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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 76877 ***
+
+
+ BIBLIOTECA ANTROPOLOGICO-GIURIDICA — Serie II, Vol. XIX.
+
+
+ GUGLIELMO FERRERO
+
+
+ I SIMBOLI
+
+ IN RAPPORTO
+
+ ALLA STORIA E FILOSOFIA DEL DIRITTO
+ ALLA PSICOLOGIA E ALLA SOCIOLOGIA
+
+
+
+ FRATELLI BOCCA
+ Librai di S. M. Il Re d’Italia
+
+ TORINO Via Carlo Alberto, 3
+ ROMA Corso, 216
+ FIRENZE Via Cerretani, 8
+
+ DEPOSITI
+ PALERMO MESSINA CATANIA
+ —
+ 1893.
+
+
+
+
+ PROPRIETÀ LETTERARIA
+
+ Torino — Tip. Lit. Camilla e Bertolero.
+
+
+
+
+A MIO PADRE
+
+E
+
+A MIA MADRE
+
+
+
+
+PREFAZIONE
+
+
+Questo libro è solo un saggio, solo una rapida scorreria attraverso
+un’immensa regione inesplorata della storia dell’uomo. Ma l’autore
+in questa corsa affrettata ha tanto goduto il piacere dell’indagine e
+delle sue varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti
+intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, di tornare un giorno
+nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo più minutamente in lungo ed
+in largo. Un numero immenso di questioni si connettono con una teoria
+compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, della
+religione, della scrittura, del diritto, della leggenda, dell’arte;
+tutti i mezzi insomma con cui l’uomo ha cercato di comunicare
+agli altri uomini le proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le
+trasformazioni coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di
+questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti sono in questa
+opera appena accennati, ma che la scienza ha finora quasi interamente
+negletti.
+
+Non li ha però così interamente negletti che all’autore sia mancato in
+questo studio un suggestionatore potente, che eccitasse l’ideazione
+ne’ momenti in cui la difficoltà da sormontare era più alta, che
+eccitasse il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano
+perdere tutta quella verità, che è sentita così intensamente, quando
+l’idea balena la prima volta alla mente. Il padre intellettuale di
+questo libro fu l’opuscolo di Paolo Marzolo, intitolato _Saggio sui
+segni_: perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto d’onore il
+nome ignorato del più grande pensatore italiano e forse anche europeo
+di questo secolo, le cui opere ciclopiche, piene di avvenire, ancora
+attendono l’ora della giustizia.
+
+Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo sarà
+scevro d’applicazioni umane. Si sono molto studiate le miserie morali
+dell’uomo, tutti i traviamenti cioè delle passioni, dell’amore,
+dell’odio, della vanità, della cupidigia; ma si sono poco studiate le
+sue miserie intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade per
+i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le vie dell’umanità
+sono state sino ad oggi bagnate di tanto sangue e di tante lagrime.
+Eppure se si pensa che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato
+riti ferocissimi, che per una questione di statue e di quadri il
+sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, che anche oggi da
+un momento all’altro l’Europa potrebbe ardere tutta nelle fiamme di
+una guerra provocata da qualche metafora infelice o da qualche frase
+barocca scambiata per un assioma di alta politica: quando si pensa a
+tutto ciò, chi non vede che forse all’uomo, più che il fermento delle
+cattive passioni, furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni
+della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? L’indagine
+dei fenomeni del simbolismo indica alcune tra le non meno importanti
+di queste debolezze; mostra come con la civiltà diminuisca, invece che
+crescere, la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti della vita
+sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi che leniscano una delle
+più tormentose infelicità del mondo moderno.
+
+ G. F.
+
+
+
+
+INTRODUZIONE
+
+La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale.
+
+
+1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un
+caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e
+mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più
+caratteristici della psicologia umana.
+
+Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro,
+anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice _ássab_ significa
+lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare,
+soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e
+patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese
+_travail_ trova in italiano il suo fratello gemello _travaglio_ con
+significato di dolore; come l’italiano _lavoro_ ha per padre il latino
+_labor_ che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi
+fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento
+ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività.
+Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe
+quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che
+quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a
+dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva
+ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel
+maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè
+alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè
+quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri
+della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più
+forte cacciatore e guerriero[3].
+
+Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di
+imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana,
+da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto
+non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio,
+la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo
+pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più
+gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla
+necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla
+ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il
+piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte
+le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti
+dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi
+patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del
+lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè
+alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare.
+
+Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla
+civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche
+nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è
+la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot,
+volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le
+immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente,
+mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato
+lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza
+dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi:
+ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande.
+«L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo,
+che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo
+finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto
+piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e
+rarissimi quelli che professano lo _stantem oportet mori_»[5]. È del
+resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale
+e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose
+del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio
+o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a
+mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente
+in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «_svagarsi_»
+esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel
+rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi
+l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come
+notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali
+appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori,
+che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li
+circonda[6].
+
+L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e
+più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle
+immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo
+numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione
+volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose,
+sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si
+formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi
+riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni
+del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora
+con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il
+bel tempo futuri; lo _sportmann_ conosce la psiche del cavallo, meglio
+talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo
+nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei
+proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in
+aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra
+solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella
+legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la
+statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose
+tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria
+e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene
+certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica.
+«La teoria meccanica del _boomerang_, scrive l’Espinas[8], questo
+strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che
+lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari
+lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui
+l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto,
+il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso
+agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La
+pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata
+alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è
+vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte
+immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure
+laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte
+notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti
+della scienza, guarire con rimedi da comari.
+
+Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo
+volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio
+che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una
+tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice
+associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato
+fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la
+sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come
+si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello
+di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge
+psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di
+coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti
+nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che
+precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con
+l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre,
+a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o
+piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti:
+e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano
+a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica
+mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno
+fatica, di questa che io chiamo _legge del minimo sforzo_. Tutte le
+cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente
+istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento
+incosciente.
+
+Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo
+sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica.
+Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi
+scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più
+complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a
+crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non
+pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato
+precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo
+sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo
+ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed
+idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera
+intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni
+sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e
+per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro
+origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato
+maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria
+gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica;
+divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In
+Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano
+servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In
+Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello
+stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn
+o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco
+o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di
+ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si
+trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le
+sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello
+certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per
+il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi
+definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo
+abbozzo, tutta la struttura politica.
+
+Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse
+il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi
+sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo
+brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole
+spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per
+riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo
+l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere
+i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e
+modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di
+giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un
+funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure
+a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più
+semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni.
+Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di
+farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero
+obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme
+di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna
+i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali
+dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva
+farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei
+e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui
+obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu
+convertita in uno stipendio. Così pure il _Damage cleer_, che era una
+gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne
+nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11].
+
+Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi
+evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di
+provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli
+deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero
+da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei
+popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e
+lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio
+è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano
+le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior
+complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative
+ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate
+a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è
+un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle
+grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte
+una splendida violazione delle leggi naturali.
+
+Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il
+lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione
+nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza
+robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole
+il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono
+separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora,
+le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini,
+in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si
+esauriscono.
+
+2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente,
+se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza
+la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto,
+pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei
+corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui
+non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la
+legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi
+sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12].
+
+Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le
+sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito
+di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita
+gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività
+che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le
+idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una
+illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte
+quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come,
+senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si
+facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità.
+
+«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è
+costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di
+cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente,
+perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno
+che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare
+i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia
+gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione
+indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in
+una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli
+intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri
+fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è
+più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che
+noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri
+centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui
+noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che
+vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la
+legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine
+o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente
+sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in
+cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il
+Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre
+la risposta è: — A niente. — È dunque un _vero stato di inerzia_ o di
+riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto
+fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed
+ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede
+anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri
+d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando
+sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente,
+non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro
+fatta alcuna suggestione».
+
+Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire,
+come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete
+relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione.
+La forma più elementare del fenomeno è quella della _dinamogenia_,
+della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione
+molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento
+molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento
+e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo.
+Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso,
+l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei
+sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del
+Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré
+infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava:
+«una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia
+dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali
+una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo
+l’intensità dell’eccitazione».
+
+Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo
+rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet,
+trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico,
+trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se
+li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene;
+ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche
+frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente
+ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano
+docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il
+Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per
+il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo
+la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per
+es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio
+può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche
+nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che,
+scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del
+pensiero?[17].
+
+La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema
+dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio
+dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne:
+una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora
+col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si
+pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a
+poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in
+cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente.
+Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo
+tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi
+come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata
+la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano
+per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive.
+Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per
+sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica,
+che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la
+rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che
+esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore,
+la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli
+stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni
+associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a
+cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta.
+
+Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno
+risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la
+causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati
+sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi
+non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la
+vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole
+imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non
+sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo
+un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso
+di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione
+dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi
+gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti
+quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono
+maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco,
+aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione
+non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma
+con la sensazione del colore della pelle.
+
+I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella
+lontananza, come aveva osservato il proverbio: _lontano dagli occhi,
+lontano dal cuore_, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare,
+risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco
+l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si
+conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata
+come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la
+sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto,
+che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la
+sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni
+ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del
+resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche
+mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi
+sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche
+rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli
+un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una
+spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro,
+si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente,
+conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si
+tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato
+oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza,
+idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli
+stati di coscienza spariscono.
+
+Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le
+espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono,
+se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine
+dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia
+una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e
+l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile
+provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è
+stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie,
+giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per
+azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto
+gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno
+è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si
+chiama _suggestione per attitudine_ e che fu scoperta dal Braid. «Se
+si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine
+della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea
+della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con
+quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento,
+anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento
+è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera,
+l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione
+muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in
+giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di
+coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere.
+
+Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato
+da una sensazione, che le fu associata.
+
+Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate
+per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un
+luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna
+alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo
+una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il
+nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo
+nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si
+riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo,
+ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un
+sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così
+semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione
+con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da
+una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento
+mnemonico, scrive il Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della
+superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era
+sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o
+immediatamente continua».
+
+Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un
+sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò
+significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande
+intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro
+energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una
+qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o
+a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una
+corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le
+primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di
+ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di
+movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il
+cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve
+dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale
+legge di inerzia.
+
+Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione
+psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo
+visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di
+comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta;
+ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la
+menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia
+succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che
+allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno
+psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste
+nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti,
+che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una
+sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè
+comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello,
+risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso
+in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce
+con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del
+sole.
+
+Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande
+psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua
+non del pensiero essere una sensazione attuale[25].
+
+3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia
+mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo,
+di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante
+traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione
+può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che
+fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione,
+della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo,
+e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo
+ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a
+cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni,
+la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di
+conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi
+specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di
+crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non
+possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più
+elementari della vita sociale[27].
+
+Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una
+serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno
+elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione
+di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi
+della vita.
+
+
+
+
+PARTE I.
+
+FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO.
+
+
+
+
+CAPITOLO I.
+
+Simboli di prova.
+
+
+1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della vita
+giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto,
+una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi
+o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non siano
+abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle parti
+interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a
+cui talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità
+(autenticazione, trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto
+tempo con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di
+mettere in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci
+sembra che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito
+umano e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale
+idea è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee
+minori. Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la
+scrittura, come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà,
+ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più,
+strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come una
+negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone una
+complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai
+sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a
+garantire la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di
+conservarli: cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse
+stesse che il prodotto d’idee assai complesse.
+
+Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si
+conoscesse la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e
+siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli
+dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova
+più semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a
+compiere sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli
+giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento
+scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per
+cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza
+scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli cui
+il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così
+semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e
+sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi
+dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi.
+
+Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere
+una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, che ci
+conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto più volte un
+certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo tanto l’idea
+dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di uno degli atti che
+servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a cui riuscirà. Così
+noi se in campagna di lontano vediamo un uomo immobile col fucile in
+mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo subito che si tratta
+d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente per compiere qualsiasi
+atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, un matrimonio, è
+necessario compiere una serie d’atti, che conducano allo scopo finale;
+così per avere come proprio un figlio d’altri bisogna nutrirlo,
+vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per tenersi come propria una
+donna, condurla nella casa, ecc.: e nello stesso modo l’idea di quegli
+atti si associa all’idea dello scopo, in modo che, vedendoli eseguire,
+tutti ne inducono quale è lo scopo a cui mira colui che li compie.
+
+Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo
+compimento di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo
+o quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova.
+Questa sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli,
+estremamente inferiori, come gli Australiani e in generale le
+società della Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo
+giuridico. Ma quando la società cresce, quando la compra e vendita
+fatta tra due individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio,
+possono passare inavvertite a una grande quantità di persone, sorge
+una difficoltà: come garantirsi contro la possibile mala fede delle
+parti con cui si debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura
+il compratore, che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la
+cosa venduta come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può
+asserire che è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il
+suo padre fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o
+l’adottante, che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi
+non fugga, dopo aver ricevuto i regali?
+
+Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè
+far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode
+e l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli
+civili[28]. Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che
+costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che
+bisogna compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo,
+e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne
+scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto
+risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era
+associato abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come
+oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento,
+redatto dal notaio.
+
+Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa
+teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in
+molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del
+negozio giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro
+carattere primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i
+caratteri della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi
+per diventare sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi
+giuridici non si sottraggono alla legge comune.
+
+2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in
+seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo
+scambio. Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che
+lo scambio di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno
+proporzionato. Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente,
+con una cosa futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due
+cose future e lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico:
+suppone cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per
+poter rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire;
+e i sentimenti in generale giunti a un grado di notevole astrazione,
+per poter godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da
+preporla ad un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente
+e non gode che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e
+futuro non esistono quasi per lui[29]. Il Sohm notò infatti che
+nell’antico diritto tedesco nessun contratto si faceva per solo
+consenso, ma che era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si
+deve però intendere che nel diritto tedesco il contratto consensuale
+fosse deliberatamente escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la
+possibilità, non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato
+l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in
+anticipazione ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel
+presente le ricchezze future.
+
+Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna
+della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e
+della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora
+l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata
+una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare
+indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto
+della consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore;
+quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni
+supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa.
+Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando
+che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella
+la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di
+averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto
+conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti
+sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i
+contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che ora
+è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore
+gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non l’ha
+rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un documento
+scritto. È insomma una forma primitiva di prova.
+
+Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta
+importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla
+proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava la
+presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, per la
+trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza dei
+due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni
+con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al compratore
+(un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (_sala, traditio_) e l’uscita
+del tradente dal fondo (_exire_)[30]. Tra i Khonds, chi vende la sua
+terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio;
+poi dà al compratore una manciata di terra del campo[31]. Nell’antica
+Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore del
+signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata di terra, e
+la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in tal modo il
+possesso reale, effettivo, materiale del feudo[32].
+
+Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così
+solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore
+fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare
+dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun
+documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto
+cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto
+puramente verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra
+sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La
+consegna invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo
+godimento della proprietà.
+
+3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: si
+faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta[33], in certi
+altri i cardini[34]: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso
+della proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna;
+certo in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa,
+facendovi entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a
+mano a mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della
+trasmissione della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare
+la cerimonia, sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello
+di toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che
+ha oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita.
+Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i
+testimoni potevano attestarlo.
+
+4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, la
+toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi
+dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva
+una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di un
+altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si cercò di
+garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale,
+l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere
+all’uscita della sposa dalla casa in unione con il marito, dei
+testimoni, che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si
+associava l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della
+legittimità delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di
+stato civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale,
+già un po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia
+detta _panigraha_ o unione delle mani, nella quale «pronunciata
+la formola, la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è
+irrevocabile al settimo passo[35]»; probabile abbreviazione dell’uscita
+della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni.
+
+Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori
+quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste nel
+menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela fatta
+trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta tale
+cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo
+di fatto[36]. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle sono
+fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati da
+un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano i
+capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo ove
+siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; e la fa
+sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai capelli di
+lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce la fanciulla
+ai suoi genitori[37].
+
+5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato,
+perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta
+la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più
+sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in
+quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando
+per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio
+rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi,
+era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di
+aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel
+poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più
+difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i
+frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli
+atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno
+diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della
+paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli
+primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono
+luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di
+una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la
+puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal
+marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al
+Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono
+dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare
+cucina.
+
+Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi
+appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal
+marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da
+parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli
+Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per
+sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del
+bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere
+le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato,
+mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America
+del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure
+e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato
+tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne
+degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il
+loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro
+(V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie,
+faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle
+provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato
+di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora
+in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40].
+
+Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre
+cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte
+agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della
+paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser
+nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto?
+Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia
+la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i
+selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche
+il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui,
+perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che
+in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio
+vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della
+nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche
+di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè
+grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al
+pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è
+propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco
+a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli
+atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la
+cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui,
+fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di
+simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione
+di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri
+della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato.
+Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_.
+Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle
+forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi.
+
+6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi
+primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo
+vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo
+nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi
+anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di
+un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle
+sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo
+come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione,
+sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando
+con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che
+quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che
+nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata
+fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui
+esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es.,
+vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con
+la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva
+calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43].
+
+Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la
+legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi
+la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che
+chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un
+poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo
+uso con i versi:
+
+ Li Duc ki les enfans ama
+ Gunnor adoncques espousa,
+ E li fi ki jà furent grant,
+ Furent entre autres deux en estant
+ Par dessus le mantiel la mère
+ Furent fait bial (legittimi) cil trois freres.
+
+Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca
+la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la
+prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo
+della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la
+ragion del riscatto su me»[46].
+
+Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di
+protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso
+cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che
+gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto
+con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è
+spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che
+presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero
+sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di
+far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della
+popolazione[47].
+
+7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una
+porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un
+atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un
+potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea
+della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono
+associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un
+imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio
+quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi
+la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe
+di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della
+città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E
+come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel
+cerimoniale politico del Medio Evo.
+
+Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna
+dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare
+di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da
+non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo
+d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni
+pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk;
+tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli
+Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto
+può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù;
+perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in
+guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo
+rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49].
+
+Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere
+come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra
+l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no,
+la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle
+armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè,
+perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi
+le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo
+dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far
+consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni:
+quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere
+lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi
+l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso
+presso i Longobardi ed altri popoli germanici.
+
+Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo
+era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più:
+anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di
+cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli
+la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia
+inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte
+della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la
+quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo
+consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo
+dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e
+gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie
+del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del
+quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea.
+
+8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni
+familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova.
+E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio
+Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato
+giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita
+giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del
+domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle
+formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con
+atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici
+appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici
+e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi
+voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone
+pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova
+abitazione[53].
+
+9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente,
+pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere.
+
+Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello.
+Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore
+ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa,
+ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli
+muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di
+stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga
+sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo
+sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi,
+che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato
+avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso
+impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al
+re, prima di battersi[54].»
+
+Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una
+specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli
+è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in
+altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di
+intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della
+minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli
+vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo
+con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata
+e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse
+passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non
+trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni.
+
+Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può
+svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente
+le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati
+abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza
+materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire
+come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non
+più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi
+quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo;
+e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme
+di citazioni usate da noi.
+
+Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni
+simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia
+di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55].
+Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente
+nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era
+scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le
+nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure
+in Germania, sino nel secolo XVII.
+
+In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova
+dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva
+che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo
+l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di
+minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non
+dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel
+caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre.
+Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione,
+quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il
+significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al
+giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il
+bisogno di sostituirvi altre forme.
+
+10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non
+contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti
+scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta
+e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche
+nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare
+impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri
+che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia
+più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli
+sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali
+necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono
+perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè
+dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della
+civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le
+soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni
+non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo.
+
+
+
+
+CAPITOLO II.
+
+Simboli descrittivi.
+
+
+1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra
+anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla
+tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la
+minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità.
+Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia
+trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra
+certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni,
+in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva
+pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con
+la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee
+da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle
+forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene
+dovevano venire gravissimi guai.
+
+Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di
+una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo
+contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al
+ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire
+perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio
+una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una
+associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo
+che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io,
+scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od
+una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che
+avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od
+il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno».
+
+Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che
+non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è
+basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i
+commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno
+per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso
+per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per
+calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso
+un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una
+pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola
+_calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi,
+i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che
+uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in
+Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro,
+per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a
+portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie
+annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non
+erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole
+della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]:
+«Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli
+angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di
+giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore».
+Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che
+arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure,
+una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i
+concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro
+Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era
+stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia;
+essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero
+di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria
+consegnate.
+
+Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma
+possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o
+a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate
+idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un
+mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a
+chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano
+i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano
+girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che
+ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano
+collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che
+indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico
+Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun
+mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri
+registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero
+e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico:
+tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo
+Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era
+tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte
+del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste
+di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato
+in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica
+China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice
+del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle
+annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni
+successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64].
+E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con
+evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto,
+significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica
+ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i
+progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi
+di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde
+tartare.
+
+Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos
+tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e
+segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi
+imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche
+questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento;
+e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia
+dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento
+della compiuta adozione.
+
+A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i
+menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals,
+i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi
+di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a
+noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe
+(probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a
+ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando
+domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il
+Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion
+dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si
+sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò
+furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65].
+Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre
+(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre
+Ra-Undecunde[66].
+
+Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio
+litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più
+regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata
+a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci
+(stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani
+(obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i
+Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando
+drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava
+a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era
+sconosciuta.
+
+Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero
+credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre
+portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una
+rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite:
+onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude
+colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la
+sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa
+a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della
+colonna.
+
+2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli
+giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone,
+bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale
+negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo
+e sopratutto nelle cerimonie delle investiture.
+
+Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui
+falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la
+morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così
+quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un
+bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di
+comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona,
+a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci
+si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera
+sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data
+famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le
+mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo
+associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto,
+invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di
+persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera
+commendatizia o del sigillo particolare.
+
+Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69],
+si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea
+dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e
+sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey,
+quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna
+un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque
+con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta,
+e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri
+ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del
+distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta
+dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con
+scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo
+dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote
+Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che
+io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore
+Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello.
+
+Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel
+Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno
+altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione
+della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del
+reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito
+dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico
+poeta normanno, Roberto Wace:
+
+ Un gonfalon li envoya
+ Mont precious et cher et bel
+ . . . . . . . . . . . . .
+ A ces enseignes li manda
+ Et de par Dieu li otroïa
+ Que Angleterre conquersist
+ Et de Saint-Pierre le tensist.
+
+E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei
+regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc.
+
+In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di
+carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse
+provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di
+lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del
+tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte,
+l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi
+non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera
+circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta.
+Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si
+recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio
+delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere
+all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro
+possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto
+di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74],
+quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto
+a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del
+Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender
+parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si
+usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai
+testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del
+contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed
+eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo
+con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova
+che si era legittimamente ricevuta l’eredità.
+
+3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la
+scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente
+mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda
+perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato
+quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non
+è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un
+poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene
+tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si
+compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto
+tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo
+chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente
+per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare
+tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli
+che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una
+espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro
+invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo;
+l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma
+di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio
+di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora,
+anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi
+sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè
+bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione
+del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente
+mnemonici[76].
+
+E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase
+generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non
+solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè
+anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le
+etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_,
+il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in
+arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori.
+Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_
+= scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura.
+L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_,
+che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici
+chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o
+immagini[77].
+
+Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che
+lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior
+povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il
+Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini
+certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova
+la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto
+civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio
+delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione
+e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole
+per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero
+in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni
+rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso.
+Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere
+l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno
+per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79]
+Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza
+che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini
+che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra;
+ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora
+quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle
+lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano,
+potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in
+sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato
+uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma
+ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso
+la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da
+uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in
+persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole
+Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua
+dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón
+fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere
+allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a
+fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della
+mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza
+corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc.,
+ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a
+pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia,
+ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_.
+
+Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo
+primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo
+della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare
+il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui
+tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il
+periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta
+nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la
+_manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella
+del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il
+pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza
+altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di
+_mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale
+indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico
+_Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il
+debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice
+du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che
+esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca
+dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium,
+mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge
+Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem
+suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era
+dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale.
+
+4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si
+hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura:
+alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che
+senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora,
+per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di
+perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto,
+come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato
+necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo
+alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana,
+che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente,
+senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti,
+sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così
+detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole
+lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che
+mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati
+come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione
+tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè
+appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra
+mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri).
+
+Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste
+naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile
+rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole
+disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso
+determinassero il vero significato della complessa rappresentazione.
+Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello
+che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno
+dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento =
+oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico
+figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di
+_volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli
+ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente);
+_dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la
+paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei
+governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di
+una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta
+dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita,
+dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della
+montagna)[82].
+
+È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo
+nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è
+impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo,
+per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi
+di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche
+ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel
+linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte
+le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per
+atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente.
+
+Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi
+caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine,
+un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della
+nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi
+parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito
+_Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_
+(kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente =
+lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di
+cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese
+occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto
+in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco
+(puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83].
+
+Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli
+ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del
+cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà
+da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse,
+qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche
+questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo
+e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a
+una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo
+sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini
+del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa
+via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua,
+incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre,
+abbracciandolo alla base.
+
+Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi,
+anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio
+cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà
+dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere
+tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi
+e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri.
+Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del
+figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione
+«_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata
+_servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i
+beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente
+di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario
+francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni
+del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro,
+dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange
+un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo,
+diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola
+residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota,
+per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a
+casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre
+l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno».
+Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio
+del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti
+mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa,
+orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle
+bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi
+ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio
+di Victor Hugo?
+
+Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee
+a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è
+ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente
+dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per
+l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle
+spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni
+risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora
+riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover
+pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci
+d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse:
+così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto
+della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un
+fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi,
+ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani,
+che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì
+specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il
+muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile
+creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma,
+anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge
+del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85].
+
+Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar
+nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una
+fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore,
+che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice
+guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui
+è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma
+dedotte da osservazione di fatti.
+
+Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna
+sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti
+i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale
+di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il
+Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo
+dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò
+accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie,
+così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più
+pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che
+costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende
+all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale
+sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno
+stile oggettivo, direi quasi, come la realtà.
+
+5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello
+stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una
+cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura,
+si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia
+eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si
+vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già
+nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza
+di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto
+o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità
+del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la
+parola infine ci dà l’imagine o l’idea.
+
+Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena
+significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di
+bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore
+di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il
+valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87].
+Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore
+sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88];
+ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_
+= colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti
+siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava
+l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che
+avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti,
+e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto
+del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti
+sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro
+dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca,
+che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la
+lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che
+fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare
+il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli
+oggetti materiali.
+
+Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli
+Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi,
+fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e
+famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati
+tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un
+animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione
+del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli
+Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo,
+la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni
+membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato
+sotto questa forma nei geroglifici indigeni».
+
+Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo passo
+verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a
+tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri
+messicani il testo latino del _Pater noster_, il segno di _Pater_ fu
+una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui
+nome era _pantli_, il segno di _noster_ fu un fico d’india ch’era
+detto _nochtli_. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo
+e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta _tahen_: ma _tahen_
+significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno
+di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una
+mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una
+spiga per l’affinità tra il suono _öehre_ (spiga) e il suono _erbe_
+(eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola
+parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono
+la parola: così in messicano _amen_ fu scritto aggiungendo il segno
+di acqua (_atl_, radice _a_) a quello della pianta agave (_metl_). «Le
+occasioni, scrive il MARZOLO, di tale uso incompetente del disegno sono
+tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo:
+1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per
+la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro
+orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture
+degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed
+al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non
+conoscono i limiti sonori delle singole parole».
+
+6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un
+lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del _rebus_
+le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da
+solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine.
+Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio
+fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le
+analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo
+numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono
+nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli
+risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto
+che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria
+forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile
+che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo
+del _rebus_, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono
+perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più
+probabile è invece che fissandosi l’uso del _rebus_ su certi segni
+speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine
+del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto
+di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta
+quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente
+li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi
+del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni
+che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc.,
+ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava
+mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti
+doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta
+per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da
+tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime
+spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue
+opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a
+uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle
+pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso,
+il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi
+dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono
+il primo loro tempio»[92].
+
+È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di
+comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato.
+Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo
+il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio,
+perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel
+dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un
+dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore
+importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche
+con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e
+idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un
+certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai
+segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come
+della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni
+che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è
+probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i
+malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista
+soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti,
+ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate.
+
+Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma
+per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere
+i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che
+molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le
+idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono
+gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola
+suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la
+pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola,
+a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare,
+anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico
+sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora
+in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e
+giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia
+e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza
+figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e
+inaspettato trionfo nella _réclame_ che è fatta quasi tutta a figure,
+dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano
+scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case
+commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali.
+Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la
+folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere
+fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata
+nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo.
+
+
+
+
+CAPITOLO III.
+
+Simboli di sopravvivenza.
+
+
+1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto
+nella cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello
+nel processo romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si
+conquistava e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è
+pensato da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale
+di questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole
+di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono
+sopravvivenze, è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi
+sopravvissero.
+
+Bisogna aver presente la legge del _misoneismo_, scoperta dal Lombroso.
+Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel cervello
+dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora contro
+le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo e una
+fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente conservatore
+e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente intorno a lui,
+egli continua a considerarle con le idee che aveva del loro stato
+precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per primo
+oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le persone
+per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando l’uomo
+si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene quella
+idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è totalmente
+cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto diverso. Il
+fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, sopra un caso
+particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo giacque l’idea di
+associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, quando già
+nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni da uomo a
+uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei primordi della
+civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, è allora,
+per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco a poco questa
+presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco a poco, uomini
+non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni amichevoli di
+mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente corrispondente
+al nuovo stato di cose si produsse nelle menti primitive; e non
+si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. Si parlò dei nuovi
+membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, e come tali furono
+considerati e trattati. Le idee erano così poco cambiate, che i
+sentimenti e anche le passioni che nascono dalla parentela naturale
+ripullularono con forza straordinaria nella parentela fittizia»[93].
+Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti tra scolaro e maestro
+furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come vincoli di parentela
+da stabilire in certi casi il diritto di successione legittima.
+
+La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella
+Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne una
+spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il
+governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò
+subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata,
+ma rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e
+il pretore fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così
+vivamente che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli
+che contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser
+deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e,
+se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel
+biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. Il
+re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche al
+pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei
+comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva
+dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che non
+gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde in
+tutte le sue parti della potestà consolare.
+
+Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello
+umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero
+dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno
+a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti
+già formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche
+nuove idee e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli
+può giungere a compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto,
+ma a poco a poco. Così accade che egli spesso a furia di piccole e
+successive modificazioni trasforma radicalmente una istituzione, ma
+l’idea che egli aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge
+quella strana contraddizione, che notammo nel caso delle associazioni
+familiari e dei poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo
+rimane indietro e non capisce nel suo _complesso_ ciò che esso stesso
+ha _a poco a poco_ creato.
+
+2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il nostro
+diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, noi
+tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per afferrarla. È
+questo certamente un gesto ereditato da antichissimo tempo, dai tempi
+cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, con la pesca,
+con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine della guerra,
+cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare e afferrare
+materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè le prime
+cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, quel
+gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio e resta
+documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; dalla conquista
+cioè e non dallo scambio, idea più complessa e pratica più tardiva.
+L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo delle cose sue, con
+il superfluo delle altrui, si procurò tutto da sè, con la caccia, la
+pesca, la rapina, ecc.[94]. E tanto più l’occupazione e la conquista
+deve essere un modo generale di acquisto ai primordi della civiltà, che
+allora le _res nullius_ sono assai più numerose che adesso: i pascoli,
+le foreste, i fiumi non sono ancora caduti in potere di privati, talora
+la proprietà fondiaria non esiste nemmeno; e in ogni modo anche quando
+esista un rispetto per la proprietà della casa, degli attrezzi del
+lavoro, dei prodotti della raccolta, esso si restringe, nei popoli
+militari, alla propria tribù; ma le cose del nemico, le sue armi, la
+sua casa, le sue donne sono anch’esse _res nullius_, che si acquistano
+con la forza.
+
+Ora, in un tempo in cui, abbondando le _res nullius_, quasi tutte le
+cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto alla
+proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti
+della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra di
+ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente solo un
+sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo colui che
+ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la difende
+contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza
+delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, si venne
+a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la proprietà già
+conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse di chi vi
+aveva per primo poste sopra le mani[95]. Noi troviamo che il Diritto
+romano e i codici moderni dispongono appartenere la _res nullius_ al
+primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto secondaria,
+oggi che le _res nullius_ sono pochissime, dovette essere la prima
+regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto di
+proprietà quando le _res nullius_ erano numerosissime. Ne venne che,
+rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare
+atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto
+si era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto,
+e perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non
+avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte,
+quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà,
+perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante,
+gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto
+e senza quello la cosa rimane _nullius_. Anche oggi e per lo stesso
+sentimento «lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco
+— non ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola intenzione:
+occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»[96]. Questa regola
+che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di _res nullius_, era un
+tempo generale a tutte le specie di proprietà, quando le _res nullius_
+abbondavano.
+
+In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista,
+si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per le
+associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio dovè
+introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti una idea
+chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un sentimento preciso
+dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di acquisto portava seco.
+Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo ancor quelli dei tempi in
+cui la proprietà nasceva dalla conquista; e la proprietà nascente dallo
+scambio non fu allora considerata legittima se non si compivano quegli
+atti che consacravano la proprietà nascente dalla conquista.
+
+Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza fu
+troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo
+nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser
+consacrata da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era
+necessario, per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente
+vi facesse sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o
+passeggiandovi sopra. Nella _mancipatio_ romana, il compratore, alla
+presenza di cinque cittadini romani e del _libripens_, diceva: _Hunc
+ego hominem_ (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro
+oggetto, si nominava) _ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi
+emptus est hoc aere aeneaque libra_: percuoteva poi la bilancia; e
+doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad una
+le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse
+anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale della
+cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, compiuto sulle
+cose.
+
+Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel
+castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne
+padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi
+anglo-normanne, che da un breve del Re[97].
+
+Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; perchè
+in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono il
+diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo perciò
+che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione delle
+proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a introdursi negli
+usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte l’associazione tra
+l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto dell’acquirente
+a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor forte
+l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea di una
+proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si coprirono
+con la protezione di questi atti di conquista, che servivano nei tempi
+precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico di una proprietà
+non fu la cessione volontaria fatta dal precedente proprietario, ma
+la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della conquista sopravvisse
+ancora per qualche tempo nel cerimoniale della vendita; e la presa di
+possesso del coerede generava in lui, secondo l’opinione generale, un
+così forte diritto di proprietà da non potere essere distrutto che con
+un mezzo estremo.
+
+3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista
+della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere che
+quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il mondo
+zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio prima di
+raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo il
+ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente negli
+Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto forse più
+verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la più ingentilita
+umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il ratto reale esistesse
+in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale del ratto si spiega
+in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi stessa.
+
+È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente
+la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta la pantomima
+simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione si fece
+specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per i
+rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella vita
+selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e difesa
+come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere avvenuta ad
+un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente l’idea
+che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, il salto sarebbe
+stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, non ha tanta
+potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi tradizionali.
+Ci dovè essere un termine di passaggio: e questo fu la coesistenza, in
+un periodo, delle due forme, il ratto reale e la compra. In origine
+il prezzo, che servì poi a comperare la sposa, non fu forse che un
+mezzo di propiziazione, un dono che il rapitore faceva alla famiglia
+della sposa per placarla e farla rinunciare alla vendetta; era dunque
+successiva al ratto e una delle tante forme di donazione in uso tra i
+selvaggi. Così tra i Turcomanni, il matrimonio spesso è contratto così:
+i due fidanzati fuggono in un _obah_ vicino, dove sempre sono accolti
+ospitalmente e dove passano la luna di miele: frattanto i seniori
+dei due _obah_ si interpongono, fissano un prezzo, pagato il quale,
+i due sposi ritornano; e la ragazza rimane allora sei mesi od un anno
+ritirata in casa, senza che il marito possa vederla se non di nascosto:
+dopo tornano insieme e il matrimonio è conchiuso[98].
+
+Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti delle
+donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, non di
+fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la donna: può
+questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi la vincevano
+sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano il mezzo
+di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi alla
+necessità di dover accomodarsi come potevano, quando la fanciulla non
+era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere che generalizzato
+l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso del ratto
+dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, una
+delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo.
+Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto reale
+della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda,
+sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era
+accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato
+doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto
+malconcio[99]. In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma
+siccome il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là
+molto robuste, la contesa durava spesso per ore[100]. Nel Kamtchatka
+il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di
+lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato
+di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa che,
+difesa dalle donne della _iourte_, deve subire dall’uomo una specie di
+oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la battaglia dura
+talora dei giorni[101]. È che, sebbene si vada introducendo il costume
+dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine di conquistarsi
+la sposa con la forza, non si concepisce altro modo di averla che con
+la forza; e una donna avuta pacificamente non sarebbe considerata come
+moglie. Di più, siccome alla lotta si associano spesso sentimenti di
+vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore di femmine è ammirato
+molto dagli uomini e anche... dalle donne, così sarebbe un disonore
+aver la propria sposa pacificamente. Inoltre abbiamo visto che, quando
+lo scambio delle cose manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero
+delle _res nullius_ appartenenti a chi le conquista, sono necessari
+gli atti di prensione e di conquista a far sentire il proprio diritto
+di proprietà sulla cosa: così la proprietà della donna, tanto tempo
+acquistata con la forza, non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una
+conquista violenta, anche quando l’uso della compra si diffondeva,
+per la resistenza dell’antico sentimento a trasformarsi nel nuovo.
+Fors’anco le donne non sentivano la forza del vincolo matrimoniale e
+non si consideravano come mogli, se non dopo rapite[102].
+
+In uno stadio dunque di evoluzione per cui passarono, secondo me, tutti
+i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del ratto, la compra
+non fu che un mezzo di composizione anticipata per il ratto; ma il
+ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo nel matrimonio una
+contraddizione analoga a quella trovata nella _mancipatio_ romana, di
+un contratto cioè nascente dallo scambio, che si afferma con un atto di
+conquista.
+
+Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori
+di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, a poco a
+poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento e
+con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, al
+che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia della Nuova
+Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una sopravvivenza
+sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla enorme forza di
+conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei suoi particolari
+dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, a mutar quasi
+aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono ancora senza
+uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli in cui troviamo questo
+cerimoniale, più o meno mutato nei particolari dai capricci di quelle
+accidentali variazioni, fino a tramutarsi talora in una danza: onde
+vien fatto di meravigliarci e quasi di sorridere a questo spettacolo
+dell’evoluzione che nei capricciosi meandri del suo corso eterno senza
+direzione determinata, trae dalle lotte sanguinose di un tempo, gli
+allegri balletti e le liete cerimonie di un’altra età.
+
+4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo
+romano che simula, come è noto, un duello.
+
+È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private
+relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada.
+Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne a
+separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione
+della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta
+pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un
+salto l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in
+origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi in
+presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del duello
+giudiziario presso gli antichi Tedeschi.
+
+Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta la
+battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo cafro
+simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore,
+contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a porsi in
+vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, escono tutti
+gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, lontano dal primo.
+Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il quale incominciano
+le trattative, che si perdono spesso in un interminabile seguito di
+discussioni capziose»[103].
