch'e` opra di fede. + +Ogne forma sustanzial, che setta + e` da matera ed e` con lei unita, + specifica vertute ha in se' colletta, + +la qual sanza operar non e` sentita, + ne' si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + +Pero`, la` onde vegna lo 'ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de' primi appetibili l'affetto, + +che sono in voi si` come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + +Or perche' a questa ogn'altra si raccoglia, + innata v'e` la virtu` che consiglia, + e de l'assenso de' tener la soglia. + +Quest'e` 'l principio la` onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + +Color che ragionando andaro al fondo, + s'accorser d'esta innata libertate; + pero` moralita` lasciaro al mondo. + +Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi s'accende, + di ritenerlo e` in voi la podestate. + +La nobile virtu` Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e pero` guarda + che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende>>. + +La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer piu` rade, + fatta com'un secchion che tuttor arda; + +e correa contro 'l ciel per quelle strade + che 'l sole infiamma allor che quel da Roma + tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade. + +E quell'ombra gentil per cui si noma + Pietola piu` che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + +per ch'io, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com'om che sonnolento vana. + +Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era gia` volta. + +E quale Ismeno gia` vide e Asopo + lungo di se` di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + +cotal per quel giron suo passo falca, + per quel ch'io vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + +Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + +<<Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna>>. + +<<Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda + per poco amor>>, gridavan li altri appresso, + <<che studio di ben far grazia rinverda>>. + +<<O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + +questi che vive, e certo i' non vi bugio, + vuole andar su`, pur che 'l sol ne riluca; + pero` ne dite ond'e` presso il pertugio>>. + +Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: <<Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + +Noi siam di voglia a muoverci si` pieni, + che restar non potem; pero` perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + +Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo 'mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + +E tale ha gia` l'un pie` dentro la fossa, + che tosto piangera` quel monastero, + e tristo fia d'avere avuta possa; + +perche' suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero>>. + +Io non so se piu` disse o s'ei si tacque, + tant'era gia` di la` da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + +E quei che m'era ad ogne uopo soccorso + disse: <<Volgiti qua: vedine due + venir dando a l'accidia di morso>>. + +Di retro a tutti dicean: <<Prima fue + morta la gente a cui il mar s'aperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + +E quella che l'affanno non sofferse + fino a la fine col figlio d'Anchise, + se' stessa a vita sanza gloria offerse>>. + +Poi quando fuor da noi tanto divise + quell'ombre, che veder piu` non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + +del qual piu` altri nacquero e diversi; + e tanto d'uno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + +e 'l pensamento in sogno trasmutai. + + + +Purgatorio: Canto XIX + + +Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno + intepidar piu` 'l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + +- quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in oriiente, innanzi a l'alba, + surger per via che poco le sta bruna -, + +mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + +Io la mirava; e come 'l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + cosi` lo sguardo mio le facea scorta + +la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco d'ora, e lo smarrito volto, + com' amor vuol, cosi` le colorava. + +Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto, + cominciava a cantar si`, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + +<<Io son>>, cantava, <<io son dolce serena, + che' marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + +Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco s'ausa, + rado sen parte; si` tutto l'appago!>>. + +Ancor non era sua bocca richiusa, + quand' una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + +<<O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?>>, + fieramente dicea; ed el venia + con li occhi fitti pur in quella onesta. + +L'altra prendea, e dinanzi l'apria + fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre; + quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia. + +Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <<Almen tre + voci t'ho messe!>>, dicea, <<Surgi e vieni; + troviam l'aperta per la qual tu entre>>. + +Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni + de l'alto di` i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + +Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che l'ha di pensier carca, + che fa di se' un mezzo arco di ponte; + +quand' io udi' <<Venite; qui si varca>> + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + +Con l'ali aperte, che parean di cigno, + volseci in su` colui che si` parlonne + tra due pareti del duro macigno. + +Mosse le penne poi e ventilonne, + 'Qui lugent' affermando esser beati, + ch'avran di consolar l'anime donne. + +<<Che hai che pur inver' la terra guati?>>, + la guida mia incomincio` a dirmi, + poco amendue da l'angel sormontati. + +E io: <<Con tanta sospeccion fa irmi + novella visiion ch'a se' mi piega, + si` ch'io non posso dal pensar partirmi>>. + +<<Vedesti>>, disse, <<quell'antica strega + che sola sovr' a noi omai si piagne; + vedesti come l'uom da lei si slega. + +Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne>>. + +Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che la` il tira, + +tal mi fec' io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + n'andai infin dove 'l cerchiar si prende. + +Com'io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + +'Adhaesit pavimento anima mea' + sentia dir lor con si` alti sospiri, + che la parola a pena s'intendea. + +<<O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri>>. + +<<Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via piu` tosto, + le vostre destre sien sempre di fori>>. + +Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io + nel parlare avvisai l'altro nascosto, + +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond' elli m'assenti` con lieto cenno + cio` che chiedea la vista del disio. + +Poi ch'io potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + +dicendo: <<Spirto in cui pianger matura + quel sanza 'l quale a Dio tornar non possi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + +Chi fosti e perche' volti avete i dossi + al su`, mi di`, e se vuo' ch'io t'impetri + cosa di la` ond' io vivendo mossi>>. + +Ed elli a me: <<Perche' i nostri diretri + rivolga il cielo a se', saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + +Intra Siiestri e Chiaveri s'adima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + +Un mese e` poco piu` prova' io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte l'altre some. + +La mia conversiione, ome`!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + cosi` scopersi la vita bugiarda. + +Vidi che li` non s'acquetava il core, + ne' piu` salir potiesi in quella vita; + er che di questa in me s'accese amore. + +Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + +Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de l'anime converse; + e nulla pena il monte ha piu` amara. + +Si` come l'occhio nostro non s'aderse + in alto, fisso a le cose terrene, + cosi` giustizia qui a terra il merse. + +Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdesi, + cosi` giustizia qui stretti ne tene, + +ne' piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi>>. + +Io m'era inginocchiato e volea dire; + ma com' io cominciai ed el s'accorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + +<<Qual cagion>>, disse, <<in giu` cosi` ti torse?>>. + E io a lui: <<Per vostra dignitate + mia cosciienza dritto mi rimorse>>. + +<<Drizza le gambe, levati su`, frate!>>, + rispuose; <<non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + +Se mai quel santo evangelico suono + che dice 'Neque nubent' intendesti, + ben puoi veder perch'io cosi` ragiono. + +Vattene omai: non vo' che piu` t'arresti; + che' la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo cio` che tu dicesti. + +Nepote ho io di la` c'ha nome Alagia, + buona da se', pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + +e questa sola di la` m'e` rimasa>>. + + + +Purgatorio: Canto XX + + +Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra 'l piacer mio, per piacerli, + trassi de l'acqua non sazia la spugna. + +Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a' merli; + +che' la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa, + da l'altra parte in fuor troppo s'approccia. + +Maladetta sie tu, antica lupa, + che piu` che tutte l'altre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + +O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua giu` trasmutarsi, + quando verra` per cui questa disceda? + +Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a l'ombre, ch'i' sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + +e per ventura udi' <<Dolce Maria!>> + dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + +e seguitar: <<Povera fosti tanto, + quanto veder si puo` per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo>>. + +Seguentemente intesi: <<O buon Fabrizio, + con poverta` volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio>>. + +Queste parole m'eran si` piaciute, + ch'io mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + +Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccolo` a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + +<<O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti>>, dissi, <<e perche' sola + tu queste degne lode rinovelle. + +Non fia sanza merce' la tua parola, + s'io ritorno a compier lo cammin corto + di quella vita ch'al termine vola>>. + +Ed elli: <<Io ti diro`, non per conforto + ch'io attenda di la`, ma perche' tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + +Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + si` che buon frutto rado se ne schianta. + +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + +Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente e` Francia retta. + +Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi, + +trova'mi stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e si` d'amici pieno, + +ch'a la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + +Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + +Li` comincio` con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Ponti` e Normandia prese e Guascogna. + +Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima fe' di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + +Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e se' e ' suoi. + +Sanz'arme n'esce e solo con la lancia + con la qual giostro` Giuda, e quella ponta + si` ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + +Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagnera`, per se' tanto piu` grave, + quanto piu` lieve simil danno conta. + +L'altro, che gia` usci` preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de l'altre schiave. + +O avarizia, che puoi tu piu` farne, + poscia c'ha' il mio sangue a te si` tratto, + che non si cura de la propria carne? + +Perche' men paia il mal futuro e 'l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + +Veggiolo un'altra volta esser deriso; + veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + +Veggio il novo Pilato si` crudele, + che cio` nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + +O Segnor mio, quando saro` io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce l'ira tua nel tuo secreto? + +Cio` ch'io dicea di quell'unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + +tanto e` risposto a tutte nostre prece + quanto 'l di` dura; ma com'el s'annotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + +Noi repetiam Pigmalion allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de l'oro ghiotta; + +e la miseria de l'avaro Mida, + che segui` a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + +Del folle Acan ciascun poi si ricorda, + come furo` le spoglie, si` che l'ira + di Iosue` qui par ch'ancor lo morda. + +Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro; + e in infamia tutto 'l monte gira + +Polinestor ch'ancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: "Crasso, + dilci, che 'l sai: di che sapore e` l'oro?". + +Talor parla l'uno alto e l'altro basso, + secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + +pero` al ben che 'l di` ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona>>. + +Noi eravam partiti gia` da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder n'era permesso, + +quand'io senti', come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui ch'a morte vada. + +Certo non si scoteo si` forte Delo, + pria che Latona in lei facesse 'l nido + a parturir li due occhi del cielo. + +Poi comincio` da tutte parti un grido + tal, che 'l maestro inverso me si feo, + dicendo: <<Non dubbiar, mentr'io ti guido>>. + +'Gloria in excelsis' tutti 'Deo' + dicean, per quel ch'io da' vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + +No' istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi. + +Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando l'ombre che giacean per terra, + tornate gia` in su l'usato pianto. + +Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi fe' desideroso di sapere, + se la memoria mia in cio` non erra, + +quanta pareami allor, pensando, avere; + ne' per la fretta dimandare er'oso, + ne' per me li` potea cosa vedere: + +cosi` m'andava timido e pensoso. + + + +Purgatorio: Canto XXI + + +a sete natural che mai non sazia + se non con l'acqua onde la femminetta + samaritana domando` la grazia, + +mi travagliava, e pungeami la fretta + per la 'mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + +Ed ecco, si` come ne scrive Luca + che Cristo apparve a' due ch'erano in via, + gia` surto fuor de la sepulcral buca, + +ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia, + dal pie` guardando la turba che giace; + ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria, + +dicendo; <<O frati miei, Dio vi dea pace>>. + Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio + rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface. + +Poi comincio`: <<Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne l'etterno essilio>>. + +<<Come!>>, diss'elli, e parte andavam forte: + <<se voi siete ombre che Dio su` non degni, + chi v'ha per la sua scala tanto scorte?>>. + +E 'l dottor mio: <<Se tu riguardi a' segni + che questi porta e che l'angel profila, + ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni. + +Ma perche' lei che di` e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + +l'anima sua, ch'e` tua e mia serocchia, + venendo su`, non potea venir sola, + pero` ch'al nostro modo non adocchia. + +Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola + d'inferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto 'l potra` menar mia scola. + +Ma dimmi, se tu sai, perche' tai crolli + die` dianzi 'l monte, e perche' tutto ad una + parve gridare infino a' suoi pie` molli>>. + +Si` mi die`, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + +Quei comincio`: <<Cosa non e` che sanza + ordine senta la religione + de la montagna, o che sia fuor d'usanza. + +Libero e` qui da ogne alterazione: + di quel che 'l ciel da se' in se' riceve + esser ci puote, e non d'altro, cagione. + +Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina piu` su` cade + che la scaletta di tre gradi breve; + +nuvole spesse non paion ne' rade, + ne' coruscar, ne' figlia di Taumante, + che di la` cangia sovente contrade; + +secco vapor non surge piu` avante + ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai, + dov'ha 'l vicario di Pietro le piante. + +Trema forse piu` giu` poco o assai; + ma per vento che 'n terra si nasconda, + non so come, qua su` non tremo` mai. + +Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, si` che surga o che si mova + per salir su`; e tal grido seconda. + +De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + l'alma sorprende, e di voler le giova. + +Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + +E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent'anni e piu`, pur mo sentii + libera volonta` di miglior soglia: + +pero` sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto su` li 'nvii>>. + +Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode + tanto del ber quant'e` grande la sete. + non saprei dir quant'el mi fece prode. + +E 'l savio duca: <<Omai veggio la rete + che qui v'impiglia e come si scalappia, + perche' ci trema e di che congaudete. + +Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia, + e perche' tanti secoli giaciuto + qui se', ne le parole tue mi cappia>>. + +<<Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto + del sommo rege, vendico` le fora + ond'usci` 'l sangue per Giuda venduto, + +col nome che piu` dura e piu` onora + era io di la`>>, rispuose quello spirto, + <<famoso assai, ma non con fede ancora. + +Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a se' mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + +Stazio la gente ancor di la` mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + +Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati piu` di mille; + +de l'Eneida dico, la qual mamma + fummi e fummi nutrice poetando: + sanz'essa non fermai peso di dramma. + +E per esser vivuto di la` quando + visse Virgilio, assentirei un sole + piu` che non deggio al mio uscir di bando>>. + +Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse 'Taci'; + ma non puo` tutto la virtu` che vuole; + +che' riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne' piu` veraci. + +Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca; + per che l'ombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca; + +e <<Se tanto labore in bene assommi>>, + disse, <<perche' la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?>>. + +Or son io d'una parte e d'altra preso: + l'una mi fa tacer, l'altra scongiura + ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso + +dal mio maestro, e <<Non aver paura>>, + mi dice, <<di parlar; ma parla e digli + quel ch'e' dimanda con cotanta cura>>. + +Ond'io: <<Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider ch'io fei; + ma piu` d'ammirazion vo' che ti pigli. + +Questi che guida in alto li occhi miei, + e` quel Virgilio dal qual tu togliesti + forza a cantar de li uomini e d'i dei. + +Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti>>. + +Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: <<Frate, + non far, che' tu se' ombra e ombra vedi>>. + +Ed ei surgendo: <<Or puoi la quantitate + comprender de l'amor ch'a te mi scalda, + quand'io dismento nostra vanitate, + +trattando l'ombre come cosa salda>>. + + + +Purgatorio: Canto XXII + + +Gia` era l'angel dietro a noi rimaso, + l'angel che n'avea volti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + +e quei c'hanno a giustizia lor disiro + detto n'avea beati, e le sue voci + con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro. + +E io piu` lieve che per l'altre foci + m'andava, si` che sanz'alcun labore + seguiva in su` li spiriti veloci; + +quando Virgilio incomincio`: <<Amore, + acceso di virtu`, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + +onde da l'ora che tra noi discese + nel limbo de lo 'nferno Giovenale, + che la tua affezion mi fe' palese, + +mia benvoglienza inverso te fu quale + piu` strinse mai di non vista persona, + si` ch'or mi parran corte queste scale. + +Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurta` m'allarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + +come pote' trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?