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Treves. + + + + +IL CURATO D’OROBIO + + + + +I. + + +Camminavano insieme da oltre mezz’ora, senza aprir bocca, don Cornelio +Sacchi curato di Orobio, terricciuola d’una vallata di Lombardia, e un +giovane prete, don Luigi, ch’era il suo coadiutore: li precedeva un +canino pomere, dalla coda arricciata e dagli occhietti vispi, ch’era il +solito battistrada di don Cornelio. + +Don Luigi era andato incontro al curato, il quale scendeva per una +ripida stradetta da un alto e lontano poggio del monte; poi s’era unito +a lui per fargli compagnia fino a casa. — Oh, don Cornelio, doveva +mandar me! — aveva detto don Luigi al curato. — Lei è andato fin lassù, +m’immagino... fino a Santa Maria della Neve, a visitar quel vecchio che +sta male! Capisco... ma due ore di strada, e d’una strada così cattiva, +per lei che stamane era così poco in gambe. Sarei andato io.... + +— Grazie, don Luigi, grazie... ma fin che si può si va! — aveva +risposto don Cornelio. E continuando a camminare, senza aggiunger +altro, era tornato in silenzio al filo de’ suoi pensieri. + +Don Luigi non ebbe il coraggio d’insistere di più; e camminando sempre +in silenzio anche lui, cercava di mostrare al curato il suo rispetto +col lasciargli la parte meno cattiva dell’acciottolato, tenendo per sè +i sassi più acuti e smossi. Cominciava a levarsi la brezza foriera del +tramonto, e don Cornelio, nel mandare di tanto in tanto un sospiro, ne +sorbiva delle lunghe boccate; poi, scoprendosi il capo, sprigionava una +bella matassa di capelli, tutti bianchi ma ancor folti, che sollevati +dalla brezza davano in quel momento l’immagine dei pensieri confusi, +agitati, che gli passavano per la mente. E su di essa era facile +leggere una nuova espressione, ch’era in contrasto coi lineamenti calmi +e gioviali del viso, l’espressione d’un dolore nuovo e profondo. Don +Luigi che sapeva quanto fosse grande l’afflizione del suo curato, e che +ricordava di che poco frutto erano state in quei giorni le sue parole +di conforto, camminava in silenzio, cercando un’occasione, che non +veniva, per avviare qualche discorso. + +E siccome i nostri due personaggi li vedremo scendere per la stradetta +un pezzo ancora prima di cavar loro una parola, così profitteremo del +tempo per dir noi intanto qualcosa sul conto almeno d’uno di loro. + +Don Cornelio era curato nel paesello d’Orobio da trent’anni: c’era +venuto per forza, e poi c’era rimasto per sua elezione. Nel 1848, +caldo d’amor patrio, aveva preso parte agli avvenimenti d’allora, per +quel tanto almeno che si riferiva alla città dov’egli in quel tempo +viveva. Amato da tutti, avevan voluto che seguisse come cappellano +il battaglione de’ volontari della provincia. E don Cornelio con due +stivaloni, con una croce di panno rosso sul petto, con la medaglia di +Pio IX che gli pendeva dal collo, col fiocco d’oro e con le penne nel +cappello, non aveva fatto per quattro mesi che camminare sebbene vicino +ai quarant’anni, che è l’età dei forti pensieri più che delle forti +marcie militari. Finita la campagna, un colonnello boemo, che governava +la città di don Cornelio, trovò opportuno di mettere sotto catenaccio +anche il nostro cappellano. Il vescovo della provincia, il vescovo che +c’era in quel tempo, prese le parti di don Cornelio; ebbe il muso duro +più del colonnello boemo, e don Cornelio uscì di gabbia, ma dovette +farsi uccello di bosco. Fu allora che lo mandarono a Orobio, ch’era il +paesello più lontano dalla città dove ci fosse una cura vacante. + +L’avvenimento, che dopo alcuni anni fece d’Orobio non più il luogo +d’esilio ma il soggiorno di elezione di don Cornelio fu la venuta d’un +brav’uomo, la cui amicizia gli avrebbe fatto parer bello qualsiasi +Orobio anche peggiore del suo. Il brav’uomo era un certo conte Maurizio +d’Orsenigo, il quale aveva in Orobio un bel palazzotto antico, e nei +dintorni l’antico patrimonio della famiglia, arrivato fino a lui, ma +facendo acqua dai fianchi, come una nave logora. In questa nave avevano +aperta una nuova e più larga breccia gli avvenimenti del quarantotto, +gli anni dell’esilio, e dei sequestri: e il conte Maurizio, a cui +non reggeva l’animo di staccarsene, rimpatriato passava in Orobio +parte dell’anno, sperando col farsi campagnolo di tenerla a galla +alla meglio. Alcuni anni dopo, era rimasto vedovo, con una bambina, e +d’allora in poi non s’era più mosso. Non c’era voluto molto a diventar +amici, lui e don Cornelio. L’uno e l’altro avevano il cuore buono e +generoso; l’uno e l’altro avevano un egual sentimento nell’animo, +tenuto acceso con eguale ardore, con eguali speranze: l’amore d’Italia. +Vissero insieme per più di vent’anni; divisero giorno per giorno +i dolori e le gioie che si avvicendarono in quei tempi, servendo +con amore assiduo, nel loro umile paesello, in tutto quel poco che +potevano, la causa della patria e del bene. + +Ora don Cornelio era rimasto solo. Otto giorni prima, il 7 marzo 1878, +in quell’ora stessa del tramonto, in cui l’abbiam veduto scendere con +don Luigi dalla montagna, il suo amico era morto. + +Don Cornelio e don Luigi erano giunti a un punto dove la strada +facendosi meno ripida conduceva a uno spiano su cui c’era una casuccia, +chiamata la Tavernella, e ch’era uno dei punti d’approdo di quei +d’Orobio quando sulla sera andavano a far quattro passi, e a berne un +bicchiere. E infatti, c’erano degli avventori anche in quel momento: +alcuni se ne stavano seduti intorno a una tavola presso la porta della +Tavernella e giocavano alle carte; altri giocavano alle bocce su quel +po’ di spiano che c’era. Don Cornelio, che proprio n’avrebbe fatto +a meno, dovette, rallentando il passo, ricambiare i saluti gioviali +di quei delle carte e di quei delle bocce: alcuni dei quali poi si +ostinavano calorosamente a offrirgli da bere, e a chiamar l’oste, anche +dopo ch’egli, ringraziatili, s’era scostato tirando diritto per la sua +strada. + +I giocatori, appena don Cornelio fu lontano, si abbandonarono alla più +chiassosa ilarità. — Don Innocente! — gridavano a una voce — Venga +fuori don Innocente! — E don Innocente, ch’era un prete di quelle +vicinanze, in maniche di camicia e con le bocce in mano, se ne tornava +intanto in mezzo a quelli della sua brigata, i quali continuavano a +assordar l’aria con esclamazioni e risate che non finivan più. Quelli +invece che giocavano alle carte si contentarono di mandare un’occhiata +verso il crocchio, dove si faceva tanto chiasso, continuando +tranquillamente la loro partita e la conversazione. + +— Ve lo dirò io perchè ridono laggiù, — diceva uno di questi, lo +speziale d’Orobio, rispondendo al suo vicino ch’era un mercante d’una +grossa borgata della provincia. — Ridono di quel prete che se l’è +svignata dietro l’osteria.... + +— Ah! quel prete bassotto, dalla faccia rubizza, volete dire? che a +vederlo bere fa allegria! — domandò il mercante. + +— No, no, — riprese lo speziale, — ridevano dell’altro. Quello che dite +voi è don Prospero, fratello dell’oste di Costamezzana.... + +— Dell’oste al _Pomo d’oro_? + +— Precisamente. Oh, don Prospero se ne infischia, e quand’è sul gioco +non se la svigna. Ridevano di quell’altro, di quel magro, allampanato, +dalla faccia smorta, e che è don Innocente cappellano di Sant’Ilario. +Or dovete sapere che don Innocente ha due gran gusti, esorcizzare gli +spiriti e giocare alle bocce. Non farebbe altro! Diavoli e bocce! +Ma poi quando gioca non vuol che lo vedano gli altri, ad eccezione +s’intende di don Prospero ch’è il suo collega. Peggio poi a lasciarsi +vedere dal nostro curato, da don Cornelio! + +— Il quale gli avrà proibita anche quella partitina alle bocce. Ho +capito, ho capito, — continuò con gravità il mercante, — avete anche +voi altri un curato clericale. Eh, ne abbiamo anche noi, nei nostri +paesi, di questi preti dell’infallibilità.... Basta... oste! un +pezzetto di cacio, e un’altra mezzetta.... + +— Oibò, oibò, v’ingannate! — saltò su il signor Vincenzo ch’era il +sindaco d’Orobio. — Il bacchettone è l’altro! ed è perciò che non ha +voluto lasciarsi vedere da don Cornelio... il quale, non dico già che +sia quel curato _civile_, di quella religione... che so ben io... ma, +per i tempi che corrono, bisogna contentarsi, e non se ne può dir male. +È prete; e su questo punto non vuol sentir ragioni, neanche da me +che gli sono amico da anni. Però negli affari pubblici è tollerante, +e — soggiungeva con serietà dopo una pausa, — non contrasta il mio +programma. Per cui, in complesso, si può dire che c’è in Orobio buona +intelligenza tra l’autorità civile e l’ecclesiastica. Insomma è un +brav’uomo; non è vero? — e guardava lo speziale e il quarto compagno +ch’era il dottore del paese. + +— È un _buon uomo: bonitas bona res, sed non sufficit_, — rispose +il dottore che amava gli aforismi, i quali poi alla loro volta gli +procuravano qualche consulto fuori di paese. + +— Ben detto, ben detto, — soggiunse lo speziale, ch’era sempre del +parere del medico d’Orobio, e dei medici di qualsiasi altro paese dove +non ci fosse una spezieria. + +— Scusate, — continuò con calore il signor Vincenzo, — ve lo dico una +volta ancora, su questo punto non siamo d’accordo. Il nostro curato — e +si rivolgeva al mercante — è un prete, è vero, ma è un brav’uomo; è un +vecchio patriotta, e quanto poi a cuore e a generosità... — E fissava +da capo il dottore. + +— Non nego, — replicava il dottore continuando a giocare, — ma è un +uomo che si perde nei particolari, nelle inezie, nelle minuzie. + +Il dottore d’Orobio aveva un grande disprezzo per le cose piccole di +questo mondo: non prendeva in considerazione che la Natura e l’Umanità; +meno quando c’era la passata delle quaglie, perchè era cacciatore. Per +l’Umanità poi il suo culto era così grande che dedicava a lei sola +per lo meno un aforisma al giorno. Non vedeva altro: gli individui, +compresi gli ammalati del comune, non erano per lui che atomi, +vilissimi atomi, per i quali non valeva la pena di pigliarsela troppo +calda. Ma per la Scienza e per l’Umanità cosa non avrebbe fatto!... +Si sarebbe contentato anche d’un posto all’ospedale d’una qualche +città.... Ma, qualche anno prima, un esaminatore, un atomo, lo aveva +rimandato, concludendo anch’esso con un _non sufficit_. + +Lo speziale aveva fatto cenno col capo replicatamente di aderire al +giudizio pronunziato dal dottore su don Cornelio. Anche lo speziale +sprezzava le inezie. Quand’uno veniva nella sua spezieria egli +guardava, per prima cosa, se aveva in mano i quattrini; e se non li +aveva, — Andate là, andate là, — soleva dire, — risparmiate i rimedi; +malucci da nulla, _inezie_ da non badarci! — E licenziava l’avventore. + +Qualcuno dunque che in Orobio si occupasse delle inezie, ci voleva. +Se ne occupava di solito don Cornelio, il quale, nelle cose di minore +importanza, s’intende, si vedeva fare alla meglio da medico, da +speziale, da infermiere, e fin da avvocato. La povera gente non cessava +di benedirlo; ma poi v’era anche, come s’è visto, chi arricciava il +naso. + +Il sindaco, che non era tra questi, non rispose al dottore, e avrebbe +voluto mutar discorso. Ma il mercante domandò di nuovo: — E quel +pretucolo magro e smorto ch’era col curato, è roba vostra anche quella? + +— È il coadiutore, — rispose lo speziale. + +— Che collo torto! — continuò il mercante. — Ma gli è che adesso a un +seminarista si direbbe che gli fanno fare apposta anche la faccia! Ne +vedete voi di queste facce agli altri? + +— Bisognava vederlo qualche mese fa quando ce l’han regalato! — +soggiunse lo speziale. — E bisognava anche sentirlo! + +— Ma don Cornelio gli ha già mezzo raddrizzato anche il collo, — saltò +su il sindaco. — Lasciate fare a lui! + +— Vedremo poi alla fine chi dei due la darà a bere all’altro — +sentenziò gravemente il dottore. + +— Oh quanto al bere i preti son tutti professori! — esclamò il +mercante, ridendo ch’era un gusto. — A proposito, oste, un’altra +mezzina, che ci si beve bene su questo cacio.... Perchè, come dicevo, +quanto al bere bisogna proprio fare di cappello ai nostri preti.... +ma non così quanto al vestire, — e si fece serio. — Una volta qualche +pezza di panno fine la ci voleva anche per i nostri preti di campagna, +ma adesso tutta saia! + +Don Cornelio e il suo coadiutore, continuando per la stradetta che +conduceva al piano, erano intanto arrivati a un piccolo poggio dove +improvvisamente si affacciava un lungo tratto della valle. Chi passava +di lì, ci fosse pure passato mille volte, rallentava il passo, mandava +una lunga occhiata a quella scena che gli si parava dinanzi, e faceva +volontieri una fermatina, parendogli quasi di riposar meglio che +altrove; e intanto correva subito con l’occhio a discernere il suo +campanile, la sua casuccia, il suo camperello, tra i casolari, le +chiesuole e i poderi che si vedevan sparsi sulle falde dei monti, e +sul piano della valle: e quando gli aveva ravvisati, si rimetteva più +lieto in cammino, come chi s’è imbattuto in qualcuno a cui voglia bene. +Don Cornelio s’era fermato, s’era seduto su un muricciolo, e levatosi +il cappello guardava mestamente la valle, intanto che il suo compagno +guardava lui di sott’occhio, pur avendo l’aria di contemplare anch’esso +gli ultimi sprazzi di sole che mano mano abbandonavano le cime dei +monti. Quella scena tutta all’ingiro si faceva sempre più severa e più +silenziosa; e non s’udiva più che il lontano rumore del torrente che +serpeggiava sul fondo della valle. + +— Ecco, io seduto qui, e lui su quel sasso,... — prese a dire don +Cornelio al suo compagno rompendo a un tratto il silenzio; — proprio su +quel sasso lì!... Quante volte io e lui, il povero conte Maurizio, si +guardava a quest’ora giù nella valle... o si fissavano le ultime cime +lucenti, e quelle già brune, e le prime stelle!... Allora, oh allora +tutto quello che c’era dentro di noi... tutto veniva come a galla... +e fossero pure delle inezie bisognava proprio dircele tutte l’un +l’altro! Ma anche le inezie dette in quel momento parevano tutt’altra +cosa... e se non ce n’erano di nuove, si riandavano le vecchie; tanto +il cuore si allargava nel dirle. Alle volte poi si diceva anche +qualche barzelletta, e allora era un ridere, un ridere... — E così +dicendo, don Cornelio si asciugava col dorso della mano una grossa +lacrima che gli scendeva sul viso. — Ecco, don Luigi, guardate là in +fondo, — riprese don Cornelio dopo una pausa, — dove c’è quell’ultima +vetta, più in su, ecco la prima stella della sera. Prima del 1859, il +conte Maurizio quando vedeva comparire quella stella: “Ecco la stella +d’Italia! esclamava; e fino a quando la vedrò comparire, — diceva, — io +continuerò a sperare!„ Diceva così il mio povero amico. E a quei tempi, +e anche dopo, quando si cominciò a vedere che la stella era proprio +con noi, qui, dove nessuno ci ascoltava, ci dicevamo i nostri timori, +le nostre speranze: lui, faceva e rifaceva a modo suo l’Europa; io, +persuadevo il Papa, e tra tutti e due si metteva insieme l’Italia. Oh, +le belle serate!... Andiamo, — soggiunse don Cornelio, dopo una pausa, +alzandosi. — Quella nebbiolina che si leva laggiù nella valle comincio +già a sentirmela nelle ossa... e mi dà i brividi. — + +Don Luigi aveva seguite le parole del curato in silenzio, e con gli +occhi attenti e fissi. Nel suo sguardo di solito umile, spento, s’era +visto brillare una improvvisa espressione di entusiasmo e a un tempo di +terrore. Alle ultime parole di don Cornelio si scosse, e si rimise in +via chinando di nuovo gli occhi a terra, e tacendo: ma non scomparve +così presto quella fiamma che gli si era improvvisamente accesa sulle +pallidissime guance. La breve commozione di poco prima aveva ridestato +nel suo pensiero l’eco di sentimenti altre volte combattuti, respinti, +e che ora cominciava ad accogliere, ma con l’animo agitato e trepidante. + +— Ehi, don Cornelio! Don Cornelio, don.... + +Il curato e don Luigi avevano fatto pochi passi, quando si sentirono +chiamare da qualcuno, che scendeva per la medesima strada, e li voleva +raggiungere. — Che gambe, don Cornelio!... Si capisce che loro signori +vanno a cena! Che gambe! — + +Chi esclamava così era un certo don Prospero, un prete ilare e rubizzo, +e che, essendo anche grosso e bassotto, arrivava in quel punto tutto +trafelato, avendogli il compagno, ch’era con lui, fatto affrettare il +passo. Il compagno era don Innocente, quello della partita alle bocce. + +— Hanno fatto una lunga camminata anche loro, eh? — prese a dire +don Innocente in tuono mellifluo, e con le mani giunte sul petto. — +Benissimo, benissimo. + +— Vengo da Santa Maria della Neve, — rispose don Cornelio. + +— Per bacco! — esclamò don Prospero. — Noi siamo stati più discreti; +però, quell’ultima partita m’ha fatto sudare più che.... + +— Da Santa Maria della Neve! — esclamò don Innocente per interrompere +il compagno. — E noi non si voleva fare che quattro passi, ma poi un +passo dopo l’altro, ci siam trovati alla Tavernella. + +— Ma per un pezzo non ci torno più, — soggiunse don Prospero. — Ci si +beveva un bon vinetto tempo fa, ma l’hanno tagliato... Loro dicon di +no, ma a don Prospero non la si dà ad intendere. Manco male che l’ho +fatto pagare qui all’amico... ma ho dovuto sudare! + +— E una chiacchiera dopo l’altra, s’è fatto tardi, — continuò don +Innocente. — Ma, come si fa! si incontra gente, e chi ne conta una, +chi ne conta un’altra. In questi giorni poi è un gran discorrere +che si fa; non si parla che del conte Orsenigo!... Quante non se ne +sentono!... Oh, ma lei, don Cornelio, ne saprà più di tutti, lei +ch’era amico del conte.... — E fece una pausa; poi, vedendo che don +Cornelio non rispondeva, continuò: — Dicono che sia andato al Creatore +senza lasciare un soldo... Oh, ma io non lo credo... un signore tanto +ricco!... non le pare, don Cornelio? + +— Da un pezzo non era più ricco il povero conte, — rispose il curato. +— Ha avute tante disgrazie! E queste anzi finirono col troncargli la +vita; ma non erano riuscite a vincer mai quel suo gran cuore, così +buono, così generoso, così benefico! + +— Ma.... e si può sapere dove è andato a affogare tanta grazia di +Dio?... A sentir la gente... cosa non si dice!... quante non se ne +contano! + +— E voglio credere, — riprese con vivacità don Cornelio, — che la gente +racconterà anche tutte le opere buone fatte dal povero conte, tutte le +opere della sua carità, tutto il bene che fece in questi paesi!... + +— Eppure la gente non ci vede chiaro, — continuò don Innocente. — Pare, +a quanto dicono, che ci sia del mistero... e c’è anche chi pretende, oh +ma io non la voglio credere! che spendesse tesori nelle società secrete +e nelle sette.... + +— E lei mi immagino, avrà risposto per le rime a simili baggianate! +— saltò su don Cornelio. — Oh chi è questa gente così ingrata, che +dimentica così presto! + +— Eh, già, già, la gente è ingrata, e lo dico sempre anch’io che a far +del bene alla gente è un lavare la testa all’asino, — soggiunse subito +don Innocente per accomodar la cosa. + +— Buona notte, a loro signori, — disse a un tratto don Cornelio, +fermandosi, dopo aver fatto alcuni passi in silenzio. — Io piglio, con +don Luigi, questa scorciatoia, perchè c’è qualcuno a casa che m’aspetta. + +— Buona notte, buona notte, — ripeterono don Innocente e don Prospero; +poi si scambiarono un’occhiata, e continuarono per la loro strada. — +Però — soggiunse don Prospero dopo pochi passi — non valeva proprio +la pena di scalmanarci tanto a raggiungerlo. Perdinci! Non offrirne +neanche un bicchiere a un amico che viene nella sua giurisdizione!... + +— Eh, ha ben altro per il capo don Cornelio! Non avete visto com’era +sopra pensiero, e come cercava di sgattaiolare alle mie domande?... Ah, +l’amicizia di quel conte non gli faceva troppo onore!... E adesso gli +tocca sentirne delle belle. + +— Ne dicono tante, è vero, ma cosa volete? Io, per esser sincero, non +potrei dirne che bene. Non c’era volta che mi vedesse passare dinanzi +al suo palazzo senza che mi chiamasse, e mi facesse sturare una +bottiglia apposta. + +— Per darvela ad intendere. + +— A me no! Fior di vino ve lo dico io. + +— Ma però avete sentito anche voi quel che si dice!... Nel mio paese ne +son venuti parecchi da me che volevano una funzione in forma pubblica +per liberarsi dall’anima del conte che vedono girare di notte per la +campagna.... + +— Oh, questa poi non me l’hanno contata! — esclamò ridendo don Prospero. + +— Non c’è da ridere, — continuò tutto serio don Innocente. — Non sarà +l’anima del conte, come dicon loro, che non se ne intendono, ma sarà +invece un qualche spirito maligno comparso in quest’occasione... Basta, +consulterò il manuale.... + +— Che manuale? Avete anche il manuale dei diavoli voi? + +— Il _Manuale exorcistarum_. Come, non lo conoscete?... Il Manuale del +padre Candido Brugnolo...[1] un professore, e che professore! Ah, se +non lo avete ve lo presto. + +— No, no; tenetelo per voi che ne faccio senza. Io invece, quando +vengono questi tali a dirmi che di notte vedono gli spiriti, rispondo +loro: “Prima di andare a letto, bevetene un bicchiere di quel buono, e +vedrete che gli spiriti non verranno.... perchè hanno una paura, gli +spiriti, del vino bono! una paura!„ + +Don Innocente affrettò il passo e non rispose; s’era fatta notte, e al +buio certi discorsi non amava farli. + +Don Cornelio, pigliata la scorciatoia, fece l’ultimo tratto di strada +in silenzio, e camminando adagio, perchè voleva riordinare un poco i +suoi pensieri prima di arrivare a casa. + +“Sarà arrivato quel figliuolo?„ diceva tra sè e sè. “Arrivare proprio +oggi! Ma già quando le cose cominciano a andar male!... Povero conte... +che precipizio!... quante disgrazie in una volta per quella sua +figliuola! Povera Cristina! Come farò io a dirle tutto? Ma tirare in +lungo non si può, perchè poi tra pochi giorni la bomba dovrà scoppiare. +Le ho sempre dinanzi agli occhi le facce di quei due signori che +vennero ieri da me. Che storia! E dovrò contarla a due; a Cristina e a +quest’altro! Povera Cristina, povera figliuola!„ + +Sulla porta di casa stava aspettandolo, con molta impazienza, sua +sorella Angelica. La signora Angelica, come tutti la chiamavano in +paese, da un’ora era sulle spine, e non aveva fatto che scendere in +strada, ritornare in casa e ridiscendere da capo. Finalmente sentì +abbaiare il cagnetto, tirò un gran sospiro, e corse incontro al +fratello che stava appunto accomiatandosi da don Luigi. + +— È arrivato Enrico? — le chiese subito il curato. + +— È arrivato da due ore... — rispose Angelica col respiro affannato. +— Ma perchè tardar tanto?... Temevo che ti fosse capitata qualche +disgrazia. + +— E Cristina? + +— Oh, Cristina è sempre nella mia camera; — ripigliò subito Angelica +indovinando il pensiero del curato — e il giovanotto è sempre rimasto +quaggiù a terreno, un poco nell’orto, un poco in cucina. Ma in che +imbarazzo sono stata io!... Da due ore sono sulle spine!... + +Don Cornelio entrò in casa in fretta, e la signora Angelica serrò la +porta a chiavistello, dopo aver chiamato e rinchiuso in casa anche +_Ugolino_; il quale, affrettiamoci a dirlo, non era altro che il +cagnetto del curato. Oh, come mai gli avevano dato quel nome? Era stato +il conte Maurizio che vedendolo un giorno rosicchiare in una buca il +cranio d’un pollo, l’aveva chiamato così. E così, d’allora in poi, lo +chiamò sempre anche don Cornelio. + + + + +II. + + +Il giovane, di cui aveva parlato la signora Angelica, appena veduto +don Cornelio, gli corse incontro, e gli gettò le braccia al collo +piangendo dirottamente. Egli era figlio d’un amico del conte Maurizio; +era rimasto orfano molti anni addietro, e il conte Maurizio era stato +suo tutore, o meglio ancora, suo secondo padre. Quanti progetti, +quanti castelli in aria non aveva fatti il buon tutore a proposito +di questo figliolo! Punto primo, era stato ben deciso a non farne +nè un impiegato, nè un avvocato. Vedendolo riflessivo per tempo, +pacato, studioso, aveva pensato di farne un ingegnere meccanico, un +industriale, o qualcosa di simile: e dietro a questo pensiero tante +volte, fantasticando nell’avvenire, gli pareva di veder già i lunghi +fumaiuoli degli opifici, di udire il rumor cupo e uniforme delle +macchine, e di trovarsi in un Orobio affaccendato, ove di quelli +occupati a menar la gamba e a dir male del prossimo non ce n’era più +uno. E poi, quando guardava questo giovinetto che passeggiava o giocava +con la sua Cristina, allora gli si vedeva subito in viso un’espressione +tutta nuova; si capiva che nel suo pensiero qualch’altra cosa gli +veniva a prendere il posto delle macchine; qualcosa che lo faceva +sorridere dolcemente, e in cui c’era quel tanto di soave mestizia che +accompagna alle volte un bel sogno dell’avvenire. Un primo passo verso +i sogni dell’avvenire il conte Maurizio l’aveva fatto mandando il suo +pupillo Enrico prima in Isvizzera, a farci degli studi speciali, poi in +Inghilterra presso un grande opificio. Ed era appunto dall’Inghilterra +che Enrico arrivava in quel giorno, dopo aver risaputo, a breve +intervallo, ch’era ammalato, ch’era morto il suo antico tutore, il suo +benefattore, il suo miglior amico. + +Enrico, appena potè parlare, fece mille domande in una volta a don +Cornelio, il quale a poco a poco gli narrò la triste storia di quei +giorni, mettendo qua e là qualche lunga pausa quando le parole gli +facevan nodo alla gola. La signora Angelica era in pena nel vedere +che la conversazione si prolungava lì sui due piedi, e in cucina. +Avrebbe voluto far capire a don Cornelio di condurre Enrico nella +saletta vicina; ma ogni volta che ci si provava non trovava modo di +mandar fuori una parola, tanto era commossa anche lei: e allora cercava +di prender fiato e coraggio facendo un giro per la cucina, dando +un’occhiata alle stoviglie, o brontolando qualche rimprovero al gatto. +Con queste precauzioni le riuscì alla fine di dire sotto voce due +parole a don Cornelio, e di condurre il suo ospite nella saletta, dove +c’era un tavolino apparecchiato per la cena, con una zuppiera nel mezzo +che fumava. + +— Prenda, caro Enrico, un po’ di questa zuppa... le farà bene... è +tutto brodo di gallina, — diceva la signora Angelica, non appena ebbe +fatti sedere a tavola Enrico e il curato. — Ne prenda almeno qualche +cucchiaiata.... ha ristorata tutta anche Cristina, un’oretta fa, quando +abbiam fatto, io e lei, un po’ di cena. + +Poichè il nome di Cristina era stato pronunziato dalla signora +Angelica, Enrico, che per un certo imbarazzo non l’aveva saputo +pronunziar lui per il primo, si fece coraggio a ripeterlo, tornandoci +poi a ogni tratto nelle molte domande che ricominciò a fare a don +Cornelio. E don Cornelio era stato anche lui, sulle prime, in un +certo imbarazzo. Non aveva che delle brutte nuove, e avrebbe voluto +metterle fuori un po’ per volta: ma Enrico insisteva, e bisognò proprio +raccontarle subito, e tutte: nè valsero gli sforzi che andava facendo +di tanto in tanto anche la signora Angelica, la quale avrebbe voluto +sviare quel discorso così malinconico, e che minacciava di lasciar +freddare e mandar a monte quel po’ di cena preparata con tanta cura. + +— Ma dunque non c’è più nulla da sperare? — diceva Enrico, fissando don +Cornelio. + +— Oh, vedrete, — diceva la signora Angelica, — vedrete! Il mondo è +pieno di buona gente; e quando i creditori avranno conosciuta la nostra +Cristina... una così buona figliola!... + +— Ma, non si può guadagnar tempo? Non si può fare qualcosa? — domandava +Enrico con angosciosa insistenza. + +— Che vuoi, mio caro, — continuava don Cornelio ripigliando il +discorso tante volte interrotto. — Che vuoi che si faccia al punto a +cui siamo?... Saran due anni che il conte Maurizio si lasciò indurre +a mettere i suoi ultimi capitalucci in non so quali speculazioni che +andarono tutte alla peggio. In qualcuna poi ci aveva messo anche il +nome... e così quel tanto che gli rimaneva, e che non era molto, fu +ingoiato tutto. E non la finisce lì.... Oh, furon già qui a metter +suggelli.... + +— Povero conte Maurizio!... il mio benefattore! + +— Poche settimane prima di morire il poveretto aveva veduto come stavan +le cose... e fu il suo tracollo. Dio gli ha risparmiato il dolore di +sopravvivere a tanta sciagura. Lui, che amava tanto la sua vecchia +casa, le sue terre, i suoi contadini!... e che per non staccarsene +s’era sacrificato a vivere modestamente in questo paesuccio!... Il +primo dissesto, ricordalo bene, Enrico, cominciò nel 1848 quando dopo +aver armati a sue spese tutti i volontari di questa valle, e dopo +averci consumato in un mese l’entrata di più anni, ebbe sequestrati, +dilapidati, svaligiati casa e poderi... Ricordale queste cose! e +raccontale di tanto in tanto a quelli della tua età, e ai tuoi figli +quando sarai vecchio. E poi... se c’erano dei poveri da soccorrere, +se c’era un’opera buona da fare, il conte correva a prendere i denari +in prestito magari, se lì per lì non gli aveva, perchè lui era fatto +così.... ma nessun povero, nessun disgraziato tornava a mani vuote +dalla casa del conte Maurizio. E non ha mai avuto un po’ di fortuna, +mai!... Così, moriva qui, oscuro, dimenticato, lui, che per gli +altri aveva fatto tanto!... e alla sua figliola non resterà che una +stanzaccia in casa di questo povero curato. + +— Oh cosa dite mai, don Cornelio! — susurrò la signora Angelica, la +quale quando c’era una terza persona non dava mai del tu al curato. +— Avrà la più bella stanza, la nostra Cristina, quella dove ha +dormito Sua Eminenza!... e la terrò come una mia figliola.... — Poi, +approfittando d’un lungo silenzio che ci fu tra Enrico e don Cornelio, +uscì, parendole quello il momento opportuno per andare in cucina a +prendere le frutta e un croccante che aveva preparato di sua mano per +la venuta d’Enrico. + +— Ed io non potrò far nulla? — esclamò Enrico facendo forza contro la +commozione che fino allora non lo aveva lasciato parlare. — E dire +che forse tra qualche anno!... perchè io ho delle speranze, sa, don +Cornelio? Oh gliele dirò.... Non so — riprese poi con la voce tremante +— non so se lei ha letto nel mio cuore.... + +— Figliolo, so tutto. E ti dirò anche, perchè è un conforto che ti +devo, che il voto del tuo cuore era pur quello del mio povero conte +Maurizio.... + +— Davvero? Oh, me lo ripeta, don Cornelio, me lo ripeta! + +— Sì, Enrico, sì. + +— Ebbene, questo sarà la meta a cui rivolgerò tutto l’animo mio, tutte +le mie forze... e ci arriverò. Don Cornelio! — disse poi alzandosi e +stringendo la mano del curato, — io dovrò ripartire tra pochi giorni... +devo ritornare al mio posto... non so quando la rivedrò... chi sa? +fors’anche presto! Ma io parto lasciandole una sacra parola, e il +giorno in cui ritornerò sarà quello in cui potrò adempire al voto del +mio cuore. Intanto, don Cornelio, affido a lei... — E la sua voce si +faceva più commossa. + +— Sì, sì, caro figliolo... ma soprattutto ci vuol giudizio. Io ti +ho capito benissimo, e non desidero di meglio anch’io, perchè sono +persuaso che saprai essere sempre un buon figliolo. Ma i casi della +vita son molti... e fino al giorno in cui potrai dire: “Eccomi qui, +le speranze sono diventate fatti„ fino a quel giorno, capisci, il tuo +sogno santissimo tientelo ben chiuso in cuore; silenzio, voglio dire, +silenzio con tutti; con Cristina soprattutto! E fammi vedere che sai +essere un uomo. + +— Come vorrà lei, don Cornelio. Saprò fare qualunque sacrifizio. Ho +fatto molta esperienza... mi sento vecchio. + +Don Cornelio, che in quel momento pensò ai ventidue anni del suo +interlocutore, sorrise leggermente, e abbracciò Enrico. La signora +Angelica intanto rientrava nel salottino tenendo con una mano una +fruttiera, e con l’altra un piatto col croccante, sotto il quale c’era +un bel foglio di carta con gli orli smerlati e arricciati. + +— A questo poi non si dice di no, — diceva la signora Angelica. — Non +si dice di no, signor Enrico, perchè... — E la sua modestia le impediva +di soggiungere che a detta di tutti, croccanti simili a quelli della +signora Angelica non se ne faceva neanche nelle prime città. + +Enrico intanto aveva cominciato a discorrere con don Cornelio delle +sue speranze e de’ suoi progetti. Il discorso continuò un pezzo; e la +signora Angelica, dopo aver rammentato più volte al curato che l’ora +era tarda, si decise alla fine di pigliare un lume e di dare, con una +certa solennità, la felice notte. Allora pigliò un lume anche don +Cornelio, continuando però la conversazione con Enrico che l’accompagnò +fin sull’uscio della sua camera. + +— Capirà, don Cornelio — diceva Enrico — che se avessi una protezione, +una forte protezione!... + +— Sicuro. Ci vorrebbe una forte protezione... — ripeteva don Cornelio +facendosi pensieroso. — Ma dove trovarla?... Ah, se ci fosse ancora il +conte di Cavour! — esclamò in fine mandando un lungo sospiro. Poi aprì +l’uscio della sua camera, e strinse una volta ancora fortemente la mano +di Enrico. + +Don Cornelio era stato forse un amico del conte di Cavour? A sentire +don Cornelio si sarebbe detto di sì; e chi sa che a furia di parlarne, +di raccontare un certo caso, e di richiamare quel nome con una certa +confidenza, non avesse finito a crederlo anche lui. Il caso era questo. +Nel 1859, durante la guerra, don Cornelio più d’una volta aveva dato +una corsa fuori della sua valle, ed era disceso giù verso il piano per +vedere con i suoi occhi qualcosuccia dei grandi avvenimenti che vi +succedevano. — Scappano! Se ne vanno! — e lui giù a vederli a andar +via. — C’è Garibaldi a Bergamo! I Francesi sono a Brescia! Viene +Vittorio Emanuele! — e lui giù col sindaco a portare gli omaggi al +Re. — C’è stato un combattimento! si è sentito il cannone! — e don +Cornelio allora raccoglieva un po’ di tutto, vuotava la credenza della +signora Angelica, pigliava in casa tutto quel che poteva, e con una +gran corba scendeva giù a portar roba agli ospedali, e regalucci ai +soldati, abbracciandone quanti ne incontrava. Pochi giorni dopo la +battaglia di Solferino, don Cornelio, che era appunto sceso con un gran +pacco di fila e pezze per i feriti, e che trattandosi d’un avvenimento +così straordinario aveva anche fatto una corsa più lunga delle solite, +si trovava in un villaggio poco distante dalle famose colline. Il +villaggio era ingombro di carriaggi, di soldati, di gente che andava +e veniva, di curiosi, e di contadini spaventati. Don Cornelio, che +era tra i curiosi, cercava però di affaccendarsi anche lui e di far +qualcosa di bene, non foss’altro quando capitavano dei poveri soldati +stanchi o feriti. A un tratto, arriva un legno da posta. Si cerca +di fargli largo, ma ci vuol altro; il legno rimane fermo per alcuni +minuti dinanzi alla porta dell’osteria; e la gente gli si affolla +d’intorno. Nel legno c’era un signore, il quale, messa fuori la testa, +e visto lì a pochi passi un prete, che era don Cornelio, lo chiamò, +gli fece parecchie domande, e poi ne lo ringraziò con molta cortesia. +Don Cornelio, intanto che rispondeva, cercava di raccappezzarsi chi +fosse mai quel signore che gli pareva d’aver veduto altre volte, non +foss’altro in qualche quadro. Poco dopo il legno ripartì. — È Cavour! +— esclamò un soldato che capitava in quel punto. — Viva Cavour! viva +Cavour! — gridava intanto la gente accorrendo e agitando i cappelli in +aria. Don Cornelio, a cui si aprì la mente tutta a un tratto, ma un +po’ tardi, corse dietro al legno, agitando il suo cappello anche lui, +e gridando: — Viva Cavour! — Gli riuscì di vedere ancora una volta la +faccia di quel signore, il quale volgendosi indietro lo salutò con la +mano; ma i cavalli intanto avevano preso il galoppo, ed egli dovette +fermarsi, e indugiare anche un pochino per riavere il fiato. + +Più tardi pensando e ripensando a quel saluto, a quelle domande, e a +quelle risposte, e trovandone sempre nella memoria qualcuna di più, +a furia di ripeterle era venuto nella persuasione di aver discorso +lungamente col conte di Cavour, e finalmente d’essergli stato quasi un +pochino amico. + + + + +III. + + +— Brutte cose!... cose grosse! — diceva il sagrestano di Sant’Ilario, +paesello di quei dintorni, a quattro o cinque che la discorrevano in +crocchio presso la porta del campanile d’Orobio. + +— Dite davvero, eh! + +— Le cose, se non le so io, chi volete che le sappia? Ma appunto per +questo ci vuol prudenza.... Tacere, tacere! + +— E dicono anche che sia arrivato quel giovanotto tirato su dal conte +Maurizio... ve ne ricordate? + +— E che poi l’hanno mandato fino in fondo della Svizzera, e anche in +paesi di eretici, — ripigliava il sagrestano. — Lasciatele dire a me +le cose... e vi dirò anche che è arrivato ier l’altro, e che è in casa +del vostro curato... dove c’è anche la figlia del conte!... Scandali, +scandali! capite? + +— Per bacco! + +— Vi dirò anche che egli parte questa sera. C’è del mistero, direte. +Sicuro. Io però, quasi quasi, ci vedo chiarissimo. Ma non è qui tutto. + +— Il fatto è che da due o tre giorni non c’è più uno in paese che abbia +la testa a casa, — soggiungeva uno degli interlocutori. — Crocchi di +qua, crocchi di là; la gente va come in processione fin sulla porta +della casa del conte, si ferma a discorrere, a spiare, ma non c’è chi +ne capisca un bel niente. Chi dice che il conte ha lasciato un monte di +debiti, che tutto andrà all’asta, che mezza la valle è rovinata... e +c’è chi esclama: “non è vero un corno!„ + +— Un corno? — rispondeva il sagrestano col fare più misterioso di +prima. — E altre cose non ne avete sentite dire? Già, come la pensasse +quel signore, tutti lo sanno... e io non vorrei essere, a quest’ora, +nell’anima sua. Certe anime, si sa, al mondo di là non le vogliono; +e quante anime di quelle a cui fu chiuso l’uscio in faccia, non le +abbiamo per anni e anni sentite, al battere della mezzanotte, mandare +certe voci lunghe lunghe, e poi fischiar da lontano come fa il vento +tra le frasche!... Ebbene.... + +— Ebbene! — domandarono tutti in coro. + +— Ebbene, son tre notti, così dice la gente, che si sente nella +campagna una voce.... + +— La voce del conte? + +— Ah, io non so niente! Si sente una voce... una certa voce.... + +— E a dirlo al curato? + +Il sagrestano crollò la testa, e fece un sorriso amaro e pieno di +mistero. + +— Anche nelle vicinanze del vostro paese, di Sant’Ilario, — soggiunse +uno del crocchio — tempo fa, dopo la morte di un tale, si sentiva per +la campagna un fischio tutte le notti, non è vero? E don Innocente fece +un giro con la confraternita, confinò gli spiriti maligni fuori del +comune, e il fischio non fu sentito più! È così, o non è così? + +— Proprio così, — continuò il sagrestano. Io non dirò niente, perchè... +io sono di Sant’Ilario; ma una volta, molti e molti anni fa, anche +in Orobio si facevan le cose per bene. Ora tutto è cambiato. Anche +la vostra confraternita, in allora, aveva le sue merende, i suoi +beveraggi... e poi bisognava vederle le processioni come le facevano +in Orobio! meglio ancora delle nostre! Si andava fuori di paese, anche +per due o tre giorni se occorreva, con tutti i confratelli e con tutte +le consorelle... bisognava vedere! Mah! Don Cornelio ha voluto levare +le usanze vecchie... ed ora sapete come la chiamano, fuori di Orobio, +la vostra confraternita? la chiamano la confraternita dei _riformati_! +Capite? E mi ricordo anche che qui, vicino al campanile, proprio dove +siamo noi, nei giorni della svinatura, a quei tempi, si metteva una +botte, ch’era la botte della confraternita, e venivan tutti a versarci +dentro chi un fiasco, chi un bigonciolo, finch’era piena. Era una gran +bella devozione anche questa!... Mah! Gli è che in Orobio, dice bene +don Innocente, non si può parlare. Guai a toccare il vostro curato!... +ma io gliele vorrei cantar chiare, e sarei quel tale da dirgli sul +muso.... + +In quel punto comparve, al canto della via, don Cornelio in persona, +che se ne tornava a casa in tutta fretta. Quei del crocchio, compreso +il sagrestano, fecero un rispettoso saluto che il curato ricambiò +salutandoli con la mano tutti in una volta. + +Don Cornelio se ne tornava a casa in fretta perchè, come aveva detto +benissimo il sagrestano di Sant’Ilario, Enrico doveva ripartire in quel +giorno, e per di più, aggiungeremo noi, tra un’ora. Come fu in casa, +il curato diede un’occhiata per le stanze, e non trovandoci nessuno, +andò diviato nell’orto, dove infatti erano scesi poco prima la signora +Angelica, Enrico, e Cristina. + +La catastrofe domestica che il povero conte Maurizio lasciava dietro di +sè era irreparabile, imminente, e don Cornelio aveva dovuto decidersi +in fretta a dir tutto a Cristina egli stesso, prima che le venissero +all’orecchio quelle altre notizie, con la frangia, che correvano fuori. +Don Cornelio le aveva detto tutto, senza lasciarle alcuna illusione, +come chi parla a persona matura e, quel che è più, seria. Cristina +aveva avuto dalla natura e dall’educazione una certa serietà, che in +lei aveva camminato rapidamente e non in ragione dei suoi anni ch’eran +pochi; non erano che diciassette. Questa serietà le traspariva fin +d’allora e dallo sguardo che usciva attento e raccolto da due nerissimi +sopraccigli, e dagli atti della persona in cui c’era sempre qualcosa di +misurato e di risoluto a un tempo. + +— Ah, siete qui! — esclamò don Cornelio entrando nell’orto. + +La signora Angelica, Enrico, e Cristina si volsero verso don Cornelio, +gli si fecero incontro, e poi si misero tutti insieme a rifare in +silenzio le stradicciuole dell’orticello. + +— Dunque... — disse a un tratto don Cornelio fermandosi. — Hai tutto +in pronto Enrico? la tua valigia? le tue cosucce? Tra pochi minuti +sarà qui il legnetto: ho incontrato poco fa il vetturino che andava ad +attaccare il cavallo. + +— Ho tutto in pronto, — rispose Enrico. + +— E a rivederci presto! — soggiunse don Cornelio vedendo che a Enrico +si facevan gli occhi rossi. — Presto, prestissimo! Eh, per bacco, le +cose poi non sono eterne a questo mondo! E io ho una gran fiducia in +te... ho fiducia, voglio dire, che a te almeno le cose andran bene, e +che ci manderai presto delle buone notizie. Ho un gran bisogno d’una +buona notizia! + +— Il cielo lo volesse!... ma intanto io qui non ci posso nulla; devo +ripartire... devo lasciarli senza far nulla!... Domani sarò molto +lontano... oh si ricordino di me! Io gli avrò sempre, tutti, nel mio +cuore. + +— Oh, signor Enrico! — esclamava la signora Angelica levando la +pezzuola, e asciugandosi gli occhi. + +— Si ricordi di me, signora Angelica... si ricordi di me don +Cornelio... e anche tu, oh mi scusi! anche lei Cristina... ci ricasco +sempre, torno sempre col pensiero a quei tempi in cui ci davamo del tu! +Oh i bei giorni! oh il chiasso, se ne rammenta? che si faceva insieme! + +— Finchè il babbo ci sgridava, — riprese Cristina, — poi ci +abbracciava... povero babbo! Voleva tanto bene anche a lei! + +— Dunque, tutto è in pronto, nevvero Enrico? — saltò su don Cornelio. +— Allora avviamoci intanto che viene il vetturino. E ricordati di +scrivermi presto. + +— Scriverò subito subito. E anche lei, don Cornelio, mi mandi presto +le sue nuove, le nuove di tutti. Non mi dimentichino. Io non avrò che +un pensiero, quello di fare il mio dovere... e di mettermi in grado di +tornar presto. Oh, ci riuscirò! e allora... lei don Cornelio sa.... + +— Sì, sì, caro figliuolo, siamo intesi; e non ne dubito. + +— Perchè io spero di poter mandar presto una buona nuova. E allora, se +mi saprò rendere degno... allora, chi sa? potremo forse tutti insieme +rifare dei giorni lieti... se la buona gente mi aiuterà, se loro tutti +lo vorranno.... + +— Oh, sì, sì! — esclamò la signora Angelica rasserenandosi. — Lo +vorremo tutti, e lo vorrà tutta la buona gente. Oh, ce n’è ancora della +buona gente! — + +Don Cornelio era un pochino imbarazzato: guardava ora la sorella, che +non ne capiva nulla, ora Enrico, ora Cristina, e avrebbe voluto che +quell’addio fosse più spiccio, per quanto gli dolesse lo staccarsi da +Enrico. Finalmente entrò nell’orto il vetturino, e fattosi innanzi: + +— Signori, — disse, tenendo il cappello in una mano e la frusta +nell’altra, — io sono pronto. Se c’è roba da caricare... + +— Vengo io; vengo io, — esclamò la signora Angelica. Enrico la +trattenne. Egli avrebbe voluto dire a tutti insieme una parola ancora +di commiato, ma non lo potè. Guardò i suoi ospiti; poi, per sviare +la commozione, si tirò da parte, si curvò su un’aiuola, colse alcuni +fiori, e nell’asciugarne il gambo con la pezzuola si asciugò... anche +una lacrima. + +— Tenga, signora Angelica, questo fiore in mia memoria. — Così dicendo +ne diede uno alla signora Angelica, poi un altro a don Cornelio, e +uno in fine timidamente a Cristina. La signora Angelica, piena di +gratitudine e di commozione, non potè più a quel punto consultare le +convenienze, e buttò le braccia al collo ad Enrico, facendo però un +passo indietro subito dopo, e diventando tutta rossa. Cristina aveva +preso quel fiore, e aveva chinati gli occhi a terra. Il cuore le aveva +battuto a un tratto rapidamente: a un tratto qualcosa di sconosciuto +l’aveva tutta turbata; qualcosa di molto soave, ma che le dava a un +tempo un sentimento quasi di paura. Come le parve triste quel momento +dell’addio! Aveva pianto molto in quei giorni, ed ebbe voglia di +piangere ancora; ma di piangere, nascondendo questa volta le sue +lacrime. + +Il vetturino intanto aveva fatto schioccar la frusta un paio di volte, +come a dire ch’era tempo d’avviarsi. E la comitiva s’avviò, non senza +qualche sforzo di don Cornelio, il quale mezzo imbarazzato e mezzo +intenerito nel guardare quei due figlioli, desiderava con una certa +impazienza che quell’addio fosse passato, anzi che ci fossero passate +su ventiquattr’ore. + +Nel tempo che il vetturino montava sulla cassetta, e che la signora +Angelica metteva nel legnetto un involto pieno di frutta e di paste +dolci, Enrico era uscito dall’orto, seguito da don Cornelio e da +Cristina, ed era sceso in strada senza più dire una parola. Nuovi +pensieri succedevano in quel momento ai pensieri di prima; gli pareva +che quei passi non li avrebbe rifatti mai più; gli pareva di salutare +per l’ultima volta quell’orticello, quella casa; o, se pure, di +tornarci, ma per udire che qualcuno non c’era più: gli pareva... Ma don +Cornelio a un tratto lo scosse con una forte stretta di mano, e non gli +lasciò parere più nient’altro. + +— Vi ritroverò tutti, nevvero? tutti come in oggi! — esclamò allora +Enrico stringendo le mani a tutti. — Non mi dimenticherete mai, +nevvero?... + +Cristina fece un gesto come a dire “sarebbe possibile?„ Anche la +signora Angelica avrebbe voluto esclamare qualche cosa, ma non lo potè. +Don Cornelio gli rispose stringendoselo fra le braccia, e stampandogli +un gran bacio in viso. + +Don Cornelio, Angelica, Cristina rimasero sulla porta un pezzo a +guardare, finchè non videro svoltare alla prima cantonata il legnetto, +e scomparire la mano d’Enrico che ancora li salutava. + +Quante volte, nei begli anni passati, Enrico non aveva dato dei fiori +a Cristina! E allora Cristina ne faceva dei mazzolini per il babbo, o +li metteva nelle trecce, o li sfogliava per vedere com’eran fatti. Il +fiore datole da Enrico, Cristina questa volta non lo sfogliò. Corse +nella sua cameretta, cercò un vasellino; poi ebbe il desiderio di +metterlo in qualche luogo riposto; prese un librettino che le era caro, +lo aprì, ci mise il fiore, lo riaprì. E il suo pensiero intanto errava +incerto, e quasi pauroso, intorno a un sentimento nuovo, in cui c’era +un desiderio vago di aver vicino qualcuno a cui aprire il suo cuore, +senza tacergli nulla, nulla; qualcuno che fosse buono, gentile.... + +— Oh, se avessi un fratello! — esclamò a un tratto, parendole d’aver +trovato proprio quello che andava cercando. — Oh sì, se avessi un +fratello!... Enrico dovrebbe essere mio fratello!... Allora, egli +sarebbe qui, e saremmo in due a piangere il babbo! + +Il pensiero del babbo la fece piangere di nuovo dirottamente; ma quel +pianto era meno desolato del pianto di prima. Il suo animo non era meno +afflitto; ma c’era entrato, senza che lei se ne avvedesse, un raggio di +sole. + + + + +IV. + + +Enrico era partito da tre giorni, e da tre giorni don Cornelio non era +uscito di casa che all’alba per dir la messa, e la sera per visitare +qualche ammalato. Non gli reggeva l’animo di veder gente, e di sentire +tutto quello che si andava dicendo. In paese intanto era un andare e +venire di creditori, di avvocati, e di curiosi; i quali, sebbene non +avessero in pericolo neanche un quattrino, pure si univano al vociare +degli altri, non parendo lor vero che fosse venuto il momento di dire +un po’ di male anche d’uno, di cui, per tanto tempo, non s’era fatto +che dir bene. Per bacco, eguaglianza per tutti! Queste cose, don +Cornelio le risapeva dal sindaco, il quale veniva a raccontargliele, in +furia, in piedi, col cappello in capo, andandosene subito, e ritornando +mezz’ora dopo. Anche queste visite non erano una poca novità; perchè, +sebbene il sindaco avesse una grande affezione per don Cornelio, e +non sapesse staccarsene quando si trovava con lui, pure in casa non +ci andava mai. Mai; perchè in casa dei preti egli non voleva metter +piede. Ma questa volta il signor Vincenzo non aveva tempo di guardar +tanto per il sottile; aveva bisogno, ora di sfogarsi, ora di confortare +don Cornelio. E i conforti finivano spesso con una strapazzata. — +Dicono che il tribunale farà vendere il palazzo, i fondi, tutto! E +lei don Cornelio cosa conta di fare? Ma già loro preti delle cose di +questo mondo non ne capiscono niente, e quando ne capiscono... tanto +peggio. — E se ne andava. — Ma se vendono, — veniva a dire poco dopo +— chi comprerà? chi ci capiterà in paese! I principî, le idee del +nuovo proprietario saranno conciliabili col mio programma?... Io non +sono uomo da transigere!... Prevedo dei brutti tempi!... E lei, don +Cornelio, non dice niente! Oh i preti, i preti! + +Don Cornelio, sopra pensiero, e inquieto la sua parte anche lui, ora +scendeva nell’orto a cercarvi una boccata d’aria, ora risaliva nella +sua cameretta a cercarvi, rincantucciato nel suo vecchio seggiolone, +una buona ispirazione. Passava la mano ne’ suoi capelli bianchi, alti +e scomposti come quando li sprigionava alla brezza della montagna; +poi, con gli occhi chiusi e il capo stretto nelle mani, pensava e +ripensava, ma non ne cavava nulla. — Brutta cosa essere un povero +diavolo! Me ne accorgo in questa circostanza — andava dicendo tra sè. — +Se ci fosse un brav’uomo, un brav’uomo che avesse anche dei quattrini, +si accomoderebbe tutto... perchè con un po’ di tempo, con un po’ di +pazienza, si riuscirebbe, ne son sicuro, a pagare i debiti, e a mettere +insieme anche una discreta dote a Cristina... Così si potrebbe far +contento quel ragazzo... e anche lei, perchè già... ho bell’e capito! +Toccherebbe proprio a quella signora zia! Ma sono oramai parecchi +giorni che le ho scritto, e la risposta non viene. Non c’era troppo +buon sangue tra quella signora e suo fratello, il povero conte... Ma +ora, dinanzi a una disgrazia!... Deve essere una strana signora, a +quanto me ne diceva il conte. A ogni modo io le dovevo scrivere, e il +mio dovere l’ho fatto. Ma intanto?... + +In uno di questi momenti, in cui don Cornelio se ne stava col capo in +mano, vennero a scuoterlo, spalancando l’uscio con l’aria festosa, la +signora Angelica e Cristina. + +— Oh, eccovi qua. Una lettera, una lettera! + +— Una lettera da Milano? Date qua, date qua. + +— C’è di meglio! — ripigliava la signora Angelica. — Ne conosco la mano +di scritto... è una bella improvvisata! È una lettera d’Enrico!... Oh, +guardate un po’, che quasi avete l’aria di non esser contento! + +— Contento, contentissimo, ma date qua... lasciate vedere, innanzi +tutto, se è proprio lui; e poi vediamo se vi siano cose che possano +interessar voi altre. + +— Vuol che la legga io! — saltò su Cristina vedendo che don Cornelio +non trovava gli occhiali. Ma poi le parve che le gote le si facessero +di fiamma, e si tirò un pochino in disparte. + +Don Cornelio, fattosi vicino alla finestra, cominciò a leggere la +lettera, parte a voce alta, parte tra sè, inciampandosi qua e là, e +pigliandosela con lo scritto quando c’erano dei punti su cui voleva +sorvolare. + +— Oh, questa è nuova! una lettera scritta con la matita... e che +scarabocchi! sfido io a capire... Dunque dice che scrive mentre viaggia +in strada ferrata appena passate le Alpi... per farci aver subito le +sue nuove e per... cosa mai dice qui? + +— Oh, come ci fate penare! — esclamò la signora Angelica. + +— _Le belle Alpi... la bella luna... ma il mio cuore_.... Le Alpi e la +luna mi interessano poco, guardiamo se ha fatto buon viaggio. Ah, ecco, +l’importante. Dice dunque che sta benissimo, che appena sarà arrivato +in Inghilterra, cioè tra un paio di giorni, ci scriverà di nuovo e +subito, e che.... + +— E che? — saltò su Cristina. + +— _E spero che i miei progetti, il mio sogno_... sapete bene, la +speranza, vuol dire, d’aver presto un certo impiego, un buon posto nei +nostri paesi... poi saluta tutti.... + +— Ma leggete dunque! — saltò su quasi impazientita la signora Angelica. + +— Eh, abbiate pazienza: _Vi saluto tutti, con tutto l’affetto del mio +cuore. Amatemi tutti, come io vi amo; non dimenticatemi, e ve ne sarà +grato anche colui che ci ha lasciati nel dolore ma che ci guarda di +lassù_... — Don Cornelio, a cui gli occhi cominciavano ad appannarsi, +ripiegò la lettera, e si mosse per sviare la commozione. Fece due +passi, e si trovò dinanzi a Cristina che lo guardava con due begli +occhi pieni di lacrime e di una luce insolita. Ci fu un momento di +silenzio; poi Cristina, radunate tutte le sue forze, esclamò: — No, non +lo dimenticheremo mai... il mio buon fratello... nevvero don Cornelio? +— Ma non potè dir di più, e diede in uno scoppio di pianto. + +Don Cornelio non trovò parole in quel momento da rispondere a Cristina; +e, appena potè, la lasciò, e scese nell’orto col breviario sotto il +braccio, rannuvolato più di prima. A desinare mangiaron tutti di +malavoglia, e un po’ più in fretta del solito. La signora Angelica or +guardava don Cornelio, or guardava Cristina, e le pareva, in cuor suo, +che il giorno in cui era arrivata una lettera d’Enrico avrebbe dovuto +essere un giorno un po’ men triste del solito; ma non osò dirlo, perchè +da qualche giorno era anche un poco in diffidenza di sè medesima, +dacchè non le riusciva di indovinarne una. + +Anche la notte non fu per don Cornelio apportatrice di consiglio, +come ne ha la riputazione. Il nostro curato sentì l’una dopo l’altra +tutte le ore che sonava l’orologio del suo campanile, e quelle che da +lontano venivano ripetute dagli altri campanili della valle. E intanto +non gli riusciva d’uscir dal circolo tormentoso de’ suoi pensieri, ed +era sempre lì alla stessa domanda: “Cosa si fa? Cosa si fa, ne’ miei +panni, per essere buono a qualcosa, per far qualcosa di bene in mezzo +a tanti brutti impicci? E dire che non siamo che al principio! De’ +guai poi ne avrò anch’io la mia parte... perchè si dirà ch’ero l’amico +del conte Maurizio, che dovevo saper tutto; e torceranno il muso +anche al loro vecchio curato, il quale, povero diavolo, non ce ne ha +proprio nè colpa nè peccato. E quante ne dovrò sentire sul conto del +mio povero amico quando si comincerà a sfilar la corona!... Ma non è +qui tutto. Con questa figliola e con quel giovanotto come la facciamo? +perchè, anche a non averci la pratica in certe faccende, si vede che +andiam di galoppo?... Lui spera d’aver l’impiego, di tornar presto... +ma se l’andasse per le lunghe, o se andasse tutto in fumo? Oh, è un +bell’impiccio! un bell’impiccio!„ + +E le ore sonavan da capo. Suonò finalmente anche l’avemmaria del +mattino, e don Cornelio alzatosi, e detta la messa, andò a visitar +qualche malato lontano, su per la montagna, soli lui e _Ugolino_, e +girò più che potè fin dopo il meriggio. Le gambe lo riconducevano +a casa di mala voglia. Il suo campanile, la sua casetta, e i suoi +terrazzani, che di solito, solo a vederli, lo facevano diventar tutto +gioviale, ora li avrebbe voluti scansare, come se avesse una colpa da +nascondere. Capiva che non era quello il momento di giustificare il +conte Maurizio, e gli piaceva intanto di parer quasi un colpevole anche +lui pur di far causa comune ancora col suo povero amico. + +Nel tornare in paese rivide quei capannelli che da parecchi giorni se +ne stavan piantati per le strade d’Orobio; ma gli parve questa volta +che le facce fossero come più allegre, e che si discorresse ancora di +cose grosse, ma non tenebrose, come nei giorni innanzi. Quando poi +fu vicino a casa, allora dovette proprio accorgersi che c’eran delle +novità, e che qualche buon vento aveva rasserenato il cielo torbo di +prima. La signora Angelica se ne stava sulla porta di casa a aspettare +don Cornelio, e appena lo vide gli fece dei segni di gioia, sventolando +un fazzoletto, come a dire che tutto era in festa, e che bisognava +correre. Dietro lei, c’era Cristina tutta sorridente, ma con gli occhi +rossi. Don Cornelio in due salti fu sulla soglia di casa. — Cosa c’è? +Dite su, cosa c’è? — Ma la signora Angelica che, sapendone questa volta +di più di lui, voleva far sentire un pochino la propria importanza, +non aprì bocca finchè non furono in casa, e non ebbe chiusi l’uno dopo +l’altro tutti gli usci. + +— Ah, siete qui finalmente, — prese a dire la signora Angelica ansando +come se venisse di lontano anch’essa. — Se sapeste che notizia!... Ma +dove siete stato? son tre ore che v’aspettiamo. + +— Dite su, dite su! + +— Se sapeste che notizia! E voi che ve ne stavate colla faccia lunga.... + +— Ma insomma, si può sapere... + +— E che vi lasciavate andare a quel modo!... Perchè anche ieri non +avete mangiato... oh vi ho veduto. + +— Ma dunque? + +— Eh, abbiate pazienza, non si può dir tutto in una volta. Insomma, +c’è... oh, lo dico sempre io che c’è tanta buona gente! Se aveste +veduto che buon signore è stato qui a domandare di voi!... + +— Di me? un signore? + +— Sentirete, sentirete... un buon signore vestito tutto di nero... +con quel bel fare... con quell’unzione... proprio come il segretario +di monsignor vescovo! ve lo ricordate?... Ebbene, questo signore +viene... indovinate un po’? viene a pagare i de.... — E cacciò subito +indietro la parola vedendosi lì vicino Cristina, — viene, insomma, per +accomodare queste faccende che ci accorano... per accomodarle tutte! + +— Aveva una lettera per me? + +— Altro che lettera! Bisognava sentirlo.... + +— E v’ha detto?... + +— Cioè, a me non ha detto niente, ma a quest’ora tutto il paese lo sa! + +— E questo signore si chiama...? + +— Il nome non ce lo disse, — saltò su Cristina venendo in aiuto della +signora Angelica. — Cercò di lei, don Cornelio; disse che sarebbe +tornato, che portava una gran buona notizia, volle veder me.... + +— E non aveva nessuna lettera?... Oh l’avrà avuta, l’avrà avuta! + +— E tutto il paese la conosce a quest’ora la buona notizia, — continuò +la signora Angelica. — Furon qui più che cento persone... cioè, non +proprio cento, ma almeno otto o dieci, a dire che questo signore +è arrivato fin da ieri sera, che ha parlato con parecchi, che s’è +informato di tutto, e che accomoderà ogni cosa. + +— E non v’han detto chi lo manda? Non v’han detto che avesse una +lettera? + +— Ma non vi basta? Oh che benedett’uomo! E la signora Angelica, per la +prima volta in vita sua, stava per perdere la pazienza. Quando a un +tratto e in tutta furia, entrò il sindaco; il quale piantatosi dinanzi +a don Cornelio, col cappello in capo e con la faccia scura, cominciò +con un: Dunque? + +— Dunque? — ripetè il curato. — Mi dica, mi dica subito, perchè io non +ne so niente. + +— Come niente? Un affare così importante, e non saperne niente! Ma +già può cascare il mondo che loro preti... Loro preti già son tutti +uguali... + +— Può darsi; ma intanto me le dica subito lei queste novità, perchè son +sulle spine. + +— Ah, non ne so nulla nemmeno io; ero venuto per l’appunto a sentire. + +— Oh, quest’è nuova, e se la piglia con me! + +— Sicuro, perchè lei finirà a farmi qualche imbroglio, come fanno +sempre loro preti. Lei è l’uomo della buona fede, e ci cascherà. Si +butterà in braccio di costui, che sarà un qualche furbacchione, un +qualche collo torto che la menerà per il naso.... + +— Lei gli ha parlato? + +— Non l’ho neanche veduto, ma non importa. Ho le mie informazioni. +È un uomo magro, con un soprabito lungo, che parla tenendo una mano +nell’altra, che ha un cappello a tuba... Insomma, non se ne fidi, la +pigli larga... Ma già lei farà tutto all’opposto, perchè in fatto di +ostinazione, loro preti.... — E intanto che il sindaco diceva così, +la signora Angelica chiamava Cristina, e si tirava in disparte, +come di solito quando parlava il sindaco, per non udir cose che la +scandolezzassero. + +A interrompere il battibecco, tra il sindaco che continuava a +pigliarsela con i preti, e don Cornelio che perdeva la pazienza, venne +la serva annunziando in tutta furia ch’era tornato quel signore, e che +domandava di don Cornelio. + +— Che venga subito... cioè vengo io... no, conducetelo in saletta... +non fatelo aspettare, fate presto.... — E nel dir questo, don Cornelio +cercava di assettarsi i panni in dosso alla meglio, e di spolverarli +in fretta con le mani. Il sindaco s’era abbottonato fino al bavero, e +aveva calato il cappello sugli occhi come un congiurato, sul teatro, +sorpreso dagli sgherri. La signora Angelica, tenendo Cristina per mano, +correva per di qua e per di là, e non sapeva da qual parte uscire. +Intanto il forestiero annunziato dalla serva era comparso sull’uscio, +col cappello in mano, facendo un inchino, e pronunziando un: _è +permesso?_ lungo e mellifluo come quello d’una madre badessa. + +Don Cornelio, dopo un lungo ricambio di complimenti, condusse il suo +ospite nella saletta; e fece capire, con un cenno dell’occhio, al +sindaco e alla sorella d’allontanarsi, intanto che andava richiamando +alle convenienze _Ugolino_, il quale, dal canto suo faceva una pessima +accoglienza al nuovo venuto, brontolando e mostrandogli i denti. +Angelica e Cristina si ritirarono, dopo molte riverenze e molti +inchini, che quel signore non finiva di ricambiare, accompagnandoli +con lunghe occhiate piene di curiosità. Anche il sindaco se ne andò, +ma senza salutar nessuno; poi si fermò in strada sulla porta a +scambiar qualche parola con quei quattro curiosi che avevano seguìto +il forestiero fin sulla porta di don Cornelio. Ma si trattenne poco; +perchè, per dar a credere di saperne più degli altri, quando non se ne +sa nulla, ci vuole che i colloqui sien brevi. + + + + +V. + + +Con molto dispiacere della signora Angelica, che aveva il desinare +bell’e pronto, il dialogo di don Cornelio col suo ospite durò quasi due +ore; per cui, quando vide spalancar l’uscio della saletta, e uscirne +il forestiero in atto d’accomiatarsi, la signora Angelica, che era +fuori ad aspettare, fu un po’ meno complimentosa di prima. E si sarebbe +anche arrischiata di dire, a mezza bocca, una qualche paroluccia di +malcontento a suo fratello, se in quel punto non avesse notato un certo +che, se non gli avesse vista una certa espressione del viso ben diversa +da quella che s’aspettava. Don Cornelio era tutto acceso, e aveva i +capelli un poco più scomposti del solito. Sulla sua faccia non c’era +più, tutto intero, quel velo di malinconia e di malumore dei giorni +prima; quel velo era rotto, ma rotto da un ventaccio burrascoso di +quelli che lasciano de’ nuvoloni qua e là. Guai però se qualcuno gli +avesse detto in quel momento ch’egli non pareva contentissimo! Sarebbe +andato in collera. + +Come ebbe condotto il suo forestiero fino in strada, don Cornelio, +nel tornare in casa, fregandosi le mani, e quasi saltellando, chiamò +a tutta voce Cristina e Angelica, la quale intanto lo pedinava senza +ch’egli se ne avvedesse: — Venite qua, venite a sentire; buone notizie! +sicuro, una gran notizia! Ci hanno pensato Quello di lassù... e il tuo +babbo. — E stretta Cristina nelle sue braccia, fece una lunga pausa, +perchè intanto sentiva un nodo alla gola, e non poteva più parlare. + +— Eccoci; ma siccome il desinare è pronto da un pezzo, anzi è mezzo +bruciato e mezzo freddo — disse la signora Angelica, — così ci +racconterete tutto a tavola. Andiamo, andiamo. + +— Dunque? — riprese poco dopo la sorella del curato, intanto che +scodellava la minestra. + +— Dunque, — cominciò don Cornelio, — è proprio vero quello che avete +sentito anche voi. La Provvidenza ci ha pensato, e di tutti i guai che +sapete non se ne parlerà più. + +— Oh, sia lodato il Cielo! Ed è quel bravo signore, non è vero? Oh, si +capisce, ha un’aria così buona, così contrita.... + +— Non se ne parlerà più. Insomma da questo lato c’è proprio da esser +contenti. Sicuro che... queste patate, per dirne una, la Provvidenza +non ce le manda bell’e fritte.... Aiutati che ti aiuterò, dice +la Provvidenza... e quando per arrivare al bene c’è una qualche +privazione, una qualche contrarietà da sopportare, bisogna aver +pazienza e rassegnar visi di buona volontà! + +— Oh, sì, don Cornelio! qualunque privazione, qualunque pena, mi +sarebbe cara se potessi far qualche cosa anch’io per la memoria del mio +babbo, e per il bene di tutti! — esclamò con calore Cristina. + +Don Cornelio la guardò con un sorriso malinconico, e tacque a un tratto +come chi ha perduto il filo del discorso. + +— Ma, insomma, non ci avete ancora detto niente! — esclamò di lì a +poco la signora Angelica, facendosi poi subito tutta rossa per l’atto +d’impazienza. + +— Ah, sicuro. Dunque dicevo... ma abbiamo tutto il dopo desinare per +passeggiar nell’orto e per discorrere... una cosa dopo l’altra ve le +dirò tutte. Quello che vi posso dire fin d’ora è che, nessuno, nè di +quelli d’Orobio, nè di quelli di fuori, perderà un soldo. Saranno +pagati tutti; nè palazzo, nè poderi non andranno all’asta!... + +Cristina volle fare un atto di esclamazione, ma non lo potè, e si +asciugò in fretta gli occhi gonfi di lacrime. + +— Ed è quel signore che... — disse Angelica. + +— No, non è lui, ma abbiate pazienza! + +La signora Angelica era impaziente più di prima, ma non osò domandar +altro. Osservò che il fratello mangiava più in fretta del solito, e +che non s’era neanche accomodata la salvietta passandone un capo nel +collare, come soleva. Era inquieta e in sospetto, ma si rassegnò ad +aspettare la passeggiata nell’orto. + +— Quel signore che avete veduto si chiama il signor... — riprese don +Cornelio dopo essersi alzato da tavola, e nell’avviarsi verso l’orto +— il signor... aspettate, ve lo dico subito, ho qui il suo nome +stampato sul biglietto di visita, come si usa in città. Ecco: _Zaccaria +Valassina_. Ma chi raddirizza la barca non è lui, lui non è che il... +non so come lo chiamino... insomma è l’incaricato, è l’amministratore +della persona che verrà a mettersi al posto del povero conte Maurizio, +e a tenere in piedi la casa. + +— E questo tale è?... — saltò su Angelica che non ne poteva più. + +— Questo tale... è una tale... ma abbiate pazienza, pigliamo le cose +a una a una. Io non so se tuo padre — riprese dopo una pausa don +Cornelio, facendosi vicino a Cristina, e avviandosi con lei per un +vialetto dell’orto — ti abbia mai parlato d’una zia. + +— Sì, me ne ha parlato, — disse subito Cristina, — ma non me ne ricordo +il nome. Nella camera del babbo, tra i molti ritratti sparsi sui +tavolini ce n’è uno piccolo a colori, coperto da un vetro, e con una +cerniera d’oro all’ingiro... Ebbene, quando domandavo al babbo, fin da +bambina, di chi è questo ritratto? e gli facevo vedere il ritratto con +la cerniera, il babbo mi rispondeva: “questo è il ritratto della zia.„ + +— Non ti diceva altro? + +— No. Ah sì; mi diceva anche che si chiamava la zia Fulvia! — “E perchè +non vien mai qui con noi la zia Fulvia?„ — domandavo al babbo; e il +babbo mi rispondeva che abitava a Milano; poi una volta il babbo non mi +rispose, e si fece triste. Non gliene domandai più nulla, e pensai che +la zia Fulvia fosse morta. + +— Non è morta. + +— Sia lodato il Cielo, — esclamò la signora Angelica che aveva seguito, +a un passo di distanza, il fratello e Cristina. + +— Dunque è la zia che viene a farci del bene? che ha mandato quel +signore di poco fa?... E la zia verrà, anch’essa? Verrà presto?... + +— Sì, è proprio la zia — riprese don Cornelio — alla quale avevo +scritto da parecchi giorni. Ma non l’ho mai veduta neppur io; non la +conosco che di nome. E, guardate che combinazione. Ha anch’essa il mio +cognome, si chiama Sacchi anche lei. Non te l’aveva detto il babbo? + +— No. Oh quante belle cose in una volta! Scriviamole subito tutte a +Enrico... — esclamò Cristina; e la nuova commozione, risvegliandone +altre, le fece sentire il bisogno, in quel momento, di gettarsi nelle +braccia della signora Angelica. + +— Il nome è il medesimo, — continuò subito il curato per rimettere in +carreggiata i pensieri di Cristina; — ma ci sono i _sacchi_ vuoti, e i +_sacchi_ pieni. Io appartengo ai primi. Dunque, continuando, tua zia +si chiama Sacchi, o per dir meglio, si chiama donna Fulvia d’Orsenigo +vedova Sacchi. Suo marito è morto da parecchi anni, e l’ha lasciata +senza figlioli. + +— Povera zia! + +— È naturale dunque ch’essa cerchi d’aver una figliola in te. Il +Signore poi le ha mandato la buona ispirazione di mettersi al posto del +tuo babbo in tutto, e di fare molte opere buone in una volta sola. La +tua casa non andrà in mano d’altri; il buon nome di tuo padre resterà +intatto, come meritava... tu avrai una seconda madre; vivrai con lei.... + +— La zia dunque verrà qui? E io vivrò con lei ancora nella casa del +babbo? + +— Sì, certamente... ma solo una parte dell’anno perchè tua zia vive +lontano di qui... vive a Milano, come sai. + +— A Milano? E dovrò starci molti mesi dell’anno a Milano? — chiese +Cristina facendosi tutta pensierosa. + +— Non lo so di preciso, ma so che passerai molti mesi anche a Orobio, +perchè quel signore di poco fa m’ha detto che donna Fulvia ha bisogno +dell’aria delle nostre montagne; che a Orobio quindi ci vuol star +molto, che ci vuol fare tante belle cose.... Insomma, capisco, lo +staccarsi dai paesi che ci han veduto nascere, non è mai una cosa +allegra; ma, l’hai detto anche tu che una qualche privazione l’avresti +sopportata volentieri!... Or vieni qua, ragioniamola un poco. — Ma +intanto Cristina piangeva dirottamente nelle braccia della signora +Angelica, la quale in quel momento non aveva proprio l’aria di darle +dei conforti. + +Don Cornelio, a poco a poco, riuscì a tranquillarla, e a continuare +il suo discorso, fino a dirle che la zia aveva dato incarico a quel +signore, di condurla a Milano subito subito, magari in quel giorno se +fosse stato possibile. + +— Ma qui poi — si affrettò a soggiungere don Cornelio, — ho voluto +comandare un poco anch’io. Condurre Cristina dalla zia sta bene, ma +voglio condurla io! Eh, ci sono già stato una volta io a Milano! Quanto +poi al subito... un paio di giorni almeno ci vogliono per disporre le +nostre cosucce.... — + +E così, con un poco di diplomazia, don Cornelio aveva anche fatto +capire a Cristina che bisognava partire tra due giorni. + +La passeggiata nell’orto e la conversazione durarono fino al tramonto. +Fu una conversazione però in cui Angelica e Cristina ci misero poco +del proprio. Ma don Cornelio, passato l’impiccio del cominciare e +del venire alla conclusione, aveva riavuto il fiato; e tirò via per +un pezzo coi commenti, con le considerazioni, e con tutto quello che +potè raccapezzare pur di discorrere e di distrarre Cristina. Ormai +l’impiccio era quello del finire; ma ci pensò la campana dell’avemmaria +a chiamarlo in fretta per varie cosucce del suo dovere. + +Il giorno seguente fu una gran giornata non solo per i nostri +personaggi, ma per tutti gli abitanti del nostro paesello. Anche +in tutta la vallata non si parlava che degli avvenimenti d’Orobio. +Un gran signore, — come dicevano i più, — un conte, un milionario, +veniva a dipanar la matassa del conte Maurizio; ma questo era il meno; +veniva a rifar casa Orsenigo, a piantarsi in Orobio, e a farci cose +grandi. Anzi, c’era già venuto, dicevan altri, e lo si era veduto +lui in persona, con la roba, e coi milioni. Tutte queste maraviglie +venivan già accolte, fuori d’Orobio, con un tantino d’invidia, e con +una cert’aria d’incredulità, appunto perchè le credevano. Il signore +che faceva tanto parlare di sè, e che per scambio era creduto dai più +il nuovo benefattore d’Orobio, non era altro, come ognun vede, che il +signor Zaccaria Valassina, il ragioniere della zia di Cristina. E il +signor Zaccaria, compiacendosi moltissimo di vedersi tanto ossequiato, +e osservato con tanta curiosità, ricambiava gli omaggi or con quel +risolino compiacente che di solito teneva in serbo per donna Fulvia, or +con quella sostenutezza dignitosa che assumeva davanti a un debitore +moroso. La gente che gli andava dietro per strada, e che l’aspettava +per vederlo passare, non guardava tanto per il sottile, e si persuadeva +sempre più che il milionario era proprio lui. I pezzi grossi d’Orobio +avevano ben risaputo com’eran le cose, ma non le lasciavan intendere +che a metà; perchè intanto non dispiaceva loro che quel forestiero, +col quale la gente li vedeva girare per il paese, e con una certa +domestichezza, fosse tenuto in conto d’un gran personaggio. + +La contentezza e le speranze di quelli d’Orobio ingrandivano talmente +d’ora in ora, che il sindaco non osava, questa volta, crollare il +capo come faceva di solito quando gli davano una buona notizia. Si +teneva in disparte; e, per crollare il capo, andava da don Cornelio. +Ma don Cornelio, dopo quel primo turbamento che gli abbiam visto, +aveva cacciati a uno a uno certi pensieri molesti, e aveva finito con +l’aprire il cuore anch’esso alla gioia e alle speranze. L’aveva aperto +però così da poco, che le crollate di capo del sindaco gli richiamavano +subito i suoi dubbi, e quindi gli facevan perdere tanto più la +pazienza. Ogni volta dunque era una gran baruffa. + +— È inutile; quando non può rodersi il fegato... per lei la va male! +— gridava don Cornelio. — Che gusto ci trova? A quel po’ di bene che +capita a questo mondo facciamogli almeno un po’ di buon viso! Ma no, +lei ha bisogno di veder male, e sempre male. Oh che mondo noioso +sarebbe il suo! + +— Si diverta pure, don Cornelio, si diverta pure col suo bel mondo +color di rosa!... Ma già per loro preti.... + +— Per noi preti la va sempre bene! vuol dir lei. Oh, la va benone! +Siamo proprio in tempi.... Basta, basta, non mi faccia dire qualche +sproposito. + +— Non è questo che volevo dire. Volevo dire che loro preti o sono di +mala fede, e allora non parliamone; o sono di buona fede, e allora sono +come lei.... + +— Credenzoni! Vada pur avanti.... + +— Non dico questo. + +— Lo dice sempre! + +— Di troppa buona fede! ecco quello che volevo dire. Mi potrebbe forse +negare.... + +— Neghi lei invece, se può, con quel suo veder sempre nero quante e +quante volte non ha dovuto confessare.... + +— E quante volte lei non ha dovuto picchiarsi il petto per la sua +troppa buona fede! Basta, staremo a vedere. Io non l’ho sentita mai +neanche nominare questa sorella del conte Maurizio; ma se lei la +conosce.... — E qui don Cornelio si impazientiva ancora di più; voltava +le spalle al sindaco, e andava in cerca di un altro che gli venisse in +aiuto coi ragionamenti del buon umore e della speranza. + +Don Cornelio era tornato alle abitudini d’una volta. Sebbene fosse +tutto in faccende, pur si fermava volentieri a discorrere ne’ crocchi +in strada, e s’era fin lasciato vedere la sera nella bottega dello +speziale. Facce di cattivo umore, di quelle che conturbavano tanto +don Cornelio, non se ne incontravano più. Tutti facevan festa al +curato come prima, e più di prima; tutti lo tempestavano di domande, +di congratulazioni, e perfino di ringraziamenti. Egli cercava bene di +schermirsene e di metter le cose in chiaro; ma era inutile; per cui +sorridendo finiva a conchiudere tra sè: “Prima non ne avevo colpa, +adesso non ne ho merito; ma le partite non foss’altro son pareggiate.„ + +E Cristina? Quante commozioni, quanti nuovi pensieri eran venuti in +pochi giorni a darle nell’anima la prima battaglia della vita! Cristina +aveva diciassett’anni; ma questi anni, passati lontani da ogni rumore +del mondo, nella vita semplice della casa paterna e del suo paesello, +eran stati per lei anni d’una fanciullezza prolungata. Ora gli ultimi +fatti, la morte di suo padre, quelle disgrazie che aveva cercato di +capire nell’angoscia degli altri, il ritorno e la partenza d’Enrico, la +chiamata della zia X......, tutte queste cose eran venute a svegliare +e a dischiudere la sua anima come un fiore su cui scenda un improvviso +e cocente raggio di sole. E quanto c’era in quell’anima, è inutile +dirlo, aveva subito data, sulle ale di que’ diciassett’anni, una corsa +veloce per le mille strade della fantasia. Chi sa per quelle strade, +in qualche punto più lontano, quanto sole e quanti fiori non ci avrà +trovati, senza volerlo, Cristina! Lo si capiva, lo si vedeva. Ma poi, +a un tratto, essa chinava gli occhi, come sorpresa da un rimorso +pensando alla sua recente sventura, e ricadeva nella mestizia di +prima. Allora i bei paesi lontani a cui ritornava la rivedevano ora +agitata da un’inquietudine vaga o da vaghe paure, or nell’attitudine +rassegnata dello sconforto e del dolore. E nella via del dolore +l’immaginazione riaccesa le figurava tutta una missione di sacrifici, +di doveri difficili, di atti generosi; e Cristina si fermava su questi +nuovi pensieri con entusiasmo, e con una certa vigoria d’animo ch’era +tanta parte di lei. Ci si fermava fino a che quei dolori ideali le +riconducevano il pensiero a un dolor vero, alla memoria del babbo; e +allora dava in un scoppio di pianto. + +Cristina sorpresa, impaurita dai nuovi pensieri che l’assalivano e +si succedevano più forti alle volte della sua volontà, sentendo in +sè stessa qualche cosa che la rendeva diversa di prima, cercava di +non lasciar scorgere la sua commozione; e avrebbe voluto nascondersi +perchè sentiva montar le fiamme alla faccia se qualcuno levava gli +occhi sopra di lei. Ma di tutto ciò, non c’era nessuno in quel momento +che se n’accorgesse. Don Cornelio era distratto; anche in lui c’era un +contrasto di pensieri nuovi e di pensieri vecchi. L’animo suo, facile +alla speranza, e l’antico suo buon umore avevan delle lunghe rivincite; +ma poi c’era qualche dubbio da scacciare, e allora bisognava uscir di +casa, chiacchierare con qualcuno per strada, e ricevere da chi passava +quelle tali congratulazioni. + +La signora Angelica invece non parlava, non rispondeva a nessuno, +dicendo tutt’al più che non ne aveva il tempo, ma che era tanto +contenta. E intanto che diceva così, le scendevano, di sotto agli +occhiali, de’ grossi goccioloni che cadevan sulla biancheria e sui +vestiti di Cristina, nel baule, dove li andava riponendo con molta +attenzione e con un’arte paziente. + + + + +VI. + + +Don Cornelio, dopo le sue famose camminate del quarantotto, de’ viaggi +non ne aveva fatti più; non era andato neanche più in là del capoluogo +della provincia. Ora il dover partire, così tutt’a un tratto, per +Milano, nientemeno! e senz’aver avuto il tempo di pensarci su, era +stato un scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi della partenza, +per di più, non erano andati così lisci da riconciliarlo coi viaggi. + +Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la sorella. La signora +Angelica, all’annunzio della partenza di Cristina e del fratello, era +stata tutta compresa, oltre che dalla commozione, anche dal pensiero +che il suo curato dovendo presentarsi in una casa di gran signori, +e in Milano, non vi dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi. +Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone, di cui teneva lei +gelosamente la chiave, e dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi +di vestiario ancor nuovi aspettando una occasione straordinaria. +Angelica andò difilato ad aprire il cassettone, girò la chiave coi +dovuti riguardi... impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò +gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era più nulla, tutto +era scomparso! Angelica, a cui non eran nuove queste sorprese, non +si perdette in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole. +In altre circostanze consimili si era contentata di brontolare, o +di mandare qualche lungo sospiro di rassegnazione; ma questa volta +andò proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse a cercare suo +fratello per dirgli di santa ragione il fatto suo. Il colpevole, il +solito colpevole di questi furti domestici, era proprio don Cornelio; +il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava; rubava la propria +roba e con un’arte matricolata ch’era la disperazione della sorella. +Ogni tanto eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato che +non aveva da coprirsi..., don Cornelio aspettava che la sorella fosse +uscita di casa, poi quatto quatto frugava per le stanze, apriva un +armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche capo di vestiario, +lo nascondeva sotto la veste, e via. — Ah, quel benedett’omo, quel +benedett’omo! — esclamava Angelica quando se ne spassionava con +qualche amica. — Me lo dicesse almeno! Della roba smessa, de’ cenci +per i poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor no! Se c’è un capo +novo si può esser sicuri che mi piglia proprio quello! E di tutto +piglia; lenzuoli, coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E +pretendeva che una volta, nella fretta del rubare, il curato le avesse +fatto sparire anche una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla +con una nuova. La ramanzina questa volta fu delle più solenni, e non fu +breve. Don Cornelio se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi, come +chi riconosce il proprio fallo. + +Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere alla signora Angelica +gli abiti scomparsi, così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello +scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva più. A togliere +d’imbarazzo don Cornelio capitava, è vero, ogni minuto qualcuno; ma o +eran de’ seccatori che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina che +tirandolo in disparte, aveva un qualche nuovo ammonimento da dargli sul +modo di comportarsi e di parlare con donna Fulvia. Allora gli pareva +meno male di rimandarli tutti in santa pace, con le buone e presto. Ma +appena se n’erano andati tornava a sentir la voce della sorella che, +in un canto della stanza nel preparargli la sacca, andava brontolando +da sè, ma in tono di rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare a +Milano coi calzoni usati, e col panciotto sfilacciato... bella figura! +cosa diranno i Milanesi? — E don Cornelio, per confortarsi, brontolava +da sè alla sua volta: “Quando metterò il piede sul predellino della +vettura, oh! sarà un gran bel momento!„ + +Ma fu meno bello anche quel momento. — Che soprattutto nessuno sappia +l’ora della partenza! — aveva detto risolutamente don Cornelio; ma a +vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto per dargli il buon +viaggio, e per salutar Cristina; chi per curiosità, per vedere come si +faceva a partir per Milano; chi per dargli una lettera da ricapitare; +chi per dirgli di salutar qualcuno caso mai l’incontrasse per strada. +C’era il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi, tutti insomma; +non ci mancava che il dottore, perchè c’era in campagna un branco di +pernici che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava pur +risponderla a tutti; bisognava far coraggio a Cristina e alla sorella, +che piangevan nell’andito della casa, e non si decidevano a passar la +soglia: e bisognava anche darla a intendere a Ugolino, che non sapeva +capacitarsi di dover restare a casa. Il momento della partenza durò +quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente e poi rassegnato, +andava dicendo tra sè e sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh +quello sì sarà un gran bel momento!„ + +Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva fare un’ora di +strada per condurre a una borgata da cui poi partiva la diligenza, +che in tre o quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e della +sete del vetturino, arrivava allo sbocco della valle, dove c’era una +stazione della strada di ferro. Quella prima oretta di viaggio in +legno non passò male. Cristina s’era andata man mano rasserenando, +e all’espressione piena di dolore di poco prima glien’era succeduta +un’altra, ora pensierosa ora distratta, ora illuminata da qualche +subito raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in cuor suo che +le cose andassero meno male di quello che aveva temuto, cercava a +proposito di tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole il nome +dei paeselli di cui eran sparse le falde dei monti, e raccontandole +qualche storiella del passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E +siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà, si poteva scorgere +da lontano un punto bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto +nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere, raccontò +anche a Cristina la sua famosa avventura, accompagnandola, in forma di +soliloquio, con tutte quelle riflessioni ch’era andato mettendo insieme +da quell’epoca in poi. — Se fosse ancora vivo quell’ometto!... oh, +quest’era proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio, che andavo +a fargli visita! Scommetto che m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui +tutto in mente il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito anche +di noi poveri preti, e certe cose che gli avrei voluto suggerire... a +meno che non le avesse pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse +anche fatte!... + +Anche Cristina dal canto suo viaggiava col pensiero, come don Cornelio, +ma in tutt’altra direzione. Il cuore le si era messo a battere forte +forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto, e su quella +medesima strada, dove aveva veduto partire, pochi giorni prima, Enrico. +Le era parso subito di voler bene al legnetto, al vetturino, alla +strada, e a tutto quello che si vedeva. Avrebbe voluto, di tanto in +tanto, ripensare alla zia da cui era aspettata, e alla signora Angelica +che aveva lasciata tutta in lacrime; ma il pensiero era inchiodato lì; +e se pigliava il volo era per andarsene al bel paese smagliante di +luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire che la sua mente +illuminava di presentimenti felici e di trepide speranze. + +Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci fosse stata proprio +ricondotta dal legnetto, perchè come l’ebbe lasciato, e si trovò nella +diligenza, quell’espressione luminosa del suo viso si intorbidò, e a +poco a poco scomparve sotto un velo fitto di malinconia. Don Cornelio +se ne accorse, e avrebbe voluto ricorrere da capo alla parlantina +a cui dava tutto il merito se le cose erano andate bene fin lì. Ma +questa volta c’era un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due altri +personaggi, che noi già conosciamo, don Innocente e don Prospero: +e il nostro curato che non aveva voglia in quel momento d’attaccar +discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa quante domande, dopo +averli salutati e dopo aver scambiata qualche parola, s’era messo a +legger l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni di curiosità, +avevano continuato per un poco a guardare ora il curato, ora Cristina, +scambiandosi delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi s’eran messi +a discorrere sotto voce dei loro affarucci. Don Prospero parlava d’un +contratto che andava a fare per l’osteria del _Pomo d’Oro_; poi faceva +a don Innocente delle riflessioni sul palato dell’_avventore_; e gli +raccontava la storia d’un vino che aveva preso il forte, il torbido +e la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato così bene che +l’_avventore_ se l’era bevuto fino all’ultimo bicchiere, e con che +gusto! Un affarone! Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza, e +approvava tutto con la solita compunzione; diceva d’esser venuto con +gran piacere per fargli compagnia, per prendere una boccata d’aria... +— “e per fare, se gli capitasse, una partita alle bocce in quattro„ — +soggiungeva forse don Prospero in cuor suo. + +Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi le cose per un pezzo così; +ma con la coda dell’occhio vedeva Cristina che tutta rincantucciata +si faceva sempre più malinconica, e pareva presa da un grande +accasciamento. Ripensò al rimedio della parlantina che gli pareva +diventasse urgente oramai; chiuse il breviario, e si guardò intorno +cercando un qualche pretesto per attaccar discorso. Intanto a Cristina +gli occhi s’eran fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi +goccioloni sul grembo. Don Cornelio allora non potè più tenersi, fece +un ultimo sforzo, e dopo aver guardato dagli sportelli all’ingiro per +la campagna diede a un tratto in una tal risata che fece spalancar gli +occhi de’ suoi compagni di viaggio, e gli attirò più domande che non +gliene occorressero. La conversazione così fu in un subito avviata. + +— È a quella svolta, nevvero, che si va alle Cascine Vecchie? — prese a +dire don Cornelio, e continuava a ridere. + +— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma... eh, eh! ce n’è della +strada per arrivarci! + +— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che mi rammenta le Cascine +Vecchie mi fa subito ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno ben +risaputa anche loro la mia avventura del croato! Come? no? + +— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi pare bene d’averla +sentita raccontare... un gran pezzo fa.... + +— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia! quanti anni. + +— A ogni modo me la dica... che forse la rammento. + +— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha a fare! e poi con +le chiacchiere s’accorcia la strada.... Stammi a sentire anche tu, +Cristina, ma poi non darmi la baia veh! come hanno fatto per un pezzo +mia sorella e i miei amici d’una volta. Dunque... eravamo nel 1848, +sulla fine di marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci +facevan fagotto, e alzavano i tacchi in fretta e in furia, cacciati a +schioppettate dalle città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi... +quando, s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche giorno +prima di partire come cappellano coi volontari della valle, ero venuto +appunto fino alle Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni e +con qualche prete, dei quali, poveretti! non ce n’è più uno al mondo. +S’era venuti in tutta fretta insieme a dei signori della città, anzi +nelle loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei prigionieri +e dei feriti per le strade e nelle stalle de’ contadini. — “Ora che +il barbaro è sconfitto per sempre„ come si diceva in allora “guai +a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo alle Cascine Vecchie, e +cosa vediamo? In un capannone, su poca paglia, stavan dieci o dodici +poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati, che facevan +pietà; e sulla strada, in mezzo a uno sciame di contadini, alcuni +prigionieri legati come salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò +subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero è sacro per il +crociato italiano!... Ehi, mamelucchi, _volere mangiare?_... Qua, con +me, andiamo dal fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi +con gran cura nelle carrozze. — “_Io star ungherese_,„ gridavano tutti +questi poveri diavoli. — Andate là, andate là — si rispondeva loro; +— l’italiano libero e indipendente non fa distinzione tra i poveri +feriti!„ — In poco tempo furon tutti medicati alla meglio, rifocillati, +e condotti via; a eccezione però d’un povero croato, lungo come un +campanile, brutto come un demonio.... + +— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse tra i denti don Innocente. + +— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano, non gravemente, ma aveva +la cera cupa e malinconica più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva +nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran compassione, e dissi: me +lo prendo io. Fu un affar difficile sulle prime a addomesticarlo; non +voleva lasciar vedere la ferita, non voleva bere, non voleva mangiare. +Gli diedi un sigaro dicendogli pipa, per farmi capire, ma mi rispose +con un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo, e glieli misi +sotto il muso gridando forte: kreuzer, kreuzer; cominciò a capire, e se +li prese. Insomma a poco a poco, e con una gran pazienza, lo persuasi +che nessuno gli avrebbe fatto del male, che l’avrei fatto guarire, e +che venisse di buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti, ed io +ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada col mio croato, e a braccetto +per di più, perchè il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo in +città, allo spedale, ci volevano, a camminar piano, un par d’orette. Si +va, si va... e dopo mezz’ora incomincia a piovere. Affretto il passo, +e piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma eravamo al tramonto, +il cielo si faceva sempre più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo +ombrello, e presto eccoci, io e il mio _padre compagno_, bagnati, +inzuppati, che ci si poteva spremere come due spugne. Quando Dio volle, +trovammo un capannone per ricoverarci. Vi entrammo; e lì cominciai +a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi il cappello, il soprabito e +l’abito per farli asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise +a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo meglio, in quella +mezza oscurità, eran due occhiacci che mi guardavano fissi e che +scintillavano come quelli d’un gatto. + +— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè don Innocente. + +— Quando a un tratto... dopo avere, per un minuto solo, voltate le +spalle agli occhiacci, cosa vedo? vedo l’amico che pian piano se ne +va coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli sono addosso... +l’afferro appena fuori del capannone... ricevo uno spintone, e anche +un buon pugno... Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui via, +gridando: _paga Pio Nono!_ + +— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò don Innocente +spaventato. + +— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva don Prospero, il +quale aveva già fatto capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i +particolari di quella storia. + +— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda chi può!... Povero +don Cornelio!... Rientro nel capannone, mi guardo intorno con l’aiuto +d’un fiammifero, e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto, e +il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il cappello da prete, il +mio nicchio! ma quella mattina m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi +sarebbe piaciuto vederlo il croato col nicchio! + +Cristina cominciava a ridere. + +— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio freddo, pioveva +dirottamente, a diluvio... ero in maniche di camicia.... + +— E allora? — domandò Cristina. + +— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi, un’ora dopo, +rientrare in casa (fortuna che abitavo fuori di città!) quatto quatto, +dalla parte dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere in +quel momento mia sorella, e un mio amico, un burlone per di più, che +m’aspettavano!... L’avventura fu risaputa, e si pensi che ridere, che +ridere se ne fece! + +Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di gusto perchè anche +Cristina dava in scoppi di risa schietti, lunghi, che facevano in quel +momento il più bel contrasto sulle sue gote pallide e ancor lucide +per le lacrimucce di prima. Don Prospero, che non solo si rammentava +dell’avventura narrata da don Cornelio, ma pretendeva di saperla anche +meglio di lui, s’era messo a correggerla e a completarla con delle +varianti udite al _Pomo d’Oro_, e delle quali rideva rumorosamente +per proprio conto. Don Innocente, che aveva ascoltata la narrazione +torcendo la bocca, ma facendole poi fare un sorriso stentato quando i +suoi occhi si incontravano in quelli di don Cornelio, ora, tanto per +prender parte alla conversazione anche lui, concludeva col dire che il +caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo, come lo insegna il +padre Candido Brugnolo, il croato avrebbe forse potuto fuggire... ma +con gli abiti da prete, no di certo. + +La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente erano arrivati al +paesello a cui eran diretti, e, salutati quelli che rimanevano, scesero +a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto che veniva loro +incontro dalla soglia d’una bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza +tirò innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con la parlantina +che gli era riuscita così bene fin lì; tirò innanzi più che potè, +cercando con qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon umore di +Cristina, finchè la diligenza arrivò in capo alla valle dove c’era +la stazione della strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse +e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco, e su cuscini che +parevano imbottiti di piuoli, dovevano pur lasciare a Cristina e a don +Cornelio una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo quelle ore! E +don Cornelio non ne trovò più, per fare una buona risata schietta e di +gusto. + +In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava a zeppo; tutte facce +nuove; e i nostri due viaggiatori si sedettero accanto, un poco +impacciati e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini che +li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità e con l’eguale +espressione sciocca, non ristavano dal contemplare il prete di campagna +e la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e silenziosi per un +paio d’ore fino a Milano. A quei curiosi però non badarono a lungo, +perchè il filo dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli tutt’e +due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato il filo dei pensieri +ridenti, delle vaghe speranze, e di quei sogni che ricomparivano e +sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette dorate. A don +Cornelio invece era accaduto l’opposto; e sulla sua faccia allegra di +poco prima eran comparse ora certe rughe che gli si vedevano soltanto +quando aveva qualche pensiero che gli dava fastidio. La sua mente +infatti era tutta concentrata in quel momento in un pensiero molesto; +un pensiero che in quei giorni gli era venuto innanzi più volte, ma +che l’aveva sempre rimandato perchè per i pensieri molesti, diceva, +c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso che fosse proprio arrivato +il momento di fermarcisi sopra. Don Cornelio pensava a quella signora +a cui doveva presentarsi il giorno dopo; a quella signora cui doveva +affidar Cristina, e dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il +destino. Richiamava nella sua memoria quel poco che il conte Maurizio +gliene aveva detto, e quel di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo +l’amico suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su quel discorso, e +passar volentieri a parlar d’altro. Si ricordava che il conte Maurizio +e donna Fulvia, sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan più, +non si scrivevano più; sapeva che tra loro non c’era buon sangue, +ch’eran d’indole diversa, che non l’avevano mai pensata a un modo, +che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano divisi sempre più; +sapeva finalmente che una volta c’eran stati tra loro de’ grossi +guai, e che in allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello +la sua scomunica maggiore, dichiarando che non l’avrebbe voluto mai +più rivedere. “Ed è proprio a quella signora„ pensava don Cornelio +nel riandare questi ricordi “ch’io vado ora ad affidare la figlia del +conte Maurizio!... Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è una +provvidenza, questa, venuta proprio dal Cielo. E poi, che Cristina +dovesse partir per Milano subito subito, è stata la prima condizione +dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza di verbi +imperativi!... Quel signor Valassina, che nessuno mi senta, non m’è +piaciuto proprio punto. Potrebbe anche darsi che quel tanto di mala +grazia melata, ch’era un gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo. +Oh, lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se fa una così buona +azione dev’essere anche una brava signora!... I suoi torti, e grossi, +li deve aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi sa? a quest’ora si +è pentita, e li vuol riparare. Questioni di puntiglio... questioni di +carattere....„ E qui don Cornelio si accorse di aver toccato un cattivo +tasto, e si fece pensieroso più di prima. “Il carattere!„ riprese poi +tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par cosa da poco il carattere? +Certi caratteracci, per esempio, a doverseli godere, e peggio ancora +a doverci star sotto.... Un carattere, per venire al caso nostro, col +quale il conte Maurizio, che era tanto buono, non aveva mai potuto +intendersela neanche da lontano, dev’essere un carattere... sul fare +di quello del mio croato che a fargli del bene rispondeva a pugni.... +Povera Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare! Perchè +s’ha proprio da pensare al peggio? perchè rodersi l’anima fuor di +ragione, senza costrutto, senza un motivo... come fa il nostro sindaco, +tal quale... io che lo canzono sempre! Andiamo, andiamo... bando ai +cattivi giudizi, e non pensiamo male del prossimo!... Che soprattutto +poi Cristina non mi veda con la faccia scura, in questo momento; +sarebbe capace di darmi in uno scoppio di pianto, qui, in mezzo a tutta +questa gente... Non ci mancherebbe altro! Mi sta forse osservando... +misericordia!„ E mandò a Cristina un’occhiata alla sfuggita. + +Cristina dormiva tranquillamente. + +“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo don Cornelio rasserenandosi. + + + + +VII. + + +Tra le istruzioni che il signor Valassina aveva date a don Cornelio, +c’era anche quella di non condurre Cristina dalla zia la sera stessa +dell’arrivo a Milano, perchè di sera donna Fulvia teneva conversazione. +Doveva condurgliela il giorno seguente, a suo piacimento, purchè non +fosse dopo il mezzogiorno, nè prima delle undici di mattina. Don +Cornelio che voleva ripartire subito per la sua Cura, non era stato +malcontento in cuor suo d’aver qualche ora per una giratina in città. +Da quanti anni non vedeva Milano! C’era passato, l’ultima volta, +tornando dal Piemonte in una giornata d’autunno del 1848. Che brutte +giornate eran quelle! Com’era squallida e desolata Milano! La piazza +d’armi era tutto un accampamento; sui bastioni non si vedevano che +carriaggi, artiglierie, e barconi per ponti; nei giardini pubblici +accampava un reggimento d’ussari; e nelle piazze o nelle corti di +qualche palazzo abbandonato, drappelli di croati dormivan sulla paglia, +o facevano il rancio.... + +Figuriamoci ora come gli allargasse il cuore quel Milano senza croati! +Aveva poi una gran curiosità di vedere gli abbellimenti e le cose +nuove che s’eran fatte negli ultimi anni; abbellimenti e novità di cui +aveva letto delle ampollose descrizioni su un giornale del capoluogo +della sua provincia; un giornale che per fare la guerra al sindaco +gli buttava in faccia ogni mattina le maraviglie di Milano. L’avrebbe +fatto spianare Milano, quel sindaco! E dire che ogni tanto aveva dovuto +mandare ai milanesi indirizzi e complimenti. + +Ecco dunque, di buon mattino, don Cornelio e Cristina in giro per +Milano, ora fermandosi a bocca aperta, ora smarrendo la strada e +domandando timidamente qualche indicazione a chi passava. + +Don Cornelio, per prima cosa, volle vedere la statua di Cavour, +del suo amico Cavour, e rimase a contemplarla più che potè. “Un +poco ingrossato, ma è lui!„ esclamava. “Con una carta in mano... +proprio tal quale l’ho veduto quella mattina. Allora però aveva gli +occhiali.... Eh! se ci fosse ancora! quest’è la volta ch’egli rivedeva +il curato d’Orobio!„ Stette in contemplazione più che potè, ma il +tempo incalzava; e voleva pur dare una capatina in Duomo, e vedere la +Galleria. + +Ma lasciamoli girare in pace; e intanto che don Cornelio e Cristina +fanno venir l’ora della visita, andiamoci prima noi da donna Fulvia, +per vederla e per dirne qualcosa di più di quel che ne sapesse don +Cornelio. + +Donna Fulvia, bisogna dirlo per sua giustificazione, era nata il giorno +della battaglia di Waterloo. In quel giorno le Grazie atterrite da +Marte non avevano potuto evidentemente occuparsi di lei; ed essa era +venuta al mondo senza alcuno dei loro doni. + +Sua madre aveva avuto un bel predicare che la bellezza d’una fanciulla +non consiste nelle forme più o meno aggraziate, o peggio ancora +in un bel visetto, e che il bel viso non è la bellezza _vera_, ma +un qualcosa di pericoloso, un qualcosa da fuggire. I giovanotti +fuggivano, ma da sua figlia; preferivano la bellezza _falsa_, e Fulvia +rimaneva senza marito. Questa diversità di opinioni aveva finito col +lasciare nell’animo di Fulvia una viva amarezza, seguita poi da una +rassegnazione astiosa, e dal disprezzo affettato per le gioie di questo +mondo. Tutto ciò non era proprio fatto per darle in compenso quel dono +di cui aveva tanto bisogno, il dono della gentilezza e della bontà. Un +breve momento di serenità e di speranza lo ebbe nel quarantotto. Fulvia +in allora aveva passata la trentina, ma i tempi erano così promettenti! +Quell’amplesso universale, quella fraternità, diedero anche a lei un +momento di fede in tempi migliori. Fece coccarde, fece fila pei feriti, +fece cartucce; fu tutto inutile. Fratelli sì, ma mariti no. Dopo questo +nuovo disinganno anche il malumore e la mala grazia fecero una nuova +tappa; le comparve una prima grinza in viso, e quelle dell’animo non si +contarono più. + +Fu poco dopo, che Fulvia incominciò a bisticciarsi anche col fratello +Maurizio, mettendosi contro di lui che si ostinava a restar esule e a +cospirare. La madre, la vecchia contessa, accigliata e severa forse +fin dalle fasce, era compresa di orrore a veder suo figlio nella +rivoluzione, tanto più quando la rivoluzione era vinta; e gli intimava +ogni giorno un pronto ritorno a casa, e una pronta disillusione +del passato. Fulvia intervenne in quel dissidio non coll’ulivo, ma +con l’aceto. Si unì di rinforzo alla madre nei rimproveri e nelle +maledizioni; pensò di guarire il fratello di quel malaccio dell’amor +patrio, con una cura regolare di sarcasmi; e in punto a quella gran +lotta che aveva sconvolto da poco mezza l’Europa, dichiarò, in quanto a +lei, la propria alleanza definitiva coi vincitori. E figuriamoci se non +doveva esser così! Intanto che trionfavano da capo tutte quelle cause +perse di poco prima, trionfò anche la sua. Fulvia trovò marito. Quelli +dunque eran davvero i tempi migliori, i tempi delle cause giuste! Il +marito era un vedovo alquanto vecchino, brutto, e co’ suoi acciacchi, +ma ricco; codino poi quanto ci voleva per rapire i due cuori in una +volta, quello della figlia e quello della madre. + +Questo marito si chiamava semplicemente il signor Sacchi; ma Fulvia +continuò a farsi chiamare _donna_ Fulvia, e a non veder di malocchio +che i suoi dipendenti la chiamassero, come prima, la contessina. Al +diminutivo non badava in contemplazione del sostantivo. Neanche il +signor Sacchi non era fatto per insegnar con l’esempio la tolleranza +delle opinioni o la dolcezza del carattere. Le sue opinioni erano, come +il baverone del suo soprabito, inaccessibili a qualsiasi novità: il +suo carattere era duro come il cravattone in cui pareva affogato; e la +sua vita era compassata e precisa come la sua parrucchina. Fulvia lo +circondò del proprio rispetto e del proprio gradimento. Persuasa che +gli affetti per esser veri dovevano esser rigidi, si persuase che il +suo matrimonio era una perfezione. Convinta che bisognava uniformarsi +alla volontà del marito, specialmente quando questa era anche la +propria, fu del parere che in casa Sacchi non ci fosse nulla nè da +togliere nè da aggiungere. Così incominciò la vita coniugale di donna +Fulvia, e così continuò, finchè lo permisero gli avvenimenti, senza che +vi fosse mutato un ette mai. Questa vita metodica, uniforme, che si +conduceva in casa Sacchi si aggirava essenzialmente sopra tre perni: +su un po’ d’opere, cioè, di beneficenza e di pietà, passate al vaglio +di donna Fulvia; su una conversazione serale di ecclesiastici e di +uomini di sussiego, passati al vaglio del signor Sacchi; e su una buona +tavola, passata al vaglio di ambedue. + +Gli avvenimenti, che senza mutare di troppo la vita di donna Fulvia ne +incresparono a intervalli la superficie dal giorno del suo matrimonio +a quello in cui la vedremo noi, furono la morte di sua madre, la +nascita d’una figlia e le sue nozze vent’anni dopo; poi la morte del +signor Sacchi. Ora le era capitata la morte del fratello, che era una +increspatura maggiore delle altre per aver dovuto chiamar Cristina. + +Alla morte del signor Sacchi, avvenuta già da parecchi anni, si poteva +supporre che donna Fulvia concedesse un po’ di vacanza alla propria +rigidezza. Ma fu tutt’altro; si fece rigida e angolosa per due. +Raddoppiò, è vero, anche le opere buone; ed anzi come ebbe maritata +la figlia, si diede tutta all’amor del prossimo, ma ad un amore che +pungeva da tutte le parti. Si sarebbe detto che amare il prossimo fosse +per lei una mortificazione come il digiunare. + +Le sue beneficenze erano molte, ma eran quelle che andavano +rigorosamente a’ versi a lei. Anche i casi pietosi e le sventure +dovevano essere di suo gusto; e se non lo erano, c’era da buscarsi +una strapazzata a parlarne. Un errore del cuore la faceva montar su +tutte le furie; un caso troppo commovente non lo voleva ascoltare; +una disgrazia d’un genere nuovo non la ammetteva perchè superflua; +una disgrazia non pensata da lei la riteneva impossibile. Ma se le +beneficenze eran di suo gusto e le disgrazie di suo gradimento, +allora principiava in lei lo zelo per il prossimo. Allora era tutta +in faccende; promoveva collette, patronati, associazioni, opere pie; +vuotava la borsa e visitava anche in persona i suoi afflitti e i suoi +poverelli, ma soprattutto quando aveva una qualche lavata di capo da +dare. La lavata di capo le pareva il condimento indispensabile della +beneficenza. La vita di donna Fulvia, insomma, era tutta piena di opere +caritatevoli; ma non era raro il caso che qualcuno esclamasse: oh se +donna Fulvia fosse un po’ meno benefica! + +Un contrapposto completo di donna Fulvia era stato appunto suo fratello +il conte Maurizio. La bontà era per lui un culto, l’indulgenza un +dovere. Entusiasta del bene e d’ogni progresso, pieno d’una fede +vaga nell’umanità, non c’erano inganni, o disinganni in cui fosse +cascato, che avessero potuto scuotere la fermezza dolce e calma de’ +suoi sentimenti. Il conte Maurizio non aveva fatto che sognare i tempi +nuovi; e ogni sua gioia era nell’averli veduti; mentre donna Fulvia +s’era messa a due mani per tenerli indietro, e non c’era riuscita. Per +l’uno sarebbe stata una gran colpa il non averci, potendolo, avuto +parte; per l’altra era un gran colpevole chi solamente gli aveva +desiderati. + +Fermi e entusiasti ambedue, lui dolcemente, e lei duramente, non eran +fatti per dimenticare mai nulla del passato, e per dirsi: “finiamola +una buona volta.„ Quegli stessi avvenimenti domestici, dolorosi o +lieti, che in casi simili sono spesso le occasioni del riconciliarsi, +per loro due eran stati causa di nuovi urti e di nuovi dissapori. + +Da moltissimi anni non si vedevano più. Il conte Maurizio se ne +crucciava, e sperava sempre che la luce dei nuovi tempi sarebbe +penetrata anche nell’anima della sorella. Donna Fulvia aveva messo il +cuore in pace; di suo fratello non voleva più sentir parlare, e tutt’al +più lo raccomandava nelle proprie orazioni insieme ai traviati e ai +naviganti in mare. + +Ora pur troppo, non le mancava più che di raccomandarlo coi poveri +morti. Bisogna però dire che questa volta avesse capito che oltre di +ciò, le rimanesse qualch’altra cosa da fare. C’era stata infatti la +risoluzione di puntellare il patrimonio sfasciato del fratello, c’era +stato l’invio del signor Valassina a Orobio, e la pronta chiamata di +Cristina. “Questi son fatti, e sono una brava riparazione!„ concludeva +tra sè don Cornelio, il quale intanto che girondolava per Milano, o +guardava in su alle aguglie del Duomo, pensava continuamente alla +visita che doveva fare tra poco a donna Fulvia. “Di puntigli e di +ripicchi è pieno il mondo, ma poi vengono le disgrazie a darci di +frego!... Però son proprio curioso di vederla questa signora zia... +sebbene me la immagini... aspretta sì, ma nel fondo buona. L’umore, +c’è da aspettarselo, non sarà dei più facili. Benedetto affare questo +dell’umore! L’umor nero, imbroncito, che secca tanto a tutti, dovrebbe +seccare anche a chi lo ha. Ma nossignori! C’è chi se lo tien di conto, +e che ci gode!