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Ma l’autore +in questa corsa affrettata ha tanto goduto il piacere dell’indagine e +delle sue varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti +intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, di tornare un giorno +nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo più minutamente in lungo ed +in largo. Un numero immenso di questioni si connettono con una teoria +compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, della +religione, della scrittura, del diritto, della leggenda, dell’arte; +tutti i mezzi insomma con cui l’uomo ha cercato di comunicare +agli altri uomini le proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le +trasformazioni coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di +questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti sono in questa +opera appena accennati, ma che la scienza ha finora quasi interamente +negletti. + +Non li ha però così interamente negletti che all’autore sia mancato in +questo studio un suggestionatore potente, che eccitasse l’ideazione +ne’ momenti in cui la difficoltà da sormontare era più alta, che +eccitasse il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano +perdere tutta quella verità, che è sentita così intensamente, quando +l’idea balena la prima volta alla mente. Il padre intellettuale di +questo libro fu l’opuscolo di Paolo Marzolo, intitolato _Saggio sui +segni_: perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto d’onore il +nome ignorato del più grande pensatore italiano e forse anche europeo +di questo secolo, le cui opere ciclopiche, piene di avvenire, ancora +attendono l’ora della giustizia. + +Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo sarà +scevro d’applicazioni umane. Si sono molto studiate le miserie morali +dell’uomo, tutti i traviamenti cioè delle passioni, dell’amore, +dell’odio, della vanità, della cupidigia; ma si sono poco studiate le +sue miserie intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade per +i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le vie dell’umanità +sono state sino ad oggi bagnate di tanto sangue e di tante lagrime. +Eppure se si pensa che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato +riti ferocissimi, che per una questione di statue e di quadri il +sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, che anche oggi da +un momento all’altro l’Europa potrebbe ardere tutta nelle fiamme di +una guerra provocata da qualche metafora infelice o da qualche frase +barocca scambiata per un assioma di alta politica: quando si pensa a +tutto ciò, chi non vede che forse all’uomo, più che il fermento delle +cattive passioni, furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni +della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? L’indagine +dei fenomeni del simbolismo indica alcune tra le non meno importanti +di queste debolezze; mostra come con la civiltà diminuisca, invece che +crescere, la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti della vita +sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi che leniscano una delle +più tormentose infelicità del mondo moderno. + + G. F. + + + + +INTRODUZIONE + +La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale. + + +1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un +caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e +mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più +caratteristici della psicologia umana. + +Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro, +anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice _ássab_ significa +lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare, +soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e +patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese +_travail_ trova in italiano il suo fratello gemello _travaglio_ con +significato di dolore; come l’italiano _lavoro_ ha per padre il latino +_labor_ che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi +fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento +ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività. +Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe +quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che +quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a +dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva +ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel +maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè +alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè +quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri +della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più +forte cacciatore e guerriero[3]. + +Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di +imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana, +da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto +non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio, +la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo +pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più +gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla +necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla +ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il +piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte +le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti +dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi +patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del +lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè +alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare. + +Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla +civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche +nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è +la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot, +volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le +immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente, +mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato +lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza +dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi: +ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande. +«L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo, +che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo +finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto +piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e +rarissimi quelli che professano lo _stantem oportet mori_»[5]. È del +resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale +e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose +del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio +o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a +mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente +in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «_svagarsi_» +esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel +rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi +l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come +notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali +appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori, +che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li +circonda[6]. + +L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e +più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle +immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo +numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione +volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose, +sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si +formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi +riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni +del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora +con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il +bel tempo futuri; lo _sportmann_ conosce la psiche del cavallo, meglio +talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo +nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei +proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in +aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra +solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella +legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la +statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose +tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria +e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene +certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica. +«La teoria meccanica del _boomerang_, scrive l’Espinas[8], questo +strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che +lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari +lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui +l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto, +il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso +agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La +pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata +alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è +vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte +immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure +laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte +notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti +della scienza, guarire con rimedi da comari. + +Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo +volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio +che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una +tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice +associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato +fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la +sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come +si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello +di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge +psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di +coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti +nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che +precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con +l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre, +a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o +piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti: +e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano +a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica +mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno +fatica, di questa che io chiamo _legge del minimo sforzo_. Tutte le +cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente +istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento +incosciente. + +Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo +sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica. +Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi +scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più +complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a +crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non +pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato +precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo +sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo +ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed +idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera +intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni +sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e +per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro +origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato +maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria +gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica; +divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In +Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano +servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In +Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello +stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn +o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco +o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di +ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si +trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le +sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello +certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per +il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi +definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo +abbozzo, tutta la struttura politica. + +Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse +il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi +sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo +brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole +spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per +riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo +l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere +i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e +modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di +giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un +funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure +a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più +semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni. +Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di +farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero +obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme +di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna +i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali +dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva +farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei +e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui +obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu +convertita in uno stipendio. Così pure il _Damage cleer_, che era una +gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne +nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11]. + +Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi +evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di +provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli +deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero +da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei +popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e +lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio +è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano +le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior +complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative +ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate +a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è +un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle +grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte +una splendida violazione delle leggi naturali. + +Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il +lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione +nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza +robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole +il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono +separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora, +le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini, +in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si +esauriscono. + +2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente, +se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza +la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto, +pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei +corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui +non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la +legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi +sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12]. + +Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le +sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito +di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita +gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività +che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le +idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una +illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte +quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come, +senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si +facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità. + +«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è +costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di +cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente, +perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno +che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare +i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia +gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione +indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in +una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli +intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri +fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è +più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che +noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri +centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui +noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che +vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la +legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine +o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente +sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in +cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il +Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre +la risposta è: — A niente. — È dunque un _vero stato di inerzia_ o di +riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto +fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed +ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede +anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri +d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando +sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente, +non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro +fatta alcuna suggestione». + +Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire, +come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete +relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione. +La forma più elementare del fenomeno è quella della _dinamogenia_, +della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione +molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento +molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento +e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo. +Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso, +l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei +sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del +Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré +infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava: +«una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia +dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali +una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo +l’intensità dell’eccitazione». + +Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo +rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet, +trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico, +trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se +li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene; +ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche +frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente +ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano +docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il +Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per +il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo +la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per +es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio +può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche +nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che, +scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del +pensiero?[17]. + +La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema +dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio +dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne: +una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora +col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si +pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a +poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in +cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente. +Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo +tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi +come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata +la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano +per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive. +Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per +sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica, +che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la +rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che +esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore, +la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli +stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni +associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a +cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta. + +Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno +risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la +causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati +sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi +non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la +vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole +imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non +sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo +un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso +di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione +dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi +gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti +quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono +maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco, +aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione +non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma +con la sensazione del colore della pelle. + +I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella +lontananza, come aveva osservato il proverbio: _lontano dagli occhi, +lontano dal cuore_, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare, +risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco +l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si +conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata +come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la +sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto, +che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la +sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni +ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del +resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche +mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi +sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche +rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli +un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una +spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro, +si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente, +conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si +tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato +oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza, +idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli +stati di coscienza spariscono. + +Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le +espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono, +se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine +dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia +una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e +l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile +provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è +stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie, +giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per +azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto +gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno +è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si +chiama _suggestione per attitudine_ e che fu scoperta dal Braid. «Se +si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine +della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea +della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con +quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento, +anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento +è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera, +l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione +muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in +giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di +coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere. + +Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato +da una sensazione, che le fu associata. + +Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate +per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un +luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna +alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo +una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il +nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo +nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si +riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo, +ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un +sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così +semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione +con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da +una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento +mnemonico, scrive il Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della +superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era +sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o +immediatamente continua». + +Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un +sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò +significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande +intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro +energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una +qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o +a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una +corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le +primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di +ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di +movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il +cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve +dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale +legge di inerzia. + +Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione +psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo +visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di +comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta; +ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la +menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia +succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che +allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno +psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste +nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti, +che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una +sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè +comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello, +risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso +in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce +con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del +sole. + +Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande +psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua +non del pensiero essere una sensazione attuale[25]. + +3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia +mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo, +di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante +traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione +può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che +fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione, +della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo, +e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo +ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a +cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni, +la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di +conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi +specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di +crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non +possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più +elementari della vita sociale[27]. + +Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una +serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno +elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione +di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi +della vita. + + + + +PARTE I. + +FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO. + + + + +CAPITOLO I. + +Simboli di prova. + + +1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della vita +giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto, +una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi +o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non siano +abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle parti +interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a +cui talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità +(autenticazione, trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto +tempo con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di +mettere in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci +sembra che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito +umano e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale +idea è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee +minori. Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la +scrittura, come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà, +ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più, +strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come una +negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone una +complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai +sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a +garantire la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di +conservarli: cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse +stesse che il prodotto d’idee assai complesse. + +Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si +conoscesse la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e +siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli +dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova +più semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a +compiere sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli +giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento +scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per +cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza +scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli cui +il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così +semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e +sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi +dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi. + +Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere +una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, che ci +conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto più volte un +certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo tanto l’idea +dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di uno degli atti che +servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a cui riuscirà. Così +noi se in campagna di lontano vediamo un uomo immobile col fucile in +mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo subito che si tratta +d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente per compiere qualsiasi +atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, un matrimonio, è +necessario compiere una serie d’atti, che conducano allo scopo finale; +così per avere come proprio un figlio d’altri bisogna nutrirlo, +vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per tenersi come propria una +donna, condurla nella casa, ecc.: e nello stesso modo l’idea di quegli +atti si associa all’idea dello scopo, in modo che, vedendoli eseguire, +tutti ne inducono quale è lo scopo a cui mira colui che li compie. + +Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo +compimento di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo +o quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova. +Questa sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli, +estremamente inferiori, come gli Australiani e in generale le +società della Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo +giuridico. Ma quando la società cresce, quando la compra e vendita +fatta tra due individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio, +possono passare inavvertite a una grande quantità di persone, sorge +una difficoltà: come garantirsi contro la possibile mala fede delle +parti con cui si debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura +il compratore, che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la +cosa venduta come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può +asserire che è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il +suo padre fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o +l’adottante, che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi +non fugga, dopo aver ricevuto i regali? + +Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè +far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode +e l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli +civili[28]. Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che +costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che +bisogna compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo, +e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne +scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto +risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era +associato abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come +oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento, +redatto dal notaio. + +Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa +teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in +molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del +negozio giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro +carattere primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i +caratteri della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi +per diventare sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi +giuridici non si sottraggono alla legge comune. + +2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in +seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo +scambio. Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che +lo scambio di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno +proporzionato. Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente, +con una cosa futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due +cose future e lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico: +suppone cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per +poter rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire; +e i sentimenti in generale giunti a un grado di notevole astrazione, +per poter godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da +preporla ad un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente +e non gode che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e +futuro non esistono quasi per lui[29]. Il Sohm notò infatti che +nell’antico diritto tedesco nessun contratto si faceva per solo +consenso, ma che era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si +deve però intendere che nel diritto tedesco il contratto consensuale +fosse deliberatamente escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la +possibilità, non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato +l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in +anticipazione ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel +presente le ricchezze future. + +Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna +della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e +della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora +l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata +una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare +indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto +della consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore; +quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni +supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa. +Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando +che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella +la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di +averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto +conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti +sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i +contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che ora +è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore +gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non l’ha +rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un documento +scritto. È insomma una forma primitiva di prova. + +Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta +importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla +proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava la +presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, per la +trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza dei +due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni +con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al compratore +(un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (_sala, traditio_) e l’uscita +del tradente dal fondo (_exire_)[30]. Tra i Khonds, chi vende la sua +terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio; +poi dà al compratore una manciata di terra del campo[31]. Nell’antica +Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore del +signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata di terra, e +la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in tal modo il +possesso reale, effettivo, materiale del feudo[32]. + +Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così +solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore +fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare +dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun +documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto +cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto +puramente verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra +sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La +consegna invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo +godimento della proprietà. + +3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: si +faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta[33], in certi +altri i cardini[34]: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso +della proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna; +certo in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa, +facendovi entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a +mano a mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della +trasmissione della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare +la cerimonia, sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello +di toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che +ha oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita. +Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i +testimoni potevano attestarlo. + +4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, la +toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi +dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva +una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di un +altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si cercò di +garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale, +l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere +all’uscita della sposa dalla casa in unione con il marito, dei +testimoni, che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si +associava l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della +legittimità delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di +stato civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale, +già un po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia +detta _panigraha_ o unione delle mani, nella quale «pronunciata +la formola, la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è +irrevocabile al settimo passo[35]»; probabile abbreviazione dell’uscita +della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni. + +Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori +quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste nel +menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela fatta +trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta tale +cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo +di fatto[36]. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle sono +fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati da +un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano i +capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo ove +siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; e la fa +sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai capelli di +lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce la fanciulla +ai suoi genitori[37]. + +5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato, +perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta +la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più +sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in +quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando +per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio +rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi, +era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di +aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel +poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più +difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i +frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli +atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno +diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della +paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli +primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono +luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di +una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la +puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal +marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al +Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono +dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare +cucina. + +Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi +appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal +marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da +parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli +Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per +sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del +bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere +le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato, +mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America +del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure +e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato +tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne +degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il +loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro +(V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie, +faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle +provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato +di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora +in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40]. + +Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre +cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte +agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della +paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser +nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto? +Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia +la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i +selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche +il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui, +perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che +in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio +vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della +nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche +di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè +grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al +pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è +propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco +a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli +atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la +cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui, +fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di +simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione +di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri +della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato. +Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_. +Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle +forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi. + +6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi +primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo +vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo +nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi +anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di +un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle +sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo +come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione, +sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando +con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che +quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che +nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata +fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui +esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es., +vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con +la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva +calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43]. + +Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la +legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi +la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che +chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un +poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo +uso con i versi: + + Li Duc ki les enfans ama + Gunnor adoncques espousa, + E li fi ki jà furent grant, + Furent entre autres deux en estant + Par dessus le mantiel la mère + Furent fait bial (legittimi) cil trois freres. + +Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca +la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la +prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo +della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la +ragion del riscatto su me»[46]. + +Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di +protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso +cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che +gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto +con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è +spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che +presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero +sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di +far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della +popolazione[47]. + +7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una +porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un +atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un +potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea +della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono +associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un +imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio +quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi +la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe +di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della +città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E +come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel +cerimoniale politico del Medio Evo. + +Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna +dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare +di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da +non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo +d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni +pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk; +tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli +Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto +può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù; +perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in +guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo +rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49]. + +Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere +come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra +l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no, +la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle +armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè, +perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi +le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo +dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far +consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni: +quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere +lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi +l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso +presso i Longobardi ed altri popoli germanici. + +Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo +era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più: +anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di +cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli +la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia +inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte +della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la +quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo +consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo +dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e +gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie +del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del +quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea. + +8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni +familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova. +E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio +Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato +giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita +giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del +domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle +formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con +atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici +appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici +e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi +voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone +pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova +abitazione[53]. + +9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente, +pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere. + +Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello. +Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore +ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa, +ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli +muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di +stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga +sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo +sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi, +che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato +avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso +impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al +re, prima di battersi[54].» + +Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una +specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli +è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in +altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di +intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della +minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli +vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo +con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata +e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse +passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non +trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni. + +Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può +svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente +le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati +abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza +materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire +come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non +più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi +quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo; +e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme +di citazioni usate da noi. + +Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni +simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia +di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55]. +Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente +nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era +scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le +nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure +in Germania, sino nel secolo XVII. + +In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova +dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva +che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo +l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di +minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non +dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel +caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre. +Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione, +quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il +significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al +giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il +bisogno di sostituirvi altre forme. + +10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non +contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti +scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta +e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche +nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare +impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri +che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia +più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli +sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali +necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono +perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè +dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della +civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le +soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni +non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo. + + + + +CAPITOLO II. + +Simboli descrittivi. + + +1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra +anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla +tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la +minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità. +Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia +trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra +certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni, +in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva +pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con +la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee +da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle +forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene +dovevano venire gravissimi guai. + +Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di +una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo +contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al +ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire +perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio +una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una +associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo +che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io, +scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od +una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che +avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od +il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno». + +Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che +non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è +basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i +commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno +per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso +per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per +calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso +un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una +pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola +_calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi, +i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che +uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in +Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro, +per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a +portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie +annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non +erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole +della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]: +«Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli +angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di +giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore». +Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che +arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure, +una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i +concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro +Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era +stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia; +essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero +di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria +consegnate. + +Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma +possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o +a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate +idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un +mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a +chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano +i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano +girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che +ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano +collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che +indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico +Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun +mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri +registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero +e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico: +tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo +Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era +tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte +del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste +di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato +in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica +China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice +del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle +annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni +successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64]. +E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con +evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto, +significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica +ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i +progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi +di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde +tartare. + +Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos +tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e +segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi +imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche +questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento; +e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia +dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento +della compiuta adozione. + +A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i +menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals, +i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi +di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a +noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe +(probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a +ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando +domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il +Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion +dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si +sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò +furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65]. +Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre +(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre +Ra-Undecunde[66]. + +Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio +litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più +regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata +a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci +(stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani +(obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i +Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando +drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava +a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era +sconosciuta. + +Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero +credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre +portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una +rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite: +onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude +colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la +sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa +a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della +colonna. + +2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli +giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone, +bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale +negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo +e sopratutto nelle cerimonie delle investiture. + +Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui +falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la +morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così +quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un +bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di +comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona, +a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci +si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera +sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data +famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le +mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo +associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto, +invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di +persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera +commendatizia o del sigillo particolare. + +Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69], +si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea +dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e +sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey, +quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna +un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque +con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta, +e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri +ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del +distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta +dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con +scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo +dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote +Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che +io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore +Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello. + +Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel +Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno +altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione +della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del +reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito +dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico +poeta normanno, Roberto Wace: + + Un gonfalon li envoya + Mont precious et cher et bel + . . . . . . . . . . . . . + A ces enseignes li manda + Et de par Dieu li otroïa + Que Angleterre conquersist + Et de Saint-Pierre le tensist. + +E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei +regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc. + +In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di +carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse +provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di +lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del +tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte, +l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi +non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera +circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta. +Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si +recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio +delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere +all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro +possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto +di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74], +quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto +a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del +Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender +parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si +usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai +testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del +contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed +eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo +con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova +che si era legittimamente ricevuta l’eredità. + +3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la +scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente +mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda +perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato +quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non +è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un +poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene +tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si +compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto +tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo +chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente +per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare +tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli +che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una +espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro +invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo; +l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma +di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio +di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora, +anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi +sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè +bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione +del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente +mnemonici[76]. + +E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase +generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non +solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè +anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le +etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_, +il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in +arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori. +Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_ += scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura. +L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_, +che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici +chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o +immagini[77]. + +Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che +lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior +povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il +Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini +certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova +la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto +civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio +delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione +e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole +per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero +in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni +rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso. +Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere +l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno +per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79] +Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza +che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini +che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra; +ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora +quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle +lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano, +potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in +sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato +uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma +ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso +la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da +uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in +persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole +Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua +dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón +fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere +allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a +fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della +mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza +corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc., +ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a +pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia, +ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_. + +Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo +primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo +della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare +il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui +tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il +periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta +nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la +_manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella +del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il +pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza +altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di +_mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale +indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico +_Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il +debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice +du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che +esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca +dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium, +mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge +Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem +suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era +dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale. + +4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si +hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura: +alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che +senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora, +per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di +perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto, +come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato +necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo +alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana, +che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente, +senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti, +sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così +detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole +lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che +mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati +come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione +tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè +appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra +mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri). + +Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste +naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile +rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole +disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso +determinassero il vero significato della complessa rappresentazione. +Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello +che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno +dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento = +oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico +figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di +_volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli +ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente); +_dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la +paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei +governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di +una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta +dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita, +dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della +montagna)[82]. + +È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo +nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è +impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo, +per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi +di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche +ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel +linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte +le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per +atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente. + +Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi +caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine, +un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della +nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi +parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito +_Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_ +(kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente = +lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di +cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese +occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto +in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco +(puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83]. + +Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli +ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del +cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà +da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse, +qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche +questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo +e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a +una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo +sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini +del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa +via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua, +incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre, +abbracciandolo alla base. + +Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi, +anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio +cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà +dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere +tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi +e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri. +Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del +figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione +«_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata +_servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i +beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente +di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario +francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni +del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro, +dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange +un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo, +diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola +residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota, +per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a +casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre +l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno». +Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio +del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti +mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa, +orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle +bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi +ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio +di Victor Hugo? + +Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee +a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è +ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente +dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per +l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle +spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni +risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora +riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover +pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci +d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse: +così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto +della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un +fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi, +ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani, +che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì +specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il +muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile +creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma, +anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge +del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85]. + +Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar +nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una +fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore, +che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice +guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui +è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma +dedotte da osservazione di fatti. + +Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna +sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti +i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale +di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il +Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo +dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò +accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie, +così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più +pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che +costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende +all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale +sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno +stile oggettivo, direi quasi, come la realtà. + +5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello +stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una +cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura, +si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia +eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si +vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già +nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza +di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto +o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità +del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la +parola infine ci dà l’imagine o l’idea. + +Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena +significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di +bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore +di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il +valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87]. +Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore +sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88]; +ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_ += colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti +siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava +l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che +avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti, +e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto +del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti +sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro +dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca, +che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la +lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che +fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare +il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli +oggetti materiali. + +Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli +Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi, +fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e +famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati +tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un +animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione +del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli +Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo, +la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni +membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato +sotto questa forma nei geroglifici indigeni». + +Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo passo +verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a +tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri +messicani il testo latino del _Pater noster_, il segno di _Pater_ fu +una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui +nome era _pantli_, il segno di _noster_ fu un fico d’india ch’era +detto _nochtli_. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo +e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta _tahen_: ma _tahen_ +significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno +di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una +mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una +spiga per l’affinità tra il suono _öehre_ (spiga) e il suono _erbe_ +(eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola +parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono +la parola: così in messicano _amen_ fu scritto aggiungendo il segno +di acqua (_atl_, radice _a_) a quello della pianta agave (_metl_). «Le +occasioni, scrive il MARZOLO, di tale uso incompetente del disegno sono +tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo: +1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per +la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro +orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture +degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed +al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non +conoscono i limiti sonori delle singole parole». + +6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un +lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del _rebus_ +le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da +solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine. +Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio +fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le +analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo +numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono +nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli +risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto +che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria +forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile +che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo +del _rebus_, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono +perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più +probabile è invece che fissandosi l’uso del _rebus_ su certi segni +speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine +del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto +di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta +quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente +li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi +del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni +che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc., +ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava +mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti +doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta +per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da +tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime +spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue +opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a +uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle +pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso, +il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi +dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono +il primo loro tempio»[92]. + +È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di +comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato. +Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo +il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio, +perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel +dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un +dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore +importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche +con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e +idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un +certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai +segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come +della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni +che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è +probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i +malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista +soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti, +ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate. + +Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma +per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere +i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che +molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le +idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono +gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola +suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la +pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola, +a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare, +anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico +sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora +in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e +giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia +e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza +figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e +inaspettato trionfo nella _réclame_ che è fatta quasi tutta a figure, +dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano +scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case +commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali. +Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la +folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere +fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata +nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo. + + + + +CAPITOLO III. + +Simboli di sopravvivenza. + + +1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto +nella cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello +nel processo romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si +conquistava e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è +pensato da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale +di questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole +di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono +sopravvivenze, è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi +sopravvissero. + +Bisogna aver presente la legge del _misoneismo_, scoperta dal Lombroso. +Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel cervello +dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora contro +le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo e una +fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente conservatore +e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente intorno a lui, +egli continua a considerarle con le idee che aveva del loro stato +precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per primo +oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le persone +per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando l’uomo +si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene quella +idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è totalmente +cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto diverso. Il +fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, sopra un caso +particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo giacque l’idea di +associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, quando già +nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni da uomo a +uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei primordi della +civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, è allora, +per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco a poco questa +presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco a poco, uomini +non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni amichevoli di +mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente corrispondente +al nuovo stato di cose si produsse nelle menti primitive; e non +si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. Si parlò dei nuovi +membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, e come tali furono +considerati e trattati. Le idee erano così poco cambiate, che i +sentimenti e anche le passioni che nascono dalla parentela naturale +ripullularono con forza straordinaria nella parentela fittizia»[93]. +Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti tra scolaro e maestro +furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come vincoli di parentela +da stabilire in certi casi il diritto di successione legittima. + +La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella +Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne una +spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il +governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò +subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata, +ma rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e +il pretore fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così +vivamente che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli +che contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser +deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e, +se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel +biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. Il +re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche al +pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei +comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva +dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che non +gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde in +tutte le sue parti della potestà consolare. + +Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello +umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero +dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno +a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti +già formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche +nuove idee e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli +può giungere a compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto, +ma a poco a poco. Così accade che egli spesso a furia di piccole e +successive modificazioni trasforma radicalmente una istituzione, ma +l’idea che egli aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge +quella strana contraddizione, che notammo nel caso delle associazioni +familiari e dei poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo +rimane indietro e non capisce nel suo _complesso_ ciò che esso stesso +ha _a poco a poco_ creato. + +2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il nostro +diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, noi +tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per afferrarla. È +questo certamente un gesto ereditato da antichissimo tempo, dai tempi +cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, con la pesca, +con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine della guerra, +cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare e afferrare +materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè le prime +cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, quel +gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio e resta +documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; dalla conquista +cioè e non dallo scambio, idea più complessa e pratica più tardiva. +L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo delle cose sue, con +il superfluo delle altrui, si procurò tutto da sè, con la caccia, la +pesca, la rapina, ecc.[94]. E tanto più l’occupazione e la conquista +deve essere un modo generale di acquisto ai primordi della civiltà, che +allora le _res nullius_ sono assai più numerose che adesso: i pascoli, +le foreste, i fiumi non sono ancora caduti in potere di privati, talora +la proprietà fondiaria non esiste nemmeno; e in ogni modo anche quando +esista un rispetto per la proprietà della casa, degli attrezzi del +lavoro, dei prodotti della raccolta, esso si restringe, nei popoli +militari, alla propria tribù; ma le cose del nemico, le sue armi, la +sua casa, le sue donne sono anch’esse _res nullius_, che si acquistano +con la forza. + +Ora, in un tempo in cui, abbondando le _res nullius_, quasi tutte le +cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto alla +proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti +della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra di +ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente solo un +sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo colui che +ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la difende +contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza +delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, si venne +a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la proprietà già +conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse di chi vi +aveva per primo poste sopra le mani[95]. Noi troviamo che il Diritto +romano e i codici moderni dispongono appartenere la _res nullius_ al +primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto secondaria, +oggi che le _res nullius_ sono pochissime, dovette essere la prima +regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto di +proprietà quando le _res nullius_ erano numerosissime. Ne venne che, +rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare +atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto +si era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto, +e perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non +avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte, +quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà, +perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante, +gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto +e senza quello la cosa rimane _nullius_. Anche oggi e per lo stesso +sentimento «lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco +— non ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola intenzione: +occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»[96]. Questa regola +che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di _res nullius_, era un +tempo generale a tutte le specie di proprietà, quando le _res nullius_ +abbondavano. + +In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista, +si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per le +associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio dovè +introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti una idea +chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un sentimento preciso +dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di acquisto portava seco. +Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo ancor quelli dei tempi in +cui la proprietà nasceva dalla conquista; e la proprietà nascente dallo +scambio non fu allora considerata legittima se non si compivano quegli +atti che consacravano la proprietà nascente dalla conquista. + +Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza fu +troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo +nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser +consacrata da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era +necessario, per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente +vi facesse sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o +passeggiandovi sopra. Nella _mancipatio_ romana, il compratore, alla +presenza di cinque cittadini romani e del _libripens_, diceva: _Hunc +ego hominem_ (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro +oggetto, si nominava) _ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi +emptus est hoc aere aeneaque libra_: percuoteva poi la bilancia; e +doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad una +le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse +anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale della +cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, compiuto sulle +cose. + +Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel +castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne +padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi +anglo-normanne, che da un breve del Re[97]. + +Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; perchè +in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono il +diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo perciò +che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione delle +proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a introdursi negli +usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte l’associazione tra +l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto dell’acquirente +a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor forte +l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea di una +proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si coprirono +con la protezione di questi atti di conquista, che servivano nei tempi +precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico di una proprietà +non fu la cessione volontaria fatta dal precedente proprietario, ma +la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della conquista sopravvisse +ancora per qualche tempo nel cerimoniale della vendita; e la presa di +possesso del coerede generava in lui, secondo l’opinione generale, un +così forte diritto di proprietà da non potere essere distrutto che con +un mezzo estremo. + +3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista +della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere che +quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il mondo +zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio prima di +raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo il +ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente negli +Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto forse più +verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la più ingentilita +umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il ratto reale esistesse +in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale del ratto si spiega +in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi stessa. + +È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente +la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta la pantomima +simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione si fece +specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per i +rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella vita +selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e difesa +come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere avvenuta ad +un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente l’idea +che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, il salto sarebbe +stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, non ha tanta +potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi tradizionali. +Ci dovè essere un termine di passaggio: e questo fu la coesistenza, in +un periodo, delle due forme, il ratto reale e la compra. In origine +il prezzo, che servì poi a comperare la sposa, non fu forse che un +mezzo di propiziazione, un dono che il rapitore faceva alla famiglia +della sposa per placarla e farla rinunciare alla vendetta; era dunque +successiva al ratto e una delle tante forme di donazione in uso tra i +selvaggi. Così tra i Turcomanni, il matrimonio spesso è contratto così: +i due fidanzati fuggono in un _obah_ vicino, dove sempre sono accolti +ospitalmente e dove passano la luna di miele: frattanto i seniori +dei due _obah_ si interpongono, fissano un prezzo, pagato il quale, +i due sposi ritornano; e la ragazza rimane allora sei mesi od un anno +ritirata in casa, senza che il marito possa vederla se non di nascosto: +dopo tornano insieme e il matrimonio è conchiuso[98]. + +Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti delle +donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, non di +fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la donna: può +questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi la vincevano +sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano il mezzo +di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi alla +necessità di dover accomodarsi come potevano, quando la fanciulla non +era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere che generalizzato +l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso del ratto +dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, una +delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo. +Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto reale +della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda, +sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era +accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato +doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto +malconcio[99]. In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma +siccome il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là +molto robuste, la contesa durava spesso per ore[100]. Nel Kamtchatka +il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di +lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato +di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa che, +difesa dalle donne della _iourte_, deve subire dall’uomo una specie di +oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la battaglia dura +talora dei giorni[101]. È che, sebbene si vada introducendo il costume +dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine di conquistarsi +la sposa con la forza, non si concepisce altro modo di averla che con +la forza; e una donna avuta pacificamente non sarebbe considerata come +moglie. Di più, siccome alla lotta si associano spesso sentimenti di +vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore di femmine è ammirato +molto dagli uomini e anche... dalle donne, così sarebbe un disonore +aver la propria sposa pacificamente. Inoltre abbiamo