>>. + +Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + <<Ogne tuo dir d'amor m'e` caro cenno. + +Veramente piu` volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + +La tua dimanda tuo creder m'avvera + esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita, + forse per quella cerchia dov'io era. + +Or sappi ch'avarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + +E se non fosse ch'io drizzai mia cura, + quand'io intesi la` dove tu chiame, + crucciato quasi a l'umana natura: + +'Per che non reggi tu, o sacra fame + de l'oro, l'appetito de' mortali?', + voltando sentirei le giostre grame. + +Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali + potean le mani a spendere, e pente'mi + cosi` di quel come de li altri mali. + +Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie 'l penter vivendo e ne li stremi! + +E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + +pero`, s'io son tra quella gente stato + che piange l'avarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m'e` incontrato>>. + +<<Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta>>, + disse 'l cantor de' buccolici carmi, + +<<per quello che Clio` teco li` tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + +Se cosi` e`, qual sole o quai candele + ti stenebraron si`, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?>>. + +Ed elli a lui: <<Tu prima m'inviasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio m'alluminasti. + +Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e se' non giova, + ma dopo se' fa le persone dotte, + +quando dicesti: 'Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progenie scende da ciel nova'. + +Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perche' veggi mei cio` ch'io disegno, + a colorare stendero` la mano: + +Gia` era 'l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de l'etterno regno; + +e la parola tua sopra toccata + si consonava a' nuovi predicanti; + ond'io a visitarli presi usata. + +Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + +e mentre che di la` per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + +E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi + di Tebe poetando, ebb'io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fu'mi, + +lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi fe' piu` che 'l quarto centesmo. + +Tu dunque, che levato hai il coperchio + che m'ascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + +dimmi dov'e` Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico>>. + +<<Costoro e Persio e io e altri assai>>, + rispuose il duca mio, <<siam con quel Greco + che le Muse lattar piu` ch'altri mai, + +nel primo cinghio del carcere cieco: + spesse fiate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + +Euripide v'e` nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri piue + Greci che gia` di lauro ornar la fronte. + +Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Deifile e Argia, + e Ismene si` trista come fue. + +Vedeisi quella che mostro` Langia; + evvi la figlia di Tiresia, e Teti + e con le suore sue Deidamia>>. + +Tacevansi ambedue gia` li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + +e gia` le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in su` l'ardente corno, + +quando il mio duca: <<Io credo ch'a lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo>>. + +Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per l'assentir di quell'anima degna. + +Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + ch'a poetar mi davano intelletto. + +Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + +e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, cosi` quello in giuso, + cred'io, perche' persona su` non vada. + +Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso, + cadea de l'alta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + +Li due poeti a l'alber s'appressaro; + e una voce per entro le fronde + grido`: <<Di questo cibo avrete caro>>. + +Poi disse: <<Piu` pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde. + +E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon d'acqua; e Daniello + dispregio` cibo e acquisto` savere. + +Lo secol primo, quant'oro fu bello, + fe' savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + +Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per ch'elli e` glorioso e tanto grande + +quanto per lo Vangelio v'e` aperto>>. + + + +Purgatorio: Canto XXIII + + +Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava io si` come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + +lo piu` che padre mi dicea: <<Figliuole, + vienne oramai, che' 'l tempo che n'e` imposto + piu` utilmente compartir si vuole>>. + +Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan sie, + che l'andar mi facean di nullo costo. + +Ed ecco piangere e cantar s'udie + 'Labia mea, Domine' per modo + tal, che diletto e doglia parturie. + +<<O dolce padre, che e` quel ch'i' odo?>>, + comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo>>. + +Si` come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + +cosi` di retro a noi, piu` tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + d'anime turba tacita e devota. + +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema, + che da l'ossa la pelle s'informava. + +Non credo che cosi` a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando piu` n'ebbe tema. + +Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco + la gente che perde' Ierusalemme, + quando Maria nel figlio die` di becco!' + +Parean l'occhiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge 'omo' + ben avria quivi conosciuta l'emme. + +Chi crederebbe che l'odor d'un pomo + si` governasse, generando brama, + e quel d'un'acqua, non sappiendo como? + +Gia` era in ammirar che si` li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + +ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso; + poi grido` forte: <<Qual grazia m'e` questa?>>. + +Mai non l'avrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + cio` che l'aspetto in se' avea conquiso. + +Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + +<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia + che mi scolora>>, pregava, <<la pelle, + ne' a difetto di carne ch'io abbia; + +ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle + due anime che la` ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!>>. + +<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia` morta, + mi da` di pianger mo non minor doglia>>, + rispuos'io lui, <<veggendola si` torta. + +Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia; + non mi far dir mentr'io mi maraviglio, + che' mal puo` dir chi e` pien d'altra voglia>>. + +Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio + cade vertu` ne l'acqua e ne la pianta + rimasa dietro ond'io si` m'assottiglio. + +Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e 'n sete qui si rifa` santa. + +Di bere e di mangiar n'accende cura + l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + +E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + +che' quella voglia a li alberi ci mena + che meno` Cristo lieto a dire 'Eli`', + quando ne libero` con la sua vena>>. + +E io a lui: <<Forese, da quel di` + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinq'anni non son volti infino a qui. + +Se prima fu la possa in te finita + di peccar piu`, che sovvenisse l'ora + del buon dolor ch'a Dio ne rimarita, + +come se' tu qua su` venuto ancora? + Io ti credea trovar la` giu` di sotto + dove tempo per tempo si ristora>>. + +Ond'elli a me: <<Si` tosto m'ha condotto + a ber lo dolce assenzo d'i martiri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + +Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto m'ha de la costa ove s'aspetta, + e liberato m'ha de li altri giri. + +Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare e` piu` soletta; + +che' la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue piu` e` pudica + che la Barbagia dov'io la lasciai. + +O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica? + Tempo futuro m'e` gia` nel cospetto, + cui non sara` quest'ora molto antica, + +nel qual sara` in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + l'andar mostrando con le poppe il petto. + +Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + +Ma se le svergognate fosser certe + di quel che 'l ciel veloce loro ammanna, + gia` per urlare avrian le bocche aperte; + +che' se l'antiveder qui non m'inganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + +Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira la` dove 'l sol veli>>. + +Per ch'io a lui: <<Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + +Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda + vi si mostro` la suora di colui>>, + +e 'l sol mostrai; <<costui per la profonda + notte menato m'ha d'i veri morti + con questa vera carne che 'l seconda. + +Indi m'han tratto su` li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che 'l mondo fece torti. + +Tanto dice di farmi sua compagna, + che io saro` la` dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + +Virgilio e` questi che cosi` mi dice>>, + e addita'lo; <<e quest'altro e` quell'ombra + per cui scosse dianzi ogne pendice + +lo vostro regno, che da se' lo sgombra>>. + + + +Purgatorio: Canto XXIV + + +Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento + facea, ma ragionando andavam forte, + si` come nave pinta da buon vento; + +e l'ombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + +E io, continuando al mio sermone, + dissi: <<Ella sen va su` forse piu` tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + +Ma dimmi, se tu sai, dov'e` Piccarda; + dimmi s'io veggio da notar persona + tra questa gente che si` mi riguarda>>. + +<<La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse piu`, triunfa lieta + ne l'alto Olimpo gia` di sua corona>>. + +Si` disse prima; e poi: <<Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch'e` si` munta + nostra sembianza via per la dieta. + +Questi>>, e mostro` col dito, <<e` Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di la` da lui piu` che l'altre trapunta + +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + l'anguille di Bolsena e la vernaccia>>. + +Molti altri mi nomo` ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + si` ch'io pero` non vidi un atto bruno. + +Vidi per fame a voto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pasturo` col rocco molte genti. + +Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio + gia` di bere a Forli` con men secchezza, + e si` fu tal, che non si senti` sazio. + +Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza + piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca, + che piu` parea di me aver contezza. + +El mormorava; e non so che <<Gentucca>> + sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga + de la giustizia che si` li pilucca. + +<<O anima>>, diss'io, <<che par si` vaga + di parlar meco, fa si` ch'io t'intenda, + e te e me col tuo parlare appaga>>. + +<<Femmina e` nata, e non porta ancor benda>>, + comincio` el, <<che ti fara` piacere + la mia citta`, come ch'om la riprenda. + +Tu te n'andrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + +Ma di` s'i' veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + 'Donne ch'avete intelletto d'amore'>>. + +E io a lui: <<I' mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + ch'e' ditta dentro vo significando>>. + +<<O frate, issa vegg'io>>, diss'elli, <<il nodo + che 'l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo ch'i' odo! + +Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + +e qual piu` a gradire oltre si mette, + non vede piu` da l'uno a l'altro stilo>>; + e, quasi contentato, si tacette. + +Come li augei che vernan lungo 'l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan piu` a fretta e vanno in filo, + +cosi` tutta la gente che li` era, + volgendo 'l viso, raffretto` suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + +E come l'uom che di trottare e` lasso, + lascia andar li compagni, e si` passeggia + fin che si sfoghi l'affollar del casso, + +si` lascio` trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: <<Quando fia ch'io ti riveggia?