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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77574 ***
+
+ IL CURATO D’OROBIO
+
+
+ RACCONTO
+
+ DI
+ G. VISCONTI VENOSTA
+
+
+
+ MILANO
+ FRATELLI TREVES, EDITORI
+ 1886.
+
+
+
+
+ PROPRIETÀ LETTERARIA
+
+ Diritti di traduzione riservati.
+
+ Milano. Tip. Treves.
+
+
+
+
+IL CURATO D’OROBIO
+
+
+
+
+I.
+
+
+Camminavano insieme da oltre mezz’ora, senza aprir bocca, don Cornelio
+Sacchi curato di Orobio, terricciuola d’una vallata di Lombardia, e un
+giovane prete, don Luigi, ch’era il suo coadiutore: li precedeva un
+canino pomere, dalla coda arricciata e dagli occhietti vispi, ch’era il
+solito battistrada di don Cornelio.
+
+Don Luigi era andato incontro al curato, il quale scendeva per una
+ripida stradetta da un alto e lontano poggio del monte; poi s’era unito
+a lui per fargli compagnia fino a casa. — Oh, don Cornelio, doveva
+mandar me! — aveva detto don Luigi al curato. — Lei è andato fin lassù,
+m’immagino... fino a Santa Maria della Neve, a visitar quel vecchio che
+sta male! Capisco... ma due ore di strada, e d’una strada così cattiva,
+per lei che stamane era così poco in gambe. Sarei andato io....
+
+— Grazie, don Luigi, grazie... ma fin che si può si va! — aveva
+risposto don Cornelio. E continuando a camminare, senza aggiunger
+altro, era tornato in silenzio al filo de’ suoi pensieri.
+
+Don Luigi non ebbe il coraggio d’insistere di più; e camminando sempre
+in silenzio anche lui, cercava di mostrare al curato il suo rispetto
+col lasciargli la parte meno cattiva dell’acciottolato, tenendo per sè
+i sassi più acuti e smossi. Cominciava a levarsi la brezza foriera del
+tramonto, e don Cornelio, nel mandare di tanto in tanto un sospiro, ne
+sorbiva delle lunghe boccate; poi, scoprendosi il capo, sprigionava una
+bella matassa di capelli, tutti bianchi ma ancor folti, che sollevati
+dalla brezza davano in quel momento l’immagine dei pensieri confusi,
+agitati, che gli passavano per la mente. E su di essa era facile
+leggere una nuova espressione, ch’era in contrasto coi lineamenti calmi
+e gioviali del viso, l’espressione d’un dolore nuovo e profondo. Don
+Luigi che sapeva quanto fosse grande l’afflizione del suo curato, e che
+ricordava di che poco frutto erano state in quei giorni le sue parole
+di conforto, camminava in silenzio, cercando un’occasione, che non
+veniva, per avviare qualche discorso.
+
+E siccome i nostri due personaggi li vedremo scendere per la stradetta
+un pezzo ancora prima di cavar loro una parola, così profitteremo del
+tempo per dir noi intanto qualcosa sul conto almeno d’uno di loro.
+
+Don Cornelio era curato nel paesello d’Orobio da trent’anni: c’era
+venuto per forza, e poi c’era rimasto per sua elezione. Nel 1848,
+caldo d’amor patrio, aveva preso parte agli avvenimenti d’allora, per
+quel tanto almeno che si riferiva alla città dov’egli in quel tempo
+viveva. Amato da tutti, avevan voluto che seguisse come cappellano
+il battaglione de’ volontari della provincia. E don Cornelio con due
+stivaloni, con una croce di panno rosso sul petto, con la medaglia di
+Pio IX che gli pendeva dal collo, col fiocco d’oro e con le penne nel
+cappello, non aveva fatto per quattro mesi che camminare sebbene vicino
+ai quarant’anni, che è l’età dei forti pensieri più che delle forti
+marcie militari. Finita la campagna, un colonnello boemo, che governava
+la città di don Cornelio, trovò opportuno di mettere sotto catenaccio
+anche il nostro cappellano. Il vescovo della provincia, il vescovo che
+c’era in quel tempo, prese le parti di don Cornelio; ebbe il muso duro
+più del colonnello boemo, e don Cornelio uscì di gabbia, ma dovette
+farsi uccello di bosco. Fu allora che lo mandarono a Orobio, ch’era il
+paesello più lontano dalla città dove ci fosse una cura vacante.
+
+L’avvenimento, che dopo alcuni anni fece d’Orobio non più il luogo
+d’esilio ma il soggiorno di elezione di don Cornelio fu la venuta d’un
+brav’uomo, la cui amicizia gli avrebbe fatto parer bello qualsiasi
+Orobio anche peggiore del suo. Il brav’uomo era un certo conte Maurizio
+d’Orsenigo, il quale aveva in Orobio un bel palazzotto antico, e nei
+dintorni l’antico patrimonio della famiglia, arrivato fino a lui, ma
+facendo acqua dai fianchi, come una nave logora. In questa nave avevano
+aperta una nuova e più larga breccia gli avvenimenti del quarantotto,
+gli anni dell’esilio, e dei sequestri: e il conte Maurizio, a cui
+non reggeva l’animo di staccarsene, rimpatriato passava in Orobio
+parte dell’anno, sperando col farsi campagnolo di tenerla a galla
+alla meglio. Alcuni anni dopo, era rimasto vedovo, con una bambina, e
+d’allora in poi non s’era più mosso. Non c’era voluto molto a diventar
+amici, lui e don Cornelio. L’uno e l’altro avevano il cuore buono e
+generoso; l’uno e l’altro avevano un egual sentimento nell’animo,
+tenuto acceso con eguale ardore, con eguali speranze: l’amore d’Italia.
+Vissero insieme per più di vent’anni; divisero giorno per giorno
+i dolori e le gioie che si avvicendarono in quei tempi, servendo
+con amore assiduo, nel loro umile paesello, in tutto quel poco che
+potevano, la causa della patria e del bene.
+
+Ora don Cornelio era rimasto solo. Otto giorni prima, il 7 marzo 1878,
+in quell’ora stessa del tramonto, in cui l’abbiam veduto scendere con
+don Luigi dalla montagna, il suo amico era morto.
+
+Don Cornelio e don Luigi erano giunti a un punto dove la strada
+facendosi meno ripida conduceva a uno spiano su cui c’era una casuccia,
+chiamata la Tavernella, e ch’era uno dei punti d’approdo di quei
+d’Orobio quando sulla sera andavano a far quattro passi, e a berne un
+bicchiere. E infatti, c’erano degli avventori anche in quel momento:
+alcuni se ne stavano seduti intorno a una tavola presso la porta della
+Tavernella e giocavano alle carte; altri giocavano alle bocce su quel
+po’ di spiano che c’era. Don Cornelio, che proprio n’avrebbe fatto
+a meno, dovette, rallentando il passo, ricambiare i saluti gioviali
+di quei delle carte e di quei delle bocce: alcuni dei quali poi si
+ostinavano calorosamente a offrirgli da bere, e a chiamar l’oste, anche
+dopo ch’egli, ringraziatili, s’era scostato tirando diritto per la sua
+strada.
+
+I giocatori, appena don Cornelio fu lontano, si abbandonarono alla più
+chiassosa ilarità. — Don Innocente! — gridavano a una voce — Venga
+fuori don Innocente! — E don Innocente, ch’era un prete di quelle
+vicinanze, in maniche di camicia e con le bocce in mano, se ne tornava
+intanto in mezzo a quelli della sua brigata, i quali continuavano a
+assordar l’aria con esclamazioni e risate che non finivan più. Quelli
+invece che giocavano alle carte si contentarono di mandare un’occhiata
+verso il crocchio, dove si faceva tanto chiasso, continuando
+tranquillamente la loro partita e la conversazione.
+
+— Ve lo dirò io perchè ridono laggiù, — diceva uno di questi, lo
+speziale d’Orobio, rispondendo al suo vicino ch’era un mercante d’una
+grossa borgata della provincia. — Ridono di quel prete che se l’è
+svignata dietro l’osteria....
+
+— Ah! quel prete bassotto, dalla faccia rubizza, volete dire? che a
+vederlo bere fa allegria! — domandò il mercante.
+
+— No, no, — riprese lo speziale, — ridevano dell’altro. Quello che dite
+voi è don Prospero, fratello dell’oste di Costamezzana....
+
+— Dell’oste al _Pomo d’oro_?
+
+— Precisamente. Oh, don Prospero se ne infischia, e quand’è sul gioco
+non se la svigna. Ridevano di quell’altro, di quel magro, allampanato,
+dalla faccia smorta, e che è don Innocente cappellano di Sant’Ilario.
+Or dovete sapere che don Innocente ha due gran gusti, esorcizzare gli
+spiriti e giocare alle bocce. Non farebbe altro! Diavoli e bocce!
+Ma poi quando gioca non vuol che lo vedano gli altri, ad eccezione
+s’intende di don Prospero ch’è il suo collega. Peggio poi a lasciarsi
+vedere dal nostro curato, da don Cornelio!
+
+— Il quale gli avrà proibita anche quella partitina alle bocce. Ho
+capito, ho capito, — continuò con gravità il mercante, — avete anche
+voi altri un curato clericale. Eh, ne abbiamo anche noi, nei nostri
+paesi, di questi preti dell’infallibilità.... Basta... oste! un
+pezzetto di cacio, e un’altra mezzetta....
+
+— Oibò, oibò, v’ingannate! — saltò su il signor Vincenzo ch’era il
+sindaco d’Orobio. — Il bacchettone è l’altro! ed è perciò che non ha
+voluto lasciarsi vedere da don Cornelio... il quale, non dico già che
+sia quel curato _civile_, di quella religione... che so ben io... ma,
+per i tempi che corrono, bisogna contentarsi, e non se ne può dir male.
+È prete; e su questo punto non vuol sentir ragioni, neanche da me
+che gli sono amico da anni. Però negli affari pubblici è tollerante,
+e — soggiungeva con serietà dopo una pausa, — non contrasta il mio
+programma. Per cui, in complesso, si può dire che c’è in Orobio buona
+intelligenza tra l’autorità civile e l’ecclesiastica. Insomma è un
+brav’uomo; non è vero? — e guardava lo speziale e il quarto compagno
+ch’era il dottore del paese.
+
+— È un _buon uomo: bonitas bona res, sed non sufficit_, — rispose
+il dottore che amava gli aforismi, i quali poi alla loro volta gli
+procuravano qualche consulto fuori di paese.
+
+— Ben detto, ben detto, — soggiunse lo speziale, ch’era sempre del
+parere del medico d’Orobio, e dei medici di qualsiasi altro paese dove
+non ci fosse una spezieria.
+
+— Scusate, — continuò con calore il signor Vincenzo, — ve lo dico una
+volta ancora, su questo punto non siamo d’accordo. Il nostro curato — e
+si rivolgeva al mercante — è un prete, è vero, ma è un brav’uomo; è un
+vecchio patriotta, e quanto poi a cuore e a generosità... — E fissava
+da capo il dottore.
+
+— Non nego, — replicava il dottore continuando a giocare, — ma è un
+uomo che si perde nei particolari, nelle inezie, nelle minuzie.
+
+Il dottore d’Orobio aveva un grande disprezzo per le cose piccole di
+questo mondo: non prendeva in considerazione che la Natura e l’Umanità;
+meno quando c’era la passata delle quaglie, perchè era cacciatore. Per
+l’Umanità poi il suo culto era così grande che dedicava a lei sola
+per lo meno un aforisma al giorno. Non vedeva altro: gli individui,
+compresi gli ammalati del comune, non erano per lui che atomi,
+vilissimi atomi, per i quali non valeva la pena di pigliarsela troppo
+calda. Ma per la Scienza e per l’Umanità cosa non avrebbe fatto!...
+Si sarebbe contentato anche d’un posto all’ospedale d’una qualche
+città.... Ma, qualche anno prima, un esaminatore, un atomo, lo aveva
+rimandato, concludendo anch’esso con un _non sufficit_.
+
+Lo speziale aveva fatto cenno col capo replicatamente di aderire al
+giudizio pronunziato dal dottore su don Cornelio. Anche lo speziale
+sprezzava le inezie. Quand’uno veniva nella sua spezieria egli
+guardava, per prima cosa, se aveva in mano i quattrini; e se non li
+aveva, — Andate là, andate là, — soleva dire, — risparmiate i rimedi;
+malucci da nulla, _inezie_ da non badarci! — E licenziava l’avventore.
+
+Qualcuno dunque che in Orobio si occupasse delle inezie, ci voleva.
+Se ne occupava di solito don Cornelio, il quale, nelle cose di minore
+importanza, s’intende, si vedeva fare alla meglio da medico, da
+speziale, da infermiere, e fin da avvocato. La povera gente non cessava
+di benedirlo; ma poi v’era anche, come s’è visto, chi arricciava il
+naso.
+
+Il sindaco, che non era tra questi, non rispose al dottore, e avrebbe
+voluto mutar discorso. Ma il mercante domandò di nuovo: — E quel
+pretucolo magro e smorto ch’era col curato, è roba vostra anche quella?
+
+— È il coadiutore, — rispose lo speziale.
+
+— Che collo torto! — continuò il mercante. — Ma gli è che adesso a un
+seminarista si direbbe che gli fanno fare apposta anche la faccia! Ne
+vedete voi di queste facce agli altri?
+
+— Bisognava vederlo qualche mese fa quando ce l’han regalato! —
+soggiunse lo speziale. — E bisognava anche sentirlo!
+
+— Ma don Cornelio gli ha già mezzo raddrizzato anche il collo, — saltò
+su il sindaco. — Lasciate fare a lui!
+
+— Vedremo poi alla fine chi dei due la darà a bere all’altro —
+sentenziò gravemente il dottore.
+
+— Oh quanto al bere i preti son tutti professori! — esclamò il
+mercante, ridendo ch’era un gusto. — A proposito, oste, un’altra
+mezzina, che ci si beve bene su questo cacio.... Perchè, come dicevo,
+quanto al bere bisogna proprio fare di cappello ai nostri preti....
+ma non così quanto al vestire, — e si fece serio. — Una volta qualche
+pezza di panno fine la ci voleva anche per i nostri preti di campagna,
+ma adesso tutta saia!
+
+Don Cornelio e il suo coadiutore, continuando per la stradetta che
+conduceva al piano, erano intanto arrivati a un piccolo poggio dove
+improvvisamente si affacciava un lungo tratto della valle. Chi passava
+di lì, ci fosse pure passato mille volte, rallentava il passo, mandava
+una lunga occhiata a quella scena che gli si parava dinanzi, e faceva
+volontieri una fermatina, parendogli quasi di riposar meglio che
+altrove; e intanto correva subito con l’occhio a discernere il suo
+campanile, la sua casuccia, il suo camperello, tra i casolari, le
+chiesuole e i poderi che si vedevan sparsi sulle falde dei monti, e
+sul piano della valle: e quando gli aveva ravvisati, si rimetteva più
+lieto in cammino, come chi s’è imbattuto in qualcuno a cui voglia bene.
+Don Cornelio s’era fermato, s’era seduto su un muricciolo, e levatosi
+il cappello guardava mestamente la valle, intanto che il suo compagno
+guardava lui di sott’occhio, pur avendo l’aria di contemplare anch’esso
+gli ultimi sprazzi di sole che mano mano abbandonavano le cime dei
+monti. Quella scena tutta all’ingiro si faceva sempre più severa e più
+silenziosa; e non s’udiva più che il lontano rumore del torrente che
+serpeggiava sul fondo della valle.
+
+— Ecco, io seduto qui, e lui su quel sasso,... — prese a dire don
+Cornelio al suo compagno rompendo a un tratto il silenzio; — proprio su
+quel sasso lì!... Quante volte io e lui, il povero conte Maurizio, si
+guardava a quest’ora giù nella valle... o si fissavano le ultime cime
+lucenti, e quelle già brune, e le prime stelle!... Allora, oh allora
+tutto quello che c’era dentro di noi... tutto veniva come a galla...
+e fossero pure delle inezie bisognava proprio dircele tutte l’un
+l’altro! Ma anche le inezie dette in quel momento parevano tutt’altra
+cosa... e se non ce n’erano di nuove, si riandavano le vecchie; tanto
+il cuore si allargava nel dirle. Alle volte poi si diceva anche
+qualche barzelletta, e allora era un ridere, un ridere... — E così
+dicendo, don Cornelio si asciugava col dorso della mano una grossa
+lacrima che gli scendeva sul viso. — Ecco, don Luigi, guardate là in
+fondo, — riprese don Cornelio dopo una pausa, — dove c’è quell’ultima
+vetta, più in su, ecco la prima stella della sera. Prima del 1859, il
+conte Maurizio quando vedeva comparire quella stella: “Ecco la stella
+d’Italia! esclamava; e fino a quando la vedrò comparire, — diceva, — io
+continuerò a sperare!„ Diceva così il mio povero amico. E a quei tempi,
+e anche dopo, quando si cominciò a vedere che la stella era proprio
+con noi, qui, dove nessuno ci ascoltava, ci dicevamo i nostri timori,
+le nostre speranze: lui, faceva e rifaceva a modo suo l’Europa; io,
+persuadevo il Papa, e tra tutti e due si metteva insieme l’Italia. Oh,
+le belle serate!... Andiamo, — soggiunse don Cornelio, dopo una pausa,
+alzandosi. — Quella nebbiolina che si leva laggiù nella valle comincio
+già a sentirmela nelle ossa... e mi dà i brividi. —
+
+Don Luigi aveva seguite le parole del curato in silenzio, e con gli
+occhi attenti e fissi. Nel suo sguardo di solito umile, spento, s’era
+visto brillare una improvvisa espressione di entusiasmo e a un tempo di
+terrore. Alle ultime parole di don Cornelio si scosse, e si rimise in
+via chinando di nuovo gli occhi a terra, e tacendo: ma non scomparve
+così presto quella fiamma che gli si era improvvisamente accesa sulle
+pallidissime guance. La breve commozione di poco prima aveva ridestato
+nel suo pensiero l’eco di sentimenti altre volte combattuti, respinti,
+e che ora cominciava ad accogliere, ma con l’animo agitato e trepidante.
+
+— Ehi, don Cornelio! Don Cornelio, don....
+
+Il curato e don Luigi avevano fatto pochi passi, quando si sentirono
+chiamare da qualcuno, che scendeva per la medesima strada, e li voleva
+raggiungere. — Che gambe, don Cornelio!... Si capisce che loro signori
+vanno a cena! Che gambe! —
+
+Chi esclamava così era un certo don Prospero, un prete ilare e rubizzo,
+e che, essendo anche grosso e bassotto, arrivava in quel punto tutto
+trafelato, avendogli il compagno, ch’era con lui, fatto affrettare il
+passo. Il compagno era don Innocente, quello della partita alle bocce.
+
+— Hanno fatto una lunga camminata anche loro, eh? — prese a dire
+don Innocente in tuono mellifluo, e con le mani giunte sul petto. —
+Benissimo, benissimo.
+
+— Vengo da Santa Maria della Neve, — rispose don Cornelio.
+
+— Per bacco! — esclamò don Prospero. — Noi siamo stati più discreti;
+però, quell’ultima partita m’ha fatto sudare più che....
+
+— Da Santa Maria della Neve! — esclamò don Innocente per interrompere
+il compagno. — E noi non si voleva fare che quattro passi, ma poi un
+passo dopo l’altro, ci siam trovati alla Tavernella.
+
+— Ma per un pezzo non ci torno più, — soggiunse don Prospero. — Ci si
+beveva un bon vinetto tempo fa, ma l’hanno tagliato... Loro dicon di
+no, ma a don Prospero non la si dà ad intendere. Manco male che l’ho
+fatto pagare qui all’amico... ma ho dovuto sudare!
+
+— E una chiacchiera dopo l’altra, s’è fatto tardi, — continuò don
+Innocente. — Ma, come si fa! si incontra gente, e chi ne conta una,
+chi ne conta un’altra. In questi giorni poi è un gran discorrere
+che si fa; non si parla che del conte Orsenigo!... Quante non se ne
+sentono!... Oh, ma lei, don Cornelio, ne saprà più di tutti, lei
+ch’era amico del conte.... — E fece una pausa; poi, vedendo che don
+Cornelio non rispondeva, continuò: — Dicono che sia andato al Creatore
+senza lasciare un soldo... Oh, ma io non lo credo... un signore tanto
+ricco!... non le pare, don Cornelio?
+
+— Da un pezzo non era più ricco il povero conte, — rispose il curato.
+— Ha avute tante disgrazie! E queste anzi finirono col troncargli la
+vita; ma non erano riuscite a vincer mai quel suo gran cuore, così
+buono, così generoso, così benefico!
+
+— Ma.... e si può sapere dove è andato a affogare tanta grazia di
+Dio?... A sentir la gente... cosa non si dice!... quante non se ne
+contano!
+
+— E voglio credere, — riprese con vivacità don Cornelio, — che la gente
+racconterà anche tutte le opere buone fatte dal povero conte, tutte le
+opere della sua carità, tutto il bene che fece in questi paesi!...
+
+— Eppure la gente non ci vede chiaro, — continuò don Innocente. — Pare,
+a quanto dicono, che ci sia del mistero... e c’è anche chi pretende, oh
+ma io non la voglio credere! che spendesse tesori nelle società secrete
+e nelle sette....
+
+— E lei mi immagino, avrà risposto per le rime a simili baggianate!
+— saltò su don Cornelio. — Oh chi è questa gente così ingrata, che
+dimentica così presto!
+
+— Eh, già, già, la gente è ingrata, e lo dico sempre anch’io che a far
+del bene alla gente è un lavare la testa all’asino, — soggiunse subito
+don Innocente per accomodar la cosa.
+
+— Buona notte, a loro signori, — disse a un tratto don Cornelio,
+fermandosi, dopo aver fatto alcuni passi in silenzio. — Io piglio, con
+don Luigi, questa scorciatoia, perchè c’è qualcuno a casa che m’aspetta.
+
+— Buona notte, buona notte, — ripeterono don Innocente e don Prospero;
+poi si scambiarono un’occhiata, e continuarono per la loro strada. —
+Però — soggiunse don Prospero dopo pochi passi — non valeva proprio
+la pena di scalmanarci tanto a raggiungerlo. Perdinci! Non offrirne
+neanche un bicchiere a un amico che viene nella sua giurisdizione!...
+
+— Eh, ha ben altro per il capo don Cornelio! Non avete visto com’era
+sopra pensiero, e come cercava di sgattaiolare alle mie domande?... Ah,
+l’amicizia di quel conte non gli faceva troppo onore!... E adesso gli
+tocca sentirne delle belle.
+
+— Ne dicono tante, è vero, ma cosa volete? Io, per esser sincero, non
+potrei dirne che bene. Non c’era volta che mi vedesse passare dinanzi
+al suo palazzo senza che mi chiamasse, e mi facesse sturare una
+bottiglia apposta.
+
+— Per darvela ad intendere.
+
+— A me no! Fior di vino ve lo dico io.
+
+— Ma però avete sentito anche voi quel che si dice!... Nel mio paese ne
+son venuti parecchi da me che volevano una funzione in forma pubblica
+per liberarsi dall’anima del conte che vedono girare di notte per la
+campagna....
+
+— Oh, questa poi non me l’hanno contata! — esclamò ridendo don Prospero.
+
+— Non c’è da ridere, — continuò tutto serio don Innocente. — Non sarà
+l’anima del conte, come dicon loro, che non se ne intendono, ma sarà
+invece un qualche spirito maligno comparso in quest’occasione... Basta,
+consulterò il manuale....
+
+— Che manuale? Avete anche il manuale dei diavoli voi?
+
+— Il _Manuale exorcistarum_. Come, non lo conoscete?... Il Manuale del
+padre Candido Brugnolo...[1] un professore, e che professore! Ah, se
+non lo avete ve lo presto.
+
+— No, no; tenetelo per voi che ne faccio senza. Io invece, quando
+vengono questi tali a dirmi che di notte vedono gli spiriti, rispondo
+loro: “Prima di andare a letto, bevetene un bicchiere di quel buono, e
+vedrete che gli spiriti non verranno.... perchè hanno una paura, gli
+spiriti, del vino bono! una paura!„
+
+Don Innocente affrettò il passo e non rispose; s’era fatta notte, e al
+buio certi discorsi non amava farli.
+
+Don Cornelio, pigliata la scorciatoia, fece l’ultimo tratto di strada
+in silenzio, e camminando adagio, perchè voleva riordinare un poco i
+suoi pensieri prima di arrivare a casa.
+
+“Sarà arrivato quel figliuolo?„ diceva tra sè e sè. “Arrivare proprio
+oggi! Ma già quando le cose cominciano a andar male!... Povero conte...
+che precipizio!... quante disgrazie in una volta per quella sua
+figliuola! Povera Cristina! Come farò io a dirle tutto? Ma tirare in
+lungo non si può, perchè poi tra pochi giorni la bomba dovrà scoppiare.
+Le ho sempre dinanzi agli occhi le facce di quei due signori che
+vennero ieri da me. Che storia! E dovrò contarla a due; a Cristina e a
+quest’altro! Povera Cristina, povera figliuola!„
+
+Sulla porta di casa stava aspettandolo, con molta impazienza, sua
+sorella Angelica. La signora Angelica, come tutti la chiamavano in
+paese, da un’ora era sulle spine, e non aveva fatto che scendere in
+strada, ritornare in casa e ridiscendere da capo. Finalmente sentì
+abbaiare il cagnetto, tirò un gran sospiro, e corse incontro al
+fratello che stava appunto accomiatandosi da don Luigi.
+
+— È arrivato Enrico? — le chiese subito il curato.
+
+— È arrivato da due ore... — rispose Angelica col respiro affannato.
+— Ma perchè tardar tanto?... Temevo che ti fosse capitata qualche
+disgrazia.
+
+— E Cristina?
+
+— Oh, Cristina è sempre nella mia camera; — ripigliò subito Angelica
+indovinando il pensiero del curato — e il giovanotto è sempre rimasto
+quaggiù a terreno, un poco nell’orto, un poco in cucina. Ma in che
+imbarazzo sono stata io!... Da due ore sono sulle spine!...
+
+Don Cornelio entrò in casa in fretta, e la signora Angelica serrò la
+porta a chiavistello, dopo aver chiamato e rinchiuso in casa anche
+_Ugolino_; il quale, affrettiamoci a dirlo, non era altro che il
+cagnetto del curato. Oh, come mai gli avevano dato quel nome? Era stato
+il conte Maurizio che vedendolo un giorno rosicchiare in una buca il
+cranio d’un pollo, l’aveva chiamato così. E così, d’allora in poi, lo
+chiamò sempre anche don Cornelio.
+
+
+
+
+II.
+
+
+Il giovane, di cui aveva parlato la signora Angelica, appena veduto
+don Cornelio, gli corse incontro, e gli gettò le braccia al collo
+piangendo dirottamente. Egli era figlio d’un amico del conte Maurizio;
+era rimasto orfano molti anni addietro, e il conte Maurizio era stato
+suo tutore, o meglio ancora, suo secondo padre. Quanti progetti,
+quanti castelli in aria non aveva fatti il buon tutore a proposito
+di questo figliolo! Punto primo, era stato ben deciso a non farne
+nè un impiegato, nè un avvocato. Vedendolo riflessivo per tempo,
+pacato, studioso, aveva pensato di farne un ingegnere meccanico, un
+industriale, o qualcosa di simile: e dietro a questo pensiero tante
+volte, fantasticando nell’avvenire, gli pareva di veder già i lunghi
+fumaiuoli degli opifici, di udire il rumor cupo e uniforme delle
+macchine, e di trovarsi in un Orobio affaccendato, ove di quelli
+occupati a menar la gamba e a dir male del prossimo non ce n’era più
+uno. E poi, quando guardava questo giovinetto che passeggiava o giocava
+con la sua Cristina, allora gli si vedeva subito in viso un’espressione
+tutta nuova; si capiva che nel suo pensiero qualch’altra cosa gli
+veniva a prendere il posto delle macchine; qualcosa che lo faceva
+sorridere dolcemente, e in cui c’era quel tanto di soave mestizia che
+accompagna alle volte un bel sogno dell’avvenire. Un primo passo verso
+i sogni dell’avvenire il conte Maurizio l’aveva fatto mandando il suo
+pupillo Enrico prima in Isvizzera, a farci degli studi speciali, poi in
+Inghilterra presso un grande opificio. Ed era appunto dall’Inghilterra
+che Enrico arrivava in quel giorno, dopo aver risaputo, a breve
+intervallo, ch’era ammalato, ch’era morto il suo antico tutore, il suo
+benefattore, il suo miglior amico.
+
+Enrico, appena potè parlare, fece mille domande in una volta a don
+Cornelio, il quale a poco a poco gli narrò la triste storia di quei
+giorni, mettendo qua e là qualche lunga pausa quando le parole gli
+facevan nodo alla gola. La signora Angelica era in pena nel vedere
+che la conversazione si prolungava lì sui due piedi, e in cucina.
+Avrebbe voluto far capire a don Cornelio di condurre Enrico nella
+saletta vicina; ma ogni volta che ci si provava non trovava modo di
+mandar fuori una parola, tanto era commossa anche lei: e allora cercava
+di prender fiato e coraggio facendo un giro per la cucina, dando
+un’occhiata alle stoviglie, o brontolando qualche rimprovero al gatto.
+Con queste precauzioni le riuscì alla fine di dire sotto voce due
+parole a don Cornelio, e di condurre il suo ospite nella saletta, dove
+c’era un tavolino apparecchiato per la cena, con una zuppiera nel mezzo
+che fumava.
+
+— Prenda, caro Enrico, un po’ di questa zuppa... le farà bene... è
+tutto brodo di gallina, — diceva la signora Angelica, non appena ebbe
+fatti sedere a tavola Enrico e il curato. — Ne prenda almeno qualche
+cucchiaiata.... ha ristorata tutta anche Cristina, un’oretta fa, quando
+abbiam fatto, io e lei, un po’ di cena.
+
+Poichè il nome di Cristina era stato pronunziato dalla signora
+Angelica, Enrico, che per un certo imbarazzo non l’aveva saputo
+pronunziar lui per il primo, si fece coraggio a ripeterlo, tornandoci
+poi a ogni tratto nelle molte domande che ricominciò a fare a don
+Cornelio. E don Cornelio era stato anche lui, sulle prime, in un
+certo imbarazzo. Non aveva che delle brutte nuove, e avrebbe voluto
+metterle fuori un po’ per volta: ma Enrico insisteva, e bisognò proprio
+raccontarle subito, e tutte: nè valsero gli sforzi che andava facendo
+di tanto in tanto anche la signora Angelica, la quale avrebbe voluto
+sviare quel discorso così malinconico, e che minacciava di lasciar
+freddare e mandar a monte quel po’ di cena preparata con tanta cura.
+
+— Ma dunque non c’è più nulla da sperare? — diceva Enrico, fissando don
+Cornelio.
+
+— Oh, vedrete, — diceva la signora Angelica, — vedrete! Il mondo è
+pieno di buona gente; e quando i creditori avranno conosciuta la nostra
+Cristina... una così buona figliola!...
+
+— Ma, non si può guadagnar tempo? Non si può fare qualcosa? — domandava
+Enrico con angosciosa insistenza.
+
+— Che vuoi, mio caro, — continuava don Cornelio ripigliando il
+discorso tante volte interrotto. — Che vuoi che si faccia al punto a
+cui siamo?... Saran due anni che il conte Maurizio si lasciò indurre
+a mettere i suoi ultimi capitalucci in non so quali speculazioni che
+andarono tutte alla peggio. In qualcuna poi ci aveva messo anche il
+nome... e così quel tanto che gli rimaneva, e che non era molto, fu
+ingoiato tutto. E non la finisce lì.... Oh, furon già qui a metter
+suggelli....
+
+— Povero conte Maurizio!... il mio benefattore!
+
+— Poche settimane prima di morire il poveretto aveva veduto come stavan
+le cose... e fu il suo tracollo. Dio gli ha risparmiato il dolore di
+sopravvivere a tanta sciagura. Lui, che amava tanto la sua vecchia
+casa, le sue terre, i suoi contadini!... e che per non staccarsene
+s’era sacrificato a vivere modestamente in questo paesuccio!... Il
+primo dissesto, ricordalo bene, Enrico, cominciò nel 1848 quando dopo
+aver armati a sue spese tutti i volontari di questa valle, e dopo
+averci consumato in un mese l’entrata di più anni, ebbe sequestrati,
+dilapidati, svaligiati casa e poderi... Ricordale queste cose! e
+raccontale di tanto in tanto a quelli della tua età, e ai tuoi figli
+quando sarai vecchio. E poi... se c’erano dei poveri da soccorrere,
+se c’era un’opera buona da fare, il conte correva a prendere i denari
+in prestito magari, se lì per lì non gli aveva, perchè lui era fatto
+così.... ma nessun povero, nessun disgraziato tornava a mani vuote
+dalla casa del conte Maurizio. E non ha mai avuto un po’ di fortuna,
+mai!... Così, moriva qui, oscuro, dimenticato, lui, che per gli
+altri aveva fatto tanto!... e alla sua figliola non resterà che una
+stanzaccia in casa di questo povero curato.
+
+— Oh cosa dite mai, don Cornelio! — susurrò la signora Angelica, la
+quale quando c’era una terza persona non dava mai del tu al curato.
+— Avrà la più bella stanza, la nostra Cristina, quella dove ha
+dormito Sua Eminenza!... e la terrò come una mia figliola.... — Poi,
+approfittando d’un lungo silenzio che ci fu tra Enrico e don Cornelio,
+uscì, parendole quello il momento opportuno per andare in cucina a
+prendere le frutta e un croccante che aveva preparato di sua mano per
+la venuta d’Enrico.
+
+— Ed io non potrò far nulla? — esclamò Enrico facendo forza contro la
+commozione che fino allora non lo aveva lasciato parlare. — E dire
+che forse tra qualche anno!... perchè io ho delle speranze, sa, don
+Cornelio? Oh gliele dirò.... Non so — riprese poi con la voce tremante
+— non so se lei ha letto nel mio cuore....
+
+— Figliolo, so tutto. E ti dirò anche, perchè è un conforto che ti
+devo, che il voto del tuo cuore era pur quello del mio povero conte
+Maurizio....
+
+— Davvero? Oh, me lo ripeta, don Cornelio, me lo ripeta!
+
+— Sì, Enrico, sì.
+
+— Ebbene, questo sarà la meta a cui rivolgerò tutto l’animo mio, tutte
+le mie forze... e ci arriverò. Don Cornelio! — disse poi alzandosi e
+stringendo la mano del curato, — io dovrò ripartire tra pochi giorni...
+devo ritornare al mio posto... non so quando la rivedrò... chi sa?
+fors’anche presto! Ma io parto lasciandole una sacra parola, e il
+giorno in cui ritornerò sarà quello in cui potrò adempire al voto del
+mio cuore. Intanto, don Cornelio, affido a lei... — E la sua voce si
+faceva più commossa.
+
+— Sì, sì, caro figliolo... ma soprattutto ci vuol giudizio. Io ti
+ho capito benissimo, e non desidero di meglio anch’io, perchè sono
+persuaso che saprai essere sempre un buon figliolo. Ma i casi della
+vita son molti... e fino al giorno in cui potrai dire: “Eccomi qui,
+le speranze sono diventate fatti„ fino a quel giorno, capisci, il tuo
+sogno santissimo tientelo ben chiuso in cuore; silenzio, voglio dire,
+silenzio con tutti; con Cristina soprattutto! E fammi vedere che sai
+essere un uomo.
+
+— Come vorrà lei, don Cornelio. Saprò fare qualunque sacrifizio. Ho
+fatto molta esperienza... mi sento vecchio.
+
+Don Cornelio, che in quel momento pensò ai ventidue anni del suo
+interlocutore, sorrise leggermente, e abbracciò Enrico. La signora
+Angelica intanto rientrava nel salottino tenendo con una mano una
+fruttiera, e con l’altra un piatto col croccante, sotto il quale c’era
+un bel foglio di carta con gli orli smerlati e arricciati.
+
+— A questo poi non si dice di no, — diceva la signora Angelica. — Non
+si dice di no, signor Enrico, perchè... — E la sua modestia le impediva
+di soggiungere che a detta di tutti, croccanti simili a quelli della
+signora Angelica non se ne faceva neanche nelle prime città.
+
+Enrico intanto aveva cominciato a discorrere con don Cornelio delle
+sue speranze e de’ suoi progetti. Il discorso continuò un pezzo; e la
+signora Angelica, dopo aver rammentato più volte al curato che l’ora
+era tarda, si decise alla fine di pigliare un lume e di dare, con una
+certa solennità, la felice notte. Allora pigliò un lume anche don
+Cornelio, continuando però la conversazione con Enrico che l’accompagnò
+fin sull’uscio della sua camera.
+
+— Capirà, don Cornelio — diceva Enrico — che se avessi una protezione,
+una forte protezione!...
+
+— Sicuro. Ci vorrebbe una forte protezione... — ripeteva don Cornelio
+facendosi pensieroso. — Ma dove trovarla?... Ah, se ci fosse ancora il
+conte di Cavour! — esclamò in fine mandando un lungo sospiro. Poi aprì
+l’uscio della sua camera, e strinse una volta ancora fortemente la mano
+di Enrico.
+
+Don Cornelio era stato forse un amico del conte di Cavour? A sentire
+don Cornelio si sarebbe detto di sì; e chi sa che a furia di parlarne,
+di raccontare un certo caso, e di richiamare quel nome con una certa
+confidenza, non avesse finito a crederlo anche lui. Il caso era questo.
+Nel 1859, durante la guerra, don Cornelio più d’una volta aveva dato
+una corsa fuori della sua valle, ed era disceso giù verso il piano per
+vedere con i suoi occhi qualcosuccia dei grandi avvenimenti che vi
+succedevano. — Scappano! Se ne vanno! — e lui giù a vederli a andar
+via. — C’è Garibaldi a Bergamo! I Francesi sono a Brescia! Viene
+Vittorio Emanuele! — e lui giù col sindaco a portare gli omaggi al
+Re. — C’è stato un combattimento! si è sentito il cannone! — e don
+Cornelio allora raccoglieva un po’ di tutto, vuotava la credenza della
+signora Angelica, pigliava in casa tutto quel che poteva, e con una
+gran corba scendeva giù a portar roba agli ospedali, e regalucci ai
+soldati, abbracciandone quanti ne incontrava. Pochi giorni dopo la
+battaglia di Solferino, don Cornelio, che era appunto sceso con un gran
+pacco di fila e pezze per i feriti, e che trattandosi d’un avvenimento
+così straordinario aveva anche fatto una corsa più lunga delle solite,
+si trovava in un villaggio poco distante dalle famose colline. Il
+villaggio era ingombro di carriaggi, di soldati, di gente che andava
+e veniva, di curiosi, e di contadini spaventati. Don Cornelio, che
+era tra i curiosi, cercava però di affaccendarsi anche lui e di far
+qualcosa di bene, non foss’altro quando capitavano dei poveri soldati
+stanchi o feriti. A un tratto, arriva un legno da posta. Si cerca
+di fargli largo, ma ci vuol altro; il legno rimane fermo per alcuni
+minuti dinanzi alla porta dell’osteria; e la gente gli si affolla
+d’intorno. Nel legno c’era un signore, il quale, messa fuori la testa,
+e visto lì a pochi passi un prete, che era don Cornelio, lo chiamò,
+gli fece parecchie domande, e poi ne lo ringraziò con molta cortesia.
+Don Cornelio, intanto che rispondeva, cercava di raccappezzarsi chi
+fosse mai quel signore che gli pareva d’aver veduto altre volte, non
+foss’altro in qualche quadro. Poco dopo il legno ripartì. — È Cavour!
+— esclamò un soldato che capitava in quel punto. — Viva Cavour! viva
+Cavour! — gridava intanto la gente accorrendo e agitando i cappelli in
+aria. Don Cornelio, a cui si aprì la mente tutta a un tratto, ma un
+po’ tardi, corse dietro al legno, agitando il suo cappello anche lui,
+e gridando: — Viva Cavour! — Gli riuscì di vedere ancora una volta la
+faccia di quel signore, il quale volgendosi indietro lo salutò con la
+mano; ma i cavalli intanto avevano preso il galoppo, ed egli dovette
+fermarsi, e indugiare anche un pochino per riavere il fiato.
+
+Più tardi pensando e ripensando a quel saluto, a quelle domande, e a
+quelle risposte, e trovandone sempre nella memoria qualcuna di più,
+a furia di ripeterle era venuto nella persuasione di aver discorso
+lungamente col conte di Cavour, e finalmente d’essergli stato quasi un
+pochino amico.
+
+
+
+
+III.
+
+
+— Brutte cose!... cose grosse! — diceva il sagrestano di Sant’Ilario,
+paesello di quei dintorni, a quattro o cinque che la discorrevano in
+crocchio presso la porta del campanile d’Orobio.
+
+— Dite davvero, eh!
+
+— Le cose, se non le so io, chi volete che le sappia? Ma appunto per
+questo ci vuol prudenza.... Tacere, tacere!
+
+— E dicono anche che sia arrivato quel giovanotto tirato su dal conte
+Maurizio... ve ne ricordate?
+
+— E che poi l’hanno mandato fino in fondo della Svizzera, e anche in
+paesi di eretici, — ripigliava il sagrestano. — Lasciatele dire a me
+le cose... e vi dirò anche che è arrivato ier l’altro, e che è in casa
+del vostro curato... dove c’è anche la figlia del conte!... Scandali,
+scandali! capite?
+
+— Per bacco!
+
+— Vi dirò anche che egli parte questa sera. C’è del mistero, direte.
+Sicuro. Io però, quasi quasi, ci vedo chiarissimo. Ma non è qui tutto.
+
+— Il fatto è che da due o tre giorni non c’è più uno in paese che abbia
+la testa a casa, — soggiungeva uno degli interlocutori. — Crocchi di
+qua, crocchi di là; la gente va come in processione fin sulla porta
+della casa del conte, si ferma a discorrere, a spiare, ma non c’è chi
+ne capisca un bel niente. Chi dice che il conte ha lasciato un monte di
+debiti, che tutto andrà all’asta, che mezza la valle è rovinata... e
+c’è chi esclama: “non è vero un corno!„
+
+— Un corno? — rispondeva il sagrestano col fare più misterioso di
+prima. — E altre cose non ne avete sentite dire? Già, come la pensasse
+quel signore, tutti lo sanno... e io non vorrei essere, a quest’ora,
+nell’anima sua. Certe anime, si sa, al mondo di là non le vogliono;
+e quante anime di quelle a cui fu chiuso l’uscio in faccia, non le
+abbiamo per anni e anni sentite, al battere della mezzanotte, mandare
+certe voci lunghe lunghe, e poi fischiar da lontano come fa il vento
+tra le frasche!... Ebbene....
+
+— Ebbene! — domandarono tutti in coro.
+
+— Ebbene, son tre notti, così dice la gente, che si sente nella
+campagna una voce....
+
+— La voce del conte?
+
+— Ah, io non so niente! Si sente una voce... una certa voce....
+
+— E a dirlo al curato?
+
+Il sagrestano crollò la testa, e fece un sorriso amaro e pieno di
+mistero.
+
+— Anche nelle vicinanze del vostro paese, di Sant’Ilario, — soggiunse
+uno del crocchio — tempo fa, dopo la morte di un tale, si sentiva per
+la campagna un fischio tutte le notti, non è vero? E don Innocente fece
+un giro con la confraternita, confinò gli spiriti maligni fuori del
+comune, e il fischio non fu sentito più! È così, o non è così?
+
+— Proprio così, — continuò il sagrestano. Io non dirò niente, perchè...
+io sono di Sant’Ilario; ma una volta, molti e molti anni fa, anche
+in Orobio si facevan le cose per bene. Ora tutto è cambiato. Anche
+la vostra confraternita, in allora, aveva le sue merende, i suoi
+beveraggi... e poi bisognava vederle le processioni come le facevano
+in Orobio! meglio ancora delle nostre! Si andava fuori di paese, anche
+per due o tre giorni se occorreva, con tutti i confratelli e con tutte
+le consorelle... bisognava vedere! Mah! Don Cornelio ha voluto levare
+le usanze vecchie... ed ora sapete come la chiamano, fuori di Orobio,
+la vostra confraternita? la chiamano la confraternita dei _riformati_!
+Capite? E mi ricordo anche che qui, vicino al campanile, proprio dove
+siamo noi, nei giorni della svinatura, a quei tempi, si metteva una
+botte, ch’era la botte della confraternita, e venivan tutti a versarci
+dentro chi un fiasco, chi un bigonciolo, finch’era piena. Era una gran
+bella devozione anche questa!... Mah! Gli è che in Orobio, dice bene
+don Innocente, non si può parlare. Guai a toccare il vostro curato!...
+ma io gliele vorrei cantar chiare, e sarei quel tale da dirgli sul
+muso....
+
+In quel punto comparve, al canto della via, don Cornelio in persona,
+che se ne tornava a casa in tutta fretta. Quei del crocchio, compreso
+il sagrestano, fecero un rispettoso saluto che il curato ricambiò
+salutandoli con la mano tutti in una volta.
+
+Don Cornelio se ne tornava a casa in fretta perchè, come aveva detto
+benissimo il sagrestano di Sant’Ilario, Enrico doveva ripartire in quel
+giorno, e per di più, aggiungeremo noi, tra un’ora. Come fu in casa,
+il curato diede un’occhiata per le stanze, e non trovandoci nessuno,
+andò diviato nell’orto, dove infatti erano scesi poco prima la signora
+Angelica, Enrico, e Cristina.
+
+La catastrofe domestica che il povero conte Maurizio lasciava dietro di
+sè era irreparabile, imminente, e don Cornelio aveva dovuto decidersi
+in fretta a dir tutto a Cristina egli stesso, prima che le venissero
+all’orecchio quelle altre notizie, con la frangia, che correvano fuori.
+Don Cornelio le aveva detto tutto, senza lasciarle alcuna illusione,
+come chi parla a persona matura e, quel che è più, seria. Cristina
+aveva avuto dalla natura e dall’educazione una certa serietà, che in
+lei aveva camminato rapidamente e non in ragione dei suoi anni ch’eran
+pochi; non erano che diciassette. Questa serietà le traspariva fin
+d’allora e dallo sguardo che usciva attento e raccolto da due nerissimi
+sopraccigli, e dagli atti della persona in cui c’era sempre qualcosa di
+misurato e di risoluto a un tempo.
+
+— Ah, siete qui! — esclamò don Cornelio entrando nell’orto.
+
+La signora Angelica, Enrico, e Cristina si volsero verso don Cornelio,
+gli si fecero incontro, e poi si misero tutti insieme a rifare in
+silenzio le stradicciuole dell’orticello.
+
+— Dunque... — disse a un tratto don Cornelio fermandosi. — Hai tutto
+in pronto Enrico? la tua valigia? le tue cosucce? Tra pochi minuti
+sarà qui il legnetto: ho incontrato poco fa il vetturino che andava ad
+attaccare il cavallo.
+
+— Ho tutto in pronto, — rispose Enrico.
+
+— E a rivederci presto! — soggiunse don Cornelio vedendo che a Enrico
+si facevan gli occhi rossi. — Presto, prestissimo! Eh, per bacco, le
+cose poi non sono eterne a questo mondo! E io ho una gran fiducia in
+te... ho fiducia, voglio dire, che a te almeno le cose andran bene, e
+che ci manderai presto delle buone notizie. Ho un gran bisogno d’una
+buona notizia!
+
+— Il cielo lo volesse!... ma intanto io qui non ci posso nulla; devo
+ripartire... devo lasciarli senza far nulla!... Domani sarò molto
+lontano... oh si ricordino di me! Io gli avrò sempre, tutti, nel mio
+cuore.
+
+— Oh, signor Enrico! — esclamava la signora Angelica levando la
+pezzuola, e asciugandosi gli occhi.
+
+— Si ricordi di me, signora Angelica... si ricordi di me don
+Cornelio... e anche tu, oh mi scusi! anche lei Cristina... ci ricasco
+sempre, torno sempre col pensiero a quei tempi in cui ci davamo del tu!
+Oh i bei giorni! oh il chiasso, se ne rammenta? che si faceva insieme!
+
+— Finchè il babbo ci sgridava, — riprese Cristina, — poi ci
+abbracciava... povero babbo! Voleva tanto bene anche a lei!
+
+— Dunque, tutto è in pronto, nevvero Enrico? — saltò su don Cornelio.
+— Allora avviamoci intanto che viene il vetturino. E ricordati di
+scrivermi presto.
+
+— Scriverò subito subito. E anche lei, don Cornelio, mi mandi presto
+le sue nuove, le nuove di tutti. Non mi dimentichino. Io non avrò che
+un pensiero, quello di fare il mio dovere... e di mettermi in grado di
+tornar presto. Oh, ci riuscirò! e allora... lei don Cornelio sa....
+
+— Sì, sì, caro figliuolo, siamo intesi; e non ne dubito.
+
+— Perchè io spero di poter mandar presto una buona nuova. E allora, se
+mi saprò rendere degno... allora, chi sa? potremo forse tutti insieme
+rifare dei giorni lieti... se la buona gente mi aiuterà, se loro tutti
+lo vorranno....
+
+— Oh, sì, sì! — esclamò la signora Angelica rasserenandosi. — Lo
+vorremo tutti, e lo vorrà tutta la buona gente. Oh, ce n’è ancora della
+buona gente! —
+
+Don Cornelio era un pochino imbarazzato: guardava ora la sorella, che
+non ne capiva nulla, ora Enrico, ora Cristina, e avrebbe voluto che
+quell’addio fosse più spiccio, per quanto gli dolesse lo staccarsi da
+Enrico. Finalmente entrò nell’orto il vetturino, e fattosi innanzi:
+
+— Signori, — disse, tenendo il cappello in una mano e la frusta
+nell’altra, — io sono pronto. Se c’è roba da caricare...
+
+— Vengo io; vengo io, — esclamò la signora Angelica. Enrico la
+trattenne. Egli avrebbe voluto dire a tutti insieme una parola ancora
+di commiato, ma non lo potè. Guardò i suoi ospiti; poi, per sviare
+la commozione, si tirò da parte, si curvò su un’aiuola, colse alcuni
+fiori, e nell’asciugarne il gambo con la pezzuola si asciugò... anche
+una lacrima.
+
+— Tenga, signora Angelica, questo fiore in mia memoria. — Così dicendo
+ne diede uno alla signora Angelica, poi un altro a don Cornelio, e
+uno in fine timidamente a Cristina. La signora Angelica, piena di
+gratitudine e di commozione, non potè più a quel punto consultare le
+convenienze, e buttò le braccia al collo ad Enrico, facendo però un
+passo indietro subito dopo, e diventando tutta rossa. Cristina aveva
+preso quel fiore, e aveva chinati gli occhi a terra. Il cuore le aveva
+battuto a un tratto rapidamente: a un tratto qualcosa di sconosciuto
+l’aveva tutta turbata; qualcosa di molto soave, ma che le dava a un
+tempo un sentimento quasi di paura. Come le parve triste quel momento
+dell’addio! Aveva pianto molto in quei giorni, ed ebbe voglia di
+piangere ancora; ma di piangere, nascondendo questa volta le sue
+lacrime.
+
+Il vetturino intanto aveva fatto schioccar la frusta un paio di volte,
+come a dire ch’era tempo d’avviarsi. E la comitiva s’avviò, non senza
+qualche sforzo di don Cornelio, il quale mezzo imbarazzato e mezzo
+intenerito nel guardare quei due figlioli, desiderava con una certa
+impazienza che quell’addio fosse passato, anzi che ci fossero passate
+su ventiquattr’ore.
+
+Nel tempo che il vetturino montava sulla cassetta, e che la signora
+Angelica metteva nel legnetto un involto pieno di frutta e di paste
+dolci, Enrico era uscito dall’orto, seguito da don Cornelio e da
+Cristina, ed era sceso in strada senza più dire una parola. Nuovi
+pensieri succedevano in quel momento ai pensieri di prima; gli pareva
+che quei passi non li avrebbe rifatti mai più; gli pareva di salutare
+per l’ultima volta quell’orticello, quella casa; o, se pure, di
+tornarci, ma per udire che qualcuno non c’era più: gli pareva... Ma don
+Cornelio a un tratto lo scosse con una forte stretta di mano, e non gli
+lasciò parere più nient’altro.
+
+— Vi ritroverò tutti, nevvero? tutti come in oggi! — esclamò allora
+Enrico stringendo le mani a tutti. — Non mi dimenticherete mai,
+nevvero?...
+
+Cristina fece un gesto come a dire “sarebbe possibile?„ Anche la
+signora Angelica avrebbe voluto esclamare qualche cosa, ma non lo potè.
+Don Cornelio gli rispose stringendoselo fra le braccia, e stampandogli
+un gran bacio in viso.
+
+Don Cornelio, Angelica, Cristina rimasero sulla porta un pezzo a
+guardare, finchè non videro svoltare alla prima cantonata il legnetto,
+e scomparire la mano d’Enrico che ancora li salutava.
+
+Quante volte, nei begli anni passati, Enrico non aveva dato dei fiori
+a Cristina! E allora Cristina ne faceva dei mazzolini per il babbo, o
+li metteva nelle trecce, o li sfogliava per vedere com’eran fatti. Il
+fiore datole da Enrico, Cristina questa volta non lo sfogliò. Corse
+nella sua cameretta, cercò un vasellino; poi ebbe il desiderio di
+metterlo in qualche luogo riposto; prese un librettino che le era caro,
+lo aprì, ci mise il fiore, lo riaprì. E il suo pensiero intanto errava
+incerto, e quasi pauroso, intorno a un sentimento nuovo, in cui c’era
+un desiderio vago di aver vicino qualcuno a cui aprire il suo cuore,
+senza tacergli nulla, nulla; qualcuno che fosse buono, gentile....
+
+— Oh, se avessi un fratello! — esclamò a un tratto, parendole d’aver
+trovato proprio quello che andava cercando. — Oh sì, se avessi un
+fratello!... Enrico dovrebbe essere mio fratello!... Allora, egli
+sarebbe qui, e saremmo in due a piangere il babbo!
+
+Il pensiero del babbo la fece piangere di nuovo dirottamente; ma quel
+pianto era meno desolato del pianto di prima. Il suo animo non era meno
+afflitto; ma c’era entrato, senza che lei se ne avvedesse, un raggio di
+sole.
+
+
+
+
+IV.
+
+
+Enrico era partito da tre giorni, e da tre giorni don Cornelio non era
+uscito di casa che all’alba per dir la messa, e la sera per visitare
+qualche ammalato. Non gli reggeva l’animo di veder gente, e di sentire
+tutto quello che si andava dicendo. In paese intanto era un andare e
+venire di creditori, di avvocati, e di curiosi; i quali, sebbene non
+avessero in pericolo neanche un quattrino, pure si univano al vociare
+degli altri, non parendo lor vero che fosse venuto il momento di dire
+un po’ di male anche d’uno, di cui, per tanto tempo, non s’era fatto
+che dir bene. Per bacco, eguaglianza per tutti! Queste cose, don
+Cornelio le risapeva dal sindaco, il quale veniva a raccontargliele, in
+furia, in piedi, col cappello in capo, andandosene subito, e ritornando
+mezz’ora dopo. Anche queste visite non erano una poca novità; perchè,
+sebbene il sindaco avesse una grande affezione per don Cornelio, e
+non sapesse staccarsene quando si trovava con lui, pure in casa non
+ci andava mai. Mai; perchè in casa dei preti egli non voleva metter
+piede. Ma questa volta il signor Vincenzo non aveva tempo di guardar
+tanto per il sottile; aveva bisogno, ora di sfogarsi, ora di confortare
+don Cornelio. E i conforti finivano spesso con una strapazzata. —
+Dicono che il tribunale farà vendere il palazzo, i fondi, tutto! E
+lei don Cornelio cosa conta di fare? Ma già loro preti delle cose di
+questo mondo non ne capiscono niente, e quando ne capiscono... tanto
+peggio. — E se ne andava. — Ma se vendono, — veniva a dire poco dopo
+— chi comprerà? chi ci capiterà in paese! I principî, le idee del
+nuovo proprietario saranno conciliabili col mio programma?... Io non
+sono uomo da transigere!... Prevedo dei brutti tempi!... E lei, don
+Cornelio, non dice niente! Oh i preti, i preti!
+
+Don Cornelio, sopra pensiero, e inquieto la sua parte anche lui, ora
+scendeva nell’orto a cercarvi una boccata d’aria, ora risaliva nella
+sua cameretta a cercarvi, rincantucciato nel suo vecchio seggiolone,
+una buona ispirazione. Passava la mano ne’ suoi capelli bianchi, alti
+e scomposti come quando li sprigionava alla brezza della montagna;
+poi, con gli occhi chiusi e il capo stretto nelle mani, pensava e
+ripensava, ma non ne cavava nulla. — Brutta cosa essere un povero
+diavolo! Me ne accorgo in questa circostanza — andava dicendo tra sè. —
+Se ci fosse un brav’uomo, un brav’uomo che avesse anche dei quattrini,
+si accomoderebbe tutto... perchè con un po’ di tempo, con un po’ di
+pazienza, si riuscirebbe, ne son sicuro, a pagare i debiti, e a mettere
+insieme anche una discreta dote a Cristina... Così si potrebbe far
+contento quel ragazzo... e anche lei, perchè già... ho bell’e capito!
+Toccherebbe proprio a quella signora zia! Ma sono oramai parecchi
+giorni che le ho scritto, e la risposta non viene. Non c’era troppo
+buon sangue tra quella signora e suo fratello, il povero conte... Ma
+ora, dinanzi a una disgrazia!... Deve essere una strana signora, a
+quanto me ne diceva il conte. A ogni modo io le dovevo scrivere, e il
+mio dovere l’ho fatto. Ma intanto?...
+
+In uno di questi momenti, in cui don Cornelio se ne stava col capo in
+mano, vennero a scuoterlo, spalancando l’uscio con l’aria festosa, la
+signora Angelica e Cristina.
+
+— Oh, eccovi qua. Una lettera, una lettera!
+
+— Una lettera da Milano? Date qua, date qua.
+
+— C’è di meglio! — ripigliava la signora Angelica. — Ne conosco la mano
+di scritto... è una bella improvvisata! È una lettera d’Enrico!... Oh,
+guardate un po’, che quasi avete l’aria di non esser contento!
+
+— Contento, contentissimo, ma date qua... lasciate vedere, innanzi
+tutto, se è proprio lui; e poi vediamo se vi siano cose che possano
+interessar voi altre.
+
+— Vuol che la legga io! — saltò su Cristina vedendo che don Cornelio
+non trovava gli occhiali. Ma poi le parve che le gote le si facessero
+di fiamma, e si tirò un pochino in disparte.
+
+Don Cornelio, fattosi vicino alla finestra, cominciò a leggere la
+lettera, parte a voce alta, parte tra sè, inciampandosi qua e là, e
+pigliandosela con lo scritto quando c’erano dei punti su cui voleva
+sorvolare.
+
+— Oh, questa è nuova! una lettera scritta con la matita... e che
+scarabocchi! sfido io a capire... Dunque dice che scrive mentre viaggia
+in strada ferrata appena passate le Alpi... per farci aver subito le
+sue nuove e per... cosa mai dice qui?
+
+— Oh, come ci fate penare! — esclamò la signora Angelica.
+
+— _Le belle Alpi... la bella luna... ma il mio cuore_.... Le Alpi e la
+luna mi interessano poco, guardiamo se ha fatto buon viaggio. Ah, ecco,
+l’importante. Dice dunque che sta benissimo, che appena sarà arrivato
+in Inghilterra, cioè tra un paio di giorni, ci scriverà di nuovo e
+subito, e che....
+
+— E che? — saltò su Cristina.
+
+— _E spero che i miei progetti, il mio sogno_... sapete bene, la
+speranza, vuol dire, d’aver presto un certo impiego, un buon posto nei
+nostri paesi... poi saluta tutti....
+
+— Ma leggete dunque! — saltò su quasi impazientita la signora Angelica.
+
+— Eh, abbiate pazienza: _Vi saluto tutti, con tutto l’affetto del mio
+cuore. Amatemi tutti, come io vi amo; non dimenticatemi, e ve ne sarà
+grato anche colui che ci ha lasciati nel dolore ma che ci guarda di
+lassù_... — Don Cornelio, a cui gli occhi cominciavano ad appannarsi,
+ripiegò la lettera, e si mosse per sviare la commozione. Fece due
+passi, e si trovò dinanzi a Cristina che lo guardava con due begli
+occhi pieni di lacrime e di una luce insolita. Ci fu un momento di
+silenzio; poi Cristina, radunate tutte le sue forze, esclamò: — No, non
+lo dimenticheremo mai... il mio buon fratello... nevvero don Cornelio?
+— Ma non potè dir di più, e diede in uno scoppio di pianto.
+
+Don Cornelio non trovò parole in quel momento da rispondere a Cristina;
+e, appena potè, la lasciò, e scese nell’orto col breviario sotto il
+braccio, rannuvolato più di prima. A desinare mangiaron tutti di
+malavoglia, e un po’ più in fretta del solito. La signora Angelica or
+guardava don Cornelio, or guardava Cristina, e le pareva, in cuor suo,
+che il giorno in cui era arrivata una lettera d’Enrico avrebbe dovuto
+essere un giorno un po’ men triste del solito; ma non osò dirlo, perchè
+da qualche giorno era anche un poco in diffidenza di sè medesima,
+dacchè non le riusciva di indovinarne una.
+
+Anche la notte non fu per don Cornelio apportatrice di consiglio,
+come ne ha la riputazione. Il nostro curato sentì l’una dopo l’altra
+tutte le ore che sonava l’orologio del suo campanile, e quelle che da
+lontano venivano ripetute dagli altri campanili della valle. E intanto
+non gli riusciva d’uscir dal circolo tormentoso de’ suoi pensieri, ed
+era sempre lì alla stessa domanda: “Cosa si fa? Cosa si fa, ne’ miei
+panni, per essere buono a qualcosa, per far qualcosa di bene in mezzo
+a tanti brutti impicci? E dire che non siamo che al principio! De’
+guai poi ne avrò anch’io la mia parte... perchè si dirà ch’ero l’amico
+del conte Maurizio, che dovevo saper tutto; e torceranno il muso
+anche al loro vecchio curato, il quale, povero diavolo, non ce ne ha
+proprio nè colpa nè peccato. E quante ne dovrò sentire sul conto del
+mio povero amico quando si comincerà a sfilar la corona!... Ma non è
+qui tutto. Con questa figliola e con quel giovanotto come la facciamo?
+perchè, anche a non averci la pratica in certe faccende, si vede che
+andiam di galoppo?... Lui spera d’aver l’impiego, di tornar presto...
+ma se l’andasse per le lunghe, o se andasse tutto in fumo? Oh, è un
+bell’impiccio! un bell’impiccio!„
+
+E le ore sonavan da capo. Suonò finalmente anche l’avemmaria del
+mattino, e don Cornelio alzatosi, e detta la messa, andò a visitar
+qualche malato lontano, su per la montagna, soli lui e _Ugolino_, e
+girò più che potè fin dopo il meriggio. Le gambe lo riconducevano
+a casa di mala voglia. Il suo campanile, la sua casetta, e i suoi
+terrazzani, che di solito, solo a vederli, lo facevano diventar tutto
+gioviale, ora li avrebbe voluti scansare, come se avesse una colpa da
+nascondere. Capiva che non era quello il momento di giustificare il
+conte Maurizio, e gli piaceva intanto di parer quasi un colpevole anche
+lui pur di far causa comune ancora col suo povero amico.
+
+Nel tornare in paese rivide quei capannelli che da parecchi giorni se
+ne stavan piantati per le strade d’Orobio; ma gli parve questa volta
+che le facce fossero come più allegre, e che si discorresse ancora di
+cose grosse, ma non tenebrose, come nei giorni innanzi. Quando poi
+fu vicino a casa, allora dovette proprio accorgersi che c’eran delle
+novità, e che qualche buon vento aveva rasserenato il cielo torbo di
+prima. La signora Angelica se ne stava sulla porta di casa a aspettare
+don Cornelio, e appena lo vide gli fece dei segni di gioia, sventolando
+un fazzoletto, come a dire che tutto era in festa, e che bisognava
+correre. Dietro lei, c’era Cristina tutta sorridente, ma con gli occhi
+rossi. Don Cornelio in due salti fu sulla soglia di casa. — Cosa c’è?
+Dite su, cosa c’è? — Ma la signora Angelica che, sapendone questa volta
+di più di lui, voleva far sentire un pochino la propria importanza,
+non aprì bocca finchè non furono in casa, e non ebbe chiusi l’uno dopo
+l’altro tutti gli usci.
+
+— Ah, siete qui finalmente, — prese a dire la signora Angelica ansando
+come se venisse di lontano anch’essa. — Se sapeste che notizia!... Ma
+dove siete stato? son tre ore che v’aspettiamo.
+
+— Dite su, dite su!
+
+— Se sapeste che notizia! E voi che ve ne stavate colla faccia lunga....
+
+— Ma insomma, si può sapere...
+
+— E che vi lasciavate andare a quel modo!... Perchè anche ieri non
+avete mangiato... oh vi ho veduto.
+
+— Ma dunque?
+
+— Eh, abbiate pazienza, non si può dir tutto in una volta. Insomma,
+c’è... oh, lo dico sempre io che c’è tanta buona gente! Se aveste
+veduto che buon signore è stato qui a domandare di voi!...
+
+— Di me? un signore?
+
+— Sentirete, sentirete... un buon signore vestito tutto di nero...
+con quel bel fare... con quell’unzione... proprio come il segretario
+di monsignor vescovo! ve lo ricordate?... Ebbene, questo signore
+viene... indovinate un po’? viene a pagare i de.... — E cacciò subito
+indietro la parola vedendosi lì vicino Cristina, — viene, insomma, per
+accomodare queste faccende che ci accorano... per accomodarle tutte!
+
+— Aveva una lettera per me?
+
+— Altro che lettera! Bisognava sentirlo....
+
+— E v’ha detto?...
+
+— Cioè, a me non ha detto niente, ma a quest’ora tutto il paese lo sa!
+
+— E questo signore si chiama...?
+
+— Il nome non ce lo disse, — saltò su Cristina venendo in aiuto della
+signora Angelica. — Cercò di lei, don Cornelio; disse che sarebbe
+tornato, che portava una gran buona notizia, volle veder me....
+
+— E non aveva nessuna lettera?... Oh l’avrà avuta, l’avrà avuta!
+
+— E tutto il paese la conosce a quest’ora la buona notizia, — continuò
+la signora Angelica. — Furon qui più che cento persone... cioè, non
+proprio cento, ma almeno otto o dieci, a dire che questo signore
+è arrivato fin da ieri sera, che ha parlato con parecchi, che s’è
+informato di tutto, e che accomoderà ogni cosa.
+
+— E non v’han detto chi lo manda? Non v’han detto che avesse una
+lettera?
+
+— Ma non vi basta? Oh che benedett’uomo! E la signora Angelica, per la
+prima volta in vita sua, stava per perdere la pazienza. Quando a un
+tratto e in tutta furia, entrò il sindaco; il quale piantatosi dinanzi
+a don Cornelio, col cappello in capo e con la faccia scura, cominciò
+con un: Dunque?
+
+— Dunque? — ripetè il curato. — Mi dica, mi dica subito, perchè io non
+ne so niente.
+
+— Come niente? Un affare così importante, e non saperne niente! Ma
+già può cascare il mondo che loro preti... Loro preti già son tutti
+uguali...
+
+— Può darsi; ma intanto me le dica subito lei queste novità, perchè son
+sulle spine.
+
+— Ah, non ne so nulla nemmeno io; ero venuto per l’appunto a sentire.
+
+— Oh, quest’è nuova, e se la piglia con me!
+
+— Sicuro, perchè lei finirà a farmi qualche imbroglio, come fanno
+sempre loro preti. Lei è l’uomo della buona fede, e ci cascherà. Si
+butterà in braccio di costui, che sarà un qualche furbacchione, un
+qualche collo torto che la menerà per il naso....
+
+— Lei gli ha parlato?
+
+— Non l’ho neanche veduto, ma non importa. Ho le mie informazioni.
+È un uomo magro, con un soprabito lungo, che parla tenendo una mano
+nell’altra, che ha un cappello a tuba... Insomma, non se ne fidi, la
+pigli larga... Ma già lei farà tutto all’opposto, perchè in fatto di
+ostinazione, loro preti.... — E intanto che il sindaco diceva così,
+la signora Angelica chiamava Cristina, e si tirava in disparte,
+come di solito quando parlava il sindaco, per non udir cose che la
+scandolezzassero.
+
+A interrompere il battibecco, tra il sindaco che continuava a
+pigliarsela con i preti, e don Cornelio che perdeva la pazienza, venne
+la serva annunziando in tutta furia ch’era tornato quel signore, e che
+domandava di don Cornelio.
+
+— Che venga subito... cioè vengo io... no, conducetelo in saletta...
+non fatelo aspettare, fate presto.... — E nel dir questo, don Cornelio
+cercava di assettarsi i panni in dosso alla meglio, e di spolverarli
+in fretta con le mani. Il sindaco s’era abbottonato fino al bavero, e
+aveva calato il cappello sugli occhi come un congiurato, sul teatro,
+sorpreso dagli sgherri. La signora Angelica, tenendo Cristina per mano,
+correva per di qua e per di là, e non sapeva da qual parte uscire.
+Intanto il forestiero annunziato dalla serva era comparso sull’uscio,
+col cappello in mano, facendo un inchino, e pronunziando un: _è
+permesso?_ lungo e mellifluo come quello d’una madre badessa.
+
+Don Cornelio, dopo un lungo ricambio di complimenti, condusse il suo
+ospite nella saletta; e fece capire, con un cenno dell’occhio, al
+sindaco e alla sorella d’allontanarsi, intanto che andava richiamando
+alle convenienze _Ugolino_, il quale, dal canto suo faceva una pessima
+accoglienza al nuovo venuto, brontolando e mostrandogli i denti.
+Angelica e Cristina si ritirarono, dopo molte riverenze e molti
+inchini, che quel signore non finiva di ricambiare, accompagnandoli
+con lunghe occhiate piene di curiosità. Anche il sindaco se ne andò,
+ma senza salutar nessuno; poi si fermò in strada sulla porta a
+scambiar qualche parola con quei quattro curiosi che avevano seguìto
+il forestiero fin sulla porta di don Cornelio. Ma si trattenne poco;
+perchè, per dar a credere di saperne più degli altri, quando non se ne
+sa nulla, ci vuole che i colloqui sien brevi.
+
+
+
+
+V.
+
+
+Con molto dispiacere della signora Angelica, che aveva il desinare
+bell’e pronto, il dialogo di don Cornelio col suo ospite durò quasi due
+ore; per cui, quando vide spalancar l’uscio della saletta, e uscirne
+il forestiero in atto d’accomiatarsi, la signora Angelica, che era
+fuori ad aspettare, fu un po’ meno complimentosa di prima. E si sarebbe
+anche arrischiata di dire, a mezza bocca, una qualche paroluccia di
+malcontento a suo fratello, se in quel punto non avesse notato un certo
+che, se non gli avesse vista una certa espressione del viso ben diversa
+da quella che s’aspettava. Don Cornelio era tutto acceso, e aveva i
+capelli un poco più scomposti del solito. Sulla sua faccia non c’era
+più, tutto intero, quel velo di malinconia e di malumore dei giorni
+prima; quel velo era rotto, ma rotto da un ventaccio burrascoso di
+quelli che lasciano de’ nuvoloni qua e là. Guai però se qualcuno gli
+avesse detto in quel momento ch’egli non pareva contentissimo! Sarebbe
+andato in collera.
+
+Come ebbe condotto il suo forestiero fino in strada, don Cornelio,
+nel tornare in casa, fregandosi le mani, e quasi saltellando, chiamò
+a tutta voce Cristina e Angelica, la quale intanto lo pedinava senza
+ch’egli se ne avvedesse: — Venite qua, venite a sentire; buone notizie!
+sicuro, una gran notizia! Ci hanno pensato Quello di lassù... e il tuo
+babbo. — E stretta Cristina nelle sue braccia, fece una lunga pausa,
+perchè intanto sentiva un nodo alla gola, e non poteva più parlare.
+
+— Eccoci; ma siccome il desinare è pronto da un pezzo, anzi è mezzo
+bruciato e mezzo freddo — disse la signora Angelica, — così ci
+racconterete tutto a tavola. Andiamo, andiamo.
+
+— Dunque? — riprese poco dopo la sorella del curato, intanto che
+scodellava la minestra.
+
+— Dunque, — cominciò don Cornelio, — è proprio vero quello che avete
+sentito anche voi. La Provvidenza ci ha pensato, e di tutti i guai che
+sapete non se ne parlerà più.
+
+— Oh, sia lodato il Cielo! Ed è quel bravo signore, non è vero? Oh, si
+capisce, ha un’aria così buona, così contrita....
+
+— Non se ne parlerà più. Insomma da questo lato c’è proprio da esser
+contenti. Sicuro che... queste patate, per dirne una, la Provvidenza
+non ce le manda bell’e fritte.... Aiutati che ti aiuterò, dice
+la Provvidenza... e quando per arrivare al bene c’è una qualche
+privazione, una qualche contrarietà da sopportare, bisogna aver
+pazienza e rassegnar visi di buona volontà!
+
+— Oh, sì, don Cornelio! qualunque privazione, qualunque pena, mi
+sarebbe cara se potessi far qualche cosa anch’io per la memoria del mio
+babbo, e per il bene di tutti! — esclamò con calore Cristina.
+
+Don Cornelio la guardò con un sorriso malinconico, e tacque a un tratto
+come chi ha perduto il filo del discorso.
+
+— Ma, insomma, non ci avete ancora detto niente! — esclamò di lì a
+poco la signora Angelica, facendosi poi subito tutta rossa per l’atto
+d’impazienza.
+
+— Ah, sicuro. Dunque dicevo... ma abbiamo tutto il dopo desinare per
+passeggiar nell’orto e per discorrere... una cosa dopo l’altra ve le
+dirò tutte. Quello che vi posso dire fin d’ora è che, nessuno, nè di
+quelli d’Orobio, nè di quelli di fuori, perderà un soldo. Saranno
+pagati tutti; nè palazzo, nè poderi non andranno all’asta!...
+
+Cristina volle fare un atto di esclamazione, ma non lo potè, e si
+asciugò in fretta gli occhi gonfi di lacrime.
+
+— Ed è quel signore che... — disse Angelica.
+
+— No, non è lui, ma abbiate pazienza!
+
+La signora Angelica era impaziente più di prima, ma non osò domandar
+altro. Osservò che il fratello mangiava più in fretta del solito, e
+che non s’era neanche accomodata la salvietta passandone un capo nel
+collare, come soleva. Era inquieta e in sospetto, ma si rassegnò ad
+aspettare la passeggiata nell’orto.
+
+— Quel signore che avete veduto si chiama il signor... — riprese don
+Cornelio dopo essersi alzato da tavola, e nell’avviarsi verso l’orto
+— il signor... aspettate, ve lo dico subito, ho qui il suo nome
+stampato sul biglietto di visita, come si usa in città. Ecco: _Zaccaria
+Valassina_. Ma chi raddirizza la barca non è lui, lui non è che il...
+non so come lo chiamino... insomma è l’incaricato, è l’amministratore
+della persona che verrà a mettersi al posto del povero conte Maurizio,
+e a tenere in piedi la casa.
+
+— E questo tale è?... — saltò su Angelica che non ne poteva più.
+
+— Questo tale... è una tale... ma abbiate pazienza, pigliamo le cose
+a una a una. Io non so se tuo padre — riprese dopo una pausa don
+Cornelio, facendosi vicino a Cristina, e avviandosi con lei per un
+vialetto dell’orto — ti abbia mai parlato d’una zia.
+
+— Sì, me ne ha parlato, — disse subito Cristina, — ma non me ne ricordo
+il nome. Nella camera del babbo, tra i molti ritratti sparsi sui
+tavolini ce n’è uno piccolo a colori, coperto da un vetro, e con una
+cerniera d’oro all’ingiro... Ebbene, quando domandavo al babbo, fin da
+bambina, di chi è questo ritratto? e gli facevo vedere il ritratto con
+la cerniera, il babbo mi rispondeva: “questo è il ritratto della zia.„
+
+— Non ti diceva altro?
+
+— No. Ah sì; mi diceva anche che si chiamava la zia Fulvia! — “E perchè
+non vien mai qui con noi la zia Fulvia?„ — domandavo al babbo; e il
+babbo mi rispondeva che abitava a Milano; poi una volta il babbo non mi
+rispose, e si fece triste. Non gliene domandai più nulla, e pensai che
+la zia Fulvia fosse morta.
+
+— Non è morta.
+
+— Sia lodato il Cielo, — esclamò la signora Angelica che aveva seguito,
+a un passo di distanza, il fratello e Cristina.
+
+— Dunque è la zia che viene a farci del bene? che ha mandato quel
+signore di poco fa?... E la zia verrà, anch’essa? Verrà presto?...
+
+— Sì, è proprio la zia — riprese don Cornelio — alla quale avevo
+scritto da parecchi giorni. Ma non l’ho mai veduta neppur io; non la
+conosco che di nome. E, guardate che combinazione. Ha anch’essa il mio
+cognome, si chiama Sacchi anche lei. Non te l’aveva detto il babbo?
+
+— No. Oh quante belle cose in una volta! Scriviamole subito tutte a
+Enrico... — esclamò Cristina; e la nuova commozione, risvegliandone
+altre, le fece sentire il bisogno, in quel momento, di gettarsi nelle
+braccia della signora Angelica.
+
+— Il nome è il medesimo, — continuò subito il curato per rimettere in
+carreggiata i pensieri di Cristina; — ma ci sono i _sacchi_ vuoti, e i
+_sacchi_ pieni. Io appartengo ai primi. Dunque, continuando, tua zia
+si chiama Sacchi, o per dir meglio, si chiama donna Fulvia d’Orsenigo
+vedova Sacchi. Suo marito è morto da parecchi anni, e l’ha lasciata
+senza figlioli.
+
+— Povera zia!
+
+— È naturale dunque ch’essa cerchi d’aver una figliola in te. Il
+Signore poi le ha mandato la buona ispirazione di mettersi al posto del
+tuo babbo in tutto, e di fare molte opere buone in una volta sola. La
+tua casa non andrà in mano d’altri; il buon nome di tuo padre resterà
+intatto, come meritava... tu avrai una seconda madre; vivrai con lei....
+
+— La zia dunque verrà qui? E io vivrò con lei ancora nella casa del
+babbo?
+
+— Sì, certamente... ma solo una parte dell’anno perchè tua zia vive
+lontano di qui... vive a Milano, come sai.
+
+— A Milano? E dovrò starci molti mesi dell’anno a Milano? — chiese
+Cristina facendosi tutta pensierosa.
+
+— Non lo so di preciso, ma so che passerai molti mesi anche a Orobio,
+perchè quel signore di poco fa m’ha detto che donna Fulvia ha bisogno
+dell’aria delle nostre montagne; che a Orobio quindi ci vuol star
+molto, che ci vuol fare tante belle cose.... Insomma, capisco, lo
+staccarsi dai paesi che ci han veduto nascere, non è mai una cosa
+allegra; ma, l’hai detto anche tu che una qualche privazione l’avresti
+sopportata volentieri!... Or vieni qua, ragioniamola un poco. — Ma
+intanto Cristina piangeva dirottamente nelle braccia della signora
+Angelica, la quale in quel momento non aveva proprio l’aria di darle
+dei conforti.
+
+Don Cornelio, a poco a poco, riuscì a tranquillarla, e a continuare
+il suo discorso, fino a dirle che la zia aveva dato incarico a quel
+signore, di condurla a Milano subito subito, magari in quel giorno se
+fosse stato possibile.
+
+— Ma qui poi — si affrettò a soggiungere don Cornelio, — ho voluto
+comandare un poco anch’io. Condurre Cristina dalla zia sta bene, ma
+voglio condurla io! Eh, ci sono già stato una volta io a Milano! Quanto
+poi al subito... un paio di giorni almeno ci vogliono per disporre le
+nostre cosucce.... —
+
+E così, con un poco di diplomazia, don Cornelio aveva anche fatto
+capire a Cristina che bisognava partire tra due giorni.
+
+La passeggiata nell’orto e la conversazione durarono fino al tramonto.
+Fu una conversazione però in cui Angelica e Cristina ci misero poco
+del proprio. Ma don Cornelio, passato l’impiccio del cominciare e
+del venire alla conclusione, aveva riavuto il fiato; e tirò via per
+un pezzo coi commenti, con le considerazioni, e con tutto quello che
+potè raccapezzare pur di discorrere e di distrarre Cristina. Ormai
+l’impiccio era quello del finire; ma ci pensò la campana dell’avemmaria
+a chiamarlo in fretta per varie cosucce del suo dovere.
+
+Il giorno seguente fu una gran giornata non solo per i nostri
+personaggi, ma per tutti gli abitanti del nostro paesello. Anche
+in tutta la vallata non si parlava che degli avvenimenti d’Orobio.
+Un gran signore, — come dicevano i più, — un conte, un milionario,
+veniva a dipanar la matassa del conte Maurizio; ma questo era il meno;
+veniva a rifar casa Orsenigo, a piantarsi in Orobio, e a farci cose
+grandi. Anzi, c’era già venuto, dicevan altri, e lo si era veduto
+lui in persona, con la roba, e coi milioni. Tutte queste maraviglie
+venivan già accolte, fuori d’Orobio, con un tantino d’invidia, e con
+una cert’aria d’incredulità, appunto perchè le credevano. Il signore
+che faceva tanto parlare di sè, e che per scambio era creduto dai più
+il nuovo benefattore d’Orobio, non era altro, come ognun vede, che il
+signor Zaccaria Valassina, il ragioniere della zia di Cristina. E il
+signor Zaccaria, compiacendosi moltissimo di vedersi tanto ossequiato,
+e osservato con tanta curiosità, ricambiava gli omaggi or con quel
+risolino compiacente che di solito teneva in serbo per donna Fulvia, or
+con quella sostenutezza dignitosa che assumeva davanti a un debitore
+moroso. La gente che gli andava dietro per strada, e che l’aspettava
+per vederlo passare, non guardava tanto per il sottile, e si persuadeva
+sempre più che il milionario era proprio lui. I pezzi grossi d’Orobio
+avevano ben risaputo com’eran le cose, ma non le lasciavan intendere
+che a metà; perchè intanto non dispiaceva loro che quel forestiero,
+col quale la gente li vedeva girare per il paese, e con una certa
+domestichezza, fosse tenuto in conto d’un gran personaggio.
+
+La contentezza e le speranze di quelli d’Orobio ingrandivano talmente
+d’ora in ora, che il sindaco non osava, questa volta, crollare il
+capo come faceva di solito quando gli davano una buona notizia. Si
+teneva in disparte; e, per crollare il capo, andava da don Cornelio.
+Ma don Cornelio, dopo quel primo turbamento che gli abbiam visto,
+aveva cacciati a uno a uno certi pensieri molesti, e aveva finito con
+l’aprire il cuore anch’esso alla gioia e alle speranze. L’aveva aperto
+però così da poco, che le crollate di capo del sindaco gli richiamavano
+subito i suoi dubbi, e quindi gli facevan perdere tanto più la
+pazienza. Ogni volta dunque era una gran baruffa.
+
+— È inutile; quando non può rodersi il fegato... per lei la va male!
+— gridava don Cornelio. — Che gusto ci trova? A quel po’ di bene che
+capita a questo mondo facciamogli almeno un po’ di buon viso! Ma no,
+lei ha bisogno di veder male, e sempre male. Oh che mondo noioso
+sarebbe il suo!
+
+— Si diverta pure, don Cornelio, si diverta pure col suo bel mondo
+color di rosa!... Ma già per loro preti....
+
+— Per noi preti la va sempre bene! vuol dir lei. Oh, la va benone!
+Siamo proprio in tempi.... Basta, basta, non mi faccia dire qualche
+sproposito.
+
+— Non è questo che volevo dire. Volevo dire che loro preti o sono di
+mala fede, e allora non parliamone; o sono di buona fede, e allora sono
+come lei....
+
+— Credenzoni! Vada pur avanti....
+
+— Non dico questo.
+
+— Lo dice sempre!
+
+— Di troppa buona fede! ecco quello che volevo dire. Mi potrebbe forse
+negare....
+
+— Neghi lei invece, se può, con quel suo veder sempre nero quante e
+quante volte non ha dovuto confessare....
+
+— E quante volte lei non ha dovuto picchiarsi il petto per la sua
+troppa buona fede! Basta, staremo a vedere. Io non l’ho sentita mai
+neanche nominare questa sorella del conte Maurizio; ma se lei la
+conosce.... — E qui don Cornelio si impazientiva ancora di più; voltava
+le spalle al sindaco, e andava in cerca di un altro che gli venisse in
+aiuto coi ragionamenti del buon umore e della speranza.
+
+Don Cornelio era tornato alle abitudini d’una volta. Sebbene fosse
+tutto in faccende, pur si fermava volentieri a discorrere ne’ crocchi
+in strada, e s’era fin lasciato vedere la sera nella bottega dello
+speziale. Facce di cattivo umore, di quelle che conturbavano tanto
+don Cornelio, non se ne incontravano più. Tutti facevan festa al
+curato come prima, e più di prima; tutti lo tempestavano di domande,
+di congratulazioni, e perfino di ringraziamenti. Egli cercava bene di
+schermirsene e di metter le cose in chiaro; ma era inutile; per cui
+sorridendo finiva a conchiudere tra sè: “Prima non ne avevo colpa,
+adesso non ne ho merito; ma le partite non foss’altro son pareggiate.„
+
+E Cristina? Quante commozioni, quanti nuovi pensieri eran venuti in
+pochi giorni a darle nell’anima la prima battaglia della vita! Cristina
+aveva diciassett’anni; ma questi anni, passati lontani da ogni rumore
+del mondo, nella vita semplice della casa paterna e del suo paesello,
+eran stati per lei anni d’una fanciullezza prolungata. Ora gli ultimi
+fatti, la morte di suo padre, quelle disgrazie che aveva cercato di
+capire nell’angoscia degli altri, il ritorno e la partenza d’Enrico, la
+chiamata della zia X......, tutte queste cose eran venute a svegliare
+e a dischiudere la sua anima come un fiore su cui scenda un improvviso
+e cocente raggio di sole. E quanto c’era in quell’anima, è inutile
+dirlo, aveva subito data, sulle ale di que’ diciassett’anni, una corsa
+veloce per le mille strade della fantasia. Chi sa per quelle strade,
+in qualche punto più lontano, quanto sole e quanti fiori non ci avrà
+trovati, senza volerlo, Cristina! Lo si capiva, lo si vedeva. Ma poi,
+a un tratto, essa chinava gli occhi, come sorpresa da un rimorso
+pensando alla sua recente sventura, e ricadeva nella mestizia di
+prima. Allora i bei paesi lontani a cui ritornava la rivedevano ora
+agitata da un’inquietudine vaga o da vaghe paure, or nell’attitudine
+rassegnata dello sconforto e del dolore. E nella via del dolore
+l’immaginazione riaccesa le figurava tutta una missione di sacrifici,
+di doveri difficili, di atti generosi; e Cristina si fermava su questi
+nuovi pensieri con entusiasmo, e con una certa vigoria d’animo ch’era
+tanta parte di lei. Ci si fermava fino a che quei dolori ideali le
+riconducevano il pensiero a un dolor vero, alla memoria del babbo; e
+allora dava in un scoppio di pianto.
+
+Cristina sorpresa, impaurita dai nuovi pensieri che l’assalivano e
+si succedevano più forti alle volte della sua volontà, sentendo in
+sè stessa qualche cosa che la rendeva diversa di prima, cercava di
+non lasciar scorgere la sua commozione; e avrebbe voluto nascondersi
+perchè sentiva montar le fiamme alla faccia se qualcuno levava gli
+occhi sopra di lei. Ma di tutto ciò, non c’era nessuno in quel momento
+che se n’accorgesse. Don Cornelio era distratto; anche in lui c’era un
+contrasto di pensieri nuovi e di pensieri vecchi. L’animo suo, facile
+alla speranza, e l’antico suo buon umore avevan delle lunghe rivincite;
+ma poi c’era qualche dubbio da scacciare, e allora bisognava uscir di
+casa, chiacchierare con qualcuno per strada, e ricevere da chi passava
+quelle tali congratulazioni.
+
+La signora Angelica invece non parlava, non rispondeva a nessuno,
+dicendo tutt’al più che non ne aveva il tempo, ma che era tanto
+contenta. E intanto che diceva così, le scendevano, di sotto agli
+occhiali, de’ grossi goccioloni che cadevan sulla biancheria e sui
+vestiti di Cristina, nel baule, dove li andava riponendo con molta
+attenzione e con un’arte paziente.
+
+
+
+
+VI.
+
+
+Don Cornelio, dopo le sue famose camminate del quarantotto, de’ viaggi
+non ne aveva fatti più; non era andato neanche più in là del capoluogo
+della provincia. Ora il dover partire, così tutt’a un tratto, per
+Milano, nientemeno! e senz’aver avuto il tempo di pensarci su, era
+stato un scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi della partenza,
+per di più, non erano andati così lisci da riconciliarlo coi viaggi.
+
+Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la sorella. La signora
+Angelica, all’annunzio della partenza di Cristina e del fratello, era
+stata tutta compresa, oltre che dalla commozione, anche dal pensiero
+che il suo curato dovendo presentarsi in una casa di gran signori,
+e in Milano, non vi dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi.
+Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone, di cui teneva lei
+gelosamente la chiave, e dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi
+di vestiario ancor nuovi aspettando una occasione straordinaria.
+Angelica andò difilato ad aprire il cassettone, girò la chiave coi
+dovuti riguardi... impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò
+gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era più nulla, tutto
+era scomparso! Angelica, a cui non eran nuove queste sorprese, non
+si perdette in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole.
+In altre circostanze consimili si era contentata di brontolare, o
+di mandare qualche lungo sospiro di rassegnazione; ma questa volta
+andò proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse a cercare suo
+fratello per dirgli di santa ragione il fatto suo. Il colpevole, il
+solito colpevole di questi furti domestici, era proprio don Cornelio;
+il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava; rubava la propria
+roba e con un’arte matricolata ch’era la disperazione della sorella.
+Ogni tanto eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato che
+non aveva da coprirsi..., don Cornelio aspettava che la sorella fosse
+uscita di casa, poi quatto quatto frugava per le stanze, apriva un
+armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche capo di vestiario,
+lo nascondeva sotto la veste, e via. — Ah, quel benedett’omo, quel
+benedett’omo! — esclamava Angelica quando se ne spassionava con
+qualche amica. — Me lo dicesse almeno! Della roba smessa, de’ cenci
+per i poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor no! Se c’è un capo
+novo si può esser sicuri che mi piglia proprio quello! E di tutto
+piglia; lenzuoli, coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E
+pretendeva che una volta, nella fretta del rubare, il curato le avesse
+fatto sparire anche una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla
+con una nuova. La ramanzina questa volta fu delle più solenni, e non fu
+breve. Don Cornelio se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi, come
+chi riconosce il proprio fallo.
+
+Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere alla signora Angelica
+gli abiti scomparsi, così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello
+scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva più. A togliere
+d’imbarazzo don Cornelio capitava, è vero, ogni minuto qualcuno; ma o
+eran de’ seccatori che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina che
+tirandolo in disparte, aveva un qualche nuovo ammonimento da dargli sul
+modo di comportarsi e di parlare con donna Fulvia. Allora gli pareva
+meno male di rimandarli tutti in santa pace, con le buone e presto. Ma
+appena se n’erano andati tornava a sentir la voce della sorella che,
+in un canto della stanza nel preparargli la sacca, andava brontolando
+da sè, ma in tono di rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare a
+Milano coi calzoni usati, e col panciotto sfilacciato... bella figura!
+cosa diranno i Milanesi? — E don Cornelio, per confortarsi, brontolava
+da sè alla sua volta: “Quando metterò il piede sul predellino della
+vettura, oh! sarà un gran bel momento!„
+
+Ma fu meno bello anche quel momento. — Che soprattutto nessuno sappia
+l’ora della partenza! — aveva detto risolutamente don Cornelio; ma a
+vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto per dargli il buon
+viaggio, e per salutar Cristina; chi per curiosità, per vedere come si
+faceva a partir per Milano; chi per dargli una lettera da ricapitare;
+chi per dirgli di salutar qualcuno caso mai l’incontrasse per strada.
+C’era il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi, tutti insomma;
+non ci mancava che il dottore, perchè c’era in campagna un branco di
+pernici che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava pur
+risponderla a tutti; bisognava far coraggio a Cristina e alla sorella,
+che piangevan nell’andito della casa, e non si decidevano a passar la
+soglia: e bisognava anche darla a intendere a Ugolino, che non sapeva
+capacitarsi di dover restare a casa. Il momento della partenza durò
+quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente e poi rassegnato,
+andava dicendo tra sè e sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh
+quello sì sarà un gran bel momento!„
+
+Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva fare un’ora di
+strada per condurre a una borgata da cui poi partiva la diligenza,
+che in tre o quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e della
+sete del vetturino, arrivava allo sbocco della valle, dove c’era una
+stazione della strada di ferro. Quella prima oretta di viaggio in
+legno non passò male. Cristina s’era andata man mano rasserenando,
+e all’espressione piena di dolore di poco prima glien’era succeduta
+un’altra, ora pensierosa ora distratta, ora illuminata da qualche
+subito raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in cuor suo che
+le cose andassero meno male di quello che aveva temuto, cercava a
+proposito di tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole il nome
+dei paeselli di cui eran sparse le falde dei monti, e raccontandole
+qualche storiella del passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E
+siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà, si poteva scorgere
+da lontano un punto bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto
+nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere, raccontò
+anche a Cristina la sua famosa avventura, accompagnandola, in forma di
+soliloquio, con tutte quelle riflessioni ch’era andato mettendo insieme
+da quell’epoca in poi. — Se fosse ancora vivo quell’ometto!... oh,
+quest’era proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio, che andavo
+a fargli visita! Scommetto che m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui
+tutto in mente il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito anche
+di noi poveri preti, e certe cose che gli avrei voluto suggerire... a
+meno che non le avesse pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse
+anche fatte!...
+
+Anche Cristina dal canto suo viaggiava col pensiero, come don Cornelio,
+ma in tutt’altra direzione. Il cuore le si era messo a battere forte
+forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto, e su quella
+medesima strada, dove aveva veduto partire, pochi giorni prima, Enrico.
+Le era parso subito di voler bene al legnetto, al vetturino, alla
+strada, e a tutto quello che si vedeva. Avrebbe voluto, di tanto in
+tanto, ripensare alla zia da cui era aspettata, e alla signora Angelica
+che aveva lasciata tutta in lacrime; ma il pensiero era inchiodato lì;
+e se pigliava il volo era per andarsene al bel paese smagliante di
+luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire che la sua mente
+illuminava di presentimenti felici e di trepide speranze.
+
+Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci fosse stata proprio
+ricondotta dal legnetto, perchè come l’ebbe lasciato, e si trovò nella
+diligenza, quell’espressione luminosa del suo viso si intorbidò, e a
+poco a poco scomparve sotto un velo fitto di malinconia. Don Cornelio
+se ne accorse, e avrebbe voluto ricorrere da capo alla parlantina
+a cui dava tutto il merito se le cose erano andate bene fin lì. Ma
+questa volta c’era un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due altri
+personaggi, che noi già conosciamo, don Innocente e don Prospero:
+e il nostro curato che non aveva voglia in quel momento d’attaccar
+discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa quante domande, dopo
+averli salutati e dopo aver scambiata qualche parola, s’era messo a
+legger l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni di curiosità,
+avevano continuato per un poco a guardare ora il curato, ora Cristina,
+scambiandosi delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi s’eran messi
+a discorrere sotto voce dei loro affarucci. Don Prospero parlava d’un
+contratto che andava a fare per l’osteria del _Pomo d’Oro_; poi faceva
+a don Innocente delle riflessioni sul palato dell’_avventore_; e gli
+raccontava la storia d’un vino che aveva preso il forte, il torbido
+e la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato così bene che
+l’_avventore_ se l’era bevuto fino all’ultimo bicchiere, e con che
+gusto! Un affarone! Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza, e
+approvava tutto con la solita compunzione; diceva d’esser venuto con
+gran piacere per fargli compagnia, per prendere una boccata d’aria...
+— “e per fare, se gli capitasse, una partita alle bocce in quattro„ —
+soggiungeva forse don Prospero in cuor suo.
+
+Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi le cose per un pezzo così;
+ma con la coda dell’occhio vedeva Cristina che tutta rincantucciata
+si faceva sempre più malinconica, e pareva presa da un grande
+accasciamento. Ripensò al rimedio della parlantina che gli pareva
+diventasse urgente oramai; chiuse il breviario, e si guardò intorno
+cercando un qualche pretesto per attaccar discorso. Intanto a Cristina
+gli occhi s’eran fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi
+goccioloni sul grembo. Don Cornelio allora non potè più tenersi, fece
+un ultimo sforzo, e dopo aver guardato dagli sportelli all’ingiro per
+la campagna diede a un tratto in una tal risata che fece spalancar gli
+occhi de’ suoi compagni di viaggio, e gli attirò più domande che non
+gliene occorressero. La conversazione così fu in un subito avviata.
+
+— È a quella svolta, nevvero, che si va alle Cascine Vecchie? — prese a
+dire don Cornelio, e continuava a ridere.
+
+— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma... eh, eh! ce n’è della
+strada per arrivarci!
+
+— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che mi rammenta le Cascine
+Vecchie mi fa subito ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno ben
+risaputa anche loro la mia avventura del croato! Come? no?
+
+— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi pare bene d’averla
+sentita raccontare... un gran pezzo fa....
+
+— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia! quanti anni.
+
+— A ogni modo me la dica... che forse la rammento.
+
+— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha a fare! e poi con
+le chiacchiere s’accorcia la strada.... Stammi a sentire anche tu,
+Cristina, ma poi non darmi la baia veh! come hanno fatto per un pezzo
+mia sorella e i miei amici d’una volta. Dunque... eravamo nel 1848,
+sulla fine di marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci
+facevan fagotto, e alzavano i tacchi in fretta e in furia, cacciati a
+schioppettate dalle città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi...
+quando, s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche giorno
+prima di partire come cappellano coi volontari della valle, ero venuto
+appunto fino alle Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni e
+con qualche prete, dei quali, poveretti! non ce n’è più uno al mondo.
+S’era venuti in tutta fretta insieme a dei signori della città, anzi
+nelle loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei prigionieri
+e dei feriti per le strade e nelle stalle de’ contadini. — “Ora che
+il barbaro è sconfitto per sempre„ come si diceva in allora “guai
+a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo alle Cascine Vecchie, e
+cosa vediamo? In un capannone, su poca paglia, stavan dieci o dodici
+poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati, che facevan
+pietà; e sulla strada, in mezzo a uno sciame di contadini, alcuni
+prigionieri legati come salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò
+subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero è sacro per il
+crociato italiano!... Ehi, mamelucchi, _volere mangiare?_... Qua, con
+me, andiamo dal fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi
+con gran cura nelle carrozze. — “_Io star ungherese_,„ gridavano tutti
+questi poveri diavoli. — Andate là, andate là — si rispondeva loro;
+— l’italiano libero e indipendente non fa distinzione tra i poveri
+feriti!„ — In poco tempo furon tutti medicati alla meglio, rifocillati,
+e condotti via; a eccezione però d’un povero croato, lungo come un
+campanile, brutto come un demonio....
+
+— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse tra i denti don Innocente.
+
+— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano, non gravemente, ma aveva
+la cera cupa e malinconica più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva
+nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran compassione, e dissi: me
+lo prendo io. Fu un affar difficile sulle prime a addomesticarlo; non
+voleva lasciar vedere la ferita, non voleva bere, non voleva mangiare.
+Gli diedi un sigaro dicendogli pipa, per farmi capire, ma mi rispose
+con un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo, e glieli misi
+sotto il muso gridando forte: kreuzer, kreuzer; cominciò a capire, e se
+li prese. Insomma a poco a poco, e con una gran pazienza, lo persuasi
+che nessuno gli avrebbe fatto del male, che l’avrei fatto guarire, e
+che venisse di buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti, ed io
+ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada col mio croato, e a braccetto
+per di più, perchè il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo in
+città, allo spedale, ci volevano, a camminar piano, un par d’orette. Si
+va, si va... e dopo mezz’ora incomincia a piovere. Affretto il passo,
+e piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma eravamo al tramonto,
+il cielo si faceva sempre più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo
+ombrello, e presto eccoci, io e il mio _padre compagno_, bagnati,
+inzuppati, che ci si poteva spremere come due spugne. Quando Dio volle,
+trovammo un capannone per ricoverarci. Vi entrammo; e lì cominciai
+a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi il cappello, il soprabito e
+l’abito per farli asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise
+a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo meglio, in quella
+mezza oscurità, eran due occhiacci che mi guardavano fissi e che
+scintillavano come quelli d’un gatto.
+
+— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè don Innocente.
+
+— Quando a un tratto... dopo avere, per un minuto solo, voltate le
+spalle agli occhiacci, cosa vedo? vedo l’amico che pian piano se ne
+va coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli sono addosso...
+l’afferro appena fuori del capannone... ricevo uno spintone, e anche
+un buon pugno... Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui via,
+gridando: _paga Pio Nono!_
+
+— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò don Innocente
+spaventato.
+
+— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva don Prospero, il
+quale aveva già fatto capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i
+particolari di quella storia.
+
+— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda chi può!... Povero
+don Cornelio!... Rientro nel capannone, mi guardo intorno con l’aiuto
+d’un fiammifero, e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto, e
+il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il cappello da prete, il
+mio nicchio! ma quella mattina m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi
+sarebbe piaciuto vederlo il croato col nicchio!
+
+Cristina cominciava a ridere.
+
+— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio freddo, pioveva
+dirottamente, a diluvio... ero in maniche di camicia....
+
+— E allora? — domandò Cristina.
+
+— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi, un’ora dopo,
+rientrare in casa (fortuna che abitavo fuori di città!) quatto quatto,
+dalla parte dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere in
+quel momento mia sorella, e un mio amico, un burlone per di più, che
+m’aspettavano!... L’avventura fu risaputa, e si pensi che ridere, che
+ridere se ne fece!
+
+Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di gusto perchè anche
+Cristina dava in scoppi di risa schietti, lunghi, che facevano in quel
+momento il più bel contrasto sulle sue gote pallide e ancor lucide
+per le lacrimucce di prima. Don Prospero, che non solo si rammentava
+dell’avventura narrata da don Cornelio, ma pretendeva di saperla anche
+meglio di lui, s’era messo a correggerla e a completarla con delle
+varianti udite al _Pomo d’Oro_, e delle quali rideva rumorosamente
+per proprio conto. Don Innocente, che aveva ascoltata la narrazione
+torcendo la bocca, ma facendole poi fare un sorriso stentato quando i
+suoi occhi si incontravano in quelli di don Cornelio, ora, tanto per
+prender parte alla conversazione anche lui, concludeva col dire che il
+caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo, come lo insegna il
+padre Candido Brugnolo, il croato avrebbe forse potuto fuggire... ma
+con gli abiti da prete, no di certo.
+
+La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente erano arrivati al
+paesello a cui eran diretti, e, salutati quelli che rimanevano, scesero
+a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto che veniva loro
+incontro dalla soglia d’una bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza
+tirò innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con la parlantina
+che gli era riuscita così bene fin lì; tirò innanzi più che potè,
+cercando con qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon umore di
+Cristina, finchè la diligenza arrivò in capo alla valle dove c’era
+la stazione della strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse
+e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco, e su cuscini che
+parevano imbottiti di piuoli, dovevano pur lasciare a Cristina e a don
+Cornelio una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo quelle ore! E
+don Cornelio non ne trovò più, per fare una buona risata schietta e di
+gusto.
+
+In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava a zeppo; tutte facce
+nuove; e i nostri due viaggiatori si sedettero accanto, un poco
+impacciati e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini che
+li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità e con l’eguale
+espressione sciocca, non ristavano dal contemplare il prete di campagna
+e la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e silenziosi per un
+paio d’ore fino a Milano. A quei curiosi però non badarono a lungo,
+perchè il filo dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli tutt’e
+due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato il filo dei pensieri
+ridenti, delle vaghe speranze, e di quei sogni che ricomparivano e
+sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette dorate. A don
+Cornelio invece era accaduto l’opposto; e sulla sua faccia allegra di
+poco prima eran comparse ora certe rughe che gli si vedevano soltanto
+quando aveva qualche pensiero che gli dava fastidio. La sua mente
+infatti era tutta concentrata in quel momento in un pensiero molesto;
+un pensiero che in quei giorni gli era venuto innanzi più volte, ma
+che l’aveva sempre rimandato perchè per i pensieri molesti, diceva,
+c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso che fosse proprio arrivato
+il momento di fermarcisi sopra. Don Cornelio pensava a quella signora
+a cui doveva presentarsi il giorno dopo; a quella signora cui doveva
+affidar Cristina, e dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il
+destino. Richiamava nella sua memoria quel poco che il conte Maurizio
+gliene aveva detto, e quel di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo
+l’amico suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su quel discorso, e
+passar volentieri a parlar d’altro. Si ricordava che il conte Maurizio
+e donna Fulvia, sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan più,
+non si scrivevano più; sapeva che tra loro non c’era buon sangue,
+ch’eran d’indole diversa, che non l’avevano mai pensata a un modo,
+che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano divisi sempre più;
+sapeva finalmente che una volta c’eran stati tra loro de’ grossi
+guai, e che in allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello
+la sua scomunica maggiore, dichiarando che non l’avrebbe voluto mai
+più rivedere. “Ed è proprio a quella signora„ pensava don Cornelio
+nel riandare questi ricordi “ch’io vado ora ad affidare la figlia del
+conte Maurizio!... Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è una
+provvidenza, questa, venuta proprio dal Cielo. E poi, che Cristina
+dovesse partir per Milano subito subito, è stata la prima condizione
+dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza di verbi
+imperativi!... Quel signor Valassina, che nessuno mi senta, non m’è
+piaciuto proprio punto. Potrebbe anche darsi che quel tanto di mala
+grazia melata, ch’era un gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo.
+Oh, lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se fa una così buona
+azione dev’essere anche una brava signora!... I suoi torti, e grossi,
+li deve aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi sa? a quest’ora si
+è pentita, e li vuol riparare. Questioni di puntiglio... questioni di
+carattere....„ E qui don Cornelio si accorse di aver toccato un cattivo
+tasto, e si fece pensieroso più di prima. “Il carattere!„ riprese poi
+tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par cosa da poco il carattere?
+Certi caratteracci, per esempio, a doverseli godere, e peggio ancora
+a doverci star sotto.... Un carattere, per venire al caso nostro, col
+quale il conte Maurizio, che era tanto buono, non aveva mai potuto
+intendersela neanche da lontano, dev’essere un carattere... sul fare
+di quello del mio croato che a fargli del bene rispondeva a pugni....
+Povera Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare! Perchè
+s’ha proprio da pensare al peggio? perchè rodersi l’anima fuor di
+ragione, senza costrutto, senza un motivo... come fa il nostro sindaco,
+tal quale... io che lo canzono sempre! Andiamo, andiamo... bando ai
+cattivi giudizi, e non pensiamo male del prossimo!... Che soprattutto
+poi Cristina non mi veda con la faccia scura, in questo momento;
+sarebbe capace di darmi in uno scoppio di pianto, qui, in mezzo a tutta
+questa gente... Non ci mancherebbe altro! Mi sta forse osservando...
+misericordia!„ E mandò a Cristina un’occhiata alla sfuggita.
+
+Cristina dormiva tranquillamente.
+
+“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo don Cornelio rasserenandosi.
+
+
+
+
+VII.
+
+
+Tra le istruzioni che il signor Valassina aveva date a don Cornelio,
+c’era anche quella di non condurre Cristina dalla zia la sera stessa
+dell’arrivo a Milano, perchè di sera donna Fulvia teneva conversazione.
+Doveva condurgliela il giorno seguente, a suo piacimento, purchè non
+fosse dopo il mezzogiorno, nè prima delle undici di mattina. Don
+Cornelio che voleva ripartire subito per la sua Cura, non era stato
+malcontento in cuor suo d’aver qualche ora per una giratina in città.
+Da quanti anni non vedeva Milano! C’era passato, l’ultima volta,
+tornando dal Piemonte in una giornata d’autunno del 1848. Che brutte
+giornate eran quelle! Com’era squallida e desolata Milano! La piazza
+d’armi era tutto un accampamento; sui bastioni non si vedevano che
+carriaggi, artiglierie, e barconi per ponti; nei giardini pubblici
+accampava un reggimento d’ussari; e nelle piazze o nelle corti di
+qualche palazzo abbandonato, drappelli di croati dormivan sulla paglia,
+o facevano il rancio....
+
+Figuriamoci ora come gli allargasse il cuore quel Milano senza croati!
+Aveva poi una gran curiosità di vedere gli abbellimenti e le cose
+nuove che s’eran fatte negli ultimi anni; abbellimenti e novità di cui
+aveva letto delle ampollose descrizioni su un giornale del capoluogo
+della sua provincia; un giornale che per fare la guerra al sindaco
+gli buttava in faccia ogni mattina le maraviglie di Milano. L’avrebbe
+fatto spianare Milano, quel sindaco! E dire che ogni tanto aveva dovuto
+mandare ai milanesi indirizzi e complimenti.
+
+Ecco dunque, di buon mattino, don Cornelio e Cristina in giro per
+Milano, ora fermandosi a bocca aperta, ora smarrendo la strada e
+domandando timidamente qualche indicazione a chi passava.
+
+Don Cornelio, per prima cosa, volle vedere la statua di Cavour,
+del suo amico Cavour, e rimase a contemplarla più che potè. “Un
+poco ingrossato, ma è lui!„ esclamava. “Con una carta in mano...
+proprio tal quale l’ho veduto quella mattina. Allora però aveva gli
+occhiali.... Eh! se ci fosse ancora! quest’è la volta ch’egli rivedeva
+il curato d’Orobio!„ Stette in contemplazione più che potè, ma il
+tempo incalzava; e voleva pur dare una capatina in Duomo, e vedere la
+Galleria.
+
+Ma lasciamoli girare in pace; e intanto che don Cornelio e Cristina
+fanno venir l’ora della visita, andiamoci prima noi da donna Fulvia,
+per vederla e per dirne qualcosa di più di quel che ne sapesse don
+Cornelio.
+
+Donna Fulvia, bisogna dirlo per sua giustificazione, era nata il giorno
+della battaglia di Waterloo. In quel giorno le Grazie atterrite da
+Marte non avevano potuto evidentemente occuparsi di lei; ed essa era
+venuta al mondo senza alcuno dei loro doni.
+
+Sua madre aveva avuto un bel predicare che la bellezza d’una fanciulla
+non consiste nelle forme più o meno aggraziate, o peggio ancora
+in un bel visetto, e che il bel viso non è la bellezza _vera_, ma
+un qualcosa di pericoloso, un qualcosa da fuggire. I giovanotti
+fuggivano, ma da sua figlia; preferivano la bellezza _falsa_, e Fulvia
+rimaneva senza marito. Questa diversità di opinioni aveva finito col
+lasciare nell’animo di Fulvia una viva amarezza, seguita poi da una
+rassegnazione astiosa, e dal disprezzo affettato per le gioie di questo
+mondo. Tutto ciò non era proprio fatto per darle in compenso quel dono
+di cui aveva tanto bisogno, il dono della gentilezza e della bontà. Un
+breve momento di serenità e di speranza lo ebbe nel quarantotto. Fulvia
+in allora aveva passata la trentina, ma i tempi erano così promettenti!
+Quell’amplesso universale, quella fraternità, diedero anche a lei un
+momento di fede in tempi migliori. Fece coccarde, fece fila pei feriti,
+fece cartucce; fu tutto inutile. Fratelli sì, ma mariti no. Dopo questo
+nuovo disinganno anche il malumore e la mala grazia fecero una nuova
+tappa; le comparve una prima grinza in viso, e quelle dell’animo non si
+contarono più.
+
+Fu poco dopo, che Fulvia incominciò a bisticciarsi anche col fratello
+Maurizio, mettendosi contro di lui che si ostinava a restar esule e a
+cospirare. La madre, la vecchia contessa, accigliata e severa forse
+fin dalle fasce, era compresa di orrore a veder suo figlio nella
+rivoluzione, tanto più quando la rivoluzione era vinta; e gli intimava
+ogni giorno un pronto ritorno a casa, e una pronta disillusione
+del passato. Fulvia intervenne in quel dissidio non coll’ulivo, ma
+con l’aceto. Si unì di rinforzo alla madre nei rimproveri e nelle
+maledizioni; pensò di guarire il fratello di quel malaccio dell’amor
+patrio, con una cura regolare di sarcasmi; e in punto a quella gran
+lotta che aveva sconvolto da poco mezza l’Europa, dichiarò, in quanto a
+lei, la propria alleanza definitiva coi vincitori. E figuriamoci se non
+doveva esser così! Intanto che trionfavano da capo tutte quelle cause
+perse di poco prima, trionfò anche la sua. Fulvia trovò marito. Quelli
+dunque eran davvero i tempi migliori, i tempi delle cause giuste! Il
+marito era un vedovo alquanto vecchino, brutto, e co’ suoi acciacchi,
+ma ricco; codino poi quanto ci voleva per rapire i due cuori in una
+volta, quello della figlia e quello della madre.
+
+Questo marito si chiamava semplicemente il signor Sacchi; ma Fulvia
+continuò a farsi chiamare _donna_ Fulvia, e a non veder di malocchio
+che i suoi dipendenti la chiamassero, come prima, la contessina. Al
+diminutivo non badava in contemplazione del sostantivo. Neanche il
+signor Sacchi non era fatto per insegnar con l’esempio la tolleranza
+delle opinioni o la dolcezza del carattere. Le sue opinioni erano, come
+il baverone del suo soprabito, inaccessibili a qualsiasi novità: il
+suo carattere era duro come il cravattone in cui pareva affogato; e la
+sua vita era compassata e precisa come la sua parrucchina. Fulvia lo
+circondò del proprio rispetto e del proprio gradimento. Persuasa che
+gli affetti per esser veri dovevano esser rigidi, si persuase che il
+suo matrimonio era una perfezione. Convinta che bisognava uniformarsi
+alla volontà del marito, specialmente quando questa era anche la
+propria, fu del parere che in casa Sacchi non ci fosse nulla nè da
+togliere nè da aggiungere. Così incominciò la vita coniugale di donna
+Fulvia, e così continuò, finchè lo permisero gli avvenimenti, senza che
+vi fosse mutato un ette mai. Questa vita metodica, uniforme, che si
+conduceva in casa Sacchi si aggirava essenzialmente sopra tre perni:
+su un po’ d’opere, cioè, di beneficenza e di pietà, passate al vaglio
+di donna Fulvia; su una conversazione serale di ecclesiastici e di
+uomini di sussiego, passati al vaglio del signor Sacchi; e su una buona
+tavola, passata al vaglio di ambedue.
+
+Gli avvenimenti, che senza mutare di troppo la vita di donna Fulvia ne
+incresparono a intervalli la superficie dal giorno del suo matrimonio
+a quello in cui la vedremo noi, furono la morte di sua madre, la
+nascita d’una figlia e le sue nozze vent’anni dopo; poi la morte del
+signor Sacchi. Ora le era capitata la morte del fratello, che era una
+increspatura maggiore delle altre per aver dovuto chiamar Cristina.
+
+Alla morte del signor Sacchi, avvenuta già da parecchi anni, si poteva
+supporre che donna Fulvia concedesse un po’ di vacanza alla propria
+rigidezza. Ma fu tutt’altro; si fece rigida e angolosa per due.
+Raddoppiò, è vero, anche le opere buone; ed anzi come ebbe maritata
+la figlia, si diede tutta all’amor del prossimo, ma ad un amore che
+pungeva da tutte le parti. Si sarebbe detto che amare il prossimo fosse
+per lei una mortificazione come il digiunare.
+
+Le sue beneficenze erano molte, ma eran quelle che andavano
+rigorosamente a’ versi a lei. Anche i casi pietosi e le sventure
+dovevano essere di suo gusto; e se non lo erano, c’era da buscarsi
+una strapazzata a parlarne. Un errore del cuore la faceva montar su
+tutte le furie; un caso troppo commovente non lo voleva ascoltare;
+una disgrazia d’un genere nuovo non la ammetteva perchè superflua;
+una disgrazia non pensata da lei la riteneva impossibile. Ma se le
+beneficenze eran di suo gusto e le disgrazie di suo gradimento,
+allora principiava in lei lo zelo per il prossimo. Allora era tutta
+in faccende; promoveva collette, patronati, associazioni, opere pie;
+vuotava la borsa e visitava anche in persona i suoi afflitti e i suoi
+poverelli, ma soprattutto quando aveva una qualche lavata di capo da
+dare. La lavata di capo le pareva il condimento indispensabile della
+beneficenza. La vita di donna Fulvia, insomma, era tutta piena di opere
+caritatevoli; ma non era raro il caso che qualcuno esclamasse: oh se
+donna Fulvia fosse un po’ meno benefica!
+
+Un contrapposto completo di donna Fulvia era stato appunto suo fratello
+il conte Maurizio. La bontà era per lui un culto, l’indulgenza un
+dovere. Entusiasta del bene e d’ogni progresso, pieno d’una fede
+vaga nell’umanità, non c’erano inganni, o disinganni in cui fosse
+cascato, che avessero potuto scuotere la fermezza dolce e calma de’
+suoi sentimenti. Il conte Maurizio non aveva fatto che sognare i tempi
+nuovi; e ogni sua gioia era nell’averli veduti; mentre donna Fulvia
+s’era messa a due mani per tenerli indietro, e non c’era riuscita. Per
+l’uno sarebbe stata una gran colpa il non averci, potendolo, avuto
+parte; per l’altra era un gran colpevole chi solamente gli aveva
+desiderati.
+
+Fermi e entusiasti ambedue, lui dolcemente, e lei duramente, non eran
+fatti per dimenticare mai nulla del passato, e per dirsi: “finiamola
+una buona volta.„ Quegli stessi avvenimenti domestici, dolorosi o
+lieti, che in casi simili sono spesso le occasioni del riconciliarsi,
+per loro due eran stati causa di nuovi urti e di nuovi dissapori.
+
+Da moltissimi anni non si vedevano più. Il conte Maurizio se ne
+crucciava, e sperava sempre che la luce dei nuovi tempi sarebbe
+penetrata anche nell’anima della sorella. Donna Fulvia aveva messo il
+cuore in pace; di suo fratello non voleva più sentir parlare, e tutt’al
+più lo raccomandava nelle proprie orazioni insieme ai traviati e ai
+naviganti in mare.
+
+Ora pur troppo, non le mancava più che di raccomandarlo coi poveri
+morti. Bisogna però dire che questa volta avesse capito che oltre di
+ciò, le rimanesse qualch’altra cosa da fare. C’era stata infatti la
+risoluzione di puntellare il patrimonio sfasciato del fratello, c’era
+stato l’invio del signor Valassina a Orobio, e la pronta chiamata di
+Cristina. “Questi son fatti, e sono una brava riparazione!„ concludeva
+tra sè don Cornelio, il quale intanto che girondolava per Milano, o
+guardava in su alle aguglie del Duomo, pensava continuamente alla
+visita che doveva fare tra poco a donna Fulvia. “Di puntigli e di
+ripicchi è pieno il mondo, ma poi vengono le disgrazie a darci di
+frego!... Però son proprio curioso di vederla questa signora zia...
+sebbene me la immagini... aspretta sì, ma nel fondo buona. L’umore,
+c’è da aspettarselo, non sarà dei più facili. Benedetto affare questo
+dell’umore! L’umor nero, imbroncito, che secca tanto a tutti, dovrebbe
+seccare anche a chi lo ha. Ma nossignori! C’è chi se lo tien di conto,
+e che ci gode!„
+
+L’affar dell’umore era l’ultimo punto scuro, l’ultimo dubbio che
+rimanesse a don Cornelio, per cui gli parve dover suo di dare a
+Cristina qualche ammaestramento sugli umori diversi della gente di
+questo mondo. E lo fece come furon tornati alla locanda, prima di
+avviarsi alla casa di donna Fulvia, non avendo voluto disturbare,
+durante la passeggiata, l’ammirazione di Cristina per le belle cose,
+tutte nuove per lei, che andava vedendo, e che le facevano esclamare ad
+ogni passo: oh mi par proprio di veder le scene d’una lanterna magica!
+
+— La t’è piaciuta la lanterna magica? Belle, nevvero, quelle scene!...
+Ora poi col diventar milanese, ne vedrai anche le figurine. Ma a queste
+poi ci dovrai guardare con attenzione, con prudenza, con giudizio,
+perchè quando si dice gente nuova, si dice umori nuovi, e se le
+persone son cento, son cento gli umori.... — Così don Cornelio un po’
+scherzando, e un po’ sul serio, avviò quel discorso che gli premeva
+tanto, sugli umori del prossimo, tenendo a buon conto un po’ foschi i
+colori per tornare a Orobio senza rimorsi. Avrebbe voluto anche darle
+qualche altro avvertimento; avrebbe voluto, insomma, far le parti di
+un padre, e pigliare il posto del povero amico che sentiva rivivere in
+quel momento nel suo cuore; ma certi avvertimenti, certi consigli che
+gli venivan sulle labbra lo facevan titubare, e quasi arrossire. Non si
+sentì risoluto che nel richiamare ancora una volta a Cristina, a modo
+di conclusione, il grande benefizio che le faceva donna Fulvia.
+
+— Insomma... insomma, tu hai dei grandi doveri verso la zia, e
+lascia che te li ricordi ancora una volta. Pensa dunque a tutto il
+benefizio che la zia sta per fare a te, al nome di tuo padre, e al
+nostro paesello, al quale, non è vero? vogliamo tutt’e due tanto bene!
+Pensaci sempre... non dimenticartelo mai! Che se poi la zia... si sa, è
+innanzi negli anni... avrà le sue idee, le sue ubbie, sarà forse d’umor
+difficile... Ebbene cos’è mai?
+
+— Oh nulla, nulla — interruppe Cristina che incominciava a intenerirsi.
+
+— Dunque... se anche ci fosse della pazienza da esercitare, o un
+qualche sacrifizio da compiere....
+
+— Oh, lo giuro, lo giuro! lo compirò.
+
+— Così va bene! brava figliola, siamo intesi; torno a casa contento con
+la tua promessa, e non parliamone più.
+
+— Le scriverò, don Cornelio....
+
+— Ma sicuro! e io ti scriverò tutte le notizie di Orobio; oh vedrai che
+letteroni!
+
+— Con le notizie di tutti, nevvero?
+
+— E poi ci vedremo presto.
+
+— Oh crede che la zia mi condurrà presto a Orobio?
+
+— Credo di sì, a quanto ho saputo dal signor Valassina. Ma poi lascia
+fare a me, ne parlo subito con la zia, e me lo faccio promettere. Va
+bene? Oh sentirai.... E ora andiamo.
+
+— Mi saluti, tanto tanto, la signora Angelica; le dica che le mando
+ancora tanti baci. E mi mandi le nuove di tutti... di tutti... anche
+di....
+
+— Anche d’_Ugolino_? sicuro povero _Ugolino_...!
+
+Veramente Cristina voleva dir tutt’altro; ma fu contenta anch’essa,
+come don Cornelio, di sviare la commozione coi saluti per _Ugolino_.
+
+— Misericordia, è passato il mezzogiorno! — esclamò don Cornelio dopo
+aver guardato l’orologio. — E il signor Valassina che m’aveva tanto
+raccomandato...! Andiamo, andiamo Cristina.
+
+Scesero di corsa nella corte della locanda, e fatta venire una
+cittadina, don Cornelio disse al cocchiere il nome di una strada e il
+numero d’una porta; poi si raccomandò alla sua buona grazia perchè ve
+li conducesse in fretta. Per arrivare alla casa di donna Fulvia, ch’era
+in una strada vecchia e tranquilla d’un quartiere remoto, ci volle un
+buon quarto d’ora: don Cornelio ebbe quindi il tempo di pensare a un
+complimentuccio, e Cristina di ritornare sull’argomento delle lettere,
+e di pronunziare il nome d’Enrico.
+
+
+
+
+VIII.
+
+
+— Il portinaio le ha lasciato far le scale senza dirle nulla? —
+domandò a don Cornelio un vecchio servitore venuto a aprirgli l’uscio
+dell’anticamera.
+
+— Sì, mi ha detto che donna Fulvia a quest’ora non riceve visite, e
+veramente lo sapevo; ma siccome poi m’ha anche detto che è in casa....
+
+— È in casa, ma non c’è, — rispose con gravità il servitore.
+
+Don Cornelio non capì, ma non osò confessare la propria ignoranza.
+Poi fattosi coraggio riprese: — L’affare è..., che vengo da lontano
+appositamente chiamato da donna Fulvia. Anzi mi faccia il piacere di
+dire alla signora che c’è qui il curato d’Orobio, con la nipote.
+
+— Ah! ho capito; e com’è così, venga pure innanzi, — disse il servitore
+guardando il curato e Cristina con una certa curiosità. — Vado ad
+annunziarli. S’accomodi intanto signor curato.... si accomodino.
+
+Don Cornelio e Cristina sedettero su una cassapanca, sulla cui
+spalliera c’era dipinto lo stemma di casa Orsenigo; e rimasero ad
+aspettare, guardando intanto all’ingiro per l’ampio stanzone, e facendo
+tra loro qualche chiacchiera sottovoce. A un tratto videro aprirsi
+un uscio, e si levarono in piedi tutt’e due. Entrò, tutto solo, un
+cagnolino inglese, dal pelo lungo, grassotto e serio, facendo col
+passo lento e stentato dei piccoli giri come se cercasse qualcosa, e
+mandando traverso i peli, che gli coprivan gli occhi, qualche occhiata
+ai due forestieri. Cristina fece una risata, e don Cornelio chiamò quel
+personaggio con un pst e con un nome di fantasia. Il cagnolino diede
+una brontolata, come dire che non permetteva scherzi; e senza voltarsi
+se ne andò dall’uscio da cui era venuto.
+
+Ci fu una seconda pausa, non breve, ma senza avvenimenti. Finalmente
+s’aprì un uscio di nuovo, e questa volta comparve una persona che
+per l’età, per il vestito, ch’era severo ma non senza una certa
+pretensione, e pel contegno che voleva esser dignitoso, c’era, per chi
+veniva da Orobio, da pigliarla sulle prime per donna Fulvia. Ma non era
+invece che la sua cameriera; e dietro a lei era ricomparso il cagnetto
+inglese, il quale senza scostarsele dai lembi del vestito, fissava
+questa volta i due forestieri con quella audacia che danno le forti
+protezioni.
+
+— Dunque loro sono... il signor curato, e la nipote della mia
+padrona... — cominciò a dire la cameriera. — Male, male, venire a
+quest’ora. Dopo mezzogiorno donna Fulvia non riceve che qualche
+personaggio di riguardo che non voglia venire nelle ore delle visite.