+
+Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia
+della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia
+stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione
+con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo,
+e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella a
+quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un despota
+più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, questo
+Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, ne aveva
+capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono del
+duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo _Editto_ i lamenti perchè
+i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai suoi giudici, per
+deciderle invece con l’armi, e non riconoscono così la grande riforma
+civile che egli voleva introdurre. Anche Carlomagno, mente troppo alta
+per i rozzi tempi in cui visse, dovè minacciare pene severissime contro
+i duelli giudiziari; ciò che dimostra che le sue riforme civili erano
+sgradite ai suoi popoli: e lui morto, il regime di guerra si ristabilì
+senza contrasto. Nulla v’è d’assolutamente assurdo e intollerabile per
+l’uomo; e quel costume, che sembra orrendo in un dato tempo, può essere
+sacro per un altro.
+
+Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto al
+duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi l’uso
+di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere che
+si mettessero subito in un canto le armi: in origine la soluzione
+incruenta della questione dovè essere una felice eccezione in qualche
+caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero scaldate
+soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche andate sul terreno
+con il proposito di definir la questione pacificamente, avranno finito
+per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea che il giudizio era una
+lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi in questo che
+si credeva che essa fosse un duello a cui era probabile una soluzione
+pacifica, ma che poteva anche finir nel sangue: quindi ci si andava
+armati e pronti alla battaglia. È lo stadio che noi vediamo presso i
+Cafri: essi vanno al giudizio armati come se dovessero combattere, e
+poi, invece che con le armi, la questione si finisce con le parole.
+Gli etnologi non dicono se mai essi ritornino al sistema primitivo
+della lotta; se ciò fosse, significherebbe che l’uso di risolvere la
+questione pacificamente è ormai così radicata, che il pericolo di una
+ricaduta nell’antica violenza è scomparso; le armi sono allora portate
+sul luogo, per quella tenace resistenza che è comune a tutti gli usi.
+
+Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più sopra, è
+un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione dal duello
+al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando
+nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei duelli
+giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto schiantare
+un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, l’offeso
+tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; che
+bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse giustizia; che,
+fallita quella prova, ricorresse all’_ealdormann_; e, ove questi si
+mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, si battesse
+allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia non
+era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si avviava armato e
+pronto a combattere; ma che poteva anche in certi casi risolversi senza
+il bisogno delle armi. La condizione della giustizia privata, in quel
+tempo, dovette insomma essere quella stessa che noi troviamo oggi nei
+rapporti internazionali: i Governi ricorrono talora all’arbitrato, ma
+tengono asciutte le polveri e considerano ancora come _suprema ratio_
+la forza, nel caso che l’arbitrato non riesca.
+
+In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico
+processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari
+periodi di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo.
+
+Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse anche
+la più antica: l’_actio sacramento in rem_. Se si trattava di cose
+mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal
+trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il
+giudice degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava
+ad attuare in sua presenza la _legis actio sacramento_. Supponiamo
+che si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la
+verga (_festuca_, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra
+_apprehendebat_, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il
+seguente dialogo: _Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse aio
+secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui_. Nello
+stesso tempo _festucam homini imponebat_, cioè lo toccava in segno di
+padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva sulla
+cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa due mani,
+ciò che era detto _consertio manuum_, che simulava una occupazione
+risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. Era il primo
+periodo dell’_actio_, che riassumeva, come si vede, la sfida. Dopo
+ciò, il pretore interveniva dicendo: _Mittite ambo hominem_, e le
+parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo a vendicare,
+voltato all’avversario, soggiungeva: _Postulo anne dicas qua ex causa
+vindicaveris_; al che l’altro riprendeva: _Jus peregi sicut vindictam
+imposui_[104]; e il primo replicava sfidandolo a una scommessa:
+_Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te provoco_; il
+secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la scommessa:
+_Similiter ego te_. Le parti, giunte a questo punto, domandavano di
+essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta giorni ed era una
+specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra da ogni ingerenza
+del pretore, che non faceva altro se non decretare sulle _vindiciae_,
+cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli di dare
+all’avversario i _praedes litis et vindiciarum_ e ricevere da ambedue i
+_praedes sacramenti_ in garanzia che il perdente avrebbe pagato la sua
+scommessa.
+
+Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili,
+salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le parti si
+portavano sul fondo, e là si eseguiva la _deductio_ o lotta fra i due
+litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente
+si portò al giudizio una zolla[105].
+
+È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi,
+attraverso cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in
+origine un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità
+(in principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa
+insorta, ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta
+in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò
+poi l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto
+e repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla
+scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di troncar le
+questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, che
+a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra le due parti
+che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione a sè; perchè
+quello era una specie di duello trasportato sopra un campo differente;
+a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche la posta, poteva
+fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere di uccidere
+l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, sostituiva il
+piacere di vincergli una somma di denaro; non aboliva cioè totalmente
+quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente introdotto, di
+mettere senz’altro la questione all’arbitrio del magistrato[106]. Ma
+quando l’uso della scommessa cominciò a diffondersi, per il processo
+tante volte descritto, le idee non cambiarono subito, ma si credè di
+muovere sempre a un duello, che poteva invece finire con una scommessa;
+quindi si andava armati, si faceva la sfida, come nei casi ordinari:
+e tutti questi atti, abbreviati e deformati, rimasero per la tenace
+resistenza a sparire dagli usi, anche quando il costume della scommessa
+prevalse in modo che il duello non fu più usato.
+
+Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non
+si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che
+egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi
+assisteva alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio
+di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla
+scommessa e al giudizio arbitramentale di un terzo.
+
+5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono
+antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni
+tentativo di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere
+un’abitudine contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso
+accade delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci
+generazioni, si possono più facilmente sostituire che quelle che lo
+sono da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare:
+siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate,
+e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi di
+minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi sempre
+più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo tiene appunto
+più appassionatamente a quelle idee che sono meno ragionevoli.
+
+Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe
+epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto più
+religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. È noto
+come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea
+militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il luogo
+di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, in
+un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il potere
+giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo ufficiale,
+rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare a rendere
+la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea militare.
+Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo secolo, a
+proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, cioè là dove
+probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel Medio Evo abbiamo
+notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi[107], ai laghi[108],
+intorno a fontane[109], a sorgenti e a pozzi[110], sui ponti[111].
+Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco di Vincennes,
+e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i piati di
+chiunque si presentasse[112]. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione
+«nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli orientali.
+Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel luogo
+dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, _Primitive
+Folk-moots_, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli antichi
+tedeschi il _Königs-stuhl_ (seggia reale) era un banco di erba
+verde[113].
+
+Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche
+oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi
+che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre
+non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi
+inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione
+criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo
+la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità
+poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano
+tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle
+costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando l’uso
+della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli abitanti
+delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle
+loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a cui si
+riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della loro
+storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto d’appoggio
+fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad un’altra: ciò
+che trascinava fatalmente le parti ad una discussione lunghissima e
+spesso ostinata»[114]. Ecco perchè noi diamo ancora più importanza alla
+deposizione che il teste fa all’udieuza, che non a quella che fece
+innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere il contrario,
+perchè questa è di data più recente e più vicina agli avvenimenti, ed è
+fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal pubblico, dall’accusato,
+dall’apparato della giustizia, che possono impressionare il teste
+e anche involontariamente fargli scambiare o confondere i ricordi.
+Ora, quando tra un secolo o due la scrittura avrà sostituito in
+gran parte la parola nei processi e i giudici non esamineranno più
+l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la idea complessiva del
+suo carattere e della sua colpabilità leggendo i rapporti scritti
+delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno che un
+tempo il processo fosse una così strana mescolanza di oralità e di
+scrittura, che il testimone venisse a ripetere ciò che già aveva detto
+ed era stato ridotto a protocollo; che infine si facesse tutta quella
+rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda e così inutile,
+come noi ci meravigliamo di veder coesistere la compra e il rapimento
+presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà anche supporre, come si è
+supposto per il cerimoniale del ratto e del duello, che fossero quelle
+formalità appositamente stabilite, per ricordare che anticamente i
+dibattiti erano orali.
+
+6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa
+classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire
+che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo scritto
+stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un uomo, egli
+scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi diversi, per
+vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E vi si incontrano
+a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, trascinati
+dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte e
+lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della psiche è lo
+stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali della società,
+nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione storica
+dei trovati difformi e discordanti delle età passate, così la coscienza
+può paragonarsi alla roccia geologica costituita di una serie di
+stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»[115]. L’irragionevole
+è dunque una forza della storia tanto e forse più che la ragione; e
+colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica le vicende
+del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma della storia non
+capirà mai nemmeno una sillaba.
+
+Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi comuni
+di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura quando
+conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta o animale,
+un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la lunga atrofia?
+Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, durano ancora
+per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, dopo il lungo disuso.
+
+E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni,
+usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione
+non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera sua.
+Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero
+sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma la
+compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono
+con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione
+giudiziaria nel cervello dell’uomo.
+
+
+
+
+CAPITOLO IV.
+
+Simboli di riduzione.
+
+
+1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la
+comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della
+realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione.
+
+Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono
+e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o
+troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una
+parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo
+l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo
+un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba,
+nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in
+mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più
+illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente
+tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo
+non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono
+nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri
+sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond[116], quando
+noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo
+riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità
+della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al
+più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle
+lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con
+contorni indecisi ed indeterminati.
+
+Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo
+riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano
+in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro
+insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono
+sensazioni ridotte.
+
+Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e
+alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate.
+
+Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente
+un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine.
+«Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, noi ci
+facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della famiglia
+a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata al pensiero
+soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò che si dice
+della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri più importanti
+conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo una idea
+vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, per esempio, la
+famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli affittaiuoli,
+noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui appartenenti a
+questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci fosse richiesto;
+ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi individui e di
+ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare all’infinito...
+In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta il numero degli
+oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, formato di
+pochi esempi tipici, combinato con la nozione della moltiplicità,
+diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare l’ampiezza
+del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa sempre più
+eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno simili alla media degli
+oggetti contenuti nel gruppo»[117].
+
+Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, aveva,
+senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione sul
+processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più
+perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più
+caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa
+di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e
+complicatissimi quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti
+più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al
+Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore.
+Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che
+risorge primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri
+fanno corteo»[118].
+
+Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione
+si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine.
+L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in noi certi
+oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto
+che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, che non
+apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles perchè
+gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto
+particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di una
+importanza massima[119]. Il Krafft-Ebing notò come anche negli uomini
+sani l’amore per una donna è determinato in generale da una qualità
+speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi la pelle fina e
+delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli abbondanti
+o il piede e la mano graziosi; altri invece sono eccitati da qualità
+morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; e moltissimi
+sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini quella potenza
+di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing anzi
+attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le grandi
+cantanti suscitarono intorno a loro[120].
+
+E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine delle
+cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella
+sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per esprimere
+«casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare il
+tetto[121]; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo per
+indicare _tenda, accampamento_; e per esprimere _foresta fitta_, alzano
+la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti l’uno innanzi
+all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero[122]. Quando
+noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio di oggetti minuti,
+gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel gesto vale come
+segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo tutto.
+
+2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione dei
+simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione sfuggì
+pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle lingue
+primitive: la reduplicazione.
+
+In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose dello stesso
+genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: per
+indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità di
+due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese _râda_ = re,
+_râda-ráda_ = i re; _kayu_ = legno, _kayûan_ = bosco; _kayu-kayan_
+= bosco folto; in peruviano _cacha_ = albero; _cacha-cacha_ = bosco;
+in samoano _fulu_ = pelo; _fulu-fulu_ = capigliatura; in turco _bol_
+= largo, abbondante; _bol-bol_ = molti; a Giava _pira?_ = quanti?
+_pira-pira?_ = molti? così pure a Samoa _tufa_ = dividere; _tufa-tufa_
+= dividere più volte, spesso; _tala_ = parlare; _tala-tala_ = urlare;
+_moe_ = dormire; _moe-moe_ = dormire insieme; ad Hawai _luli_ =
+muovere; _luli-luli_ = muovere spesso, scuotere; a Tonga _tete_
+= tremare; _tete-tete_ = tremar molto; _nofo_ = abitare; _nonofo_
+(sincope di _nofo-nofo_) = abitare insieme[123].
+
+È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità di
+cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi individui o di
+pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un complesso di cose
+numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione del nome serve a
+indicare la cosa in gran numero, o l’azione ripetuta. È la riduzione
+delle immagini e dei concetti riflessa nel linguaggio; nè a noi sembra
+il raddoppiamento di un sostantivo incompetente a rappresentare una
+pluralità di oggetti, perchè l’immagine che abbiamo nella mente di
+quel complesso non è costituita dalla immagine di più che due o tre
+individui; è insomma anche essa semplicemente quasi una reduplicazione.
+
+Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era
+rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio
+con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti
+complessi subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali
+della rappresentazione grafica sul marmo.
+
+3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo
+di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui
+non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, un
+contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. Ecco
+come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una manciata di
+terra al compratore del suo campo, e quello analogo del procuratore
+del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono il gesto
+naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta,
+trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. Nulla di
+premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto.
+
+Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato
+all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, che
+l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne il
+segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai
+fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno,
+sarebbe questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del campo,
+fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della proprietà
+trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, innanzi a dei
+testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare la zolla di terra
+al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto vederla consegnare,
+per l’idea della trasmissione della proprietà, più strettamente
+associatasi a quel gesto.
+
+Ecco perchè quando _Tu-ouen-hsin_ mandò in Inghilterra la sua missione
+_Panthay_, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai quattro
+angoli della montagna _Zalì_, per esprimere il loro desiderio di
+divenire feudatari della corona britannica[124]. Tra i Franchi, nelle
+cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o un
+ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna di una
+selva si dava un cespuglio di erba o un ramo[125], e nel Medio Evo
+l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla di terra.
+Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La paglia, che noi
+troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di una prateria, di
+un frutteto, di un campo, non è che un simbolo analogo a quello del
+cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito perchè più comodo;
+anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva la prova
+del contralto, che la paglia era spesso nel Medio Evo inserito nel
+diploma della vendita: prova palmare che il documento scritto, frutto
+precoce, per quei tempi, di tradizioni romane rinverdite, era malamente
+compreso.
+
+Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi
+che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli che
+analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha alquanto
+modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione della
+proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua parte, e in
+seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto con la cosa
+venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per il simbolo della
+paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di una foglia di noce.
+
+Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna
+della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione della
+proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente
+non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il simbolo
+diventare sempre più generale, divenire da simbolo della vendita di un
+campo o di un verziere, simbolo della trasmissione della proprietà in
+generale.
+
+E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a
+dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna
+di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e dei
+testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi una
+consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di paglia in
+segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo assai più
+astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa è minore, perchè
+il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più grande, e l’uomo
+già lo colma con le ricche associazioni mentali che si sono formate
+nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile paglia sparirà e il
+simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito dalle forme
+più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco a poco, senza quasi che
+egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione mentale messo a faccia a
+faccia con le più alte e più complesse idee astratte.
+
+
+
+
+CAPITOLO V.
+
+Simboli emotivi.
+
+
+1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli che
+le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate da una
+ad altra persona.
+
+Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura un certo
+tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, nè l’odio,
+nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, eterni,
+perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano quando hanno
+esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano all’origine.
+Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, quell’emozione non
+può rinascere, sia pure con intensità minore, se una sensazione, stata
+precedentemente associata con essa nell’esperienza, non la rieccita e
+ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti da queste sensazioni che
+hanno potere di risvegliare emozioni sopite: per la legge dell’inerzia
+essi sorgono ed acquistano la loro immensa importanza.
+
+2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio
+carico di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo
+di battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente
+l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o
+ammazzare uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento
+in cui porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente
+intorno l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso
+il piacere della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma
+divorato l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei
+sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti
+suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno,
+per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, in popoli
+civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato grandi
+vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè il ricordo
+delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati
+quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo dubitare
+che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, nei popoli
+selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di una impresa
+audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima del trofeo:
+adornandosi dei denti dell’animale, della mascella del nemico ucciso,
+o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si carica di un oggetto
+la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti di orgoglio e di
+piacere provati a compiere l’impresa e negli altri il ricordo del suo
+valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: sarà quella dunque
+la sensazione che ridesterà, sebbene con intensità minore, tutte le
+emozioni che il valore in guerra, o nella caccia, destarono al momento
+in cui si mostrava. Quindi in colui che lo porta e in quelli che lo
+vedono, i sentimenti della propria superiorità e dell’ammirazione si
+associano con la vista del trofeo. Togliere al proprietario il trofeo
+sarebbe come rubargli la gloria della sua impresa. Di qui l’immensa
+diffusione del trofeo nelle razze primitive, e l’enorme pregio in cui i
+trofei sono tenuti[126].
+
+Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo
+Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro,
+lancia, spada, colori vivaci, bel vestito)[127]. Che cosa accade
+allora? Il capo e il re o il membro della classe nobile differisce
+dalla folla vile degli altri mortali, per essere insignito del
+distintivo o vestito con abiti speciali: ne verrà che quei sentimenti
+di timore o di soggezione, che gli atti di potenza e di prepotenza
+del capo o della classe nobile suscitano nei sudditi si associeranno
+alla vista dei distintivi e saranno da questi risvegliati in ogni
+occasione. Se il capo o la casta dominante fossero vestiti come tutto
+il popolo, il terrore che una loro prepotenza può suscitare durerebbe
+un certo tempo e poi impallidirebbe fino a scomparire: onde sarebbe
+loro necessario, per mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre
+a nuove violenze: mentre associatisi quei sentimenti alla vista di
+quei distintivi, essi risorgono continuamente, e il capo o il nobile,
+vestiti del loro costume speciale, rieccitano quei sentimenti di
+soggezione, che generarono le loro antiche violenze o quelle dei loro
+antenati, senza bisogno di ricorrere a nuove. Analogamente il capo
+o il nobile, vedendo che la riverenza è maggiore verso di loro nei
+sudditi, quando essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi
+e sentendo allora più intenso il piacere della superiorità propria,
+associano l’idea e il sentimento della propria potenza al distintivo;
+si sentono più vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi
+considerano come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione
+del loro vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti
+di soggezione di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come
+si vede adunque, il simbolismo dell’abito è una conseguenza della
+legge d’inerzia, della necessità cioè di fissare con una sensazione i
+sentimenti, che abbandonati a loro stessi percorrono un rapido ciclo
+discendente, sino ad estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio
+si sente allora soltanto il padrone, quando è vestito del suo costume
+privilegiato; vestito comunemente, sarebbe poco più considerato che gli
+altri: perciò egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua
+autorità.
+
+Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non
+spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere
+ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi
+furono l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può
+portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo)
+e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il colore
+imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano vestirsi
+di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, il vestito
+divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le classi si
+differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole Sandwich, a
+Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla per l’enorme
+quantità dei vestiti che portano, a spese talora della comodità; tra
+i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in modo da prendere
+talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere al nemico vinto le
+armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo dell’autorità
+è l’arme: così al Giappone la classe più alta porta due spade, la media
+una, la infima nessuna.
+
+Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi,
+dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad
+es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone
+volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli
+quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, quella del
+suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni
+hanno una parte importantissima; e per un imperatore tedesco è sempre
+una grave questione diplomatica decidere dove e per mano di chi sarà
+coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera di Guglielmo Tell il
+cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano gli onori spettanti
+al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico IV, re d’Inghilterra,
+essendo vicino a morire, si levò a un tratto sul letto, quando vide il
+figlio metter mano alla corona, che pendeva dal capezzale, dicendogli:
+«Che diritto vi hai tu?»[128]. E quando Luigi XI ebbe costretto il
+fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, esigè che consegnasse
+l’anello ducale; e poi, in una solenne assemblea, tenuta a Rouen il
+9 novembre 1469, lo fece frantumare[129]. Non gli pareva di aver ben
+vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità sua rimaneva.