>>. + +<<Non so>>, rispuos'io lui, <<quant'io mi viva; + ma gia` non fia il tornar mio tantosto, + ch'io non sia col voler prima a la riva; + +pero` che 'l loco u' fui a viver posto, + di giorno in giorno piu` di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto>>. + +<<Or va>>, diss'el; <<che quei che piu` n'ha colpa, + vegg'io a coda d'una bestia tratto + inver' la valle ove mai non si scolpa. + +La bestia ad ogne passo va piu` ratto, + crescendo sempre, fin ch'ella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + +Non hanno molto a volger quelle ruote>>, + e drizzo` li ochi al ciel, <<che ti fia chiaro + cio` che 'l mio dir piu` dichiarar non puote. + +Tu ti rimani omai; che' 'l tempo e` caro + in questo regno, si` ch'io perdo troppo + venendo teco si` a paro a paro>>. + +Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + +tal si parti` da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo si` gran marescalchi. + +E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + +parvermi i rami gravidi e vivaci + d'un altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora volto in laci. + +Vidi gente sott'esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani, + +che pregano, e 'l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + +Poi si parti` si` come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + +<<Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno e` piu` su` che fu morso da Eva, + e questa pianta si levo` da esso>>. + +Si` tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + +<<Ricordivi>>, dicea, <<d'i maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Teseo combatter co' doppi petti; + +e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver' Madian discese i colli>>. + +Si` accostati a l'un d'i due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite gia` da miseri guadagni. + +Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e piu` ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + +<<Che andate pensando si` voi sol tre?>>. + subita voce disse; ond'io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + +Drizzai la testa per veder chi fossi; + e gia` mai non si videro in fornace + vetri o metalli si` lucenti e rossi, + +com'io vidi un che dicea: <<S'a voi piace + montare in su`, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace>>. + +L'aspetto suo m'avea la vista tolta; + per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori, + com'om che va secondo ch'elli ascolta. + +E quale, annunziatrice de li albori, + l'aura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da l'erba e da' fiori; + +tal mi senti' un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti' mover la piuma, + che fe' sentir d'ambrosia l'orezza. + +E senti' dir: <<Beati cui alluma + tanto di grazia, che l'amor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + +esuriendo sempre quanto e` giusto!>>. + + + +Purgatorio: Canto XXV + + +Ora era onde 'l salir non volea storpio; + che' 'l sole avea il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + +per che, come fa l'uom che non s'affigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + +cosi` intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + +E quale il cicognin che leva l'ala + per voglia di volare, e non s'attenta + d'abbandonar lo nido, e giu` la cala; + +tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a l'atto + che fa colui ch'a dicer s'argomenta. + +Non lascio`, per l'andar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: <<Scocca + l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto>>. + +Allor sicuramente apri' la bocca + e cominciai: <<Come si puo` far magro + la` dove l'uopo di nodrir non tocca?>>. + +<<Se t'ammentassi come Meleagro + si consumo` al consumar d'un stizzo, + non fora>>, disse, <<a te questo si` agro; + +e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + cio` che par duro ti parrebbe vizzo. + +Ma perche' dentro a tuo voler t'adage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage>>. + +<<Se la veduta etterna li dislego>>, + rispuose Stazio, <<la` dove tu sie, + discolpi me non potert'io far nego>>. + +Poi comincio`: <<Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + +Sangue perfetto, che poi non si beve + da l'assetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + +prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + ch'a farsi quelle per le vene vane. + +Ancor digesto, scende ov'e` piu` bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr'altrui sangue in natural vasello. + +Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme, + l'un disposto a patire, e l'altro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + +e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + cio` che per sua matera fe' constare. + +Anima fatta la virtute attiva + qual d'una pianta, in tanto differente, + che questa e` in via e quella e` gia` a riva, + +tanto ovra poi, che gia` si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond'e` semente. + +Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virtu` ch'e` dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + +Ma come d'animal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest'e` tal punto, + che piu` savio di te fe' gia` errante, + +si` che per sua dottrina fe' disgiunto + da l'anima il possibile intelletto, + perche' da lui non vide organo assunto. + +Apri a la verita` che viene il petto; + e sappi che, si` tosto come al feto + l'articular del cerebro e` perfetto, + +lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant'arte di natura, e spira + spirito novo, di vertu` repleto, + +che cio` che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi un'alma sola, + che vive e sente e se' in se' rigira. + +E perche' meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a l'omor che de la vite cola. + +Quando Lachesis non ha piu` del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e l'umano e 'l divino: + +l'altre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto piu` che prima agute. + +Sanza restarsi per se' stessa cade + mirabilmente a l'una de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + +Tosto che loco li` la circunscrive, + la virtu` formativa raggia intorno + cosi` e quanto ne le membra vive. + +E come l'aere, quand'e` ben piorno, + per l'altrui raggio che 'n se' si reflette, + di diversi color diventa addorno; + +cosi` l'aere vicin quivi si mette + in quella forma ch'e` in lui suggella + virtualmente l'alma che ristette; + +e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco la` 'vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + +Pero` che quindi ha poscia sua paruta, + e` chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + +Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e ' sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + +Secondo che ci affiggono i disiri + e li altri affetti, l'ombra si figura; + e quest'e` la cagion di che tu miri>>. + +E gia` venuto a l'ultima tortura + s'era per noi, e volto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + +ond'ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io temea 'l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + +Lo duca mio dicea: <<Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + pero` ch'errar potrebbesi per poco>>. + +'Summae Deus clementiae' nel seno + al grande ardore allora udi' cantando, + che di volger mi fe' caler non meno; + +e vidi spirti per la fiamma andando; + per ch'io guardava a loro e a' miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + +Appresso il fine ch'a quell'inno fassi, + gridavano alto: 'Virum non cognosco'; + indi ricominciavan l'inno bassi. + +Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tosco>>. + +Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + +E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + +che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + +Purgatorio: Canto XXVI + + +Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro, + ce n'andavamo, e spesso il buon maestro + diceami: <<Guarda: giovi ch'io ti scaltro>>; + +feriami il sole in su l'omero destro, + che gia`, raggiando, tutto l'occidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + +e io facea con l'ombra piu` rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt'ombre, andando, poner mente. + +Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>; + +poi verso me, quanto potean farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + +<<O tu che vai, non per esser piu` tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo. + +Ne' solo a me la tua risposta e` uopo; + che' tutti questi n'hanno maggior sete + che d'acqua fredda Indo o Etiopo. + +Dinne com'e` che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete>>. + +Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora + gia` manifesto, s'io non fossi atteso + ad