+Adesso, per esempio, c’è don Felice, anzi il padre Felice, come si
+dovrebbe dire.... Per le visite fuor dell’ordinario, e per la gente
+di campagna, che pur ce ne abbiamo, non c’è, diremo così, che un’ora
+rubata.... e cioè dopo la colazione fino a mezzogiorno. Basta....
+basta, donna Fulvia le fa dire, per mezzo mio di aspettare un momento.
+E intanto la signorina venga con me, perchè c’è la marchesina Bianca,
+la figlia della mia signora, la quale desidera vederla subito. Venga
+con me signorina.... Silenzio lei, signora _Fleurette_, non me ne
+faccia delle sue. — Queste ultime parole erano per il cagnetto, o a
+dir meglio per la cagnetta, la quale vedendo muoversi i due forestieri
+aveva cominciato a modo suo un rabbuffo. — Il signor curato — continuò
+la cameriera, — può venir nel salotto, e s’accomodi pure, finchè la
+signora lo farà chiamare.
+
+Don Cornelio un poco impacciato, non seppe far altro che rispondere:
+— Benissimo, benissimo — e lasciarsi condurre nel salotto dicendo a
+Cristina: — Va pure, ci saluteremo dopo. — Cristina diede un’ultima
+occhiata a don Cornelio coi suoi due grand’occhi celesti che s’eran
+fatti improvvisamente gonfi e rossi; e, senza poter proferire una
+parola, se ne andò, seguendo la cameriera.
+
+Il salotto dov’era rimasto don Cornelio era quello in cui donna Fulvia
+riceveva le visite una volta la settimana. L’aveva addobbato il signor
+Sacchi all’epoca del suo primo matrimonio, e da cinquant’anni non c’era
+stato mutato nulla, neanche il posto d’una seggiola. Tutto quello che
+ci si vedeva era collocato in bell’ordine e in simmetria: se su un
+tavolino, alla destra, c’era un vasetto con accanto una strenna, c’eran
+pure a sinistra equidistanti il vasetto e la strenna. Le seggiole
+con le spalliere piccole, riquadrate e coperte d’un damasco giallo,
+impallidito nell’ozio, eran disposte torno torno al salotto; meno
+però quelle che erano in fazione presso i tavolini, e che ci stavan
+fisse e simmetriche come sentinelle in un giorno di parata. Intorno
+ai tavolini si vedevano anche alcune seggiole a bracciuoli, ch’erano
+come una concessione stata fatta ai nuovi tempi, ossia alle poltrone;
+ma una concessione di quelle che concedono il meno possibile. In giro
+poi alle pareti si vedevano anche, alternati alle sedie, due canapè,
+due scaffali a palchetti con le vetrate, e due senza; e finalmente un
+tavolino con la lastra di marmo, su cui c’eran due paniere di fiori
+finti sotto campane di vetro, e su cui posava un’alta spera che faceva
+riscontro alla spera del caminetto. Al caminetto il signor Sacchi aveva
+provveduto di certo in un momento di poesia giovanile; e ci si vedeva
+un orologio di bronzo dorato che raffigurava uno scoglio, sul quale una
+farfalletta dall’ali d’argento, mossa dal pendolo, si faceva or vicina
+or lontana a un amorino, che era lì, in atto di pigliarla, ma che da
+cinquant’anni non la pigliava mai.
+
+Quei mobili, quell’addobbo, avevano un’aria così severa e solenne
+che don Cornelio, compreso da una certa soggezione, non aveva osato
+sedersi, sebbene avesse dovuto aspettare una buona mezz’ora. Per
+passare il tempo, s’era messo a contemplare quattro ritratti che
+c’erano alle pareti, in simmetria s’intende, due dei quali dovevano
+essere di certo i ritratti del signor Sacchi e di donna Fulvia. E su
+quest’ultimo s’era fermato specialmente, per far la conoscenza in
+anticipazione della padrona di casa, e per trovare l’ispirazione del
+discorso da farle. L’aveva guardata e studiata un pezzetto, ed era
+passato a contemplar la farfalla e l’amorino, quando a un tratto s’aprì
+un uscio, e la cameriera di poco prima venne a dirle che donna Fulvia
+lo aspettava nel suo gabinetto.
+
+Donna Fulvia, quando entrò nel gabinetto don Cornelio, era sola e
+seduta a un tavolino di lavoro.
+
+“È proprio quella del quadro„ pensò don Cornelio riconoscendo certi
+quattro ricci corti e grossi che le stavano, a due a due, di fianco ai
+polsi a far di sostegno a una cuffietta; e ch’erano i rappresentanti
+posticci dei ricci veri d’una volta, quelli del ritratto.
+
+— Mi scuserà se l’ho fatto aspettare, ma la colpa non è mia — prese a
+dire donna Fulvia.
+
+— La colpa è tutta mia — rispose subito don Cornelio, che ci si era
+preparato. — Tutta mia, perchè il signor Valassina infatti m’aveva
+detto che....
+
+— Allora, basta così, la si accomodi signor curato — e gli indicò, a
+due passi da lei, una seggiola con lo schenale ricurvo, e coi braccioli
+formati dall’ali e da due colli di cigni, le cui teste scendevano
+ripiegate e pensierose.
+
+— È proprio col cuore commosso, ch’io devo innanzi tutto.... — riprese
+don Cornelio.
+
+— Un momento, un momento, pigliamo le cose con ordine. Lei dunque è il
+signor curato d’Orobio, e si chiama, se non mi sbaglio, don Cornelio....
+
+— Precisamente, e guardi un po’ che bella combinazione! mi chiamo
+Sacchi anch’io.... —
+
+— Andiamo avanti.
+
+— Ma come dico sempre io, — soggiunse don Cornelio facendosi tutto
+ilare — ci sono i sacchi vuoti e i sacchi pieni....
+
+— Andiamo avanti, andiamo avanti, — rispose asciutta donna Fulvia;
+poi dopo una pausa continuò. — Le dirò dunque che ho ricevuto una
+lunga lettera dal mio Valassina, e che sono al fatto, in parte, dello
+stato deplorabile di cose, che.... quel tapino, mi limito a dir
+così.... —
+
+Don Cornelio chinò gli occhi a terra, e non rispose.
+
+— Nè mi stupirei che ci fosse di peggio, — continuò donna Fulvia, —
+perchè Valassina mi scrive di non voler aggiungere commenti visto lo
+_stato di decesso in cui il conte si trova_. Dice così. Ma già mi
+immagino tutto. E doppiamente poi mi rattristo quando penso che anche
+il paese di Orobio deve trovarsi in condizioni morali ben tristi dopo
+simili esempi.
+
+— Oh donna Fulvia, questo poi non lo pensi!
+
+— Non voglio far torto a lei, ma so ciò che mi dico.
+
+— E spero che si ricrederà quando verrà in Orobio. Ci venga presto!
+
+— Sicuro che ci dovrò venire — e fece un gran sospiro. — Quasi non ne
+avessi abbastanza dei doveri da compire in Milano, adesso mi casca
+sulle braccia tutto un paese!
+
+— È certo che per lei, che è tanto caritatevole — riprese don Cornelio
+trattenendo la sua pazienza a due mani — del bene da fare ne troverà da
+per tutto.
+
+— Tutto un paese mi casca sulle braccia!
+
+— Tutto, proprio tutto, voglio sperare di no... ce lo divideremo per
+metà....
+
+— Le son freddure! — Fece una pausa, poi riprese: — Signor curato io la
+dovrò interrogare su molte, su moltissime cose.
+
+— E io sono a’ suoi comandi.
+
+— Ma che! Adesso lei deve tornare al suo paese, perchè il pastore sta
+bene vicino all’ovile. Ma andiamo avanti. Ho veduto la fanciulla.
+Misericordia! Ho capito a colpo d’occhio che c’è tutto, tutto da fare.
+
+— La di lei missione, buona signora, è certamente molto delicata; ma
+voglio sperare... anzi son sicuro che gliela renderà facile l’indole
+della fanciulla. Oh quando la conoscerà! Fu cresciuta in un povero
+villaggio, è vero; ma la sua educazione non fu trascurata. La sua
+indole poi....
+
+— Potrebbe darsi che avesse sortito l’indole di mia madre....
+
+— Come vuol lei, ma non ne conobbi mai di migliori. Il cuore di quella
+fanciulla, i sentimenti del suo animo, la sua squisita sensibilità...
+
+— Piano, piano, con tutta questa roba... è qui appunto che comincia
+il guaio. Basta, vedremo; intanto l’ho lasciata in conferenza con don
+Felice, un religioso, un degno amico di casa, perchè me ne sappia
+subito dire qualcosa. Ma già, non per contradirla, signor curato, ci
+sarà tutto, tutto da fare.
+
+— Oh se sapessi, mamma! — esclamò in quel punto la vocina d’una persona
+che entrava nel gabinetto in fretta e facendo un gran fruscio con le
+vesti. — Se sapessi! C’è tutto, tutto da fare.
+
+— Ti presento il signor curato d’Orobio — disse allora donna Fulvia a
+sua figlia. — Signor curato, le presento mia figlia la marchesa Bianca
+Chiaravalle.
+
+Il curato si alzò, e fece un inchino profondo e impacciato alla
+marchesa, la quale gli rese il saluto, un poco in fretta e in
+distrazione, con una piegatina di capo piuttosto affettata, e con un
+sorrisetto gentile, ch’erano il suo modo abituale di salutar tutti.
+
+— Oh non ti puoi figurare, mamma, c’è tutto, ma tutto da fare. Corro
+subito subito dalla sarta, poi dovrò andare in cinque o sei botteghe
+almeno.... Per fortuna che avevo trattenuta la carrozza!
+
+— Piano, piano, mia cara; sono affari questa volta in cui ci devo
+entrare io sola.
+
+— Oh ma sai che io mi ci diverto tanto!
+
+— Lei si diverta pure, signora figliola, coi cappellini e coi vestiti
+suoi. Ora si tratta d’una faccenda ben diversa. Il figurino delle mode,
+questa volta, lo devo e lo voglio far io.
+
+— A proposito — interruppe don Cornelio — siam partiti in fretta, e
+Cristina non ha portato con sè che un bauletto....
+
+— Oh l’ho veduto — saltò su ridendo la marchesa.
+
+— Ma c’è dell’altra roba ancora... — soggiunse il curato.
+
+— Oh, non importa, — rispose la marchesa, continuando a sorridere. Ma
+donna Fulvia la interruppe dicendole: — Dunque Bianca siamo intese.
+
+— Ebbene, dirò alla sarta che venga da te e ti farò mandar le stoffe
+a casa. C’è una bottega nuova di bruno, dove ci ho già vedute mille
+coserelle per lutto grave che sono un amore, una delizia!
+
+— Ah se ci vai per tuo conto è un altro affare. Ma quanto alla ragazza,
+siamo intese... che vossignoria c’entri il meno possibile!
+
+— Buon giorno mamma; signor curato, buon giorno. — E ripetuta la
+piegatina di capo, col sorrisetto, la marchesa Bianca se ne andò.
+
+— Alla ragazza — continuò donna Fulvia — dovrò pensar io, in tutto. È
+una nuova, una grande responsabilità che m’è piombata addosso, ma è
+dover mio... e andiamo avanti. Non ho ancora fatto il mio piano, ma lo
+farò.... — E tirò un gran sospiro. — Come le dissi, avrei molte e molte
+domande da farle, signor curato! ed è un peccato che non ce ne sia il
+tempo, per ora.... È un peccato, perchè francamente le dirò che ci
+son molte cose che non mi so spiegare... e ce n’è anche nella lettera
+ch’ella mi scrisse.... La stessa amicizia, diciamolo pure, tanto
+intrinseca tra lei, sacerdote e curato, e lo sgraziato defunto, a cui
+Dio perdoni... me la spiego pochissimo!...
+
+— Gliela spiegherà il tempo, che fu giustamente chiamato galantuomo. Le
+parti giuste per tutti, della ragione e del torto, oh il tempo le sa
+fare; e in quel silenzio che si fa intorno ai poveri morti, o presto
+o tardi, si leva la voce della giustizia e della verità.... Insomma,
+venga, venga presto a Orobio, donna Fulvia! L’ho anch’io un gran
+bisogno di discorrerla a lungo con lei. Di molte cose, di molte, ne son
+sicuro! ella si ricrederà....
+
+— E forse di molte, voglio sperare, si ricrederà anche lei — interruppe
+in tuono alquanto brusco donna Fulvia. Poi, dopo un minuto di silenzio,
+e con la voce un po’ più raddolcita riprese: — Mi favorisca quest’oggi
+a pranzo, così potrà anche salutar la fanciulla prima di ripartire, se
+lo desidera. Pranzo alle quattro; glielo dico una volta per sempre; era
+anche l’ora del mio povero marito....
+
+— Grazie, mille grazie, e ci verrei ben volentieri... onoratissimo...
+ma devo ripartire con la corsa delle tre, per essere domattina a casa.
+Anzi bisognerà che mi spicci; per cui, se me lo permette, saluto
+volentieri una volta ancora Cristina, poi le dovrò chieder licenza....
+
+Mentre don Cornelio e donna Fulvia s’alzavano, s’aprì lentamente un
+uscio, e comparve un nuovo personaggio, un prete di statura alta,
+col fare tra il modesto e il dignitoso, e con l’abito fine, d’un bel
+nero nuovo, da far invidia a don Cornelio; il quale anzi osservò che
+quell’abito era d’una foggia un pochino diversa da quella usata di
+solito dagli altri preti della città. Don Felice, ch’era il nuovo
+venuto, rispose a un inchino profondo che gli fece don Cornelio, con
+un sorriso mellifluo e con un’occhiata lunga e profonda, senza aprir
+bocca. Donna Fulvia diede una tirata di campanello, e poco dopo entrava
+nel gabinetto Cristina, con la cameriera e con _Fleurette_.
+
+I saluti furono complimentosi, ma spicci. Don Cornelio andò diviato
+alla locanda, poi alla stazione. Arrivò alla sera al capoluogo della
+sua provincia, e la mattina seguente di buon’ora ripartì per Orobio.
+
+Non è a dire di quante domande lo tempestassero sulla gita a Milano,
+su donna Fulvia, su Cristina, in casa e fuori di casa, la signora
+Angelica, il sindaco e tutti i personaggi grandi e piccoli del paese.
+
+— Benone, benone, è andato proprio tutto benone — rispondeva a tutti
+don Cornelio. E per quanto facessero, nessuno riuscì a cavargli di
+bocca una parola di più.
+
+
+
+
+IX.
+
+
+Donna Fulvia, dopo l’arrivo di Cristina, fu sottosopra non poco per
+parecchi giorni. Era a momenti tutta eccitata, poi cadeva sopraffatta e
+prostrata, nè più le bastavano i conforti del padre Felice. Si sarebbe
+detto che avesse accolto in casa, non un’innocente fanciulla d’Orobio,
+ma una selvaggia venuta di fresco dall’Africa. Il problema del rifare
+da capo un’educazione viziata, secondo lei, da chi sa quanti errori;
+il pensiero della sua pace perduta, e quello di mille guai immaginari,
+formavano insieme una fantasmagoria di cose, un incubo, che non le
+davan tregua, e che finivano per lo meno col darle l’emicrania, e
+col far correre una dozzina di volte al giorno la Cleofe, ch’era la
+cameriera, con tutte le boccettine della spezieria omeopatica di casa.
+Donna Fulvia, insomma, era persuasa che le fosse cascato il mondo
+addosso; e nel considerare la molteplicità dei problemi che le stavan
+dinanzi e la complicazione di ciascun d’essi, disperava per sè, e
+quindi per chississia, di trovarcene il bandolo.
+
+Con sua grande sorpresa però, e quasi con un pochino di dispetto,
+dovette accorgersi, un paio di settimane dopo, che qualcuno di quei
+problemi, ai quali essa aveva appena osato pensare, o non comparivano,
+o si scioglievano da sè senza bisogno, quasi, di badarci. “Chi sa
+in seguito!„ le toccava già di dire; ma intanto in casa sua tutto
+andava liscio come prima. Cristina era contenta, anzi maravigliata di
+tutto. Abituata alla vita modesta e casalinga di campagna, cresciuta
+con le massime e le abitudini di suo padre, che erano semplici e
+austere, trovava, con molta compiacenza di donna Fulvia, che in casa
+della zia tutto era buono, tutto era bello, e che le distrazioni e i
+divertimenti erano fin troppi. I divertimenti consistevano in qualche
+trottata, in qualche giretto per i magazzini di mode con la marchesa,
+o in qualche lunga e sfarzosa funzione in Duomo, condottavi dalla
+zia. Ma per Cristina erano novità maravigliose anche queste; erano,
+ognuna, un divertimento. In cuor suo Cristina non aveva che un cruccio;
+quello che nessuno le parlava mai di suo padre; che nessuno pareva
+dividere il suo grande e recente dolore. Don Cornelio le aveva detto
+di certi dissapori che c’erano stati in famiglia, e a questo proposito
+le aveva raccomandata una gran prudenza, assicurandola che il tempo
+avrebbe portato un rimedio anche a ciò. Per cui Cristina teneva il suo
+doppio dolore tutto chiuso in sè stessa; e quando proprio non poteva
+più trattenere le lacrime, allora correva a nasconderle nella sua
+cameretta. Ma poi era così compresa di riconoscenza verso la zia, era
+così ferma nel proposito di ricambiare il bene ricevuto con qualunque
+sacrifizio, e nel mantenere questa sua promessa, questo suo giuramento,
+ci metteva così pienamente tutto il suo entusiasmo giovanile,
+che subito faceva forza a sè stessa; e ripensando fiduciosa alle
+raccomandazioni di don Cornelio, rinchiudeva gelosamente nell’animo
+ogni pensiero malinconico, ogni pensiero che pigliasse la strada de’
+suoi monti. Tutto il suo impegno era quello di mostrarsi contenta,
+premurosa, riconoscente. Quando aveva detto a don Cornelio “glielo
+giuro„ s’era immaginata di dover compire subito qualcosa di eroico;
+ed ora, vedendo che il sacrifizio era quello di non scorrazzare per
+i campi, di vivere un pochino in soggezione, e di tener chiusi in sè
+stessa, per allora, il suo dolore e i suoi pensieri, le pareva quasi
+di non pagar per intero il benefizio ricevuto. Tra i suoi pensieri
+ce n’era pur uno recente, ma che ogni giorno si faceva più vivo,
+più assiduo, e le suscitava in secreto ora un’ansia penosa, ora una
+moltitudine vaga di gioie e di speranze. Era il pensiero d’Enrico. Ma
+questo pensiero, Cristina, non durava fatica a tenerlo celato perchè
+le faceva subito correr le fiamme al viso; essa non avrebbe voluto che
+se ne avvedesse alcuno, all’infuori, diceva, di don Cornelio... perchè
+anche don Cornelio voleva a _lui_ tanto bene. E poi, sarebbe stato un
+peccato disturbare un così bel pensiero che ritornava ogni volta con
+una nuova e più cara speranza. “La zia, pensava Cristina, tra pochi
+mesi sarebbe andata a Orobio, ci sarebbe rimasta un pezzo, ci sarebbe
+tornato anche Enrico, la zia l’avrebbe conosciuto, gli avrebbe voluto
+bene... oh, n’era sicura!... e poi....„ E poi Cristina ripigliava la
+via dei sogni, dei bei sogni dorati.
+
+Nell’animo di donna Fulvia, come abbiam detto, era andata formandosi,
+a poco a poco, una calma relativa, e quasi non ci rimaneva più che una
+sola cagione di dispiacere e di angustia: vogliam dire la bellezza di
+Cristina. Procurava ben essa di metterci sopra lo spegnitoio, tenendo
+con mano ferma la direzione del vestito e delle acconciature di
+Cristina, e correggendo a questo proposito prontamente le imprudenze di
+sua figlia Bianca; ma le misure, per quanto energiche, valevan poco.
+Donna Fulvia temeva ogni giorno più che il male fosse inguaribile;
+sicchè su questo punto continuava ad essere in allarme, e a consultarsi
+col padre Felice.
+
+A donna Fulvia piaceva di parer piena di sopraccapi e di disgrazie;
+piaceva l’aver delle afflizioni da confidare, e su cui sfogarsi per
+essere compassionata e confortata. Una qualche afflizione trovava
+sempre modo d’averla. Non è a dire quindi quante lettere desolate
+avesse scritte a suo genero, il marchese Chiaravalle, ch’era a Roma,
+quando le capitò di dover ritirare Cristina in casa; ciò che per lei
+era stato un sopraccapo davvero. A quelle lettere il marchese aveva
+risposto con i soliti conforti e con i soliti complimenti, ch’erano il
+formulario, in questi casi, d’ogni sua lettera alla suocera. Ma poche
+settimane dopo, il marchese, con sua maraviglia, cominciò a ricevere
+dalla suocera qualche lettera in cui le afflizioni apparivano alquanto
+mitigate, ciò ch’era una gran novità; e n’ebbe fin una in cui Cristina
+era chiamata col nome di _seconda figlia_, preceduto da un semplice
+_quasi_. Fu allora che allo stupore del marchese tenne dietro subito un
+altro stupore non piccolo, quello di donna Fulvia, la quale a un tratto
+ricevette una lettera dal genero che la avvisava del suo ritorno prima
+del tempo fissato.
+
+Il marchese Ettore Chiaravalle, prima del tempo fissato non tornava
+mai; specialmente, bisogna dirlo, quando viaggiava senza moglie e senza
+suocera. Egli non s’era deciso a prender moglie se non quando gli era
+proprio parso di non aver più nulla a chiedere alla propria libertà:
+allora s’era anche creduto rassegnato ai vari legami accessori che
+tengon dietro al legame indissolubile; aveva tutto preveduto, tutto
+calcolato; ma poi, a matrimonio fatto, s’era accorto che il conto non
+gli tornava esattamente. Gli mancava almeno un mesetto all’anno d’una
+boccata d’aria libera, di quella d’un tempo; e bisognava trovar modo
+di farcela stare. De’ pretesti dunque ce n’eran sempre: eran pretesti
+d’una evidenza e d’una serietà inappuntabili; pretesti preceduti
+da un consiglio chiesto alla suocera o da una confidenza fattale;
+pretesti, insomma, che ogni volta davan l’aria al marchese di partire a
+malincuore e pregato. Oltre il pretesto estivo d’una qualche bagnatura
+particolare, c’era quasi ogni anno un pretesto invernale, ch’era quello
+or d’un affare improvviso, or d’una visita a qualche cospicua famiglia
+o a qualche personaggio dei molti, coi quali il marchese era entrato in
+dimestichezza negli anni passati gironzellando per l’Italia e fuori.
+La dimestichezza coi personaggi, e soprattutto con certi personaggi,
+era ciò che toccava il cuore di donna Fulvia in un modo particolare,
+e che accresceva in lei il gran concetto in cui teneva suo genero.
+Figurarsi! saper suo genero amico e in corrispondenza diretta coi più
+rinomati campioni di quelle idee ch’erano le sole buone di questo
+mondo, le idee sue! Non è a dire dunque quanto donna Fulvia favorisse
+certi viaggetti e certe visite del marchese Ettore; e come questi non
+mancasse mai mai al suo ritorno di portare alla suocera una notizia, un
+consiglio, una parolina di quelle che consolavano per un pezzo, e che
+le davano presso parecchi una grande autorità. Lo zelo però del genero,
+e quello della suocera, non erano dello stesso conio. Sulla bandiera
+del marchese c’eran scritti, è vero, de’ principii molto severi, e
+c’eran tutte le buone massime d’un governo antico; ma a sè stesso poi
+aveva concesse tutte le franchigie e tutte le costituzioni moderne. Le
+massime d’un tempo le trovava d’un gusto più distinto, più elegante,
+perchè non erano del gusto dei più; ma nel seguirle non voleva noie,
+e non passava mai il limite de’ suoi comodi; perchè poi sul punto
+dello scomodarsi, o del seccarsi, egli non ammetteva transazioni.
+Così, quando gli fece comodo un bel giorno di prender moglie, aveva
+chiuso un occhio sul casato modesto del signor Sacchi, e guardato con
+l’altro la figlia unica di donna Fulvia; ed ora, se si scomodava a
+tornar da Roma prima del tempo fissato, era perchè gli tornava meno
+comoda questa comparsa di Cristina in casa, e ancor meno comodo quel
+nome di _seconda figliola_ letto nelle lettere della suocera. Il
+marchese giustificò facilmente con sua moglie e con la suocera il suo
+improvviso ritorno; convenne subito con sua moglie che la cuginetta era
+tanto carina, e approvò sua suocera per quanto aveva fatto, lodando il
+suo atto generoso fino a commuoverla, che non era facile; poi prese
+a dichiararsi in famiglia il protettore di Cristina, e a tenerla
+allegra ogni tanto con qualche motto allegro o con qualche storiella,
+che, venuti da lui, eran lasciati passare con indulgenza e tolleranza
+anche da donna Fulvia. Ma non era tornato sol per questo, e non lasciò
+passare inoperoso il suo tempo. Quel mesetto rubato alle occupazioni
+dell’estero, come le chiamava lui, lo occupò ad osservare e a meditare
+in casa. E pare che in questi studi avesse a confidente e a guida il
+padre Felice, perchè non lo si era veduto mai prima tanto assiduo,
+tanto intimo con lui.
+
+Era appunto passato un mese dopo il ritorno del marchese Ettore,
+quando una sera donna Fulvia, trovandosi sola col padre Felice, aveva
+avviato un lungo discorso a proposito di fanciulle, non sappiam bene
+se del Giappone o della China, per le quali trovava urgente un’Opera
+Pia che provvedesse ai loro onesti collocamenti. Il padre Felice era
+stato quella sera paziente e taciturno, anche più del solito, seguendo
+attentamente i discorsi di donna Fulvia, e manifestandole la sua piena
+approvazione con frequenti cenni del capo, intanto che gustava qualche
+presa di tabacco. Ma infine, come gli parve che l’argomento principale
+fosse esaurito, cominciò, pur seguendo sempre il filo del discorso,
+a ricondurre donna Fulvia a poco a poco in paesi più vicini. E donna
+Fulvia lo compiaceva alla sua volta con una deferenza, ch’era in
+ragione delle approvazioni avute poco prima.
+
+— Donna Fulvia, può davvero dar consigli a tutti in proposito; — diceva
+il padre Felice continuando il discorso sull’argomento dei matrimoni. —
+Con quanta saviezza, con quanta ponderazione, non ha saputo combinare
+il matrimonio di sua figlia! con quanto tatto e con quanta fortuna ne
+ha combinati tant’altri! È una sapienza tutta sua.... se lo lasci dire
+perchè, lei lo sa, io parlo sempre franco, anche a costo di dispiacere.
+
+Qui donna Fulvia, a confermare indirettamente quello che diceva il
+padre Felice, richiamò a proposito dei matrimoni fatti da lei, più
+d’una circostanza di quelle ripetute le mille volte, ma che don Felice
+ascoltò come gli fossero nuove.
+
+— Ed ora, — continuò il padre Felice, — ora vedremo, m’immagino presto,
+una nuova prova di sapienza e di prudenza, quale nessuno saprebbe
+dare, a proposito d’un altro matrimonio.... Problema difficile! Il
+matrimonio.... lei mi capisce.... di Cristina....
+
+Donna Fulvia trattenne a stento una esclamazione, e don Felice continuò:
+
+— Oh che la sua modestia non s’offenda, ma a me par già di leggere
+nel di lei animo le profonde riflessioni da lei fatte sulla grave sua
+responsabilità, e le sapienti combinazioni che avrà già maturate! Oh io
+me le immagino, le veggo, e le ammiro! Qual complicazione di doveri che
+ben pochi comprenderebbero, quante difficoltà alle quali a quest’ora
+avrà felicemente pensato e provveduto! Oh ne vedremo i risultati ben
+presto!...
+
+Donna Fulvia s’era fatta tutta rossa in viso, e senza quel preambolo
+si sarebbe rizzata di scatto anche dinanzi al padre Felice. Maritar
+Cristina? Una bagattella! Una cosa che non le era neanche passata per
+la mente! Altro che scattare! Ma quella complicazione di doveri e
+quella sapienza delle proprie risoluzioni, di cui le aveva parlato il
+padre Felice, l’avevano trattenuta, confusa, e riempita a un tempo di
+amor proprio e di curiosità. Aveva però dato un leggero sussulto quando
+udì la parola _presto_, che in fatto di matrimonio, per lei che s’era
+maritata dopo i trent’anni, suonava come un’eresia.
+
+— Mi son permesso di dir _presto_, — continuò il padre Felice che
+s’era avveduto del movimento di donna Fulvia, — perchè parmi di avere
+indovinato anche questo suo desiderio. Donna Fulvia, ben giustamente
+non ama che le fanciulle si maritino troppo presto.... oh ne ha mille
+ragioni! guai, guai! Ma ci sono delle circostanze eccezionalissime in
+cui i doveri d’una madre, o di chi ne tiene il posto, suggeriscono
+ben diversamente. E questo è il caso. Oh sono anche in ciò pienamente
+d’accordo con lei. Ella ha compiuto un atto molto nobile e generoso
+quando, con grave sacrifizio, ha accomodate le sgraziate faccende
+del conte Maurizio, e ne ha raccolta in casa la figlia. Nella sua
+modestia ella dice di non aver compiuto che un dovere.... ma lasci
+che io l’ammiri!... e lasci pure ch’io la lodi altamente. Ma non meno
+altamente la lodo vedendo quanto ella senta un altro dovere, un dovere
+che va innanzi a tutti, rammentandosi cioè ch’ella ha una figlia sua,
+e che questa figlia ha un marito. È un gentiluomo perfetto il marito,
+chi non lo sa? Dalla sua bocca non uscirà mai una parola che accenni
+agli interessi di sua moglie, affinchè nessuno creda che li confonda
+coi propri, oh ne possiamo esser sicuri! Ma capisco, appunto per ciò,
+i doveri specialissimi di delicatezza di donna Fulvia. La delicatezza
+è molta nel marchese di Chiaravalle, ma non è sentita meno altamente
+nella casa dei conti d’Orsenigo!
+
+Donna Fulvia che fino allora era stata combattuta tra l’impazienza e
+la riverenza verso il padre Felice, a quelle ultime parole fu vinta,
+e sentì salire fino agli occhi una fiamma d’entusiasmo ch’era, non
+lo sapeva bene, se per chi le parlava, o per sè stessa, alla quale
+erano attribuiti così nobili sentimenti. Chinò la testa in atto di
+ringraziare modestamente, e lasciò che il padre Felice continuasse,
+impaziente ora di sentire la fine.
+
+— Donna Fulvia pensa, se ben m’appongo, — continuò il padre Felice, —
+che una dimora molto prolungata di Cristina in questa casa, possa far
+nascere delle aspettative fallaci, dico bene? e possa lasciar credere
+che donna Fulvia voglia, oltre il primo benefizio, farne degli altri;
+far ciò insomma ch’ella non deve, e non vuole. Una lunga dimora in casa
+creerebbe infatti nuovi e maggiori impegni, nuove responsabilità... E
+poi, non si sa mai quel che può nascere; quale indole, quali capricci
+possano svilupparsi nella fanciulla.... cosa possa succedere nella
+famiglia... insomma, donna Fulvia vuol prevedere! prevedere! Sono
+questi i pensieri di donna Fulvia, oh io glieli leggo in fronte! e
+quanto a me, li lodo e li applaudo proprio di cuore. Lei ha pienamente
+ragione; Cristina va maritata presto, il più presto possibile. Quanto
+al trovare uno sposo.... oh comprendo! questo è il pensiero che ancor
+trattiene donna Fulvia, e che la rende pensierosa, incerta... Quest’è
+infatti il punto più difficile.... ma a donna Fulvia, a donna Fulvia
+soltanto, riuscirà facile anche questo. Ella ha un tatto invidiabile
+nelle faccende delicate; sa trovare subito il bandolo, e allora il
+resto viene da sè. Cristina, naturalmente, non deve portar dote; ma è
+bene che ciò sia risaputo subito perchè non ci siano malintesi. Essa ha
+la dote d’un bel nome, il nome d’una famiglia tanto illustre; ed è la
+nipote d’una così gran dama.... oh è inutile! me lo lasci dire.... e
+vedrà quanti si faranno innanzi per incontrare un così gran parentado!
+Ma facciasi pure innanzi chicchessia, lo sposo deve essere cercato e
+trovato da lei, donna Fulvia, soltanto da lei.... in qualche famiglia
+delle nostre, s’intende, sia in Milano, sia in provincia.... ma scelto
+da lei.... Quando poi sia ben dichiarato che la sposa non porta dote,
+allora qualsiasi dono non farà che mettere in nuova luce la nota e
+splendida generosità di donna Fulvia.... Oh, ma cosa mai dico io
+adesso! Mi perdoni, m’imbarcavo in argomenti in cui io son profano, e
+lei è maestra.... E mi perdoni anche tutte queste mie chiacchiere....
+ma ne incolpi la sua bontà, il mio interessamento per la famiglia....
+e un po’ anche il mio amor proprio. Sì, anche questo. Le cose or dette
+io le vado indovinando, le vado leggendo da qualche tempo nel di lei
+animo, e il mio amor proprio non ha saputo resistere alla tentazione di
+farmi con lei vanaglorioso della mia perspicacia. Oh la vanagloriaccia!
+
+Donna Fulvia rispose a mezza voce, e un poco imbarazzata, con qualche
+parola di ringraziamento e di complimento, col fare di chi si tiene
+in riserbo, ma non nega. Qua e là, e anche alla fine, avrebbe voluto
+venir fuori con qualche brava rimbeccata; ma quel discorso l’aveva a
+mano mano avvinta in certe spire da cui non aveva saputo svincolarsi.
+Per più giorni non ebbe altro per il capo, e fu di malumore e aspra più
+del solito; ma a poco a poco finì con l’entrare nelle idee del padre
+Felice, e col persuadersi anche che qualcuna di queste l’avesse proprio
+pensata lei. Da quel punto fu tutta in orgasmo a far combinazioni, a
+far progetti, a cercar nella sua mente lo sposo. E lo trovò. Sulle
+prime si tenne abbottonata anche con don Felice; e nel dirgli un giorno
+col fare misterioso che anche la scelta, quant’a lei, era bell’e fatta,
+gli domandava con compiacenza e con una certa ironia: — L’avrebbe per
+avventura indovinata anche questa, don Felice? — E don Felice col fare
+umile rispondeva: — Ho indovinato una volta, e basta. Non si burli,
+donna Fulvia, della mia vanagloria.
+
+
+
+
+X.
+
+
+Durante l’estate il signor Valassina era venuto parecchie volte in
+Orobio. Poi c’era capitato un ingegnere; poi s’eran veduti degli operai
+del capoluogo della provincia, e s’era saputo finalmente che nel
+palazzo Orsenigo si facevano delle novità, delle grandi novità, per
+l’arrivo di donna Fulvia. Si diceva che donna Fulvia sarebbe venuta
+a passar l’autunno in Orobio, con Cristina, con tutta la famiglia,
+con molta servitù, e con molti invitati. Più d’una volta parecchi del
+paese, e anche don Cornelio, avevano osato fare qualche interrogazione
+al signor Valassina; il quale lasciava dire, lasciava credere, ma
+si teneva alquanto abbottonato; e s’era arrivati così ai primi di
+settembre, alla vigilia cioè dell’arrivo di donna Fulvia, senza che si
+sapesse nulla di preciso.
+
+Il marchese Ettore e sua moglie avevano passato l’estate alle
+bagnature; e donna Fulvia, a seconda d’un disegno fatto già da due
+mesi, aveva aspettato che tornassero prima di andare a Orobio. Il
+disegno poi era di non ricondur subito Cristina nella casa paterna
+di Orobio, d’affidarla intanto a sua figlia Bianca perchè la tenesse
+con sè in una sua villa di Brianza, e di andare sola a Orobio per
+principiarvi ciò ch’essa chiamava la _sua missione_. Che missione
+dovesse essere la sua, precisamente non lo sapeva, ma era sicura che
+ce n’era una; e si accingeva a partire per Orobio come un missionario
+che va tra i selvaggi, disposta anche al martirio, ma non alla menoma
+contraddizione, s’intende. L’estate, donna Fulvia, lo aveva impiegato
+a dare le prime tinte e i necessari ritocchi a quell’abbozzo che
+aveva improvvisato nella sua mente, circa il matrimonio di Cristina,
+e di cui s’era vantata col padre Felice come di un disegno finito. Il
+concetto del disegno non era poi tanto peregrino; ma nella testa di
+donna Fulvia ogni più semplice idea diventava una matassa che la faceva
+sudare a dipanarla. Tra le sue conoscenze c’era la famiglia d’un certo
+barone Brocchetti, un ometto ricco e brutto, gran nemico del mondo
+e delle sue pompe, e devotissimo a donna Fulvia. Ogni tanto in casa
+Brocchetti veniva su, lungo lungo, come un asparagio, un baroncino
+con la faccia un po’ sciocca e con le orecchie a ventola. Di questi
+asparagi donna Fulvia ne aveva già colti due; e sotto i suoi auspici
+s’eran combinati due matrimoni. Ora ce n’era pronto un terzo, il quale
+veniva a taglio per Cristina. Il barone Brocchetti, ch’era ricco, per
+rendere più facilmente negoziabili i suoi Brocchettini aveva confidato
+a donna Fulvia che non avrebbe domandato un soldo di dote per le spose
+de’ suoi figli: e a donna Fulvia non era parso vero di mettere anche
+il matrimonio tra le Opere pie, e di avere sotto mano dei mariti di
+beneficenza.
+
+Il mondo diceva che quei due primi matrimoni dei Brocchetti, fatti da
+lei, andavano a rotoli; ma essa li proclamava una perfezione, e il
+parer suo aveva sempre per lei una gran superiorità su quello degli
+altri. Tutto dunque la incoraggiava. E poi non l’aveva detto anche il
+padre Felice che il maritar Cristina senza dote era non solo un’idea
+luminosa, ma un dovere?
+
+Quando donna Fulvia ruminava qualcosa di nuovo, i suoi di casa, e gli
+amici più familiari, lo capivan subito. E questa volta uno dei primi
+ad accorgersene fu appunto il barone Brocchetti; il quale, vedendosi
+per di più fatto segno di speciali attenzioni, si fece anch’esso a buon
+conto più assiduo, più devoto, più sviscerato con donna Fulvia. E donna
+Fulvia, vedendo quel raddoppiamento di devozione, si persuase tanto più
+della bontà del suo pensiero, e mostrandosi sempre più confidente col
+barone, cominciò a fargli degli elogi di Cristina, e a chiedergli conto
+spesso di quel caro giovanetto ch’era il suo terzo figliuolo. Al barone
+balenò alla fine l’istessa idea, ma non osò farci allusione conoscendo
+l’umor difficile di donna Fulvia. Questa poi un giorno, e fu la vigilia
+della sua partenza per Orobio, salutando il barone con espansione
+maggiore del solito, e stringendogli la mano, gli disse che maturava
+delle novità, “nè ci sarebbe da stupire, aveva soggiunto, se avessi al
+mio ritorno una confidenza da farle.„ Il barone aveva risposto con un
+inchino, e con un cenno umile del capo, come a dire che sarebbe sempre
+stato pronto all’ubbidienza.
+
+In quei giorni anche don Cornelio aveva per il capo una novità, che gli
+faceva pensare tanto più all’avvenimento di cui si parlava da mattina
+a sera in Orobio, quello cioè del vicino arrivo di donna Fulvia. La
+novità era una lettera di Enrico; una lettera che aveva messo don
+Cornelio tutto in festa, e gli aveva dato una consolazione, un buon
+umore di quelli ch’egli non sapeva nascondere. E in fatti non aveva
+potuto far a meno di darla subito a leggere, quella lettera, alla
+sorella. Delle lettere, Enrico, dopo la sua partenza, ne aveva mandate
+a don Cornelio un subisso. Eran lettere tutte piene di buone notizie,
+di speranze, di progetti che maturavano; e se c’era qualche volta anche
+il suo po’ di mestizia, era di quella de’ suoi ventitrè anni, dietro
+il cui velo traspariva un bel sole lucente. Il nome di Cristina poi
+c’era sempre, messo lì come a caso, alle volte solo in un poscritto,
+alle volte anche cancellato; eran lettere d’amore insomma, ma con
+l’indirizzo a don Cornelio. Questa volta però c’era qualche cosa di
+più. Ma sentiamolo lui.
+
+ “_Stimatissimo e carissimo don Cornelio_.
+
+ “Giorni sono sir Arturo, che è il figlio maggiore di sir James, mi
+ disse: “Dunque, caro Enrico, tra un mese si va in Italia noi due;
+ è un affare deciso.„ Credetti che scherzasse. Ma oggi sir James,
+ lui stesso, il capo della casa, mi fece chiamare, mi confermò la
+ notizia dicendomi di che cosa si tratta, e tracciandomi con poche
+ parole, asciutte ma precise, i miei doveri. Gli avrei buttate le
+ braccia al collo, tanto mi balzava il core per la consolazione. Ma
+ sir James ha la faccia così severa! e poi, s’era rimessi subito
+ gli occhiali, ed era tornato alla firma della corrispondenza.
+ Uscii dal suo gabinetto, rosso in faccia come un cocomero, e mi
+ sento ancora salir le fiamme in questo momento in cui le scrivo.
+ È il primo minuto che m’ho di libertà in tutta la giornata, e
+ prima di andar a desinare voglio proprio scriverle, mio caro,
+ mio buon don Cornelio, tutto quello che m’ha detto sir James. La
+ mia carriera è assicurata; la meta è raggiunta, o dirò meglio è
+ oltrepassata perchè non avevo mai sperato tanto. I miei sogni....
+ oh don Cornelio, mi permetta che dica il mio bel sogno! il sogno
+ che m’ho dinanzi giorno e notte, ora potrà diventare una realtà.
+ Io non le osavo prima d’ora parlar di Cristina che timidamente,
+ e forse lei non sa quanto l’ami. Le dissi è vero, l’ultima volta
+ che fui a Orobio, che io amavo Cristina, ma non seppi dirle tutta
+ l’immensità del mio affetto. Oh io l’amo molto di più! Ora ho il
+ coraggio di dirglielo, e non già perchè glielo dico da lontano e
+ mentre lei non mi guarda.... ma perchè ora posso confessare l’amor
+ mio apertamente, ma perchè ora Cristina potrà diventar mia!
+
+ “Mia!... E Cristina lo vorrà?... Questo è il solo dubbio che turba
+ tutta la mia contentezza. Ma poi penso, io ho un amico. C’è don
+ Cornelio! don Cornelio saprà dire a Cristina quanto sia grande il
+ mio affetto, quanto la voglio render felice.... le saprà rendere
+ più accetto il mio desiderio in nome d’un desiderio che le sarà
+ sacro. Oh se sapesse, don Cornelio, quale dolce commozione, quanto
+ conforto, quanta forza, lei m’ha dato il giorno in cui mi confidava
+ che il conte Maurizio, il mio secondo padre, m’avrebbe volontieri
+ affidata per sempre la sua Cristina! Mi ripeta, mi ripeta quelle
+ parole.... oh don Cornelio! le ripeta, le ripeta ora anche a
+ Cristina!
+
+ “Io voglio sperare che sarà contenta anche la signora zia di
+ Cristina, dopo che lei le avrà parlato, e l’avrà assicurata che io
+ posso offrire a sua nipote un avvenire buono e sicuro.
+
+ “Oh quante cose deve fare don Cornelio per me! Io non riuscirei
+ forse da solo a farne neppur una. Ma lei ha il cuore così grande!
+
+ “Mi scriva, mi consigli, mi diriga. La stringo al cuore stretto
+ stretto, anzi le salto al collo come quando ero fanciullo, e le
+ mando tanti baci.
+
+ “Ora aspetterò una sua lettera, e m’ho già la febbre
+ dell’impazienza addosso.
+
+ “Mi saluti tanto tanto la signora Angelica. Le dica che mi ricordo
+ sempre di lei.... poi le faccia indovinare la buona notizia. Ne
+ avrà un gran piacere di sicuro, perchè è tanto buona, e poi mi vuol
+ bene, e ne vuole tanto a Cristina.
+
+ “Il suo ENRICO.„
+
+ “_PS_. Oh don Cornelio, mi perdoni! m’accorgo rileggendo la
+ lettera che ho dimenticato di scriverle le parole che mi ha dette
+ sir James. Gliele scriverò domani tutte, fino ad una; le ho così
+ impresse che non scappano. Intanto le dirò in fretta di che cosa
+ si tratta. La Casa vuole allargare in Italia i suoi traffici, e vi
+ manda sir Arturo in missione per un anno. Io lo devo accompagnare,
+ e dopo un anno mi sarà affidata la rappresentanza della Casa in
+ Italia. Avrò uno stipendio di 400 sterline; e più tardi, se me lo
+ saprò meritare, anche un tanto nei guadagni. Mi par di sognare. Ma
+ son desto, e come son desto! E _Ugolino?_ Mille carezze anche a
+ _Ugolino_.„
+
+Dopo la lettura di questa lettera, don Cornelio s’era stropicciati gli
+occhi per accertarsi d’esser desto anche lui. Poi s’era lasciato andare
+alla più schietta allegria; aveva chiamata la sorella, aveva riletta la
+lettera a voce alta, facendo ora una esclamazione, ora un commento, e
+poco era mancato che non ne facesse parte a tutti gli amici del paese.
+Poi, riflettutoci un po’, aveva persuaso la sorella, la quale scoppiava
+dalla consolazione, che bisognava lasciar maturare le cose, che
+bisognava aspettar l’arrivo di donna Fulvia, di Cristina, e fors’anche
+quello d’Enrico, e che per il momento non si doveva far parola della
+lettera con nessuno. Poi quel giorno stesso aveva risposto a Enrico
+congratulandosi con lui; assicurandolo che avrebbe fatto dal canto suo
+quanto si poteva, ingiungendogli però di non far nulla, ogni volta che
+si trattava di Cristina, senza avernelo consultato; e raccomandandogli
+infine di condursi con calma e con circospezione, e di tener tutta per
+sè fino al momento opportuno la sua giustissima allegrezza.
+
+All’allegrezza intanto don Cornelio aveva lasciato libero il corso per
+conto proprio; cosa che faceva stupire grandemente il sindaco, il quale
+non comprendendo la ragione di quell’improvvisa allegria, aggrottava le
+ciglia e gli borbottava:
+
+— È per la venuta di donna Fulvia che lei si frega le mani?
+
+— E perchè no! — rispondeva don Cornelio.
+
+— Vedrà, vedrà! ho già le mie informazioni io!... una vecchiaccia
+aristocratica.
+
+— Del bene però ne ha fatto. E poi vien Cristina.... la rivedo tanto
+volontieri quella buona figliola!
+
+Anche la signora Angelica non sapeva star nella pelle. “Cos’ha la
+signora Angelica?„ domandava la gente del paese, e tutti le si facevan
+d’attorno. “Viene Cristina, viene Cristina!„ rispondeva la signora
+Angelica, e poi fuggiva per non esser costretta a dire di più.
+
+Venne finalmente il giorno dell’arrivo di donna Fulvia. A Orobio non
+s’era venuto a saperlo di preciso che il giorno innanzi; e c’eran
+stati, a questo proposito, discussioni, dispiaceri, capannelli, e
+chiacchiere da non finirla più. Che si dovesse fare a donna Fulvia
+un ricevimento coi fiocchi, lo dicevan tutti; bisognava dimostrarle
+riconoscenza pei benefici fatti, tanto più che ne poteva fare degli
+altri. Ma poi chi voleva la banda, chi le campane, chi i mortaletti, e
+chi non voleva niente di tutto ciò. Questi ultimi, ch’erano i lettori
+d’un giornaletto arrabbiato della provincia, avrebbero pur voluto un
+ricevimento solenne, ma fatto in modo, se si poteva, che nessuno se
+n’accorgesse. La conclusione fu che non si fece nulla. Quando donna
+Fulvia arrivò, c’eran per strada molti curiosi a vederla passare, e tre
+o quattro meglio vestiti, con don Cornelio alla testa, ad aspettarla
+sotto il portico del palazzo. Il sindaco non s’era lasciato vedere; e
+lo speziale, dopo averci pensato un poco, s’era deciso d’andarci, ma in
+modo da arrivare quando gli altri ne ritornavano.
+
+Arrivata la carrozza, e aperto lo sportello dal servitore sceso di
+cassetta, uscì per il primo il signor Valassina, poi la cameriera con
+in braccio _Fleurette_, e per ultima scese donna Fulvia. Don Cornelio
+allungò il collo cercando con gli occhi Cristina, ma Cristina non c’era.
+
+Donna Fulvia aveva l’aria di malumore, era stanca, accaldata. Don
+Cornelio, ch’era rimasto a un tratto mortificato e un po’ con la
+faccia lunga, cominciò a biascicare qualche parola di complimento; ma
+donna Fulvia non si diede gran premura d’ascoltare perchè era intenta
+a far levare dalla carrozza un monte di scialli, di borsettine, e di
+sacchette. Don Cornelio stava per ricominciare il suo complimento,
+quando si sentirono tutt’a un tratto dei guaiti acuti di _Fleurette_
+che faceva _caino_, _caino_, scappando affannosamente. Cos’era, cos’era
+stato? _Fleurette_, appena fuori di carrozza, aveva adocchiato nella
+corte _Ugolino_, venuto anch’esso al ricevimento dietro don Cornelio,
+e gli si era fatta vicina ringhiando. _Ugolino_ che non era in vena di
+galanterie, aveva risposto con una mossa come di chi volta le spalle,
+e _Fleurette_ se n’era approfittata per addentargli la coda. _Ugolino_
+non era un accattabrighe, ma, per l’onor dei cani del paese, non
+tollerava scherzi, specialmente da cani forestieri. Si pensi quindi che
+pettinata era toccata a _Fleurette_. Donna Fulvia, la cameriera, il
+servitore, furono addosso in un attimo al povero _Ugolino_, il quale fu
+appena in tempo di raccomandarsi alle gambe e di infilare la porta.
+
+— Ne ho già visti tre o quattro di questi cagnacci, nell’attraversare
+il paese! — esclamò donna Fulvia in tuono arrabbiato e secco. — Ma
+saprò dare i miei ordini. Cani per le strade non se ne devono veder più!
+
+La missione di donna Fulvia era incominciata.
+
+Don Cornelio non osò prender le difese di _Ugolino_ per non confessarsi
+in quel momento conoscente del reo; fece i suoi saluti, che furono
+ricambiati da donna Fulvia con una cortesia un poco asciutta e
+rannuvolata; poi lui, e quei quattro che aveva in compagnia, rifecero i
+loro inchini, impacciati più di prima, e si accomiatarono.
+
+La signora Angelica, ch’era venuta fino al portone del palazzo per aver
+più presto le nuove di Cristina, e anche con la speranza in cuor suo di
+vederla, si fece subito incontro al fratello.
+
+— E Cristina? Cristina?
+
+— Cristina.... non c’è.... per ora.... — rispose don Cornelio un po’
+distratto e imbarazzato avviandosi verso casa.
+
+— Ma come! Ma perchè non è venuta?... Dite su, e verrà presto? Cosa
+v’ha detto donna Fulvia?...
+
+— Oh, quante domande!... Sicuro che Cristina dovrà ben venire,
+fors’anche presto.... ma poi non ho avuto il tempo, lì per lì, di far
+tante chiacchiere con donna Fulvia.
+
+— Oh che benedett’uomo che siete voi alle volte....
+
+— E che benedetta donna che siete anche voi! Donna Fulvia era
+stanca.... da non poterne più, e volevate che la tenessi lì, in
+corte per un’ora, e la sottoponessi a un interrogatorio? Un po’ di
+discrezione, un po’ di creanza la ci vuole! Donna Fulvia poi non
+riparte domattina. C’è tempo da domandargliene delle cose!
+
+Angelica tacque, ma non pareva troppo persuasa.
+
+— Oh, a proposito, — riprese — cos’è successo? Ho visto _Ugolino_
+scappar fuori dal portone, e via di gambe senza darmi retta...
+
+— _Ugolino_ è un asino!
+
+— Oh cos’ha fatto?
+
+— Mi va ad abbaruffarsi con la cagnolina di donna Fulvia. Domando io se
+quello era il momento! se c’è prudenza, se c’è criterio!
+
+— La colpa non sarà sua, ne son sicura, perchè l’ho visto in tante
+circostanze.
+
+— Intanto per un po’ di giorni il signor _Ugolino_ se ne starà in casa.
+Badateci bene anche voi!
+
+— Oh, ma questa poi è un’esagerazione! — osò dire Angelica facendosi
+tutta rossa.
+
+— So io quel che mi dico... una ragazzata la si compatisce... ma questa
+volta me l’ha fatta grossa....
+
+— Oh don Cornelio già di ritorno! — esclamava intanto il farmacista
+facendosegli incontro. — M’avviavo appunto per presentare, unitamente a
+lei, i miei omaggi alla signora donna Fulvia.
+
+— Sarà per un’altra volta.
+
+— Oh certamente.... e che cosa le ha detto donna Fulvia?
+
+— Tanti saluti a tutti, tanti saluti. — Ed entrò in casa, intanto che
+il farmacista stava pensando un’altra domanda.
+
+
+
+
+XI.
+
+
+Per diversi giorni donna Fulvia stette rinchiusa in casa, e non volle
+veder nessuno. A chi veniva per ossequiarla faceva dire che gli avrebbe
+ricevuti poi a suo tempo, e che anzi, venendo quando l’avrebbe detto
+lei, le avrebbero fatto anche un piacere maggiore.
+
+I più curiosi avevan cercato di spiarla quand’era in chiesa; ma in
+chiesa donna Fulvia ci stava con tanta umiltà, e in un posto così
+separato e distinto da tutti, che non era stato possibile a nessuno di
+vederla in faccia.
+
+Il signor Valassina invece, s’era dato nel frattempo molto d’attorno
+cercando di veder tutto, di parlare di tutto, e di sapere i fatti di
+tutti, con l’aria di confidare i propri. Nè si era accontentato di
+Orobio; col pretesto degli affari di donna Fulvia, in pochi giorni
+egli aveva fatto conoscenza anche con moltissimi dei paesi vicini, e
+s’intende, gli aveva fatti cantar tutti; in modo, ch’ebbe subito pronta
+tutta la messe che occorreva per il vaglio di donna Fulvia. Fra le
+conoscenze fatte c’era stata anche quella di don Innocente; ed anzi,
+siccome era stato uno dei principali somministratori della messe,
+così ne lo aveva ricambiato con una pronta amicizia e con una special
+protezione.
+
+Finalmente un bel giorno fu annunziato che donna Fulvia si sarebbe
+compiaciuta di ricevere le persone principali del paese, e che dava
+principio ai ricevimenti. A tale notizia non è a dire come don Cornelio
+si mettesse in movimento. Gli premeva che donna Fulvia fosse di buon
+umore, che pigliasse ad amare il paese, che vi soggiornasse lungamente,
+e vi continuasse, come un tempo, l’opera benefica del povero conte
+Maurizio. Con la sua pazienza e con la sua bonarietà don Cornelio
+otteneva quel che voleva, e così ottenne che andassero da donna Fulvia
+anche i più ruvidi, anche il sindaco; e che più d’uno di tanto in tanto
+lasciasse la mezzetta dell’osteria per l’acqua cedrata di donna Fulvia.
+
+Per tre o quattro settimane le cose non andarono male. Ogni sera in
+casa di donna Fulvia, c’era la partita a tarocchi, e ogni domenica un
+pranzetto. Gli ospiti di solito erano don Cornelio e il suo coadiutore,
+il sindaco, il dottore, lo speziale e diversi preti dei paesi vicini
+che mano mano andavan crescendo in numero. Il più assiduo era don
+Innocente. Una certa soggezione li teneva tutti in riga; parlavan
+quindi pochissimo; e questo è già un buon mezzo per andar d’accordo.
+Donna Fulvia, un po’ perchè li voleva studiare a uno a uno, un po’
+perchè si compiaceva a vederli così ossequiosi e deferenti, s’era
+tenuta nei primi tempi in un certo riserbo benevolo, che in quella
+prima luna di miele, bastava per addolcire i commenti. Don Cornelio
+ne gioiva tutto. Egli s’era ben accorto, fin dalla prima volta che
+l’aveva veduta, con che caratteruccio caustico avrebbe avuto a che
+fare, e n’era rimasto tutto conturbato e pieno in cuor suo di dubbi e
+di malinconia; ora però cominciava a sperare. Sperava che fosse facile
+ammansirla, e cavarne qualche buon frutto, come gli era riuscito con
+altre piante spinose.
+
+Ma, a poco a poco, al tavolino de’ tarocchi, e in fin di tavola, dopo
+un buon pranzo, le lingue incominciarono a sciogliersi un po’ di
+più, e incominciarono anche i primi guai. Alcune prime lezioncine,
+bruschette, s’intende, donna Fulvia principiò a darle al coadiutore di
+don Cornelio, ch’era anche il più giovane e il più timido di tutti;
+forse per educarlo a modo suo, o fors’anche volendo “dire a nuora
+perchè suocera intenda.„ La suocera in questo caso era don Cornelio.
+Una sera il povero don Luigi, avendogli qualcun domandato: “Ebbene,
+che novità ci sono?„ s’era messo a ripetere una poca novità pescata in
+un giornaletto della provincia che non era quello della Curia. Donna
+Fulvia non lo lasciò neanche finire.
+
+— Come! don Luigi, — gli disse seccamente, — lei si dà alla lettura
+d’una gazzetta qualsiasi? Non sa quali sono i giornali che lei deve
+leggere?
+
+Il medico, che stava giocando al tavolino, credendo sulle prime che
+donna Fulvia scherzasse:
+
+— Ma come? — soggiunse con affettazione, — lei legge altri giornali, e
+non solamente quello di don _Ammazzasette_?
+
+— Ma dottore! — saltò su don Cornelio, — badi al gioco.... cosa mi fa?
+non ha veduto che chiamavo tarocchi? — e facendo la voce grossa cercò
+di sviare il temporale.
+
+— Sciocchezze! — saltò su donna Fulvia interrompendo il dottore; e fu
+il primo lampo.
+
+Allora il dottore piccato, cominciò quietamente, tra una giuocata e
+l’altra, a far la storia di don _Ammazzasette_, come lo chiamavano,
+il quale era un prete già professore, che, dopo molte peripezie,
+aveva mutato di diocesi e di provincia, e s’era fatto giornalista
+intransigente nel capoluogo di quella valle.
+
+Che donna Fulvia avesse intanto i nervi in burrasca si capiva da alcune
+contrazioni della bocca ch’eran di solito foriere d’uno scroscio. Ma la
+tratteneva una certa soggezione in cui era ancora col dottore; e tutta
+contegnosa e silenziosa fingeva di non udire, e non levava gli occhi
+dalle carte. Di tanto in tanto però scattava.
+
+— Cose che si contan nelle bettole! — saltò su a un tratto.
+
+— Scusi, interruppe il sindaco, tutti ne parlano. Io, per esempio,
+queste cose le ho risapute anche da qualche buon prete, all’orecchio,
+s’intende, perchè don _Ammazzasette_ li fa tremar tutti; ma poi un
+poveraccio, quand’è stanco di accuse, di fulmini, di predicozzi, di
+semestri d’abbonamento, di collette e di oboli, versati a furia di
+rappezzi sulle brache.... allora qualcosa mormora, il poveraccio!
+Mormora dell’esattore.... e anche di don Ammazzasette.... è naturale!
+Tanto più che non è certo costui quello che gli insegni precisamente
+l’indulgenza per il prossimo.
+
+Don Cornelio cercava di interrompere ora l’uno ora l’altro ma non c’era
+modo. Il dottore era piccato, e tirava innanzi impassibile e con tutta
+flemma.
+
+— No, davvero, non son gli articoli del suo giornale che insegnino nè
+l’amor del prossimo, nè la carità, nè il perdono....
+
+— Ma che ci ha a che fare tutto ciò coi giornali? — esclamò con
+impazienza donna Fulvia.
+
+— Pochissimo di solito, ne convengo; ma un pochino forse di queste
+virtù cristiane non sarebbero fuori di posto anche in un giornale,
+quando il giornale dice di essere cristiano cattolico per eccellenza.
+
+— Lasci, lasci queste cose, signor dottore, a chi se ne intende.
+
+— Oh io non ho questa pretesa, anzi non me ne intendo affatto; ma come
+metterebbe lei d’accordo gli articoli di don _Ammazzasette_, e di
+altri suoi colleghi, con quegli ammaestramenti che dicono: “offrite la
+guancia al percotitore.... scagli la prima pietra chi....„
+
+— Quelli erano altri tempi!
+
+— Precisamente. E ciò che concludo anch’io, — disse con ironia il
+dottore, e poi si tacque.
+
+Dopo quella partita non se ne fecero altre. La conversazione rimase
+arenata, e, dopo un silenzio lunghetto e dei saluti fredducci, la
+serata finì mandandoli tutti a letto di malumore.
+
+— E voi, Cleofe, ricordatevi di non ammalarvi in questo paese, — diceva
+poco dopo donna Fulvia alla cameriera, intanto che questa le levava
+le due coppie di ricci, e le presentava la cuffia da notte. — C’è un
+medico al quale non darei da curare il gatto.
+
+Donna Fulvia fu per parecchi giorni arrabbiata anche con sè stessa per
+non aver risposto al dottore, quella sera, come avrebbe voluto. Gliene
+veniva in mente ogni tratto una più salata dell’altra, ma era tardi.
+Pensò di metterle in serbo per la prima occasione; ma poi, per non
+tenersele troppo, finì col regalarle ad altri, perchè il dottore per un
+gran pezzo non si lasciò più vedere.
+
+Una buona dose di quelle bottate cominciò a sfogarle col sindaco
+e con lo speziale, coi quali si sentiva meno in soggezione. E
+l’uno e l’altro, condotti da don Cornelio, si trovavano una sera a
+conversazione nel suo salotto, dove c’erano anche don Innocente ed
+altri personaggi del paese, di quelli che non parlano. Lo speziale era
+in vena di discorrere. Quando si trovava con persone nuove lo speziale
+amava farsi conoscere come uomo dotto; amava lasciar capire che c’era
+in lui una certa superiorità; ch’era uomo di scienza; ch’era anche
+filosofo se occorreva; e che nella scienza e nella filosofia poi sapeva
+avere delle idee arditissime; che sapeva persino essere all’occorrenza
+un libero pensatore, come si direbbe. Non che lo fosse: alle funzioni
+della parrocchia, ci andava è vero con l’aria di fare un favore a
+Domeneddio, ma ci andava sempre.
+
+— Che ne pare, a donna Fulvia, di questi paesi? — aveva cominciato lo
+speziale. — Cosa ne dice di questo nostro Orobio?
+
+— Fin ora non ne dico niente — aveva risposto donna Fulvia.
+
+— Capisco, le mancano i dati statistico-morali; ma non le sarà
+malagevole l’averne qualche idea sintetica, come diciamo noi, se vorrà
+percorrere meco....
+
+— Tante grazie, non s’incomodi.
+
+— È un pezzo che io le vado studiando queste popolazioni, che le
+analizzo, come diciamo noi.... Io le credo le vere discendenti dei
+Cenomani; ne hanno tutti i caratteri. Intelligenza pronta, riflessiva,
+spirito analitico, disposizione alle scienze positive.... insomma siamo
+Cenomani! Basta osservare le nostre scuole.... Coraggio, caro sindaco!
+aumentate le nostre scuole, raddoppiatele, ve lo dico sempre!
+
+— Non le abbiam forse raddoppiate da un pezzo? — saltò su il sindaco.
+
+— Sta bene, ma avanti, e sempre avanti! Sono incommensurabili i frutti
+che si possono cavare dalle nostre popolazioni fortemente istruite! Ma
+bisogna che l’istruzione sia scevra di pregiudizi, che sia filosofica,
+positiva. Allora avremo delle masse illuminate, robuste; avremo delle
+masse....
+
+— Avrete una massa d’asini più di prima! una massa di prosuntuosi, e di
+petulanti! — esclamò, interrompendolo, donna Fulvia che incominciava a
+perdere la pazienza.
+
+— Benissimo! Dice bene la signora contessa! Proprio così! — esclamò
+anche don Innocente, fregandosi le mani.
+
+Lo speziale e il sindaco si voltarono verso quest’ultimo come due
+basilischi, e stavano per ripicchiare su lui la botta di donna Fulvia.
+Ma intervenne a tempo don Cornelio, il quale un po’ canzonando in bella
+maniera lo speziale, un po’ interpretando benignamente le diverse
+opinioni, rimise per un momento la conversazione in carreggiata, e
+riuscì a far parlare delle sue scuole il sindaco, il quale ne era
+molto glorioso. Il sindaco fece la sua narrazione, un po’ lunghetta,
+non ommettendo qua e là, con una certa modestia, di far cenno degli
+elogi che aveva ricevuti a voce ed in iscritto dai superiori scolastici
+e dal prefetto. Poi com’ebbe finito, guardò donna Fulvia con l’aria
+d’aspettare anche gli elogi suoi.
+
+Donna Fulvia lo lasciò aspettare un pochino, poi in tuono calmo e
+con aria di protezione gli rispose: — Le scuole possono essere una
+buona cosa, ne convengo; non le sue, però. Lo creda a chi se ne
+intende. Ne riparleremo; e a suo tempo me ne occuperò anch’io delle
+sue scuole. Intanto comincio col dirle che per gli asili non divido il
+suo entusiasmo, e che nelle classi elementari poi, c’è molta roba da
+mettere in disparte... Figurarsi! anche la storia e la geografia!...
+cose che scaldan le teste dei ragazzi. Quanto poi alle scuole serali...
+son di moda, lo so; ma lo creda a me, signor sindaco, alla sera la
+gente sta bene a letto. — Poi voltandosi a un tratto verso lo speziale,
+col fare un pochino ironico continuò: — Lei mi deve scusare se l’ho
+interrotto poco fa; non m’ha finito il suo programma scolastico,
+sentiamone anche il resto; dica su, non me ne privi. —
+
+Lo speziale, che dopo la brusca interruzione di donna Fulvia era
+rimasto alquanto sconcertato, si rasserenò subito a quell’invito; e
+pigliatolo sul serio, si rimise a raccapezzare le idee, e a riprendere
+il filo del discorso.
+
+Un gran temporale s’era invece rapidamente addensato nella testa del
+sindaco. Don Cornelio se ne accorse, ed ebbe un momento di spavento. Il
+sindaco tutto acceso in faccia, s’era levato in piedi per cercare il
+cappello. Trovatolo, disse con la voce alterata: “felice notte„: fece
+un inchino, sbagliò la porta un paio di volte, e se ne andò.
+
+— Innanzi tutto, — continuò lo speziale — noi vogliamo l’istruzione
+obbligatoria, meno s’intende quando abbiamo i lavori della campagna, o
+quelli delle filande; la vogliamo gratuita....
+
+— Oh, la vorrei gratuita anche per me — saltò su donna Fulvia — che ne
+dovrò far le spese per una buona parte.
+
+— E laicale... non escludendone però don Cornelio, ottimo direttore
+delle nostre scuole.
+
+— Ah, è lei don Cornelio il direttore delle scuole? il direttore della
+storia, della geografia, e di tutte le cosarelle che abbiam sentite?...
+È un direttore di scuole comunali anche lei don Innocente?...
+
+— Oh, il cielo me ne guardi, signora contessa, — rispose subito don
+Innocente. — Non me ne immischio io in queste cose, non me ne immischio!
+
+Don Cornelio non rispose. S’era messo a sfogliare e a leggicchiare un
+libro, e finse di non aver sentite le parole di donna Fulvia.
+
+— Poi, — continuò lo speziale intento sempre a raccappezzar le idee
+— poi vorrei con un sistema coordinato e complesso risollevare le
+popolazioni campagnole alla coscienza di sè medesime e della loro
+missione; mi spiegherò.
+
+— Mi farà piacere.
+
+— Bandire il pregiudizio, e sostituire la scienza. Questa è la meta. Ma
+per arrivarci bisogna innanzi tutto che le masse siano penetrate della
+superiorità del metodo sperimentale, positivo, analitico. Vorrei dunque
+istituire una scuola a questo scopo. Poi vorrei fare un gran bucato di
+tutto l’empirismo, di tutti i pregiudizi. E qui comincerei a fare agli
+agricoltori, una buona scuola di....
+
+— Oh, faccia dei buoni decotti agli agricoltori quando ne abbisognano!
+— saltò su don Cornelio interrompendolo, e desideroso che la finisse.
+
+— Mi scusi, don Cornelio, — continuò lo speziale — su questo, punto,
+lei lo sa, non andiamo d’accordo. Il suo programma, per me, è troppo
+limitato....
+
+— Lo lasci finire, — disse donna Fulvia, — lo lasci finire.
+
+— Io vado molto più in là, — continuò lo speziale tutto contento
+dell’appoggio di donna Fulvia. — Vorrei scuole di botanica, di chimica,
+di fisica celeste e terrestre, di antropologia....
+
+— Oh, che parolone mi va lei pescando! Scusi la mia ignoranza, ma
+questa poi m’è nuova.
+
+— Noi diciamo _antropologia_ la scienza che tratta dell’uomo, — disse
+lo speziale con gravità e con soddisfazione.
+
+— Ah, capisco, — soggiunse donna Fulvia dopo un momento di riflessione.
+— Sarebbe mai quella scienza che insegna che l’uomo viene dalle
+scimmie? E sarebbe forse anche lei di questo parere?
+
+— Ma, ma... donna Fulvia mi propone una grave questione! Io... finora,
+non mi pronunzio. La scienza ha i suoi ardimenti... io li rispetto...
+non ammetto... non nego....
+
+— Ah lei è in dubbio? — rispose donna Fulvia con quel tono ch’era
+l’antifona d’una frecciata. — Aggiustiamola, com’è così; dalle scimmie
+discenderà lei, se le accomoda, io no di certo!
+
+Lo speziale rimase tanto colpito e confuso che non trovo più una parola
+nè per rispondere nè per continuare il suo programma scolastico. La
+conversazione finì. Ci fu un lungo silenzio; poi don Cornelio disse
+qualche parola sulla pioggia e sul bel tempo; poi sonarono le dieci, e
+dopo i soliti inchini ognuno se ne andò pei fatti suoi.
+
+La mattina seguente, sindaco e speziale andarono a sfogarsi da don
+Cornelio. Capitò per il primo lo speziale. Gli coceva più che mai
+l’affar delle scimmie. La teoria del discenderne tutti l’avrebbe
+accettata senza difficoltà; ma di discenderne lui solo, non ne voleva
+sapere. Don Cornelio fece più volte per tranquillarlo, per fargli
+capire che anche lui più volte era andato fuori di casa co’ suoi
+discorsi, e che se gli era toccata una botta, se l’era anche tirata
+addosso; ma non gli riuscì così presto. Lo speziale non si quietò se
+non dopo una lunga confutazione con la quale volle metter donna Fulvia
+in un sacco. Cosa che don Cornelio gli lasciò fare con suo comodo,
+tanto più che non c’era nè donna Fulvia, nè il sacco.
+
+Don Cornelio avrebbe voluto acquietar subito anche il sindaco. Ci mise
+tutto l’impegno, sprecò un paio d’ore, ma fece un buco nell’acqua.
+Anche il sindaco era stato punto sul vivo, e il solo conforto del suo
+amor proprio era quello di veder giustificate le sue diffidenze, le sue
+previsioni e l’antipatia presentita per donna Fulvia.
+
+— L’avevo detto io! Lo sapevo io! E lei che non mi voleva credere!
+Ma gli è che le cose le vedo da lontano io! — E di questo tono non
+la finiva più. Don Cornelio per buttar acqua sul fuoco gli andava
+concedendo molto, gli concedeva tutto, e intanto cercava di tirarlo a
+ragionare sul bene che si poteva ricavare anche dal male; cercava di
+mostrargli come a poco a poco, con la pazienza e con la tolleranza, si
+sarebbero potuti smussare gli spigoli di donna Fulvia, la quale alla
+fin fine poi doveva avere buon cuore, e poteva fare del gran bene al
+paese.
+
+— Lei è l’uomo della buona fede! gliel’ho sempre detto. Non ne è
+guarito mai, ma questa volta ne dovrà guarire per forza. La pace del
+nostro paesello è finita, me lo dice un presentimento. Di me poco
+m’importa; ma mi cruccio per il paese, e se vuole proprio che gliela
+dica, mi cruccio per lei!... Apra gli occhi, don Cornelio, apra gli
+occhi!...
+
+Don Cornelio rideva, ma il sindaco facendosi sempre più serio, ed anche
+più calmo, prese a rammentare i guai che negli ultimi anni avevano
+mano mano messo sossopra parecchi paeselli vicini. Disse che aveva già
+veduto, in pochi giorni, uno stormo d’uccelli del mal augurio convenire
+in paese, e farsi in giro a donna Fulvia.
+
+— Nei nostri paesi una volta, — continuò il sindaco, — lei lo sa,
+c’era sempre un buon curato, un buon prete ch’era il padre e l’amico
+di tutti; ch’era spesso quello che ne sapeva più degli altri, e sempre
+quello che aveva il cuore più largo; che nei dissidi metteva la pace,
+che faceva all’occorrenza da arbitro, da conciliatore, e da capo del
+Comune; che tutti riverivano ed amavano perchè era il primo patriotta
+del paese. Li ho conosciuti io, e li rammenterà anche lei, i nostri
+buoni curati d’un tempo!... quelli del quarant’otto!... Ma quei
+tempi sono passati. L’un dopo l’altro sparirono da questo mondo... o
+perseguitati dovettero nascondersi. Al loro posto ci sono i nuovi. I
+più vengono guardandosi in giro sospettosi come sentinelle in un paese
+nemico; tra loro e le faccende di questo mondo piantano in mezzo una
+siepe di spini; e la gente che non vuol pungersi, li lascia al loro
+posto, come piuoli senza radici e senza frutti. Canzonare il curato è
+ora un canzonare chississia. Se ce n’è uno buono, bisogna che anche
+lui si tenga chiuso sotto quattro catenacci; e i più sono anche poveri
+e ignoranti, perchè a chi mai può piacere una vita simile?.... Forse
+altrove non sarà così; ma a noi è così che ci li mandano adesso.... Lei
+è l’ultimo, in questi paesi, dei nostri preti del quarant’otto... e lo
+creda a me, la spazzeranno via anche lei!...
+
+Don Cornelio non rideva più, e rimase per tutto quel giorno malinconico
+e sopra pensiero.
+
+
+
+
+XII.
+
+
+Anche don Cornelio intanto che faceva da paciere, ebbe presto da donna
+Fulvia la sua parolina di biasimo; e sì ch’egli aveva fatto proprio
+tatto il possibile per scansarla. Fermo nella speranza di abbonir donna
+Fulvia, di farle amare la gente del paese, di farla diventar la loro
+provvidenza, aveva bisogno poi che questa gente le facesse festa, e le
+fosse attorno con quella deferenza e con quell’affetto che guadagnano
+gli animi. Ma era un problema difficile. Quanti gliene conduceva si
+aggiungevano a poco a poco al numero degli imbronciti, e aumentavano il
+da fare di don Cornelio. Non sarebbero stati lontani quelli di Orobio
+dall’accordare a donna Fulvia la loro deferenza, ma bisognava che
+donna Fulvia ne avesse dimostrata loro in anticipazione altrettanta.
+Figurarsi! E don Cornelio intanto era tutto in faccende a persuadere,
+a calmare, a sgridare all’occorrenza, a cercar gente nuova da condur
+da donna Fulvia, e a ricondurle qualche disgustato mansuefatto. Fin
+sua sorella dovette mansuefare: la buona signora Angelica! La signora
+Angelica per ubbidire ai suggerimenti di don Cornelio, dopo aver resi
+i suoi omaggi a donna Fulvia, aveva offerta la sua amicizia e i suoi
+servigi alla cameriera, la Cleofe, usandole tante piccole attenzioni,
+facendole de’ regalucci, e insegnandole persino a fare il croccante. La
+Cleofe accettava tutto, ma si lamentava di tutto. Orobio per lei era il
+più brutto paese di questo mondo, e andava ripetendo che c’era tutto
+da mutare da cima a fondo, fin la gente, fin le montagne. La signora
+Angelica aveva sempre usato una gran prudenza; ma ora, e specialmente
+su certi argomenti, cominciava a rimbeccarla e a perdere la pazienza.
+
+La Cleofe amava discorrere, e far sentire la sua superiorità, in
+argomenti di teologia. Diceva che le cotte del curato non erano
+pieghettate come si doveva; che il curato non metteva mai nelle
+prediche il più piccolo testo latino, e che quando raccomandava
+l’elemosina non la raccomandava abbondante; diceva che il curato era
+di maniche larghe, che aveva abolite tante belle usanze, e che Orobio,
+anche secondo il parere di don Innocente, andava diventando un paese di
+eretici.
+
+Don Cornelio rideva; ammoniva la sorella a non badarci, e a tacere,
+raccomandando a lei come a tutti d’aver pazienza. Sino al povero
+_Ugolino_ doveva raccomandar la pazienza, quando gli si piantava
+dinanzi e lo guardava fisso, come a dire: che novità son queste? La
+novità era che don Cornelio non lo conduceva più con sè che quando
+usciva di paese, e che gli era imposta una vita tutta di casa, per
+impedirgli le dispute con _Fleurette_.
+
+Ma, a malgrado di tanto zelo e di tante precauzioni, la politica di
+don Cornelio non riusciva a grandi risultati. I migliori del paese
+eran tutti, chi più chi meno, o disgustati, o malveduti. Gli sciocchi,
+i maligni, i credenzoni, andavan da donna Fulvia a bever grosso, o a
+dargliene a bere: donna Fulvia, malcontenta di tutto e di tutti, era
+persuasa che a Orobio non c’era nulla di buono; che tutto era guasto,
+come aveva preveduto lei, e che bisognava fare e rimutare grandi
+cose. Ma non sapeva poi come appigliarsi. Alla fine s’era decisa di
+chiamare in soccorso il padre Felice; ma, non volendo confessargli
+completamente il suo imbarazzo, le occorreva un’occasione, un
+pretesto, per sottoporgli il caso e avere de’ consigli, senza ch’egli
+se ne avvedesse, come le pareva d’aver fatto in altre circostanze.
+L’occasione venne presto, e fu quella della festa che si celebrava
+in paese nell’ottobre, il giorno di San Luca, ch’era il santo della
+parrocchia. Donna Fulvia pensò di far venire per quel giorno sua
+figlia, il genero e Cristina; e di pregare anche il padre Felice a
+voler essere della compagnia per fare una scampagnata, e vedere Orobio
+nella sua giornata solenne. Detto fatto, scrisse alla figlia, al genero
+e al padre Felice; gli inviti furono accettati con piacere; e la
+Cleofe, seguita affannosamente da _Fleurette_, fu tutta in faccende a
+far camere e a spolverare.
+
+Prima che arrivassero i suoi invitati, donna Fulvia volle prendere con
+don Cornelio qualche concerto per il giorno della festa; e fu allora
+che a don Cornelio toccò una prima censura, con la quale donna Fulvia
+gli volle anche far capire che non era troppo contenta di lui.
+
+— Dunque non sono che tre i sacerdoti che lei ha invitati per le
+funzioni della festa? — domandò donna Fulvia dopo qualche altra
+interrogazione, e dopo una pausa, durante la quale la sua faccia s’era
+composta a molta serietà.
+
+— Appunto, — rispose don Cornelio. — È quello che faccio di solito in
+simili occasioni.
+
+— E s’è sempre fatto così? — domandò, dopo un’altra pausa, donna Fulvia
+la quale aveva avute prima le sue informazioni.
+
+— Si fa così da molti anni. Una volta c’era anche qui l’usanza di far
+molti inviti, e per la festa di San Luca venivano quindici o venti
+preti; ma siccome venivano di lontano, la fabbriceria doveva dar
+loro un pranzo; pranzo ch’era diventato un pranzone, perchè tutti in
+paese si credevano in diritto d’essere invitati, e che costava alla
+fabbriceria più di trecento lire all’anno. Per un po’ lasciai fare, ma
+poi una bella volta la feci finita. Ora non invito più che due o tre
+preti, i quali vengono a dividere il modesto desinare di casa mia, e
+faccio dare le trecento lire ai poveri il giorno della festa.
+
+— L’elemosina sta bene, ma quanto alla soppressione degli inviti al
+clero le dico, senza complimenti, male, malissimo. Il pranzo era una
+conseguenza.... e non era poi una cattiva usanza dal momento che il
+popolo, a quanto parmi di aver sentito dire, lo chiamava il pranzo
+sacro.
+
+— Oh donna Fulvia! lo chiamavano proprio così! E non le pare che questi
+nomi appaiati mi dovessero bastare per farla finita? Ma si diceva di
+più....
+
+— Non occupiamoci delle sciocchezze, — saltò su donna Fulvia che voleva
+biasimare, e tagliar corto. — Intanto il popolo non vede più la festa
+fatta col dovuto decoro.... e ciò, le ripeto, è male, malissimo.
+
+— Il popolo faceva ala a veder sfilare i preti che venivano dal pranzo;
+ognuno diceva la sua.... e non creda donna Fulvia che le dicessero
+tutte a onore e gloria dei preti, del santo, e della festa! Per tutto
+quel giorno, sulla piazza e nelle bettole era uno sghignazzare di
+continuo, e un dir spropositi, su questo pranzo dei preti....
+
+— Se non ha da citarmi di meglio che quelli delle bettole, rimango del
+mio parere. C’era, del resto, anche chi la pensava diversamente. Ma non
+importa. Il pranzo d’ora innanzi lo darò io. Delle usanze pie se ne
+abbandonano fin troppe nei paesi.... Oh caspita! che siamo in paesi di
+protestanti?
+
+Don Cornelio capì che la botta era per lui, e che non era data solo per
+il pranzo; gli venne più d’una risposta sulla punta della lingua, ma le
+trattenne tutte, e rimase in silenzio. Donna Fulvia, contenta di ciò, e
+contenta di sè, mutava discorso continuando la conversazione in un tono
+un pochino più benevolo e cortese.
+
+Due giorni dopo arrivava a Orobio il marchese Ettore con sua moglie,
+con Cristina e col padre Felice. A don Cornelio intanto era capitata
+una nuova lettera di Enrico che gli annunziava la sua vicina partenza
+per l’Italia, e gli domandava se aveva parlato, o scritto, per il
+matrimonio; se a Orobio c’era Cristina, e se poteva farci subito una
+corsa anche lui; pregandolo di rispondergli a Genova, dove contava di
+arrivar presto e di trattenersi alcuni giorni.
+
+Questa nuova lettera d’Enrico, l’arrivo di Cristina, e tutto quello
+che donna Fulvia andava dicendo e facendo non erano avvenimenti da
+nulla per don Cornelio che aveva fatti i suoi disegni, e ora li vedeva
+impigliati ogni giorno in qualche nuovo contrattempo. Quante belle cose
+doveva fare donna Fulvia secondo i disegni di don Cornelio! Doveva
+a poco a poco ripigliare il filo interrotto di tutte le opere buone
+e belle che un tempo aveva fatte o incominciate il conte Maurizio;
+ne doveva fare anche di più, lei ch’era tanto più ricca! e doveva
+diventare la provvidenza del paese e il faro della valle. Don Cornelio
+capiva che a accender quel faro non era cosa facile, ma aveva una gran
+fiducia in sè, e nella buona riuscita, come chi ha date e vinte altre
+battaglie. Nei ventisette anni da che era curato gli pareva d’averne
+condotti e tenuti sulla sua strada anche de’ più difficili. Donna
+Fulvia poi era tutta carità! e nel pensiero di don Cornelio la carità
+era una virtù così semplice, così serena, così feconda di prodigi!
+Oltre a ciò, don Cornelio voleva anche compire quella missione che
+considerava come un sacro dovere verso la memoria del suo miglior
+amico, il conte Maurizio. Voleva maritar Enrico e Cristina, secondo
+il desiderio di lui, secondo il cuore dei due giovani, ed anche
+secondo il proprio, che li amava tanto. “Oh, se arrivo a far questo,„
+esclamava ogni tratto tra sè don Cornelio, “muoio proprio contento!„ Ma
+presentiva che, per arrivarci, la strada non sarebbe stata nè facile nè
+breve; capiva anche d’averne fatta poca, e vedeva le faccende andar di
+galoppo, e non lasciargli il tempo per farne una più lunga.
+
+La comitiva attesa da donna Fulvia arrivò, ma per due o tre giorni casa
+Orsenigo rimase chiusa; e ai curiosi, che venivano a far visita per
+vedere i nuovi arrivati, un servitore in livrea diceva che la padrona
+non riceveva. Una volta al giorno usciva dal palazzo un carrozzone per
+la trottata; ed eran stati pochissimi i fortunati che, sbirciando,
+avevan potuto vedere chi un sacerdote, chi Cristina, e chi una signora
+che non conoscevano. Il marchese Ettore usciva a piedi, girandolava
+per il paese, faceva qualche lunga passeggiata; ma l’avevan pigliato
+per qualche merciaio venuto per la festa, o per quello della lanterna
+magica, e nessuno aveva badato a lui. Don Cornelio era sulle spine, e
+non sapeva cosa fare e cosa dire; lui che s’era fatta tanta festa di
+vedere Cristina, e che s’era immaginato di vederla subito, di vederla
+più volte al giorno come una volta, or nel palazzo, or per i prati, or
+nell’orticello di casa sua!
+
+— Ah, volevo ben dir io! — esclamò finalmente il quarto giorno,
+correndo a cercar la sorella per dargliene la buona nuova. — Guarda un
+po’, noi che si incominciava a non capirne niente... Ma lo dico sempre
+io che per pensar male c’è sempre tempo!
+
+— C’è qualche novità? — domandò ansiosamente la signora Angelica.
+
+— Non è che ci siano delle novità, ma c’è qualcosa che ti farà
+piacere... perchè fa piacere che le cose si mettano per la buona
+strada, perchè, a dirla schietta, non capivo come mai Cristina fosse da
+tre giorni in paese, e non ce l’avessero fatta vedere... a noi?
+
+— La Cleofe, tutta colpa della Cleofe! — pensavo io.
+
+— Un bel niente! Tutt’altro... inezie invece; eccesso di premura,
+eccesso di precauzioni, abitudini da gran signori, etichette, ma
+null’altro. Ecco ciò di cui oggi ho potuto assicurarmi, e d’ora innanzi
+vedremo Cristina tutti i giorni, proprio come quando c’era....
+
+— Oh che buona notizia! ma come hai saputo?...
+
+— Intanto che tu eri uscita, fu qui, e ci stette un gran pezzo, quel
+sacerdote ch’è arrivato con Cristina e con la figlia di donna Fulvia.
+Non m’era nuovo, l’avevo veduto a Milano, appunto in casa di donna
+Fulvia, quel giorno che vi condussi Cristina. A dire la verità, in
+allora, non so perchè, m’era piaciuto poco; ma ho avuto torto. È una
+degna persona. Non ho capito bene di che paese sia... e se appartenga
+a qualche ordine, perchè semplice sacerdote non lo è, o almeno non mi
+è parso... ma è proprio una gentilissima, una carissima persona; un
+po’ complimentoso, ma umile e alla buona! Ha voluto conoscermi, farmi
+una visita, lui per il primo; e si vede che s’interessa non poco anche
+dei nostri paesi. M’ha domandato molte cose... vuol conoscere i nostri
+bisogni, certo per farci del bene. Oh gliene conterò ben io parecchi,
+perchè donna Fulvia li risappia!...
+
+— E Cristina?
+
+— Ci sono. Pare che Cristina avesse preso un po’ d’infreddatura, o che
+so io. Figurarsi! donna Fulvia che la tiene nella bambagia!... Ma ora
+le paure sono passate... e in conclusione donna Fulvia ci aspetta.
+
+— Ci aspetta? Aspetta anche me?
+
+— Anche te, e mi fa dire da quel sacerdote di cui ti parlavo, che
+dobbiam vedere spesso Cristina, che dobbiamo tenerla allegra, che tu
+devi condurla a passeggio... insomma ci fa dire un monte di belle
+cose....
+
+La signora Angelica batteva le mani per la consolazione, e _Ugolino_,
+ch’era presente, si mise ad abbaiare, e corse abbaiando per tutta la
+casa.
+
+Qual buon vento aveva portato improvvisamente questo po’ di sereno?
+
+Donna Fulvia s’era decisa a confidare al padre Felice il nome dello
+sposo che destinava a Cristina; e il padre Felice che se l’era
+immaginato da un pezzo, aveva fatto i suoi complimenti a donna Fulvia
+per il felice pensiero; aveva approvato, ammirato; ma, soggiungendo
+che bisognava trattar la cosa con molta prudenza, le aveva anche dati
+subito molti consigli. Il padre Felice, presentendo che forse poteva
+essere non troppo facile il far inghiottire a Cristina quel bocconcino
+di marito, aveva suggerito di disporre l’animo della fanciulla tenendo
+vivamente accesi in lei i sentimenti dell’affetto e della gratitudine.
+Aveva consigliato a donna Fulvia di raddoppiare con Cristina la
+misura della confidenza, della dolcezza, e della condiscendenza;
+raccomandando, fra le altre cose, di concederle largamente la compagnia
+del curato e di Angelica, ch’erano stati i suoi primi amici, e che
+potevano essere, nell’affar del matrimonio, degli utili alleati. Donna
+Fulvia aveva cominciato con l’arricciar il naso su questi consigli, ma
+poi s’era arresa; aveva già messo nelle mani del padre Felice, anche
+la matassa delle faccende d’Orobio, perchè la dipanasse a di lei modo,
+e bisognava pure compiacerlo in qualcosa. Il padre Felice poi, senza
+perder tempo, era andato subito, come s’è visto, a far visita al curato.
+
+Don Cornelio e la sorella, impazienti di veder Cristina, andarono
+quel giorno stesso, dopo pranzo, da donna Fulvia. Si pensi la loro
+consolazione, e la festa che loro fece Cristina! Angelica, sulle prime,
+era rimasta quasi in soggezione dinanzi a Cristina che rivedeva un po’
+mutata, fatta più bella, più seria, più contegnosa; ma poi la coprì
+di baci come una volta, non appena Cristina corse a stringerla fra le
+sue braccia. Donna Fulvia disse alla sorella del curato, facendosi
+sentire dal padre Felice, che venisse pure tutti i giorni a prender
+la fanciulla per condurla a passeggio; e tra Cristina e Angelica si
+combinò subito una giterella per il giorno dopo. Cristina era smaniosa
+di rifare una di quelle camminate di montagna ch’erano state, un
+tempo, la sua delizia; e propose di andar, loro due, a bere la panna
+in una certa capannetta su un poggio del monte da cui si vedeva tutta
+la valle. La panna parve a donna Fulvia una cosa un po’ troppo fuori
+del consueto; una cosa non necessaria, e anche un poco rischiosa. Ma
+intervenne subito il padre Felice, e la panna fu concessa.
+
+Il padre Felice poi ricolmò di nuove gentilezze il curato; gli chiese
+il favore anch’esso di qualche passeggiata assieme; e tra un subisso
+di complimenti, che confondevano don Cornelio, fu combinata per il
+giorno dopo la visita a un santuario fuor di paese. Infine, quando don
+Cornelio si accomiatò, chiamato dalla campana del rosario, il padre
+Felice volle uscire con lui, e accompagnarlo fino in chiesa.
+
+Mentre attraversavano la piazzetta della chiesa, li intravvidero, agli
+ultimi chiarori del crepuscolo, il sindaco e il medico che rientravano
+allora in paese tornando dalla caccia.
+
+— Noi, caro dottore, oggi s’è preso poco.... ma c’è là qualcuno che sta
+per fare una buona caccia!
+
+— Dove? chi?
+
+— Non vede là?
+
+— Quel corvo?
+
+— Dica avoltoio! Non vede che tiene già il pulcino nelle granfie?
+
+— Le pare?
+
+— Me lo saprà dire, dottore!
+
+— Lo conosce lei?
+
+— Io no.
+
+— L’ho veduto fin da ieri, che faccia!
+
+— Che faccia, eh!.... E don Cornelio ci cascherà! Vuol scommettere,
+dottore? Ci cascherà.
+
+— A far che?
+
+— Non lo so... ma ci cascherà! È l’uomo della buona fede! quel
+benedett’uomo! Oh ci cascherà!
+
+
+
+
+XIII.
+
+
+La mattina seguente all’ora convenuta, la signora Angelica e Cristina
+uscivano dal palazzo Orsenigo, e attraversato il paese, pigliavan
+subito una stradicciuola della montagna. Appena fuori del palazzo
+s’erano imbattute in _Ugolino_, che fermo, con le orecchie ritte, e
+fissando il portone, stava aspettando tenendosi a una conveniente
+distanza. _Ugolino_, veduta Cristina, aveva spiccato un salto, e le era
+salito fino al collo. Cristina ricambiò l’accoglienza del suo vecchio
+amico con mille carezze e con mille domande, alle quali _Ugolino_
+s’era ingegnato di rispondere a modo suo con l’abbaiare, col guaire
+e col menar la coda disperatamente. Poi finiti i complimenti, s’era
+svincolato in tutta furia, e s’era messo seriamente, come soleva, alle
+sue funzioni di battistrada.
+
+La giornata era serena, splendida, e tra le più belle di quell’autunno.
+Il sole dava uno de’ suoi ultimi e tiepidi abbracci ai monti, alla
+valle; e la natura tutta pareva gli rispondesse con un palpito di
+vita primaverile. Angelica e Cristina, mentre salivano per l’erta,
+si fermavano ogni tanto a respirare quell’aria purissima, balsamica;
+a contemplare quella bella natura che, con la pace e col silenzio,
+pareva invitasse gli animi all’espansione d’ogni più riposto e
+delicato sentimento. Esse allora si guardavano con un sorriso pieno di
+affetto; si guardavano come se l’una chiedesse all’altra una risposta
+aspettata, una confidenza intesa. Ma la risposta era un abbraccio, e
+si rimettevano in via. Per un pezzo tacevano, poi a un tratto l’una
+cominciava a discorrere, ma non per dir ciò che l’altra s’aspettava. E
+dire che avevano tanta impazienza tutt’e due d’aprirsi, a vicenda, il
+cuore! Eran passati otto mesi dal giorno in cui Angelica aveva messo
+Cristina nel legnetto dei viaggiatori di Orobio, e quanti pensieri,
+quante cosucce non avevano a confidarsi! Ma si sarebbe detto che ora
+non ne trovassero il bandolo. Il bandolo c’era, ma ciascuna aspettava
+che l’altra lo avviasse per la prima.
+
+Lo avviò, come furon sul poggio, una vecchia contadina nell’accoglierle
+sull’uscio del suo casolare.
+
+— Oh santa Vergine! che miracolo le ha fatte capitar quassù? È
+lunghetta la strada, e faticosa!... Non lo dico per la contessina, ma
+per la sorella del signor carato, che i suoi annetti li deve avere,
+perchè mi ricordo....
+
+— Oh ci riconoscete! E voi siete la Menica, nevvero?
+
+— Altro che riconoscerle! Lei, quasi ogni mese, la vedo al mercato....
+e la contessina poi l’ho veduta tante volte anche quassù. La ci veniva
+a bere la panna ogni tanto o col suo povero babbo, il signor conte, o
+col signor curato. Il signor conte l’aveva sempre con sè, la sua bella
+ragazzina.... Lei non era che una ragazzina a quel tempo.... Ma com’è
+cresciuta! pare un sogno! quasi non la riconoscevo più. E con lei,
+allora, c’era sempre un ragazzotto.... bel ragazzotto anche lui.... che
+chiamavano.... oh aspetti....
+
+— Enrico, — saltò su Angelica.
+
+— Proprio così. E quando capitavano quassù, bisognava vederli quei due
+ragazzi.... che diavoli!... quante ne facevano! Ma sarà diventato un
+giovanotto, grande e grosso, anche lui, m’immagino. È andato via, eh!
+così m’han detto. E ci tornerà però, in questi paesi?...
+
+— Ci torna, ci torna! — esclamò la signora Angelica, — e forse chi sa?
+tra pochi giorni potrebbe esser qui!
+
+— Sia lodato il cielo, — rispose la vecchia. — Voglion la panna? Ce
+n’ho appunto una scodella che non ci stava nella zangola, e vado a
+prenderla.
+
+— Ci torna, ci torna il nostro Enrico! — continuò Angelica poichè il
+bandolo era avviato.
+
+Cristina s’era fatta a un tratto tutta rossa in faccia, e nel tempo
+stesso, allontanatasi correndo, era andata a sedere su un rialto del
+prato. Angelica la raggiunse, e sedendole vicino continuò:
+
+— Sarà un gran bel giorno quello in cui tornerà anche il nostro buon
+Enrico!
+
+— Oh sì! sarà un bel giorno.... — ripetè Cristina con l’espressione
+pensierosa, trepida, di chi è assalito all’improvviso da memorie e da
+affetti chiusi nel cuore da un pezzo. Ma poi ritrovando, nel fissare
+il volto semplice e buono della signora Angelica, la confidenza e
+l’espansione d’un tempo, si fece animo e riprese: — Il buon Enrico! Da
+che son partita da Orobio non ebbi più nessuna nuova di lui.... Dunque
+torna? e quando? Non s’è dimenticato dunque di noi! n’ero sicura! è
+tanto buono, nevvero? Ma, mi dica, signora Angelica, mi conti.... ha
+scritto?
+
+— Altro che scritto!... ma zitti che vien la Menica.... Oh, che
+scodelloni! ce n’è per quattro.
+
+— Ho spannato stamane, e sentiranno com’è fresca e dolce.... E il
+signor curato sta bene? Ma che bella combinazione! E dire anche che mi
+dan latte in questi giorni tutt’e due le mucche, perchè alle volte....
+Dunque domani gran festa a Orobio! Dicono che ci verranno tutti i preti
+della vallata.... un festone! Vedranno che caciuole porterò giù io! E
+la processione? La tireranno in lungo, mi immagino!... Ma, con loro
+permissione, torno un minuto alla zangola per finire, do un’occhiata
+alle bestie, poi son da loro....
+
+Cristina, intanto che la Menica discorreva, guardava la valle, cercava
+i paeselli, le case, le stradicciuole che le ricordavano il passato:
+e sentiva crescere in sè un cumulo di memorie che le inondavano
+l’anima, e che dal cuore salivano a velarle dolcemente gli occhi. Più
+volte Cristina, nei mesi ch’eran trascorsi, quand’era sola nella sua
+cameretta, e tutto era in silenzio nel palazzo di donna Fulvia, mentre
+stava con gli occhi intenti su un telaino da ricamo o su un libro
+di lettura, s’era sentita assalire da un sentimento inesplicabile
+che sulle prime la seduceva con un piacere vago, misterioso, e che
+mano mano s’impadroniva di lei, la scoteva tutta, e le dava alla
+fine una commozione così grande da farla piangere, senza sapere il
+perchè. Allora, impaurita, s’affrettava a sviarlo, a allontanarlo quel
+sentimento; lasciava il libro, il telaino; e sarebbe fuggita dalla
+cameretta, ma temeva che qualcuno la vedesse, la osservasse. Quel
+sentimento si risvegliava in lei accompagnato or dall’una or dall’altra
+delle memorie gaie o dolorose d’un tempo, e dal ricordo or dell’una
+or dell’altra delle persone più care: tra queste Enrico c’era sempre.
+Che sentimento fosse quello, Cristina non lo sapeva; ma in cuor suo
+lo chiamava “il sentimento di cui aveva paura.„ Ora, mentre assorta e
+con gli occhi fissi, guardava la valle, quel sentimento le era rinato
+più forte, più seducente del consueto. E la sua anima vi si era tutta
+abbandonata: questa volta non poteva, non cercava sfuggirgli.
+
+Venne a scoterla la voce della signora Angelica che, vedendo Cristina
+presa come da un pensiero malinconico, volle avviare da capo il
+discorso con qualcosa di gaio.
+
+— Se ne ha scritte delle lettere il nostro buon Enrico! E che belle
+lettere! Le ultime poi.... oh le ultime! Quando le vedrai.... perchè
+anche mio fratello l’ha detto che sperava di fartele veder presto....
+quando vedrai cosa dice di te, Enrico....
+
+— Di me? Di me?... E che cosa dice?
+
+— Oh, la signora curiosa! vedrai, vedrai. Intanto su allegra, che delle
+buone nuove ce n’è a bizzeffe!
+
+— Oh, me le dica.... le dica anche a me! Se c’è una buona nuova perchè
+non la dovrei sapere anch’io?
+
+La domanda parve così giusta anche alla signora Angelica che smise
+subito il pensiero, se pure l’aveva avuto, di tenersi abbottonata. E
+poi Angelica non la voleva veder malinconica quella figliola.
+
+— Punto primo, dunque, il nostro Enrico s’è fatto molto onore; s’è
+fatto voler bene da tutti anche in quei paesi... dell’Inghilterra....
+Lui, non lo scrive, ma si capisce. Infatti gli han dato un impiego! ma
+non in quei paesi, nei nostri! Ed è forse già partito. Sicuro; ritorna,
+ritorna!
+
+— A Milano forse?
+
+— Non mi rammento bene, ma ritorna. Poi.... ah, bisogna vedere cosa
+scrive! che sentimenti! che penna!... quando parla di te, e dice....
+
+— E dice....
+
+— Insomma, quando don Cornelio mi lesse quella lettera, in principio
+ho dovuto piangere, poi alla fine mi sarei messa a ballare per la
+consolazione. Figurati!
+
+— Ma cosa dice?
+
+— Oh è impossibile ridire quello che dice.... impossibile dir le cose
+come le dice lui!... Ma già io l’avevo sospettato, fin da prima che
+partisse, che nella testa di quel figliolo c’eran delle intenzioni... E
+c’eran proprio!
+
+— Ma quali intenzioni?... Oh, signora Angelica, io non ne capisco
+nulla! M’ha detto che ci son delle buone nuove; e perchè non me le dice?
+
+— Sicuro che ci son delle buone nuove! Ma.... come faccio io a dirle
+certe cose?... Bisognerebbe che la leggessi tu quella lettera....
+
+— Oh, allora.... se la posso leggere.... non potrei vederla presto?
+
+— Altro!
+
+— Non potrei vederla subito?
+
+— Ma bisogna tornar a casa. E poi la lettera non l’ho io, l’ha don
+Cornelio.
+
+— Ebbene.... corriamo a casa subito subito; cerchiamo don Cornelio,
+e don Cornelio mi leggerà la lettera.... Oh facciamo così, signora
+Angelica!
+
+La signora Angelica si trovò in quel momento un pochino imbarazzata, ed
+ebbe scrupolo d’aver destata la curiosità e l’impazienza di Cristina.
+Ma poi, vedendo negli occhi di quella figliola una certa espressione di
+preghiera a cui non avrebbe saputo resistere, e pensando che, se aveva
+commessa un’imprudenza, don Cornelio l’avrebbe accomodata, chiamò la
+Menica, diede una voce a _Ugolino_ che rincorreva i grilli sul prato, e
+disse a Cristina:
+
+— Non so se lo troveremo in casa don Cornelio così subito.... non so se
+sarà tornato.... ma facciamo a modo tuo.
+
+Ritornate sulla stradicciuola per la quale eran venute, la signora
+Angelica, nello scendere, andava ogni tanto reclamando anch’essa una
+concessione, quella d’un passo più ragionevole. — Adagio, Cristina! c’è
+da rompersi il collo! Ti farai male! Vuoi proprio farti del male! —
+gridava ogni tanto; ma dovette cedere anche su questo punto.
+
+Furon presto a casa, cercarono don Cornelio da per tutto, e don
+Cornelio non era ancor tornato. La signora Angelica, che non ne
+poteva più, dopo aver detto a Cristina: — Andiamo ad aspettarlo
+nel suo studiolo — s’era poco dopo lasciata andare sul seggiolone,
+che stava dinanzi alla scrivania di don Cornelio, a godere con gli
+occhi socchiusi quel primo momento di riposo. Ma Cristina, or con
+l’aprire la finestra, or con una domanda, or con una esclamazione,
+gliel’aveva lasciato goder per poco; e già la buona Angelica, vedendo
+quell’impazienza, cominciava in cuor suo ad essere impaziente anch’essa
+di vederla contenta quella povera figliuola.
+
+— Oh guarda guarda, che combinazione!... ma sicuro... eccola qua per
+l’appunto... — esclamò a un tratto Angelica, dopo aver riaperti gli
+occhi e guardando sulla scrivania. — Questa è una lettera di Enrico,
+la riconosco alla mano di scritto. E poi... oh guarda! ce n’è delle
+altre!... ci son forse tutte....
+
+Cristina diede un salto, e venne a sedere sulle ginocchia della signora
+Angelica, la quale intanto aveva prese le lettere, e le teneva strette
+in una mano come a dire: le lettere son qui, ma per leggerle bisogna
+aspettare don Cornelio!
+
+— E se don Cornelio — osservò timidamente Cristina — le avesse lasciate
+qui apposta per leggerle!... o perchè le leggessimo noi?...
+
+La signora Angelica trovò giusta l’osservazione, rammentò le volte
+che don Cornelio le aveva detto: — Presto questa lettera la leggeremo
+a Cristina — e pensando che don Cornelio non poteva tardare molto a
+ritornare, si persuase subito in cuor suo di venire a una transazione.
+
+— Ebbene — disse — ne leggeremo una... leggeremo quella che don
+Cornelio teneva in serbo per te, ma le altre... ah, quelle poi, no! Le
+altre non si leggeranno che quando don Cornelio sarà tornato, e col
+suo permesso! — Poi dopo averla cercata con tutta l’attenzione, per
+non sbagliarsi, diede a Cristina quella lettera che conosciamo anche
+noi, quella con cui Enrico partecipava a don Cornelio il suo colpetto
+di fortuna, quella in cui effondeva tutto il cuor suo, e che era tutto
+un’idillio d’amore.
+
+Cristina prese la lettera, e cominciò a leggerla a voce alta; ma a
+un tratto le montò una vampa al viso, e non le uscì più una parola.
+Continuò a leggere; e tenendosi serrata a Angelica, e comprimendo il
+tremito da cui era presa, la lesse e rilesse più volte quella lettera,
+fino all’ultima riga.
+
+Quel sentimento che, da principio, le aveva reso caro Enrico come un
+fratello; che era andato crescendo in lei; che le aveva dato tante
+volte una consapevole mestizia o una così viva allegrezza, quando
+Enrico partiva o faceva ritorno; quel sentimento che ora s’era fatto
+tanto forte, tanto insistente, e che le faceva battere il cuore fino a
+darle paura; quel sentimento stesso lo aveva dunque nell’animo anche
+Enrico! lo aveva pensando a lei! e lo chiamava: l’amore! Era la prima
+volta che questa parola scendeva nell’animo di Cristina; e vi scendeva
+accompagnata da un’onda di calore e di luce da cui ella si sentiva
+tutta ravvolta e trascinata come da una forza misteriosa e soavemente
+irresistibile.
+
+Accanto alle parole di Enrico c’eran poi quelle di desiderio del suo
+povero babbo, desiderio che le veniva improvvisamente svelato, e che le
+faceva accogliere e ricambiare quella parola _amore_, come una parola
+sacra e benedetta.
+
+La signora Angelica intanto s’era andata persuadendo sempre più che
+proprio non ci fosse nessun male a far leggere quella lettura a
+Cristina; poi, come le parve che la lettura andasse un po’ per le
+lunghe, alzò gli occhi, fece per dir qualcosa, e rimase subitamente
+tutta sorpresa e spaventata vedendo che Cristina non leggeva più, che
+il suo sguardo era immobile e fisso, e che la sua faccia era tutta
+bagnata di lacrime.
+
+— Oh, misericordia! Ti senti male? cos’è successo? Cristina?
+
+— Nulla, nulla, — rispose Cristina scotendosi.
+
+— Ma tu piangi! perchè?... Oh, cosa ho mai fatto! credevo di darti una
+così grande consolazione....
+
+— Oh, sì, sì; è una grande consolazione!
+
+— Ma, allora, ti senti male!... vuoi un’acqua calda, un caffè?
+
+— Nulla, nulla, oh mi sento bene!... Non so cosa sia... è una gran
+commozione....
+
+— Vuoi tornare a casa?
+
+— No, no, mi lasci qui con lei.... Vorrei ridere, ma invece piango, non
+so perchè! Sono tanto contenta... ma ho sentito in me qualcosa, tutt’a
+un tratto, che mi velò gli occhi, e mi portò lontano, lontano. Ma ora —
+soggiunse con un sorriso — sono ritornata; ed eccomi di nuovo vicino a
+lei, buona signora Angelica. Oh se venisse presto don Cornelio! Ho un
+gran bisogno di vederlo; mi pare d’aver mille cose a dirgli. Tornerà
+presto?
+
+E don Cornelio non tornava. La signora Angelica che era sulle spine,
+or guardava dalla finestra, or scendeva in strada, per vedere se il
+curato spuntasse, ma inutilmente. Intanto eran battute le tre, ch’era
+l’ora fissata da donna Fulvia a Angelica per tornare a casa. Cristina
+si scosse, si passò una mano sulla fronte, e si asciugò gli occhi
+dicendo: — Andiamo; andiamo, non facciamoci aspettare. Ci rivedremo
+presto, nevvero? Dica a don Cornelio che desidero tanto di vederlo; che
+gli voglio dire tante cose! Non se ne scordi, cara signora Angelica, mi
+raccomando a lei!
+
+— Scordarmene! ma ti pare? Gli dirò tutto, subito, subito. — E
+ricambiandosi in fretta molte raccomandazioni e molte parole
+affettuose, giunsero al cancello del palazzo di donna Fulvia dove si
+lasciarono abbracciandosi e baciandosi.
+
+La signora Angelica, nel tornare a casa, ripensava all’agitazione
+di Cristina, alle sue lacrime, alle sue gote accese, alle sue mani
+convulse, e diceva tra sè: “Se son questi i regali dell’amore, ho fatto
+pur bene io a non pensarci mai!„
+
+Don Cornelio tornò a casa molto tardi. Sulle prime, come riseppe
+l’affar della lettera, rimase alquanto conturbato e impazientito. Ma
+poi, un po’ vedendo la sorella tanto mortificata, un po’ ripensando a
+certe parole, dettegli nella giornata dal padre Felice, dalle quali
+aveva capito che donna Fulvia pensava a maritar presto Cristina, e che
+anzi voleva dirne qualcosa anche a lui, finì col mettersi in pace, e
+col tranquillare Angelica, concludendo tra sè che tutto il male non
+vien sempre per nuocere, e che forse quell’imprudenza veniva opportuna
+per accorciargli la strada.
+
+Alla sera, nel salotto di donna Fulvia, intanto che il marchese
+Ettore leggeva un giornale, che la marchesa Bianca ricamava su un
+telaino, e che quattro personaggi secondari giocavano a’ tarocchi, il
+padre Felice rendeva conto a donna Fulvia dei discorsi fatti con don
+Cornelio durante quella giornata. Eran seduti in disparte, e parlavano
+sottovoce; ma dai gesti e dalle facce che andavano facendo, era facile
+capire che il padre Felice narrava delle cose cui dava la sua maggiore
+disapprovazione, e che donna Fulvia le ascoltava or stupefatta, or con
+l’amara ironia di chi è scandolezzato ma non maravigliato. Queste cose
+poi, tanto riprovevoli, non eran altro che le opinioni di don Cornelio;
+il quale in quel giorno essendo in vena di discorrere con una certa
+espansione, e dovendo rispondere alle domande d’una così affabile,
+d’una così dotta persona, aveva parlato un po’ di tutto, senza un’ombra
+di diplomazia, e col cuore in mano.
+
+Il padre Felice, infine, raccontava d’aver toccato con don Cornelio
+anche il tasto del matrimonio, e qui dava migliori notizie; anzi
+concludeva che appunto per ciò bisognava ora chiudere un occhio sul
+rimanente, e non pensarci che dopo.
+
+Il dialogo fu interrotto dai quattro del tavolino i quali s’erano
+alzati per congedarsi. Uno di questi, dopo molti inchini e molti
+complimenti cerimoniosi a donna Fulvia, chiese le nuove di Cristina che
+non s’era veduta quella sera nel salotto.
+
+— Cristina è un po’ indisposta, — rispose donna Fulvia, — è andata a
+letto. A proposito, padre Felice, non glielo aveva detto io? Ma lei è
+sempre per facilitare, sempre per concedere! Una piccola passeggiata,
+all’ombra, sarebbe stato un divertimento sufficiente, ma lei ha
+voluto che concedessi, figurarsi! anche la panna. Cristina è tornata
+sentendosi male, precisamente in grazia della panna! Ah padre Felice,
+padre Felice!
+
+
+
+
+XIV.
+
+
+I preti, che donna Fulvia, dopo essersi consultata con don Innocente,
+aveva invitati a pranzo per la festa di S. Luca eran diciotto. La
+notizia s’era sparsa, per tutta la valle; e dai paesi vicini eran
+venuti de’ curiosi per vedere quella novità del gran pranzo, pur
+sapendo di restarne a bocca asciutta. Questa volta dunque per S.
+Luca c’era gente più del solito, per quanto la festa d’Orobio fosse
+sempre una delle più frequentate, e anzi facesse dire ogni anno agli
+invidiosi degli altri paesi “gli è perchè S. Luca coincide col mercato
+delle castagne.„ Alla festa di don Cornelio, come la chiamavan ne’
+paesi vicini, dove pure il curato d’Orobio era ben veduto ed amato,
+eran venuti, come di solito, alcuni sindaci e alcune società d’operai
+con le loro bandiere e con que’ quattro sonatori che, tra di loro, si
+chiamavan la banda. Alla venuta delle società e delle bandiere, il
+sindaco d’Orobio aveva voluto dare questa volta una maggior importanza.
+Era andato a riceverle, aveva scambiato degli evviva patriottici, e
+aveva invitati parecchi a bere all’osteria, per contrapporre, come
+diceva lui, una solennità civile al pranzo di donna Fulvia.
+
+I particolari della festa eran stati fissati da donna Fulvia la quale
+voleva farne gli onori, ma senza troppo incomodarsi, e senza mutare le
+proprie abitudini. Alla mattina dunque, dopo l’ora della sua colazione,
+ci doveva essere la messa cantata, poi la predica, la cioccolata
+al celebrante, la processione, il pranzo alle tre, e i vespri alle
+cinque. Non tutti gl’invitati conoscevano queste disposizioni, le
+quali, soprattutto sul punto dell’orario, si allontanavano non poco
+dalle usanze dei loro paesi; per cui, molto prima che le funzioni
+cominciassero, si vedevan per le strade di Orobio parecchi de’ preti
+invitati che, con un grande ombrello sotto il braccio, gironzellavano
+un po’ sconcertati del contrattempo, pigliandosela con chi non gli
+aveva prevenuti, e bisticciandosi con la serva che li seguiva, e che li
+aveva consigliati a non far colazione. Gli invitati arrivaron tutti.
+Uno solo mandò a dire, proprio quella mattina stessa, che l’avessero
+per iscusato perchè s’era sentito male la notte; e questo era il
+predicatore incaricato del panegirico. Nientemeno! Don Cornelio fu in
+un bell’impiccio. Fra gl’intervenuti non c’era da far scelta; e così,
+lì su due piedi, dovette pensare a supplir lui, e a mettere insieme
+alla meglio quattro parole per la circostanza.
+
+Venuta l’ora delle funzioni, donna Fulvia uscì dal palazzo accompagnata
+da sua figlia, dal genero, dal padre Felice e da Cristina, la quale
+s’era tirato un velo fitto sugli occhi come se tutti le avessero
+dovuto leggere in viso la sua commozione. Dietro donna Fulvia veniva
+la Cleofe, che teneva in braccio _Fleurette_; e dietro la Cleofe
+venivano i servitori, due dei quali portavano dei cuscini di velluto
+per gl’inginocchiatoi di casa Orsenigo. Donna Fulvia attraversò la
+folla de’ curiosi, che facevan ala, con quel contegno che soleva
+assumere quando voleva incutere serietà e compunzione; e la folla,
+richiudendosi dietro di lei, si rovesciò in chiesa a spintoni, a
+gomitate, a motteggi, intanto che una scampanellata annunziava il
+cominciare della messa grande. Arrivata poi la messa al Vangelo, don
+Cornelio salì sul pulpito; riandò un momento le cose pensate poco
+prima, e prese a parlare, come soleva, alla buona, con calore, senza
+latino, per quanto ne spiacesse alla Cleofe, ma in modo che anche
+i più semplici lo capissero e ne avessero un ammaestramento. Parlò
+di S. Luca evangelista, ricordò gl’insegnamenti del Vangelo; e a
+proposito dell’amor del prossimo, toccando l’argomento delle rivalità
+e delle guerricciuole tra famiglie e tra paeselli, si congratulò di
+veder riunita nella sua chiesetta gente d’ogni parte della valle.
+Rivolgendosi infine al gruppo d’operai che stavano intorno alle loro
+bandiere, chiuse il discorso con alcune calde parole sulla santità
+del soccorrersi a vicenda, e sull’amplesso ch’egli invocava tra la
+religione e la patria.
+
+_Fleurette_, che in quel punto aveva veduto poco discosto i due
+occhietti di _Ugolino_, si mise ad abbaiare. Donna Fulvia, scambiati
+ch’ebbe essa pure col padre Felice un’occhiata e un sospiro, si
+rizzò in piedi; e il prete che diceva la messa ricominciò a cantare,
+accompagnato dai suoni d’un organo sfiatato.
+
+Finita la messa, cominciò la processione. Donna Fulvia rimase in
+chiesa, perchè le processioni essa le seguiva mentalmente, e ci mandava
+invece la servitù. Sua figlia Bianca ricondusse a casa Cristina, che
+si sentiva poco bene; e il marchese Ettore le accompagnò pensando che
+la fratellanza predicata da don Cornelio poteva essere una bella cosa,
+ma soprattutto all’aria aperta. Il padre Felice rimase in chiesa, un
+po’ pregando e un po’ mormorando sottovoce con donna Fulvia contro
+il curato, in mezzo al rumor confuso, che veniva dal di fuori, delle
+campane che suonavano alla distesa, degli spari de’ mortaletti, delle
+voci dei preti e delle confraternite che cantavano, delle bande che
+stonavano, delle grida di chi vendeva sul mercato e degli strilli d’un
+clarino che chiamava la gente a veder la foca.
+
+Finite le funzioni, i diciotto invitati di donna Fulvia, dopo aver
+gironzellato di nuovo per un paio d’ore guardando ogni tanto l’orologio
+del campanile, come videro la lancetta avvicinarsi alle tre, un dopo
+l’altro si avviarono al palazzo. Donna Fulvia cominciò a ricevere i
+primi con un contegno pieno di dignità e di deferenza per far veder
+loro ch’era abituata a ricevere de’ prelati: ma i suoi invitati, o
+rimanevan sull’uscio vergognosi e impacciati senza rispondere, o
+sudici e impolverati si lasciavano andar sulle seggiole, asciugandosi
+il sudore, e deponendo sui tavolini de’ cappelli bisunti. Donna
+Fulvia, alquanto contrariata, dava di lungo a uno nella speranza che
+chi veniva fosse migliore. Ma chi veniva valeva l’altro: se uno era
+impacciato, l’altro era rozzo; se il vestito d’uno era rappezzato,
+quello dell’altro era rifinito; e chi parlava, faceva dar la preferenza
+a chi taceva. Donna Fulvia che si rammentava dei preti di quella valle
+veduti un tempo quando ci veniva da ragazza, andava ora facendo, come
+trasognata, dei confronti. Si rammentava che quelli d’allora eran
+tutt’altra cosa, e avrebbe voluto saperne il perchè. Il perchè c’era,
+ma essa era lontana le mille miglia dall’immaginarselo, e buttava tutta
+la colpa addosso a chi glieli aveva scelti dal mazzo. Ciò poi che la
+stizziva di più era di non vederne tra i presenti uno, uno solo, che
+paresse migliore, o poco da meno, del curato d’Orobio. Ma perchè?....
+Non ci fossero stati almeno de’ testimoni! Ma c’era il padre Felice che
+osservava e taceva; c’era don Cornelio che aveva l’aria impaziente,
+e c’era sua figlia Bianca che a ogni nuovo venuto arricciava il naso
+un poco di più, e si teneva un poco di più in disparte. Di buon umore
+non c’era che il marchese Ettore, il quale passava dall’uno all’altro
+degli invitati dirigendo a tutti qualche domanda, e cercando d’attaccar
+discorso, con un fare tra il familiare e il canzonatorio che non
+riusciva nuovo a donna Fulvia, e che la metteva tanto più di malumore.
+
+Finalmente un servitore venne a annunziare che il pranzo era servito;
+e si pensi con quanta premura e con quanto appetito, si mettessero
+a tavola i convitati che, soliti a desinare a mezzogiorno, avevan
+sentito questa volta, quasi tutti a digiuno, batter le tre. Il marchese
+Ettore volle vicino a sè don Prospero, che gli aveva dato subito
+nell’occhio, e gli era parso che promettesse più degli altri in materia
+di chiacchiere e di buon umore. La marchesa Bianca si rifugiò tra sua
+madre e Cristina; don Innocente si mise accanto al padre Felice, e gli
+altri sedettero alla rinfusa cercando in fretta un buon posto, un posto
+cioè lontano dai padroni di casa. Il pranzo cominciò, e continuò per un
+paio di portate nel più profondo silenzio. L’appetito e la suggezione
+toglievano la parola ai convitati, e fin don Prospero non rispondeva
+che con de’ risolini al marchese, il quale lo andava stuzzicando con
+delle domande e con delle facezie, intanto che gli riempiva senza
+interruzione il bicchiere.
+
+La parlantina cominciò a metà del pranzo; e prima che si arrivasse
+all’arrosto non c’era più uno che tacesse. Tutti parlavano in una
+volta; chi raccontava una storiella al vicino, il quale poi la ripeteva
+a tutti ad alta voce; chi chiamava o rispondeva da un capo all’altro
+della tavola, chi motteggiava, e chi rideva sgangheratamente. Il
+baccano andava sempre crescendo, e non aveva tregua che al comparire
+d’una nuova portata, per ripigliare subito dopo più forte di prima. Il
+solo che non fiatasse era don Luigi. S’era seduto, per sua disgrazia,
+proprio in faccia a donna Fulvia, e sotto la suggezione di que’
+due occhi non osava aprir bocca quasi neanche per pranzare. Anche
+donna Fulvia vedendo la cattiva piega che prendeva il suo pranzo di
+_riparazione_, s’era fatta silenziosa; e sulla sua fronte si andavano
+accavallando le rughe, come le nubi sul cielo prima d’un grosso
+temporale. Don Cornelio, che la guardava sott’occhio, cercava di
+tanto in tanto di moderare qualche parlatore troppo chiassoso, ma era
+inutile; il marchese stesso, che se ne divertiva sempre di più, correva
+subito a portar legna al foco se appena ne vedeva il bisogno.
+
+— Ah, adesso si comincia a star meglio! — esclamò don Prospero, che da
+quando s’era accomodata la salvietta passandone uno dei lembi dietro
+il collare di margheritine celesti, non aveva levati gli occhi dal
+piatto, che per servirsi tre volte a ogni portata. — Si comincia a star
+meglio....
+
+— Bravo don Prospero... e se mi permette... — Così dicendo, il marchese
+gli riempiva il bicchiere.
+
+— Altro che permettere! Questo Valpolicella vale un Perù.
+
+— E don Prospero gli fa onore!
+
+— Che vuole? Siamo due vecchi amici, io e il Valpolicella! peccato che
+ci incontriamo di rado! Ah! ah!
+
+— Allora un altro bicchierino.
+
+— Cerimonie, cerimonie... grazie, signor marchese.... Questo sarà alla
+sua salute, perchè fin qui è andato giù alla mia, ah! ah!... Proprio
+eccellente, vecchione, legittimo.... e quando lo dico io!...
+
+— Ah! lei se ne intende? Oh guardi! si direbbe, a vederla, che lei non
+beve che acqua.
+
+— Acqua? ah, ah! In casa mia han sempre fatto tutti l’oste....
+
+— E l’acqua la fan bere agli altri.
+
+— Bravo, signor marchese; si vede che lei se ne intende del mestiere!
+Ma scherzi a parte, del vino n’ho visto a maneggiar molto, e n’ho
+maneggiato anch’io....
+
+— Anche lei?
+
+— Sicuro; e come si fa? Il Benefizio è magro; non mi dà che trecento
+lire l’anno: si benedice qualche bestia perchè non si rompa le corna,
+e tutto finisce lì. Se avessi anch’io come don Cornelio i miei
+villeggianti! oh allora è un tutt’altro affare. C’è d’autunno quella
+messetta ben pagata, c’è quel pranzetto tutte le domeniche, c’è alle
+volte la risorsa d’un bravo funeralone....
+
+— Ch’è una bella risorsa, ne convengo... non per i villeggianti.
+
+— Oh, più tardi che si può, s’intende, ma c’è sempre la speranza.
+Invece io....
+
+— A proposito, torniamo al vino; lei mi diceva...
+
+— Che n’ho maneggiato, eh sicuro! I miei fratelli fanno l’oste, e
+qualche affaruccio lo faccio anch’io. Alle sagre ci vado con le mie
+mostre, e qualcosuccia si fa. Oggi, per esempio, ecco qua.... — E
+intanto levava di tasca una bottiglietta da saggio vuota. — Ci avevo un
+vinettino che non è dispiaciuto; un vinettino, se vuole, di confidenza,
+ma....
+
+— Ma sincero.
+
+— Precisamente; e quando il vino è sincero, allora uno può sempre dire:
+comando io. Dico bene?
+
+— Benissimo. E vini bianchi ne tiene?
+
+— Sempre: adesso abbiamo un agretto leggero del paese, che a digiuno
+è un _non plus ultra_. Ne abbiamo anche uno di collina, sopraffino,
+d’abbocato gentile; poi abbiamo....
+
+— Del Champagne Crémant Impérial?
+
+— Ah, lei vuol dire quel dolcino spumante che va su per il naso? No,
+no; il vino deve andare per in giù, non per in su. Me l’han fatto
+assaggiare una volta il Champagne, proprio di quel vero d’Asti, ma ho
+detto subito che non era roba per noi.... Una volta si teneva qualche
+cosa anche per l’avventore che non sa bere, ma adesso non ne teniamo
+più.
+
+In quel punto era cessato improvvisamente quel rumore di forchette, di
+piatti e di voci che assordavano, e tutti s’eran rivolti ad ascoltare
+un certo don Giosuè che dopo aver fatto ridere i suoi vicini con quelle
+quattro storielle che soleva ripetere da per tutto dove andava, s’era
+fitto in capo di far raccontare da don Cornelio a tutta la tavolata
+quella sua avventura del quarantotto, quella del Croato. Don Cornelio
+se n’era schermito e don Giosuè s’era messo lui a raccontare quel tanto
+che ne aveva risaputo, aggiungendoci una qualche goffaggine del suo,
+per far rider meglio la brigata. Don Cornelio gli dava sulla voce,
+ma era inutile; l’uditorio teneva per don Giosuè, applaudendolo in
+ragione che ne diceva di più sciocche. Anche donna Fulvia che, fin
+lì, stecchita, in sussiego e senz’aprir bocca, aveva avuto l’aria di
+non udir nulla di quanto si diceva intorno a lei, questa volta s’era
+messa a prestar attenzione. Indispettita da quel baccano, e mortificata
+in cuor suo di non aver potuto fino allora levar gli occhi su don
+Cornelio, non le parve vero di potergli guardare in faccia questa
+volta anche lei, e di dirgli poi con un fare addolorato, appena don
+Giosuè ebbe finita la storiella tra le risate degli uditori: — Male,
+malissimo, signor curato, e mi stupisco che si raccontino di queste
+storie sul suo conto.