+
+3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo quella
+di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: l’abito
+ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il mezzo per
+fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni riferentisi
+alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, diventandone
+il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta scritto la
+propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo della legge
+d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente
+secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si comporta verso
+i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non dall’idea
+delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini si
+considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la differenza
+tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore è stabilita
+dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine notò che in
+Russia si considerava come una stranezza un uomo, di cui l’abito non
+indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza risiedesse tutta
+nei suoi meriti personali, senza alcun segno esteriore. Oggi stesso,
+nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni di abito,
+una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli abiti rozzi, simbolo
+i primi delle classi borghesi e gli altri delle classi proletarie;
+ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe e non si
+sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, se dovesse uscire vestito
+come un muratore? Chi di noi non ha provato che è più difficile trattar
+male un birbante vestito bene, che un galantuomo vestito male? Tanto il
+simbolo è potente, tanto certe date sensazioni risvegliano certi dati
+sentimenti, senza che noi possiamo opporci alla loro associazione se
+non con estrema fatica.
+
+Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo
+politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che un
+ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un
+ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono
+conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti
+ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le
+usurpazioni.
+
+Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali
+d’un popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni,
+solo conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito
+sono piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato
+e dispotico; dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo;
+gli abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi
+oggetti di guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in
+due specie, i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile,
+composta di un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E
+le evoluzioni dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia:
+il barometro che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della
+rivoluzione francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle —
+aveva tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona
+si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare l’abito
+della classe superiore. Ma nel movimento democratico che precedette
+la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece sentire
+fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei balli, ci
+dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale semplicità,
+che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono
+ogni distintivo: gli uomini andarono in società in _frac_, le donne in
+corsetto»[130].
+
+L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della
+storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale,
+giuridica.
+
+4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè tra
+questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante
+sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, religiosa,
+patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, perchè la
+loro funzione è più complessa.
+
+
+
+
+CAPITOLO VI.
+
+Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo.
+
+
+Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad
+analizzare quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il
+più importante fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo
+spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce
+ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa
+che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo
+fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi:
+perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso
+all’uomo nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici
+danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande
+del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli _mistici_.
+
+1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista
+della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano
+animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè
+del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava
+riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti,
+che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa
+il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione
+comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau
+ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che
+i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e
+specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano
+muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi,
+ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui
+quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131].
+
+È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro
+concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni.
+Quando noi diciamo che il fenomeno _A_ è causa del fenomeno _B_
+non intendiamo dire altro se non che _A_ è continuamente seguito da
+_B_, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione
+è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di _A_ è sempre
+seguito dal presentarsi di _B_, mentre altri fenomeni _C, D, E, F_,
+ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi
+l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza
+con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di _A_
+richiamerà l’idea di _B_, cioè la previsione di quello che noi diciamo
+suo effetto; il presentarsi di _B_ richiamerà l’idea di _A_, cioè
+l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse,
+meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di
+produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo
+a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133].
+
+Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo
+sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento
+commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di
+alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni _A, B, C_ si seguano
+costantemente, ma di cui _B_ e _C_ si possano percepire con i
+sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: _A_ invece non sia
+percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc.,
+accadrà che soltanto _B_ e _C_, producendo una sensazione, solo tra
+le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi
+concludiamo al giudizio di causa. _A_, non producendo nessuno stato
+di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo
+indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione
+attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione
+scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa,
+determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza,
+se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini
+o le idee di _C_ e _B_, essi soli essendo già stati percepiti come
+sensazioni.
+
+Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo
+a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del
+ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle
+cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa
+mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo _B_ e _C_,
+solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e _B_ sarà detto causa
+di _C_ a totale esclusione di _A_. L’Australiano supplica il fucile
+del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile
+si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali,
+ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile
+può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa
+scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto
+non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie
+associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di
+coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile
+uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto
+di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse
+essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso
+meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo
+essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi
+associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e
+attribuirono questa a quello, come a sua causa.
+
+È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento
+volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli
+strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono
+i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un
+uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento
+vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia
+l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si
+fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini
+e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano
+non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo
+perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave
+formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o
+anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come
+un fucile _Rémington_ in cattive mani può essere più innocuo d’una
+balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più?
+perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che
+attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo
+adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà
+dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana
+in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio
+che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la
+scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in
+laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni
+in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse
+formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è
+in ragione inversa della ricchezza di mezzi.
+
+Noi ci troviamo qui dinanzi ad un _arresto ideativo_: vale a dire la
+serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento
+di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione
+immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con
+tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre
+uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo
+mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in
+quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge
+per la legge del minimo sforzo.
+
+Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che
+muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito
+dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo,
+senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o
+di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce
+sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse
+si dovessero le loro vittorie.
+
+2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo
+si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli
+che io chiamo mistici.
+
+La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che
+parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare
+un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo
+a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro
+poltroneria[137].
+
+All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione
+degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da
+loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano
+dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere
+menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione,
+indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando
+vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce
+le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille
+miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato
+di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e
+i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e
+quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede
+costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio,
+l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude,
+per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa
+i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento
+agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento.
+
+«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la
+lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto
+a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà
+di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la
+carta parli»[140].
+
+Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico,
+l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro
+profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli
+dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo
+per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo
+spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo
+se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che
+istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni
+straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni
+legislatore, ogni riformatore, ogni uomo _hors-ligne_ non ha mai cavato
+dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro.
+Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo,
+scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro,
+applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa
+discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il
+Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (_Sur._ VI, v. 9); ogni età ha il suo
+libro (_Sur._ XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro;
+Dio dice a Giovanni Battista: _Prendi questo libro_ (il Pentateuco)
+(Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua
+madre: _Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro_ (_Sur._
+XVII, v. 94); _O credenti_, esclama il profeta (_Sur._ IV, v. 135)
+_credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e
+nelle scritture discese prima di lui_. Sarebbe questa insomma la teoria
+popolare del genio[141].
+
+E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano
+mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni,
+le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era
+basata sull’idea che _i segni grafici elementari_ (cioè le lettere
+dell’alfabeto) _distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far
+arrivare alla conoscenza di tutte le cose_. Cioè quella virtù, che si
+attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere.
+E nel _Zoar_ le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna
+per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega
+così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria
+di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose:
+scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra
+le cose, per elementi essenziali delle cose stesse.
+
+Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con
+segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse
+stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi
+sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite
+alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio,
+come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono
+cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti
+ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa
+scritta: _ôm mani padme hum_[143]; i Cattolici portano entro piccole
+borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le
+parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che
+hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta.
+
+Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte.
+I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le
+carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli,
+fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per
+preservativo dai mali le iniziali della formola:
+
+ _In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;_
+ _Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;_
+
+che sono appunto:
+
+ I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P.
+impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia
+e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una
+cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel
+caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la
+medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania
+si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il
+guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi
+meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso
+di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di
+morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei
+raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino?
+
+Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da
+questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una
+forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della
+proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra
+un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi
+separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava
+all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del
+calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli
+usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo:
+vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura,
+e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo
+di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si
+attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si
+compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio
+e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie
+romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione
+scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per
+redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del
+calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era
+perciò un vero simbolo mistico.
+
+3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi,
+specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e
+sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è
+uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda
+comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili;
+nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e
+i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono,
+se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può
+misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per
+esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...».
+Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere
+molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola.
+Nel principio della _Genesi_ Dio crea il mondo con semplici ordini
+gridati ai quattro canti del caos. In arabo, _Kelam ullàh_ significa
+parola di Dio e realtà universale. Nel _Rig-Veda_ si legge: «I Pitris,
+con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà
+universale fu concepita dai mistici la parola: il _Verbum_, il Λόγος di
+S. Giovanni.
+
+Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto
+dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente,
+non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali
+che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente
+non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione
+centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si
+è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo,
+come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e
+ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata,
+e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina.
+
+Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della
+preghiera in sè. Così leggiamo nel _Rig-Veda_: «La maledizione
+degli empi ha tre punte; ma la _mantra_ (la formola del saggio)
+ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In
+arabo _aïat_ = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto
+prodigioso. La benedizione in ebraico = _berachà_, è quella che dà
+tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e
+facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione
+inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata
+pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella
+a cui realmente si indirizzava: così, nella _Genesi_ Giacobbe si veste
+con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione
+di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si
+accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa
+trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto
+associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole,
+nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che
+fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non
+essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148].
+
+Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata
+potenza di certe formole. Gli _incanti_, gli _incantamenti_, come
+ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si
+attribuiva una potenza superiore: in latino _carmen_ significa anche
+detto magico.
+
+4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che
+acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per
+un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva,
+unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore
+logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare:
+ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o
+ancor rozzo. L’_Organon_ di Aristotile o il _Sistema di logica_ dello
+Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano
+che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere
+alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto,
+giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno
+essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge
+del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni
+stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per
+lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento
+delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino
+vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta
+parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore
+che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i
+rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi
+più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile.
+
+Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica
+si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un
+giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia,
+sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione,
+che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle
+regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al
+pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del
+popolo[149].
+
+5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’_arresto emotivo_, avviene nel
+campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno
+stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno
+grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa
+a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o
+l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo
+Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione
+corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo
+di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono
+notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi
+entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi,
+perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande
+chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono
+dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o
+di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni
+l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e
+nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo
+evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si _arresta_ al
+simbolo.
+
+6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi,
+l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini
+che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci
+informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri
+dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad
+esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere
+che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in
+guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i
+Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan,
+i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21)
+troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro
+Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era
+portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo
+che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca,
+per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti
+raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una
+mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade,
+imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con
+l’esilio.
+
+Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di
+una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno
+nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha
+ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il
+divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità
+e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio,
+della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna
+delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la
+Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione
+di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano
+lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli
+nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure
+di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di
+mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto,
+e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di
+Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente
+la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini,
+distruggevano il loro Dio.
+
+Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo
+sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou
+sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano
+cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser
+frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi
+hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati,
+trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le
+donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento
+rupie.
+
+Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria
+dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha
+visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola
+da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente,
+senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno
+sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti
+alla parola _Dio_ non corrisponde nella coscienza che una immagine
+vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce
+che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di
+timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza
+indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto
+a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento
+presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma
+non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi
+che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e
+dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe
+rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di
+richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni
+non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè
+l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta.
+
+Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da
+Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre,
+ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il
+culto delle immagini.
+
+7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e
+diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno,
+diventa troppo complessa.
+
+Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero
+simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della
+massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare.
+
+Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la
+guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore
+si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre
+navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia
+reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla
+sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi,
+inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona
+viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la
+bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare
+la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande
+onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di
+Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia
+le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne
+fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi
+frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni
+società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il
+suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione
+manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è
+cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di
+metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche,
+delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere
+ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc.,
+ecc.
+
+Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che
+la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia
+poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia
+che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in
+ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico.
+
+Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che
+cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del
+Medio Evo, l’orifiamma reale, la _bannière charlemanne_, restava di
+solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis,
+e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la
+presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era
+l’originale![153]
+
+Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai
+più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di
+animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un
+semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una
+schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi
+Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che
+loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare
+che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono
+accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno
+al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni
+tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò
+dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni
+schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono
+tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a
+distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di
+guerra[155].
+
+A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla
+complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento
+dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e
+con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono
+fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di
+una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una
+emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli
+in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di
+difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero,
+quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi
+ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti
+sociali[156].
+
+Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio
+diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole
+tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione,
+comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di
+interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che
+dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di
+coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una
+idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo
+sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione;
+e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per
+centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa
+la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine
+può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si
+associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione
+dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono
+più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per
+tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una
+emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti
+usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo
+materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i
+sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un
+aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che
+sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico
+realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio
+può, liberamente.
+
+Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte
+tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere;
+per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda
+le fazioni dei _verdi_ e dei _rossi_ a Costantinopoli? Un avanzo di
+questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti
+politici con dei colori: _neri_ i clericali; _azzurri_ i moderati
+e i monarchici; _rossi_ i rivoluzionari. Così i _sans-coulottes_
+simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia
+francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava.
+Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta
+un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto
+numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona
+al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e
+complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito
+della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo.
+Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli
+entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano
+proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri
+che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece
+un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per
+molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria
+fu _una lotta per l’emblema_; quelli cercavano di mostrare in tutte
+le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa
+cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica
+si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che
+quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o
+a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di
+una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo
+dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì
+la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non
+calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel
+pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o
+l’altro rappresentavano.
+
+Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una
+emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che
+talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è
+delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli
+occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei
+tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si
+spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti
+alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a
+prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe
+la cosa più sacra di tutta la terra!
+
+L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella
+storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una
+forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità
+immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto
+alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi
+e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania
+descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello
+stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità;
+resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema
+tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo
+come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per
+trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in
+cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di
+quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale;
+il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di
+sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui
+esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può
+sostituirla con sufficiente utilità.
+
+Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il
+capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione
+di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel
+bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare
+delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana:
+del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù,
+che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò
+allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono
+che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della
+fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla
+imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il
+Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare
+all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando
+l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli
+assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone,
+immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente
+la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più
+a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente
+alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa
+del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai
+più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli
+individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e
+parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando
+una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di
+sviluppo psichico.
+
+8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici
+segni in oggetto di venerazione.
+
+Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono
+di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo
+queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente
+necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li
+tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli
+mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico
+ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose.
+In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc.,
+non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo
+prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello
+Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero
+significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero
+che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando
+quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli
+più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore
+della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è
+un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non
+sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso;
+nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo
+del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue
+sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera
+nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei
+Romani che cantavano in certe feste i _carmina saliaria_, scritti
+in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale
+fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse
+la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali
+cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il
+segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere
+gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal
+suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per
+questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali
+e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti
+le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla
+questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o
+con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la
+sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi
+il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra
+Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle
+preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria
+la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286
+eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla
+regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559
+l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni.
+
+Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione
+al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la
+pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque
+sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati
+di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di
+manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle _ragioni_
+per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di
+coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè
+nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando
+si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo
+avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli
+saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera
+al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento,
+se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di
+oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui
+il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti
+bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo
+il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il
+morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante;
+basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a
+poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione
+mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa
+e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più
+nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi
+il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni
+per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè
+ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli,
+come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo
+caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che
+chiameremo _ideo-emotivo_ il segno della propria venerazione verso gli
+Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare.
+
+Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità
+religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo
+servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico
+usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente
+conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando
+un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste
+abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita
+e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento,
+unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire
+specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche
+stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono
+gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio
+si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica
+è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni
+individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli
+di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata;
+quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai.
+
+9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo
+ancora osservare. L’arresto _ideo-emotivo_ non è talora l’effetto
+di una lenta riduzione al _minimum_, che avviene di generazione in
+generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante
+la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una
+certa serie d’idee e di sentimenti.
+
+È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato
+e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle
+società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei
+regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione,
+fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che
+si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi,
+ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il
+_segno approssimativo_ della volontà del legislatore, che non può
+dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e
+sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente
+gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare
+questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del
+regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non
+si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente
+logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade
+dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli
+ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro,
+del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla
+lettera delle disposizioni regolamentari.
+
+Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto _ideo-emotivo_. Per applicare
+intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi
+particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso:
+bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più
+frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a
+cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare,
+i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione.
+All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre,
+per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato.
+Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo
+caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande
+amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi
+affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo
+stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli
+pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più
+rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor
+numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di
+tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è
+assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo
+a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la
+mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti
+di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale
+applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni
+sentimento di più alto dovere.
+
+Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui
+il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia
+possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera
+di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado
+di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico.
+
+10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga
+le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli
+nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare
+alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in
+onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza
+non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra
+loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite
+subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile
+ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro:
+e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione
+di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione
+coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste
+perdite, perchè l’arresto _ideo-emotivo_ per cui il simbolo e
+la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di
+venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi.
+Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più
+realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli
+civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle
+origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche,
+allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti
+religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è
+che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose,
+e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la
+civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e
+quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo
+normale dell’arresto _ideo-emotivo_ entra in azione, e a poco a poco la
+religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e
+per ciò anche estremamente conservatrice.
+
+Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero
+ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra
+e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso
+assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da
+concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato
+dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati
+infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo
+loro al disotto.
+
+
+
+
+CAPITOLO VII.
+
+Atavismo e patologia del simbolo.
+
+
+1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e
+incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare
+le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più primitiva.
+Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che quei simboli
+ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli atavismi, in
+certi individui e in certe classi sociali.
+
+2. La pictografia, ad es. cioè il sistema primitivo della scrittura,
+ritorna nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere.
+Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura,
+come hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così
+genialmente raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito
+di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre
+del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra
+un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa
+pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo
+figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e
+sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali
+come firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide
+rozzamente un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero
+dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia
+con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in cui
+rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. In
+un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due donne che
+ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale.
+
+Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure reali
+di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso
+nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o
+figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così
+un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò
+l’amante disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta
+contro di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con
+un liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso
+dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona
+reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro,
+2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del
+linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello del suo
+amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una donna,
+vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano destra, ricordo
+della sua terza amante — le insegne del suo mestiere di fabbro — un
+tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, ricordo del tempo in
+cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo (ricordo della legione).
+
+Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno a
+sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri
+speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò
+la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità
+dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più,
+siccome i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed
+idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo
+e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo con cui
+esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non quello che
+serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia è
+spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; un modo
+con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non possono
+e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una maniera
+conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul braccio un
+gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava il tatuaggio
+così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 carcerato per
+assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi che fui
+condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; la croce feci per non
+tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista per riattizzare in
+sè il sentimento della vendetta contro una amante che l’aveva tradito,
+si disegnò un limone (simbolo dell’amore sventurato, dolce dapprima e
+agro poi) e una sigla V T = vendetta.
+
+Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è
+l’artificio con cui la violenta passione previene in anticipazione il
+pericolo della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è
+che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti,
+essendo stata con essi associata al momento del disegno. Quindi il
+tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni violente
+e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè e non scrittura.
+L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, non ha bisogno
+di questo artificioso sistema di segni, che gli riporti continuamente
+sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi nel passato.
+
+3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche il
+simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto
+primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, che
+hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli Chauffeurs
+francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo scorso
+e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, per la
+celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi alla banda
+radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa altezza. Il
+capo domandava allo sposo: _Straccione, vuoi tu la stracciona?_ Sulla
+risposta affermativa, aggiungeva: _E allora salta_. Lo sposo saltava la
+corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla sposa: dopo, i
+due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro che un sistema di
+documentazione più rozzo: per fissare nella opinione pubblica l’idea
+del matrimonio contratto, si facevano assistere i banditi ad una scena,
+che ne risvegliava per associazione l’idea. La scena, così come era
+immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello strano: e può essere stata
+suggerita dalla vita di azione, di ginnastica e di movimento in aperta
+campagna, che debbono per forza fare le bande di briganti.
+
+Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, che
+è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, perchè è
+la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi e il
+nuovo.
+
+«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra,
+l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni:
+— Sei ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere
+dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle
+maniere convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar
+superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli
+inconvenienti. — E poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte
+la società, già riunita.
+
+Il capo sta in mezzo con a destra il _contaiuolo_ (se c’è), e quindi
+il _primo voto_ (socio anziano) continuando in circolo per ordine di
+anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo.
+Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato
+fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo.
+
+Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a _Signori_ e Società
+riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la
+Società? Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente
+della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro
+compagno.
+
+_Primo voto._ — (Chi è stu tale?) Come si chiama?
+
+_Capo._ — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon giovane?
+
+(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti del
+neofita sono noti).
+
+_Capo_ (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e
+chiamatelo.
+
+_Ultimo voto_ (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società è
+oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società.
+
+_Neofita_ (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso?
+
+Nessuno risponde per tre volle.
+
+_Neofita._ — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso?
+
+_Capo._ — Entrate con tutte le regole di società.