altra novita` ch'apparve allora; + +che' per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + +Li` veggio d'ogne parte farsi presta + ciascun'ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + +cosi` per entro loro schiera bruna + s'ammusa l'una con l'altra formica, + forse a spiar lor via e lor fortuna. + +Tosto che parton l'accoglienza amica, + prima che 'l primo passo li` trascorra, + sopragridar ciascuna s'affatica: + +la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>; + e l'altra: <<Ne la vacca entra Pasife, + perche' 'l torello a sua lussuria corra>>. + +Poi, come grue ch'a le montagne Rife + volasser parte, e parte inver' l'arene, + queste del gel, quelle del sole schife, + +l'una gente sen va, l'altra sen vene; + e tornan, lagrimando, a' primi canti + e al gridar che piu` lor si convene; + +e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che m'avean pregato, + attenti ad ascoltar ne' lor sembianti. + +Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: <<O anime sicure + d'aver, quando che sia, di pace stato, + +non son rimase acerbe ne' mature + le membra mie di la`, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + +Quinci su` vo per non esser piu` cieco; + donna e` di sopra che m'acquista grazia, + per che 'l mortal per vostro mondo reco. + +Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, si` che 'l ciel v'alberghi + ch'e` pien d'amore e piu` ampio si spazia, + +ditemi, accio` ch'ancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi e` quella turba + che se ne va di retro a' vostri terghi>>. + +Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico s'inurba, + +che ciascun'ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta, + +<<Beato te, che de le nostre marche>>, + ricomincio` colei che pria m'inchiese, + <<per morir meglio, esperienza imbarche! + +La gente che non vien con noi, offese + di cio` per che gia` Cesar, triunfando, + "Regina" contra se' chiamar s'intese: + +pero` si parton 'Soddoma' gridando, + rimproverando a se', com'hai udito, + e aiutan l'arsura vergognando. + +Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perche' non servammo umana legge, + seguendo come bestie l'appetito, + +in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che s'imbestio` ne le 'mbestiate schegge. + +Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo' saper chi semo, + tempo non e` di dire, e non saprei. + +Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo + per ben dolermi prima ch'a lo stremo>>. + +Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo, + +quand'io odo nomar se' stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime d'amore usar dolci e leggiadre; + +e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fiata rimirando lui, + ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai. + +Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto m'offersi pronto al suo servigio + con l'affermar che fa credere altrui. + +Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio, + per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro, + che Lete' nol puo` torre ne' far bigio. + +Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che e` cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar d'avermi caro>>. + +E io a lui: <<Li dolci detti vostri, + che, quanto durera` l'uso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri>>. + +<<O frate>>, disse, <<questi ch'io ti cerno + col dito>>, e addito` un spirto innanzi, + <<fu miglior fabbro del parlar materno. + +Versi d'amore e prose di romanzi + soverchio` tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemosi` credon ch'avanzi. + +A voce piu` ch'al ver drizzan li volti, + e cosi` ferman sua oppinione + prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. + +Cosi` fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che l'ha vinto il ver con piu` persone. + +Or se tu hai si` ampio privilegio, + che licito ti sia l'andare al chiostro + nel quale e` Cristo abate del collegio, + +falli per me un dir d'un paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non e` piu` nostro>>. + +Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per l'acqua il pesce andando al fondo. + +Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi ch'al suo nome il mio disire + apparecchiava grazioso loco. + +El comincio` liberamente a dire: + <<Tan m'abellis vostre cortes deman, + qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi qu'esper, denan. + +Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de l'escalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!>>. + +Poi s'ascose nel foco che li affina. + + + +Purgatorio: Canto XXVII + + +Si` come quando i primi raggi vibra + la` dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto l'alta Libra, + +e l'onde in Gange da nona riarse, + si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva, + come l'angel di Dio lieto ci apparse. + +Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava 'Beati mundo corde!'. + in voce assai piu` che la nostra viva. + +Poscia <<Piu` non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di la` non siate sorde>>, + +ci disse come noi li fummo presso; + per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi, + qual e` colui che ne la fossa e` messo. + +In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi gia` veduti accesi. + +Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: <<Figliuol mio, + qui puo` esser tormento, ma non morte. + +Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Gerion ti guidai salvo, + che faro` ora presso piu` a Dio? + +Credi per certo che se dentro a l'alvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far d'un capel calvo. + +E se tu forse credi ch'io t'inganni, + fatti ver lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo d'i tuoi panni. + +Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!>>. + E io pur fermo e contra coscienza. + +Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: <<Or vedi, figlio: + tra Beatrice e te e` questo muro>>. + +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che 'l gelso divento` vermiglio; + +cosi`, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + +Ond'ei crollo` la fronte e disse: <<Come! + volenci star di qua?>>; indi sorrise + come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome. + +Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + +Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro. + +Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: <<Li occhi suoi gia` veder parmi>>. + +Guidavaci una voce che cantava + di la`; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor la` ove si montava. + +'Venite, benedicti Patris mei', + sono` dentro a un lume che li` era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + +<<Lo sol sen va>>, soggiunse, <<e vien la sera; + non v'arrestate, ma studiate il passo, + mentre che l'occidente non si annera>>. + +Dritta salia la via per entro 'l sasso + verso tal parte ch'io toglieva i raggi + dinanzi a me del sol ch'era gia` basso. + +E di pochi scaglion levammo i saggi, + che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + +E pria che 'n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto d'uno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + +ciascun di noi d'un grado fece letto; + che' la natura del monte ci affranse + la possa del salir piu` e 'l diletto. + +Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + +tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve, + guardate dal pastor, che 'n su la verga + poggiato s'e` e lor di posa serve; + +e quale il mandrian che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perche' fiera non lo sperga; + +tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi d'alta grotta. + +Poco parer potea li` del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e piu` chiare e maggiori. + +Si` ruminando e si` mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che 'l fatto sia, sa le novelle. + +Ne l'ora, credo, che de l'oriente, + prima raggio` nel monte Citerea, + che di foco d'amor par sempre ardente, + +giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + +<<Sappia qualunque il mio nome dimanda + ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + +Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + +Ell'e` d'i suoi belli occhi veder vaga + com'io de l'addornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me l'ovrare appaga>>. + +E gia` per li splendori antelucani, + che tanto a' pellegrin surgon piu` grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + +le tenebre fuggian da tutti lati, + e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi, + veggendo i gran maestri gia` levati. + +<<Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de' mortali, + oggi porra` in pace le tue fami>>. + +Virgilio inverso me queste cotali + parole uso`; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + +Tanto voler sopra voler mi venne + de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + +Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su 'l grado superno, + in me ficco` Virgilio li occhi suoi, + +e disse: <<Il temporal foco e l'etterno + veduto hai, figlio; e se' venuto in parte + dov'io per me piu` oltre non discerno. + +Tratto t'ho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte. + +Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce; + vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da se' produce. + +Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + +Non aspettar mio dir piu` ne' mio cenno; + libero, dritto e sano e` tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + +per ch'io te sovra te corono e mitrio>>. + + + +Purgatorio: Canto XXVIII + + +Vago gia` di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + ch'a li occhi temperava il novo giorno, + +sanza piu` aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che d'ogne parte auliva. + +Un'aura dolce, sanza mutamento + avere in se', mi feria per la fronte + non di piu` colpo che soave vento; + +per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u' la prim'ombra gitta il santo monte; + +non pero` dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser d'operare ogne lor arte; + +ma con piena letizia l'ore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + +tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su 'l lito di Chiassi, + quand'Eolo