+
+— Si stupisca piuttosto — rispose don Cornelio — di chi le racconta a
+questo modo.
+
+— Eh, eh, — saltò su don Innocente, il quale fino a quel punto non
+aveva fatto che mangiare, e far dei sorrisi di riconoscenza ora a donna
+Fulvia e ora al padre Felice. — Don Cornelio è sempre diplomatico!
+basta dire che era uno degli amici del Cavour!
+
+— Un amico del Cavour? lei, don Cornelio! — chiese subito donna Fulvia,
+guardandolo di nuovo con stupore. — Ogni giorno se ne sente una nuova!
+
+— Amico del Cavour! — non potè a meno di esclamare anche il padre
+Felice.
+
+— Come, lei signor curato, era amico del conte di Cavour? oh non lo
+sapevamo! Ci racconti, signor curato, ci racconti.... — prese a dire, e
+continuò con insistenza, il marchese Ettore, intanto che gli occhi di
+tutti si rivolgevano su don Cornelio.
+
+Il povero don Cornelio che fino a quel giorno, come abbiam visto,
+s’era dato l’illusione d’essere stato poco meno che un amico anche
+lui del gran Ministro, ora tutto confuso, facendosi rosso in viso,
+e ricercando meglio nella sua memoria, finì col rispondere che
+l’asserzione di don Innocente non era vera; e perchè gli si credesse
+meglio, e anche per non sconfessar la sua ammirazione, soggiunse che
+non aveva mai avuto un così grande onore. Tutti allora furono persuasi
+che qualcosa di vero ci doveva essere; e i più senza badar oltre nè
+a don Innocente che insisteva, nè a don Cornelio che rettificava,
+tornarono alle occupazioni di prima, e ci tornarono con quel crescendo
+che contraddistingue di solito un finale.
+
+— Anche amico del Cavour! — aveva nel frattempo ripetuto un par di
+volte donna Fulvia, mandando, con una certa compiacenza ironica,
+delle occhiate al padre Felice: e il marchese fingendo la più ingenua
+curiosità, si divertì per un pezzetto ancora ad aizzar don Innocente,
+a farlo parlare, a tener viva la disputa, lasciando tranquillo per un
+momento don Prospero, il quale se ne approfittò per far passare nelle
+ampie tasche del suo soprabito un pezzo di cacio, una fetta di torta,
+una manata di mandorle, e da ultimo quattro amaretti.
+
+Con gli amaretti il pranzo era finito, e donna Fulvia si alzò. I
+convitati fecero altrettanto; non tutti insieme però, perchè alcuni
+vollero prima assaporare un ultimo sorso, e qualche altro dovette prima
+fare più d’un tentativo per rimettersi in piedi. Don Prospero colse
+l’occasione per riempire di Valpolicella la sua bottiglina, dicendo al
+marchese, il quale se n’era avveduto e voleva scoppiar dalle risa: —
+Questo lo porto a casa per memoria.
+
+Il pranzo era durato più di due ore, e le cinque eran battute da un
+pezzo. Don Cornelio, intanto che nel salotto veniva servito il caffè,
+svincolatosi da don Innocente e dal marchese, si accostò a don Luigi,
+e gli disse all’orecchio che andasse a far sonar subito i Vespri. Fu
+una buona precauzione, perchè lo schiamazzo aveva ripreso nel salotto
+più forte di prima, e donna Fulvia cominciava a perder la pazienza. Ai
+primi rintocchi delle campane don Cornelio si accomiatò, fece in fretta
+i suoi convenevoli, si raccomandò ai preti che si spicciassero, e andò
+diviato in chiesa. I più della brigata fecero sulle prime l’orecchio
+del mercante, ma donna Fulvia fece l’atto di muoversi e bisognò andare.
+Peccato! A un tavolino era cominciata una partita a primiera; don
+Giosuè, in mezzo a cinque o sei de’ più chiassosi, stava raccontando
+una storiella al marchese; don Prospero sprofondato in una poltrona
+russava tranquillamente; e un certo don Matteo stava per accender la
+pipa.
+
+Donna Fulvia salutò i suoi convitati complessivamente piegando il
+capo a destra e a sinistra, con un certo sussiego, ritta in mezzo al
+salotto, e nell’attitudine di dire: favoriscano d’andarsene. E l’uno
+dopo l’altro se ne andarono tutti; chi tacendo come c’era venuto, e
+chi, diventato più espansivo, impappinandosi in un complimento che
+rimaneva a metà.
+
+Appena “le ebber levato l’incomodo„ come avevano detto i più
+complimentosi, donna Fulvia fece un gran respiro; ma le contrarietà
+di quella giornata non erano ancor finite. Si mosse anch’essa poco
+dopo per andare in chiesa, e affacciatasi al portone vide, dinanzi al
+palazzo, un brusio di gente che, motteggiando o ridendo, or faceva
+ressa intorno a qualcuno, or si affollava in un punto della strada,
+or si apriva facendo ala, e tutta con l’aria allegra di chi gode e si
+diverte. “Oh cos’è questa novità?„ pensò donna Fulvia “cosa fa questa
+gente, questa ragazzaglia che dovrebbe esser tutta ai Vespri?„ E
+s’avviò non senza difficoltà verso la chiesa, attraversando lentamente
+quella folla di curiosi e di buontemponi, i quali tutti eran troppo
+occupati a ridere a crepapancia per accorgersi di donna Fulvia e farle
+largo. Cosa fosse questa novità, e perchè ridessero quei buontemponi,
+donna Fulvia se lo sentì vociare intorno da ogni parte nel fare il suo
+tragitto. Era gente venuta, come a un divertimento, a vedere i preti
+uscire dal gran pranzo, chi per semplice curiosità dopo aver veduta la
+foca, chi per ridere, e chi per dare la baia. Parecchi, usciti allora
+allora dall’osteria, aiutavano a rendere il divertimento più chiassoso;
+chi mezzo brillo con un motteggio sull’intemperanza dei preti; chi col
+naso rosso additando un qualche curato che l’avesse anche più rosso.
+E non è a dire che questo spasso procedesse da per tutto liscio e
+senza contrasti. Alcuni di que’ preti ai quali la gente dava la baia,
+cercavan di svignarsela; ma altri rimbeccavano e rispondevano per le
+rime.
+
+Si pensi dunque quante non ne sentì donna Fulvia in quel breve tratto
+di strada, e quante non ne riseppe poi il giorno dopo dal Valassina,
+dalla Cleofe, e dagli altri suoi confidenti; poichè il giorno dopo
+in Orobio non si fece che parlar del pranzo, dell’uscita dei preti
+dal palazzo, delle scene avvenute, delle facezie dette, e di certi
+due scappellotti somministrati da don Matteo, quel della pipa. Don
+Cornelio, arrabbiato, afflitto per lo scandalo, avrebbe voluto almeno
+che non se ne parlasse più. Pregò, sgridò, ma con poco frutto. La
+storiella andò subito in giro anche per i paeselli della valle, e
+per un pezzo fu il tema allegro dei discorsi in ogni casa e in ogni
+bettola. Tale fu la fine del gran pranzo, col quale donna Fulvia aveva
+creduto di dare una lezione a don Cornelio, di edificare il popolo e di
+rialzare il clero.
+
+
+
+
+XV.
+
+
+Due giorni dopo la festa di S. Luca, sul far della sera, il procaccia
+del capoluogo del mandamento, venne a cercare di don Cornelio, girando
+per tutto il paese con una lettera in mano. — Questo è un telegramma!
+— esclamò lo speziale: e in fatti sulla busta era stampato così. A
+Orobio i telegrammi non capitano di frequente, e l’ultimo l’aveva
+ricevuto appunto sei mesi prima lo speziale; circostanza ch’egli
+non mancò di richiamare nel raccontare il fatto di quell’improvvisa
+venuta del procaccia, poichè per quella sera in paese il telegramma
+di don Cornelio fu l’argomento principale delle conversazioni e della
+curiosità di tutti.
+
+Il telegramma era di Enrico, e veniva da Genova. Enrico, arrivato a
+Genova pochi giorni prima, aveva creduto di trovarci subito una lettera
+di don Cornelio in cui fosse detto che la sua domanda alla zia di
+Cristina era stata fatta, ch’era stata gradita, e che dovesse ripartire
+per Orobio senza perder tempo. Non avendoci trovato nulla, aveva
+scritto di nuovo a don Cornelio un letterone di sei facciate, tutto
+impazienza, tutto ansietà; ma il letterone, arrivato un par di giorni
+prima della festa di S. Luca, era rimasto senza risposta; e Enrico, a
+cui ogni giorno pareva un secolo, aveva telegrafato a don Cornelio per
+domandargli, col linguaggio ansante e risoluto d’un telegramma, cosa
+c’era di nuovo e quando doveva partire.
+
+Quel telegramma, ch’era il primo che don Cornelio riceveva in vita
+sua, diede il tratto alla bilancia. Don Cornelio come s’è veduto, non
+l’avrebbe voluta far così subito quell’imbasciata a donna Fulvia;
+poi, dopo che la sorella aveva mostrata a Cristina quella tal lettera
+d’Enrico, gli era parso che bisognasse far presto; e ora finalmente
+che c’era entrato di mezzo anche il telegrafo, e che aveva parlato a
+quel modo, non ebbe più dubbi, e si decise per il subito. A dargli
+più coraggio gli venivano in aiuto i discorsi fatti col padre Felice
+durante quella passeggiata del giorno prima di S. Luca. Riandava quelle
+parole a una a una, e gli pareva che proprio non ci fosse da dubitare.
+
+Il padre Felice in mezzo ai molti discorsi fatti gli aveva toccato qua
+e là dell’avvenire di Cristina. Aveva pronunziata, più d’una volta,
+la parola matrimonio; gli aveva detto che donna Fulvia cominciava
+a pensarci, e gli aveva fatto capire alla fine, tra un subisso di
+complimenti, che forse.... quanto prima.... tra loro tre, si sarebbero
+fatti de’ discorsi su quell’argomento. Parole di tal fatta, e d’una
+persona tanto circospetta, dovevano pur significare qualcosa!
+
+Don Cornelio, fatta la decisione, s’avviò la mattina dopo, pieno di
+coraggio e col soprabito delle feste, verso il palazzo di donna Fulvia
+allungando un poco la strada per ripensar bene alle parole con le quali
+avrebbe attaccato il discorso. Donna Fulvia, quando le comparve dinanzi
+don Cornelio, se ne stava sola nel suo gabinetto, vicina al tavolino da
+lavoro e con gli occhiali sul naso. Era l’ora in cui, dopo la colazione
+e dopo quattro chiacchiere in salotto, donna Fulvia si ritirava nel suo
+gabinetto o a far la lettura, o a far filaccia e maglie per i poveri,
+fino al momento della trottata. In quel punto era alle prese con la
+spalla d’un corsetto, fatto con degli avanzi di lana tutta a nodi, e
+ch’era uno dei molti cilici di beneficenza che preparava ai poveri per
+l’inverno. Sembrava tutta assorta nel suo lavoro, ma ogni momento le
+bisognava disfare un giro, o riprendere delle maglie scappate, tanto
+il suo pensiero era lontano da quell’infelice a cui era destinato il
+corsetto. I suoi pensieri erano tutti rivolti agli avvenimenti del
+giorno di S. Luca; era la predica di don Cornelio, erano i convitati
+e il pranzo, eran le scene della strada, che le ribollivano in testa
+e le facevano or stringere or crescere quelle maglie capitate in così
+mal punto. Ma soprattutto ce l’aveva con don Cornelio. Ognuno di quei
+fatti doveva necessariamente avere la sua causa, ed essa ne trovava
+una, un’unica per tutti bell’e pronta nella sua mente. Era cioè
+chiaro, chiarissimo, che la colpa di tutto era tutta di don Cornelio.
+Per fortuna che tra i molti pensieri, le era venuto alla fine anche
+quello del matrimonio di Cristina, e che, proprio nel momento in cui
+le vennero ad annunziare la visita di don Cornelio, i suoi occhi erano
+andati a fermarsi su una lettera che le stava dinanzi sul tavolino, una
+lettera tutta complimenti ricevuta quella mattina dal barone Brocchetti.
+
+— Donna Fulvia mi perdonerà.... — cominciò a dire don Cornelio nel
+venire innanzi — ma, se per caso, le fossi capitato in un momento poco
+opportuno....
+
+Donna Fulvia lo interruppe invitandolo a sedere con un gesto, e con un
+— S’accomodi, signor curato — che pronunziò con sussiego, ma cercando
+di raddolcire la voce.
+
+— Tante grazie, tante grazie. Dunque.... se non la disturbo.... se
+mi può concedere.... — prese a dire don Cornelio, ricercando il filo
+del discorso che aveva preparato. — È da qualche tempo che sentivo il
+dovere, che cercavo l’occasione, di parlarle a quattr’occhi un poco a
+lungo, d’una faccenda.... ma.....
+
+— Dica, dica.
+
+— Lei sa quanto mi stia a cuore sua nipote Cristina; lei sa quali
+doveri io senta d’avere verso di essa, e in nome di quale sacra
+memoria....
+
+— Lasciamo il _sacro_ da parte.
+
+— Insomma.... — riprese don Cornelio, un po’ sconcertato, e cambiando
+tasto — insomma, l’ho veduta crescere, mi ci interesso, le voglio
+bene, e sarebbe per me una gran soddisfazione del cuore se potessi far
+qualcosa per quella figliola; qualcosa che potesse piacere, s’intende,
+a donna Fulvia che vorrei pure veder rimeritata per i tanti suoi
+benefici....
+
+— E che cosa vorrebbe fare? — chiese con miglior grazia donna Fulvia, a
+cui balenaron subito in mente le informazioni datele dal padre Felice.
+
+— Non è ch’io voglia.... ma, quando donna Fulvia credesse venuto il
+momento di pensare alla felicità di Cristina.... quando credesse di
+pensare al suo collocamento.... — E qui don Cornelio fece una pausa,
+guardando prima di andare innanzi, la faccia di donna Fulvia. Quella
+faccia, con sua maraviglia, era divenuta a un tratto tutta serena e
+rabbonita, quale non l’aveva veduta mai.
+
+— Veramente.... — disse donna Fulvia — non potrei dire che questo
+pensiero non mi sia venuto; mah! son cose difficili!...
+
+— Oh, non in questo caso! — esclamò don Cornelio, a cui la faccia di
+donna Fulvia dava in quel momento un gran coraggio. — Lei non avrà che
+a dire un sì!
+
+— Lo crede? le par tutto così facile?
+
+— Le difficoltà ci potevan essere, e quante! Ma ormai... lo creda a me,
+quando lei lo voglia, tutto è fatto.
+
+— Lei dunque ne è molto sicuro!
+
+— Sicuro, sicurissimo!... E anzi.... donna Fulvia non ha bisogno di me,
+ma al caso ci penso io.... sono ai suoi ordini.
+
+— Ebbene, caro signor curato — prese a dire donna Fulvia dopo un
+momento di silenzio, con un fare confidente e mellifluo ch’era per
+don Cornelio una gran novità. — Ebbene sì, io avrò bisogno di lei. Al
+matrimonio di Cristina ci sto pensando.... ci sto pensando!.... Ma
+per disporre l’animo della ragazza a un atto così importante, così
+inaspettato, vorrei aver l’aiuto, la cooperazione, e diciamolo, anche i
+consigli di una persona come lei, che per il duplice carattere, quello
+vogliam dire del suo ministero e quello della protezione e autorità
+già esercitata sulla fanciulla, può eventualmente avere la sua parte
+di benefica influenza nell’ottenere quei giusti apprezzamenti che non
+sempre appaiono agli occhi inesperti della gioventù. — Tirò il fiato,
+fece una pausa, poi, come se interrompesse il filo dei pensieri,
+domandò a un tratto a don Cornelio: — Mi dica un po’, ha veduto forse
+questa mattina il padre Felice? e le fu detto per caso qualcosa in
+confidenza? È il padre Felice che l’ha mandata qui?
+
+— Signora no. Il padre Felice oggi non l’ho veduto.... Ma quanto
+all’aver saputo qualcosa in confidenza....
+
+— Oh, oh, come? da chi?
+
+— Come! da chi!.... — esclamò don Cornelio pieno di coraggio e di
+impazienza parendogli che tutto andasse a gonfie vele. — Lei ha mille
+ragioni, e mi scusi se non gliel’ho ancor detto, e se non le ho parlato
+subito a cuore aperto. Ma gli è che mi bisognava farle prima un poco
+di storia. In poche parole però le avrò detto tutto, se ha la bontà di
+ascoltarmi.
+
+Don Cornelio narrò brevemente a donna Fulvia una parte di quanto
+sappiamo anche noi. Le toccò dei progetti e dei desideri del conte
+Maurizio a proposito del suo pupillo e di Cristina: le parlò del
+bell’animo di Enrico, della serietà de’ suoi propositi, del suo affetto
+per Cristina, dell’impiego ora avuto, e della sua sorte assicurata. Don
+Cornelio nel calore del discorso non s’era accorto che donna Fulvia
+intanto aveva mutato faccia, e che con una furia crescente andava
+scavalcando le maglie del suo lavoro, facendo un gran pottiniccio. Se
+ne sarà accorto poi quel tale che avrà dovuto infilare le maniche di
+quel corsetto. Quando don Cornelio venne a dire delle ultime lettere
+ricevute da Enrico, e dell’incarico avuto, donna Fulvia che scoppiava,
+diede un balzo, e buttò il lavoro sul tavolino, esclamando: — Basta,
+basta, ho capito; io non la posso lasciar continuare!
+
+Don Cornelio la fissò pieno di sorpresa, e con l’espressione di
+domandarle il perchè di quel mutamento così grande, così improvviso.
+Donna Fulvia si ricompose, guardò il curato col fare severo d’un
+personaggio offeso nella sua dignità, poi gli disse:
+
+— I suoi progetti sono un’assurdità. Si vede che lei non ha il concetto
+di quelle convenienze sociali alle quali devono attenersi certe
+famiglie. Figurarsi! Gli argomenti che mi ha detto in favore del suo
+protetto, son tutta roba che basta a provarmi la sconvenienza d’un
+simile progetto. All’avvenire di mia nipote.... lasci a chi tocca il
+pensarci. Non si pigli troppe brighe, signor curato.... di quelle
+voglio dire che non c’entrano nel suo ministero, perchè poi le une
+fanno dimenticare le altre!
+
+— Vuol forse dire, donna Fulvia, ch’io dimentichi i miei doveri?
+
+— Voglio dire di non attribuirsene, in questo e in altri casi, di
+quelli che non le spettano.
+
+— Come?
+
+— Come! come! — E qui, ora che quel resto di diga che frenava ancora
+il suo mal animo verso don Cornelio era rotta, non le parve vero di
+buttar fuori a rifascio, come venivano, quelle accuse, quei rimproveri,
+quel dispetto, che aveva tenuti chiusi dentro di sè fino allora. — Come
+quando lei, per dirne una, in compagnia del sindaco, e d’altra simil
+gente, che farebbe bene di lasciare nel loro brodo, si inframmette in
+tante cose che sappiam noi....
+
+— Ma si spieghi....
+
+— Oh lei mi capisce benissimo. Le sue idee del resto son conosciute.
+E i suoi atti, tirando pure un velo sul quarantotto, ognun li vede.
+E poi non l’ha detto anche lei nella sua predica di S. Luca! che lei
+vuol conciliare governo e religione! Figurarsi! che vuol conciliare i
+dissidi, lei da solo! quasi non sapesse che non bastano più da soli
+neanche i Concili ecumenici! Che vuol metter insieme il Vangelo con
+la libertà, col popolo, e col progresso! proprio come dicon certi
+tali, come avrebbe detto anche il Cavour, il suo amico! Cosa deve dire
+il popolo che ascolta le sue prediche? Quelle prediche nelle quali
+non si sente mai una parola contro la perversità dei tempi, mai una
+maledizione! Sta bene l’amore; ma e i flagelli? Quelle bandiere poi
+del governo, per dirne una, sulla porta della chiesa, sul campanile,
+e alla finestra di casa sua, sono.... diciamolo pure, scandali! E
+quelle bandiere degli operai fin sull’altare, fin nella processione....
+accompagnate poi da gente... con delle facce!... le paion cose da
+nulla? Cosa ne dovevano pensare i fedeli? Cosa ne doveva pensare quel
+buon clero venuto per essere edificato, e per edificare?... — E qui
+donna Fulvia, a cui balenò forse in mente il suo pranzo, fece una pausa
+involontaria.
+
+— E lei, signora, avrebbe preferito di saperli all’osteria quegli
+operai, quelle bandiere, invece di vederli presso l’altare? — esclamò
+don Cornelio con calore; ma poi riprese subito con la solita bonarietà:
+— Quanto alle facce.... sicuro, ce n’è delle brutte, ma poveracci! son
+facce annerite nelle officine, o dal sole; bruttissime, quando sudano
+e bestemmiano; ma che a me paion belle quando, nella mia chiesetta,
+guardano in su, e le vedo illuminate da un raggio di speranza. Povera
+gente! Cosa vuole che io maledica? ch’io flagelli? A flagellarli ci
+pensano la gragnuola, le malattie, gli stenti, la fame; e vuole che li
+flagelli anch’io nella loro chiesetta? Non deve avere questa povera
+gente un luogo, un’ora di tanto in tanto, dove il loro pensiero si
+riposi, e sia sicuro di trovarci la pace e la speranza? Oh li ho
+sentiti anch’io nelle città, quei predicatori che dice lei, quelli dei
+fulmini! Ma i loro fedeli poi, dopo i fulmini della mattina, vanno
+a teatro la sera; e i miei poverelli invece vanno a letto, e non
+domandano d’andarci che con una fetta di polenta, e con la coscienza
+tranquilla. Sì, insegno loro ad amare la religione e la patria, la
+Chiesa e il Governo, perchè in questa massima semplice trovano la norma
+sicura de’ loro doveri. Dovrei io turbare la mente di questi buoni
+campagnoli con delle questioni che ignorano, e che non comprenderebbero
+mai? Dovrei mettere nei loro animi una disputa sui loro doveri, per
+metterci così l’alternativa della scelta? Mi sbaglierò.... ma che
+vuole? se un povero coscritto fantaccino, dei nostri di Orobio, scrive
+ai suoi vecchi tutto lieto d’aver pregato in San Pietro, e d’aver
+gridato, viva il Re e la Regina... io ne godo, ne godo fino alle
+lacrime. Ecco perchè non avrei pensato mai, proprio mai, che quelle
+bandiere sull’altare potessero essere uno scandalo!....
+
+— Oh lo sappiamo, lo sappiamo.... per lei non è scandalo neanche il
+celebrare in chiesa le feste della rivoluzione e del Governo.
+
+— La festa nazionale, vuol dire? Lo scandalo in questi paeselli sarebbe
+se i signori, quelli almeno che son chiamati così, facessero le feste
+della patria, e gli altri quelle della chiesa; e che si dicesse che c’è
+un’Italia per i ricchi e una religione per i poveri! Questo sarebbe
+lo scandalo, a parer mio; e le confesso che ci ho proprio messo ogni
+studio perchè, almeno nel mio paesello, questo scandalo non ci fosse!
+
+— Proprio, insomma, come dicevo io, che le questioni della Chiesa le
+vuol risolvere lei!... Alla buon’ora!
+
+— Ma le pare? Io sono un povero curato di campagna, e non cerco di
+risolvere che quello che spetta a me, in questo cantuccio, dove mi ha
+messo la Provvidenza. Il mio dovere è di far del bene a tutti nella
+mia Cura, secondo i bisogni della loro coscienza e della loro vita. Ed
+è ciò che cerco di fare, in tutto quello che posso, alla buona, alla
+meglio. Ecco perchè, donna Fulvia, ho osato parlarle del matrimonio di
+sua nipote.... Mi è parso che ci fosse anche qui del bene da fare....
+mi è parso d’avere un dovere da compire.
+
+— Le è parso; ma è un dovere tutto mio, gliel’ho già detto, e può
+bastare.
+
+— Lei non poteva conoscere la volontà del padre di Cristina, non poteva
+conoscere....
+
+— Ebbene ora conosco tutto, e parliamo d’altro.
+
+— Ma ci rifletta. Quei due figliuoli... son cresciuti insieme, sono
+fatti per amarsi.
+
+— Mia nipote non si permetterà mai di amare nessuno senza il mio
+permesso. E poi, e poi, signor curato, che discorsi son questi! Ma le
+pare?.... Intanto non usciamo di carreggiata; già è lo stesso, e poichè
+s’è cominciato gliele voglio dir tutte! In questo paese le cose vanno
+male, molto male; lo dicono, e lo vedo. Lo dicono qui, e lo dicono
+fuori dove sono osservati con stupore i suoi portamenti, tanto diversi
+da quelli di tutti i curati di questa valle. Qui vediamo il curato
+amico di soggetti pericolosi, qui scarsezza di funzioni, abbandono di
+pie costumanze....
+
+— Di quali?
+
+— Le benedizioni delle messi, le processioni per le campagne....
+
+— Come se ne facevano per far scappare i grilli e le formiche! Oh donna
+Fulvia!
+
+— I pellegrinaggi ai santuari....
+
+— Che duravan fin due e tre giorni, con una turba d’uomini, di donne,
+di giovinotti, di ragazze, tutti alla rinfusa.... Sì, sì, li ho veduti
+quei pellegrinaggi e li ho aboliti, e mi permetta di non dirgliene il
+perchè!
+
+— Oh lei ha quasi abolita anche la confraternita! Le ha levati i
+diritti, i privilegi, i proventi....
+
+— Il cacio e il boccal di vino. Bisognava vederle alle volte certe
+funzioni! Era un piglia piglia; erano sbornie... perfino ai funerali.
+
+— Insomma, se lei non mi vuol capire è meglio che la finiamo. Mi basta
+il dirle una volta per sempre che se son venuta in questo paese, e se
+abbiam fatto quel che lei sa, è perchè abbiamo una missione da compire,
+e la compiremo....
+
+— Oh allora compiamola insieme....
+
+— O muti lei, o.... io già non muto!
+
+— Compiamola insieme, e cominciamo fin da oggi. Non mi voglio scolpare,
+non la voglio contraddire, il tempo e la conoscenza del paese le
+dissiperanno le cattive prevenzioni, le mostreranno la verità. Ma
+cominciamo fin da oggi a compire insieme la nostra missione col rendere
+felici questi due figliuoli.
+
+— Non torniamo su questo argomento!
+
+— Donna Fulvia mi ascolti! Ci pensi! Condanni pur me se vuole, ma non
+condanni questi figliuoli. Lei non può volere la loro infelicità! Lei
+non conosce Enrico, lei non può ancora giudicare! Dia tempo, ci pensi!
+Io non le dimando che di indugiare, di riflettere, di non respingere
+oggi la mia preghiera; e verrà forse il giorno in cui la sua coscienza
+sarà lieta d’aver fatta un’opera buona di più. Donna Fulvia io la
+prego, e la scongiuro anche in nome.... in nome almeno de’ miei capelli
+bianchi, in nome dell’abito che porto....
+
+In quel punto entrò un servitore ad annunziare che la carrozza era
+pronta. Donna Fulvia si rizzò dalla poltrona, e fece al curato un cenno
+colla mano come a dirgli che doveva congedarsi da lui. Si levò in piedi
+anche don Cornelio, e rimase in silenzio dinanzi a donna Fulvia con
+l’espressione supplichevole, ansiosa, con cui aveva pronunziate le
+ultime parole. Donna Fulvia dovette pur rispondere; e il dispetto le
+ridiede quel coraggio che le parole di don Cornelio le avevan tolto per
+un momento.
+
+— È meglio per lei e per me che cessi questa penosa conversazione, e
+che non ci si ritorni più. Le convenienze mie e della mia famiglia son
+cose che riguardano me, e che non intendo lasciar discutere e risolvere
+dagli altri. E poi, è inutile dissimularlo, c’è tra me e lei in molti
+argomenti una differenza di principii... e se non ho la pretesa di
+discutere i suoi, ho però quella di non cedere nei miei. Quanto al suo
+progetto, o incarico che si voglia, ne la prego, non ne parli più. È
+cosa impossibile, assurda, e che, glielo dico una volta per sempre,
+non potrà verificarsi nè ora nè mai. Siamo intesi, e la riverisco....
+Eccomi, eccomi, vado a metter lo scialle e vengo subito. — Quest’ultime
+parole eran rivolte da donna Fulvia alla marchesa Bianca ch’era
+comparsa allora in sull’uscio dicendo: — È attaccato, e siamo pronti
+tutti.
+
+
+
+
+XVI.
+
+
+Durante la trottata, donna Fulvia non aperse bocca; fu pensierosa e
+accigliata per tutta la sera, non fece la partita, e si ritirò presto.
+Il giorno dopo cercò de’ pretesti per non uscire, ed insistette
+vivamente con suo genero e con sua figlia perchè se ne andassero
+soli. Il marchese uscì in carrozza; Bianca preferì di passeggiare con
+Cristina, e uscite tutte e due da una porticina in fondo al giardino,
+presero la vecchia strada del paese che costeggia il monte, e dalla
+quale si va a un bel poggio erboso, per un viottolo, traverso una selva
+di castagni, e seguendo un ruscello. Era la passeggiatina prediletta
+della marchesa Bianca, e ch’essa chiamava la sua “passeggiata
+romantica.„ Aveva anzi un abbigliamento speciale, per quella
+passeggiata, che le andava proprio benino e che le piaceva tanto; un
+abbigliamento di foggia montanina, fatto apposta per le solitudini, per
+quelle specialmente dove si incontra un mondo di gente. Peccato che lì
+non ci si incontrasse proprio nessuno; ma come prevederle tutte! Anche
+quella volta dunque la marchesa Bianca s’accinse a risalire il ruscello
+appoggiata a un sottile e leggiero _alpenstok_ a cerchietti d’argento e
+a nappette di seta, e con un libro sotto il braccio; un romanzo tutto a
+spasimi d’amore, che leggicchiava da un mese, a poco a poco, e dicendo
+ch’era tanto commovente, e tanto interessante.
+
+Donna Fulvia rimasta sola fece chiamare il padre Felice, e diede
+l’ordine di dire a chiunque venisse che in quel giorno non riceveva
+nessuno. Col padre Felice poi rimase in colloquio per più di due ore,
+e parlando sottovoce perchè neanche i muri la potessero udire. Anche
+don Cornelio s’era rinchiuso quel giorno nel suo studiolo, dicendo
+alla sorella che aveva bisogno di restare per qualche ora tranquillo;
+e la signora Angelica che non conosceva ancora la brutta novità, aveva
+fatto con gran premura rispettar la consegna, persuasa che il curato
+stava studiando qualche panegirico d’impegno. Il povero don Cornelio
+veramente non aveva da studiare che la risposta da mandare a Enrico,
+e s’era messo a fare e rifare più d’una volta una lettera in cui,
+pur dicendogli la verità, avrebbe voluto rendergliela un poco meno
+amara e sconfortata. Povero don Cornelio! Egli, che in quel momento
+era triste e scorato come non l’era stato mai, non pensava che a un
+dolore, al dolore d’Enrico; non aveva che una preoccupazione, quella di
+risparmiare all’animo d’Enrico lo sconforto profondo che già sentiva
+nel proprio. — “Almeno l’avessi qui, vicino a me, quel figliuolo!„
+diceva tra sè. “Me lo piglierei sotto il braccio, e a poco a poco, gli
+direi tutto senza dargli il colpo in una volta.... un colpo simile,
+all’improvviso! Ma c’è da perder la testa.... e la fiducia nella
+vita, che è ben triste per lui, così giovane! Quella bella fiducia,
+sicura e baldanzosa, che ci fa veder l’avvenire, a quell’età, come
+un campo nostro, e ci anima a seminarlo tutto, come se proprio lo
+dovessimo mietere tutto!... Povero figliuolo!... Fosse capitato anche
+di peggio, ma addosso a me, che.... sono ormai all’ultim’ora!... Oh
+la mia povera speranza di render felici questi figlioli, e di render
+quest’ultimo ufficio alla memoria del mio unico amico!... Oh la mia
+povera missione!.... Come potrò durarla io in questo paese?.... E non
+sarò io un ostacolo.... ai benefici di donna Fulvia?„ — Poi scotendosi
+ritornava subito a quel figliuolo. — “Se l’avessi qui! se gli potessi
+parlare! Perchè c’è de’ conforti che la voce soltanto li sa dare.
+Ma una lettera! Sia pure una risma di carta, è sempre carta! E poi
+salterà le pagine, andrà in fondo, andrà alla conclusione, senza
+essere preparato da una parola prudente.... da un conforto.... da un
+abbraccio. Ma tant’è; e avanti con questa cartaccia!„
+
+Don Cornelio avrebbe penato meno in quelle ore se avesse potuto
+immaginarsi che Enrico era in viaggio, e che proprio in quel punto
+aveva già intravvisto il campanile d’Orobio. Enrico, dopo aver mandato
+quel suo telegramma a don Cornelio aveva ricevuto nel giorno stesso
+da Londra una lettera di sir James che gli ordinava di ripartire
+sollecitamente per Napoli. Impaziente, inquieto com’era da parecchi
+giorni, si crucciava di doversi allontanare ancora di più, prima di
+avere quella risposta che doveva dare la certezza e il riposo alle sue
+speranze. Dopo un _sì_, gli pareva di poter andare, allegro e felice,
+anche in capo al mondo, perchè tutto il mondo sarebbe diventato suo.
+Ma con quell’incertezza! C’erano ancora alcuni affari da sbrigare a
+Genova, e non avrebbe potuto partire, anche a far presto, che tra
+cinque o sei giorni. Gli venne un’idea, e la comunicò subito al suo
+compagno di viaggio, il figlio di sir James, al quale del resto aveva
+già confidato tutto l’animo suo. Sir Arturo approvò l’idea, che non era
+altro che di fare una corsa a Orobio; ed anzi lo incoraggiò moltissimo,
+dicendogli che la calma è indispensabile, e che bisogna riaverla subito
+se per caso la si perde.
+
+Enrico partì da Genova quella sera stessa, e il giorno dopo giunse
+da Milano a quella stazione dove scendono i viaggiatori che vanno a
+Orobio. Passò la notte in una borgata vicina, e la mattina seguente
+ripartì in un legnetto, col quale piano piano, e rinfrescando un
+par di volte, giunse a vista del suo paesello press’a poco nel
+momento in cui don Cornelio finiva la lettera, e la marchesa Bianca
+e Cristina cominciavano la passeggiata. Per arrivare alla casa del
+curato gli bisognava attraversar tutto il paese, incontrar chi sa
+quanti, e rispondere a chi sa quante interrogazioni; si immaginò
+che tutti l’avrebber fermato, e che tutti gli avrebber letto negli
+occhi la ragione di quella sua improvvisa venuta; si fece tutto rosso
+anticipatamente, e, detto fatto, prese una risoluzione.
+
+La risoluzione fu di scender dal legnetto prima di arrivare in paese, e
+d’andare a piedi alla casa del curato, seguendo la strada vecchia e i
+viottoli della costa del monte, dove era più facile il non imbattersi
+in anima viva.
+
+Quanti pensieri, quante memorie non gli risvegliavano que’ ciottoli
+a uno a uno! A ogni passo gli pareva d’imbattersi in un vecchio
+amico; erano ora un tronco spaccato d’un antico castagno, ora un filo
+d’acqua che schizzava da un canaletto, or la siepe d’un praticello,
+or la scorciatoia nota e sicura; e quell’edera, quelle felci, que’
+fiorellini, che s’eran rinnovati sui medesimi cespi, egli andava
+mano mano riconoscendoli, e gli parevano amici che l’aspettassero
+per richiamargli i begli anni passati, e dargli tacitamente un primo
+saluto di Cristina. Buoni e cortesi amici! Quel silenzio poi, quella
+immobilità d’ogni cosa, gli davano un senso di riposo e di pace
+che, dopo la vita romorosa della città, gli scendeva ancor più caro
+nell’animo, e lo forzava a rallentare que’ passi che poco prima erano
+così impazienti e frettolosi. Quelle viottole gli parevan più belle
+delle strade di Londra, e ogni tanto, senza avvedersene, si fermava a
+riconoscere uno di quei tanti amici, e a respirare una larga boccata di
+quell’aria sottile e profumata che scendeva dalla montagna.
+
+“Brezzolina gentile!„ esclamò a un tratto Enrico fermandosi, e
+sorridendo. “Come ti affiderei volontieri un bacio se tu mi dicessi
+che nello scendere al piano andrai a susurrare tra i corridoi d’un
+palazzo, o a stormire tra le frasche d’un giardino.... No, no non te lo
+affiderei„ soggiunse poi subito “non ne avrei il coraggio!„ E in quel
+momento le frasche stormirono intorno a lui, ma con un romorìo insolito
+e che pareva quello del fruscìo d’una veste, o dei passi leggeri d’un
+capriolo sull’erbe selvatiche. Enrico stette a sentire, si guardò in
+giro, e vide a pochi passi Cristina che scendeva traverso i cespugli
+per raggiungere anch’essa la vecchia stradicciuola del paese.
+
+— Cristina!
+
+— Oh! — E non seppero dir altro; ma si vennero incontro correndo, si
+presero la mano, si fecero tutt’e due rossi rossi in faccia, e rimasero
+impacciati come se le piante all’ingiro avessero in quel momento
+spalancato tanto d’occhi. Ci fu un minuto di silenzio, che fu presto
+rotto da una nuova esclamazione che esprimeva meglio, questa volta,
+la sorpresa e la gioia. Enrico cominciò a spiegare come avesse preso
+quella strada, senza ancor dire perchè ci fosse venuto; e Cristina
+che, aiutata da lui, era scesa intanto sulla viottola, gli andava
+dicendo anch’essa come mai fosse lì, e l’invitava a seguirla verso
+un praticello poco distante dove l’avrebbe presentato alla marchesa
+Bianca, e dove avrebber fatte insieme un monte di chiacchiere lunghe e
+belle.
+
+Enrico obbedì, e si mosse mandando innanzi i passi più lentamente
+che poteva, guardando in silenzio or Cristina or i ciottoli della
+stradella. Poi a un tratto si fece coraggio, e prese a dire: — Oh ma io
+ho qui sul cuore un monte di cose che vorrei dire.... che non so se le
+potrei dir tutte, neanche tra noi soli; a quattr’occhi.... Ma se poi mi
+vedrò dinanzi questa signora marchesa che non conosco....
+
+— Mia cugina non è fatta per dar soggezione; è buona, mi vuol bene, è
+poi tanto gentile....
+
+— Gentilissima, me lo immagino, ma m’immagino anche che, quando me la
+vedrò dinanzi, io non saprò aprir bocca, e rimarrò lì....
+
+— Ah, se poi il signor Enrico è venuto da Londra apposta per non dir
+nulla! — esclamò ridendo Cristina.
+
+— La signora Cristina dice bene!... ma tant’è, e quasi non so aprir
+bocca e mi confondo in questo momento stesso in cui siam soli. Una
+volta è vero non succedeva così. Questa costiera, queste viottole,
+mi ricordan bene come mi pareva facile un tempo il dire ogni mio
+secretuccio, il fare lì per lì le mie confidenze alla signorina che
+ci veniva con me. Ma in allora queste viottole le facevo con quella
+signorina saltellando e rincorrendoci.... e con quella signorina ci
+davamo del _tu_.
+
+— E il _tu_, nell’andarsene, intascò i secretucci, portò via le
+confidenze.... È un bel cattivo il signor _tu!_.... Ma ne fu castigato,
+e ora gli si può dire che s’è fatto senza di lui....
+
+— Oh! come? In che modo?
+
+Cristina si fermò, ebbe un momento di esitazione, e poi abbassando gli
+occhi soggiunse: — Un mese fa lei ha scritto da Londra una lettera
+a don Cornelio per dargli una buona nuova.... se ne rammenta?....
+In quella lettera c’era un suo secreto.... c’era il richiamo d’un
+desiderio del mio povero babbo....
+
+— E quella lettera....
+
+— L’ho letta. — E sugli occhi fattisi a un tratto rossi rossi, le
+spuntarono improvvisamente due lacrime.
+
+Enrico le vide, e capì il dolce secreto di quella improvvisa
+commozione. L’imbarazzo e le incertezze di poco prima sgombrarono in un
+subito dal suo animo, e vi sentì scendere una calma sicura e felice.
+
+— Quella lettera la rammento, — riprese Enrico — o dirò meglio rammento
+tutta la gioia di quel giorno in cui la scrissi. Era una gioia grande,
+piena di speranze e di sogni che si succedevano l’uno più bello
+dell’altro. Quella gioia, mi ricordo si faceva a momenti anche cattiva;
+e allora m’assalivano mille dubbi, mille timori e un’ansietà che mi
+faceva battere i polsi forte, forte.... e mi faceva soffrire. Ma
+ritornava poi subito, la mia gioia, bella e serena come prima. Presi
+la penna, scrissi quella lettera; non ricordo più quello che scrissi,
+ma ricordo.... che m’impazientivo di non sapermi esprimer bene con don
+Cornelio.... e che non era a lui che scrivevo in quel momento!
+
+Cristina gli rispose con un bel sorriso, e s’avviò di nuovo per la
+viottola, ma d’un passo più lento di prima.
+
+— Non rammento quello che scrissi... — continuò Enrico camminando
+vicino a Cristina — ma cosa potevo dire in una povera letteruccia? A
+dire quello che c’è nel mio cuore, a dirlo tutto! ci vorranno tutti i
+giorni della mia vita.... L’avvenire saprà parlare per me.... saprà
+parlare nella buona come nella cattiva fortuna....
+
+— Oh per quelli che si voglion bene non ci può essere cattiva fortuna!
+— osservò Cristina.
+
+— Sì, sì, è vero, e posso ben dirlo io! — esclamò con entusiasmo
+Enrico. — Ma se don Cornelio m’avesse risposto — riprese poi subito
+con una certa ingenuità — ne potrei essere ancor più sicuro. Ma perchè
+non m’ha ancor risposto? Ero un po’ sulle spine a dir la verità. Ne
+ho fatti dei pensieri! O c’è un intoppo, perchè di peggio non voglio
+pensare, o c’è una bella sorpresa.... Oh Cristina, lei forse lo sa!....
+ma anche lei tace, come don Cornelio.... Oh non sia cattiva, mi dica,
+mi dica!
+
+Cristina che a questo punto non capì più nulla, si fece a interrogare
+anch’essa con istanza, con curiosità; e riseppe, raggiante e commossa,
+quale incarico Enrico avesse dato a don Cornelio, e quale risposta
+aspettasse ansiosamente dalla zia.
+
+— Fu ieri, ieri! — saltò su Cristina con un grido di gioia — che don
+Cornelio parlò alla zia! Ci andò di mattina, che è un’ora insolita per
+lui, e ci stette un gran pezzo; me lo ha detto mia cugina Bianca.... —
+E s’interruppe, rimanendo a un tratto sopra pensiero, e come colpita
+da un ricordo molesto. — Nulla, nulla, oh non sarà nulla, sarà una
+combinazione, — continuò poi, rispondendo a Enrico che s’era accorto
+di quel cambiamento improvviso, e la interrogava con insistenza e
+con ansietà. — Gli è che a mia cugina è parso che don Cornelio fosse
+alquanto conturbato, che avesse la faccia diversa dal solito.... ma
+mia cugina potrebbe anche aver veduto male! — E tanto lei che Enrico
+continuarono la loro strada per qualche minuto in silenzio.
+
+— Ecco come un nulla basta alle volte a far nascere i più tristi
+pensieri, — prese a dire Enrico. — Sicuro; io non ci avevo quasi
+neanche pensato!.... Se donna Fulvia non volesse!... Se don Cornelio,
+mentr’io gli corro incontro tutto in festa, m’accogliesse colla faccia
+malinconica di chi ha una triste novella nel cuore....
+
+— Oh cattivo, cattivo, cattivo!... Che pensieri son questi! Di queste
+brutte cose non ne possono succedere, no!
+
+— Non son possibili, non ne possono succedere, nevvero?
+
+— E come mai dovrebbero essere possibili? La zia.... è tanto seria,
+è vero, ha le sue ubbie, ma poi mi vuol bene.... E il bene che m’ha
+fatto? Oh se non c’era don Cornelio, non sarei arrivata da sola a
+comprendere tutta la grandezza del benefizio che ho ricevuto! Aveva
+ragione don Cornelio di dirmi che ora toccava a me a ricambiarlo,
+quel benefizio, nel nome santo del babbo, anche a costo di qualunque
+sacrifizio, e lo promisi, lo giurai....
+
+— Oh, Cristina!
+
+— No, no, Enrico, non mi faccia quegli occhi spaventati! non ci fu
+bisogno di nessun sacrifizio. Ho lasciato, è vero, il caro paesello,
+la gente a cui volevo bene, i bei prati, le belle montagne.... e
+ora sono un uccellino in gabbia.... ecco tutto!.... avrei rimorso
+a dire di più. Ed è possibile che chi m’ha fatto tanto bene fin
+qui, non voglia compire la sua opera santa.... — E dopo un momento
+d’esitazione, riprese timidamente — col dare il suo consenso a ciò che
+fu un desiderio di mio padre.... a un desiderio, oh non c’è nessun
+male nevvero, a dirlo? a un desiderio mio... e che mi pare ogni giorno
+di sentir più fortemente.... e che m’accompagna sempre.... fino a
+diventare alle volte tormentoso, a diventar tanto cattivo, da farmi
+piangere?... Eppure, anche quando è cattivo, non lo so mandar via,
+perchè mi è tanto caro....
+
+— Oh la buona ispirazione che m’ha condotto qui! È dunque scritto in
+cielo ch’io l’avrò questa felicità! Oh come è bella la vita! Io me la
+vedo già dinanzi lieta, felice, tutta lucente d’un sole... che viene
+dalla mia anima.... e che è il mio amore. Oh sì, Cristina, lasci che le
+dica questa parola... questa parola che il cuore mi va ripetendo senza
+posa.... e che presto griderò alta, a tutti, fin che avrò vita.
+
+— E la diremo insieme.... ma allora poi ce la diremo sotto voce
+all’orecchio, e sarà anche più bella.... Oh, la voce di Bianca! mia
+cugina mi chiama....
+
+— Cristina, Cristina! — esclamò Enrico pigliandole la mano, e
+serrandola con passione nelle sue. — Dunque è vero? è proprio vero? non
+le è discaro l’amor mio... un po’ di bene me lo vuole?...
+
+— E me lo domanda?
+
+— Oh sì! nulla nulla al mondo mi potrà strappare la mia felicità, lo
+giuro! nessuno mi potrà rubare il mio bell’avvenire, il mio bene, non è
+vero Cristina?
+
+— Vuole che giuri anch’io? — gli rispose Cristina con un bel sorriso
+e stringendogli la mano alla sua volta, nelle sue manine, più forte
+che potè. — Or venga con me, spicciamoci, son due passi, lo voglio
+presentare a mia cugina....
+
+Enrico avrebbe preferito scansarsene, e balbettò qualche _ma_ e qualche
+_se_, ma non era più in tempo. Un passo dopo l’altro, eran arrivati
+senza accorgersene al poggio dove la marchesa Bianca s’era fermata
+a leggicchiare una pagina del suo romanzo, seduta su un rialzo del
+prato, intanto che Cristina s’era allontanata cercando qualche ultimo
+fiorellino d’autunno. Quando Enrico e Cristina comparvero sul poggio,
+la marchesa Bianca, che aveva chiuso il suo libro da un pezzo, s’era
+rizzata in piedi, e si disponeva a muovere incontro alla cugina, dopo
+averla chiamata un par di volte. La sua sorpresa nel veder Cristina
+accompagnata da uno sconosciuto non fu poca, ma non le fu neanche
+discara. A colpo d’occhio capì ch’era un giovine per bene; le parve
+anche al portamento, al vestito, che fosse un forestiero, forse un
+inglese; pensò subito che finalmente c’era un pubblico per il suo
+abbigliamento, tanto carino, e sentì in cuor suo un gran conforto
+per questo atto di giustizia. Cristina fece subito alla cugina la
+presentazione di Enrico, dicendole in poche parole chi fosse, e per
+qual caso si fossero trovati poco prima sulla medesima stradicciuola.
+
+La marchesa Bianca accolse benissimo Enrico, capitato così
+opportunamente, e sentendo che veniva da Londra principiò a parlargli
+in inglese, e continuò per un pezzo, sebbene Cristina le avesse anche
+detto ch’era d’Orobio. Gli chiese dell’ultima _season_ e delle mode; e
+Enrico si levò d’imbarazzo dicendole che non aveva veduto nulla di più
+bello della _toilette_ che aveva dinanzi in quel momento. La marchesa
+si persuase ancor di più d’aver a che fare con una persona di molto
+buon gusto, e di molta intelligenza, e lo trattò subito con quelle
+maniere gentili che teneva in serbo per i casi speciali. Enrico, che,
+anche parlando con la marchesa Bianca, parlava senza avvedersene con
+Cristina, rispondeva e discorreva con un’amabilità e con un’eloquenza
+che venivano dal cuore, e che aumentavano sempre più la soddisfazione
+della marchesa. La quale, dopo aver protratta più che potè, quella
+conversazione finì col conchiudere, tra sè stessa, con un giudizio
+definitivo, che quel giovine era veramente degno d’aver fatto la sua
+conoscenza.
+
+Arrivati al cancello del giardino, Enrico si accomiatò, e la marchesa
+Bianca, nel salutarlo, lo invitò a passare una qualche serata in casa
+di sua madre, offrendosi essa stessa di presentarlo a suo marito e a
+donna Fulvia.
+
+Si pensi con quanta allegrezza in cuore rientrò in casa Cristina; e
+con quanta consolazione, con quanti buoni presentimenti, e con quale
+ansietà corresse Enrico alla casa di don Cornelio!
+
+
+
+
+XVII.
+
+
+Alcuni giorni dopo, la carrozza di donna Fulvia, in completo assetto di
+viaggio, usciva di buon’ora dal portone del palazzo, e s’avviava per la
+strada maestra d’un trotto ancor più pacato e solenne di quello delle
+gite o delle trottate consuete. Nella carrozza, accanto a donna Fulvia,
+c’era la marchesa Bianca, e sedevano davanti Cristina e la cameriera
+che teneva in grembo _Fleurette_, ravvolta in uno scialletto. Donna
+Fulvia aveva la faccia ancor più raggrinzita del solito; e Cristina
+aveva nascosta la sua dietro un velo fitto, perchè non le vedessero
+in quel momento la commozione del suo animo. Per quanto Cristina
+fosse oramai abituata alle risoluzioni improvvise della zia, e delle
+quali la zia non soleva dar troppi conti, pure questa volta era tutta
+agitata e non sapeva scacciare i tristi pensieri che venivano, come un
+temporalaccio, a offuscarle quel bel cielo che due giorni prima sul
+viale del monte, le era parso così sereno e promettente. Essa partiva;
+partiva quel giorno stesso in cui aveva sognato di vedere Enrico
+accolto in casa della zia, e accolto come suo sposo; partiva senza
+averlo neppur riveduto, senza aver più saputo nulla di nulla, senza
+avere neppur salutato don Cornelio, senz’aver dato un bacio alla buona
+signora Angelica!
+
+Il giorno prima, donna Fulvia aveva avuto una visita improvvisa e
+breve di don Innocente. Nessuno in casa ci aveva badato, perchè da
+qualche tempo eran soliti tutti a vedere don Innocente fare a donna
+Fulvia di queste visite brevi, e nelle ore che non eran quelle de’ suoi
+ricevimenti: anzi ai ricevimenti lo vedevano ben di rado. Non erano
+affar suo; ci si giuocava, tra l’altre, con certe carte così pulite che
+gli mettevano suggezione; e poi non c’era caso di vederci un bicchiere
+di vino. Don Innocente veniva nella giornata a dare a donna Fulvia le
+notiziette raccolte ne’ suoi giri per i paeselli e per le sacristie, ci
+metteva all’occorrenza un po’ di frangia e un po’ di commenti del suo,
+e poi se ne andava con la faccia ilare, o compunta, a seconda della
+faccia che gli aveva fatto donna Fulvia. Questa volta la notizietta
+era ch’era stato veduto in un legnetto, che andava nella direzione di
+Orobio, “quel giovane di cui si prendeva cura don Cornelio, e che don
+Cornelio aveva mandato in paesi lontani con scandalo di tutti i buoni.„
+Dopo quella visita aveva fatto chiamare in fretta il padre Felice, e
+poco dopo aveva annunziato che un affare la chiamava a Milano, e che
+dovevano partir tutti la mattina seguente.
+
+Nel fare i preparativi per la partenza tutti in casa si eran domandati
+l’un l’altro cos’era successo; e stringendosi nelle spalle, erano
+andati ripetendosi l’un l’altro la risposta asciutta e alquanto
+misteriosa di donna Fulvia. Cristina era corsa tutta affannata
+ad interrogarne la cugina, e anche questa non aveva saputo darle
+che la stessa risposta. E ora Cristina cercava di persuadersi che
+quella risposta fosse la vera; ma intanto aveva una grande angoscia
+nell’animo; e mentre la carrozza si allontanava da Orobio, guardava
+traverso lo sportello, con un senso di dolore e di invidia, i viandanti
+che risalivano la valle, i contadini chinati sulle vanghe, i poverelli
+che stendevano la mano, fin le piante, i camperelli, le siepi che mano
+mano lasciava dietro di sè.
+
+Una certa curiosità di conoscere il motivo di quella partenza
+improvvisa l’aveva anche il marchese Ettore, e appunto in quell’ora
+stessa cercava di risaperne qualcosa dal padre Felice, il quale se ne
+schermiva nel miglior modo, non parendogli quello il momento opportuno
+per parlare. Il padre Felice e il marchese viaggiavano insieme in un
+legno separato. Avevano preceduto donna Fulvia, e non facevano che per
+un tratto la stessa strada, dovendo essi a un certo punto della valle
+prender quella che conduce alla città capoluogo della provincia. Il
+padre Felice aveva detto d’esserci chiamato da qualche suo affaruccio;
+e il marchese, che non si dilettava troppo dei viaggi in famiglia,
+aveva trovato anch’esso il suo pretesto, ch’era quello di dare
+un’occhiata alla città, che non rivedeva da un pezzo, e dove c’erano
+dei monumenti e delle cose d’arte che, a sentirlo, gli stavano tanto a
+cuore. I due compagni di viaggio giunti alla città si separarono. Il
+marchese, dopo aver gironzato il giorno appresso entrando in qualche
+bottega d’antiquario e comperando un po’ di ciarpe vecchie, ripartì la
+sera per Milano. Il padre Felice invece vi si trattenne otto o dieci
+giorni, che impiegò in visite, in paroline, in discorsi, con pesci
+grossi s’intende, tutto a inchini e sorrisi sempre eguali, come li
+sa fare un buon diplomatico, sia che si tratti di metter pace, o di
+addensar su qualcuno un temporale. Così, quando ritornò a Milano, potè
+intrattenere a lungo donna Fulvia sui favorevoli risultati della sua
+missione, che questa volta crediamo non fosse quella di metter pace.
+
+La venuta di Enrico e la partenza di donna Fulvia non erano per Orobio
+due avvenimenti così piccoli da passare inosservati. Il mistero e la
+curiosità, ch’ebbe sempre molte attrattive per gli abitanti d’Orobio,
+non mancarono anche questa volta di eccitare gli animi e di dar materia
+a discorsi che non finivan più. C’era chi diceva d’aver veduto Enrico
+entrare in paese a piedi, e chi in carrozza; chi sapeva di positivo che
+la persona arrivata non era Enrico, e chi, senza pronunziarsi nella
+questione, asseriva d’averlo veduto partire in un legnetto, di notte,
+dopo la partenza di donna Fulvia. E anche sulla partenza di donna
+Fulvia quanti commenti non si facevano, e quante non se ne dicevano!
+Il sentimento generale era quello di sentirsi tutti, con la partenza
+di donna Fulvia, come un gran peso giù dallo stomaco: pareva a tutti
+di respirare un po’ più liberamente. E sì che donna Fulvia non era
+che al principio della sua missione, come diceva lei, e che tutto il
+bene che doveva fare in Orobio non l’aveva che incominciato. Questo
+bene l’avevano aspettato tutti a bocca aperta, ma ci avevan sentito
+subito un certo sapore così acido che aveva tolto a tutti la voglia di
+gustarne dell’altro. Anche in Orobio donna Fulvia per beneficare non
+posava da mattina a sera; beneficava per forza, e guai a chi non ne
+volesse sapere. Anche in Orobio donna Fulvia strapazzava tutti per il
+loro bene; correva a dare ai poveri sussidi, e lavate di capo; e fin
+le medicine che portava agli ammalati, non le parevano salutari se non
+accompagnate da una solenne ramanzina. Anche in Orobio non le era mai
+parso d’aver fatto completamente il suo dovere, se non quando avesse
+accompagnato un beneficio con la mortificazione di qualcuno. Tutti
+dunque tirarono un gran sospiro quando seppero che quella provvidenza
+del paese era partita colla famiglia e coi bauli.
+
+Anche nella bottega dello speziale per parecchie sere non si parlò
+d’altro. Lo speziale pretendeva d’aver tutto preveduto fin dal primo
+giorno in cui donna Fulvia era arrivata in paese, e diceva che anche
+da certe ordinazioni e da certe ricette aveva subito arguito con che
+carattere si avrebbe avuto a fare. Quella partenza non era per lui
+che un fenomeno flogistico. La parola era capita poco, ma i suoi
+ascoltatori se ne accontentavano, e avevan l’aria di convenirne. Tutti
+poi, di tanto in tanto, guardavano in faccia al sindaco, il quale ne
+sapeva quanto gli altri, e taceva. Il sindaco era andato due o tre
+volte da don Cornelio per venir in chiaro di qualche cosa, ma aveva
+sempre trovato l’uscio chiuso. Alla fine s’era imbattuto nella signora
+Angelica dalla quale aveva udito che il curato era a Santa Maria della
+Neve. La signora Angelica però era stata veduta andar in chiesa e
+accendere un lumicino alla Madonna. Dunque qualcosa ci doveva essere.
+Ecco perchè il sindaco meditava e taceva.
+
+Santa Maria della Neve era un povero villaggio della parte alta della
+valle, a più che mille metri sul livello del mare, e dove abitavano, o
+meglio facevan capo, dugento famiglie circa di pastori, che nell’estate
+si spargevano per i pascoli montani, e nell’inverno si rintanavano in
+un gruppo di casucce, intorno ad una chiesetta che appunto dava loro il
+nome. Santa Maria della Neve da parecchi anni era senza curato; dopo
+l’ultimo che c’era morto, non se n’era ancor trovato uno da mandarci.
+Era una cura che aveva in tutto dugentocinquanta lire di rendita e
+un magro orticello; gl’incerti poi erano un po’ di cacciole, qualche
+capretto, e qualche bracciata di legna che i parrocchiani portavano
+al curato quando benediva una bestia ammalata, battezzava un figlio
+maschio, o faceva un po’ di scuola nell’inverno. Don Cornelio che vi
+andava di tanto in tanto, e vi mandava ogni domenica il suo coadiutore,
+o qualche prete dei dintorni, aveva detto a don Luigi che questa
+volta gli occorreva di andarci lui, ed era partito sul far dell’alba
+accompagnato da _Ugolino_, che lo precedeva tranquillo e serio, come
+soleva fare quando capiva che le circostanze richiedevano così. Era
+partito desideroso di restar solo per qualche giorno, perchè questa
+volta si sentiva accasciato più di quanto non gli fosse mai capitato
+in vita sua. Gli ultimi fatti, la ripulsa di donna Fulvia, la venuta
+di Enrico, gli avevan fatto passare delle brutte ore, e gli avevan
+lasciato un grande abbattimento nell’animo. Ai dolori della vita non
+era nuovo; ma questa volta non sentiva più in sè quella vigoria che
+in circostanze anche più gravi aveva avuto sempre, e per sè e per gli
+altri. Egli stesso stupiva di sè medesimo, e nel salire per l’erta
+che menava a Santa Maria della Neve, non ritrovava più neanche la sua
+buona gamba; la strada gli pareva più faticosa, il suo passo s’era
+fatto più lento e più grave. Più volte s’era fermato, s’era seduto,
+e asciugandosi la fronte aveva detto, pieno di scoraggiamento: “Sei
+vecchio, vecchio, povero Cornelio!... La mia missione quaggiù è
+finita... c’è qualcosa che me lo dice!„
+
+A Santa Maria della Neve si fermò cinque o sei giorni, e per la
+prima volta dopo tanti anni ritornò alla sua cura a malincuore. Quei
+casolari, quella chiesetta, quei pastori, avevano avuto per lui
+un’insolita attrattiva. La sua anima afflitta ci aveva respirata la
+pace; e il suo cuore scoraggito, ma ch’era sempre pur quello, ci aveva
+trovato uno spiraglio da cui aveva come intravveduto un nuovo campo
+dove gli rimaneva ancora un po’ di bene da fare. Non è a dire poi
+quante feste non gli facessero quei montanari che lo vedevano per la
+prima volta trattenersi parecchi giorni in mezzo a loro. E don Cornelio
+se ne staccò con dolore, conservando in un cantuccio del cuore il
+nome di Santa Maria della Neve come un’invocazione di pace, e di cure
+benefiche e contente.
+
+Mentre don Cornelio guardava mestamente il cielo da Santa Maria della
+Neve, come dalla sua ultima tappa, Enrico dal ponte d’un battello,
+che viaggiava da Genova a Napoli, guardava il cielo anch’esso con
+l’occhio fisso e desolato. Ma il suo cielo aveva un vasto orizzonte,
+e la sua disperazione era pur quella de’ giovani, in fondo alla quale
+c’è spesso tutto un mondo di speranze. Da quel momento in cui, con
+l’animo straziato, aveva dovuto ripartire da Orobio, Enrico non aveva
+fatto che richiamare le parole di don Cornelio, il triste annunzio che
+gli aveva dato, e i suoi conforti mesti e sfiduciati. Le richiamava a
+una a una quelle parole e le meditava: ci trovava in tutte la conferma
+inesorabile della sua disgrazia; pensava che per lui la era finita,
+che speranze non ce n’eran più, che il meglio era morire.... ma poi
+concludeva che nessuno al mondo gli avrebbe tolto Cristina. E allora
+tutti i suoi pensieri riprendevano la strada delle speranze; sognava
+mille casi, mille combinazioni che potessero mutare quella triste
+realtà; e faceva disegni e propositi, come se già gli si fosse aperto
+uno spiraglio di avvenimenti più lieti. Ma i nuovi sogni svanivan
+presto, e dietro loro stava sempre la triste realtà, immobile, intera.
+Enrico doveva rimanere a Napoli, col suo compagno, due mesi; e si pensi
+se gli dovevano parer lunghi. Egli aveva confidato tutto, anche i suoi
+ultimi casi, a sir Arturo; e il suo unico sollievo nelle poche ore di
+riposo era quello di ripetergli la sua storia dolorosa, rifacendola
+ogni volta da capo, confidandogli le sue angosce, e domandandogli
+consigli e conforti. Ma i conforti di sir Arturo, brevi ed asciutti,
+non eran quelli che avrebbe voluto Enrico: “Star fermo nel proposito
+fatto, diceva sir Arturo, ed aspettare; aspettare anche vent’anni
+calmo e lavorando.„ Allora Enrico scriveva delle lunghe lettere a don
+Cornelio; ma anche queste non ricevevano che delle tarde risposte,
+affettuose e meste, piene di buoni consigli, ma senza nessuna di
+quelle notizie ch’egli aveva più ansiosamente domandate, senza una
+notizia sola di Cristina. “Star fermo ed aspettare„ gli tornava a dire
+sir Arturo; e Enrico, ripetendo queste parole a sè stesso, cercava
+imporsi per qualche tempo un poco di calma, ma poi alla fine dava in
+uno scoppio di pianto. Un giorno però sir Arturo venne a dargli una
+nuova che gli ridestò tutti i suoi sogni, tutti i suoi disegni, e a
+mettergli il cuore in festa. Gli disse che passati i due mesi, sul
+finir dell’anno, sarebbero andati a Livorno, e che poco dopo sarebbero
+ripartiti per l’alta Italia, e forse per Milano.
+
+Anche per Cristina quei due mesi di novembre e di dicembre non furono
+meno mesti e meno pieni di angosce. Dopo il ritorno in città, essa era
+tornata alla solita vita casalinga e monotona, e tutto in casa di donna
+Fulvia aveva ripreso l’andamento uniforme di prima. Cristina ascoltava
+attentamente ogni parola, osservava ogni atto di donna Fulvia e degli
+altri tutti della famiglia, senza che le riuscisse mai di scovrir nulla
+di ciò che era tanto ansiosa di sapere. Alle volte le era parso che la
+zia fosse preoccupata un poco più del solito; ma nè lei, nè nessuno di
+casa, dal giorno in cui erano tornati in città, non avevan più nominato
+nè Orobio nè don Cornelio, come se non fossero mai esistiti.
+
+Don Cornelio, in quell’ultimo dialogo scabroso che c’era stato tra
+lui e donna Fulvia, non aveva avuto nè il tempo nè il coraggio di
+dire che Cristina sapeva quale incarico gli avesse dato Enrico, e che
+ne aspettava la risposta con eguale ansietà. Ripensandoci, dopo la
+partenza di donna Fulvia, ne aveva avuto rimorso, poi gli era anche
+sembrato che gli rimanesse ancora un dovere da compire verso Cristina,
+il dovere doloroso di confortarla alla rassegnazione. Ma come compirlo?
+Pensò al padre Felice che s’era mostrato tanto cortese con lui, e
+che gli pareva fatto apposta per una missione delicata e amichevole.
+Detto fatto, gli scrisse una lunga lettera raccontandogli tutto alla
+distesa, incaricandolo di dire ogni cosa a donna Fulvia, e pregandolo,
+infine, di far le sue veci presso Cristina per disporla, se proprio era
+necessario, al sacrifizio. Il padre Felice consegnò subito la lettera
+del curato a donna Fulvia, e si pensi che esclamazioni, che chiasso!
+Ma poi, tornata la calma, donna Fulvia, dopo molte consultazioni, finì
+col seguire il consiglio del padre Felice, ch’era quello di non dir
+nulla a Cristina, di contenersi come se non sapesse nulla di nulla, di
+mostrarsi con lei sempre più dolce e affettuosa, e di pigliar tempo;
+il qual tempo, abituato com’è a farne dimenticar tante delle cose
+a questo mondo, si sarebbe presa anche questa piccola briga di far
+dimenticare a Cristina una fuggevole fantasia da ragazzi. A rispondere
+a don Cornelio, a tenerlo a bada, e a rimandarlo soddisfatto con poco,
+ci avrebbe pensato lui, il padre Felice; cosa che non gli pareva molto
+difficile.
+
+Cristina dunque aveva un bel stare attorno alla zia; la zia era
+muta come una statua, e l’interrogarla, o il farla parlare, in
+simili casi, non era un affar da nulla. Cristina aveva da principio
+pensato di scrivere di nascosto a don Cornelio, ma poi non ne aveva
+avuto il coraggio. Per un pezzo aveva sperato che un bel giorno le
+sarebbero arrivate improvvisamente tante belle notizie, tutte in
+una volta: e aspettava il bel giorno; ma i giorni passavano tutti
+eguali, lasciandola tutti nell’eguale ansietà. Poi aveva anche un gran
+progetto; quello d’aprir l’animo suo con la cugina, di confidarle ogni
+cosa, e di invocare la sua protezione e i suoi consigli. Ci si era
+anche provata, ma s’era fermata subito scoraggita e dubbiosa. Più d’una
+volta aveva principiato a parlare dei giorni della sua infanzia, di
+suo padre, del buon curato, del suo paesello; ma la cugina l’ascoltava
+con l’aria annoiata, e come chi ha cose di ben altra importanza per la
+testa. E infatti, non appena Cristina faceva una pausa, la marchesa
+Bianca senza lasciarla finire, entrava di botto nel campo prediletto
+de’ suoi discorsi sulle amiche, sulle mode, sulle mille cosucce della
+città; e, se era in vena anch’essa di fare delle confidenze, le
+confidava in secreto i suoi progetti di _toilettes_ per il carnevale.
+Allora Cristina, triste e sfiduciata, tornava sola ai suoi pensieri; e
+di tanto in tanto, con gli occhi pieni d’una espressione supplichevole,
+guardava senz’avvedersene or l’uno or l’altro.... ma nessuno la
+capiva, nessuno le rispondeva. Un giorno, era fin scesa di corsa, e di
+nascosto, nel cortile, per interrogare un carrettaio ch’era arrivato
+da Orobio. — Ah, cosa c’è di nuovo a Orobio? — le aveva risposto il
+carrettaio. — C’è neve a bizzeffe! E le ova poi! da che c’è la strada
+ferrata in provincia, fin due soldi l’uno si pagano!... Il curato sta
+benone, benone tutti.... ma gran mortalità nelle galline! — E così era
+finita anche quella poca speranza nel carrettaio.
+
+
+
+
+XVIII.
+
+
+Era principiato il nuovo anno, e in casa di donna Fulvia tutto
+procedeva con la consueta uniformità, monotona e severa come quella
+d’un monastero, quando donna Fulvia, un dopo pranzo, annunziò una
+gran novità. Rivolgendosi a Cristina, con una affabilità insolita, le
+disse d’aver pensato a lei in quei giorni per procurarle un po’ di
+svago nel carnevale: “cosa ben giusta e necessaria per la gioventù.„
+Poi soggiunse che i divertimenti avrebbero avuto un carattere tutto
+familiare, ma pure sarebbero stati anche maggiori di quelli che si
+usavano un tempo quand’era ragazza lei; che cioè una volta alla
+settimana, l’avrebbe condotta di sera in casa del barone e della
+baronessa Brocchetti, dove avrebbe trovate delle fanciulle della sua
+età; e che una volta la settimana poi avrebbe tenuto conversazione
+anche in casa propria, con gioco della tombola, e con una serata di
+bussolotti in fine del carnevale.
+
+Quell’annunzio fu così improvviso e così impreveduto, che a due brave
+persone, che giocavano in quel momento a tarocchi col padre Felice e
+col Valassina, caddero persin le carte di mano, per cui si dovette
+andar a monte, e mescolar di nuovo il mazzo. Cristina accolse le
+parole della zia con gratitudine e con gioia. Presentì vagamente che
+rotto il ghiaccio di quella vita uniforme le si sarebbe presentata,
+forse, l’occasione d’avere una qualche nuova di Enrico, e di vedere
+per qualche spiraglio traverso quel buio che le si era fatto tutto
+all’ingiro, da quando era tornata in città, e che la opprimeva in un
+modo tormentoso, insoffribile. Sperò che un mutamento nelle abitudini
+d’ogni giorno, per quanto piccolo, le avrebbe reso più facile il
+vincere la grande suggezione che le dava la zia, e le pareva già che
+sarebbe venuto anche il giorno in cui le avrebbe aperto il suo cuore.
+Infine, bisogna pur dirlo, le dava una secreta contentezza anche il
+pensiero di prendersi un po’ di spasso, e di andare ai divertimenti e
+alle conversazioni della città, di cui aveva sentito dire tante belle
+cose, e che l’immaginazione poi le aveva di tanto ingranditi.
+
+Un’altra secreta soddisfazione, tutta insolita e nuova, l’ebbe il
+giorno in cui ci furono i preparativi per condurla alla conversazione
+di casa Brocchetti. C’era stata, una settimana prima, una lunga
+discussione, tra donna Fulvia e sua figlia, sull’abbigliamento di
+Cristina per la sera in cui sarebbe stata condotta in società. Cristina
+ne aveva capito poco, anche perchè nella discussione c’erano stati
+qua e là dei punti misteriosi, in cui donna Fulvia, o aveva parlato
+a mezza voce, o aveva sorvolato ammiccando a sua figlia, o aveva
+pronunziato un qualche sì incerto, o qualche no asciutto, come chi sta
+negoziando delle concessioni. Finalmente, venuto il giorno degli ultimi
+preparativi, dopo un andirivieni di ambasciate, capitò la sarta della
+marchesa Bianca con un bell’abito semplice ma elegantissimo, e che
+indosso a Cristina strappò subito delle esclamazioni soddisfatte tanto
+alla sarta quanto alla marchesa. Cristina, intanto che la zia s’era
+tirata in disparte tutta sopra pensiero, si guardò nello specchio, e
+quasi non riconobbe sè stessa. Era la prima volta che si vedeva così
+bene abbigliata, e nel vedersi tanto bella ne arrossì tutta, e rimase
+quasi confusa. Donna Fulvia se ne accorse, saltò di mezzo con impeto, e
+ordinò subito alla sarta delle correzioni e dei palliativi; diede sulla
+voce a sua figlia, e non si lasciò rimuovere questa volta nè da ragioni
+nè da esclamazioni. Cristina, che non aveva portato dai suoi monti
+il pensiero di farsi bella, ne sentì in quel momento la tentazione
+per la prima volta. L’aria affannata della zia, la discussione sul
+suo abbigliamento, e il gran caso che se ne faceva, le diedero
+improvvisamente un sentimento nuovo, che non era precisamente quello
+dell’ambizione o della vanità, ma ch’era però la coscienza di sentirsi
+un qualcosa più di prima, di sentire in sè stessa una nuova forza, e
+anche un nuovo coraggio, in faccia alla zia, in faccia a tutti. Donna
+Fulvia che non s’accorse, s’intende, di questo risultato, continuò a
+discutere, a correggere e a modificare, fin sull’uscio, prima di andare
+in casa Brocchetti.
+
+In casa Brocchetti oltre al barone, quell’ometto complimentoso e brutto
+di cui abbiamo già fatto la conoscenza, c’era la baronessa, una donnona
+alta e grossa, piena di acciacchi, e che non si moveva quasi mai
+dalla sua poltrona, tutta intenta da mattina a sera a far faldelle, a
+deplorare i tempi, e a combinar matrimoni. Poi c’erano i figliuoli. La
+baronessa si vantava di averli coltivati a uno a uno fuori dell’aria
+mondana, come in una stufa; e infatti erano venuti su lunghi, sottili,
+giallognoli, e col collo un po’ torto come arbusti in cerca d’un raggio
+di sole. Con l’intromissione di donna Fulvia ne aveva ammogliati due,
+ed ora ne aveva altri tre nel vivaio. L’arte della baronessa per
+maritare quei suoi figliuoli, così bruttini, era quella di lasciarli
+veder poco, di circondarli d’una riputazione di figliuoli perfetti,
+e di offrirli poi nei momenti in cui c’era abbondanza di fanciulle e
+scarsità di mariti. Il maggiore di quelli che c’erano in casa, e che
+si chiamava Checchino, non aveva che vent’anni. Veramente la baronessa
+avrebbe voluto aspettare un par d’anni ancora prima di dichiararlo
+disponibile; ma da quando il barone era venuto a confidarle quelle
+prime toccatine avute da donna Fulvia, figurarsi! un parentado simile!
+aveva subito mutati i suoi disegni, e aveva presa la direzione secreta
+dell’affare, dando giorno per giorno le sue prescrizioni al marito,
+il quale, in questi casi specialmente, era solito ubbidire appuntino.
+Di prescrizione in prescrizione, si era venuti tra donna Fulvia e il
+barone a quegli accordi che sappiamo per passare il carnevale. Lo scopo
+ultimo e vero di quegli accordi non era stato ancor detto formalmente,
+ma era sottinteso. I ritrovi del carnevale dovevano servire ai due
+futuri sposi per vedersi di tanto in tanto da un capo all’altro d’un
+salotto, ossia come diceva la baronessa, per conoscersi reciprocamente.
+In quaresima poi i genitori, con improvvisa consolazione, e con la
+debita sorpresa, avrebbero accolto, auspice un amico comune, il felice
+progetto e concluso il matrimonio.
+
+Le prime volte che Cristina fu condotta in casa Brocchetti ci fu ben
+poco di notevole. Il barone e la baronessa accoglievano Cristina con
+quattro complimentucci, ch’eran tutti un dolciume e sempre gli stessi,
+poi si mettevano ai tavolini da giuoco, e non le dicevan altro. Ai
+tavolini da giuoco c’erano i pesci grossi della conversazione; ci
+sedevano oltre il barone e la baronessa, donna Fulvia, qualche vecchia
+signora, qualche consigliere giubilato, e ci passavano un paio d’ore a
+borbottare e a rimbeccarsi tra loro, intanto che i pesciolini, ossia
+Cristina e due o tre altre fanciulle, se ne stavano in disparte con un
+lavoro d’ago o di ricamo in mano, scambiando sottovoce qualche parola
+di tanto in tanto. Se alle volte capitava in visita qualcuno che non
+fosse dei soliti, anche questo si metteva presso uno dei tavolini, ci
+stava in silenzio una mezz’oretta a veder gli altri a giocare, poi se
+ne andava. Tale, su per giù, era la conversazione di casa Brocchetti.
+Cristina cominciava a pensare che i divertimenti della città non
+eran poi gran cosa, quando una sera la baronessa fece l’improvvisata
+d’un maestrino al pianoforte, e di qualche invitato di più; poi fece
+fare un po’ di largo nel salotto, e permise alle fanciulle di far
+due salti. E fu una grande improvvisata davvero. Cose simili in casa
+Brocchetti non se n’eran vedute mai! Dopo quella sera, la baronessa
+permise i due salti regolarmente una volta la settimana; e Cristina
+che ballava con passione, ci si divertiva di cuore, ballando più che
+poteva, senza fermarsi, senza riavere il fiato, e fin ballando con
+l’altre fanciulle quando i ballerini erano stanchi. I ballerini, oltre
+Checchino e i due Brocchetti più piccoli, eran cinque o sei giovanetti
+scelti prudentemente, e un vecchietto tutto arzillo che era stato, un
+tempo, ballerino della baronessa, e che dopo aver fatto ballare due
+generazioni ora continuava colla terza. Il ballerino meno fortunato
+era Checchino; le fanciulle quando lo vedevan venire, lo scansavano;
+poi facevano tra loro delle risate senza che gli altri ne capissero
+il perchè. A Checchino succedeva spesso, quando giuocavan la partita,
+di addormentarsi nel salotto e di russare fortemente. La baronessa
+allora si affrettava a dire che Checchino si levava tanto di buon’ora,
+e che studiava troppo; ma una volta una delle fanciulle che facevan
+crocchio tra loro aveva detto piano a Cristina, e alle altre, che
+Checchino era.... era un asino. Non è a dire quanto rider ne avesser
+fatto secretamente in quel momento, e da quanta voglia di ridere
+fosser prese, da allora in poi, ogni volta che compariva Checchino.
+Checchino, per di più era un ballerino disgraziato. Non gli riusciva
+mai di mettersi d’accordo nè con la ballerina, nè con la musica, nè con
+la battuta, e si metteva di solito a ballar la polka quando suonavano
+il valzer, e a ballare il valzer quando suonavano la polka. E ci si
+ostinava, trascinando con violenza la ballerina, la quale un po’ ci si
+adattava, un po’ si ribellava, e così era in complesso un affannarsi
+di tutt’e due da far pietà. Fu in una di queste lotte che a Checchino,
+mentre una sera ballava con Cristina, scivolò un piede. Barcollò, si
+riprese, perdette l’equilibrio, e andò con le gambe in aria. Cristina
+riuscì a svincolarsene, e a rimaner ritta, ma fu presa da una di quelle
+voglie di ridere che non si ferman più. Si mordeva le labbra, si turava
+la bocca con la pezzuola; ma intanto vedeva le amiche che ridevano
+anch’esse in disparte, e dava daccapo in un nuovo scoppio di risa. La
+zia, come furono a casa, ne la sgridò, e l’ammonì molto seriamente a
+mostrarsi d’allora in poi più rispettosa e cortese verso quel giovane,
+ch’era uno dei migliori che mai si potessero immaginare. Dopo quella
+sera in casa Brocchetti si ballò meno, e Checchino non ballò più.
+
+Le serate della baronessa erano alternate con quelle di donna Fulvia,
+nel cui salotto, secondo il programma, una volta la settimana si
+giuocava a tombola, e ci venivano, oltre i pochi amici soliti di
+casa, il barone coi suoi figli e con parte della sua conversazione,
+invitativi straordinariamente. Queste serate procedevano un po’
+noiosette per tutti, e anche per Cristina, la quale, passata quella
+prima novità era tornata pensierosa e malinconica. Aveva sperato
+vagamente col veder gente nuova, di risapere qualcosa di Enrico;
+aveva creduto che chi sa quanti, solo a nominare Orobio, le avrebber
+date le nuove del suo paesello e del curato! Ci si era anche provata
+timidamente, qualche volta; ma non ne aveva trovato uno che conoscesse
+il suo paese neanche di nome. Le sue inquietudini, le sue angosce ora
+principiavano a tornarle nell’anima vive come prima, e con minori
+speranze; daccapo era tornata inquieta, distratta, e assorta in un
+unico pensiero. Il Valassina che, senza farsi scorgere e con l’aria
+di chi è sempre lontano da tutto le mille miglia, spiava tutto e
+vedeva tutto, si accorse che Crestina cominciava a far meno caso
+dei divertimenti della zia, e che qualcosa d’altro, che non era il
+Checchino di sicuro, si faceva strada nel cuore di lei, o vi ripigliava
+il posto di prima. Fin dinanzi alle cartelle della tombola la vedeva
+distratta e svogliata! E più d’una volta, quando tirava i numeri aveva
+osservato con impazienza che Cristina non li marcava, o li marcava
+sbagliando. “Le frulla il cervello a quella ragazza!„ aveva detto tra
+sè; e principiò a sospettare che i pensieri di Cristina non fossero
+assorti nei terni della lotteria, ma galoppassero piuttosto dietro quel
+giovane che viaggiava lontano.
+
+Pensò di accertarsene. Gli parve che cogliendo Cristina d’improvviso,
+in uno di quei suoi momenti di distrazione, con una notizia che facesse
+al caso e con una domanda buttata lì di sorpresa, gli sarebbe riuscito,
+fissandola bene, di leggerle fino nel fondo dell’anima. Una notizia
+che pareva fatta apposta il Valassina l’aveva; detto fatto, si decise
+di metterla subito a profitto prima che Cristina venisse a saperla in
+altro modo, e ci fosse poi preparata.
+
+Giocavano una sera, seduti alla solita tavola della lotteria,
+donna Fulvia, il barone Brocchetti, la marchesa Bianca, alquanto
+assonnata, Checchino accanto a Cristina, il Valassina, tre o quattro
+altri giocatori attenti e compresi, e il vecchietto arzillo di casa
+Brocchetti. Il vecchietto teneva il cartellone ed estraeva lui i
+numeri, accompagnandoli ogni volta con qualche motto che a un dipresso
+facesse rima, e che poi senz’altro doveva far ridere. Al caminetto, un
+po’ discosto dai giocatori, c’era il marchese Ettore, che leggicchiava
+un giornale, e scambiava di tanto in tanto qualche parola col padre
+Felice, il quale gli stava di faccia seduto in poltrona.
+
+— _Trentatrè!... non si marca se non c’è!_ — gridava tutto ilare, con
+una voce un po’ nasale, il vecchietto, mostrando la pallottolina su cui
+c’era il numero.
+
+— L’ho io, l’ho io! — saltò su Checchino.
+
+— Oh, che numeracci! — brontolava donna Fulvia.
+
+— Ambo! — esclamava un terzo.
+
+— Si verifichi, lei sbaglia sempre! — replicava tutto rosso in faccia
+Checchino, che non si animava se non quando giocava alla lotteria.
+
+— _Vent’otto!_ — ripigliava il vecchietto. — _A bella ragazza un bel
+giovanotto!_
+
+— Ma cosa dice mai! — esclamava donna Fulvia, — Lei ne ha sempre delle
+sue.... giudizio, giudizio!
+
+— _Quarantasei!_
+
+— Oh, questa volta poi non voglio rime!
+
+— _Gentil signora.... come vuol lei!_
+
+— Bravo, bravissimo! — esclamaron tutti.
+
+— Sempre pronto, sempre allegro. È inutile; per questo gioco ci vuol
+proprio lei! — conchiuse il barone Brocchetti.
+
+La prima tombola fu vinta contemporaneamente da due giocatori.
+Checchino, che non era uno di questi, pretendeva che c’era stato
+uno sbaglio, per cui ci fu una lunga discussione, e poi una lunga
+verificazione. Nel frattempo il Valassina aveva osservato Cristina
+attentamente, parendogli che fosse più pensierosa, più impaziente del
+solito, e balenatogli in mente il suo disegno, pensò che quello era il
+momento opportuno per mandarlo senz’altro ad effetto.
+
+— E così, signor marchese, che cos’ha trovato di nuovo stasera ne’
+pubblici fogli? — prese a dire il Valassina dirigendosi al marchese
+Ettore. — Ci son notizie della Cura d’Orobio?
+
+— No davvero, caro signor Valassina. Sono da mezz’ora nella questione
+d’Oriente, ma d’Orobio non c’è sillaba. C’è dunque una questione
+d’Orobio?... Dica, dica; lei ha, mi pare, delle notizie ch’io non ho!
+
+— Oh, nulla d’importanza! — riprese sorridendo il Valassina. — Non ha
+letto giorni fa, signor marchese, quel che c’era nella gazzetta della
+provincia?... tra le notizie della Curia? dov’era detto che il curato
+d’Orobio....
+
+— Muta aria?
+
+— Oh! dunque le notizie le sa anche lei?
+
+— L’ho risaputa, questa, da qualcuno ma non l’ho letta. E ce n’è altre?
+
+— È appunto quello che domandavo a lei. Nella gazzetta c’era che don
+Cornelio Sacchi, a quanto si diceva, doveva essere nominato canonico
+del Duomo; ma che invece poi avrebbe avuta, forse, si diceva, un’altra
+destinazione; e che la nomina a curato d’Orobio sarebbe sempre, a
+quanto si diceva, caduta su una degna persona che non si poteva finora
+nominare....
+
+— Andiamo, andiamo, attento signor Valassina... non vede che
+ricominciamo il gioco! — saltò su, interrompendolo, donna Fulvia a cui
+non garbava in quel momento un simile discorso.
+
+— Si incomincia col numero _sette_! — gridava il vecchietto. — Oh
+vedono che bel numero! l’hanno quasi tutti. E lei, Cristina, non lo
+marca?... _Numero sette, donna Cristina!... è un po’ distratta la
+signorina!_
+
+Altro che distratta! Distratta era stata tutta quella sera, ma in
+quel momento le era salita una vampa al viso, non vedeva più nulla,
+e non ascoltava che le parole del Valassina. Questi che se n’era
+subito accorto, contento, contentone di quel primo risultato, pensò di
+affrontare all’occorrenza anche le occhiate di donna Fulvia, ma di non
+lasciar cadere il discorso.
+
+— Fin da questo autunno, — riprese il Valassina voltandosi verso il
+marchese, — dicevano che don Cornelio avesse l’intenzione di lasciar
+Orobio....
+
+— E per qual motivo? — domandò il marchese.
+
+— Precisamente non saprei.... avrà forse voluto mettersi in riposo....
+ora tanto più che....
+
+— Attento signor Valassina, — gridava il vecchietto, — non vede che
+siamo già ai terni?... _e or con questo sessantotto.... la partita va
+di galoppo!_ La rima non era riuscita, ma per fortuna Checchino fece
+in quel momento un’esclamazione di gioia che permise al vecchietto di
+gabellare anche questa.
+
+— Ora tanto più, dicevo.... — riprese il Valassina torcendo il collo
+verso il marchese, — che quel giovane.... un certo giovane di cui il
+signor marchese avrà forse sentito parlare....
+
+— Ma Valassina! Valassina! Questa sera lei è d’una distrazione!... e
+con le sue chiacchiere ci confonde la testa a tutti! — saltò su di
+nuovo donna Fulvia, e in tuono più brusco di prima.
+
+— Ah, sì, sì.... so di chi vuol parlare.... — disse il marchese Ettore
+dopo aver scambiata qualche parola col padre Felice. — E dunque cosa è
+avvenuto di quel giovane?
+
+— Mille scuse, donna Fulvia, — riprese il Valassina, — rispondo una
+parola al marchese poi non fiato più.
+
+Cristina, tutta agitata, non vedeva più i numeri delle cartelle, e non
+ne marcava più uno. Checchino che se n’era accorto, e ch’era lì lì per
+far tombola, stava zitto, e n’era tutto giulivo.
+
+— Le voci che girano sul conto di quel giovane son molte, — continuò
+il Valassina. — A Orobio, pare, non ci tornerà più.... ma poi ne dicon
+tante!... Però la più sicura, a quanto si sa, è che siasi stabilito in
+Inghilterra e che anzi vi abbia preso moglie....
+
+— Non è vero! — esclamò risolutamente Cristina. E in quello stesso
+momento si sentì la voce concitata di Checchino, che esclamava tutto
+glorioso: Tombola! Tombola!
+
+Donna Fulvia, lanciando occhiate inquiete al Valassina per farlo
+tacere, cercò prontamente di deviare l’attenzione dei giocatori,
+tossendo, alzando la voce, agitandosi e dando l’aire a Checchino, il
+quale senza saperlo le veniva in aiuto colla sua gioia chiassosa. Ma il
+Valassina, sicuro di farsi perdonar dopo, non tacque; e per battere il
+ferro intanto ch’era caldo replicò subito a Cristina: — Mi scusi, ma io
+credo invece che quella notizia sia vera verissima. Come potrebbe lei
+sostenermi il contrario? Sentirò volontieri quello che ne sa lei!...
+
+— Io so, — riprese Cristina tutta concitata, e volendo giustificare la
+sua esclamazione di prima, — io so ch’egli ha promesso a una fanciulla
+d’Orobio.... È un giovane d’onore! lo conosco fin da bambina... egli
+non mancherà alla fede data!
+
+A quelle parole ci fu un momento di silenzio generale, in cui Cristina
+vide rivolti verso di sè gli occhi maravigliati di tutti. Essa avrebbe
+voluto giustificar subito anche quella sua giustificazione, avrebbe
+voluto che le domandassero ancora qualcosa, ma nessuno non le domandò
+più nulla. I più non ne avevano capito niente, ma qualcuno ne aveva
+capito fin troppo. Il Valassina, ch’era tra questi, fu il primo a
+rompere il ghiaccio e a rimettere la conversazione in carreggiata,
+riconducendola alla tombola di Checchino. Il marchese s’era messo a
+guardar Cristina con l’occhialetto; e dalla sua poltrona cominciò a
+guardarla più che potè con l’attenzione d’un osservatore che, fatta
+una scoperta improvvisa, va cercando nuovi dati per la riprova.
+Il padre Felice s’era limitato a tirar due o tre prese di tabacco
+più rumorosamente del solito: e donna Fulvia che nelle circostanze
+difficili sapeva tutto posporre, come diceva anche lei, al proprio
+decoro, finse di non aver udito nulla; continuò ad occuparsi de’ suoi
+invitati, coi quali fu anche più complimentosa del solito, e in cuor
+suo promise a sè stessa che _quella signorina_ avrebbe la mattina dopo
+reso uno stretto conto di ciò che aveva detto.
+
+Cristina, prima ancora che tutti se ne fossero andati, scomparve dal
+salotto, e si ritirò nella propria camera. Per quella notte non chiuse
+occhio, e continuò a ripensare a quelle ultime parole del Valassina.
+Che Enrico non tornasse più, che Enrico si fosse maritato.... eran
+fiabe! N’era sicura; non aveva angustie, non aveva sospetti! Ed
+era lieta e fiera in cuor suo d’aver difeso Enrico, d’aver buttato
+in faccia quel _non è vero_ al Valassina, parendole con questo
+d’aver chiusa a lui e a tutti la bocca per sempre. Ma le angustie
+ed i sospetti l’assalivano invece nel ripensare alle parole che il
+Valassina, e il marchese, avevan dette a proposito di don Cornelio.
+“Che don Cornelio avesse lasciato Orobio? che fosse andato altrove? che
+a Orobio non ci fosse proprio più?... L’avevan detto in un tono così
+sicuro!...„ E nel riandare le cose udite Cristina sentiva scendersi
+in cuore un presentimento tormentoso che le toglieva ogni forza per
+ribatterle e per dire a sè stessa che non eran vere.
+
+“In fin de’ conti c’è don Cornelio ad Orobio!„ soleva esclamare
+Cristina tra sè quando, nei momenti di scoramento e di timore, voleva
+tagliar corto, e correre col pensiero ad un conforto che non le falliva
+mai. “Ma se a Orobio don Cornelio non ci fosse più!...„ andava ora
+ripetendo; e quelle parole le davano un senso di paura, le davano tutto
+l’accasciamento dell’abbandono e della solitudine.
+
+Per saperne qualcosa anche noi, circa quelle notizie del signor
+Valassina, daremo subito una corsa a Orobio, e là faremo un passo
+indietro per riprender meglio il filo dei nostri piccoli avvenimenti.
+
+
+
+
+XIX.
+
+
+Una sera, sulla fine del mese di gennaio, don Cornelio tornando a casa,
+dopo la solita visita a qualche malato o a qualche povero, trovò per
+strada il procaccia che lo fermò levandosi di tasca un piego per lui. —
+Oh, oh, un letterone così grande proprio per me! — E data al procaccia
+la buona sera, affrettò il passo e andò diviato a disuggellare il piego
+in cucina, dove la sorella stava appunto sorvegliando la pentola in cui
+coceva la minestra per la cena.
+
+— Una lettera della Curia.... — prese a dire don Cornelio intanto che
+cercava di decifrare lo scritto al lume della candela. — Eh, eh.... è
+monsignor Vicario che mi scrive... oh troppa bontà... troppo onore...
+troppo cerimonioso monsignor Vicario!... — E giunto a piè di pagina
+voltò il foglio, la cui prima faccia era occupata da un periodo solo,
+tutto a incisi, pieni d’una degnazione paterna e complimentosa.
+
+— Oh, cosa può voler da me monsignor Vicario?... — riprese il curato
+dopo aver letta e riletta la seconda parte della lettera. — Vuol
+parlare, consultarsi, conferire a voce con me... conferire sopra che
+cosa?
+
+— Sarà per il giubileo, o per le missioni! — saltò su la signora
+Angelica.
+
+— O piuttosto che la Curia avesse deciso d’assegnar qualcosa di più a
+Santa Maria della Neve, e di mandarci almeno un buon cappellano, come
+le ho proposto io?... Eh sicuro! ne ho scritte delle lettere per Santa
+Maria della Neve alla Curia! Un letterone anche pochi giorni fa.... e
+ora capisco che hanno avuto il loro effetto. Non può esser altro, e ne
+son proprio contento. Però se mi potevano risparmiare questo viaggio....
+
+— Oh, ma è un bell’onore!...
+
+— Obbligatissimo, ma è anche una gragnuola di maggio, come diciam noi,
+per un povero curato! Che mi canzoni! due giorni per andare e tornare,
+due giorni di fermata.... il calesse, la locanda!... E non è che non le
+sappiano alla Curia le nostre miserie.... ma certe cose altro è saperle
+altro è provarle!... Si fa per dire, veh! perchè, dico la verità, per
+fare un po’ di bene a quei poveracci di Santa Maria, venderei ben
+volentieri anche....
+
+— Oh no, no, per carità, ci vorrebbe altro! Non ne hai venduta
+abbastanza della roba? — esclamò la signora Angelica, che scodellava
+la minestra, interrompendolo e restando col ramaiuolo alzato, come per
+fermargli la parola.
+
+— Basta, basta.... ci penseremo domani.... ma bisogna battere il ferro
+intanto che è caldo, e doman l’altro mi metterò in viaggio.
+
+Il giorno dopo don Cornelio, tutto di buon umore, dandosi di tanto in
+tanto una fregatina di mani, e non pensando ad altro che a Santa Maria
+della Neve, fece i suoi preparativi per il viaggio, aiutato dalla
+sorella, la quale fu tutta in faccende, perchè almeno avesse a partire
+un po’ ravviato e in buon arnese. I preparativi della partenza anche
+questa volta non andaron lisci. La signora Angelica, che in simili
+circostanze non pareva più lei, e mostrava un coraggio da leone, ebbe
+più d’una volta a borbottar col curato, e a farlo fare a modo suo.
+Nell’abito nuovo fatto cinque anni prima, ci trovò uno strappo, e lui
+non le aveva detto nulla: d’un bel par di guanti di lana nera, che gli
+aveva fatti non era ancora un mese, ne aveva perduto uno: e per non
+aver dato retta a lei a tempo, era sul punto di dover entrare in città
+con un nicchio vecchio e sbertucciato. Don Cornelio prometteva che ne
+avrebbe comperato uno nuovo prima di presentarsi a Monsignore, ma la
+signora Angelica gli credeva poco, e non era affatto tranquilla. Il
+guaio più grosso scoppiò a proposito delle fibbie. Il curato s’ostinava
+a voler partire colle sole ghette, ed andava esclamando: — In questa
+stagione! un prete di montagna! Credi, che Monsignore non sappia che
+c’è tanta neve nella valle? — E la signora Angelica replicava: — Come?
+quando s’ha un par di fibbie d’argento come quelle che t’ha regalate il
+povero conte Maurizio, se non le si sfoggiano nelle occasioni, domando
+io cosa s’ha a farne? — E la discussione si fece tanto calorosa che
+la signora Angelica perdè la pazienza, e andò senz’altro a cercar le
+fibbie nel cassettone del curato. Le cercò, frugò da per tutto, e non
+avendole trovate, venne a piantarsi dinanzi al fratello in atto di
+domandargli dove le avesse riposte. Don Cornelio, fattosi tutto rosso
+in faccia, come un bambino colto in fallo, biasciando le parole prese
+a dire: — Sai.... quella povera donna.... la Marta.... che rimase
+vedova con quei bambini.... le ho vendute. — Angelica chinò il capo,
+non disse più nulla, e passando il dorso della mano sugli occhi andò a
+rinchiudere il cassettone; poi tutta affaccendata e silenziosa si mise
+a dare un’ultima mano alla sacca di viaggio.
+
+Don Cornelio partì la mattina seguente nel solito legnetto del paese,
+dopo aver detto la messa di buon’ora. Assicurò la sorella e don Luigi
+che non sarebbe rimasto fuori che tre giorni; disse quattro parole a
+_Ugolino_ per persuaderlo che le visite ai Monsignori non erano affar
+suo, e che questa volta bisognava restar a casa; poi tutto contento
+montò nel legnetto e partì. Faceva freddo, tirava vento, ci si gelava
+in quel legnetto, ma don Cornelio tutto intento a ruminar discorsi
+non se ne accorgeva neppure. Pensava e ripensava a tutte le cose che
+avrebbe detto il giorno dopo a Monsignore; le metteva in ordine; ne
+fissava i punti principali, e concludeva che più convincenti di così
+non potevano essere. Poi col pensiero correva al momento in cui sarebbe
+tornato a casa glorioso e trionfante; prometteva a sè stesso di far
+subito una corsa a Santa Maria della Neve, e gli pareva già d’esser in
+mezzo a quei suoi poveracci a dir loro le buone nuove che portava dalla
+città. Le lunghe ore del viaggio gli passarono senza accorgersene; era
+già arrivato, e non aveva ancora finito di discorrerla tra sè.
+
+Ben più lunghe dovettero poi parere le ore a chi lo aspettava di
+ritorno. Passarono i tre giorni, venne la sera del quarto, e don
+Cornelio non era ancora tornato. Don Luigi andava di tanto in tanto
+sulla strada per incontrarlo, spiava da lontano, domandava a chi
+veniva se avesse veduto il curato, ma inutilmente. Or piovigginava,
+or nevicava, e don Luigi e Angelica si consolavano dicendo: “con
+questo tempaccio ha fatto benone a non mettersi in viaggio„; poi si
+lasciavano con una certa inquietudine in cuore, e don Luigi riapriva
+il suo ombrello e tornava a far quattro passi sulla strada. Il
+sindaco che aveva risaputa la chiamata alla Curia e la partenza di
+don Cornelio, era venuto un par di volte per domandar s’era tornato,
+e anche lui non era quieto, e per di più lo andava ripetendo. Il
+legnetto che riconduceva don Cornelio, non fu veduto spuntar da
+lontano che al tramonto del quinto giorno. Il legnetto veniva
+penosamente, con le ruote che sprofondavano nella neve e nel fango; il
+vetturino sonnecchiava, e il cavallo faceva delle fermate frequenti
+e meditabonde. Don Cornelio che se ne stava tutto rannicchiato e
+intirizzito, come vide da lontano il campanile della sua chiesa balzò
+dal legnetto, e con passo concitato e frettoloso s’avviò a fare a
+piedi le ultime miglia del suo viaggio. Cadeva un fitto nevischio,
+portato a tratti turbinosamente dal vento che scendeva rabbioso dalle
+vicine vette dei monti; e don Cornelio camminava scoprendosi ogni
+tanto il capo e passando una mano ne’ capelli, come quando tornava a
+casa accaldato, sotto a un cielo sereno. Camminava a capo basso, e
+quando un colpo improvviso di vento gelato gli faceva sollevare il
+viso, mandava uno sguardo al campanile della sua chiesa che gli stava
+dinanzi in fine della strada; lo guardava fisso, e la sua faccia allora
+prendeva l’espressione di un acuto dolore; allora mandava qualche lungo
+sospiro, e pronunziava a voce alta qualche parola, or di dolore, or di
+rassegnazione, con cui pareva volesse allontanare un pensiero costante
+e tormentoso. “Meglio così! meglio così!„ esclamava “così sia.... e
+ne sia lodato il cielo!...„ Ma in quella rassegnazione c’era tanta
+mestizia che avrebbe mosso ancor più a pietà chi lo avesse ascoltato.
+
+Gli ultimi chiarori del crepuscolo eran scomparsi, quando don Cornelio,
+intirizzito, inzuppato di mota e di neve, si trovò a un tratto nelle
+braccia di don Luigi che, veduto il legnetto da lontano, era corso
+incontro tutto giulivo al curato.
+
+Si pensi con quante esclamazioni, e con che subisso di domande
+l’accogliessero, oltre don Luigi, la sorella e il sindaco, il quale da
+due sere veniva ad aspettarlo piantandosi in cucina, piacesse o non
+piacesse alla signora Angelica. Don Cornelio che avrebbe preferito
+risponder a tempo e luogo, e a tutti e tre separatamente, cercò di
+sviarli con qualche risposta evasiva, ed occupandoli intanto tutti e
+tre a fargli una fiammata, ad asciugargli i panni, e ad ammannirgli la
+cena. — Oh, adesso diteci su qualcosa!... — andava ripetendo ogni tanto
+la signora Angelica. — Cos’ha detto Monsignore a vedervi arrivare con
+questo tempaccio?
+
+— Oh, sì proprio un tempaccio.... — ripeteva don Cornelio.
+
+— E dite un po’.... — ripigliava Angelica poco dopo. — Dicono che
+Monsignore sia così una brava persona! e che abbia poi un’aria così
+veneranda!...
+
+— Non prendo altro, — rispondeva don Cornelio dopo una pausa — questo
+freddo mi ha tolto la fame. Bevo ancora un bicchier di vino, poi vado a
+letto.
+
+— Eh, ma prima bisogna pur raccontarci qualche notizia della città —
+saltò su il sindaco. — Non vede che siamo qui tutti ansiosi di saper
+qualcosa!...
+
+— Cosa volete che vi dica? In città ci sono arrivato colla pioggia, e
+sono ripartito con la neve. Un ventaccio poi!... figuratevi che... —
+E cominciò a raccontare le piccole peripezie del suo viaggio, ma si
+capiva che pensava intanto a tutt’altro. Era impacciato, abbattuto
+e pronto a stizzirsi coi suoi interlocutori; i quali intanto lo
+guardavano stupiti, si rammentavano di tutto il buon umore con cui
+cinque giorni prima era partito, e si persuadevano in cuor loro sempre
+più che qualcosa di nuovo c’era; che c’era una novità di sicuro, una
+novità che il curato stentava a dire, qualche brutta novità, insomma.
+Non pensarono che appunto per questo fosse meglio lasciarlo in pace; ma
+furon presi tutti e tre da una grande impazienza di farlo parlare. Il
+sindaco, meno riguardoso degli altri, cominciò a fargli cinque o sei
+domande alla fila, poi saltando il fosso senza saperlo. — Insomma, —
+conchiuse; — ce lo porta questo curato per Santa Maria della Neve?...
+
+— Sì! — rispose risolutamente don Cornelio, deciso a finirla anche lui.
+— Sì, sì, ve lo porto. Il curato per Santa Maria è fatto! Tra otto
+giorni ci andrà a prender possesso!
+
+— Oh! — esclamarono in coro gli altri tre; — E si può sapere chi sia?
+
+— Io! — esclamò don Cornelio alla sua volta. — Sì, io! — E rizzandosi
+si mise a camminare tutto concitato per la cucinetta, intanto che gli
+altri lo guardavano stupefatti, perplessi. — Sicuro, ci vado io! —
+riprese dopo alcuni minuti di silenzio, e cercando di rimettersi in
+calma. — L’avete voluta la notizia? Eccola!... Già ve l’avrei detta
+domani a tutti perchè è cosa fatta, nè c’è più rimedio.... e poi non
+si poteva fare diversamente.... Dunque bisogna mettere il cuore in
+pace... Sicuro che a mutar di paese dopo trent’anni.... è un pensiero
+che trafigge l’anima!... Ma sarà per il meglio.... bisogna rassegnarsi
+e pensare che ci sono anche quei poveracci di Santa Maria....
+
+Angelica e don Luigi guardavano il curato con gli occhi spalancati, ed
+eran presi alla strozza da un nodo che impediva loro di parlare e quasi
+di riavere il fiato. Il sindaco, dopo il primo stupore s’era fatto
+tutto acceso in faccia, e fissando il curato come un colpevole côlto
+a far legna su quel del comune. — Ah! avevo capito io che c’era del
+mistero! — cominciò a dire. — Dunque lei ci pianta! Ma bene!... Cosa le
+han fatto di male quei di Orobio per piantarli così sui due piedi?
+
+— Ma che piantare! — riprese don Cornelio.
+
+— Una delle due: o è lei che ci pianta, o è la Curia che lo manda via,
+o qualcuno le ha fatto un tiro!
+
+— Niente di tutto questo....
+
+— È il Vicario che la manda via!
+
+— Il Vicario è stato gentilissimo, è stato con me d’una degnazione...
+d’una gentilezza....
+
+— Allora è stato proprio lui!... Lei è l’uomo della buona fede, e
+laggiù alla Curia son tutti volponi dal primo all’ultimo.... volpi
+vecchie, che quando annasano un pulcino...
+
+— Non dica spropositi!... Voler parlare e non saperne niente....
+
+— Oh, dica su, dica su! Sentiremo! Vedremo!
+
+— Sì, ma mi lasci parlare. Monsignor Vicario, m’ha fatto entrar subito,
+m’ha fatto sedere accanto a lui, m’ha dette tante cose che proprio
+restai lì confuso....
+
+— Tutto cortesia, tutto mellifluo.... già, già.... mi par di
+vederlo.... E in conclusione?
+
+— Mi lasci parlare. E, in conclusione, voleva che venissi in città,
+e mi offriva un posto ora vacante, di canonico in Duomo. — Troppo
+onore, troppo onore! — esclamai io. — Ma le pare, Monsignore?... non
+sono posti per me; io non sono che un povero prete campagnolo! — Ma
+Monsignore insisteva, e allora, aprendogli il mio cuore, gli dissi
+che, sebbene vecchio, mi sentivo ancora tanto in forza per continuare
+a fare il curato, che amavo vivere in mezzo ai contadini, in mezzo ai
+poveri, che in città sarei morto di malinconia, e che proprio davvero
+quel canonicato del Duomo non l’avrei accettato mai. Monsignore diventò
+a un tratto tutto pensieroso, fece la faccia seria, anzi un pochino
+accigliata a dire la verità.... ma già l’avevo contrariato forse un po’
+troppo. Io allora, mutando discorso, gli parlai di Santa Maria della
+Neve, e finii col domandargli se si poteva sperare che ci destinasse
+qualche bravo soggetto. Monsignore mi disse di no, e anzi mi fece
+proprio persuaso che per ora almeno bisognava abbandonare affatto la
+speranza. Si pensi se ne rimanessi mortificato!... Eravamo là senza
+parole tutt’e due, quando Monsignore, rompendo il ghiaccio prese a
+dirmi che mi voleva fare una confidenza; sempre però con quella faccia
+seria, che mi metteva suggezione. Mi domandò come mai mi fossi fatto
+prendere in urto da una famiglia molto rispettabile, e da una gran dama.
+
+— Ah, ci siamo! — borbottò tra sè il sindaco.
+
+— Da una gran dama tutta pietà e carità venuta da poco nel paese di
+Orobio. Mi confidò che alla Curia c’erano dei ragguagli in proposito
+sfavorevoli per me s’intende, e che da molti mi si faceva una partaccia.
+
+— Ah, bricconi!
+
+— Che insomma su di me s’era addensato un temporale, e che m’aveva
+chiamato anche per sentire le mie giustificazioni. Giustificarmi! La
+cosa mi sembrava tanto facile che non mi mancaron le parole; e lì per
+lì raccontai per filo e per segno quel che c’era stato tra me e donna
+Fulvia, e quei pochi fatterelli di quest’autunno. Mi pareva d’essermi
+giustificato più del necessario; ma se ho a dirla, Monsignore non si
+rasserenò neanche per questo; e come ebbi finito, crollò il capo....
+poi, fissandomi seriamente, mi disse asciutto asciutto: — “Peccato...
+è una disgrazia; ma non ci vedrei altro rimedio; ed è perciò che non
+essendoci disponibile nella diocesi una parrocchia adattata a lei,
+le aveva offerto il posto che abbiamo vacante in Duomo. Peccato!...
+Quell’egregia famiglia non metterà più piede in Orobio, certamente;
+me ne duole per quel povero paese che stava per ricevere de’ grandi
+benefizi, dei benefizi veramente eccezionali!... Basta si consulti
+colla propria coscienza... e ci pensi.„ — Che colpo furono per me
+quelle parole! Era poi un piovere sul bagnato, perchè anch’io più d’una
+volta avevo detto a me stesso: “se donna Fulvia mi vede di mal occhio,
+non è meglio che me ne vada.... e che lasci libero il campo a chi può
+far del bene più di me?„ Rimasi lì turbato, confuso, senza aprir bocca,
+finchè Monsignore levatosi in piedi mi congedò dicendo: — “Torni tra
+due giorni. Ci pensi; mi porti una buona nuova... venga a dirmi che il
+canonicato del nostro Duomo ha trovato il suo titolare.„
+
+— Ah bricconi! — gridò questa volta il sindaco scattando. — Lo sapevo
+io!... donna Fulvia e quel _collo torto!_... Che tiro da maestri!
+
+Angelica piangeva, e don Luigi cercava di confortarla dicendole qualche
+parola sotto voce. Don Cornelio, che s’era fatto in quel momento tutto
+acceso in faccia, asciugandosi la fronte e gli occhi, dopo una pausa
+continuò: — Che notte! che notte ho passato! La prima luce del mattino
+mi trovò ancora vestito e col lume acceso. Allora stanco, sfinito,
+caddi in ginocchio, e domandai al Cielo una risoluzione. La risoluzione
+venne, pronta, irrevocabile. Avrei voluto correre subito da Monsignore,
+ma dovetti aspettar due giorni, e lottare ancora contro quel tormento
+che avevo appena soffocato nell’anima. Passati i due giorni mi
+presentai a Monsignore: “Dunque l’abbiamo tra i nostri canonici?„ mi
+domandò. “No,„ gli risposi, “vado a Santa Maria della Neve.„ Monsignore
+sulle prime non voleva credere, poi voleva che ci riflettessi ancora;
+ma questa volta mi sentivo meno timido anch’io, e lo pregai di non
+insistere, lo pregai di non turbare la mia risoluzione, di lasciarmi
+partir subito, e di farmi aver subito la lettera di nomina.
+
+Angelica diede in un nuovo e più dirotto scoppio di pianto, e il
+sindaco sbattè a terra rabbiosamente il cappello a cencio che aveva tra
+le mani.
+
+— Oh! se ho sbagliato, non sgridatemi, — esclamò don Cornelio — perchè
+ho sofferto troppo!
+
+Ci fu un lungo silenzio, finchè il sindaco, ripreso il suo cappello, se
+lo ficcò in capo fino agli occhi, e si rizzò dicendo: — Buona notte! —
+Andò fin sull’uscio, poi tornò indietro. — Ma questa poi non la mando
+giù! — esclamò girando tutto concitato per la cucinetta. — Cercheremo
+qualche cosa anche nella legge se occorre.... e se nella legge non ci
+sarà nulla, allora poi la vedremo! Oh, se ne vedranno delle belle!
+Perchè questa è una prepotenza!... Noi non le vogliamo le elemosine di
+quella vecchia strega....
+
+— Oh, per carità, non dite spropositi! — saltò su don Cornelio.
+
+— Lo so, lo so, lei è capace di pigliarne anche le difese! Basta, non
+le dirò altro in questo momento, perchè rispetto troppo il suo dolore;
+ma anche lei ha commesso una grande.... e a cascarci in questa trappola
+ci voleva proprio....
+
+— Meno male, se la pigli pure con me.
+
+— Non me la piglio con lei, ma qualcuno la pagherà! E prima che un
+altro curato metta i piedi in questo paese!...
+
+— Cosa vorrebbe fare? — gli domandò in tono severo don Cornelio. — Mi
+vuol dare anche lei delle nuove afflizioni! E sceglie proprio questo
+momento?
+
+— Io non voglio.... io non dico niente — riprese il sindaco. — Quello
+che voglio è che il nostro curato rimanga con noi! — E tutto commosso
+strinse vigorosamente don Cornelio nelle sue braccia. Poi si calcò
+di nuovo il cappello sul capo, e diede a tutti la buona notte. Ma
+sull’uscio si fermò ancora, come non potesse passar quella soglia. —
+No, questa non la mando giù! — gridò voltandosi indietro e alzando il
+braccio in atto di minaccia.
+
+— Mio buon amico ne la prego! — esclamò don Cornelio, — la prego a
+esser prudente! a esser calmo!
+
+— Sono calmissimo. Ma se la dovrem vedere questa prepotenza in
+Orobio.... oh, allora si vedranno anche delle legnate! — E se ne andò
+precipitosamente.
+
+
+
+
+XX.
+
+
+Si pensi che rumore fece in Orobio la notizia che don Cornelio se
+ne andava dal paese. Altro che un fulmine a ciel sereno! come si
+suol dire. Da principio la si credette una burla; e perfino lui, don
+Cornelio, in cuor suo e a momenti, faceva fatica a persuadersene. Ma,
+a ribadirgliela in mente quella notizia, venne subito una lettera
+della Curia, ch’era la sua nuova nomina in tutta regola; gli altri,
+ora increduli, ora sbalorditi e afflitti, si fermavano interrogandosi
+e facendo capannello per strada; o correvan dal sindaco, da cui s’era
+risaputa quella notizia; o andavano in cerca del curato, che non si
+lasciava vedere. Era insomma nel paese un brusìo da mattina a sera, e
+un continuo va e vieni di gente mossa dal bisogno di ripetere le cento
+volte in un giorno le stesse domande e le stesse risposte.
+
+Don Cornelio che s’era prefisso di non pensare, per allora almeno,
+alla propria afflizione, cercava di consolare e di persuadere quei
+pochi che non poteva cansare; diceva che gli anni l’avevano obbligato
+a quest’ultimo sacrifizio, e che le sue forze domandavano ormai un
+posticino più quieto. Poi sforzandosi di parer gaio, diceva che
+non voleva commiati; che non voleva dire _addio_ a nessuno, ma _a
+rivederci_ a tutti; diceva che l’avrebber veduto in paese ogni momento,
+come uno di casa, e che non voleva per nulla diventare un forestiero.
+Chi l’ascoltava si rassegnava ancor meno, e in quei primi giorni furono
+sparse molte lacrime sincere. Poi principiarono i ragionamenti; e come
+la fosse o non la fosse, nessuno lo sapeva dire, ma a poco a poco furon
+tutti persuasi che don Cornelio se ne andava davvero. La settimana dopo
+si principiava già a almanaccare intorno al nuovo curato; e, prima
+ancora che don Cornelio fosse partito, don Innocente aveva già ricevute
+parecchie dozzine d’ova. Così va il mondo.... anche a Orobio.
+
+C’è però sempre al mondo anche qualche ostinato che non sa alleggerirsi
+così facilmente l’animo delle amicizie, della gratitudine, e delle
+anticaglie del passato. Nel caso nostro l’ostinato fu il sindaco. Il
+quale, ogni giorno che passava, sapeva darsene pace ancor meno; e pur
+continuando a strapazzar don Cornelio, andava cercando qualcosa di
+straordinario per mostrargli fino all’ultimo la sua amicizia. Alla fine
+ne pensò una. La partenza di don Cornelio doveva essere, come diceva
+lui, un trionfo; si dovevano piantar archi nel paese, mettere coperte e
+lenzuola alle finestre, suonar le campane; e tutto il popolo lo doveva
+accompagnare fino al confine della parrocchia. Gli amici, a cui il
+sindaco comunicò una sera nella spezieria questo pensiero, furon tutti
+d’accordo nell’approvarlo, e anzi lo speziale ci aggiunse di suo la
+riflessione che con ciò non si offendeva il nuovo curato perchè non si
+sapeva ancora chi potesse essere. Detto fatto, discussi ed approvati i
+particolari della festa, il sindaco si mise all’opera, e per prima cosa
+volle sapere con precisione da don Cornelio il giorno fissato per la
+sua partenza.
+
+Don Cornelio, appena conosciuti i progetti del sindaco, si dispose a
+partire secretamente il giorno innanzi che fosse piantato il primo palo
+del primo arco di trionfo.
+
+Angelica, con gli occhi gonfi ma rassegnata, accompagnando una prima
+carrettata di masserizie, era già partita per Santa Maria della Neve
+per mettervi in assetto le poche stanzucce da un pezzo disabitate e
+cadenti, che dovevano diventare la nuova ed ultima abitazione sua e
+del fratello. Don Cornelio a chi gli domandava, con l’aria afflitta
+ma anche con una certa curiosità, se aveva fissato il giorno della
+partenza, rispondeva: “C’è tempo, c’è tempo!„ finchè una sera, chiamato
+a sè don Luigi, gli confidò che sarebbe partito in secreto la mattina
+seguente. — Ne ho già avvisata la Curia — soggiunse. — E voi direte a
+tutti che gravi doveri mi hanno obbligato a partire improvvisamente,
+ma che presto tornerò.... che tornerò per congedarmi dal popolo; una
+domenica, nella chiesa dove gli parlo da tanti anni, e dove pure voglio
+che ascoltino un’ultima parola, un ultimo ricordo del loro vecchio
+curato.
+
+Don Luigi fece cenno col capo che avrebbe obbedito; e rimase in
+silenzio, con l’espressione a un tempo preoccupata e distratta di chi
+è assorto e condotto lontano da altri pensieri. Era l’espressione
+che aveva da parecchi giorni, e che don Cornelio aveva osservata,
+parendogli anche di vederci qualcosa di più che il secreto dolore della
+vicina separazione. Don Cornelio aveva anche cercato, a momenti, di
+scoterlo, di interrogarlo, di farlo parlare; e a momenti gli era parso
+di vedergli brillare negli occhi un pensiero che cercava la parola per
+irrompere, per confidarsi. Ma una fiamma saliva allora subitamente
+al viso di don Luigi; un turbamento improvviso gli faceva abbassar
+gli occhi, e la sua parola si perdeva in qualche risposta mendicata,
+confusa. Quella sera don Luigi faceva fatica più del solito a staccarsi
+da don Cornelio, e nel suo contegno silenzioso c’era più del solito
+l’attitudine di chi aspetta un’occasione, una domanda per parlare. Ma
+l’occasione non venne; e don Luigi, nel dare la buona notte al curato,
+gli chiese il permesso di accompagnarlo, la mattina dopo, almeno per un
+buon tratto di strada.
+
+La mattina dopo don Cornelio disse la messa di buon’ora, come soleva,
+e tornò diviato a casa dove l’aspettavano sulla soglia don Luigi e
+_Ugolino_. Fece un ultimo saluto a ogni stanza della casa, diede in
+fretta una capatina anche all’orticello, poi, messo sulle spalle il suo
+vecchio pastrano, e presa la mazza ridiscese; si fermò sulla soglia,
+volse ancora un’occhiata alla casetta che abbandonava, e con un sospiro
+che non potè frenare, disse: andiamo.
+
+Non avevano fatto che pochi passi, quando una voce chiamò da lontano
+don Cornelio. Era il procaccia, che vedendo il curato, si risovvenne
+d’aver in tasca una lettera per lui, arrivata la sera prima. Don
+Cornelio prese la lettera, ne riconobbe subito la mano di scritto, la
+lesse attentamente, poi con un nuovo sospiro disse ancora a don Luigi:
+andiamo. Era una lettera di Enrico; una lettera breve in cui Enrico gli
+diceva, col cuore che gli balzava nuovamente di gioia e di speranze,
+ch’era stato deciso il suo ritorno in Lombardia, ch’era destinato a
+dirigere uno stabilimento di filatura, e che appena tornato sarebbe
+corso subito, per un giorno almeno, nelle braccia del suo curato, del
+suo protettore, del suo amico.
+
+Don Cornelio e don Luigi presero la stradetta del monte, che avevano
+tante volte percorsa per lunghi tratti passeggiando, e che conduceva
+dopo due ore e mezzo di cammino a Santa Maria della Neve. Camminarono
+di buon passo e in silenzio, aspettando in cuor loro un punto più
+lontano e romito della strada per mettere in comune i loro pensieri, e
+confidarsi l’un l’altro la loro afflizione.
+
+Due altri personaggi di nostra conoscenza, mettendo anch’essi in comune
+i loro pensieri, entravano in Orobio poco dopo che n’era uscito don
+Cornelio dalla parte opposta. Erano don Innocente e don Prospero, che
+ci venivano per i loro affarucci, e che s’eran trovati per strada.
+Don Innocente, che da due giorni non stava più nella pelle, andava
+confidando a don Prospero d’esser venuto quella mattina a Orobio per
+comperarci un paio di guanti di lana nera, dovendo fare una visita
+d’importanza; si doleva però di non avere il panciotto di raso; ma si
+consolava d’aver un collare che si poteva dir nuovo; quello comperato
+per i ricevimenti di donna Fulvia, e che aveva messo soltanto una
+dozzina di volte. Poi, per non lasciare don Prospero troppo tempo nella
+curiosità, gli aveva anche detto in confidenza che si trattava d’una
+visita alla Curia, dalla quale era stato chiamato.
+
+— Io proprio — diceva don Innocente facendo il modesto — non saprei
+immaginarmi cosa mai si possa volere alla Curia da me....
+
+— Eh, andate là! — rispondeva don Prospero — vi chiamano per la
+parrocchia d’Orobio.
+
+— Lo credete anche voi? Già è quello che dicon tutti.... Che la
+vogliano proprio dare a me? — continuava don Innocente, sempre con
+l’aria modesta. — Cosa volete? è una parrocchia questa di Orobio per la
+quale mi sentirei proprio fatto apposta.
+
+— E avete ragione. È ch’io non ci ho la convenienza; ma se anch’io
+volessi beccarmi una parrocchia, dico la verità, questa d’Orobio la
+vorrei preferire a tant’altre. Punto primo, la rendita non è gran cosa,
+ma è sicura! che è quello a cui si deve guardare. Buoni capitaletti
+bene assicurati, sui quali non tempesta. Le parrocchie di vino e di
+bachi, sien pur grasse sin che si vuole, se le tenga chi le vanta! Li
+conosco io i fittaioli, quelli dei parroci, s’intende! Punto secondo,
+or che c’è venuta donna Fulvia....
+
+— E che quando ci fossi io, ci si fermerebbe parecchi mesi all’anno....
+
+— Che mi fate celia, dunque! ce ne vogliono essere degli incerti!
+Altro che far scappare i grilli, e benedir le stalle, non è vero don
+Innocente?
+
+— Cioè, cioè.... sempre allegro don Prospero, sempre quel matto....
+
+— La vostra fortuna è stata di andar a genio a quella signora. Son
+terni al lotto, sapete, questi!
+
+— Pare proprio così, — continuò don Innocente, modesto più che mai.
+— Me lo diceva anche la signora Cleofe, la cameriera.... donna di
+talento, veh! e che ogni volta che vedeva passare don Cornelio gli
+faceva una smorfia alle spalle, e poi diceva piano a me: “Quand’è che
+avremo a curato il nostro buon don Innocente! Oh, la mia padrona come
+ne godrebbe!„
+
+— Capite?
+
+— Eh, sì, ma c’è il concorso, e non si sa mai; soprattutto con quella
+benedetta teologia....
+
+— _Ad peculiarem indulgentiam commendatus_, dicono i superiori
+all’occorrenza, e se vi chiamano, potete esser sicuro. Insomma, mi
+congratulo con voi, — conchiudeva don Prospero, che aveva fretta. —
+Buon viaggio e buon successo. E mi raccomando! — continuava, ritornando
+un passo indietro, — se diventate curato d’Orobio, non fatemi torto.
+Ricordatevi che tengo un _mezzo Barbera_ che vi posso dare a buon
+mercato, ma ch’è roba da farsi onore; di molto corpo, di bella
+presenza.... quello insomma che ci vuole per la vostra nuova dignità.
+
+Don Cornelio, dopo un buon tratto di strada, aveva rotto il ghiaccio
+per il primo, e cominciando con un — Dunque mio caro don Luigi... —
+aveva voluto innanzi tutto ringraziare il suo coadiutore, e l’aveva
+fatto come aveva potuto, interrompendosi, ricominciando, e inciampando
+a ogni ciottolo della strada, intanto che con tutta forza cacciava
+indietro la commozione. Poi, dopo una pausa un po’ lunghetta, aveva
+ripreso il discorso con don Luigi, e chiamandolo, con un sorriso
+malinconico, il suo esecutore testamentario, gli raccomandava di
+compire qualche opera buona che lasciava a mezzo, gli raccomandava
+i suoi poveri, gli ricordava i più disgraziati, e a proposito di
+ciascuno ripeteva quelle massime di indulgenza e di carità ch’erano
+la guida prediletta della sua vita. Don Luigi lo ascoltava, sempre
+con gli occhi fissi al suolo, e tacendo. Come giunsero al poggio da
+cui si dominava la valle, a quel poggio ch’era la meta prediletta un
+giorno delle passeggiate del conte Maurizio, don Cornelio fermandosi
+e interrompendosi: — Eccoci al poggio, — disse a don Luigi, — e qui
+ci lasceremo. È tempo che voi ritorniate alla parrocchia; qualcuno
+potrebbe avere bisogno di voi.... Una fermatina di un minuto per
+riavere il fiato, e poi una buona stretta di mano.... oh, ci rivedremo
+presto!... Ditelo a tutti, che tornerò... che tornerò a salutarli...