+
+_Neofita._ — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in testa?
+
+_Capo._ — Abbiamo due _picciotti_ alla testa.
+
+_Neofita._ — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la
+Società.
+
+_Capo._ — Copritevi.
+
+_Neofita._ — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta
+la Società.
+
+_Capo._ — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate?
+
+_Neofita._ — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello
+core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata
+per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello che
+facevo prima.
+
+_Capo._ — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato?
+Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei
+picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno.
+
+_Neofita._ — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la Società.
+
+_Capo._ — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo
+passare ad una votazione?
+
+All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale
+primitivo.
+
+_Capo._ — La Società vi crede meritevole di occupare un posto.
+Desiderate altro?
+
+_Neofita._ — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che un bacio
+da sinistra a destra.
+
+_Capo._ — Fate i vostri doveri.
+
+Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri
+cominciando dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte.
+
+_Capo._ — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? Son
+forse più bello degli altri?
+
+_Neofita._ — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una
+da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete
+specificatore e dichiaratore d’ogni cosa (giudice).
+
+_Capo._ — Desiderate altro?
+
+_Neofita._ — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti per
+pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i patti.
+
+_Capo._ — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti
+sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; 2º
+Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire
+pure i camorristi e fare le commissioni loro.
+
+Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti
+simulano una _giocata_; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio
+e non di _divisione_, cioè che ha con la Società sole relazioni di
+solidarietà morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in
+denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole,
+per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla[158].
+
+A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti
+più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee
+hanno avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è
+evidente. Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere
+a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e
+doveri, gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea
+dei suoi impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di
+entrare, accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi.
+Ma una società criminale non può essere che una forma inferiore di
+società, con struttura e funzioni primordiali; quindi questa formalità
+dell’accettazione che in noi ha assunte forme così astratte, resta
+in forme più sensibili e rozze; invece di dare uno statuto scritto,
+si ricordano con una serie di discorsi e di atti i doveri a cui si
+sobbarca l’iniziato. Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o
+almeno parzialmente meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più
+potentemente che la parola scritta, così gli atteggiamenti complicati
+di superiorità in chi accetta, di inferiorità in chi è accettato come
+novizio, l’aspetto dell’assemblea muta, a braccia conserte, imprimono
+nella psiche dell’iniziato il sentimento e l’idea dei suoi doveri
+di soggezione, negli iniziatori quello del diritto di supremazia più
+fortemente, che non lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che
+tali e tali altri sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non
+potrebbe risvegliare che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti
+esteriori della rimessione risvegliano proprio il sentimento
+dell’inferiorità per la legge di associazione tra gli stati psichici e
+la loro espressione.
+
+4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza
+tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel criminale
+a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato primitivo di
+segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente corrisponde
+un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo che i
+pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso non
+si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano
+segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, e
+queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio
+di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente
+lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle
+autorità civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli
+grafici, che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a
+cui di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti
+le persone e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi
+punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi
+sempre le sole consonanti.
+
+Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo
+che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio eseguito
+da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli
+diede un’esatta descrizione[159]. Questa statuetta porta in testa una
+specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati
+ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti del
+Z. Ad esempio vi esiste il _calamaio_ con cui egli si farà forte
+contro i tiranni; l’_uniforme_ che veste è quello portato da lui nelle
+guerre dell’indipendenza; le _ali_ ricordano il fatto che quando cadde
+in pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori,
+tra cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: _l’elmo con la
+lanterna alla visiera_ è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al
+manicomio; _il sigaro messo di traverso_ rappresenta il disdegno contro
+i re ed i tiranni; _l’attitudine della gamba_ ricorda la frattura che
+egli si fece precipitandosi dall’alto.
+
+Ma il più notevole è il _trofeo_ posto sulla testa della statuetta; che
+è l’espressione grafica di questa canzonetta:
+
+ Un veleno ho preparato.
+ Due pugnali tengo in seno:
+ Questo viver disgraziato
+ Finirà una volta almeno?
+ T’amerò sino alla tomba
+ E anche morto t’amerò.
+ La campana lamentosa
+ Sonerà la morte mia;
+ Ed allor tu udrai curiosa
+ Quella funebre armonia.
+ T’amerò ecc. ecc.
+ Una lunga e mesta croce
+ Nella via vedrai passar;
+ Ed un prete sulla forca
+ _Miserere_ recitar.
+ T’amerò ecc. ecc.
+
+Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così
+della prima strofa la parola _veleno_ è rappresentata dalla coppa;
+i _due pugnali_ non mancano; _il finir della vita e la tomba_
+sono rappresentati da una specie di sarcofago o cassetta chiusa;
+l’_amore_ dai mazzetti di fiori. Della seconda strofa la _campana_ è
+rappresentata tal quale; la _funebre armonia_ da due trombe incrociate
+in basso. La _croce_ della terza e il _prete_ (o cappello da prete)
+della quarta completano il quadro a cui non manca che la _forca_
+sostituita da una forchetta. Si veda dunque quale aggrovigliamento nel
+simbolo, in perfetta analogia con l’aggrovigliamento del delirio.
+
+Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente
+la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici,
+facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle
+condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se
+questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle
+nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione
+d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere
+l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si
+poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici sui
+negozi giuridici.
+
+5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è
+importante esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra,
+riconfermata dalla patologia, una legge normale della psiche umana, con
+una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia,
+che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato tanta luce
+sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo che uno dei
+processi di formazione del simbolo è quello di prendere la parte per
+il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; e come questo processo
+non sia per nulla intenzionale, ma basato sopra la naturale riduzione
+delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti troppo complessi. Una
+conferma di questa legge ci viene da alcune forme morbose d’amore, in
+cui questa riduzione è spinta così all’estremo che la parte sostituisce
+il tutto; e che perciò ci mostrano confermata la legge generale, come
+molte altre malattie, che non sono se non una tendenza normale troppo
+esagerata.
+
+Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo di
+riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare della donna
+che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato.
+Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è per dir così che
+un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più forte del desiderio
+dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce tutto e diventa per
+dir così tutto l’amore.
+
+In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia e le
+mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare in
+gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando la bellezza
+del corpo, viene ad essere più importante anche di questa. Montaigne
+osservava, parlando dell’amore: «Certes, les perles, et les brocardes,
+y confèrent quelque chose, et les filtres, et le train». Rousseau
+confessa che le modiste, le domestiche, le piccole venditrici non
+lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce n’est pourtant pas du
+tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, c’est la volupté;
+c’est un teint mieux conservé... une robe plus fine et mieux faite,
+une chaussure plus mignonne, des rubans, de la dentelle, des cheveux
+mieux ajustés. Je préfererai toujours la moins jolie ayant plus de tous
+cela».
+
+Ma in alcuni malati questa riduzione dello stimolo si spinge così
+oltre, che l’oggetto di vestiario si sostituisce nei loro desideri
+alla donna stessa. Ve ne sono di quelli che rubano i fazzoletti delle
+signore per le vie, e provano il più intenso dei piaceri sessuali
+a masturbarsi con quelli. Ve ne sono altri che invece sono eccitati
+dagli stivaletti. Uno cercava di veder i chiodi delle scarpe femminili;
+esaminava con cura sulla neve o sulla terra umida le traccie dei loro
+passi; ascoltava il rumore che facevano sul selciato, e trovava un
+ardente piacere erotico a ripetere alcune parole destinate a ravvivare
+l’immagine di questi oggetti e a congiungerla con l’immagine della
+donna, per es., la frase: «ferrare una donna» e a masturbarsi innanzi
+alle vetrine dei calzolai. Un altro amante degli stivaletti, diceva:
+«Bisogna che siano stivaletti o scarpette di cuoio, possibilmente nero,
+e con i tacchi altissimi, insomma stivaletti e scarpine elegantissime:
+la forma che fin da bambino mi piaceva di più sono gli stivaletti alti
+da abbottonarsi ai lati ed elegantissimi».
+
+In altri invece il particolare assorbente è una di quelle parti del
+corpo, che il nostro pudore a oltranza lascia ancora scoperte. Un uomo
+non era eccitato che dagli occhi delle donne; avendone trovata una con
+occhi grandissimi, voleva sposarla. Un altro era eccitato dalle mani,
+e ancor più dalle mani adorne di gioielli (eccitazione dell’oggetto di
+ornamento aggiunto a quello dell’organo); però la riduzione non era
+ancora riuscita a un isolamento compiuto, perchè una bella mano e un
+brutto viso gli facevano male. Vi sono poi gli amanti dei riccioli,
+delle ciocche di capelli: «Certi individui, scrive il Macé, si cacciano
+nella folla dei grandi magazzini di novità, si avvicinano alle donne e
+alle ragazze, i cui capelli ricadono sulle spalle e con delle forbici
+ne tagliano delle ciocche. Uno di costoro diceva: «Per me la ragazza
+non esiste, sono i suoi capelli che mi attirano».
+
+Non in tutti i malati, l’aberrazione raggiunge intensità eguale: in
+alcuni il particolare, pure dominando con straordinaria potenza, non è
+ancora divenuto la condizione _sine qua non_ dell’eccitamento erotico;
+in altri invece sì, e la più splendida, la più giovane donna li
+lascierebbe freddi, se non avesse quella qualità o quell’oggetto da cui
+solo sono ormai suscettibili di essere eccitati.
+
+Certo si tratta qui di malati, ma la straordinaria intensità del
+fenomeno ci mostra come sia profonda la tendenza della psiche umana a
+ridurre le sensazioni, le immagini, i sentimenti; a scambiare la parte
+con il tutto; a concentrare tutta la sua energia sul particolare, che
+riesce così più potente nella sua azione. Certo nei processi normali
+di riduzione, da cui esce il simbolo, questo assorbimento che fa il
+particolare di tutta la cosa in sè stesso, non è così intenso come in
+questi casi morbosi, appunto perchè questi sono una esagerazione. Ma
+in ogni modo i fenomeni del simbolismo per riduzione e questi fenomeni
+della patologia mentale si illuminano a vicenda.
+
+
+
+
+PARTE II:
+
+APPLICAZIONI PSICO-SOCIOLOGICHE.
+
+
+
+
+CAPITOLO UNICO.
+
+Il simbolismo nel diritto moderno.
+
+
+Questo studio di alcuni fra i più importanti fenomeni del simbolismo,
+non può essere privo di applicazioni pratiche, se è vero che ai
+traviamenti del simbolo si connettono molti e dolorosi traviamenti
+della condotta umana. Lo studio fatto più sopra sui simboli mistici
+e sull’arresto ideativo ed emotivo che li produce, si è quasi tutto
+raggirato su simboli che oggi sono estinti o che hanno perduta
+gran parte della loro importanza; ma con questo non si cercò che
+di agevolare la ricerca, perchè trattandosi di simboli già quasi
+trapassati ed esaminati, per dir così, da lontano, più facile era
+di vedere la confusione loro con la cosa che avrebbero dovuto
+rappresentare: ciò però non toglie che i simboli mistici siano
+numerosissimi anche oggi, sebbene noi, per la lunga abitudine di
+considerarli come fatti normali, quasi non ce ne accorgiamo. La massima
+parte delle idee giuridiche consacrate nei nostri Codici ed il modo
+con cui sono applicate, quasi tutta insomma la giustizia, non è che
+un gigantesco simbolo mistico, non è che l’effetto d’una dolorosa
+confusione del segno con la cosa, sorgente di infiniti mali sociali e
+sopratutto di questo massimo dei mali: di aver cioè una giustizia che
+tormenta forse più che non benefichi.
+
+Che la giustizia, quando non è addirittura inumana, sia spesso fallace,
+fu detto da molti: ma quanti hanno cercato la ragione per cui uomini
+spesso di intelligenza superiore, che hanno consumato la vita a
+speculare le sottili differenze tra il torto e il diritto, dànno spesso
+sentenze che urtano brutalmente il sentimento di giustizia, anche nella
+gente più umile? Pochi o nessuno. Eppure anche se si volesse sostenere
+che questi rozzi responsi del sentimento di giustizia dell’uomo
+comune siano un prodotto inferiore rispetto alle alte meditazioni dei
+giuristi, molto meglio sarebbe che in questa materia non si trascurasse
+il bene per la ricerca del meglio: giacchè a che cosa serve una
+giustizia superiore che scontenta coloro a cui deve essere applicata?
+Ma del resto questa giustizia che deriva nelle opere giuridiche
+dalla tradizione intellettuale del diritto romano e dalla tradizione
+professionale della magistratura, è, come vedremo, tutt’altro che una
+giustizia superiore. L’arresto ideo-emotivo ci spiegherà come e perchè
+essa sia una giustizia inferiore.
+
+Si noti anzitutto che il sentimento della giustizia è uno dei più
+astratti e complessi di tutti: vale a dire che i processi mentali
+con cui esso si esplica sono tra i più faticosi. «La complessità del
+sentimento di giustizia, scrive lo Spencer, si fa manifesta allorchè
+prendiamo ad osservare che esso non riguarda soltanto piaceri e dolori
+concreti, ma principalmente invece alcune di quelle circostanze che
+permettono di ottenere i piaceri e di prevenire od evitare i dolori.
+Dappoichè il sentimento egoistico di giustizia si soddisfa col
+mantenimento di quelle condizioni, che permettono di conseguire senza
+impedimento le soddisfazioni, e s’irrita quando quelle condizioni
+vengono disturbate, ne risulta che, per essere eccitato, il sentimento
+altruistico di giustizia ha bisogno non solo delle idee di quelle
+soddisfazioni, ma anche delle idee di quelle condizioni che in un
+caso sono conservate e nell’altro disturbate o interrotte. È perciò
+evidente che la potenza di rappresentazione mentale, per essere capace
+di questo sentimento in forma sviluppata, dovrà essere relativamente
+grande. Quando i sentimenti coi quali dovrà esservi simpatia saranno
+semplici piaceri o dolori, potranno occasionalmente manifestarli gli
+animali gregari più elevati; essi sentono ogni tanto, come le creature
+umane, la pietà e la generosità. Ma il concepire simultaneamente, non
+solamente i sentimenti che si producono in un altro, ma anche quel
+complesso di atti e di relazioni compresi nella produzione di tali
+sentimenti, presuppone un’accumulazione contemporanea di elementi
+molteplici nel pensiero, ciò che una creatura inferiore è incapace di
+fare»[160].
+
+Ora noi troviamo che nella pratica è data al giudice, perchè più
+facilmente trovi ed applichi la giustizia, una raccolta di disposizioni
+generali sotto forma di codice, che sono l’ultimo frutto della lunga
+esperienza e del lungo lavoro dei giureconsulti romani, salvo pochi
+e minimi ritocchi. Di queste regole alcune hanno una ragione nel
+ripetersi frequente o nel possibile verificarsi di certi casi a
+cui provvedono: altre sono la deduzione di antiche idee giuridiche
+appartenenti per la loro origine a un periodo di esperienza primitivo
+e che non sono ammesse oggi se non per quella estrema venerazione che
+si attacca a tutte le cose antiche. Ma siano vive ancora o avanzi
+mummificati di idee passate, queste regole generali, per la loro
+natura, non possono che riguardare i casi più frequenti e comuni di
+una certa serie di questioni: i casi speciali, quelli cioè che non
+rispecchiano che parzialmente la disposizione generale, e che si
+presentano sempre assai numerosi, specialmente quando la vita sociale
+si complica, non possono essere risolti con piena giustizia applicando
+il principio generale, perchè contengono elementi parziali di fatto
+che mutano più o meno profondamente i termini della questione e
+quindi anche la soluzione, che non può più essere quella ammessa dalla
+disposizione generale.
+
+Ora che dovrebbe fare il giudice per decidere con giustizia i casi
+numerosissimi che gli si presentano? Dovrebbe dare alle disposizioni
+della legge quel valore che esse hanno realmente, considerarle
+cioè come _il segno approssimativo ed imperfetto_ della volontà
+del legislatore, sulla cui guida decidere, integrandole nei casi
+particolari con il proprio sentimento di giustizia: giacchè per
+divisioni e suddivisioni in cui si biforchi la regola generale,
+si presenteranno sempre dei casi in cui il giudice, per esser
+giusto, dovrà fare appello dalla autorità delle norme già stabilite
+all’autorità della propria coscienza, interrogando il suo sentimento
+di giustizia. Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti romani
+tenevano continuamente presente che il diritto scritto doveva essere
+integrato da quello che essi chiamavano il _diritto naturale_ e
+che non era se non l’espressione di quel sentimento di giustizia
+che si ribellava contro l’applicazione di regole generali a casi
+particolari, che non quadravano perfettamente. «Il diritto naturale,
+scrive il Sumner Maine, era da essi inteso come un sistema che doveva
+gradatamente assorbire le leggi civili, senza sostituirle sinchè non
+erano abrogate... Il valore e l’utilità di questo concetto nasceva
+dal tenere essi presente alla mente un tipo di diritto perfetto e
+dall’ispirare la speranza di avvicinarvisi indefinitamente»[161].
+
+Ma che accade invece? Un poco perchè la legge stessa vieta una
+troppo ampia interpretazione, ma sopratutto per la tendenza umana
+già così forte e favorita in questo caso dalle leggi, a ridurre
+al minimo il numero delle associazioni mentali necessarie ad un
+dato lavoro, prevale la interpretazione letterale, a scapito di
+ogni considerazione di giustizia. Le disposizioni della legge, che
+come dicemmo, non dovrebbero essere che il segno approssimativo e
+imperfetto della volontà del legislatore, sulla cui traccia il giudice
+dovrebbe spingersi per arrivare con le forze proprie alla giustizia,
+diventano la giustizia stessa: applicarle, senz’altri riguardi, è
+il dovere del magistrato. Per giudicare con giustizia il magistrato
+dovrebbe dar libero corso, a ogni caso che gli si presenta, al suo
+sentimento naturale di giustizia, cioè a quell’associazione di idee
+e di sentimenti, di cui vedemmo poco fa la complessità: dovrebbe
+confrontare il responso della sua coscienza con le applicazioni usuali
+e più frequenti del principio generale della legge; e ove discordino,
+cercare le ragioni del disaccordo e penetrando nello spirito del
+principio, associando l’idea del caso più frequente per cui fu fatta e
+le differenze del caso presente, modificarne l’applicazione a seconda
+del proprio sentimento di giustizia. Tutto questo è un lavoro assai
+faticoso, complicato e per di più diverso per ogni caso singolo:
+molto più semplice è applicare le disposizioni generali cavandone
+le conseguenze logiche, senza altre considerazioni e associazioni
+concomitanti di idee o di sentimenti, perchè in tal caso non v’è da
+seguire che una catena più o meno lunga di ragionamenti. Per un poco
+che la mente continui in questo esercizio, l’arresto ideo-emotivo si
+produce rapidamente; il pensiero si avvezza a considerare soltanto i
+puri rapporti tra il caso speciale e il principio generale, per trovar
+modo di applicare questo, senza che le associazioni collaterali di
+altre idee si formino; il sentimento alto e complesso della giustizia
+si riduce a un sentimento di soddisfazione per l’applicazione logica
+intera e compiuta del principio generale quando possa farsi, escludendo
+da questa la rappresentazione del torto fatto alla vittima e l’idea
+delle ragioni per le quali è stato arrecato questo torto. Le sentenze
+più ingiuste e nello stesso tempo più giuridiche, sono create con
+questo sistema, per cui la lettera della legge, che non dovrebbe essere
+che un _segno approssimativo_, diventa la giustizia stessa, cioè un
+simbolo mistico.
+
+Esamineremo, per dimostrar meglio il fenomeno, alcune sentenze su
+casi speciali. L’art. 1228 del Codice Civile sancisce, in materia di
+danni da pagarsi per una obbligazione non adempiuta, che il debitore
+non sia tenuto se non ai danni che sono stati preveduti o che si
+potevano prevedere al tempo del contratto: disposizione in teoria
+giusta, perchè vuole impedire gli illegittimi lucri che il danneggiato
+potrebbe realizzare prevalendosi, ad es., di impreveduti rialzi nel
+valore della cosa che il debitore doveva prestargli. Così, per es.,
+se A pattuisce di dare a B per un certo giorno una data quantità
+di merce e non mantiene l’obbligazione, e dopo pochi giorni dal
+non adempiuto contratto, questo genere di merce, per un accidente
+qualunque, decupla il suo valore, sarebbe ingiusto che A fosse tenuto
+a pagare a B, come danno, questo valore dieci volte raddoppiato per
+la ragione che B, avendo in mano la merce, avrebbe potuto venderla:
+è questo un principio che il sentimento di giustizia approva, perchè
+non applicandolo si potrebbe andare a conseguenze enormi. Tale è il
+principio generale giustissimo, che però nelle applicazioni si falsa.