„ + +L’affar dell’umore era l’ultimo punto scuro, l’ultimo dubbio che +rimanesse a don Cornelio, per cui gli parve dover suo di dare a +Cristina qualche ammaestramento sugli umori diversi della gente di +questo mondo. E lo fece come furon tornati alla locanda, prima di +avviarsi alla casa di donna Fulvia, non avendo voluto disturbare, +durante la passeggiata, l’ammirazione di Cristina per le belle cose, +tutte nuove per lei, che andava vedendo, e che le facevano esclamare ad +ogni passo: oh mi par proprio di veder le scene d’una lanterna magica! + +— La t’è piaciuta la lanterna magica? Belle, nevvero, quelle scene!... +Ora poi col diventar milanese, ne vedrai anche le figurine. Ma a queste +poi ci dovrai guardare con attenzione, con prudenza, con giudizio, +perchè quando si dice gente nuova, si dice umori nuovi, e se le +persone son cento, son cento gli umori.... — Così don Cornelio un po’ +scherzando, e un po’ sul serio, avviò quel discorso che gli premeva +tanto, sugli umori del prossimo, tenendo a buon conto un po’ foschi i +colori per tornare a Orobio senza rimorsi. Avrebbe voluto anche darle +qualche altro avvertimento; avrebbe voluto, insomma, far le parti di +un padre, e pigliare il posto del povero amico che sentiva rivivere in +quel momento nel suo cuore; ma certi avvertimenti, certi consigli che +gli venivan sulle labbra lo facevan titubare, e quasi arrossire. Non si +sentì risoluto che nel richiamare ancora una volta a Cristina, a modo +di conclusione, il grande benefizio che le faceva donna Fulvia. + +— Insomma... insomma, tu hai dei grandi doveri verso la zia, e +lascia che te li ricordi ancora una volta. Pensa dunque a tutto il +benefizio che la zia sta per fare a te, al nome di tuo padre, e al +nostro paesello, al quale, non è vero? vogliamo tutt’e due tanto bene! +Pensaci sempre... non dimenticartelo mai! Che se poi la zia... si sa, è +innanzi negli anni... avrà le sue idee, le sue ubbie, sarà forse d’umor +difficile... Ebbene cos’è mai? + +— Oh nulla, nulla — interruppe Cristina che incominciava a intenerirsi. + +— Dunque... se anche ci fosse della pazienza da esercitare, o un +qualche sacrifizio da compiere.... + +— Oh, lo giuro, lo giuro! lo compirò. + +— Così va bene! brava figliola, siamo intesi; torno a casa contento con +la tua promessa, e non parliamone più. + +— Le scriverò, don Cornelio.... + +— Ma sicuro! e io ti scriverò tutte le notizie di Orobio; oh vedrai che +letteroni! + +— Con le notizie di tutti, nevvero? + +— E poi ci vedremo presto. + +— Oh crede che la zia mi condurrà presto a Orobio? + +— Credo di sì, a quanto ho saputo dal signor Valassina. Ma poi lascia +fare a me, ne parlo subito con la zia, e me lo faccio promettere. Va +bene? Oh sentirai.... E ora andiamo. + +— Mi saluti, tanto tanto, la signora Angelica; le dica che le mando +ancora tanti baci. E mi mandi le nuove di tutti... di tutti... anche +di.... + +— Anche d’_Ugolino_? sicuro povero _Ugolino_...! + +Veramente Cristina voleva dir tutt’altro; ma fu contenta anch’essa, +come don Cornelio, di sviare la commozione coi saluti per _Ugolino_. + +— Misericordia, è passato il mezzogiorno! — esclamò don Cornelio dopo +aver guardato l’orologio. — E il signor Valassina che m’aveva tanto +raccomandato...! Andiamo, andiamo Cristina. + +Scesero di corsa nella corte della locanda, e fatta venire una +cittadina, don Cornelio disse al cocchiere il nome di una strada e il +numero d’una porta; poi si raccomandò alla sua buona grazia perchè ve +li conducesse in fretta. Per arrivare alla casa di donna Fulvia, ch’era +in una strada vecchia e tranquilla d’un quartiere remoto, ci volle un +buon quarto d’ora: don Cornelio ebbe quindi il tempo di pensare a un +complimentuccio, e Cristina di ritornare sull’argomento delle lettere, +e di pronunziare il nome d’Enrico. + + + + +VIII. + + +— Il portinaio le ha lasciato far le scale senza dirle nulla? — +domandò a don Cornelio un vecchio servitore venuto a aprirgli l’uscio +dell’anticamera. + +— Sì, mi ha detto che donna Fulvia a quest’ora non riceve visite, e +veramente lo sapevo; ma siccome poi m’ha anche detto che è in casa.... + +— È in casa, ma non c’è, — rispose con gravità il servitore. + +Don Cornelio non capì, ma non osò confessare la propria ignoranza. +Poi fattosi coraggio riprese: — L’affare è..., che vengo da lontano +appositamente chiamato da donna Fulvia. Anzi mi faccia il piacere di +dire alla signora che c’è qui il curato d’Orobio, con la nipote. + +— Ah! ho capito; e com’è così, venga pure innanzi, — disse il servitore +guardando il curato e Cristina con una certa curiosità. — Vado ad +annunziarli. S’accomodi intanto signor curato.... si accomodino. + +Don Cornelio e Cristina sedettero su una cassapanca, sulla cui +spalliera c’era dipinto lo stemma di casa Orsenigo; e rimasero ad +aspettare, guardando intanto all’ingiro per l’ampio stanzone, e facendo +tra loro qualche chiacchiera sottovoce. A un tratto videro aprirsi +un uscio, e si levarono in piedi tutt’e due. Entrò, tutto solo, un +cagnolino inglese, dal pelo lungo, grassotto e serio, facendo col +passo lento e stentato dei piccoli giri come se cercasse qualcosa, e +mandando traverso i peli, che gli coprivan gli occhi, qualche occhiata +ai due forestieri. Cristina fece una risata, e don Cornelio chiamò quel +personaggio con un pst e con un nome di fantasia. Il cagnolino diede +una brontolata, come dire che non permetteva scherzi; e senza voltarsi +se ne andò dall’uscio da cui era venuto. + +Ci fu una seconda pausa, non breve, ma senza avvenimenti. Finalmente +s’aprì un uscio di nuovo, e questa volta comparve una persona che +per l’età, per il vestito, ch’era severo ma non senza una certa +pretensione, e pel contegno che voleva esser dignitoso, c’era, per chi +veniva da Orobio, da pigliarla sulle prime per donna Fulvia. Ma non era +invece che la sua cameriera; e dietro a lei era ricomparso il cagnetto +inglese, il quale senza scostarsele dai lembi del vestito, fissava +questa volta i due forestieri con quella audacia che danno le forti +protezioni. + +— Dunque loro sono... il signor curato, e la nipote della mia +padrona... — cominciò a dire la cameriera. — Male, male, venire a +quest’ora. Dopo mezzogiorno donna Fulvia non riceve che qualche +personaggio di riguardo che non voglia venire nelle ore delle visite. +Adesso, per esempio, c’è don Felice, anzi il padre Felice, come si +dovrebbe dire.... Per le visite fuor dell’ordinario, e per la gente +di campagna, che pur ce ne abbiamo, non c’è, diremo così, che un’ora +rubata.... e cioè dopo la colazione fino a mezzogiorno. Basta.... +basta, donna Fulvia le fa dire, per mezzo mio di aspettare un momento. +E intanto la signorina venga con me, perchè c’è la marchesina Bianca, +la figlia della mia signora, la quale desidera vederla subito. Venga +con me signorina.... Silenzio lei, signora _Fleurette_, non me ne +faccia delle sue. — Queste ultime parole erano per il cagnetto, o a +dir meglio per la cagnetta, la quale vedendo muoversi i due forestieri +aveva cominciato a modo suo un rabbuffo. — Il signor curato — continuò +la cameriera, — può venir nel salotto, e s’accomodi pure, finchè la +signora lo farà chiamare. + +Don Cornelio un poco impacciato, non seppe far altro che rispondere: +— Benissimo, benissimo — e lasciarsi condurre nel salotto dicendo a +Cristina: — Va pure, ci saluteremo dopo. — Cristina diede un’ultima +occhiata a don Cornelio coi suoi due grand’occhi celesti che s’eran +fatti improvvisamente gonfi e rossi; e, senza poter proferire una +parola, se ne andò, seguendo la cameriera. + +Il salotto dov’era rimasto don Cornelio era quello in cui donna Fulvia +riceveva le visite una volta la settimana. L’aveva addobbato il signor +Sacchi all’epoca del suo primo matrimonio, e da cinquant’anni non c’era +stato mutato nulla, neanche il posto d’una seggiola. Tutto quello che +ci si vedeva era collocato in bell’ordine e in simmetria: se su un +tavolino, alla destra, c’era un vasetto con accanto una strenna, c’eran +pure a sinistra equidistanti il vasetto e la strenna. Le seggiole +con le spalliere piccole, riquadrate e coperte d’un damasco giallo, +impallidito nell’ozio, eran disposte torno torno al salotto; meno +però quelle che erano in fazione presso i tavolini, e che ci stavan +fisse e simmetriche come sentinelle in un giorno di parata. Intorno +ai tavolini si vedevano anche alcune seggiole a bracciuoli, ch’erano +come una concessione stata fatta ai nuovi tempi, ossia alle poltrone; +ma una concessione di quelle che concedono il meno possibile. In giro +poi alle pareti si vedevano anche, alternati alle sedie, due canapè, +due scaffali a palchetti con le vetrate, e due senza; e finalmente un +tavolino con la lastra di marmo, su cui c’eran due paniere di fiori +finti sotto campane di vetro, e su cui posava un’alta spera che faceva +riscontro alla spera del caminetto. Al caminetto il signor Sacchi aveva +provveduto di certo in un momento di poesia giovanile; e ci si vedeva +un orologio di bronzo dorato che raffigurava uno scoglio, sul quale una +farfalletta dall’ali d’argento, mossa dal pendolo, si faceva or vicina +or lontana a un amorino, che era lì, in atto di pigliarla, ma che da +cinquant’anni non la pigliava mai. + +Quei mobili, quell’addobbo, avevano un’aria così severa e solenne +che don Cornelio, compreso da una certa soggezione, non aveva osato +sedersi, sebbene avesse dovuto aspettare una buona mezz’ora. Per +passare il tempo, s’era messo a contemplare quattro ritratti che +c’erano alle pareti, in simmetria s’intende, due dei quali dovevano +essere di certo i ritratti del signor Sacchi e di donna Fulvia. E su +quest’ultimo s’era fermato specialmente, per far la conoscenza in +anticipazione della padrona di casa, e per trovare l’ispirazione del +discorso da farle. L’aveva guardata e studiata un pezzetto, ed era +passato a contemplar la farfalla e l’amorino, quando a un tratto s’aprì +un uscio, e la cameriera di poco prima venne a dirle che donna Fulvia +lo aspettava nel suo gabinetto. + +Donna Fulvia, quando entrò nel gabinetto don Cornelio, era sola e +seduta a un tavolino di lavoro. + +“È proprio quella del quadro„ pensò don Cornelio riconoscendo certi +quattro ricci corti e grossi che le stavano, a due a due, di fianco ai +polsi a far di sostegno a una cuffietta; e ch’erano i rappresentanti +posticci dei ricci veri d’una volta, quelli del ritratto. + +— Mi scuserà se l’ho fatto aspettare, ma la colpa non è mia — prese a +dire donna Fulvia. + +— La colpa è tutta mia — rispose subito don Cornelio, che ci si era +preparato. — Tutta mia, perchè il signor Valassina infatti m’aveva +detto che.... + +— Allora, basta così, la si accomodi signor curato — e gli indicò, a +due passi da lei, una seggiola con lo schenale ricurvo, e coi braccioli +formati dall’ali e da due colli di cigni, le cui teste scendevano +ripiegate e pensierose. + +— È proprio col cuore commosso, ch’io devo innanzi tutto.... — riprese +don Cornelio. + +— Un momento, un momento, pigliamo le cose con ordine. Lei dunque è il +signor curato d’Orobio, e si chiama, se non mi sbaglio, don Cornelio.... + +— Precisamente, e guardi un po’ che bella combinazione! mi chiamo +Sacchi anch’io.... — + +— Andiamo avanti. + +— Ma come dico sempre io, — soggiunse don Cornelio facendosi tutto +ilare — ci sono i sacchi vuoti e i sacchi pieni.... + +— Andiamo avanti, andiamo avanti, — rispose asciutta donna Fulvia; +poi dopo una pausa continuò. — Le dirò dunque che ho ricevuto una +lunga lettera dal mio Valassina, e che sono al fatto, in parte, dello +stato deplorabile di cose, che.... quel tapino, mi limito a dir +così.... — + +Don Cornelio chinò gli occhi a terra, e non rispose. + +— Nè mi stupirei che ci fosse di peggio, — continuò donna Fulvia, — +perchè Valassina mi scrive di non voler aggiungere commenti visto lo +_stato di decesso in cui il conte si trova_. Dice così. Ma già mi +immagino tutto. E doppiamente poi mi rattristo quando penso che anche +il paese di Orobio deve trovarsi in condizioni morali ben tristi dopo +simili esempi. + +— Oh donna Fulvia, questo poi non lo pensi! + +— Non voglio far torto a lei, ma so ciò che mi dico. + +— E spero che si ricrederà quando verrà in Orobio. Ci venga presto! + +— Sicuro che ci dovrò venire — e fece un gran sospiro. — Quasi non ne +avessi abbastanza dei doveri da compire in Milano, adesso mi casca +sulle braccia tutto un paese! + +— È certo che per lei, che è tanto caritatevole — riprese don Cornelio +trattenendo la sua pazienza a due mani — del bene da fare ne troverà da +per tutto. + +— Tutto un paese mi casca sulle braccia! + +— Tutto, proprio tutto, voglio sperare di no... ce lo divideremo per +metà.... + +— Le son freddure! — Fece una pausa, poi riprese: — Signor curato io la +dovrò interrogare su molte, su moltissime cose. + +— E io sono a’ suoi comandi. + +— Ma che! Adesso lei deve tornare al suo paese, perchè il pastore sta +bene vicino all’ovile. Ma andiamo avanti. Ho veduto la fanciulla. +Misericordia! Ho capito a colpo d’occhio che c’è tutto, tutto da fare. + +— La di lei missione, buona signora, è certamente molto delicata; ma +voglio sperare... anzi son sicuro che gliela renderà facile l’indole +della fanciulla. Oh quando la conoscerà! Fu cresciuta in un povero +villaggio, è vero; ma la sua educazione non fu trascurata. La sua +indole poi.... + +— Potrebbe darsi che avesse sortito l’indole di mia madre.... + +— Come vuol lei, ma non ne conobbi mai di migliori. Il cuore di quella +fanciulla, i sentimenti del suo animo, la sua squisita sensibilità... + +— Piano, piano, con tutta questa roba... è qui appunto che comincia +il guaio. Basta, vedremo; intanto l’ho lasciata in conferenza con don +Felice, un religioso, un degno amico di casa, perchè me ne sappia +subito dire qualcosa. Ma già, non per contradirla, signor curato, ci +sarà tutto, tutto da fare. + +— Oh se sapessi, mamma! — esclamò in quel punto la vocina d’una persona +che entrava nel gabinetto in fretta e facendo un gran fruscio con le +vesti. — Se sapessi! C’è tutto, tutto da fare. + +— Ti presento il signor curato d’Orobio — disse allora donna Fulvia a +sua figlia. — Signor curato, le presento mia figlia la marchesa Bianca +Chiaravalle. + +Il curato si alzò, e fece un inchino profondo e impacciato alla +marchesa, la quale gli rese il saluto, un poco in fretta e in +distrazione, con una piegatina di capo piuttosto affettata, e con un +sorrisetto gentile, ch’erano il suo modo abituale di salutar tutti. + +— Oh non ti puoi figurare, mamma, c’è tutto, ma tutto da fare. Corro +subito subito dalla sarta, poi dovrò andare in cinque o sei botteghe +almeno.... Per fortuna che avevo trattenuta la carrozza! + +— Piano, piano, mia cara; sono affari questa volta in cui ci devo +entrare io sola. + +— Oh ma sai che io mi ci diverto tanto! + +— Lei si diverta pure, signora figliola, coi cappellini e coi vestiti +suoi. Ora si tratta d’una faccenda ben diversa. Il figurino delle mode, +questa volta, lo devo e lo voglio far io. + +— A proposito — interruppe don Cornelio — siam partiti in fretta, e +Cristina non ha portato con sè che un bauletto.... + +— Oh l’ho veduto — saltò su ridendo la marchesa. + +— Ma c’è dell’altra roba ancora... — soggiunse il curato. + +— Oh, non importa, — rispose la marchesa, continuando a sorridere. Ma +donna Fulvia la interruppe dicendole: — Dunque Bianca siamo intese. + +— Ebbene, dirò alla sarta che venga da te e ti farò mandar le stoffe +a casa. C’è una bottega nuova di bruno, dove ci ho già vedute mille +coserelle per lutto grave che sono un amore, una delizia! + +— Ah se ci vai per tuo conto è un altro affare. Ma quanto alla ragazza, +siamo intese... che vossignoria c’entri il meno possibile! + +— Buon giorno mamma; signor curato, buon giorno. — E ripetuta la +piegatina di capo, col sorrisetto, la marchesa Bianca se ne andò. + +— Alla ragazza — continuò donna Fulvia — dovrò pensar io, in tutto. È +una nuova, una grande responsabilità che m’è piombata addosso, ma è +dover mio... e andiamo avanti. Non ho ancora fatto il mio piano, ma lo +farò.... — E tirò un gran sospiro. — Come le dissi, avrei molte e molte +domande da farle, signor curato! ed è un peccato che non ce ne sia il +tempo, per ora.... È un peccato, perchè francamente le dirò che ci +son molte cose che non mi so spiegare... e ce n’è anche nella lettera +ch’ella mi scrisse.... La stessa amicizia, diciamolo pure, tanto +intrinseca tra lei, sacerdote e curato, e lo sgraziato defunto, a cui +Dio perdoni... me la spiego pochissimo!... + +— Gliela spiegherà il tempo, che fu giustamente chiamato galantuomo. Le +parti giuste per tutti, della ragione e del torto, oh il tempo le sa +fare; e in quel silenzio che si fa intorno ai poveri morti, o presto +o tardi, si leva la voce della giustizia e della verità.... Insomma, +venga, venga presto a Orobio, donna Fulvia! L’ho anch’io un gran +bisogno di discorrerla a lungo con lei. Di molte cose, di molte, ne son +sicuro! ella si ricrederà.... + +— E forse di molte, voglio sperare, si ricrederà anche lei — interruppe +in tuono alquanto brusco donna Fulvia. Poi, dopo un minuto di silenzio, +e con la voce un po’ più raddolcita riprese: — Mi favorisca quest’oggi +a pranzo, così potrà anche salutar la fanciulla prima di ripartire, se +lo desidera. Pranzo alle quattro; glielo dico una volta per sempre; era +anche l’ora del mio povero marito.... + +— Grazie, mille grazie, e ci verrei ben volentieri... onoratissimo... +ma devo ripartire con la corsa delle tre, per essere domattina a casa. +Anzi bisognerà che mi spicci; per cui, se me lo permette, saluto +volentieri una volta ancora Cristina, poi le dovrò chieder licenza.... + +Mentre don Cornelio e donna Fulvia s’alzavano, s’aprì lentamente un +uscio, e comparve un nuovo personaggio, un prete di statura alta, +col fare tra il modesto e il dignitoso, e con l’abito fine, d’un bel +nero nuovo, da far invidia a don Cornelio; il quale anzi osservò che +quell’abito era d’una foggia un pochino diversa da quella usata di +solito dagli altri preti della città. Don Felice, ch’era il nuovo +venuto, rispose a un inchino profondo che gli fece don Cornelio, con +un sorriso mellifluo e con un’occhiata lunga e profonda, senza aprir +bocca. Donna Fulvia diede una tirata di campanello, e poco dopo entrava +nel gabinetto Cristina, con la cameriera e con _Fleurette_. + +I saluti furono complimentosi, ma spicci. Don Cornelio andò diviato +alla locanda, poi alla stazione. Arrivò alla sera al capoluogo della +sua provincia, e la mattina seguente di buon’ora ripartì per Orobio. + +Non è a dire di quante domande lo tempestassero sulla gita a Milano, +su donna Fulvia, su Cristina, in casa e fuori di casa, la signora +Angelica, il sindaco e tutti i personaggi grandi e piccoli del paese. + +— Benone, benone, è andato proprio tutto benone — rispondeva a tutti +don Cornelio. E per quanto facessero, nessuno riuscì a cavargli di +bocca una parola di più. + + + + +IX. + + +Donna Fulvia, dopo l’arrivo di Cristina, fu sottosopra non poco per +parecchi giorni. Era a momenti tutta eccitata, poi cadeva sopraffatta e +prostrata, nè più le bastavano i conforti del padre Felice. Si sarebbe +detto che avesse accolto in casa, non un’innocente fanciulla d’Orobio, +ma una selvaggia venuta di fresco dall’Africa. Il problema del rifare +da capo un’educazione viziata, secondo lei, da chi sa quanti errori; +il pensiero della sua pace perduta, e quello di mille guai immaginari, +formavano insieme una fantasmagoria di cose, un incubo, che non le +davan tregua, e che finivano per lo meno col darle l’emicrania, e +col far correre una dozzina di volte al giorno la Cleofe, ch’era la +cameriera, con tutte le boccettine della spezieria omeopatica di casa. +Donna Fulvia, insomma, era persuasa che le fosse cascato il mondo +addosso; e nel considerare la molteplicità dei problemi che le stavan +dinanzi e la complicazione di ciascun d’essi, disperava per sè, e +quindi per chississia, di trovarcene il bandolo. + +Con sua grande sorpresa però, e quasi con un pochino di dispetto, +dovette accorgersi, un paio di settimane dopo, che qualcuno di quei +problemi, ai quali essa aveva appena osato pensare, o non comparivano, +o si scioglievano da sè senza bisogno, quasi, di badarci. “Chi sa +in seguito!„ le toccava già di dire; ma intanto in casa sua tutto +andava liscio come prima. Cristina era contenta, anzi maravigliata di +tutto. Abituata alla vita modesta e casalinga di campagna, cresciuta +con le massime e le abitudini di suo padre, che erano semplici e +austere, trovava, con molta compiacenza di donna Fulvia, che in casa +della zia tutto era buono, tutto era bello, e che le distrazioni e i +divertimenti erano fin troppi. I divertimenti consistevano in qualche +trottata, in qualche giretto per i magazzini di mode con la marchesa, +o in qualche lunga e sfarzosa funzione in Duomo, condottavi dalla +zia. Ma per Cristina erano novità maravigliose anche queste; erano, +ognuna, un divertimento. In cuor suo Cristina non aveva che un cruccio; +quello che nessuno le parlava mai di suo padre; che nessuno pareva +dividere il suo grande e recente dolore. Don Cornelio le aveva detto +di certi dissapori che c’erano stati in famiglia, e a questo proposito +le aveva raccomandata una gran prudenza, assicurandola che il tempo +avrebbe portato un rimedio anche a ciò. Per cui Cristina teneva il suo +doppio dolore tutto chiuso in sè stessa; e quando proprio non poteva +più trattenere le lacrime, allora correva a nasconderle nella sua +cameretta. Ma poi era così compresa di riconoscenza verso la zia, era +così ferma nel proposito di ricambiare il bene ricevuto con qualunque +sacrifizio, e nel mantenere questa sua promessa, questo suo giuramento, +ci metteva così pienamente tutto il suo entusiasmo giovanile, +che subito faceva forza a sè stessa; e ripensando fiduciosa alle +raccomandazioni di don Cornelio, rinchiudeva gelosamente nell’animo +ogni pensiero malinconico, ogni pensiero che pigliasse la strada de’ +suoi monti. Tutto il suo impegno era quello di mostrarsi contenta, +premurosa, riconoscente. Quando aveva detto a don Cornelio “glielo +giuro„ s’era immaginata di dover compire subito qualcosa di eroico; +ed ora, vedendo che il sacrifizio era quello di non scorrazzare per +i campi, di vivere un pochino in soggezione, e di tener chiusi in sè +stessa, per allora, il suo dolore e i suoi pensieri, le pareva quasi +di non pagar per intero il benefizio ricevuto. Tra i suoi pensieri +ce n’era pur uno recente, ma che ogni giorno si faceva più vivo, +più assiduo, e le suscitava in secreto ora un’ansia penosa, ora una +moltitudine vaga di gioie e di speranze. Era il pensiero d’Enrico. Ma +questo pensiero, Cristina, non durava fatica a tenerlo celato perchè +le faceva subito correr le fiamme al viso; essa non avrebbe voluto che +se ne avvedesse alcuno, all’infuori, diceva, di don Cornelio... perchè +anche don Cornelio voleva a _lui_ tanto bene. E poi, sarebbe stato un +peccato disturbare un così bel pensiero che ritornava ogni volta con +una nuova e più cara speranza. “La zia, pensava Cristina, tra pochi +mesi sarebbe andata a Orobio, ci sarebbe rimasta un pezzo, ci sarebbe +tornato anche Enrico, la zia l’avrebbe conosciuto, gli avrebbe voluto +bene... oh, n’era sicura!... e poi....„ E poi Cristina ripigliava la +via dei sogni, dei bei sogni dorati. + +Nell’animo di donna Fulvia, come abbiam detto, era andata formandosi, +a poco a poco, una calma relativa, e quasi non ci rimaneva più che una +sola cagione di dispiacere e di angustia: vogliam dire la bellezza di +Cristina. Procurava ben essa di metterci sopra lo spegnitoio, tenendo +con mano ferma la direzione del vestito e delle acconciature di +Cristina, e correggendo a questo proposito prontamente le imprudenze di +sua figlia Bianca; ma le misure, per quanto energiche, valevan poco. +Donna Fulvia temeva ogni giorno più che il male fosse inguaribile; +sicchè su questo punto continuava ad essere in allarme, e a consultarsi +col padre Felice. + +A donna Fulvia piaceva di parer piena di sopraccapi e di disgrazie; +piaceva l’aver delle afflizioni da confidare, e su cui sfogarsi per +essere compassionata e confortata. Una qualche afflizione trovava +sempre modo d’averla. Non è a dire quindi quante lettere desolate +avesse scritte a suo genero, il marchese Chiaravalle, ch’era a Roma, +quando le capitò di dover ritirare Cristina in casa; ciò che per lei +era stato un sopraccapo davvero. A quelle lettere il marchese aveva +risposto con i soliti conforti e con i soliti complimenti, ch’erano il +formulario, in questi casi, d’ogni sua lettera alla suocera. Ma poche +settimane dopo, il marchese, con sua maraviglia, cominciò a ricevere +dalla suocera qualche lettera in cui le afflizioni apparivano alquanto +mitigate, ciò ch’era una gran novità; e n’ebbe fin una in cui Cristina +era chiamata col nome di _seconda figlia_, preceduto da un semplice +_quasi_. Fu allora che allo stupore del marchese tenne dietro subito un +altro stupore non piccolo, quello di donna Fulvia, la quale a un tratto +ricevette una lettera dal genero che la avvisava del suo ritorno prima +del tempo fissato. + +Il marchese Ettore Chiaravalle, prima del tempo fissato non tornava +mai; specialmente, bisogna dirlo, quando viaggiava senza moglie e senza +suocera. Egli non s’era deciso a prender moglie se non quando gli era +proprio parso di non aver più nulla a chiedere alla propria libertà: +allora s’era anche creduto rassegnato ai vari legami accessori che +tengon dietro al legame indissolubile; aveva tutto preveduto, tutto +calcolato; ma poi, a matrimonio fatto, s’era accorto che il conto non +gli tornava esattamente. Gli mancava almeno un mesetto all’anno d’una +boccata d’aria libera, di quella d’un tempo; e bisognava trovar modo +di farcela stare. De’ pretesti dunque ce n’eran sempre: eran pretesti +d’una evidenza e d’una serietà inappuntabili; pretesti preceduti +da un consiglio chiesto alla suocera o da una confidenza fattale; +pretesti, insomma, che ogni volta davan l’aria al marchese di partire a +malincuore e pregato. Oltre il pretesto estivo d’una qualche bagnatura +particolare, c’era quasi ogni anno un pretesto invernale, ch’era quello +or d’un affare improvviso, or d’una visita a qualche cospicua famiglia +o a qualche personaggio dei molti, coi quali il marchese era entrato in +dimestichezza negli anni passati gironzellando per l’Italia e fuori. +La dimestichezza coi personaggi, e soprattutto con certi personaggi, +era ciò che toccava il cuore di donna Fulvia in un modo particolare, +e che accresceva in lei il gran concetto in cui teneva suo genero. +Figurarsi! saper suo genero amico e in corrispondenza diretta coi più +rinomati campioni di quelle idee ch’erano le sole buone di questo +mondo, le idee sue! Non è a dire dunque quanto donna Fulvia favorisse +certi viaggetti e certe visite del marchese Ettore; e come questi non +mancasse mai mai al suo ritorno di portare alla suocera una notizia, un +consiglio, una parolina di quelle che consolavano per un pezzo, e che +le davano presso parecchi una grande autorità. Lo zelo però del genero, +e quello della suocera, non erano dello stesso conio. Sulla bandiera +del marchese c’eran scritti, è vero, de’ principii molto severi, e +c’eran tutte le buone massime d’un governo antico; ma a sè stesso poi +aveva concesse tutte le franchigie e tutte le costituzioni moderne. Le +massime d’un tempo le trovava d’un gusto più distinto, più elegante, +perchè non erano del gusto dei più; ma nel seguirle non voleva noie, +e non passava mai il limite de’ suoi comodi; perchè poi sul punto +dello scomodarsi, o del seccarsi, egli non ammetteva transazioni. +Così, quando gli fece comodo un bel giorno di prender moglie, aveva +chiuso un occhio sul casato modesto del signor Sacchi, e guardato con +l’altro la figlia unica di donna Fulvia; ed ora, se si scomodava a +tornar da Roma prima del tempo fissato, era perchè gli tornava meno +comoda questa comparsa di Cristina in casa, e ancor meno comodo quel +nome di _seconda figliola_ letto nelle lettere della suocera. Il +marchese giustificò facilmente con sua moglie e con la suocera il suo +improvviso ritorno; convenne subito con sua moglie che la cuginetta era +tanto carina, e approvò sua suocera per quanto aveva fatto, lodando il +suo atto generoso fino a commuoverla, che non era facile; poi prese +a dichiararsi in famiglia il protettore di Cristina, e a tenerla +allegra ogni tanto con qualche motto allegro o con qualche storiella, +che, venuti da lui, eran lasciati passare con indulgenza e tolleranza +anche da donna Fulvia. Ma non era tornato sol per questo, e non lasciò +passare inoperoso il suo tempo. Quel mesetto rubato alle occupazioni +dell’estero, come le chiamava lui, lo occupò ad osservare e a meditare +in casa. E pare che in questi studi avesse a confidente e a guida il +padre Felice, perchè non lo si era veduto mai prima tanto assiduo, +tanto intimo con lui. + +Era appunto passato un mese dopo il ritorno del marchese Ettore, +quando una sera donna Fulvia, trovandosi sola col padre Felice, aveva +avviato un lungo discorso a proposito di fanciulle, non sappiam bene +se del Giappone o della China, per le quali trovava urgente un’Opera +Pia che provvedesse ai loro onesti collocamenti. Il padre Felice era +stato quella sera paziente e taciturno, anche più del solito, seguendo +attentamente i discorsi di donna Fulvia, e manifestandole la sua piena +approvazione con frequenti cenni del capo, intanto che gustava qualche +presa di tabacco. Ma infine, come gli parve che l’argomento principale +fosse esaurito, cominciò, pur seguendo sempre il filo del discorso, +a ricondurre donna Fulvia a poco a poco in paesi più vicini. E donna +Fulvia lo compiaceva alla sua volta con una deferenza, ch’era in +ragione delle approvazioni avute poco prima. + +— Donna Fulvia, può davvero dar consigli a tutti in proposito; — diceva +il padre Felice continuando il discorso sull’argomento dei matrimoni. — +Con quanta saviezza, con quanta ponderazione, non ha saputo combinare +il matrimonio di sua figlia! con quanto tatto e con quanta fortuna ne +ha combinati tant’altri! È una sapienza tutta sua.... se lo lasci dire +perchè, lei lo sa, io parlo sempre franco, anche a costo di dispiacere. + +Qui donna Fulvia, a confermare indirettamente quello che diceva il +padre Felice, richiamò a proposito dei matrimoni fatti da lei, più +d’una circostanza di quelle ripetute le mille volte, ma che don Felice +ascoltò come gli fossero nuove. + +— Ed ora, — continuò il padre Felice, — ora vedremo, m’immagino presto, +una nuova prova di sapienza e di prudenza, quale nessuno saprebbe +dare, a proposito d’un altro matrimonio.... Problema difficile! Il +matrimonio.... lei mi capisce.... di Cristina.... + +Donna Fulvia trattenne a stento una esclamazione, e don Felice continuò: + +— Oh che la sua modestia non s’offenda, ma a me par già di leggere +nel di lei animo le profonde riflessioni da lei fatte sulla grave sua +responsabilità, e le sapienti combinazioni che avrà già maturate! Oh io +me le immagino, le veggo, e le ammiro! Qual complicazione di doveri che +ben pochi comprenderebbero, quante difficoltà alle quali a quest’ora +avrà felicemente pensato e provveduto! Oh ne vedremo i risultati ben +presto!... + +Donna Fulvia s’era fatta tutta rossa in viso, e senza quel preambolo +si sarebbe rizzata di scatto anche dinanzi al padre Felice. Maritar +Cristina? Una bagattella! Una cosa che non le era neanche passata per +la mente! Altro che scattare! Ma quella complicazione di doveri e +quella sapienza delle proprie risoluzioni, di cui le aveva parlato il +padre Felice, l’avevano trattenuta, confusa, e riempita a un tempo di +amor proprio e di curiosità. Aveva però dato un leggero sussulto quando +udì la parola _presto_, che in fatto di matrimonio, per lei che s’era +maritata dopo i trent’anni, suonava come un’eresia. + +— Mi son permesso di dir _presto_, — continuò il padre Felice che +s’era avveduto del movimento di donna Fulvia, — perchè parmi di avere +indovinato anche questo suo desiderio. Donna Fulvia, ben giustamente +non ama che le fanciulle si maritino troppo presto.... oh ne ha mille +ragioni! guai, guai! Ma ci sono delle circostanze eccezionalissime in +cui i doveri d’una madre, o di chi ne tiene il posto, suggeriscono +ben diversamente. E questo è il caso. Oh sono anche in ciò pienamente +d’accordo con lei. Ella ha compiuto un atto molto nobile e generoso +quando, con grave sacrifizio, ha accomodate le sgraziate faccende +del conte Maurizio, e ne ha raccolta in casa la figlia. Nella sua +modestia ella dice di non aver compiuto che un dovere.... ma lasci +che io l’ammiri!... e lasci pure ch’io la lodi altamente. Ma non meno +altamente la lodo vedendo quanto ella senta un altro dovere, un dovere +che va innanzi a tutti, rammentandosi cioè ch’ella ha una figlia sua, +e che questa figlia ha un marito. È un gentiluomo perfetto il marito, +chi non lo sa? Dalla sua bocca non uscirà mai una parola che accenni +agli interessi di sua moglie, affinchè nessuno creda che li confonda +coi propri, oh ne possiamo esser sicuri! Ma capisco, appunto per ciò, +i doveri specialissimi di delicatezza di donna Fulvia. La delicatezza +è molta nel marchese di Chiaravalle, ma non è sentita meno altamente +nella casa dei conti d’Orsenigo! + +Donna Fulvia che fino allora era stata combattuta tra l’impazienza e +la riverenza verso il padre Felice, a quelle ultime parole fu vinta, +e sentì salire fino agli occhi una fiamma d’entusiasmo ch’era, non +lo sapeva bene, se per chi le parlava, o per sè stessa, alla quale +erano attribuiti così nobili sentimenti. Chinò la testa in atto di +ringraziare modestamente, e lasciò che il padre Felice continuasse, +impaziente ora di sentire la fine. + +— Donna Fulvia pensa, se ben m’appongo, — continuò il padre Felice, — +che una dimora molto prolungata di Cristina in questa casa, possa far +nascere delle aspettative fallaci, dico bene? e possa lasciar credere +che donna Fulvia voglia, oltre il primo benefizio, farne degli altri; +far ciò insomma ch’ella non deve, e non vuole. Una lunga dimora in casa +creerebbe infatti nuovi e maggiori impegni, nuove responsabilità... E +poi, non si sa mai quel che può nascere; quale indole, quali capricci +possano svilupparsi nella fanciulla.... cosa possa succedere nella +famiglia... insomma, donna Fulvia vuol prevedere! prevedere! Sono +questi i pensieri di donna Fulvia, oh io glieli leggo in fronte! e +quanto a me, li lodo e li applaudo proprio di cuore. Lei ha pienamente +ragione; Cristina va maritata presto, il più presto possibile. Quanto +al trovare uno sposo.... oh comprendo! questo è il pensiero che ancor +trattiene donna Fulvia, e che la rende pensierosa, incerta... Quest’è +infatti il punto più difficile.... ma a donna Fulvia, a donna Fulvia +soltanto, riuscirà facile anche questo. Ella ha un tatto invidiabile +nelle faccende delicate; sa trovare subito il bandolo, e allora il +resto viene da sè. Cristina, naturalmente, non deve portar dote; ma è +bene che ciò sia risaputo subito perchè non ci siano malintesi. Essa ha +la dote d’un bel nome, il nome d’una famiglia tanto illustre; ed è la +nipote d’una così gran dama.... oh è inutile! me lo lasci dire.... e +vedrà quanti si faranno innanzi per incontrare un così gran parentado! +Ma facciasi pure innanzi chicchessia, lo sposo deve essere cercato e +trovato da lei, donna Fulvia, soltanto da lei.... in qualche famiglia +delle nostre, s’intende, sia in Milano, sia in provincia.... ma scelto +da lei.... Quando poi sia ben dichiarato che la sposa non porta dote, +allora qualsiasi dono non farà che mettere in nuova luce la nota e +splendida generosità di donna Fulvia.... Oh, ma cosa mai dico io +adesso! Mi perdoni, m’imbarcavo in argomenti in cui io son profano, e +lei è maestra.... E mi perdoni anche tutte queste mie chiacchiere.... +ma ne incolpi la sua bontà, il mio interessamento per la famiglia.... +e un po’ anche il mio amor proprio. Sì, anche questo. Le cose or dette +io le vado indovinando, le vado leggendo da qualche tempo nel di lei +animo, e il mio amor proprio non ha saputo resistere alla tentazione di +farmi con lei vanaglorioso della mia perspicacia. Oh la vanagloriaccia! + +Donna Fulvia rispose a mezza voce, e un poco imbarazzata, con qualche +parola di ringraziamento e di complimento, col fare di chi si tiene +in riserbo, ma non nega. Qua e là, e anche alla fine, avrebbe voluto +venir fuori con qualche brava rimbeccata; ma quel discorso l’aveva a +mano mano avvinta in certe spire da cui non aveva saputo svincolarsi. +Per più giorni non ebbe altro per il capo, e fu di malumore e aspra più +del solito; ma a poco a poco finì con l’entrare nelle idee del padre +Felice, e col persuadersi anche che qualcuna di queste l’avesse proprio +pensata lei. Da quel punto fu tutta in orgasmo a far combinazioni, a +far progetti, a cercar nella sua mente lo sposo. E lo trovò. Sulle +prime si tenne abbottonata anche con don Felice; e nel dirgli un giorno +col fare misterioso che anche la scelta, quant’a lei, era bell’e fatta, +gli domandava con compiacenza e con una certa ironia: — L’avrebbe per +avventura indovinata anche questa, don Felice? — E don Felice col fare +umile rispondeva: — Ho indovinato una volta, e basta. Non si burli, +donna Fulvia, della mia vanagloria. + + + + +X. + + +Durante l’estate il signor Valassina era venuto parecchie volte in +Orobio. Poi c’era capitato un ingegnere; poi s’eran veduti degli operai +del capoluogo della provincia, e s’era saputo finalmente che nel +palazzo Orsenigo si facevano delle novità, delle grandi novità, per +l’arrivo di donna Fulvia. Si diceva che donna Fulvia sarebbe venuta +a passar l’autunno in Orobio, con Cristina, con tutta la famiglia, +con molta servitù, e con molti invitati. Più d’una volta parecchi del +paese, e anche don Cornelio, avevano osato fare qualche interrogazione +al signor Valassina; il quale lasciava dire, lasciava credere, ma +si teneva alquanto abbottonato; e s’era arrivati così ai primi di +settembre, alla vigilia cioè dell’arrivo di donna Fulvia, senza che si +sapesse nulla di preciso. + +Il marchese Ettore e sua moglie avevano passato l’estate alle +bagnature; e donna Fulvia, a seconda d’un disegno fatto già da due +mesi, aveva aspettato che tornassero prima di andare a Orobio. Il +disegno poi era di non ricondur subito Cristina nella casa paterna +di Orobio, d’affidarla intanto a sua figlia Bianca perchè la tenesse +con sè in una sua villa di Brianza, e di andare sola a Orobio per +principiarvi ciò ch’essa chiamava la _sua missione_. Che missione +dovesse essere la sua, precisamente non lo sapeva, ma era sicura che +ce n’era una; e si accingeva a partire per Orobio come un missionario +che va tra i selvaggi, disposta anche al martirio, ma non alla menoma +contraddizione, s’intende. L’estate, donna Fulvia, lo aveva impiegato +a dare le prime tinte e i necessari ritocchi a quell’abbozzo che +aveva improvvisato nella sua mente, circa il matrimonio di Cristina, +e di cui s’era vantata col padre Felice come di un disegno finito. Il +concetto del disegno non era poi tanto peregrino; ma nella testa di +donna Fulvia ogni più semplice idea diventava una matassa che la faceva +sudare a dipanarla. Tra le sue conoscenze c’era la famiglia d’un certo +barone Brocchetti, un ometto ricco e brutto, gran nemico del mondo +e delle sue pompe, e devotissimo a donna Fulvia. Ogni tanto in casa +Brocchetti veniva su, lungo lungo, come un asparagio, un baroncino +con la faccia un po’ sciocca e con le orecchie a ventola. Di questi +asparagi donna Fulvia ne aveva già colti due; e sotto i suoi auspici +s’eran combinati due matrimoni. Ora ce n’era pronto un terzo, il quale +veniva a taglio per Cristina. Il barone Brocchetti, ch’era ricco, per +rendere più facilmente negoziabili i suoi Brocchettini aveva confidato +a donna Fulvia che non avrebbe domandato un soldo di dote per le spose +de’ suoi figli: e a donna Fulvia non era parso vero di mettere anche +il matrimonio tra le Opere pie, e di avere sotto mano dei mariti di +beneficenza. + +Il mondo diceva che quei due primi matrimoni dei Brocchetti, fatti da +lei, andavano a rotoli; ma essa li proclamava una perfezione, e il +parer suo aveva sempre per lei una gran superiorità su quello degli +altri. Tutto dunque la incoraggiava. E poi non l’aveva detto anche il +padre Felice che il maritar Cristina senza dote era non solo un’idea +luminosa, ma un dovere? + +Quando donna Fulvia ruminava qualcosa di nuovo, i suoi di casa, e gli +amici più familiari, lo capivan subito. E questa volta uno dei primi +ad accorgersene fu appunto il barone Brocchetti; il quale, vedendosi +per di più fatto segno di speciali attenzioni, si fece anch’esso a buon +conto più assiduo, più devoto, più sviscerato con donna Fulvia. E donna +Fulvia, vedendo quel raddoppiamento di devozione, si persuase tanto più +della bontà del suo pensiero, e mostrandosi sempre più confidente col +barone, cominciò a fargli degli elogi di Cristina, e a chiedergli conto +spesso di quel caro giovanetto ch’era il suo terzo figliuolo. Al barone +balenò alla fine l’istessa idea, ma non osò farci allusione conoscendo +l’umor difficile di donna Fulvia. Questa poi un giorno, e fu la vigilia +della sua partenza per Orobio, salutando il barone con espansione +maggiore del solito, e stringendogli la mano, gli disse che maturava +delle novità, “nè ci sarebbe da stupire, aveva soggiunto, se avessi al +mio ritorno una confidenza da farle.„ Il barone aveva risposto con un +inchino, e con un cenno umile del capo, come a dire che sarebbe sempre +stato pronto all’ubbidienza. + +In quei giorni anche don Cornelio aveva per il capo una novità, che gli +faceva pensare tanto più all’avvenimento di cui si parlava da mattina +a sera in Orobio, quello cioè del vicino arrivo di donna Fulvia. La +novità era una lettera di Enrico; una lettera che aveva messo don +Cornelio tutto in festa, e gli aveva dato una consolazione, un buon +umore di quelli ch’egli non sapeva nascondere. E in fatti non aveva +potuto far a meno di darla subito a leggere, quella lettera, alla +sorella. Delle lettere, Enrico, dopo la sua partenza, ne aveva mandate +a don Cornelio un subisso. Eran lettere tutte piene di buone notizie, +di speranze, di progetti che maturavano; e se c’era qualche volta anche +il suo po’ di mestizia, era di quella de’ suoi ventitrè anni, dietro +il cui velo traspariva un bel sole lucente. Il nome di Cristina poi +c’era sempre, messo lì come a caso, alle volte solo in un poscritto, +alle volte anche cancellato; eran lettere d’amore insomma, ma con +l’indirizzo a don Cornelio. Questa volta però c’era qualche cosa di +più. Ma sentiamolo lui. + + “_Stimatissimo e carissimo don Cornelio_. + + “Giorni sono sir Arturo, che è il figlio maggiore di sir James, mi + disse: “Dunque, caro Enrico, tra un mese si va in Italia noi due; + è un affare deciso.„ Credetti che scherzasse. Ma oggi sir James, + lui stesso, il capo della casa, mi fece chiamare, mi confermò la + notizia dicendomi di che cosa si tratta, e tracciandomi con poche + parole, asciutte ma precise, i miei doveri. Gli avrei buttate le + braccia al collo, tanto mi balzava il core per la consolazione. Ma + sir James ha la faccia così severa! e poi, s’era rimessi subito + gli occhiali, ed era tornato alla firma della corrispondenza. + Uscii dal suo gabinetto, rosso in faccia come un cocomero, e mi + sento ancora salir le fiamme in questo momento in cui le scrivo. + È il primo minuto che m’ho di libertà in tutta la giornata, e + prima di andar a desinare voglio proprio scriverle, mio caro, + mio buon don Cornelio, tutto quello che m’ha detto sir James. La + mia carriera è assicurata; la meta è raggiunta, o dirò meglio è + oltrepassata perchè non avevo mai sperato tanto. I miei sogni.... + oh don Cornelio, mi permetta che dica il mio bel sogno! il sogno + che m’ho dinanzi giorno e notte, ora potrà diventare una realtà. + Io non le osavo prima d’ora parlar di Cristina che timidamente, + e forse lei non sa quanto l’ami. Le dissi è vero, l’ultima volta + che fui a Orobio, che io amavo Cristina, ma non seppi dirle tutta + l’immensità del mio affetto. Oh io l’amo molto di più! Ora ho il + coraggio di dirglielo, e non già perchè glielo dico da lontano e + mentre lei non mi guarda.... ma perchè ora posso confessare l’amor + mio apertamente, ma perchè ora Cristina potrà diventar mia! + + “Mia!... E Cristina lo vorrà?... Questo è il solo dubbio che turba + tutta la mia contentezza. Ma poi penso, io ho un amico. C’è don + Cornelio! don Cornelio saprà dire a Cristina quanto sia grande il + mio affetto, quanto la voglio render felice.... le saprà rendere + più accetto il mio desiderio in nome d’un desiderio che le sarà + sacro. Oh se sapesse, don Cornelio, quale dolce commozione, quanto + conforto, quanta forza, lei m’ha dato il giorno in cui mi confidava + che il conte Maurizio, il mio secondo padre, m’avrebbe volontieri + affidata per sempre la sua Cristina! Mi ripeta, mi ripeta quelle + parole.... oh don Cornelio! le ripeta, le ripeta ora anche a + Cristina! + + “Io voglio sperare che sarà contenta anche la signora zia di + Cristina, dopo che lei le avrà parlato, e l’avrà assicurata che io + posso offrire a sua nipote un avvenire buono e sicuro. + + “Oh quante cose deve fare don Cornelio per me! Io non riuscirei + forse da solo a farne neppur una. Ma lei ha il cuore così grande! + + “Mi scriva, mi consigli, mi diriga. La stringo al cuore stretto + stretto, anzi le salto al collo come quando ero fanciullo, e le + mando tanti baci. + + “Ora aspetterò una sua lettera, e m’ho già la febbre + dell’impazienza addosso. + + “Mi saluti tanto tanto la signora Angelica. Le dica che mi ricordo + sempre di lei.... poi le faccia indovinare la buona notizia. Ne + avrà un gran piacere di sicuro, perchè è tanto buona, e poi mi vuol + bene, e ne vuole tanto a Cristina. + + “Il suo ENRICO.„ + + “_PS_. Oh don Cornelio, mi perdoni! m’accorgo rileggendo la + lettera che ho dimenticato di scriverle le parole che mi ha dette + sir James. Gliele scriverò domani tutte, fino ad una; le ho così + impresse che non scappano. Intanto le dirò in fretta di che cosa + si tratta. La Casa vuole allargare in Italia i suoi traffici, e vi + manda sir Arturo in missione per un anno. Io lo devo accompagnare, + e dopo un anno mi sarà affidata la rappresentanza della Casa in + Italia. Avrò uno stipendio di 400 sterline; e più tardi, se me lo + saprò meritare, anche un tanto nei guadagni. Mi par di sognare. Ma + son desto, e come son desto! E _Ugolino?_ Mille carezze anche a + _Ugolino_.„ + +Dopo la lettura di questa lettera, don Cornelio s’era stropicciati gli +occhi per accertarsi d’esser desto anche lui. Poi s’era lasciato andare +alla più schietta allegria; aveva chiamata la sorella, aveva riletta la +lettera a voce alta, facendo ora una esclamazione, ora un commento, e +poco era mancato che non ne facesse parte a tutti gli amici del paese. +Poi, riflettutoci un po’, aveva persuaso la sorella, la quale scoppiava +dalla consolazione, che bisognava lasciar maturare le cose, che +bisognava aspettar l’arrivo di donna Fulvia, di Cristina, e fors’anche +quello d’Enrico, e che per il momento non si doveva far parola della +lettera con nessuno. Poi quel giorno stesso aveva risposto a Enrico +congratulandosi con lui; assicurandolo che avrebbe fatto dal canto suo +quanto si poteva, ingiungendogli però di non far nulla, ogni volta che +si trattava di Cristina, senza avernelo consultato; e raccomandandogli +infine di condursi con calma e con circospezione, e di tener tutta per +sè fino al momento opportuno la sua giustissima allegrezza. + +All’allegrezza intanto don Cornelio aveva lasciato libero il corso per +conto proprio; cosa che faceva stupire grandemente il sindaco, il quale +non comprendendo la ragione di quell’improvvisa allegria, aggrottava le +ciglia e gli borbottava: + +— È per la venuta di donna Fulvia che lei si frega le mani? + +— E perchè no! — rispondeva don Cornelio. + +— Vedrà, vedrà! ho già le mie informazioni io!... una vecchiaccia +aristocratica. + +— Del bene però ne ha fatto. E poi vien Cristina.... la rivedo tanto +volontieri quella buona figliola! + +Anche la signora Angelica non sapeva star nella pelle. “Cos’ha la +signora Angelica?„ domandava la gente del paese, e tutti le si facevan +d’attorno. “Viene Cristina, viene Cristina!„ rispondeva la signora +Angelica, e poi fuggiva per non esser costretta a dire di più. + +Venne finalmente il giorno dell’arrivo di donna Fulvia. A Orobio non +s’era venuto a saperlo di preciso che il giorno innanzi; e c’eran +stati, a questo proposito, discussioni, dispiaceri, capannelli, e +chiacchiere da non finirla più. Che si dovesse fare a donna Fulvia +un ricevimento coi fiocchi, lo dicevan tutti; bisognava dimostrarle +riconoscenza pei benefici fatti, tanto più che ne poteva fare degli +altri. Ma poi chi voleva la banda, chi le campane, chi i mortaletti, e +chi non voleva niente di tutto ciò. Questi ultimi, ch’erano i lettori +d’un giornaletto arrabbiato della provincia, avrebbero pur voluto un +ricevimento solenne, ma fatto in modo, se si poteva, che nessuno se +n’accorgesse. La conclusione fu che non si fece nulla. Quando donna +Fulvia arrivò, c’eran per strada molti curiosi a vederla passare, e tre +o quattro meglio vestiti, con don Cornelio alla testa, ad aspettarla +sotto il portico del palazzo. Il sindaco non s’era lasciato vedere; e +lo speziale, dopo averci pensato un poco, s’era deciso d’andarci, ma in +modo da arrivare quando gli altri ne ritornavano. + +Arrivata la carrozza, e aperto lo sportello dal servitore sceso di +cassetta, uscì per il primo il signor Valassina, poi la cameriera con +in braccio _Fleurette_, e per ultima scese donna Fulvia. Don Cornelio +allungò il collo cercando con gli occhi Cristina, ma Cristina non c’era. + +Donna Fulvia aveva l’aria di malumore, era stanca, accaldata. Don +Cornelio, ch’era rimasto a un tratto mortificato e un po’ con la +faccia lunga, cominciò a biascicare qualche parola di complimento; ma +donna Fulvia non si diede gran premura d’ascoltare perchè era intenta +a far levare dalla carrozza un monte di scialli, di borsettine, e di +sacchette. Don Cornelio stava per ricominciare il suo complimento, +quando si sentirono tutt’a un tratto dei guaiti acuti di _Fleurette_ +che faceva _caino_, _caino_, scappando affannosamente. Cos’era, cos’era +stato? _Fleurette_, appena fuori di carrozza, aveva adocchiato nella +corte _Ugolino_, venuto anch’esso al ricevimento dietro don Cornelio, +e gli si era fatta vicina ringhiando. _Ugolino_ che non era in vena di +galanterie, aveva risposto con una mossa come di chi volta le spalle, +e _Fleurette_ se n’era approfittata per addentargli la coda. _Ugolino_ +non era un accattabrighe, ma, per l’onor dei cani del paese, non +tollerava scherzi, specialmente da cani forestieri. Si pensi quindi che +pettinata era toccata a _Fleurette_. Donna Fulvia, la cameriera, il +servitore, furono addosso in un attimo al povero _Ugolino_, il quale fu +appena in tempo di raccomandarsi alle gambe e di infilare la porta. + +— Ne ho già visti tre o quattro di questi cagnacci, nell’attraversare +il paese! — esclamò donna Fulvia in tuono arrabbiato e secco. — Ma +saprò dare i miei ordini. Cani per le strade non se ne devono veder più! + +La missione di donna Fulvia era incominciata. + +Don Cornelio non osò prender le difese di _Ugolino_ per non confessarsi +in quel momento conoscente del reo; fece i suoi saluti, che furono +ricambiati da donna Fulvia con una cortesia un poco asciutta e +rannuvolata; poi lui, e quei quattro che aveva in compagnia, rifecero i +loro inchini, impacciati più di prima, e si accomiatarono. + +La signora Angelica, ch’era venuta fino al portone del palazzo per aver +più presto le nuove di Cristina, e anche con la speranza in cuor suo di +vederla, si fece subito incontro al fratello. + +— E Cristina? Cristina? + +— Cristina.... non c’è.... per ora.... — rispose don Cornelio un po’ +distratto e imbarazzato avviandosi verso casa. + +— Ma come! Ma perchè non è venuta?... Dite su, e verrà presto? Cosa +v’ha detto donna Fulvia?... + +— Oh, quante domande!... Sicuro che Cristina dovrà ben venire, +fors’anche presto.... ma poi non ho avuto il tempo, lì per lì, di far +tante chiacchiere con donna Fulvia. + +— Oh che benedett’uomo che siete voi alle volte.... + +— E che benedetta donna che siete anche voi! Donna Fulvia era +stanca.... da non poterne più, e volevate che la tenessi lì, in +corte per un’ora, e la sottoponessi a un interrogatorio? Un po’ di +discrezione, un po’ di creanza la ci vuole! Donna Fulvia poi non +riparte domattina. C’è tempo da domandargliene delle cose! + +Angelica tacque, ma non pareva troppo persuasa. + +— Oh, a proposito, — riprese — cos’è successo? Ho visto _Ugolino_ +scappar fuori dal portone, e via di gambe senza darmi retta... + +— _Ugolino_ è un asino! + +— Oh cos’ha fatto? + +— Mi va ad abbaruffarsi con la cagnolina di donna Fulvia. Domando io se +quello era il momento! se c’è prudenza, se c’è criterio! + +— La colpa non sarà sua, ne son sicura, perchè l’ho visto in tante +circostanze. + +— Intanto per un po’ di giorni il signor _Ugolino_ se ne starà in casa. +Badateci bene anche voi! + +— Oh, ma questa poi è un’esagerazione! — osò dire Angelica facendosi +tutta rossa. + +— So io quel che mi dico... una ragazzata la si compatisce... ma questa +volta me l’ha fatta grossa.... + +— Oh don Cornelio già di ritorno! — esclamava intanto il farmacista +facendosegli incontro. — M’avviavo appunto per presentare, unitamente a +lei, i miei omaggi alla signora donna Fulvia. + +— Sarà per un’altra volta. + +— Oh certamente.... e che cosa le ha detto donna Fulvia? + +— Tanti saluti a tutti, tanti saluti. — Ed entrò in casa, intanto che +il farmacista stava pensando un’altra domanda. + + + + +XI. + + +Per diversi giorni donna Fulvia stette rinchiusa in casa, e non volle +veder nessuno. A chi veniva per ossequiarla faceva dire che gli avrebbe +ricevuti poi a suo tempo, e che anzi, venendo quando l’avrebbe detto +lei, le avrebbero fatto anche un piacere maggiore. + +I più curiosi avevan cercato di spiarla quand’era in chiesa; ma in +chiesa donna Fulvia ci stava con tanta umiltà, e in un posto così +separato e distinto da tutti, che non era stato possibile a nessuno di +vederla in faccia. + +Il signor Valassina invece, s’era dato nel frattempo molto d’attorno +cercando di veder tutto, di parlare di tutto, e di sapere i fatti di +tutti, con l’aria di confidare i propri. Nè si era accontentato di +Orobio; col pretesto degli affari di donna Fulvia, in pochi giorni +egli aveva fatto conoscenza anche con moltissimi dei paesi vicini, e +s’intende, gli aveva fatti cantar tutti; in modo, ch’ebbe subito pronta +tutta la messe che occorreva per il vaglio di donna Fulvia. Fra le +conoscenze fatte c’era stata anche quella di don Innocente; ed anzi, +siccome era stato uno dei principali somministratori della messe, +così ne lo aveva ricambiato con una pronta amicizia e con una special +protezione. + +Finalmente un bel giorno fu annunziato che donna Fulvia si sarebbe +compiaciuta di ricevere le persone principali del paese, e che dava +principio ai ricevimenti. A tale notizia non è a dire come don Cornelio +si mettesse in movimento. Gli premeva che donna Fulvia fosse di buon +umore, che pigliasse ad amare il paese, che vi soggiornasse lungamente, +e vi continuasse, come un tempo, l’opera benefica del povero conte +Maurizio. Con la sua pazienza e con la sua bonarietà don Cornelio +otteneva quel che voleva, e così ottenne che andassero da donna Fulvia +anche i più ruvidi, anche il sindaco; e che più d’uno di tanto in tanto +lasciasse la mezzetta dell’osteria per l’acqua cedrata di donna Fulvia. + +Per tre o quattro settimane le cose non andarono male. Ogni sera in +casa di donna Fulvia, c’era la partita a tarocchi, e ogni domenica un +pranzetto. Gli ospiti di solito erano don Cornelio e il suo coadiutore, +il sindaco, il dottore, lo speziale e diversi preti dei paesi vicini +che mano mano andavan crescendo in numero. Il più assiduo era don +Innocente. Una certa soggezione li teneva tutti in riga; parlavan +quindi pochissimo; e questo è già un buon mezzo per andar d’accordo. +Donna Fulvia, un po’ perchè li voleva studiare a uno a uno, un po’ +perchè si compiaceva a vederli così ossequiosi e deferenti, s’era +tenuta nei primi tempi in un certo riserbo benevolo, che in quella +prima luna di miele, bastava per addolcire i commenti. Don Cornelio +ne gioiva tutto. Egli s’era ben accorto, fin dalla prima volta che +l’aveva veduta, con che caratteruccio caustico avrebbe avuto a che +fare, e n’era rimasto tutto conturbato e pieno in cuor suo di dubbi e +di malinconia; ora però cominciava a sperare. Sperava che fosse facile +ammansirla, e cavarne qualche buon frutto, come gli era riuscito con +altre piante spinose. + +Ma, a poco a poco, al tavolino de’ tarocchi, e in fin di tavola, dopo +un buon pranzo, le lingue incominciarono a sciogliersi un po’ di +più, e incominciarono anche i primi guai. Alcune prime lezioncine, +bruschette, s’intende, donna Fulvia principiò a darle al coadiutore di +don Cornelio, ch’era anche il più giovane e il più timido di tutti; +forse per educarlo a modo suo, o fors’anche volendo “dire a nuora +perchè suocera intenda.„ La suocera in questo caso era don Cornelio. +Una sera il povero don Luigi, avendogli qualcun domandato: “Ebbene, +che novità ci sono?„ s’era messo a ripetere una poca novità pescata in +un giornaletto della provincia che non era quello della Curia. Donna +Fulvia non lo lasciò neanche finire. + +— Come! don Luigi, — gli disse seccamente, — lei si dà alla lettura +d’una gazzetta qualsiasi? Non sa quali sono i giornali che lei deve +leggere? + +Il medico, che stava giocando al tavolino, credendo sulle prime che +donna Fulvia scherzasse: + +— Ma come? — soggiunse con affettazione, — lei legge altri giornali, e +non solamente quello di don _Ammazzasette_? + +— Ma dottore! — saltò su don Cornelio, — badi al gioco.... cosa mi fa? +non ha veduto che chiamavo tarocchi? — e facendo la voce grossa cercò +di sviare il temporale. + +— Sciocchezze! — saltò su donna Fulvia interrompendo il dottore; e fu +il primo lampo. + +Allora il dottore piccato, cominciò quietamente, tra una giuocata e +l’altra, a far la storia di don _Ammazzasette_, come lo chiamavano, +il quale era un prete già professore, che, dopo molte peripezie, +aveva mutato di diocesi e di provincia, e s’era fatto giornalista +intransigente nel capoluogo di quella valle. + +Che donna Fulvia avesse intanto i nervi in burrasca si capiva da alcune +contrazioni della bocca ch’eran di solito foriere d’uno scroscio. Ma la +tratteneva una certa soggezione in cui era ancora col dottore; e tutta +contegnosa e silenziosa fingeva di non udire, e non levava gli occhi +dalle carte. Di tanto in tanto però scattava. + +— Cose che si contan nelle bettole! — saltò su a un tratto. + +— Scusi, interruppe il sindaco, tutti ne parlano. Io, per esempio, +queste cose le ho risapute anche da qualche buon prete, all’orecchio, +s’intende, perchè don _Ammazzasette_ li fa tremar tutti; ma poi un +poveraccio, quand’è stanco di accuse, di fulmini, di predicozzi, di +semestri d’abbonamento, di collette e di oboli, versati a furia di +rappezzi sulle brache.... allora qualcosa mormora, il poveraccio! +Mormora dell’esattore.... e anche di don Ammazzasette.... è naturale! +Tanto più che non è certo costui quello che gli insegni precisamente +l’indulgenza per il prossimo. + +Don Cornelio cercava di interrompere ora l’uno ora l’altro ma non c’era +modo. Il dottore era piccato, e tirava innanzi impassibile e con tutta +flemma. + +— No, davvero, non son gli articoli del suo giornale che insegnino nè +l’amor del prossimo, nè la carità, nè il perdono.... + +— Ma che ci ha a che fare tutto ciò coi giornali? — esclamò con +impazienza donna Fulvia. + +— Pochissimo di solito, ne convengo; ma un pochino forse di queste +virtù cristiane non sarebbero fuori di posto anche in un giornale, +quando il giornale dice di essere cristiano cattolico per eccellenza. + +— Lasci, lasci queste cose, signor dottore, a chi se ne intende. + +— Oh io non ho questa pretesa, anzi non me ne intendo affatto; ma come +metterebbe lei d’accordo gli articoli di don _Ammazzasette_, e di +altri suoi colleghi, con quegli ammaestramenti che dicono: “offrite la +guancia al percotitore.... scagli la prima pietra chi....„ + +— Quelli erano altri tempi! + +— Precisamente. E ciò che concludo anch’io, — disse con ironia il +dottore, e poi si tacque. + +Dopo quella partita non se ne fecero altre. La conversazione rimase +arenata, e, dopo un silenzio lunghetto e dei saluti fredducci, la +serata finì mandandoli tutti a letto di malumore. + +— E voi, Cleofe, ricordatevi di non ammalarvi in questo paese, — diceva +poco dopo donna Fulvia alla cameriera, intanto che questa le levava +le due coppie di ricci, e le presentava la cuffia da notte. — C’è un +medico al quale non darei da curare il gatto. + +Donna Fulvia fu per parecchi giorni arrabbiata anche con sè stessa per +non aver risposto al dottore, quella sera, come avrebbe voluto. Gliene +veniva in mente ogni tratto una più salata dell’altra, ma era tardi. +Pensò di metterle in serbo per la prima occasione; ma poi, per non +tenersele troppo, finì col regalarle ad altri, perchè il dottore per un +gran pezzo non si lasciò più vedere. + +Una buona dose di quelle bottate cominciò a sfogarle col sindaco +e con lo speziale, coi quali si sentiva meno in soggezione. E +l’uno e l’altro, condotti da don Cornelio, si trovavano una sera a +conversazione nel suo salotto, dove c’erano anche don Innocente ed +altri personaggi del paese, di quelli che non parlano. Lo speziale era +in vena di discorrere. Quando si trovava con persone nuove lo speziale +amava farsi conoscere come uomo dotto; amava lasciar capire che c’era +in lui una certa superiorità; ch’era uomo di scienza; ch’era anche +filosofo se occorreva; e che nella scienza e nella filosofia poi sapeva +avere delle idee arditissime; che sapeva persino essere all’occorrenza +un libero pensatore, come si direbbe. Non che lo fosse: alle funzioni +della parrocchia, ci andava è vero con l’aria di fare un favore a +Domeneddio, ma ci andava sempre. + +— Che ne pare, a donna Fulvia, di questi paesi? — aveva cominciato lo +speziale. — Cosa ne dice di questo nostro Orobio? + +— Fin ora non ne dico niente — aveva risposto donna Fulvia. + +— Capisco, le mancano i dati statistico-morali; ma non le sarà +malagevole l’averne qualche idea sintetica, come diciamo noi, se vorrà +percorrere meco.... + +— Tante grazie, non s’incomodi. + +— È un pezzo che io le vado studiando queste popolazioni, che le +analizzo, come diciamo noi.... Io le credo le vere discendenti dei +Cenomani; ne hanno tutti i caratteri. Intelligenza pronta, riflessiva, +spirito analitico, disposizione alle scienze positive.... insomma siamo +Cenomani! Basta osservare le nostre scuole.... Coraggio, caro sindaco! +aumentate le nostre scuole, raddoppiatele, ve lo dico sempre! + +— Non le abbiam forse raddoppiate da un pezzo? — saltò su il sindaco. + +— Sta bene, ma avanti, e sempre avanti! Sono incommensurabili i frutti +che si possono cavare dalle nostre popolazioni fortemente istruite! Ma +bisogna che l’istruzione sia scevra di pregiudizi, che sia filosofica, +positiva. Allora avremo delle masse illuminate, robuste; avremo delle +masse.... + +— Avrete una massa d’asini più di prima! una massa di prosuntuosi, e di +petulanti! — esclamò, interrompendolo, donna Fulvia che incominciava a +perdere la pazienza. + +— Benissimo! Dice bene la signora contessa! Proprio così! — esclamò +anche don Innocente, fregandosi le mani. + +Lo speziale e il sindaco si voltarono verso quest’ultimo come due +basilischi, e stavano per ripicchiare su lui la botta di donna Fulvia. +Ma intervenne a tempo don Cornelio, il quale un po’ canzonando in bella +maniera lo speziale, un po’ interpretando benignamente le diverse +opinioni, rimise per un momento la conversazione in carreggiata, e +riuscì a far parlare delle sue scuole il sindaco, il quale ne era +molto glorioso. Il sindaco fece la sua narrazione, un po’ lunghetta, +non ommettendo qua e là, con una certa modestia, di far cenno degli +elogi che aveva ricevuti a voce ed in iscritto dai superiori scolastici +e dal prefetto. Poi com’ebbe finito, guardò donna Fulvia con l’aria +d’aspettare anche gli elogi suoi. + +Donna Fulvia lo lasciò aspettare un pochino, poi in tuono calmo e +con aria di protezione gli rispose: — Le scuole possono essere una +buona cosa, ne convengo; non le sue, però. Lo creda a chi se ne +intende. Ne riparleremo; e a suo tempo me ne occuperò anch’io delle +sue scuole. Intanto comincio col dirle che per gli asili non divido il +suo entusiasmo, e che nelle classi elementari poi, c’è molta roba da +mettere in disparte... Figurarsi! anche la storia e la geografia!... +cose che scaldan le teste dei ragazzi. Quanto poi alle scuole serali... +son di moda, lo so; ma lo creda a me, signor sindaco, alla sera la +gente sta bene a letto. — Poi voltandosi a un tratto verso lo speziale, +col fare un pochino ironico continuò: — Lei mi deve scusare se l’ho +interrotto poco fa; non m’ha finito il suo programma scolastico, +sentiamone anche il resto; dica su, non me ne privi. — + +Lo speziale, che dopo la brusca interruzione di donna Fulvia era +rimasto alquanto sconcertato, si rasserenò subito a quell’invito; e +pigliatolo sul serio, si rimise a raccapezzare le idee, e a riprendere +il filo del discorso. + +Un gran temporale s’era invece rapidamente addensato nella testa del +sindaco. Don Cornelio se ne accorse, ed ebbe un momento di spavento. Il +sindaco tutto acceso in faccia, s’era levato in piedi per cercare il +cappello. Trovatolo, disse con la voce alterata: “felice notte„: fece +un inchino, sbagliò la porta un paio di volte, e se ne andò. + +— Innanzi tutto, — continuò lo speziale — noi vogliamo l’istruzione +obbligatoria, meno s’intende quando abbiamo i lavori della campagna, o +quelli delle filande; la vogliamo gratuita.... + +— Oh, la vorrei gratuita anche per me — saltò su donna Fulvia — che ne +dovrò far le spese per una buona parte. + +— E laicale... non escludendone però don Cornelio, ottimo direttore +delle nostre scuole. + +— Ah, è lei don Cornelio il direttore delle scuole? il direttore della +storia, della geografia, e di tutte le cosarelle che abbiam sentite?... +È un direttore di scuole comunali anche lei don Innocente?... + +— Oh, il cielo me ne guardi, signora contessa, — rispose subito don +Innocente. — Non me ne immischio io in queste cose, non me ne immischio! + +Don Cornelio non rispose. S’era messo a sfogliare e a leggicchiare un +libro, e finse di non aver sentite le parole di donna Fulvia. + +— Poi, — continuò lo speziale intento sempre a raccappezzar le idee +— poi vorrei con un sistema coordinato e complesso risollevare le +popolazioni campagnole alla coscienza di sè medesime e della loro +missione; mi spiegherò. + +— Mi farà piacere. + +— Bandire il pregiudizio, e sostituire la scienza. Questa è la meta. Ma +per arrivarci bisogna innanzi tutto che le masse siano penetrate della +superiorità del metodo sperimentale, positivo, analitico. Vorrei dunque +istituire una scuola a questo scopo. Poi vorrei fare un gran bucato di +tutto l’empirismo, di tutti i pregiudizi. E qui comincerei a fare agli +agricoltori, una buona scuola di.... + +— Oh, faccia dei buoni decotti agli agricoltori quando ne abbisognano! +— saltò su don Cornelio interrompendolo, e desideroso che la finisse. + +— Mi scusi, don Cornelio, — continuò lo speziale — su questo, punto, +lei lo sa, non andiamo d’accordo. Il suo programma, per me, è troppo +limitato.... + +— Lo lasci finire, — disse donna Fulvia, — lo lasci finire. + +— Io vado molto più in là, — continuò lo speziale tutto contento +dell’appoggio di donna Fulvia. — Vorrei scuole di botanica, di chimica, +di fisica celeste e terrestre, di antropologia.... + +— Oh, che parolone mi va lei pescando! Scusi la mia ignoranza, ma +questa poi m’è nuova. + +— Noi diciamo _antropologia_ la scienza che tratta dell’uomo, — disse +lo speziale con gravità e con soddisfazione. + +— Ah, capisco, — soggiunse donna Fulvia dopo un momento di riflessione. +— Sarebbe mai quella scienza che insegna che l’uomo viene dalle +scimmie? E sarebbe forse anche lei di questo parere? + +— Ma, ma... donna Fulvia mi propone una grave questione! Io... finora, +non mi pronunzio. La scienza ha i suoi ardimenti... io li rispetto... +non ammetto... non nego.... + +— Ah lei è in dubbio? — rispose donna Fulvia con quel tono ch’era +l’antifona d’una frecciata. — Aggiustiamola, com’è così; dalle scimmie +discenderà lei, se le accomoda, io no di certo! + +Lo speziale rimase tanto colpito e confuso che non trovo più una parola +nè per rispondere nè per continuare il suo programma scolastico. La +conversazione finì. Ci fu un lungo silenzio; poi don Cornelio disse +qualche parola sulla pioggia e sul bel tempo; poi sonarono le dieci, e +dopo i soliti inchini ognuno se ne andò pei fatti suoi. + +La mattina seguente, sindaco e speziale andarono a sfogarsi da don +Cornelio. Capitò per il primo lo speziale. Gli coceva più che mai +l’affar delle scimmie. La teoria del discenderne tutti l’avrebbe +accettata senza difficoltà; ma di discenderne lui solo, non ne voleva +sapere. Don Cornelio fece più volte per tranquillarlo, per fargli +capire che anche lui più volte era andato fuori di casa co’ suoi +discorsi, e che se gli era toccata una botta, se l’era anche tirata +addosso; ma non gli riuscì così presto. Lo speziale non si quietò se +non dopo una lunga confutazione con la quale volle metter donna Fulvia +in un sacco. Cosa che don Cornelio gli lasciò fare con suo comodo, +tanto più che non c’era nè donna Fulvia, nè il sacco. + +Don Cornelio avrebbe voluto acquietar subito anche il sindaco. Ci mise +tutto l’impegno, sprecò un paio d’ore, ma fece un buco nell’acqua. +Anche il sindaco era stato punto sul vivo, e il solo conforto del suo +amor proprio era quello di veder giustificate le sue diffidenze, le sue +previsioni e l’antipatia presentita per donna Fulvia. + +— L’avevo detto io! Lo sapevo io! E lei che non mi voleva credere! +Ma gli è che le cose le vedo da lontano io! — E di questo tono non +la finiva più. Don Cornelio per buttar acqua sul fuoco gli andava +concedendo molto, gli concedeva tutto, e intanto cercava di tirarlo a +ragionare sul bene che si poteva ricavare anche dal male; cercava di +mostrargli come a poco a poco, con la pazienza e con la tolleranza, si +sarebbero potuti smussare gli spigoli di donna Fulvia, la quale alla +fin fine poi doveva avere buon cuore, e poteva fare del gran bene al +paese. + +— Lei è l’uomo della buona fede! gliel’ho sempre detto. Non ne è +guarito mai, ma questa volta ne dovrà guarire per forza. La pace del +nostro paesello è finita, me lo dice un presentimento. Di me poco +m’importa; ma mi cruccio per il paese, e se vuole proprio che gliela +dica, mi cruccio per lei!... Apra gli occhi, don Cornelio, apra gli +occhi!... + +Don Cornelio rideva, ma il sindaco facendosi sempre più serio, ed anche +più calmo, prese a rammentare i guai che negli ultimi anni avevano +mano mano messo sossopra parecchi paeselli vicini. Disse che aveva già +veduto, in pochi giorni, uno stormo d’uccelli del mal augurio convenire +in paese, e farsi in giro a donna Fulvia. + +— Nei nostri paesi una volta, — continuò il sindaco, — lei lo sa, +c’era sempre un buon curato, un buon prete ch’era il padre e l’amico +di tutti; ch’era spesso quello che ne sapeva più degli altri, e sempre +quello che aveva il cuore più largo; che nei dissidi metteva la pace, +che faceva all’occorrenza da arbitro, da conciliatore, e da capo del +Comune; che tutti riverivano ed amavano perchè era il primo patriotta +del paese. Li ho conosciuti io, e li rammenterà anche lei, i nostri +buoni curati d’un tempo!... quelli del quarant’otto!... Ma quei +tempi sono passati. L’un dopo l’altro sparirono da questo mondo... o +perseguitati dovettero nascondersi. Al loro posto ci sono i nuovi. I +più vengono guardandosi in giro sospettosi come sentinelle in un paese +nemico; tra loro e le faccende di questo mondo piantano in mezzo una +siepe di spini; e la gente che non vuol pungersi, li lascia al loro +posto, come piuoli senza radici e senza frutti. Canzonare il curato è +ora un canzonare chississia. Se ce n’è uno buono, bisogna che anche +lui si tenga chiuso sotto quattro catenacci; e i più sono anche poveri +e ignoranti, perchè a chi mai può piacere una vita simile?.... Forse +altrove non sarà così; ma a noi è così che ci li mandano adesso.... Lei +è l’ultimo, in questi paesi, dei nostri preti del quarant’otto... e lo +creda a me, la spazzeranno via anche lei!... + +Don Cornelio non rideva più, e rimase per tutto quel giorno malinconico +e sopra pensiero. + + + + +XII. + + +Anche don Cornelio intanto che faceva da paciere, ebbe presto da donna +Fulvia la sua parolina di biasimo; e sì ch’egli aveva fatto proprio +tatto il possibile per scansarla. Fermo nella speranza di abbonir donna +Fulvia, di farle amare la gente del paese, di farla diventar la loro +provvidenza, aveva bisogno poi che questa gente le facesse festa, e le +fosse attorno con quella deferenza e con quell’affetto che guadagnano +gli animi. Ma era un problema difficile. Quanti gliene conduceva si +aggiungevano a poco a poco al numero degli imbronciti, e aumentavano il +da fare di don Cornelio. Non sarebbero stati lontani quelli di Orobio +dall’accordare a donna Fulvia la loro deferenza, ma bisognava che +donna Fulvia ne avesse dimostrata loro in anticipazione altrettanta. +Figurarsi! E don Cornelio intanto era tutto in faccende a persuadere, +a calmare, a sgridare all’occorrenza, a cercar gente nuova da condur +da donna Fulvia, e a ricondurle qualche disgustato mansuefatto. Fin +sua sorella dovette mansuefare: la buona signora Angelica! La signora +Angelica per ubbidire ai suggerimenti di don Cornelio, dopo aver resi +i suoi omaggi a donna Fulvia, aveva offerta la sua amicizia e i suoi +servigi alla cameriera, la Cleofe, usandole tante piccole attenzioni, +facendole de’ regalucci, e insegnandole persino a fare il croccante. La +Cleofe accettava tutto, ma si lamentava di tutto. Orobio per lei era il +più brutto paese di questo mondo, e andava ripetendo che c’era tutto +da mutare da cima a fondo, fin la gente, fin le montagne. La signora +Angelica aveva sempre usato una gran prudenza; ma ora, e specialmente +su certi argomenti, cominciava a rimbeccarla e a perdere la pazienza. + +La Cleofe amava discorrere, e far sentire la sua superiorità, in +argomenti di teologia. Diceva che le cotte del curato non erano +pieghettate come si doveva; che il curato non metteva mai nelle +prediche il più piccolo testo latino, e che quando raccomandava +l’elemosina non la raccomandava abbondante; diceva che il curato era +di maniche larghe, che aveva abolite tante belle usanze, e che Orobio, +anche secondo il parere di don Innocente, andava diventando un paese di +eretici. + +Don Cornelio rideva; ammoniva la sorella a non badarci, e a tacere, +raccomandando a lei come a tutti d’aver pazienza. Sino al povero +_Ugolino_ doveva raccomandar la pazienza, quando gli si piantava +dinanzi e lo guardava fisso, come a dire: che novità son queste? La +novità era che don Cornelio non lo conduceva più con sè che quando +usciva di paese, e che gli era imposta una vita tutta di casa, per +impedirgli le dispute con _Fleurette_. + +Ma, a malgrado di tanto zelo e di tante precauzioni, la politica di +don Cornelio non riusciva a grandi risultati. I migliori del paese +eran tutti, chi più chi meno, o disgustati, o malveduti. Gli sciocchi, +i maligni, i credenzoni, andavan da donna Fulvia a bever grosso, o a +dargliene a bere: donna Fulvia, malcontenta di tutto e di tutti, era +persuasa che a Orobio non c’era nulla di buono; che tutto era guasto, +come aveva preveduto lei, e che bisognava fare e rimutare grandi +cose. Ma non sapeva poi come appigliarsi. Alla fine s’era decisa di +chiamare in soccorso il padre Felice; ma, non volendo confessargli +completamente il suo imbarazzo, le occorreva un’occasione, un +pretesto, per sottoporgli il caso e avere de’ consigli, senza ch’egli +se ne avvedesse, come le pareva d’aver fatto in altre circostanze. +L’occasione venne presto, e fu quella della festa che si celebrava +in paese nell’ottobre, il giorno di San Luca, ch’era il santo della +parrocchia. Donna Fulvia pensò di far venire per quel giorno sua +figlia, il genero e Cristina; e di pregare anche il padre Felice a +voler essere della compagnia per fare una scampagnata, e vedere Orobio +nella sua giornata solenne. Detto fatto, scrisse alla figlia, al genero +e al padre Felice; gli inviti furono accettati con piacere; e la +Cleofe, seguita affannosamente da _Fleurette_, fu tutta in faccende a +far camere e a spolverare. + +Prima che arrivassero i suoi invitati, donna Fulvia volle prendere con +don Cornelio qualche concerto per il giorno della festa; e fu allora +che a don Cornelio toccò una prima censura, con la quale donna Fulvia +gli volle anche far capire che non era troppo contenta di lui. + +— Dunque non sono che tre i sacerdoti che lei ha invitati per le +funzioni della festa? — domandò donna Fulvia dopo qualche altra +interrogazione, e dopo una pausa, durante la quale la sua faccia s’era +composta a molta serietà. + +— Appunto, — rispose don Cornelio. — È quello che faccio di solito in +simili occasioni. + +— E s’è sempre fatto così? — domandò, dopo un’altra pausa, donna Fulvia +la quale aveva avute prima le sue informazioni. + +— Si fa così da molti anni. Una volta c’era anche qui l’usanza di far +molti inviti, e per la festa di San Luca venivano quindici o venti +preti; ma siccome venivano di lontano, la fabbriceria doveva dar +loro un pranzo; pranzo ch’era diventato un pranzone, perchè tutti in +paese si credevano in diritto d’essere invitati, e che costava alla +fabbriceria più di trecento lire all’anno. Per un po’ lasciai fare, ma +poi una bella volta la feci finita. Ora non invito più che due o tre +preti, i quali vengono a dividere il modesto desinare di casa mia, e +faccio dare le trecento lire ai poveri il giorno della festa. + +— L’elemosina sta bene, ma quanto alla soppressione degli inviti al +clero le dico, senza complimenti, male, malissimo. Il pranzo era una +conseguenza.... e non era poi una cattiva usanza dal momento che il +popolo, a quanto parmi di aver sentito dire, lo chiamava il pranzo +sacro. + +— Oh donna Fulvia! lo chiamavano proprio così! E non le pare che questi +nomi appaiati mi dovessero bastare per farla finita? Ma si diceva di +più.... + +— Non occupiamoci delle sciocchezze, — saltò su donna Fulvia che voleva +biasimare, e tagliar corto. — Intanto il popolo non vede più la festa +fatta col dovuto decoro.... e ciò, le ripeto, è male, malissimo. + +— Il popolo faceva ala a veder sfilare i preti che venivano dal pranzo; +ognuno diceva la sua.... e non creda donna Fulvia che le dicessero +tutte a onore e gloria dei preti, del santo, e della festa! Per tutto +quel giorno, sulla piazza e nelle bettole era uno sghignazzare di +continuo, e un dir spropositi, su questo pranzo dei preti.... + +— Se non ha da citarmi di meglio che quelli delle bettole, rimango del +mio parere. C’era, del resto, anche chi la pensava diversamente. Ma non +importa. Il pranzo d’ora innanzi lo darò io. Delle usanze pie se ne +abbandonano fin troppe nei paesi.... Oh caspita! che siamo in paesi di +protestanti? + +Don Cornelio capì che la botta era per lui, e che non era data solo per +il pranzo; gli venne più d’una risposta sulla punta della lingua, ma le +trattenne tutte, e rimase in silenzio. Donna Fulvia, contenta di ciò, e +contenta di sè, mutava discorso continuando la conversazione in un tono +un pochino più benevolo e cortese. + +Due giorni dopo arrivava a Orobio il marchese Ettore con sua moglie, +con Cristina e col padre Felice. A don Cornelio intanto era capitata +una nuova lettera di Enrico che gli annunziava la sua vicina partenza +per l’Italia, e gli domandava se aveva parlato, o scritto, per il +matrimonio; se a Orobio c’era Cristina, e se poteva farci subito una +corsa anche lui; pregandolo di rispondergli a Genova, dove contava di +arrivar presto e di trattenersi alcuni giorni. + +Questa nuova lettera d’Enrico, l’arrivo di Cristina, e tutto quello +che donna Fulvia andava dicendo e facendo non erano avvenimenti da +nulla per don Cornelio che aveva fatti i suoi disegni, e ora li vedeva +impigliati ogni giorno in qualche nuovo contrattempo. Quante belle cose +doveva fare donna Fulvia secondo i disegni di don Cornelio! Doveva +a poco a poco ripigliare il filo interrotto di tutte le opere buone +e belle che un tempo aveva fatte o incominciate il conte Maurizio; +ne doveva fare anche di più, lei ch’era tanto più ricca! e doveva +diventare la provvidenza del paese e il faro della valle. Don Cornelio +capiva che a accender quel faro non era cosa facile, ma aveva una gran +fiducia in sè, e nella buona riuscita, come chi ha date e vinte altre +battaglie. Nei ventisette anni da che era curato gli pareva d’averne +condotti e tenuti sulla sua strada anche de’ più difficili. Donna +Fulvia poi era tutta carità! e nel pensiero di don Cornelio la carità +era una virtù così semplice, così serena, così feconda di prodigi! +Oltre a ciò, don Cornelio voleva anche compire quella missione che +considerava come un sacro dovere verso la memoria del suo miglior +amico, il conte Maurizio. Voleva maritar Enrico e Cristina, secondo +il desiderio di lui, secondo il cuore dei due giovani, ed anche +secondo il proprio, che li amava tanto. “Oh, se arrivo a far questo,„ +esclamava ogni tratto tra sè don Cornelio, “muoio proprio contento!„ Ma +presentiva che, per arrivarci, la strada non sarebbe stata nè facile nè +breve; capiva anche d’averne fatta poca, e vedeva le faccende andar di +galoppo, e non lasciargli il tempo per farne una più lunga. + +La comitiva attesa da donna Fulvia arrivò, ma per due o tre giorni casa +Orsenigo rimase chiusa; e ai curiosi, che venivano a far visita per +vedere i nuovi arrivati, un servitore in livrea diceva che la padrona +non riceveva. Una volta al giorno usciva dal palazzo un carrozzone per +la trottata; ed eran stati pochissimi i fortunati che, sbirciando, +avevan potuto vedere chi un sacerdote, chi Cristina, e chi una signora +che non conoscevano. Il marchese Ettore usciva a piedi, girandolava +per il paese, faceva qualche lunga passeggiata; ma l’avevan pigliato +per qualche merciaio venuto per la festa, o per quello della lanterna +magica, e nessuno aveva badato a lui. Don Cornelio era sulle spine, e +non sapeva cosa fare e cosa dire; lui che s’era fatta tanta festa di +vedere Cristina, e che s’era immaginato di vederla subito, di vederla +più volte al giorno come una volta, or nel palazzo, or per i prati, or +nell’orticello di casa sua! + +— Ah, volevo ben dir io! — esclamò finalmente il quarto giorno, +correndo a cercar la sorella per dargliene la buona nuova. — Guarda un +po’, noi che si incominciava a non capirne niente... Ma lo dico sempre +io che per pensar male c’è sempre tempo! + +— C’è qualche novità? — domandò ansiosamente la signora Angelica. + +— Non è che ci siano delle novità, ma c’è qualcosa che ti farà +piacere... perchè fa piacere che le cose si mettano per la buona +strada, perchè, a dirla schietta, non capivo come mai Cristina fosse da +tre giorni in paese, e non ce l’avessero fatta vedere... a noi? + +— La Cleofe, tutta colpa della Cleofe! — pensavo io. + +— Un bel niente! Tutt’altro... inezie invece; eccesso di premura, +eccesso di precauzioni, abitudini da gran signori, etichette, ma +null’altro. Ecco ciò di cui oggi ho potuto assicurarmi, e d’ora innanzi +vedremo Cristina tutti i giorni, proprio come quando c’era.... + +— Oh che buona notizia! ma come hai saputo?... + +— Intanto che tu eri uscita, fu qui, e ci stette un gran pezzo, quel +sacerdote ch’è arrivato con Cristina e con la figlia di donna Fulvia. +Non m’era nuovo, l’avevo veduto a Milano, appunto in casa di donna +Fulvia, quel giorno che vi condussi Cristina. A dire la verità, in +allora, non so perchè, m’era piaciuto poco; ma ho avuto torto. È una +degna persona. Non ho capito bene di che paese sia... e se appartenga +a qualche ordine, perchè semplice sacerdote non lo è, o almeno non mi +è parso... ma è proprio una gentilissima, una carissima persona; un +po’ complimentoso, ma umile e alla buona! Ha voluto conoscermi, farmi +una visita, lui per il primo; e si vede che s’interessa non poco anche +dei nostri paesi. M’ha domandato molte cose... vuol conoscere i nostri +bisogni, certo per farci del bene. Oh gliene conterò ben io parecchi, +perchè donna Fulvia li risappia!... + +— E Cristina? + +— Ci sono. Pare che Cristina avesse preso un po’ d’infreddatura, o che +so io. Figurarsi! donna Fulvia che la tiene nella bambagia!... Ma ora +le paure sono passate... e in conclusione donna Fulvia ci aspetta. + +— Ci aspetta? Aspetta anche me? + +— Anche te, e mi fa dire da quel sacerdote di cui ti parlavo, che +dobbiam vedere spesso Cristina, che dobbiamo tenerla allegra, che tu +devi condurla a passeggio... insomma ci fa dire un monte di belle +cose.... + +La signora Angelica batteva le mani per la consolazione, e _Ugolino_, +ch’era presente, si mise ad abbaiare, e corse abbaiando per tutta la +casa. + +Qual buon vento aveva portato improvvisamente questo po’ di sereno? + +Donna Fulvia s’era decisa a confidare al padre Felice il nome dello +sposo che destinava a Cristina; e il padre Felice che se l’era +immaginato da un pezzo, aveva fatto i suoi complimenti a donna Fulvia +per il felice pensiero; aveva approvato, ammirato; ma, soggiungendo +che bisognava trattar la cosa con molta prudenza, le aveva anche dati +subito molti consigli. Il padre Felice, presentendo che forse poteva +essere non troppo facile il far inghiottire a Cristina quel bocconcino +di marito, aveva suggerito di disporre l’animo della fanciulla tenendo +vivamente accesi in lei i sentimenti dell’affetto e della gratitudine. +Aveva consigliato a donna Fulvia di raddoppiare con Cristina la +misura della confidenza, della dolcezza, e della condiscendenza; +raccomandando, fra le altre cose, di concederle largamente la compagnia +del curato e di Angelica, ch’erano stati i suoi primi amici, e che +potevano essere, nell’affar del matrimonio, degli utili alleati. Donna +Fulvia aveva cominciato con l’arricciar il naso su questi consigli, ma +poi s’era arresa; aveva già messo nelle mani del padre Felice, anche +la matassa delle faccende d’Orobio, perchè la dipanasse a di lei modo, +e bisognava pure compiacerlo in qualcosa. Il padre Felice poi, senza +perder tempo, era andato subito, come s’è visto, a far visita al curato. + +Don Cornelio e la sorella, impazienti di veder Cristina, andarono +quel giorno stesso, dopo pranzo, da donna Fulvia. Si pensi la loro +consolazione, e la festa che loro fece Cristina! Angelica, sulle prime, +era rimasta quasi in soggezione dinanzi a Cristina che rivedeva un po’ +mutata, fatta più bella, più seria, più contegnosa; ma poi la coprì +di baci come una volta, non appena Cristina corse a stringerla fra le +sue braccia. Donna Fulvia disse alla sorella del curato, facendosi +sentire dal padre Felice, che venisse pure tutti i giorni a prender +la fanciulla per condurla a passeggio; e tra Cristina e Angelica si +combinò subito una giterella per il giorno dopo. Cristina era smaniosa +di rifare una di quelle camminate di montagna ch’erano state, un +tempo, la sua delizia; e propose di andar, loro due, a bere la panna +in una certa capannetta su un poggio del monte da cui si vedeva tutta +la valle. La panna parve a donna Fulvia una cosa un po’ troppo fuori +del consueto; una cosa non necessaria, e anche un poco rischiosa. Ma +intervenne subito il padre Felice, e la panna fu concessa. + +Il padre Felice poi ricolmò di nuove gentilezze il curato; gli chiese +il favore anch’esso di qualche passeggiata assieme; e tra un subisso +di complimenti, che confondevano don Cornelio, fu combinata per il +giorno dopo la visita a un santuario fuor di paese. Infine, quando don +Cornelio si accomiatò, chiamato dalla campana del rosario, il padre +Felice volle uscire con lui, e accompagnarlo fino in chiesa. + +Mentre attraversavano la piazzetta della chiesa, li intravvidero, agli +ultimi chiarori del crepuscolo, il sindaco e il medico che rientravano +allora in paese tornando dalla caccia. + +— Noi, caro dottore, oggi s’è preso poco.... ma c’è là qualcuno che sta +per fare una buona caccia! + +— Dove? chi? + +— Non vede là? + +— Quel corvo? + +— Dica avoltoio! Non vede che tiene già il pulcino nelle granfie? + +— Le pare? + +— Me lo saprà dire, dottore! + +— Lo conosce lei? + +— Io no. + +— L’ho veduto fin da ieri, che faccia! + +— Che faccia, eh!.... E don Cornelio ci cascherà! Vuol scommettere, +dottore? Ci cascherà. + +— A far che? + +— Non lo so... ma ci cascherà! È l’uomo della buona fede! quel +benedett’uomo! Oh ci cascherà! + + + + +XIII. + + +La mattina seguente all’ora convenuta, la signora Angelica e Cristina +uscivano dal palazzo Orsenigo, e attraversato il paese, pigliavan +subito una stradicciuola della montagna. Appena fuori del palazzo +s’erano imbattute in _Ugolino_, che fermo, con le orecchie ritte, e +fissando il portone, stava aspettando tenendosi a una conveniente +distanza. _Ugolino_, veduta Cristina, aveva spiccato un salto, e le era +salito fino al collo. Cristina ricambiò l’accoglienza del suo vecchio +amico con mille carezze e con mille domande, alle quali _Ugolino_ +s’era ingegnato di rispondere a modo suo con l’abbaiare, col guaire +e col menar la coda disperatamente. Poi finiti i complimenti, s’era +svincolato in tutta furia, e s’era messo seriamente, come soleva, alle +sue funzioni di battistrada. + +La giornata era serena, splendida, e tra le più belle di quell’autunno. +Il sole dava uno de’ suoi ultimi e tiepidi abbracci ai monti, alla +valle; e la natura tutta pareva gli rispondesse con un palpito di +vita primaverile. Angelica e Cristina, mentre salivano per l’erta, +si fermavano ogni tanto a respirare quell’aria purissima, balsamica; +a contemplare quella bella natura che, con la pace e col silenzio, +pareva invitasse gli animi all’espansione d’ogni più riposto e +delicato sentimento. Esse allora si guardavano con un sorriso pieno di +affetto; si guardavano come se l’una chiedesse all’altra una risposta +aspettata, una confidenza intesa. Ma la risposta era un abbraccio, e +si rimettevano in via. Per un pezzo tacevano, poi a un tratto l’una +cominciava a discorrere, ma non per dir ciò che l’altra s’aspettava. E +dire che avevano tanta impazienza tutt’e due d’aprirsi, a vicenda, il +cuore! Eran passati otto mesi dal giorno in cui Angelica aveva messo +Cristina nel legnetto dei viaggiatori di Orobio, e quanti pensieri, +quante cosucce non avevano a confidarsi! Ma si sarebbe detto che ora +non ne trovassero il bandolo. Il bandolo c’era, ma ciascuna aspettava +che l’altra lo avviasse per la prima. + +Lo avviò, come furon sul poggio, una vecchia contadina nell’accoglierle +sull’uscio del suo casolare. + +— Oh santa Vergine! che miracolo le ha fatte capitar quassù? È +lunghetta la strada, e faticosa!... Non lo dico per la contessina, ma +per la sorella del signor carato, che i suoi annetti li deve avere, +perchè mi ricordo.... + +— Oh ci riconoscete! E voi siete la Menica, nevvero? + +— Altro che riconoscerle! Lei, quasi ogni mese, la vedo al mercato.... +e la contessina poi l’ho veduta tante volte anche quassù. La ci veniva +a bere la panna ogni tanto o col suo povero babbo, il signor conte, o +col signor curato. Il signor conte l’aveva sempre con sè, la sua bella +ragazzina.... Lei non era che una ragazzina a quel tempo.... Ma com’è +cresciuta! pare un sogno! quasi non la riconoscevo più. E con lei, +allora, c’era sempre un ragazzotto.... bel ragazzotto anche lui.... che +chiamavano.... oh aspetti.... + +— Enrico, — saltò su Angelica. + +— Proprio così. E quando capitavano quassù, bisognava vederli quei due +ragazzi.... che diavoli!... quante ne facevano! Ma sarà diventato un +giovanotto, grande e grosso, anche lui, m’immagino. È andato via, eh! +così m’han detto. E ci tornerà però, in questi paesi?... + +— Ci torna, ci torna! — esclamò la signora Angelica, — e forse chi sa? +tra pochi giorni potrebbe esser qui! + +— Sia lodato il cielo, — rispose la vecchia. — Voglion la panna? Ce +n’ho appunto una scodella che non ci stava nella zangola, e vado a +prenderla. + +— Ci torna, ci torna il nostro Enrico! — continuò Angelica poichè il +bandolo era avviato. + +Cristina s’era fatta a un tratto tutta rossa in faccia, e nel tempo +stesso, allontanatasi correndo, era andata a sedere su un rialto del +prato. Angelica la raggiunse, e sedendole vicino continuò: + +— Sarà un gran bel giorno quello in cui tornerà anche il nostro buon +Enrico! + +— Oh sì! sarà un bel giorno.... — ripetè Cristina con l’espressione +pensierosa, trepida, di chi è assalito all’improvviso da memorie e da +affetti chiusi nel cuore da un pezzo. Ma poi ritrovando, nel fissare +il volto semplice e buono della signora Angelica, la confidenza e +l’espansione d’un tempo, si fece animo e riprese: — Il buon Enrico! Da +che son partita da Orobio non ebbi più nessuna nuova di lui.... Dunque +torna? e quando? Non s’è dimenticato dunque di noi! n’ero sicura! è +tanto buono, nevvero? Ma, mi dica, signora Angelica, mi conti.... ha +scritto? + +— Altro che scritto!... ma zitti che vien la Menica.... Oh, che +scodelloni! ce n’è per quattro. + +— Ho spannato stamane, e sentiranno com’è fresca e dolce.... E il +signor curato sta bene? Ma che bella combinazione! E dire anche che mi +dan latte in questi giorni tutt’e due le mucche, perchè alle volte.... +Dunque domani gran festa a Orobio! Dicono che ci verranno tutti i preti +della vallata.... un festone! Vedranno che caciuole porterò giù io! E +la processione? La tireranno in lungo, mi immagino!... Ma, con loro +permissione, torno un minuto alla zangola per finire, do un’occhiata +alle bestie, poi son da loro.... + +Cristina, intanto che la Menica discorreva, guardava la valle, cercava +i paeselli, le case, le stradicciuole che le ricordavano il passato: +e sentiva crescere in sè un cumulo di memorie che le inondavano +l’anima, e che dal cuore salivano a velarle dolcemente gli occhi. Più +volte Cristina, nei mesi ch’eran trascorsi, quand’era sola nella sua +cameretta, e tutto era in silenzio nel palazzo di donna Fulvia, mentre +stava con gli occhi intenti su un telaino da ricamo o su un libro +di lettura, s’era sentita assalire da un sentimento inesplicabile +che sulle prime la seduceva con un piacere vago, misterioso, e che +mano mano s’impadroniva di lei, la scoteva tutta, e le dava alla +fine una commozione così grande da farla piangere, senza sapere il +perchè. Allora, impaurita, s’affrettava a sviarlo, a allontanarlo quel +sentimento; lasciava il libro, il telaino; e sarebbe fuggita dalla +cameretta, ma temeva che qualcuno la vedesse, la osservasse. Quel +sentimento si risvegliava in lei accompagnato or dall’una or dall’altra +delle memorie gaie o dolorose d’un tempo, e dal ricordo or dell’una +or dell’altra delle persone più care: tra queste Enrico c’era sempre. +Che sentimento fosse quello, Cristina non lo sapeva; ma in cuor suo +lo chiamava “il sentimento di cui aveva paura.„ Ora, mentre assorta e +con gli occhi fissi, guardava la valle, quel sentimento le era rinato +più forte, più seducente del consueto. E la sua anima vi si era tutta +abbandonata: questa volta non poteva, non cercava sfuggirgli. + +Venne a scoterla la voce della signora Angelica che, vedendo Cristina +presa come da un pensiero malinconico, volle avviare da capo il +discorso con qualcosa di gaio. + +— Se ne ha scritte delle lettere il nostro buon Enrico! E che belle +lettere! Le ultime poi.... oh le ultime! Quando le vedrai.... perchè +anche mio fratello l’ha detto che sperava di fartele veder presto.... +quando vedrai cosa dice di te, Enrico.... + +— Di me? Di me?... E che cosa dice? + +— Oh, la signora curiosa! vedrai, vedrai. Intanto su allegra, che delle +buone nuove ce n’è a bizzeffe! + +— Oh, me le dica.... le dica anche a me! Se c’è una buona nuova perchè +non la dovrei sapere anch’io? + +La domanda parve così giusta anche alla signora Angelica che smise +subito il pensiero, se pure l’aveva avuto, di tenersi abbottonata. E +poi Angelica non la voleva veder malinconica quella figliola. + +— Punto primo, dunque, il nostro Enrico s’è fatto molto onore; s’è +fatto voler bene da tutti anche in quei paesi... dell’Inghilterra.... +Lui, non lo scrive, ma si capisce. Infatti gli han dato un impiego! ma +non in quei paesi, nei nostri! Ed è forse già partito. Sicuro; ritorna, +ritorna! + +— A Milano forse? + +— Non mi rammento bene, ma ritorna. Poi.... ah, bisogna vedere cosa +scrive! che sentimenti! che penna!... quando parla di te, e dice.... + +— E dice.... + +— Insomma, quando don Cornelio mi lesse quella lettera, in principio +ho dovuto piangere, poi alla fine mi sarei messa a ballare per la +consolazione. Figurati! + +— Ma cosa dice? + +— Oh è impossibile ridire quello che dice.... impossibile dir le cose +come le dice lui!... Ma già io l’avevo sospettato, fin da prima che +partisse, che nella testa di quel figliolo c’eran delle intenzioni... E +c’eran proprio! + +— Ma quali intenzioni?... Oh, signora Angelica, io non ne capisco +nulla! M’ha detto che ci son delle buone nuove; e perchè non me le dice? + +— Sicuro che ci son delle buone nuove! Ma.... come faccio io a dirle +certe cose?... Bisognerebbe che la leggessi tu quella lettera.... + +— Oh, allora.... se la posso leggere.... non potrei vederla presto? + +— Altro! + +— Non potrei vederla subito? + +— Ma bisogna tornar a casa. E poi la lettera non l’ho io, l’ha don +Cornelio. + +— Ebbene.... corriamo a casa subito subito; cerchiamo don Cornelio, +e don Cornelio mi leggerà la lettera.... Oh facciamo così, signora +Angelica! + +La signora Angelica si trovò in quel momento un pochino imbarazzata, ed +ebbe scrupolo d’aver destata la curiosità e l’impazienza di Cristina. +Ma poi, vedendo negli occhi di quella figliola una certa espressione di +preghiera a cui non avrebbe saputo resistere, e pensando che, se aveva +commessa un’imprudenza, don Cornelio l’avrebbe accomodata, chiamò la +Menica, diede una voce a _Ugolino_ che rincorreva i grilli sul prato, e +disse a Cristina: + +— Non so se lo troveremo in casa don Cornelio così subito.... non so se +sarà tornato.... ma facciamo a modo tuo. + +Ritornate sulla stradicciuola per la quale eran venute, la signora +Angelica, nello scendere, andava ogni tanto reclamando anch’essa una +concessione, quella d’un passo più ragionevole. — Adagio, Cristina! c’è +da rompersi il collo! Ti farai male! Vuoi proprio farti del male! — +gridava ogni tanto; ma dovette cedere anche su questo punto. + +Furon presto a casa, cercarono don Cornelio da per tutto, e don +Cornelio non era ancor tornato. La signora Angelica, che non ne +poteva più, dopo aver detto a Cristina: — Andiamo ad aspettarlo +nel suo studiolo — s’era poco dopo lasciata andare sul seggiolone, +che stava dinanzi alla scrivania di don Cornelio, a godere con gli +occhi socchiusi quel primo momento di riposo. Ma Cristina, or con +l’aprire la finestra, or con una domanda, or con una esclamazione, +gliel’aveva lasciato goder per poco; e già la buona Angelica, vedendo +quell’impazienza, cominciava in cuor suo ad essere impaziente anch’essa +di vederla contenta quella povera figliuola. + +— Oh guarda guarda, che combinazione!... ma sicuro... eccola qua per +l’appunto... — esclamò a un tratto Angelica, dopo aver riaperti gli +occhi e guardando sulla scrivania. — Questa è una lettera di Enrico, +la riconosco alla mano di scritto. E poi... oh guarda! ce n’è delle +altre!... ci son forse tutte.... + +Cristina diede un salto, e venne a sedere sulle ginocchia della signora +Angelica, la quale intanto aveva prese le lettere, e le teneva strette +in una mano come a dire: le lettere son qui, ma per leggerle bisogna +aspettare don Cornelio! + +— E se don Cornelio — osservò timidamente Cristina — le avesse lasciate +qui apposta per leggerle!... o perchè le leggessimo noi?... + +La signora Angelica trovò giusta l’osservazione, rammentò le volte +che don Cornelio le aveva detto: — Presto questa lettera la leggeremo +a Cristina — e pensando che don Cornelio non poteva tardare molto a +ritornare, si persuase subito in cuor suo di venire a una transazione. + +— Ebbene — disse — ne leggeremo una... leggeremo quella che don +Cornelio teneva in serbo per te, ma le altre... ah, quelle poi, no! Le +altre non si leggeranno che quando don Cornelio sarà tornato, e col +suo permesso! — Poi dopo averla cercata con tutta l’attenzione, per +non sbagliarsi, diede a Cristina quella lettera che conosciamo anche +noi, quella con cui Enrico partecipava a don Cornelio il suo colpetto +di fortuna, quella in cui effondeva tutto il cuor suo, e che era tutto +un’idillio d’amore. + +Cristina prese la lettera, e cominciò a leggerla a voce alta; ma a +un tratto le montò una vampa al viso, e non le uscì più una parola. +Continuò a leggere; e tenendosi serrata a Angelica, e comprimendo il +tremito da cui era presa, la lesse e rilesse più volte quella lettera, +fino all’ultima riga. + +Quel sentimento che, da principio, le aveva reso caro Enrico come un +fratello; che era andato crescendo in lei; che le aveva dato tante +volte una consapevole mestizia o una così viva allegrezza, quando +Enrico partiva o faceva ritorno; quel sentimento che ora s’era fatto +tanto forte, tanto insistente, e che le faceva battere il cuore fino a +darle paura; quel sentimento stesso lo aveva dunque nell’animo anche +Enrico! lo aveva pensando a lei! e lo chiamava: l’amore! Era la prima +volta che questa parola scendeva nell’animo di Cristina; e vi scendeva +accompagnata da un’onda di calore e di luce da cui ella si sentiva +tutta ravvolta e trascinata come da una forza misteriosa e soavemente +irresistibile. + +Accanto alle parole di Enrico c’eran poi quelle di desiderio del suo +povero babbo, desiderio che le veniva improvvisamente svelato, e che le +faceva accogliere e ricambiare quella parola _amore_, come una parola +sacra e benedetta. + +La signora Angelica intanto s’era andata persuadendo sempre più che +proprio non ci fosse nessun male a far leggere quella lettura a +Cristina; poi, come le parve che la lettura andasse un po’ per le +lunghe, alzò gli occhi, fece per dir qualcosa, e rimase subitamente +tutta sorpresa e spaventata vedendo che Cristina non leggeva più, che +il suo sguardo era immobile e fisso, e che la sua faccia era tutta +bagnata di lacrime. + +— Oh, misericordia! Ti senti male? cos’è successo? Cristina? + +— Nulla, nulla, — rispose Cristina scotendosi. + +— Ma tu piangi! perchè?... Oh, cosa ho mai fatto! credevo di darti una +così grande consolazione.... + +— Oh, sì, sì; è una grande consolazione! + +— Ma, allora, ti senti male!... vuoi un’acqua calda, un caffè? + +— Nulla, nulla, oh mi sento bene!... Non so cosa sia... è una gran +commozione.... + +— Vuoi tornare a casa? + +— No, no, mi lasci qui con lei.... Vorrei ridere, ma invece piango, non +so perchè! Sono tanto contenta... ma ho sentito in me qualcosa, tutt’a +un tratto, che mi velò gli occhi, e mi portò lontano, lontano. Ma ora — +soggiunse con un sorriso — sono ritornata; ed eccomi di nuovo vicino a +lei, buona signora Angelica. Oh se venisse presto don Cornelio! Ho un +gran bisogno di vederlo; mi pare d’aver mille cose a dirgli. Tornerà +presto? + +E don Cornelio non tornava. La signora Angelica che era sulle spine, +or guardava dalla finestra, or scendeva in strada, per vedere se il +curato spuntasse, ma inutilmente. Intanto eran battute le tre, ch’era +l’ora fissata da donna Fulvia a Angelica per tornare a casa. Cristina +si scosse, si passò una mano sulla fronte, e si asciugò gli occhi +dicendo: — Andiamo; andiamo, non facciamoci aspettare. Ci rivedremo +presto, nevvero? Dica a don Cornelio che desidero tanto di vederlo; che +gli voglio dire tante cose! Non se ne scordi, cara signora Angelica, mi +raccomando a lei! + +— Scordarmene! ma ti pare? Gli dirò tutto, subito, subito. — E +ricambiandosi in fretta molte raccomandazioni e molte parole +affettuose, giunsero al cancello del palazzo di donna Fulvia dove si +lasciarono abbracciandosi e baciandosi. + +La signora Angelica, nel tornare a casa, ripensava all’agitazione +di Cristina, alle sue lacrime, alle sue gote accese, alle sue mani +convulse, e diceva tra sè: “Se son questi i regali dell’amore, ho fatto +pur bene io a non pensarci mai!„ + +Don Cornelio tornò a casa molto tardi. Sulle prime, come riseppe +l’affar della lettera, rimase alquanto conturbato e impazientito. Ma +poi, un po’ vedendo la sorella tanto mortificata, un po’ ripensando a +certe parole, dettegli nella giornata dal padre Felice, dalle quali +aveva capito che donna Fulvia pensava a maritar presto Cristina, e che +anzi voleva dirne qualcosa anche a lui, finì col mettersi in pace, e +col tranquillare Angelica, concludendo tra sè che tutto il male non +vien sempre per nuocere, e che forse quell’imprudenza veniva opportuna +per accorciargli la strada. + +Alla sera, nel salotto di donna Fulvia, intanto che il marchese +Ettore leggeva un giornale, che la marchesa Bianca ricamava su un +telaino, e che quattro personaggi secondari giocavano a’ tarocchi, il +padre Felice rendeva conto a donna Fulvia dei discorsi fatti con don +Cornelio durante quella giornata. Eran seduti in disparte, e parlavano +sottovoce; ma dai gesti e dalle facce che andavano facendo, era facile +capire che il padre Felice narrava delle cose cui dava la sua maggiore +disapprovazione, e che donna Fulvia le ascoltava or stupefatta, or con +l’amara ironia di chi è scandolezzato ma non maravigliato. Queste cose +poi, tanto riprovevoli, non eran altro che le opinioni di don Cornelio; +il quale in quel giorno essendo in vena di discorrere con una certa +espansione, e dovendo rispondere alle domande d’una così affabile, +d’una così dotta persona, aveva parlato un po’ di tutto, senza un’ombra +di diplomazia, e col cuore in mano. + +Il padre Felice, infine, raccontava d’aver toccato con don Cornelio +anche il tasto del matrimonio, e qui dava migliori notizie; anzi +concludeva che appunto per ciò bisognava ora chiudere un occhio sul +rimanente, e non pensarci che dopo. + +Il dialogo fu interrotto dai quattro del tavolino i quali s’erano +alzati per congedarsi. Uno di questi, dopo molti inchini e molti +complimenti cerimoniosi a donna Fulvia, chiese le nuove di Cristina che +non s’era veduta quella sera nel salotto. + +— Cristina è un po’ indisposta, — rispose donna Fulvia, — è andata a +letto. A proposito, padre Felice, non glielo aveva detto io? Ma lei è +sempre per facilitare, sempre per concedere! Una piccola passeggiata, +all’ombra, sarebbe stato un divertimento sufficiente, ma lei ha +voluto che concedessi, figurarsi! anche la panna. Cristina è tornata +sentendosi male, precisamente in grazia della panna! Ah padre Felice, +padre Felice! + + + + +XIV. + + +I preti, che donna Fulvia, dopo essersi consultata con don Innocente, +aveva invitati a pranzo per la festa di S. Luca eran diciotto. La +notizia s’era sparsa, per tutta la valle; e dai paesi vicini eran +venuti de’ curiosi per vedere quella novità del gran pranzo, pur +sapendo di restarne a bocca asciutta. Questa volta dunque per S. +Luca c’era gente più del solito, per quanto la festa d’Orobio fosse +sempre una delle più frequentate, e anzi facesse dire ogni anno agli +invidiosi degli altri paesi “gli è perchè S. Luca coincide col mercato +delle castagne.„ Alla festa di don Cornelio, come la chiamavan ne’ +paesi vicini, dove pure il curato d’Orobio era ben veduto ed amato, +eran venuti, come di solito, alcuni sindaci e alcune società d’operai +con le loro bandiere e con que’ quattro sonatori che, tra di loro, si +chiamavan la banda. Alla venuta delle società e delle bandiere, il +sindaco d’Orobio aveva voluto dare questa volta una maggior importanza. +Era andato a riceverle, aveva scambiato degli evviva patriottici, e +aveva invitati parecchi a bere all’osteria, per contrapporre, come +diceva lui, una solennità civile al pranzo di donna Fulvia. + +I particolari della festa eran stati fissati da donna Fulvia la quale +voleva farne gli onori, ma senza troppo incomodarsi, e senza mutare le +proprie abitudini. Alla mattina dunque, dopo l’ora della sua colazione, +ci doveva essere la messa cantata, poi la predica, la cioccolata +al celebrante, la processione, il pranzo alle tre, e i vespri alle +cinque. Non tutti gl’invitati conoscevano queste disposizioni, le +quali, soprattutto sul punto dell’orario, si allontanavano non poco +dalle usanze dei loro paesi; per cui, molto prima che le funzioni +cominciassero, si vedevan per le strade di Orobio parecchi de’ preti +invitati che, con un grande ombrello sotto il braccio, gironzellavano +un po’ sconcertati del contrattempo, pigliandosela con chi non gli +aveva prevenuti, e bisticciandosi con la serva che li seguiva, e che li +aveva consigliati a non far colazione. Gli invitati arrivaron tutti. +Uno solo mandò a dire, proprio quella mattina stessa, che l’avessero +per iscusato perchè s’era sentito male la notte; e questo era il +predicatore incaricato del panegirico. Nientemeno! Don Cornelio fu in +un bell’impiccio. Fra gl’intervenuti non c’era da far scelta; e così, +lì su due piedi, dovette pensare a supplir lui, e a mettere insieme +alla meglio quattro parole per la circostanza. + +Venuta l’ora delle funzioni, donna Fulvia uscì dal palazzo accompagnata +da sua figlia, dal genero, dal padre Felice e da Cristina, la quale +s’era tirato un velo fitto sugli occhi come se tutti le avessero +dovuto leggere in viso la sua commozione. Dietro donna Fulvia veniva +la Cleofe, che teneva in braccio _Fleurette_; e dietro la Cleofe +venivano i servitori, due dei quali portavano dei cuscini di velluto +per gl’inginocchiatoi di casa Orsenigo. Donna Fulvia attraversò la +folla de’ curiosi, che facevan ala, con quel contegno che soleva +assumere quando voleva incutere serietà e compunzione; e la folla, +richiudendosi dietro di lei, si rovesciò in chiesa a spintoni, a +gomitate, a motteggi, intanto che una scampanellata annunziava il +cominciare della messa grande. Arrivata poi la messa al Vangelo, don +Cornelio salì sul pulpito; riandò un momento le cose pensate poco +prima, e prese a parlare, come soleva, alla buona, con calore, senza +latino, per quanto ne spiacesse alla Cleofe, ma in modo che anche +i più semplici lo capissero e ne avessero un ammaestramento. Parlò +di S. Luca evangelista, ricordò gl’insegnamenti del Vangelo; e a +proposito dell’amor del prossimo, toccando l’argomento delle rivalità +e delle guerricciuole tra famiglie e tra paeselli, si congratulò di +veder riunita nella sua chiesetta gente d’ogni parte della valle. +Rivolgendosi infine al gruppo d’operai che stavano intorno alle loro +bandiere, chiuse il discorso con alcune calde parole sulla santità +del soccorrersi a vicenda, e sull’amplesso ch’egli invocava tra la +religione e la patria. + +_Fleurette_, che in quel punto aveva veduto poco discosto i due +occhietti di _Ugolino_, si mise ad abbaiare. Donna Fulvia, scambiati +ch’ebbe essa pure col padre Felice un’occhiata e un sospiro, si +rizzò in piedi; e il prete che diceva la messa ricominciò a cantare, +accompagnato dai suoni d’un organo sfiatato. + +Finita la messa, cominciò la processione. Donna Fulvia rimase in +chiesa, perchè le processioni essa le seguiva mentalmente, e ci mandava +invece la servitù. Sua figlia Bianca ricondusse a casa Cristina, che +si sentiva poco bene; e il marchese Ettore le accompagnò pensando che +la fratellanza predicata da don Cornelio poteva essere una bella cosa, +ma soprattutto all’aria aperta. Il padre Felice rimase in chiesa, un +po’ pregando e un po’ mormorando sottovoce con donna Fulvia contro +il curato, in mezzo al rumor confuso, che veniva dal di fuori, delle +campane che suonavano alla distesa, degli spari de’ mortaletti, delle +voci dei preti e delle confraternite che cantavano, delle bande che +stonavano, delle grida di chi vendeva sul mercato e degli strilli d’un +clarino che chiamava la gente a veder la foca. + +Finite le funzioni, i diciotto invitati di donna Fulvia, dopo aver +gironzellato di nuovo per un paio d’ore guardando ogni tanto l’orologio +del campanile, come videro la lancetta avvicinarsi alle tre, un dopo +l’altro si avviarono al palazzo. Donna Fulvia cominciò a ricevere i +primi con un contegno pieno di dignità e di deferenza per far veder +loro ch’era abituata a ricevere de’ prelati: ma i suoi invitati, o +rimanevan sull’uscio vergognosi e impacciati senza rispondere, o +sudici e impolverati si lasciavano andar sulle seggiole, asciugandosi +il sudore, e deponendo sui tavolini de’ cappelli bisunti. Donna +Fulvia, alquanto contrariata, dava di lungo a uno nella speranza che +chi veniva fosse migliore. Ma chi veniva valeva l’altro: se uno era +impacciato, l’altro era rozzo; se il vestito d’uno era rappezzato, +quello dell’altro era rifinito; e chi parlava, faceva dar la preferenza +a chi taceva. Donna Fulvia che si rammentava dei preti di quella valle +veduti un tempo quando ci veniva da ragazza, andava ora facendo, come +trasognata, dei confronti. Si rammentava che quelli d’allora eran +tutt’altra cosa, e avrebbe voluto saperne il perchè. Il perchè c’era, +ma essa era lontana le mille miglia dall’immaginarselo, e buttava tutta +la colpa addosso a chi glieli aveva scelti dal mazzo. Ciò poi che la +stizziva di più era di non vederne tra i presenti uno, uno solo, che +paresse migliore, o poco da meno, del curato d’Orobio. Ma perchè?.... +Non ci fossero stati almeno de’ testimoni! Ma c’era il padre Felice che +osservava e taceva; c’era don Cornelio che aveva l’aria impaziente, +e c’era sua figlia Bianca che a ogni nuovo venuto arricciava il naso +un poco di più, e si teneva un poco di più in disparte. Di buon umore +non c’era che il marchese Ettore, il quale passava dall’uno all’altro +degli invitati dirigendo a tutti qualche domanda, e cercando d’attaccar +discorso, con un fare tra il familiare e il canzonatorio che non +riusciva nuovo a donna Fulvia, e che la metteva tanto più di malumore. + +Finalmente un servitore venne a annunziare che il pranzo era servito; +e si pensi con quanta premura e con quanto appetito, si mettessero +a tavola i convitati che, soliti a desinare a mezzogiorno, avevan +sentito questa volta, quasi tutti a digiuno, batter le tre. Il marchese +Ettore volle vicino a sè don Prospero, che gli aveva dato subito +nell’occhio, e gli era parso che promettesse più degli altri in materia +di chiacchiere e di buon umore. La marchesa Bianca si rifugiò tra sua +madre e Cristina; don Innocente si mise accanto al padre Felice, e gli +altri sedettero alla rinfusa cercando in fretta un buon posto, un posto +cioè lontano dai padroni di casa. Il pranzo cominciò, e continuò per un +paio di portate nel più profondo silenzio. L’appetito e la suggezione +toglievano la parola ai convitati, e fin don Prospero non rispondeva +che con de’ risolini al marchese, il quale lo andava stuzzicando con +delle domande e con delle facezie, intanto che gli riempiva senza +interruzione il bicchiere. + +La parlantina cominciò a metà del pranzo; e prima che si arrivasse +all’arrosto non c’era più uno che tacesse. Tutti parlavano in una +volta; chi raccontava una storiella al vicino, il quale poi la ripeteva +a tutti ad alta voce; chi chiamava o rispondeva da un capo all’altro +della tavola, chi motteggiava, e chi rideva sgangheratamente. Il +baccano andava sempre crescendo, e non aveva tregua che al comparire +d’una nuova portata, per ripigliare subito dopo più forte di prima. Il +solo che non fiatasse era don Luigi. S’era seduto, per sua disgrazia, +proprio in faccia a donna Fulvia, e sotto la suggezione di que’ +due occhi non osava aprir bocca quasi neanche per pranzare. Anche +donna Fulvia vedendo la cattiva piega che prendeva il suo pranzo di +_riparazione_, s’era fatta silenziosa; e sulla sua fronte si andavano +accavallando le rughe, come le nubi sul cielo prima d’un grosso +temporale. Don Cornelio, che la guardava sott’occhio, cercava di +tanto in tanto di moderare qualche parlatore troppo chiassoso, ma era +inutile; il marchese stesso, che se ne divertiva sempre di più, correva +subito a portar legna al foco se appena ne vedeva il bisogno. + +— Ah, adesso si comincia a star meglio! — esclamò don Prospero, che da +quando s’era accomodata la salvietta passandone uno dei lembi dietro +il collare di margheritine celesti, non aveva levati gli occhi dal +piatto, che per servirsi tre volte a ogni portata. — Si comincia a star +meglio.... + +— Bravo don Prospero... e se mi permette... — Così dicendo, il marchese +gli riempiva il bicchiere. + +— Altro che permettere! Questo Valpolicella vale un Perù. + +— E don Prospero gli fa onore! + +— Che vuole? Siamo due vecchi amici, io e il Valpolicella! peccato che +ci incontriamo di rado! Ah! ah! + +— Allora un altro bicchierino. + +— Cerimonie, cerimonie... grazie, signor marchese.... Questo sarà alla +sua salute, perchè fin qui è andato giù alla mia, ah! ah!... Proprio +eccellente, vecchione, legittimo.... e quando lo dico io!... + +— Ah! lei se ne intende? Oh guardi! si direbbe, a vederla, che lei non +beve che acqua. + +— Acqua? ah, ah! In casa mia han sempre fatto tutti l’oste.... + +— E l’acqua la fan bere agli altri. + +— Bravo, signor marchese; si vede che lei se ne intende del mestiere! +Ma scherzi a parte, del vino n’ho visto a maneggiar molto, e n’ho +maneggiato anch’io.... + +— Anche lei? + +— Sicuro; e come si fa? Il Benefizio è magro; non mi dà che trecento +lire l’anno: si benedice qualche bestia perchè non si rompa le corna, +e tutto finisce lì. Se avessi anch’io come don Cornelio i miei +villeggianti! oh allora è un tutt’altro affare. C’è d’autunno quella +messetta ben pagata, c’è quel pranzetto tutte le domeniche, c’è alle +volte la risorsa d’un bravo funeralone.... + +— Ch’è una bella risorsa, ne convengo... non per i villeggianti. + +— Oh, più tardi che si può, s’intende, ma c’è sempre la speranza. +Invece io.... + +— A proposito, torniamo al vino; lei mi diceva... + +— Che n’ho maneggiato, eh sicuro! I miei fratelli fanno l’oste, e +qualche affaruccio lo faccio anch’io. Alle sagre ci vado con le mie +mostre, e qualcosuccia si fa. Oggi, per esempio, ecco qua.... — E +intanto levava di tasca una bottiglietta da saggio vuota. — Ci avevo un +vinettino che non è dispiaciuto; un vinettino, se vuole, di confidenza, +ma.... + +— Ma sincero. + +— Precisamente; e quando il vino è sincero, allora uno può sempre dire: +comando io. Dico bene? + +— Benissimo. E vini bianchi ne tiene? + +— Sempre: adesso abbiamo un agretto leggero del paese, che a digiuno +è un _non plus ultra_. Ne abbiamo anche uno di collina, sopraffino, +d’abbocato gentile; poi abbiamo.... + +— Del Champagne Crémant Impérial? + +— Ah, lei vuol dire quel dolcino spumante che va su per il naso? No, +no; il vino deve andare per in giù, non per in su. Me l’han fatto +assaggiare una volta il Champagne, proprio di quel vero d’Asti, ma ho +detto subito che non era roba per noi.... Una volta si teneva qualche +cosa anche per l’avventore che non sa bere, ma adesso non ne teniamo +più. + +In quel punto era cessato improvvisamente quel rumore di forchette, di +piatti e di voci che assordavano, e tutti s’eran rivolti ad ascoltare +un certo don Giosuè che dopo aver fatto ridere i suoi vicini con quelle +quattro storielle che soleva ripetere da per tutto dove andava, s’era +fitto in capo di far raccontare da don Cornelio a tutta la tavolata +quella sua avventura del quarantotto, quella del Croato. Don Cornelio +se n’era schermito e don Giosuè s’era messo lui a raccontare quel tanto +che ne aveva risaputo, aggiungendoci una qualche goffaggine del suo, +per far rider meglio la brigata. Don Cornelio gli dava sulla voce, +ma era inutile; l’uditorio teneva per don Giosuè, applaudendolo in +ragione che ne diceva di più sciocche. Anche donna Fulvia che, fin +lì, stecchita, in sussiego e senz’aprir bocca, aveva avuto l’aria di +non udir nulla di quanto si diceva intorno a lei, questa volta s’era +messa a prestar attenzione. Indispettita da quel baccano, e mortificata +in cuor suo di non aver potuto fino allora levar gli occhi su don +Cornelio, non le parve vero di potergli guardare in faccia questa +volta anche lei, e di dirgli poi con un fare addolorato, appena don +Giosuè ebbe finita la storiella tra le risate degli uditori: — Male, +malissimo, signor curato, e mi stupisco che si raccontino di queste +storie sul suo conto. + +— Si stupisca piuttosto — rispose don Cornelio — di chi le racconta a +questo modo. + +— Eh, eh, — saltò su don Innocente, il quale fino a quel punto non +aveva fatto che mangiare, e far dei sorrisi di riconoscenza ora a donna +Fulvia e ora al padre Felice. — Don Cornelio è sempre diplomatico! +basta dire che era uno degli amici del Cavour! + +— Un amico del Cavour? lei, don Cornelio! — chiese subito donna Fulvia, +guardandolo di nuovo con stupore. — Ogni giorno se ne sente una nuova! + +— Amico del Cavour! — non potè a meno di esclamare anche il padre +Felice. + +— Come, lei signor curato, era amico del conte di Cavour? oh non lo +sapevamo! Ci racconti, signor curato, ci racconti.... — prese a dire, e +continuò con insistenza, il marchese Ettore, intanto che gli occhi di +tutti si rivolgevano su don Cornelio. + +Il povero don Cornelio che fino a quel giorno, come abbiam visto, +s’era dato l’illusione d’essere stato poco meno che un amico anche +lui del gran Ministro, ora tutto confuso, facendosi rosso in viso, +e ricercando meglio nella sua memoria, finì col rispondere che +l’asserzione di don Innocente non era vera; e perchè gli si credesse +meglio, e anche per non sconfessar la sua ammirazione, soggiunse che +non aveva mai avuto un così grande onore. Tutti allora furono persuasi +che qualcosa di vero ci doveva essere; e i più senza badar oltre nè +a don Innocente che insisteva, nè a don Cornelio che rettificava, +tornarono alle occupazioni di prima, e ci tornarono con quel crescendo +che contraddistingue di solito un finale. + +— Anche amico del Cavour! — aveva nel frattempo ripetuto un par di +volte donna Fulvia, mandando, con una certa compiacenza ironica, +delle occhiate al padre Felice: e il marchese fingendo la più ingenua +curiosità, si divertì per un pezzetto ancora ad aizzar don Innocente, +a farlo parlare, a tener viva la disputa, lasciando tranquillo per un +momento don Prospero, il quale se ne approfittò per far passare nelle +ampie tasche del suo soprabito un pezzo di cacio, una fetta di torta, +una manata di mandorle, e da ultimo quattro amaretti. + +Con gli amaretti il pranzo era finito, e donna Fulvia si alzò. I +convitati fecero altrettanto; non tutti insieme però, perchè alcuni +vollero prima assaporare un ultimo sorso, e qualche altro dovette prima +fare più d’un tentativo per rimettersi in piedi. Don Prospero colse +l’occasione per riempire di Valpolicella la sua bottiglina, dicendo al +marchese, il quale se n’era avveduto e voleva scoppiar dalle risa: — +Questo lo porto a casa per memoria. + +Il pranzo era durato più di due ore, e le cinque eran battute da un +pezzo. Don Cornelio, intanto che nel salotto veniva servito il caffè, +svincolatosi da don Innocente e dal marchese, si accostò a don Luigi, +e gli disse all’orecchio che andasse a far sonar subito i Vespri. Fu +una buona precauzione, perchè lo schiamazzo aveva ripreso nel salotto +più forte di prima, e donna Fulvia cominciava a perder la pazienza. Ai +primi rintocchi delle campane don Cornelio si accomiatò, fece in fretta +i suoi convenevoli, si raccomandò ai preti che si spicciassero, e andò +diviato in chiesa. I più della brigata fecero sulle prime l’orecchio +del mercante, ma donna Fulvia fece l’atto di muoversi e bisognò andare. +Peccato! A un tavolino era cominciata una partita a primiera; don +Giosuè, in mezzo a cinque o sei de’ più chiassosi, stava raccontando +una storiella al marchese; don Prospero sprofondato in una poltrona +russava tranquillamente; e un certo don Matteo stava per accender la +pipa. + +Donna Fulvia salutò i suoi convitati complessivamente piegando il +capo a destra e a sinistra, con un certo sussiego, ritta in mezzo al +salotto, e nell’attitudine di dire: favoriscano d’andarsene. E l’uno +dopo l’altro se ne andarono tutti; chi tacendo come c’era venuto, e +chi, diventato più espansivo, impappinandosi in un complimento che +rimaneva a metà. + +Appena “le ebber levato l’incomodo„ come avevano detto i più +complimentosi, donna Fulvia fece un gran respiro; ma le contrarietà +di quella giornata non erano ancor finite. Si mosse anch’essa poco +dopo per andare in chiesa, e affacciatasi al portone vide, dinanzi al +palazzo, un brusio di gente che, motteggiando o ridendo, or faceva +ressa intorno a qualcuno, or si affollava in un punto della strada, +or si apriva facendo ala, e tutta con l’aria allegra di chi gode e si +diverte. “Oh cos’è questa novità?