scilocco fuor discioglie. + +Gia` m'avean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, ch'io + non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi; + +ed ecco piu` andar mi tolse un rio, + che 'nver' sinistra con sue picciole onde + piegava l'erba che 'n sua ripa uscio. + +Tutte l'acque che son di qua piu` monde, + parrieno avere in se' mistura alcuna, + verso di quella, che nulla nasconde, + +avvegna che si mova bruna bruna + sotto l'ombra perpetua, che mai + raggiar non lascia sole ivi ne' luna. + +Coi pie` ristretti e con li occhi passai + di la` dal fiumicello, per mirare + la gran variazion d'i freschi mai; + +e la` m'apparve, si` com'elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + +una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond'era pinta tutta la sua via. + +<<Deh, bella donna, che a' raggi d'amore + ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti + che soglion esser testimon del core, + +vegnati in voglia di trarreti avanti>>, + diss'io a lei, <<verso questa rivera, + tanto ch'io possa intender che tu canti. + +Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera>>. + +Come si volge, con le piante strette + a terra e intra se', donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + +volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + +e fece i prieghi miei esser contenti, + si` appressando se', che 'l dolce suono + veniva a me co' suoi intendimenti. + +Tosto che fu la` dove l'erbe sono + bagnate gia` da l'onde del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + +Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + +Ella ridea da l'altra riva dritta, + trattando piu` color con le sue mani, + che l'alta terra sanza seme gitta. + +Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, la` 've passo` Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + +piu` odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch'allor non s'aperse. + +<<Voi siete nuovi, e forse perch'io rido>>, + comincio` ella, <<in questo luogo eletto + a l'umana natura per suo nido, + +maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + +E tu che se' dinanzi e mi pregasti, + di` s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta + ad ogne tua question tanto che basti>>. + +<<L'acqua>>, diss'io, <<e 'l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa ch'io udi' contraria a questa>>. + +Ond'ella: <<Io dicero` come procede + per sua cagion cio` ch'ammirar ti face, + e purghero` la nebbia che ti fiede. + +Lo sommo Ben, che solo esso a se' piace, + fe' l'uom buono e a bene, e questo loco + diede per arr'a lui d'etterna pace. + +Per sua difalta qui dimoro` poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambio` onesto riso e dolce gioco. + +Perche' 'l turbar che sotto da se' fanno + l'essalazion de l'acqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + +a l'uomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salio verso 'l ciel tanto, + e libero n'e` d'indi ove si serra. + +Or perche' in circuito tutto quanto + l'aere si volge con la prima volta, + se non li e` rotto il cerchio d'alcun canto, + +in questa altezza ch'e` tutta disciolta + ne l'aere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch'e` folta; + +e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute l'aura impregna, + e quella poi, girando, intorno scuote; + +e l'altra terra, secondo ch'e` degna + per se' e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virtu` diverse legna. + +Non parrebbe di la` poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi s'appiglia. + +E saper dei che la campagna santa + dove tu se', d'ogne semenza e` piena, + e frutto ha in se' che di la` non si schianta. + +L'acqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume ch'acquista e perde lena; + +ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant'ella versa da due parti aperta. + +Da questa parte con virtu` discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da l'altra d'ogne ben fatto la rende. + +Quinci Lete`; cosi` da l'altro lato + Eunoe` si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non e` gustato: + +a tutti altri sapori esto e` di sopra. + E avvegna ch'assai possa esser sazia + la sete tua perch'io piu` non ti scuopra, + +darotti un corollario ancor per grazia; + ne' credo che 'l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + +Quelli ch'anticamente poetaro + l'eta` de l'oro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + +Qui fu innocente l'umana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare e` questo di che ciascun dice>>. + +Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto + a' miei poeti, e vidi che con riso + udito avean l'ultimo costrutto; + +poi a la bella donna torna' il viso. + + + +Purgatorio: Canto XXIX + + +Cantando come donna innamorata, + continuo` col fin di sue parole: + 'Beati quorum tecta sunt peccata!'. + +E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disiando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + +allor si mosse contra 'l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + +Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo ch'a levante mi rendei. + +Ne' ancor fu cosi` nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: <<Frate mio, guarda e ascolta>>. + +Ed ecco un lustro subito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + +Ma perche' 'l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, piu` e piu` splendeva, + nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'. + +E una melodia dolce correva + per l'aere luminoso; onde buon zelo + mi fe' riprender l'ardimento d'Eva, + +che la` dove ubidia la terra e 'l cielo, + femmina, sola e pur teste' formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + +sotto 'l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e piu` lunga fiata. + +Mentr'io m'andava tra tante primizie + de l'etterno piacer tutto sospeso, + e disioso ancora a piu` letizie, + +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si fe' l'aere sotto i verdi rami; + e 'l dolce suon per canti era gia` inteso. + +O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami. + +Or convien che Elicona per me versi, + e Uranie m'aiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + +Poco piu` oltre, sette alberi d'oro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo ch'era ancor tra noi e loro; + +ma quand'i' fui si` presso di lor fatto, + che l'obietto comun, che 'l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + +la virtu` ch'a ragion discorso ammanna, + si` com'elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare 'Osanna'. + +Di sopra fiammeggiava il bello arnese + piu` chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + +Io mi rivolsi d'ammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + +Indi rendei l'aspetto a l'alte cose + che si movieno incontr'a noi si` tardi, + che foran vinte da novelle spose. + +La donna mi sgrido`: <<Perche' pur ardi + si` ne l'affetto de le vive luci, + e cio` che vien di retro a lor non guardi?>>. + +Genti vid'io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua gia` mai non fuci. + +L'acqua imprendea dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + s'io riguardava in lei, come specchio anco. + +Quand'io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + +e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a se' l'aere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + +si` che li` sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto. + +Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + +Sotto cosi` bel ciel com'io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + +Tutti cantavan: <<Benedicta tue + ne le figlie d'Adamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!>>. + +Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette + a rimpetto di me da l'altra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + +si` come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + +Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + +A descriver lor forme piu` non spargo + rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne, + tanto ch'a questa non posso esser largo; + +ma leggi Ezechiel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + +e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo ch'a le penne + Giovanni e` meco e da lui si diparte. + +Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, triunfale, + ch'al collo d'un grifon tirato venne. + +Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + si` ch'a nulla, fendendo, facea male. + +Tanto salivan che non eran viste; + le membra d'oro avea quant'era uccello, + e bianche l'altre, di vermiglio miste. + +Non che Roma di carro cosi` bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + +quel del Sol che, sviando, fu combusto + per l'orazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + +Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; l'una tanto rossa + ch'a pena fora dentro al foco nota; + +l'altr'era come se le carni e l'ossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve teste' mossa; + +e or parean da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + l'altre toglien l'andare e tarde e ratte. + +Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + d'una di lor ch'avea tre occhi in testa. + +Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + +L'un si mostrava alcun de' famigliari + di quel sommo Ipocrate che natura + a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari; + +mostrava l'altro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi fe' paura. + +Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + +E questi sette col primaio stuolo + erano abituati, ma di gigli + dintorno al capo non facean brolo, + +anzi di rose e d'altri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da' cigli. + +E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon s'udi`, e quelle genti degne + parvero aver l'andar piu` interdetto, + +fermandosi ivi con le prime insegne. + + + +Purgatorio: Canto XXX + + +Quando il settentrion del primo cielo, + che ne' occaso mai seppe ne' orto + ne' d'altra nebbia che di colpa velo, + +e che faceva li` ciascun accorto + di suo dover, come 'l piu` basso face + qual temon gira per venire a porto, + +fermo s'affisse: la gente verace, + venuta prima tra 'l grifone ed esso, + al carro volse se' come a sua pace; + +e un di loro, quasi da ciel messo, + 'Veni, sponsa, de Libano' cantando + grido` tre volte, e tutti li altri appresso. + +Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + +cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + +Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!', + e fior gittando e di sopra e dintorno, + 'Manibus, oh, date lilia plenis!'