+appena mi sarà possibile. — E intanto si era avvicinato al ciglio del
+poggio da cui si vedeva Orobio alla falda del monte, e si abbracciava
+con l’occhio un lungo e vaghissimo tratto della valle. Rivide il sasso
+su cui s’era seduto tante volte accanto al conte Maurizio, e andò a
+sedervi una volta ancora, guardando in silenzio e malinconicamente
+le montagne bianche di neve, e il pallido orizzonte lontano. Poi
+con un sospiro e con l’accento dell’angoscia che in quel momento
+si sprigionava liberamente: — “Addio, — esclamò, — addio mia bella
+valle, che ho contemplata tante volte tutta fiorita, tutta ridente,
+e nell’entusiasmo di care speranze! Addio mio vecchio amico, che
+mi sedevi qui accanto... ora mi distacco anche dalla tua croce che
+vedevo ogni giorno nel campo santo!... E i nostri discorsi, i nostri
+bei sogni, le nostre speranze?... Molte si sono compiute... altre le
+compirà Iddio... ma io non le vedrò. E i tuoi figli, mio povero amico?
+Vedi, non seppi far nulla di buono e forse feci peggio che nulla!...
+Tutto mi dice che la mia missione è finita!... Il mio viaggio quaggiù
+è vicino alla meta; è la mia ultima tappa.... innanzi dunque.... un
+passo più in su.... verso il Cielo!„ — E mentre, appoggiandosi alla
+mazza, faceva per rialzarsi, vide don Luigi che gli stava inginocchiato
+accanto.
+
+— Don Luigi! cosa fate? — esclamò don Cornelio scotendosi.
+
+— Le domando la sua benedizione, — rispose don Luigi con la voce
+commossa.
+
+— Oh, mio buon don Luigi.... ma che pensieri sono i vostri? Credete
+forse che non ci dobbiamo veder più?... Ve l’ho detto, ve l’ho promesso
+che....
+
+— Sì, lei verrà a salutare il popolo, ma quel giorno tutti si
+affolleranno intorno a lei, tutti vorranno da lei, com’è ben giusto,
+una benedizione, una parola.... io forse potrò salutarla appena.... e
+forse per l’ultima volta....
+
+— Ma che pensieri sono i vostri, vi ripeto? Ma ditemi.... ma parlate
+don Luigi! — esclamò don Cornelio, osservando il volto del giovane
+prete che, fino allora pallidissimo, s’era fatto improvvisamente tutto
+acceso.
+
+— Sì, don Cornelio, — riprese don Luigi rialzandosi; — in quel giorno,
+confuso nella folla io la vedrò, ma sarà per l’ultima volta. Questo
+momento è l’ultimo in cui io possa aprirle il mio cuore. Il nuovo
+curato verrà presto, e quel giorno stesso io partirò per sempre.
+
+— Ma cosa pensate voi dunque di fare! — gli chiese ansiosamente don
+Cornelio interrompendolo.
+
+— L’ispirazione mi è venuta dal Cielo! — continuò don Luigi, ne’ cui
+occhi scintillava un’insolita energia. — Io seguirò la via che sola può
+dare oramai al mio spirito la pace e la salvezza. Timoroso, rinchiuso
+in me, pieno di vaghi terrori che mi davano e la solitudine de’ miei
+studi e l’inesperienza della vita, giunsi qui, vicino a lei, uscito da
+poco dalla mia cella del seminario. Qui vicino a lei, la mia mente,
+a poco a poco si tranquillò, si ispirò a un ideale più calmo, più
+alto.... vicino a lei, mi trovai in un ambiente di pace, di carità, di
+fede serena, in cui mi sentivo felice e sicuro.
+
+— Ebbene? — esclamò don Cornelio.
+
+— Ebbene, questi ultimi fatti, la sua partenza, questa nuovissima
+esperienza della vita, mi hanno di nuovo annebbiata e confusa la
+mente.... mi hanno di nuovo tolta la pace. Oh, io non oso dire quale
+sconforto, quale contrasto, quali dubbi, ho sentito nella mia anima!
+
+— Ma voi ne li avrete scacciati! Se nel vostro cuore c’è un ideale
+bello e alto, il vostro dovere è di servirne la causa santa con tutte
+le forze della vostra fede e della vostra gioventù.... Il vostro
+onore sarà di soffrire per esso, di camminare con fermezza sulla via
+prescelta, di superarne con lietezza le difficoltà....
+
+— E lo farò. Il Cielo che me ne diede l’ispirazione me ne darà la
+forza.... ma non qui!... Qui staccato da lei, dalla forte quercia a cui
+m’appoggiavo, e da cui prendevo vigore, ricadrei ne’ miei timori, nella
+mia debolezza. Il Cielo mi addita, come un rifugio, altri doveri....
+altrove.... in altre più lontane regioni....
+
+— Cosa mi dite?... Voi dunque....
+
+— Oh, don Cornelio, mi lasci alla mia nuova vocazione! In essa ho
+ritrovata a un tratto quella pace che era stata così fortemente
+turbata. Ho sofferto assai per parecchi giorni.... ma ho pregato, ho
+pregato e fui esaudito! Ora don Cornelio....
+
+— Oh, perchè.... — esclamò don Cornelio senza lasciarlo finire, e
+abbracciandolo — non mi avete aperto subito il vostro cuore! Vi avrei
+tolto dalle vostre dubbiezze, dal vostro turbamento, ne son sicuro....
+e vi avrei fatto vedere come, senza andar lontano, ci sieno in casa
+nostra, qui intorno a noi, delle missioni da compiere non meno grandi,
+non meno sante, non meno coraggiose.... Oh quante non ce ne sono!... Ma
+quello che non s’è fatto lo voglio far subito. Qui mio buon don Luigi
+— riprese rasserenandosi, e col tono della sua consueta bonarietà —
+qui.... sediamoci per un momento tutti e due. Oh, non vi voglio lasciar
+partire così subito. Fa fresco, ma non siamo montanari per nulla!
+Voglio che ascoltiate quattro paroline da me... le parole d’un amico,
+le parole d’un vecchio hanno i loro privilegi; nevvero?...
+
+— È tardi, don Cornelio. Ho fatto male a non aprirle il mio cuore
+prima.... ma forse il Cielo ha voluto così. Ora non mi rimane che a
+domandarle la sua benedizione. A quest’ora il superiore delle Missioni
+avrà ricevuta la mia domanda....
+
+Don Cornelio rimase senza parole, e come atterrito; poi buttò le
+braccia al collo di don Luigi, e lo tenne lungamente stretto al cuore
+bagnandogli il viso delle sue lagrime.
+
+Un lungo brontolìo d’_Ugolino_, poi un tintinnio di campanacci e
+di campanelle, e un fruscìo che andava crescendo, annunziavano
+l’avvicinarsi d’una mandra che scendeva per la stradetta del monte.
+Don Cornelio si scosse: baciò in fronte una volta ancora don Luigi, e
+levando gli occhi al cielo, con un profondo sospiro: — Ora a te, povero
+vecchio! — esclamò, — muovi i tuoi ultimi passi verso la tomba!... Non
+ci sono più missioni per te; la tua missione è finita!
+
+
+
+
+XXI.
+
+
+Ed ora che siamo in giorno con gli avvenimenti di Orobio, e sappiamo
+come avvenisse la partenza di don Cornelio, della quale aveva discorso
+il signor Valassina quella sera della tombola, ritorniamo subito in
+casa di donna Fulvia; ritorniamoci a vedere cosa vi succedesse dopo che
+lasciammo Cristina, che s’era ritirata tutta commossa nella sua camera,
+e donna Fulvia che aveva esclamato tra sè: _Signorina, faremo i conti
+domani_, intanto che gli altri personaggi minori si guardavano in viso
+pieni di stupore e di curiosità.
+
+Donna Fulvia passò la notte senza chiuder occhio. “Cosa voleva
+dire quell’esclamazione di Cristina? quel _non è vero!_ Chi era la
+fanciulla alla quale Enrico aveva dato una promessa di matrimonio?
+Che fosse Cristina? Che vi fosse dunque dell’affetto tra loro due?...
+Dell’affetto in casa sua, e senza suo permesso!„ Alla fine, dopo
+un monte di supposizioni, dopo aver discussi molti progetti, dopo
+aver pensati e ripensati de’ discorsi, uno più imponente dell’altro,
+che avrebbe fatti la mattina seguente a Cristina, era venuta a una
+decisione. La decisione era, di darle, per prima cosa, una buona
+ramanzina per quella tale esclamazione, poi di proporle, anzi di
+annunziarle senz’altro, il matrimonio con Checchino. Tale decisione le
+parve così felice, che la Cleofe, quando venne a portarle il caffè la
+trovò quasi di buon umore.
+
+Donna Fulvia che quando aveva presa una risoluzione amava sentire il
+parere degli altri, per seguire poi il proprio, volle avere anche in
+quell’occasione un consiglio, e fece chiamar subito il padre Felice.
+Il padre Felice sempre premuroso e puntuale, non si fece aspettare.
+Ascoltò donna Fulvia con la consueta attenzione, la lasciò dire e
+dire, le diede ragione su tutti i punti, e infine la consigliò di
+fare precisamente il contrario di quello che s’era fissata lei. La
+consigliò, cioè, di lasciar cadere la cosa per il momento, di non dir
+nulla a Cristina come se nulla fosse successo; di non parlarle nè di
+Enrico nè di Checchino; la consigliò ad aspettare, ad aver pazienza, e
+intanto ci avrebbe pensato lui, d’accordo col Valassina, a chiarir le
+cose.
+
+Donna Fulvia se ne stizzì, lo rimbeccò, poi parve persuasa, si arrese,
+lasciò partire il padre Felice, e decise di far subito subito la
+propria volontà. Diede una gran tirata di campanello; mandò la Cleofe
+a chiamar Cristina, e per giustificarsi di disubbidire al padre Felice
+disse tra sè, con un lungo sospiro: “Son pur brave persone questi
+reverendi! il loro consiglio è pur sempre prezioso!... Ma alle volte,
+in certe cosette del mondo, noi signore ce ne intendiamo di più.„
+
+Cristina, quando entrò nel gabinetto di donna Fulvia, era pallida e
+abbattuta. Anch’essa, poveretta, non aveva chiuso occhio in quella
+notte, ed è facile pensare tra quanti pensieri agitati, tra quanti
+dubbi angosciosi avesse contate le ore, e quale tormento fosse stato
+il suo. Anch’essa era venuta in fine ad una decisione. La stanchezza,
+e a un tempo una certa esaltazione dell’animo, l’avevano persuasa ad
+aprir il cuor suo con la zia; e nel caso di un rifiuto, a cercarsi un
+rifugio in qualche vago progetto di sacrifizio che conciliasse il suo
+affetto per Enrico con gli avvertimenti di don Cornelio, e coi suoi
+doveri verso donna Fulvia. La chiamata della zia non le aveva fatto
+maraviglia; c’era preparata, e quasi la desiderava. Ascoltò quindi
+calma e rassegnata le prime interrogazioni e i primi rimproveri.
+
+Donna Fulvia, dopo aver richiamato a Cristina l’accaduto della sera
+innanzi, dipingendolo a colori foschi, le fece parecchie domande con
+piglio severo e senza aspettar le risposte. Poi a un tratto concluse:
+— Dunque si vorrebbe sapere.... cioè non vogliamo saper niente! perchè
+queste sono cose indegne d’una fanciulla bene educata; cose compatibili
+forse con delle abitudini rustiche, ma non con quelle certamente della
+buona società. Figurarsi! Lanciare una parola di quella sorte, che
+poteva lasciar supporre.... che so io.... far fare dei giudizi temerari
+a tante degne persone.... mettere in scompiglio la conversazione, la
+tombola!...
+
+— Sì, ho mancato, — rispose Cristina con gli occhi bassi. — Me ne
+accorsi... e gliene chiedo scusa.
+
+— Ah, meno male! — riprese dopo una pausa, donna Fulvia. — Dunque
+confessi il tuo torto, e comprendi il mio dispiacere. È qualche
+cosa.... è un buon principio.... — E avendo fretta di ammainare le vele
+e di passare a un altro discorso, continuò subito in tono più calmo. —
+Sono ammonimenti questi che ti do per il tuo bene, perchè voglio che si
+abbia di te quel buon concetto che si deve avere d’una mia nipote.... —
+e fece una nuova pausa, — d’una mia nipote alla quale sto preparando,
+direi così, una combinazione.... che, non so se mi spiego, deve formare
+la sua felicità. E non vorrei quindi....
+
+Cristina fissò la zia con tanto d’occhi, trattenne il respiro, e col
+cuore che le batteva violentemente ebbe per un momento l’illusione che
+la zia le nominasse Enrico. — Oh, non aver timori, e non spalancar
+gli occhi! — esclamò donna Fulvia interrompendosi. Poi continuò. —
+Da un male alle volte nasce un bene; e poichè siam venuti su questo
+discorso, che veramente non credevo di fare in un’occasione simile, e
+poichè la parola m’è sfuggita.... la riconfermo. Sì, sto pensando al
+tuo collocamento. La scelta toccava, naturalmente, a me, e fu fatta
+con la debita ponderazione. — Fece una nuova pausa, poi riprese con
+molta gravità: — Il matrimonio d’una giovine è per i parenti, o per chi
+ne fa le veci, un dovere spinoso. Perocchè, se vogliam scegliere lo
+sposo tra gli uomini maturi, questi o sono maritati, o non si vogliono
+maritare. Se lo vogliam cercare tra i giovani del giorno d’oggi, Dio
+ce ne guardi! E se poi consideriamo i pericoli del mondo.... peggio
+che peggio!... Ma s’è pensato a tutto. Il padre dello sposo che abbiam
+scelto, uomo di distinti natali, e che quasi giornalmente viene da
+tanti anni in questa casa a farci la partita a tarocchi.... Oh, oh,
+che faccia mi fai? non aver timori, capisco la tua trepidazione, ma il
+giovane che ti nominerò è un giovane, per così dire, d’altri tempi....
+è un’eccezione. Ma torniamo un passo indietro, e procediamo in regola.
+Trent’anni or sono, il mio defunto marito, di felice memoria, mi
+presentava un suo degno amico, il barone Brocchetti....
+
+Poco mancò che Cristina non cadesse svenuta. Le era parso d’essere
+preparata a tutto, ma non lo era a questa, che la breve illusione di
+poco prima le rendeva ancor più dolorosa. Il ricordo però de’ suoi
+propositi, e quella parola _dovere_ che dava sempre al suo animo una
+certa eccitazione, vennero presto a richiamarle le forze, se non la
+calma, di prima. Per fortuna poi il discorso della zia fu lunghissimo;
+e intanto che donna Fulvia tirava innanzi col panegirico di Checchino,
+nell’animo di Cristina scomparivano a poco a poco gli ultimi timori
+e le ultime esitanze. E poi, a dirla, in un cantuccio del suo cuore,
+c’era ancor vivo un lumicino di speranza, il quale in fretta in fretta
+le lasciava intravvedere da lontano la zia che, dopo molte ripulse e
+molti rabbuffi, finiva con l’arrendersi alle sue preghiere e al suo
+desiderio. — Dunque questa bene auspicata unione, — concludeva donna
+Fulvia, con l’aria soddisfatta per il suo bel discorso, — formerà a un
+tempo la consolazione di due famiglie, e poi la tua felicità.
+
+— Io la ringrazio, buona zia, per le sue premure, — cominciò allora
+Cristina con la voce commossa e titubante — e gliene sono riconoscente.
+Ma.... oh, mi perdoni se ho tardato tanto a farle una confessione che
+le avrei dovuto far prima.... Non ho osato, sperando di giorno in
+giorno che altri gliene parlasse prima di me. Quando ieri sera affermai
+che.... Enrico, di cui parlava il signor Valassina, aveva data la sua
+fede e fatta una promessa a una giovane di Orobio.... feci male, ne
+convengo, ma ho asserito una verità. E quella giovane... sono io.
+
+— E hai il coraggio di dirmelo! — esclamò donna Fulvia alzando le
+braccia con un gesto di raccapriccio. — Lo sospettavo.... cioè, chi mai
+avrebbe potuto sospettare una cosa simile! — E sbuffando cercò con la
+mano una boccettina da fiutare, come per prevenire uno svenimento.
+
+— Oh, ma in questo io non ho mai creduto che ci fosse alcun male!
+
+— Già, già.... cosa ne sai tu!
+
+— È un buon giovane che conosco fin da bambina; e quando seppi ch’era
+intenzione di mio padre....
+
+— Chi te l’ha detto?... don Cornelio, m’immagino! — esclamò donna
+Fulvia sempre più scalmanata.
+
+— No davvero, lo venni a sapere d’altra parte. Don Cornelio, che ci
+vuol tanto bene a tutti e due, che conosce quel giovane, che l’ha
+veduto crescere, le potrà dire che bravo giovane sia... che giovane
+d’onore....
+
+— Delle informazioni di Don Cornelio ne faccio senza! — saltò su donna
+Fulvia impazientita. — Al tuo matrimonio ci devo pensar io, capisci,
+non don Cornelio! e sopratutto poi è tempo di finirla con simili
+discorsi. Basta.... posso perdonare alla tua inesperienza, ma purchè
+nessuno risappia mai quello che è toccato a me di sentire in questo
+momento! Ma non sai che se una cosa simile venisse all’orecchio del
+barone Brocchetti....
+
+— Oh, la sappia pure il barone, la sappiano pur tutti! che male c’è! La
+si deve pur risapere. Enrico ha data una promessa a me, e in cuor mio
+ho data la mia fede a lui... e non gli mancherò....
+
+— Scempiaggini! basta, basta così!
+
+— Oh, no, buona zia, ci pensi. Lei che è tanto compassionevole, che
+fa tanto bene a tutti, che n’ha fatto tanto a me, voglia compire la
+sua opera buona con l’essermi indulgente.... col comprendere l’animo
+mio.... — E diede in uno scoppio di pianto, ripetendo tra i singhiozzi
+qualche parola di preghiera e di speranza.
+
+Ma donna Fulvia fu inesorabile. Ripetè seccamente, un par di volte, che
+la sua parola era impegnata col barone Brocchetti, che il matrimonio
+con Enrico non era degno della sua casa, e che non si sarebbe fatto mai
+e poi mai. Poi, compassionando ogni tanto, con qualche esclamazione, sè
+medesima, si sfogò gesticolando contro Cristina, contro Enrico, contro
+don Cornelio, gridando che questo era uno scandalo, e che era il frutto
+d’una educazione sbagliata, a rifar la quale, poteva appena bastare un
+convento, se pure!...
+
+Mentre donna Fulvia andava parlando e smaniandosi, Cristina s’era
+asciugate le lacrime, s’era ricomposta, ed ascoltava in silenzio
+con gli occhi bassi. Quei vaghi pensieri di sacrifizio, intorno a
+cui la sua fantasia s’era fermata tante volte con una certa voluttà
+malinconica, le si affacciavano ora, e ben più dolorosamente, con le
+forme della realtà. Mentre le parole inesorabili di donna Fulvia le
+andavano dissipando le ultime illusioni della speranza, il suo animo
+ricercava, desolato, i più mesti pensieri; compiere un sacrifizio,
+le pareva uno sfogo di cui abbisognasse il suo dolore. Ricordò, capì
+allora le parole di sacrifizio, di dovere, che don Cornelio le aveva
+ripetute con tanta insistenza; e ricordò pure d’avergli ogni volta
+risposto: — Glielo prometto, glielo giuro. — Si fermò su questo
+pensiero; ci trovò un sentimento di alterezza, di conforto, e appena
+donna Fulvia ebbe finito, le potè rispondere calma e rassegnata: — Io
+le obbedirò, zia, e non le parlerò più di quel giovane; rinunzierò per
+sempre a lui; ma non mi si parli d’altri. Egli m’ha fatto una promessa,
+io l’accolsi; se la dimenticassi, mi sembrerebbe di commettere una
+cattiva azione. Mi hanno insegnato che son cose sacre la lealtà e
+l’onore.....
+
+— I soliti paroloni di don Cornelio! — saltò su con impazienza donna
+Fulvia.
+
+— Le ultime parole di don Cornelio, gli ultimi suoi avvertimenti furono
+che io dovessi ricordarmi sempre dei benefizi ricevuti da lei, e che
+le dovessi ubbidir sempre, anche a costo di qualunque sacrifizio.
+Glielo promisi, e manterrò anche a lui la parola data. Se non le posso
+ubbidire che in parte, è però un così grande sacrifizio il mio....
+
+— Ah, insomma, finiamola! anch’io ho data la mia parola al barone! Cosa
+dovrei dirgli? che non sono più io che comanda in questa casa?
+
+— Dica al barone che non mi voglio maritare....
+
+— Scuse!
+
+— Glielo proverò....
+
+— E in che modo?
+
+— Gli dica... ch’io mi ritiro dal mondo; glielo dica, è la verità.
+Sì, zia, io sento che in questo punto mi è scesa nell’anima una santa
+ispirazione! Sarò forte, risoluta, e la seguirò. Se il mio cuore ha
+accolta una promessa che il dovere gli impone di respingere, io non
+mancherò nè a quella promessa nè a quel dovere. Io mi ritirerò dal
+mondo. La vita nel mondo non ha più scopi per me.... Ho conosciuto un
+giorno a Orobio una Suora della Carità.... che mi parlò delle gioie
+celesti della sua vita di sacrifizio e di ritiro. In questo momento
+sento nell’anima l’eco della sua voce malinconica e dolce; essa mi
+chiama ad esserle sorella.... e lo sarò. Ho deciso!... — E nella voce
+di Cristina c’era tutto l’accento della convinzione; tanto le pareva
+che fosse proprio così.
+
+Si pensi come rimanesse donna Fulvia a quelle parole. Il caso non
+l’aveva punto preveduto; e lì per lì, tra il convento e il barone la
+scelta non era facile. Il convento, trattandosi di metterci gli altri,
+esercitava sempre un gran fascino sulla mente di donna Fulvia; le
+passaron subito dinanzi tutte le suore e tutte le madri badesse di sua
+conoscenza; ma le passò dinanzi anche il barone. Per fortuna, a levarla
+d’imbarazzo, capitò in quel punto sua figlia.
+
+La marchesa Bianca guardò sua madre, guardò sua cugina, e s’accorse
+facilmente che ci doveva essere stato qualcosa d’insolito. Piena
+di curiosità, non si diede pace finchè non le riuscì di trovarsi a
+quattr’occhi, quel giorno stesso, con Cristina e d’interrogarla.
+Cristina, nell’orgasmo, e nella buona fede della sua risoluzione, le
+narrò tutto, e le confermò la sua decisione irremovibile. La marchesa
+l’abbracciò, pianse, svenne, e s’accese tutta d’entusiasmo per quel
+caso pietoso e per l’infelice cugina. Quella sera, andando a teatro, si
+mise al collo una gran croce, come una Suora anch’essa della Carità.
+
+Per parecchi giorni donna Fulvia se ne stette in camera con
+l’emicrania, e per parecchie settimane ci fu in casa sua
+quell’atmosfera cupa e greve del tempo burrascoso. Donna Fulvia era
+d’un pessimo umore, aveva la faccia più raggrinzita del solito, e non
+parlava. Il padre Felice capitava a tutte le ore, e rimaneva in lunghe
+e secrete conferenze con lei. Tutti in casa parlavano sottovoce, e l’un
+l’altro andavano interrogandosi e confidandosi all’orecchio la gran
+novità. Anche gli amici di casa cominciavano a bisbigliare tra loro, e
+a scambiarsi una qualche esclamazione circospetta.
+
+La marchesa, che non osava parlarne con sua madre, se ne spassionava
+con suo marito. Il caso della cugina l’aveva tutta scossa; e come
+svegliata da un lungo sonno era tutta stupore, tutta curiosità.
+Parlava di quel caso con entusiasmo, con esaltazione; le pareva un
+fatto così romantico! così simile a uno letto da poco in un romanzo
+che le era piaciuto tanto! E dire che un tal caso si ripeteva ora
+nella sua famiglia, che l’eroina era lì accanto a lei, in casa sua!
+Oh, essa voleva diventare la confidente di Cristina, voleva fare per
+lei qualcosa di molto avventuroso, di molto bello! Voleva la sua parte
+d’eroina anch’essa!... Ma che cosa fare? E poi principiava con suo
+marito a parlare di quel giovane, di Enrico, di cui si era così bene
+scordata per tanti mesi, ma che ora diceva di non avere dimenticato
+mai! E ne parlava con entusiasmo; glielo dipingeva a suo modo, alto,
+bruno, melanconico, bello; tutto lui, insomma, l’eroe di quel tal
+romanzo.
+
+Il marchese la lasciava dire; la osservava, taceva, ed aveva l’aria
+soprattutto d’essere molto seccato. Era seccato, in primo luogo, di
+veder andato in fumo per quell’inverno il suo solito viaggetto. S’era
+fermato di giorno in giorno in grazia del matrimonio di Cristina,
+ch’era un affaruccio che gli premeva, come abbiam visto; ed ecco, sul
+più bello, che gli capitava anche un simile contrattempo per seccarlo
+doppiamente. Ora poi, a completargli il divertimento, c’erano per di
+più gli entusiasmi di sua moglie ed il muso lungo di sua suocera.
+Delle due cose però quella che gli piaceva ancor meno era tutto questo
+risveglio romantico di sua moglie; novità che non gli garbava punto,
+e che gli faceva desiderare che il romanzetto finisse presto. Il
+marchese, la cui politica coniugale era di solito quella di lasciar
+passare le piccole fantasticherie di sua moglie fingendo di non
+accorgersene, e di affidare al tempo le piccole difficoltà domestiche
+non contraddicendo mai, e facendo intanto il suo comodo, sapeva poi
+svegliarsi a tempo quando capiva che, a pigliarsi oggi una piccola
+noia, c’era da risparmiarsene una più grossa il giorno dopo. Allora
+dava alla cosa un’occhiata esperta e previdente; fissava bene il punto
+a cui voleva arrivare; e, indifferente quanto alla scelta delle strade,
+pigliava le più facili, si arrendeva, le mutava, pur di arrivare più
+sicuramente dove voleva. Il matrimonio di Cristina, un matrimonio
+s’intende come lo voleva lui, era un affare che il marchese aveva
+intravveduto e avviato in tempo. Ora c’era un intoppo, e che intoppo!
+bisognava dunque mutar strada. Su questo punto non si faceva illusioni;
+e non se ne faceva neanche sulla improvvisa vocazione di Cristina;
+anzi, n’era in diffidenza, e ci vedeva un nuovo pericolo da cansare;
+tanto più che sua suocera gli aveva detto all’orecchio che il convento
+_alla peggio_, avrebbe servito a migliorar l’educazione di Cristina.
+
+Il marchese dunque prese subito in cuor suo la risoluzione di ristudiar
+la faccenda, di non dormirci sopra, e di cercare la strada nuova,
+lasciando da parte affatto quella del barone Brocchetti. Tra le strade
+nuove ci poteva essere quella che faceva capo a quel tal giovane che
+aveva strappata, in mezzo alla tombola, l’esclamazione di Cristina.
+E perchè no? pareva la più scabrosa, ma poteva anche essere la più
+breve. A ogni modo, prima di pigliarne un’altra, gli pareva necessario
+di dare un’occhiata anche a questa. Cominciò dunque a farsi attorno un
+po’ di più al padre Felice, e a far con lui delle lunghe passeggiate
+parlandogli della risoluzione precipitosa di Cristina, e della
+necessità di farla riflettere e di farle pigliar tempo per assodare la
+vocazione. Poi aveva detto al Valassina di dare una corsa a Orobio il
+più presto che potesse, perchè volendo aver subito, e senza lasciarsi
+scorgere, certe informazioni sul conto di quel tal Enrico, gli
+occorreva che “una persona avveduta e di proposito„ gli sapesse dire
+innanzi tutto dove fosse e cosa facesse costui.
+
+La missione del Valassina andò a vele gonfie; e dopo pochi giorni il
+marchese riseppe a puntino ciò che gli premeva. Ma andava di male in
+peggio quella del padre Felice; il quale ogni giorno, dopo lunghe
+conferenze con Cristina, veniva a dire al marchese che non c’era modo
+di tranquillarla, ch’era risoluta, impaziente, e che voleva metter
+subito in atto la sua risoluzione. Un giorno anzi venne ad annunziargli
+che, d’accordo con donna Fulvia, aveva avuti parecchi colloqui con
+la Superiora d’una casa di Suore, e che tutto era stato felicemente
+combinato; perfino il giorno e l’ora in cui Cristina sarebbe entrata
+nel monastero.
+
+
+
+
+XXII.
+
+
+Il Valassina era tornato da Orobio non solo con le informazioni per
+il marchese, ma aveva portate secretamente a donna Fulvia un sacco di
+notizie, e di notizie non troppo buone. Le faccende in paese andavan
+maluccio. Il nuovo curato, don Innocente, aveva preso possesso della
+Cura da un paio di settimane, e già s’eran formati in paese due partiti
+che si guardavano in cagnesco. Fin dai primi giorni don Innocente s’era
+messo a riformare la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite
+le processioni lontane, le merende e i beveraggi, e andava in giro
+con gran zelo a benedir stalle e pollai. Quelli della Confraternita,
+delle vacche malate, e dei polli con la pipita, portaron subito alle
+stelle il nuovo curato; e a loro s’unirono anche quelli cui piaceva
+fare delle lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente faceva
+delle prediche con testi in latino e lunghe che non finivan più. Ma poi
+don Innocente s’era messo a far la cera brusca a chi lodava il vecchio
+curato; e diceva che d’ora in avanti bisognava fare, in tutto, tutto
+all’opposto: diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati
+sul registro della Cura, che voleva rincarare i fitti, e rimetter
+l’usanza di certe regalie per non addormentare, come faceva don
+Cornelio, lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e qualche altro
+parrocchiano, presero a abbaruffarsi con chi lodava il curato e il suo
+zelo; principiarono così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono
+subito, tanto per cominciare.
+
+Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio nei giorni in cui c’era
+arrivato il Valassina, e un paesello vicino, erano in fermento in
+grazia d’una novità ideata da don Innocente; il quale aveva stabilito
+di fare nella prima settimana d’aprile, una gran processione che doveva
+percorrere tutto il territorio del comune allo scopo di scacciare dai
+campi gl’insetti, i topi, e gli spiriti maligni. La maggior parte dei
+campagnoli d’Orobio, su questo punto, lodava il curato, e stupiti
+tutti come a don Cornelio non fosse mai venuta una così bella idea,
+si preparavano a seguire in bel numero la processione. Ma quelli del
+paese vicino, risaputa la novità, cominciarono ad allarmarsene. Gli
+insetti, i topi, e gli spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero
+scappati in casa loro: era chiaro. E siccome il loro curato, per
+prudenza, non voleva mettersi in contrasto con don Innocente, così
+essi si preparavano per quel giorno, con dei buoni randelli, a tener
+lontani dal proprio territorio chi voleva far loro un così bel regalo.
+Essi poi non mancavano di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei
+quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito messo in moto per
+illuminare le menti, e non ristava dal catechizzar tutti da mattina a
+sera nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, —
+rimettere in uso una funzione dell’antichità celebrando il risveglio
+della natura? Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata civile! Ma
+questa funzione medioevale del curato è il trionfo dell’ignoranza e
+della superstizione! Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio
+qualcuno che avesse un prato o un campiello sul monte, allora
+soggiungeva: — E chi vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo
+scappato dal piano non vada poi a mettersi di casa più in su! — A
+questi discorsi chi si faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti
+discutevano, tutti si accaloravano; talchè lo speziale, per rimanere
+nell’imparzialità, non si lasciava più vedere.
+
+Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di Orobio portatele
+dal Valassina, dopo uno sfogo di esclamazioni, or di lode, or di
+raccapriccio, prese una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi
+indispensabili il proprio intervento, e la propria autorità; a lei
+toccava dar man forte a don Innocente, inaugurare un nuovo ordine di
+cose, incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e chiuder la bocca
+ai tristi lasciandoli confusi per sempre. Persuasa che per ottenere
+tante belle cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza, decise
+di partir subito per Orobio; decisione che le tornava tanto più
+opportuna perchè s’era intesa con la Superiora che Cristina sarebbe
+stata ricevuta in convento appunto in quei giorni; e a lei i distacchi
+e le commozioni facevan tanto male.
+
+Mentre donna Fulvia usciva dal portone del suo palazzo in carrozza, con
+la Cleofe e con _Fleurette_, per avviarsi alla stazione, un giovane
+di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora passeggiava dinanzi a
+quel portone a passi lenti, incerti, preso da una subita risoluzione
+entrava nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso che aveva
+pensato e ripensato come se dovesse presentarsi a un ministro. Enrico
+era arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese a cui era
+addetto, aveva acquistato un opificio in Lombardia, l’opificio di cui
+doveva essere egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire con
+sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune faccende prima di recarsi al
+suo posto. Quell’avvenire sognato come una lontana speranza, per tanti
+anni, traverso tante ore interminabili, uniformi di lavoro, era giunto;
+quel giorno così lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un così
+bel giorno non doveva portargli qualch’altra buona nuova? la migliore
+di tutte! Il cuore gli diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era
+sbagliato. Appena arrivato, era corso alla posta sapendo che ci avrebbe
+trovate delle lettere di don Cornelio, e ne trovò infatti due. Le
+lettere di don Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione
+di poco prima; una era malinconica, sfiduciata, e piena di consigli di
+rassegnazione; l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una certa
+ansietà, di cercar nuove di Cristina senza perder tempo, e come meglio
+poteva; poi di scrivergli subito tutto ciò che era venuto a sapere. Era
+con questa lettera in mano, e tutto agitato, che Enrico, non sapendo
+che fare, era arrivato di passo in passo dinanzi al portone di donna
+Fulvia, e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide uscirne una
+carrozza.
+
+La portinaia, silenziosa come un muro quando donna Fulvia era in casa,
+dava la stura alle parole appena la vedeva scantonare, e tanto più se
+scantonava per andare alla stazione. Enrico dunque non ebbe bisogno
+di ricorrere agli artifizi del discorso per sapere in pochi minuti
+un monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina, dopo essere
+stata fidanzata col figlio d’un barone, s’era decisa a entrare in un
+convento; da dove, aveva detto la portinaia del convento, sarebbe
+presto ripartita per una delle più lontane città.
+
+Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi nelle braccia del suo
+amico Arturo, e a domandargli consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli
+osservò che bisognava aspettare il corriere di Londra per sapere se gli
+affari permettevano di occuparsi di quella spiacevole combinazione.
+Poi, come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette una dozzina di
+lettere, gli partecipò che bisognava aspettare ancora alcuni giorni
+prima di andare a prender possesso dell’opificio, e che quindi poteva
+benissimo nel frattempo dare un’occhiata ai propri interessi. Il parer
+suo in proposito, senza responsabilità e senza impegno, se lo voleva
+sentire, era questo: fosse pur vero ciò che gli avevan detto, non
+c’era nulla d’urgente dal momento che donna Fulvia era partita per la
+campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro di tutto, ed impedire
+all’occorrenza, in quanto fosse possibile, un fatto qualunque che
+pregiudicasse l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio curato.
+Bisognava dunque indurre don Cornelio a venire a Milano, e a parlare
+con Cristina.
+
+Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa Maria della Neve. Per
+quanto Enrico si sentisse poco incoraggiato dalle lettere malinconiche
+e sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di rivedere il suo
+protettore e di poterne avere qualche consiglio, lo decise a partire e
+a pigliare il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio sulla quale
+lo aveva preceduto donna Fulvia.
+
+Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto, cioè tre giorni prima
+della domenica fissata da don Innocente per la sua funzione. In paese
+c’era una crescente inquietudine. Quelli che avevano desiderato la
+funzione cominciavano già a dire che una funzione simile in Orobio la
+ci voleva, ma che però sarebbe stato meglio principiar un altr’anno. Il
+sindaco, che per protestare contro la funzione aveva organizzata con
+quelli del paese vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto
+al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per impedire una cosa e
+l’altra.
+
+Don Innocente, che, avendo risapute le voci che correvano, era un po’
+perplesso, prese un coraggio da leone come seppe l’arrivo di donna
+Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu veduto entrare più
+volte nel palazzo, e restarci per delle ore. Poi, dopo aver dati i
+suoi ordini alla confraternita, una sera all’ora dei vespri annunziò
+in chiesa che la mattina seguente sarebbe andato a benedir le campagne
+seguìto dai confratelli e dal popolo in processione.
+
+Era la prima domenica di aprile. Le campane d’Orobio, sonando alla
+distesa come nei giorni di solennità, chiamarono il popolo alle
+funzioni festive un’oretta prima del solito, perchè poi la processione
+potesse essere di ritorno al mezzogiorno, ch’era l’ora del desinare;
+e la gente usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi
+per le strade e per le campagne, in fretta e di buona voglia, invitata
+anche da un bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco che aveva
+dato ritrovo a molti, per quella mattina, nell’osteria del paese, non
+ci trovò che tre o quattro amici; gli altri avevano preferito di fare
+la passeggiata civile ciascuno per proprio conto. Dopo uno sfogo contro
+l’inerzia dei patriotti, anche il sindaco se ne andò a spasso per
+conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato della chiesa per
+vedere la sfilata della processione, o per seguirla o per canzonarla, a
+seconda dei casi.
+
+Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don Luigi era partito da un
+pezzo; e don Prospero e un altro cappellano che egli aveva invitati
+per la funzione, s’erano scusati dicendo però che sarebbero venuti
+più tardi al desinare. Finita la messa, don Innocente fece un po’ di
+predica sulla necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni, e
+le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti spiriti maligni; poi,
+deposta la pianeta e indossata la cotta, con l’aspersorio in mano e il
+suo _Manuale exorcistarum_ sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato
+da un chierico che teneva il secchiolino, e facendosi seguire dalla
+confraternita e dal popolo.
+
+Il suono delle campane che si diffondeva lietamente per la valle,
+il bel cielo limpido, l’aria primaverile, facevan contrasto con la
+cera scura e con la tetra funzione di don Innocente. Quella giornata
+splendida di sole, ch’era tutta un inno di allegrezza e di fiducia, non
+pareva proprio fatta per le maledizioni e per gli scongiuri.
+
+La processione s’avviò per la strada dove sorge il palazzo Orsenigo. Il
+palazzo era parato a festa; a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal
+terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva un gran drappo rosso
+di seta su cui c’era ricamato nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con
+tanto di corona, e circondata dagli emblemi della passione di nostro
+Signore, proprio come se nostro Signore avesse sofferto specialmente
+per donna Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo, sfoggiato per la
+prima volta e fatto appunto da quelle Suore tra le quali, quel giorno
+stesso, era andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare
+in su; e quando passò la processione, ci fu del disordine nelle file
+perchè ciascuno, pur camminando, prima guardava in alto, poi guardava
+indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi, o sui piedi a chi
+veniva dopo; e tutti poi si davano degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia
+che se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di compunzione e
+di compiacenza, sorrideva con indulgenza a quel po’ di disordine,
+e lasciava capire che perdonava, anche alla confraternita, quella
+distrazione di cui eran causa lei e il suo bel drappo. Don Innocente
+quando passò sotto il terrazzino cercò, tutto in una volta, di riverire
+donna Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la divozione e di
+non parer distratto. Non era facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e
+gli ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del capo che parevano di
+riverenza, ma ch’eran soprattutto di approvazione e di protezione.
+
+Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò presto a intorbidarsi.
+Parecchi dei più arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario
+s’eran messi qua e là, di fianco alla processione, a attaccar discorso
+con quelli ch’erano in fila, motteggiando e facendo di tanto in
+tanto qualche sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi
+cominciarono a uscir di fila; e appena messi con quelli che poco prima
+li avevano canzonati, si facevan coraggio e canzonavano anche loro.
+Così i motteggi, le conversazioni ad alta voce e le fischiate andavan
+crescendo; e mano mano andava crescendo anche il numero di quelli che,
+a ogni nuova strada, scantonavano e se ne tornavano a casa loro. Don
+Innocente che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile, cominciò
+a perdere la pazienza. — Bricconacci, villani, scomunicati! — cominciò
+a gridar sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo improvvisamente
+di fila anche lui. Poi tirava innanzi più serio di prima; ma subito
+dopo passando dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà ad
+alloggiare a casa vostra il diavolo!... verrà ad alloggiare! — gridava
+alzando l’aspersorio. Allora i monelli scappavano, e si faceva un po’
+di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le conversazioni ripigliavan
+presto.
+
+— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano alcuni — lo si ha
+a vedere quando sarete fuori pei campi, e quando vi vedranno venire
+quelli degli altri paesi!
+
+— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in ballo ballerà! Legnate a
+buon mercato... e cazzotti per niente!
+
+Allora parecchi della processione cominciarono a ragionarla con
+quelli che n’eran fuori. — La funzione è bella, bellissima, non c’è a
+dire; ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo poi sì! in questo
+avete ragione anche voialtri. Bisognava esser tutti in compagnia,
+anche quelli dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive
+influenze, e non mandarsele addosso l’un con l’altro!
+
+Nel ragionare si fermavano; la processione intanto andava innanzi,
+e chi c’era rimasto fuori non ci tornava più. Altri poi, vedendo
+due carabinieri che piano piano venivano loro incontro, piano piano
+voltaron le spalle per non andare in direzione opposta della forza.
+
+La processione, che s’era andata in tal modo via via assottigliando,
+giunta alle viottole della campagna non si componeva più che di
+una metà della confraternita e di una cinquantina d’altri che la
+seguivano. Don Innocente appena si vide sbarazzato dei burloni e dei
+timidi, e circondato solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese
+maggior coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse alla comitiva un
+discorsetto rabbioso per accalorare gli animi e ribadire lo zelo. Lo
+scopo fu facilmente raggiunto, e le parole di don Innocente vennero
+accolte da una calorosa approvazione e da esclamazioni piene di
+propositi audaci. Or ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti
+rinfrancati e capaci di farla vedere a chississia. A un cenno del
+curato la comitiva fece silenzio, e tirò innanzi ora allargandosi,
+ora procedendo un poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e or
+borbottando da capo tra gli _amen_ e gli _ora pro nobis_, qualche nuova
+minaccia contro i burloni di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e
+più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno a don Innocente per
+vedere come faceva a far l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto
+qualche spiegazione a questi e al chierico, che tremava tutto per la
+paura.
+
+“_Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime et sporcissime
+spiritus_, — continuava don Innocente tenendo l’aspersorio alzato, e
+leggendo nel suo Manuale degli esorcismi — _conjuro te, insidiator,
+superbe, mendax, immunde Belzebù_... questo è il peggiore di tutti, ma
+adesso lo acconcio io....„ e lesse due pagine di seguito del Manuale.
+Poi rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a mettersi in mezzo
+a un campo di patate. — Ora eccoci al fatto nostro: _Exorcismus contra
+dæmones minores, contra vermes, mures, locustas, et alia animalia
+devastantia fruges, fructus_...[2] — e ricominciò a leggere or forte,
+or sottovoce, tutto intento al Manuale per non sbagliarsi.
+
+Don Innocente era così assorto nella lettura del suo latino, che
+non s’accorse d’un improvviso cambiamento di scena ch’era intanto
+avvenuto intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa una nuova
+comitiva, e la sua aveva subitamente cessato di guardar l’esorcismo, di
+chiacchierare e di dir la corona. La nuova comitiva era ben diversa e
+ben più numerosa; era una comitiva di contadini d’altri paesi, sbucati
+di qua e di là saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano con
+randelli, correggiati, forconi, e con un certo piglio che non era
+quello con cui andavano di solito a battere il grano o a rammontare il
+fieno!
+
+
+
+
+XXIII.
+
+
+Mezz’ora dopo una buona parte della comitiva di don Innocente rientrava
+in paese a gambe levate: e dietro a loro, coi forconi e coi randelli
+alzati, venivano rincorrendoli quelli della comitiva forestiera coi
+quali evidentemente avevano avuto uno scontro sfortunato. Era un
+fuggi fuggi, e un gridar generale che mise tutto Orobio sossopra in
+un momento. Chi dalle finestre, e chi scendendo in strada, domandavan
+tutti ansiosamente cos’era successo; chi cacciava in stalla in
+fretta i maiali e le oche; chi correva a chiamare i fanciulli, chi a
+rinchiudersi in casa. — Ma cos’è stato? ma cos’è successo? C’è una
+ribellione, c’è un saccheggio, vien gente da ogni parte! misericordia!
+Ci vogliono ammazzare! daran foco al paese! — I primi a gridare, e
+che gridavan di più, eran parecchi di quelli della Confraternita
+che avendone pigliate, o avendo pigliato non foss’altro un gran
+spavento, spaventavano gli altri alla lor volta, scappando urlando,
+e levandosi in furia la veste e la cappa da confratello. Non tutti
+però se l’eran data subito a gambe; alcuni di maggior fegato e più
+cocciuti avevan dato mano senz’altro ai sassi, e in un minuto ce
+n’eran stati di discretamente pesti anche tra le schiere avversarie.
+Costoro sbandandosi, e facendo un chiasso indiavolato, avevano chiamata
+nuova gente, e tutti insieme eran tornati alle mani più inferociti
+di prima. Le sorti della giornata furon presto decise dal numero, e
+gli assalitori, non contenti di aver visto i tacchi dei confratelli
+di Orobio, invadevano ora in frotte le strade del paese col piglio
+minaccioso, e con la voglia di non tornarsene a casa senza essersi
+presa una qualche soddisfazione; di quelle, s’intende, che mandano in
+prigione il giorno dopo. E infatti stavano già per raggiungere questo
+risultato parecchi ch’erano piombati addosso al sagrestano, il quale
+poco prima aveva ammaccato sulle loro spalle il secchiello dell’acqua
+benedetta; quando arrivarono i due carabinieri. Questi pigliarono il
+più inferocito per il bavero, ricevettero e restituirono spintoni e
+pugni senza fine, perdettero e ripresero un paio di volte il cappello;
+ma, sempre saldi al bavero, condussero alla fine il loro uomo alla
+casa del comune in arresto. Altri fatti più grossi e più minacciosi
+succedevano intanto in un altro punto del paese, e precisamente dinanzi
+al palazzo Orsenigo dove si era ricoverato don Innocente. E qui le cose
+minacciavano davvero di finir male, perchè la forza pubblica in quel
+momento non era in grado nè di essere informata nè di muoversi. I due
+carabinieri erano tornati sulla porta della casa comunale a guardare
+la folla, ma non erano ben sicuri se fosser loro che sorvegliassero la
+folla, o se fosse la folla che li sorvegliasse loro.
+
+Mentre succedeva tutto questo tafferuglio, scendeva da Santa Maria
+della Neve, ed arrivava ai primi casolari d’Orobio, Enrico, il quale,
+come glielo aveva suggerito sir Arturo, era andato a chieder consiglio
+a don Cornelio, e a invocare una volta ancora il suo aiuto. Don
+Cornelio alla vista di quel figliuolo, s’era tutto scosso; sulle gote
+pallide e avvizzite gli era comparsa una fiamma improvvisa, come il
+raggio che illumina una mesta giornata d’inverno. Dopo aver udite le
+notizie che gli portava Enrico, dopo aver vedute le sue lacrime calde,
+sincere, era uscito a un tratto dall’accasciamento in cui era, e aveva
+sentito rinascere in sè tutto l’ardore d’un tempo.
+
+— Ebbene, sì! — aveva esclamato, — andrò a Milano... qualche cosa farò!
+Se donna Fulvia mi chiuderà l’uscio in faccia, andrò dalla Superiora
+del convento, le dirò che la vocazione di Cristina è falsa....
+che Cristina s’inganna, o che la inganna! Le dirò tutto! Andrò
+dall’Arcivescovo se occorre! Oh qualcuno mi ascolterà!... Povero amico
+mio, povero conte Maurizio!... i tuoi figliuoli non li abbandonerò
+finchè avrò fiato! e se Dio mi darà vita.... qualcosa farò!
+
+Ma intanto quella fiamma di poco prima gli era scomparsa dalle gote,
+e c’era a un tratto succeduto un pallore come di cadavere; s’era
+lasciato andare sulla seggiola, aveva messo una mano sul cuore, ed era
+rimasto per alcuni minuti in silenzio quasi svenuto. Poi sforzandosi
+di sorridere, aveva ripreso: — Non spaventarti, mio buon figliuolo,
+non è nulla.... è uno de’ miei acciacchi.... Quando s’è vecchi... sei
+capitato proprio in una cattiva giornata; ma non è nulla.... Vedi?
+adesso passa, passa... oh per andare ancora una volta a Milano...
+per fare quello che t’ho promesso, sento che le forze le avrò, oh le
+avrò! Tra un paio di giorni ti raggiungo.... e tu intanto sta di buon
+animo.... Chi sa che questa volta non ci riesca a far proprio qualcosa
+per i figlioli dell’amico mio!... chi sa che il Cielo non mi riservi
+questa consolazione prima di chiuder gli occhi....
+
+Quando Enrico il giorno dopo s’accomiatò, don Cornelio lo tenne
+stretto un pezzo nelle sue braccia, celando appena la sua commozione,
+e trattenendo a stento le lacrime. Poi, con un sorriso che gli moriva
+sulle labbra, aveva cercato di dirgli qualcosa di gaio, e gli aveva
+ripetuto più volte vedendo che Enrico non glielo chiedeva più: “Verrò,
+non aver dubbi, verrò.„
+
+Enrico aveva perduto il coraggio di ripetere a don Cornelio la sua
+preghiera di venirgli in aiuto. Don Cornelio non era più lui! Non
+era più il bel vecchio, di cui Enrico aveva stampata l’immagine nel
+cuore; era un uomo su cui era scesa una vecchiaia cadente, un uomo che
+soffriva, e che cercava a stento di rompere una profonda malinconia che
+gli velava gli occhi e la parola. Nel vederlo tanto mutato, Enrico non
+aveva più saputo continuare a parlargli di sè, e non s’era alla fine
+staccato da lui che con uno schianto del cuore.
+
+La signora Angelica l’accompagnò per un breve tratto fino al punto
+dove incomincia la discesa ripida della strada. Enrico le fece mille
+domande, ma la povera signora Angelica sospirava, e gli sapeva
+rispondere ben poco. Gli disse che don Cornelio aveva di frequente
+degli svenimenti che le mettevano spavento; che il medico era venuto
+una volta, e che voleva tornare per capir meglio, ma non era tornato;
+che don Cornelio non voleva far nulla, e che essa era sulle spine. In
+fine poi gli fece le sue scuse per non potergli dare, com’era solita,
+qualcosa da portar seco in viaggio; e spassionandosi un po’, gli disse
+piano perchè nessuno la sentisse: — Che paese, che paese è mai questo!
+Sarà più vicino al Cielo, come dice mio fratello, ma non ci si trova
+neanche l’occorrente per fare una torta! — Poi lo salutò con effusione,
+e diede una voce a _Ugolino_ perchè tornasse indietro.
+
+Ma _Ugolino_, che trovava anch’esso di poco compenso quel soggiorno,
+e dava volontieri di tanto in tanto qualche scappata, finse di non
+capire, e seguì tutto festoso Enrico, il quale aveva presa la strada
+d’Orobio scendendo a gran passi per la china del monte, agitato,
+commosso e in preda a mille pensieri.
+
+Dopo un’ora di cammino, come fu a vista d’Orobio, e mano mano che vi
+si avvicinava, Enrico s’accorse che ci doveva essere avvenuta una
+qualche disgrazia, o qualche grave avvenimento. Gente che andava e
+veniva con l’aria ansiosa e spaventata; donne e fanciulli che salivano
+frettolosamente per i viottoli della montagna; e da lontano un rumore
+confuso di voci e di grida che a intervalli scoppiavano più fragorose,
+e con un impeto di minaccia. Alle prime case poi vide, da per tutto,
+gente alle finestre e sulle porte, e gente che faceva ressa intorno
+a qualche confratello sbandato, che in veste bianca e cappa rossa
+rispondeva affannosamente alle cento domande che gli eran fatte, e
+che gli venivano poi ripetute dai nuovi curiosi che sopraggiungevano.
+Enrico si cacciò in mezzo a un capannello, dove gli parve che la
+conversazione fosse più calorosa, e riuscì a poco a poco a capire
+cos’era accaduto, e cosa stava accadendo. Rimase un minuto perplesso,
+tra la fretta di andar dal vetturino e fargli attaccare, e la voglia
+di far qualcosa anche lui, sia per metter pace, sia all’occorrenza per
+dispensare qualche scappellotto in difesa de’ suoi antichi compatriotti
+d’Orobio. Ma intanto era giunto un nuovo confratello, ancora più
+ansante degli altri; tutti gli furono addosso, e per quanto cercasse di
+svignarsela, dovette pur rispondere e discorrere con tutti anch’esso.
+
+— Ah voi credete che la sia finita? Andate, andate a vedere! A buon
+conto, poco fa ci mancò poco che il sagrestano non fosse bell’e
+spacciato! Io ero lì proprio vicino a lui... quando lo pigliarono in
+mezzo cinque o sei manigoldi che lo volevan finire.... Io allora...
+via... a cercare il sindaco! ma il sindaco era già partito col suo
+biroccio per domandare un rinforzo. Basta; il sagrestano l’hanno
+salvato; ma intanto i carabinieri sono bloccati, e se non arriva presto
+il rinforzo....
+
+— Bloccati?
+
+— Sicuro, da un muro di gente d’ogni paese, e bisogna sentire come
+urlano!
+
+— E poi?
+
+— E poi c’è di peggio. Adesso una parte della folla corre verso il
+palazzo di donna Fulvia, dove dicono che ci sia il curato.... Li ho
+incontrati io, poco fa, anzi con alcuni che incominciavano a insultarmi
+ho fatto delle chiacchiere, e loro subito a alzare i bastoni....
+
+— E voi?
+
+— E io via a gambe, perchè sapete come sono; guai se mi riscaldo! Ma
+intanto chi sa cosa succede laggiù, nel palazzo! Di sicuro, ci danno il
+fuoco!... e il curato lo ammazzano!
+
+— E se si sonasse la campana?
+
+— Andateci voi! bisogna vedere che facce sul sagrato!
+
+Enrico, a quelle parole non ebbe più che un solo pensiero: correre al
+palazzo, arrivarci prima della folla, far fuggire il curato, chiamar
+gente, fare insomma tutto quello che avrebbe potuto per salvare la
+casa del suo antico benefattore. In un attimo ci arrivò, ma la folla
+c’era arrivata prima di lui, e stava già fitta e minacciosa dinanzi
+al portone chiuso, urlando e fischiando. Che fare? Arringar la folla?
+Persuadere que’ contadinacci, furiosi e vicini a compire la loro
+vendetta, a tornarsene tranquillamente a casa? Non era possibile.
+Tanto più che, proprio in quel momento, e in mezzo a quel baccano
+indiavolato, la folla manifestava chiaramente le sue intenzioni
+definitive a un oratore, un omaccione grosso e d’aspetto pacifico, il
+quale aveva proposto un mezzo termine. Il mezzo termine era quello di
+far uscire il curato, però senza mancargli di rispetto, e di obbligarlo
+a fare la funzione in senso inverso; cioè a cacciar coll’aspersorio su
+quel d’Orobio tutte quelle influenze diaboliche, che poco prima aveva
+cacciate sul loro.
+
+— Questo va bene, — gridavano i più accesi, — ma ci vuole di più!
+Bisogna buttar giù il portone! Bisogna pigliare i caporioni, quelli
+che ci han tirate le sassate, e che son chiusi lì dentro! E a quelli,
+legnate!
+
+— D’accordo, — ripigliava a tutta voce l’omaccione, — legnate, a
+quelli là!... Ma il curato, deve fare come vogliamo noi... senza però
+mancargli di rispetto, avete capito!
+
+— Bravo, evviva!
+
+E queste grida erano intanto accompagnate da una tempesta di sassi
+lanciati contro il portone e contro le finestre del palazzo. Non c’era
+tempo da perdere; ma a chi domandar aiuto? ma che fare?
+
+“Cerchiamo almeno di salvare quelli che vi stanno rinchiusi,„ pensò
+Enrico. Uscì dalla folla, e pigliò a gambe levate una stradicciuola che
+conduceva al monte, e a una selva dalla quale poteva scendere fino al
+giardino del palazzo, con la speranza di non essere veduto. Arrivato al
+muro di cinta, cercò e trovò subito un punto dove tante volte l’aveva
+scavalcato da fanciullo; si arrampicò, e spiccò un salto insieme a
+_Ugolino_ che lo aveva seguito fin lì. Attraversò di corsa il giardino,
+entrò nelle stanze a terreno del palazzo, e lo girò affannosamente,
+chiamando gente, e stupito di non trovarci nessuno. E infatti, quelli
+che sulle prime vi si erano rinchiusi, facendo scorta a don Innocente,
+avevan subito pensato a cercarsi alla chetichella una qualche uscita
+particolare per non essere presi in trappola; e quelli poi di casa,
+mandati tutti in processione, avevano trovato al ritorno il portone
+chiuso, e la folla dinanzi al palazzo.
+
+In quelle sale, in quei corridoi, che risvegliavano a Enrico tante care
+memorie, e che ora rivedeva abbandonati e silenziosi, si ripercoteva
+ogni tanto l’eco sinistra degli urli minacciosi della strada. Enrico
+impaziente, ansioso, salì correndo al primo piano, dando una rapida
+capata a ogni camera, e chiamando di nuovo a voce alta quei di casa.
+Giunto al salotto, e apertone l’uscio con uno spintone, udì delle grida
+di spavento che lo fermarono sulla soglia. Vide una vecchia signora
+svenuta su una poltrona; una donna, che era la Cleofe, inginocchiata
+e che strillava; e don Innocente che, con la cotta piegata sotto il
+braccio, cercava di nascondersi dietro un canapè.
+
+— Coraggio, coraggio! — esclamò subito Enrico con voce amichevole.
+— Vengo in vostro aiuto, vengo a mettervi in salvo; siamo ancora in
+tempo, ma presto, presto venite con me.
+
+— È arrivata la forza? — chiese tutto tremante don Innocente.
+
+— Sì, sì, ma facciamo in fretta; — gli rispose Enrico con impazienza.
+
+— Ah lei è forse il signor Delegato della Questura?... oh sia
+benedetto!...
+
+— Ci son altri in palazzo? — gli chiese Enrico.
+
+— Nessuno, nessuno; ci han piantati qui soli... non ci siamo qui
+che noi poverelli... ma a suo tempo mi sentiranno! — continuava don
+Innocente.
+
+— Se non ci son altri, tanto meglio. Andiamo, e subito! Bisogna
+tranquillare questa signora.... farla scendere in giardino; ci vuol la
+chiave del cancello!... Non c’è un minuto da perdere!...
+
+Intanto che Enrico andava sollecitando don Innocente con piglio
+risoluto, la Cleofe, continuando a piagnucolare, cercava di
+richiamare in sentimento la sua padrona. Don Innocente, lasciato il
+canapè, e avvicinatosi anch’esso a donna Fulvia, le andava ripetendo
+all’orecchio: “C’è qui il Delegato della Questura.... quello della
+Polizia.... è venuto a metterci in salvo.... Andiamo, coraggio, donna
+Fulvia, bisogna andarcene subito.„
+
+Donna Fulvia tremante, convulsa, aprì gli occhi. Fissò Enrico, che
+vedeva per la prima volta, e cercò di fargli il viso benevolo sentendo
+che era quello della Polizia. Enrico, che pure per la prima volta si
+trovava dinanzi a donna Fulvia, ebbe un momento di perplessità, e quasi
+di terrore. Gli venne, con un brivido, il ricordo di quanto quella
+signora gli aveva fatto soffrire; gli si affacciò il pensiero di tutto
+il male che quella signora gli aveva fatto... di tutto quello, ancor
+più grande, che stava forse per fargli; sentì una fiamma al viso, sentì
+offuscarsi la mente. L’urlo selvaggio, che dalla strada arrivava fin
+lì, gli parve in quel momento meno odioso; gli parve simile quasi al
+grido che, in mezzo a un torbido rimescolìo, stava per prorompergli
+dall’anima.
+
+Alzò gli occhi, si scosse, si rammentò dov’era. Quel salotto gli
+richiamava la voce del conte Maurizio quando gli parlava di lealtà e di
+onore; e quel prete gli richiamava la voce di don Cornelio quando gli
+diceva “figliuolo, perdono e carità.„
+
+— Lasci fare a me, lasci fare a me; — disse Enrico un po’ bruscamente
+alla Cleofe, — non vede? la signora è debole, è sofferente, ha bisogno
+d’un braccio più valido, più sicuro.... Lei vada a prendere la chiave
+del cancello.... Si appoggi a me, signora, non abbia più timore di
+nulla; usciamo di qui... la conduco al sicuro... si faccia animo... Oh
+prima di offender lei! ci sono io!
+
+Donna Fulvia cercava di ringraziare Enrico con l’espressione del
+viso, e con qualche parola che le usciva debole e a stento. Il farla
+scendere a terreno, e l’attraversare il giardino fu un affar serio.
+Ogni tratto le soppravveniva un accesso convulso che la faceva tremar
+tutta violentemente, e ricadere priva di forze. Ogni tratto dava in uno
+scoppio di pianto. Enrico, commosso da quello spettacolo, raddoppiava
+le sue cure; la sosteneva con tutte le sue forze; la rassicurava, e nel
+ripeterle quasi con pietà figliale delle cortesi parole di conforto,
+si sentiva più rassicurato egli stesso, e gli scendeva nell’anima un
+sentimento elevato, dolcissimo.
+
+Enrico, come ebbe oltrepassato il cancello, condusse la comitiva in una
+capanna fuor di mano e quasi nascosta tra i castagni e i cespugli della
+selva. Fece adagiare donna Fulvia alla meglio su un mucchio di paglia e
+di foglie secche, poi, tirando un gran sospiro, e cercando di mostrarsi
+allegro:
+
+— Eccoci in porto — esclamò. — Dei pericoli non ce n’è più. Mi
+aspettino qui; io corro a prendere il mio legnetto, lo conduco laggiù,
+dove la stradicciuola del monte fa capo alla strada maestra, e in un
+batter d’occhio saremo lontani dal paese....
+
+— E poi? — domandò don Innocente.
+
+— E poi, lei andrà dove vorrà, e queste signore proseguiranno la loro
+strada per Milano, se crederanno. Ma di ciò parleremo dopo... intanto
+io vado a prendere il legnetto, perchè bisogna spicciarsi....
+
+— E se io me ne andassi subito? — chiese don Innocente. — Piglio la
+strada della montagna, e....
+
+— Lei si fermi, e mi aspetti; non abbandoni questa signora. Non vede?...
+
+— Oh! — esclamò la Cleofe con un grido acuto e piagnucolando — non
+c’è _Fleurette!_... abbiamo dimenticato la povera _Fleurette_.... Ah!
+signor Questore, signor cavaliere, come si fa? come si fa?
+
+Enrico s’accorse in quel punto che anche _Ugolino_ non c’era. Rispose
+alla Cleofe con un gesto d’impazienza, ripetè a donna Fulvia che tra
+poco sarebbe di ritorno, e prese correndo una viottola che conduceva in
+paese.
+
+— Ma che cosa succederà, cosa succederà di _Fleurette?_ — continuava ad
+esclamare la Cleofe agitata da un cattivo presentimento. E i cattivi
+presentimenti molte volte dicono il vero. Mentre Enrico percorreva le
+sale del palazzo a terreno, _Ugolino_, correndo e abbaiando, aveva in
+un attimo percorsi tutti i corridoi e tutte le stanze d’ogni piano che
+aveva trovate aperte; e entrato in guardaroba aveva veduto _Fleurette_
+adagiata sopra una poltroncina della Cleofe. _Ugolino_, quando
+compariva _Fleurette_, era abituato a darsela a gambe, con la coda
+abbassata, perchè qualcosa lo raggiungeva sempre, a tergo, bruscamente.
+Ma questa volta _Ugolino_ capì che quello era un giorno diverso dagli
+altri, e si piantò dinanzi a _Fleurette_ in aria di sfida, e con la
+coda alzata. _Fleurette_, gli rispose con un brontolìo ringhioso e
+pieno di disprezzo. _Ugolino_ non potè più trattenersi; e in un salto
+le fu addosso a darle una pettinata. _Fleurette_ mandò un guaito; poi
+dondolandosi, e a stento, saltò tutta affannata dalla poltroncina sul
+tavolino che c’era accanto, e da questo sul davanzale della finestra
+ch’era aperta. Di là guardando rabbiosa _Ugolino_, traverso i peli che
+le scendevan sugli occhi, ringhiò più forte di prima mostrandogli i
+denti. _Ugolino_ fece per tornare a un secondo assalto; _Fleurette_
+diede un passo indietro, perdè l’equilibrio e scomparve. _Ugolino_
+cercò sotto le sedie; saltò sulle tavole; frugò dappertutto; andò nelle
+stanze vicine; corse su e giù per le scale, ma non trovò più la sua
+nemica, nè l’amico del suo padrone che aveva seguìto fin lì. Allora
+tra il rassegnato e il soddisfatto scese in giardino, saltò il muro, e
+prese diviato la strada di Santa Maria della Neve, con la lingua fuori
+e la coda alzata.
+
+
+
+
+XXIV.
+
+
+Don Prospero, quando ricevette l’invito da don Innocente di venire alla
+sua funzione e di trattenersi poi a desinare, aveva fatto tra sè questo
+ragionamento: “Uno più uno meno, per esorcizzare gli spiriti, tanto
+fa; ma uno più uno meno per pigliarvi una sassata è un altr’affare; ci
+andrò al tocco, per il desinare.... Allora tutto sarà finito, e don
+Innocente vedrà che ho fatto onore a una parte almeno del suo invito.„
+
+Al batter del tocco don Prospero giungeva infatti alle prime case
+d’Orobio; ma, appena giuntovi, s’accorse che le sassate non eran
+finite, e che il desinare di don Innocente non sarebbe stato messo
+in tavola così presto. Si trovò subito in mezzo a capannelli agitati
+e a gente rabbiosa; si trovò tra la retroguardia insomma della folla
+che faceva baccano in paese. E, siccome tutti lo sapevano amico di
+don Innocente, capì che non c’era buon’aria neanche per lui; infatti
+ne vide parecchi che gli ammiccavano d’andarsene, ed altri che
+addirittura gli venivan già incontro con la faccia accigliata e col
+piglio provocante. Don Prospero però non si confuse; si fermò, si
+appoggiò colle due mani al pomo della mazza, e prese un fare neutrale,
+bonario e da paciere, come facevano i suoi di casa quando nasceva un
+tafferuglio nell’osteria; era pratico dell’avventore rissoso, e sapeva
+come va preso. In un momento tutti quelli ch’eran lì e quelli che mano
+mano sopraggiungevano, dopo averne picchiate o buscate, si affollavano
+intorno a don Prospero; e don Prospero seppe dire a ognuno la sua. Con
+uno conveniva, con l’altro distingueva; dava a tutti la loro parte di
+ragione e la loro parte di torto; si permetteva qualche amichevole
+rimprovero, e interrompeva i più arrabbiati con qualche barzelletta,
+un po’ sciocca s’intende, perchè piacesse subito a tutti. Li lasciò
+sfogare per una buona mezz’ora; e quando gli parve venuto il momento
+di fare una proposta — Figlioli, — esclamò, — volete un mio parere?
+— e alzando la mazza in attitudine di comando — Tutti in fila! armi
+in spalla! compagnia avanti!... andiamo a berne un bicchiere al _Pomo
+d’oro.... marche!_
+
+— Bravo don Prospero! Evviva! — E tutti a sghignazzare, e a seguir don
+Prospero per una stradicciuola che conduceva al _Pomo d’oro_.
+
+Don Prospero, con la sua manovra militare, aveva reso senza saperlo un
+servizio anche a Enrico che in quel momento appunto scendeva per la
+falda del monte, ove aveva lasciato donna Fulvia in un capannone, per
+andare in cerca del vetturale. Enrico, con sua sorpresa, trovò tutto
+sgombro e silenzioso il piazzale a cui metteva capo la strada maestra,
+e ch’era il punto più comodo per imbarcare donna Fulvia. Corse a
+chiamare il vetturale che abitava poco distante, e in meno di mezz’ora
+riuscì a far tutto felicemente, e a partire, senza che nessuno li
+vedesse, in una carrozzuccia con donna Fulvia e con la Cleofe.
+
+Donna Fulvia e la Cleofe eran più morte che vive. Donna Fulvia pallida,
+irrigidita, non apriva bocca; e di tanto in tanto cercava nascondere
+le contrazioni convulse della faccia con la pezzuola, lacerandola nel
+tempo stesso coi denti. La Cleofe se ne stava tutta rannicchiata, e
+continuava a tener turate le orecchie con le mani per non riudire
+quelle voci e quegli schiamazzi d’Orobio.
+
+L’allontanarsi dal paese, l’esser fuori d’ogni pericolo, non bastarono
+a metter in calma donna Fulvia, e a darle un po’ di giovamento; il suo
+stato si andava anzi mano mano facendo sempre peggiore. Lo spavento
+doveva essere stato ben grave, poichè ogni tratto le pigliavan degli
+attacchi di nervi e degli svenimenti da impensierire anche chi ne
+fosse pratico più d’Enrico; il quale intanto cercava di mostrare la
+sua buona volontà or facendo fermare il legnetto, or andando in cerca
+d’un po’ d’acqua, or rassicurandola con delle buone parole. Non s’era
+mai trovato in un impiccio simile; e a renderglielo anche più seccante,
+ci si univa la Cleofe, la quale a ogni svenimento di donna Fulvia si
+metteva a strillare, e si credeva in dovere di svenire anche lei.
+Svenne, e strillò più d’una volta anche a proposito di _Fleurette_; e
+Enrico dovette per tranquillarla scendere a un casolare, perdere una
+buona mezz’ora, cercare un messo e spedirlo a Orobio per dire a quei
+di casa che andassero in cerca della cagnina. Che bel viaggio! Ci
+furono dei momenti in cui Enrico non sapeva proprio più che fare; se
+fermarsi, se proseguire, se ritornare a qualche villaggio attraversato
+da poco; e avrebbe finito di certo col far scendere donna Fulvia in
+qualche locanda, se donna Fulvia, ogni volta che egli gliene mostrava
+l’intenzione, riprendendo per un minuto tutta l’energia la più
+imperiosa di cui era capace, non si fosse opposta dichiarando di voler
+continuare il viaggio a ogni patto, viva o morta, fino a sera, fino a
+Milano, fino a casa.
+
+Arrivati in una borgatella, ch’era il capoluogo del mandamento,
+poteron mutare il legnetto in una carrozza a due cavalli, e continuare
+il viaggio meno disagiatamente e d’un passo più sollecito. Poichè
+si doveva tirare innanzi urgeva ora spicciarsi per arrivare in fine
+della valle, prima che fosse ripartito l’ultimo treno della strada
+ferrata che conduceva a Milano. Donna Fulvia non migliorava; si
+capiva ch’essa faceva de’ grandi sforzi sopra sè stessa, ma che
+si sentiva un gran male. Lo si capiva anche dall’espressione che
+pigliava di tanto in tanto la sua fisonomia ogni volta che Enrico
+le indovinava qualche nuova sofferenza, e le usava qualche nuova
+attenzione; era un’espressione che lasciava intravvedere qualcosa d’un
+po’ più raddolcito, e che pareva quasi un principio di riconoscenza.
+Quell’espressione era per Enrico un gran fatto; e bastava, non solo
+a rinnovargli la pazienza, ma a riempirgli il cuore di speranza e di
+entusiasmo; raddoppiava allora di zelo, e cercava ogni maniera più
+delicata di rendersi utile, mettendo in ogni suo atto una premura e
+un affetto quasi filiali. Diventava paziente e premuroso fin con la
+Cleofe; la quale, all’infuori di quei pochi momenti felici in cui si
+addormentava, avrebbe fatto scappar la pazienza a un santo, or col
+lamentarsi di tutto, or col ripigliare una cert’aria piagnucolosa, or
+col dire di avere una gran fame, or col sospirare per _Fleurette_.
+
+Finalmente arrivarono alla stazione, e ci arrivarono in tempo per poter
+ripartire subito per Milano. Prima di ripartire, Enrico, dopo averci
+pensato e ripensato, s’era deciso a mandare un telegramma al marchese
+Ettore, dicendogli che erano accaduti de’ guai a Orobio, che donna
+Fulvia si era molto spaventata, ch’era in viaggio per Milano e ch’era
+molto sofferente. Donna Fulvia, quando udì il fischio della locomotiva
+che ripartiva, tirò un gran respiro, e parve per un momento tutta
+riavuta e calma. Nel compartimento della carrozza erano soli: Enrico si
+era seduto in un angolo, e taceva; la Cleofe dopo una mezz’ora s’era
+addormentata. Donna Fulvia, a cui quel riposo e quel sentirsi lontana
+da ogni pericolo cominciò a mettere un po’ di tranquillità e un po’
+d’ordine nella mente, prese a riandare gli avvenimenti della giornata e
+a capacitarsi di tutto quello ch’era accaduto. Il suo pensiero correva
+a Orobio, alla sua casa che le pareva di veder abbruciata e distrutta,
+a don Innocente, a _Fleurette_: alla povera e abbandonata _Fleurette_.
+E di pensiero in pensiero, venne a un tratto a domandarsi chi mai
+fosse il suo misterioso salvatore, quel giovane che le stava seduto
+dinanzi taciturno e pensieroso anche lui, e che rammentava d’aver
+veduto, accanto a sè in tutto quel giorno, in tutte quelle peripezie,
+e sempre tanto premuroso, tanto amorevole. “Ma chi mai può essere?„
+andava dicendo tra sè donna Fulvia. “La Cleofe, se ben mi ricordo, l’ha
+chiamato signor _cavaliere_, signor _Questore_.... E già non può esser
+altro.... quantunque non lo si direbbe, così giovane, con quel tratto
+così sommesso, con quella dolcezza.... come farà a pigliare i ladri?...
+Ma già non può esser altro.„ Finalmente, non potendo più trattenersi
+per la curiosità, si decise di rivolger la parola a Enrico, e lo fece
+col principiare a dir male del Governo “il quale non s’era messo dalla
+parte di don Innocente, come sarebbe stato dover suo; e così, se era
+avvenuta una rivoluzione, la colpa era tutta del Governo.„ Enrico la
+lasciò sfogare, e poi alla sua volta le domandò come fosser principiati
+quei guai ch’egli infatti non conosceva ancor bene.
+
+— Ecco! — saltò su allora donna Fulvia; — lo diceva ben io che il
+Governo non sa mai nulla, e non fa mai nulla! Anche lei dunque non ne
+sapeva niente? lo confessa!
+
+— Ma io non sono il Governo — rispose Enrico sorridendo.
+
+— Lei però è il Questore.
+
+— Oh perdoni, signora, lei si sbaglia di molto; non sono davvero il
+Questore....
+
+— Ma è però un impiegato del Governo....
+
+— Neppure....
+
+— Ma allora chi è lei? — esclamò donna Fulvia con una espressione in
+cui alla curiosità si univa una certa inquietudine. E fissandolo,
+stette ad aspettare la risposta.
+
+Enrico si fece rosso in viso, ed ebbe un momento di esitazione. Tutto
+in quella difficile giornata gli era riuscito così bene fin lì; poco
+gli mancava a compire quella sua inattesa missione, a ricondurre
+donna Fulvia tra i suoi, a entrare egli stesso in quella casa ove
+aveva disperato d’essere accolto mai più, e a entrarvi come il
+benvenuto, come un salvatore.... Enrico non ebbe il coraggio di rompere
+quell’incantesimo e di svelarsi, lì per lì, a donna Fulvia.
+
+— Oh certamente, lei non mi può conoscere, — rispose Enrico con un fare
+un poco impacciato, e che voleva parere disinvolto. — Ma in Orobio
+son conosciuto.... sono anch’io di quei paesi. Oggi appunto dovevo
+ripartire per Milano, ove abito da qualche tempo, quando passando per
+caso vicino al suo palazzo, incappai in quella turba di indemoniati;
+vidi il pericolo, e... ringrazio la fortuna che m’ha fatto arrivare in
+tempo per esser utile a qualcosa....
+
+— E dica pure a rendermi un gran servizio, — disse allora donna Fulvia
+con un accento solenne e cortese. — Lei dunque troverà naturale e
+giusto il mio desiderio di conoscere il nome della garbata persona a
+cui devo la mia riconoscenza.
+
+— Oh, se non si trattasse che di ciò, le domanderei il favore di non
+occuparsi neppure del mio povero nome; ma pure farò come le aggrada....
+e domattina, poichè ho lasciato il portafogli a casa, le manderò il mio
+biglietto di visita, non dubiti.
+
+Donna Fulvia abbassò il capo, e non disse altro; un po’ per far capire
+al suo interlocutore ch’essa non chiedeva due volte la medesima cosa, e
+un po’ perchè cominciava a sentirsi male da capo.
+
+Arrivati a Milano, trovarono alla stazione il marchese Ettore e la
+marchesa Bianca. Il marchese, che conosceva l’umore di sua suocera,
+s’affrettò a buon conto a far le maraviglie nel vederla arrivare,
+dicendole ch’era venuto con Bianca a salutare degli amici partiti in
+quel momento. La marchesa Bianca riconobbe subito Enrico, e poco mancò
+non facesse una grande esclamazione; ma Enrico la trattenne a tempo con
+un gesto supplichevole, e con l’ammiccarle di star zitta. Donna Fulvia
+poteva reggersi appena, e cercava di farsi forte non volendo dire,
+lì per lì, il motivo di quel suo pronto ritorno; ma la Cleofe, prese
+subito a spiattellar tutto l’accaduto, esclamando a ogni quattro parole
+che _Fleurette_ era scomparsa, e che se non ci fosse stato “_quel
+signore lì_„ tanto lei che la padrona sarebbero state ammazzate.
+
+— Tacete, — diceva intanto con un fil di voce donna Fulvia, — andiamo a
+casa.... vi dirò tutto.... Sì, bisogna ringraziare _quel signore_....
+ma andiamo a casa.... subito, subito....
+
+Il marchese e Bianca, ai quali le parole della Cleofe avevano
+aumentato lo stupore e l’agitazione, fatta venir subito la carrozza,
+vi adagiarono donna Fulvia; disser piano al servitore che andasse a
+chiamar il medico; e pregarono il _gentile signore_ a venire a casa con
+loro per conoscere meglio l’accaduto, e per poter meglio ringraziarlo
+di quanto aveva fatto.
+
+Il giorno dopo, donna Fulvia era a letto con un febbrone accompagnato
+da qualche accesso di delirio. Per parecchi giorni la casa fu tutta
+sottosopra; e Enrico, in tutte l’ore che aveva di libertà, era in casa
+di donna Fulvia, chiamato, pregato da tutti, rendendo a quanti c’erano
+mille servizi, preziosissimi in quel trambusto, e resi da lui tanto più
+grati poichè li accompagnava con una buona volontà inesauribile. Si
+pensi quale gioia secreta, quali speranze, fossero entrate nell’animo
+d’Enrico vedendosi a un tratto così bene accolto, così festeggiato da
+tutti in quella casa! Ma ci fu anche di meglio. Il marchese Ettore,
+che a proposito di Cristina, come s’è visto, aveva da un pezzo preso
+in cuor suo il suo partito, pensò subito di non lasciarsi sfuggire un
+momento così opportuno per avviare le faccende a quella tal conclusione
+che, a conti fatti, gli pareva la meno peggio. Il giovane gli era
+piaciuto; era modesto, di belle maniere, innamorato, disinteressato,
+quale insomma ci voleva; tanto più che alla vocazione di Cristina per
+il monastero il marchese persisteva a non crederci. Detto fatto, il
+marchese Ettore fece un mattino chiamare a casa sua Enrico; ebbe con
+lui un lungo discorso; lo fece tornare il mattino seguente, e dopo un
+secondo colloquio d’un paio d’ore, furon veduti uscire insieme dal
+salotto, e salutarsi con molte strette di mano: il marchese aveva
+l’aria soddisfatta, e Enrico era tutto acceso, e pareva scoppiasse per
+la gioia.
+
+Per alcuni giorni non ci fu altro di nuovo. Enrico era tutto
+trasformato; allegro, inquieto, fiducioso, impaziente: e sir Arturo,
+una volta al giorno, lo consigliava a trattenere la gioia, a non
+scrivere a don Cornelio, e ad aspettare con calma la guarigione di
+donna Fulvia, la quale andava lentamente migliorando. Enrico replicava,
+e sir Arturo non diceva altro.
+
+Una mattina sir Arturo non vide venire all’ora solita Enrico; non lo
+aspettò, e difilato andò a casa sua. Enrico era nel suo studiolo,
+presso la scrivania, col capo tra le mani, e con gli occhi fissi su una
+letterina che gli stava spiegata dinanzi. Pareva impietrito, e il suo
+sguardo aveva qualcosa di desolato e di spento come di chi sente venir
+meno la vita o la ragione.
+
+La letterina diceva così:
+
+ “_Pregiatissimo signore_,
+
+ “Ho parlato con mia suocera, come eravamo intesi; ma con mio vivo
+ dispiacere devo dirle ch’essa non ha creduto di accordare quel
+ consenso che io le avevo chiesto, animato da un vivo e sincero
+ interessamento per lei. Il rifiuto di mia suocera è assoluto; e non
+ mi pare che lasci adito a speranze per l’avvenire.
+
+ “Serberò sempre il più grato ricordo dei ritrovi che ho avuti con
+ lei; e la prego di nuovo ad accogliere i sentimenti di riconoscenza
+ miei e di mia moglie per tutte le cure e le cortesie ch’ella ha
+ usate a mia suocera.
+
+ “Accolga i sentimenti della mia maggior stima, e mi abbia sempre
+ suo devotissimo
+
+ “ETTORE DI CHIARAVALLE.„
+
+Il marchese Ettore dicendo d’aver fatta la parte sua con
+interessamento, diceva la verità. Alla vocazione di Cristina egli ci
+credeva poco, e sapeva che ci credevan poco anche altri; altri che
+non ristavano dal domandare ancora al Padre Felice delle informazioni
+sulla dote. Sua moglie poi, la marchesa Bianca, aveva pigliato fuoco di
+nuovo per il lieto fine del romanzetto della cugina e poteva benissimo
+commettere una qualche grossa imprudenza. Era dunque, tutto sommato,
+un affare in cui non ci vedeva chiaro; un affare che avrebbe voluto
+veder finito presto, col minore dei mali, e tenendone lui la direzione.
+Ci si era messo dunque di buona volontà, e con tutte le precauzioni;
+fin con quella di far assistere come complice anche il Padre Felice al
+discorso, pensato e preparato, che andò a tenere a donna Fulvia.
+
+Donna Fulvia, appena le fu svelato dal marchese il nome del suo
+misterioso protettore, si rizzò sul letto, si acconciò in testa
+rabbiosamente la cuffia, e cominciò a fare delle domande ironiche e
+delle esclamazioni sdegnose. Poi venne subito a una conclusione; e
+la sua conclusione fu che l’accaduto era tutto un intrigo combinato
+tra don Cornelio e quel giovinotto; i disordini d’Orobio, le minacce
+alla sua casa, la comparsa del salvatore, non erano, a suo dire, che
+una trama per arrivare a uno scopo; era chiaro, era certo, e lei ne
+era sicurissima. A smovere donna Fulvia da questo ragionamento nel
+quale s’era piantata, c’era voluto da prima tutta la pazienza del
+Padre Felice, e l’impazienza da ultimo del marchese. Donna Fulvia
+finalmente s’era tranquillata, ed era rimasta a udire in silenzio i
+suoi interlocutori; poi, venuta al punto di pronunziare una risposta,
+aveva detto con una certa solennità e in tono asciutto e severo: — Il
+mio consenso a questo matrimonio non ci sarà mai, mai!
+
+Dopo questo _mai_, diventò più rasserenata e tranquilla; e il medico,
+pochi giorni dopo, diede alla famiglia il felice annunzio che donna
+Fulvia era entrata in convalescenza.
+
+
+
+
+XXV.
+
+
+Tre mesi dopo, il sindaco d’Orobio, che cominciava appena a riavere un
+po’ di pace dopo i sopraccapi avuti in conseguenza della processione
+di don Innocente e delle busse ricevute, — egli diceva date, — in
+quell’occasione dai suoi amministrati, colpito ora da un nuovo
+avvenimento ben più doloroso si trovava da alcuni giorni a Santa Maria
+della Neve a compirvi un mesto ufficio. Era morto don Cornelio, ed egli
+era il suo esecutore testamentario.
+
+La morte di don Cornelio non era stata annunziata da nessuno, ma la
+notizia si era sparsa in un baleno, di voce in voce, di casa in casa,
+in tutta la valle, come l’annunzio d’una comune disgrazia. I terrazzani
+di Orobio e dei paeselli vicini, giovani, vecchi, donne, fanciulli,
+erano andati a Santa Maria della Neve, tutti in massa, per il funerale
+del buon curato; e la lunga e silenziosa processione era scesa dal
+monte portando seco quella salma venerata, per averla sempre vicina
+nel camposanto d’Orobio. Nessuno aveva scritto l’elogio funebre di
+don Cornelio, nessuno aveva pronunziato discorsi sulla sua tomba; ma
+sulle facce avvizzite dal sole e dagli stenti di quella folla che ne
+circondava l’umile feretro, scendevano delle lacrime grosse grosse; e
+chi aveva una tribolazione in cuore si raccomandava a don Cornelio, per
+la sua intercessione, come a un Santo.
+
+Il testamento di don Cornelio, un testamento di poche righe, era
+accompagnato da una lettera diretta al signor Vincenzo.... sindaco
+di Orobio, scritta poche settimane prima della sua morte. La lettera
+cominciava così: “Carissimo signor Vincenzo. Io muoio povero, tanto
+povero che quasi ne arrossisco; non sorrida dunque se l’ho chiamato
+mio esecutore testamentario; ma ho pure qualche ultimo desiderio
+da confidare, qualche ultimo servizio da chiedere a un amico. E ho
+pensato a lei; a lei, che m’ha sempre voluto bene anche quando mi
+sgridava, non è vero? a lei, che posso chiamare il mio ultimo amico.„
+E innanzi tutto gli raccomandava, con parole piene di lacrime, la sua
+buona sorella Angelica; poi gli parlava di Enrico e di Cristina, e
+lo pregava di averli a cuore, di vegliare su loro, di continuare la
+parte sua ove potesse; lo pregava di esaminare tutte le sue carte e le
+lettere, per abbruciarle o ritirarle come gli sarebbe parso meglio; e
+gli raccomandava infine di farlo seppellire nel cimitero d’Orobio ove
+riposavano i suoi antichi parrocchiani, i suoi vecchi amici d’un tempo.
+
+Il signor Vincenzo aveva raccolta in casa sua la sorella di don
+Cornelio, e aveva provveduto alle cose più urgenti; poi era andato
+a passare alcuni giorni a Santa Maria della Neve per riunire le
+masserizie, per esaminare le carte, per adempire, insomma, meglio che
+poteva ai desideri del povero curato. Passava delle ore tutto assorto
+nel suo pietoso ufficio; e di tanto in tanto nel ripiegare una lettera,
+o nel leggere una minuta di don Cornelio, si asciugava gli occhi col
+dorso della mano, e poi picchiava un gran pugno sul tavolino. Una
+delle prime lettere che gli era venuta sott’occhio, e ch’era l’ultima
+ricevuta da don Cornelio, era scritta dal superiore provinciale delle
+Missioni per annunziargli la morte del suo antico coadiutore, don
+Luigi, ammazzato in un villaggio della China.
+
+Nella cassetta d’un armadio trovò un fascio di lettere, tutte con la
+data del quarantotto. Erano in parte lettere di amici di don Cornelio,
+e in parte lettere sue ai suoi di casa, scritte dal campo. Il signor
+Vincenzo ci passò una giornata intera su quelle lettere; le leggeva
+avidamente, le rileggeva, e non sapeva staccarsene. Si rammentava poco
+di quei tempi, poichè non era in allora che un ragazzotto; e quelle
+lettere lo trasportavano in un mondo lontano lontano, a respirarvi
+un’aria alta e pura di entusiasmo e di patriottismo, che gli ricordava
+il cinquantanove, ma che aveva un profumo ancora più acuto di poesia
+e di fede. Col fascio delle lettere c’eran le nappine d’oro del
+cappello, la medaglia di Pio IX, e una croce di panno rosso, ch’erano i
+distintivi di don Cornelio quando fu cappellano dei volontari.
+
+In un’altra cassetta c’eran le lettere del conte Maurizio, quelle
+di Enrico, e di Cristina. Nelle lettere d’Enrico c’era tutto quello
+che sappiamo noi, fino alle ultime sue speranze e all’ultimo no
+di donna Fulvia. Ma tutto ciò riusciva in gran parte novissimo al
+signor Vincenzo, il quale non ne aveva fino allora avuto che quelle
+notizie incerte, e quelle induzioni, che correvano nella bottega dello
+speziale. Non è a dirsi dunque con quanto interesse aveva lette quelle
+lettere; quanto n’era stato commosso; e quanti pugni aveva picchiati
+sul tavolino. Ogni volta poi che dava un pugno esclamava: — Ah questa
+poi la vedremo! poveri figlioli! Ma se l’han fatta tenere a loro, e al
+povero don Cornelio, non la faranno tenere a qualche altro! e questo
+_qualche altro_ sarò io! Precisamente! Voglio diventar io il protettore
+di quei figlioli! Oh, allora la vedremo! — E aveva già principiato a
+mulinare nella mente vari progetti uno più terribile dell’altro. Alla
+fine però aveva trovate due lettere che l’avevano messo in qualche
+imbarazzo; due lettere di cui non sapeva darsi la spiegazione, e che
+gli intorbidavano un po’ le idee appunto sul da farsi. Eran due lettere
+scritte da poco, una era di Cristina, e l’altra della Madre Superiora
+del suo convento. La lettera della Madre Superiora era questa:
+
+ “Al Molto Reverendo signor curato di Santa Maria della Neve, già
+ curato di Orobio.
+
+ “Faccio riscontro con la presente alla riveritissima di Lei
+ lettera, che ho considerata attentissimamente con le deboli mie
+ forze, e che ho sottoposto anche ai consigli ed ai lumi ben più
+ fulgidi di persone alle quali ci dirigiamo nei casi riflessibili.
+ Quando la giovane Cristina, a mezzo della signora Contessa Fulvia
+ Orsenigo, ci dichiarava la sua improvvisa chiamata e la sua
+ celeste vocazione, la prefata signora Contessa ben ci preveniva
+ che qualche mondano attaccamento, e inevitabile disinganno, avesse
+ potuto influire sulla giovane, e potesse tuttora anche sussistere
+ in qualche punto dell’animo della medesima. In conseguenza
+ di ciò, dopo esserci consultate, abbiamo stabilito, come già
+ ebbesi a fare in qualche altra analoga delicata contingenza, di
+ differire prudenzialmente con pretesti bene scelti il regolare
+ incominciamento dell’anno di prova, ossia Noviziato. Imperciocchè
+ non vogliamo Suore non _chiamate_, nè Novizie disdicentisi.
+ Devo però dirle parimenti, a di Lei tranquillità ed a comune
+ edificazione, che la giovane Cristina dimostrò subito un ardore
+ soprannaturale per la sua nuova vocazione; ardore che può dirsi
+ vada sempre crescendo, per modo che nella sua innocente semplicità
+ non sa comprendere come si ponga in certo qual modo freno alla
+ esecuzione d’un desiderio ch’essa invoca perfino con inquietudine e
+ con impazienza.
+
+ “Epperò, le informazioni che Ella ci manda, e le sue esortazioni
+ prudenti e caldissime ci impongono certamente il dovere di una
+ raddoppiata vigilanza, e continueremo ancora qualche tempo
+ a fare uno sgradito contrasto alle preghiere della giovane,
+ contrasto che le renderà tanto più bello e lucente il giorno
+ dell’accondiscendimento. Ben lieta poi di obbedire ai di
+ Lei desideri, non mancherò di mandarle notizie e di tenerla
+ informata sull’andamento dell’animo della giovane, e su quanto
+ si manifestasse nel medesimo. Ci sarà poi veramente grata la
+ visita che lei ci promette appena glielo permetterà la salute,
+ e per questa facendo i miei umili, ma ardentissimi voti, passo
+ a riverirla con tutto il massimo ossequio, e a rassegnarmi nel
+ medesimo tempo obbedientissima serva
+
+ SUOR AGNESE
+ _Superiora della Casa di_....„
+
+ “P. S. Ho consegnato alla giovane la lettera da Lei direttale, ed
+ ho permesso alla medesima che le riscontrasse liberamente come a
+ persona della famiglia.„
+
+Questa poi era la lettera di Cristina:
+
+ “_Don Cornelio!_
+
+ “Ho riconosciuto subito i suoi caratteri dalla soprascritta, e ho
+ pianto di commozione e di gioia prima ancora d’avere aperta la
+ lettera. Poi, prima di leggerla, ho cercato il suo nome, e l’ho
+ baciato come avrei baciato il mio povero babbo. Oh, don Cornelio,
+ quante vicende, e quante lacrime in così poco tempo! Alle volte mi
+ passo la mano sulla fronte per destarmi da questo sogno angoscioso;
+ ma poi la mano ricade, e sono sveglia, e tutto è vero, tutto....
+ Oh ma non creda ch’io sia infelice! lo sono stata, è vero, ho
+ pianto lungamente, ho creduto di morire.... ma poi a un tratto ho
+ ricevuto una grazia dal Cielo, una grande grazia, e fu una calma,
+ una serenità, un benessere indicibile, una specie di felicità che
+ ha inondata tutta la mia anima. Mi affretto a dirglielo perchè non
+ mi compianga, perchè se ne rallegri con me, e con me ringrazi il
+ Signore. Oh come mi sento tranquilla e felice! Alle volte, quando
+ mando un’occhiata fuggevole al passato mi sento quasi ricadere in
+ quelle angosce che credevo d’avere dimenticate; ma allora corro
+ subito all’altare della Vergine, o tra le care compagne e le buone
+ Suore di questa Casa, e subito mi ritorna il sorriso sulle labbra e
+ la quiete nel cuore.
+
+ “Ho letto mille volte la sua lettera, e l’ho sempre con me. Mi
+ creda, don Cornelio, anche stamani ho potuto rileggerla tutta,
+ due volte di seguito, fino in fine, senza piangere, e riflettendo
+ pacata su quanto lei mi dice con tanta amorevolezza e con tanta
+ serietà. No, don Cornelio, nessuna esagerazione, nessuna illusione
+ o esaltamento dell’animo hanno potuto, o possono, farmi velo alla
+ verità e alla riflessione tranquilla sui miei doveri e sulla mia
+ vocazione. Quel matrimonio, ch’era stato il mio sogno dorato d’un
+ momento, mi sembrerebbe ora quasi un desiderio colpevole. La zia
+ non lo vuole; non me ne disse tutte le ragioni, ma certo devono
+ essere gravi se il solo pensiero la rendeva così agitata e così
+ afflitta. E lei sa tutto ciò ch’io devo alla zia! Se il nome del
+ mio povero, del mio adorato babbo, potè sopravvivere amato e
+ benedetto, se nessuna accusa, nessun lamento, nessuna ombra ha
+ potuto offuscarlo, io lo devo alla zia. Ed io avrei dovuto per un
+ desiderio tutto mio contrariare, offendere, chi nel mio babbo, mi
+ aveva tanto beneficata? O avrei dovuto mancare alla parola che
+ avevo data, glielo confesso, a quel mio fratello d’infanzia....
+ così buono.... Oh no, no, solo a pensarvi mi si confonde la ragione
+ come se pensassi a un delitto. Oh, no, mio buon Enrico!
+
+ “In allora, fu in questa contrarietà, in questa lotta di
+ sentimenti, che mi venne improvvisamente additata dal Cielo la
+ nuova via che mi condusse dalla disperazione alla pace della
+ coscienza. Oh, don Cornelio, lo dica anche a lui, a Enrico, ch’io
+ non soffro più; gli dica ch’io non ho mancato così a nessuno de’
+ miei doveri; che mi perdoni se lo afflissi.... perchè ne son sicura
+ che anch’egli ha pianto; gli dica che il pensiero del suo perdono
+ sarà un gran conforto per me. Gli dica che non lo dimenticherò.
+
+ “Ora mi sforzo, è vero, di non pensare più a lui, ma quando avrò
+ pronunziati solennemente i miei voti, e avrò così rafforzata
+ maggiormente l’anima mia, allora, mi pare, potrò guardare più
+ serena il passato, allora potrò mandare anche a lui un pensiero più
+ frequente di affetto fraterno e celeste.
+
+ “Sospiro quel giorno, giorno di pace per sempre. L’ottima nostra
+ Superiora, non so perchè, me lo ritarda. È certamente una maggior
+ prova che vuole da me. Obbedisco rassegnata pensando che questa è
+ oramai la mia unica contrarietà.
+
+ “Don Cornelio preghi per me. Mi saluti la signora Angelica, e le
+ dica che la rammento sempre, che la stringo al cuore, e, come una
+ volta, la soffoco di baci. Mi saluti tutti, mi ricordi a tutti. Oh
+ quante volte alle rondinelle che passano, — andate, dico loro, a
+ posarvi, rondinelle, sul campanile del mio paese, e gridate a tutti
+ un saluto di Cristina.... Andate, rondinelle, nella mia casa, nella
+ cara mia casa, e fateci voi il vostro nido felice!...
+
+ “Don Cornelio, le domando genuflessa la sua benedizione. Mi scriva
+ ancora, qualche volta ancora.... mi scriva presto.... Il Cielo ne
+ lo rimunererà.
+
+ “CRISTINA.„
+
+Il signor Vincenzo aveva letto un par di volte questa lettera, e
+nel ripiegarla tutto commosso, si era domandato: “Com’è questa
+faccenda?„ Poi ci aveva pensato su; ma ci si imbrogliava.... “Che
+questa fanciulla, diceva tra sè, volesse farsi monaca davvero?„ E
+questo dubbio lo sconcertava non poco; bisognava dunque rinunziare al
+raccapriccio d’aver scoperta una trama di monache e di preti, e alla
+gloria dello sventarla; bisognava rassegnarsi a non far nulla. Ma anche
+questa conclusione non gli piaceva; e di tanto in canto esclamava tra
+sè: “Eppure un mistero ci deve essere, ed io ci andrò in fondo.„
+
+“Io ci andrò in fondo!„ andò ripetendo il signor Vincenzo per parecchi
+mesi, cercando sempre, senza trovarlo il bandolo per cominciare. Ma
+bisogna anche dire che il bandolo più facile e naturale, il bandolo
+indispensabile, gli era sfuggito di mano, e non l’aveva più potuto
+ritrovare. Egli aveva scritto subito a Enrico per partecipargli la
+morte di don Cornelio, ma non aveva ricevuta risposta; gli aveva
+scritto da capo, e allora gli era venuta una lettera di sir Arturo,
+nella quale secco secco gli si diceva che Enrico era gravemente
+ammalato. Dopo qualche tempo scrisse ancora; scrisse più volte, ma la
+risposta non veniva mai.
+
+In quel frattempo, il signor Vincenzo aveva anche provveduto a onorare
+più che poteva la memoria del suo povero amico. Aveva scritta e fatta
+stampare una commemorazione; aveva mandate delle corrispondenze ai
+giornali della provincia, e promossa una sottoscrizione per mettere
+una bella lapide alla memoria di don Cornelio nel cimitero d’Orobio.
+La lapide gli aveva procurato dei dispiaceri con lo speziale, il quale
+voleva farci incidere una sua lunga iscrizione in latino. — Che latino!
+— diceva il signor Vincenzo, — all’iscrizione ci ho pensato io. Poche
+parole.... ma che diranno molto a chi _capisce il latino!_ — E pare che
+don Innocente quel latino l’avesse capito perchè sulle prime ci aveva
+arricciato il naso; ma poi aveva finto d’essersi sbagliato vedendo che
+il sindaco pigliava foco.
+
+Ma intanto passavano le settimane, passavano i mesi, e il signor
+Vincenzo non era riuscito a far nulla per quei due figlioli che gli
+aveva tanto raccomandati don Cornelio; non era riuscito neanche a
+principiare, neanche a sapere s’eran vivi o s’eran morti. Nè sir
+Arturo, nè Enrico non avevano risposto più. Il signor Vincenzo
+cominciava a essere malcontento di sè, e quando la signora Angelica,
+con uno sguardo pieno di malinconia, lo guardava in silenzio come se
+aspettasse da lui una risposta, egli si fingeva subito lontano le
+mille miglia; tanto aveva capito. Cominciava insomma a sentire un po’
+di rimorso; e siccome poi amava le risoluzioni energiche, così un
+bel giorno decise di mettersi definitivamente all’opera, e di fare
+un progetto. Da quel momento egli non pensò più che al suo progetto;
+pensò, discusse con sè medesimo, fece e disfece propositi e disegni,
+s’impazientò parecchie volte, buttò via ancora alcune settimane, ma
+alla fine il disegno riuscì completo. Era un disegno che gli pareva
+proprio perfetto; pieno di astuzia e di previdenza, di domande avvedute
+e di risposte evasive, di discorsi concilianti, e di propositi fermi;
+un disegno in cui tutto era preveduto, fin la più piccola contrarietà
+la quale trovava subito accanto il suo ripiego; un disegno che
+cominciava con le buone, ma che poteva anche finire con un ratto, con
+una fuga, con un dramma. Per mettere in esecuzione questo disegno
+bisognava naturalmente andare a Milano, e rimanerci qualche tempo.
+Non era affar da nulla, ma era un affare deciso, e il signor Vincenzo
+si mise energicamente a fare i preparativi della partenza. Finiti i
+preparativi, fatta la valigia, salutati gli amici, il signor Vincenzo
+era sulle mosse, quando una grande notizia, una notizia che non era
+preveduta nel suo disegno, venne improvvisamente a fargli sospendere
+la partenza. Un telegramma del Valassina, risaputo in pochi minuti da
+tutto il paese, annunziava la morte di donna Fulvia.
+
+
+
+
+XXVI.
+
+
+Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia. Questa notizia
+venuta così improvvisamente, quando gli amici di casa avevano appena
+finito di congratularsi per la sua guarigione, fu un avvenimento non
+piccolo per il paese d’Orobio, per la parentela, pei conoscenti,
+e per quei gruppi di persone che stavano intorno a donna Fulvia.
+L’impressione fu grande, ma diciamolo pur subito, fu una impressione
+di stupore più che di dolore. Tutti a una voce magnificavano le
+virtù della defunta dama, tutti ne deploravano la perdita, tutti si
+sforzavano di parere afflittissimi, ma nessuno versava una lacrima. E
+passato quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò, si dileguò
+rapidamente. La memoria di donna Fulvia non aveva radici in quell’unico
+terreno che le conserva e ravviva, quello del cuore. A molti, anche
+tra i suoi beneficati, parve ora di respirare più liberamente; e anche
+sulla sua tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna Fulvia fosse
+stata un po’ meno benefica!„
+
+Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero l’ordine che si facesse
+un gran funerale anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne
+la direzione. Per una settimana il paese fu tutto in movimento; venne
+da Milano un paratore di grido, e l’antica e modesta chiesetta di don
+Cornelio scomparve sotto un subisso di drappi neri e di tele dorate,
+di cartelli, di stemmi, di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto
+nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle parature per tre
+giorni di seguito. La buona gente veniva a vedere e ad ammirare anche
+dai paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan piantate le
+loro botteghe in piazza; e gli oziosi facevano i conti valutando i
+parati a sacchi di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i preti
+che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi, e non ne mancava uno; meno
+don Prospero. Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la peronospora
+fa stragi anche nella sua valle, don Prospero non è più lui; è
+malinconico, è arrabbiato; ha ben altro pel capo che i passatempi, come
+dice lui; e nessuno non lo vede più, nè per vivi, nè per morti.
+
+Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli diede il funerale, non
+dimenticò il suo disegno: e lieto della venuta del Valassina, che
+nel suo disegno doveva avere una parte principalissima, gli si mise
+d’attorno, gli fece la corte, e con tutte quelle astuzie che aveva
+meditate cercò di farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò che
+gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a sentir lui, non sapeva niente
+di niente; non sapeva niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di
+nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che s’era detto. Il sindaco
+non si scoraggì; e pieno di fiducia nella propria energia e nel proprio
+disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo del funerale e poi
+d’andare diviato a Milano.
+
+Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era sulle mosse per la
+seconda volta, quando improvvisamente una brutta notizia venne a
+trattenerlo, e a fargli prendere poco dopo tutt’altra strada. Era morto
+in un paese della provincia di Cremona un suo cognato lasciando molti
+figli, molte faccende avviate e molti affari imbrogliati. Lettere sopra
+lettere lo chiamavano urgentemente, e dovette risolversi a metter
+da parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò che dopo due
+settimane, per assestare qualche suo interesse, ma annunziando che
+ripartiva subito, e che avrebbe dovuto rimanere assente per un pezzo.
+Diede anche la dimissione da sindaco. Fu un momento di dolore e di
+incertezza; ma il buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire
+a esser utile alla patria lasciò dare per ora il tratto alla bilancia
+dai doveri della famiglia.
+
+La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò soddisfatto d’aver compiuta
+bene la sua missione, ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie volte,
+durante quei mesi, era corso col pensiero, e con un certo rimorso, a
+Cristina, a Enrico e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi più.
+Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria nativa, e non c’era
+dunque da pensare a ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto
+mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di dodici dopo quella di don
+Cornelio; oramai non ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi.
+Così in cuor suo cominciava a poco a poco a rassegnarsi, esclamando
+qualche volta tra sè: “Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata!
+Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di là, o è in Inghilterra! Che
+fatalità! Ma!...„
+
+Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato, se ne stava nel
+suo studiolo discorrendo con lo speziale, e passando in rassegna
+gli errori del suo successore, il nuovo sindaco; quando a un tratto
+sentì la voce d’_Ugolino_ che abbaiava in un certo modo diverso dal
+consueto. _Ugolino_, ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor
+Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non era più quel di prima; era
+malinconico, usciva poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava
+sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa volta invece abbaiava con
+quanta voce gli rimaneva, abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si
+capiva che intanto correva per la casa cercando o chiamando qualcuno.
+Il signor Vincenzo capì che si trattava di qualcosa di straordinario;
+si rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio, sentì un grido
+e delle esclamazioni che venivan dalla corte. Scese in fretta, e a
+piè della scala vide Angelica che con una insolita effusione di gioia
+abbracciava una signora, e anche un signore, che avevan l’aspetto di
+forestieri arrivati in quel punto.
+
+Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo, tra infinite esclamazioni
+di sorpresa e di maraviglia, stringeva nelle sue braccia i nuovi
+venuti, scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione
+e di gioia: pareva che scoppiasse anche lui per la consolazione! Poi
+tacquero a un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si guardaron
+in viso, e i loro occhi si riempirono di lacrime: tutto era detto tra
+loro.
+
+Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran venuti a Orobio per
+salutare i loro buoni amici, e per portare una corona di fiori sulla
+tomba di don Cornelio.
+
+Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e li avrebbe anche voluti
+trattenere un po’ di giorni, ma dovette accontentarsi della promessa
+che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri d’Enrico
+l’avrebbero permesso. Passarono quella serata fino a mezzanotte,
+seduti tutti e quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso
+d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata ch’era scorsa
+per ciascuno di loro piena di vicende, di dolori e di sorprese. La
+Signora Angelica ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar Cristina
+e dal pronunziare il nome del povero don Cornelio; poi mandava
+benedizioni anche al marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte
+di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal convento, era andato
+in cerca d’Enrico, e aveva combinato il matrimonio. _Ugolino_ se
+ne stava accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le orecchie
+tese, come se facesse la guardia per non lasciarsela portar via; e
+il signor Vincenzo discorreva, ora a voce alta con tutti, ora piano
+con Enrico, e lo informava degli avvenimenti più recenti d’Orobio e
+degli spropositi del nuovo sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina
+si accomiatarono per andare a letto, volle trattenersi un poco ancora
+con Enrico, a quattr’occhi, curioso di sapere com’era andato l’affare
+del convento, e desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico gli
+raccontò in breve le difficoltà che c’eran state, e tutta la prudenza
+che c’era voluta per far desistere Cristina dalla sua nuova risoluzione
+in cui credeva di aver impegnato la sua parola e la sua coscienza, e
+per ricondurla gradatamente alla vocazione vera e profonda del suo
+cuore. Il signor Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli il suo
+disegno. Il suo disegno era completamente riuscito, e gli pareva dunque
+che gliene venisse anche a lui la sua parte di merito. Ma il disegno,
+come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene tutti i particolari
+gli bisognò trattener Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli
+scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo alla sua camera.
+
+La mattina seguente, per tempo, si recarono nel camposanto. La lapide
+di don Cornelio era tutta coperta di corone, in parte appassite, in
+parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione che ci aveva
+fatto scolpire il signor Vincenzo, e che diceva così:
+
+ A DON CORNELIO SACCHI
+ BUON SACERDOTE, BUON CITTADINO
+ CHE PER TRENT’ANNI
+ FU PARROCO AMATISSIMO D’OROBIO
+ E MORÌ NEL 1880
+ ULTIMO IN QUESTA VALLE
+ DEI PRETI PATRIOTTI DEL 1848.
+
+Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato al braccio del
+signor Vincenzo, rimasero, muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide
+di don Cornelio, compresi da quel risveglio di ricordi e di affetti, da
+quel sentimento di desolazione e di speranza che aleggiano intorno alla
+memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle loro tombe.
+
+
+ FINE.
+
+
+
+
+NOTE:
+
+
+[1] _Manuale Exorcistarum ac Parochorum, auctore_ R. P. Candido
+Brugnolo Bergomensi. — _Bergomi. Tipis Rubei_ MDCLI.
+
+[2] _Manuale exorcistarum, Quaestio VII_, pag. 411.
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici.
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77574 ***
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+<div style='text-align:center'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77574 ***</div>
+
+<div class="booktitle">
+<h1>
+IL CURATO D’OROBIO
+</h1>
+</div>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="titlepage">
+<p class="main-t">
+IL CURATO D’OROBIO</p>
+
+<p class="pad2">RACCONTO</p>
+
+<p class="pad1 small">DI</p>
+
+<p class="pad1 x-large">G. VISCONTI VENOSTA</p>
+
+<p class="pad4">MILANO<br>
+<span class="small">FRATELLI TREVES, EDITORI<br>
+1886.</span></p>
+</div>
+
+<div class="verso">
+<hr class="mid">
+<p>PROPRIETÀ LETTERARIA</p>
+
+<p>Diritti di traduzione riservati.</p>
+
+<p>Milano. Tip. Treves.
+</p>
+<hr class="mid">
+</div>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p>
+
+<p class="title">IL CURATO D’OROBIO</p>
+
+<h2>I.</h2>
+</div>
+
+<p>Camminavano insieme da oltre mezz’ora, senza
+aprir bocca, don Cornelio Sacchi curato di Orobio,
+terricciuola d’una vallata di Lombardia, e un
+giovane prete, don Luigi, ch’era il suo coadiutore:
+li precedeva un canino pomere, dalla coda arricciata
+e dagli occhietti vispi, ch’era il solito
+battistrada di don Cornelio.</p>
+
+<p>Don Luigi era andato incontro al curato, il
+quale scendeva per una ripida stradetta da un
+alto e lontano poggio del monte; poi s’era unito
+a lui per fargli compagnia fino a casa. — Oh,
+don Cornelio, doveva mandar me! — aveva detto
+don Luigi al curato. — Lei è andato fin lassù,
+m’immagino... fino a Santa Maria della Neve, a
+visitar quel vecchio che sta male! Capisco... ma
+due ore di strada, e d’una strada così cattiva,
+<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
+per lei che stamane era così poco in gambe. Sarei
+andato io....</p>
+
+<p>— Grazie, don Luigi, grazie... ma fin che si può
+si va! — aveva risposto don Cornelio. E continuando
+a camminare, senza aggiunger altro, era
+tornato in silenzio al filo de’ suoi pensieri.</p>
+
+<p>Don Luigi non ebbe il coraggio d’insistere di
+più; e camminando sempre in silenzio anche lui,
+cercava di mostrare al curato il suo rispetto col
+lasciargli la parte meno cattiva dell’acciottolato,
+tenendo per sè i sassi più acuti e smossi. Cominciava
+a levarsi la brezza foriera del tramonto, e
+don Cornelio, nel mandare di tanto in tanto un
+sospiro, ne sorbiva delle lunghe boccate; poi,
+scoprendosi il capo, sprigionava una bella matassa
+di capelli, tutti bianchi ma ancor folti, che
+sollevati dalla brezza davano in quel momento
+l’immagine dei pensieri confusi, agitati, che gli
+passavano per la mente. E su di essa era facile
+leggere una nuova espressione, ch’era in contrasto
+coi lineamenti calmi e gioviali del viso, l’espressione
+d’un dolore nuovo e profondo. Don
+Luigi che sapeva quanto fosse grande l’afflizione
+del suo curato, e che ricordava di che poco frutto
+erano state in quei giorni le sue parole di conforto,
+camminava in silenzio, cercando un’occasione,
+che non veniva, per avviare qualche discorso.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span></p>
+
+<p>E siccome i nostri due personaggi li vedremo
+scendere per la stradetta un pezzo ancora prima di
+cavar loro una parola, così profitteremo del tempo
+per dir noi intanto qualcosa sul conto almeno
+d’uno di loro.</p>
+
+<p>Don Cornelio era curato nel paesello d’Orobio
+da trent’anni: c’era venuto per forza, e
+poi c’era rimasto per sua elezione. Nel 1848,
+caldo d’amor patrio, aveva preso parte agli avvenimenti
+d’allora, per quel tanto almeno che si
+riferiva alla città dov’egli in quel tempo viveva.
+Amato da tutti, avevan voluto che seguisse come
+cappellano il battaglione de’ volontari della provincia.
+E don Cornelio con due stivaloni, con una
+croce di panno rosso sul petto, con la medaglia
+di Pio IX che gli pendeva dal collo, col fiocco
+d’oro e con le penne nel cappello, non aveva fatto
+per quattro mesi che camminare sebbene vicino
+ai quarant’anni, che è l’età dei forti pensieri più
+che delle forti marcie militari. Finita la campagna,
+un colonnello boemo, che governava la città
+di don Cornelio, trovò opportuno di mettere sotto
+catenaccio anche il nostro cappellano. Il vescovo
+della provincia, il vescovo che c’era in quel tempo,
+prese le parti di don Cornelio; ebbe il muso duro
+più del colonnello boemo, e don Cornelio uscì di
+gabbia, ma dovette farsi uccello di bosco. Fu allora
+che lo mandarono a Orobio, ch’era il paesello
+<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
+più lontano dalla città dove ci fosse una
+cura vacante.</p>
+
+<p>L’avvenimento, che dopo alcuni anni fece
+d’Orobio non più il luogo d’esilio ma il soggiorno
+di elezione di don Cornelio fu la venuta
+d’un brav’uomo, la cui amicizia gli avrebbe
+fatto parer bello qualsiasi Orobio anche peggiore
+del suo. Il brav’uomo era un certo conte Maurizio
+d’Orsenigo, il quale aveva in Orobio un bel
+palazzotto antico, e nei dintorni l’antico patrimonio
+della famiglia, arrivato fino a lui, ma facendo
+acqua dai fianchi, come una nave logora.
+In questa nave avevano aperta una nuova e più
+larga breccia gli avvenimenti del quarantotto,
+gli anni dell’esilio, e dei sequestri: e il conte
+Maurizio, a cui non reggeva l’animo di staccarsene,
+rimpatriato passava in Orobio parte dell’anno,
+sperando col farsi campagnolo di tenerla
+a galla alla meglio. Alcuni anni dopo, era rimasto
+vedovo, con una bambina, e d’allora in poi
+non s’era più mosso. Non c’era voluto molto a
+diventar amici, lui e don Cornelio. L’uno e l’altro
+avevano il cuore buono e generoso; l’uno e
+l’altro avevano un egual sentimento nell’animo,
+tenuto acceso con eguale ardore, con eguali speranze:
+l’amore d’Italia. Vissero insieme per più
+di vent’anni; divisero giorno per giorno i dolori
+e le gioie che si avvicendarono in quei tempi,
+<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
+servendo con amore assiduo, nel loro umile paesello,
+in tutto quel poco che potevano, la causa
+della patria e del bene.</p>
+
+<p>Ora don Cornelio era rimasto solo. Otto giorni
+prima, il 7 marzo 1878, in quell’ora stessa del
+tramonto, in cui l’abbiam veduto scendere con
+don Luigi dalla montagna, il suo amico era morto.</p>
+
+<p>Don Cornelio e don Luigi erano giunti a un
+punto dove la strada facendosi meno ripida conduceva
+a uno spiano su cui c’era una casuccia,
+chiamata la Tavernella, e ch’era uno dei punti
+d’approdo di quei d’Orobio quando sulla sera
+andavano a far quattro passi, e a berne un bicchiere.
+E infatti, c’erano degli avventori anche in
+quel momento: alcuni se ne stavano seduti intorno
+a una tavola presso la porta della Tavernella
+e giocavano alle carte; altri giocavano alle
+bocce su quel po’ di spiano che c’era. Don Cornelio,
+che proprio n’avrebbe fatto a meno, dovette,
+rallentando il passo, ricambiare i saluti
+gioviali di quei delle carte e di quei delle bocce:
+alcuni dei quali poi si ostinavano calorosamente
+a offrirgli da bere, e a chiamar l’oste, anche dopo
+ch’egli, ringraziatili, s’era scostato tirando diritto
+per la sua strada.</p>
+
+<p>I giocatori, appena don Cornelio fu lontano,
+si abbandonarono alla più chiassosa ilarità. — Don
+Innocente! — gridavano a una voce — Venga
+<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
+fuori don Innocente! — E don Innocente,
+ch’era un prete di quelle vicinanze, in maniche
+di camicia e con le bocce in mano, se ne tornava
+intanto in mezzo a quelli della sua brigata, i
+quali continuavano a assordar l’aria con esclamazioni
+e risate che non finivan più. Quelli invece
+che giocavano alle carte si contentarono
+di mandare un’occhiata verso il crocchio, dove
+si faceva tanto chiasso, continuando tranquillamente
+la loro partita e la conversazione.</p>
+
+<p>— Ve lo dirò io perchè ridono laggiù, — diceva
+uno di questi, lo speziale d’Orobio, rispondendo
+al suo vicino ch’era un mercante d’una grossa
+borgata della provincia. — Ridono di quel prete
+che se l’è svignata dietro l’osteria....</p>
+
+<p>— Ah! quel prete bassotto, dalla faccia rubizza,
+volete dire? che a vederlo bere fa allegria! — domandò
+il mercante.</p>
+
+<p>— No, no, — riprese lo speziale, — ridevano
+dell’altro. Quello che dite voi è don Prospero,
+fratello dell’oste di Costamezzana....</p>
+
+<p>— Dell’oste al <i>Pomo d’oro</i>?</p>
+
+<p>— Precisamente. Oh, don Prospero se ne infischia,
+e quand’è sul gioco non se la svigna.
+Ridevano di quell’altro, di quel magro, allampanato,
+dalla faccia smorta, e che è don Innocente
+cappellano di Sant’Ilario. Or dovete sapere che
+don Innocente ha due gran gusti, esorcizzare gli
+<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
+spiriti e giocare alle bocce. Non farebbe altro!
+Diavoli e bocce! Ma poi quando gioca non vuol
+che lo vedano gli altri, ad eccezione s’intende
+di don Prospero ch’è il suo collega. Peggio poi
+a lasciarsi vedere dal nostro curato, da don Cornelio!</p>
+
+<p>— Il quale gli avrà proibita anche quella partitina
+alle bocce. Ho capito, ho capito, — continuò
+con gravità il mercante, — avete anche
+voi altri un curato clericale. Eh, ne abbiamo anche
+noi, nei nostri paesi, di questi preti dell’infallibilità....
+Basta... oste! un pezzetto di cacio, e
+un’altra mezzetta....</p>
+
+<p>— Oibò, oibò, v’ingannate! — saltò su il signor
+Vincenzo ch’era il sindaco d’Orobio. — Il
+bacchettone è l’altro! ed è perciò che non ha voluto
+lasciarsi vedere da don Cornelio... il quale,
+non dico già che sia quel curato <i>civile</i>, di quella
+religione... che so ben io... ma, per i tempi che
+corrono, bisogna contentarsi, e non se ne può
+dir male. È prete; e su questo punto non vuol
+sentir ragioni, neanche da me che gli sono amico
+da anni. Però negli affari pubblici è tollerante,
+e — soggiungeva con serietà dopo una pausa, — non
+contrasta il mio programma. Per cui, in complesso,
+si può dire che c’è in Orobio buona intelligenza
+tra l’autorità civile e l’ecclesiastica.
+Insomma è un brav’uomo; non è vero? — e guardava
+<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
+lo speziale e il quarto compagno ch’era il
+dottore del paese.</p>
+
+<p>— È un <i>buon uomo: bonitas bona res, sed non
+sufficit</i>, — rispose il dottore che amava gli aforismi,
+i quali poi alla loro volta gli procuravano
+qualche consulto fuori di paese.</p>
+
+<p>— Ben detto, ben detto, — soggiunse lo speziale,
+ch’era sempre del parere del medico d’Orobio,
+e dei medici di qualsiasi altro paese dove
+non ci fosse una spezieria.</p>
+
+<p>— Scusate, — continuò con calore il signor
+Vincenzo, — ve lo dico una volta ancora, su questo
+punto non siamo d’accordo. Il nostro curato — e
+si rivolgeva al mercante — è un prete, è
+vero, ma è un brav’uomo; è un vecchio patriotta,
+e quanto poi a cuore e a generosità... — E fissava
+da capo il dottore.</p>
+
+<p>— Non nego, — replicava il dottore continuando
+a giocare, — ma è un uomo che si perde
+nei particolari, nelle inezie, nelle minuzie.</p>
+
+<p>Il dottore d’Orobio aveva un grande disprezzo
+per le cose piccole di questo mondo: non prendeva
+in considerazione che la Natura e l’Umanità;
+meno quando c’era la passata delle quaglie, perchè
+era cacciatore. Per l’Umanità poi il suo culto
+era così grande che dedicava a lei sola per lo
+meno un aforisma al giorno. Non vedeva altro:
+gli individui, compresi gli ammalati del comune,
+<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
+non erano per lui che atomi, vilissimi atomi, per
+i quali non valeva la pena di pigliarsela troppo
+calda. Ma per la Scienza e per l’Umanità cosa
+non avrebbe fatto!... Si sarebbe contentato anche
+d’un posto all’ospedale d’una qualche città.... Ma,
+qualche anno prima, un esaminatore, un atomo,
+lo aveva rimandato, concludendo anch’esso con
+un <i>non sufficit</i>.</p>
+
+<p>Lo speziale aveva fatto cenno col capo replicatamente
+di aderire al giudizio pronunziato dal
+dottore su don Cornelio. Anche lo speziale sprezzava
+le inezie. Quand’uno veniva nella sua spezieria
+egli guardava, per prima cosa, se aveva in
+mano i quattrini; e se non li aveva, — Andate
+là, andate là, — soleva dire, — risparmiate i rimedi;
+malucci da nulla, <i>inezie</i> da non badarci! — E
+licenziava l’avventore.</p>
+
+<p>Qualcuno dunque che in Orobio si occupasse
+delle inezie, ci voleva. Se ne occupava di solito
+don Cornelio, il quale, nelle cose di minore
+importanza, s’intende, si vedeva fare alla meglio
+da medico, da speziale, da infermiere, e
+fin da avvocato. La povera gente non cessava
+di benedirlo; ma poi v’era anche, come s’è visto,
+chi arricciava il naso.</p>
+
+<p>Il sindaco, che non era tra questi, non rispose
+al dottore, e avrebbe voluto mutar discorso. Ma
+il mercante domandò di nuovo: — E quel pretucolo
+<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
+magro e smorto ch’era col curato, è roba
+vostra anche quella?</p>
+
+<p>— È il coadiutore, — rispose lo speziale.</p>
+
+<p>— Che collo torto! — continuò il mercante. — Ma
+gli è che adesso a un seminarista si direbbe
+che gli fanno fare apposta anche la faccia! Ne
+vedete voi di queste facce agli altri?</p>
+
+<p>— Bisognava vederlo qualche mese fa quando
+ce l’han regalato! — soggiunse lo speziale. — E
+bisognava anche sentirlo!</p>
+
+<p>— Ma don Cornelio gli ha già mezzo raddrizzato
+anche il collo, — saltò su il sindaco. — Lasciate
+fare a lui!</p>
+
+<p>— Vedremo poi alla fine chi dei due la darà a
+bere all’altro — sentenziò gravemente il dottore.</p>
+
+<p>— Oh quanto al bere i preti son tutti professori! — esclamò
+il mercante, ridendo ch’era un
+gusto. — A proposito, oste, un’altra mezzina, che
+ci si beve bene su questo cacio.... Perchè, come
+dicevo, quanto al bere bisogna proprio fare di
+cappello ai nostri preti.... ma non così quanto al
+vestire, — e si fece serio. — Una volta qualche
+pezza di panno fine la ci voleva anche per i nostri
+preti di campagna, ma adesso tutta saia!</p>
+
+<p>Don Cornelio e il suo coadiutore, continuando
+per la stradetta che conduceva al piano, erano
+intanto arrivati a un piccolo poggio dove improvvisamente
+si affacciava un lungo tratto della
+<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
+valle. Chi passava di lì, ci fosse pure passato mille
+volte, rallentava il passo, mandava una lunga occhiata
+a quella scena che gli si parava dinanzi,
+e faceva volontieri una fermatina, parendogli
+quasi di riposar meglio che altrove; e intanto correva
+subito con l’occhio a discernere il suo campanile,
+la sua casuccia, il suo camperello, tra i
+casolari, le chiesuole e i poderi che si vedevan
+sparsi sulle falde dei monti, e sul piano della
+valle: e quando gli aveva ravvisati, si rimetteva
+più lieto in cammino, come chi s’è imbattuto in
+qualcuno a cui voglia bene. Don Cornelio s’era
+fermato, s’era seduto su un muricciolo, e levatosi
+il cappello guardava mestamente la valle, intanto
+che il suo compagno guardava lui di sott’occhio,
+pur avendo l’aria di contemplare anch’esso gli
+ultimi sprazzi di sole che mano mano abbandonavano
+le cime dei monti. Quella scena tutta all’ingiro
+si faceva sempre più severa e più silenziosa;
+e non s’udiva più che il lontano rumore
+del torrente che serpeggiava sul fondo della
+valle.</p>
+
+<p>— Ecco, io seduto qui, e lui su quel sasso,... — prese
+a dire don Cornelio al suo compagno rompendo
+a un tratto il silenzio; — proprio su quel
+sasso lì!... Quante volte io e lui, il povero conte
+Maurizio, si guardava a quest’ora giù nella valle...
+o si fissavano le ultime cime lucenti, e quelle già
+<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
+brune, e le prime stelle!... Allora, oh allora tutto
+quello che c’era dentro di noi... tutto veniva come
+a galla... e fossero pure delle inezie bisognava
+proprio dircele tutte l’un l’altro! Ma anche le
+inezie dette in quel momento parevano tutt’altra
+cosa... e se non ce n’erano di nuove, si riandavano
+le vecchie; tanto il cuore si allargava nel dirle.