+Una Ditta di Milano fa un contratto con una Ditta tedesca per avere da
+questa, entro un dato termine, una provvista di _poutrelles_ in ferro:
+la Ditta tedesca non mantiene l’impegno e la Ditta di Milano, che si
+era con altro contratto impegnata di fornire ad un’altra Casa quelle
+_poutrelles_, deve pagare a questa una penale di 450 lire. Intenta lite
+allora alla Casa tedesca per avere la rifusione dei danni, e domanda
+di poter provare con la prova testimoniale che essa dovè pagare le
+450 lire di penale, per ottenerne il rimborso: ma la Ditta tedesca si
+oppone, sostenendo la irrilevanza della prova medesima e basandosi per
+questo sull’articolo 1228, poichè si trattava, diceva l’avvocato, d’un
+danno che essa non poteva aver preveduto, non essendo stata avvisata
+dalla Ditta italiana di questo contratto ulteriore e della penale
+stabilita, ed essendo impossibile che essa prevedesse una così speciale
+eventualità di danno. Il Tribunale aveva questa volta giudicato con
+giustizia, sostenendo che la «legge non esige che siano preveduti o che
+si possano prevedere singoli casi, ma solo vuole che le parti siano in
+caso di poter desumere che dal loro inadempimento possa scaturire un
+pregiudizio agli interessi dell’altro contraente: sono le remote ed
+accidentali verificazioni che non si possono prevedere, e non quelle
+che procedono per l’ordine naturale delle cose, che sono conseguenze
+immediate e dirette dell’inadempimento dell’obbligazione». Dava quindi
+ragione alla Ditta milanese. Ma la Cassazione di Torino (Sentenza del
+2 settembre 1890) censurava ed annullava la deliberazione, sostenendo
+che ci doveva essere la previsione precisa del danno seguito, e che
+il giudice non ha altra autorità che quella di decidere se in linea
+di fatto questa previsione esistesse. «Il legislatore... ha sancito
+solamente che il debitore non è tenuto che ai danni stati preveduti o
+prevedibili al tempo del contratto, ed ha perciò lasciato al giudice
+del merito, trattandosi di una ispezione di fatto, il decidere, per il
+complesso delle circostanze, se una data conseguenza dannosa sia stata
+preveduta od avesse potuto esserlo». È evidente quindi che in tal modo
+si dava ragione alla Ditta tedesca e si negava alla Ditta italiana
+ogni diritto ad avere un indennizzo. Ora, chi non sente l’ingiustizia
+di una simile decisione? L’applicazione esatta, logica di un principio
+generale giusto in sè e astrattamente, ma che, come tutti i principii
+generali, non riguarda che un certo numero di casi, siano pure questi
+i più frequenti, conduce a conseguenze che urtano contro il sentimento
+di giustizia; e ciò per l’arresto ideo-emotivo acquisito e divenuto
+abituale nel giudice per la lunga consuetudine professionale.
+
+Nel Diritto civile italiano sono passate dal Diritto romano parecchie
+idee molto sottili sulla capacità di avere diritti, secondo le quali
+gli esseri non ancora nati ne sono totalmente incapaci; idee che,
+per quanto a prima vista sembrino puramente teoriche, pure hanno
+talora conseguenze pratiche importantissime e possono dar luogo a
+liti interminabili e costosissime. Ma il Codice Civile italiano ha
+fatto una deroga al principio della incapacità giuridica dei non-nati,
+permettendo che i figli nascituri possano essere dichiarati eredi,
+forse per scopi di utilità sociale: ora si supponga che un padre,
+impaurito della prodigalità del proprio figlio, lasci erede non
+questo, ma i figli futuri di lui, e metta così al sicuro il patrimonio
+familiare: supponete ancora che questo figlio prodigo, consumato tutto
+il suo, domandi che sulla sostanza ereditata dai suoi figli futuri
+gli siano passati gli alimenti: non sembra a tutti che per un certo
+senso d’equità la domanda si debba accogliere? Per colpevole che
+sia un uomo nella sua dissipazione, ripugna di farlo morire di fame
+accanto ai tesori che aspettano i suoi figli di là da venire, quando
+detraendo una piccola parte dei redditi, si può toglierlo almeno dalle
+estreme strettezze: eppure, portata la cosa innanzi ai magistrati ed
+esaminata alla luce della patria legislazione, la soluzione non fu così
+semplice come a prima vista parrebbe. Talora la domanda fu accolta,
+ma non in nome di questo sentimento di equità, che nelle coscienze
+non offuscate da viziosi e abituali procedimenti mentali, dà così
+chiaro, almeno in questo caso, il suo responso: bensì, filando una
+serie di ragionamenti molto sottili, che da altri veniva confutata con
+sillogismi altrettanto capziosi. Presentatosi un caso analogo a quello
+supposto innanzi alla Corte d’Appello di Napoli, essa decise (Sentenza
+4 dicembre 1890) favorevolmente alla domanda del padre, sostenendo
+che «se i figli nascituri sono capaci del diritto di succedere, sono
+passibili del dovere di prestare gli alimenti ai genitori poveri.
+Ma si dice: I figli nascituri non hanno personalità effettiva; sono
+possibili, non esistenti... Ma i figli nascituri sono un ente giuridico
+creato dalla legge, e come ente giuridico sono esistenti... Se i figli
+nascituri, come persona giuridica, possono ricevere per testamento
+o per donazione, debbono anche, quantunque non ancora nati, prestare
+gli alimenti ai loro genitori che ne hanno bisogno». Il ragionamento,
+come si vede, è in molte parti abbastanza strano, specialmente per
+quella sua personificazione dei figli nascituri, che, quantunque non
+ancora nati, hanno il dovere di prestare gli alimenti ai loro genitori
+futuri: ma, se non altro, arriva a conseguenza tollerabile. Non si
+deve però credere che tutti siano della stessa opinione; uno dei più
+insigni civilisti italiani, Francesco Ricci, attaccò quella sentenza
+veementemente, come assurda ed errata, sostenendo che i figli nascituri
+non hanno personalità giuridica, non sono perciò subbietti capaci
+nè di diritti nè di doveri, che il diritto di ricevere per eredità è
+loro riconosciuto per mera utilità sociale; che quindi non si dovevano
+accordare gli alimenti. In modo che un individuo, il cui padre avesse
+fatto un testamento di quel genere, che si trovasse ridotto alla
+miseria, dovrebbe morire di fame accanto ai tesori dei suoi figli
+di là da venire senza nemmeno ottenerne gli alimenti! Ecco l’effetto
+dell’arresto ideo-emotivo professionale.
+
+Si noti ancora che in questo modo di cercar la giustizia, cavando le
+deduzioni logiche di principii astratti, è giocoforza trascurare ogni
+considerazione riguardo alle qualità delle persone, che pure nella
+ricerca della giustizia sono importantissime. Tutti sentono che in
+un caso come quello supposto, la giustizia vorrebbe che gli alimenti
+fossero senza obiezioni concessi quando la prodigalità del padre
+si alleasse a sentimenti buoni di generosità imprevidente; ma che
+si potrebbero invece fare obiezioni, quando si unisse a sentimenti
+estremamente malvagi, che rendessero indegna di attenzione la sua
+miseria. Ora, questi elementi che possono, anzi debbono influire sul
+giudizio, non si possono menomamente calcolare col sistema presente di
+giustizia impersonale.
+
+La legge prescrive come formalità essenziale alla validità di un
+testamento fatto innanzi al notaio, che il testamento sia letto _dal
+notaio_ innanzi al testatore e ai testimoni, e che di questa lettura
+sia fatta menzione nell’atto. Ora, ecco la Cassazione di Torino che,
+con sentenza dei 3 settembre 1890, annulla un testamento di questo
+genere, perchè «la formula usata dal notaio nel testamento pubblico
+da esso ricevuto e così concepita: «Atto fatto e letto alla continua
+presenza degli infrascritti testimoni», non esprime in modo convincente
+che la lettura fu fatta dal notaio, quindi il testamento è nullo per
+insufficiente menzione dell’adempimento di una formalità essenziale».
+Il solito fenomeno: le disposizioni della legge che intenzionalmente
+erano dirette a garantire il testatore da possibili abusi od errori,
+finiscono letteralmente intese ed applicate con esclusione di ogni
+altra idea che illumini il senso ideale, per violare il diritto del
+testatore di veder rispettata la sua volontà. Se in un simile caso è
+dubbio che il notaio abbia adempiuta una formalità importantissima,
+non sarebbe più semplice interrogare il notaio e non distruggere per
+un _lapsus calami_ un atto, che socialmente ha una certa importanza,
+quale è un testamento? Le stesse stranezze troviamo nel diritto penale.
+Così recentemente innanzi al Tribunale penale di Milano si dibatteva
+la causa di un commerciante imputato di bancarotta semplice e che
+già era stato condannato altra volta per lo stesso reato. Il Pubblico
+Ministero aveva chiesto la condanna a 7 mesi di detenzione, trattandosi
+di imputato recidivo. Ma il difensore osservò che l’imputato, come
+risulta dal certificato penale, nel 1888 era già fallito altra volta,
+ed era stato dalla nostra Corte d’Assise condannato per bancarotta
+fraudolenta a 3 anni di reclusione — che quindi non poteva più
+legalmente esercitare il commercio — nè di conseguenza poteva essere
+dichiarato fallito e chiamato a rispondere della mancanza di libri,
+che non era obbligato a tenere. Se nell’operato del fallito si fossero
+riscontrati fatti di frode in danno dei creditori, avrebbero potuto dar
+luogo ad una azione per truffa e furto a norma del Codice penale e non
+già per bancarotta fraudolenta — trattandosi unicamente di non tenuta
+dei libri, veniva meno ogni azione penale, mancandone il fondamento,
+cioè la qualità di commerciante nell’imputato. Sulla questione, scrive
+l’avv. Valdata, rendendo conto del processo, non c’è niente da dire,
+perchè non poteva avere diversa soluzione: però, non è sufficientemente
+strana una legge che permette l’assoluzione di un imputato, _solo
+perchè era stato condannato altra volta per un reato più grave_?[162].
+
+Di questa condizione di cose poi gli avvocati e gli imbroglioni si
+approfittano per porre questioni, che in tutt’altra classe di persone
+che non sia la magistratura desterebbero lo sdegno o il riso, tanto
+sono assurde; ma che i magistrati discutono seriamente e qualche volta
+anche sanzionano, tanto per l’abitudine mentale contratta nel lungo
+esercizio della professione essi hanno perduto il senso del giusto
+o dell’ingiusto. Così la legge considera _per pura finzione_ come
+immobilizzate e quasi parti accessorie del fabbricato le macchine
+dell’opificio: ora, in una espropriazione per causa di pubblica
+utilità fatta dalle ferrovie, un proprietario di opificio pretendeva,
+prendendo alla lettera le parole della finzione, che gli si pagassero,
+oltre il fabbricato, non il prezzo del trasporto delle macchine al
+nuovo opificio e un indennizzo per le eventuali avarie, ma il prezzo
+intero delle macchine: perchè, diceva acutamente il suo avvocato, la
+legge considera come accessorie dell’immobile le macchine, e quindi
+distrutto l’immobile, sono distrutte anche le macchine! La Corte di
+Cassazione di Torino (Sentenza del 27 agosto 1890) respinse la ridicola
+argomentazione; ma dopo averla discussa a lungo e seriamente: proposta
+in qualunque radunanza di gente intelligente, ma non specialista in
+fatto di giurisprudenza, non sarebbe stata seppellita subito sotto una
+omerica risata?
+
+E si noti che se la Cassazione, la quale respinse la grottesca domanda,
+avesse applicato a questo caso quel processo mentale che applica
+a decidere la maggior parte delle questioni in sostituzione del
+sentimento e dell’idea di giustizia, avrebbe dovuto dar ragione alla
+richiesta. Giacchè una conseguenza curiosa dell’arresto ideo-emotivo
+è in questo caso la seguente: poichè, per la lunga abitudine,
+sembra mostruoso che si faccia appello al sentimento di giustizia
+per decidere le cause, e la letterale applicazione della legge è
+divenuta consuetudine organica del pensiero, quando un querelante
+presenta una domanda che urta troppo violentemente anche l’intorpidito
+sentimento di giustizia del magistrato, ma che egli, a fil di logica,
+dovrebbe ammettere, il magistrato deve, per dargli torto, cercare e
+ricercare qualche sottile e cavillosa ragione. Capite? Il giudice che
+vuol salvaguardare la giustizia, è lui costretto a cercar sofismi e
+rivoltolarsi come un ladro per il labirinto dei cavilli; mentre il
+birbante che con una sottigliezza tenta di rovinare un nemico, può
+dire a fronte alta che egli domanda solo l’applicazione della legge
+nei modi soliti. Un curioso esempio ce lo dà la Francia. In Francia,
+al principio della insequestrabilità della rendita non erano state
+poste eccezioni, come in Italia, da nessuna legge: e per questo la
+giurisprudenza negò nei primi tempi ai creditori del fallito il diritto
+di rivalersi sulle iscrizioni di rendita del fallito. La massima
+era socialmente pericolosissima, perchè i falliti che investivano
+in rendita pubblica il loro attivo, potevano frodare interamente i
+creditori: ma la magistratura che non ebbe il coraggio di affrontare
+il problema e completare la legge, ricorse invece a uno strano
+ripiego. La Corte di Lione, con sentenza del 19 giugno 1857, sancì
+la massima che la rendita era intangibile; ma che... i sindaci del
+fallimento potevano, essendo considerati quali _mandatari_ del fallito,
+alienarla[163]. Mai esercizio di acrobatismo logico fu più rischioso e
+stravagante di questo, che, per salvare la giustizia, deve travestire
+un curatore di fallimento in mandatario del fallito.
+
+Anche più profonda è forse questa confusione del simbolo con la cosa
+nel campo della procedura. La procedura dovrebbe esser un complesso di
+formalità da eseguirsi dalle parti, per garantir loro la eguaglianza
+nelle condizioni della lotta innanzi al giudice; e impedir sorprese,
+tranelli, insidie. È riuscita nel suo scopo la legge? Che abbia mancato
+di sollecitudine non si potrebbe dire, tante sono le formalità da
+eseguirsi: ma quanto al loro risultato, dica qual’è questa sola e
+terribile frase, quasi proverbiale nel mondo degli avvocati: _tutte le
+cause si vincono con la procedura_. Non importa aver torto o ragione,
+anche dal punto di vista del loro diritto letterale; basta sorprendere
+l’avversario quando, in un momento di distrazione, si dimentica di
+osservare una delle tante formalità prescritte sotto pena di nullità,
+per rovinarlo. La procedura, che doveva essere una garanzia, diventa
+un’imboscata.
+
+Ci ritroviamo qui innanzi al solito fenomeno dell’arresto ideativo
+ed emotivo. Che una certa regola sia imposta ai due avversari nel
+loro contegno innanzi ai giudici, si capisce, per evitare troppo
+facili soprusi: ma che all’osservanza di queste regole sia data
+una tale importanza, da farne dipendere l’esito della causa, ecco
+una esagerazione che può condurre a conseguenze mostruose. Che un
+cancelliere si dimentichi di scrivere in testa alla sentenza la formola
+sacramentale «_In nome_ ecc.,» o la data, ecc., che le due parti troppo
+negligenti non pensino a far sanzionare una sentenza arbitramentale dal
+pretore entro cinque giorni dalla sua emanazione, ed ecco interamente
+distrutto un giudizio che rappresenta spese, lavoro intellettuale,
+ansie, incertezze dolorose.
+
+Con le acute spille del cavillo procedurale si può dilaniare il cuore
+di un uomo atrocemente e fargli soffrire a piccole trafitte tutte le
+ineffabili e infinite torture morali di un processo, da cui dipendono
+spesso l’avvenire di un uomo o di una famiglia; si può regalarsi una
+orgia di crudeltà sopra l’anima di un infelice, più raffinata che le
+crudeltà fisiche a cui certi tiranni si sono abbandonati sui corpi
+dei loro nemici. Tutto ciò sparirebbe se una legge umana e una umana
+interpretazione stabilisse un certo numero di formalità essenziali,
+che la parte negligente fosse invitata più volte a osservare prima di
+punirla con l’estrema sanzione, la perdita del processo, e rendendola
+più sollecita nelle prime negligenze con una multa. Che male ci
+sarebbe, se una parte non osserva un termine, a infliggerle per
+la prima volta solo una multa e a continuare il processo? Che male
+sarebbe, se si dimentica nella redazione della sentenza la formola
+iniziale «In nome, ecc.», di riportarla al cancelliere e far riparare
+alla omissione? E non si dica che le garanzie scemerebbero e tutto
+piomberebbe nel disordine; perchè disordine più immenso di quello
+attuale io non so immaginare, se per una involontaria dimenticanza, si
+può perdere il diritto a vedersi data giustizia.
+
+Tutto ciò è così vero che se voi leggete qualche trattato teorico di
+diritto civile, vedrete che ogni tanto si cerca di giustificare qualche
+strappo ai severi principii giuridici con il pretesto dell’utilità
+sociale. Ne demmo più di un esempio e volendo molti altri potremmo
+darne: il legislatore si spaventa ogni tanto di qualche mostruosa
+conseguenza dei principii giuridici e allora froda per un momento la
+scienza che ne guida la mente. Ma non è questa la prova più bella
+che quei principii giuridici sono spesso assolutamente fallaci e
+pericolosi? Che diritto è mai questo, le cui ragioni ideali devono
+essere ogni tanto violate per _utilità sociale_? Ma che altro è il
+diritto, quando non è una cristallizzazione d’idee trapassate, quando
+è cosa vivente, se non, per così dire, l’utilità sociale organizzata?
+E come possono chiamarsi giuridici dei principii che, applicati
+interamente, produrrebbero scandali e rovine? Se ciò è possibile,
+nessun dubbio può sussistere che la funzione giuridica non è, almeno in
+tutte le sue parti, regolare e fisiologica.
+
+Eccolo adunque, un altro danno della civiltà, in questa trasformazione
+del principio e della regola giuridica in simbolo mistico; e nella
+straordinaria forza di conservazione che esso, come tutti i simboli
+mistici, prende allora. Si pensi infatti che nei periodi più rozzi
+e meno civili della storia di Roma, nei periodi più antichi, ferveva
+nel seno della città un lavorio continuo, che elaborava e quasi direi
+ribolliva continuamente il diritto, trasformandolo e riadattandolo
+continuamente: ora da molti secoli non si ha nell’Europa civilissima
+più nessuna idea di un somigliante lavoro. Noi siamo ancora in
+ginocchio, in adorazione davanti alle formole ultime del Diritto
+romano, che non sono se non l’esperienza giuridica di quel gran popolo
+cristallizzata: da allora in poi l’uomo ha fatto solo pochi e minimi
+tentativi per riplasmare ai nuovi bisogni il più importante degli
+elementi sociali; e questo gigantesco simbolo mistico che è il diritto,
+continua a dominare cieco e immutabile e a far vittime più numerose
+che la religione in mezzo alla vita civile moderna. Si direbbe che la
+società europea non si è potuta sviluppare così straordinariamente, se
+non con l’atrofia di uno degli organi suoi più importanti.
+
+E il fatto che le ultime conclusioni del Diritto romano si siano
+trasformate in un vero simbolo mistico, mercè l’arresto ideo-emotivo,
+ci spiega perchè il Diritto romano si sia diffuso dovunque, nei paesi
+e civiltà più differenti, come recentemente in Germania. Siccome
+l’arresto ideo-emotivo è una legge generale della psiche umana, e
+siccome il Diritto romano con il gran numero delle sue regole generali
+bene elaborate può meglio di ogni altro favorire il processo di
+arresto, per questa sua capacità a favorire una delle tendenze più
+forti dell’uomo si è diffuso dappertutto. L’universalità del Diritto
+romano è un carattere di decadenza e di vecchiaia e non di eccellenza;
+rassomiglia alla enorme diffusione della formalistica religione
+cattolica, che può avere tanto più numerosi credenti, in quanto essa
+non pretende che l’osservanza di alcune pratiche senza ragione. Una
+religione spirituale non potrebbe avere che un pubblico molto più
+ristretto, solo in coloro al cui carattere fosse conveniente lo spirito
+di quella fede.