„ pensò donna Fulvia “cosa fa questa +gente, questa ragazzaglia che dovrebbe esser tutta ai Vespri?„ E +s’avviò non senza difficoltà verso la chiesa, attraversando lentamente +quella folla di curiosi e di buontemponi, i quali tutti eran troppo +occupati a ridere a crepapancia per accorgersi di donna Fulvia e farle +largo. Cosa fosse questa novità, e perchè ridessero quei buontemponi, +donna Fulvia se lo sentì vociare intorno da ogni parte nel fare il suo +tragitto. Era gente venuta, come a un divertimento, a vedere i preti +uscire dal gran pranzo, chi per semplice curiosità dopo aver veduta la +foca, chi per ridere, e chi per dare la baia. Parecchi, usciti allora +allora dall’osteria, aiutavano a rendere il divertimento più chiassoso; +chi mezzo brillo con un motteggio sull’intemperanza dei preti; chi col +naso rosso additando un qualche curato che l’avesse anche più rosso. +E non è a dire che questo spasso procedesse da per tutto liscio e +senza contrasti. Alcuni di que’ preti ai quali la gente dava la baia, +cercavan di svignarsela; ma altri rimbeccavano e rispondevano per le +rime. + +Si pensi dunque quante non ne sentì donna Fulvia in quel breve tratto +di strada, e quante non ne riseppe poi il giorno dopo dal Valassina, +dalla Cleofe, e dagli altri suoi confidenti; poichè il giorno dopo +in Orobio non si fece che parlar del pranzo, dell’uscita dei preti +dal palazzo, delle scene avvenute, delle facezie dette, e di certi +due scappellotti somministrati da don Matteo, quel della pipa. Don +Cornelio, arrabbiato, afflitto per lo scandalo, avrebbe voluto almeno +che non se ne parlasse più. Pregò, sgridò, ma con poco frutto. La +storiella andò subito in giro anche per i paeselli della valle, e +per un pezzo fu il tema allegro dei discorsi in ogni casa e in ogni +bettola. Tale fu la fine del gran pranzo, col quale donna Fulvia aveva +creduto di dare una lezione a don Cornelio, di edificare il popolo e di +rialzare il clero. + + + + +XV. + + +Due giorni dopo la festa di S. Luca, sul far della sera, il procaccia +del capoluogo del mandamento, venne a cercare di don Cornelio, girando +per tutto il paese con una lettera in mano. — Questo è un telegramma! +— esclamò lo speziale: e in fatti sulla busta era stampato così. A +Orobio i telegrammi non capitano di frequente, e l’ultimo l’aveva +ricevuto appunto sei mesi prima lo speziale; circostanza ch’egli +non mancò di richiamare nel raccontare il fatto di quell’improvvisa +venuta del procaccia, poichè per quella sera in paese il telegramma +di don Cornelio fu l’argomento principale delle conversazioni e della +curiosità di tutti. + +Il telegramma era di Enrico, e veniva da Genova. Enrico, arrivato a +Genova pochi giorni prima, aveva creduto di trovarci subito una lettera +di don Cornelio in cui fosse detto che la sua domanda alla zia di +Cristina era stata fatta, ch’era stata gradita, e che dovesse ripartire +per Orobio senza perder tempo. Non avendoci trovato nulla, aveva +scritto di nuovo a don Cornelio un letterone di sei facciate, tutto +impazienza, tutto ansietà; ma il letterone, arrivato un par di giorni +prima della festa di S. Luca, era rimasto senza risposta; e Enrico, a +cui ogni giorno pareva un secolo, aveva telegrafato a don Cornelio per +domandargli, col linguaggio ansante e risoluto d’un telegramma, cosa +c’era di nuovo e quando doveva partire. + +Quel telegramma, ch’era il primo che don Cornelio riceveva in vita +sua, diede il tratto alla bilancia. Don Cornelio come s’è veduto, non +l’avrebbe voluta far così subito quell’imbasciata a donna Fulvia; +poi, dopo che la sorella aveva mostrata a Cristina quella tal lettera +d’Enrico, gli era parso che bisognasse far presto; e ora finalmente +che c’era entrato di mezzo anche il telegrafo, e che aveva parlato a +quel modo, non ebbe più dubbi, e si decise per il subito. A dargli +più coraggio gli venivano in aiuto i discorsi fatti col padre Felice +durante quella passeggiata del giorno prima di S. Luca. Riandava quelle +parole a una a una, e gli pareva che proprio non ci fosse da dubitare. + +Il padre Felice in mezzo ai molti discorsi fatti gli aveva toccato qua +e là dell’avvenire di Cristina. Aveva pronunziata, più d’una volta, +la parola matrimonio; gli aveva detto che donna Fulvia cominciava +a pensarci, e gli aveva fatto capire alla fine, tra un subisso di +complimenti, che forse.... quanto prima.... tra loro tre, si sarebbero +fatti de’ discorsi su quell’argomento. Parole di tal fatta, e d’una +persona tanto circospetta, dovevano pur significare qualcosa! + +Don Cornelio, fatta la decisione, s’avviò la mattina dopo, pieno di +coraggio e col soprabito delle feste, verso il palazzo di donna Fulvia +allungando un poco la strada per ripensar bene alle parole con le quali +avrebbe attaccato il discorso. Donna Fulvia, quando le comparve dinanzi +don Cornelio, se ne stava sola nel suo gabinetto, vicina al tavolino da +lavoro e con gli occhiali sul naso. Era l’ora in cui, dopo la colazione +e dopo quattro chiacchiere in salotto, donna Fulvia si ritirava nel suo +gabinetto o a far la lettura, o a far filaccia e maglie per i poveri, +fino al momento della trottata. In quel punto era alle prese con la +spalla d’un corsetto, fatto con degli avanzi di lana tutta a nodi, e +ch’era uno dei molti cilici di beneficenza che preparava ai poveri per +l’inverno. Sembrava tutta assorta nel suo lavoro, ma ogni momento le +bisognava disfare un giro, o riprendere delle maglie scappate, tanto +il suo pensiero era lontano da quell’infelice a cui era destinato il +corsetto. I suoi pensieri erano tutti rivolti agli avvenimenti del +giorno di S. Luca; era la predica di don Cornelio, erano i convitati +e il pranzo, eran le scene della strada, che le ribollivano in testa +e le facevano or stringere or crescere quelle maglie capitate in così +mal punto. Ma soprattutto ce l’aveva con don Cornelio. Ognuno di quei +fatti doveva necessariamente avere la sua causa, ed essa ne trovava +una, un’unica per tutti bell’e pronta nella sua mente. Era cioè +chiaro, chiarissimo, che la colpa di tutto era tutta di don Cornelio. +Per fortuna che tra i molti pensieri, le era venuto alla fine anche +quello del matrimonio di Cristina, e che, proprio nel momento in cui +le vennero ad annunziare la visita di don Cornelio, i suoi occhi erano +andati a fermarsi su una lettera che le stava dinanzi sul tavolino, una +lettera tutta complimenti ricevuta quella mattina dal barone Brocchetti. + +— Donna Fulvia mi perdonerà.... — cominciò a dire don Cornelio nel +venire innanzi — ma, se per caso, le fossi capitato in un momento poco +opportuno.... + +Donna Fulvia lo interruppe invitandolo a sedere con un gesto, e con un +— S’accomodi, signor curato — che pronunziò con sussiego, ma cercando +di raddolcire la voce. + +— Tante grazie, tante grazie. Dunque.... se non la disturbo.... se +mi può concedere.... — prese a dire don Cornelio, ricercando il filo +del discorso che aveva preparato. — È da qualche tempo che sentivo il +dovere, che cercavo l’occasione, di parlarle a quattr’occhi un poco a +lungo, d’una faccenda.... ma..... + +— Dica, dica. + +— Lei sa quanto mi stia a cuore sua nipote Cristina; lei sa quali +doveri io senta d’avere verso di essa, e in nome di quale sacra +memoria.... + +— Lasciamo il _sacro_ da parte. + +— Insomma.... — riprese don Cornelio, un po’ sconcertato, e cambiando +tasto — insomma, l’ho veduta crescere, mi ci interesso, le voglio +bene, e sarebbe per me una gran soddisfazione del cuore se potessi far +qualcosa per quella figliola; qualcosa che potesse piacere, s’intende, +a donna Fulvia che vorrei pure veder rimeritata per i tanti suoi +benefici.... + +— E che cosa vorrebbe fare? — chiese con miglior grazia donna Fulvia, a +cui balenaron subito in mente le informazioni datele dal padre Felice. + +— Non è ch’io voglia.... ma, quando donna Fulvia credesse venuto il +momento di pensare alla felicità di Cristina.... quando credesse di +pensare al suo collocamento.... — E qui don Cornelio fece una pausa, +guardando prima di andare innanzi, la faccia di donna Fulvia. Quella +faccia, con sua maraviglia, era divenuta a un tratto tutta serena e +rabbonita, quale non l’aveva veduta mai. + +— Veramente.... — disse donna Fulvia — non potrei dire che questo +pensiero non mi sia venuto; mah! son cose difficili!... + +— Oh, non in questo caso! — esclamò don Cornelio, a cui la faccia di +donna Fulvia dava in quel momento un gran coraggio. — Lei non avrà che +a dire un sì! + +— Lo crede? le par tutto così facile? + +— Le difficoltà ci potevan essere, e quante! Ma ormai... lo creda a me, +quando lei lo voglia, tutto è fatto. + +— Lei dunque ne è molto sicuro! + +— Sicuro, sicurissimo!... E anzi.... donna Fulvia non ha bisogno di me, +ma al caso ci penso io.... sono ai suoi ordini. + +— Ebbene, caro signor curato — prese a dire donna Fulvia dopo un +momento di silenzio, con un fare confidente e mellifluo ch’era per +don Cornelio una gran novità. — Ebbene sì, io avrò bisogno di lei. Al +matrimonio di Cristina ci sto pensando.... ci sto pensando!.... Ma +per disporre l’animo della ragazza a un atto così importante, così +inaspettato, vorrei aver l’aiuto, la cooperazione, e diciamolo, anche i +consigli di una persona come lei, che per il duplice carattere, quello +vogliam dire del suo ministero e quello della protezione e autorità +già esercitata sulla fanciulla, può eventualmente avere la sua parte +di benefica influenza nell’ottenere quei giusti apprezzamenti che non +sempre appaiono agli occhi inesperti della gioventù. — Tirò il fiato, +fece una pausa, poi, come se interrompesse il filo dei pensieri, +domandò a un tratto a don Cornelio: — Mi dica un po’, ha veduto forse +questa mattina il padre Felice? e le fu detto per caso qualcosa in +confidenza? È il padre Felice che l’ha mandata qui? + +— Signora no. Il padre Felice oggi non l’ho veduto.... Ma quanto +all’aver saputo qualcosa in confidenza.... + +— Oh, oh, come? da chi? + +— Come! da chi!.... — esclamò don Cornelio pieno di coraggio e di +impazienza parendogli che tutto andasse a gonfie vele. — Lei ha mille +ragioni, e mi scusi se non gliel’ho ancor detto, e se non le ho parlato +subito a cuore aperto. Ma gli è che mi bisognava farle prima un poco +di storia. In poche parole però le avrò detto tutto, se ha la bontà di +ascoltarmi. + +Don Cornelio narrò brevemente a donna Fulvia una parte di quanto +sappiamo anche noi. Le toccò dei progetti e dei desideri del conte +Maurizio a proposito del suo pupillo e di Cristina: le parlò del +bell’animo di Enrico, della serietà de’ suoi propositi, del suo affetto +per Cristina, dell’impiego ora avuto, e della sua sorte assicurata. Don +Cornelio nel calore del discorso non s’era accorto che donna Fulvia +intanto aveva mutato faccia, e che con una furia crescente andava +scavalcando le maglie del suo lavoro, facendo un gran pottiniccio. Se +ne sarà accorto poi quel tale che avrà dovuto infilare le maniche di +quel corsetto. Quando don Cornelio venne a dire delle ultime lettere +ricevute da Enrico, e dell’incarico avuto, donna Fulvia che scoppiava, +diede un balzo, e buttò il lavoro sul tavolino, esclamando: — Basta, +basta, ho capito; io non la posso lasciar continuare! + +Don Cornelio la fissò pieno di sorpresa, e con l’espressione di +domandarle il perchè di quel mutamento così grande, così improvviso. +Donna Fulvia si ricompose, guardò il curato col fare severo d’un +personaggio offeso nella sua dignità, poi gli disse: + +— I suoi progetti sono un’assurdità. Si vede che lei non ha il concetto +di quelle convenienze sociali alle quali devono attenersi certe +famiglie. Figurarsi! Gli argomenti che mi ha detto in favore del suo +protetto, son tutta roba che basta a provarmi la sconvenienza d’un +simile progetto. All’avvenire di mia nipote.... lasci a chi tocca il +pensarci. Non si pigli troppe brighe, signor curato.... di quelle +voglio dire che non c’entrano nel suo ministero, perchè poi le une +fanno dimenticare le altre! + +— Vuol forse dire, donna Fulvia, ch’io dimentichi i miei doveri? + +— Voglio dire di non attribuirsene, in questo e in altri casi, di +quelli che non le spettano. + +— Come? + +— Come! come! — E qui, ora che quel resto di diga che frenava ancora +il suo mal animo verso don Cornelio era rotta, non le parve vero di +buttar fuori a rifascio, come venivano, quelle accuse, quei rimproveri, +quel dispetto, che aveva tenuti chiusi dentro di sè fino allora. — Come +quando lei, per dirne una, in compagnia del sindaco, e d’altra simil +gente, che farebbe bene di lasciare nel loro brodo, si inframmette in +tante cose che sappiam noi.... + +— Ma si spieghi.... + +— Oh lei mi capisce benissimo. Le sue idee del resto son conosciute. +E i suoi atti, tirando pure un velo sul quarantotto, ognun li vede. +E poi non l’ha detto anche lei nella sua predica di S. Luca! che lei +vuol conciliare governo e religione! Figurarsi! che vuol conciliare i +dissidi, lei da solo! quasi non sapesse che non bastano più da soli +neanche i Concili ecumenici! Che vuol metter insieme il Vangelo con +la libertà, col popolo, e col progresso! proprio come dicon certi +tali, come avrebbe detto anche il Cavour, il suo amico! Cosa deve dire +il popolo che ascolta le sue prediche? Quelle prediche nelle quali +non si sente mai una parola contro la perversità dei tempi, mai una +maledizione! Sta bene l’amore; ma e i flagelli? Quelle bandiere poi +del governo, per dirne una, sulla porta della chiesa, sul campanile, +e alla finestra di casa sua, sono.... diciamolo pure, scandali! E +quelle bandiere degli operai fin sull’altare, fin nella processione.... +accompagnate poi da gente... con delle facce!... le paion cose da +nulla? Cosa ne dovevano pensare i fedeli? Cosa ne doveva pensare quel +buon clero venuto per essere edificato, e per edificare?... — E qui +donna Fulvia, a cui balenò forse in mente il suo pranzo, fece una pausa +involontaria. + +— E lei, signora, avrebbe preferito di saperli all’osteria quegli +operai, quelle bandiere, invece di vederli presso l’altare? — esclamò +don Cornelio con calore; ma poi riprese subito con la solita bonarietà: +— Quanto alle facce.... sicuro, ce n’è delle brutte, ma poveracci! son +facce annerite nelle officine, o dal sole; bruttissime, quando sudano +e bestemmiano; ma che a me paion belle quando, nella mia chiesetta, +guardano in su, e le vedo illuminate da un raggio di speranza. Povera +gente! Cosa vuole che io maledica? ch’io flagelli? A flagellarli ci +pensano la gragnuola, le malattie, gli stenti, la fame; e vuole che li +flagelli anch’io nella loro chiesetta? Non deve avere questa povera +gente un luogo, un’ora di tanto in tanto, dove il loro pensiero si +riposi, e sia sicuro di trovarci la pace e la speranza? Oh li ho +sentiti anch’io nelle città, quei predicatori che dice lei, quelli dei +fulmini! Ma i loro fedeli poi, dopo i fulmini della mattina, vanno +a teatro la sera; e i miei poverelli invece vanno a letto, e non +domandano d’andarci che con una fetta di polenta, e con la coscienza +tranquilla. Sì, insegno loro ad amare la religione e la patria, la +Chiesa e il Governo, perchè in questa massima semplice trovano la norma +sicura de’ loro doveri. Dovrei io turbare la mente di questi buoni +campagnoli con delle questioni che ignorano, e che non comprenderebbero +mai? Dovrei mettere nei loro animi una disputa sui loro doveri, per +metterci così l’alternativa della scelta? Mi sbaglierò.... ma che +vuole? se un povero coscritto fantaccino, dei nostri di Orobio, scrive +ai suoi vecchi tutto lieto d’aver pregato in San Pietro, e d’aver +gridato, viva il Re e la Regina... io ne godo, ne godo fino alle +lacrime. Ecco perchè non avrei pensato mai, proprio mai, che quelle +bandiere sull’altare potessero essere uno scandalo!.... + +— Oh lo sappiamo, lo sappiamo.... per lei non è scandalo neanche il +celebrare in chiesa le feste della rivoluzione e del Governo. + +— La festa nazionale, vuol dire? Lo scandalo in questi paeselli sarebbe +se i signori, quelli almeno che son chiamati così, facessero le feste +della patria, e gli altri quelle della chiesa; e che si dicesse che c’è +un’Italia per i ricchi e una religione per i poveri! Questo sarebbe +lo scandalo, a parer mio; e le confesso che ci ho proprio messo ogni +studio perchè, almeno nel mio paesello, questo scandalo non ci fosse! + +— Proprio, insomma, come dicevo io, che le questioni della Chiesa le +vuol risolvere lei!... Alla buon’ora! + +— Ma le pare? Io sono un povero curato di campagna, e non cerco di +risolvere che quello che spetta a me, in questo cantuccio, dove mi ha +messo la Provvidenza. Il mio dovere è di far del bene a tutti nella +mia Cura, secondo i bisogni della loro coscienza e della loro vita. Ed +è ciò che cerco di fare, in tutto quello che posso, alla buona, alla +meglio. Ecco perchè, donna Fulvia, ho osato parlarle del matrimonio di +sua nipote.... Mi è parso che ci fosse anche qui del bene da fare.... +mi è parso d’avere un dovere da compire. + +— Le è parso; ma è un dovere tutto mio, gliel’ho già detto, e può +bastare. + +— Lei non poteva conoscere la volontà del padre di Cristina, non poteva +conoscere.... + +— Ebbene ora conosco tutto, e parliamo d’altro. + +— Ma ci rifletta. Quei due figliuoli... son cresciuti insieme, sono +fatti per amarsi. + +— Mia nipote non si permetterà mai di amare nessuno senza il mio +permesso. E poi, e poi, signor curato, che discorsi son questi! Ma le +pare?.... Intanto non usciamo di carreggiata; già è lo stesso, e poichè +s’è cominciato gliele voglio dir tutte! In questo paese le cose vanno +male, molto male; lo dicono, e lo vedo. Lo dicono qui, e lo dicono +fuori dove sono osservati con stupore i suoi portamenti, tanto diversi +da quelli di tutti i curati di questa valle. Qui vediamo il curato +amico di soggetti pericolosi, qui scarsezza di funzioni, abbandono di +pie costumanze.... + +— Di quali? + +— Le benedizioni delle messi, le processioni per le campagne.... + +— Come se ne facevano per far scappare i grilli e le formiche! Oh donna +Fulvia! + +— I pellegrinaggi ai santuari.... + +— Che duravan fin due e tre giorni, con una turba d’uomini, di donne, +di giovinotti, di ragazze, tutti alla rinfusa.... Sì, sì, li ho veduti +quei pellegrinaggi e li ho aboliti, e mi permetta di non dirgliene il +perchè! + +— Oh lei ha quasi abolita anche la confraternita! Le ha levati i +diritti, i privilegi, i proventi.... + +— Il cacio e il boccal di vino. Bisognava vederle alle volte certe +funzioni! Era un piglia piglia; erano sbornie... perfino ai funerali. + +— Insomma, se lei non mi vuol capire è meglio che la finiamo. Mi basta +il dirle una volta per sempre che se son venuta in questo paese, e se +abbiam fatto quel che lei sa, è perchè abbiamo una missione da compire, +e la compiremo.... + +— Oh allora compiamola insieme.... + +— O muti lei, o.... io già non muto! + +— Compiamola insieme, e cominciamo fin da oggi. Non mi voglio scolpare, +non la voglio contraddire, il tempo e la conoscenza del paese le +dissiperanno le cattive prevenzioni, le mostreranno la verità. Ma +cominciamo fin da oggi a compire insieme la nostra missione col rendere +felici questi due figliuoli. + +— Non torniamo su questo argomento! + +— Donna Fulvia mi ascolti! Ci pensi! Condanni pur me se vuole, ma non +condanni questi figliuoli. Lei non può volere la loro infelicità! Lei +non conosce Enrico, lei non può ancora giudicare! Dia tempo, ci pensi! +Io non le dimando che di indugiare, di riflettere, di non respingere +oggi la mia preghiera; e verrà forse il giorno in cui la sua coscienza +sarà lieta d’aver fatta un’opera buona di più. Donna Fulvia io la +prego, e la scongiuro anche in nome.... in nome almeno de’ miei capelli +bianchi, in nome dell’abito che porto.... + +In quel punto entrò un servitore ad annunziare che la carrozza era +pronta. Donna Fulvia si rizzò dalla poltrona, e fece al curato un cenno +colla mano come a dirgli che doveva congedarsi da lui. Si levò in piedi +anche don Cornelio, e rimase in silenzio dinanzi a donna Fulvia con +l’espressione supplichevole, ansiosa, con cui aveva pronunziate le +ultime parole. Donna Fulvia dovette pur rispondere; e il dispetto le +ridiede quel coraggio che le parole di don Cornelio le avevan tolto per +un momento. + +— È meglio per lei e per me che cessi questa penosa conversazione, e +che non ci si ritorni più. Le convenienze mie e della mia famiglia son +cose che riguardano me, e che non intendo lasciar discutere e risolvere +dagli altri. E poi, è inutile dissimularlo, c’è tra me e lei in molti +argomenti una differenza di principii... e se non ho la pretesa di +discutere i suoi, ho però quella di non cedere nei miei. Quanto al suo +progetto, o incarico che si voglia, ne la prego, non ne parli più. È +cosa impossibile, assurda, e che, glielo dico una volta per sempre, +non potrà verificarsi nè ora nè mai. Siamo intesi, e la riverisco.... +Eccomi, eccomi, vado a metter lo scialle e vengo subito. — Quest’ultime +parole eran rivolte da donna Fulvia alla marchesa Bianca ch’era +comparsa allora in sull’uscio dicendo: — È attaccato, e siamo pronti +tutti. + + + + +XVI. + + +Durante la trottata, donna Fulvia non aperse bocca; fu pensierosa e +accigliata per tutta la sera, non fece la partita, e si ritirò presto. +Il giorno dopo cercò de’ pretesti per non uscire, ed insistette +vivamente con suo genero e con sua figlia perchè se ne andassero +soli. Il marchese uscì in carrozza; Bianca preferì di passeggiare con +Cristina, e uscite tutte e due da una porticina in fondo al giardino, +presero la vecchia strada del paese che costeggia il monte, e dalla +quale si va a un bel poggio erboso, per un viottolo, traverso una selva +di castagni, e seguendo un ruscello. Era la passeggiatina prediletta +della marchesa Bianca, e ch’essa chiamava la sua “passeggiata +romantica.„ Aveva anzi un abbigliamento speciale, per quella +passeggiata, che le andava proprio benino e che le piaceva tanto; un +abbigliamento di foggia montanina, fatto apposta per le solitudini, per +quelle specialmente dove si incontra un mondo di gente. Peccato che lì +non ci si incontrasse proprio nessuno; ma come prevederle tutte! Anche +quella volta dunque la marchesa Bianca s’accinse a risalire il ruscello +appoggiata a un sottile e leggiero _alpenstok_ a cerchietti d’argento e +a nappette di seta, e con un libro sotto il braccio; un romanzo tutto a +spasimi d’amore, che leggicchiava da un mese, a poco a poco, e dicendo +ch’era tanto commovente, e tanto interessante. + +Donna Fulvia rimasta sola fece chiamare il padre Felice, e diede +l’ordine di dire a chiunque venisse che in quel giorno non riceveva +nessuno. Col padre Felice poi rimase in colloquio per più di due ore, +e parlando sottovoce perchè neanche i muri la potessero udire. Anche +don Cornelio s’era rinchiuso quel giorno nel suo studiolo, dicendo +alla sorella che aveva bisogno di restare per qualche ora tranquillo; +e la signora Angelica che non conosceva ancora la brutta novità, aveva +fatto con gran premura rispettar la consegna, persuasa che il curato +stava studiando qualche panegirico d’impegno. Il povero don Cornelio +veramente non aveva da studiare che la risposta da mandare a Enrico, +e s’era messo a fare e rifare più d’una volta una lettera in cui, +pur dicendogli la verità, avrebbe voluto rendergliela un poco meno +amara e sconfortata. Povero don Cornelio! Egli, che in quel momento +era triste e scorato come non l’era stato mai, non pensava che a un +dolore, al dolore d’Enrico; non aveva che una preoccupazione, quella di +risparmiare all’animo d’Enrico lo sconforto profondo che già sentiva +nel proprio. — “Almeno l’avessi qui, vicino a me, quel figliuolo!„ +diceva tra sè. “Me lo piglierei sotto il braccio, e a poco a poco, gli +direi tutto senza dargli il colpo in una volta.... un colpo simile, +all’improvviso! Ma c’è da perder la testa.... e la fiducia nella +vita, che è ben triste per lui, così giovane! Quella bella fiducia, +sicura e baldanzosa, che ci fa veder l’avvenire, a quell’età, come +un campo nostro, e ci anima a seminarlo tutto, come se proprio lo +dovessimo mietere tutto!... Povero figliuolo!... Fosse capitato anche +di peggio, ma addosso a me, che.... sono ormai all’ultim’ora!... Oh +la mia povera speranza di render felici questi figlioli, e di render +quest’ultimo ufficio alla memoria del mio unico amico!... Oh la mia +povera missione!.... Come potrò durarla io in questo paese?.... E non +sarò io un ostacolo.... ai benefici di donna Fulvia?„ — Poi scotendosi +ritornava subito a quel figliuolo. — “Se l’avessi qui! se gli potessi +parlare! Perchè c’è de’ conforti che la voce soltanto li sa dare. +Ma una lettera! Sia pure una risma di carta, è sempre carta! E poi +salterà le pagine, andrà in fondo, andrà alla conclusione, senza +essere preparato da una parola prudente.... da un conforto.... da un +abbraccio. Ma tant’è; e avanti con questa cartaccia!„ + +Don Cornelio avrebbe penato meno in quelle ore se avesse potuto +immaginarsi che Enrico era in viaggio, e che proprio in quel punto +aveva già intravvisto il campanile d’Orobio. Enrico, dopo aver mandato +quel suo telegramma a don Cornelio aveva ricevuto nel giorno stesso +da Londra una lettera di sir James che gli ordinava di ripartire +sollecitamente per Napoli. Impaziente, inquieto com’era da parecchi +giorni, si crucciava di doversi allontanare ancora di più, prima di +avere quella risposta che doveva dare la certezza e il riposo alle sue +speranze. Dopo un _sì_, gli pareva di poter andare, allegro e felice, +anche in capo al mondo, perchè tutto il mondo sarebbe diventato suo. +Ma con quell’incertezza! C’erano ancora alcuni affari da sbrigare a +Genova, e non avrebbe potuto partire, anche a far presto, che tra +cinque o sei giorni. Gli venne un’idea, e la comunicò subito al suo +compagno di viaggio, il figlio di sir James, al quale del resto aveva +già confidato tutto l’animo suo. Sir Arturo approvò l’idea, che non era +altro che di fare una corsa a Orobio; ed anzi lo incoraggiò moltissimo, +dicendogli che la calma è indispensabile, e che bisogna riaverla subito +se per caso la si perde. + +Enrico partì da Genova quella sera stessa, e il giorno dopo giunse +da Milano a quella stazione dove scendono i viaggiatori che vanno a +Orobio. Passò la notte in una borgata vicina, e la mattina seguente +ripartì in un legnetto, col quale piano piano, e rinfrescando un +par di volte, giunse a vista del suo paesello press’a poco nel +momento in cui don Cornelio finiva la lettera, e la marchesa Bianca +e Cristina cominciavano la passeggiata. Per arrivare alla casa del +curato gli bisognava attraversar tutto il paese, incontrar chi sa +quanti, e rispondere a chi sa quante interrogazioni; si immaginò +che tutti l’avrebber fermato, e che tutti gli avrebber letto negli +occhi la ragione di quella sua improvvisa venuta; si fece tutto rosso +anticipatamente, e, detto fatto, prese una risoluzione. + +La risoluzione fu di scender dal legnetto prima di arrivare in paese, e +d’andare a piedi alla casa del curato, seguendo la strada vecchia e i +viottoli della costa del monte, dove era più facile il non imbattersi +in anima viva. + +Quanti pensieri, quante memorie non gli risvegliavano que’ ciottoli +a uno a uno! A ogni passo gli pareva d’imbattersi in un vecchio +amico; erano ora un tronco spaccato d’un antico castagno, ora un filo +d’acqua che schizzava da un canaletto, or la siepe d’un praticello, +or la scorciatoia nota e sicura; e quell’edera, quelle felci, que’ +fiorellini, che s’eran rinnovati sui medesimi cespi, egli andava +mano mano riconoscendoli, e gli parevano amici che l’aspettassero +per richiamargli i begli anni passati, e dargli tacitamente un primo +saluto di Cristina. Buoni e cortesi amici! Quel silenzio poi, quella +immobilità d’ogni cosa, gli davano un senso di riposo e di pace +che, dopo la vita romorosa della città, gli scendeva ancor più caro +nell’animo, e lo forzava a rallentare que’ passi che poco prima erano +così impazienti e frettolosi. Quelle viottole gli parevan più belle +delle strade di Londra, e ogni tanto, senza avvedersene, si fermava a +riconoscere uno di quei tanti amici, e a respirare una larga boccata di +quell’aria sottile e profumata che scendeva dalla montagna. + +“Brezzolina gentile!„ esclamò a un tratto Enrico fermandosi, e +sorridendo. “Come ti affiderei volontieri un bacio se tu mi dicessi +che nello scendere al piano andrai a susurrare tra i corridoi d’un +palazzo, o a stormire tra le frasche d’un giardino.... No, no non te lo +affiderei„ soggiunse poi subito “non ne avrei il coraggio!„ E in quel +momento le frasche stormirono intorno a lui, ma con un romorìo insolito +e che pareva quello del fruscìo d’una veste, o dei passi leggeri d’un +capriolo sull’erbe selvatiche. Enrico stette a sentire, si guardò in +giro, e vide a pochi passi Cristina che scendeva traverso i cespugli +per raggiungere anch’essa la vecchia stradicciuola del paese. + +— Cristina! + +— Oh! — E non seppero dir altro; ma si vennero incontro correndo, si +presero la mano, si fecero tutt’e due rossi rossi in faccia, e rimasero +impacciati come se le piante all’ingiro avessero in quel momento +spalancato tanto d’occhi. Ci fu un minuto di silenzio, che fu presto +rotto da una nuova esclamazione che esprimeva meglio, questa volta, +la sorpresa e la gioia. Enrico cominciò a spiegare come avesse preso +quella strada, senza ancor dire perchè ci fosse venuto; e Cristina +che, aiutata da lui, era scesa intanto sulla viottola, gli andava +dicendo anch’essa come mai fosse lì, e l’invitava a seguirla verso +un praticello poco distante dove l’avrebbe presentato alla marchesa +Bianca, e dove avrebber fatte insieme un monte di chiacchiere lunghe e +belle. + +Enrico obbedì, e si mosse mandando innanzi i passi più lentamente +che poteva, guardando in silenzio or Cristina or i ciottoli della +stradella. Poi a un tratto si fece coraggio, e prese a dire: — Oh ma io +ho qui sul cuore un monte di cose che vorrei dire.... che non so se le +potrei dir tutte, neanche tra noi soli; a quattr’occhi.... Ma se poi mi +vedrò dinanzi questa signora marchesa che non conosco.... + +— Mia cugina non è fatta per dar soggezione; è buona, mi vuol bene, è +poi tanto gentile.... + +— Gentilissima, me lo immagino, ma m’immagino anche che, quando me la +vedrò dinanzi, io non saprò aprir bocca, e rimarrò lì.... + +— Ah, se poi il signor Enrico è venuto da Londra apposta per non dir +nulla! — esclamò ridendo Cristina. + +— La signora Cristina dice bene!... ma tant’è, e quasi non so aprir +bocca e mi confondo in questo momento stesso in cui siam soli. Una +volta è vero non succedeva così. Questa costiera, queste viottole, +mi ricordan bene come mi pareva facile un tempo il dire ogni mio +secretuccio, il fare lì per lì le mie confidenze alla signorina che +ci veniva con me. Ma in allora queste viottole le facevo con quella +signorina saltellando e rincorrendoci.... e con quella signorina ci +davamo del _tu_. + +— E il _tu_, nell’andarsene, intascò i secretucci, portò via le +confidenze.... È un bel cattivo il signor _tu!_.... Ma ne fu castigato, +e ora gli si può dire che s’è fatto senza di lui.... + +— Oh! come? In che modo? + +Cristina si fermò, ebbe un momento di esitazione, e poi abbassando gli +occhi soggiunse: — Un mese fa lei ha scritto da Londra una lettera +a don Cornelio per dargli una buona nuova.... se ne rammenta?.... +In quella lettera c’era un suo secreto.... c’era il richiamo d’un +desiderio del mio povero babbo.... + +— E quella lettera.... + +— L’ho letta. — E sugli occhi fattisi a un tratto rossi rossi, le +spuntarono improvvisamente due lacrime. + +Enrico le vide, e capì il dolce secreto di quella improvvisa +commozione. L’imbarazzo e le incertezze di poco prima sgombrarono in un +subito dal suo animo, e vi sentì scendere una calma sicura e felice. + +— Quella lettera la rammento, — riprese Enrico — o dirò meglio rammento +tutta la gioia di quel giorno in cui la scrissi. Era una gioia grande, +piena di speranze e di sogni che si succedevano l’uno più bello +dell’altro. Quella gioia, mi ricordo si faceva a momenti anche cattiva; +e allora m’assalivano mille dubbi, mille timori e un’ansietà che mi +faceva battere i polsi forte, forte.... e mi faceva soffrire. Ma +ritornava poi subito, la mia gioia, bella e serena come prima. Presi +la penna, scrissi quella lettera; non ricordo più quello che scrissi, +ma ricordo.... che m’impazientivo di non sapermi esprimer bene con don +Cornelio.... e che non era a lui che scrivevo in quel momento! + +Cristina gli rispose con un bel sorriso, e s’avviò di nuovo per la +viottola, ma d’un passo più lento di prima. + +— Non rammento quello che scrissi... — continuò Enrico camminando +vicino a Cristina — ma cosa potevo dire in una povera letteruccia? A +dire quello che c’è nel mio cuore, a dirlo tutto! ci vorranno tutti i +giorni della mia vita.... L’avvenire saprà parlare per me.... saprà +parlare nella buona come nella cattiva fortuna.... + +— Oh per quelli che si voglion bene non ci può essere cattiva fortuna! +— osservò Cristina. + +— Sì, sì, è vero, e posso ben dirlo io! — esclamò con entusiasmo +Enrico. — Ma se don Cornelio m’avesse risposto — riprese poi subito +con una certa ingenuità — ne potrei essere ancor più sicuro. Ma perchè +non m’ha ancor risposto? Ero un po’ sulle spine a dir la verità. Ne +ho fatti dei pensieri! O c’è un intoppo, perchè di peggio non voglio +pensare, o c’è una bella sorpresa.... Oh Cristina, lei forse lo sa!.... +ma anche lei tace, come don Cornelio.... Oh non sia cattiva, mi dica, +mi dica! + +Cristina che a questo punto non capì più nulla, si fece a interrogare +anch’essa con istanza, con curiosità; e riseppe, raggiante e commossa, +quale incarico Enrico avesse dato a don Cornelio, e quale risposta +aspettasse ansiosamente dalla zia. + +— Fu ieri, ieri! — saltò su Cristina con un grido di gioia — che don +Cornelio parlò alla zia! Ci andò di mattina, che è un’ora insolita per +lui, e ci stette un gran pezzo; me lo ha detto mia cugina Bianca.... — +E s’interruppe, rimanendo a un tratto sopra pensiero, e come colpita +da un ricordo molesto. — Nulla, nulla, oh non sarà nulla, sarà una +combinazione, — continuò poi, rispondendo a Enrico che s’era accorto +di quel cambiamento improvviso, e la interrogava con insistenza e +con ansietà. — Gli è che a mia cugina è parso che don Cornelio fosse +alquanto conturbato, che avesse la faccia diversa dal solito.... ma +mia cugina potrebbe anche aver veduto male! — E tanto lei che Enrico +continuarono la loro strada per qualche minuto in silenzio. + +— Ecco come un nulla basta alle volte a far nascere i più tristi +pensieri, — prese a dire Enrico. — Sicuro; io non ci avevo quasi +neanche pensato!.... Se donna Fulvia non volesse!... Se don Cornelio, +mentr’io gli corro incontro tutto in festa, m’accogliesse colla faccia +malinconica di chi ha una triste novella nel cuore.... + +— Oh cattivo, cattivo, cattivo!... Che pensieri son questi! Di queste +brutte cose non ne possono succedere, no! + +— Non son possibili, non ne possono succedere, nevvero? + +— E come mai dovrebbero essere possibili? La zia.... è tanto seria, +è vero, ha le sue ubbie, ma poi mi vuol bene.... E il bene che m’ha +fatto? Oh se non c’era don Cornelio, non sarei arrivata da sola a +comprendere tutta la grandezza del benefizio che ho ricevuto! Aveva +ragione don Cornelio di dirmi che ora toccava a me a ricambiarlo, +quel benefizio, nel nome santo del babbo, anche a costo di qualunque +sacrifizio, e lo promisi, lo giurai.... + +— Oh, Cristina! + +— No, no, Enrico, non mi faccia quegli occhi spaventati! non ci fu +bisogno di nessun sacrifizio. Ho lasciato, è vero, il caro paesello, +la gente a cui volevo bene, i bei prati, le belle montagne.... e +ora sono un uccellino in gabbia.... ecco tutto!.... avrei rimorso +a dire di più. Ed è possibile che chi m’ha fatto tanto bene fin +qui, non voglia compire la sua opera santa.... — E dopo un momento +d’esitazione, riprese timidamente — col dare il suo consenso a ciò che +fu un desiderio di mio padre.... a un desiderio, oh non c’è nessun +male nevvero, a dirlo? a un desiderio mio... e che mi pare ogni giorno +di sentir più fortemente.... e che m’accompagna sempre.... fino a +diventare alle volte tormentoso, a diventar tanto cattivo, da farmi +piangere?... Eppure, anche quando è cattivo, non lo so mandar via, +perchè mi è tanto caro.... + +— Oh la buona ispirazione che m’ha condotto qui! È dunque scritto in +cielo ch’io l’avrò questa felicità! Oh come è bella la vita! Io me la +vedo già dinanzi lieta, felice, tutta lucente d’un sole... che viene +dalla mia anima.... e che è il mio amore. Oh sì, Cristina, lasci che le +dica questa parola... questa parola che il cuore mi va ripetendo senza +posa.... e che presto griderò alta, a tutti, fin che avrò vita. + +— E la diremo insieme.... ma allora poi ce la diremo sotto voce +all’orecchio, e sarà anche più bella.... Oh, la voce di Bianca! mia +cugina mi chiama.... + +— Cristina, Cristina! — esclamò Enrico pigliandole la mano, e +serrandola con passione nelle sue. — Dunque è vero? è proprio vero? non +le è discaro l’amor mio... un po’ di bene me lo vuole?... + +— E me lo domanda? + +— Oh sì! nulla nulla al mondo mi potrà strappare la mia felicità, lo +giuro! nessuno mi potrà rubare il mio bell’avvenire, il mio bene, non è +vero Cristina? + +— Vuole che giuri anch’io? — gli rispose Cristina con un bel sorriso +e stringendogli la mano alla sua volta, nelle sue manine, più forte +che potè. — Or venga con me, spicciamoci, son due passi, lo voglio +presentare a mia cugina.... + +Enrico avrebbe preferito scansarsene, e balbettò qualche _ma_ e qualche +_se_, ma non era più in tempo. Un passo dopo l’altro, eran arrivati +senza accorgersene al poggio dove la marchesa Bianca s’era fermata +a leggicchiare una pagina del suo romanzo, seduta su un rialzo del +prato, intanto che Cristina s’era allontanata cercando qualche ultimo +fiorellino d’autunno. Quando Enrico e Cristina comparvero sul poggio, +la marchesa Bianca, che aveva chiuso il suo libro da un pezzo, s’era +rizzata in piedi, e si disponeva a muovere incontro alla cugina, dopo +averla chiamata un par di volte. La sua sorpresa nel veder Cristina +accompagnata da uno sconosciuto non fu poca, ma non le fu neanche +discara. A colpo d’occhio capì ch’era un giovine per bene; le parve +anche al portamento, al vestito, che fosse un forestiero, forse un +inglese; pensò subito che finalmente c’era un pubblico per il suo +abbigliamento, tanto carino, e sentì in cuor suo un gran conforto +per questo atto di giustizia. Cristina fece subito alla cugina la +presentazione di Enrico, dicendole in poche parole chi fosse, e per +qual caso si fossero trovati poco prima sulla medesima stradicciuola. + +La marchesa Bianca accolse benissimo Enrico, capitato così +opportunamente, e sentendo che veniva da Londra principiò a parlargli +in inglese, e continuò per un pezzo, sebbene Cristina le avesse anche +detto ch’era d’Orobio. Gli chiese dell’ultima _season_ e delle mode; e +Enrico si levò d’imbarazzo dicendole che non aveva veduto nulla di più +bello della _toilette_ che aveva dinanzi in quel momento. La marchesa +si persuase ancor di più d’aver a che fare con una persona di molto +buon gusto, e di molta intelligenza, e lo trattò subito con quelle +maniere gentili che teneva in serbo per i casi speciali. Enrico, che, +anche parlando con la marchesa Bianca, parlava senza avvedersene con +Cristina, rispondeva e discorreva con un’amabilità e con un’eloquenza +che venivano dal cuore, e che aumentavano sempre più la soddisfazione +della marchesa. La quale, dopo aver protratta più che potè, quella +conversazione finì col conchiudere, tra sè stessa, con un giudizio +definitivo, che quel giovine era veramente degno d’aver fatto la sua +conoscenza. + +Arrivati al cancello del giardino, Enrico si accomiatò, e la marchesa +Bianca, nel salutarlo, lo invitò a passare una qualche serata in casa +di sua madre, offrendosi essa stessa di presentarlo a suo marito e a +donna Fulvia. + +Si pensi con quanta allegrezza in cuore rientrò in casa Cristina; e +con quanta consolazione, con quanti buoni presentimenti, e con quale +ansietà corresse Enrico alla casa di don Cornelio! + + + + +XVII. + + +Alcuni giorni dopo, la carrozza di donna Fulvia, in completo assetto di +viaggio, usciva di buon’ora dal portone del palazzo, e s’avviava per la +strada maestra d’un trotto ancor più pacato e solenne di quello delle +gite o delle trottate consuete. Nella carrozza, accanto a donna Fulvia, +c’era la marchesa Bianca, e sedevano davanti Cristina e la cameriera +che teneva in grembo _Fleurette_, ravvolta in uno scialletto. Donna +Fulvia aveva la faccia ancor più raggrinzita del solito; e Cristina +aveva nascosta la sua dietro un velo fitto, perchè non le vedessero +in quel momento la commozione del suo animo. Per quanto Cristina +fosse oramai abituata alle risoluzioni improvvise della zia, e delle +quali la zia non soleva dar troppi conti, pure questa volta era tutta +agitata e non sapeva scacciare i tristi pensieri che venivano, come un +temporalaccio, a offuscarle quel bel cielo che due giorni prima sul +viale del monte, le era parso così sereno e promettente. Essa partiva; +partiva quel giorno stesso in cui aveva sognato di vedere Enrico +accolto in casa della zia, e accolto come suo sposo; partiva senza +averlo neppur riveduto, senza aver più saputo nulla di nulla, senza +avere neppur salutato don Cornelio, senz’aver dato un bacio alla buona +signora Angelica! + +Il giorno prima, donna Fulvia aveva avuto una visita improvvisa e +breve di don Innocente. Nessuno in casa ci aveva badato, perchè da +qualche tempo eran soliti tutti a vedere don Innocente fare a donna +Fulvia di queste visite brevi, e nelle ore che non eran quelle de’ suoi +ricevimenti: anzi ai ricevimenti lo vedevano ben di rado. Non erano +affar suo; ci si giuocava, tra l’altre, con certe carte così pulite che +gli mettevano suggezione; e poi non c’era caso di vederci un bicchiere +di vino. Don Innocente veniva nella giornata a dare a donna Fulvia le +notiziette raccolte ne’ suoi giri per i paeselli e per le sacristie, ci +metteva all’occorrenza un po’ di frangia e un po’ di commenti del suo, +e poi se ne andava con la faccia ilare, o compunta, a seconda della +faccia che gli aveva fatto donna Fulvia. Questa volta la notizietta +era ch’era stato veduto in un legnetto, che andava nella direzione di +Orobio, “quel giovane di cui si prendeva cura don Cornelio, e che don +Cornelio aveva mandato in paesi lontani con scandalo di tutti i buoni.„ +Dopo quella visita aveva fatto chiamare in fretta il padre Felice, e +poco dopo aveva annunziato che un affare la chiamava a Milano, e che +dovevano partir tutti la mattina seguente. + +Nel fare i preparativi per la partenza tutti in casa si eran domandati +l’un l’altro cos’era successo; e stringendosi nelle spalle, erano +andati ripetendosi l’un l’altro la risposta asciutta e alquanto +misteriosa di donna Fulvia. Cristina era corsa tutta affannata +ad interrogarne la cugina, e anche questa non aveva saputo darle +che la stessa risposta. E ora Cristina cercava di persuadersi che +quella risposta fosse la vera; ma intanto aveva una grande angoscia +nell’animo; e mentre la carrozza si allontanava da Orobio, guardava +traverso lo sportello, con un senso di dolore e di invidia, i viandanti +che risalivano la valle, i contadini chinati sulle vanghe, i poverelli +che stendevano la mano, fin le piante, i camperelli, le siepi che mano +mano lasciava dietro di sè. + +Una certa curiosità di conoscere il motivo di quella partenza +improvvisa l’aveva anche il marchese Ettore, e appunto in quell’ora +stessa cercava di risaperne qualcosa dal padre Felice, il quale se ne +schermiva nel miglior modo, non parendogli quello il momento opportuno +per parlare. Il padre Felice e il marchese viaggiavano insieme in un +legno separato. Avevano preceduto donna Fulvia, e non facevano che per +un tratto la stessa strada, dovendo essi a un certo punto della valle +prender quella che conduce alla città capoluogo della provincia. Il +padre Felice aveva detto d’esserci chiamato da qualche suo affaruccio; +e il marchese, che non si dilettava troppo dei viaggi in famiglia, +aveva trovato anch’esso il suo pretesto, ch’era quello di dare +un’occhiata alla città, che non rivedeva da un pezzo, e dove c’erano +dei monumenti e delle cose d’arte che, a sentirlo, gli stavano tanto a +cuore. I due compagni di viaggio giunti alla città si separarono. Il +marchese, dopo aver gironzato il giorno appresso entrando in qualche +bottega d’antiquario e comperando un po’ di ciarpe vecchie, ripartì la +sera per Milano. Il padre Felice invece vi si trattenne otto o dieci +giorni, che impiegò in visite, in paroline, in discorsi, con pesci +grossi s’intende, tutto a inchini e sorrisi sempre eguali, come li +sa fare un buon diplomatico, sia che si tratti di metter pace, o di +addensar su qualcuno un temporale. Così, quando ritornò a Milano, potè +intrattenere a lungo donna Fulvia sui favorevoli risultati della sua +missione, che questa volta crediamo non fosse quella di metter pace. + +La venuta di Enrico e la partenza di donna Fulvia non erano per Orobio +due avvenimenti così piccoli da passare inosservati. Il mistero e la +curiosità, ch’ebbe sempre molte attrattive per gli abitanti d’Orobio, +non mancarono anche questa volta di eccitare gli animi e di dar materia +a discorsi che non finivan più. C’era chi diceva d’aver veduto Enrico +entrare in paese a piedi, e chi in carrozza; chi sapeva di positivo che +la persona arrivata non era Enrico, e chi, senza pronunziarsi nella +questione, asseriva d’averlo veduto partire in un legnetto, di notte, +dopo la partenza di donna Fulvia. E anche sulla partenza di donna +Fulvia quanti commenti non si facevano, e quante non se ne dicevano! +Il sentimento generale era quello di sentirsi tutti, con la partenza +di donna Fulvia, come un gran peso giù dallo stomaco: pareva a tutti +di respirare un po’ più liberamente. E sì che donna Fulvia non era +che al principio della sua missione, come diceva lei, e che tutto il +bene che doveva fare in Orobio non l’aveva che incominciato. Questo +bene l’avevano aspettato tutti a bocca aperta, ma ci avevan sentito +subito un certo sapore così acido che aveva tolto a tutti la voglia di +gustarne dell’altro. Anche in Orobio donna Fulvia per beneficare non +posava da mattina a sera; beneficava per forza, e guai a chi non ne +volesse sapere. Anche in Orobio donna Fulvia strapazzava tutti per il +loro bene; correva a dare ai poveri sussidi, e lavate di capo; e fin +le medicine che portava agli ammalati, non le parevano salutari se non +accompagnate da una solenne ramanzina. Anche in Orobio non le era mai +parso d’aver fatto completamente il suo dovere, se non quando avesse +accompagnato un beneficio con la mortificazione di qualcuno. Tutti +dunque tirarono un gran sospiro quando seppero che quella provvidenza +del paese era partita colla famiglia e coi bauli. + +Anche nella bottega dello speziale per parecchie sere non si parlò +d’altro. Lo speziale pretendeva d’aver tutto preveduto fin dal primo +giorno in cui donna Fulvia era arrivata in paese, e diceva che anche +da certe ordinazioni e da certe ricette aveva subito arguito con che +carattere si avrebbe avuto a fare. Quella partenza non era per lui +che un fenomeno flogistico. La parola era capita poco, ma i suoi +ascoltatori se ne accontentavano, e avevan l’aria di convenirne. Tutti +poi, di tanto in tanto, guardavano in faccia al sindaco, il quale ne +sapeva quanto gli altri, e taceva. Il sindaco era andato due o tre +volte da don Cornelio per venir in chiaro di qualche cosa, ma aveva +sempre trovato l’uscio chiuso. Alla fine s’era imbattuto nella signora +Angelica dalla quale aveva udito che il curato era a Santa Maria della +Neve. La signora Angelica però era stata veduta andar in chiesa e +accendere un lumicino alla Madonna. Dunque qualcosa ci doveva essere. +Ecco perchè il sindaco meditava e taceva. + +Santa Maria della Neve era un povero villaggio della parte alta della +valle, a più che mille metri sul livello del mare, e dove abitavano, o +meglio facevan capo, dugento famiglie circa di pastori, che nell’estate +si spargevano per i pascoli montani, e nell’inverno si rintanavano in +un gruppo di casucce, intorno ad una chiesetta che appunto dava loro il +nome. Santa Maria della Neve da parecchi anni era senza curato; dopo +l’ultimo che c’era morto, non se n’era ancor trovato uno da mandarci. +Era una cura che aveva in tutto dugentocinquanta lire di rendita e +un magro orticello; gl’incerti poi erano un po’ di cacciole, qualche +capretto, e qualche bracciata di legna che i parrocchiani portavano +al curato quando benediva una bestia ammalata, battezzava un figlio +maschio, o faceva un po’ di scuola nell’inverno. Don Cornelio che vi +andava di tanto in tanto, e vi mandava ogni domenica il suo coadiutore, +o qualche prete dei dintorni, aveva detto a don Luigi che questa +volta gli occorreva di andarci lui, ed era partito sul far dell’alba +accompagnato da _Ugolino_, che lo precedeva tranquillo e serio, come +soleva fare quando capiva che le circostanze richiedevano così. Era +partito desideroso di restar solo per qualche giorno, perchè questa +volta si sentiva accasciato più di quanto non gli fosse mai capitato +in vita sua. Gli ultimi fatti, la ripulsa di donna Fulvia, la venuta +di Enrico, gli avevan fatto passare delle brutte ore, e gli avevan +lasciato un grande abbattimento nell’animo. Ai dolori della vita non +era nuovo; ma questa volta non sentiva più in sè quella vigoria che +in circostanze anche più gravi aveva avuto sempre, e per sè e per gli +altri. Egli stesso stupiva di sè medesimo, e nel salire per l’erta +che menava a Santa Maria della Neve, non ritrovava più neanche la sua +buona gamba; la strada gli pareva più faticosa, il suo passo s’era +fatto più lento e più grave. Più volte s’era fermato, s’era seduto, +e asciugandosi la fronte aveva detto, pieno di scoraggiamento: “Sei +vecchio, vecchio, povero Cornelio!... La mia missione quaggiù è +finita... c’è qualcosa che me lo dice!„ + +A Santa Maria della Neve si fermò cinque o sei giorni, e per la +prima volta dopo tanti anni ritornò alla sua cura a malincuore. Quei +casolari, quella chiesetta, quei pastori, avevano avuto per lui +un’insolita attrattiva. La sua anima afflitta ci aveva respirata la +pace; e il suo cuore scoraggito, ma ch’era sempre pur quello, ci aveva +trovato uno spiraglio da cui aveva come intravveduto un nuovo campo +dove gli rimaneva ancora un po’ di bene da fare. Non è a dire poi +quante feste non gli facessero quei montanari che lo vedevano per la +prima volta trattenersi parecchi giorni in mezzo a loro. E don Cornelio +se ne staccò con dolore, conservando in un cantuccio del cuore il +nome di Santa Maria della Neve come un’invocazione di pace, e di cure +benefiche e contente. + +Mentre don Cornelio guardava mestamente il cielo da Santa Maria della +Neve, come dalla sua ultima tappa, Enrico dal ponte d’un battello, +che viaggiava da Genova a Napoli, guardava il cielo anch’esso con +l’occhio fisso e desolato. Ma il suo cielo aveva un vasto orizzonte, +e la sua disperazione era pur quella de’ giovani, in fondo alla quale +c’è spesso tutto un mondo di speranze. Da quel momento in cui, con +l’animo straziato, aveva dovuto ripartire da Orobio, Enrico non aveva +fatto che richiamare le parole di don Cornelio, il triste annunzio che +gli aveva dato, e i suoi conforti mesti e sfiduciati. Le richiamava a +una a una quelle parole e le meditava: ci trovava in tutte la conferma +inesorabile della sua disgrazia; pensava che per lui la era finita, +che speranze non ce n’eran più, che il meglio era morire.... ma poi +concludeva che nessuno al mondo gli avrebbe tolto Cristina. E allora +tutti i suoi pensieri riprendevano la strada delle speranze; sognava +mille casi, mille combinazioni che potessero mutare quella triste +realtà; e faceva disegni e propositi, come se già gli si fosse aperto +uno spiraglio di avvenimenti più lieti. Ma i nuovi sogni svanivan +presto, e dietro loro stava sempre la triste realtà, immobile, intera. +Enrico doveva rimanere a Napoli, col suo compagno, due mesi; e si pensi +se gli dovevano parer lunghi. Egli aveva confidato tutto, anche i suoi +ultimi casi, a sir Arturo; e il suo unico sollievo nelle poche ore di +riposo era quello di ripetergli la sua storia dolorosa, rifacendola +ogni volta da capo, confidandogli le sue angosce, e domandandogli +consigli e conforti. Ma i conforti di sir Arturo, brevi ed asciutti, +non eran quelli che avrebbe voluto Enrico: “Star fermo nel proposito +fatto, diceva sir Arturo, ed aspettare; aspettare anche vent’anni +calmo e lavorando.„ Allora Enrico scriveva delle lunghe lettere a don +Cornelio; ma anche queste non ricevevano che delle tarde risposte, +affettuose e meste, piene di buoni consigli, ma senza nessuna di +quelle notizie ch’egli aveva più ansiosamente domandate, senza una +notizia sola di Cristina. “Star fermo ed aspettare„ gli tornava a dire +sir Arturo; e Enrico, ripetendo queste parole a sè stesso, cercava +imporsi per qualche tempo un poco di calma, ma poi alla fine dava in +uno scoppio di pianto. Un giorno però sir Arturo venne a dargli una +nuova che gli ridestò tutti i suoi sogni, tutti i suoi disegni, e a +mettergli il cuore in festa. Gli disse che passati i due mesi, sul +finir dell’anno, sarebbero andati a Livorno, e che poco dopo sarebbero +ripartiti per l’alta Italia, e forse per Milano. + +Anche per Cristina quei due mesi di novembre e di dicembre non furono +meno mesti e meno pieni di angosce. Dopo il ritorno in città, essa era +tornata alla solita vita casalinga e monotona, e tutto in casa di donna +Fulvia aveva ripreso l’andamento uniforme di prima. Cristina ascoltava +attentamente ogni parola, osservava ogni atto di donna Fulvia e degli +altri tutti della famiglia, senza che le riuscisse mai di scovrir nulla +di ciò che era tanto ansiosa di sapere. Alle volte le era parso che la +zia fosse preoccupata un poco più del solito; ma nè lei, nè nessuno di +casa, dal giorno in cui erano tornati in città, non avevan più nominato +nè Orobio nè don Cornelio, come se non fossero mai esistiti. + +Don Cornelio, in quell’ultimo dialogo scabroso che c’era stato tra +lui e donna Fulvia, non aveva avuto nè il tempo nè il coraggio di +dire che Cristina sapeva quale incarico gli avesse dato Enrico, e che +ne aspettava la risposta con eguale ansietà. Ripensandoci, dopo la +partenza di donna Fulvia, ne aveva avuto rimorso, poi gli era anche +sembrato che gli rimanesse ancora un dovere da compire verso Cristina, +il dovere doloroso di confortarla alla rassegnazione. Ma come compirlo? +Pensò al padre Felice che s’era mostrato tanto cortese con lui, e +che gli pareva fatto apposta per una missione delicata e amichevole. +Detto fatto, gli scrisse una lunga lettera raccontandogli tutto alla +distesa, incaricandolo di dire ogni cosa a donna Fulvia, e pregandolo, +infine, di far le sue veci presso Cristina per disporla, se proprio era +necessario, al sacrifizio. Il padre Felice consegnò subito la lettera +del curato a donna Fulvia, e si pensi che esclamazioni, che chiasso! +Ma poi, tornata la calma, donna Fulvia, dopo molte consultazioni, finì +col seguire il consiglio del padre Felice, ch’era quello di non dir +nulla a Cristina, di contenersi come se non sapesse nulla di nulla, di +mostrarsi con lei sempre più dolce e affettuosa, e di pigliar tempo; +il qual tempo, abituato com’è a farne dimenticar tante delle cose +a questo mondo, si sarebbe presa anche questa piccola briga di far +dimenticare a Cristina una fuggevole fantasia da ragazzi. A rispondere +a don Cornelio, a tenerlo a bada, e a rimandarlo soddisfatto con poco, +ci avrebbe pensato lui, il padre Felice; cosa che non gli pareva molto +difficile. + +Cristina dunque aveva un bel stare attorno alla zia; la zia era +muta come una statua, e l’interrogarla, o il farla parlare, in +simili casi, non era un affar da nulla. Cristina aveva da principio +pensato di scrivere di nascosto a don Cornelio, ma poi non ne aveva +avuto il coraggio. Per un pezzo aveva sperato che un bel giorno le +sarebbero arrivate improvvisamente tante belle notizie, tutte in +una volta: e aspettava il bel giorno; ma i giorni passavano tutti +eguali, lasciandola tutti nell’eguale ansietà. Poi aveva anche un gran +progetto; quello d’aprir l’animo suo con la cugina, di confidarle ogni +cosa, e di invocare la sua protezione e i suoi consigli. Ci si era +anche provata, ma s’era fermata subito scoraggita e dubbiosa. Più d’una +volta aveva principiato a parlare dei giorni della sua infanzia, di +suo padre, del buon curato, del suo paesello; ma la cugina l’ascoltava +con l’aria annoiata, e come chi ha cose di ben altra importanza per la +testa. E infatti, non appena Cristina faceva una pausa, la marchesa +Bianca senza lasciarla finire, entrava di botto nel campo prediletto +de’ suoi discorsi sulle amiche, sulle mode, sulle mille cosucce della +città; e, se era in vena anch’essa di fare delle confidenze, le +confidava in secreto i suoi progetti di _toilettes_ per il carnevale. +Allora Cristina, triste e sfiduciata, tornava sola ai suoi pensieri; e +di tanto in tanto, con gli occhi pieni d’una espressione supplichevole, +guardava senz’avvedersene or l’uno or l’altro.... ma nessuno la +capiva, nessuno le rispondeva. Un giorno, era fin scesa di corsa, e di +nascosto, nel cortile, per interrogare un carrettaio ch’era arrivato +da Orobio. — Ah, cosa c’è di nuovo a Orobio? — le aveva risposto il +carrettaio. — C’è neve a bizzeffe! E le ova poi! da che c’è la strada +ferrata in provincia, fin due soldi l’uno si pagano!... Il curato sta +benone, benone tutti.... ma gran mortalità nelle galline! — E così era +finita anche quella poca speranza nel carrettaio. + + + + +XVIII. + + +Era principiato il nuovo anno, e in casa di donna Fulvia tutto +procedeva con la consueta uniformità, monotona e severa come quella +d’un monastero, quando donna Fulvia, un dopo pranzo, annunziò una +gran novità. Rivolgendosi a Cristina, con una affabilità insolita, le +disse d’aver pensato a lei in quei giorni per procurarle un po’ di +svago nel carnevale: “cosa ben giusta e necessaria per la gioventù.„ +Poi soggiunse che i divertimenti avrebbero avuto un carattere tutto +familiare, ma pure sarebbero stati anche maggiori di quelli che si +usavano un tempo quand’era ragazza lei; che cioè una volta alla +settimana, l’avrebbe condotta di sera in casa del barone e della +baronessa Brocchetti, dove avrebbe trovate delle fanciulle della sua +età; e che una volta la settimana poi avrebbe tenuto conversazione +anche in casa propria, con gioco della tombola, e con una serata di +bussolotti in fine del carnevale. + +Quell’annunzio fu così improvviso e così impreveduto, che a due brave +persone, che giocavano in quel momento a tarocchi col padre Felice e +col Valassina, caddero persin le carte di mano, per cui si dovette +andar a monte, e mescolar di nuovo il mazzo. Cristina accolse le +parole della zia con gratitudine e con gioia. Presentì vagamente che +rotto il ghiaccio di quella vita uniforme le si sarebbe presentata, +forse, l’occasione d’avere una qualche nuova di Enrico, e di vedere +per qualche spiraglio traverso quel buio che le si era fatto tutto +all’ingiro, da quando era tornata in città, e che la opprimeva in un +modo tormentoso, insoffribile. Sperò che un mutamento nelle abitudini +d’ogni giorno, per quanto piccolo, le avrebbe reso più facile il +vincere la grande suggezione che le dava la zia, e le pareva già che +sarebbe venuto anche il giorno in cui le avrebbe aperto il suo cuore. +Infine, bisogna pur dirlo, le dava una secreta contentezza anche il +pensiero di prendersi un po’ di spasso, e di andare ai divertimenti e +alle conversazioni della città, di cui aveva sentito dire tante belle +cose, e che l’immaginazione poi le aveva di tanto ingranditi. + +Un’altra secreta soddisfazione, tutta insolita e nuova, l’ebbe il +giorno in cui ci furono i preparativi per condurla alla conversazione +di casa Brocchetti. C’era stata, una settimana prima, una lunga +discussione, tra donna Fulvia e sua figlia, sull’abbigliamento di +Cristina per la sera in cui sarebbe stata condotta in società. Cristina +ne aveva capito poco, anche perchè nella discussione c’erano stati +qua e là dei punti misteriosi, in cui donna Fulvia, o aveva parlato +a mezza voce, o aveva sorvolato ammiccando a sua figlia, o aveva +pronunziato un qualche sì incerto, o qualche no asciutto, come chi sta +negoziando delle concessioni. Finalmente, venuto il giorno degli ultimi +preparativi, dopo un andirivieni di ambasciate, capitò la sarta della +marchesa Bianca con un bell’abito semplice ma elegantissimo, e che +indosso a Cristina strappò subito delle esclamazioni soddisfatte tanto +alla sarta quanto alla marchesa. Cristina, intanto che la zia s’era +tirata in disparte tutta sopra pensiero, si guardò nello specchio, e +quasi non riconobbe sè stessa. Era la prima volta che si vedeva così +bene abbigliata, e nel vedersi tanto bella ne arrossì tutta, e rimase +quasi confusa. Donna Fulvia se ne accorse, saltò di mezzo con impeto, e +ordinò subito alla sarta delle correzioni e dei palliativi; diede sulla +voce a sua figlia, e non si lasciò rimuovere questa volta nè da ragioni +nè da esclamazioni. Cristina, che non aveva portato dai suoi monti +il pensiero di farsi bella, ne sentì in quel momento la tentazione +per la prima volta. L’aria affannata della zia, la discussione sul +suo abbigliamento, e il gran caso che se ne faceva, le diedero +improvvisamente un sentimento nuovo, che non era precisamente quello +dell’ambizione o della vanità, ma ch’era però la coscienza di sentirsi +un qualcosa più di prima, di sentire in sè stessa una nuova forza, e +anche un nuovo coraggio, in faccia alla zia, in faccia a tutti. Donna +Fulvia che non s’accorse, s’intende, di questo risultato, continuò a +discutere, a correggere e a modificare, fin sull’uscio, prima di andare +in casa Brocchetti. + +In casa Brocchetti oltre al barone, quell’ometto complimentoso e brutto +di cui abbiamo già fatto la conoscenza, c’era la baronessa, una donnona +alta e grossa, piena di acciacchi, e che non si moveva quasi mai +dalla sua poltrona, tutta intenta da mattina a sera a far faldelle, a +deplorare i tempi, e a combinar matrimoni. Poi c’erano i figliuoli. La +baronessa si vantava di averli coltivati a uno a uno fuori dell’aria +mondana, come in una stufa; e infatti erano venuti su lunghi, sottili, +giallognoli, e col collo un po’ torto come arbusti in cerca d’un raggio +di sole. Con l’intromissione di donna Fulvia ne aveva ammogliati due, +ed ora ne aveva altri tre nel vivaio. L’arte della baronessa per +maritare quei suoi figliuoli, così bruttini, era quella di lasciarli +veder poco, di circondarli d’una riputazione di figliuoli perfetti, +e di offrirli poi nei momenti in cui c’era abbondanza di fanciulle e +scarsità di mariti. Il maggiore di quelli che c’erano in casa, e che +si chiamava Checchino, non aveva che vent’anni. Veramente la baronessa +avrebbe voluto aspettare un par d’anni ancora prima di dichiararlo +disponibile; ma da quando il barone era venuto a confidarle quelle +prime toccatine avute da donna Fulvia, figurarsi! un parentado simile! +aveva subito mutati i suoi disegni, e aveva presa la direzione secreta +dell’affare, dando giorno per giorno le sue prescrizioni al marito, +il quale, in questi casi specialmente, era solito ubbidire appuntino. +Di prescrizione in prescrizione, si era venuti tra donna Fulvia e il +barone a quegli accordi che sappiamo per passare il carnevale. Lo scopo +ultimo e vero di quegli accordi non era stato ancor detto formalmente, +ma era sottinteso. I ritrovi del carnevale dovevano servire ai due +futuri sposi per vedersi di tanto in tanto da un capo all’altro d’un +salotto, ossia come diceva la baronessa, per conoscersi reciprocamente. +In quaresima poi i genitori, con improvvisa consolazione, e con la +debita sorpresa, avrebbero accolto, auspice un amico comune, il felice +progetto e concluso il matrimonio. + +Le prime volte che Cristina fu condotta in casa Brocchetti ci fu ben +poco di notevole. Il barone e la baronessa accoglievano Cristina con +quattro complimentucci, ch’eran tutti un dolciume e sempre gli stessi, +poi si mettevano ai tavolini da giuoco, e non le dicevan altro. Ai +tavolini da giuoco c’erano i pesci grossi della conversazione; ci +sedevano oltre il barone e la baronessa, donna Fulvia, qualche vecchia +signora, qualche consigliere giubilato, e ci passavano un paio d’ore a +borbottare e a rimbeccarsi tra loro, intanto che i pesciolini, ossia +Cristina e due o tre altre fanciulle, se ne stavano in disparte con un +lavoro d’ago o di ricamo in mano, scambiando sottovoce qualche parola +di tanto in tanto. Se alle volte capitava in visita qualcuno che non +fosse dei soliti, anche questo si metteva presso uno dei tavolini, ci +stava in silenzio una mezz’oretta a veder gli altri a giocare, poi se +ne andava. Tale, su per giù, era la conversazione di casa Brocchetti. +Cristina cominciava a pensare che i divertimenti della città non +eran poi gran cosa, quando una sera la baronessa fece l’improvvisata +d’un maestrino al pianoforte, e di qualche invitato di più; poi fece +fare un po’ di largo nel salotto, e permise alle fanciulle di far +due salti. E fu una grande improvvisata davvero. Cose simili in casa +Brocchetti non se n’eran vedute mai! Dopo quella sera, la baronessa +permise i due salti regolarmente una volta la settimana; e Cristina +che ballava con passione, ci si divertiva di cuore, ballando più che +poteva, senza fermarsi, senza riavere il fiato, e fin ballando con +l’altre fanciulle quando i ballerini erano stanchi. I ballerini, oltre +Checchino e i due Brocchetti più piccoli, eran cinque o sei giovanetti +scelti prudentemente, e un vecchietto tutto arzillo che era stato, un +tempo, ballerino della baronessa, e che dopo aver fatto ballare due +generazioni ora continuava colla terza. Il ballerino meno fortunato +era Checchino; le fanciulle quando lo vedevan venire, lo scansavano; +poi facevano tra loro delle risate senza che gli altri ne capissero +il perchè. A Checchino succedeva spesso, quando giuocavan la partita, +di addormentarsi nel salotto e di russare fortemente. La baronessa +allora si affrettava a dire che Checchino si levava tanto di buon’ora, +e che studiava troppo; ma una volta una delle fanciulle che facevan +crocchio tra loro aveva detto piano a Cristina, e alle altre, che +Checchino era.... era un asino. Non è a dire quanto rider ne avesser +fatto secretamente in quel momento, e da quanta voglia di ridere +fosser prese, da allora in poi, ogni volta che compariva Checchino. +Checchino, per di più era un ballerino disgraziato. Non gli riusciva +mai di mettersi d’accordo nè con la ballerina, nè con la musica, nè con +la battuta, e si metteva di solito a ballar la polka quando suonavano +il valzer, e a ballare il valzer quando suonavano la polka. E ci si +ostinava, trascinando con violenza la ballerina, la quale un po’ ci si +adattava, un po’ si ribellava, e così era in complesso un affannarsi +di tutt’e due da far pietà. Fu in una di queste lotte che a Checchino, +mentre una sera ballava con Cristina, scivolò un piede. Barcollò, si +riprese, perdette l’equilibrio, e andò con le gambe in aria. Cristina +riuscì a svincolarsene, e a rimaner ritta, ma fu presa da una di quelle +voglie di ridere che non si ferman più. Si mordeva le labbra, si turava +la bocca con la pezzuola; ma intanto vedeva le amiche che ridevano +anch’esse in disparte, e dava daccapo in un nuovo scoppio di risa. La +zia, come furono a casa, ne la sgridò, e l’ammonì molto seriamente a +mostrarsi d’allora in poi più rispettosa e cortese verso quel giovane, +ch’era uno dei migliori che mai si potessero immaginare. Dopo quella +sera in casa Brocchetti si ballò meno, e Checchino non ballò più. + +Le serate della baronessa erano alternate con quelle di donna Fulvia, +nel cui salotto, secondo il programma, una volta la settimana si +giuocava a tombola, e ci venivano, oltre i pochi amici soliti di +casa, il barone coi suoi figli e con parte della sua conversazione, +invitativi straordinariamente. Queste serate procedevano un po’ +noiosette per tutti, e anche per Cristina, la quale, passata quella +prima novità era tornata pensierosa e malinconica. Aveva sperato +vagamente col veder gente nuova, di risapere qualcosa di Enrico; +aveva creduto che chi sa quanti, solo a nominare Orobio, le avrebber +date le nuove del suo paesello e del curato! Ci si era anche provata +timidamente, qualche volta; ma non ne aveva trovato uno che conoscesse +il suo paese neanche di nome. Le sue inquietudini, le sue angosce ora +principiavano a tornarle nell’anima vive come prima, e con minori +speranze; daccapo era tornata inquieta, distratta, e assorta in un +unico pensiero. Il Valassina che, senza farsi scorgere e con l’aria +di chi è sempre lontano da tutto le mille miglia, spiava tutto e +vedeva tutto, si accorse che Crestina cominciava a far meno caso +dei divertimenti della zia, e che qualcosa d’altro, che non era il +Checchino di sicuro, si faceva strada nel cuore di lei, o vi ripigliava +il posto di prima. Fin dinanzi alle cartelle della tombola la vedeva +distratta e svogliata! E più d’una volta, quando tirava i numeri aveva +osservato con impazienza che Cristina non li marcava, o li marcava +sbagliando. “Le frulla il cervello a quella ragazza!„ aveva detto tra +sè; e principiò a sospettare che i pensieri di Cristina non fossero +assorti nei terni della lotteria, ma galoppassero piuttosto dietro quel +giovane che viaggiava lontano. + +Pensò di accertarsene. Gli parve che cogliendo Cristina d’improvviso, +in uno di quei suoi momenti di distrazione, con una notizia che facesse +al caso e con una domanda buttata lì di sorpresa, gli sarebbe riuscito, +fissandola bene, di leggerle fino nel fondo dell’anima. Una notizia +che pareva fatta apposta il Valassina l’aveva; detto fatto, si decise +di metterla subito a profitto prima che Cristina venisse a saperla in +altro modo, e ci fosse poi preparata. + +Giocavano una sera, seduti alla solita tavola della lotteria, +donna Fulvia, il barone Brocchetti, la marchesa Bianca, alquanto +assonnata, Checchino accanto a Cristina, il Valassina, tre o quattro +altri giocatori attenti e compresi, e il vecchietto arzillo di casa +Brocchetti. Il vecchietto teneva il cartellone ed estraeva lui i +numeri, accompagnandoli ogni volta con qualche motto che a un dipresso +facesse rima, e che poi senz’altro doveva far ridere. Al caminetto, un +po’ discosto dai giocatori, c’era il marchese Ettore, che leggicchiava +un giornale, e scambiava di tanto in tanto qualche parola col padre +Felice, il quale gli stava di faccia seduto in poltrona. + +— _Trentatrè!... non si marca se non c’è!_ — gridava tutto ilare, con +una voce un po’ nasale, il vecchietto, mostrando la pallottolina su cui +c’era il numero. + +— L’ho io, l’ho io! — saltò su Checchino. + +— Oh, che numeracci! — brontolava donna Fulvia. + +— Ambo! — esclamava un terzo. + +— Si verifichi, lei sbaglia sempre! — replicava tutto rosso in faccia +Checchino, che non si animava se non quando giocava alla lotteria. + +— _Vent’otto!_ — ripigliava il vecchietto. — _A bella ragazza un bel +giovanotto!_ + +— Ma cosa dice mai! — esclamava donna Fulvia, — Lei ne ha sempre delle +sue.... giudizio, giudizio! + +— _Quarantasei!_ + +— Oh, questa volta poi non voglio rime! + +— _Gentil signora.... come vuol lei!_ + +— Bravo, bravissimo! — esclamaron tutti. + +— Sempre pronto, sempre allegro. È inutile; per questo gioco ci vuol +proprio lei! — conchiuse il barone Brocchetti. + +La prima tombola fu vinta contemporaneamente da due giocatori. +Checchino, che non era uno di questi, pretendeva che c’era stato +uno sbaglio, per cui ci fu una lunga discussione, e poi una lunga +verificazione. Nel frattempo il Valassina aveva osservato Cristina +attentamente, parendogli che fosse più pensierosa, più impaziente del +solito, e balenatogli in mente il suo disegno, pensò che quello era il +momento opportuno per mandarlo senz’altro ad effetto. + +— E così, signor marchese, che cos’ha trovato di nuovo stasera ne’ +pubblici fogli? — prese a dire il Valassina dirigendosi al marchese +Ettore. — Ci son notizie della Cura d’Orobio? + +— No davvero, caro signor Valassina. Sono da mezz’ora nella questione +d’Oriente, ma d’Orobio non c’è sillaba. C’è dunque una questione +d’Orobio?... Dica, dica; lei ha, mi pare, delle notizie ch’io non ho! + +— Oh, nulla d’importanza! — riprese sorridendo il Valassina. — Non ha +letto giorni fa, signor marchese, quel che c’era nella gazzetta della +provincia?... tra le notizie della Curia? dov’era detto che il curato +d’Orobio.... + +— Muta aria? + +— Oh! dunque le notizie le sa anche lei? + +— L’ho risaputa, questa, da qualcuno ma non l’ho letta. E ce n’è altre? + +— È appunto quello che domandavo a lei. Nella gazzetta c’era che don +Cornelio Sacchi, a quanto si diceva, doveva essere nominato canonico +del Duomo; ma che invece poi avrebbe avuta, forse, si diceva, un’altra +destinazione; e che la nomina a curato d’Orobio sarebbe sempre, a +quanto si diceva, caduta su una degna persona che non si poteva finora +nominare.... + +— Andiamo, andiamo, attento signor Valassina... non vede che +ricominciamo il gioco! — saltò su, interrompendolo, donna Fulvia a cui +non garbava in quel momento un simile discorso. + +— Si incomincia col numero _sette_! — gridava il vecchietto. — Oh +vedono che bel numero! l’hanno quasi tutti. E lei, Cristina, non lo +marca?... _Numero sette, donna Cristina!... è un po’ distratta la +signorina!_ + +Altro che distratta! Distratta era stata tutta quella sera, ma in +quel momento le era salita una vampa al viso, non vedeva più nulla, +e non ascoltava che le parole del Valassina. Questi che se n’era +subito accorto, contento, contentone di quel primo risultato, pensò di +affrontare all’occorrenza anche le occhiate di donna Fulvia, ma di non +lasciar cadere il discorso. + +— Fin da questo autunno, — riprese il Valassina voltandosi verso il +marchese, — dicevano che don Cornelio avesse l’intenzione di lasciar +Orobio.... + +— E per qual motivo? — domandò il marchese. + +— Precisamente non saprei.... avrà forse voluto mettersi in riposo.... +ora tanto più che.... + +— Attento signor Valassina, — gridava il vecchietto, — non vede che +siamo già ai terni?... _e or con questo sessantotto.... la partita va +di galoppo!_ La rima non era riuscita, ma per fortuna Checchino fece +in quel momento un’esclamazione di gioia che permise al vecchietto di +gabellare anche questa. + +— Ora tanto più, dicevo.... — riprese il Valassina torcendo il collo +verso il marchese, — che quel giovane.... un certo giovane di cui il +signor marchese avrà forse sentito parlare.... + +— Ma Valassina! Valassina! Questa sera lei è d’una distrazione!... e +con le sue chiacchiere ci confonde la testa a tutti! — saltò su di +nuovo donna Fulvia, e in tuono più brusco di prima. + +— Ah, sì, sì.... so di chi vuol parlare.... — disse il marchese Ettore +dopo aver scambiata qualche parola col padre Felice. — E dunque cosa è +avvenuto di quel giovane? + +— Mille scuse, donna Fulvia, — riprese il Valassina, — rispondo una +parola al marchese poi non fiato più. + +Cristina, tutta agitata, non vedeva più i numeri delle cartelle, e non +ne marcava più uno. Checchino che se n’era accorto, e ch’era lì lì per +far tombola, stava zitto, e n’era tutto giulivo. + +— Le voci che girano sul conto di quel giovane son molte, — continuò +il Valassina. — A Orobio, pare, non ci tornerà più.... ma poi ne dicon +tante!... Però la più sicura, a quanto si sa, è che siasi stabilito in +Inghilterra e che anzi vi abbia preso moglie.... + +— Non è vero! — esclamò risolutamente Cristina. E in quello stesso +momento si sentì la voce concitata di Checchino, che esclamava tutto +glorioso: Tombola! Tombola! + +Donna Fulvia, lanciando occhiate inquiete al Valassina per farlo +tacere, cercò prontamente di deviare l’attenzione dei giocatori, +tossendo, alzando la voce, agitandosi e dando l’aire a Checchino, il +quale senza saperlo le veniva in aiuto colla sua gioia chiassosa. Ma il +Valassina, sicuro di farsi perdonar dopo, non tacque; e per battere il +ferro intanto ch’era caldo replicò subito a Cristina: — Mi scusi, ma io +credo invece che quella notizia sia vera verissima. Come potrebbe lei +sostenermi il contrario? Sentirò volontieri quello che ne sa lei!... + +— Io so, — riprese Cristina tutta concitata, e volendo giustificare la +sua esclamazione di prima, — io so ch’egli ha promesso a una fanciulla +d’Orobio.... È un giovane d’onore! lo conosco fin da bambina... egli +non mancherà alla fede data! + +A quelle parole ci fu un momento di silenzio generale, in cui Cristina +vide rivolti verso di sè gli occhi maravigliati di tutti. Essa avrebbe +voluto giustificar subito anche quella sua giustificazione, avrebbe +voluto che le domandassero ancora qualcosa, ma nessuno non le domandò +più nulla. I più non ne avevano capito niente, ma qualcuno ne aveva +capito fin troppo. Il Valassina, ch’era tra questi, fu il primo a +rompere il ghiaccio e a rimettere la conversazione in carreggiata, +riconducendola alla tombola di Checchino. Il marchese s’era messo a +guardar Cristina con l’occhialetto; e dalla sua poltrona cominciò a +guardarla più che potè con l’attenzione d’un osservatore che, fatta +una scoperta improvvisa, va cercando nuovi dati per la riprova. +Il padre Felice s’era limitato a tirar due o tre prese di tabacco +più rumorosamente del solito: e donna Fulvia che nelle circostanze +difficili sapeva tutto posporre, come diceva anche lei, al proprio +decoro, finse di non aver udito nulla; continuò ad occuparsi de’ suoi +invitati, coi quali fu anche più complimentosa del solito, e in cuor +suo promise a sè stessa che _quella signorina_ avrebbe la mattina dopo +reso uno stretto conto di ciò che aveva detto. + +Cristina, prima ancora che tutti se ne fossero andati, scomparve dal +salotto, e si ritirò nella propria camera. Per quella notte non chiuse +occhio, e continuò a ripensare a quelle ultime parole del Valassina. +Che Enrico non tornasse più, che Enrico si fosse maritato.... eran +fiabe! N’era sicura; non aveva angustie, non aveva sospetti! Ed +era lieta e fiera in cuor suo d’aver difeso Enrico, d’aver buttato +in faccia quel _non è vero_ al Valassina, parendole con questo +d’aver chiusa a lui e a tutti la bocca per sempre. Ma le angustie +ed i sospetti l’assalivano invece nel ripensare alle parole che il +Valassina, e il marchese, avevan dette a proposito di don Cornelio. +“Che don Cornelio avesse lasciato Orobio? che fosse andato altrove? che +a Orobio non ci fosse proprio più?... L’avevan detto in un tono così +sicuro!...„ E nel riandare le cose udite Cristina sentiva scendersi +in cuore un presentimento tormentoso che le toglieva ogni forza per +ribatterle e per dire a sè stessa che non eran vere. + +“In fin de’ conti c’è don Cornelio ad Orobio!„ soleva esclamare +Cristina tra sè quando, nei momenti di scoramento e di timore, voleva +tagliar corto, e correre col pensiero ad un conforto che non le falliva +mai. “Ma se a Orobio don Cornelio non ci fosse più!...„ andava ora +ripetendo; e quelle parole le davano un senso di paura, le davano tutto +l’accasciamento dell’abbandono e della solitudine. + +Per saperne qualcosa anche noi, circa quelle notizie del signor +Valassina, daremo subito una corsa a Orobio, e là faremo un passo +indietro per riprender meglio il filo dei nostri piccoli avvenimenti. + + + + +XIX. + + +Una sera, sulla fine del mese di gennaio, don Cornelio tornando a casa, +dopo la solita visita a qualche malato o a qualche povero, trovò per +strada il procaccia che lo fermò levandosi di tasca un piego per lui. — +Oh, oh, un letterone così grande proprio per me! — E data al procaccia +la buona sera, affrettò il passo e andò diviato a disuggellare il piego +in cucina, dove la sorella stava appunto sorvegliando la pentola in cui +coceva la minestra per la cena. + +— Una lettera della Curia.... — prese a dire don Cornelio intanto che +cercava di decifrare lo scritto al lume della candela. — Eh, eh.... è +monsignor Vicario che mi scrive... oh troppa bontà... troppo onore... +troppo cerimonioso monsignor Vicario!... — E giunto a piè di pagina +voltò il foglio, la cui prima faccia era occupata da un periodo solo, +tutto a incisi, pieni d’una degnazione paterna e complimentosa. + +— Oh, cosa può voler da me monsignor Vicario?... — riprese il curato +dopo aver letta e riletta la seconda parte della lettera. — Vuol +parlare, consultarsi, conferire a voce con me... conferire sopra che +cosa? + +— Sarà per il giubileo, o per le missioni! — saltò su la signora +Angelica. + +— O piuttosto che la Curia avesse deciso d’assegnar qualcosa di più a +Santa Maria della Neve, e di mandarci almeno un buon cappellano, come +le ho proposto io?... Eh sicuro! ne ho scritte delle lettere per Santa +Maria della Neve alla Curia! Un letterone anche pochi giorni fa.... e +ora capisco che hanno avuto il loro effetto. Non può esser altro, e ne +son proprio contento. Però se mi potevano risparmiare questo viaggio.... + +— Oh, ma è un bell’onore!... + +— Obbligatissimo, ma è anche una gragnuola di maggio, come diciam noi, +per un povero curato! Che mi canzoni! due giorni per andare e tornare, +due giorni di fermata.... il calesse, la locanda!... E non è che non le +sappiano alla Curia le nostre miserie.... ma certe cose altro è saperle +altro è provarle!... Si fa per dire, veh! perchè, dico la verità, per +fare un po’ di bene a quei poveracci di Santa Maria, venderei ben +volentieri anche.... + +— Oh no, no, per carità, ci vorrebbe altro! Non ne hai venduta +abbastanza della roba? — esclamò la signora Angelica, che scodellava +la minestra, interrompendolo e restando col ramaiuolo alzato, come per +fermargli la parola. + +— Basta, basta.... ci penseremo domani.... ma bisogna battere il ferro +intanto che è caldo, e doman l’altro mi metterò in viaggio. + +Il giorno dopo don Cornelio, tutto di buon umore, dandosi di tanto in +tanto una fregatina di mani, e non pensando ad altro che a Santa Maria +della Neve, fece i suoi preparativi per il viaggio, aiutato dalla +sorella, la quale fu tutta in faccende, perchè almeno avesse a partire +un po’ ravviato e in buon arnese. I preparativi della partenza anche +questa volta non andaron lisci. La signora Angelica, che in simili +circostanze non pareva più lei, e mostrava un coraggio da leone, ebbe +più d’una volta a borbottar col curato, e a farlo fare a modo suo. +Nell’abito nuovo fatto cinque anni prima, ci trovò uno strappo, e lui +non le aveva detto nulla: d’un bel par di guanti di lana nera, che gli +aveva fatti non era ancora un mese, ne aveva perduto uno: e per non +aver dato retta a lei a tempo, era sul punto di dover entrare in città +con un nicchio vecchio e sbertucciato. Don Cornelio prometteva che ne +avrebbe comperato uno nuovo prima di presentarsi a Monsignore, ma la +signora Angelica gli credeva poco, e non era affatto tranquilla. Il +guaio più grosso scoppiò a proposito delle fibbie. Il curato s’ostinava +a voler partire colle sole ghette, ed andava esclamando: — In questa +stagione! un prete di montagna! Credi, che Monsignore non sappia che +c’è tanta neve nella valle? — E la signora Angelica replicava: — Come? +quando s’ha un par di fibbie d’argento come quelle che t’ha regalate il +povero conte Maurizio, se non le si sfoggiano nelle occasioni, domando +io cosa s’ha a farne? — E la discussione si fece tanto calorosa che +la signora Angelica perdè la pazienza, e andò senz’altro a cercar le +fibbie nel cassettone del curato. Le cercò, frugò da per tutto, e non +avendole trovate, venne a piantarsi dinanzi al fratello in atto di +domandargli dove le avesse riposte. Don Cornelio, fattosi tutto rosso +in faccia, come un bambino colto in fallo, biasciando le parole prese +a dire: — Sai.... quella povera donna.... la Marta.... che rimase +vedova con quei bambini.... le ho vendute. — Angelica chinò il capo, +non disse più nulla, e passando il dorso della mano sugli occhi andò a +rinchiudere il cassettone; poi tutta affaccendata e silenziosa si mise +a dare un’ultima mano alla sacca di viaggio. + +Don Cornelio partì la mattina seguente nel solito legnetto del paese, +dopo aver detto la messa di buon’ora. Assicurò la sorella e don Luigi +che non sarebbe rimasto fuori che tre giorni; disse quattro parole a +_Ugolino_ per persuaderlo che le visite ai Monsignori non erano affar +suo, e che questa volta bisognava restar a casa; poi tutto contento +montò nel legnetto e partì. Faceva freddo, tirava vento, ci si gelava +in quel legnetto, ma don Cornelio tutto intento a ruminar discorsi +non se ne accorgeva neppure. Pensava e ripensava a tutte le cose che +avrebbe detto il giorno dopo a Monsignore; le metteva in ordine; ne +fissava i punti principali, e concludeva che più convincenti di così +non potevano essere. Poi col pensiero correva al momento in cui sarebbe +tornato a casa glorioso e trionfante; prometteva a sè stesso di far +subito una corsa a Santa Maria della Neve, e gli pareva già d’esser in +mezzo a quei suoi poveracci a dir loro le buone nuove che portava dalla +città. Le lunghe ore del viaggio gli passarono senza accorgersene; era +già arrivato, e non aveva ancora finito di discorrerla tra sè. + +Ben più lunghe dovettero poi parere le ore a chi lo aspettava di +ritorno. Passarono i tre giorni, venne la sera del quarto, e don +Cornelio non era ancora tornato. Don Luigi andava di tanto in tanto +sulla strada per incontrarlo, spiava da lontano, domandava a chi +veniva se avesse veduto il curato, ma inutilmente. Or piovigginava, +or nevicava, e don Luigi e Angelica si consolavano dicendo: “con +questo tempaccio ha fatto benone a non mettersi in viaggio„; poi si +lasciavano con una certa inquietudine in cuore, e don Luigi riapriva +il suo ombrello e tornava a far quattro passi sulla strada. Il +sindaco che aveva risaputa la chiamata alla Curia e la partenza di +don Cornelio, era venuto un par di volte per domandar s’era tornato, +e anche lui non era quieto, e per di più lo andava ripetendo. Il +legnetto che riconduceva don Cornelio, non fu veduto spuntar da +lontano che al tramonto del quinto giorno. Il legnetto veniva +penosamente, con le ruote che sprofondavano nella neve e nel fango; il +vetturino sonnecchiava, e il cavallo faceva delle fermate frequenti +e meditabonde. Don Cornelio che se ne stava tutto rannicchiato e +intirizzito, come vide da lontano il campanile della sua chiesa balzò +dal legnetto, e con passo concitato e frettoloso s’avviò a fare a +piedi le ultime miglia del suo viaggio. Cadeva un fitto nevischio, +portato a tratti turbinosamente dal vento che scendeva rabbioso dalle +vicine vette dei monti; e don Cornelio camminava scoprendosi ogni +tanto il capo e passando una mano ne’ capelli, come quando tornava a +casa accaldato, sotto a un cielo sereno. Camminava a capo basso, e +quando un colpo improvviso di vento gelato gli faceva sollevare il +viso, mandava uno sguardo al campanile della sua chiesa che gli stava +dinanzi in fine della strada; lo guardava fisso, e la sua faccia allora +prendeva l’espressione di un acuto dolore; allora mandava qualche lungo +sospiro, e pronunziava a voce alta qualche parola, or di dolore, or di +rassegnazione, con cui pareva volesse allontanare un pensiero costante +e tormentoso. “Meglio così! meglio così!„ esclamava “così sia.... e +ne sia lodato il cielo!...„ Ma in quella rassegnazione c’era tanta +mestizia che avrebbe mosso ancor più a pietà chi lo avesse ascoltato. + +Gli ultimi chiarori del crepuscolo eran scomparsi, quando don Cornelio, +intirizzito, inzuppato di mota e di neve, si trovò a un tratto nelle +braccia di don Luigi che, veduto il legnetto da lontano, era corso +incontro tutto giulivo al curato. + +Si pensi con quante esclamazioni, e con che subisso di domande +l’accogliessero, oltre don Luigi, la sorella e il sindaco, il quale da +due sere veniva ad aspettarlo piantandosi in cucina, piacesse o non +piacesse alla signora Angelica. Don Cornelio che avrebbe preferito +risponder a tempo e luogo, e a tutti e tre separatamente, cercò di +sviarli con qualche risposta evasiva, ed occupandoli intanto tutti e +tre a fargli una fiammata, ad asciugargli i panni, e ad ammannirgli la +cena. — Oh, adesso diteci su qualcosa!... — andava ripetendo ogni tanto +la signora Angelica. — Cos’ha detto Monsignore a vedervi arrivare con +questo tempaccio? + +— Oh, sì proprio un tempaccio.... — ripeteva don Cornelio. + +— E dite un po’.... — ripigliava Angelica poco dopo. — Dicono che +Monsignore sia così una brava persona! e che abbia poi un’aria così +veneranda!... + +— Non prendo altro, — rispondeva don Cornelio dopo una pausa — questo +freddo mi ha tolto la fame. Bevo ancora un bicchier di vino, poi vado a +letto. + +— Eh, ma prima bisogna pur raccontarci qualche notizia della città — +saltò su il sindaco. — Non vede che siamo qui tutti ansiosi di saper +qualcosa!... + +— Cosa volete che vi dica? In città ci sono arrivato colla pioggia, e +sono ripartito con la neve. Un ventaccio poi!... figuratevi che... — +E cominciò a raccontare le piccole peripezie del suo viaggio, ma si +capiva che pensava intanto a tutt’altro. Era impacciato, abbattuto +e pronto a stizzirsi coi suoi interlocutori; i quali intanto lo +guardavano stupiti, si rammentavano di tutto il buon umore con cui +cinque giorni prima era partito, e si persuadevano in cuor loro sempre +più che qualcosa di nuovo c’era; che c’era una novità di sicuro, una +novità che il curato stentava a dire, qualche brutta novità, insomma. +Non pensarono che appunto per questo fosse meglio lasciarlo in pace; ma +furon presi tutti e tre da una grande impazienza di farlo parlare. Il +sindaco, meno riguardoso degli altri, cominciò a fargli cinque o sei +domande alla fila, poi saltando il fosso senza saperlo. — Insomma, — +conchiuse; — ce lo porta questo curato per Santa Maria della Neve?... + +— Sì! — rispose risolutamente don Cornelio, deciso a finirla anche lui. +— Sì, sì, ve lo porto. Il curato per Santa Maria è fatto! Tra otto +giorni ci andrà a prender possesso! + +— Oh! — esclamarono in coro gli altri tre; — E si può sapere chi sia? + +— Io! — esclamò don Cornelio alla sua volta. — Sì, io! — E rizzandosi +si mise a camminare tutto concitato per la cucinetta, intanto che gli +altri lo guardavano stupefatti, perplessi. — Sicuro, ci vado io! — +riprese dopo alcuni minuti di silenzio, e cercando di rimettersi in +calma. — L’avete voluta la notizia? Eccola!... Già ve l’avrei detta +domani a tutti perchè è cosa fatta, nè c’è più rimedio.... e poi non +si poteva fare diversamente.... Dunque bisogna mettere il cuore in +pace... Sicuro che a mutar di paese dopo trent’anni.... è un pensiero +che trafigge l’anima!... Ma sarà per il meglio.... bisogna rassegnarsi +e pensare che ci sono anche quei poveracci di Santa Maria.... + +Angelica e don Luigi guardavano il curato con gli occhi spalancati, ed +eran presi alla strozza da un nodo che impediva loro di parlare e quasi +di riavere il fiato. Il sindaco, dopo il primo stupore s’era fatto +tutto acceso in faccia, e fissando il curato come un colpevole côlto +a far legna su quel del comune. — Ah! avevo capito io che c’era del +mistero! — cominciò a dire. — Dunque lei ci pianta! Ma bene!... Cosa le +han fatto di male quei di Orobio per piantarli così sui due piedi? + +— Ma che piantare! — riprese don Cornelio. + +— Una delle due: o è lei che ci pianta, o è la Curia che lo manda via, +o qualcuno le ha fatto un tiro! + +— Niente di tutto questo.... + +— È il Vicario che la manda via! + +— Il Vicario è stato gentilissimo, è stato con me d’una degnazione... +d’una gentilezza.... + +— Allora è stato proprio lui!... Lei è l’uomo della buona fede, e +laggiù alla Curia son tutti volponi dal primo all’ultimo.... volpi +vecchie, che quando annasano un pulcino... + +— Non dica spropositi!... Voler parlare e non saperne niente.... + +— Oh, dica su, dica su! Sentiremo! Vedremo! + +— Sì, ma mi lasci parlare. Monsignor Vicario, m’ha fatto entrar subito, +m’ha fatto sedere accanto a lui, m’ha dette tante cose che proprio +restai lì confuso.... + +— Tutto cortesia, tutto mellifluo.... già, già.... mi par di +vederlo.... E in conclusione? + +— Mi lasci parlare. E, in conclusione, voleva che venissi in città, +e mi offriva un posto ora vacante, di canonico in Duomo. — Troppo +onore, troppo onore! — esclamai io. — Ma le pare, Monsignore?... non +sono posti per me; io non sono che un povero prete campagnolo! — Ma +Monsignore insisteva, e allora, aprendogli il mio cuore, gli dissi +che, sebbene vecchio, mi sentivo ancora tanto in forza per continuare +a fare il curato, che amavo vivere in mezzo ai contadini, in mezzo ai +poveri, che in città sarei morto di malinconia, e che proprio davvero +quel canonicato del Duomo non l’avrei accettato mai. Monsignore diventò +a un tratto tutto pensieroso, fece la faccia seria, anzi un pochino +accigliata a dire la verità.... ma già l’avevo contrariato forse un po’ +troppo. Io allora, mutando discorso, gli parlai di Santa Maria della +Neve, e finii col domandargli se si poteva sperare che ci destinasse +qualche bravo soggetto. Monsignore mi disse di no, e anzi mi fece +proprio persuaso che per ora almeno bisognava abbandonare affatto la +speranza. Si pensi se ne rimanessi mortificato!... Eravamo là senza +parole tutt’e due, quando Monsignore, rompendo il ghiaccio prese a +dirmi che mi voleva fare una confidenza; sempre però con quella faccia +seria, che mi metteva suggezione. Mi domandò come mai mi fossi fatto +prendere in urto da una famiglia molto rispettabile, e da una gran dama. + +— Ah, ci siamo! — borbottò tra sè il sindaco. + +— Da una gran dama tutta pietà e carità venuta da poco nel paese di +Orobio. Mi confidò che alla Curia c’erano dei ragguagli in proposito +sfavorevoli per me s’intende, e che da molti mi si faceva una partaccia. + +— Ah, bricconi! + +— Che insomma su di me s’era addensato un temporale, e che m’aveva +chiamato anche per sentire le mie giustificazioni. Giustificarmi! La +cosa mi sembrava tanto facile che non mi mancaron le parole; e lì per +lì raccontai per filo e per segno quel che c’era stato tra me e donna +Fulvia, e quei pochi fatterelli di quest’autunno. Mi pareva d’essermi +giustificato più del necessario; ma se ho a dirla, Monsignore non si +rasserenò neanche per questo; e come ebbi finito, crollò il capo.... +poi, fissandomi seriamente, mi disse asciutto asciutto: — “Peccato... +è una disgrazia; ma non ci vedrei altro rimedio; ed è perciò che non +essendoci disponibile nella diocesi una parrocchia adattata a lei, +le aveva offerto il posto che abbiamo vacante in Duomo. Peccato!... +Quell’egregia famiglia non metterà più piede in Orobio, certamente; +me ne duole per quel povero paese che stava per ricevere de’ grandi +benefizi, dei benefizi veramente eccezionali!... Basta si consulti +colla propria coscienza... e ci pensi.„ — Che colpo furono per me +quelle parole! Era poi un piovere sul bagnato, perchè anch’io più d’una +volta avevo detto a me stesso: “se donna Fulvia mi vede di mal occhio, +non è meglio che me ne vada.... e che lasci libero il campo a chi può +far del bene più di me?„ Rimasi lì turbato, confuso, senza aprir bocca, +finchè Monsignore levatosi in piedi mi congedò dicendo: — “Torni tra +due giorni. Ci pensi; mi porti una buona nuova... venga a dirmi che il +canonicato del nostro Duomo ha trovato il suo titolare.„ + +— Ah bricconi! — gridò questa volta il sindaco scattando. — Lo sapevo +io!... donna Fulvia e quel _collo torto!_... Che tiro da maestri! + +Angelica piangeva, e don Luigi cercava di confortarla dicendole qualche +parola sotto voce. Don Cornelio, che s’era fatto in quel momento tutto +acceso in faccia, asciugandosi la fronte e gli occhi, dopo una pausa +continuò: — Che notte! che notte ho passato! La prima luce del mattino +mi trovò ancora vestito e col lume acceso. Allora stanco, sfinito, +caddi in ginocchio, e domandai al Cielo una risoluzione. La risoluzione +venne, pronta, irrevocabile. Avrei voluto correre subito da Monsignore, +ma dovetti aspettar due giorni, e lottare ancora contro quel tormento +che avevo appena soffocato nell’anima. Passati i due giorni mi +presentai a Monsignore: “Dunque l’abbiamo tra i nostri canonici?„ mi +domandò. “No,„ gli risposi, “vado a Santa Maria della Neve.„ Monsignore +sulle prime non voleva credere, poi voleva che ci riflettessi ancora; +ma questa volta mi sentivo meno timido anch’io, e lo pregai di non +insistere, lo pregai di non turbare la mia risoluzione, di lasciarmi +partir subito, e di farmi aver subito la lettera di nomina. + +Angelica diede in un nuovo e più dirotto scoppio di pianto, e il +sindaco sbattè a terra rabbiosamente il cappello a cencio che aveva tra +le mani. + +— Oh! se ho sbagliato, non sgridatemi, — esclamò don Cornelio — perchè +ho sofferto troppo! + +Ci fu un lungo silenzio, finchè il sindaco, ripreso il suo cappello, se +lo ficcò in capo fino agli occhi, e si rizzò dicendo: — Buona notte! — +Andò fin sull’uscio, poi tornò indietro. — Ma questa poi non la mando +giù! — esclamò girando tutto concitato per la cucinetta. — Cercheremo +qualche cosa anche nella legge se occorre.... e se nella legge non ci +sarà nulla, allora poi la vedremo! Oh, se ne vedranno delle belle! +Perchè questa è una prepotenza!... Noi non le vogliamo le elemosine di +quella vecchia strega.... + +— Oh, per carità, non dite spropositi! — saltò su don Cornelio. + +— Lo so, lo so, lei è capace di pigliarne anche le difese! Basta, non +le dirò altro in questo momento, perchè rispetto troppo il suo dolore; +ma anche lei ha commesso una grande.... e a cascarci in questa trappola +ci voleva proprio.... + +— Meno male, se la pigli pure con me. + +— Non me la piglio con lei, ma qualcuno la pagherà! E prima che un +altro curato metta i piedi in questo paese!... + +— Cosa vorrebbe fare? — gli domandò in tono severo don Cornelio. — Mi +vuol dare anche lei delle nuove afflizioni! E sceglie proprio questo +momento? + +— Io non voglio.... io non dico niente — riprese il sindaco. — Quello +che voglio è che il nostro curato rimanga con noi! — E tutto commosso +strinse vigorosamente don Cornelio nelle sue braccia. Poi si calcò +di nuovo il cappello sul capo, e diede a tutti la buona notte. Ma +sull’uscio si fermò ancora, come non potesse passar quella soglia. — +No, questa non la mando giù! — gridò voltandosi indietro e alzando il +braccio in atto di minaccia. + +— Mio buon amico ne la prego! — esclamò don Cornelio, — la prego a +esser prudente! a esser calmo! + +— Sono calmissimo. Ma se la dovrem vedere questa prepotenza in +Orobio.... oh, allora si vedranno anche delle legnate! — E se ne andò +precipitosamente. + + + + +XX. + + +Si pensi che rumore fece in Orobio la notizia che don Cornelio se +ne andava dal paese. Altro che un fulmine a ciel sereno! come si +suol dire. Da principio la si credette una burla; e perfino lui, don +Cornelio, in cuor suo e a momenti, faceva fatica a persuadersene. Ma, +a ribadirgliela in mente quella notizia, venne subito una lettera +della Curia, ch’era la sua nuova nomina in tutta regola; gli altri, +ora increduli, ora sbalorditi e afflitti, si fermavano interrogandosi +e facendo capannello per strada; o correvan dal sindaco, da cui s’era +risaputa quella notizia; o andavano in cerca del curato, che non si +lasciava vedere. Era insomma nel paese un brusìo da mattina a sera, e +un continuo va e vieni di gente mossa dal bisogno di ripetere le cento +volte in un giorno le stesse domande e le stesse risposte. + +Don Cornelio che s’era prefisso di non pensare, per allora almeno, +alla propria afflizione, cercava di consolare e di persuadere quei +pochi che non poteva cansare; diceva che gli anni l’avevano obbligato +a quest’ultimo sacrifizio, e che le sue forze domandavano ormai un +posticino più quieto. Poi sforzandosi di parer gaio, diceva che +non voleva commiati; che non voleva dire _addio_ a nessuno, ma _a +rivederci_ a tutti; diceva che l’avrebber veduto in paese ogni momento, +come uno di casa, e che non voleva per nulla diventare un forestiero. +Chi l’ascoltava si rassegnava ancor meno, e in quei primi giorni furono +sparse molte lacrime sincere. Poi principiarono i ragionamenti; e come +la fosse o non la fosse, nessuno lo sapeva dire, ma a poco a poco furon +tutti persuasi che don Cornelio se ne andava davvero. La settimana dopo +si principiava già a almanaccare intorno al nuovo curato; e, prima +ancora che don Cornelio fosse partito, don Innocente aveva già ricevute +parecchie dozzine d’ova. Così va il mondo.... anche a Orobio. + +C’è però sempre al mondo anche qualche ostinato che non sa alleggerirsi +così facilmente l’animo delle amicizie, della gratitudine, e delle +anticaglie del passato. Nel caso nostro l’ostinato fu il sindaco. Il +quale, ogni giorno che passava, sapeva darsene pace ancor meno; e pur +continuando a strapazzar don Cornelio, andava cercando qualcosa di +straordinario per mostrargli fino all’ultimo la sua amicizia. Alla fine +ne pensò una. La partenza di don Cornelio doveva essere, come diceva +lui, un trionfo; si dovevano piantar archi nel paese, mettere coperte e +lenzuola alle finestre, suonar le campane; e tutto il popolo lo doveva +accompagnare fino al confine della parrocchia. Gli amici, a cui il +sindaco comunicò una sera nella spezieria questo pensiero, furon tutti +d’accordo nell’approvarlo, e anzi lo speziale ci aggiunse di suo la +riflessione che con ciò non si offendeva il nuovo curato perchè non si +sapeva ancora chi potesse essere. Detto fatto, discussi ed approvati i +particolari della festa, il sindaco si mise all’opera, e per prima cosa +volle sapere con precisione da don Cornelio il giorno fissato per la +sua partenza. + +Don Cornelio, appena conosciuti i progetti del sindaco, si dispose a +partire secretamente il giorno innanzi che fosse piantato il primo palo +del primo arco di trionfo. + +Angelica, con gli occhi gonfi ma rassegnata, accompagnando una prima +carrettata di masserizie, era già partita per Santa Maria della Neve +per mettervi in assetto le poche stanzucce da un pezzo disabitate e +cadenti, che dovevano diventare la nuova ed ultima abitazione sua e +del fratello. Don Cornelio a chi gli domandava, con l’aria afflitta +ma anche con una certa curiosità, se aveva fissato il giorno della +partenza, rispondeva: “C’è tempo, c’è tempo!„ finchè una sera, chiamato +a sè don Luigi, gli confidò che sarebbe partito in secreto la mattina +seguente. — Ne ho già avvisata la Curia — soggiunse. — E voi direte a +tutti che gravi doveri mi hanno obbligato a partire improvvisamente, +ma che presto tornerò.... che tornerò per congedarmi dal popolo; una +domenica, nella chiesa dove gli parlo da tanti anni, e dove pure voglio +che ascoltino un’ultima parola, un ultimo ricordo del loro vecchio +curato. + +Don Luigi fece cenno col capo che avrebbe obbedito; e rimase in +silenzio, con l’espressione a un tempo preoccupata e distratta di chi +è assorto e condotto lontano da altri pensieri. Era l’espressione +che aveva da parecchi giorni, e che don Cornelio aveva osservata, +parendogli anche di vederci qualcosa di più che il secreto dolore della +vicina separazione. Don Cornelio aveva anche cercato, a momenti, di +scoterlo, di interrogarlo, di farlo parlare; e a momenti gli era parso +di vedergli brillare negli occhi un pensiero che cercava la parola per +irrompere, per confidarsi. Ma una fiamma saliva allora subitamente +al viso di don Luigi; un turbamento improvviso gli faceva abbassar +gli occhi, e la sua parola si perdeva in qualche risposta mendicata, +confusa. Quella sera don Luigi faceva fatica più del solito a staccarsi +da don Cornelio, e nel suo contegno silenzioso c’era più del solito +l’attitudine di chi aspetta un’occasione, una domanda per parlare. Ma +l’occasione non venne; e don Luigi, nel dare la buona notte al curato, +gli chiese il permesso di accompagnarlo, la mattina dopo, almeno per un +buon tratto di strada. + +La mattina dopo don Cornelio disse la messa di buon’ora, come soleva, +e tornò diviato a casa dove l’aspettavano sulla soglia don Luigi e +_Ugolino_. Fece un ultimo saluto a ogni stanza della casa, diede in +fretta una capatina anche all’orticello, poi, messo sulle spalle il suo +vecchio pastrano, e presa la mazza ridiscese; si fermò sulla soglia, +volse ancora un’occhiata alla casetta che abbandonava, e con un sospiro +che non potè frenare, disse: andiamo. + +Non avevano fatto che pochi passi, quando una voce chiamò da lontano +don Cornelio. Era il procaccia, che vedendo il curato, si risovvenne +d’aver in tasca una lettera per lui, arrivata la sera prima. Don +Cornelio prese la lettera, ne riconobbe subito la mano di scritto, la +lesse attentamente, poi con un nuovo sospiro disse ancora a don Luigi: +andiamo. Era una lettera di Enrico; una lettera breve in cui Enrico gli +diceva, col cuore che gli balzava nuovamente di gioia e di speranze, +ch’era stato deciso il suo ritorno in Lombardia, ch’era destinato a +dirigere uno stabilimento di filatura, e che appena tornato sarebbe +corso subito, per un giorno almeno, nelle braccia del suo curato, del +suo protettore, del suo amico. + +Don Cornelio e don Luigi presero la stradetta del monte, che avevano +tante volte percorsa per lunghi tratti passeggiando, e che conduceva +dopo due ore e mezzo di cammino a Santa Maria della Neve. Camminarono +di buon passo e in silenzio, aspettando in cuor loro un punto più +lontano e romito della strada per mettere in comune i loro pensieri, e +confidarsi l’un l’altro la loro afflizione. + +Due altri personaggi di nostra conoscenza, mettendo anch’essi in comune +i loro pensieri, entravano in Orobio poco dopo che n’era uscito don +Cornelio dalla parte opposta. Erano don Innocente e don Prospero, che +ci venivano per i loro affarucci, e che s’eran trovati per strada. +Don Innocente, che da due giorni non stava più nella pelle, andava +confidando a don Prospero d’esser venuto quella mattina a Orobio per +comperarci un paio di guanti di lana nera, dovendo fare una visita +d’importanza; si doleva però di non avere il panciotto di raso; ma si +consolava d’aver un collare che si poteva dir nuovo; quello comperato +per i ricevimenti di donna Fulvia, e che aveva messo soltanto una +dozzina di volte. Poi, per non lasciare don Prospero troppo tempo nella +curiosità, gli aveva anche detto in confidenza che si trattava d’una +visita alla Curia, dalla quale era stato chiamato. + +— Io proprio — diceva don Innocente facendo il modesto — non saprei +immaginarmi cosa mai si possa volere alla Curia da me.... + +— Eh, andate là! — rispondeva don Prospero — vi chiamano per la +parrocchia d’Orobio. + +— Lo credete anche voi? Già è quello che dicon tutti.... Che la +vogliano proprio dare a me? — continuava don Innocente, sempre con +l’aria modesta. — Cosa volete? è una parrocchia questa di Orobio per la +quale mi sentirei proprio fatto apposta. + +— E avete ragione. È ch’io non ci ho la convenienza; ma se anch’io +volessi beccarmi una parrocchia, dico la verità, questa d’Orobio la +vorrei preferire a tant’altre. Punto primo, la rendita non è gran cosa, +ma è sicura! che è quello a cui si deve guardare. Buoni capitaletti +bene assicurati, sui quali non tempesta. Le parrocchie di vino e di +bachi, sien pur grasse sin che si vuole, se le tenga chi le vanta! Li +conosco io i fittaioli, quelli dei parroci, s’intende! Punto secondo, +or che c’è venuta donna Fulvia.... + +— E che quando ci fossi io, ci si fermerebbe parecchi mesi all’anno.... + +— Che mi fate celia, dunque! ce ne vogliono essere degli incerti! +Altro che far scappare i grilli, e benedir le stalle, non è vero don +Innocente? + +— Cioè, cioè.... sempre allegro don Prospero, sempre quel matto.... + +— La vostra fortuna è stata di andar a genio a quella signora. Son +terni al lotto, sapete, questi! + +— Pare proprio così, — continuò don Innocente, modesto più che mai. +— Me lo diceva anche la signora Cleofe, la cameriera.... donna di +talento, veh! e che ogni volta che vedeva passare don Cornelio gli +faceva una smorfia alle spalle, e poi diceva piano a me: “Quand’è che +avremo a curato il nostro buon don Innocente! Oh, la mia padrona come +ne godrebbe!„ + +— Capite? + +— Eh, sì, ma c’è il concorso, e non si sa mai; soprattutto con quella +benedetta teologia.... + +— _Ad peculiarem indulgentiam commendatus_, dicono i superiori +all’occorrenza, e se vi chiamano, potete esser sicuro. Insomma, mi +congratulo con voi, — conchiudeva don Prospero, che aveva fretta. — +Buon viaggio e buon successo. E mi raccomando! — continuava, ritornando +un passo indietro, — se diventate curato d’Orobio, non fatemi torto. +Ricordatevi che tengo un _mezzo Barbera_ che vi posso dare a buon +mercato, ma ch’è roba da farsi onore; di molto corpo, di bella +presenza.... quello insomma che ci vuole per la vostra nuova dignità. + +Don Cornelio, dopo un buon tratto di strada, aveva rotto il ghiaccio +per il primo, e cominciando con un — Dunque mio caro don Luigi... — +aveva voluto innanzi tutto ringraziare il suo coadiutore, e l’aveva +fatto come aveva potuto, interrompendosi, ricominciando, e inciampando +a ogni ciottolo della strada, intanto che con tutta forza cacciava +indietro la commozione. Poi, dopo una pausa un po’ lunghetta, aveva +ripreso il discorso con don Luigi, e chiamandolo, con un sorriso +malinconico, il suo esecutore testamentario, gli raccomandava di +compire qualche opera buona che lasciava a mezzo, gli raccomandava +i suoi poveri, gli ricordava i più disgraziati, e a proposito di +ciascuno ripeteva quelle massime di indulgenza e di carità ch’erano +la guida prediletta della sua vita. Don Luigi lo ascoltava, sempre +con gli occhi fissi al suolo, e tacendo. Come giunsero al poggio da +cui si dominava la valle, a quel poggio ch’era la meta prediletta un +giorno delle passeggiate del conte Maurizio, don Cornelio fermandosi +e interrompendosi: — Eccoci al poggio, — disse a don Luigi, — e qui +ci lasceremo. È tempo che voi ritorniate alla parrocchia; qualcuno +potrebbe avere bisogno di voi.... Una fermatina di un minuto per +riavere il fiato, e poi una buona stretta di mano.... oh, ci rivedremo +presto!... Ditelo a tutti, che tornerò... che tornerò a salutarli... +appena mi sarà possibile. — E intanto si era avvicinato al ciglio del +poggio da cui si vedeva Orobio alla falda del monte, e si abbracciava +con l’occhio un lungo e vaghissimo tratto della valle. Rivide il sasso +su cui s’era seduto tante volte accanto al conte Maurizio, e andò a +sedervi una volta ancora, guardando in silenzio e malinconicamente +le montagne bianche di neve, e il pallido orizzonte lontano. Poi +con un sospiro e con l’accento dell’angoscia che in quel momento +si sprigionava liberamente: — “Addio, — esclamò, — addio mia bella +valle, che ho contemplata tante volte tutta fiorita, tutta ridente, +e nell’entusiasmo di care speranze! Addio mio vecchio amico, che +mi sedevi qui accanto... ora mi distacco anche dalla tua croce che +vedevo ogni giorno nel campo santo!... E i nostri discorsi, i nostri +bei sogni, le nostre speranze?... Molte si sono compiute... altre le +compirà Iddio... ma io non le vedrò. E i tuoi figli, mio povero amico? +Vedi, non seppi far nulla di buono e forse feci peggio che nulla!... +Tutto mi dice che la mia missione è finita!... Il mio viaggio quaggiù +è vicino alla meta; è la mia ultima tappa.... innanzi dunque.... un +passo più in su.... verso il Cielo!„ — E mentre, appoggiandosi alla +mazza, faceva per rialzarsi, vide don Luigi che gli stava inginocchiato +accanto. + +— Don Luigi! cosa fate? — esclamò don Cornelio scotendosi. + +— Le domando la sua benedizione, — rispose don Luigi con la voce +commossa. + +— Oh, mio buon don Luigi.... ma che pensieri sono i vostri? Credete +forse che non ci dobbiamo veder più?... Ve l’ho detto, ve l’ho promesso +che.... + +— Sì, lei verrà a salutare il popolo, ma quel giorno tutti si +affolleranno intorno a lei, tutti vorranno da lei, com’è ben giusto, +una benedizione, una parola.... io forse potrò salutarla appena.... e +forse per l’ultima volta.... + +— Ma che pensieri sono i vostri, vi ripeto? Ma ditemi.... ma parlate +don Luigi! — esclamò don Cornelio, osservando il volto del giovane +prete che, fino allora pallidissimo, s’era fatto improvvisamente tutto +acceso. + +— Sì, don Cornelio, — riprese don Luigi rialzandosi; — in quel giorno, +confuso nella folla io la vedrò, ma sarà per l’ultima volta. Questo +momento è l’ultimo in cui io possa aprirle il mio cuore. Il nuovo +curato verrà presto, e quel giorno stesso io partirò per sempre. + +— Ma cosa pensate voi dunque di fare! — gli chiese ansiosamente don +Cornelio interrompendolo. + +— L’ispirazione mi è venuta dal Cielo! — continuò don Luigi, ne’ cui +occhi scintillava un’insolita energia. — Io seguirò la via che sola può +dare oramai al mio spirito la pace e la salvezza. Timoroso, rinchiuso +in me, pieno di vaghi terrori che mi davano e la solitudine de’ miei +studi e l’inesperienza della vita, giunsi qui, vicino a lei, uscito da +poco dalla mia cella del seminario. Qui vicino a lei, la mia mente, +a poco a poco si tranquillò, si ispirò a un ideale più calmo, più +alto.... vicino a lei, mi trovai in un ambiente di pace, di carità, di +fede serena, in cui mi sentivo felice e sicuro. + +— Ebbene? — esclamò don Cornelio. + +— Ebbene, questi ultimi fatti, la sua partenza, questa nuovissima +esperienza della vita, mi hanno di nuovo annebbiata e confusa la +mente.... mi hanno di nuovo tolta la pace. Oh, io non oso dire quale +sconforto, quale contrasto, quali dubbi, ho sentito nella mia anima! + +— Ma voi ne li avrete scacciati! Se nel vostro cuore c’è un ideale +bello e alto, il vostro dovere è di servirne la causa santa con tutte +le forze della vostra fede e della vostra gioventù.... Il vostro +onore sarà di soffrire per esso, di camminare con fermezza sulla via +prescelta, di superarne con lietezza le difficoltà.... + +— E lo farò. Il Cielo che me ne diede l’ispirazione me ne darà la +forza.... ma non qui!... Qui staccato da lei, dalla forte quercia a cui +m’appoggiavo, e da cui prendevo vigore, ricadrei ne’ miei timori, nella +mia debolezza. Il Cielo mi addita, come un rifugio, altri doveri.... +altrove.... in altre più lontane regioni.... + +— Cosa mi dite?... Voi dunque.... + +— Oh, don Cornelio, mi lasci alla mia nuova vocazione! In essa ho +ritrovata a un tratto quella pace che era stata così fortemente +turbata. Ho sofferto assai per parecchi giorni.... ma ho pregato, ho +pregato e fui esaudito! Ora don Cornelio.... + +— Oh, perchè.... — esclamò don Cornelio senza lasciarlo finire, e +abbracciandolo — non mi avete aperto subito il vostro cuore! Vi avrei +tolto dalle vostre dubbiezze, dal vostro turbamento, ne son sicuro.... +e vi avrei fatto vedere come, senza andar lontano, ci sieno in casa +nostra, qui intorno a noi, delle missioni da compiere non meno grandi, +non meno sante, non meno coraggiose.... Oh quante non ce ne sono!... Ma +quello che non s’è fatto lo voglio far subito. Qui mio buon don Luigi +— riprese rasserenandosi, e col tono della sua consueta bonarietà — +qui.... sediamoci per un momento tutti e due. Oh, non vi voglio lasciar +partire così subito. Fa fresco, ma non siamo montanari per nulla! +Voglio che ascoltiate quattro paroline da me... le parole d’un amico, +le parole d’un vecchio hanno i loro privilegi; nevvero?... + +— È tardi, don Cornelio. Ho fatto male a non aprirle il mio cuore +prima.... ma forse il Cielo ha voluto così. Ora non mi rimane che a +domandarle la sua benedizione. A quest’ora il superiore delle Missioni +avrà ricevuta la mia domanda.... + +Don Cornelio rimase senza parole, e come atterrito; poi buttò le +braccia al collo di don Luigi, e lo tenne lungamente stretto al cuore +bagnandogli il viso delle sue lagrime. + +Un lungo brontolìo d’_Ugolino_, poi un tintinnio di campanacci e +di campanelle, e un fruscìo che andava crescendo, annunziavano +l’avvicinarsi d’una mandra che scendeva per la stradetta del monte. +Don Cornelio si scosse: baciò in fronte una volta ancora don Luigi, e +levando gli occhi al cielo, con un profondo sospiro: — Ora a te, povero +vecchio! — esclamò, — muovi i tuoi ultimi passi verso la tomba!... Non +ci sono più missioni per te; la tua missione è finita! + + + + +XXI. + + +Ed ora che siamo in giorno con gli avvenimenti di Orobio, e sappiamo +come avvenisse la partenza di don Cornelio, della quale aveva discorso +il signor Valassina quella sera della tombola, ritorniamo subito in +casa di donna Fulvia; ritorniamoci a vedere cosa vi succedesse dopo che +lasciammo Cristina, che s’era ritirata tutta commossa nella sua camera, +e donna Fulvia che aveva esclamato tra sè: _Signorina, faremo i conti +domani_, intanto che gli altri personaggi minori si guardavano in viso +pieni di stupore e di curiosità. + +Donna Fulvia passò la notte senza chiuder occhio. “Cosa voleva +dire quell’esclamazione di Cristina? quel _non è vero!