+Alle volte poi si diceva anche qualche barzelletta,
+e allora era un ridere, un ridere... — E così dicendo,
+don Cornelio si asciugava col dorso della
+mano una grossa lacrima che gli scendeva sul
+viso. — Ecco, don Luigi, guardate là in fondo, — riprese
+don Cornelio dopo una pausa, — dove
+c’è quell’ultima vetta, più in su, ecco la prima
+stella della sera. Prima del 1859, il conte Maurizio
+quando vedeva comparire quella stella:
+“Ecco la stella d’Italia! esclamava; e fino a
+quando la vedrò comparire, — diceva, — io continuerò
+a sperare!„ Diceva così il mio povero
+amico. E a quei tempi, e anche dopo, quando si
+cominciò a vedere che la stella era proprio con
+noi, qui, dove nessuno ci ascoltava, ci dicevamo i
+nostri timori, le nostre speranze: lui, faceva e rifaceva
+a modo suo l’Europa; io, persuadevo il
+Papa, e tra tutti e due si metteva insieme l’Italia.
+Oh, le belle serate!... Andiamo, — soggiunse don
+Cornelio, dopo una pausa, alzandosi. — Quella
+nebbiolina che si leva laggiù nella valle comincio
+<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
+già a sentirmela nelle ossa... e mi dà i brividi.&nbsp;—</p>
+
+<p>Don Luigi aveva seguite le parole del curato in
+silenzio, e con gli occhi attenti e fissi. Nel suo
+sguardo di solito umile, spento, s’era visto brillare
+una improvvisa espressione di entusiasmo e
+a un tempo di terrore. Alle ultime parole di
+don Cornelio si scosse, e si rimise in via chinando
+di nuovo gli occhi a terra, e tacendo: ma non
+scomparve così presto quella fiamma che gli si
+era improvvisamente accesa sulle pallidissime
+guance. La breve commozione di poco prima aveva
+ridestato nel suo pensiero l’eco di sentimenti altre
+volte combattuti, respinti, e che ora cominciava
+ad accogliere, ma con l’animo agitato e
+trepidante.</p>
+
+<p>— Ehi, don Cornelio! Don Cornelio, don....</p>
+
+<p>Il curato e don Luigi avevano fatto pochi
+passi, quando si sentirono chiamare da qualcuno,
+che scendeva per la medesima strada, e
+li voleva raggiungere. — Che gambe, don Cornelio!...
+Si capisce che loro signori vanno a
+cena! Che gambe!&nbsp;—</p>
+
+<p>Chi esclamava così era un certo don Prospero,
+un prete ilare e rubizzo, e che, essendo
+anche grosso e bassotto, arrivava in quel punto
+tutto trafelato, avendogli il compagno, ch’era
+con lui, fatto affrettare il passo. Il compagno
+<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
+era don Innocente, quello della partita alle
+bocce.</p>
+
+<p>— Hanno fatto una lunga camminata anche
+loro, eh? — prese a dire don Innocente in tuono
+mellifluo, e con le mani giunte sul petto. — Benissimo,
+benissimo.</p>
+
+<p>— Vengo da Santa Maria della Neve, — rispose
+don Cornelio.</p>
+
+<p>— Per bacco! — esclamò don Prospero. — Noi
+siamo stati più discreti; però, quell’ultima partita
+m’ha fatto sudare più che....</p>
+
+<p>— Da Santa Maria della Neve! — esclamò don
+Innocente per interrompere il compagno. — E
+noi non si voleva fare che quattro passi, ma poi
+un passo dopo l’altro, ci siam trovati alla Tavernella.</p>
+
+<p>— Ma per un pezzo non ci torno più, — soggiunse
+don Prospero. — Ci si beveva un bon vinetto
+tempo fa, ma l’hanno tagliato... Loro dicon
+di no, ma a don Prospero non la si dà ad intendere.
+Manco male che l’ho fatto pagare qui all’amico...
+ma ho dovuto sudare!</p>
+
+<p>— E una chiacchiera dopo l’altra, s’è fatto
+tardi, — continuò don Innocente. — Ma, come
+si fa! si incontra gente, e chi ne conta una, chi
+ne conta un’altra. In questi giorni poi è un gran
+discorrere che si fa; non si parla che del conte
+Orsenigo!... Quante non se ne sentono!... Oh, ma
+<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
+lei, don Cornelio, ne saprà più di tutti, lei ch’era
+amico del conte.... — E fece una pausa; poi, vedendo
+che don Cornelio non rispondeva, continuò: — Dicono
+che sia andato al Creatore
+senza lasciare un soldo... Oh, ma io non lo credo...
+un signore tanto ricco!... non le pare, don Cornelio?</p>
+
+<p>— Da un pezzo non era più ricco il povero
+conte, — rispose il curato. — Ha avute tante
+disgrazie! E queste anzi finirono col troncargli la
+vita; ma non erano riuscite a vincer mai quel
+suo gran cuore, così buono, così generoso, così
+benefico!</p>
+
+<p>— Ma.... e si può sapere dove è andato a affogare
+tanta grazia di Dio?... A sentir la gente...
+cosa non si dice!... quante non se ne contano!</p>
+
+<p>— E voglio credere, — riprese con vivacità
+don Cornelio, — che la gente racconterà anche
+tutte le opere buone fatte dal povero conte, tutte
+le opere della sua carità, tutto il bene che fece
+in questi paesi!...</p>
+
+<p>— Eppure la gente non ci vede chiaro, — continuò
+don Innocente. — Pare, a quanto dicono,
+che ci sia del mistero... e c’è anche chi pretende,
+oh ma io non la voglio credere! che spendesse
+tesori nelle società secrete e nelle sette....</p>
+
+<p>— E lei mi immagino, avrà risposto per le
+rime a simili baggianate! — saltò su don Cornelio. — Oh
+<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
+chi è questa gente così ingrata, che
+dimentica così presto!</p>
+
+<p>— Eh, già, già, la gente è ingrata, e lo dico
+sempre anch’io che a far del bene alla gente è
+un lavare la testa all’asino, — soggiunse subito
+don Innocente per accomodar la cosa.</p>
+
+<p>— Buona notte, a loro signori, — disse a un
+tratto don Cornelio, fermandosi, dopo aver fatto
+alcuni passi in silenzio. — Io piglio, con don
+Luigi, questa scorciatoia, perchè c’è qualcuno a
+casa che m’aspetta.</p>
+
+<p>— Buona notte, buona notte, — ripeterono don
+Innocente e don Prospero; poi si scambiarono
+un’occhiata, e continuarono per la loro strada. — Però — soggiunse
+don Prospero dopo pochi
+passi — non valeva proprio la pena di scalmanarci
+tanto a raggiungerlo. Perdinci! Non offrirne
+neanche un bicchiere a un amico che viene nella
+sua giurisdizione!...</p>
+
+<p>— Eh, ha ben altro per il capo don Cornelio!
+Non avete visto com’era sopra pensiero, e come
+cercava di sgattaiolare alle mie domande?... Ah,
+l’amicizia di quel conte non gli faceva troppo
+onore!... E adesso gli tocca sentirne delle belle.</p>
+
+<p>— Ne dicono tante, è vero, ma cosa volete? Io,
+per esser sincero, non potrei dirne che bene. Non
+c’era volta che mi vedesse passare dinanzi al
+suo palazzo senza che mi chiamasse, e mi facesse
+sturare una bottiglia apposta.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span></p>
+
+<p>— Per darvela ad intendere.</p>
+
+<p>— A me no! Fior di vino ve lo dico io.</p>
+
+<p>— Ma però avete sentito anche voi quel che
+si dice!... Nel mio paese ne son venuti parecchi
+da me che volevano una funzione in forma pubblica
+per liberarsi dall’anima del conte che vedono
+girare di notte per la campagna....</p>
+
+<p>— Oh, questa poi non me l’hanno contata! — esclamò
+ridendo don Prospero.</p>
+
+<p>— Non c’è da ridere, — continuò tutto serio
+don Innocente. — Non sarà l’anima del conte,
+come dicon loro, che non se ne intendono, ma
+sarà invece un qualche spirito maligno comparso
+in quest’occasione... Basta, consulterò il manuale....</p>
+
+<p>— Che manuale? Avete anche il manuale dei
+diavoli voi?</p>
+
+<p>— Il <i>Manuale exorcistarum</i>. Come, non lo conoscete?...
+Il Manuale del padre Candido Brugnolo...&#8205;<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>
+un professore, e che professore! Ah, se
+non lo avete ve lo presto.</p>
+
+<p>— No, no; tenetelo per voi che ne faccio senza.
+Io invece, quando vengono questi tali a dirmi
+che di notte vedono gli spiriti, rispondo loro:
+“Prima di andare a letto, bevetene un bicchiere
+di quel buono, e vedrete che gli spiriti non verranno....
+<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
+perchè hanno una paura, gli spiriti, del
+vino bono! una paura!„</p>
+
+<p>Don Innocente affrettò il passo e non rispose;
+s’era fatta notte, e al buio certi discorsi non
+amava farli.</p>
+
+<p>Don Cornelio, pigliata la scorciatoia, fece l’ultimo
+tratto di strada in silenzio, e camminando
+adagio, perchè voleva riordinare un poco i suoi
+pensieri prima di arrivare a casa.</p>
+
+<p>“Sarà arrivato quel figliuolo?„ diceva tra
+sè e sè. “Arrivare proprio oggi! Ma già quando
+le cose cominciano a andar male!... Povero conte...
+che precipizio!... quante disgrazie in una volta
+per quella sua figliuola! Povera Cristina! Come
+farò io a dirle tutto? Ma tirare in lungo non si
+può, perchè poi tra pochi giorni la bomba dovrà
+scoppiare. Le ho sempre dinanzi agli occhi le
+facce di quei due signori che vennero ieri da me.
+Che storia! E dovrò contarla a due; a Cristina
+e a quest’altro! Povera Cristina, povera figliuola!„</p>
+
+<p>Sulla porta di casa stava aspettandolo, con
+molta impazienza, sua sorella Angelica. La signora
+Angelica, come tutti la chiamavano in paese, da
+un’ora era sulle spine, e non aveva fatto che scendere
+in strada, ritornare in casa e ridiscendere
+da capo. Finalmente sentì abbaiare il cagnetto,
+tirò un gran sospiro, e corse incontro al fratello
+che stava appunto accomiatandosi da don Luigi.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span></p>
+
+<p>— È arrivato Enrico? — le chiese subito il
+curato.</p>
+
+<p>— È arrivato da due ore... — rispose Angelica
+col respiro affannato. — Ma perchè tardar tanto?...
+Temevo che ti fosse capitata qualche disgrazia.</p>
+
+<p>— E Cristina?</p>
+
+<p>— Oh, Cristina è sempre nella mia camera; — ripigliò
+subito Angelica indovinando il pensiero
+del curato — e il giovanotto è sempre rimasto
+quaggiù a terreno, un poco nell’orto, un poco in
+cucina. Ma in che imbarazzo sono stata io!... Da
+due ore sono sulle spine!...</p>
+
+<p>Don Cornelio entrò in casa in fretta, e la signora
+Angelica serrò la porta a chiavistello, dopo
+aver chiamato e rinchiuso in casa anche <i>Ugolino</i>;
+il quale, affrettiamoci a dirlo, non era altro che
+il cagnetto del curato. Oh, come mai gli avevano
+dato quel nome? Era stato il conte Maurizio che
+vedendolo un giorno rosicchiare in una buca il
+cranio d’un pollo, l’aveva chiamato così. E così,
+d’allora in poi, lo chiamò sempre anche don Cornelio.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span></p>
+
+<h2>II.</h2>
+</div>
+
+<p>Il giovane, di cui aveva parlato la signora Angelica,
+appena veduto don Cornelio, gli corse incontro,
+e gli gettò le braccia al collo piangendo dirottamente.
+Egli era figlio d’un amico del conte
+Maurizio; era rimasto orfano molti anni addietro,
+e il conte Maurizio era stato suo tutore, o meglio
+ancora, suo secondo padre. Quanti progetti,
+quanti castelli in aria non aveva fatti il buon
+tutore a proposito di questo figliolo! Punto primo,
+era stato ben deciso a non farne nè un impiegato,
+nè un avvocato. Vedendolo riflessivo per
+tempo, pacato, studioso, aveva pensato di farne
+un ingegnere meccanico, un industriale, o qualcosa
+di simile: e dietro a questo pensiero tante
+volte, fantasticando nell’avvenire, gli pareva di
+veder già i lunghi fumaiuoli degli opifici, di udire
+il rumor cupo e uniforme delle macchine, e di
+trovarsi in un Orobio affaccendato, ove di quelli
+<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
+occupati a menar la gamba e a dir male del prossimo
+non ce n’era più uno. E poi, quando guardava
+questo giovinetto che passeggiava o giocava
+con la sua Cristina, allora gli si vedeva
+subito in viso un’espressione tutta nuova; si capiva
+che nel suo pensiero qualch’altra cosa gli
+veniva a prendere il posto delle macchine; qualcosa
+che lo faceva sorridere dolcemente, e in
+cui c’era quel tanto di soave mestizia che accompagna
+alle volte un bel sogno dell’avvenire.
+Un primo passo verso i sogni dell’avvenire il
+conte Maurizio l’aveva fatto mandando il suo pupillo
+Enrico prima in Isvizzera, a farci degli studi
+speciali, poi in Inghilterra presso un grande opificio.
+Ed era appunto dall’Inghilterra che Enrico
+arrivava in quel giorno, dopo aver risaputo, a
+breve intervallo, ch’era ammalato, ch’era morto
+il suo antico tutore, il suo benefattore, il suo miglior
+amico.</p>
+
+<p>Enrico, appena potè parlare, fece mille domande
+in una volta a don Cornelio, il quale a poco a
+poco gli narrò la triste storia di quei giorni,
+mettendo qua e là qualche lunga pausa quando
+le parole gli facevan nodo alla gola. La signora
+Angelica era in pena nel vedere che la conversazione
+si prolungava lì sui due piedi, e in cucina.
+Avrebbe voluto far capire a don Cornelio
+di condurre Enrico nella saletta vicina; ma ogni
+<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
+volta che ci si provava non trovava modo di
+mandar fuori una parola, tanto era commossa anche
+lei: e allora cercava di prender fiato e coraggio
+facendo un giro per la cucina, dando
+un’occhiata alle stoviglie, o brontolando qualche
+rimprovero al gatto. Con queste precauzioni le
+riuscì alla fine di dire sotto voce due parole a
+don Cornelio, e di condurre il suo ospite nella
+saletta, dove c’era un tavolino apparecchiato per
+la cena, con una zuppiera nel mezzo che fumava.</p>
+
+<p>— Prenda, caro Enrico, un po’ di questa zuppa...
+le farà bene... è tutto brodo di gallina, — diceva
+la signora Angelica, non appena ebbe fatti sedere
+a tavola Enrico e il curato. — Ne prenda almeno
+qualche cucchiaiata.... ha ristorata tutta anche
+Cristina, un’oretta fa, quando abbiam fatto, io e
+lei, un po’ di cena.</p>
+
+<p>Poichè il nome di Cristina era stato pronunziato
+dalla signora Angelica, Enrico, che per un
+certo imbarazzo non l’aveva saputo pronunziar
+lui per il primo, si fece coraggio a ripeterlo,
+tornandoci poi a ogni tratto nelle molte domande
+che ricominciò a fare a don Cornelio. E don Cornelio
+era stato anche lui, sulle prime, in un certo
+imbarazzo. Non aveva che delle brutte nuove, e
+avrebbe voluto metterle fuori un po’ per volta:
+ma Enrico insisteva, e bisognò proprio raccontarle
+subito, e tutte: nè valsero gli sforzi che andava
+<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
+facendo di tanto in tanto anche la signora
+Angelica, la quale avrebbe voluto sviare quel
+discorso così malinconico, e che minacciava di
+lasciar freddare e mandar a monte quel po’ di
+cena preparata con tanta cura.</p>
+
+<p>— Ma dunque non c’è più nulla da sperare? — diceva
+Enrico, fissando don Cornelio.</p>
+
+<p>— Oh, vedrete, — diceva la signora Angelica, — vedrete!
+Il mondo è pieno di buona gente; e
+quando i creditori avranno conosciuta la nostra
+Cristina... una così buona figliola!...</p>
+
+<p>— Ma, non si può guadagnar tempo? Non si può
+fare qualcosa? — domandava Enrico con angosciosa
+insistenza.</p>
+
+<p>— Che vuoi, mio caro, — continuava don Cornelio
+ripigliando il discorso tante volte interrotto. — Che
+vuoi che si faccia al punto a cui siamo?...
+Saran due anni che il conte Maurizio si lasciò
+indurre a mettere i suoi ultimi capitalucci in
+non so quali speculazioni che andarono tutte
+alla peggio. In qualcuna poi ci aveva messo anche
+il nome... e così quel tanto che gli rimaneva,
+e che non era molto, fu ingoiato tutto. E non la
+finisce lì.... Oh, furon già qui a metter suggelli....</p>
+
+<p>— Povero conte Maurizio!... il mio benefattore!</p>
+
+<p>— Poche settimane prima di morire il poveretto
+aveva veduto come stavan le cose... e fu il suo
+tracollo. Dio gli ha risparmiato il dolore di sopravvivere
+<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
+a tanta sciagura. Lui, che amava
+tanto la sua vecchia casa, le sue terre, i suoi
+contadini!... e che per non staccarsene s’era sacrificato
+a vivere modestamente in questo paesuccio!...
+Il primo dissesto, ricordalo bene, Enrico,
+cominciò nel 1848 quando dopo aver armati
+a sue spese tutti i volontari di questa valle, e
+dopo averci consumato in un mese l’entrata di
+più anni, ebbe sequestrati, dilapidati, svaligiati
+casa e poderi... Ricordale queste cose! e raccontale
+di tanto in tanto a quelli della tua età, e
+ai tuoi figli quando sarai vecchio. E poi... se
+c’erano dei poveri da soccorrere, se c’era un’opera
+buona da fare, il conte correva a prendere i
+denari in prestito magari, se lì per lì non gli aveva,
+perchè lui era fatto così.... ma nessun povero, nessun
+disgraziato tornava a mani vuote dalla casa del
+conte Maurizio. E non ha mai avuto un po’ di fortuna,
+mai!... Così, moriva qui, oscuro, dimenticato,
+lui, che per gli altri aveva fatto tanto!... e alla
+sua figliola non resterà che una stanzaccia in casa
+di questo povero curato.</p>
+
+<p>— Oh cosa dite mai, don Cornelio! — susurrò la
+signora Angelica, la quale quando c’era una
+terza persona non dava mai del tu al curato. — Avrà
+la più bella stanza, la nostra Cristina,
+quella dove ha dormito Sua Eminenza!... e la terrò
+come una mia figliola.... — Poi, approfittando
+<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
+d’un lungo silenzio che ci fu tra Enrico e don
+Cornelio, uscì, parendole quello il momento opportuno
+per andare in cucina a prendere le frutta
+e un croccante che aveva preparato di sua mano
+per la venuta d’Enrico.</p>
+
+<p>— Ed io non potrò far nulla? — esclamò Enrico
+facendo forza contro la commozione che fino
+allora non lo aveva lasciato parlare. — E dire
+che forse tra qualche anno!... perchè io ho delle
+speranze, sa, don Cornelio? Oh gliele dirò.... Non
+so — riprese poi con la voce tremante — non
+so se lei ha letto nel mio cuore....</p>
+
+<p>— Figliolo, so tutto. E ti dirò anche, perchè
+è un conforto che ti devo, che il voto del tuo
+cuore era pur quello del mio povero conte Maurizio....</p>
+
+<p>— Davvero? Oh, me lo ripeta, don Cornelio,
+me lo ripeta!</p>
+
+<p>— Sì, Enrico, sì.</p>
+
+<p>— Ebbene, questo sarà la meta a cui rivolgerò
+tutto l’animo mio, tutte le mie forze... e ci arriverò.
+Don Cornelio! — disse poi alzandosi e
+stringendo la mano del curato, — io dovrò ripartire
+tra pochi giorni... devo ritornare al mio
+posto... non so quando la rivedrò... chi sa? fors’anche
+presto! Ma io parto lasciandole una sacra
+parola, e il giorno in cui ritornerò sarà quello
+in cui potrò adempire al voto del mio cuore. Intanto,
+<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
+don Cornelio, affido a lei... — E la sua
+voce si faceva più commossa.</p>
+
+<p>— Sì, sì, caro figliolo... ma soprattutto ci vuol
+giudizio. Io ti ho capito benissimo, e non desidero
+di meglio anch’io, perchè sono persuaso che
+saprai essere sempre un buon figliolo. Ma i casi
+della vita son molti... e fino al giorno in cui potrai
+dire: “Eccomi qui, le speranze sono diventate
+fatti„ fino a quel giorno, capisci, il tuo sogno
+santissimo tientelo ben chiuso in cuore; silenzio,
+voglio dire, silenzio con tutti; con Cristina
+soprattutto! E fammi vedere che sai essere un uomo.</p>
+
+<p>— Come vorrà lei, don Cornelio. Saprò fare qualunque
+sacrifizio. Ho fatto molta esperienza... mi
+sento vecchio.</p>
+
+<p>Don Cornelio, che in quel momento pensò ai
+ventidue anni del suo interlocutore, sorrise leggermente,
+e abbracciò Enrico. La signora Angelica
+intanto rientrava nel salottino tenendo con
+una mano una fruttiera, e con l’altra un piatto
+col croccante, sotto il quale c’era un bel foglio
+di carta con gli orli smerlati e arricciati.</p>
+
+<p>— A questo poi non si dice di no, — diceva
+la signora Angelica. — Non si dice di no, signor
+Enrico, perchè... — E la sua modestia le impediva
+di soggiungere che a detta di tutti, croccanti simili
+a quelli della signora Angelica non se ne faceva
+neanche nelle prime città.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span></p>
+
+<p>Enrico intanto aveva cominciato a discorrere
+con don Cornelio delle sue speranze e de’ suoi progetti.
+Il discorso continuò un pezzo; e la signora
+Angelica, dopo aver rammentato più volte al curato
+che l’ora era tarda, si decise alla fine di
+pigliare un lume e di dare, con una certa solennità,
+la felice notte. Allora pigliò un lume anche
+don Cornelio, continuando però la conversazione
+con Enrico che l’accompagnò fin sull’uscio della
+sua camera.</p>
+
+<p>— Capirà, don Cornelio — diceva Enrico — che
+se avessi una protezione, una forte protezione!...</p>
+
+<p>— Sicuro. Ci vorrebbe una forte protezione... — ripeteva
+don Cornelio facendosi pensieroso. — Ma
+dove trovarla?... Ah, se ci fosse ancora il
+conte di Cavour! — esclamò in fine mandando
+un lungo sospiro. Poi aprì l’uscio della sua camera,
+e strinse una volta ancora fortemente la
+mano di Enrico.</p>
+
+<p>Don Cornelio era stato forse un amico del
+conte di Cavour? A sentire don Cornelio si sarebbe
+detto di sì; e chi sa che a furia di parlarne,
+di raccontare un certo caso, e di richiamare
+quel nome con una certa confidenza, non
+avesse finito a crederlo anche lui. Il caso era
+questo. Nel 1859, durante la guerra, don Cornelio
+più d’una volta aveva dato una corsa fuori
+della sua valle, ed era disceso giù verso il piano
+<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
+per vedere con i suoi occhi qualcosuccia dei grandi
+avvenimenti che vi succedevano. — Scappano! Se
+ne vanno! — e lui giù a vederli a andar via. — C’è
+Garibaldi a Bergamo! I Francesi sono a
+Brescia! Viene Vittorio Emanuele! — e lui giù
+col sindaco a portare gli omaggi al Re. — C’è
+stato un combattimento! si è sentito il cannone! — e
+don Cornelio allora raccoglieva un po’ di
+tutto, vuotava la credenza della signora Angelica,
+pigliava in casa tutto quel che poteva, e con una
+gran corba scendeva giù a portar roba agli ospedali,
+e regalucci ai soldati, abbracciandone quanti
+ne incontrava. Pochi giorni dopo la battaglia di
+Solferino, don Cornelio, che era appunto sceso
+con un gran pacco di fila e pezze per i feriti, e
+che trattandosi d’un avvenimento così straordinario
+aveva anche fatto una corsa più lunga delle
+solite, si trovava in un villaggio poco distante
+dalle famose colline. Il villaggio era ingombro
+di carriaggi, di soldati, di gente che andava e
+veniva, di curiosi, e di contadini spaventati. Don
+Cornelio, che era tra i curiosi, cercava però di
+affaccendarsi anche lui e di far qualcosa di bene,
+non foss’altro quando capitavano dei poveri soldati
+stanchi o feriti. A un tratto, arriva un legno
+da posta. Si cerca di fargli largo, ma ci
+vuol altro; il legno rimane fermo per alcuni minuti
+dinanzi alla porta dell’osteria; e la gente
+<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
+gli si affolla d’intorno. Nel legno c’era un signore,
+il quale, messa fuori la testa, e visto lì
+a pochi passi un prete, che era don Cornelio, lo
+chiamò, gli fece parecchie domande, e poi ne lo
+ringraziò con molta cortesia. Don Cornelio, intanto
+che rispondeva, cercava di raccappezzarsi
+chi fosse mai quel signore che gli pareva d’aver
+veduto altre volte, non foss’altro in qualche quadro.
+Poco dopo il legno ripartì. — È Cavour! — esclamò
+un soldato che capitava in quel punto. — Viva
+Cavour! viva Cavour! — gridava intanto
+la gente accorrendo e agitando i cappelli
+in aria. Don Cornelio, a cui si aprì la mente
+tutta a un tratto, ma un po’ tardi, corse dietro
+al legno, agitando il suo cappello anche lui, e
+gridando: — Viva Cavour! — Gli riuscì di vedere
+ancora una volta la faccia di quel signore,
+il quale volgendosi indietro lo salutò con la mano;
+ma i cavalli intanto avevano preso il galoppo, ed
+egli dovette fermarsi, e indugiare anche un pochino
+per riavere il fiato.</p>
+
+<p>Più tardi pensando e ripensando a quel saluto,
+a quelle domande, e a quelle risposte, e trovandone
+sempre nella memoria qualcuna di più, a
+furia di ripeterle era venuto nella persuasione
+di aver discorso lungamente col conte di Cavour,
+e finalmente d’essergli stato quasi un pochino
+amico.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span></p>
+
+<h2>III.</h2>
+</div>
+
+<p>— Brutte cose!... cose grosse! — diceva il sagrestano
+di Sant’Ilario, paesello di quei dintorni,
+a quattro o cinque che la discorrevano in crocchio
+presso la porta del campanile d’Orobio.</p>
+
+<p>— Dite davvero, eh!</p>
+
+<p>— Le cose, se non le so io, chi volete che le
+sappia? Ma appunto per questo ci vuol prudenza....
+Tacere, tacere!</p>
+
+<p>— E dicono anche che sia arrivato quel giovanotto
+tirato su dal conte Maurizio... ve ne ricordate?</p>
+
+<p>— E che poi l’hanno mandato fino in fondo
+della Svizzera, e anche in paesi di eretici, — ripigliava
+il sagrestano. — Lasciatele dire a me
+le cose... e vi dirò anche che è arrivato ier l’altro,
+e che è in casa del vostro curato... dove c’è
+anche la figlia del conte!... Scandali, scandali!
+capite?</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span></p>
+
+<p>— Per bacco!</p>
+
+<p>— Vi dirò anche che egli parte questa sera. C’è
+del mistero, direte. Sicuro. Io però, quasi quasi,
+ci vedo chiarissimo. Ma non è qui tutto.</p>
+
+<p>— Il fatto è che da due o tre giorni non c’è
+più uno in paese che abbia la testa a casa, — soggiungeva
+uno degli interlocutori. — Crocchi
+di qua, crocchi di là; la gente va come in processione
+fin sulla porta della casa del conte, si
+ferma a discorrere, a spiare, ma non c’è chi ne
+capisca un bel niente. Chi dice che il conte ha
+lasciato un monte di debiti, che tutto andrà all’asta,
+che mezza la valle è rovinata... e c’è chi
+esclama: “non è vero un corno!„</p>
+
+<p>— Un corno? — rispondeva il sagrestano col
+fare più misterioso di prima. — E altre cose non
+ne avete sentite dire? Già, come la pensasse quel
+signore, tutti lo sanno... e io non vorrei essere,
+a quest’ora, nell’anima sua. Certe anime, si sa,
+al mondo di là non le vogliono; e quante anime
+di quelle a cui fu chiuso l’uscio in faccia, non le
+abbiamo per anni e anni sentite, al battere della
+mezzanotte, mandare certe voci lunghe lunghe, e
+poi fischiar da lontano come fa il vento tra le
+frasche!... Ebbene....</p>
+
+<p>— Ebbene! — domandarono tutti in coro.</p>
+
+<p>— Ebbene, son tre notti, così dice la gente,
+che si sente nella campagna una voce....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span></p>
+
+<p>— La voce del conte?</p>
+
+<p>— Ah, io non so niente! Si sente una voce...
+una certa voce....</p>
+
+<p>— E a dirlo al curato?</p>
+
+<p>Il sagrestano crollò la testa, e fece un sorriso
+amaro e pieno di mistero.</p>
+
+<p>— Anche nelle vicinanze del vostro paese, di
+Sant’Ilario, — soggiunse uno del crocchio — tempo
+fa, dopo la morte di un tale, si sentiva per la campagna
+un fischio tutte le notti, non è vero? E don
+Innocente fece un giro con la confraternita, confinò
+gli spiriti maligni fuori del comune, e il fischio
+non fu sentito più! È così, o non è così?</p>
+
+<p>— Proprio così, — continuò il sagrestano. Io
+non dirò niente, perchè... io sono di Sant’Ilario;
+ma una volta, molti e molti anni fa, anche in
+Orobio si facevan le cose per bene. Ora tutto è
+cambiato. Anche la vostra confraternita, in allora,
+aveva le sue merende, i suoi beveraggi... e poi
+bisognava vederle le processioni come le facevano
+in Orobio! meglio ancora delle nostre! Si
+andava fuori di paese, anche per due o tre giorni
+se occorreva, con tutti i confratelli e con tutte le
+consorelle... bisognava vedere! Mah! Don Cornelio
+ha voluto levare le usanze vecchie... ed ora
+sapete come la chiamano, fuori di Orobio, la vostra
+confraternita? la chiamano la confraternita
+dei <i>riformati</i>! Capite? E mi ricordo anche che
+<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
+qui, vicino al campanile, proprio dove siamo noi,
+nei giorni della svinatura, a quei tempi, si metteva
+una botte, ch’era la botte della confraternita,
+e venivan tutti a versarci dentro chi un fiasco,
+chi un bigonciolo, finch’era piena. Era una gran
+bella devozione anche questa!... Mah! Gli è che
+in Orobio, dice bene don Innocente, non si può
+parlare. Guai a toccare il vostro curato!... ma
+io gliele vorrei cantar chiare, e sarei quel tale
+da dirgli sul muso....</p>
+
+<p>In quel punto comparve, al canto della via,
+don Cornelio in persona, che se ne tornava a casa
+in tutta fretta. Quei del crocchio, compreso il
+sagrestano, fecero un rispettoso saluto che il curato
+ricambiò salutandoli con la mano tutti in una
+volta.</p>
+
+<p>Don Cornelio se ne tornava a casa in fretta
+perchè, come aveva detto benissimo il sagrestano
+di Sant’Ilario, Enrico doveva ripartire in quel
+giorno, e per di più, aggiungeremo noi, tra un’ora.
+Come fu in casa, il curato diede un’occhiata per
+le stanze, e non trovandoci nessuno, andò diviato
+nell’orto, dove infatti erano scesi poco prima
+la signora Angelica, Enrico, e Cristina.</p>
+
+<p>La catastrofe domestica che il povero conte
+Maurizio lasciava dietro di sè era irreparabile,
+imminente, e don Cornelio aveva dovuto decidersi
+in fretta a dir tutto a Cristina egli stesso,
+<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
+prima che le venissero all’orecchio quelle altre
+notizie, con la frangia, che correvano fuori. Don
+Cornelio le aveva detto tutto, senza lasciarle alcuna
+illusione, come chi parla a persona matura
+e, quel che è più, seria. Cristina aveva
+avuto dalla natura e dall’educazione una certa
+serietà, che in lei aveva camminato rapidamente
+e non in ragione dei suoi anni ch’eran pochi;
+non erano che diciassette. Questa serietà le traspariva
+fin d’allora e dallo sguardo che usciva
+attento e raccolto da due nerissimi sopraccigli,
+e dagli atti della persona in cui c’era sempre
+qualcosa di misurato e di risoluto a un tempo.</p>
+
+<p>— Ah, siete qui! — esclamò don Cornelio entrando
+nell’orto.</p>
+
+<p>La signora Angelica, Enrico, e Cristina si volsero
+verso don Cornelio, gli si fecero incontro, e
+poi si misero tutti insieme a rifare in silenzio le
+stradicciuole dell’orticello.</p>
+
+<p>— Dunque... — disse a un tratto don Cornelio
+fermandosi. — Hai tutto in pronto Enrico? la
+tua valigia? le tue cosucce? Tra pochi minuti
+sarà qui il legnetto: ho incontrato poco fa il vetturino
+che andava ad attaccare il cavallo.</p>
+
+<p>— Ho tutto in pronto, — rispose Enrico.</p>
+
+<p>— E a rivederci presto! — soggiunse don Cornelio
+vedendo che a Enrico si facevan gli occhi
+rossi. — Presto, prestissimo! Eh, per bacco, le
+<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
+cose poi non sono eterne a questo mondo! E
+io ho una gran fiducia in te... ho fiducia, voglio
+dire, che a te almeno le cose andran bene, e che
+ci manderai presto delle buone notizie. Ho un
+gran bisogno d’una buona notizia!</p>
+
+<p>— Il cielo lo volesse!... ma intanto io qui non
+ci posso nulla; devo ripartire... devo lasciarli
+senza far nulla!... Domani sarò molto lontano...
+oh si ricordino di me! Io gli avrò sempre, tutti,
+nel mio cuore.</p>
+
+<p>— Oh, signor Enrico! — esclamava la signora
+Angelica levando la pezzuola, e asciugandosi gli
+occhi.</p>
+
+<p>— Si ricordi di me, signora Angelica... si ricordi
+di me don Cornelio... e anche tu, oh mi scusi!
+anche lei Cristina... ci ricasco sempre, torno sempre
+col pensiero a quei tempi in cui ci davamo
+del tu! Oh i bei giorni! oh il chiasso, se ne rammenta?
+che si faceva insieme!</p>
+
+<p>— Finchè il babbo ci sgridava, — riprese Cristina, — poi
+ci abbracciava... povero babbo! Voleva
+tanto bene anche a lei!</p>
+
+<p>— Dunque, tutto è in pronto, nevvero Enrico? — saltò
+su don Cornelio. — Allora avviamoci intanto
+che viene il vetturino. E ricordati di scrivermi
+presto.</p>
+
+<p>— Scriverò subito subito. E anche lei, don
+Cornelio, mi mandi presto le sue nuove, le nuove
+<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
+di tutti. Non mi dimentichino. Io non avrò che
+un pensiero, quello di fare il mio dovere... e di
+mettermi in grado di tornar presto. Oh, ci riuscirò!
+e allora... lei don Cornelio sa....</p>
+
+<p>— Sì, sì, caro figliuolo, siamo intesi; e non ne
+dubito.</p>
+
+<p>— Perchè io spero di poter mandar presto una
+buona nuova. E allora, se mi saprò rendere degno...
+allora, chi sa? potremo forse tutti insieme
+rifare dei giorni lieti... se la buona gente mi aiuterà,
+se loro tutti lo vorranno....</p>
+
+<p>— Oh, sì, sì! — esclamò la signora Angelica
+rasserenandosi. — Lo vorremo tutti, e lo vorrà
+tutta la buona gente. Oh, ce n’è ancora della
+buona gente!&nbsp;—</p>
+
+<p>Don Cornelio era un pochino imbarazzato:
+guardava ora la sorella, che non ne capiva nulla,
+ora Enrico, ora Cristina, e avrebbe voluto che
+quell’addio fosse più spiccio, per quanto gli dolesse
+lo staccarsi da Enrico. Finalmente entrò
+nell’orto il vetturino, e fattosi innanzi:</p>
+
+<p>— Signori, — disse, tenendo il cappello in una
+mano e la frusta nell’altra, — io sono pronto. Se
+c’è roba da caricare...</p>
+
+<p>— Vengo io; vengo io, — esclamò la signora
+Angelica. Enrico la trattenne. Egli avrebbe voluto
+dire a tutti insieme una parola ancora di
+commiato, ma non lo potè. Guardò i suoi ospiti;
+<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
+poi, per sviare la commozione, si tirò da parte,
+si curvò su un’aiuola, colse alcuni fiori, e nell’asciugarne
+il gambo con la pezzuola si asciugò...
+anche una lacrima.</p>
+
+<p>— Tenga, signora Angelica, questo fiore in
+mia memoria. — Così dicendo ne diede uno
+alla signora Angelica, poi un altro a don Cornelio,
+e uno in fine timidamente a Cristina. La signora
+Angelica, piena di gratitudine e di commozione,
+non potè più a quel punto consultare
+le convenienze, e buttò le braccia al collo ad Enrico,
+facendo però un passo indietro subito dopo,
+e diventando tutta rossa. Cristina aveva preso
+quel fiore, e aveva chinati gli occhi a terra. Il
+cuore le aveva battuto a un tratto rapidamente:
+a un tratto qualcosa di sconosciuto l’aveva tutta
+turbata; qualcosa di molto soave, ma che le dava
+a un tempo un sentimento quasi di paura. Come
+le parve triste quel momento dell’addio! Aveva
+pianto molto in quei giorni, ed ebbe voglia di
+piangere ancora; ma di piangere, nascondendo
+questa volta le sue lacrime.</p>
+
+<p>Il vetturino intanto aveva fatto schioccar la
+frusta un paio di volte, come a dire ch’era tempo
+d’avviarsi. E la comitiva s’avviò, non senza qualche
+sforzo di don Cornelio, il quale mezzo imbarazzato
+e mezzo intenerito nel guardare quei due
+figlioli, desiderava con una certa impazienza che
+<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
+quell’addio fosse passato, anzi che ci fossero passate
+su ventiquattr’ore.</p>
+
+<p>Nel tempo che il vetturino montava sulla cassetta,
+e che la signora Angelica metteva nel legnetto
+un involto pieno di frutta e di paste dolci,
+Enrico era uscito dall’orto, seguito da don Cornelio
+e da Cristina, ed era sceso in strada senza
+più dire una parola. Nuovi pensieri succedevano
+in quel momento ai pensieri di prima; gli pareva
+che quei passi non li avrebbe rifatti mai più;
+gli pareva di salutare per l’ultima volta quell’orticello,
+quella casa; o, se pure, di tornarci, ma per
+udire che qualcuno non c’era più: gli pareva...
+Ma don Cornelio a un tratto lo scosse con una
+forte stretta di mano, e non gli lasciò parere più
+nient’altro.</p>
+
+<p>— Vi ritroverò tutti, nevvero? tutti come in
+oggi! — esclamò allora Enrico stringendo le mani
+a tutti. — Non mi dimenticherete mai, nevvero?...</p>
+
+<p>Cristina fece un gesto come a dire “sarebbe
+possibile?„ Anche la signora Angelica avrebbe
+voluto esclamare qualche cosa, ma non lo potè.
+Don Cornelio gli rispose stringendoselo fra le
+braccia, e stampandogli un gran bacio in viso.</p>
+
+<p>Don Cornelio, Angelica, Cristina rimasero sulla
+porta un pezzo a guardare, finchè non videro
+svoltare alla prima cantonata il legnetto, e scomparire
+la mano d’Enrico che ancora li salutava.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span></p>
+
+<p>Quante volte, nei begli anni passati, Enrico
+non aveva dato dei fiori a Cristina! E allora Cristina
+ne faceva dei mazzolini per il babbo, o li
+metteva nelle trecce, o li sfogliava per vedere
+com’eran fatti. Il fiore datole da Enrico, Cristina
+questa volta non lo sfogliò. Corse nella sua cameretta,
+cercò un vasellino; poi ebbe il desiderio
+di metterlo in qualche luogo riposto; prese un
+librettino che le era caro, lo aprì, ci mise il fiore,
+lo riaprì. E il suo pensiero intanto errava incerto,
+e quasi pauroso, intorno a un sentimento nuovo,
+in cui c’era un desiderio vago di aver vicino
+qualcuno a cui aprire il suo cuore, senza tacergli
+nulla, nulla; qualcuno che fosse buono, gentile....</p>
+
+<p>— Oh, se avessi un fratello! — esclamò a un
+tratto, parendole d’aver trovato proprio quello che
+andava cercando. — Oh sì, se avessi un fratello!...
+Enrico dovrebbe essere mio fratello!... Allora, egli
+sarebbe qui, e saremmo in due a piangere il
+babbo!</p>
+
+<p>Il pensiero del babbo la fece piangere di nuovo
+dirottamente; ma quel pianto era meno desolato
+del pianto di prima. Il suo animo non era meno
+afflitto; ma c’era entrato, senza che lei se ne avvedesse,
+un raggio di sole.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span></p>
+
+<h2>IV.</h2>
+</div>
+
+<p>Enrico era partito da tre giorni, e da tre giorni
+don Cornelio non era uscito di casa che all’alba
+per dir la messa, e la sera per visitare qualche
+ammalato. Non gli reggeva l’animo di veder gente,
+e di sentire tutto quello che si andava dicendo.
+In paese intanto era un andare e venire di creditori,
+di avvocati, e di curiosi; i quali, sebbene
+non avessero in pericolo neanche un quattrino,
+pure si univano al vociare degli altri, non parendo
+lor vero che fosse venuto il momento di
+dire un po’ di male anche d’uno, di cui, per tanto
+tempo, non s’era fatto che dir bene. Per bacco,
+eguaglianza per tutti! Queste cose, don Cornelio
+le risapeva dal sindaco, il quale veniva a raccontargliele,
+in furia, in piedi, col cappello in capo,
+andandosene subito, e ritornando mezz’ora dopo.
+Anche queste visite non erano una poca novità;
+perchè, sebbene il sindaco avesse una grande affezione
+<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
+per don Cornelio, e non sapesse staccarsene
+quando si trovava con lui, pure in casa non
+ci andava mai. Mai; perchè in casa dei preti
+egli non voleva metter piede. Ma questa volta
+il signor Vincenzo non aveva tempo di guardar
+tanto per il sottile; aveva bisogno, ora di sfogarsi,
+ora di confortare don Cornelio. E i conforti
+finivano spesso con una strapazzata. — Dicono
+che il tribunale farà vendere il palazzo, i
+fondi, tutto! E lei don Cornelio cosa conta di
+fare? Ma già loro preti delle cose di questo mondo
+non ne capiscono niente, e quando ne capiscono...
+tanto peggio. — E se ne andava. — Ma se vendono, — veniva
+a dire poco dopo — chi comprerà?
+chi ci capiterà in paese! I principî, le
+idee del nuovo proprietario saranno conciliabili
+col mio programma?... Io non sono uomo da transigere!...
+Prevedo dei brutti tempi!... E lei, don
+Cornelio, non dice niente! Oh i preti, i preti!</p>
+
+<p>Don Cornelio, sopra pensiero, e inquieto la sua
+parte anche lui, ora scendeva nell’orto a cercarvi
+una boccata d’aria, ora risaliva nella sua cameretta
+a cercarvi, rincantucciato nel suo vecchio
+seggiolone, una buona ispirazione. Passava la
+mano ne’ suoi capelli bianchi, alti e scomposti
+come quando li sprigionava alla brezza della
+montagna; poi, con gli occhi chiusi e il capo
+stretto nelle mani, pensava e ripensava, ma non
+<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
+ne cavava nulla. — Brutta cosa essere un povero
+diavolo! Me ne accorgo in questa circostanza — andava
+dicendo tra sè. — Se ci fosse un brav’uomo,
+un brav’uomo che avesse anche dei quattrini,
+si accomoderebbe tutto... perchè con un po’
+di tempo, con un po’ di pazienza, si riuscirebbe,
+ne son sicuro, a pagare i debiti, e a mettere insieme
+anche una discreta dote a Cristina... Così
+si potrebbe far contento quel ragazzo... e anche
+lei, perchè già... ho bell’e capito! Toccherebbe
+proprio a quella signora zia! Ma sono oramai parecchi
+giorni che le ho scritto, e la risposta non
+viene. Non c’era troppo buon sangue tra quella
+signora e suo fratello, il povero conte... Ma ora,
+dinanzi a una disgrazia!... Deve essere una strana
+signora, a quanto me ne diceva il conte. A ogni
+modo io le dovevo scrivere, e il mio dovere l’ho
+fatto. Ma intanto?...</p>
+
+<p>In uno di questi momenti, in cui don Cornelio
+se ne stava col capo in mano, vennero a scuoterlo,
+spalancando l’uscio con l’aria festosa, la signora
+Angelica e Cristina.</p>
+
+<p>— Oh, eccovi qua. Una lettera, una lettera!</p>
+
+<p>— Una lettera da Milano? Date qua, date qua.</p>
+
+<p>— C’è di meglio! — ripigliava la signora Angelica. — Ne
+conosco la mano di scritto... è una
+bella improvvisata! È una lettera d’Enrico!... Oh,
+guardate un po’, che quasi avete l’aria di non
+esser contento!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span></p>
+
+<p>— Contento, contentissimo, ma date qua... lasciate
+vedere, innanzi tutto, se è proprio lui; e
+poi vediamo se vi siano cose che possano interessar
+voi altre.</p>
+
+<p>— Vuol che la legga io! — saltò su Cristina
+vedendo che don Cornelio non trovava gli occhiali.
+Ma poi le parve che le gote le si facessero
+di fiamma, e si tirò un pochino in disparte.</p>
+
+<p>Don Cornelio, fattosi vicino alla finestra, cominciò
+a leggere la lettera, parte a voce alta,
+parte tra sè, inciampandosi qua e là, e pigliandosela
+con lo scritto quando c’erano dei punti
+su cui voleva sorvolare.</p>
+
+<p>— Oh, questa è nuova! una lettera scritta con
+la matita... e che scarabocchi! sfido io a capire...
+Dunque dice che scrive mentre viaggia in strada
+ferrata appena passate le Alpi... per farci aver
+subito le sue nuove e per... cosa mai dice qui?</p>
+
+<p>— Oh, come ci fate penare! — esclamò la signora
+Angelica.</p>
+
+<p>— <i>Le belle Alpi... la bella luna... ma il mio
+cuore</i>.... Le Alpi e la luna mi interessano poco,
+guardiamo se ha fatto buon viaggio. Ah, ecco,
+l’importante. Dice dunque che sta benissimo, che
+appena sarà arrivato in Inghilterra, cioè tra un
+paio di giorni, ci scriverà di nuovo e subito,
+e che....</p>
+
+<p>— E che? — saltò su Cristina.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span></p>
+
+<p>— <i>E spero che i miei progetti, il mio sogno</i>... sapete
+bene, la speranza, vuol dire, d’aver presto un
+certo impiego, un buon posto nei nostri paesi...
+poi saluta tutti....</p>
+
+<p>— Ma leggete dunque! — saltò su quasi impazientita
+la signora Angelica.</p>
+
+<p>— Eh, abbiate pazienza: <i>Vi saluto tutti, con
+tutto l’affetto del mio cuore. Amatemi tutti, come
+io vi amo; non dimenticatemi, e ve ne sarà grato
+anche colui che ci ha lasciati nel dolore ma che ci
+guarda di lassù</i>... — Don Cornelio, a cui gli occhi
+cominciavano ad appannarsi, ripiegò la lettera,
+e si mosse per sviare la commozione. Fece
+due passi, e si trovò dinanzi a Cristina che lo
+guardava con due begli occhi pieni di lacrime e
+di una luce insolita. Ci fu un momento di silenzio;
+poi Cristina, radunate tutte le sue forze,
+esclamò: — No, non lo dimenticheremo mai... il
+mio buon fratello... nevvero don Cornelio? — Ma
+non potè dir di più, e diede in uno scoppio di
+pianto.</p>
+
+<p>Don Cornelio non trovò parole in quel momento
+da rispondere a Cristina; e, appena potè,
+la lasciò, e scese nell’orto col breviario sotto il
+braccio, rannuvolato più di prima. A desinare
+mangiaron tutti di malavoglia, e un po’ più in
+fretta del solito. La signora Angelica or guardava
+don Cornelio, or guardava Cristina, e le
+<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
+pareva, in cuor suo, che il giorno in cui era arrivata
+una lettera d’Enrico avrebbe dovuto essere
+un giorno un po’ men triste del solito; ma
+non osò dirlo, perchè da qualche giorno era anche
+un poco in diffidenza di sè medesima, dacchè
+non le riusciva di indovinarne una.</p>
+
+<p>Anche la notte non fu per don Cornelio apportatrice
+di consiglio, come ne ha la riputazione.
+Il nostro curato sentì l’una dopo l’altra
+tutte le ore che sonava l’orologio del suo campanile,
+e quelle che da lontano venivano ripetute
+dagli altri campanili della valle. E intanto
+non gli riusciva d’uscir dal circolo tormentoso
+de’ suoi pensieri, ed era sempre lì alla stessa domanda:
+“Cosa si fa? Cosa si fa, ne’ miei panni,
+per essere buono a qualcosa, per far qualcosa di
+bene in mezzo a tanti brutti impicci? E dire che
+non siamo che al principio! De’ guai poi ne avrò
+anch’io la mia parte... perchè si dirà ch’ero l’amico
+del conte Maurizio, che dovevo saper tutto;
+e torceranno il muso anche al loro vecchio curato,
+il quale, povero diavolo, non ce ne ha proprio
+nè colpa nè peccato. E quante ne dovrò
+sentire sul conto del mio povero amico quando
+si comincerà a sfilar la corona!... Ma non è qui
+tutto. Con questa figliola e con quel giovanotto
+come la facciamo? perchè, anche a non averci
+la pratica in certe faccende, si vede che andiam
+<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
+di galoppo?... Lui spera d’aver l’impiego, di tornar
+presto... ma se l’andasse per le lunghe, o se
+andasse tutto in fumo? Oh, è un bell’impiccio! un
+bell’impiccio!„</p>
+
+<p>E le ore sonavan da capo. Suonò finalmente
+anche l’avemmaria del mattino, e don Cornelio alzatosi,
+e detta la messa, andò a visitar qualche
+malato lontano, su per la montagna, soli lui e
+<i>Ugolino</i>, e girò più che potè fin dopo il meriggio.
+Le gambe lo riconducevano a casa di mala
+voglia. Il suo campanile, la sua casetta, e i suoi
+terrazzani, che di solito, solo a vederli, lo facevano
+diventar tutto gioviale, ora li avrebbe voluti
+scansare, come se avesse una colpa da nascondere.
+Capiva che non era quello il momento
+di giustificare il conte Maurizio, e gli piaceva
+intanto di parer quasi un colpevole anche lui pur
+di far causa comune ancora col suo povero amico.</p>
+
+<p>Nel tornare in paese rivide quei capannelli
+che da parecchi giorni se ne stavan piantati per
+le strade d’Orobio; ma gli parve questa volta
+che le facce fossero come più allegre, e che si
+discorresse ancora di cose grosse, ma non tenebrose,
+come nei giorni innanzi. Quando poi
+fu vicino a casa, allora dovette proprio accorgersi
+che c’eran delle novità, e che qualche buon vento
+aveva rasserenato il cielo torbo di prima. La signora
+Angelica se ne stava sulla porta di casa
+<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
+a aspettare don Cornelio, e appena lo vide gli
+fece dei segni di gioia, sventolando un fazzoletto,
+come a dire che tutto era in festa, e che bisognava
+correre. Dietro lei, c’era Cristina tutta
+sorridente, ma con gli occhi rossi. Don Cornelio
+in due salti fu sulla soglia di casa. — Cosa
+c’è? Dite su, cosa c’è? — Ma la signora Angelica
+che, sapendone questa volta di più di lui,
+voleva far sentire un pochino la propria importanza,
+non aprì bocca finchè non furono in casa,
+e non ebbe chiusi l’uno dopo l’altro tutti gli usci.</p>
+
+<p>— Ah, siete qui finalmente, — prese a dire la
+signora Angelica ansando come se venisse di
+lontano anch’essa. — Se sapeste che notizia!...
+Ma dove siete stato? son tre ore che v’aspettiamo.</p>
+
+<p>— Dite su, dite su!</p>
+
+<p>— Se sapeste che notizia! E voi che ve ne
+stavate colla faccia lunga....</p>
+
+<p>— Ma insomma, si può sapere...</p>
+
+<p>— E che vi lasciavate andare a quel modo!...
+Perchè anche ieri non avete mangiato... oh vi ho
+veduto.</p>
+
+<p>— Ma dunque?</p>
+
+<p>— Eh, abbiate pazienza, non si può dir tutto
+in una volta. Insomma, c’è... oh, lo dico sempre
+io che c’è tanta buona gente! Se aveste veduto
+che buon signore è stato qui a domandare di voi!...</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span></p>
+
+<p>— Di me? un signore?</p>
+
+<p>— Sentirete, sentirete... un buon signore vestito
+tutto di nero... con quel bel fare... con quell’unzione...
+proprio come il segretario di monsignor
+vescovo! ve lo ricordate?... Ebbene, questo
+signore viene... indovinate un po’? viene a pagare
+i de.... — E cacciò subito indietro la parola
+vedendosi lì vicino Cristina, — viene, insomma,
+per accomodare queste faccende che ci
+accorano... per accomodarle tutte!</p>
+
+<p>— Aveva una lettera per me?</p>
+
+<p>— Altro che lettera! Bisognava sentirlo....</p>
+
+<p>— E v’ha detto?...</p>
+
+<p>— Cioè, a me non ha detto niente, ma a quest’ora
+tutto il paese lo sa!</p>
+
+<p>— E questo signore si chiama...?</p>
+
+<p>— Il nome non ce lo disse, — saltò su Cristina
+venendo in aiuto della signora Angelica. — Cercò
+di lei, don Cornelio; disse che sarebbe
+tornato, che portava una gran buona notizia, volle
+veder me....</p>
+
+<p>— E non aveva nessuna lettera?... Oh l’avrà
+avuta, l’avrà avuta!</p>
+
+<p>— E tutto il paese la conosce a quest’ora la
+buona notizia, — continuò la signora Angelica. — Furon
+qui più che cento persone... cioè, non
+proprio cento, ma almeno otto o dieci, a dire che
+questo signore è arrivato fin da ieri sera, che ha
+<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
+parlato con parecchi, che s’è informato di tutto,
+e che accomoderà ogni cosa.</p>
+
+<p>— E non v’han detto chi lo manda? Non v’han
+detto che avesse una lettera?</p>
+
+<p>— Ma non vi basta? Oh che benedett’uomo!
+E la signora Angelica, per la prima volta in
+vita sua, stava per perdere la pazienza. Quando
+a un tratto e in tutta furia, entrò il sindaco; il
+quale piantatosi dinanzi a don Cornelio, col cappello
+in capo e con la faccia scura, cominciò con
+un: Dunque?</p>
+
+<p>— Dunque? — ripetè il curato. — Mi dica,
+mi dica subito, perchè io non ne so niente.</p>
+
+<p>— Come niente? Un affare così importante, e
+non saperne niente! Ma già può cascare il mondo
+che loro preti... Loro preti già son tutti uguali...</p>
+
+<p>— Può darsi; ma intanto me le dica subito lei
+queste novità, perchè son sulle spine.</p>
+
+<p>— Ah, non ne so nulla nemmeno io; ero venuto
+per l’appunto a sentire.</p>
+
+<p>— Oh, quest’è nuova, e se la piglia con me!</p>
+
+<p>— Sicuro, perchè lei finirà a farmi qualche
+imbroglio, come fanno sempre loro preti. Lei è
+l’uomo della buona fede, e ci cascherà. Si butterà
+in braccio di costui, che sarà un qualche
+furbacchione, un qualche collo torto che la menerà
+per il naso....</p>
+
+<p>— Lei gli ha parlato?</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span></p>
+
+<p>— Non l’ho neanche veduto, ma non importa.
+Ho le mie informazioni. È un uomo magro, con
+un soprabito lungo, che parla tenendo una mano
+nell’altra, che ha un cappello a tuba... Insomma,
+non se ne fidi, la pigli larga... Ma già lei farà
+tutto all’opposto, perchè in fatto di ostinazione,
+loro preti.... — E intanto che il sindaco diceva
+così, la signora Angelica chiamava Cristina, e si
+tirava in disparte, come di solito quando parlava
+il sindaco, per non udir cose che la scandolezzassero.</p>
+
+<p>A interrompere il battibecco, tra il sindaco che
+continuava a pigliarsela con i preti, e don Cornelio
+che perdeva la pazienza, venne la serva annunziando
+in tutta furia ch’era tornato quel signore,
+e che domandava di don Cornelio.</p>
+
+<p>— Che venga subito... cioè vengo io... no, conducetelo
+in saletta... non fatelo aspettare, fate
+presto.... — E nel dir questo, don Cornelio cercava
+di assettarsi i panni in dosso alla meglio,
+e di spolverarli in fretta con le mani. Il sindaco
+s’era abbottonato fino al bavero, e aveva calato
+il cappello sugli occhi come un congiurato, sul
+teatro, sorpreso dagli sgherri. La signora Angelica,
+tenendo Cristina per mano, correva per
+di qua e per di là, e non sapeva da qual parte
+uscire. Intanto il forestiero annunziato dalla serva
+era comparso sull’uscio, col cappello in mano,
+<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
+facendo un inchino, e pronunziando un: <i>è permesso?</i>
+lungo e mellifluo come quello d’una madre badessa.</p>
+
+<p>Don Cornelio, dopo un lungo ricambio di complimenti,
+condusse il suo ospite nella saletta; e
+fece capire, con un cenno dell’occhio, al sindaco
+e alla sorella d’allontanarsi, intanto che andava
+richiamando alle convenienze <i>Ugolino</i>, il quale,
+dal canto suo faceva una pessima accoglienza al
+nuovo venuto, brontolando e mostrandogli i denti.
+Angelica e Cristina si ritirarono, dopo molte riverenze
+e molti inchini, che quel signore non finiva
+di ricambiare, accompagnandoli con lunghe
+occhiate piene di curiosità. Anche il sindaco se
+ne andò, ma senza salutar nessuno; poi si fermò
+in strada sulla porta a scambiar qualche parola
+con quei quattro curiosi che avevano seguìto il
+forestiero fin sulla porta di don Cornelio. Ma si
+trattenne poco; perchè, per dar a credere di saperne
+più degli altri, quando non se ne sa nulla,
+ci vuole che i colloqui sien brevi.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p>
+
+<h2>V.</h2>
+</div>
+
+<p>Con molto dispiacere della signora Angelica,
+che aveva il desinare bell’e pronto, il dialogo di
+don Cornelio col suo ospite durò quasi due ore;
+per cui, quando vide spalancar l’uscio della saletta,
+e uscirne il forestiero in atto d’accomiatarsi,
+la signora Angelica, che era fuori ad aspettare,
+fu un po’ meno complimentosa di prima. E
+si sarebbe anche arrischiata di dire, a mezza
+bocca, una qualche paroluccia di malcontento a
+suo fratello, se in quel punto non avesse notato
+un certo che, se non gli avesse vista una certa
+espressione del viso ben diversa da quella che
+s’aspettava. Don Cornelio era tutto acceso, e aveva
+i capelli un poco più scomposti del solito. Sulla
+sua faccia non c’era più, tutto intero, quel velo
+di malinconia e di malumore dei giorni prima;
+quel velo era rotto, ma rotto da un ventaccio
+burrascoso di quelli che lasciano de’ nuvoloni
+<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
+qua e là. Guai però se qualcuno gli avesse detto
+in quel momento ch’egli non pareva contentissimo!
+Sarebbe andato in collera.</p>
+
+<p>Come ebbe condotto il suo forestiero fino in
+strada, don Cornelio, nel tornare in casa, fregandosi
+le mani, e quasi saltellando, chiamò a tutta
+voce Cristina e Angelica, la quale intanto lo
+pedinava senza ch’egli se ne avvedesse: — Venite
+qua, venite a sentire; buone notizie! sicuro,
+una gran notizia! Ci hanno pensato Quello di lassù...
+e il tuo babbo. — E stretta Cristina nelle sue
+braccia, fece una lunga pausa, perchè intanto
+sentiva un nodo alla gola, e non poteva più
+parlare.</p>
+
+<p>— Eccoci; ma siccome il desinare è pronto da
+un pezzo, anzi è mezzo bruciato e mezzo freddo — disse
+la signora Angelica, — così ci racconterete
+tutto a tavola. Andiamo, andiamo.</p>
+
+<p>— Dunque? — riprese poco dopo la sorella
+del curato, intanto che scodellava la minestra.</p>
+
+<p>— Dunque, — cominciò don Cornelio, — è
+proprio vero quello che avete sentito anche voi.
+La Provvidenza ci ha pensato, e di tutti i guai
+che sapete non se ne parlerà più.</p>
+
+<p>— Oh, sia lodato il Cielo! Ed è quel bravo signore,
+non è vero? Oh, si capisce, ha un’aria
+così buona, così contrita....</p>
+
+<p>— Non se ne parlerà più. Insomma da questo
+<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
+lato c’è proprio da esser contenti. Sicuro che...
+queste patate, per dirne una, la Provvidenza non
+ce le manda bell’e fritte.... Aiutati che ti aiuterò,
+dice la Provvidenza... e quando per arrivare
+al bene c’è una qualche privazione, una qualche
+contrarietà da sopportare, bisogna aver pazienza
+e rassegnar visi di buona volontà!</p>
+
+<p>— Oh, sì, don Cornelio! qualunque privazione,
+qualunque pena, mi sarebbe cara se potessi far
+qualche cosa anch’io per la memoria del mio
+babbo, e per il bene di tutti! — esclamò con calore
+Cristina.</p>
+
+<p>Don Cornelio la guardò con un sorriso malinconico,
+e tacque a un tratto come chi ha perduto
+il filo del discorso.</p>
+
+<p>— Ma, insomma, non ci avete ancora detto
+niente! — esclamò di lì a poco la signora Angelica,
+facendosi poi subito tutta rossa per l’atto
+d’impazienza.</p>
+
+<p>— Ah, sicuro. Dunque dicevo... ma abbiamo
+tutto il dopo desinare per passeggiar nell’orto e
+per discorrere... una cosa dopo l’altra ve le dirò
+tutte. Quello che vi posso dire fin d’ora è che,
+nessuno, nè di quelli d’Orobio, nè di quelli di
+fuori, perderà un soldo. Saranno pagati tutti; nè
+palazzo, nè poderi non andranno all’asta!...</p>
+
+<p>Cristina volle fare un atto di esclamazione, ma
+non lo potè, e si asciugò in fretta gli occhi gonfi
+di lacrime.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span></p>
+
+<p>— Ed è quel signore che... — disse Angelica.</p>
+
+<p>— No, non è lui, ma abbiate pazienza!</p>
+
+<p>La signora Angelica era impaziente più di
+prima, ma non osò domandar altro. Osservò che
+il fratello mangiava più in fretta del solito, e
+che non s’era neanche accomodata la salvietta
+passandone un capo nel collare, come soleva.
+Era inquieta e in sospetto, ma si rassegnò ad
+aspettare la passeggiata nell’orto.</p>
+
+<p>— Quel signore che avete veduto si chiama il
+signor... — riprese don Cornelio dopo essersi alzato
+da tavola, e nell’avviarsi verso l’orto — il
+signor... aspettate, ve lo dico subito, ho qui il
+suo nome stampato sul biglietto di visita, come
+si usa in città. Ecco: <i>Zaccaria Valassina</i>. Ma chi
+raddirizza la barca non è lui, lui non è che il...
+non so come lo chiamino... insomma è l’incaricato,
+è l’amministratore della persona che verrà
+a mettersi al posto del povero conte Maurizio, e
+a tenere in piedi la casa.</p>
+
+<p>— E questo tale è?... — saltò su Angelica che
+non ne poteva più.</p>
+
+<p>— Questo tale... è una tale... ma abbiate pazienza,
+pigliamo le cose a una a una. Io non so
+se tuo padre — riprese dopo una pausa don Cornelio,
+facendosi vicino a Cristina, e avviandosi
+con lei per un vialetto dell’orto — ti abbia mai
+parlato d’una zia.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span></p>
+
+<p>— Sì, me ne ha parlato, — disse subito Cristina, — ma
+non me ne ricordo il nome. Nella
+camera del babbo, tra i molti ritratti sparsi sui
+tavolini ce n’è uno piccolo a colori, coperto da
+un vetro, e con una cerniera d’oro all’ingiro...
+Ebbene, quando domandavo al babbo, fin da bambina,
+di chi è questo ritratto? e gli facevo vedere
+il ritratto con la cerniera, il babbo mi rispondeva:
+“questo è il ritratto della zia.„</p>
+
+<p>— Non ti diceva altro?</p>
+
+<p>— No. Ah sì; mi diceva anche che si chiamava
+la zia Fulvia! — “E perchè non vien mai qui con
+noi la zia Fulvia?„ — domandavo al babbo; e il
+babbo mi rispondeva che abitava a Milano; poi
+una volta il babbo non mi rispose, e si fece triste.
+Non gliene domandai più nulla, e pensai che
+la zia Fulvia fosse morta.</p>
+
+<p>— Non è morta.</p>
+
+<p>— Sia lodato il Cielo, — esclamò la signora
+Angelica che aveva seguito, a un passo di distanza,
+il fratello e Cristina.</p>
+
+<p>— Dunque è la zia che viene a farci del bene?
+che ha mandato quel signore di poco fa?... E la
+zia verrà, anch’essa? Verrà presto?...</p>
+
+<p>— Sì, è proprio la zia — riprese don Cornelio — alla
+quale avevo scritto da parecchi giorni.
+Ma non l’ho mai veduta neppur io; non la conosco
+che di nome. E, guardate che combinazione.
+<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
+Ha anch’essa il mio cognome, si chiama Sacchi
+anche lei. Non te l’aveva detto il babbo?</p>
+
+<p>— No. Oh quante belle cose in una volta! Scriviamole
+subito tutte a Enrico... — esclamò Cristina;
+e la nuova commozione, risvegliandone altre, le
+fece sentire il bisogno, in quel momento, di gettarsi
+nelle braccia della signora Angelica.</p>
+
+<p>— Il nome è il medesimo, — continuò subito
+il curato per rimettere in carreggiata i pensieri
+di Cristina; — ma ci sono i <i>sacchi</i> vuoti, e i <i>sacchi</i>
+pieni. Io appartengo ai primi. Dunque, continuando,
+tua zia si chiama Sacchi, o per dir
+meglio, si chiama donna Fulvia d’Orsenigo vedova
+Sacchi. Suo marito è morto da parecchi
+anni, e l’ha lasciata senza figlioli.</p>
+
+<p>— Povera zia!</p>
+
+<p>— È naturale dunque ch’essa cerchi d’aver una
+figliola in te. Il Signore poi le ha mandato la
+buona ispirazione di mettersi al posto del tuo
+babbo in tutto, e di fare molte opere buone in
+una volta sola. La tua casa non andrà in mano
+d’altri; il buon nome di tuo padre resterà intatto,
+come meritava... tu avrai una seconda madre;
+vivrai con lei....</p>
+
+<p>— La zia dunque verrà qui? E io vivrò con lei
+ancora nella casa del babbo?</p>
+
+<p>— Sì, certamente... ma solo una parte dell’anno
+perchè tua zia vive lontano di qui... vive a Milano,
+come sai.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span></p>
+
+<p>— A Milano? E dovrò starci molti mesi dell’anno
+a Milano? — chiese Cristina facendosi
+tutta pensierosa.</p>
+
+<p>— Non lo so di preciso, ma so che passerai
+molti mesi anche a Orobio, perchè quel signore
+di poco fa m’ha detto che donna Fulvia ha bisogno
+dell’aria delle nostre montagne; che a
+Orobio quindi ci vuol star molto, che ci vuol
+fare tante belle cose.... Insomma, capisco, lo staccarsi
+dai paesi che ci han veduto nascere, non è
+mai una cosa allegra; ma, l’hai detto anche tu
+che una qualche privazione l’avresti sopportata
+volentieri!... Or vieni qua, ragioniamola un poco. — Ma
+intanto Cristina piangeva dirottamente nelle
+braccia della signora Angelica, la quale in quel momento
+non aveva proprio l’aria di darle dei conforti.</p>
+
+<p>Don Cornelio, a poco a poco, riuscì a tranquillarla,
+e a continuare il suo discorso, fino a dirle
+che la zia aveva dato incarico a quel signore,
+di condurla a Milano subito subito, magari in
+quel giorno se fosse stato possibile.</p>
+
+<p>— Ma qui poi — si affrettò a soggiungere don
+Cornelio, — ho voluto comandare un poco anch’io.
+Condurre Cristina dalla zia sta bene, ma
+voglio condurla io! Eh, ci sono già stato una
+volta io a Milano! Quanto poi al subito... un
+paio di giorni almeno ci vogliono per disporre
+le nostre cosucce....&nbsp;—</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span></p>
+
+<p>E così, con un poco di diplomazia, don Cornelio
+aveva anche fatto capire a Cristina che
+bisognava partire tra due giorni.</p>
+
+<p>La passeggiata nell’orto e la conversazione
+durarono fino al tramonto. Fu una conversazione
+però in cui Angelica e Cristina ci misero poco
+del proprio. Ma don Cornelio, passato l’impiccio
+del cominciare e del venire alla conclusione,
+aveva riavuto il fiato; e tirò via per un pezzo
+coi commenti, con le considerazioni, e con tutto
+quello che potè raccapezzare pur di discorrere
+e di distrarre Cristina. Ormai l’impiccio era quello
+del finire; ma ci pensò la campana dell’avemmaria
+a chiamarlo in fretta per varie cosucce del suo
+dovere.</p>
+
+<p>Il giorno seguente fu una gran giornata non
+solo per i nostri personaggi, ma per tutti gli
+abitanti del nostro paesello. Anche in tutta la
+vallata non si parlava che degli avvenimenti
+d’Orobio. Un gran signore, — come dicevano i
+più, — un conte, un milionario, veniva a dipanar
+la matassa del conte Maurizio; ma questo
+era il meno; veniva a rifar casa Orsenigo, a piantarsi
+in Orobio, e a farci cose grandi. Anzi, c’era
+già venuto, dicevan altri, e lo si era veduto lui
+in persona, con la roba, e coi milioni. Tutte queste
+maraviglie venivan già accolte, fuori d’Orobio, con
+un tantino d’invidia, e con una cert’aria d’incredulità,
+<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
+appunto perchè le credevano. Il signore
+che faceva tanto parlare di sè, e che per
+scambio era creduto dai più il nuovo benefattore
+d’Orobio, non era altro, come ognun vede, che il
+signor Zaccaria Valassina, il ragioniere della zia
+di Cristina. E il signor Zaccaria, compiacendosi
+moltissimo di vedersi tanto ossequiato, e osservato
+con tanta curiosità, ricambiava gli omaggi
+or con quel risolino compiacente che di solito
+teneva in serbo per donna Fulvia, or con quella
+sostenutezza dignitosa che assumeva davanti a
+un debitore moroso. La gente che gli andava dietro
+per strada, e che l’aspettava per vederlo passare,
+non guardava tanto per il sottile, e si persuadeva
+sempre più che il milionario era proprio
+lui. I pezzi grossi d’Orobio avevano ben risaputo
+com’eran le cose, ma non le lasciavan intendere
+che a metà; perchè intanto non dispiaceva
+loro che quel forestiero, col quale la gente
+li vedeva girare per il paese, e con una certa
+domestichezza, fosse tenuto in conto d’un gran
+personaggio.</p>
+
+<p>La contentezza e le speranze di quelli d’Orobio
+ingrandivano talmente d’ora in ora, che il
+sindaco non osava, questa volta, crollare il capo
+come faceva di solito quando gli davano una
+buona notizia. Si teneva in disparte; e, per crollare
+il capo, andava da don Cornelio. Ma don
+<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
+Cornelio, dopo quel primo turbamento che gli
+abbiam visto, aveva cacciati a uno a uno certi
+pensieri molesti, e aveva finito con l’aprire il
+cuore anch’esso alla gioia e alle speranze. L’aveva
+aperto però così da poco, che le crollate di
+capo del sindaco gli richiamavano subito i suoi
+dubbi, e quindi gli facevan perdere tanto più la
+pazienza. Ogni volta dunque era una gran baruffa.</p>
+
+<p>— È inutile; quando non può rodersi il fegato...
+per lei la va male! — gridava don Cornelio. — Che
+gusto ci trova? A quel po’ di bene che capita
+a questo mondo facciamogli almeno un po’
+di buon viso! Ma no, lei ha bisogno di veder
+male, e sempre male. Oh che mondo noioso sarebbe
+il suo!</p>
+
+<p>— Si diverta pure, don Cornelio, si diverta
+pure col suo bel mondo color di rosa!... Ma già
+per loro preti....</p>
+
+<p>— Per noi preti la va sempre bene! vuol dir
+lei. Oh, la va benone! Siamo proprio in tempi....
+Basta, basta, non mi faccia dire qualche sproposito.</p>
+
+<p>— Non è questo che volevo dire. Volevo dire
+che loro preti o sono di mala fede, e allora non
+parliamone; o sono di buona fede, e allora sono
+come lei....</p>
+
+<p>— Credenzoni! Vada pur avanti....</p>
+
+<p>— Non dico questo.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span></p>
+
+<p>— Lo dice sempre!</p>
+
+<p>— Di troppa buona fede! ecco quello che volevo
+dire. Mi potrebbe forse negare....</p>
+
+<p>— Neghi lei invece, se può, con quel suo veder
+sempre nero quante e quante volte non ha
+dovuto confessare....</p>
+
+<p>— E quante volte lei non ha dovuto picchiarsi
+il petto per la sua troppa buona fede! Basta,
+staremo a vedere. Io non l’ho sentita mai neanche
+nominare questa sorella del conte Maurizio;
+ma se lei la conosce.... — E qui don Cornelio si
+impazientiva ancora di più; voltava le spalle al
+sindaco, e andava in cerca di un altro che gli
+venisse in aiuto coi ragionamenti del buon umore
+e della speranza.</p>
+
+<p>Don Cornelio era tornato alle abitudini d’una
+volta. Sebbene fosse tutto in faccende, pur si fermava
+volentieri a discorrere ne’ crocchi in strada,
+e s’era fin lasciato vedere la sera nella bottega
+dello speziale. Facce di cattivo umore, di quelle
+che conturbavano tanto don Cornelio, non se ne
+incontravano più. Tutti facevan festa al curato
+come prima, e più di prima; tutti lo tempestavano
+di domande, di congratulazioni, e perfino
+di ringraziamenti. Egli cercava bene di schermirsene
+e di metter le cose in chiaro; ma era
+inutile; per cui sorridendo finiva a conchiudere
+tra sè: “Prima non ne avevo colpa, adesso non
+<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
+ne ho merito; ma le partite non foss’altro son
+pareggiate.„</p>
+
+<p>E Cristina? Quante commozioni, quanti nuovi
+pensieri eran venuti in pochi giorni a darle nell’anima
+la prima battaglia della vita! Cristina
+aveva diciassett’anni; ma questi anni, passati
+lontani da ogni rumore del mondo, nella vita
+semplice della casa paterna e del suo paesello,
+eran stati per lei anni d’una fanciullezza prolungata.
+Ora gli ultimi fatti, la morte di suo
+padre, quelle disgrazie che aveva cercato di capire
+nell’angoscia degli altri, il ritorno e la partenza
+d’Enrico, la chiamata della zia X......,
+tutte queste cose eran venute a svegliare e a
+dischiudere la sua anima come un fiore su cui
+scenda un improvviso e cocente raggio di sole.
+E quanto c’era in quell’anima, è inutile dirlo,
+aveva subito data, sulle ale di que’ diciassett’anni,
+una corsa veloce per le mille strade della fantasia.
+Chi sa per quelle strade, in qualche punto più lontano,
+quanto sole e quanti fiori non ci avrà trovati,
+senza volerlo, Cristina! Lo si capiva, lo si vedeva.
+Ma poi, a un tratto, essa chinava gli occhi, come
+sorpresa da un rimorso pensando alla sua recente
+sventura, e ricadeva nella mestizia di prima.
+Allora i bei paesi lontani a cui ritornava la rivedevano
+ora agitata da un’inquietudine vaga o
+da vaghe paure, or nell’attitudine rassegnata dello
+<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
+sconforto e del dolore. E nella via del dolore l’immaginazione
+riaccesa le figurava tutta una missione
+di sacrifici, di doveri difficili, di atti generosi;
+e Cristina si fermava su questi nuovi pensieri
+con entusiasmo, e con una certa vigoria
+d’animo ch’era tanta parte di lei. Ci si fermava
+fino a che quei dolori ideali le riconducevano il
+pensiero a un dolor vero, alla memoria del babbo;
+e allora dava in un scoppio di pianto.</p>
+
+<p>Cristina sorpresa, impaurita dai nuovi pensieri
+che l’assalivano e si succedevano più forti alle
+volte della sua volontà, sentendo in sè stessa
+qualche cosa che la rendeva diversa di prima,
+cercava di non lasciar scorgere la sua commozione;
+e avrebbe voluto nascondersi perchè sentiva
+montar le fiamme alla faccia se qualcuno levava
+gli occhi sopra di lei. Ma di tutto ciò,
+non c’era nessuno in quel momento che se n’accorgesse.
+Don Cornelio era distratto; anche in
+lui c’era un contrasto di pensieri nuovi e di pensieri
+vecchi. L’animo suo, facile alla speranza, e
+l’antico suo buon umore avevan delle lunghe rivincite;
+ma poi c’era qualche dubbio da scacciare,
+e allora bisognava uscir di casa, chiacchierare
+con qualcuno per strada, e ricevere da chi passava
+quelle tali congratulazioni.</p>
+
+<p>La signora Angelica invece non parlava, non
+rispondeva a nessuno, dicendo tutt’al più che
+<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
+non ne aveva il tempo, ma che era tanto contenta.
+E intanto che diceva così, le scendevano,
+di sotto agli occhiali, de’ grossi goccioloni che cadevan
+sulla biancheria e sui vestiti di Cristina,
+nel baule, dove li andava riponendo con molta
+attenzione e con un’arte paziente.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span></p>
+
+<h2>VI.</h2>
+</div>
+
+<p>Don Cornelio, dopo le sue famose camminate
+del quarantotto, de’ viaggi non ne aveva fatti
+più; non era andato neanche più in là del capoluogo
+della provincia. Ora il dover partire, così
+tutt’a un tratto, per Milano, nientemeno! e senz’aver
+avuto il tempo di pensarci su, era stato un
+scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi
+della partenza, per di più, non erano andati così
+lisci da riconciliarlo coi viaggi.</p>
+
+<p>Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la
+sorella. La signora Angelica, all’annunzio della
+partenza di Cristina e del fratello, era stata tutta
+compresa, oltre che dalla commozione, anche dal
+pensiero che il suo curato dovendo presentarsi
+in una casa di gran signori, e in Milano, non vi
+dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi.
+Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone,
+di cui teneva lei gelosamente la chiave, e
+dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi di
+<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
+vestiario ancor nuovi aspettando una occasione
+straordinaria. Angelica andò difilato ad aprire il
+cassettone, girò la chiave coi dovuti riguardi...
+impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò
+gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era
+più nulla, tutto era scomparso! Angelica, a cui
+non eran nuove queste sorprese, non si perdette
+in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole.
+In altre circostanze consimili si era contentata
+di brontolare, o di mandare qualche lungo
+sospiro di rassegnazione; ma questa volta andò
+proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse
+a cercare suo fratello per dirgli di santa ragione
+il fatto suo. Il colpevole, il solito colpevole di
+questi furti domestici, era proprio don Cornelio;
+il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava;
+rubava la propria roba e con un’arte matricolata
+ch’era la disperazione della sorella. Ogni tanto
+eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato
+che non aveva da coprirsi..., don Cornelio
+aspettava che la sorella fosse uscita di casa, poi
+quatto quatto frugava per le stanze, apriva un
+armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche
+capo di vestiario, lo nascondeva sotto la veste,
+e via. — Ah, quel benedett’omo, quel benedett’omo! — esclamava
+Angelica quando se
+ne spassionava con qualche amica. — Me lo dicesse
+almeno! Della roba smessa, de’ cenci per i
+<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
+poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor
+no! Se c’è un capo novo si può esser sicuri che
+mi piglia proprio quello! E di tutto piglia; lenzuoli,
+coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E
+pretendeva che una volta, nella fretta
+del rubare, il curato le avesse fatto sparire anche
+una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla
+con una nuova. La ramanzina questa volta
+fu delle più solenni, e non fu breve. Don Cornelio
+se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi,
+come chi riconosce il proprio fallo.</p>
+
+<p>Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere
+alla signora Angelica gli abiti scomparsi,
+così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello
+scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva
+più. A togliere d’imbarazzo don Cornelio capitava,
+è vero, ogni minuto qualcuno; ma o eran de’ seccatori
+che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina
+che tirandolo in disparte, aveva un qualche
+nuovo ammonimento da dargli sul modo di comportarsi
+e di parlare con donna Fulvia. Allora
+gli pareva meno male di rimandarli tutti in santa
+pace, con le buone e presto. Ma appena se n’erano
+andati tornava a sentir la voce della sorella
+che, in un canto della stanza nel preparargli la
+sacca, andava brontolando da sè, ma in tono di
+rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare
+a Milano coi calzoni usati, e col panciotto
+<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
+sfilacciato... bella figura! cosa diranno i Milanesi? — E
+don Cornelio, per confortarsi, brontolava
+da sè alla sua volta: “Quando metterò
+il piede sul predellino della vettura, oh! sarà un
+gran bel momento!„</p>
+
+<p>Ma fu meno bello anche quel momento. — Che
+soprattutto nessuno sappia l’ora della partenza! — aveva
+detto risolutamente don Cornelio; ma a
+vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto
+per dargli il buon viaggio, e per salutar
+Cristina; chi per curiosità, per vedere come si
+faceva a partir per Milano; chi per dargli una
+lettera da ricapitare; chi per dirgli di salutar
+qualcuno caso mai l’incontrasse per strada. C’era
+il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi,
+tutti insomma; non ci mancava che il dottore,
+perchè c’era in campagna un branco di pernici
+che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava
+pur risponderla a tutti; bisognava far
+coraggio a Cristina e alla sorella, che piangevan
+nell’andito della casa, e non si decidevano a passar
+la soglia: e bisognava anche darla a intendere a
+Ugolino, che non sapeva capacitarsi di dover restare
+a casa. Il momento della partenza durò
+quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente
+e poi rassegnato, andava dicendo tra sè e
+sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh
+quello sì sarà un gran bel momento!„</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span></p>
+
+<p>Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva
+fare un’ora di strada per condurre a una borgata
+da cui poi partiva la diligenza, che in tre o
+quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e
+della sete del vetturino, arrivava allo sbocco della
+valle, dove c’era una stazione della strada di ferro.
+Quella prima oretta di viaggio in legno non passò
+male. Cristina s’era andata man mano rasserenando,
+e all’espressione piena di dolore di poco
+prima glien’era succeduta un’altra, ora pensierosa
+ora distratta, ora illuminata da qualche subito
+raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in
+cuor suo che le cose andassero meno male di
+quello che aveva temuto, cercava a proposito di
+tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole
+il nome dei paeselli di cui eran sparse le falde
+dei monti, e raccontandole qualche storiella del
+passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E
+siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà,
+si poteva scorgere da lontano un punto
+bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto
+nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere,
+raccontò anche a Cristina la sua famosa
+avventura, accompagnandola, in forma di soliloquio,
+con tutte quelle riflessioni ch’era andato
+mettendo insieme da quell’epoca in poi. — Se
+fosse ancora vivo quell’ometto!... oh, quest’era
+proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio,
+<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
+che andavo a fargli visita! Scommetto che
+m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui tutto in mente
+il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito
+anche di noi poveri preti, e certe cose che gli
+avrei voluto suggerire... a meno che non le avesse
+pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse
+anche fatte!...</p>
+
+<p>Anche Cristina dal canto suo viaggiava col
+pensiero, come don Cornelio, ma in tutt’altra
+direzione. Il cuore le si era messo a battere forte
+forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto,
+e su quella medesima strada, dove aveva
+veduto partire, pochi giorni prima, Enrico. Le
+era parso subito di voler bene al legnetto, al
+vetturino, alla strada, e a tutto quello che si vedeva.
+Avrebbe voluto, di tanto in tanto, ripensare
+alla zia da cui era aspettata, e alla signora
+Angelica che aveva lasciata tutta in lacrime;
+ma il pensiero era inchiodato lì; e se pigliava
+il volo era per andarsene al bel paese smagliante
+di luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire
+che la sua mente illuminava di presentimenti
+felici e di trepide speranze.</p>
+
+<p>Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci
+fosse stata proprio ricondotta dal legnetto, perchè
+come l’ebbe lasciato, e si trovò nella diligenza,
+quell’espressione luminosa del suo viso si
+intorbidò, e a poco a poco scomparve sotto un
+<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
+velo fitto di malinconia. Don Cornelio se ne accorse,
+e avrebbe voluto ricorrere da capo alla
+parlantina a cui dava tutto il merito se le cose
+erano andate bene fin lì. Ma questa volta c’era
+un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due
+altri personaggi, che noi già conosciamo, don
+Innocente e don Prospero: e il nostro curato che
+non aveva voglia in quel momento d’attaccar
+discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa
+quante domande, dopo averli salutati e dopo aver
+scambiata qualche parola, s’era messo a legger
+l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni
+di curiosità, avevano continuato per un poco a
+guardare ora il curato, ora Cristina, scambiandosi
+delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi
+s’eran messi a discorrere sotto voce dei loro
+affarucci. Don Prospero parlava d’un contratto
+che andava a fare per l’osteria del <i>Pomo d’Oro</i>;
+poi faceva a don Innocente delle riflessioni sul
+palato dell’<i>avventore</i>; e gli raccontava la storia
+d’un vino che aveva preso il forte, il torbido e
+la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato
+così bene che l’<i>avventore</i> se l’era bevuto fino
+all’ultimo bicchiere, e con che gusto! Un affarone!
+Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza,
+e approvava tutto con la solita compunzione;
+diceva d’esser venuto con gran piacere
+per fargli compagnia, per prendere una boccata
+<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
+d’aria... — “e per fare, se gli capitasse, una partita
+alle bocce in quattro„ — soggiungeva forse
+don Prospero in cuor suo.</p>
+
+<p>Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi
+le cose per un pezzo così; ma con la coda dell’occhio
+vedeva Cristina che tutta rincantucciata
+si faceva sempre più malinconica, e pareva presa
+da un grande accasciamento. Ripensò al rimedio
+della parlantina che gli pareva diventasse urgente
+oramai; chiuse il breviario, e si guardò
+intorno cercando un qualche pretesto per attaccar
+discorso. Intanto a Cristina gli occhi s’eran
+fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi goccioloni
+sul grembo. Don Cornelio allora non potè
+più tenersi, fece un ultimo sforzo, e dopo aver
+guardato dagli sportelli all’ingiro per la campagna
+diede a un tratto in una tal risata che fece
+spalancar gli occhi de’ suoi compagni di viaggio,
+e gli attirò più domande che non gliene occorressero.
+La conversazione così fu in un subito
+avviata.</p>
+
+<p>— È a quella svolta, nevvero, che si va alle
+Cascine Vecchie? — prese a dire don Cornelio,
+e continuava a ridere.</p>
+
+<p>— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma...
+eh, eh! ce n’è della strada per arrivarci!</p>
+
+<p>— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che
+mi rammenta le Cascine Vecchie mi fa subito
+<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
+ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno
+ben risaputa anche loro la mia avventura del
+croato! Come? no?</p>
+
+<p>— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi
+pare bene d’averla sentita raccontare... un gran
+pezzo fa....</p>
+
+<p>— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia!
+quanti anni.</p>
+
+<p>— A ogni modo me la dica... che forse la rammento.</p>
+
+<p>— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha
+a fare! e poi con le chiacchiere s’accorcia la
+strada.... Stammi a sentire anche tu, Cristina, ma
+poi non darmi la baia veh! come hanno fatto
+per un pezzo mia sorella e i miei amici d’una
+volta. Dunque... eravamo nel 1848, sulla fine di
+marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci
+facevan fagotto, e alzavano i tacchi in
+fretta e in furia, cacciati a schioppettate dalle
+città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi... quando,
+s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche
+giorno prima di partire come cappellano coi
+volontari della valle, ero venuto appunto fino alle
+Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni
+e con qualche prete, dei quali, poveretti! non
+ce n’è più uno al mondo. S’era venuti in tutta
+fretta insieme a dei signori della città, anzi nelle
+loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei
+<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
+prigionieri e dei feriti per le strade e nelle stalle
+de’ contadini. — “Ora che il barbaro è sconfitto
+per sempre„ come si diceva in allora
+“guai a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo
+alle Cascine Vecchie, e cosa vediamo? In un capannone,
+su poca paglia, stavan dieci o dodici
+poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati,
+che facevan pietà; e sulla strada, in mezzo a uno
+sciame di contadini, alcuni prigionieri legati come
+salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò
+subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero
+è sacro per il crociato italiano!... Ehi, mamelucchi,
+<i>volere mangiare?</i>... Qua, con me, andiamo dal
+fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi
+con gran cura nelle carrozze. — “<i>Io star ungherese</i>,„
+gridavano tutti questi poveri diavoli. — Andate
+là, andate là — si rispondeva loro; — l’italiano
+libero e indipendente non fa distinzione
+tra i poveri feriti!„ — In poco tempo furon tutti
+medicati alla meglio, rifocillati, e condotti via; a
+eccezione però d’un povero croato, lungo come
+un campanile, brutto come un demonio....</p>
+
+<p>— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse
+tra i denti don Innocente.</p>
+
+<p>— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano,
+non gravemente, ma aveva la cera cupa e malinconica
+più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva
+nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran
+<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
+compassione, e dissi: me lo prendo io. Fu un affar
+difficile sulle prime a addomesticarlo; non voleva
+lasciar vedere la ferita, non voleva bere,
+non voleva mangiare. Gli diedi un sigaro dicendogli
+pipa, per farmi capire, ma mi rispose con
+un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo,
+e glieli misi sotto il muso gridando forte: kreuzer,
+kreuzer; cominciò a capire, e se li prese. Insomma
+a poco a poco, e con una gran pazienza,
+lo persuasi che nessuno gli avrebbe fatto del
+male, che l’avrei fatto guarire, e che venisse di
+buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti,
+ed io ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada
+col mio croato, e a braccetto per di più, perchè
+il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo
+in città, allo spedale, ci volevano, a camminar
+piano, un par d’orette. Si va, si va... e dopo mezz’ora
+incomincia a piovere. Affretto il passo, e
+piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma
+eravamo al tramonto, il cielo si faceva sempre
+più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo ombrello,
+e presto eccoci, io e il mio <i>padre compagno</i>,
+bagnati, inzuppati, che ci si poteva spremere
+come due spugne. Quando Dio volle, trovammo
+un capannone per ricoverarci. Vi entrammo;
+e lì cominciai a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi
+il cappello, il soprabito e l’abito per farli
+asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise
+<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
+a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo
+meglio, in quella mezza oscurità, eran due occhiacci
+che mi guardavano fissi e che scintillavano
+come quelli d’un gatto.</p>
+
+<p>— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè
+don Innocente.</p>
+
+<p>— Quando a un tratto... dopo avere, per un
+minuto solo, voltate le spalle agli occhiacci, cosa
+vedo? vedo l’amico che pian piano se ne va
+coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli
+sono addosso... l’afferro appena fuori del capannone...
+ricevo uno spintone, e anche un buon pugno...
+Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui
+via, gridando: <i>paga Pio Nono!</i></p>
+
+<p>— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò
+don Innocente spaventato.</p>
+
+<p>— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva
+don Prospero, il quale aveva già fatto
+capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i
+particolari di quella storia.</p>
+
+<p>— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda
+chi può!... Povero don Cornelio!... Rientro nel capannone,
+mi guardo intorno con l’aiuto d’un fiammifero,
+e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto,
+e il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il
+cappello da prete, il mio nicchio! ma quella mattina
+m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi sarebbe
+piaciuto vederlo il croato col nicchio!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span></p>
+
+<p>Cristina cominciava a ridere.</p>
+
+<p>— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio
+freddo, pioveva dirottamente, a diluvio...
+ero in maniche di camicia....</p>
+
+<p>— E allora? — domandò Cristina.</p>
+
+<p>— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi,
+un’ora dopo, rientrare in casa (fortuna che
+abitavo fuori di città!) quatto quatto, dalla parte
+dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere
+in quel momento mia sorella, e un mio amico,
+un burlone per di più, che m’aspettavano!... L’avventura
+fu risaputa, e si pensi che ridere, che
+ridere se ne fece!</p>
+
+<p>Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di
+gusto perchè anche Cristina dava in scoppi di
+risa schietti, lunghi, che facevano in quel momento
+il più bel contrasto sulle sue gote pallide
+e ancor lucide per le lacrimucce di prima. Don
+Prospero, che non solo si rammentava dell’avventura
+narrata da don Cornelio, ma pretendeva
+di saperla anche meglio di lui, s’era messo a correggerla
+e a completarla con delle varianti udite
+al <i>Pomo d’Oro</i>, e delle quali rideva rumorosamente
+per proprio conto. Don Innocente, che
+aveva ascoltata la narrazione torcendo la bocca,
+ma facendole poi fare un sorriso stentato quando
+i suoi occhi si incontravano in quelli di don
+Cornelio, ora, tanto per prender parte alla conversazione
+<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
+anche lui, concludeva col dire che
+il caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo,
+come lo insegna il padre Candido Brugnolo,
+il croato avrebbe forse potuto fuggire...
+ma con gli abiti da prete, no di certo.</p>
+
+<p>La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente
+erano arrivati al paesello a cui eran diretti,
+e, salutati quelli che rimanevano, scesero
+a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto
+che veniva loro incontro dalla soglia d’una
+bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza tirò
+innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con
+la parlantina che gli era riuscita così bene fin
+lì; tirò innanzi più che potè, cercando con
+qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon
+umore di Cristina, finchè la diligenza arrivò in
+capo alla valle dove c’era la stazione della
+strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse
+e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco,
+e su cuscini che parevano imbottiti di piuoli, dovevano
+pur lasciare a Cristina e a don Cornelio
+una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo
+quelle ore! E don Cornelio non ne trovò più,
+per fare una buona risata schietta e di gusto.</p>
+
+<p>In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava
+a zeppo; tutte facce nuove; e i nostri due viaggiatori
+si sedettero accanto, un poco impacciati
+e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini
+<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
+che li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità
+e con l’eguale espressione sciocca, non ristavano
+dal contemplare il prete di campagna e
+la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e
+silenziosi per un paio d’ore fino a Milano. A quei
+curiosi però non badarono a lungo, perchè il filo
+dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli
+tutt’e due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato
+il filo dei pensieri ridenti, delle vaghe
+speranze, e di quei sogni che ricomparivano e
+sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette
+dorate. A don Cornelio invece era accaduto
+l’opposto; e sulla sua faccia allegra di poco
+prima eran comparse ora certe rughe che gli si
+vedevano soltanto quando aveva qualche pensiero
+che gli dava fastidio. La sua mente infatti
+era tutta concentrata in quel momento in un
+pensiero molesto; un pensiero che in quei giorni
+gli era venuto innanzi più volte, ma che l’aveva
+sempre rimandato perchè per i pensieri molesti,
+diceva, c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso
+che fosse proprio arrivato il momento di fermarcisi
+sopra. Don Cornelio pensava a quella signora
+a cui doveva presentarsi il giorno dopo;
+a quella signora cui doveva affidar Cristina, e
+dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il
+destino. Richiamava nella sua memoria quel poco
+che il conte Maurizio gliene aveva detto, e quel
+<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
+di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo l’amico
+suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su
+quel discorso, e passar volentieri a parlar d’altro.
+Si ricordava che il conte Maurizio e donna Fulvia,
+sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan
+più, non si scrivevano più; sapeva che tra
+loro non c’era buon sangue, ch’eran d’indole diversa,
+che non l’avevano mai pensata a un modo,
+che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano
+divisi sempre più; sapeva finalmente che una
+volta c’eran stati tra loro de’ grossi guai, e che in
+allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello
+la sua scomunica maggiore, dichiarando che
+non l’avrebbe voluto mai più rivedere. “Ed è
+proprio a quella signora„ pensava don Cornelio
+nel riandare questi ricordi “ch’io vado
+ora ad affidare la figlia del conte Maurizio!...
+Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è
+una provvidenza, questa, venuta proprio dal
+Cielo. E poi, che Cristina dovesse partir per Milano
+subito subito, è stata la prima condizione
+dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza
+di verbi imperativi!... Quel signor Valassina,
+che nessuno mi senta, non m’è piaciuto
+proprio punto. Potrebbe anche darsi che
+quel tanto di mala grazia melata, ch’era un
+gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo. Oh,
+lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se
+<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
+fa una così buona azione dev’essere anche una
+brava signora!... I suoi torti, e grossi, li deve
+aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi
+sa? a quest’ora si è pentita, e li vuol riparare.
+Questioni di puntiglio... questioni di carattere....„
+E qui don Cornelio si accorse di
+aver toccato un cattivo tasto, e si fece pensieroso
+più di prima. “Il carattere!„ riprese
+poi tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par
+cosa da poco il carattere? Certi caratteracci, per
+esempio, a doverseli godere, e peggio ancora
+a doverci star sotto.... Un carattere, per venire
+al caso nostro, col quale il conte Maurizio, che
+era tanto buono, non aveva mai potuto intendersela
+neanche da lontano, dev’essere un carattere...
+sul fare di quello del mio croato che
+a fargli del bene rispondeva a pugni.... Povera
+Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare!
+Perchè s’ha proprio da pensare al
+peggio? perchè rodersi l’anima fuor di ragione,
+senza costrutto, senza un motivo... come fa il
+nostro sindaco, tal quale... io che lo canzono
+sempre! Andiamo, andiamo... bando ai cattivi
+giudizi, e non pensiamo male del prossimo!...
+Che soprattutto poi Cristina non mi veda con
+la faccia scura, in questo momento; sarebbe capace
+di darmi in uno scoppio di pianto, qui,
+in mezzo a tutta questa gente... Non ci mancherebbe
+<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
+altro! Mi sta forse osservando... misericordia!„
+E mandò a Cristina un’occhiata alla
+sfuggita.</p>
+
+<p>Cristina dormiva tranquillamente.</p>
+
+<p>“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo
+don Cornelio rasserenandosi.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span></p>
+
+<h2>VII.</h2>
+</div>
+
+<p>Tra le istruzioni che il signor Valassina aveva
+date a don Cornelio, c’era anche quella di non condurre
+Cristina dalla zia la sera stessa dell’arrivo
+a Milano, perchè di sera donna Fulvia teneva
+conversazione. Doveva condurgliela il giorno seguente,
+a suo piacimento, purchè non fosse dopo
+il mezzogiorno, nè prima delle undici di mattina.
+Don Cornelio che voleva ripartire subito per la
+sua Cura, non era stato malcontento in cuor suo
+d’aver qualche ora per una giratina in città. Da
+quanti anni non vedeva Milano! C’era passato,
+l’ultima volta, tornando dal Piemonte in una
+giornata d’autunno del 1848. Che brutte giornate
+eran quelle! Com’era squallida e desolata Milano!
+La piazza d’armi era tutto un accampamento;
+sui bastioni non si vedevano che carriaggi, artiglierie,
+e barconi per ponti; nei giardini pubblici
+accampava un reggimento d’ussari; e nelle
+<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
+piazze o nelle corti di qualche palazzo abbandonato,
+drappelli di croati dormivan sulla paglia,
+o facevano il rancio....</p>
+
+<p>Figuriamoci ora come gli allargasse il cuore
+quel Milano senza croati! Aveva poi una gran
+curiosità di vedere gli abbellimenti e le cose
+nuove che s’eran fatte negli ultimi anni; abbellimenti
+e novità di cui aveva letto delle ampollose
+descrizioni su un giornale del capoluogo
+della sua provincia; un giornale che per fare la
+guerra al sindaco gli buttava in faccia ogni mattina
+le maraviglie di Milano. L’avrebbe fatto
+spianare Milano, quel sindaco! E dire che ogni
+tanto aveva dovuto mandare ai milanesi indirizzi
+e complimenti.</p>
+
+<p>Ecco dunque, di buon mattino, don Cornelio e
+Cristina in giro per Milano, ora fermandosi a
+bocca aperta, ora smarrendo la strada e domandando
+timidamente qualche indicazione a chi passava.</p>
+
+<p>Don Cornelio, per prima cosa, volle vedere la
+statua di Cavour, del suo amico Cavour, e rimase
+a contemplarla più che potè. “Un poco ingrossato,
+ma è lui!„ esclamava. “Con una carta in
+mano... proprio tal quale l’ho veduto quella mattina.
+Allora però aveva gli occhiali.... Eh! se ci
+fosse ancora! quest’è la volta ch’egli rivedeva il
+curato d’Orobio!„ Stette in contemplazione più
+<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
+che potè, ma il tempo incalzava; e voleva pur
+dare una capatina in Duomo, e vedere la Galleria.</p>
+
+<p>Ma lasciamoli girare in pace; e intanto che don
+Cornelio e Cristina fanno venir l’ora della visita,
+andiamoci prima noi da donna Fulvia, per vederla
+e per dirne qualcosa di più di quel che
+ne sapesse don Cornelio.</p>
+
+<p>Donna Fulvia, bisogna dirlo per sua giustificazione,
+era nata il giorno della battaglia di
+Waterloo. In quel giorno le Grazie atterrite da
+Marte non avevano potuto evidentemente occuparsi
+di lei; ed essa era venuta al mondo senza
+alcuno dei loro doni.</p>
+
+<p>Sua madre aveva avuto un bel predicare che
+la bellezza d’una fanciulla non consiste nelle forme
+più o meno aggraziate, o peggio ancora in un bel
+visetto, e che il bel viso non è la bellezza <i>vera</i>,
+ma un qualcosa di pericoloso, un qualcosa da
+fuggire. I giovanotti fuggivano, ma da sua figlia;
+preferivano la bellezza <i>falsa</i>, e Fulvia rimaneva
+senza marito. Questa diversità di opinioni
+aveva finito col lasciare nell’animo di Fulvia
+una viva amarezza, seguita poi da una rassegnazione
+astiosa, e dal disprezzo affettato per le gioie
+di questo mondo. Tutto ciò non era proprio fatto
+per darle in compenso quel dono di cui aveva
+tanto bisogno, il dono della gentilezza e della
+<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
+bontà. Un breve momento di serenità e di speranza
+lo ebbe nel quarantotto. Fulvia in allora
+aveva passata la trentina, ma i tempi erano così
+promettenti! Quell’amplesso universale, quella
+fraternità, diedero anche a lei un momento di
+fede in tempi migliori. Fece coccarde, fece fila
+pei feriti, fece cartucce; fu tutto inutile. Fratelli
+sì, ma mariti no. Dopo questo nuovo disinganno
+anche il malumore e la mala grazia fecero una
+nuova tappa; le comparve una prima grinza in
+viso, e quelle dell’animo non si contarono più.</p>
+
+<p>Fu poco dopo, che Fulvia incominciò a bisticciarsi
+anche col fratello Maurizio, mettendosi
+contro di lui che si ostinava a restar esule e a
+cospirare. La madre, la vecchia contessa, accigliata
+e severa forse fin dalle fasce, era compresa
+di orrore a veder suo figlio nella rivoluzione,
+tanto più quando la rivoluzione era vinta; e gli
+intimava ogni giorno un pronto ritorno a casa, e
+una pronta disillusione del passato. Fulvia intervenne
+in quel dissidio non coll’ulivo, ma con
+l’aceto. Si unì di rinforzo alla madre nei rimproveri
+e nelle maledizioni; pensò di guarire il fratello
+di quel malaccio dell’amor patrio, con una
+cura regolare di sarcasmi; e in punto a quella
+gran lotta che aveva sconvolto da poco mezza
+l’Europa, dichiarò, in quanto a lei, la propria
+alleanza definitiva coi vincitori. E figuriamoci se
+<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
+non doveva esser così! Intanto che trionfavano
+da capo tutte quelle cause perse di poco prima,
+trionfò anche la sua. Fulvia trovò marito. Quelli
+dunque eran davvero i tempi migliori, i tempi
+delle cause giuste! Il marito era un vedovo alquanto
+vecchino, brutto, e co’ suoi acciacchi, ma
+ricco; codino poi quanto ci voleva per rapire i due
+cuori in una volta, quello della figlia e quello
+della madre.</p>
+
+<p>Questo marito si chiamava semplicemente il
+signor Sacchi; ma Fulvia continuò a farsi chiamare
+<i>donna</i> Fulvia, e a non veder di malocchio
+che i suoi dipendenti la chiamassero, come prima,
+la contessina. Al diminutivo non badava in contemplazione
+del sostantivo. Neanche il signor
+Sacchi non era fatto per insegnar con l’esempio
+la tolleranza delle opinioni o la dolcezza del carattere.
+Le sue opinioni erano, come il baverone
+del suo soprabito, inaccessibili a qualsiasi novità:
+il suo carattere era duro come il cravattone
+in cui pareva affogato; e la sua vita era
+compassata e precisa come la sua parrucchina.
+Fulvia lo circondò del proprio rispetto e del proprio
+gradimento. Persuasa che gli affetti per esser
+veri dovevano esser rigidi, si persuase che
+il suo matrimonio era una perfezione. Convinta
+che bisognava uniformarsi alla volontà del marito,
+specialmente quando questa era anche la
+<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
+propria, fu del parere che in casa Sacchi non ci
+fosse nulla nè da togliere nè da aggiungere. Così
+incominciò la vita coniugale di donna Fulvia, e
+così continuò, finchè lo permisero gli avvenimenti,
+senza che vi fosse mutato un ette mai.
+Questa vita metodica, uniforme, che si conduceva
+in casa Sacchi si aggirava essenzialmente
+sopra tre perni: su un po’ d’opere, cioè, di beneficenza
+e di pietà, passate al vaglio di donna
+Fulvia; su una conversazione serale di ecclesiastici
+e di uomini di sussiego, passati al vaglio
+del signor Sacchi; e su una buona tavola, passata
+al vaglio di ambedue.</p>
+
+<p>Gli avvenimenti, che senza mutare di troppo
+la vita di donna Fulvia ne incresparono a intervalli
+la superficie dal giorno del suo matrimonio
+a quello in cui la vedremo noi, furono la morte
+di sua madre, la nascita d’una figlia e le sue
+nozze vent’anni dopo; poi la morte del signor
+Sacchi. Ora le era capitata la morte del fratello,
+che era una increspatura maggiore delle altre
+per aver dovuto chiamar Cristina.</p>
+
+<p>Alla morte del signor Sacchi, avvenuta già da
+parecchi anni, si poteva supporre che donna Fulvia
+concedesse un po’ di vacanza alla propria rigidezza.
+Ma fu tutt’altro; si fece rigida e angolosa
+per due. Raddoppiò, è vero, anche le opere
+buone; ed anzi come ebbe maritata la figlia, si
+<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
+diede tutta all’amor del prossimo, ma ad un
+amore che pungeva da tutte le parti. Si sarebbe
+detto che amare il prossimo fosse per lei una
+mortificazione come il digiunare.</p>
+
+<p>Le sue beneficenze erano molte, ma eran quelle
+che andavano rigorosamente a’ versi a lei. Anche
+i casi pietosi e le sventure dovevano essere
+di suo gusto; e se non lo erano, c’era da buscarsi
+una strapazzata a parlarne. Un errore del cuore
+la faceva montar su tutte le furie; un caso troppo
+commovente non lo voleva ascoltare; una disgrazia
+d’un genere nuovo non la ammetteva perchè
+superflua; una disgrazia non pensata da lei la
+riteneva impossibile. Ma se le beneficenze eran
+di suo gusto e le disgrazie di suo gradimento,
+allora principiava in lei lo zelo per il prossimo.
+Allora era tutta in faccende; promoveva collette,
+patronati, associazioni, opere pie; vuotava la borsa
+e visitava anche in persona i suoi afflitti e i suoi
+poverelli, ma soprattutto quando aveva una qualche
+lavata di capo da dare. La lavata di capo
+le pareva il condimento indispensabile della beneficenza.
+La vita di donna Fulvia, insomma, era
+tutta piena di opere caritatevoli; ma non era
+raro il caso che qualcuno esclamasse: oh se donna
+Fulvia fosse un po’ meno benefica!</p>
+
+<p>Un contrapposto completo di donna Fulvia era
+stato appunto suo fratello il conte Maurizio. La
+<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
+bontà era per lui un culto, l’indulgenza un dovere.
+Entusiasta del bene e d’ogni progresso,
+pieno d’una fede vaga nell’umanità, non c’erano
+inganni, o disinganni in cui fosse cascato, che
+avessero potuto scuotere la fermezza dolce e calma
+de’ suoi sentimenti. Il conte Maurizio non aveva
+fatto che sognare i tempi nuovi; e ogni sua gioia
+era nell’averli veduti; mentre donna Fulvia s’era
+messa a due mani per tenerli indietro, e non
+c’era riuscita. Per l’uno sarebbe stata una gran
+colpa il non averci, potendolo, avuto parte; per
+l’altra era un gran colpevole chi solamente gli
+aveva desiderati.</p>
+
+<p>Fermi e entusiasti ambedue, lui dolcemente,
+e lei duramente, non eran fatti per dimenticare
+mai nulla del passato, e per dirsi: “finiamola una
+buona volta.„ Quegli stessi avvenimenti domestici,
+dolorosi o lieti, che in casi simili sono spesso le
+occasioni del riconciliarsi, per loro due eran stati
+causa di nuovi urti e di nuovi dissapori.</p>
+
+<p>Da moltissimi anni non si vedevano più. Il conte
+Maurizio se ne crucciava, e sperava sempre che
+la luce dei nuovi tempi sarebbe penetrata anche
+nell’anima della sorella. Donna Fulvia aveva messo
+il cuore in pace; di suo fratello non voleva più sentir
+parlare, e tutt’al più lo raccomandava nelle proprie
+orazioni insieme ai traviati e ai naviganti in
+mare.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span></p>
+
+<p>Ora pur troppo, non le mancava più che di
+raccomandarlo coi poveri morti. Bisogna però
+dire che questa volta avesse capito che oltre di
+ciò, le rimanesse qualch’altra cosa da fare. C’era
+stata infatti la risoluzione di puntellare il patrimonio
+sfasciato del fratello, c’era stato l’invio
+del signor Valassina a Orobio, e la pronta chiamata
+di Cristina. “Questi son fatti, e sono una
+brava riparazione!„ concludeva tra sè don Cornelio,
+il quale intanto che girondolava per Milano,
+o guardava in su alle aguglie del Duomo, pensava
+continuamente alla visita che doveva fare tra
+poco a donna Fulvia. “Di puntigli e di ripicchi
+è pieno il mondo, ma poi vengono le disgrazie
+a darci di frego!... Però son proprio curioso
+di vederla questa signora zia... sebbene me la
+immagini... aspretta sì, ma nel fondo buona. L’umore,
+c’è da aspettarselo, non sarà dei più facili.
+Benedetto affare questo dell’umore! L’umor
+nero, imbroncito, che secca tanto a tutti, dovrebbe
+seccare anche a chi lo ha. Ma nossignori!
+C’è chi se lo tien di conto, e che ci gode!„</p>
+
+<p>L’affar dell’umore era l’ultimo punto scuro, l’ultimo
+dubbio che rimanesse a don Cornelio, per
+cui gli parve dover suo di dare a Cristina qualche
+ammaestramento sugli umori diversi della
+gente di questo mondo. E lo fece come furon tornati
+alla locanda, prima di avviarsi alla casa di
+<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
+donna Fulvia, non avendo voluto disturbare, durante
+la passeggiata, l’ammirazione di Cristina
+per le belle cose, tutte nuove per lei, che andava
+vedendo, e che le facevano esclamare ad
+ogni passo: oh mi par proprio di veder le scene
+d’una lanterna magica!</p>
+
+<p>— La t’è piaciuta la lanterna magica? Belle,
+nevvero, quelle scene!... Ora poi col diventar
+milanese, ne vedrai anche le figurine. Ma a queste
+poi ci dovrai guardare con attenzione, con
+prudenza, con giudizio, perchè quando si dice
+gente nuova, si dice umori nuovi, e se le persone
+son cento, son cento gli umori.... — Così don
+Cornelio un po’ scherzando, e un po’ sul serio,
+avviò quel discorso che gli premeva tanto, sugli
+umori del prossimo, tenendo a buon conto un
+po’ foschi i colori per tornare a Orobio senza rimorsi.
+Avrebbe voluto anche darle qualche altro
+avvertimento; avrebbe voluto, insomma, far le
+parti di un padre, e pigliare il posto del povero
+amico che sentiva rivivere in quel momento nel
+suo cuore; ma certi avvertimenti, certi consigli
+che gli venivan sulle labbra lo facevan titubare,
+e quasi arrossire. Non si sentì risoluto che nel
+richiamare ancora una volta a Cristina, a modo
+di conclusione, il grande benefizio che le faceva
+donna Fulvia.</p>
+
+<p>— Insomma... insomma, tu hai dei grandi doveri
+<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
+verso la zia, e lascia che te li ricordi ancora
+una volta. Pensa dunque a tutto il benefizio
+che la zia sta per fare a te, al nome di tuo
+padre, e al nostro paesello, al quale, non è vero?
+vogliamo tutt’e due tanto bene! Pensaci sempre...
+non dimenticartelo mai! Che se poi la zia... si
+sa, è innanzi negli anni... avrà le sue idee, le
+sue ubbie, sarà forse d’umor difficile... Ebbene
+cos’è mai?</p>
+
+<p>— Oh nulla, nulla — interruppe Cristina che
+incominciava a intenerirsi.</p>
+
+<p>— Dunque... se anche ci fosse della pazienza da
+esercitare, o un qualche sacrifizio da compiere....</p>
+
+<p>— Oh, lo giuro, lo giuro! lo compirò.</p>
+
+<p>— Così va bene! brava figliola, siamo intesi;
+torno a casa contento con la tua promessa, e non
+parliamone più.</p>
+
+<p>— Le scriverò, don Cornelio....</p>
+
+<p>— Ma sicuro! e io ti scriverò tutte le notizie
+di Orobio; oh vedrai che letteroni!</p>
+
+<p>— Con le notizie di tutti, nevvero?</p>
+
+<p>— E poi ci vedremo presto.</p>
+
+<p>— Oh crede che la zia mi condurrà presto a
+Orobio?</p>
+
+<p>— Credo di sì, a quanto ho saputo dal signor
+Valassina. Ma poi lascia fare a me, ne parlo
+subito con la zia, e me lo faccio promettere. Va
+bene? Oh sentirai.... E ora andiamo.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span></p>
+
+<p>— Mi saluti, tanto tanto, la signora Angelica;
+le dica che le mando ancora tanti baci. E mi
+mandi le nuove di tutti... di tutti... anche di....</p>
+
+<p>— Anche d’<i>Ugolino</i>? sicuro povero <i>Ugolino</i>...!</p>
+
+<p>Veramente Cristina voleva dir tutt’altro; ma fu
+contenta anch’essa, come don Cornelio, di sviare
+la commozione coi saluti per <i>Ugolino</i>.</p>
+
+<p>— Misericordia, è passato il mezzogiorno! — esclamò
+don Cornelio dopo aver guardato l’orologio. — E
+il signor Valassina che m’aveva tanto
+raccomandato...! Andiamo, andiamo Cristina.</p>
+
+<p>Scesero di corsa nella corte della locanda, e
+fatta venire una cittadina, don Cornelio disse al
+cocchiere il nome di una strada e il numero d’una
+porta; poi si raccomandò alla sua buona grazia
+perchè ve li conducesse in fretta. Per arrivare
+alla casa di donna Fulvia, ch’era in una strada
+vecchia e tranquilla d’un quartiere remoto, ci
+volle un buon quarto d’ora: don Cornelio ebbe
+quindi il tempo di pensare a un complimentuccio,
+e Cristina di ritornare sull’argomento delle
+lettere, e di pronunziare il nome d’Enrico.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span></p>
+
+<h2>VIII.</h2>
+</div>
+
+<p>— Il portinaio le ha lasciato far le scale senza
+dirle nulla? — domandò a don Cornelio un vecchio
+servitore venuto a aprirgli l’uscio dell’anticamera.</p>
+
+<p>— Sì, mi ha detto che donna Fulvia a quest’ora
+non riceve visite, e veramente lo sapevo;
+ma siccome poi m’ha anche detto che è in casa....</p>
+
+<p>— È in casa, ma non c’è, — rispose con gravità
+il servitore.</p>
+
+<p>Don Cornelio non capì, ma non osò confessare
+la propria ignoranza. Poi fattosi coraggio riprese: — L’affare
+è..., che vengo da lontano appositamente
+chiamato da donna Fulvia. Anzi mi faccia il piacere
+di dire alla signora che c’è qui il curato
+d’Orobio, con la nipote.</p>
+
+<p>— Ah! ho capito; e com’è così, venga pure innanzi, — disse
+il servitore guardando il curato e
+Cristina con una certa curiosità. — Vado ad annunziarli.
+<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
+S’accomodi intanto signor curato.... si
+accomodino.</p>
+
+<p>Don Cornelio e Cristina sedettero su una cassapanca,
+sulla cui spalliera c’era dipinto lo stemma
+di casa Orsenigo; e rimasero ad aspettare,
+guardando intanto all’ingiro per l’ampio stanzone,
+e facendo tra loro qualche chiacchiera sottovoce.
+A un tratto videro aprirsi un uscio, e si levarono
+in piedi tutt’e due. Entrò, tutto solo, un cagnolino
+inglese, dal pelo lungo, grassotto e serio, facendo
+col passo lento e stentato dei piccoli giri
+come se cercasse qualcosa, e mandando traverso
+i peli, che gli coprivan gli occhi, qualche occhiata
+ai due forestieri. Cristina fece una risata, e don
+Cornelio chiamò quel personaggio con un pst e
+con un nome di fantasia. Il cagnolino diede una
+brontolata, come dire che non permetteva scherzi;
+e senza voltarsi se ne andò dall’uscio da cui era
+venuto.</p>
+
+<p>Ci fu una seconda pausa, non breve, ma senza
+avvenimenti. Finalmente s’aprì un uscio di nuovo,
+e questa volta comparve una persona che per
+l’età, per il vestito, ch’era severo ma non senza
+una certa pretensione, e pel contegno che voleva
+esser dignitoso, c’era, per chi veniva da Orobio,
+da pigliarla sulle prime per donna Fulvia. Ma
+non era invece che la sua cameriera; e dietro
+a lei era ricomparso il cagnetto inglese, il quale
+<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
+senza scostarsele dai lembi del vestito, fissava
+questa volta i due forestieri con quella audacia
+che danno le forti protezioni.</p>
+
+<p>— Dunque loro sono... il signor curato, e la nipote
+della mia padrona... — cominciò a dire la cameriera. — Male,
+male, venire a quest’ora. Dopo mezzogiorno
+donna Fulvia non riceve che qualche
+personaggio di riguardo che non voglia venire
+nelle ore delle visite. Adesso, per esempio, c’è
+don Felice, anzi il padre Felice, come si dovrebbe
+dire.... Per le visite fuor dell’ordinario, e per la
+gente di campagna, che pur ce ne abbiamo, non
+c’è, diremo così, che un’ora rubata.... e cioè dopo
+la colazione fino a mezzogiorno. Basta.... basta,
+donna Fulvia le fa dire, per mezzo mio di aspettare
+un momento. E intanto la signorina venga
+con me, perchè c’è la marchesina Bianca, la figlia
+della mia signora, la quale desidera vederla subito.
+Venga con me signorina.... Silenzio lei, signora
+<i>Fleurette</i>, non me ne faccia delle sue. — Queste
+ultime parole erano per il cagnetto, o a
+dir meglio per la cagnetta, la quale vedendo muoversi
+i due forestieri aveva cominciato a modo
+suo un rabbuffo. — Il signor curato — continuò
+la cameriera, — può venir nel salotto, e s’accomodi
+pure, finchè la signora lo farà chiamare.</p>
+
+<p>Don Cornelio un poco impacciato, non seppe
+far altro che rispondere: — Benissimo, benissimo — e
+<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
+lasciarsi condurre nel salotto dicendo a Cristina: — Va
+pure, ci saluteremo dopo. — Cristina
+diede un’ultima occhiata a don Cornelio coi suoi
+due grand’occhi celesti che s’eran fatti improvvisamente
+gonfi e rossi; e, senza poter proferire una
+parola, se ne andò, seguendo la cameriera.</p>
+
+<p>Il salotto dov’era rimasto don Cornelio era
+quello in cui donna Fulvia riceveva le visite una
+volta la settimana. L’aveva addobbato il signor
+Sacchi all’epoca del suo primo matrimonio, e da
+cinquant’anni non c’era stato mutato nulla, neanche
+il posto d’una seggiola. Tutto quello che ci
+si vedeva era collocato in bell’ordine e in simmetria:
+se su un tavolino, alla destra, c’era un
+vasetto con accanto una strenna, c’eran pure a
+sinistra equidistanti il vasetto e la strenna. Le
+seggiole con le spalliere piccole, riquadrate e coperte
+d’un damasco giallo, impallidito nell’ozio,
+eran disposte torno torno al salotto; meno però
+quelle che erano in fazione presso i tavolini, e
+che ci stavan fisse e simmetriche come sentinelle
+in un giorno di parata. Intorno ai tavolini si vedevano
+anche alcune seggiole a bracciuoli, ch’erano
+come una concessione stata fatta ai nuovi tempi,
+ossia alle poltrone; ma una concessione di quelle
+che concedono il meno possibile. In giro poi alle
+pareti si vedevano anche, alternati alle sedie,
+due canapè, due scaffali a palchetti con le vetrate,
+<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
+e due senza; e finalmente un tavolino con la lastra
+di marmo, su cui c’eran due paniere di fiori
+finti sotto campane di vetro, e su cui posava
+un’alta spera che faceva riscontro alla spera del
+caminetto. Al caminetto il signor Sacchi aveva
+provveduto di certo in un momento di poesia
+giovanile; e ci si vedeva un orologio di bronzo
+dorato che raffigurava uno scoglio, sul quale una
+farfalletta dall’ali d’argento, mossa dal pendolo,
+si faceva or vicina or lontana a un amorino, che
+era lì, in atto di pigliarla, ma che da cinquant’anni
+non la pigliava mai.</p>
+
+<p>Quei mobili, quell’addobbo, avevano un’aria
+così severa e solenne che don Cornelio, compreso
+da una certa soggezione, non aveva osato sedersi,
+sebbene avesse dovuto aspettare una buona mezz’ora.
+Per passare il tempo, s’era messo a contemplare
+quattro ritratti che c’erano alle pareti,
+in simmetria s’intende, due dei quali dovevano
+essere di certo i ritratti del signor Sacchi e di
+donna Fulvia. E su quest’ultimo s’era fermato
+specialmente, per far la conoscenza in anticipazione
+della padrona di casa, e per trovare l’ispirazione
+del discorso da farle. L’aveva guardata e
+studiata un pezzetto, ed era passato a contemplar
+la farfalla e l’amorino, quando a un tratto s’aprì
+un uscio, e la cameriera di poco prima venne a
+dirle che donna Fulvia lo aspettava nel suo gabinetto.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span></p>
+
+<p>Donna Fulvia, quando entrò nel gabinetto don
+Cornelio, era sola e seduta a un tavolino di lavoro.</p>
+
+<p>“È proprio quella del quadro„ pensò don
+Cornelio riconoscendo certi quattro ricci corti e
+grossi che le stavano, a due a due, di fianco ai
+polsi a far di sostegno a una cuffietta; e ch’erano
+i rappresentanti posticci dei ricci veri d’una
+volta, quelli del ritratto.</p>
+
+<p>— Mi scuserà se l’ho fatto aspettare, ma la
+colpa non è mia — prese a dire donna Fulvia.</p>
+
+<p>— La colpa è tutta mia — rispose subito don
+Cornelio, che ci si era preparato. — Tutta mia,
+perchè il signor Valassina infatti m’aveva detto
+che....</p>
+
+<p>— Allora, basta così, la si accomodi signor curato — e
+gli indicò, a due passi da lei, una seggiola
+con lo schenale ricurvo, e coi braccioli formati
+dall’ali e da due colli di cigni, le cui teste
+scendevano ripiegate e pensierose.</p>
+
+<p>— È proprio col cuore commosso, ch’io devo
+innanzi tutto.... — riprese don Cornelio.</p>
+
+<p>— Un momento, un momento, pigliamo le cose
+con ordine. Lei dunque è il signor curato d’Orobio,
+e si chiama, se non mi sbaglio, don Cornelio....</p>
+
+<p>— Precisamente, e guardi un po’ che bella combinazione!
+mi chiamo Sacchi anch’io....&nbsp;—</p>
+
+<p>— Andiamo avanti.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span></p>
+
+<p>— Ma come dico sempre io, — soggiunse don
+Cornelio facendosi tutto ilare — ci sono i sacchi
+vuoti e i sacchi pieni....</p>
+
+<p>— Andiamo avanti, andiamo avanti, — rispose
+asciutta donna Fulvia; poi dopo una pausa continuò. — Le
+dirò dunque che ho ricevuto una
+lunga lettera dal mio Valassina, e che sono al
+fatto, in parte, dello stato deplorabile di cose,
+che.... quel tapino, mi limito a dir così....&nbsp;—</p>
+
+<p>Don Cornelio chinò gli occhi a terra, e non
+rispose.</p>
+
+<p>— Nè mi stupirei che ci fosse di peggio, — continuò
+donna Fulvia, — perchè Valassina mi
+scrive di non voler aggiungere commenti visto lo
+<i>stato di decesso in cui il conte si trova</i>. Dice così.
+Ma già mi immagino tutto. E doppiamente poi
+mi rattristo quando penso che anche il paese di
+Orobio deve trovarsi in condizioni morali ben
+tristi dopo simili esempi.</p>
+
+<p>— Oh donna Fulvia, questo poi non lo pensi!</p>
+
+<p>— Non voglio far torto a lei, ma so ciò che
+mi dico.</p>
+
+<p>— E spero che si ricrederà quando verrà in
+Orobio. Ci venga presto!</p>
+
+<p>— Sicuro che ci dovrò venire — e fece un
+gran sospiro. — Quasi non ne avessi abbastanza
+dei doveri da compire in Milano, adesso mi casca
+sulle braccia tutto un paese!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span></p>
+
+<p>— È certo che per lei, che è tanto caritatevole — riprese
+don Cornelio trattenendo la sua
+pazienza a due mani — del bene da fare ne troverà
+da per tutto.</p>
+
+<p>— Tutto un paese mi casca sulle braccia!</p>
+
+<p>— Tutto, proprio tutto, voglio sperare di no...