visto che, quando +lo scambio delle cose manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero +delle _res nullius_ appartenenti a chi le conquista, sono necessari +gli atti di prensione e di conquista a far sentire il proprio diritto +di proprietà sulla cosa: così la proprietà della donna, tanto tempo +acquistata con la forza, non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una +conquista violenta, anche quando l’uso della compra si diffondeva, +per la resistenza dell’antico sentimento a trasformarsi nel nuovo. +Fors’anco le donne non sentivano la forza del vincolo matrimoniale e +non si consideravano come mogli, se non dopo rapite[102]. + +In uno stadio dunque di evoluzione per cui passarono, secondo me, tutti +i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del ratto, la compra +non fu che un mezzo di composizione anticipata per il ratto; ma il +ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo nel matrimonio una +contraddizione analoga a quella trovata nella _mancipatio_ romana, di +un contratto cioè nascente dallo scambio, che si afferma con un atto di +conquista. + +Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori +di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, a poco a +poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento e +con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, al +che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia della Nuova +Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una sopravvivenza +sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla enorme forza di +conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei suoi particolari +dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, a mutar quasi +aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono ancora senza +uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli in cui troviamo questo +cerimoniale, più o meno mutato nei particolari dai capricci di quelle +accidentali variazioni, fino a tramutarsi talora in una danza: onde +vien fatto di meravigliarci e quasi di sorridere a questo spettacolo +dell’evoluzione che nei capricciosi meandri del suo corso eterno senza +direzione determinata, trae dalle lotte sanguinose di un tempo, gli +allegri balletti e le liete cerimonie di un’altra età. + +4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo +romano che simula, come è noto, un duello. + +È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private +relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada. +Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne a +separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione +della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta +pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un +salto l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in +origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi in +presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del duello +giudiziario presso gli antichi Tedeschi. + +Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta la +battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo cafro +simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore, +contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a porsi in +vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, escono tutti +gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, lontano dal primo. +Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il quale incominciano +le trattative, che si perdono spesso in un interminabile seguito di +discussioni capziose»[103]. + +Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia +della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia +stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione +con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo, +e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella a +quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un despota +più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, questo +Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, ne aveva +capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono del +duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo _Editto_ i lamenti perchè +i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai suoi giudici, per +deciderle invece con l’armi, e non riconoscono così la grande riforma +civile che egli voleva introdurre. Anche Carlomagno, mente troppo alta +per i rozzi tempi in cui visse, dovè minacciare pene severissime contro +i duelli giudiziari; ciò che dimostra che le sue riforme civili erano +sgradite ai suoi popoli: e lui morto, il regime di guerra si ristabilì +senza contrasto. Nulla v’è d’assolutamente assurdo e intollerabile per +l’uomo; e quel costume, che sembra orrendo in un dato tempo, può essere +sacro per un altro. + +Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto al +duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi l’uso +di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere che +si mettessero subito in un canto le armi: in origine la soluzione +incruenta della questione dovè essere una felice eccezione in qualche +caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero scaldate +soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche andate sul terreno +con il proposito di definir la questione pacificamente, avranno finito +per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea che il giudizio era una +lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi in questo che +si credeva che essa fosse un duello a cui era probabile una soluzione +pacifica, ma che poteva anche finir nel sangue: quindi ci si andava +armati e pronti alla battaglia. È lo stadio che noi vediamo presso i +Cafri: essi vanno al giudizio armati come se dovessero combattere, e +poi, invece che con le armi, la questione si finisce con le parole. +Gli etnologi non dicono se mai essi ritornino al sistema primitivo +della lotta; se ciò fosse, significherebbe che l’uso di risolvere la +questione pacificamente è ormai così radicata, che il pericolo di una +ricaduta nell’antica violenza è scomparso; le armi sono allora portate +sul luogo, per quella tenace resistenza che è comune a tutti gli usi. + +Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più sopra, è +un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione dal duello +al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando +nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei duelli +giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto schiantare +un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, l’offeso +tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; che +bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse giustizia; che, +fallita quella prova, ricorresse all’_ealdormann_; e, ove questi si +mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, si battesse +allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia non +era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si avviava armato e +pronto a combattere; ma che poteva anche in certi casi risolversi senza +il bisogno delle armi. La condizione della giustizia privata, in quel +tempo, dovette insomma essere quella stessa che noi troviamo oggi nei +rapporti internazionali: i Governi ricorrono talora all’arbitrato, ma +tengono asciutte le polveri e considerano ancora come _suprema ratio_ +la forza, nel caso che l’arbitrato non riesca. + +In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico +processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari +periodi di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo. + +Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse anche +la più antica: l’_actio sacramento in rem_. Se si trattava di cose +mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal +trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il +giudice degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava +ad attuare in sua presenza la _legis actio sacramento_. Supponiamo +che si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la +verga (_festuca_, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra +_apprehendebat_, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il +seguente dialogo: _Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse aio +secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui_. Nello +stesso tempo _festucam homini imponebat_, cioè lo toccava in segno di +padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva sulla +cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa due mani, +ciò che era detto _consertio manuum_, che simulava una occupazione +risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. Era il primo +periodo dell’_actio_, che riassumeva, come si vede, la sfida. Dopo +ciò, il pretore interveniva dicendo: _Mittite ambo hominem_, e le +parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo a vendicare, +voltato all’avversario, soggiungeva: _Postulo anne dicas qua ex causa +vindicaveris_; al che l’altro riprendeva: _Jus peregi sicut vindictam +imposui_[104]; e il primo replicava sfidandolo a una scommessa: +_Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te provoco_; il +secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la scommessa: +_Similiter ego te_. Le parti, giunte a questo punto, domandavano di +essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta giorni ed era una +specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra da ogni ingerenza +del pretore, che non faceva altro se non decretare sulle _vindiciae_, +cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli di dare +all’avversario i _praedes litis et vindiciarum_ e ricevere da ambedue i +_praedes sacramenti_ in garanzia che il perdente avrebbe pagato la sua +scommessa. + +Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili, +salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le parti si +portavano sul fondo, e là si eseguiva la _deductio_ o lotta fra i due +litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente +si portò al giudizio una zolla[105]. + +È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi, +attraverso cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in +origine un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità +(in principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa +insorta, ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta +in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò +poi l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto +e repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla +scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di troncar le +questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, che +a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra le due parti +che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione a sè; perchè +quello era una specie di duello trasportato sopra un campo differente; +a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche la posta, poteva +fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere di uccidere +l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, sostituiva il +piacere di vincergli una somma di denaro; non aboliva cioè totalmente +quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente introdotto, di +mettere senz’altro la questione all’arbitrio del magistrato[106]. Ma +quando l’uso della scommessa cominciò a diffondersi, per il processo +tante volte descritto, le idee non cambiarono subito, ma si credè di +muovere sempre a un duello, che poteva invece finire con una scommessa; +quindi si andava armati, si faceva la sfida, come nei casi ordinari: +e tutti questi atti, abbreviati e deformati, rimasero per la tenace +resistenza a sparire dagli usi, anche quando il costume della scommessa +prevalse in modo che il duello non fu più usato. + +Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non +si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che +egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi +assisteva alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio +di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla +scommessa e al giudizio arbitramentale di un terzo. + +5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono +antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni +tentativo di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere +un’abitudine contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso +accade delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci +generazioni, si possono più facilmente sostituire che quelle che lo +sono da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare: +siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate, +e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi di +minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi sempre +più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo tiene appunto +più appassionatamente a quelle idee che sono meno ragionevoli. + +Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe +epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto più +religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. È noto +come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea +militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il luogo +di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, in +un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il potere +giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo ufficiale, +rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare a rendere +la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea militare. +Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo secolo, a +proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, cioè là dove +probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel Medio Evo abbiamo +notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi[107], ai laghi[108], +intorno a fontane[109], a sorgenti e a pozzi[110], sui ponti[111]. +Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco di Vincennes, +e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i piati di +chiunque si presentasse[112]. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione +«nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli orientali. +Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel luogo +dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, _Primitive +Folk-moots_, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli antichi +tedeschi il _Königs-stuhl_ (seggia reale) era un banco di erba +verde[113]. + +Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche +oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi +che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre +non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi +inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione +criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo +la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità +poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano +tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle +costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando l’uso +della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli abitanti +delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle +loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a cui si +riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della loro +storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto d’appoggio +fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad un’altra: ciò +che trascinava fatalmente le parti ad una discussione lunghissima e +spesso ostinata»[114]. Ecco perchè noi diamo ancora più importanza alla +deposizione che il teste fa all’udieuza, che non a quella che fece +innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere il contrario, +perchè questa è di data più recente e più vicina agli avvenimenti, ed è +fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal pubblico, dall’accusato, +dall’apparato della giustizia, che possono impressionare il teste +e anche involontariamente fargli scambiare o confondere i ricordi. +Ora, quando tra un secolo o due la scrittura avrà sostituito in +gran parte la parola nei processi e i giudici non esamineranno più +l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la idea complessiva del +suo carattere e della sua colpabilità leggendo i rapporti scritti +delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno che un +tempo il processo fosse una così strana mescolanza di oralità e di +scrittura, che il testimone venisse a ripetere ciò che già aveva detto +ed era stato ridotto a protocollo; che infine si facesse tutta quella +rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda e così inutile, +come noi ci meravigliamo di veder coesistere la compra e il rapimento +presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà anche supporre, come si è +supposto per il cerimoniale del ratto e del duello, che fossero quelle +formalità appositamente stabilite, per ricordare che anticamente i +dibattiti erano orali. + +6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa +classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire +che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo scritto +stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un uomo, egli +scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi diversi, per +vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E vi si incontrano +a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, trascinati +dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte e +lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della psiche è lo +stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali della società, +nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione storica +dei trovati difformi e discordanti delle età passate, così la coscienza +può paragonarsi alla roccia geologica costituita di una serie di +stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»[115]. L’irragionevole +è dunque una forza della storia tanto e forse più che la ragione; e +colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica le vicende +del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma della storia non +capirà mai nemmeno una sillaba. + +Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi comuni +di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura quando +conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta o animale, +un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la lunga atrofia? +Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, durano ancora +per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, dopo il lungo disuso. + +E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni, +usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione +non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera sua. +Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero +sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma la +compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono +con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione +giudiziaria nel cervello dell’uomo. + + + + +CAPITOLO IV. + +Simboli di riduzione. + + +1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la +comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della +realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione. + +Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono +e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o +troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una +parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo +l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo +un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba, +nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in +mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più +illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente +tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo +non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono +nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri +sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond[116], quando +noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo +riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità +della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al +più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle +lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con +contorni indecisi ed indeterminati. + +Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo +riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano +in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro +insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono +sensazioni ridotte. + +Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e +alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate. + +Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente +un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine. +«Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, noi ci +facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della famiglia +a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata al pensiero +soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò che si dice +della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri più importanti +conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo una idea +vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, per esempio, la +famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli affittaiuoli, +noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui appartenenti a +questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci fosse richiesto; +ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi individui e di +ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare all’infinito... +In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta il numero degli +oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, formato di +pochi esempi tipici, combinato con la nozione della moltiplicità, +diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare l’ampiezza +del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa sempre più +eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno simili alla media degli +oggetti contenuti nel gruppo»[117]. + +Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, aveva, +senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione sul +processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più +perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più +caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa +di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e +complicatissimi quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti +più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al +Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore. +Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che +risorge primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri +fanno corteo»[118]. + +Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione +si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine. +L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in noi certi +oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto +che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, che non +apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles perchè +gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto +particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di una +importanza massima[119]. Il Krafft-Ebing notò come anche negli uomini +sani l’amore per una donna è determinato in generale da una qualità +speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi la pelle fina e +delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli abbondanti +o il piede e la mano graziosi; altri invece sono eccitati da qualità +morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; e moltissimi +sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini quella potenza +di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing anzi +attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le grandi +cantanti suscitarono intorno a loro[120]. + +E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine delle +cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella +sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per esprimere +«casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare il +tetto[121]; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo per +indicare _tenda, accampamento_; e per esprimere _foresta fitta_, alzano +la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti l’uno innanzi +all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero[122]. Quando +noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio di oggetti minuti, +gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel gesto vale come +segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo tutto. + +2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione dei +simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione sfuggì +pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle lingue +primitive: la reduplicazione. + +In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose dello stesso +genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: per +indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità di +due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese _râda_ = re, +_râda-ráda_ = i re; _kayu_ = legno, _kayûan_ = bosco; _kayu-kayan_ += bosco folto; in peruviano _cacha_ = albero; _cacha-cacha_ = bosco; +in samoano _fulu_ = pelo; _fulu-fulu_ = capigliatura; in turco _bol_ += largo, abbondante; _bol-bol_ = molti; a Giava _pira?_ = quanti? +_pira-pira?_ = molti? così pure a Samoa _tufa_ = dividere; _tufa-tufa_ += dividere più volte, spesso; _tala_ = parlare; _tala-tala_ = urlare; +_moe_ = dormire; _moe-moe_ = dormire insieme; ad Hawai _luli_ = +muovere; _luli-luli_ = muovere spesso, scuotere; a Tonga _tete_ += tremare; _tete-tete_ = tremar molto; _nofo_ = abitare; _nonofo_ +(sincope di _nofo-nofo_) = abitare insieme[123]. + +È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità di +cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi individui o di +pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un complesso di cose +numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione del nome serve a +indicare la cosa in gran numero, o l’azione ripetuta. È la riduzione +delle immagini e dei concetti riflessa nel linguaggio; nè a noi sembra +il raddoppiamento di un sostantivo incompetente a rappresentare una +pluralità di oggetti, perchè l’immagine che abbiamo nella mente di +quel complesso non è costituita dalla immagine di più che due o tre +individui; è insomma anche essa semplicemente quasi una reduplicazione. + +Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era +rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio +con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti +complessi subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali +della rappresentazione grafica sul marmo. + +3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo +di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui +non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, un +contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. Ecco +come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una manciata di +terra al compratore del suo campo, e quello analogo del procuratore +del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono il gesto +naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta, +trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. Nulla di +premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto. + +Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato +all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, che +l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne il +segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai +fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno, +sarebbe questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del campo, +fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della proprietà +trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, innanzi a dei +testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare la zolla di terra +al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto vederla consegnare, +per l’idea della trasmissione della proprietà, più strettamente +associatasi a quel gesto. + +Ecco perchè quando _Tu-ouen-hsin_ mandò in Inghilterra la sua missione +_Panthay_, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai quattro +angoli della montagna _Zalì_, per esprimere il loro desiderio di +divenire feudatari della corona britannica[124]. Tra i Franchi, nelle +cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o un +ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna di una +selva si dava un cespuglio di erba o un ramo[125], e nel Medio Evo +l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla di terra. +Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La paglia, che noi +troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di una prateria, di +un frutteto, di un campo, non è che un simbolo analogo a quello del +cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito perchè più comodo; +anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva la prova +del contralto, che la paglia era spesso nel Medio Evo inserito nel +diploma della vendita: prova palmare che il documento scritto, frutto +precoce, per quei tempi, di tradizioni romane rinverdite, era malamente +compreso. + +Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi +che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli che +analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha alquanto +modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione della +proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua parte, e in +seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto con la cosa +venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per il simbolo della +paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di una foglia di noce. + +Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna +della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione della +proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente +non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il simbolo +diventare sempre più generale, divenire da simbolo della vendita di un +campo o di un verziere, simbolo della trasmissione della proprietà in +generale. + +E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a +dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna +di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e dei +testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi una +consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di paglia in +segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo assai più +astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa è minore, perchè +il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più grande, e l’uomo +già lo colma con le ricche associazioni mentali che si sono formate +nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile paglia sparirà e il +simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito dalle forme +più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco a poco, senza quasi che +egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione mentale messo a faccia a +faccia con le più alte e più complesse idee astratte. + + + + +CAPITOLO V. + +Simboli emotivi. + + +1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli che +le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate da una +ad altra persona. + +Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura un certo +tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, nè l’odio, +nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, eterni, +perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano quando hanno +esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano all’origine. +Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, quell’emozione non +può rinascere, sia pure con intensità minore, se una sensazione, stata +precedentemente associata con essa nell’esperienza, non la rieccita e +ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti da queste sensazioni che +hanno potere di risvegliare emozioni sopite: per la legge dell’inerzia +essi sorgono ed acquistano la loro immensa importanza. + +2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio +carico di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo +di battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente +l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o +ammazzare uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento +in cui porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente +intorno l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso +il piacere della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma +divorato l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei +sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti +suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno, +per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, in popoli +civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato grandi +vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè il ricordo +delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati +quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo dubitare +che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, nei popoli +selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di una impresa +audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima del trofeo: +adornandosi dei denti dell’animale, della mascella del nemico ucciso, +o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si carica di un oggetto +la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti di orgoglio e di +piacere provati a compiere l’impresa e negli altri il ricordo del suo +valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: sarà quella dunque +la sensazione che ridesterà, sebbene con intensità minore, tutte le +emozioni che il valore in guerra, o nella caccia, destarono al momento +in cui si mostrava. Quindi in colui che lo porta e in quelli che lo +vedono, i sentimenti della propria superiorità e dell’ammirazione si +associano con la vista del trofeo. Togliere al proprietario il trofeo +sarebbe come rubargli la gloria della sua impresa. Di qui l’immensa +diffusione del trofeo nelle razze primitive, e l’enorme pregio in cui i +trofei sono tenuti[126]. + +Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo +Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro, +lancia, spada, colori vivaci, bel vestito)[127]. Che cosa accade +allora? Il capo e il re o il membro della classe nobile differisce +dalla folla vile degli altri mortali, per essere insignito del +distintivo o vestito con abiti speciali: ne verrà che quei sentimenti +di timore o di soggezione, che gli atti di potenza e di prepotenza +del capo o della classe nobile suscitano nei sudditi si associeranno +alla vista dei distintivi e saranno da questi risvegliati in ogni +occasione. Se il capo o la casta dominante fossero vestiti come tutto +il popolo, il terrore che una loro prepotenza può suscitare durerebbe +un certo tempo e poi impallidirebbe fino a scomparire: onde sarebbe +loro necessario, per mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre +a nuove violenze: mentre associatisi quei sentimenti alla vista di +quei distintivi, essi risorgono continuamente, e il capo o il nobile, +vestiti del loro costume speciale, rieccitano quei sentimenti di +soggezione, che generarono le loro antiche violenze o quelle dei loro +antenati, senza bisogno di ricorrere a nuove. Analogamente il capo +o il nobile, vedendo che la riverenza è maggiore verso di loro nei +sudditi, quando essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi +e sentendo allora più intenso il piacere della superiorità propria, +associano l’idea e il sentimento della propria potenza al distintivo; +si sentono più vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi +considerano come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione +del loro vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti +di soggezione di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come +si vede adunque, il simbolismo dell’abito è una conseguenza della +legge d’inerzia, della necessità cioè di fissare con una sensazione i +sentimenti, che abbandonati a loro stessi percorrono un rapido ciclo +discendente, sino ad estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio +si sente allora soltanto il padrone, quando è vestito del suo costume +privilegiato; vestito comunemente, sarebbe poco più considerato che gli +altri: perciò egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua +autorità. + +Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non +spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere +ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi +furono l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può +portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo) +e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il colore +imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano vestirsi +di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, il vestito +divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le classi si +differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole Sandwich, a +Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla per l’enorme +quantità dei vestiti che portano, a spese talora della comodità; tra +i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in modo da prendere +talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere al nemico vinto le +armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo dell’autorità +è l’arme: così al Giappone la classe più alta porta due spade, la media +una, la infima nessuna. + +Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi, +dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad +es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone +volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli +quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, quella del +suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni +hanno una parte importantissima; e per un imperatore tedesco è sempre +una grave questione diplomatica decidere dove e per mano di chi sarà +coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera di Guglielmo Tell il +cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano gli onori spettanti +al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico IV, re d’Inghilterra, +essendo vicino a morire, si levò a un tratto sul letto, quando vide il +figlio metter mano alla corona, che pendeva dal capezzale, dicendogli: +«Che diritto vi hai tu?»