+
+E non si dica che in questa applicazione letterale della legge non si
+ha da vedere che un effetto del comando della legge: la legge non fa
+qui che favorire con le sue disposizioni una tendenza umana, ma il suo
+comando riesce ad essere obbedito appunto perchè trova già ben disposta
+verso di sè la natura dell’uomo. Giacchè si capirebbe che i magistrati,
+il cui dovere professionale fosse quello di applicare letteralmente
+una legge, si attenessero strettamente al loro mandato: ma dovrebbero,
+se veramente ciò non fosse che l’effetto di una costrizione legale,
+far sentire il loro malcontento, la ribellione della loro coscienza
+costretta a sancire tutti i giorni l’ingiustizia in nome di un codice
+che vorrebbe essere il gran libro della giustizia. Invece accade
+tutto il contrario: quel modo abbreviato o meno faticoso di concepire
+e sentire il diritto è così rispondente alle più intime tendenze
+dell’uomo, che in breve la mente ci si abitua così perfettamente da
+essere incapace quasi di concepirlo e sentirlo diversamente, con i
+processi più faticosi e più perfetti, con cui lo sente l’uomo che non
+fa professione di giurista. Io sono sicuro che lette da magistrati
+ed avvocati queste pagine desteranno in quasi tutti lo scandalo come
+di una volgare profanazione dei principii più alti della scienza
+giuridica. E ricordo anche la meraviglia, lo stupore che invadeva noi
+tutti quando cominciavamo gli studi di leggi, a vedere le singolari
+applicazioni dei principii giuridici, fatte in certi processi, la cui
+soluzione ci era detta da un illustre maestro pienamente giuridica,
+ma che a noi ignoranti strappava grida di indignazione; eppure quegli
+stessi giovani che nei primi tempi trasalivano così vivacemente,
+dopo due o tre anni di studi giuridici trovavano assai più normale
+la cosa: oggi quelli datisi alle professioni o alla magistratura, si
+saranno così bene avvezzati a quei processi mentali abbreviati, da
+trovarvisi pienamente a loro agio. Se così non fosse, già da un pezzo
+dovrebbe essere scoppiata tra gli uomini di legge e specialmente tra i
+magistrati una ribellione così violenta, che di tutto l’edificio della
+scienza e della pratica giuridica non sarebbe rimasto in piedi nemmeno
+una pietra. Invece chi sa quale sforzo sarà necessario per ottenere
+dei piccoli ritocchi, che a poco a poco lo migliorino, sino a renderlo
+abitabile dai popoli moderni, che in quello che doveva essere il loro
+riparo hanno trovato il loro massimo tormento.
+
+Invece nessuno protesta perchè i magistrati potrebbero, a ragione,
+ripetere quel latino del _Digesto_, che con una ingenua sincerità
+descrive il fenomeno dell’arresto ideo-emotivo, che negli ultimi tempi
+del Diritto romano si era già, come ai nostri tempi, prodotto: _Non
+omnium quae a majoribus constituta sunt ratio reddi potest, et ideo
+rationes eorum quae constituuntur inquiri non oportet: alioquin multa
+ex his quae certa sunt subvertuntur_ (L. 20 e 21, _D. de legibus_).
+
+Da questi rapidi cenni, che spero potrò in avvenire sviluppare
+in un lungo e compiuto lavoro[164], si comprende che l’avvenire
+della giustizia e delle istituzioni giudiziarie è nella abolizione
+dei codici, nell’abbandono di quei principii giuridici che sono
+generalizzazioni pericolose e causa determinante di arresti
+ideo-emotivi; nella istituzione di arbitrati, composti di persone
+oneste e intelligenti, incaricate di giudicare _ex aequo et bono_,
+appellandosi non all’autorità dei padri nostri, ma all’autorità della
+loro coscienza: forse anche è nell’abolizione della professione di
+magistrato e in una scelta svariata e spesso rinnovata di arbitri tra
+persone intelligenti, istruite, integre, che di solito attendano a
+diverse occupazioni perchè la costituzione di una classe di magistrati
+favorisce l’arresto ideo-emotivo professionale. In ogni modo, poichè
+il pericolo più grave per la retta funzione della giustizia, sta nel
+prodursi di questo arresto, la norma e lo scopo supremo di tutte le
+riforme dovrà essere di impedire meglio che si può che per una ragione
+o per un’altra l’arresto ideo-emotivo si produca in coloro che sono
+incaricati di amministrare la giustizia.
+
+Allora forse nessun pessimista potrebbe più ripetere a vergogna e a
+condanna della società moderna, gli amari versi che Goethe fa dire da
+Mefistofele a Faust:
+
+ Es erben sich Gesetz’ und Rechte
+ Wie eine ew’ge Krankheit fort;
+ Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte,
+ Und rueken sacht von Ort zu Ort.
+ Vernunft wird Unsinn, Wohlthat Plage;
+ Weh dir dass da ein Enkel bist!
+ Von Rechte, das mit uns geboren ist,
+ Von dem ist leider! nie die Frage.
+
+
+
+
+INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE
+
+CITATI NELL’OPERA
+
+
+ Alongi, _Pag._ 112
+ _Arch. di psich. e scienze penali_, 113
+ Ardigò, 68, 86, 133
+ Ascoli, 40
+ Bancroft, 33
+ Bastian, 38, 49
+ Beaumanoir, 26
+ Beaunis, 8, 12
+ Bertillon, 33, 34, 35, 87
+ _Bibbia_, 27, 33, 92
+ Binet, 9, 10, 11, 91
+ _Bollett. della Società Geografica_, 23
+ Bopp, 44
+ Bouche, 11, 36, 37, 48, 101
+ Bourget, 72
+ Bukle, 37, 82
+ Buonamici, 64
+ Carle, 15
+ Carlyle, 46
+ _Chronicon cassinense_, 27
+ Colini, 23
+ Confucio, 34
+ _Cout. du Nivernais_, 29
+ Cox, 46
+ De Sarlo, 3
+ _Digest of hindu law_, 23
+ Diodoro Siculo, 25
+ Donnat, 25
+ Dowling, 37
+ Draper, 95
+ Ducange, 23, 39, 75
+ Dugmore, 61
+ Earle, 59
+ Eisenhart, 45
+ Ellis, 67
+ Erodoto, 48
+ Espinas, 4, 12
+ Feré, 9
+ Ferrero, 24
+ Floquet, 80
+ Galland, 39
+ Garlanda, 1, 40
+ Garrik Mallery, 73
+ Gianturco, 56
+ Goethe, 46, 133
+ Gregorio di Tours, 19, 37
+ Grimm, 26, 45
+ Guyau, 84, 85, 87
+ Hartmann, 3, 84
+ Houard, 22, 57
+ Howitt, 23
+ Kemble, 5
+ Krafft-Ebing, 11, 72
+ Krapotkine, 98
+ _Jih-King_, 34
+ Joinville, 38, 66
+ Joly, 40
+ _Journal asiatique_, 34
+ _Journal du Palais_, 129
+ Lanoye (De), 35
+ Lefèvre, 48, 89
+ _Leges Wallicae_, 39
+ Lenormant, 40, 44
+ Letourneau, 1, 20, 25, 26, 33, 59, 60
+ Lewes, 47
+ _Lex Wisig._, 45
+ _Lombardia_, 127
+ Lombroso, 7, 12, 72, 107, 113
+ Loria, 55, 93
+ Macpherson, 22
+ Maine (S), 26, 30, 53, 65, 122
+ Marzolo, 13, 14, 20, 32, 33, 40, 41, 44, 49, 50, 73, 75, 88, 89,
+ 91, 93
+ Massenat, 40
+ Maudsley, 12
+ Mayer, 55
+ Meichelbeck, 66
+ Michelet, 38, 97
+ Modigliani, 38
+ Moerenhout, 59
+ Mommsen, 53
+ Monstrelet, 80
+ Montaigne, 115
+ Morgan, 27
+ Morselli, 113
+ Mouske, 27
+ Muirhead, 54, 64
+ Müller (Friedrich), 73
+ Müller (Max), 46
+ Neugart, 66
+ Niblack, 87
+ Offner, 14
+ Ottolenghi, 12
+ _Pandette_, 23, 26, 132
+ Pausania, 47
+ Post, 23, 26
+ Presles (R. de), 97
+ Ratzel, 60
+ Reclus, 24, 25
+ Remusat, 34
+ _Revue philosophique_, 8, 11
+ _Revue politique et littéraire_, 87
+ _Revue scientifique_, 24, 42
+ Reymond, 70
+ Ribot, 2, 42
+ Ricci, 125
+ Richet, 3, 12
+ Ried, 66
+ Romanes, 40
+ Rotari, 29
+ Rousseau, 115
+ Salvioli, 22, 91
+ Schliemann, 29
+ _Société nouvelle_, 98
+ Sohn, 20
+ Spencer, 2, 4, 6, 20, 22, 28, 37, 41, 54, 55, 67, 71, 78, 84, 94,
+ 98, 120
+ Steinthal, 41
+ Stendhal, 9
+ Strabone, 25
+ Taine, 19
+ Tanzi, 89
+ Trezza, 46
+ Tylor, 48, 72
+ Valdata, 127
+ Vignoli, 44
+ Wace, 38
+ Walch, 66
+ Wenk, 66
+ Wundt, 14
+
+
+
+
+INDICE
+
+
+ _Dedica_ _Pag._ V
+ _Prefazione_ » VII
+
+ _Introduzione:_ La legge del minimo sforzo e la inerzia
+ mentale » 1
+
+ PARTE I.
+
+ Fisio-psicologia del simbolo.
+
+ CAPITOLO
+ I. — Simboli di prova » 17
+ II. — Simboli descrittivi » 32
+ III. — Simboli di sopravvivenza » 52
+ IV. — Simboli di riduzione » 70
+ V. — Simboli emotivi » 77
+ VI. — Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo
+ ed ideo-emotivo » 83
+ VII. — Atavismo e patologia del simbolo » 107
+
+ PARTE II.
+
+ Applicazioni psico-sociologiche.
+
+ CAPITOLO UNICO. — Il simbolo nel diritto moderno » 119
+
+ Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera » 135
+
+
+
+
+NOTE:
+
+
+[1] GARLANDA, _La filosofia delle parole_. — Roma, 1890.
+
+[2] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884,
+lib. III, cap. X.
+
+[3] Vedi riguardo a questi piaceri, SPENCER, _Les bases de la morale
+évolutionniste_. — Paris, 1889, cap. IX.
+
+[4] SPENCER, op. cit.
+
+[5] RIBOT, _La psychologie de l’attention_. — Paris, 1889.
+
+[6] RICHET, _L’homme et l’intelligence_. — Paris, 1884.
+
+[7] L’importanza di questo lato della questione fu vista
+dall’Hartmann, il celebre pessimista tedesco; il capitolo
+_L’inconscio nell’intelligenza_ della sua opera _Philosophie des
+Unbewusten_, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora di metafisica, è
+importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del DE SARLO, _L’inconscio in
+patologia mentale_, Reggio d’Emilia, 1892.
+
+[8] ESPINAS, _Des sociétés animales_. — Paris, 1878.
+
+[9] SPENCER, _Principes des psychologie_. — Paris, 1874, parte II, cap.
+VII; parte IV, cap. VII.
+
+[10] KEMBLE, _The Saxons in England_, II, 105, in SPENCER, op. cit.
+
+[11] SPENCER, _Principes de sociologie_. — Paris, 1882, vol. III, P.
+IV, cap. IV; P. V, cap. XVI.
+
+[12] Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia
+nella psicologia spetta, come è noto, al LOMBROSO, che se ne
+servì per spiegare l’innato conservatorismo dell’uomo. È una idea
+straordinariamente feconda e capace delle più svariate applicazioni: io
+ne tento, in questo lavoro, una nuova.
+
+[13] BEAUNIS, _Physiologie_, 2ª ediz., pag. 1351.
+
+[14] BEAUNIS, _L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme
+provoqué_, nella _Revue philosophique_, agosto, 1885.
+
+[15] Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di
+STENDHAL, _Physiologie de l’amour_, che notò sopra di sè come essa
+rinforzi il tono di qualsiasi sentimento si trovi per il momento nella
+psiche. Così, quando egli era innamorato, la musica lo rendeva più
+innamorato ancora; una volta che pensava ad armare una spedizione per
+la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e l’entusiasmo.
+
+[16] FERÉ, _Sensation et mouvement_. — Paris, 1887.
+
+[17] BINET, _Études de psychologie expérimentale_. — Paris, 1883.
+
+[18] BOUCHE, _La Côte des Esclaves et le Dahomey_. — Paris, 1885.
+
+[19] Vedi su questo feticismo normale dell’amore BINET, _Le féticisme
+dans l’amour_ (_Revue philosophique_, agosto, 1887) e KRAFFT-EBING,
+_Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1887.
+
+[20] OTTOLENGHI e LOMBROSO, _Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla
+credulità_. — Torino, 1889.
+
+[21] MAUDSLEY, _L’esprit et le corps_.
+
+[22] Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti
+portati dal RICHET, _L’homme et l’intelligence_, Paris, 1884, nello
+studio: _Le somnambulisme provoqué_.
+
+[23] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.
+
+[24] Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri
+processi psichici a un movimento molecolare, gli studi principali
+di psicofisica, specialmente i tedeschi. MÜNSTERBERG, _Beitrage zur
+experimentelle Psychologie_, I, 129; VUNDT, _Essays_, IV; GEHIRN UND
+SEELE, p. 118, _Physiol. Psychologie_, II, 204. — Ora questa ipotesi
+(ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di
+ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione
+mentale ai fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando
+infatti due stati di coscienza sono percepiti contemporaneamente,
+ciò significa, secondo il Münsterberg, che due gruppi gangliari del
+cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo psicologo
+tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati
+una specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due
+eccitazioni, che non sono che movimenti molecolari, tenderebbero
+a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei due gruppi è in seguito
+rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare per la via di
+comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (MÜNSTERBERG,
+op. cit. — OFFNER, _Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung_,
+Marburg, 1892).
+
+[25] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.
+
+[26] Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a
+vita (monarchia) il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti
+i poteri del re, spettassero ancora al pretore, anche quelli che
+contrastavano alla temporaneità ed elettività della carica.
+
+[27] Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in
+proporzioni più modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal
+prof. Carle: che cioè i simboli sono dovuti sopratutto alla vivace
+fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente accennato, da molti
+scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia umana, ma
+senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del
+Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di
+immaginazione e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio
+delle grandi intelligenze, di Dante, di Shakspeare, di Newton, di
+Darwin, che non delle intelligenze rudimentali.
+
+[28] Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse
+in specie), che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari
+poco ingenui contratti che si trovano nella Bibbia; le esperienze
+della doppiezza selvaggia fatte dai viaggiatori, da Cook in Australia,
+da Stanley e da Schweinfurth in Africa, nonchè dalla nostra politica
+coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia sono pieni di fatti
+e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece l’onore
+fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (TAINE, _Histoire
+de la littérature anglaise_, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi
+ha letto nel libro di GREGORIO DI TOURS, _Historia Francorum_, un
+contemporaneo dell’invasione dei Franchi nella Gallia, i caratteristici
+aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare che anche gli antichi
+popoli germanici fossero davvero migliori, sotto questo rispetto, che
+la maggior parte dei loro confratelli in umanità.
+
+[29] Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi SPENCER,
+_Princ. de sociol._, vol. I. — LETOURNEAU, _La sociologie d’après
+l’ethnographie_, Paris 1884, pag. 562: «Per prevedere bisogna esser
+capace di osservazioni, di attenzione, saper raggruppare e paragonare
+i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. Ma l’uomo
+inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso
+solo da quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua
+memoria è corta e il passato vi si cancella presto». E che per l’uomo
+primitivo il passato e il futuro fossero idee vaghe e indeterminate,
+lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani è la stessa parola che
+l’_Heri_ latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente
+il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori
+dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con
+così vaga nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un
+tempo futuro. Nei bambini poi noi possiamo osservare quella incapacità
+di godere idealmente della proprietà, che dovè esser comune un tempo
+a tutti gli uomini primitivi. Quando regalate loro un giuocattolo lo
+portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, al teatro. Chi non
+ha visto una bambina addormentarsi con la bambola nuova tra le braccia?
+Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, o che anche quella
+sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro qualche
+cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono
+aspettare.
+
+[30] SALVIOLI, _Manuale del diritto italiano_. — Torino, 1890.
+
+[31] MACPHERSON, _Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack_. —
+Calcutta, 1842.
+
+[32] SPENCER, _Princ. de sociologie_. — Paris, 1883, vol. III.
+
+[33] HOUARD, _Anciennes lois franc._, I, pag. 101.
+
+[34] Vedi in DUCANGE, _Anaticla_, I, 415.
+
+[35] _Digest of Hindu Law_, II, 488.
+
+[36] Vedi POST, _Studien zur Entwickelungsgeschichte des
+Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto
+del COLINI (Un libro del dottor POST sullo sviluppo del diritto di
+famiglia) nel _Bollettino della Società Geografica_, marzo, 1891.
+
+[37] HOWITT, _Trans. R. Soc. Victoria_, pag. 118, in Colini.
+
+[38] G. FERRERO, _L’atavisme de la prostitution_, in _Revue
+scientifique_, 30 luglio 1892.
+
+[39] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885.
+
+[40] LETOURNEAU, _L’évolution du mariage et de la famille_. — Paris,
+1888.
+
+[41] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885, pag. 240.
+
+[42] Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause LETOURNEAU,
+_L’évolution de la famille et du mariage_, Paris, 1888. — SUMNER MAINE,
+_Études sur les institutions anciennes_, Paris, 1884. — A. H. POST,
+_Studien zur Entwizelung der Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig,
+1890.
+
+[43] GRIMM, _Deuts. Rechtsalther_, pag. 155.
+
+[44] BEAUMANOIR, _Cout. de Beauvoisis_, cap. XVIII.
+
+[45] GRIMM, _Poesie in Rechte_, § 6.
+
+[46] _Il libro di Ruth_, III, 9.
+
+[47] L. H. Morgan, _Ancient Society_. — London, 1877, pag. 80-81.
+
+[48] _Chron. Cassin._, II, 39.
+
+[49] SPENCER, _Princ. de sociol._, vol. III. — Paris, 1883.
+
+[50] Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann,
+chiuso da robustissime porte, accanto a cui si vedono ancora i posti
+delle guardie, e da cui era impossibile uscire senza il permesso del
+signore. — Vedi SCHLIEMANN, _Tyrinthe_, Paris, 1886.
+
+[51] LEG. WILLEM, _Noth. reg. Angl._, cap. LXV.
+
+[52] ROTARI, cap. 224.
+
+[53] _Cont. du Nivernais_, t. II, pag. 134.
+
+[54] SUMNER MAINE, _Études sur l’histoire des institutions primitives_.
+
+[55] L. 5, § 10, _D. de oper. novi nunt_. — L. 20, § 1, _D. quod vi aut
+clam_.
+
+[56] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.
+
+[57] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1883.
+
+[58] BANCROFT, _The native races_, etc.
+
+[59] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884.
+
+[60] _Numeri_, XV, 37, 38.
+
+[61] MARZOLO, _Saggio_, ecc.
+
+[62] A. DE REMUSAT, _Recherches sur les langues tartares_, pag. 65.
+
+[63] BERTILLON, op. cit.
+
+[64] _Journal Asiatique_, aprile-maggio 1868.
+
+[65] _Giosuè_, IV, 6-7.
+
+[66] DE LANOYE, _L’homme sauvage_. — Paris, 1873, pag. 41.
+
+[67] BOUCHE, op. cit.
+
+[68] I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia
+della civiltà. Una loro forma di furto è quella di rubare in un club
+o in altro luogo, per es. il cappotto di una persona, di andare a
+casa sua e di inventare, che sono mandati dal padrone per prendere o
+una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la prova della loro
+missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che essi
+hanno tra le mani.
+
+[69] Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione
+è stata già risolta dallo SPENCER, _Principes de sociologie_, vol.
+III, parte I. Io quindi mi sono ristretto a studiare l’uso fatto dei
+simboli, supponendone già nota al lettore la genesi.
+
+[70] BOUCHE, op. cit.
+
+[71] GREG. TURON, VII, 3.