_ Chi era la +fanciulla alla quale Enrico aveva dato una promessa di matrimonio? +Che fosse Cristina? Che vi fosse dunque dell’affetto tra loro due?... +Dell’affetto in casa sua, e senza suo permesso!„ Alla fine, dopo +un monte di supposizioni, dopo aver discussi molti progetti, dopo +aver pensati e ripensati de’ discorsi, uno più imponente dell’altro, +che avrebbe fatti la mattina seguente a Cristina, era venuta a una +decisione. La decisione era, di darle, per prima cosa, una buona +ramanzina per quella tale esclamazione, poi di proporle, anzi di +annunziarle senz’altro, il matrimonio con Checchino. Tale decisione le +parve così felice, che la Cleofe, quando venne a portarle il caffè la +trovò quasi di buon umore. + +Donna Fulvia che quando aveva presa una risoluzione amava sentire il +parere degli altri, per seguire poi il proprio, volle avere anche in +quell’occasione un consiglio, e fece chiamar subito il padre Felice. +Il padre Felice sempre premuroso e puntuale, non si fece aspettare. +Ascoltò donna Fulvia con la consueta attenzione, la lasciò dire e +dire, le diede ragione su tutti i punti, e infine la consigliò di +fare precisamente il contrario di quello che s’era fissata lei. La +consigliò, cioè, di lasciar cadere la cosa per il momento, di non dir +nulla a Cristina come se nulla fosse successo; di non parlarle nè di +Enrico nè di Checchino; la consigliò ad aspettare, ad aver pazienza, e +intanto ci avrebbe pensato lui, d’accordo col Valassina, a chiarir le +cose. + +Donna Fulvia se ne stizzì, lo rimbeccò, poi parve persuasa, si arrese, +lasciò partire il padre Felice, e decise di far subito subito la +propria volontà. Diede una gran tirata di campanello; mandò la Cleofe +a chiamar Cristina, e per giustificarsi di disubbidire al padre Felice +disse tra sè, con un lungo sospiro: “Son pur brave persone questi +reverendi! il loro consiglio è pur sempre prezioso!... Ma alle volte, +in certe cosette del mondo, noi signore ce ne intendiamo di più.„ + +Cristina, quando entrò nel gabinetto di donna Fulvia, era pallida e +abbattuta. Anch’essa, poveretta, non aveva chiuso occhio in quella +notte, ed è facile pensare tra quanti pensieri agitati, tra quanti +dubbi angosciosi avesse contate le ore, e quale tormento fosse stato +il suo. Anch’essa era venuta in fine ad una decisione. La stanchezza, +e a un tempo una certa esaltazione dell’animo, l’avevano persuasa ad +aprir il cuor suo con la zia; e nel caso di un rifiuto, a cercarsi un +rifugio in qualche vago progetto di sacrifizio che conciliasse il suo +affetto per Enrico con gli avvertimenti di don Cornelio, e coi suoi +doveri verso donna Fulvia. La chiamata della zia non le aveva fatto +maraviglia; c’era preparata, e quasi la desiderava. Ascoltò quindi +calma e rassegnata le prime interrogazioni e i primi rimproveri. + +Donna Fulvia, dopo aver richiamato a Cristina l’accaduto della sera +innanzi, dipingendolo a colori foschi, le fece parecchie domande con +piglio severo e senza aspettar le risposte. Poi a un tratto concluse: +— Dunque si vorrebbe sapere.... cioè non vogliamo saper niente! perchè +queste sono cose indegne d’una fanciulla bene educata; cose compatibili +forse con delle abitudini rustiche, ma non con quelle certamente della +buona società. Figurarsi! Lanciare una parola di quella sorte, che +poteva lasciar supporre.... che so io.... far fare dei giudizi temerari +a tante degne persone.... mettere in scompiglio la conversazione, la +tombola!... + +— Sì, ho mancato, — rispose Cristina con gli occhi bassi. — Me ne +accorsi... e gliene chiedo scusa. + +— Ah, meno male! — riprese dopo una pausa, donna Fulvia. — Dunque +confessi il tuo torto, e comprendi il mio dispiacere. È qualche +cosa.... è un buon principio.... — E avendo fretta di ammainare le vele +e di passare a un altro discorso, continuò subito in tono più calmo. — +Sono ammonimenti questi che ti do per il tuo bene, perchè voglio che si +abbia di te quel buon concetto che si deve avere d’una mia nipote.... — +e fece una nuova pausa, — d’una mia nipote alla quale sto preparando, +direi così, una combinazione.... che, non so se mi spiego, deve formare +la sua felicità. E non vorrei quindi.... + +Cristina fissò la zia con tanto d’occhi, trattenne il respiro, e col +cuore che le batteva violentemente ebbe per un momento l’illusione che +la zia le nominasse Enrico. — Oh, non aver timori, e non spalancar +gli occhi! — esclamò donna Fulvia interrompendosi. Poi continuò. — +Da un male alle volte nasce un bene; e poichè siam venuti su questo +discorso, che veramente non credevo di fare in un’occasione simile, e +poichè la parola m’è sfuggita.... la riconfermo. Sì, sto pensando al +tuo collocamento. La scelta toccava, naturalmente, a me, e fu fatta +con la debita ponderazione. — Fece una nuova pausa, poi riprese con +molta gravità: — Il matrimonio d’una giovine è per i parenti, o per chi +ne fa le veci, un dovere spinoso. Perocchè, se vogliam scegliere lo +sposo tra gli uomini maturi, questi o sono maritati, o non si vogliono +maritare. Se lo vogliam cercare tra i giovani del giorno d’oggi, Dio +ce ne guardi! E se poi consideriamo i pericoli del mondo.... peggio +che peggio!... Ma s’è pensato a tutto. Il padre dello sposo che abbiam +scelto, uomo di distinti natali, e che quasi giornalmente viene da +tanti anni in questa casa a farci la partita a tarocchi.... Oh, oh, +che faccia mi fai? non aver timori, capisco la tua trepidazione, ma il +giovane che ti nominerò è un giovane, per così dire, d’altri tempi.... +è un’eccezione. Ma torniamo un passo indietro, e procediamo in regola. +Trent’anni or sono, il mio defunto marito, di felice memoria, mi +presentava un suo degno amico, il barone Brocchetti.... + +Poco mancò che Cristina non cadesse svenuta. Le era parso d’essere +preparata a tutto, ma non lo era a questa, che la breve illusione di +poco prima le rendeva ancor più dolorosa. Il ricordo però de’ suoi +propositi, e quella parola _dovere_ che dava sempre al suo animo una +certa eccitazione, vennero presto a richiamarle le forze, se non la +calma, di prima. Per fortuna poi il discorso della zia fu lunghissimo; +e intanto che donna Fulvia tirava innanzi col panegirico di Checchino, +nell’animo di Cristina scomparivano a poco a poco gli ultimi timori +e le ultime esitanze. E poi, a dirla, in un cantuccio del suo cuore, +c’era ancor vivo un lumicino di speranza, il quale in fretta in fretta +le lasciava intravvedere da lontano la zia che, dopo molte ripulse e +molti rabbuffi, finiva con l’arrendersi alle sue preghiere e al suo +desiderio. — Dunque questa bene auspicata unione, — concludeva donna +Fulvia, con l’aria soddisfatta per il suo bel discorso, — formerà a un +tempo la consolazione di due famiglie, e poi la tua felicità. + +— Io la ringrazio, buona zia, per le sue premure, — cominciò allora +Cristina con la voce commossa e titubante — e gliene sono riconoscente. +Ma.... oh, mi perdoni se ho tardato tanto a farle una confessione che +le avrei dovuto far prima.... Non ho osato, sperando di giorno in +giorno che altri gliene parlasse prima di me. Quando ieri sera affermai +che.... Enrico, di cui parlava il signor Valassina, aveva data la sua +fede e fatta una promessa a una giovane di Orobio.... feci male, ne +convengo, ma ho asserito una verità. E quella giovane... sono io. + +— E hai il coraggio di dirmelo! — esclamò donna Fulvia alzando le +braccia con un gesto di raccapriccio. — Lo sospettavo.... cioè, chi mai +avrebbe potuto sospettare una cosa simile! — E sbuffando cercò con la +mano una boccettina da fiutare, come per prevenire uno svenimento. + +— Oh, ma in questo io non ho mai creduto che ci fosse alcun male! + +— Già, già.... cosa ne sai tu! + +— È un buon giovane che conosco fin da bambina; e quando seppi ch’era +intenzione di mio padre.... + +— Chi te l’ha detto?... don Cornelio, m’immagino! — esclamò donna +Fulvia sempre più scalmanata. + +— No davvero, lo venni a sapere d’altra parte. Don Cornelio, che ci +vuol tanto bene a tutti e due, che conosce quel giovane, che l’ha +veduto crescere, le potrà dire che bravo giovane sia... che giovane +d’onore.... + +— Delle informazioni di Don Cornelio ne faccio senza! — saltò su donna +Fulvia impazientita. — Al tuo matrimonio ci devo pensar io, capisci, +non don Cornelio! e sopratutto poi è tempo di finirla con simili +discorsi. Basta.... posso perdonare alla tua inesperienza, ma purchè +nessuno risappia mai quello che è toccato a me di sentire in questo +momento! Ma non sai che se una cosa simile venisse all’orecchio del +barone Brocchetti.... + +— Oh, la sappia pure il barone, la sappiano pur tutti! che male c’è! La +si deve pur risapere. Enrico ha data una promessa a me, e in cuor mio +ho data la mia fede a lui... e non gli mancherò.... + +— Scempiaggini! basta, basta così! + +— Oh, no, buona zia, ci pensi. Lei che è tanto compassionevole, che +fa tanto bene a tutti, che n’ha fatto tanto a me, voglia compire la +sua opera buona con l’essermi indulgente.... col comprendere l’animo +mio.... — E diede in uno scoppio di pianto, ripetendo tra i singhiozzi +qualche parola di preghiera e di speranza. + +Ma donna Fulvia fu inesorabile. Ripetè seccamente, un par di volte, che +la sua parola era impegnata col barone Brocchetti, che il matrimonio +con Enrico non era degno della sua casa, e che non si sarebbe fatto mai +e poi mai. Poi, compassionando ogni tanto, con qualche esclamazione, sè +medesima, si sfogò gesticolando contro Cristina, contro Enrico, contro +don Cornelio, gridando che questo era uno scandalo, e che era il frutto +d’una educazione sbagliata, a rifar la quale, poteva appena bastare un +convento, se pure!... + +Mentre donna Fulvia andava parlando e smaniandosi, Cristina s’era +asciugate le lacrime, s’era ricomposta, ed ascoltava in silenzio +con gli occhi bassi. Quei vaghi pensieri di sacrifizio, intorno a +cui la sua fantasia s’era fermata tante volte con una certa voluttà +malinconica, le si affacciavano ora, e ben più dolorosamente, con le +forme della realtà. Mentre le parole inesorabili di donna Fulvia le +andavano dissipando le ultime illusioni della speranza, il suo animo +ricercava, desolato, i più mesti pensieri; compiere un sacrifizio, +le pareva uno sfogo di cui abbisognasse il suo dolore. Ricordò, capì +allora le parole di sacrifizio, di dovere, che don Cornelio le aveva +ripetute con tanta insistenza; e ricordò pure d’avergli ogni volta +risposto: — Glielo prometto, glielo giuro. — Si fermò su questo +pensiero; ci trovò un sentimento di alterezza, di conforto, e appena +donna Fulvia ebbe finito, le potè rispondere calma e rassegnata: — Io +le obbedirò, zia, e non le parlerò più di quel giovane; rinunzierò per +sempre a lui; ma non mi si parli d’altri. Egli m’ha fatto una promessa, +io l’accolsi; se la dimenticassi, mi sembrerebbe di commettere una +cattiva azione. Mi hanno insegnato che son cose sacre la lealtà e +l’onore..... + +— I soliti paroloni di don Cornelio! — saltò su con impazienza donna +Fulvia. + +— Le ultime parole di don Cornelio, gli ultimi suoi avvertimenti furono +che io dovessi ricordarmi sempre dei benefizi ricevuti da lei, e che +le dovessi ubbidir sempre, anche a costo di qualunque sacrifizio. +Glielo promisi, e manterrò anche a lui la parola data. Se non le posso +ubbidire che in parte, è però un così grande sacrifizio il mio.... + +— Ah, insomma, finiamola! anch’io ho data la mia parola al barone! Cosa +dovrei dirgli? che non sono più io che comanda in questa casa? + +— Dica al barone che non mi voglio maritare.... + +— Scuse! + +— Glielo proverò.... + +— E in che modo? + +— Gli dica... ch’io mi ritiro dal mondo; glielo dica, è la verità. +Sì, zia, io sento che in questo punto mi è scesa nell’anima una santa +ispirazione! Sarò forte, risoluta, e la seguirò. Se il mio cuore ha +accolta una promessa che il dovere gli impone di respingere, io non +mancherò nè a quella promessa nè a quel dovere. Io mi ritirerò dal +mondo. La vita nel mondo non ha più scopi per me.... Ho conosciuto un +giorno a Orobio una Suora della Carità.... che mi parlò delle gioie +celesti della sua vita di sacrifizio e di ritiro. In questo momento +sento nell’anima l’eco della sua voce malinconica e dolce; essa mi +chiama ad esserle sorella.... e lo sarò. Ho deciso!... — E nella voce +di Cristina c’era tutto l’accento della convinzione; tanto le pareva +che fosse proprio così. + +Si pensi come rimanesse donna Fulvia a quelle parole. Il caso non +l’aveva punto preveduto; e lì per lì, tra il convento e il barone la +scelta non era facile. Il convento, trattandosi di metterci gli altri, +esercitava sempre un gran fascino sulla mente di donna Fulvia; le +passaron subito dinanzi tutte le suore e tutte le madri badesse di sua +conoscenza; ma le passò dinanzi anche il barone. Per fortuna, a levarla +d’imbarazzo, capitò in quel punto sua figlia. + +La marchesa Bianca guardò sua madre, guardò sua cugina, e s’accorse +facilmente che ci doveva essere stato qualcosa d’insolito. Piena +di curiosità, non si diede pace finchè non le riuscì di trovarsi a +quattr’occhi, quel giorno stesso, con Cristina e d’interrogarla. +Cristina, nell’orgasmo, e nella buona fede della sua risoluzione, le +narrò tutto, e le confermò la sua decisione irremovibile. La marchesa +l’abbracciò, pianse, svenne, e s’accese tutta d’entusiasmo per quel +caso pietoso e per l’infelice cugina. Quella sera, andando a teatro, si +mise al collo una gran croce, come una Suora anch’essa della Carità. + +Per parecchi giorni donna Fulvia se ne stette in camera con +l’emicrania, e per parecchie settimane ci fu in casa sua +quell’atmosfera cupa e greve del tempo burrascoso. Donna Fulvia era +d’un pessimo umore, aveva la faccia più raggrinzita del solito, e non +parlava. Il padre Felice capitava a tutte le ore, e rimaneva in lunghe +e secrete conferenze con lei. Tutti in casa parlavano sottovoce, e l’un +l’altro andavano interrogandosi e confidandosi all’orecchio la gran +novità. Anche gli amici di casa cominciavano a bisbigliare tra loro, e +a scambiarsi una qualche esclamazione circospetta. + +La marchesa, che non osava parlarne con sua madre, se ne spassionava +con suo marito. Il caso della cugina l’aveva tutta scossa; e come +svegliata da un lungo sonno era tutta stupore, tutta curiosità. +Parlava di quel caso con entusiasmo, con esaltazione; le pareva un +fatto così romantico! così simile a uno letto da poco in un romanzo +che le era piaciuto tanto! E dire che un tal caso si ripeteva ora +nella sua famiglia, che l’eroina era lì accanto a lei, in casa sua! +Oh, essa voleva diventare la confidente di Cristina, voleva fare per +lei qualcosa di molto avventuroso, di molto bello! Voleva la sua parte +d’eroina anch’essa!... Ma che cosa fare? E poi principiava con suo +marito a parlare di quel giovane, di Enrico, di cui si era così bene +scordata per tanti mesi, ma che ora diceva di non avere dimenticato +mai! E ne parlava con entusiasmo; glielo dipingeva a suo modo, alto, +bruno, melanconico, bello; tutto lui, insomma, l’eroe di quel tal +romanzo. + +Il marchese la lasciava dire; la osservava, taceva, ed aveva l’aria +soprattutto d’essere molto seccato. Era seccato, in primo luogo, di +veder andato in fumo per quell’inverno il suo solito viaggetto. S’era +fermato di giorno in giorno in grazia del matrimonio di Cristina, +ch’era un affaruccio che gli premeva, come abbiam visto; ed ecco, sul +più bello, che gli capitava anche un simile contrattempo per seccarlo +doppiamente. Ora poi, a completargli il divertimento, c’erano per di +più gli entusiasmi di sua moglie ed il muso lungo di sua suocera. +Delle due cose però quella che gli piaceva ancor meno era tutto questo +risveglio romantico di sua moglie; novità che non gli garbava punto, +e che gli faceva desiderare che il romanzetto finisse presto. Il +marchese, la cui politica coniugale era di solito quella di lasciar +passare le piccole fantasticherie di sua moglie fingendo di non +accorgersene, e di affidare al tempo le piccole difficoltà domestiche +non contraddicendo mai, e facendo intanto il suo comodo, sapeva poi +svegliarsi a tempo quando capiva che, a pigliarsi oggi una piccola +noia, c’era da risparmiarsene una più grossa il giorno dopo. Allora +dava alla cosa un’occhiata esperta e previdente; fissava bene il punto +a cui voleva arrivare; e, indifferente quanto alla scelta delle strade, +pigliava le più facili, si arrendeva, le mutava, pur di arrivare più +sicuramente dove voleva. Il matrimonio di Cristina, un matrimonio +s’intende come lo voleva lui, era un affare che il marchese aveva +intravveduto e avviato in tempo. Ora c’era un intoppo, e che intoppo! +bisognava dunque mutar strada. Su questo punto non si faceva illusioni; +e non se ne faceva neanche sulla improvvisa vocazione di Cristina; +anzi, n’era in diffidenza, e ci vedeva un nuovo pericolo da cansare; +tanto più che sua suocera gli aveva detto all’orecchio che il convento +_alla peggio_, avrebbe servito a migliorar l’educazione di Cristina. + +Il marchese dunque prese subito in cuor suo la risoluzione di ristudiar +la faccenda, di non dormirci sopra, e di cercare la strada nuova, +lasciando da parte affatto quella del barone Brocchetti. Tra le strade +nuove ci poteva essere quella che faceva capo a quel tal giovane che +aveva strappata, in mezzo alla tombola, l’esclamazione di Cristina. +E perchè no? pareva la più scabrosa, ma poteva anche essere la più +breve. A ogni modo, prima di pigliarne un’altra, gli pareva necessario +di dare un’occhiata anche a questa. Cominciò dunque a farsi attorno un +po’ di più al padre Felice, e a far con lui delle lunghe passeggiate +parlandogli della risoluzione precipitosa di Cristina, e della +necessità di farla riflettere e di farle pigliar tempo per assodare la +vocazione. Poi aveva detto al Valassina di dare una corsa a Orobio il +più presto che potesse, perchè volendo aver subito, e senza lasciarsi +scorgere, certe informazioni sul conto di quel tal Enrico, gli +occorreva che “una persona avveduta e di proposito„ gli sapesse dire +innanzi tutto dove fosse e cosa facesse costui. + +La missione del Valassina andò a vele gonfie; e dopo pochi giorni il +marchese riseppe a puntino ciò che gli premeva. Ma andava di male in +peggio quella del padre Felice; il quale ogni giorno, dopo lunghe +conferenze con Cristina, veniva a dire al marchese che non c’era modo +di tranquillarla, ch’era risoluta, impaziente, e che voleva metter +subito in atto la sua risoluzione. Un giorno anzi venne ad annunziargli +che, d’accordo con donna Fulvia, aveva avuti parecchi colloqui con +la Superiora d’una casa di Suore, e che tutto era stato felicemente +combinato; perfino il giorno e l’ora in cui Cristina sarebbe entrata +nel monastero. + + + + +XXII. + + +Il Valassina era tornato da Orobio non solo con le informazioni per +il marchese, ma aveva portate secretamente a donna Fulvia un sacco di +notizie, e di notizie non troppo buone. Le faccende in paese andavan +maluccio. Il nuovo curato, don Innocente, aveva preso possesso della +Cura da un paio di settimane, e già s’eran formati in paese due partiti +che si guardavano in cagnesco. Fin dai primi giorni don Innocente s’era +messo a riformare la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite +le processioni lontane, le merende e i beveraggi, e andava in giro +con gran zelo a benedir stalle e pollai. Quelli della Confraternita, +delle vacche malate, e dei polli con la pipita, portaron subito alle +stelle il nuovo curato; e a loro s’unirono anche quelli cui piaceva +fare delle lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente faceva +delle prediche con testi in latino e lunghe che non finivan più. Ma poi +don Innocente s’era messo a far la cera brusca a chi lodava il vecchio +curato; e diceva che d’ora in avanti bisognava fare, in tutto, tutto +all’opposto: diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati +sul registro della Cura, che voleva rincarare i fitti, e rimetter +l’usanza di certe regalie per non addormentare, come faceva don +Cornelio, lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e qualche altro +parrocchiano, presero a abbaruffarsi con chi lodava il curato e il suo +zelo; principiarono così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono +subito, tanto per cominciare. + +Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio nei giorni in cui c’era +arrivato il Valassina, e un paesello vicino, erano in fermento in +grazia d’una novità ideata da don Innocente; il quale aveva stabilito +di fare nella prima settimana d’aprile, una gran processione che doveva +percorrere tutto il territorio del comune allo scopo di scacciare dai +campi gl’insetti, i topi, e gli spiriti maligni. La maggior parte dei +campagnoli d’Orobio, su questo punto, lodava il curato, e stupiti +tutti come a don Cornelio non fosse mai venuta una così bella idea, +si preparavano a seguire in bel numero la processione. Ma quelli del +paese vicino, risaputa la novità, cominciarono ad allarmarsene. Gli +insetti, i topi, e gli spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero +scappati in casa loro: era chiaro. E siccome il loro curato, per +prudenza, non voleva mettersi in contrasto con don Innocente, così +essi si preparavano per quel giorno, con dei buoni randelli, a tener +lontani dal proprio territorio chi voleva far loro un così bel regalo. +Essi poi non mancavano di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei +quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito messo in moto per +illuminare le menti, e non ristava dal catechizzar tutti da mattina a +sera nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, — +rimettere in uso una funzione dell’antichità celebrando il risveglio +della natura? Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata civile! Ma +questa funzione medioevale del curato è il trionfo dell’ignoranza e +della superstizione! Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio +qualcuno che avesse un prato o un campiello sul monte, allora +soggiungeva: — E chi vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo +scappato dal piano non vada poi a mettersi di casa più in su! — A +questi discorsi chi si faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti +discutevano, tutti si accaloravano; talchè lo speziale, per rimanere +nell’imparzialità, non si lasciava più vedere. + +Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di Orobio portatele +dal Valassina, dopo uno sfogo di esclamazioni, or di lode, or di +raccapriccio, prese una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi +indispensabili il proprio intervento, e la propria autorità; a lei +toccava dar man forte a don Innocente, inaugurare un nuovo ordine di +cose, incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e chiuder la bocca +ai tristi lasciandoli confusi per sempre. Persuasa che per ottenere +tante belle cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza, decise +di partir subito per Orobio; decisione che le tornava tanto più +opportuna perchè s’era intesa con la Superiora che Cristina sarebbe +stata ricevuta in convento appunto in quei giorni; e a lei i distacchi +e le commozioni facevan tanto male. + +Mentre donna Fulvia usciva dal portone del suo palazzo in carrozza, con +la Cleofe e con _Fleurette_, per avviarsi alla stazione, un giovane +di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora passeggiava dinanzi a +quel portone a passi lenti, incerti, preso da una subita risoluzione +entrava nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso che aveva +pensato e ripensato come se dovesse presentarsi a un ministro. Enrico +era arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese a cui era +addetto, aveva acquistato un opificio in Lombardia, l’opificio di cui +doveva essere egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire con +sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune faccende prima di recarsi al +suo posto. Quell’avvenire sognato come una lontana speranza, per tanti +anni, traverso tante ore interminabili, uniformi di lavoro, era giunto; +quel giorno così lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un così +bel giorno non doveva portargli qualch’altra buona nuova? la migliore +di tutte! Il cuore gli diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era +sbagliato. Appena arrivato, era corso alla posta sapendo che ci avrebbe +trovate delle lettere di don Cornelio, e ne trovò infatti due. Le +lettere di don Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione +di poco prima; una era malinconica, sfiduciata, e piena di consigli di +rassegnazione; l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una certa +ansietà, di cercar nuove di Cristina senza perder tempo, e come meglio +poteva; poi di scrivergli subito tutto ciò che era venuto a sapere. Era +con questa lettera in mano, e tutto agitato, che Enrico, non sapendo +che fare, era arrivato di passo in passo dinanzi al portone di donna +Fulvia, e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide uscirne una +carrozza. + +La portinaia, silenziosa come un muro quando donna Fulvia era in casa, +dava la stura alle parole appena la vedeva scantonare, e tanto più se +scantonava per andare alla stazione. Enrico dunque non ebbe bisogno +di ricorrere agli artifizi del discorso per sapere in pochi minuti +un monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina, dopo essere +stata fidanzata col figlio d’un barone, s’era decisa a entrare in un +convento; da dove, aveva detto la portinaia del convento, sarebbe +presto ripartita per una delle più lontane città. + +Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi nelle braccia del suo +amico Arturo, e a domandargli consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli +osservò che bisognava aspettare il corriere di Londra per sapere se gli +affari permettevano di occuparsi di quella spiacevole combinazione. +Poi, come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette una dozzina di +lettere, gli partecipò che bisognava aspettare ancora alcuni giorni +prima di andare a prender possesso dell’opificio, e che quindi poteva +benissimo nel frattempo dare un’occhiata ai propri interessi. Il parer +suo in proposito, senza responsabilità e senza impegno, se lo voleva +sentire, era questo: fosse pur vero ciò che gli avevan detto, non +c’era nulla d’urgente dal momento che donna Fulvia era partita per la +campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro di tutto, ed impedire +all’occorrenza, in quanto fosse possibile, un fatto qualunque che +pregiudicasse l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio curato. +Bisognava dunque indurre don Cornelio a venire a Milano, e a parlare +con Cristina. + +Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa Maria della Neve. Per +quanto Enrico si sentisse poco incoraggiato dalle lettere malinconiche +e sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di rivedere il suo +protettore e di poterne avere qualche consiglio, lo decise a partire e +a pigliare il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio sulla quale +lo aveva preceduto donna Fulvia. + +Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto, cioè tre giorni prima +della domenica fissata da don Innocente per la sua funzione. In paese +c’era una crescente inquietudine. Quelli che avevano desiderato la +funzione cominciavano già a dire che una funzione simile in Orobio la +ci voleva, ma che però sarebbe stato meglio principiar un altr’anno. Il +sindaco, che per protestare contro la funzione aveva organizzata con +quelli del paese vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto +al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per impedire una cosa e +l’altra. + +Don Innocente, che, avendo risapute le voci che correvano, era un po’ +perplesso, prese un coraggio da leone come seppe l’arrivo di donna +Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu veduto entrare più +volte nel palazzo, e restarci per delle ore. Poi, dopo aver dati i +suoi ordini alla confraternita, una sera all’ora dei vespri annunziò +in chiesa che la mattina seguente sarebbe andato a benedir le campagne +seguìto dai confratelli e dal popolo in processione. + +Era la prima domenica di aprile. Le campane d’Orobio, sonando alla +distesa come nei giorni di solennità, chiamarono il popolo alle +funzioni festive un’oretta prima del solito, perchè poi la processione +potesse essere di ritorno al mezzogiorno, ch’era l’ora del desinare; +e la gente usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi +per le strade e per le campagne, in fretta e di buona voglia, invitata +anche da un bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco che aveva +dato ritrovo a molti, per quella mattina, nell’osteria del paese, non +ci trovò che tre o quattro amici; gli altri avevano preferito di fare +la passeggiata civile ciascuno per proprio conto. Dopo uno sfogo contro +l’inerzia dei patriotti, anche il sindaco se ne andò a spasso per +conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato della chiesa per +vedere la sfilata della processione, o per seguirla o per canzonarla, a +seconda dei casi. + +Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don Luigi era partito da un +pezzo; e don Prospero e un altro cappellano che egli aveva invitati +per la funzione, s’erano scusati dicendo però che sarebbero venuti +più tardi al desinare. Finita la messa, don Innocente fece un po’ di +predica sulla necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni, e +le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti spiriti maligni; poi, +deposta la pianeta e indossata la cotta, con l’aspersorio in mano e il +suo _Manuale exorcistarum_ sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato +da un chierico che teneva il secchiolino, e facendosi seguire dalla +confraternita e dal popolo. + +Il suono delle campane che si diffondeva lietamente per la valle, +il bel cielo limpido, l’aria primaverile, facevan contrasto con la +cera scura e con la tetra funzione di don Innocente. Quella giornata +splendida di sole, ch’era tutta un inno di allegrezza e di fiducia, non +pareva proprio fatta per le maledizioni e per gli scongiuri. + +La processione s’avviò per la strada dove sorge il palazzo Orsenigo. Il +palazzo era parato a festa; a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal +terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva un gran drappo rosso +di seta su cui c’era ricamato nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con +tanto di corona, e circondata dagli emblemi della passione di nostro +Signore, proprio come se nostro Signore avesse sofferto specialmente +per donna Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo, sfoggiato per la +prima volta e fatto appunto da quelle Suore tra le quali, quel giorno +stesso, era andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare +in su; e quando passò la processione, ci fu del disordine nelle file +perchè ciascuno, pur camminando, prima guardava in alto, poi guardava +indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi, o sui piedi a chi +veniva dopo; e tutti poi si davano degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia +che se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di compunzione e +di compiacenza, sorrideva con indulgenza a quel po’ di disordine, +e lasciava capire che perdonava, anche alla confraternita, quella +distrazione di cui eran causa lei e il suo bel drappo. Don Innocente +quando passò sotto il terrazzino cercò, tutto in una volta, di riverire +donna Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la divozione e di +non parer distratto. Non era facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e +gli ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del capo che parevano di +riverenza, ma ch’eran soprattutto di approvazione e di protezione. + +Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò presto a intorbidarsi. +Parecchi dei più arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario +s’eran messi qua e là, di fianco alla processione, a attaccar discorso +con quelli ch’erano in fila, motteggiando e facendo di tanto in +tanto qualche sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi +cominciarono a uscir di fila; e appena messi con quelli che poco prima +li avevano canzonati, si facevan coraggio e canzonavano anche loro. +Così i motteggi, le conversazioni ad alta voce e le fischiate andavan +crescendo; e mano mano andava crescendo anche il numero di quelli che, +a ogni nuova strada, scantonavano e se ne tornavano a casa loro. Don +Innocente che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile, cominciò +a perdere la pazienza. — Bricconacci, villani, scomunicati! — cominciò +a gridar sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo improvvisamente +di fila anche lui. Poi tirava innanzi più serio di prima; ma subito +dopo passando dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà ad +alloggiare a casa vostra il diavolo!... verrà ad alloggiare! — gridava +alzando l’aspersorio. Allora i monelli scappavano, e si faceva un po’ +di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le conversazioni ripigliavan +presto. + +— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano alcuni — lo si ha +a vedere quando sarete fuori pei campi, e quando vi vedranno venire +quelli degli altri paesi! + +— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in ballo ballerà! Legnate a +buon mercato... e cazzotti per niente! + +Allora parecchi della processione cominciarono a ragionarla con +quelli che n’eran fuori. — La funzione è bella, bellissima, non c’è a +dire; ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo poi sì! in questo +avete ragione anche voialtri. Bisognava esser tutti in compagnia, +anche quelli dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive +influenze, e non mandarsele addosso l’un con l’altro! + +Nel ragionare si fermavano; la processione intanto andava innanzi, +e chi c’era rimasto fuori non ci tornava più. Altri poi, vedendo +due carabinieri che piano piano venivano loro incontro, piano piano +voltaron le spalle per non andare in direzione opposta della forza. + +La processione, che s’era andata in tal modo via via assottigliando, +giunta alle viottole della campagna non si componeva più che di +una metà della confraternita e di una cinquantina d’altri che la +seguivano. Don Innocente appena si vide sbarazzato dei burloni e dei +timidi, e circondato solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese +maggior coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse alla comitiva un +discorsetto rabbioso per accalorare gli animi e ribadire lo zelo. Lo +scopo fu facilmente raggiunto, e le parole di don Innocente vennero +accolte da una calorosa approvazione e da esclamazioni piene di +propositi audaci. Or ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti +rinfrancati e capaci di farla vedere a chississia. A un cenno del +curato la comitiva fece silenzio, e tirò innanzi ora allargandosi, +ora procedendo un poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e or +borbottando da capo tra gli _amen_ e gli _ora pro nobis_, qualche nuova +minaccia contro i burloni di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e +più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno a don Innocente per +vedere come faceva a far l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto +qualche spiegazione a questi e al chierico, che tremava tutto per la +paura. + +“_Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime et sporcissime +spiritus_, — continuava don Innocente tenendo l’aspersorio alzato, e +leggendo nel suo Manuale degli esorcismi — _conjuro te, insidiator, +superbe, mendax, immunde Belzebù_... questo è il peggiore di tutti, ma +adesso lo acconcio io....„ e lesse due pagine di seguito del Manuale. +Poi rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a mettersi in mezzo +a un campo di patate. — Ora eccoci al fatto nostro: _Exorcismus contra +dæmones minores, contra vermes, mures, locustas, et alia animalia +devastantia fruges, fructus_...[2] — e ricominciò a leggere or forte, +or sottovoce, tutto intento al Manuale per non sbagliarsi. + +Don Innocente era così assorto nella lettura del suo latino, che +non s’accorse d’un improvviso cambiamento di scena ch’era intanto +avvenuto intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa una nuova +comitiva, e la sua aveva subitamente cessato di guardar l’esorcismo, di +chiacchierare e di dir la corona. La nuova comitiva era ben diversa e +ben più numerosa; era una comitiva di contadini d’altri paesi, sbucati +di qua e di là saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano con +randelli, correggiati, forconi, e con un certo piglio che non era +quello con cui andavano di solito a battere il grano o a rammontare il +fieno! + + + + +XXIII. + + +Mezz’ora dopo una buona parte della comitiva di don Innocente rientrava +in paese a gambe levate: e dietro a loro, coi forconi e coi randelli +alzati, venivano rincorrendoli quelli della comitiva forestiera coi +quali evidentemente avevano avuto uno scontro sfortunato. Era un +fuggi fuggi, e un gridar generale che mise tutto Orobio sossopra in +un momento. Chi dalle finestre, e chi scendendo in strada, domandavan +tutti ansiosamente cos’era successo; chi cacciava in stalla in +fretta i maiali e le oche; chi correva a chiamare i fanciulli, chi a +rinchiudersi in casa. — Ma cos’è stato? ma cos’è successo? C’è una +ribellione, c’è un saccheggio, vien gente da ogni parte! misericordia! +Ci vogliono ammazzare! daran foco al paese! — I primi a gridare, e +che gridavan di più, eran parecchi di quelli della Confraternita +che avendone pigliate, o avendo pigliato non foss’altro un gran +spavento, spaventavano gli altri alla lor volta, scappando urlando, +e levandosi in furia la veste e la cappa da confratello. Non tutti +però se l’eran data subito a gambe; alcuni di maggior fegato e più +cocciuti avevan dato mano senz’altro ai sassi, e in un minuto ce +n’eran stati di discretamente pesti anche tra le schiere avversarie. +Costoro sbandandosi, e facendo un chiasso indiavolato, avevano chiamata +nuova gente, e tutti insieme eran tornati alle mani più inferociti +di prima. Le sorti della giornata furon presto decise dal numero, e +gli assalitori, non contenti di aver visto i tacchi dei confratelli +di Orobio, invadevano ora in frotte le strade del paese col piglio +minaccioso, e con la voglia di non tornarsene a casa senza essersi +presa una qualche soddisfazione; di quelle, s’intende, che mandano in +prigione il giorno dopo. E infatti stavano già per raggiungere questo +risultato parecchi ch’erano piombati addosso al sagrestano, il quale +poco prima aveva ammaccato sulle loro spalle il secchiello dell’acqua +benedetta; quando arrivarono i due carabinieri. Questi pigliarono il +più inferocito per il bavero, ricevettero e restituirono spintoni e +pugni senza fine, perdettero e ripresero un paio di volte il cappello; +ma, sempre saldi al bavero, condussero alla fine il loro uomo alla +casa del comune in arresto. Altri fatti più grossi e più minacciosi +succedevano intanto in un altro punto del paese, e precisamente dinanzi +al palazzo Orsenigo dove si era ricoverato don Innocente. E qui le cose +minacciavano davvero di finir male, perchè la forza pubblica in quel +momento non era in grado nè di essere informata nè di muoversi. I due +carabinieri erano tornati sulla porta della casa comunale a guardare +la folla, ma non erano ben sicuri se fosser loro che sorvegliassero la +folla, o se fosse la folla che li sorvegliasse loro. + +Mentre succedeva tutto questo tafferuglio, scendeva da Santa Maria +della Neve, ed arrivava ai primi casolari d’Orobio, Enrico, il quale, +come glielo aveva suggerito sir Arturo, era andato a chieder consiglio +a don Cornelio, e a invocare una volta ancora il suo aiuto. Don +Cornelio alla vista di quel figliuolo, s’era tutto scosso; sulle gote +pallide e avvizzite gli era comparsa una fiamma improvvisa, come il +raggio che illumina una mesta giornata d’inverno. Dopo aver udite le +notizie che gli portava Enrico, dopo aver vedute le sue lacrime calde, +sincere, era uscito a un tratto dall’accasciamento in cui era, e aveva +sentito rinascere in sè tutto l’ardore d’un tempo. + +— Ebbene, sì! — aveva esclamato, — andrò a Milano... qualche cosa farò! +Se donna Fulvia mi chiuderà l’uscio in faccia, andrò dalla Superiora +del convento, le dirò che la vocazione di Cristina è falsa.... +che Cristina s’inganna, o che la inganna! Le dirò tutto! Andrò +dall’Arcivescovo se occorre! Oh qualcuno mi ascolterà!... Povero amico +mio, povero conte Maurizio!... i tuoi figliuoli non li abbandonerò +finchè avrò fiato! e se Dio mi darà vita.... qualcosa farò! + +Ma intanto quella fiamma di poco prima gli era scomparsa dalle gote, +e c’era a un tratto succeduto un pallore come di cadavere; s’era +lasciato andare sulla seggiola, aveva messo una mano sul cuore, ed era +rimasto per alcuni minuti in silenzio quasi svenuto. Poi sforzandosi +di sorridere, aveva ripreso: — Non spaventarti, mio buon figliuolo, +non è nulla.... è uno de’ miei acciacchi.... Quando s’è vecchi... sei +capitato proprio in una cattiva giornata; ma non è nulla.... Vedi? +adesso passa, passa... oh per andare ancora una volta a Milano... +per fare quello che t’ho promesso, sento che le forze le avrò, oh le +avrò! Tra un paio di giorni ti raggiungo.... e tu intanto sta di buon +animo.... Chi sa che questa volta non ci riesca a far proprio qualcosa +per i figlioli dell’amico mio!... chi sa che il Cielo non mi riservi +questa consolazione prima di chiuder gli occhi.... + +Quando Enrico il giorno dopo s’accomiatò, don Cornelio lo tenne +stretto un pezzo nelle sue braccia, celando appena la sua commozione, +e trattenendo a stento le lacrime. Poi, con un sorriso che gli moriva +sulle labbra, aveva cercato di dirgli qualcosa di gaio, e gli aveva +ripetuto più volte vedendo che Enrico non glielo chiedeva più: “Verrò, +non aver dubbi, verrò.„ + +Enrico aveva perduto il coraggio di ripetere a don Cornelio la sua +preghiera di venirgli in aiuto. Don Cornelio non era più lui! Non +era più il bel vecchio, di cui Enrico aveva stampata l’immagine nel +cuore; era un uomo su cui era scesa una vecchiaia cadente, un uomo che +soffriva, e che cercava a stento di rompere una profonda malinconia che +gli velava gli occhi e la parola. Nel vederlo tanto mutato, Enrico non +aveva più saputo continuare a parlargli di sè, e non s’era alla fine +staccato da lui che con uno schianto del cuore. + +La signora Angelica l’accompagnò per un breve tratto fino al punto +dove incomincia la discesa ripida della strada. Enrico le fece mille +domande, ma la povera signora Angelica sospirava, e gli sapeva +rispondere ben poco. Gli disse che don Cornelio aveva di frequente +degli svenimenti che le mettevano spavento; che il medico era venuto +una volta, e che voleva tornare per capir meglio, ma non era tornato; +che don Cornelio non voleva far nulla, e che essa era sulle spine. In +fine poi gli fece le sue scuse per non potergli dare, com’era solita, +qualcosa da portar seco in viaggio; e spassionandosi un po’, gli disse +piano perchè nessuno la sentisse: — Che paese, che paese è mai questo! +Sarà più vicino al Cielo, come dice mio fratello, ma non ci si trova +neanche l’occorrente per fare una torta! — Poi lo salutò con effusione, +e diede una voce a _Ugolino_ perchè tornasse indietro. + +Ma _Ugolino_, che trovava anch’esso di poco compenso quel soggiorno, +e dava volontieri di tanto in tanto qualche scappata, finse di non +capire, e seguì tutto festoso Enrico, il quale aveva presa la strada +d’Orobio scendendo a gran passi per la china del monte, agitato, +commosso e in preda a mille pensieri. + +Dopo un’ora di cammino, come fu a vista d’Orobio, e mano mano che vi +si avvicinava, Enrico s’accorse che ci doveva essere avvenuta una +qualche disgrazia, o qualche grave avvenimento. Gente che andava e +veniva con l’aria ansiosa e spaventata; donne e fanciulli che salivano +frettolosamente per i viottoli della montagna; e da lontano un rumore +confuso di voci e di grida che a intervalli scoppiavano più fragorose, +e con un impeto di minaccia. Alle prime case poi vide, da per tutto, +gente alle finestre e sulle porte, e gente che faceva ressa intorno +a qualche confratello sbandato, che in veste bianca e cappa rossa +rispondeva affannosamente alle cento domande che gli eran fatte, e +che gli venivano poi ripetute dai nuovi curiosi che sopraggiungevano. +Enrico si cacciò in mezzo a un capannello, dove gli parve che la +conversazione fosse più calorosa, e riuscì a poco a poco a capire +cos’era accaduto, e cosa stava accadendo. Rimase un minuto perplesso, +tra la fretta di andar dal vetturino e fargli attaccare, e la voglia +di far qualcosa anche lui, sia per metter pace, sia all’occorrenza per +dispensare qualche scappellotto in difesa de’ suoi antichi compatriotti +d’Orobio. Ma intanto era giunto un nuovo confratello, ancora più +ansante degli altri; tutti gli furono addosso, e per quanto cercasse di +svignarsela, dovette pur rispondere e discorrere con tutti anch’esso. + +— Ah voi credete che la sia finita? Andate, andate a vedere! A buon +conto, poco fa ci mancò poco che il sagrestano non fosse bell’e +spacciato! Io ero lì proprio vicino a lui... quando lo pigliarono in +mezzo cinque o sei manigoldi che lo volevan finire.... Io allora... +via... a cercare il sindaco! ma il sindaco era già partito col suo +biroccio per domandare un rinforzo. Basta; il sagrestano l’hanno +salvato; ma intanto i carabinieri sono bloccati, e se non arriva presto +il rinforzo.... + +— Bloccati? + +— Sicuro, da un muro di gente d’ogni paese, e bisogna sentire come +urlano! + +— E poi? + +— E poi c’è di peggio. Adesso una parte della folla corre verso il +palazzo di donna Fulvia, dove dicono che ci sia il curato.... Li ho +incontrati io, poco fa, anzi con alcuni che incominciavano a insultarmi +ho fatto delle chiacchiere, e loro subito a alzare i bastoni.... + +— E voi? + +— E io via a gambe, perchè sapete come sono; guai se mi riscaldo! Ma +intanto chi sa cosa succede laggiù, nel palazzo! Di sicuro, ci danno il +fuoco!... e il curato lo ammazzano! + +— E se si sonasse la campana? + +— Andateci voi! bisogna vedere che facce sul sagrato! + +Enrico, a quelle parole non ebbe più che un solo pensiero: correre al +palazzo, arrivarci prima della folla, far fuggire il curato, chiamar +gente, fare insomma tutto quello che avrebbe potuto per salvare la +casa del suo antico benefattore. In un attimo ci arrivò, ma la folla +c’era arrivata prima di lui, e stava già fitta e minacciosa dinanzi +al portone chiuso, urlando e fischiando. Che fare? Arringar la folla? +Persuadere que’ contadinacci, furiosi e vicini a compire la loro +vendetta, a tornarsene tranquillamente a casa? Non era possibile. +Tanto più che, proprio in quel momento, e in mezzo a quel baccano +indiavolato, la folla manifestava chiaramente le sue intenzioni +definitive a un oratore, un omaccione grosso e d’aspetto pacifico, il +quale aveva proposto un mezzo termine. Il mezzo termine era quello di +far uscire il curato, però senza mancargli di rispetto, e di obbligarlo +a fare la funzione in senso inverso; cioè a cacciar coll’aspersorio su +quel d’Orobio tutte quelle influenze diaboliche, che poco prima aveva +cacciate sul loro. + +— Questo va bene, — gridavano i più accesi, — ma ci vuole di più! +Bisogna buttar giù il portone! Bisogna pigliare i caporioni, quelli +che ci han tirate le sassate, e che son chiusi lì dentro! E a quelli, +legnate! + +— D’accordo, — ripigliava a tutta voce l’omaccione, — legnate, a +quelli là!... Ma il curato, deve fare come vogliamo noi... senza però +mancargli di rispetto, avete capito! + +— Bravo, evviva! + +E queste grida erano intanto accompagnate da una tempesta di sassi +lanciati contro il portone e contro le finestre del palazzo. Non c’era +tempo da perdere; ma a chi domandar aiuto? ma che fare? + +“Cerchiamo almeno di salvare quelli che vi stanno rinchiusi,„ pensò +Enrico. Uscì dalla folla, e pigliò a gambe levate una stradicciuola che +conduceva al monte, e a una selva dalla quale poteva scendere fino al +giardino del palazzo, con la speranza di non essere veduto. Arrivato al +muro di cinta, cercò e trovò subito un punto dove tante volte l’aveva +scavalcato da fanciullo; si arrampicò, e spiccò un salto insieme a +_Ugolino_ che lo aveva seguito fin lì. Attraversò di corsa il giardino, +entrò nelle stanze a terreno del palazzo, e lo girò affannosamente, +chiamando gente, e stupito di non trovarci nessuno. E infatti, quelli +che sulle prime vi si erano rinchiusi, facendo scorta a don Innocente, +avevan subito pensato a cercarsi alla chetichella una qualche uscita +particolare per non essere presi in trappola; e quelli poi di casa, +mandati tutti in processione, avevano trovato al ritorno il portone +chiuso, e la folla dinanzi al palazzo. + +In quelle sale, in quei corridoi, che risvegliavano a Enrico tante care +memorie, e che ora rivedeva abbandonati e silenziosi, si ripercoteva +ogni tanto l’eco sinistra degli urli minacciosi della strada. Enrico +impaziente, ansioso, salì correndo al primo piano, dando una rapida +capata a ogni camera, e chiamando di nuovo a voce alta quei di casa. +Giunto al salotto, e apertone l’uscio con uno spintone, udì delle grida +di spavento che lo fermarono sulla soglia. Vide una vecchia signora +svenuta su una poltrona; una donna, che era la Cleofe, inginocchiata +e che strillava; e don Innocente che, con la cotta piegata sotto il +braccio, cercava di nascondersi dietro un canapè. + +— Coraggio, coraggio! — esclamò subito Enrico con voce amichevole. +— Vengo in vostro aiuto, vengo a mettervi in salvo; siamo ancora in +tempo, ma presto, presto venite con me. + +— È arrivata la forza? — chiese tutto tremante don Innocente. + +— Sì, sì, ma facciamo in fretta; — gli rispose Enrico con impazienza. + +— Ah lei è forse il signor Delegato della Questura?... oh sia +benedetto!... + +— Ci son altri in palazzo? — gli chiese Enrico. + +— Nessuno, nessuno; ci han piantati qui soli... non ci siamo qui +che noi poverelli... ma a suo tempo mi sentiranno! — continuava don +Innocente. + +— Se non ci son altri, tanto meglio. Andiamo, e subito! Bisogna +tranquillare questa signora.... farla scendere in giardino; ci vuol la +chiave del cancello!... Non c’è un minuto da perdere!... + +Intanto che Enrico andava sollecitando don Innocente con piglio +risoluto, la Cleofe, continuando a piagnucolare, cercava di +richiamare in sentimento la sua padrona. Don Innocente, lasciato il +canapè, e avvicinatosi anch’esso a donna Fulvia, le andava ripetendo +all’orecchio: “C’è qui il Delegato della Questura.... quello della +Polizia.... è venuto a metterci in salvo.... Andiamo, coraggio, donna +Fulvia, bisogna andarcene subito.„ + +Donna Fulvia tremante, convulsa, aprì gli occhi. Fissò Enrico, che +vedeva per la prima volta, e cercò di fargli il viso benevolo sentendo +che era quello della Polizia. Enrico, che pure per la prima volta si +trovava dinanzi a donna Fulvia, ebbe un momento di perplessità, e quasi +di terrore. Gli venne, con un brivido, il ricordo di quanto quella +signora gli aveva fatto soffrire; gli si affacciò il pensiero di tutto +il male che quella signora gli aveva fatto... di tutto quello, ancor +più grande, che stava forse per fargli; sentì una fiamma al viso, sentì +offuscarsi la mente. L’urlo selvaggio, che dalla strada arrivava fin +lì, gli parve in quel momento meno odioso; gli parve simile quasi al +grido che, in mezzo a un torbido rimescolìo, stava per prorompergli +dall’anima. + +Alzò gli occhi, si scosse, si rammentò dov’era. Quel salotto gli +richiamava la voce del conte Maurizio quando gli parlava di lealtà e di +onore; e quel prete gli richiamava la voce di don Cornelio quando gli +diceva “figliuolo, perdono e carità.„ + +— Lasci fare a me, lasci fare a me; — disse Enrico un po’ bruscamente +alla Cleofe, — non vede? la signora è debole, è sofferente, ha bisogno +d’un braccio più valido, più sicuro.... Lei vada a prendere la chiave +del cancello.... Si appoggi a me, signora, non abbia più timore di +nulla; usciamo di qui... la conduco al sicuro... si faccia animo... Oh +prima di offender lei! ci sono io! + +Donna Fulvia cercava di ringraziare Enrico con l’espressione del +viso, e con qualche parola che le usciva debole e a stento. Il farla +scendere a terreno, e l’attraversare il giardino fu un affar serio. +Ogni tratto le soppravveniva un accesso convulso che la faceva tremar +tutta violentemente, e ricadere priva di forze. Ogni tratto dava in uno +scoppio di pianto. Enrico, commosso da quello spettacolo, raddoppiava +le sue cure; la sosteneva con tutte le sue forze; la rassicurava, e nel +ripeterle quasi con pietà figliale delle cortesi parole di conforto, +si sentiva più rassicurato egli stesso, e gli scendeva nell’anima un +sentimento elevato, dolcissimo. + +Enrico, come ebbe oltrepassato il cancello, condusse la comitiva in una +capanna fuor di mano e quasi nascosta tra i castagni e i cespugli della +selva. Fece adagiare donna Fulvia alla meglio su un mucchio di paglia e +di foglie secche, poi, tirando un gran sospiro, e cercando di mostrarsi +allegro: + +— Eccoci in porto — esclamò. — Dei pericoli non ce n’è più. Mi +aspettino qui; io corro a prendere il mio legnetto, lo conduco laggiù, +dove la stradicciuola del monte fa capo alla strada maestra, e in un +batter d’occhio saremo lontani dal paese.... + +— E poi? — domandò don Innocente. + +— E poi, lei andrà dove vorrà, e queste signore proseguiranno la loro +strada per Milano, se crederanno. Ma di ciò parleremo dopo... intanto +io vado a prendere il legnetto, perchè bisogna spicciarsi.... + +— E se io me ne andassi subito? — chiese don Innocente. — Piglio la +strada della montagna, e.... + +— Lei si fermi, e mi aspetti; non abbandoni questa signora. Non vede?... + +— Oh! — esclamò la Cleofe con un grido acuto e piagnucolando — non +c’è _Fleurette!_... abbiamo dimenticato la povera _Fleurette_.... Ah! +signor Questore, signor cavaliere, come si fa? come si fa? + +Enrico s’accorse in quel punto che anche _Ugolino_ non c’era. Rispose +alla Cleofe con un gesto d’impazienza, ripetè a donna Fulvia che tra +poco sarebbe di ritorno, e prese correndo una viottola che conduceva in +paese. + +— Ma che cosa succederà, cosa succederà di _Fleurette?_ — continuava ad +esclamare la Cleofe agitata da un cattivo presentimento. E i cattivi +presentimenti molte volte dicono il vero. Mentre Enrico percorreva le +sale del palazzo a terreno, _Ugolino_, correndo e abbaiando, aveva in +un attimo percorsi tutti i corridoi e tutte le stanze d’ogni piano che +aveva trovate aperte; e entrato in guardaroba aveva veduto _Fleurette_ +adagiata sopra una poltroncina della Cleofe. _Ugolino_, quando +compariva _Fleurette_, era abituato a darsela a gambe, con la coda +abbassata, perchè qualcosa lo raggiungeva sempre, a tergo, bruscamente. +Ma questa volta _Ugolino_ capì che quello era un giorno diverso dagli +altri, e si piantò dinanzi a _Fleurette_ in aria di sfida, e con la +coda alzata. _Fleurette_, gli rispose con un brontolìo ringhioso e +pieno di disprezzo. _Ugolino_ non potè più trattenersi; e in un salto +le fu addosso a darle una pettinata. _Fleurette_ mandò un guaito; poi +dondolandosi, e a stento, saltò tutta affannata dalla poltroncina sul +tavolino che c’era accanto, e da questo sul davanzale della finestra +ch’era aperta. Di là guardando rabbiosa _Ugolino_, traverso i peli che +le scendevan sugli occhi, ringhiò più forte di prima mostrandogli i +denti. _Ugolino_ fece per tornare a un secondo assalto; _Fleurette_ +diede un passo indietro, perdè l’equilibrio e scomparve. _Ugolino_ +cercò sotto le sedie; saltò sulle tavole; frugò dappertutto; andò nelle +stanze vicine; corse su e giù per le scale, ma non trovò più la sua +nemica, nè l’amico del suo padrone che aveva seguìto fin lì. Allora +tra il rassegnato e il soddisfatto scese in giardino, saltò il muro, e +prese diviato la strada di Santa Maria della Neve, con la lingua fuori +e la coda alzata. + + + + +XXIV. + + +Don Prospero, quando ricevette l’invito da don Innocente di venire alla +sua funzione e di trattenersi poi a desinare, aveva fatto tra sè questo +ragionamento: “Uno più uno meno, per esorcizzare gli spiriti, tanto +fa; ma uno più uno meno per pigliarvi una sassata è un altr’affare; ci +andrò al tocco, per il desinare.... Allora tutto sarà finito, e don +Innocente vedrà che ho fatto onore a una parte almeno del suo invito.„ + +Al batter del tocco don Prospero giungeva infatti alle prime case +d’Orobio; ma, appena giuntovi, s’accorse che le sassate non eran +finite, e che il desinare di don Innocente non sarebbe stato messo +in tavola così presto. Si trovò subito in mezzo a capannelli agitati +e a gente rabbiosa; si trovò tra la retroguardia insomma della folla +che faceva baccano in paese. E, siccome tutti lo sapevano amico di +don Innocente, capì che non c’era buon’aria neanche per lui; infatti +ne vide parecchi che gli ammiccavano d’andarsene, ed altri che +addirittura gli venivan già incontro con la faccia accigliata e col +piglio provocante. Don Prospero però non si confuse; si fermò, si +appoggiò colle due mani al pomo della mazza, e prese un fare neutrale, +bonario e da paciere, come facevano i suoi di casa quando nasceva un +tafferuglio nell’osteria; era pratico dell’avventore rissoso, e sapeva +come va preso. In un momento tutti quelli ch’eran lì e quelli che mano +mano sopraggiungevano, dopo averne picchiate o buscate, si affollavano +intorno a don Prospero; e don Prospero seppe dire a ognuno la sua. Con +uno conveniva, con l’altro distingueva; dava a tutti la loro parte di +ragione e la loro parte di torto; si permetteva qualche amichevole +rimprovero, e interrompeva i più arrabbiati con qualche barzelletta, +un po’ sciocca s’intende, perchè piacesse subito a tutti. Li lasciò +sfogare per una buona mezz’ora; e quando gli parve venuto il momento +di fare una proposta — Figlioli, — esclamò, — volete un mio parere? +— e alzando la mazza in attitudine di comando — Tutti in fila! armi +in spalla! compagnia avanti!... andiamo a berne un bicchiere al _Pomo +d’oro.... marche!_ + +— Bravo don Prospero! Evviva! — E tutti a sghignazzare, e a seguir don +Prospero per una stradicciuola che conduceva al _Pomo d’oro_. + +Don Prospero, con la sua manovra militare, aveva reso senza saperlo un +servizio anche a Enrico che in quel momento appunto scendeva per la +falda del monte, ove aveva lasciato donna Fulvia in un capannone, per +andare in cerca del vetturale. Enrico, con sua sorpresa, trovò tutto +sgombro e silenzioso il piazzale a cui metteva capo la strada maestra, +e ch’era il punto più comodo per imbarcare donna Fulvia. Corse a +chiamare il vetturale che abitava poco distante, e in meno di mezz’ora +riuscì a far tutto felicemente, e a partire, senza che nessuno li +vedesse, in una carrozzuccia con donna Fulvia e con la Cleofe. + +Donna Fulvia e la Cleofe eran più morte che vive. Donna Fulvia pallida, +irrigidita, non apriva bocca; e di tanto in tanto cercava nascondere +le contrazioni convulse della faccia con la pezzuola, lacerandola nel +tempo stesso coi denti. La Cleofe se ne stava tutta rannicchiata, e +continuava a tener turate le orecchie con le mani per non riudire +quelle voci e quegli schiamazzi d’Orobio. + +L’allontanarsi dal paese, l’esser fuori d’ogni pericolo, non bastarono +a metter in calma donna Fulvia, e a darle un po’ di giovamento; il suo +stato si andava anzi mano mano facendo sempre peggiore. Lo spavento +doveva essere stato ben grave, poichè ogni tratto le pigliavan degli +attacchi di nervi e degli svenimenti da impensierire anche chi ne +fosse pratico più d’Enrico; il quale intanto cercava di mostrare la +sua buona volontà or facendo fermare il legnetto, or andando in cerca +d’un po’ d’acqua, or rassicurandola con delle buone parole. Non s’era +mai trovato in un impiccio simile; e a renderglielo anche più seccante, +ci si univa la Cleofe, la quale a ogni svenimento di donna Fulvia si +metteva a strillare, e si credeva in dovere di svenire anche lei. +Svenne, e strillò più d’una volta anche a proposito di _Fleurette_; e +Enrico dovette per tranquillarla scendere a un casolare, perdere una +buona mezz’ora, cercare un messo e spedirlo a Orobio per dire a quei +di casa che andassero in cerca della cagnina. Che bel viaggio! Ci +furono dei momenti in cui Enrico non sapeva proprio più che fare; se +fermarsi, se proseguire, se ritornare a qualche villaggio attraversato +da poco; e avrebbe finito di certo col far scendere donna Fulvia in +qualche locanda, se donna Fulvia, ogni volta che egli gliene mostrava +l’intenzione, riprendendo per un minuto tutta l’energia la più +imperiosa di cui era capace, non si fosse opposta dichiarando di voler +continuare il viaggio a ogni patto, viva o morta, fino a sera, fino a +Milano, fino a casa. + +Arrivati in una borgatella, ch’era il capoluogo del mandamento, +poteron mutare il legnetto in una carrozza a due cavalli, e continuare +il viaggio meno disagiatamente e d’un passo più sollecito. Poichè +si doveva tirare innanzi urgeva ora spicciarsi per arrivare in fine +della valle, prima che fosse ripartito l’ultimo treno della strada +ferrata che conduceva a Milano. Donna Fulvia non migliorava; si +capiva ch’essa faceva de’ grandi sforzi sopra sè stessa, ma che +si sentiva un gran male. Lo si capiva anche dall’espressione che +pigliava di tanto in tanto la sua fisonomia ogni volta che Enrico +le indovinava qualche nuova sofferenza, e le usava qualche nuova +attenzione; era un’espressione che lasciava intravvedere qualcosa d’un +po’ più raddolcito, e che pareva quasi un principio di riconoscenza. +Quell’espressione era per Enrico un gran fatto; e bastava, non solo +a rinnovargli la pazienza, ma a riempirgli il cuore di speranza e di +entusiasmo; raddoppiava allora di zelo, e cercava ogni maniera più +delicata di rendersi utile, mettendo in ogni suo atto una premura e +un affetto quasi filiali. Diventava paziente e premuroso fin con la +Cleofe; la quale, all’infuori di quei pochi momenti felici in cui si +addormentava, avrebbe fatto scappar la pazienza a un santo, or col +lamentarsi di tutto, or col ripigliare una cert’aria piagnucolosa, or +col dire di avere una gran fame, or col sospirare per _Fleurette_. + +Finalmente arrivarono alla stazione, e ci arrivarono in tempo per poter +ripartire subito per Milano. Prima di ripartire, Enrico, dopo averci +pensato e ripensato, s’era deciso a mandare un telegramma al marchese +Ettore, dicendogli che erano accaduti de’ guai a Orobio, che donna +Fulvia si era molto spaventata, ch’era in viaggio per Milano e ch’era +molto sofferente. Donna Fulvia, quando udì il fischio della locomotiva +che ripartiva, tirò un gran respiro, e parve per un momento tutta +riavuta e calma. Nel compartimento della carrozza erano soli: Enrico si +era seduto in un angolo, e taceva; la Cleofe dopo una mezz’ora s’era +addormentata. Donna Fulvia, a cui quel riposo e quel sentirsi lontana +da ogni pericolo cominciò a mettere un po’ di tranquillità e un po’ +d’ordine nella mente, prese a riandare gli avvenimenti della giornata e +a capacitarsi di tutto quello ch’era accaduto. Il suo pensiero correva +a Orobio, alla sua casa che le pareva di veder abbruciata e distrutta, +a don Innocente, a _Fleurette_: alla povera e abbandonata _Fleurette_. +E di pensiero in pensiero, venne a un tratto a domandarsi chi mai +fosse il suo misterioso salvatore, quel giovane che le stava seduto +dinanzi taciturno e pensieroso anche lui, e che rammentava d’aver +veduto, accanto a sè in tutto quel giorno, in tutte quelle peripezie, +e sempre tanto premuroso, tanto amorevole. “Ma chi mai può essere?„ +andava dicendo tra sè donna Fulvia. “La Cleofe, se ben mi ricordo, l’ha +chiamato signor _cavaliere_, signor _Questore_.... E già non può esser +altro.... quantunque non lo si direbbe, così giovane, con quel tratto +così sommesso, con quella dolcezza.... come farà a pigliare i ladri?... +Ma già non può esser altro.„ Finalmente, non potendo più trattenersi +per la curiosità, si decise di rivolger la parola a Enrico, e lo fece +col principiare a dir male del Governo “il quale non s’era messo dalla +parte di don Innocente, come sarebbe stato dover suo; e così, se era +avvenuta una rivoluzione, la colpa era tutta del Governo.„ Enrico la +lasciò sfogare, e poi alla sua volta le domandò come fosser principiati +quei guai ch’egli infatti non conosceva ancor bene. + +— Ecco! — saltò su allora donna Fulvia; — lo diceva ben io che il +Governo non sa mai nulla, e non fa mai nulla! Anche lei dunque non ne +sapeva niente? lo confessa! + +— Ma io non sono il Governo — rispose Enrico sorridendo. + +— Lei però è il Questore. + +— Oh perdoni, signora, lei si sbaglia di molto; non sono davvero il +Questore.... + +— Ma è però un impiegato del Governo.... + +— Neppure.... + +— Ma allora chi è lei? — esclamò donna Fulvia con una espressione in +cui alla curiosità si univa una certa inquietudine. E fissandolo, +stette ad aspettare la risposta. + +Enrico si fece rosso in viso, ed ebbe un momento di esitazione. Tutto +in quella difficile giornata gli era riuscito così bene fin lì; poco +gli mancava a compire quella sua inattesa missione, a ricondurre +donna Fulvia tra i suoi, a entrare egli stesso in quella casa ove +aveva disperato d’essere accolto mai più, e a entrarvi come il +benvenuto, come un salvatore.... Enrico non ebbe il coraggio di rompere +quell’incantesimo e di svelarsi, lì per lì, a donna Fulvia. + +— Oh certamente, lei non mi può conoscere, — rispose Enrico con un fare +un poco impacciato, e che voleva parere disinvolto. — Ma in Orobio +son conosciuto.... sono anch’io di quei paesi. Oggi appunto dovevo +ripartire per Milano, ove abito da qualche tempo, quando passando per +caso vicino al suo palazzo, incappai in quella turba di indemoniati; +vidi il pericolo, e... ringrazio la fortuna che m’ha fatto arrivare in +tempo per esser utile a qualcosa.... + +— E dica pure a rendermi un gran servizio, — disse allora donna Fulvia +con un accento solenne e cortese. — Lei dunque troverà naturale e +giusto il mio desiderio di conoscere il nome della garbata persona a +cui devo la mia riconoscenza. + +— Oh, se non si trattasse che di ciò, le domanderei il favore di non +occuparsi neppure del mio povero nome; ma pure farò come le aggrada.... +e domattina, poichè ho lasciato il portafogli a casa, le manderò il mio +biglietto di visita, non dubiti. + +Donna Fulvia abbassò il capo, e non disse altro; un po’ per far capire +al suo interlocutore ch’essa non chiedeva due volte la medesima cosa, e +un po’ perchè cominciava a sentirsi male da capo. + +Arrivati a Milano, trovarono alla stazione il marchese Ettore e la +marchesa Bianca. Il marchese, che conosceva l’umore di sua suocera, +s’affrettò a buon conto a far le maraviglie nel vederla arrivare, +dicendole ch’era venuto con Bianca a salutare degli amici partiti in +quel momento. La marchesa Bianca riconobbe subito Enrico, e poco mancò +non facesse una grande esclamazione; ma Enrico la trattenne a tempo con +un gesto supplichevole, e con l’ammiccarle di star zitta. Donna Fulvia +poteva reggersi appena, e cercava di farsi forte non volendo dire, +lì per lì, il motivo di quel suo pronto ritorno; ma la Cleofe, prese +subito a spiattellar tutto l’accaduto, esclamando a ogni quattro parole +che _Fleurette_ era scomparsa, e che se non ci fosse stato “_quel +signore lì_„ tanto lei che la padrona sarebbero state ammazzate. + +— Tacete, — diceva intanto con un fil di voce donna Fulvia, — andiamo a +casa.... vi dirò tutto.... Sì, bisogna ringraziare _quel signore_.... +ma andiamo a casa.... subito, subito.... + +Il marchese e Bianca, ai quali le parole della Cleofe avevano +aumentato lo stupore e l’agitazione, fatta venir subito la carrozza, +vi adagiarono donna Fulvia; disser piano al servitore che andasse a +chiamar il medico; e pregarono il _gentile signore_ a venire a casa con +loro per conoscere meglio l’accaduto, e per poter meglio ringraziarlo +di quanto aveva fatto. + +Il giorno dopo, donna Fulvia era a letto con un febbrone accompagnato +da qualche accesso di delirio. Per parecchi giorni la casa fu tutta +sottosopra; e Enrico, in tutte l’ore che aveva di libertà, era in casa +di donna Fulvia, chiamato, pregato da tutti, rendendo a quanti c’erano +mille servizi, preziosissimi in quel trambusto, e resi da lui tanto più +grati poichè li accompagnava con una buona volontà inesauribile. Si +pensi quale gioia secreta, quali speranze, fossero entrate nell’animo +d’Enrico vedendosi a un tratto così bene accolto, così festeggiato da +tutti in quella casa! Ma ci fu anche di meglio. Il marchese Ettore, +che a proposito di Cristina, come s’è visto, aveva da un pezzo preso +in cuor suo il suo partito, pensò subito di non lasciarsi sfuggire un +momento così opportuno per avviare le faccende a quella tal conclusione +che, a conti fatti, gli pareva la meno peggio. Il giovane gli era +piaciuto; era modesto, di belle maniere, innamorato, disinteressato, +quale insomma ci voleva; tanto più che alla vocazione di Cristina per +il monastero il marchese persisteva a non crederci. Detto fatto, il +marchese Ettore fece un mattino chiamare a casa sua Enrico; ebbe con +lui un lungo discorso; lo fece tornare il mattino seguente, e dopo un +secondo colloquio d’un paio d’ore, furon veduti uscire insieme dal +salotto, e salutarsi con molte strette di mano: il marchese aveva +l’aria soddisfatta, e Enrico era tutto acceso, e pareva scoppiasse per +la gioia. + +Per alcuni giorni non ci fu altro di nuovo. Enrico era tutto +trasformato; allegro, inquieto, fiducioso, impaziente: e sir Arturo, +una volta al giorno, lo consigliava a trattenere la gioia, a non +scrivere a don Cornelio, e ad aspettare con calma la guarigione di +donna Fulvia, la quale andava lentamente migliorando. Enrico replicava, +e sir Arturo non diceva altro. + +Una mattina sir Arturo non vide venire all’ora solita Enrico; non lo +aspettò, e difilato andò a casa sua. Enrico era nel suo studiolo, +presso la scrivania, col capo tra le mani, e con gli occhi fissi su una +letterina che gli stava spiegata dinanzi. Pareva impietrito, e il suo +sguardo aveva qualcosa di desolato e di spento come di chi sente venir +meno la vita o la ragione. + +La letterina diceva così: + + “_Pregiatissimo signore_, + + “Ho parlato con mia suocera, come eravamo intesi; ma con mio vivo + dispiacere devo dirle ch’essa non ha creduto di accordare quel + consenso che io le avevo chiesto, animato da un vivo e sincero + interessamento per lei. Il rifiuto di mia suocera è assoluto; e non + mi pare che lasci adito a speranze per l’avvenire. + + “Serberò sempre il più grato ricordo dei ritrovi che ho avuti con + lei; e la prego di nuovo ad accogliere i sentimenti di riconoscenza + miei e di mia moglie per tutte le cure e le cortesie ch’ella ha + usate a mia suocera. + + “Accolga i sentimenti della mia maggior stima, e mi abbia sempre + suo devotissimo + + “ETTORE DI CHIARAVALLE.„ + +Il marchese Ettore dicendo d’aver fatta la parte sua con +interessamento, diceva la verità. Alla vocazione di Cristina egli ci +credeva poco, e sapeva che ci credevan poco anche altri; altri che +non ristavano dal domandare ancora al Padre Felice delle informazioni +sulla dote. Sua moglie poi, la marchesa Bianca, aveva pigliato fuoco di +nuovo per il lieto fine del romanzetto della cugina e poteva benissimo +commettere una qualche grossa imprudenza. Era dunque, tutto sommato, +un affare in cui non ci vedeva chiaro; un affare che avrebbe voluto +veder finito presto, col minore dei mali, e tenendone lui la direzione. +Ci si era messo dunque di buona volontà, e con tutte le precauzioni; +fin con quella di far assistere come complice anche il Padre Felice al +discorso, pensato e preparato, che andò a tenere a donna Fulvia. + +Donna Fulvia, appena le fu svelato dal marchese il nome del suo +misterioso protettore, si rizzò sul letto, si acconciò in testa +rabbiosamente la cuffia, e cominciò a fare delle domande ironiche e +delle esclamazioni sdegnose. Poi venne subito a una conclusione; e +la sua conclusione fu che l’accaduto era tutto un intrigo combinato +tra don Cornelio e quel giovinotto; i disordini d’Orobio, le minacce +alla sua casa, la comparsa del salvatore, non erano, a suo dire, che +una trama per arrivare a uno scopo; era chiaro, era certo, e lei ne +era sicurissima. A smovere donna Fulvia da questo ragionamento nel +quale s’era piantata, c’era voluto da prima tutta la pazienza del +Padre Felice, e l’impazienza da ultimo del marchese. Donna Fulvia +finalmente s’era tranquillata, ed era rimasta a udire in silenzio i +suoi interlocutori; poi, venuta al punto di pronunziare una risposta, +aveva detto con una certa solennità e in tono asciutto e severo: — Il +mio consenso a questo matrimonio non ci sarà mai, mai! + +Dopo questo _mai_, diventò più rasserenata e tranquilla; e il medico, +pochi giorni dopo, diede alla famiglia il felice annunzio che donna +Fulvia era entrata in convalescenza. + + + + +XXV. + + +Tre mesi dopo, il sindaco d’Orobio, che cominciava appena a riavere un +po’ di pace dopo i sopraccapi avuti in conseguenza della processione +di don Innocente e delle busse ricevute, — egli diceva date, — in +quell’occasione dai suoi amministrati, colpito ora da un nuovo +avvenimento ben più doloroso si trovava da alcuni giorni a Santa Maria +della Neve a compirvi un mesto ufficio. Era morto don Cornelio, ed egli +era il suo esecutore testamentario. + +La morte di don Cornelio non era stata annunziata da nessuno, ma la +notizia si era sparsa in un baleno, di voce in voce, di casa in casa, +in tutta la valle, come l’annunzio d’una comune disgrazia. I terrazzani +di Orobio e dei paeselli vicini, giovani, vecchi, donne, fanciulli, +erano andati a Santa Maria della Neve, tutti in massa, per il funerale +del buon curato; e la lunga e silenziosa processione era scesa dal +monte portando seco quella salma venerata, per averla sempre vicina +nel camposanto d’Orobio. Nessuno aveva scritto l’elogio funebre di +don Cornelio, nessuno aveva pronunziato discorsi sulla sua tomba; ma +sulle facce avvizzite dal sole e dagli stenti di quella folla che ne +circondava l’umile feretro, scendevano delle lacrime grosse grosse; e +chi aveva una tribolazione in cuore si raccomandava a don Cornelio, per +la sua intercessione, come a un Santo. + +Il testamento di don Cornelio, un testamento di poche righe, era +accompagnato da una lettera diretta al signor Vincenzo.... sindaco +di Orobio, scritta poche settimane prima della sua morte. La lettera +cominciava così: “Carissimo signor Vincenzo. Io muoio povero, tanto +povero che quasi ne arrossisco; non sorrida dunque se l’ho chiamato +mio esecutore testamentario; ma ho pure qualche ultimo desiderio +da confidare, qualche ultimo servizio da chiedere a un amico. E ho +pensato a lei; a lei, che m’ha sempre voluto bene anche quando mi +sgridava, non è vero? a lei, che posso chiamare il mio ultimo amico.„ +E innanzi tutto gli raccomandava, con parole piene di lacrime, la sua +buona sorella Angelica; poi gli parlava di Enrico e di Cristina, e +lo pregava di averli a cuore, di vegliare su loro, di continuare la +parte sua ove potesse; lo pregava di esaminare tutte le sue carte e le +lettere, per abbruciarle o ritirarle come gli sarebbe parso meglio; e +gli raccomandava infine di farlo seppellire nel cimitero d’Orobio ove +riposavano i suoi antichi parrocchiani, i suoi vecchi amici d’un tempo. + +Il signor Vincenzo aveva raccolta in casa sua la sorella di don +Cornelio, e aveva provveduto alle cose più urgenti; poi era andato +a passare alcuni giorni a Santa Maria della Neve per riunire le +masserizie, per esaminare le carte, per adempire, insomma, meglio che +poteva ai desideri del povero curato. Passava delle ore tutto assorto +nel suo pietoso ufficio; e di tanto in tanto nel ripiegare una lettera, +o nel leggere una minuta di don Cornelio, si asciugava gli occhi col +dorso della mano, e poi picchiava un gran pugno sul tavolino. Una +delle prime lettere che gli era venuta sott’occhio, e ch’era l’ultima +ricevuta da don Cornelio, era scritta dal superiore provinciale delle +Missioni per annunziargli la morte del suo antico coadiutore, don +Luigi, ammazzato in un villaggio della China. + +Nella cassetta d’un armadio trovò un fascio di lettere, tutte con la +data del quarantotto. Erano in parte lettere di amici di don Cornelio, +e in parte lettere sue ai suoi di casa, scritte dal campo. Il signor +Vincenzo ci passò una giornata intera su quelle lettere; le leggeva +avidamente, le rileggeva, e non sapeva staccarsene. Si rammentava poco +di quei tempi, poichè non era in allora che un ragazzotto; e quelle +lettere lo trasportavano in un mondo lontano lontano, a respirarvi +un’aria alta e pura di entusiasmo e di patriottismo, che gli ricordava +il cinquantanove, ma che aveva un profumo ancora più acuto di poesia +e di fede. Col fascio delle lettere c’eran le nappine d’oro del +cappello, la medaglia di Pio IX, e una croce di panno rosso, ch’erano i +distintivi di don Cornelio quando fu cappellano dei volontari. + +In un’altra cassetta c’eran le lettere del conte Maurizio, quelle +di Enrico, e di Cristina. Nelle lettere d’Enrico c’era tutto quello +che sappiamo noi, fino alle ultime sue speranze e all’ultimo no +di donna Fulvia. Ma tutto ciò riusciva in gran parte novissimo al +signor Vincenzo, il quale non ne aveva fino allora avuto che quelle +notizie incerte, e quelle induzioni, che correvano nella bottega dello +speziale. Non è a dirsi dunque con quanto interesse aveva lette quelle +lettere; quanto n’era stato commosso; e quanti pugni aveva picchiati +sul tavolino. Ogni volta poi che dava un pugno esclamava: — Ah questa +poi la vedremo! poveri figlioli! Ma se l’han fatta tenere a loro, e al +povero don Cornelio, non la faranno tenere a qualche altro! e questo +_qualche altro_ sarò io! Precisamente! Voglio diventar io il protettore +di quei figlioli! Oh, allora la vedremo! — E aveva già principiato a +mulinare nella mente vari progetti uno più terribile dell’altro. Alla +fine però aveva trovate due lettere che l’avevano messo in qualche +imbarazzo; due lettere di cui non sapeva darsi la spiegazione, e che +gli intorbidavano un po’ le idee appunto sul da farsi. Eran due lettere +scritte da poco, una era di Cristina, e l’altra della Madre Superiora +del suo convento. La lettera della Madre Superiora era questa: + + “Al Molto Reverendo signor curato di Santa Maria della Neve, già + curato di Orobio. + + “Faccio riscontro con la presente alla riveritissima di Lei + lettera, che ho considerata attentissimamente con le deboli mie + forze, e che ho sottoposto anche ai consigli ed ai lumi ben più + fulgidi di persone alle quali ci dirigiamo nei casi riflessibili. + Quando la giovane Cristina, a mezzo della signora Contessa Fulvia + Orsenigo, ci dichiarava la sua improvvisa chiamata e la sua + celeste vocazione, la prefata signora Contessa ben ci preveniva + che qualche mondano attaccamento, e inevitabile disinganno, avesse + potuto influire sulla giovane, e potesse tuttora anche sussistere + in qualche punto dell’animo della medesima. In conseguenza + di ciò, dopo esserci consultate, abbiamo stabilito, come già + ebbesi a fare in qualche altra analoga delicata contingenza, di + differire prudenzialmente con pretesti bene scelti il regolare + incominciamento dell’anno di prova, ossia Noviziato. Imperciocchè + non vogliamo Suore non _chiamate_, nè Novizie disdicentisi. + Devo però dirle parimenti, a di Lei tranquillità ed a comune + edificazione, che la giovane Cristina dimostrò subito un ardore + soprannaturale per la sua nuova vocazione; ardore che può dirsi + vada sempre crescendo, per modo che nella sua innocente semplicità + non sa comprendere come si ponga in certo qual modo freno alla + esecuzione d’un desiderio ch’essa invoca perfino con inquietudine e + con impazienza. + + “Epperò, le informazioni che Ella ci manda, e le sue esortazioni + prudenti e caldissime ci impongono certamente il dovere di una + raddoppiata vigilanza, e continueremo ancora qualche tempo + a fare uno sgradito contrasto alle preghiere della giovane, + contrasto che le renderà tanto più bello e lucente il giorno + dell’accondiscendimento. Ben lieta poi di obbedire ai di + Lei desideri, non mancherò di mandarle notizie e di tenerla + informata sull’andamento dell’animo della giovane, e su quanto + si manifestasse nel medesimo. Ci sarà poi veramente grata la + visita che lei ci promette appena glielo permetterà la salute, + e per questa facendo i miei umili, ma ardentissimi voti, passo + a riverirla con tutto il massimo ossequio, e a rassegnarmi nel + medesimo tempo obbedientissima serva + + SUOR AGNESE + _Superiora della Casa di_....„ + + “P. S. Ho consegnato alla giovane la lettera da Lei direttale, ed + ho permesso alla medesima che le riscontrasse liberamente come a + persona della famiglia.„ + +Questa poi era la lettera di Cristina: + + “_Don Cornelio!_ + + “Ho riconosciuto subito i suoi caratteri dalla soprascritta, e ho + pianto di commozione e di gioia prima ancora d’avere aperta la + lettera. Poi, prima di leggerla, ho cercato il suo nome, e l’ho + baciato come avrei baciato il mio povero babbo. Oh, don Cornelio, + quante vicende, e quante lacrime in così poco tempo! Alle volte mi + passo la mano sulla fronte per destarmi da questo sogno angoscioso; + ma poi la mano ricade, e sono sveglia, e tutto è vero, tutto.... + Oh ma non creda ch’io sia infelice! lo sono stata, è vero, ho + pianto lungamente, ho creduto di morire.... ma poi a un tratto ho + ricevuto una grazia dal Cielo, una grande grazia, e fu una calma, + una serenità, un benessere indicibile, una specie di felicità che + ha inondata tutta la mia anima. Mi affretto a dirglielo perchè non + mi compianga, perchè se ne rallegri con me, e con me ringrazi il + Signore. Oh come mi sento tranquilla e felice! Alle volte, quando + mando un’occhiata fuggevole al passato mi sento quasi ricadere in + quelle angosce che credevo d’avere dimenticate; ma allora corro + subito all’altare della Vergine, o tra le care compagne e le buone + Suore di questa Casa, e subito mi ritorna il sorriso sulle labbra e + la quiete nel cuore. + + “Ho letto mille volte la sua lettera, e l’ho sempre con me. Mi + creda, don Cornelio, anche stamani ho potuto rileggerla tutta, + due volte di seguito, fino in fine, senza piangere, e riflettendo + pacata su quanto lei mi dice con tanta amorevolezza e con tanta + serietà. No, don Cornelio, nessuna esagerazione, nessuna illusione + o esaltamento dell’animo hanno potuto, o possono, farmi velo alla + verità e alla riflessione tranquilla sui miei doveri e sulla mia + vocazione. Quel matrimonio, ch’era stato il mio sogno dorato d’un + momento, mi sembrerebbe ora quasi un desiderio colpevole. La zia + non lo vuole; non me ne disse tutte le ragioni, ma certo devono + essere gravi se il solo pensiero la rendeva così agitata e così + afflitta. E lei sa tutto ciò ch’io devo alla zia! Se il nome del + mio povero, del mio adorato babbo, potè sopravvivere amato e + benedetto, se nessuna accusa, nessun lamento, nessuna ombra ha + potuto offuscarlo, io lo devo alla zia. Ed io avrei dovuto per un + desiderio tutto mio contrariare, offendere, chi nel mio babbo, mi + aveva tanto beneficata? O avrei dovuto mancare alla parola che + avevo data, glielo confesso, a quel mio fratello d’infanzia.... + così buono.... Oh no, no, solo a pensarvi mi si confonde la ragione + come se pensassi a un delitto. Oh, no, mio buon Enrico! + + “In allora, fu in questa contrarietà, in questa lotta di + sentimenti, che mi venne improvvisamente additata dal Cielo la + nuova via che mi condusse dalla disperazione alla pace della + coscienza. Oh, don Cornelio, lo dica anche a lui, a Enrico, ch’io + non soffro più; gli dica ch’io non ho mancato così a nessuno de’ + miei doveri; che mi perdoni se lo afflissi.... perchè ne son sicura + che anch’egli ha pianto; gli dica che il pensiero del suo perdono + sarà un gran conforto per me. Gli dica che non lo dimenticherò. + + “Ora mi sforzo, è vero, di non pensare più a lui, ma quando avrò + pronunziati solennemente i miei voti, e avrò così rafforzata + maggiormente l’anima mia, allora, mi pare, potrò guardare più + serena il passato, allora potrò mandare anche a lui un pensiero più + frequente di affetto fraterno e celeste. + + “Sospiro quel giorno, giorno di pace per sempre. L’ottima nostra + Superiora, non so perchè, me lo ritarda. È certamente una maggior + prova che vuole da me. Obbedisco rassegnata pensando che questa è + oramai la mia unica contrarietà. + + “Don Cornelio preghi per me. Mi saluti la signora Angelica, e le + dica che la rammento sempre, che la stringo al cuore, e, come una + volta, la soffoco di baci. Mi saluti tutti, mi ricordi a tutti. Oh + quante volte alle rondinelle che passano, — andate, dico loro, a + posarvi, rondinelle, sul campanile del mio paese, e gridate a tutti + un saluto di Cristina.... Andate, rondinelle, nella mia casa, nella + cara mia casa, e fateci voi il vostro nido felice!... + + “Don Cornelio, le domando genuflessa la sua benedizione. Mi scriva + ancora, qualche volta ancora.... mi scriva presto.... Il Cielo ne + lo rimunererà. + + “CRISTINA.„ + +Il signor Vincenzo aveva letto un par di volte questa lettera, e +nel ripiegarla tutto commosso, si era domandato: “Com’è questa +faccenda?„ Poi ci aveva pensato su; ma ci si imbrogliava.... “Che +questa fanciulla, diceva tra sè, volesse farsi monaca davvero?„ E +questo dubbio lo sconcertava non poco; bisognava dunque rinunziare al +raccapriccio d’aver scoperta una trama di monache e di preti, e alla +gloria dello sventarla; bisognava rassegnarsi a non far nulla. Ma anche +questa conclusione non gli piaceva; e di tanto in canto esclamava tra +sè: “Eppure un mistero ci deve essere, ed io ci andrò in fondo.„ + +“Io ci andrò in fondo!„ andò ripetendo il signor Vincenzo per parecchi +mesi, cercando sempre, senza trovarlo il bandolo per cominciare. Ma +bisogna anche dire che il bandolo più facile e naturale, il bandolo +indispensabile, gli era sfuggito di mano, e non l’aveva più potuto +ritrovare. Egli aveva scritto subito a Enrico per partecipargli la +morte di don Cornelio, ma non aveva ricevuta risposta; gli aveva +scritto da capo, e allora gli era venuta una lettera di sir Arturo, +nella quale secco secco gli si diceva che Enrico era gravemente +ammalato. Dopo qualche tempo scrisse ancora; scrisse più volte, ma la +risposta non veniva mai. + +In quel frattempo, il signor Vincenzo aveva anche provveduto a onorare +più che poteva la memoria del suo povero amico. Aveva scritta e fatta +stampare una commemorazione; aveva mandate delle corrispondenze ai +giornali della provincia, e promossa una sottoscrizione per mettere +una bella lapide alla memoria di don Cornelio nel cimitero d’Orobio. +La lapide gli aveva procurato dei dispiaceri con lo speziale, il quale +voleva farci incidere una sua lunga iscrizione in latino. — Che latino! +— diceva il signor Vincenzo, — all’iscrizione ci ho pensato io. Poche +parole.... ma che diranno molto a chi _capisce il latino!_ — E pare che +don Innocente quel latino l’avesse capito perchè sulle prime ci aveva +arricciato il naso; ma poi aveva finto d’essersi sbagliato vedendo che +il sindaco pigliava foco. + +Ma intanto passavano le settimane, passavano i mesi, e il signor +Vincenzo non era riuscito a far nulla per quei due figlioli che gli +aveva tanto raccomandati don Cornelio; non era riuscito neanche a +principiare, neanche a sapere s’eran vivi o s’eran morti. Nè sir +Arturo, nè Enrico non avevano risposto più. Il signor Vincenzo +cominciava a essere malcontento di sè, e quando la signora Angelica, +con uno sguardo pieno di malinconia, lo guardava in silenzio come se +aspettasse da lui una risposta, egli si fingeva subito lontano le +mille miglia; tanto aveva capito. Cominciava insomma a sentire un po’ +di rimorso; e siccome poi amava le risoluzioni energiche, così un +bel giorno decise di mettersi definitivamente all’opera, e di fare +un progetto. Da quel momento egli non pensò più che al suo progetto; +pensò, discusse con sè medesimo, fece e disfece propositi e disegni, +s’impazientò parecchie volte, buttò via ancora alcune settimane, ma +alla fine il disegno riuscì completo. Era un disegno che gli pareva +proprio perfetto; pieno di astuzia e di previdenza, di domande avvedute +e di risposte evasive, di discorsi concilianti, e di propositi fermi; +un disegno in cui tutto era preveduto, fin la più piccola contrarietà +la quale trovava subito accanto il suo ripiego; un disegno che +cominciava con le buone, ma che poteva anche finire con un ratto, con +una fuga, con un dramma. Per mettere in esecuzione questo disegno +bisognava naturalmente andare a Milano, e rimanerci qualche tempo. +Non era affar da nulla, ma era un affare deciso, e il signor Vincenzo +si mise energicamente a fare i preparativi della partenza. Finiti i +preparativi, fatta la valigia, salutati gli amici, il signor Vincenzo +era sulle mosse, quando una grande notizia, una notizia che non era +preveduta nel suo disegno, venne improvvisamente a fargli sospendere +la partenza. Un telegramma del Valassina, risaputo in pochi minuti da +tutto il paese, annunziava la morte di donna Fulvia. + + + + +XXVI. + + +Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia. Questa notizia +venuta così improvvisamente, quando gli amici di casa avevano appena +finito di congratularsi per la sua guarigione, fu un avvenimento non +piccolo per il paese d’Orobio, per la parentela, pei conoscenti, +e per quei gruppi di persone che stavano intorno a donna Fulvia. +L’impressione fu grande, ma diciamolo pur subito, fu una impressione +di stupore più che di dolore. Tutti a una voce magnificavano le +virtù della defunta dama, tutti ne deploravano la perdita, tutti si +sforzavano di parere afflittissimi, ma nessuno versava una lacrima. E +passato quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò, si dileguò +rapidamente. La memoria di donna Fulvia non aveva radici in quell’unico +terreno che le conserva e ravviva, quello del cuore. A molti, anche +tra i suoi beneficati, parve ora di respirare più liberamente; e anche +sulla sua tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna Fulvia fosse +stata un po’ meno benefica!„ + +Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero l’ordine che si facesse +un gran funerale anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne +la direzione. Per una settimana il paese fu tutto in movimento; venne +da Milano un paratore di grido, e l’antica e modesta chiesetta di don +Cornelio scomparve sotto un subisso di drappi neri e di tele dorate, +di cartelli, di stemmi, di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto +nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle parature per tre +giorni di seguito. La buona gente veniva a vedere e ad ammirare anche +dai paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan piantate le +loro botteghe in piazza; e gli oziosi facevano i conti valutando i +parati a sacchi di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i preti +che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi, e non ne mancava uno; meno +don Prospero. Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la peronospora +fa stragi anche nella sua valle, don Prospero non è più lui; è +malinconico, è arrabbiato; ha ben altro pel capo che i passatempi, come +dice lui; e nessuno non lo vede più, nè per vivi, nè per morti. + +Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli diede il funerale, non +dimenticò il suo disegno: e lieto della venuta del Valassina, che +nel suo disegno doveva avere una parte principalissima, gli si mise +d’attorno, gli fece la corte, e con tutte quelle astuzie che aveva +meditate cercò di farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò che +gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a sentir lui, non sapeva niente +di niente; non sapeva niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di +nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che s’era detto. Il sindaco +non si scoraggì; e pieno di fiducia nella propria energia e nel proprio +disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo del funerale e poi +d’andare diviato a Milano. + +Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era sulle mosse per la +seconda volta, quando improvvisamente una brutta notizia venne a +trattenerlo, e a fargli prendere poco dopo tutt’altra strada. Era morto +in un paese della provincia di Cremona un suo cognato lasciando molti +figli, molte faccende avviate e molti affari imbrogliati. Lettere sopra +lettere lo chiamavano urgentemente, e dovette risolversi a metter +da parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò che dopo due +settimane, per assestare qualche suo interesse, ma annunziando che +ripartiva subito, e che avrebbe dovuto rimanere assente per un pezzo. +Diede anche la dimissione da sindaco. Fu un momento di dolore e di +incertezza; ma il buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire +a esser utile alla patria lasciò dare per ora il tratto alla bilancia +dai doveri della famiglia. + +La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò soddisfatto d’aver compiuta +bene la sua missione, ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie volte, +durante quei mesi, era corso col pensiero, e con un certo rimorso, a +Cristina, a Enrico e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi più. +Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria nativa, e non c’era +dunque da pensare a ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto +mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di dodici dopo quella di don +Cornelio; oramai non ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi. +Così in cuor suo cominciava a poco a poco a rassegnarsi, esclamando +qualche volta tra sè: “Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata! +Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di là, o è in Inghilterra! Che +fatalità! Ma!...„ + +Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato, se ne stava nel +suo studiolo discorrendo con lo speziale, e passando in rassegna +gli errori del suo successore, il nuovo sindaco; quando a un tratto +sentì la voce d’_Ugolino_ che abbaiava in un certo modo diverso dal +consueto. _Ugolino_, ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor +Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non era più quel di prima; era +malinconico, usciva poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava +sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa volta invece abbaiava con +quanta voce gli rimaneva, abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si +capiva che intanto correva per la casa cercando o chiamando qualcuno. +Il signor Vincenzo capì che si trattava di qualcosa di straordinario; +si rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio, sentì un grido +e delle esclamazioni che venivan dalla corte. Scese in fretta, e a +piè della scala vide Angelica che con una insolita effusione di gioia +abbracciava una signora, e anche un signore, che avevan l’aspetto di +forestieri arrivati in quel punto. + +Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo, tra infinite esclamazioni +di sorpresa e di maraviglia, stringeva nelle sue braccia i nuovi +venuti, scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione +e di gioia: pareva che scoppiasse anche lui per la consolazione! Poi +tacquero a un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si guardaron +in viso, e i loro occhi si riempirono di lacrime: tutto era detto tra +loro. + +Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran venuti a Orobio per +salutare i loro buoni amici, e per portare una corona di fiori sulla +tomba di don Cornelio. + +Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e li avrebbe anche voluti +trattenere un po’ di giorni, ma dovette accontentarsi della promessa +che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri d’Enrico +l’avrebbero permesso. Passarono quella serata fino a mezzanotte, +seduti tutti e quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso +d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata ch’era scorsa +per ciascuno di loro piena di vicende, di dolori e di sorprese. La +Signora Angelica ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar Cristina +e dal pronunziare il nome del povero don Cornelio; poi mandava +benedizioni anche al marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte +di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal convento, era andato +in cerca d’Enrico, e aveva combinato il matrimonio. _Ugolino_ se +ne stava accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le orecchie +tese, come se facesse la guardia per non lasciarsela portar via; e +il signor Vincenzo discorreva, ora a voce alta con tutti, ora piano +con Enrico, e lo informava degli avvenimenti più recenti d’Orobio e +degli spropositi del nuovo sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina +si accomiatarono per andare a letto, volle trattenersi un poco ancora +con Enrico, a quattr’occhi, curioso di sapere com’era andato l’affare +del convento, e desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico gli +raccontò in breve le difficoltà che c’eran state, e tutta la prudenza +che c’era voluta per far desistere Cristina dalla sua nuova risoluzione +in cui credeva di aver impegnato la sua parola e la sua coscienza, e +per ricondurla gradatamente alla vocazione vera e profonda del suo +cuore. Il signor Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli il suo +disegno. Il suo disegno era completamente riuscito, e gli pareva dunque +che gliene venisse anche a lui la sua parte di merito. Ma il disegno, +come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene tutti i particolari +gli bisognò trattener Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli +scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo alla sua camera. + +La mattina seguente, per tempo, si recarono nel camposanto. La lapide +di don Cornelio era tutta coperta di corone, in parte appassite, in +parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione che ci aveva +fatto scolpire il signor Vincenzo, e che diceva così: + + A DON CORNELIO SACCHI + BUON SACERDOTE, BUON CITTADINO + CHE PER TRENT’ANNI + FU PARROCO AMATISSIMO D’OROBIO + E MORÌ NEL 1880 + ULTIMO IN QUESTA VALLE + DEI PRETI PATRIOTTI DEL 1848. + +Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato al braccio del +signor Vincenzo, rimasero, muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide +di don Cornelio, compresi da quel risveglio di ricordi e di affetti, da +quel sentimento di desolazione e di speranza che aleggiano intorno alla +memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle loro tombe. + + + FINE. + + + + +NOTE: + + +[1] _Manuale Exorcistarum ac Parochorum, auctore_ R. P. Candido +Brugnolo Bergomensi. — _Bergomi. Tipis Rubei_ MDCLI. + +[2] _Manuale exorcistarum, Quaestio VII_, pag. 411. + + + + + +Nota del Trascrittore + +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo +senza annotazione minimi errori tipografici. + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77574 *** diff --git a/77574-h/77574-h.htm b/77574-h/77574-h.htm new file mode 100755 index 0000000..681a644 --- /dev/null +++ b/77574-h/77574-h.htm @@ -0,0 +1,11475 @@ +<!DOCTYPE html> +<html lang="it"> +<head> + <meta charset="UTF-8"> + <meta name="viewport" content="width=device-width, initial-scale=1"> + <title>Il curato d'Orobio | Project Gutenberg</title> + <link rel="icon" href="images/cover.jpg" type="image/x-cover"> + <style> +body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} + +p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} +.blockquote {margin: 1em 7.5%; font-size: 95%;} +p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;} +p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;} +.center {text-align: center; text-indent: 0;} +.title {text-align: center; font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 3em;} + +div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} +div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} +div.titlepage p {text-align: inherit;} +div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;} +div.verso p {text-align: inherit;} +div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} +div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} + +h1,h2 {text-align: center; font-style: normal; +font-weight: normal; line-height: 1.5;} +h1 {font-size: 150%;} +h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} + +hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} +hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;} +hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} +.x-ebookmaker hr.silver {display: none;} + +a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} +div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} +.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} +div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} +div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} +div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} + +.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} + +.pad4 {margin-top: 4em;} +.pad2 {margin-top: 2em;} +.pad1 {margin-top: 1em;} + +.small {font-size: 85%;} +.large {font-size: 115%;} +.x-large {font-size: 130%;} +.main-t {font-size: 200%;} +.smcap {font-variant: small-caps;} +.lowercase {text-transform: lowercase;} + +.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; + margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} +.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} +.tnote p {padding: 0 1em;} +</style> +</head> +<body> +<div style='text-align:center'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77574 ***</div> + +<div class="booktitle"> +<h1> +IL CURATO D’OROBIO +</h1> +</div> + +<hr class="silver"> + +<div class="titlepage"> +<p class="main-t"> +IL CURATO D’OROBIO</p> + +<p class="pad2">RACCONTO</p> + +<p class="pad1 small">DI</p> + +<p class="pad1 x-large">G. VISCONTI VENOSTA</p> + +<p class="pad4">MILANO<br> +<span class="small">FRATELLI TREVES, EDITORI<br> +1886.</span></p> +</div> + +<div class="verso"> +<hr class="mid"> +<p>PROPRIETÀ LETTERARIA</p> + +<p>Diritti di traduzione riservati.</p> + +<p>Milano. Tip. Treves. +</p> +<hr class="mid"> +</div> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p> + +<p class="title">IL CURATO D’OROBIO</p> + +<h2>I.</h2> +</div> + +<p>Camminavano insieme da oltre mezz’ora, senza +aprir bocca, don Cornelio Sacchi curato di Orobio, +terricciuola d’una vallata di Lombardia, e un +giovane prete, don Luigi, ch’era il suo coadiutore: +li precedeva un canino pomere, dalla coda arricciata +e dagli occhietti vispi, ch’era il solito +battistrada di don Cornelio.</p> + +<p>Don Luigi era andato incontro al curato, il +quale scendeva per una ripida stradetta da un +alto e lontano poggio del monte; poi s’era unito +a lui per fargli compagnia fino a casa. — Oh, +don Cornelio, doveva mandar me! — aveva detto +don Luigi al curato. — Lei è andato fin lassù, +m’immagino... fino a Santa Maria della Neve, a +visitar quel vecchio che sta male! Capisco... ma +due ore di strada, e d’una strada così cattiva, +<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> +per lei che stamane era così poco in gambe. Sarei +andato io....</p> + +<p>— Grazie, don Luigi, grazie... ma fin che si può +si va! — aveva risposto don Cornelio. E continuando +a camminare, senza aggiunger altro, era +tornato in silenzio al filo de’ suoi pensieri.</p> + +<p>Don Luigi non ebbe il coraggio d’insistere di +più; e camminando sempre in silenzio anche lui, +cercava di mostrare al curato il suo rispetto col +lasciargli la parte meno cattiva dell’acciottolato, +tenendo per sè i sassi più acuti e smossi. Cominciava +a levarsi la brezza foriera del tramonto, e +don Cornelio, nel mandare di tanto in tanto un +sospiro, ne sorbiva delle lunghe boccate; poi, +scoprendosi il capo, sprigionava una bella matassa +di capelli, tutti bianchi ma ancor folti, che +sollevati dalla brezza davano in quel momento +l’immagine dei pensieri confusi, agitati, che gli +passavano per la mente. E su di essa era facile +leggere una nuova espressione, ch’era in contrasto +coi lineamenti calmi e gioviali del viso, l’espressione +d’un dolore nuovo e profondo. Don +Luigi che sapeva quanto fosse grande l’afflizione +del suo curato, e che ricordava di che poco frutto +erano state in quei giorni le sue parole di conforto, +camminava in silenzio, cercando un’occasione, +che non veniva, per avviare qualche discorso.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span></p> + +<p>E siccome i nostri due personaggi li vedremo +scendere per la stradetta un pezzo ancora prima di +cavar loro una parola, così profitteremo del tempo +per dir noi intanto qualcosa sul conto almeno +d’uno di loro.</p> + +<p>Don Cornelio era curato nel paesello d’Orobio +da trent’anni: c’era venuto per forza, e +poi c’era rimasto per sua elezione. Nel 1848, +caldo d’amor patrio, aveva preso parte agli avvenimenti +d’allora, per quel tanto almeno che si +riferiva alla città dov’egli in quel tempo viveva. +Amato da tutti, avevan voluto che seguisse come +cappellano il battaglione de’ volontari della provincia. +E don Cornelio con due stivaloni, con una +croce di panno rosso sul petto, con la medaglia +di Pio IX che gli pendeva dal collo, col fiocco +d’oro e con le penne nel cappello, non aveva fatto +per quattro mesi che camminare sebbene vicino +ai quarant’anni, che è l’età dei forti pensieri più +che delle forti marcie militari. Finita la campagna, +un colonnello boemo, che governava la città +di don Cornelio, trovò opportuno di mettere sotto +catenaccio anche il nostro cappellano. Il vescovo +della provincia, il vescovo che c’era in quel tempo, +prese le parti di don Cornelio; ebbe il muso duro +più del colonnello boemo, e don Cornelio uscì di +gabbia, ma dovette farsi uccello di bosco. Fu allora +che lo mandarono a Orobio, ch’era il paesello +<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> +più lontano dalla città dove ci fosse una +cura vacante.</p> + +<p>L’avvenimento, che dopo alcuni anni fece +d’Orobio non più il luogo d’esilio ma il soggiorno +di elezione di don Cornelio fu la venuta +d’un brav’uomo, la cui amicizia gli avrebbe +fatto parer bello qualsiasi Orobio anche peggiore +del suo. Il brav’uomo era un certo conte Maurizio +d’Orsenigo, il quale aveva in Orobio un bel +palazzotto antico, e nei dintorni l’antico patrimonio +della famiglia, arrivato fino a lui, ma facendo +acqua dai fianchi, come una nave logora. +In questa nave avevano aperta una nuova e più +larga breccia gli avvenimenti del quarantotto, +gli anni dell’esilio, e dei sequestri: e il conte +Maurizio, a cui non reggeva l’animo di staccarsene, +rimpatriato passava in Orobio parte dell’anno, +sperando col farsi campagnolo di tenerla +a galla alla meglio. Alcuni anni dopo, era rimasto +vedovo, con una bambina, e d’allora in poi +non s’era più mosso. Non c’era voluto molto a +diventar amici, lui e don Cornelio. L’uno e l’altro +avevano il cuore buono e generoso; l’uno e +l’altro avevano un egual sentimento nell’animo, +tenuto acceso con eguale ardore, con eguali speranze: +l’amore d’Italia. Vissero insieme per più +di vent’anni; divisero giorno per giorno i dolori +e le gioie che si avvicendarono in quei tempi, +<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> +servendo con amore assiduo, nel loro umile paesello, +in tutto quel poco che potevano, la causa +della patria e del bene.</p> + +<p>Ora don Cornelio era rimasto solo. Otto giorni +prima, il 7 marzo 1878, in quell’ora stessa del +tramonto, in cui l’abbiam veduto scendere con +don Luigi dalla montagna, il suo amico era morto.</p> + +<p>Don Cornelio e don Luigi erano giunti a un +punto dove la strada facendosi meno ripida conduceva +a uno spiano su cui c’era una casuccia, +chiamata la Tavernella, e ch’era uno dei punti +d’approdo di quei d’Orobio quando sulla sera +andavano a far quattro passi, e a berne un bicchiere. +E infatti, c’erano degli avventori anche in +quel momento: alcuni se ne stavano seduti intorno +a una tavola presso la porta della Tavernella +e giocavano alle carte; altri giocavano alle +bocce su quel po’ di spiano che c’era. Don Cornelio, +che proprio n’avrebbe fatto a meno, dovette, +rallentando il passo, ricambiare i saluti +gioviali di quei delle carte e di quei delle bocce: +alcuni dei quali poi si ostinavano calorosamente +a offrirgli da bere, e a chiamar l’oste, anche dopo +ch’egli, ringraziatili, s’era scostato tirando diritto +per la sua strada.</p> + +<p>I giocatori, appena don Cornelio fu lontano, +si abbandonarono alla più chiassosa ilarità. — Don +Innocente! — gridavano a una voce — Venga +<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> +fuori don Innocente! — E don Innocente, +ch’era un prete di quelle vicinanze, in maniche +di camicia e con le bocce in mano, se ne tornava +intanto in mezzo a quelli della sua brigata, i +quali continuavano a assordar l’aria con esclamazioni +e risate che non finivan più. Quelli invece +che giocavano alle carte si contentarono +di mandare un’occhiata verso il crocchio, dove +si faceva tanto chiasso, continuando tranquillamente +la loro partita e la conversazione.</p> + +<p>— Ve lo dirò io perchè ridono laggiù, — diceva +uno di questi, lo speziale d’Orobio, rispondendo +al suo vicino ch’era un mercante d’una grossa +borgata della provincia. — Ridono di quel prete +che se l’è svignata dietro l’osteria....</p> + +<p>— Ah! quel prete bassotto, dalla faccia rubizza, +volete dire? che a vederlo bere fa allegria! — domandò +il mercante.</p> + +<p>— No, no, — riprese lo speziale, — ridevano +dell’altro. Quello che dite voi è don Prospero, +fratello dell’oste di Costamezzana....</p> + +<p>— Dell’oste al <i>Pomo d’oro</i>?</p> + +<p>— Precisamente. Oh, don Prospero se ne infischia, +e quand’è sul gioco non se la svigna. +Ridevano di quell’altro, di quel magro, allampanato, +dalla faccia smorta, e che è don Innocente +cappellano di Sant’Ilario. Or dovete sapere che +don Innocente ha due gran gusti, esorcizzare gli +<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> +spiriti e giocare alle bocce. Non farebbe altro! +Diavoli e bocce! Ma poi quando gioca non vuol +che lo vedano gli altri, ad eccezione s’intende +di don Prospero ch’è il suo collega. Peggio poi +a lasciarsi vedere dal nostro curato, da don Cornelio!</p> + +<p>— Il quale gli avrà proibita anche quella partitina +alle bocce. Ho capito, ho capito, — continuò +con gravità il mercante, — avete anche +voi altri un curato clericale. Eh, ne abbiamo anche +noi, nei nostri paesi, di questi preti dell’infallibilità.... +Basta... oste! un pezzetto di cacio, e +un’altra mezzetta....</p> + +<p>— Oibò, oibò, v’ingannate! — saltò su il signor +Vincenzo ch’era il sindaco d’Orobio. — Il +bacchettone è l’altro! ed è perciò che non ha voluto +lasciarsi vedere da don Cornelio... il quale, +non dico già che sia quel curato <i>civile</i>, di quella +religione... che so ben io... ma, per i tempi che +corrono, bisogna contentarsi, e non se ne può +dir male. È prete; e su questo punto non vuol +sentir ragioni, neanche da me che gli sono amico +da anni. Però negli affari pubblici è tollerante, +e — soggiungeva con serietà dopo una pausa, — non +contrasta il mio programma. Per cui, in complesso, +si può dire che c’è in Orobio buona intelligenza +tra l’autorità civile e l’ecclesiastica. +Insomma è un brav’uomo; non è vero? — e guardava +<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> +lo speziale e il quarto compagno ch’era il +dottore del paese.</p> + +<p>— È un <i>buon uomo: bonitas bona res, sed non +sufficit</i>, — rispose il dottore che amava gli aforismi, +i quali poi alla loro volta gli procuravano +qualche consulto fuori di paese.</p> + +<p>— Ben detto, ben detto, — soggiunse lo speziale, +ch’era sempre del parere del medico d’Orobio, +e dei medici di qualsiasi altro paese dove +non ci fosse una spezieria.</p> + +<p>— Scusate, — continuò con calore il signor +Vincenzo, — ve lo dico una volta ancora, su questo +punto non siamo d’accordo. Il nostro curato — e +si rivolgeva al mercante — è un prete, è +vero, ma è un brav’uomo; è un vecchio patriotta, +e quanto poi a cuore e a generosità... — E fissava +da capo il dottore.</p> + +<p>— Non nego, — replicava il dottore continuando +a giocare, — ma è un uomo che si perde +nei particolari, nelle inezie, nelle minuzie.</p> + +<p>Il dottore d’Orobio aveva un grande disprezzo +per le cose piccole di questo mondo: non prendeva +in considerazione che la Natura e l’Umanità; +meno quando c’era la passata delle quaglie, perchè +era cacciatore. Per l’Umanità poi il suo culto +era così grande che dedicava a lei sola per lo +meno un aforisma al giorno. Non vedeva altro: +gli individui, compresi gli ammalati del comune, +<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> +non erano per lui che atomi, vilissimi atomi, per +i quali non valeva la pena di pigliarsela troppo +calda. Ma per la Scienza e per l’Umanità cosa +non avrebbe fatto!... Si sarebbe contentato anche +d’un posto all’ospedale d’una qualche città.... Ma, +qualche anno prima, un esaminatore, un atomo, +lo aveva rimandato, concludendo anch’esso con +un <i>non sufficit</i>.</p> + +<p>Lo speziale aveva fatto cenno col capo replicatamente +di aderire al giudizio pronunziato dal +dottore su don Cornelio. Anche lo speziale sprezzava +le inezie. Quand’uno veniva nella sua spezieria +egli guardava, per prima cosa, se aveva in +mano i quattrini; e se non li aveva, — Andate +là, andate là, — soleva dire, — risparmiate i rimedi; +malucci da nulla, <i>inezie</i> da non badarci! — E +licenziava l’avventore.</p> + +<p>Qualcuno dunque che in Orobio si occupasse +delle inezie, ci voleva. Se ne occupava di solito +don Cornelio, il quale, nelle cose di minore +importanza, s’intende, si vedeva fare alla meglio +da medico, da speziale, da infermiere, e +fin da avvocato. La povera gente non cessava +di benedirlo; ma poi v’era anche, come s’è visto, +chi arricciava il naso.</p> + +<p>Il sindaco, che non era tra questi, non rispose +al dottore, e avrebbe voluto mutar discorso. Ma +il mercante domandò di nuovo: — E quel pretucolo +<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> +magro e smorto ch’era col curato, è roba +vostra anche quella?</p> + +<p>— È il coadiutore, — rispose lo speziale.</p> + +<p>— Che collo torto! — continuò il mercante. — Ma +gli è che adesso a un seminarista si direbbe +che gli fanno fare apposta anche la faccia! Ne +vedete voi di queste facce agli altri?</p> + +<p>— Bisognava vederlo qualche mese fa quando +ce l’han regalato! — soggiunse lo speziale. — E +bisognava anche sentirlo!</p> + +<p>— Ma don Cornelio gli ha già mezzo raddrizzato +anche il collo, — saltò su il sindaco. — Lasciate +fare a lui!</p> + +<p>— Vedremo poi alla fine chi dei due la darà a +bere all’altro — sentenziò gravemente il dottore.</p> + +<p>— Oh quanto al bere i preti son tutti professori! — esclamò +il mercante, ridendo ch’era un +gusto. — A proposito, oste, un’altra mezzina, che +ci si beve bene su questo cacio.... Perchè, come +dicevo, quanto al bere bisogna proprio fare di +cappello ai nostri preti.... ma non così quanto al +vestire, — e si fece serio. — Una volta qualche +pezza di panno fine la ci voleva anche per i nostri +preti di campagna, ma adesso tutta saia!</p> + +<p>Don Cornelio e il suo coadiutore, continuando +per la stradetta che conduceva al piano, erano +intanto arrivati a un piccolo poggio dove improvvisamente +si affacciava un lungo tratto della +<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> +valle. Chi passava di lì, ci fosse pure passato mille +volte, rallentava il passo, mandava una lunga occhiata +a quella scena che gli si parava dinanzi, +e faceva volontieri una fermatina, parendogli +quasi di riposar meglio che altrove; e intanto correva +subito con l’occhio a discernere il suo campanile, +la sua casuccia, il suo camperello, tra i +casolari, le chiesuole e i poderi che si vedevan +sparsi sulle falde dei monti, e sul piano della +valle: e quando gli aveva ravvisati, si rimetteva +più lieto in cammino, come chi s’è imbattuto in +qualcuno a cui voglia bene. Don Cornelio s’era +fermato, s’era seduto su un muricciolo, e levatosi +il cappello guardava mestamente la valle, intanto +che il suo compagno guardava lui di sott’occhio, +pur avendo l’aria di contemplare anch’esso gli +ultimi sprazzi di sole che mano mano abbandonavano +le cime dei monti. Quella scena tutta all’ingiro +si faceva sempre più severa e più silenziosa; +e non s’udiva più che il lontano rumore +del torrente che serpeggiava sul fondo della +valle.</p> + +<p>— Ecco, io seduto qui, e lui su quel sasso,... — prese +a dire don Cornelio al suo compagno rompendo +a un tratto il silenzio; — proprio su quel +sasso lì!... Quante volte io e lui, il povero conte +Maurizio, si guardava a quest’ora giù nella valle... +o si fissavano le ultime cime lucenti, e quelle già +<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> +brune, e le prime stelle!... Allora, oh allora tutto +quello che c’era dentro di noi... tutto veniva come +a galla... e fossero pure delle inezie bisognava +proprio dircele tutte l’un l’altro! Ma anche le +inezie dette in quel momento parevano tutt’altra +cosa... e se non ce n’erano di nuove, si riandavano +le vecchie; tanto il cuore si allargava nel dirle. +Alle volte poi si diceva anche qualche barzelletta, +e allora era un ridere, un ridere... — E così dicendo, +don Cornelio si asciugava col dorso della +mano una grossa lacrima che gli scendeva sul +viso. — Ecco, don Luigi, guardate là in fondo, — riprese +don Cornelio dopo una pausa, — dove +c’è quell’ultima vetta, più in su, ecco la prima +stella della sera. Prima del 1859, il conte Maurizio +quando vedeva comparire quella stella: +“Ecco la stella d’Italia! esclamava; e fino a +quando la vedrò comparire, — diceva, — io continuerò +a sperare!