+ce lo divideremo per metà....</p>
+
+<p>— Le son freddure! — Fece una pausa, poi riprese: — Signor
+curato io la dovrò interrogare su
+molte, su moltissime cose.</p>
+
+<p>— E io sono a’ suoi comandi.</p>
+
+<p>— Ma che! Adesso lei deve tornare al suo
+paese, perchè il pastore sta bene vicino all’ovile.
+Ma andiamo avanti. Ho veduto la fanciulla. Misericordia!
+Ho capito a colpo d’occhio che c’è
+tutto, tutto da fare.</p>
+
+<p>— La di lei missione, buona signora, è certamente
+molto delicata; ma voglio sperare... anzi
+son sicuro che gliela renderà facile l’indole della
+fanciulla. Oh quando la conoscerà! Fu cresciuta
+in un povero villaggio, è vero; ma la sua educazione
+non fu trascurata. La sua indole poi....</p>
+
+<p>— Potrebbe darsi che avesse sortito l’indole
+di mia madre....</p>
+
+<p>— Come vuol lei, ma non ne conobbi mai di
+migliori. Il cuore di quella fanciulla, i sentimenti
+del suo animo, la sua squisita sensibilità...</p>
+
+<p>— Piano, piano, con tutta questa roba... è qui
+<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
+appunto che comincia il guaio. Basta, vedremo;
+intanto l’ho lasciata in conferenza con don Felice,
+un religioso, un degno amico di casa, perchè
+me ne sappia subito dire qualcosa. Ma già,
+non per contradirla, signor curato, ci sarà tutto,
+tutto da fare.</p>
+
+<p>— Oh se sapessi, mamma! — esclamò in quel
+punto la vocina d’una persona che entrava nel
+gabinetto in fretta e facendo un gran fruscio con
+le vesti. — Se sapessi! C’è tutto, tutto da fare.</p>
+
+<p>— Ti presento il signor curato d’Orobio — disse
+allora donna Fulvia a sua figlia. — Signor
+curato, le presento mia figlia la marchesa Bianca
+Chiaravalle.</p>
+
+<p>Il curato si alzò, e fece un inchino profondo e
+impacciato alla marchesa, la quale gli rese il saluto,
+un poco in fretta e in distrazione, con una
+piegatina di capo piuttosto affettata, e con un
+sorrisetto gentile, ch’erano il suo modo abituale
+di salutar tutti.</p>
+
+<p>— Oh non ti puoi figurare, mamma, c’è tutto,
+ma tutto da fare. Corro subito subito dalla sarta,
+poi dovrò andare in cinque o sei botteghe almeno....
+Per fortuna che avevo trattenuta la carrozza!</p>
+
+<p>— Piano, piano, mia cara; sono affari questa
+volta in cui ci devo entrare io sola.</p>
+
+<p>— Oh ma sai che io mi ci diverto tanto!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span></p>
+
+<p>— Lei si diverta pure, signora figliola, coi cappellini
+e coi vestiti suoi. Ora si tratta d’una faccenda
+ben diversa. Il figurino delle mode, questa
+volta, lo devo e lo voglio far io.</p>
+
+<p>— A proposito — interruppe don Cornelio — siam
+partiti in fretta, e Cristina non ha portato
+con sè che un bauletto....</p>
+
+<p>— Oh l’ho veduto — saltò su ridendo la marchesa.</p>
+
+<p>— Ma c’è dell’altra roba ancora... — soggiunse
+il curato.</p>
+
+<p>— Oh, non importa, — rispose la marchesa, continuando
+a sorridere. Ma donna Fulvia la interruppe
+dicendole: — Dunque Bianca siamo intese.</p>
+
+<p>— Ebbene, dirò alla sarta che venga da te e
+ti farò mandar le stoffe a casa. C’è una bottega
+nuova di bruno, dove ci ho già vedute mille coserelle
+per lutto grave che sono un amore, una
+delizia!</p>
+
+<p>— Ah se ci vai per tuo conto è un altro affare.
+Ma quanto alla ragazza, siamo intese... che
+vossignoria c’entri il meno possibile!</p>
+
+<p>— Buon giorno mamma; signor curato, buon
+giorno. — E ripetuta la piegatina di capo, col
+sorrisetto, la marchesa Bianca se ne andò.</p>
+
+<p>— Alla ragazza — continuò donna Fulvia — dovrò
+pensar io, in tutto. È una nuova, una
+grande responsabilità che m’è piombata addosso,
+<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
+ma è dover mio... e andiamo avanti. Non ho ancora
+fatto il mio piano, ma lo farò.... — E tirò
+un gran sospiro. — Come le dissi, avrei molte e
+molte domande da farle, signor curato! ed è un
+peccato che non ce ne sia il tempo, per ora.... È
+un peccato, perchè francamente le dirò che ci
+son molte cose che non mi so spiegare... e ce
+n’è anche nella lettera ch’ella mi scrisse.... La
+stessa amicizia, diciamolo pure, tanto intrinseca
+tra lei, sacerdote e curato, e lo sgraziato defunto,
+a cui Dio perdoni... me la spiego pochissimo!...</p>
+
+<p>— Gliela spiegherà il tempo, che fu giustamente
+chiamato galantuomo. Le parti giuste per
+tutti, della ragione e del torto, oh il tempo le sa
+fare; e in quel silenzio che si fa intorno ai poveri
+morti, o presto o tardi, si leva la voce della
+giustizia e della verità.... Insomma, venga, venga
+presto a Orobio, donna Fulvia! L’ho anch’io un
+gran bisogno di discorrerla a lungo con lei. Di
+molte cose, di molte, ne son sicuro! ella si ricrederà....</p>
+
+<p>— E forse di molte, voglio sperare, si ricrederà
+anche lei — interruppe in tuono alquanto
+brusco donna Fulvia. Poi, dopo un minuto di silenzio,
+e con la voce un po’ più raddolcita riprese: — Mi
+favorisca quest’oggi a pranzo, così potrà anche
+salutar la fanciulla prima di ripartire, se lo
+desidera. Pranzo alle quattro; glielo dico una
+<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
+volta per sempre; era anche l’ora del mio povero
+marito....</p>
+
+<p>— Grazie, mille grazie, e ci verrei ben volentieri...
+onoratissimo... ma devo ripartire con la
+corsa delle tre, per essere domattina a casa. Anzi
+bisognerà che mi spicci; per cui, se me lo permette,
+saluto volentieri una volta ancora Cristina,
+poi le dovrò chieder licenza....</p>
+
+<p>Mentre don Cornelio e donna Fulvia s’alzavano,
+s’aprì lentamente un uscio, e comparve un
+nuovo personaggio, un prete di statura alta, col
+fare tra il modesto e il dignitoso, e con l’abito
+fine, d’un bel nero nuovo, da far invidia a don
+Cornelio; il quale anzi osservò che quell’abito
+era d’una foggia un pochino diversa da quella
+usata di solito dagli altri preti della città. Don
+Felice, ch’era il nuovo venuto, rispose a un inchino
+profondo che gli fece don Cornelio, con un
+sorriso mellifluo e con un’occhiata lunga e profonda,
+senza aprir bocca. Donna Fulvia diede
+una tirata di campanello, e poco dopo entrava
+nel gabinetto Cristina, con la cameriera e con
+<i>Fleurette</i>.</p>
+
+<p>I saluti furono complimentosi, ma spicci. Don
+Cornelio andò diviato alla locanda, poi alla stazione.
+Arrivò alla sera al capoluogo della sua
+provincia, e la mattina seguente di buon’ora ripartì
+per Orobio.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span></p>
+
+<p>Non è a dire di quante domande lo tempestassero
+sulla gita a Milano, su donna Fulvia, su
+Cristina, in casa e fuori di casa, la signora Angelica,
+il sindaco e tutti i personaggi grandi e
+piccoli del paese.</p>
+
+<p>— Benone, benone, è andato proprio tutto benone — rispondeva
+a tutti don Cornelio. E per
+quanto facessero, nessuno riuscì a cavargli di
+bocca una parola di più.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span></p>
+
+<h2>IX.</h2>
+</div>
+
+<p>Donna Fulvia, dopo l’arrivo di Cristina, fu sottosopra
+non poco per parecchi giorni. Era a momenti
+tutta eccitata, poi cadeva sopraffatta e
+prostrata, nè più le bastavano i conforti del padre
+Felice. Si sarebbe detto che avesse accolto
+in casa, non un’innocente fanciulla d’Orobio, ma
+una selvaggia venuta di fresco dall’Africa. Il
+problema del rifare da capo un’educazione viziata,
+secondo lei, da chi sa quanti errori; il
+pensiero della sua pace perduta, e quello di
+mille guai immaginari, formavano insieme una
+fantasmagoria di cose, un incubo, che non le davan
+tregua, e che finivano per lo meno col darle
+l’emicrania, e col far correre una dozzina di
+volte al giorno la Cleofe, ch’era la cameriera,
+con tutte le boccettine della spezieria omeopatica
+di casa. Donna Fulvia, insomma, era persuasa
+che le fosse cascato il mondo addosso;
+<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
+e nel considerare la molteplicità dei problemi
+che le stavan dinanzi e la complicazione di ciascun
+d’essi, disperava per sè, e quindi per chississia,
+di trovarcene il bandolo.</p>
+
+<p>Con sua grande sorpresa però, e quasi con un
+pochino di dispetto, dovette accorgersi, un paio
+di settimane dopo, che qualcuno di quei problemi,
+ai quali essa aveva appena osato pensare,
+o non comparivano, o si scioglievano da sè senza
+bisogno, quasi, di badarci. “Chi sa in seguito!„
+le toccava già di dire; ma intanto in casa sua
+tutto andava liscio come prima. Cristina era contenta,
+anzi maravigliata di tutto. Abituata alla
+vita modesta e casalinga di campagna, cresciuta
+con le massime e le abitudini di suo padre, che
+erano semplici e austere, trovava, con molta
+compiacenza di donna Fulvia, che in casa della zia
+tutto era buono, tutto era bello, e che le distrazioni
+e i divertimenti erano fin troppi. I divertimenti
+consistevano in qualche trottata, in qualche
+giretto per i magazzini di mode con la
+marchesa, o in qualche lunga e sfarzosa funzione
+in Duomo, condottavi dalla zia. Ma per
+Cristina erano novità maravigliose anche queste;
+erano, ognuna, un divertimento. In cuor suo
+Cristina non aveva che un cruccio; quello che
+nessuno le parlava mai di suo padre; che nessuno
+pareva dividere il suo grande e recente
+<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
+dolore. Don Cornelio le aveva detto di certi
+dissapori che c’erano stati in famiglia, e a questo
+proposito le aveva raccomandata una gran
+prudenza, assicurandola che il tempo avrebbe
+portato un rimedio anche a ciò. Per cui Cristina
+teneva il suo doppio dolore tutto chiuso in sè
+stessa; e quando proprio non poteva più trattenere
+le lacrime, allora correva a nasconderle nella
+sua cameretta. Ma poi era così compresa di riconoscenza
+verso la zia, era così ferma nel proposito
+di ricambiare il bene ricevuto con qualunque
+sacrifizio, e nel mantenere questa sua
+promessa, questo suo giuramento, ci metteva così
+pienamente tutto il suo entusiasmo giovanile, che
+subito faceva forza a sè stessa; e ripensando fiduciosa
+alle raccomandazioni di don Cornelio,
+rinchiudeva gelosamente nell’animo ogni pensiero
+malinconico, ogni pensiero che pigliasse la
+strada de’ suoi monti. Tutto il suo impegno era
+quello di mostrarsi contenta, premurosa, riconoscente.
+Quando aveva detto a don Cornelio
+“glielo giuro„ s’era immaginata di dover compire
+subito qualcosa di eroico; ed ora, vedendo
+che il sacrifizio era quello di non scorrazzare per
+i campi, di vivere un pochino in soggezione, e
+di tener chiusi in sè stessa, per allora, il suo dolore
+e i suoi pensieri, le pareva quasi di non pagar
+per intero il benefizio ricevuto. Tra i suoi pensieri
+<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
+ce n’era pur uno recente, ma che ogni giorno
+si faceva più vivo, più assiduo, e le suscitava in
+secreto ora un’ansia penosa, ora una moltitudine
+vaga di gioie e di speranze. Era il pensiero d’Enrico.
+Ma questo pensiero, Cristina, non durava
+fatica a tenerlo celato perchè le faceva subito
+correr le fiamme al viso; essa non avrebbe voluto
+che se ne avvedesse alcuno, all’infuori, diceva,
+di don Cornelio... perchè anche don Cornelio
+voleva a <i>lui</i> tanto bene. E poi, sarebbe stato
+un peccato disturbare un così bel pensiero che ritornava
+ogni volta con una nuova e più cara speranza.
+“La zia, pensava Cristina, tra pochi mesi
+sarebbe andata a Orobio, ci sarebbe rimasta un
+pezzo, ci sarebbe tornato anche Enrico, la zia l’avrebbe
+conosciuto, gli avrebbe voluto bene... oh,
+n’era sicura!... e poi....„ E poi Cristina ripigliava
+la via dei sogni, dei bei sogni dorati.</p>
+
+<p>Nell’animo di donna Fulvia, come abbiam detto,
+era andata formandosi, a poco a poco, una calma
+relativa, e quasi non ci rimaneva più che una sola
+cagione di dispiacere e di angustia: vogliam dire
+la bellezza di Cristina. Procurava ben essa di metterci
+sopra lo spegnitoio, tenendo con mano ferma
+la direzione del vestito e delle acconciature di Cristina,
+e correggendo a questo proposito prontamente
+le imprudenze di sua figlia Bianca; ma le
+misure, per quanto energiche, valevan poco. Donna
+<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
+Fulvia temeva ogni giorno più che il male fosse
+inguaribile; sicchè su questo punto continuava ad
+essere in allarme, e a consultarsi col padre Felice.</p>
+
+<p>A donna Fulvia piaceva di parer piena di sopraccapi
+e di disgrazie; piaceva l’aver delle afflizioni
+da confidare, e su cui sfogarsi per essere
+compassionata e confortata. Una qualche afflizione
+trovava sempre modo d’averla. Non è a dire quindi
+quante lettere desolate avesse scritte a suo genero,
+il marchese Chiaravalle, ch’era a Roma, quando
+le capitò di dover ritirare Cristina in casa; ciò
+che per lei era stato un sopraccapo davvero. A
+quelle lettere il marchese aveva risposto con i
+soliti conforti e con i soliti complimenti, ch’erano
+il formulario, in questi casi, d’ogni sua lettera
+alla suocera. Ma poche settimane dopo, il marchese,
+con sua maraviglia, cominciò a ricevere
+dalla suocera qualche lettera in cui le afflizioni
+apparivano alquanto mitigate, ciò ch’era una
+gran novità; e n’ebbe fin una in cui Cristina era chiamata
+col nome di <i>seconda figlia</i>, preceduto da un
+semplice <i>quasi</i>. Fu allora che allo stupore del
+marchese tenne dietro subito un altro stupore non
+piccolo, quello di donna Fulvia, la quale a un
+tratto ricevette una lettera dal genero che la avvisava
+del suo ritorno prima del tempo fissato.</p>
+
+<p>Il marchese Ettore Chiaravalle, prima del tempo
+fissato non tornava mai; specialmente, bisogna
+<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
+dirlo, quando viaggiava senza moglie e senza suocera.
+Egli non s’era deciso a prender moglie se
+non quando gli era proprio parso di non aver
+più nulla a chiedere alla propria libertà: allora
+s’era anche creduto rassegnato ai vari legami accessori
+che tengon dietro al legame indissolubile;
+aveva tutto preveduto, tutto calcolato; ma poi, a
+matrimonio fatto, s’era accorto che il conto non
+gli tornava esattamente. Gli mancava almeno un
+mesetto all’anno d’una boccata d’aria libera, di
+quella d’un tempo; e bisognava trovar modo di
+farcela stare. De’ pretesti dunque ce n’eran sempre:
+eran pretesti d’una evidenza e d’una serietà inappuntabili;
+pretesti preceduti da un consiglio chiesto
+alla suocera o da una confidenza fattale; pretesti,
+insomma, che ogni volta davan l’aria al marchese
+di partire a malincuore e pregato. Oltre il
+pretesto estivo d’una qualche bagnatura particolare,
+c’era quasi ogni anno un pretesto invernale,
+ch’era quello or d’un affare improvviso, or d’una
+visita a qualche cospicua famiglia o a qualche
+personaggio dei molti, coi quali il marchese era
+entrato in dimestichezza negli anni passati gironzellando
+per l’Italia e fuori. La dimestichezza
+coi personaggi, e soprattutto con certi personaggi,
+era ciò che toccava il cuore di donna Fulvia in un
+modo particolare, e che accresceva in lei il gran concetto
+in cui teneva suo genero. Figurarsi! saper suo
+<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
+genero amico e in corrispondenza diretta coi
+più rinomati campioni di quelle idee ch’erano
+le sole buone di questo mondo, le idee sue!
+Non è a dire dunque quanto donna Fulvia favorisse
+certi viaggetti e certe visite del marchese
+Ettore; e come questi non mancasse mai
+mai al suo ritorno di portare alla suocera una
+notizia, un consiglio, una parolina di quelle che
+consolavano per un pezzo, e che le davano presso
+parecchi una grande autorità. Lo zelo però del
+genero, e quello della suocera, non erano dello
+stesso conio. Sulla bandiera del marchese c’eran
+scritti, è vero, de’ principii molto severi, e c’eran
+tutte le buone massime d’un governo antico; ma
+a sè stesso poi aveva concesse tutte le franchigie
+e tutte le costituzioni moderne. Le massime
+d’un tempo le trovava d’un gusto più distinto,
+più elegante, perchè non erano del gusto dei più;
+ma nel seguirle non voleva noie, e non passava
+mai il limite de’ suoi comodi; perchè poi sul punto
+dello scomodarsi, o del seccarsi, egli non ammetteva
+transazioni. Così, quando gli fece comodo un
+bel giorno di prender moglie, aveva chiuso un occhio
+sul casato modesto del signor Sacchi, e guardato
+con l’altro la figlia unica di donna Fulvia;
+ed ora, se si scomodava a tornar da Roma prima
+del tempo fissato, era perchè gli tornava meno
+comoda questa comparsa di Cristina in casa, e
+<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
+ancor meno comodo quel nome di <i>seconda figliola</i>
+letto nelle lettere della suocera. Il marchese giustificò
+facilmente con sua moglie e con la suocera
+il suo improvviso ritorno; convenne subito
+con sua moglie che la cuginetta era tanto carina,
+e approvò sua suocera per quanto aveva fatto,
+lodando il suo atto generoso fino a commuoverla,
+che non era facile; poi prese a dichiararsi in famiglia
+il protettore di Cristina, e a tenerla allegra
+ogni tanto con qualche motto allegro o con
+qualche storiella, che, venuti da lui, eran lasciati
+passare con indulgenza e tolleranza anche da
+donna Fulvia. Ma non era tornato sol per questo,
+e non lasciò passare inoperoso il suo tempo.
+Quel mesetto rubato alle occupazioni dell’estero,
+come le chiamava lui, lo occupò ad osservare e
+a meditare in casa. E pare che in questi studi
+avesse a confidente e a guida il padre Felice,
+perchè non lo si era veduto mai prima tanto assiduo,
+tanto intimo con lui.</p>
+
+<p>Era appunto passato un mese dopo il ritorno
+del marchese Ettore, quando una sera donna Fulvia,
+trovandosi sola col padre Felice, aveva avviato
+un lungo discorso a proposito di fanciulle,
+non sappiam bene se del Giappone o della China,
+per le quali trovava urgente un’Opera Pia che
+provvedesse ai loro onesti collocamenti. Il padre
+Felice era stato quella sera paziente e taciturno,
+<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
+anche più del solito, seguendo attentamente i discorsi
+di donna Fulvia, e manifestandole la sua
+piena approvazione con frequenti cenni del capo,
+intanto che gustava qualche presa di tabacco.
+Ma infine, come gli parve che l’argomento principale
+fosse esaurito, cominciò, pur seguendo sempre
+il filo del discorso, a ricondurre donna Fulvia
+a poco a poco in paesi più vicini. E donna Fulvia
+lo compiaceva alla sua volta con una deferenza,
+ch’era in ragione delle approvazioni avute
+poco prima.</p>
+
+<p>— Donna Fulvia, può davvero dar consigli a
+tutti in proposito; — diceva il padre Felice continuando
+il discorso sull’argomento dei matrimoni. — Con
+quanta saviezza, con quanta ponderazione,
+non ha saputo combinare il matrimonio di sua
+figlia! con quanto tatto e con quanta fortuna ne
+ha combinati tant’altri! È una sapienza tutta sua....
+se lo lasci dire perchè, lei lo sa, io parlo sempre
+franco, anche a costo di dispiacere.</p>
+
+<p>Qui donna Fulvia, a confermare indirettamente
+quello che diceva il padre Felice, richiamò a
+proposito dei matrimoni fatti da lei, più d’una
+circostanza di quelle ripetute le mille volte, ma
+che don Felice ascoltò come gli fossero nuove.</p>
+
+<p>— Ed ora, — continuò il padre Felice, — ora
+vedremo, m’immagino presto, una nuova prova
+di sapienza e di prudenza, quale nessuno saprebbe
+<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
+dare, a proposito d’un altro matrimonio.... Problema
+difficile! Il matrimonio.... lei mi capisce....
+di Cristina....</p>
+
+<p>Donna Fulvia trattenne a stento una esclamazione,
+e don Felice continuò:</p>
+
+<p>— Oh che la sua modestia non s’offenda, ma a
+me par già di leggere nel di lei animo le profonde
+riflessioni da lei fatte sulla grave sua responsabilità,
+e le sapienti combinazioni che avrà
+già maturate! Oh io me le immagino, le veggo,
+e le ammiro! Qual complicazione di doveri che
+ben pochi comprenderebbero, quante difficoltà alle
+quali a quest’ora avrà felicemente pensato e provveduto!
+Oh ne vedremo i risultati ben presto!...</p>
+
+<p>Donna Fulvia s’era fatta tutta rossa in viso,
+e senza quel preambolo si sarebbe rizzata di
+scatto anche dinanzi al padre Felice. Maritar
+Cristina? Una bagattella! Una cosa che non le era
+neanche passata per la mente! Altro che scattare!
+Ma quella complicazione di doveri e quella sapienza
+delle proprie risoluzioni, di cui le aveva
+parlato il padre Felice, l’avevano trattenuta, confusa,
+e riempita a un tempo di amor proprio e
+di curiosità. Aveva però dato un leggero sussulto
+quando udì la parola <i>presto</i>, che in fatto di matrimonio,
+per lei che s’era maritata dopo i trent’anni,
+suonava come un’eresia.</p>
+
+<p>— Mi son permesso di dir <i>presto</i>, — continuò
+<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
+il padre Felice che s’era avveduto del movimento
+di donna Fulvia, — perchè parmi di avere indovinato
+anche questo suo desiderio. Donna Fulvia,
+ben giustamente non ama che le fanciulle si maritino
+troppo presto.... oh ne ha mille ragioni!
+guai, guai! Ma ci sono delle circostanze eccezionalissime
+in cui i doveri d’una madre, o di chi
+ne tiene il posto, suggeriscono ben diversamente.
+E questo è il caso. Oh sono anche in ciò pienamente
+d’accordo con lei. Ella ha compiuto un
+atto molto nobile e generoso quando, con grave
+sacrifizio, ha accomodate le sgraziate faccende del
+conte Maurizio, e ne ha raccolta in casa la figlia.
+Nella sua modestia ella dice di non aver compiuto
+che un dovere.... ma lasci che io l’ammiri!...
+e lasci pure ch’io la lodi altamente. Ma non meno
+altamente la lodo vedendo quanto ella senta un
+altro dovere, un dovere che va innanzi a tutti,
+rammentandosi cioè ch’ella ha una figlia sua, e
+che questa figlia ha un marito. È un gentiluomo
+perfetto il marito, chi non lo sa? Dalla sua bocca
+non uscirà mai una parola che accenni agli interessi
+di sua moglie, affinchè nessuno creda che
+li confonda coi propri, oh ne possiamo esser sicuri!
+Ma capisco, appunto per ciò, i doveri specialissimi
+di delicatezza di donna Fulvia. La delicatezza
+è molta nel marchese di Chiaravalle, ma
+non è sentita meno altamente nella casa dei conti
+d’Orsenigo!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span></p>
+
+<p>Donna Fulvia che fino allora era stata combattuta
+tra l’impazienza e la riverenza verso il padre
+Felice, a quelle ultime parole fu vinta, e sentì
+salire fino agli occhi una fiamma d’entusiasmo
+ch’era, non lo sapeva bene, se per chi le parlava,
+o per sè stessa, alla quale erano attribuiti così nobili
+sentimenti. Chinò la testa in atto di ringraziare
+modestamente, e lasciò che il padre Felice
+continuasse, impaziente ora di sentire la fine.</p>
+
+<p>— Donna Fulvia pensa, se ben m’appongo, — continuò
+il padre Felice, — che una dimora molto
+prolungata di Cristina in questa casa, possa far
+nascere delle aspettative fallaci, dico bene? e
+possa lasciar credere che donna Fulvia voglia,
+oltre il primo benefizio, farne degli altri; far ciò
+insomma ch’ella non deve, e non vuole. Una lunga
+dimora in casa creerebbe infatti nuovi e maggiori
+impegni, nuove responsabilità... E poi, non
+si sa mai quel che può nascere; quale indole,
+quali capricci possano svilupparsi nella fanciulla....
+cosa possa succedere nella famiglia... insomma,
+donna Fulvia vuol prevedere! prevedere! Sono
+questi i pensieri di donna Fulvia, oh io glieli
+leggo in fronte! e quanto a me, li lodo e li applaudo
+proprio di cuore. Lei ha pienamente ragione;
+Cristina va maritata presto, il più presto
+possibile. Quanto al trovare uno sposo.... oh comprendo!
+questo è il pensiero che ancor trattiene
+<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
+donna Fulvia, e che la rende pensierosa, incerta...
+Quest’è infatti il punto più difficile.... ma a donna
+Fulvia, a donna Fulvia soltanto, riuscirà facile
+anche questo. Ella ha un tatto invidiabile nelle
+faccende delicate; sa trovare subito il bandolo, e
+allora il resto viene da sè. Cristina, naturalmente,
+non deve portar dote; ma è bene che ciò sia risaputo
+subito perchè non ci siano malintesi. Essa
+ha la dote d’un bel nome, il nome d’una famiglia
+tanto illustre; ed è la nipote d’una così
+gran dama.... oh è inutile! me lo lasci dire.... e
+vedrà quanti si faranno innanzi per incontrare
+un così gran parentado! Ma facciasi pure innanzi
+chicchessia, lo sposo deve essere cercato e trovato
+da lei, donna Fulvia, soltanto da lei.... in qualche
+famiglia delle nostre, s’intende, sia in Milano, sia in
+provincia.... ma scelto da lei.... Quando poi sia ben
+dichiarato che la sposa non porta dote, allora qualsiasi
+dono non farà che mettere in nuova luce la
+nota e splendida generosità di donna Fulvia.... Oh,
+ma cosa mai dico io adesso! Mi perdoni, m’imbarcavo
+in argomenti in cui io son profano, e lei è maestra....
+E mi perdoni anche tutte queste mie chiacchiere....
+ma ne incolpi la sua bontà, il mio interessamento
+per la famiglia.... e un po’ anche il
+mio amor proprio. Sì, anche questo. Le cose or
+dette io le vado indovinando, le vado leggendo
+da qualche tempo nel di lei animo, e il mio amor
+<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
+proprio non ha saputo resistere alla tentazione
+di farmi con lei vanaglorioso della mia perspicacia.
+Oh la vanagloriaccia!</p>
+
+<p>Donna Fulvia rispose a mezza voce, e un poco
+imbarazzata, con qualche parola di ringraziamento
+e di complimento, col fare di chi si tiene in riserbo,
+ma non nega. Qua e là, e anche alla fine,
+avrebbe voluto venir fuori con qualche brava
+rimbeccata; ma quel discorso l’aveva a mano mano
+avvinta in certe spire da cui non aveva saputo
+svincolarsi. Per più giorni non ebbe altro per il
+capo, e fu di malumore e aspra più del solito;
+ma a poco a poco finì con l’entrare nelle idee
+del padre Felice, e col persuadersi anche che
+qualcuna di queste l’avesse proprio pensata lei.
+Da quel punto fu tutta in orgasmo a far combinazioni,
+a far progetti, a cercar nella sua mente
+lo sposo. E lo trovò. Sulle prime si tenne abbottonata
+anche con don Felice; e nel dirgli un
+giorno col fare misterioso che anche la scelta,
+quant’a lei, era bell’e fatta, gli domandava con
+compiacenza e con una certa ironia: — L’avrebbe
+per avventura indovinata anche questa, don Felice? — E
+don Felice col fare umile rispondeva: — Ho
+indovinato una volta, e basta. Non si burli,
+donna Fulvia, della mia vanagloria.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span></p>
+
+<h2>X.</h2>
+</div>
+
+<p>Durante l’estate il signor Valassina era venuto
+parecchie volte in Orobio. Poi c’era capitato un
+ingegnere; poi s’eran veduti degli operai del capoluogo
+della provincia, e s’era saputo finalmente che
+nel palazzo Orsenigo si facevano delle novità, delle
+grandi novità, per l’arrivo di donna Fulvia. Si diceva
+che donna Fulvia sarebbe venuta a passar
+l’autunno in Orobio, con Cristina, con tutta la famiglia,
+con molta servitù, e con molti invitati. Più
+d’una volta parecchi del paese, e anche don Cornelio,
+avevano osato fare qualche interrogazione
+al signor Valassina; il quale lasciava dire, lasciava
+credere, ma si teneva alquanto abbottonato;
+e s’era arrivati così ai primi di settembre,
+alla vigilia cioè dell’arrivo di donna Fulvia, senza
+che si sapesse nulla di preciso.</p>
+
+<p>Il marchese Ettore e sua moglie avevano passato
+l’estate alle bagnature; e donna Fulvia, a
+seconda d’un disegno fatto già da due mesi, aveva
+<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
+aspettato che tornassero prima di andare a Orobio.
+Il disegno poi era di non ricondur subito
+Cristina nella casa paterna di Orobio, d’affidarla
+intanto a sua figlia Bianca perchè la tenesse con
+sè in una sua villa di Brianza, e di andare sola
+a Orobio per principiarvi ciò ch’essa chiamava
+la <i>sua missione</i>. Che missione dovesse essere la
+sua, precisamente non lo sapeva, ma era sicura
+che ce n’era una; e si accingeva a partire per
+Orobio come un missionario che va tra i selvaggi,
+disposta anche al martirio, ma non alla menoma
+contraddizione, s’intende. L’estate, donna Fulvia,
+lo aveva impiegato a dare le prime tinte e i necessari
+ritocchi a quell’abbozzo che aveva improvvisato
+nella sua mente, circa il matrimonio
+di Cristina, e di cui s’era vantata col padre Felice
+come di un disegno finito. Il concetto del
+disegno non era poi tanto peregrino; ma nella
+testa di donna Fulvia ogni più semplice idea
+diventava una matassa che la faceva sudare a
+dipanarla. Tra le sue conoscenze c’era la famiglia
+d’un certo barone Brocchetti, un ometto ricco
+e brutto, gran nemico del mondo e delle sue pompe,
+e devotissimo a donna Fulvia. Ogni tanto in casa
+Brocchetti veniva su, lungo lungo, come un asparagio,
+un baroncino con la faccia un po’ sciocca
+e con le orecchie a ventola. Di questi asparagi
+donna Fulvia ne aveva già colti due; e sotto i suoi
+<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
+auspici s’eran combinati due matrimoni. Ora ce
+n’era pronto un terzo, il quale veniva a taglio per
+Cristina. Il barone Brocchetti, ch’era ricco, per rendere
+più facilmente negoziabili i suoi Brocchettini
+aveva confidato a donna Fulvia che non avrebbe
+domandato un soldo di dote per le spose de’ suoi
+figli: e a donna Fulvia non era parso vero di
+mettere anche il matrimonio tra le Opere pie, e
+di avere sotto mano dei mariti di beneficenza.</p>
+
+<p>Il mondo diceva che quei due primi matrimoni
+dei Brocchetti, fatti da lei, andavano a rotoli; ma
+essa li proclamava una perfezione, e il parer suo
+aveva sempre per lei una gran superiorità su
+quello degli altri. Tutto dunque la incoraggiava.
+E poi non l’aveva detto anche il padre Felice
+che il maritar Cristina senza dote era non solo
+un’idea luminosa, ma un dovere?</p>
+
+<p>Quando donna Fulvia ruminava qualcosa di
+nuovo, i suoi di casa, e gli amici più familiari,
+lo capivan subito. E questa volta uno dei primi
+ad accorgersene fu appunto il barone Brocchetti;
+il quale, vedendosi per di più fatto segno di speciali
+attenzioni, si fece anch’esso a buon conto
+più assiduo, più devoto, più sviscerato con donna
+Fulvia. E donna Fulvia, vedendo quel raddoppiamento
+di devozione, si persuase tanto più della bontà
+del suo pensiero, e mostrandosi sempre più confidente
+col barone, cominciò a fargli degli elogi di
+<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
+Cristina, e a chiedergli conto spesso di quel caro
+giovanetto ch’era il suo terzo figliuolo. Al barone
+balenò alla fine l’istessa idea, ma non osò farci
+allusione conoscendo l’umor difficile di donna
+Fulvia. Questa poi un giorno, e fu la vigilia della
+sua partenza per Orobio, salutando il barone con
+espansione maggiore del solito, e stringendogli la
+mano, gli disse che maturava delle novità, “nè
+ci sarebbe da stupire, aveva soggiunto, se avessi
+al mio ritorno una confidenza da farle.„ Il barone
+aveva risposto con un inchino, e con un
+cenno umile del capo, come a dire che sarebbe
+sempre stato pronto all’ubbidienza.</p>
+
+<p>In quei giorni anche don Cornelio aveva per il
+capo una novità, che gli faceva pensare tanto più
+all’avvenimento di cui si parlava da mattina a
+sera in Orobio, quello cioè del vicino arrivo di
+donna Fulvia. La novità era una lettera di Enrico;
+una lettera che aveva messo don Cornelio
+tutto in festa, e gli aveva dato una consolazione,
+un buon umore di quelli ch’egli non sapeva nascondere.
+E in fatti non aveva potuto far a meno
+di darla subito a leggere, quella lettera, alla sorella.
+Delle lettere, Enrico, dopo la sua partenza,
+ne aveva mandate a don Cornelio un subisso. Eran
+lettere tutte piene di buone notizie, di speranze,
+di progetti che maturavano; e se c’era qualche
+volta anche il suo po’ di mestizia, era di quella
+<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
+de’ suoi ventitrè anni, dietro il cui velo traspariva
+un bel sole lucente. Il nome di Cristina poi c’era
+sempre, messo lì come a caso, alle volte solo in
+un poscritto, alle volte anche cancellato; eran
+lettere d’amore insomma, ma con l’indirizzo a
+don Cornelio. Questa volta però c’era qualche
+cosa di più. Ma sentiamolo lui.</p>
+
+<div class="blockquote">
+
+<p class="indl">
+“<i>Stimatissimo e carissimo don Cornelio</i>.
+</p>
+
+<p>“Giorni sono sir Arturo, che è il figlio maggiore
+di sir James, mi disse: “Dunque, caro Enrico,
+tra un mese si va in Italia noi due; è un
+affare deciso.„ Credetti che scherzasse. Ma oggi
+sir James, lui stesso, il capo della casa, mi fece
+chiamare, mi confermò la notizia dicendomi di
+che cosa si tratta, e tracciandomi con poche parole,
+asciutte ma precise, i miei doveri. Gli avrei
+buttate le braccia al collo, tanto mi balzava il
+core per la consolazione. Ma sir James ha la faccia
+così severa! e poi, s’era rimessi subito gli occhiali,
+ed era tornato alla firma della corrispondenza.
+Uscii dal suo gabinetto, rosso in faccia come un
+cocomero, e mi sento ancora salir le fiamme in
+questo momento in cui le scrivo. È il primo minuto
+che m’ho di libertà in tutta la giornata, e
+prima di andar a desinare voglio proprio scriverle,
+mio caro, mio buon don Cornelio, tutto
+<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
+quello che m’ha detto sir James. La mia carriera
+è assicurata; la meta è raggiunta, o dirò meglio
+è oltrepassata perchè non avevo mai sperato tanto.
+I miei sogni.... oh don Cornelio, mi permetta che
+dica il mio bel sogno! il sogno che m’ho dinanzi
+giorno e notte, ora potrà diventare una realtà. Io
+non le osavo prima d’ora parlar di Cristina che
+timidamente, e forse lei non sa quanto l’ami. Le
+dissi è vero, l’ultima volta che fui a Orobio, che
+io amavo Cristina, ma non seppi dirle tutta l’immensità
+del mio affetto. Oh io l’amo molto di più!
+Ora ho il coraggio di dirglielo, e non già perchè
+glielo dico da lontano e mentre lei non mi guarda....
+ma perchè ora posso confessare l’amor mio
+apertamente, ma perchè ora Cristina potrà diventar
+mia!</p>
+
+<p>“Mia!... E Cristina lo vorrà?... Questo è il solo
+dubbio che turba tutta la mia contentezza. Ma
+poi penso, io ho un amico. C’è don Cornelio! don
+Cornelio saprà dire a Cristina quanto sia grande
+il mio affetto, quanto la voglio render felice.... le
+saprà rendere più accetto il mio desiderio in
+nome d’un desiderio che le sarà sacro. Oh se sapesse,
+don Cornelio, quale dolce commozione,
+quanto conforto, quanta forza, lei m’ha dato il
+giorno in cui mi confidava che il conte Maurizio,
+il mio secondo padre, m’avrebbe volontieri affidata
+per sempre la sua Cristina! Mi ripeta, mi
+<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
+ripeta quelle parole.... oh don Cornelio! le ripeta,
+le ripeta ora anche a Cristina!</p>
+
+<p>“Io voglio sperare che sarà contenta anche la
+signora zia di Cristina, dopo che lei le avrà parlato,
+e l’avrà assicurata che io posso offrire a
+sua nipote un avvenire buono e sicuro.</p>
+
+<p>“Oh quante cose deve fare don Cornelio per
+me! Io non riuscirei forse da solo a farne neppur
+una. Ma lei ha il cuore così grande!</p>
+
+<p>“Mi scriva, mi consigli, mi diriga. La stringo
+al cuore stretto stretto, anzi le salto al collo
+come quando ero fanciullo, e le mando tanti baci.</p>
+
+<p>“Ora aspetterò una sua lettera, e m’ho già la
+febbre dell’impazienza addosso.</p>
+
+<p>“Mi saluti tanto tanto la signora Angelica. Le
+dica che mi ricordo sempre di lei.... poi le faccia
+indovinare la buona notizia. Ne avrà un gran
+piacere di sicuro, perchè è tanto buona, e poi mi
+vuol bene, e ne vuole tanto a Cristina.</p>
+
+<p class="indr">
+“Il suo <span class="smcap">Enrico</span>.„
+</p>
+
+<p>“<i>PS</i>. Oh don Cornelio, mi perdoni! m’accorgo
+rileggendo la lettera che ho dimenticato di scriverle
+le parole che mi ha dette sir James. Gliele
+scriverò domani tutte, fino ad una; le ho così
+impresse che non scappano. Intanto le dirò in
+fretta di che cosa si tratta. La Casa vuole allargare
+in Italia i suoi traffici, e vi manda sir Arturo
+<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
+in missione per un anno. Io lo devo accompagnare,
+e dopo un anno mi sarà affidata la rappresentanza
+della Casa in Italia. Avrò uno stipendio
+di 400 sterline; e più tardi, se me lo saprò meritare,
+anche un tanto nei guadagni. Mi par di sognare.
+Ma son desto, e come son desto! E <i>Ugolino?</i>
+Mille carezze anche a <i>Ugolino</i>.„
+</p>
+</div>
+
+<p>Dopo la lettura di questa lettera, don Cornelio
+s’era stropicciati gli occhi per accertarsi d’esser
+desto anche lui. Poi s’era lasciato andare alla
+più schietta allegria; aveva chiamata la sorella,
+aveva riletta la lettera a voce alta, facendo ora
+una esclamazione, ora un commento, e poco era
+mancato che non ne facesse parte a tutti gli amici
+del paese. Poi, riflettutoci un po’, aveva persuaso
+la sorella, la quale scoppiava dalla consolazione,
+che bisognava lasciar maturare le cose, che bisognava
+aspettar l’arrivo di donna Fulvia, di Cristina,
+e fors’anche quello d’Enrico, e che per il
+momento non si doveva far parola della lettera
+con nessuno. Poi quel giorno stesso aveva risposto
+a Enrico congratulandosi con lui; assicurandolo
+che avrebbe fatto dal canto suo quanto si poteva,
+ingiungendogli però di non far nulla, ogni volta
+che si trattava di Cristina, senza avernelo consultato;
+e raccomandandogli infine di condursi con
+calma e con circospezione, e di tener tutta per
+<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
+sè fino al momento opportuno la sua giustissima
+allegrezza.</p>
+
+<p>All’allegrezza intanto don Cornelio aveva lasciato
+libero il corso per conto proprio; cosa che
+faceva stupire grandemente il sindaco, il quale
+non comprendendo la ragione di quell’improvvisa
+allegria, aggrottava le ciglia e gli borbottava:</p>
+
+<p>— È per la venuta di donna Fulvia che lei si
+frega le mani?</p>
+
+<p>— E perchè no! — rispondeva don Cornelio.</p>
+
+<p>— Vedrà, vedrà! ho già le mie informazioni
+io!... una vecchiaccia aristocratica.</p>
+
+<p>— Del bene però ne ha fatto. E poi vien Cristina....
+la rivedo tanto volontieri quella buona
+figliola!</p>
+
+<p>Anche la signora Angelica non sapeva star
+nella pelle. “Cos’ha la signora Angelica?„ domandava
+la gente del paese, e tutti le si facevan
+d’attorno. “Viene Cristina, viene Cristina!„ rispondeva
+la signora Angelica, e poi fuggiva per
+non esser costretta a dire di più.</p>
+
+<p>Venne finalmente il giorno dell’arrivo di donna
+Fulvia. A Orobio non s’era venuto a saperlo di
+preciso che il giorno innanzi; e c’eran stati, a
+questo proposito, discussioni, dispiaceri, capannelli,
+e chiacchiere da non finirla più. Che si dovesse
+fare a donna Fulvia un ricevimento coi
+fiocchi, lo dicevan tutti; bisognava dimostrarle
+<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
+riconoscenza pei benefici fatti, tanto più che ne
+poteva fare degli altri. Ma poi chi voleva la banda,
+chi le campane, chi i mortaletti, e chi non voleva
+niente di tutto ciò. Questi ultimi, ch’erano i lettori
+d’un giornaletto arrabbiato della provincia, avrebbero
+pur voluto un ricevimento solenne, ma fatto in
+modo, se si poteva, che nessuno se n’accorgesse.
+La conclusione fu che non si fece nulla. Quando
+donna Fulvia arrivò, c’eran per strada molti curiosi
+a vederla passare, e tre o quattro meglio
+vestiti, con don Cornelio alla testa, ad aspettarla
+sotto il portico del palazzo. Il sindaco non s’era
+lasciato vedere; e lo speziale, dopo averci pensato
+un poco, s’era deciso d’andarci, ma in modo
+da arrivare quando gli altri ne ritornavano.</p>
+
+<p>Arrivata la carrozza, e aperto lo sportello dal
+servitore sceso di cassetta, uscì per il primo il
+signor Valassina, poi la cameriera con in braccio
+<i>Fleurette</i>, e per ultima scese donna Fulvia. Don
+Cornelio allungò il collo cercando con gli occhi
+Cristina, ma Cristina non c’era.</p>
+
+<p>Donna Fulvia aveva l’aria di malumore, era
+stanca, accaldata. Don Cornelio, ch’era rimasto
+a un tratto mortificato e un po’ con la faccia lunga,
+cominciò a biascicare qualche parola di complimento;
+ma donna Fulvia non si diede gran premura
+d’ascoltare perchè era intenta a far levare
+dalla carrozza un monte di scialli, di borsettine,
+<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
+e di sacchette. Don Cornelio stava per ricominciare
+il suo complimento, quando si sentirono
+tutt’a un tratto dei guaiti acuti di <i>Fleurette</i> che
+faceva <i>caino</i>, <i>caino</i>, scappando affannosamente.
+Cos’era, cos’era stato? <i>Fleurette</i>, appena fuori di
+carrozza, aveva adocchiato nella corte <i>Ugolino</i>,
+venuto anch’esso al ricevimento dietro don Cornelio,
+e gli si era fatta vicina ringhiando. <i>Ugolino</i>
+che non era in vena di galanterie, aveva risposto
+con una mossa come di chi volta le spalle, e <i>Fleurette</i>
+se n’era approfittata per addentargli la coda.
+<i>Ugolino</i> non era un accattabrighe, ma, per l’onor
+dei cani del paese, non tollerava scherzi, specialmente
+da cani forestieri. Si pensi quindi che
+pettinata era toccata a <i>Fleurette</i>. Donna Fulvia,
+la cameriera, il servitore, furono addosso in un
+attimo al povero <i>Ugolino</i>, il quale fu appena in
+tempo di raccomandarsi alle gambe e di infilare
+la porta.</p>
+
+<p>— Ne ho già visti tre o quattro di questi cagnacci,
+nell’attraversare il paese! — esclamò donna
+Fulvia in tuono arrabbiato e secco. — Ma saprò
+dare i miei ordini. Cani per le strade non se ne
+devono veder più!</p>
+
+<p>La missione di donna Fulvia era incominciata.</p>
+
+<p>Don Cornelio non osò prender le difese di <i>Ugolino</i>
+per non confessarsi in quel momento conoscente
+del reo; fece i suoi saluti, che furono ricambiati
+<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
+da donna Fulvia con una cortesia un
+poco asciutta e rannuvolata; poi lui, e quei quattro
+che aveva in compagnia, rifecero i loro inchini,
+impacciati più di prima, e si accomiatarono.</p>
+
+<p>La signora Angelica, ch’era venuta fino al portone
+del palazzo per aver più presto le nuove di
+Cristina, e anche con la speranza in cuor suo di
+vederla, si fece subito incontro al fratello.</p>
+
+<p>— E Cristina? Cristina?</p>
+
+<p>— Cristina.... non c’è.... per ora.... — rispose
+don Cornelio un po’ distratto e imbarazzato avviandosi
+verso casa.</p>
+
+<p>— Ma come! Ma perchè non è venuta?... Dite
+su, e verrà presto? Cosa v’ha detto donna Fulvia?...</p>
+
+<p>— Oh, quante domande!... Sicuro che Cristina
+dovrà ben venire, fors’anche presto.... ma poi non
+ho avuto il tempo, lì per lì, di far tante chiacchiere
+con donna Fulvia.</p>
+
+<p>— Oh che benedett’uomo che siete voi alle
+volte....</p>
+
+<p>— E che benedetta donna che siete anche voi!
+Donna Fulvia era stanca.... da non poterne più, e
+volevate che la tenessi lì, in corte per un’ora, e
+la sottoponessi a un interrogatorio? Un po’ di
+discrezione, un po’ di creanza la ci vuole! Donna
+Fulvia poi non riparte domattina. C’è tempo da
+domandargliene delle cose!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span></p>
+
+<p>Angelica tacque, ma non pareva troppo persuasa.</p>
+
+<p>— Oh, a proposito, — riprese — cos’è successo?
+Ho visto <i>Ugolino</i> scappar fuori dal portone, e via
+di gambe senza darmi retta...</p>
+
+<p>— <i>Ugolino</i> è un asino!</p>
+
+<p>— Oh cos’ha fatto?</p>
+
+<p>— Mi va ad abbaruffarsi con la cagnolina di
+donna Fulvia. Domando io se quello era il momento!
+se c’è prudenza, se c’è criterio!</p>
+
+<p>— La colpa non sarà sua, ne son sicura, perchè
+l’ho visto in tante circostanze.</p>
+
+<p>— Intanto per un po’ di giorni il signor <i>Ugolino</i>
+se ne starà in casa. Badateci bene anche voi!</p>
+
+<p>— Oh, ma questa poi è un’esagerazione! — osò
+dire Angelica facendosi tutta rossa.</p>
+
+<p>— So io quel che mi dico... una ragazzata la si
+compatisce... ma questa volta me l’ha fatta grossa....</p>
+
+<p>— Oh don Cornelio già di ritorno! — esclamava
+intanto il farmacista facendosegli incontro. — M’avviavo
+appunto per presentare, unitamente a
+lei, i miei omaggi alla signora donna Fulvia.</p>
+
+<p>— Sarà per un’altra volta.</p>
+
+<p>— Oh certamente.... e che cosa le ha detto donna
+Fulvia?</p>
+
+<p>— Tanti saluti a tutti, tanti saluti. — Ed entrò
+in casa, intanto che il farmacista stava pensando
+un’altra domanda.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span></p>
+
+<h2>XI.</h2>
+</div>
+
+<p>Per diversi giorni donna Fulvia stette rinchiusa
+in casa, e non volle veder nessuno. A chi veniva
+per ossequiarla faceva dire che gli avrebbe ricevuti
+poi a suo tempo, e che anzi, venendo quando
+l’avrebbe detto lei, le avrebbero fatto anche un
+piacere maggiore.</p>
+
+<p>I più curiosi avevan cercato di spiarla quand’era
+in chiesa; ma in chiesa donna Fulvia ci
+stava con tanta umiltà, e in un posto così separato
+e distinto da tutti, che non era stato possibile
+a nessuno di vederla in faccia.</p>
+
+<p>Il signor Valassina invece, s’era dato nel frattempo
+molto d’attorno cercando di veder tutto,
+di parlare di tutto, e di sapere i fatti di tutti,
+con l’aria di confidare i propri. Nè si era accontentato
+di Orobio; col pretesto degli affari di
+donna Fulvia, in pochi giorni egli aveva fatto
+conoscenza anche con moltissimi dei paesi vicini,
+<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
+e s’intende, gli aveva fatti cantar tutti; in modo,
+ch’ebbe subito pronta tutta la messe che occorreva
+per il vaglio di donna Fulvia. Fra le conoscenze
+fatte c’era stata anche quella di don Innocente;
+ed anzi, siccome era stato uno dei principali
+somministratori della messe, così ne lo
+aveva ricambiato con una pronta amicizia e con
+una special protezione.</p>
+
+<p>Finalmente un bel giorno fu annunziato che
+donna Fulvia si sarebbe compiaciuta di ricevere
+le persone principali del paese, e che dava principio
+ai ricevimenti. A tale notizia non è a dire
+come don Cornelio si mettesse in movimento.
+Gli premeva che donna Fulvia fosse di buon
+umore, che pigliasse ad amare il paese, che vi
+soggiornasse lungamente, e vi continuasse, come
+un tempo, l’opera benefica del povero conte Maurizio.
+Con la sua pazienza e con la sua bonarietà
+don Cornelio otteneva quel che voleva, e così
+ottenne che andassero da donna Fulvia anche i
+più ruvidi, anche il sindaco; e che più d’uno di
+tanto in tanto lasciasse la mezzetta dell’osteria
+per l’acqua cedrata di donna Fulvia.</p>
+
+<p>Per tre o quattro settimane le cose non andarono
+male. Ogni sera in casa di donna Fulvia,
+c’era la partita a tarocchi, e ogni domenica un
+pranzetto. Gli ospiti di solito erano don Cornelio
+e il suo coadiutore, il sindaco, il dottore, lo speziale
+<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
+e diversi preti dei paesi vicini che mano
+mano andavan crescendo in numero. Il più assiduo
+era don Innocente. Una certa soggezione li
+teneva tutti in riga; parlavan quindi pochissimo;
+e questo è già un buon mezzo per andar d’accordo.
+Donna Fulvia, un po’ perchè li voleva studiare a
+uno a uno, un po’ perchè si compiaceva a vederli
+così ossequiosi e deferenti, s’era tenuta nei primi
+tempi in un certo riserbo benevolo, che in quella
+prima luna di miele, bastava per addolcire i commenti.
+Don Cornelio ne gioiva tutto. Egli s’era
+ben accorto, fin dalla prima volta che l’aveva
+veduta, con che caratteruccio caustico avrebbe
+avuto a che fare, e n’era rimasto tutto conturbato
+e pieno in cuor suo di dubbi e di malinconia;
+ora però cominciava a sperare. Sperava che
+fosse facile ammansirla, e cavarne qualche buon
+frutto, come gli era riuscito con altre piante spinose.</p>
+
+<p>Ma, a poco a poco, al tavolino de’ tarocchi, e in
+fin di tavola, dopo un buon pranzo, le lingue incominciarono
+a sciogliersi un po’ di più, e incominciarono
+anche i primi guai. Alcune prime lezioncine,
+bruschette, s’intende, donna Fulvia principiò
+a darle al coadiutore di don Cornelio, ch’era
+anche il più giovane e il più timido di tutti; forse
+per educarlo a modo suo, o fors’anche volendo
+“dire a nuora perchè suocera intenda.„ La suocera
+in questo caso era don Cornelio. Una sera il povero
+<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
+don Luigi, avendogli qualcun domandato:
+“Ebbene, che novità ci sono?„ s’era messo a ripetere
+una poca novità pescata in un giornaletto
+della provincia che non era quello della Curia.
+Donna Fulvia non lo lasciò neanche finire.</p>
+
+<p>— Come! don Luigi, — gli disse seccamente, — lei
+si dà alla lettura d’una gazzetta qualsiasi?
+Non sa quali sono i giornali che lei deve leggere?</p>
+
+<p>Il medico, che stava giocando al tavolino, credendo
+sulle prime che donna Fulvia scherzasse:</p>
+
+<p>— Ma come? — soggiunse con affettazione, — lei
+legge altri giornali, e non solamente quello
+di don <i>Ammazzasette</i>?</p>
+
+<p>— Ma dottore! — saltò su don Cornelio, — badi
+al gioco.... cosa mi fa? non ha veduto che chiamavo
+tarocchi? — e facendo la voce grossa cercò
+di sviare il temporale.</p>
+
+<p>— Sciocchezze! — saltò su donna Fulvia interrompendo
+il dottore; e fu il primo lampo.</p>
+
+<p>Allora il dottore piccato, cominciò quietamente,
+tra una giuocata e l’altra, a far la storia di don
+<i>Ammazzasette</i>, come lo chiamavano, il quale era un
+prete già professore, che, dopo molte peripezie,
+aveva mutato di diocesi e di provincia, e s’era
+fatto giornalista intransigente nel capoluogo di
+quella valle.</p>
+
+<p>Che donna Fulvia avesse intanto i nervi in
+burrasca si capiva da alcune contrazioni della
+<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
+bocca ch’eran di solito foriere d’uno scroscio.
+Ma la tratteneva una certa soggezione in cui era
+ancora col dottore; e tutta contegnosa e silenziosa
+fingeva di non udire, e non levava gli occhi dalle
+carte. Di tanto in tanto però scattava.</p>
+
+<p>— Cose che si contan nelle bettole! — saltò su
+a un tratto.</p>
+
+<p>— Scusi, interruppe il sindaco, tutti ne parlano.
+Io, per esempio, queste cose le ho risapute
+anche da qualche buon prete, all’orecchio, s’intende,
+perchè don <i>Ammazzasette</i> li fa tremar
+tutti; ma poi un poveraccio, quand’è stanco di
+accuse, di fulmini, di predicozzi, di semestri
+d’abbonamento, di collette e di oboli, versati a
+furia di rappezzi sulle brache.... allora qualcosa
+mormora, il poveraccio! Mormora dell’esattore....
+e anche di don Ammazzasette.... è naturale! Tanto
+più che non è certo costui quello che gli insegni
+precisamente l’indulgenza per il prossimo.</p>
+
+<p>Don Cornelio cercava di interrompere ora l’uno
+ora l’altro ma non c’era modo. Il dottore era piccato,
+e tirava innanzi impassibile e con tutta
+flemma.</p>
+
+<p>— No, davvero, non son gli articoli del suo
+giornale che insegnino nè l’amor del prossimo,
+nè la carità, nè il perdono....</p>
+
+<p>— Ma che ci ha a che fare tutto ciò coi giornali? — esclamò
+con impazienza donna Fulvia.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span></p>
+
+<p>— Pochissimo di solito, ne convengo; ma un
+pochino forse di queste virtù cristiane non sarebbero
+fuori di posto anche in un giornale, quando
+il giornale dice di essere cristiano cattolico per
+eccellenza.</p>
+
+<p>— Lasci, lasci queste cose, signor dottore, a chi
+se ne intende.</p>
+
+<p>— Oh io non ho questa pretesa, anzi non me
+ne intendo affatto; ma come metterebbe lei d’accordo
+gli articoli di don <i>Ammazzasette</i>, e di altri
+suoi colleghi, con quegli ammaestramenti che dicono:
+“offrite la guancia al percotitore.... scagli
+la prima pietra chi....„</p>
+
+<p>— Quelli erano altri tempi!</p>
+
+<p>— Precisamente. E ciò che concludo anch’io, — disse
+con ironia il dottore, e poi si tacque.</p>
+
+<p>Dopo quella partita non se ne fecero altre. La
+conversazione rimase arenata, e, dopo un silenzio
+lunghetto e dei saluti fredducci, la serata finì mandandoli
+tutti a letto di malumore.</p>
+
+<p>— E voi, Cleofe, ricordatevi di non ammalarvi
+in questo paese, — diceva poco dopo donna Fulvia
+alla cameriera, intanto che questa le levava
+le due coppie di ricci, e le presentava la cuffia
+da notte. — C’è un medico al quale non darei
+da curare il gatto.</p>
+
+<p>Donna Fulvia fu per parecchi giorni arrabbiata
+anche con sè stessa per non aver risposto al dottore,
+<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
+quella sera, come avrebbe voluto. Gliene veniva
+in mente ogni tratto una più salata dell’altra,
+ma era tardi. Pensò di metterle in serbo per la
+prima occasione; ma poi, per non tenersele troppo,
+finì col regalarle ad altri, perchè il dottore per
+un gran pezzo non si lasciò più vedere.</p>
+
+<p>Una buona dose di quelle bottate cominciò a
+sfogarle col sindaco e con lo speziale, coi quali
+si sentiva meno in soggezione. E l’uno e l’altro,
+condotti da don Cornelio, si trovavano una sera
+a conversazione nel suo salotto, dove c’erano anche
+don Innocente ed altri personaggi del paese,
+di quelli che non parlano. Lo speziale era in vena
+di discorrere. Quando si trovava con persone
+nuove lo speziale amava farsi conoscere come
+uomo dotto; amava lasciar capire che c’era in
+lui una certa superiorità; ch’era uomo di scienza;
+ch’era anche filosofo se occorreva; e che nella
+scienza e nella filosofia poi sapeva avere delle
+idee arditissime; che sapeva persino essere all’occorrenza
+un libero pensatore, come si direbbe.
+Non che lo fosse: alle funzioni della parrocchia,
+ci andava è vero con l’aria di fare un favore a
+Domeneddio, ma ci andava sempre.</p>
+
+<p>— Che ne pare, a donna Fulvia, di questi paesi? — aveva
+cominciato lo speziale. — Cosa ne dice
+di questo nostro Orobio?</p>
+
+<p>— Fin ora non ne dico niente — aveva risposto
+donna Fulvia.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span></p>
+
+<p>— Capisco, le mancano i dati statistico-morali;
+ma non le sarà malagevole l’averne qualche
+idea sintetica, come diciamo noi, se vorrà percorrere
+meco....</p>
+
+<p>— Tante grazie, non s’incomodi.</p>
+
+<p>— È un pezzo che io le vado studiando queste
+popolazioni, che le analizzo, come diciamo noi....
+Io le credo le vere discendenti dei Cenomani; ne
+hanno tutti i caratteri. Intelligenza pronta, riflessiva,
+spirito analitico, disposizione alle scienze
+positive.... insomma siamo Cenomani! Basta osservare
+le nostre scuole.... Coraggio, caro sindaco!
+aumentate le nostre scuole, raddoppiatele, ve lo
+dico sempre!</p>
+
+<p>— Non le abbiam forse raddoppiate da un pezzo? — saltò
+su il sindaco.</p>
+
+<p>— Sta bene, ma avanti, e sempre avanti! Sono
+incommensurabili i frutti che si possono cavare
+dalle nostre popolazioni fortemente istruite! Ma
+bisogna che l’istruzione sia scevra di pregiudizi,
+che sia filosofica, positiva. Allora avremo
+delle masse illuminate, robuste; avremo delle
+masse....</p>
+
+<p>— Avrete una massa d’asini più di prima! una
+massa di prosuntuosi, e di petulanti! — esclamò,
+interrompendolo, donna Fulvia che incominciava
+a perdere la pazienza.</p>
+
+<p>— Benissimo! Dice bene la signora contessa!
+<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
+Proprio così! — esclamò anche don Innocente,
+fregandosi le mani.</p>
+
+<p>Lo speziale e il sindaco si voltarono verso quest’ultimo
+come due basilischi, e stavano per ripicchiare
+su lui la botta di donna Fulvia. Ma intervenne
+a tempo don Cornelio, il quale un po’
+canzonando in bella maniera lo speziale, un po’
+interpretando benignamente le diverse opinioni,
+rimise per un momento la conversazione in carreggiata,
+e riuscì a far parlare delle sue scuole
+il sindaco, il quale ne era molto glorioso. Il sindaco
+fece la sua narrazione, un po’ lunghetta,
+non ommettendo qua e là, con una certa modestia,
+di far cenno degli elogi che aveva ricevuti
+a voce ed in iscritto dai superiori scolastici e
+dal prefetto. Poi com’ebbe finito, guardò donna
+Fulvia con l’aria d’aspettare anche gli elogi suoi.</p>
+
+<p>Donna Fulvia lo lasciò aspettare un pochino,
+poi in tuono calmo e con aria di protezione gli
+rispose: — Le scuole possono essere una buona
+cosa, ne convengo; non le sue, però. Lo creda a
+chi se ne intende. Ne riparleremo; e a suo tempo
+me ne occuperò anch’io delle sue scuole. Intanto
+comincio col dirle che per gli asili non divido il
+suo entusiasmo, e che nelle classi elementari poi,
+c’è molta roba da mettere in disparte... Figurarsi!
+anche la storia e la geografia!... cose che scaldan
+le teste dei ragazzi. Quanto poi alle scuole
+<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
+serali... son di moda, lo so; ma lo creda a me,
+signor sindaco, alla sera la gente sta bene a
+letto. — Poi voltandosi a un tratto verso lo speziale,
+col fare un pochino ironico continuò: — Lei
+mi deve scusare se l’ho interrotto poco fa; non
+m’ha finito il suo programma scolastico, sentiamone
+anche il resto; dica su, non me ne
+privi.&nbsp;—</p>
+
+<p>Lo speziale, che dopo la brusca interruzione
+di donna Fulvia era rimasto alquanto sconcertato,
+si rasserenò subito a quell’invito; e pigliatolo
+sul serio, si rimise a raccapezzare le idee, e
+a riprendere il filo del discorso.</p>
+
+<p>Un gran temporale s’era invece rapidamente
+addensato nella testa del sindaco. Don Cornelio
+se ne accorse, ed ebbe un momento di spavento.
+Il sindaco tutto acceso in faccia, s’era levato in
+piedi per cercare il cappello. Trovatolo, disse
+con la voce alterata: “felice notte„: fece un
+inchino, sbagliò la porta un paio di volte, e se
+ne andò.</p>
+
+<p>— Innanzi tutto, — continuò lo speziale — noi
+vogliamo l’istruzione obbligatoria, meno s’intende
+quando abbiamo i lavori della campagna, o quelli
+delle filande; la vogliamo gratuita....</p>
+
+<p>— Oh, la vorrei gratuita anche per me — saltò
+su donna Fulvia — che ne dovrò far le spese
+per una buona parte.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span></p>
+
+<p>— E laicale... non escludendone però don Cornelio,
+ottimo direttore delle nostre scuole.</p>
+
+<p>— Ah, è lei don Cornelio il direttore delle
+scuole? il direttore della storia, della geografia,
+e di tutte le cosarelle che abbiam sentite?... È
+un direttore di scuole comunali anche lei don
+Innocente?...</p>
+
+<p>— Oh, il cielo me ne guardi, signora contessa, — rispose
+subito don Innocente. — Non me ne
+immischio io in queste cose, non me ne immischio!</p>
+
+<p>Don Cornelio non rispose. S’era messo a sfogliare
+e a leggicchiare un libro, e finse di non
+aver sentite le parole di donna Fulvia.</p>
+
+<p>— Poi, — continuò lo speziale intento sempre
+a raccappezzar le idee — poi vorrei con un sistema
+coordinato e complesso risollevare le popolazioni
+campagnole alla coscienza di sè medesime
+e della loro missione; mi spiegherò.</p>
+
+<p>— Mi farà piacere.</p>
+
+<p>— Bandire il pregiudizio, e sostituire la scienza.
+Questa è la meta. Ma per arrivarci bisogna innanzi
+tutto che le masse siano penetrate della
+superiorità del metodo sperimentale, positivo,
+analitico. Vorrei dunque istituire una scuola a
+questo scopo. Poi vorrei fare un gran bucato di
+tutto l’empirismo, di tutti i pregiudizi. E qui
+comincerei a fare agli agricoltori, una buona
+scuola di....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span></p>
+
+<p>— Oh, faccia dei buoni decotti agli agricoltori
+quando ne abbisognano! — saltò su don Cornelio
+interrompendolo, e desideroso che la finisse.</p>
+
+<p>— Mi scusi, don Cornelio, — continuò lo speziale — su
+questo, punto, lei lo sa, non andiamo
+d’accordo. Il suo programma, per me, è troppo
+limitato....</p>
+
+<p>— Lo lasci finire, — disse donna Fulvia, — lo
+lasci finire.</p>
+
+<p>— Io vado molto più in là, — continuò lo speziale
+tutto contento dell’appoggio di donna Fulvia. — Vorrei
+scuole di botanica, di chimica, di
+fisica celeste e terrestre, di antropologia....</p>
+
+<p>— Oh, che parolone mi va lei pescando! Scusi
+la mia ignoranza, ma questa poi m’è nuova.</p>
+
+<p>— Noi diciamo <i>antropologia</i> la scienza che tratta
+dell’uomo, — disse lo speziale con gravità e con
+soddisfazione.</p>
+
+<p>— Ah, capisco, — soggiunse donna Fulvia dopo
+un momento di riflessione. — Sarebbe mai quella
+scienza che insegna che l’uomo viene dalle scimmie?
+E sarebbe forse anche lei di questo parere?</p>
+
+<p>— Ma, ma... donna Fulvia mi propone una grave
+questione! Io... finora, non mi pronunzio. La scienza
+ha i suoi ardimenti... io li rispetto... non ammetto...
+non nego....</p>
+
+<p>— Ah lei è in dubbio? — rispose donna Fulvia
+<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
+con quel tono ch’era l’antifona d’una frecciata. — Aggiustiamola,
+com’è così; dalle scimmie discenderà
+lei, se le accomoda, io no di certo!</p>
+
+<p>Lo speziale rimase tanto colpito e confuso che
+non trovo più una parola nè per rispondere nè
+per continuare il suo programma scolastico. La
+conversazione finì. Ci fu un lungo silenzio; poi
+don Cornelio disse qualche parola sulla pioggia
+e sul bel tempo; poi sonarono le dieci, e dopo i
+soliti inchini ognuno se ne andò pei fatti suoi.</p>
+
+<p>La mattina seguente, sindaco e speziale andarono
+a sfogarsi da don Cornelio. Capitò per il
+primo lo speziale. Gli coceva più che mai l’affar
+delle scimmie. La teoria del discenderne tutti
+l’avrebbe accettata senza difficoltà; ma di discenderne
+lui solo, non ne voleva sapere. Don Cornelio
+fece più volte per tranquillarlo, per fargli
+capire che anche lui più volte era andato fuori
+di casa co’ suoi discorsi, e che se gli era toccata
+una botta, se l’era anche tirata addosso; ma non
+gli riuscì così presto. Lo speziale non si quietò
+se non dopo una lunga confutazione con la quale
+volle metter donna Fulvia in un sacco. Cosa che
+don Cornelio gli lasciò fare con suo comodo,
+tanto più che non c’era nè donna Fulvia, nè il
+sacco.</p>
+
+<p>Don Cornelio avrebbe voluto acquietar subito
+anche il sindaco. Ci mise tutto l’impegno, sprecò
+<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
+un paio d’ore, ma fece un buco nell’acqua. Anche
+il sindaco era stato punto sul vivo, e il solo conforto
+del suo amor proprio era quello di veder
+giustificate le sue diffidenze, le sue previsioni e
+l’antipatia presentita per donna Fulvia.</p>
+
+<p>— L’avevo detto io! Lo sapevo io! E lei che
+non mi voleva credere! Ma gli è che le cose le vedo
+da lontano io! — E di questo tono non la finiva
+più. Don Cornelio per buttar acqua sul fuoco gli
+andava concedendo molto, gli concedeva tutto, e
+intanto cercava di tirarlo a ragionare sul bene
+che si poteva ricavare anche dal male; cercava di
+mostrargli come a poco a poco, con la pazienza
+e con la tolleranza, si sarebbero potuti smussare
+gli spigoli di donna Fulvia, la quale alla fin fine
+poi doveva avere buon cuore, e poteva fare del
+gran bene al paese.</p>
+
+<p>— Lei è l’uomo della buona fede! gliel’ho sempre
+detto. Non ne è guarito mai, ma questa volta
+ne dovrà guarire per forza. La pace del nostro
+paesello è finita, me lo dice un presentimento.
+Di me poco m’importa; ma mi cruccio per il
+paese, e se vuole proprio che gliela dica, mi
+cruccio per lei!... Apra gli occhi, don Cornelio,
+apra gli occhi!...</p>
+
+<p>Don Cornelio rideva, ma il sindaco facendosi
+sempre più serio, ed anche più calmo, prese a
+rammentare i guai che negli ultimi anni avevano
+<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
+mano mano messo sossopra parecchi paeselli vicini.
+Disse che aveva già veduto, in pochi giorni,
+uno stormo d’uccelli del mal augurio convenire
+in paese, e farsi in giro a donna Fulvia.</p>
+
+<p>— Nei nostri paesi una volta, — continuò il
+sindaco, — lei lo sa, c’era sempre un buon curato,
+un buon prete ch’era il padre e l’amico di
+tutti; ch’era spesso quello che ne sapeva più
+degli altri, e sempre quello che aveva il cuore
+più largo; che nei dissidi metteva la pace, che
+faceva all’occorrenza da arbitro, da conciliatore,
+e da capo del Comune; che tutti riverivano
+ed amavano perchè era il primo patriotta del
+paese. Li ho conosciuti io, e li rammenterà anche
+lei, i nostri buoni curati d’un tempo!... quelli del
+quarant’otto!... Ma quei tempi sono passati. L’un
+dopo l’altro sparirono da questo mondo... o perseguitati
+dovettero nascondersi. Al loro posto ci sono
+i nuovi. I più vengono guardandosi in giro sospettosi
+come sentinelle in un paese nemico; tra loro
+e le faccende di questo mondo piantano in mezzo
+una siepe di spini; e la gente che non vuol pungersi,
+li lascia al loro posto, come piuoli senza
+radici e senza frutti. Canzonare il curato è ora
+un canzonare chississia. Se ce n’è uno buono, bisogna
+che anche lui si tenga chiuso sotto quattro
+catenacci; e i più sono anche poveri e ignoranti,
+perchè a chi mai può piacere una vita
+<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
+simile?.... Forse altrove non sarà così; ma a
+noi è così che ci li mandano adesso.... Lei è l’ultimo,
+in questi paesi, dei nostri preti del quarant’otto...
+e lo creda a me, la spazzeranno via
+anche lei!...</p>
+
+<p>Don Cornelio non rideva più, e rimase per tutto
+quel giorno malinconico e sopra pensiero.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span></p>
+
+<h2>XII.</h2>
+</div>
+
+<p>Anche don Cornelio intanto che faceva da paciere,
+ebbe presto da donna Fulvia la sua parolina
+di biasimo; e sì ch’egli aveva fatto proprio
+tatto il possibile per scansarla. Fermo nella speranza
+di abbonir donna Fulvia, di farle amare la
+gente del paese, di farla diventar la loro provvidenza,
+aveva bisogno poi che questa gente le
+facesse festa, e le fosse attorno con quella deferenza
+e con quell’affetto che guadagnano gli
+animi. Ma era un problema difficile. Quanti gliene
+conduceva si aggiungevano a poco a poco al numero
+degli imbronciti, e aumentavano il da fare
+di don Cornelio. Non sarebbero stati lontani
+quelli di Orobio dall’accordare a donna Fulvia la
+loro deferenza, ma bisognava che donna Fulvia
+ne avesse dimostrata loro in anticipazione altrettanta.
+Figurarsi! E don Cornelio intanto era tutto
+in faccende a persuadere, a calmare, a sgridare
+<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
+all’occorrenza, a cercar gente nuova da condur
+da donna Fulvia, e a ricondurle qualche disgustato
+mansuefatto. Fin sua sorella dovette mansuefare:
+la buona signora Angelica! La signora Angelica
+per ubbidire ai suggerimenti di don Cornelio,
+dopo aver resi i suoi omaggi a donna Fulvia,
+aveva offerta la sua amicizia e i suoi servigi alla
+cameriera, la Cleofe, usandole tante piccole attenzioni,
+facendole de’ regalucci, e insegnandole
+persino a fare il croccante. La Cleofe accettava
+tutto, ma si lamentava di tutto. Orobio per lei
+era il più brutto paese di questo mondo, e andava
+ripetendo che c’era tutto da mutare da cima a
+fondo, fin la gente, fin le montagne. La signora
+Angelica aveva sempre usato una gran prudenza;
+ma ora, e specialmente su certi argomenti, cominciava
+a rimbeccarla e a perdere la pazienza.</p>
+
+<p>La Cleofe amava discorrere, e far sentire la sua
+superiorità, in argomenti di teologia. Diceva che
+le cotte del curato non erano pieghettate come
+si doveva; che il curato non metteva mai nelle
+prediche il più piccolo testo latino, e che quando
+raccomandava l’elemosina non la raccomandava
+abbondante; diceva che il curato era di maniche
+larghe, che aveva abolite tante belle usanze, e
+che Orobio, anche secondo il parere di don Innocente,
+andava diventando un paese di eretici.</p>
+
+<p>Don Cornelio rideva; ammoniva la sorella a
+<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
+non badarci, e a tacere, raccomandando a lei come
+a tutti d’aver pazienza. Sino al povero <i>Ugolino</i>
+doveva raccomandar la pazienza, quando gli si
+piantava dinanzi e lo guardava fisso, come a dire:
+che novità son queste? La novità era che don
+Cornelio non lo conduceva più con sè che quando
+usciva di paese, e che gli era imposta una vita
+tutta di casa, per impedirgli le dispute con <i>Fleurette</i>.</p>
+
+<p>Ma, a malgrado di tanto zelo e di tante precauzioni,
+la politica di don Cornelio non riusciva
+a grandi risultati. I migliori del paese eran tutti,
+chi più chi meno, o disgustati, o malveduti. Gli
+sciocchi, i maligni, i credenzoni, andavan da donna
+Fulvia a bever grosso, o a dargliene a bere: donna
+Fulvia, malcontenta di tutto e di tutti, era persuasa
+che a Orobio non c’era nulla di buono; che
+tutto era guasto, come aveva preveduto lei, e che
+bisognava fare e rimutare grandi cose. Ma non
+sapeva poi come appigliarsi. Alla fine s’era decisa
+di chiamare in soccorso il padre Felice; ma, non
+volendo confessargli completamente il suo imbarazzo,
+le occorreva un’occasione, un pretesto, per
+sottoporgli il caso e avere de’ consigli, senza ch’egli
+se ne avvedesse, come le pareva d’aver fatto
+in altre circostanze. L’occasione venne presto,
+e fu quella della festa che si celebrava in paese
+nell’ottobre, il giorno di San Luca, ch’era il
+<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
+santo della parrocchia. Donna Fulvia pensò di
+far venire per quel giorno sua figlia, il genero e
+Cristina; e di pregare anche il padre Felice a
+voler essere della compagnia per fare una scampagnata,
+e vedere Orobio nella sua giornata solenne.
+Detto fatto, scrisse alla figlia, al genero e
+al padre Felice; gli inviti furono accettati con
+piacere; e la Cleofe, seguita affannosamente da
+<i>Fleurette</i>, fu tutta in faccende a far camere e a
+spolverare.</p>
+
+<p>Prima che arrivassero i suoi invitati, donna
+Fulvia volle prendere con don Cornelio qualche
+concerto per il giorno della festa; e fu allora che
+a don Cornelio toccò una prima censura, con la
+quale donna Fulvia gli volle anche far capire che
+non era troppo contenta di lui.</p>
+
+<p>— Dunque non sono che tre i sacerdoti che lei
+ha invitati per le funzioni della festa? — domandò
+donna Fulvia dopo qualche altra interrogazione,
+e dopo una pausa, durante la quale la
+sua faccia s’era composta a molta serietà.</p>
+
+<p>— Appunto, — rispose don Cornelio. — È quello
+che faccio di solito in simili occasioni.</p>
+
+<p>— E s’è sempre fatto così? — domandò, dopo
+un’altra pausa, donna Fulvia la quale aveva avute
+prima le sue informazioni.</p>
+
+<p>— Si fa così da molti anni. Una volta c’era anche
+qui l’usanza di far molti inviti, e per la festa
+<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
+di San Luca venivano quindici o venti preti;
+ma siccome venivano di lontano, la fabbriceria
+doveva dar loro un pranzo; pranzo ch’era diventato
+un pranzone, perchè tutti in paese si credevano
+in diritto d’essere invitati, e che costava
+alla fabbriceria più di trecento lire all’anno. Per
+un po’ lasciai fare, ma poi una bella volta la feci
+finita. Ora non invito più che due o tre preti, i
+quali vengono a dividere il modesto desinare di
+casa mia, e faccio dare le trecento lire ai poveri
+il giorno della festa.</p>
+
+<p>— L’elemosina sta bene, ma quanto alla soppressione
+degli inviti al clero le dico, senza complimenti,
+male, malissimo. Il pranzo era una conseguenza....
+e non era poi una cattiva usanza dal
+momento che il popolo, a quanto parmi di aver
+sentito dire, lo chiamava il pranzo sacro.</p>
+
+<p>— Oh donna Fulvia! lo chiamavano proprio così!
+E non le pare che questi nomi appaiati mi dovessero
+bastare per farla finita? Ma si diceva
+di più....</p>
+
+<p>— Non occupiamoci delle sciocchezze, — saltò
+su donna Fulvia che voleva biasimare, e tagliar
+corto. — Intanto il popolo non vede più la festa
+fatta col dovuto decoro.... e ciò, le ripeto, è male,
+malissimo.</p>
+
+<p>— Il popolo faceva ala a veder sfilare i preti
+che venivano dal pranzo; ognuno diceva la sua....
+<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
+e non creda donna Fulvia che le dicessero tutte
+a onore e gloria dei preti, del santo, e della festa!
+Per tutto quel giorno, sulla piazza e nelle bettole
+era uno sghignazzare di continuo, e un dir spropositi,
+su questo pranzo dei preti....</p>
+
+<p>— Se non ha da citarmi di meglio che quelli
+delle bettole, rimango del mio parere. C’era, del
+resto, anche chi la pensava diversamente. Ma non
+importa. Il pranzo d’ora innanzi lo darò io. Delle
+usanze pie se ne abbandonano fin troppe nei
+paesi.... Oh caspita! che siamo in paesi di protestanti?</p>
+
+<p>Don Cornelio capì che la botta era per lui,
+e che non era data solo per il pranzo; gli venne
+più d’una risposta sulla punta della lingua, ma
+le trattenne tutte, e rimase in silenzio. Donna
+Fulvia, contenta di ciò, e contenta di sè, mutava
+discorso continuando la conversazione in un tono
+un pochino più benevolo e cortese.</p>
+
+<p>Due giorni dopo arrivava a Orobio il marchese
+Ettore con sua moglie, con Cristina e col padre
+Felice. A don Cornelio intanto era capitata una
+nuova lettera di Enrico che gli annunziava la sua
+vicina partenza per l’Italia, e gli domandava se
+aveva parlato, o scritto, per il matrimonio; se a
+Orobio c’era Cristina, e se poteva farci subito
+una corsa anche lui; pregandolo di rispondergli
+a Genova, dove contava di arrivar presto e di
+trattenersi alcuni giorni.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span></p>
+
+<p>Questa nuova lettera d’Enrico, l’arrivo di Cristina,
+e tutto quello che donna Fulvia andava dicendo
+e facendo non erano avvenimenti da nulla
+per don Cornelio che aveva fatti i suoi disegni,
+e ora li vedeva impigliati ogni giorno in qualche
+nuovo contrattempo. Quante belle cose doveva
+fare donna Fulvia secondo i disegni di don Cornelio!
+Doveva a poco a poco ripigliare il filo interrotto
+di tutte le opere buone e belle che un
+tempo aveva fatte o incominciate il conte Maurizio;
+ne doveva fare anche di più, lei ch’era
+tanto più ricca! e doveva diventare la provvidenza
+del paese e il faro della valle. Don Cornelio
+capiva che a accender quel faro non era
+cosa facile, ma aveva una gran fiducia in sè, e
+nella buona riuscita, come chi ha date e vinte
+altre battaglie. Nei ventisette anni da che era
+curato gli pareva d’averne condotti e tenuti sulla
+sua strada anche de’ più difficili. Donna Fulvia
+poi era tutta carità! e nel pensiero di don Cornelio
+la carità era una virtù così semplice, così
+serena, così feconda di prodigi! Oltre a ciò, don
+Cornelio voleva anche compire quella missione
+che considerava come un sacro dovere verso la
+memoria del suo miglior amico, il conte Maurizio.
+Voleva maritar Enrico e Cristina, secondo il desiderio
+di lui, secondo il cuore dei due giovani,
+ed anche secondo il proprio, che li amava tanto.
+<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
+“Oh, se arrivo a far questo,„ esclamava ogni
+tratto tra sè don Cornelio, “muoio proprio contento!„
+Ma presentiva che, per arrivarci, la strada
+non sarebbe stata nè facile nè breve; capiva anche
+d’averne fatta poca, e vedeva le faccende andar
+di galoppo, e non lasciargli il tempo per farne una
+più lunga.</p>
+
+<p>La comitiva attesa da donna Fulvia arrivò,
+ma per due o tre giorni casa Orsenigo rimase
+chiusa; e ai curiosi, che venivano a far visita
+per vedere i nuovi arrivati, un servitore in livrea
+diceva che la padrona non riceveva. Una
+volta al giorno usciva dal palazzo un carrozzone
+per la trottata; ed eran stati pochissimi i fortunati
+che, sbirciando, avevan potuto vedere chi
+un sacerdote, chi Cristina, e chi una signora che
+non conoscevano. Il marchese Ettore usciva a
+piedi, girandolava per il paese, faceva qualche
+lunga passeggiata; ma l’avevan pigliato per qualche
+merciaio venuto per la festa, o per quello
+della lanterna magica, e nessuno aveva badato
+a lui. Don Cornelio era sulle spine, e non sapeva
+cosa fare e cosa dire; lui che s’era fatta
+tanta festa di vedere Cristina, e che s’era immaginato
+di vederla subito, di vederla più volte al
+giorno come una volta, or nel palazzo, or per i
+prati, or nell’orticello di casa sua!</p>
+
+<p>— Ah, volevo ben dir io! — esclamò finalmente
+<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
+il quarto giorno, correndo a cercar la sorella
+per dargliene la buona nuova. — Guarda
+un po’, noi che si incominciava a non capirne
+niente... Ma lo dico sempre io che per pensar
+male c’è sempre tempo!</p>
+
+<p>— C’è qualche novità? — domandò ansiosamente
+la signora Angelica.</p>
+
+<p>— Non è che ci siano delle novità, ma c’è qualcosa
+che ti farà piacere... perchè fa piacere che
+le cose si mettano per la buona strada, perchè,
+a dirla schietta, non capivo come mai Cristina
+fosse da tre giorni in paese, e non ce l’avessero
+fatta vedere... a noi?</p>
+
+<p>— La Cleofe, tutta colpa della Cleofe! — pensavo
+io.</p>
+
+<p>— Un bel niente! Tutt’altro... inezie invece;
+eccesso di premura, eccesso di precauzioni, abitudini
+da gran signori, etichette, ma null’altro.
+Ecco ciò di cui oggi ho potuto assicurarmi, e
+d’ora innanzi vedremo Cristina tutti i giorni, proprio
+come quando c’era....</p>
+
+<p>— Oh che buona notizia! ma come hai saputo?...</p>
+
+<p>— Intanto che tu eri uscita, fu qui, e ci stette
+un gran pezzo, quel sacerdote ch’è arrivato con
+Cristina e con la figlia di donna Fulvia. Non
+m’era nuovo, l’avevo veduto a Milano, appunto
+in casa di donna Fulvia, quel giorno che vi condussi
+Cristina. A dire la verità, in allora, non
+<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
+so perchè, m’era piaciuto poco; ma ho avuto torto.
+È una degna persona. Non ho capito bene di che
+paese sia... e se appartenga a qualche ordine,
+perchè semplice sacerdote non lo è, o almeno
+non mi è parso... ma è proprio una gentilissima,
+una carissima persona; un po’ complimentoso, ma
+umile e alla buona! Ha voluto conoscermi, farmi
+una visita, lui per il primo; e si vede che s’interessa
+non poco anche dei nostri paesi. M’ha
+domandato molte cose... vuol conoscere i nostri
+bisogni, certo per farci del bene. Oh gliene conterò
+ben io parecchi, perchè donna Fulvia li risappia!...</p>
+
+<p>— E Cristina?</p>
+
+<p>— Ci sono. Pare che Cristina avesse preso un
+po’ d’infreddatura, o che so io. Figurarsi! donna
+Fulvia che la tiene nella bambagia!... Ma ora le
+paure sono passate... e in conclusione donna Fulvia
+ci aspetta.</p>
+
+<p>— Ci aspetta? Aspetta anche me?</p>
+
+<p>— Anche te, e mi fa dire da quel sacerdote di
+cui ti parlavo, che dobbiam vedere spesso Cristina,
+che dobbiamo tenerla allegra, che tu devi
+condurla a passeggio... insomma ci fa dire un
+monte di belle cose....</p>
+
+<p>La signora Angelica batteva le mani per la
+consolazione, e <i>Ugolino</i>, ch’era presente, si mise
+ad abbaiare, e corse abbaiando per tutta la casa.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span></p>
+
+<p>Qual buon vento aveva portato improvvisamente
+questo po’ di sereno?</p>
+
+<p>Donna Fulvia s’era decisa a confidare al padre
+Felice il nome dello sposo che destinava a Cristina;
+e il padre Felice che se l’era immaginato
+da un pezzo, aveva fatto i suoi complimenti a
+donna Fulvia per il felice pensiero; aveva approvato,
+ammirato; ma, soggiungendo che bisognava
+trattar la cosa con molta prudenza, le
+aveva anche dati subito molti consigli. Il padre
+Felice, presentendo che forse poteva essere non
+troppo facile il far inghiottire a Cristina quel
+bocconcino di marito, aveva suggerito di disporre
+l’animo della fanciulla tenendo vivamente accesi
+in lei i sentimenti dell’affetto e della gratitudine.
+Aveva consigliato a donna Fulvia di raddoppiare
+con Cristina la misura della confidenza, della dolcezza,
+e della condiscendenza; raccomandando, fra
+le altre cose, di concederle largamente la compagnia
+del curato e di Angelica, ch’erano stati i
+suoi primi amici, e che potevano essere, nell’affar
+del matrimonio, degli utili alleati. Donna Fulvia
+aveva cominciato con l’arricciar il naso su
+questi consigli, ma poi s’era arresa; aveva già
+messo nelle mani del padre Felice, anche la matassa
+delle faccende d’Orobio, perchè la dipanasse
+a di lei modo, e bisognava pure compiacerlo in
+qualcosa. Il padre Felice poi, senza perder tempo,
+<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
+era andato subito, come s’è visto, a far visita al
+curato.</p>
+
+<p>Don Cornelio e la sorella, impazienti di veder
+Cristina, andarono quel giorno stesso, dopo pranzo,
+da donna Fulvia. Si pensi la loro consolazione, e
+la festa che loro fece Cristina! Angelica, sulle
+prime, era rimasta quasi in soggezione dinanzi a
+Cristina che rivedeva un po’ mutata, fatta più
+bella, più seria, più contegnosa; ma poi la coprì di
+baci come una volta, non appena Cristina corse
+a stringerla fra le sue braccia. Donna Fulvia disse
+alla sorella del curato, facendosi sentire dal padre
+Felice, che venisse pure tutti i giorni a prender
+la fanciulla per condurla a passeggio; e tra
+Cristina e Angelica si combinò subito una giterella
+per il giorno dopo. Cristina era smaniosa di
+rifare una di quelle camminate di montagna
+ch’erano state, un tempo, la sua delizia; e
+propose di andar, loro due, a bere la panna in
+una certa capannetta su un poggio del monte da
+cui si vedeva tutta la valle. La panna parve a
+donna Fulvia una cosa un po’ troppo fuori del
+consueto; una cosa non necessaria, e anche un
+poco rischiosa. Ma intervenne subito il padre Felice,
+e la panna fu concessa.</p>
+
+<p>Il padre Felice poi ricolmò di nuove gentilezze
+il curato; gli chiese il favore anch’esso di qualche
+passeggiata assieme; e tra un subisso di complimenti,
+<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
+che confondevano don Cornelio, fu combinata
+per il giorno dopo la visita a un santuario
+fuor di paese. Infine, quando don Cornelio si accomiatò,
+chiamato dalla campana del rosario, il
+padre Felice volle uscire con lui, e accompagnarlo
+fino in chiesa.</p>
+
+<p>Mentre attraversavano la piazzetta della chiesa,
+li intravvidero, agli ultimi chiarori del crepuscolo,
+il sindaco e il medico che rientravano allora
+in paese tornando dalla caccia.</p>
+
+<p>— Noi, caro dottore, oggi s’è preso poco.... ma
+c’è là qualcuno che sta per fare una buona caccia!</p>
+
+<p>— Dove? chi?</p>
+
+<p>— Non vede là?</p>
+
+<p>— Quel corvo?</p>
+
+<p>— Dica avoltoio! Non vede che tiene già il
+pulcino nelle granfie?</p>
+
+<p>— Le pare?</p>
+
+<p>— Me lo saprà dire, dottore!</p>
+
+<p>— Lo conosce lei?</p>
+
+<p>— Io no.</p>
+
+<p>— L’ho veduto fin da ieri, che faccia!</p>
+
+<p>— Che faccia, eh!.... E don Cornelio ci cascherà!
+Vuol scommettere, dottore? Ci cascherà.</p>
+
+<p>— A far che?</p>
+
+<p>— Non lo so... ma ci cascherà! È l’uomo della
+buona fede! quel benedett’uomo! Oh ci cascherà!</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span></p>
+
+<h2>XIII.</h2>
+</div>
+
+<p>La mattina seguente all’ora convenuta, la signora
+Angelica e Cristina uscivano dal palazzo
+Orsenigo, e attraversato il paese, pigliavan subito
+una stradicciuola della montagna. Appena fuori del
+palazzo s’erano imbattute in <i>Ugolino</i>, che fermo,
+con le orecchie ritte, e fissando il portone, stava
+aspettando tenendosi a una conveniente distanza.
+<i>Ugolino</i>, veduta Cristina, aveva spiccato un salto,
+e le era salito fino al collo. Cristina ricambiò l’accoglienza
+del suo vecchio amico con mille carezze
+e con mille domande, alle quali <i>Ugolino</i> s’era ingegnato
+di rispondere a modo suo con l’abbaiare,
+col guaire e col menar la coda disperatamente.
+Poi finiti i complimenti, s’era svincolato in tutta
+furia, e s’era messo seriamente, come soleva, alle
+sue funzioni di battistrada.</p>
+
+<p>La giornata era serena, splendida, e tra le più
+belle di quell’autunno. Il sole dava uno de’ suoi
+<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
+ultimi e tiepidi abbracci ai monti, alla valle; e
+la natura tutta pareva gli rispondesse con un
+palpito di vita primaverile. Angelica e Cristina,
+mentre salivano per l’erta, si fermavano ogni tanto
+a respirare quell’aria purissima, balsamica; a contemplare
+quella bella natura che, con la pace e
+col silenzio, pareva invitasse gli animi all’espansione
+d’ogni più riposto e delicato sentimento.
+Esse allora si guardavano con un sorriso pieno
+di affetto; si guardavano come se l’una chiedesse
+all’altra una risposta aspettata, una confidenza
+intesa. Ma la risposta era un abbraccio, e si rimettevano
+in via. Per un pezzo tacevano, poi a
+un tratto l’una cominciava a discorrere, ma non
+per dir ciò che l’altra s’aspettava. E dire che
+avevano tanta impazienza tutt’e due d’aprirsi, a
+vicenda, il cuore! Eran passati otto mesi dal giorno
+in cui Angelica aveva messo Cristina nel legnetto
+dei viaggiatori di Orobio, e quanti pensieri, quante
+cosucce non avevano a confidarsi! Ma si sarebbe
+detto che ora non ne trovassero il bandolo. Il
+bandolo c’era, ma ciascuna aspettava che l’altra
+lo avviasse per la prima.</p>
+
+<p>Lo avviò, come furon sul poggio, una vecchia
+contadina nell’accoglierle sull’uscio del suo casolare.</p>
+
+<p>— Oh santa Vergine! che miracolo le ha fatte
+capitar quassù? È lunghetta la strada, e faticosa!...
+<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
+Non lo dico per la contessina, ma per la sorella
+del signor carato, che i suoi annetti li deve avere,
+perchè mi ricordo....</p>
+
+<p>— Oh ci riconoscete! E voi siete la Menica,
+nevvero?</p>
+
+<p>— Altro che riconoscerle! Lei, quasi ogni mese,
+la vedo al mercato.... e la contessina poi l’ho veduta
+tante volte anche quassù. La ci veniva a
+bere la panna ogni tanto o col suo povero babbo,
+il signor conte, o col signor curato. Il signor conte
+l’aveva sempre con sè, la sua bella ragazzina....
+Lei non era che una ragazzina a quel tempo.... Ma
+com’è cresciuta! pare un sogno! quasi non la
+riconoscevo più. E con lei, allora, c’era sempre
+un ragazzotto.... bel ragazzotto anche lui.... che
+chiamavano.... oh aspetti....</p>
+
+<p>— Enrico, — saltò su Angelica.</p>
+
+<p>— Proprio così. E quando capitavano quassù,
+bisognava vederli quei due ragazzi.... che diavoli!...
+quante ne facevano! Ma sarà diventato un
+giovanotto, grande e grosso, anche lui, m’immagino.
+È andato via, eh! così m’han detto. E ci
+tornerà però, in questi paesi?...</p>
+
+<p>— Ci torna, ci torna! — esclamò la signora Angelica, — e
+forse chi sa? tra pochi giorni potrebbe
+esser qui!</p>
+
+<p>— Sia lodato il cielo, — rispose la vecchia. — Voglion
+la panna? Ce n’ho appunto una scodella
+<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
+che non ci stava nella zangola, e vado a
+prenderla.</p>
+
+<p>— Ci torna, ci torna il nostro Enrico! — continuò
+Angelica poichè il bandolo era avviato.</p>
+
+<p>Cristina s’era fatta a un tratto tutta rossa in
+faccia, e nel tempo stesso, allontanatasi correndo,
+era andata a sedere su un rialto del prato. Angelica
+la raggiunse, e sedendole vicino continuò:</p>
+
+<p>— Sarà un gran bel giorno quello in cui tornerà
+anche il nostro buon Enrico!</p>
+
+<p>— Oh sì! sarà un bel giorno.... — ripetè Cristina
+con l’espressione pensierosa, trepida, di chi è assalito
+all’improvviso da memorie e da affetti
+chiusi nel cuore da un pezzo. Ma poi ritrovando,
+nel fissare il volto semplice e buono della signora
+Angelica, la confidenza e l’espansione d’un tempo,
+si fece animo e riprese: — Il buon Enrico! Da
+che son partita da Orobio non ebbi più nessuna
+nuova di lui.... Dunque torna? e quando? Non s’è
+dimenticato dunque di noi! n’ero sicura! è tanto
+buono, nevvero? Ma, mi dica, signora Angelica,
+mi conti.... ha scritto?</p>
+
+<p>— Altro che scritto!... ma zitti che vien la Menica....
+Oh, che scodelloni! ce n’è per quattro.</p>
+
+<p>— Ho spannato stamane, e sentiranno com’è
+fresca e dolce.... E il signor curato sta bene? Ma
+che bella combinazione! E dire anche che mi
+dan latte in questi giorni tutt’e due le mucche,
+<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
+perchè alle volte.... Dunque domani gran festa a
+Orobio! Dicono che ci verranno tutti i preti della
+vallata.... un festone! Vedranno che caciuole porterò
+giù io! E la processione? La tireranno in
+lungo, mi immagino!... Ma, con loro permissione,
+torno un minuto alla zangola per finire, do un’occhiata
+alle bestie, poi son da loro....</p>
+
+<p>Cristina, intanto che la Menica discorreva, guardava
+la valle, cercava i paeselli, le case, le stradicciuole
+che le ricordavano il passato: e sentiva
+crescere in sè un cumulo di memorie che le inondavano
+l’anima, e che dal cuore salivano a velarle
+dolcemente gli occhi. Più volte Cristina,
+nei mesi ch’eran trascorsi, quand’era sola nella
+sua cameretta, e tutto era in silenzio nel palazzo
+di donna Fulvia, mentre stava con gli occhi intenti
+su un telaino da ricamo o su un libro di
+lettura, s’era sentita assalire da un sentimento
+inesplicabile che sulle prime la seduceva con un
+piacere vago, misterioso, e che mano mano s’impadroniva
+di lei, la scoteva tutta, e le dava alla fine
+una commozione così grande da farla piangere,
+senza sapere il perchè. Allora, impaurita, s’affrettava
+a sviarlo, a allontanarlo quel sentimento;
+lasciava il libro, il telaino; e sarebbe fuggita
+dalla cameretta, ma temeva che qualcuno la vedesse,
+la osservasse. Quel sentimento si risvegliava
+in lei accompagnato or dall’una or dall’altra
+<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
+delle memorie gaie o dolorose d’un tempo,
+e dal ricordo or dell’una or dell’altra delle persone
+più care: tra queste Enrico c’era sempre.
+Che sentimento fosse quello, Cristina non lo sapeva;
+ma in cuor suo lo chiamava “il sentimento
+di cui aveva paura.„ Ora, mentre assorta e con
+gli occhi fissi, guardava la valle, quel sentimento
+le era rinato più forte, più seducente del consueto.
+E la sua anima vi si era tutta abbandonata:
+questa volta non poteva, non cercava sfuggirgli.</p>
+
+<p>Venne a scoterla la voce della signora Angelica
+che, vedendo Cristina presa come da un pensiero
+malinconico, volle avviare da capo il discorso con
+qualcosa di gaio.</p>
+
+<p>— Se ne ha scritte delle lettere il nostro buon
+Enrico! E che belle lettere! Le ultime poi.... oh
+le ultime! Quando le vedrai.... perchè anche mio
+fratello l’ha detto che sperava di fartele veder
+presto.... quando vedrai cosa dice di te, Enrico....</p>
+
+<p>— Di me? Di me?... E che cosa dice?</p>
+
+<p>— Oh, la signora curiosa! vedrai, vedrai. Intanto
+su allegra, che delle buone nuove ce n’è a
+bizzeffe!</p>
+
+<p>— Oh, me le dica.... le dica anche a me! Se c’è
+una buona nuova perchè non la dovrei sapere
+anch’io?</p>
+
+<p>La domanda parve così giusta anche alla signora
+<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
+Angelica che smise subito il pensiero, se pure
+l’aveva avuto, di tenersi abbottonata. E poi Angelica
+non la voleva veder malinconica quella figliola.</p>
+
+<p>— Punto primo, dunque, il nostro Enrico s’è
+fatto molto onore; s’è fatto voler bene da tutti
+anche in quei paesi... dell’Inghilterra.... Lui, non
+lo scrive, ma si capisce. Infatti gli han dato un
+impiego! ma non in quei paesi, nei nostri! Ed è
+forse già partito. Sicuro; ritorna, ritorna!</p>
+
+<p>— A Milano forse?</p>
+
+<p>— Non mi rammento bene, ma ritorna. Poi.... ah,
+bisogna vedere cosa scrive! che sentimenti! che
+penna!... quando parla di te, e dice....</p>
+
+<p>— E dice....</p>
+
+<p>— Insomma, quando don Cornelio mi lesse quella
+lettera, in principio ho dovuto piangere, poi alla
+fine mi sarei messa a ballare per la consolazione.
+Figurati!</p>
+
+<p>— Ma cosa dice?</p>
+
+<p>— Oh è impossibile ridire quello che dice.... impossibile
+dir le cose come le dice lui!... Ma già
+io l’avevo sospettato, fin da prima che partisse,
+che nella testa di quel figliolo c’eran delle intenzioni...
+E c’eran proprio!</p>
+
+<p>— Ma quali intenzioni?... Oh, signora Angelica,
+io non ne capisco nulla! M’ha detto che ci son
+delle buone nuove; e perchè non me le dice?</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span></p>
+
+<p>— Sicuro che ci son delle buone nuove! Ma....
+come faccio io a dirle certe cose?... Bisognerebbe
+che la leggessi tu quella lettera....</p>
+
+<p>— Oh, allora.... se la posso leggere.... non potrei
+vederla presto?</p>
+
+<p>— Altro!</p>
+
+<p>— Non potrei vederla subito?</p>
+
+<p>— Ma bisogna tornar a casa. E poi la lettera
+non l’ho io, l’ha don Cornelio.</p>
+
+<p>— Ebbene.... corriamo a casa subito subito; cerchiamo
+don Cornelio, e don Cornelio mi leggerà
+la lettera.... Oh facciamo così, signora Angelica!</p>
+
+<p>La signora Angelica si trovò in quel momento
+un pochino imbarazzata, ed ebbe scrupolo d’aver
+destata la curiosità e l’impazienza di Cristina.
+Ma poi, vedendo negli occhi di quella figliola
+una certa espressione di preghiera a cui non
+avrebbe saputo resistere, e pensando che, se aveva
+commessa un’imprudenza, don Cornelio l’avrebbe
+accomodata, chiamò la Menica, diede una voce a
+<i>Ugolino</i> che rincorreva i grilli sul prato, e disse
+a Cristina:</p>
+
+<p>— Non so se lo troveremo in casa don Cornelio
+così subito.... non so se sarà tornato.... ma
+facciamo a modo tuo.</p>
+
+<p>Ritornate sulla stradicciuola per la quale eran
+venute, la signora Angelica, nello scendere, andava
+ogni tanto reclamando anch’essa una concessione,
+<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
+quella d’un passo più ragionevole. — Adagio,
+Cristina! c’è da rompersi il collo! Ti farai
+male! Vuoi proprio farti del male! — gridava
+ogni tanto; ma dovette cedere anche su questo
+punto.</p>
+
+<p>Furon presto a casa, cercarono don Cornelio da
+per tutto, e don Cornelio non era ancor tornato.
+La signora Angelica, che non ne poteva più,
+dopo aver detto a Cristina: — Andiamo ad aspettarlo
+nel suo studiolo — s’era poco dopo lasciata
+andare sul seggiolone, che stava dinanzi alla
+scrivania di don Cornelio, a godere con gli occhi
+socchiusi quel primo momento di riposo. Ma
+Cristina, or con l’aprire la finestra, or con una
+domanda, or con una esclamazione, gliel’aveva lasciato
+goder per poco; e già la buona Angelica,
+vedendo quell’impazienza, cominciava in cuor suo
+ad essere impaziente anch’essa di vederla contenta
+quella povera figliuola.</p>
+
+<p>— Oh guarda guarda, che combinazione!... ma
+sicuro... eccola qua per l’appunto... — esclamò a
+un tratto Angelica, dopo aver riaperti gli occhi
+e guardando sulla scrivania. — Questa è una
+lettera di Enrico, la riconosco alla mano di scritto.
+E poi... oh guarda! ce n’è delle altre!... ci son
+forse tutte....</p>
+
+<p>Cristina diede un salto, e venne a sedere sulle
+ginocchia della signora Angelica, la quale intanto
+<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
+aveva prese le lettere, e le teneva strette
+in una mano come a dire: le lettere son qui,
+ma per leggerle bisogna aspettare don Cornelio!</p>
+
+<p>— E se don Cornelio — osservò timidamente
+Cristina — le avesse lasciate qui apposta per
+leggerle!... o perchè le leggessimo noi?...</p>
+
+<p>La signora Angelica trovò giusta l’osservazione,
+rammentò le volte che don Cornelio le aveva
+detto: — Presto questa lettera la leggeremo a Cristina — e
+pensando che don Cornelio non poteva
+tardare molto a ritornare, si persuase subito in
+cuor suo di venire a una transazione.</p>
+
+<p>— Ebbene — disse — ne leggeremo una... leggeremo
+quella che don Cornelio teneva in serbo
+per te, ma le altre... ah, quelle poi, no! Le altre
+non si leggeranno che quando don Cornelio sarà
+tornato, e col suo permesso! — Poi dopo averla
+cercata con tutta l’attenzione, per non sbagliarsi,
+diede a Cristina quella lettera che conosciamo
+anche noi, quella con cui Enrico partecipava a
+don Cornelio il suo colpetto di fortuna, quella in
+cui effondeva tutto il cuor suo, e che era tutto
+un’idillio d’amore.</p>
+
+<p>Cristina prese la lettera, e cominciò a leggerla
+a voce alta; ma a un tratto le montò una
+vampa al viso, e non le uscì più una parola.
+Continuò a leggere; e tenendosi serrata a Angelica,
+e comprimendo il tremito da cui era presa,
+<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
+la lesse e rilesse più volte quella lettera, fino
+all’ultima riga.</p>
+
+<p>Quel sentimento che, da principio, le aveva
+reso caro Enrico come un fratello; che era andato
+crescendo in lei; che le aveva dato tante
+volte una consapevole mestizia o una così viva
+allegrezza, quando Enrico partiva o faceva ritorno;
+quel sentimento che ora s’era fatto tanto forte,
+tanto insistente, e che le faceva battere il cuore
+fino a darle paura; quel sentimento stesso lo
+aveva dunque nell’animo anche Enrico! lo aveva
+pensando a lei! e lo chiamava: l’amore! Era la
+prima volta che questa parola scendeva nell’animo
+di Cristina; e vi scendeva accompagnata
+da un’onda di calore e di luce da cui
+ella si sentiva tutta ravvolta e trascinata come
+da una forza misteriosa e soavemente irresistibile.</p>
+
+<p>Accanto alle parole di Enrico c’eran poi quelle
+di desiderio del suo povero babbo, desiderio che
+le veniva improvvisamente svelato, e che le faceva
+accogliere e ricambiare quella parola <i>amore</i>,
+come una parola sacra e benedetta.</p>
+
+<p>La signora Angelica intanto s’era andata persuadendo
+sempre più che proprio non ci fosse
+nessun male a far leggere quella lettura a Cristina;
+poi, come le parve che la lettura andasse
+un po’ per le lunghe, alzò gli occhi, fece per dir
+<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
+qualcosa, e rimase subitamente tutta sorpresa e
+spaventata vedendo che Cristina non leggeva
+più, che il suo sguardo era immobile e fisso, e
+che la sua faccia era tutta bagnata di lacrime.</p>
+
+<p>— Oh, misericordia! Ti senti male? cos’è successo?
+Cristina?</p>
+
+<p>— Nulla, nulla, — rispose Cristina scotendosi.</p>
+
+<p>— Ma tu piangi! perchè?... Oh, cosa ho mai
+fatto! credevo di darti una così grande consolazione....</p>
+
+<p>— Oh, sì, sì; è una grande consolazione!</p>
+
+<p>— Ma, allora, ti senti male!... vuoi un’acqua
+calda, un caffè?</p>
+
+<p>— Nulla, nulla, oh mi sento bene!... Non so
+cosa sia... è una gran commozione....</p>
+
+<p>— Vuoi tornare a casa?</p>
+
+<p>— No, no, mi lasci qui con lei.... Vorrei ridere,
+ma invece piango, non so perchè! Sono
+tanto contenta... ma ho sentito in me qualcosa,
+tutt’a un tratto, che mi velò gli occhi, e mi portò
+lontano, lontano. Ma ora — soggiunse con un
+sorriso — sono ritornata; ed eccomi di nuovo
+vicino a lei, buona signora Angelica. Oh se venisse
+presto don Cornelio! Ho un gran bisogno
+di vederlo; mi pare d’aver mille cose a dirgli.
+Tornerà presto?</p>
+
+<p>E don Cornelio non tornava. La signora Angelica
+che era sulle spine, or guardava dalla finestra,
+<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
+or scendeva in strada, per vedere se il
+curato spuntasse, ma inutilmente. Intanto eran
+battute le tre, ch’era l’ora fissata da donna Fulvia
+a Angelica per tornare a casa. Cristina si
+scosse, si passò una mano sulla fronte, e si asciugò
+gli occhi dicendo: — Andiamo; andiamo, non facciamoci
+aspettare. Ci rivedremo presto, nevvero?
+Dica a don Cornelio che desidero tanto di vederlo;
+che gli voglio dire tante cose! Non se ne
+scordi, cara signora Angelica, mi raccomando
+a lei!</p>
+
+<p>— Scordarmene! ma ti pare? Gli dirò tutto,
+subito, subito. — E ricambiandosi in fretta molte
+raccomandazioni e molte parole affettuose, giunsero
+al cancello del palazzo di donna Fulvia dove
+si lasciarono abbracciandosi e baciandosi.</p>
+
+<p>La signora Angelica, nel tornare a casa, ripensava
+all’agitazione di Cristina, alle sue lacrime,
+alle sue gote accese, alle sue mani convulse,
+e diceva tra sè: “Se son questi i regali
+dell’amore, ho fatto pur bene io a non pensarci
+mai!„</p>
+
+<p>Don Cornelio tornò a casa molto tardi. Sulle
+prime, come riseppe l’affar della lettera, rimase
+alquanto conturbato e impazientito. Ma poi, un
+po’ vedendo la sorella tanto mortificata, un po’
+ripensando a certe parole, dettegli nella giornata
+dal padre Felice, dalle quali aveva capito che
+<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
+donna Fulvia pensava a maritar presto Cristina,
+e che anzi voleva dirne qualcosa anche a lui,
+finì col mettersi in pace, e col tranquillare Angelica,
+concludendo tra sè che tutto il male non
+vien sempre per nuocere, e che forse quell’imprudenza
+veniva opportuna per accorciargli la
+strada.</p>
+
+<p>Alla sera, nel salotto di donna Fulvia, intanto
+che il marchese Ettore leggeva un giornale, che
+la marchesa Bianca ricamava su un telaino, e
+che quattro personaggi secondari giocavano a’
+tarocchi, il padre Felice rendeva conto a donna
+Fulvia dei discorsi fatti con don Cornelio durante
+quella giornata. Eran seduti in disparte, e
+parlavano sottovoce; ma dai gesti e dalle facce
+che andavano facendo, era facile capire che il
+padre Felice narrava delle cose cui dava la sua
+maggiore disapprovazione, e che donna Fulvia
+le ascoltava or stupefatta, or con l’amara ironia
+di chi è scandolezzato ma non maravigliato. Queste
+cose poi, tanto riprovevoli, non eran altro
+che le opinioni di don Cornelio; il quale in quel
+giorno essendo in vena di discorrere con una
+certa espansione, e dovendo rispondere alle domande
+d’una così affabile, d’una così dotta persona,
+aveva parlato un po’ di tutto, senza un’ombra
+di diplomazia, e col cuore in mano.</p>
+
+<p>Il padre Felice, infine, raccontava d’aver toccato
+<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
+con don Cornelio anche il tasto del matrimonio,
+e qui dava migliori notizie; anzi concludeva
+che appunto per ciò bisognava ora chiudere
+un occhio sul rimanente, e non pensarci che dopo.</p>
+
+<p>Il dialogo fu interrotto dai quattro del tavolino
+i quali s’erano alzati per congedarsi. Uno di questi,
+dopo molti inchini e molti complimenti cerimoniosi
+a donna Fulvia, chiese le nuove di Cristina
+che non s’era veduta quella sera nel salotto.</p>
+
+<p>— Cristina è un po’ indisposta, — rispose donna
+Fulvia, — è andata a letto. A proposito, padre
+Felice, non glielo aveva detto io? Ma lei è sempre
+per facilitare, sempre per concedere! Una
+piccola passeggiata, all’ombra, sarebbe stato un
+divertimento sufficiente, ma lei ha voluto che
+concedessi, figurarsi! anche la panna. Cristina è
+tornata sentendosi male, precisamente in grazia
+della panna! Ah padre Felice, padre Felice!</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span></p>
+
+<h2>XIV.</h2>
+</div>
+
+<p>I preti, che donna Fulvia, dopo essersi consultata
+con don Innocente, aveva invitati a pranzo
+per la festa di S. Luca eran diciotto. La notizia
+s’era sparsa, per tutta la valle; e dai paesi vicini
+eran venuti de’ curiosi per vedere quella novità
+del gran pranzo, pur sapendo di restarne a bocca
+asciutta. Questa volta dunque per S. Luca c’era
+gente più del solito, per quanto la festa d’Orobio
+fosse sempre una delle più frequentate, e anzi
+facesse dire ogni anno agli invidiosi degli altri
+paesi “gli è perchè S. Luca coincide col mercato
+delle castagne.„ Alla festa di don Cornelio, come
+la chiamavan ne’ paesi vicini, dove pure il curato
+d’Orobio era ben veduto ed amato, eran venuti,
+come di solito, alcuni sindaci e alcune società
+d’operai con le loro bandiere e con que’ quattro
+sonatori che, tra di loro, si chiamavan la banda.
+Alla venuta delle società e delle bandiere, il sindaco
+<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
+d’Orobio aveva voluto dare questa volta una
+maggior importanza. Era andato a riceverle, aveva
+scambiato degli evviva patriottici, e aveva invitati
+parecchi a bere all’osteria, per contrapporre,
+come diceva lui, una solennità civile al pranzo
+di donna Fulvia.</p>
+
+<p>I particolari della festa eran stati fissati da
+donna Fulvia la quale voleva farne gli onori, ma
+senza troppo incomodarsi, e senza mutare le proprie
+abitudini. Alla mattina dunque, dopo l’ora
+della sua colazione, ci doveva essere la messa
+cantata, poi la predica, la cioccolata al celebrante,
+la processione, il pranzo alle tre, e i vespri alle
+cinque. Non tutti gl’invitati conoscevano queste
+disposizioni, le quali, soprattutto sul punto dell’orario,
+si allontanavano non poco dalle usanze
+dei loro paesi; per cui, molto prima che le funzioni
+cominciassero, si vedevan per le strade di
+Orobio parecchi de’ preti invitati che, con un
+grande ombrello sotto il braccio, gironzellavano
+un po’ sconcertati del contrattempo, pigliandosela
+con chi non gli aveva prevenuti, e bisticciandosi
+con la serva che li seguiva, e che li aveva consigliati
+a non far colazione. Gli invitati arrivaron
+tutti. Uno solo mandò a dire, proprio quella mattina
+stessa, che l’avessero per iscusato perchè
+s’era sentito male la notte; e questo era il
+predicatore incaricato del panegirico. Nientemeno!
+<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
+Don Cornelio fu in un bell’impiccio. Fra gl’intervenuti
+non c’era da far scelta; e così, lì su
+due piedi, dovette pensare a supplir lui, e a
+mettere insieme alla meglio quattro parole per
+la circostanza.</p>
+
+<p>Venuta l’ora delle funzioni, donna Fulvia uscì
+dal palazzo accompagnata da sua figlia, dal genero,
+dal padre Felice e da Cristina, la quale
+s’era tirato un velo fitto sugli occhi come se tutti
+le avessero dovuto leggere in viso la sua commozione.
+Dietro donna Fulvia veniva la Cleofe,
+che teneva in braccio <i>Fleurette</i>; e dietro la Cleofe
+venivano i servitori, due dei quali portavano dei
+cuscini di velluto per gl’inginocchiatoi di casa
+Orsenigo. Donna Fulvia attraversò la folla de’ curiosi,
+che facevan ala, con quel contegno che soleva
+assumere quando voleva incutere serietà e
+compunzione; e la folla, richiudendosi dietro di lei,
+si rovesciò in chiesa a spintoni, a gomitate, a
+motteggi, intanto che una scampanellata annunziava
+il cominciare della messa grande. Arrivata
+poi la messa al Vangelo, don Cornelio salì sul
+pulpito; riandò un momento le cose pensate poco
+prima, e prese a parlare, come soleva, alla buona,
+con calore, senza latino, per quanto ne spiacesse
+alla Cleofe, ma in modo che anche i più semplici
+lo capissero e ne avessero un ammaestramento.
+Parlò di S. Luca evangelista, ricordò gl’insegnamenti
+<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
+del Vangelo; e a proposito dell’amor del
+prossimo, toccando l’argomento delle rivalità e
+delle guerricciuole tra famiglie e tra paeselli, si
+congratulò di veder riunita nella sua chiesetta
+gente d’ogni parte della valle. Rivolgendosi infine
+al gruppo d’operai che stavano intorno alle
+loro bandiere, chiuse il discorso con alcune calde
+parole sulla santità del soccorrersi a vicenda, e
+sull’amplesso ch’egli invocava tra la religione e
+la patria.</p>
+
+<p><i>Fleurette</i>, che in quel punto aveva veduto poco
+discosto i due occhietti di <i>Ugolino</i>, si mise ad abbaiare.
+Donna Fulvia, scambiati ch’ebbe essa pure
+col padre Felice un’occhiata e un sospiro, si rizzò
+in piedi; e il prete che diceva la messa ricominciò
+a cantare, accompagnato dai suoni d’un organo
+sfiatato.</p>
+
+<p>Finita la messa, cominciò la processione. Donna
+Fulvia rimase in chiesa, perchè le processioni essa
+le seguiva mentalmente, e ci mandava invece la
+servitù. Sua figlia Bianca ricondusse a casa Cristina,
+che si sentiva poco bene; e il marchese Ettore
+le accompagnò pensando che la fratellanza
+predicata da don Cornelio poteva essere una bella
+cosa, ma soprattutto all’aria aperta. Il padre Felice
+rimase in chiesa, un po’ pregando e un po’
+mormorando sottovoce con donna Fulvia contro
+il curato, in mezzo al rumor confuso, che veniva
+<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
+dal di fuori, delle campane che suonavano alla
+distesa, degli spari de’ mortaletti, delle voci dei
+preti e delle confraternite che cantavano, delle
+bande che stonavano, delle grida di chi vendeva
+sul mercato e degli strilli d’un clarino che chiamava
+la gente a veder la foca.</p>
+
+<p>Finite le funzioni, i diciotto invitati di donna
+Fulvia, dopo aver gironzellato di nuovo per un
+paio d’ore guardando ogni tanto l’orologio del
+campanile, come videro la lancetta avvicinarsi
+alle tre, un dopo l’altro si avviarono al palazzo.
+Donna Fulvia cominciò a ricevere i primi con un
+contegno pieno di dignità e di deferenza per far
+veder loro ch’era abituata a ricevere de’ prelati:
+ma i suoi invitati, o rimanevan sull’uscio vergognosi
+e impacciati senza rispondere, o sudici e
+impolverati si lasciavano andar sulle seggiole,
+asciugandosi il sudore, e deponendo sui tavolini
+de’ cappelli bisunti. Donna Fulvia, alquanto contrariata,
+dava di lungo a uno nella speranza che
+chi veniva fosse migliore. Ma chi veniva valeva
+l’altro: se uno era impacciato, l’altro era rozzo;
+se il vestito d’uno era rappezzato, quello dell’altro
+era rifinito; e chi parlava, faceva dar la preferenza
+a chi taceva. Donna Fulvia che si rammentava
+dei preti di quella valle veduti un tempo
+quando ci veniva da ragazza, andava ora facendo,
+come trasognata, dei confronti. Si rammentava
+<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
+che quelli d’allora eran tutt’altra cosa, e avrebbe
+voluto saperne il perchè. Il perchè c’era, ma essa
+era lontana le mille miglia dall’immaginarselo, e
+buttava tutta la colpa addosso a chi glieli aveva
+scelti dal mazzo. Ciò poi che la stizziva di più
+era di non vederne tra i presenti uno, uno solo,
+che paresse migliore, o poco da meno, del curato
+d’Orobio. Ma perchè?.... Non ci fossero stati almeno
+de’ testimoni! Ma c’era il padre Felice che
+osservava e taceva; c’era don Cornelio che aveva
+l’aria impaziente, e c’era sua figlia Bianca che
+a ogni nuovo venuto arricciava il naso un poco
+di più, e si teneva un poco di più in disparte.
+Di buon umore non c’era che il marchese Ettore,
+il quale passava dall’uno all’altro degli invitati
+dirigendo a tutti qualche domanda, e cercando
+d’attaccar discorso, con un fare tra il familiare
+e il canzonatorio che non riusciva nuovo a donna
+Fulvia, e che la metteva tanto più di malumore.</p>
+
+<p>Finalmente un servitore venne a annunziare
+che il pranzo era servito; e si pensi con quanta
+premura e con quanto appetito, si mettessero a
+tavola i convitati che, soliti a desinare a mezzogiorno,
+avevan sentito questa volta, quasi tutti
+a digiuno, batter le tre. Il marchese Ettore volle
+vicino a sè don Prospero, che gli aveva dato subito
+nell’occhio, e gli era parso che promettesse
+più degli altri in materia di chiacchiere e di
+<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
+buon umore. La marchesa Bianca si rifugiò tra
+sua madre e Cristina; don Innocente si mise accanto
+al padre Felice, e gli altri sedettero alla
+rinfusa cercando in fretta un buon posto, un posto
+cioè lontano dai padroni di casa. Il pranzo
+cominciò, e continuò per un paio di portate nel
+più profondo silenzio. L’appetito e la suggezione
+toglievano la parola ai convitati, e fin don Prospero
+non rispondeva che con de’ risolini al marchese,
+il quale lo andava stuzzicando con delle
+domande e con delle facezie, intanto che gli riempiva
+senza interruzione il bicchiere.</p>
+
+<p>La parlantina cominciò a metà del pranzo; e
+prima che si arrivasse all’arrosto non c’era più
+uno che tacesse. Tutti parlavano in una volta; chi
+raccontava una storiella al vicino, il quale poi la
+ripeteva a tutti ad alta voce; chi chiamava o rispondeva
+da un capo all’altro della tavola, chi
+motteggiava, e chi rideva sgangheratamente. Il
+baccano andava sempre crescendo, e non aveva
+tregua che al comparire d’una nuova portata,
+per ripigliare subito dopo più forte di prima. Il
+solo che non fiatasse era don Luigi. S’era seduto,
+per sua disgrazia, proprio in faccia a donna Fulvia,
+e sotto la suggezione di que’ due occhi non
+osava aprir bocca quasi neanche per pranzare.
+Anche donna Fulvia vedendo la cattiva piega
+che prendeva il suo pranzo di <i>riparazione</i>, s’era
+<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
+fatta silenziosa; e sulla sua fronte si andavano
+accavallando le rughe, come le nubi sul cielo
+prima d’un grosso temporale. Don Cornelio, che
+la guardava sott’occhio, cercava di tanto in tanto
+di moderare qualche parlatore troppo chiassoso,
+ma era inutile; il marchese stesso, che se ne divertiva
+sempre di più, correva subito a portar
+legna al foco se appena ne vedeva il bisogno.</p>
+
+<p>— Ah, adesso si comincia a star meglio! — esclamò
+don Prospero, che da quando s’era accomodata
+la salvietta passandone uno dei lembi
+dietro il collare di margheritine celesti, non aveva
+levati gli occhi dal piatto, che per servirsi tre
+volte a ogni portata. — Si comincia a star meglio....</p>
+
+<p>— Bravo don Prospero... e se mi permette... — Così
+dicendo, il marchese gli riempiva il bicchiere.</p>
+
+<p>— Altro che permettere! Questo Valpolicella
+vale un Perù.</p>
+
+<p>— E don Prospero gli fa onore!</p>
+
+<p>— Che vuole? Siamo due vecchi amici, io e il
+Valpolicella! peccato che ci incontriamo di rado!
+Ah! ah!</p>
+
+<p>— Allora un altro bicchierino.</p>
+
+<p>— Cerimonie, cerimonie... grazie, signor marchese....
+Questo sarà alla sua salute, perchè fin
+qui è andato giù alla mia, ah! ah!... Proprio eccellente,
+<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
+vecchione, legittimo.... e quando lo
+dico io!...</p>
+
+<p>— Ah! lei se ne intende? Oh guardi! si direbbe,
+a vederla, che lei non beve che acqua.</p>
+
+<p>— Acqua? ah, ah! In casa mia han sempre
+fatto tutti l’oste....</p>
+
+<p>— E l’acqua la fan bere agli altri.</p>
+
+<p>— Bravo, signor marchese; si vede che lei se
+ne intende del mestiere! Ma scherzi a parte, del
+vino n’ho visto a maneggiar molto, e n’ho maneggiato
+anch’io....</p>
+
+<p>— Anche lei?</p>
+
+<p>— Sicuro; e come si fa? Il Benefizio è magro;
+non mi dà che trecento lire l’anno: si benedice
+qualche bestia perchè non si rompa le corna, e
+tutto finisce lì. Se avessi anch’io come don Cornelio
+i miei villeggianti! oh allora è un tutt’altro
+affare. C’è d’autunno quella messetta ben pagata,
+c’è quel pranzetto tutte le domeniche, c’è alle
+volte la risorsa d’un bravo funeralone....</p>
+
+<p>— Ch’è una bella risorsa, ne convengo... non
+per i villeggianti.</p>
+
+<p>— Oh, più tardi che si può, s’intende, ma c’è
+sempre la speranza. Invece io....</p>
+
+<p>— A proposito, torniamo al vino; lei mi diceva...</p>
+
+<p>— Che n’ho maneggiato, eh sicuro! I miei fratelli
+fanno l’oste, e qualche affaruccio lo faccio
+anch’io. Alle sagre ci vado con le mie mostre, e
+<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
+qualcosuccia si fa. Oggi, per esempio, ecco qua.... — E
+intanto levava di tasca una bottiglietta da
+saggio vuota. — Ci avevo un vinettino che non
+è dispiaciuto; un vinettino, se vuole, di confidenza,
+ma....</p>
+
+<p>— Ma sincero.</p>
+
+<p>— Precisamente; e quando il vino è sincero, allora
+uno può sempre dire: comando io. Dico bene?</p>
+
+<p>— Benissimo. E vini bianchi ne tiene?</p>
+
+<p>— Sempre: adesso abbiamo un agretto leggero
+del paese, che a digiuno è un <i>non plus ultra</i>. Ne
+abbiamo anche uno di collina, sopraffino, d’abbocato
+gentile; poi abbiamo....</p>
+
+<p>— Del Champagne Crémant Impérial?</p>
+
+<p>— Ah, lei vuol dire quel dolcino spumante che
+va su per il naso? No, no; il vino deve andare
+per in giù, non per in su. Me l’han fatto assaggiare
+una volta il Champagne, proprio di quel
+vero d’Asti, ma ho detto subito che non era roba
+per noi.... Una volta si teneva qualche cosa anche
+per l’avventore che non sa bere, ma adesso non
+ne teniamo più.</p>
+
+<p>In quel punto era cessato improvvisamente quel
+rumore di forchette, di piatti e di voci che assordavano,
+e tutti s’eran rivolti ad ascoltare un
+certo don Giosuè che dopo aver fatto ridere i suoi
+vicini con quelle quattro storielle che soleva ripetere
+da per tutto dove andava, s’era fitto in capo
+<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
+di far raccontare da don Cornelio a tutta la tavolata
+quella sua avventura del quarantotto,
+quella del Croato. Don Cornelio se n’era schermito
+e don Giosuè s’era messo lui a raccontare
+quel tanto che ne aveva risaputo, aggiungendoci
+una qualche goffaggine del suo, per far rider meglio
+la brigata. Don Cornelio gli dava sulla voce,
+ma era inutile; l’uditorio teneva per don Giosuè,
+applaudendolo in ragione che ne diceva di più
+sciocche. Anche donna Fulvia che, fin lì, stecchita,
+in sussiego e senz’aprir bocca, aveva avuto
+l’aria di non udir nulla di quanto si diceva intorno
+a lei, questa volta s’era messa a prestar attenzione.