[128]. E quando Luigi XI ebbe costretto il +fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, esigè che consegnasse +l’anello ducale; e poi, in una solenne assemblea, tenuta a Rouen il +9 novembre 1469, lo fece frantumare[129]. Non gli pareva di aver ben +vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità sua rimaneva. + +3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo quella +di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: l’abito +ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il mezzo per +fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni riferentisi +alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, diventandone +il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta scritto la +propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo della legge +d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente +secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si comporta verso +i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non dall’idea +delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini si +considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la differenza +tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore è stabilita +dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine notò che in +Russia si considerava come una stranezza un uomo, di cui l’abito non +indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza risiedesse tutta +nei suoi meriti personali, senza alcun segno esteriore. Oggi stesso, +nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni di abito, +una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli abiti rozzi, simbolo +i primi delle classi borghesi e gli altri delle classi proletarie; +ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe e non si +sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, se dovesse uscire vestito +come un muratore? Chi di noi non ha provato che è più difficile trattar +male un birbante vestito bene, che un galantuomo vestito male? Tanto il +simbolo è potente, tanto certe date sensazioni risvegliano certi dati +sentimenti, senza che noi possiamo opporci alla loro associazione se +non con estrema fatica. + +Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo +politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che un +ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un +ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono +conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti +ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le +usurpazioni. + +Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali +d’un popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni, +solo conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito +sono piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato +e dispotico; dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo; +gli abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi +oggetti di guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in +due specie, i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile, +composta di un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E +le evoluzioni dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia: +il barometro che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della +rivoluzione francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle — +aveva tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona +si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare l’abito +della classe superiore. Ma nel movimento democratico che precedette +la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece sentire +fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei balli, ci +dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale semplicità, +che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono +ogni distintivo: gli uomini andarono in società in _frac_, le donne in +corsetto»[130]. + +L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della +storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale, +giuridica. + +4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè tra +questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante +sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, religiosa, +patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, perchè la +loro funzione è più complessa. + + + + +CAPITOLO VI. + +Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo. + + +Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad +analizzare quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il +più importante fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo +spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce +ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa +che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo +fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi: +perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso +all’uomo nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici +danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande +del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli _mistici_. + +1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista +della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano +animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè +del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava +riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti, +che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa +il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione +comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau +ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che +i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e +specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano +muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi, +ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui +quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131]. + +È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro +concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni. +Quando noi diciamo che il fenomeno _A_ è causa del fenomeno _B_ +non intendiamo dire altro se non che _A_ è continuamente seguito da +_B_, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione +è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di _A_ è sempre +seguito dal presentarsi di _B_, mentre altri fenomeni _C, D, E, F_, +ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi +l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza +con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di _A_ +richiamerà l’idea di _B_, cioè la previsione di quello che noi diciamo +suo effetto; il presentarsi di _B_ richiamerà l’idea di _A_, cioè +l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse, +meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di +produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo +a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133]. + +Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo +sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento +commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di +alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni _A, B, C_ si seguano +costantemente, ma di cui _B_ e _C_ si possano percepire con i +sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: _A_ invece non sia +percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc., +accadrà che soltanto _B_ e _C_, producendo una sensazione, solo tra +le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi +concludiamo al giudizio di causa. _A_, non producendo nessuno stato +di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo +indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione +attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione +scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa, +determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza, +se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini +o le idee di _C_ e _B_, essi soli essendo già stati percepiti come +sensazioni. + +Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo +a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del +ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle +cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa +mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo _B_ e _C_, +solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e _B_ sarà detto causa +di _C_ a totale esclusione di _A_. L’Australiano supplica il fucile +del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile +si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali, +ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile +può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa +scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto +non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie +associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di +coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile +uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto +di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse +essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso +meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo +essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi +associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e +attribuirono questa a quello, come a sua causa. + +È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento +volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli +strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono +i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un +uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento +vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia +l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si +fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini +e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano +non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo +perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave +formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o +anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come +un fucile _Rémington_ in cattive mani può essere più innocuo d’una +balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più? +perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che +attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo +adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà +dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana +in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio +che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la +scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in +laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni +in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse +formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è +in ragione inversa della ricchezza di mezzi. + +Noi ci troviamo qui dinanzi ad un _arresto ideativo_: vale a dire la +serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento +di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione +immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con +tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre +uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo +mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in +quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge +per la legge del minimo sforzo. + +Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che +muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito +dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo, +senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o +di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce +sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse +si dovessero le loro vittorie. + +2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo +si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli +che io chiamo mistici. + +La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che +parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare +un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo +a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro +poltroneria[137]. + +All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione +degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da +loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano +dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere +menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione, +indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando +vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce +le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille +miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato +di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e +i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e +quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede +costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio, +l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude, +per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa +i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento +agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento. + +«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la +lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto +a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà +di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la +carta parli»[140]. + +Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico, +l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro +profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli +dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo +per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo +spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo +se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che +istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni +straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni +legislatore, ogni riformatore, ogni uomo _hors-ligne_ non ha mai cavato +dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro. +Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo, +scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro, +applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa +discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il +Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (_Sur._ VI, v. 9); ogni età ha il suo +libro (_Sur._ XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro; +Dio dice a Giovanni Battista: _Prendi questo libro_ (il Pentateuco) +(Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua +madre: _Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro_ (_Sur._ +XVII, v. 94); _O credenti_, esclama il profeta (_Sur._ IV, v. 135) +_credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e +nelle scritture discese prima di lui_. Sarebbe questa insomma la teoria +popolare del genio[141]. + +E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano +mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni, +le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era +basata sull’idea che _i segni grafici elementari_ (cioè le lettere +dell’alfabeto) _distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far +arrivare alla conoscenza di tutte le cose_. Cioè quella virtù, che si +attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere. +E nel _Zoar_ le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna +per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega +così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria +di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose: +scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra +le cose, per elementi essenziali delle cose stesse. + +Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con +segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse +stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi +sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite +alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio, +come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono +cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti +ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa +scritta: _ôm mani padme hum_[143]; i Cattolici portano entro piccole +borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le +parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che +hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta. + +Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte. +I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le +carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli, +fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per +preservativo dai mali le iniziali della formola: + + _In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;_ + _Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;_ + +che sono appunto: + + I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P. +impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia +e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una +cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel +caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la +medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania +si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il +guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi +meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso +di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di +morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei +raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino? + +Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da +questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una +forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della +proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra +un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi +separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava +all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del +calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli +usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo: +vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura, +e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo +di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si +attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si +compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio +e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie +romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione +scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per +redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del +calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era +perciò un vero simbolo mistico. + +3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi, +specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e +sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è +uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda +comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili; +nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e +i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono, +se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può +misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per +esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...». +Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere +molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola. +Nel principio della _Genesi_ Dio crea il mondo con semplici ordini +gridati ai quattro canti del caos. In arabo, _Kelam ullàh_ significa +parola di Dio e realtà universale. Nel _Rig-Veda_ si legge: «I Pitris, +con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà +universale fu concepita dai mistici la parola: il _Verbum_, il Λόγος di +S. Giovanni. + +Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto +dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente, +non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali +che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente +non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione +centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si +è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo, +come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e +ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata, +e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina. + +Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della +preghiera in sè. Così leggiamo nel _Rig-Veda_: «La maledizione +degli empi ha tre punte; ma la _mantra_ (la formola del saggio) +ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In +arabo _aïat_ = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto +prodigioso. La benedizione in ebraico = _berachà_, è quella che dà +tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e +facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione +inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata +pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella +a cui realmente si indirizzava: così, nella _Genesi_ Giacobbe si veste +con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione +di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si +accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa +trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto +associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole, +nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che +fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non +essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148]. + +Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata +potenza di certe formole. Gli _incanti_, gli _incantamenti_, come +ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si +attribuiva una potenza superiore: in latino _carmen_ significa anche +detto magico. + +4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che +acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per +un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva, +unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore +logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare: +ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o +ancor rozzo. L’_Organon_ di Aristotile o il _Sistema di logica_ dello +Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano +che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere +alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto, +giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno +essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge +del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni +stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per +lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento +delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino +vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta +parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore +che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i +rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi +più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile. + +Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica +si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un +giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia, +sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione, +che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle +regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al +pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del +popolo[149]. + +5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’_arresto emotivo_, avviene nel +campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno +stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno +grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa +a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o +l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo +Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione +corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo +di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono +notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi +entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi, +perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande +chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono +dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o +di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni +l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e +nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo +evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si _arresta_ al +simbolo. + +6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi, +l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini +che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci +informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri +dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad +esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere +che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in +guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i +Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan, +i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21) +troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro +Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era +portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo +che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca, +per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti +raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una +mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade, +imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con +l’esilio. + +Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di +una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno +nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha +ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il +divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità +e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio, +della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna +delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la +Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione +di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano +lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli +nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure +di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di +mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto, +e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di +Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente +la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini, +distruggevano il loro Dio. + +Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo +sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou +sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano +cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser +frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi +hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati, +trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le +donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento +rupie. + +Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria +dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha +visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola +da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente, +senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno +sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti +alla parola _Dio_ non corrisponde nella coscienza che una immagine +vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce +che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di +timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza +indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto +a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento +presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma +non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi +che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e +dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe +rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di +richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni +non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè +l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta. + +Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da +Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre, +ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il +culto delle immagini. + +7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e +diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno, +diventa troppo complessa. + +Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero +simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della +massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare. + +Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la +guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore +si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre +navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia +reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla +sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi, +inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona +viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la +bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare +la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande +onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di +Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia +le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne +fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi +frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni +società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il +suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione +manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è +cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di +metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche, +delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere +ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc., +ecc. + +Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che +la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia +poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia +che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in +ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico. + +Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che +cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del +Medio Evo, l’orifiamma reale, la _bannière charlemanne_, restava di +solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis, +e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la +presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era +l’originale![153] + +Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai +più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di +animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un +semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una +schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi +Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che +loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare +che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono +accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno +al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni +tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò +dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni +schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono +tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a +distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di +guerra[155]. + +A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla +complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento +dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e +con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono +fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di +una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una +emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli +in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di +difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero, +quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi +ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti +sociali[156]. + +Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio +diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole +tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione, +comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di +interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che +dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di +coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una +idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo +sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione; +e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per +centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa +la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine +può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si +associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione +dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono +più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per +tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una +emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti +usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo +materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i +sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un +aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che +sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico +realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio +può, liberamente. + +Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte +tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere; +per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda +le fazioni dei _verdi_ e dei _rossi_ a Costantinopoli? Un avanzo di +questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti +politici con dei colori: _neri_ i clericali; _azzurri_ i moderati +e i monarchici; _rossi_ i rivoluzionari. Così i _sans-coulottes_ +simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia +francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava. +Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta +un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto +numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona +al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e +complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito +della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo. +Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli +entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano +proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri +che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece +un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per +molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria +fu _una lotta per l’emblema_; quelli cercavano di mostrare in tutte +le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa +cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica +si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che +quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o +a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di +una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo +dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì +la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non +calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel +pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o +l’altro rappresentavano. + +Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una +emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che +talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è +delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli +occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei +tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si +spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti +alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a +prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe +la cosa più sacra di tutta la terra! + +L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella +storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una +forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità +immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto +alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi +e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania +descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello +stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità; +resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema +tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo +come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per +trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in +cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di +quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale; +il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di +sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui +esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può +sostituirla con sufficiente utilità. + +Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il +capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione +di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel +bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare +delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana: +del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù, +che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò +allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono +che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della +fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla +imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il +Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare +all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando +l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli +assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone, +immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente +la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più +a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente +alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa +del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai +più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli +individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e +parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando +una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di +sviluppo psichico. + +8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici +segni in oggetto di venerazione. + +Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono +di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo +queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente +necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li +tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli +mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico +ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose. +In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc., +non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo +prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello +Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero +significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero +che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando +quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli +più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore +della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è +un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non +sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso; +nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo +del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue +sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera +nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei +Romani che cantavano in certe feste i _carmina saliaria_, scritti +in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale +fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse +la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali +cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il +segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere +gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal +suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per +questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali +e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti +le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla +questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o +con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la +sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi +il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra +Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle +preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria +la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286 +eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla +regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559 +l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni. + +Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione +al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la +pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque +sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati +di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di +manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle _ragioni_ +per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di +coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè +nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando +si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo +avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli +saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera +al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento, +se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di +oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui +il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti +bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo +il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il +morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante; +basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a +poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione +mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa +e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più +nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi +il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni +per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè +ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli, +come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo +caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che +chiameremo _ideo-emotivo_ il segno della propria venerazione verso gli +Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare. + +Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità +religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo +servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico +usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente +conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando +un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste +abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita +e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento, +unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire +specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche +stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono +gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio +si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica +è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni +individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli +di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata; +quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai. + +9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo +ancora osservare. L’arresto _ideo-emotivo_ non è talora l’effetto +di una lenta riduzione al _minimum_, che avviene di generazione in +generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante +la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una +certa serie d’idee e di sentimenti. + +È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato +e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle +società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei +regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione, +fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che +si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi, +ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il +_segno approssimativo_ della volontà del legislatore, che non può +dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e +sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente +gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare +questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del +regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non +si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente +logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade +dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli +ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro, +del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla +lettera delle disposizioni regolamentari. + +Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto _ideo-emotivo_. Per applicare +intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi +particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso: +bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più +frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a +cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare, +i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione. +All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre, +per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato. +Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo +caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande +amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi +affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo +stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli +pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più +rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor +numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di +tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è +assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo +a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la +mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti +di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale +applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni +sentimento di più alto dovere. + +Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui +il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia +possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera +di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado +di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico. + +10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga +le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli +nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare +alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in +onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza +non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra +loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite +subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile +ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro: +e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione +di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione +coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste +perdite, perchè l’arresto _ideo-emotivo_ per cui il simbolo e +la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di +venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi. +Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più +realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli +civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle +origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche, +allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti +religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è +che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose, +e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la +civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e +quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo +normale dell’arresto _ideo-emotivo_ entra in azione, e a poco a poco la +religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e +per ciò anche estremamente conservatrice. + +Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero +ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra +e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso +assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da +concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato +dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati +infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo +loro al disotto. + + + + +CAPITOLO VII. + +Atavismo e patologia del simbolo. + + +1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e +incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare +le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più primitiva. +Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che quei simboli +ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli atavismi, in +certi individui e in certe classi sociali. + +2. La pictografia, ad es. cioè il sistema primitivo della scrittura, +ritorna nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere. +Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura, +come hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così +genialmente raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito +di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre +del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra +un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa +pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo +figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e +sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali +come firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide +rozzamente un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero +dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia +con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in cui +rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. In +un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due donne che +ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale. + +Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure reali +di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso +nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o +figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così +un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò +l’amante disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta +contro di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con +un liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso +dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona +reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro, +2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del +linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello del suo +amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una donna, +vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano destra, ricordo +della sua terza amante — le insegne del suo mestiere di fabbro — un +tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, ricordo del tempo in +cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo (ricordo della legione). + +Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno a +sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri +speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò +la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità +dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più, +siccome i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed +idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo +e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo con cui +esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non quello che +serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia è +spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; un modo +con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non possono +e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una maniera +conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul braccio un +gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava il tatuaggio +così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 carcerato per +assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi che fui +condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; la croce feci per non +tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista per riattizzare in +sè il sentimento della vendetta contro una amante che l’aveva tradito, +si disegnò un limone (simbolo dell’amore sventurato, dolce dapprima e +agro poi) e una sigla V T = vendetta. + +Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è +l’artificio con cui la violenta passione previene in anticipazione il +pericolo della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è +che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti, +essendo stata con essi associata al momento del disegno. Quindi il +tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni violente +e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè e non scrittura. +L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, non ha bisogno +di questo artificioso sistema di segni, che gli riporti continuamente +sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi nel passato. + +3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche il +simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto +primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, che +hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli Chauffeurs +francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo scorso +e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, per la +celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi alla banda +radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa altezza. Il +capo domandava allo sposo: _Straccione, vuoi tu la stracciona?_ Sulla +risposta affermativa, aggiungeva: _E allora salta_. Lo sposo saltava la +corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla sposa: dopo, i +due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro che un sistema di +documentazione più rozzo: per fissare nella opinione pubblica l’idea +del matrimonio contratto, si facevano assistere i banditi ad una scena, +che ne risvegliava per associazione l’idea. La scena, così come era +immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello strano: e può essere stata +suggerita dalla vita di azione, di ginnastica e di movimento in aperta +campagna, che debbono per forza fare le bande di briganti. + +Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, che +è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, perchè è +la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi e il +nuovo. + +«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra, +l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni: +— Sei ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere +dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle +maniere convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar +superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli +inconvenienti. — E poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte +la società, già riunita. + +Il capo sta in mezzo con a destra il _contaiuolo_ (se c’è), e quindi +il _primo voto_ (socio anziano) continuando in circolo per ordine di +anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo. +Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato +fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo. + +Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a _Signori_ e Società +riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la +Società? Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente +della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro +compagno. + +_Primo voto._ — (Chi è stu tale?) Come si chiama? + +_Capo._ — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon giovane? + +(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti del +neofita sono noti). + +_Capo_ (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e +chiamatelo. + +_Ultimo voto_ (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società è +oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società. + +_Neofita_ (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso? + +Nessuno risponde per tre volle. + +_Neofita._ — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso? + +_Capo._ — Entrate con tutte le regole di società. + +_Neofita._ — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in testa? + +_Capo._ — Abbiamo due _picciotti_ alla testa. + +_Neofita._ — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la +Società. + +_Capo._ — Copritevi. + +_Neofita._ — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta +la Società. + +_Capo._ — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate? + +_Neofita._ — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello +core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata +per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello che +facevo prima. + +_Capo._ — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato? +Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei +picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno. + +_Neofita._ — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la Società. + +_Capo._ — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo +passare ad una votazione? + +All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale +primitivo. + +_Capo._ — La Società vi crede meritevole di occupare un posto. +Desiderate altro? + +_Neofita._ — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che un bacio +da sinistra a destra. + +_Capo._ — Fate i vostri doveri. + +Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri +cominciando dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte. + +_Capo._ — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? Son +forse più bello degli altri? + +_Neofita._ — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una +da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete +specificatore e dichiaratore d’ogni cosa (giudice). + +_Capo._ — Desiderate altro? + +_Neofita._ — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti per +pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i patti. + +_Capo._ — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti +sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; 2º +Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire +pure i camorristi e fare le commissioni loro. + +Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti +simulano una _giocata_; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio +e non di _divisione_, cioè che ha con la Società sole relazioni di +solidarietà morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in +denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole, +per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla[158]. + +A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti +più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee +hanno avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è +evidente. Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere +a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e +doveri, gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea +dei suoi impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di +entrare, accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi. +Ma una società criminale non può essere che una forma inferiore di +società, con struttura e funzioni primordiali; quindi questa formalità +dell’accettazione che in noi ha assunte forme così astratte, resta +in forme più sensibili e rozze; invece di dare uno statuto scritto, +si ricordano con una serie di discorsi e di atti i doveri a cui si +sobbarca l’iniziato. Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o +almeno parzialmente meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più +potentemente che la parola scritta, così gli atteggiamenti complicati +di superiorità in chi accetta, di inferiorità in chi è accettato come +novizio, l’aspetto dell’assemblea muta, a braccia conserte, imprimono +nella psiche dell’iniziato il sentimento e l’idea dei suoi doveri +di soggezione, negli iniziatori quello del diritto di supremazia più +fortemente, che non lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che +tali e tali altri sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non +potrebbe risvegliare che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti +esteriori della rimessione risvegliano proprio il sentimento +dell’inferiorità per la legge di associazione tra gli stati psichici e +la loro espressione. + +4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza +tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel criminale +a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato primitivo di +segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente corrisponde +un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo che i +pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso non +si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano +segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, e +queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio +di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente +lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle +autorità civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli +grafici, che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a +cui di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti +le persone e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi +punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi +sempre le sole consonanti. + +Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo +che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio eseguito +da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli +diede un’esatta descrizione[159]. Questa statuetta porta in testa una +specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati +ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti del +Z. Ad esempio vi esiste il _calamaio_ con cui egli si farà forte +contro i tiranni; l’_uniforme_ che veste è quello portato da lui nelle +guerre dell’indipendenza; le _ali_ ricordano il fatto che quando cadde +in pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori, +tra cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: _l’elmo con la +lanterna alla visiera_ è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al +manicomio; _il sigaro messo di traverso_ rappresenta il disdegno contro +i re ed i tiranni; _l’attitudine della gamba_ ricorda la frattura che +egli si fece precipitandosi dall’alto. + +Ma il più notevole è il _trofeo_ posto sulla testa della statuetta; che +è l’espressione grafica di questa canzonetta: + + Un veleno ho preparato. + Due pugnali tengo in seno: + Questo viver disgraziato + Finirà una volta almeno? + T’amerò sino alla tomba + E anche morto t’amerò. + La campana lamentosa + Sonerà la morte mia; + Ed allor tu udrai curiosa + Quella funebre armonia. + T’amerò ecc. ecc. + Una lunga e mesta croce + Nella via vedrai passar; + Ed un prete sulla forca + _Miserere_ recitar. + T’amerò ecc. ecc. + +Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così +della prima strofa la parola _veleno_ è rappresentata dalla coppa; +i _due pugnali_ non mancano; _il finir della vita e la tomba_ +sono rappresentati da una specie di sarcofago o cassetta chiusa; +l’_amore_ dai mazzetti di fiori. Della seconda strofa la _campana_ è +rappresentata tal quale; la _funebre armonia_ da due trombe incrociate +in basso. La _croce_ della terza e il _prete_ (o cappello da prete) +della quarta completano il quadro a cui non manca che la _forca_ +sostituita da una forchetta. Si veda dunque quale aggrovigliamento nel +simbolo, in perfetta analogia con l’aggrovigliamento del delirio. + +Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente +la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici, +facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle +condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se +questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle +nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione +d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere +l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si +poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici sui +negozi giuridici. + +5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è +importante esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra, +riconfermata dalla patologia, una legge normale della psiche umana, con +una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia, +che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato tanta luce +sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo che uno dei +processi di formazione del simbolo è quello di prendere la parte per +il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; e come questo processo +non sia per nulla intenzionale, ma basato sopra la naturale riduzione +delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti troppo complessi. Una +conferma di questa legge ci viene da alcune forme morbose d’amore, in +cui questa riduzione è spinta così all’estremo che la parte sostituisce +il tutto; e che perciò ci mostrano confermata la legge generale, come +molte altre malattie, che non sono se non una tendenza normale troppo +esagerata. + +Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo di +riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare della donna +che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato. +Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è per dir così che +un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più forte del desiderio +dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce tutto e diventa per +dir così tutto l’amore. + +In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia e le +mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare in +gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando la bellezza +del corpo, viene ad