„ Diceva così il mio povero +amico. E a quei tempi, e anche dopo, quando si +cominciò a vedere che la stella era proprio con +noi, qui, dove nessuno ci ascoltava, ci dicevamo i +nostri timori, le nostre speranze: lui, faceva e rifaceva +a modo suo l’Europa; io, persuadevo il +Papa, e tra tutti e due si metteva insieme l’Italia. +Oh, le belle serate!... Andiamo, — soggiunse don +Cornelio, dopo una pausa, alzandosi. — Quella +nebbiolina che si leva laggiù nella valle comincio +<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> +già a sentirmela nelle ossa... e mi dà i brividi. —</p> + +<p>Don Luigi aveva seguite le parole del curato in +silenzio, e con gli occhi attenti e fissi. Nel suo +sguardo di solito umile, spento, s’era visto brillare +una improvvisa espressione di entusiasmo e +a un tempo di terrore. Alle ultime parole di +don Cornelio si scosse, e si rimise in via chinando +di nuovo gli occhi a terra, e tacendo: ma non +scomparve così presto quella fiamma che gli si +era improvvisamente accesa sulle pallidissime +guance. La breve commozione di poco prima aveva +ridestato nel suo pensiero l’eco di sentimenti altre +volte combattuti, respinti, e che ora cominciava +ad accogliere, ma con l’animo agitato e +trepidante.</p> + +<p>— Ehi, don Cornelio! Don Cornelio, don....</p> + +<p>Il curato e don Luigi avevano fatto pochi +passi, quando si sentirono chiamare da qualcuno, +che scendeva per la medesima strada, e +li voleva raggiungere. — Che gambe, don Cornelio!... +Si capisce che loro signori vanno a +cena! Che gambe! —</p> + +<p>Chi esclamava così era un certo don Prospero, +un prete ilare e rubizzo, e che, essendo +anche grosso e bassotto, arrivava in quel punto +tutto trafelato, avendogli il compagno, ch’era +con lui, fatto affrettare il passo. Il compagno +<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> +era don Innocente, quello della partita alle +bocce.</p> + +<p>— Hanno fatto una lunga camminata anche +loro, eh? — prese a dire don Innocente in tuono +mellifluo, e con le mani giunte sul petto. — Benissimo, +benissimo.</p> + +<p>— Vengo da Santa Maria della Neve, — rispose +don Cornelio.</p> + +<p>— Per bacco! — esclamò don Prospero. — Noi +siamo stati più discreti; però, quell’ultima partita +m’ha fatto sudare più che....</p> + +<p>— Da Santa Maria della Neve! — esclamò don +Innocente per interrompere il compagno. — E +noi non si voleva fare che quattro passi, ma poi +un passo dopo l’altro, ci siam trovati alla Tavernella.</p> + +<p>— Ma per un pezzo non ci torno più, — soggiunse +don Prospero. — Ci si beveva un bon vinetto +tempo fa, ma l’hanno tagliato... Loro dicon +di no, ma a don Prospero non la si dà ad intendere. +Manco male che l’ho fatto pagare qui all’amico... +ma ho dovuto sudare!</p> + +<p>— E una chiacchiera dopo l’altra, s’è fatto +tardi, — continuò don Innocente. — Ma, come +si fa! si incontra gente, e chi ne conta una, chi +ne conta un’altra. In questi giorni poi è un gran +discorrere che si fa; non si parla che del conte +Orsenigo!... Quante non se ne sentono!... Oh, ma +<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> +lei, don Cornelio, ne saprà più di tutti, lei ch’era +amico del conte.... — E fece una pausa; poi, vedendo +che don Cornelio non rispondeva, continuò: — Dicono +che sia andato al Creatore +senza lasciare un soldo... Oh, ma io non lo credo... +un signore tanto ricco!... non le pare, don Cornelio?</p> + +<p>— Da un pezzo non era più ricco il povero +conte, — rispose il curato. — Ha avute tante +disgrazie! E queste anzi finirono col troncargli la +vita; ma non erano riuscite a vincer mai quel +suo gran cuore, così buono, così generoso, così +benefico!</p> + +<p>— Ma.... e si può sapere dove è andato a affogare +tanta grazia di Dio?... A sentir la gente... +cosa non si dice!... quante non se ne contano!</p> + +<p>— E voglio credere, — riprese con vivacità +don Cornelio, — che la gente racconterà anche +tutte le opere buone fatte dal povero conte, tutte +le opere della sua carità, tutto il bene che fece +in questi paesi!...</p> + +<p>— Eppure la gente non ci vede chiaro, — continuò +don Innocente. — Pare, a quanto dicono, +che ci sia del mistero... e c’è anche chi pretende, +oh ma io non la voglio credere! che spendesse +tesori nelle società secrete e nelle sette....</p> + +<p>— E lei mi immagino, avrà risposto per le +rime a simili baggianate! — saltò su don Cornelio. — Oh +<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> +chi è questa gente così ingrata, che +dimentica così presto!</p> + +<p>— Eh, già, già, la gente è ingrata, e lo dico +sempre anch’io che a far del bene alla gente è +un lavare la testa all’asino, — soggiunse subito +don Innocente per accomodar la cosa.</p> + +<p>— Buona notte, a loro signori, — disse a un +tratto don Cornelio, fermandosi, dopo aver fatto +alcuni passi in silenzio. — Io piglio, con don +Luigi, questa scorciatoia, perchè c’è qualcuno a +casa che m’aspetta.</p> + +<p>— Buona notte, buona notte, — ripeterono don +Innocente e don Prospero; poi si scambiarono +un’occhiata, e continuarono per la loro strada. — Però — soggiunse +don Prospero dopo pochi +passi — non valeva proprio la pena di scalmanarci +tanto a raggiungerlo. Perdinci! Non offrirne +neanche un bicchiere a un amico che viene nella +sua giurisdizione!...</p> + +<p>— Eh, ha ben altro per il capo don Cornelio! +Non avete visto com’era sopra pensiero, e come +cercava di sgattaiolare alle mie domande?... Ah, +l’amicizia di quel conte non gli faceva troppo +onore!... E adesso gli tocca sentirne delle belle.</p> + +<p>— Ne dicono tante, è vero, ma cosa volete? Io, +per esser sincero, non potrei dirne che bene. Non +c’era volta che mi vedesse passare dinanzi al +suo palazzo senza che mi chiamasse, e mi facesse +sturare una bottiglia apposta.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span></p> + +<p>— Per darvela ad intendere.</p> + +<p>— A me no! Fior di vino ve lo dico io.</p> + +<p>— Ma però avete sentito anche voi quel che +si dice!... Nel mio paese ne son venuti parecchi +da me che volevano una funzione in forma pubblica +per liberarsi dall’anima del conte che vedono +girare di notte per la campagna....</p> + +<p>— Oh, questa poi non me l’hanno contata! — esclamò +ridendo don Prospero.</p> + +<p>— Non c’è da ridere, — continuò tutto serio +don Innocente. — Non sarà l’anima del conte, +come dicon loro, che non se ne intendono, ma +sarà invece un qualche spirito maligno comparso +in quest’occasione... Basta, consulterò il manuale....</p> + +<p>— Che manuale? Avete anche il manuale dei +diavoli voi?</p> + +<p>— Il <i>Manuale exorcistarum</i>. Come, non lo conoscete?... +Il Manuale del padre Candido Brugnolo...‍<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> +un professore, e che professore! Ah, se +non lo avete ve lo presto.</p> + +<p>— No, no; tenetelo per voi che ne faccio senza. +Io invece, quando vengono questi tali a dirmi +che di notte vedono gli spiriti, rispondo loro: +“Prima di andare a letto, bevetene un bicchiere +di quel buono, e vedrete che gli spiriti non verranno.... +<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> +perchè hanno una paura, gli spiriti, del +vino bono! una paura!„</p> + +<p>Don Innocente affrettò il passo e non rispose; +s’era fatta notte, e al buio certi discorsi non +amava farli.</p> + +<p>Don Cornelio, pigliata la scorciatoia, fece l’ultimo +tratto di strada in silenzio, e camminando +adagio, perchè voleva riordinare un poco i suoi +pensieri prima di arrivare a casa.</p> + +<p>“Sarà arrivato quel figliuolo?„ diceva tra +sè e sè. “Arrivare proprio oggi! Ma già quando +le cose cominciano a andar male!... Povero conte... +che precipizio!... quante disgrazie in una volta +per quella sua figliuola! Povera Cristina! Come +farò io a dirle tutto? Ma tirare in lungo non si +può, perchè poi tra pochi giorni la bomba dovrà +scoppiare. Le ho sempre dinanzi agli occhi le +facce di quei due signori che vennero ieri da me. +Che storia! E dovrò contarla a due; a Cristina +e a quest’altro! Povera Cristina, povera figliuola!„</p> + +<p>Sulla porta di casa stava aspettandolo, con +molta impazienza, sua sorella Angelica. La signora +Angelica, come tutti la chiamavano in paese, da +un’ora era sulle spine, e non aveva fatto che scendere +in strada, ritornare in casa e ridiscendere +da capo. Finalmente sentì abbaiare il cagnetto, +tirò un gran sospiro, e corse incontro al fratello +che stava appunto accomiatandosi da don Luigi.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span></p> + +<p>— È arrivato Enrico? — le chiese subito il +curato.</p> + +<p>— È arrivato da due ore... — rispose Angelica +col respiro affannato. — Ma perchè tardar tanto?... +Temevo che ti fosse capitata qualche disgrazia.</p> + +<p>— E Cristina?</p> + +<p>— Oh, Cristina è sempre nella mia camera; — ripigliò +subito Angelica indovinando il pensiero +del curato — e il giovanotto è sempre rimasto +quaggiù a terreno, un poco nell’orto, un poco in +cucina. Ma in che imbarazzo sono stata io!... Da +due ore sono sulle spine!...</p> + +<p>Don Cornelio entrò in casa in fretta, e la signora +Angelica serrò la porta a chiavistello, dopo +aver chiamato e rinchiuso in casa anche <i>Ugolino</i>; +il quale, affrettiamoci a dirlo, non era altro che +il cagnetto del curato. Oh, come mai gli avevano +dato quel nome? Era stato il conte Maurizio che +vedendolo un giorno rosicchiare in una buca il +cranio d’un pollo, l’aveva chiamato così. E così, +d’allora in poi, lo chiamò sempre anche don Cornelio.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span></p> + +<h2>II.</h2> +</div> + +<p>Il giovane, di cui aveva parlato la signora Angelica, +appena veduto don Cornelio, gli corse incontro, +e gli gettò le braccia al collo piangendo dirottamente. +Egli era figlio d’un amico del conte +Maurizio; era rimasto orfano molti anni addietro, +e il conte Maurizio era stato suo tutore, o meglio +ancora, suo secondo padre. Quanti progetti, +quanti castelli in aria non aveva fatti il buon +tutore a proposito di questo figliolo! Punto primo, +era stato ben deciso a non farne nè un impiegato, +nè un avvocato. Vedendolo riflessivo per +tempo, pacato, studioso, aveva pensato di farne +un ingegnere meccanico, un industriale, o qualcosa +di simile: e dietro a questo pensiero tante +volte, fantasticando nell’avvenire, gli pareva di +veder già i lunghi fumaiuoli degli opifici, di udire +il rumor cupo e uniforme delle macchine, e di +trovarsi in un Orobio affaccendato, ove di quelli +<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> +occupati a menar la gamba e a dir male del prossimo +non ce n’era più uno. E poi, quando guardava +questo giovinetto che passeggiava o giocava +con la sua Cristina, allora gli si vedeva +subito in viso un’espressione tutta nuova; si capiva +che nel suo pensiero qualch’altra cosa gli +veniva a prendere il posto delle macchine; qualcosa +che lo faceva sorridere dolcemente, e in +cui c’era quel tanto di soave mestizia che accompagna +alle volte un bel sogno dell’avvenire. +Un primo passo verso i sogni dell’avvenire il +conte Maurizio l’aveva fatto mandando il suo pupillo +Enrico prima in Isvizzera, a farci degli studi +speciali, poi in Inghilterra presso un grande opificio. +Ed era appunto dall’Inghilterra che Enrico +arrivava in quel giorno, dopo aver risaputo, a +breve intervallo, ch’era ammalato, ch’era morto +il suo antico tutore, il suo benefattore, il suo miglior +amico.</p> + +<p>Enrico, appena potè parlare, fece mille domande +in una volta a don Cornelio, il quale a poco a +poco gli narrò la triste storia di quei giorni, +mettendo qua e là qualche lunga pausa quando +le parole gli facevan nodo alla gola. La signora +Angelica era in pena nel vedere che la conversazione +si prolungava lì sui due piedi, e in cucina. +Avrebbe voluto far capire a don Cornelio +di condurre Enrico nella saletta vicina; ma ogni +<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> +volta che ci si provava non trovava modo di +mandar fuori una parola, tanto era commossa anche +lei: e allora cercava di prender fiato e coraggio +facendo un giro per la cucina, dando +un’occhiata alle stoviglie, o brontolando qualche +rimprovero al gatto. Con queste precauzioni le +riuscì alla fine di dire sotto voce due parole a +don Cornelio, e di condurre il suo ospite nella +saletta, dove c’era un tavolino apparecchiato per +la cena, con una zuppiera nel mezzo che fumava.</p> + +<p>— Prenda, caro Enrico, un po’ di questa zuppa... +le farà bene... è tutto brodo di gallina, — diceva +la signora Angelica, non appena ebbe fatti sedere +a tavola Enrico e il curato. — Ne prenda almeno +qualche cucchiaiata.... ha ristorata tutta anche +Cristina, un’oretta fa, quando abbiam fatto, io e +lei, un po’ di cena.</p> + +<p>Poichè il nome di Cristina era stato pronunziato +dalla signora Angelica, Enrico, che per un +certo imbarazzo non l’aveva saputo pronunziar +lui per il primo, si fece coraggio a ripeterlo, +tornandoci poi a ogni tratto nelle molte domande +che ricominciò a fare a don Cornelio. E don Cornelio +era stato anche lui, sulle prime, in un certo +imbarazzo. Non aveva che delle brutte nuove, e +avrebbe voluto metterle fuori un po’ per volta: +ma Enrico insisteva, e bisognò proprio raccontarle +subito, e tutte: nè valsero gli sforzi che andava +<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> +facendo di tanto in tanto anche la signora +Angelica, la quale avrebbe voluto sviare quel +discorso così malinconico, e che minacciava di +lasciar freddare e mandar a monte quel po’ di +cena preparata con tanta cura.</p> + +<p>— Ma dunque non c’è più nulla da sperare? — diceva +Enrico, fissando don Cornelio.</p> + +<p>— Oh, vedrete, — diceva la signora Angelica, — vedrete! +Il mondo è pieno di buona gente; e +quando i creditori avranno conosciuta la nostra +Cristina... una così buona figliola!...</p> + +<p>— Ma, non si può guadagnar tempo? Non si può +fare qualcosa? — domandava Enrico con angosciosa +insistenza.</p> + +<p>— Che vuoi, mio caro, — continuava don Cornelio +ripigliando il discorso tante volte interrotto. — Che +vuoi che si faccia al punto a cui siamo?... +Saran due anni che il conte Maurizio si lasciò +indurre a mettere i suoi ultimi capitalucci in +non so quali speculazioni che andarono tutte +alla peggio. In qualcuna poi ci aveva messo anche +il nome... e così quel tanto che gli rimaneva, +e che non era molto, fu ingoiato tutto. E non la +finisce lì.... Oh, furon già qui a metter suggelli....</p> + +<p>— Povero conte Maurizio!... il mio benefattore!</p> + +<p>— Poche settimane prima di morire il poveretto +aveva veduto come stavan le cose... e fu il suo +tracollo. Dio gli ha risparmiato il dolore di sopravvivere +<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> +a tanta sciagura. Lui, che amava +tanto la sua vecchia casa, le sue terre, i suoi +contadini!... e che per non staccarsene s’era sacrificato +a vivere modestamente in questo paesuccio!... +Il primo dissesto, ricordalo bene, Enrico, +cominciò nel 1848 quando dopo aver armati +a sue spese tutti i volontari di questa valle, e +dopo averci consumato in un mese l’entrata di +più anni, ebbe sequestrati, dilapidati, svaligiati +casa e poderi... Ricordale queste cose! e raccontale +di tanto in tanto a quelli della tua età, e +ai tuoi figli quando sarai vecchio. E poi... se +c’erano dei poveri da soccorrere, se c’era un’opera +buona da fare, il conte correva a prendere i +denari in prestito magari, se lì per lì non gli aveva, +perchè lui era fatto così.... ma nessun povero, nessun +disgraziato tornava a mani vuote dalla casa del +conte Maurizio. E non ha mai avuto un po’ di fortuna, +mai!... Così, moriva qui, oscuro, dimenticato, +lui, che per gli altri aveva fatto tanto!... e alla +sua figliola non resterà che una stanzaccia in casa +di questo povero curato.</p> + +<p>— Oh cosa dite mai, don Cornelio! — susurrò la +signora Angelica, la quale quando c’era una +terza persona non dava mai del tu al curato. — Avrà +la più bella stanza, la nostra Cristina, +quella dove ha dormito Sua Eminenza!... e la terrò +come una mia figliola.... — Poi, approfittando +<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> +d’un lungo silenzio che ci fu tra Enrico e don +Cornelio, uscì, parendole quello il momento opportuno +per andare in cucina a prendere le frutta +e un croccante che aveva preparato di sua mano +per la venuta d’Enrico.</p> + +<p>— Ed io non potrò far nulla? — esclamò Enrico +facendo forza contro la commozione che fino +allora non lo aveva lasciato parlare. — E dire +che forse tra qualche anno!... perchè io ho delle +speranze, sa, don Cornelio? Oh gliele dirò.... Non +so — riprese poi con la voce tremante — non +so se lei ha letto nel mio cuore....</p> + +<p>— Figliolo, so tutto. E ti dirò anche, perchè +è un conforto che ti devo, che il voto del tuo +cuore era pur quello del mio povero conte Maurizio....</p> + +<p>— Davvero? Oh, me lo ripeta, don Cornelio, +me lo ripeta!</p> + +<p>— Sì, Enrico, sì.</p> + +<p>— Ebbene, questo sarà la meta a cui rivolgerò +tutto l’animo mio, tutte le mie forze... e ci arriverò. +Don Cornelio! — disse poi alzandosi e +stringendo la mano del curato, — io dovrò ripartire +tra pochi giorni... devo ritornare al mio +posto... non so quando la rivedrò... chi sa? fors’anche +presto! Ma io parto lasciandole una sacra +parola, e il giorno in cui ritornerò sarà quello +in cui potrò adempire al voto del mio cuore. Intanto, +<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> +don Cornelio, affido a lei... — E la sua +voce si faceva più commossa.</p> + +<p>— Sì, sì, caro figliolo... ma soprattutto ci vuol +giudizio. Io ti ho capito benissimo, e non desidero +di meglio anch’io, perchè sono persuaso che +saprai essere sempre un buon figliolo. Ma i casi +della vita son molti... e fino al giorno in cui potrai +dire: “Eccomi qui, le speranze sono diventate +fatti„ fino a quel giorno, capisci, il tuo sogno +santissimo tientelo ben chiuso in cuore; silenzio, +voglio dire, silenzio con tutti; con Cristina +soprattutto! E fammi vedere che sai essere un uomo.</p> + +<p>— Come vorrà lei, don Cornelio. Saprò fare qualunque +sacrifizio. Ho fatto molta esperienza... mi +sento vecchio.</p> + +<p>Don Cornelio, che in quel momento pensò ai +ventidue anni del suo interlocutore, sorrise leggermente, +e abbracciò Enrico. La signora Angelica +intanto rientrava nel salottino tenendo con +una mano una fruttiera, e con l’altra un piatto +col croccante, sotto il quale c’era un bel foglio +di carta con gli orli smerlati e arricciati.</p> + +<p>— A questo poi non si dice di no, — diceva +la signora Angelica. — Non si dice di no, signor +Enrico, perchè... — E la sua modestia le impediva +di soggiungere che a detta di tutti, croccanti simili +a quelli della signora Angelica non se ne faceva +neanche nelle prime città.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span></p> + +<p>Enrico intanto aveva cominciato a discorrere +con don Cornelio delle sue speranze e de’ suoi progetti. +Il discorso continuò un pezzo; e la signora +Angelica, dopo aver rammentato più volte al curato +che l’ora era tarda, si decise alla fine di +pigliare un lume e di dare, con una certa solennità, +la felice notte. Allora pigliò un lume anche +don Cornelio, continuando però la conversazione +con Enrico che l’accompagnò fin sull’uscio della +sua camera.</p> + +<p>— Capirà, don Cornelio — diceva Enrico — che +se avessi una protezione, una forte protezione!...</p> + +<p>— Sicuro. Ci vorrebbe una forte protezione... — ripeteva +don Cornelio facendosi pensieroso. — Ma +dove trovarla?... Ah, se ci fosse ancora il +conte di Cavour! — esclamò in fine mandando +un lungo sospiro. Poi aprì l’uscio della sua camera, +e strinse una volta ancora fortemente la +mano di Enrico.</p> + +<p>Don Cornelio era stato forse un amico del +conte di Cavour? A sentire don Cornelio si sarebbe +detto di sì; e chi sa che a furia di parlarne, +di raccontare un certo caso, e di richiamare +quel nome con una certa confidenza, non +avesse finito a crederlo anche lui. Il caso era +questo. Nel 1859, durante la guerra, don Cornelio +più d’una volta aveva dato una corsa fuori +della sua valle, ed era disceso giù verso il piano +<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> +per vedere con i suoi occhi qualcosuccia dei grandi +avvenimenti che vi succedevano. — Scappano! Se +ne vanno! — e lui giù a vederli a andar via. — C’è +Garibaldi a Bergamo! I Francesi sono a +Brescia! Viene Vittorio Emanuele! — e lui giù +col sindaco a portare gli omaggi al Re. — C’è +stato un combattimento! si è sentito il cannone! — e +don Cornelio allora raccoglieva un po’ di +tutto, vuotava la credenza della signora Angelica, +pigliava in casa tutto quel che poteva, e con una +gran corba scendeva giù a portar roba agli ospedali, +e regalucci ai soldati, abbracciandone quanti +ne incontrava. Pochi giorni dopo la battaglia di +Solferino, don Cornelio, che era appunto sceso +con un gran pacco di fila e pezze per i feriti, e +che trattandosi d’un avvenimento così straordinario +aveva anche fatto una corsa più lunga delle +solite, si trovava in un villaggio poco distante +dalle famose colline. Il villaggio era ingombro +di carriaggi, di soldati, di gente che andava e +veniva, di curiosi, e di contadini spaventati. Don +Cornelio, che era tra i curiosi, cercava però di +affaccendarsi anche lui e di far qualcosa di bene, +non foss’altro quando capitavano dei poveri soldati +stanchi o feriti. A un tratto, arriva un legno +da posta. Si cerca di fargli largo, ma ci +vuol altro; il legno rimane fermo per alcuni minuti +dinanzi alla porta dell’osteria; e la gente +<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> +gli si affolla d’intorno. Nel legno c’era un signore, +il quale, messa fuori la testa, e visto lì +a pochi passi un prete, che era don Cornelio, lo +chiamò, gli fece parecchie domande, e poi ne lo +ringraziò con molta cortesia. Don Cornelio, intanto +che rispondeva, cercava di raccappezzarsi +chi fosse mai quel signore che gli pareva d’aver +veduto altre volte, non foss’altro in qualche quadro. +Poco dopo il legno ripartì. — È Cavour! — esclamò +un soldato che capitava in quel punto. — Viva +Cavour! viva Cavour! — gridava intanto +la gente accorrendo e agitando i cappelli +in aria. Don Cornelio, a cui si aprì la mente +tutta a un tratto, ma un po’ tardi, corse dietro +al legno, agitando il suo cappello anche lui, e +gridando: — Viva Cavour! — Gli riuscì di vedere +ancora una volta la faccia di quel signore, +il quale volgendosi indietro lo salutò con la mano; +ma i cavalli intanto avevano preso il galoppo, ed +egli dovette fermarsi, e indugiare anche un pochino +per riavere il fiato.</p> + +<p>Più tardi pensando e ripensando a quel saluto, +a quelle domande, e a quelle risposte, e trovandone +sempre nella memoria qualcuna di più, a +furia di ripeterle era venuto nella persuasione +di aver discorso lungamente col conte di Cavour, +e finalmente d’essergli stato quasi un pochino +amico.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span></p> + +<h2>III.</h2> +</div> + +<p>— Brutte cose!... cose grosse! — diceva il sagrestano +di Sant’Ilario, paesello di quei dintorni, +a quattro o cinque che la discorrevano in crocchio +presso la porta del campanile d’Orobio.</p> + +<p>— Dite davvero, eh!</p> + +<p>— Le cose, se non le so io, chi volete che le +sappia? Ma appunto per questo ci vuol prudenza.... +Tacere, tacere!</p> + +<p>— E dicono anche che sia arrivato quel giovanotto +tirato su dal conte Maurizio... ve ne ricordate?</p> + +<p>— E che poi l’hanno mandato fino in fondo +della Svizzera, e anche in paesi di eretici, — ripigliava +il sagrestano. — Lasciatele dire a me +le cose... e vi dirò anche che è arrivato ier l’altro, +e che è in casa del vostro curato... dove c’è +anche la figlia del conte!... Scandali, scandali! +capite?</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span></p> + +<p>— Per bacco!</p> + +<p>— Vi dirò anche che egli parte questa sera. C’è +del mistero, direte. Sicuro. Io però, quasi quasi, +ci vedo chiarissimo. Ma non è qui tutto.</p> + +<p>— Il fatto è che da due o tre giorni non c’è +più uno in paese che abbia la testa a casa, — soggiungeva +uno degli interlocutori. — Crocchi +di qua, crocchi di là; la gente va come in processione +fin sulla porta della casa del conte, si +ferma a discorrere, a spiare, ma non c’è chi ne +capisca un bel niente. Chi dice che il conte ha +lasciato un monte di debiti, che tutto andrà all’asta, +che mezza la valle è rovinata... e c’è chi +esclama: “non è vero un corno!„</p> + +<p>— Un corno? — rispondeva il sagrestano col +fare più misterioso di prima. — E altre cose non +ne avete sentite dire? Già, come la pensasse quel +signore, tutti lo sanno... e io non vorrei essere, +a quest’ora, nell’anima sua. Certe anime, si sa, +al mondo di là non le vogliono; e quante anime +di quelle a cui fu chiuso l’uscio in faccia, non le +abbiamo per anni e anni sentite, al battere della +mezzanotte, mandare certe voci lunghe lunghe, e +poi fischiar da lontano come fa il vento tra le +frasche!... Ebbene....</p> + +<p>— Ebbene! — domandarono tutti in coro.</p> + +<p>— Ebbene, son tre notti, così dice la gente, +che si sente nella campagna una voce....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span></p> + +<p>— La voce del conte?</p> + +<p>— Ah, io non so niente! Si sente una voce... +una certa voce....</p> + +<p>— E a dirlo al curato?</p> + +<p>Il sagrestano crollò la testa, e fece un sorriso +amaro e pieno di mistero.</p> + +<p>— Anche nelle vicinanze del vostro paese, di +Sant’Ilario, — soggiunse uno del crocchio — tempo +fa, dopo la morte di un tale, si sentiva per la campagna +un fischio tutte le notti, non è vero? E don +Innocente fece un giro con la confraternita, confinò +gli spiriti maligni fuori del comune, e il fischio +non fu sentito più! È così, o non è così?</p> + +<p>— Proprio così, — continuò il sagrestano. Io +non dirò niente, perchè... io sono di Sant’Ilario; +ma una volta, molti e molti anni fa, anche in +Orobio si facevan le cose per bene. Ora tutto è +cambiato. Anche la vostra confraternita, in allora, +aveva le sue merende, i suoi beveraggi... e poi +bisognava vederle le processioni come le facevano +in Orobio! meglio ancora delle nostre! Si +andava fuori di paese, anche per due o tre giorni +se occorreva, con tutti i confratelli e con tutte le +consorelle... bisognava vedere! Mah! Don Cornelio +ha voluto levare le usanze vecchie... ed ora +sapete come la chiamano, fuori di Orobio, la vostra +confraternita? la chiamano la confraternita +dei <i>riformati</i>! Capite? E mi ricordo anche che +<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> +qui, vicino al campanile, proprio dove siamo noi, +nei giorni della svinatura, a quei tempi, si metteva +una botte, ch’era la botte della confraternita, +e venivan tutti a versarci dentro chi un fiasco, +chi un bigonciolo, finch’era piena. Era una gran +bella devozione anche questa!... Mah! Gli è che +in Orobio, dice bene don Innocente, non si può +parlare. Guai a toccare il vostro curato!... ma +io gliele vorrei cantar chiare, e sarei quel tale +da dirgli sul muso....</p> + +<p>In quel punto comparve, al canto della via, +don Cornelio in persona, che se ne tornava a casa +in tutta fretta. Quei del crocchio, compreso il +sagrestano, fecero un rispettoso saluto che il curato +ricambiò salutandoli con la mano tutti in una +volta.</p> + +<p>Don Cornelio se ne tornava a casa in fretta +perchè, come aveva detto benissimo il sagrestano +di Sant’Ilario, Enrico doveva ripartire in quel +giorno, e per di più, aggiungeremo noi, tra un’ora. +Come fu in casa, il curato diede un’occhiata per +le stanze, e non trovandoci nessuno, andò diviato +nell’orto, dove infatti erano scesi poco prima +la signora Angelica, Enrico, e Cristina.</p> + +<p>La catastrofe domestica che il povero conte +Maurizio lasciava dietro di sè era irreparabile, +imminente, e don Cornelio aveva dovuto decidersi +in fretta a dir tutto a Cristina egli stesso, +<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> +prima che le venissero all’orecchio quelle altre +notizie, con la frangia, che correvano fuori. Don +Cornelio le aveva detto tutto, senza lasciarle alcuna +illusione, come chi parla a persona matura +e, quel che è più, seria. Cristina aveva +avuto dalla natura e dall’educazione una certa +serietà, che in lei aveva camminato rapidamente +e non in ragione dei suoi anni ch’eran pochi; +non erano che diciassette. Questa serietà le traspariva +fin d’allora e dallo sguardo che usciva +attento e raccolto da due nerissimi sopraccigli, +e dagli atti della persona in cui c’era sempre +qualcosa di misurato e di risoluto a un tempo.</p> + +<p>— Ah, siete qui! — esclamò don Cornelio entrando +nell’orto.</p> + +<p>La signora Angelica, Enrico, e Cristina si volsero +verso don Cornelio, gli si fecero incontro, e +poi si misero tutti insieme a rifare in silenzio le +stradicciuole dell’orticello.</p> + +<p>— Dunque... — disse a un tratto don Cornelio +fermandosi. — Hai tutto in pronto Enrico? la +tua valigia? le tue cosucce? Tra pochi minuti +sarà qui il legnetto: ho incontrato poco fa il vetturino +che andava ad attaccare il cavallo.</p> + +<p>— Ho tutto in pronto, — rispose Enrico.</p> + +<p>— E a rivederci presto! — soggiunse don Cornelio +vedendo che a Enrico si facevan gli occhi +rossi. — Presto, prestissimo! Eh, per bacco, le +<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> +cose poi non sono eterne a questo mondo! E +io ho una gran fiducia in te... ho fiducia, voglio +dire, che a te almeno le cose andran bene, e che +ci manderai presto delle buone notizie. Ho un +gran bisogno d’una buona notizia!</p> + +<p>— Il cielo lo volesse!... ma intanto io qui non +ci posso nulla; devo ripartire... devo lasciarli +senza far nulla!... Domani sarò molto lontano... +oh si ricordino di me! Io gli avrò sempre, tutti, +nel mio cuore.</p> + +<p>— Oh, signor Enrico! — esclamava la signora +Angelica levando la pezzuola, e asciugandosi gli +occhi.</p> + +<p>— Si ricordi di me, signora Angelica... si ricordi +di me don Cornelio... e anche tu, oh mi scusi! +anche lei Cristina... ci ricasco sempre, torno sempre +col pensiero a quei tempi in cui ci davamo +del tu! Oh i bei giorni! oh il chiasso, se ne rammenta? +che si faceva insieme!</p> + +<p>— Finchè il babbo ci sgridava, — riprese Cristina, — poi +ci abbracciava... povero babbo! Voleva +tanto bene anche a lei!</p> + +<p>— Dunque, tutto è in pronto, nevvero Enrico? — saltò +su don Cornelio. — Allora avviamoci intanto +che viene il vetturino. E ricordati di scrivermi +presto.</p> + +<p>— Scriverò subito subito. E anche lei, don +Cornelio, mi mandi presto le sue nuove, le nuove +<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> +di tutti. Non mi dimentichino. Io non avrò che +un pensiero, quello di fare il mio dovere... e di +mettermi in grado di tornar presto. Oh, ci riuscirò! +e allora... lei don Cornelio sa....</p> + +<p>— Sì, sì, caro figliuolo, siamo intesi; e non ne +dubito.</p> + +<p>— Perchè io spero di poter mandar presto una +buona nuova. E allora, se mi saprò rendere degno... +allora, chi sa? potremo forse tutti insieme +rifare dei giorni lieti... se la buona gente mi aiuterà, +se loro tutti lo vorranno....</p> + +<p>— Oh, sì, sì! — esclamò la signora Angelica +rasserenandosi. — Lo vorremo tutti, e lo vorrà +tutta la buona gente. Oh, ce n’è ancora della +buona gente! —</p> + +<p>Don Cornelio era un pochino imbarazzato: +guardava ora la sorella, che non ne capiva nulla, +ora Enrico, ora Cristina, e avrebbe voluto che +quell’addio fosse più spiccio, per quanto gli dolesse +lo staccarsi da Enrico. Finalmente entrò +nell’orto il vetturino, e fattosi innanzi:</p> + +<p>— Signori, — disse, tenendo il cappello in una +mano e la frusta nell’altra, — io sono pronto. Se +c’è roba da caricare...</p> + +<p>— Vengo io; vengo io, — esclamò la signora +Angelica. Enrico la trattenne. Egli avrebbe voluto +dire a tutti insieme una parola ancora di +commiato, ma non lo potè. Guardò i suoi ospiti; +<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> +poi, per sviare la commozione, si tirò da parte, +si curvò su un’aiuola, colse alcuni fiori, e nell’asciugarne +il gambo con la pezzuola si asciugò... +anche una lacrima.</p> + +<p>— Tenga, signora Angelica, questo fiore in +mia memoria. — Così dicendo ne diede uno +alla signora Angelica, poi un altro a don Cornelio, +e uno in fine timidamente a Cristina. La signora +Angelica, piena di gratitudine e di commozione, +non potè più a quel punto consultare +le convenienze, e buttò le braccia al collo ad Enrico, +facendo però un passo indietro subito dopo, +e diventando tutta rossa. Cristina aveva preso +quel fiore, e aveva chinati gli occhi a terra. Il +cuore le aveva battuto a un tratto rapidamente: +a un tratto qualcosa di sconosciuto l’aveva tutta +turbata; qualcosa di molto soave, ma che le dava +a un tempo un sentimento quasi di paura. Come +le parve triste quel momento dell’addio! Aveva +pianto molto in quei giorni, ed ebbe voglia di +piangere ancora; ma di piangere, nascondendo +questa volta le sue lacrime.</p> + +<p>Il vetturino intanto aveva fatto schioccar la +frusta un paio di volte, come a dire ch’era tempo +d’avviarsi. E la comitiva s’avviò, non senza qualche +sforzo di don Cornelio, il quale mezzo imbarazzato +e mezzo intenerito nel guardare quei due +figlioli, desiderava con una certa impazienza che +<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> +quell’addio fosse passato, anzi che ci fossero passate +su ventiquattr’ore.</p> + +<p>Nel tempo che il vetturino montava sulla cassetta, +e che la signora Angelica metteva nel legnetto +un involto pieno di frutta e di paste dolci, +Enrico era uscito dall’orto, seguito da don Cornelio +e da Cristina, ed era sceso in strada senza +più dire una parola. Nuovi pensieri succedevano +in quel momento ai pensieri di prima; gli pareva +che quei passi non li avrebbe rifatti mai più; +gli pareva di salutare per l’ultima volta quell’orticello, +quella casa; o, se pure, di tornarci, ma per +udire che qualcuno non c’era più: gli pareva... +Ma don Cornelio a un tratto lo scosse con una +forte stretta di mano, e non gli lasciò parere più +nient’altro.</p> + +<p>— Vi ritroverò tutti, nevvero? tutti come in +oggi! — esclamò allora Enrico stringendo le mani +a tutti. — Non mi dimenticherete mai, nevvero?...</p> + +<p>Cristina fece un gesto come a dire “sarebbe +possibile?„ Anche la signora Angelica avrebbe +voluto esclamare qualche cosa, ma non lo potè. +Don Cornelio gli rispose stringendoselo fra le +braccia, e stampandogli un gran bacio in viso.</p> + +<p>Don Cornelio, Angelica, Cristina rimasero sulla +porta un pezzo a guardare, finchè non videro +svoltare alla prima cantonata il legnetto, e scomparire +la mano d’Enrico che ancora li salutava.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span></p> + +<p>Quante volte, nei begli anni passati, Enrico +non aveva dato dei fiori a Cristina! E allora Cristina +ne faceva dei mazzolini per il babbo, o li +metteva nelle trecce, o li sfogliava per vedere +com’eran fatti. Il fiore datole da Enrico, Cristina +questa volta non lo sfogliò. Corse nella sua cameretta, +cercò un vasellino; poi ebbe il desiderio +di metterlo in qualche luogo riposto; prese un +librettino che le era caro, lo aprì, ci mise il fiore, +lo riaprì. E il suo pensiero intanto errava incerto, +e quasi pauroso, intorno a un sentimento nuovo, +in cui c’era un desiderio vago di aver vicino +qualcuno a cui aprire il suo cuore, senza tacergli +nulla, nulla; qualcuno che fosse buono, gentile....</p> + +<p>— Oh, se avessi un fratello! — esclamò a un +tratto, parendole d’aver trovato proprio quello che +andava cercando. — Oh sì, se avessi un fratello!... +Enrico dovrebbe essere mio fratello!... Allora, egli +sarebbe qui, e saremmo in due a piangere il +babbo!</p> + +<p>Il pensiero del babbo la fece piangere di nuovo +dirottamente; ma quel pianto era meno desolato +del pianto di prima. Il suo animo non era meno +afflitto; ma c’era entrato, senza che lei se ne avvedesse, +un raggio di sole.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span></p> + +<h2>IV.</h2> +</div> + +<p>Enrico era partito da tre giorni, e da tre giorni +don Cornelio non era uscito di casa che all’alba +per dir la messa, e la sera per visitare qualche +ammalato. Non gli reggeva l’animo di veder gente, +e di sentire tutto quello che si andava dicendo. +In paese intanto era un andare e venire di creditori, +di avvocati, e di curiosi; i quali, sebbene +non avessero in pericolo neanche un quattrino, +pure si univano al vociare degli altri, non parendo +lor vero che fosse venuto il momento di +dire un po’ di male anche d’uno, di cui, per tanto +tempo, non s’era fatto che dir bene. Per bacco, +eguaglianza per tutti! Queste cose, don Cornelio +le risapeva dal sindaco, il quale veniva a raccontargliele, +in furia, in piedi, col cappello in capo, +andandosene subito, e ritornando mezz’ora dopo. +Anche queste visite non erano una poca novità; +perchè, sebbene il sindaco avesse una grande affezione +<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> +per don Cornelio, e non sapesse staccarsene +quando si trovava con lui, pure in casa non +ci andava mai. Mai; perchè in casa dei preti +egli non voleva metter piede. Ma questa volta +il signor Vincenzo non aveva tempo di guardar +tanto per il sottile; aveva bisogno, ora di sfogarsi, +ora di confortare don Cornelio. E i conforti +finivano spesso con una strapazzata. — Dicono +che il tribunale farà vendere il palazzo, i +fondi, tutto! E lei don Cornelio cosa conta di +fare? Ma già loro preti delle cose di questo mondo +non ne capiscono niente, e quando ne capiscono... +tanto peggio. — E se ne andava. — Ma se vendono, — veniva +a dire poco dopo — chi comprerà? +chi ci capiterà in paese! I principî, le +idee del nuovo proprietario saranno conciliabili +col mio programma?... Io non sono uomo da transigere!... +Prevedo dei brutti tempi!... E lei, don +Cornelio, non dice niente! Oh i preti, i preti!</p> + +<p>Don Cornelio, sopra pensiero, e inquieto la sua +parte anche lui, ora scendeva nell’orto a cercarvi +una boccata d’aria, ora risaliva nella sua cameretta +a cercarvi, rincantucciato nel suo vecchio +seggiolone, una buona ispirazione. Passava la +mano ne’ suoi capelli bianchi, alti e scomposti +come quando li sprigionava alla brezza della +montagna; poi, con gli occhi chiusi e il capo +stretto nelle mani, pensava e ripensava, ma non +<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> +ne cavava nulla. — Brutta cosa essere un povero +diavolo! Me ne accorgo in questa circostanza — andava +dicendo tra sè. — Se ci fosse un brav’uomo, +un brav’uomo che avesse anche dei quattrini, +si accomoderebbe tutto... perchè con un po’ +di tempo, con un po’ di pazienza, si riuscirebbe, +ne son sicuro, a pagare i debiti, e a mettere insieme +anche una discreta dote a Cristina... Così +si potrebbe far contento quel ragazzo... e anche +lei, perchè già... ho bell’e capito! Toccherebbe +proprio a quella signora zia! Ma sono oramai parecchi +giorni che le ho scritto, e la risposta non +viene. Non c’era troppo buon sangue tra quella +signora e suo fratello, il povero conte... Ma ora, +dinanzi a una disgrazia!... Deve essere una strana +signora, a quanto me ne diceva il conte. A ogni +modo io le dovevo scrivere, e il mio dovere l’ho +fatto. Ma intanto?...</p> + +<p>In uno di questi momenti, in cui don Cornelio +se ne stava col capo in mano, vennero a scuoterlo, +spalancando l’uscio con l’aria festosa, la signora +Angelica e Cristina.</p> + +<p>— Oh, eccovi qua. Una lettera, una lettera!</p> + +<p>— Una lettera da Milano? Date qua, date qua.</p> + +<p>— C’è di meglio! — ripigliava la signora Angelica. — Ne +conosco la mano di scritto... è una +bella improvvisata! È una lettera d’Enrico!... Oh, +guardate un po’, che quasi avete l’aria di non +esser contento!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span></p> + +<p>— Contento, contentissimo, ma date qua... lasciate +vedere, innanzi tutto, se è proprio lui; e +poi vediamo se vi siano cose che possano interessar +voi altre.</p> + +<p>— Vuol che la legga io! — saltò su Cristina +vedendo che don Cornelio non trovava gli occhiali. +Ma poi le parve che le gote le si facessero +di fiamma, e si tirò un pochino in disparte.</p> + +<p>Don Cornelio, fattosi vicino alla finestra, cominciò +a leggere la lettera, parte a voce alta, +parte tra sè, inciampandosi qua e là, e pigliandosela +con lo scritto quando c’erano dei punti +su cui voleva sorvolare.</p> + +<p>— Oh, questa è nuova! una lettera scritta con +la matita... e che scarabocchi! sfido io a capire... +Dunque dice che scrive mentre viaggia in strada +ferrata appena passate le Alpi... per farci aver +subito le sue nuove e per... cosa mai dice qui?</p> + +<p>— Oh, come ci fate penare! — esclamò la signora +Angelica.</p> + +<p>— <i>Le belle Alpi... la bella luna... ma il mio +cuore</i>.... Le Alpi e la luna mi interessano poco, +guardiamo se ha fatto buon viaggio. Ah, ecco, +l’importante. Dice dunque che sta benissimo, che +appena sarà arrivato in Inghilterra, cioè tra un +paio di giorni, ci scriverà di nuovo e subito, +e che....</p> + +<p>— E che? — saltò su Cristina.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span></p> + +<p>— <i>E spero che i miei progetti, il mio sogno</i>... sapete +bene, la speranza, vuol dire, d’aver presto un +certo impiego, un buon posto nei nostri paesi... +poi saluta tutti....</p> + +<p>— Ma leggete dunque! — saltò su quasi impazientita +la signora Angelica.</p> + +<p>— Eh, abbiate pazienza: <i>Vi saluto tutti, con +tutto l’affetto del mio cuore. Amatemi tutti, come +io vi amo; non dimenticatemi, e ve ne sarà grato +anche colui che ci ha lasciati nel dolore ma che ci +guarda di lassù</i>... — Don Cornelio, a cui gli occhi +cominciavano ad appannarsi, ripiegò la lettera, +e si mosse per sviare la commozione. Fece +due passi, e si trovò dinanzi a Cristina che lo +guardava con due begli occhi pieni di lacrime e +di una luce insolita. Ci fu un momento di silenzio; +poi Cristina, radunate tutte le sue forze, +esclamò: — No, non lo dimenticheremo mai... il +mio buon fratello... nevvero don Cornelio? — Ma +non potè dir di più, e diede in uno scoppio di +pianto.</p> + +<p>Don Cornelio non trovò parole in quel momento +da rispondere a Cristina; e, appena potè, +la lasciò, e scese nell’orto col breviario sotto il +braccio, rannuvolato più di prima. A desinare +mangiaron tutti di malavoglia, e un po’ più in +fretta del solito. La signora Angelica or guardava +don Cornelio, or guardava Cristina, e le +<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> +pareva, in cuor suo, che il giorno in cui era arrivata +una lettera d’Enrico avrebbe dovuto essere +un giorno un po’ men triste del solito; ma +non osò dirlo, perchè da qualche giorno era anche +un poco in diffidenza di sè medesima, dacchè +non le riusciva di indovinarne una.</p> + +<p>Anche la notte non fu per don Cornelio apportatrice +di consiglio, come ne ha la riputazione. +Il nostro curato sentì l’una dopo l’altra +tutte le ore che sonava l’orologio del suo campanile, +e quelle che da lontano venivano ripetute +dagli altri campanili della valle. E intanto +non gli riusciva d’uscir dal circolo tormentoso +de’ suoi pensieri, ed era sempre lì alla stessa domanda: +“Cosa si fa? Cosa si fa, ne’ miei panni, +per essere buono a qualcosa, per far qualcosa di +bene in mezzo a tanti brutti impicci? E dire che +non siamo che al principio! De’ guai poi ne avrò +anch’io la mia parte... perchè si dirà ch’ero l’amico +del conte Maurizio, che dovevo saper tutto; +e torceranno il muso anche al loro vecchio curato, +il quale, povero diavolo, non ce ne ha proprio +nè colpa nè peccato. E quante ne dovrò +sentire sul conto del mio povero amico quando +si comincerà a sfilar la corona!... Ma non è qui +tutto. Con questa figliola e con quel giovanotto +come la facciamo? perchè, anche a non averci +la pratica in certe faccende, si vede che andiam +<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> +di galoppo?... Lui spera d’aver l’impiego, di tornar +presto... ma se l’andasse per le lunghe, o se +andasse tutto in fumo? Oh, è un bell’impiccio! un +bell’impiccio!„</p> + +<p>E le ore sonavan da capo. Suonò finalmente +anche l’avemmaria del mattino, e don Cornelio alzatosi, +e detta la messa, andò a visitar qualche +malato lontano, su per la montagna, soli lui e +<i>Ugolino</i>, e girò più che potè fin dopo il meriggio. +Le gambe lo riconducevano a casa di mala +voglia. Il suo campanile, la sua casetta, e i suoi +terrazzani, che di solito, solo a vederli, lo facevano +diventar tutto gioviale, ora li avrebbe voluti +scansare, come se avesse una colpa da nascondere. +Capiva che non era quello il momento +di giustificare il conte Maurizio, e gli piaceva +intanto di parer quasi un colpevole anche lui pur +di far causa comune ancora col suo povero amico.</p> + +<p>Nel tornare in paese rivide quei capannelli +che da parecchi giorni se ne stavan piantati per +le strade d’Orobio; ma gli parve questa volta +che le facce fossero come più allegre, e che si +discorresse ancora di cose grosse, ma non tenebrose, +come nei giorni innanzi. Quando poi +fu vicino a casa, allora dovette proprio accorgersi +che c’eran delle novità, e che qualche buon vento +aveva rasserenato il cielo torbo di prima. La signora +Angelica se ne stava sulla porta di casa +<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> +a aspettare don Cornelio, e appena lo vide gli +fece dei segni di gioia, sventolando un fazzoletto, +come a dire che tutto era in festa, e che bisognava +correre. Dietro lei, c’era Cristina tutta +sorridente, ma con gli occhi rossi. Don Cornelio +in due salti fu sulla soglia di casa. — Cosa +c’è? Dite su, cosa c’è? — Ma la signora Angelica +che, sapendone questa volta di più di lui, +voleva far sentire un pochino la propria importanza, +non aprì bocca finchè non furono in casa, +e non ebbe chiusi l’uno dopo l’altro tutti gli usci.</p> + +<p>— Ah, siete qui finalmente, — prese a dire la +signora Angelica ansando come se venisse di +lontano anch’essa. — Se sapeste che notizia!... +Ma dove siete stato? son tre ore che v’aspettiamo.</p> + +<p>— Dite su, dite su!</p> + +<p>— Se sapeste che notizia! E voi che ve ne +stavate colla faccia lunga....</p> + +<p>— Ma insomma, si può sapere...</p> + +<p>— E che vi lasciavate andare a quel modo!... +Perchè anche ieri non avete mangiato... oh vi ho +veduto.</p> + +<p>— Ma dunque?</p> + +<p>— Eh, abbiate pazienza, non si può dir tutto +in una volta. Insomma, c’è... oh, lo dico sempre +io che c’è tanta buona gente! Se aveste veduto +che buon signore è stato qui a domandare di voi!...</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span></p> + +<p>— Di me? un signore?</p> + +<p>— Sentirete, sentirete... un buon signore vestito +tutto di nero... con quel bel fare... con quell’unzione... +proprio come il segretario di monsignor +vescovo! ve lo ricordate?... Ebbene, questo +signore viene... indovinate un po’? viene a pagare +i de.... — E cacciò subito indietro la parola +vedendosi lì vicino Cristina, — viene, insomma, +per accomodare queste faccende che ci +accorano... per accomodarle tutte!</p> + +<p>— Aveva una lettera per me?</p> + +<p>— Altro che lettera! Bisognava sentirlo....</p> + +<p>— E v’ha detto?...</p> + +<p>— Cioè, a me non ha detto niente, ma a quest’ora +tutto il paese lo sa!</p> + +<p>— E questo signore si chiama...?</p> + +<p>— Il nome non ce lo disse, — saltò su Cristina +venendo in aiuto della signora Angelica. — Cercò +di lei, don Cornelio; disse che sarebbe +tornato, che portava una gran buona notizia, volle +veder me....</p> + +<p>— E non aveva nessuna lettera?... Oh l’avrà +avuta, l’avrà avuta!</p> + +<p>— E tutto il paese la conosce a quest’ora la +buona notizia, — continuò la signora Angelica. — Furon +qui più che cento persone... cioè, non +proprio cento, ma almeno otto o dieci, a dire che +questo signore è arrivato fin da ieri sera, che ha +<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> +parlato con parecchi, che s’è informato di tutto, +e che accomoderà ogni cosa.</p> + +<p>— E non v’han detto chi lo manda? Non v’han +detto che avesse una lettera?</p> + +<p>— Ma non vi basta? Oh che benedett’uomo! +E la signora Angelica, per la prima volta in +vita sua, stava per perdere la pazienza. Quando +a un tratto e in tutta furia, entrò il sindaco; il +quale piantatosi dinanzi a don Cornelio, col cappello +in capo e con la faccia scura, cominciò con +un: Dunque?</p> + +<p>— Dunque? — ripetè il curato. — Mi dica, +mi dica subito, perchè io non ne so niente.</p> + +<p>— Come niente? Un affare così importante, e +non saperne niente! Ma già può cascare il mondo +che loro preti... Loro preti già son tutti uguali...</p> + +<p>— Può darsi; ma intanto me le dica subito lei +queste novità, perchè son sulle spine.</p> + +<p>— Ah, non ne so nulla nemmeno io; ero venuto +per l’appunto a sentire.</p> + +<p>— Oh, quest’è nuova, e se la piglia con me!</p> + +<p>— Sicuro, perchè lei finirà a farmi qualche +imbroglio, come fanno sempre loro preti. Lei è +l’uomo della buona fede, e ci cascherà. Si butterà +in braccio di costui, che sarà un qualche +furbacchione, un qualche collo torto che la menerà +per il naso....</p> + +<p>— Lei gli ha parlato?</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span></p> + +<p>— Non l’ho neanche veduto, ma non importa. +Ho le mie informazioni. È un uomo magro, con +un soprabito lungo, che parla tenendo una mano +nell’altra, che ha un cappello a tuba... Insomma, +non se ne fidi, la pigli larga... Ma già lei farà +tutto all’opposto, perchè in fatto di ostinazione, +loro preti.... — E intanto che il sindaco diceva +così, la signora Angelica chiamava Cristina, e si +tirava in disparte, come di solito quando parlava +il sindaco, per non udir cose che la scandolezzassero.</p> + +<p>A interrompere il battibecco, tra il sindaco che +continuava a pigliarsela con i preti, e don Cornelio +che perdeva la pazienza, venne la serva annunziando +in tutta furia ch’era tornato quel signore, +e che domandava di don Cornelio.</p> + +<p>— Che venga subito... cioè vengo io... no, conducetelo +in saletta... non fatelo aspettare, fate +presto.... — E nel dir questo, don Cornelio cercava +di assettarsi i panni in dosso alla meglio, +e di spolverarli in fretta con le mani. Il sindaco +s’era abbottonato fino al bavero, e aveva calato +il cappello sugli occhi come un congiurato, sul +teatro, sorpreso dagli sgherri. La signora Angelica, +tenendo Cristina per mano, correva per +di qua e per di là, e non sapeva da qual parte +uscire. Intanto il forestiero annunziato dalla serva +era comparso sull’uscio, col cappello in mano, +<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> +facendo un inchino, e pronunziando un: <i>è permesso?</i> +lungo e mellifluo come quello d’una madre badessa.</p> + +<p>Don Cornelio, dopo un lungo ricambio di complimenti, +condusse il suo ospite nella saletta; e +fece capire, con un cenno dell’occhio, al sindaco +e alla sorella d’allontanarsi, intanto che andava +richiamando alle convenienze <i>Ugolino</i>, il quale, +dal canto suo faceva una pessima accoglienza al +nuovo venuto, brontolando e mostrandogli i denti. +Angelica e Cristina si ritirarono, dopo molte riverenze +e molti inchini, che quel signore non finiva +di ricambiare, accompagnandoli con lunghe +occhiate piene di curiosità. Anche il sindaco se +ne andò, ma senza salutar nessuno; poi si fermò +in strada sulla porta a scambiar qualche parola +con quei quattro curiosi che avevano seguìto il +forestiero fin sulla porta di don Cornelio. Ma si +trattenne poco; perchè, per dar a credere di saperne +più degli altri, quando non se ne sa nulla, +ci vuole che i colloqui sien brevi.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p> + +<h2>V.</h2> +</div> + +<p>Con molto dispiacere della signora Angelica, +che aveva il desinare bell’e pronto, il dialogo di +don Cornelio col suo ospite durò quasi due ore; +per cui, quando vide spalancar l’uscio della saletta, +e uscirne il forestiero in atto d’accomiatarsi, +la signora Angelica, che era fuori ad aspettare, +fu un po’ meno complimentosa di prima. E +si sarebbe anche arrischiata di dire, a mezza +bocca, una qualche paroluccia di malcontento a +suo fratello, se in quel punto non avesse notato +un certo che, se non gli avesse vista una certa +espressione del viso ben diversa da quella che +s’aspettava. Don Cornelio era tutto acceso, e aveva +i capelli un poco più scomposti del solito. Sulla +sua faccia non c’era più, tutto intero, quel velo +di malinconia e di malumore dei giorni prima; +quel velo era rotto, ma rotto da un ventaccio +burrascoso di quelli che lasciano de’ nuvoloni +<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> +qua e là. Guai però se qualcuno gli avesse detto +in quel momento ch’egli non pareva contentissimo! +Sarebbe andato in collera.</p> + +<p>Come ebbe condotto il suo forestiero fino in +strada, don Cornelio, nel tornare in casa, fregandosi +le mani, e quasi saltellando, chiamò a tutta +voce Cristina e Angelica, la quale intanto lo +pedinava senza ch’egli se ne avvedesse: — Venite +qua, venite a sentire; buone notizie! sicuro, +una gran notizia! Ci hanno pensato Quello di lassù... +e il tuo babbo. — E stretta Cristina nelle sue +braccia, fece una lunga pausa, perchè intanto +sentiva un nodo alla gola, e non poteva più +parlare.</p> + +<p>— Eccoci; ma siccome il desinare è pronto da +un pezzo, anzi è mezzo bruciato e mezzo freddo — disse +la signora Angelica, — così ci racconterete +tutto a tavola. Andiamo, andiamo.</p> + +<p>— Dunque? — riprese poco dopo la sorella +del curato, intanto che scodellava la minestra.</p> + +<p>— Dunque, — cominciò don Cornelio, — è +proprio vero quello che avete sentito anche voi. +La Provvidenza ci ha pensato, e di tutti i guai +che sapete non se ne parlerà più.</p> + +<p>— Oh, sia lodato il Cielo! Ed è quel bravo signore, +non è vero? Oh, si capisce, ha un’aria +così buona, così contrita....</p> + +<p>— Non se ne parlerà più. Insomma da questo +<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> +lato c’è proprio da esser contenti. Sicuro che... +queste patate, per dirne una, la Provvidenza non +ce le manda bell’e fritte.... Aiutati che ti aiuterò, +dice la Provvidenza... e quando per arrivare +al bene c’è una qualche privazione, una qualche +contrarietà da sopportare, bisogna aver pazienza +e rassegnar visi di buona volontà!</p> + +<p>— Oh, sì, don Cornelio! qualunque privazione, +qualunque pena, mi sarebbe cara se potessi far +qualche cosa anch’io per la memoria del mio +babbo, e per il bene di tutti! — esclamò con calore +Cristina.</p> + +<p>Don Cornelio la guardò con un sorriso malinconico, +e tacque a un tratto come chi ha perduto +il filo del discorso.</p> + +<p>— Ma, insomma, non ci avete ancora detto +niente! — esclamò di lì a poco la signora Angelica, +facendosi poi subito tutta rossa per l’atto +d’impazienza.</p> + +<p>— Ah, sicuro. Dunque dicevo... ma abbiamo +tutto il dopo desinare per passeggiar nell’orto e +per discorrere... una cosa dopo l’altra ve le dirò +tutte. Quello che vi posso dire fin d’ora è che, +nessuno, nè di quelli d’Orobio, nè di quelli di +fuori, perderà un soldo. Saranno pagati tutti; nè +palazzo, nè poderi non andranno all’asta!...</p> + +<p>Cristina volle fare un atto di esclamazione, ma +non lo potè, e si asciugò in fretta gli occhi gonfi +di lacrime.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span></p> + +<p>— Ed è quel signore che... — disse Angelica.</p> + +<p>— No, non è lui, ma abbiate pazienza!</p> + +<p>La signora Angelica era impaziente più di +prima, ma non osò domandar altro. Osservò che +il fratello mangiava più in fretta del solito, e +che non s’era neanche accomodata la salvietta +passandone un capo nel collare, come soleva. +Era inquieta e in sospetto, ma si rassegnò ad +aspettare la passeggiata nell’orto.</p> + +<p>— Quel signore che avete veduto si chiama il +signor... — riprese don Cornelio dopo essersi alzato +da tavola, e nell’avviarsi verso l’orto — il +signor... aspettate, ve lo dico subito, ho qui il +suo nome stampato sul biglietto di visita, come +si usa in città. Ecco: <i>Zaccaria Valassina</i>. Ma chi +raddirizza la barca non è lui, lui non è che il... +non so come lo chiamino... insomma è l’incaricato, +è l’amministratore della persona che verrà +a mettersi al posto del povero conte Maurizio, e +a tenere in piedi la casa.</p> + +<p>— E questo tale è?... — saltò su Angelica che +non ne poteva più.</p> + +<p>— Questo tale... è una tale... ma abbiate pazienza, +pigliamo le cose a una a una. Io non so +se tuo padre — riprese dopo una pausa don Cornelio, +facendosi vicino a Cristina, e avviandosi +con lei per un vialetto dell’orto — ti abbia mai +parlato d’una zia.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span></p> + +<p>— Sì, me ne ha parlato, — disse subito Cristina, — ma +non me ne ricordo il nome. Nella +camera del babbo, tra i molti ritratti sparsi sui +tavolini ce n’è uno piccolo a colori, coperto da +un vetro, e con una cerniera d’oro all’ingiro... +Ebbene, quando domandavo al babbo, fin da bambina, +di chi è questo ritratto? e gli facevo vedere +il ritratto con la cerniera, il babbo mi rispondeva: +“questo è il ritratto della zia.„</p> + +<p>— Non ti diceva altro?</p> + +<p>— No. Ah sì; mi diceva anche che si chiamava +la zia Fulvia! — “E perchè non vien mai qui con +noi la zia Fulvia?„ — domandavo al babbo; e il +babbo mi rispondeva che abitava a Milano; poi +una volta il babbo non mi rispose, e si fece triste. +Non gliene domandai più nulla, e pensai che +la zia Fulvia fosse morta.</p> + +<p>— Non è morta.</p> + +<p>— Sia lodato il Cielo, — esclamò la signora +Angelica che aveva seguito, a un passo di distanza, +il fratello e Cristina.</p> + +<p>— Dunque è la zia che viene a farci del bene? +che ha mandato quel signore di poco fa?... E la +zia verrà, anch’essa? Verrà presto?...</p> + +<p>— Sì, è proprio la zia — riprese don Cornelio — alla +quale avevo scritto da parecchi giorni. +Ma non l’ho mai veduta neppur io; non la conosco +che di nome. E, guardate che combinazione. +<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> +Ha anch’essa il mio cognome, si chiama Sacchi +anche lei. Non te l’aveva detto il babbo?</p> + +<p>— No. Oh quante belle cose in una volta! Scriviamole +subito tutte a Enrico... — esclamò Cristina; +e la nuova commozione, risvegliandone altre, le +fece sentire il bisogno, in quel momento, di gettarsi +nelle braccia della signora Angelica.</p> + +<p>— Il nome è il medesimo, — continuò subito +il curato per rimettere in carreggiata i pensieri +di Cristina; — ma ci sono i <i>sacchi</i> vuoti, e i <i>sacchi</i> +pieni. Io appartengo ai primi. Dunque, continuando, +tua zia si chiama Sacchi, o per dir +meglio, si chiama donna Fulvia d’Orsenigo vedova +Sacchi. Suo marito è morto da parecchi +anni, e l’ha lasciata senza figlioli.</p> + +<p>— Povera zia!</p> + +<p>— È naturale dunque ch’essa cerchi d’aver una +figliola in te. Il Signore poi le ha mandato la +buona ispirazione di mettersi al posto del tuo +babbo in tutto, e di fare molte opere buone in +una volta sola. La tua casa non andrà in mano +d’altri; il buon nome di tuo padre resterà intatto, +come meritava... tu avrai una seconda madre; +vivrai con lei....</p> + +<p>— La zia dunque verrà qui? E io vivrò con lei +ancora nella casa del babbo?</p> + +<p>— Sì, certamente... ma solo una parte dell’anno +perchè tua zia vive lontano di qui... vive a Milano, +come sai.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span></p> + +<p>— A Milano? E dovrò starci molti mesi dell’anno +a Milano? — chiese Cristina facendosi +tutta pensierosa.</p> + +<p>— Non lo so di preciso, ma so che passerai +molti mesi anche a Orobio, perchè quel signore +di poco fa m’ha detto che donna Fulvia ha bisogno +dell’aria delle nostre montagne; che a +Orobio quindi ci vuol star molto, che ci vuol +fare tante belle cose.... Insomma, capisco, lo staccarsi +dai paesi che ci han veduto nascere, non è +mai una cosa allegra; ma, l’hai detto anche tu +che una qualche privazione l’avresti sopportata +volentieri!... Or vieni qua, ragioniamola un poco. — Ma +intanto Cristina piangeva dirottamente nelle +braccia della signora Angelica, la quale in quel momento +non aveva proprio l’aria di darle dei conforti.</p> + +<p>Don Cornelio, a poco a poco, riuscì a tranquillarla, +e a continuare il suo discorso, fino a dirle +che la zia aveva dato incarico a quel signore, +di condurla a Milano subito subito, magari in +quel giorno se fosse stato possibile.</p> + +<p>— Ma qui poi — si affrettò a soggiungere don +Cornelio, — ho voluto comandare un poco anch’io. +Condurre Cristina dalla zia sta bene, ma +voglio condurla io! Eh, ci sono già stato una +volta io a Milano! Quanto poi al subito... un +paio di giorni almeno ci vogliono per disporre +le nostre cosucce.... —</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span></p> + +<p>E così, con un poco di diplomazia, don Cornelio +aveva anche fatto capire a Cristina che +bisognava partire tra due giorni.</p> + +<p>La passeggiata nell’orto e la conversazione +durarono fino al tramonto. Fu una conversazione +però in cui Angelica e Cristina ci misero poco +del proprio. Ma don Cornelio, passato l’impiccio +del cominciare e del venire alla conclusione, +aveva riavuto il fiato; e tirò via per un pezzo +coi commenti, con le considerazioni, e con tutto +quello che potè raccapezzare pur di discorrere +e di distrarre Cristina. Ormai l’impiccio era quello +del finire; ma ci pensò la campana dell’avemmaria +a chiamarlo in fretta per varie cosucce del suo +dovere.</p> + +<p>Il giorno seguente fu una gran giornata non +solo per i nostri personaggi, ma per tutti gli +abitanti del nostro paesello. Anche in tutta la +vallata non si parlava che degli avvenimenti +d’Orobio. Un gran signore, — come dicevano i +più, — un conte, un milionario, veniva a dipanar +la matassa del conte Maurizio; ma questo +era il meno; veniva a rifar casa Orsenigo, a piantarsi +in Orobio, e a farci cose grandi. Anzi, c’era +già venuto, dicevan altri, e lo si era veduto lui +in persona, con la roba, e coi milioni. Tutte queste +maraviglie venivan già accolte, fuori d’Orobio, con +un tantino d’invidia, e con una cert’aria d’incredulità, +<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> +appunto perchè le credevano. Il signore +che faceva tanto parlare di sè, e che per +scambio era creduto dai più il nuovo benefattore +d’Orobio, non era altro, come ognun vede, che il +signor Zaccaria Valassina, il ragioniere della zia +di Cristina. E il signor Zaccaria, compiacendosi +moltissimo di vedersi tanto ossequiato, e osservato +con tanta curiosità, ricambiava gli omaggi +or con quel risolino compiacente che di solito +teneva in serbo per donna Fulvia, or con quella +sostenutezza dignitosa che assumeva davanti a +un debitore moroso. La gente che gli andava dietro +per strada, e che l’aspettava per vederlo passare, +non guardava tanto per il sottile, e si persuadeva +sempre più che il milionario era proprio +lui. I pezzi grossi d’Orobio avevano ben risaputo +com’eran le cose, ma non le lasciavan intendere +che a metà; perchè intanto non dispiaceva +loro che quel forestiero, col quale la gente +li vedeva girare per il paese, e con una certa +domestichezza, fosse tenuto in conto d’un gran +personaggio.</p> + +<p>La contentezza e le speranze di quelli d’Orobio +ingrandivano talmente d’ora in ora, che il +sindaco non osava, questa volta, crollare il capo +come faceva di solito quando gli davano una +buona notizia. Si teneva in disparte; e, per crollare +il capo, andava da don Cornelio. Ma don +<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> +Cornelio, dopo quel primo turbamento che gli +abbiam visto, aveva cacciati a uno a uno certi +pensieri molesti, e aveva finito con l’aprire il +cuore anch’esso alla gioia e alle speranze. L’aveva +aperto però così da poco, che le crollate di +capo del sindaco gli richiamavano subito i suoi +dubbi, e quindi gli facevan perdere tanto più la +pazienza. Ogni volta dunque era una gran baruffa.</p> + +<p>— È inutile; quando non può rodersi il fegato... +per lei la va male! — gridava don Cornelio. — Che +gusto ci trova? A quel po’ di bene che capita +a questo mondo facciamogli almeno un po’ +di buon viso! Ma no, lei ha bisogno di veder +male, e sempre male. Oh che mondo noioso sarebbe +il suo!</p> + +<p>— Si diverta pure, don Cornelio, si diverta +pure col suo bel mondo color di rosa!... Ma già +per loro preti....</p> + +<p>— Per noi preti la va sempre bene! vuol dir +lei. Oh, la va benone! Siamo proprio in tempi.... +Basta, basta, non mi faccia dire qualche sproposito.</p> + +<p>— Non è questo che volevo dire. Volevo dire +che loro preti o sono di mala fede, e allora non +parliamone; o sono di buona fede, e allora sono +come lei....</p> + +<p>— Credenzoni! Vada pur avanti....</p> + +<p>— Non dico questo.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span></p> + +<p>— Lo dice sempre!</p> + +<p>— Di troppa buona fede! ecco quello che volevo +dire. Mi potrebbe forse negare....</p> + +<p>— Neghi lei invece, se può, con quel suo veder +sempre nero quante e quante volte non ha +dovuto confessare....</p> + +<p>— E quante volte lei non ha dovuto picchiarsi +il petto per la sua troppa buona fede! Basta, +staremo a vedere. Io non l’ho sentita mai neanche +nominare questa sorella del conte Maurizio; +ma se lei la conosce.... — E qui don Cornelio si +impazientiva ancora di più; voltava le spalle al +sindaco, e andava in cerca di un altro che gli +venisse in aiuto coi ragionamenti del buon umore +e della speranza.</p> + +<p>Don Cornelio era tornato alle abitudini d’una +volta. Sebbene fosse tutto in faccende, pur si fermava +volentieri a discorrere ne’ crocchi in strada, +e s’era fin lasciato vedere la sera nella bottega +dello speziale. Facce di cattivo umore, di quelle +che conturbavano tanto don Cornelio, non se ne +incontravano più. Tutti facevan festa al curato +come prima, e più di prima; tutti lo tempestavano +di domande, di congratulazioni, e perfino +di ringraziamenti. Egli cercava bene di schermirsene +e di metter le cose in chiaro; ma era +inutile; per cui sorridendo finiva a conchiudere +tra sè: “Prima non ne avevo colpa, adesso non +<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> +ne ho merito; ma le partite non foss’altro son +pareggiate.„</p> + +<p>E Cristina? Quante commozioni, quanti nuovi +pensieri eran venuti in pochi giorni a darle nell’anima +la prima battaglia della vita! Cristina +aveva diciassett’anni; ma questi anni, passati +lontani da ogni rumore del mondo, nella vita +semplice della casa paterna e del suo paesello, +eran stati per lei anni d’una fanciullezza prolungata. +Ora gli ultimi fatti, la morte di suo +padre, quelle disgrazie che aveva cercato di capire +nell’angoscia degli altri, il ritorno e la partenza +d’Enrico, la chiamata della zia X......, +tutte queste cose eran venute a svegliare e a +dischiudere la sua anima come un fiore su cui +scenda un improvviso e cocente raggio di sole. +E quanto c’era in quell’anima, è inutile dirlo, +aveva subito data, sulle ale di que’ diciassett’anni, +una corsa veloce per le mille strade della fantasia. +Chi sa per quelle strade, in qualche punto più lontano, +quanto sole e quanti fiori non ci avrà trovati, +senza volerlo, Cristina! Lo si capiva, lo si vedeva. +Ma poi, a un tratto, essa chinava gli occhi, come +sorpresa da un rimorso pensando alla sua recente +sventura, e ricadeva nella mestizia di prima. +Allora i bei paesi lontani a cui ritornava la rivedevano +ora agitata da un’inquietudine vaga o +da vaghe paure, or nell’attitudine rassegnata dello +<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> +sconforto e del dolore. E nella via del dolore l’immaginazione +riaccesa le figurava tutta una missione +di sacrifici, di doveri difficili, di atti generosi; +e Cristina si fermava su questi nuovi pensieri +con entusiasmo, e con una certa vigoria +d’animo ch’era tanta parte di lei. Ci si fermava +fino a che quei dolori ideali le riconducevano il +pensiero a un dolor vero, alla memoria del babbo; +e allora dava in un scoppio di pianto.</p> + +<p>Cristina sorpresa, impaurita dai nuovi pensieri +che l’assalivano e si succedevano più forti alle +volte della sua volontà, sentendo in sè stessa +qualche cosa che la rendeva diversa di prima, +cercava di non lasciar scorgere la sua commozione; +e avrebbe voluto nascondersi perchè sentiva +montar le fiamme alla faccia se qualcuno levava +gli occhi sopra di lei. Ma di tutto ciò, +non c’era nessuno in quel momento che se n’accorgesse. +Don Cornelio era distratto; anche in +lui c’era un contrasto di pensieri nuovi e di pensieri +vecchi. L’animo suo, facile alla speranza, e +l’antico suo buon umore avevan delle lunghe rivincite; +ma poi c’era qualche dubbio da scacciare, +e allora bisognava uscir di casa, chiacchierare +con qualcuno per strada, e ricevere da chi passava +quelle tali congratulazioni.</p> + +<p>La signora Angelica invece non parlava, non +rispondeva a nessuno, dicendo tutt’al più che +<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> +non ne aveva il tempo, ma che era tanto contenta. +E intanto che diceva così, le scendevano, +di sotto agli occhiali, de’ grossi goccioloni che cadevan +sulla biancheria e sui vestiti di Cristina, +nel baule, dove li andava riponendo con molta +attenzione e con un’arte paziente.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span></p> + +<h2>VI.</h2> +</div> + +<p>Don Cornelio, dopo le sue famose camminate +del quarantotto, de’ viaggi non ne aveva fatti +più; non era andato neanche più in là del capoluogo +della provincia. Ora il dover partire, così +tutt’a un tratto, per Milano, nientemeno! e senz’aver +avuto il tempo di pensarci su, era stato un +scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi +della partenza, per di più, non erano andati così +lisci da riconciliarlo coi viaggi.</p> + +<p>Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la +sorella. La signora Angelica, all’annunzio della +partenza di Cristina e del fratello, era stata tutta +compresa, oltre che dalla commozione, anche dal +pensiero che il suo curato dovendo presentarsi +in una casa di gran signori, e in Milano, non vi +dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi. +Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone, +di cui teneva lei gelosamente la chiave, e +dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi di +<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> +vestiario ancor nuovi aspettando una occasione +straordinaria. Angelica andò difilato ad aprire il +cassettone, girò la chiave coi dovuti riguardi... +impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò +gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era +più nulla, tutto era scomparso! Angelica, a cui +non eran nuove queste sorprese, non si perdette +in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole. +In altre circostanze consimili si era contentata +di brontolare, o di mandare qualche lungo +sospiro di rassegnazione; ma questa volta andò +proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse +a cercare suo fratello per dirgli di santa ragione +il fatto suo. Il colpevole, il solito colpevole di +questi furti domestici, era proprio don Cornelio; +il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava; +rubava la propria roba e con un’arte matricolata +ch’era la disperazione della sorella. Ogni tanto +eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato +che non aveva da coprirsi..., don Cornelio +aspettava che la sorella fosse uscita di casa, poi +quatto quatto frugava per le stanze, apriva un +armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche +capo di vestiario, lo nascondeva sotto la veste, +e via. — Ah, quel benedett’omo, quel benedett’omo! — esclamava +Angelica quando se +ne spassionava con qualche amica. — Me lo dicesse +almeno! Della roba smessa, de’ cenci per i +<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> +poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor +no! Se c’è un capo novo si può esser sicuri che +mi piglia proprio quello! E di tutto piglia; lenzuoli, +coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E +pretendeva che una volta, nella fretta +del rubare, il curato le avesse fatto sparire anche +una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla +con una nuova. La ramanzina questa volta +fu delle più solenni, e non fu breve. Don Cornelio +se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi, +come chi riconosce il proprio fallo.</p> + +<p>Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere +alla signora Angelica gli abiti scomparsi, +così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello +scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva +più. A togliere d’imbarazzo don Cornelio capitava, +è vero, ogni minuto qualcuno; ma o eran de’ seccatori +che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina +che tirandolo in disparte, aveva un qualche +nuovo ammonimento da dargli sul modo di comportarsi +e di parlare con donna Fulvia. Allora +gli pareva meno male di rimandarli tutti in santa +pace, con le buone e presto. Ma appena se n’erano +andati tornava a sentir la voce della sorella +che, in un canto della stanza nel preparargli la +sacca, andava brontolando da sè, ma in tono di +rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare +a Milano coi calzoni usati, e col panciotto +<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> +sfilacciato... bella figura! cosa diranno i Milanesi? — E +don Cornelio, per confortarsi, brontolava +da sè alla sua volta: “Quando metterò +il piede sul predellino della vettura, oh! sarà un +gran bel momento!„</p> + +<p>Ma fu meno bello anche quel momento. — Che +soprattutto nessuno sappia l’ora della partenza! — aveva +detto risolutamente don Cornelio; ma a +vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto +per dargli il buon viaggio, e per salutar +Cristina; chi per curiosità, per vedere come si +faceva a partir per Milano; chi per dargli una +lettera da ricapitare; chi per dirgli di salutar +qualcuno caso mai l’incontrasse per strada. C’era +il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi, +tutti insomma; non ci mancava che il dottore, +perchè c’era in campagna un branco di pernici +che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava +pur risponderla a tutti; bisognava far +coraggio a Cristina e alla sorella, che piangevan +nell’andito della casa, e non si decidevano a passar +la soglia: e bisognava anche darla a intendere a +Ugolino, che non sapeva capacitarsi di dover restare +a casa. Il momento della partenza durò +quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente +e poi rassegnato, andava dicendo tra sè e +sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh +quello sì sarà un gran bel momento!„</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span></p> + +<p>Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva +fare un’ora di strada per condurre a una borgata +da cui poi partiva la diligenza, che in tre o +quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e +della sete del vetturino, arrivava allo sbocco della +valle, dove c’era una stazione della strada di ferro. +Quella prima oretta di viaggio in legno non passò +male. Cristina s’era andata man mano rasserenando, +e all’espressione piena di dolore di poco +prima glien’era succeduta un’altra, ora pensierosa +ora distratta, ora illuminata da qualche subito +raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in +cuor suo che le cose andassero meno male di +quello che aveva temuto, cercava a proposito di +tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole +il nome dei paeselli di cui eran sparse le falde +dei monti, e raccontandole qualche storiella del +passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E +siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà, +si poteva scorgere da lontano un punto +bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto +nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere, +raccontò anche a Cristina la sua famosa +avventura, accompagnandola, in forma di soliloquio, +con tutte quelle riflessioni ch’era andato +mettendo insieme da quell’epoca in poi. — Se +fosse ancora vivo quell’ometto!... oh, quest’era +proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio, +<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> +che andavo a fargli visita! Scommetto che +m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui tutto in mente +il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito +anche di noi poveri preti, e certe cose che gli +avrei voluto suggerire... a meno che non le avesse +pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse +anche fatte!...</p> + +<p>Anche Cristina dal canto suo viaggiava col +pensiero, come don Cornelio, ma in tutt’altra +direzione. Il cuore le si era messo a battere forte +forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto, +e su quella medesima strada, dove aveva +veduto partire, pochi giorni prima, Enrico. Le +era parso subito di voler bene al legnetto, al +vetturino, alla strada, e a tutto quello che si vedeva. +Avrebbe voluto, di tanto in tanto, ripensare +alla zia da cui era aspettata, e alla signora +Angelica che aveva lasciata tutta in lacrime; +ma il pensiero era inchiodato lì; e se pigliava +il volo era per andarsene al bel paese smagliante +di luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire +che la sua mente illuminava di presentimenti +felici e di trepide speranze.</p> + +<p>Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci +fosse stata proprio ricondotta dal legnetto, perchè +come l’ebbe lasciato, e si trovò nella diligenza, +quell’espressione luminosa del suo viso si +intorbidò, e a poco a poco scomparve sotto un +<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> +velo fitto di malinconia. Don Cornelio se ne accorse, +e avrebbe voluto ricorrere da capo alla +parlantina a cui dava tutto il merito se le cose +erano andate bene fin lì. Ma questa volta c’era +un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due +altri personaggi, che noi già conosciamo, don +Innocente e don Prospero: e il nostro curato che +non aveva voglia in quel momento d’attaccar +discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa +quante domande, dopo averli salutati e dopo aver +scambiata qualche parola, s’era messo a legger +l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni +di curiosità, avevano continuato per un poco a +guardare ora il curato, ora Cristina, scambiandosi +delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi +s’eran messi a discorrere sotto voce dei loro +affarucci. Don Prospero parlava d’un contratto +che andava a fare per l’osteria del <i>Pomo d’Oro</i>; +poi faceva a don Innocente delle riflessioni sul +palato dell’<i>avventore</i>; e gli raccontava la storia +d’un vino che aveva preso il forte, il torbido e +la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato +così bene che l’<i>avventore</i> se l’era bevuto fino +all’ultimo bicchiere, e con che gusto! Un affarone! +Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza, +e approvava tutto con la solita compunzione; +diceva d’esser venuto con gran piacere +per fargli compagnia, per prendere una boccata +<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> +d’aria... — “e per fare, se gli capitasse, una partita +alle bocce in quattro„ — soggiungeva forse +don Prospero in cuor suo.</p> + +<p>Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi +le cose per un pezzo così; ma con la coda dell’occhio +vedeva Cristina che tutta rincantucciata +si faceva sempre più malinconica, e pareva presa +da un grande accasciamento. Ripensò al rimedio +della parlantina che gli pareva diventasse urgente +oramai; chiuse il breviario, e si guardò +intorno cercando un qualche pretesto per attaccar +discorso. Intanto a Cristina gli occhi s’eran +fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi goccioloni +sul grembo. Don Cornelio allora non potè +più tenersi, fece un ultimo sforzo, e dopo aver +guardato dagli sportelli all’ingiro per la campagna +diede a un tratto in una tal risata che fece +spalancar gli occhi de’ suoi compagni di viaggio, +e gli attirò più domande che non gliene occorressero. +La conversazione così fu in un subito +avviata.</p> + +<p>— È a quella svolta, nevvero, che si va alle +Cascine Vecchie? — prese a dire don Cornelio, +e continuava a ridere.</p> + +<p>— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma... +eh, eh! ce n’è della strada per arrivarci!</p> + +<p>— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che +mi rammenta le Cascine Vecchie mi fa subito +<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> +ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno +ben risaputa anche loro la mia avventura del +croato! Come? no?</p> + +<p>— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi +pare bene d’averla sentita raccontare... un gran +pezzo fa....</p> + +<p>— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia! +quanti anni.</p> + +<p>— A ogni modo me la dica... che forse la rammento.</p> + +<p>— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha +a fare! e poi con le chiacchiere s’accorcia la +strada.... Stammi a sentire anche tu, Cristina, ma +poi non darmi la baia veh! come hanno fatto +per un pezzo mia sorella e i miei amici d’una +volta. Dunque... eravamo nel 1848, sulla fine di +marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci +facevan fagotto, e alzavano i tacchi in +fretta e in furia, cacciati a schioppettate dalle +città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi... quando, +s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche +giorno prima di partire come cappellano coi +volontari della valle, ero venuto appunto fino alle +Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni +e con qualche prete, dei quali, poveretti! non +ce n’è più uno al mondo. S’era venuti in tutta +fretta insieme a dei signori della città, anzi nelle +loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei +<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> +prigionieri e dei feriti per le strade e nelle stalle +de’ contadini. — “Ora che il barbaro è sconfitto +per sempre„ come si diceva in allora +“guai a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo +alle Cascine Vecchie, e cosa vediamo? In un capannone, +su poca paglia, stavan dieci o dodici +poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati, +che facevan pietà; e sulla strada, in mezzo a uno +sciame di contadini, alcuni prigionieri legati come +salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò +subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero +è sacro per il crociato italiano!... Ehi, mamelucchi, +<i>volere mangiare?</i>... Qua, con me, andiamo dal +fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi +con gran cura nelle carrozze. — “<i>Io star ungherese</i>,„ +gridavano tutti questi poveri diavoli. — Andate +là, andate là — si rispondeva loro; — l’italiano +libero e indipendente non fa distinzione +tra i poveri feriti!„ — In poco tempo furon tutti +medicati alla meglio, rifocillati, e condotti via; a +eccezione però d’un povero croato, lungo come +un campanile, brutto come un demonio....</p> + +<p>— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse +tra i denti don Innocente.</p> + +<p>— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano, +non gravemente, ma aveva la cera cupa e malinconica +più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva +nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran +<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> +compassione, e dissi: me lo prendo io. Fu un affar +difficile sulle prime a addomesticarlo; non voleva +lasciar vedere la ferita, non voleva bere, +non voleva mangiare. Gli diedi un sigaro dicendogli +pipa, per farmi capire, ma mi rispose con +un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo, +e glieli misi sotto il muso gridando forte: kreuzer, +kreuzer; cominciò a capire, e se li prese. Insomma +a poco a poco, e con una gran pazienza, +lo persuasi che nessuno gli avrebbe fatto del +male, che l’avrei fatto guarire, e che venisse di +buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti, +ed io ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada +col mio croato, e a braccetto per di più, perchè +il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo +in città, allo spedale, ci volevano, a camminar +piano, un par d’orette. Si va, si va... e dopo mezz’ora +incomincia a piovere. Affretto il passo, e +piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma +eravamo al tramonto, il cielo si faceva sempre +più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo ombrello, +e presto eccoci, io e il mio <i>padre compagno</i>, +bagnati, inzuppati, che ci si poteva spremere +come due spugne. Quando Dio volle, trovammo +un capannone per ricoverarci. Vi entrammo; +e lì cominciai a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi +il cappello, il soprabito e l’abito per farli +asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise +<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> +a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo +meglio, in quella mezza oscurità, eran due occhiacci +che mi guardavano fissi e che scintillavano +come quelli d’un gatto.</p> + +<p>— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè +don Innocente.</p> + +<p>— Quando a un tratto... dopo avere, per un +minuto solo, voltate le spalle agli occhiacci, cosa +vedo? vedo l’amico che pian piano se ne va +coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli +sono addosso... l’afferro appena fuori del capannone... +ricevo uno spintone, e anche un buon pugno... +Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui +via, gridando: <i>paga Pio Nono!</i></p> + +<p>— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò +don Innocente spaventato.</p> + +<p>— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva +don Prospero, il quale aveva già fatto +capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i +particolari di quella storia.</p> + +<p>— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda +chi può!... Povero don Cornelio!... Rientro nel capannone, +mi guardo intorno con l’aiuto d’un fiammifero, +e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto, +e il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il +cappello da prete, il mio nicchio! ma quella mattina +m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi sarebbe +piaciuto vederlo il croato col nicchio!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span></p> + +<p>Cristina cominciava a ridere.</p> + +<p>— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio +freddo, pioveva dirottamente, a diluvio... +ero in maniche di camicia....</p> + +<p>— E allora? — domandò Cristina.</p> + +<p>— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi, +un’ora dopo, rientrare in casa (fortuna che +abitavo fuori di città!) quatto quatto, dalla parte +dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere +in quel momento mia sorella, e un mio amico, +un burlone per di più, che m’aspettavano!... L’avventura +fu risaputa, e si pensi che ridere, che +ridere se ne fece!</p> + +<p>Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di +gusto perchè anche Cristina dava in scoppi di +risa schietti, lunghi, che facevano in quel momento +il più bel contrasto sulle sue gote pallide +e ancor lucide per le lacrimucce di prima. Don +Prospero, che non solo si rammentava dell’avventura +narrata da don Cornelio, ma pretendeva +di saperla anche meglio di lui, s’era messo a correggerla +e a completarla con delle varianti udite +al <i>Pomo d’Oro</i>, e delle quali rideva rumorosamente +per proprio conto. Don Innocente, che +aveva ascoltata la narrazione torcendo la bocca, +ma facendole poi fare un sorriso stentato quando +i suoi occhi si incontravano in quelli di don +Cornelio, ora, tanto per prender parte alla conversazione +<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> +anche lui, concludeva col dire che +il caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo, +come lo insegna il padre Candido Brugnolo, +il croato avrebbe forse potuto fuggire... +ma con gli abiti da prete, no di certo.</p> + +<p>La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente +erano arrivati al paesello a cui eran diretti, +e, salutati quelli che rimanevano, scesero +a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto +che veniva loro incontro dalla soglia d’una +bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza tirò +innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con +la parlantina che gli era riuscita così bene fin +lì; tirò innanzi più che potè, cercando con +qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon +umore di Cristina, finchè la diligenza arrivò in +capo alla valle dove c’era la stazione della +strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse +e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco, +e su cuscini che parevano imbottiti di piuoli, dovevano +pur lasciare a Cristina e a don Cornelio +una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo +quelle ore! E don Cornelio non ne trovò più, +per fare una buona risata schietta e di gusto.</p> + +<p>In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava +a zeppo; tutte facce nuove; e i nostri due viaggiatori +si sedettero accanto, un poco impacciati +e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini +<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> +che li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità +e con l’eguale espressione sciocca, non ristavano +dal contemplare il prete di campagna e +la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e +silenziosi per un paio d’ore fino a Milano. A quei +curiosi però non badarono a lungo, perchè il filo +dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli +tutt’e due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato +il filo dei pensieri ridenti, delle vaghe +speranze, e di quei sogni che ricomparivano e +sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette +dorate. A don Cornelio invece era accaduto +l’opposto; e sulla sua faccia allegra di poco +prima eran comparse ora certe rughe che gli si +vedevano soltanto quando aveva qualche pensiero +che gli dava fastidio. La sua mente infatti +era tutta concentrata in quel momento in un +pensiero molesto; un pensiero che in quei giorni +gli era venuto innanzi più volte, ma che l’aveva +sempre rimandato perchè per i pensieri molesti, +diceva, c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso +che fosse proprio arrivato il momento di fermarcisi +sopra. Don Cornelio pensava a quella signora +a cui doveva presentarsi il giorno dopo; +a quella signora cui doveva affidar Cristina, e +dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il +destino. Richiamava nella sua memoria quel poco +che il conte Maurizio gliene aveva detto, e quel +<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> +di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo l’amico +suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su +quel discorso, e passar volentieri a parlar d’altro. +Si ricordava che il conte Maurizio e donna Fulvia, +sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan +più, non si scrivevano più; sapeva che tra +loro non c’era buon sangue, ch’eran d’indole diversa, +che non l’avevano mai pensata a un modo, +che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano +divisi sempre più; sapeva finalmente che una +volta c’eran stati tra loro de’ grossi guai, e che in +allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello +la sua scomunica maggiore, dichiarando che +non l’avrebbe voluto mai più rivedere. “Ed è +proprio a quella signora„ pensava don Cornelio +nel riandare questi ricordi “ch’io vado +ora ad affidare la figlia del conte Maurizio!... +Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è +una provvidenza, questa, venuta proprio dal +Cielo. E poi, che Cristina dovesse partir per Milano +subito subito, è stata la prima condizione +dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza +di verbi imperativi!... Quel signor Valassina, +che nessuno mi senta, non m’è piaciuto +proprio punto. Potrebbe anche darsi che +quel tanto di mala grazia melata, ch’era un +gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo. Oh, +lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se +<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> +fa una così buona azione dev’essere anche una +brava signora!... I suoi torti, e grossi, li deve +aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi +sa? a quest’ora si è pentita, e li vuol riparare. +Questioni di puntiglio... questioni di carattere....„ +E qui don Cornelio si accorse di +aver toccato un cattivo tasto, e si fece pensieroso +più di prima. “Il carattere!„ riprese +poi tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par +cosa da poco il carattere? Certi caratteracci, per +esempio, a doverseli godere, e peggio ancora +a doverci star sotto.... Un carattere, per venire +al caso nostro, col quale il conte Maurizio, che +era tanto buono, non aveva mai potuto intendersela +neanche da lontano, dev’essere un carattere... +sul fare di quello del mio croato che +a fargli del bene rispondeva a pugni.... Povera +Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare! +Perchè s’ha proprio da pensare al +peggio? perchè rodersi l’anima fuor di ragione, +senza costrutto, senza un motivo... come fa il +nostro sindaco, tal quale... io che lo canzono +sempre! Andiamo, andiamo... bando ai cattivi +giudizi, e non pensiamo male del prossimo!... +Che soprattutto poi Cristina non mi veda con +la faccia scura, in questo momento; sarebbe capace +di darmi in uno scoppio di pianto, qui, +in mezzo a tutta questa gente... Non ci mancherebbe +<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> +altro! Mi sta forse osservando... misericordia!„ +E mandò a Cristina un’occhiata alla +sfuggita.</p> + +<p>Cristina dormiva tranquillamente.</p> + +<p>“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo +don Cornelio rasserenandosi.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span></p> + +<h2>VII.</h2> +</div> + +<p>Tra le istruzioni che il signor Valassina aveva +date a don Cornelio, c’era anche quella di non condurre +Cristina dalla zia la sera stessa dell’arrivo +a Milano, perchè di sera donna Fulvia teneva +conversazione. Doveva condurgliela il giorno seguente, +a suo piacimento, purchè non fosse dopo +il mezzogiorno, nè prima delle undici di mattina. +Don Cornelio che voleva ripartire subito per la +sua Cura, non era stato malcontento in cuor suo +d’aver qualche ora per una giratina in città. Da +quanti anni non vedeva Milano! C’era passato, +l’ultima volta, tornando dal Piemonte in una +giornata d’autunno del 1848. Che brutte giornate +eran quelle! Com’era squallida e desolata Milano! +La piazza d’armi era tutto un accampamento; +sui bastioni non si vedevano che carriaggi, artiglierie, +e barconi per ponti; nei giardini pubblici +accampava un reggimento d’ussari; e nelle +<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> +piazze o nelle corti di qualche palazzo abbandonato, +drappelli di croati dormivan sulla paglia, +o facevano il rancio....</p> + +<p>Figuriamoci ora come gli allargasse il cuore +quel Milano senza croati! Aveva poi una gran +curiosità di vedere gli abbellimenti e le cose +nuove che s’eran fatte negli ultimi anni; abbellimenti +e novità di cui aveva letto delle ampollose +descrizioni su un giornale del capoluogo +della sua provincia; un giornale che per fare la +guerra al sindaco gli buttava in faccia ogni mattina +le maraviglie di Milano. L’avrebbe fatto +spianare Milano, quel sindaco! E dire che ogni +tanto aveva dovuto mandare ai milanesi indirizzi +e complimenti.</p> + +<p>Ecco dunque, di buon mattino, don Cornelio e +Cristina in giro per Milano, ora fermandosi a +bocca aperta, ora smarrendo la strada e domandando +timidamente qualche indicazione a chi passava.</p> + +<p>Don Cornelio, per prima cosa, volle vedere la +statua di Cavour, del suo amico Cavour, e rimase +a contemplarla più che potè. “Un poco ingrossato, +ma è lui!„ esclamava. “Con una carta in +mano... proprio tal quale l’ho veduto quella mattina. +Allora però aveva gli occhiali.... Eh! se ci +fosse ancora! quest’è la volta ch’egli rivedeva il +curato d’Orobio!„ Stette in contemplazione più +<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> +che potè, ma il tempo incalzava; e voleva pur +dare una capatina in Duomo, e vedere la Galleria.</p> + +<p>Ma lasciamoli girare in pace; e intanto che don +Cornelio e Cristina fanno venir l’ora della visita, +andiamoci prima noi da donna Fulvia, per vederla +e per dirne qualcosa di più di quel che +ne sapesse don Cornelio.</p> + +<p>Donna Fulvia, bisogna dirlo per sua giustificazione, +era nata il giorno della battaglia di +Waterloo. In quel giorno le Grazie atterrite da +Marte non avevano potuto evidentemente occuparsi +di lei; ed essa era venuta al mondo senza +alcuno dei loro doni.</p> + +<p>Sua madre aveva avuto un bel predicare che +la bellezza d’una fanciulla non consiste nelle forme +più o meno aggraziate, o peggio ancora in un bel +visetto, e che il bel viso non è la bellezza <i>vera</i>, +ma un qualcosa di pericoloso, un qualcosa da +fuggire. I giovanotti fuggivano, ma da sua figlia; +preferivano la bellezza <i>falsa</i>, e Fulvia rimaneva +senza marito. Questa diversità di opinioni +aveva finito col lasciare nell’animo di Fulvia +una viva amarezza, seguita poi da una rassegnazione +astiosa, e dal disprezzo affettato per le gioie +di questo mondo. Tutto ciò non era proprio fatto +per darle in compenso quel dono di cui aveva +tanto bisogno, il dono della gentilezza e della +<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> +bontà. Un breve momento di serenità e di speranza +lo ebbe nel quarantotto. Fulvia in allora +aveva passata la trentina, ma i tempi erano così +promettenti! Quell’amplesso universale, quella +fraternità, diedero anche a lei un momento di +fede in tempi migliori. Fece coccarde, fece fila +pei feriti, fece cartucce; fu tutto inutile. Fratelli +sì, ma mariti no. Dopo questo nuovo disinganno +anche il malumore e la mala grazia fecero una +nuova tappa; le comparve una prima grinza in +viso, e quelle dell’animo non si contarono più.</p> + +<p>Fu poco dopo, che Fulvia incominciò a bisticciarsi +anche col fratello Maurizio, mettendosi +contro di lui che si ostinava a restar esule e a +cospirare. La madre, la vecchia contessa, accigliata +e severa forse fin dalle fasce, era compresa +di orrore a veder suo figlio nella rivoluzione, +tanto più quando la rivoluzione era vinta; e gli +intimava ogni giorno un pronto ritorno a casa, e +una pronta disillusione del passato. Fulvia intervenne +in quel dissidio non coll’ulivo, ma con +l’aceto. Si unì di rinforzo alla madre nei rimproveri +e nelle maledizioni; pensò di guarire il fratello +di quel malaccio dell’amor patrio, con una +cura regolare di sarcasmi; e in punto a quella +gran lotta che aveva sconvolto da poco mezza +l’Europa, dichiarò, in quanto a lei, la propria +alleanza definitiva coi vincitori. E figuriamoci se +<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> +non doveva esser così! Intanto che trionfavano +da capo tutte quelle cause perse di poco prima, +trionfò anche la sua. Fulvia trovò marito. Quelli +dunque eran davvero i tempi migliori, i tempi +delle cause giuste! Il marito era un vedovo alquanto +vecchino, brutto, e co’ suoi acciacchi, ma +ricco; codino poi quanto ci voleva per rapire i due +cuori in una volta, quello della figlia e quello +della madre.</p> + +<p>Questo marito si chiamava semplicemente il +signor Sacchi; ma Fulvia continuò a farsi chiamare +<i>donna</i> Fulvia, e a non veder di malocchio +che i suoi dipendenti la chiamassero, come prima, +la contessina. Al diminutivo non badava in contemplazione +del sostantivo. Neanche il signor +Sacchi non era fatto per insegnar con l’esempio +la tolleranza delle opinioni o la dolcezza del carattere. +Le sue opinioni erano, come il baverone +del suo soprabito, inaccessibili a qualsiasi novità: +il suo carattere era duro come il cravattone +in cui pareva affogato; e la sua vita era +compassata e precisa come la sua parrucchina. +Fulvia lo circondò del proprio rispetto e del proprio +gradimento. Persuasa che gli affetti per esser +veri dovevano esser rigidi, si persuase che +il suo matrimonio era una perfezione. Convinta +che bisognava uniformarsi alla volontà del marito, +specialmente quando questa era anche la +<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> +propria, fu del parere che in casa Sacchi non ci +fosse nulla nè da togliere nè da aggiungere. Così +incominciò la vita coniugale di donna Fulvia, e +così continuò, finchè lo permisero gli avvenimenti, +senza che vi fosse mutato un ette mai. +Questa vita metodica, uniforme, che si conduceva +in casa Sacchi si aggirava essenzialmente +sopra tre perni: su un po’ d’opere, cioè, di beneficenza +e di pietà, passate al vaglio di donna +Fulvia; su una conversazione serale di ecclesiastici +e di uomini di sussiego, passati al vaglio +del signor Sacchi; e su una buona tavola, passata +al vaglio di ambedue.</p> + +<p>Gli avvenimenti, che senza mutare di troppo +la vita di donna Fulvia ne incresparono a intervalli +la superficie dal giorno del suo matrimonio +a quello in cui la vedremo noi, furono la morte +di sua madre, la nascita d’una figlia e le sue +nozze vent’anni dopo; poi la morte del signor +Sacchi. Ora le era capitata la morte del fratello, +che era una increspatura maggiore delle altre +per aver dovuto chiamar Cristina.</p> + +<p>Alla morte del signor Sacchi, avvenuta già da +parecchi anni, si poteva supporre che donna Fulvia +concedesse un po’ di vacanza alla propria rigidezza. +Ma fu tutt’altro; si fece rigida e angolosa +per due. Raddoppiò, è vero, anche le opere +buone; ed anzi come ebbe maritata la figlia, si +<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> +diede tutta all’amor del prossimo, ma ad un +amore che pungeva da tutte le parti. Si sarebbe +detto che amare il prossimo fosse per lei una +mortificazione come il digiunare.</p> + +<p>Le sue beneficenze erano molte, ma eran quelle +che andavano rigorosamente a’ versi a lei. Anche +i casi pietosi e le sventure dovevano essere +di suo gusto; e se non lo erano, c’era da buscarsi +una strapazzata a parlarne. Un errore del cuore +la faceva montar su tutte le furie; un caso troppo +commovente non lo voleva ascoltare; una disgrazia +d’un genere nuovo non la ammetteva perchè +superflua; una disgrazia non pensata da lei la +riteneva impossibile. Ma se le beneficenze eran +di suo gusto e le disgrazie di suo gradimento, +allora principiava in lei lo zelo per il prossimo. +Allora era tutta in faccende; promoveva collette, +patronati, associazioni, opere pie; vuotava la borsa +e visitava anche in persona i suoi afflitti e i suoi +poverelli, ma soprattutto quando aveva una qualche +lavata di capo da dare. La lavata di capo +le pareva il condimento indispensabile della beneficenza. +La vita di donna Fulvia, insomma, era +tutta piena di opere caritatevoli; ma non era +raro il caso che qualcuno esclamasse: oh se donna +Fulvia fosse un po’ meno benefica!</p> + +<p>Un contrapposto completo di donna Fulvia era +stato appunto suo fratello il conte Maurizio. La +<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> +bontà era per lui un culto, l’indulgenza un dovere. +Entusiasta del bene e d’ogni progresso, +pieno d’una fede vaga nell’umanità, non c’erano +inganni, o disinganni in cui fosse cascato, che +avessero potuto scuotere la fermezza dolce e calma +de’ suoi sentimenti. Il conte Maurizio non aveva +fatto che sognare i tempi nuovi; e ogni sua gioia +era nell’averli veduti; mentre donna Fulvia s’era +messa a due mani per tenerli indietro, e non +c’era riuscita. Per l’uno sarebbe stata una gran +colpa il non averci, potendolo, avuto parte; per +l’altra era un gran colpevole chi solamente gli +aveva desiderati.</p> + +<p>Fermi e entusiasti ambedue, lui dolcemente, +e lei duramente, non eran fatti per dimenticare +mai nulla del passato, e per dirsi: “finiamola una +buona volta.„ Quegli stessi avvenimenti domestici, +dolorosi o lieti, che in casi simili sono spesso le +occasioni del riconciliarsi, per loro due eran stati +causa di nuovi urti e di nuovi dissapori.</p> + +<p>Da moltissimi anni non si vedevano più. Il conte +Maurizio se ne crucciava, e sperava sempre che +la luce dei nuovi tempi sarebbe penetrata anche +nell’anima della sorella. Donna Fulvia aveva messo +il cuore in pace; di suo fratello non voleva più sentir +parlare, e tutt’al più lo raccomandava nelle proprie +orazioni insieme ai traviati e ai naviganti in +mare.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span></p> + +<p>Ora pur troppo, non le mancava più che di +raccomandarlo coi poveri morti. Bisogna però +dire che questa volta avesse capito che oltre di +ciò, le rimanesse qualch’altra cosa da fare. C’era +stata infatti la risoluzione di puntellare il patrimonio +sfasciato del fratello, c’era stato l’invio +del signor Valassina a Orobio, e la pronta chiamata +di Cristina. “Questi son fatti, e sono una +brava riparazione!„ concludeva tra sè don Cornelio, +il quale intanto che girondolava per Milano, +o guardava in su alle aguglie del Duomo, pensava +continuamente alla visita che doveva fare tra +poco a donna Fulvia. “Di puntigli e di ripicchi +è pieno il mondo, ma poi vengono le disgrazie +a darci di frego!... Però son proprio curioso +di vederla questa signora zia... sebbene me la +immagini... aspretta sì, ma nel fondo buona. L’umore, +c’è da aspettarselo, non sarà dei più facili. +Benedetto affare questo dell’umore! L’umor +nero, imbroncito, che secca tanto a tutti, dovrebbe +seccare anche a chi lo ha. Ma nossignori! +C’è chi se lo tien di conto, e che ci gode!„</p> + +<p>L’affar dell’umore era l’ultimo punto scuro, l’ultimo +dubbio che rimanesse a don Cornelio, per +cui gli parve dover suo di dare a Cristina qualche +ammaestramento sugli umori diversi della +gente di questo mondo. E lo fece come furon tornati +alla locanda, prima di avviarsi alla casa di +<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> +donna Fulvia, non avendo voluto disturbare, durante +la passeggiata, l’ammirazione di Cristina +per le belle cose, tutte nuove per lei, che andava +vedendo, e che le facevano esclamare ad +ogni passo: oh mi par proprio di veder le scene +d’una lanterna magica!</p> + +<p>— La t’è piaciuta la lanterna magica? Belle, +nevvero, quelle scene!... Ora poi col diventar +milanese, ne vedrai anche le figurine. Ma a queste +poi ci dovrai guardare con attenzione, con +prudenza, con giudizio, perchè quando si dice +gente nuova, si dice umori nuovi, e se le persone +son cento, son cento gli umori.... — Così don +Cornelio un po’ scherzando, e un po’ sul serio, +avviò quel discorso che gli premeva tanto, sugli +umori del prossimo, tenendo a buon conto un +po’ foschi i colori per tornare a Orobio senza rimorsi. +Avrebbe voluto anche darle qualche altro +avvertimento; avrebbe voluto, insomma, far le +parti di un padre, e pigliare il posto del povero +amico che sentiva rivivere in quel momento nel +suo cuore; ma certi avvertimenti, certi consigli +che gli venivan sulle labbra lo facevan titubare, +e quasi arrossire. Non si sentì risoluto che nel +richiamare ancora una volta a Cristina, a modo +di conclusione, il grande benefizio che le faceva +donna Fulvia.</p> + +<p>— Insomma... insomma, tu hai dei grandi doveri +<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> +verso la zia, e lascia che te li ricordi ancora +una volta. Pensa dunque a tutto il benefizio +che la zia sta per fare a te, al nome di tuo +padre, e al nostro paesello, al quale, non è vero? +vogliamo tutt’e due tanto bene! Pensaci sempre... +non dimenticartelo mai! Che se poi la zia... si +sa, è innanzi negli anni... avrà le sue idee, le +sue ubbie, sarà forse d’umor difficile... Ebbene +cos’è mai?</p> + +<p>— Oh nulla, nulla — interruppe Cristina che +incominciava a intenerirsi.</p> + +<p>— Dunque... se anche ci fosse della pazienza da +esercitare, o un qualche sacrifizio da compiere....</p> + +<p>— Oh, lo giuro, lo giuro! lo compirò.</p> + +<p>— Così va bene! brava figliola, siamo intesi; +torno a casa contento con la tua promessa, e non +parliamone più.</p> + +<p>— Le scriverò, don Cornelio....</p> + +<p>— Ma sicuro! e io ti scriverò tutte le notizie +di Orobio; oh vedrai che letteroni!</p> + +<p>— Con le notizie di tutti, nevvero?</p> + +<p>— E poi ci vedremo presto.</p> + +<p>— Oh crede che la zia mi condurrà presto a +Orobio?</p> + +<p>— Credo di sì, a quanto ho saputo dal signor +Valassina. Ma poi lascia fare a me, ne parlo +subito con la zia, e me lo faccio promettere. Va +bene? Oh sentirai.... E ora andiamo.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span></p> + +<p>— Mi saluti, tanto tanto, la signora Angelica; +le dica che le mando ancora tanti baci. E mi +mandi le nuove di tutti... di tutti... anche di....</p> + +<p>— Anche d’<i>Ugolino</i>? sicuro povero <i>Ugolino</i>...!</p> + +<p>Veramente Cristina voleva dir tutt’altro; ma fu +contenta anch’essa, come don Cornelio, di sviare +la commozione coi saluti per <i>Ugolino</i>.</p> + +<p>— Misericordia, è passato il mezzogiorno! — esclamò +don Cornelio dopo aver guardato l’orologio. — E +il signor Valassina che m’aveva tanto +raccomandato...! Andiamo, andiamo Cristina.</p> + +<p>Scesero di corsa nella corte della locanda, e +fatta venire una cittadina, don Cornelio disse al +cocchiere il nome di una strada e il numero d’una +porta; poi si raccomandò alla sua buona grazia +perchè ve li conducesse in fretta. Per arrivare +alla casa di donna Fulvia, ch’era in una strada +vecchia e tranquilla d’un quartiere remoto, ci +volle un buon quarto d’ora: don Cornelio ebbe +quindi il tempo di pensare a un complimentuccio, +e Cristina di ritornare sull’argomento delle +lettere, e di pronunziare il nome d’Enrico.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span></p> + +<h2>VIII.</h2> +</div> + +<p>— Il portinaio le ha lasciato far le scale senza +dirle nulla? — domandò a don Cornelio un vecchio +servitore venuto a aprirgli l’uscio dell’anticamera.</p> + +<p>— Sì, mi ha detto che donna Fulvia a quest’ora +non riceve visite, e veramente lo sapevo; +ma siccome poi m’ha anche detto che è in casa....</p> + +<p>— È in casa, ma non c’è, — rispose con gravità +il servitore.</p> + +<p>Don Cornelio non capì, ma non osò confessare +la propria ignoranza. Poi fattosi coraggio riprese: — L’affare +è..., che vengo da lontano appositamente +chiamato da donna Fulvia. Anzi mi faccia il piacere +di dire alla signora che c’è qui il curato +d’Orobio, con la nipote.</p> + +<p>— Ah! ho capito; e com’è così, venga pure innanzi, — disse +il servitore guardando il curato e +Cristina con una certa curiosità. — Vado ad annunziarli. +<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> +S’accomodi intanto signor curato.... si +accomodino.</p> + +<p>Don Cornelio e Cristina sedettero su una cassapanca, +sulla cui spalliera c’era dipinto lo stemma +di casa Orsenigo; e rimasero ad aspettare, +guardando intanto all’ingiro per l’ampio stanzone, +e facendo tra loro qualche chiacchiera sottovoce. +A un tratto videro aprirsi un uscio, e si levarono +in piedi tutt’e due. Entrò, tutto solo, un cagnolino +inglese, dal pelo lungo, grassotto e serio, facendo +col passo lento e stentato dei piccoli giri +come se cercasse qualcosa, e mandando traverso +i peli, che gli coprivan gli occhi, qualche occhiata +ai due forestieri. Cristina fece una risata, e don +Cornelio chiamò quel personaggio con un pst e +con un nome di fantasia. Il cagnolino diede una +brontolata, come dire che non permetteva scherzi; +e senza voltarsi se ne andò dall’uscio da cui era +venuto.</p> + +<p>Ci fu una seconda pausa, non breve, ma senza +avvenimenti. Finalmente s’aprì un uscio di nuovo, +e questa volta comparve una persona che per +l’età, per il vestito, ch’era severo ma non senza +una certa pretensione, e pel contegno che voleva +esser dignitoso, c’era, per chi veniva da Orobio, +da pigliarla sulle prime per donna Fulvia. Ma +non era invece che la sua cameriera; e dietro +a lei era ricomparso il cagnetto inglese, il quale +<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> +senza scostarsele dai lembi del vestito, fissava +questa volta i due forestieri con quella audacia +che danno le forti protezioni.</p> + +<p>— Dunque loro sono... il signor curato, e la nipote +della mia padrona... — cominciò a dire la cameriera. — Male, +male, venire a quest’ora. Dopo mezzogiorno +donna Fulvia non riceve che qualche +personaggio di riguardo che non voglia venire +nelle ore delle visite. Adesso, per esempio, c’è +don Felice, anzi il padre Felice, come si dovrebbe +dire.... Per le visite fuor dell’ordinario, e per la +gente di campagna, che pur ce ne abbiamo, non +c’è, diremo così, che un’ora rubata.... e cioè dopo +la colazione fino a mezzogiorno. Basta.... basta, +donna Fulvia le fa dire, per mezzo mio di aspettare +un momento. E intanto la signorina venga +con me, perchè c’è la marchesina Bianca, la figlia +della mia signora, la quale desidera vederla subito. +Venga con me signorina.... Silenzio lei, signora +<i>Fleurette</i>, non me ne faccia delle sue. — Queste +ultime parole erano per il cagnetto, o a +dir meglio per la cagnetta, la quale vedendo muoversi +i due forestieri aveva cominciato a modo +suo un rabbuffo. — Il signor curato — continuò +la cameriera, — può venir nel salotto, e s’accomodi +pure, finchè la signora lo farà chiamare.</p> + +<p>Don Cornelio un poco impacciato, non seppe +far altro che rispondere: — Benissimo, benissimo — e +<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> +lasciarsi condurre nel salotto dicendo a Cristina: — Va +pure, ci saluteremo dopo. — Cristina +diede un’ultima occhiata a don Cornelio coi suoi +due grand’occhi celesti che s’eran fatti improvvisamente +gonfi e rossi; e, senza poter proferire una +parola, se ne andò, seguendo la cameriera.</p> + +<p>Il salotto dov’era rimasto don Cornelio era +quello in cui donna Fulvia riceveva le visite una +volta la settimana. L’aveva addobbato il signor +Sacchi all’epoca del suo primo matrimonio, e da +cinquant’anni non c’era stato mutato nulla, neanche +il posto d’una seggiola. Tutto quello che ci +si vedeva era collocato in bell’ordine e in simmetria: +se su un tavolino, alla destra, c’era un +vasetto con accanto una strenna, c’eran pure a +sinistra equidistanti il vasetto e la strenna. Le +seggiole con le spalliere piccole, riquadrate e coperte +d’un damasco giallo, impallidito nell’ozio, +eran disposte torno torno al salotto; meno però +quelle che erano in fazione presso i tavolini, e +che ci stavan fisse e simmetriche come sentinelle +in un giorno di parata. Intorno ai tavolini si vedevano +anche alcune seggiole a bracciuoli, ch’erano +come una concessione stata fatta ai nuovi tempi, +ossia alle poltrone; ma una concessione di quelle +che concedono il meno possibile. In giro poi alle +pareti si vedevano anche, alternati alle sedie, +due canapè, due scaffali a palchetti con le vetrate, +<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> +e due senza; e finalmente un tavolino con la lastra +di marmo, su cui c’eran due paniere di fiori +finti sotto campane di vetro, e su cui posava +un’alta spera che faceva riscontro alla spera del +caminetto. Al caminetto il signor Sacchi aveva +provveduto di certo in un momento di poesia +giovanile; e ci si vedeva un orologio di bronzo +dorato che raffigurava uno scoglio, sul quale una +farfalletta dall’ali d’argento, mossa dal pendolo, +si faceva or vicina or lontana a un amorino, che +era lì, in atto di pigliarla, ma che da cinquant’anni +non la pigliava mai.</p> + +<p>Quei mobili, quell’addobbo, avevano un’aria +così severa e solenne che don Cornelio, compreso +da una certa soggezione, non aveva osato sedersi, +sebbene avesse dovuto aspettare una buona mezz’ora. +Per passare il tempo, s’era messo a contemplare +quattro ritratti che c’erano alle pareti, +in simmetria s’intende, due dei quali dovevano +essere di certo i ritratti del signor Sacchi e di +donna Fulvia. E su quest’ultimo s’era fermato +specialmente, per far la conoscenza in anticipazione +della padrona di casa, e per trovare l’ispirazione +del discorso da farle. L’aveva guardata e +studiata un pezzetto, ed era passato a contemplar +la farfalla e l’amorino, quando a un tratto s’aprì +un uscio, e la cameriera di poco prima venne a +dirle che donna Fulvia lo aspettava nel suo gabinetto.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span></p> + +<p>Donna Fulvia, quando entrò nel gabinetto don +Cornelio, era sola e seduta a un tavolino di lavoro.</p> + +<p>“È proprio quella del quadro„ pensò don +Cornelio riconoscendo certi quattro ricci corti e +grossi che le stavano, a due a due, di fianco ai +polsi a far di sostegno a una cuffietta; e ch’erano +i rappresentanti posticci dei ricci veri d’una +volta, quelli del ritratto.</p> + +<p>— Mi scuserà se l’ho fatto aspettare, ma la +colpa non è mia — prese a dire donna Fulvia.</p> + +<p>— La colpa è tutta mia — rispose subito don +Cornelio, che ci si era preparato. — Tutta mia, +perchè il signor Valassina infatti m’aveva detto +che....</p> + +<p>— Allora, basta così, la si accomodi signor curato — e +gli indicò, a due passi da lei, una seggiola +con lo schenale ricurvo, e coi braccioli formati +dall’ali e da due colli di cigni, le cui teste +scendevano ripiegate e pensierose.</p> + +<p>— È proprio col cuore commosso, ch’io devo +innanzi tutto.... — riprese don Cornelio.