+Indispettita da quel baccano, e mortificata
+in cuor suo di non aver potuto fino allora
+levar gli occhi su don Cornelio, non le parve
+vero di potergli guardare in faccia questa volta
+anche lei, e di dirgli poi con un fare addolorato,
+appena don Giosuè ebbe finita la storiella tra le
+risate degli uditori: — Male, malissimo, signor
+curato, e mi stupisco che si raccontino di queste
+storie sul suo conto.</p>
+
+<p>— Si stupisca piuttosto — rispose don Cornelio — di
+chi le racconta a questo modo.</p>
+
+<p>— Eh, eh, — saltò su don Innocente, il quale
+fino a quel punto non aveva fatto che mangiare,
+e far dei sorrisi di riconoscenza ora a donna
+Fulvia e ora al padre Felice. — Don Cornelio è
+<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
+sempre diplomatico! basta dire che era uno degli
+amici del Cavour!</p>
+
+<p>— Un amico del Cavour? lei, don Cornelio! — chiese
+subito donna Fulvia, guardandolo di nuovo
+con stupore. — Ogni giorno se ne sente una
+nuova!</p>
+
+<p>— Amico del Cavour! — non potè a meno di
+esclamare anche il padre Felice.</p>
+
+<p>— Come, lei signor curato, era amico del conte
+di Cavour? oh non lo sapevamo! Ci racconti, signor
+curato, ci racconti.... — prese a dire, e continuò
+con insistenza, il marchese Ettore, intanto che gli
+occhi di tutti si rivolgevano su don Cornelio.</p>
+
+<p>Il povero don Cornelio che fino a quel giorno,
+come abbiam visto, s’era dato l’illusione d’essere
+stato poco meno che un amico anche lui del
+gran Ministro, ora tutto confuso, facendosi rosso
+in viso, e ricercando meglio nella sua memoria,
+finì col rispondere che l’asserzione di don Innocente
+non era vera; e perchè gli si credesse
+meglio, e anche per non sconfessar la sua ammirazione,
+soggiunse che non aveva mai avuto
+un così grande onore. Tutti allora furono persuasi
+che qualcosa di vero ci doveva essere; e
+i più senza badar oltre nè a don Innocente che
+insisteva, nè a don Cornelio che rettificava, tornarono
+alle occupazioni di prima, e ci tornarono
+con quel crescendo che contraddistingue di solito
+un finale.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span></p>
+
+<p>— Anche amico del Cavour! — aveva nel
+frattempo ripetuto un par di volte donna Fulvia,
+mandando, con una certa compiacenza ironica,
+delle occhiate al padre Felice: e il marchese
+fingendo la più ingenua curiosità, si divertì
+per un pezzetto ancora ad aizzar don Innocente,
+a farlo parlare, a tener viva la disputa, lasciando
+tranquillo per un momento don Prospero, il quale
+se ne approfittò per far passare nelle ampie tasche
+del suo soprabito un pezzo di cacio, una fetta di
+torta, una manata di mandorle, e da ultimo quattro
+amaretti.</p>
+
+<p>Con gli amaretti il pranzo era finito, e donna
+Fulvia si alzò. I convitati fecero altrettanto; non
+tutti insieme però, perchè alcuni vollero prima
+assaporare un ultimo sorso, e qualche altro dovette
+prima fare più d’un tentativo per rimettersi
+in piedi. Don Prospero colse l’occasione per riempire
+di Valpolicella la sua bottiglina, dicendo al
+marchese, il quale se n’era avveduto e voleva
+scoppiar dalle risa: — Questo lo porto a casa per
+memoria.</p>
+
+<p>Il pranzo era durato più di due ore, e le cinque
+eran battute da un pezzo. Don Cornelio, intanto
+che nel salotto veniva servito il caffè, svincolatosi
+da don Innocente e dal marchese, si accostò
+a don Luigi, e gli disse all’orecchio che andasse
+a far sonar subito i Vespri. Fu una buona
+<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
+precauzione, perchè lo schiamazzo aveva ripreso
+nel salotto più forte di prima, e donna Fulvia
+cominciava a perder la pazienza. Ai primi rintocchi
+delle campane don Cornelio si accomiatò,
+fece in fretta i suoi convenevoli, si raccomandò
+ai preti che si spicciassero, e andò diviato in
+chiesa. I più della brigata fecero sulle prime
+l’orecchio del mercante, ma donna Fulvia fece
+l’atto di muoversi e bisognò andare. Peccato! A
+un tavolino era cominciata una partita a primiera;
+don Giosuè, in mezzo a cinque o sei de’ più chiassosi,
+stava raccontando una storiella al marchese;
+don Prospero sprofondato in una poltrona russava
+tranquillamente; e un certo don Matteo stava per
+accender la pipa.</p>
+
+<p>Donna Fulvia salutò i suoi convitati complessivamente
+piegando il capo a destra e a sinistra,
+con un certo sussiego, ritta in mezzo al salotto,
+e nell’attitudine di dire: favoriscano d’andarsene.
+E l’uno dopo l’altro se ne andarono tutti; chi tacendo
+come c’era venuto, e chi, diventato più
+espansivo, impappinandosi in un complimento
+che rimaneva a metà.</p>
+
+<p>Appena “le ebber levato l’incomodo„ come avevano
+detto i più complimentosi, donna Fulvia
+fece un gran respiro; ma le contrarietà di quella
+giornata non erano ancor finite. Si mosse anch’essa
+poco dopo per andare in chiesa, e affacciatasi
+<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
+al portone vide, dinanzi al palazzo, un brusio
+di gente che, motteggiando o ridendo, or faceva
+ressa intorno a qualcuno, or si affollava in un
+punto della strada, or si apriva facendo ala, e
+tutta con l’aria allegra di chi gode e si diverte.
+“Oh cos’è questa novità?„ pensò donna Fulvia
+“cosa fa questa gente, questa ragazzaglia che dovrebbe
+esser tutta ai Vespri?„ E s’avviò non
+senza difficoltà verso la chiesa, attraversando
+lentamente quella folla di curiosi e di buontemponi,
+i quali tutti eran troppo occupati a ridere
+a crepapancia per accorgersi di donna Fulvia e
+farle largo. Cosa fosse questa novità, e perchè ridessero
+quei buontemponi, donna Fulvia se lo
+sentì vociare intorno da ogni parte nel fare il suo
+tragitto. Era gente venuta, come a un divertimento,
+a vedere i preti uscire dal gran pranzo, chi per
+semplice curiosità dopo aver veduta la foca, chi
+per ridere, e chi per dare la baia. Parecchi, usciti
+allora allora dall’osteria, aiutavano a rendere il
+divertimento più chiassoso; chi mezzo brillo con
+un motteggio sull’intemperanza dei preti; chi col
+naso rosso additando un qualche curato che l’avesse
+anche più rosso. E non è a dire che questo spasso
+procedesse da per tutto liscio e senza contrasti.
+Alcuni di que’ preti ai quali la gente dava la
+baia, cercavan di svignarsela; ma altri rimbeccavano
+e rispondevano per le rime.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span></p>
+
+<p>Si pensi dunque quante non ne sentì donna
+Fulvia in quel breve tratto di strada, e quante
+non ne riseppe poi il giorno dopo dal Valassina,
+dalla Cleofe, e dagli altri suoi confidenti; poichè
+il giorno dopo in Orobio non si fece che parlar
+del pranzo, dell’uscita dei preti dal palazzo, delle
+scene avvenute, delle facezie dette, e di certi due
+scappellotti somministrati da don Matteo, quel
+della pipa. Don Cornelio, arrabbiato, afflitto per
+lo scandalo, avrebbe voluto almeno che non se ne
+parlasse più. Pregò, sgridò, ma con poco frutto.
+La storiella andò subito in giro anche per i paeselli
+della valle, e per un pezzo fu il tema allegro
+dei discorsi in ogni casa e in ogni bettola. Tale
+fu la fine del gran pranzo, col quale donna Fulvia
+aveva creduto di dare una lezione a don Cornelio,
+di edificare il popolo e di rialzare il clero.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span></p>
+
+<h2>XV.</h2>
+</div>
+
+<p>Due giorni dopo la festa di S. Luca, sul far
+della sera, il procaccia del capoluogo del mandamento,
+venne a cercare di don Cornelio, girando
+per tutto il paese con una lettera in mano. — Questo
+è un telegramma! — esclamò lo speziale:
+e in fatti sulla busta era stampato così. A Orobio
+i telegrammi non capitano di frequente, e l’ultimo
+l’aveva ricevuto appunto sei mesi prima lo speziale;
+circostanza ch’egli non mancò di richiamare
+nel raccontare il fatto di quell’improvvisa venuta
+del procaccia, poichè per quella sera in paese il
+telegramma di don Cornelio fu l’argomento principale
+delle conversazioni e della curiosità di tutti.</p>
+
+<p>Il telegramma era di Enrico, e veniva da Genova.
+Enrico, arrivato a Genova pochi giorni
+prima, aveva creduto di trovarci subito una lettera
+di don Cornelio in cui fosse detto che la
+sua domanda alla zia di Cristina era stata fatta,
+<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
+ch’era stata gradita, e che dovesse ripartire per
+Orobio senza perder tempo. Non avendoci trovato
+nulla, aveva scritto di nuovo a don Cornelio un
+letterone di sei facciate, tutto impazienza, tutto
+ansietà; ma il letterone, arrivato un par di giorni
+prima della festa di S. Luca, era rimasto senza
+risposta; e Enrico, a cui ogni giorno pareva un
+secolo, aveva telegrafato a don Cornelio per domandargli,
+col linguaggio ansante e risoluto d’un
+telegramma, cosa c’era di nuovo e quando doveva
+partire.</p>
+
+<p>Quel telegramma, ch’era il primo che don Cornelio
+riceveva in vita sua, diede il tratto alla bilancia.
+Don Cornelio come s’è veduto, non l’avrebbe
+voluta far così subito quell’imbasciata a donna
+Fulvia; poi, dopo che la sorella aveva mostrata a
+Cristina quella tal lettera d’Enrico, gli era parso
+che bisognasse far presto; e ora finalmente che
+c’era entrato di mezzo anche il telegrafo, e che
+aveva parlato a quel modo, non ebbe più dubbi,
+e si decise per il subito. A dargli più coraggio
+gli venivano in aiuto i discorsi fatti col padre
+Felice durante quella passeggiata del giorno prima
+di S. Luca. Riandava quelle parole a una a una,
+e gli pareva che proprio non ci fosse da dubitare.</p>
+
+<p>Il padre Felice in mezzo ai molti discorsi fatti
+gli aveva toccato qua e là dell’avvenire di Cristina.
+<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
+Aveva pronunziata, più d’una volta, la parola
+matrimonio; gli aveva detto che donna Fulvia cominciava
+a pensarci, e gli aveva fatto capire alla
+fine, tra un subisso di complimenti, che forse....
+quanto prima.... tra loro tre, si sarebbero fatti
+de’ discorsi su quell’argomento. Parole di tal fatta,
+e d’una persona tanto circospetta, dovevano pur
+significare qualcosa!</p>
+
+<p>Don Cornelio, fatta la decisione, s’avviò la
+mattina dopo, pieno di coraggio e col soprabito
+delle feste, verso il palazzo di donna Fulvia allungando
+un poco la strada per ripensar bene
+alle parole con le quali avrebbe attaccato il discorso.
+Donna Fulvia, quando le comparve dinanzi
+don Cornelio, se ne stava sola nel suo gabinetto,
+vicina al tavolino da lavoro e con gli occhiali
+sul naso. Era l’ora in cui, dopo la colazione
+e dopo quattro chiacchiere in salotto, donna Fulvia
+si ritirava nel suo gabinetto o a far la lettura,
+o a far filaccia e maglie per i poveri, fino
+al momento della trottata. In quel punto era alle
+prese con la spalla d’un corsetto, fatto con degli
+avanzi di lana tutta a nodi, e ch’era uno dei molti
+cilici di beneficenza che preparava ai poveri per
+l’inverno. Sembrava tutta assorta nel suo lavoro,
+ma ogni momento le bisognava disfare un giro,
+o riprendere delle maglie scappate, tanto il suo
+pensiero era lontano da quell’infelice a cui era
+<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
+destinato il corsetto. I suoi pensieri erano tutti
+rivolti agli avvenimenti del giorno di S. Luca;
+era la predica di don Cornelio, erano i convitati
+e il pranzo, eran le scene della strada, che le ribollivano
+in testa e le facevano or stringere or
+crescere quelle maglie capitate in così mal punto.
+Ma soprattutto ce l’aveva con don Cornelio. Ognuno
+di quei fatti doveva necessariamente avere la sua
+causa, ed essa ne trovava una, un’unica per tutti
+bell’e pronta nella sua mente. Era cioè chiaro,
+chiarissimo, che la colpa di tutto era tutta di don
+Cornelio. Per fortuna che tra i molti pensieri, le
+era venuto alla fine anche quello del matrimonio
+di Cristina, e che, proprio nel momento in cui le
+vennero ad annunziare la visita di don Cornelio,
+i suoi occhi erano andati a fermarsi su una lettera
+che le stava dinanzi sul tavolino, una lettera
+tutta complimenti ricevuta quella mattina dal barone
+Brocchetti.</p>
+
+<p>— Donna Fulvia mi perdonerà.... — cominciò a
+dire don Cornelio nel venire innanzi — ma, se
+per caso, le fossi capitato in un momento poco
+opportuno....</p>
+
+<p>Donna Fulvia lo interruppe invitandolo a sedere
+con un gesto, e con un — S’accomodi, signor curato — che
+pronunziò con sussiego, ma cercando
+di raddolcire la voce.</p>
+
+<p>— Tante grazie, tante grazie. Dunque.... se non
+<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
+la disturbo.... se mi può concedere.... — prese a
+dire don Cornelio, ricercando il filo del discorso
+che aveva preparato. — È da qualche tempo che
+sentivo il dovere, che cercavo l’occasione, di parlarle
+a quattr’occhi un poco a lungo, d’una faccenda....
+ma.....</p>
+
+<p>— Dica, dica.</p>
+
+<p>— Lei sa quanto mi stia a cuore sua nipote
+Cristina; lei sa quali doveri io senta d’avere
+verso di essa, e in nome di quale sacra memoria....</p>
+
+<p>— Lasciamo il <i>sacro</i> da parte.</p>
+
+<p>— Insomma.... — riprese don Cornelio, un po’
+sconcertato, e cambiando tasto — insomma, l’ho
+veduta crescere, mi ci interesso, le voglio bene,
+e sarebbe per me una gran soddisfazione del
+cuore se potessi far qualcosa per quella figliola;
+qualcosa che potesse piacere, s’intende, a donna
+Fulvia che vorrei pure veder rimeritata per i
+tanti suoi benefici....</p>
+
+<p>— E che cosa vorrebbe fare? — chiese con miglior
+grazia donna Fulvia, a cui balenaron subito
+in mente le informazioni datele dal padre Felice.</p>
+
+<p>— Non è ch’io voglia.... ma, quando donna Fulvia
+credesse venuto il momento di pensare alla
+felicità di Cristina.... quando credesse di pensare
+al suo collocamento.... — E qui don Cornelio fece
+una pausa, guardando prima di andare innanzi, la
+faccia di donna Fulvia. Quella faccia, con sua maraviglia,
+<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
+era divenuta a un tratto tutta serena e
+rabbonita, quale non l’aveva veduta mai.</p>
+
+<p>— Veramente.... — disse donna Fulvia — non
+potrei dire che questo pensiero non mi sia venuto;
+mah! son cose difficili!...</p>
+
+<p>— Oh, non in questo caso! — esclamò don Cornelio,
+a cui la faccia di donna Fulvia dava in
+quel momento un gran coraggio. — Lei non avrà
+che a dire un sì!</p>
+
+<p>— Lo crede? le par tutto così facile?</p>
+
+<p>— Le difficoltà ci potevan essere, e quante!
+Ma ormai... lo creda a me, quando lei lo voglia,
+tutto è fatto.</p>
+
+<p>— Lei dunque ne è molto sicuro!</p>
+
+<p>— Sicuro, sicurissimo!... E anzi.... donna Fulvia
+non ha bisogno di me, ma al caso ci penso io....
+sono ai suoi ordini.</p>
+
+<p>— Ebbene, caro signor curato — prese a dire
+donna Fulvia dopo un momento di silenzio, con
+un fare confidente e mellifluo ch’era per don Cornelio
+una gran novità. — Ebbene sì, io avrò bisogno
+di lei. Al matrimonio di Cristina ci sto
+pensando.... ci sto pensando!.... Ma per disporre
+l’animo della ragazza a un atto così importante,
+così inaspettato, vorrei aver l’aiuto, la cooperazione,
+e diciamolo, anche i consigli di una persona
+come lei, che per il duplice carattere, quello
+vogliam dire del suo ministero e quello della protezione
+<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
+e autorità già esercitata sulla fanciulla,
+può eventualmente avere la sua parte di benefica
+influenza nell’ottenere quei giusti apprezzamenti
+che non sempre appaiono agli occhi inesperti della
+gioventù. — Tirò il fiato, fece una pausa, poi,
+come se interrompesse il filo dei pensieri, domandò
+a un tratto a don Cornelio: — Mi dica
+un po’, ha veduto forse questa mattina il padre
+Felice? e le fu detto per caso qualcosa in confidenza?
+È il padre Felice che l’ha mandata qui?</p>
+
+<p>— Signora no. Il padre Felice oggi non l’ho
+veduto.... Ma quanto all’aver saputo qualcosa in
+confidenza....</p>
+
+<p>— Oh, oh, come? da chi?</p>
+
+<p>— Come! da chi!.... — esclamò don Cornelio
+pieno di coraggio e di impazienza parendogli che
+tutto andasse a gonfie vele. — Lei ha mille ragioni,
+e mi scusi se non gliel’ho ancor detto, e
+se non le ho parlato subito a cuore aperto. Ma
+gli è che mi bisognava farle prima un poco di
+storia. In poche parole però le avrò detto tutto,
+se ha la bontà di ascoltarmi.</p>
+
+<p>Don Cornelio narrò brevemente a donna Fulvia
+una parte di quanto sappiamo anche noi. Le toccò
+dei progetti e dei desideri del conte Maurizio a
+proposito del suo pupillo e di Cristina: le parlò
+del bell’animo di Enrico, della serietà de’ suoi
+propositi, del suo affetto per Cristina, dell’impiego
+<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
+ora avuto, e della sua sorte assicurata. Don Cornelio
+nel calore del discorso non s’era accorto
+che donna Fulvia intanto aveva mutato faccia, e
+che con una furia crescente andava scavalcando
+le maglie del suo lavoro, facendo un gran pottiniccio.
+Se ne sarà accorto poi quel tale che avrà
+dovuto infilare le maniche di quel corsetto. Quando
+don Cornelio venne a dire delle ultime lettere ricevute
+da Enrico, e dell’incarico avuto, donna
+Fulvia che scoppiava, diede un balzo, e buttò il
+lavoro sul tavolino, esclamando: — Basta, basta, ho
+capito; io non la posso lasciar continuare!</p>
+
+<p>Don Cornelio la fissò pieno di sorpresa, e con
+l’espressione di domandarle il perchè di quel mutamento
+così grande, così improvviso. Donna
+Fulvia si ricompose, guardò il curato col fare severo
+d’un personaggio offeso nella sua dignità,
+poi gli disse:</p>
+
+<p>— I suoi progetti sono un’assurdità. Si vede
+che lei non ha il concetto di quelle convenienze
+sociali alle quali devono attenersi certe famiglie.
+Figurarsi! Gli argomenti che mi ha detto in
+favore del suo protetto, son tutta roba che basta
+a provarmi la sconvenienza d’un simile progetto.
+All’avvenire di mia nipote.... lasci a chi tocca il
+pensarci. Non si pigli troppe brighe, signor curato....
+di quelle voglio dire che non c’entrano
+nel suo ministero, perchè poi le une fanno dimenticare
+le altre!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span></p>
+
+<p>— Vuol forse dire, donna Fulvia, ch’io dimentichi
+i miei doveri?</p>
+
+<p>— Voglio dire di non attribuirsene, in questo e
+in altri casi, di quelli che non le spettano.</p>
+
+<p>— Come?</p>
+
+<p>— Come! come! — E qui, ora che quel resto
+di diga che frenava ancora il suo mal animo verso
+don Cornelio era rotta, non le parve vero di buttar
+fuori a rifascio, come venivano, quelle accuse,
+quei rimproveri, quel dispetto, che aveva tenuti
+chiusi dentro di sè fino allora. — Come quando
+lei, per dirne una, in compagnia del sindaco, e
+d’altra simil gente, che farebbe bene di lasciare
+nel loro brodo, si inframmette in tante cose che
+sappiam noi....</p>
+
+<p>— Ma si spieghi....</p>
+
+<p>— Oh lei mi capisce benissimo. Le sue idee
+del resto son conosciute. E i suoi atti, tirando
+pure un velo sul quarantotto, ognun li vede. E
+poi non l’ha detto anche lei nella sua predica di
+S. Luca! che lei vuol conciliare governo e religione!
+Figurarsi! che vuol conciliare i dissidi,
+lei da solo! quasi non sapesse che non bastano più
+da soli neanche i Concili ecumenici! Che vuol
+metter insieme il Vangelo con la libertà, col popolo,
+e col progresso! proprio come dicon certi tali,
+come avrebbe detto anche il Cavour, il suo amico!
+Cosa deve dire il popolo che ascolta le sue prediche?
+<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
+Quelle prediche nelle quali non si sente
+mai una parola contro la perversità dei tempi,
+mai una maledizione! Sta bene l’amore; ma e i
+flagelli? Quelle bandiere poi del governo, per
+dirne una, sulla porta della chiesa, sul campanile,
+e alla finestra di casa sua, sono.... diciamolo pure,
+scandali! E quelle bandiere degli operai fin sull’altare,
+fin nella processione.... accompagnate poi
+da gente... con delle facce!... le paion cose da
+nulla? Cosa ne dovevano pensare i fedeli? Cosa
+ne doveva pensare quel buon clero venuto per
+essere edificato, e per edificare?... — E qui donna
+Fulvia, a cui balenò forse in mente il suo pranzo,
+fece una pausa involontaria.</p>
+
+<p>— E lei, signora, avrebbe preferito di saperli all’osteria
+quegli operai, quelle bandiere, invece di
+vederli presso l’altare? — esclamò don Cornelio
+con calore; ma poi riprese subito con la solita
+bonarietà: — Quanto alle facce.... sicuro, ce n’è
+delle brutte, ma poveracci! son facce annerite
+nelle officine, o dal sole; bruttissime, quando sudano
+e bestemmiano; ma che a me paion belle
+quando, nella mia chiesetta, guardano in su, e le
+vedo illuminate da un raggio di speranza. Povera
+gente! Cosa vuole che io maledica? ch’io flagelli?
+A flagellarli ci pensano la gragnuola, le malattie,
+gli stenti, la fame; e vuole che li flagelli anch’io
+nella loro chiesetta? Non deve avere questa povera
+<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
+gente un luogo, un’ora di tanto in tanto,
+dove il loro pensiero si riposi, e sia sicuro di trovarci
+la pace e la speranza? Oh li ho sentiti anch’io
+nelle città, quei predicatori che dice lei,
+quelli dei fulmini! Ma i loro fedeli poi, dopo i
+fulmini della mattina, vanno a teatro la sera; e i
+miei poverelli invece vanno a letto, e non domandano
+d’andarci che con una fetta di polenta, e
+con la coscienza tranquilla. Sì, insegno loro ad
+amare la religione e la patria, la Chiesa e il Governo,
+perchè in questa massima semplice trovano
+la norma sicura de’ loro doveri. Dovrei io
+turbare la mente di questi buoni campagnoli con
+delle questioni che ignorano, e che non comprenderebbero
+mai? Dovrei mettere nei loro animi una
+disputa sui loro doveri, per metterci così l’alternativa
+della scelta? Mi sbaglierò.... ma che vuole?
+se un povero coscritto fantaccino, dei nostri di Orobio,
+scrive ai suoi vecchi tutto lieto d’aver pregato
+in San Pietro, e d’aver gridato, viva il Re e
+la Regina... io ne godo, ne godo fino alle lacrime.
+Ecco perchè non avrei pensato mai, proprio mai,
+che quelle bandiere sull’altare potessero essere
+uno scandalo!....</p>
+
+<p>— Oh lo sappiamo, lo sappiamo.... per lei non
+è scandalo neanche il celebrare in chiesa le feste
+della rivoluzione e del Governo.</p>
+
+<p>— La festa nazionale, vuol dire? Lo scandalo
+<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
+in questi paeselli sarebbe se i signori, quelli almeno
+che son chiamati così, facessero le feste
+della patria, e gli altri quelle della chiesa; e che
+si dicesse che c’è un’Italia per i ricchi e una religione
+per i poveri! Questo sarebbe lo scandalo,
+a parer mio; e le confesso che ci ho proprio
+messo ogni studio perchè, almeno nel mio paesello,
+questo scandalo non ci fosse!</p>
+
+<p>— Proprio, insomma, come dicevo io, che le
+questioni della Chiesa le vuol risolvere lei!... Alla
+buon’ora!</p>
+
+<p>— Ma le pare? Io sono un povero curato di
+campagna, e non cerco di risolvere che quello che
+spetta a me, in questo cantuccio, dove mi ha messo
+la Provvidenza. Il mio dovere è di far del bene
+a tutti nella mia Cura, secondo i bisogni della
+loro coscienza e della loro vita. Ed è ciò che
+cerco di fare, in tutto quello che posso, alla buona,
+alla meglio. Ecco perchè, donna Fulvia, ho osato
+parlarle del matrimonio di sua nipote.... Mi è parso
+che ci fosse anche qui del bene da fare.... mi è
+parso d’avere un dovere da compire.</p>
+
+<p>— Le è parso; ma è un dovere tutto mio, gliel’ho
+già detto, e può bastare.</p>
+
+<p>— Lei non poteva conoscere la volontà del padre
+di Cristina, non poteva conoscere....</p>
+
+<p>— Ebbene ora conosco tutto, e parliamo d’altro.</p>
+
+<p>— Ma ci rifletta. Quei due figliuoli... son cresciuti
+insieme, sono fatti per amarsi.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span></p>
+
+<p>— Mia nipote non si permetterà mai di amare
+nessuno senza il mio permesso. E poi, e poi, signor
+curato, che discorsi son questi! Ma le pare?....
+Intanto non usciamo di carreggiata; già è lo stesso,
+e poichè s’è cominciato gliele voglio dir tutte!
+In questo paese le cose vanno male, molto male;
+lo dicono, e lo vedo. Lo dicono qui, e lo dicono
+fuori dove sono osservati con stupore i suoi portamenti,
+tanto diversi da quelli di tutti i curati
+di questa valle. Qui vediamo il curato amico di
+soggetti pericolosi, qui scarsezza di funzioni, abbandono
+di pie costumanze....</p>
+
+<p>— Di quali?</p>
+
+<p>— Le benedizioni delle messi, le processioni per
+le campagne....</p>
+
+<p>— Come se ne facevano per far scappare i grilli
+e le formiche! Oh donna Fulvia!</p>
+
+<p>— I pellegrinaggi ai santuari....</p>
+
+<p>— Che duravan fin due e tre giorni, con una
+turba d’uomini, di donne, di giovinotti, di ragazze,
+tutti alla rinfusa.... Sì, sì, li ho veduti quei pellegrinaggi
+e li ho aboliti, e mi permetta di non
+dirgliene il perchè!</p>
+
+<p>— Oh lei ha quasi abolita anche la confraternita!
+Le ha levati i diritti, i privilegi, i proventi....</p>
+
+<p>— Il cacio e il boccal di vino. Bisognava vederle
+alle volte certe funzioni! Era un piglia piglia;
+erano sbornie... perfino ai funerali.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span></p>
+
+<p>— Insomma, se lei non mi vuol capire è meglio
+che la finiamo. Mi basta il dirle una volta per
+sempre che se son venuta in questo paese, e se
+abbiam fatto quel che lei sa, è perchè abbiamo
+una missione da compire, e la compiremo....</p>
+
+<p>— Oh allora compiamola insieme....</p>
+
+<p>— O muti lei, o.... io già non muto!</p>
+
+<p>— Compiamola insieme, e cominciamo fin da
+oggi. Non mi voglio scolpare, non la voglio contraddire,
+il tempo e la conoscenza del paese le
+dissiperanno le cattive prevenzioni, le mostreranno
+la verità. Ma cominciamo fin da oggi a compire
+insieme la nostra missione col rendere felici questi
+due figliuoli.</p>
+
+<p>— Non torniamo su questo argomento!</p>
+
+<p>— Donna Fulvia mi ascolti! Ci pensi! Condanni
+pur me se vuole, ma non condanni questi figliuoli.
+Lei non può volere la loro infelicità! Lei non conosce
+Enrico, lei non può ancora giudicare! Dia
+tempo, ci pensi! Io non le dimando che di indugiare,
+di riflettere, di non respingere oggi la mia
+preghiera; e verrà forse il giorno in cui la sua
+coscienza sarà lieta d’aver fatta un’opera buona
+di più. Donna Fulvia io la prego, e la scongiuro
+anche in nome.... in nome almeno de’ miei capelli
+bianchi, in nome dell’abito che porto....</p>
+
+<p>In quel punto entrò un servitore ad annunziare
+che la carrozza era pronta. Donna Fulvia si rizzò
+<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
+dalla poltrona, e fece al curato un cenno colla
+mano come a dirgli che doveva congedarsi da lui.
+Si levò in piedi anche don Cornelio, e rimase in
+silenzio dinanzi a donna Fulvia con l’espressione
+supplichevole, ansiosa, con cui aveva pronunziate
+le ultime parole. Donna Fulvia dovette pur rispondere;
+e il dispetto le ridiede quel coraggio che
+le parole di don Cornelio le avevan tolto per un
+momento.</p>
+
+<p>— È meglio per lei e per me che cessi questa
+penosa conversazione, e che non ci si ritorni più.
+Le convenienze mie e della mia famiglia son cose
+che riguardano me, e che non intendo lasciar discutere
+e risolvere dagli altri. E poi, è inutile
+dissimularlo, c’è tra me e lei in molti argomenti
+una differenza di principii... e se non ho la pretesa
+di discutere i suoi, ho però quella di non
+cedere nei miei. Quanto al suo progetto, o incarico
+che si voglia, ne la prego, non ne parli più.
+È cosa impossibile, assurda, e che, glielo dico una
+volta per sempre, non potrà verificarsi nè ora nè
+mai. Siamo intesi, e la riverisco.... Eccomi, eccomi,
+vado a metter lo scialle e vengo subito. — Quest’ultime
+parole eran rivolte da donna Fulvia
+alla marchesa Bianca ch’era comparsa allora in
+sull’uscio dicendo: — È attaccato, e siamo pronti
+tutti.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span></p>
+
+<h2>XVI.</h2>
+</div>
+
+<p>Durante la trottata, donna Fulvia non aperse
+bocca; fu pensierosa e accigliata per tutta la sera,
+non fece la partita, e si ritirò presto. Il giorno
+dopo cercò de’ pretesti per non uscire, ed insistette
+vivamente con suo genero e con sua figlia
+perchè se ne andassero soli. Il marchese uscì in carrozza;
+Bianca preferì di passeggiare con Cristina,
+e uscite tutte e due da una porticina in fondo al
+giardino, presero la vecchia strada del paese che
+costeggia il monte, e dalla quale si va a un bel
+poggio erboso, per un viottolo, traverso una selva
+di castagni, e seguendo un ruscello. Era la passeggiatina
+prediletta della marchesa Bianca, e
+ch’essa chiamava la sua “passeggiata romantica.„
+Aveva anzi un abbigliamento speciale, per quella
+passeggiata, che le andava proprio benino e che
+le piaceva tanto; un abbigliamento di foggia montanina,
+fatto apposta per le solitudini, per quelle
+<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
+specialmente dove si incontra un mondo di gente.
+Peccato che lì non ci si incontrasse proprio nessuno;
+ma come prevederle tutte! Anche quella
+volta dunque la marchesa Bianca s’accinse a risalire
+il ruscello appoggiata a un sottile e leggiero
+<i>alpenstok</i> a cerchietti d’argento e a nappette
+di seta, e con un libro sotto il braccio; un romanzo
+tutto a spasimi d’amore, che leggicchiava
+da un mese, a poco a poco, e dicendo ch’era tanto
+commovente, e tanto interessante.</p>
+
+<p>Donna Fulvia rimasta sola fece chiamare il
+padre Felice, e diede l’ordine di dire a chiunque
+venisse che in quel giorno non riceveva nessuno.
+Col padre Felice poi rimase in colloquio per più
+di due ore, e parlando sottovoce perchè neanche
+i muri la potessero udire. Anche don Cornelio
+s’era rinchiuso quel giorno nel suo studiolo, dicendo
+alla sorella che aveva bisogno di restare
+per qualche ora tranquillo; e la signora Angelica
+che non conosceva ancora la brutta novità, aveva
+fatto con gran premura rispettar la consegna, persuasa
+che il curato stava studiando qualche panegirico
+d’impegno. Il povero don Cornelio veramente
+non aveva da studiare che la risposta da
+mandare a Enrico, e s’era messo a fare e rifare
+più d’una volta una lettera in cui, pur dicendogli
+la verità, avrebbe voluto rendergliela un poco
+meno amara e sconfortata. Povero don Cornelio!
+<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
+Egli, che in quel momento era triste e scorato
+come non l’era stato mai, non pensava che a un
+dolore, al dolore d’Enrico; non aveva che una
+preoccupazione, quella di risparmiare all’animo
+d’Enrico lo sconforto profondo che già sentiva
+nel proprio. — “Almeno l’avessi qui, vicino a me,
+quel figliuolo!„ diceva tra sè. “Me lo piglierei
+sotto il braccio, e a poco a poco, gli direi tutto
+senza dargli il colpo in una volta.... un colpo simile,
+all’improvviso! Ma c’è da perder la testa....
+e la fiducia nella vita, che è ben triste per lui,
+così giovane! Quella bella fiducia, sicura e baldanzosa,
+che ci fa veder l’avvenire, a quell’età,
+come un campo nostro, e ci anima a seminarlo
+tutto, come se proprio lo dovessimo mietere tutto!...
+Povero figliuolo!... Fosse capitato anche di peggio,
+ma addosso a me, che.... sono ormai all’ultim’ora!...
+Oh la mia povera speranza di render felici questi
+figlioli, e di render quest’ultimo ufficio alla memoria
+del mio unico amico!... Oh la mia povera
+missione!.... Come potrò durarla io in questo
+paese?.... E non sarò io un ostacolo.... ai benefici
+di donna Fulvia?„ — Poi scotendosi ritornava subito
+a quel figliuolo. — “Se l’avessi qui! se gli potessi
+parlare! Perchè c’è de’ conforti che la voce
+soltanto li sa dare. Ma una lettera! Sia pure una
+risma di carta, è sempre carta! E poi salterà le
+pagine, andrà in fondo, andrà alla conclusione,
+<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
+senza essere preparato da una parola prudente....
+da un conforto.... da un abbraccio. Ma tant’è; e
+avanti con questa cartaccia!„</p>
+
+<p>Don Cornelio avrebbe penato meno in quelle
+ore se avesse potuto immaginarsi che Enrico era
+in viaggio, e che proprio in quel punto aveva già
+intravvisto il campanile d’Orobio. Enrico, dopo
+aver mandato quel suo telegramma a don Cornelio
+aveva ricevuto nel giorno stesso da Londra una
+lettera di sir James che gli ordinava di ripartire
+sollecitamente per Napoli. Impaziente, inquieto
+com’era da parecchi giorni, si crucciava di doversi
+allontanare ancora di più, prima di avere
+quella risposta che doveva dare la certezza e il
+riposo alle sue speranze. Dopo un <i>sì</i>, gli pareva
+di poter andare, allegro e felice, anche in capo
+al mondo, perchè tutto il mondo sarebbe diventato
+suo. Ma con quell’incertezza! C’erano ancora
+alcuni affari da sbrigare a Genova, e non avrebbe
+potuto partire, anche a far presto, che tra cinque
+o sei giorni. Gli venne un’idea, e la comunicò
+subito al suo compagno di viaggio, il figlio di sir
+James, al quale del resto aveva già confidato tutto
+l’animo suo. Sir Arturo approvò l’idea, che non
+era altro che di fare una corsa a Orobio; ed anzi
+lo incoraggiò moltissimo, dicendogli che la calma
+è indispensabile, e che bisogna riaverla subito se
+per caso la si perde.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span></p>
+
+<p>Enrico partì da Genova quella sera stessa, e il
+giorno dopo giunse da Milano a quella stazione
+dove scendono i viaggiatori che vanno a Orobio.
+Passò la notte in una borgata vicina, e la mattina
+seguente ripartì in un legnetto, col quale
+piano piano, e rinfrescando un par di volte, giunse
+a vista del suo paesello press’a poco nel momento
+in cui don Cornelio finiva la lettera, e la marchesa
+Bianca e Cristina cominciavano la passeggiata.
+Per arrivare alla casa del curato gli bisognava
+attraversar tutto il paese, incontrar chi sa
+quanti, e rispondere a chi sa quante interrogazioni;
+si immaginò che tutti l’avrebber fermato,
+e che tutti gli avrebber letto negli occhi la ragione
+di quella sua improvvisa venuta; si fece
+tutto rosso anticipatamente, e, detto fatto, prese
+una risoluzione.</p>
+
+<p>La risoluzione fu di scender dal legnetto prima
+di arrivare in paese, e d’andare a piedi alla casa
+del curato, seguendo la strada vecchia e i viottoli
+della costa del monte, dove era più facile il
+non imbattersi in anima viva.</p>
+
+<p>Quanti pensieri, quante memorie non gli risvegliavano
+que’ ciottoli a uno a uno! A ogni passo
+gli pareva d’imbattersi in un vecchio amico; erano
+ora un tronco spaccato d’un antico castagno, ora
+un filo d’acqua che schizzava da un canaletto, or
+la siepe d’un praticello, or la scorciatoia nota e
+<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
+sicura; e quell’edera, quelle felci, que’ fiorellini,
+che s’eran rinnovati sui medesimi cespi, egli andava
+mano mano riconoscendoli, e gli parevano
+amici che l’aspettassero per richiamargli i begli
+anni passati, e dargli tacitamente un primo saluto
+di Cristina. Buoni e cortesi amici! Quel silenzio
+poi, quella immobilità d’ogni cosa, gli davano
+un senso di riposo e di pace che, dopo la
+vita romorosa della città, gli scendeva ancor più
+caro nell’animo, e lo forzava a rallentare que’
+passi che poco prima erano così impazienti e frettolosi.
+Quelle viottole gli parevan più belle delle
+strade di Londra, e ogni tanto, senza avvedersene,
+si fermava a riconoscere uno di quei tanti amici,
+e a respirare una larga boccata di quell’aria sottile
+e profumata che scendeva dalla montagna.</p>
+
+<p>“Brezzolina gentile!„ esclamò a un tratto
+Enrico fermandosi, e sorridendo. “Come ti affiderei
+volontieri un bacio se tu mi dicessi che
+nello scendere al piano andrai a susurrare tra i
+corridoi d’un palazzo, o a stormire tra le frasche
+d’un giardino.... No, no non te lo affiderei„ soggiunse
+poi subito “non ne avrei il coraggio!„
+E in quel momento le frasche stormirono intorno
+a lui, ma con un romorìo insolito e che pareva
+quello del fruscìo d’una veste, o dei passi leggeri
+d’un capriolo sull’erbe selvatiche. Enrico stette a
+sentire, si guardò in giro, e vide a pochi passi
+<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
+Cristina che scendeva traverso i cespugli per
+raggiungere anch’essa la vecchia stradicciuola
+del paese.</p>
+
+<p>— Cristina!</p>
+
+<p>— Oh! — E non seppero dir altro; ma si vennero
+incontro correndo, si presero la mano, si
+fecero tutt’e due rossi rossi in faccia, e rimasero
+impacciati come se le piante all’ingiro avessero
+in quel momento spalancato tanto d’occhi. Ci fu
+un minuto di silenzio, che fu presto rotto da una
+nuova esclamazione che esprimeva meglio, questa
+volta, la sorpresa e la gioia. Enrico cominciò a
+spiegare come avesse preso quella strada, senza
+ancor dire perchè ci fosse venuto; e Cristina che,
+aiutata da lui, era scesa intanto sulla viottola, gli
+andava dicendo anch’essa come mai fosse lì, e
+l’invitava a seguirla verso un praticello poco
+distante dove l’avrebbe presentato alla marchesa
+Bianca, e dove avrebber fatte insieme un monte
+di chiacchiere lunghe e belle.</p>
+
+<p>Enrico obbedì, e si mosse mandando innanzi i
+passi più lentamente che poteva, guardando in silenzio
+or Cristina or i ciottoli della stradella. Poi
+a un tratto si fece coraggio, e prese a dire: — Oh
+ma io ho qui sul cuore un monte di cose che vorrei
+dire.... che non so se le potrei dir tutte, neanche
+tra noi soli; a quattr’occhi.... Ma se poi mi vedrò
+dinanzi questa signora marchesa che non conosco....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span></p>
+
+<p>— Mia cugina non è fatta per dar soggezione;
+è buona, mi vuol bene, è poi tanto gentile....</p>
+
+<p>— Gentilissima, me lo immagino, ma m’immagino
+anche che, quando me la vedrò dinanzi, io
+non saprò aprir bocca, e rimarrò lì....</p>
+
+<p>— Ah, se poi il signor Enrico è venuto da Londra
+apposta per non dir nulla! — esclamò ridendo
+Cristina.</p>
+
+<p>— La signora Cristina dice bene!... ma tant’è, e
+quasi non so aprir bocca e mi confondo in questo
+momento stesso in cui siam soli. Una volta è
+vero non succedeva così. Questa costiera, queste
+viottole, mi ricordan bene come mi pareva facile
+un tempo il dire ogni mio secretuccio, il fare lì
+per lì le mie confidenze alla signorina che ci veniva
+con me. Ma in allora queste viottole le facevo
+con quella signorina saltellando e rincorrendoci....
+e con quella signorina ci davamo del <i>tu</i>.</p>
+
+<p>— E il <i>tu</i>, nell’andarsene, intascò i secretucci,
+portò via le confidenze.... È un bel cattivo il signor
+<i>tu!</i>.... Ma ne fu castigato, e ora gli si può
+dire che s’è fatto senza di lui....</p>
+
+<p>— Oh! come? In che modo?</p>
+
+<p>Cristina si fermò, ebbe un momento di esitazione,
+e poi abbassando gli occhi soggiunse: — Un
+mese fa lei ha scritto da Londra una lettera a
+don Cornelio per dargli una buona nuova.... se
+ne rammenta?.... In quella lettera c’era un suo
+<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
+secreto.... c’era il richiamo d’un desiderio del mio
+povero babbo....</p>
+
+<p>— E quella lettera....</p>
+
+<p>— L’ho letta. — E sugli occhi fattisi a un tratto
+rossi rossi, le spuntarono improvvisamente due
+lacrime.</p>
+
+<p>Enrico le vide, e capì il dolce secreto di quella
+improvvisa commozione. L’imbarazzo e le incertezze
+di poco prima sgombrarono in un subito dal
+suo animo, e vi sentì scendere una calma sicura
+e felice.</p>
+
+<p>— Quella lettera la rammento, — riprese Enrico — o
+dirò meglio rammento tutta la gioia di
+quel giorno in cui la scrissi. Era una gioia grande,
+piena di speranze e di sogni che si succedevano
+l’uno più bello dell’altro. Quella gioia, mi ricordo
+si faceva a momenti anche cattiva; e allora m’assalivano
+mille dubbi, mille timori e un’ansietà
+che mi faceva battere i polsi forte, forte.... e mi
+faceva soffrire. Ma ritornava poi subito, la mia
+gioia, bella e serena come prima. Presi la penna,
+scrissi quella lettera; non ricordo più quello che
+scrissi, ma ricordo.... che m’impazientivo di non
+sapermi esprimer bene con don Cornelio.... e che
+non era a lui che scrivevo in quel momento!</p>
+
+<p>Cristina gli rispose con un bel sorriso, e s’avviò
+di nuovo per la viottola, ma d’un passo più lento
+di prima.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span></p>
+
+<p>— Non rammento quello che scrissi... — continuò
+Enrico camminando vicino a Cristina — ma
+cosa potevo dire in una povera letteruccia? A
+dire quello che c’è nel mio cuore, a dirlo tutto!
+ci vorranno tutti i giorni della mia vita.... L’avvenire
+saprà parlare per me.... saprà parlare nella
+buona come nella cattiva fortuna....</p>
+
+<p>— Oh per quelli che si voglion bene non ci
+può essere cattiva fortuna! — osservò Cristina.</p>
+
+<p>— Sì, sì, è vero, e posso ben dirlo io! — esclamò
+con entusiasmo Enrico. — Ma se don Cornelio
+m’avesse risposto — riprese poi subito con una
+certa ingenuità — ne potrei essere ancor più sicuro.
+Ma perchè non m’ha ancor risposto? Ero
+un po’ sulle spine a dir la verità. Ne ho fatti dei
+pensieri! O c’è un intoppo, perchè di peggio non
+voglio pensare, o c’è una bella sorpresa.... Oh
+Cristina, lei forse lo sa!.... ma anche lei tace, come
+don Cornelio.... Oh non sia cattiva, mi dica, mi
+dica!</p>
+
+<p>Cristina che a questo punto non capì più nulla,
+si fece a interrogare anch’essa con istanza, con
+curiosità; e riseppe, raggiante e commossa, quale
+incarico Enrico avesse dato a don Cornelio, e
+quale risposta aspettasse ansiosamente dalla zia.</p>
+
+<p>— Fu ieri, ieri! — saltò su Cristina con un
+grido di gioia — che don Cornelio parlò alla zia!
+Ci andò di mattina, che è un’ora insolita per lui,
+<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
+e ci stette un gran pezzo; me lo ha detto mia
+cugina Bianca.... — E s’interruppe, rimanendo a
+un tratto sopra pensiero, e come colpita da un ricordo
+molesto. — Nulla, nulla, oh non sarà nulla,
+sarà una combinazione, — continuò poi, rispondendo
+a Enrico che s’era accorto di quel cambiamento
+improvviso, e la interrogava con insistenza
+e con ansietà. — Gli è che a mia cugina è parso che
+don Cornelio fosse alquanto conturbato, che avesse
+la faccia diversa dal solito.... ma mia cugina potrebbe
+anche aver veduto male! — E tanto lei che
+Enrico continuarono la loro strada per qualche
+minuto in silenzio.</p>
+
+<p>— Ecco come un nulla basta alle volte a far
+nascere i più tristi pensieri, — prese a dire Enrico. — Sicuro;
+io non ci avevo quasi neanche
+pensato!.... Se donna Fulvia non volesse!... Se don
+Cornelio, mentr’io gli corro incontro tutto in festa,
+m’accogliesse colla faccia malinconica di chi ha
+una triste novella nel cuore....</p>
+
+<p>— Oh cattivo, cattivo, cattivo!... Che pensieri
+son questi! Di queste brutte cose non ne possono
+succedere, no!</p>
+
+<p>— Non son possibili, non ne possono succedere,
+nevvero?</p>
+
+<p>— E come mai dovrebbero essere possibili? La
+zia.... è tanto seria, è vero, ha le sue ubbie, ma
+poi mi vuol bene.... E il bene che m’ha fatto? Oh
+<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
+se non c’era don Cornelio, non sarei arrivata da
+sola a comprendere tutta la grandezza del benefizio
+che ho ricevuto! Aveva ragione don Cornelio
+di dirmi che ora toccava a me a ricambiarlo, quel
+benefizio, nel nome santo del babbo, anche a costo
+di qualunque sacrifizio, e lo promisi, lo giurai....</p>
+
+<p>— Oh, Cristina!</p>
+
+<p>— No, no, Enrico, non mi faccia quegli occhi
+spaventati! non ci fu bisogno di nessun sacrifizio.
+Ho lasciato, è vero, il caro paesello, la gente a
+cui volevo bene, i bei prati, le belle montagne....
+e ora sono un uccellino in gabbia.... ecco tutto!....
+avrei rimorso a dire di più. Ed è possibile che
+chi m’ha fatto tanto bene fin qui, non voglia compire
+la sua opera santa.... — E dopo un momento
+d’esitazione, riprese timidamente — col dare il
+suo consenso a ciò che fu un desiderio di mio
+padre.... a un desiderio, oh non c’è nessun male
+nevvero, a dirlo? a un desiderio mio... e che mi
+pare ogni giorno di sentir più fortemente.... e che
+m’accompagna sempre.... fino a diventare alle volte
+tormentoso, a diventar tanto cattivo, da farmi
+piangere?... Eppure, anche quando è cattivo,
+non lo so mandar via, perchè mi è tanto caro....</p>
+
+<p>— Oh la buona ispirazione che m’ha condotto
+qui! È dunque scritto in cielo ch’io l’avrò questa
+felicità! Oh come è bella la vita! Io me la vedo
+già dinanzi lieta, felice, tutta lucente d’un sole...
+<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
+che viene dalla mia anima.... e che è il mio amore.
+Oh sì, Cristina, lasci che le dica questa parola...
+questa parola che il cuore mi va ripetendo senza
+posa.... e che presto griderò alta, a tutti, fin che
+avrò vita.</p>
+
+<p>— E la diremo insieme.... ma allora poi ce la
+diremo sotto voce all’orecchio, e sarà anche più
+bella.... Oh, la voce di Bianca! mia cugina mi
+chiama....</p>
+
+<p>— Cristina, Cristina! — esclamò Enrico pigliandole
+la mano, e serrandola con passione nelle sue. — Dunque
+è vero? è proprio vero? non le è discaro
+l’amor mio... un po’ di bene me lo vuole?...</p>
+
+<p>— E me lo domanda?</p>
+
+<p>— Oh sì! nulla nulla al mondo mi potrà strappare
+la mia felicità, lo giuro! nessuno mi potrà
+rubare il mio bell’avvenire, il mio bene, non è
+vero Cristina?</p>
+
+<p>— Vuole che giuri anch’io? — gli rispose Cristina
+con un bel sorriso e stringendogli la mano
+alla sua volta, nelle sue manine, più forte che
+potè. — Or venga con me, spicciamoci, son due
+passi, lo voglio presentare a mia cugina....</p>
+
+<p>Enrico avrebbe preferito scansarsene, e balbettò
+qualche <i>ma</i> e qualche <i>se</i>, ma non era più in tempo.
+Un passo dopo l’altro, eran arrivati senza accorgersene
+al poggio dove la marchesa Bianca s’era
+fermata a leggicchiare una pagina del suo romanzo,
+<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
+seduta su un rialzo del prato, intanto che Cristina
+s’era allontanata cercando qualche ultimo fiorellino
+d’autunno. Quando Enrico e Cristina comparvero
+sul poggio, la marchesa Bianca, che aveva
+chiuso il suo libro da un pezzo, s’era rizzata in
+piedi, e si disponeva a muovere incontro alla cugina,
+dopo averla chiamata un par di volte. La
+sua sorpresa nel veder Cristina accompagnata da
+uno sconosciuto non fu poca, ma non le fu neanche
+discara. A colpo d’occhio capì ch’era un giovine
+per bene; le parve anche al portamento, al
+vestito, che fosse un forestiero, forse un inglese;
+pensò subito che finalmente c’era un pubblico per
+il suo abbigliamento, tanto carino, e sentì in cuor
+suo un gran conforto per questo atto di giustizia.
+Cristina fece subito alla cugina la presentazione
+di Enrico, dicendole in poche parole chi fosse, e
+per qual caso si fossero trovati poco prima sulla
+medesima stradicciuola.</p>
+
+<p>La marchesa Bianca accolse benissimo Enrico,
+capitato così opportunamente, e sentendo che veniva
+da Londra principiò a parlargli in inglese,
+e continuò per un pezzo, sebbene Cristina le avesse
+anche detto ch’era d’Orobio. Gli chiese dell’ultima
+<i>season</i> e delle mode; e Enrico si levò d’imbarazzo
+dicendole che non aveva veduto nulla di più bello
+della <i>toilette</i> che aveva dinanzi in quel momento.
+La marchesa si persuase ancor di più d’aver a
+<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
+che fare con una persona di molto buon gusto, e
+di molta intelligenza, e lo trattò subito con quelle
+maniere gentili che teneva in serbo per i casi
+speciali. Enrico, che, anche parlando con la marchesa
+Bianca, parlava senza avvedersene con Cristina,
+rispondeva e discorreva con un’amabilità
+e con un’eloquenza che venivano dal cuore, e che
+aumentavano sempre più la soddisfazione della
+marchesa. La quale, dopo aver protratta più che
+potè, quella conversazione finì col conchiudere, tra
+sè stessa, con un giudizio definitivo, che quel giovine
+era veramente degno d’aver fatto la sua conoscenza.</p>
+
+<p>Arrivati al cancello del giardino, Enrico si accomiatò,
+e la marchesa Bianca, nel salutarlo, lo
+invitò a passare una qualche serata in casa di
+sua madre, offrendosi essa stessa di presentarlo
+a suo marito e a donna Fulvia.</p>
+
+<p>Si pensi con quanta allegrezza in cuore rientrò
+in casa Cristina; e con quanta consolazione, con
+quanti buoni presentimenti, e con quale ansietà
+corresse Enrico alla casa di don Cornelio!</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span></p>
+
+<h2>XVII.</h2>
+</div>
+
+<p>Alcuni giorni dopo, la carrozza di donna Fulvia,
+in completo assetto di viaggio, usciva di
+buon’ora dal portone del palazzo, e s’avviava per
+la strada maestra d’un trotto ancor più pacato
+e solenne di quello delle gite o delle trottate consuete.
+Nella carrozza, accanto a donna Fulvia,
+c’era la marchesa Bianca, e sedevano davanti
+Cristina e la cameriera che teneva in grembo
+<i>Fleurette</i>, ravvolta in uno scialletto. Donna Fulvia
+aveva la faccia ancor più raggrinzita del solito;
+e Cristina aveva nascosta la sua dietro un
+velo fitto, perchè non le vedessero in quel momento
+la commozione del suo animo. Per quanto
+Cristina fosse oramai abituata alle risoluzioni improvvise
+della zia, e delle quali la zia non soleva
+dar troppi conti, pure questa volta era tutta agitata
+e non sapeva scacciare i tristi pensieri che venivano,
+come un temporalaccio, a offuscarle quel
+<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
+bel cielo che due giorni prima sul viale del
+monte, le era parso così sereno e promettente.
+Essa partiva; partiva quel giorno stesso in cui
+aveva sognato di vedere Enrico accolto in casa
+della zia, e accolto come suo sposo; partiva
+senza averlo neppur riveduto, senza aver più
+saputo nulla di nulla, senza avere neppur salutato
+don Cornelio, senz’aver dato un bacio alla
+buona signora Angelica!</p>
+
+<p>Il giorno prima, donna Fulvia aveva avuto una
+visita improvvisa e breve di don Innocente. Nessuno
+in casa ci aveva badato, perchè da qualche
+tempo eran soliti tutti a vedere don Innocente
+fare a donna Fulvia di queste visite brevi, e
+nelle ore che non eran quelle de’ suoi ricevimenti:
+anzi ai ricevimenti lo vedevano ben di
+rado. Non erano affar suo; ci si giuocava, tra
+l’altre, con certe carte così pulite che gli mettevano
+suggezione; e poi non c’era caso di vederci
+un bicchiere di vino. Don Innocente veniva nella
+giornata a dare a donna Fulvia le notiziette raccolte
+ne’ suoi giri per i paeselli e per le sacristie,
+ci metteva all’occorrenza un po’ di frangia
+e un po’ di commenti del suo, e poi se ne andava
+con la faccia ilare, o compunta, a seconda
+della faccia che gli aveva fatto donna Fulvia.
+Questa volta la notizietta era ch’era stato veduto
+in un legnetto, che andava nella direzione di
+<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
+Orobio, “quel giovane di cui si prendeva cura
+don Cornelio, e che don Cornelio aveva mandato
+in paesi lontani con scandalo di tutti i buoni.„
+Dopo quella visita aveva fatto chiamare in fretta
+il padre Felice, e poco dopo aveva annunziato
+che un affare la chiamava a Milano, e che dovevano
+partir tutti la mattina seguente.</p>
+
+<p>Nel fare i preparativi per la partenza tutti in
+casa si eran domandati l’un l’altro cos’era successo;
+e stringendosi nelle spalle, erano andati
+ripetendosi l’un l’altro la risposta asciutta e alquanto
+misteriosa di donna Fulvia. Cristina era
+corsa tutta affannata ad interrogarne la cugina,
+e anche questa non aveva saputo darle che la
+stessa risposta. E ora Cristina cercava di persuadersi
+che quella risposta fosse la vera; ma
+intanto aveva una grande angoscia nell’animo; e
+mentre la carrozza si allontanava da Orobio, guardava
+traverso lo sportello, con un senso di dolore
+e di invidia, i viandanti che risalivano la
+valle, i contadini chinati sulle vanghe, i poverelli
+che stendevano la mano, fin le piante, i camperelli,
+le siepi che mano mano lasciava dietro di sè.</p>
+
+<p>Una certa curiosità di conoscere il motivo di
+quella partenza improvvisa l’aveva anche il marchese
+Ettore, e appunto in quell’ora stessa cercava
+di risaperne qualcosa dal padre Felice, il
+quale se ne schermiva nel miglior modo, non
+<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
+parendogli quello il momento opportuno per parlare.
+Il padre Felice e il marchese viaggiavano
+insieme in un legno separato. Avevano preceduto
+donna Fulvia, e non facevano che per un tratto
+la stessa strada, dovendo essi a un certo punto
+della valle prender quella che conduce alla città
+capoluogo della provincia. Il padre Felice aveva
+detto d’esserci chiamato da qualche suo affaruccio;
+e il marchese, che non si dilettava troppo
+dei viaggi in famiglia, aveva trovato anch’esso
+il suo pretesto, ch’era quello di dare un’occhiata
+alla città, che non rivedeva da un pezzo, e dove
+c’erano dei monumenti e delle cose d’arte che, a
+sentirlo, gli stavano tanto a cuore. I due compagni
+di viaggio giunti alla città si separarono. Il marchese,
+dopo aver gironzato il giorno appresso
+entrando in qualche bottega d’antiquario e comperando
+un po’ di ciarpe vecchie, ripartì la sera
+per Milano. Il padre Felice invece vi si trattenne
+otto o dieci giorni, che impiegò in visite, in paroline,
+in discorsi, con pesci grossi s’intende,
+tutto a inchini e sorrisi sempre eguali, come li
+sa fare un buon diplomatico, sia che si tratti di
+metter pace, o di addensar su qualcuno un temporale.
+Così, quando ritornò a Milano, potè intrattenere
+a lungo donna Fulvia sui favorevoli
+risultati della sua missione, che questa volta crediamo
+non fosse quella di metter pace.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span></p>
+
+<p>La venuta di Enrico e la partenza di donna
+Fulvia non erano per Orobio due avvenimenti
+così piccoli da passare inosservati. Il mistero e
+la curiosità, ch’ebbe sempre molte attrattive per
+gli abitanti d’Orobio, non mancarono anche questa
+volta di eccitare gli animi e di dar materia
+a discorsi che non finivan più. C’era chi diceva
+d’aver veduto Enrico entrare in paese a piedi, e
+chi in carrozza; chi sapeva di positivo che la
+persona arrivata non era Enrico, e chi, senza
+pronunziarsi nella questione, asseriva d’averlo
+veduto partire in un legnetto, di notte, dopo la
+partenza di donna Fulvia. E anche sulla partenza
+di donna Fulvia quanti commenti non si facevano,
+e quante non se ne dicevano! Il sentimento
+generale era quello di sentirsi tutti, con
+la partenza di donna Fulvia, come un gran peso
+giù dallo stomaco: pareva a tutti di respirare
+un po’ più liberamente. E sì che donna Fulvia
+non era che al principio della sua missione, come
+diceva lei, e che tutto il bene che doveva fare
+in Orobio non l’aveva che incominciato. Questo
+bene l’avevano aspettato tutti a bocca aperta,
+ma ci avevan sentito subito un certo sapore così
+acido che aveva tolto a tutti la voglia di gustarne
+dell’altro. Anche in Orobio donna Fulvia
+per beneficare non posava da mattina a sera;
+beneficava per forza, e guai a chi non ne volesse
+<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
+sapere. Anche in Orobio donna Fulvia strapazzava
+tutti per il loro bene; correva a dare ai
+poveri sussidi, e lavate di capo; e fin le medicine
+che portava agli ammalati, non le parevano
+salutari se non accompagnate da una solenne
+ramanzina. Anche in Orobio non le era mai parso
+d’aver fatto completamente il suo dovere, se non
+quando avesse accompagnato un beneficio con la
+mortificazione di qualcuno. Tutti dunque tirarono
+un gran sospiro quando seppero che quella provvidenza
+del paese era partita colla famiglia e
+coi bauli.</p>
+
+<p>Anche nella bottega dello speziale per parecchie
+sere non si parlò d’altro. Lo speziale pretendeva
+d’aver tutto preveduto fin dal primo giorno
+in cui donna Fulvia era arrivata in paese, e diceva
+che anche da certe ordinazioni e da certe ricette
+aveva subito arguito con che carattere si avrebbe
+avuto a fare. Quella partenza non era per lui
+che un fenomeno flogistico. La parola era capita
+poco, ma i suoi ascoltatori se ne accontentavano,
+e avevan l’aria di convenirne. Tutti poi, di tanto
+in tanto, guardavano in faccia al sindaco, il quale
+ne sapeva quanto gli altri, e taceva. Il sindaco
+era andato due o tre volte da don Cornelio per
+venir in chiaro di qualche cosa, ma aveva sempre
+trovato l’uscio chiuso. Alla fine s’era imbattuto
+nella signora Angelica dalla quale aveva
+<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
+udito che il curato era a Santa Maria della Neve.
+La signora Angelica però era stata veduta andar
+in chiesa e accendere un lumicino alla Madonna.
+Dunque qualcosa ci doveva essere. Ecco
+perchè il sindaco meditava e taceva.</p>
+
+<p>Santa Maria della Neve era un povero villaggio
+della parte alta della valle, a più che mille
+metri sul livello del mare, e dove abitavano, o
+meglio facevan capo, dugento famiglie circa di
+pastori, che nell’estate si spargevano per i pascoli
+montani, e nell’inverno si rintanavano
+in un gruppo di casucce, intorno ad una chiesetta
+che appunto dava loro il nome. Santa Maria
+della Neve da parecchi anni era senza curato;
+dopo l’ultimo che c’era morto, non se n’era ancor
+trovato uno da mandarci. Era una cura che aveva
+in tutto dugentocinquanta lire di rendita e un
+magro orticello; gl’incerti poi erano un po’ di
+cacciole, qualche capretto, e qualche bracciata
+di legna che i parrocchiani portavano al curato
+quando benediva una bestia ammalata, battezzava
+un figlio maschio, o faceva un po’ di scuola
+nell’inverno. Don Cornelio che vi andava di tanto
+in tanto, e vi mandava ogni domenica il suo
+coadiutore, o qualche prete dei dintorni, aveva
+detto a don Luigi che questa volta gli occorreva
+di andarci lui, ed era partito sul far dell’alba
+accompagnato da <i>Ugolino</i>, che lo precedeva tranquillo
+<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
+e serio, come soleva fare quando capiva
+che le circostanze richiedevano così. Era partito
+desideroso di restar solo per qualche giorno, perchè
+questa volta si sentiva accasciato più di quanto
+non gli fosse mai capitato in vita sua. Gli ultimi
+fatti, la ripulsa di donna Fulvia, la venuta di
+Enrico, gli avevan fatto passare delle brutte ore,
+e gli avevan lasciato un grande abbattimento
+nell’animo. Ai dolori della vita non era nuovo; ma
+questa volta non sentiva più in sè quella vigoria
+che in circostanze anche più gravi aveva avuto
+sempre, e per sè e per gli altri. Egli stesso stupiva
+di sè medesimo, e nel salire per l’erta che
+menava a Santa Maria della Neve, non ritrovava
+più neanche la sua buona gamba; la strada gli
+pareva più faticosa, il suo passo s’era fatto più
+lento e più grave. Più volte s’era fermato, s’era
+seduto, e asciugandosi la fronte aveva detto, pieno
+di scoraggiamento: “Sei vecchio, vecchio, povero
+Cornelio!... La mia missione quaggiù è finita... c’è
+qualcosa che me lo dice!„</p>
+
+<p>A Santa Maria della Neve si fermò cinque o
+sei giorni, e per la prima volta dopo tanti anni
+ritornò alla sua cura a malincuore. Quei casolari,
+quella chiesetta, quei pastori, avevano avuto per
+lui un’insolita attrattiva. La sua anima afflitta
+ci aveva respirata la pace; e il suo cuore scoraggito,
+ma ch’era sempre pur quello, ci aveva
+<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
+trovato uno spiraglio da cui aveva come intravveduto
+un nuovo campo dove gli rimaneva ancora un
+po’ di bene da fare. Non è a dire poi quante feste
+non gli facessero quei montanari che lo vedevano
+per la prima volta trattenersi parecchi giorni
+in mezzo a loro. E don Cornelio se ne staccò con
+dolore, conservando in un cantuccio del cuore
+il nome di Santa Maria della Neve come un’invocazione
+di pace, e di cure benefiche e contente.</p>
+
+<p>Mentre don Cornelio guardava mestamente il
+cielo da Santa Maria della Neve, come dalla sua
+ultima tappa, Enrico dal ponte d’un battello, che
+viaggiava da Genova a Napoli, guardava il cielo
+anch’esso con l’occhio fisso e desolato. Ma il suo
+cielo aveva un vasto orizzonte, e la sua disperazione
+era pur quella de’ giovani, in fondo alla
+quale c’è spesso tutto un mondo di speranze.
+Da quel momento in cui, con l’animo straziato,
+aveva dovuto ripartire da Orobio, Enrico non
+aveva fatto che richiamare le parole di don Cornelio,
+il triste annunzio che gli aveva dato, e i
+suoi conforti mesti e sfiduciati. Le richiamava a
+una a una quelle parole e le meditava: ci trovava
+in tutte la conferma inesorabile della sua
+disgrazia; pensava che per lui la era finita, che
+speranze non ce n’eran più, che il meglio era
+morire.... ma poi concludeva che nessuno al mondo
+gli avrebbe tolto Cristina. E allora tutti i suoi
+<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
+pensieri riprendevano la strada delle speranze;
+sognava mille casi, mille combinazioni che potessero
+mutare quella triste realtà; e faceva disegni e
+propositi, come se già gli si fosse aperto uno spiraglio
+di avvenimenti più lieti. Ma i nuovi sogni
+svanivan presto, e dietro loro stava sempre la
+triste realtà, immobile, intera. Enrico doveva
+rimanere a Napoli, col suo compagno, due mesi;
+e si pensi se gli dovevano parer lunghi. Egli
+aveva confidato tutto, anche i suoi ultimi casi,
+a sir Arturo; e il suo unico sollievo nelle poche
+ore di riposo era quello di ripetergli la sua
+storia dolorosa, rifacendola ogni volta da capo,
+confidandogli le sue angosce, e domandandogli
+consigli e conforti. Ma i conforti di sir Arturo,
+brevi ed asciutti, non eran quelli che avrebbe
+voluto Enrico: “Star fermo nel proposito fatto,
+diceva sir Arturo, ed aspettare; aspettare anche
+vent’anni calmo e lavorando.„ Allora Enrico
+scriveva delle lunghe lettere a don Cornelio; ma
+anche queste non ricevevano che delle tarde risposte,
+affettuose e meste, piene di buoni consigli,
+ma senza nessuna di quelle notizie ch’egli
+aveva più ansiosamente domandate, senza una
+notizia sola di Cristina. “Star fermo ed aspettare„
+gli tornava a dire sir Arturo; e Enrico,
+ripetendo queste parole a sè stesso, cercava imporsi
+per qualche tempo un poco di calma, ma
+<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
+poi alla fine dava in uno scoppio di pianto. Un
+giorno però sir Arturo venne a dargli una nuova
+che gli ridestò tutti i suoi sogni, tutti i suoi disegni,
+e a mettergli il cuore in festa. Gli disse
+che passati i due mesi, sul finir dell’anno, sarebbero
+andati a Livorno, e che poco dopo sarebbero
+ripartiti per l’alta Italia, e forse per Milano.</p>
+
+<p>Anche per Cristina quei due mesi di novembre
+e di dicembre non furono meno mesti e meno pieni
+di angosce. Dopo il ritorno in città, essa era tornata
+alla solita vita casalinga e monotona, e tutto
+in casa di donna Fulvia aveva ripreso l’andamento
+uniforme di prima. Cristina ascoltava attentamente
+ogni parola, osservava ogni atto di
+donna Fulvia e degli altri tutti della famiglia,
+senza che le riuscisse mai di scovrir nulla di ciò
+che era tanto ansiosa di sapere. Alle volte le era
+parso che la zia fosse preoccupata un poco più del
+solito; ma nè lei, nè nessuno di casa, dal giorno
+in cui erano tornati in città, non avevan più nominato
+nè Orobio nè don Cornelio, come se non
+fossero mai esistiti.</p>
+
+<p>Don Cornelio, in quell’ultimo dialogo scabroso
+che c’era stato tra lui e donna Fulvia, non aveva
+avuto nè il tempo nè il coraggio di dire che Cristina
+sapeva quale incarico gli avesse dato Enrico,
+e che ne aspettava la risposta con eguale
+ansietà. Ripensandoci, dopo la partenza di donna
+<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
+Fulvia, ne aveva avuto rimorso, poi gli era anche
+sembrato che gli rimanesse ancora un dovere
+da compire verso Cristina, il dovere doloroso di
+confortarla alla rassegnazione. Ma come compirlo?
+Pensò al padre Felice che s’era mostrato tanto
+cortese con lui, e che gli pareva fatto apposta
+per una missione delicata e amichevole. Detto
+fatto, gli scrisse una lunga lettera raccontandogli
+tutto alla distesa, incaricandolo di dire ogni
+cosa a donna Fulvia, e pregandolo, infine, di far
+le sue veci presso Cristina per disporla, se proprio
+era necessario, al sacrifizio. Il padre Felice
+consegnò subito la lettera del curato a donna
+Fulvia, e si pensi che esclamazioni, che chiasso!
+Ma poi, tornata la calma, donna Fulvia, dopo molte
+consultazioni, finì col seguire il consiglio del padre
+Felice, ch’era quello di non dir nulla a Cristina,
+di contenersi come se non sapesse nulla
+di nulla, di mostrarsi con lei sempre più dolce e
+affettuosa, e di pigliar tempo; il qual tempo, abituato
+com’è a farne dimenticar tante delle cose
+a questo mondo, si sarebbe presa anche questa
+piccola briga di far dimenticare a Cristina una
+fuggevole fantasia da ragazzi. A rispondere a don
+Cornelio, a tenerlo a bada, e a rimandarlo soddisfatto
+con poco, ci avrebbe pensato lui, il padre
+Felice; cosa che non gli pareva molto difficile.</p>
+
+<p>Cristina dunque aveva un bel stare attorno alla
+<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
+zia; la zia era muta come una statua, e l’interrogarla,
+o il farla parlare, in simili casi, non era
+un affar da nulla. Cristina aveva da principio
+pensato di scrivere di nascosto a don Cornelio,
+ma poi non ne aveva avuto il coraggio. Per un
+pezzo aveva sperato che un bel giorno le sarebbero
+arrivate improvvisamente tante belle notizie,
+tutte in una volta: e aspettava il bel giorno; ma
+i giorni passavano tutti eguali, lasciandola tutti
+nell’eguale ansietà. Poi aveva anche un gran progetto;
+quello d’aprir l’animo suo con la cugina,
+di confidarle ogni cosa, e di invocare la sua protezione
+e i suoi consigli. Ci si era anche provata,
+ma s’era fermata subito scoraggita e dubbiosa.
+Più d’una volta aveva principiato a parlare dei
+giorni della sua infanzia, di suo padre, del buon
+curato, del suo paesello; ma la cugina l’ascoltava
+con l’aria annoiata, e come chi ha cose di
+ben altra importanza per la testa. E infatti, non
+appena Cristina faceva una pausa, la marchesa
+Bianca senza lasciarla finire, entrava di botto nel
+campo prediletto de’ suoi discorsi sulle amiche,
+sulle mode, sulle mille cosucce della città; e, se
+era in vena anch’essa di fare delle confidenze, le
+confidava in secreto i suoi progetti di <i>toilettes</i> per
+il carnevale. Allora Cristina, triste e sfiduciata,
+tornava sola ai suoi pensieri; e di tanto in tanto,
+con gli occhi pieni d’una espressione supplichevole,
+<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
+guardava senz’avvedersene or l’uno or l’altro....
+ma nessuno la capiva, nessuno le rispondeva.
+Un giorno, era fin scesa di corsa, e di nascosto,
+nel cortile, per interrogare un carrettaio ch’era
+arrivato da Orobio. — Ah, cosa c’è di nuovo
+a Orobio? — le aveva risposto il carrettaio. — C’è
+neve a bizzeffe! E le ova poi! da che c’è la strada
+ferrata in provincia, fin due soldi l’uno si pagano!...
+Il curato sta benone, benone tutti.... ma gran mortalità
+nelle galline! — E così era finita anche
+quella poca speranza nel carrettaio.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span></p>
+
+<h2>XVIII.</h2>
+</div>
+
+<p>Era principiato il nuovo anno, e in casa di donna
+Fulvia tutto procedeva con la consueta uniformità,
+monotona e severa come quella d’un monastero,
+quando donna Fulvia, un dopo pranzo, annunziò
+una gran novità. Rivolgendosi a Cristina, con una
+affabilità insolita, le disse d’aver pensato a lei in
+quei giorni per procurarle un po’ di svago nel
+carnevale: “cosa ben giusta e necessaria per la
+gioventù.„ Poi soggiunse che i divertimenti avrebbero
+avuto un carattere tutto familiare, ma pure
+sarebbero stati anche maggiori di quelli che si
+usavano un tempo quand’era ragazza lei; che
+cioè una volta alla settimana, l’avrebbe condotta
+di sera in casa del barone e della baronessa Brocchetti,
+dove avrebbe trovate delle fanciulle della
+sua età; e che una volta la settimana poi avrebbe
+tenuto conversazione anche in casa propria, con
+gioco della tombola, e con una serata di bussolotti
+in fine del carnevale.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span></p>
+
+<p>Quell’annunzio fu così improvviso e così impreveduto,
+che a due brave persone, che giocavano
+in quel momento a tarocchi col padre Felice e
+col Valassina, caddero persin le carte di mano,
+per cui si dovette andar a monte, e mescolar di
+nuovo il mazzo. Cristina accolse le parole della
+zia con gratitudine e con gioia. Presentì vagamente
+che rotto il ghiaccio di quella vita uniforme
+le si sarebbe presentata, forse, l’occasione d’avere
+una qualche nuova di Enrico, e di vedere per
+qualche spiraglio traverso quel buio che le si era
+fatto tutto all’ingiro, da quando era tornata in
+città, e che la opprimeva in un modo tormentoso,
+insoffribile. Sperò che un mutamento nelle abitudini
+d’ogni giorno, per quanto piccolo, le avrebbe
+reso più facile il vincere la grande suggezione che
+le dava la zia, e le pareva già che sarebbe venuto
+anche il giorno in cui le avrebbe aperto il
+suo cuore. Infine, bisogna pur dirlo, le dava una
+secreta contentezza anche il pensiero di prendersi
+un po’ di spasso, e di andare ai divertimenti
+e alle conversazioni della città, di cui aveva sentito
+dire tante belle cose, e che l’immaginazione
+poi le aveva di tanto ingranditi.</p>
+
+<p>Un’altra secreta soddisfazione, tutta insolita e
+nuova, l’ebbe il giorno in cui ci furono i preparativi
+per condurla alla conversazione di casa
+Brocchetti. C’era stata, una settimana prima, una
+<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
+lunga discussione, tra donna Fulvia e sua figlia,
+sull’abbigliamento di Cristina per la sera in cui
+sarebbe stata condotta in società. Cristina ne
+aveva capito poco, anche perchè nella discussione
+c’erano stati qua e là dei punti misteriosi, in cui
+donna Fulvia, o aveva parlato a mezza voce, o
+aveva sorvolato ammiccando a sua figlia, o aveva
+pronunziato un qualche sì incerto, o qualche no
+asciutto, come chi sta negoziando delle concessioni.
+Finalmente, venuto il giorno degli ultimi
+preparativi, dopo un andirivieni di ambasciate,
+capitò la sarta della marchesa Bianca con un
+bell’abito semplice ma elegantissimo, e che indosso
+a Cristina strappò subito delle esclamazioni
+soddisfatte tanto alla sarta quanto alla marchesa.
+Cristina, intanto che la zia s’era tirata in
+disparte tutta sopra pensiero, si guardò nello
+specchio, e quasi non riconobbe sè stessa. Era la
+prima volta che si vedeva così bene abbigliata,
+e nel vedersi tanto bella ne arrossì tutta, e rimase
+quasi confusa. Donna Fulvia se ne accorse,
+saltò di mezzo con impeto, e ordinò subito alla
+sarta delle correzioni e dei palliativi; diede sulla
+voce a sua figlia, e non si lasciò rimuovere questa
+volta nè da ragioni nè da esclamazioni. Cristina,
+che non aveva portato dai suoi monti il
+pensiero di farsi bella, ne sentì in quel momento
+la tentazione per la prima volta. L’aria affannata
+<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
+della zia, la discussione sul suo abbigliamento, e
+il gran caso che se ne faceva, le diedero improvvisamente
+un sentimento nuovo, che non era precisamente
+quello dell’ambizione o della vanità,
+ma ch’era però la coscienza di sentirsi un qualcosa
+più di prima, di sentire in sè stessa una
+nuova forza, e anche un nuovo coraggio, in faccia
+alla zia, in faccia a tutti. Donna Fulvia che
+non s’accorse, s’intende, di questo risultato, continuò
+a discutere, a correggere e a modificare,
+fin sull’uscio, prima di andare in casa Brocchetti.</p>
+
+<p>In casa Brocchetti oltre al barone, quell’ometto
+complimentoso e brutto di cui abbiamo già fatto
+la conoscenza, c’era la baronessa, una donnona
+alta e grossa, piena di acciacchi, e che non si
+moveva quasi mai dalla sua poltrona, tutta intenta
+da mattina a sera a far faldelle, a deplorare
+i tempi, e a combinar matrimoni. Poi c’erano
+i figliuoli. La baronessa si vantava di averli coltivati
+a uno a uno fuori dell’aria mondana, come
+in una stufa; e infatti erano venuti su lunghi,
+sottili, giallognoli, e col collo un po’ torto come
+arbusti in cerca d’un raggio di sole. Con l’intromissione
+di donna Fulvia ne aveva ammogliati
+due, ed ora ne aveva altri tre nel vivaio. L’arte
+della baronessa per maritare quei suoi figliuoli,
+così bruttini, era quella di lasciarli veder poco,
+di circondarli d’una riputazione di figliuoli perfetti,
+<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
+e di offrirli poi nei momenti in cui c’era
+abbondanza di fanciulle e scarsità di mariti. Il
+maggiore di quelli che c’erano in casa, e che si
+chiamava Checchino, non aveva che vent’anni.
+Veramente la baronessa avrebbe voluto aspettare
+un par d’anni ancora prima di dichiararlo disponibile;
+ma da quando il barone era venuto a confidarle
+quelle prime toccatine avute da donna
+Fulvia, figurarsi! un parentado simile! aveva
+subito mutati i suoi disegni, e aveva presa la
+direzione secreta dell’affare, dando giorno per
+giorno le sue prescrizioni al marito, il quale, in
+questi casi specialmente, era solito ubbidire appuntino.
+Di prescrizione in prescrizione, si era
+venuti tra donna Fulvia e il barone a quegli accordi
+che sappiamo per passare il carnevale. Lo
+scopo ultimo e vero di quegli accordi non era
+stato ancor detto formalmente, ma era sottinteso.
+I ritrovi del carnevale dovevano servire ai due
+futuri sposi per vedersi di tanto in tanto da un
+capo all’altro d’un salotto, ossia come diceva la
+baronessa, per conoscersi reciprocamente. In quaresima
+poi i genitori, con improvvisa consolazione,
+e con la debita sorpresa, avrebbero accolto,
+auspice un amico comune, il felice progetto e
+concluso il matrimonio.</p>
+
+<p>Le prime volte che Cristina fu condotta in
+casa Brocchetti ci fu ben poco di notevole. Il
+<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
+barone e la baronessa accoglievano Cristina con
+quattro complimentucci, ch’eran tutti un dolciume
+e sempre gli stessi, poi si mettevano ai tavolini
+da giuoco, e non le dicevan altro. Ai tavolini da
+giuoco c’erano i pesci grossi della conversazione;
+ci sedevano oltre il barone e la baronessa, donna
+Fulvia, qualche vecchia signora, qualche consigliere
+giubilato, e ci passavano un paio d’ore a
+borbottare e a rimbeccarsi tra loro, intanto che
+i pesciolini, ossia Cristina e due o tre altre fanciulle,
+se ne stavano in disparte con un lavoro
+d’ago o di ricamo in mano, scambiando sottovoce
+qualche parola di tanto in tanto. Se alle volte
+capitava in visita qualcuno che non fosse dei soliti,
+anche questo si metteva presso uno dei tavolini,
+ci stava in silenzio una mezz’oretta a veder
+gli altri a giocare, poi se ne andava. Tale,
+su per giù, era la conversazione di casa Brocchetti.
+Cristina cominciava a pensare che i divertimenti
+della città non eran poi gran cosa,
+quando una sera la baronessa fece l’improvvisata
+d’un maestrino al pianoforte, e di qualche invitato
+di più; poi fece fare un po’ di largo nel salotto,
+e permise alle fanciulle di far due salti.
+E fu una grande improvvisata davvero. Cose simili
+in casa Brocchetti non se n’eran vedute
+mai! Dopo quella sera, la baronessa permise i
+due salti regolarmente una volta la settimana; e
+<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
+Cristina che ballava con passione, ci si divertiva
+di cuore, ballando più che poteva, senza fermarsi,
+senza riavere il fiato, e fin ballando con
+l’altre fanciulle quando i ballerini erano stanchi.
+I ballerini, oltre Checchino e i due Brocchetti
+più piccoli, eran cinque o sei giovanetti scelti
+prudentemente, e un vecchietto tutto arzillo che
+era stato, un tempo, ballerino della baronessa, e
+che dopo aver fatto ballare due generazioni ora
+continuava colla terza. Il ballerino meno fortunato
+era Checchino; le fanciulle quando lo vedevan
+venire, lo scansavano; poi facevano tra loro
+delle risate senza che gli altri ne capissero il
+perchè. A Checchino succedeva spesso, quando
+giuocavan la partita, di addormentarsi nel salotto
+e di russare fortemente. La baronessa allora
+si affrettava a dire che Checchino si levava
+tanto di buon’ora, e che studiava troppo; ma una
+volta una delle fanciulle che facevan crocchio
+tra loro aveva detto piano a Cristina, e alle altre,
+che Checchino era.... era un asino. Non è a dire
+quanto rider ne avesser fatto secretamente in
+quel momento, e da quanta voglia di ridere fosser
+prese, da allora in poi, ogni volta che compariva
+Checchino. Checchino, per di più era un
+ballerino disgraziato. Non gli riusciva mai di
+mettersi d’accordo nè con la ballerina, nè con la
+musica, nè con la battuta, e si metteva di solito
+<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
+a ballar la polka quando suonavano il valzer, e
+a ballare il valzer quando suonavano la polka.
+E ci si ostinava, trascinando con violenza la ballerina,
+la quale un po’ ci si adattava, un po’ si
+ribellava, e così era in complesso un affannarsi
+di tutt’e due da far pietà. Fu in una di queste
+lotte che a Checchino, mentre una sera ballava
+con Cristina, scivolò un piede. Barcollò, si riprese,
+perdette l’equilibrio, e andò con le gambe in
+aria. Cristina riuscì a svincolarsene, e a rimaner
+ritta, ma fu presa da una di quelle voglie di ridere
+che non si ferman più. Si mordeva le labbra,
+si turava la bocca con la pezzuola; ma intanto
+vedeva le amiche che ridevano anch’esse
+in disparte, e dava daccapo in un nuovo scoppio
+di risa. La zia, come furono a casa, ne la sgridò,
+e l’ammonì molto seriamente a mostrarsi d’allora
+in poi più rispettosa e cortese verso quel
+giovane, ch’era uno dei migliori che mai si potessero
+immaginare. Dopo quella sera in casa
+Brocchetti si ballò meno, e Checchino non
+ballò più.</p>
+
+<p>Le serate della baronessa erano alternate con
+quelle di donna Fulvia, nel cui salotto, secondo
+il programma, una volta la settimana si giuocava
+a tombola, e ci venivano, oltre i pochi amici soliti
+di casa, il barone coi suoi figli e con parte della
+sua conversazione, invitativi straordinariamente.
+<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
+Queste serate procedevano un po’ noiosette per
+tutti, e anche per Cristina, la quale, passata quella
+prima novità era tornata pensierosa e malinconica.
+Aveva sperato vagamente col veder gente
+nuova, di risapere qualcosa di Enrico; aveva
+creduto che chi sa quanti, solo a nominare
+Orobio, le avrebber date le nuove del suo paesello
+e del curato! Ci si era anche provata
+timidamente, qualche volta; ma non ne aveva
+trovato uno che conoscesse il suo paese neanche
+di nome. Le sue inquietudini, le sue angosce ora
+principiavano a tornarle nell’anima vive come
+prima, e con minori speranze; daccapo era tornata
+inquieta, distratta, e assorta in un unico
+pensiero. Il Valassina che, senza farsi scorgere
+e con l’aria di chi è sempre lontano da tutto le mille
+miglia, spiava tutto e vedeva tutto, si accorse
+che Crestina cominciava a far meno caso dei divertimenti
+della zia, e che qualcosa d’altro, che
+non era il Checchino di sicuro, si faceva strada
+nel cuore di lei, o vi ripigliava il posto di prima.
+Fin dinanzi alle cartelle della tombola la vedeva
+distratta e svogliata! E più d’una volta, quando
+tirava i numeri aveva osservato con impazienza
+che Cristina non li marcava, o li marcava sbagliando.
+“Le frulla il cervello a quella ragazza!„
+aveva detto tra sè; e principiò a sospettare che
+i pensieri di Cristina non fossero assorti nei terni
+<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
+della lotteria, ma galoppassero piuttosto dietro
+quel giovane che viaggiava lontano.</p>
+
+<p>Pensò di accertarsene. Gli parve che cogliendo
+Cristina d’improvviso, in uno di quei suoi momenti
+di distrazione, con una notizia che facesse
+al caso e con una domanda buttata lì di sorpresa,
+gli sarebbe riuscito, fissandola bene, di
+leggerle fino nel fondo dell’anima. Una notizia
+che pareva fatta apposta il Valassina l’aveva;
+detto fatto, si decise di metterla subito a profitto
+prima che Cristina venisse a saperla in altro
+modo, e ci fosse poi preparata.</p>
+
+<p>Giocavano una sera, seduti alla solita tavola
+della lotteria, donna Fulvia, il barone Brocchetti,
+la marchesa Bianca, alquanto assonnata, Checchino
+accanto a Cristina, il Valassina, tre o quattro
+altri giocatori attenti e compresi, e il vecchietto
+arzillo di casa Brocchetti. Il vecchietto
+teneva il cartellone ed estraeva lui i numeri, accompagnandoli
+ogni volta con qualche motto che
+a un dipresso facesse rima, e che poi senz’altro
+doveva far ridere. Al caminetto, un po’ discosto
+dai giocatori, c’era il marchese Ettore, che leggicchiava
+un giornale, e scambiava di tanto in
+tanto qualche parola col padre Felice, il quale
+gli stava di faccia seduto in poltrona.</p>
+
+<p>— <i>Trentatrè!... non si marca se non c’è!</i> — gridava
+tutto ilare, con una voce un po’ nasale, il
+<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
+vecchietto, mostrando la pallottolina su cui c’era
+il numero.</p>
+
+<p>— L’ho io, l’ho io! — saltò su Checchino.</p>
+
+<p>— Oh, che numeracci! — brontolava donna
+Fulvia.</p>
+
+<p>— Ambo! — esclamava un terzo.</p>
+
+<p>— Si verifichi, lei sbaglia sempre! — replicava
+tutto rosso in faccia Checchino, che non si
+animava se non quando giocava alla lotteria.</p>
+
+<p>— <i>Vent’otto!</i> — ripigliava il vecchietto. — <i>A
+bella ragazza un bel giovanotto!</i></p>
+
+<p>— Ma cosa dice mai! — esclamava donna Fulvia, — Lei
+ne ha sempre delle sue.... giudizio,
+giudizio!</p>
+
+<p>— <i>Quarantasei!</i></p>
+
+<p>— Oh, questa volta poi non voglio rime!</p>
+
+<p>— <i>Gentil signora.... come vuol lei!</i></p>
+
+<p>— Bravo, bravissimo! — esclamaron tutti.</p>
+
+<p>— Sempre pronto, sempre allegro. È inutile;
+per questo gioco ci vuol proprio lei! — conchiuse
+il barone Brocchetti.</p>
+
+<p>La prima tombola fu vinta contemporaneamente
+da due giocatori. Checchino, che non era uno di
+questi, pretendeva che c’era stato uno sbaglio,
+per cui ci fu una lunga discussione, e poi una
+lunga verificazione. Nel frattempo il Valassina
+aveva osservato Cristina attentamente, parendogli
+che fosse più pensierosa, più impaziente del
+<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
+solito, e balenatogli in mente il suo disegno,
+pensò che quello era il momento opportuno per
+mandarlo senz’altro ad effetto.</p>
+
+<p>— E così, signor marchese, che cos’ha trovato
+di nuovo stasera ne’ pubblici fogli? — prese a
+dire il Valassina dirigendosi al marchese Ettore. — Ci
+son notizie della Cura d’Orobio?</p>
+
+<p>— No davvero, caro signor Valassina. Sono da
+mezz’ora nella questione d’Oriente, ma d’Orobio
+non c’è sillaba. C’è dunque una questione d’Orobio?...
+Dica, dica; lei ha, mi pare, delle notizie
+ch’io non ho!</p>
+
+<p>— Oh, nulla d’importanza! — riprese sorridendo
+il Valassina. — Non ha letto giorni fa,
+signor marchese, quel che c’era nella gazzetta
+della provincia?... tra le notizie della Curia?
+dov’era detto che il curato d’Orobio....</p>
+
+<p>— Muta aria?</p>
+
+<p>— Oh! dunque le notizie le sa anche lei?</p>
+
+<p>— L’ho risaputa, questa, da qualcuno ma non
+l’ho letta. E ce n’è altre?</p>
+
+<p>— È appunto quello che domandavo a lei. Nella
+gazzetta c’era che don Cornelio Sacchi, a quanto
+si diceva, doveva essere nominato canonico del
+Duomo; ma che invece poi avrebbe avuta, forse,
+si diceva, un’altra destinazione; e che la nomina
+a curato d’Orobio sarebbe sempre, a quanto si
+diceva, caduta su una degna persona che non si
+poteva finora nominare....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span></p>
+
+<p>— Andiamo, andiamo, attento signor Valassina...
+non vede che ricominciamo il gioco! — saltò
+su, interrompendolo, donna Fulvia a cui
+non garbava in quel momento un simile discorso.</p>
+
+<p>— Si incomincia col numero <i>sette</i>! — gridava
+il vecchietto. — Oh vedono che bel numero!
+l’hanno quasi tutti. E lei, Cristina, non lo marca?...
+<i>Numero sette, donna Cristina!... è un po’ distratta
+la signorina!</i></p>
+
+<p>Altro che distratta! Distratta era stata tutta
+quella sera, ma in quel momento le era salita
+una vampa al viso, non vedeva più nulla, e non
+ascoltava che le parole del Valassina. Questi
+che se n’era subito accorto, contento, contentone
+di quel primo risultato, pensò di affrontare all’occorrenza
+anche le occhiate di donna Fulvia,
+ma di non lasciar cadere il discorso.</p>
+
+<p>— Fin da questo autunno, — riprese il Valassina
+voltandosi verso il marchese, — dicevano
+che don Cornelio avesse l’intenzione di lasciar
+Orobio....</p>
+
+<p>— E per qual motivo? — domandò il marchese.</p>
+
+<p>— Precisamente non saprei.... avrà forse voluto
+mettersi in riposo.... ora tanto più che....</p>
+
+<p>— Attento signor Valassina, — gridava il vecchietto, — non
+vede che siamo già ai terni?...
+<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
+<i>e or con questo sessantotto.... la partita va di galoppo!</i>
+La rima non era riuscita, ma per fortuna
+Checchino fece in quel momento un’esclamazione
+di gioia che permise al vecchietto di gabellare
+anche questa.</p>
+
+<p>— Ora tanto più, dicevo.... — riprese il Valassina
+torcendo il collo verso il marchese, — che
+quel giovane.... un certo giovane di cui il signor
+marchese avrà forse sentito parlare....</p>
+
+<p>— Ma Valassina! Valassina! Questa sera lei
+è d’una distrazione!... e con le sue chiacchiere
+ci confonde la testa a tutti! — saltò su di nuovo
+donna Fulvia, e in tuono più brusco di prima.</p>
+
+<p>— Ah, sì, sì.... so di chi vuol parlare.... — disse
+il marchese Ettore dopo aver scambiata
+qualche parola col padre Felice. — E dunque
+cosa è avvenuto di quel giovane?</p>
+
+<p>— Mille scuse, donna Fulvia, — riprese il Valassina, — rispondo
+una parola al marchese poi
+non fiato più.</p>
+
+<p>Cristina, tutta agitata, non vedeva più i numeri
+delle cartelle, e non ne marcava più uno.
+Checchino che se n’era accorto, e ch’era lì lì per
+far tombola, stava zitto, e n’era tutto giulivo.</p>
+
+<p>— Le voci che girano sul conto di quel giovane
+son molte, — continuò il Valassina. — A
+Orobio, pare, non ci tornerà più.... ma poi ne dicon
+tante!... Però la più sicura, a quanto si sa,
+<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
+è che siasi stabilito in Inghilterra e che anzi
+vi abbia preso moglie....</p>
+
+<p>— Non è vero! — esclamò risolutamente Cristina.
+E in quello stesso momento si sentì la voce
+concitata di Checchino, che esclamava tutto glorioso:
+Tombola! Tombola!</p>
+
+<p>Donna Fulvia, lanciando occhiate inquiete al
+Valassina per farlo tacere, cercò prontamente di
+deviare l’attenzione dei giocatori, tossendo, alzando
+la voce, agitandosi e dando l’aire a Checchino,
+il quale senza saperlo le veniva in aiuto
+colla sua gioia chiassosa. Ma il Valassina, sicuro
+di farsi perdonar dopo, non tacque; e per battere
+il ferro intanto ch’era caldo replicò subito
+a Cristina: — Mi scusi, ma io credo invece che
+quella notizia sia vera verissima. Come potrebbe
+lei sostenermi il contrario? Sentirò volontieri
+quello che ne sa lei!...</p>
+
+<p>— Io so, — riprese Cristina tutta concitata, e
+volendo giustificare la sua esclamazione di prima, — io
+so ch’egli ha promesso a una fanciulla
+d’Orobio.... È un giovane d’onore! lo conosco fin
+da bambina... egli non mancherà alla fede data!</p>
+
+<p>A quelle parole ci fu un momento di silenzio
+generale, in cui Cristina vide rivolti verso di sè
+gli occhi maravigliati di tutti. Essa avrebbe voluto
+giustificar subito anche quella sua giustificazione,
+avrebbe voluto che le domandassero ancora
+<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
+qualcosa, ma nessuno non le domandò più
+nulla. I più non ne avevano capito niente, ma
+qualcuno ne aveva capito fin troppo. Il Valassina,
+ch’era tra questi, fu il primo a rompere il
+ghiaccio e a rimettere la conversazione in carreggiata,
+riconducendola alla tombola di Checchino.
+Il marchese s’era messo a guardar Cristina
+con l’occhialetto; e dalla sua poltrona cominciò
+a guardarla più che potè con l’attenzione
+d’un osservatore che, fatta una scoperta improvvisa,
+va cercando nuovi dati per la riprova. Il
+padre Felice s’era limitato a tirar due o tre prese
+di tabacco più rumorosamente del solito: e donna
+Fulvia che nelle circostanze difficili sapeva tutto
+posporre, come diceva anche lei, al proprio decoro,
+finse di non aver udito nulla; continuò ad
+occuparsi de’ suoi invitati, coi quali fu anche più
+complimentosa del solito, e in cuor suo promise
+a sè stessa che <i>quella signorina</i> avrebbe la mattina
+dopo reso uno stretto conto di ciò che aveva
+detto.</p>
+
+<p>Cristina, prima ancora che tutti se ne fossero
+andati, scomparve dal salotto, e si ritirò nella
+propria camera. Per quella notte non chiuse occhio,
+e continuò a ripensare a quelle ultime parole
+del Valassina. Che Enrico non tornasse più,
+che Enrico si fosse maritato.... eran fiabe! N’era
+sicura; non aveva angustie, non aveva sospetti!
+<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
+Ed era lieta e fiera in cuor suo d’aver difeso Enrico,
+d’aver buttato in faccia quel <i>non è vero</i> al
+Valassina, parendole con questo d’aver chiusa a
+lui e a tutti la bocca per sempre. Ma le angustie
+ed i sospetti l’assalivano invece nel ripensare
+alle parole che il Valassina, e il marchese,
+avevan dette a proposito di don Cornelio. “Che
+don Cornelio avesse lasciato Orobio? che fosse
+andato altrove? che a Orobio non ci fosse proprio
+più?... L’avevan detto in un tono così sicuro!...„
+E nel riandare le cose udite Cristina
+sentiva scendersi in cuore un presentimento tormentoso
+che le toglieva ogni forza per ribatterle
+e per dire a sè stessa che non eran vere.</p>
+
+<p>“In fin de’ conti c’è don Cornelio ad Orobio!„
+soleva esclamare Cristina tra sè quando, nei momenti
+di scoramento e di timore, voleva tagliar
+corto, e correre col pensiero ad un conforto che
+non le falliva mai. “Ma se a Orobio don Cornelio
+non ci fosse più!...„ andava ora ripetendo; e
+quelle parole le davano un senso di paura, le
+davano tutto l’accasciamento dell’abbandono e
+della solitudine.</p>
+
+<p>Per saperne qualcosa anche noi, circa quelle
+notizie del signor Valassina, daremo subito una
+corsa a Orobio, e là faremo un passo indietro
+per riprender meglio il filo dei nostri piccoli avvenimenti.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span></p>
+
+<h2>XIX.</h2>
+</div>
+
+<p>Una sera, sulla fine del mese di gennaio, don
+Cornelio tornando a casa, dopo la solita visita a
+qualche malato o a qualche povero, trovò per
+strada il procaccia che lo fermò levandosi di tasca
+un piego per lui. — Oh, oh, un letterone
+così grande proprio per me! — E data al procaccia
+la buona sera, affrettò il passo e andò
+diviato a disuggellare il piego in cucina, dove la
+sorella stava appunto sorvegliando la pentola in
+cui coceva la minestra per la cena.</p>
+
+<p>— Una lettera della Curia.... — prese a dire
+don Cornelio intanto che cercava di decifrare lo
+scritto al lume della candela. — Eh, eh.... è monsignor
+Vicario che mi scrive... oh troppa bontà...
+troppo onore... troppo cerimonioso monsignor Vicario!... — E
+giunto a piè di pagina voltò il foglio,
+la cui prima faccia era occupata da un periodo
+solo, tutto a incisi, pieni d’una degnazione
+paterna e complimentosa.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span></p>
+
+<p>— Oh, cosa può voler da me monsignor Vicario?... — riprese
+il curato dopo aver letta e
+riletta la seconda parte della lettera. — Vuol
+parlare, consultarsi, conferire a voce con me...
+conferire sopra che cosa?</p>
+
+<p>— Sarà per il giubileo, o per le missioni! — saltò
+su la signora Angelica.</p>
+
+<p>— O piuttosto che la Curia avesse deciso d’assegnar
+qualcosa di più a Santa Maria della Neve,
+e di mandarci almeno un buon cappellano, come
+le ho proposto io?... Eh sicuro! ne ho scritte
+delle lettere per Santa Maria della Neve alla
+Curia! Un letterone anche pochi giorni fa.... e
+ora capisco che hanno avuto il loro effetto. Non
+può esser altro, e ne son proprio contento. Però
+se mi potevano risparmiare questo viaggio....</p>
+
+<p>— Oh, ma è un bell’onore!...</p>
+
+<p>— Obbligatissimo, ma è anche una gragnuola
+di maggio, come diciam noi, per un povero curato!
+Che mi canzoni! due giorni per andare e
+tornare, due giorni di fermata.... il calesse, la locanda!...
+E non è che non le sappiano alla Curia
+le nostre miserie.... ma certe cose altro è saperle
+altro è provarle!... Si fa per dire, veh! perchè,
+dico la verità, per fare un po’ di bene a quei
+poveracci di Santa Maria, venderei ben volentieri
+anche....</p>
+
+<p>— Oh no, no, per carità, ci vorrebbe altro!
+<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
+Non ne hai venduta abbastanza della roba? — esclamò
+la signora Angelica, che scodellava la minestra,
+interrompendolo e restando col ramaiuolo
+alzato, come per fermargli la parola.</p>
+
+<p>— Basta, basta.... ci penseremo domani.... ma
+bisogna battere il ferro intanto che è caldo, e
+doman l’altro mi metterò in viaggio.</p>
+
+<p>Il giorno dopo don Cornelio, tutto di buon
+umore, dandosi di tanto in tanto una fregatina
+di mani, e non pensando ad altro che a Santa
+Maria della Neve, fece i suoi preparativi per il
+viaggio, aiutato dalla sorella, la quale fu tutta
+in faccende, perchè almeno avesse a partire un
+po’ ravviato e in buon arnese. I preparativi della
+partenza anche questa volta non andaron lisci.
+La signora Angelica, che in simili circostanze
+non pareva più lei, e mostrava un coraggio da
+leone, ebbe più d’una volta a borbottar col curato,
+e a farlo fare a modo suo. Nell’abito nuovo
+fatto cinque anni prima, ci trovò uno strappo,
+e lui non le aveva detto nulla: d’un bel par di
+guanti di lana nera, che gli aveva fatti non era
+ancora un mese, ne aveva perduto uno: e per
+non aver dato retta a lei a tempo, era sul punto
+di dover entrare in città con un nicchio vecchio
+e sbertucciato. Don Cornelio prometteva che ne
+avrebbe comperato uno nuovo prima di presentarsi
+a Monsignore, ma la signora Angelica gli
+<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
+credeva poco, e non era affatto tranquilla. Il
+guaio più grosso scoppiò a proposito delle fibbie.
+Il curato s’ostinava a voler partire colle sole
+ghette, ed andava esclamando: — In questa stagione!
+un prete di montagna! Credi, che Monsignore
+non sappia che c’è tanta neve nella valle? — E
+la signora Angelica replicava: — Come?
+quando s’ha un par di fibbie d’argento come quelle
+che t’ha regalate il povero conte Maurizio, se
+non le si sfoggiano nelle occasioni, domando io
+cosa s’ha a farne? — E la discussione si fece
+tanto calorosa che la signora Angelica perdè la
+pazienza, e andò senz’altro a cercar le fibbie nel
+cassettone del curato. Le cercò, frugò da per
+tutto, e non avendole trovate, venne a piantarsi
+dinanzi al fratello in atto di domandargli dove
+le avesse riposte. Don Cornelio, fattosi tutto rosso
+in faccia, come un bambino colto in fallo, biasciando
+le parole prese a dire: — Sai.... quella
+povera donna.... la Marta.... che rimase vedova
+con quei bambini.... le ho vendute. — Angelica
+chinò il capo, non disse più nulla, e passando il
+dorso della mano sugli occhi andò a rinchiudere
+il cassettone; poi tutta affaccendata e silenziosa
+si mise a dare un’ultima mano alla sacca di
+viaggio.</p>
+
+<p>Don Cornelio partì la mattina seguente nel solito
+legnetto del paese, dopo aver detto la messa
+<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
+di buon’ora. Assicurò la sorella e don Luigi che
+non sarebbe rimasto fuori che tre giorni; disse
+quattro parole a <i>Ugolino</i> per persuaderlo che le
+visite ai Monsignori non erano affar suo, e che
+questa volta bisognava restar a casa; poi tutto
+contento montò nel legnetto e partì. Faceva freddo,
+tirava vento, ci si gelava in quel legnetto, ma
+don Cornelio tutto intento a ruminar discorsi
+non se ne accorgeva neppure. Pensava e ripensava
+a tutte le cose che avrebbe detto il giorno
+dopo a Monsignore; le metteva in ordine; ne fissava
+i punti principali, e concludeva che più convincenti
+di così non potevano essere. Poi col
+pensiero correva al momento in cui sarebbe tornato
+a casa glorioso e trionfante; prometteva a
+sè stesso di far subito una corsa a Santa Maria
+della Neve, e gli pareva già d’esser in mezzo a
+quei suoi poveracci a dir loro le buone nuove
+che portava dalla città. Le lunghe ore del viaggio
+gli passarono senza accorgersene; era già
+arrivato, e non aveva ancora finito di discorrerla
+tra sè.</p>
+
+<p>Ben più lunghe dovettero poi parere le ore a
+chi lo aspettava di ritorno. Passarono i tre giorni,
+venne la sera del quarto, e don Cornelio non era
+ancora tornato. Don Luigi andava di tanto in
+tanto sulla strada per incontrarlo, spiava da lontano,
+domandava a chi veniva se avesse veduto
+<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
+il curato, ma inutilmente. Or piovigginava, or
+nevicava, e don Luigi e Angelica si consolavano
+dicendo: “con questo tempaccio ha fatto benone
+a non mettersi in viaggio„; poi si lasciavano
+con una certa inquietudine in cuore, e don
+Luigi riapriva il suo ombrello e tornava a far
+quattro passi sulla strada. Il sindaco che aveva
+risaputa la chiamata alla Curia e la partenza di
+don Cornelio, era venuto un par di volte per domandar
+s’era tornato, e anche lui non era quieto, e per
+di più lo andava ripetendo. Il legnetto che riconduceva
+don Cornelio, non fu veduto spuntar da lontano
+che al tramonto del quinto giorno. Il legnetto
+veniva penosamente, con le ruote che sprofondavano
+nella neve e nel fango; il vetturino sonnecchiava,
+e il cavallo faceva delle fermate frequenti
+e meditabonde. Don Cornelio che se ne
+stava tutto rannicchiato e intirizzito, come vide
+da lontano il campanile della sua chiesa balzò
+dal legnetto, e con passo concitato e frettoloso
+s’avviò a fare a piedi le ultime miglia del suo
+viaggio. Cadeva un fitto nevischio, portato a
+tratti turbinosamente dal vento che scendeva rabbioso
+dalle vicine vette dei monti; e don Cornelio
+camminava scoprendosi ogni tanto il capo
+e passando una mano ne’ capelli, come quando
+tornava a casa accaldato, sotto a un cielo sereno.
+Camminava a capo basso, e quando un colpo
+<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
+improvviso di vento gelato gli faceva sollevare
+il viso, mandava uno sguardo al campanile della
+sua chiesa che gli stava dinanzi in fine della
+strada; lo guardava fisso, e la sua faccia allora
+prendeva l’espressione di un acuto dolore; allora
+mandava qualche lungo sospiro, e pronunziava
+a voce alta qualche parola, or di dolore, or di
+rassegnazione, con cui pareva volesse allontanare
+un pensiero costante e tormentoso. “Meglio
+così! meglio così!„ esclamava “così sia.... e
+ne sia lodato il cielo!...„ Ma in quella rassegnazione
+c’era tanta mestizia che avrebbe mosso ancor
+più a pietà chi lo avesse ascoltato.</p>
+
+<p>Gli ultimi chiarori del crepuscolo eran scomparsi,
+quando don Cornelio, intirizzito, inzuppato
+di mota e di neve, si trovò a un tratto nelle
+braccia di don Luigi che, veduto il legnetto da
+lontano, era corso incontro tutto giulivo al curato.</p>
+
+<p>Si pensi con quante esclamazioni, e con che
+subisso di domande l’accogliessero, oltre don
+Luigi, la sorella e il sindaco, il quale da due
+sere veniva ad aspettarlo piantandosi in cucina,
+piacesse o non piacesse alla signora Angelica.
+Don Cornelio che avrebbe preferito risponder a
+tempo e luogo, e a tutti e tre separatamente,
+cercò di sviarli con qualche risposta evasiva, ed
+occupandoli intanto tutti e tre a fargli una fiammata,
+ad asciugargli i panni, e ad ammannirgli
+<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
+la cena. — Oh, adesso diteci su qualcosa!... — andava
+ripetendo ogni tanto la signora Angelica. — Cos’ha
+detto Monsignore a vedervi arrivare
+con questo tempaccio?</p>
+
+<p>— Oh, sì proprio un tempaccio.... — ripeteva
+don Cornelio.</p>
+
+<p>— E dite un po’.... — ripigliava Angelica poco
+dopo. — Dicono che Monsignore sia così una
+brava persona! e che abbia poi un’aria così veneranda!...</p>
+
+<p>— Non prendo altro, — rispondeva don Cornelio
+dopo una pausa — questo freddo mi ha
+tolto la fame. Bevo ancora un bicchier di vino,
+poi vado a letto.</p>
+
+<p>— Eh, ma prima bisogna pur raccontarci qualche
+notizia della città — saltò su il sindaco. — Non
+vede che siamo qui tutti ansiosi di saper
+qualcosa!...</p>
+
+<p>— Cosa volete che vi dica? In città ci sono
+arrivato colla pioggia, e sono ripartito con la
+neve. Un ventaccio poi!... figuratevi che... — E cominciò
+a raccontare le piccole peripezie del suo
+viaggio, ma si capiva che pensava intanto a tutt’altro.
+Era impacciato, abbattuto e pronto a
+stizzirsi coi suoi interlocutori; i quali intanto
+lo guardavano stupiti, si rammentavano di tutto
+il buon umore con cui cinque giorni prima era
+partito, e si persuadevano in cuor loro sempre
+<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
+più che qualcosa di nuovo c’era; che c’era una
+novità di sicuro, una novità che il curato stentava
+a dire, qualche brutta novità, insomma. Non
+pensarono che appunto per questo fosse meglio
+lasciarlo in pace; ma furon presi tutti e tre da
+una grande impazienza di farlo parlare. Il sindaco,
+meno riguardoso degli altri, cominciò a fargli
+cinque o sei domande alla fila, poi saltando
+il fosso senza saperlo. — Insomma, — conchiuse; — ce
+lo porta questo curato per Santa Maria
+della Neve?...</p>
+
+<p>— Sì! — rispose risolutamente don Cornelio,
+deciso a finirla anche lui. — Sì, sì, ve lo porto.
+Il curato per Santa Maria è fatto! Tra otto giorni
+ci andrà a prender possesso!</p>
+
+<p>— Oh! — esclamarono in coro gli altri tre; — E
+si può sapere chi sia?</p>
+
+<p>— Io! — esclamò don Cornelio alla sua volta. — Sì,
+io! — E rizzandosi si mise a camminare
+tutto concitato per la cucinetta, intanto che gli
+altri lo guardavano stupefatti, perplessi. — Sicuro,
+ci vado io! — riprese dopo alcuni minuti di
+silenzio, e cercando di rimettersi in calma. — L’avete
+voluta la notizia? Eccola!... Già ve l’avrei
+detta domani a tutti perchè è cosa fatta, nè c’è
+più rimedio.... e poi non si poteva fare diversamente....
+Dunque bisogna mettere il cuore in pace...
+Sicuro che a mutar di paese dopo trent’anni.... è
+<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
+un pensiero che trafigge l’anima!... Ma sarà per
+il meglio.... bisogna rassegnarsi e pensare che ci
+sono anche quei poveracci di Santa Maria....</p>
+
+<p>Angelica e don Luigi guardavano il curato con
+gli occhi spalancati, ed eran presi alla strozza
+da un nodo che impediva loro di parlare e quasi
+di riavere il fiato. Il sindaco, dopo il primo stupore
+s’era fatto tutto acceso in faccia, e fissando
+il curato come un colpevole côlto a far legna su
+quel del comune. — Ah! avevo capito io che c’era
+del mistero! — cominciò a dire. — Dunque lei
+ci pianta! Ma bene!... Cosa le han fatto di male
+quei di Orobio per piantarli così sui due piedi?</p>
+
+<p>— Ma che piantare! — riprese don Cornelio.</p>
+
+<p>— Una delle due: o è lei che ci pianta, o è
+la Curia che lo manda via, o qualcuno le ha fatto
+un tiro!</p>
+
+<p>— Niente di tutto questo....</p>
+
+<p>— È il Vicario che la manda via!</p>
+
+<p>— Il Vicario è stato gentilissimo, è stato con
+me d’una degnazione... d’una gentilezza....</p>
+
+<p>— Allora è stato proprio lui!... Lei è l’uomo
+della buona fede, e laggiù alla Curia son tutti
+volponi dal primo all’ultimo.... volpi vecchie, che
+quando annasano un pulcino...</p>
+
+<p>— Non dica spropositi!... Voler parlare e non
+saperne niente....</p>
+
+<p>— Oh, dica su, dica su! Sentiremo! Vedremo!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span></p>
+
+<p>— Sì, ma mi lasci parlare. Monsignor Vicario,
+m’ha fatto entrar subito, m’ha fatto sedere accanto
+a lui, m’ha dette tante cose che proprio
+restai lì confuso....</p>
+
+<p>— Tutto cortesia, tutto mellifluo.... già, già....
+mi par di vederlo.... E in conclusione?</p>
+
+<p>— Mi lasci parlare. E, in conclusione, voleva
+che venissi in città, e mi offriva un posto ora
+vacante, di canonico in Duomo. — Troppo onore,
+troppo onore! — esclamai io. — Ma le pare,
+Monsignore?... non sono posti per me; io non
+sono che un povero prete campagnolo! — Ma
+Monsignore insisteva, e allora, aprendogli il mio
+cuore, gli dissi che, sebbene vecchio, mi sentivo
+ancora tanto in forza per continuare a fare il
+curato, che amavo vivere in mezzo ai contadini,
+in mezzo ai poveri, che in città sarei morto di
+malinconia, e che proprio davvero quel canonicato
+del Duomo non l’avrei accettato mai. Monsignore
+diventò a un tratto tutto pensieroso, fece
+la faccia seria, anzi un pochino accigliata a dire
+la verità.... ma già l’avevo contrariato forse un
+po’ troppo. Io allora, mutando discorso, gli parlai
+di Santa Maria della Neve, e finii col domandargli
+se si poteva sperare che ci destinasse qualche
+bravo soggetto. Monsignore mi disse di no,
+e anzi mi fece proprio persuaso che per ora almeno
+bisognava abbandonare affatto la speranza.
+<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
+Si pensi se ne rimanessi mortificato!... Eravamo
+là senza parole tutt’e due, quando Monsignore,
+rompendo il ghiaccio prese a dirmi che mi voleva
+fare una confidenza; sempre però con quella
+faccia seria, che mi metteva suggezione. Mi domandò
+come mai mi fossi fatto prendere in urto
+da una famiglia molto rispettabile, e da una
+gran dama.</p>
+
+<p>— Ah, ci siamo! — borbottò tra sè il sindaco.</p>
+
+<p>— Da una gran dama tutta pietà e carità venuta
+da poco nel paese di Orobio. Mi confidò che
+alla Curia c’erano dei ragguagli in proposito
+sfavorevoli per me s’intende, e che da molti mi
+si faceva una partaccia.</p>
+
+<p>— Ah, bricconi!</p>
+
+<p>— Che insomma su di me s’era addensato un
+temporale, e che m’aveva chiamato anche per
+sentire le mie giustificazioni. Giustificarmi! La
+cosa mi sembrava tanto facile che non mi mancaron
+le parole; e lì per lì raccontai per filo e
+per segno quel che c’era stato tra me e donna
+Fulvia, e quei pochi fatterelli di quest’autunno.
+Mi pareva d’essermi giustificato più del necessario;
+ma se ho a dirla, Monsignore non si rasserenò
+neanche per questo; e come ebbi finito,
+crollò il capo.... poi, fissandomi seriamente, mi
+disse asciutto asciutto: — “Peccato... è una disgrazia;
+ma non ci vedrei altro rimedio; ed è
+<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
+perciò che non essendoci disponibile nella diocesi
+una parrocchia adattata a lei, le aveva offerto
+il posto che abbiamo vacante in Duomo.
+Peccato!... Quell’egregia famiglia non metterà
+più piede in Orobio, certamente; me ne duole
+per quel povero paese che stava per ricevere
+de’ grandi benefizi, dei benefizi veramente eccezionali!...
+Basta si consulti colla propria coscienza...
+e ci pensi.„ — Che colpo furono per
+me quelle parole! Era poi un piovere sul bagnato,
+perchè anch’io più d’una volta avevo
+detto a me stesso: “se donna Fulvia mi vede
+di mal occhio, non è meglio che me ne vada....
+e che lasci libero il campo a chi può far del bene
+più di me?„ Rimasi lì turbato, confuso, senza
+aprir bocca, finchè Monsignore levatosi in piedi
+mi congedò dicendo: — “Torni tra due giorni.
+Ci pensi; mi porti una buona nuova... venga a
+dirmi che il canonicato del nostro Duomo ha trovato
+il suo titolare.„</p>
+
+<p>— Ah bricconi! — gridò questa volta il sindaco
+scattando. — Lo sapevo io!... donna Fulvia e quel
+<i>collo torto!</i>... Che tiro da maestri!</p>
+
+<p>Angelica piangeva, e don Luigi cercava di confortarla
+dicendole qualche parola sotto voce. Don
+Cornelio, che s’era fatto in quel momento tutto
+acceso in faccia, asciugandosi la fronte e gli occhi,
+dopo una pausa continuò: — Che notte! che
+<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
+notte ho passato! La prima luce del mattino mi
+trovò ancora vestito e col lume acceso. Allora
+stanco, sfinito, caddi in ginocchio, e domandai al
+Cielo una risoluzione. La risoluzione venne, pronta,
+irrevocabile. Avrei voluto correre subito da Monsignore,
+ma dovetti aspettar due giorni, e lottare
+ancora contro quel tormento che avevo appena
+soffocato nell’anima. Passati i due giorni mi presentai
+a Monsignore: “Dunque l’abbiamo tra i
+nostri canonici?„ mi domandò. “No,„ gli risposi,
+“vado a Santa Maria della Neve.„ Monsignore
+sulle prime non voleva credere, poi voleva che ci
+riflettessi ancora; ma questa volta mi sentivo meno
+timido anch’io, e lo pregai di non insistere, lo
+pregai di non turbare la mia risoluzione, di lasciarmi
+partir subito, e di farmi aver subito la
+lettera di nomina.</p>
+
+<p>Angelica diede in un nuovo e più dirotto scoppio
+di pianto, e il sindaco sbattè a terra rabbiosamente
+il cappello a cencio che aveva tra le
+mani.</p>
+
+<p>— Oh! se ho sbagliato, non sgridatemi, — esclamò
+don Cornelio — perchè ho sofferto troppo!</p>
+
+<p>Ci fu un lungo silenzio, finchè il sindaco, ripreso
+il suo cappello, se lo ficcò in capo fino agli
+occhi, e si rizzò dicendo: — Buona notte! — Andò
+fin sull’uscio, poi tornò indietro. — Ma questa poi
+non la mando giù! — esclamò girando tutto concitato
+<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
+per la cucinetta. — Cercheremo qualche
+cosa anche nella legge se occorre.... e se nella
+legge non ci sarà nulla, allora poi la vedremo!
+Oh, se ne vedranno delle belle! Perchè questa è
+una prepotenza!... Noi non le vogliamo le elemosine
+di quella vecchia strega....</p>
+
+<p>— Oh, per carità, non dite spropositi! — saltò
+su don Cornelio.</p>
+
+<p>— Lo so, lo so, lei è capace di pigliarne anche
+le difese! Basta, non le dirò altro in questo momento,
+perchè rispetto troppo il suo dolore; ma
+anche lei ha commesso una grande.... e a cascarci
+in questa trappola ci voleva proprio....</p>
+
+<p>— Meno male, se la pigli pure con me.</p>
+
+<p>— Non me la piglio con lei, ma qualcuno la
+pagherà! E prima che un altro curato metta i
+piedi in questo paese!...</p>
+
+<p>— Cosa vorrebbe fare? — gli domandò in tono
+severo don Cornelio. — Mi vuol dare anche lei
+delle nuove afflizioni! E sceglie proprio questo
+momento?</p>
+
+<p>— Io non voglio.... io non dico niente — riprese
+il sindaco. — Quello che voglio è che il nostro curato
+rimanga con noi! — E tutto commosso strinse
+vigorosamente don Cornelio nelle sue braccia. Poi
+si calcò di nuovo il cappello sul capo, e diede a
+tutti la buona notte. Ma sull’uscio si fermò ancora,
+come non potesse passar quella soglia. — No, questa
+<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
+non la mando giù! — gridò voltandosi indietro
+e alzando il braccio in atto di minaccia.</p>
+
+<p>— Mio buon amico ne la prego! — esclamò don
+Cornelio, — la prego a esser prudente! a esser
+calmo!</p>
+
+<p>— Sono calmissimo. Ma se la dovrem vedere
+questa prepotenza in Orobio.... oh, allora si vedranno
+anche delle legnate! — E se ne andò precipitosamente.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span></p>
+
+<h2>XX.</h2>
+</div>
+
+<p>Si pensi che rumore fece in Orobio la notizia
+che don Cornelio se ne andava dal paese. Altro
+che un fulmine a ciel sereno! come si suol dire.
+Da principio la si credette una burla; e perfino
+lui, don Cornelio, in cuor suo e a momenti, faceva
+fatica a persuadersene. Ma, a ribadirgliela in
+mente quella notizia, venne subito una lettera della
+Curia, ch’era la sua nuova nomina in tutta regola;
+gli altri, ora increduli, ora sbalorditi e
+afflitti, si fermavano interrogandosi e facendo capannello
+per strada; o correvan dal sindaco, da
+cui s’era risaputa quella notizia; o andavano in
+cerca del curato, che non si lasciava vedere. Era
+insomma nel paese un brusìo da mattina a sera,
+e un continuo va e vieni di gente mossa dal bisogno
+di ripetere le cento volte in un giorno le
+stesse domande e le stesse risposte.</p>
+
+<p>Don Cornelio che s’era prefisso di non pensare,
+<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
+per allora almeno, alla propria afflizione, cercava
+di consolare e di persuadere quei pochi che non
+poteva cansare; diceva che gli anni l’avevano obbligato
+a quest’ultimo sacrifizio, e che le sue forze
+domandavano ormai un posticino più quieto. Poi
+sforzandosi di parer gaio, diceva che non voleva
+commiati; che non voleva dire <i>addio</i> a nessuno,
+ma <i>a rivederci</i> a tutti; diceva che l’avrebber veduto
+in paese ogni momento, come uno di casa,
+e che non voleva per nulla diventare un forestiero.