+
+[72] Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero:
+ma non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo,
+conoscerlo bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era
+uno strumento troppo complicato, perchè data la condizione generale
+della coltura, il suo uso potesse essere diffuso; era una tradizione
+della civiltà romana conservata, come tante altre, da un piccolo
+gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. «Durante
+molti secoli, scrive il BUKLE, fu raro il veder un laico che sapesse
+leggere o scrivere» (_Histoire de la civilisation en Angleterre_,
+vol. I, pag. 348, Paris, 1881); e il DOWLING (_Introduction to the
+Critical Study of ecclesiastical History_, 1838, pag. 56): «Gli
+scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, e la letteratura null’altro
+che un esercizio religioso». Così i re merovingi non sapevano
+scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti rarissimi;
+la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia
+resero difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero
+inverniciare i loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca
+non trovò, più d’una volta, in città considerevoli della Francia,
+una goccia d’inchiostro per copiare codici latini. Di più, tanto è
+vero che la scrittura era poco capita in quei tempi, che noi troviamo
+certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), in
+cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano la
+comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia,
+quale noi la troviamo nei libri dei Batacchi (BASTIAN, _Der Mensch in
+der Geschichte_, Leipzig, 1861, vol. I. — MODIGLIANI, _Tra i Batacchi
+indipendenti_, Roma, 1893).
+
+[73] MICHELET, _Les origines du droit français cherchées dans les
+symboles et d’après les formules du droit universel_. — Paris, 1892.
+
+[74] Questa connessione è rivelata dalla parola gallese _maes_, che
+significa _ager_ e _curia_ (Vedi _Leges Wallica_e, II, 10, 11, 12).
+
+[75] DUCANGE, _Investitura_, 1535. — GALLAND, _Franc-allen_, XX, 340.
+
+[76] Per questo credo che le scritture mnemoniche abbiano precedute
+le scritture a disegno, sebbene popoli rozzissimi, e perfino le
+popolazioni preistoriche sapessero disegnare relativamente bene (Vedi
+MASSENAT, _Matériaux pour l’histoire de l’homme primitif_, 1869. —
+JOLY, _L’homme avant les métaux_, Paris, 1879). Io credo che il disegno
+preesistè alla scrittura pictografica, cioè che il disegno non fu
+impiegato come mezzo di comunicazione tra gli individui, se non molto
+tempo dopo che era praticato all’ornamento delle armi, delle case, ecc.
+Difatti, dover graffire una scena di caccia o di pesca è minor fatica,
+che dovere esprimere con figure una idea determinata; perchè nel primo
+caso il disegnatore può scegliere e variare a piacere le figure, purchè
+nel complesso diano l’idea dello spettacolo che si vuol rappresentare;
+nel secondo invece è schiavo della sua idea e bisogna che cerchi quali
+figure proprie importino di più a far comprendere più esattamente a un
+estraneo la propria idea.
+
+[77] GARLANDA, _La filosofia delle parole_, Roma, 1890. — MARZOLO,
+_Brevissimo sunto sulla storia dell’origine dei caratteri alfabetici_,
+Venezia, 1857. — ASCOLI, _Del nesso ario-semitico_, Milano, 1864. —
+LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans
+l’ancien monde_, Paris, 1872.
+
+[78] ROMANES, _L’évolution mentale chez l’homme_. — Paris, 1891.
+
+[79] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. I. — Paris, 1878, pag.
+489.
+
+[80] MARZOLO, _Monumenti storici rivelati dall’analisi delle parole_,
+vol. I, Padova, 1847. — F. STEINTHAL, _Die Mande-Neger Sprachen,
+psichologisch und phonetisch betrachtet_, Berlin, 1867.
+
+[81] Il RIBOT, in alcuni suoi recenti e interessantissimi studi (_Une
+enquête sur les variétés des concepts_, in _Revue scientifique_, 3
+settembre 1892), cercò di determinare che cosa si producesse nella
+coscienza, oltre il nome, quando si legge o si ascolta una parola
+astratta o generale. L’esperienza tentata su 900 individui diede questi
+risultati: nel 47% si produceva o una imagine concreta (per es., la
+parola _legge_ richiamava l’idea dei giudici togati), o l’imagine
+ottica della parola stampata, o l’imagine acustica della parola
+pronunciata; il 53% rispose che in essi non si risvegliava _nulla_.
+Il RIBOT osserva giustamente che questo _niente_ deve essere qualche
+cosa e che con un’indagine più minuta si scoprirebbe: in ogni modo,
+ciò dimostra che deve essere uno stato di coscienza molto vago, se non
+si riesce a determinarlo con parole. Quindi una scrittura a disegno
+sarebbe almeno per questo 53% assai faticosa; e lo sarebbe egualmente,
+in quell’altro 47%, a quelli che appartengono, come dice il RIBOT, al
+tipo visuale tipografico o al tipo uditivo.
+
+[82] LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans
+le monde ancien_. — Paris, 1872, vol. I, cap. I.
+
+[83] BOPP, _Glossarium sanscritum_, Berolini, 1847. — MARZOLO,
+_Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola_, Padova, 1847,
+vol. I. — VIGNOLI, _Mito e Scienza_, Milano (_Bibl. scient. intern._).
+
+[84] GRIMM, _Poesie im Recht, passim_. — EISENHART, _Grundsätze des
+Deutschen Rechts in Spruchwörtern_, Leipzig, 1822. — _Lex Wisig._, I,
+8.
+
+[85] GOETHE (_Maximen und reflexionen_) e CARLYLE (_Sartor Resartus_)
+notarono essi pure come l’imagine sia in origine un modo quasi
+naturale di esprimersi. G. TREZZA, poi (_Studi critici_, Verona
+1878, pag. 224), ha benissimo descritto il carattere imaginoso delle
+concezioni primitive: «Nello stato arcaico del sentimento, si mescono
+le forme delle cose e vi destano una impressione confusa, appunto
+perchè la natura vi si rivela in un modo confuso. È veramente una
+vasta metafora il modo con che la natura si riproduce nel sentimento
+mitologico. Tuttavia la metafora non era in quei tempi un processo
+consapevole, nato da una intuizione precisa delle analogie ideali tra
+le cose diverse, ma un istinto divino, che prorompeva dal sentimento
+stesso. La metafora ei la portava dentro di sè, lingua vivente di una
+coscienza impregnata di sensazioni vivacissime estranee». Senonchè,
+come si vede, la spiegazione che io do del fenomeno, è diversa da
+quella dell’illustre e compianto professore di Firenze. Anche il MAX
+MÜLLER, che sostiene, a torto o a ragione, esser la religione una vasta
+metafora primitiva, di cui si è perduto il significato, una malattia
+del linguaggio (_diseased language_), intuì bene, senza però spiegarla,
+la grande importanza della metafora nella psicologia primitiva
+dell’uomo. — Vedi, oltre le opere di MAX MÜLLER, COX, _The mithology of
+arian nations_. — London, 1870.
+
+[86] PAUSANIA, _Att._, I, 23.
+
+[87] HEROD., VII, 225.
+
+[88] BOUCHE, op. cit.
+
+[89] LEFÈVRE, _La religion_. — Paris, 1892.
+
+[90] TYLOR, _Civilisation primitive_. — Paris, 1884.
+
+[91] BASTIAN, _Der Mensch in der Geschichte_, vol. I, p. 265. —
+Leipzig, 1860.
+
+[92] MARZOLO, _Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri
+alfabetici_, pag. 15, Venezia, 1857. — Vedi in questo opuscolo, sunto
+d’una grande opera che rimase, pur troppo, come tante altre del sommo
+pensatore, inedita, le prove etimologiche di questa figliazione delle
+lettere alfabetiche dalle figure delle costellazioni.
+
+[93] SUMNER MAINE, op. cit.
+
+[94] Vedi in SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III, pag. 139 e seg.,
+le prove che l’idea dello scambio è sconosciuta a molti popoli
+primitivi. In latino _emere_ non significava originariamente, come
+notò il Muirhead, comprare per denaro, ma solo prendere, ricevere,
+acquistare (ved. in FESTO, voc. _redemptores_). Quanto alla proprietà
+fondiaria, essa, come è noto, non esiste presso i popoli primitivi
+e anche i popoli civili non la conobbero che tardi: secondo MAYER,
+_Die Rechte der Israeliten, Athoener und Römer_. (I, 361) l’ebraico
+non ha parola per esprimere _proprietà fondiaria_: e secondo Mommsen
+«l’idea della proprietà non era presso gli antichi Romani associata al
+possesso delle cose immobiliari, ma solo al possesso degli schiavi e
+del bestiame». E l’origine della proprietà fondiaria fu la violenza.
+«Solo la forza — scrive lo SPENCER — sotto una forma o sotto un’altra
+è la causa capace di obbligare i membri di una società a cedere il loro
+diritto al godimento comune del territorio che abitano. Ora è la forza
+di un aggressore esterno, ora quella di un aggressore interno...».
+(_Principes de sociologie_, vol. III, pag. 728, Paris, 1883). — Vedi
+anche in LORIA, _Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II, la
+lunga documentazione delle origini violente della proprietà fondiaria.
+Ricorderemo qui che _praedium_ e _praedari_ hanno comune etimologia,
+che _hortus_ e _haeredium_ derivano da una radice _ghar_ che in
+sanscrito significava prendere, impadronirsi; che la lancia era presso
+i Romani il _signum justi dominii_.
+
+[95] SPENCER, _Les bases de la morale évol._, Paris, 1887, pag. 99.
+«Quando, come nelle società più rozze, non esiste ancora nè regola
+politica, nè regola religiosa, la causa principale che impedisce
+di soddisfare un desiderio quando si manifesta, è la coscienza dei
+mali che risulteranno dalla collera degli altri selvaggi, se la
+soddisfazione del desiderio è ottenuta a loro spese».
+
+[96] GIANTURCO, _Istituzioni di Diritto civile italiano_. — Firenze,
+1887, pag. 107.
+
+[97] HOUARD, _Anc. lois françaises_, I, 378.
+
+[98] _Fraser’s Journey_, II, pag. 372.
+
+[99] MOERENHOUT, _Voyage aux îles du Grand-Océan_, II, pag. 68.
+
+[100] EARLE, _Residence in New Zealand_, pag. 244.
+
+[101] LETOURNEAU, _L’évol. du mar._, etc. — Paris, 1888.
+
+[102] In Australia gli sforzi dei missionari per togliere il matrimonio
+per ratto trovarono opposizione, specialmente nelle donne (LETOURNEAU,
+_La sociologie, etc._, Paris, 1884). Il sentimento dell’uomo riguardo
+al ratto dovè esser lungamente analogo a quello che noi troviamo tra
+gli Zulù rispetto alla compra della sposa. — RATZEL, _Le razze umane_,
+Torino, 1892, vol. I, pag. 387: «Soltanto la compra fa sentire la
+forza reciproca del vincolo matrimoniale; e marito e moglie non si
+riterrebbero uniti legalmente, se il marito non avesse dato o almeno
+promesso qualche cosa per averla. Un uomo poi si sentirebbe umiliato,
+se prendesse una moglie per niente».
+
+[103] DUGMORE, _Kafir Laws and customs_, pag. 37.
+
+[104] Secondo il Muirhead, questa formola, riportataci da Gaio, è
+troppo vaga, e probabilmente il convenuto rispondeva provando il suo
+titolo.
+
+[105] BUONAMICI, _Delle «Legis actiones» nell’antico Diritto romano_,
+Pisa, 1868. — MUIRHEAD, _Storia del Diritto romano_, Milano, 1888.
+
+[106] Vedi a questo proposito le belle osservazioni del SUMNER MAINE,
+_Etudes_, etc.
+
+[107] «In loco iuxta fluvium pheterac» (MEICHELBECK, _Hist. frising._,
+n. 368). «Actum super fluvium Moin in loco nuncupante Franconofurd»
+(RIED, _Cod. dipl. Ratisb._, n. 10, an. 794).
+
+[108] «Acta sunt haec apud Velbach in littore laci turicini» (NEUGART,
+_Cod. dipl. Alleman._, N. 1030, an. 1282).
+
+[109] «Zu dem richtbrunnen an dem landtag bi stuhlingen» (VEGELIN, II,
+221, an. 1391).
+
+[110] «Beim Born zu Pfungstatt» (WENK, _Hess. Gesch._, I, 82).
+
+[111] «Sein Gericht mag er (der Landrichter) setzen vor der Bruche»
+(WALCH, _Vermischte Beiträge zu den deutschen Recht_, III, 257).
+
+[112] JOINVILLE, _Hist. de S.-Louis_, 1668, pag. 12 e 13.
+
+[113] SPENCER, _Princ. de sociol._, III, p. 665.
+
+[114] ELLIS, _Polynesian Researches_, tom. I, pag. 202, 203.
+
+[115] ARDIGÒ, _Relatività della logica umana_, nel III volume delle
+_Opere filosofiche_. — Padova, 1885.
+
+[116] REYMOND, _Le arti figurative e un vecchio pregiudizio fisiologico
+sulla visione_. — Torino, 1891.
+
+[117] SPENCER, _I primi principii_. — Milano, 1888.
+
+[118] BOURGET, _Nouveaux essais de psychologie contemporaine_.
+
+[119] LOMBROSO, _L’uomo di genio_. — Torino, 1888.
+
+[120] KRAFFT-EBING, _Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1889.
+
+[121] TYLOR, _Forschüngen über die Urgeschichte der Menschheit_, trad.
+ted., pag. 25.
+
+[122] GARRICK MALLERY, _Sign-Language among the North-American Indians_
+(_First annual Report of the Bureau of Ethnology._ — Whashington,
+1881).
+
+[123] _Reise der osterreichischen Fregatten Novara um die
+Erde-Linguisticher Theil_, von dr. FRIEDRICH MÜLLER, Vien, 1867. —
+MARZOLO, _Monum. stor._, ecc., vol. I.
+
+[124] SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III. — Paris, 1883.
+
+[125] DUCANGE, _Investitura_, III, 1531.
+
+[126] Vedi in SPENCER (_Princ. de sociol._, vol. III, chap. II, Paris,
+1883) le prove sulla enorme diffusione del trofeo in tutte le razze.
+
+[127] Op. cit.
+
+[128] _Chroniques_ de MONSTRELET, vol. II, lib. I, chap. CVII, pag. 435.
+
+[129] FLOQUET, _Histoire du Parlem. de Normandie_, vol. I, pag. 250-256.
+
+[130] BUKLE, _Histoire de la civilisation en Angleterre_, vol. III,
+pag. 294. — Paris, 1887.
+
+[131] Vedi riguardo a questa polemica lo SPENCER. _Principes de
+sociologie_, vol. I, Paris, 1878, ed il GUYAU, _L’irreligion de
+l’avenir_, specialmente a pagine 26-38. — Paris, 1887.
+
+[132] SPENCER, _Principes de psychologie_, vol. I, pag. 302. — Paris,
+1874.
+
+[133] HARTMANN, _Die Philosophie_, etc., nel capitolo: _L’inconscio
+nell’intelligenza_.
+
+[134] GUYAU, _L’irréligion de l’avenir_. — Paris, 1887.
+
+[135] ID., _id._
+
+[136] Stephenson, invece, un giorno vedendo una sua locomotiva correre
+via rapida, esclamò: _E dire che è il sole che la fa muovere_ (ARDIGÒ,
+_La formazione naturale nel fatto del sistema solare_, Padova,
+1884). — Ecco la differenza tra il ragionamento dell’uomo medio e
+il ragionamento del pensatore di genio: in quello le associazioni
+si restringono a quelle sensazioni che si sono più volte seguite
+nell’esperienza e che hanno lasciata una traccia di sè nella psiche
+in immagini o idee; in questo invece si formano da idee lontanissime
+e apparentemente senza alcun nesso. Ma non dimentichiamo che gli
+Stephenson e i Newton sono una eccezione nell’umanità, che nella sua
+massa è composta di ben altra stoffa di individui.
+
+[137] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1833.
+
+[138] _Revue politique et littéraire._ — Paris, 1888.
+
+[139] NIBLACK, _The coast indians of soutern Alaska and northern
+british Columbia_. — Washington, 1890.
+
+[140] MARZOLO, _Saggio sui segni_, pag. 37. — Pisa, 1866.
+
+[141] La tradizione della ninfa Egeria e di Numa Pompilio rappresenta
+una variante del fenomeno. Siccome usualmente la massima parte degli
+uomini, non produce da sè le idee che ha, ma le riceve da altri, dai
+vecchi, dai creduti sapienti, ecc.; così si crede che quando uno ha un
+gran numero di idee le debba aver ricevute da un altro, da un essere
+superiore.
+
+[142] _Saggio sui segni._
+
+[143] LEFÈVRE, _La religion_, pag. 538. — Paris, 1892.
+
+[144] TANZI, _I germi del delirio. — Rivista sperimentale di freniatria
+e medicina legale_, vol. XVI, fasc. I-II, Reggio Emilia, 1890.
+
+[145] MARZOLO, _Saggio_, ecc.
+
+[146] SALVIOLI, op. cit.
+
+[147] BINET, _Etudes de psychologie expérimentale_. — Paris, 1888.
+
+[148] _Genesi_, XXVII.
+
+[149] Questa idea non ha nulla di comune con quella del Loria, che
+(_Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II) sostiene sì,
+essere la logica variabile, ma che le sue variazioni dipendono dalle
+condizioni diverse della terra libera. E cita il fatto che nelle età
+in cui la schiavitù è necessaria per le condizioni economiche, tutti
+gli scrittori ne sostengono la legittimità, mentre nelle età in cui
+non è più necessaria, è da tutti maledetta e dimostrata una infamia.
+Ma forse perchè Aristotile concludeva che la schiavitù non si poteva
+abolire, mentre Spencer tratterebbe di pazzo chi volesse ricostituirla,
+si può dire che i processi logici con cui l’uno e l’altro arrivano
+alle diverse conclusioni siano differenti? Ma sono le premesse che
+differiscono, il punto di vista, i dati della questione e quindi anche
+le conclusioni, non la maniera di ragionare: il sillogismo funziona
+nel cervello dell’uno come in quello dell’altro. Invece non funziona
+nello stesso modo nel cervello di Aristotile e in quello di un ragazzo
+o di un selvaggio: così tra l’altro il Marzolo dimostrò che il _post
+hoc ergo propter hoc_, eresia immensa nella logica ideale, è una vera
+legge del ragionamento come si fa dai bambini, dai selvaggi, e ancor
+oggi dagli uomini più rozzi (Vedi quella bellissima memoria che è il
+saggio forse più stupendo scritto sin qui sulla psicologia dell’uomo
+inferiore: MARZOLO, _Delle disposizioni originarie soggettive dell’uomo
+e degli effetti loro_, Milano, 1862). La logica è una funzione del
+cervello; e può solo variare, come tutte le funzioni, secondo il
+variare dell’organo.
+
+[150] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III.
+
+[151] SPENCER, _Istituzioni ecclesiastiche_. — Città di Castello, 1886.
+
+[152] DRAPER, _Histoire du développement intellectuel et moral de
+l’Europe_. — Paris, 1868-69, vol. II.
+
+[153] MICHELET, _Les symboles_, etc.
+
+[154] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III.
+
+[155] ID., _id._
+
+[156] Di qui dipende l’intenso ma ristretto altruismo dei membri
+di molte tribù, uno rispetto all’altro; il che però non esclude la
+più assoluta ferocia riguardo agli stranieri. Vedi l’articolo del
+principe KRAPOTKINE: _L’appui mutuel chez les sauvages_, nella _Société
+nouvelle_, gennaio 1893.
+
+[157] BOUCHE, op. cit.
+
+[158] ALONGI, _La camorra_, Torino, 1890.
+
+[159] _Arch. di psichiatria e scienze penali_, 1880, fasc. II. Vedi
+questo intaglio riprodotto nell’_Uomo di genio_, tav. VII.
+
+[160] SPENCER, _La giustizia_. — Città di Castello, 1893, pag. 48-49.
+
+[161] SUMNER MAINE, _Ancient Law_, pag. 76-7, 3ª ediz. (Citato da
+Spencer).
+
+[162] Giornale _La Lombardia_, 15 marzo 1893.
+
+[163] _Journal du Palais_, t. LXXVII, pag. 824.
+
+[164] In un lavoro che avrà forse per titolo: _La formazione
+naturale della giustizia_; l’espressione dell’Ardigò _formazione
+naturale_ parendomi, almeno in questa materia, più esatta che l’altra
+_evoluzione_ dello Spencer.
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici.
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 76877 ***