</p> + +<p>— Un momento, un momento, pigliamo le cose +con ordine. Lei dunque è il signor curato d’Orobio, +e si chiama, se non mi sbaglio, don Cornelio....</p> + +<p>— Precisamente, e guardi un po’ che bella combinazione! +mi chiamo Sacchi anch’io.... —</p> + +<p>— Andiamo avanti.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span></p> + +<p>— Ma come dico sempre io, — soggiunse don +Cornelio facendosi tutto ilare — ci sono i sacchi +vuoti e i sacchi pieni....</p> + +<p>— Andiamo avanti, andiamo avanti, — rispose +asciutta donna Fulvia; poi dopo una pausa continuò. — Le +dirò dunque che ho ricevuto una +lunga lettera dal mio Valassina, e che sono al +fatto, in parte, dello stato deplorabile di cose, +che.... quel tapino, mi limito a dir così.... —</p> + +<p>Don Cornelio chinò gli occhi a terra, e non +rispose.</p> + +<p>— Nè mi stupirei che ci fosse di peggio, — continuò +donna Fulvia, — perchè Valassina mi +scrive di non voler aggiungere commenti visto lo +<i>stato di decesso in cui il conte si trova</i>. Dice così. +Ma già mi immagino tutto. E doppiamente poi +mi rattristo quando penso che anche il paese di +Orobio deve trovarsi in condizioni morali ben +tristi dopo simili esempi.</p> + +<p>— Oh donna Fulvia, questo poi non lo pensi!</p> + +<p>— Non voglio far torto a lei, ma so ciò che +mi dico.</p> + +<p>— E spero che si ricrederà quando verrà in +Orobio. Ci venga presto!</p> + +<p>— Sicuro che ci dovrò venire — e fece un +gran sospiro. — Quasi non ne avessi abbastanza +dei doveri da compire in Milano, adesso mi casca +sulle braccia tutto un paese!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span></p> + +<p>— È certo che per lei, che è tanto caritatevole — riprese +don Cornelio trattenendo la sua +pazienza a due mani — del bene da fare ne troverà +da per tutto.</p> + +<p>— Tutto un paese mi casca sulle braccia!</p> + +<p>— Tutto, proprio tutto, voglio sperare di no... +ce lo divideremo per metà....</p> + +<p>— Le son freddure! — Fece una pausa, poi riprese: — Signor +curato io la dovrò interrogare su +molte, su moltissime cose.</p> + +<p>— E io sono a’ suoi comandi.</p> + +<p>— Ma che! Adesso lei deve tornare al suo +paese, perchè il pastore sta bene vicino all’ovile. +Ma andiamo avanti. Ho veduto la fanciulla. Misericordia! +Ho capito a colpo d’occhio che c’è +tutto, tutto da fare.</p> + +<p>— La di lei missione, buona signora, è certamente +molto delicata; ma voglio sperare... anzi +son sicuro che gliela renderà facile l’indole della +fanciulla. Oh quando la conoscerà! Fu cresciuta +in un povero villaggio, è vero; ma la sua educazione +non fu trascurata. La sua indole poi....</p> + +<p>— Potrebbe darsi che avesse sortito l’indole +di mia madre....</p> + +<p>— Come vuol lei, ma non ne conobbi mai di +migliori. Il cuore di quella fanciulla, i sentimenti +del suo animo, la sua squisita sensibilità...</p> + +<p>— Piano, piano, con tutta questa roba... è qui +<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> +appunto che comincia il guaio. Basta, vedremo; +intanto l’ho lasciata in conferenza con don Felice, +un religioso, un degno amico di casa, perchè +me ne sappia subito dire qualcosa. Ma già, +non per contradirla, signor curato, ci sarà tutto, +tutto da fare.</p> + +<p>— Oh se sapessi, mamma! — esclamò in quel +punto la vocina d’una persona che entrava nel +gabinetto in fretta e facendo un gran fruscio con +le vesti. — Se sapessi! C’è tutto, tutto da fare.</p> + +<p>— Ti presento il signor curato d’Orobio — disse +allora donna Fulvia a sua figlia. — Signor +curato, le presento mia figlia la marchesa Bianca +Chiaravalle.</p> + +<p>Il curato si alzò, e fece un inchino profondo e +impacciato alla marchesa, la quale gli rese il saluto, +un poco in fretta e in distrazione, con una +piegatina di capo piuttosto affettata, e con un +sorrisetto gentile, ch’erano il suo modo abituale +di salutar tutti.</p> + +<p>— Oh non ti puoi figurare, mamma, c’è tutto, +ma tutto da fare. Corro subito subito dalla sarta, +poi dovrò andare in cinque o sei botteghe almeno.... +Per fortuna che avevo trattenuta la carrozza!</p> + +<p>— Piano, piano, mia cara; sono affari questa +volta in cui ci devo entrare io sola.</p> + +<p>— Oh ma sai che io mi ci diverto tanto!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span></p> + +<p>— Lei si diverta pure, signora figliola, coi cappellini +e coi vestiti suoi. Ora si tratta d’una faccenda +ben diversa. Il figurino delle mode, questa +volta, lo devo e lo voglio far io.</p> + +<p>— A proposito — interruppe don Cornelio — siam +partiti in fretta, e Cristina non ha portato +con sè che un bauletto....</p> + +<p>— Oh l’ho veduto — saltò su ridendo la marchesa.</p> + +<p>— Ma c’è dell’altra roba ancora... — soggiunse +il curato.</p> + +<p>— Oh, non importa, — rispose la marchesa, continuando +a sorridere. Ma donna Fulvia la interruppe +dicendole: — Dunque Bianca siamo intese.</p> + +<p>— Ebbene, dirò alla sarta che venga da te e +ti farò mandar le stoffe a casa. C’è una bottega +nuova di bruno, dove ci ho già vedute mille coserelle +per lutto grave che sono un amore, una +delizia!</p> + +<p>— Ah se ci vai per tuo conto è un altro affare. +Ma quanto alla ragazza, siamo intese... che +vossignoria c’entri il meno possibile!</p> + +<p>— Buon giorno mamma; signor curato, buon +giorno. — E ripetuta la piegatina di capo, col +sorrisetto, la marchesa Bianca se ne andò.</p> + +<p>— Alla ragazza — continuò donna Fulvia — dovrò +pensar io, in tutto. È una nuova, una +grande responsabilità che m’è piombata addosso, +<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> +ma è dover mio... e andiamo avanti. Non ho ancora +fatto il mio piano, ma lo farò.... — E tirò +un gran sospiro. — Come le dissi, avrei molte e +molte domande da farle, signor curato! ed è un +peccato che non ce ne sia il tempo, per ora.... È +un peccato, perchè francamente le dirò che ci +son molte cose che non mi so spiegare... e ce +n’è anche nella lettera ch’ella mi scrisse.... La +stessa amicizia, diciamolo pure, tanto intrinseca +tra lei, sacerdote e curato, e lo sgraziato defunto, +a cui Dio perdoni... me la spiego pochissimo!...</p> + +<p>— Gliela spiegherà il tempo, che fu giustamente +chiamato galantuomo. Le parti giuste per +tutti, della ragione e del torto, oh il tempo le sa +fare; e in quel silenzio che si fa intorno ai poveri +morti, o presto o tardi, si leva la voce della +giustizia e della verità.... Insomma, venga, venga +presto a Orobio, donna Fulvia! L’ho anch’io un +gran bisogno di discorrerla a lungo con lei. Di +molte cose, di molte, ne son sicuro! ella si ricrederà....</p> + +<p>— E forse di molte, voglio sperare, si ricrederà +anche lei — interruppe in tuono alquanto +brusco donna Fulvia. Poi, dopo un minuto di silenzio, +e con la voce un po’ più raddolcita riprese: — Mi +favorisca quest’oggi a pranzo, così potrà anche +salutar la fanciulla prima di ripartire, se lo +desidera. Pranzo alle quattro; glielo dico una +<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> +volta per sempre; era anche l’ora del mio povero +marito....</p> + +<p>— Grazie, mille grazie, e ci verrei ben volentieri... +onoratissimo... ma devo ripartire con la +corsa delle tre, per essere domattina a casa. Anzi +bisognerà che mi spicci; per cui, se me lo permette, +saluto volentieri una volta ancora Cristina, +poi le dovrò chieder licenza....</p> + +<p>Mentre don Cornelio e donna Fulvia s’alzavano, +s’aprì lentamente un uscio, e comparve un +nuovo personaggio, un prete di statura alta, col +fare tra il modesto e il dignitoso, e con l’abito +fine, d’un bel nero nuovo, da far invidia a don +Cornelio; il quale anzi osservò che quell’abito +era d’una foggia un pochino diversa da quella +usata di solito dagli altri preti della città. Don +Felice, ch’era il nuovo venuto, rispose a un inchino +profondo che gli fece don Cornelio, con un +sorriso mellifluo e con un’occhiata lunga e profonda, +senza aprir bocca. Donna Fulvia diede +una tirata di campanello, e poco dopo entrava +nel gabinetto Cristina, con la cameriera e con +<i>Fleurette</i>.</p> + +<p>I saluti furono complimentosi, ma spicci. Don +Cornelio andò diviato alla locanda, poi alla stazione. +Arrivò alla sera al capoluogo della sua +provincia, e la mattina seguente di buon’ora ripartì +per Orobio.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span></p> + +<p>Non è a dire di quante domande lo tempestassero +sulla gita a Milano, su donna Fulvia, su +Cristina, in casa e fuori di casa, la signora Angelica, +il sindaco e tutti i personaggi grandi e +piccoli del paese.</p> + +<p>— Benone, benone, è andato proprio tutto benone — rispondeva +a tutti don Cornelio. E per +quanto facessero, nessuno riuscì a cavargli di +bocca una parola di più.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span></p> + +<h2>IX.</h2> +</div> + +<p>Donna Fulvia, dopo l’arrivo di Cristina, fu sottosopra +non poco per parecchi giorni. Era a momenti +tutta eccitata, poi cadeva sopraffatta e +prostrata, nè più le bastavano i conforti del padre +Felice. Si sarebbe detto che avesse accolto +in casa, non un’innocente fanciulla d’Orobio, ma +una selvaggia venuta di fresco dall’Africa. Il +problema del rifare da capo un’educazione viziata, +secondo lei, da chi sa quanti errori; il +pensiero della sua pace perduta, e quello di +mille guai immaginari, formavano insieme una +fantasmagoria di cose, un incubo, che non le davan +tregua, e che finivano per lo meno col darle +l’emicrania, e col far correre una dozzina di +volte al giorno la Cleofe, ch’era la cameriera, +con tutte le boccettine della spezieria omeopatica +di casa. Donna Fulvia, insomma, era persuasa +che le fosse cascato il mondo addosso; +<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> +e nel considerare la molteplicità dei problemi +che le stavan dinanzi e la complicazione di ciascun +d’essi, disperava per sè, e quindi per chississia, +di trovarcene il bandolo.</p> + +<p>Con sua grande sorpresa però, e quasi con un +pochino di dispetto, dovette accorgersi, un paio +di settimane dopo, che qualcuno di quei problemi, +ai quali essa aveva appena osato pensare, +o non comparivano, o si scioglievano da sè senza +bisogno, quasi, di badarci. “Chi sa in seguito!„ +le toccava già di dire; ma intanto in casa sua +tutto andava liscio come prima. Cristina era contenta, +anzi maravigliata di tutto. Abituata alla +vita modesta e casalinga di campagna, cresciuta +con le massime e le abitudini di suo padre, che +erano semplici e austere, trovava, con molta +compiacenza di donna Fulvia, che in casa della zia +tutto era buono, tutto era bello, e che le distrazioni +e i divertimenti erano fin troppi. I divertimenti +consistevano in qualche trottata, in qualche +giretto per i magazzini di mode con la +marchesa, o in qualche lunga e sfarzosa funzione +in Duomo, condottavi dalla zia. Ma per +Cristina erano novità maravigliose anche queste; +erano, ognuna, un divertimento. In cuor suo +Cristina non aveva che un cruccio; quello che +nessuno le parlava mai di suo padre; che nessuno +pareva dividere il suo grande e recente +<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> +dolore. Don Cornelio le aveva detto di certi +dissapori che c’erano stati in famiglia, e a questo +proposito le aveva raccomandata una gran +prudenza, assicurandola che il tempo avrebbe +portato un rimedio anche a ciò. Per cui Cristina +teneva il suo doppio dolore tutto chiuso in sè +stessa; e quando proprio non poteva più trattenere +le lacrime, allora correva a nasconderle nella +sua cameretta. Ma poi era così compresa di riconoscenza +verso la zia, era così ferma nel proposito +di ricambiare il bene ricevuto con qualunque +sacrifizio, e nel mantenere questa sua +promessa, questo suo giuramento, ci metteva così +pienamente tutto il suo entusiasmo giovanile, che +subito faceva forza a sè stessa; e ripensando fiduciosa +alle raccomandazioni di don Cornelio, +rinchiudeva gelosamente nell’animo ogni pensiero +malinconico, ogni pensiero che pigliasse la +strada de’ suoi monti. Tutto il suo impegno era +quello di mostrarsi contenta, premurosa, riconoscente. +Quando aveva detto a don Cornelio +“glielo giuro„ s’era immaginata di dover compire +subito qualcosa di eroico; ed ora, vedendo +che il sacrifizio era quello di non scorrazzare per +i campi, di vivere un pochino in soggezione, e +di tener chiusi in sè stessa, per allora, il suo dolore +e i suoi pensieri, le pareva quasi di non pagar +per intero il benefizio ricevuto. Tra i suoi pensieri +<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> +ce n’era pur uno recente, ma che ogni giorno +si faceva più vivo, più assiduo, e le suscitava in +secreto ora un’ansia penosa, ora una moltitudine +vaga di gioie e di speranze. Era il pensiero d’Enrico. +Ma questo pensiero, Cristina, non durava +fatica a tenerlo celato perchè le faceva subito +correr le fiamme al viso; essa non avrebbe voluto +che se ne avvedesse alcuno, all’infuori, diceva, +di don Cornelio... perchè anche don Cornelio +voleva a <i>lui</i> tanto bene. E poi, sarebbe stato +un peccato disturbare un così bel pensiero che ritornava +ogni volta con una nuova e più cara speranza. +“La zia, pensava Cristina, tra pochi mesi +sarebbe andata a Orobio, ci sarebbe rimasta un +pezzo, ci sarebbe tornato anche Enrico, la zia l’avrebbe +conosciuto, gli avrebbe voluto bene... oh, +n’era sicura!... e poi....„ E poi Cristina ripigliava +la via dei sogni, dei bei sogni dorati.</p> + +<p>Nell’animo di donna Fulvia, come abbiam detto, +era andata formandosi, a poco a poco, una calma +relativa, e quasi non ci rimaneva più che una sola +cagione di dispiacere e di angustia: vogliam dire +la bellezza di Cristina. Procurava ben essa di metterci +sopra lo spegnitoio, tenendo con mano ferma +la direzione del vestito e delle acconciature di Cristina, +e correggendo a questo proposito prontamente +le imprudenze di sua figlia Bianca; ma le +misure, per quanto energiche, valevan poco. Donna +<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> +Fulvia temeva ogni giorno più che il male fosse +inguaribile; sicchè su questo punto continuava ad +essere in allarme, e a consultarsi col padre Felice.</p> + +<p>A donna Fulvia piaceva di parer piena di sopraccapi +e di disgrazie; piaceva l’aver delle afflizioni +da confidare, e su cui sfogarsi per essere +compassionata e confortata. Una qualche afflizione +trovava sempre modo d’averla. Non è a dire quindi +quante lettere desolate avesse scritte a suo genero, +il marchese Chiaravalle, ch’era a Roma, quando +le capitò di dover ritirare Cristina in casa; ciò +che per lei era stato un sopraccapo davvero. A +quelle lettere il marchese aveva risposto con i +soliti conforti e con i soliti complimenti, ch’erano +il formulario, in questi casi, d’ogni sua lettera +alla suocera. Ma poche settimane dopo, il marchese, +con sua maraviglia, cominciò a ricevere +dalla suocera qualche lettera in cui le afflizioni +apparivano alquanto mitigate, ciò ch’era una +gran novità; e n’ebbe fin una in cui Cristina era chiamata +col nome di <i>seconda figlia</i>, preceduto da un +semplice <i>quasi</i>. Fu allora che allo stupore del +marchese tenne dietro subito un altro stupore non +piccolo, quello di donna Fulvia, la quale a un +tratto ricevette una lettera dal genero che la avvisava +del suo ritorno prima del tempo fissato.</p> + +<p>Il marchese Ettore Chiaravalle, prima del tempo +fissato non tornava mai; specialmente, bisogna +<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> +dirlo, quando viaggiava senza moglie e senza suocera. +Egli non s’era deciso a prender moglie se +non quando gli era proprio parso di non aver +più nulla a chiedere alla propria libertà: allora +s’era anche creduto rassegnato ai vari legami accessori +che tengon dietro al legame indissolubile; +aveva tutto preveduto, tutto calcolato; ma poi, a +matrimonio fatto, s’era accorto che il conto non +gli tornava esattamente. Gli mancava almeno un +mesetto all’anno d’una boccata d’aria libera, di +quella d’un tempo; e bisognava trovar modo di +farcela stare. De’ pretesti dunque ce n’eran sempre: +eran pretesti d’una evidenza e d’una serietà inappuntabili; +pretesti preceduti da un consiglio chiesto +alla suocera o da una confidenza fattale; pretesti, +insomma, che ogni volta davan l’aria al marchese +di partire a malincuore e pregato. Oltre il +pretesto estivo d’una qualche bagnatura particolare, +c’era quasi ogni anno un pretesto invernale, +ch’era quello or d’un affare improvviso, or d’una +visita a qualche cospicua famiglia o a qualche +personaggio dei molti, coi quali il marchese era +entrato in dimestichezza negli anni passati gironzellando +per l’Italia e fuori. La dimestichezza +coi personaggi, e soprattutto con certi personaggi, +era ciò che toccava il cuore di donna Fulvia in un +modo particolare, e che accresceva in lei il gran concetto +in cui teneva suo genero. Figurarsi! saper suo +<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> +genero amico e in corrispondenza diretta coi +più rinomati campioni di quelle idee ch’erano +le sole buone di questo mondo, le idee sue! +Non è a dire dunque quanto donna Fulvia favorisse +certi viaggetti e certe visite del marchese +Ettore; e come questi non mancasse mai +mai al suo ritorno di portare alla suocera una +notizia, un consiglio, una parolina di quelle che +consolavano per un pezzo, e che le davano presso +parecchi una grande autorità. Lo zelo però del +genero, e quello della suocera, non erano dello +stesso conio. Sulla bandiera del marchese c’eran +scritti, è vero, de’ principii molto severi, e c’eran +tutte le buone massime d’un governo antico; ma +a sè stesso poi aveva concesse tutte le franchigie +e tutte le costituzioni moderne. Le massime +d’un tempo le trovava d’un gusto più distinto, +più elegante, perchè non erano del gusto dei più; +ma nel seguirle non voleva noie, e non passava +mai il limite de’ suoi comodi; perchè poi sul punto +dello scomodarsi, o del seccarsi, egli non ammetteva +transazioni. Così, quando gli fece comodo un +bel giorno di prender moglie, aveva chiuso un occhio +sul casato modesto del signor Sacchi, e guardato +con l’altro la figlia unica di donna Fulvia; +ed ora, se si scomodava a tornar da Roma prima +del tempo fissato, era perchè gli tornava meno +comoda questa comparsa di Cristina in casa, e +<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> +ancor meno comodo quel nome di <i>seconda figliola</i> +letto nelle lettere della suocera. Il marchese giustificò +facilmente con sua moglie e con la suocera +il suo improvviso ritorno; convenne subito +con sua moglie che la cuginetta era tanto carina, +e approvò sua suocera per quanto aveva fatto, +lodando il suo atto generoso fino a commuoverla, +che non era facile; poi prese a dichiararsi in famiglia +il protettore di Cristina, e a tenerla allegra +ogni tanto con qualche motto allegro o con +qualche storiella, che, venuti da lui, eran lasciati +passare con indulgenza e tolleranza anche da +donna Fulvia. Ma non era tornato sol per questo, +e non lasciò passare inoperoso il suo tempo. +Quel mesetto rubato alle occupazioni dell’estero, +come le chiamava lui, lo occupò ad osservare e +a meditare in casa. E pare che in questi studi +avesse a confidente e a guida il padre Felice, +perchè non lo si era veduto mai prima tanto assiduo, +tanto intimo con lui.</p> + +<p>Era appunto passato un mese dopo il ritorno +del marchese Ettore, quando una sera donna Fulvia, +trovandosi sola col padre Felice, aveva avviato +un lungo discorso a proposito di fanciulle, +non sappiam bene se del Giappone o della China, +per le quali trovava urgente un’Opera Pia che +provvedesse ai loro onesti collocamenti. Il padre +Felice era stato quella sera paziente e taciturno, +<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> +anche più del solito, seguendo attentamente i discorsi +di donna Fulvia, e manifestandole la sua +piena approvazione con frequenti cenni del capo, +intanto che gustava qualche presa di tabacco. +Ma infine, come gli parve che l’argomento principale +fosse esaurito, cominciò, pur seguendo sempre +il filo del discorso, a ricondurre donna Fulvia +a poco a poco in paesi più vicini. E donna Fulvia +lo compiaceva alla sua volta con una deferenza, +ch’era in ragione delle approvazioni avute +poco prima.</p> + +<p>— Donna Fulvia, può davvero dar consigli a +tutti in proposito; — diceva il padre Felice continuando +il discorso sull’argomento dei matrimoni. — Con +quanta saviezza, con quanta ponderazione, +non ha saputo combinare il matrimonio di sua +figlia! con quanto tatto e con quanta fortuna ne +ha combinati tant’altri! È una sapienza tutta sua.... +se lo lasci dire perchè, lei lo sa, io parlo sempre +franco, anche a costo di dispiacere.</p> + +<p>Qui donna Fulvia, a confermare indirettamente +quello che diceva il padre Felice, richiamò a +proposito dei matrimoni fatti da lei, più d’una +circostanza di quelle ripetute le mille volte, ma +che don Felice ascoltò come gli fossero nuove.</p> + +<p>— Ed ora, — continuò il padre Felice, — ora +vedremo, m’immagino presto, una nuova prova +di sapienza e di prudenza, quale nessuno saprebbe +<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> +dare, a proposito d’un altro matrimonio.... Problema +difficile! Il matrimonio.... lei mi capisce.... +di Cristina....</p> + +<p>Donna Fulvia trattenne a stento una esclamazione, +e don Felice continuò:</p> + +<p>— Oh che la sua modestia non s’offenda, ma a +me par già di leggere nel di lei animo le profonde +riflessioni da lei fatte sulla grave sua responsabilità, +e le sapienti combinazioni che avrà +già maturate! Oh io me le immagino, le veggo, +e le ammiro! Qual complicazione di doveri che +ben pochi comprenderebbero, quante difficoltà alle +quali a quest’ora avrà felicemente pensato e provveduto! +Oh ne vedremo i risultati ben presto!...</p> + +<p>Donna Fulvia s’era fatta tutta rossa in viso, +e senza quel preambolo si sarebbe rizzata di +scatto anche dinanzi al padre Felice. Maritar +Cristina? Una bagattella! Una cosa che non le era +neanche passata per la mente! Altro che scattare! +Ma quella complicazione di doveri e quella sapienza +delle proprie risoluzioni, di cui le aveva +parlato il padre Felice, l’avevano trattenuta, confusa, +e riempita a un tempo di amor proprio e +di curiosità. Aveva però dato un leggero sussulto +quando udì la parola <i>presto</i>, che in fatto di matrimonio, +per lei che s’era maritata dopo i trent’anni, +suonava come un’eresia.</p> + +<p>— Mi son permesso di dir <i>presto</i>, — continuò +<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> +il padre Felice che s’era avveduto del movimento +di donna Fulvia, — perchè parmi di avere indovinato +anche questo suo desiderio. Donna Fulvia, +ben giustamente non ama che le fanciulle si maritino +troppo presto.... oh ne ha mille ragioni! +guai, guai! Ma ci sono delle circostanze eccezionalissime +in cui i doveri d’una madre, o di chi +ne tiene il posto, suggeriscono ben diversamente. +E questo è il caso. Oh sono anche in ciò pienamente +d’accordo con lei. Ella ha compiuto un +atto molto nobile e generoso quando, con grave +sacrifizio, ha accomodate le sgraziate faccende del +conte Maurizio, e ne ha raccolta in casa la figlia. +Nella sua modestia ella dice di non aver compiuto +che un dovere.... ma lasci che io l’ammiri!... +e lasci pure ch’io la lodi altamente. Ma non meno +altamente la lodo vedendo quanto ella senta un +altro dovere, un dovere che va innanzi a tutti, +rammentandosi cioè ch’ella ha una figlia sua, e +che questa figlia ha un marito. È un gentiluomo +perfetto il marito, chi non lo sa? Dalla sua bocca +non uscirà mai una parola che accenni agli interessi +di sua moglie, affinchè nessuno creda che +li confonda coi propri, oh ne possiamo esser sicuri! +Ma capisco, appunto per ciò, i doveri specialissimi +di delicatezza di donna Fulvia. La delicatezza +è molta nel marchese di Chiaravalle, ma +non è sentita meno altamente nella casa dei conti +d’Orsenigo!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span></p> + +<p>Donna Fulvia che fino allora era stata combattuta +tra l’impazienza e la riverenza verso il padre +Felice, a quelle ultime parole fu vinta, e sentì +salire fino agli occhi una fiamma d’entusiasmo +ch’era, non lo sapeva bene, se per chi le parlava, +o per sè stessa, alla quale erano attribuiti così nobili +sentimenti. Chinò la testa in atto di ringraziare +modestamente, e lasciò che il padre Felice +continuasse, impaziente ora di sentire la fine.</p> + +<p>— Donna Fulvia pensa, se ben m’appongo, — continuò +il padre Felice, — che una dimora molto +prolungata di Cristina in questa casa, possa far +nascere delle aspettative fallaci, dico bene? e +possa lasciar credere che donna Fulvia voglia, +oltre il primo benefizio, farne degli altri; far ciò +insomma ch’ella non deve, e non vuole. Una lunga +dimora in casa creerebbe infatti nuovi e maggiori +impegni, nuove responsabilità... E poi, non +si sa mai quel che può nascere; quale indole, +quali capricci possano svilupparsi nella fanciulla.... +cosa possa succedere nella famiglia... insomma, +donna Fulvia vuol prevedere! prevedere! Sono +questi i pensieri di donna Fulvia, oh io glieli +leggo in fronte! e quanto a me, li lodo e li applaudo +proprio di cuore. Lei ha pienamente ragione; +Cristina va maritata presto, il più presto +possibile. Quanto al trovare uno sposo.... oh comprendo! +questo è il pensiero che ancor trattiene +<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> +donna Fulvia, e che la rende pensierosa, incerta... +Quest’è infatti il punto più difficile.... ma a donna +Fulvia, a donna Fulvia soltanto, riuscirà facile +anche questo. Ella ha un tatto invidiabile nelle +faccende delicate; sa trovare subito il bandolo, e +allora il resto viene da sè. Cristina, naturalmente, +non deve portar dote; ma è bene che ciò sia risaputo +subito perchè non ci siano malintesi. Essa +ha la dote d’un bel nome, il nome d’una famiglia +tanto illustre; ed è la nipote d’una così +gran dama.... oh è inutile! me lo lasci dire.... e +vedrà quanti si faranno innanzi per incontrare +un così gran parentado! Ma facciasi pure innanzi +chicchessia, lo sposo deve essere cercato e trovato +da lei, donna Fulvia, soltanto da lei.... in qualche +famiglia delle nostre, s’intende, sia in Milano, sia in +provincia.... ma scelto da lei.... Quando poi sia ben +dichiarato che la sposa non porta dote, allora qualsiasi +dono non farà che mettere in nuova luce la +nota e splendida generosità di donna Fulvia.... Oh, +ma cosa mai dico io adesso! Mi perdoni, m’imbarcavo +in argomenti in cui io son profano, e lei è maestra.... +E mi perdoni anche tutte queste mie chiacchiere.... +ma ne incolpi la sua bontà, il mio interessamento +per la famiglia.... e un po’ anche il +mio amor proprio. Sì, anche questo. Le cose or +dette io le vado indovinando, le vado leggendo +da qualche tempo nel di lei animo, e il mio amor +<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> +proprio non ha saputo resistere alla tentazione +di farmi con lei vanaglorioso della mia perspicacia. +Oh la vanagloriaccia!</p> + +<p>Donna Fulvia rispose a mezza voce, e un poco +imbarazzata, con qualche parola di ringraziamento +e di complimento, col fare di chi si tiene in riserbo, +ma non nega. Qua e là, e anche alla fine, +avrebbe voluto venir fuori con qualche brava +rimbeccata; ma quel discorso l’aveva a mano mano +avvinta in certe spire da cui non aveva saputo +svincolarsi. Per più giorni non ebbe altro per il +capo, e fu di malumore e aspra più del solito; +ma a poco a poco finì con l’entrare nelle idee +del padre Felice, e col persuadersi anche che +qualcuna di queste l’avesse proprio pensata lei. +Da quel punto fu tutta in orgasmo a far combinazioni, +a far progetti, a cercar nella sua mente +lo sposo. E lo trovò. Sulle prime si tenne abbottonata +anche con don Felice; e nel dirgli un +giorno col fare misterioso che anche la scelta, +quant’a lei, era bell’e fatta, gli domandava con +compiacenza e con una certa ironia: — L’avrebbe +per avventura indovinata anche questa, don Felice? — E +don Felice col fare umile rispondeva: — Ho +indovinato una volta, e basta. Non si burli, +donna Fulvia, della mia vanagloria.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span></p> + +<h2>X.</h2> +</div> + +<p>Durante l’estate il signor Valassina era venuto +parecchie volte in Orobio. Poi c’era capitato un +ingegnere; poi s’eran veduti degli operai del capoluogo +della provincia, e s’era saputo finalmente che +nel palazzo Orsenigo si facevano delle novità, delle +grandi novità, per l’arrivo di donna Fulvia. Si diceva +che donna Fulvia sarebbe venuta a passar +l’autunno in Orobio, con Cristina, con tutta la famiglia, +con molta servitù, e con molti invitati. Più +d’una volta parecchi del paese, e anche don Cornelio, +avevano osato fare qualche interrogazione +al signor Valassina; il quale lasciava dire, lasciava +credere, ma si teneva alquanto abbottonato; +e s’era arrivati così ai primi di settembre, +alla vigilia cioè dell’arrivo di donna Fulvia, senza +che si sapesse nulla di preciso.</p> + +<p>Il marchese Ettore e sua moglie avevano passato +l’estate alle bagnature; e donna Fulvia, a +seconda d’un disegno fatto già da due mesi, aveva +<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> +aspettato che tornassero prima di andare a Orobio. +Il disegno poi era di non ricondur subito +Cristina nella casa paterna di Orobio, d’affidarla +intanto a sua figlia Bianca perchè la tenesse con +sè in una sua villa di Brianza, e di andare sola +a Orobio per principiarvi ciò ch’essa chiamava +la <i>sua missione</i>. Che missione dovesse essere la +sua, precisamente non lo sapeva, ma era sicura +che ce n’era una; e si accingeva a partire per +Orobio come un missionario che va tra i selvaggi, +disposta anche al martirio, ma non alla menoma +contraddizione, s’intende. L’estate, donna Fulvia, +lo aveva impiegato a dare le prime tinte e i necessari +ritocchi a quell’abbozzo che aveva improvvisato +nella sua mente, circa il matrimonio +di Cristina, e di cui s’era vantata col padre Felice +come di un disegno finito. Il concetto del +disegno non era poi tanto peregrino; ma nella +testa di donna Fulvia ogni più semplice idea +diventava una matassa che la faceva sudare a +dipanarla. Tra le sue conoscenze c’era la famiglia +d’un certo barone Brocchetti, un ometto ricco +e brutto, gran nemico del mondo e delle sue pompe, +e devotissimo a donna Fulvia. Ogni tanto in casa +Brocchetti veniva su, lungo lungo, come un asparagio, +un baroncino con la faccia un po’ sciocca +e con le orecchie a ventola. Di questi asparagi +donna Fulvia ne aveva già colti due; e sotto i suoi +<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> +auspici s’eran combinati due matrimoni. Ora ce +n’era pronto un terzo, il quale veniva a taglio per +Cristina. Il barone Brocchetti, ch’era ricco, per rendere +più facilmente negoziabili i suoi Brocchettini +aveva confidato a donna Fulvia che non avrebbe +domandato un soldo di dote per le spose de’ suoi +figli: e a donna Fulvia non era parso vero di +mettere anche il matrimonio tra le Opere pie, e +di avere sotto mano dei mariti di beneficenza.</p> + +<p>Il mondo diceva che quei due primi matrimoni +dei Brocchetti, fatti da lei, andavano a rotoli; ma +essa li proclamava una perfezione, e il parer suo +aveva sempre per lei una gran superiorità su +quello degli altri. Tutto dunque la incoraggiava. +E poi non l’aveva detto anche il padre Felice +che il maritar Cristina senza dote era non solo +un’idea luminosa, ma un dovere?</p> + +<p>Quando donna Fulvia ruminava qualcosa di +nuovo, i suoi di casa, e gli amici più familiari, +lo capivan subito. E questa volta uno dei primi +ad accorgersene fu appunto il barone Brocchetti; +il quale, vedendosi per di più fatto segno di speciali +attenzioni, si fece anch’esso a buon conto +più assiduo, più devoto, più sviscerato con donna +Fulvia. E donna Fulvia, vedendo quel raddoppiamento +di devozione, si persuase tanto più della bontà +del suo pensiero, e mostrandosi sempre più confidente +col barone, cominciò a fargli degli elogi di +<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> +Cristina, e a chiedergli conto spesso di quel caro +giovanetto ch’era il suo terzo figliuolo. Al barone +balenò alla fine l’istessa idea, ma non osò farci +allusione conoscendo l’umor difficile di donna +Fulvia. Questa poi un giorno, e fu la vigilia della +sua partenza per Orobio, salutando il barone con +espansione maggiore del solito, e stringendogli la +mano, gli disse che maturava delle novità, “nè +ci sarebbe da stupire, aveva soggiunto, se avessi +al mio ritorno una confidenza da farle.„ Il barone +aveva risposto con un inchino, e con un +cenno umile del capo, come a dire che sarebbe +sempre stato pronto all’ubbidienza.</p> + +<p>In quei giorni anche don Cornelio aveva per il +capo una novità, che gli faceva pensare tanto più +all’avvenimento di cui si parlava da mattina a +sera in Orobio, quello cioè del vicino arrivo di +donna Fulvia. La novità era una lettera di Enrico; +una lettera che aveva messo don Cornelio +tutto in festa, e gli aveva dato una consolazione, +un buon umore di quelli ch’egli non sapeva nascondere. +E in fatti non aveva potuto far a meno +di darla subito a leggere, quella lettera, alla sorella. +Delle lettere, Enrico, dopo la sua partenza, +ne aveva mandate a don Cornelio un subisso. Eran +lettere tutte piene di buone notizie, di speranze, +di progetti che maturavano; e se c’era qualche +volta anche il suo po’ di mestizia, era di quella +<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> +de’ suoi ventitrè anni, dietro il cui velo traspariva +un bel sole lucente. Il nome di Cristina poi c’era +sempre, messo lì come a caso, alle volte solo in +un poscritto, alle volte anche cancellato; eran +lettere d’amore insomma, ma con l’indirizzo a +don Cornelio. Questa volta però c’era qualche +cosa di più. Ma sentiamolo lui.</p> + +<div class="blockquote"> + +<p class="indl"> +“<i>Stimatissimo e carissimo don Cornelio</i>. +</p> + +<p>“Giorni sono sir Arturo, che è il figlio maggiore +di sir James, mi disse: “Dunque, caro Enrico, +tra un mese si va in Italia noi due; è un +affare deciso.„ Credetti che scherzasse. Ma oggi +sir James, lui stesso, il capo della casa, mi fece +chiamare, mi confermò la notizia dicendomi di +che cosa si tratta, e tracciandomi con poche parole, +asciutte ma precise, i miei doveri. Gli avrei +buttate le braccia al collo, tanto mi balzava il +core per la consolazione. Ma sir James ha la faccia +così severa! e poi, s’era rimessi subito gli occhiali, +ed era tornato alla firma della corrispondenza. +Uscii dal suo gabinetto, rosso in faccia come un +cocomero, e mi sento ancora salir le fiamme in +questo momento in cui le scrivo. È il primo minuto +che m’ho di libertà in tutta la giornata, e +prima di andar a desinare voglio proprio scriverle, +mio caro, mio buon don Cornelio, tutto +<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> +quello che m’ha detto sir James. La mia carriera +è assicurata; la meta è raggiunta, o dirò meglio +è oltrepassata perchè non avevo mai sperato tanto. +I miei sogni.... oh don Cornelio, mi permetta che +dica il mio bel sogno! il sogno che m’ho dinanzi +giorno e notte, ora potrà diventare una realtà. Io +non le osavo prima d’ora parlar di Cristina che +timidamente, e forse lei non sa quanto l’ami. Le +dissi è vero, l’ultima volta che fui a Orobio, che +io amavo Cristina, ma non seppi dirle tutta l’immensità +del mio affetto. Oh io l’amo molto di più! +Ora ho il coraggio di dirglielo, e non già perchè +glielo dico da lontano e mentre lei non mi guarda.... +ma perchè ora posso confessare l’amor mio +apertamente, ma perchè ora Cristina potrà diventar +mia!</p> + +<p>“Mia!... E Cristina lo vorrà?... Questo è il solo +dubbio che turba tutta la mia contentezza. Ma +poi penso, io ho un amico. C’è don Cornelio! don +Cornelio saprà dire a Cristina quanto sia grande +il mio affetto, quanto la voglio render felice.... le +saprà rendere più accetto il mio desiderio in +nome d’un desiderio che le sarà sacro. Oh se sapesse, +don Cornelio, quale dolce commozione, +quanto conforto, quanta forza, lei m’ha dato il +giorno in cui mi confidava che il conte Maurizio, +il mio secondo padre, m’avrebbe volontieri affidata +per sempre la sua Cristina! Mi ripeta, mi +<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> +ripeta quelle parole.... oh don Cornelio! le ripeta, +le ripeta ora anche a Cristina!</p> + +<p>“Io voglio sperare che sarà contenta anche la +signora zia di Cristina, dopo che lei le avrà parlato, +e l’avrà assicurata che io posso offrire a +sua nipote un avvenire buono e sicuro.</p> + +<p>“Oh quante cose deve fare don Cornelio per +me! Io non riuscirei forse da solo a farne neppur +una. Ma lei ha il cuore così grande!</p> + +<p>“Mi scriva, mi consigli, mi diriga. La stringo +al cuore stretto stretto, anzi le salto al collo +come quando ero fanciullo, e le mando tanti baci.</p> + +<p>“Ora aspetterò una sua lettera, e m’ho già la +febbre dell’impazienza addosso.</p> + +<p>“Mi saluti tanto tanto la signora Angelica. Le +dica che mi ricordo sempre di lei.... poi le faccia +indovinare la buona notizia. Ne avrà un gran +piacere di sicuro, perchè è tanto buona, e poi mi +vuol bene, e ne vuole tanto a Cristina.</p> + +<p class="indr"> +“Il suo <span class="smcap">Enrico</span>.„ +</p> + +<p>“<i>PS</i>. Oh don Cornelio, mi perdoni! m’accorgo +rileggendo la lettera che ho dimenticato di scriverle +le parole che mi ha dette sir James. Gliele +scriverò domani tutte, fino ad una; le ho così +impresse che non scappano. Intanto le dirò in +fretta di che cosa si tratta. La Casa vuole allargare +in Italia i suoi traffici, e vi manda sir Arturo +<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> +in missione per un anno. Io lo devo accompagnare, +e dopo un anno mi sarà affidata la rappresentanza +della Casa in Italia. Avrò uno stipendio +di 400 sterline; e più tardi, se me lo saprò meritare, +anche un tanto nei guadagni. Mi par di sognare. +Ma son desto, e come son desto! E <i>Ugolino?</i> +Mille carezze anche a <i>Ugolino</i>.„ +</p> +</div> + +<p>Dopo la lettura di questa lettera, don Cornelio +s’era stropicciati gli occhi per accertarsi d’esser +desto anche lui. Poi s’era lasciato andare alla +più schietta allegria; aveva chiamata la sorella, +aveva riletta la lettera a voce alta, facendo ora +una esclamazione, ora un commento, e poco era +mancato che non ne facesse parte a tutti gli amici +del paese. Poi, riflettutoci un po’, aveva persuaso +la sorella, la quale scoppiava dalla consolazione, +che bisognava lasciar maturare le cose, che bisognava +aspettar l’arrivo di donna Fulvia, di Cristina, +e fors’anche quello d’Enrico, e che per il +momento non si doveva far parola della lettera +con nessuno. Poi quel giorno stesso aveva risposto +a Enrico congratulandosi con lui; assicurandolo +che avrebbe fatto dal canto suo quanto si poteva, +ingiungendogli però di non far nulla, ogni volta +che si trattava di Cristina, senza avernelo consultato; +e raccomandandogli infine di condursi con +calma e con circospezione, e di tener tutta per +<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> +sè fino al momento opportuno la sua giustissima +allegrezza.</p> + +<p>All’allegrezza intanto don Cornelio aveva lasciato +libero il corso per conto proprio; cosa che +faceva stupire grandemente il sindaco, il quale +non comprendendo la ragione di quell’improvvisa +allegria, aggrottava le ciglia e gli borbottava:</p> + +<p>— È per la venuta di donna Fulvia che lei si +frega le mani?</p> + +<p>— E perchè no! — rispondeva don Cornelio.</p> + +<p>— Vedrà, vedrà! ho già le mie informazioni +io!... una vecchiaccia aristocratica.</p> + +<p>— Del bene però ne ha fatto. E poi vien Cristina.... +la rivedo tanto volontieri quella buona +figliola!</p> + +<p>Anche la signora Angelica non sapeva star +nella pelle. “Cos’ha la signora Angelica?„ domandava +la gente del paese, e tutti le si facevan +d’attorno. “Viene Cristina, viene Cristina!„ rispondeva +la signora Angelica, e poi fuggiva per +non esser costretta a dire di più.</p> + +<p>Venne finalmente il giorno dell’arrivo di donna +Fulvia. A Orobio non s’era venuto a saperlo di +preciso che il giorno innanzi; e c’eran stati, a +questo proposito, discussioni, dispiaceri, capannelli, +e chiacchiere da non finirla più. Che si dovesse +fare a donna Fulvia un ricevimento coi +fiocchi, lo dicevan tutti; bisognava dimostrarle +<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> +riconoscenza pei benefici fatti, tanto più che ne +poteva fare degli altri. Ma poi chi voleva la banda, +chi le campane, chi i mortaletti, e chi non voleva +niente di tutto ciò. Questi ultimi, ch’erano i lettori +d’un giornaletto arrabbiato della provincia, avrebbero +pur voluto un ricevimento solenne, ma fatto in +modo, se si poteva, che nessuno se n’accorgesse. +La conclusione fu che non si fece nulla. Quando +donna Fulvia arrivò, c’eran per strada molti curiosi +a vederla passare, e tre o quattro meglio +vestiti, con don Cornelio alla testa, ad aspettarla +sotto il portico del palazzo. Il sindaco non s’era +lasciato vedere; e lo speziale, dopo averci pensato +un poco, s’era deciso d’andarci, ma in modo +da arrivare quando gli altri ne ritornavano.</p> + +<p>Arrivata la carrozza, e aperto lo sportello dal +servitore sceso di cassetta, uscì per il primo il +signor Valassina, poi la cameriera con in braccio +<i>Fleurette</i>, e per ultima scese donna Fulvia. Don +Cornelio allungò il collo cercando con gli occhi +Cristina, ma Cristina non c’era.</p> + +<p>Donna Fulvia aveva l’aria di malumore, era +stanca, accaldata. Don Cornelio, ch’era rimasto +a un tratto mortificato e un po’ con la faccia lunga, +cominciò a biascicare qualche parola di complimento; +ma donna Fulvia non si diede gran premura +d’ascoltare perchè era intenta a far levare +dalla carrozza un monte di scialli, di borsettine, +<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> +e di sacchette. Don Cornelio stava per ricominciare +il suo complimento, quando si sentirono +tutt’a un tratto dei guaiti acuti di <i>Fleurette</i> che +faceva <i>caino</i>, <i>caino</i>, scappando affannosamente. +Cos’era, cos’era stato? <i>Fleurette</i>, appena fuori di +carrozza, aveva adocchiato nella corte <i>Ugolino</i>, +venuto anch’esso al ricevimento dietro don Cornelio, +e gli si era fatta vicina ringhiando. <i>Ugolino</i> +che non era in vena di galanterie, aveva risposto +con una mossa come di chi volta le spalle, e <i>Fleurette</i> +se n’era approfittata per addentargli la coda. +<i>Ugolino</i> non era un accattabrighe, ma, per l’onor +dei cani del paese, non tollerava scherzi, specialmente +da cani forestieri. Si pensi quindi che +pettinata era toccata a <i>Fleurette</i>. Donna Fulvia, +la cameriera, il servitore, furono addosso in un +attimo al povero <i>Ugolino</i>, il quale fu appena in +tempo di raccomandarsi alle gambe e di infilare +la porta.</p> + +<p>— Ne ho già visti tre o quattro di questi cagnacci, +nell’attraversare il paese! — esclamò donna +Fulvia in tuono arrabbiato e secco. — Ma saprò +dare i miei ordini. Cani per le strade non se ne +devono veder più!</p> + +<p>La missione di donna Fulvia era incominciata.</p> + +<p>Don Cornelio non osò prender le difese di <i>Ugolino</i> +per non confessarsi in quel momento conoscente +del reo; fece i suoi saluti, che furono ricambiati +<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> +da donna Fulvia con una cortesia un +poco asciutta e rannuvolata; poi lui, e quei quattro +che aveva in compagnia, rifecero i loro inchini, +impacciati più di prima, e si accomiatarono.</p> + +<p>La signora Angelica, ch’era venuta fino al portone +del palazzo per aver più presto le nuove di +Cristina, e anche con la speranza in cuor suo di +vederla, si fece subito incontro al fratello.</p> + +<p>— E Cristina? Cristina?</p> + +<p>— Cristina.... non c’è.... per ora.... — rispose +don Cornelio un po’ distratto e imbarazzato avviandosi +verso casa.</p> + +<p>— Ma come! Ma perchè non è venuta?... Dite +su, e verrà presto? Cosa v’ha detto donna Fulvia?...</p> + +<p>— Oh, quante domande!... Sicuro che Cristina +dovrà ben venire, fors’anche presto.... ma poi non +ho avuto il tempo, lì per lì, di far tante chiacchiere +con donna Fulvia.</p> + +<p>— Oh che benedett’uomo che siete voi alle +volte....</p> + +<p>— E che benedetta donna che siete anche voi! +Donna Fulvia era stanca.... da non poterne più, e +volevate che la tenessi lì, in corte per un’ora, e +la sottoponessi a un interrogatorio? Un po’ di +discrezione, un po’ di creanza la ci vuole! Donna +Fulvia poi non riparte domattina. C’è tempo da +domandargliene delle cose!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span></p> + +<p>Angelica tacque, ma non pareva troppo persuasa.</p> + +<p>— Oh, a proposito, — riprese — cos’è successo? +Ho visto <i>Ugolino</i> scappar fuori dal portone, e via +di gambe senza darmi retta...</p> + +<p>— <i>Ugolino</i> è un asino!</p> + +<p>— Oh cos’ha fatto?</p> + +<p>— Mi va ad abbaruffarsi con la cagnolina di +donna Fulvia. Domando io se quello era il momento! +se c’è prudenza, se c’è criterio!</p> + +<p>— La colpa non sarà sua, ne son sicura, perchè +l’ho visto in tante circostanze.</p> + +<p>— Intanto per un po’ di giorni il signor <i>Ugolino</i> +se ne starà in casa. Badateci bene anche voi!</p> + +<p>— Oh, ma questa poi è un’esagerazione! — osò +dire Angelica facendosi tutta rossa.</p> + +<p>— So io quel che mi dico... una ragazzata la si +compatisce... ma questa volta me l’ha fatta grossa....</p> + +<p>— Oh don Cornelio già di ritorno! — esclamava +intanto il farmacista facendosegli incontro. — M’avviavo +appunto per presentare, unitamente a +lei, i miei omaggi alla signora donna Fulvia.</p> + +<p>— Sarà per un’altra volta.</p> + +<p>— Oh certamente.... e che cosa le ha detto donna +Fulvia?</p> + +<p>— Tanti saluti a tutti, tanti saluti. — Ed entrò +in casa, intanto che il farmacista stava pensando +un’altra domanda.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span></p> + +<h2>XI.</h2> +</div> + +<p>Per diversi giorni donna Fulvia stette rinchiusa +in casa, e non volle veder nessuno. A chi veniva +per ossequiarla faceva dire che gli avrebbe ricevuti +poi a suo tempo, e che anzi, venendo quando +l’avrebbe detto lei, le avrebbero fatto anche un +piacere maggiore.</p> + +<p>I più curiosi avevan cercato di spiarla quand’era +in chiesa; ma in chiesa donna Fulvia ci +stava con tanta umiltà, e in un posto così separato +e distinto da tutti, che non era stato possibile +a nessuno di vederla in faccia.</p> + +<p>Il signor Valassina invece, s’era dato nel frattempo +molto d’attorno cercando di veder tutto, +di parlare di tutto, e di sapere i fatti di tutti, +con l’aria di confidare i propri. Nè si era accontentato +di Orobio; col pretesto degli affari di +donna Fulvia, in pochi giorni egli aveva fatto +conoscenza anche con moltissimi dei paesi vicini, +<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> +e s’intende, gli aveva fatti cantar tutti; in modo, +ch’ebbe subito pronta tutta la messe che occorreva +per il vaglio di donna Fulvia. Fra le conoscenze +fatte c’era stata anche quella di don Innocente; +ed anzi, siccome era stato uno dei principali +somministratori della messe, così ne lo +aveva ricambiato con una pronta amicizia e con +una special protezione.</p> + +<p>Finalmente un bel giorno fu annunziato che +donna Fulvia si sarebbe compiaciuta di ricevere +le persone principali del paese, e che dava principio +ai ricevimenti. A tale notizia non è a dire +come don Cornelio si mettesse in movimento. +Gli premeva che donna Fulvia fosse di buon +umore, che pigliasse ad amare il paese, che vi +soggiornasse lungamente, e vi continuasse, come +un tempo, l’opera benefica del povero conte Maurizio. +Con la sua pazienza e con la sua bonarietà +don Cornelio otteneva quel che voleva, e così +ottenne che andassero da donna Fulvia anche i +più ruvidi, anche il sindaco; e che più d’uno di +tanto in tanto lasciasse la mezzetta dell’osteria +per l’acqua cedrata di donna Fulvia.</p> + +<p>Per tre o quattro settimane le cose non andarono +male. Ogni sera in casa di donna Fulvia, +c’era la partita a tarocchi, e ogni domenica un +pranzetto. Gli ospiti di solito erano don Cornelio +e il suo coadiutore, il sindaco, il dottore, lo speziale +<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> +e diversi preti dei paesi vicini che mano +mano andavan crescendo in numero. Il più assiduo +era don Innocente. Una certa soggezione li +teneva tutti in riga; parlavan quindi pochissimo; +e questo è già un buon mezzo per andar d’accordo. +Donna Fulvia, un po’ perchè li voleva studiare a +uno a uno, un po’ perchè si compiaceva a vederli +così ossequiosi e deferenti, s’era tenuta nei primi +tempi in un certo riserbo benevolo, che in quella +prima luna di miele, bastava per addolcire i commenti. +Don Cornelio ne gioiva tutto. Egli s’era +ben accorto, fin dalla prima volta che l’aveva +veduta, con che caratteruccio caustico avrebbe +avuto a che fare, e n’era rimasto tutto conturbato +e pieno in cuor suo di dubbi e di malinconia; +ora però cominciava a sperare. Sperava che +fosse facile ammansirla, e cavarne qualche buon +frutto, come gli era riuscito con altre piante spinose.</p> + +<p>Ma, a poco a poco, al tavolino de’ tarocchi, e in +fin di tavola, dopo un buon pranzo, le lingue incominciarono +a sciogliersi un po’ di più, e incominciarono +anche i primi guai. Alcune prime lezioncine, +bruschette, s’intende, donna Fulvia principiò +a darle al coadiutore di don Cornelio, ch’era +anche il più giovane e il più timido di tutti; forse +per educarlo a modo suo, o fors’anche volendo +“dire a nuora perchè suocera intenda.„ La suocera +in questo caso era don Cornelio. Una sera il povero +<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> +don Luigi, avendogli qualcun domandato: +“Ebbene, che novità ci sono?„ s’era messo a ripetere +una poca novità pescata in un giornaletto +della provincia che non era quello della Curia. +Donna Fulvia non lo lasciò neanche finire.</p> + +<p>— Come! don Luigi, — gli disse seccamente, — lei +si dà alla lettura d’una gazzetta qualsiasi? +Non sa quali sono i giornali che lei deve leggere?</p> + +<p>Il medico, che stava giocando al tavolino, credendo +sulle prime che donna Fulvia scherzasse:</p> + +<p>— Ma come? — soggiunse con affettazione, — lei +legge altri giornali, e non solamente quello +di don <i>Ammazzasette</i>?</p> + +<p>— Ma dottore! — saltò su don Cornelio, — badi +al gioco.... cosa mi fa? non ha veduto che chiamavo +tarocchi? — e facendo la voce grossa cercò +di sviare il temporale.</p> + +<p>— Sciocchezze! — saltò su donna Fulvia interrompendo +il dottore; e fu il primo lampo.</p> + +<p>Allora il dottore piccato, cominciò quietamente, +tra una giuocata e l’altra, a far la storia di don +<i>Ammazzasette</i>, come lo chiamavano, il quale era un +prete già professore, che, dopo molte peripezie, +aveva mutato di diocesi e di provincia, e s’era +fatto giornalista intransigente nel capoluogo di +quella valle.</p> + +<p>Che donna Fulvia avesse intanto i nervi in +burrasca si capiva da alcune contrazioni della +<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> +bocca ch’eran di solito foriere d’uno scroscio. +Ma la tratteneva una certa soggezione in cui era +ancora col dottore; e tutta contegnosa e silenziosa +fingeva di non udire, e non levava gli occhi dalle +carte. Di tanto in tanto però scattava.</p> + +<p>— Cose che si contan nelle bettole! — saltò su +a un tratto.</p> + +<p>— Scusi, interruppe il sindaco, tutti ne parlano. +Io, per esempio, queste cose le ho risapute +anche da qualche buon prete, all’orecchio, s’intende, +perchè don <i>Ammazzasette</i> li fa tremar +tutti; ma poi un poveraccio, quand’è stanco di +accuse, di fulmini, di predicozzi, di semestri +d’abbonamento, di collette e di oboli, versati a +furia di rappezzi sulle brache.... allora qualcosa +mormora, il poveraccio! Mormora dell’esattore.... +e anche di don Ammazzasette.... è naturale! Tanto +più che non è certo costui quello che gli insegni +precisamente l’indulgenza per il prossimo.</p> + +<p>Don Cornelio cercava di interrompere ora l’uno +ora l’altro ma non c’era modo. Il dottore era piccato, +e tirava innanzi impassibile e con tutta +flemma.</p> + +<p>— No, davvero, non son gli articoli del suo +giornale che insegnino nè l’amor del prossimo, +nè la carità, nè il perdono....</p> + +<p>— Ma che ci ha a che fare tutto ciò coi giornali? — esclamò +con impazienza donna Fulvia.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span></p> + +<p>— Pochissimo di solito, ne convengo; ma un +pochino forse di queste virtù cristiane non sarebbero +fuori di posto anche in un giornale, quando +il giornale dice di essere cristiano cattolico per +eccellenza.</p> + +<p>— Lasci, lasci queste cose, signor dottore, a chi +se ne intende.</p> + +<p>— Oh io non ho questa pretesa, anzi non me +ne intendo affatto; ma come metterebbe lei d’accordo +gli articoli di don <i>Ammazzasette</i>, e di altri +suoi colleghi, con quegli ammaestramenti che dicono: +“offrite la guancia al percotitore.... scagli +la prima pietra chi....„</p> + +<p>— Quelli erano altri tempi!</p> + +<p>— Precisamente. E ciò che concludo anch’io, — disse +con ironia il dottore, e poi si tacque.</p> + +<p>Dopo quella partita non se ne fecero altre. La +conversazione rimase arenata, e, dopo un silenzio +lunghetto e dei saluti fredducci, la serata finì mandandoli +tutti a letto di malumore.</p> + +<p>— E voi, Cleofe, ricordatevi di non ammalarvi +in questo paese, — diceva poco dopo donna Fulvia +alla cameriera, intanto che questa le levava +le due coppie di ricci, e le presentava la cuffia +da notte. — C’è un medico al quale non darei +da curare il gatto.</p> + +<p>Donna Fulvia fu per parecchi giorni arrabbiata +anche con sè stessa per non aver risposto al dottore, +<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> +quella sera, come avrebbe voluto. Gliene veniva +in mente ogni tratto una più salata dell’altra, +ma era tardi. Pensò di metterle in serbo per la +prima occasione; ma poi, per non tenersele troppo, +finì col regalarle ad altri, perchè il dottore per +un gran pezzo non si lasciò più vedere.</p> + +<p>Una buona dose di quelle bottate cominciò a +sfogarle col sindaco e con lo speziale, coi quali +si sentiva meno in soggezione. E l’uno e l’altro, +condotti da don Cornelio, si trovavano una sera +a conversazione nel suo salotto, dove c’erano anche +don Innocente ed altri personaggi del paese, +di quelli che non parlano. Lo speziale era in vena +di discorrere. Quando si trovava con persone +nuove lo speziale amava farsi conoscere come +uomo dotto; amava lasciar capire che c’era in +lui una certa superiorità; ch’era uomo di scienza; +ch’era anche filosofo se occorreva; e che nella +scienza e nella filosofia poi sapeva avere delle +idee arditissime; che sapeva persino essere all’occorrenza +un libero pensatore, come si direbbe. +Non che lo fosse: alle funzioni della parrocchia, +ci andava è vero con l’aria di fare un favore a +Domeneddio, ma ci andava sempre.</p> + +<p>— Che ne pare, a donna Fulvia, di questi paesi? — aveva +cominciato lo speziale. — Cosa ne dice +di questo nostro Orobio?</p> + +<p>— Fin ora non ne dico niente — aveva risposto +donna Fulvia.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span></p> + +<p>— Capisco, le mancano i dati statistico-morali; +ma non le sarà malagevole l’averne qualche +idea sintetica, come diciamo noi, se vorrà percorrere +meco....</p> + +<p>— Tante grazie, non s’incomodi.</p> + +<p>— È un pezzo che io le vado studiando queste +popolazioni, che le analizzo, come diciamo noi.... +Io le credo le vere discendenti dei Cenomani; ne +hanno tutti i caratteri. Intelligenza pronta, riflessiva, +spirito analitico, disposizione alle scienze +positive.... insomma siamo Cenomani! Basta osservare +le nostre scuole.... Coraggio, caro sindaco! +aumentate le nostre scuole, raddoppiatele, ve lo +dico sempre!</p> + +<p>— Non le abbiam forse raddoppiate da un pezzo? — saltò +su il sindaco.</p> + +<p>— Sta bene, ma avanti, e sempre avanti! Sono +incommensurabili i frutti che si possono cavare +dalle nostre popolazioni fortemente istruite! Ma +bisogna che l’istruzione sia scevra di pregiudizi, +che sia filosofica, positiva. Allora avremo +delle masse illuminate, robuste; avremo delle +masse....</p> + +<p>— Avrete una massa d’asini più di prima! una +massa di prosuntuosi, e di petulanti! — esclamò, +interrompendolo, donna Fulvia che incominciava +a perdere la pazienza.</p> + +<p>— Benissimo! Dice bene la signora contessa! +<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> +Proprio così! — esclamò anche don Innocente, +fregandosi le mani.</p> + +<p>Lo speziale e il sindaco si voltarono verso quest’ultimo +come due basilischi, e stavano per ripicchiare +su lui la botta di donna Fulvia. Ma intervenne +a tempo don Cornelio, il quale un po’ +canzonando in bella maniera lo speziale, un po’ +interpretando benignamente le diverse opinioni, +rimise per un momento la conversazione in carreggiata, +e riuscì a far parlare delle sue scuole +il sindaco, il quale ne era molto glorioso. Il sindaco +fece la sua narrazione, un po’ lunghetta, +non ommettendo qua e là, con una certa modestia, +di far cenno degli elogi che aveva ricevuti +a voce ed in iscritto dai superiori scolastici e +dal prefetto. Poi com’ebbe finito, guardò donna +Fulvia con l’aria d’aspettare anche gli elogi suoi.</p> + +<p>Donna Fulvia lo lasciò aspettare un pochino, +poi in tuono calmo e con aria di protezione gli +rispose: — Le scuole possono essere una buona +cosa, ne convengo; non le sue, però. Lo creda a +chi se ne intende. Ne riparleremo; e a suo tempo +me ne occuperò anch’io delle sue scuole. Intanto +comincio col dirle che per gli asili non divido il +suo entusiasmo, e che nelle classi elementari poi, +c’è molta roba da mettere in disparte... Figurarsi! +anche la storia e la geografia!... cose che scaldan +le teste dei ragazzi. Quanto poi alle scuole +<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> +serali... son di moda, lo so; ma lo creda a me, +signor sindaco, alla sera la gente sta bene a +letto. — Poi voltandosi a un tratto verso lo speziale, +col fare un pochino ironico continuò: — Lei +mi deve scusare se l’ho interrotto poco fa; non +m’ha finito il suo programma scolastico, sentiamone +anche il resto; dica su, non me ne +privi. —</p> + +<p>Lo speziale, che dopo la brusca interruzione +di donna Fulvia era rimasto alquanto sconcertato, +si rasserenò subito a quell’invito; e pigliatolo +sul serio, si rimise a raccapezzare le idee, e +a riprendere il filo del discorso.</p> + +<p>Un gran temporale s’era invece rapidamente +addensato nella testa del sindaco. Don Cornelio +se ne accorse, ed ebbe un momento di spavento. +Il sindaco tutto acceso in faccia, s’era levato in +piedi per cercare il cappello. Trovatolo, disse +con la voce alterata: “felice notte„: fece un +inchino, sbagliò la porta un paio di volte, e se +ne andò.</p> + +<p>— Innanzi tutto, — continuò lo speziale — noi +vogliamo l’istruzione obbligatoria, meno s’intende +quando abbiamo i lavori della campagna, o quelli +delle filande; la vogliamo gratuita....</p> + +<p>— Oh, la vorrei gratuita anche per me — saltò +su donna Fulvia — che ne dovrò far le spese +per una buona parte.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span></p> + +<p>— E laicale... non escludendone però don Cornelio, +ottimo direttore delle nostre scuole.</p> + +<p>— Ah, è lei don Cornelio il direttore delle +scuole? il direttore della storia, della geografia, +e di tutte le cosarelle che abbiam sentite?... È +un direttore di scuole comunali anche lei don +Innocente?...</p> + +<p>— Oh, il cielo me ne guardi, signora contessa, — rispose +subito don Innocente. — Non me ne +immischio io in queste cose, non me ne immischio!</p> + +<p>Don Cornelio non rispose. S’era messo a sfogliare +e a leggicchiare un libro, e finse di non +aver sentite le parole di donna Fulvia.</p> + +<p>— Poi, — continuò lo speziale intento sempre +a raccappezzar le idee — poi vorrei con un sistema +coordinato e complesso risollevare le popolazioni +campagnole alla coscienza di sè medesime +e della loro missione; mi spiegherò.</p> + +<p>— Mi farà piacere.</p> + +<p>— Bandire il pregiudizio, e sostituire la scienza. +Questa è la meta. Ma per arrivarci bisogna innanzi +tutto che le masse siano penetrate della +superiorità del metodo sperimentale, positivo, +analitico. Vorrei dunque istituire una scuola a +questo scopo. Poi vorrei fare un gran bucato di +tutto l’empirismo, di tutti i pregiudizi. E qui +comincerei a fare agli agricoltori, una buona +scuola di....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span></p> + +<p>— Oh, faccia dei buoni decotti agli agricoltori +quando ne abbisognano! — saltò su don Cornelio +interrompendolo, e desideroso che la finisse.</p> + +<p>— Mi scusi, don Cornelio, — continuò lo speziale — su +questo, punto, lei lo sa, non andiamo +d’accordo. Il suo programma, per me, è troppo +limitato....</p> + +<p>— Lo lasci finire, — disse donna Fulvia, — lo +lasci finire.</p> + +<p>— Io vado molto più in là, — continuò lo speziale +tutto contento dell’appoggio di donna Fulvia. — Vorrei +scuole di botanica, di chimica, di +fisica celeste e terrestre, di antropologia....</p> + +<p>— Oh, che parolone mi va lei pescando! Scusi +la mia ignoranza, ma questa poi m’è nuova.</p> + +<p>— Noi diciamo <i>antropologia</i> la scienza che tratta +dell’uomo, — disse lo speziale con gravità e con +soddisfazione.</p> + +<p>— Ah, capisco, — soggiunse donna Fulvia dopo +un momento di riflessione. — Sarebbe mai quella +scienza che insegna che l’uomo viene dalle scimmie? +E sarebbe forse anche lei di questo parere?</p> + +<p>— Ma, ma... donna Fulvia mi propone una grave +questione! Io... finora, non mi pronunzio. La scienza +ha i suoi ardimenti... io li rispetto... non ammetto... +non nego....</p> + +<p>— Ah lei è in dubbio? — rispose donna Fulvia +<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> +con quel tono ch’era l’antifona d’una frecciata. — Aggiustiamola, +com’è così; dalle scimmie discenderà +lei, se le accomoda, io no di certo!</p> + +<p>Lo speziale rimase tanto colpito e confuso che +non trovo più una parola nè per rispondere nè +per continuare il suo programma scolastico. La +conversazione finì. Ci fu un lungo silenzio; poi +don Cornelio disse qualche parola sulla pioggia +e sul bel tempo; poi sonarono le dieci, e dopo i +soliti inchini ognuno se ne andò pei fatti suoi.</p> + +<p>La mattina seguente, sindaco e speziale andarono +a sfogarsi da don Cornelio. Capitò per il +primo lo speziale. Gli coceva più che mai l’affar +delle scimmie. La teoria del discenderne tutti +l’avrebbe accettata senza difficoltà; ma di discenderne +lui solo, non ne voleva sapere. Don Cornelio +fece più volte per tranquillarlo, per fargli +capire che anche lui più volte era andato fuori +di casa co’ suoi discorsi, e che se gli era toccata +una botta, se l’era anche tirata addosso; ma non +gli riuscì così presto. Lo speziale non si quietò +se non dopo una lunga confutazione con la quale +volle metter donna Fulvia in un sacco. Cosa che +don Cornelio gli lasciò fare con suo comodo, +tanto più che non c’era nè donna Fulvia, nè il +sacco.</p> + +<p>Don Cornelio avrebbe voluto acquietar subito +anche il sindaco. Ci mise tutto l’impegno, sprecò +<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> +un paio d’ore, ma fece un buco nell’acqua. Anche +il sindaco era stato punto sul vivo, e il solo conforto +del suo amor proprio era quello di veder +giustificate le sue diffidenze, le sue previsioni e +l’antipatia presentita per donna Fulvia.</p> + +<p>— L’avevo detto io! Lo sapevo io! E lei che +non mi voleva credere! Ma gli è che le cose le vedo +da lontano io! — E di questo tono non la finiva +più. Don Cornelio per buttar acqua sul fuoco gli +andava concedendo molto, gli concedeva tutto, e +intanto cercava di tirarlo a ragionare sul bene +che si poteva ricavare anche dal male; cercava di +mostrargli come a poco a poco, con la pazienza +e con la tolleranza, si sarebbero potuti smussare +gli spigoli di donna Fulvia, la quale alla fin fine +poi doveva avere buon cuore, e poteva fare del +gran bene al paese.</p> + +<p>— Lei è l’uomo della buona fede! gliel’ho sempre +detto. Non ne è guarito mai, ma questa volta +ne dovrà guarire per forza. La pace del nostro +paesello è finita, me lo dice un presentimento. +Di me poco m’importa; ma mi cruccio per il +paese, e se vuole proprio che gliela dica, mi +cruccio per lei!... Apra gli occhi, don Cornelio, +apra gli occhi!...</p> + +<p>Don Cornelio rideva, ma il sindaco facendosi +sempre più serio, ed anche più calmo, prese a +rammentare i guai che negli ultimi anni avevano +<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> +mano mano messo sossopra parecchi paeselli vicini. +Disse che aveva già veduto, in pochi giorni, +uno stormo d’uccelli del mal augurio convenire +in paese, e farsi in giro a donna Fulvia.</p> + +<p>— Nei nostri paesi una volta, — continuò il +sindaco, — lei lo sa, c’era sempre un buon curato, +un buon prete ch’era il padre e l’amico di +tutti; ch’era spesso quello che ne sapeva più +degli altri, e sempre quello che aveva il cuore +più largo; che nei dissidi metteva la pace, che +faceva all’occorrenza da arbitro, da conciliatore, +e da capo del Comune; che tutti riverivano +ed amavano perchè era il primo patriotta del +paese. Li ho conosciuti io, e li rammenterà anche +lei, i nostri buoni curati d’un tempo!... quelli del +quarant’otto!... Ma quei tempi sono passati. L’un +dopo l’altro sparirono da questo mondo... o perseguitati +dovettero nascondersi. Al loro posto ci sono +i nuovi. I più vengono guardandosi in giro sospettosi +come sentinelle in un paese nemico; tra loro +e le faccende di questo mondo piantano in mezzo +una siepe di spini; e la gente che non vuol pungersi, +li lascia al loro posto, come piuoli senza +radici e senza frutti. Canzonare il curato è ora +un canzonare chississia. Se ce n’è uno buono, bisogna +che anche lui si tenga chiuso sotto quattro +catenacci; e i più sono anche poveri e ignoranti, +perchè a chi mai può piacere una vita +<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> +simile?.... Forse altrove non sarà così; ma a +noi è così che ci li mandano adesso.... Lei è l’ultimo, +in questi paesi, dei nostri preti del quarant’otto... +e lo creda a me, la spazzeranno via +anche lei!...</p> + +<p>Don Cornelio non rideva più, e rimase per tutto +quel giorno malinconico e sopra pensiero.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span></p> + +<h2>XII.</h2> +</div> + +<p>Anche don Cornelio intanto che faceva da paciere, +ebbe presto da donna Fulvia la sua parolina +di biasimo; e sì ch’egli aveva fatto proprio +tatto il possibile per scansarla. Fermo nella speranza +di abbonir donna Fulvia, di farle amare la +gente del paese, di farla diventar la loro provvidenza, +aveva bisogno poi che questa gente le +facesse festa, e le fosse attorno con quella deferenza +e con quell’affetto che guadagnano gli +animi. Ma era un problema difficile. Quanti gliene +conduceva si aggiungevano a poco a poco al numero +degli imbronciti, e aumentavano il da fare +di don Cornelio. Non sarebbero stati lontani +quelli di Orobio dall’accordare a donna Fulvia la +loro deferenza, ma bisognava che donna Fulvia +ne avesse dimostrata loro in anticipazione altrettanta. +Figurarsi! E don Cornelio intanto era tutto +in faccende a persuadere, a calmare, a sgridare +<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> +all’occorrenza, a cercar gente nuova da condur +da donna Fulvia, e a ricondurle qualche disgustato +mansuefatto. Fin sua sorella dovette mansuefare: +la buona signora Angelica! La signora Angelica +per ubbidire ai suggerimenti di don Cornelio, +dopo aver resi i suoi omaggi a donna Fulvia, +aveva offerta la sua amicizia e i suoi servigi alla +cameriera, la Cleofe, usandole tante piccole attenzioni, +facendole de’ regalucci, e insegnandole +persino a fare il croccante. La Cleofe accettava +tutto, ma si lamentava di tutto. Orobio per lei +era il più brutto paese di questo mondo, e andava +ripetendo che c’era tutto da mutare da cima a +fondo, fin la gente, fin le montagne. La signora +Angelica aveva sempre usato una gran prudenza; +ma ora, e specialmente su certi argomenti, cominciava +a rimbeccarla e a perdere la pazienza.</p> + +<p>La Cleofe amava discorrere, e far sentire la sua +superiorità, in argomenti di teologia. Diceva che +le cotte del curato non erano pieghettate come +si doveva; che il curato non metteva mai nelle +prediche il più piccolo testo latino, e che quando +raccomandava l’elemosina non la raccomandava +abbondante; diceva che il curato era di maniche +larghe, che aveva abolite tante belle usanze, e +che Orobio, anche secondo il parere di don Innocente, +andava diventando un paese di eretici.</p> + +<p>Don Cornelio rideva; ammoniva la sorella a +<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> +non badarci, e a tacere, raccomandando a lei come +a tutti d’aver pazienza. Sino al povero <i>Ugolino</i> +doveva raccomandar la pazienza, quando gli si +piantava dinanzi e lo guardava fisso, come a dire: +che novità son queste? La novità era che don +Cornelio non lo conduceva più con sè che quando +usciva di paese, e che gli era imposta una vita +tutta di casa, per impedirgli le dispute con <i>Fleurette</i>.</p> + +<p>Ma, a malgrado di tanto zelo e di tante precauzioni, +la politica di don Cornelio non riusciva +a grandi risultati. I migliori del paese eran tutti, +chi più chi meno, o disgustati, o malveduti. Gli +sciocchi, i maligni, i credenzoni, andavan da donna +Fulvia a bever grosso, o a dargliene a bere: donna +Fulvia, malcontenta di tutto e di tutti, era persuasa +che a Orobio non c’era nulla di buono; che +tutto era guasto, come aveva preveduto lei, e che +bisognava fare e rimutare grandi cose. Ma non +sapeva poi come appigliarsi. Alla fine s’era decisa +di chiamare in soccorso il padre Felice; ma, non +volendo confessargli completamente il suo imbarazzo, +le occorreva un’occasione, un pretesto, per +sottoporgli il caso e avere de’ consigli, senza ch’egli +se ne avvedesse, come le pareva d’aver fatto +in altre circostanze. L’occasione venne presto, +e fu quella della festa che si celebrava in paese +nell’ottobre, il giorno di San Luca, ch’era il +<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> +santo della parrocchia. Donna Fulvia pensò di +far venire per quel giorno sua figlia, il genero e +Cristina; e di pregare anche il padre Felice a +voler essere della compagnia per fare una scampagnata, +e vedere Orobio nella sua giornata solenne. +Detto fatto, scrisse alla figlia, al genero e +al padre Felice; gli inviti furono accettati con +piacere; e la Cleofe, seguita affannosamente da +<i>Fleurette</i>, fu tutta in faccende a far camere e a +spolverare.</p> + +<p>Prima che arrivassero i suoi invitati, donna +Fulvia volle prendere con don Cornelio qualche +concerto per il giorno della festa; e fu allora che +a don Cornelio toccò una prima censura, con la +quale donna Fulvia gli volle anche far capire che +non era troppo contenta di lui.</p> + +<p>— Dunque non sono che tre i sacerdoti che lei +ha invitati per le funzioni della festa? — domandò +donna Fulvia dopo qualche altra interrogazione, +e dopo una pausa, durante la quale la +sua faccia s’era composta a molta serietà.</p> + +<p>— Appunto, — rispose don Cornelio. — È quello +che faccio di solito in simili occasioni.</p> + +<p>— E s’è sempre fatto così? — domandò, dopo +un’altra pausa, donna Fulvia la quale aveva avute +prima le sue informazioni.</p> + +<p>— Si fa così da molti anni. Una volta c’era anche +qui l’usanza di far molti inviti, e per la festa +<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> +di San Luca venivano quindici o venti preti; +ma siccome venivano di lontano, la fabbriceria +doveva dar loro un pranzo; pranzo ch’era diventato +un pranzone, perchè tutti in paese si credevano +in diritto d’essere invitati, e che costava +alla fabbriceria più di trecento lire all’anno. Per +un po’ lasciai fare, ma poi una bella volta la feci +finita. Ora non invito più che due o tre preti, i +quali vengono a dividere il modesto desinare di +casa mia, e faccio dare le trecento lire ai poveri +il giorno della festa.</p> + +<p>— L’elemosina sta bene, ma quanto alla soppressione +degli inviti al clero le dico, senza complimenti, +male, malissimo. Il pranzo era una conseguenza.... +e non era poi una cattiva usanza dal +momento che il popolo, a quanto parmi di aver +sentito dire, lo chiamava il pranzo sacro.</p> + +<p>— Oh donna Fulvia! lo chiamavano proprio così! +E non le pare che questi nomi appaiati mi dovessero +bastare per farla finita? Ma si diceva +di più....</p> + +<p>— Non occupiamoci delle sciocchezze, — saltò +su donna Fulvia che voleva biasimare, e tagliar +corto. — Intanto il popolo non vede più la festa +fatta col dovuto decoro.... e ciò, le ripeto, è male, +malissimo.</p> + +<p>— Il popolo faceva ala a veder sfilare i preti +che venivano dal pranzo; ognuno diceva la sua.... +<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> +e non creda donna Fulvia che le dicessero tutte +a onore e gloria dei preti, del santo, e della festa! +Per tutto quel giorno, sulla piazza e nelle bettole +era uno sghignazzare di continuo, e un dir spropositi, +su questo pranzo dei preti....</p> + +<p>— Se non ha da citarmi di meglio che quelli +delle bettole, rimango del mio parere. C’era, del +resto, anche chi la pensava diversamente. Ma non +importa. Il pranzo d’ora innanzi lo darò io. Delle +usanze pie se ne abbandonano fin troppe nei +paesi.... Oh caspita! che siamo in paesi di protestanti?</p> + +<p>Don Cornelio capì che la botta era per lui, +e che non era data solo per il pranzo; gli venne +più d’una risposta sulla punta della lingua, ma +le trattenne tutte, e rimase in silenzio. Donna +Fulvia, contenta di ciò, e contenta di sè, mutava +discorso continuando la conversazione in un tono +un pochino più benevolo e cortese.</p> + +<p>Due giorni dopo arrivava a Orobio il marchese +Ettore con sua moglie, con Cristina e col padre +Felice. A don Cornelio intanto era capitata una +nuova lettera di Enrico che gli annunziava la sua +vicina partenza per l’Italia, e gli domandava se +aveva parlato, o scritto, per il matrimonio; se a +Orobio c’era Cristina, e se poteva farci subito +una corsa anche lui; pregandolo di rispondergli +a Genova, dove contava di arrivar presto e di +trattenersi alcuni giorni.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span></p> + +<p>Questa nuova lettera d’Enrico, l’arrivo di Cristina, +e tutto quello che donna Fulvia andava dicendo +e facendo non erano avvenimenti da nulla +per don Cornelio che aveva fatti i suoi disegni, +e ora li vedeva impigliati ogni giorno in qualche +nuovo contrattempo. Quante belle cose doveva +fare donna Fulvia secondo i disegni di don Cornelio! +Doveva a poco a poco ripigliare il filo interrotto +di tutte le opere buone e belle che un +tempo aveva fatte o incominciate il conte Maurizio; +ne doveva fare anche di più, lei ch’era +tanto più ricca! e doveva diventare la provvidenza +del paese e il faro della valle. Don Cornelio +capiva che a accender quel faro non era +cosa facile, ma aveva una gran fiducia in sè, e +nella buona riuscita, come chi ha date e vinte +altre battaglie. Nei ventisette anni da che era +curato gli pareva d’averne condotti e tenuti sulla +sua strada anche de’ più difficili. Donna Fulvia +poi era tutta carità! e nel pensiero di don Cornelio +la carità era una virtù così semplice, così +serena, così feconda di prodigi! Oltre a ciò, don +Cornelio voleva anche compire quella missione +che considerava come un sacro dovere verso la +memoria del suo miglior amico, il conte Maurizio. +Voleva maritar Enrico e Cristina, secondo il desiderio +di lui, secondo il cuore dei due giovani, +ed anche secondo il proprio, che li amava tanto. +<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> +“Oh, se arrivo a far questo,„ esclamava ogni +tratto tra sè don Cornelio, “muoio proprio contento!„ +Ma presentiva che, per arrivarci, la strada +non sarebbe stata nè facile nè breve; capiva anche +d’averne fatta poca, e vedeva le faccende andar +di galoppo, e non lasciargli il tempo per farne una +più lunga.</p> + +<p>La comitiva attesa da donna Fulvia arrivò, +ma per due o tre giorni casa Orsenigo rimase +chiusa; e ai curiosi, che venivano a far visita +per vedere i nuovi arrivati, un servitore in livrea +diceva che la padrona non riceveva. Una +volta al giorno usciva dal palazzo un carrozzone +per la trottata; ed eran stati pochissimi i fortunati +che, sbirciando, avevan potuto vedere chi +un sacerdote, chi Cristina, e chi una signora che +non conoscevano. Il marchese Ettore usciva a +piedi, girandolava per il paese, faceva qualche +lunga passeggiata; ma l’avevan pigliato per qualche +merciaio venuto per la festa, o per quello +della lanterna magica, e nessuno aveva badato +a lui. Don Cornelio era sulle spine, e non sapeva +cosa fare e cosa dire; lui che s’era fatta +tanta festa di vedere Cristina, e che s’era immaginato +di vederla subito, di vederla più volte al +giorno come una volta, or nel palazzo, or per i +prati, or nell’orticello di casa sua!</p> + +<p>— Ah, volevo ben dir io! — esclamò finalmente +<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> +il quarto giorno, correndo a cercar la sorella +per dargliene la buona nuova. — Guarda +un po’, noi che si incominciava a non capirne +niente... Ma lo dico sempre io che per pensar +male c’è sempre tempo!</p> + +<p>— C’è qualche novità? — domandò ansiosamente +la signora Angelica.</p> + +<p>— Non è che ci siano delle novità, ma c’è qualcosa +che ti farà piacere... perchè fa piacere che +le cose si mettano per la buona strada, perchè, +a dirla schietta, non capivo come mai Cristina +fosse da tre giorni in paese, e non ce l’avessero +fatta vedere... a noi?</p> + +<p>— La Cleofe, tutta colpa della Cleofe! — pensavo +io.</p> + +<p>— Un bel niente! Tutt’altro... inezie invece; +eccesso di premura, eccesso di precauzioni, abitudini +da gran signori, etichette, ma null’altro. +Ecco ciò di cui oggi ho potuto assicurarmi, e +d’ora innanzi vedremo Cristina tutti i giorni, proprio +come quando c’era....</p> + +<p>— Oh che buona notizia! ma come hai saputo?...</p> + +<p>— Intanto che tu eri uscita, fu qui, e ci stette +un gran pezzo, quel sacerdote ch’è arrivato con +Cristina e con la figlia di donna Fulvia. Non +m’era nuovo, l’avevo veduto a Milano, appunto +in casa di donna Fulvia, quel giorno che vi condussi +Cristina. A dire la verità, in allora, non +<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> +so perchè, m’era piaciuto poco; ma ho avuto torto. +È una degna persona. Non ho capito bene di che +paese sia... e se appartenga a qualche ordine, +perchè semplice sacerdote non lo è, o almeno +non mi è parso... ma è proprio una gentilissima, +una carissima persona; un po’ complimentoso, ma +umile e alla buona! Ha voluto conoscermi, farmi +una visita, lui per il primo; e si vede che s’interessa +non poco anche dei nostri paesi. M’ha +domandato molte cose... vuol conoscere i nostri +bisogni, certo per farci del bene. Oh gliene conterò +ben io parecchi, perchè donna Fulvia li risappia!...</p> + +<p>— E Cristina?</p> + +<p>— Ci sono. Pare che Cristina avesse preso un +po’ d’infreddatura, o che so io. Figurarsi! donna +Fulvia che la tiene nella bambagia!... Ma ora le +paure sono passate... e in conclusione donna Fulvia +ci aspetta.</p> + +<p>— Ci aspetta? Aspetta anche me?</p> + +<p>— Anche te, e mi fa dire da quel sacerdote di +cui ti parlavo, che dobbiam vedere spesso Cristina, +che dobbiamo tenerla allegra, che tu devi +condurla a passeggio... insomma ci fa dire un +monte di belle cose....</p> + +<p>La signora Angelica batteva le mani per la +consolazione, e <i>Ugolino</i>, ch’era presente, si mise +ad abbaiare, e corse abbaiando per tutta la casa.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span></p> + +<p>Qual buon vento aveva portato improvvisamente +questo po’ di sereno?</p> + +<p>Donna Fulvia s’era decisa a confidare al padre +Felice il nome dello sposo che destinava a Cristina; +e il padre Felice che se l’era immaginato +da un pezzo, aveva fatto i suoi complimenti a +donna Fulvia per il felice pensiero; aveva approvato, +ammirato; ma, soggiungendo che bisognava +trattar la cosa con molta prudenza, le +aveva anche dati subito molti consigli. Il padre +Felice, presentendo che forse poteva essere non +troppo facile il far inghiottire a Cristina quel +bocconcino di marito, aveva suggerito di disporre +l’animo della fanciulla tenendo vivamente accesi +in lei i sentimenti dell’affetto e della gratitudine. +Aveva consigliato a donna Fulvia di raddoppiare +con Cristina la misura della confidenza, della dolcezza, +e della condiscendenza; raccomandando, fra +le altre cose, di concederle largamente la compagnia +del curato e di Angelica, ch’erano stati i +suoi primi amici, e che potevano essere, nell’affar +del matrimonio, degli utili alleati. Donna Fulvia +aveva cominciato con l’arricciar il naso su +questi consigli, ma poi s’era arresa; aveva già +messo nelle mani del padre Felice, anche la matassa +delle faccende d’Orobio, perchè la dipanasse +a di lei modo, e bisognava pure compiacerlo in +qualcosa. Il padre Felice poi, senza perder tempo, +<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> +era andato subito, come s’è visto, a far visita al +curato.</p> + +<p>Don Cornelio e la sorella, impazienti di veder +Cristina, andarono quel giorno stesso, dopo pranzo, +da donna Fulvia. Si pensi la loro consolazione, e +la festa che loro fece Cristina! Angelica, sulle +prime, era rimasta quasi in soggezione dinanzi a +Cristina che rivedeva un po’ mutata, fatta più +bella, più seria, più contegnosa; ma poi la coprì di +baci come una volta, non appena Cristina corse +a stringerla fra le sue braccia. Donna Fulvia disse +alla sorella del curato, facendosi sentire dal padre +Felice, che venisse pure tutti i giorni a prender +la fanciulla per condurla a passeggio; e tra +Cristina e Angelica si combinò subito una giterella +per il giorno dopo. Cristina era smaniosa di +rifare una di quelle camminate di montagna +ch’erano state, un tempo, la sua delizia; e +propose di andar, loro due, a bere la panna in +una certa capannetta su un poggio del monte da +cui si vedeva tutta la valle. La panna parve a +donna Fulvia una cosa un po’ troppo fuori del +consueto; una cosa non necessaria, e anche un +poco rischiosa. Ma intervenne subito il padre Felice, +e la panna fu concessa.</p> + +<p>Il padre Felice poi ricolmò di nuove gentilezze +il curato; gli chiese il favore anch’esso di qualche +passeggiata assieme; e tra un subisso di complimenti, +<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> +che confondevano don Cornelio, fu combinata +per il giorno dopo la visita a un santuario +fuor di paese. Infine, quando don Cornelio si accomiatò, +chiamato dalla campana del rosario, il +padre Felice volle uscire con lui, e accompagnarlo +fino in chiesa.</p> + +<p>Mentre attraversavano la piazzetta della chiesa, +li intravvidero, agli ultimi chiarori del crepuscolo, +il sindaco e il medico che rientravano allora +in paese tornando dalla caccia.</p> + +<p>— Noi, caro dottore, oggi s’è preso poco.... ma +c’è là qualcuno che sta per fare una buona caccia!</p> + +<p>— Dove? chi?</p> + +<p>— Non vede là?</p> + +<p>— Quel corvo?</p> + +<p>— Dica avoltoio! Non vede che tiene già il +pulcino nelle granfie?</p> + +<p>— Le pare?</p> + +<p>— Me lo saprà dire, dottore!</p> + +<p>— Lo conosce lei?</p> + +<p>— Io no.</p> + +<p>— L’ho veduto fin da ieri, che faccia!</p> + +<p>— Che faccia, eh!.... E don Cornelio ci cascherà! +Vuol scommettere, dottore? Ci cascherà.</p> + +<p>— A far che?</p> + +<p>— Non lo so... ma ci cascherà! È l’uomo della +buona fede! quel benedett’uomo! Oh ci cascherà!</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span></p> + +<h2>XIII.</h2> +</div> + +<p>La mattina seguente all’ora convenuta, la signora +Angelica e Cristina uscivano dal palazzo +Orsenigo, e attraversato il paese, pigliavan subito +una stradicciuola della montagna. Appena fuori del +palazzo s’erano imbattute in <i>Ugolino</i>, che fermo, +con le orecchie ritte, e fissando il portone, stava +aspettando tenendosi a una conveniente distanza. +<i>Ugolino</i>, veduta Cristina, aveva spiccato un salto, +e le era salito fino al collo. Cristina ricambiò l’accoglienza +del suo vecchio amico con mille carezze +e con mille domande, alle quali <i>Ugolino</i> s’era ingegnato +di rispondere a modo suo con l’abbaiare, +col guaire e col menar la coda disperatamente. +Poi finiti i complimenti, s’era svincolato in tutta +furia, e s’era messo seriamente, come soleva, alle +sue funzioni di battistrada.</p> + +<p>La giornata era serena, splendida, e tra le più +belle di quell’autunno. Il sole dava uno de’ suoi +<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> +ultimi e tiepidi abbracci ai monti, alla valle; e +la natura tutta pareva gli rispondesse con un +palpito di vita primaverile. Angelica e Cristina, +mentre salivano per l’erta, si fermavano ogni tanto +a respirare quell’aria purissima, balsamica; a contemplare +quella bella natura che, con la pace e +col silenzio, pareva invitasse gli animi all’espansione +d’ogni più riposto e delicato sentimento. +Esse allora si guardavano con un sorriso pieno +di affetto; si guardavano come se l’una chiedesse +all’altra una risposta aspettata, una confidenza +intesa. Ma la risposta era un abbraccio, e si rimettevano +in via. Per un pezzo tacevano, poi a +un tratto l’una cominciava a discorrere, ma non +per dir ciò che l’altra s’aspettava. E dire che +avevano tanta impazienza tutt’e due d’aprirsi, a +vicenda, il cuore! Eran passati otto mesi dal giorno +in cui Angelica aveva messo Cristina nel legnetto +dei viaggiatori di Orobio, e quanti pensieri, quante +cosucce non avevano a confidarsi! Ma si sarebbe +detto che ora non ne trovassero il bandolo. Il +bandolo c’era, ma ciascuna aspettava che l’altra +lo avviasse per la prima.</p> + +<p>Lo avviò, come furon sul poggio, una vecchia +contadina nell’accoglierle sull’uscio del suo casolare.</p> + +<p>— Oh santa Vergine! che miracolo le ha fatte +capitar quassù? È lunghetta la strada, e faticosa!... +<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> +Non lo dico per la contessina, ma per la sorella +del signor carato, che i suoi annetti li deve avere, +perchè mi ricordo....</p> + +<p>— Oh ci riconoscete! E voi siete la Menica, +nevvero?</p> + +<p>— Altro che riconoscerle! Lei, quasi ogni mese, +la vedo al mercato.... e la contessina poi l’ho veduta +tante volte anche quassù. La ci veniva a +bere la panna ogni tanto o col suo povero babbo, +il signor conte, o col signor curato. Il signor conte +l’aveva sempre con sè, la sua bella ragazzina.... +Lei non era che una ragazzina a quel tempo.... Ma +com’è cresciuta! pare un sogno! quasi non la +riconoscevo più. E con lei, allora, c’era sempre +un ragazzotto.... bel ragazzotto anche lui.... che +chiamavano.... oh aspetti....</p> + +<p>— Enrico, — saltò su Angelica.</p> + +<p>— Proprio così. E quando capitavano quassù, +bisognava vederli quei due ragazzi.... che diavoli!... +quante ne facevano! Ma sarà diventato un +giovanotto, grande e grosso, anche lui, m’immagino. +È andato via, eh! così m’han detto. E ci +tornerà però, in questi paesi?...</p> + +<p>— Ci torna, ci torna! — esclamò la signora Angelica, — e +forse chi sa? tra pochi giorni potrebbe +esser qui!</p> + +<p>— Sia lodato il cielo, — rispose la vecchia. — Voglion +la panna? Ce n’ho appunto una scodella +<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> +che non ci stava nella zangola, e vado a +prenderla.</p> + +<p>— Ci torna, ci torna il nostro Enrico! — continuò +Angelica poichè il bandolo era avviato.</p> + +<p>Cristina s’era fatta a un tratto tutta rossa in +faccia, e nel tempo stesso, allontanatasi correndo, +era andata a sedere su un rialto del prato. Angelica +la raggiunse, e sedendole vicino continuò:</p> + +<p>— Sarà un gran bel giorno quello in cui tornerà +anche il nostro buon Enrico!</p> + +<p>— Oh sì! sarà un bel giorno.... — ripetè Cristina +con l’espressione pensierosa, trepida, di chi è assalito +all’improvviso da memorie e da affetti +chiusi nel cuore da un pezzo. Ma poi ritrovando, +nel fissare il volto semplice e buono della signora +Angelica, la confidenza e l’espansione d’un tempo, +si fece animo e riprese: — Il buon Enrico! Da +che son partita da Orobio non ebbi più nessuna +nuova di lui.... Dunque torna? e quando? Non s’è +dimenticato dunque di noi! n’ero sicura! è tanto +buono, nevvero? Ma, mi dica, signora Angelica, +mi conti.... ha scritto?</p> + +<p>— Altro che scritto!... ma zitti che vien la Menica.... +Oh, che scodelloni! ce n’è per quattro.</p> + +<p>— Ho spannato stamane, e sentiranno com’è +fresca e dolce.... E il signor curato sta bene? Ma +che bella combinazione! E dire anche che mi +dan latte in questi giorni tutt’e due le mucche, +<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> +perchè alle volte.... Dunque domani gran festa a +Orobio! Dicono che ci verranno tutti i preti della +vallata.... un festone! Vedranno che caciuole porterò +giù io! E la processione? La tireranno in +lungo, mi immagino!... Ma, con loro permissione, +torno un minuto alla zangola per finire, do un’occhiata +alle bestie, poi son da loro....</p> + +<p>Cristina, intanto che la Menica discorreva, guardava +la valle, cercava i paeselli, le case, le stradicciuole +che le ricordavano il passato: e sentiva +crescere in sè un cumulo di memorie che le inondavano +l’anima, e che dal cuore salivano a velarle +dolcemente gli occhi. Più volte Cristina, +nei mesi ch’eran trascorsi, quand’era sola nella +sua cameretta, e tutto era in silenzio nel palazzo +di donna Fulvia, mentre stava con gli occhi intenti +su un telaino da ricamo o su un libro di +lettura, s’era sentita assalire da un sentimento +inesplicabile che sulle prime la seduceva con un +piacere vago, misterioso, e che mano mano s’impadroniva +di lei, la scoteva tutta, e le dava alla fine +una commozione così grande da farla piangere, +senza sapere il perchè. Allora, impaurita, s’affrettava +a sviarlo, a allontanarlo quel sentimento; +lasciava il libro, il telaino; e sarebbe fuggita +dalla cameretta, ma temeva che qualcuno la vedesse, +la osservasse. Quel sentimento si risvegliava +in lei accompagnato or dall’una or dall’altra +<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> +delle memorie gaie o dolorose d’un tempo, +e dal ricordo or dell’una or dell’altra delle persone +più care: tra queste Enrico c’era sempre. +Che sentimento fosse quello, Cristina non lo sapeva; +ma in cuor suo lo chiamava “il sentimento +di cui aveva paura.„ Ora, mentre assorta e con +gli occhi fissi, guardava la valle, quel sentimento +le era rinato più forte, più seducente del consueto. +E la sua anima vi si era tutta abbandonata: +questa volta non poteva, non cercava sfuggirgli.</p> + +<p>Venne a scoterla la voce della signora Angelica +che, vedendo Cristina presa come da un pensiero +malinconico, volle avviare da capo il discorso con +qualcosa di gaio.</p> + +<p>— Se ne ha scritte delle lettere il nostro buon +Enrico! E che belle lettere! Le ultime poi.... oh +le ultime! Quando le vedrai.... perchè anche mio +fratello l’ha detto che sperava di fartele veder +presto.... quando vedrai cosa dice di te, Enrico....</p> + +<p>— Di me? Di me?... E che cosa dice?</p> + +<p>— Oh, la signora curiosa! vedrai, vedrai. Intanto +su allegra, che delle buone nuove ce n’è a +bizzeffe!</p> + +<p>— Oh, me le dica.... le dica anche a me! Se c’è +una buona nuova perchè non la dovrei sapere +anch’io?</p> + +<p>La domanda parve così giusta anche alla signora +<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> +Angelica che smise subito il pensiero, se pure +l’aveva avuto, di tenersi abbottonata. E poi Angelica +non la voleva veder malinconica quella figliola.</p> + +<p>— Punto primo, dunque, il nostro Enrico s’è +fatto molto onore; s’è fatto voler bene da tutti +anche in quei paesi... dell’Inghilterra.... Lui, non +lo scrive, ma si capisce. Infatti gli han dato un +impiego! ma non in quei paesi, nei nostri! Ed è +forse già partito. Sicuro; ritorna, ritorna!</p> + +<p>— A Milano forse?</p> + +<p>— Non mi rammento bene, ma ritorna. Poi.... ah, +bisogna vedere cosa scrive! che sentimenti! che +penna!... quando parla di te, e dice....</p> + +<p>— E dice....</p> + +<p>— Insomma, quando don Cornelio mi lesse quella +lettera, in principio ho dovuto piangere, poi alla +fine mi sarei messa a ballare per la consolazione. +Figurati!</p> + +<p>— Ma cosa dice?</p> + +<p>— Oh è impossibile ridire quello che dice.... impossibile +dir le cose come le dice lui!... Ma già +io l’avevo sospettato, fin da prima che partisse, +che nella testa di quel figliolo c’eran delle intenzioni... +E c’eran proprio!</p> + +<p>— Ma quali intenzioni?... Oh, signora Angelica, +io non ne capisco nulla! M’ha detto che ci son +delle buone nuove; e perchè non me le dice?</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span></p> + +<p>— Sicuro che ci son delle buone nuove! Ma.... +come faccio io a dirle certe cose?... Bisognerebbe +che la leggessi tu quella lettera....</p> + +<p>— Oh, allora.... se la posso leggere.... non potrei +vederla presto?</p> + +<p>— Altro!</p> + +<p>— Non potrei vederla subito?</p> + +<p>— Ma bisogna tornar a casa. E poi la lettera +non l’ho io, l’ha don Cornelio.</p> + +<p>— Ebbene.... corriamo a casa subito subito; cerchiamo +don Cornelio, e don Cornelio mi leggerà +la lettera.... Oh facciamo così, signora Angelica!</p> + +<p>La signora Angelica si trovò in quel momento +un pochino imbarazzata, ed ebbe scrupolo d’aver +destata la curiosità e l’impazienza di Cristina. +Ma poi, vedendo negli occhi di quella figliola +una certa espressione di preghiera a cui non +avrebbe saputo resistere, e pensando che, se aveva +commessa un’imprudenza, don Cornelio l’avrebbe +accomodata, chiamò la Menica, diede una voce a +<i>Ugolino</i> che rincorreva i grilli sul prato, e disse +a Cristina:</p> + +<p>— Non so se lo troveremo in casa don Cornelio +così subito.... non so se sarà tornato.... ma +facciamo a modo tuo.</p> + +<p>Ritornate sulla stradicciuola per la quale eran +venute, la signora Angelica, nello scendere, andava +ogni tanto reclamando anch’essa una concessione, +<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> +quella d’un passo più ragionevole. — Adagio, +Cristina! c’è da rompersi il collo! Ti farai +male! Vuoi proprio farti del male! — gridava +ogni tanto; ma dovette cedere anche su questo +punto.</p> + +<p>Furon presto a casa, cercarono don Cornelio da +per tutto, e don Cornelio non era ancor tornato. +La signora Angelica, che non ne poteva più, +dopo aver detto a Cristina: — Andiamo ad aspettarlo +nel suo studiolo — s’era poco dopo lasciata +andare sul seggiolone, che stava dinanzi alla +scrivania di don Cornelio, a godere con gli occhi +socchiusi quel primo momento di riposo. Ma +Cristina, or con l’aprire la finestra, or con una +domanda, or con una esclamazione, gliel’aveva lasciato +goder per poco; e già la buona Angelica, +vedendo quell’impazienza, cominciava in cuor suo +ad essere impaziente anch’essa di vederla contenta +quella povera figliuola.</p> + +<p>— Oh guarda guarda, che combinazione!... ma +sicuro... eccola qua per l’appunto... — esclamò a +un tratto Angelica, dopo aver riaperti gli occhi +e guardando sulla scrivania. — Questa è una +lettera di Enrico, la riconosco alla mano di scritto. +E poi... oh guarda! ce n’è delle altre!... ci son +forse tutte....</p> + +<p>Cristina diede un salto, e venne a sedere sulle +ginocchia della signora Angelica, la quale intanto +<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> +aveva prese le lettere, e le teneva strette +in una mano come a dire: le lettere son qui, +ma per leggerle bisogna aspettare don Cornelio!</p> + +<p>— E se don Cornelio — osservò timidamente +Cristina — le avesse lasciate qui apposta per +leggerle!... o perchè le leggessimo noi?...</p> + +<p>La signora Angelica trovò giusta l’osservazione, +rammentò le volte che don Cornelio le aveva +detto: — Presto questa lettera la leggeremo a Cristina — e +pensando che don Cornelio non poteva +tardare molto a ritornare, si persuase subito in +cuor suo di venire a una transazione.</p> + +<p>— Ebbene — disse — ne leggeremo una... leggeremo +quella che don Cornelio teneva in serbo +per te, ma le altre... ah, quelle poi, no! Le altre +non si leggeranno che quando don Cornelio sarà +tornato, e col suo permesso! — Poi dopo averla +cercata con tutta l’attenzione, per non sbagliarsi, +diede a Cristina quella lettera che conosciamo +anche noi, quella con cui Enrico partecipava a +don Cornelio il suo colpetto di fortuna, quella in +cui effondeva tutto il cuor suo, e che era tutto +un’idillio d’amore.</p> + +<p>Cristina prese la lettera, e cominciò a leggerla +a voce alta; ma a un tratto le montò una +vampa al viso, e non le uscì più una parola. +Continuò a leggere; e tenendosi serrata a Angelica, +e comprimendo il tremito da cui era presa, +<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> +la lesse e rilesse più volte quella lettera, fino +all’ultima riga.</p> + +<p>Quel sentimento che, da principio, le aveva +reso caro Enrico come un fratello; che era andato +crescendo in lei; che le aveva dato tante +volte una consapevole mestizia o una così viva +allegrezza, quando Enrico partiva o faceva ritorno; +quel sentimento che ora s’era fatto tanto forte, +tanto insistente, e che le faceva battere il cuore +fino a darle paura; quel sentimento stesso lo +aveva dunque nell’animo anche Enrico! lo aveva +pensando a lei! e lo chiamava: l’amore! Era la +prima volta che questa parola scendeva nell’animo +di Cristina; e vi scendeva accompagnata +da un’onda di calore e di luce da cui +ella si sentiva tutta ravvolta e trascinata come +da una forza misteriosa e soavemente irresistibile.</p> + +<p>Accanto alle parole di Enrico c’eran poi quelle +di desiderio del suo povero babbo, desiderio che +le veniva improvvisamente svelato, e che le faceva +accogliere e ricambiare quella parola <i>amore</i>, +come una parola sacra e benedetta.</p> + +<p>La signora Angelica intanto s’era andata persuadendo +sempre più che proprio non ci fosse +nessun male a far leggere quella lettura a Cristina; +poi, come le parve che la lettura andasse +un po’ per le lunghe, alzò gli occhi, fece per dir +<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> +qualcosa, e rimase subitamente tutta sorpresa e +spaventata vedendo che Cristina non leggeva +più, che il suo sguardo era immobile e fisso, e +che la sua faccia era tutta bagnata di lacrime.</p> + +<p>— Oh, misericordia! Ti senti male? cos’è successo? +Cristina?</p> + +<p>— Nulla, nulla, — rispose Cristina scotendosi.</p> + +<p>— Ma tu piangi! perchè?... Oh, cosa ho mai +fatto! credevo di darti una così grande consolazione....</p> + +<p>— Oh, sì, sì; è una grande consolazione!</p> + +<p>— Ma, allora, ti senti male!... vuoi un’acqua +calda, un caffè?</p> + +<p>— Nulla, nulla, oh mi sento bene!... Non so +cosa sia... è una gran commozione....</p> + +<p>— Vuoi tornare a casa?</p> + +<p>— No, no, mi lasci qui con lei.... Vorrei ridere, +ma invece piango, non so perchè! Sono +tanto contenta... ma ho sentito in me qualcosa, +tutt’a un tratto, che mi velò gli occhi, e mi portò +lontano, lontano. Ma ora — soggiunse con un +sorriso — sono ritornata; ed eccomi di nuovo +vicino a lei, buona signora Angelica. Oh se venisse +presto don Cornelio! Ho un gran bisogno +di vederlo; mi pare d’aver mille cose a dirgli. +Tornerà presto?</p> + +<p>E don Cornelio non tornava. La signora Angelica +che era sulle spine, or guardava dalla finestra, +<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> +or scendeva in strada, per vedere se il +curato spuntasse, ma inutilmente. Intanto eran +battute le tre, ch’era l’ora fissata da donna Fulvia +a Angelica per tornare a casa. Cristina si +scosse, si passò una mano sulla fronte, e si asciugò +gli occhi dicendo: — Andiamo; andiamo, non facciamoci +aspettare. Ci rivedremo presto, nevvero? +Dica a don Cornelio che desidero tanto di vederlo; +che gli voglio dire tante cose! Non se ne +scordi, cara signora Angelica, mi raccomando +a lei!</p> + +<p>— Scordarmene! ma ti pare? Gli dirò tutto, +subito, subito. — E ricambiandosi in fretta molte +raccomandazioni e molte parole affettuose, giunsero +al cancello del palazzo di donna Fulvia dove +si lasciarono abbracciandosi e baciandosi.</p> + +<p>La signora Angelica, nel tornare a casa, ripensava +all’agitazione di Cristina, alle sue lacrime, +alle sue gote accese, alle sue mani convulse, +e diceva tra sè: “Se son questi i regali +dell’amore, ho fatto pur bene io a non pensarci +mai!„</p> + +<p>Don Cornelio tornò a casa molto tardi. Sulle +prime, come riseppe l’affar della lettera, rimase +alquanto conturbato e impazientito. Ma poi, un +po’ vedendo la sorella tanto mortificata, un po’ +ripensando a certe parole, dettegli nella giornata +dal padre Felice, dalle quali aveva capito che +<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> +donna Fulvia pensava a maritar presto Cristina, +e che anzi voleva dirne qualcosa anche a lui, +finì col mettersi in pace, e col tranquillare Angelica, +concludendo tra sè che tutto il male non +vien sempre per nuocere, e che forse quell’imprudenza +veniva opportuna per accorciargli la +strada.</p> + +<p>Alla sera, nel salotto di donna Fulvia, intanto +che il marchese Ettore leggeva un giornale, che +la marchesa Bianca ricamava su un telaino, e +che quattro personaggi secondari giocavano a’ +tarocchi, il padre Felice rendeva conto a donna +Fulvia dei discorsi fatti con don Cornelio durante +quella giornata. Eran seduti in disparte, e +parlavano sottovoce; ma dai gesti e dalle facce +che andavano facendo, era facile capire che il +padre Felice narrava delle cose cui dava la sua +maggiore disapprovazione, e che donna Fulvia +le ascoltava or stupefatta, or con l’amara ironia +di chi è scandolezzato ma non maravigliato. Queste +cose poi, tanto riprovevoli, non eran altro +che le opinioni di don Cornelio; il quale in quel +giorno essendo in vena di discorrere con una +certa espansione, e dovendo rispondere alle domande +d’una così affabile, d’una così dotta persona, +aveva parlato un po’ di tutto, senza un’ombra +di diplomazia, e col cuore in mano.</p> + +<p>Il padre Felice, infine, raccontava d’aver toccato +<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> +con don Cornelio anche il tasto del matrimonio, +e qui dava migliori notizie; anzi concludeva +che appunto per ciò bisognava ora chiudere +un occhio sul rimanente, e non pensarci che dopo.</p> + +<p>Il dialogo fu interrotto dai quattro del tavolino +i quali s’erano alzati per congedarsi. Uno di questi, +dopo molti inchini e molti complimenti cerimoniosi +a donna Fulvia, chiese le nuove di Cristina +che non s’era veduta quella sera nel salotto.</p> + +<p>— Cristina è un po’ indisposta, — rispose donna +Fulvia, — è andata a letto. A proposito, padre +Felice, non glielo aveva detto io? Ma lei è sempre +per facilitare, sempre per concedere! Una +piccola passeggiata, all’ombra, sarebbe stato un +divertimento sufficiente, ma lei ha voluto che +concedessi, figurarsi! anche la panna. Cristina è +tornata sentendosi male, precisamente in grazia +della panna! Ah padre Felice, padre Felice!</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span></p> + +<h2>XIV.</h2> +</div> + +<p>I preti, che donna Fulvia, dopo essersi consultata +con don Innocente, aveva invitati a pranzo +per la festa di S. Luca eran diciotto. La notizia +s’era sparsa, per tutta la valle; e dai paesi vicini +eran venuti de’ curiosi per vedere quella novità +del gran pranzo, pur sapendo di restarne a bocca +asciutta. Questa volta dunque per S. Luca c’era +gente più del solito, per quanto la festa d’Orobio +fosse sempre una delle più frequentate, e anzi +facesse dire ogni anno agli invidiosi degli altri +paesi “gli è perchè S. Luca coincide col mercato +delle castagne.„ Alla festa di don Cornelio, come +la chiamavan ne’ paesi vicini, dove pure il curato +d’Orobio era ben veduto ed amato, eran venuti, +come di solito, alcuni sindaci e alcune società +d’operai con le loro bandiere e con que’ quattro +sonatori che, tra di loro, si chiamavan la banda. +Alla venuta delle società e delle bandiere, il sindaco +<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> +d’Orobio aveva voluto dare questa volta una +maggior importanza. Era andato a riceverle, aveva +scambiato degli evviva patriottici, e aveva invitati +parecchi a bere all’osteria, per contrapporre, +come diceva lui, una solennità civile al pranzo +di donna Fulvia.</p> + +<p>I particolari della festa eran stati fissati da +donna Fulvia la quale voleva farne gli onori, ma +senza troppo incomodarsi, e senza mutare le proprie +abitudini. Alla mattina dunque, dopo l’ora +della sua colazione, ci doveva essere la messa +cantata, poi la predica, la cioccolata al celebrante, +la processione, il pranzo alle tre, e i vespri alle +cinque. Non tutti gl’invitati conoscevano queste +disposizioni, le quali, soprattutto sul punto dell’orario, +si allontanavano non poco dalle usanze +dei loro paesi; per cui, molto prima che le funzioni +cominciassero, si vedevan per le strade di +Orobio parecchi de’ preti invitati che, con un +grande ombrello sotto il braccio, gironzellavano +un po’ sconcertati del contrattempo, pigliandosela +con chi non gli aveva prevenuti, e bisticciandosi +con la serva che li seguiva, e che li aveva consigliati +a non far colazione. Gli invitati arrivaron +tutti. Uno solo mandò a dire, proprio quella mattina +stessa, che l’avessero per iscusato perchè +s’era sentito male la notte; e questo era il +predicatore incaricato del panegirico. Nientemeno! +<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> +Don Cornelio fu in un bell’impiccio. Fra gl’intervenuti +non c’era da far scelta; e così, lì su +due piedi, dovette pensare a supplir lui, e a +mettere insieme alla meglio quattro parole per +la circostanza.</p> + +<p>Venuta l’ora delle funzioni, donna Fulvia uscì +dal palazzo accompagnata da sua figlia, dal genero, +dal padre Felice e da Cristina, la quale +s’era tirato un velo fitto sugli occhi come se tutti +le avessero dovuto leggere in viso la sua commozione. +Dietro donna Fulvia veniva la Cleofe, +che teneva in braccio <i>Fleurette</i>; e dietro la Cleofe +venivano i servitori, due dei quali portavano dei +cuscini di velluto per gl’inginocchiatoi di casa +Orsenigo. Donna Fulvia attraversò la folla de’ curiosi, +che facevan ala, con quel contegno che soleva +assumere quando voleva incutere serietà e +compunzione; e la folla, richiudendosi dietro di lei, +si rovesciò in chiesa a spintoni, a gomitate, a +motteggi, intanto che una scampanellata annunziava +il cominciare della messa grande. Arrivata +poi la messa al Vangelo, don Cornelio salì sul +pulpito; riandò un momento le cose pensate poco +prima, e prese a parlare, come soleva, alla buona, +con calore, senza latino, per quanto ne spiacesse +alla Cleofe, ma in modo che anche i più semplici +lo capissero e ne avessero un ammaestramento. +Parlò di S. Luca evangelista, ricordò gl’insegnamenti +<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> +del Vangelo; e a proposito dell’amor del +prossimo, toccando l’argomento delle rivalità e +delle guerricciuole tra famiglie e tra paeselli, si +congratulò di veder riunita nella sua chiesetta +gente d’ogni parte della valle. Rivolgendosi infine +al gruppo d’operai che stavano intorno alle +loro bandiere, chiuse il discorso con alcune calde +parole sulla santità del soccorrersi a vicenda, e +sull’amplesso ch’egli invocava tra la religione e +la patria.</p> + +<p><i>Fleurette</i>, che in quel punto aveva veduto poco +discosto i due occhietti di <i>Ugolino</i>, si mise ad abbaiare. +Donna Fulvia, scambiati ch’ebbe essa pure +col padre Felice un’occhiata e un sospiro, si rizzò +in piedi; e il prete che diceva la messa ricominciò +a cantare, accompagnato dai suoni d’un organo +sfiatato.</p> + +<p>Finita la messa, cominciò la processione. Donna +Fulvia rimase in chiesa, perchè le processioni essa +le seguiva mentalmente, e ci mandava invece la +servitù. Sua figlia Bianca ricondusse a casa Cristina, +che si sentiva poco bene; e il marchese Ettore +le accompagnò pensando che la fratellanza +predicata da don Cornelio poteva essere una bella +cosa, ma soprattutto all’aria aperta. Il padre Felice +rimase in chiesa, un po’ pregando e un po’ +mormorando sottovoce con donna Fulvia contro +il curato, in mezzo al rumor confuso, che veniva +<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> +dal di fuori, delle campane che suonavano alla +distesa, degli spari de’ mortaletti, delle voci dei +preti e delle confraternite che cantavano, delle +bande che stonavano, delle grida di chi vendeva +sul mercato e degli strilli d’un clarino che chiamava +la gente a veder la foca.</p> + +<p>Finite le funzioni, i diciotto invitati di donna +Fulvia, dopo aver gironzellato di nuovo per un +paio d’ore guardando ogni tanto l’orologio del +campanile, come videro la lancetta avvicinarsi +alle tre, un dopo l’altro si avviarono al palazzo. +Donna Fulvia cominciò a ricevere i primi con un +contegno pieno di dignità e di deferenza per far +veder loro ch’era abituata a ricevere de’ prelati: +ma i suoi invitati, o rimanevan sull’uscio vergognosi +e impacciati senza rispondere, o sudici e +impolverati si lasciavano andar sulle seggiole, +asciugandosi il sudore, e deponendo sui tavolini +de’ cappelli bisunti. Donna Fulvia, alquanto contrariata, +dava di lungo a uno nella speranza che +chi veniva fosse migliore. Ma chi veniva valeva +l’altro: se uno era impacciato, l’altro era rozzo; +se il vestito d’uno era rappezzato, quello dell’altro +era rifinito; e chi parlava, faceva dar la preferenza +a chi taceva. Donna Fulvia che si rammentava +dei preti di quella valle veduti un tempo +quando ci veniva da ragazza, andava ora facendo, +come trasognata, dei confronti. Si rammentava +<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> +che quelli d’allora eran tutt’altra cosa, e avrebbe +voluto saperne il perchè. Il perchè c’era, ma essa +era lontana le mille miglia dall’immaginarselo, e +buttava tutta la colpa addosso a chi glieli aveva +scelti dal mazzo. Ciò poi che la stizziva di più +era di non vederne tra i presenti uno, uno solo, +che paresse migliore, o poco da meno, del curato +d’Orobio. Ma perchè?.... Non ci fossero stati almeno +de’ testimoni! Ma c’era il padre Felice che +osservava e taceva; c’era don Cornelio che aveva +l’aria impaziente, e c’era sua figlia Bianca che +a ogni nuovo venuto arricciava il naso un poco +di più, e si teneva un poco di più in disparte. +Di buon umore non c’era che il marchese Ettore, +il quale passava dall’uno all’altro degli invitati +dirigendo a tutti qualche domanda, e cercando +d’attaccar discorso, con un fare tra il familiare +e il canzonatorio che non riusciva nuovo a donna +Fulvia, e che la metteva tanto più di malumore.</p> + +<p>Finalmente un servitore venne a annunziare +che il pranzo era servito; e si pensi con quanta +premura e con quanto appetito, si mettessero a +tavola i convitati che, soliti a desinare a mezzogiorno, +avevan sentito questa volta, quasi tutti +a digiuno, batter le tre. Il marchese Ettore volle +vicino a sè don Prospero, che gli aveva dato subito +nell’occhio, e gli era parso che promettesse +più degli altri in materia di chiacchiere e di +<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> +buon umore. La marchesa Bianca si rifugiò tra +sua madre e Cristina; don Innocente si mise accanto +al padre Felice, e gli altri sedettero alla +rinfusa cercando in fretta un buon posto, un posto +cioè lontano dai padroni di casa. Il pranzo +cominciò, e continuò per un paio di portate nel +più profondo silenzio. L’appetito e la suggezione +toglievano la parola ai convitati, e fin don Prospero +non rispondeva che con de’ risolini al marchese, +il quale lo andava stuzzicando con delle +domande e con delle facezie, intanto che gli riempiva +senza interruzione il bicchiere.</p> + +<p>La parlantina cominciò a metà del pranzo; e +prima che si arrivasse all’arrosto non c’era più +uno che tacesse. Tutti parlavano in una volta; chi +raccontava una storiella al vicino, il quale poi la +ripeteva a tutti ad alta voce; chi chiamava o rispondeva +da un capo all’altro della tavola, chi +motteggiava, e chi rideva sgangheratamente. Il +baccano andava sempre crescendo, e non aveva +tregua che al comparire d’una nuova portata, +per ripigliare subito dopo più forte di prima. Il +solo che non fiatasse era don Luigi. S’era seduto, +per sua disgrazia, proprio in faccia a donna Fulvia, +e sotto la suggezione di que’ due occhi non +osava aprir bocca quasi neanche per pranzare. +Anche donna Fulvia vedendo la cattiva piega +che prendeva il suo pranzo di <i>riparazione</i>, s’era +<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> +fatta silenziosa; e sulla sua fronte si andavano +accavallando le rughe, come le nubi sul cielo +prima d’un grosso temporale. Don Cornelio, che +la guardava sott’occhio, cercava di tanto in tanto +di moderare qualche parlatore troppo chiassoso, +ma era inutile; il marchese stesso, che se ne divertiva +sempre di più, correva subito a portar +legna al foco se appena ne vedeva il bisogno.</p> + +<p>— Ah, adesso si comincia a star meglio! — esclamò +don Prospero, che da quando s’era accomodata +la salvietta passandone uno dei lembi +dietro il collare di margheritine celesti, non aveva +levati gli occhi dal piatto, che per servirsi tre +volte a ogni portata. — Si comincia a star meglio....</p> + +<p>— Bravo don Prospero... e se mi permette... — Così +dicendo, il marchese gli riempiva il bicchiere.</p> + +<p>— Altro che permettere! Questo Valpolicella +vale un Perù.</p> + +<p>— E don Prospero gli fa onore!</p> + +<p>— Che vuole? Siamo due vecchi amici, io e il +Valpolicella! peccato che ci incontriamo di rado! +Ah! ah!</p> + +<p>— Allora un altro bicchierino.</p> + +<p>— Cerimonie, cerimonie... grazie, signor marchese.... +Questo sarà alla sua salute, perchè fin +qui è andato giù alla mia, ah! ah!... Proprio eccellente, +<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> +vecchione, legittimo.... e quando lo +dico io!...</p> + +<p>— Ah! lei se ne intende? Oh guardi! si direbbe, +a vederla, che lei non beve che acqua.</p> + +<p>— Acqua? ah, ah! In casa mia han sempre +fatto tutti l’oste....</p> + +<p>— E l’acqua la fan bere agli altri.</p> + +<p>— Bravo, signor marchese; si vede che lei se +ne intende del mestiere! Ma scherzi a parte, del +vino n’ho visto a maneggiar molto, e n’ho maneggiato +anch’io....</p> + +<p>— Anche lei?</p> + +<p>— Sicuro; e come si fa? Il Benefizio è magro; +non mi dà che trecento lire l’anno: si benedice +qualche bestia perchè non si rompa le corna, e +tutto finisce lì. Se avessi anch’io come don Cornelio +i miei villeggianti! oh allora è un tutt’altro +affare. C’è d’autunno quella messetta ben pagata, +c’è quel pranzetto tutte le domeniche, c’è alle +volte la risorsa d’un bravo funeralone....</p> + +<p>— Ch’è una bella risorsa, ne convengo... non +per i villeggianti.</p> + +<p>— Oh, più tardi che si può, s’intende, ma c’è +sempre la speranza. Invece io....</p> + +<p>— A proposito, torniamo al vino; lei mi diceva...</p> + +<p>— Che n’ho maneggiato, eh sicuro! I miei fratelli +fanno l’oste, e qualche affaruccio lo faccio +anch’io. Alle sagre ci vado con le mie mostre, e +<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> +qualcosuccia si fa. Oggi, per esempio, ecco qua.... — E +intanto levava di tasca una bottiglietta da +saggio vuota. — Ci avevo un vinettino che non +è dispiaciuto; un vinettino, se vuole, di confidenza, +ma....</p> + +<p>— Ma sincero.</p> + +<p>— Precisamente; e quando il vino è sincero, allora +uno può sempre dire: comando io. Dico bene?</p> + +<p>— Benissimo. E vini bianchi ne tiene?</p> + +<p>— Sempre: adesso abbiamo un agretto leggero +del paese, che a digiuno è un <i>non plus ultra</i>. Ne +abbiamo anche uno di collina, sopraffino, d’abbocato +gentile; poi abbiamo....</p> + +<p>— Del Champagne Crémant Impérial?</p> + +<p>— Ah, lei vuol dire quel dolcino spumante che +va su per il naso? No, no; il vino deve andare +per in giù, non per in su. Me l’han fatto assaggiare +una volta il Champagne, proprio di quel +vero d’Asti, ma ho detto subito che non era roba +per noi.... Una volta si teneva qualche cosa anche +per l’avventore che non sa bere, ma adesso non +ne teniamo più.</p> + +<p>In quel punto era cessato improvvisamente quel +rumore di forchette, di piatti e di voci che assordavano, +e tutti s’eran rivolti ad ascoltare un +certo don Giosuè che dopo aver fatto ridere i suoi +vicini con quelle quattro storielle che soleva ripetere +da per tutto dove andava, s’era fitto in capo +<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> +di far raccontare da don Cornelio a tutta la tavolata +quella sua avventura del quarantotto, +quella del Croato. Don Cornelio se n’era schermito +e don Giosuè s’era messo lui a raccontare +quel tanto che ne aveva risaputo, aggiungendoci +una qualche goffaggine del suo, per far rider meglio +la brigata. Don Cornelio gli dava sulla voce, +ma era inutile; l’uditorio teneva per don Giosuè, +applaudendolo in ragione che ne diceva di più +sciocche. Anche donna Fulvia che, fin lì, stecchita, +in sussiego e senz’aprir bocca, aveva avuto +l’aria di non udir nulla di quanto si diceva intorno +a lei, questa volta s’era messa a prestar attenzione. +Indispettita da quel baccano, e mortificata +in cuor suo di non aver potuto fino allora +levar gli occhi su don Cornelio, non le parve +vero di potergli guardare in faccia questa volta +anche lei, e di dirgli poi con un fare addolorato, +appena don Giosuè ebbe finita la storiella tra le +risate degli uditori: — Male, malissimo, signor +curato, e mi stupisco che si raccontino di queste +storie sul suo conto.</p> + +<p>— Si stupisca piuttosto — rispose don Cornelio — di +chi le racconta a questo modo.