+Chi l’ascoltava si rassegnava ancor meno,
+e in quei primi giorni furono sparse molte lacrime
+sincere. Poi principiarono i ragionamenti; e
+come la fosse o non la fosse, nessuno lo sapeva
+dire, ma a poco a poco furon tutti persuasi che
+don Cornelio se ne andava davvero. La settimana
+dopo si principiava già a almanaccare intorno al
+nuovo curato; e, prima ancora che don Cornelio
+fosse partito, don Innocente aveva già ricevute
+parecchie dozzine d’ova. Così va il mondo.... anche
+a Orobio.</p>
+
+<p>C’è però sempre al mondo anche qualche ostinato
+che non sa alleggerirsi così facilmente l’animo
+delle amicizie, della gratitudine, e delle anticaglie
+del passato. Nel caso nostro l’ostinato fu
+il sindaco. Il quale, ogni giorno che passava, sapeva
+darsene pace ancor meno; e pur continuando
+a strapazzar don Cornelio, andava cercando qualcosa
+<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
+di straordinario per mostrargli fino all’ultimo
+la sua amicizia. Alla fine ne pensò una. La partenza
+di don Cornelio doveva essere, come diceva
+lui, un trionfo; si dovevano piantar archi nel paese,
+mettere coperte e lenzuola alle finestre, suonar le
+campane; e tutto il popolo lo doveva accompagnare
+fino al confine della parrocchia. Gli amici,
+a cui il sindaco comunicò una sera nella spezieria
+questo pensiero, furon tutti d’accordo nell’approvarlo,
+e anzi lo speziale ci aggiunse di suo la riflessione
+che con ciò non si offendeva il nuovo
+curato perchè non si sapeva ancora chi potesse
+essere. Detto fatto, discussi ed approvati i particolari
+della festa, il sindaco si mise all’opera, e
+per prima cosa volle sapere con precisione da
+don Cornelio il giorno fissato per la sua partenza.</p>
+
+<p>Don Cornelio, appena conosciuti i progetti del
+sindaco, si dispose a partire secretamente il giorno
+innanzi che fosse piantato il primo palo del primo
+arco di trionfo.</p>
+
+<p>Angelica, con gli occhi gonfi ma rassegnata, accompagnando
+una prima carrettata di masserizie,
+era già partita per Santa Maria della Neve per
+mettervi in assetto le poche stanzucce da un pezzo
+disabitate e cadenti, che dovevano diventare la
+nuova ed ultima abitazione sua e del fratello. Don
+Cornelio a chi gli domandava, con l’aria afflitta
+ma anche con una certa curiosità, se aveva fissato
+<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
+il giorno della partenza, rispondeva: “C’è tempo,
+c’è tempo!„ finchè una sera, chiamato a sè don
+Luigi, gli confidò che sarebbe partito in secreto la
+mattina seguente. — Ne ho già avvisata la Curia — soggiunse. — E
+voi direte a tutti che gravi doveri
+mi hanno obbligato a partire improvvisamente, ma
+che presto tornerò.... che tornerò per congedarmi
+dal popolo; una domenica, nella chiesa dove gli
+parlo da tanti anni, e dove pure voglio che ascoltino
+un’ultima parola, un ultimo ricordo del loro
+vecchio curato.</p>
+
+<p>Don Luigi fece cenno col capo che avrebbe obbedito;
+e rimase in silenzio, con l’espressione a
+un tempo preoccupata e distratta di chi è assorto e
+condotto lontano da altri pensieri. Era l’espressione
+che aveva da parecchi giorni, e che don Cornelio
+aveva osservata, parendogli anche di vederci
+qualcosa di più che il secreto dolore della vicina
+separazione. Don Cornelio aveva anche cercato, a
+momenti, di scoterlo, di interrogarlo, di farlo parlare;
+e a momenti gli era parso di vedergli brillare
+negli occhi un pensiero che cercava la parola per
+irrompere, per confidarsi. Ma una fiamma saliva
+allora subitamente al viso di don Luigi; un turbamento
+improvviso gli faceva abbassar gli occhi,
+e la sua parola si perdeva in qualche risposta
+mendicata, confusa. Quella sera don Luigi faceva
+fatica più del solito a staccarsi da don Cornelio,
+<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
+e nel suo contegno silenzioso c’era più del solito
+l’attitudine di chi aspetta un’occasione, una domanda
+per parlare. Ma l’occasione non venne; e
+don Luigi, nel dare la buona notte al curato, gli
+chiese il permesso di accompagnarlo, la mattina
+dopo, almeno per un buon tratto di strada.</p>
+
+<p>La mattina dopo don Cornelio disse la messa
+di buon’ora, come soleva, e tornò diviato a casa
+dove l’aspettavano sulla soglia don Luigi e <i>Ugolino</i>.
+Fece un ultimo saluto a ogni stanza della
+casa, diede in fretta una capatina anche all’orticello,
+poi, messo sulle spalle il suo vecchio pastrano,
+e presa la mazza ridiscese; si fermò sulla soglia,
+volse ancora un’occhiata alla casetta che abbandonava,
+e con un sospiro che non potè frenare,
+disse: andiamo.</p>
+
+<p>Non avevano fatto che pochi passi, quando una
+voce chiamò da lontano don Cornelio. Era il procaccia,
+che vedendo il curato, si risovvenne d’aver
+in tasca una lettera per lui, arrivata la sera
+prima. Don Cornelio prese la lettera, ne riconobbe
+subito la mano di scritto, la lesse attentamente,
+poi con un nuovo sospiro disse ancora a don Luigi:
+andiamo. Era una lettera di Enrico; una lettera
+breve in cui Enrico gli diceva, col cuore che
+gli balzava nuovamente di gioia e di speranze,
+ch’era stato deciso il suo ritorno in Lombardia,
+ch’era destinato a dirigere uno stabilimento di
+<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
+filatura, e che appena tornato sarebbe corso subito,
+per un giorno almeno, nelle braccia del suo
+curato, del suo protettore, del suo amico.</p>
+
+<p>Don Cornelio e don Luigi presero la stradetta
+del monte, che avevano tante volte percorsa per
+lunghi tratti passeggiando, e che conduceva dopo
+due ore e mezzo di cammino a Santa Maria della
+Neve. Camminarono di buon passo e in silenzio,
+aspettando in cuor loro un punto più lontano e
+romito della strada per mettere in comune i loro
+pensieri, e confidarsi l’un l’altro la loro afflizione.</p>
+
+<p>Due altri personaggi di nostra conoscenza, mettendo
+anch’essi in comune i loro pensieri, entravano
+in Orobio poco dopo che n’era uscito don
+Cornelio dalla parte opposta. Erano don Innocente
+e don Prospero, che ci venivano per i loro affarucci,
+e che s’eran trovati per strada. Don Innocente,
+che da due giorni non stava più nella pelle,
+andava confidando a don Prospero d’esser venuto
+quella mattina a Orobio per comperarci un paio
+di guanti di lana nera, dovendo fare una visita
+d’importanza; si doleva però di non avere il panciotto
+di raso; ma si consolava d’aver un collare
+che si poteva dir nuovo; quello comperato per i
+ricevimenti di donna Fulvia, e che aveva messo
+soltanto una dozzina di volte. Poi, per non lasciare
+don Prospero troppo tempo nella curiosità, gli
+aveva anche detto in confidenza che si trattava
+<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
+d’una visita alla Curia, dalla quale era stato chiamato.</p>
+
+<p>— Io proprio — diceva don Innocente facendo
+il modesto — non saprei immaginarmi cosa mai si
+possa volere alla Curia da me....</p>
+
+<p>— Eh, andate là! — rispondeva don Prospero — vi
+chiamano per la parrocchia d’Orobio.</p>
+
+<p>— Lo credete anche voi? Già è quello che dicon
+tutti.... Che la vogliano proprio dare a me? — continuava
+don Innocente, sempre con l’aria modesta. — Cosa
+volete? è una parrocchia questa di
+Orobio per la quale mi sentirei proprio fatto apposta.</p>
+
+<p>— E avete ragione. È ch’io non ci ho la convenienza;
+ma se anch’io volessi beccarmi una parrocchia,
+dico la verità, questa d’Orobio la vorrei
+preferire a tant’altre. Punto primo, la rendita non
+è gran cosa, ma è sicura! che è quello a cui si
+deve guardare. Buoni capitaletti bene assicurati,
+sui quali non tempesta. Le parrocchie di vino e
+di bachi, sien pur grasse sin che si vuole, se le
+tenga chi le vanta! Li conosco io i fittaioli,
+quelli dei parroci, s’intende! Punto secondo, or
+che c’è venuta donna Fulvia....</p>
+
+<p>— E che quando ci fossi io, ci si fermerebbe
+parecchi mesi all’anno....</p>
+
+<p>— Che mi fate celia, dunque! ce ne vogliono
+essere degli incerti! Altro che far scappare i
+<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
+grilli, e benedir le stalle, non è vero don Innocente?</p>
+
+<p>— Cioè, cioè.... sempre allegro don Prospero,
+sempre quel matto....</p>
+
+<p>— La vostra fortuna è stata di andar a genio
+a quella signora. Son terni al lotto, sapete,
+questi!</p>
+
+<p>— Pare proprio così, — continuò don Innocente,
+modesto più che mai. — Me lo diceva
+anche la signora Cleofe, la cameriera.... donna
+di talento, veh! e che ogni volta che vedeva passare
+don Cornelio gli faceva una smorfia alle
+spalle, e poi diceva piano a me: “Quand’è che
+avremo a curato il nostro buon don Innocente!
+Oh, la mia padrona come ne godrebbe!„</p>
+
+<p>— Capite?</p>
+
+<p>— Eh, sì, ma c’è il concorso, e non si sa mai;
+soprattutto con quella benedetta teologia....</p>
+
+<p>— <i>Ad peculiarem indulgentiam commendatus</i>, dicono
+i superiori all’occorrenza, e se vi chiamano,
+potete esser sicuro. Insomma, mi congratulo con
+voi, — conchiudeva don Prospero, che aveva
+fretta. — Buon viaggio e buon successo. E mi
+raccomando! — continuava, ritornando un passo
+indietro, — se diventate curato d’Orobio, non fatemi
+torto. Ricordatevi che tengo un <i>mezzo Barbera</i>
+che vi posso dare a buon mercato, ma ch’è
+roba da farsi onore; di molto corpo, di bella
+<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
+presenza.... quello insomma che ci vuole per la
+vostra nuova dignità.</p>
+
+<p>Don Cornelio, dopo un buon tratto di strada,
+aveva rotto il ghiaccio per il primo, e cominciando
+con un — Dunque mio caro don Luigi... — aveva
+voluto innanzi tutto ringraziare il suo coadiutore,
+e l’aveva fatto come aveva potuto, interrompendosi,
+ricominciando, e inciampando a ogni
+ciottolo della strada, intanto che con tutta forza
+cacciava indietro la commozione. Poi, dopo una
+pausa un po’ lunghetta, aveva ripreso il discorso
+con don Luigi, e chiamandolo, con un sorriso malinconico,
+il suo esecutore testamentario, gli raccomandava
+di compire qualche opera buona che
+lasciava a mezzo, gli raccomandava i suoi poveri,
+gli ricordava i più disgraziati, e a proposito
+di ciascuno ripeteva quelle massime di indulgenza
+e di carità ch’erano la guida prediletta
+della sua vita. Don Luigi lo ascoltava, sempre
+con gli occhi fissi al suolo, e tacendo. Come giunsero
+al poggio da cui si dominava la valle, a
+quel poggio ch’era la meta prediletta un giorno
+delle passeggiate del conte Maurizio, don Cornelio
+fermandosi e interrompendosi: — Eccoci
+al poggio, — disse a don Luigi, — e qui ci lasceremo.
+È tempo che voi ritorniate alla parrocchia;
+qualcuno potrebbe avere bisogno di voi....
+Una fermatina di un minuto per riavere il fiato,
+<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
+e poi una buona stretta di mano.... oh, ci rivedremo
+presto!... Ditelo a tutti, che tornerò... che
+tornerò a salutarli... appena mi sarà possibile. — E
+intanto si era avvicinato al ciglio del poggio
+da cui si vedeva Orobio alla falda del monte,
+e si abbracciava con l’occhio un lungo e vaghissimo
+tratto della valle. Rivide il sasso su cui
+s’era seduto tante volte accanto al conte Maurizio,
+e andò a sedervi una volta ancora, guardando in
+silenzio e malinconicamente le montagne bianche
+di neve, e il pallido orizzonte lontano. Poi con
+un sospiro e con l’accento dell’angoscia che in
+quel momento si sprigionava liberamente: — “Addio, — esclamò, — addio
+mia bella valle, che
+ho contemplata tante volte tutta fiorita, tutta ridente,
+e nell’entusiasmo di care speranze! Addio
+mio vecchio amico, che mi sedevi qui accanto...
+ora mi distacco anche dalla tua croce che vedevo
+ogni giorno nel campo santo!... E i nostri
+discorsi, i nostri bei sogni, le nostre speranze?...
+Molte si sono compiute... altre le compirà Iddio...
+ma io non le vedrò. E i tuoi figli, mio povero
+amico? Vedi, non seppi far nulla di buono e
+forse feci peggio che nulla!... Tutto mi dice che
+la mia missione è finita!... Il mio viaggio quaggiù
+è vicino alla meta; è la mia ultima tappa....
+innanzi dunque.... un passo più in su.... verso il
+Cielo!„ — E mentre, appoggiandosi alla mazza,
+<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
+faceva per rialzarsi, vide don Luigi che gli stava
+inginocchiato accanto.</p>
+
+<p>— Don Luigi! cosa fate? — esclamò don Cornelio
+scotendosi.</p>
+
+<p>— Le domando la sua benedizione, — rispose
+don Luigi con la voce commossa.</p>
+
+<p>— Oh, mio buon don Luigi.... ma che pensieri
+sono i vostri? Credete forse che non ci dobbiamo
+veder più?... Ve l’ho detto, ve l’ho promesso
+che....</p>
+
+<p>— Sì, lei verrà a salutare il popolo, ma quel
+giorno tutti si affolleranno intorno a lei, tutti
+vorranno da lei, com’è ben giusto, una benedizione,
+una parola.... io forse potrò salutarla appena....
+e forse per l’ultima volta....</p>
+
+<p>— Ma che pensieri sono i vostri, vi ripeto?
+Ma ditemi.... ma parlate don Luigi! — esclamò
+don Cornelio, osservando il volto del giovane
+prete che, fino allora pallidissimo, s’era fatto improvvisamente
+tutto acceso.</p>
+
+<p>— Sì, don Cornelio, — riprese don Luigi rialzandosi; — in
+quel giorno, confuso nella folla io
+la vedrò, ma sarà per l’ultima volta. Questo
+momento è l’ultimo in cui io possa aprirle il mio
+cuore. Il nuovo curato verrà presto, e quel giorno
+stesso io partirò per sempre.</p>
+
+<p>— Ma cosa pensate voi dunque di fare! — gli
+chiese ansiosamente don Cornelio interrompendolo.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span></p>
+
+<p>— L’ispirazione mi è venuta dal Cielo! — continuò
+don Luigi, ne’ cui occhi scintillava un’insolita
+energia. — Io seguirò la via che sola può
+dare oramai al mio spirito la pace e la salvezza.
+Timoroso, rinchiuso in me, pieno di vaghi terrori
+che mi davano e la solitudine de’ miei studi
+e l’inesperienza della vita, giunsi qui, vicino a
+lei, uscito da poco dalla mia cella del seminario.
+Qui vicino a lei, la mia mente, a poco a poco si
+tranquillò, si ispirò a un ideale più calmo, più
+alto.... vicino a lei, mi trovai in un ambiente di
+pace, di carità, di fede serena, in cui mi sentivo
+felice e sicuro.</p>
+
+<p>— Ebbene? — esclamò don Cornelio.</p>
+
+<p>— Ebbene, questi ultimi fatti, la sua partenza,
+questa nuovissima esperienza della vita, mi hanno
+di nuovo annebbiata e confusa la mente.... mi
+hanno di nuovo tolta la pace. Oh, io non oso
+dire quale sconforto, quale contrasto, quali dubbi,
+ho sentito nella mia anima!</p>
+
+<p>— Ma voi ne li avrete scacciati! Se nel vostro
+cuore c’è un ideale bello e alto, il vostro dovere
+è di servirne la causa santa con tutte le
+forze della vostra fede e della vostra gioventù....
+Il vostro onore sarà di soffrire per esso, di camminare
+con fermezza sulla via prescelta, di superarne
+con lietezza le difficoltà....</p>
+
+<p>— E lo farò. Il Cielo che me ne diede l’ispirazione
+<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
+me ne darà la forza.... ma non qui!... Qui
+staccato da lei, dalla forte quercia a cui m’appoggiavo,
+e da cui prendevo vigore, ricadrei ne’
+miei timori, nella mia debolezza. Il Cielo mi addita,
+come un rifugio, altri doveri.... altrove....
+in altre più lontane regioni....</p>
+
+<p>— Cosa mi dite?... Voi dunque....</p>
+
+<p>— Oh, don Cornelio, mi lasci alla mia nuova
+vocazione! In essa ho ritrovata a un tratto quella
+pace che era stata così fortemente turbata. Ho
+sofferto assai per parecchi giorni.... ma ho pregato,
+ho pregato e fui esaudito! Ora don Cornelio....</p>
+
+<p>— Oh, perchè.... — esclamò don Cornelio senza
+lasciarlo finire, e abbracciandolo — non mi avete
+aperto subito il vostro cuore! Vi avrei tolto dalle
+vostre dubbiezze, dal vostro turbamento, ne son
+sicuro.... e vi avrei fatto vedere come, senza
+andar lontano, ci sieno in casa nostra, qui intorno
+a noi, delle missioni da compiere non meno
+grandi, non meno sante, non meno coraggiose....
+Oh quante non ce ne sono!... Ma quello che non
+s’è fatto lo voglio far subito. Qui mio buon don
+Luigi — riprese rasserenandosi, e col tono della
+sua consueta bonarietà — qui.... sediamoci per
+un momento tutti e due. Oh, non vi voglio
+lasciar partire così subito. Fa fresco, ma non
+siamo montanari per nulla! Voglio che ascoltiate
+<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
+quattro paroline da me... le parole d’un amico,
+le parole d’un vecchio hanno i loro privilegi;
+nevvero?...</p>
+
+<p>— È tardi, don Cornelio. Ho fatto male a non
+aprirle il mio cuore prima.... ma forse il Cielo
+ha voluto così. Ora non mi rimane che a domandarle
+la sua benedizione. A quest’ora il superiore
+delle Missioni avrà ricevuta la mia domanda....</p>
+
+<p>Don Cornelio rimase senza parole, e come atterrito;
+poi buttò le braccia al collo di don Luigi,
+e lo tenne lungamente stretto al cuore bagnandogli
+il viso delle sue lagrime.</p>
+
+<p>Un lungo brontolìo d’<i>Ugolino</i>, poi un tintinnio
+di campanacci e di campanelle, e un fruscìo
+che andava crescendo, annunziavano l’avvicinarsi
+d’una mandra che scendeva per la stradetta del
+monte. Don Cornelio si scosse: baciò in fronte
+una volta ancora don Luigi, e levando gli occhi
+al cielo, con un profondo sospiro: — Ora a te,
+povero vecchio! — esclamò, — muovi i tuoi ultimi
+passi verso la tomba!... Non ci sono più missioni
+per te; la tua missione è finita!</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span></p>
+
+<h2>XXI.</h2>
+</div>
+
+<p>Ed ora che siamo in giorno con gli avvenimenti
+di Orobio, e sappiamo come avvenisse la partenza
+di don Cornelio, della quale aveva discorso il
+signor Valassina quella sera della tombola, ritorniamo
+subito in casa di donna Fulvia; ritorniamoci
+a vedere cosa vi succedesse dopo che lasciammo
+Cristina, che s’era ritirata tutta commossa
+nella sua camera, e donna Fulvia che aveva
+esclamato tra sè: <i>Signorina, faremo i conti domani</i>,
+intanto che gli altri personaggi minori si guardavano
+in viso pieni di stupore e di curiosità.</p>
+
+<p>Donna Fulvia passò la notte senza chiuder occhio.
+“Cosa voleva dire quell’esclamazione di
+Cristina? quel <i>non è vero!</i> Chi era la fanciulla
+alla quale Enrico aveva dato una promessa di
+matrimonio? Che fosse Cristina? Che vi fosse
+dunque dell’affetto tra loro due?... Dell’affetto in
+casa sua, e senza suo permesso!„ Alla fine, dopo
+<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
+un monte di supposizioni, dopo aver discussi molti
+progetti, dopo aver pensati e ripensati de’ discorsi,
+uno più imponente dell’altro, che avrebbe fatti la
+mattina seguente a Cristina, era venuta a una decisione.
+La decisione era, di darle, per prima cosa,
+una buona ramanzina per quella tale esclamazione,
+poi di proporle, anzi di annunziarle senz’altro, il
+matrimonio con Checchino. Tale decisione le parve
+così felice, che la Cleofe, quando venne a portarle
+il caffè la trovò quasi di buon umore.</p>
+
+<p>Donna Fulvia che quando aveva presa una risoluzione
+amava sentire il parere degli altri, per
+seguire poi il proprio, volle avere anche in quell’occasione
+un consiglio, e fece chiamar subito il
+padre Felice. Il padre Felice sempre premuroso
+e puntuale, non si fece aspettare. Ascoltò donna
+Fulvia con la consueta attenzione, la lasciò dire
+e dire, le diede ragione su tutti i punti, e infine
+la consigliò di fare precisamente il contrario di
+quello che s’era fissata lei. La consigliò, cioè, di
+lasciar cadere la cosa per il momento, di non dir
+nulla a Cristina come se nulla fosse successo; di
+non parlarle nè di Enrico nè di Checchino; la
+consigliò ad aspettare, ad aver pazienza, e intanto
+ci avrebbe pensato lui, d’accordo col Valassina,
+a chiarir le cose.</p>
+
+<p>Donna Fulvia se ne stizzì, lo rimbeccò, poi parve
+persuasa, si arrese, lasciò partire il padre Felice,
+<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
+e decise di far subito subito la propria volontà.
+Diede una gran tirata di campanello; mandò la
+Cleofe a chiamar Cristina, e per giustificarsi di
+disubbidire al padre Felice disse tra sè, con un
+lungo sospiro: “Son pur brave persone questi reverendi!
+il loro consiglio è pur sempre prezioso!...
+Ma alle volte, in certe cosette del mondo, noi signore
+ce ne intendiamo di più.„</p>
+
+<p>Cristina, quando entrò nel gabinetto di donna
+Fulvia, era pallida e abbattuta. Anch’essa, poveretta,
+non aveva chiuso occhio in quella notte,
+ed è facile pensare tra quanti pensieri agitati,
+tra quanti dubbi angosciosi avesse contate le ore,
+e quale tormento fosse stato il suo. Anch’essa era
+venuta in fine ad una decisione. La stanchezza, e
+a un tempo una certa esaltazione dell’animo, l’avevano
+persuasa ad aprir il cuor suo con la zia;
+e nel caso di un rifiuto, a cercarsi un rifugio in
+qualche vago progetto di sacrifizio che conciliasse
+il suo affetto per Enrico con gli avvertimenti di
+don Cornelio, e coi suoi doveri verso donna Fulvia.
+La chiamata della zia non le aveva fatto maraviglia;
+c’era preparata, e quasi la desiderava.
+Ascoltò quindi calma e rassegnata le prime interrogazioni
+e i primi rimproveri.</p>
+
+<p>Donna Fulvia, dopo aver richiamato a Cristina
+l’accaduto della sera innanzi, dipingendolo a colori
+foschi, le fece parecchie domande con piglio
+<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
+severo e senza aspettar le risposte. Poi a un tratto
+concluse: — Dunque si vorrebbe sapere.... cioè
+non vogliamo saper niente! perchè queste sono
+cose indegne d’una fanciulla bene educata; cose
+compatibili forse con delle abitudini rustiche, ma
+non con quelle certamente della buona società.
+Figurarsi! Lanciare una parola di quella sorte,
+che poteva lasciar supporre.... che so io.... far fare
+dei giudizi temerari a tante degne persone.... mettere
+in scompiglio la conversazione, la tombola!...</p>
+
+<p>— Sì, ho mancato, — rispose Cristina con gli occhi
+bassi. — Me ne accorsi... e gliene chiedo scusa.</p>
+
+<p>— Ah, meno male! — riprese dopo una pausa,
+donna Fulvia. — Dunque confessi il tuo torto, e
+comprendi il mio dispiacere. È qualche cosa.... è
+un buon principio.... — E avendo fretta di ammainare
+le vele e di passare a un altro discorso, continuò
+subito in tono più calmo. — Sono ammonimenti
+questi che ti do per il tuo bene, perchè
+voglio che si abbia di te quel buon concetto che
+si deve avere d’una mia nipote.... — e fece una
+nuova pausa, — d’una mia nipote alla quale sto
+preparando, direi così, una combinazione.... che,
+non so se mi spiego, deve formare la sua felicità.
+E non vorrei quindi....</p>
+
+<p>Cristina fissò la zia con tanto d’occhi, trattenne
+il respiro, e col cuore che le batteva violentemente
+ebbe per un momento l’illusione che la
+<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
+zia le nominasse Enrico. — Oh, non aver timori,
+e non spalancar gli occhi! — esclamò donna Fulvia
+interrompendosi. Poi continuò. — Da un male
+alle volte nasce un bene; e poichè siam venuti su
+questo discorso, che veramente non credevo di
+fare in un’occasione simile, e poichè la parola
+m’è sfuggita.... la riconfermo. Sì, sto pensando al
+tuo collocamento. La scelta toccava, naturalmente,
+a me, e fu fatta con la debita ponderazione. — Fece
+una nuova pausa, poi riprese con molta gravità: — Il
+matrimonio d’una giovine è per i parenti,
+o per chi ne fa le veci, un dovere spinoso. Perocchè,
+se vogliam scegliere lo sposo tra gli uomini
+maturi, questi o sono maritati, o non si vogliono
+maritare. Se lo vogliam cercare tra i giovani
+del giorno d’oggi, Dio ce ne guardi! E se
+poi consideriamo i pericoli del mondo.... peggio
+che peggio!... Ma s’è pensato a tutto. Il padre
+dello sposo che abbiam scelto, uomo di distinti
+natali, e che quasi giornalmente viene da tanti
+anni in questa casa a farci la partita a tarocchi....
+Oh, oh, che faccia mi fai? non aver timori, capisco
+la tua trepidazione, ma il giovane che ti nominerò
+è un giovane, per così dire, d’altri tempi.... è un’eccezione.
+Ma torniamo un passo indietro, e procediamo
+in regola. Trent’anni or sono, il mio defunto
+marito, di felice memoria, mi presentava
+un suo degno amico, il barone Brocchetti....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span></p>
+
+<p>Poco mancò che Cristina non cadesse svenuta.
+Le era parso d’essere preparata a tutto, ma non
+lo era a questa, che la breve illusione di poco
+prima le rendeva ancor più dolorosa. Il ricordo
+però de’ suoi propositi, e quella parola <i>dovere</i> che
+dava sempre al suo animo una certa eccitazione,
+vennero presto a richiamarle le forze, se non la
+calma, di prima. Per fortuna poi il discorso della
+zia fu lunghissimo; e intanto che donna Fulvia
+tirava innanzi col panegirico di Checchino, nell’animo
+di Cristina scomparivano a poco a poco
+gli ultimi timori e le ultime esitanze. E poi, a
+dirla, in un cantuccio del suo cuore, c’era ancor
+vivo un lumicino di speranza, il quale in fretta
+in fretta le lasciava intravvedere da lontano la
+zia che, dopo molte ripulse e molti rabbuffi, finiva
+con l’arrendersi alle sue preghiere e al suo desiderio. — Dunque
+questa bene auspicata unione, — concludeva
+donna Fulvia, con l’aria soddisfatta
+per il suo bel discorso, — formerà a un tempo la
+consolazione di due famiglie, e poi la tua felicità.</p>
+
+<p>— Io la ringrazio, buona zia, per le sue premure, — cominciò
+allora Cristina con la voce commossa
+e titubante — e gliene sono riconoscente.
+Ma.... oh, mi perdoni se ho tardato tanto a farle
+una confessione che le avrei dovuto far prima....
+Non ho osato, sperando di giorno in giorno che
+altri gliene parlasse prima di me. Quando ieri
+<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
+sera affermai che.... Enrico, di cui parlava il signor
+Valassina, aveva data la sua fede e fatta una
+promessa a una giovane di Orobio.... feci male, ne
+convengo, ma ho asserito una verità. E quella
+giovane... sono io.</p>
+
+<p>— E hai il coraggio di dirmelo! — esclamò donna
+Fulvia alzando le braccia con un gesto di raccapriccio. — Lo
+sospettavo.... cioè, chi mai avrebbe
+potuto sospettare una cosa simile! — E sbuffando
+cercò con la mano una boccettina da fiutare, come
+per prevenire uno svenimento.</p>
+
+<p>— Oh, ma in questo io non ho mai creduto che
+ci fosse alcun male!</p>
+
+<p>— Già, già.... cosa ne sai tu!</p>
+
+<p>— È un buon giovane che conosco fin da bambina;
+e quando seppi ch’era intenzione di mio
+padre....</p>
+
+<p>— Chi te l’ha detto?... don Cornelio, m’immagino! — esclamò
+donna Fulvia sempre più scalmanata.</p>
+
+<p>— No davvero, lo venni a sapere d’altra parte.
+Don Cornelio, che ci vuol tanto bene a tutti e
+due, che conosce quel giovane, che l’ha veduto
+crescere, le potrà dire che bravo giovane sia... che
+giovane d’onore....</p>
+
+<p>— Delle informazioni di Don Cornelio ne faccio
+senza! — saltò su donna Fulvia impazientita. — Al
+tuo matrimonio ci devo pensar io, capisci, non don
+<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
+Cornelio! e sopratutto poi è tempo di finirla con
+simili discorsi. Basta.... posso perdonare alla tua
+inesperienza, ma purchè nessuno risappia mai
+quello che è toccato a me di sentire in questo momento!
+Ma non sai che se una cosa simile venisse
+all’orecchio del barone Brocchetti....</p>
+
+<p>— Oh, la sappia pure il barone, la sappiano pur
+tutti! che male c’è! La si deve pur risapere.
+Enrico ha data una promessa a me, e in cuor
+mio ho data la mia fede a lui... e non gli mancherò....</p>
+
+<p>— Scempiaggini! basta, basta così!</p>
+
+<p>— Oh, no, buona zia, ci pensi. Lei che è tanto
+compassionevole, che fa tanto bene a tutti, che
+n’ha fatto tanto a me, voglia compire la sua opera
+buona con l’essermi indulgente.... col comprendere
+l’animo mio.... — E diede in uno scoppio di
+pianto, ripetendo tra i singhiozzi qualche parola
+di preghiera e di speranza.</p>
+
+<p>Ma donna Fulvia fu inesorabile. Ripetè seccamente,
+un par di volte, che la sua parola era impegnata
+col barone Brocchetti, che il matrimonio
+con Enrico non era degno della sua casa, e che
+non si sarebbe fatto mai e poi mai. Poi, compassionando
+ogni tanto, con qualche esclamazione, sè
+medesima, si sfogò gesticolando contro Cristina,
+contro Enrico, contro don Cornelio, gridando che
+questo era uno scandalo, e che era il frutto d’una
+<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
+educazione sbagliata, a rifar la quale, poteva appena
+bastare un convento, se pure!...</p>
+
+<p>Mentre donna Fulvia andava parlando e smaniandosi,
+Cristina s’era asciugate le lacrime, s’era
+ricomposta, ed ascoltava in silenzio con gli occhi
+bassi. Quei vaghi pensieri di sacrifizio, intorno a
+cui la sua fantasia s’era fermata tante volte con
+una certa voluttà malinconica, le si affacciavano
+ora, e ben più dolorosamente, con le forme della
+realtà. Mentre le parole inesorabili di donna Fulvia
+le andavano dissipando le ultime illusioni
+della speranza, il suo animo ricercava, desolato,
+i più mesti pensieri; compiere un sacrifizio, le
+pareva uno sfogo di cui abbisognasse il suo dolore.
+Ricordò, capì allora le parole di sacrifizio,
+di dovere, che don Cornelio le aveva ripetute con
+tanta insistenza; e ricordò pure d’avergli ogni
+volta risposto: — Glielo prometto, glielo giuro. — Si
+fermò su questo pensiero; ci trovò un sentimento
+di alterezza, di conforto, e appena donna
+Fulvia ebbe finito, le potè rispondere calma e rassegnata: — Io
+le obbedirò, zia, e non le parlerò
+più di quel giovane; rinunzierò per sempre a
+lui; ma non mi si parli d’altri. Egli m’ha fatto
+una promessa, io l’accolsi; se la dimenticassi, mi
+sembrerebbe di commettere una cattiva azione.
+Mi hanno insegnato che son cose sacre la lealtà
+e l’onore.....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span></p>
+
+<p>— I soliti paroloni di don Cornelio! — saltò su
+con impazienza donna Fulvia.</p>
+
+<p>— Le ultime parole di don Cornelio, gli ultimi
+suoi avvertimenti furono che io dovessi ricordarmi
+sempre dei benefizi ricevuti da lei, e che
+le dovessi ubbidir sempre, anche a costo di qualunque
+sacrifizio. Glielo promisi, e manterrò anche
+a lui la parola data. Se non le posso ubbidire
+che in parte, è però un così grande sacrifizio
+il mio....</p>
+
+<p>— Ah, insomma, finiamola! anch’io ho data la
+mia parola al barone! Cosa dovrei dirgli? che
+non sono più io che comanda in questa casa?</p>
+
+<p>— Dica al barone che non mi voglio maritare....</p>
+
+<p>— Scuse!</p>
+
+<p>— Glielo proverò....</p>
+
+<p>— E in che modo?</p>
+
+<p>— Gli dica... ch’io mi ritiro dal mondo; glielo
+dica, è la verità. Sì, zia, io sento che in questo
+punto mi è scesa nell’anima una santa ispirazione!
+Sarò forte, risoluta, e la seguirò. Se il
+mio cuore ha accolta una promessa che il dovere
+gli impone di respingere, io non mancherò
+nè a quella promessa nè a quel dovere. Io mi
+ritirerò dal mondo. La vita nel mondo non ha
+più scopi per me.... Ho conosciuto un giorno a
+Orobio una Suora della Carità.... che mi parlò
+<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
+delle gioie celesti della sua vita di sacrifizio e
+di ritiro. In questo momento sento nell’anima
+l’eco della sua voce malinconica e dolce; essa
+mi chiama ad esserle sorella.... e lo sarò. Ho deciso!... — E
+nella voce di Cristina c’era tutto
+l’accento della convinzione; tanto le pareva che
+fosse proprio così.</p>
+
+<p>Si pensi come rimanesse donna Fulvia a quelle
+parole. Il caso non l’aveva punto preveduto; e
+lì per lì, tra il convento e il barone la scelta
+non era facile. Il convento, trattandosi di metterci
+gli altri, esercitava sempre un gran fascino
+sulla mente di donna Fulvia; le passaron
+subito dinanzi tutte le suore e tutte le madri
+badesse di sua conoscenza; ma le passò dinanzi
+anche il barone. Per fortuna, a levarla d’imbarazzo,
+capitò in quel punto sua figlia.</p>
+
+<p>La marchesa Bianca guardò sua madre, guardò
+sua cugina, e s’accorse facilmente che ci doveva
+essere stato qualcosa d’insolito. Piena di curiosità,
+non si diede pace finchè non le riuscì di
+trovarsi a quattr’occhi, quel giorno stesso, con
+Cristina e d’interrogarla. Cristina, nell’orgasmo,
+e nella buona fede della sua risoluzione, le narrò
+tutto, e le confermò la sua decisione irremovibile.
+La marchesa l’abbracciò, pianse, svenne, e s’accese
+tutta d’entusiasmo per quel caso pietoso e
+per l’infelice cugina. Quella sera, andando a teatro,
+<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
+si mise al collo una gran croce, come una
+Suora anch’essa della Carità.</p>
+
+<p>Per parecchi giorni donna Fulvia se ne stette
+in camera con l’emicrania, e per parecchie settimane
+ci fu in casa sua quell’atmosfera cupa e
+greve del tempo burrascoso. Donna Fulvia era
+d’un pessimo umore, aveva la faccia più raggrinzita
+del solito, e non parlava. Il padre Felice
+capitava a tutte le ore, e rimaneva in lunghe e
+secrete conferenze con lei. Tutti in casa parlavano
+sottovoce, e l’un l’altro andavano interrogandosi
+e confidandosi all’orecchio la gran novità.
+Anche gli amici di casa cominciavano a
+bisbigliare tra loro, e a scambiarsi una qualche
+esclamazione circospetta.</p>
+
+<p>La marchesa, che non osava parlarne con sua
+madre, se ne spassionava con suo marito. Il caso
+della cugina l’aveva tutta scossa; e come svegliata
+da un lungo sonno era tutta stupore, tutta
+curiosità. Parlava di quel caso con entusiasmo,
+con esaltazione; le pareva un fatto così romantico!
+così simile a uno letto da poco in un romanzo
+che le era piaciuto tanto! E dire che un
+tal caso si ripeteva ora nella sua famiglia, che
+l’eroina era lì accanto a lei, in casa sua! Oh,
+essa voleva diventare la confidente di Cristina,
+voleva fare per lei qualcosa di molto avventuroso,
+di molto bello! Voleva la sua parte d’eroina anch’essa!...
+<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
+Ma che cosa fare? E poi principiava
+con suo marito a parlare di quel giovane, di
+Enrico, di cui si era così bene scordata per tanti
+mesi, ma che ora diceva di non avere dimenticato
+mai! E ne parlava con entusiasmo; glielo dipingeva
+a suo modo, alto, bruno, melanconico, bello;
+tutto lui, insomma, l’eroe di quel tal romanzo.</p>
+
+<p>Il marchese la lasciava dire; la osservava, taceva,
+ed aveva l’aria soprattutto d’essere molto
+seccato. Era seccato, in primo luogo, di veder
+andato in fumo per quell’inverno il suo solito
+viaggetto. S’era fermato di giorno in giorno in
+grazia del matrimonio di Cristina, ch’era un affaruccio
+che gli premeva, come abbiam visto; ed
+ecco, sul più bello, che gli capitava anche un simile
+contrattempo per seccarlo doppiamente. Ora
+poi, a completargli il divertimento, c’erano per
+di più gli entusiasmi di sua moglie ed il muso
+lungo di sua suocera. Delle due cose però quella
+che gli piaceva ancor meno era tutto questo risveglio
+romantico di sua moglie; novità che non
+gli garbava punto, e che gli faceva desiderare
+che il romanzetto finisse presto. Il marchese, la
+cui politica coniugale era di solito quella di lasciar
+passare le piccole fantasticherie di sua moglie
+fingendo di non accorgersene, e di affidare
+al tempo le piccole difficoltà domestiche non contraddicendo
+mai, e facendo intanto il suo comodo,
+<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
+sapeva poi svegliarsi a tempo quando capiva che,
+a pigliarsi oggi una piccola noia, c’era da risparmiarsene
+una più grossa il giorno dopo. Allora
+dava alla cosa un’occhiata esperta e previdente;
+fissava bene il punto a cui voleva arrivare; e, indifferente
+quanto alla scelta delle strade, pigliava
+le più facili, si arrendeva, le mutava, pur di arrivare
+più sicuramente dove voleva. Il matrimonio
+di Cristina, un matrimonio s’intende come lo
+voleva lui, era un affare che il marchese aveva
+intravveduto e avviato in tempo. Ora c’era un
+intoppo, e che intoppo! bisognava dunque mutar
+strada. Su questo punto non si faceva illusioni;
+e non se ne faceva neanche sulla improvvisa
+vocazione di Cristina; anzi, n’era in diffidenza,
+e ci vedeva un nuovo pericolo da cansare;
+tanto più che sua suocera gli aveva detto all’orecchio
+che il convento <i>alla peggio</i>, avrebbe servito
+a migliorar l’educazione di Cristina.</p>
+
+<p>Il marchese dunque prese subito in cuor suo la
+risoluzione di ristudiar la faccenda, di non dormirci
+sopra, e di cercare la strada nuova, lasciando
+da parte affatto quella del barone Brocchetti. Tra
+le strade nuove ci poteva essere quella che faceva
+capo a quel tal giovane che aveva strappata,
+in mezzo alla tombola, l’esclamazione di
+Cristina. E perchè no? pareva la più scabrosa,
+ma poteva anche essere la più breve. A ogni
+<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
+modo, prima di pigliarne un’altra, gli pareva necessario
+di dare un’occhiata anche a questa. Cominciò
+dunque a farsi attorno un po’ di più al
+padre Felice, e a far con lui delle lunghe passeggiate
+parlandogli della risoluzione precipitosa di
+Cristina, e della necessità di farla riflettere e di
+farle pigliar tempo per assodare la vocazione.
+Poi aveva detto al Valassina di dare una corsa
+a Orobio il più presto che potesse, perchè volendo
+aver subito, e senza lasciarsi scorgere,
+certe informazioni sul conto di quel tal Enrico,
+gli occorreva che “una persona avveduta e di
+proposito„ gli sapesse dire innanzi tutto dove
+fosse e cosa facesse costui.</p>
+
+<p>La missione del Valassina andò a vele gonfie;
+e dopo pochi giorni il marchese riseppe a puntino
+ciò che gli premeva. Ma andava di male in
+peggio quella del padre Felice; il quale ogni
+giorno, dopo lunghe conferenze con Cristina, veniva
+a dire al marchese che non c’era modo di
+tranquillarla, ch’era risoluta, impaziente, e che
+voleva metter subito in atto la sua risoluzione.
+Un giorno anzi venne ad annunziargli che, d’accordo
+con donna Fulvia, aveva avuti parecchi
+colloqui con la Superiora d’una casa di Suore, e
+che tutto era stato felicemente combinato; perfino
+il giorno e l’ora in cui Cristina sarebbe entrata
+nel monastero.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span></p>
+
+<h2>XXII.</h2>
+</div>
+
+<p>Il Valassina era tornato da Orobio non solo con
+le informazioni per il marchese, ma aveva portate
+secretamente a donna Fulvia un sacco di notizie, e
+di notizie non troppo buone. Le faccende in paese
+andavan maluccio. Il nuovo curato, don Innocente,
+aveva preso possesso della Cura da un
+paio di settimane, e già s’eran formati in paese
+due partiti che si guardavano in cagnesco. Fin
+dai primi giorni don Innocente s’era messo a riformare
+la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite
+le processioni lontane, le merende e i
+beveraggi, e andava in giro con gran zelo a benedir
+stalle e pollai. Quelli della Confraternita,
+delle vacche malate, e dei polli con la pipita,
+portaron subito alle stelle il nuovo curato; e a
+loro s’unirono anche quelli cui piaceva fare delle
+lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente
+faceva delle prediche con testi in latino
+<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
+e lunghe che non finivan più. Ma poi don Innocente
+s’era messo a far la cera brusca a chi lodava
+il vecchio curato; e diceva che d’ora in
+avanti bisognava fare, in tutto, tutto all’opposto:
+diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati
+sul registro della Cura, che voleva rincarare
+i fitti, e rimetter l’usanza di certe regalie
+per non addormentare, come faceva don Cornelio,
+lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e
+qualche altro parrocchiano, presero a abbaruffarsi
+con chi lodava il curato e il suo zelo; principiarono
+così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono
+subito, tanto per cominciare.</p>
+
+<p>Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio
+nei giorni in cui c’era arrivato il Valassina, e
+un paesello vicino, erano in fermento in grazia
+d’una novità ideata da don Innocente; il quale
+aveva stabilito di fare nella prima settimana
+d’aprile, una gran processione che doveva percorrere
+tutto il territorio del comune allo scopo
+di scacciare dai campi gl’insetti, i topi, e gli
+spiriti maligni. La maggior parte dei campagnoli
+d’Orobio, su questo punto, lodava il curato,
+e stupiti tutti come a don Cornelio non fosse
+mai venuta una così bella idea, si preparavano
+a seguire in bel numero la processione. Ma quelli
+del paese vicino, risaputa la novità, cominciarono
+ad allarmarsene. Gli insetti, i topi, e gli
+<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
+spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero scappati
+in casa loro: era chiaro. E siccome il loro
+curato, per prudenza, non voleva mettersi in contrasto
+con don Innocente, così essi si preparavano
+per quel giorno, con dei buoni randelli, a
+tener lontani dal proprio territorio chi voleva
+far loro un così bel regalo. Essi poi non mancavano
+di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei
+quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito
+messo in moto per illuminare le menti, e non
+ristava dal catechizzar tutti da mattina a sera
+nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, — rimettere
+in uso una funzione
+dell’antichità celebrando il risveglio della natura?
+Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata
+civile! Ma questa funzione medioevale del
+curato è il trionfo dell’ignoranza e della superstizione!
+Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio
+qualcuno che avesse un prato o un campiello
+sul monte, allora soggiungeva: — E chi
+vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo
+scappato dal piano non vada poi a mettersi
+di casa più in su! — A questi discorsi chi si
+faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti discutevano,
+tutti si accaloravano; talchè lo speziale,
+per rimanere nell’imparzialità, non si lasciava
+più vedere.</p>
+
+<p>Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di
+<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
+Orobio portatele dal Valassina, dopo uno sfogo
+di esclamazioni, or di lode, or di raccapriccio, prese
+una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi
+indispensabili il proprio intervento, e la propria
+autorità; a lei toccava dar man forte a don
+Innocente, inaugurare un nuovo ordine di cose,
+incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e
+chiuder la bocca ai tristi lasciandoli confusi per
+sempre. Persuasa che per ottenere tante belle
+cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza,
+decise di partir subito per Orobio; decisione che
+le tornava tanto più opportuna perchè s’era intesa
+con la Superiora che Cristina sarebbe stata
+ricevuta in convento appunto in quei giorni; e
+a lei i distacchi e le commozioni facevan tanto
+male.</p>
+
+<p>Mentre donna Fulvia usciva dal portone del
+suo palazzo in carrozza, con la Cleofe e con
+<i>Fleurette</i>, per avviarsi alla stazione, un giovane
+di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora
+passeggiava dinanzi a quel portone a passi lenti,
+incerti, preso da una subita risoluzione entrava
+nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso
+che aveva pensato e ripensato come se
+dovesse presentarsi a un ministro. Enrico era
+arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese
+a cui era addetto, aveva acquistato un opificio
+in Lombardia, l’opificio di cui doveva essere
+<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
+egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire
+con sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune
+faccende prima di recarsi al suo posto. Quell’avvenire
+sognato come una lontana speranza, per
+tanti anni, traverso tante ore interminabili, uniformi
+di lavoro, era giunto; quel giorno così
+lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un
+così bel giorno non doveva portargli qualch’altra
+buona nuova? la migliore di tutte! Il cuore gli
+diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era sbagliato.
+Appena arrivato, era corso alla posta sapendo
+che ci avrebbe trovate delle lettere di don
+Cornelio, e ne trovò infatti due. Le lettere di don
+Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione
+di poco prima; una era malinconica, sfiduciata,
+e piena di consigli di rassegnazione;
+l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una
+certa ansietà, di cercar nuove di Cristina senza
+perder tempo, e come meglio poteva; poi di scrivergli
+subito tutto ciò che era venuto a sapere.
+Era con questa lettera in mano, e tutto agitato,
+che Enrico, non sapendo che fare, era arrivato di
+passo in passo dinanzi al portone di donna Fulvia,
+e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide
+uscirne una carrozza.</p>
+
+<p>La portinaia, silenziosa come un muro quando
+donna Fulvia era in casa, dava la stura alle parole
+appena la vedeva scantonare, e tanto più
+<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
+se scantonava per andare alla stazione. Enrico
+dunque non ebbe bisogno di ricorrere agli artifizi
+del discorso per sapere in pochi minuti un
+monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina,
+dopo essere stata fidanzata col figlio d’un barone,
+s’era decisa a entrare in un convento; da dove,
+aveva detto la portinaia del convento, sarebbe
+presto ripartita per una delle più lontane città.</p>
+
+<p>Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi
+nelle braccia del suo amico Arturo, e a domandargli
+consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli
+osservò che bisognava aspettare il corriere di
+Londra per sapere se gli affari permettevano di
+occuparsi di quella spiacevole combinazione. Poi,
+come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette
+una dozzina di lettere, gli partecipò che bisognava
+aspettare ancora alcuni giorni prima di
+andare a prender possesso dell’opificio, e che
+quindi poteva benissimo nel frattempo dare un’occhiata
+ai propri interessi. Il parer suo in proposito,
+senza responsabilità e senza impegno, se lo
+voleva sentire, era questo: fosse pur vero ciò che
+gli avevan detto, non c’era nulla d’urgente dal
+momento che donna Fulvia era partita per la
+campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro
+di tutto, ed impedire all’occorrenza, in quanto
+fosse possibile, un fatto qualunque che pregiudicasse
+l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio
+<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
+curato. Bisognava dunque indurre don Cornelio
+a venire a Milano, e a parlare con Cristina.</p>
+
+<p>Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa
+Maria della Neve. Per quanto Enrico si sentisse
+poco incoraggiato dalle lettere malinconiche e
+sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di
+rivedere il suo protettore e di poterne avere
+qualche consiglio, lo decise a partire e a pigliare
+il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio
+sulla quale lo aveva preceduto donna Fulvia.</p>
+
+<p>Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto,
+cioè tre giorni prima della domenica fissata da
+don Innocente per la sua funzione. In paese c’era
+una crescente inquietudine. Quelli che avevano
+desiderato la funzione cominciavano già a dire
+che una funzione simile in Orobio la ci voleva,
+ma che però sarebbe stato meglio principiar un
+altr’anno. Il sindaco, che per protestare contro
+la funzione aveva organizzata con quelli del paese
+vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto
+al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per
+impedire una cosa e l’altra.</p>
+
+<p>Don Innocente, che, avendo risapute le voci
+che correvano, era un po’ perplesso, prese un coraggio
+da leone come seppe l’arrivo di donna
+Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu
+veduto entrare più volte nel palazzo, e restarci
+per delle ore. Poi, dopo aver dati i suoi ordini
+<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
+alla confraternita, una sera all’ora dei vespri
+annunziò in chiesa che la mattina seguente sarebbe
+andato a benedir le campagne seguìto dai
+confratelli e dal popolo in processione.</p>
+
+<p>Era la prima domenica di aprile. Le campane
+d’Orobio, sonando alla distesa come nei giorni
+di solennità, chiamarono il popolo alle funzioni
+festive un’oretta prima del solito, perchè poi la
+processione potesse essere di ritorno al mezzogiorno,
+ch’era l’ora del desinare; e la gente
+usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi
+per le strade e per le campagne, in
+fretta e di buona voglia, invitata anche da un
+bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco
+che aveva dato ritrovo a molti, per quella mattina,
+nell’osteria del paese, non ci trovò che tre
+o quattro amici; gli altri avevano preferito di
+fare la passeggiata civile ciascuno per proprio
+conto. Dopo uno sfogo contro l’inerzia dei patriotti,
+anche il sindaco se ne andò a spasso per
+conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato
+della chiesa per vedere la sfilata della processione,
+o per seguirla o per canzonarla, a seconda
+dei casi.</p>
+
+<p>Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don
+Luigi era partito da un pezzo; e don Prospero
+e un altro cappellano che egli aveva invitati per
+la funzione, s’erano scusati dicendo però che
+<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
+sarebbero venuti più tardi al desinare. Finita la
+messa, don Innocente fece un po’ di predica sulla
+necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni,
+e le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti
+spiriti maligni; poi, deposta la pianeta e indossata
+la cotta, con l’aspersorio in mano e il suo <i>Manuale
+exorcistarum</i> sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato
+da un chierico che teneva il secchiolino,
+e facendosi seguire dalla confraternita e dal popolo.</p>
+
+<p>Il suono delle campane che si diffondeva lietamente
+per la valle, il bel cielo limpido, l’aria
+primaverile, facevan contrasto con la cera scura
+e con la tetra funzione di don Innocente. Quella
+giornata splendida di sole, ch’era tutta un inno
+di allegrezza e di fiducia, non pareva proprio
+fatta per le maledizioni e per gli scongiuri.</p>
+
+<p>La processione s’avviò per la strada dove sorge
+il palazzo Orsenigo. Il palazzo era parato a festa;
+a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal
+terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva
+un gran drappo rosso di seta su cui c’era ricamato
+nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con
+tanto di corona, e circondata dagli emblemi della
+passione di nostro Signore, proprio come se nostro
+Signore avesse sofferto specialmente per donna
+Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo,
+sfoggiato per la prima volta e fatto appunto da
+<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
+quelle Suore tra le quali, quel giorno stesso, era
+andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare
+in su; e quando passò la processione, ci fu
+del disordine nelle file perchè ciascuno, pur camminando,
+prima guardava in alto, poi guardava
+indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi,
+o sui piedi a chi veniva dopo; e tutti poi si davano
+degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia che
+se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di
+compunzione e di compiacenza, sorrideva con indulgenza
+a quel po’ di disordine, e lasciava capire
+che perdonava, anche alla confraternita, quella
+distrazione di cui eran causa lei e il suo bel
+drappo. Don Innocente quando passò sotto il terrazzino
+cercò, tutto in una volta, di riverire donna
+Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la
+divozione e di non parer distratto. Non era
+facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e gli
+ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del
+capo che parevano di riverenza, ma ch’eran soprattutto
+di approvazione e di protezione.</p>
+
+<p>Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò
+presto a intorbidarsi. Parecchi dei più
+arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario
+s’eran messi qua e là, di fianco alla processione,
+a attaccar discorso con quelli ch’erano in fila,
+motteggiando e facendo di tanto in tanto qualche
+sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi
+<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
+cominciarono a uscir di fila; e appena
+messi con quelli che poco prima li avevano canzonati,
+si facevan coraggio e canzonavano anche
+loro. Così i motteggi, le conversazioni ad
+alta voce e le fischiate andavan crescendo; e
+mano mano andava crescendo anche il numero
+di quelli che, a ogni nuova strada, scantonavano
+e se ne tornavano a casa loro. Don Innocente
+che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile,
+cominciò a perdere la pazienza. — Bricconacci,
+villani, scomunicati! — cominciò a gridar
+sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo
+improvvisamente di fila anche lui. Poi tirava innanzi
+più serio di prima; ma subito dopo passando
+dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà
+ad alloggiare a casa vostra il diavolo!...
+verrà ad alloggiare! — gridava alzando l’aspersorio.
+Allora i monelli scappavano, e si faceva
+un po’ di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le
+conversazioni ripigliavan presto.</p>
+
+<p>— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano
+alcuni — lo si ha a vedere quando sarete
+fuori pei campi, e quando vi vedranno venire
+quelli degli altri paesi!</p>
+
+<p>— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in
+ballo ballerà! Legnate a buon mercato... e cazzotti
+per niente!</p>
+
+<p>Allora parecchi della processione cominciarono
+<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
+a ragionarla con quelli che n’eran fuori. — La
+funzione è bella, bellissima, non c’è a dire;
+ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo
+poi sì! in questo avete ragione anche voialtri.
+Bisognava esser tutti in compagnia, anche quelli
+dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive
+influenze, e non mandarsele addosso l’un con
+l’altro!</p>
+
+<p>Nel ragionare si fermavano; la processione intanto
+andava innanzi, e chi c’era rimasto fuori
+non ci tornava più. Altri poi, vedendo due carabinieri
+che piano piano venivano loro incontro,
+piano piano voltaron le spalle per non andare in
+direzione opposta della forza.</p>
+
+<p>La processione, che s’era andata in tal modo
+via via assottigliando, giunta alle viottole della
+campagna non si componeva più che di una metà
+della confraternita e di una cinquantina d’altri
+che la seguivano. Don Innocente appena si vide
+sbarazzato dei burloni e dei timidi, e circondato
+solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese maggior
+coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse
+alla comitiva un discorsetto rabbioso per accalorare
+gli animi e ribadire lo zelo. Lo scopo fu facilmente
+raggiunto, e le parole di don Innocente
+vennero accolte da una calorosa approvazione e
+da esclamazioni piene di propositi audaci. Or
+ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti rinfrancati
+<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
+e capaci di farla vedere a chississia. A
+un cenno del curato la comitiva fece silenzio, e
+tirò innanzi ora allargandosi, ora procedendo un
+poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e
+or borbottando da capo tra gli <i>amen</i> e gli <i>ora
+pro nobis</i>, qualche nuova minaccia contro i burloni
+di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e
+più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno
+a don Innocente per vedere come faceva a far
+l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto
+qualche spiegazione a questi e al chierico, che
+tremava tutto per la paura.</p>
+
+<p>“<i>Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime
+et sporcissime spiritus</i>, — continuava don Innocente
+tenendo l’aspersorio alzato, e leggendo nel
+suo Manuale degli esorcismi — <i>conjuro te, insidiator,
+superbe, mendax, immunde Belzebù</i>... questo è il
+peggiore di tutti, ma adesso lo acconcio io....„ e
+lesse due pagine di seguito del Manuale. Poi
+rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a
+mettersi in mezzo a un campo di patate. — Ora
+eccoci al fatto nostro: <i>Exorcismus contra dæmones
+minores, contra vermes, mures, locustas, et alia
+animalia devastantia fruges, fructus</i>...&#8205;<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> — e ricominciò
+a leggere or forte, or sottovoce, tutto intento
+al Manuale per non sbagliarsi.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span></p>
+
+<p>Don Innocente era così assorto nella lettura
+del suo latino, che non s’accorse d’un improvviso
+cambiamento di scena ch’era intanto avvenuto
+intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa
+una nuova comitiva, e la sua aveva subitamente
+cessato di guardar l’esorcismo, di chiacchierare
+e di dir la corona. La nuova comitiva era ben
+diversa e ben più numerosa; era una comitiva
+di contadini d’altri paesi, sbucati di qua e di là
+saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano
+con randelli, correggiati, forconi, e con un certo
+piglio che non era quello con cui andavano di
+solito a battere il grano o a rammontare il fieno!</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span></p>
+
+<h2>XXIII.</h2>
+</div>
+
+<p>Mezz’ora dopo una buona parte della comitiva
+di don Innocente rientrava in paese a gambe levate:
+e dietro a loro, coi forconi e coi randelli
+alzati, venivano rincorrendoli quelli della comitiva
+forestiera coi quali evidentemente avevano
+avuto uno scontro sfortunato. Era un fuggi fuggi,
+e un gridar generale che mise tutto Orobio sossopra
+in un momento. Chi dalle finestre, e chi
+scendendo in strada, domandavan tutti ansiosamente
+cos’era successo; chi cacciava in stalla in
+fretta i maiali e le oche; chi correva a chiamare
+i fanciulli, chi a rinchiudersi in casa. — Ma cos’è
+stato? ma cos’è successo? C’è una ribellione, c’è
+un saccheggio, vien gente da ogni parte! misericordia!
+Ci vogliono ammazzare! daran foco al
+paese! — I primi a gridare, e che gridavan di più,
+eran parecchi di quelli della Confraternita che
+<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
+avendone pigliate, o avendo pigliato non foss’altro
+un gran spavento, spaventavano gli altri alla
+lor volta, scappando urlando, e levandosi in furia
+la veste e la cappa da confratello. Non tutti però
+se l’eran data subito a gambe; alcuni di maggior
+fegato e più cocciuti avevan dato mano senz’altro
+ai sassi, e in un minuto ce n’eran stati di discretamente
+pesti anche tra le schiere avversarie. Costoro
+sbandandosi, e facendo un chiasso indiavolato,
+avevano chiamata nuova gente, e tutti insieme
+eran tornati alle mani più inferociti di prima.
+Le sorti della giornata furon presto decise
+dal numero, e gli assalitori, non contenti di aver
+visto i tacchi dei confratelli di Orobio, invadevano
+ora in frotte le strade del paese col piglio
+minaccioso, e con la voglia di non tornarsene a
+casa senza essersi presa una qualche soddisfazione;
+di quelle, s’intende, che mandano in prigione il
+giorno dopo. E infatti stavano già per raggiungere
+questo risultato parecchi ch’erano piombati
+addosso al sagrestano, il quale poco prima aveva
+ammaccato sulle loro spalle il secchiello dell’acqua
+benedetta; quando arrivarono i due carabinieri.
+Questi pigliarono il più inferocito per il bavero,
+ricevettero e restituirono spintoni e pugni senza
+fine, perdettero e ripresero un paio di volte il cappello;
+ma, sempre saldi al bavero, condussero alla
+fine il loro uomo alla casa del comune in arresto.
+<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
+Altri fatti più grossi e più minacciosi succedevano
+intanto in un altro punto del paese, e precisamente
+dinanzi al palazzo Orsenigo dove si era
+ricoverato don Innocente. E qui le cose minacciavano
+davvero di finir male, perchè la forza
+pubblica in quel momento non era in grado nè
+di essere informata nè di muoversi. I due carabinieri
+erano tornati sulla porta della casa comunale
+a guardare la folla, ma non erano ben sicuri
+se fosser loro che sorvegliassero la folla, o se fosse
+la folla che li sorvegliasse loro.</p>
+
+<p>Mentre succedeva tutto questo tafferuglio, scendeva
+da Santa Maria della Neve, ed arrivava ai
+primi casolari d’Orobio, Enrico, il quale, come
+glielo aveva suggerito sir Arturo, era andato a
+chieder consiglio a don Cornelio, e a invocare
+una volta ancora il suo aiuto. Don Cornelio alla
+vista di quel figliuolo, s’era tutto scosso; sulle
+gote pallide e avvizzite gli era comparsa una
+fiamma improvvisa, come il raggio che illumina
+una mesta giornata d’inverno. Dopo aver udite
+le notizie che gli portava Enrico, dopo aver vedute
+le sue lacrime calde, sincere, era uscito a
+un tratto dall’accasciamento in cui era, e aveva
+sentito rinascere in sè tutto l’ardore d’un tempo.</p>
+
+<p>— Ebbene, sì! — aveva esclamato, — andrò a
+Milano... qualche cosa farò! Se donna Fulvia mi
+chiuderà l’uscio in faccia, andrò dalla Superiora
+<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
+del convento, le dirò che la vocazione di Cristina
+è falsa.... che Cristina s’inganna, o che la inganna!
+Le dirò tutto! Andrò dall’Arcivescovo se occorre!
+Oh qualcuno mi ascolterà!... Povero amico
+mio, povero conte Maurizio!... i tuoi figliuoli non
+li abbandonerò finchè avrò fiato! e se Dio mi darà
+vita.... qualcosa farò!</p>
+
+<p>Ma intanto quella fiamma di poco prima gli era
+scomparsa dalle gote, e c’era a un tratto succeduto
+un pallore come di cadavere; s’era lasciato
+andare sulla seggiola, aveva messo una mano sul
+cuore, ed era rimasto per alcuni minuti in silenzio
+quasi svenuto. Poi sforzandosi di sorridere,
+aveva ripreso: — Non spaventarti, mio buon figliuolo,
+non è nulla.... è uno de’ miei acciacchi....
+Quando s’è vecchi... sei capitato proprio in una
+cattiva giornata; ma non è nulla.... Vedi? adesso
+passa, passa... oh per andare ancora una volta a
+Milano... per fare quello che t’ho promesso, sento
+che le forze le avrò, oh le avrò! Tra un paio di
+giorni ti raggiungo.... e tu intanto sta di buon
+animo.... Chi sa che questa volta non ci riesca a
+far proprio qualcosa per i figlioli dell’amico mio!...
+chi sa che il Cielo non mi riservi questa consolazione
+prima di chiuder gli occhi....</p>
+
+<p>Quando Enrico il giorno dopo s’accomiatò, don
+Cornelio lo tenne stretto un pezzo nelle sue braccia,
+celando appena la sua commozione, e trattenendo
+<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
+a stento le lacrime. Poi, con un sorriso che
+gli moriva sulle labbra, aveva cercato di dirgli
+qualcosa di gaio, e gli aveva ripetuto più volte
+vedendo che Enrico non glielo chiedeva più:
+“Verrò, non aver dubbi, verrò.„</p>
+
+<p>Enrico aveva perduto il coraggio di ripetere a
+don Cornelio la sua preghiera di venirgli in aiuto.
+Don Cornelio non era più lui! Non era più il bel
+vecchio, di cui Enrico aveva stampata l’immagine
+nel cuore; era un uomo su cui era scesa una vecchiaia
+cadente, un uomo che soffriva, e che cercava
+a stento di rompere una profonda malinconia
+che gli velava gli occhi e la parola. Nel vederlo
+tanto mutato, Enrico non aveva più saputo
+continuare a parlargli di sè, e non s’era alla fine
+staccato da lui che con uno schianto del cuore.</p>
+
+<p>La signora Angelica l’accompagnò per un breve
+tratto fino al punto dove incomincia la discesa
+ripida della strada. Enrico le fece mille domande,
+ma la povera signora Angelica sospirava, e gli sapeva
+rispondere ben poco. Gli disse che don Cornelio
+aveva di frequente degli svenimenti che le
+mettevano spavento; che il medico era venuto
+una volta, e che voleva tornare per capir meglio,
+ma non era tornato; che don Cornelio non voleva
+far nulla, e che essa era sulle spine. In fine
+poi gli fece le sue scuse per non potergli dare,
+com’era solita, qualcosa da portar seco in viaggio;
+<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
+e spassionandosi un po’, gli disse piano perchè
+nessuno la sentisse: — Che paese, che paese è
+mai questo! Sarà più vicino al Cielo, come dice
+mio fratello, ma non ci si trova neanche l’occorrente
+per fare una torta! — Poi lo salutò con effusione,
+e diede una voce a <i>Ugolino</i> perchè tornasse
+indietro.</p>
+
+<p>Ma <i>Ugolino</i>, che trovava anch’esso di poco compenso
+quel soggiorno, e dava volontieri di tanto
+in tanto qualche scappata, finse di non capire, e
+seguì tutto festoso Enrico, il quale aveva presa
+la strada d’Orobio scendendo a gran passi per
+la china del monte, agitato, commosso e in preda
+a mille pensieri.</p>
+
+<p>Dopo un’ora di cammino, come fu a vista d’Orobio,
+e mano mano che vi si avvicinava, Enrico
+s’accorse che ci doveva essere avvenuta una qualche
+disgrazia, o qualche grave avvenimento. Gente
+che andava e veniva con l’aria ansiosa e spaventata;
+donne e fanciulli che salivano frettolosamente
+per i viottoli della montagna; e da lontano
+un rumore confuso di voci e di grida che a intervalli
+scoppiavano più fragorose, e con un impeto
+di minaccia. Alle prime case poi vide, da
+per tutto, gente alle finestre e sulle porte, e gente
+che faceva ressa intorno a qualche confratello
+sbandato, che in veste bianca e cappa rossa rispondeva
+affannosamente alle cento domande che
+<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
+gli eran fatte, e che gli venivano poi ripetute dai
+nuovi curiosi che sopraggiungevano. Enrico si cacciò
+in mezzo a un capannello, dove gli parve che
+la conversazione fosse più calorosa, e riuscì a poco
+a poco a capire cos’era accaduto, e cosa stava
+accadendo. Rimase un minuto perplesso, tra la
+fretta di andar dal vetturino e fargli attaccare, e
+la voglia di far qualcosa anche lui, sia per metter
+pace, sia all’occorrenza per dispensare qualche
+scappellotto in difesa de’ suoi antichi compatriotti
+d’Orobio. Ma intanto era giunto un nuovo
+confratello, ancora più ansante degli altri; tutti
+gli furono addosso, e per quanto cercasse di svignarsela,
+dovette pur rispondere e discorrere con
+tutti anch’esso.</p>
+
+<p>— Ah voi credete che la sia finita? Andate,
+andate a vedere! A buon conto, poco fa ci
+mancò poco che il sagrestano non fosse bell’e
+spacciato! Io ero lì proprio vicino a lui... quando
+lo pigliarono in mezzo cinque o sei manigoldi che
+lo volevan finire.... Io allora... via... a cercare il
+sindaco! ma il sindaco era già partito col suo
+biroccio per domandare un rinforzo. Basta; il sagrestano
+l’hanno salvato; ma intanto i carabinieri
+sono bloccati, e se non arriva presto il rinforzo....</p>
+
+<p>— Bloccati?</p>
+
+<p>— Sicuro, da un muro di gente d’ogni paese,
+e bisogna sentire come urlano!</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span></p>
+
+<p>— E poi?</p>
+
+<p>— E poi c’è di peggio. Adesso una parte della
+folla corre verso il palazzo di donna Fulvia, dove
+dicono che ci sia il curato.... Li ho incontrati io,
+poco fa, anzi con alcuni che incominciavano a insultarmi
+ho fatto delle chiacchiere, e loro subito
+a alzare i bastoni....</p>
+
+<p>— E voi?</p>
+
+<p>— E io via a gambe, perchè sapete come sono;
+guai se mi riscaldo! Ma intanto chi sa cosa succede
+laggiù, nel palazzo! Di sicuro, ci danno il
+fuoco!... e il curato lo ammazzano!</p>
+
+<p>— E se si sonasse la campana?</p>
+
+<p>— Andateci voi! bisogna vedere che facce sul
+sagrato!</p>
+
+<p>Enrico, a quelle parole non ebbe più che un
+solo pensiero: correre al palazzo, arrivarci prima
+della folla, far fuggire il curato, chiamar gente,
+fare insomma tutto quello che avrebbe potuto per
+salvare la casa del suo antico benefattore. In un
+attimo ci arrivò, ma la folla c’era arrivata prima
+di lui, e stava già fitta e minacciosa dinanzi al
+portone chiuso, urlando e fischiando. Che fare?
+Arringar la folla? Persuadere que’ contadinacci,
+furiosi e vicini a compire la loro vendetta, a tornarsene
+tranquillamente a casa? Non era possibile.
+Tanto più che, proprio in quel momento, e
+in mezzo a quel baccano indiavolato, la folla manifestava
+<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
+chiaramente le sue intenzioni definitive
+a un oratore, un omaccione grosso e d’aspetto pacifico,
+il quale aveva proposto un mezzo termine.
+Il mezzo termine era quello di far uscire il curato,
+però senza mancargli di rispetto, e di obbligarlo
+a fare la funzione in senso inverso; cioè a
+cacciar coll’aspersorio su quel d’Orobio tutte
+quelle influenze diaboliche, che poco prima aveva
+cacciate sul loro.</p>
+
+<p>— Questo va bene, — gridavano i più accesi, — ma
+ci vuole di più! Bisogna buttar giù il portone!
+Bisogna pigliare i caporioni, quelli che ci han
+tirate le sassate, e che son chiusi lì dentro! E a
+quelli, legnate!</p>
+
+<p>— D’accordo, — ripigliava a tutta voce l’omaccione, — legnate,
+a quelli là!... Ma il curato, deve
+fare come vogliamo noi... senza però mancargli di
+rispetto, avete capito!</p>
+
+<p>— Bravo, evviva!</p>
+
+<p>E queste grida erano intanto accompagnate da
+una tempesta di sassi lanciati contro il portone e
+contro le finestre del palazzo. Non c’era tempo da
+perdere; ma a chi domandar aiuto? ma che fare?</p>
+
+<p>“Cerchiamo almeno di salvare quelli che vi
+stanno rinchiusi,„ pensò Enrico. Uscì dalla folla,
+e pigliò a gambe levate una stradicciuola che conduceva
+al monte, e a una selva dalla quale poteva
+scendere fino al giardino del palazzo, con la
+<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
+speranza di non essere veduto. Arrivato al muro
+di cinta, cercò e trovò subito un punto dove tante
+volte l’aveva scavalcato da fanciullo; si arrampicò,
+e spiccò un salto insieme a <i>Ugolino</i> che lo
+aveva seguito fin lì. Attraversò di corsa il giardino,
+entrò nelle stanze a terreno del palazzo, e
+lo girò affannosamente, chiamando gente, e stupito
+di non trovarci nessuno. E infatti, quelli che
+sulle prime vi si erano rinchiusi, facendo scorta
+a don Innocente, avevan subito pensato a cercarsi
+alla chetichella una qualche uscita particolare per
+non essere presi in trappola; e quelli poi di casa,
+mandati tutti in processione, avevano trovato al ritorno
+il portone chiuso, e la folla dinanzi al palazzo.</p>
+
+<p>In quelle sale, in quei corridoi, che risvegliavano
+a Enrico tante care memorie, e che ora rivedeva
+abbandonati e silenziosi, si ripercoteva
+ogni tanto l’eco sinistra degli urli minacciosi della
+strada. Enrico impaziente, ansioso, salì correndo
+al primo piano, dando una rapida capata a ogni
+camera, e chiamando di nuovo a voce alta quei
+di casa. Giunto al salotto, e apertone l’uscio con
+uno spintone, udì delle grida di spavento che lo
+fermarono sulla soglia. Vide una vecchia signora
+svenuta su una poltrona; una donna, che era la
+Cleofe, inginocchiata e che strillava; e don Innocente
+che, con la cotta piegata sotto il braccio,
+cercava di nascondersi dietro un canapè.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span></p>
+
+<p>— Coraggio, coraggio! — esclamò subito Enrico
+con voce amichevole. — Vengo in vostro aiuto,
+vengo a mettervi in salvo; siamo ancora in tempo,
+ma presto, presto venite con me.</p>
+
+<p>— È arrivata la forza? — chiese tutto tremante
+don Innocente.</p>
+
+<p>— Sì, sì, ma facciamo in fretta; — gli rispose
+Enrico con impazienza.</p>
+
+<p>— Ah lei è forse il signor Delegato della Questura?...
+oh sia benedetto!...</p>
+
+<p>— Ci son altri in palazzo? — gli chiese Enrico.</p>
+
+<p>— Nessuno, nessuno; ci han piantati qui soli...
+non ci siamo qui che noi poverelli... ma a suo
+tempo mi sentiranno! — continuava don Innocente.</p>
+
+<p>— Se non ci son altri, tanto meglio. Andiamo,
+e subito! Bisogna tranquillare questa signora....
+farla scendere in giardino; ci vuol la chiave del
+cancello!... Non c’è un minuto da perdere!...</p>
+
+<p>Intanto che Enrico andava sollecitando don Innocente
+con piglio risoluto, la Cleofe, continuando
+a piagnucolare, cercava di richiamare in sentimento
+la sua padrona. Don Innocente, lasciato il
+canapè, e avvicinatosi anch’esso a donna Fulvia,
+le andava ripetendo all’orecchio: “C’è qui il Delegato
+della Questura.... quello della Polizia.... è
+venuto a metterci in salvo.... Andiamo, coraggio,
+donna Fulvia, bisogna andarcene subito.„</p>
+
+<p>Donna Fulvia tremante, convulsa, aprì gli occhi.
+<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
+Fissò Enrico, che vedeva per la prima volta,
+e cercò di fargli il viso benevolo sentendo che
+era quello della Polizia. Enrico, che pure per la
+prima volta si trovava dinanzi a donna Fulvia,
+ebbe un momento di perplessità, e quasi di terrore.
+Gli venne, con un brivido, il ricordo di
+quanto quella signora gli aveva fatto soffrire;
+gli si affacciò il pensiero di tutto il male che
+quella signora gli aveva fatto... di tutto quello,
+ancor più grande, che stava forse per fargli;
+sentì una fiamma al viso, sentì offuscarsi la
+mente. L’urlo selvaggio, che dalla strada arrivava
+fin lì, gli parve in quel momento meno
+odioso; gli parve simile quasi al grido che, in
+mezzo a un torbido rimescolìo, stava per prorompergli
+dall’anima.</p>
+
+<p>Alzò gli occhi, si scosse, si rammentò dov’era.
+Quel salotto gli richiamava la voce del conte
+Maurizio quando gli parlava di lealtà e di onore;
+e quel prete gli richiamava la voce di don Cornelio
+quando gli diceva “figliuolo, perdono e
+carità.„</p>
+
+<p>— Lasci fare a me, lasci fare a me; — disse Enrico
+un po’ bruscamente alla Cleofe, — non vede?
+la signora è debole, è sofferente, ha bisogno d’un
+braccio più valido, più sicuro.... Lei vada a prendere
+la chiave del cancello.... Si appoggi a me,
+signora, non abbia più timore di nulla; usciamo
+<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
+di qui... la conduco al sicuro... si faccia animo...
+Oh prima di offender lei! ci sono io!</p>
+
+<p>Donna Fulvia cercava di ringraziare Enrico con
+l’espressione del viso, e con qualche parola che
+le usciva debole e a stento. Il farla scendere a
+terreno, e l’attraversare il giardino fu un affar
+serio. Ogni tratto le soppravveniva un accesso
+convulso che la faceva tremar tutta violentemente,
+e ricadere priva di forze. Ogni tratto dava in
+uno scoppio di pianto. Enrico, commosso da quello
+spettacolo, raddoppiava le sue cure; la sosteneva
+con tutte le sue forze; la rassicurava, e nel ripeterle
+quasi con pietà figliale delle cortesi parole
+di conforto, si sentiva più rassicurato egli
+stesso, e gli scendeva nell’anima un sentimento
+elevato, dolcissimo.</p>
+
+<p>Enrico, come ebbe oltrepassato il cancello, condusse
+la comitiva in una capanna fuor di mano
+e quasi nascosta tra i castagni e i cespugli della
+selva. Fece adagiare donna Fulvia alla meglio
+su un mucchio di paglia e di foglie secche, poi,
+tirando un gran sospiro, e cercando di mostrarsi
+allegro:</p>
+
+<p>— Eccoci in porto — esclamò. — Dei pericoli
+non ce n’è più. Mi aspettino qui; io corro a prendere
+il mio legnetto, lo conduco laggiù, dove la
+stradicciuola del monte fa capo alla strada maestra,
+e in un batter d’occhio saremo lontani dal paese....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span></p>
+
+<p>— E poi? — domandò don Innocente.</p>
+
+<p>— E poi, lei andrà dove vorrà, e queste signore
+proseguiranno la loro strada per Milano, se crederanno.
+Ma di ciò parleremo dopo... intanto io
+vado a prendere il legnetto, perchè bisogna spicciarsi....</p>
+
+<p>— E se io me ne andassi subito? — chiese don
+Innocente. — Piglio la strada della montagna, e....</p>
+
+<p>— Lei si fermi, e mi aspetti; non abbandoni
+questa signora. Non vede?...</p>
+
+<p>— Oh! — esclamò la Cleofe con un grido acuto
+e piagnucolando — non c’è <i>Fleurette!</i>... abbiamo
+dimenticato la povera <i>Fleurette</i>.... Ah! signor Questore,
+signor cavaliere, come si fa? come si fa?</p>
+
+<p>Enrico s’accorse in quel punto che anche <i>Ugolino</i>
+non c’era. Rispose alla Cleofe con un gesto
+d’impazienza, ripetè a donna Fulvia che tra poco
+sarebbe di ritorno, e prese correndo una viottola
+che conduceva in paese.</p>
+
+<p>— Ma che cosa succederà, cosa succederà di
+<i>Fleurette?</i> — continuava ad esclamare la Cleofe
+agitata da un cattivo presentimento. E i cattivi
+presentimenti molte volte dicono il vero. Mentre
+Enrico percorreva le sale del palazzo a terreno,
+<i>Ugolino</i>, correndo e abbaiando, aveva in un attimo
+percorsi tutti i corridoi e tutte le stanze d’ogni
+piano che aveva trovate aperte; e entrato in
+guardaroba aveva veduto <i>Fleurette</i> adagiata sopra
+<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
+una poltroncina della Cleofe. <i>Ugolino</i>, quando
+compariva <i>Fleurette</i>, era abituato a darsela a
+gambe, con la coda abbassata, perchè qualcosa lo
+raggiungeva sempre, a tergo, bruscamente. Ma
+questa volta <i>Ugolino</i> capì che quello era un giorno
+diverso dagli altri, e si piantò dinanzi a <i>Fleurette</i>
+in aria di sfida, e con la coda alzata. <i>Fleurette</i>,
+gli rispose con un brontolìo ringhioso e pieno di
+disprezzo. <i>Ugolino</i> non potè più trattenersi; e in
+un salto le fu addosso a darle una pettinata. <i>Fleurette</i>
+mandò un guaito; poi dondolandosi, e a
+stento, saltò tutta affannata dalla poltroncina
+sul tavolino che c’era accanto, e da questo sul
+davanzale della finestra ch’era aperta. Di là guardando
+rabbiosa <i>Ugolino</i>, traverso i peli che le
+scendevan sugli occhi, ringhiò più forte di prima
+mostrandogli i denti. <i>Ugolino</i> fece per tornare
+a un secondo assalto; <i>Fleurette</i> diede un passo indietro,
+perdè l’equilibrio e scomparve. <i>Ugolino</i>
+cercò sotto le sedie; saltò sulle tavole; frugò dappertutto;
+andò nelle stanze vicine; corse su e giù
+per le scale, ma non trovò più la sua nemica, nè
+l’amico del suo padrone che aveva seguìto fin lì.
+Allora tra il rassegnato e il soddisfatto scese in
+giardino, saltò il muro, e prese diviato la strada
+di Santa Maria della Neve, con la lingua fuori e
+la coda alzata.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span></p>
+
+<h2>XXIV.</h2>
+</div>
+
+<p>Don Prospero, quando ricevette l’invito da don
+Innocente di venire alla sua funzione e di trattenersi
+poi a desinare, aveva fatto tra sè questo
+ragionamento: “Uno più uno meno, per esorcizzare
+gli spiriti, tanto fa; ma uno più uno meno
+per pigliarvi una sassata è un altr’affare; ci andrò
+al tocco, per il desinare.... Allora tutto sarà
+finito, e don Innocente vedrà che ho fatto onore
+a una parte almeno del suo invito.„</p>
+
+<p>Al batter del tocco don Prospero giungeva infatti
+alle prime case d’Orobio; ma, appena giuntovi,
+s’accorse che le sassate non eran finite, e
+che il desinare di don Innocente non sarebbe
+stato messo in tavola così presto. Si trovò subito
+in mezzo a capannelli agitati e a gente
+rabbiosa; si trovò tra la retroguardia insomma
+della folla che faceva baccano in paese. E, siccome
+tutti lo sapevano amico di don Innocente,
+<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
+capì che non c’era buon’aria neanche per lui;
+infatti ne vide parecchi che gli ammiccavano
+d’andarsene, ed altri che addirittura gli venivan
+già incontro con la faccia accigliata e col piglio
+provocante. Don Prospero però non si confuse;
+si fermò, si appoggiò colle due mani al pomo
+della mazza, e prese un fare neutrale, bonario e
+da paciere, come facevano i suoi di casa quando
+nasceva un tafferuglio nell’osteria; era pratico
+dell’avventore rissoso, e sapeva come va preso.
+In un momento tutti quelli ch’eran lì e quelli
+che mano mano sopraggiungevano, dopo averne
+picchiate o buscate, si affollavano intorno a don
+Prospero; e don Prospero seppe dire a ognuno
+la sua. Con uno conveniva, con l’altro distingueva;
+dava a tutti la loro parte di ragione e
+la loro parte di torto; si permetteva qualche
+amichevole rimprovero, e interrompeva i più arrabbiati
+con qualche barzelletta, un po’ sciocca
+s’intende, perchè piacesse subito a tutti. Li lasciò
+sfogare per una buona mezz’ora; e quando gli parve
+venuto il momento di fare una proposta — Figlioli, — esclamò, — volete
+un mio parere? — e
+alzando la mazza in attitudine di comando — Tutti
+in fila! armi in spalla! compagnia avanti!...
+andiamo a berne un bicchiere al <i>Pomo d’oro....
+marche!</i></p>
+
+<p>— Bravo don Prospero! Evviva! — E tutti a
+<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
+sghignazzare, e a seguir don Prospero per una
+stradicciuola che conduceva al <i>Pomo d’oro</i>.</p>
+
+<p>Don Prospero, con la sua manovra militare,
+aveva reso senza saperlo un servizio anche a
+Enrico che in quel momento appunto scendeva
+per la falda del monte, ove aveva lasciato donna
+Fulvia in un capannone, per andare in cerca del
+vetturale. Enrico, con sua sorpresa, trovò tutto
+sgombro e silenzioso il piazzale a cui metteva
+capo la strada maestra, e ch’era il punto più comodo
+per imbarcare donna Fulvia. Corse a chiamare
+il vetturale che abitava poco distante, e
+in meno di mezz’ora riuscì a far tutto felicemente,
+e a partire, senza che nessuno li vedesse, in una
+carrozzuccia con donna Fulvia e con la Cleofe.</p>
+
+<p>Donna Fulvia e la Cleofe eran più morte che
+vive. Donna Fulvia pallida, irrigidita, non apriva
+bocca; e di tanto in tanto cercava nascondere le
+contrazioni convulse della faccia con la pezzuola,
+lacerandola nel tempo stesso coi denti. La Cleofe
+se ne stava tutta rannicchiata, e continuava a
+tener turate le orecchie con le mani per non riudire
+quelle voci e quegli schiamazzi d’Orobio.</p>
+
+<p>L’allontanarsi dal paese, l’esser fuori d’ogni
+pericolo, non bastarono a metter in calma donna
+Fulvia, e a darle un po’ di giovamento; il suo stato
+si andava anzi mano mano facendo sempre peggiore.
+Lo spavento doveva essere stato ben grave,
+<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
+poichè ogni tratto le pigliavan degli attacchi di
+nervi e degli svenimenti da impensierire anche
+chi ne fosse pratico più d’Enrico; il quale intanto
+cercava di mostrare la sua buona volontà
+or facendo fermare il legnetto, or andando in
+cerca d’un po’ d’acqua, or rassicurandola con
+delle buone parole. Non s’era mai trovato in un
+impiccio simile; e a renderglielo anche più seccante,
+ci si univa la Cleofe, la quale a ogni
+svenimento di donna Fulvia si metteva a strillare,
+e si credeva in dovere di svenire anche lei.
+Svenne, e strillò più d’una volta anche a proposito
+di <i>Fleurette</i>; e Enrico dovette per tranquillarla
+scendere a un casolare, perdere una buona
+mezz’ora, cercare un messo e spedirlo a Orobio
+per dire a quei di casa che andassero in cerca
+della cagnina. Che bel viaggio! Ci furono dei
+momenti in cui Enrico non sapeva proprio più
+che fare; se fermarsi, se proseguire, se ritornare
+a qualche villaggio attraversato da poco; e avrebbe
+finito di certo col far scendere donna Fulvia in
+qualche locanda, se donna Fulvia, ogni volta che
+egli gliene mostrava l’intenzione, riprendendo per
+un minuto tutta l’energia la più imperiosa di cui
+era capace, non si fosse opposta dichiarando di
+voler continuare il viaggio a ogni patto, viva o
+morta, fino a sera, fino a Milano, fino a casa.</p>
+
+<p>Arrivati in una borgatella, ch’era il capoluogo
+<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
+del mandamento, poteron mutare il legnetto in
+una carrozza a due cavalli, e continuare il viaggio
+meno disagiatamente e d’un passo più sollecito.
+Poichè si doveva tirare innanzi urgeva ora spicciarsi
+per arrivare in fine della valle, prima che
+fosse ripartito l’ultimo treno della strada ferrata
+che conduceva a Milano. Donna Fulvia non migliorava;
+si capiva ch’essa faceva de’ grandi sforzi
+sopra sè stessa, ma che si sentiva un gran male.
+Lo si capiva anche dall’espressione che pigliava
+di tanto in tanto la sua fisonomia ogni volta
+che Enrico le indovinava qualche nuova sofferenza,
+e le usava qualche nuova attenzione; era
+un’espressione che lasciava intravvedere qualcosa
+d’un po’ più raddolcito, e che pareva quasi un
+principio di riconoscenza. Quell’espressione era
+per Enrico un gran fatto; e bastava, non solo a
+rinnovargli la pazienza, ma a riempirgli il cuore
+di speranza e di entusiasmo; raddoppiava allora
+di zelo, e cercava ogni maniera più delicata di
+rendersi utile, mettendo in ogni suo atto una
+premura e un affetto quasi filiali. Diventava
+paziente e premuroso fin con la Cleofe; la quale,
+all’infuori di quei pochi momenti felici in cui si
+addormentava, avrebbe fatto scappar la pazienza
+a un santo, or col lamentarsi di tutto, or col ripigliare
+una cert’aria piagnucolosa, or col dire
+di avere una gran fame, or col sospirare per
+<i>Fleurette</i>.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span></p>
+
+<p>Finalmente arrivarono alla stazione, e ci arrivarono
+in tempo per poter ripartire subito per
+Milano. Prima di ripartire, Enrico, dopo averci
+pensato e ripensato, s’era deciso a mandare un
+telegramma al marchese Ettore, dicendogli che
+erano accaduti de’ guai a Orobio, che donna Fulvia
+si era molto spaventata, ch’era in viaggio
+per Milano e ch’era molto sofferente. Donna Fulvia,
+quando udì il fischio della locomotiva che
+ripartiva, tirò un gran respiro, e parve per un momento
+tutta riavuta e calma. Nel compartimento
+della carrozza erano soli: Enrico si era seduto in
+un angolo, e taceva; la Cleofe dopo una mezz’ora
+s’era addormentata. Donna Fulvia, a cui quel
+riposo e quel sentirsi lontana da ogni pericolo
+cominciò a mettere un po’ di tranquillità e un
+po’ d’ordine nella mente, prese a riandare gli avvenimenti
+della giornata e a capacitarsi di tutto
+quello ch’era accaduto. Il suo pensiero correva
+a Orobio, alla sua casa che le pareva di veder
+abbruciata e distrutta, a don Innocente, a <i>Fleurette</i>:
+alla povera e abbandonata <i>Fleurette</i>. E di
+pensiero in pensiero, venne a un tratto a domandarsi
+chi mai fosse il suo misterioso salvatore,
+quel giovane che le stava seduto dinanzi taciturno
+e pensieroso anche lui, e che rammentava
+d’aver veduto, accanto a sè in tutto quel giorno,
+in tutte quelle peripezie, e sempre tanto premuroso,
+<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
+tanto amorevole. “Ma chi mai può essere?„
+andava dicendo tra sè donna Fulvia. “La Cleofe,
+se ben mi ricordo, l’ha chiamato signor <i>cavaliere</i>,
+signor <i>Questore</i>.... E già non può esser
+altro.... quantunque non lo si direbbe, così giovane,
+con quel tratto così sommesso, con quella
+dolcezza.... come farà a pigliare i ladri?... Ma già
+non può esser altro.„ Finalmente, non potendo
+più trattenersi per la curiosità, si decise di rivolger
+la parola a Enrico, e lo fece col principiare
+a dir male del Governo “il quale non s’era messo
+dalla parte di don Innocente, come sarebbe stato
+dover suo; e così, se era avvenuta una rivoluzione,
+la colpa era tutta del Governo.„ Enrico
+la lasciò sfogare, e poi alla sua volta le domandò
+come fosser principiati quei guai ch’egli infatti
+non conosceva ancor bene.</p>
+
+<p>— Ecco! — saltò su allora donna Fulvia; — lo
+diceva ben io che il Governo non sa mai
+nulla, e non fa mai nulla! Anche lei dunque non
+ne sapeva niente? lo confessa!</p>
+
+<p>— Ma io non sono il Governo — rispose Enrico
+sorridendo.</p>
+
+<p>— Lei però è il Questore.</p>
+
+<p>— Oh perdoni, signora, lei si sbaglia di molto;
+non sono davvero il Questore....</p>
+
+<p>— Ma è però un impiegato del Governo....</p>
+
+<p>— Neppure....</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span></p>
+
+<p>— Ma allora chi è lei? — esclamò donna Fulvia
+con una espressione in cui alla curiosità si
+univa una certa inquietudine. E fissandolo, stette
+ad aspettare la risposta.</p>
+
+<p>Enrico si fece rosso in viso, ed ebbe un momento
+di esitazione. Tutto in quella difficile giornata
+gli era riuscito così bene fin lì; poco gli
+mancava a compire quella sua inattesa missione,
+a ricondurre donna Fulvia tra i suoi, a entrare
+egli stesso in quella casa ove aveva disperato
+d’essere accolto mai più, e a entrarvi come il
+benvenuto, come un salvatore.... Enrico non ebbe
+il coraggio di rompere quell’incantesimo e di svelarsi,
+lì per lì, a donna Fulvia.</p>
+
+<p>— Oh certamente, lei non mi può conoscere, — rispose
+Enrico con un fare un poco impacciato,
+e che voleva parere disinvolto. — Ma in
+Orobio son conosciuto.... sono anch’io di quei
+paesi. Oggi appunto dovevo ripartire per Milano,
+ove abito da qualche tempo, quando passando
+per caso vicino al suo palazzo, incappai in quella
+turba di indemoniati; vidi il pericolo, e... ringrazio
+la fortuna che m’ha fatto arrivare in tempo
+per esser utile a qualcosa....</p>
+
+<p>— E dica pure a rendermi un gran servizio, — disse
+allora donna Fulvia con un accento solenne
+e cortese. — Lei dunque troverà naturale
+e giusto il mio desiderio di conoscere il nome
+<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
+della garbata persona a cui devo la mia riconoscenza.</p>
+
+<p>— Oh, se non si trattasse che di ciò, le domanderei
+il favore di non occuparsi neppure del
+mio povero nome; ma pure farò come le aggrada....
+e domattina, poichè ho lasciato il portafogli a
+casa, le manderò il mio biglietto di visita, non
+dubiti.</p>
+
+<p>Donna Fulvia abbassò il capo, e non disse altro;
+un po’ per far capire al suo interlocutore
+ch’essa non chiedeva due volte la medesima cosa,
+e un po’ perchè cominciava a sentirsi male da
+capo.</p>
+
+<p>Arrivati a Milano, trovarono alla stazione il
+marchese Ettore e la marchesa Bianca. Il marchese,
+che conosceva l’umore di sua suocera, s’affrettò
+a buon conto a far le maraviglie nel vederla
+arrivare, dicendole ch’era venuto con Bianca
+a salutare degli amici partiti in quel momento.
+La marchesa Bianca riconobbe subito Enrico, e
+poco mancò non facesse una grande esclamazione;
+ma Enrico la trattenne a tempo con un gesto
+supplichevole, e con l’ammiccarle di star zitta.
+Donna Fulvia poteva reggersi appena, e cercava
+di farsi forte non volendo dire, lì per lì,
+il motivo di quel suo pronto ritorno; ma la
+Cleofe, prese subito a spiattellar tutto l’accaduto,
+esclamando a ogni quattro parole che <i>Fleurette</i>
+<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
+era scomparsa, e che se non ci fosse stato “<i>quel
+signore lì</i>„ tanto lei che la padrona sarebbero
+state ammazzate.</p>
+
+<p>— Tacete, — diceva intanto con un fil di voce
+donna Fulvia, — andiamo a casa.... vi dirò tutto....
+Sì, bisogna ringraziare <i>quel signore</i>.... ma andiamo
+a casa.... subito, subito....</p>
+
+<p>Il marchese e Bianca, ai quali le parole della
+Cleofe avevano aumentato lo stupore e l’agitazione,
+fatta venir subito la carrozza, vi adagiarono
+donna Fulvia; disser piano al servitore che
+andasse a chiamar il medico; e pregarono il <i>gentile
+signore</i> a venire a casa con loro per conoscere
+meglio l’accaduto, e per poter meglio ringraziarlo
+di quanto aveva fatto.</p>
+
+<p>Il giorno dopo, donna Fulvia era a letto con
+un febbrone accompagnato da qualche accesso di
+delirio. Per parecchi giorni la casa fu tutta sottosopra;
+e Enrico, in tutte l’ore che aveva di libertà,
+era in casa di donna Fulvia, chiamato, pregato
+da tutti, rendendo a quanti c’erano mille servizi,
+preziosissimi in quel trambusto, e resi da lui
+tanto più grati poichè li accompagnava con una
+buona volontà inesauribile. Si pensi quale gioia
+secreta, quali speranze, fossero entrate nell’animo
+d’Enrico vedendosi a un tratto così bene accolto,
+così festeggiato da tutti in quella casa! Ma ci fu
+anche di meglio. Il marchese Ettore, che a proposito
+<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
+di Cristina, come s’è visto, aveva da un
+pezzo preso in cuor suo il suo partito, pensò subito
+di non lasciarsi sfuggire un momento così
+opportuno per avviare le faccende a quella tal
+conclusione che, a conti fatti, gli pareva la meno
+peggio. Il giovane gli era piaciuto; era modesto,
+di belle maniere, innamorato, disinteressato, quale
+insomma ci voleva; tanto più che alla vocazione
+di Cristina per il monastero il marchese persisteva
+a non crederci. Detto fatto, il marchese
+Ettore fece un mattino chiamare a casa sua Enrico;
+ebbe con lui un lungo discorso; lo fece
+tornare il mattino seguente, e dopo un secondo
+colloquio d’un paio d’ore, furon veduti uscire insieme
+dal salotto, e salutarsi con molte strette di
+mano: il marchese aveva l’aria soddisfatta, e
+Enrico era tutto acceso, e pareva scoppiasse per
+la gioia.</p>
+
+<p>Per alcuni giorni non ci fu altro di nuovo.
+Enrico era tutto trasformato; allegro, inquieto,
+fiducioso, impaziente: e sir Arturo, una volta al
+giorno, lo consigliava a trattenere la gioia, a non
+scrivere a don Cornelio, e ad aspettare con calma
+la guarigione di donna Fulvia, la quale andava
+lentamente migliorando. Enrico replicava, e sir
+Arturo non diceva altro.</p>
+
+<p>Una mattina sir Arturo non vide venire all’ora
+solita Enrico; non lo aspettò, e difilato andò a
+<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
+casa sua. Enrico era nel suo studiolo, presso la
+scrivania, col capo tra le mani, e con gli occhi
+fissi su una letterina che gli stava spiegata dinanzi.
+Pareva impietrito, e il suo sguardo aveva
+qualcosa di desolato e di spento come di chi
+sente venir meno la vita o la ragione.</p>
+
+<p>La letterina diceva così:</p>
+
+<div class="blockquote">
+
+<p class="indl">
+“<i>Pregiatissimo signore</i>,
+</p>
+
+<p>“Ho parlato con mia suocera, come eravamo
+intesi; ma con mio vivo dispiacere devo dirle
+ch’essa non ha creduto di accordare quel consenso
+che io le avevo chiesto, animato da un vivo
+e sincero interessamento per lei. Il rifiuto di mia
+suocera è assoluto; e non mi pare che lasci adito
+a speranze per l’avvenire.</p>
+
+<p>“Serberò sempre il più grato ricordo dei ritrovi
+che ho avuti con lei; e la prego di nuovo
+ad accogliere i sentimenti di riconoscenza miei
+e di mia moglie per tutte le cure e le cortesie
+ch’ella ha usate a mia suocera.</p>
+
+<p>“Accolga i sentimenti della mia maggior stima,
+e mi abbia sempre suo devotissimo</p>
+
+<p class="indr">
+“<span class="smcap">Ettore di Chiaravalle</span>.„
+</p>
+
+</div>
+
+<p>Il marchese Ettore dicendo d’aver fatta la parte
+sua con interessamento, diceva la verità. Alla vocazione
+di Cristina egli ci credeva poco, e sapeva
+<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
+che ci credevan poco anche altri; altri che non
+ristavano dal domandare ancora al Padre Felice
+delle informazioni sulla dote. Sua moglie poi, la
+marchesa Bianca, aveva pigliato fuoco di nuovo
+per il lieto fine del romanzetto della cugina e
+poteva benissimo commettere una qualche grossa
+imprudenza. Era dunque, tutto sommato, un affare
+in cui non ci vedeva chiaro; un affare che
+avrebbe voluto veder finito presto, col minore dei
+mali, e tenendone lui la direzione. Ci si era messo
+dunque di buona volontà, e con tutte le precauzioni;
+fin con quella di far assistere come complice
+anche il Padre Felice al discorso, pensato
+e preparato, che andò a tenere a donna Fulvia.</p>
+
+<p>Donna Fulvia, appena le fu svelato dal marchese
+il nome del suo misterioso protettore, si
+rizzò sul letto, si acconciò in testa rabbiosamente
+la cuffia, e cominciò a fare delle domande ironiche
+e delle esclamazioni sdegnose. Poi venne subito
+a una conclusione; e la sua conclusione fu
+che l’accaduto era tutto un intrigo combinato tra
+don Cornelio e quel giovinotto; i disordini d’Orobio,
+le minacce alla sua casa, la comparsa del
+salvatore, non erano, a suo dire, che una trama
+per arrivare a uno scopo; era chiaro, era certo,
+e lei ne era sicurissima. A smovere donna Fulvia
+da questo ragionamento nel quale s’era piantata,
+c’era voluto da prima tutta la pazienza del Padre
+<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
+Felice, e l’impazienza da ultimo del marchese.
+Donna Fulvia finalmente s’era tranquillata, ed
+era rimasta a udire in silenzio i suoi interlocutori;
+poi, venuta al punto di pronunziare una risposta,
+aveva detto con una certa solennità e in
+tono asciutto e severo: — Il mio consenso a questo
+matrimonio non ci sarà mai, mai!</p>
+
+<p>Dopo questo <i>mai</i>, diventò più rasserenata e tranquilla;
+e il medico, pochi giorni dopo, diede alla
+famiglia il felice annunzio che donna Fulvia era
+entrata in convalescenza.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span></p>
+
+<h2>XXV.</h2>
+</div>
+
+<p>Tre mesi dopo, il sindaco d’Orobio, che cominciava
+appena a riavere un po’ di pace dopo i sopraccapi
+avuti in conseguenza della processione
+di don Innocente e delle busse ricevute, — egli
+diceva date, — in quell’occasione dai suoi amministrati,
+colpito ora da un nuovo avvenimento ben
+più doloroso si trovava da alcuni giorni a Santa
+Maria della Neve a compirvi un mesto ufficio. Era
+morto don Cornelio, ed egli era il suo esecutore
+testamentario.</p>
+
+<p>La morte di don Cornelio non era stata annunziata
+da nessuno, ma la notizia si era sparsa in un
+baleno, di voce in voce, di casa in casa, in tutta la
+valle, come l’annunzio d’una comune disgrazia. I
+terrazzani di Orobio e dei paeselli vicini, giovani,
+vecchi, donne, fanciulli, erano andati a Santa Maria
+della Neve, tutti in massa, per il funerale del
+<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
+buon curato; e la lunga e silenziosa processione
+era scesa dal monte portando seco quella salma
+venerata, per averla sempre vicina nel camposanto
+d’Orobio. Nessuno aveva scritto l’elogio funebre
+di don Cornelio, nessuno aveva pronunziato discorsi
+sulla sua tomba; ma sulle facce avvizzite
+dal sole e dagli stenti di quella folla che ne circondava
+l’umile feretro, scendevano delle lacrime
+grosse grosse; e chi aveva una tribolazione in
+cuore si raccomandava a don Cornelio, per la sua
+intercessione, come a un Santo.</p>
+
+<p>Il testamento di don Cornelio, un testamento
+di poche righe, era accompagnato da una lettera
+diretta al signor Vincenzo.... sindaco di Orobio,
+scritta poche settimane prima della sua morte.
+La lettera cominciava così: “Carissimo signor
+Vincenzo. Io muoio povero, tanto povero che
+quasi ne arrossisco; non sorrida dunque se l’ho
+chiamato mio esecutore testamentario; ma ho pure
+qualche ultimo desiderio da confidare, qualche
+ultimo servizio da chiedere a un amico. E ho pensato
+a lei; a lei, che m’ha sempre voluto bene anche
+quando mi sgridava, non è vero? a lei, che posso
+chiamare il mio ultimo amico.„ E innanzi tutto
+gli raccomandava, con parole piene di lacrime,
+la sua buona sorella Angelica; poi gli parlava di
+Enrico e di Cristina, e lo pregava di averli a
+cuore, di vegliare su loro, di continuare la parte
+<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
+sua ove potesse; lo pregava di esaminare tutte
+le sue carte e le lettere, per abbruciarle o ritirarle
+come gli sarebbe parso meglio; e gli raccomandava
+infine di farlo seppellire nel cimitero
+d’Orobio ove riposavano i suoi antichi parrocchiani,
+i suoi vecchi amici d’un tempo.</p>
+
+<p>Il signor Vincenzo aveva raccolta in casa sua
+la sorella di don Cornelio, e aveva provveduto
+alle cose più urgenti; poi era andato a passare
+alcuni giorni a Santa Maria della Neve per riunire
+le masserizie, per esaminare le carte, per
+adempire, insomma, meglio che poteva ai desideri
+del povero curato. Passava delle ore tutto assorto
+nel suo pietoso ufficio; e di tanto in tanto nel
+ripiegare una lettera, o nel leggere una minuta
+di don Cornelio, si asciugava gli occhi col dorso
+della mano, e poi picchiava un gran pugno sul
+tavolino. Una delle prime lettere che gli era venuta
+sott’occhio, e ch’era l’ultima ricevuta da
+don Cornelio, era scritta dal superiore provinciale
+delle Missioni per annunziargli la morte del suo
+antico coadiutore, don Luigi, ammazzato in un
+villaggio della China.</p>
+
+<p>Nella cassetta d’un armadio trovò un fascio di
+lettere, tutte con la data del quarantotto. Erano
+in parte lettere di amici di don Cornelio, e in
+parte lettere sue ai suoi di casa, scritte dal campo.
+Il signor Vincenzo ci passò una giornata intera
+<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
+su quelle lettere; le leggeva avidamente, le rileggeva,
+e non sapeva staccarsene. Si rammentava
+poco di quei tempi, poichè non era in allora che
+un ragazzotto; e quelle lettere lo trasportavano
+in un mondo lontano lontano, a respirarvi un’aria
+alta e pura di entusiasmo e di patriottismo,
+che gli ricordava il cinquantanove, ma che aveva
+un profumo ancora più acuto di poesia e di fede.
+Col fascio delle lettere c’eran le nappine d’oro
+del cappello, la medaglia di Pio IX, e una croce
+di panno rosso, ch’erano i distintivi di don Cornelio
+quando fu cappellano dei volontari.</p>
+
+<p>In un’altra cassetta c’eran le lettere del conte
+Maurizio, quelle di Enrico, e di Cristina. Nelle
+lettere d’Enrico c’era tutto quello che sappiamo
+noi, fino alle ultime sue speranze e all’ultimo no
+di donna Fulvia. Ma tutto ciò riusciva in gran
+parte novissimo al signor Vincenzo, il quale non
+ne aveva fino allora avuto che quelle notizie incerte,
+e quelle induzioni, che correvano nella bottega
+dello speziale. Non è a dirsi dunque con
+quanto interesse aveva lette quelle lettere; quanto
+n’era stato commosso; e quanti pugni aveva picchiati
+sul tavolino. Ogni volta poi che dava un
+pugno esclamava: — Ah questa poi la vedremo!
+poveri figlioli! Ma se l’han fatta tenere a loro, e
+al povero don Cornelio, non la faranno tenere a
+qualche altro! e questo <i>qualche altro</i> sarò io! Precisamente!
+<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
+Voglio diventar io il protettore di quei
+figlioli! Oh, allora la vedremo! — E aveva già
+principiato a mulinare nella mente vari progetti
+uno più terribile dell’altro. Alla fine però aveva
+trovate due lettere che l’avevano messo in qualche
+imbarazzo; due lettere di cui non sapeva darsi
+la spiegazione, e che gli intorbidavano un po’ le
+idee appunto sul da farsi. Eran due lettere scritte
+da poco, una era di Cristina, e l’altra della Madre
+Superiora del suo convento. La lettera della
+Madre Superiora era questa:</p>
+
+<div class="blockquote">
+<p>
+“Al Molto Reverendo signor curato di Santa
+Maria della Neve, già curato di Orobio.</p>
+
+<p>“Faccio riscontro con la presente alla riveritissima
+di Lei lettera, che ho considerata attentissimamente
+con le deboli mie forze, e che ho sottoposto
+anche ai consigli ed ai lumi ben più fulgidi
+di persone alle quali ci dirigiamo nei casi
+riflessibili. Quando la giovane Cristina, a mezzo
+della signora Contessa Fulvia Orsenigo, ci dichiarava
+la sua improvvisa chiamata e la sua celeste
+vocazione, la prefata signora Contessa ben ci preveniva
+che qualche mondano attaccamento, e inevitabile
+disinganno, avesse potuto influire sulla
+giovane, e potesse tuttora anche sussistere in
+qualche punto dell’animo della medesima. In conseguenza
+di ciò, dopo esserci consultate, abbiamo
+stabilito, come già ebbesi a fare in qualche altra
+<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
+analoga delicata contingenza, di differire prudenzialmente
+con pretesti bene scelti il regolare incominciamento
+dell’anno di prova, ossia Noviziato.
+Imperciocchè non vogliamo Suore non <i>chiamate</i>,
+nè Novizie disdicentisi. Devo però dirle parimenti,
+a di Lei tranquillità ed a comune edificazione,
+che la giovane Cristina dimostrò subito
+un ardore soprannaturale per la sua nuova vocazione;
+ardore che può dirsi vada sempre crescendo,
+per modo che nella sua innocente semplicità
+non sa comprendere come si ponga in certo
+qual modo freno alla esecuzione d’un desiderio
+ch’essa invoca perfino con inquietudine e con
+impazienza.</p>
+
+<p>“Epperò, le informazioni che Ella ci manda, e
+le sue esortazioni prudenti e caldissime ci impongono
+certamente il dovere di una raddoppiata
+vigilanza, e continueremo ancora qualche tempo
+a fare uno sgradito contrasto alle preghiere della
+giovane, contrasto che le renderà tanto più bello
+e lucente il giorno dell’accondiscendimento. Ben
+lieta poi di obbedire ai di Lei desideri, non mancherò
+di mandarle notizie e di tenerla informata
+sull’andamento dell’animo della giovane, e su
+quanto si manifestasse nel medesimo. Ci sarà poi
+veramente grata la visita che lei ci promette appena
+glielo permetterà la salute, e per questa facendo
+i miei umili, ma ardentissimi voti, passo
+<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
+a riverirla con tutto il massimo ossequio, e a
+rassegnarmi nel medesimo tempo obbedientissima
+serva</p>
+
+<p class="indr">
+<span class="smcap">Suor Agnese</span><br>
+<i>Superiora della Casa di</i>....„
+</p>
+
+<p>“P. S. Ho consegnato alla giovane la lettera da
+Lei direttale, ed ho permesso alla medesima che
+le riscontrasse liberamente come a persona della
+famiglia.„
+</p>
+</div>
+
+<p>Questa poi era la lettera di Cristina:</p>
+
+<div class="blockquote">
+
+<p class="indl">
+“<i>Don Cornelio!</i>
+</p>
+
+<p>“Ho riconosciuto subito i suoi caratteri dalla
+soprascritta, e ho pianto di commozione e di gioia
+prima ancora d’avere aperta la lettera. Poi, prima
+di leggerla, ho cercato il suo nome, e l’ho baciato
+come avrei baciato il mio povero babbo. Oh,
+don Cornelio, quante vicende, e quante lacrime
+in così poco tempo! Alle volte mi passo la mano
+sulla fronte per destarmi da questo sogno angoscioso;
+ma poi la mano ricade, e sono sveglia, e
+tutto è vero, tutto.... Oh ma non creda ch’io sia
+infelice! lo sono stata, è vero, ho pianto lungamente,
+ho creduto di morire.... ma poi a
+un tratto ho ricevuto una grazia dal Cielo, una
+grande grazia, e fu una calma, una serenità, un
+benessere indicibile, una specie di felicità che ha
+<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
+inondata tutta la mia anima. Mi affretto a dirglielo
+perchè non mi compianga, perchè se ne rallegri
+con me, e con me ringrazi il Signore. Oh come
+mi sento tranquilla e felice! Alle volte, quando
+mando un’occhiata fuggevole al passato mi sento
+quasi ricadere in quelle angosce che credevo d’avere
+dimenticate; ma allora corro subito all’altare
+della Vergine, o tra le care compagne e le
+buone Suore di questa Casa, e subito mi ritorna
+il sorriso sulle labbra e la quiete nel cuore.</p>
+
+<p>“Ho letto mille volte la sua lettera, e l’ho sempre
+con me. Mi creda, don Cornelio, anche stamani
+ho potuto rileggerla tutta, due volte di seguito,
+fino in fine, senza piangere, e riflettendo
+pacata su quanto lei mi dice con tanta amorevolezza
+e con tanta serietà. No, don Cornelio, nessuna
+esagerazione, nessuna illusione o esaltamento
+dell’animo hanno potuto, o possono, farmi velo
+alla verità e alla riflessione tranquilla sui miei
+doveri e sulla mia vocazione. Quel matrimonio,
+ch’era stato il mio sogno dorato d’un momento,
+mi sembrerebbe ora quasi un desiderio colpevole.
+La zia non lo vuole; non me ne disse tutte le
+ragioni, ma certo devono essere gravi se il solo
+pensiero la rendeva così agitata e così afflitta. E
+lei sa tutto ciò ch’io devo alla zia! Se il nome
+del mio povero, del mio adorato babbo, potè sopravvivere
+amato e benedetto, se nessuna accusa,
+<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
+nessun lamento, nessuna ombra ha potuto offuscarlo,
+io lo devo alla zia. Ed io avrei dovuto per
+un desiderio tutto mio contrariare, offendere, chi
+nel mio babbo, mi aveva tanto beneficata? O avrei
+dovuto mancare alla parola che avevo data, glielo
+confesso, a quel mio fratello d’infanzia.... così
+buono.... Oh no, no, solo a pensarvi mi si confonde
+la ragione come se pensassi a un delitto. Oh, no,
+mio buon Enrico!</p>
+
+<p>“In allora, fu in questa contrarietà, in questa
+lotta di sentimenti, che mi venne improvvisamente
+additata dal Cielo la nuova via che mi condusse
+dalla disperazione alla pace della coscienza. Oh,
+don Cornelio, lo dica anche a lui, a Enrico, ch’io
+non soffro più; gli dica ch’io non ho mancato
+così a nessuno de’ miei doveri; che mi perdoni
+se lo afflissi.... perchè ne son sicura che anch’egli
+ha pianto; gli dica che il pensiero del suo perdono
+sarà un gran conforto per me. Gli dica
+che non lo dimenticherò.</p>
+
+<p>“Ora mi sforzo, è vero, di non pensare più a
+lui, ma quando avrò pronunziati solennemente i
+miei voti, e avrò così rafforzata maggiormente
+l’anima mia, allora, mi pare, potrò guardare più
+serena il passato, allora potrò mandare anche a
+lui un pensiero più frequente di affetto fraterno
+e celeste.</p>
+
+<p>“Sospiro quel giorno, giorno di pace per sempre.
+<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
+L’ottima nostra Superiora, non so perchè, me
+lo ritarda. È certamente una maggior prova che
+vuole da me. Obbedisco rassegnata pensando che
+questa è oramai la mia unica contrarietà.</p>
+
+<p>“Don Cornelio preghi per me. Mi saluti la signora
+Angelica, e le dica che la rammento sempre,
+che la stringo al cuore, e, come una volta, la
+soffoco di baci. Mi saluti tutti, mi ricordi a tutti.
+Oh quante volte alle rondinelle che passano, — andate,
+dico loro, a posarvi, rondinelle, sul campanile
+del mio paese, e gridate a tutti un saluto di
+Cristina.... Andate, rondinelle, nella mia casa, nella
+cara mia casa, e fateci voi il vostro nido felice!...</p>
+
+<p>“Don Cornelio, le domando genuflessa la sua
+benedizione. Mi scriva ancora, qualche volta ancora....
+mi scriva presto.... Il Cielo ne lo rimunererà.</p>
+
+<p class="indr">
+“<span class="smcap">Cristina</span>.„
+</p>
+
+</div>
+
+<p>Il signor Vincenzo aveva letto un par di volte
+questa lettera, e nel ripiegarla tutto commosso, si
+era domandato: “Com’è questa faccenda?„ Poi ci
+aveva pensato su; ma ci si imbrogliava.... “Che
+questa fanciulla, diceva tra sè, volesse farsi monaca
+davvero?„ E questo dubbio lo sconcertava
+non poco; bisognava dunque rinunziare al raccapriccio
+d’aver scoperta una trama di monache e
+di preti, e alla gloria dello sventarla; bisognava
+<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
+rassegnarsi a non far nulla. Ma anche questa conclusione
+non gli piaceva; e di tanto in canto esclamava
+tra sè: “Eppure un mistero ci deve essere,
+ed io ci andrò in fondo.„</p>
+
+<p>“Io ci andrò in fondo!„ andò ripetendo il
+signor Vincenzo per parecchi mesi, cercando sempre,
+senza trovarlo il bandolo per cominciare.
+Ma bisogna anche dire che il bandolo più facile
+e naturale, il bandolo indispensabile, gli era sfuggito
+di mano, e non l’aveva più potuto ritrovare.
+Egli aveva scritto subito a Enrico per partecipargli
+la morte di don Cornelio, ma non aveva
+ricevuta risposta; gli aveva scritto da capo, e
+allora gli era venuta una lettera di sir Arturo,
+nella quale secco secco gli si diceva che Enrico
+era gravemente ammalato. Dopo qualche tempo
+scrisse ancora; scrisse più volte, ma la risposta
+non veniva mai.</p>
+
+<p>In quel frattempo, il signor Vincenzo aveva
+anche provveduto a onorare più che poteva la
+memoria del suo povero amico. Aveva scritta
+e fatta stampare una commemorazione; aveva
+mandate delle corrispondenze ai giornali della
+provincia, e promossa una sottoscrizione per mettere
+una bella lapide alla memoria di don Cornelio
+nel cimitero d’Orobio. La lapide gli aveva
+procurato dei dispiaceri con lo speziale, il quale
+voleva farci incidere una sua lunga iscrizione in
+<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
+latino. — Che latino! — diceva il signor Vincenzo, — all’iscrizione
+ci ho pensato io. Poche parole....
+ma che diranno molto a chi <i>capisce il latino!</i> — E
+pare che don Innocente quel latino l’avesse
+capito perchè sulle prime ci aveva arricciato il
+naso; ma poi aveva finto d’essersi sbagliato vedendo
+che il sindaco pigliava foco.</p>
+
+<p>Ma intanto passavano le settimane, passavano
+i mesi, e il signor Vincenzo non era riuscito a
+far nulla per quei due figlioli che gli aveva tanto
+raccomandati don Cornelio; non era riuscito neanche
+a principiare, neanche a sapere s’eran vivi
+o s’eran morti. Nè sir Arturo, nè Enrico non
+avevano risposto più. Il signor Vincenzo cominciava
+a essere malcontento di sè, e quando la signora
+Angelica, con uno sguardo pieno di malinconia,
+lo guardava in silenzio come se aspettasse
+da lui una risposta, egli si fingeva subito
+lontano le mille miglia; tanto aveva capito. Cominciava
+insomma a sentire un po’ di rimorso;
+e siccome poi amava le risoluzioni energiche,
+così un bel giorno decise di mettersi definitivamente
+all’opera, e di fare un progetto. Da quel
+momento egli non pensò più che al suo progetto;
+pensò, discusse con sè medesimo, fece e disfece
+propositi e disegni, s’impazientò parecchie volte,
+buttò via ancora alcune settimane, ma alla fine
+il disegno riuscì completo. Era un disegno che
+<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
+gli pareva proprio perfetto; pieno di astuzia e
+di previdenza, di domande avvedute e di risposte
+evasive, di discorsi concilianti, e di propositi
+fermi; un disegno in cui tutto era preveduto,
+fin la più piccola contrarietà la quale trovava
+subito accanto il suo ripiego; un disegno che cominciava
+con le buone, ma che poteva anche
+finire con un ratto, con una fuga, con un dramma.
+Per mettere in esecuzione questo disegno bisognava
+naturalmente andare a Milano, e rimanerci
+qualche tempo. Non era affar da nulla, ma era
+un affare deciso, e il signor Vincenzo si mise
+energicamente a fare i preparativi della partenza.
+Finiti i preparativi, fatta la valigia, salutati
+gli amici, il signor Vincenzo era sulle mosse,
+quando una grande notizia, una notizia che non
+era preveduta nel suo disegno, venne improvvisamente
+a fargli sospendere la partenza. Un telegramma
+del Valassina, risaputo in pochi minuti
+da tutto il paese, annunziava la morte di
+donna Fulvia.</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span></p>
+
+<h2>XXVI.</h2>
+</div>
+
+<p>Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia.
+Questa notizia venuta così improvvisamente,
+quando gli amici di casa avevano appena
+finito di congratularsi per la sua guarigione, fu
+un avvenimento non piccolo per il paese d’Orobio,
+per la parentela, pei conoscenti, e per quei
+gruppi di persone che stavano intorno a donna
+Fulvia. L’impressione fu grande, ma diciamolo
+pur subito, fu una impressione di stupore più
+che di dolore. Tutti a una voce magnificavano
+le virtù della defunta dama, tutti ne deploravano
+la perdita, tutti si sforzavano di parere afflittissimi,
+ma nessuno versava una lacrima. E passato
+quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò,
+si dileguò rapidamente. La memoria di
+donna Fulvia non aveva radici in quell’unico terreno
+che le conserva e ravviva, quello del cuore.
+A molti, anche tra i suoi beneficati, parve ora
+di respirare più liberamente; e anche sulla sua
+<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
+tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna
+Fulvia fosse stata un po’ meno benefica!„</p>
+
+<p>Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero
+l’ordine che si facesse un gran funerale
+anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne
+la direzione. Per una settimana il paese
+fu tutto in movimento; venne da Milano un paratore
+di grido, e l’antica e modesta chiesetta
+di don Cornelio scomparve sotto un subisso di
+drappi neri e di tele dorate, di cartelli, di stemmi,
+di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto
+nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle
+parature per tre giorni di seguito. La buona
+gente veniva a vedere e ad ammirare anche dai
+paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan
+piantate le loro botteghe in piazza; e gli
+oziosi facevano i conti valutando i parati a sacchi
+di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i
+preti che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi,
+e non ne mancava uno; meno don Prospero.
+Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la
+peronospora fa stragi anche nella sua valle, don
+Prospero non è più lui; è malinconico, è arrabbiato;
+ha ben altro pel capo che i passatempi,
+come dice lui; e nessuno non lo vede più, nè
+per vivi, nè per morti.</p>
+
+<p>Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli
+diede il funerale, non dimenticò il suo disegno:
+<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
+e lieto della venuta del Valassina, che nel suo
+disegno doveva avere una parte principalissima,
+gli si mise d’attorno, gli fece la corte, e con
+tutte quelle astuzie che aveva meditate cercò di
+farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò
+che gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a
+sentir lui, non sapeva niente di niente; non sapeva
+niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di
+nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che
+s’era detto. Il sindaco non si scoraggì; e pieno
+di fiducia nella propria energia e nel proprio
+disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo
+del funerale e poi d’andare diviato a Milano.</p>
+
+<p>Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era
+sulle mosse per la seconda volta, quando improvvisamente
+una brutta notizia venne a trattenerlo,
+e a fargli prendere poco dopo tutt’altra
+strada. Era morto in un paese della provincia
+di Cremona un suo cognato lasciando molti figli,
+molte faccende avviate e molti affari imbrogliati.
+Lettere sopra lettere lo chiamavano urgentemente,
+e dovette risolversi a metter da
+parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò
+che dopo due settimane, per assestare qualche
+suo interesse, ma annunziando che ripartiva subito,
+e che avrebbe dovuto rimanere assente per
+un pezzo. Diede anche la dimissione da sindaco.
+Fu un momento di dolore e di incertezza; ma il
+<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
+buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire
+a esser utile alla patria lasciò dare per ora
+il tratto alla bilancia dai doveri della famiglia.</p>
+
+<p>La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò
+soddisfatto d’aver compiuta bene la sua missione,
+ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie
+volte, durante quei mesi, era corso col pensiero,
+e con un certo rimorso, a Cristina, a Enrico
+e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi
+più. Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria
+nativa, e non c’era dunque da pensare a
+ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto
+mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di
+dodici dopo quella di don Cornelio; oramai non
+ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi.
+Così in cuor suo cominciava a poco a poco a
+rassegnarsi, esclamando qualche volta tra sè:
+“Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata!
+Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di
+là, o è in Inghilterra! Che fatalità! Ma!...„</p>
+
+<p>Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato,
+se ne stava nel suo studiolo discorrendo
+con lo speziale, e passando in rassegna gli errori
+del suo successore, il nuovo sindaco; quando
+a un tratto sentì la voce d’<i>Ugolino</i> che abbaiava
+in un certo modo diverso dal consueto. <i>Ugolino</i>,
+ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor
+Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non
+<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
+era più quel di prima; era malinconico, usciva
+poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava
+sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa
+volta invece abbaiava con quanta voce gli rimaneva,
+abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si
+capiva che intanto correva per la casa cercando
+o chiamando qualcuno. Il signor Vincenzo capì
+che si trattava di qualcosa di straordinario; si
+rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio,
+sentì un grido e delle esclamazioni che venivan
+dalla corte. Scese in fretta, e a piè della scala
+vide Angelica che con una insolita effusione di
+gioia abbracciava una signora, e anche un signore,
+che avevan l’aspetto di forestieri arrivati
+in quel punto.</p>
+
+<p>Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo,
+tra infinite esclamazioni di sorpresa e di maraviglia,
+stringeva nelle sue braccia i nuovi venuti,
+scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione
+e di gioia: pareva che scoppiasse
+anche lui per la consolazione! Poi tacquero a
+un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si
+guardaron in viso, e i loro occhi si riempirono
+di lacrime: tutto era detto tra loro.</p>
+
+<p>Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran
+venuti a Orobio per salutare i loro buoni amici,
+e per portare una corona di fiori sulla tomba di
+don Cornelio.</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span></p>
+
+<p>Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e
+li avrebbe anche voluti trattenere un po’ di
+giorni, ma dovette accontentarsi della promessa
+che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri
+d’Enrico l’avrebbero permesso. Passarono
+quella serata fino a mezzanotte, seduti tutti e
+quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso
+d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata
+ch’era scorsa per ciascuno di loro piena
+di vicende, di dolori e di sorprese. La Signora Angelica
+ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar
+Cristina e dal pronunziare il nome del povero
+don Cornelio; poi mandava benedizioni anche al
+marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte
+di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal
+convento, era andato in cerca d’Enrico, e aveva
+combinato il matrimonio. <i>Ugolino</i> se ne stava
+accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le
+orecchie tese, come se facesse la guardia per non
+lasciarsela portar via; e il signor Vincenzo discorreva,
+ora a voce alta con tutti, ora piano con
+Enrico, e lo informava degli avvenimenti più
+recenti d’Orobio e degli spropositi del nuovo
+sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina si accomiatarono
+per andare a letto, volle trattenersi un
+poco ancora con Enrico, a quattr’occhi, curioso
+di sapere com’era andato l’affare del convento, e
+desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico
+<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
+gli raccontò in breve le difficoltà che c’eran state,
+e tutta la prudenza che c’era voluta per far desistere
+Cristina dalla sua nuova risoluzione in cui
+credeva di aver impegnato la sua parola e la
+sua coscienza, e per ricondurla gradatamente alla
+vocazione vera e profonda del suo cuore. Il signor
+Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli
+il suo disegno. Il suo disegno era completamente
+riuscito, e gli pareva dunque che gliene venisse anche
+a lui la sua parte di merito. Ma il disegno,
+come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene
+tutti i particolari gli bisognò trattener
+Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli
+scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo
+alla sua camera.</p>
+
+<p>La mattina seguente, per tempo, si recarono
+nel camposanto. La lapide di don Cornelio era
+tutta coperta di corone, in parte appassite, in
+parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione
+che ci aveva fatto scolpire il signor Vincenzo,
+e che diceva così:</p>
+
+<p class="center">
+<span class="smcap">a don CORNELIO SACCHI<br>
+buon sacerdote, buon cittadino<br>
+che per trent’anni<br>
+fu parroco amatissimo d’Orobio<br>
+e morì nel 1880<br>
+ultimo in questa valle<br>
+dei preti patriotti del 1848.</span>
+</p>
+
+<p><span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span></p>
+
+<p>Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato
+al braccio del signor Vincenzo, rimasero,
+muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide
+di don Cornelio, compresi da quel risveglio di
+ricordi e di affetti, da quel sentimento di desolazione
+e di speranza che aleggiano intorno alla
+memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle
+loro tombe.</p>
+
+<p class="pad2 center large">
+<span class="smcap">Fine.</span>
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="footnotes">
+
+<h2>
+NOTE:
+</h2>
+
+<div class="footnote" id="note1">
+<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&#160;&#160;</span><i>Manuale Exorcistarum ac Parochorum, auctore</i> R. P. Candido
+Brugnolo Bergomensi. — <i>Bergomi. Tipis Rubei</i> <span class="smcap lowercase">MDCLI</span>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note2">
+<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&#160;&#160;</span><i>Manuale exorcistarum, Quaestio VII</i>, pag. 411.</p>
+</div>
+</div>
+
+<div class="tnote">
+<p class="tntitle">Nota del Trascrittore</p>
+
+<p>Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
+minimi errori tipografici.</p>
+
+<p>Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.</p>
+</div>
+
+<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77574 ***</div>
+</body>
+</html>
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+This book, including all associated images, markup, improvements,
+metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be
+in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES.
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+the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org.
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+jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize
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+status under the laws that apply to them.
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+Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for eBook #77574
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