. + +Io vidi gia` nel cominciar del giorno + la parte oriental tutta rosata, + e l'altro ciel di bel sereno addorno; + +e la faccia del sol nascere ombrata, + si` che per temperanza di vapori + l'occhio la sostenea lunga fiata: + +cosi` dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in giu` dentro e di fori, + +sovra candido vel cinta d'uliva + donna m'apparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + +E lo spirito mio, che gia` cotanto + tempo era stato ch'a la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + +sanza de li occhi aver piu` conoscenza, + per occulta virtu` che da lei mosse, + d'antico amor senti` la gran potenza. + +Tosto che ne la vista mi percosse + l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto + prima ch'io fuor di puerizia fosse, + +volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli e` afflitto, + +per dicere a Virgilio: 'Men che dramma + di sangue m'e` rimaso che non tremi: + conosco i segni de l'antica fiamma'. + +Ma Virgilio n'avea lasciati scemi + di se', Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute die'mi; + +ne' quantunque perdeo l'antica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + +<<Dante, perche' Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non pianger ancora; + che' pianger ti conven per altra spada>>. + +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far l'incora; + +in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessita` qui si registra, + +vidi la donna che pria m'appario + velata sotto l'angelica festa, + drizzar li occhi ver' me di qua dal rio. + +Tutto che 'l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + +regalmente ne l'atto ancor proterva + continuo` come colui che dice + e 'l piu` caldo parlar dietro reserva: + +<<Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti d'accedere al monte? + non sapei tu che qui e` l'uom felice?>>. + +Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba, + tanta vergogna mi gravo` la fronte. + +Cosi` la madre al figlio par superba, + com'ella parve a me; perche' d'amaro + sente il sapor de la pietade acerba. + +Ella si tacque; e li angeli cantaro + di subito 'In te, Domine, speravi'; + ma oltre 'pedes meos' non passaro. + +Si` come neve tra le vive travi + per lo dosso d'Italia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + +poi, liquefatta, in se' stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + si` che par foco fonder la candela; + +cosi` fui sanza lagrime e sospiri + anzi 'l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + +ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?', + +lo gel che m'era intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi usci` del petto. + +Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole cosi` poscia: + +<<Voi vigilate ne l'etterno die, + si` che notte ne' sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + +onde la mia risposta e` con piu` cura + che m'intenda colui che di la` piagne, + perche' sia colpa e duol d'una misura. + +Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + +ma per larghezza di grazie divine, + che si` alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste la` non van vicine, + +questi fu tal ne la sua vita nova + virtualmente, ch'ogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + +Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro + si fa 'l terren col mal seme e non colto, + quant'elli ha piu` di buon vigor terrestro. + +Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte volto. + +Si` tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + +Quando di carne a spirto era salita + e bellezza e virtu` cresciuta m'era, + fu' io a lui men cara e men gradita; + +e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + +Ne' l'impetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai; si` poco a lui ne calse! + +Tanto giu` cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran gia` corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + +Per questo visitai l'uscio d'i morti + e a colui che l'ha qua su` condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + +Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Lete' si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + +di pentimento che lagrime spanda>>. + + + +Purgatorio: Canto XXXI + + +<<O tu che se' di la` dal fiume sacro>>, + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio m'era paruto acro, + +ricomincio`, seguendo sanza cunta, + <<di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta>>. + +Era la mia virtu` tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + +Poco sofferse; poi disse: <<Che pense? + Rispondi a me; che' le memorie triste + in te non sono ancor da l'acqua offense>>. + +Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal <<si`>> fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + +Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa la sua corda e l'arco, + e con men foga l'asta il segno tocca, + +si` scoppia' io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allento` per lo suo varco. + +Ond'ella a me: <<Per entro i mie' disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di la` dal qual non e` a che s'aspiri, + +quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti cosi` spogliar la spene? + +E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?>>. + +Dopo la tratta d'un sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + +Piangendo dissi: <<Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che 'l vostro viso si nascose>>. + +Ed ella: <<Se tacessi o se negassi + cio` che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + +Ma quando scoppia de la propria gota + l'accusa del peccato, in nostra corte + rivolge se' contra 'l taglio la rota. + +Tuttavia, perche' mo vergogna porte + del tuo errore, e perche' altra volta, + udendo le serene, sie piu` forte, + +pon giu` il seme del piangere e ascolta: + si` udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + +Mai non t'appresento` natura o arte + piacer, quanto le belle membra in ch'io + rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte; + +e se 'l sommo piacer si` ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + +Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era piu` tale. + +Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar piu` colpo, o pargoletta + o altra vanita` con si` breve uso. + +Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi d'i pennuti + rete si spiega indarno o si saetta>>. + +Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e se' riconoscendo e ripentuti, + +tal mi stav'io; ed ella disse: <<Quando + per udir se' dolente, alza la barba, + e prenderai piu` doglia riguardando>>. + +Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + +ch'io non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de l'argomento. + +E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro aspersion l'occhio comprese; + +e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch'e` sola una persona in due nature. + +Sotto 'l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi piu` se' stessa antica, + vincer che l'altre qui, quand'ella c'era. + +Di penter si` mi punse ivi l'ortica + che di tutte altre cose qual mi torse + piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica. + +Tanta riconoscenza il cor mi morse, + ch'io caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + +Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi, + la donna ch'io avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: <<Tiemmi, tiemmi!>>. + +Tratto m'avea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso l'acqua lieve come scola. + +Quando fui presso a la beata riva, + 'Asperges me' si` dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva. + +La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi. + +Indi mi tolse, e bagnato m'offerse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + +<<Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle: + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch'e` dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di la`, che miran piu` profondo>>. + +Cosi` cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + +Disser: <<Fa che le viste non risparmi; + posto t'avem dinanzi a li smeraldi + ond'Amor gia` ti trasse le sue armi>>. + +Mille disiri piu` che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra 'l grifone stavan saldi. + +Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + +Pensa, lettor, s'io mi maravigliava, + quando vedea la cosa in se' star queta, + e ne l'idolo suo si trasmutava. + +Mentre che piena di stupore e lieta + l'anima mia gustava di quel cibo + che, saziando di se', di se' asseta, + +se' dimostrando di piu` alto tribo + ne li atti, l'altre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + +<<Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi>>, + era la sua canzone, <<al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + +Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, si` che discerna + la seconda bellezza che tu cele>>. + +O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto l'ombra + si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + +che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + la` dove armonizzando il ciel t'adombra, + +quando ne l'aere aperto ti solvesti? + + + +Purgatorio: Canto XXXII + + +Tant'eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi m'eran tutti spenti. + +Ed essi quinci e quindi avien parete + di non caler - cosi` lo santo riso + a se' traeli con l'antica rete! -; + +quando per forza mi fu volto il viso + ver' la sinistra mia da quelle dee, + perch'io udi' da loro un <<Troppo fiso!