</p> + +<p>— Eh, eh, — saltò su don Innocente, il quale +fino a quel punto non aveva fatto che mangiare, +e far dei sorrisi di riconoscenza ora a donna +Fulvia e ora al padre Felice. — Don Cornelio è +<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> +sempre diplomatico! basta dire che era uno degli +amici del Cavour!</p> + +<p>— Un amico del Cavour? lei, don Cornelio! — chiese +subito donna Fulvia, guardandolo di nuovo +con stupore. — Ogni giorno se ne sente una +nuova!</p> + +<p>— Amico del Cavour! — non potè a meno di +esclamare anche il padre Felice.</p> + +<p>— Come, lei signor curato, era amico del conte +di Cavour? oh non lo sapevamo! Ci racconti, signor +curato, ci racconti.... — prese a dire, e continuò +con insistenza, il marchese Ettore, intanto che gli +occhi di tutti si rivolgevano su don Cornelio.</p> + +<p>Il povero don Cornelio che fino a quel giorno, +come abbiam visto, s’era dato l’illusione d’essere +stato poco meno che un amico anche lui del +gran Ministro, ora tutto confuso, facendosi rosso +in viso, e ricercando meglio nella sua memoria, +finì col rispondere che l’asserzione di don Innocente +non era vera; e perchè gli si credesse +meglio, e anche per non sconfessar la sua ammirazione, +soggiunse che non aveva mai avuto +un così grande onore. Tutti allora furono persuasi +che qualcosa di vero ci doveva essere; e +i più senza badar oltre nè a don Innocente che +insisteva, nè a don Cornelio che rettificava, tornarono +alle occupazioni di prima, e ci tornarono +con quel crescendo che contraddistingue di solito +un finale.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span></p> + +<p>— Anche amico del Cavour! — aveva nel +frattempo ripetuto un par di volte donna Fulvia, +mandando, con una certa compiacenza ironica, +delle occhiate al padre Felice: e il marchese +fingendo la più ingenua curiosità, si divertì +per un pezzetto ancora ad aizzar don Innocente, +a farlo parlare, a tener viva la disputa, lasciando +tranquillo per un momento don Prospero, il quale +se ne approfittò per far passare nelle ampie tasche +del suo soprabito un pezzo di cacio, una fetta di +torta, una manata di mandorle, e da ultimo quattro +amaretti.</p> + +<p>Con gli amaretti il pranzo era finito, e donna +Fulvia si alzò. I convitati fecero altrettanto; non +tutti insieme però, perchè alcuni vollero prima +assaporare un ultimo sorso, e qualche altro dovette +prima fare più d’un tentativo per rimettersi +in piedi. Don Prospero colse l’occasione per riempire +di Valpolicella la sua bottiglina, dicendo al +marchese, il quale se n’era avveduto e voleva +scoppiar dalle risa: — Questo lo porto a casa per +memoria.</p> + +<p>Il pranzo era durato più di due ore, e le cinque +eran battute da un pezzo. Don Cornelio, intanto +che nel salotto veniva servito il caffè, svincolatosi +da don Innocente e dal marchese, si accostò +a don Luigi, e gli disse all’orecchio che andasse +a far sonar subito i Vespri. Fu una buona +<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> +precauzione, perchè lo schiamazzo aveva ripreso +nel salotto più forte di prima, e donna Fulvia +cominciava a perder la pazienza. Ai primi rintocchi +delle campane don Cornelio si accomiatò, +fece in fretta i suoi convenevoli, si raccomandò +ai preti che si spicciassero, e andò diviato in +chiesa. I più della brigata fecero sulle prime +l’orecchio del mercante, ma donna Fulvia fece +l’atto di muoversi e bisognò andare. Peccato! A +un tavolino era cominciata una partita a primiera; +don Giosuè, in mezzo a cinque o sei de’ più chiassosi, +stava raccontando una storiella al marchese; +don Prospero sprofondato in una poltrona russava +tranquillamente; e un certo don Matteo stava per +accender la pipa.</p> + +<p>Donna Fulvia salutò i suoi convitati complessivamente +piegando il capo a destra e a sinistra, +con un certo sussiego, ritta in mezzo al salotto, +e nell’attitudine di dire: favoriscano d’andarsene. +E l’uno dopo l’altro se ne andarono tutti; chi tacendo +come c’era venuto, e chi, diventato più +espansivo, impappinandosi in un complimento +che rimaneva a metà.</p> + +<p>Appena “le ebber levato l’incomodo„ come avevano +detto i più complimentosi, donna Fulvia +fece un gran respiro; ma le contrarietà di quella +giornata non erano ancor finite. Si mosse anch’essa +poco dopo per andare in chiesa, e affacciatasi +<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> +al portone vide, dinanzi al palazzo, un brusio +di gente che, motteggiando o ridendo, or faceva +ressa intorno a qualcuno, or si affollava in un +punto della strada, or si apriva facendo ala, e +tutta con l’aria allegra di chi gode e si diverte. +“Oh cos’è questa novità?„ pensò donna Fulvia +“cosa fa questa gente, questa ragazzaglia che dovrebbe +esser tutta ai Vespri?„ E s’avviò non +senza difficoltà verso la chiesa, attraversando +lentamente quella folla di curiosi e di buontemponi, +i quali tutti eran troppo occupati a ridere +a crepapancia per accorgersi di donna Fulvia e +farle largo. Cosa fosse questa novità, e perchè ridessero +quei buontemponi, donna Fulvia se lo +sentì vociare intorno da ogni parte nel fare il suo +tragitto. Era gente venuta, come a un divertimento, +a vedere i preti uscire dal gran pranzo, chi per +semplice curiosità dopo aver veduta la foca, chi +per ridere, e chi per dare la baia. Parecchi, usciti +allora allora dall’osteria, aiutavano a rendere il +divertimento più chiassoso; chi mezzo brillo con +un motteggio sull’intemperanza dei preti; chi col +naso rosso additando un qualche curato che l’avesse +anche più rosso. E non è a dire che questo spasso +procedesse da per tutto liscio e senza contrasti. +Alcuni di que’ preti ai quali la gente dava la +baia, cercavan di svignarsela; ma altri rimbeccavano +e rispondevano per le rime.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span></p> + +<p>Si pensi dunque quante non ne sentì donna +Fulvia in quel breve tratto di strada, e quante +non ne riseppe poi il giorno dopo dal Valassina, +dalla Cleofe, e dagli altri suoi confidenti; poichè +il giorno dopo in Orobio non si fece che parlar +del pranzo, dell’uscita dei preti dal palazzo, delle +scene avvenute, delle facezie dette, e di certi due +scappellotti somministrati da don Matteo, quel +della pipa. Don Cornelio, arrabbiato, afflitto per +lo scandalo, avrebbe voluto almeno che non se ne +parlasse più. Pregò, sgridò, ma con poco frutto. +La storiella andò subito in giro anche per i paeselli +della valle, e per un pezzo fu il tema allegro +dei discorsi in ogni casa e in ogni bettola. Tale +fu la fine del gran pranzo, col quale donna Fulvia +aveva creduto di dare una lezione a don Cornelio, +di edificare il popolo e di rialzare il clero.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span></p> + +<h2>XV.</h2> +</div> + +<p>Due giorni dopo la festa di S. Luca, sul far +della sera, il procaccia del capoluogo del mandamento, +venne a cercare di don Cornelio, girando +per tutto il paese con una lettera in mano. — Questo +è un telegramma! — esclamò lo speziale: +e in fatti sulla busta era stampato così. A Orobio +i telegrammi non capitano di frequente, e l’ultimo +l’aveva ricevuto appunto sei mesi prima lo speziale; +circostanza ch’egli non mancò di richiamare +nel raccontare il fatto di quell’improvvisa venuta +del procaccia, poichè per quella sera in paese il +telegramma di don Cornelio fu l’argomento principale +delle conversazioni e della curiosità di tutti.</p> + +<p>Il telegramma era di Enrico, e veniva da Genova. +Enrico, arrivato a Genova pochi giorni +prima, aveva creduto di trovarci subito una lettera +di don Cornelio in cui fosse detto che la +sua domanda alla zia di Cristina era stata fatta, +<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> +ch’era stata gradita, e che dovesse ripartire per +Orobio senza perder tempo. Non avendoci trovato +nulla, aveva scritto di nuovo a don Cornelio un +letterone di sei facciate, tutto impazienza, tutto +ansietà; ma il letterone, arrivato un par di giorni +prima della festa di S. Luca, era rimasto senza +risposta; e Enrico, a cui ogni giorno pareva un +secolo, aveva telegrafato a don Cornelio per domandargli, +col linguaggio ansante e risoluto d’un +telegramma, cosa c’era di nuovo e quando doveva +partire.</p> + +<p>Quel telegramma, ch’era il primo che don Cornelio +riceveva in vita sua, diede il tratto alla bilancia. +Don Cornelio come s’è veduto, non l’avrebbe +voluta far così subito quell’imbasciata a donna +Fulvia; poi, dopo che la sorella aveva mostrata a +Cristina quella tal lettera d’Enrico, gli era parso +che bisognasse far presto; e ora finalmente che +c’era entrato di mezzo anche il telegrafo, e che +aveva parlato a quel modo, non ebbe più dubbi, +e si decise per il subito. A dargli più coraggio +gli venivano in aiuto i discorsi fatti col padre +Felice durante quella passeggiata del giorno prima +di S. Luca. Riandava quelle parole a una a una, +e gli pareva che proprio non ci fosse da dubitare.</p> + +<p>Il padre Felice in mezzo ai molti discorsi fatti +gli aveva toccato qua e là dell’avvenire di Cristina. +<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> +Aveva pronunziata, più d’una volta, la parola +matrimonio; gli aveva detto che donna Fulvia cominciava +a pensarci, e gli aveva fatto capire alla +fine, tra un subisso di complimenti, che forse.... +quanto prima.... tra loro tre, si sarebbero fatti +de’ discorsi su quell’argomento. Parole di tal fatta, +e d’una persona tanto circospetta, dovevano pur +significare qualcosa!</p> + +<p>Don Cornelio, fatta la decisione, s’avviò la +mattina dopo, pieno di coraggio e col soprabito +delle feste, verso il palazzo di donna Fulvia allungando +un poco la strada per ripensar bene +alle parole con le quali avrebbe attaccato il discorso. +Donna Fulvia, quando le comparve dinanzi +don Cornelio, se ne stava sola nel suo gabinetto, +vicina al tavolino da lavoro e con gli occhiali +sul naso. Era l’ora in cui, dopo la colazione +e dopo quattro chiacchiere in salotto, donna Fulvia +si ritirava nel suo gabinetto o a far la lettura, +o a far filaccia e maglie per i poveri, fino +al momento della trottata. In quel punto era alle +prese con la spalla d’un corsetto, fatto con degli +avanzi di lana tutta a nodi, e ch’era uno dei molti +cilici di beneficenza che preparava ai poveri per +l’inverno. Sembrava tutta assorta nel suo lavoro, +ma ogni momento le bisognava disfare un giro, +o riprendere delle maglie scappate, tanto il suo +pensiero era lontano da quell’infelice a cui era +<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> +destinato il corsetto. I suoi pensieri erano tutti +rivolti agli avvenimenti del giorno di S. Luca; +era la predica di don Cornelio, erano i convitati +e il pranzo, eran le scene della strada, che le ribollivano +in testa e le facevano or stringere or +crescere quelle maglie capitate in così mal punto. +Ma soprattutto ce l’aveva con don Cornelio. Ognuno +di quei fatti doveva necessariamente avere la sua +causa, ed essa ne trovava una, un’unica per tutti +bell’e pronta nella sua mente. Era cioè chiaro, +chiarissimo, che la colpa di tutto era tutta di don +Cornelio. Per fortuna che tra i molti pensieri, le +era venuto alla fine anche quello del matrimonio +di Cristina, e che, proprio nel momento in cui le +vennero ad annunziare la visita di don Cornelio, +i suoi occhi erano andati a fermarsi su una lettera +che le stava dinanzi sul tavolino, una lettera +tutta complimenti ricevuta quella mattina dal barone +Brocchetti.</p> + +<p>— Donna Fulvia mi perdonerà.... — cominciò a +dire don Cornelio nel venire innanzi — ma, se +per caso, le fossi capitato in un momento poco +opportuno....</p> + +<p>Donna Fulvia lo interruppe invitandolo a sedere +con un gesto, e con un — S’accomodi, signor curato — che +pronunziò con sussiego, ma cercando +di raddolcire la voce.</p> + +<p>— Tante grazie, tante grazie. Dunque.... se non +<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> +la disturbo.... se mi può concedere.... — prese a +dire don Cornelio, ricercando il filo del discorso +che aveva preparato. — È da qualche tempo che +sentivo il dovere, che cercavo l’occasione, di parlarle +a quattr’occhi un poco a lungo, d’una faccenda.... +ma.....</p> + +<p>— Dica, dica.</p> + +<p>— Lei sa quanto mi stia a cuore sua nipote +Cristina; lei sa quali doveri io senta d’avere +verso di essa, e in nome di quale sacra memoria....</p> + +<p>— Lasciamo il <i>sacro</i> da parte.</p> + +<p>— Insomma.... — riprese don Cornelio, un po’ +sconcertato, e cambiando tasto — insomma, l’ho +veduta crescere, mi ci interesso, le voglio bene, +e sarebbe per me una gran soddisfazione del +cuore se potessi far qualcosa per quella figliola; +qualcosa che potesse piacere, s’intende, a donna +Fulvia che vorrei pure veder rimeritata per i +tanti suoi benefici....</p> + +<p>— E che cosa vorrebbe fare? — chiese con miglior +grazia donna Fulvia, a cui balenaron subito +in mente le informazioni datele dal padre Felice.</p> + +<p>— Non è ch’io voglia.... ma, quando donna Fulvia +credesse venuto il momento di pensare alla +felicità di Cristina.... quando credesse di pensare +al suo collocamento.... — E qui don Cornelio fece +una pausa, guardando prima di andare innanzi, la +faccia di donna Fulvia. Quella faccia, con sua maraviglia, +<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> +era divenuta a un tratto tutta serena e +rabbonita, quale non l’aveva veduta mai.</p> + +<p>— Veramente.... — disse donna Fulvia — non +potrei dire che questo pensiero non mi sia venuto; +mah! son cose difficili!...</p> + +<p>— Oh, non in questo caso! — esclamò don Cornelio, +a cui la faccia di donna Fulvia dava in +quel momento un gran coraggio. — Lei non avrà +che a dire un sì!</p> + +<p>— Lo crede? le par tutto così facile?</p> + +<p>— Le difficoltà ci potevan essere, e quante! +Ma ormai... lo creda a me, quando lei lo voglia, +tutto è fatto.</p> + +<p>— Lei dunque ne è molto sicuro!</p> + +<p>— Sicuro, sicurissimo!... E anzi.... donna Fulvia +non ha bisogno di me, ma al caso ci penso io.... +sono ai suoi ordini.</p> + +<p>— Ebbene, caro signor curato — prese a dire +donna Fulvia dopo un momento di silenzio, con +un fare confidente e mellifluo ch’era per don Cornelio +una gran novità. — Ebbene sì, io avrò bisogno +di lei. Al matrimonio di Cristina ci sto +pensando.... ci sto pensando!.... Ma per disporre +l’animo della ragazza a un atto così importante, +così inaspettato, vorrei aver l’aiuto, la cooperazione, +e diciamolo, anche i consigli di una persona +come lei, che per il duplice carattere, quello +vogliam dire del suo ministero e quello della protezione +<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> +e autorità già esercitata sulla fanciulla, +può eventualmente avere la sua parte di benefica +influenza nell’ottenere quei giusti apprezzamenti +che non sempre appaiono agli occhi inesperti della +gioventù. — Tirò il fiato, fece una pausa, poi, +come se interrompesse il filo dei pensieri, domandò +a un tratto a don Cornelio: — Mi dica +un po’, ha veduto forse questa mattina il padre +Felice? e le fu detto per caso qualcosa in confidenza? +È il padre Felice che l’ha mandata qui?</p> + +<p>— Signora no. Il padre Felice oggi non l’ho +veduto.... Ma quanto all’aver saputo qualcosa in +confidenza....</p> + +<p>— Oh, oh, come? da chi?</p> + +<p>— Come! da chi!.... — esclamò don Cornelio +pieno di coraggio e di impazienza parendogli che +tutto andasse a gonfie vele. — Lei ha mille ragioni, +e mi scusi se non gliel’ho ancor detto, e +se non le ho parlato subito a cuore aperto. Ma +gli è che mi bisognava farle prima un poco di +storia. In poche parole però le avrò detto tutto, +se ha la bontà di ascoltarmi.</p> + +<p>Don Cornelio narrò brevemente a donna Fulvia +una parte di quanto sappiamo anche noi. Le toccò +dei progetti e dei desideri del conte Maurizio a +proposito del suo pupillo e di Cristina: le parlò +del bell’animo di Enrico, della serietà de’ suoi +propositi, del suo affetto per Cristina, dell’impiego +<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> +ora avuto, e della sua sorte assicurata. Don Cornelio +nel calore del discorso non s’era accorto +che donna Fulvia intanto aveva mutato faccia, e +che con una furia crescente andava scavalcando +le maglie del suo lavoro, facendo un gran pottiniccio. +Se ne sarà accorto poi quel tale che avrà +dovuto infilare le maniche di quel corsetto. Quando +don Cornelio venne a dire delle ultime lettere ricevute +da Enrico, e dell’incarico avuto, donna +Fulvia che scoppiava, diede un balzo, e buttò il +lavoro sul tavolino, esclamando: — Basta, basta, ho +capito; io non la posso lasciar continuare!</p> + +<p>Don Cornelio la fissò pieno di sorpresa, e con +l’espressione di domandarle il perchè di quel mutamento +così grande, così improvviso. Donna +Fulvia si ricompose, guardò il curato col fare severo +d’un personaggio offeso nella sua dignità, +poi gli disse:</p> + +<p>— I suoi progetti sono un’assurdità. Si vede +che lei non ha il concetto di quelle convenienze +sociali alle quali devono attenersi certe famiglie. +Figurarsi! Gli argomenti che mi ha detto in +favore del suo protetto, son tutta roba che basta +a provarmi la sconvenienza d’un simile progetto. +All’avvenire di mia nipote.... lasci a chi tocca il +pensarci. Non si pigli troppe brighe, signor curato.... +di quelle voglio dire che non c’entrano +nel suo ministero, perchè poi le une fanno dimenticare +le altre!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span></p> + +<p>— Vuol forse dire, donna Fulvia, ch’io dimentichi +i miei doveri?</p> + +<p>— Voglio dire di non attribuirsene, in questo e +in altri casi, di quelli che non le spettano.</p> + +<p>— Come?</p> + +<p>— Come! come! — E qui, ora che quel resto +di diga che frenava ancora il suo mal animo verso +don Cornelio era rotta, non le parve vero di buttar +fuori a rifascio, come venivano, quelle accuse, +quei rimproveri, quel dispetto, che aveva tenuti +chiusi dentro di sè fino allora. — Come quando +lei, per dirne una, in compagnia del sindaco, e +d’altra simil gente, che farebbe bene di lasciare +nel loro brodo, si inframmette in tante cose che +sappiam noi....</p> + +<p>— Ma si spieghi....</p> + +<p>— Oh lei mi capisce benissimo. Le sue idee +del resto son conosciute. E i suoi atti, tirando +pure un velo sul quarantotto, ognun li vede. E +poi non l’ha detto anche lei nella sua predica di +S. Luca! che lei vuol conciliare governo e religione! +Figurarsi! che vuol conciliare i dissidi, +lei da solo! quasi non sapesse che non bastano più +da soli neanche i Concili ecumenici! Che vuol +metter insieme il Vangelo con la libertà, col popolo, +e col progresso! proprio come dicon certi tali, +come avrebbe detto anche il Cavour, il suo amico! +Cosa deve dire il popolo che ascolta le sue prediche? +<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> +Quelle prediche nelle quali non si sente +mai una parola contro la perversità dei tempi, +mai una maledizione! Sta bene l’amore; ma e i +flagelli? Quelle bandiere poi del governo, per +dirne una, sulla porta della chiesa, sul campanile, +e alla finestra di casa sua, sono.... diciamolo pure, +scandali! E quelle bandiere degli operai fin sull’altare, +fin nella processione.... accompagnate poi +da gente... con delle facce!... le paion cose da +nulla? Cosa ne dovevano pensare i fedeli? Cosa +ne doveva pensare quel buon clero venuto per +essere edificato, e per edificare?... — E qui donna +Fulvia, a cui balenò forse in mente il suo pranzo, +fece una pausa involontaria.</p> + +<p>— E lei, signora, avrebbe preferito di saperli all’osteria +quegli operai, quelle bandiere, invece di +vederli presso l’altare? — esclamò don Cornelio +con calore; ma poi riprese subito con la solita +bonarietà: — Quanto alle facce.... sicuro, ce n’è +delle brutte, ma poveracci! son facce annerite +nelle officine, o dal sole; bruttissime, quando sudano +e bestemmiano; ma che a me paion belle +quando, nella mia chiesetta, guardano in su, e le +vedo illuminate da un raggio di speranza. Povera +gente! Cosa vuole che io maledica? ch’io flagelli? +A flagellarli ci pensano la gragnuola, le malattie, +gli stenti, la fame; e vuole che li flagelli anch’io +nella loro chiesetta? Non deve avere questa povera +<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> +gente un luogo, un’ora di tanto in tanto, +dove il loro pensiero si riposi, e sia sicuro di trovarci +la pace e la speranza? Oh li ho sentiti anch’io +nelle città, quei predicatori che dice lei, +quelli dei fulmini! Ma i loro fedeli poi, dopo i +fulmini della mattina, vanno a teatro la sera; e i +miei poverelli invece vanno a letto, e non domandano +d’andarci che con una fetta di polenta, e +con la coscienza tranquilla. Sì, insegno loro ad +amare la religione e la patria, la Chiesa e il Governo, +perchè in questa massima semplice trovano +la norma sicura de’ loro doveri. Dovrei io +turbare la mente di questi buoni campagnoli con +delle questioni che ignorano, e che non comprenderebbero +mai? Dovrei mettere nei loro animi una +disputa sui loro doveri, per metterci così l’alternativa +della scelta? Mi sbaglierò.... ma che vuole? +se un povero coscritto fantaccino, dei nostri di Orobio, +scrive ai suoi vecchi tutto lieto d’aver pregato +in San Pietro, e d’aver gridato, viva il Re e +la Regina... io ne godo, ne godo fino alle lacrime. +Ecco perchè non avrei pensato mai, proprio mai, +che quelle bandiere sull’altare potessero essere +uno scandalo!....</p> + +<p>— Oh lo sappiamo, lo sappiamo.... per lei non +è scandalo neanche il celebrare in chiesa le feste +della rivoluzione e del Governo.</p> + +<p>— La festa nazionale, vuol dire? Lo scandalo +<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> +in questi paeselli sarebbe se i signori, quelli almeno +che son chiamati così, facessero le feste +della patria, e gli altri quelle della chiesa; e che +si dicesse che c’è un’Italia per i ricchi e una religione +per i poveri! Questo sarebbe lo scandalo, +a parer mio; e le confesso che ci ho proprio +messo ogni studio perchè, almeno nel mio paesello, +questo scandalo non ci fosse!</p> + +<p>— Proprio, insomma, come dicevo io, che le +questioni della Chiesa le vuol risolvere lei!... Alla +buon’ora!</p> + +<p>— Ma le pare? Io sono un povero curato di +campagna, e non cerco di risolvere che quello che +spetta a me, in questo cantuccio, dove mi ha messo +la Provvidenza. Il mio dovere è di far del bene +a tutti nella mia Cura, secondo i bisogni della +loro coscienza e della loro vita. Ed è ciò che +cerco di fare, in tutto quello che posso, alla buona, +alla meglio. Ecco perchè, donna Fulvia, ho osato +parlarle del matrimonio di sua nipote.... Mi è parso +che ci fosse anche qui del bene da fare.... mi è +parso d’avere un dovere da compire.</p> + +<p>— Le è parso; ma è un dovere tutto mio, gliel’ho +già detto, e può bastare.</p> + +<p>— Lei non poteva conoscere la volontà del padre +di Cristina, non poteva conoscere....</p> + +<p>— Ebbene ora conosco tutto, e parliamo d’altro.</p> + +<p>— Ma ci rifletta. Quei due figliuoli... son cresciuti +insieme, sono fatti per amarsi.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span></p> + +<p>— Mia nipote non si permetterà mai di amare +nessuno senza il mio permesso. E poi, e poi, signor +curato, che discorsi son questi! Ma le pare?.... +Intanto non usciamo di carreggiata; già è lo stesso, +e poichè s’è cominciato gliele voglio dir tutte! +In questo paese le cose vanno male, molto male; +lo dicono, e lo vedo. Lo dicono qui, e lo dicono +fuori dove sono osservati con stupore i suoi portamenti, +tanto diversi da quelli di tutti i curati +di questa valle. Qui vediamo il curato amico di +soggetti pericolosi, qui scarsezza di funzioni, abbandono +di pie costumanze....</p> + +<p>— Di quali?</p> + +<p>— Le benedizioni delle messi, le processioni per +le campagne....</p> + +<p>— Come se ne facevano per far scappare i grilli +e le formiche! Oh donna Fulvia!</p> + +<p>— I pellegrinaggi ai santuari....</p> + +<p>— Che duravan fin due e tre giorni, con una +turba d’uomini, di donne, di giovinotti, di ragazze, +tutti alla rinfusa.... Sì, sì, li ho veduti quei pellegrinaggi +e li ho aboliti, e mi permetta di non +dirgliene il perchè!</p> + +<p>— Oh lei ha quasi abolita anche la confraternita! +Le ha levati i diritti, i privilegi, i proventi....</p> + +<p>— Il cacio e il boccal di vino. Bisognava vederle +alle volte certe funzioni! Era un piglia piglia; +erano sbornie... perfino ai funerali.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span></p> + +<p>— Insomma, se lei non mi vuol capire è meglio +che la finiamo. Mi basta il dirle una volta per +sempre che se son venuta in questo paese, e se +abbiam fatto quel che lei sa, è perchè abbiamo +una missione da compire, e la compiremo....</p> + +<p>— Oh allora compiamola insieme....</p> + +<p>— O muti lei, o.... io già non muto!</p> + +<p>— Compiamola insieme, e cominciamo fin da +oggi. Non mi voglio scolpare, non la voglio contraddire, +il tempo e la conoscenza del paese le +dissiperanno le cattive prevenzioni, le mostreranno +la verità. Ma cominciamo fin da oggi a compire +insieme la nostra missione col rendere felici questi +due figliuoli.</p> + +<p>— Non torniamo su questo argomento!</p> + +<p>— Donna Fulvia mi ascolti! Ci pensi! Condanni +pur me se vuole, ma non condanni questi figliuoli. +Lei non può volere la loro infelicità! Lei non conosce +Enrico, lei non può ancora giudicare! Dia +tempo, ci pensi! Io non le dimando che di indugiare, +di riflettere, di non respingere oggi la mia +preghiera; e verrà forse il giorno in cui la sua +coscienza sarà lieta d’aver fatta un’opera buona +di più. Donna Fulvia io la prego, e la scongiuro +anche in nome.... in nome almeno de’ miei capelli +bianchi, in nome dell’abito che porto....</p> + +<p>In quel punto entrò un servitore ad annunziare +che la carrozza era pronta. Donna Fulvia si rizzò +<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> +dalla poltrona, e fece al curato un cenno colla +mano come a dirgli che doveva congedarsi da lui. +Si levò in piedi anche don Cornelio, e rimase in +silenzio dinanzi a donna Fulvia con l’espressione +supplichevole, ansiosa, con cui aveva pronunziate +le ultime parole. Donna Fulvia dovette pur rispondere; +e il dispetto le ridiede quel coraggio che +le parole di don Cornelio le avevan tolto per un +momento.</p> + +<p>— È meglio per lei e per me che cessi questa +penosa conversazione, e che non ci si ritorni più. +Le convenienze mie e della mia famiglia son cose +che riguardano me, e che non intendo lasciar discutere +e risolvere dagli altri. E poi, è inutile +dissimularlo, c’è tra me e lei in molti argomenti +una differenza di principii... e se non ho la pretesa +di discutere i suoi, ho però quella di non +cedere nei miei. Quanto al suo progetto, o incarico +che si voglia, ne la prego, non ne parli più. +È cosa impossibile, assurda, e che, glielo dico una +volta per sempre, non potrà verificarsi nè ora nè +mai. Siamo intesi, e la riverisco.... Eccomi, eccomi, +vado a metter lo scialle e vengo subito. — Quest’ultime +parole eran rivolte da donna Fulvia +alla marchesa Bianca ch’era comparsa allora in +sull’uscio dicendo: — È attaccato, e siamo pronti +tutti.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span></p> + +<h2>XVI.</h2> +</div> + +<p>Durante la trottata, donna Fulvia non aperse +bocca; fu pensierosa e accigliata per tutta la sera, +non fece la partita, e si ritirò presto. Il giorno +dopo cercò de’ pretesti per non uscire, ed insistette +vivamente con suo genero e con sua figlia +perchè se ne andassero soli. Il marchese uscì in carrozza; +Bianca preferì di passeggiare con Cristina, +e uscite tutte e due da una porticina in fondo al +giardino, presero la vecchia strada del paese che +costeggia il monte, e dalla quale si va a un bel +poggio erboso, per un viottolo, traverso una selva +di castagni, e seguendo un ruscello. Era la passeggiatina +prediletta della marchesa Bianca, e +ch’essa chiamava la sua “passeggiata romantica.„ +Aveva anzi un abbigliamento speciale, per quella +passeggiata, che le andava proprio benino e che +le piaceva tanto; un abbigliamento di foggia montanina, +fatto apposta per le solitudini, per quelle +<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> +specialmente dove si incontra un mondo di gente. +Peccato che lì non ci si incontrasse proprio nessuno; +ma come prevederle tutte! Anche quella +volta dunque la marchesa Bianca s’accinse a risalire +il ruscello appoggiata a un sottile e leggiero +<i>alpenstok</i> a cerchietti d’argento e a nappette +di seta, e con un libro sotto il braccio; un romanzo +tutto a spasimi d’amore, che leggicchiava +da un mese, a poco a poco, e dicendo ch’era tanto +commovente, e tanto interessante.</p> + +<p>Donna Fulvia rimasta sola fece chiamare il +padre Felice, e diede l’ordine di dire a chiunque +venisse che in quel giorno non riceveva nessuno. +Col padre Felice poi rimase in colloquio per più +di due ore, e parlando sottovoce perchè neanche +i muri la potessero udire. Anche don Cornelio +s’era rinchiuso quel giorno nel suo studiolo, dicendo +alla sorella che aveva bisogno di restare +per qualche ora tranquillo; e la signora Angelica +che non conosceva ancora la brutta novità, aveva +fatto con gran premura rispettar la consegna, persuasa +che il curato stava studiando qualche panegirico +d’impegno. Il povero don Cornelio veramente +non aveva da studiare che la risposta da +mandare a Enrico, e s’era messo a fare e rifare +più d’una volta una lettera in cui, pur dicendogli +la verità, avrebbe voluto rendergliela un poco +meno amara e sconfortata. Povero don Cornelio! +<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> +Egli, che in quel momento era triste e scorato +come non l’era stato mai, non pensava che a un +dolore, al dolore d’Enrico; non aveva che una +preoccupazione, quella di risparmiare all’animo +d’Enrico lo sconforto profondo che già sentiva +nel proprio. — “Almeno l’avessi qui, vicino a me, +quel figliuolo!„ diceva tra sè. “Me lo piglierei +sotto il braccio, e a poco a poco, gli direi tutto +senza dargli il colpo in una volta.... un colpo simile, +all’improvviso! Ma c’è da perder la testa.... +e la fiducia nella vita, che è ben triste per lui, +così giovane! Quella bella fiducia, sicura e baldanzosa, +che ci fa veder l’avvenire, a quell’età, +come un campo nostro, e ci anima a seminarlo +tutto, come se proprio lo dovessimo mietere tutto!... +Povero figliuolo!... Fosse capitato anche di peggio, +ma addosso a me, che.... sono ormai all’ultim’ora!... +Oh la mia povera speranza di render felici questi +figlioli, e di render quest’ultimo ufficio alla memoria +del mio unico amico!... Oh la mia povera +missione!.... Come potrò durarla io in questo +paese?.... E non sarò io un ostacolo.... ai benefici +di donna Fulvia?„ — Poi scotendosi ritornava subito +a quel figliuolo. — “Se l’avessi qui! se gli potessi +parlare! Perchè c’è de’ conforti che la voce +soltanto li sa dare. Ma una lettera! Sia pure una +risma di carta, è sempre carta! E poi salterà le +pagine, andrà in fondo, andrà alla conclusione, +<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> +senza essere preparato da una parola prudente.... +da un conforto.... da un abbraccio. Ma tant’è; e +avanti con questa cartaccia!„</p> + +<p>Don Cornelio avrebbe penato meno in quelle +ore se avesse potuto immaginarsi che Enrico era +in viaggio, e che proprio in quel punto aveva già +intravvisto il campanile d’Orobio. Enrico, dopo +aver mandato quel suo telegramma a don Cornelio +aveva ricevuto nel giorno stesso da Londra una +lettera di sir James che gli ordinava di ripartire +sollecitamente per Napoli. Impaziente, inquieto +com’era da parecchi giorni, si crucciava di doversi +allontanare ancora di più, prima di avere +quella risposta che doveva dare la certezza e il +riposo alle sue speranze. Dopo un <i>sì</i>, gli pareva +di poter andare, allegro e felice, anche in capo +al mondo, perchè tutto il mondo sarebbe diventato +suo. Ma con quell’incertezza! C’erano ancora +alcuni affari da sbrigare a Genova, e non avrebbe +potuto partire, anche a far presto, che tra cinque +o sei giorni. Gli venne un’idea, e la comunicò +subito al suo compagno di viaggio, il figlio di sir +James, al quale del resto aveva già confidato tutto +l’animo suo. Sir Arturo approvò l’idea, che non +era altro che di fare una corsa a Orobio; ed anzi +lo incoraggiò moltissimo, dicendogli che la calma +è indispensabile, e che bisogna riaverla subito se +per caso la si perde.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span></p> + +<p>Enrico partì da Genova quella sera stessa, e il +giorno dopo giunse da Milano a quella stazione +dove scendono i viaggiatori che vanno a Orobio. +Passò la notte in una borgata vicina, e la mattina +seguente ripartì in un legnetto, col quale +piano piano, e rinfrescando un par di volte, giunse +a vista del suo paesello press’a poco nel momento +in cui don Cornelio finiva la lettera, e la marchesa +Bianca e Cristina cominciavano la passeggiata. +Per arrivare alla casa del curato gli bisognava +attraversar tutto il paese, incontrar chi sa +quanti, e rispondere a chi sa quante interrogazioni; +si immaginò che tutti l’avrebber fermato, +e che tutti gli avrebber letto negli occhi la ragione +di quella sua improvvisa venuta; si fece +tutto rosso anticipatamente, e, detto fatto, prese +una risoluzione.</p> + +<p>La risoluzione fu di scender dal legnetto prima +di arrivare in paese, e d’andare a piedi alla casa +del curato, seguendo la strada vecchia e i viottoli +della costa del monte, dove era più facile il +non imbattersi in anima viva.</p> + +<p>Quanti pensieri, quante memorie non gli risvegliavano +que’ ciottoli a uno a uno! A ogni passo +gli pareva d’imbattersi in un vecchio amico; erano +ora un tronco spaccato d’un antico castagno, ora +un filo d’acqua che schizzava da un canaletto, or +la siepe d’un praticello, or la scorciatoia nota e +<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> +sicura; e quell’edera, quelle felci, que’ fiorellini, +che s’eran rinnovati sui medesimi cespi, egli andava +mano mano riconoscendoli, e gli parevano +amici che l’aspettassero per richiamargli i begli +anni passati, e dargli tacitamente un primo saluto +di Cristina. Buoni e cortesi amici! Quel silenzio +poi, quella immobilità d’ogni cosa, gli davano +un senso di riposo e di pace che, dopo la +vita romorosa della città, gli scendeva ancor più +caro nell’animo, e lo forzava a rallentare que’ +passi che poco prima erano così impazienti e frettolosi. +Quelle viottole gli parevan più belle delle +strade di Londra, e ogni tanto, senza avvedersene, +si fermava a riconoscere uno di quei tanti amici, +e a respirare una larga boccata di quell’aria sottile +e profumata che scendeva dalla montagna.</p> + +<p>“Brezzolina gentile!„ esclamò a un tratto +Enrico fermandosi, e sorridendo. “Come ti affiderei +volontieri un bacio se tu mi dicessi che +nello scendere al piano andrai a susurrare tra i +corridoi d’un palazzo, o a stormire tra le frasche +d’un giardino.... No, no non te lo affiderei„ soggiunse +poi subito “non ne avrei il coraggio!„ +E in quel momento le frasche stormirono intorno +a lui, ma con un romorìo insolito e che pareva +quello del fruscìo d’una veste, o dei passi leggeri +d’un capriolo sull’erbe selvatiche. Enrico stette a +sentire, si guardò in giro, e vide a pochi passi +<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> +Cristina che scendeva traverso i cespugli per +raggiungere anch’essa la vecchia stradicciuola +del paese.</p> + +<p>— Cristina!</p> + +<p>— Oh! — E non seppero dir altro; ma si vennero +incontro correndo, si presero la mano, si +fecero tutt’e due rossi rossi in faccia, e rimasero +impacciati come se le piante all’ingiro avessero +in quel momento spalancato tanto d’occhi. Ci fu +un minuto di silenzio, che fu presto rotto da una +nuova esclamazione che esprimeva meglio, questa +volta, la sorpresa e la gioia. Enrico cominciò a +spiegare come avesse preso quella strada, senza +ancor dire perchè ci fosse venuto; e Cristina che, +aiutata da lui, era scesa intanto sulla viottola, gli +andava dicendo anch’essa come mai fosse lì, e +l’invitava a seguirla verso un praticello poco +distante dove l’avrebbe presentato alla marchesa +Bianca, e dove avrebber fatte insieme un monte +di chiacchiere lunghe e belle.</p> + +<p>Enrico obbedì, e si mosse mandando innanzi i +passi più lentamente che poteva, guardando in silenzio +or Cristina or i ciottoli della stradella. Poi +a un tratto si fece coraggio, e prese a dire: — Oh +ma io ho qui sul cuore un monte di cose che vorrei +dire.... che non so se le potrei dir tutte, neanche +tra noi soli; a quattr’occhi.... Ma se poi mi vedrò +dinanzi questa signora marchesa che non conosco....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span></p> + +<p>— Mia cugina non è fatta per dar soggezione; +è buona, mi vuol bene, è poi tanto gentile....</p> + +<p>— Gentilissima, me lo immagino, ma m’immagino +anche che, quando me la vedrò dinanzi, io +non saprò aprir bocca, e rimarrò lì....</p> + +<p>— Ah, se poi il signor Enrico è venuto da Londra +apposta per non dir nulla! — esclamò ridendo +Cristina.</p> + +<p>— La signora Cristina dice bene!... ma tant’è, e +quasi non so aprir bocca e mi confondo in questo +momento stesso in cui siam soli. Una volta è +vero non succedeva così. Questa costiera, queste +viottole, mi ricordan bene come mi pareva facile +un tempo il dire ogni mio secretuccio, il fare lì +per lì le mie confidenze alla signorina che ci veniva +con me. Ma in allora queste viottole le facevo +con quella signorina saltellando e rincorrendoci.... +e con quella signorina ci davamo del <i>tu</i>.</p> + +<p>— E il <i>tu</i>, nell’andarsene, intascò i secretucci, +portò via le confidenze.... È un bel cattivo il signor +<i>tu!</i>.... Ma ne fu castigato, e ora gli si può +dire che s’è fatto senza di lui....</p> + +<p>— Oh! come? In che modo?</p> + +<p>Cristina si fermò, ebbe un momento di esitazione, +e poi abbassando gli occhi soggiunse: — Un +mese fa lei ha scritto da Londra una lettera a +don Cornelio per dargli una buona nuova.... se +ne rammenta?.... In quella lettera c’era un suo +<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> +secreto.... c’era il richiamo d’un desiderio del mio +povero babbo....</p> + +<p>— E quella lettera....</p> + +<p>— L’ho letta. — E sugli occhi fattisi a un tratto +rossi rossi, le spuntarono improvvisamente due +lacrime.</p> + +<p>Enrico le vide, e capì il dolce secreto di quella +improvvisa commozione. L’imbarazzo e le incertezze +di poco prima sgombrarono in un subito dal +suo animo, e vi sentì scendere una calma sicura +e felice.</p> + +<p>— Quella lettera la rammento, — riprese Enrico — o +dirò meglio rammento tutta la gioia di +quel giorno in cui la scrissi. Era una gioia grande, +piena di speranze e di sogni che si succedevano +l’uno più bello dell’altro. Quella gioia, mi ricordo +si faceva a momenti anche cattiva; e allora m’assalivano +mille dubbi, mille timori e un’ansietà +che mi faceva battere i polsi forte, forte.... e mi +faceva soffrire. Ma ritornava poi subito, la mia +gioia, bella e serena come prima. Presi la penna, +scrissi quella lettera; non ricordo più quello che +scrissi, ma ricordo.... che m’impazientivo di non +sapermi esprimer bene con don Cornelio.... e che +non era a lui che scrivevo in quel momento!</p> + +<p>Cristina gli rispose con un bel sorriso, e s’avviò +di nuovo per la viottola, ma d’un passo più lento +di prima.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span></p> + +<p>— Non rammento quello che scrissi... — continuò +Enrico camminando vicino a Cristina — ma +cosa potevo dire in una povera letteruccia? A +dire quello che c’è nel mio cuore, a dirlo tutto! +ci vorranno tutti i giorni della mia vita.... L’avvenire +saprà parlare per me.... saprà parlare nella +buona come nella cattiva fortuna....</p> + +<p>— Oh per quelli che si voglion bene non ci +può essere cattiva fortuna! — osservò Cristina.</p> + +<p>— Sì, sì, è vero, e posso ben dirlo io! — esclamò +con entusiasmo Enrico. — Ma se don Cornelio +m’avesse risposto — riprese poi subito con una +certa ingenuità — ne potrei essere ancor più sicuro. +Ma perchè non m’ha ancor risposto? Ero +un po’ sulle spine a dir la verità. Ne ho fatti dei +pensieri! O c’è un intoppo, perchè di peggio non +voglio pensare, o c’è una bella sorpresa.... Oh +Cristina, lei forse lo sa!.... ma anche lei tace, come +don Cornelio.... Oh non sia cattiva, mi dica, mi +dica!</p> + +<p>Cristina che a questo punto non capì più nulla, +si fece a interrogare anch’essa con istanza, con +curiosità; e riseppe, raggiante e commossa, quale +incarico Enrico avesse dato a don Cornelio, e +quale risposta aspettasse ansiosamente dalla zia.</p> + +<p>— Fu ieri, ieri! — saltò su Cristina con un +grido di gioia — che don Cornelio parlò alla zia! +Ci andò di mattina, che è un’ora insolita per lui, +<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> +e ci stette un gran pezzo; me lo ha detto mia +cugina Bianca.... — E s’interruppe, rimanendo a +un tratto sopra pensiero, e come colpita da un ricordo +molesto. — Nulla, nulla, oh non sarà nulla, +sarà una combinazione, — continuò poi, rispondendo +a Enrico che s’era accorto di quel cambiamento +improvviso, e la interrogava con insistenza +e con ansietà. — Gli è che a mia cugina è parso che +don Cornelio fosse alquanto conturbato, che avesse +la faccia diversa dal solito.... ma mia cugina potrebbe +anche aver veduto male! — E tanto lei che +Enrico continuarono la loro strada per qualche +minuto in silenzio.</p> + +<p>— Ecco come un nulla basta alle volte a far +nascere i più tristi pensieri, — prese a dire Enrico. — Sicuro; +io non ci avevo quasi neanche +pensato!.... Se donna Fulvia non volesse!... Se don +Cornelio, mentr’io gli corro incontro tutto in festa, +m’accogliesse colla faccia malinconica di chi ha +una triste novella nel cuore....</p> + +<p>— Oh cattivo, cattivo, cattivo!... Che pensieri +son questi! Di queste brutte cose non ne possono +succedere, no!</p> + +<p>— Non son possibili, non ne possono succedere, +nevvero?</p> + +<p>— E come mai dovrebbero essere possibili? La +zia.... è tanto seria, è vero, ha le sue ubbie, ma +poi mi vuol bene.... E il bene che m’ha fatto? Oh +<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> +se non c’era don Cornelio, non sarei arrivata da +sola a comprendere tutta la grandezza del benefizio +che ho ricevuto! Aveva ragione don Cornelio +di dirmi che ora toccava a me a ricambiarlo, quel +benefizio, nel nome santo del babbo, anche a costo +di qualunque sacrifizio, e lo promisi, lo giurai....</p> + +<p>— Oh, Cristina!</p> + +<p>— No, no, Enrico, non mi faccia quegli occhi +spaventati! non ci fu bisogno di nessun sacrifizio. +Ho lasciato, è vero, il caro paesello, la gente a +cui volevo bene, i bei prati, le belle montagne.... +e ora sono un uccellino in gabbia.... ecco tutto!.... +avrei rimorso a dire di più. Ed è possibile che +chi m’ha fatto tanto bene fin qui, non voglia compire +la sua opera santa.... — E dopo un momento +d’esitazione, riprese timidamente — col dare il +suo consenso a ciò che fu un desiderio di mio +padre.... a un desiderio, oh non c’è nessun male +nevvero, a dirlo? a un desiderio mio... e che mi +pare ogni giorno di sentir più fortemente.... e che +m’accompagna sempre.... fino a diventare alle volte +tormentoso, a diventar tanto cattivo, da farmi +piangere?... Eppure, anche quando è cattivo, +non lo so mandar via, perchè mi è tanto caro....</p> + +<p>— Oh la buona ispirazione che m’ha condotto +qui! È dunque scritto in cielo ch’io l’avrò questa +felicità! Oh come è bella la vita! Io me la vedo +già dinanzi lieta, felice, tutta lucente d’un sole... +<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> +che viene dalla mia anima.... e che è il mio amore. +Oh sì, Cristina, lasci che le dica questa parola... +questa parola che il cuore mi va ripetendo senza +posa.... e che presto griderò alta, a tutti, fin che +avrò vita.</p> + +<p>— E la diremo insieme.... ma allora poi ce la +diremo sotto voce all’orecchio, e sarà anche più +bella.... Oh, la voce di Bianca! mia cugina mi +chiama....</p> + +<p>— Cristina, Cristina! — esclamò Enrico pigliandole +la mano, e serrandola con passione nelle sue. — Dunque +è vero? è proprio vero? non le è discaro +l’amor mio... un po’ di bene me lo vuole?...</p> + +<p>— E me lo domanda?</p> + +<p>— Oh sì! nulla nulla al mondo mi potrà strappare +la mia felicità, lo giuro! nessuno mi potrà +rubare il mio bell’avvenire, il mio bene, non è +vero Cristina?</p> + +<p>— Vuole che giuri anch’io? — gli rispose Cristina +con un bel sorriso e stringendogli la mano +alla sua volta, nelle sue manine, più forte che +potè. — Or venga con me, spicciamoci, son due +passi, lo voglio presentare a mia cugina....</p> + +<p>Enrico avrebbe preferito scansarsene, e balbettò +qualche <i>ma</i> e qualche <i>se</i>, ma non era più in tempo. +Un passo dopo l’altro, eran arrivati senza accorgersene +al poggio dove la marchesa Bianca s’era +fermata a leggicchiare una pagina del suo romanzo, +<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> +seduta su un rialzo del prato, intanto che Cristina +s’era allontanata cercando qualche ultimo fiorellino +d’autunno. Quando Enrico e Cristina comparvero +sul poggio, la marchesa Bianca, che aveva +chiuso il suo libro da un pezzo, s’era rizzata in +piedi, e si disponeva a muovere incontro alla cugina, +dopo averla chiamata un par di volte. La +sua sorpresa nel veder Cristina accompagnata da +uno sconosciuto non fu poca, ma non le fu neanche +discara. A colpo d’occhio capì ch’era un giovine +per bene; le parve anche al portamento, al +vestito, che fosse un forestiero, forse un inglese; +pensò subito che finalmente c’era un pubblico per +il suo abbigliamento, tanto carino, e sentì in cuor +suo un gran conforto per questo atto di giustizia. +Cristina fece subito alla cugina la presentazione +di Enrico, dicendole in poche parole chi fosse, e +per qual caso si fossero trovati poco prima sulla +medesima stradicciuola.</p> + +<p>La marchesa Bianca accolse benissimo Enrico, +capitato così opportunamente, e sentendo che veniva +da Londra principiò a parlargli in inglese, +e continuò per un pezzo, sebbene Cristina le avesse +anche detto ch’era d’Orobio. Gli chiese dell’ultima +<i>season</i> e delle mode; e Enrico si levò d’imbarazzo +dicendole che non aveva veduto nulla di più bello +della <i>toilette</i> che aveva dinanzi in quel momento. +La marchesa si persuase ancor di più d’aver a +<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> +che fare con una persona di molto buon gusto, e +di molta intelligenza, e lo trattò subito con quelle +maniere gentili che teneva in serbo per i casi +speciali. Enrico, che, anche parlando con la marchesa +Bianca, parlava senza avvedersene con Cristina, +rispondeva e discorreva con un’amabilità +e con un’eloquenza che venivano dal cuore, e che +aumentavano sempre più la soddisfazione della +marchesa. La quale, dopo aver protratta più che +potè, quella conversazione finì col conchiudere, tra +sè stessa, con un giudizio definitivo, che quel giovine +era veramente degno d’aver fatto la sua conoscenza.</p> + +<p>Arrivati al cancello del giardino, Enrico si accomiatò, +e la marchesa Bianca, nel salutarlo, lo +invitò a passare una qualche serata in casa di +sua madre, offrendosi essa stessa di presentarlo +a suo marito e a donna Fulvia.</p> + +<p>Si pensi con quanta allegrezza in cuore rientrò +in casa Cristina; e con quanta consolazione, con +quanti buoni presentimenti, e con quale ansietà +corresse Enrico alla casa di don Cornelio!</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span></p> + +<h2>XVII.</h2> +</div> + +<p>Alcuni giorni dopo, la carrozza di donna Fulvia, +in completo assetto di viaggio, usciva di +buon’ora dal portone del palazzo, e s’avviava per +la strada maestra d’un trotto ancor più pacato +e solenne di quello delle gite o delle trottate consuete. +Nella carrozza, accanto a donna Fulvia, +c’era la marchesa Bianca, e sedevano davanti +Cristina e la cameriera che teneva in grembo +<i>Fleurette</i>, ravvolta in uno scialletto. Donna Fulvia +aveva la faccia ancor più raggrinzita del solito; +e Cristina aveva nascosta la sua dietro un +velo fitto, perchè non le vedessero in quel momento +la commozione del suo animo. Per quanto +Cristina fosse oramai abituata alle risoluzioni improvvise +della zia, e delle quali la zia non soleva +dar troppi conti, pure questa volta era tutta agitata +e non sapeva scacciare i tristi pensieri che venivano, +come un temporalaccio, a offuscarle quel +<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> +bel cielo che due giorni prima sul viale del +monte, le era parso così sereno e promettente. +Essa partiva; partiva quel giorno stesso in cui +aveva sognato di vedere Enrico accolto in casa +della zia, e accolto come suo sposo; partiva +senza averlo neppur riveduto, senza aver più +saputo nulla di nulla, senza avere neppur salutato +don Cornelio, senz’aver dato un bacio alla +buona signora Angelica!</p> + +<p>Il giorno prima, donna Fulvia aveva avuto una +visita improvvisa e breve di don Innocente. Nessuno +in casa ci aveva badato, perchè da qualche +tempo eran soliti tutti a vedere don Innocente +fare a donna Fulvia di queste visite brevi, e +nelle ore che non eran quelle de’ suoi ricevimenti: +anzi ai ricevimenti lo vedevano ben di +rado. Non erano affar suo; ci si giuocava, tra +l’altre, con certe carte così pulite che gli mettevano +suggezione; e poi non c’era caso di vederci +un bicchiere di vino. Don Innocente veniva nella +giornata a dare a donna Fulvia le notiziette raccolte +ne’ suoi giri per i paeselli e per le sacristie, +ci metteva all’occorrenza un po’ di frangia +e un po’ di commenti del suo, e poi se ne andava +con la faccia ilare, o compunta, a seconda +della faccia che gli aveva fatto donna Fulvia. +Questa volta la notizietta era ch’era stato veduto +in un legnetto, che andava nella direzione di +<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> +Orobio, “quel giovane di cui si prendeva cura +don Cornelio, e che don Cornelio aveva mandato +in paesi lontani con scandalo di tutti i buoni.„ +Dopo quella visita aveva fatto chiamare in fretta +il padre Felice, e poco dopo aveva annunziato +che un affare la chiamava a Milano, e che dovevano +partir tutti la mattina seguente.</p> + +<p>Nel fare i preparativi per la partenza tutti in +casa si eran domandati l’un l’altro cos’era successo; +e stringendosi nelle spalle, erano andati +ripetendosi l’un l’altro la risposta asciutta e alquanto +misteriosa di donna Fulvia. Cristina era +corsa tutta affannata ad interrogarne la cugina, +e anche questa non aveva saputo darle che la +stessa risposta. E ora Cristina cercava di persuadersi +che quella risposta fosse la vera; ma +intanto aveva una grande angoscia nell’animo; e +mentre la carrozza si allontanava da Orobio, guardava +traverso lo sportello, con un senso di dolore +e di invidia, i viandanti che risalivano la +valle, i contadini chinati sulle vanghe, i poverelli +che stendevano la mano, fin le piante, i camperelli, +le siepi che mano mano lasciava dietro di sè.</p> + +<p>Una certa curiosità di conoscere il motivo di +quella partenza improvvisa l’aveva anche il marchese +Ettore, e appunto in quell’ora stessa cercava +di risaperne qualcosa dal padre Felice, il +quale se ne schermiva nel miglior modo, non +<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> +parendogli quello il momento opportuno per parlare. +Il padre Felice e il marchese viaggiavano +insieme in un legno separato. Avevano preceduto +donna Fulvia, e non facevano che per un tratto +la stessa strada, dovendo essi a un certo punto +della valle prender quella che conduce alla città +capoluogo della provincia. Il padre Felice aveva +detto d’esserci chiamato da qualche suo affaruccio; +e il marchese, che non si dilettava troppo +dei viaggi in famiglia, aveva trovato anch’esso +il suo pretesto, ch’era quello di dare un’occhiata +alla città, che non rivedeva da un pezzo, e dove +c’erano dei monumenti e delle cose d’arte che, a +sentirlo, gli stavano tanto a cuore. I due compagni +di viaggio giunti alla città si separarono. Il marchese, +dopo aver gironzato il giorno appresso +entrando in qualche bottega d’antiquario e comperando +un po’ di ciarpe vecchie, ripartì la sera +per Milano. Il padre Felice invece vi si trattenne +otto o dieci giorni, che impiegò in visite, in paroline, +in discorsi, con pesci grossi s’intende, +tutto a inchini e sorrisi sempre eguali, come li +sa fare un buon diplomatico, sia che si tratti di +metter pace, o di addensar su qualcuno un temporale. +Così, quando ritornò a Milano, potè intrattenere +a lungo donna Fulvia sui favorevoli +risultati della sua missione, che questa volta crediamo +non fosse quella di metter pace.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span></p> + +<p>La venuta di Enrico e la partenza di donna +Fulvia non erano per Orobio due avvenimenti +così piccoli da passare inosservati. Il mistero e +la curiosità, ch’ebbe sempre molte attrattive per +gli abitanti d’Orobio, non mancarono anche questa +volta di eccitare gli animi e di dar materia +a discorsi che non finivan più. C’era chi diceva +d’aver veduto Enrico entrare in paese a piedi, e +chi in carrozza; chi sapeva di positivo che la +persona arrivata non era Enrico, e chi, senza +pronunziarsi nella questione, asseriva d’averlo +veduto partire in un legnetto, di notte, dopo la +partenza di donna Fulvia. E anche sulla partenza +di donna Fulvia quanti commenti non si facevano, +e quante non se ne dicevano! Il sentimento +generale era quello di sentirsi tutti, con +la partenza di donna Fulvia, come un gran peso +giù dallo stomaco: pareva a tutti di respirare +un po’ più liberamente. E sì che donna Fulvia +non era che al principio della sua missione, come +diceva lei, e che tutto il bene che doveva fare +in Orobio non l’aveva che incominciato. Questo +bene l’avevano aspettato tutti a bocca aperta, +ma ci avevan sentito subito un certo sapore così +acido che aveva tolto a tutti la voglia di gustarne +dell’altro. Anche in Orobio donna Fulvia +per beneficare non posava da mattina a sera; +beneficava per forza, e guai a chi non ne volesse +<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> +sapere. Anche in Orobio donna Fulvia strapazzava +tutti per il loro bene; correva a dare ai +poveri sussidi, e lavate di capo; e fin le medicine +che portava agli ammalati, non le parevano +salutari se non accompagnate da una solenne +ramanzina. Anche in Orobio non le era mai parso +d’aver fatto completamente il suo dovere, se non +quando avesse accompagnato un beneficio con la +mortificazione di qualcuno. Tutti dunque tirarono +un gran sospiro quando seppero che quella provvidenza +del paese era partita colla famiglia e +coi bauli.</p> + +<p>Anche nella bottega dello speziale per parecchie +sere non si parlò d’altro. Lo speziale pretendeva +d’aver tutto preveduto fin dal primo giorno +in cui donna Fulvia era arrivata in paese, e diceva +che anche da certe ordinazioni e da certe ricette +aveva subito arguito con che carattere si avrebbe +avuto a fare. Quella partenza non era per lui +che un fenomeno flogistico. La parola era capita +poco, ma i suoi ascoltatori se ne accontentavano, +e avevan l’aria di convenirne. Tutti poi, di tanto +in tanto, guardavano in faccia al sindaco, il quale +ne sapeva quanto gli altri, e taceva. Il sindaco +era andato due o tre volte da don Cornelio per +venir in chiaro di qualche cosa, ma aveva sempre +trovato l’uscio chiuso. Alla fine s’era imbattuto +nella signora Angelica dalla quale aveva +<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> +udito che il curato era a Santa Maria della Neve. +La signora Angelica però era stata veduta andar +in chiesa e accendere un lumicino alla Madonna. +Dunque qualcosa ci doveva essere. Ecco +perchè il sindaco meditava e taceva.</p> + +<p>Santa Maria della Neve era un povero villaggio +della parte alta della valle, a più che mille +metri sul livello del mare, e dove abitavano, o +meglio facevan capo, dugento famiglie circa di +pastori, che nell’estate si spargevano per i pascoli +montani, e nell’inverno si rintanavano +in un gruppo di casucce, intorno ad una chiesetta +che appunto dava loro il nome. Santa Maria +della Neve da parecchi anni era senza curato; +dopo l’ultimo che c’era morto, non se n’era ancor +trovato uno da mandarci. Era una cura che aveva +in tutto dugentocinquanta lire di rendita e un +magro orticello; gl’incerti poi erano un po’ di +cacciole, qualche capretto, e qualche bracciata +di legna che i parrocchiani portavano al curato +quando benediva una bestia ammalata, battezzava +un figlio maschio, o faceva un po’ di scuola +nell’inverno. Don Cornelio che vi andava di tanto +in tanto, e vi mandava ogni domenica il suo +coadiutore, o qualche prete dei dintorni, aveva +detto a don Luigi che questa volta gli occorreva +di andarci lui, ed era partito sul far dell’alba +accompagnato da <i>Ugolino</i>, che lo precedeva tranquillo +<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> +e serio, come soleva fare quando capiva +che le circostanze richiedevano così. Era partito +desideroso di restar solo per qualche giorno, perchè +questa volta si sentiva accasciato più di quanto +non gli fosse mai capitato in vita sua. Gli ultimi +fatti, la ripulsa di donna Fulvia, la venuta di +Enrico, gli avevan fatto passare delle brutte ore, +e gli avevan lasciato un grande abbattimento +nell’animo. Ai dolori della vita non era nuovo; ma +questa volta non sentiva più in sè quella vigoria +che in circostanze anche più gravi aveva avuto +sempre, e per sè e per gli altri. Egli stesso stupiva +di sè medesimo, e nel salire per l’erta che +menava a Santa Maria della Neve, non ritrovava +più neanche la sua buona gamba; la strada gli +pareva più faticosa, il suo passo s’era fatto più +lento e più grave. Più volte s’era fermato, s’era +seduto, e asciugandosi la fronte aveva detto, pieno +di scoraggiamento: “Sei vecchio, vecchio, povero +Cornelio!... La mia missione quaggiù è finita... c’è +qualcosa che me lo dice!„</p> + +<p>A Santa Maria della Neve si fermò cinque o +sei giorni, e per la prima volta dopo tanti anni +ritornò alla sua cura a malincuore. Quei casolari, +quella chiesetta, quei pastori, avevano avuto per +lui un’insolita attrattiva. La sua anima afflitta +ci aveva respirata la pace; e il suo cuore scoraggito, +ma ch’era sempre pur quello, ci aveva +<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> +trovato uno spiraglio da cui aveva come intravveduto +un nuovo campo dove gli rimaneva ancora un +po’ di bene da fare. Non è a dire poi quante feste +non gli facessero quei montanari che lo vedevano +per la prima volta trattenersi parecchi giorni +in mezzo a loro. E don Cornelio se ne staccò con +dolore, conservando in un cantuccio del cuore +il nome di Santa Maria della Neve come un’invocazione +di pace, e di cure benefiche e contente.</p> + +<p>Mentre don Cornelio guardava mestamente il +cielo da Santa Maria della Neve, come dalla sua +ultima tappa, Enrico dal ponte d’un battello, che +viaggiava da Genova a Napoli, guardava il cielo +anch’esso con l’occhio fisso e desolato. Ma il suo +cielo aveva un vasto orizzonte, e la sua disperazione +era pur quella de’ giovani, in fondo alla +quale c’è spesso tutto un mondo di speranze. +Da quel momento in cui, con l’animo straziato, +aveva dovuto ripartire da Orobio, Enrico non +aveva fatto che richiamare le parole di don Cornelio, +il triste annunzio che gli aveva dato, e i +suoi conforti mesti e sfiduciati. Le richiamava a +una a una quelle parole e le meditava: ci trovava +in tutte la conferma inesorabile della sua +disgrazia; pensava che per lui la era finita, che +speranze non ce n’eran più, che il meglio era +morire.... ma poi concludeva che nessuno al mondo +gli avrebbe tolto Cristina. E allora tutti i suoi +<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> +pensieri riprendevano la strada delle speranze; +sognava mille casi, mille combinazioni che potessero +mutare quella triste realtà; e faceva disegni e +propositi, come se già gli si fosse aperto uno spiraglio +di avvenimenti più lieti. Ma i nuovi sogni +svanivan presto, e dietro loro stava sempre la +triste realtà, immobile, intera. Enrico doveva +rimanere a Napoli, col suo compagno, due mesi; +e si pensi se gli dovevano parer lunghi. Egli +aveva confidato tutto, anche i suoi ultimi casi, +a sir Arturo; e il suo unico sollievo nelle poche +ore di riposo era quello di ripetergli la sua +storia dolorosa, rifacendola ogni volta da capo, +confidandogli le sue angosce, e domandandogli +consigli e conforti. Ma i conforti di sir Arturo, +brevi ed asciutti, non eran quelli che avrebbe +voluto Enrico: “Star fermo nel proposito fatto, +diceva sir Arturo, ed aspettare; aspettare anche +vent’anni calmo e lavorando.„ Allora Enrico +scriveva delle lunghe lettere a don Cornelio; ma +anche queste non ricevevano che delle tarde risposte, +affettuose e meste, piene di buoni consigli, +ma senza nessuna di quelle notizie ch’egli +aveva più ansiosamente domandate, senza una +notizia sola di Cristina. “Star fermo ed aspettare„ +gli tornava a dire sir Arturo; e Enrico, +ripetendo queste parole a sè stesso, cercava imporsi +per qualche tempo un poco di calma, ma +<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> +poi alla fine dava in uno scoppio di pianto. Un +giorno però sir Arturo venne a dargli una nuova +che gli ridestò tutti i suoi sogni, tutti i suoi disegni, +e a mettergli il cuore in festa. Gli disse +che passati i due mesi, sul finir dell’anno, sarebbero +andati a Livorno, e che poco dopo sarebbero +ripartiti per l’alta Italia, e forse per Milano.</p> + +<p>Anche per Cristina quei due mesi di novembre +e di dicembre non furono meno mesti e meno pieni +di angosce. Dopo il ritorno in città, essa era tornata +alla solita vita casalinga e monotona, e tutto +in casa di donna Fulvia aveva ripreso l’andamento +uniforme di prima. Cristina ascoltava attentamente +ogni parola, osservava ogni atto di +donna Fulvia e degli altri tutti della famiglia, +senza che le riuscisse mai di scovrir nulla di ciò +che era tanto ansiosa di sapere. Alle volte le era +parso che la zia fosse preoccupata un poco più del +solito; ma nè lei, nè nessuno di casa, dal giorno +in cui erano tornati in città, non avevan più nominato +nè Orobio nè don Cornelio, come se non +fossero mai esistiti.</p> + +<p>Don Cornelio, in quell’ultimo dialogo scabroso +che c’era stato tra lui e donna Fulvia, non aveva +avuto nè il tempo nè il coraggio di dire che Cristina +sapeva quale incarico gli avesse dato Enrico, +e che ne aspettava la risposta con eguale +ansietà. Ripensandoci, dopo la partenza di donna +<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> +Fulvia, ne aveva avuto rimorso, poi gli era anche +sembrato che gli rimanesse ancora un dovere +da compire verso Cristina, il dovere doloroso di +confortarla alla rassegnazione. Ma come compirlo? +Pensò al padre Felice che s’era mostrato tanto +cortese con lui, e che gli pareva fatto apposta +per una missione delicata e amichevole. Detto +fatto, gli scrisse una lunga lettera raccontandogli +tutto alla distesa, incaricandolo di dire ogni +cosa a donna Fulvia, e pregandolo, infine, di far +le sue veci presso Cristina per disporla, se proprio +era necessario, al sacrifizio. Il padre Felice +consegnò subito la lettera del curato a donna +Fulvia, e si pensi che esclamazioni, che chiasso! +Ma poi, tornata la calma, donna Fulvia, dopo molte +consultazioni, finì col seguire il consiglio del padre +Felice, ch’era quello di non dir nulla a Cristina, +di contenersi come se non sapesse nulla +di nulla, di mostrarsi con lei sempre più dolce e +affettuosa, e di pigliar tempo; il qual tempo, abituato +com’è a farne dimenticar tante delle cose +a questo mondo, si sarebbe presa anche questa +piccola briga di far dimenticare a Cristina una +fuggevole fantasia da ragazzi. A rispondere a don +Cornelio, a tenerlo a bada, e a rimandarlo soddisfatto +con poco, ci avrebbe pensato lui, il padre +Felice; cosa che non gli pareva molto difficile.</p> + +<p>Cristina dunque aveva un bel stare attorno alla +<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> +zia; la zia era muta come una statua, e l’interrogarla, +o il farla parlare, in simili casi, non era +un affar da nulla. Cristina aveva da principio +pensato di scrivere di nascosto a don Cornelio, +ma poi non ne aveva avuto il coraggio. Per un +pezzo aveva sperato che un bel giorno le sarebbero +arrivate improvvisamente tante belle notizie, +tutte in una volta: e aspettava il bel giorno; ma +i giorni passavano tutti eguali, lasciandola tutti +nell’eguale ansietà. Poi aveva anche un gran progetto; +quello d’aprir l’animo suo con la cugina, +di confidarle ogni cosa, e di invocare la sua protezione +e i suoi consigli. Ci si era anche provata, +ma s’era fermata subito scoraggita e dubbiosa. +Più d’una volta aveva principiato a parlare dei +giorni della sua infanzia, di suo padre, del buon +curato, del suo paesello; ma la cugina l’ascoltava +con l’aria annoiata, e come chi ha cose di +ben altra importanza per la testa. E infatti, non +appena Cristina faceva una pausa, la marchesa +Bianca senza lasciarla finire, entrava di botto nel +campo prediletto de’ suoi discorsi sulle amiche, +sulle mode, sulle mille cosucce della città; e, se +era in vena anch’essa di fare delle confidenze, le +confidava in secreto i suoi progetti di <i>toilettes</i> per +il carnevale. Allora Cristina, triste e sfiduciata, +tornava sola ai suoi pensieri; e di tanto in tanto, +con gli occhi pieni d’una espressione supplichevole, +<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> +guardava senz’avvedersene or l’uno or l’altro.... +ma nessuno la capiva, nessuno le rispondeva. +Un giorno, era fin scesa di corsa, e di nascosto, +nel cortile, per interrogare un carrettaio ch’era +arrivato da Orobio. — Ah, cosa c’è di nuovo +a Orobio? — le aveva risposto il carrettaio. — C’è +neve a bizzeffe! E le ova poi! da che c’è la strada +ferrata in provincia, fin due soldi l’uno si pagano!... +Il curato sta benone, benone tutti.... ma gran mortalità +nelle galline! — E così era finita anche +quella poca speranza nel carrettaio.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span></p> + +<h2>XVIII.</h2> +</div> + +<p>Era principiato il nuovo anno, e in casa di donna +Fulvia tutto procedeva con la consueta uniformità, +monotona e severa come quella d’un monastero, +quando donna Fulvia, un dopo pranzo, annunziò +una gran novità. Rivolgendosi a Cristina, con una +affabilità insolita, le disse d’aver pensato a lei in +quei giorni per procurarle un po’ di svago nel +carnevale: “cosa ben giusta e necessaria per la +gioventù.„ Poi soggiunse che i divertimenti avrebbero +avuto un carattere tutto familiare, ma pure +sarebbero stati anche maggiori di quelli che si +usavano un tempo quand’era ragazza lei; che +cioè una volta alla settimana, l’avrebbe condotta +di sera in casa del barone e della baronessa Brocchetti, +dove avrebbe trovate delle fanciulle della +sua età; e che una volta la settimana poi avrebbe +tenuto conversazione anche in casa propria, con +gioco della tombola, e con una serata di bussolotti +in fine del carnevale.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span></p> + +<p>Quell’annunzio fu così improvviso e così impreveduto, +che a due brave persone, che giocavano +in quel momento a tarocchi col padre Felice e +col Valassina, caddero persin le carte di mano, +per cui si dovette andar a monte, e mescolar di +nuovo il mazzo. Cristina accolse le parole della +zia con gratitudine e con gioia. Presentì vagamente +che rotto il ghiaccio di quella vita uniforme +le si sarebbe presentata, forse, l’occasione d’avere +una qualche nuova di Enrico, e di vedere per +qualche spiraglio traverso quel buio che le si era +fatto tutto all’ingiro, da quando era tornata in +città, e che la opprimeva in un modo tormentoso, +insoffribile. Sperò che un mutamento nelle abitudini +d’ogni giorno, per quanto piccolo, le avrebbe +reso più facile il vincere la grande suggezione che +le dava la zia, e le pareva già che sarebbe venuto +anche il giorno in cui le avrebbe aperto il +suo cuore. Infine, bisogna pur dirlo, le dava una +secreta contentezza anche il pensiero di prendersi +un po’ di spasso, e di andare ai divertimenti +e alle conversazioni della città, di cui aveva sentito +dire tante belle cose, e che l’immaginazione +poi le aveva di tanto ingranditi.</p> + +<p>Un’altra secreta soddisfazione, tutta insolita e +nuova, l’ebbe il giorno in cui ci furono i preparativi +per condurla alla conversazione di casa +Brocchetti. C’era stata, una settimana prima, una +<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> +lunga discussione, tra donna Fulvia e sua figlia, +sull’abbigliamento di Cristina per la sera in cui +sarebbe stata condotta in società. Cristina ne +aveva capito poco, anche perchè nella discussione +c’erano stati qua e là dei punti misteriosi, in cui +donna Fulvia, o aveva parlato a mezza voce, o +aveva sorvolato ammiccando a sua figlia, o aveva +pronunziato un qualche sì incerto, o qualche no +asciutto, come chi sta negoziando delle concessioni. +Finalmente, venuto il giorno degli ultimi +preparativi, dopo un andirivieni di ambasciate, +capitò la sarta della marchesa Bianca con un +bell’abito semplice ma elegantissimo, e che indosso +a Cristina strappò subito delle esclamazioni +soddisfatte tanto alla sarta quanto alla marchesa. +Cristina, intanto che la zia s’era tirata in +disparte tutta sopra pensiero, si guardò nello +specchio, e quasi non riconobbe sè stessa. Era la +prima volta che si vedeva così bene abbigliata, +e nel vedersi tanto bella ne arrossì tutta, e rimase +quasi confusa. Donna Fulvia se ne accorse, +saltò di mezzo con impeto, e ordinò subito alla +sarta delle correzioni e dei palliativi; diede sulla +voce a sua figlia, e non si lasciò rimuovere questa +volta nè da ragioni nè da esclamazioni. Cristina, +che non aveva portato dai suoi monti il +pensiero di farsi bella, ne sentì in quel momento +la tentazione per la prima volta. L’aria affannata +<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> +della zia, la discussione sul suo abbigliamento, e +il gran caso che se ne faceva, le diedero improvvisamente +un sentimento nuovo, che non era precisamente +quello dell’ambizione o della vanità, +ma ch’era però la coscienza di sentirsi un qualcosa +più di prima, di sentire in sè stessa una +nuova forza, e anche un nuovo coraggio, in faccia +alla zia, in faccia a tutti. Donna Fulvia che +non s’accorse, s’intende, di questo risultato, continuò +a discutere, a correggere e a modificare, +fin sull’uscio, prima di andare in casa Brocchetti.</p> + +<p>In casa Brocchetti oltre al barone, quell’ometto +complimentoso e brutto di cui abbiamo già fatto +la conoscenza, c’era la baronessa, una donnona +alta e grossa, piena di acciacchi, e che non si +moveva quasi mai dalla sua poltrona, tutta intenta +da mattina a sera a far faldelle, a deplorare +i tempi, e a combinar matrimoni. Poi c’erano +i figliuoli. La baronessa si vantava di averli coltivati +a uno a uno fuori dell’aria mondana, come +in una stufa; e infatti erano venuti su lunghi, +sottili, giallognoli, e col collo un po’ torto come +arbusti in cerca d’un raggio di sole. Con l’intromissione +di donna Fulvia ne aveva ammogliati +due, ed ora ne aveva altri tre nel vivaio. L’arte +della baronessa per maritare quei suoi figliuoli, +così bruttini, era quella di lasciarli veder poco, +di circondarli d’una riputazione di figliuoli perfetti, +<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> +e di offrirli poi nei momenti in cui c’era +abbondanza di fanciulle e scarsità di mariti. Il +maggiore di quelli che c’erano in casa, e che si +chiamava Checchino, non aveva che vent’anni. +Veramente la baronessa avrebbe voluto aspettare +un par d’anni ancora prima di dichiararlo disponibile; +ma da quando il barone era venuto a confidarle +quelle prime toccatine avute da donna +Fulvia, figurarsi! un parentado simile! aveva +subito mutati i suoi disegni, e aveva presa la +direzione secreta dell’affare, dando giorno per +giorno le sue prescrizioni al marito, il quale, in +questi casi specialmente, era solito ubbidire appuntino. +Di prescrizione in prescrizione, si era +venuti tra donna Fulvia e il barone a quegli accordi +che sappiamo per passare il carnevale. Lo +scopo ultimo e vero di quegli accordi non era +stato ancor detto formalmente, ma era sottinteso. +I ritrovi del carnevale dovevano servire ai due +futuri sposi per vedersi di tanto in tanto da un +capo all’altro d’un salotto, ossia come diceva la +baronessa, per conoscersi reciprocamente. In quaresima +poi i genitori, con improvvisa consolazione, +e con la debita sorpresa, avrebbero accolto, +auspice un amico comune, il felice progetto e +concluso il matrimonio.</p> + +<p>Le prime volte che Cristina fu condotta in +casa Brocchetti ci fu ben poco di notevole. Il +<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> +barone e la baronessa accoglievano Cristina con +quattro complimentucci, ch’eran tutti un dolciume +e sempre gli stessi, poi si mettevano ai tavolini +da giuoco, e non le dicevan altro. Ai tavolini da +giuoco c’erano i pesci grossi della conversazione; +ci sedevano oltre il barone e la baronessa, donna +Fulvia, qualche vecchia signora, qualche consigliere +giubilato, e ci passavano un paio d’ore a +borbottare e a rimbeccarsi tra loro, intanto che +i pesciolini, ossia Cristina e due o tre altre fanciulle, +se ne stavano in disparte con un lavoro +d’ago o di ricamo in mano, scambiando sottovoce +qualche parola di tanto in tanto. Se alle volte +capitava in visita qualcuno che non fosse dei soliti, +anche questo si metteva presso uno dei tavolini, +ci stava in silenzio una mezz’oretta a veder +gli altri a giocare, poi se ne andava. Tale, +su per giù, era la conversazione di casa Brocchetti. +Cristina cominciava a pensare che i divertimenti +della città non eran poi gran cosa, +quando una sera la baronessa fece l’improvvisata +d’un maestrino al pianoforte, e di qualche invitato +di più; poi fece fare un po’ di largo nel salotto, +e permise alle fanciulle di far due salti. +E fu una grande improvvisata davvero. Cose simili +in casa Brocchetti non se n’eran vedute +mai! Dopo quella sera, la baronessa permise i +due salti regolarmente una volta la settimana; e +<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> +Cristina che ballava con passione, ci si divertiva +di cuore, ballando più che poteva, senza fermarsi, +senza riavere il fiato, e fin ballando con +l’altre fanciulle quando i ballerini erano stanchi. +I ballerini, oltre Checchino e i due Brocchetti +più piccoli, eran cinque o sei giovanetti scelti +prudentemente, e un vecchietto tutto arzillo che +era stato, un tempo, ballerino della baronessa, e +che dopo aver fatto ballare due generazioni ora +continuava colla terza. Il ballerino meno fortunato +era Checchino; le fanciulle quando lo vedevan +venire, lo scansavano; poi facevano tra loro +delle risate senza che gli altri ne capissero il +perchè. A Checchino succedeva spesso, quando +giuocavan la partita, di addormentarsi nel salotto +e di russare fortemente. La baronessa allora +si affrettava a dire che Checchino si levava +tanto di buon’ora, e che studiava troppo; ma una +volta una delle fanciulle che facevan crocchio +tra loro aveva detto piano a Cristina, e alle altre, +che Checchino era.... era un asino. Non è a dire +quanto rider ne avesser fatto secretamente in +quel momento, e da quanta voglia di ridere fosser +prese, da allora in poi, ogni volta che compariva +Checchino. Checchino, per di più era un +ballerino disgraziato. Non gli riusciva mai di +mettersi d’accordo nè con la ballerina, nè con la +musica, nè con la battuta, e si metteva di solito +<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> +a ballar la polka quando suonavano il valzer, e +a ballare il valzer quando suonavano la polka. +E ci si ostinava, trascinando con violenza la ballerina, +la quale un po’ ci si adattava, un po’ si +ribellava, e così era in complesso un affannarsi +di tutt’e due da far pietà. Fu in una di queste +lotte che a Checchino, mentre una sera ballava +con Cristina, scivolò un piede. Barcollò, si riprese, +perdette l’equilibrio, e andò con le gambe in +aria. Cristina riuscì a svincolarsene, e a rimaner +ritta, ma fu presa da una di quelle voglie di ridere +che non si ferman più. Si mordeva le labbra, +si turava la bocca con la pezzuola; ma intanto +vedeva le amiche che ridevano anch’esse +in disparte, e dava daccapo in un nuovo scoppio +di risa. La zia, come furono a casa, ne la sgridò, +e l’ammonì molto seriamente a mostrarsi d’allora +in poi più rispettosa e cortese verso quel +giovane, ch’era uno dei migliori che mai si potessero +immaginare. Dopo quella sera in casa +Brocchetti si ballò meno, e Checchino non +ballò più.</p> + +<p>Le serate della baronessa erano alternate con +quelle di donna Fulvia, nel cui salotto, secondo +il programma, una volta la settimana si giuocava +a tombola, e ci venivano, oltre i pochi amici soliti +di casa, il barone coi suoi figli e con parte della +sua conversazione, invitativi straordinariamente. +<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> +Queste serate procedevano un po’ noiosette per +tutti, e anche per Cristina, la quale, passata quella +prima novità era tornata pensierosa e malinconica. +Aveva sperato vagamente col veder gente +nuova, di risapere qualcosa di Enrico; aveva +creduto che chi sa quanti, solo a nominare +Orobio, le avrebber date le nuove del suo paesello +e del curato! Ci si era anche provata +timidamente, qualche volta; ma non ne aveva +trovato uno che conoscesse il suo paese neanche +di nome. Le sue inquietudini, le sue angosce ora +principiavano a tornarle nell’anima vive come +prima, e con minori speranze; daccapo era tornata +inquieta, distratta, e assorta in un unico +pensiero. Il Valassina che, senza farsi scorgere +e con l’aria di chi è sempre lontano da tutto le mille +miglia, spiava tutto e vedeva tutto, si accorse +che Crestina cominciava a far meno caso dei divertimenti +della zia, e che qualcosa d’altro, che +non era il Checchino di sicuro, si faceva strada +nel cuore di lei, o vi ripigliava il posto di prima. +Fin dinanzi alle cartelle della tombola la vedeva +distratta e svogliata! E più d’una volta, quando +tirava i numeri aveva osservato con impazienza +che Cristina non li marcava, o li marcava sbagliando. +“Le frulla il cervello a quella ragazza!„ +aveva detto tra sè; e principiò a sospettare che +i pensieri di Cristina non fossero assorti nei terni +<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> +della lotteria, ma galoppassero piuttosto dietro +quel giovane che viaggiava lontano.</p> + +<p>Pensò di accertarsene. Gli parve che cogliendo +Cristina d’improvviso, in uno di quei suoi momenti +di distrazione, con una notizia che facesse +al caso e con una domanda buttata lì di sorpresa, +gli sarebbe riuscito, fissandola bene, di +leggerle fino nel fondo dell’anima. Una notizia +che pareva fatta apposta il Valassina l’aveva; +detto fatto, si decise di metterla subito a profitto +prima che Cristina venisse a saperla in altro +modo, e ci fosse poi preparata.</p> + +<p>Giocavano una sera, seduti alla solita tavola +della lotteria, donna Fulvia, il barone Brocchetti, +la marchesa Bianca, alquanto assonnata, Checchino +accanto a Cristina, il Valassina, tre o quattro +altri giocatori attenti e compresi, e il vecchietto +arzillo di casa Brocchetti. Il vecchietto +teneva il cartellone ed estraeva lui i numeri, accompagnandoli +ogni volta con qualche motto che +a un dipresso facesse rima, e che poi senz’altro +doveva far ridere. Al caminetto, un po’ discosto +dai giocatori, c’era il marchese Ettore, che leggicchiava +un giornale, e scambiava di tanto in +tanto qualche parola col padre Felice, il quale +gli stava di faccia seduto in poltrona.</p> + +<p>— <i>Trentatrè!... non si marca se non c’è!</i> — gridava +tutto ilare, con una voce un po’ nasale, il +<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> +vecchietto, mostrando la pallottolina su cui c’era +il numero.</p> + +<p>— L’ho io, l’ho io! — saltò su Checchino.</p> + +<p>— Oh, che numeracci! — brontolava donna +Fulvia.</p> + +<p>— Ambo! — esclamava un terzo.</p> + +<p>— Si verifichi, lei sbaglia sempre! — replicava +tutto rosso in faccia Checchino, che non si +animava se non quando giocava alla lotteria.</p> + +<p>— <i>Vent’otto!</i> — ripigliava il vecchietto. — <i>A +bella ragazza un bel giovanotto!</i></p> + +<p>— Ma cosa dice mai! — esclamava donna Fulvia, — Lei +ne ha sempre delle sue.... giudizio, +giudizio!</p> + +<p>— <i>Quarantasei!</i></p> + +<p>— Oh, questa volta poi non voglio rime!</p> + +<p>— <i>Gentil signora.... come vuol lei!</i></p> + +<p>— Bravo, bravissimo! — esclamaron tutti.</p> + +<p>— Sempre pronto, sempre allegro. È inutile; +per questo gioco ci vuol proprio lei! — conchiuse +il barone Brocchetti.</p> + +<p>La prima tombola fu vinta contemporaneamente +da due giocatori. Checchino, che non era uno di +questi, pretendeva che c’era stato uno sbaglio, +per cui ci fu una lunga discussione, e poi una +lunga verificazione. Nel frattempo il Valassina +aveva osservato Cristina attentamente, parendogli +che fosse più pensierosa, più impaziente del +<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> +solito, e balenatogli in mente il suo disegno, +pensò che quello era il momento opportuno per +mandarlo senz’altro ad effetto.</p> + +<p>— E così, signor marchese, che cos’ha trovato +di nuovo stasera ne’ pubblici fogli? — prese a +dire il Valassina dirigendosi al marchese Ettore. — Ci +son notizie della Cura d’Orobio?</p> + +<p>— No davvero, caro signor Valassina. Sono da +mezz’ora nella questione d’Oriente, ma d’Orobio +non c’è sillaba. C’è dunque una questione d’Orobio?... +Dica, dica; lei ha, mi pare, delle notizie +ch’io non ho!</p> + +<p>— Oh, nulla d’importanza! — riprese sorridendo +il Valassina. — Non ha letto giorni fa, +signor marchese, quel che c’era nella gazzetta +della provincia?... tra le notizie della Curia? +dov’era detto che il curato d’Orobio....</p> + +<p>— Muta aria?</p> + +<p>— Oh! dunque le notizie le sa anche lei?</p> + +<p>— L’ho risaputa, questa, da qualcuno ma non +l’ho letta. E ce n’è altre?</p> + +<p>— È appunto quello che domandavo a lei. Nella +gazzetta c’era che don Cornelio Sacchi, a quanto +si diceva, doveva essere nominato canonico del +Duomo; ma che invece poi avrebbe avuta, forse, +si diceva, un’altra destinazione; e che la nomina +a curato d’Orobio sarebbe sempre, a quanto si +diceva, caduta su una degna persona che non si +poteva finora nominare....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span></p> + +<p>— Andiamo, andiamo, attento signor Valassina... +non vede che ricominciamo il gioco! — saltò +su, interrompendolo, donna Fulvia a cui +non garbava in quel momento un simile discorso.</p> + +<p>— Si incomincia col numero <i>sette</i>! — gridava +il vecchietto. — Oh vedono che bel numero! +l’hanno quasi tutti. E lei, Cristina, non lo marca?... +<i>Numero sette, donna Cristina!... è un po’ distratta +la signorina!</i></p> + +<p>Altro che distratta! Distratta era stata tutta +quella sera, ma in quel momento le era salita +una vampa al viso, non vedeva più nulla, e non +ascoltava che le parole del Valassina. Questi +che se n’era subito accorto, contento, contentone +di quel primo risultato, pensò di affrontare all’occorrenza +anche le occhiate di donna Fulvia, +ma di non lasciar cadere il discorso.</p> + +<p>— Fin da questo autunno, — riprese il Valassina +voltandosi verso il marchese, — dicevano +che don Cornelio avesse l’intenzione di lasciar +Orobio....</p> + +<p>— E per qual motivo? — domandò il marchese.</p> + +<p>— Precisamente non saprei.... avrà forse voluto +mettersi in riposo.... ora tanto più che....</p> + +<p>— Attento signor Valassina, — gridava il vecchietto, — non +vede che siamo già ai terni?... +<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> +<i>e or con questo sessantotto.... la partita va di galoppo!</i> +La rima non era riuscita, ma per fortuna +Checchino fece in quel momento un’esclamazione +di gioia che permise al vecchietto di gabellare +anche questa.</p> + +<p>— Ora tanto più, dicevo.... — riprese il Valassina +torcendo il collo verso il marchese, — che +quel giovane.... un certo giovane di cui il signor +marchese avrà forse sentito parlare....</p> + +<p>— Ma Valassina! Valassina! Questa sera lei +è d’una distrazione!... e con le sue chiacchiere +ci confonde la testa a tutti! — saltò su di nuovo +donna Fulvia, e in tuono più brusco di prima.</p> + +<p>— Ah, sì, sì.... so di chi vuol parlare.... — disse +il marchese Ettore dopo aver scambiata +qualche parola col padre Felice. — E dunque +cosa è avvenuto di quel giovane?</p> + +<p>— Mille scuse, donna Fulvia, — riprese il Valassina, — rispondo +una parola al marchese poi +non fiato più.</p> + +<p>Cristina, tutta agitata, non vedeva più i numeri +delle cartelle, e non ne marcava più uno. +Checchino che se n’era accorto, e ch’era lì lì per +far tombola, stava zitto, e n’era tutto giulivo.</p> + +<p>— Le voci che girano sul conto di quel giovane +son molte, — continuò il Valassina. — A +Orobio, pare, non ci tornerà più.... ma poi ne dicon +tante!... Però la più sicura, a quanto si sa, +<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> +è che siasi stabilito in Inghilterra e che anzi +vi abbia preso moglie....</p> + +<p>— Non è vero! — esclamò risolutamente Cristina. +E in quello stesso momento si sentì la voce +concitata di Checchino, che esclamava tutto glorioso: +Tombola! Tombola!</p> + +<p>Donna Fulvia, lanciando occhiate inquiete al +Valassina per farlo tacere, cercò prontamente di +deviare l’attenzione dei giocatori, tossendo, alzando +la voce, agitandosi e dando l’aire a Checchino, +il quale senza saperlo le veniva in aiuto +colla sua gioia chiassosa. Ma il Valassina, sicuro +di farsi perdonar dopo, non tacque; e per battere +il ferro intanto ch’era caldo replicò subito +a Cristina: — Mi scusi, ma io credo invece che +quella notizia sia vera verissima. Come potrebbe +lei sostenermi il contrario? Sentirò volontieri +quello che ne sa lei!...</p> + +<p>— Io so, — riprese Cristina tutta concitata, e +volendo giustificare la sua esclamazione di prima, — io +so ch’egli ha promesso a una fanciulla +d’Orobio.... È un giovane d’onore! lo conosco fin +da bambina... egli non mancherà alla fede data!</p> + +<p>A quelle parole ci fu un momento di silenzio +generale, in cui Cristina vide rivolti verso di sè +gli occhi maravigliati di tutti. Essa avrebbe voluto +giustificar subito anche quella sua giustificazione, +avrebbe voluto che le domandassero ancora +<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> +qualcosa, ma nessuno non le domandò più +nulla. I più non ne avevano capito niente, ma +qualcuno ne aveva capito fin troppo. Il Valassina, +ch’era tra questi, fu il primo a rompere il +ghiaccio e a rimettere la conversazione in carreggiata, +riconducendola alla tombola di Checchino. +Il marchese s’era messo a guardar Cristina +con l’occhialetto; e dalla sua poltrona cominciò +a guardarla più che potè con l’attenzione +d’un osservatore che, fatta una scoperta improvvisa, +va cercando nuovi dati per la riprova. Il +padre Felice s’era limitato a tirar due o tre prese +di tabacco più rumorosamente del solito: e donna +Fulvia che nelle circostanze difficili sapeva tutto +posporre, come diceva anche lei, al proprio decoro, +finse di non aver udito nulla; continuò ad +occuparsi de’ suoi invitati, coi quali fu anche più +complimentosa del solito, e in cuor suo promise +a sè stessa che <i>quella signorina</i> avrebbe la mattina +dopo reso uno stretto conto di ciò che aveva +detto.</p> + +<p>Cristina, prima ancora che tutti se ne fossero +andati, scomparve dal salotto, e si ritirò nella +propria camera. Per quella notte non chiuse occhio, +e continuò a ripensare a quelle ultime parole +del Valassina. Che Enrico non tornasse più, +che Enrico si fosse maritato.... eran fiabe! N’era +sicura; non aveva angustie, non aveva sospetti! +<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> +Ed era lieta e fiera in cuor suo d’aver difeso Enrico, +d’aver buttato in faccia quel <i>non è vero</i> al +Valassina, parendole con questo d’aver chiusa a +lui e a tutti la bocca per sempre. Ma le angustie +ed i sospetti l’assalivano invece nel ripensare +alle parole che il Valassina, e il marchese, +avevan dette a proposito di don Cornelio. “Che +don Cornelio avesse lasciato Orobio? che fosse +andato altrove? che a Orobio non ci fosse proprio +più?... L’avevan detto in un tono così sicuro!...„ +E nel riandare le cose udite Cristina +sentiva scendersi in cuore un presentimento tormentoso +che le toglieva ogni forza per ribatterle +e per dire a sè stessa che non eran vere.</p> + +<p>“In fin de’ conti c’è don Cornelio ad Orobio!„ +soleva esclamare Cristina tra sè quando, nei momenti +di scoramento e di timore, voleva tagliar +corto, e correre col pensiero ad un conforto che +non le falliva mai. “Ma se a Orobio don Cornelio +non ci fosse più!...„ andava ora ripetendo; e +quelle parole le davano un senso di paura, le +davano tutto l’accasciamento dell’abbandono e +della solitudine.</p> + +<p>Per saperne qualcosa anche noi, circa quelle +notizie del signor Valassina, daremo subito una +corsa a Orobio, e là faremo un passo indietro +per riprender meglio il filo dei nostri piccoli avvenimenti.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span></p> + +<h2>XIX.</h2> +</div> + +<p>Una sera, sulla fine del mese di gennaio, don +Cornelio tornando a casa, dopo la solita visita a +qualche malato o a qualche povero, trovò per +strada il procaccia che lo fermò levandosi di tasca +un piego per lui. — Oh, oh, un letterone +così grande proprio per me! — E data al procaccia +la buona sera, affrettò il passo e andò +diviato a disuggellare il piego in cucina, dove la +sorella stava appunto sorvegliando la pentola in +cui coceva la minestra per la cena.</p> + +<p>— Una lettera della Curia.... — prese a dire +don Cornelio intanto che cercava di decifrare lo +scritto al lume della candela. — Eh, eh.... è monsignor +Vicario che mi scrive... oh troppa bontà... +troppo onore... troppo cerimonioso monsignor Vicario!... — E +giunto a piè di pagina voltò il foglio, +la cui prima faccia era occupata da un periodo +solo, tutto a incisi, pieni d’una degnazione +paterna e complimentosa.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span></p> + +<p>— Oh, cosa può voler da me monsignor Vicario?... — riprese +il curato dopo aver letta e +riletta la seconda parte della lettera. — Vuol +parlare, consultarsi, conferire a voce con me... +conferire sopra che cosa?</p> + +<p>— Sarà per il giubileo, o per le missioni! — saltò +su la signora Angelica.</p> + +<p>— O piuttosto che la Curia avesse deciso d’assegnar +qualcosa di più a Santa Maria della Neve, +e di mandarci almeno un buon cappellano, come +le ho proposto io?... Eh sicuro! ne ho scritte +delle lettere per Santa Maria della Neve alla +Curia! Un letterone anche pochi giorni fa.... e +ora capisco che hanno avuto il loro effetto. Non +può esser altro, e ne son proprio contento. Però +se mi potevano risparmiare questo viaggio....</p> + +<p>— Oh, ma è un bell’onore!...</p> + +<p>— Obbligatissimo, ma è anche una gragnuola +di maggio, come diciam noi, per un povero curato! +Che mi canzoni! due giorni per andare e +tornare, due giorni di fermata.... il calesse, la locanda!... +E non è che non le sappiano alla Curia +le nostre miserie.... ma certe cose altro è saperle +altro è provarle!... Si fa per dire, veh! perchè, +dico la verità, per fare un po’ di bene a quei +poveracci di Santa Maria, venderei ben volentieri +anche....</p> + +<p>— Oh no, no, per carità, ci vorrebbe altro! +<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> +Non ne hai venduta abbastanza della roba? — esclamò +la signora Angelica, che scodellava la minestra, +interrompendolo e restando col ramaiuolo +alzato, come per fermargli la parola.</p> + +<p>— Basta, basta.... ci penseremo domani.... ma +bisogna battere il ferro intanto che è caldo, e +doman l’altro mi metterò in viaggio.</p> + +<p>Il giorno dopo don Cornelio, tutto di buon +umore, dandosi di tanto in tanto una fregatina +di mani, e non pensando ad altro che a Santa +Maria della Neve, fece i suoi preparativi per il +viaggio, aiutato dalla sorella, la quale fu tutta +in faccende, perchè almeno avesse a partire un +po’ ravviato e in buon arnese. I preparativi della +partenza anche questa volta non andaron lisci. +La signora Angelica, che in simili circostanze +non pareva più lei, e mostrava un coraggio da +leone, ebbe più d’una volta a borbottar col curato, +e a farlo fare a modo suo. Nell’abito nuovo +fatto cinque anni prima, ci trovò uno strappo, +e lui non le aveva detto nulla: d’un bel par di +guanti di lana nera, che gli aveva fatti non era +ancora un mese, ne aveva perduto uno: e per +non aver dato retta a lei a tempo, era sul punto +di dover entrare in città con un nicchio vecchio +e sbertucciato. Don Cornelio prometteva che ne +avrebbe comperato uno nuovo prima di presentarsi +a Monsignore, ma la signora Angelica gli +<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> +credeva poco, e non era affatto tranquilla. Il +guaio più grosso scoppiò a proposito delle fibbie. +Il curato s’ostinava a voler partire colle sole +ghette, ed andava esclamando: — In questa stagione! +un prete di montagna! Credi, che Monsignore +non sappia che c’è tanta neve nella valle? — E +la signora Angelica replicava: — Come? +quando s’ha un par di fibbie d’argento come quelle +che t’ha regalate il povero conte Maurizio, se +non le si sfoggiano nelle occasioni, domando io +cosa s’ha a farne? — E la discussione si fece +tanto calorosa che la signora Angelica perdè la +pazienza, e andò senz’altro a cercar le fibbie nel +cassettone del curato. Le cercò, frugò da per +tutto, e non avendole trovate, venne a piantarsi +dinanzi al fratello in atto di domandargli dove +le avesse riposte. Don Cornelio, fattosi tutto rosso +in faccia, come un bambino colto in fallo, biasciando +le parole prese a dire: — Sai.... quella +povera donna.... la Marta.... che rimase vedova +con quei bambini.... le ho vendute. — Angelica +chinò il capo, non disse più nulla, e passando il +dorso della mano sugli occhi andò a rinchiudere +il cassettone; poi tutta affaccendata e silenziosa +si mise a dare un’ultima mano alla sacca di +viaggio.</p> + +<p>Don Cornelio partì la mattina seguente nel solito +legnetto del paese, dopo aver detto la messa +<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> +di buon’ora. Assicurò la sorella e don Luigi che +non sarebbe rimasto fuori che tre giorni; disse +quattro parole a <i>Ugolino</i> per persuaderlo che le +visite ai Monsignori non erano affar suo, e che +questa volta bisognava restar a casa; poi tutto +contento montò nel legnetto e partì. Faceva freddo, +tirava vento, ci si gelava in quel legnetto, ma +don Cornelio tutto intento a ruminar discorsi +non se ne accorgeva neppure. Pensava e ripensava +a tutte le cose che avrebbe detto il giorno +dopo a Monsignore; le metteva in ordine; ne fissava +i punti principali, e concludeva che più convincenti +di così non potevano essere. Poi col +pensiero correva al momento in cui sarebbe tornato +a casa glorioso e trionfante; prometteva a +sè stesso di far subito una corsa a Santa Maria +della Neve, e gli pareva già d’esser in mezzo a +quei suoi poveracci a dir loro le buone nuove +che portava dalla città. Le lunghe ore del viaggio +gli passarono senza accorgersene; era già +arrivato, e non aveva ancora finito di discorrerla +tra sè.</p> + +<p>Ben più lunghe dovettero poi parere le ore a +chi lo aspettava di ritorno. Passarono i tre giorni, +venne la sera del quarto, e don Cornelio non era +ancora tornato. Don Luigi andava di tanto in +tanto sulla strada per incontrarlo, spiava da lontano, +domandava a chi veniva se avesse veduto +<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> +il curato, ma inutilmente. Or piovigginava, or +nevicava, e don Luigi e Angelica si consolavano +dicendo: “con questo tempaccio ha fatto benone +a non mettersi in viaggio„; poi si lasciavano +con una certa inquietudine in cuore, e don +Luigi riapriva il suo ombrello e tornava a far +quattro passi sulla strada. Il sindaco che aveva +risaputa la chiamata alla Curia e la partenza di +don Cornelio, era venuto un par di volte per domandar +s’era tornato, e anche lui non era quieto, e per +di più lo andava ripetendo. Il legnetto che riconduceva +don Cornelio, non fu veduto spuntar da lontano +che al tramonto del quinto giorno. Il legnetto +veniva penosamente, con le ruote che sprofondavano +nella neve e nel fango; il vetturino sonnecchiava, +e il cavallo faceva delle fermate frequenti +e meditabonde. Don Cornelio che se ne +stava tutto rannicchiato e intirizzito, come vide +da lontano il campanile della sua chiesa balzò +dal legnetto, e con passo concitato e frettoloso +s’avviò a fare a piedi le ultime miglia del suo +viaggio. Cadeva un fitto nevischio, portato a +tratti turbinosamente dal vento che scendeva rabbioso +dalle vicine vette dei monti; e don Cornelio +camminava scoprendosi ogni tanto il capo +e passando una mano ne’ capelli, come quando +tornava a casa accaldato, sotto a un cielo sereno. +Camminava a capo basso, e quando un colpo +<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> +improvviso di vento gelato gli faceva sollevare +il viso, mandava uno sguardo al campanile della +sua chiesa che gli stava dinanzi in fine della +strada; lo guardava fisso, e la sua faccia allora +prendeva l’espressione di un acuto dolore; allora +mandava qualche lungo sospiro, e pronunziava +a voce alta qualche parola, or di dolore, or di +rassegnazione, con cui pareva volesse allontanare +un pensiero costante e tormentoso. “Meglio +così! meglio così!„ esclamava “così sia.... e +ne sia lodato il cielo!...„ Ma in quella rassegnazione +c’era tanta mestizia che avrebbe mosso ancor +più a pietà chi lo avesse ascoltato.</p> + +<p>Gli ultimi chiarori del crepuscolo eran scomparsi, +quando don Cornelio, intirizzito, inzuppato +di mota e di neve, si trovò a un tratto nelle +braccia di don Luigi che, veduto il legnetto da +lontano, era corso incontro tutto giulivo al curato.</p> + +<p>Si pensi con quante esclamazioni, e con che +subisso di domande l’accogliessero, oltre don +Luigi, la sorella e il sindaco, il quale da due +sere veniva ad aspettarlo piantandosi in cucina, +piacesse o non piacesse alla signora Angelica. +Don Cornelio che avrebbe preferito risponder a +tempo e luogo, e a tutti e tre separatamente, +cercò di sviarli con qualche risposta evasiva, ed +occupandoli intanto tutti e tre a fargli una fiammata, +ad asciugargli i panni, e ad ammannirgli +<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> +la cena. — Oh, adesso diteci su qualcosa!... — andava +ripetendo ogni tanto la signora Angelica. — Cos’ha +detto Monsignore a vedervi arrivare +con questo tempaccio?</p> + +<p>— Oh, sì proprio un tempaccio.... — ripeteva +don Cornelio.</p> + +<p>— E dite un po’.... — ripigliava Angelica poco +dopo. — Dicono che Monsignore sia così una +brava persona! e che abbia poi un’aria così veneranda!...</p> + +<p>— Non prendo altro, — rispondeva don Cornelio +dopo una pausa — questo freddo mi ha +tolto la fame. Bevo ancora un bicchier di vino, +poi vado a letto.</p> + +<p>— Eh, ma prima bisogna pur raccontarci qualche +notizia della città — saltò su il sindaco. — Non +vede che siamo qui tutti ansiosi di saper +qualcosa!...</p> + +<p>— Cosa volete che vi dica? In città ci sono +arrivato colla pioggia, e sono ripartito con la +neve. Un ventaccio poi!... figuratevi che... — E cominciò +a raccontare le piccole peripezie del suo +viaggio, ma si capiva che pensava intanto a tutt’altro. +Era impacciato, abbattuto e pronto a +stizzirsi coi suoi interlocutori; i quali intanto +lo guardavano stupiti, si rammentavano di tutto +il buon umore con cui cinque giorni prima era +partito, e si persuadevano in cuor loro sempre +<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> +più che qualcosa di nuovo c’era; che c’era una +novità di sicuro, una novità che il curato stentava +a dire, qualche brutta novità, insomma. Non +pensarono che appunto per questo fosse meglio +lasciarlo in pace; ma furon presi tutti e tre da +una grande impazienza di farlo parlare. Il sindaco, +meno riguardoso degli altri, cominciò a fargli +cinque o sei domande alla fila, poi saltando +il fosso senza saperlo. — Insomma, — conchiuse; — ce +lo porta questo curato per Santa Maria +della Neve?...</p> + +<p>— Sì! — rispose risolutamente don Cornelio, +deciso a finirla anche lui. — Sì, sì, ve lo porto. +Il curato per Santa Maria è fatto! Tra otto giorni +ci andrà a prender possesso!</p> + +<p>— Oh! — esclamarono in coro gli altri tre; — E +si può sapere chi sia?</p> + +<p>— Io! — esclamò don Cornelio alla sua volta. — Sì, +io! — E rizzandosi si mise a camminare +tutto concitato per la cucinetta, intanto che gli +altri lo guardavano stupefatti, perplessi. — Sicuro, +ci vado io! — riprese dopo alcuni minuti di +silenzio, e cercando di rimettersi in calma. — L’avete +voluta la notizia? Eccola!... Già ve l’avrei +detta domani a tutti perchè è cosa fatta, nè c’è +più rimedio.... e poi non si poteva fare diversamente.... +Dunque bisogna mettere il cuore in pace... +Sicuro che a mutar di paese dopo trent’anni.... è +<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> +un pensiero che trafigge l’anima!... Ma sarà per +il meglio.... bisogna rassegnarsi e pensare che ci +sono anche quei poveracci di Santa Maria....</p> + +<p>Angelica e don Luigi guardavano il curato con +gli occhi spalancati, ed eran presi alla strozza +da un nodo che impediva loro di parlare e quasi +di riavere il fiato. Il sindaco, dopo il primo stupore +s’era fatto tutto acceso in faccia, e fissando +il curato come un colpevole côlto a far legna su +quel del comune. — Ah! avevo capito io che c’era +del mistero! — cominciò a dire. — Dunque lei +ci pianta! Ma bene!... Cosa le han fatto di male +quei di Orobio per piantarli così sui due piedi?</p> + +<p>— Ma che piantare! — riprese don Cornelio.</p> + +<p>— Una delle due: o è lei che ci pianta, o è +la Curia che lo manda via, o qualcuno le ha fatto +un tiro!</p> + +<p>— Niente di tutto questo....</p> + +<p>— È il Vicario che la manda via!</p> + +<p>— Il Vicario è stato gentilissimo, è stato con +me d’una degnazione... d’una gentilezza....</p> + +<p>— Allora è stato proprio lui!... Lei è l’uomo +della buona fede, e laggiù alla Curia son tutti +volponi dal primo all’ultimo.... volpi vecchie, che +quando annasano un pulcino...</p> + +<p>— Non dica spropositi!... Voler parlare e non +saperne niente....</p> + +<p>— Oh, dica su, dica su! Sentiremo! Vedremo!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span></p> + +<p>— Sì, ma mi lasci parlare. Monsignor Vicario, +m’ha fatto entrar subito, m’ha fatto sedere accanto +a lui, m’ha dette tante cose che proprio +restai lì confuso....</p> + +<p>— Tutto cortesia, tutto mellifluo.... già, già.... +mi par di vederlo.... E in conclusione?</p> + +<p>— Mi lasci parlare. E, in conclusione, voleva +che venissi in città, e mi offriva un posto ora +vacante, di canonico in Duomo. — Troppo onore, +troppo onore! — esclamai io. — Ma le pare, +Monsignore?... non sono posti per me; io non +sono che un povero prete campagnolo! — Ma +Monsignore insisteva, e allora, aprendogli il mio +cuore, gli dissi che, sebbene vecchio, mi sentivo +ancora tanto in forza per continuare a fare il +curato, che amavo vivere in mezzo ai contadini, +in mezzo ai poveri, che in città sarei morto di +malinconia, e che proprio davvero quel canonicato +del Duomo non l’avrei accettato mai. Monsignore +diventò a un tratto tutto pensieroso, fece +la faccia seria, anzi un pochino accigliata a dire +la verità.... ma già l’avevo contrariato forse un +po’ troppo. Io allora, mutando discorso, gli parlai +di Santa Maria della Neve, e finii col domandargli +se si poteva sperare che ci destinasse qualche +bravo soggetto. Monsignore mi disse di no, +e anzi mi fece proprio persuaso che per ora almeno +bisognava abbandonare affatto la speranza. +<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> +Si pensi se ne rimanessi mortificato!... Eravamo +là senza parole tutt’e due, quando Monsignore, +rompendo il ghiaccio prese a dirmi che mi voleva +fare una confidenza; sempre però con quella +faccia seria, che mi metteva suggezione. Mi domandò +come mai mi fossi fatto prendere in urto +da una famiglia molto rispettabile, e da una +gran dama.</p> + +<p>— Ah, ci siamo! — borbottò tra sè il sindaco.</p> + +<p>— Da una gran dama tutta pietà e carità venuta +da poco nel paese di Orobio. Mi confidò che +alla Curia c’erano dei ragguagli in proposito +sfavorevoli per me s’intende, e che da molti mi +si faceva una partaccia.</p> + +<p>— Ah, bricconi!</p> + +<p>— Che insomma su di me s’era addensato un +temporale, e che m’aveva chiamato anche per +sentire le mie giustificazioni. Giustificarmi! La +cosa mi sembrava tanto facile che non mi mancaron +le parole; e lì per lì raccontai per filo e +per segno quel che c’era stato tra me e donna +Fulvia, e quei pochi fatterelli di quest’autunno. +Mi pareva d’essermi giustificato più del necessario; +ma se ho a dirla, Monsignore non si rasserenò +neanche per questo; e come ebbi finito, +crollò il capo.... poi, fissandomi seriamente, mi +disse asciutto asciutto: — “Peccato... è una disgrazia; +ma non ci vedrei altro rimedio; ed è +<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> +perciò che non essendoci disponibile nella diocesi +una parrocchia adattata a lei, le aveva offerto +il posto che abbiamo vacante in Duomo. +Peccato!... Quell’egregia famiglia non metterà +più piede in Orobio, certamente; me ne duole +per quel povero paese che stava per ricevere +de’ grandi benefizi, dei benefizi veramente eccezionali!... +Basta si consulti colla propria coscienza... +e ci pensi.„ — Che colpo furono per +me quelle parole! Era poi un piovere sul bagnato, +perchè anch’io più d’una volta avevo +detto a me stesso: “se donna Fulvia mi vede +di mal occhio, non è meglio che me ne vada.... +e che lasci libero il campo a chi può far del bene +più di me?„ Rimasi lì turbato, confuso, senza +aprir bocca, finchè Monsignore levatosi in piedi +mi congedò dicendo: — “Torni tra due giorni. +Ci pensi; mi porti una buona nuova... venga a +dirmi che il canonicato del nostro Duomo ha trovato +il suo titolare.„</p> + +<p>— Ah bricconi! — gridò questa volta il sindaco +scattando. — Lo sapevo io!... donna Fulvia e quel +<i>collo torto!</i>... Che tiro da maestri!</p> + +<p>Angelica piangeva, e don Luigi cercava di confortarla +dicendole qualche parola sotto voce. Don +Cornelio, che s’era fatto in quel momento tutto +acceso in faccia, asciugandosi la fronte e gli occhi, +dopo una pausa continuò: — Che notte! che +<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> +notte ho passato! La prima luce del mattino mi +trovò ancora vestito e col lume acceso. Allora +stanco, sfinito, caddi in ginocchio, e domandai al +Cielo una risoluzione. La risoluzione venne, pronta, +irrevocabile. Avrei voluto correre subito da Monsignore, +ma dovetti aspettar due giorni, e lottare +ancora contro quel tormento che avevo appena +soffocato nell’anima. Passati i due giorni mi presentai +a Monsignore: “Dunque l’abbiamo tra i +nostri canonici?„ mi domandò. “No,„ gli risposi, +“vado a Santa Maria della Neve.„ Monsignore +sulle prime non voleva credere, poi voleva che ci +riflettessi ancora; ma questa volta mi sentivo meno +timido anch’io, e lo pregai di non insistere, lo +pregai di non turbare la mia risoluzione, di lasciarmi +partir subito, e di farmi aver subito la +lettera di nomina.</p> + +<p>Angelica diede in un nuovo e più dirotto scoppio +di pianto, e il sindaco sbattè a terra rabbiosamente +il cappello a cencio che aveva tra le +mani.</p> + +<p>— Oh! se ho sbagliato, non sgridatemi, — esclamò +don Cornelio — perchè ho sofferto troppo!</p> + +<p>Ci fu un lungo silenzio, finchè il sindaco, ripreso +il suo cappello, se lo ficcò in capo fino agli +occhi, e si rizzò dicendo: — Buona notte! — Andò +fin sull’uscio, poi tornò indietro. — Ma questa poi +non la mando giù! — esclamò girando tutto concitato +<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> +per la cucinetta. — Cercheremo qualche +cosa anche nella legge se occorre.... e se nella +legge non ci sarà nulla, allora poi la vedremo! +Oh, se ne vedranno delle belle! Perchè questa è +una prepotenza!... Noi non le vogliamo le elemosine +di quella vecchia strega....</p> + +<p>— Oh, per carità, non dite spropositi! — saltò +su don Cornelio.</p> + +<p>— Lo so, lo so, lei è capace di pigliarne anche +le difese! Basta, non le dirò altro in questo momento, +perchè rispetto troppo il suo dolore; ma +anche lei ha commesso una grande.... e a cascarci +in questa trappola ci voleva proprio....</p> + +<p>— Meno male, se la pigli pure con me.</p> + +<p>— Non me la piglio con lei, ma qualcuno la +pagherà! E prima che un altro curato metta i +piedi in questo paese!...</p> + +<p>— Cosa vorrebbe fare? — gli domandò in tono +severo don Cornelio. — Mi vuol dare anche lei +delle nuove afflizioni! E sceglie proprio questo +momento?</p> + +<p>— Io non voglio.... io non dico niente — riprese +il sindaco. — Quello che voglio è che il nostro curato +rimanga con noi! — E tutto commosso strinse +vigorosamente don Cornelio nelle sue braccia. Poi +si calcò di nuovo il cappello sul capo, e diede a +tutti la buona notte. Ma sull’uscio si fermò ancora, +come non potesse passar quella soglia. — No, questa +<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> +non la mando giù! — gridò voltandosi indietro +e alzando il braccio in atto di minaccia.</p> + +<p>— Mio buon amico ne la prego! — esclamò don +Cornelio, — la prego a esser prudente! a esser +calmo!</p> + +<p>— Sono calmissimo. Ma se la dovrem vedere +questa prepotenza in Orobio.... oh, allora si vedranno +anche delle legnate! — E se ne andò precipitosamente.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span></p> + +<h2>XX.</h2> +</div> + +<p>Si pensi che rumore fece in Orobio la notizia +che don Cornelio se ne andava dal paese. Altro +che un fulmine a ciel sereno! come si suol dire. +Da principio la si credette una burla; e perfino +lui, don Cornelio, in cuor suo e a momenti, faceva +fatica a persuadersene. Ma, a ribadirgliela in +mente quella notizia, venne subito una lettera della +Curia, ch’era la sua nuova nomina in tutta regola; +gli altri, ora increduli, ora sbalorditi e +afflitti, si fermavano interrogandosi e facendo capannello +per strada; o correvan dal sindaco, da +cui s’era risaputa quella notizia; o andavano in +cerca del curato, che non si lasciava vedere. Era +insomma nel paese un brusìo da mattina a sera, +e un continuo va e vieni di gente mossa dal bisogno +di ripetere le cento volte in un giorno le +stesse domande e le stesse risposte.</p> + +<p>Don Cornelio che s’era prefisso di non pensare, +<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> +per allora almeno, alla propria afflizione, cercava +di consolare e di persuadere quei pochi che non +poteva cansare; diceva che gli anni l’avevano obbligato +a quest’ultimo sacrifizio, e che le sue forze +domandavano ormai un posticino più quieto. Poi +sforzandosi di parer gaio, diceva che non voleva +commiati; che non voleva dire <i>addio</i> a nessuno, +ma <i>a rivederci</i> a tutti; diceva che l’avrebber veduto +in paese ogni momento, come uno di casa, +e che non voleva per nulla diventare un forestiero. +Chi l’ascoltava si rassegnava ancor meno, +e in quei primi giorni furono sparse molte lacrime +sincere. Poi principiarono i ragionamenti; e +come la fosse o non la fosse, nessuno lo sapeva +dire, ma a poco a poco furon tutti persuasi che +don Cornelio se ne andava davvero. La settimana +dopo si principiava già a almanaccare intorno al +nuovo curato; e, prima ancora che don Cornelio +fosse partito, don Innocente aveva già ricevute +parecchie dozzine d’ova. Così va il mondo.... anche +a Orobio.</p> + +<p>C’è però sempre al mondo anche qualche ostinato +che non sa alleggerirsi così facilmente l’animo +delle amicizie, della gratitudine, e delle anticaglie +del passato. Nel caso nostro l’ostinato fu +il sindaco. Il quale, ogni giorno che passava, sapeva +darsene pace ancor meno; e pur continuando +a strapazzar don Cornelio, andava cercando qualcosa +<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> +di straordinario per mostrargli fino all’ultimo +la sua amicizia. Alla fine ne pensò una. La partenza +di don Cornelio doveva essere, come diceva +lui, un trionfo; si dovevano piantar archi nel paese, +mettere coperte e lenzuola alle finestre, suonar le +campane; e tutto il popolo lo doveva accompagnare +fino al confine della parrocchia. Gli amici, +a cui il sindaco comunicò una sera nella spezieria +questo pensiero, furon tutti d’accordo nell’approvarlo, +e anzi lo speziale ci aggiunse di suo la riflessione +che con ciò non si offendeva il nuovo +curato perchè non si sapeva ancora chi potesse +essere. Detto fatto, discussi ed approvati i particolari +della festa, il sindaco si mise all’opera, e +per prima cosa volle sapere con precisione da +don Cornelio il giorno fissato per la sua partenza.</p> + +<p>Don Cornelio, appena conosciuti i progetti del +sindaco, si dispose a partire secretamente il giorno +innanzi che fosse piantato il primo palo del primo +arco di trionfo.</p> + +<p>Angelica, con gli occhi gonfi ma rassegnata, accompagnando +una prima carrettata di masserizie, +era già partita per Santa Maria della Neve per +mettervi in assetto le poche stanzucce da un pezzo +disabitate e cadenti, che dovevano diventare la +nuova ed ultima abitazione sua e del fratello. Don +Cornelio a chi gli domandava, con l’aria afflitta +ma anche con una certa curiosità, se aveva fissato +<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> +il giorno della partenza, rispondeva: “C’è tempo, +c’è tempo!„ finchè una sera, chiamato a sè don +Luigi, gli confidò che sarebbe partito in secreto la +mattina seguente. — Ne ho già avvisata la Curia — soggiunse. — E +voi direte a tutti che gravi doveri +mi hanno obbligato a partire improvvisamente, ma +che presto tornerò.... che tornerò per congedarmi +dal popolo; una domenica, nella chiesa dove gli +parlo da tanti anni, e dove pure voglio che ascoltino +un’ultima parola, un ultimo ricordo del loro +vecchio curato.</p> + +<p>Don Luigi fece cenno col capo che avrebbe obbedito; +e rimase in silenzio, con l’espressione a +un tempo preoccupata e distratta di chi è assorto e +condotto lontano da altri pensieri. Era l’espressione +che aveva da parecchi giorni, e che don Cornelio +aveva osservata, parendogli anche di vederci +qualcosa di più che il secreto dolore della vicina +separazione. Don Cornelio aveva anche cercato, a +momenti, di scoterlo, di interrogarlo, di farlo parlare; +e a momenti gli era parso di vedergli brillare +negli occhi un pensiero che cercava la parola per +irrompere, per confidarsi. Ma una fiamma saliva +allora subitamente al viso di don Luigi; un turbamento +improvviso gli faceva abbassar gli occhi, +e la sua parola si perdeva in qualche risposta +mendicata, confusa. Quella sera don Luigi faceva +fatica più del solito a staccarsi da don Cornelio, +<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> +e nel suo contegno silenzioso c’era più del solito +l’attitudine di chi aspetta un’occasione, una domanda +per parlare. Ma l’occasione non venne; e +don Luigi, nel dare la buona notte al curato, gli +chiese il permesso di accompagnarlo, la mattina +dopo, almeno per un buon tratto di strada.</p> + +<p>La mattina dopo don Cornelio disse la messa +di buon’ora, come soleva, e tornò diviato a casa +dove l’aspettavano sulla soglia don Luigi e <i>Ugolino</i>. +Fece un ultimo saluto a ogni stanza della +casa, diede in fretta una capatina anche all’orticello, +poi, messo sulle spalle il suo vecchio pastrano, +e presa la mazza ridiscese; si fermò sulla soglia, +volse ancora un’occhiata alla casetta che abbandonava, +e con un sospiro che non potè frenare, +disse: andiamo.</p> + +<p>Non avevano fatto che pochi passi, quando una +voce chiamò da lontano don Cornelio. Era il procaccia, +che vedendo il curato, si risovvenne d’aver +in tasca una lettera per lui, arrivata la sera +prima. Don Cornelio prese la lettera, ne riconobbe +subito la mano di scritto, la lesse attentamente, +poi con un nuovo sospiro disse ancora a don Luigi: +andiamo. Era una lettera di Enrico; una lettera +breve in cui Enrico gli diceva, col cuore che +gli balzava nuovamente di gioia e di speranze, +ch’era stato deciso il suo ritorno in Lombardia, +ch’era destinato a dirigere uno stabilimento di +<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> +filatura, e che appena tornato sarebbe corso subito, +per un giorno almeno, nelle braccia del suo +curato, del suo protettore, del suo amico.</p> + +<p>Don Cornelio e don Luigi presero la stradetta +del monte, che avevano tante volte percorsa per +lunghi tratti passeggiando, e che conduceva dopo +due ore e mezzo di cammino a Santa Maria della +Neve. Camminarono di buon passo e in silenzio, +aspettando in cuor loro un punto più lontano e +romito della strada per mettere in comune i loro +pensieri, e confidarsi l’un l’altro la loro afflizione.</p> + +<p>Due altri personaggi di nostra conoscenza, mettendo +anch’essi in comune i loro pensieri, entravano +in Orobio poco dopo che n’era uscito don +Cornelio dalla parte opposta. Erano don Innocente +e don Prospero, che ci venivano per i loro affarucci, +e che s’eran trovati per strada. Don Innocente, +che da due giorni non stava più nella pelle, +andava confidando a don Prospero d’esser venuto +quella mattina a Orobio per comperarci un paio +di guanti di lana nera, dovendo fare una visita +d’importanza; si doleva però di non avere il panciotto +di raso; ma si consolava d’aver un collare +che si poteva dir nuovo; quello comperato per i +ricevimenti di donna Fulvia, e che aveva messo +soltanto una dozzina di volte. Poi, per non lasciare +don Prospero troppo tempo nella curiosità, gli +aveva anche detto in confidenza che si trattava +<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> +d’una visita alla Curia, dalla quale era stato chiamato.