essere più importante anche di questa. Montaigne +osservava, parlando dell’amore: «Certes, les perles, et les brocardes, +y confèrent quelque chose, et les filtres, et le train». Rousseau +confessa che le modiste, le domestiche, le piccole venditrici non +lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce n’est pourtant pas du +tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, c’est la volupté; +c’est un teint mieux conservé... une robe plus fine et mieux faite, +une chaussure plus mignonne, des rubans, de la dentelle, des cheveux +mieux ajustés. Je préfererai toujours la moins jolie ayant plus de tous +cela». + +Ma in alcuni malati questa riduzione dello stimolo si spinge così +oltre, che l’oggetto di vestiario si sostituisce nei loro desideri +alla donna stessa. Ve ne sono di quelli che rubano i fazzoletti delle +signore per le vie, e provano il più intenso dei piaceri sessuali +a masturbarsi con quelli. Ve ne sono altri che invece sono eccitati +dagli stivaletti. Uno cercava di veder i chiodi delle scarpe femminili; +esaminava con cura sulla neve o sulla terra umida le traccie dei loro +passi; ascoltava il rumore che facevano sul selciato, e trovava un +ardente piacere erotico a ripetere alcune parole destinate a ravvivare +l’immagine di questi oggetti e a congiungerla con l’immagine della +donna, per es., la frase: «ferrare una donna» e a masturbarsi innanzi +alle vetrine dei calzolai. Un altro amante degli stivaletti, diceva: +«Bisogna che siano stivaletti o scarpette di cuoio, possibilmente nero, +e con i tacchi altissimi, insomma stivaletti e scarpine elegantissime: +la forma che fin da bambino mi piaceva di più sono gli stivaletti alti +da abbottonarsi ai lati ed elegantissimi». + +In altri invece il particolare assorbente è una di quelle parti del +corpo, che il nostro pudore a oltranza lascia ancora scoperte. Un uomo +non era eccitato che dagli occhi delle donne; avendone trovata una con +occhi grandissimi, voleva sposarla. Un altro era eccitato dalle mani, +e ancor più dalle mani adorne di gioielli (eccitazione dell’oggetto di +ornamento aggiunto a quello dell’organo); però la riduzione non era +ancora riuscita a un isolamento compiuto, perchè una bella mano e un +brutto viso gli facevano male. Vi sono poi gli amanti dei riccioli, +delle ciocche di capelli: «Certi individui, scrive il Macé, si cacciano +nella folla dei grandi magazzini di novità, si avvicinano alle donne e +alle ragazze, i cui capelli ricadono sulle spalle e con delle forbici +ne tagliano delle ciocche. Uno di costoro diceva: «Per me la ragazza +non esiste, sono i suoi capelli che mi attirano». + +Non in tutti i malati, l’aberrazione raggiunge intensità eguale: in +alcuni il particolare, pure dominando con straordinaria potenza, non è +ancora divenuto la condizione _sine qua non_ dell’eccitamento erotico; +in altri invece sì, e la più splendida, la più giovane donna li +lascierebbe freddi, se non avesse quella qualità o quell’oggetto da cui +solo sono ormai suscettibili di essere eccitati. + +Certo si tratta qui di malati, ma la straordinaria intensità del +fenomeno ci mostra come sia profonda la tendenza della psiche umana a +ridurre le sensazioni, le immagini, i sentimenti; a scambiare la parte +con il tutto; a concentrare tutta la sua energia sul particolare, che +riesce così più potente nella sua azione. Certo nei processi normali +di riduzione, da cui esce il simbolo, questo assorbimento che fa il +particolare di tutta la cosa in sè stesso, non è così intenso come in +questi casi morbosi, appunto perchè questi sono una esagerazione. Ma +in ogni modo i fenomeni del simbolismo per riduzione e questi fenomeni +della patologia mentale si illuminano a vicenda. + + + + +PARTE II: + +APPLICAZIONI PSICO-SOCIOLOGICHE. + + + + +CAPITOLO UNICO. + +Il simbolismo nel diritto moderno. + + +Questo studio di alcuni fra i più importanti fenomeni del simbolismo, +non può essere privo di applicazioni pratiche, se è vero che ai +traviamenti del simbolo si connettono molti e dolorosi traviamenti +della condotta umana. Lo studio fatto più sopra sui simboli mistici +e sull’arresto ideativo ed emotivo che li produce, si è quasi tutto +raggirato su simboli che oggi sono estinti o che hanno perduta +gran parte della loro importanza; ma con questo non si cercò che +di agevolare la ricerca, perchè trattandosi di simboli già quasi +trapassati ed esaminati, per dir così, da lontano, più facile era +di vedere la confusione loro con la cosa che avrebbero dovuto +rappresentare: ciò però non toglie che i simboli mistici siano +numerosissimi anche oggi, sebbene noi, per la lunga abitudine di +considerarli come fatti normali, quasi non ce ne accorgiamo. La massima +parte delle idee giuridiche consacrate nei nostri Codici ed il modo +con cui sono applicate, quasi tutta insomma la giustizia, non è che +un gigantesco simbolo mistico, non è che l’effetto d’una dolorosa +confusione del segno con la cosa, sorgente di infiniti mali sociali e +sopratutto di questo massimo dei mali: di aver cioè una giustizia che +tormenta forse più che non benefichi. + +Che la giustizia, quando non è addirittura inumana, sia spesso fallace, +fu detto da molti: ma quanti hanno cercato la ragione per cui uomini +spesso di intelligenza superiore, che hanno consumato la vita a +speculare le sottili differenze tra il torto e il diritto, dànno spesso +sentenze che urtano brutalmente il sentimento di giustizia, anche nella +gente più umile? Pochi o nessuno. Eppure anche se si volesse sostenere +che questi rozzi responsi del sentimento di giustizia dell’uomo +comune siano un prodotto inferiore rispetto alle alte meditazioni dei +giuristi, molto meglio sarebbe che in questa materia non si trascurasse +il bene per la ricerca del meglio: giacchè a che cosa serve una +giustizia superiore che scontenta coloro a cui deve essere applicata? +Ma del resto questa giustizia che deriva nelle opere giuridiche +dalla tradizione intellettuale del diritto romano e dalla tradizione +professionale della magistratura, è, come vedremo, tutt’altro che una +giustizia superiore. L’arresto ideo-emotivo ci spiegherà come e perchè +essa sia una giustizia inferiore. + +Si noti anzitutto che il sentimento della giustizia è uno dei più +astratti e complessi di tutti: vale a dire che i processi mentali +con cui esso si esplica sono tra i più faticosi. «La complessità del +sentimento di giustizia, scrive lo Spencer, si fa manifesta allorchè +prendiamo ad osservare che esso non riguarda soltanto piaceri e dolori +concreti, ma principalmente invece alcune di quelle circostanze che +permettono di ottenere i piaceri e di prevenire od evitare i dolori. +Dappoichè il sentimento egoistico di giustizia si soddisfa col +mantenimento di quelle condizioni, che permettono di conseguire senza +impedimento le soddisfazioni, e s’irrita quando quelle condizioni +vengono disturbate, ne risulta che, per essere eccitato, il sentimento +altruistico di giustizia ha bisogno non solo delle idee di quelle +soddisfazioni, ma anche delle idee di quelle condizioni che in un +caso sono conservate e nell’altro disturbate o interrotte. È perciò +evidente che la potenza di rappresentazione mentale, per essere capace +di questo sentimento in forma sviluppata, dovrà essere relativamente +grande. Quando i sentimenti coi quali dovrà esservi simpatia saranno +semplici piaceri o dolori, potranno occasionalmente manifestarli gli +animali gregari più elevati; essi sentono ogni tanto, come le creature +umane, la pietà e la generosità. Ma il concepire simultaneamente, non +solamente i sentimenti che si producono in un altro, ma anche quel +complesso di atti e di relazioni compresi nella produzione di tali +sentimenti, presuppone un’accumulazione contemporanea di elementi +molteplici nel pensiero, ciò che una creatura inferiore è incapace di +fare»[160]. + +Ora noi troviamo che nella pratica è data al giudice, perchè più +facilmente trovi ed applichi la giustizia, una raccolta di disposizioni +generali sotto forma di codice, che sono l’ultimo frutto della lunga +esperienza e del lungo lavoro dei giureconsulti romani, salvo pochi +e minimi ritocchi. Di queste regole alcune hanno una ragione nel +ripetersi frequente o nel possibile verificarsi di certi casi a +cui provvedono: altre sono la deduzione di antiche idee giuridiche +appartenenti per la loro origine a un periodo di esperienza primitivo +e che non sono ammesse oggi se non per quella estrema venerazione che +si attacca a tutte le cose antiche. Ma siano vive ancora o avanzi +mummificati di idee passate, queste regole generali, per la loro +natura, non possono che riguardare i casi più frequenti e comuni di +una certa serie di questioni: i casi speciali, quelli cioè che non +rispecchiano che parzialmente la disposizione generale, e che si +presentano sempre assai numerosi, specialmente quando la vita sociale +si complica, non possono essere risolti con piena giustizia applicando +il principio generale, perchè contengono elementi parziali di fatto +che mutano più o meno profondamente i termini della questione e +quindi anche la soluzione, che non può più essere quella ammessa dalla +disposizione generale. + +Ora che dovrebbe fare il giudice per decidere con giustizia i casi +numerosissimi che gli si presentano? Dovrebbe dare alle disposizioni +della legge quel valore che esse hanno realmente, considerarle +cioè come _il segno approssimativo ed imperfetto_ della volontà +del legislatore, sulla cui guida decidere, integrandole nei casi +particolari con il proprio sentimento di giustizia: giacchè per +divisioni e suddivisioni in cui si biforchi la regola generale, +si presenteranno sempre dei casi in cui il giudice, per esser +giusto, dovrà fare appello dalla autorità delle norme già stabilite +all’autorità della propria coscienza, interrogando il suo sentimento +di giustizia. Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti romani +tenevano continuamente presente che il diritto scritto doveva essere +integrato da quello che essi chiamavano il _diritto naturale_ e +che non era se non l’espressione di quel sentimento di giustizia +che si ribellava contro l’applicazione di regole generali a casi +particolari, che non quadravano perfettamente. «Il diritto naturale, +scrive il Sumner Maine, era da essi inteso come un sistema che doveva +gradatamente assorbire le leggi civili, senza sostituirle sinchè non +erano abrogate... Il valore e l’utilità di questo concetto nasceva +dal tenere essi presente alla mente un tipo di diritto perfetto e +dall’ispirare la speranza di avvicinarvisi indefinitamente»[161]. + +Ma che accade invece? Un poco perchè la legge stessa vieta una +troppo ampia interpretazione, ma sopratutto per la tendenza umana +già così forte e favorita in questo caso dalle leggi, a ridurre +al minimo il numero delle associazioni mentali necessarie ad un +dato lavoro, prevale la interpretazione letterale, a scapito di +ogni considerazione di giustizia. Le disposizioni della legge, che +come dicemmo, non dovrebbero essere che il segno approssimativo e +imperfetto della volontà del legislatore, sulla cui traccia il giudice +dovrebbe spingersi per arrivare con le forze proprie alla giustizia, +diventano la giustizia stessa: applicarle, senz’altri riguardi, è +il dovere del magistrato. Per giudicare con giustizia il magistrato +dovrebbe dar libero corso, a ogni caso che gli si presenta, al suo +sentimento naturale di giustizia, cioè a quell’associazione di idee +e di sentimenti, di cui vedemmo poco fa la complessità: dovrebbe +confrontare il responso della sua coscienza con le applicazioni usuali +e più frequenti del principio generale della legge; e ove discordino, +cercare le ragioni del disaccordo e penetrando nello spirito del +principio, associando l’idea del caso più frequente per cui fu fatta e +le differenze del caso presente, modificarne l’applicazione a seconda +del proprio sentimento di giustizia. Tutto questo è un lavoro assai +faticoso, complicato e per di più diverso per ogni caso singolo: +molto più semplice è applicare le disposizioni generali cavandone +le conseguenze logiche, senza altre considerazioni e associazioni +concomitanti di idee o di sentimenti, perchè in tal caso non v’è da +seguire che una catena più o meno lunga di ragionamenti. Per un poco +che la mente continui in questo esercizio, l’arresto ideo-emotivo si +produce rapidamente; il pensiero si avvezza a considerare soltanto i +puri rapporti tra il caso speciale e il principio generale, per trovar +modo di applicare questo, senza che le associazioni collaterali di +altre idee si formino; il sentimento alto e complesso della giustizia +si riduce a un sentimento di soddisfazione per l’applicazione logica +intera e compiuta del principio generale quando possa farsi, escludendo +da questa la rappresentazione del torto fatto alla vittima e l’idea +delle ragioni per le quali è stato arrecato questo torto. Le sentenze +più ingiuste e nello stesso tempo più giuridiche, sono create con +questo sistema, per cui la lettera della legge, che non dovrebbe essere +che un _segno approssimativo_, diventa la giustizia stessa, cioè un +simbolo mistico. + +Esamineremo, per dimostrar meglio il fenomeno, alcune sentenze su +casi speciali. L’art. 1228 del Codice Civile sancisce, in materia di +danni da pagarsi per una obbligazione non adempiuta, che il debitore +non sia tenuto se non ai danni che sono stati preveduti o che si +potevano prevedere al tempo del contratto: disposizione in teoria +giusta, perchè vuole impedire gli illegittimi lucri che il danneggiato +potrebbe realizzare prevalendosi, ad es., di impreveduti rialzi nel +valore della cosa che il debitore doveva prestargli. Così, per es., +se A pattuisce di dare a B per un certo giorno una data quantità +di merce e non mantiene l’obbligazione, e dopo pochi giorni dal +non adempiuto contratto, questo genere di merce, per un accidente +qualunque, decupla il suo valore, sarebbe ingiusto che A fosse tenuto +a pagare a B, come danno, questo valore dieci volte raddoppiato per +la ragione che B, avendo in mano la merce, avrebbe potuto venderla: +è questo un principio che il sentimento di giustizia approva, perchè +non applicandolo si potrebbe andare a conseguenze enormi. Tale è il +principio generale giustissimo, che però nelle applicazioni si falsa. +Una Ditta di Milano fa un contratto con una Ditta tedesca per avere da +questa, entro un dato termine, una provvista di _poutrelles_ in ferro: +la Ditta tedesca non mantiene l’impegno e la Ditta di Milano, che si +era con altro contratto impegnata di fornire ad un’altra Casa quelle +_poutrelles_, deve pagare a questa una penale di 450 lire. Intenta lite +allora alla Casa tedesca per avere la rifusione dei danni, e domanda +di poter provare con la prova testimoniale che essa dovè pagare le +450 lire di penale, per ottenerne il rimborso: ma la Ditta tedesca si +oppone, sostenendo la irrilevanza della prova medesima e basandosi per +questo sull’articolo 1228, poichè si trattava, diceva l’avvocato, d’un +danno che essa non poteva aver preveduto, non essendo stata avvisata +dalla Ditta italiana di questo contratto ulteriore e della penale +stabilita, ed essendo impossibile che essa prevedesse una così speciale +eventualità di danno. Il Tribunale aveva questa volta giudicato con +giustizia, sostenendo che la «legge non esige che siano preveduti o che +si possano prevedere singoli casi, ma solo vuole che le parti siano in +caso di poter desumere che dal loro inadempimento possa scaturire un +pregiudizio agli interessi dell’altro contraente: sono le remote ed +accidentali verificazioni che non si possono prevedere, e non quelle +che procedono per l’ordine naturale delle cose, che sono conseguenze +immediate e dirette dell’inadempimento dell’obbligazione». Dava quindi +ragione alla Ditta milanese. Ma la Cassazione di Torino (Sentenza del +2 settembre 1890) censurava ed annullava la deliberazione, sostenendo +che ci doveva essere la previsione precisa del danno seguito, e che +il giudice non ha altra autorità che quella di decidere se in linea +di fatto questa previsione esistesse. «Il legislatore... ha sancito +solamente che il debitore non è tenuto che ai danni stati preveduti o +prevedibili al tempo del contratto, ed ha perciò lasciato al giudice +del merito, trattandosi di una ispezione di fatto, il decidere, per il +complesso delle circostanze, se una data conseguenza dannosa sia stata +preveduta od avesse potuto esserlo». È evidente quindi che in tal modo +si dava ragione alla Ditta tedesca e si negava alla Ditta italiana +ogni diritto ad avere un indennizzo. Ora, chi non sente l’ingiustizia +di una simile decisione? L’applicazione esatta, logica di un principio +generale giusto in sè e astrattamente, ma che, come tutti i principii +generali, non riguarda che un certo numero di casi, siano pure questi +i più frequenti, conduce a conseguenze che urtano contro il sentimento +di giustizia; e ciò per l’arresto ideo-emotivo acquisito e divenuto +abituale nel giudice per la lunga consuetudine professionale. + +Nel Diritto civile italiano sono passate dal Diritto romano parecchie +idee molto sottili sulla capacità di avere diritti, secondo le quali +gli esseri non ancora nati ne sono totalmente incapaci; idee che, +per quanto a prima vista sembrino puramente teoriche, pure hanno +talora conseguenze pratiche importantissime e possono dar luogo a +liti interminabili e costosissime. Ma il Codice Civile italiano ha +fatto una deroga al principio della incapacità giuridica dei non-nati, +permettendo che i figli nascituri possano essere dichiarati eredi, +forse per scopi di utilità sociale: ora si supponga che un padre, +impaurito della prodigalità del proprio figlio, lasci erede non +questo, ma i figli futuri di lui, e metta così al sicuro il patrimonio +familiare: supponete ancora che questo figlio prodigo, consumato tutto +il suo, domandi che sulla sostanza ereditata dai suoi figli futuri +gli siano passati gli alimenti: non sembra a tutti che per un certo +senso d’equità la domanda si debba accogliere? Per colpevole che +sia un uomo nella sua dissipazione, ripugna di farlo morire di fame +accanto ai tesori che aspettano i suoi figli di là da venire, quando +detraendo una piccola parte dei redditi, si può toglierlo almeno dalle +estreme strettezze: eppure, portata la cosa innanzi ai magistrati ed +esaminata alla luce della patria legislazione, la soluzione non fu così +semplice come a prima vista parrebbe. Talora la domanda fu accolta, +ma non in nome di questo sentimento di equità, che nelle coscienze +non offuscate da viziosi e abituali procedimenti mentali, dà così +chiaro, almeno in questo caso, il suo responso: bensì, filando una +serie di ragionamenti molto sottili, che da altri veniva confutata con +sillogismi altrettanto capziosi. Presentatosi un caso analogo a quello +supposto innanzi alla Corte d’Appello di Napoli, essa decise (Sentenza +4 dicembre 1890) favorevolmente alla domanda del padre, sostenendo +che «se i figli nascituri sono capaci del diritto di succedere, sono +passibili del dovere di prestare gli alimenti ai genitori poveri. +Ma si dice: I figli nascituri non hanno personalità effettiva; sono +possibili, non esistenti... Ma i figli nascituri sono un ente giuridico +creato dalla legge, e come ente giuridico sono esistenti... Se i figli +nascituri, come persona giuridica, possono ricevere per testamento +o per donazione, debbono anche, quantunque non ancora nati, prestare +gli alimenti ai loro genitori che ne hanno bisogno». Il ragionamento, +come si vede, è in molte parti abbastanza strano, specialmente per +quella sua personificazione dei figli nascituri, che, quantunque non +ancora nati, hanno il dovere di prestare gli alimenti ai loro genitori +futuri: ma, se non altro, arriva a conseguenza tollerabile. Non si +deve però credere che tutti siano della stessa opinione; uno dei più +insigni civilisti italiani, Francesco Ricci, attaccò quella sentenza +veementemente, come assurda ed errata, sostenendo che i figli nascituri +non hanno personalità giuridica, non sono perciò subbietti capaci +nè di diritti nè di doveri, che il diritto di ricevere per eredità è +loro riconosciuto per mera utilità sociale; che quindi non si dovevano +accordare gli alimenti. In modo che un individuo, il cui padre avesse +fatto un testamento di quel genere, che si trovasse ridotto alla +miseria, dovrebbe morire di fame accanto ai tesori dei suoi figli +di là da venire senza nemmeno ottenerne gli alimenti! Ecco l’effetto +dell’arresto ideo-emotivo professionale. + +Si noti ancora che in questo modo di cercar la giustizia, cavando le +deduzioni logiche di principii astratti, è giocoforza trascurare ogni +considerazione riguardo alle qualità delle persone, che pure nella +ricerca della giustizia sono importantissime. Tutti sentono che in +un caso come quello supposto, la giustizia vorrebbe che gli alimenti +fossero senza obiezioni concessi quando la prodigalità del padre +si alleasse a sentimenti buoni di generosità imprevidente; ma che +si potrebbero invece fare obiezioni, quando si unisse a sentimenti +estremamente malvagi, che rendessero indegna di attenzione la sua +miseria. Ora, questi elementi che possono, anzi debbono influire sul +giudizio, non si possono menomamente calcolare col sistema presente di +giustizia impersonale. + +La legge prescrive come formalità essenziale alla validità di un +testamento fatto innanzi al notaio, che il testamento sia letto _dal +notaio_ innanzi al testatore e ai testimoni, e che di questa lettura +sia fatta menzione nell’atto. Ora, ecco la Cassazione di Torino che, +con sentenza dei 3 settembre 1890, annulla un testamento di questo +genere, perchè «la formula usata dal notaio nel testamento pubblico +da esso ricevuto e così concepita: «Atto fatto e letto alla continua +presenza degli infrascritti testimoni», non esprime in modo convincente +che la lettura fu fatta dal notaio, quindi il testamento è nullo per +insufficiente menzione dell’adempimento di una formalità essenziale». +Il solito fenomeno: le disposizioni della legge che intenzionalmente +erano dirette a garantire il testatore da possibili abusi od errori, +finiscono letteralmente intese ed applicate con esclusione di ogni +altra idea che illumini il senso ideale, per violare il diritto del +testatore di veder rispettata la sua volontà. Se in un simile caso è +dubbio che il notaio abbia adempiuta una formalità importantissima, +non sarebbe più semplice interrogare il notaio e non distruggere per +un _lapsus calami_ un atto, che socialmente ha una certa importanza, +quale è un testamento? Le stesse stranezze troviamo nel diritto penale. +Così recentemente innanzi al Tribunale penale di Milano si dibatteva +la causa di un commerciante imputato di bancarotta semplice e che +già era stato condannato altra volta per lo stesso reato. Il Pubblico +Ministero aveva chiesto la condanna a 7 mesi di detenzione, trattandosi +di imputato recidivo. Ma il difensore osservò che l’imputato, come +risulta dal certificato penale, nel 1888 era già fallito altra volta, +ed era stato dalla nostra Corte d’Assise condannato per bancarotta +fraudolenta a 3 anni di reclusione — che quindi non poteva più +legalmente esercitare il commercio — nè di conseguenza poteva essere +dichiarato fallito e chiamato a rispondere della mancanza di libri, +che non era obbligato a tenere. Se nell’operato del fallito si fossero +riscontrati fatti di frode in danno dei creditori, avrebbero potuto dar +luogo ad una azione per truffa e furto a norma del Codice penale e non +già per bancarotta fraudolenta — trattandosi unicamente di non tenuta +dei libri, veniva meno ogni azione penale, mancandone il fondamento, +cioè la qualità di commerciante nell’imputato. Sulla questione, scrive +l’avv. Valdata, rendendo conto del processo, non c’è niente da dire, +perchè non poteva avere diversa soluzione: però, non è sufficientemente +strana una legge che permette l’assoluzione di un imputato, _solo +perchè era stato condannato altra volta per un reato più grave_?[162]. + +Di questa condizione di cose poi gli avvocati e gli imbroglioni si +approfittano per porre questioni, che in tutt’altra classe di persone +che non sia la magistratura desterebbero lo sdegno o il riso, tanto +sono assurde; ma che i magistrati discutono seriamente e qualche volta +anche sanzionano, tanto per l’abitudine mentale contratta nel lungo +esercizio della professione essi hanno perduto il senso del giusto +o dell’ingiusto. Così la legge considera _per pura finzione_ come +immobilizzate e quasi parti accessorie del fabbricato le macchine +dell’opificio: ora, in una espropriazione per causa di pubblica +utilità fatta dalle ferrovie, un proprietario di opificio pretendeva, +prendendo alla lettera le parole della finzione, che gli si pagassero, +oltre il fabbricato, non il prezzo del trasporto delle macchine al +nuovo opificio e un indennizzo per le eventuali avarie, ma il prezzo +intero delle macchine: perchè, diceva acutamente il suo avvocato, la +legge considera come accessorie dell’immobile le macchine, e quindi +distrutto l’immobile, sono distrutte anche le macchine! La Corte di +Cassazione di Torino (Sentenza del 27 agosto 1890) respinse la ridicola +argomentazione; ma dopo averla discussa a lungo e seriamente: proposta +in qualunque radunanza di gente intelligente, ma non specialista in +fatto di giurisprudenza, non sarebbe stata seppellita subito sotto una +omerica risata? + +E si noti che se la Cassazione, la quale respinse la grottesca domanda, +avesse applicato a questo caso quel processo mentale che applica +a decidere la maggior parte delle questioni in sostituzione del +sentimento e dell’idea di giustizia, avrebbe dovuto dar ragione alla +richiesta. Giacchè una conseguenza curiosa dell’arresto ideo-emotivo +è in questo caso la seguente: poichè, per la lunga abitudine, +sembra mostruoso che si faccia appello al sentimento di giustizia +per decidere le cause, e la letterale applicazione della legge è +divenuta consuetudine organica del pensiero, quando un querelante +presenta una domanda che urta troppo violentemente anche l’intorpidito +sentimento di giustizia del magistrato, ma che egli, a fil di logica, +dovrebbe ammettere, il magistrato deve, per dargli torto, cercare e +ricercare qualche sottile e cavillosa ragione. Capite? Il giudice che +vuol salvaguardare la giustizia, è lui costretto a cercar sofismi e +rivoltolarsi come un ladro per il labirinto dei cavilli; mentre il +birbante che con una sottigliezza tenta di rovinare un nemico, può +dire a fronte alta che egli domanda solo l’applicazione della legge +nei modi soliti. Un curioso esempio ce lo dà la Francia. In Francia, +al principio della insequestrabilità della rendita non erano state +poste eccezioni, come in Italia, da nessuna legge: e per questo la +giurisprudenza negò nei primi tempi ai creditori del fallito il diritto +di rivalersi sulle iscrizioni di rendita del fallito. La massima +era socialmente pericolosissima, perchè i falliti che investivano +in rendita pubblica il loro attivo, potevano frodare interamente i +creditori: ma la magistratura che non ebbe il coraggio di affrontare +il problema e completare la legge, ricorse invece a uno strano +ripiego. La Corte di Lione, con sentenza del 19 giugno 1857, sancì +la massima che la rendita era intangibile; ma che... i sindaci del +fallimento potevano, essendo considerati quali _mandatari_ del fallito, +alienarla[163]. Mai esercizio di acrobatismo logico fu più rischioso e +stravagante di questo, che, per salvare la giustizia, deve travestire +un curatore di fallimento in mandatario del fallito. + +Anche più profonda è forse questa confusione del simbolo con la cosa +nel campo della procedura. La procedura dovrebbe esser un complesso di +formalità da eseguirsi dalle parti, per garantir loro la eguaglianza +nelle condizioni della lotta innanzi al giudice; e impedir sorprese, +tranelli, insidie. È riuscita nel suo scopo la legge? Che abbia mancato +di sollecitudine non si potrebbe dire, tante sono le formalità da +eseguirsi: ma quanto al loro risultato, dica qual’è questa sola e +terribile frase, quasi proverbiale nel mondo degli avvocati: _tutte le +cause si vincono con la procedura_. Non importa aver torto o ragione, +anche dal punto di vista del loro diritto letterale; basta sorprendere +l’avversario quando, in un momento di distrazione, si dimentica di +osservare una delle tante formalità prescritte sotto pena di nullità, +per rovinarlo. La procedura, che doveva essere una garanzia, diventa +un’imboscata. + +Ci ritroviamo qui innanzi al solito fenomeno dell’arresto ideativo +ed emotivo. Che una certa regola sia imposta ai due avversari nel +loro contegno innanzi ai giudici, si capisce, per evitare troppo +facili soprusi: ma che all’osservanza di queste regole sia data +una tale importanza, da farne dipendere l’esito della causa, ecco +una esagerazione che può condurre a conseguenze mostruose. Che un +cancelliere si dimentichi di scrivere in testa alla sentenza la formola +sacramentale «_In nome_ ecc.,» o la data, ecc., che le due parti troppo +negligenti non pensino a far sanzionare una sentenza arbitramentale dal +pretore entro cinque giorni dalla sua emanazione, ed ecco interamente +distrutto un giudizio che rappresenta spese, lavoro intellettuale, +ansie, incertezze dolorose. + +Con le acute spille del cavillo procedurale si può dilaniare il cuore +di un uomo atrocemente e fargli soffrire a piccole trafitte tutte le +ineffabili e infinite torture morali di un processo, da cui dipendono +spesso l’avvenire di un uomo o di una famiglia; si può regalarsi una +orgia di crudeltà sopra l’anima di un infelice, più raffinata che le +crudeltà fisiche a cui certi tiranni si sono abbandonati sui corpi +dei loro nemici. Tutto ciò sparirebbe se una legge umana e una umana +interpretazione stabilisse un certo numero di formalità essenziali, +che la parte negligente fosse invitata più volte a osservare prima di +punirla con l’estrema sanzione, la perdita del processo, e rendendola +più sollecita nelle prime negligenze con una multa. Che male ci +sarebbe, se una parte non osserva un termine, a infliggerle per +la prima volta solo una multa e a continuare il processo? Che male +sarebbe, se si dimentica nella redazione della sentenza la formola +iniziale «In nome, ecc.», di riportarla al cancelliere e far riparare +alla omissione? E non si dica che le garanzie scemerebbero e tutto +piomberebbe nel disordine; perchè disordine più immenso di quello +attuale io non so immaginare, se per una involontaria dimenticanza, si +può perdere il diritto a vedersi data giustizia. + +Tutto ciò è così vero che se voi leggete qualche trattato teorico di +diritto civile, vedrete che ogni tanto si cerca di giustificare qualche +strappo ai severi principii giuridici con il pretesto dell’utilità +sociale. Ne demmo più di un esempio e volendo molti altri potremmo +darne: il legislatore si spaventa ogni tanto di qualche mostruosa +conseguenza dei principii giuridici e allora froda per un momento la +scienza che ne guida la mente. Ma non è questa la prova più bella +che quei principii giuridici sono spesso assolutamente fallaci e +pericolosi? Che diritto è mai questo, le cui ragioni ideali devono +essere ogni tanto violate per _utilità sociale_? Ma che altro è il +diritto, quando non è una cristallizzazione d’idee trapassate, quando +è cosa vivente, se non, per così dire, l’utilità sociale organizzata? +E come possono chiamarsi giuridici dei principii che, applicati +interamente, produrrebbero scandali e rovine? Se ciò è possibile, +nessun dubbio può sussistere che la funzione giuridica non è, almeno in +tutte le sue parti, regolare e fisiologica. + +Eccolo adunque, un altro danno della civiltà, in questa trasformazione +del principio e della regola giuridica in simbolo mistico; e nella +straordinaria forza di conservazione che esso, come tutti i simboli +mistici, prende allora. Si pensi infatti che nei periodi più rozzi +e meno civili della storia di Roma, nei periodi più antichi, ferveva +nel seno della città un lavorio continuo, che elaborava e quasi direi +ribolliva continuamente il diritto, trasformandolo e riadattandolo +continuamente: ora da molti secoli non si ha nell’Europa civilissima +più nessuna idea di un somigliante lavoro. Noi siamo ancora in +ginocchio, in adorazione davanti alle formole ultime del Diritto +romano, che non sono se non l’esperienza giuridica di quel gran popolo +cristallizzata: da allora in poi l’uomo ha fatto solo pochi e minimi +tentativi per riplasmare ai nuovi bisogni il più importante degli +elementi sociali; e questo gigantesco simbolo mistico che è il diritto, +continua a dominare cieco e immutabile e a far vittime più numerose +che la religione in mezzo alla vita civile moderna. Si direbbe che la +società europea non si è potuta sviluppare così straordinariamente, se +non con l’atrofia di uno degli organi suoi più importanti. + +E il fatto che le ultime conclusioni del Diritto romano si siano +trasformate in un vero simbolo mistico, mercè l’arresto ideo-emotivo, +ci spiega perchè il Diritto romano si sia diffuso dovunque, nei paesi +e civiltà più differenti, come recentemente in Germania. Siccome +l’arresto ideo-emotivo è una legge generale della psiche umana, e +siccome il Diritto romano con il gran numero delle sue regole generali +bene elaborate può meglio di ogni altro favorire il processo di +arresto, per questa sua capacità a favorire una delle tendenze più +forti dell’uomo si è diffuso dappertutto. L’universalità del Diritto +romano è un carattere di decadenza e di vecchiaia e non di eccellenza; +rassomiglia alla enorme diffusione della formalistica religione +cattolica, che può avere tanto più numerosi credenti, in quanto essa +non pretende che l’osservanza di alcune pratiche senza ragione. Una +religione spirituale non potrebbe avere che un pubblico molto più +ristretto, solo in coloro al cui carattere fosse conveniente lo spirito +di quella fede. + +E non si dica che in questa applicazione letterale della legge non si +ha da vedere che un effetto del comando della legge: la legge non fa +qui che favorire con le sue disposizioni una tendenza umana, ma il suo +comando riesce ad essere obbedito appunto perchè trova già ben disposta +verso di sè la natura dell’uomo. Giacchè si capirebbe che i magistrati, +il cui dovere professionale fosse quello di applicare letteralmente +una legge, si attenessero strettamente al loro mandato: ma dovrebbero, +se veramente ciò non fosse che l’effetto di una costrizione legale, +far sentire il loro malcontento, la ribellione della loro coscienza +costretta a sancire tutti i giorni l’ingiustizia in nome di un codice +che vorrebbe essere il gran libro della giustizia. Invece accade +tutto il contrario: quel modo abbreviato o meno faticoso di concepire +e sentire il diritto è così rispondente alle più intime tendenze +dell’uomo, che in breve la mente ci si abitua così perfettamente da +essere incapace quasi di concepirlo e sentirlo diversamente, con i +processi più faticosi e più perfetti, con cui lo sente l’uomo che non +fa professione di giurista. Io sono sicuro che lette da magistrati +ed avvocati queste pagine desteranno in quasi tutti lo scandalo come +di una volgare profanazione dei principii più alti della scienza +giuridica. E ricordo anche la meraviglia, lo stupore che invadeva noi +tutti quando cominciavamo gli studi di leggi, a vedere le singolari +applicazioni dei principii giuridici, fatte in certi processi, la cui +soluzione ci era detta da un illustre maestro pienamente giuridica, +ma che a noi ignoranti strappava grida di