>>; + +e la disposizion ch'a veder ee + ne li occhi pur teste' dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fee. + +Ma poi ch'al poco il viso riformossi + (e dico 'al poco' per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + +vidi 'n sul braccio destro esser rivolto + lo glorioso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + +Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e se' gira col segno, + prima che possa tutta in se' mutarsi; + +quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + +Indi a le rote si tornar le donne, + e 'l grifon mosse il benedetto carco + si`, che pero` nulla penna crollonne. + +La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che fe' l'orbita sua con minore arco. + +Si` passeggiando l'alta selva vota, + colpa di quella ch'al serpente crese, + temprava i passi un'angelica nota. + +Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Beatrice scese. + +Io senti' mormorare a tutti <<Adamo>>; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo. + +La coma sua, che tanto si dilata + piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi + ne' boschi lor per altezza ammirata. + +<<Beato se', grifon, che non discindi + col becco d'esto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi>>. + +Cosi` dintorno a l'albero robusto + gridaron li altri; e l'animal binato: + <<Si` si conserva il seme d'ogne giusto>>. + +E volto al temo ch'elli avea tirato, + trasselo al pie` de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lascio` legato. + +Come le nostre piante, quando casca + giu` la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + +turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che 'l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + +men che di rose e piu` che di viole + colore aprendo, s'innovo` la pianta, + che prima avea le ramora si` sole. + +Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta + l'inno che quella gente allor cantaro, + ne' la nota soffersi tutta quanta. + +S'io potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro; + +come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com'io m'addormentai; + ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga. + +Pero` trascorro a quando mi svegliai, + e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo + del sonno e un chiamar: <<Surgi: che fai?>>. + +Quali a veder de' fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpetue nozze fa nel cielo, + +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + +e videro scemata loro scuola + cosi` di Moise` come d'Elia, + e al maestro suo cangiata stola; + +tal torna' io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de' miei passi lungo 'l fiume pria. + +E tutto in dubbio dissi: <<Ov'e` Beatrice?>>. + Ond'ella: <<Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + +Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo 'l grifon sen vanno suso + con piu` dolce canzone e piu` profonda>>. + +E se piu` fu lo suo parlar diffuso, + non so, pero` che gia` ne li occhi m'era + quella ch'ad altro intender m'avea chiuso. + +Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata li` del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + +In cerchio le facean di se' claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri d'Aquilone e d'Austro. + +<<Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo e` romano. + +Pero`, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di la`, fa che tu scrive>>. + +Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi + d'i suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov'ella volle diedi. + +Non scese mai con si` veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che piu` va remoto, + +com'io vidi calar l'uccel di Giove + per l'alber giu`, rompendo de la scorza, + non che d'i fiori e de le foglie nove; + +e feri` 'l carro di tutta sua forza; + ond'el piego` come nave in fortuna, + vinta da l'onda, or da poggia, or da orza. + +Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del triunfal veiculo una volpe + che d'ogne pasto buon parea digiuna; + +ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser l'ossa sanza polpe. + +Poscia per indi ond'era pria venuta, + l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca + del carro e lasciar lei di se' pennuta; + +e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce usci` del cielo e cotal disse: + <<O navicella mia, com'mal se' carca!>>. + +Poi parve a me che la terra s'aprisse + tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro su` la coda fisse; + +e come vespa che ritragge l'ago, + a se' traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + +Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + +si ricoperse, e funne ricoperta + e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto + che piu` tiene un sospir la bocca aperta. + +Trasformato cosi` 'l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra 'l temo e una in ciascun canto. + +Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + +Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + m'apparve con le ciglia intorno pronte; + +e come perche' non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e baciavansi insieme alcuna volta. + +Ma perche' l'occhio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagello` dal capo infin le piante; + +poi, di sospetto pieno e d'ira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + +a la puttana e a la nova belva. + + + +Purgatorio: Canto XXXIII + + +'Deus, venerunt gentes', alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + +e Beatrice sospirosa e pia, + quelle ascoltava si` fatta, che poco + piu` a la croce si cambio` Maria. + +Ma poi che l'altre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in pe`, + rispuose, colorata come foco: + +'Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me'. + +Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo se', solo accennando, mosse + me e la donna e 'l savio che ristette. + +Cosi` sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + +e con tranquillo aspetto <<Vien piu` tosto>>, + mi disse, <<tanto che, s'io parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto>>. + +Si` com'io fui, com'io dovea, seco, + dissemi: <<Frate, perche' non t'attenti + a domandarmi omai venendo meco?>>. + +Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti. + +avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: <<Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e cio` ch'ad essa e` buono>>. + +Ed ella a me: <<Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + si` che non parli piu` com'om che sogna. + +Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe + fu e non e`; ma chi n'ha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + +Non sara` tutto tempo sanza reda + l'aguglia che lascio` le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + +ch'io veggio certamente, e pero` il narro, + a darne tempo gia` stelle propinque, + secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro, + +nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, ancidera` la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + +E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia; + +ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + +Tu nota; e si` come da me son porte, + cosi` queste parole segna a' vivi + del viver ch'e` un correre a la morte. + +E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch'e` or due volte dirubata quivi. + +Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a l'uso suo la creo` santa. + +Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e piu` l'anima prima + bramo` colui che 'l morso in se' punio. + +Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e si` travolta ne la cima. + +E se stati non fossero acqua d'Elsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa, + +per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne l'interdetto, + conosceresti a l'arbor moralmente. + +Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + si` che t'abbaglia il lume del mio detto, + +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che 'l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto>>. + +E io: <<Si` come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato e` or da voi lo mio cervello. + +Ma perche' tanto sovra mia veduta + vostra parola disiata vola, + che piu` la perde quanto piu` s'aiuta?>>. + +<<Perche' conoschi>>, disse, <<quella scuola + c'hai seguitata, e veggi sua dottrina + come puo` seguitar la mia parola; + +e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che piu` alto festina>>. + +Ond'io rispuosi lei: <<Non mi ricorda + ch'i' straniasse me gia` mai da voi, + ne' honne coscienza che rimorda>>. + +<<E se tu ricordar non te ne puoi>>, + sorridendo rispuose, <<or ti rammenta + come bevesti di Lete` ancoi; + +e se dal fummo foco s'argomenta, + cotesta oblivion chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + +Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude>>. + +E piu` corusco e con piu` lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e la`, come li aspetti, fassi + +quando s'affisser, si` come s'affigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + +le sette donne al fin d'un'ombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta. + +Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri + veder mi parve uscir d'una fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + +<<O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua e` questa che qui si dispiega + da un principio e se' da se' lontana?>>. + +Per cotal priego detto mi fu: <<Priega + Matelda che 'l ti dica>>. E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + +la bella donna: <<Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che l'acqua di Lete` non gliel nascose>>. + +E Beatrice: <<Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura. + +Ma vedi Eunoe` che la` diriva: + menalo ad esso, e come tu se' usa, + la tramortita sua virtu` ravviva>>. + +Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che e` per segno fuor dischiusa; + +cosi`, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: <<Vien con lui>>. + +S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio + da scrivere, i' pur cantere' in parte + lo dolce ber che mai non m'avria sazio; + +ma perche' piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte. + +Io ritornai da la santissima onda + rifatto si` come piante novelle + rinnovellate di novella fronda, + +puro e disposto a salire alle stelle. + + + + + +End of this Project Gutenberg E-text of +Divina Commedia di Dante: Purgatorio [7-bit text] + diff --git a/old/old/2ddcd09.zip b/old/old/2ddcd09.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..dc1d400 --- /dev/null +++ b/old/old/2ddcd09.zip |