</p> + +<p>— Io proprio — diceva don Innocente facendo +il modesto — non saprei immaginarmi cosa mai si +possa volere alla Curia da me....</p> + +<p>— Eh, andate là! — rispondeva don Prospero — vi +chiamano per la parrocchia d’Orobio.</p> + +<p>— Lo credete anche voi? Già è quello che dicon +tutti.... Che la vogliano proprio dare a me? — continuava +don Innocente, sempre con l’aria modesta. — Cosa +volete? è una parrocchia questa di +Orobio per la quale mi sentirei proprio fatto apposta.</p> + +<p>— E avete ragione. È ch’io non ci ho la convenienza; +ma se anch’io volessi beccarmi una parrocchia, +dico la verità, questa d’Orobio la vorrei +preferire a tant’altre. Punto primo, la rendita non +è gran cosa, ma è sicura! che è quello a cui si +deve guardare. Buoni capitaletti bene assicurati, +sui quali non tempesta. Le parrocchie di vino e +di bachi, sien pur grasse sin che si vuole, se le +tenga chi le vanta! Li conosco io i fittaioli, +quelli dei parroci, s’intende! Punto secondo, or +che c’è venuta donna Fulvia....</p> + +<p>— E che quando ci fossi io, ci si fermerebbe +parecchi mesi all’anno....</p> + +<p>— Che mi fate celia, dunque! ce ne vogliono +essere degli incerti! Altro che far scappare i +<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> +grilli, e benedir le stalle, non è vero don Innocente?</p> + +<p>— Cioè, cioè.... sempre allegro don Prospero, +sempre quel matto....</p> + +<p>— La vostra fortuna è stata di andar a genio +a quella signora. Son terni al lotto, sapete, +questi!</p> + +<p>— Pare proprio così, — continuò don Innocente, +modesto più che mai. — Me lo diceva +anche la signora Cleofe, la cameriera.... donna +di talento, veh! e che ogni volta che vedeva passare +don Cornelio gli faceva una smorfia alle +spalle, e poi diceva piano a me: “Quand’è che +avremo a curato il nostro buon don Innocente! +Oh, la mia padrona come ne godrebbe!„</p> + +<p>— Capite?</p> + +<p>— Eh, sì, ma c’è il concorso, e non si sa mai; +soprattutto con quella benedetta teologia....</p> + +<p>— <i>Ad peculiarem indulgentiam commendatus</i>, dicono +i superiori all’occorrenza, e se vi chiamano, +potete esser sicuro. Insomma, mi congratulo con +voi, — conchiudeva don Prospero, che aveva +fretta. — Buon viaggio e buon successo. E mi +raccomando! — continuava, ritornando un passo +indietro, — se diventate curato d’Orobio, non fatemi +torto. Ricordatevi che tengo un <i>mezzo Barbera</i> +che vi posso dare a buon mercato, ma ch’è +roba da farsi onore; di molto corpo, di bella +<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> +presenza.... quello insomma che ci vuole per la +vostra nuova dignità.</p> + +<p>Don Cornelio, dopo un buon tratto di strada, +aveva rotto il ghiaccio per il primo, e cominciando +con un — Dunque mio caro don Luigi... — aveva +voluto innanzi tutto ringraziare il suo coadiutore, +e l’aveva fatto come aveva potuto, interrompendosi, +ricominciando, e inciampando a ogni +ciottolo della strada, intanto che con tutta forza +cacciava indietro la commozione. Poi, dopo una +pausa un po’ lunghetta, aveva ripreso il discorso +con don Luigi, e chiamandolo, con un sorriso malinconico, +il suo esecutore testamentario, gli raccomandava +di compire qualche opera buona che +lasciava a mezzo, gli raccomandava i suoi poveri, +gli ricordava i più disgraziati, e a proposito +di ciascuno ripeteva quelle massime di indulgenza +e di carità ch’erano la guida prediletta +della sua vita. Don Luigi lo ascoltava, sempre +con gli occhi fissi al suolo, e tacendo. Come giunsero +al poggio da cui si dominava la valle, a +quel poggio ch’era la meta prediletta un giorno +delle passeggiate del conte Maurizio, don Cornelio +fermandosi e interrompendosi: — Eccoci +al poggio, — disse a don Luigi, — e qui ci lasceremo. +È tempo che voi ritorniate alla parrocchia; +qualcuno potrebbe avere bisogno di voi.... +Una fermatina di un minuto per riavere il fiato, +<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> +e poi una buona stretta di mano.... oh, ci rivedremo +presto!... Ditelo a tutti, che tornerò... che +tornerò a salutarli... appena mi sarà possibile. — E +intanto si era avvicinato al ciglio del poggio +da cui si vedeva Orobio alla falda del monte, +e si abbracciava con l’occhio un lungo e vaghissimo +tratto della valle. Rivide il sasso su cui +s’era seduto tante volte accanto al conte Maurizio, +e andò a sedervi una volta ancora, guardando in +silenzio e malinconicamente le montagne bianche +di neve, e il pallido orizzonte lontano. Poi con +un sospiro e con l’accento dell’angoscia che in +quel momento si sprigionava liberamente: — “Addio, — esclamò, — addio +mia bella valle, che +ho contemplata tante volte tutta fiorita, tutta ridente, +e nell’entusiasmo di care speranze! Addio +mio vecchio amico, che mi sedevi qui accanto... +ora mi distacco anche dalla tua croce che vedevo +ogni giorno nel campo santo!... E i nostri +discorsi, i nostri bei sogni, le nostre speranze?... +Molte si sono compiute... altre le compirà Iddio... +ma io non le vedrò. E i tuoi figli, mio povero +amico? Vedi, non seppi far nulla di buono e +forse feci peggio che nulla!... Tutto mi dice che +la mia missione è finita!... Il mio viaggio quaggiù +è vicino alla meta; è la mia ultima tappa.... +innanzi dunque.... un passo più in su.... verso il +Cielo!„ — E mentre, appoggiandosi alla mazza, +<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> +faceva per rialzarsi, vide don Luigi che gli stava +inginocchiato accanto.</p> + +<p>— Don Luigi! cosa fate? — esclamò don Cornelio +scotendosi.</p> + +<p>— Le domando la sua benedizione, — rispose +don Luigi con la voce commossa.</p> + +<p>— Oh, mio buon don Luigi.... ma che pensieri +sono i vostri? Credete forse che non ci dobbiamo +veder più?... Ve l’ho detto, ve l’ho promesso +che....</p> + +<p>— Sì, lei verrà a salutare il popolo, ma quel +giorno tutti si affolleranno intorno a lei, tutti +vorranno da lei, com’è ben giusto, una benedizione, +una parola.... io forse potrò salutarla appena.... +e forse per l’ultima volta....</p> + +<p>— Ma che pensieri sono i vostri, vi ripeto? +Ma ditemi.... ma parlate don Luigi! — esclamò +don Cornelio, osservando il volto del giovane +prete che, fino allora pallidissimo, s’era fatto improvvisamente +tutto acceso.</p> + +<p>— Sì, don Cornelio, — riprese don Luigi rialzandosi; — in +quel giorno, confuso nella folla io +la vedrò, ma sarà per l’ultima volta. Questo +momento è l’ultimo in cui io possa aprirle il mio +cuore. Il nuovo curato verrà presto, e quel giorno +stesso io partirò per sempre.</p> + +<p>— Ma cosa pensate voi dunque di fare! — gli +chiese ansiosamente don Cornelio interrompendolo.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span></p> + +<p>— L’ispirazione mi è venuta dal Cielo! — continuò +don Luigi, ne’ cui occhi scintillava un’insolita +energia. — Io seguirò la via che sola può +dare oramai al mio spirito la pace e la salvezza. +Timoroso, rinchiuso in me, pieno di vaghi terrori +che mi davano e la solitudine de’ miei studi +e l’inesperienza della vita, giunsi qui, vicino a +lei, uscito da poco dalla mia cella del seminario. +Qui vicino a lei, la mia mente, a poco a poco si +tranquillò, si ispirò a un ideale più calmo, più +alto.... vicino a lei, mi trovai in un ambiente di +pace, di carità, di fede serena, in cui mi sentivo +felice e sicuro.</p> + +<p>— Ebbene? — esclamò don Cornelio.</p> + +<p>— Ebbene, questi ultimi fatti, la sua partenza, +questa nuovissima esperienza della vita, mi hanno +di nuovo annebbiata e confusa la mente.... mi +hanno di nuovo tolta la pace. Oh, io non oso +dire quale sconforto, quale contrasto, quali dubbi, +ho sentito nella mia anima!</p> + +<p>— Ma voi ne li avrete scacciati! Se nel vostro +cuore c’è un ideale bello e alto, il vostro dovere +è di servirne la causa santa con tutte le +forze della vostra fede e della vostra gioventù.... +Il vostro onore sarà di soffrire per esso, di camminare +con fermezza sulla via prescelta, di superarne +con lietezza le difficoltà....</p> + +<p>— E lo farò. Il Cielo che me ne diede l’ispirazione +<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> +me ne darà la forza.... ma non qui!... Qui +staccato da lei, dalla forte quercia a cui m’appoggiavo, +e da cui prendevo vigore, ricadrei ne’ +miei timori, nella mia debolezza. Il Cielo mi addita, +come un rifugio, altri doveri.... altrove.... +in altre più lontane regioni....</p> + +<p>— Cosa mi dite?... Voi dunque....</p> + +<p>— Oh, don Cornelio, mi lasci alla mia nuova +vocazione! In essa ho ritrovata a un tratto quella +pace che era stata così fortemente turbata. Ho +sofferto assai per parecchi giorni.... ma ho pregato, +ho pregato e fui esaudito! Ora don Cornelio....</p> + +<p>— Oh, perchè.... — esclamò don Cornelio senza +lasciarlo finire, e abbracciandolo — non mi avete +aperto subito il vostro cuore! Vi avrei tolto dalle +vostre dubbiezze, dal vostro turbamento, ne son +sicuro.... e vi avrei fatto vedere come, senza +andar lontano, ci sieno in casa nostra, qui intorno +a noi, delle missioni da compiere non meno +grandi, non meno sante, non meno coraggiose.... +Oh quante non ce ne sono!... Ma quello che non +s’è fatto lo voglio far subito. Qui mio buon don +Luigi — riprese rasserenandosi, e col tono della +sua consueta bonarietà — qui.... sediamoci per +un momento tutti e due. Oh, non vi voglio +lasciar partire così subito. Fa fresco, ma non +siamo montanari per nulla! Voglio che ascoltiate +<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> +quattro paroline da me... le parole d’un amico, +le parole d’un vecchio hanno i loro privilegi; +nevvero?...</p> + +<p>— È tardi, don Cornelio. Ho fatto male a non +aprirle il mio cuore prima.... ma forse il Cielo +ha voluto così. Ora non mi rimane che a domandarle +la sua benedizione. A quest’ora il superiore +delle Missioni avrà ricevuta la mia domanda....</p> + +<p>Don Cornelio rimase senza parole, e come atterrito; +poi buttò le braccia al collo di don Luigi, +e lo tenne lungamente stretto al cuore bagnandogli +il viso delle sue lagrime.</p> + +<p>Un lungo brontolìo d’<i>Ugolino</i>, poi un tintinnio +di campanacci e di campanelle, e un fruscìo +che andava crescendo, annunziavano l’avvicinarsi +d’una mandra che scendeva per la stradetta del +monte. Don Cornelio si scosse: baciò in fronte +una volta ancora don Luigi, e levando gli occhi +al cielo, con un profondo sospiro: — Ora a te, +povero vecchio! — esclamò, — muovi i tuoi ultimi +passi verso la tomba!... Non ci sono più missioni +per te; la tua missione è finita!</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span></p> + +<h2>XXI.</h2> +</div> + +<p>Ed ora che siamo in giorno con gli avvenimenti +di Orobio, e sappiamo come avvenisse la partenza +di don Cornelio, della quale aveva discorso il +signor Valassina quella sera della tombola, ritorniamo +subito in casa di donna Fulvia; ritorniamoci +a vedere cosa vi succedesse dopo che lasciammo +Cristina, che s’era ritirata tutta commossa +nella sua camera, e donna Fulvia che aveva +esclamato tra sè: <i>Signorina, faremo i conti domani</i>, +intanto che gli altri personaggi minori si guardavano +in viso pieni di stupore e di curiosità.</p> + +<p>Donna Fulvia passò la notte senza chiuder occhio. +“Cosa voleva dire quell’esclamazione di +Cristina? quel <i>non è vero!</i> Chi era la fanciulla +alla quale Enrico aveva dato una promessa di +matrimonio? Che fosse Cristina? Che vi fosse +dunque dell’affetto tra loro due?... Dell’affetto in +casa sua, e senza suo permesso!„ Alla fine, dopo +<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> +un monte di supposizioni, dopo aver discussi molti +progetti, dopo aver pensati e ripensati de’ discorsi, +uno più imponente dell’altro, che avrebbe fatti la +mattina seguente a Cristina, era venuta a una decisione. +La decisione era, di darle, per prima cosa, +una buona ramanzina per quella tale esclamazione, +poi di proporle, anzi di annunziarle senz’altro, il +matrimonio con Checchino. Tale decisione le parve +così felice, che la Cleofe, quando venne a portarle +il caffè la trovò quasi di buon umore.</p> + +<p>Donna Fulvia che quando aveva presa una risoluzione +amava sentire il parere degli altri, per +seguire poi il proprio, volle avere anche in quell’occasione +un consiglio, e fece chiamar subito il +padre Felice. Il padre Felice sempre premuroso +e puntuale, non si fece aspettare. Ascoltò donna +Fulvia con la consueta attenzione, la lasciò dire +e dire, le diede ragione su tutti i punti, e infine +la consigliò di fare precisamente il contrario di +quello che s’era fissata lei. La consigliò, cioè, di +lasciar cadere la cosa per il momento, di non dir +nulla a Cristina come se nulla fosse successo; di +non parlarle nè di Enrico nè di Checchino; la +consigliò ad aspettare, ad aver pazienza, e intanto +ci avrebbe pensato lui, d’accordo col Valassina, +a chiarir le cose.</p> + +<p>Donna Fulvia se ne stizzì, lo rimbeccò, poi parve +persuasa, si arrese, lasciò partire il padre Felice, +<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> +e decise di far subito subito la propria volontà. +Diede una gran tirata di campanello; mandò la +Cleofe a chiamar Cristina, e per giustificarsi di +disubbidire al padre Felice disse tra sè, con un +lungo sospiro: “Son pur brave persone questi reverendi! +il loro consiglio è pur sempre prezioso!... +Ma alle volte, in certe cosette del mondo, noi signore +ce ne intendiamo di più.„</p> + +<p>Cristina, quando entrò nel gabinetto di donna +Fulvia, era pallida e abbattuta. Anch’essa, poveretta, +non aveva chiuso occhio in quella notte, +ed è facile pensare tra quanti pensieri agitati, +tra quanti dubbi angosciosi avesse contate le ore, +e quale tormento fosse stato il suo. Anch’essa era +venuta in fine ad una decisione. La stanchezza, e +a un tempo una certa esaltazione dell’animo, l’avevano +persuasa ad aprir il cuor suo con la zia; +e nel caso di un rifiuto, a cercarsi un rifugio in +qualche vago progetto di sacrifizio che conciliasse +il suo affetto per Enrico con gli avvertimenti di +don Cornelio, e coi suoi doveri verso donna Fulvia. +La chiamata della zia non le aveva fatto maraviglia; +c’era preparata, e quasi la desiderava. +Ascoltò quindi calma e rassegnata le prime interrogazioni +e i primi rimproveri.</p> + +<p>Donna Fulvia, dopo aver richiamato a Cristina +l’accaduto della sera innanzi, dipingendolo a colori +foschi, le fece parecchie domande con piglio +<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> +severo e senza aspettar le risposte. Poi a un tratto +concluse: — Dunque si vorrebbe sapere.... cioè +non vogliamo saper niente! perchè queste sono +cose indegne d’una fanciulla bene educata; cose +compatibili forse con delle abitudini rustiche, ma +non con quelle certamente della buona società. +Figurarsi! Lanciare una parola di quella sorte, +che poteva lasciar supporre.... che so io.... far fare +dei giudizi temerari a tante degne persone.... mettere +in scompiglio la conversazione, la tombola!...</p> + +<p>— Sì, ho mancato, — rispose Cristina con gli occhi +bassi. — Me ne accorsi... e gliene chiedo scusa.</p> + +<p>— Ah, meno male! — riprese dopo una pausa, +donna Fulvia. — Dunque confessi il tuo torto, e +comprendi il mio dispiacere. È qualche cosa.... è +un buon principio.... — E avendo fretta di ammainare +le vele e di passare a un altro discorso, continuò +subito in tono più calmo. — Sono ammonimenti +questi che ti do per il tuo bene, perchè +voglio che si abbia di te quel buon concetto che +si deve avere d’una mia nipote.... — e fece una +nuova pausa, — d’una mia nipote alla quale sto +preparando, direi così, una combinazione.... che, +non so se mi spiego, deve formare la sua felicità. +E non vorrei quindi....</p> + +<p>Cristina fissò la zia con tanto d’occhi, trattenne +il respiro, e col cuore che le batteva violentemente +ebbe per un momento l’illusione che la +<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> +zia le nominasse Enrico. — Oh, non aver timori, +e non spalancar gli occhi! — esclamò donna Fulvia +interrompendosi. Poi continuò. — Da un male +alle volte nasce un bene; e poichè siam venuti su +questo discorso, che veramente non credevo di +fare in un’occasione simile, e poichè la parola +m’è sfuggita.... la riconfermo. Sì, sto pensando al +tuo collocamento. La scelta toccava, naturalmente, +a me, e fu fatta con la debita ponderazione. — Fece +una nuova pausa, poi riprese con molta gravità: — Il +matrimonio d’una giovine è per i parenti, +o per chi ne fa le veci, un dovere spinoso. Perocchè, +se vogliam scegliere lo sposo tra gli uomini +maturi, questi o sono maritati, o non si vogliono +maritare. Se lo vogliam cercare tra i giovani +del giorno d’oggi, Dio ce ne guardi! E se +poi consideriamo i pericoli del mondo.... peggio +che peggio!... Ma s’è pensato a tutto. Il padre +dello sposo che abbiam scelto, uomo di distinti +natali, e che quasi giornalmente viene da tanti +anni in questa casa a farci la partita a tarocchi.... +Oh, oh, che faccia mi fai? non aver timori, capisco +la tua trepidazione, ma il giovane che ti nominerò +è un giovane, per così dire, d’altri tempi.... è un’eccezione. +Ma torniamo un passo indietro, e procediamo +in regola. Trent’anni or sono, il mio defunto +marito, di felice memoria, mi presentava +un suo degno amico, il barone Brocchetti....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span></p> + +<p>Poco mancò che Cristina non cadesse svenuta. +Le era parso d’essere preparata a tutto, ma non +lo era a questa, che la breve illusione di poco +prima le rendeva ancor più dolorosa. Il ricordo +però de’ suoi propositi, e quella parola <i>dovere</i> che +dava sempre al suo animo una certa eccitazione, +vennero presto a richiamarle le forze, se non la +calma, di prima. Per fortuna poi il discorso della +zia fu lunghissimo; e intanto che donna Fulvia +tirava innanzi col panegirico di Checchino, nell’animo +di Cristina scomparivano a poco a poco +gli ultimi timori e le ultime esitanze. E poi, a +dirla, in un cantuccio del suo cuore, c’era ancor +vivo un lumicino di speranza, il quale in fretta +in fretta le lasciava intravvedere da lontano la +zia che, dopo molte ripulse e molti rabbuffi, finiva +con l’arrendersi alle sue preghiere e al suo desiderio. — Dunque +questa bene auspicata unione, — concludeva +donna Fulvia, con l’aria soddisfatta +per il suo bel discorso, — formerà a un tempo la +consolazione di due famiglie, e poi la tua felicità.</p> + +<p>— Io la ringrazio, buona zia, per le sue premure, — cominciò +allora Cristina con la voce commossa +e titubante — e gliene sono riconoscente. +Ma.... oh, mi perdoni se ho tardato tanto a farle +una confessione che le avrei dovuto far prima.... +Non ho osato, sperando di giorno in giorno che +altri gliene parlasse prima di me. Quando ieri +<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> +sera affermai che.... Enrico, di cui parlava il signor +Valassina, aveva data la sua fede e fatta una +promessa a una giovane di Orobio.... feci male, ne +convengo, ma ho asserito una verità. E quella +giovane... sono io.</p> + +<p>— E hai il coraggio di dirmelo! — esclamò donna +Fulvia alzando le braccia con un gesto di raccapriccio. — Lo +sospettavo.... cioè, chi mai avrebbe +potuto sospettare una cosa simile! — E sbuffando +cercò con la mano una boccettina da fiutare, come +per prevenire uno svenimento.</p> + +<p>— Oh, ma in questo io non ho mai creduto che +ci fosse alcun male!</p> + +<p>— Già, già.... cosa ne sai tu!</p> + +<p>— È un buon giovane che conosco fin da bambina; +e quando seppi ch’era intenzione di mio +padre....</p> + +<p>— Chi te l’ha detto?... don Cornelio, m’immagino! — esclamò +donna Fulvia sempre più scalmanata.</p> + +<p>— No davvero, lo venni a sapere d’altra parte. +Don Cornelio, che ci vuol tanto bene a tutti e +due, che conosce quel giovane, che l’ha veduto +crescere, le potrà dire che bravo giovane sia... che +giovane d’onore....</p> + +<p>— Delle informazioni di Don Cornelio ne faccio +senza! — saltò su donna Fulvia impazientita. — Al +tuo matrimonio ci devo pensar io, capisci, non don +<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> +Cornelio! e sopratutto poi è tempo di finirla con +simili discorsi. Basta.... posso perdonare alla tua +inesperienza, ma purchè nessuno risappia mai +quello che è toccato a me di sentire in questo momento! +Ma non sai che se una cosa simile venisse +all’orecchio del barone Brocchetti....</p> + +<p>— Oh, la sappia pure il barone, la sappiano pur +tutti! che male c’è! La si deve pur risapere. +Enrico ha data una promessa a me, e in cuor +mio ho data la mia fede a lui... e non gli mancherò....</p> + +<p>— Scempiaggini! basta, basta così!</p> + +<p>— Oh, no, buona zia, ci pensi. Lei che è tanto +compassionevole, che fa tanto bene a tutti, che +n’ha fatto tanto a me, voglia compire la sua opera +buona con l’essermi indulgente.... col comprendere +l’animo mio.... — E diede in uno scoppio di +pianto, ripetendo tra i singhiozzi qualche parola +di preghiera e di speranza.</p> + +<p>Ma donna Fulvia fu inesorabile. Ripetè seccamente, +un par di volte, che la sua parola era impegnata +col barone Brocchetti, che il matrimonio +con Enrico non era degno della sua casa, e che +non si sarebbe fatto mai e poi mai. Poi, compassionando +ogni tanto, con qualche esclamazione, sè +medesima, si sfogò gesticolando contro Cristina, +contro Enrico, contro don Cornelio, gridando che +questo era uno scandalo, e che era il frutto d’una +<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> +educazione sbagliata, a rifar la quale, poteva appena +bastare un convento, se pure!...</p> + +<p>Mentre donna Fulvia andava parlando e smaniandosi, +Cristina s’era asciugate le lacrime, s’era +ricomposta, ed ascoltava in silenzio con gli occhi +bassi. Quei vaghi pensieri di sacrifizio, intorno a +cui la sua fantasia s’era fermata tante volte con +una certa voluttà malinconica, le si affacciavano +ora, e ben più dolorosamente, con le forme della +realtà. Mentre le parole inesorabili di donna Fulvia +le andavano dissipando le ultime illusioni +della speranza, il suo animo ricercava, desolato, +i più mesti pensieri; compiere un sacrifizio, le +pareva uno sfogo di cui abbisognasse il suo dolore. +Ricordò, capì allora le parole di sacrifizio, +di dovere, che don Cornelio le aveva ripetute con +tanta insistenza; e ricordò pure d’avergli ogni +volta risposto: — Glielo prometto, glielo giuro. — Si +fermò su questo pensiero; ci trovò un sentimento +di alterezza, di conforto, e appena donna +Fulvia ebbe finito, le potè rispondere calma e rassegnata: — Io +le obbedirò, zia, e non le parlerò +più di quel giovane; rinunzierò per sempre a +lui; ma non mi si parli d’altri. Egli m’ha fatto +una promessa, io l’accolsi; se la dimenticassi, mi +sembrerebbe di commettere una cattiva azione. +Mi hanno insegnato che son cose sacre la lealtà +e l’onore.....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span></p> + +<p>— I soliti paroloni di don Cornelio! — saltò su +con impazienza donna Fulvia.</p> + +<p>— Le ultime parole di don Cornelio, gli ultimi +suoi avvertimenti furono che io dovessi ricordarmi +sempre dei benefizi ricevuti da lei, e che +le dovessi ubbidir sempre, anche a costo di qualunque +sacrifizio. Glielo promisi, e manterrò anche +a lui la parola data. Se non le posso ubbidire +che in parte, è però un così grande sacrifizio +il mio....</p> + +<p>— Ah, insomma, finiamola! anch’io ho data la +mia parola al barone! Cosa dovrei dirgli? che +non sono più io che comanda in questa casa?</p> + +<p>— Dica al barone che non mi voglio maritare....</p> + +<p>— Scuse!</p> + +<p>— Glielo proverò....</p> + +<p>— E in che modo?</p> + +<p>— Gli dica... ch’io mi ritiro dal mondo; glielo +dica, è la verità. Sì, zia, io sento che in questo +punto mi è scesa nell’anima una santa ispirazione! +Sarò forte, risoluta, e la seguirò. Se il +mio cuore ha accolta una promessa che il dovere +gli impone di respingere, io non mancherò +nè a quella promessa nè a quel dovere. Io mi +ritirerò dal mondo. La vita nel mondo non ha +più scopi per me.... Ho conosciuto un giorno a +Orobio una Suora della Carità.... che mi parlò +<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> +delle gioie celesti della sua vita di sacrifizio e +di ritiro. In questo momento sento nell’anima +l’eco della sua voce malinconica e dolce; essa +mi chiama ad esserle sorella.... e lo sarò. Ho deciso!... — E +nella voce di Cristina c’era tutto +l’accento della convinzione; tanto le pareva che +fosse proprio così.</p> + +<p>Si pensi come rimanesse donna Fulvia a quelle +parole. Il caso non l’aveva punto preveduto; e +lì per lì, tra il convento e il barone la scelta +non era facile. Il convento, trattandosi di metterci +gli altri, esercitava sempre un gran fascino +sulla mente di donna Fulvia; le passaron +subito dinanzi tutte le suore e tutte le madri +badesse di sua conoscenza; ma le passò dinanzi +anche il barone. Per fortuna, a levarla d’imbarazzo, +capitò in quel punto sua figlia.</p> + +<p>La marchesa Bianca guardò sua madre, guardò +sua cugina, e s’accorse facilmente che ci doveva +essere stato qualcosa d’insolito. Piena di curiosità, +non si diede pace finchè non le riuscì di +trovarsi a quattr’occhi, quel giorno stesso, con +Cristina e d’interrogarla. Cristina, nell’orgasmo, +e nella buona fede della sua risoluzione, le narrò +tutto, e le confermò la sua decisione irremovibile. +La marchesa l’abbracciò, pianse, svenne, e s’accese +tutta d’entusiasmo per quel caso pietoso e +per l’infelice cugina. Quella sera, andando a teatro, +<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> +si mise al collo una gran croce, come una +Suora anch’essa della Carità.</p> + +<p>Per parecchi giorni donna Fulvia se ne stette +in camera con l’emicrania, e per parecchie settimane +ci fu in casa sua quell’atmosfera cupa e +greve del tempo burrascoso. Donna Fulvia era +d’un pessimo umore, aveva la faccia più raggrinzita +del solito, e non parlava. Il padre Felice +capitava a tutte le ore, e rimaneva in lunghe e +secrete conferenze con lei. Tutti in casa parlavano +sottovoce, e l’un l’altro andavano interrogandosi +e confidandosi all’orecchio la gran novità. +Anche gli amici di casa cominciavano a +bisbigliare tra loro, e a scambiarsi una qualche +esclamazione circospetta.</p> + +<p>La marchesa, che non osava parlarne con sua +madre, se ne spassionava con suo marito. Il caso +della cugina l’aveva tutta scossa; e come svegliata +da un lungo sonno era tutta stupore, tutta +curiosità. Parlava di quel caso con entusiasmo, +con esaltazione; le pareva un fatto così romantico! +così simile a uno letto da poco in un romanzo +che le era piaciuto tanto! E dire che un +tal caso si ripeteva ora nella sua famiglia, che +l’eroina era lì accanto a lei, in casa sua! Oh, +essa voleva diventare la confidente di Cristina, +voleva fare per lei qualcosa di molto avventuroso, +di molto bello! Voleva la sua parte d’eroina anch’essa!... +<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> +Ma che cosa fare? E poi principiava +con suo marito a parlare di quel giovane, di +Enrico, di cui si era così bene scordata per tanti +mesi, ma che ora diceva di non avere dimenticato +mai! E ne parlava con entusiasmo; glielo dipingeva +a suo modo, alto, bruno, melanconico, bello; +tutto lui, insomma, l’eroe di quel tal romanzo.</p> + +<p>Il marchese la lasciava dire; la osservava, taceva, +ed aveva l’aria soprattutto d’essere molto +seccato. Era seccato, in primo luogo, di veder +andato in fumo per quell’inverno il suo solito +viaggetto. S’era fermato di giorno in giorno in +grazia del matrimonio di Cristina, ch’era un affaruccio +che gli premeva, come abbiam visto; ed +ecco, sul più bello, che gli capitava anche un simile +contrattempo per seccarlo doppiamente. Ora +poi, a completargli il divertimento, c’erano per +di più gli entusiasmi di sua moglie ed il muso +lungo di sua suocera. Delle due cose però quella +che gli piaceva ancor meno era tutto questo risveglio +romantico di sua moglie; novità che non +gli garbava punto, e che gli faceva desiderare +che il romanzetto finisse presto. Il marchese, la +cui politica coniugale era di solito quella di lasciar +passare le piccole fantasticherie di sua moglie +fingendo di non accorgersene, e di affidare +al tempo le piccole difficoltà domestiche non contraddicendo +mai, e facendo intanto il suo comodo, +<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> +sapeva poi svegliarsi a tempo quando capiva che, +a pigliarsi oggi una piccola noia, c’era da risparmiarsene +una più grossa il giorno dopo. Allora +dava alla cosa un’occhiata esperta e previdente; +fissava bene il punto a cui voleva arrivare; e, indifferente +quanto alla scelta delle strade, pigliava +le più facili, si arrendeva, le mutava, pur di arrivare +più sicuramente dove voleva. Il matrimonio +di Cristina, un matrimonio s’intende come lo +voleva lui, era un affare che il marchese aveva +intravveduto e avviato in tempo. Ora c’era un +intoppo, e che intoppo! bisognava dunque mutar +strada. Su questo punto non si faceva illusioni; +e non se ne faceva neanche sulla improvvisa +vocazione di Cristina; anzi, n’era in diffidenza, +e ci vedeva un nuovo pericolo da cansare; +tanto più che sua suocera gli aveva detto all’orecchio +che il convento <i>alla peggio</i>, avrebbe servito +a migliorar l’educazione di Cristina.</p> + +<p>Il marchese dunque prese subito in cuor suo la +risoluzione di ristudiar la faccenda, di non dormirci +sopra, e di cercare la strada nuova, lasciando +da parte affatto quella del barone Brocchetti. Tra +le strade nuove ci poteva essere quella che faceva +capo a quel tal giovane che aveva strappata, +in mezzo alla tombola, l’esclamazione di +Cristina. E perchè no? pareva la più scabrosa, +ma poteva anche essere la più breve. A ogni +<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> +modo, prima di pigliarne un’altra, gli pareva necessario +di dare un’occhiata anche a questa. Cominciò +dunque a farsi attorno un po’ di più al +padre Felice, e a far con lui delle lunghe passeggiate +parlandogli della risoluzione precipitosa di +Cristina, e della necessità di farla riflettere e di +farle pigliar tempo per assodare la vocazione. +Poi aveva detto al Valassina di dare una corsa +a Orobio il più presto che potesse, perchè volendo +aver subito, e senza lasciarsi scorgere, +certe informazioni sul conto di quel tal Enrico, +gli occorreva che “una persona avveduta e di +proposito„ gli sapesse dire innanzi tutto dove +fosse e cosa facesse costui.</p> + +<p>La missione del Valassina andò a vele gonfie; +e dopo pochi giorni il marchese riseppe a puntino +ciò che gli premeva. Ma andava di male in +peggio quella del padre Felice; il quale ogni +giorno, dopo lunghe conferenze con Cristina, veniva +a dire al marchese che non c’era modo di +tranquillarla, ch’era risoluta, impaziente, e che +voleva metter subito in atto la sua risoluzione. +Un giorno anzi venne ad annunziargli che, d’accordo +con donna Fulvia, aveva avuti parecchi +colloqui con la Superiora d’una casa di Suore, e +che tutto era stato felicemente combinato; perfino +il giorno e l’ora in cui Cristina sarebbe entrata +nel monastero.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span></p> + +<h2>XXII.</h2> +</div> + +<p>Il Valassina era tornato da Orobio non solo con +le informazioni per il marchese, ma aveva portate +secretamente a donna Fulvia un sacco di notizie, e +di notizie non troppo buone. Le faccende in paese +andavan maluccio. Il nuovo curato, don Innocente, +aveva preso possesso della Cura da un +paio di settimane, e già s’eran formati in paese +due partiti che si guardavano in cagnesco. Fin +dai primi giorni don Innocente s’era messo a riformare +la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite +le processioni lontane, le merende e i +beveraggi, e andava in giro con gran zelo a benedir +stalle e pollai. Quelli della Confraternita, +delle vacche malate, e dei polli con la pipita, +portaron subito alle stelle il nuovo curato; e a +loro s’unirono anche quelli cui piaceva fare delle +lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente +faceva delle prediche con testi in latino +<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> +e lunghe che non finivan più. Ma poi don Innocente +s’era messo a far la cera brusca a chi lodava +il vecchio curato; e diceva che d’ora in +avanti bisognava fare, in tutto, tutto all’opposto: +diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati +sul registro della Cura, che voleva rincarare +i fitti, e rimetter l’usanza di certe regalie +per non addormentare, come faceva don Cornelio, +lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e +qualche altro parrocchiano, presero a abbaruffarsi +con chi lodava il curato e il suo zelo; principiarono +così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono +subito, tanto per cominciare.</p> + +<p>Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio +nei giorni in cui c’era arrivato il Valassina, e +un paesello vicino, erano in fermento in grazia +d’una novità ideata da don Innocente; il quale +aveva stabilito di fare nella prima settimana +d’aprile, una gran processione che doveva percorrere +tutto il territorio del comune allo scopo +di scacciare dai campi gl’insetti, i topi, e gli +spiriti maligni. La maggior parte dei campagnoli +d’Orobio, su questo punto, lodava il curato, +e stupiti tutti come a don Cornelio non fosse +mai venuta una così bella idea, si preparavano +a seguire in bel numero la processione. Ma quelli +del paese vicino, risaputa la novità, cominciarono +ad allarmarsene. Gli insetti, i topi, e gli +<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> +spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero scappati +in casa loro: era chiaro. E siccome il loro +curato, per prudenza, non voleva mettersi in contrasto +con don Innocente, così essi si preparavano +per quel giorno, con dei buoni randelli, a +tener lontani dal proprio territorio chi voleva +far loro un così bel regalo. Essi poi non mancavano +di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei +quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito +messo in moto per illuminare le menti, e non +ristava dal catechizzar tutti da mattina a sera +nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, — rimettere +in uso una funzione +dell’antichità celebrando il risveglio della natura? +Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata +civile! Ma questa funzione medioevale del +curato è il trionfo dell’ignoranza e della superstizione! +Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio +qualcuno che avesse un prato o un campiello +sul monte, allora soggiungeva: — E chi +vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo +scappato dal piano non vada poi a mettersi +di casa più in su! — A questi discorsi chi si +faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti discutevano, +tutti si accaloravano; talchè lo speziale, +per rimanere nell’imparzialità, non si lasciava +più vedere.</p> + +<p>Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di +<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> +Orobio portatele dal Valassina, dopo uno sfogo +di esclamazioni, or di lode, or di raccapriccio, prese +una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi +indispensabili il proprio intervento, e la propria +autorità; a lei toccava dar man forte a don +Innocente, inaugurare un nuovo ordine di cose, +incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e +chiuder la bocca ai tristi lasciandoli confusi per +sempre. Persuasa che per ottenere tante belle +cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza, +decise di partir subito per Orobio; decisione che +le tornava tanto più opportuna perchè s’era intesa +con la Superiora che Cristina sarebbe stata +ricevuta in convento appunto in quei giorni; e +a lei i distacchi e le commozioni facevan tanto +male.</p> + +<p>Mentre donna Fulvia usciva dal portone del +suo palazzo in carrozza, con la Cleofe e con +<i>Fleurette</i>, per avviarsi alla stazione, un giovane +di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora +passeggiava dinanzi a quel portone a passi lenti, +incerti, preso da una subita risoluzione entrava +nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso +che aveva pensato e ripensato come se +dovesse presentarsi a un ministro. Enrico era +arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese +a cui era addetto, aveva acquistato un opificio +in Lombardia, l’opificio di cui doveva essere +<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> +egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire +con sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune +faccende prima di recarsi al suo posto. Quell’avvenire +sognato come una lontana speranza, per +tanti anni, traverso tante ore interminabili, uniformi +di lavoro, era giunto; quel giorno così +lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un +così bel giorno non doveva portargli qualch’altra +buona nuova? la migliore di tutte! Il cuore gli +diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era sbagliato. +Appena arrivato, era corso alla posta sapendo +che ci avrebbe trovate delle lettere di don +Cornelio, e ne trovò infatti due. Le lettere di don +Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione +di poco prima; una era malinconica, sfiduciata, +e piena di consigli di rassegnazione; +l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una +certa ansietà, di cercar nuove di Cristina senza +perder tempo, e come meglio poteva; poi di scrivergli +subito tutto ciò che era venuto a sapere. +Era con questa lettera in mano, e tutto agitato, +che Enrico, non sapendo che fare, era arrivato di +passo in passo dinanzi al portone di donna Fulvia, +e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide +uscirne una carrozza.</p> + +<p>La portinaia, silenziosa come un muro quando +donna Fulvia era in casa, dava la stura alle parole +appena la vedeva scantonare, e tanto più +<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> +se scantonava per andare alla stazione. Enrico +dunque non ebbe bisogno di ricorrere agli artifizi +del discorso per sapere in pochi minuti un +monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina, +dopo essere stata fidanzata col figlio d’un barone, +s’era decisa a entrare in un convento; da dove, +aveva detto la portinaia del convento, sarebbe +presto ripartita per una delle più lontane città.</p> + +<p>Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi +nelle braccia del suo amico Arturo, e a domandargli +consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli +osservò che bisognava aspettare il corriere di +Londra per sapere se gli affari permettevano di +occuparsi di quella spiacevole combinazione. Poi, +come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette +una dozzina di lettere, gli partecipò che bisognava +aspettare ancora alcuni giorni prima di +andare a prender possesso dell’opificio, e che +quindi poteva benissimo nel frattempo dare un’occhiata +ai propri interessi. Il parer suo in proposito, +senza responsabilità e senza impegno, se lo +voleva sentire, era questo: fosse pur vero ciò che +gli avevan detto, non c’era nulla d’urgente dal +momento che donna Fulvia era partita per la +campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro +di tutto, ed impedire all’occorrenza, in quanto +fosse possibile, un fatto qualunque che pregiudicasse +l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio +<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> +curato. Bisognava dunque indurre don Cornelio +a venire a Milano, e a parlare con Cristina.</p> + +<p>Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa +Maria della Neve. Per quanto Enrico si sentisse +poco incoraggiato dalle lettere malinconiche e +sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di +rivedere il suo protettore e di poterne avere +qualche consiglio, lo decise a partire e a pigliare +il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio +sulla quale lo aveva preceduto donna Fulvia.</p> + +<p>Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto, +cioè tre giorni prima della domenica fissata da +don Innocente per la sua funzione. In paese c’era +una crescente inquietudine. Quelli che avevano +desiderato la funzione cominciavano già a dire +che una funzione simile in Orobio la ci voleva, +ma che però sarebbe stato meglio principiar un +altr’anno. Il sindaco, che per protestare contro +la funzione aveva organizzata con quelli del paese +vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto +al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per +impedire una cosa e l’altra.</p> + +<p>Don Innocente, che, avendo risapute le voci +che correvano, era un po’ perplesso, prese un coraggio +da leone come seppe l’arrivo di donna +Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu +veduto entrare più volte nel palazzo, e restarci +per delle ore. Poi, dopo aver dati i suoi ordini +<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> +alla confraternita, una sera all’ora dei vespri +annunziò in chiesa che la mattina seguente sarebbe +andato a benedir le campagne seguìto dai +confratelli e dal popolo in processione.</p> + +<p>Era la prima domenica di aprile. Le campane +d’Orobio, sonando alla distesa come nei giorni +di solennità, chiamarono il popolo alle funzioni +festive un’oretta prima del solito, perchè poi la +processione potesse essere di ritorno al mezzogiorno, +ch’era l’ora del desinare; e la gente +usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi +per le strade e per le campagne, in +fretta e di buona voglia, invitata anche da un +bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco +che aveva dato ritrovo a molti, per quella mattina, +nell’osteria del paese, non ci trovò che tre +o quattro amici; gli altri avevano preferito di +fare la passeggiata civile ciascuno per proprio +conto. Dopo uno sfogo contro l’inerzia dei patriotti, +anche il sindaco se ne andò a spasso per +conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato +della chiesa per vedere la sfilata della processione, +o per seguirla o per canzonarla, a seconda +dei casi.</p> + +<p>Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don +Luigi era partito da un pezzo; e don Prospero +e un altro cappellano che egli aveva invitati per +la funzione, s’erano scusati dicendo però che +<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> +sarebbero venuti più tardi al desinare. Finita la +messa, don Innocente fece un po’ di predica sulla +necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni, +e le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti +spiriti maligni; poi, deposta la pianeta e indossata +la cotta, con l’aspersorio in mano e il suo <i>Manuale +exorcistarum</i> sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato +da un chierico che teneva il secchiolino, +e facendosi seguire dalla confraternita e dal popolo.</p> + +<p>Il suono delle campane che si diffondeva lietamente +per la valle, il bel cielo limpido, l’aria +primaverile, facevan contrasto con la cera scura +e con la tetra funzione di don Innocente. Quella +giornata splendida di sole, ch’era tutta un inno +di allegrezza e di fiducia, non pareva proprio +fatta per le maledizioni e per gli scongiuri.</p> + +<p>La processione s’avviò per la strada dove sorge +il palazzo Orsenigo. Il palazzo era parato a festa; +a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal +terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva +un gran drappo rosso di seta su cui c’era ricamato +nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con +tanto di corona, e circondata dagli emblemi della +passione di nostro Signore, proprio come se nostro +Signore avesse sofferto specialmente per donna +Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo, +sfoggiato per la prima volta e fatto appunto da +<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> +quelle Suore tra le quali, quel giorno stesso, era +andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare +in su; e quando passò la processione, ci fu +del disordine nelle file perchè ciascuno, pur camminando, +prima guardava in alto, poi guardava +indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi, +o sui piedi a chi veniva dopo; e tutti poi si davano +degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia che +se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di +compunzione e di compiacenza, sorrideva con indulgenza +a quel po’ di disordine, e lasciava capire +che perdonava, anche alla confraternita, quella +distrazione di cui eran causa lei e il suo bel +drappo. Don Innocente quando passò sotto il terrazzino +cercò, tutto in una volta, di riverire donna +Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la +divozione e di non parer distratto. Non era +facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e gli +ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del +capo che parevano di riverenza, ma ch’eran soprattutto +di approvazione e di protezione.</p> + +<p>Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò +presto a intorbidarsi. Parecchi dei più +arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario +s’eran messi qua e là, di fianco alla processione, +a attaccar discorso con quelli ch’erano in fila, +motteggiando e facendo di tanto in tanto qualche +sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi +<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> +cominciarono a uscir di fila; e appena +messi con quelli che poco prima li avevano canzonati, +si facevan coraggio e canzonavano anche +loro. Così i motteggi, le conversazioni ad +alta voce e le fischiate andavan crescendo; e +mano mano andava crescendo anche il numero +di quelli che, a ogni nuova strada, scantonavano +e se ne tornavano a casa loro. Don Innocente +che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile, +cominciò a perdere la pazienza. — Bricconacci, +villani, scomunicati! — cominciò a gridar +sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo +improvvisamente di fila anche lui. Poi tirava innanzi +più serio di prima; ma subito dopo passando +dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà +ad alloggiare a casa vostra il diavolo!... +verrà ad alloggiare! — gridava alzando l’aspersorio. +Allora i monelli scappavano, e si faceva +un po’ di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le +conversazioni ripigliavan presto.</p> + +<p>— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano +alcuni — lo si ha a vedere quando sarete +fuori pei campi, e quando vi vedranno venire +quelli degli altri paesi!</p> + +<p>— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in +ballo ballerà! Legnate a buon mercato... e cazzotti +per niente!</p> + +<p>Allora parecchi della processione cominciarono +<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> +a ragionarla con quelli che n’eran fuori. — La +funzione è bella, bellissima, non c’è a dire; +ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo +poi sì! in questo avete ragione anche voialtri. +Bisognava esser tutti in compagnia, anche quelli +dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive +influenze, e non mandarsele addosso l’un con +l’altro!</p> + +<p>Nel ragionare si fermavano; la processione intanto +andava innanzi, e chi c’era rimasto fuori +non ci tornava più. Altri poi, vedendo due carabinieri +che piano piano venivano loro incontro, +piano piano voltaron le spalle per non andare in +direzione opposta della forza.</p> + +<p>La processione, che s’era andata in tal modo +via via assottigliando, giunta alle viottole della +campagna non si componeva più che di una metà +della confraternita e di una cinquantina d’altri +che la seguivano. Don Innocente appena si vide +sbarazzato dei burloni e dei timidi, e circondato +solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese maggior +coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse +alla comitiva un discorsetto rabbioso per accalorare +gli animi e ribadire lo zelo. Lo scopo fu facilmente +raggiunto, e le parole di don Innocente +vennero accolte da una calorosa approvazione e +da esclamazioni piene di propositi audaci. Or +ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti rinfrancati +<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> +e capaci di farla vedere a chississia. A +un cenno del curato la comitiva fece silenzio, e +tirò innanzi ora allargandosi, ora procedendo un +poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e +or borbottando da capo tra gli <i>amen</i> e gli <i>ora +pro nobis</i>, qualche nuova minaccia contro i burloni +di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e +più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno +a don Innocente per vedere come faceva a far +l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto +qualche spiegazione a questi e al chierico, che +tremava tutto per la paura.</p> + +<p>“<i>Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime +et sporcissime spiritus</i>, — continuava don Innocente +tenendo l’aspersorio alzato, e leggendo nel +suo Manuale degli esorcismi — <i>conjuro te, insidiator, +superbe, mendax, immunde Belzebù</i>... questo è il +peggiore di tutti, ma adesso lo acconcio io....„ e +lesse due pagine di seguito del Manuale. Poi +rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a +mettersi in mezzo a un campo di patate. — Ora +eccoci al fatto nostro: <i>Exorcismus contra dæmones +minores, contra vermes, mures, locustas, et alia +animalia devastantia fruges, fructus</i>...‍<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> — e ricominciò +a leggere or forte, or sottovoce, tutto intento +al Manuale per non sbagliarsi.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span></p> + +<p>Don Innocente era così assorto nella lettura +del suo latino, che non s’accorse d’un improvviso +cambiamento di scena ch’era intanto avvenuto +intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa +una nuova comitiva, e la sua aveva subitamente +cessato di guardar l’esorcismo, di chiacchierare +e di dir la corona. La nuova comitiva era ben +diversa e ben più numerosa; era una comitiva +di contadini d’altri paesi, sbucati di qua e di là +saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano +con randelli, correggiati, forconi, e con un certo +piglio che non era quello con cui andavano di +solito a battere il grano o a rammontare il fieno!</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span></p> + +<h2>XXIII.</h2> +</div> + +<p>Mezz’ora dopo una buona parte della comitiva +di don Innocente rientrava in paese a gambe levate: +e dietro a loro, coi forconi e coi randelli +alzati, venivano rincorrendoli quelli della comitiva +forestiera coi quali evidentemente avevano +avuto uno scontro sfortunato. Era un fuggi fuggi, +e un gridar generale che mise tutto Orobio sossopra +in un momento. Chi dalle finestre, e chi +scendendo in strada, domandavan tutti ansiosamente +cos’era successo; chi cacciava in stalla in +fretta i maiali e le oche; chi correva a chiamare +i fanciulli, chi a rinchiudersi in casa. — Ma cos’è +stato? ma cos’è successo? C’è una ribellione, c’è +un saccheggio, vien gente da ogni parte! misericordia! +Ci vogliono ammazzare! daran foco al +paese! — I primi a gridare, e che gridavan di più, +eran parecchi di quelli della Confraternita che +<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> +avendone pigliate, o avendo pigliato non foss’altro +un gran spavento, spaventavano gli altri alla +lor volta, scappando urlando, e levandosi in furia +la veste e la cappa da confratello. Non tutti però +se l’eran data subito a gambe; alcuni di maggior +fegato e più cocciuti avevan dato mano senz’altro +ai sassi, e in un minuto ce n’eran stati di discretamente +pesti anche tra le schiere avversarie. Costoro +sbandandosi, e facendo un chiasso indiavolato, +avevano chiamata nuova gente, e tutti insieme +eran tornati alle mani più inferociti di prima. +Le sorti della giornata furon presto decise +dal numero, e gli assalitori, non contenti di aver +visto i tacchi dei confratelli di Orobio, invadevano +ora in frotte le strade del paese col piglio +minaccioso, e con la voglia di non tornarsene a +casa senza essersi presa una qualche soddisfazione; +di quelle, s’intende, che mandano in prigione il +giorno dopo. E infatti stavano già per raggiungere +questo risultato parecchi ch’erano piombati +addosso al sagrestano, il quale poco prima aveva +ammaccato sulle loro spalle il secchiello dell’acqua +benedetta; quando arrivarono i due carabinieri. +Questi pigliarono il più inferocito per il bavero, +ricevettero e restituirono spintoni e pugni senza +fine, perdettero e ripresero un paio di volte il cappello; +ma, sempre saldi al bavero, condussero alla +fine il loro uomo alla casa del comune in arresto. +<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> +Altri fatti più grossi e più minacciosi succedevano +intanto in un altro punto del paese, e precisamente +dinanzi al palazzo Orsenigo dove si era +ricoverato don Innocente. E qui le cose minacciavano +davvero di finir male, perchè la forza +pubblica in quel momento non era in grado nè +di essere informata nè di muoversi. I due carabinieri +erano tornati sulla porta della casa comunale +a guardare la folla, ma non erano ben sicuri +se fosser loro che sorvegliassero la folla, o se fosse +la folla che li sorvegliasse loro.</p> + +<p>Mentre succedeva tutto questo tafferuglio, scendeva +da Santa Maria della Neve, ed arrivava ai +primi casolari d’Orobio, Enrico, il quale, come +glielo aveva suggerito sir Arturo, era andato a +chieder consiglio a don Cornelio, e a invocare +una volta ancora il suo aiuto. Don Cornelio alla +vista di quel figliuolo, s’era tutto scosso; sulle +gote pallide e avvizzite gli era comparsa una +fiamma improvvisa, come il raggio che illumina +una mesta giornata d’inverno. Dopo aver udite +le notizie che gli portava Enrico, dopo aver vedute +le sue lacrime calde, sincere, era uscito a +un tratto dall’accasciamento in cui era, e aveva +sentito rinascere in sè tutto l’ardore d’un tempo.</p> + +<p>— Ebbene, sì! — aveva esclamato, — andrò a +Milano... qualche cosa farò! Se donna Fulvia mi +chiuderà l’uscio in faccia, andrò dalla Superiora +<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> +del convento, le dirò che la vocazione di Cristina +è falsa.... che Cristina s’inganna, o che la inganna! +Le dirò tutto! Andrò dall’Arcivescovo se occorre! +Oh qualcuno mi ascolterà!... Povero amico +mio, povero conte Maurizio!... i tuoi figliuoli non +li abbandonerò finchè avrò fiato! e se Dio mi darà +vita.... qualcosa farò!</p> + +<p>Ma intanto quella fiamma di poco prima gli era +scomparsa dalle gote, e c’era a un tratto succeduto +un pallore come di cadavere; s’era lasciato +andare sulla seggiola, aveva messo una mano sul +cuore, ed era rimasto per alcuni minuti in silenzio +quasi svenuto. Poi sforzandosi di sorridere, +aveva ripreso: — Non spaventarti, mio buon figliuolo, +non è nulla.... è uno de’ miei acciacchi.... +Quando s’è vecchi... sei capitato proprio in una +cattiva giornata; ma non è nulla.... Vedi? adesso +passa, passa... oh per andare ancora una volta a +Milano... per fare quello che t’ho promesso, sento +che le forze le avrò, oh le avrò! Tra un paio di +giorni ti raggiungo.... e tu intanto sta di buon +animo.... Chi sa che questa volta non ci riesca a +far proprio qualcosa per i figlioli dell’amico mio!... +chi sa che il Cielo non mi riservi questa consolazione +prima di chiuder gli occhi....</p> + +<p>Quando Enrico il giorno dopo s’accomiatò, don +Cornelio lo tenne stretto un pezzo nelle sue braccia, +celando appena la sua commozione, e trattenendo +<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> +a stento le lacrime. Poi, con un sorriso che +gli moriva sulle labbra, aveva cercato di dirgli +qualcosa di gaio, e gli aveva ripetuto più volte +vedendo che Enrico non glielo chiedeva più: +“Verrò, non aver dubbi, verrò.„</p> + +<p>Enrico aveva perduto il coraggio di ripetere a +don Cornelio la sua preghiera di venirgli in aiuto. +Don Cornelio non era più lui! Non era più il bel +vecchio, di cui Enrico aveva stampata l’immagine +nel cuore; era un uomo su cui era scesa una vecchiaia +cadente, un uomo che soffriva, e che cercava +a stento di rompere una profonda malinconia +che gli velava gli occhi e la parola. Nel vederlo +tanto mutato, Enrico non aveva più saputo +continuare a parlargli di sè, e non s’era alla fine +staccato da lui che con uno schianto del cuore.</p> + +<p>La signora Angelica l’accompagnò per un breve +tratto fino al punto dove incomincia la discesa +ripida della strada. Enrico le fece mille domande, +ma la povera signora Angelica sospirava, e gli sapeva +rispondere ben poco. Gli disse che don Cornelio +aveva di frequente degli svenimenti che le +mettevano spavento; che il medico era venuto +una volta, e che voleva tornare per capir meglio, +ma non era tornato; che don Cornelio non voleva +far nulla, e che essa era sulle spine. In fine +poi gli fece le sue scuse per non potergli dare, +com’era solita, qualcosa da portar seco in viaggio; +<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> +e spassionandosi un po’, gli disse piano perchè +nessuno la sentisse: — Che paese, che paese è +mai questo! Sarà più vicino al Cielo, come dice +mio fratello, ma non ci si trova neanche l’occorrente +per fare una torta! — Poi lo salutò con effusione, +e diede una voce a <i>Ugolino</i> perchè tornasse +indietro.</p> + +<p>Ma <i>Ugolino</i>, che trovava anch’esso di poco compenso +quel soggiorno, e dava volontieri di tanto +in tanto qualche scappata, finse di non capire, e +seguì tutto festoso Enrico, il quale aveva presa +la strada d’Orobio scendendo a gran passi per +la china del monte, agitato, commosso e in preda +a mille pensieri.</p> + +<p>Dopo un’ora di cammino, come fu a vista d’Orobio, +e mano mano che vi si avvicinava, Enrico +s’accorse che ci doveva essere avvenuta una qualche +disgrazia, o qualche grave avvenimento. Gente +che andava e veniva con l’aria ansiosa e spaventata; +donne e fanciulli che salivano frettolosamente +per i viottoli della montagna; e da lontano +un rumore confuso di voci e di grida che a intervalli +scoppiavano più fragorose, e con un impeto +di minaccia. Alle prime case poi vide, da +per tutto, gente alle finestre e sulle porte, e gente +che faceva ressa intorno a qualche confratello +sbandato, che in veste bianca e cappa rossa rispondeva +affannosamente alle cento domande che +<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> +gli eran fatte, e che gli venivano poi ripetute dai +nuovi curiosi che sopraggiungevano. Enrico si cacciò +in mezzo a un capannello, dove gli parve che +la conversazione fosse più calorosa, e riuscì a poco +a poco a capire cos’era accaduto, e cosa stava +accadendo. Rimase un minuto perplesso, tra la +fretta di andar dal vetturino e fargli attaccare, e +la voglia di far qualcosa anche lui, sia per metter +pace, sia all’occorrenza per dispensare qualche +scappellotto in difesa de’ suoi antichi compatriotti +d’Orobio. Ma intanto era giunto un nuovo +confratello, ancora più ansante degli altri; tutti +gli furono addosso, e per quanto cercasse di svignarsela, +dovette pur rispondere e discorrere con +tutti anch’esso.</p> + +<p>— Ah voi credete che la sia finita? Andate, +andate a vedere! A buon conto, poco fa ci +mancò poco che il sagrestano non fosse bell’e +spacciato! Io ero lì proprio vicino a lui... quando +lo pigliarono in mezzo cinque o sei manigoldi che +lo volevan finire.... Io allora... via... a cercare il +sindaco! ma il sindaco era già partito col suo +biroccio per domandare un rinforzo. Basta; il sagrestano +l’hanno salvato; ma intanto i carabinieri +sono bloccati, e se non arriva presto il rinforzo....</p> + +<p>— Bloccati?</p> + +<p>— Sicuro, da un muro di gente d’ogni paese, +e bisogna sentire come urlano!</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span></p> + +<p>— E poi?</p> + +<p>— E poi c’è di peggio. Adesso una parte della +folla corre verso il palazzo di donna Fulvia, dove +dicono che ci sia il curato.... Li ho incontrati io, +poco fa, anzi con alcuni che incominciavano a insultarmi +ho fatto delle chiacchiere, e loro subito +a alzare i bastoni....</p> + +<p>— E voi?</p> + +<p>— E io via a gambe, perchè sapete come sono; +guai se mi riscaldo! Ma intanto chi sa cosa succede +laggiù, nel palazzo! Di sicuro, ci danno il +fuoco!... e il curato lo ammazzano!</p> + +<p>— E se si sonasse la campana?</p> + +<p>— Andateci voi! bisogna vedere che facce sul +sagrato!</p> + +<p>Enrico, a quelle parole non ebbe più che un +solo pensiero: correre al palazzo, arrivarci prima +della folla, far fuggire il curato, chiamar gente, +fare insomma tutto quello che avrebbe potuto per +salvare la casa del suo antico benefattore. In un +attimo ci arrivò, ma la folla c’era arrivata prima +di lui, e stava già fitta e minacciosa dinanzi al +portone chiuso, urlando e fischiando. Che fare? +Arringar la folla? Persuadere que’ contadinacci, +furiosi e vicini a compire la loro vendetta, a tornarsene +tranquillamente a casa? Non era possibile. +Tanto più che, proprio in quel momento, e +in mezzo a quel baccano indiavolato, la folla manifestava +<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> +chiaramente le sue intenzioni definitive +a un oratore, un omaccione grosso e d’aspetto pacifico, +il quale aveva proposto un mezzo termine. +Il mezzo termine era quello di far uscire il curato, +però senza mancargli di rispetto, e di obbligarlo +a fare la funzione in senso inverso; cioè a +cacciar coll’aspersorio su quel d’Orobio tutte +quelle influenze diaboliche, che poco prima aveva +cacciate sul loro.</p> + +<p>— Questo va bene, — gridavano i più accesi, — ma +ci vuole di più! Bisogna buttar giù il portone! +Bisogna pigliare i caporioni, quelli che ci han +tirate le sassate, e che son chiusi lì dentro! E a +quelli, legnate!</p> + +<p>— D’accordo, — ripigliava a tutta voce l’omaccione, — legnate, +a quelli là!... Ma il curato, deve +fare come vogliamo noi... senza però mancargli di +rispetto, avete capito!</p> + +<p>— Bravo, evviva!</p> + +<p>E queste grida erano intanto accompagnate da +una tempesta di sassi lanciati contro il portone e +contro le finestre del palazzo. Non c’era tempo da +perdere; ma a chi domandar aiuto? ma che fare?</p> + +<p>“Cerchiamo almeno di salvare quelli che vi +stanno rinchiusi,„ pensò Enrico. Uscì dalla folla, +e pigliò a gambe levate una stradicciuola che conduceva +al monte, e a una selva dalla quale poteva +scendere fino al giardino del palazzo, con la +<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> +speranza di non essere veduto. Arrivato al muro +di cinta, cercò e trovò subito un punto dove tante +volte l’aveva scavalcato da fanciullo; si arrampicò, +e spiccò un salto insieme a <i>Ugolino</i> che lo +aveva seguito fin lì. Attraversò di corsa il giardino, +entrò nelle stanze a terreno del palazzo, e +lo girò affannosamente, chiamando gente, e stupito +di non trovarci nessuno. E infatti, quelli che +sulle prime vi si erano rinchiusi, facendo scorta +a don Innocente, avevan subito pensato a cercarsi +alla chetichella una qualche uscita particolare per +non essere presi in trappola; e quelli poi di casa, +mandati tutti in processione, avevano trovato al ritorno +il portone chiuso, e la folla dinanzi al palazzo.</p> + +<p>In quelle sale, in quei corridoi, che risvegliavano +a Enrico tante care memorie, e che ora rivedeva +abbandonati e silenziosi, si ripercoteva +ogni tanto l’eco sinistra degli urli minacciosi della +strada. Enrico impaziente, ansioso, salì correndo +al primo piano, dando una rapida capata a ogni +camera, e chiamando di nuovo a voce alta quei +di casa. Giunto al salotto, e apertone l’uscio con +uno spintone, udì delle grida di spavento che lo +fermarono sulla soglia. Vide una vecchia signora +svenuta su una poltrona; una donna, che era la +Cleofe, inginocchiata e che strillava; e don Innocente +che, con la cotta piegata sotto il braccio, +cercava di nascondersi dietro un canapè.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span></p> + +<p>— Coraggio, coraggio! — esclamò subito Enrico +con voce amichevole. — Vengo in vostro aiuto, +vengo a mettervi in salvo; siamo ancora in tempo, +ma presto, presto venite con me.</p> + +<p>— È arrivata la forza? — chiese tutto tremante +don Innocente.</p> + +<p>— Sì, sì, ma facciamo in fretta; — gli rispose +Enrico con impazienza.</p> + +<p>— Ah lei è forse il signor Delegato della Questura?... +oh sia benedetto!...</p> + +<p>— Ci son altri in palazzo? — gli chiese Enrico.</p> + +<p>— Nessuno, nessuno; ci han piantati qui soli... +non ci siamo qui che noi poverelli... ma a suo +tempo mi sentiranno! — continuava don Innocente.</p> + +<p>— Se non ci son altri, tanto meglio. Andiamo, +e subito! Bisogna tranquillare questa signora.... +farla scendere in giardino; ci vuol la chiave del +cancello!... Non c’è un minuto da perdere!...</p> + +<p>Intanto che Enrico andava sollecitando don Innocente +con piglio risoluto, la Cleofe, continuando +a piagnucolare, cercava di richiamare in sentimento +la sua padrona. Don Innocente, lasciato il +canapè, e avvicinatosi anch’esso a donna Fulvia, +le andava ripetendo all’orecchio: “C’è qui il Delegato +della Questura.... quello della Polizia.... è +venuto a metterci in salvo.... Andiamo, coraggio, +donna Fulvia, bisogna andarcene subito.„</p> + +<p>Donna Fulvia tremante, convulsa, aprì gli occhi. +<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> +Fissò Enrico, che vedeva per la prima volta, +e cercò di fargli il viso benevolo sentendo che +era quello della Polizia. Enrico, che pure per la +prima volta si trovava dinanzi a donna Fulvia, +ebbe un momento di perplessità, e quasi di terrore. +Gli venne, con un brivido, il ricordo di +quanto quella signora gli aveva fatto soffrire; +gli si affacciò il pensiero di tutto il male che +quella signora gli aveva fatto... di tutto quello, +ancor più grande, che stava forse per fargli; +sentì una fiamma al viso, sentì offuscarsi la +mente. L’urlo selvaggio, che dalla strada arrivava +fin lì, gli parve in quel momento meno +odioso; gli parve simile quasi al grido che, in +mezzo a un torbido rimescolìo, stava per prorompergli +dall’anima.</p> + +<p>Alzò gli occhi, si scosse, si rammentò dov’era. +Quel salotto gli richiamava la voce del conte +Maurizio quando gli parlava di lealtà e di onore; +e quel prete gli richiamava la voce di don Cornelio +quando gli diceva “figliuolo, perdono e +carità.„</p> + +<p>— Lasci fare a me, lasci fare a me; — disse Enrico +un po’ bruscamente alla Cleofe, — non vede? +la signora è debole, è sofferente, ha bisogno d’un +braccio più valido, più sicuro.... Lei vada a prendere +la chiave del cancello.... Si appoggi a me, +signora, non abbia più timore di nulla; usciamo +<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> +di qui... la conduco al sicuro... si faccia animo... +Oh prima di offender lei! ci sono io!</p> + +<p>Donna Fulvia cercava di ringraziare Enrico con +l’espressione del viso, e con qualche parola che +le usciva debole e a stento. Il farla scendere a +terreno, e l’attraversare il giardino fu un affar +serio. Ogni tratto le soppravveniva un accesso +convulso che la faceva tremar tutta violentemente, +e ricadere priva di forze. Ogni tratto dava in +uno scoppio di pianto. Enrico, commosso da quello +spettacolo, raddoppiava le sue cure; la sosteneva +con tutte le sue forze; la rassicurava, e nel ripeterle +quasi con pietà figliale delle cortesi parole +di conforto, si sentiva più rassicurato egli +stesso, e gli scendeva nell’anima un sentimento +elevato, dolcissimo.</p> + +<p>Enrico, come ebbe oltrepassato il cancello, condusse +la comitiva in una capanna fuor di mano +e quasi nascosta tra i castagni e i cespugli della +selva. Fece adagiare donna Fulvia alla meglio +su un mucchio di paglia e di foglie secche, poi, +tirando un gran sospiro, e cercando di mostrarsi +allegro:</p> + +<p>— Eccoci in porto — esclamò. — Dei pericoli +non ce n’è più. Mi aspettino qui; io corro a prendere +il mio legnetto, lo conduco laggiù, dove la +stradicciuola del monte fa capo alla strada maestra, +e in un batter d’occhio saremo lontani dal paese....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span></p> + +<p>— E poi? — domandò don Innocente.</p> + +<p>— E poi, lei andrà dove vorrà, e queste signore +proseguiranno la loro strada per Milano, se crederanno. +Ma di ciò parleremo dopo... intanto io +vado a prendere il legnetto, perchè bisogna spicciarsi....</p> + +<p>— E se io me ne andassi subito? — chiese don +Innocente. — Piglio la strada della montagna, e....</p> + +<p>— Lei si fermi, e mi aspetti; non abbandoni +questa signora. Non vede?...</p> + +<p>— Oh! — esclamò la Cleofe con un grido acuto +e piagnucolando — non c’è <i>Fleurette!</i>... abbiamo +dimenticato la povera <i>Fleurette</i>.... Ah! signor Questore, +signor cavaliere, come si fa? come si fa?</p> + +<p>Enrico s’accorse in quel punto che anche <i>Ugolino</i> +non c’era. Rispose alla Cleofe con un gesto +d’impazienza, ripetè a donna Fulvia che tra poco +sarebbe di ritorno, e prese correndo una viottola +che conduceva in paese.</p> + +<p>— Ma che cosa succederà, cosa succederà di +<i>Fleurette?</i> — continuava ad esclamare la Cleofe +agitata da un cattivo presentimento. E i cattivi +presentimenti molte volte dicono il vero. Mentre +Enrico percorreva le sale del palazzo a terreno, +<i>Ugolino</i>, correndo e abbaiando, aveva in un attimo +percorsi tutti i corridoi e tutte le stanze d’ogni +piano che aveva trovate aperte; e entrato in +guardaroba aveva veduto <i>Fleurette</i> adagiata sopra +<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> +una poltroncina della Cleofe. <i>Ugolino</i>, quando +compariva <i>Fleurette</i>, era abituato a darsela a +gambe, con la coda abbassata, perchè qualcosa lo +raggiungeva sempre, a tergo, bruscamente. Ma +questa volta <i>Ugolino</i> capì che quello era un giorno +diverso dagli altri, e si piantò dinanzi a <i>Fleurette</i> +in aria di sfida, e con la coda alzata. <i>Fleurette</i>, +gli rispose con un brontolìo ringhioso e pieno di +disprezzo. <i>Ugolino</i> non potè più trattenersi; e in +un salto le fu addosso a darle una pettinata. <i>Fleurette</i> +mandò un guaito; poi dondolandosi, e a +stento, saltò tutta affannata dalla poltroncina +sul tavolino che c’era accanto, e da questo sul +davanzale della finestra ch’era aperta. Di là guardando +rabbiosa <i>Ugolino</i>, traverso i peli che le +scendevan sugli occhi, ringhiò più forte di prima +mostrandogli i denti. <i>Ugolino</i> fece per tornare +a un secondo assalto; <i>Fleurette</i> diede un passo indietro, +perdè l’equilibrio e scomparve. <i>Ugolino</i> +cercò sotto le sedie; saltò sulle tavole; frugò dappertutto; +andò nelle stanze vicine; corse su e giù +per le scale, ma non trovò più la sua nemica, nè +l’amico del suo padrone che aveva seguìto fin lì. +Allora tra il rassegnato e il soddisfatto scese in +giardino, saltò il muro, e prese diviato la strada +di Santa Maria della Neve, con la lingua fuori e +la coda alzata.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span></p> + +<h2>XXIV.</h2> +</div> + +<p>Don Prospero, quando ricevette l’invito da don +Innocente di venire alla sua funzione e di trattenersi +poi a desinare, aveva fatto tra sè questo +ragionamento: “Uno più uno meno, per esorcizzare +gli spiriti, tanto fa; ma uno più uno meno +per pigliarvi una sassata è un altr’affare; ci andrò +al tocco, per il desinare.... Allora tutto sarà +finito, e don Innocente vedrà che ho fatto onore +a una parte almeno del suo invito.„</p> + +<p>Al batter del tocco don Prospero giungeva infatti +alle prime case d’Orobio; ma, appena giuntovi, +s’accorse che le sassate non eran finite, e +che il desinare di don Innocente non sarebbe +stato messo in tavola così presto. Si trovò subito +in mezzo a capannelli agitati e a gente +rabbiosa; si trovò tra la retroguardia insomma +della folla che faceva baccano in paese. E, siccome +tutti lo sapevano amico di don Innocente, +<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> +capì che non c’era buon’aria neanche per lui; +infatti ne vide parecchi che gli ammiccavano +d’andarsene, ed altri che addirittura gli venivan +già incontro con la faccia accigliata e col piglio +provocante. Don Prospero però non si confuse; +si fermò, si appoggiò colle due mani al pomo +della mazza, e prese un fare neutrale, bonario e +da paciere, come facevano i suoi di casa quando +nasceva un tafferuglio nell’osteria; era pratico +dell’avventore rissoso, e sapeva come va preso. +In un momento tutti quelli ch’eran lì e quelli +che mano mano sopraggiungevano, dopo averne +picchiate o buscate, si affollavano intorno a don +Prospero; e don Prospero seppe dire a ognuno +la sua. Con uno conveniva, con l’altro distingueva; +dava a tutti la loro parte di ragione e +la loro parte di torto; si permetteva qualche +amichevole rimprovero, e interrompeva i più arrabbiati +con qualche barzelletta, un po’ sciocca +s’intende, perchè piacesse subito a tutti. Li lasciò +sfogare per una buona mezz’ora; e quando gli parve +venuto il momento di fare una proposta — Figlioli, — esclamò, — volete +un mio parere? — e +alzando la mazza in attitudine di comando — Tutti +in fila! armi in spalla! compagnia avanti!... +andiamo a berne un bicchiere al <i>Pomo d’oro.... +marche!</i></p> + +<p>— Bravo don Prospero! Evviva! — E tutti a +<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> +sghignazzare, e a seguir don Prospero per una +stradicciuola che conduceva al <i>Pomo d’oro</i>.</p> + +<p>Don Prospero, con la sua manovra militare, +aveva reso senza saperlo un servizio anche a +Enrico che in quel momento appunto scendeva +per la falda del monte, ove aveva lasciato donna +Fulvia in un capannone, per andare in cerca del +vetturale. Enrico, con sua sorpresa, trovò tutto +sgombro e silenzioso il piazzale a cui metteva +capo la strada maestra, e ch’era il punto più comodo +per imbarcare donna Fulvia. Corse a chiamare +il vetturale che abitava poco distante, e +in meno di mezz’ora riuscì a far tutto felicemente, +e a partire, senza che nessuno li vedesse, in una +carrozzuccia con donna Fulvia e con la Cleofe.</p> + +<p>Donna Fulvia e la Cleofe eran più morte che +vive. Donna Fulvia pallida, irrigidita, non apriva +bocca; e di tanto in tanto cercava nascondere le +contrazioni convulse della faccia con la pezzuola, +lacerandola nel tempo stesso coi denti. La Cleofe +se ne stava tutta rannicchiata, e continuava a +tener turate le orecchie con le mani per non riudire +quelle voci e quegli schiamazzi d’Orobio.</p> + +<p>L’allontanarsi dal paese, l’esser fuori d’ogni +pericolo, non bastarono a metter in calma donna +Fulvia, e a darle un po’ di giovamento; il suo stato +si andava anzi mano mano facendo sempre peggiore. +Lo spavento doveva essere stato ben grave, +<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> +poichè ogni tratto le pigliavan degli attacchi di +nervi e degli svenimenti da impensierire anche +chi ne fosse pratico più d’Enrico; il quale intanto +cercava di mostrare la sua buona volontà +or facendo fermare il legnetto, or andando in +cerca d’un po’ d’acqua, or rassicurandola con +delle buone parole. Non s’era mai trovato in un +impiccio simile; e a renderglielo anche più seccante, +ci si univa la Cleofe, la quale a ogni +svenimento di donna Fulvia si metteva a strillare, +e si credeva in dovere di svenire anche lei. +Svenne, e strillò più d’una volta anche a proposito +di <i>Fleurette</i>; e Enrico dovette per tranquillarla +scendere a un casolare, perdere una buona +mezz’ora, cercare un messo e spedirlo a Orobio +per dire a quei di casa che andassero in cerca +della cagnina. Che bel viaggio! Ci furono dei +momenti in cui Enrico non sapeva proprio più +che fare; se fermarsi, se proseguire, se ritornare +a qualche villaggio attraversato da poco; e avrebbe +finito di certo col far scendere donna Fulvia in +qualche locanda, se donna Fulvia, ogni volta che +egli gliene mostrava l’intenzione, riprendendo per +un minuto tutta l’energia la più imperiosa di cui +era capace, non si fosse opposta dichiarando di +voler continuare il viaggio a ogni patto, viva o +morta, fino a sera, fino a Milano, fino a casa.</p> + +<p>Arrivati in una borgatella, ch’era il capoluogo +<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> +del mandamento, poteron mutare il legnetto in +una carrozza a due cavalli, e continuare il viaggio +meno disagiatamente e d’un passo più sollecito. +Poichè si doveva tirare innanzi urgeva ora spicciarsi +per arrivare in fine della valle, prima che +fosse ripartito l’ultimo treno della strada ferrata +che conduceva a Milano. Donna Fulvia non migliorava; +si capiva ch’essa faceva de’ grandi sforzi +sopra sè stessa, ma che si sentiva un gran male. +Lo si capiva anche dall’espressione che pigliava +di tanto in tanto la sua fisonomia ogni volta +che Enrico le indovinava qualche nuova sofferenza, +e le usava qualche nuova attenzione; era +un’espressione che lasciava intravvedere qualcosa +d’un po’ più raddolcito, e che pareva quasi un +principio di riconoscenza. Quell’espressione era +per Enrico un gran fatto; e bastava, non solo a +rinnovargli la pazienza, ma a riempirgli il cuore +di speranza e di entusiasmo; raddoppiava allora +di zelo, e cercava ogni maniera più delicata di +rendersi utile, mettendo in ogni suo atto una +premura e un affetto quasi filiali. Diventava +paziente e premuroso fin con la Cleofe; la quale, +all’infuori di quei pochi momenti felici in cui si +addormentava, avrebbe fatto scappar la pazienza +a un santo, or col lamentarsi di tutto, or col ripigliare +una cert’aria piagnucolosa, or col dire +di avere una gran fame, or col sospirare per +<i>Fleurette</i>.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span></p> + +<p>Finalmente arrivarono alla stazione, e ci arrivarono +in tempo per poter ripartire subito per +Milano. Prima di ripartire, Enrico, dopo averci +pensato e ripensato, s’era deciso a mandare un +telegramma al marchese Ettore, dicendogli che +erano accaduti de’ guai a Orobio, che donna Fulvia +si era molto spaventata, ch’era in viaggio +per Milano e ch’era molto sofferente. Donna Fulvia, +quando udì il fischio della locomotiva che +ripartiva, tirò un gran respiro, e parve per un momento +tutta riavuta e calma. Nel compartimento +della carrozza erano soli: Enrico si era seduto in +un angolo, e taceva; la Cleofe dopo una mezz’ora +s’era addormentata. Donna Fulvia, a cui quel +riposo e quel sentirsi lontana da ogni pericolo +cominciò a mettere un po’ di tranquillità e un +po’ d’ordine nella mente, prese a riandare gli avvenimenti +della giornata e a capacitarsi di tutto +quello ch’era accaduto. Il suo pensiero correva +a Orobio, alla sua casa che le pareva di veder +abbruciata e distrutta, a don Innocente, a <i>Fleurette</i>: +alla povera e abbandonata <i>Fleurette</i>. E di +pensiero in pensiero, venne a un tratto a domandarsi +chi mai fosse il suo misterioso salvatore, +quel giovane che le stava seduto dinanzi taciturno +e pensieroso anche lui, e che rammentava +d’aver veduto, accanto a sè in tutto quel giorno, +in tutte quelle peripezie, e sempre tanto premuroso, +<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> +tanto amorevole. “Ma chi mai può essere?„ +andava dicendo tra sè donna Fulvia. “La Cleofe, +se ben mi ricordo, l’ha chiamato signor <i>cavaliere</i>, +signor <i>Questore</i>.... E già non può esser +altro.... quantunque non lo si direbbe, così giovane, +con quel tratto così sommesso, con quella +dolcezza.... come farà a pigliare i ladri?... Ma già +non può esser altro.„ Finalmente, non potendo +più trattenersi per la curiosità, si decise di rivolger +la parola a Enrico, e lo fece col principiare +a dir male del Governo “il quale non s’era messo +dalla parte di don Innocente, come sarebbe stato +dover suo; e così, se era avvenuta una rivoluzione, +la colpa era tutta del Governo.„ Enrico +la lasciò sfogare, e poi alla sua volta le domandò +come fosser principiati quei guai ch’egli infatti +non conosceva ancor bene.</p> + +<p>— Ecco! — saltò su allora donna Fulvia; — lo +diceva ben io che il Governo non sa mai +nulla, e non fa mai nulla! Anche lei dunque non +ne sapeva niente? lo confessa!</p> + +<p>— Ma io non sono il Governo — rispose Enrico +sorridendo.</p> + +<p>— Lei però è il Questore.</p> + +<p>— Oh perdoni, signora, lei si sbaglia di molto; +non sono davvero il Questore....</p> + +<p>— Ma è però un impiegato del Governo....</p> + +<p>— Neppure....</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span></p> + +<p>— Ma allora chi è lei? — esclamò donna Fulvia +con una espressione in cui alla curiosità si +univa una certa inquietudine. E fissandolo, stette +ad aspettare la risposta.</p> + +<p>Enrico si fece rosso in viso, ed ebbe un momento +di esitazione. Tutto in quella difficile giornata +gli era riuscito così bene fin lì; poco gli +mancava a compire quella sua inattesa missione, +a ricondurre donna Fulvia tra i suoi, a entrare +egli stesso in quella casa ove aveva disperato +d’essere accolto mai più, e a entrarvi come il +benvenuto, come un salvatore.... Enrico non ebbe +il coraggio di rompere quell’incantesimo e di svelarsi, +lì per lì, a donna Fulvia.</p> + +<p>— Oh certamente, lei non mi può conoscere, — rispose +Enrico con un fare un poco impacciato, +e che voleva parere disinvolto. — Ma in +Orobio son conosciuto.... sono anch’io di quei +paesi. Oggi appunto dovevo ripartire per Milano, +ove abito da qualche tempo, quando passando +per caso vicino al suo palazzo, incappai in quella +turba di indemoniati; vidi il pericolo, e... ringrazio +la fortuna che m’ha fatto arrivare in tempo +per esser utile a qualcosa....</p> + +<p>— E dica pure a rendermi un gran servizio, — disse +allora donna Fulvia con un accento solenne +e cortese. — Lei dunque troverà naturale +e giusto il mio desiderio di conoscere il nome +<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> +della garbata persona a cui devo la mia riconoscenza.</p> + +<p>— Oh, se non si trattasse che di ciò, le domanderei +il favore di non occuparsi neppure del +mio povero nome; ma pure farò come le aggrada.... +e domattina, poichè ho lasciato il portafogli a +casa, le manderò il mio biglietto di visita, non +dubiti.</p> + +<p>Donna Fulvia abbassò il capo, e non disse altro; +un po’ per far capire al suo interlocutore +ch’essa non chiedeva due volte la medesima cosa, +e un po’ perchè cominciava a sentirsi male da +capo.</p> + +<p>Arrivati a Milano, trovarono alla stazione il +marchese Ettore e la marchesa Bianca. Il marchese, +che conosceva l’umore di sua suocera, s’affrettò +a buon conto a far le maraviglie nel vederla +arrivare, dicendole ch’era venuto con Bianca +a salutare degli amici partiti in quel momento. +La marchesa Bianca riconobbe subito Enrico, e +poco mancò non facesse una grande esclamazione; +ma Enrico la trattenne a tempo con un gesto +supplichevole, e con l’ammiccarle di star zitta. +Donna Fulvia poteva reggersi appena, e cercava +di farsi forte non volendo dire, lì per lì, +il motivo di quel suo pronto ritorno; ma la +Cleofe, prese subito a spiattellar tutto l’accaduto, +esclamando a ogni quattro parole che <i>Fleurette</i> +<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> +era scomparsa, e che se non ci fosse stato “<i>quel +signore lì</i>„ tanto lei che la padrona sarebbero +state ammazzate.</p> + +<p>— Tacete, — diceva intanto con un fil di voce +donna Fulvia, — andiamo a casa.... vi dirò tutto.... +Sì, bisogna ringraziare <i>quel signore</i>.... ma andiamo +a casa.... subito, subito....</p> + +<p>Il marchese e Bianca, ai quali le parole della +Cleofe avevano aumentato lo stupore e l’agitazione, +fatta venir subito la carrozza, vi adagiarono +donna Fulvia; disser piano al servitore che +andasse a chiamar il medico; e pregarono il <i>gentile +signore</i> a venire a casa con loro per conoscere +meglio l’accaduto, e per poter meglio ringraziarlo +di quanto aveva fatto.</p> + +<p>Il giorno dopo, donna Fulvia era a letto con +un febbrone accompagnato da qualche accesso di +delirio. Per parecchi giorni la casa fu tutta sottosopra; +e Enrico, in tutte l’ore che aveva di libertà, +era in casa di donna Fulvia, chiamato, pregato +da tutti, rendendo a quanti c’erano mille servizi, +preziosissimi in quel trambusto, e resi da lui +tanto più grati poichè li accompagnava con una +buona volontà inesauribile. Si pensi quale gioia +secreta, quali speranze, fossero entrate nell’animo +d’Enrico vedendosi a un tratto così bene accolto, +così festeggiato da tutti in quella casa! Ma ci fu +anche di meglio. Il marchese Ettore, che a proposito +<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> +di Cristina, come s’è visto, aveva da un +pezzo preso in cuor suo il suo partito, pensò subito +di non lasciarsi sfuggire un momento così +opportuno per avviare le faccende a quella tal +conclusione che, a conti fatti, gli pareva la meno +peggio. Il giovane gli era piaciuto; era modesto, +di belle maniere, innamorato, disinteressato, quale +insomma ci voleva; tanto più che alla vocazione +di Cristina per il monastero il marchese persisteva +a non crederci. Detto fatto, il marchese +Ettore fece un mattino chiamare a casa sua Enrico; +ebbe con lui un lungo discorso; lo fece +tornare il mattino seguente, e dopo un secondo +colloquio d’un paio d’ore, furon veduti uscire insieme +dal salotto, e salutarsi con molte strette di +mano: il marchese aveva l’aria soddisfatta, e +Enrico era tutto acceso, e pareva scoppiasse per +la gioia.</p> + +<p>Per alcuni giorni non ci fu altro di nuovo. +Enrico era tutto trasformato; allegro, inquieto, +fiducioso, impaziente: e sir Arturo, una volta al +giorno, lo consigliava a trattenere la gioia, a non +scrivere a don Cornelio, e ad aspettare con calma +la guarigione di donna Fulvia, la quale andava +lentamente migliorando. Enrico replicava, e sir +Arturo non diceva altro.</p> + +<p>Una mattina sir Arturo non vide venire all’ora +solita Enrico; non lo aspettò, e difilato andò a +<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> +casa sua. Enrico era nel suo studiolo, presso la +scrivania, col capo tra le mani, e con gli occhi +fissi su una letterina che gli stava spiegata dinanzi. +Pareva impietrito, e il suo sguardo aveva +qualcosa di desolato e di spento come di chi +sente venir meno la vita o la ragione.</p> + +<p>La letterina diceva così:</p> + +<div class="blockquote"> + +<p class="indl"> +“<i>Pregiatissimo signore</i>, +</p> + +<p>“Ho parlato con mia suocera, come eravamo +intesi; ma con mio vivo dispiacere devo dirle +ch’essa non ha creduto di accordare quel consenso +che io le avevo chiesto, animato da un vivo +e sincero interessamento per lei. Il rifiuto di mia +suocera è assoluto; e non mi pare che lasci adito +a speranze per l’avvenire.</p> + +<p>“Serberò sempre il più grato ricordo dei ritrovi +che ho avuti con lei; e la prego di nuovo +ad accogliere i sentimenti di riconoscenza miei +e di mia moglie per tutte le cure e le cortesie +ch’ella ha usate a mia suocera.</p> + +<p>“Accolga i sentimenti della mia maggior stima, +e mi abbia sempre suo devotissimo</p> + +<p class="indr"> +“<span class="smcap">Ettore di Chiaravalle</span>.„ +</p> + +</div> + +<p>Il marchese Ettore dicendo d’aver fatta la parte +sua con interessamento, diceva la verità. Alla vocazione +di Cristina egli ci credeva poco, e sapeva +<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> +che ci credevan poco anche altri; altri che non +ristavano dal domandare ancora al Padre Felice +delle informazioni sulla dote. Sua moglie poi, la +marchesa Bianca, aveva pigliato fuoco di nuovo +per il lieto fine del romanzetto della cugina e +poteva benissimo commettere una qualche grossa +imprudenza. Era dunque, tutto sommato, un affare +in cui non ci vedeva chiaro; un affare che +avrebbe voluto veder finito presto, col minore dei +mali, e tenendone lui la direzione. Ci si era messo +dunque di buona volontà, e con tutte le precauzioni; +fin con quella di far assistere come complice +anche il Padre Felice al discorso, pensato +e preparato, che andò a tenere a donna Fulvia.</p> + +<p>Donna Fulvia, appena le fu svelato dal marchese +il nome del suo misterioso protettore, si +rizzò sul letto, si acconciò in testa rabbiosamente +la cuffia, e cominciò a fare delle domande ironiche +e delle esclamazioni sdegnose. Poi venne subito +a una conclusione; e la sua conclusione fu +che l’accaduto era tutto un intrigo combinato tra +don Cornelio e quel giovinotto; i disordini d’Orobio, +le minacce alla sua casa, la comparsa del +salvatore, non erano, a suo dire, che una trama +per arrivare a uno scopo; era chiaro, era certo, +e lei ne era sicurissima. A smovere donna Fulvia +da questo ragionamento nel quale s’era piantata, +c’era voluto da prima tutta la pazienza del Padre +<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> +Felice, e l’impazienza da ultimo del marchese. +Donna Fulvia finalmente s’era tranquillata, ed +era rimasta a udire in silenzio i suoi interlocutori; +poi, venuta al punto di pronunziare una risposta, +aveva detto con una certa solennità e in +tono asciutto e severo: — Il mio consenso a questo +matrimonio non ci sarà mai, mai!</p> + +<p>Dopo questo <i>mai</i>, diventò più rasserenata e tranquilla; +e il medico, pochi giorni dopo, diede alla +famiglia il felice annunzio che donna Fulvia era +entrata in convalescenza.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span></p> + +<h2>XXV.</h2> +</div> + +<p>Tre mesi dopo, il sindaco d’Orobio, che cominciava +appena a riavere un po’ di pace dopo i sopraccapi +avuti in conseguenza della processione +di don Innocente e delle busse ricevute, — egli +diceva date, — in quell’occasione dai suoi amministrati, +colpito ora da un nuovo avvenimento ben +più doloroso si trovava da alcuni giorni a Santa +Maria della Neve a compirvi un mesto ufficio. Era +morto don Cornelio, ed egli era il suo esecutore +testamentario.</p> + +<p>La morte di don Cornelio non era stata annunziata +da nessuno, ma la notizia si era sparsa in un +baleno, di voce in voce, di casa in casa, in tutta la +valle, come l’annunzio d’una comune disgrazia. I +terrazzani di Orobio e dei paeselli vicini, giovani, +vecchi, donne, fanciulli, erano andati a Santa Maria +della Neve, tutti in massa, per il funerale del +<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> +buon curato; e la lunga e silenziosa processione +era scesa dal monte portando seco quella salma +venerata, per averla sempre vicina nel camposanto +d’Orobio. Nessuno aveva scritto l’elogio funebre +di don Cornelio, nessuno aveva pronunziato discorsi +sulla sua tomba; ma sulle facce avvizzite +dal sole e dagli stenti di quella folla che ne circondava +l’umile feretro, scendevano delle lacrime +grosse grosse; e chi aveva una tribolazione in +cuore si raccomandava a don Cornelio, per la sua +intercessione, come a un Santo.</p> + +<p>Il testamento di don Cornelio, un testamento +di poche righe, era accompagnato da una lettera +diretta al signor Vincenzo.... sindaco di Orobio, +scritta poche settimane prima della sua morte. +La lettera cominciava così: “Carissimo signor +Vincenzo. Io muoio povero, tanto povero che +quasi ne arrossisco; non sorrida dunque se l’ho +chiamato mio esecutore testamentario; ma ho pure +qualche ultimo desiderio da confidare, qualche +ultimo servizio da chiedere a un amico. E ho pensato +a lei; a lei, che m’ha sempre voluto bene anche +quando mi sgridava, non è vero? a lei, che posso +chiamare il mio ultimo amico.„ E innanzi tutto +gli raccomandava, con parole piene di lacrime, +la sua buona sorella Angelica; poi gli parlava di +Enrico e di Cristina, e lo pregava di averli a +cuore, di vegliare su loro, di continuare la parte +<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> +sua ove potesse; lo pregava di esaminare tutte +le sue carte e le lettere, per abbruciarle o ritirarle +come gli sarebbe parso meglio; e gli raccomandava +infine di farlo seppellire nel cimitero +d’Orobio ove riposavano i suoi antichi parrocchiani, +i suoi vecchi amici d’un tempo.</p> + +<p>Il signor Vincenzo aveva raccolta in casa sua +la sorella di don Cornelio, e aveva provveduto +alle cose più urgenti; poi era andato a passare +alcuni giorni a Santa Maria della Neve per riunire +le masserizie, per esaminare le carte, per +adempire, insomma, meglio che poteva ai desideri +del povero curato. Passava delle ore tutto assorto +nel suo pietoso ufficio; e di tanto in tanto nel +ripiegare una lettera, o nel leggere una minuta +di don Cornelio, si asciugava gli occhi col dorso +della mano, e poi picchiava un gran pugno sul +tavolino. Una delle prime lettere che gli era venuta +sott’occhio, e ch’era l’ultima ricevuta da +don Cornelio, era scritta dal superiore provinciale +delle Missioni per annunziargli la morte del suo +antico coadiutore, don Luigi, ammazzato in un +villaggio della China.</p> + +<p>Nella cassetta d’un armadio trovò un fascio di +lettere, tutte con la data del quarantotto. Erano +in parte lettere di amici di don Cornelio, e in +parte lettere sue ai suoi di casa, scritte dal campo. +Il signor Vincenzo ci passò una giornata intera +<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> +su quelle lettere; le leggeva avidamente, le rileggeva, +e non sapeva staccarsene. Si rammentava +poco di quei tempi, poichè non era in allora che +un ragazzotto; e quelle lettere lo trasportavano +in un mondo lontano lontano, a respirarvi un’aria +alta e pura di entusiasmo e di patriottismo, +che gli ricordava il cinquantanove, ma che aveva +un profumo ancora più acuto di poesia e di fede. +Col fascio delle lettere c’eran le nappine d’oro +del cappello, la medaglia di Pio IX, e una croce +di panno rosso, ch’erano i distintivi di don Cornelio +quando fu cappellano dei volontari.</p> + +<p>In un’altra cassetta c’eran le lettere del conte +Maurizio, quelle di Enrico, e di Cristina. Nelle +lettere d’Enrico c’era tutto quello che sappiamo +noi, fino alle ultime sue speranze e all’ultimo no +di donna Fulvia. Ma tutto ciò riusciva in gran +parte novissimo al signor Vincenzo, il quale non +ne aveva fino allora avuto che quelle notizie incerte, +e quelle induzioni, che correvano nella bottega +dello speziale. Non è a dirsi dunque con +quanto interesse aveva lette quelle lettere; quanto +n’era stato commosso; e quanti pugni aveva picchiati +sul tavolino. Ogni volta poi che dava un +pugno esclamava: — Ah questa poi la vedremo! +poveri figlioli! Ma se l’han fatta tenere a loro, e +al povero don Cornelio, non la faranno tenere a +qualche altro! e questo <i>qualche altro</i> sarò io! Precisamente! +<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> +Voglio diventar io il protettore di quei +figlioli! Oh, allora la vedremo! — E aveva già +principiato a mulinare nella mente vari progetti +uno più terribile dell’altro. Alla fine però aveva +trovate due lettere che l’avevano messo in qualche +imbarazzo; due lettere di cui non sapeva darsi +la spiegazione, e che gli intorbidavano un po’ le +idee appunto sul da farsi. Eran due lettere scritte +da poco, una era di Cristina, e l’altra della Madre +Superiora del suo convento. La lettera della +Madre Superiora era questa:</p> + +<div class="blockquote"> +<p> +“Al Molto Reverendo signor curato di Santa +Maria della Neve, già curato di Orobio.</p> + +<p>“Faccio riscontro con la presente alla riveritissima +di Lei lettera, che ho considerata attentissimamente +con le deboli mie forze, e che ho sottoposto +anche ai consigli ed ai lumi ben più fulgidi +di persone alle quali ci dirigiamo nei casi +riflessibili. Quando la giovane Cristina, a mezzo +della signora Contessa Fulvia Orsenigo, ci dichiarava +la sua improvvisa chiamata e la sua celeste +vocazione, la prefata signora Contessa ben ci preveniva +che qualche mondano attaccamento, e inevitabile +disinganno, avesse potuto influire sulla +giovane, e potesse tuttora anche sussistere in +qualche punto dell’animo della medesima. In conseguenza +di ciò, dopo esserci consultate, abbiamo +stabilito, come già ebbesi a fare in qualche altra +<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> +analoga delicata contingenza, di differire prudenzialmente +con pretesti bene scelti il regolare incominciamento +dell’anno di prova, ossia Noviziato. +Imperciocchè non vogliamo Suore non <i>chiamate</i>, +nè Novizie disdicentisi. Devo però dirle parimenti, +a di Lei tranquillità ed a comune edificazione, +che la giovane Cristina dimostrò subito +un ardore soprannaturale per la sua nuova vocazione; +ardore che può dirsi vada sempre crescendo, +per modo che nella sua innocente semplicità +non sa comprendere come si ponga in certo +qual modo freno alla esecuzione d’un desiderio +ch’essa invoca perfino con inquietudine e con +impazienza.</p> + +<p>“Epperò, le informazioni che Ella ci manda, e +le sue esortazioni prudenti e caldissime ci impongono +certamente il dovere di una raddoppiata +vigilanza, e continueremo ancora qualche tempo +a fare uno sgradito contrasto alle preghiere della +giovane, contrasto che le renderà tanto più bello +e lucente il giorno dell’accondiscendimento. Ben +lieta poi di obbedire ai di Lei desideri, non mancherò +di mandarle notizie e di tenerla informata +sull’andamento dell’animo della giovane, e su +quanto si manifestasse nel medesimo. Ci sarà poi +veramente grata la visita che lei ci promette appena +glielo permetterà la salute, e per questa facendo +i miei umili, ma ardentissimi voti, passo +<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> +a riverirla con tutto il massimo ossequio, e a +rassegnarmi nel medesimo tempo obbedientissima +serva</p> + +<p class="indr"> +<span class="smcap">Suor Agnese</span><br> +<i>Superiora della Casa di</i>....„ +</p> + +<p>“P. S. Ho consegnato alla giovane la lettera da +Lei direttale, ed ho permesso alla medesima che +le riscontrasse liberamente come a persona della +famiglia.„ +</p> +</div> + +<p>Questa poi era la lettera di Cristina:</p> + +<div class="blockquote"> + +<p class="indl"> +“<i>Don Cornelio!</i> +</p> + +<p>“Ho riconosciuto subito i suoi caratteri dalla +soprascritta, e ho pianto di commozione e di gioia +prima ancora d’avere aperta la lettera. Poi, prima +di leggerla, ho cercato il suo nome, e l’ho baciato +come avrei baciato il mio povero babbo. Oh, +don Cornelio, quante vicende, e quante lacrime +in così poco tempo! Alle volte mi passo la mano +sulla fronte per destarmi da questo sogno angoscioso; +ma poi la mano ricade, e sono sveglia, e +tutto è vero, tutto.... Oh ma non creda ch’io sia +infelice! lo sono stata, è vero, ho pianto lungamente, +ho creduto di morire.... ma poi a +un tratto ho ricevuto una grazia dal Cielo, una +grande grazia, e fu una calma, una serenità, un +benessere indicibile, una specie di felicità che ha +<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> +inondata tutta la mia anima. Mi affretto a dirglielo +perchè non mi compianga, perchè se ne rallegri +con me, e con me ringrazi il Signore. Oh come +mi sento tranquilla e felice! Alle volte, quando +mando un’occhiata fuggevole al passato mi sento +quasi ricadere in quelle angosce che credevo d’avere +dimenticate; ma allora corro subito all’altare +della Vergine, o tra le care compagne e le +buone Suore di questa Casa, e subito mi ritorna +il sorriso sulle labbra e la quiete nel cuore.</p> + +<p>“Ho letto mille volte la sua lettera, e l’ho sempre +con me. Mi creda, don Cornelio, anche stamani +ho potuto rileggerla tutta, due volte di seguito, +fino in fine, senza piangere, e riflettendo +pacata su quanto lei mi dice con tanta amorevolezza +e con tanta serietà. No, don Cornelio, nessuna +esagerazione, nessuna illusione o esaltamento +dell’animo hanno potuto, o possono, farmi velo +alla verità e alla riflessione tranquilla sui miei +doveri e sulla mia vocazione. Quel matrimonio, +ch’era stato il mio sogno dorato d’un momento, +mi sembrerebbe ora quasi un desiderio colpevole. +La zia non lo vuole; non me ne disse tutte le +ragioni, ma certo devono essere gravi se il solo +pensiero la rendeva così agitata e così afflitta. E +lei sa tutto ciò ch’io devo alla zia! Se il nome +del mio povero, del mio adorato babbo, potè sopravvivere +amato e benedetto, se nessuna accusa, +<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> +nessun lamento, nessuna ombra ha potuto offuscarlo, +io lo devo alla zia. Ed io avrei dovuto per +un desiderio tutto mio contrariare, offendere, chi +nel mio babbo, mi aveva tanto beneficata? O avrei +dovuto mancare alla parola che avevo data, glielo +confesso, a quel mio fratello d’infanzia.... così +buono.... Oh no, no, solo a pensarvi mi si confonde +la ragione come se pensassi a un delitto. Oh, no, +mio buon Enrico!</p> + +<p>“In allora, fu in questa contrarietà, in questa +lotta di sentimenti, che mi venne improvvisamente +additata dal Cielo la nuova via che mi condusse +dalla disperazione alla pace della coscienza. Oh, +don Cornelio, lo dica anche a lui, a Enrico, ch’io +non soffro più; gli dica ch’io non ho mancato +così a nessuno de’ miei doveri; che mi perdoni +se lo afflissi.... perchè ne son sicura che anch’egli +ha pianto; gli dica che il pensiero del suo perdono +sarà un gran conforto per me. Gli dica +che non lo dimenticherò.</p> + +<p>“Ora mi sforzo, è vero, di non pensare più a +lui, ma quando avrò pronunziati solennemente i +miei voti, e avrò così rafforzata maggiormente +l’anima mia, allora, mi pare, potrò guardare più +serena il passato, allora potrò mandare anche a +lui un pensiero più frequente di affetto fraterno +e celeste.</p> + +<p>“Sospiro quel giorno, giorno di pace per sempre. +<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> +L’ottima nostra Superiora, non so perchè, me +lo ritarda. È certamente una maggior prova che +vuole da me. Obbedisco rassegnata pensando che +questa è oramai la mia unica contrarietà.</p> + +<p>“Don Cornelio preghi per me. Mi saluti la signora +Angelica, e le dica che la rammento sempre, +che la stringo al cuore, e, come una volta, la +soffoco di baci. Mi saluti tutti, mi ricordi a tutti. +Oh quante volte alle rondinelle che passano, — andate, +dico loro, a posarvi, rondinelle, sul campanile +del mio paese, e gridate a tutti un saluto di +Cristina.... Andate, rondinelle, nella mia casa, nella +cara mia casa, e fateci voi il vostro nido felice!...</p> + +<p>“Don Cornelio, le domando genuflessa la sua +benedizione. Mi scriva ancora, qualche volta ancora.... +mi scriva presto.... Il Cielo ne lo rimunererà.</p> + +<p class="indr"> +“<span class="smcap">Cristina</span>.„ +</p> + +</div> + +<p>Il signor Vincenzo aveva letto un par di volte +questa lettera, e nel ripiegarla tutto commosso, si +era domandato: “Com’è questa faccenda?„ Poi ci +aveva pensato su; ma ci si imbrogliava.... “Che +questa fanciulla, diceva tra sè, volesse farsi monaca +davvero?„ E questo dubbio lo sconcertava +non poco; bisognava dunque rinunziare al raccapriccio +d’aver scoperta una trama di monache e +di preti, e alla gloria dello sventarla; bisognava +<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> +rassegnarsi a non far nulla. Ma anche questa conclusione +non gli piaceva; e di tanto in canto esclamava +tra sè: “Eppure un mistero ci deve essere, +ed io ci andrò in fondo.„</p> + +<p>“Io ci andrò in fondo!„ andò ripetendo il +signor Vincenzo per parecchi mesi, cercando sempre, +senza trovarlo il bandolo per cominciare. +Ma bisogna anche dire che il bandolo più facile +e naturale, il bandolo indispensabile, gli era sfuggito +di mano, e non l’aveva più potuto ritrovare. +Egli aveva scritto subito a Enrico per partecipargli +la morte di don Cornelio, ma non aveva +ricevuta risposta; gli aveva scritto da capo, e +allora gli era venuta una lettera di sir Arturo, +nella quale secco secco gli si diceva che Enrico +era gravemente ammalato. Dopo qualche tempo +scrisse ancora; scrisse più volte, ma la risposta +non veniva mai.</p> + +<p>In quel frattempo, il signor Vincenzo aveva +anche provveduto a onorare più che poteva la +memoria del suo povero amico. Aveva scritta +e fatta stampare una commemorazione; aveva +mandate delle corrispondenze ai giornali della +provincia, e promossa una sottoscrizione per mettere +una bella lapide alla memoria di don Cornelio +nel cimitero d’Orobio. La lapide gli aveva +procurato dei dispiaceri con lo speziale, il quale +voleva farci incidere una sua lunga iscrizione in +<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> +latino. — Che latino! — diceva il signor Vincenzo, — all’iscrizione +ci ho pensato io. Poche parole.... +ma che diranno molto a chi <i>capisce il latino!</i> — E +pare che don Innocente quel latino l’avesse +capito perchè sulle prime ci aveva arricciato il +naso; ma poi aveva finto d’essersi sbagliato vedendo +che il sindaco pigliava foco.</p> + +<p>Ma intanto passavano le settimane, passavano +i mesi, e il signor Vincenzo non era riuscito a +far nulla per quei due figlioli che gli aveva tanto +raccomandati don Cornelio; non era riuscito neanche +a principiare, neanche a sapere s’eran vivi +o s’eran morti. Nè sir Arturo, nè Enrico non +avevano risposto più. Il signor Vincenzo cominciava +a essere malcontento di sè, e quando la signora +Angelica, con uno sguardo pieno di malinconia, +lo guardava in silenzio come se aspettasse +da lui una risposta, egli si fingeva subito +lontano le mille miglia; tanto aveva capito. Cominciava +insomma a sentire un po’ di rimorso; +e siccome poi amava le risoluzioni energiche, +così un bel giorno decise di mettersi definitivamente +all’opera, e di fare un progetto. Da quel +momento egli non pensò più che al suo progetto; +pensò, discusse con sè medesimo, fece e disfece +propositi e disegni, s’impazientò parecchie volte, +buttò via ancora alcune settimane, ma alla fine +il disegno riuscì completo. Era un disegno che +<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> +gli pareva proprio perfetto; pieno di astuzia e +di previdenza, di domande avvedute e di risposte +evasive, di discorsi concilianti, e di propositi +fermi; un disegno in cui tutto era preveduto, +fin la più piccola contrarietà la quale trovava +subito accanto il suo ripiego; un disegno che cominciava +con le buone, ma che poteva anche +finire con un ratto, con una fuga, con un dramma. +Per mettere in esecuzione questo disegno bisognava +naturalmente andare a Milano, e rimanerci +qualche tempo. Non era affar da nulla, ma era +un affare deciso, e il signor Vincenzo si mise +energicamente a fare i preparativi della partenza. +Finiti i preparativi, fatta la valigia, salutati +gli amici, il signor Vincenzo era sulle mosse, +quando una grande notizia, una notizia che non +era preveduta nel suo disegno, venne improvvisamente +a fargli sospendere la partenza. Un telegramma +del Valassina, risaputo in pochi minuti +da tutto il paese, annunziava la morte di +donna Fulvia.</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span></p> + +<h2>XXVI.</h2> +</div> + +<p>Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia. +Questa notizia venuta così improvvisamente, +quando gli amici di casa avevano appena +finito di congratularsi per la sua guarigione, fu +un avvenimento non piccolo per il paese d’Orobio, +per la parentela, pei conoscenti, e per quei +gruppi di persone che stavano intorno a donna +Fulvia. L’impressione fu grande, ma diciamolo +pur subito, fu una impressione di stupore più +che di dolore. Tutti a una voce magnificavano +le virtù della defunta dama, tutti ne deploravano +la perdita, tutti si sforzavano di parere afflittissimi, +ma nessuno versava una lacrima. E passato +quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò, +si dileguò rapidamente. La memoria di +donna Fulvia non aveva radici in quell’unico terreno +che le conserva e ravviva, quello del cuore. +A molti, anche tra i suoi beneficati, parve ora +di respirare più liberamente; e anche sulla sua +<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> +tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna +Fulvia fosse stata un po’ meno benefica!„</p> + +<p>Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero +l’ordine che si facesse un gran funerale +anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne +la direzione. Per una settimana il paese +fu tutto in movimento; venne da Milano un paratore +di grido, e l’antica e modesta chiesetta +di don Cornelio scomparve sotto un subisso di +drappi neri e di tele dorate, di cartelli, di stemmi, +di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto +nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle +parature per tre giorni di seguito. La buona +gente veniva a vedere e ad ammirare anche dai +paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan +piantate le loro botteghe in piazza; e gli +oziosi facevano i conti valutando i parati a sacchi +di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i +preti che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi, +e non ne mancava uno; meno don Prospero. +Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la +peronospora fa stragi anche nella sua valle, don +Prospero non è più lui; è malinconico, è arrabbiato; +ha ben altro pel capo che i passatempi, +come dice lui; e nessuno non lo vede più, nè +per vivi, nè per morti.</p> + +<p>Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli +diede il funerale, non dimenticò il suo disegno: +<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> +e lieto della venuta del Valassina, che nel suo +disegno doveva avere una parte principalissima, +gli si mise d’attorno, gli fece la corte, e con +tutte quelle astuzie che aveva meditate cercò di +farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò +che gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a +sentir lui, non sapeva niente di niente; non sapeva +niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di +nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che +s’era detto. Il sindaco non si scoraggì; e pieno +di fiducia nella propria energia e nel proprio +disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo +del funerale e poi d’andare diviato a Milano.</p> + +<p>Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era +sulle mosse per la seconda volta, quando improvvisamente +una brutta notizia venne a trattenerlo, +e a fargli prendere poco dopo tutt’altra +strada. Era morto in un paese della provincia +di Cremona un suo cognato lasciando molti figli, +molte faccende avviate e molti affari imbrogliati. +Lettere sopra lettere lo chiamavano urgentemente, +e dovette risolversi a metter da +parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò +che dopo due settimane, per assestare qualche +suo interesse, ma annunziando che ripartiva subito, +e che avrebbe dovuto rimanere assente per +un pezzo. Diede anche la dimissione da sindaco. +Fu un momento di dolore e di incertezza; ma il +<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> +buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire +a esser utile alla patria lasciò dare per ora +il tratto alla bilancia dai doveri della famiglia.</p> + +<p>La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò +soddisfatto d’aver compiuta bene la sua missione, +ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie +volte, durante quei mesi, era corso col pensiero, +e con un certo rimorso, a Cristina, a Enrico +e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi +più. Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria +nativa, e non c’era dunque da pensare a +ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto +mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di +dodici dopo quella di don Cornelio; oramai non +ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi. +Così in cuor suo cominciava a poco a poco a +rassegnarsi, esclamando qualche volta tra sè: +“Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata! +Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di +là, o è in Inghilterra! Che fatalità! Ma!...„</p> + +<p>Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato, +se ne stava nel suo studiolo discorrendo +con lo speziale, e passando in rassegna gli errori +del suo successore, il nuovo sindaco; quando +a un tratto sentì la voce d’<i>Ugolino</i> che abbaiava +in un certo modo diverso dal consueto. <i>Ugolino</i>, +ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor +Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non +<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> +era più quel di prima; era malinconico, usciva +poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava +sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa +volta invece abbaiava con quanta voce gli rimaneva, +abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si +capiva che intanto correva per la casa cercando +o chiamando qualcuno. Il signor Vincenzo capì +che si trattava di qualcosa di straordinario; si +rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio, +sentì un grido e delle esclamazioni che venivan +dalla corte. Scese in fretta, e a piè della scala +vide Angelica che con una insolita effusione di +gioia abbracciava una signora, e anche un signore, +che avevan l’aspetto di forestieri arrivati +in quel punto.</p> + +<p>Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo, +tra infinite esclamazioni di sorpresa e di maraviglia, +stringeva nelle sue braccia i nuovi venuti, +scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione +e di gioia: pareva che scoppiasse +anche lui per la consolazione! Poi tacquero a +un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si +guardaron in viso, e i loro occhi si riempirono +di lacrime: tutto era detto tra loro.</p> + +<p>Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran +venuti a Orobio per salutare i loro buoni amici, +e per portare una corona di fiori sulla tomba di +don Cornelio.</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span></p> + +<p>Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e +li avrebbe anche voluti trattenere un po’ di +giorni, ma dovette accontentarsi della promessa +che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri +d’Enrico l’avrebbero permesso. Passarono +quella serata fino a mezzanotte, seduti tutti e +quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso +d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata +ch’era scorsa per ciascuno di loro piena +di vicende, di dolori e di sorprese. La Signora Angelica +ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar +Cristina e dal pronunziare il nome del povero +don Cornelio; poi mandava benedizioni anche al +marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte +di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal +convento, era andato in cerca d’Enrico, e aveva +combinato il matrimonio. <i>Ugolino</i> se ne stava +accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le +orecchie tese, come se facesse la guardia per non +lasciarsela portar via; e il signor Vincenzo discorreva, +ora a voce alta con tutti, ora piano con +Enrico, e lo informava degli avvenimenti più +recenti d’Orobio e degli spropositi del nuovo +sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina si accomiatarono +per andare a letto, volle trattenersi un +poco ancora con Enrico, a quattr’occhi, curioso +di sapere com’era andato l’affare del convento, e +desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico +<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> +gli raccontò in breve le difficoltà che c’eran state, +e tutta la prudenza che c’era voluta per far desistere +Cristina dalla sua nuova risoluzione in cui +credeva di aver impegnato la sua parola e la +sua coscienza, e per ricondurla gradatamente alla +vocazione vera e profonda del suo cuore. Il signor +Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli +il suo disegno. Il suo disegno era completamente +riuscito, e gli pareva dunque che gliene venisse anche +a lui la sua parte di merito. Ma il disegno, +come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene +tutti i particolari gli bisognò trattener +Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli +scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo +alla sua camera.</p> + +<p>La mattina seguente, per tempo, si recarono +nel camposanto. La lapide di don Cornelio era +tutta coperta di corone, in parte appassite, in +parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione +che ci aveva fatto scolpire il signor Vincenzo, +e che diceva così:</p> + +<p class="center"> +<span class="smcap">a don CORNELIO SACCHI<br> +buon sacerdote, buon cittadino<br> +che per trent’anni<br> +fu parroco amatissimo d’Orobio<br> +e morì nel 1880<br> +ultimo in questa valle<br> +dei preti patriotti del 1848.</span> +</p> + +<p><span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span></p> + +<p>Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato +al braccio del signor Vincenzo, rimasero, +muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide +di don Cornelio, compresi da quel risveglio di +ricordi e di affetti, da quel sentimento di desolazione +e di speranza che aleggiano intorno alla +memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle +loro tombe.</p> + +<p class="pad2 center large"> +<span class="smcap">Fine.</span> +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="footnotes"> + +<h2> +NOTE: +</h2> + +<div class="footnote" id="note1"> +<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.  </span><i>Manuale Exorcistarum ac Parochorum, auctore</i> R. P. Candido +Brugnolo Bergomensi. — <i>Bergomi. Tipis Rubei</i> <span class="smcap lowercase">MDCLI</span>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note2"> +<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.  </span><i>Manuale exorcistarum, Quaestio VII</i>, pag. 411.</p> +</div> +</div> + +<div class="tnote"> +<p class="tntitle">Nota del Trascrittore</p> + +<p>Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione +minimi errori tipografici.</p> + +<p>Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.</p> +</div> + +<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77574 ***</div> +</body> +</html> diff --git a/77574-h/images/cover.jpg b/77574-h/images/cover.jpg Binary files differnew file mode 100755 index 0000000..5d1bd9d --- /dev/null +++ b/77574-h/images/cover.jpg diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6c72794 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This book, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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