indignazione; eppure quegli +stessi giovani che nei primi tempi trasalivano così vivacemente, +dopo due o tre anni di studi giuridici trovavano assai più normale +la cosa: oggi quelli datisi alle professioni o alla magistratura, si +saranno così bene avvezzati a quei processi mentali abbreviati, da +trovarvisi pienamente a loro agio. Se così non fosse, già da un pezzo +dovrebbe essere scoppiata tra gli uomini di legge e specialmente tra i +magistrati una ribellione così violenta, che di tutto l’edificio della +scienza e della pratica giuridica non sarebbe rimasto in piedi nemmeno +una pietra. Invece chi sa quale sforzo sarà necessario per ottenere +dei piccoli ritocchi, che a poco a poco lo migliorino, sino a renderlo +abitabile dai popoli moderni, che in quello che doveva essere il loro +riparo hanno trovato il loro massimo tormento. + +Invece nessuno protesta perchè i magistrati potrebbero, a ragione, +ripetere quel latino del _Digesto_, che con una ingenua sincerità +descrive il fenomeno dell’arresto ideo-emotivo, che negli ultimi tempi +del Diritto romano si era già, come ai nostri tempi, prodotto: _Non +omnium quae a majoribus constituta sunt ratio reddi potest, et ideo +rationes eorum quae constituuntur inquiri non oportet: alioquin multa +ex his quae certa sunt subvertuntur_ (L. 20 e 21, _D. de legibus_). + +Da questi rapidi cenni, che spero potrò in avvenire sviluppare +in un lungo e compiuto lavoro[164], si comprende che l’avvenire +della giustizia e delle istituzioni giudiziarie è nella abolizione +dei codici, nell’abbandono di quei principii giuridici che sono +generalizzazioni pericolose e causa determinante di arresti +ideo-emotivi; nella istituzione di arbitrati, composti di persone +oneste e intelligenti, incaricate di giudicare _ex aequo et bono_, +appellandosi non all’autorità dei padri nostri, ma all’autorità della +loro coscienza: forse anche è nell’abolizione della professione di +magistrato e in una scelta svariata e spesso rinnovata di arbitri tra +persone intelligenti, istruite, integre, che di solito attendano a +diverse occupazioni perchè la costituzione di una classe di magistrati +favorisce l’arresto ideo-emotivo professionale. In ogni modo, poichè +il pericolo più grave per la retta funzione della giustizia, sta nel +prodursi di questo arresto, la norma e lo scopo supremo di tutte le +riforme dovrà essere di impedire meglio che si può che per una ragione +o per un’altra l’arresto ideo-emotivo si produca in coloro che sono +incaricati di amministrare la giustizia. + +Allora forse nessun pessimista potrebbe più ripetere a vergogna e a +condanna della società moderna, gli amari versi che Goethe fa dire da +Mefistofele a Faust: + + Es erben sich Gesetz’ und Rechte + Wie eine ew’ge Krankheit fort; + Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte, + Und rueken sacht von Ort zu Ort. + Vernunft wird Unsinn, Wohlthat Plage; + Weh dir dass da ein Enkel bist! + Von Rechte, das mit uns geboren ist, + Von dem ist leider! nie die Frage. + + + + +INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE + +CITATI NELL’OPERA + + + Alongi, _Pag._ 112 + _Arch. di psich. e scienze penali_, 113 + Ardigò, 68, 86, 133 + Ascoli, 40 + Bancroft, 33 + Bastian, 38, 49 + Beaumanoir, 26 + Beaunis, 8, 12 + Bertillon, 33, 34, 35, 87 + _Bibbia_, 27, 33, 92 + Binet, 9, 10, 11, 91 + _Bollett. della Società Geografica_, 23 + Bopp, 44 + Bouche, 11, 36, 37, 48, 101 + Bourget, 72 + Bukle, 37, 82 + Buonamici, 64 + Carle, 15 + Carlyle, 46 + _Chronicon cassinense_, 27 + Colini, 23 + Confucio, 34 + _Cout. du Nivernais_, 29 + Cox, 46 + De Sarlo, 3 + _Digest of hindu law_, 23 + Diodoro Siculo, 25 + Donnat, 25 + Dowling, 37 + Draper, 95 + Ducange, 23, 39, 75 + Dugmore, 61 + Earle, 59 + Eisenhart, 45 + Ellis, 67 + Erodoto, 48 + Espinas, 4, 12 + Feré, 9 + Ferrero, 24 + Floquet, 80 + Galland, 39 + Garlanda, 1, 40 + Garrik Mallery, 73 + Gianturco, 56 + Goethe, 46, 133 + Gregorio di Tours, 19, 37 + Grimm, 26, 45 + Guyau, 84, 85, 87 + Hartmann, 3, 84 + Houard, 22, 57 + Howitt, 23 + Kemble, 5 + Krafft-Ebing, 11, 72 + Krapotkine, 98 + _Jih-King_, 34 + Joinville, 38, 66 + Joly, 40 + _Journal asiatique_, 34 + _Journal du Palais_, 129 + Lanoye (De), 35 + Lefèvre, 48, 89 + _Leges Wallicae_, 39 + Lenormant, 40, 44 + Letourneau, 1, 20, 25, 26, 33, 59, 60 + Lewes, 47 + _Lex Wisig._, 45 + _Lombardia_, 127 + Lombroso, 7, 12, 72, 107, 113 + Loria, 55, 93 + Macpherson, 22 + Maine (S), 26, 30, 53, 65, 122 + Marzolo, 13, 14, 20, 32, 33, 40, 41, 44, 49, 50, 73, 75, 88, 89, + 91, 93 + Massenat, 40 + Maudsley, 12 + Mayer, 55 + Meichelbeck, 66 + Michelet, 38, 97 + Modigliani, 38 + Moerenhout, 59 + Mommsen, 53 + Monstrelet, 80 + Montaigne, 115 + Morgan, 27 + Morselli, 113 + Mouske, 27 + Muirhead, 54, 64 + Müller (Friedrich), 73 + Müller (Max), 46 + Neugart, 66 + Niblack, 87 + Offner, 14 + Ottolenghi, 12 + _Pandette_, 23, 26, 132 + Pausania, 47 + Post, 23, 26 + Presles (R. de), 97 + Ratzel, 60 + Reclus, 24, 25 + Remusat, 34 + _Revue philosophique_, 8, 11 + _Revue politique et littéraire_, 87 + _Revue scientifique_, 24, 42 + Reymond, 70 + Ribot, 2, 42 + Ricci, 125 + Richet, 3, 12 + Ried, 66 + Romanes, 40 + Rotari, 29 + Rousseau, 115 + Salvioli, 22, 91 + Schliemann, 29 + _Société nouvelle_, 98 + Sohn, 20 + Spencer, 2, 4, 6, 20, 22, 28, 37, 41, 54, 55, 67, 71, 78, 84, 94, + 98, 120 + Steinthal, 41 + Stendhal, 9 + Strabone, 25 + Taine, 19 + Tanzi, 89 + Trezza, 46 + Tylor, 48, 72 + Valdata, 127 + Vignoli, 44 + Wace, 38 + Walch, 66 + Wenk, 66 + Wundt, 14 + + + + +INDICE + + + _Dedica_ _Pag._ V + _Prefazione_ » VII + + _Introduzione:_ La legge del minimo sforzo e la inerzia + mentale » 1 + + PARTE I. + + Fisio-psicologia del simbolo. + + CAPITOLO + I. — Simboli di prova » 17 + II. — Simboli descrittivi » 32 + III. — Simboli di sopravvivenza » 52 + IV. — Simboli di riduzione » 70 + V. — Simboli emotivi » 77 + VI. — Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo + ed ideo-emotivo » 83 + VII. — Atavismo e patologia del simbolo » 107 + + PARTE II. + + Applicazioni psico-sociologiche. + + CAPITOLO UNICO. — Il simbolo nel diritto moderno » 119 + + Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera » 135 + + + + +NOTE: + + +[1] GARLANDA, _La filosofia delle parole_. — Roma, 1890. + +[2] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884, +lib. III, cap. X. + +[3] Vedi riguardo a questi piaceri, SPENCER, _Les bases de la morale +évolutionniste_. — Paris, 1889, cap. IX. + +[4] SPENCER, op. cit. + +[5] RIBOT, _La psychologie de l’attention_. — Paris, 1889. + +[6] RICHET, _L’homme et l’intelligence_. — Paris, 1884. + +[7] L’importanza di questo lato della questione fu vista +dall’Hartmann, il celebre pessimista tedesco; il capitolo +_L’inconscio nell’intelligenza_ della sua opera _Philosophie des +Unbewusten_, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora di metafisica, è +importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del DE SARLO, _L’inconscio in +patologia mentale_, Reggio d’Emilia, 1892. + +[8] ESPINAS, _Des sociétés animales_. — Paris, 1878. + +[9] SPENCER, _Principes des psychologie_. — Paris, 1874, parte II, cap. +VII; parte IV, cap. VII. + +[10] KEMBLE, _The Saxons in England_, II, 105, in SPENCER, op. cit. + +[11] SPENCER, _Principes de sociologie_. — Paris, 1882, vol. III, P. +IV, cap. IV; P. V, cap. XVI. + +[12] Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia +nella psicologia spetta, come è noto, al LOMBROSO, che se ne +servì per spiegare l’innato conservatorismo dell’uomo. È una idea +straordinariamente feconda e capace delle più svariate applicazioni: io +ne tento, in questo lavoro, una nuova. + +[13] BEAUNIS, _Physiologie_, 2ª ediz., pag. 1351. + +[14] BEAUNIS, _L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme +provoqué_, nella _Revue philosophique_, agosto, 1885. + +[15] Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di +STENDHAL, _Physiologie de l’amour_, che notò sopra di sè come essa +rinforzi il tono di qualsiasi sentimento si trovi per il momento nella +psiche. Così, quando egli era innamorato, la musica lo rendeva più +innamorato ancora; una volta che pensava ad armare una spedizione per +la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e l’entusiasmo. + +[16] FERÉ, _Sensation et mouvement_. — Paris, 1887. + +[17] BINET, _Études de psychologie expérimentale_. — Paris, 1883. + +[18] BOUCHE, _La Côte des Esclaves et le Dahomey_. — Paris, 1885. + +[19] Vedi su questo feticismo normale dell’amore BINET, _Le féticisme +dans l’amour_ (_Revue philosophique_, agosto, 1887) e KRAFFT-EBING, +_Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1887. + +[20] OTTOLENGHI e LOMBROSO, _Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla +credulità_. — Torino, 1889. + +[21] MAUDSLEY, _L’esprit et le corps_. + +[22] Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti +portati dal RICHET, _L’homme et l’intelligence_, Paris, 1884, nello +studio: _Le somnambulisme provoqué_. + +[23] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866. + +[24] Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri +processi psichici a un movimento molecolare, gli studi principali +di psicofisica, specialmente i tedeschi. MÜNSTERBERG, _Beitrage zur +experimentelle Psychologie_, I, 129; VUNDT, _Essays_, IV; GEHIRN UND +SEELE, p. 118, _Physiol. Psychologie_, II, 204. — Ora questa ipotesi +(ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di +ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione +mentale ai fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando +infatti due stati di coscienza sono percepiti contemporaneamente, +ciò significa, secondo il Münsterberg, che due gruppi gangliari del +cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo psicologo +tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati +una specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due +eccitazioni, che non sono che movimenti molecolari, tenderebbero +a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei due gruppi è in seguito +rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare per la via di +comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (MÜNSTERBERG, +op. cit. — OFFNER, _Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung_, +Marburg, 1892). + +[25] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866. + +[26] Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a +vita (monarchia) il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti +i poteri del re, spettassero ancora al pretore, anche quelli che +contrastavano alla temporaneità ed elettività della carica. + +[27] Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in +proporzioni più modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal +prof. Carle: che cioè i simboli sono dovuti sopratutto alla vivace +fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente accennato, da molti +scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia umana, ma +senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del +Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di +immaginazione e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio +delle grandi intelligenze, di Dante, di Shakspeare, di Newton, di +Darwin, che non delle intelligenze rudimentali. + +[28] Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse +in specie), che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari +poco ingenui contratti che si trovano nella Bibbia; le esperienze +della doppiezza selvaggia fatte dai viaggiatori, da Cook in Australia, +da Stanley e da Schweinfurth in Africa, nonchè dalla nostra politica +coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia sono pieni di fatti +e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece l’onore +fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (TAINE, _Histoire +de la littérature anglaise_, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi +ha letto nel libro di GREGORIO DI TOURS, _Historia Francorum_, un +contemporaneo dell’invasione dei Franchi nella Gallia, i caratteristici +aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare che anche gli antichi +popoli germanici fossero davvero migliori, sotto questo rispetto, che +la maggior parte dei loro confratelli in umanità. + +[29] Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi SPENCER, +_Princ. de sociol._, vol. I. — LETOURNEAU, _La sociologie d’après +l’ethnographie_, Paris 1884, pag. 562: «Per prevedere bisogna esser +capace di osservazioni, di attenzione, saper raggruppare e paragonare +i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. Ma l’uomo +inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso +solo da quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua +memoria è corta e il passato vi si cancella presto». E che per l’uomo +primitivo il passato e il futuro fossero idee vaghe e indeterminate, +lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani è la stessa parola che +l’_Heri_ latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente +il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori +dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con +così vaga nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un +tempo futuro. Nei bambini poi noi possiamo osservare quella incapacità +di godere idealmente della proprietà, che dovè esser comune un tempo +a tutti gli uomini primitivi. Quando regalate loro un giuocattolo lo +portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, al teatro. Chi non +ha visto una bambina addormentarsi con la bambola nuova tra le braccia? +Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, o che anche quella +sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro qualche +cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono +aspettare. + +[30] SALVIOLI, _Manuale del diritto italiano_. — Torino, 1890. + +[31] MACPHERSON, _Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack_. — +Calcutta, 1842. + +[32] SPENCER, _Princ. de sociologie_. — Paris, 1883, vol. III. + +[33] HOUARD, _Anciennes lois franc._, I, pag. 101. + +[34] Vedi in DUCANGE, _Anaticla_, I, 415. + +[35] _Digest of Hindu Law_, II, 488. + +[36] Vedi POST, _Studien zur Entwickelungsgeschichte des +Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto +del COLINI (Un libro del dottor POST sullo sviluppo del diritto di +famiglia) nel _Bollettino della Società Geografica_, marzo, 1891. + +[37] HOWITT, _Trans. R. Soc. Victoria_, pag. 118, in Colini. + +[38] G. FERRERO, _L’atavisme de la prostitution_, in _Revue +scientifique_, 30 luglio 1892. + +[39] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885. + +[40] LETOURNEAU, _L’évolution du mariage et de la famille_. — Paris, +1888. + +[41] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885, pag. 240. + +[42] Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause LETOURNEAU, +_L’évolution de la famille et du mariage_, Paris, 1888. — SUMNER MAINE, +_Études sur les institutions anciennes_, Paris, 1884. — A. H. POST, +_Studien zur Entwizelung der Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, +1890. + +[43] GRIMM, _Deuts. Rechtsalther_, pag. 155. + +[44] BEAUMANOIR, _Cout. de Beauvoisis_, cap. XVIII. + +[45] GRIMM, _Poesie in Rechte_, § 6. + +[46] _Il libro di Ruth_, III, 9. + +[47] L. H. Morgan, _Ancient Society_. — London, 1877, pag. 80-81. + +[48] _Chron. Cassin._, II, 39. + +[49] SPENCER, _Princ. de sociol._, vol. III. — Paris, 1883. + +[50] Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann, +chiuso da robustissime porte, accanto a cui si vedono ancora i posti +delle guardie, e da cui era impossibile uscire senza il permesso del +signore. — Vedi SCHLIEMANN, _Tyrinthe_, Paris, 1886. + +[51] LEG. WILLEM, _Noth. reg. Angl._, cap. LXV. + +[52] ROTARI, cap. 224. + +[53] _Cont. du Nivernais_, t. II, pag. 134. + +[54] SUMNER MAINE, _Études sur l’histoire des institutions primitives_. + +[55] L. 5, § 10, _D. de oper. novi nunt_. — L. 20, § 1, _D. quod vi aut +clam_. + +[56] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866. + +[57] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1883. + +[58] BANCROFT, _The native races_, etc. + +[59] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884. + +[60] _Numeri_, XV, 37, 38. + +[61] MARZOLO, _Saggio_, ecc. + +[62] A. DE REMUSAT, _Recherches sur les langues tartares_, pag. 65. + +[63] BERTILLON, op. cit. + +[64] _Journal Asiatique_, aprile-maggio 1868. + +[65] _Giosuè_, IV, 6-7. + +[66] DE LANOYE, _L’homme sauvage_. — Paris, 1873, pag. 41. + +[67] BOUCHE, op. cit. + +[68] I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia +della civiltà. Una loro forma di furto è quella di rubare in un club +o in altro luogo, per es. il cappotto di una persona, di andare a +casa sua e di inventare, che sono mandati dal padrone per prendere o +una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la prova della loro +missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che essi +hanno tra le mani. + +[69] Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione +è stata già risolta dallo SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. +III, parte I. Io quindi mi sono ristretto a studiare l’uso fatto dei +simboli, supponendone già nota al lettore la genesi. + +[70] BOUCHE, op. cit. + +[71] GREG. TURON, VII, 3. + +[72] Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero: +ma non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo, +conoscerlo bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era +uno strumento troppo complicato, perchè data la condizione generale +della coltura, il suo uso potesse essere diffuso; era una tradizione +della civiltà romana conservata, come tante altre, da un piccolo +gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. «Durante +molti secoli, scrive il BUKLE, fu raro il veder un laico che sapesse +leggere o scrivere» (_Histoire de la civilisation en Angleterre_, +vol. I, pag. 348, Paris, 1881); e il DOWLING (_Introduction to the +Critical Study of ecclesiastical History_, 1838, pag. 56): «Gli +scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, e la letteratura null’altro +che un esercizio religioso». Così i re merovingi non sapevano +scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti rarissimi; +la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia +resero difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero +inverniciare i loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca +non trovò, più d’una volta, in città considerevoli della Francia, +una goccia d’inchiostro per copiare codici latini. Di più, tanto è +vero che la scrittura era poco capita in quei tempi, che noi troviamo +certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), in +cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano la +comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia, +quale noi la troviamo nei libri dei Batacchi (BASTIAN, _Der Mensch in +der Geschichte_, Leipzig, 1861, vol. I. — MODIGLIANI, _Tra i Batacchi +indipendenti_, Roma, 1893). + +[73] MICHELET, _Les origines du droit français cherchées dans les +symboles et d’après les formules du droit universel_. — Paris, 1892. + +[74] Questa connessione è rivelata dalla parola gallese _maes_, che +significa _ager_ e _curia_ (Vedi _Leges Wallica_e, II, 10, 11, 12). + +[75] DUCANGE, _Investitura_, 1535. — GALLAND, _Franc-allen_, XX, 340. + +[76] Per questo credo che le scritture mnemoniche abbiano precedute +le scritture a disegno, sebbene popoli rozzissimi, e perfino le +popolazioni preistoriche sapessero disegnare relativamente bene (Vedi +MASSENAT, _Matériaux pour l’histoire de l’homme primitif_, 1869. — +JOLY, _L’homme avant les métaux_, Paris, 1879). Io credo che il disegno +preesistè alla scrittura pictografica, cioè che il disegno non fu +impiegato come mezzo di comunicazione tra gli individui, se non molto +tempo dopo che era praticato all’ornamento delle armi, delle case, ecc. +Difatti, dover graffire una scena di caccia o di pesca è minor fatica, +che dovere esprimere con figure una idea determinata; perchè nel primo +caso il disegnatore può scegliere e variare a piacere le figure, purchè +nel complesso diano l’idea dello spettacolo che si vuol rappresentare; +nel secondo invece è schiavo della sua idea e bisogna che cerchi quali +figure proprie importino di più a far comprendere più esattamente a un +estraneo la propria idea. + +[77] GARLANDA, _La filosofia delle parole_, Roma, 1890. — MARZOLO, +_Brevissimo sunto sulla storia dell’origine dei caratteri alfabetici_, +Venezia, 1857. — ASCOLI, _Del nesso ario-semitico_, Milano, 1864. — +LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans +l’ancien monde_, Paris, 1872. + +[78] ROMANES, _L’évolution mentale chez l’homme_. — Paris, 1891. + +[79] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. I. — Paris, 1878, pag. +489. + +[80] MARZOLO, _Monumenti storici rivelati dall’analisi delle parole_, +vol. I, Padova, 1847. — F. STEINTHAL, _Die Mande-Neger Sprachen, +psichologisch und phonetisch betrachtet_, Berlin, 1867. + +[81] Il RIBOT, in alcuni suoi recenti e interessantissimi studi (_Une +enquête sur les variétés des concepts_, in _Revue scientifique_, 3 +settembre 1892), cercò di determinare che cosa si producesse nella +coscienza, oltre il nome, quando si legge o si ascolta una parola +astratta o generale. L’esperienza tentata su 900 individui diede questi +risultati: nel 47% si produceva o una imagine concreta (per es., la +parola _legge_ richiamava l’idea dei giudici togati), o l’imagine +ottica della parola stampata, o l’imagine acustica della parola +pronunciata; il 53% rispose che in essi non si risvegliava _nulla_. +Il RIBOT osserva giustamente che questo _niente_ deve essere qualche +cosa e che con un’indagine più minuta si scoprirebbe: in ogni modo, +ciò dimostra che deve essere uno stato di coscienza molto vago, se non +si riesce a determinarlo con parole. Quindi una scrittura a disegno +sarebbe almeno per questo 53% assai faticosa; e lo sarebbe egualmente, +in quell’altro 47%, a quelli che appartengono, come dice il RIBOT, al +tipo visuale tipografico o al tipo uditivo. + +[82] LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans +le monde ancien_. — Paris, 1872, vol. I, cap. I. + +[83] BOPP, _Glossarium sanscritum_, Berolini, 1847. — MARZOLO, +_Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola_, Padova, 1847, +vol. I. — VIGNOLI, _Mito e Scienza_, Milano (_Bibl. scient. intern._). + +[84] GRIMM, _Poesie im Recht, passim_. — EISENHART, _Grundsätze des +Deutschen Rechts in Spruchwörtern_, Leipzig, 1822. — _Lex Wisig._, I, +8. + +[85] GOETHE (_Maximen und reflexionen_) e CARLYLE (_Sartor Resartus_) +notarono essi pure come l’imagine sia in origine un modo quasi +naturale di esprimersi. G. TREZZA, poi (_Studi critici_, Verona +1878, pag. 224), ha benissimo descritto il carattere imaginoso delle +concezioni primitive: «Nello stato arcaico del sentimento, si mescono +le forme delle cose e vi destano una impressione confusa, appunto +perchè la natura vi si rivela in un modo confuso. È veramente una +vasta metafora il modo con che la natura si riproduce nel sentimento +mitologico. Tuttavia la metafora non era in quei tempi un processo +consapevole, nato da una intuizione precisa delle analogie ideali tra +le cose diverse, ma un istinto divino, che prorompeva dal sentimento +stesso. La metafora ei la portava dentro di sè, lingua vivente di una +coscienza impregnata di sensazioni vivacissime estranee». Senonchè, +come si vede, la spiegazione che io do del fenomeno, è diversa da +quella dell’illustre e compianto professore di Firenze. Anche il MAX +MÜLLER, che sostiene, a torto o a ragione, esser la religione una vasta +metafora primitiva, di cui si è perduto il significato, una malattia +del linguaggio (_diseased language_), intuì bene, senza però spiegarla, +la grande importanza della metafora nella psicologia primitiva +dell’uomo. — Vedi, oltre le opere di MAX MÜLLER, COX, _The mithology of +arian nations_. — London, 1870. + +[86] PAUSANIA, _Att._, I, 23. + +[87] HEROD., VII, 225. + +[88] BOUCHE, op. cit. + +[89] LEFÈVRE, _La religion_. — Paris, 1892. + +[90] TYLOR, _Civilisation primitive_. — Paris, 1884. + +[91] BASTIAN, _Der Mensch in der Geschichte_, vol. I, p. 265. — +Leipzig, 1860. + +[92] MARZOLO, _Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri +alfabetici_, pag. 15, Venezia, 1857. — Vedi in questo opuscolo, sunto +d’una grande opera che rimase, pur troppo, come tante altre del sommo +pensatore, inedita, le prove etimologiche di questa figliazione delle +lettere alfabetiche dalle figure delle costellazioni. + +[93] SUMNER MAINE, op. cit. + +[94] Vedi in SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III, pag. 139 e seg., +le prove che l’idea dello scambio è sconosciuta a molti popoli +primitivi. In latino _emere_ non significava originariamente, come +notò il Muirhead, comprare per denaro, ma solo prendere, ricevere, +acquistare (ved. in FESTO, voc. _redemptores_). Quanto alla proprietà +fondiaria, essa, come è noto, non esiste presso i popoli primitivi +e anche i popoli civili non la conobbero che tardi: secondo MAYER, +_Die Rechte der Israeliten, Athoener und Römer_. (I, 361) l’ebraico +non ha parola per esprimere _proprietà fondiaria_: e secondo Mommsen +«l’idea della proprietà non era presso gli antichi Romani associata al +possesso delle cose immobiliari, ma solo al possesso degli schiavi e +del bestiame». E l’origine della proprietà fondiaria fu la violenza. +«Solo la forza — scrive lo SPENCER — sotto una forma o sotto un’altra +è la causa capace di obbligare i membri di una società a cedere il loro +diritto al godimento comune del territorio che abitano. Ora è la forza +di un aggressore esterno, ora quella di un aggressore interno...». +(_Principes de sociologie_, vol. III, pag. 728, Paris, 1883). — Vedi +anche in LORIA, _Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II, la +lunga documentazione delle origini violente della proprietà fondiaria. +Ricorderemo qui che _praedium_ e _praedari_ hanno comune etimologia, +che _hortus_ e _haeredium_ derivano da una radice _ghar_ che in +sanscrito significava prendere, impadronirsi; che la lancia era presso +i Romani il _signum justi dominii_. + +[95] SPENCER, _Les bases de la morale évol._, Paris, 1887, pag. 99. +«Quando, come nelle società più rozze, non esiste ancora nè regola +politica, nè regola religiosa, la causa principale che impedisce +di soddisfare un desiderio quando si manifesta, è la coscienza dei +mali che risulteranno dalla collera degli altri selvaggi, se la +soddisfazione del desiderio è ottenuta a loro spese». + +[96] GIANTURCO, _Istituzioni di Diritto civile italiano_. — Firenze, +1887, pag. 107. + +[97] HOUARD, _Anc. lois françaises_, I, 378. + +[98] _Fraser’s Journey_, II, pag. 372. + +[99] MOERENHOUT, _Voyage aux îles du Grand-Océan_, II, pag. 68. + +[100] EARLE, _Residence in New Zealand_, pag. 244. + +[101] LETOURNEAU, _L’évol. du mar._, etc. — Paris, 1888. + +[102] In Australia gli sforzi dei missionari per togliere il matrimonio +per ratto trovarono opposizione, specialmente nelle donne (LETOURNEAU, +_La sociologie, etc._, Paris, 1884). Il sentimento dell’uomo riguardo +al ratto dovè esser lungamente analogo a quello che noi troviamo tra +gli Zulù rispetto alla compra della sposa. — RATZEL, _Le razze umane_, +Torino, 1892, vol. I, pag. 387: «Soltanto la compra fa sentire la +forza reciproca del vincolo matrimoniale; e marito e moglie non si +riterrebbero uniti legalmente, se il marito non avesse dato o almeno +promesso qualche cosa per averla. Un uomo poi si sentirebbe umiliato, +se prendesse una moglie per niente». + +[103] DUGMORE, _Kafir Laws and customs_, pag. 37. + +[104] Secondo il Muirhead, questa formola, riportataci da Gaio, è +troppo vaga, e probabilmente il convenuto rispondeva provando il suo +titolo. + +[105] BUONAMICI, _Delle «Legis actiones» nell’antico Diritto romano_, +Pisa, 1868. — MUIRHEAD, _Storia del Diritto romano_, Milano, 1888. + +[106] Vedi a questo proposito le belle osservazioni del SUMNER MAINE, +_Etudes_, etc. + +[107] «In loco iuxta fluvium pheterac» (MEICHELBECK, _Hist. frising._, +n. 368). «Actum super fluvium Moin in loco nuncupante Franconofurd» +(RIED, _Cod. dipl. Ratisb._, n. 10, an. 794). + +[108] «Acta sunt haec apud Velbach in littore laci turicini» (NEUGART, +_Cod. dipl. Alleman._, N. 1030, an. 1282). + +[109] «Zu dem richtbrunnen an dem landtag bi stuhlingen» (VEGELIN, II, +221, an. 1391). + +[110] «Beim Born zu Pfungstatt» (WENK, _Hess. Gesch._, I, 82). + +[111] «Sein Gericht mag er (der Landrichter) setzen vor der Bruche» +(WALCH, _Vermischte Beiträge zu den deutschen Recht_, III, 257). + +[112] JOINVILLE, _Hist. de S.-Louis_, 1668, pag. 12 e 13. + +[113] SPENCER, _Princ. de sociol._, III, p. 665. + +[114] ELLIS, _Polynesian Researches_, tom. I, pag. 202, 203. + +[115] ARDIGÒ, _Relatività della logica umana_, nel III volume delle +_Opere filosofiche_. — Padova, 1885. + +[116] REYMOND, _Le arti figurative e un vecchio pregiudizio fisiologico +sulla visione_. — Torino, 1891. + +[117] SPENCER, _I primi principii_. — Milano, 1888. + +[118] BOURGET, _Nouveaux essais de psychologie contemporaine_. + +[119] LOMBROSO, _L’uomo di genio_. — Torino, 1888. + +[120] KRAFFT-EBING, _Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1889. + +[121] TYLOR, _Forschüngen über die Urgeschichte der Menschheit_, trad. +ted., pag. 25. + +[122] GARRICK MALLERY, _Sign-Language among the North-American Indians_ +(_First annual Report of the Bureau of Ethnology._ — Whashington, +1881). + +[123] _Reise der osterreichischen Fregatten Novara um die +Erde-Linguisticher Theil_, von dr. FRIEDRICH MÜLLER, Vien, 1867. — +MARZOLO, _Monum. stor._, ecc., vol. I. + +[124] SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III. — Paris, 1883. + +[125] DUCANGE, _Investitura_, III, 1531. + +[126] Vedi in SPENCER (_Princ. de sociol._, vol. III, chap. II, Paris, +1883) le prove sulla enorme diffusione del trofeo in tutte le razze. + +[127] Op. cit. + +[128] _Chroniques_ de MONSTRELET, vol. II, lib. I, chap. CVII, pag. 435. + +[129] FLOQUET, _Histoire du Parlem. de Normandie_, vol. I, pag. 250-256. + +[130] BUKLE, _Histoire de la civilisation en Angleterre_, vol. III, +pag. 294. — Paris, 1887. + +[131] Vedi riguardo a questa polemica lo SPENCER. _Principes de +sociologie_, vol. I, Paris, 1878, ed il GUYAU, _L’irreligion de +l’avenir_, specialmente a pagine 26-38. — Paris, 1887. + +[132] SPENCER, _Principes de psychologie_, vol. I, pag. 302. — Paris, +1874. + +[133] HARTMANN, _Die Philosophie_, etc., nel capitolo: _L’inconscio +nell’intelligenza_. + +[134] GUYAU, _L’irréligion de l’avenir_. — Paris, 1887. + +[135] ID., _id._ + +[136] Stephenson, invece, un giorno vedendo una sua locomotiva correre +via rapida, esclamò: _E dire che è il sole che la fa muovere_ (ARDIGÒ, +_La formazione naturale nel fatto del sistema solare_, Padova, +1884). — Ecco la differenza tra il ragionamento dell’uomo medio e +il ragionamento del pensatore di genio: in quello le associazioni +si restringono a quelle sensazioni che si sono più volte seguite +nell’esperienza e che hanno lasciata una traccia di sè nella psiche +in immagini o idee; in questo invece si formano da idee lontanissime +e apparentemente senza alcun nesso. Ma non dimentichiamo che gli +Stephenson e i Newton sono una eccezione nell’umanità, che nella sua +massa è composta di ben altra stoffa di individui. + +[137] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1833. + +[138] _Revue politique et littéraire._ — Paris, 1888. + +[139] NIBLACK, _The coast indians of soutern Alaska and northern +british Columbia_. — Washington, 1890. + +[140] MARZOLO, _Saggio sui segni_, pag. 37. — Pisa, 1866. + +[141] La tradizione della ninfa Egeria e di Numa Pompilio rappresenta +una variante del fenomeno. Siccome usualmente la massima parte degli +uomini, non produce da sè le idee che ha, ma le riceve da altri, dai +vecchi, dai creduti sapienti, ecc.; così si crede che quando uno ha un +gran numero di idee le debba aver ricevute da un altro, da un essere +superiore. + +[142] _Saggio sui segni._ + +[143] LEFÈVRE, _La religion_, pag. 538. — Paris, 1892. + +[144] TANZI, _I germi del delirio. — Rivista sperimentale di freniatria +e medicina legale_, vol. XVI, fasc. I-II, Reggio Emilia, 1890. + +[145] MARZOLO, _Saggio_, ecc. + +[146] SALVIOLI, op. cit. + +[147] BINET, _Etudes de psychologie expérimentale_. — Paris, 1888. + +[148] _Genesi_, XXVII. + +[149] Questa idea non ha nulla di comune con quella del Loria, che +(_Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II) sostiene sì, +essere la logica variabile, ma che le sue variazioni dipendono dalle +condizioni diverse della terra libera. E cita il fatto che nelle età +in cui la schiavitù è necessaria per le condizioni economiche, tutti +gli scrittori ne sostengono la legittimità, mentre nelle età in cui +non è più necessaria, è da tutti maledetta e dimostrata una infamia. +Ma forse perchè Aristotile concludeva che la schiavitù non si poteva +abolire, mentre Spencer tratterebbe di pazzo chi volesse ricostituirla, +si può dire che i processi logici con cui l’uno e l’altro arrivano +alle diverse conclusioni siano differenti? Ma sono le premesse che +differiscono, il punto di vista, i dati della questione e quindi anche +le conclusioni, non la maniera di ragionare: il sillogismo funziona +nel cervello dell’uno come in quello dell’altro. Invece non funziona +nello stesso modo nel cervello di Aristotile e in quello di un ragazzo +o di un selvaggio: così tra l’altro il Marzolo dimostrò che il _post +hoc ergo propter hoc_, eresia immensa nella logica ideale, è una vera +legge del ragionamento come si fa dai bambini, dai selvaggi, e ancor +oggi dagli uomini più rozzi (Vedi quella bellissima memoria che è il +saggio forse più stupendo scritto sin qui sulla psicologia dell’uomo +inferiore: MARZOLO, _Delle disposizioni originarie soggettive dell’uomo +e degli effetti loro_, Milano, 1862). La logica è una funzione del +cervello; e può solo variare, come tutte le funzioni, secondo il +variare dell’organo. + +[150] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III. + +[151] SPENCER, _Istituzioni ecclesiastiche_. — Città di Castello, 1886. + +[152] DRAPER, _Histoire du développement intellectuel et moral de +l’Europe_. — Paris, 1868-69, vol. II. + +[153] MICHELET, _Les symboles_, etc. + +[154] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III. + +[155] ID., _id._ + +[156] Di qui dipende l’intenso ma ristretto altruismo dei membri +di molte tribù, uno rispetto all’altro; il che però non esclude la +più assoluta ferocia riguardo agli stranieri. Vedi l’articolo del +principe KRAPOTKINE: _L’appui mutuel chez les sauvages_, nella _Société +nouvelle_, gennaio 1893. + +[157] BOUCHE, op. cit. + +[158] ALONGI, _La camorra_, Torino, 1890. + +[159] _Arch. di psichiatria e scienze penali_, 1880, fasc. II. Vedi +questo intaglio riprodotto nell’_Uomo di genio_, tav. VII. + +[160] SPENCER, _La giustizia_. — Città di Castello, 1893, pag. 48-49. + +[161] SUMNER MAINE, _Ancient Law_, pag. 76-7, 3ª ediz. (Citato da +Spencer). + +[162] Giornale _La Lombardia_, 15 marzo 1893. + +[163] _Journal du Palais_, t. LXXVII, pag. 824. + +[164] In un lavoro che avrà forse per titolo: _La formazione +naturale della giustizia_; l’espressione dell’Ardigò _formazione +naturale_ parendomi, almeno in questa materia, più esatta che l’altra +_evoluzione_ dello Spencer. + + + + + +Nota del Trascrittore + +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo +senza annotazione minimi errori tipografici. + + + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 76877 *** |
